(parte prima)
STATO
MAGGIORE UFFICIO
DELL'ESERCITO STORlCO
M RIO MO TANARI
POLITICA E STRATEGIA IN CENTO ANNI DI GUERRE ITALIANE
VOL ME T (parte prima) TL PERJODO RISORGIMENTALE
ROMA 1996
INDICE GENERALE
Parte prima. La prima guerra d'indipendenza (1848-49) Cap. T - f/ momento storico I. La Restaurazione ... .......·.....•• ..... ............................................................ pag. 2. Carlo Alberto ........ .. » 3. L'aggravarsi della tensione » Cap. TI - La decisione {)Olitica I'. La rivolta di M ilano ........... ................................................................ .. 2. L' intervento piemontese ..................................................................... . 3. ll Piemonte e gli altri Stati italiani ................................................ .. Cap. TTI - La carnpagna del 7848 l. Caratteristiche generali degli opposti eserciti ............................. 2. L'annata sarda ......................................................................................... 3. L'annata di Radetzky ........................................................................ .. 4. La prima fase della campagna ......................................................... .. 5. La seconda fase ...................................................................................... . Cap. TV - La campagna del 1849 L L'armistizio e la mediazione anglo-francese .... ......................... .. 2. ll riordinamento dell'esercito .......................................................... .. 3. La decisione politica ............................................................... . 4. li disegno strategico ................................................................ Cap. V - Considerazioni conclusive J.. Carlo Alberto e la I J guerra d'indipendenza .............................. .. 2. I rapporti fra Torino e Milano .......................................................... . 3. La prima sconfitta militare (1848) ................................................ .. 4. La mancata soluzione politica (1848) ................................ 5. La sconfitta politica e militare (1849) ............................ ...
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Parte seconda. La seconda guerra d'indipendenza (1859) Cap. VI - Il momen/0 storico 1. La seconda restaurazione .................................................................... 2. La questione d'Oriente ............................................................ 3. L'alleanza cli Crimea e la decisione piemo'iitese . Cap. Vll - La campagna di Crimea l. Le riforme La Marrnora del 1854 . 2. La partecipazione piemontese ......................................................... ..
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POLITICA E STRATEGIA lN CENTO ANNl DI GUERRE ITALIANE
Cap. VIlI - La decisione politica 1. Le conseguenze de l Congresso di Parigi ...................................... 2. La preparazione diplomatica ........................ . 3. La preparazione militare ............................... Cap . IX - La campagna del 1859 I . L'esercito sardo ............ ....................................................................... .. 2. L'esercito france.se ................................................................................ . 3. L'esercito austriaco ................... ........................... .................. ..... .. . 4. Gli ori entamenti strategici alleati .... ................................... ...... . 5. Da Magenta a Villafranca. ... .................... ................. .......... .. Cap. X - Considerazioni conclusive I . Cavour e la 2il guerra d indipendenza .......................................... .. 2. La partecipazione italiana alla guerra ................................... ........ . 3. La condotta della guerra ... ............................. .................................... . 4 . L'ordinamento La Marmora alla prova .......................................... .
Sc bi zzi Teatro del le operazioni nel J848-49 ... ... ..... .. .... ... .. .. ... ... ... . .... .. .. ..
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PRESENTAZIONE
A distanza di circa sette anni dalla pubblicazione dell'ultimo volu/ll e del.l'opera «La storia della dottri11a e degli ordinamen ti dall'Esercito italiano» del Gen. Filippo Stefani, l'Ufficio Storico dello SM dell'Esercito ha ritenuto oppor/11110 completare il quadro di riferirnento così brillnnteme11te tracciato. Se è vero che l'aspetto politico e quello militare sono tra loro complementari non essendo possibile subordi11are le decisioni politiche a quelle militari, poiché è la stessa politica che ha ingenerato la guerra, non si possono studiare gli ordi11a111e11ti di un esercito e la sua dottrina senza poi esaminare le motivazioni di fondo e gli interessi politici, sociali ed economici che li hnn110 determinati. A ciò deve aggiungersi che l'Itnlia, da quando si è costituita i11 Stato libero ed indipendente, lia condotto due guerre per il completamento della propria indipendenza, hn com-battuto tre co1iflitti coloniali ed ha partecipato a due guerre monrliali senza mai far progredire s11 binari paralleli la politica estera e quella militare. L'Ufficio Storico con quest'opera ha inteso esaminare come sia stato possibile far fronte nd impegni militari così gravosi disponendo di un apparato bellico mai all'nltezza delle altre potenze europee, attraverso un'approjo11dita disamina delle epoche e delle circostanze in cui quegli eventi si sono sviluppati. Al Ge11. Mo11lnnari il ringraziamento per aver voluto accettare l'onere di un 'opera che già dal primo volume, relativo al periodo risorgimentale, non mancherà di Jomire motivi di riflessione sulla storia politica e militare d'Italia. IL CAPO UFFICIO
(Col. c.s. SM Riccardo Treppìccio ne)
INTRODUZIONE
Il presente lavoro deriva in qualche modo eia «La storia della dottrina e degli ordinamenti dell ' Esercito italiano » del generale Fi lippo Stefani. Gli addentellati lasciati da tale opera sono tanto stimolanti, per così dire, da indurre a sviluppare alcuni temi o quanto meno a soffennarsi come meglio possibile su di essi. La storia militare si presenta, di solito come studi o a carattere tecnicoprofessionale, per una certa comodità cli esame e di esposizione, ma sappiamo che, in analogia alla storia letteraria, artistica, sociale, economica, etc., fa parte di un tutto unico che è la storia della Nazione. Nella nostra epoca la guena, quell a prova suprema che un popolo si trova da secoli ad affrontare per decisione dei governanti o per violenza altrui , è stabilita dal potere politico, il cui fme ultimo è una situazione di stabilità pacifica. Proprio per questo Clausewitz assegna il primato a detto potere. «Sarebbe assurdo - afferma - subordinare le vedute politiche al punto di vista militare, poiché la politica ha generato la guerra; essa è l'intelligenza mentre la guerra è soltanto lo strumento, non già viceversa. Perciò l'unica via poss ibile è la subordinazione del principio militare a quello politico» 1• Ed i11 un memoriale del 1830 scriverà: «Chiunque affermi, come fre quentemente avviene, che la politica non deve immischiarsi nella condotta della guerra, non ha compreso l'AB C della grande mte militare» . Non per niente «la guerra è troppo importante per essere lasciata ai militari» osservò maliziosamente Aristide Briand , riprendendo una frecciata attribuita a Talleyrand. Il giusto, annonico rapporto fra i due poteri perde equilibrio se alla guida politica si manifestano carenze nella valutazione complessiva del problema nazionale o debolezza nella condotta del conflitto, oppure quando da parte militare si intende far valere una considerazione ccessiva delle esigenze militari in atto od in prospettiva. All'estremo opposto si trova l'affermazione del genera le Ludendorff, secondo il quale , poiché la politica cui allude Clausewitz è queIIa estera, ne deriva che «l' intera politica deve essere al servizio della guerra» 2 • I più acuti attriti tra militari e politici emergono proprio guerra durante anche se Clausewitz tende a minimi zzare la questione, sostenendo che, non essendo «nell'ordine naturale» delle cose, è facilmente componibile con una spiegazione adeguata -, «quando il Comando militare esige l'impiego di tutte le forze per la vittoria finale, mentre le politica cominc ia a calcolare se il fme della lotta valga un tale dispendio di forze; ovvero quando l'esercito si attesta 'C. vo. CLAUSEWITZ, Della Guerra, ed. Rivi ,ta Militare, Roma 1989, Libro VIII. E. LUDENDORrF, Der totale Krieg, 1935, p. I0. .
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lNTRODUZIONE
su l suo completo trionfo bellico, mentre l' uomo di Stato cerca di conquistare l'avversario con la proprio mitezza e cli trasformare il nemico d i ieri in un amico per il domani; ovvero q uando l'arte militare consiglia di non trascurare nessu na possibilità cli anni entamento dell e forze nemiche, mentre il politico ha paura della distruzione cli grandi valori permanenti, di indesiderate conseguen ze politiche secondarie, di ostacoli alla pace e così via; o quando il condottiero confida unicamente sugl i effetti s icu1i , visibili e tangibili, della forza fisica, mentre il pensatore politico propende per gli effetti psicologici e gli ausili poli tico-diplomatici, il cu i successo di solito è assai meno sicuro, ma il cui impiego appare assai meno costoso e pericoloso; infine, in linea generale, quando l'opportunità militare non coincide con le aspi.razioni politiche (che, in dete rmin ate circostanze, potrebbero anche essere i successi al prezzo di stragi sanguinose!)»'. Poi ché, a dispetto delle visioni utopistiche, il pacifismo integrale, cioè la neutralità disarn1ata e la connessa unica cura del buon governo dei propri sudditi , eia secoli risulta possibile soltanto a pochi Stati favo riti da circostanze stor iche o posizione geografica o ambiente naturale del lutto eccezionali , ne con segue l'ovvia necessità che spetti alla politica determinare le dimensioni o i lim iti di llll esercito (o delle forze annate, secondo i tempi) durante il periodo di pace, tenendo presenti con opportuna tempestività gli scopi da raggiungere in un domani vicino o lontano con la guerra. E questo ci conduce al punto focale. Come mai, si chiede Jolm Whittam, uno dei popoli meno militar isti dell'Europa è stato periodicamente gettato in g uerre d'aggressione da deliberate decisioni del suo governo? ' . Ed aggiunge Stefani: «È sorprendente rilevare come l'Italia , da quando si costituì ìn Stato libero e indipendente, pur avendo condollo due guerre per il completamento della sua indipendenza (1866 e 1870), scatenato tre g uerre coloniali (Eritrea, L ibia , Etiopia), partecipato alle due guerre mondiali , non abbia mai sincronizzato le due politiche estera e militare ed abbia affrontato le varie prove belliche avve nturosamente, in condizion i cl i miserevole impreparazione diplomatica e milit,u-e» ' . Vogliamo, dunque, riandare al passato e vedere come l'esercito italiano, e prima di esso l' armata sarda, abbia dovuto assumere i numerosi cruciali impegni. Poi ché una di sam ina degli avvenimenti militari di un Paese non può ri teners i probante senza una preliminare indagine sulle connotazioni dell 'epoca in cui gli eventi in ques tione hanno av uto origine, sviluppo e conclusione, questo ha comportato pertanto una non 'lieve incertezza sui contorni e sui contenuti da ' G. RITIER, / militari e la politica nella Germania moderna, voi. I, Ein aud i, Torin o 1967,
p. IO. ' J. W 111TIA:,.-t . Sroria del/' esercito italiano, Rizwli , Jl,-Ji lano 1979, Pre razione. ' F. S TEFAN I, La sroria della dorrrina e degli ordi11amc11ti dcli' Esercito Italiano. Ufficio Storico dello Stato Magg iore Esercito (U SSME). Roma 1984, l , p. 6.
lNTRODUZIONE
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assegnare ai diversi <<momenti storici». Si trntta di periodi così conosciuti che, forse , si sarebbe potuto limitarne l'indicazione a pochi cenni di sintesi, se non, addirittura, dare per scontato lo sfondo storiografico generale; ma, visto che la spiegazione di taluni << perché» è da ricercarsi anche nell'ambiente politicosociale-ps icologico-econornico dal quale esce un esercito, abbiamo preferito soffe1111arci a ricordare caratteristiche ambientali ed atmosfera di ogn i periodo. Tranne casi particolari, non si è fatto ricorso a nuove ricerche d' archivio, apparendo ampiamente sufficiente la vasta copia di pubblicazioni ufficiali , sagg i, memorie e testimonianze disponibili . «Secondo l' interpretazione tradizionale, che dall 'Ottocento a oggi è stata accettata senza discussione da moderati, conservatori ed estrema destrn, la storia militare italiana è caratterizzata da un 'alternanza di gloriosi fatti d'arme e di momenti oscuri in cui le forze ,umate furono dimenticate da una classe diiigente imbelle e da un paese minato dalla propaganda sovversiva» 6 • Siffatta affermazione di Rochat e Massob1io può appaiire alquanto forzata, comunque per cerro contiene una buona dose di reale rispondenza aila spiegazione presentata su tante nostre vicissitudini militari. L'ascrivere drasticamente a merito dei capi mmtari i gloriosi fatti d'arme e a demerito di un 'inetta classe politica e di una perniciosa propaganda sovversiva (naturalmente di sinistra) la colpevole trascuratezza dello strumento bellico nelle pai·entesi di pace è sicuramente un modo inesatto e non corretto di presentare i fatti, tuttavia chiama in causa il potere politico con motivazioni fondate. L'apparato militai·e - così come quelli scolastico, fi scale, dei traspo1ti etc. - appartiene allo Stato, il quale è tenuto, attraverso il Legislatore e l'Esecutivo, a renderlo e mantener1o idoneo alla bisogna. Altrimenti, oltre che «improduttiva», sarebbe una spesa davvero inutile. È naturale che sui ve1tici mi litari gravino una corresponsabilità politica ed una responsabilità tecnica, ma in definitiva il bastone di comando è e deve rimanere in mani politiche. E non basta. «Un regolare controllo politico delle forze armate in Italia non è mai esistito» sostiene Rochat ;. Anche questo è sostanzialmente vero, però occorrerebbe specificare di quale controllo si debba trattare. Per le dittature di stampo ideologico è di un solo tipo: la fedeltà all'ideologia. Per la dittaturn a carattere personale il principio è uguale, anche se legato alla persona. Per la democrazia parlamentare il controllo deve garantire 1' assoluto rispetto della Costituzione e la rispondenza fra spesa ed efficienza delle forze annate.
G. ROCI-IAT e G. MASSOBRlO, Breve storia del/' e.,erciro italiano, Einaudi , Torino 1978, p. 6. G. R OCH,W, Il <:omrol/o politico delle forze armate in Il poiere militare in {1a/ia . Latcrza. Bari 197 1, p. 49 . 6
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INTRODUZIONE
Per limitarci al potere politico nell 'ambito di una democrazia parlamentare, vorremmo aggiungere che i concetti di controllo e di responsabilità non possono essere disgiunti. Un controllo puramente amministrativo non pare possa definirsi soddisfacente, in quanto il riscontro della pertinenza della spesa rispetto alle previsioni ed al programma, oltre che arduo, rischia di tradursi in mero fatto burocratico. Un controllo su sentimenti ed inclinazioni dei militari di caniera e di leva può fornire indicazioni di carattere generale, certamente utili per la tempestività dei provvedimenti eia adottare, ma ancora insuf'ficienti alla bisogna. È il controllo periodico sull'efficienza dello strumento bellico, sotto ogni aspetto, che occorre rivendicare e garantire. E questo chiama in causa la responsabilità politica: spetta a governo e parlamento individuare le deficienze e decidere come ovviarvi. In sostanza, sembra giusto riconoscere al governo il grave onere delle scelte in tema di politica militare 8. D'altrnnde, in tutti i tempi la politica estera di uno Stato è risultata condizionata dal grado di efficienza delle sue forze armate, oltre che dal livello di potenza economico-industriale; il che significa essere indispensabile la sintonia fra politica estera e politica militare, ovvero il tempestivo adeguamento della politica militare alle esigenze ed agli impegni del Paese. Né può sottacersi l'importanza dell ' opinione pubblica interna. Qualunque organismo rende meglio se avverte attorno a sé una corrente di stima, di simpatia e cli fiducia, conente impossibile ad imporsi dall ' alto. Essa si forma spontaneamente alla luce ciel comportamento dell'organismo e dei risultati ottenuti quando chiamato ad operare. L'Italia non è mai apparsa ben disposta verso le armi . A titolo di principale g iustificazione si cita la troppo breve storia dell'Unità e, anche per questo, l 'assenza di brillanti tradizioni gueJTiere. in realtà bisogna ammettere che l' Italia non è mai stata ben disposta verso lo Stato, da chiunque impersonato. Per secoli nella maggior parte del Paese gli oneri imposti dai regnanti, cioè dallo Stato, sono stati sopportati cli malanimo e con il proposito di sottrarvisi non appena e comunque possibile. E fra tutti gli oneri, quello peggio subito - dopo le tasse - è il servizio militare. In merito alla spontaneità di un ' opinione favorevole , per un elementare senso di obiettività occorre riconoscere che essa dovrebbe formarsi a seguito dell ' esperienza fatta sotto le anni da una classe di leva dopo l'altra. In verità, tranne eccezioni che possono riguardare determinati reparti e specifici mornen' Per avvalorare la resi che quanto appaniene allo Stato debba esser da questo curato al fine di ricavarne la ma ss ima ri s pond e n za a i co mpili assegnati , s i riporta un com me nto dell'Assoc iazione Nazionale Mag istrati c irca la gravissima crisi dell 'amministrazione della giu stizia nel dicembre l 989, in occa,ione dell' entrata in vigore del nuovo cod ice di procedura penale: «Spella al governo la responsabilità di prendere conoscenza dei mezzi necessari per il buon funzionamento della giustizia civile e penale; spetta al governo la responsabilità di provvedere a tali mezzi».
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ti, la naturale propaganda fatta dai «reduci » non è mai stata delle migl iori. Ed in questo la responsabilità politica c'entra poco. on ci proponiamo di individuare pregi e difetti di quell'aliquota cli popolo italiano che ha servito il Paese in cento anni di gue1Te, bensì semplicemente di esaminare in quali condizioni di volta in volta l'esercito italiano abbia affrontato la prova e come vi sia stato guidato. Sembra utile sottoli.neare, ad evitare un 'erronea interpretazione assai frequente nel grnsso pubblico , in buona fede o meno, che il gi udizio negativo sul comportamento cli un ' unità al fuoco non vuole né può essere rivolto ai suoi componenti. È verissimo che in passato - ovunque e per tradi zione secolare - c per gravissimi episod i (ammut inamento e abbandono di posizioni di fronte al nemico) reparti interi sono stati considerati colpevol i e sottoposti a decimazione , ma con il primo conflitto mondiale la punizione collettiva in genere e questa in particolare sono praticamente scomparse, almeno nel mondo occidentale. L'efficienza di un'esercito, di un'armata, di una divisione, di un battaglione dipende da molti fattori - azione di comando, armamento, eq uipaggiamento, addestramento , rifornimenti, morale, situaz ione tattica etc. - tra i quali non figura il soldato, anche se talune caratteristiche regionali sovente influiscono sul rendimento. E , a differenza dì quanto generai.mente accade in alt1i ambienti, ogni comandante è sempre chiamato a 1ispondere dell'impiego della propria unità. È così in tutti gli eserciti e lo è sempre stato. Giustamente.
Parte prima LA PRIMA GUERRA D'INDIPENDENZA (1848-49)
Capitolo I IL MOMENTO STORICO
I. LA RESTAURAZIONE
Il Risorgimento costituisce per gli italiani un periodo di fondamentale , basilare importanza nazionale. Per quanto sia stato e sia tuttora avviluppato da una pressoché inevitabile retorica; per quanto esistano dissensi, anche notevoli, circa importanza e carattere delle forze che in esso agirono, circa plausibilità e rispondenza della linea cli condotta seguita dai protagonisti , circa gli stessi risultati di volta in volta conseguiti; per quanto la valutazioni cli ieri e di oggi risentano delle oscillazioni di indirizzo storiografico dovute a differenti condizioni politiche ed a posizioni ideologiche interessate; per quanto, infine, con la seconda guerra mondiale e la caduta della monarchia il Risorgimento non possa più esser visto che in prospettiva «stmica», pure esso conserva, giustamente, un valore spirituale impossibile ad ·attenuarsi '. Sono ben conosciute le discussioni sulle sue origini. Non ci addentreremo neJJa disamina delle tesi miranti ad attribuire fisionomia propria ed autonoma al Risorgimento , svincolandolo dagli effetti della Rivoluzione francese, e nemmeno sul valore assegnato ai tre anni di «giacobinismo» italiano ( 1796-1799), nei quali, benché le ciscostanze venissero create dalle armate francesi, sarebbero stati posti «tutti i problemi del Risorgimento: libe1ià, democrazia, indipendenza , unificazione federale e unità (ambedue con regime repubblicano; la soluzione unitaria fu quella che prevalse nello spirito dei patrioti). E furono posti in fo1ma concreta, storica e attuale a un tempo, in relazione al presente ed al passato d'Ita1ia» 2 • 11 principale punto di divergenza di opinioni tocca, per l'appunto, l'anelito e la realizzazione dell ' Unità. Ad un estremo figma una concezione impoverita del processo risorgimentale, limitato alla formazione del regno d'Italia dal 1859 al 1870. All'altro estremo figura una visione di molto più ampio respiro, basata sulla convergenza degli spiriti e delle masse italiane verso l'affermazione nazionale. L' una e l'altra raffigurazione sembrano peccare di eccessività. La prima ometterebbe non soltanto tutti i moti postnapoleonici, ma addirittura il
'R. ROMEO, li giudizio storico sul Risorgimento. Bonanno, Catania 1966, p. 105 e sgg. 'L. SALVATORELU, Pensiem e azione del Risorgimento, Einaudi, Torino 1981 , p. 62.
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LA PRllvV\ G ERRA D'INDIPEND ENZA
1848-49, che è sempre stato considerato il primo pasrn esplicito e concreto di un 1ifiuto italiano alla presenza austriaca, La seconda concede un po' troppo alla partecipazione popolare: in realtà le masse non «sentivano» affatto , o meglio non erano in grado di «sentire» gli stimoli culturali ed ideali di un 'Italia libera ed unita. Solo nella seconda metà dell'Ottocento esse cominciarono lentamente ad avvicinarsi agli entusiasmi dei patTioti nella realizzazione dell 'edificio nazionale. GI i accordi presi dagli alleati al congresso d.i Vienna circa l'Italia si basavano su due criteri. Primo, un regno di Sardegna sufficientemente forte , sì da offrire garanzie contro la Francia, il che rese natural e l'assegnazione di Genova e del suo territorio al Piemonte. Secondo, preminente interesse dell'Austria nella penisola, sì da assicurare stabilità politica alla regione, il che condusse al riconoscimento dei confini del Ticino e del Po al nuovo regno LombardoVeneto, inglobato nell ' impero austriaco, ed alla creazione di Stati formalmente indipendenti, ma in effetti satelliti o sotto influenza austriaca. Peraltro, quale che fosse la convinzione dei vincitori di Napoleone in merito al rassicurante ordine imposto all 'Europa, non mancarono gli spfriti illuminati che seppero guardare le cose con occhio realistico. Già nel 1815 il conte Capodist1ia, ministro degli Este1i russo, ebbe a commentare al conte Crotti di Brusasco, ministro di Sardegna a Pietroburgo: «Sin d 'ora si può affermare che allorquando saranno distrutte tutte le parti che erano legate a quel colosso che si è rovesciato da sé, e quando nuove leghe, nuove relazioni , nuove opinioni , nuovi interessi avranno dato un indirizzo differente alle menti umane, allora il sistema attuale cadrà, ed allora, credetemi, ogni cosa prenderà un assetto stabile e durevole, perché sarà secondo natura e giustizia». E, giacché c'era, Capodistria lasciò cadere un interessato: «L' idea deU'indipendenza italiana, accortamente svegliata, potrebbe procacciarvi molti partigiani e fare un gran male ali ' AustTia»'. La quale Austria, approfittando del ruolo preminente assunto al congresso di Vienna, forse aveva sbagliato orientamento politico. Essa poteva scegliere fra tre soluzioni: riacquistare la corona del Sacro Romano Impero in luogo della presidenza della federazione gennanica di 35 principi sovrani e quattro città libere; esptmdersi in direzione dei principati danubiani e della Balcani.a; assicurarsi il dominio dell 'Italia con il possesso del Lombardo-Veneto, l ' influenza diretta sui ducati emiliani e la Toscana e quella indiretta sul reame di Napoli. Scelse l'Italia e la perse nel giro di qualche decennio. Nonostante l'amministrazione austriaca non risultasse affatto opprimente, nonostante fosse grande e giustificato il desiderio cli farla fini ta con le astratte e sanguinose ideologie rivoluzionarie, con i disordini di assai dubbia giustificazione, qualcosa aveva messo radici ed era coltivato con tenacia, passione e costanza: le idee della libertà e clell ' unità. A dire il vero , coloro che si dedica-
' F. BARTOLTNI, S1oria del Risorg imc1110 ilaliano, Trcves , M ilano l 899, p. 43 .
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MOMENTO STORICO
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rono a questa impresa costituivano, almeno inizialmente, nulla più che un 'esigua minoranza intellettuale sparsa un po ' dappertutto. Ma basteranno anche se con iniziative confuse, con obiettivi troppo vaghi o troppo avventurosi, con sconfitte a ripetizione. Basteranno nonostante errori grossolani ed iniziative più cervellotiche che generose, perché sul piano culturale in genere e letterario in particolare il concetto di un 'ltalia degli italiani , ossia la nascita cli un sentimento nazionale, stava compiendo passi sempre più spediti. Per giunta, l'Europa intera appariva pervasa da inquietudini, sogni e desideri , e non avrebbe accettato a lungo le condizioni politi che e il modulo di vita imposti dal Congresso cli Vienna. In questi primi anni di Restaurazione il ritorno all'antico non riuscì ad evitar~ che il fuoco ardesse sotto la cenere, né poteva essere diversamente. Proprio mentre i governi valutavano la situazione difficile, sì, ma con prospettive cli assestamento, stavano diffondendosi a macchia cl ' olio le società segrete. Si presentavano in un quadro estremamente confuso, ricco di elementi contraddittori . A fattor comune: scarsa chiarezza di idee, organizzazioni embrionali, ingenuità imperdonabili e nessuno spirito pratico. In questo clima scoppiarono i primi moti. Il 1821 non soltanto vide il fallimento delle due rivoluzioni costituzionali napoletana e piemontese, ma incise sensibilmente sul prestigio militare dei due unici Stati italiani di rilievo. Alla luce della cruda analisi degli avvenimenti non esiste motivo di meraviglia. Le due imprese erano partite d ' impulso ad opera di elementi locali, senza una base organizzativa, senza una guida politica, senza una reale partecipazione ciel paese. Fra di esse si riscontravano due somiglianze: l'irrisoria consistenza bellica dei reparti costituzionali e la scarsa vo lontà di battersi dei riservi sti . Ma anche due differenze, derivanti dalla ben diversa saldezza statale: a apoli l ' insurrezione prese velocità inallesa, in Piemonte trovò un attrito insospettato; a Napoli la massa del! 'esercito fu contagiata dal moto, in Piemonte rimase lealista. I tentativi del 1820-21 riuscirono utili o dannosi alla causa della libertà e dell'indipendenza? I risultati immediati furono rovinosi: provocarono l'intervento austriaco regalandogli, fra l'altro, facili vittorie; resero inevitabili reazioni locali; allarmarono tutti i governi, la cui propensione alle riforme si raffreddò . Tuttavia su un punto almeno tolsero ogni dubbio: la presenza au striaca in Italia - e più precisamente nel Lombardo-Veneto, vera testa di ponte nella penisola - non avrebbe mai consentito .psicologicamente (influenzando regnanti e corti) o materi almente (stroncando con la forza delle armi le 1ivoluzioni) la trasformazione dei governi eia assoluti in costitu zionali. L'equilibrio politico venne violentemente rotto nel J830 dalla rivolu zione di luglio a Parigi. Essa portò al trono Luigi Filippo d'Orléans , provocò recrim inazioni per essere «una rivoluzione a metà» come la definì Yictor Hugo, ma soprattutto generò ingannevole fiducia in chi cercava aiuto. La politi ca del
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LA PRIMA GUERRA D'INDIPENDENZA
«non intervento», affermata subito dal re horghese, stava a significare che la Francia non avrebbe consentito l'intervento di estranei nelle faccende interne di uno Stato, cioè si opponeva apertamente agli accordi della Santa Alleanza ' . Le prime, quasi immediate, 1-ipercussioni si ebbero in Belgio ed in Polonia. Carlo Fe lice non nutriva preocc upazioni pe r la situazion e interna del regno, anche se gli esuli che miravano aUa Savoia davano fastidio. La sua incognita magg iore era rappresentata dall'Austria: in caso di reale minaccia rivoluzionaria, che cosa avrebbe fatto? Avrebbe cercato un accord o con la Francia o fatto ricorso alle armi? A fine ottobre si tranquillizzò. lettemicb gli fece sapere che l' imperatore era deciso a far causa comune con lui ed a salvaguardare la più assoluta integrità dei suoi Stati, e che l'esercito austriaco si sare bbe posto a disposizione del re di Sardegna ove questi ne avesse bisogno e ne richiedesse l'aiuto. Anzi, ordini erano già stati impartiti al generale F rimont, a Milano , affinché si tenesse pronto a muovere «alla esplicita ed ufficiale richi esta del re>> ". A Vienna, in effetti, esisteva una crescente inquietudine nei confronti delle intenzioni o degli sviluppi della situazione francese. Per tutti gli anni Venti il governo austriaco era stato sempre meno in apprensione per l'Italia come, d 'altronde, nelle altre regioni dell ' impero - tanto che fra il 1825 ed il 1828 quasi la metà dell 'esercito era lasciata in congedo. Gli eventi ciel 1830 però suscitarono un certo allarme per il pericolo che sembrava incombere sul Lombardo-Veneto. T1 generale Clam-Martinitz, uomo di fiducia di Metternich, inviato espressamente a Milano per osservare le cose da vicino, fece un rapporto molto chiaro. Sulla popolazione italiana - egli avvertì - c 'era poco da contare: la presenza austriaca poteva reggersi soltanto sulla «dislocazione di una forza militare massiccia»; era oppo11uno non procedere a reclutamenti locali, almeno per il 1831 ; si poteva ricorrere a richiami dal congedo, più semplici come procedura e perciò minor fonti cli possibili incidenti; ad ogni modo era bene non illudersi perché in caso cli guerra «qui tutti ci diserteranno»''. Il rapporto venne preso molto sul serio al la Hofkriegsrat (Consiglio Aulico di guerra), che cominciò a studiare un potenziamento dell'arma~a d 'Italia, tanto che questa raggiunse rapidamente i 120.000 uomini . All' inizio del 1831 entrò in agitazione l'Italia centrale. Il 4 febbraio scoppiò un moto carbonaro a Bologna con l'immediata fom1azione di un governo provvisorio. Mentre Francesco IV di Modena fuggiva a Mantova, sotto la protezi one austriaca, anche Modena e Reggio si so llevavano. Ana logamente a quanto accaduto a N apoli dieci anni prima, la rivolta dilagò con rapidità 'P. S1 LVA, La Monarchia di luglio e l'ltalia, Bocca, Torino 1917, pp. 35-39. ; F. L EMMI, La po/i1ic(1 estera di Carlo Alberto nei suoi primi anni di re,:110, L e Monnier,
Fi renze l 928, pp. 24-25. " A. SK ED . Radetz/.çy e le armare imp eriali, TI Mulino, Bologna l 983, p. 159; F. L E.MM I, op. citata, p. 40.
IL MOME TO STORICO
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impressionante sino a propagarsi alle Marche. Data la spontaneità del movimento, e come era prevedibile in regioni infestate da bande di briganti pronte a cogliere al volo un ' occasione di merito patr iottico, sulle motivazioni di natura idealistica prevalsero subito le passioni settarie e personali. Ad ogni modo, il 26 febbraio i rappresentanti di tutte le città insorte si riunirono a Bologna dichiarando la decadenza del potere temporale del Papa e la nasci ta dello Stato delle Province Unite dell 'ltal ia centrale. Per quanto il moto carbonaro avesse tentato cli evitare gli errori commessi nel L821 dai costituzionali. a Napoli ed in Piemonte, mancò nuovamente la personalità energica e carismatica; mancò l'accordo politico tra gli esponenti clell 'Emilia, della Romagna e delle Marche: mancò un 'adeguata capacità organizzativa, che sola avrebbe potuto dare fisionomi!t unitaria alle molteplici rivolte locali; e mancò anche il creduto possibile aiuto francese. A questo punto l'Austria, ripetutamente sol lecitata dal nuovo pontefice Gregorio XVI , si mosse . Metternich comunicò all'ambasciatore francese a Vienna che il suo governo non intendeva riconoscere la politica del non intervento in Italia e fece balenare lo spettro del bonapartismo (l'Aiglon era ancora vivo). Lo spauracchio fu più che persuasivo e Luigi Filippo si rassegnò a lasciare via libera. Per salvare la faccia, precisò che il non intervento si riferiva solamente al Piemonte. I primi di marzo il generale Frimont passava il Po con 45.000 austriaci e la rivoluzione rapidamente si spengeva ' . Adesso il protagonista principale non era stato l'elemento militare, bensì la piccola e media borghesia. Assenti ancora le masse contad ine. A parte il Piemonte, per i maggiori Stati italiani esistevano difficoltà obiettive ad accettare le idee di libertà costituzionarie. Per il pontefice, che governava un paese considerato come un beneficio della Chiesa, era praticamente impossibile revocare la preminenza politica dell'alto clero, concedere la libertà di rnligione e di stampa, rinunciare alle truppe straniere per domare le riottose province delle legazioni. Il granduca di Toscana, privo di un proprio esercito, personalmente vincolato all'Austria, convinto non a torto che l'assolutismo illuminato e la mano leggera della polizia avessero creato una specie di Eden a sud cieli ' Appennino, doveva considerare con scetticismo un reg ime costitu zionale che non aveva alcun motivo di reputare migliore del suo. TI re delle Due Sicilie, dal canto suo, preoccupato per le perenni difficoltà causate dall 'autonomismo siciliano, consapevole di reggere il meridione della penisola mediante un accentramento amministrat ivo fuor d 'ogni logica, era indotto a vedere la continuità del suo regno soltanto nell' evitare qualsiasi occasione di scosse politiche. 1 La repress ione papalina , i mani f"estò con tal e brutal ità che «i Bolo gnesi furono costrelli a g uardare gli Austriaci come li beratori - scrisse Brofforio - . Pi uttosto che il Papa, esclamavano gli infe li ci, veng,1110 gli A.ustriaci , vengano i Russi, vengano anche i Turchi » (A. BROFFERJO , / primi qitindici anni del reino di Carlo Alberto, Sandron. Palermo e Milano 1901, p. 19).
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Ed esistevri anche l'impossibilità di risolvere in prima persona il problema della libertà italiana. 11 papa rivestiva una sovranità religiosa universale che contrastava con il proposito di ampliare il patrimonio di San Pietro o di creare una confederazione politica italiana. Il granduca era paralizzato dalla sua debolezza e dall'appartenenza alla Casa d'Asburgo. Il re di Napoli, per liberare il Lombardo-Veneto, all'estremo nord della penisola, avrebbe dovuto prima conquistare lo Stato pontificio e quand'anche, per assurdo, vi fosse riuscito , si sarebbe trovato ai piedi delle Alpi con problemi ancor più grossi cli quelli che già l'angustiavano ' . Il re di Sardegna, invece, era veramente indipendente. Il Piemonte era un paese «educato sin dai tempi di Emanuele Filibe110 all 'ordine, al rispetto delle leggi e delle potestà costituite e alle severe discipline delle armi, su cui il soffio della rivoluzione era passato leggero leggero ( ... ). Le idee dell '89 non vi avevano trovato né troppo favore né troppo contrasto, poiché ( ... ) non v'erano là, come in Francia, né i prepotenti oppressori, né 1i impudenti scialacquatori delle pubbliche fortune, né le torbide ambizioni, né gli odi feroci ( ... )» ' . L'esercito piemontese ispirava rispetto, stima e fiducia. Un quadro, infine, ben differente eia quello che si scorgeva negli altri Stati. Inevitabilmente, tutto indicava nel Piemonte lo Stato più idoneo a prendere la testa del movimento nazionale.
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CARLO ALB ERTO
È in questo periodo che si presenta alla ribalta Giuseppe Mazzini . L'avvento al trono di Carlo Alberto nell'aprile 1831, alla morte di Carlo Felice, gli parve offrire ogni opportunità per la realizzazione dell'unità d'Italia. Carlo Alberto , appunto, poteva esser l'uomo della Provvidenza. Gli scrisse una famosa lettera: «Tutta l'Italia non aspetta se non una parola, una sola pm·ola per farsi vostra .. . Ponetevi alla testa della nazione e scrivete sulla vostra bandiera: Unione, Libertà, Indipendenza! ... Siate il Napoleone della libe,tà italiana! ... A questo patto noi ci annoderemo attorno a Voi ...noi condurremo sotto le vostre bandiere i piccoli Stati d'Italia .. ». Ed ammonì significativamente: «Sire se voi non fate, altri faranno senza di voi e contro cli voi!». Carlo Alberto - che a suo tempo aveva combattuto nelle file francesi cli Luigi XVIII per la repressione della rivolta spagnola (1823-24) - ne aveva abbastanza delle rivoluzioni , dei cui esponenti ormai diffidava profondamente1°, e men che meno intendeva mettersi alla testa cli movimenti liberali. ' D . ZAN ICHE LLI , Su,di di s roria cosrituz ionale e poli1i ca del Ri ·org im enro iwlian o, Zanichelli, Bologna 1900, pp. 79-81. ., C. CORSI, \!em icinque anni in flalia , Faverio, Firenze 1870, p. 15. "' «.!' étais la dupe - aveva confessato amaramente Carlo Alberto a Meuemich dopo il rientro dall a Spagna - et je /'(li été en pie in . Aujourd' hui j e ne vew : plus /' etre, et j e ne le sera i plus. J' ai
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Era salito al trono in uno stato d'animo dominato da una specie di misticismo di sapore reazionario che durerà a lungo e che lo indurrà ad atteggiarsi a difensore del legittimismo contro le aspirazioni liberalì europee con una tale vistosa rinuncia alla propria libertà d'azione nei confronti dell'Austria da compromettere la posizione politica del regno di Sardegna agli occhi del governo inglese. Ed in quei primissimi anni prese misure, anche militari, per stroncare sul nascere qualunque moto rivoltoso o azione di fuorusciti. Di fatto, lo spirito rivoluzionario france~e, a mala pena convogliato su binari più ortodossi da Luigi Filippo, preoccupava e molto Carlo Alberto, al punto che non solo fu uno degli ultimi a riconoscere il «re borghese», ma si indusse a concludere le trattative già avviate da Carlo Felice per una convenzione•militare con Vienna «envisageant camme possible que le parti anarchique et !es ennemis de I' ordre actuellement existent en Europe prissent le dessus en France et que !es Etats de LL.MM. se vissent par là exposés à une injuste agression>, ". Insomma il clima politico era tale - qui a Torino, scrisse il rappresentante inglese Foster a Londra, tutti si attendono un'altra 1ivoluzione francese - che dapprima 1 orientamento strategico di Vienna si mantenne su una linea di assoluta reticenza. Preferendo non impegnarsi nella difesa diretta del Piemonte, suggerì cli ... sgomberare gran parte dello Stato e di portare le truppe sarde ad oriente del Ticino per unirle a quelle austriache. Con ciò si sarebbe resa più agevole la raccolta delle forze ed evitato il rischio di aver a che fare con moti insurrezionali in Piemonte, alle spalle dell 'armata fronteggiante i francesi. Come è naturale, un disegno del genere non poteva essere accettato da Carlo Alberto, perciò la conclusione fu diametralmente opposta: la difesa sarebbe stata po1tata alle Alpi ed il re di Sardegna avrebbe assunto il comando delle truppe austro-piemontesi. In aggiunta all ' ipotesi più semplice cli un 'offensiva francese , venne prevista anche l 'oppos izione del governo di Parigi all 'intervento cli un corpo austriaco «dan.1· /es Etats Sardes sur l'invitation du Roi, contre une révolution éclaLée dans l' interieur, ou bien des incursions d' exilés» 12 • In sostanza, Carlo Alberto continuò sulla strada dell'assolutismo già percorsa dai suoi predecessori. Mazzini, allora, si indirizzò verso un ideale unitario e repubblicano. Cominciò col ribaltare la linea di condotta dei carbonari proclamando vano il puntare sulla disponibilità di un regnante a concedere riforme costituzionali ed a dirigere un movimento nazionale. L'unica soluzione appariva la repubblica. Una repubblica democratica, unitaria, nazionale, eia ottenere con una grande insurrezione popolare contro tutti i governi (compreso quello temporale ciel papa). E poiché era manifestamente impossibile raggiungere simi le risultato appris à connaftre le libera/fame et se.,· patrons et j" en suis dégo111é» (K. VON METIERNICH . Mémoires, Paris 1883, voi. Ill). "F. L EMMI , op. citata , pp. 74-75 . " Ibidem, p. 78
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senza l'eliminazione della presenza austriaca nel Lombardo-Veneto, la guerra all 'Austria assumeva valore programmatico. Nessuna preoccupazione per la mancanza dell 'esercito di un principe: i volontari, provenienti dalla rivoluzione vittoriosa in tutta Italia, sarebbero entrati nel Lombardo-Veneto per cacciarne gli austriaci con 1'aiuto delle popolazioni locai i, subito insorte anch'esse. Questo il nocciolo dell 'assunto mazziniano, accompagnato dalla convinzione che il moto italiano avrebbe contagiato i popoli dominati dalla monarchia asburgica e, come naturale conseguenza, portato alla dissoluzione dell'impero asburgico; la quale dissoluzione, a sua volta, avrebbe provocato lo sfacelo degli imperi russo e turco e consentito, infine, un riassetto europeo secondo il principio delle nazionalità '3. Il tutto espresso in forma mistica ed avvolto in una nube di fede religiosa. Il predetto contagio ai popoli soggetti all'Austria avrebbe ridotto enormemente i rischi che le forze rivoluzionarie avrebbero corso affrontando l'esercito regolare austriaco, perché alle prese con le rivolte scoppiate in seno ali 'impero danubiano. La si multanea insurrezione delle popolazioni italiane contro i governi reazionari avrebbe messo in moto quattro milioni di italiani in armi contro l'Austria, la quale, impegnata anche nei suoi domini tedeschi, ungheresi e slavi, non sarebbe stata in grado di agire nella penisola che con 200.000 uomini al massimo. Nessun dubbio, quindi, sull'esito finale della lotta, «basta che il popolo italiano intenda la potenza che ha, e il come dirigerla alla vittoria». NuJla da eccepire sul principio delle nazionalità, molto suUa grande illusione che ogni regione ed ogni popolo fossero disposti e pronti ad insorgere. Sul piano pratico, cioè su quello del confronto armato, Mazzini invitava i patrioti a studiare a fondo gli aspetti pit1 specificatamente militari della lotta teorizzati da Bianco di Saint-Jorioz, ma non andava oltre, essendo ben consapevole delle sensibili differenze di concezione su tutto il resto '4. Secondo Mazzini il momento determinante e qualificante era rappresentato dall'insurrezione urbana. A vittoria acquisita, iniziava la seconda fase , la rivoluzione: «L'insurrezione finisce - affermava - quando la rivoluzione comincia. La p1ima è guerra, la seconda manifestazione pacifica. La insunezione e la rivoluzione devono dunque governarsi con leggi e norme diverse» . Se dapprima ogni sforzo doveva essere compiuto per coinvolgere la popolazione cittadina, dopo occorreva evitare che prendesse sopravvento una dittatura " li I5 apri le 1834, a Bema. Mazzini con altri esuli fondò la Giovine Europa. Vi erano comprese in un patto d ' aUean za, con intenli difensivi ed offensivi, le associazioni repubblicane «La Giovine Italia», «La Giovine Polonia» e la <<La Giovine Gemrnnia». " Tra l'altro, Bianco di Saint-Jorioz proponeva di coinvolgere la popolazione mediante un freddo e calcolato terrorismo che provocasse sanguinose repression i, le quali a loro volta avrebbero generato odio e spirito di vendetta in una spirale di sangue senza misura. Mazzini, invece, intendeva trascinare tutto il popolo con 1·cn1usiasrno derivante dalla lotta contro lo straniero e con la disperazione provocata dalla miseria delle masse.
IL MOMENTO STORICO
Il
militare. In definitiva, 1iassume Virgilio Ilmi, «primato dell'insunezione nelle grandi città, come condizione necessaria per preparare il teneno rivoluzionmio, e in seguito facile fomrnzione delle bande, a reclutamento urbano, per difendere nelle campagne la rivoluzione in atto nelle città da possibili ritorni offensivi del nemico» '5. Da sottolineare come Mazzini insistesse sul fatto che «le bande dovevano sorgere dall'inswTezione, non l'insurrezione dalle bande»' 6 . Sono più che evidenti le enom1i difficoltà di costruire qualcosa senza un punto di appoggio valido, a cominciare da un vero esercito, e, a dispetto di ogni teoria, anche Mazzini non poteva non rendersene conto. Ebbene, gli eserciti piemontese e napoletano, gli unici che contassero e che avrebbero costituito il qucleo del futuro esercito italiano, dovevano esser conquistati alla causa, lavorando essenzialmente sugli ufficiali inferiori e sui sottuffi ciali , e considerati utili alla lotta contro l'Austria senza peraltro esser reputati la carta vincente. «Se anche gli eserciti regolari - sosteneva Mazzini - ci bastassero a vincere, noi dovremo pur sem pre promuovere colla parola eco' fatti Ia guerra sacra, la guerra del popolo (... ). Noi tentiamo rivoluzione di popolo non di frazioni e d'aristocrazia militmi e civili» nella speranza di una stretta combinazione de «i due elementi d'ogni rivoluzione, guerra d'esercito e guerra di popolo» " . I primi passi concreti dell'azione mazziniana furono assolutamente negativi. Il patriota divisò di suscitare una rivolta in Savoia con un gruppo di esuli. Riuscita questa prima mossa e preso contatto con i repubblicani francesi - dai quali, almeno, inizialmente, sperava appoggio - avrebbe «conquistato» il Pi emonte con un'altra rivoluzione; quindi le truppe piemontesi sarebbero entrate in Lombardia mentre l'Italia centrale e meridionale sarebbero a loro volta insorte. A prescindere dalla sua ingenuittt, il disegno naufragò prematuramente ed ottenne il solo risultato di una nuova durissima repressione in Piemonte ( 1833) , seguita da un inigidimento reazionario, da una più accentuata vigilanza poliziesca e da una più approfondita influenza clericale in ogni settore della vita pubblica piemontese. Non domo, Mazzini si dedicò a nuovi tentativi: provò in Savoia (1835) sprofondando nel grottesco "; i suoi seguaci si cimentarono in Romagna (1843), in Calabria (1844 ), a Rimini ( 1845). Fu una sequenza disastrosa di fai11
V.
ILARI,
Sroria del servizio militare in ftalia, ed. Rivi,ta Militare, Roma 1989, voi. I, p.
383. 16 G. MAZZINI, lettera del 23.9.1843 a Nicola Fabrizi riportata da F. DELLA PERU'lì\, Le teorie militari della democrazia ril-orgimenta/e, in F. MAZZ.,.\KIS (a cura), Garil!Oldi condo1tiero, Angeli, Milano 1984, p. 69. " P. Pm1t1, Storia militare del Risorgime/1/o, Einaudi, Torino l 962, pp. 131-132. " La spedizione del febbraio l 835 in Savoia, organizzata da Mazzini in Svizzera e guidata dal discusso generale Rumorino (Mazzini era subito lornato indietro, a Ginevra, perché collo da malore), «muoverebbe al riso - commentò duramente il Pinellì - ,e di ,evero bia~i.mo degno non fosse qualunque tentativo che, non avendo alcuna probabilità di succe., so, costi la vita ad un sol uomo)) (F. PINELLI, Storia militare del Piemonte, De Giorgi.1, Torino 18.55, m voi., p. 66).
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limenti provocati da incapacità organizzativa, mancanza di senso pratico, illusioni su lla realtà locale, e conclusisi con esili , carceri, forche e plotoni di esecuzione. Eppure, nonostante ciò, il conto finale non può dirsi totalmente in passivo. A differenza della Carboneria, la Giovine Italia appariva assai più convincente aglì occhi delle varie classi, in altre parole si infiltrava negli animi cominciando a creare un'aspirazione comune, pur se ancora gracile. Sul finire degli anni Trenta «si notava un'inquietudine nell 'umore della gente - scrisse il generale von Schonhals - e ali ' osservatore attento non poteva sfuggire che l'indirizzo politico avrebbe preso una direzione diversa da quella tenuta finora , e che questo stato di cose si estendeva su di un 'area dove non era mai arrivato prima. li ceto medio e le classi inferiori del popolo erano sempre state immuni dal contagio, ma ora ne erano toccati» '". Indubbiamente, da simili risultati il mazzinianesimo uscì screditato, specie per l'intransigenza di certe affermazioni . Lo stesso Mazzini , rifugiatosi a Londra a meditare con amarezza l'inanità dei suoi sforzi di sollevare le masse, nel 1839 scriverà sul Morning Chronic!e: «Il giorno in cui il caso o le loro azioni piazzeranno alla testa delle insurrezioni uomini che capiscono l'Italia, l'Italia sarà libera. La nazione in Italia non è mai scesa in campo» 20 • In effetti, nell'Italia del 1830 non esistevano ancora le condizioni oggettive per la nascita di uno Stato libero ed unito . I vari moti di cui si è fatto cenno traevano origine da cause molteplici, non tutte di tono nazionalistico, le masse erano assenti, le endemiche manifestazioni di brigantaggio nel Mezzogiorno e nelle Romagne nulla avevano a che vedere con motivazioni di ordine superiore. Invece è gi usto sottolineare il se'mpre maggior vigore delle coITenti ideologiche e culturali: non a caso stava arrivando in primo piano la generazione cresciuta e formatasi nel periodo napoleonico. All'inizio degli anni Quaranta i liberali italiani guardavano con ribrezzo alla «peste repubblicana», consideravano utopica l ' idea dell ' unità d'Italia, rifiutavano i caotici e sanguinosi svi luppi tipici dei moti insurrezionali , mal sopportavano l' infantilità delle congiure. Era la volta del moderatismo, con un certo ritorno , mutatis mutandis, alle aspirazioni della parte migliore della Carboneria. I principali esponenti di questo nuovo indirizzo politico furono tre piemontesi: Vincenzo Gioberti, Cesare Balbo e Massimo D'Azeglio. Il Gioberti poneva le sue speranze nella Chiesa cattolica, auspicando che al soglio pontificio arrivasse un uomo di gen io. Con un sistema cli continue e progressive rifo1me questi si sarebbe proposto come rnodello agli alt1i sovrani; poi avrebbe promosso la formaz ione di una confederazione di Stati e quindi, naturalmente, ne avrebbe assunto la presidenza. li punto debole dell'argomen19 K. VON ScHONHALS, Erinnerungen eines i.isrerreichischen Veteran.en aus dem iralienische11 Kriege der Jahre 1848 tt11d 1849, Stuttgart und Tubingen 1853. p. 14, riportato da A. SKED, op .
C//(/ta , p. 163
'" F.
P1NELL1 ,
op . cirara, p. 66.
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tazione riguardava l'atteggiamento di fronte all'Austria, al cui riguardo l' opera di Gioberti , «li primato morale e civile degli italiani », taceva. È bene specificare che il silenzio su un tema così importante era probabilmente più voluto che superficiale; infatti, visti respinti, anche con sarcasmo, certi spunti di esaltazione retorica e dì irrealistica attuazione 21 , Gioberti limò alquanto il suo punto di vista e non ebbe difficoltà ad accettare una visione più pratica ed anche più «eu ropeistica». Balbo pensava anch'egli ad una confederazione, ma puntellata da Casa Savoia, l' unica a poter garantire la forza de ll e armi. Innegabilmente, il suo pensiero, espresso in «Delle speranze d'Italia», presentava un punto debole. Una guerra contro l'Austria non era ineluttabile secondo lui, pçrché esisteva la fiducia - non si sa bene quanto fondata - che Vienna rivolgesse le sue mire aJia penisola balcanica e le altre potenze la inducessero o l'obbligassero a lasciare il Lombardo-Veneto in cambio dell'espansione a carico dell'impero turco. Le teorie di compromesso hanno spesso un vantaggio su quelle estremiste: fanno sperare di raggiungere lo scopo senza eccessiva spesa (cioè senza guerre né rivoluzioni) e sovente sembrano conciliare molteplici, se non opposti, interessi. Difatti buona parte del clero fu convinta dalle argomentazioni di Giobe1ti e buona pa1te dell'aristocrazia piemontese aderì alle idee di BaJbo 22 • Il neoguelfismo, come venne denominato questo indirizzo politico moderato, federalista e monarchico , trovò un complemento critico ed insieme un ' iniezione di senso pratico nel libro di Massimo D'Azeglio «Degli u!t imi casi di Romagna», pubblicato a Fixenze dopo il placet ufficioso di Carlo Alberto. Il nobile piemontese, una delle poche persone che davvero conoscesse la penisola, rife1iva di un suo viaggio fatto nelle Romagne proprio mcnLTe vi scoppiava un ennesimo moto rivoltoso (settembre 1845). In sostanza, con equilibrio e giudizi documentati, egli avanzava senza molte perifrasi la tesi che la lotta per l'Italia dovesse essere sostenuta su due fronti: contro i governanti locali per la libertà costituzionale e contro l'AusL1ia per l'unità e l'indipendenza. Né da un regime caotico e vessatorio come quello degli Stati della Chiesa, né dalle case regnanti straniere legate all 'Austria c 'era da attendersi alcunché. Era trasparente la conclusione: Casa Savoia, e quindi Carlo Alberto, era l'unica guida nazionale possibile. D'altronde non era difficile rendersi conto che «non può Napoli , " Il «Primato» di Giobe rti fu accolto. secondo Brofferio , ,,come un'ingegno:;a stravaganza e nulla più. Tullo si lodava in quelle pagine des tinate a ri gene rare l' Itali a » (op. ciwta , p. 145). Brofferio osservò, inoltre, che il «disputator di me tafis ica» adesso non trovava m ig lior sol uz ione che una lega dei principi italiani , compreso l' imperatore d ' Austria, capi1anat.a dal papa . E c iò nei tempi di Gregorio XVI ! " Oltre a questo , Salvemini pone in evidenza come Maz zini mirasse alla di ssolu zione de ll'impero au,triaco, mentre Bai.bo con:;iderasse questo essenziale per l' e quil ibrio e urop eo e Gioberti in certa mi :;ura lo ignorasse (GAETANO SALVEMu,r , Scriui sul Risorgi111e1110, Fehrine ll i, Milano 1963, pp. 4 12-41 3).
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posta in fondo alla penisola, essere baluardo efficace dell ' indipendenza degli altri Stati: le guerre italiche si combattono nelle valli del Po» ! J _ Oltre al liberalismo moderato sorse, verso il finire degli anni Quaranta, il liberalismo radicale di Carlo Cattaneo, il quale, pur accettando il federalismo, lo considerava come punto di partenza verso l'instaurazione progressiva di una rivoluzione democratica e non come punto di arrivo di un assetto migliorato del presente ' 4 • Quanto al l'Austria, prima delle giornate del marzo 1848 Cattaneo era assolutamente ostile ad un'insurrezione per la mancanza di una forza lombarda: «Sommuoverla [la Lombardia] a tumulto era esporla senz 'esercito alla vendetta di generali feroci, abbandonare le città nostre alla rapina, le famiglie nostre alla violenza dei barbari, cimentare le speranze stesse della libertà» 2.s _ A suo avviso, l ' impero austriaco era in disfacimento a causa del col lasso economico e delle spinte eccentriche dei diversi nazionalismi. Era, dunque, sufficiente pazientare e conquistare, mediante la misurata contrattazione dei «doviziosi sussidi che dalla Lom'bardia sola si potevano sperare», quella «serie di franchigie » che passo a passo avrebbero condotto alla libertà. «Ciò posto, bastava tenere i nostri nemici nel duro e spinoso campo della legalità; poiché la violenza e la guerra ci avrebbero in quella vece consegnati alla prepotenza militare» 26 • Stante siffatta convinzione, per Cattaneo diventava automatica l ' ostilità nei confronti della «fazione retrograda», cioé la nobiltà milanese, accusata di pensare a spingere il Piemonte alla guerra con 1' Austria, guerra che avrebbe consegnato la Lombardia all'odiato Carlo Alberto. Orbene, tutte queste tendenze politiche, con le loro sfumature e le varie ambizioni dei loro sostenitori, si trovavano diffuse nella famosa minoranza che contava e più facilmente generavano discordia che concordia, confusione che unità d 'intenti.
* ** Il 16 giugno 1846 il cardinale Mastai-Ferretti venne eletto papa col nome di Pio IX. Per quanto le poche rifom1e che seguirono l'elezione siano state di limitata consistenza e di scarso significato, si diffuse nell ' intera penisola, da " L. C. F A RI NI , Sroria d'Italia del/'anno 1814 sino ai nos11i giorni, voi. 1, Franco, Torino I 854, p. 238. Secondo Salverninì ,, Attraverso l'esperien za del 182 1, i liberali napo letani capirono che il loro probl ema costi tuzionale non si ri solveva a Napoli, ma in Lombard ia; riconobbero che il problema dell 'indipendenza italiana dall ' Au stria non era un problem a della sola Italia settentrionale, ma di tutta l' Italia; diven tarono anch 'ess i anLiauslriaci (G. SALV EM IN I. op. citara , p. 405 ). Sicuramente «alcuni » liberali si resero conto di tale verità, ma sembra più probabile che pe r gli a ltri il risen timento contro I' Austira sia derivato dall"arrivo delle truppe de l generale Nugent e dalla loro pesante pe rmane nza a Napoli , protrattasi fino all"inizio del 1825. " L. SALVATORELLI , op. citata , pp . 106- 107. " C. C ATIANEO . Della insurrezione di Milano nel 1848 e della successiva guerra , Lugano 1849 , p. 13. 6 ' Ibidem , p. 14 .
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Milano a Palermo, una gio iosa aspettativa alimentata da un s usseguirsi di ma nifestazioni pacifiche, ma sintomatiche, indette per un qualsiasi pretesto, patriottico o culturale o amministrativo. 11 neoguelfismo sembrava pagante. Tuttavia, la situazione esistente negli Stati della Chiesa suscitava preoccupaz ioni a Vien na ed a Parigi, in pa1te per la pessima amministrazione non risanabjle facilmente ed in parte per la mistica esaltazione nazionalistica provocata dal nuovo pontefice, il quale con i suoi primi atti «collocò la rivoluzione su un piano inclinato» " . L'8 febbraio 1847 il conte Apponyi , ambasciatore aust1iaco a Parigi, comunicò al Guizot, ministro degli Esteri di Luigi Filippo; «Nous n' adme1tons en aucune manière qu' il y ait rivalité d' action ou d' influence entre /a France et f'Autriche (. .. ). Nous désirons pour towe l'Jta/ie le mantien du statu quo territorio/ et politique; e' est dans /es Etats pontificaux seuls que nous croyons I' ordre e/ la 1ranquillité menacés et compromis». Talché, in quel la primavera, venne stretto un accordo fra i due governi '3. Il 16 luglio accadde un episodio di per sé poco rilevante. Il fel dmaresciallo Radetzky, comandante in capo delle forze austriache nel Lombardo-Veneto, rinforzò il piccolo presidio della cittadella di Fenara che, unitamente a quello di Piacenza, il congresso di Vienna aveva accordato all'Austria. li guaio fu che nel contempo ordinò alle sue truppe di pattugliare la città per reazione ad un tafferuglio occorso tra cittadini e soldati austriaci. Immediatamente il caso si mutò in incidente internazionale. Londra protestò formalmente e Parigi ufficiosamente. A Torino Carlo Alberto si affrettò a mostrare aperta solidarietà al papa sulla «Gazzetta Piemontese» : « Vedere la città in mano agli aust1iaci e non potere fare nulla per liberarla, è un tonnento sofferto da ogni cuore italiano»'". Il conte von 1-Iartig, membro dell o Staatsrat (Consiglio di Stato) osservò: «11 rafforzamemo della guarnigione austriaca di Ferrara, intrapreso nel 1847 con ostentazione mil itare ( ... ) era pcrfenamente legale per l' Austria e non era che la ripeti zione di ciò che aveva avuto luogo so tto il precedente papa Gregorio XVI , che ebbe so lo parole di rin graziam en to. Ma il comandante delle forze in Lombardia commise l'errore di dimenticare che nel [847 una tes ta diffe rente indossava la tiara e che questa testa era innuenzata da <Jpinioni differenti( ... ). Per il m<Jvimento, le proteste papali furono una pote nte am1a cQntr<J l'Austria, dal momento che prepararono un terreno ideale alla predica di crociate conlro i nemici ricono sc iuli della Chiesa( ... )»".
Lo stesso Metternich fo colto alla sprovvista, però, pur criticando il gesto avventato di Radetzky, non gli fece pervenire alcun rimprovero. S.i limitò a 1mmdare a Milano il proprio braccio destro, il conte di Ficquelmont, per precisare al viceré, arciduca Ranieri, che Radetzky doveva procedere in pieno accorcio con lu i. Dal canto suo, Pio IX preferì evitare sospetti di passività o, peggio ancora, di connivenza, perciò accelerò la prevista organizzazione della guardia " E. Rm:~ , li /848-l/ì49 in llalia e in Europa. Yallardi, Milano 1948 , p. 96. " P. SILVA, Fasi di storia europea. !SPI, Milano l 940, pp. 175-195. 29 A. SKED, op. ci1ara , p. L80. "' ibidem. p. L80- 18 l.
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civica (subito imitato da Leopoldo II di Toscana, premuto dai liberali) e concentrò parte delle sue poche forze a Cesena. Carlo Albe1to, poi, ebbe un 'impennata in linea con certe sue impulsività. Già preso d'ammirazione per questo nuova papa, così ben disposto per la causa italiana, già inebriato dal pensiero di diventare la spada della Chiesa Cattolica .1 ,, si affrettò ad offrire il suo aiuto ove Vienna avesse deciso di invadere gli Stati pontifici. Tn effetti, Metternich, deciso a stroncare qualunque rivoluzione potesse scoppiare nella penisola, pensava all'eventualità di dover intervenire nell 'Italia centrale, anche se a titolo di semplice «repressione» e quindi con una forza mobile di 25.000 uomini, con altri 10.000 in riserva. Venuto a sapere dell'offerta di Carlo Alberto, volle dargli un avvertimento, neanche troppo velato, e tramite l'ambasciatore austriaco a Torino, conte Buol-Schauenstein, gli fece conoscere la comunicazione fatta a Leopoldo Il di Toscana: l' Austria avrebbe vegliato per reprimere ogni velleità insurrezionale che mirnsse a scalzarla delle sue posizioni in Italia. Ma nessuna delle grandi Potenze aveva interesse a smuovere le acque. A Londra la situazione italiana era seguita con molta attenzione. Il ministro degli Esteri, Palmerston, riteneva che la Francia avrebbe avuto tutti contro cli sé qualora avesse osato muovere al Reno, mentre , dando man forte ad una rivolta contro il pessimo governo papale, avrebbe provocato la sola Austria e quasi certamente gli italiani si sarebbero schierati a fianco dei francesi contro gli austriaci in una lotta combattuta nella penisola. «Ma la guerra cominciata in Italia - scrisse Palmerston al Premier, lord Russe], il 30 luglio - probabilmente si allargherebbe alla Germania ed in ogni caso noi non possiamo desiderare la visione dell'Austria disfatta e della Francia ingrandita» " . La questione trovò un accomodamento diplomatico i primi di dicembre, tuttavia fu facile accusare l'Austria cli aver cercato di realizzare le condizioni migliori per invadere, quando volesse, gli Stati della Chiesa. Il Guizot, invece, era più esplicito ed il L8 settembre mandò all 'inviato francese a Tmino, Bourgoing, direttive ben precise: «Le popolazioni italiane sognano per la loro patl"Ìa mutamenti che non potrebbero compiersi se non con un rimaneggiamento territoriale e lo sconvolgimento del!' ordine europeo, cioè con la guerra e le rivoluzioni (... ). Il governo del re si riterrebbe colpevole se con i suoi passi o parole spingesse l'Italia su una tale china; e si fa un dovere cli dire chiaramente ai popoli, come ai Governi italiani, ciò che esso considera util e o pericoloso, possibile o chimerico. Applicatevi ad illuminare su questi vari motivi della nostra condotta tutti coloro che possono fraintenderli (.. .) non lasciate loro, almeno, alcun dubbio sulla sincerità e l'attività della nostra politica nella causa dell 'indipendenza degli Stati italiani e delle riforme regolari che ·" Carlo Alberto non ebbe esitazioni a pale sare i suoi sentimenti: «Una guerra d'ind ipendenz.a nazionale che si unisse alla difesa del Papa sarebbe per mc la più grossa fortu na che mi pote,8e capitare » (ROMUALDO BoNFAD!NI, Me zzo secolo di patriorrismo, Treves, Milano 1886, p. 12). " E. A NCHIERI, Antologia storico-dip/oma1ica. 1SP1, Milano 194 l , p. 53.
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devono assicurare i loro progressi intern i senza compromettere la loro sicurezza» 33 • ell'autunno del 1847 era pi uttosto diffusa i.n Italia l'opinione che l'impero asburgico fosse pross imo ad un naturale collasso. In questo clima psicologico nacque l'idea cli una lega di sovrani italiani; idea priva sostanzialmente di un preciso orientamento politico ma con il semplice generico intento di escludere o almeno limitare l'ingerenza cli Vienna nelle cose della penisola. Da una serie di contatti , ri sultò ev idente il netto disaccordo fra le corti di Torino e di Napoli. Per Carlo Alberto lo scopo ultimo doveva essere risolutivo, vale a dire trad ursi, a p iL1 o me no breve scadenza, in una g uerra contro l' Aust ria; Ferdinando 11, invece, considerava più che suffic iente un fronte difensivo. Una guerra• nella pi anu ra padana non poteva, infatti, che essere guidata da Casa Savoia, la quale, a vittoria conseguita, avrebbe facilmente trnposto la sua egemonia s ull ' in tera peni so la. I Borboni, sempre estremamente gelosi del Piemonte - il cui ingrandimento in un regno del.l'Alta Italia, evento possibile sia lasciando il Piemonte solo a battersi per l'Italia, sia consentendogl i di gui dare anche i contingenti alleali italiani , si presentava come un pericolo mortale per il regno delle Due Sic ili e - consideravano di gran lunga preferib il e una federazione di Stati, che avrebbe bloccato le ambizioni piemontes i, facilitato il controllo delle vell eità democratiche e consentito compens i Lenitori ali adeguati per tu tti in caso di conflitto vi ttorioso contro Vienna. Inevitabilmente, i colloqui si esauri rono in breve tempo. Ad ogni modo, nel lardo autunno del 1.847 ebbe luogo nell'Italia centrale un rimanegg iamento politico che, per quanto già previsto nelle sue linee generali dal congresso di Vienna, mod ificb pesantemente la situazione locale. Il 4 otto bre Carlo Ludovico di Borbone, duca di Lucca, accellb l'immed iata annessione del ducato alla Toscana e abdicò, in attesa di passare sul trono cli Parma e Piacenza; in compenso, Leopoldo lI consentì ad una rettifica di confini a favore di Francesco V di Modena e di Maria Lu igia di Panna. II 9 dicembre morì quest' ul tim a e Carlo L udov ico subentrò ad essa come Carlo IL Mettern ich ritenne propizie le circostanze per concludere un buon affare ed il 24 dicembre stipulò con i due sovrani un 'allenza in base alla quale l'A us11ia acquistava il diritto di presidiare le fortezze dei ducali e di disporre dei loro eserciti. Forse intendeva semplicemente ostacolare la ventilata lega doganale fra Piemonte, Toscana e Stato pontificio, ma di fal"!o veniva a separare il Piemonte dall 'Italia central e, ove le istanze I iberal.i si facevano sempre più insistenti. Perciò la mossa suscitò un vespaio cli ampie proporzion i e gli animi, già surri scaldati, si invelenirono vieppiL1 contro iJ donùnio austriaco . 11 granduca di Toscana ed il papa cedettero alle pressioni provenienti da ogn i parte - il primo con la solita bonomi a, il secondo facendo buon viso a cattivo gioco - e consen" E. MCH IERI, op. ci/ala, p, 52-53.
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tirono la costituzione della guardia civica, ossia della guardia nazionale. Nel Lombardo-Veneto il fermento sfociò in disordini con motti e feriti il 2 e 3 gennaio 1848 a Milano (lo «sciopero del tabacco»), il 9 a Pavia ed a Padova. Che la crisi assumesse toni allarmanti appariva evidente per tutti, tanto spiccato risultava il contrasto fra odio ed entusiasmo popolari da un lato e tensione ed intendimento austriaci di riportare la calma ad ogni costo dall 'altro. Si parlava di guerra a breve scadenza, anche se circolavano molte idee confuse in proposito. Improvvisamente arrivarono le notizie della nuova rivolta siciliana . Nell'estate ciel 1847 una congiura cli stampo carbonaro era uscita all'apetto nelle Due Sicilie. Stroncata in Calabria, si era rinvigorita ed organizzata in Sicilia con una nuova timida connotazione: questa volta ali' obiettivo dell 'autonomia - motivo di fondo di ogni sommossa isolana - taluni aspiravano a sovrapporre la veste nazionale . La nuova concezione era recata da fuorusciti , come il La Masa ed il La Farina, i quali, avendo acquisito nell' esilio le idee libera li diffu se nell'Italia settentrionale, al loro ritorno clandestino nell'iso la cercarono di indirizzare il movimento su un binario «italiano». L'aspirazione federativa riscuoterà ades ioni nella Giovine Italia, ma quella unitaria verrà accettata e coltivata eia ben pochi, fetmo restando che entrambe rimarranno in secondo piano rispetto all'odio contro Napoli. All'atto pratico il sostegno risolutivo al moto fu appo1tato da bande di briganti che si mossero a loro piacimento. L'insurrezione esplose il 12 gennaio 1848 ed ebbe un avvio ince1to; poi la sempre maggiore aggressività degli insorti ed il sempre più marcato smarrimento governativo fecero precipitare gli eventi. Il generale De Sauget, inviato con 5.000 uomini a 1inforzare il presidio di Palermo, si rassegnò ben presto allo sgombero delle sue truppe: «Lo scoraggiamento - spiegherà a Napoli - era generale, specialmente fra gli ufficiali , rimasti privi di tutto e carichi di famiglia, di cui taluni feriti ed in gran parte dì età soverchiante» 14 • Visto che sul I'esercito non era il caso di fare molto affidamento e sulla polizia meno ancora Ferdinando Il decise di scendere a miti consigli ed il 29 annunciò ufficialmente l' istituzione della monarchia costituzionale sul modulo bicamerale. Il reimbarco a Palermo fu eseguito il giorno 30 con un notevole disordine e subito dopo tremila detenuti nelle carceri cittadine vennero liberati, con quale beneficio per la popolazione si può immaginare. Intanto, quasi tutti i presidi delle altre principali città si stavano arrendendo. Rimanevano salde soltanto Siracusa, Milazzo e Messina. Dopo di allora lo svolgersi degli avvenimenti in Sicilia assunse un ritmo impensato, sollevando preoccupazioni a Londra ed a Pietroburgo, nessuno dei ·" Rapporto del generale de Sauget in C. Roux. Frassaci e C.• Torino 1898. vol. l , p. 103.
FAllRIS,
Gli avve11i111emi militari nel 1848 e 1849,
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due governi essendo disposto ad accettare la scissione ciel regno delle Due Sicilie 35 • Il 10 febbraio Ferdinando li giurò fedeltà alla costituzione basata su quella francese del 1830. Niente affatto appagato, il Comitato generale formato un mese prima dagli insorti , con alla testa il venerando Ruggero Settimo, decise la creazione di un parlamento indipendente da Napoli ed il ripristino della Cruta del 1812, che sanciva l'esistenza di un governo autonomo nell'isola. Il moto del 1831 era estremamente composito e confuso, sì da non risultare facilmente catalogabile. Il 1848 vide l' ultimo tentativo posto in atto dal movimento separatista e rese chiara anche l'impossibilità per la Sicilia di vincere da sola la partita. Fallito l'intento regionalistico, occorreva cercare di risolvere la questione seguendo altre strade. Ma contemporaneamente si verificò un nuovo fattore controproducente: la netta separazione fra moderati e democratici. I p1imi, più tradizionalisti , te ntarono , se nza successo , di ottenere l 'a ppoggio dell'Inghilterra, della Francia e del Piemonte. l secondi, più pronti alle innovazioni, si accostarono al movimento unitario e puntarono sull'azione popolare. Intanto, il 7 febbraio Carlo Alberto ed il 17 Leopoldo II erano stati anch'essi indotti a promettere la costituzione.
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L'AGGRAVARSI DELLA TENSIO NE
Carlo Alberto aveva ereditato il regno con due convinzioni. Che bisognasse intervenire con spirito moderno in vari settori per migliorare lè condizioni di vita dei sudditi, limitando però le riforme alla pubblica amministrazione. Che il peso della presenza austriaca in Italia fosse insopportabile, ma occorresse attendere circostanze particolarmente favorevo li per ergersi contro Vienna. Sembrano le solite contraddizioni del re, tuttavia non sarebbe giusto valutare queste opinioni alla stregua delle numerose incertezze precedenti. Nel campo della politica interna Carlo Alberto era rimasto scottato, non si fidava degli esaltati e, anche volendo, non avrebbe potuto congedare sui due piedi tutto un mondo che lo circondava - e che a conti fatti si mostrava fedele servitore della monarchia - per sostituirlo con i liberal i. Molto geloso delle proprie prerogative, quando nel 183 l volle creare un Consiglio di Stato non soltanto gli conferì pura funzione consultiva e limitatamente agli Interni, alla Giustizia ed alle Finanze, ma riservò a se stesso la nomina dei suoi membri e sottrasse recisamente alla discussione gli Esteri e la Guerra "'. La politica estera sarda dal 1831 al 1848 fu sicuramente opera personale di Carlo Alberto, il quale, per giunta, " Adrian o di Revel al San Marzano in data 8.2.1848, in F. Crnc-1:1-0 (a cura), Le relazioni diplomaticheji-a il Regno di Sardef!na e la Gran Bretagna (in seguito , Sardegna e Gran Bretagna). ID serie, voi. 1, Rom a l955, pp. 44-46. "' A. BROFFERIO, op . citata·. p. 9.
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almeno fino al 1840, manifestò «una volontà fem1a, ostinata, sorda a consigli, avvertimenti e minacce da qualsiasi parte venissero». Dopo cominciò ad ascoltare chi lo circondava pur riservandosi sempre l ' ultima parola, come d'altronde suo diritto " . Ora, il regno di Siu·degna si trovava fra due Stati di gran lunga più forti , ognuno dei quali a turno cercava di lusingarlo al solo scopo di renderlo proprio satellite. Car1o Alberto si sentiva abbastanza sicuro dell'indipendenza piemontese perché la maggior parte del le Potenze europee era interessata ali ' esistenza del piccolo regno, tuttavia sapeva di non poter commettere errori grossolani. D i affrontme da solo l'Austria evidentemente non era neanche il caso di pensare, nemmeno volendo contare sulle temibili rivolu zioni popolari o su un imprecisato rivolgimento internazionale. Al momento, in definitiva, non rimaneva che attendere e, intanto, riordimu-e J'esercito che il decennio di Carlo Felice aveva lasciato decadere di efficienza. Le riforme in questione erano state studiate ed attuate dal generale Pes di Vil lamarina. Nominato ministro per Guerra e Marina il 5 aprile 1832, ricevette l'incarico di formare un 'armata di entità iale da poter costituire un peso «non affatto insensibile» nel caso di un con11i!to fra Austria e Francia; un 'annata la quale, «piì:1 forte di quella ciel tempo dei contingenti, che non giungeva in caso cli guena che a soli 45.000 uomini circa, fosse però abbastanza instrutta per po!ere all'uopo della chiamata, dopo un mese di ricordo della sua primaria istruzione, essere in grado di ben manovrare in linea». Nel contempo, occorreva che la sua entità non nuocesse alla vita economica ciel paese sottraendo all 'agricoltura troppe braccia e non gravasse eccessivamente SL1l bilancio ·'3• Messosi subito al lavoro, l'anno seguente il Villamarina sottomise all'approvazione del re un progetto di riforme che eg li stesso riassunse in questi termini: «lnstruction siiffisante, mobilité de I' armée, paix prete à la guerre » e ciò sia per le truppe sia per i quadri. Le mi sure adottate ri sposero nel loro complesso allo scopo di ottenere un esercito mobile, con una forte intelai atura pem1anente di quadri ed un richiamo alle armi , a scaglioni, dell e riserve per il tempo necessario a riprendere confidenza con l'addestramento ricevuto durante il servizio di leva. Lo stravolgimento che infirmerà l'entrata in campagna dell ' esercito dipenderà molt.issimo dalla subitaneità della decisione e dalle dimensioni conferite allo strumento bellico. Con il Villamarina venne fissato l 'obbligo ciel servizio per i provinciali in tredici anni per la fanteria, quattordici anni per i bersaglieri , tredici per l'artiglieria e la cavalleria; di cui otto a disposizione per l'esercito attivo e otto (fan11 F. LEMMI, op . citata. p. VIlL ·" Lellera del Villamarina a Giuseppe Dabormicla nel maggio 1848, in LUIGI e i rempi del generale G. Dabon11ida, Roux Frassati. Tori no I 896, pp. 17- 18.
CI II ALA ,
La vita
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teria) e quattro (armi a cavallo) nella riserva. Il sistema dei contingenti cli fan teria di linea con servizio alternato in vigore con Carlo Felice fu sostituito da un periodo di quattordici mesi consecutivi nei reggimenti (in pratica dodici mesi , perché gli ultimi due erano impegnati dai servizi di guardia e di presidio durante l'affluenza delle reclute). l soldati d'ordinanza, sempre con ferma di otto anni, sal irono a 16 .000 ed ogni leva annuale fornì circa 8.000 reclu te. Complessivamente, dunque, l 'esercito di campagna poteva contare - almeno teoricamente - su 16.000 soldati di mestiere e 64.000 di leva (dai 21 a i 28 armi). Per le eventuali incombenze di difesa teITitoriale c'erano poi altri 64.000 riservisti delle classi più anziane (dal 29° dal 36° anno) costituenti l'an11ata di riserv,. Dai calcoli fatti, l'esercito doveva passare dal piede di pace (24.000 uomini) a quello di guerra (80.000 uomini) in un mese al massimo 19 • Anche in tema di addestramento fu introdotta una novità : la riunione di reparti delle varie armi nella vasta landa di S. Maurizio Canavese, a nord di Cirié, ritenuta utile alla marcia in terreno difficile ed ali ' impiego della fanteria in ordine aperto. Vi dovevano pattecipare, per un mese, almeno due brigate di fanteria con tutti i loro richiamati dal congedo per l'occasione, sì da esercitarsi con le formazioni di guerra. Tra l'inizio del regno di Car.lo Albetto ed il 1847 ebbero luogo sette campi di istruzione (1833, 1834, 1838, 1840, 1842, 1844 e 1846) con una p artecipazione che dagli 11.000 uomini circa del primo anno salì ai 20.000 in ognuno dei due ultimi campi. I iisultati furono obiettivamente vantaggiosi per l'i mpiego di masse di un certo livello e per l'addestramento individuale, anche a giudizio di numerosi ufficiali stranieri presenti in quei periodi; tuttavia alcuni aspetti vennero trascurati , come l'impiego isolato delle minori unità, lo sfruttamento ciel terreno, i lavori di fortificazione campale, il servizio di avanscoperta. Sicuramente, inoltre, fu data troppa importanza ad aspetti formali, quali l'esattezza della manovra senza tener conto delle asperità del terreno, l'appariscenza ottenuta con artifizi, la rigidità delle fomrnzioni ad indicazione di elevata disciplina. Ma «del resto le stesse idee prevalevano allora in tutti gli eserciti europei e durarono finché le esperienze del 1866, e più ancora quelle del 1870, non vennero a modificarle ponendole alla dura prova della realtà ·10 • " Per le riforme del Villamarina vds. F. PrNELLI, op. ci/a/a, li!, cap. I; Au:; sro CHAPPERON, L'organica militare fra le due guerre, Poligrafico della Guerra , Roma 192 1, cap. XIV; NICOLA IJRANCACCIO, l.' Esercito del Vecchio Piemonte, Libreria dello Stato, Roma 1925, pp. 394-41 4 ·"' C. FAIJRJS , op. cirata, I voi. p. 68. Da rilevare che negli anni Quaranta in Francia il clou delle esercitazioni campali stava nella marcia cl i due intere divisioni schierate una in facc ia all'altra; arrivaie a cento passi di disranza i due comandanti partivano al galoppo e correvano a stringersi la mano, mentre le due linee, fennatesi improvv isamente, si salutavano presentandosi le armi (C. FABR IS, 0/J . citala, II , p. 47, n. 3).
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In ambito reggimentale venne poi introdotta un'innovazione organizzativa che ebbe riflessi sull'inquadramento. Ad un battaglione furono attribuite funzioni di deposito stabile ciel corpo, vale a dire le mansioni cli centro ammini strativo e cli mobilitazione· di conseguenza, gli altri battaglioni divennero «operativi». Ciò condusse a rivedere il rapporto tra ufficiali di carriera e uffi cìali provinciali nel loro interno. Nel 1832 i provinciali sparirono dai primi due battaglioni attivi e rimasero soltanto nel terzo, quello di deposito, con un capi tano ed un tenente per compagnia. Nel 1839 veru1e effettuata un'ulteriore riduzione, mentre i battaglioni del reggimento erano portati a quattro : il quarto, di deposito , aveva due capitani e due tenenti provinciali, uno per compagnia, alternati ad alu·ettanti tenenti e capitani cli carriera. 1n caso di mobilitazione, ogni compagnia del battaglione deposito ri ceveva richiamati di due classi e dava vita ad un battaglione di riserva su quattro compagnie. I provvedimenti in questione comportarono naturalmente modifiche nel reclutamento degli ufficiali. Per quelli in servizio attivo cambiò poco ed il getti.te annuo rimase assicurato dal! 'accademia militare, dai cadetti (per esame), dai sottufficia li (per merito per esame) e dai sottotenenti provinciali (per esame). Per gli ufficiali provinciali, a fine J 831 vem1e prescritto che i sottotenenti dovessero prestare due anni di servizio consecutivo e che ogni successiva promozione comportasse un anno di servizio ai reggimenti. Soppresso, dopo qualche tempo, il reclutamento per detta categoria, fu ripristinato nel 1840 ma limitamente alla fanteria e nella misura di un sottotenente per battaglione, cioé di sessanta per I' intera armata . Un inquadramento di pace pressoché di soli ufficiali effettivi poteva considerarsi vantaggioso sotto il prnfilo addestrativo e quello dell'impiego immediato della fo rza delle armi ed in effetti lo era. Però comportava due gravissimi inconvenienti, ai fini della mobilitazione, ai quali nessuno sembrò attri buire la dovuta importanza: l invecchiamento dei quadri (di carriera) e la mancanza di riserve istruite (ufficiali provinciali). Entrambi mostreraru10 il loro peso negativo nel 1848 sin dall'inizio delle ostilità. Non è chiaro quando Carlo Alberto abbia fatto la sua scelta antiaust:riaca. Probabi lmente elette il primo personale segno cli decisione il 12 ottobre 1845. Quel mattino ricevette Massimo cl ' Azegli o, il quale gli tracciò un quadro molto fedele della situazione esistente nell'Italia centrale, da cui era appena tornato , e non es itò ad affermare che «tutti si sono persuasi che senza forza non si fa nulla; che forza in Italia non è che in Piemonte; e che tuttavia neppure su questa non è da fare nessun affidamento, finché dura l'Europa tranquilla ne' suoi ordini presenti». Peraltro, aggiunse, se i maggiori esponenti locali si erano lasciati convincere a frenare gli impulsi, molto meno si poteva attendere dalle masse, come i fatti di Rimini stavano a dimostrare. Il re allora, fissandolo bene
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negli occhi, rispose seriamente e fermamente: <<Faccia sapere a que' s ignori che stiano quieti e non si muovano, non essendovi per ora nulla da fare; ma siano certi cbe, presentandosi l'occas ione, la mia vita , la vita dei miei figi i, le mie anni, i miei beni , il mio esercito, tutto sarà speso per la causa italiana". Il secondo segno, questa volta uffici ale, sarà dato in occasione di una vertenza doganale tra Torino e Vienna. Ne l 1842 i rapporti di sostanziale indifferenza esistenti all'epoca fra i due governi furono scossi dalla questione del commercio del sale con il Canton Ticino. Sorsero discussioni e polem iche, poi irrigidimenti ed infine il 20 apri le 1846 se1,'llì l'imposizione di pesanti dazi da patte austriaca sui vini piemontesi da esportare in Lombardia. Il 2 maggio la • Piemontese» pubblicò un'equ ili brata esposizione dei falli che, appar«Gazzetta sa agli occh i di tutti come una deliberata presa d i posizione, suscitò un grande compiacimento in Italia ed un altrettanto sp iccato risentimento in Aust1ia. Quel giorno il conte de La Tour domandò qual e sarebbe stato l'atteggiamento del Piemonte se l'Austria eia amica fosse diventata nemica e Carlo Alberto replicò: «Se il Piemonte perde l Austria g uadagnerà l'Ttalia; e allora l'Italia potrà fars i da se stessa. L'Ttalia farà eia sé!». Bella frase , e probabilmente proferita in assoluta buona fede, ma di dubbia concretezza, visto che al fianco ciel re mancava un politico della statura di un Richelieu , di un Bismarck o di un Cavour, mancava cioé un «costruttore». Comunque, alla bella frase Carlo Alberto fece seguire un ' altrn impennata in linea con certe sue impulsività. In occasione dell'importante congresso cieli ' Associazione agricola piemontese tenuto a Casale Monferrato il 3 settembre dello stesso anno, autorizzò il conte cii Castagnetta a leggere in pubblico una lettera personale speditagli qualche giorno innanzi: «( ... )Semi dilungassi, non potrei che ripetervi ciò che vi ho eletto a Racconigi circa i sentimenti ed i pensieri che bisogna manifestare per il presente e per l'avvenire. Aggiungete soltanto che se mai Dio ci facesse la grazia di poter intraprendere una gue1Ta d'indipendenza, sarò io che comanderò l'armata, risoluto a compiere per la causa guelfa que ll o che Schamil sta facendo contro l' immenso impero russo ( ... ). Gli austriaci hanno presentato una memoria al le Potenze per cercare cli far credere cli avere il diritto dalla loro parte, ed hanno dichiarato che resteranno in possesso di Ferrara, aggi ungendo inoltre che interverranno nel paese ove lo ritengano necessario per il loro interesse (... ). Ah! il be l giorno in cui potremo
·" i'vl. o' AZEGLIO. / miri ricordi. Einaudi, Torino 197 l , pp. 426-427. Sembra, co munque, indubbio che sino al I 847 Vienna ritenesse di poter contare ,u ll ' atteggiame111 0 più che amichevo le da parte del regno di Sardegna. Anzi. era dato per scontato c he, in caso • attacco francese , i l comandante dell'eserc ito au~tro- piemonlese sarebbe stato Carlo Alherto e non Radetzky.
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lanciare il grido dell'indipendenza nazionale! ,,". Queste incaute parole, e l'incoraggiamento a leggerle coram populo in un consesso nel quale erano presenti numerose personalità di altri Stati italiani, generarono un'ondata di entusiasmo che percorse la penisola e fece immediatamente pentire Carlo Alberto di averle scritte. Così come a malincuore si piegò - è la parola - a firmare un accordo di unione doganale fra Stati della Chiesa, Toscana e Piemonte, aperto ad ogni altro Stato, eccezion fatta per il Lombardo-Veneto perché possedimento austriaco. In realtà la lega doganale rimase sulla carta: Carlo Alberto in fondo non poteva vedere cli buon occhio un patto che implicitamente garantiva l'integrità dei contraenti, mentre egli mirava se mai ad un ingrandimento del regno di Sardegna, obiettivo minimo ritenuto conseguibile. L'amletico re era tutt'altro che incline per temperamento e per esperienze persona] i a seguire gli entusiasmi liberali, ma l'incidente di Ferrara e l 'a vverl imento minaccioso cli Metternich urtarono la sua suscettibilità, rilevando in essi un'offesa al.l'indipendenza di Casa Savoia. Da questo momento seguì un indirizzo a doppio bina1io. Sul piano delle riforme politiche si mostrava cocciutamente restio a conceder alcunché, nonostante la serie di manifestazioni delle folle , che guardavano a lui con mille speranze, pressoché ignare delle sue reticenze a «sfrattare» la compagnia di Gesù, a consentire la guardia civica ed a elargire la costituzione, ed altresì ignare dei suoi ripensamenti. 11 22 ottobre 1847 Massimo d 'Azeglio scrisse a Minghetti: «li Re torna indietro assolutamente. È un misto di terrore di perdere una particella di assolutismo, cli paura di cospirazioni e di frodi e slealtà, per mantenersi allo statu quo. Sapete della celebre lettera di Sciamyl. Figuratevi che a Balbi e Doria, chiamati a Torino, disse che la sua frase - a montare a cavallo per la causa nazionale - dovevasi iJ1tenclere nazionalità Piemontese ! Eccovi che uomo è ( ... ). li malcontento è al colmo( ... ). Se non muta strada anelerà male per lui , pel. Piemonte, ove qualcosa succederà e porterà forse male complicazioni per tutta Italia. Ci vuol un rimedio e cc ne è uno solo a detta di tutti. F inirla cogli inni di lode ( ... )>> 43 . Carlo Alberto non rimaneva insensibile alla generale effervescenza degli animi - un'effervescenza così palese che un diplomatico francese non mancò di sottolineare: «Quand on se reporte à I' état de soumission complète et d' iner1ie qui existait en Piemont il y a deux ans à peine, on ne peut s' empécher d' étre effrayé de la rapidité avec /aquel!e /es choses ol'!l marché» 4' - ma reagiva in senso negativo. Le dimostrazioni di Genova ciel dicembre 1847 e dei " E . DELLA ROCCA, Auwbiogra/ia di 1111 veterano, Za nichclli, Bologna l 897, p. 147 . .,, M. MINGHEITI , I miei ricordi , Roux e C., Torino 1888, l voi, pp. 289-290. ,., N. Rooouco, Carlo Alberto nei /i anni /843 -1849. Le Monni e r, Fire nze 1943, pp. 228 -229 .
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primi di gennaio 1848 lo turbarono ancor cli più e le grida di «Viva Mazzini » vennero gi udi cate estremamente significative anche da chi gli era vicino. In uno stato d 'animo sfiduciato e cupo accolse le novità provenienti da Napoli, che colmarono la misura . Ai suoi occhi Ferdinando H aveva scoperchialo il vaso di Pandora: «Le Roi de Naples - scrisse amaramente - ne po11 vait faire rien de plus.fatai po11r la lranquillité de/' I1alie que ce qu' il vie/li d'accorderà ses peuples aprés le mm;sacre de ses troupes (. . .); ma ferme volonfé est qu' il faut comballre jusq u' à I' extremité, mais ne rien accorder à une demande insurrectionel/e ,> "5. Tuttavia la posizione di diniego si faceva obiettivamente sempre più insostenibile. Due pericoli apparvero imminenti e si imposero agli • occhi dei ministl"i piemontesi nei Cons igli di conferenza di quel periodo: che anche nel regno scoppiasse un movimento rivoluzionario e che Ferdinando II si ponesse alla testa delle aspirazioni nazionali. Il 3 febbraio l'ambascia to re inglese Abercromhy prospettò al San Marzano l'opportunità cli prepararsi a qualche molo nella stessa direzione e la necessità di orientarsi a concedere spontaneamente isti tuzioni. liberali·•. Quel giorno, quando il conte Borelli, presidente del consiglio, informò i ministri del l ' intenz:ione del re di abdicare piuttosto che cedere, lutti si trovarono concordi nel 1iconoscere non soltanto l'inevitabilità ma altre ì l'urgenza di dare la costituzione: «llfauf la donne,~ non se la laisser imposer>>"'. Nel Co nsiglio straordinario del 7 febbraio, alla presenza del re, si tirarono le somme e la Carta liberale dell'odiato Luigi Filippo parve il male minore. «La constitution - disse il conte Borelli - es! sans doute un malheur, mais (. .. ) on es! arrivé au point de choisir le moi11dre mal, pour en éviter de plus grands>> 48 • Così, iJ giorno dopo, quasi ali' improvviso, i torines i seppero che il re aveva promesso la costituzione (fu poi promulgata il 4 marzo seguente). Si Lrnttò di una vera e propria violenza esercitata da Carlo Alberto su se stesso. Egli aderì alla richiesta perché la vide invocata e presentata da ogni parte poli-
.,, R. ROMEO, Dal Piemonre sa/Ja11do al/' l!alia liberale, E inaudi, l'orino 1964, p. 93. ·" Abercromby a Pa lmerst.on in data 3.2. 1848 , in FEDERICO Curu,TO (a curn) , Le relazioni diplomariche fra (;ran Bretagna e regno di Sardegna ( in seg uito Gran Brelagna e Sardegna), 11I serie, voi. I, Roma l 961 , pp. 60-62.
" A. COLOMBO, Dalle rifanne allo Stati/lo di Carlo Alberto, BelJatorc e J3osco, Casale 1924 . p. 60.
'" F. LEMM I, op . cira1a, p. 23. Nella pausa di sospensione della seduta, Carlo Alberto chiamò il duca di Savo ia e gli manifc tò l'i ntenzion e dì dme la costituzione. po i ,1bd icarc e lasciare il Pie111ontc. Il d uca 11011 esitò a giur,u-c che l'avrebbe seguito, cd allora il re cambiò idea (G. M. G. DE SoNNAZ, Mes so11ve11irs sur le roi Charles Alherr, in La leggenda di Ca rlo Alberro. di A. 0MODEO, Einaud i, Torino 1940, pp. 164- 165).
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LA PRlMA GUERRA D'INDH-'ENDENZA
tica come l'indifferibile toccasana per la società, vi aderì con estrema contrarietà perché non convinto, ma deciso a .rispettare lealmente l'impegno assunto. Volle dare al documento una denominazione che si richiamasse ad un lontano precedente dinastico e lo chiamò «Statuto», a ricordo degli Statuti di Savoia. Peraltro «da quel giorno la tristezza gli si stampò per sempre sul viso , ed egli si abbandonò interamente ad un mistico fatalismo dal quale faceva dipendere tutte le sue azioni, come fossero predestinate da Dio» ' 9 • La monarchia assoluta si trasformava, dunque, in monarchia costituzionale, cioè il re poneva una serie di limitazioni alla propria potestà e riconosceva al popolo la facoltà di partecipare all'amministrazione della cosa pubblica tramite suoi rappresentanti. In tema di «costituzione» è bene non lasciarsi ingannare dall'espressione, il c ui sig nifi cato pratico poteva variare moltissimo. Quella spagnola del 1812 era caratterizzata da un'estrema limitazione del potere esecutivo e, se nessun re poteva liberamente accettarla, d'altro canto non consentiva un sistema parlamentare efficiente. La costituzione siciliana del 1812 era più che altro un maldestro tentativo di ispirarsi alle istituzioni inglesi. La Carta francese del 1830 privava il re di alcuna peculiarità della sovranità, però gli consentiva di man.ipolare il pm-Jamento senza eccessiva difficoltà e l'immediata protesta cli Thiers passerà alla storia: dl re dovrebbe regnare, ma non governare». In Piemonte il re governava. Lo Statuto, infatti, precisava: «Lo Stato è retto da un governo monarchico rappresentativo (art. 2). Ne derivava che «Il re nomina e revoca i ministri» (ait. 65); i ministri non enmo necessariamente scelti fra i membri delle camere (art. 66), né dovevano necessariamente godere la fiducia del parlamento; il parlamento non poteva allontanare i ministri se non traducendoli in stato d'accusa davanti all 'alla corte di giustizia (il senato, di nomina regia) ed ottenendone la condanna (art. 47). In sostanza, il re (iJTesponsabile) governava per mezzo dei suoi ministri (responsabili) sia pure entro limiti fissati da.Ile leggi: «Al re solo appartiene il potere esecutivo» specifica l'art. 5, che poi continua per ulteriore chiarezza: "Egli è il capo supremo dello stato; comanda tutte le forze di terra e di mare; dichiara la guerra , fa i trattati di pace, di alleanza , di commercio ed al tri , dandone notizia alle camere, tosto che I' inlere:;se e la sicurezza dello stato il permettano, e unendovi le comunicazioni oppmtune. I Lratlati che importassero un onere alle finanze o una variazione del territorio dello stato, non avranno effetto se non dopo ottenuto ! ' assenso delle camere».
" E.
DELLA R OCCA, op . ci/ala. p.
147.
IL MOMENTO STORICO
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Il re costituzionale è, in ultima anali si, capo del governo e capo effettivo dell'amministrazione, con ingerenza e diritto di veto nell'attività degli organi legislativi. Pjuttosto limitate appaiono invece le funzioni del parlamento: esercitare con il re il potere leg islativo '". Ma la realtà della pratica costituzionale riuscirà ben differente da quanto indicato dalla lettera dello Statuto. I ministri che avevano approntato la Carta giu stamente si trassero da parte al momento della sua emanazione. Si rendevano conto dell'impossibilità psicologica che rimanessero al loro posto i ,<segretari » del re assol uto, occorreva che i ministri del re costituzionale dovessero in qualche misura trovarsi vicini alle forze politiche che le assemblee (ma in primo luogo l 'assemblea elettiva) erano destinate ad esprimere; sentivano che ormai i mini::;t:ri del re ( ... ) dovevano avere una base nelle camere, essere in condiziolli di influenzare le camere, e nello stesso tempo accettarne l'influ nza» 5 '. Soffermiamoci adesso sulla situazione austriaca. Durante il \/orrnàrz, ossia il periodo che precedette la rivoluzione del marzo 1848, periodo in genere fatto iniziare con l'avvento al trono di Ferdinando I (1835), gli Stati soggetti alla Corona in cui il sentimento di nazionalità risultava meno appariscente erano in realtà i più pericolosi potenzialmente. Uno di essi, anzi il più tranquillo, era il Lombardo-Veneto. Al polo opposto stava l'Ungheria, anche per gli aspri contrasti esistenti nel suo ambito con le minonmze non magiare. Come si è detto, l'incidente di Ferrara innescò a sud delle Alpi nuovi e più vivi risentimenti. Gli accord i presi dal governo imperiale nel dicembre 1847 con i ducati di Parma e Modena avevano fatto per un momento pensare ad un miglioramento complessivo della situazione militare, tuttavia i disordini de1ivanti dallo «sciopero del tabacco» riportarono al pessimismo e per giunta inasprirono i rapporti fra le autorità civili austriache a Milano e l'esercito. Secondo il governatore, von Spaur, e Ficquelmont i tumulti erano dovuti anche all'atteggiamento provocato1io dei soldati e «la grande ansietà che agita ]a popolazione intera è data dall'idea che il Comando generale sia assolutamente indipendente dal viceré e dall'autorità civile» scrisse il Ficquelmont a Metternich il 9 gennaio. In campo austriaco spiccava la personalità ciel feldmaresciallo Joseph Radetzky von Radetz. Era stato inviato nel Lombardo-Veneto nel 1830, dopo la rivoluzione francese di luglio , con l'incarico di pone l'esercito austriaco in condizioni di affrontare una campagna, senza che la nomina avesse suscitato
MARAN INI , Storia del potere in Italia , Nuova Guaraldi , Firenze 1983, pp. 95-113. ' ' Ibidem, p. 132.
" G.
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LA PRIMA GUE RRA D' !NDIPE DENZA
particolare e ntusiasmo. Per giun ta , la sua azione di comando sino al 1848 aveva forse ricevuto più critiche che consensi. L'arciduca Carlo, l'antagonista di Napo leone, si era manifestato d ' accordo sulla scelta di Radetzky, ma non co me comand ante in capo. A qu esta carica avrebbe preferito ri manesse il Frimont oppure venisse nominato il Bianchi. «Ora - aunorò il barone Carlo Kti beck, ministro del Tesoro austriaco - Radetzky è solo, e quindi non al posto gi usto, perché nelle sue ved ute è mutevole e verboso; a ogni istante ha un nuovo piano che cambia in contin uazione senza essere in grado di dare ordini in proposito» ' 2 • Ad ogni modo, Radetzky inaugurò un sistema di esercitazioni annuali a nord del Po quale si era mai visto. D'inverno le truppe si preparavano in piazza d'ami i e in pross imità dell a guarnigione, in primavera erano condotte al campo in tutta la zona compresa fra il Ticino e l'Adda , in autunno prutecipavano ad un a grande manovra conclusiva. Tale metodo addestrativo ha ri cevuto dagli storic i militari aust1i aci ed italiani il p1incipalc merito delle vittori ose campagne del 1848 e 1849, e certamente si è manifestato efficace, però se i campi di Carlo Albe rto furono duramente criticati quelli di Radetzky non anelarono affatto esenti da accuse. Da parte competente furono manifestati mille dubbi sull'utilità pratica di quelle esercitazioni di campagna: gli ufficiali pensavano a piacevo li riunioni cameratesche mentre i soldati restavano abbandonati a se stessi, preda de ll e fatiche e dell ' incuria, tanto che prima ancora del rennine delle manovre taluni battaglioni si trovavano con appena il 30% della forza iniziale. Per di più «esse costano al paese ( .. .) incalcolabili somme cli denaro, con una semp lice parte delle quali si riuscirebbe ad imbrigliare il corso dell'Adige, che ogni anno crea migliaia cli senzatetto, e provvedere ad altri lavori pubblici pe1manenti ». In sostanza, gli svantaggi sembravano cli gran lunga superiori ai vantaggi , fra i qu ali si comprendeva «una manifestazione politica intesa ad ingm1nare gli ingenui con una parala di truppe ben inquadrate» 53 • Il conte Htibner si espresse in fonna benevola e reticente insieme sul conto ciel feldmaresciallo: «T soldati lo adorano come un essere soprannaturale; l 'affetto degli uffic iali per lui sa di fanatismo; i generali lo apprezzano secondo il suo gi usto valore» 54 • A metà lu gli o 1847 le forze austriache in Italia ammon tavano a circa 50.000 uomini che, con i richiami dal congedo, dovevano salire a 64.000. Per
" 1'agebiic/1er des Cari Freih erm K1, beck vo11 Kiihau , \Vien 1909, voi. I, parte Il, p. 550,
riportalo da A. SKEIJ, op . l'itata , pp. 160- I6 I.
" F. \/ON FENNERB ERG, O eMerreich 1111.d sei nl' Armee, Lc ipzig 1847, pp. 17-26. '" G. ALESSANDRO H DBN EJ?. Milano. il J848, V,li lardi , Milano 1898, p. 27.
IL MOMENTO STORICO
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Vienna si trattava di un livello soddisfacente, non soltanto per mantenere l'ordine nel Lombardo-Veneto, ma altresì per inviare all'occonenza un corpo di almeno 25.000 soldati , con I 0.000 in riserva, nell 'Ttalia centrale, cioé negli Stati della Chiesa, a stroncare qualsiasi rivolta. Senonché le manifestazioni milanesi della seconda settimana di settembre fecero valutare la situazione sotto un'altra prospettiva. Il viceré, arciduca Ranieri, ed i suoi consiglieri oscillavano tra le ragioni espresse da Radetzky e la noncuranza di Vien na. Radetzky era assolutamente convinto che sarebbe stato attaccato dal Piemonte nel quadro di una sollevazione geperale: «Non abbiamo i11terferito nelle riforme degli Stati italiani: non li abbiamo minacciati d'invasione; li abbiamo lasciati completamente padroni di gestire il loro svi luppo , eppure un solo gTido si ode in Italia, dalle Alpi alle coste di Mess.ina: «Morte agli Austriaci!» .,;. Occorrevano rinforzi: «Il re di Sardegna si è tolto la maschera ed è a capo della rivoluzione: sono quindi costreLto a mettermi sul piede cli guena pe r essere in grado di scendere in campo alle porte cli Milano la primavera prossima» 56 • Quanto meno occorrevano 50.000 uomini per affrontare il Pi emonte , 20.000 per guardare il Po e 10.000 per il presidio delle principali città e fortezze. aturalmentc il calcolo si basava su un "ipotesi operativa precisa. La guerra con il Piemonte, pensava Radetzky, sarebbe stata decisa in Lombardia, in una battaglia combaliuta entro quattro giorni dall ' inizìo delle ostilità, cli conseguenza egli doveva assumere l'iniziativa sin dal principio agendo offensivamente contro il nemico. A suo gi udizio , questo poteva teoricamente mettere insieme 120.000 uomini, ma all 'atto pratico ne av rebbe avuto la metà al massimo ; tuttavia bisognava te ner conto dei volontari e degli alleati minori. L'ese rcito piemontese aveva solide qualità militari, «solo che il re Carlo Alberto - dirà il 9 marzo a von HUbner - ha sempre aspirato ad un piede cli guena sproporz ionato alla popolazione ed alle risorse del suo regno. Gli Stati sardi possono toUerare un eserc ito dì sessantamila uomini. Portandolo ad ottantamila egli rovina il proprio paese. Già ora non si vcggono più nelle campagne che vecchi, donne e fanc iulli » ;·,. Con 50.000 uomini cli truppe di campagna, amalgamate ed aclclestrarc, si sentiva in grado cli risolvere in pochi giorni il problema bellico quando si fosse presentalo , cioè ne lla primavera ciel 1848. " Radetzky a Ficquelmonl in dal a I 6. 12. 1847 , in accompagnamemo ad un rapporto per
Metternich, in A. SKELJ, op. citata, p. 1.92. " Briefe des Fe/111aresc/wl/.1· Radet:ky an seine Tocluer Friederike . /84 7-.7 . a cura cli B. Dub.r, Wien 1892. pp. 45-46 , in A. SKED, op. citata, pp. I 92 - 193. 51 G. H OBNE R. op. cilata. p. 29.
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LA PRIMA GUERRA D'INDIPENDENZA
Metternich dapprima credette al proposito di un ' offensiva preventiva, assolutamente fuori luogo in quelle circostanze, e Radetzky, molto seccato di essere stato male interpretato «soprattutto a causa del concetto vago che la gente ba del significato di offensiva e difensiva per la scienza militare» 58, gli fece sapere di non nutrire la benché minima intenzione di prendere un'iniziativa di guerra, ma di essere altrettanto deciso a reagire con mediatezza. Tutto sommato, il cancelliere convenne sull'opportunità di qualche rinforzo, pnr ritenendo impensabile un 'improvvisa apertura delle ostilità da parte di Carlo Alberto ed esagerata la valutazione della situazione nel Lombardo-Veneto. L' arciduca Ranieri, dal canto suo, concordava sulla convenienza di incrementare l'armata d'Italia, ma , nel contempo, pensava semplicemente di attraversare un momento critico risolvibile con mezzi pacifici. Ad ogn i buon conto il 24 dicembre Metternich comunicò alle grandi Potenze l'intenzione di portare le forze in Lombard ia a 60.000 uomini, in modo da cautelarsi nei confronti della palese 8ovraeccitazione esistente in Italia, permeata per giunta da un 'aperta animos ità contro il governo austriaco. Palmerston rispose il 28 dicembre dichiarando il rincrescimento inglese per la situazione descritta, situazione che del resto non era sfuggita a Londra, ed esprimendo il parere che ciò potesse dipendere dal timore, diffuso in Italia, che l'Austria intendesse opporsi «attivamente» alle misure di riforma «saggia e prudente» iniziate dalla maggior parte dei sovrani della penisola. Comunque, per Palmerslon era tranquillizzante l'apprendere che iI Gabinetto austriaco affermava «di non aver alcuna intenzione cli opporsi a tali riforme» e che lo scopo dei movimenti di truppe in argomento mirava semplicemente a «garantire la tranquillità nei propri Stati» 19• Per Radetzky un peso non indifferente era costituito dai trnppo numerosi presidi militari sparsi per l'intero Lombardo-Veneto a detrimento della disponibilità di forze mobili. Purtroppo non si trattava di i11conveniente facilmente eliminabile. I punti ferm i, secondo l'arciduca Massimiliano di Lorena-Este, erano due: «Primo, non possiamo più fidarci del re di Sardegna; secondo, il popolo ha paura del modo con cui è governata l'Italia: nessuna città in questo paese si azzarda a governare senza una forte occupazione militare.» 60 • Anche Radetzky era consapevole del problema ed il 18 gennaio scrisse al conte Hardegg, presidente dello Hojkriegsrat , ammettendo cli essere alla testa di un 'armata di occu-
'" Radetzky a Ficquelmont in data 16.12.1847, in A. SKELJ, op. citata , p. 191. ,,, A. di Revel H San Marz m10 in data 7.J. 1848 in F. CURATO, Sardegna e Gran Bretagno , cil. I, pp. 25 -26. ''' Blick au.f die Lage ftali ens, Angage 1848, Kriegs archiv Wien , Fclclk arien, Krieg i11 lwlie11, in A. SKED, op . citata . pp. 166-1 67.
lL MOMENTO STORICO
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pazione, più che di campagna: «Noi riusciamo ancora a dominare perché l'esercito è incorruttibile e fedele, ma non governiamo più». E si noti che un terzo delle sue truppe erano italiane. Sta di fatto che, nel palese disorientamento in cui versavano le cose in Lombardia ed in special modo a Milano, secondo Radetzky la responsabilità prima di ogni guaio r icadeva sulla indecisione e sulla pavidità ciel governo locale. I soldati si trovavano sottoposti ad una crescente tensione. «Tutta la città - denunciava al conte Hardegg - sa chj c'è dietro a questi disordini; il popolo lo dice a chiare lettere, n~a non succede nulla; nessun proclama proibisce le assemblee illegali ; il soldato-poliziotto contiene a stento la propria rabbia nel vedersi esposto alla derisione della canaglia prezzolata; te pattuglie fanno il loro d<5vere, ma nessuno ordina al popo lo di disperdersi, e così centinaia di persone fanno codazzo a que1;te pattuglie deridendole ed insultandole»6'. Metternich, cui affluivano le recriminazioni da ambo le parti, fin} per condividere le preoccupazioni di Radetzky circa una demotivazione o un eccesso di reazione delle truppe, tanto più che l' imperatore non intendeva venisse meno l'appoggio morale ali 'esercito, ed espresse apprezzamenti critici nei confronti del gove rno vicereale 02 . L'intervento di Ferdinando I nella questione non fu da poco, giacché volle 1isultasse ch iara la sua ferma volontà di conservare il Lombardo- Veneto e di difenderlo da qualunque attacco interno o esterno, e volle altresì che tale intenzione venisse partecipata alle truppe, alla cui «fedele devozione» affidava il comp ito di proteggere il regno. Radetzky ricevette «con autentico giubilo» la presa di posizione del! 'imperatore e si affrettò a comunicarla ai soldati. Senonché l'enfasi con la quale concluse l'ordine del giorno fu decisamente troppo marcata: «Il nostro motto sia: pace e protezione dei cittadini fedeli e pacifici; distmzione del nemico che osi impunemente minacciare la pace e la felicità del popolo». A torto od a ragione l'ottantenne feldmaresciallo era considerato dagli ambienti diplomatici come fervido sostenitore del la guerra, intesa quale elemento pacificante della penisola. D 'altronde , si pensò che difficilmente si sarebbe lasciato anelare ad espressioni tanto forti se da Vienna non gli fosse pervenuto qualche indizio di cambiamento di indirizzo politico. Così diventa comprensibile l'allarme che cominciò a circolare in Inghilterra, dove la situazione francese non era affatto vista di buon occhio. Ad ogni buon conto, l'arciduca Ranieri intese mettere i punti sulle i chiarendo il ruolo dell 'esercito e si rivolse ai governi della Lombardia e del Veneto in termini assai espliciti: " Radetzky a Hardegg in data 3.1.1848. in A. SK ED, op. citata, p. 202. • 1 «Tutta la situazione è greve di col pe - scrisse !vleuemich a Fic4uelrnont I' 8.1. 1848 - e la maggior parte si trovano nell 'amministrazione locale» (A. SK ED, op. citata, p. 202).
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«È a.,so lu lamente necessario che l' intervento dei mil itari in c ircostanze del genere sia li miuno <1i casi estremi, e se occorrerà; dovranno co111un4ue essere osservate lulte quelle formalità appropri ate quando l'uso della forza è giustificalo; inoltre l'u so della forza dovrà sempre esscJe proporzionato alla ca pacità di res istenza dei cospiratori. Sehbene tulti i decreti esistenti dian<J suf:fi cienli ind icazioni in proposi to, nondimeno vi ricordo il dovere di portarli all'attenzione dei vostri subordinati. E,s i dovrann<J osservare tali regolamen ti il più accura tamente poss ibil e, e aderi rvi strettamente. Inoltre è di compe-tenza delle autorità poliliche s ia ri chiamare l'esercito che sovraintenderl o» 6-'.
Sarebbe occorso portare a conoscenza di Radetzky queste direttive (o meglio, queste precisazioni, giacché in fondo sì trnttava cli linea di condotta naturale), ma nessuno se lo sentiva per timore di esser male interpretati e di urtare la suscetti bi li tà dei militari. Nemmeno Metternich 1itenne il caso cli farlo attrnverso lo Hojkriesgsra/ e lo stesso Hardegg gli d isse francamente : «Tra i molti deplorevoli risultati che so1t irebbero rdall'invio a Radetzky di istrnzioni ciel genere per] 'ordi ne pubblico], secondo la mia profonda convinzione, inevitabilmente, il più pericoloso sarebbe in pri mo luogo che le truppe non avrebbero piC1 chiara la propria funz ione; che esse affronterebbero debolmente e con insicurezza quelle scene che ormai si susseguono quotidianamente; e che, minata neJ morale, la loro efficacia sarebbe paralizzata nel momento del maggior bisogno» '''. In definitiva, da Vienna non pa rtì a lcun specifi co monito ed invece fu potenzi ato l'esercito del Lombardo-Veneto. Facendo bene i conii, Radetzky avrebbe volu to dispon-e cli 100.000 uomini; Metternich temeva di dover giungere ai 120.000 - quanti ve n'erano stati poco dopo il 1830, a causa della scarsissima fiducia ispirata da Luigi Filippo - oltre ad una riserva di aJ!Ji 30.000 soldati , stante la convinzione che l 'Austria ven isse coinvolta in qualche modo neg li affar i dell'Italia centrale e se inclina va ad accogliere le in sistenti richieste del fe ldmaresciallo non poteva cl altra parte ignorare le gravissime difficoltà de l bi t~mcio . ll 1° febbraio Radetzky domandò altri 30-40.000 uom ini, ma il Tesoro, pur prendendo alto dei rapporti provenienti dal Lombardo-Veneto, manifestò dubbi sul reale stato di necessità; so io un ' inteITuzione o I'ape1turn delle ostilitit da parte di uno Stato estero (cioè Francia o Piernonle) avrebbero giustificato l'invio cli nuove truppe. Quindi si i1Tigidì, sostenendo che il limite complessivo d i 90.000 soldati non era finanziariam ente superabile ne lle circostanze attuali. Perciò vennero mandati 10.000 uomini e promessi, all'emergenza, altri 30.000 soldati. D'altronde, a dispetto delle nere prospettive che illu strava nelle sue lettere allo Hofkriegsral , non pare affatto che Radetzky nutrisse grandi timori per la situaz ione puramente italiana. ln altri tennini, escluclenclo l'evenLuali!à di una
''' Arciduca lbnieri a Ficquel rnonl in data 14. I .1 848, in A. SKEI), op. citma, p. 205. "' Appunto de l conte Hardegg in data 30. I 1848, ihidem .
IL MOtv!E TO STORICO
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intromissione francese, sia il problema dell 'annata sarda , ia quello di un ' insurrezione in Lombardia gli sembravano affrontabili senza eccessivi timori. Ed jl generale Schéinhals, braccio destro cli Radetzky, parlando de ll ' ipotesi di una guerra, sostenne: «L' esercito imperiale in Italia, da 75 a 80.000 uomini, è più che sufficiente a distruggere in quattro giorni l'esercito ciel re Carlo Alberlo, purché non si sparpaglino le forze fennandoci davanti alle fortezze , ed anzi ci si getti con tutte le truppe disponibili sul grosso dell 'esercito nemico. Ciò suppone l'evacuazione temporanea di Milano e cli tutte le città lombarde alle nostre spalle. Vi saranno delle insurrezioni ma, battuto e distrutto il nemico , codeste ribellioni parziali cadranno da sole. È un inconveniente più che un pericolo. Bisogna acconciarvisi, data l' insufficienza delle nostre forze , le quali non ci permettono di muovere incontro al nemico e di mantenere contemporaneamente le guarnigioni nelle città lombarde» "'. Nessuno dei due avrebbe mai immaginato la rivolta di Vienna e l' insurrezione generale nel Lombardo-Venero. A Londra il termometro politico indicava assai più bonaccia in Francia che in Italia. Quanto ad umori e si mpatie, che i trattati del 1815 dovessero esere rispettati da tutti e dovunque, come avvertito dal governo inglese, non significava affatto - spiegò il Revel - che Londra «abbia voluto con ciò impegnarsi a farli rispettare in Italia a favore del!' Austria. Questo punto è essenziale da chiarire perché non bisogna dimenticare che la politica inglese è sempre stata quella di riconoscere il fatto compiuto ed il Governo comunque istituito in concreto». Peraltro, il ministro sardo si affrettò a precisare che «Noi siamo molto lontani da questa eventualità, almeno nel Nord d ' Italia, e certo nulla sarebbe più illusorio di prevedervi una simile ipotesi nelle circostanze attuali: l 'Austria ha i mezzi ed è decisa, non la si potre bbe biasimare, a difendere le sue province itali ane (... )» 6 '' . Non si può certo definire illuminante questa lettera a parte il fatto che l'attenzione inglese in quel momento era rivolta essenzialmente al regno delle Due Sicilie ed il maggior motivo di preoccupazione derivava dalla concessione della costituzione da parte di Ferdinando Il. Non per la cosa in sé, bensì per il timore di una reazione a catena incontrollabile e di qualche conseguente passo austriaco. «Tra le va1ie voci circolanti a Londra - riferiva Revel - c' è anche quella di una intenzione aust1iaca di occupare la Toscana (non osando entrare negli Stati della Chiesa) per tagliare l'lt.alia in due e mettersi in condizioni di poter muovere le sue truppe in qualunque direzione si rendesse necessario» '''. NaturnlmenLe, Metternich si affrellò a smentire, ass icurando non essere assolutamente nella mente del Gabinetto di Vienna intervenire negli affari degli altri
16 G. H UBNER. Op. r ifa/a . p. 35. "" A. d i Rcvcl a Sali MarzallO, ili data 4.2. I 848. in F. O ; RATO, Sardegna e Gran Rretag11a c it. ,
l pp. 37-4 1. 67
A. d i Rcvel a San Marzano. ili data 8.2.1848 , il,idem ., I, pp. 44-46.
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LA PRIMA GUERRA D'I DIPENDE. ZA
Stati italiani. «La sola questione che potrebbe fare eccezione - rilevò il cancelliere - sarebbe se si venisse a chiedere la separazione della Sicilia dal regno di Napoli, ma questo sarebbe più un problema europeo che particolare della Casa d'Austria» 0 ' . A Vienna, comunque, regnava l'attesa di qualche cosa di grave in Italia, un qualcosa perfino più preoccupante del dissesto finanziario che gravava minaccioso sull ' impero. li 2 1 febbraio Metternich disse al conte Htibner: «Da più mesi l'Italia mi preoccupa nel più alto grado. Il fuoco vi cova sotto le ceneri (... ). Nulla è più necessario che mantenere contatto continuo e diretto coi diversi governi italiani; Santa Sede, Napoli, Toscana, Parma, Modena. Quanto al Piemonte, la defezione del nostro antico alleato non è più che questione di tempo ( ... ). Bisogna che ci prepariamo ad intervenire. Se si potrrà farne a meno, tanto meglio, giacché, per noi come per il governo del re Luigi Filippo, l'intervento può far sorgere dei particolari sui quali non mi fo alcuna illusione. Tuttavia, se abbisognerà interverremo» 6<,. Invece, dopo i disordini di alcune città nel Lombardo-Veneto, arrivò improvvisa l'allarmante notizia della rivolu zione di Parigi. Il 22 febbraio il popolo pa1igino scese nelle strade ed alzò le barricate. [n tre giorni spazzò via tre successiv i governi ed una dinastia. la sera del 24, dopo l ' abdicazione di Luigi Filippo su vigorosa pressione popolare, veniva proclamata la Seconda repubblica, una repubblica che per quattro mesi sembrerà sulla via dell 'estTernismo giacobino.
,., A. <li Revd a San Ma rzano in data 18.2. 1848. ibidem. pp. 52-53. '" G. H Oll NER . O/>. t·iwrn. pp. l-2.
Capitolo II LA DECISIONE POLITICA
1. LA RIVOLTA DI MILANO.
Se il 1830 era stato l'anno della «1ivoluzione incompleta», il 1848 rappresenta veramente una svolta di portata storica per l'intera Europa ottocentesca, anche" se le insurrezioni più o meno sim ultanee che sorsero quasi ov unque furono prive di indirizzo unitario e rivolte ad obiettivi differenti. T problemi erano simili, i programmi sembravano analoghi, ma le reaJtìt b eali si differenziavano e perciò condussero conclusioni diverse. Il 1848 possiede una connotazione forse non riscontrabi k in altri momenti della stmia europea. È guidato da entusiasmo patriottico, da fede religiosa, da generos ità e speranza. È sv iato da ambizioni cd egoismi, da impulsività e cautela, da rifiuto di programmazione, da eccesso di fiducia , da imprudenza, velleitaiismo ed illusioni. Di tutti i popoli in agitazione, nessuM era disposto a battersi a favore del vicino, eccezion fatta per singoli indiv idui. I sommovimenti, quasi ovunque di origine borghese, non coinvolsero le masse. «Le rivoluzioni del 1848 non furono, è importante ricordarlo, rivolL•. zioni proleta1ie; furono rivoluzioni fomen tate e dirette da intellettuali priv i di esperienza politica, non da uomini d'azione. Di qui i loro programmi e le loro politiche estremistiche; imbevuti dell'idealismo di una generazione cresc iuta in un clima romantico, essi non tenevano abbastanza conto dei fatti» '. Per l'Italia, il 1848 fu la prim a affermazione di una volontà nazionale di risolvere da sé il proprio problema. E, per quanto ineguali e perfino contraddittori, lasciò segni rilevanti in tutta la Nazione. Sin dal suo iniz io era facile vedere quanta forza avesse acquistato il fem,enlo nazionalistico e come si profilasse l'eventualità di uno scontro am1ato. Carlo Alberto si era perciò indotto a prendere alcune precauzioni. Pur lasciando i reggimenti sul piede di pace, il 10 gennaio fece chiamare alle armi la classe cli leva ciel 1827. non congedare quella del 1826 e richiamare i contingenti di fanteria e del treno cli provianda del 1825, i bersaglieri del 1824 e l'artiglieria e genio del l~23. In tal modo calcolava di raggiungere 44.000 uomini. Sia ben chiaro, tuttavia, che si trattava di misure di carattere genera le , come precisò il San Marzano ad Adriano di Revel: «Sua Maestà ha reputar.o opportuno aumentare momentaneamente la ' C. Pot !TIIAS. Le rim /u: ioni del /1,4/ì, in Storia dd Mondo moderno, Camhri <lge University Prcss, Gar.rnllli, M il ano 1970. p. 49 5.
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forza del la sua annata in relazione alle attuali circostanze dell 'ltal ia che gli sono sembrate abbastanza gravi da giustificare tale misura»2 • l rapporti del governo sardo con quello aust1iaco si facevano sempre più freddi. Non a caso il ministro delle Finanze, Ottavio di Revel, scriveva al frat.ello, Adriano, ambasciatore a Londra: «Le nostre relazioni con l'Austria han preso un carattere quasi ostile. Buoi è molesto ( ... ). Cerco a guadagnare tempo (... ) ma ciò che ritengo più probabile si è che tosto o tard i saremo alla guerra (... ). Si farà la guerra? Se si farà, Dio solo sa guaii ne possano essere le conseguenze, ma con tale probabilità il mio dovere speciale è di non farmi trovare sprovv isto di denaro (... )»j. L'accentuato distacco con l'Austria, peraltro, non impediva il permanere di notevoli dubbi nei confronti del governo cli Parigi, tanto che a metà febbraio il rappresentante francese a Torino comunicò al Guizot che tutti in Piemonte diffidavano del la Francia. ln siffatta atmosfera, la notizia della caduta cli Luigi Filippo, giunta a Torino il 27 febbraio, piombò Carlo Alberto in gravi timori circa il possibile rinnovarsi di un'espansione rivoluziomu-ia in Europa. Tutti i torti non li aveva. A prescindere dal fatto che non appena proclamato il regime repubblicano , il governo provvisorio aveva dichiarato la necessità di costituire un'armata delle Alpi di 62.000 uomini , tale da fronteggiare la duplice eventualità che il re di Sardegna si unisse all ' imperatore d'Austria per annientare la Seconda Repubblica, oppure che si volgesse contro l'Austria per impadroni rsi della Lombardia, i p1im i di marzo la situazione mostrava già segni cli deterioramento 4. L' atteggiamento francese alimentava ogni speranza liberale, dalle moderate alle estreme. il Man(feste à l' Europe, ossia la circolare inviata il 4 marzo ai rappresentanti diplomatici dal Larmutine, un poeta entusiasta e sognatore proiettato alla gui da del 1ninistero degli Esteri dati 'ebbrezza delle circostanze, rassicurava i governi europei ... sostenendo che i trattati del 1815 dovevano essere modificati, qualora richiesto dalle circostanze e dal desiderio delle nazioni; che al le nazionalità oppresse ed ansiose di ricostituirsi sarebbe stato offerto aiuto e che, in definitiva, i popoli d 'Ttalia avevano tulto il diritto di un irsi in una patria italiana: «Se gli Stati indipendenti d 'Italia fossero invasi, se si contrastasse loro a mano armata il diritto di allearsi fra loro per il consolidamento di una patria italiana , la Rep ubblica francese si crederebbe in diritto di ' San Marzano a A. d i Revel in data I 0. l. 1848 in F. C URATO, Sardegna e Gran !Jreragna cil. , [, p. 27. ' O. d i Revel ad A. di Rcvc l in data 3.1 . I 848. ibidem, pp. 2-3. ' «Era evidente - sc risse Julcs Bastide. segre tari o generale agli Este ri rrancese - che gli avvenimenti di Francia avrebbero provocalo un contracco lpo in Lombardia e che, se una guerra di principi doveva scoppiare, sarebbe slato là che ancora una volta si sarebbero scontrale «/'idée répubblicaine d' indépe11de11ce er /' idée de proprieré monarchique ». na dell e prime cure del govern o provv i orio doveva dunque essere. e lo fu , di rac cogliere un corpo d'annata ai piedi delle Alpi , sulla frontiera del Varo. L'effetLivo di questo corpo, nel mese di m arzo, era di 30.000 uom ini» (L. CIIIALA , op. citata , p. 407).
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prendere le mmi essa stessa per proteggere questi movimenti legittimi di sv iluppo e di nazionalità dei popoli (.. .)»' . Ce n'era abbastanza per alJ armare non solo l'Au s tria , ma pure i I Piemonte, che mai avrebbe potuto accettare un intervento francese in Lombardia con chissà quali sviluppi. «L' orage gronde trop près de nous scrisse il 2 marzo San Marzano ad Adriano di Revel - pour que nous n 'ayons pas le devoir d' uviser des éventua!ités dont il n' est pas don né à I' homme de prévoir toute I' étendue. Le Roi a en conséquence réso!u de comp/éter ses armements e/ il vieni de donner dans ce hut des dispositions qui seront éxécutées immediatement» 0 • Il giorno innanzi erano state richiamate le classi del 1822, 1823 e J 824 della fanteria cli linea, di cavalleria e del treno di provianda; • quelle del 1820, 1821 e 1822 per l'artiglieria ed il genio; quelle del 182 1, 1822 e 1823 dei bersaglieri. Questa vo lta, pur trattandosi ancora di misure sostanzialmente generiche, erano in primo piano le sgradevoli sensazioni ispirate dai poco tranqu illizzanti propos iti della nuova ri voluzione francese . Nella stessa lettera il San Ma rzano incaricava il R evcl di ch iedere consigl i a Palmerston e di esprimergli in modo convincente «l'intera fiducia che il Re nostro sovrano continua a riportare nel sostegno e l'appoggio che ha costantemente trovato nel! ' Inghilterra». La risposta di Adriano di Revel fu molto chiara: l'Inghiltena non desiderava affatto intromettersi negli affari intern i della Francia ed avrebbe riconosciuto qualunque forma cli governo i francesi si fos sero dati. «Per il momento - scriveva ancora il Revel - non si crede ad una guena imminente (...). Tutti gli occhi sono rivolti verso la Lombardia, ove si teme un ' esplosione che , oltre alle conseguenze per l'Austria, potrebbe imbarazzare gli Stati vicini » ' . Carlo Alberto era in costante oscillazione fra i tim ori provocati cli volta in vo.lta dagli atteggiamenti frances i e l' idea fissa cli I iberare l 'Italia dall ' Austria, e non sapeva ri solve rsi . Le preoccupazioni nei confronti de lla Francia riguardavano le notorie mire cli questa sulla Savoia e su Nizza, nonché la poss ibilitù di una intromissione nel M ilanese. TI desiderio cli battersi per la causa italiana si 'racluceva nel la estrom issione dell'Austria dal Lombardo-Veneto. Se, in sostanza, la sicurezza delle province occidentali del reg no poteva essere garanti ta da provvedimen ti difensiv i, quanto in un modo o nell 'altro concerneva la Lombardia comportava una scelta offensiva. Ora , in luogo cli preparativi con creti e di una programmazione basata su un vero e proprio piano operativo, come necessario ai fini di una guerra offens iva , per gi unta desiderata cd idea-
(ll A. DE LAMAJffll\'E. h ois mois (/ I{ po111•oir. Pari.I 1848, pag. 75 -77. in E. ANCH IERI, op. ci/ap. 56. '" San Marzano a A. cl i i< evel in data 2.3. 1848, in F. CURAJ"O, Sardeg11a e Gmn Rre1ag110 cil. , 1, p. 62. " 'A.d i Reve l a San Ma rzano in data 3.3.1848, ibidem .
la,
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lizzata, affiorava un atteggiamento incerto, irresoluto. Molto v1cmo al vero sembra il giudizio di un contemporaneo su Carlo Alberto: «Il suo carattere era un complesso di buone aspirazioni ed ambizioni, delle quali nessuna rinforzata da decisione assoluta»". Ecco, dunque, che i richiami effettuati rappresentavano una misura cautelativa contro la Francia e non un provvedimento preliminare contro l'Austria, la cui pre ·enza in Italia pure continuava ad assillare lo spirito del re. Da ciò, strane incongruenze. Non altrimenti si può definire la risposta del conte di Castagnetto al conte Torelli, presentatosi il 4 marzo a Torino per esporre le condizioni della Lombardia e di Mi lano in particolare « come da un momento al l'altro potessero scoppiare le ostilità» . «Ebbene sappia rispose Castagnetto - che noi abbiamo chiamato anche l'ultima classe sotto le anni: ben vede se siamo deliberati». Purtroppo la «deliberazione» tutt'al più si manteneva in pectore e la dislocazione delle truppe non co1Tispondeva affatto al ventilato proposito antiaustriaco, come rilevò lo stesso Torelli con giustificata perplessità '1• Per contro , alcuni giorni più tardi, si presentò al re il conte Martini. Veniva da Parigi, dove aveva avuto modo cli avvicinare personaggi della scena politica, ed affermò che il governo provvi sorio non era animato da propositi incendiari in Italia e che i patrioti italiani invocavano l'aiuto dell'armata sarda. Carlo Alberto, dopo aver posto numerose domande, finì per promettere che «se Milano fosse seriamente insorta, egli e i suoi figli il suo esercito e il suo popolo, sarebbero corsi all e armi e avrebbero sostenuto il movimento nazionale lombardo»'". Promessa non seguita eia alcun atto concreto a favore dell 'approntamento dello strumento bellico , forse anche perché il nuovo governo costituzionale si trovava in corno di formazione, o forse per scarsa fiducia in un 'insu1Tezione di tali dimensioni da presentare possibili tà di successo 11•
*** La repentina trasformazione francese eia monarchia costituziona le a «Repubblica sociale», secondo l'appellativo che andò di moda, ed il rinnovarsi di forti istanze nazionaliste in Germania, Polonia, Ungheria ed Italia impensierirono vieppiù le due Potenze periferiche del continente, l 'Tnghilterra e la Russia. Non che esistessero veri e propri interessi comuni, troppo profonde essendo le differenze politiche e sociali dei due paesi, ma almeno un obiettivo ' Gi udizio de l generale Genova di Revel, ripo11ato da L. CHIALA , op. r.:itata, p. 15, n. 2. Ricordi intorno alle ci11qlle giornale, Hoepli , Mi lano 1876. p. 30. "' ln L. CH IALA, op. cirata, p. 29. " Secondo Em ilio Visconti Venusta, il quale nel niarzo 1848 si trovava a Mi.lano, Carlo d'Adda lo aveva informato che «Carlo Alberto e il suo governo dubitavano che Lma rivolta popolare potesse resistere ad un esercito agguerri to. E da Milano si rispondeva che essi non avrebbero provocato l"insunez ione» (in N. Rooou co, op. citara, pp. 287-288). • L.TOI<ELLI ,
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si presentava uguale per entrambi : evitare il probabile caso derivante da uno sconvolgimento dell 'equilibrio di potere stabilito dal Congresso di Vienna. Perciò il governo di Londra pensò soprattutto a dissuadere la Francia da vel leità rivoluzionarie e di espansione, e la corte di Pietroburgo a controllare la Prussia nelle sue mire sulla Polon ia ed a sostenere l'A ustria nel reprimere quals iasi movimento liberale. Chi si rese lucidamente conto delle opportunità fornite dal momento fu Lajos KossU:th , l'indiscusso capo dell'opposizione ungherese , il quale in un discorso appassio nato chiese che la dieta inviasse un indiri zzo for male alla Corona. Il suo programma non tanto si traduceva nella rivendicazione di misure liberali, quanto presentava come «fondamentale ed essenziale» che l'esec uzione cli dette misure venisse affidata ad un «governo naziona le, indipendente da ogni intervento straniero». A giudizio unanime fu la mossa che dette il via al1a rivoluzione '". L'eco del discorso raggiunse rapidamente Vienna e si unì alle notizie provenienti dalla Germania, ove la concessione della costituzione era sempre più apertamente pretesa. Ormai, dovunque si intendeva fruire delle libertà cli stampa, di istruzione, di religione, e di costituire organi smi veramente rappresentativi delle istanze popolari. Metternich non s i rassegnava. Coniava anche sugli accordi sottoscritti nella convenz ione di Berlino (15 ottobre 1833), secondo i qual i ognuna delle tre Potenze (Austria, Russia e Prussia) aveva il diritto cli ricevere aiuto dalle altre due «nel caso di disordi ni interni. come pure di mi nacc ia esterna al Paese» e «nel caso di intervento di altra Potenza esb·anea intesa ad opporsi a tale concorso, queste tre Corti considererebbero come di retto contro ciascuna di esse qualsiasi atto ostile intrapreso a tal fine». Pensò di organizzare una conferenza di sovrani ma era tardi, troppo tardi: oltre alle riforme , la folla in tumulto chiedeva ormai , a gran voce, le dimissioni di Metternich. La sera del 13 marzo, sfuggita la si tuazione al contrnllo delle autorità, Ferdinando I concluse una discuss ione del Konferenzenrat (Consiglio di conferenza, per l'esame al massimo livello dei temi di politica generale), che si stava trascinando senza pervenire a sugge1imenti concreti, con un: «Dopo tutto il sovrano sono io e la decisione spetta a me. Dite al popolo che accetto tutto» 13 • La notizia della caduta di Metternich si diffuse per Vienna con la velocità del lampo , suscitando ovunque felicità ed enlLtsiasmo. Più tardi, in una lettera al conte von Hmt ig, il vecchio cancelliere osservò che il male più grave della Monarchia era il «non governare», e ciò dipendeva dal fatto che non era capita la di fferenza fra «amministrare» e «governare» . «11 potere no n utili zzalo ammonì - finisce sempre per provocare il croll o di tutta la strullura statale» . In questo aveva perfettamente ragione! Il mattino ciel 15 un rescritto dell'impera" C.A. MACARTNEY, l'impero deg li Asburgo. Garza nti, l'vlilano 1976, pp. 373-374 . " !/,idem, p. 380.
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tore partecipava la determinazione di «riun ire entro il 3 luglio intorno al ostro trono rappre entami degli Stati dei Nostri regni austTo-tedesco e slavo e le congregazion i centrali del No. t:ro regno Lombardo-Veneto, allo scopo di prendere atto del loro consigl io ulle questioni legislative ed ammini trat ive» ". on fi g urava la pericolosa parola «co tiiuzione». 11 fallo era che nell ' impero austriaco il problema costituz ionale si trovava legato a filo dopp io con quello de ll e nazionalità. Ricono cere il primo principio equivaleva ad accettare il secondo. Una monarch ia plurinazionale ne sarebbe u cita disrrutta. E, invece. ad Ottocento inoltrato i p poli pretendevano l'uno e l'altro. Tutti i numerosi comizi di liberali e demo ratici e radicali rifiutarono la formula citata ed una fo ll a minacciosa si raccolse ancora davanti alla Ho lòurg. E l 'imperatore cap itolò: la riunion in argomento avrebbe trattato «della costituzione che abbiamo deci o di eone dere» " . Se a Vienna la ri volt a si era placata, Milano dava inopinatamente fuoco alle polveri. Le prime noti,: ic dei di sordini vienne i giunsero a Venezia il l6 ed a Milano il 18 marzo. Arr ivavano con ·use, però tutte confem1avano un dato significati vo: Mertemich ra staio costretto al:le dimissioni! Mentre cominciavano a circolare voci esagerate e commenti di esa ltazione e di timore, pervenne ai due governa tori del om bardo-Venet.o la nota uffLciale: «Sua Maestà I.R. l'imperatore ha determinato di abolire la censura e di far pubblic,u-e solleci tamente una legge sulla stampa. nonché di convocare gli Stat i dei regni tedeschi e . lavi e !e Congregazioni Centrali del regno Lombardo-Veneto. L'adunanza avrà luogo al più tardi il 3 del pro. s imo venturo mese di luglio». Non era molto, a dirn il vero. però venne interpretato e me un pa ' o decisivo verso l'accoglimcnlo delle i lanzc liberali. Ovunque le citlà chie ero l'immediata attuazione delle promes: · e J" i tiluzione della guard ia civica: e dovunque, col te alla sprovvista, le autorit1Lle concessero temperando le con qualche limi tHzione cautelativa. fl progressivo sen ibile deteriorarsi della situazione non poteva sfuggi re ad alcuno. Da qualche mese Radetzky insisteva per la proclamazione della legge marzial e. Ques ta comportava sem plicemente J"applic:1:Gione del clirillo stata.rio, cioè di una pr< cedura sommaria per i delitti comuni. però da poco Lempo - daJrouobre 1846. epoca della ·ua in tauruzione in Galizia - tale procedura era stata estesa ai delitti politi ci (alto tradimento e gr:tve tu rbati va del !' ord ine pubhl ico). Benché autorizzalo dal I'impen tore nel novembre I 84 7 ·-1 far uso del pr vvedimcnto. il viceré Rani eri non aveva 1itenulo fosse ancora il ca o di adottarlo. considerata l'assenza di una min accia di aperta rivolta e la po, sibilità di fro nteggiare I circostanze con i mez.t.i ordinari a disposizione del ' ' 1/Jidem, p. 382. Il rescriuo rispondeva ·1<! una perii.ione ino ltrata il 12 ge nnaio da lla congregazione l'.emralc lombarda per onencrc ,,re~i.sienza politica del Regno Lombardo-VeneLO con fonne ed is1i1u1.ioni sue proprie». '·' Ibidem.
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governo e della polizia. Radetzky protestò: «L'ordine sociale è prossimo al col lasso (... ). Potremo dare scacco alla rivo luzione solo tramite la paura(. .. ) non c 'è tempo da perdere ( ... ) altrimenti scorreranno fiumi di sangue» '6. L'arciduca Ranieri non si lasciò commuovere, ma da Vienna, dove i dubb i ed i timori crcscevm10 anche per «la reciproca mancanza di rispetto e le lamentele che le autorità civili e militari del Lombmdo-Veneto si scambiavano», iI 19 febbraio partl l'ordine di dar corso alla legge marziale , visto che a Pavia ed a Padova si erano verificati nuovi gravi incidenti e non si voleva si ripetessero su scala più grande. A Milano il decreto fu pubblicato il 22 ed a Venezia Ire giorni dopo 17 • Almeno inizialmente i risultati parvero rispondere alle aspettative tuttavia · contegno del governo austriaco nel regno soffriva di troppe tilllbanze. Tl disorientamento apparve evidente agli occhi dei milanesi quando seppero della silenziosa pmtenza del viceré e del governatore Spaur per Verona all ' alba del 17 marzo. Il trasferimento era dovuto ali' intento di porsi sulla linea di comunicazione ciel Tirolo per realizzare più sicuri e rapidi contatti con l'Austria, ma fu interpre tato come debolezza politica e fuga di fronte a temuti disordini . Rimaneva a Milano il conte O 'Donnell, vice governatore , pressoché privo di istruzioni e per certo impari al compito. I milanes i ardevano per entrare in azione, ma tra i gruppi dirigenti non esisteva accordo. Più numerosi erano i moderati con alla testa il podestà, conte Gabrio Casati, più avventurosi i democratici con Cesare Correnti. I primi miravano a cacciare gli aus triaci e ad unirsi al Piemonte; in questa ottica intendevano promuovere pacifiche manifestazioni popolari sì da indurre Carlo Alberto a muover guerra ali' Austria, convincendolo che l'impresa non presentava difficoltà e che il suo anivo sarebbe stato accolto con entus iasmo. T secondi ponevano una p regi udiziale sine qua non: l'unione poteva farsi soltanto dopo che Carlo Alberto avesse introdotto nel. suo regno le riforme liberali invocate, alt1imenti il popolo «che non ha dinastie da salvare, né retaggi aviti da mettere al sicuro» avrebbe risolto la partita con la rivoluzione. C'era poi una terza tendenza, rappresen tata da Carlo Callaneo ed ostilissima a Cm:lo Alberto, che riteneva preferibile e possibile conquistare la libertà per mezzo di un'opposizione legale, vale a dire con una pressione ins istente . sul governo austriaco - escludendo un sanguinoso «insurgimento cli popolo», i cui risultati ultimi sarebbero stat i deleteri per la Lombardia - e puntare sugli effetti naturali del rapido ed ineluttabile svolgersi degli eventi nel1'ambito dell'impero asburgico " . In definitiva, Casat i inclinava per l' annessio" Radel;,ky all ' arciduca Ran ieri in data 2.12. 1847 in A. SKED, op . citata, p. 187. " Sem hra che a Mi lano regnasse un certo sce tti c ismo sull a app licah ilità del giudizio statari o. Molli pensavano che sarebbe rimasto lettera morta , «g iacché - d iceva il generale Schonhals - il tradimento e la di saffezione sono dappertuno: ne l Palazzo reale ano rno al Vice ré , negli uffici del governatore, nell e aule d i udienza dei tribunali , nelle delegazioni in Municipio e persino su l pulpi to e nel confessionale" (A. SKED, op . ci/ara , p. 57) . "C. C ATIA>IEO, op. citala. p. 13.
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ne immediata al Piemonte, Correnti si riservava cli decidere a tempo debito ma propendeva per il no; Cattaneo preferiva a Carlo Albe1to una soluzione federale nel quadro imperiale 1'1. Di queste tendenze Carlo Alberto conosceva la moderata perché i contatti che venivano coltivati a To1ino erano appunto di siffatta matrice, ma sapeva anche esistere una fazione animata da un sovversivo repubblicanesimo. Da Milano arrivavano più esortazioni ed invocazioni che informazioni, più enfasi che precisione. A titolo di stimolo fu chiarito che prima del termine di marzo «volere o non volere la disperazione del popolo partorito avrebbe qualche tenibile caso», però il re rimase scettico 10 . Il 18 marzo scoppiò la rivolta. Preparata come dimostrazione dei democratici, prese rapidamente cons.istenza e divenne torrente. I democratici trovarono presto la linea di condotta da seguire. Bisognava non allarmare j moderati, i nobili. Spinti avanti, questi, che possedevano titolo per chiedere l'intervento piemontese e per riscuotere la fiducia della cittadinanza, avrebbero dato vita ad un governo provvisori o e si sarebbero esposti per prim i. «JJ forno ora è ardente - disse Conenti - e la prima cotta brucerà; servate i nostri amici per la seconda»1 1. Di buon mattino, dunque circolarono in città manifestini che invitavano ad una manifestazione pomeridiana per proclamare «che il nostro paese intende essere italiano e che si sente maturo a libere istituzioni ». Casati cercò di bloccare tutto, scongiurando «si sospenda, si risparmi il sangue: il Piemonte entro due settimane farebbe la guerra ali' Au stria: promessa a lui fatta dallo stesso re». Era troppo tardi 22 • Nel pomeriggio si accese subito il confronto n·a dimostranti e soldati e corse il sangue. Ormai il dado era tratto. Radetzky era stato colto assolutamente di sorpresa, i I che pare quasi incredibiJe. Non soltanto da almeno tre mesi profetizzava allo Hofkriegsrat la probabilità di un 'esplos ione rivoluzionaria nel Lombardo-Veneto, non soltanto il 19 febbraio aveva scritto al conte Hardegg che «il minimo colpo clall 'esterno
''' A Cattaneo fo rtemente milan ese, appariva più che plausibile l' ipotesi di un complesso politico comprendente Lombardo-Vene to, Toscana e ducati ne ll 'an1bito dell ' impero asburgico. «l i 4uale ultimo di segno - diceva - avrebbe rim osso parecchie diffi coltà diplomatich e; poiché la casa cl ' Austria non rimarre bbe spossessata, ma so lo di stribu irebbe in nuovo modo i suoi possediment i. E pe rciò vi sarebbe stata o meno a comballere prima e meno a temere poi; otto mi lion i di anime, da Ve nezia a ll'Elba. fa cevano un regno bastevo lme nte fo rte per terra e pe r mare. e cerL an1entc meno gesuitico e meno fe udalesco. e pi ù libero e ancor più itali an o» (op. citala , p. 130). Co n la q ual cosa è ev idente che lo stesso dilemma rc pubbli ca-monarcl1i a passava in secondo piano. Chi Cattaneo intendeva scartare ad ogni costo era Carlo Albe rto. Per la prec isione, intendeva scartare anche le province meridi onali dell a peniso la. cons iclcrandole «una catena al pierle» per le regioni più progredi te. " F. PINELLI, op. ci/ala, 111, p. 185. "T. M ASSARANt, Cesare Correnti. Ro ma 1890. p. 123. in G . SA l.VEM IKI. vp. citata. p. 59. " G. SA LVEM JN I. ibidem.
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farà senza dubbio precipitare [a situazione e la rivoluzione scoppierà in tutto il regno», ma da qualche giorno - come ammise egli stesso il mattino del 19 marzo - stava ricevendo no tizie circa «una sollevazione che avrebbe dovuto aver luogo a Milano il 18 }>, epp ure sino a ll'ultimo non gli sembrò «verosimile»" . Adesso , ricevuto dalla munici pali tà l ' invito a fermare «ogni misura che tenda ad esacerbare gli an imi », rispose alle I 8,30 intimando il disarmo immediato dei cittadini e minacciando il. cannoneggiamento ed il saccheggio.
2. L'T
TERVENTO PIEMONTESE
Torniamo alla posizione di Carlo Albetto. Il 1. 6 marzo entrò in funzione il primo ministero costituzionale, retto eia Cesare Balbo, con Lorenzo Pareto agli Esteri ed il generale Anton io Franzini alla Guerra. Non era stato semplice metterlo insieme à causa del delicato problema di dotarlo cli un certo grado di rappresentatività effettiva. Proprio i ministri dimissionari avevano raccomandato di dare al governo un colore chiaramente liberale includendov i esponenti dell' inqui eta città di G nova. Primo impegno f1l la promu lgazione clell 'edito elettorale, predisposto con l'intento d i armo ni zzare il principio del censo con quello della capacità personale. Ma c'era anche un altro argomento scottante da esaminare. Negli appu nti presi da Balbo nel corso di una riunione prelimimu·e, tenuta in casa sua il 14 con i ministri designati , si legge : «Sulla ques tione della con dotta da tenersi rispetto ali' Austria, tutti i presenti convengono nella sentenza che nulla potrebbe giustificare un 'aggressione per parte nostra , né una violenta provocazione. Nessuno mette in dubbio la legittimità, la necessità, l' urgenza di un armamento che possa, quando le forze nostre lo permettono, _porci in grado di respingere un 'aggress ione per parte degli Austriaci e cli spingere la fortuna della armi»~·, frase piutto~to invol uta e poco chiara, ma secondo la quale, in sintesi , tutti si trovarono d 'accordo nel giudicare sufficiente «fare i prepara tivi occorrenti nel caso cli una gueITa coli ' A ustria , ma senza provocarla» 2i . Ali 'alba ciel 19 Carlo d'Adda ed E nrico Martini si presentarono al palazzo reale. Introdotti dal conte di Castagnetta, informarono il re dei moti milane23
A. SKrn, op. cirara . p. 23 0. PASSAMONTI, laforma:ione e il pmgrnmma del 111 i11is1ro Ba/ho, in Rt1sseg11a Storica del N.isorgime1110, 1914, fas~. VI. p. 883. " E . R1cnrn , Vita di Ce., are Bo/bo . Le Monnicr. Firen ze 185 6, p. 260. Secondo il gi udizio di Amedeo Moscat i: «Cesare Balbo mc1urc sovente ebbe la v is ione esatta dcgl i eventi c he si ancbvano determinando e delle vie cli governo che fosse necessario tenere per sfrultar li e gu idarl i, apparve poi specialrnemc d isadatto alla prati ca c>pe ra cli gc>ve mo (. .. )» (A. IV!osCATI. / ministri del 1848 . ,., E.
Salerno 1948).
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si e della fiducia che la ci tfi1 riponeva nell ' aiuto del Piemonte. Carlo Alberto rimase «sconcertato» dall ' inattesa notizia; spiegò che quando aveva parlato cli guerra aveva inteso riferirsi <<ad un caso regolare e non d ' urgenza» e che aveva bisogno di tempo per «raggruppare le truppe sparse per gli estremi confini». A parte ciò, non poteva esimersi dal ris pettare le regole della diplomazia internazionale, quindi bisognava che egli «paresse tratto a forza ad intervenire». Questo si sarebbe verificato ove gli austriaci avessero violato il territorio piemontese oppure se un governo provvisorio (o un buon numero di notabi li) avesse invocato esplici tamente l'aiuto militare del regno di Sardegna. Intanto egli avrebbe convocato il consiglio dei m in ist1i per la determinazione de i pùmi provvedimenti eia ass uniere. Ins istendo il d 'Adda per un intervento immediato, anche lenendo presenti le tendenze politiche circolanti in Lombardia, Cmfo Alberto chiese al suo interlocutore con un misto di ironia e di amarezza: «Sicché io dovrei andare a Milano a proclamare la repubblica?», ricevendo in risposta un preoccupante: <<Certo è che la repubblica sarà proclamata se vos trn Maestà non parte» 26 • A l termine dell' udienza reale, il Martini s i incaricò di recarsi a M il ano per riferire il pensiero del re. Nel primo pomeriggio il consiglio dei ministri stabilì di raccogliere al Ticino un corpo d'osservazione, di cui il re in persona si riservava di assumere il comando. In serata il generale Franzini ordinava lo schieramento delle truppe s u due linee: la prima da Novara a Voghera , la seco nd a da Vercelli ad Alessand1ia. Tn riserva due divisioni , una a Torino ed una a Genova. ll mattino successivo, 20 marzo , un nuovo visitatore si presentò al re a chiedere aiuto. Era il conte Arese, g iunto nella notte da Milano. La ri sposta cli Carlo Alberto fu data per scritto al Cas tagnetto : « Vous pou vez assurer ces Messieurs ll 'Arese era accompagnato dal d 'Adda] que j e donn e /ou1es /es dispos itions p ossibles; que quant à moi, je brCile de désir de leur p orter secours el que je saisirai l' ombre d' un pré/exle qui pourra se présenter» 17 • Piuttosto evasivo, se non sostanzialmente un dini ego, però giova considerare che Balbo, uscito dal consiglio dei ministri , aveva espresso la propria amarezza per la situazione nùlitare «lagnandos i dell'assoluta mancanza cli ogni appareccllio di guerra e della incomprensibile condotta dei mit1istri suoi predecessori, i quali anziché raccogliere e preparare l'esercito lo avevano disperso ai più lontani confini dello Stato» 2• . ln qual i condi zioni si trovava l 'esercito? Per quanto ri guarda l'efficienza , sono interessanti i giudizi di alcuni contemporanei. Secondo il Dell a .Rocca i
"' R. B oK r ADIN I, op . cilala , p. 290. " L. O 11 A1.A, op. ci rara, p. 350. '' lbide111, p. 349.
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dieci anni cli regno di Carlo Fel ice avevano «quasi interamente distrutti» gli apprestamenti militari, però le riforme attuate sotto Carlo Alberto ed in particol are i campi d ' istruzione avevano consentilo cli ridare alle truppe «una certa istru zione pratica», specie per l'azione combinata delle varie anni »'". Per Ferdinando di Savoia, «il nostro esercito ( ... ) era fatto per brillare nelle manovre, per abbagliare col numero, ma non un eserc ito di guerra: per modo che si sarebbe detto che mai si fosse pensato alla probabilità di una guerra» 10 • Per il Chiala il livello operativo «se era scarso quello dell' esercito di P linea, era nullo o quasi nullo (generalmente parlando) quello del! 'eserc ito di riserva», al punto che lo stesso Carlo Alberto a Peschiera, cioè dopo appena tre mesi di campagna, affennerà di aver ideato un simile strumento bell ico «dans le h111 de soutenir 1111e guerre d' indépendence dans I' interieur de notre pays, infinement plus que dans des vues d' expéditions !ontaines» " , una giustificazione tutt'altro che convincente, anche se certamente l'annata sarda av rebbe offerto prestazioni migliori in una guerra di difesa contro un 'aggressione austriaca, non fosse altro perché non si sarebbe ve1ificaro il disastro logistico. Il generale Franzini, impegnatosi con encomiabile energia in un ' intensa attività organizzativa, non ignorava che, per quanto altri numerosi richiami fossero in corso (provincia!i delle classi 1822, I 823 e I 824 di cavalleria e l819 d i artiglieria), il lavoro da compiere richiedeva ancora tempo. Mancavano cavalli per la cavalleria, i cui reggimenti erano perfino al di sotto dell ' organico di pace; per l' artiglieria. cli cui cinque batterie resteranno in Piemonte proprio per tale carenza; per gli equipaggi da ponte, cui verranno procurati dal governo provvisorio di Pavia il giorno precedente l' ingresso in città di Carlo Alberto; per i serv izi di campagna. DifeLLavano per giunta buone carte topografiche della Lombardia, che saranno manciate dal governo provvisorio cli Milano nei primissimi gio rni di april e ;,_In definitiva , all'atto della mobi Iitaz ionc, sotto nessun aspetto l'esercito era orientato e preparato, né sotto quello della dis locazione preliminare, né sotto quello dei servizi di campagna (per non parlare del piano d'operaz ion i). Carlo Alberto, dunque, sapeva di poter contare subito su circa 40.000 uomini sparpag liati nelle varie guarnigioni. per giunta gravitanti verso la front iera francc:c , e non in condi zioni cli scendere in campo: sapeva che Milano chiedeva concorso più che aiuto e si 1iscrvava ogni decisione sul futuro politico; sapeva che Venezia era insotta con palesi segni repubblicani ; vedeva che gli altri Stati italiani per il momento si li mitavano a guardare con dubbia intenzione di dare una mano al Piemonte; che i primi volontari arriva-
'
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E. Di::tLA ROCCA, op. CÌ/ala ,
p.
16],
'° Comando de l Corpo cli Stato Maggiore (CCSM). Rela:ioni e rapponi ufficiali sulla u1111 pafi11a del 1848 in Alta lwlia (in seguito Relazioni e ropporti 1848). Roma 191 O. vo i. I. p. 276.
" L. CHli\LA, up. citata, p. J9. '' Ibidem, pp. 32-33.
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vano privi di tutto tranne di entusiasmo e che esistevano già difficoltà a metter in piedi con essi tre battagli oni di bersaglieri; stimava l'esercito austriaco nel Lombardo-Veneto sui 70-80.000 soldati già pronti , senza calcola.re i rinforzi che probabilmente Vienna avrebbe spedito in Italia per domare la rivoluzione e sicuramente per condurre una guen a. Ad essere franc hi , secondo una valutazione tecnica compiuta a freddo, non si poteva che respingere qualunque tentazione di guerra aggressiva. Gli eno,i ne tl ' impostazione deJ problema strntegico, i ritardi dovuti ali 'inadeguatezza ed alla scarsa perspicacia politica, la reale sorpresa causata da un ' insurrezione che ness uno si attendeva così repentina, tutto ciò non sarebbe stato superato rapidamente dal solo entusiasmo e dalla partecipazione emotiva, e perciò disordinata e discontin ua, delle popolazioni cittadine. Anche gli inglesi sconsigliavano da passi avventati. Nesselrode, ministro degli Esteri russo, aveva fatto sapere a Londra che lo Zar deplorava gli avvenimenti del regno delle Due Sicil ic _e_non avrebbe 1iconosciuto né una forma di governo diversa eia quella in atto ;t1ma~separazione della Sicilia. «ln Lombardia - continuava - il suo appoggio morale è acquisito in antici po all ' Austria per le misure che essa prenderà per conservarne il possesso; e se gli attacchi che essa dovesse subire da un punto qualunque del] 'Italia, fossero sostenuti dal di fuori eia qualche Potenza straniera, il nostro augusto Signore non esiterebbe a considerare una simi le aggressione come un caso di guerra europea, e ad impiegare tutte le sue forze disponibili per la difesa del Governo austriaco»" . Pure Metternich si era ,ivolto a Palmerston, mettendo in guardi a dallo spirito rivoluzionario che circolava in Italia: poteva essere troppo forte perché il re di Sardegna riuscisse a dominarlo; poiché il Gabinetto inglese negli ulti_mi tempi s i era atteggiato a difensore del Piemonte, il Gabinetto austriaco chiedeva si convincesse Carlo Alberto ad evitare che sorgessero «complicazioni » fra Torino e Vienna 34 . Tutto ciò contribuì a rafforzare Palmerston nella sua opera di moderazione sul governo sardo : gli ordini costituzionali dovevano consolidars i, l'Au stria era spalleggiata dalla Pruss ia e dalla Russia, la guerra ali ' A ustria costituiva una viol azione cli trattati, occorreva ev itare di spingere l'attrito con Vienm1 sino ad un ' impari prova di forza le cui conseguenze non potevano che risultare drammatiche per il regno di Sardegna. Abercromby fu incaricato di dire al marchese Pareto che l'Inghilterra approvava pienamente le misure difensive prese «senza ostentazione» dal re, invitandolo peraltro «a concertarsi con l Austria nei provved imenti da assumere in comune, nel caso in cui la Francia ci il P iemonte] attaccasse o volesse attraversare con la
r=
'' Nesselrod c a Brunow in data 24.2.1848, in E. ANCli Jr,RJ, op. ciww, p. 56. dr. A. di Rcvel a San Marzano in data 14.3.1848, in F. CURATO, Sardegna e Gran Rreragna cii., 1, pp. 70-73 . ~ A.d i Revel a San Marzano in data 14.3.1848 cirara.
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forza gli Stati del Re per invadere la Lombardia» " . In sostanza, il governo inglese cercò in rutti i modi , tranne una protesta fom1ale , cli trattenere Carlo Alberto e l'ambasciatore Abercromby rimase fino ali' ultimo convinto di poter evitare una guerra, al meno sino a quando il suo amico Balbo fosse rimasto al governo 3' . Quanto alla Francia, lo stesso Lamartine, conosciuta l'insurrezione dj Vienna, scongiurava, tramite Gioberti, dall'invadere la Lombardia in quanto l'atto avrebbe provocato un conflitto generale, coinvolgente anche la Francia, e disLrntto le speranze di «provvedere all ' indipendenza italiana e ad un rinnovamento di Europa per via di Congresso» ·" . Insomma, come pensare di attaccare, in queJle contingenze, un impero che, pur scosso da tri bolazioni interne di difficile interpretazione ed altrettanto difficile soluzione, rimaneva in grado di schiacciare senza grande sforzo il piccolo Piemonte? Non era forse meglio limitarsi ad una guerra difensi va per respi ngere un possibilissimo superamento del Ticino da parte austriaca - una volta domata l' in surrezione di Milano - per imporre il disarmo piemontese e rovesciare il governo costituzionale? Si mile mossa austriaca avrebbe forse spinto gli altri Stati italiani a schierarsi a fianco del regno di Sardegna, anche se non sembrava il caso cli crearsi troppe illusioni. Per tre giorni, dal 20 al 22 marzo , Torino rimase priva di notizie da Milano, tanto da far ritenere che gli austriaci avessero stabi lito un blocco alla città. Il 22, in una seduta del consiglio dei ministri. venne discussa l'opportunità o non di un immediato ingresso in Lombardia, ma solo tre ministri si dichiararono favorevoli ad un gesto ciel genere '". Pera.ltro l'eccitazione divampava e, come è ovvio, provocava in tutto il Paese entus iasmi ed invocazioni di guena. Dalle regioni centrali e meridionali della penisola cominciavano a giun gere deputazioni, più o meno legittimate a parlare, che sollecitavano la guena; gli esuli accolti in Piemonte si agitavano anch ' essi: guerra! Sul piano degli obiettivi da raggiungere, nel mondo politico piemontese si riscontravano diversità di vedute. I moderati, Lullo sommato, puntavano su un ingrandimento ciel regno cli Sardegna in un regno cieli ' Alta Italia; i democratici perseguivano l 'intento di una federazione degli Stati es istenti; i mazz iniani co ltivavano l'ideale di un unità italiana di stampo repubblicano. Era comunque diffusa, in specie .,, A. di Revel a San Marzano in data 14.3.1 848. in F. CU RATO, Sardegna e Grnn Brelagna , cit., I, pp. 74-75. " Curiosamente , da parte austriaca la nomina di Balbo al governo fu valutata ben diversamente: «La sera abbiamo ricevuto una notizia importante cla Torino: Cesare Balbo è chiamalo al governo! Ciò equivale quasi ad una dicl1iarnzione di guerra » (G. Ht1BNER, op. citaw, p. 29). " Gioberti a D'Azeglio in dal~ 20.3.1848. in L. CHIAL,, . op. citata, P; 408. Cfr. N1COMEDE BIANCHI, Storia dornme111a1a della diplomazia europeo i11 lralia dal 1814 al 1861, voi. V. Un . Tip. Ed. , Torino-Napoli 1869, pp. 11 7- 118. " P. COSTA DE BEA UREGARD, Epiloxue d' /lii règ11e , Les dernière., a1111ées du m i C/wrles Alberi, Plon, Paris , I 880, p. 136.
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fra democratici e repubblicani, la convinzione che l'indipendenza dovesse derivare da un 'incontenibile pressione popolare. Non per nulla il 3 giugno, alla Camera dei deputati , Giovanni Lanza si opporrà a riconoscere in Carlo Alberto l' iniziatore della guerra d'indipendenza, per evitare che tale riconoscimento ponesse in non cale «uno dei precipui caratteri della presente guerra; come è quello di un popolo che si leva in armi e corre all'inimico prima che le sue truppe regolari siano enh·ate in campagna»". L' allusione era rivolta al successo delle cinque giornate di Milano. Il 21 marzo, quarto giorno cli rivolta, rappresentò una svolta cruciale. Radetzky stava ricevendo rapporti inquietanti sulla sorte delle guarigioni di Como, Bergamo, Brescia e Cremona. Incredibilmente, non riteneva pericolosa la situazione a Venezia, benché da un mese il conte Zichy lo tempestasse di affann ose richieste di aiuto e gli spiegasse che, se gli arsenalotti avessero liberato i 600 carcerati che lavoravano nell ' arsenale, si sarebbero impadroniti senza fatica cli 20.000 fucili con polvere e munizioni. Ora, comunque l'attenzione di Radetzky si incentrava sulla sorte di Milano, «sconvolta dalle fondamenta, tanto che è difficile farsene un 'idea» scrisse a Vienna. Scarseggiavano viveri e munizioni , alcuni reparti si trovavano isolati e vani risultavano gli sforzi per recuperarli. Colse, dunque, al volo l 'iclca avanzata dai consoli strnnie1i presenti in città di un loro interessamento circa una sospern;ione della lotta e, con la speranza di riprendere alla mano le tmppe e 1iacquistare la libertà di mov imento, si disse pronto ad accettare un armistizio di tre giorni. I moderati, che contavano sull'aITivo dei piemontesi, caldeggiarono l'accoglimento della protesta; i democratici, che sapevano cli dover battere il feno finché era calcio e non volevano l'arrivo dei piemontesi, ricusarono la tregua e comunicarono subito il rifiuto alla folla, la quale dalla strada gridò di gioia : «Guerra, guena! » ·10• Mentre la municipalità discuteva dell 'armistizio, arrivò il conte Ma.rtini. Era «uno di quegli uomini, come tanti ne produsse il periodo della nostra rivoluzione, ambiziosi, indipendenti, incapaci cli ubbidire, aventi idealità proprie irriducibili, e ai quali non era quindi consentito altro posto che quello cli capo partito. Alcuni h·a essi ebbero oltre a ciò energia indomabile, ingegno, coltura, potenza fascinosa; ed ebbero segui to. Gli altri mancarono di queste qualità, o non ebbero fo1tuna, e 1i masero degli eterni cospiratori, dei capi partito mancati, o dei solitari, che videro talora vicina la meta , ma non poterono toccarla» "1• II Martini, dunque, annunciò di aver parlato con Carlo Alberto, di cui spiegò la difficoltà formale ad intervenire se non espressamente chiamato in causa. In definitiva, suggerì di provocare la violazione del tenitorio piemontese eia parte ,. R. ROMEO, Dal Pie1110111e cit., p. 108.
'° C . C ATIANEO, op. cit. p. 68. " V. F ERRAR! (a cura), Carregg io Casari-Casragneuo ( 19 marzo- 14 011obre 1848), Soc ie lfi Scoria Risorg imento Itali ano. Milano 1909. p. XV de ll'introduzione.
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austriaca con qualche mossa ad hoc e di costituire un governo provvi sorio che offrisse al re la Lombardia. Com 'è naturale, si accese vivacissima una discussione tra le diverse tendenze, in special modo fra Casati e Cattaneo. li primo era certo la figura più rappresentativa perché podestà, ma il secondo spiccava come l' uomo forte . Davanti alle titubanze ed incertezze affiorate subito 1. 11 meri to all ' assetto forma le da attribuire alla rivolta, propose con energia la costituzione provv isoria di un Consiglio cli guerra che prendesse in mano le redini della lotta svolta da una popolazione ind isc iplinata, frazionata ed inespeita. La proposta fu accettata e Cattaneo divenne l 'anima del Consiglio ' 2 • Dato il suo carattere impetuoso, audace e deciso, si manifes tò subito inevitabile la cijvergenza di punti di vista con l'assai più cauto e politico Casati, molto preoccupato, fra l'altro, di mantenersi nella legalità. Cattaneo rifiutava di <- darsi al Piemonte». Per lu i lutte le case regnanti erano straniere e niente affatto disposte a far gli interessi dei loro popo li , quindi ,,ho la ferma credenza - affermò - che dobbiamo chiamare alle armi tutta l'Italia e fare una guerra di nazione», il che era, in quelle circostanze, più utotico che prematuro. «Se poi - aggi un se - il vostro Culo Alberto sarà il solo che venga a soccorrerci, avrà egli solo l'ammirazione e la gratitudine dei popoli e nessuno potrà impedire che il pae~e sia uno. In ogni modo è inutile che voi glielo diate; perché, s'egli vince, il paese resta suo ; e se non. vince, non sarà mai suo, nemmeno se glielo aveste a dare cento volte>>'", il che era egoisLico quanto il pensiero di Carlo Alberto, ma esatto. Per forzare la mano a Casati, Cattaneo finì per consegnare al Martin i un breve e secco biglietto: «Signor conte En ri co tarti ni; la c ittà è de i combatlent i che l' ha rmo conqu i,t:at:a; 11011 po,siamo ri ch iamarli da lle barricate per de li bera.re . No i battiamo none e giorlio le campane per clli amare aiu to. Se il Piemon te accorrn generosamente av rà la gratitudine de i generosi d 'ogn i opin ione. La parola grati tudi ne è la sola che possa far tacere la parola re pubblica e riu nirc i in un sol vo lere . La sa luto cord ialmen te Carlo Cauaneo Dal Consiglio di guerra . 2 l marzo 1848».
·" C. CA n ANEO, op . citata , p. 37. Le memorie di Catt aneo appa iono fortemente pa,siona li . Da un Imo ciò che ai su oi occhi era solo nega ti vo: Carl o Alberlo e l'a rmala sard a; G abri o Casati ed i nobili lombard i (la «fa zione retrograda»), l ' Au , rria ed i so ldati di Radetzky. Dal l 'a llro ciò che · solo era valido: il po polo o, per meglio dire, la popolazione cittadina. Pera ltn.> non si può che concordare con Sa lvem ini: il pens iero di Caua11eo non deve essere giud icato s<Jh a11lo su lla base del libro in q ues1ione. dettato da una polemica aspri ssima. «la qual e in ogr1i più ini nte lligente errore di Carlo Alherlo e dei rn oclerat.i vede una perfi dia calco lala» (G. SALVEMI NI, op. ci1a1a , p. 382). ·" C. C~TTANEO, op. ci/ala , pp. 58-59. Appartatosi con Enr ico Ccrnuschi , membro de l Comilato di guem,, Callaneo sti lò su i du e piedi un appell o ali' Itali a da inviare con pallon i okre le mura: «La ciuà cl i Milano per compiere la sua vittoria e cacciare per sempre al di là delle A lpi il comune nem ico cl'llalia, domanda il soccorso di tu tli i pop oli e principi italiani, e specia lm en te de l vicino e bell icoso Pie monte». Scopo di tale appello era , secondo l' inten to di Ca ttaneo, «dare a Ca rlo Alberto alleati , eia fre narlo se si poteva e da proteggere la nostra lihertà» (ibidem , p. 59).
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Nel contempo venne formato un governo provvisorio con Casati a capo e Correnti quale segretario generale, senza però fornire indicazioni circa il suo indirizzo politico. Di fronte alle inevitabili richieste di chiarimenti, il governo spiegò in un proclama: «Finché dura la lotta, non è opportuno di mettere in campo opinioni sui futuri destini politici di questa nostra carissima patria. Noi siamo chiamati per ora a conquistare l'indipendenza, e i buoni cittadini di null'altro debbono adesso occuparsi che di combattere. A causa vinta i nostri destini saranno discussi e fissati dalla nazione»"'. Il 22, con la costituzione del governo provvisorio, il Consiglio di guerra si trasformò in Comitato di guerra. Cattaneo rimase membro del nuovo organismo. La notte sul 23 gli austriaci uscivano da Milano. Radetzky era stato indiscutibilmente battuto. «È la decisione più tremenda della mia vita, ma non sono più in grado di tenere Milano. L' intero paese si è sollevato» scrisse al conte cli Ficquelmont nel pomeriggio del 22 J 5 • All'alba del 18 egli aveva in Lombardia 48.000 uomini, di cui circa 14.000 nel capoluogo 46 • Ma il quinto giorno dell ' insurrezione c'erano a Milano ben l.651 barricate, di cui molte mobili, e non sembrava più possibile districarsi dall'immensa trappola. Per quanto ritenesse la causa vinta, Cattaneo ben vedeva la precarietà della situazione e, nella febbrile ricerca di dare una parvenza di organizzazione allo sforzo militare, procedeva ad una continua emanazione di ordini, esortazioni, suggerimenti: alcuni per sollevare il Mantovano alle spalle dell'esercito di Radetzky; altri per occupare lo Stelv io, per prendere collegamento con la Val Camonica attraverso il passo clell' Aprica e con il Tirolo attraverso il passo del Tonale; altri ancora per sollecita.re la guardia civica di Bologna a passare il Po ed occupare i monti Berici ed i colli Euganei sì da ostacolare il transito austriaco sulle rotabili di Padova e di Vicenza. Rivolse un indirizzo agli ungheresi, esortandoli all'azione, cioè a richiamare i reparti magiari dall' Italia, nel ricordo cli «quanto dovuto alla madre Italia» 47 • E perfino oltralpe spedì una circolare. Era diretta a «i banchieri, i negozianti, i manifattori, i capitalisti d'Austria, Moravia e Boemia» per diffidarli dall 'armare contro gli insorti italiarù un corpo di volontari, diversamente nessuna loro merce sarebbe più entrata in Italia: «se volevano gettare i ]oro capitali nella voragine della guerra, tanto peggio per loro. E intanto ogni commercio tra noi e loro sarebbe per sempre troncato; e [a plebe dei loro sobborghi o morrebbe di fame, o diverrebbe per '-'A. CASATI, Milano e i prinòpi di Casa Savoia, p. 164, riportato da C. FALlRIS , op. citata, p.
256. " A. SKél). op . ci1a1a , p. 230. Per quanto attiene alle perdite non es istono dati sicuri. I milanesi sembra abbiano avuto 350 morti e 600 feriti . Gli austriaci dichiararono I 8 I morti. 241 feriti e 180 dispersi (il Cattaneo attribuì a Radetzky ben 4.000 morti). " Comprese le forze di gendaimeria e di po li zia (un migliaio di uomini). Cfr. C. FAIJRIS , op. citala, p. 141. 11 c. CATTANEO, op. ciwra. pp. 89-92 .
LA DEC ISIONE POLITICA
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colpevoli un tremendo flagello di Dio» 48 • È chiaro che una specie di ubriacatura, dovuta all'insperato e rapido successo rivoluzionario, stava velando il senso delle proporzioni e creando un clima euforico altrettanto pericoloso di quello di attesa assunto dal governo provvisorio, il quale palesemente non vedeva il momento di lasciare ogni responsabilità e difficoltà a Cru:lo Alberto. Il re era considerato dai democratici sotto una luce assolutamente sfavorevole. I suoi scopi, asserivano costoro, si traducevano nell ' inglobare nel regno di Sardegna Milano, Parma e Modena con i loro quattro milioni di abitanti, nel conservare la preminenza della parte «retrograda» del paese, nell'impedire il diffondersi a sud delle Alpi dell'influenza della Francia repubblicana e nel rifiut3Ke, di conseguenza, qualunque aiuto da questa; aiuto reputato, come è ovvio, spontaneo, pronto e disinteressato. Bisogna anche dire che dalla pmte politica più ardente venivano attribuite a Carlo Alberto non soltanto un 'egoistica e malvagia mira di puro interesse dinastico, ma altresì una capacità strategica fuor del comune. In quanto re, si sosteneva, Carlo Alberto puntava semplicemente all'ingrandimento del suo regno: occupare la Lombardi a, rendere vano e disordinato il concorso degli alleati italiani, fermarsi al Mincio e qui venire a patti con l' Austria abbandonando a se stesse le città repubblicane del Veneto.Ora, a prescindere dal diabolico proposito di ostacolare qualunque azione bellica non condotta dall'annata sarda, si può riconoscere plausibile la sgradita previsione che Carlo Alberto si prefiggesse il solo obiettivo lombardo, senza spingere oltre l'intento (ed in effetti mai a Torino si era pensato al Veneto). Per contro, l'idea che il re potesse - ove non trnttenuto da ambizioni grette e contradditorie - raggiungere le Alpi, difendere «fraternamente» le città venete, annare l'Alto Adige, il Cadore, il Friuli, l'Istria e la Dalmazia, affrontare il generale Nugent sul'Isonzo e costringere i croati «a cadere di fame sulla squallida loro frontiera »49 , appartiene al regno della pura fantasia. I moderali del governo provvisorio, d' altro canto, mostravano irresolutezza ed ince1tezze abbastanza comprensibili, vista l' improvvisa e turbinosa piega assunta dagli eventi, tuttavia, nel contempo, coltivavano suggestioni di scarsa attendibilità. Sembrava loro verosimile, ad esempio, poter convincere Carlo Alberto a trasferire a Milano la capitale del suo regno ingrandito, ipotesi giustamente considerata assurda da Cattaneo. Per certo, in quei primi giorni specialmente, coloro che presero la direzione degli avvenimenti a Milano si trovarono di fronte ad una situazione difficilissima, con problemi di ogni genere. Non tutti e non sempre furono all'altezza della bisogna, ma non si possono dimenticare la pressoché assoluta mancanza di preparazione politica ed il peso della pressione psicologica popolare. " lhidem , pp. 93-94. " Ibidem , p. 105.
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LA PRl111A GUERRA D' INDTPENDENZA
A Venezia le cose erano andate piuttosto diversamente. Fino a tutto il 1847 aveva dominato una pigra accettazione dello stato di fatto, ma in real tà il fuoco ardeva sotto le ceneri 50. La decisione imperiale di porsi sulla strada delle riforme si sparse per la città il 17 marzo, soprattutto con la notizia dell 'abolizione della cens ura. L'eccitazione suscitala dalla novità provocò un 'immediata dimostrnzione popolare mirante ad ottenere la liberazione di Daniele Manine Niccolò Tommaseo, atTestati un paio di mesi prima proprio per aver chiesto insistentemente la libertà di stampa. I due patrioti vennero rilasciati e portati in trionfo. Dopo alcuni tafferugli con spargimento di sangue verificatisi il giorno successivo il governatore conte Pallfy consentì la costituzione della guardia civica, al cui comando fu preposto proprio il Manin. Il 22 la svolta. Gli arsenalotti linciarono il comandante dell 'arsenale e si impadronirono delle armi custodite nelle am1erie. A questo p Lm to il comandante del la piazza, generale Zichy, gettò la spugna: la sua sfiducia nella possibilità cli resistenza era tale che non tentò nemmeno cli chiedere soccorso al generale D 'Aspre, comandante del corpo d ' armata del Veneto " . Senonché, mentre stip ulava un accorcio con la co m missione municipale - per cui le tru ppe austriache avrebbero lasciato la ci ttà, e le unità formate da italiani sarebbero rimaste a Venezia - Daniele Manin non es itò a compiere il gesto risolutivo . Nello stesso pomerigg io egli annunciò al popolo accorso in piazza San Marco la proclamazione della repubblica. «Ma non basta - egli volle precisare - aver abbattuto l'antico governo; bisogna altresl sostituirne uno nuovo , e il più adatto c i sembra quello della repubblica, che rammenta la gloria passata migliorata dalla libertà presente. Con q uesto non intend iamo già di separarc i dai nostri fratelli italiani , ma anzi formeremo uno di quei centri che dovranno servire alla fusione successiva, e a poco a poco cli q uest 'Italia in un sol tulto». Purtroppo, alla 1isoluzione faceva riscontro Ja totale asse nza di una qualsiasi presa cli contatto con le rim anenti province ve nete, che in quegli stess i giorni si liberavano degli austr iaci, e men che meno con Milano e con Torino. L a mancanza cli sens ibilità politica , più che di accortezza , mostrata da Manin nel non chi amare subito a far parte del nu ovo governo i rap presenta nti del le altre città venete, peserà sui rappo rti fra queste e Venezia.
*** 0 ' L' indifferenza venezian a era diventata proverbiale, tanto che, nella stessa Ita lia, Venezia era nominata «con d isprezzo ed ingimia» per la passiv ità e la mancanza di simpatia per confronti della causa nazionale (C.A_ MACARTKEY, op. citata, p. 37 1, n_ 26). " Il D' Aspre si espresse con dura chiarezza circa la «vergognosa capitolazione di Venezia ». In un rappono del 3.12.1849 così giudicò il governatore militare: «li FLM Zichy era un soldato bravo e corrett o, ma uno di que lli a cu i tutto va bene purché conservino Ja pace » (i n A_ SKED, op. citata . P- 426)_
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Torino era in ebo!Uzione. Chi meglio espresse i dirompenti sentimenti che circolavano e le istanze politiche contingenti fu Camilla Benso di Cavour, il quale in un notissimo articolo su l «Risorgimento» parlò a voce alta: «L' ora suprema per la monarchia sarda è suonata ( ... ). In co,pel Lo degl.i avvenimenti di Lombardia e di Vienna, l'esitazione, il dubbio, gli indugi non son più poss ibUi; essi ,arebbero la più funesta delle poi itichc. Uomini noi di mente fredda, usi acl asco ltare assai più i dettami della regione che 11011 gli impulsi del c uore, dopo cli aver aLtenL,lmente ponderai.o ogni nostra parola, dobbiamo in coscienza dichiararlo: una sola via è apena per la nalione, per il governo, pel re . La guerra! La guerra immediata, senia indugi. Non è poss ibi le ind ietregg ia re: la nazione è già infatti in guerra con l'Austria ( ... ). Egli è evidente; la pace è rotta con l'Austria; i vecchi trattati dall ' una e dall'altra parte sono calpestati ed infranti ( ... ). Forse vi sarà ancora chi dirà non esser noi preparati , e che col dichiarare la guen·a ci assumeremmo una terribile responsabilità ( ... ). A queste ragion i opporremo vittoriosa risposta dettata dalla sola ragione . Se la Lombardia fosse tranquill a, sarebbe fo llia affrettare i tempi e comi.ncìare · le ostilità prima di aver radunato un esercito e preparati mezz i di offesa proporzionati alla forza dei nostri nemici. Ma la Lombardia è in f uocn; Mi.Iano è assediata; ad ogni costo bisogna andare a soc correrla( ... )».
Continuò sollecitando l' immediato invio a Milano di quel qualsiasi piccolo contingente d i truppe cbe fosse possibile mandare. Anche se fossero state battute, «quantunque non lo crediamo possibile», volle spiegare, l'impatto psicologico sarebbe stato molto più ril evante che non il rovescio di poche migliaia di uom ini. Ed incitò: «Guai a noi, se poi, per aumentar i nostri preparativi non giungessimo in tempo!)> 52 . L'articolo uscì il mattino del 23 , quando ancora a Torino non si conosceva l'abbandono di Mi lano da parte di Radetzky. In verità non sembra esattamente la prosa di un uomo «di mente fredda,>. Qnando avrà responsabilità di governo, Cavour mostrerà come e quanto l 'audacia non vada disgiunta dalla freddezza, come e quando si possa e si debba correre L'alea del rischio calcolato . Adesso, da giornalista, preso anch'egli dal vortice passionale dell'indipendenza italiana, evitava di mettere sulla bilancia la sconfitta militare della piccola ed impreparata armata sarda; si limitava a sostenere che «l'effetto morale di un principio di ostilità, la sa lvezza di Milano varrebbe più per la causa italiana che 11 011 la sconfitta di un corpo di 5.000 uomini». E, per giunta, non riteneva verosimile tale scacco. Ad esser obiettivi , la sequenza degli avvenimenti del marzo 1848 aveva preso un ritmo effettivamente sconvolgente per quei tempi: 2 marzo: disord ini a Monaco; 3 marzo: iniz io dimostrazioni a Vienna ed a Bndapest; " D. MAO, SM JT H, li Riso,.gimenro iraliano, Lalerza, Bari I 958. p. 269. Pera ltro, il «Risorgimento» ciel l 6 marm ammon iva: «La dichi arazi.one di guerra da parte nostra è pericolosissima sotto un punto di vista importan Liss imo: ,e provochiamo lo scoppio delle ostilità, avremo contro l'opinione pubb lica europea. L'Europa non vuole la guerra ( ... )». (N. Rooouco, op. citata, p. 288).
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4 marzo : entrata in vigore della cosr.ituzione in Piemonte; 12 marzo: insurrezione popolare a Vienna; 13 marzo: dimissioni di Metternich; 14 marzo: concessione della costituzione da parte di Pio IX; 15 marzo: clisorclini a Budapest e rivo lta a Berlino; J7 marzo : dimostrazioni a Venezia; 18 marzo: ins uITezione di Milano; 20 marzo: abdicazione di Luigi I di Baviera; 22 marzo: insurrezione cli Venezia. Il solo scorre re la predetta successione è ampiamente sufficiente a far comprendere la suggestione e l'enorme pressione psicologica esercitata da tali fa tti su Carlo Alberto e sui suoi mini sb·i. Gli eventi successivi dovranno essere considerati alla luce di ciò, e tenendo ben presente quanto fin qui abbiamo ricordato, indugiandovi di proposito, circa idealism i nazionalistici ed interessi regionalistici, liberalismo moderato e populismo estremista esigenze stor iche suggerite da evidentl principi di geografia politica e difesa dello status quo imposta da residui cli assolutismo. Il tutto nel ribollente magma delle diverse istanze di libertà e di indipendenza. Poco dopo il mezzogiorno del 23, su richiesta di Balbo, si riunì nuovamente il consiglio dei ministri. Urgeva una decisione e questa volta tutti trovarono presto l' accordo: pronto o non pronto che fosse l'esercito, bisognava dichiarare guerra. O meglio: entrare in Lombardia. La precisazione è d ' uopo perché in effetti nessuno Stato italiano dichi arerà guena ali ' Austria. Lo scendere in campo era imposto da una intera serie di motivi politici, ognuno dei quali considerato sufficiente a far rompere gli indugi : l'agitazione incontenibile dello stesso Piemonte, il rischio di perdere la faccia davanti all'Italia, il pericolo attendibile di un successo repubblicano in Lombardia che, unitamente a quello di Venezia, avrebbe potuto provocare pericolose reazioni a catena a Genova e fors ' anche a Torino. Balbo ammise che la decisione si fondava «specialmente sulla condizione interna dello Stato, che minacciava di essere turbala se non si prendevano apertamente le armi contro lo straniero, sulla inevitabile alternativa o di mellersi a capo del movimento nazionale oppure di lasciarsi trascinare dal medesimo, diretto invece da demagoghi » ed aggiunse che <<l'agi tazione del popolo e dell'esercito, non meno che l' importanza della causa, non tollerava indugi» " · Balbo non aveva es itazioni in proposito. Un paio di anni " F. Sn.or, , Della inrroduzio11e del governo rappresenrarivo in Pie1110111e , in A. COLOMBO, D(ll/e riforme allo Statuto di Carlo Alberto, Casale 1924. pp. 200-201. Secondo il Pine lli , l' unanimità di vedu te non si sarebbe verificata neanche nella seduta de l 23, a lmeno ini z ia lmente. Dapprima so ltanto tre per~one 8i sarebbero dich iarate per la g ue rra: il re, il Pm·cto cd il Ricci, minis1ro deg li i ntern i. Quest ' ultimo, visti vani gli sforzi esercitati , non es itò ad offrire le sue d imi ss ion i, in quanto, se la g uerra non fosse s taia dichi arata. la vita de l sovrano ~arebbe s tata in peri co lo. Allora Je o biezioni si ridussero e Carlo A lberto raccolse infine il consenso generale (F. PINELLI, op. ciww. !TI, p. I87j .
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dopo gli fu chiesto se la guena poteva essere evitata. «No - rispose - nessuno lo sa meglio di me, poiché fui io a dichiararla, e sapevo allora quali pericoli portasse con sé ( ... ). Io vidi chiaramente che la peggior conseguenza del nostro rifiuto (di correre in aiu to a Milano) non sarebbe stato l'intervento francese, per dannoso che potesse essere, ma che, in una settimana avremmo avuto una repubblica a Milano, una a Venezia, una certissima a Genova, e molto proba bilmente a Tori11o» s'· . Per inciso, da parte transalpina non giungeva certo conforto. Il 26 marzo arrivò a Torino il nuovo incaricato d'affari della repubblica, Alessandro Bixio, il quale proprio nel primo colloquio comunicò al Par to che a giorni una squadra navale francese sarebbe comparsa nelle acque di Genova. Il ministro si allarmò di colpo. «A sentir lui - riferì Bixio a Parigi - la presenza cli questa flotta dovrebbe provocare a Genova un'insurrezione repubblicana, che, nelle drammatiche condizioni in cui si trova l'Italia, porterebbe la divisione negli spiriti, laddove non c'è mai stato più bisogno d'intesa contro il comune nemico; perciò è su sua preghiera che ieri, signor ministro, vi ho spedito un telegramma con la richiesta di un cambio di itinera1io della flotta» 55 • Non è difficile rendersi conto del grave dilemma che si poneva al governo ed è anche naturale che gli apprezzamenti fossero dissimili. A giudizio del conte Gallina, a lungo ministro degli Interni e della Finanza di Carlo Alberto, «quanto a credere che il re avesse da scegliere fra la rivoluzione e la guem1, era una sciocchezza. Se avesse resistito, come era suo dovere fare, sarebbe stato sostenuto da tutto il regno, eccetto Genova»-"'. Il marchese Alfieri era d'accordo con Balbo: «Considerando la nostra precedente condotta ( ... ) noi non potevamo lavarci le mani dell'insurrezione milanese. L'avevamo istigata per ann i. Anche l'Esecutivo era paralizzato. La sede del governo era piazza Castello ( ... )»-17 • L' uno poneva l'accento sulla libertà di scelta politica di Carlo Alberto, l'altro sul! ' aspetto etico e la pressione delle masse. Ma del Gallina. è riportata l'eloquente ammissione che «la guerra era popolare. Si credeva che sarebbe stata facile e breve» " . Non per niente il Pareto, nel riepilogare ad Adriano di Revel gli ultimi momenti , scri~se: «Non è, del resto, una decisione imprudente o troppo audace quella che noi abbiamo presa, perché le informazioni che abbiamo ricevuto ci hanno resi edotti di una grande demoralizzazione diffusa nell'armata austriaca e che gli avvenimenti di Vienna, i moti verificatasi in diversi punti della Gennania e le insurrezioni scoppiate a Pamrn ed a Modena, da dove i Sovrani sono stati cacciati, hanno agito sulle truppe imperiali in modo tale da concoITere potente" NASS AU
w. SENIOR, C lwlia dopo il 1848. Laterz:a, Bari
" Bixio a Lamartine in dala 29.3.1848, in ' '' N.W. SENJOR, op. citata, p.13. " Ibidem , p. 39. 5
"
l hidem , p. 13.
L.
Cl!IALA,
1937, pp. 36-37. op. citata, p. 409 (orig. in francese) .
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mente al successo della Lombardia» 5~. In sostanza, per ragioni di politica interna e con superficiale ottimismo in politica estera, si attaccava improvvisamente uno Stato ben più forte; all'esercito, riconosciuto non in grado di entrare in campagna, il compito di vincere. Nel tardo pomeriggio tornò, da Milano, il conte Martini. Questa volta recava un messaggio ufficiale (non conosciuto) del governo provvisorio per il re 60 • «Onnai la nostra emancipazione è cosa fatta (... ). Tanto più sarà facile al governo di S.M . di accorrere in nostro aiuto per cacciare rapidamente l ' Austriaco fuori di tutto il paese» diceva la lettera di accreditamento rilasciata al Martini da Casati 0 '. Non è chiaro il resoconto fatto dall ' inviato milanese a Carlo Alberto. Rimane accertata una serie di «condizioni » - iniziativa personale del Martini, ma evidente eco delle diffidenze dei democratici : adozione della bandiera tricolore con lo stemma sabaudo; immediato passaggio del Ticino a Buffalora e Pavia con un'avanguardia; ingresso del re a Milano solo dopo un primo scontro con gli austriaci; invio a Milano di un generale per accordi circa il concorso di un contingente piemontese al servi zio interno della guardi a nazionale, ingresso di truppe piemontesi a Milano solo con il consenso del governo provvisorio 6' - che si è ritenuta accompagnata dall'invito ad occupare Milano per il momento con un corpo di truppe, riservando l'ingresso solenne del sovrano nella capitale lombarda a seguito di una prima vittoria sugli austriaci. Tale interpretazione sarebbe avvalorata da un colloquio di Balbo con Abercromby, il quale ril'e1ì a Londra: «( ... ) sono stati spediti ordini al generale Passalacqua di recarsi immediatamente a Novara, prendere con sé i reggimenti che potessero tTarre da quella guarnigione e procedere direttamente ad occupare Milano, che, secondo le notizie ricevute dal governo sardo, è stata evacuata dalle truppe austriache» 63 • Ma il 24 la scena cambiò. Era atTivato il conte Anno1ù con una lettera del governo provvisorio in data 23 , che modificava la situazione. Dava notizia dell'esito vittorioso della lotta, non parlava pii:1 di mandare truppe a Milano bensì di inseguire il nemico in rotta e, peggio , esprimeva volentieri riconoscenza anticipata ma avvertiva di non poter fornire assicurazioni per il futuro assetto politico:«( ... ) Noi avevamo già invocato l'aiuto delle anni della M .Y. mentre ci battevamo nelle nostre contrade, pronti ad affrontare una seconda ruina per la causa itaJiana. Ora, se tutta la città è sgombra, non impatta meno un pronto e Pareto a A. di Revel in data 24.3.1848, in F.
CURATO,
Sarder;na e Gran Bretagna cit., I, pp.
81-83.
"' Per la molto di scussa mi ssione Martini vds. V F ERRAR!, op. ci1a1a , «Preliminari dell 'entrate in campagna» (pp. XXIfl-L). " L. CE{IALA, op. citala, pp. 357-358. " Ibidem, p. 363. ,,, Abercromby a Palmcrston in data 24.3.1848, in F. CURMO, Gran Bretagna e Sardegna cit., I. p. 122,
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valido soccorso della M.Y. ( .. .). Noi vorremmo aggiungere di più, ma la nostrn condizione di governo provviso1io non ci permette di perconere i voti della nazione , che certo sono tutti per un maggiore riavvicinamento alla causa dell'!Jnita italiana» 6'. Non c'è molto da meravigliarsi. se in Carlo Alberto si risvegliarono tutti i sospetti e le prevenzioni sulla reale intenzione ciel governo provvisorio di utilizzare lo sforzo militare piemontese per arrivare alla repubblica anziché all'unione con il regno di Sardegna. Che non fossero dubbi campati in aria lo provò una lettera scritta da Casati a Castagnetta la sera stesa del 23, a titolo personale: «Non perdete un istante giacché se sono alla testa del governo lo sono semplicemente per scongiurare l'anarchia o qualcosa che v' assomiglia. Un ritardo sarebbe fataiissimo alla causa che vo i difendete (... ). Se si può scongiurare il temporale è colla certezza cli prendere la direzione (... ), se tardate la rovina morale sarebbe grande»" 5• Presa la decisione di entrare in Lombardia, nella serata del 23 ebbe luogo la conclusione diplomatica dì quei drammatici giorni. Il testo della comunicazione ufficiale cli Pareto a Buol mirò, ovviamente, a: «(... ) gi usti ficare le misure che il Governo del Re crede di dover prendere in reJa1.ione ai gravi torbidi ed ai 1erribili avvenimenti che sono scoppiali in quel paese [Lombard ia]. Il primo dovere cd il diritto imprescrittibile di uno Stato è sicurnmente di garantire la conservaòone della propria esis tenza; ora, quando eventi di forza magg iore, eventi che, per la loro gravità, per la più che giusta simpatia che suscitano neJ paese [Piemonte]. verificandosi in Slali lim itrofi mettono questa esis tenia in pericolo di essere compromessa, il Governo ha senza dubbio il diritlo di prcnclcrc tutte le precauzio ni necessarie per garantirni da queste catastrofi che meuono a soqquadro lo Staio e lo conducono talvolla ad un passo dell a sua perdita. li conte di BuolSchauenstein conosce bene quanto il sottoscritto i grnvi avvenimenti che hanno avuto luogo in Lombardia. Mi lano in piena rivoluz ione e presto in mano agli abitanti, che con il loro coraggio e la loro fermezza hanno saputo resistere alle truppe disciplinate di S.M.l.. l' in surrezione nelle campagne e nelle città vicine, infine tutto il paese di co,Ìfin e degli Stati di S.M. sarda in fiamme. Questa situazione(... ) agisce sullo stato d'anLmo delle provLnce che appartengono a S.M. il re di Sardegna. La s impatia che suscita la difesa di Milano, lo spirito cli nazional ità che, malgrado le artificiose deli mitazioni dei diverni Stati , si fa ugualmente sen1ire in modo polente, tutto cormibuiscc a· mantenere nelle prov ince e nella capitale una tale agitazione eia far temere che da un momento all'altro possa risu ltare una di quelle rivoluzioni che metterebbe il lrono in grave pericolo, poiché non si può di.,simulare che, dopo gli avvenimenti di Francia, il pericolo della proclamazione della repubblica in Lombard.ia non possa non essere imminente (...). Se a ciò ., i aggiungono i moli di Panna e di Modena e quelli del ducato di Piacenza, sul quale non si può rifi utare a S.M. iJ Re di Sardegna il diritto di veg liare come su un territorio che
"' L. OIIAI, .~ , up. citata, p. 359. Si tenga presente che i democrmici a Mila110 facevano sentire alta la loro voce e Casati penava a tenerli a freno. Non soltanto il Comitato di guerra di Cattaneo aveva ordinato di inseguire gli austriaci «in ritirata su Bergamo e Lodi» ed «in piena rotta», ma il 23 aveva pubblicalo - senza l' autorizzazione del governo provvisorio - un manifesto a stampa dichiarando: «La guerra conti nua, comincia la caccia ... » . Ed alle rimostranze di Ca.sa li , che lo infonnò dell'avanzata delle trnppe pi emontesi, Cattaneo replicò: «È il soccorso di Pisa 1 Ora che il nemico è i.ii fuga, il Re vuole venire con tutto il suo e,ercito>>. " Casati a Castagnetto in data 23.3.1 848 , ore 20.15, in V. F r;R RARI, op . citala , p. 13.
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deve spettargli per diritto di diversibilità; se si agg iunge che una grande e seria esasperazione è stata provocata in Piemonte ed in Liguria dalla conclusione di un trattato fra S.M. Im periale e i duchi di Parma e Piacenza e di Modena, tral:laln che sono l' apparenza di un soccorso da fornirsi a questi piccoli Stati li ha rea lmente inglobali nell a Monarchia austriaca, portando le sue frontiere dal Po, dove dovrebbero finire , fino al Mediterraneo, e rompendo in tal modo l'equilibrio che esisteva fra le diverse Potenze d'Italia, è naturale pensare che la situazione de l Piemonte è tale che da un momento all"alu·o, all ' annuncio che la repubbli ca è stata proc lamata in Lombardia, un moto simile scoppierebbe anche negli Stati di S.M. il Re di Sardegna, o vi . arebbe almeno qualche grave turbamento che metterebbe in pericolo il trono di S.M. È in tale stato di cose che il Re , forte del s uo diritto d i conservare i suoi possessi, forte dei diritti che egli ha sul ducato di Piacenza e dei quali non si è voluto tener conto, con violazione manifesta, allorché si fermò il trattato del 24 dicembre 1847 , si crede obbl igato di prendere tali misure che, impedendo al present.e molo di Lombardia di diventare un moto repubblicano, evi teranno al Piemonte e al resto d'Italia le catastrofi che potrebbero verificarsi se una tale fonna di governo venisse proclamata»"'.
Lo stesso documento, con le sole varianti formali intese ad adeguarlo al destinatario, fu consegnato agli ambasciatori inglese, russo e prussiano 0 '. Come è agevole riscontrare, non. contiene una dichiarazione di guerra, ma semplicemente si richiama al diritto ciel Piemonte di cautelarsi eia possibili e gravi sconvolgimenti. TI conte Buoi replicò con una nota in cui rimarcava da parte del governo sardo una «apologie de rébellion» ed il «mépris des 1rai1és» esistenti fra i due paesi ; e significò che, al punto in cui erano giunle le cose, avrebbe ritenuto di offendere la dignità del! ' imperatore se avesse continuato a mantenere le relazioni diplomatiche. Perciò chiese i passaporti M _ Pareto, naturalmente, ribatté che i trattati erano stati violati proprio dall'Austria con la citata convenzione e, in effetti, la questione non era eia prendersi alla leggera. Diventando padrona dei passi dell'Appennino settentrionale, l 'Austria si poneva nelle migliori condizioni cli manovrare offensivamente verso Genova e verso Firenze. Non solo, ma il confine orientale del Piemonte veniva a risultare praticame nte raddoppiato con ovvi risvolti negativi per la sua difesa; mentre l'A ustria poteva compensare lo stesso inconveniente con le trnppe di Parma e di Modena. Quando l'accordo era stato conosciuto, lo stesso ambasciatore inglese aveva osservato a Londra che le frontiere ausl:Jiache si erano spostate verso il centro dell 'Italia e come la posizione del granduca di Toscana ne sarebbe risultata molto seriamente minacciata («wou!d !ikewise be thereby very '" Buol- Schauenstein a Metternich (di cui ignorava ancora la caduta) in data 24.3. J 848, in A. (a cura), Le relazioni diploma1iche fra l'Austria ed il Regno di Scmlegna (in ~eguito Austria e Sardegna), llI seri e, voi. 1, Roma, 196 l , pp. 25 -30. '' Pareto ad A. di Revel in data 24.3.1848, in F. C URATO, Sardegna e Gran Bretagna cit., I, pp. 62-63. Da notare che nonostante l'ordine di intervento in Lombardia, il governo sardo impartì disposizioni alla flona dì «non inquietare le navi della marina mercantile austriaca e di non rivolgere atto alcuno di ostilità contro le navi da guerra di questa Nazione, a meno che non siano provocate,, ! (Pareto ad A. di Revel in data 29.3. 1848. ibidem, pp. 87-88. 1n pari data Pareto scrisse ad A bere rom by in proposito, ovviamente per far conoscere la decisione aU'Austria. "' Buoi a Metternich in data 24.3.1848, lei/era cii. F1LJPUlZI
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seriously threatened» )'"'. Peraltro, nessuna protesta aveva presentato il governo sai·do a tempo debito, ed il Buol non poté non rilevar le assicw-azioni pacifiche fomite dal Pareto sino all'ultimo. ln definitiva, la nota sarda con le motivazioni sull'intervento, e la cura di evitare accuratamente la parola «guerra», agli occhi legittimisti non superava l'accusa di rottura dei trattati del 1815 e della convenzione militare del 1834; agli occhi liberali e democratici suscitava sospetti e risentimenti per il netto alleggiamento antirepubblicano. Sul piano diplomatico la parola passava adesso ail'Inghilterra p o)_ Poiché ancbe i ministri di Russia e di Prussia avevano chiesto i passaporti, ed ancora non era arrivato l'incaiìcato d'affari francese, il rappresentante inglese era l'unico, fp quelli delle grandi Potenze, ad essere rimasto a Torino. Colto di sorpresa dalla comunicazione di Pareto l' )l, si recò immediatamente da Balbo, che lo ricevette a letto. li dialogo è riferito dallo stesso Balbo in una conversazione ·privata del 1849: «- Sapete, egli disse entrando, quel che avete fatto? - Sì, dissi, sappiamo ciò che abbiamo fatto e lo manterremo. - Sapete, continuò, che voi avete virtualmente dichiarato guerra ad un amico e alleato e che quell'amico e alleato è una delle più grandi potenze militare d 'Europa? - Sì, dissi, io so che abbiamo fatto tutto ciò, e che abbiamo fatto bene; a nessun'altra condizione la monarchia si ~arebbe salvata, come io potrei provare se non stessi morendo dal sonno. - Bene, egli di sse, dopo aver fatto tutto questo , dormite, se potete» n _ Nel riferire a Londra, Abercromby si avvicinò al punto di vista piemontese accettandone, tutto sommato, le giustificazioni ", però si allarmò quando una successiva conversazione con Pareto gli fece capire che, qualunque fosse la causa ciel precipitare degli eventi, adesso il governo sardo era determinato a trarre vantaggio dalla situazione, in altri termini a conseguire vantaggi territoriali: «./ feared the Sardinian Government were ente.ring upon a course o.f territorial àggrandissement. and of persona! ambition», evidentemente non calco"' Abercromby a Palmerston in data 22.1.1848, in F. CuR,ITO, Gran Brerag na e Sardegna, I,
p. 48. "' Per i rapporti con l'Inghilterra si rimanda a ÙJTAVIO BARIÉ, L' !11ghi/1erra e il pmMema italiano nel I 848-11/49 , Giuffré, Milano 1965. " L' indi scutibile sorpresa di Abercromby è in contrasto con quanto sostenuto da Pareto: «Ho avuto cura, sin dall'inizio di questi gravi avveni menti ( ... ) di infor111are Mr. Abercromby degli svi luppi della questione , in modo da la. ciargli prevedere il seguito che sarebbe derivato da parte nostra. Ma naniralmentc non ho potuto fargli conoscere esattamente la delermi.Jrnzione d ' interven ire militarmente che quando essa è stata presa, cioè ieri» (Pareto e A. di ReveJ in data 24.3.1848, in F. CURATO Sardegna e Gran Bre1agna cit., 1, pp. 8 L-83. " N.W. SENIOR , op. cìtarà, pp. 38-39. " Abercromby a Palmernton in data 25.3.1848, in F. CURATO, Gran Breragna e Sardegna c it. , I , pp. 127- l 30.
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lando i gravissimi rischi di un passo avventato 74 • Palmcrston fu dapprima assai cauto. Ricevette A. di Revel il mattino del 30 marzo, dopo esser stato messo al conente da Abercromby; ascoltò e poi disse: «Non aspettatevi da mc che esprima una qualunque opinione sull ' argomento: il mio ruolo è di stare a sentire quello che avete da dirmi , ma non di rispondere». Revel si dilungò a spiegare la necessità che aveva spinto il re a quel passo e rappresentò l'auspicio fommlato dal Pareto che eia parte inglese si trovasse «un interesse politico presumibilmente di gran peso nelle circostanze attuali dell ' Europa. In effetti, giungendo a liberare la Lombardia si sarà predisposto il modo di costituire con l'Italia da un lato e la Prussia, la cui posizione è press 'a poco identica, dall'altro, due Stati in grado, nel caso di un aggressione da parte della Francia, di reag ire con forze militare sufficienti ai tentativi di invasione che questa Potenza potrebbe compiere (... ) e di realizzare così una robusta diga da opporle (... )» "· Insomma Revel ritenne dì cogliere nel suo interlocutore un atteggimnento quanto meno non sfavorevole. E, in effetti, Palmerston si era già fatto un 'idea della possibile svolta politica. Due giorni prima di ricevere il ministro sardo, aveva scritto a lord Minto che «l'Italia settentrionale sarà d'ora innanzi italiana e la frontiera con l'Austria sarà al Tirolo (... ); naturalmente Panna e Modena seguiraimo l'esempio (dell'annessione al Piemonte) ed in tal guisa il re, non più di Sardegna ma d'Italia settentrionale , diverrà un sovrano di una certa importanza in Europa» 7''. E, proprio in quella lettera, avanzò una previsione: «Questo [l'intervento piemontese J può essere il primo passo cli una guerra europea, a meno che l'A ustria non si rassegni alla perdita. Se 80-100.000 soldati non possono tenere il Milanese contro il popolo in sorto, come può l'Austria essere in grado di riconquistai·e l' intera provincia contro tutta la popolazione che sta ora organizzandosi ed è appoggiata da 80.000 sold ati sardi? Credo che il destino della Lombardia e ciel Veneto sia deciso» 77 • Un'opinione del genere sembra circolasse anche tra i membri del gabinetto: «Il governo inglese - riferì Revel dopo il colloquio con Palmerston - crede la partita perduta per l' Austria in Italia e dubita che le sia possibile sostenere la guerra contro di noi, nello stato di disorganizzazione in cui si trova l'impero». Peraltro, la sopravvalutazione del moto indipendentista italiano e la contemporanea sottovalutazione della capacità di reazione austr iaca che albergavano nei politici non trovavano riscontro presso i militari. «Devo tuttavia aggiungere continuò Revel - che tale non è il pensiero di parecchi ufficiali inglesi che conoscono la Lombardia. Un colonnello inglese, arrivato ieri da Milano, consi"' Abercromby a Pabncrston in data 27.3.1848. ibidem. pp. 134-1 35. " Pareto ad A. di Revel in datata 24.3.1848, in E. CURATO. Sardegna e gran Bretagna, cit. l,
p. 83. "· Palmerston a Minto in data 28.3.1848 in O. " Ibidem, p. 94, nota 93.
BARIÉ,
op. citata, p. 89.
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derava l'evacuazione della città non come una fuga, ma semplicemente come una misura mjlitare per concentrars i su Verona e Mantova» " . Per quanto Carlo Alberto fosse deciso alla guerra, nel suo intimo doveva coltivare molte incertezze. Sino a pochi giorni prima sovrano assoluto, al termine della rimùone del consiglio dei ministri aveva detto significativamente di «credere egli suo dovere di venire a quell' estremo partito di cui assumeva personalmente la responsabili tà, esonerandone all' uopo i ministri »". Non ignorava affatto i riflessi militari della gravissima determinazione, le probabili drammatiche conseguenze per se stesso e per il regno, e nel contempo si sentiva incapace non tanto di rifi utare una insperata occasione politica, benché intempestiva, quanto di opporsi al generale sollevamento dell 'opinione pubblica che contava. Per converso, riusciva a stento a sottrarsi ali ' influenza dei reazionari, come Solaro della Margarita, secondo il quale «la Casa di Savoia eia leale nemico doveva offrire all'Austria il suo concorso per arrestare il p rogresso della rivoluzione in Lombard ia» e chiedere un compenso territoriale: «Qui non era questione di sentimenti e di affetti (... ); era questione cli politica: di politica patria, cli politica piemontese, ligure, sarda, savojarda>) 80• Carlo Alberto sapeva di avere a Milano sostenitmi fervidi, ma anche nemici dichiarati ed iniducibili; e nemmeno era sicuro che l'Austria non riuscisse a schiacciare la rivoluzione in pochi giorni. Forse, nel suo mistico pessimismo congenito, intendeva, fin da allora, offrirsi alla Storia ed al Paese come unico capro espiatorio " . A prescindere eia qualsi as i valutazione sulla bontà e necessità della guerra, è certo che la deliberazione venne presa nella peggiore condiz.ione di spirito. Il che significa, per un comandante in capo, partire col piede sbagliato. Purtroppo ancora una volta Carlo Alberto si sentiva in una posizione falsa. Innegabilmente e spontaneamente aveva suscitato ed alimentato speranze di un gesto risoluto e coraggioso contro l' Aust ria, cioè di una g uerra nazion ale da lui g uid ata . Se il momento non fosse stato qu ello che era, episodi e dichiarazioni sarebbero rientrati nella normale altalena del g.ioco politico-diplomati co, ma nel 1847-48, mentre i fermenti liberali esaltavano i popoli europei, le popolazioni italiane si volgevano eccitate contro un unico nemico: l'Austria. Ecco, allora, che il re il cui carattere debole e incerto lo indicava come l' uomo sbagliato, al posto " A. di Revel a Pareto in data 31.3.1 848 in F. C URATO, Sardegna e Gran Bretagna cii., I, p.
93. 19
In A.
COLOMOO,
op. citata, pp. 200-201 .
w C. SOLARO J)liLLA MARGARrn\ . Memorandum storico-politico, Speirani e Torbonc, Torino
185 l. ' ' P. Pinelli in una lenera a Gioberti , scritta non appena stabilito l'intervento, commentò: «Il Re si è condotto ottimamente, fu la sua opinione che decise U ministero. E i disse: «Se la guerra non si proclama , lo Stato è perduto; se si proclama rischio il trono . A questo sono preparalo >>(in D. MACK SMJT I-I, op . citata , p. 266).
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LA PRIMA GUERRA D'INDIPENDE. ZA
sbagliato, nel momento sbagliato - si trovava in difetto di fronte all'opinione pubblica ed a detenni.nati schieramenti politici. La colpa più grande fu quella di non aver preparato, almeno dopo il 1845, l'esercito al preciso scopo di entrare in guerra con l' Austria alla prima occasione. D' altronde, qualche attenuante bisogna anche riconoscergliela. Chi mai avrebbe potuto prevedere la caduta degli Orléans ed il marzo 1848? O il verifi carsi della crisi appena all'indomani dell'instaurazione del primo governo costituzionale, un governo per di più dalla fonnazione assai faticosa, e prima ancora che entrasse in funzione il parlamento? Chi mai avrebbe potuto immaginare l'abbandono cieli' intera Lombardia, o quasi, da parte austriaca a causa del moto insurrezionale di cittadinanze pressoché inermi? O cli portare le anni oltre il Mincio? O, addirittura, muovere alla liberazione del Veneto? Comunque stessero le cose, si deve ammettere che a quel punto, sul piano puramente politico-nazionale, la monarchia ed il Piemonte ben difficilmente potevano sottmrsi all'alea della guerra. Sempre sotto tale angolazione, Cavour non aveva tmto; così come non aveva t01to sulla necessità, conseguente, di agire con audacia, anzi temerariamente. Vero si è che nel suo famoso articolo aveva scritto: «Forse vi sarà ancora chi dirà non essere noi preparati, e che col dichiar"are la guemt ci assumeremmo una teITibile responsabilità ... », ma al redde rationem la responsabilità della sconfitta ricadrà soltanto sui capi militari."
3. 1L PIEMONTE E GLI ALTRI
STATI ITALIA 1
È innegabile l'insufficienza del lavoro cli preparazione diplomatica (o forse fu insufficiente perché i tempi non erano maturi?). Per affrontare l'Austria, il Piemonte non poteva presentarsi in campo da solo, nonostante certe romantiche fantasie di Cmfo Alberto in tempi recentissimi 82• Scartata la Francia, nei confronti della quale i motivi di diffidenza crescevano a vista d 'occlùo, sarebbe stato naturale rivolgersi agli altri governi italiani, ma qu i entriamo in un discorso assai complesso. Dopo i vistosi insuccessi dei diversi moti insurrezionali, aveva acquistato teneno l'orientamento a seguirn la Linea moderata, disposta ad accettare le dinastie al potere, peraltro i.n ambito federalistico . Un 'ince1tezza esisteva, invero, e non di poco conto: la possibilità di conci liare tale ipotesi con l'esjstenza del potere temporale del pontefice. Quando però Pio IX creò l'illusione cli una monarchia teocratica capace cli inserirsi in un quadro
"Il l° dicembre l 847, nell'udienza di congedo, ebbe a dire a Benino Ricasoli, inviaLO dal govemo toscano, che in occasione dell'episodio di Ferrara « ... io ero fermo; io solo, con la mia armata, senza altri aiuti , avrei inva so la Lombardia. Che bella occasione era qu ella! Che gioia poter fare una guerra d'indipendenz.a e di re li gione '» (in Carteggi di Beuino Ricaso/i, voi. Ili, Roma I 955, p. 63).
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nazionale e liberale, si riterme raggiungibile un'intesa e ne derivarono sondaggi e trattative diplomatiche. Pur coltivando la suggestione di un accordo politico generale, nessuno pensava seriamente ad una lega intesa a cacciare l'Austria. Il respingere gli austriaci oltralpe avrebbe avvantaggiato soltanto qualcuno, non certo tutti i regnanti, perciò sotto questo aspetto non era realistico superare nel conseguimento di una convergenza di intenti. emmeno Carlo Alberto sembra abbia mai accarezzato il proposito di attaccare per primo l' impero austriaco, rompendo i trattati in vigore. Era troppo formalista per non sentire il bisogno di una scusa diplomatica o di un evento trascinatore (infalti ne l marzo 1848 s i appellerà alla violazione dei patti dal lato austriaco ed alla rivolta milanese). Comunque i contatti diplomatici procedevano, anche se con ambiguità e diffidenze da patte di tutti. La Toscana era lo Stato veramente più interessato ·ed è comprensibile: nelle condizioni in cui versava il granducato, si poneva in primo piano qualcosa di assai simile alla lotta per l'es istenza. Secondo Leopoldo II, la lega doveva «trovare i modi di resistere così ai nemici interni, come a coloro che vorrebbero strascinare i governi oltre i tennini della prudenza» 8-'. In tal modo contava di allontanare il pericolo di un 'invasione austriaca, evitando una rottura con Vienna. Carlo Alberto si dichiarò propenso ad accettare il suggerimento avanzato eia Leopoldo , qualora però il papa fosse riuscito a superare le non liev i difficoltà interne nelle quali si dibatteva, e Ferdinando II avesse assicurato la propria partecipazione" . Pio 1X convenne sull'opp01tuoità di una lega difensiva, che trovava in accordo con la natura pacifica del pontificato; tuttavia dubitava di estenderla al regno delle Due Sicilie, considerate la situazione siciliana e la propensione di Ferdinando TT a chiedere l ' aiuto austriaco K,. Quest' ultimo, dal canto suo, stentò a lungo a prender una decisione; finalmente, il 4 marzo, formulò, attraverso gli incaricati d'affari alle corti di Torino, Firenze e Roma, il progetto cli riunire a Roma un congresso cli plenipotenziari delle quattro Potenze costituzionali italiane. Il Grifeo, incaricato a Firenze, rispose il 19 che «la unione italiana, che .sino ad ora definivasi per politicadifensiva-comunale, or vuol s i stabilire per offensiva». Gli avvenimenti di Vienna, spiegò, suggerivano una lega di questo genere per «dare man fo1te al Piemonte, onde attaccare la Lombardia. È mira del re sardo cli estender con essa i suoi territori , né gli abitanti di quest'ultima contrastano affatto il suo desiderio»; tuttavia, poiché né lo Stato della Chiesa né il granducato di Toscana possedevano rilevanza militare, se il Piemonte insisteva per una lega offensiva, " Leopoldo il a Carlo Alberto in data 12.2. 1848, in N. BIANCHt, op. ci1ara, V, pp. 141 - 142. " Carlo Alberto a Leopoldo Il in daia 20.2.1848, in C. P1scHEDDA (a cura), La diplomazia del regno di Sardegna durante la I guerra d' indipenza, vo i. I . Relazio11i co11 il gra11d11caro di Toscana (in seguito Sardegna e Toscana), Torino 1949. " Principe Corsini a.I conte Serristori, ministro degli Esteri di Toscana in data 9.3. 1848, in N. BlANCHI, op. citata , V, pp. 452-455.
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meglio sarebbe stato lasciarlo solo a limitare la lega difensiva a Firenze, Roma e apoli '". In realtà, a Firenze l' idea di Ferdinando II trovò buona accoglienza. «TI marchese Ridolfi - riferì a To,ino il legato sardo, Carrega - mi parlava nei giorni scorsi di una lega difensiva italiana, come di una necessità da lui riguardata come assoluta nell e attuali emergenze. Il marchese Ridolfi considera la riunione di un congresso come il miglior mezzo per giungere alla effettiva stipulazione di tale lega». Così, sempre per il Ridolfi , si sarebbe andati incontro alle attese dell 'opinione pubblica ed offerto ai governi la possibilità di delineare un programma comune, evitando iniziative singole, dannose in quanto tal i 87 • Il conte Ludolf, incaricato d'affari napoletano a Roma, riferì il 18 che il governo pontificio acconsentiva purché «sempre lega di legittima difesa». Ma Pio IX , dopo lo scopp io rivoluzion ario nel Lombardo-Veneto, andò oltre, manifestando il desiderio di convocare «non solo tutti i principi italiani, ma benanche tutti quei governi che ( ...) si sono da pochi giorn i costituiti , intitolandosi provvisori( ... )»! Non che intendesse con ciò «legittimarl i ed approvarli», -ma, riunendo tutti «sotto l'ombra del Pontefice», mirava a raggiungere tre scopi: «indurli a concorrere ad un piano uniforme di difesa concordemente prestabilita, ed anche (ciò che forse più importa) a spiegarsi bene sulle forme di governo che intendono adottare»; «orgm1izzare e ordinare gli italici governi nel modo pi!'.1 uniforme che sia possibile»; ed infine «conoscere bene i vari rapporti nei quali gli Stati d'Italia sono attualmente e vanno a mettersi anche in seguito con gli altri Stati d'Europa» 8". Con il Lombardo-Veneto ormai in convulsioni, è facile rilevare l'assoluta mancanza di realismo di sinlile disegno. Contrariamente a quanto ventilato dall'inviato napoletano a Firenze, il governo di Torino non soltanto era privo di idee avventurose, anzi manifestava in modo piuttosto evidente la sua riluttanza a legarsi oltre certi limiti ed altri Stati, preferendo addirittura i rischi dell'i solamento. Questa linea di condotta politica, prudente e nel tempo stesso idonea a lasciare libertà di scelta quando si fosse verificata una particolare situaz ione favorevole, non era sbagliata. Tenendo conto del fatto che aIJa fin fine il Piemonte era il paese più a diJetto contatto, e quindi più esposto, con l'Austria, un impegno di carattere offe nsivo avrebbe probabilmente offe,10 a Vienna il pretesto per gridare ,ùla provocazione ed aprire lei stessa le ostilità, evento al quale Carlo Alberto non si trovava affatto preparato. Per converso, se vincolato da un accordo di natura difensiva, esisteva il rischio di venir coinvolto in un intervento militare au striaco in '" . BIANCHI, op . CÌ/a/a, pp. 472-475. '' Carrcga a Pareto in data 24 .3. 1848, in C. PISCHEDDA, Sardegna e Toscana cit., p. J 09. "' Monsignor Bonirnegni, invi ato in missione a Roma, al Serristori in data 1.4.1848, in N. BIANCHJ, op, e/rara , V , pp. 465-467.
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Toscana e nello Stato pontificio per incidenti magari provocati ad arte da esal tati o rivoluzionari '". Cosicché, nella nota ,iunione preliminare ciel 14 marzo tenuta eia Balbo per La formulazione d I programma miniseriale, tutti i presenti riconobbero 'l'oppo1tunità della lega, ma con le debite precauzioni. Come abbiamo detto in precedenza, pur concordando su ll'urgenza di provvedere alla messa a punto dell'armata sarda, per porsi in grado di respingere un'eventuale offensiva di Radetzky, i ministri consideravano ingiustificate sia una violenta provocazione sia, peggio ancora, un ' invasione della Lombardia da parte piemontese. Nel caso di un improvviso moto rivoluzionario nel Lombardo-Veneto, ogni deci sione sart bbe stata adeguata alle circostanze. ln definjtiva, la lega di cui tanto si parlava doveva impedire un prematuro confli tto con l'Austria e, a tal riguardo , bisognava chiedere precise garanzie agli altri governi contraenti. Il verbale era chiaro nell'esprimere la preoccupazione di esser trascinati in un ' avventura. «Una lega politica offensiva e difensiva con Potenze così mal provvedute cli armi e di armati, e col fem1cnto che bolle in ltalia, per cui facilmente potrebbe per parte cli altri tentarsi contro l' Austria un'aggressione, sarebbe un voler Lasciare la questione di pace o di guerra nelle mani non solamente dei governi, ma dei popoli, anzi de' p,u-titi in Toscana e negli Stati Pontifici. La lega da contrarsi co' Principi italiani non può dunque essere altro che la lega difensiva, intesa a tutelare l'indipendenza degl i altr i Stati italiani contro ogni ingiusta aggressione, nella qual lega il peso del la guena, dovendo sempre ricadere principalissimamente sul re di Sardegna, ne risulterebbe una specie di protettorato di fatto, il quale dovrebbe come compenso assicurare al re una preponderanza sugli altri Principi d'Italia» "'. Di fronte alla pressione degli avvenimenti militari la questione fi nirà per arenarsi. Anche perché il Piemonte, intervenendo in Lombardia contro ogni previsione ed intenzione, si trovò costr tlo a considerare l ' utiJità delle alleanze italiane con occh i ben diversi. Le prime clisposizio1ù impartite dal Pareto al Villamarina ed al Rignon, in partenza ri spettivamente per Firenze e per Roma e NapoLi, furono intese dunque ad ottenere dai tre governi una formale dichiara" Pe r la 4ueMione de ll a lega nel genna io-a pril e 184 8 vds. lo s tudi o introd utt ivo in C. PlSCHEDDA, Sardeg na e Toscana . c iL. "" Dal verba le de lla seduta, in E. PASSAMONTt. op . ci/ala, p. 89 1. Fra le relaz ion i presentai.e alla comm issione d'inch iesta in merito alla campagna del 1848, una delle più comp lete ed accolte con favore dagli storic i è quella ci el duca d i Genova. Ciò non togl ie che contenga qualche ~i ngoiare affe1mazione (oltre a talune contradd iz ioni). Ad esemp io, che «da Torino, credo, era pani to !"ordine della so llevazione di Milano ... » (COMANDO D5L COR PO DI STATO MAGG IORE, Relazioni e rap porti 1848, cit., III, p. 294) . È veram enle. strano ch e un figlio de l re, scrivendo ne l gennaio 1849 . con la poss ibilità d i contai.lo con lutli i pro Lagonisti del marzo 1848, sia usci to in simile assel1o (peraltro I.ascialo cadere oen,;a commen to dagli studios i) .
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zione che proclami l'esistenza della lega nonché il concorso di truppe alle operazioni dell'annata sarda 9 1• In defin itiva, da questi pochi segni appare evidente come sino alJ' intervento piemontese, qualunque propensione manifestassero i vari governi della penisola per una lega, ognuno mascherava l'intento di conservare lo statuts quo. Faceva eccezione il regno di Sardegna, ma bisogna riconoscere cbe i suoi propositi erano assai. più velleitari che programmatici. Sembrnva quasi che, a dispetto dei segnali di un imminente uragano, a Torino si fosse persuasi che il tempo lavorasse a profitto del Piemonte, nel senso di cre,1re una congiuntura così favorevole da consentirgli cli marciare senza ecces~ivi rischi sul cammino dell'indipendenza italiana (sotto casa Savoia, beninteso). Gli altri Stati erano poco o affatto propensi a movimenti unitari offensivi: dopo una guerra vittoriosa combattuta sotto il nome d'Italia, che cosa avrebbe preteso il re cli Sardegna? Quale garanzia politica offriva cli non mirare a stabilire una pesante egemonia sull'intera penisola? E poi, Leopoldo II di Toscana non aveva alcuna voglia di mettersi contro la Casa d' Asburgo, sia per i vincoli cli parentela che lo tenevano in posizione subordinata, sia per i diritti di reversibilità sulla Toscana spettanti all'imperatore in base ai trattati. Infatti, alla notizia dell 'insllITezione di Milano accontentò le insistenze dei patrioti annunciando la decisione bellicosa di spedire le truppe regolari alla Frontiera; poi pensò bene di occupare Massa e Carrara; poi, il 23 marzo, prima ancora di conoscere il proclama di Carlo Alberto, ne pubblicò uno suo che dimostrava superflua la partenza di volontari, e men che meno delle truppe, «stanteché la mano di Dio già conduce all'indipendenza desiderata la bella Italia. Ormai la causa che difendevamo è vinta, né v'è bisogno di ù1contrare fatiche e pericoli »n. E Pio IX, quel papa così frettolosamente innalzato e simbolo delle riforme, non era certo disposto a buttarsi nella mischia, per giunta schierandosi contro la cattolicissima Austria. «Gran dono del cielo - aveva detto il 1O febbraio - è questo tra tanti doni con cui ha prediletto l'Italia: che tre milioni appena di sudditi abbiano duecento milioni di fratelli d'ogni nazione e d'ogni lingua( ... ). Oh! perc iò benedite, gran Dio, l'Italia, e conservatele questo dono, cli tutti preziosissimo, la Fede!». È noto il fremito provocato nella penisola intera da quest'ultima frase, che, obiettivamente, solo se staccata dal contesto acquistava significato politico eia patriota italiano, mentre in realtà derivava da un sentimento religioso italiano. E quando non potrà impedire la partenza di volontari romani verso il Lombardo-Veneto, Pio IX userà una formula contraddittoria ma significativa: «Come capo della Chiesa, io sono in pace con tutto l' universo; ma come principe italiano, io ho il diritto di difendere la mia patJia italiana», dove - a dispetto dell'importanza che il ma sembrava conferire alla " C. PISCHEDDA, Sardegna e Toscana cit., p. XVII. "' F. B ARTOLI NI, op. citata, p. 328.
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qualità di principe italiano - era ovvia la preminenza della figura di capo della Chiesa. E Ferdinando II, già così travagliato dall'endemica conflittualità del suo regno, rifuggiva nel suo intimo da qualsiasi impegno ed alleanza con altri Stati , convinto com 'era di non aver bisogno di nessuno e di essere difeso «per tre quarti dall 'acqua salata e per un quarto dall'acqua santa». Si lasciò, invero, indurre a sostenere la necessità di una lega politica da definirsi in un congresso a Roma, non al fine dell' i11dipendenza dall' Aust1ia, bensì. a que1lo del contenimento da operare nei confronti del Piemonte e della repressione di qualsiasi velleità repubblicana ?l _ I;_)'altro canto, a Carlo Alberto non spiaceva affatto assumere la veste di paladino dell ' indipendenza italiana e non per ni en te parlerà dei «destini d'Italia», confiderà «nell'aiuto di quel Dio che ... pose J'ltalia in grado di fare da sé» , metterà lo scudo di Savoia su l tricolore. Egli chiederà e solleciterà concorso di trnppe, anche per mostrare all ' Europa di aver dalla sua i vari Stati della penisola, ma senza contarci molto e, ad ogni modo, la cooperazione militare non dovrà comportare impegni politici o comunque territoriali di alcun genere. Cesare Balbo era stato esplicito: «quando e come siano per venire le occasioni, la guerra d ' indipendenza si farà senza dubbio dalla e nella Italia settentrionale principalmente; e il risultato necessaiio sarà una riunione di essa ( .. .) un accrescersi della monarchia di casa Savoia ( ... ) ma nulla o quasi la Toscana, nulla Roma, nulla Napoli». Insomma, quali che fossero interessi ed aspirazioni, il comportamento degli altri regnanti italiani era e rimarrà improntato alla più attenta cura di assicurarsi l' impun_ità nel caso in cui l'Ausilia fosse risultata vittoriosa. Dopo lo scoppio delle ostilità dichiararono tutti di essere costretti ad intervenire e, addirittura, quello napoletano rappresentò alla legazione inglese di sperare che se l'Austria avesse trionfato tenesse conto dell 'angosciosa alternativa di fronte alla quale si era trovato il re 94 • E tutti, tranne uno, ben presto sì ritirarono piano piano dall 'impresa e non si fecero scrupolo di cercare di osteggimfa. Gli entusiasmi dei liberali, dei democratici , dei patrioti, degli idealisti erano scevri cli dubbi su due punti. Primo: l'annata sarda avrebbe avuto subito al suo fianco gli eserciti toscano, pontificio e napoletano. Secondo: centinaia di migliaia di volontari in armi sarebbero accorsi a dare man forte alle formazioni regolari. Non si trattava di ragionamento, di valutazione politica, di calcolo delle probabilità, bensì di semplice atteggiamento fideistico . In realtà, questi due presunti punti fermi si presentavano sotto una luce ben fioca. Secondo Balbo, che l' l 1 marzo toccò l' argomento con l'inviato toscano, non era ammissibile che i vari Stati non riuscissero a mettere insieme " E. ROTA, op. cirara, pp. 151- 158. "' Napier a Palmersto n in data 28.4. 1848 , i.n N. B I ANCH I, op. cirata , p. 175.
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una forza regolare consistente: con la leva la Toscana avrebbe potuto ottenere un 'armata di 30.000 soldati! Era urlato contro la lentezza romana ed osservò francamente «come la lega politica perdesse molta importanza per questo, che le parti contrnenti, ad eccezione del Piemonte, non avevano in pronto quelle forze cli cui sarebbero state capaci>>9l. L'esercito toscano si riduceva a 4.000 uomini circa, il tono general e era dimesso, i compiti si limitavano al presidio territoriale del granducato e l'orientan1ento operativo basato sulla convinzione - tutt'altro che en-onea - che ove la Toscana fosse stata coinvolta in un conflitto , altri govern i sarebbero subito intervenuti in sua difesa. L'esercito pontificio disponeva cli circa 16.000 uomini, forze di polizia comprese, tutti volontari. Ma il suo compito puro e semplice era la salvaguardia dell'ord ine interno. La forma era tra scurata , la disciplina rilassata , la reputazione scadente. «Proverbiale ingiuria - ricorda Carlo Farini nel suo «Lo Stato Romano» -1 'appellativo cli soldato del papa». L'esercito napoletano appariva un complesso militare molto differente, sia per la consistenza (60.000 uomini in pace e 80.000 in gueJTa nel 1833 , aumentati nel 1845 a ci.rea 100.000 uomini, sulla ca1ta, fin dal tempo di pace), sia per le innegabili cure e riforme di ogni genere poste in atto da Ferd inando il. li reclutamento contemplava l'arruolamento volontario, con ferma e rafferme, e la leva. La fe rma durava otto anni , la leva comprendeva cinque anni di servizio attivo consecutiv i ed altrettanti di riserva. Per la cavalleria e la gendarmeria la leva era di otto ann i di servizio attivo seguiti dal congedo assoluto . E molti vantaggi materiali assicurati all e famiglie dei militari, l'i nvito ad enti-are pre tissirno nell'esercito rivolto ai figli di ufficiali e soldati, l'analoga offerta ai ragazzi degli 01fm1otrolì, la possibilità di prestare qualche servizio poco gravoso per i veterani , tutto ciò non solo rendeva l'esercito pressoché interamente costitu ito da volontari, ma aveva fini to per dare vita ad una categoria di cittadini ben distinta dal resto della popolazione. Si aggiunga la grm1de fam iliarità ostentata dal re verso i soldati e si comprenderà quanto sia attendibil e iI giudizio del generale De Beneclictis: «Ferdimmdo Il esercitava un incredibile presti gio presso gli ufficiali e i soldati che cercava sempre cli adescare con modi urbani e famigliari . 'TI re può tutto! - questo era inciso nell 'animo dei fedeli so ldati e dei loro condottieri -. Tullo quello che siamo è dovuto a lui, quindi per gratitudine e per conservare la nostrn posizione sociale, non dovremo avere altro desiderio se non la salvezza ciel trono"» 96 • " R. CiAMl'IN I, Conrribttro alla storia del 1848 in Toscana , in E. R,rrA, op. citata , p. 829. Pe r la sit ua zione mi li iarc degli S1a1i italiani in gene ra le c fr. C. FMlRI S, O/>. citaw. Il. p. 9-1 56, e N 1c OLAS-CHARLES 0 UD1NOT , De 1· l talie et d e sed j(irce s militarircs par le géné rol ma rquis . Oudinot, Ansein-Levraull, Paris 1835. " T. B ATT.~GLINI . L' orga11izzazio11e mi/ilare del regno delle Due S icilie, Tip. Modenese, Modena i 940, p. 79. (
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Il lato deteriore dell'atteggiamento cli Ferdinando Il è da rinvenire nell'aperto ripudio della cultura, dell'istruzione intellettuale, dello spirito d'iniziative negli ufficiali e, in special modo, nei generali Che egli favorisse intenzionalmente gli inetti, gli ignoranti, i servili, i più miseri economicamente per averli più fedeli e riconoscenti è stato sostenuto da molti contemporanei come dato di fatto. Forse è esagerato, ma indubbiamente i migliori - e ve n'erano parecchi venivano fermati nella carriera o esiliati, secondo lo sfavore ed il sospetto politico. Con tutto ciò, l'esercito napoletano dell'epoca è comunemente considerato come un complesso di buon livello, per taluni aspetti tecnici ed organizzativi superiore al piemontese. Studiandolo più a fondo , invece, risulta chiara la sua intrinseca debolezza. Era passato attraverso una tale serie di sconvolgimenti e di ricostituzioni che sarebbe stato miracoloso se si fosse _presentato su l palcoscenico della 1" guerra d'indipendenza come soddisfacente strumento bellico. L'esercito di Ferdinando IV, formato sui 40.000 uomini dall' Acton, era male organizzato, male addestrato , mal comandato e corrotto, cosicché - nonostante la buona prova fornita dai quattro reggimenti di cavalleria durante la campagna del 1796 contro Bonaparte - si sfasciò miseramente nel 1798 (anche se portato a circa 100.000 uomini dal generale Mack), contro i francesi del generale Championnet. Riordinato al cadere della repubblica partenopea con la massiccia immissione di sanfedisti del la peggiore specie, s.i sfasciò nuovamente nel 1806 in Calabria, ove si era ridotto davanti all'avanzata dei francesi del maresciallo Massena. Giuseppe Bonaparte, nuovo re di Napoli, volle riorganizzare le truppe pur rimanendo nel regno un esercito francese - attingendo a nuove forze (gran parte dei soldati sbandat i erano passati al brigantaggio in Calabria) e Napoleone gli mandò il maresciallo Macdonald. Si illuse di poter mettere rapidamente in piedi, nelle difficili condizioni in cui versava lo Stato, un organismo militare consistente e se ne vantò con Napoleone, ma riuscì soltanto ad attirarsi i rimbrotti del fratello: «Sono scontento di vedervi allestire tante lrnppe napoletane. Sappiate che per me queste truppe o niente è uguale. Ce ne vuole di tempo per fomrnre lo spirito cli un esercito! ... Ho tratto qualche utile dalle truppe italiane della Grande Armée, ma sono truppe che bo organizzato da sei anni e che ho formato al campo di Boulogne»\97 • Con Gioacchino Murat, nuovo re di Napoli, le cose migliorarono sensibilmente, grazie anche alla coscrizione che forniva 20.000 uomini all'anno. Tuttavia egli non era un organizzatore, né il sistema napoleonico poteva essere trapiantato sic et simpliciter nell'esercito napoletano, cresciuto in un ambiente storico e sociale assolutamente diverso. Esagerò nelle ricompense e lasciò ., Lenera in data 16.8.1807, Correspondance de Napoléon I. Paris 1863 , XVI, p. 502. Si tenga ben presente che quando Napoleone parla di italiani si riferisce al regno italico ed alle province annesse.
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correre nelle punizioni, da cui scarso sentimento del dovere e grande desiderio di promozioni ed onorificenze. In definitiva, il risultato globale non poteva appagare. Peggio ancora si verificò durante la guerra di Spagna, alla quale Murat pensò bene di avviare gli indesiderabili politici ed i delinquenti comuni. «L'idea di mandarmi dei briganti come reclute per i reggimenti napoletani che si trovano ai miei ordini - gli sc1isse Napoleone - è assolutmnente negativa. Sappiate che la maggior parte di coloro che mi avete mandato ha disertato ( ... ). Do ' ordine al ministro della Guerra di restituirvi tutti gli ufficiali napoletani che si trovano nelle unità francesi o italiane» °'. Però è doveroso precisare che l'abitudine di attingere alle patrie galere per trame «volontari » era molto diffusa. L' Austria, tanto per fare un esempio, non si tirava affatto indietro in materia.
L'avventura del 1815 è nota. Ancora una volta fu conosciuta non tanto la sconfitta, quanto lo sfacelo. Ad ogni modo, il rimarco di maggiore 1ilevanza circa la partecipazione dei napoletani alle campagne napoleoniche concerne il loro ordinamento. Mai le divisioni napoletane combatterono riunite in un complesso unitario, a differenza di quanto si verificò per il regno italiano, che fornì l' armata d'Italia (sia pure completata da divisioni francesi) sempre al comando di Eugenio di Beauharnais. Forse dipese anche dalla scarsa fiducia che Napoleone nutriva sulle qualità di comandante di corpo di Murat, forse da prevenzioni. Comunque, a nostro avviso, si trattò di una limitazione importante: in certo modo venne a mancare all 'esercito napoletano quella consapevolezza della prop1ia identità bellica che proviene dal campo di battaglia. Dopo il 1itomo di Ferdinando IV, l come re delle Due Sicilie, si ebbero a registrare, i negativi riflessi sulle truppe degli avvenimenti del 1821, della rivolta siciliana ciel 1848. Ove si ripercorra mentalmente tutto l'arco del cinquantennio, sembra dover convenire che i provvedimenti, pur lodevoli , attuati da Ferdinando II_pote vano bastare a presentare bene le truppe (la buona impressione rip01tata nel 1834 dal generale Oudinot non era cli semplice cortesia), ma non a conferire quella saldezza morale, quella sicurezza della propria efficienza, quella compattezza, che consentono ad un esercito di affrontare gli inevitabili momenti di crisi ()(). Tirando le somme, Carlo Alberto doveva contm·e sull'armata sarda, di cui si fidava troppo e sul! 'apporto dei volontari, di cui si fidava poco . Deliberata la guen-a , era costretto comunque a cercare la battaglia non appena messo insieme un minimo cli forze, senza attendere l'afflusso di tutti i 1ichiamati. P iL1 che di una decisione militare si trattava di una scelta obbligata con i suoi risvolti " Ibidem, XJX , p. 544. •• <<L'esercito napoletano - scrisse Carlo Corsi - di cui si dicevano gran belle cose dappoiché re·gnava Ferdinando, aveva sulla fronte sfregi troppo gravi e troppo recenti che potevano essere cancellali soltanto per qualche bella impresa bellica di là da venire; non aveva alcuna potenza al~'.-~ttiva fuori dei confini del suo paese » (C. CoRSJ, pp. 14-15).
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politici e militari. Una linea di condotta traccheggiante non avrebbe JisoJto nulla e se da un lato poteva far sperare nell' aiuto di altri Stati della penisola, dall'altro doveva far temere il sicuro arrivo di nuove divisioni austriache. D'altronde, la sconfitta poteva aver luogo sia agendo temerariamente sia temporeggiando. Federico TI l'avrebbe compreso, ma si sa rebbe preparato per tempo. Bonaparte l' aveva capito cinquant'anni prima e proprio su quel teatro d'operazioni, ma era giovane, ambizioso, sicuro della propria supe1ioritĂ mentale, sicuro dell 'ardore cli quelle truppe francesi fino allora (sotto altri capi) battute dal nemico e inconcludenti. Carlo Alberto - che a differenza di Federico Il e di Bonaparte rischiava Ja corona - non si era preparato e non era sicuro di niente.
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Capitolo III LA CAMPAGNA DEL 1848
l. C ARATTERISTICHE GENERALI DEGLI ESERCITI CO:-.!TRAPPOSTI. Della campagna ci limiteremo a sintetìzzare le caratteristiche delle forze conlrnpposte (tipo di esercito, quadro di battaglia e Comando), le decisioni strategiche prese all'inizio e nei momenti culminanti della lotta e taluni aspetti particohu-i 1itenuti degni di interesse. È noto che con la Restaurazione, e per quanto ufficialmente bandito a causa dell 'universale avversione popolare, il principio della coscrizione fu accettato in tutta l'Europa, tranne in Gran Bretagna, sia pure con criteri diversi e temperato con gli istituti della sunogazione e dell 'esonero. II problema di fondo nell'organizzazione militare di uno Stato consiste nel disporre del massimo possibile di forza per la guerra con il minimo squilibrio delle altre esigenze sociali in tempo di pace. Ne deriva la distinzione fra l'organico di pace e quello di guerra. Il primo concede cli più agli interessi civili ed economici del paese, il secondo pretende la prevalenza degli interessi militari. Comunque, la validità dell'organizzazione ha un banco di prova impietoso: la rapidità del passaggio dal piede cli pace a quello cli guerra e la solidità dell'esercito di fronte all'impegno bellico. Per il primo punto è ovvio che quanto più il piede di pace si avvicina a quello di guerra tanto più semplice sarà la rapidità della mobilitazione. Per il secondo, ricordiamo che all'epoca una battaglia poteva essere decisiva e che questa evenienza poteva presentarsi molto presto. I modelli più rappresentativi in materia di ordinamento degli eserciti - che in ogni caso si volevano grossi - furono tre: quello britannico, interamente di volontari, ossia l'esercito di mestiere; quello svizzero, basato sulla completa partecipazione popolare aJ momento del l'emergenza, il tipico esercito~milizia; quello degli altri Stati europei, dove coesistevano e si integravano in vatia misura il volontariato e la coscrizione, con prevalenza cli quest'ultima. Agli estrem i cli tale soluzione mista stavano il modulo francese, a lunga fe1ma con una sola aliquota della classe di leva alle anni («esercito di caserma»), ed il modulo prussiano, a breve fem,a con l'intera classe di leva alle anni («nazione annata»). Una valutazione di merito in senso assolulo fra di essi sembra fuor i luogo: una soluzione che in un determinato periodo abbia funzionato bene può, in seguito, palesare seri scompensi; un modulo ottimo in linea teorica può risultare fonte di inconvenienti se adottalo in anticipo od in ritardo sui tempi; un sistema vali.do per uno Stato può non esserlo in ugual misura per un altro a causa di differenze ambientali, storiche, politiche e sociali. Osserviamo però
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che se il livello di forza degli eserciti era influenzato in modo ensibile dall'entità della popolazione, la disponibilità di riserve istruite per la guerra dipendeva fortemente dalle modalità dell'obbli go al servizio militare e dalla durnta della fem1a. T due ordinamenti. francese e prussiano, ono stati considerati derivanti dall'adozione di prin c ipi opposti: la qualit à per il primo, la quantità per il secondo. In verità un a schem atizzazione in questi termini potrebbe trarre i11 inganno. Anzi tutto, entro determinati limiti (piuttosto ampi come dimostra la storia delle guerre) la qualità è di solito de tinata a prendere il sopravvento, e per converso la qu an tità non può pc1111ettersi di prescindere da un minimo di effici enza, cioè di qualità. In secondo luogo, la vera differenza tra i due istemi - enlrambi. si ripel , fondati su lla coscrizione - risiedeva nella soluzione data al particolm·e problema strategico nazionale. Per la Francia, un e ercilo praticamente di pronto impiego, in grado di entrare rapidament.e in campngna per r'isolvcre la guena offensiva in una o due battagli e ovvero di reagire con prontezza all'aggression di un invasore appoggiandosi alle fortezze esistenti sulle frontiere. Per la Pru ia, un eserciro numero o da mobilitar regionalmente e contemporaneamente, sì da opporre una sufficiente resistenza ad un aggressione quasi s icuramente non improvv isa su uno o più tralli delle indifendibili fro nti.ere. ovvero da realizzare, avendo tempo. una forte ma :a per operazioni offensive. Infine, 4uando più tardi il cosiddetto modulo pru iano si affennerà vitto1iosmnente ciò dipenderà an ile da altri fallori politici e militari. In sostanza, la olu zione pru ss iana si staccava dalle altre non per obbed ie nza ad un principio democratico o liberale. bemì per una scelt·1 tecnica imposta dalla neces ità nazionale e adatta alle paiticolari condizioni politicosociali della Prussia. E nella seconda metà del e olo XIX tutti i governi tenderanno ad accettare la chiamata alle aimi dell ' intera classe di leva, ma rifiuteranno il co iddetto «prussianesimo)) pur tecnicamente trionfante. Ciò premesso, d iciamo che la Francia, 1icca di uomini, si oriento subito verso un e erci to permanente nu meroso, con una ferma o cillante fra i ei e gli otto anni ed un contìngente di reclute Limitato . A portare sul piede di gueirn le unità mobilitate provvedevano i r parti designati q uali depo iti: questi trnsferivano i loro uomini ai battaglioni di guerra e ricevevano per il neces ario addestramento, le aliquote di classi di ri ·erva destinate a tenere a numero l'esercito di campagna. Al vantaggio di dispon e di tru ppe pronte ad in iziare rapidamente le operazioni si contr pponeva dunque la carenza di ri erve istruite, però si pensava che soltanto una ferma lunga consentisse uno strumento bellico realmente fficiente. Era i ·esercito di caserma. Nell a Costituzione francese della Restaurazione, l'articolo 12 era categor_ico: «La co11scriptio11 est abo/ie. Le mode de recrourement de l' armée est determiné par une loi)), cosicché non restava che il ricor o all'an-uolamento volontario. (,,
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Il risultato si vide subito: già nel 1817 I'ei>ercito francese stava morendo di inedia. Di fronte a tale realtà - che poi derivava dalla stanchezza, ovunque
diffusa, provocata da un ventennio di guerre - fu giocoforza correre ai ripari e la legge del IO marzo 1818 stabilì l 'arruolamento forzato , cioè la chiamata a sorte di un certo numero di coscritti (appena 40.000 giovani all'anno), ma con la facoltà del rimpiazzo con un volontario. La fenna era di sei anni teorici , anche perché i «chiamati» venivano incorporati a mano a mano che durante l'anno se ne verificava la necessità per raggiungere il livello organico stabilito per il tempo di pace (240.000 uomini). I «no 1 chiamati» , vale a dire circa 260.000 giovani su 300.000, restavano completamente liberi sia in tempo di pace, sia in guerra. Il fatto che la sorte si incaricasse di indicare i 40.000 da chiamare rendeva sopportabile l'ingiustizia '. La legge ciel 1824, derivante da una maggior sicurezza della Francia cli fronte alla Santa Alleanza, portò la ferma ad otto anni ed il contingente annuo di coscritti a 60.000; quindi la forza teorica dell'esercito salì a 480.000 uomini. La legge del 1832 si fondò sulla decisione cli disporre di un effettivo di 500.000 uomini . Per quanto il contingente di coscritti dovesse essere stabilito amrnalmente dalle Camere, si reputò non gravosa una chiamata cli 80.000 uomini con una durata di servizio di sette anni. Peraltro, tenuto conto delle incorporazioni tardive dei congedi semestrali e degli anticipi della fine del servizio, almeno tre o quattro anni sarebbero passati a casa. Dovendo dunque sopperire in qualche modo alle esigenze militari che I' esercito di campagna non poteva fronteggiare a causa dei suoi definiti limiti di forza, venne contemplato l'impiego dei Distaccamenti della guardia nazionale (Corps détachés de la Corde Nationale), cioè su una parte della guardia nazionale reclutata in preferenza fra gli elementi non incorporati più giovani e senza carico di fam iglia. L'utilizzazione cli eletti distaccamenti era prevista soltanto per una guerra difensiva all'interno ciel paese e per un periodo di tempo non superiore ad un anno. Secondo la legge ciel 1832, infatti, un anno era considerato sufficiente «perché gli aggressori, attaccati per ogni dove da una popolazione armata, prendano la fuga o siano seppelliti nei campi»! Ad ogni modo L'organizzazione della guardia nazionale risentì sempre de ll a retorica che la circondava e rimase essenzialmente sulla carta, anche se nel 1837 il Guizot cercò di ottenere un maggiore successo pratico mirando ad un'attuazione organica dell 'aliquota di guardia nazionale con compiti militari (guardia nazionale mobile) . Nel 1840 l 'esercito francese si aggirava sui 440.000 uomini e la guardia nazionale mobile sui 300.000'. Al polo opposto stava · la Prussia. Essa aveva bisogno di uno strumento bellico relativamente poco costoso, non gravante eccessivamente sull 'econo' Sulle carancristiche dell'esercito di ca,enna francese vd,. J. MONT~ II.I-I ET, Les lnstitulions mi/itaires de la Prance, Alcan, Parts 1926, cap. I. ' M. WEYGAND, Hisroire de /"Arméefrançaise, flammarion, Paris 1954. p. 262.
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mia del paese, in grado di entrare rapidamente in campagna. Perciò, partendo dai provvedimenti studiati per eludere il pesante vincolo imposto da Napoleone nel 1808 di non superare i 42.000 soldali e di non organi zzare una guardia nazionale, si rivolse ad un esercito permanente formato da un quarto di volontaii e tre quarti dj coscritti con leva triennale (ridotta a due anni per la fanteria nel 1834) e reclutamento regionale. La grande novità era rappresentata dal modo di ottenere riserve istruite in mi sura tale da aumentare anche il numero di divisioni dell 'esercito di campagna. Tutti gli abili erano anunessi alla leva (la surrogazione non esisteva): la sorte designava coloro che dovevano far parte de l contingente desti nato al servizio militare, gli eccedenti passavai10 direttamente ne lla Landwehr con brevi periodi addestrativi pe riodici . Dopo la ferma, le rec lute transitavano nella Kriegsreserve ove rimanevano per due anni, quindi venivano trasferiti nella Landwehr. Questa si articolava in due «bandi». Il I O bando comprendeva gli eccedenti il contingente di leva (dai 20 ai 32 atrni) nonché il contingente che aveva ultimato il periodo di Kriegsreserve (dru 26 ai 32 aimi); il 2° bando era composto dai provenienti dal 1° bando (dai 33 ai 39 anni). Ai fini dell ' impiego il mini stero della Guerra poteva contare subito sull 'esercito permanente e quasi subito sulla Kriegsreserve; successivamente, non appena mobilitato, sul I 0 bando della Landwehr. 11 2° bando era destinato ai servi zi territoriali . Nel 1840 la Prussia disponeva di 152.000 uomini in servizio attivo, 85.000 nella Kriegsreserve; 150.000 nel l O bando e 120.000 nel 2° bando. Un totale di circa 500.000 uomini, sul piai10 quasi dell' esercito francese sul piede di guerra ma con una spesa di gran lunga minore. È ovvio che lutto dipendeva dal grado di addestramento raggiunto nei vari blocchi di forze. Non può stupire il fallo che questo sistema suscitasse perplessità di carattere tecnico anche da parte cli militari prussiani, a prescindere dalla contrapposizione fra conservatori e rifo rmisti. Assai forte la scetticismo di poter impartire un'adeguata i,5truzione militare sia durante la fe rm a di due anni s ia nella Landwehr e ciò nonostante la cura di assegnare una certa percentuale di Ltffic iali e sottuffi ciali di carriera ai quadri della mili zia. ln definitiva, verso la fine degli anni Quaranta il modulo pru ssiano non poteva affatto considerai·s i in auge. Era semplicemente una soluzione, per certo meno onerosa della francese ma offrente il fianco a critiche non prive di fondamento: ferma insufficiente ai fini addestrativi, data la corrente e genera'e opinione che per fare un soldato occorressero almeno tre anni; grave danno eco· nomico al paese per la chiamata alle anni di tutta la parte più giovane c valida della popolazione; dubbi sul l'effic ienza operativa della Landwehr, visti gli episodi negativi di sue unità nelle campagne del 1813, 18 14 e 1815. Ed i11fatti la crisi del 1848 mostrerà la necessità di apportare miglioramenti notevoli al la Landwehr, la breve campagna del Baden nel 1849 paleserà forti deficienze di comando e di esecuz ione nel! 'ese rc ito di campagna e specialmente nella Landwehr, la mobilitazione del I 850 «mise a nudo ancor più brutalmente I' in~!c
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.sufficienza dell ' organizzazione militare prussiana» 3 • Sotto accusa era in primo luogo la milizia, in cui erano state riposte tante speranze come eccellente complemento dell'esercito di campagna. Ne derivò la convinzione sempre più pressante di dover dm· mano ad una riforma radicale. Il famoso mem01iale presentato nel 1858 dal von Roon a Guglielmo I di Prussia mirò appunto a conferire altra forma , spirito e sostanza al concorso che la Landwehr poteva e doveva dare all'esercito attivo. <<La milizia territoriale - scriveva von Roon - non fu che un espediente; i suoi risultati pratici sul cmnpo di battaglia furono per lo più sopravvalutati. Proprio per questa sopravvalutazione, e per l'errata rappresentazione della inesistibilità e insuperabilità di un riarmo generale del popolo - rappresentazione creata in un'epoca di entusiasmi e alimentata dalla pubblicistica e dai brindisi - di questo espediente si è preteso fare la base di un sistema». Ed ammoniva che, in assenza di un ' accettabile disciplina militare, non rimaneva che «l'appello alla buona volontà e ai sentimenti patriottici, a volte soltanto supposti . .. Ma l'impotenza di queste potenze morali è stata posta in viva luce dall'esperienza (in particolare quella del 1849)» 4 • Gli eserciti austriaco e piemontese si ispiravano ai due citati modelli , il primo a quello francese ed il secondo al prussiano. L'organizzazione militare austriaca risentiva necessariamente della posizione geografica de ll'impero e del carattere plurinazionale dello Stato; nel contempo fruiva del secolare prestigio della Casa d ' Asburgo . Da siffatte fonda-· mentali peculiarità conseguivano alcuni punti fermi: Alti Comandi distinti per tutti i maggiori paesi sotto il dominio della monarchia, la cui prassi abituale si traduceva nel consentire la conservazione dell ' identità politica dei territori dipendenti , con la sola eccezione dei «Confini militari », una fascia lunga e piuttosto stretta costituita da Maria Teresa per motivi di sicurezza lungo l'intero confine con la Turchia; reclutamento regionale e coscrizione non uniforme (soltanto nel 1845 il periodo di fenna diventò di otto anni in tutto l'impero), ma normale la dislocazione delle truppe in zone dove non venissero toccate da proble1ni locali e frequentissimo il trasferimento dei reggimenti da una sede all'altra (anche per far ruotare le unità nelle sedi più disagiate ed in quelle più ricercate); carattere aulico, apostolico dell'esercito imperiale, il cui corpo degli ufficiali presentava una salda omogeneità grazie ad un complesso di norme e tradizioni profondamente sentite, ad istituzioni ufficiose come lo Ehrenrat (corte d'onore) , alla provenienza aristocratica per nascita o per merito di servi zio militare, all'origine tedesca della massa degli ufficiali che sembra si avvicinasse al 70% del totale pur con varie oscillazioni reggimentali 5• ' G. RIITER. / militari e la politirn nella Germania moderna , voi. I, Einaudi , Torino 1967, p. 143.
'Ibidem, p. 146-147. ' A. SK ED, op. citara, pp. 21-206.
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In particolare la coscrizione, 'in teoria estesa a tutti i cittadini abili, contemplava numerose esenzioni nonché la sunogazione contrattuale con uomiJ1i che avessero già assolto gli obblighi di leva o avessero un 'età compresa fra i 25 ed i 30 anni . Essendo, inoltre, I'amiolamento affidato senza controllo alJe autorità locali , gli abusi diventavano abituali e - esauriti i volontari - i primi a finire sotto le armi erano i carcerati, i malviventi, gli elementi difficili e, per fi nire, i figli dei contadini piLt poveri. Aggiungasi che la brutalità dei reclutatori del Kreisaml era tale da conferire all'operazione più simigl ianza con l'arresto e l'immediata deportazione che con i preliminari del servizio militare 6 • L a Landwehr ra organizzata unicamente nei tenitori ereditari della Corona, con un battaglione per ognuno dei 35 reggimenti ivi reclutati. Tale battaglione era dotato di quadri in attività di servizio, sottoposto ad un breve corso addestrati vo e destinato a diventare il quarto battaglione del reggimento in guerra. In caso di mobilitazione era prevista la costituzione di un secondo battaglione, inquadrato da ufficiali disponibili, a riposo o neopromossi dai cadetti, quale quinto battaglione del reggimento. Le eccedenze venivano utilizzate come riserva di complemento e truppe di g uarni gione. L'Ungheria aveva l'lnsurrectio, di difficile quantificazione. Il Lombardo-Veneto né l'una né l ' altra. TI contingente annuo di coscritti si aggirava sui I 00.000 uomini, ma le difficoltà di bilancio i11cidevano variamente sulla forza presente a1le anni: dalle licenze, che potevano riguardare anche un quarto della forza effettiva, ai congedi anticipati . Del regno cli Sardegna si è già detto nelle grandi linee. Alla base delle riforme del 1832 c'era il modello prussiano, preferito al francese probabilmente per ragioni economiche, con qualche modifica - che secondo Carlo Alberto avrebbe migliorato il prototipo - intesa ad evitare gli inconvenienti riscontrati sotto Carlo Felice. In sostanza, un esercito di pace tonnato, per la fanteria, per due terzi da soldati di ordi nanza (16.000 uomini) con fenna di otto anni e per un terzo da provinciali (8.000 uomini) con un servizio di leva di quattordici mesi. Un'importante differenza, rispetto al model1o, stava nel fatto che, mentre la coscrizione pruss iana investiva un'intera classe sia pure con gl i esoneri del caso , la leva piemontese chiamava annualmente alle anni a] massimo 2.000 uomini per l'alimentazione dell 'ordinanza (un ottavo del totale) e 8.000 per il contingente di reclute o provinciali. Vale a dire che appena 10.000 reclute vertivano utilizzate sulla disponibilità di 25.000 di una classe di leva, con due gravi ripercussioni in caso di mobilitazione: la grossa aliquota non chiamata a tempo debito a prestare servizio in pace non lo era neanche in guerra (somma ingiustizia) e, qualora mobilitata ugualmente, sarebbe stata del tutto priva di addestramento militare (pesante svantaggio). ' Ibidem, p. 77-79.
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L'esercito di campagna mobilitato era, dunque, costituito per un quinto da 16.000 so ldati d'ordinanza, per un decimo da 8.000 provinciali in servizio della classe di leva, per quasi quattro quinti da 56.000 provinciali delle sette. classi 1ichiamate. L'esercito di riserva poteva contare sugli 8.000 provinciali appartenenti a ciascuna delle ultime otto classi, cioè su altri 64.000 uomini, per difesa delle piazze, servizi di guarnigione ed ordine pubblico; solamente ove necessario veniva utilizzato per le operazioni di campagna. A prescindere dalla dubbia validità dell'addestramento impartito durante i richiami nel periodo di pace ai vari contingenti di leva, la mobilitazione delle prime sette classi in congedo serviva a portare l'esercito di campagna su orgmiici di guerra senza dar luogo nuove divisioni. TI tallone di Achille di questa organizzazione risiedeva non tanto, o non solo, nella durata della fem1a quanto nel fatto che essa - già unanimemente giudicata troppo breve - non potesse esser dedicata interamente od in massima parte all'addestramento. La relazione della commissione d'inchiesta per la campagna del 1849 dirà: «La poca istruzione che davasi alle truppe era anche una conseguenza del sistema che seguivasi d'impiegarla esclusivamente in servizi di pubblica sicurezza, anziché prepararla alla guerra. Generalmente, una metà della forza era di servizio od in quartiere o di guardia, ed era raro che il soldato dormisse più di due notti consecutive( ... )». L'esercito di riserva, poi, es isteva unicamente sulla carta (mal comune a tutti gli Stati) e forse per questo la precarietà del suo inquadramento non saltava agli occhi. Si aggiunga che all' epoca non es isteva qualcosa di simile ai moderni tomi di mobilitazione e che, di conseguenza, le unità venivano approntate in relazione ali 'affluenza dei richiamati e secondo le possibilità del momento. Sistema, del resto, in vigore ovunque. Il guaio sarà che, dato il precipit<U"e degli avvenimenti, la radunata dell ',mnata sarda verrà accelerata e per affrettare la mobilitazione i richiamati verranno avviati direttameme ai corpi , già in campagna, invece di essere ricevuti, annali e vestiti dai battaglioni di deposito. Tale era lo strumento bellico, con cui si intendeva affrontare il peso maggiore dell'mrnata di Radetzky, g ià in tempo cli pace ordinata su due corpi d ' armata (unica nell'impero) e con 73.000 uomini alle anni, pronti ad entrare in operazioni. Sembra lecito chiedersi nuovamente se la decisione politica fosse stata presa dopo un ponderato esame anche delle conseguenze di una tutt'altro che ipotetica sconfitta militare. Giacché l'Austria poteva, è vero, rassegnarsi a perdere in tutto od in parte il Lombardo-Veneto, data la crisi in cu i versava; però poteva pure inviare nuove truppe per rinforzare o sostituire l'esercito di Radetzky. Abbiamo considerato il massimo sforzo teorico ciel Piemonte (quasi cinque milioni di abitanti nel 1848): 140.000 uomini in cifra tonda. Ebbene, sempre teoricamente, l'Austria (circa trentasei milioni e mezzo di abitanti) , che
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con tava su 430.000 so ldati in te mpo di pace, giun geva ad 800.000 con la Landwehr e l' lnsurrec1io 1.
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ull 'esercito piemontese de l 1848 grava l' insieme delle relazioni e rapporti compilati da i comandm1ti di vario li vello al term ine dell a campagna e molto onestamente pubblicat i dal ornando del Corpo di Stato Maggiore all'inizio di questo ecolo per la «meditazione principalmente di coloro che ano l'anima dell 'esercito: gli ufficiali». Il tutto cos tit·ui sce una spec ie di cahier de dol 'ances cos1 pregnante da lasciar p co spazio ai commenti. Sia peraltro concesso di sottolineare - non al fine di «mal comune mezzo gaudio», ma per consentire giudizi più equilibrati - come molti inconveni enti fo ssero assai diffus i in Europa: liveUo medi o cu lturale dei quadri scadente capac ità strategica dei più alti comandanti non eccelsa, mobil itazione delle ri erve tra curata, servizi di campagna embri onali, unifo rmi ed equipaggiamento ancora poco consoni alle e igenze del combattimento, e così via. Una lettma anche rapida, dei non numerosi testi illustranti caratteristiche, usi eco turni dei maggiori e. erciti pu convalidare ra rto. L'armata sa rda era un compl esso di secondo ordine, non aveva svolto un ruolo specifico nelle grandi campagne napoleoniche, non offriva figure militari di spie o. Era un organi mo serio; di dimensioni non di latabili !tre preci i Li miti ; di buon affidamento bellico, ma come partner, non come protagonista; di gran lunga il migliqre fra gli eserciti itali ani, que ll o di maggior prestigio, il p iù ol ido, ma non tanto da affrontare un forte avversario. 1ella breve disamina che segue, ci limiteremo, per il momento, ai principali elementi negativ i visibil i o prevedi bili anche p1ima di passare il Ticino, quegli elementi che re e mini tri non potevano ignorare. Il Comando supremo. TL comando del! 'annata fu as unto nawralmente da Carlo Alberto , il qual e si guardò bene dal de legarlo, come avre bbe potuto in base al «Regolamento di ervizio per le truppe in campagna» del 1833 •. Carlo Alberto generaJc non valeva più di Carlo Alberto pol itico. Dati i tempi e le tradizioni è comprensibile nutrisse l'ambizione d i condurre di persona i suoi soldati al fuoco. Né, in fondo, si può dire non abbia avuto l 'accoitezza d i appoggiarsi ad un generale esperto, giacché il suo con igliere fu il generale Franzini. mini tro della Guerra, che godeva di molta consideraz ione. Certo non scelse ' A. SKED, op. CÌfa/0. p. 93. • Perla qu.,stione del Comando dell ' armata ~arda vd . . I 'altenlo e chiaro studio di Lucio Ccva «li prolilema de//" Alro Co111a11tfo militare in Piemonte d111·a11re la prima guerra d'indipendenza » in li Risorgimemo, nn . 2-3/1985 e 11. 1/1986.
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quale capo di Stato Maggiore Generale un uomo fenno, capace di coadiuvarlo conettamente n ll'espletazione dell'azione di comando, ma un uomo introverso come lui, sospettoso, esitante, cocciuto, ben difficilmente 1iesce a circondarsi di persone di carattere. li Franzitù, chiamato a far parte del primo governo costituzionale, sostituì il generale Broglia (succeduto, a sua volta, al Vii lmmLrina il 9 ottobre 1847) e si trovò subito nel pieno dell'emergenza. La decisione dell'intervento in Lombardia lo portò alla ribalta per due questioni di somma importanza. La prima concerne] 'approntamento dell'esercito. Più tardi, egli spiegò che «ministro il 16 marzo, io domandava , nel 24, dodici giorni almeno per mettere l'armata dal piede di pace a quello di guerra( ... ). Non ne ebbi che due, né credo si possa rimproverare al ministero della guerra la menoma inerzia ( ... ) ma la magnanimità del re, ma l'entusiasmo generale a favore degli italiani non ammettevano indugio 9 . Nessun appunto, evidentemente, può essergli mosso sulla situazione trovata, e bene fece a rimanere al governo «accontentandosi» di due giorni; però non si comprende come potesse, date le circostanze, con i richfami in corso ed altri programmati, nuovo al compito, stimare sufficienti dodici giorni per porre l'esercito sul piede cli guena. O i dodici giorni de1ivavano da un computo preciso ed inesorabile, una conditio sine qua non (il che non era), oppure tanto valeva limitarsi ad assicurare che avrebbe fal!o tutto il fattibile. Non basta. Nell'imbarazzo cli conciliare l' iITesponsabili tà reale con la responsabilità ciel comandante cieli' anmua in operazioni, il Franzini fu distaccato dal governo quale «ministro residente presso il re al Quartier Generale». In effetti, più che a copri.re il re con la prop1ia responsabilità per qualunque atto politico si rendesse necessario con urgenza , è probabile abbia avuto peso, nell'invio ciel Franzini, la sua competenza militare, essendo diffuse le molte riserve sulla capacità di Carlo Alberto. Ma come ritenere possibile allontanare senza danno il nuovo ministro della Guena dal suo ufficio nel bel mezzo di una mobilitazione e radunata, già poco o.rdi11ate e sicuramente sempre più confuse e con il gravissimo onere cli mettere insieme, in qualche modo, l'apparato logistico in grado di sostenere un esercito impreparato ad un 'offensiva nella pianura padana? Balbo risolse il problema assumendo l' interim del la Guerra e Marina, dicastero che in definitiva rimase affidato al colonnello Dabormida, nominato primo ufficiale (cioè segretario generale) di Franzini il I 8 marzo! E tutto si complicherà ancor più quando, il 1° aprile, il governo provvisorio di Milano costituirà un proprio ministero della Gue1rn. La seconda questione concerne l'opera del Franzini a fianco di Carlo Alberto. Il 4 luglio, alla Camera, rispondendo ad un ' aspra requisitoria ciel Brofferio contro «l 'imperizia dei generali onnai diventata proverbiale», rivelò ' CCSM, Relazioni e rapporri 1848 , cit., III, p. 376.
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di essersi subjto reso conto, allo scoppio delle ostili tà, che il re «purtroppo ... contava per la direzione della guena» su lui e sui due comandan ti di corpo d 'armata (e su chi altri avrebbe dovuto contare?) . Evidentemente turbato da simile res ponsabilità, ritenne allora doveroso rappresentare per scritto che la loro esperienza bellica si limitava a due o tre anni nei gradi di capitano o tenente nelle armate napoleoniche e «questo mi faceva dubitare che noi non avessimo a malgrado di tutto il tempo che avevamo speso per imparare il nostro mestiere, e a me particolannente che sette volte coprii la carica di capo dello stato magg iore generale e cli capo d'istruzione, dubitare, dico, si avesse l'esperienza necessaria a cui affi dare il successo della nostra annata e l' indipendenza d'Italia» . Di conseguenza proponeva candidamente di chiamare un maresciallo francese (il Bugeaud) «a raddoppiare il valore dell 'armata» 10 • Ad un discorso simile - che a Bava ed a De Sonnaz non passò neanche per la mente - fatto in quel momento, non c'era che da opporre un secco rifiuto della proposta perché non seria, e l' immediato accantonamento del proponente. Carlo Alberto fece il rifiuto con una pennellata cli retorica («L'Italia deve fare da sé!») ma, essendogli il Franzini stato posto a fianco del governo, non volle allontanarlo. li ministro, sinceramente devoto al re, lo seguì, anche se nel suo intimo timoroso di non mostrarsi all 'altezza degli eventi e per giunta malandato in salute. Molto meglio avrebbe fatto a chiedere a Balbo dì sost.ituirlo con altro ministro di collegamen to allegando la più che gi ustifi c~1ta necessità della sua presenza a Torino. Il capo di Stato Maggiore. Secondo le nom1e rego lamentari del 1833, i.I re comandava l'annata - o delegava questa funzione ad un generale da lui eventualmente designato a sostitui rlo col titolo di generale in capo - avvalendosi del Quartier Mastro Generale, come tal e capo dello Stato Maggiore Generale dell 'armata, per la diramazione degli ordini. Anche il Qua,tier Mastro Generale poteva essere sostituito alla testa dello Stato Maggiore de]] 'annata, ma non era precisato in quali circostanze né ad opera di quale autorità (il re o, meno probabilmente, il ministro della guerra?). In sostanza, la carica di capo di S.M.G. era ricoperta o dal Quartier Mastro Generale, titolare dell ' incarico, oppure da un altro generale scelto al momento in sua vece, come «facente funzione» diremmo oggi. L'esistenza organica contemporanea di un Quartier Mastro Generale e di un capo di Stato Maggiore Generale non era prevista né aveva senso. Ebbene, al momento della grande decisione Carlo Alberto volle al suo fianco Franzini e lo nominò Quartier MaslTo Generale senza peraltro indicare quali sarebbero state le sue mansioni. Secondo il Chiala, Franzini accettò per pura obbedienza l'equivoca posizione nella quale veniva posto . <<Diciamo "' L. CHt A L A, op. ci/Cita, p. 443. Inut ile o8servare che l'es perienza di guerra è per certo importantissima. ma non al punto che la sua mancanla possa giu stificare la dichi arazione di i ncompetenza di un generale giunto ai vertici dell a carriera!
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equivoca - commenta il Chiala - perché le sue attribuzioni non vennero mai nettamente segnate; infatti il Re e il capo dello stato maggiore dell'esercito, generale Salasco, per ordine del R , crans i riserbata la facoltà cli correggere e variare le disposizioni del quaitier-mastro, o anche di provvedere senza consultarlo» 11 • Esiste un giustificato motivo di perplessità: un incarico di quella portata senza attribuzioni, e quindi foriero di sicure interferenze con il lavoro del capo cli S.M.; un incarico denotante la piena fiducia ciel re e quindi aur.orevole nei provvedimenti presi ma senza corrispondente responsabilità; un incarico inferiore dì rango a quello di ministro della Guerra già rivestito dal Franzini; un incarico che Franzini avrebbe suggerito di dare al maresciallo Bugeaud con funzioni di vero comandante in capo! A:' giuclizio unanime la designazione del generale di Salasco all'incarico di capo di S.M. Generale costituì un grosso enore. Non era affatto l'incapace e sprovveduto quale è stato dipinto, ma gli nuocevano il carattere poco energico e l'indole troppo confo1mista. TI che non è poco! Egli risultò ben lontano dall 'esercitare le sue funzioni con il prestigio e l'autorevolezza necessari a causa della non forte personalità del comandante in capo. Peraltro, almeno un 8uggerimento giusto l'aveva dato al re, pur senza insistere: di tenere presso di sé o il Bava o il De Sonnaz, ma non entrambi; in pratica, gli indicò un vicecomandante. Al termine della campagna, Carlo Alberto volle spiegare la nomina di Salasco: ,, .. non que je l'y aye appelé de mon clwix; mais parce qu' il se trouvait dans celle position par son ancienneté dans l' état major général. ..» ''; una motivazione chiaramente inaccettabile, pur comprendendo quale peso psicologico potesse rivestire, per una mentalità ristretta, il principio dell'anzimùtà. La strana riluttanza del sovrano a far valere la sua volontà nella scelta ciel primo collaboratore in guerra, si palesò anche in seguito, dopo l 'armistizio, allorché si trattò di sostitu.ire il di Salasco.11 2 1 agoslo Carlo Alberto scrisse al Franzini: ( ... ) \!8tre idée de charger le général Chiodo du commandement provvisorie de I' étut-major généraf, m' estforr agréable .. . » 1" 1, ma il 26 agosto 1ispose al Dabormida, nuovo ministro della guerra: «Vous me disiez dans votre lettre de hier que Chiodo 11' était pas capable de diriger bien /' état-major général: e' est aussi ma paifaite convintion; ce n' a jamais été ma pensée, mais une proposition de Fran zini, dans le désir pourtant qu' il ne remp!it cetre piace que temporairement» '4. Il servizio di Stato Maggiore. Dalla relazione ciel di Salasco si trae la visione di un Comando Supremo messo insieme frettolosamente, senza un vero e proprio organico prestudiato, e con personale selezionato però utilizzalo in mansioni essenzialmente burocratiche e topografiche. :e.oiché le osservazioni che egli fa a carico sia dello Stato Maggiore Generale sia di quelli di grande "L. CHIAL\, op. ci/ara. pp. 434-435. "Carlo Alberto a Dabonnida in data 23.8. 1848, ibidem, p. J 20. "Carlo Alberto a Franzini in data 21.8. 1848 . ibidem, p. 114. "CCSM, Relazioni e rapporti 11/4/i, cit. , Ill, p. 124.
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unità sono analoghe - vanno da carenze d'ufficio vere e proprie all ' insufficiente organizzazione della raccolta delle informazioni, alla difettosa trasmissione degli ordini , all'inefficienza dei servizi logistici, agli insoddisfacenti contatti con le autorità civi li - bisogna pensare a problemi non affrontati sin dal tempo di pace e riconoscere che la costituzione dei Comand i è cosa delicata, pur nella veste molto semplice della prima metà dell ' Ottocento. Ed induce, altresì, a chiedersi perché il di Salasco non abbia almeno cominciato a riordinare il servizio. Quanto, poi, affermato dalla Commissione d'inchiesta lascia estremamente dubbiosi su attJibuzioni e compiti dello Stato Maggiore Generale sardo. Secondo la relazione: « Ufficio suo speciale in tempo di pace si è cli prevedere le probabili guerre ciel proprio paese e provvedervi in tempo; in guerra poi effettuare gli studi fatti, cosicché nulla riesca inaspettato di quanto si fosse potuto umanamente antivedere e predisporre». Una sintesi invero ammirevole, ma uno scollamento con la realtà così violento da fa r comprendere come la Commissione si riferisse ai compili ideali e niente affatto a quelli dello S.M. Generale, di cui il Franzini era stato a lungo il capo. Tnfatti, cli piani di guerra offensivi contro l'Austria non esisteva neanche l'ombra, la nomina del cli Salasco fu improvvisa ed il Comando Supremo si avventurò in Lombardia come un cieco. La Co mmi ssione continua: «Le attrib uzioni. cli un ufficiale di Stato Maggiore in campo, scientifiche [?], materiali, amministrative, sono infinite» e, elencate aJcune incombenze relative a movimenti e dislocazione di truppe non assolte, conclude sottolineando la «universale lagnanza contro questi ufficiali, che tulli i rapporti dicono non essersi fatti vedere quasi mai quando maggiore ne era il bisogno»". Sono largamente evidenti le reminiscenze dell'impiego cli numerosi aiutanti di campo dell 'imperatore, dei maresciall i e dei generali nelle campagne napoleoniche (i l cui contesto era diverso). A noi sembra che esista qualche affastellamento cli compiti e responsabilità. Anzi.tutto le critiche derivanti da un globale disservizio vanno addebitate non tanto ai sirtgoli ufficiali quanto al loro capo. In secondo luogo, non possiamo esimerci dal manifest,u-e la sensazione che molti comandanti di divisione, di brigate, cli reggimento ii tenessero indispensabile la presenza di un ufficiale cli Stato Maggiore per illustrare un ordi ne o per muovere in una determinata clisezione, senza cli che una spec ie di paralisi mentale si impadroniva cli loro 16 • " Ibidem , p. 432. '" Ad esempio, il Pinell i scrive di non aver mai visto un ufficiale di S.M. «collocare g li avamposti» della sua divis ione, «né accennare tampoco da qual pa.itc stesse il nemico,, (op. citala. lll, p. 1.99). Questa lagnanza non è solo esagerata, ma è indice chia.i·o dell ' abitudine acqu is ita d i attendere dall'alto un intervento superiore, che non dovrebbe invece aver luogo, non foss'allro per il doveroso rispeuo delle competenze e delle responsabilità dei vari gradi. Del pari troviamo strana la convinzione che su lla situazione lamentata abbia avuto un peso determinante «lo sp irito m ilitare fomiatosi in lunghi anni <li permanenza negli alti comandi » (P. P n;R1, La guerra regia nella pianu ra padana , in E. Rùi;\, op. citata p. 185.
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È molto probabile che la stessa compilazione degli ordini lasciasse frequentemente a desiderare '7, comunque l' impressione di grave difetto d ' iniziativa pare avvalorata dalla quasi inesistenza dell 'uso acconcio dell 'esplorazione lontana e vicina. I comandanti di corpo d 'armata. I generali Bava e De Sonnaz erano i due più alti comandanti. Migliore il primo per capacità e doti di comando; buon soldato, ma di media levatura come capo, il secondo. L' istituzione del gradino corpo d' annata sembra dovuta al desiderio di assicurare loro un ruolo superiore a quello divisionario , rivestendo essi in pace l'incarico di governatore. TI di Salasco considerò nociva la novità, perché a suo avviso non indi spensabile e tale da falsare i normali rapporti di dipendenza stabiliti dal regolamento piemontese per il servizio delle trnppe in campagna, da aumentare il lavoro degli Stati Maggiori, e da provocare una perdita di tempo nella trasmissione degli ordini. Sempre a suo parere «ellejit naftre des rivalités, empecha de réunir, du moins assez promptement, sur !es poùus impor1a111s, /outes !es f orces dont on aurait voulu disposer, en un mo/ créa des embarras, nuisit a ce/ ensemble e/ à la promptitude si nécessaire dans !es opérations, mì tant de volon tés sont appelées à concourir» '". Che gli inconvenienti lamentati si si ano verificati è innegabile, ma - a prescindere dal motivo del provvedimento - non sembrano necessariamente connessi con la costituz.ione dei corpi d'annata. Anche volendo ammettere che cinque divisioni potessero essere guidate direttamente dal Comando d 'annata, non si vede come il nuovo livello ordi nativo , già diffuso in tutti i principali eserciti europei, potesse nuocere alla direzione delle operazioni. Il di Salasco sostenne preferibile creare i corpi d'armata solo nel caso di un forte incremento della forza combattente: ebbene, per l'appunto esisteva la più che fondata previsione di tale aumento nel giro di un paio di mesi (infatti sul Mincio si troveraimo schierati 75.000 uomini) e dell'afflusso di contingenti italiani nonché di volontari , tutte forze che bisognava inquadrare in qualche modo nell'armata sarda. In definitiva , si è assai più propensi ad attribuire i 1itardi e le complicazioni ad un cattivo funzionamento del servizio di Stato Maggiore, e la perdita di unitarietà cli sforzi a cattivo esercizio del comando. Anche le rivalità non sono da ricondu1Te all ' articolazione delle forze , bensì alla scarsa incisività degli interventi ciel sovrano. Ben presto emersero i dissidi fra Franzini e Bava, ostinato e irritabile l'uno, duro e poco malleabil e " «Altra cosa che non ho ma i saputo spiegare a me stessù - scrisse il generale Bisc aretti , comandante della brigata Gu,trdie - durante il corso della guerra, si è per qua le motivo i comandanti di brigata non sieno, in nessuna circostanza, stati messi a pane dello scopo delle fazioni per quello che poteva ri guardarli: di mia persona mi trovai a sei combattimenti , e sempre ebbi a regolarmi come me lo indicava il mio criterio e mai mi si comuni cò, con o-rd ine preventivo, quale sarebbe stata la combinazione generale e la mia missione» (CCSM, Relazioni e rapporti 184/ì, cit., Il, p. li ). "Ibidem. I, p. 3.
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l'altro; poi, con il ritorno di Franzini a Torino (metà giugno), Bava divenne il vero braccio destro di Carlo Alberto. Gli ufficiali. In linea di massima gli ufficiali superiori, specie di fanteria, erano scadenti e «soverchiamente attempati», come dice il Pinelli. Vale la pena, perciò, di spendere qualche parola sul citato principio dell'anzianità, considerato causa prima del grave difetto. A metà maggio 1848 il Dabonnida ammise: «Fra le difficoltà d'ogni genere la mancanza di uomini capaci non è delle più piccole: il letargico sistema dell'anzianità seguito per tanti anni non ha lasciato mel'lere in evidenza le capacità che si paleseranno in seguito, se Iddio ci darà una vita libera e italiana» '". Certamente tale criterio esercitò una spiccata influenza negativa, tuttavia non ne1la misura di cui comunemente si parla ' 0 • Esso valeva sino al grado di capitano incluso; per la promozione a maggiore e nei gradi superiori avevano la preminenza il merito e la capacità; nel 1833 Carlo Alberto decise anche la sospensione temporanea o l'esclusione dall'avanzamento degli ufficiali che avessero demeritato per incapacità professionale o cattiva condotta in servizio o nella vita privata. Purtroppo, all'atto pratico, come frequentemente accade nei lunghi periodi di pace, l' anzianità continuò a godere di un coefficiente notevole 21• Le nuove norme del 7 dicembre 1847 tardive per la campagna del 1848, ma già buone per quella del 1849 - stabilirono addirittura una percentuale di avanzamento per merito e non di anzianità: il 33% dei posti da tenente a capitano, il 50% da capitano a maggiore, il 100% da maggiore a colonnello (il grado di tenente colonnello era stato soppresso nel 1841), il 25% da colonnello a maggiore generale. Oltre questo grado la promozione era esclusivamente a scelta. Resta il pesante rimarco del Pinelli, di una carriera così .lenta che difficilmente un maggiore, comandante di battaglione contava meno di cinquant'anni; rimarco da addebitare evidentemente non alla selezione, ma agli organici ed alla mancata definizione dei limiti d.i età. Nei gradi di ufficiale superiore e generale la guerra metterà alla luce molta mediocrità, però forse non ha torto il Corsi, che quell'esercito conobbe da vicino e con occhio suffici.entemente distaccato: « . . . di questo non lieve male la colpa ricade in gran patte, più che sugli uomini medesimi, su quel sistema di rigido regolamentarìsmo che s'era impiantato in ogni parte della pubblica amministrazione in Piemonte, e segnatamente nella milizia (. .. ) e, ponendo ali 'apice "Dabormida a Collegno in data 15.5.1848, in L. CHI.A.LA, op. citata , p. 379. "' Non sarà male ricordare che il criterio dell'avarizarnento ad anzianità. per gli uffic iali , fu instaurato per Ja prima volta in Europa da Federico Guglielmo I di Prussia, il re sergente, con risu ltati spi ccatamente positivi. Esso prevaleva ancora alla vigilia della guerra austro -prussiana del 1866, pur essendo combinato con quello a scel!a nei gradi più elevati. Detto criterio, che mirnva a combattere il favoritismo, si basava sulla riconosciuta notevole omogeneità del corpo ufficiali: tutti provenivano dalla stessa matrice, erano dotati di uguale preparnzione professionale, possedevano le stesse qualità militari, percon·evano lo stesso iter d i carriera (vo. LUDINGHAUSEN , l' année preussicnne, Brnges-Paris, 1868, p. 41. "N. BRANCACCIO, op . cirara, pp. 402-405.
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delle virtù m.ilita1i la obbedienza cieca e passi va, escludeva e prosc1iveva quasi il ragionare» 22 • Bisogna anche dire qualcosa sull 'esiguità numerica dei quadri di complemento. A nostro avviso essa rientra nella carente visione dell'esercito mobilitato e delle sue molteplici necessità. Portare ali 'organico di guerra le unità esistenti sin da tempo di pace era considerato il grosso dell'operazione. Il rifornimento del personale era evidentemente studiato in modo approssimativo, il fabbisogno specifico di ufficiali e sottufficiali lo era :mcor meno, la costituzione di nuove unità con i quarti e quinti battaglioni non lo era affatto. Su tutto, inoltre, aleggiava un'aria di taccagneria. Anche allora erano rarissimi i governi che non cercassero di realizzare economie sull 'esercito, calcolando di aver tutto il •tempo di provvedere in caso di un rabbuiarsi dell'orizzonte internazionale (oppure contando di passare la patata bollente ad un governo successivo) , ma nel Piemonte degli anni Trenta e Quaranta accanto alle buone riforme c'erano dissonanze che infirmavano, almeno in parte, il lavoro di ammodernamento. All'intento di bmitare le spese si debbono la nota contrazione della ferma agli inadeguati quattordici mesi, l 'incompletezza degli organici di pace, l 'insufficiente inquadramento delle compagnie di fan teria "', iI lesinare sul ritiro dal servizio (per ritardare la pensione) a chi superava i tTent'anni di servizio 14 , la riduzione degli esercizi di tiro, il trascurare il completamento delle dotazioni di mobilitazione delle unità esistenti, il rimandare l'approntamento di scorte di mobilitazione " . Non a caso il Pinelli accuserà: «Un gretto spirito di economia acquistando ognora maggiore preponderanza, i quadri erano quasi sempre incompleti, e mantenuti in essi inoltre uomini stravecchi e valetudinari; non surrogati i veterani che uscivano dalle file, donde riduzione grandissima nella categoria d'ordinanza» '". In questo spirito si colloca l'assurda limitazione degli ufficiali provi nciali , portata quasi a11 'eliminazione della categoria, nonostante l'esigua disponibilità di ufficiali dì carriera. Secondo Pieri, alla base della drastica riduzione dei provinciali stava un intento «strettamente reaziona1io» 27 • Gli ufficiali di carriera, fedelissimi, garanti vano uno strumento armalo sicuro per ogni evenienza, anche contro sollevazioni popolari: «La massa dei riservisti era pur sempre di contadini; nelle mani dì un clero retrivo e reazionario prima, di ufficiali di car"C. CORSI,
op. cirara, p. 34 .
"«Per u.n faloo spirito <li econom ia 4uattro soli ufficali ebbero sopra di sé il carico di 250 soldati» scri sse la commissione d'inchiesta (CCSM , Relazioni e rapporli 1848, cit., liI, p. 422). 11 • F. P1 NELt.1 , op. cirara, III, p. 55. " Il duca di Genova scrisse: «LI nostro esercito, insomma, in tutte le sue pani, era quale poteva farlo un ministero che ( .. . )mirando ad una apparente economia col fare ogni cosa incompleta, aveva finito in un vero scialacquo» (CCSM, Relazioni e rapporti 1848 cil., ili, p. 288). " F. PJNELLL, op. citata , III, p. 55. " P. PI ERJ, La guerm regia cit. , p. 178 n.ota 4 e p. 309.
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1iera incolti e retrogradi poi, sarebbero 1irnasti legati al trono e all' altare: l'esercito di riservisti restava esercito dinastico! Ma in realtà esercito dinastico solo in senso reazionario ( . . . )» 28 • Nessun dubbio che Carlo Alberto fosse più reazionario che liberale; però ci sembra che il considerare poco affidabili - dal suo punto di vista - gli ufficiali provinciali, sul piano dell 'impiego in qualunque direzione, sia, nel Piemonte di quegli anni , alquanto forzato. Alla fin fine essi erano in massima parie gentiluomini e possidenti, appartenevano, in alu-i tem1ini , ad un ceto di cui il re non aveva motivo di diffidare, specialmente ove si tenga conto del fallo che né i moti del 1821 (opera di liberali ma legittimisti), né, meno .ancora, quelli del 1833 (ispirati dai mazziniani) vi avevano trovato particolare eco. A nostro avviso, perciò, la disastrosa situazione dei quadri costituisce più un grossolano sbaglio tecnico (investente anche i sottufficiali) che un voluto provvedimento di natura reazionaria scollato dal problema operativo. Sotto il profilo qualitativo, è stata anche sottolineata «l'ostinata esclusione» dei pal1ioti del 1821 dalle file dell 'esercito. Presc indendo dal diritto cli Carlo Alberto di dubitare cli ufficiali il cui comportamento - anche se ispirato da nobili motivi - non può certo andare esente eia critica, rimane estremamente discutibi le !'implicitamente automatica relazione di uguaglianza Ira patriottismo e capacità tecnica. Ben sappiamo che quando entrano in campo i sentimenti si manifesta la fortissima tendenza a scam biare l'entusiasmo, generoso o fittizio che sia, con l'efficienza; così come quando si tratta cli lotta di parte o di fazione, la fedeltà al capo o all'ideologia diventa requisito di gran lunga supe1iore al merito. Ora, per i patrioti del 1821 si presentava anche il non lieve inconveniente di riprendere servizio dopo alcuni lustri di assenza dal servizio se non adcli1ittura dal Piemonte. In sostanza, sembra poco convincente la tesi che la loro escl usione possa avere influito in modo negativo e sensibile sui quadri elevati dell'armata sarda. Le h·uppe. Per la fanteria, vale la pena cli tornare sulla questione della compagnia perché fu giudicata <<errore incredibile e fonte di infiniti guai» w_ In Piemonte l' organico di guerra 1832 - che stabiliva per ogni compagnia di fanteria di qualunque tipo 4 ufficiali e 150 uomini di h·uppa, sottufficiali compresi - era stato modificato nel 1839. Il nuovo organico fissava per la compagnia cacciatori e granatieri 4 ufficiali e 249 truppa, per la compagnia bersaglieri 4 ufficiali e 223 truppa ' 0 • A quanto pare eletto organico era dovuto non a motivi " Ibidem, p. 186. In altro pregevole saggio Pieri ritorna sull ' argomento, ma in forma un po ' Lroppo categorica. In reallà l'armata sarda mobilitata non era inquadrata esc/usiva111e111e dagli ufficiali di carriera; ques ti non erano soltanlo nobili o provenienti dalla bassa forza. Resta il giustissimo rammarico che l'elemento borghese fosse ancora insurtìcientemcntc rappresentato, specie nei gradi eleva ti (P. P1 R J, L' esercito piemon!ese e la campagna del 1849 , Is tituto Stor ia del Risorgimento italiano, Torino 1949, pp. 3-4). " CCSM, Relazioni e rapporti 1848 cit., lJI, p. 422. " N. BRA NCACCIO, op. citala. pp. 253, 260 e 267 .
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di carattere tattico, posto che la dottri_na d'impiego era di marca francese, quanto alla convinzione che il livello di 250 uomini avrebbe facilmente assorbito il prevedjbile minore afflusso di richiamati, le perdite di guerra e le assenze di vario genere. Infatti , in guerra i battaglioni di deposito dovevano alimentare guelli attivi in modo da assicurare alle compagnie un livello di 200 uomini 1 1• A prescindere dalla discutibilità di simile ragionamento, sta di fatto che i mali lamentati dovettero verificarsi soltanto temporaneamente, giacché a fine aprile ogni reggimento contava nei ranghi circa 2.000 uomini, vale a dire da 650 per battaglione e quindi 160 per compagnia secondo Pinelli :1, , a 760 per battaglione e quindi 190 per compagnia secondo Fabris '-'. Alla vigilia di Custoza nessui;ia compagnia superava i 200 uomini. Per utile raffronto, d.iremo che nel marzo 1848 le compagnie austriache oscillavano dai 180 ai 260 presenti 14 e che nel 1859 la compagnia piemontese era su un organico di guena di 165 uomini , quella francese di 121 (ma il battaglione era su otto compagnie anzìcbé su quattro), e quella austriaca di 220, tutte con quattro ufficiali 35 • E, infine, nel 1866 l'organico di guerra delle compagnie di fanteria in Europa fu di 260 uomini in Russia 250 in Prussia, 220 in Austria, 115 in Francia e 90 in 1nghilterra 36• In effetti, la dilatazione oltre misura (rispetto all'organico di pace) delle compagnie non soltanto risultò ingovernabile da parte di soli quattrn ufficiali (sempre che nessuno cadesse mal.ato, ferito o morto) e cl.i uno scarso numero di sottufficiali, ma il male venne aggravato dall'insufficiente durata del periodo di amalgama, cioè del tempo occorrente per inquadrare e riprendere alla mano .i richiamati, conoscerli , riabituarli alla disciplina , riaddestrarli (nel 1848 c'era anche il problema della recente adozione del fucile a percussione) " , riabituarli alla disciplina ed alla fatica dei campi e delle marce. Quando si legge che alla data del 20 marzo la fanteria aveva a disposizione sei classi di provinciali su otto - per effetto dei richiamati (classe 1825 J'l l gennaio; classi 1824-23-22 il 1° marzo), del trattenimento alle am1i della classe 1826 e della chiamata della classe 1827 - non si deve giungere alla conclusione che tale disponibilità potesse consentire un efficace .impiego dell ' armata in campagna. Non solamente i tempi reali per l'afflusso dei richiamati si aggiravano sulle due-tre settima" lhidem , p. 260.
" F.
PlNLiLLI, op. citata, TTT, quadro n. 4. "C. FABRIS, op. òtata. Il, p. 175, n. I. " Ibidem, T, p. 141. " COMANDO DEL CORPO Df ST.,TO MAGGIORE, La guerra del i 859 , Ed. Laziale, Roma L9 12. 1
voi. , pp. 124, 66 e 95.
op . citata, p. 60 . 11 merito principale dell'acciartno a percussione cons isteva nel rid urre drasticamente i casi di mancata accensione della miccia. La precisione e la portata utile rimanevano però invariati , cioè assai scarsi. Oltre i cim1uanta metri era efficace solo il fuoco di ma~sa: ecco perché il ricorso al fuoco a volontà era in pratica la.~ciato ai bersaglie ri . "'' VON LUDINGHAUSEN, .ll
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ne, non soltanto la carenza di quadri complicava e perciò allungava il periodo dell'amalgama, ma le dotazioni di mobilitazione nei magazzini erano insufii cienti a mettere veramente l'esercito sul piede di guerra. Perciò, il considerare ultimata la radunata di 45 .000 uomini sul Mincio a fine aprile non deve far dimenticare quanto posto in risalto. In pratica, per le quattro classi affluite in marzo il vero lavoro di incorporamento e addestramento iniziò sul Mincio. Naturalmente, un conto è ricevere ed amalgamare i richiamati prima dell'impiego, ed altro è riceverli e dover procedere all'amalgama operazioni durante. Gli inconvenienti si accentuarono ben presto, quando il rapidissimo logorio degli elementi più anziani e meno resistenti accrebbe in modo drammatico il fabbisogno di ufficiali. Si dovette attingere sui due piedi ai sergenti, ma i 1isultati furono generalmente cattivi: si aprì un analogo gravissimo problema nei ranghi dei sottufficiali, si persero i migliori sergenti per avere scaden ti ufficiali, si facilitò I 'i nso rgere di serie disfunzioni e di malversazioni nella farraginosa amministrazione dei corpi. L'impiego della fanteria in combaltimento si basava sul «Regolamento d 'esercizio» ed. 1838. «In esso , come in quello francese - sintetizza il generale Stefani - il canone fondamentale della tecnica di combattimento restava la ricerca della regolarità e della precisione nei movimenti "elementari, semplici, compositi, multipli" e nelle composizioni geometriche delle "fronti , delle f orme e delle forma zioni" dei vari ordini di marcia, di combattimento, di campo e di guardia» }8• Questo spiega l'insistenza degli esercizi di piazza d 'armi e la fiducia nel regolamento, posto che in sostanza era quello di un esercito prestigioso come il francese . Aggiungiamo due note. La prima è che l'ord ine tattico rigido doveva compensare la mancanza di sicurezza e di tenuta in combattimento di un soldato ins ufficientemente addestrato; la seconda concerne l'urto, cioè l'assalto. Era considerato l'atto conclusivo e, in sostanza, a questo punto tenninava la lotta; non si parlava di quel che oggi definiamo completamento del successo. Per inciso, si tenga presente che nelle guerre napoleoniche raramente si arrivava al vero corpo a corpo: prima di tale momento o l'attaccante, scorato, ripiegava in disordine oppure il difensore, spaventato, abbandonava la posizione o si arrendeva. lnfme, la fanteria cli linea doveva essere tenuta tanto più alla mano quanto meno esercitata, perché poco sostenuta dal fuoco. Fu anche per l'eccessiva riduzione della ferma che la prescrizione regolamentare cli istruire tutta la fante,ia alla tecnica dei cacciatori rimase inosservata? Può darsi , tuttavia c 'era anche poca convinzione. Non soltanto i battaglioni cacciatori erano utilizzati più o meno al la stessa stregua dei fucilieri, ma la frettolosità dell'impiego ·" F. STEFANJ, La sloria della do/Irina e degli ordinamenri del/' esercito iraliano, USSME, Roma 1984, voi. I, p. 30.
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rispetto alle esigenze della mobilitazione po1tò a diminuire l'efficienza dei bersaglieri 39 • La cavalleria si presentava bene. Si lamenterà l'assenza di cavalleria leggera, e cioè di almeno un paio di reggimenti (un terzo del totale) di tal genere. Ora, la cavalleria piemontese non poteva esser definita veramente «pesante», quindi non avrebbe incontrato eccessiva difficoltà ad assolvere compiti di esplorazione, ove addestrata convenientemente; ad ogni modo due reggimenti (il Novara nel 1841 e l'Aosta nel 1844) erano stati preparati alla bisogna con uomini e cavalli adatti, anche se poi, in definitiva, vennero utilizzati come gli altri. Premesso che non era semplice creare i quadri di una vera cavalleria leggera, l'l regolamentazione del 1844, anch'essa ispirata alla francese, continuò a riferirsi all'impiego a massa in un quadro ideale del combattimento ed a trascurare in modo grave l 'impiego e l 'utilizzazione della specialità leggera. Forse contribuì la propensione mentale ad un certo tipo di combattimento: «Tutti i colonnelli si lagnano - dic la Commissione - dell'abuso fatto della cavalleria e tanto più in suolo così avverso. Anna costosissima e difficile a rimettersi, invece di esser tenuta in seconda linea od in riserva (di dove sa.rebbesi per la sua velocità rapidamente portata all ' uopo), fu quasi sempre collocata in prima Linea» ,o. L'mma migliore, complessivamente, era l'artiglieria. Sua unica limitazione, il ridotto numero delle batterie. Era stata riordinata su due distinti rami: del personale e del materiale. Le dodici batterie a piedi del vecchio ordinamento del 1822 vennero conservate con la denominazione di batterie di piazza (non montées), le batterie leggere e le due batterie del treno d'artiglieria dettero vita a dieci batterie da campagna (montées) e a due batterie a cavallo, comprendenti, tutte, serventi e conducenti. La costituzione delle batterie a cavallo alla Venarla Reale - merito precipuo ciel capitano Alfonso La Mannora - risullò piuttosto laboriosa, però i risultati. furono eccellenti, tm1!0 che le Voloire, come presero ad esser chiamate, divennero d'esempio per le batterie da campagna e fomirarmo all'annata sarda ed all'esercito italiano molti ottimi colonnelli e generali (Valfré di Bonzo, Petitti di Roreto, di Pettinengo, ecc.). In sostanza, in parten za si aveva un esercito con la fanteria in corso di dilatazione oltre misura in rappo1to alle possibilità reali di condotta e di controllo disciplinare e tattico; con la cavalleria e l'artiglie1ia buone ma quantitativamente inferiori alle necessità; con un apparato logistico di campagna allo stato embrionale, anzi «questi tre importanti servizi (treno di provianda, servizio sanitario e sussistenza) si può dire che non esistessero» affermerà il duca di
" «Abbiamo nei ber,;aglieri un o ttimo corro leggero (. . . ) ma ai suoi 800 uomini sceltissim i furono aggiunti in marzo un migliaio d' altri arruolati a caso, istrnlli in frella, cioè male. ed in gran pane privi della ncessaria anitudine a quel servizio: inoltre le enom1i fatiche li ri dus., ero presto alla metà» scri sse la Commissione d'inchiesta (CCSM, Relazioni e rapporti lli4/i, cit. , Ili , p. 424). ·"' CCSM , Relazioni e rappor1i 1848, cit., Ili, p. 428 (corsivo nostro) .
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Genova nella sua relazione ". Si aggiungano una mobilitazione tuttora in atto, una radunata in corso, un' arnalgama dei richiamati di marzo quasi interamente da compiere, una classe tutta da istruire e, dufcis in fimdo , un comandante supremo in cui nessuno aveva fiducia. Tutto questo era noto al governo. li 29 marzo l'incaricato d 'affari francese Bixio riferì a Lamartine: «Il ministro sardo, Parew, pare perfetta mente tranquillo sug li eventi e sulla ri usci ta della guerra . Egli dubita appena che l'esercito piemontese non vinca gli Austriaci nelle pianure del la Lombardia , e non s' impensierisce quasi per ni ente della possibilità oi uno scacco. Questa sicurezza singolare mi allamrn al l ' eslTemo. Ho chiesto a Pareto se ave sse una riserva pronta, in caso di scon fitta. Mi ha ri sposto che fra qualche giorno s i proponeva di approntarla. Ho insistito. InoltTe ho ch iesto se la popolazione piemontese fosse allertata, pronta ad essere annata in caso di invas ione. Questo linguaggio ha sbalordito e non è stato affauo compreso dal ministro. Ciò che colpisce di più , qui, è il contrasto fra 1·auclacia dell'impresa e l' in sufficienza dei mezzi» ..,_
3.
L'ARMATA DI RADETZKY
Passiamo, adesso, all'esercito austriaco. Alla testa dell'armata d ' Italia stava il feldmaresciallo Radetzky. Aveva dalla sua: esperienza di guerra in tutti i gradi ; pratica dei Comandi di alto livello, in quanto capo di S .M . del generalissimo Schwarzenberg nelle campagne del 1813-14-15; chiara visione dello scacchiere dell'Alta Italia per avervi combattuto nelle campagne del 1799, 1800 e 1805; conoscenza del Lombardo-Veneto, perché dal 1831 a capo delle truppe imperiali del regno; padronanza delle possibili ipotesi di una guerra contro il Piemonte e contro la Francia, in quanto Milano gli consentiva il controllo degli sbocchi dal Ticino ed il Quadrilatero (Verona, Legnago, Mantova e Peschiera) gli permetteva sia un'eventuale raccolta delle forze in relativa t:ranquillità qualora avesse dovuto retrocedere, sia l'avvio di una controffensiva verso il Ticino ed oltre; conoscenza a fondo dei comandanti e dei soldati ai suoi ordini; un carattere solido, poco incline ad accettare supinamente ordini di Vienna che non lo persuadessero, privo di complessi. Era sicuro dell'efficienza dello strumento bellico a sua disposizione, certo della vittoria in caso di conflitto con il Piemonte (molto meno se fosse intervenuta la Francia). Una sola cosa non aveva previsto: un ' insurrezione generale popolare, sia pure troppo spontanea e disordinata, che in batter d ' occhio lo costringesse a rifugiarsi nel Quadrilatero.
" Ibidem, p. 276. " L. Cii JA LA , op. citata, p. 33.
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Il servizio di Stato Maggiore. Basti dire che il Comando de l] 'annata, quelli di corpo d'armata e delle divisioni erano già costituiti e funzionanti da tempo e che il quadro di battaglia delle forze imperiali era praticamente in atto da anni, con l'unico inconveniente dello sbriciolamento dei reparti. Radetzky avrebbe voluto che i due comandanti di corpo potessero concentrare .I loro truppe con facilità, in modo eia fronteggiare qualsiasi evenienza improvvi sa, ma le autorità politiche locali «sostenevano cli aver bisogno delle baionette dei soldati per mantenere l'ordine>> e si opposero sempre alla ridu zione delle guarnigioni ·" . Gli ufficiali. Tutti i generali di rango più elevato avevano esperienza di guerra,nel grado di ufficiale superiore o cli generale: Wallmoclen e Schoenhals, i principali collaboratori; Wratislaw, D ' Aspre e poi Nugent, i comandanti cli corpo d'armata. Quanto agli altri ufficiali, il loro livello medio non doveva essere molto elevato se i migliori, cioè quelli provenienti dall'accademia militare di Wiener Neustadt e dcll 'accademia del genio a Vienna (dove gli allievi entravano a 10-11 anni e rimanevano per sette anni), palesavano carenze di maturità e cli preparazione. Secondo un giudizio probabilmente troppo severo, su un centinaio di ufficiali sfornati annualmente dalle due accademie ce n 'erano «forse otto o dieci dotati del talento e della volontà necessari a continuare i loro studi sulle basi di ciò che avevano imparato», mentre il resto era un insieme di «vanitosi , penosi saccenti», pronti ad esibire troppo spesso «la propria ignoranza ed arroganza» 44 • La massa proveniva dai cadetti reggimentali, un sistema con vantaggi (rendeva possibile ! ' arruolamento cli molti stranieri) e svantaggi (la preparazione professionale era in pratica affidata al tempo). Secondo l'arciduca Massimiliano di Lorena-Este, fratello del duca di Modena, la tara cieli 'esercito austriaco era «la cattiva selezione ed il pessimo acldestrnmento del nostro corpo ufficiali . Ogni ufficiale dell'esercito nega ciò per vanità e attribuisce l ' inefficienza alla mancanza di libertà, alla cattiva paga ed alla rozza e selvaggia natura ciel soldato semplice, che non avrebbe predisposizione all'addestramento e sarebbe privo dei sentimenti d'orgoglio e d'ambizione ( ... ). Ma ( ... ) queste ragioni che gli ufficiali avanzano sono completamente prive di fondamento» .i. Una volta ultimato il periodo eia cadetto, in media sette anni, l'ufficiale veniva a trovarsi totalmente nelle mani del! ' lnhaber, ossia ciel colonnello titolare ciel reggimento (che spesso era un generale) , il quale decideva a suo pressoché insindacabile giudizio delle promozioni sino al grado di capitano compreso. In linea cli massima, secondo le rigorose direttiva dell'Hofkriegsrat, tali
'" Der Feldzug der osterreichen Armee in l!alien im Jahre 1848 (Relazione ufficiale su ll a campagna del! 'armala austriaca nel l 848). Wien l 85 4, pp. 8-9. '"'F. VON FENNEAERG, op. cita/o , p. 43. " In A. SKED, op. cita/(/. p. 33.
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promozioni dovevano tener molto conto dell 'anzianità, ma nessuna disposizione riusciva a limitare i «gravi abusi» cieli' lnhaber, al punto che «la slrngrancle maggioranza degli ufficiali deve attendere vencinque o trent'anni prima cli diventare capitano semplice» 46 • Naturalmente, per i favoriti - alta aristocrazia o piccola nobiltà ma ricca - la promozione a capitano poteva arrivare in sei o sette anni. Un altro modo per conseguire l'avanzamento era quello, legalmente permesso, cli comperare un brevetto cli sottotenente cli fanteria o cli tenente di cavalleria. Per gli altri gradi era vietato, ma soltanto in teoria, perché diventava possibile mediante la procedura della «convenzione» (beninteso se l 'lnhaber lo consentiva), che permetteva ad un ufficiale cli ritirarsi dal servizio vendendo ad alto prezzo il proprio grado ed il proprio incarico ad un ufficiale cli rango inferiore . Come è ovvio , la forma doveva essere salvata, perciò il colonnello comandante concedeva una licenza straordinaria per malattia a colui che vendeva il grado, sì che potesse presentm·e una domanda cli prepensionamento per invalidità contratta in servizio, regolarmente documentata da medici compiacenti. Tutto questo conduceva al Konkretualstatus , una specie di carriera reggimentale distinta per ogni singolo reggimento. La maggior patte degli ufficiali si rassegnava anche ad ingiustizie e soprusi per rimanere nel proprio reggimento, senza chiedere trasferimenti, perché il reggimento era alla lettera la famiglia e la casa dell ' ufficiale austiiaco e, d'altrnnde, la pensione di un capitano era modesta ma consentiva una vita decorosa " . Per inciso, non esisteva un limite d'età per i diversi gradi. Finché l'ufficiale era idoneo fisicamente restava in servizio. Questo spiega gli ottantadue anni di Radetzky ed il suo risentimento quando Francesco Giuseppe decise di collocarlo a riposo a novant anni. E spiega come sia potuto accadere che nel 1855 iI ministro della guerra personalmente abbia sollevato dal comando di reggimento un colonnello di cento anni 48 • Le truppe . Secondo un contemporaneo, «alla maggioranza di essi [gli ufficiali] mancava la capacità cli comprendere la mentalità del soldato semplice; essi si attenevano strettamente alla posizione gerarchica, come se questa potesse da sola determinare rispetto e fiducia. TI subalterno, come il capitano, sono costantemente in contatto con il soldato semplice: l'ufficiale controlla e dirige l'addestramento delle reclute, fa scuola agli uomi_ni, e, in breve, in servizio trascorre con loro gran parte della sua giornata. Però non si prende cura di studiare iI carattere degli uomini, di rivolgersi ad essi nella loro lingua o di educarli ai doveri militari con l' esempio»·19• Il distacco fra ufficiali e soldati era
"" M_ VON ANGELI , Wien nach 1848, Wien-Leipzig 1905, p. 127 , in A_ ,, A. S KED. op. d ia/a, pp. 35-43. '" Ibidem, p. 73, n. 126. ,, F. VON FENNEBERG, op. citato, pp. 6 1-62.
SKED,
op. citata, p. 37.
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abissale: dai primi veniva richiesta solo la cieca obbedienza. Questa frattura, non generale ma assai frequente, in parte si spiegava con difficoltà linguistiche. Gli ufficiali austriaci di solito conoscevano soltanto il tedesco e, quindi, non erano materialmente in condizioni di comunicare con i soldati ungheresi , croati, italiani, boemi ecc. e, del resto, anche con i soldati austriaci non sempre era facile l'intesa per la parlata affettata dei primi ed il dialetto talvolta incomprensibile dei secondi. In parte l 'eccessivo distacco era dovuto a relativa mancanza di interesse ed a scarsa capacità di insegnamento. In definitiva, l'istruzione dei soldati veniva lasciata ai sottufficiali, i quali spesso si mutavano in interpreti allorché gli ufficiali impartivano ordini. basso livello sociale, la sostanziale apatia politica, una disciplina estremamente dura e sovente arbitraria, i vincoli reggimentali, la lunghezza della ferma, tutto ciò contribuiva a rendere l'esercito austriaco solido strumento bellico. Il punto critico dei sentimenti del soldato risiedeva nello spirito di nazionalità. L' am1ata di Radetzky contava 24 battaglioni italiani sui 61 presenti nel Lombardo-Veneto, vale a dire il 39% della fanteria. Degli altri battaglioni, 9 erano ungheresi, 6 cechi, 10 croati e 12 austriaci. Nei battaglioni tratti dal Loiubardo-Veneto, gli ufficiali italiani erano una minoranza, a volte sensibile; al massimo sembra giungessero ad un terzo del totale. Non esistevano reparti di artiglieria e di cavalleria italiani. Siffatta proporzione non dava molto pensiero alle autorità austriache, tuttavia Radetzky valutava con prudenza il comprn1amento dei reparti italiani. Nel dicembre 1847 aveva scritto a Hardegg:
Il
«La prego di considerare che gran parte delle mie truppe è composta da reggimenti italiani; non nutro alcun dubbio sulla fedeltà di queste truppe: esse faranno il loro dovere, ma non dobbiamo aspettarci nulla più del ragionevole soprattutto quando dovranno combattere contro i loro com patrioti. Non c'è dubbio che que,;to tipo di tru ppa sarà soggetto ad ogni influenza ed incitato alla diserzione e se la sorte delle armi ci sarà contrnri ,J nella prima battaglia, allora io non potrà più rispondere della loro fede!tà: una tale esperienw non dovrebbe sorprendere perché è vecchia come l a storia slessa» ''·
Una vera e propria eccezione era presentata dal reggimento italiano «Arciduca Ferdinando d'Este», che nel 1848 aveva nei ranghi ben 269 criminali, iuolti dei quali pericolosi. Era dislocato in Tirolo e costituiva il principale nerbo di truppe del generale von Welden, il quale ovviamente considerava con preoccupazione il compito affidatogli, di garantire la sicurezza del la linea di comunicazione Verona-lnnsbruck. Il suo sgomento aumenterà all ' ini zio delle ostilità: non soltanto reputava assolutamente inaffidabili i due battaglioni del «Ferdinando cl' Este» (tra l'altro, mal visti in tutto il Tiro lo), ma la popolazione di lingua italiana ciel Trentino vedeva di buon occhio il rivolgimento nel Lombardo-Veneto e quella di ling11a
" Radetzky a Hardegg in data 12.12.1847 , in A. SKEu, op. citata, pp. l 11-112.
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LA PRlMA GUERRA D'lNDlPENDENZA
tedesca cli Bolzano non voleva impegni. «Quando essi [i tirolesi di ljngua tedesca] furono interpeUati di recente - scrisse il Welden a Radetzky il 4 aprile per formare compagnie di difesa per la provincia del Tirolo, la loro prima domanda fu "Quanto al giorno per ogni uomo?" e la loro prima dichiarazione fu che essi avrebbero combattuto solo se il nemico fosse giunto alla soglia cli casa, perché altri menti non era affar loro. Nessuno qui sopporta l 'onere rn i1itare, eppure è questa la provincia da cui dipende l'esercito di Vostra Eccellenza, e attraverso cui corre la sottile arteria che lo collega con la monarchia»". Peraltro, secondo il conte Hartig, fino all'insurrezione di Milano «non solo non c'erano dubbi sulla loro [delle tru ppe italiane] fedeltà, ma ogni allusione a tali dubbi , che si dice non mancassero ne l ministero, era considerata una violazione dell 'onore militare» 52 • Non fu né semplice né leggera la prova psicologica cui si trovò sottoposto l'esercito austriaco in Italia. L'averla superata fu particolare merito di Radetzky e la monarchia gli dovette moltissimo . La campagna può considerarsi divisa in due grandi fasi separate dalla caduta cli Vicenza in mano aust1iaca. La prima (23 marzo- l3 giugno) comprendente l'avanzata e l'attestamento piemontese al Mincio, i combattimenti di Pastrengo e cli S. Lucia, la prima controffensiva austriaca conclusasi con la battaglia di Goito. La seconda (14 giugno-9 agosto) comprendente la lunga pausa operativa, la seconda controffensiva cli Radetzky incentrata sulla battaglia cli Custoza, la ritirata piemontese su Milano e l'armistizio di Salasco. Per ovvi motivi di sintesi, ci limi teremo ad uno sguardo panoramico sulle operazioni, soffermandoci soltanto ove ritenuto cli particolare interesse 53 •
4. LA
PRIMA FASE DELLA CAMT'AG. A
All'inizio delle ostilità i quadri cli battaglia sardo e austriaco (vds. pagine seguenti) erano largamente incompleti, l'uno perché mobilitazione e radunata si trovavano tuttora in corso cli esecuzione; l'altro perché la rivolta di Milano e della Lombardia avevano squassato il J corpo del Wratislaw e quella del Veneto messo in difficoltà il II corpo del D' Aspre. Come le truppe d 'ambedue le parti entrarono in campo a ranghi ridotti o disordinati, così i capi si trovarono ad adottare sul tamburo una linea di condotta vincolata dal le circostanze.
; i l!l A. SKED, op. cirma, pp. 115. " Ibidem, p. 111. " Per le vicende m.i litari dell a campagna vd:;. spec ialmente C. E\BRIS, op. citata; F. P1 Nr,1.u, op . citata. TIJ; P. PrERt, la guerra regia c it.; CCS 1, Relazioni e mpporri 1848, ci t.
LA CAMPAGNA DEL 1848
QUADRO DI BATTAGLIA DELL'ARMATA SARDA alla data del 26 marzo 1848
Comandante: Carlo Alberto Capo di S.M.G.: gen. C. Canera di Salasco I corpo d'annata (gen. E. Bava) su: 1" divisione (gen. F. Mille! d 'Arvillars) su: brigata Regina: 9° e 10° fanteria brigata Aosta: 5° e 6° fanteria reggimento Genova Cavalleria unità minori 2i! divisione (gen. V. Garretti di Ferrere) su: brigata Casale: l l O e 12° fanteria brigata Acqui: I 7° e J 8° fanteria reggimento Nizza Cavalleria unità minori a disposizione del I corpo: I battaglione bersaglieri P divisione ciel treno di provianda Il corpo d'armata (gen. E. Gerbaix De Sonnaz) su: 3~ divisione (gen. M. Broglia di Casalborgone) su: brigata Savoia: l e 2° fanteria brigata Savona: 16° fanteria e reggimenti dei ducati reggimento Novara Cavalleria unità minori 4" divisione (gen. G.B . Federici, poi duca di Genova) su : brigata Piemo111e : 3° e 4° fanteria brigata Pinerolo: 13° e 14° fanteria reggimento Piemonte Reale Cavalleria unità minori a disposizione del II corpo: II e III battaglione bersaglieri 2u divisione del treno di provianda divisione di riserva (duca di Savoia) su: brigata Guardie: l e 2° granatieri brigata Cuneo: 7° e 8° fanteria brigata cavalieri: Aosta e Savoia Cavalleria unità minori O
O
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LA PRIMA GUERRA D'INDIPE DENZA
IL QUADRO DI BATTAGLIA DELL'ARMATA AUSTRIACA a metĂ marzo 1848
Comandante: feldmaresciallo J. Radetzky Capo di S.M.G.: col. G. Wratislaw Aiutante generale: gen. K. Schocnhals I corpo d'armata (gen. E. Wratislaw) su : divisione WeigesJperg su: brigata Maurer brigata Gyulai brigata Schaaffgotsche divisione Wissiak su: brigata Wohlgcmuth brigata Clam Gallas divisione Schwarzenberg su: brigata Schonhals brigata Arciduca Sigismondo divisione Wocher su: brigata Strassoldo brigata Rath brigata Arciduca Ernesto riserva d'artiglieria
Il corpo d ' armata (gen. C. D ' Aspre) su: divisione Wimpfen su: b1igata Principe di Liechtenstein brigata Principe G. di Taxis divisione Ludolf su: brigata Auer brigata Culoz divisione Principe A. di Taxis su: brigata Boccalari brigata Nugent brigata Simbschen riserva d ' artiglieri a
LA CAMPAGNA DEL 1848
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Radetzky si era visto sbalestrato da una posizione mentale radicatasi in lui sin dal gennaio. A suo giudizio, Milano rappresentava il perno della difesa austriaca nel Lombardo- Veneto; non solo dunque era intenzionato a reprimere qualunque moto popolare perché «una vittoria nelle strade di Milano è una vittoria sull'Italia intera» " , ma altresì nutriva la convinzione che la città rivestisse un significato strategico basilare nei confronti di un'offensiva piemontese o francese: sempre a suo avviso, per rimanere «padrona della Lombardia» l'Austria doveva conservare il controllo cli Milano 55 • Il suo disegno operativo, basato su precedenti studi del 1829-30, fu illustrato in un rapporto inoltrato allo Hofkriegsrat il 24 gennaio. Vista I 'impossibilità <J-i appoggiare una difesa al Ticino per il suo scarso valore impeditivo e perché la riva sinistra (austriaca) era in soggezione rispetto a quella opposta,considerata la limitata efficacia difensiva cli Pavia - che pure offriva eccezionali possibilità offensive e contrnffensive nei riguardi di un esercito nemico schierato wl Ticino - perché lrnppo eccentrica, non restava che basare l'azione su Milano, punto di confluenza di tutte le grandi arterie stradali, perno per il sostegno cli Como, Magenta e Pavia (cioè i principali punti del confine). Per cli più, sosteneva Radetzky, Milano costituiva un'ottima base d'operazioni per un 'offensiva: essa era in grado di «minacciare la Svizzera, almeno quanto il Piemonte» 5" . In defmitiva, occorTeva fortificare la città, anche perché esistevano ben poche speranze di accattivarsi la fedeltà dei suoi abitanti. Ora essa era aperta ad una qualunque offesa e, come scrisse il feldmaresciallo, un avversario che avesse marciato su Milano non si sarebbe trovato alle sue porte, bensì subito in pieno centrn. Le mura erano molto larghe, ma poco alte, e le porte avevano il valore cli una «semplice barricata» osservò il generale Schoenhals. La stessa cittadella, una volta dotata di m1 certo significato bellico, dopo lo smantellamento delle sue opere esterne fatto dai francesi poteva essere utilizzata appena come caserma. Le proposte di Radetzky concernevano, appunto, la cittadella, per la costruzione di ton-ioni di controscarpa in corrispondenza dei cinque bastioni maggiori, e la città, per la costrnzione cli sette forti perimetrali, esterni all 'abitato. Ove il progetto fosse stato approvato, egli contava di far iniziare i lavori al più presto: «( ... ) se non saremo coinvolti in una guena in primavera, posso garanti.re - affennò - che in un anno e mezzo Mi lano sarà messa in condizioni tali che pob·erno attendere con tranquillità le mosse di questi innovatori che stanno agitando l'Italia dalle Alpi alla Sicilia» -'1 . Lo Hofkriegsrat approvò la parte riguardante la cittadella, però non attribuì eccessiva irnpo1tanza né urgen" Radetzky a Hardegg in data 6.1. 1848, in A. SKED. op. citaw p. 225. " Radetzky a Hardegg in data 9.1.1848 , ibidem. " Radetzky a Hardegg in data 24.1.1848, ibidem pp. 225-226. " Ibidem , pp. 227-228.
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za alla realizzazione dei forti esterni, e l'i mperatore condivise il parere. La decisione fu presa il I O marzo. Tre settimane dopo Milano insorse. Abbandonata la capitale, a Radetzky non rimaneva che rifugiarsi nel Quadrilatero, raccogliendovi tutte le forze recuperabili. Nelle prime ore del 23 uscì dalla città, la notte sul 24 passò l'Adda a Lodi e si fermò un paio di giorn.i per rimettere in sesto le truppe, stanche ed affamate. Qui seppe che i pre-sidi austriaci erano stati costretti a sloggiare da quasi tutte le città della Lombardia. Como, Varese, Bergamo, Brescia, Cremona erano perdute. Ancora ness un a notizia precisa dal Veneto. 1n quei due gio111i di sosta il Wratislaw riordinò i repmti, costituiti da 18-19 battaglioni più o meno completi ed aliquote di altri quattro battaglioni, sei-otto squadroni di cavalle1ia e sei batte1ie con 36 pezzi. Al contrario di quanto generalmente creduto, la ritirata era stata relativamente ordinata: la brigata Gyulai in avanguardia; le brigate Zobel (con civili , familiari e impedimenta), Schaaffgotsche, Rath (con il Quartier Genera1e) e Maurer costituenti la colonna centrale; su itinerari lateral i la brigata Strassoldo, di fiancheggiamento sulla sini stra, e la brigata Cl am Gallas, sul la destra; la bri gata Wohl gemuth in retroguardia ' 8 • Unità scosse, sì, ma ancora alla mano. A Carlo Alberto si ponev ano due problemi : mandare una col onn a a Milano ed in seguire Radetzky. Il primo aveva c~u-attere essenzialmente politico, ma purtroppo un errore di questo segno si era già verificato: la cacciata degli austriaci da Milano ad opera delle popolazioni lasciò credere a milanesi e lombardi di aver già vinto la guerra e di non dovere la vittoria che a se stessi 59 • Il secondo problema si presentava in termini piuttosto atipici, a causa della stretta inevi tabile connessione con il disegno strategico sulla cui base si sarebbe dovuto muovere l'esercito. Invece, un disegno strategico non esisteva, né, a quanto pare, alcuno si premurò cli fi ssarne formalmente i punti salienti ; l'unico elemento noto sembra ridursi ad una lettera scritta il 31 dal mini stro Franzini al generale Giovanni Durando, comandante delle truppe pontificie: «Il re intende cli spuntare l 'ala destra nemica e minacciare successivamente la ritirata in Tirolo ... » 60 • Ad ogni modo, per rimanere al passo iniziale, sicuramente ordini peggiori non potevano essere impartiti, né sotto il profilo psicologico, né sotto quello -" C. FABR IS, op. citata, 1, pp. 180-·183. "'«Ormai la villoria è certissi ma - diceva un proclama del governo provvisorio in data 26 marzo-l ' ind ipendenza è ass icurata, i miserab ili avanzi dell'esercito austri aco si dileguarono come larve a fronte di nostri valoros i che l' inseguono e delle prodi rrnppe piemontesi, che ogg i stesso giungono per unirsi a noi» (L. C1-1 1.ALA, op. citata, p. 34). "' C. FABRlS, op. ci1a1a, I, p. 27 1. La lettera continua « . . . a favorire questo scopo, stante la di stanza che separa le truppe sarde dalle pontificie, io credo che queste non abbiano di megli o da fare che minacciare a rovescio la linea nemica del lincio; così quanto più V.S . fil .ma potrà fare questa dimostrazione, più presto il nemico cercherà a sgombrare il terreno italiano». Ma a che titolo Franzini si rivolgeva al Durando? Qualunque cosa fosse, un ord ine od un invito od un suggerimento, come poteva essere preceduto da un "io credo"»?
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operativo. Molte truppe a portata di mano non c'erano; con quelle disponibili della 4~ e della I~ divisione furono approntate due brigate di formazione agli ordini dei generali Bes e Trotti, ed avviate l' una su Milano e l'altra su Pavia. Entrambe giunsero a destinazione nel pomeriggio del 26. A quella data le truppe di Radetzky, riposate e rifocillate, riprendevano la marcia da Crema verso J'Oglio. Per esse il momento più pericoloso stava passando. Non erano state molestate dalle colonne di volontari uscite subito da Milano sulle loro tracce; non lo saranno dalle due brigate piemontesi, asso lutamente prive di ordini sul «dopo». Ciò sign.ifica che, in sostanza, il Bes era stato mandato a Milano a fare atto di presenza 6 1 ed il Trotti a Pavia a formare una specie di testa di ponte. Tutto qui Un inizio infelice e fonte di immediate critiche. All ' impazienza ed all 'euforia dei lombardi stava affiancandosi il sospetto nei confronti dei piemontesi, il cui ritardo nell'entrare in azione appariva privo di valida giustificazione. «A lutti i più assennati pareva allora che la guerra dovesse durare poco: le truppe austriache, senza nesso per le interrotte [?] com unicazion i, senza predisposizioni di guerra ( . . .) erano scompaginale talmente da non poter resistere all'assalto di qualunque corpo regolare, per quanto p'icciolo, le avesse assalite nelle marce di ritirata: e forse la Lombardia sarebbe stata salva senz'altro e forse anche vinta la guemt se la avanguardia piemontese si fosse celermente avanzata ad assalire Radetzky sulla strada di Lodi, o se il comitato cli Mantova avesse saputo impossessm·si cli tutta la fortezza ( ... ). Checché ne sia però delle eventual ità guenesche, è indubitabile cosa come alle più fredde qienti non p,tresse dubbio allora, che fra pochi dì tutta la Lombardia si troverebbe sgombra dal nemico» 62 • Ed il Cattaneo dipingeva la ritirata austriaca disastrosa al punto che «anche il fragore, improvviso, notturno del cannone, avrebbe potuto cagionarv i una confusione da Beresina» 6-' ! Da notare che Luciano Manara, di gran lunga il migliore di Lutti i capi dei volontari, il 25 marzo informava Cattaneo che il nemico si ritirava con più ordine e compattezza di quanto si ritenesse a Milano, e che nessuno aveva manifestato l'ir.tenzione di creargl i imbarazzi 64 • li fatto era che sin dal 23 marzo i lombardi si erano adagiati in due comode convinzioni: che onnai rimanesse ben poco eia fare per cacciare gli austriaci oltre le Alpi e che, comunque, l'esercito sardo fosse sufficiente per battere i resti del nemico. Probabilmente ancbe in questo 1
Dopo un ' accog lienza calorosa, rapidamente cominciarono a circolare beffard i commenti: «Cosa vengono a fare i Piemontesi?» e «Abbiamo cacciati i croati, eccone deg li altri! » (F. PINELLI, op. citata, III, p. 223 ). Siccome le pa ssioni politiche non erano ancora esasperate, è probabile che tali commenti fo ssero formu lati da coloro che i milanesi chiamavano ironicamente «gli eroi della quinta giornata» , già numerosi. 6 ' C. CASATI , op. ci/ala, p. 165. in c. FA~R IS, op . citala. J, p. 268. •
wc. C ,\"IT ANEO , op. ci/ala , p, 6
'
18 1.
Archivio Triennale, IV voi. . p. 217, in C. faBRIS, op. citata. I, p. 250.
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sta la proclamata libertà di scelta politica finale: tanto il compito dei piemontesi era insignificante! Il 29 marzo Radetzky superava il Chiese, lasciando forti retroguardie sulla riva destra, e arrestava le tre divisioni del I corpo (14.000 uomirli con 42 pezzi) sulle favorevoli posizioni di Montichiari e delle colline del Garda: il Mincio era ormai a due passi. Le scorrerie della cavalleria, intanto, sottoponevano a contribuzione tutta la zona fra Chiese e Mella, spingendosi sino alle po11e di Brescia. Non a caso il Clausewitz volle sottolineare come «una decisione importante in fatto di operazioni strategiche richieda una forza di volontà molto maggiore di una decisione tattica». Infatti, sul campo di battaglia le circost,mze obbligano a prendere una risoluzione, buona o cattiva che sia, mentre «nel campo strategico, dove tutto si svolge con lentezza assai maggiore, vi è molta maggior latitudine per le preoccupazioni del comandante ... , per le obiezioni e le ipotesi, e quindi anche per gli intempestivi rimpianti. E poiché in strategia, a differenza della tattica, non si vedono le cose svolgersi, almeno in parte, sotto i propri occhi e si è invece costretti a tutto indovinare e tutto presumere, anche la propria convin zion e pu ò essere scossa» 65 . Conseguenza di ciò, dice Clausewitz, è che «la maggior parte dei generali resta paralizzata dalle inquietudini prodotte da preoccupazioni infondate» 66 • Infondate o no, di preoccupazioni Carlo Albe1to ne aveva molte. Fra le nuove sorse quella di Pizzighettone sul! ' Adda: era ancora in mano austriaca? Per chiarire l'intenogativo, fermò l'intera mmata e mandò la divisione di riserva a Pizzighettone per, eventualmente, conquistarla di forza! Il 1° aprile il dubbio fu sciolto: gli austriaci avevano abbandonato la cittadina tre giorni prima. L'armata sarda era già spossata. Partita sui due piedi, risentiva della frettolosa organizzazione, della mancanza di adeguati preparativi di campagna, delle incertezze verificatesi nella diramazione degli ordini, degli spostamenti precipitosi . Occorreva riordinarsi e .. . decidere cosa fare. Quel giorno, 3 I marzo, Franzini spedì al generale Durando una seconda lettera; invece di continuare la marcia su Brescia, l'armata avrebbe piegato verso Cremona, spostando così sulla destra la gravitazione del movimento! Nel pomeriggio del 2 aprile Carlo Alberto entrò in Cremona. 11 mattino del 4 tenne un consiglio di guerra con Franzini, De Sonnaz, Bava e Salasco. Si sapeva che il nemico si appoggiava in buon ordine al le posizioni di Montichiari, contrariamente alle voci tuttora circolanti in Lombardia secondo le guaii si trovava in rotta; che l'esercito pontificio del Durando e le trnppe toscane del D' Arco Ferrari erano ancora troppo lontane per poter offrire il loro apporto; che sui volontari c'era da fare scarso affidamento, salvo poche lodevoli eccezioni , a causa dell'indisciplina, dell ' in'"' K.
VON C L AUSEWITZ,
"" Ibidem. p. 176.
Della guerra , Mondadori , Mi lano 1970, l voi. , pp. 175-176.
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dividualismo e dello spirito d'indipendenza addirittura ostentati •7; che sui disertori austriaci si poteva contare ancor meno, a giudicare daJl'allarmante stato di disordine anarcoide offerto dalla legione «Milano l' Invitta», formata in Cremona con i disertori italiar1i del I e II battaglione del reggimento «Arciduca Alberto» e del JJI battaglione del «Ceccopieri» 08 • Tenuto conto di ciò, De Sonnaz avrebbe caldeggiato una manovra ad ampia raggio mirante ad aggirare il nemico scendendo lungo il basso Po e quindi ad avvolgerlo puntando su Padova-Venezia. Il rischio di un'irruzione avversaria in Lombardia era molto teorico data la situazione complessiva e la necessità di Radetzky di non uscire dal Quadrilatero. Bava, per contro, propose di impadronirsi di sorpresa dj Mantova. Entrambe le idee furono scartate: la prima dovette apparire di un 'audacia sconcertante; la seconda estremamente discutibile, sapendosi che il 31 marzo di Wohlgemuth era entrato in città con sette battaglioni e tre batterie, motivo per cui ormai Mantova poteva esser presa soltanto mediante un assedio in piena regola. La decisione finale fu di passare l'Oglio a Marcaria, sì da evitare le posizioni di Montichiari, e proseguire verso il Mincio per obbligare Radetzky a passare sulla sinistrn del fiume. Si potTebbe concedere molto al desiderio di non affrontare l'avversario prima di aver raccolto le forze, tuttora in corso cli lenta affluenza, se questa fosse stata la determù1azione assunta sin dall ' ini zio. Invece abbiamo constatato semplicemente un'oscillazione ed un'indecisione pericolose sul piano operativo perché destinate a regalare tempo agli austriaci, e su l piano psicologico perché le titubanze nell 'azione di comando vengono percepite dai sottordini con maggior rapidità di quanto si pensi. Gli osservatori stranieri non nascondevano perplessità e dubbi . Il 5 aprile Campbell, il vice-console inglese a Milano, scrisse a Palmerston che « ... le cose in Lombardia sono di aspetto assai diverso che non fossero una settimana fa. Gli Austriaci, in possesso delle fortezze cli Mantova, Verona, Peschiera e "F. PINELLl , op. citata, m, pp. 232-236. U generale Allemandi, arrivato il 28 marzo dalla Svizzera, venne subito posto al comando di tut1i i volontari. Premesso che, ev identemente spaesato e non a suo agio con quel lipo di fo rmazion i, non si mos1rò ali 'a ltezza del compi to, 1anto che il 27 aprile venne sostituito da l generale Giacomo Durando, nella sua relazione fornì peraltro un quadro anendibile del clima generale (CCS M, Relazioni e rapporti I 848, cii., n, pp. 408-417). D'altrnnde, Giovanni Lanza scriveva nel suo diario, proprio all'inizio cli aprile: «I Lombardi che erano al campo o dominavano nei governi provvi sori erano in gran parte imbevuti de ll e dottrine mazziniane e dicevano ogni ma le de i Piemontesi e delle regie truppe. Secondo ess i le cinque giornate avevano per se mpre distrutto il dominio aust riaco e con ideravano I' i111e rv enro del Piemonte non solo supe1f luo. ma qucsli fatto al solo inten10 di usufruire della lorn villoria ( .. ,)» (Le carte di Giovanni La11za, I voi. , Torino I 935, p. 228). ''' TI conte Hlibner osservò, piuttoslo stupito. che pochissimi disenori lombardi e veneti furono recuperati. La stragrande maggioranza di essi se ne tornò a casa e nes uno pensò od osò tratlenerli. «La vera, la sola forza reale di çu i dispone la causa italiana è l'eser~ito di Carlo Albe1to » (op. citata, p. 160).
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Legnago per loro base di operazioni, sono in grado di prolLmgare il conflitto, e può aspettarsi che riconquisteranno di nuovo queste provincie. Non è probabile che ciò avvenga, ma la guerra può prolungarsi a tempo indefinito» 69 • E due giorni dopo Bixio riferiva a Larnartine: «Disgraziatamente regna a Milano come a Torino la più pazza e pericolosa fiducia ( ... ). Nell'opinione generale l'Austria altro non è che un fantasma, e l'esercito di Radetzky un'ombra. 11 re condivide queste speranze aumentate dalla vittoria di Goito e dal passaggio del Mincio ( ... )» 70 • Ed effettivamente il re era in fase euforica, tanto da scrivere a ReveJ il 6 aprile : «le désire infinimem avoir une ajfaire éclata111e avec /es Autrichiens; ce qui m' engagera probablement à passer ensuite le Mincio» 7 '. La sera dell' 11, dopo i fatti d'arme di Goito e di Monzambano e l'occupazione di Valeggio, l'intera linea del Mincio era sotto controllo piemontese, ad eccezione delle due fortezze occidentali ciel Quadrilatero. Per conlrn, proprio i due scontri che ebbero luogo in corrispondenza di Peschiera (11 aprile volontari) e di Mantova (19 ap1ile - truppe regie) chiarirono definitivamente che la demoralizzazione e lo scoraggiamento degli austriaci tanto decantati dai milanesi erano parole e che i lombardi si mostravano assai tiepidi nei confronti della guerra affrontata dall'armata sarda. Il 24 ap1ile Carlo Alberto aveva sul Mincio 65.000 uomini di cui circa 53.000 piemontesi e parmensi, 6.000 toscani e napoletani, 6 .000 pontifici, con larghi intervalli fra loro. A tergo, in Lombardia, poche migliaia di volontari; in Piemonte, una mobilitazione povera di quadri e di mezzi stava organizzando i quarti battaglioni. Quel giorno venne tenuto altro consiglio cli guerra a Volta. Era presieduto dal duca di Genova, comandante del! ' attiglieria: si trattava di scegliere la fortezza del Quadrilatero alla quale dedicare allenzìone. Pervalse il concetto cli assediare Peschiera 72 e di studiare una grossa ricognizione offensiva contro Verona. A parte questo, nulla di risolutivo né di intento che andasse oltre le cosiddette ricognizioni armate per rintuzzare le scoJTerie austriache provenienti da Mantova e da Verona, per farsi un'idea della situazione fra Mincio ed Adige ma essenzialmente per annervare ufficiali e truppe. Radetzky aveva ritirato le sue divisioni dal Mincio ed attendeva a «rinvigorire» i suoi uomini , come si espresse nell 'ordine del giorno dell ' 11 aprile. Problemi per la linea del Mincio non ne aveva, o non riteneva di averne; il possesso cli Peschiera e cli Mantova bastava a consentirgli di ritornare al fium,:; quando l' avesse voluto. Jotanto, Verona si era irrobustita fortemente ed ave,'l una guarnigione di due brigate rinforzate (9.000 uomini) e l92 bocche da fuoco; il I corpo (12.000 uomini) era accampato sulla destra dell'Adige; il 11 "' In L. C HIAL\, op. citara, p. 34. " In N. BIANCHI, op. citata , p. 183. " In P. P !ERI , La guerra regia cit., p. 225. " Solo adesso (!) venne deciso di far aJfluire da AJessandria 45 pe zzi del parco d' assedio, con 300 colpi per bocca da fuoco .
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corpo (11.000 uomini) sulla sinistra. Più a nord , a Pastrengo , si trovava la brigata Wohlgernuth col compito cli molestare la prevedibile avanzata sarda su Peschiera e Verona, ma senza impegnarsi a fondo. Gli avvenimenti del Veneto impensierivano forse più Venezia che Radetzky. La regione era ovunque in mano ai patrioti , ma si trattava di gruppi locali, senza legami fra loro, armati in modo addirittura patetico, ciel tutto privi di esperienza, animati per lo più eia spi rito municipale. Era chiaro che una riconquista non avrebbe presentato serie difficoltà per un corpo austriaco guidato da un generale energico ed abile. Ed il governo di Venezia, ben consapevole di tale stato di cose, chiedeva aiuti a Carlo Alberto , al papa ed al re di Napolb. Alcuni rinforzi arrivarono , ma da parte nemica c 'era il comandante energico ed abile . Il 28 aprile il generale Lavai di Nugent superava il Tagliamento con 16.000 uomini e 54 pezzi , diretto al Piave. Intanto a Roma ed a Napoli erano maturati eventi politici di notevole imp01tanza. Se Carlo Alberto doveva loltare con il suo animo Lormentato, indeciso ed impulsivo, Pio IX si accorgeva con spavento di aver messo in movimento istanze ben più avanzate di quanto non intendesse. 11 25 aprile i ministri gli imposero - è la parola - di uscire dall'ambigua posizione nella quale cercava di rifugiarsi per sottrarsi alle propri e responsabilità: «O Vostra Santità acconsente che i suoi sudditi facciano la guerra, o dichiara che non vuole che la guena si faccia. O finalmente dichiara che volendo la pace, non può impedire che la guerra sia falla» . Poi, per non lasciare dubbi sul loro pensiero, precisarono che nel terzo caso sarebbero sicuramente scoppiati disordini e che nel secondo caso i disordini avrebbero rivestito maggior gravità e ad essi si sarebbero aggiunte J~ loro dimissioni in massa. Quattro giorni dopo, in concistoro, Pio IX lesse un 'allocuzione di risposta. Cominciò col res pingere le accuse rivolte alla sua politica di aver provocato insurrezioni e guerre, in particolare in Italia: aveva solo voluto concedere e promuovere riforme di carattere amministrativo, che nulla avevano a che vedere con le rivoluzioni scoppiate in Europa. Quanto alla guena, che <<alcuni desiderano che oi altresì con gli altri popoli e prìncip i d 'Italia prendiamo contro gli AustTiaci », chiarì che abbracciava «tutte le genti, popoli e nazioni, con pari studio di paterno amore; che ripudiava ogni disegno di far del pontefice il capo di una repubblica dei popoli italiani; che rifiutava c1ualsiasi ampliamento territoriale dello Stato «che la Divina Provvidenza volle donare a questa Santa Sede»; che sarebbe stato «giocondissimo al nostro cuore paterno» trovare iJ modo di riportare la pace fra quelli che co.m battevano. Per certo l' allocuzione del 29 aprile, immediatamente pubblicata, rappresentò il fallimento del neoguelfismo, finì per esercitare una pesante influenza nelle vicende risorgimentali e procurò a Pio IX aspre accuse di «tradimento» delle aspirazioni italiane. Ma anche Cattaneo non sbagliava dicendo: «Pio IX fu fatto da altri e si disfece
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da sé. Pio IX era una favola immaginata per insegnare aJ popolo una verità. Pio IX era una poesia». Mentre la c ittà entrava in agitazione. i ministri laici ras cgnarono le dimi ssioni però, col consenso del papa , mandarono il Farini al Quartier Generale di Cado Alberto per chiedere l'incorporazione del contingente pontificio operante nei Veneto nell'armala sarda al fine di evi tare che regolari volon1 ari romani potessero esser considerati franchi tiratori, cosa che il re consentl. A apoli.. in quei giorni, si svolgevano I elezioni dei deputati e la designazione delle li ste per la scelta dei Pari. li clima era agitato e di fiducia l'affluenza alle urne scarsa. Non convinceva la costituzione, così come redatta si volevano modifiche e non piacqu la formula del giuramento preparata dal governo per i parlamentari. Proprio u questo punto . i accese il conflillo tra Ferdinando II ed i deputarì . li 14 maggio l' agitazione diventò tumulto ed il giorno seguente scontro armato con le truppe. Il 16 il re nominò un nuovo governo di destra ed il 18 il consiglio dei ministri decise il richiamo del corpo di sp dizione di Pepe, ufficialmente per dispoJTe di tutte le Lruppe contro la rivoluzione. Divenne, così , evidente l' impossibilità di incontro fra il regno di Napoli e le a pirazioni italiane di libertà e di unità. Pur non v rificando. i scontri di particolare significato, tra la fine di aprile e quella di maggio, anche in campo operativo, . i verificò un sensibile :miglioramento a favore di Radetzky. Non per la disgregaz ione delle forrnaziqni italiane nel Veneto e nemmeno per il parziale ritorno della regione sotto contro1lo imperiale· non per le truppe recate dal Nugent a Verona il 22 maggio; ma perché l ' accennnta ricognizione offens.iva piemontese su Verona si e1:a tradotta nel primo successo campale austriaco. Fu una vittoria difensiva che annullò l' effetto di quelJa piemontese di Pastrengo (30 aprile) sulla divisione Wocher, a chiusura delle operazioni per l'investimento di Peschiera ; una vittori a meritata dal Comando austriaco ma anche con entita dal Comando ardo; una vittoria che ebbe fortiss ima risonanza psicologica in que l momento buio per l'impero asburgico, tanto he il Grillparzer e <1l!ò Radetzky con il notissimo verso: « el tuo accampamento è l'Austria»· una vittoria che fece comprendere al vecchio feldmaresciallo come la partita fo e ancora tutta da giocare. Vale la pena di soffermarsi sull'episodio per le molte con ·iderazioni signiricative che se ne possono ricavare. Purtroppo «il germe di quella vittoria era contenuto nel concetto fondamentale dell'operazione tale quale l'aveva divisata iJ comando piemontese» n . li Bava incaricato dal re il 3 maggio della iniziativa su Verona, nella molto ch imerica speranza di un'insurre.!:ione popolare ali' apparire delle tmppc piemonte i, presentò il pim10 il giorno successivo. Senonché nel pomeriggio del S, in un rapport tenuto dal Franzini . ino al livel-
e
"
'. FABRIS,
op. citala. JI , p. 241.
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lo divisionario compreso e durato dalle l5 alle 18, il ministro comunicò le varianti «di poca entità» 7' da lui apportate col beneplacito del sovrano. Bava lamentò l'intromissione del Franzin i, il quale ordinò l'improvvisa attuazione dell'azione, con conseguente impossibilità di preparare un ' impresa ordinata, ed accusò: «Tl fatto di S. Lucia ha presentato il complesso degli inconvenienti tutti e dei difetti organici cieli 'esercito piemontese» " . La prima causa a suo dire, risiedeva nella mancanza di unità di comando, e questo rilievo non sembra appropriato (sarebbe stato più giusto parlare di dispettos,tà per l'appunto del Bava): Franzi11i aveva modificato in qualche particolare il piano per ordine del re e Bava aveva l ' incarico di eseguirlo, quindi il bastone di comando era nelle I iani del Bava. Inoltre la data non era affatto «improvvisa» ma rimase quella fissata il giorno 4. La seconda causa era il «vizio fatale ciel ritardo nella diramazione degli ordini », che effettivamente giunsero tardi: al l corpo arrivarono dal Quartier Generale alle 2 ciel 6 maggio , al.le divisioni alle 4, all e brigate alle 5, ai reggimenti alle 7. Però è impossibile non condividere parola per parola, le brucianti riflessioni del generale Nasalli Rocca: «Jl M_inislro della guerra legge i propri ragguagli, ordina la ricogn i1.ione per l' indomani. presenti il Bava e tutti i divi sionari, e non solo non pensa ad ordinare che ognuno prenda gli appunti per ciò che lo riguarda, ma invece di ri111ettere a po sto il B,1va che in siste per avere l' ordine in iscritto lo lascia partire e fa compilare il famoso ord ine di 4 raccie che non giunge che al le 2 matlutine dell'indomani( ... ). Ma(. .. ) a Bava - che pure si rii iene ott imo comandante e nella sua aulobiografia (pag. I I 5) non lo nasconde - non è passa to per la 111en1e che in alle.,a dell ' ordine scritto egli già sapeva lanto e così precisamente eia poter dare in tempo tutt i gli ordini occorrenti; né viene questa id ea al Ministro, tormentalo d,d Bava {. .. ) perché ambedue sono educati alla ,cuoia di :;chi va re ogni responsabilità perso nale( ... ). Alle 6 pomeridiane del 5 maggio /Ulli i generali sapel'ano quello clic avrebbero dovuto fare l' indomani mattina, eppure lulli arrivarono tardi e 5legarame11te al posro asseg nato perc hé nessuno si mosse finché nori ebbe il papé ( .. .)» " '.
La terza causa fu la dimenticanza dei principi elementari del! \u-te della guen-a, cosa, sempre secondo Bava, prevedibile «dopo tanti anni di pace e con un esercito composto di generali e di so ld ati che mai guerreggiarono» . Ed ancora. dia.mo la parola al Nasalli Rocca: «E questa è vecchia corbelleria che la sto1ia confuta ad ogni passo, inutilmente s'intende. Erano nuovi alla guerra molti generali e quasi tutt i i soldati prussiani nel '66 contro l' Austria, lo erano '" F. PINELLI, op. citata. III , p. 225 . Il Pinelli . pur aurihuendo all' insi sten za di Carlo Albe rto, nel negare Io spostamento di un giorno per J'artacco, un peso negativo rilevante , ammise che le varianti del Franz ini concernevano den ag li. Peraltro, poi si contraddisse sc usando il Bava per I·esecuzione di ,, un piano elaborato da altri, non abbastanza a lui noto» (Ibidem, p. 348). " CCSM, Relazioni e rapponi 1848, cit. , l , p. 44. "S . N AS.~LL l ROCCA , Le nosrre rradizioni di comando, Roma 1909, p. l l. Sì tratta di un opu $colo nel quale iJ Nasa.l li Rocca raccogli e le sue os,ervaz,ioni criti che sul I vo i. di Relazioni e rapporti 1848, cit.
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tutti nel '64 contro la Danimarca. Per contro avevano guerreggiato tutti i generali francesi del '70. Ben pochi generali giapponesi avevano guerreggiato prima della guerra contro la Russia, nessuno prima della guerra contro la Cina». n _ Dopo il combattimento di S. Lucia, all'armata sarda non rimase che concentrarsi sull'assedio di Peschiera e su una specie di blocco di Mantova affidato a toscani e modenesi. Il tutto in un 'atmosfera così fiduciosa che il 23 maggio Carlo Alberto si lasciò convincere da una delegazione lombardo-veneta ad un proclama ai «popoli della Venezia» in cui sottolineò con forza «l 'irr movibile nostra intenzione» di spingere l'impresa sino alla liberazione del Veneto. Pochi giorni dopo ebbero luogo contemporaneamente la votazione per l 'annessione della Lombardia al Piemonte, l 'occupazione di Peschiera e la vittoria di Goito (30 maggio). Radetzky non aveva perso tempo. Dopo un secondo vano tentativo di prendere Vicenza, decise di giocare una grossa carta: una controffensiva che, sboccando da Mantova, lo avrebbe portato sul fianco ed alle spalle dell'armata sarda schierata sul Mincio, da Peschiera a Goito. La sera del 27 maggio l'esercito austriaco uscì da Verona su tre colonne ed arrivò a Mantova tra le 14,30 del 28 e le prime ore del. 29. L'intera mossa sfuggì alla ricognizione piemontese, benché almeno dal mezzogiorno del 28 notizie sul movimento fossero state fomite dai patrioti locali. Purtroppo il Quartier Generale sardo era in attesa della resa di Peschiera e. viveva nella duplice convinzione che il nemico non potesse più staccarsi da Verona e cbe le posizioni occupate rendessero improbabile un 'offesa da oriente. Infatti venne da sud. Fu così che .il mattino del 30 maggio Radetzky poté uscire tranquillamente da Mantova ed iniziare l 'azione di forza a Curtatone e Montanara, mentre il I corpo piemontese si trovava disseminato. Ad onore di Bava sta l 'energia con la quale seppe recuperare le molte ore da lui stesso perdute e l'abilità con cui riuscì a parare e contrattaccare. Però dovette, almeno in cuor suo, ringraziare la resistenza dei toscani del De Laugier, che procurò un prezioso tempo di arresto al nemico " , e gli errori di esecuzione commessi eia quest 'ultimo sin dall 'inizio. Al calar della sera, mentre gli austriaci ripiegavano verso Mantova, giungeva la notizia della caduta di Peschiera. Fu indubbiamente un grosso successo (mini mizzato eia austriaci e prussiani), ma, per quanto riportato su una manovra strategica, rimaneva un successo tattico. In compenso il suo valore politico fu altis" Ibidem , p. 20. " li Pine lli osservò che dell ' epi sodio sfo1tunaro di Curtlllone e Montanara, gli uni vollero dare la colpa a De Laugier, che avrebbe potuto disporsi meglio, e gli altri a Bava, che avrebbe poruto invi,u·e prontamente rinforzi. Di fatto «seguendo l' inveterato uso di noi Italiani , Piemontesi e Toscani posero mano ad accusarsi a vicenda: dissero i primi che i difensori di Curtatone e Montanara erano giunti a Goilo in semb ianza di fuggitivi, e li sprezzarono: i Toscani invece si di ssero lasciati ad arte soli contro lutto l 'esercito cesareo . .. » (111 , p. 429).
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simo. Tanto che il 2 giugno, alla Camera, Balbo rispose alla richiesta di chiamare alle arm i le altre cinque classi di riserva manifestando la speranza ciò «non essere più necessario dopo la vittoria di Goito e la capitolazio ne di Peschiera! » e il giorno seguente ribatté ad un deputato, iJ quale aJfenna essere la guena «appena cominciata», che invece era «inoltratissima e quasi finita» 19• E quando, dopo l'approvazione della Camera, venne discussa in Senato una leva straordinaria, Balbo asserì che essa non sarebbe stata necessaria, e la proposta era «fatta più per soddisfare l'opinione pubblica che per real bisogno» '". «Le roi [Carlo Alberto], avec une armée brave et plaine d' ardeur ne paraissait jamais plus embarassé qu ' après un succès, età Goi10 comme à Pastrengo il ne sut rien faire »•', perciò l' immediato seguito dello scacco andò a vant; ggio di Radetzky. Dopo una breve incertezza, venuto a sapere della resa di Peschiera e della nuova rivoluzione viennçse del 25 maggio, evitò di lasciarsi agganciare da Bava ed il 4 giugno lasciò Mantova, il 5 mandò il corpo di riserva del Thurn a Verona, il 6 passò l'Adige a Legnago con il J e I1 corpo. on sentendosi sicuro nelle comunicazioni con Jnn:,bruck, volle mettere la val Lagari.na al riparo da interferenze provenienti dal Vicentino. Di conseguenza, il 9 avanzò in forze su Vicenza, il lO attaccò e l' l l occupò la citta. li generale Giovanni Durando, che la difendeva con I 1.000 regolari pontifici ed alcune migliaia di volontari, dovette accettare una convenzione che lo poneva fuori dalla gue1Ta per tre mesi . Due giorni dopo il I corpo austrico era di nuovo a Verona, mentre il li rimaneva temporaneamente nel Veneto ed il II corpo d i riserva del generale von Welden arrivava dal Friuli: il 13 giugno era occupata Padova, il 14 Treviso, il 18 Mestre ed il 24 Palmanova.
5. LA SECONDA
FASE DELLA CA MPAGNA
A metà giugno, nonostante il sensibile con:;olidamento della sua a1mata, Radetzky era fortemente impensierito per la situazione interna dell ' impero e per l'intenzione del governo di chiudere la pa1tita in Italia. Il ministro degli Esteri , Wessenberg, gli aveva comunicato la decisione dell'imperatore di concludere un annistizìo con Carlo Alberto anche per le press ioni del papa e della Francia ' 2 e, come se non bastasse, dopo avergli spiegato le ragioni che consigliavano quel passo, gli aveva ord inato cli proporre lui stesso la tregua d 'armi "-'. Radetzky si " L.
CiiJ ALA, op. citara, p. 48. /bìdem, p. 57. " A. L E MASSON, Cusroza, Turin 185 0. p. 89. ' 2Wessenberg a Radetzky in data 1 1.6.1848, in A. F11 .1puzz1, Austria e Sai·degna dL, I, p. 147 . "' Wessenberg a Radetzky in data l3 .6.l848, ibidem , p. 151. Le istruzioni di Wessenberg i,nponevano a Radetzky di iniziare «immediatamente» negoz iati , nei term i.ni più vantaggiosi possibile e comunque tali da lasciare all'Austri a il possesso di ciò che già aveva. Una volta assicurato il c.e ssale il fuoco, Vienna av rebbe trattato sul a base dell 'abbandono de lla Lombardia, seppure a certe condizioni (A . SK ED, op. ci1ara , p. 261 ). '
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ribellò e si rivol e alla Corte con un messaggio urgente, chiedendo invece truppe e pregando di non togliergli i reggimenti dei Confini militari (che il governo pensava di richiamare a causa del connitto fra ngheria e Croazia) e, soprattutto, supplicando venissero o pese Je trattative di pace. Aggiunse. che, se proprio di armistizio si doveva parlare, inc~u·icassero un altro. La lettera fu portala a Innsbruck, ove si era rifugiata la Corte dopo i disordini nella capitale. dal principe Felix von chwarzenberg, il quale riuscl a persuadere l' impera ore, almeno in linea di massima. Poi raggiunse Vienna ed anche qui riuscì nell'intento: convinse il con iglio dei ministri presieduto dall'arciduca Giovanni. che si poteva ancora salvare la Lombardia purché i invi assero ri nforzi a Radetzky. Fu proprio in quel momenro che venne proclamata la fusione della Lombardia col Piemonte. Stando così le cose, non era più il caso di parlare di trattative né di armistizio, bensì soltanto di rinforzi "". li l O luglio il governo comunicò ufficialmente di esser deciso a la ciare che l'esito della guerra in Alta lta1 ia fosse dec iso sul campo di battaglia. All'attività austriaca corrispo e una nuova desolante pausa piemontese. L iniziativa era come frenata dai motivi di sempre: I armata non a posto e l'indecisione sul da farsi. Dal Piemonte erano al'flui_tj i quarti battagliot1i, messi ins ieme letteralmente alla meg li o, inquadrati nella 2n divisione di ri erva. L approntamento di questa divisione, de tinata a «spalleggiare, occorrendo, l'armata», mi e in evidenza secondo Pieri «I incapacità potremmo dire organ ica di tale esercito a risolvere il problema delle riserve». A nostro avviso, più che di «incapacità organica)> si trattava di una inevitabi le conseguenza tecnica, derivante da una mobilitazione fondata su determinate basi limitate. Che poi tale mobi li taz ione risulta ·se sbagliata perché di corto respiro o non corrett amente impostata per malinteso senso di economia o peggio attuala per errori di esecuzione è qu stione differente. La vera critica di fondo deve investire i criteri della mobilitazione, non le con seguenze. Nessuna mobilitazione al mondo può offri re ri sultati diver i da quelli che ha inteso raggiungere, ed a quella piemontese non era stato fissato l' obiettivo di mettere in piedi un e ercito di campagna di 120 o 150.000 uomini , ben ì semplicemente di 50-60.000 da tenere a numero in una guerra pilotata eia un alleato (Francia o Austria). Non a caso le dotazioni di mobilitazione si esaurirono rapidamente. D'altronde lo si è vi ·ro. Radetzky aveva capito beni ssimo come il Piemonte non fosse materialmente in grado di impi egare un esercito di campagna supe1iore ai 60.000 uomini . Re t.a , ad ogni modo. il grave errore tecnico di non aver previsto la costituzione di almeno un paio di divi sion i con l'apporto di volontari. Tornando allo schieramento piemonte ·e il II corpo si trovava fronte a Verona, sull 'alIinearnenr.o Rivo Ii- ona con a tergo, sulle coli ine della de tra Mincio, la 21 divisione di riserva; il I corpo era a cavallo del Mincio, alJ'altezza ' ' Wessenbcrg a Harti g in data 26.6. Jl:!48 , in A. F1L1PUZz1, A1ml'in e Sardegna cit. , I, p. 179.
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di Goito-Roverbella, fronte a Mantova. Complessivamente, circa 60.000 uomiru. Quanto all'indi1izzo da imprimere alla campagna, i pareri erano discordi. Alcuni, come il duca di Genova, avrebbero voluto prendere di rovescio, cioè dal nord, Verona (ormai troppo fortificata sulla destra dell'Adige), passando da Rivoli , ma a questo disegno venivano opposte difficoltà di superamento dell ' Adige , deficienza di rotabili , rischio eccessivo di una contromanovra austriaca. Sulle decisioni da prendere, per giunta, soffiava un vento politico ostile. Per quanto le due vittorie cli Goito e di Peschiera avessero suscitato gioia ed org0glio, la caduta di Vicenza ebbe un 'eco enorme, ben superiore in fondo alla sua importanza militare. li governo provvisorio lombardo era fortemente agitato, visto che il rifiuto cli abbandonare il Veneto alla sua sorte costituiva uno dei cardini della sua politica («nessuna nuova Campoformio!») e, se da un lato manifestò l'intenzione di chiamare a1l1i uomini alle anni, dall'altro si convinse che i generali di Carlo Alberto traccheggiavano volutamente per non superare l'Adige. Il governo di Venezia, dal canto suo, chiese a quello sardo di dichiarare esplicitamente se si sentisse o non in grado di soccorrerlo, facendo capire che una risposta negativa avrebbe provocato un invito alla Fra ncia. Quindi, a Torino ed a Milano, si prese a fare il calcolo delle truppe disponibili. Quel che contava era il numero ed il numero impressionava più che favorevol mente. Il 1° luglio per rispondere al generale Saluzzo - che chiedeva di imporre alla Lombardia un adeguato contingente di soldati -, Balbo affermerà che la prima linea, cioè le unità dislocate fra il Mincio e l ' Adige, contava più cli 60.000 uomini; la seconda linea, cioè la 2" divisione cli riserva cli Visconti, la divisione lombarda di Penone, il piccolo corpo toscano del De Laugier ed il corpo di Venezia, ammontava anch'essa a 60.000 uomini ; la terza linea, cioè quanto era sotto le armi, o stava per prenderle, in Piemonte, raggiungeva i 62.500 uomini. Total e generale: I 84.500 uomini ! Di fronte ad una simile dichiarazione ufficiale, chiunque si sarebbe volentieri persuaso di poter arrivare alla displuviate alpina comodamente! Da questa convinzione a stupirsi ed indignarsi per l'inerzia operativa il passo era breve, ed ancor pii'1 breve il passo dall 'indignazione per l'inerzia ali' accusa cli tradimento per spirito reazionario. Era accaduto qualcosa di impensabile fino al mese di marzo, ma inevitabile a breve scadenza con la monarchia costituzionale: le osservazioni, le critiche dei salotti e della stampa - volutamente contenute a Torino, data la prevalenza dei sentimenti monarchici, volutamente estremiste a Milano per la maggior combattività dei repubblicani di Mazzini e dei federalisti di Cattaneo - sulla condu zione della gue1rn non potevano non trovare sfogo in pailamento. Per la prima volta questo si era verificato il 22 maggio al Senato, poi ebbe luogo il 17 giugno alla Camera. II punto sul quale si chiedevano chiarimenti, in termini formalmente correttiss imi, riguardava la defini zione delle responsabilità in tema
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di condotta delle operazioni. L'interpellanza dichiarava «indispensabile di definire esattamente i limiti della prerogativa reale quando il Princi pe assume il comando dell 'esercito o dell'armata di mare». Lo scopo era di giungere a chiarire senza mezzi termini la voce in capitolo del governo sulle operazioni non ordinate «personalmente e direttamente» dal sovrano, nonché sulla assegnazione o revoca degli incarichi militari di alto livello, il che era poi il vero obiettivo dell ' interpellanza. Le risposte furono due. Il Pareto, non si sa bene a quale titolo, sostenne che il ministero (cioè il governo) assumeva ogni responsabilhà per le «negoziazioni » operate dal re; il Balbo dichiarò di riconoscere (come presidente del consiglio o come ministro della guerra ad interim?) «la responsabilità dei fatti della guerra» per tutto ciò che superava i limiti della prerogativa regia. Non una sillaba sulla questione vertici militari. Il 17 giugno l'argomento venne alla ribalta alla Camera e più nettamente. TI deputato della sinistra Radice chiese «se alla guerra vi sia un generale risponsabile in faccia al Ministero nello stesso modo che egli è risponsabile in cospetto della nazione; e quando dico risponsabi le non intendo già che egli debba ri spondere dell 'esito della guerra, ché questo sta in mano di Dio, ma della sua condotta» "'. Ancora una volta Balbo assicurò la responsabilità del ministero della guerra ed il Radice non insistette. Però il 3 luglio i I deputato Siotto-Pintor tornò alla carica addolcendo smaccatamente la pillola: perché non cercare «ovunque», cioè all'estero, un capo militare che potesse sostituire il re, senza dubbio «buon generale», nel caso in cui si fosse ammalato per le fa tiche di guerra? Alla replica, piuttosto fumosa, di Balbo - il mini stro della guerra titolare, Franzini , rinviava sempre il suo annunciato intervento - si mosse il Brofferio, esponente democratico con simpatie repubblicane, il quale propose che una deputazione parlamentare si recasse «all'ottimo Re» per rappresentargli apertis verbis l'ormai diffusa insoddisfazione per «la singolare imperizia dei nostri generali», e giustificò la richiesta col fatto che «la vera situazione delle cose» era evidentemente taciuta al sovrano dalle solite «art.i cli eot1e». Balbo lasciò chiaramente trasparire la somma preoccupazione di respingere qualsiasi responsabilità sua personale o del governo, sostenendo che la scelta dei co1mrndanti di alto rango rientrava nell.a competenza del comandante supremo, cioè del re (che, però, ebbe cura di non nominare mai). ln altri tennini, si chiamava fuori dalla questione, pur non 1isultando affatto convincente. 11 giorno seguente, finalmente si presentò Franzini, e Brofferio ripartì ali' attacco aggiungendo, a carico dei generali, un pesantissimo dubbio di una slealtà politica sconfinante nel tradimento. Il Franzini ignorò questo punto - sul quale ritorneremo in sede di conclusioni - e parlò delle operazioni con una franchez" In L.
CEVA.
op. citata, pp. 171-174 (corsivo in originale).
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za che lo trascinò a rivelare la nota conversazione confidenziale avuta con Carlo Alberto ali' atto della decisione di intervenire in Lombardia; conversazione nel corso della quale aveva dichiarato l'inesperienza propria, nonché di Bava e di De Sonnaz, e suggerito di chiamare il maresciallo Bugeaud! Fosse spontaneo od intenzionale, .il tono di umile sincerità usato da Franzini ottenne un certo successo ed il dibattito si smorzò, pur lasciando una vasta insocldisfazione 86. Ancora una volta Carlo Alberto manifestò la manchevolezza del suo carattere. Non possedeva sufficiente forza d 'animo o freddezza per sdegnare le velenose accuse, non l'autorevolezza di mettere a tacere il governo provvisorio di Milano, non il buon senso cli silurare immediatamente qualche generale da • riconosciuto incapace e poi difendere con fe1mezza l'esercito. E lui stesso soprattutto, non si rendeva conto dell'impaccio che la sua presenza causava al Quartier Generale, tanto più che non riusciva a mostrare neanche un minimo di ca.lore per accattivarsi l animo del soldato. Soffrendo per le critiche e le sollecitazioni universali, chiese a Bava se non si potesse «appagarli tutti e soddisfare ai voti della Nazione» attaccando Verona da nord. Bava, che cominciava ad essere pessimista - non era il olo - non tanto per il rapporto di forze con il nemico quanto per la scarsa efficienza dell'armata, il 19 giugno presentò al re una memoria sulla situazione militare. Le forze utilizzabili ai fini offensivi si aggiravano sui 45 .000 uomini (negli ospedali erano ricoverati circa 10.000 feriti e malati); gli alleati italiani erano scomparsi uno dopo l' altro; la divisione lombarda appariva in condizioni così precarie che il suo comandante, generale Perrone, avrebbe voluto addestrarla per un mese nella zona di Montichiaii "'; la 2" divisione di riserva del generale Visconti dava anch'essa poco affidamento per lo scadente livello degli ufficiali, recuperati in genere per ogni dove e privi di energia e di ascendente, e dei battaglioni, composti ciascuno in media da 300 richiamati piemontesi, anziani e con carico di famiglia, e da 500 coscritti lombardi ; la gente fra il Mincio e l'Adige era palesemente favorevole ali' Austria e l'aveva già dimostrato. Insomma, in quelle condizioni miglior partito sembrava quello di dare un taglio a qualunque idea offensiva per due o tre mesi, utilizzando questo tempo per conferire un buon assetto complessivo ali 'esercito. Per l'appunto i primi di luglio una deputazione ciel governo provvisorio lombardo si presentò al Quartier Generale e Carlo Alberto informò subito Bava, diventato il suo braccio destro, che essa sollecitava una marcia in avanti, altrimenti «tutto era perduto» e che erano necessarie «villorie su vittorie» per non veder trionfare il partito della repubblica. TI generale replicò esser ciò pos"' Vds. l' accurata di sam ina di L. CEVA • op. ci/ala, pp. 176- 178.
"U Perrone dichiarò che «spesso i capi sono meno militari dei coscritti» e «non si è avvezzi né a comandare né ad obbedire» e, di conseguenza, «io temo di vederli sbandarsi nel momento in CHIALA, op. cilata, p. 54).
cui si avrebbe maggior bisogno di essi» (L.
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sibile a condizione di cendere lungo La destra del Po con l'intera armata, affidando ai lombardi la difesa dei passeggeri del Mincio 68. A prescindere dal fatto che una richiesta del genere richledeva una capacità organizzativa che il governo provvisorio era lungi dal po edere ed un tempo di attuazione addirittura indetem1inato, era tardi per simile manovra. Quello che poteva rappresentare un rischio calcolato per ottenere un successo signiJicativo se effettuato prima ancora di a sediare Peschiera ades, o diventava so lo un azzardo, un giocare tutto per tutto con l'animo turbato. In definitiva, la cosa cadde da sé. Innegabilmente i dubbi e i tevano e si diffondevano fra i militari. Franzini, a quanto racconterà in seguito, rientrando a Torino a metà g iugno nutriva la persuasione che, a meno di eventi favorevoli di carattere politico, prima o poi la sproporzione delle forze in campo avrebbe opraffatto l'armata sarda. D'altronde, lo tesso Mazzini scriveva ull'ltalia del Popolo del 30 giugno: «( ... )Pare oggimai provato che qualum1ue ne sia la cagione, inett zza dei cap i o altra, l'esercito piemontese, qual è, non ba ·ta a vincere l'impresa}>"". Bava aveva suggerito anche il blocco di Mantova , ded icandovi tutte le forze in modo da investire la piazza pure da nord-est (cioè con le pal le a Verona). S i conosceva la dis.locazione delle truppe austriache: 8.500 uomini a Mm1tova I e Il corpo e I corpo di riserva (circa 50.000 uomini) a Verona, il lll corpo del Tirolo il IV (10.000 uomini) a Legnago ed il TI corpo di riserva (18.000 uomini) nel Veneto. Ne derivarono altre discussioni, poi un ritorno di fiamma a favore dell'operazione contro Verona girando a nord della città, poi altra irre:olutezza. Il 7 luglio Carlo Alberto ·eppe da Franzini dell'interessamento anglo-france e p r una composizione della guen-a e dell'adesione di massima austriaca ad una conclusione basata sull'annessione della Lombardia e dei ducati al regno di Sardegna. Immediatamen te rispo e che, a suo avviso, il governo e le Camere avrebbero dovuto accogliere la propo ta e, mentre aspettava di conoscere gli umori di Torino, accolse l' idea di Bava 90, ma con qualche " 1J 5 luglio Carlo Alberto si sfogò con il Franzini, sc,ivendogli che dopo nme le calunnie conlro i generali aveva deci o di passare l'Adige ed entrare nel Veneto «p11isq11e /es Lombards so11t si excessi1•eme111 portés à 11011s décider, po11r ne poi/I/ direforcer à celle démarche» . Però il governo provvisorio doveva raccogliere forze cospicue (L. CHJAL,\, op. ci1a1a, p. 61. " L. HIALA, op. ciwra, p. 61 n. l. In Carlo Alben·o all o Stato d'an imo, non dei migliori. si aggiunsero in quel periodo cattive condizioni di salute. Ne derivò un abbatcimento di morale di qualche rilevanza se il 25 giugno Castagncuo scrisse alla moglie che il re parlava continuamcme di abdicazione. Naturalmente, l'indecisione innata ne veniva rafforzata: « .. . Pas de decision sur ce q1/ 011 doir fe1re, e' est to11jo11r.1· à 1111 n.01n•ca11 ,011firè.1·, Cl' rie11 à son 11a111rcl, 011 ne pew le chan ger ... » (A. OLOMDO, Carlo Alberto nella rnmpagna del '48 in «Studi Carlo AlberLin i», Torino 1933, p. 490). "' ln una leuera del IO luglio Carlo Alberto spiegò u Franzini che . e le divisioni Perrone e Visconti aves ero ricevuto i rinforzi occorrenti , non avrebbe es i Lato a passare l'Adige (L. IIIAL~. op. cirata , p. 64) . È lecito più di un dubbi o in proposito.
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cambiamento: Rivoli venne tenuta ed il blocco di Mantova fu effettuato a metà per non sacrificare posizioni gloriosamente conquistate. La decisione, presa 1'8 luglio, di conservare Rivoli , accerchiare Mantova e coprire la Lombardia comportava un dispositivo estremamente diluito su un centinaio di chilometri e perciò debole ovunque. Peggio ancora: era diviso in due dal Mincio. Così si arrivò al 15 luglio, quando Radetzky spinse il IV corpo da Legnago a Mantova. Allora Bava stri nse maggionnente il blocco. A quella data l'armata sarda era così chierata: - P e 2~ divisione, l' divisione di riserva e divisione lombarda all'investimento di Mantova (36.000 uomini e 80 pezzi); - , 3~ e 4il divisione e riserva di cavalleria (22.000 uomini e 63 pezzi) in posizione centrale da Villafranca a S. Giustina, con un'aliquota a RivoliPastrengo; - 2~ divisione di riserva (9.000 uomini) sul Mincio; - volontari (7 .000 uorn.ini) a difesa dei passi orientali del Tirolo. Quanto all ' apparato logistico, basti dire eh a metà giugno l 'intendente generale era stato richiamato a Torino e sostituito dal conte Appiani, assolutamente privo di specifica esperienza (senza che il capo di S.M. Genera.le, di Sa.lasco, sì opponesse energicamente, eventualmente appellandosi al re) e per di più senza molto ascendente sui dipendenti 9 1• Gli accordi presi dall'Appiani con il governo provvisorio di Milano furono fortemente condizionati dalla prevalenza degli interessi dei pochi imprenditori lombardi che assunsero l' incarico. Quel che il Comando Supremo poté ottenere fu di stabilire i magazzini viveri ad una tappa dall'armata, poi un' altra impresa avrebbe pensato ad alimentare le truppe. Trattandosi di civili non militarizzati e nemmeno dotati di un funzionale assetto organico e di mezzi omogenei, è facile immaginare il risultato cli simile servizio. Bastava uno spostamento in avanti dell.'esercito perché tutto andasse in crisi. Benché fosse stabilita una dotazione individuale di tre giornate di pane (poi corretta con cinque giornate di pane biscotto), il rifornimento di carne in piedi e l'acquisto cli vino in loco, il problema peggiorò sempre. Per la verità, il governo provvisorio faceva del suo meglio per assicurare la regolarità del servizio mediante suoi ispettori , ma non riuscì mai a dotare i magazzini di almeno cinque giornate di viveri , quale volano per su perare inevi tabili interruzioni di rifornimenti. Né i commissari militari potevano intervenire se non come controllori ed ufficiali pagatori. Cosicché, quando verrà il
"A suo carico il maggiore Somis, capo di S.M. della 3' divisione, pose due difetti: il mancato rispetto delle attribuzioni gerarchiche che portò a scollamenti tra il funzionamento dei serv iz.i e l'azione dei reparti; il modo poco ortodosso di imprutire gli ordini. come la «preghiera,, di fare questo o quello , «l' invito» ad osservare una determinata disposizione. l'appello ai comandanti di divisione affinché non si opponessero a quanto inegofannente prescriveva, ecc.
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mom ento di ritirarsi dal Mincio, g li imprenditori e gli ispettori lombardi abbandoneranno tutto ed il personale militare, sino allora tenuto fuori dal servizio, subentrerà rilevando magazzini sem ivuoti e ricorrendo a requisizioni poco ordinate e perciò poco redditizie 91 • 1n circostanze del genere, Cmfo Albe1to si trovò :;piazzato pure nel campo politico. Il 20 giugno il ministero Balbo aveva rassegnato le dimissioni per consentire l' ingresso al governo di rappresentanti lombardi a seguito della fusione. Il conte Revel ed il mini stro degli Interni, Ricci, erano stati incaricati della formazione ciel nuovo gabinetto. Mentre stavano concluclenclo, la Camera approvò l'art. del di segno cli legge per l' unione della Lombardia e della quattro province venete di Padova, Vicenza, Treviso e Rogivo, secondo cui il governo del re non poteva stipulare trattati politici e commerciali, e nenuneno emanare nuove leggi, abrogare o modificare quelle esistenti senza un preventivo accordo con la consulta straordinaria lombarda, formata dai membri del. governo provvisorio, ed una veneta, formata da due delegati per ciascuna provincia. TI 5 luglio Revel presentò un emendamento a tale formulazione nell ' intento di evitare impegni di fronte ad una 1ichiesta lombarda di assemblea costituente. L'emendamento venne respinto dalla Camera ed allora «dopo che la Camera in un voto non dirò di _sfi ducia, ma comunque, diede pa1iicolaremente a vedere, politicamente e costituzionalmente, che il mjni stero non aveva il suo consenso»"', Reve l pregò il re cli affidare l' incarico ad altra persona. Invece del divisaLo rimpasto si ebbe in pratica la prima crisi parlamentare, anche se non provocata eia una mozione di sfiducia. A ragione SpeUanzon osservò che la penosa situazione poli tica verificatasi nel governo dopo le dimi ssioni del miJ1istero Balbo era, sì, conseguenza della guen-a e del tumultuoso succedersi degli avvenimenti, ma anche «dell e innovazioni politiche introdotte nel Regno nello stesso momento in cui cominciava la guerra, per cui tu tto il tradizionale organismo burocratico-amministrativo dello Stato appariva infiacchito o demoralizzato» .,., _ " Relazio ne del generale Appiani. CCSM, Relazioni e rapporti 1848, cit.. lll, p. 329 e seg. G. M ARAN!Nl, op. citata, pp. 182-183, noi a n. 14. Giova tener presente che il 15 giugno era stata stipulata la convenzione fra il governo sardo e quello provvisorio lombardo per regolare il regi me interinale della Lombardia sino all ' accettazione formale dell a fusione dichiarata dal re con il Parl amento . Tale convenzione conteneva l'impegno per il governo del re di promul gare la legge elettorale per la costitu zione entro un mese dall ' acce ttaz ione della fusione e di convocare la costi tuente non oltre il I O novembre (art. 8). Inoltre, il governo del re si impegnava a non concludere trattati politici e di commercio senza concentrarsi prima con un a consulta straordinaria composta dagli attuali membri del governo provvisorio lombardo (art. 7). Ora, il governo sardo presentò un proprio disegno di legge che non faceva alcun riferimento all a convenzione (pur comenendo tutte le sue clausole) e che prevedeva anche una consu lta sLraordinaria veneta, anziché chiedere la pura e semplice ratifica della convenzione. Questo provocò a Milano nuovi sospetti e lunghe discussioni. " C. SPELLANZON, Storia del Risorgimento e dell'Unirà d' Italia , Ri zzoli, Milano 1938 , IV, p. 01
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La crisi si protrnsse sino al 28 luglio. Interpellati in successione dal re al campo, rifiutarono il Casati ed il Collegno. Alla fine quest' ultimo accettò (27 luglio) il semplice portafoglio della Guerni. Il 28 il come Casati si lasciò pers uadere a comporre il nuovo ministero. Pareto era ancora agli Esteri e Gioberti aveva aderito, pur senza portafoglio . Ben si comprende quanto Carlo Alberto debba essersi sentito solo. Si era rifugiato nell 'eserci to e vi si aggrappava per orgoglio cli re e di capo, forse senza nemmeno capi re che la sua presenza era considerata una palla al piede perfino da fedeli monarchici. Dalla battaglia di Goito le truppe piemontesi si logoravano lentamente in marce e con tromarce, irregolarmente servite da un servizio di sussistenza male organiç?,:ato e peggio effettu ato, tormentate da un caldo torrido, irritate per la scomparsa degli alleati italiani, deluse dalla scarsa simpatia trovata nella popolazione, amareggiate per l'atmosfera creatasi nei confronti dell 'esercito. Ma preoccupava di più una particolare situazione organica constatab il e a vista d 'occhio: la maggior parte dei soldati d'ordinanza si era dispersa. Le perdite, le promozioni, le necessità dei nuovi re parti, l'addestramento delle guardie civiche, tutto ciò aveva contribuito a far sì che ormai nelle vecchie divisioni la già fortissima maggioranza · cli provinciali raggiungesse punte prossime al tota le. Fra gli ufficial i, di al to e basso grado, le pause operative consentivano e diffondevano uno stato d'animo inconsueto. I fatti d 'arn1c cui essi avevano partecipato, le manifeste incertezze nella condotta della campagna, i commenti aspri e continui che li coinvolgevano macri polemiche, la gravità degli avvenimenti politici dei quali giungevano notizie spesso imprecise, la frequenza ininterrotta con cui politici e curiosi si presentavano al Quartier Generale, non poteva.no giovare al loro spÌiito. Né i rinforzi recentemente affluiti toglievano dubbi sulle prospettive belliche, stante la loro evidente poca affidabilità militare ' 5 • Per di più aumentava il rancore per l 'ingratitudine di cui si sentivano oggetto "". Come si è detto, Radetzky era uscito dal fallimento della sua manovra avvolgente con poche perdite e, per converso, la sua posizione si era rapidamente consolidata sotto ogni aspetto con l ' ulteriore incremento delle difese attorno a Verona ed il rinforzo del presidio di Mantova. Mentre Carlo Alberto e Bava aspettavano una buona occasione senza sapere bene qu ale e quando, Radetzky, informalo sempre meglio circa l 'estensione della linea avversaria e -lo sbilanciamento della destra piemontese su Mantova, si rese presto conto della semplicità della manovra che le circostanze gli offrivano: rompere il cen" C. F ABRIS , op , ci/ala, III, pp. 239 -241. 6 ' ll 17 lu glio Castagnetta scrisse a Casati dal Qu artier Generale di Roverbe ll a: «Per altra parte però tollerate, Casati tnio, ch ' io vi dic a che se il Piemonte ha fallo ,agri lici imm ensi , appena se ne fa menzion e, pare a voi ed agli al tri fratelli nostri di Lombardia sia come rare un ' ingiu ria. Mentre sta il fatto che se in Lombardia gl i individui hanno fano molto. la massa della nazione non operò quanto poteva per rivendicarsi in libertà» ( L. C HI AL \, op. citata , p. 21 5).
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tro a S. Giustina-Sommacampagna costringendo i monconi a ripassare il Minc io. Non sembra divisasse una manovra di annientamento 97 • Per accrescere le probabilità di successo ed ingannare l'avversario, il feldmaresciallo dispose che il Ill corpo di Thum attaccasse il 22 luglio, coo ventiquattr'ore di anticipo sull'offensiva, le posizioni di Rivoli sì da indurre il De Sonnaz ad irrigidirsi ed a mandare altre truppe all'estrema sinistra, indebo1.endo il centro. Le cose non andarono propiio come sperato, perché la resistenza piemontese fu tenace, gl i austr.iaci furono respinti e nella notte sul 23 De Sonnaz poté ripi egare per accorciare la fronte di una ventina di chilometri. Però era tardi. G iova diJe che per l 'appunto quel mattino Bava «consigliava rispettosamente il re di abbandonare Rivoli, in contraddizione al desiderio di V.M. » senza risultato. Invero, anche se Carlo Alberto avesse preso immediatamente la decisione, senza attendere la comunicazione del De Sonnaz arrivatagli alle 4 del 23, nulla sarebbe cambiato. Ad ogni modo , alle 7 del 23 luglio ebbe ini zio l'offensiva austriaca con il l e Il corpo in prima schiera ed il I corpo di riserva in seconda. Totale: 41.000 uomin i con 154 cannoni . Aspettava l'urto la 3~ divisione, con circa 9.000 uomini e 24 cannoni, sistemata a difesa sull ' orlo orientale delle alture di S. Giu stina , Sana e Somrnacampagna. Più a sud , un aliqu ota della 4~ divisione e la ri serva di cavall e ria erano intorno a Villafranca. La lotta era impari e nonostante l'accanita resistenza appoggiata agli abitanti, fra le 11 e le 12 tutte le alture si lTovarono in mano aust1iaca e la 3~ divis io ne s i accinse ad abbandonare il campo di battaglia , ri piegando verso Peschiera. Al cadere della sera, Radetzky era padrone di buona parte delle alture di riva sinistra del Mincio (per quattro mesi tenute dai piemontes i) e stava separando in due l ' armata sarda. Purtroppo tutti i nodi vennero al pettine contemporaneamente. L' insufficienza delle ricognizioni, il pessimo servizio cli corrieri ed il difettoso funzionamento degli Stati Maggiori , riuscirono a far affluire al Quartier Generale di Carlo Alberto notizie vaghe, inesatte e contrastanti . Le mill e incertezze sulla situazione reale, le indecisioni sul partito da prendere ai vari livelli in attesa d ' ordini tardivi nonché i ripensamenti , consentirono i primi movimenti - ben s' intenda, senza un preciso disegno - soltanto nel primo pomeriggio del 23 e mirarono a spostare verso Villafranca la 1~ divisione e la 1a divisione di riserva, cioè le truppe del I coqJO che investivano Mantova sulla s ini stra del Mincio , il tutto in una deprimente confusione lo g is tic a. L'intendente generale, nom1almente tenuto poco al corrente degli spostamenti dei reparti, adesso perse pressoché ogni riferimento. Carlo Alberto giunse a Villafranca nella tarda serata del 23; era sempre privo di notizie del De Sonnaz, quasi nulla conosceva degli avvenimenti svolti'' Per lo svolgimento della battaglia di Custoza vd~. soprattutto C. 243-380.
FABRIS,
op. cirara , Ill, pp.
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si a S. Giustina-Sommacampagna. Pur avendo quattro reggimenti di cavalle1ia non ordinò la ripresa del contatto con il nemico. Bava si presentò al Quartier Generale all'alba del 24 e, dopo qualche discussione, appoggiò l'idea di un'azione verso nord, sul fia nco si nistro degli austriaci, sicuramente stanchi e probabilmente in disordine. Il presupposto era che De Sonnaz tenesse la linea ciel Mincio. L'attacco, differito al pomeriggio per far riposare e rifocillare le truppe, fu veemente e duro e si concluse con la disfatta della brigata Simbschen e l'occupazione di Custoza-Sommacampagna . Per converso, il l corpo di L"iserva austriaco aveva forzato il Mincio a Salionze. Per quanto la presenza austriaca sulla destra del fiume apparisse preoccupante, tp.nto più che una parte delle truppe del U corpo piemontese era in fati cosa ritirata su Desenzano, De Sonnaz limitò il danno, riuscendo a portare a Volta due brigate ed unità minori, e ponendosi così in misura di collegarsi con la sinistrn di Bava: l'obiettivo di Radetzky di staccarlo nettamente dal grosso era fallito. La bilancia della battaglia era ancora in bilico: «la soluzione della crisi dipendeva dal modo come dalle due parti si sarebbero apprezzate le cause e gli effetti immediati e probabili della disfatta della brigata Simbschen» " . Radetzky prese la decisione la sera del 24. Anche il suo esercito era diviso in due daJ Mincio e I.a minaccia piemontese su l fianco sinistro e sul tergo era grave ed immanente. Quindi: rinuncia a proseguire oltTe il Mincio, conservando soltanto il possesso dei suoi passaggi; stretto contatto a Peschiera; 1iunione di tutte le altre forze per dare battaglia a Custoza-Sommacampagna prima della prevedibile prosecuzione dell'attacco piemontese. Carlo Alberto, infatti , volle insistere nella felice azione del giorno precedente, un successo trnppo esaJtato. Gli ordini diramati verso la mezzanotte stab ilirono i seguenti obiettivi: Salionze per la 4" divisione, Monzambano per la P di riserva e Valeggio per la 1~ divisione, tutti su l Mincio. Si noti che l'inizio del movimento era stabilito per le ore 6 del 25 luglio e che gli ordini arrivarono verso le 3 al la 4rr divisione, poco prima delle 6 alla P divisione di riserva e poco dopo la mezzanotte alla 1~ divisione. Nella mattinata del 25, inoltre, venne spedito un corriere al De Sonnaz, del quale si sapeva solo che nel pomeriggio precedente era in marcia verso Monzambano, affinché concorresse all'attacco su Valeggio dalla destra del Mincio. Un quadro della diramazione degli ordini che si suppone parli da sé.
La battaglia riprese e «un terribile fato - così venne scritto mestamente continuava in quei giorni a disperdere le energie dei battaglioni piemontesi in isterili e divergenti conati. Mancava un concetto sintetico che sovrastasse a tutti gli altri per importanza di contenuto e per decisione di volontà. In mancariza di esso e nell 'indeterminatezza degli ordini, ognuno dei comandanti fini-
'" C.
FABRIS,
op . citata, III. p. 3 l9.
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va col farsi attrarre dalla difesa del punto sul quale le speciali vicende militari lo avevano portato» 99 • In quei giorni estremi una parte dell'esercito era situata, stanca e logora, fra Peschiera e Desenzano; un'altra era sotto Mantova, stanca per l'inattività; e «poche brigate piene d'anima , ma senza un disegno ben definito, si avventano contro il nemico raccolto sulle alture» 100 • Allomo alle 15, malgrado la lotta furibonda, il Comando Supremo piemontese si convinse dell 'impossibilità di raggiungere gli obiettivi prefissati, dell' impossibilifa di aprirsi m1 passaggio a Valeggio e dell'impossibilità di reggere a lungo sulla difensiva per mancanza di riserva. Alle 16 conobbe I ' impossibilità di De Sonnaz di intervenire verso Valeggio prima delle 18 a causa della spossatezza dei soldati. Poco dopo fu costretto ad ammettere l'urgenza di rompere il contatto prima di essere sopraffatto. La battaglia era perduta. Soltanto adesso, dopo l'abbandono del Mincio, gli effetti della stanchezza del combattimento, dei disagi, del caldo, della mancanza dei viveri, del difettoso inquadramento e della confusione cominciarono a pesare sugh anirnj e sul morale ed a scuotere la disciplina in diversi reparti . Fra morti e feriti , un terzo degli ufficiali mancava all'appello. Non andremo oltre. Il l O agosto Carlo Alberto decise la ritirata su Milano. «La città - disse il giorno seguente a Bava - per quanto mi viene assicurato, è provveduta di viveri e munizioni da guerra, vi si fecero opere di difesa; noi le perfezioneremo e la vittoria tornerà a noi » 10 1• Ci credeva davvero? Sembra innegabile il fattore «cavalleresco» di non voler «abbandonare» Milano alla sua sorte, cliiigendosi su Pavia o su Piacenza, ma certo ebbero un qualche peso anche altre considerazioni. Totanto, al vantaggio cli mettere un grosso ostacolo naturale quale il Po fra sé ed il nemico, si univa un tutt ' altro che teorico rischio d i effettuare l' operazione con gli austriaci a 1idosso (quel giorno passarono l'Adda nella zona di Pizzighettone il I, II e IV corpo imperiale). In secondo luogo, è probabile che il re volesse intenompere i maneggi in corso dei governi lombardo e veneziano a Parigi per un intervento francese , scavalcando, per interesse di p,ute, qualunque injziativa diplomatica del governo sardo"". Il r.ipiegamento su Milano venne eseguito offrendo uno spettacolo preoccupante. Sc1isse Bava: «Nella mia carriera militare, non mi venne mai veduta "" Ibidem . p. 332. "" Ibidem, p. 333. '°' CCSM. Relazioni e rapporti 1848 cit. , I, p. 99. >lll Più tardi il Bastide, in una lettera a Cavour, scri sse: «Ca rlo Alberto doveva pensare che la Franci a intervenendo in Itali a, non l 'av rebbe fallo per mettere la Lombardia sotto lo scettro di casa Savoia. ma per assicurarle una cornplcia indipendenza. Doveva pensare che LI governo della repubblica francese non vedeva con piacere che si fosse spint a la Lombardia a prendere precipitosamente una mi sura così grave come que lla dell ' annessione( . .. ). Diventando, la Lombardia , indipendente c libera, uno S tato alleato di rettamente con la Franci;i. non sarebbe rimasta alcuna possibilità futura di ingrand imento territoriale per casa Savoia» (JutES BASTI UE, L,1 Répub lique française e/ r Iralie en 1848, Rozez. Bruxelles 1858. p. 2).
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una tale prostrazione: erano taluni rassegnati a soffrire ogni danno, fosse anche la morte, senza dolersene , senza far motto: purché non si trattasse di combattere . .. » 103 _ Siamo al termine della campagna, un tennine convulso e caotico, cirammatico e penoso. La notizia della sconfitta di Custoza venne conosciuta a Torino fra il 28 ed il 29 luglio, ed il 30 il governo si riunl per discutere sull'opportunità di chiedere l'aiuto francese ove fosse risultato impossibile ottenere un armistizio a condizioni «onorevoli». A tale scopo Abercromby fu pregato di recarsi al campo per trattare con Radetzky, ma il passo era già stato compiuto da Carlo Alberto il 27 con esito infelice. Le cond izioni prevedevano il ritiro dietro l'Adda e l 'abbandono di Peschiera, di Venez.ia, dei ducati, perciò il re aveva rifiutato sdegnosamente. Considerato allora inevitabile il ricorso alla Francia, il consiglio dei ministri chiese l'assenso di Carlo Alberto. «È egli possibile che il Piemonte resista da solo alle forze austriache [quindi esigenza difensiva], che basti da solo a liberare il suolo dell'Alta Italia [quindi intento offensivo]?» era la non molto coerente promessa. Nella certezza (?) che «il nemico non procederà più olLTe delle sue posizioni attuali », l'intervento francese era visto in questi termini: ,,L'esercito è numeroso abbastanza perché, aggiungendovi un corpo di 25 o 30 mila uomini, esso possa respingere il nemico sino alle Alpi: e un corpo di 25 o 30 mila uomini non potrà mai rendersi padrone del paese, men tre le truppe nazionali montano al doppio di quel numero. Se s i aspettassero circostanze meno favorevol i, il soccorso straniero dovrebbe essere più fone; lo ~traniero che ci venisse ad aiutare potrebbe farla eia padrone in ca~a nostra , o per lo meno volerci imporre condizioni troppo dure. Per tali moti vi ( ... } sarebbe venu to il momento cli richiedere non già /' inten 1e1110 Jì-aricese, ma l'aiuto di u11 corpo fra11cese di 25 o 30 mila uomini di truppe regolari. capitanato da un generale conosci uto per talenti mi litari e per sani principi politici. Nello stesso tempo una squadra francese, portando qualche truppa a Venezia. potre bbe facilitare un attacco alle spalle dell'esercito principale austriaco( . . .)»"''.
Inutile ril evare l'ingenuità poi itica della richiesta , comunque Carlo Alberto acconsentì a malincuore , aggi ungendo: «Cependanf je préférais de combattre seul» ma evidentemente si trattava solo di rimpianto. Non appena conosciuta la sconfitta di Custoza, il ministrn della Guerra, Collegno, prese tre provvedimenti ricch i di significato. Anzitutto, ordinò il concentramento di tutte le truppe disponibili della Lombardia a Brescia, disposizione dalla quale sembrerebbe lecito dedursi che il re esercitava ormai il comando so ltanto sulle unità ai diretti ordini; nonché la costituzione di un nuovo corpo d'armata attorno ad Alessandria con le truppe dislocate ad occi'°' CCSM, Relazioni e rapporti 1848, cii. , l, p. 101. "" Collegno, minisrro della Guerra, a Moffa di Lisio, mini stro al campo, in data 1.8.1848, in L. Cr11ALA, op. citaw, pp. 83-84.
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dente del Ticino, cosa strana data la conosciuta impossibilità materiale dì dar vita a Comandi, repa1ti di artiglieria e di cavalleria ed unità dei servizi. In secondo luogo, incaricò il generale Racchia di provvedere, con ufficiali del genio e di artiglieria ed ingegneri lombardi, all'organizzazione difensiva della linea del]' Acida, ovviamente nella speranza che J'annata potesse reggere ancora su ll a destra del Mincio. In terzo luogo, creò un «congresso consultivo pennanente della guerra» con sei generali, presieduto dal Franzini, con il compito di affrontare tutti i problemi concernenti la difesa del Piemonte (e, aggiunse più tardi Collegno, la ripresa dell'offensiva al termine dell 'annistizio), il che sta a dimostrare come il ministro non fosse sicuro né del prop1io giudizio né delle proprie capacità. La prima settimana d'agosto fu particolarmente amara per il re, pur riconoscendo che talvolta sembra cercasse la situazione peggiore di proposito per infi larvisi dentro. Il 4 entrò in Milano e si convinse che la città non poteva reggere a lungo (ma perché aveva trascurato di informarsi esattamente?). Quella sera stessa inviò al campo austriaco i generali Lazzari e Rossi, accompagnati dal console inglese Campbell e dal segretario di legazione francese Rciset, per off1ire la resa dell a città a patto di concedere un indulto ai milanesi, di lasciare libera la ritirata all'armata sarda oltre il Ticino e di permettere che a questa si unissero coloro che desideravano 1ifugiarsi in Piemonte perché compromessi . Però non avvertì del passo né la Consulta straordinaria né il comjtato dì difesa (che avevano comunicato ai cittadini di poter contare sull'esercito sardo e sul1'intervento francese) . Gli inviati tornarono alle 6 del 5 agosto con la convenzione firmata; entro le 16 dello stesso giorno il documento, ratificato, doveva tornare al Quartier Generale austriaco. Fu solo allora che,Ca.rlo Alberto comunicò la lrnttativa agli esponenti milanes i. Naturalmente scoppiò un temporale, che presto superò ogni limite sfociando perfino nella violenza 105 • Diciamo anche che, di fronte alla reazione di Carlo Alberto - il quale , offeso ed indignato, aveva strappato la convenzione, dichiarandosi disposto a morire sotto le mura della città con i suoi difensori - la bellicosità e le virtuose proteste di resistenza ad oltranza si di leguarono rapidamente, ed una deputazione con il podestà e l'arcivescovo si affrettarono a recarsi da Radetzky per ottenere un 'altra copia della convenzione prima che spirassero i tennini ,or, _ '"' Il 2 agosto. alla scadenza dei poteri del governo provvisorio lombardo, era entrato in funzione un consiglio amministrativo genera le, assumente temporaneamente Lutti i poteri di governo in Lomb,trdia. Tuttavia. al suo fianco prese vita la consulta strao rdinaria (cio~ l'ex governo provvisorio) con il proposito di «promuovere in qualsivoglia modo la salvezza della patria» (!) , e rimase il comitato di difesa ereaw a fine luglio. Inoltre, ovviamente, c'era il podestà. C ' è da stupirsi se Milano in que i tristi g:omi fu in balia di emozioni violente e di passioni di pane? '"' Quanto possa illude.re la pass ione pol itica lo si riscontra anche nella va lu1azione falla da Pisacane sugli avvenimc111i di agosto a Milano. A suo avviso, il comitato di difesa avrebbe dovuto chi.udere le porte della città a Carlo Alberto, proclamare la repubblica, tog liere il comando de i volontari al generale Durando, concentrare fra Bergamo e Brescia 50.000 uomini forn iti eia volon-
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Purtroppo a Torino non spirava aria migliore. 11 governo si rendeva conto della pressoché inevitabile stipul azione di un armistizio a breve scadenza . Giocarono sugli spiriti l'assol uta incapacità di valutare l'efficienza dell 'esercito, l'altrettanto assoluta il lu sione dell ' immecl iato e sicuro aiuto armato francese, il discuti bi le senso cl i responsabilità dei ministri in quei frangenti, nonché l'inesperienza di un governo costituzionale ai primi passi. L'interrogativo «se la guerra dovesse o no proseguire» non poteva esser preso nemmeno in lontana considerazione, come più tardi disse Ll Rattazzi ,m, I erciò i ministri stabi lirono di dimettersi tutti se il re avesse deciso di chiedere l 'arm istizio . Casati e Gioberti si precipitarono dunque a Vigevano, dove si era portato il Quartier Genera!e sardo, e nel colloquio con il sovrano si sforzarono, appunto , di convincerlo a contin uare le operazioni, dando per imminente l'arrivo dell'Armée des Alpes '0 ' . Carlo Alberto aveva sotto gli occhi lo stato dei soldati, quello stato d'animo di scoraggiamento, sfiducia e delusione diventato, soprattutto dopo gli incidenti cli Milano, una decisa avversione al la guerra, tan to da provocare un vero e proprio sbandamento in massa '"". Profondamente depresso anche il morale dei quadri: «Gli ufficiali, variamente agilali da l dulore d i una sì triste fine d i tante gloriose fatiche, dalle impression i avute nel passaggio per le terre lombarde, ed in Mi lano dalle accuse che dai partiti ve rsavansi sull'annata, dall'irrucnte indisciplina dei soldati che più non potevano con tenere, avevano perduta ogni fiducia nella truppa e presa anche essi avvero ione a quella gue rra; ed es acerbati che in faccia a si mise rando ~lato de ll ' armata ed a sì funesti avvenimenti non si deponesse iJ pen siero della guerra, portavano in fo ll a al quartier generale cli Vigevano le domande di dimissione ( ... )»' "-
Carlo Alberto, du nque, non potendo buttare la truppa allo sbaraglio in quelle drammatiche condizioni senza un motivo più che valido , e non credendo al rapido arrivo di un corpo francese (in cuor suo, probabilmente, nemmeno desiderato), rifiutò nettamente cli accogliere le insistenze dei ministri. Questi non vedevano e non vollero vedere la situazione militare; di fronte alla decisiotari, guardie nazionali e leva in massa, attaccare ed ovviamente batte re prima il curpo d i Thum , che investiva Peschiera, poi quello di Welden che bloccava Venezia, Ia 'I uaJe sarebbe d iventata la base di operazioni di questo esercito rep ubbl icano (op. citata, p. 188). '" L. CI-UALA, op. ci rata, p. 86. A Torino non ,;i im maginava nemme no il vivo disappunto del governo austriaco aJla notiza c he Radetzky aveva respinto la proposta piemontese di armistizio sulla linea dell ' Oglio. Secondo Wessenbe rg, la situazione internaz ionale , ma specialmente il pericolo di un intervento france., e in Alta Italia imponevano un'immed iata concl usione del!~ pace (Wessenberg a Momecuccoli in data 4.8. l 848 , in A. FIUPUZZJ, A11s1ria e Sardegna cir. I, p. 205). '"' La sera del 4 agosto era stato inviato a Grenoble il maggiore G. Ricc i per concertare con il generale Oudinot il passaggio francese attraverso li Piemonte. Questo non già perché il governo francese avesse deciso di mandare tru ppe in Italia, ma perché il govemu piemontese era certo di tale intervento! '"' A Vigevano, proprio dove :; i era in,t.al lato il Quartie r Ge nerale, il 7 agosto un reggimento della brigata Casale perse 600 uomini ed uno della A~qui si sc iolse quasi completamente. '" Relazione commissione d ' in ch iesta. in CCSM, Relazioni e rapporti 1849, p. 666.
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ne del re Casati rassegnò le dimi ssioni sue e del ministero e Gioberti, ovviamente, lo imitò. Questa volta la crisi non era parlamentare. Carlo Alberto non fece piega ed accettò senza commenti le dimissioni. Per la fotmazione del nuovo governo si rivolse al conte Ottavio di Revel, chiedendogli se, una volta concluso l'armistizio (che, come atto militare, non doveva essere firmato da un ministro), fosse disposto ad accettare l'incarico. Il Revel fu esemplare. Si dichiarò pronto ad ubbidire al desiderio del sovrano, considerato il gravissimo momento, tuttavia con leale franchezza avvertì che qualora il re avesse in animo di riprendere appena possibile la lotta - diventava indispensabile porre alla testa deU 'esercio un capo responsabile e sottoporre ad inchiesta quei generali che a torto od a ragione l'opinione pubblica, ormai incontrollabile, riteneva maggiormente incapaci . «Senza di ciò - precisò - mi sarebbe impossibi le trovare un solo uomo politico che volesse entrare nel gabinetto» 111 • Così, il 9 agosto il generale di Salasco, d' ordine del re, ed il generale Hess , quartiermastro di Radetzky, firn1arono un armistizio di sei settimane «per dare corso ai negoziati di pace». La sera stessa il conte di Revel ricevette incarico da Carlo Alberto di formare il nuovo governo, includendovi possibilmente il Gioberti. Il giorno seguente il conte di Montecucco li, che aveva sostituito Ha1iig per i gravi dissensi di questi con Radetzky, scrisse a Wessenberg raccontandogli come la popolazione delle campagne lombarde avesse accolto con gioia gli austriaci e commentò: <<Die Einigkeit der Fùrsten und Volker ltaliens war wohl nur eine lllusion und wird eine .miche bleiben .. .» (L'unità dei popoli e dei principi italiani era e rimarrà solo un ' illusione ... ) 11 2 •
111 L CHIALA, op. citata, p. 88. "' A. FILJPUZZI, Austria e Sardegna cit., 1, p. 2 IO.
Capitolo TV
LA CAMPAGNA DEL 1849
l. L'ARMISTIZIO E
LA MEDIAZIO:-JE ANGLO-FRANCESE
Il periodo che va dall'armistizio all'avvento del ministero democratico Gioberti (16 dicembre 1848) presenta sensibili cambiamenti rispetto ai primi cinque mesi di regno costituzionale. Il re è sommerso da un 'ondata di critiche per gli eno1i militari e politici commessi, il ministero decide i provvedimenti per sanare le condiz ioni in cui versa l'esercito, il parlamento (o meglio, la Camera) prende il sopravvento e stabilisce le principali linee della politica estera. È il prologo dell'intesa fra re, governo e parlamento nel voler la ripresa delle ostilità, nonché del ritorno del re a capo dell 'armata in guerra 1• Il 10 agosto Carlo Alberto dette notizia dell 'am1istizio con un proclama nel quale affermava: «( ... ) Una tregua di sei sett.imane fu stabilita per ora col nemico; avremo nell'intervallo condizioni onorate di pace, o ritorneremo un'altra volta a combattere ( .. .). Confidate tranquilli nel vostro Re. La causa dell'indip ndenza italiana non è ancora perduta » 2 • TI proclama piacque per i propositi di 1iprendere le armi ove il nemico avesse fatto pesare la sua vittoria, anche se non veniva precisato che cosa si intendesse esattamente per condizioni «onorate»; tuttavia, secondo il Chiala, l'avvenimento suscitò l'indignazione quasi universale. A dire il vero, bisogna distinguere fra iJ grosso pubblico cittadino, il quale rimase attonito e ferito per l' armistizio accel!ato sulla base dello status quo a111e e non della ~ituazione ciel momento (pur se ad un occhio obiettivo doveva appariJe ovvia ed inevitabile 1 imposizione di Radetzky), ed i politici, con alla testa i ministri, che non mandarono giù la fmna di Sa.lasco «d 'ordine del Re». Il 29 luglio , sotto la penosa impressione della sconfitta di Custoza, il parlamento, prorogato sino al 15 settembre dal decreto luogotenenziale del 1° agosto, aveva votato pieni poteri al «governo del Re» per la durata della guerra. La fommla, varata dalla Camera, provocò giuste ma vane obiezioni in Senato: parlare in una legge di «governo del Re» era improprio ed incostituzionale: 'Secondo McGaw Srnyth, «Il re rornerà all'armata per la porta di servizio , con una curiosa ambigua formula scovara per mascherare la sua trasfomiazione da capo dello Staro a leader del parrito democratico» (H. McGAw SMYTH. Piedmcmt and Prussia. Th e inf/uence of the campaing of 1848-49 on the Constitutiunal De ,'l'lop1ne/ll of ltaly, in Tlie America11 klilitary Review, aprile 1950, p. 488. ' L. CHJALA , op. citata, p. 89.
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giacché «in ness un luogo dello Statuto si fa uso in questo senso di qu esta espressione», i pieni poteri dovevano essere concessi «al Re». Pur trattandosi di rilievo tutt'altro che formale, il Senato fuù per accontentarsi delle spiegazioni piuttosto vaghe e generiche del ministro degli Interni , Ricci, e così facendo rinunciò a far valere le proprie prerogative. «Quella legge sui pieni pote1i ( ... ) - osservò Giuseppe Maranini - non solo implicava un esecutivo diverso dalla persona reale e, per conseguenza, esposto ad essere fagocitato dall 'organo che presumeva di esprimere una diversa e superiore fonte cli legittimità, la camera dei deputati; ma poneva il principio di una esigenza di salute pubblica s uperiore al principio garantista della divisione dei poteri, con la conseguente riconcentrazione cli tutto il potere esecutivo e legislativo nelle mani ciel governo; il quale, se non voleva 1idursi ad esprimere la volontà assoluta del sovrano , necessariamente avrebbe dovuto esprimere l'indiiizzo politico e ottenere il consenso, preventivo o successivo, non tanto ciel parlamento quanto della camera eletta» l. Ciò spiega l'atteggiamento dei ministri, sensibilissimi agli umori di una Camera in preda alla ribollente emotività di contrastanti sentimenti. Le due iniziative, per così dire, da essi prese sono edificanti. La prima riguardò la stipulazione dell'armistizio, apparso compromettere le future trattative di pace. Se l'Austria avesse preteso di partire da tale base , automaticamente ne sarebbero derivate rinunce territoriali riguardanti la Lombardia, il Veneto ed i ducati, la cui fusione con il Piemonte, proclamata fra il 10 maggio ed il 4 luglio era stata rapidamente e legalmente accettata dal parlamento piemontese. Siccome, appunto, trattati che comportassero oneri finanziari o variazioni teni to riali dovevano avere l'assenso delle Camere; secondo lo Statuto, ecco il motivo della levata di scudi politica. Sul piano teOJico il "distinguo" poteva avere un suo valore, ma in quelle circostanze diventava inutile capziosità, valida semplicemente a sottoline,u·e l ' intempestiva accettazione formale delle fusioni da parte ciel parlamento. Può essere comprensibile una linea di condotta del genere quando si voglia, conflitto durante, utilizzare appieno le risorse del paese occupato - il che proprio non fu fatto dal governo di Torino - altrimenti è ovvio che tutto è destinato a rimanere in sospeso finché non si sappia chi è il vincitore. Nella sua indignazione, Pareto volle protestare subito con l'ambasciatore inglese e l'incaricato d ' affari francese. Spiegò che l' armistizio era semplicemente un atto militare, finnato da generali sprovvisti dei poteri necessaii per qualsiasi impegno eccedente la loro sfera d'azione, e non poteva rivestire alcun significato politico perché sprovvisto della f1m1a di un ministro. «( ... ) Questo atto - ~ostennc Pareto - che è stato qualificato convenzione, ha una parte relativa a misure militari ed un altra che può esser considerata politica. Il Ministero, c he non ha preso
' G. MARANINl, op. citata, p. 142.
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alcuna parte nella stipulazione di tale alto, non saprebbe considerarlo legale e non potrebbe riconoscergli alcun valore. Ritiene dunque suo dovere protestare contro runa ciò che in questo atto potrebbe aver caranere politico e dichiarare che non lo si potrà mai considerare come documento da prendere a base di negoziati( ... )» ·'.
La cosa suscitò commenti sfavorevoli all'estero, date le circostanze, e specialmente Abercromby rimase male impressionato nel vedere discutere un armistizio concluso nei modi consueti e legali. Obiettò, perciò, a Pareto che, essendo l'annuncio dell 'evento apparso nella sua interezza nella Gazzetta Ufficiale del regno, la dichiarazione in causa non poteva che valere come protesta personale; insomma, era sua ferma intenzione non fare alcuna differenza fra gli ffetti militari e la parte· politica. Il ministro degli Esteri smdo, che nel contempo aveva inviato la protesta ai governi inglese e francese tramite gli ambasciatori, riferì i commenti di Abercromby ad Adriano di Revel, sottolineando che, del resto, «il 1° a1ticolo dei preliminari che hanno preceduto la conclusione dell'armistizio è concepito nei termini seguenti: il negoziato da intraprendere fra di noi non avrà alcun carattere politico» 5• Evidentemente la questione doveva apparire al Pareto di basilare importanza perché, dopo esser tornato ufficialmente sull'argomento con Abercromby e de Reiset'' il 19 rinnovò la protesta a Londra ed a Parigi contro la possibilità che si volessero trarre conseguenze politiche dell'arn1istizio '. Alla fine Palmerston accettò il desiderio cli distinguere tra effetti politici ed effetti militari; però A. cli Revel disse a Pareto: «PermeUetemi di aggiungere qui una rines sione ( ... ). Se il primo articolo dei preliminari che hanno preceduto la conclusione del!' armistizio contiene la riserva che le condizioni da definire non avrebbero avuto alcun carattere politico , è inutile ( ... ) spingere oltre questa discussione. Il carattere di questo documento [l ' am1istizio] deve risu ltare da tutto il suo insieme e tale dichiarazione fil
'Pareto ad Abercromby, in data lJ.8. I 848, i.n F. CURATO, Sardegna e Gran 81·cragna ciL, I , p. 102. Si noti che la sera del 23 marzo I 849, a Novara, il ministro Cadorna, distaccato dal gabi netto democratico presso il Quartier Generale di Carlo Alberto, rifiutò categoricamente di prender parte alle trattative di armistizio perché la sua missione pre sso il re era tutta po/irica, perché l'armistizio non poteva avere effetto che tra glj eserciti belligeranti, perché egli doveva e voleva as1enersi da ogni ingerenza in quel negoziato militare (CCSM, Relazioni e rapporri 1849, cit., pp . 774775). Naturalmente Cadoma non ignorava che la rouura del precedente armistizio era stata fatta con un documento redatto e fimrnto dal so lo governo, e da questo fatto reca pitare a Radetzky. ' Pareto a A. di Reve l, in data 14.8.1848, ibidem, p. 203. ' Pareto ad Abercromby in data 14.8. I 848, ibidem, p. 2 11. L'ambasciatore trovava i.nollTe superflua la discussione, come scrisse a Palmerston , poiché dal momento in cui Torino aveva acccettato la mediazione «qualunque impegno possa essere stato preso legittimamente o ill eginimamente fra Sardegna ed Austria. cade immediatamnte d i fronte a lle cond izioni poste dalle due Potenze a base della mediazione » (A be rcrom by a Palmerston in data 16.8. 1848, in F. CURATO, Gran Bretagna e Sardegna cit. , pp. 306-307. ' Pareto ad A. di ReveJ in data 19.8.1848, ibidem, p. 213. La nota di Pareto circa il rifiuto di implicazioni politiche nell'armisti zio fu consegnata il 20 agosto anche al ministro dell 'impero, Heckscher (ibidem, p. 228).
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primo articolo citato) è :sufficiente a respingere qualsiasi imerpre tazione politica che si volesse attribuire alla fonnulazione dell 'am1istizio ( ... )» ' .
Il 23 agosto il generale Ferrone, nuovo ministro degli Esteri , scrisse ad A. di Revel riallacciandosi alla lunga diatriba. In tono conclusivo comfermò come l'armistizio dovesse venir considerato semplice accordo militare, senza che 1 Austria potesse rinvenirvi implicazioni politiche. Ricordò che quando « . . . Mr. Abercromby è anelato al quartier Generale del maresciallo Radetzky a Codogno per cercare un accordo, il maresciallo gli di sse chiaramente di non e,sere autorizzato a compiere au i po liti ci. e di conseguenza di non aver titolo per trattare della pace. Più tardi ed al momento di concludere l' armistizio di Milano, il generale Salasco ed il ge11 ernle austriaco Hess, in una speci e di pre liminari dai quali hanno fatto precedere il negoziato, hanno fis sato yuesta come prima co11di zione: '"i/ negoziai<! che stiamo per iniziare fra di noi non O\!rà alcun carauere politico"» ' .
E con ciò, finalmente, alla questione venne messo il punto. La seconda ini ziativa fu costituita da una lettera indirizzata a Carlo Alberto. Secondo il Chiala fu dettata dal Gioberti , visto che terminava esortando il re ad aver fiducia nella Provvidenza, che gli avrebbe infuso «il coraggio di Giosuè e di Gedeone»; secondo V. Ferrari, dal Casati dato il ripetersi delle stesse lamentele ed accuse ricorrenti nelle lettere del presidente del consiglio dimissionario. Sta di fatto che la missiva deplorava acerbamente «l'incapacità nel determinare le mosse strategiche» (ben sapendo che il comandante supremo era il re) la quale «quasi giustificava l'indisciplina, la diffidenza sorte nell'animo di quasi tutti i soldati», situazione sufficiente ad indicare come <<senza un generale cambiamento dei capi » non fosse possibile pensare ad un efficace riordinamento del l'esercito. Ed in merito ali ' am1istizio non si esitava a scrivere che esso «è stato il suggello di tutta l'incapacità dimostrata durante la campagna; i patti più duri e vergognosi che ricordi l ' istoria, eccedenti una stipulazione semplicemente militare, e perciò nulli di pieno diritto». A dimostrare l'avventata precipitosità del! 'atto e l 'arrendevolczza dello spirito, si a:ffemrnva che gli aust1iaci, con le tante fortezze e province ancora da occupare, si sarebbero trovati nell'impossibiJ ità cLi varca.re il Ticino in forze e di entrare in Piemonte, «e poi non l' avrebbero osato per riguardi politici»"'; comunque «era preferibile l' invasione di alcune province del Piemonte all 'abbandona.re a discrezione del nemico Venezia e i Ducati». A prescindere dall ' opinione delle province piemontesi invase, è difficile rinvenire correttezza formale e poli tica in argomentazioni del genere, tanto pii':1 che i ministri vollero precisare - nel l' intento di aggravare le responsabilità del re - che «il 9 segnavans i i deplorevoli patti di Milano, il dì 8 la Francia dichiarava che , unita "A. cli Revel a Pareto in data 19.8.1 848, ibidem , p. 2 l4-2 I5. 9 Pcrronc acl A. di Reve l in data 23.8. 1848, ibidem , p. 2 18. " L'8 ago sto il conte di lvlontecucco li comunicò a Wessenberg che avrebbe «tentalo» di arrestare Radetzky al Ticino e propose di arri vare alla pace cedendo Parma al Piemonte, la Savoia al la Francia ed il Novarese ,111 'Au stria! (A. FtLIPUZZI, Austria e Sardegna ci t. , L p. 208).
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all'Inghilterra, imponeva sospensione d'armi a Radetzky» ". Questo pur conoscendo come Carlo Alberto non potesse materialmente essere al con-ente che L'8 agosto Francia ed Inghilterra avevano stabilito di off1ìre la loro congiunta mediazione ad Austria e Piemonte, e soprallutto di agire a favore del Piemonte rna senza imporre all'Austria proprio niente. Ma vediamo brevemente la storia dei rapporti con la Francia. Non è chiara l'idea che il governo di Torino si era formata sui veri orientamenti francesi . Questi erano assolutamente egoistici. In una seduta del Comitato per gli affari esteri de1J 'Assemblea costituente alla fine di luglio , Lamartine, interpellato sull'Italia, affennò: «Testimoniare interesse per il re di Sardegna, senza però impegnarsi a vantaggiarlo; tenere apprestato l'esercito delle Alpi, apparentemente ~ porgere soccorso al Piemonte, ma in realtà a farlo agire nel solo interesse della Francia ( .. .). Se la fortuna deJJe am1i sorriderà agli italiani , se Carlo Alberto giunge a farsi proclamare re deJl ' Alta Italia, dichiareremo rotto l'equilibrio europeo, e che quindi la Francia potevalo pur rompere per conto suo (.. ). Dopo questa dichiarazione, si dovrebbe occupare tosto Nizza e la Savoia e dichiararle aggregate alla Francia. Se, al contrario, la guerra riuscirà vantaggiosa ali' Austria, noi dovremo annata mano appoggiare il re di Sardegna e, scacciati gli stranieri dall ' Italia, in compenso far nostre Nizza e Savoia». Bastide, preferì tenersi sulle generali parlando con l'ambasciatore sardo, Brignole-Sale, e questi il 28 luglio riferì a Pareto cbe l'appoggio della Francia non sarebbe venuto meno 12 • Ciò premesso, i contatti stabiliti da Pareto furono due e distinti. Il primo fu rappresentato dalla mi ssione straordinaria del marchese Alberto Ricci, inviato il 30 luglio «non point pour demander une intervenlation armée, mais pour savoir quel/es seraient le.1· dispositions du gouvernement français dans le cas où /es circonstances nous obligeraient de la réclamer», n_.li Ricci arrivò la sera ciel 2 agosto a Parigi e vi si trovò preceduto dal marchese Guerrieri-Gonzaga, mandato da alcuni membri del governo provvisorio lombardo a chiedere un immediato intervento armato 1•1 e molto ben accolto dal " L. Cl11 ALA, op. ci1a1a. p. 60. degli Esteri, Bastide. e !"ambasciatore " N. BIA tHI, op. citata, V, pp. il l2 luglio, aveva testua lmente detto
In effetti lo scambio delle note d iplomatiche fra il mini ·tro inglese, Norrnanby, avvenne il 9 agosto. 291 -294. Però il Bastide appena un paio di settimane prima , all ' incaricato d 'affari austriaco a Parigi, Thom: «Nous n'a-
vons aucun inrérèr à voir agrandir la Sardaigne, et nous désirons sincérement que vous conserviez la plus grande panie de votre possession en !ralie» (We~senherg a R adetzky in data 4.8.1848, in A. FTLJPUZZJ, A11s1ria e Sardegna ci t. 1, p. 204). " Pareto ad A. di Revel in data 1.8.1848, in F. CU RATO, Sardeg na e Gran Bre/agna cit., !, pp. 189-190. Tn una lettera del giorno seguente, il Pareto prec isò a Revel di non far cenno a Palmerston della Lombardia e dei ducati come condiz ione irri.n unciabile, per non pregiudicare la questione del Veneto (ibidem, p. 194). "A di spetto della legge di fu sione della Lombardia con il Piemonte dell'l l luglio , akuni membri del governo provvisorio lombardo incaricarono il 28 luglio il marchese Guerricri-Gonzaga di recarsi a Parigi per invocare l'aiuto di truppe francesi. A Parigi si trovavano ancora i rappresentanti del governo veneziano. ll Bastide, <l ' altronde, aveva dichiarato più volte, apenamenle, che, se
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Bastide '5 • La sera stessa iJ generale Cavaignac, presidente del consiglio, e Bastide ricevettero Ricci, accompagnato da Brignole-Sale, ma vollero anche la paitecipazione del Guerrieri 16 • Premesso di non gradire la formazione di un forte Stato costituzionale nell 'Alta Italia perché avrebbe finito per allearsi con l'Austria contro la Francia, Cavaignac domandò in favore di chi avrebbe dovuto mandare le sue Lrnppe. Dopo tale apertura di colloquio, già di per sé significativa, il dialogo si spostò sugli aspetti militari, o meglio su quando dovesse aver luogo l'aiuto. Ricci disse che l'armata sarda appariva ancora sufficientemente in ordine, tanto da non temere il 1ischio di un 'immediata sconfitta definitiva; perciò l'entrata in campo dei francesi poteva verificarsi fra tre mesi. Il Guerrieri, invece, rappresentò un'urgenza «grande e presente». Cavaignac aveva ben soppesato la situazione: il governo provvisorio lombardo non esisteva più, quindi, nonostante riscuotesse le simpatie di tuttj, non poteva proporsi come interlocutore attendibile; il governo sardo si trovava nel mezzo del guado e nell'impossibilità di agire autonomamente; il governo francese non poteva rischiare iniziative avventate né su l piano europeo né su quello interno. Non 1imaneva che mettersi d'accordo con l'Inghilterra per bloccare in qualche maniera le cose ed impedire l'insorgere di eventi incontrollabili. Concluse, piuttosto freddamente, che ormai egli aveva avviato trattative con Londra per una mediazione anglo-francese con buona speranza di realizzarla. In tal caso le due Potenze mediatrici avrebbero inti mato la sospensione delle ostilità ai due contendenti 17 • 11 4 agosto Bastide informò il de Reisct, senza impegnarsi molto: «Abbiamo appreso, con piC1 dolore che sorpresa, dei rovesci sofferti da ll 'esercito piemon tese. Li prevedevamo anche troppo, perfino durante i success i effim eri. Que l che ora imporl a è di formare gli Austriaci( ... ). TI governo della Repubblica accorde rà l'inte1vc nto quando g li verrà ch iesto ( ... ).D ' altra parte non reputiamo impossibi le una soluz ione de lle cose d ' [talia per via di negoziato e di mediaz ione. e quesui via la tenteremo vo lentieri , se ve n 'è la poss ibili tà, all ' occorrenza disposti acl intervenire più energicamente» '".
i lombardo-veneti lo avessero richj esto in modo diretto, la Francia non avrebbe negato il suo concorso, anche contro il volere cli Carlo Alberto (L. CHIALA , op. r:itara. p. 93). " Per inci so. a Bastide era pervenuta una lettera d i Mazzini del 31 luglio: « .. . Dovete aver ricevuto una richiesta d ' intervento cie l re Cw·lo Alberto cd un ' altra de l governo provv isorio dal signor Guen-ieri ( ... ).Se.invitata da altri che eia noi, la F rancia deve recarci l'ai uto della sua spada, che sia almeno la .tpada della Rep11/Jblica. e non quella d ' una Francia senza principi. Non vi fidate de ll e proposte monarc hiche; non sporcate i? vostra bandiera scrivendovi sopra : per 1111 Re; quesLo Re non ha nemmeno la sola cosa che dovri'libc avere: la forza( ... )» (J. BASTIDé, op. cirala, p. 60). 16 Bastide ammise francamente che «Notre sympathie érair rout e111ière pour /es citoye,,.,. repré.w1tés par M. Guerrieri ... » (ibidem) . ,., Guen·ieri al governo provvisorio in data 3.8.1848, in L. CIIIALA, op. citata, p. 96. '" Bastide a de Reiset in data 4.8. I 848, ibidem.
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Lo stesso giorno ebbero inizio i colloqui fra Bastide e Nomrnnby per la proposta di mediazione e J'ambasciatore inglese fu pregato di compilare un progetto unico 19 • Da parte piemontese, il 6 agosto Brignole-Sale ricevette le direttive del consiglio dei ministri sui particolati dell'aiuto militare. Secondo esse, doveva chiedere un corpo cli spedizione di non meno di 50.000 uomini , cli cui 40.000 da impiegare in Lombardia e I 0.000 nel Veneto; chiarire senza possibilità di equivoci che nessuna cessione di territorio sarebbe andata alla Francia a titolo di compenso e che ness una propaganda repubblicana sarebbe stata consentita dalla Francia in Italia; imporre al corpo di spedizione la via del Sempione o, meglio , di Briançon e non la Savoia; rifiutare che del corpo di spedizi ne facessero parte volontari o reparti della Legione straniera; precisare che il comando in capo degli eserciti alleati spettava a Carlo Alberto 20 · Che un simi le documento, in un simil e momento, sia uscito dal ministero degli Esteri non può che meravigliare. Brignole-Sale e .Ricci non ebbero il coraggio di portarlo a conoscenza di Cavaignac nella sua interezza, comunque quest'ultimo troncò subito ogni discussione, dichiarando che non restava che attendere gli sviluppi dell ' intesa diplomatica anglo-francese 2 t . Un paio di giornj dopo, 1'8 agosto, i delegati <li Milano tornarono alla carica, insieme con quelli di Venezia, per ottenere l'aiuto armato d 'oltralpe, ma incontrarono un netto 1ifiuto: la Francia non intendeva assolutamen te impelagarsi in una guerra nella quale si sarebbe trovata contro l'intera Europa, Germania compresa, «chez qui la défiance envers la France était plus grande alors que ses sympathie pour l' ltalie» 12 . Tuttavia Cavaignac assicurò: «Soyez tranquilles, Milan ne restera pas aux AutrichiensN. Ed ai veneziani che, allarmati, chiedevano se Venezia sarebbe stata sacrificata, replicò che i francesi avrebbero fatto tutto ciò che dipendeva da loro per impedire «una tale sciagura» 2' . Poco per essere considerata una garanzia. La stessa sera, Bastide comunicò a Brignole-Sale che, pur risultando tardiva la _richiesta di aiuto militare dopo il rovescio subìto, es isteva il modo di favorire il regno di Sardegna senza compromettere la quiete ciel mondo. «Aujourd' hui méme - scriveva Bastide - le gouvernement de la République et de la Grande Bretagne ont proposé leur 1nédiation a LL.MM. le Roi d e ''' Normanby a Pa lmerston in data 5.8.1848, in N. BrANClì t. op . ci1a1a , V, pp. 308-312. 0 N. BJANCHl. op . citata , pp. 304-305. " L. CHJALA, op. ci1a1a, pp. 98-99 e p. 178. 22 J. BASTIDE. op. citala, p. 62. Fra l'a ltro I·1\nnée des Alpes si era ridotta a 25.000 uomini. dato lo spostamen to di gran parte delle truppe a Parigi. :,;i L. Ciìi ALA , op. ci/ala. pp. I 03- 104. Cfr. N. BIANCHI. op. citata, p. 3 I 6. Un paio di sellimane più tardi , Cavaignac dirà ad Alfonso Lamarmora, gi unto a Parigi per incari co del governo: «Bisogna che ci parliamo chiaro: non vogliamo disgustarci I' Auslria per fru· piacere al Piemonte» ed aggiunse «Unica via aperta: una mediazione franco-britannica per far cess are le ostilità» (VJTTOR tO ADAMI, Delr intervenro ./i-ancese in !rafia nel /848, in N1wva Rivis1a Storica, Ili 1928) . '
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Sardaigne et l' Empereur» 24. In realtà quel giorno, 8 agosto, era giunta a Parigi la risposta inglese affermativa per il progetto di mediazione; l'accorcio ufficiale ebbe luogo il 9 e subito i corrieri partirono per Torino e per Vienna. 1 rappresentanti diplomatici inglese e francese a Torino ricevettero il documento eia sottoporre alla firma di Carlo Alberto la sera ciel 13 ed il mattino seguente si recarono ad Alessandria, dove il re aveva trasferito il suo Qua1tier Generale. La convenzione, ovviamente accettata dal sovr:mo, si basava sulle considerazioni formulate da Palmerston qualche giorno prima, e cioè: «Benché l'cscrci io austriaco abbia acquistato una decisa prevalenza mi litare sugli llaliani , pure il governo di Vienna non può ingannarsi al segno d ' immaginare di poter concludere la pace conservandos i padrone della Lombardia, e che 4uesta possa divenire un membro tranquillo de ll'impero austriaco ed un elemento di fona per esso. Di certo r Austria non andrebbe incontro ad una diminuzione di real.e potetlza, permettendo ai Lombardi di aggregarsi al Piemonte. Dall 'altra parte, quantunque gl i Italiani abbiano esternato i.l desiderio cl i sollrarre la Venezia alla dominazione straniera, è manifesto che essi 11011 hanno la forza di mutare il desiderio in fatto, e che i sentimenti nazionali possono in qualche modo appagarsi co n un accordo simile a que llo indicato ne l Memorandum 1-lummclauer. Se Mantova e Pe schi e ra rimanesse ro alla Lombard ia, Ve rona e Legnago alla Venez ia, entrambe le parli avrebbero una frontiera munita e sufficiente per la mutua sicurezza; e quindi si potre bbe trovare una guarenti gia d i pace du revole avvenire fra l'Austria ed il Re di Sardegna» '-'.
In sostanza, la Lombardia sarebbe stata libera di unirsi al Piemonte; a condizione di assumere a proprio carico una parte proporzionata del debito pubblico dell'impero; l'Austria si sarebbe impegnata a garantire al Veneto istituzioni ed amministrazione nazionali; la linea di confine fra Lomb,u-dia e Veneto sarebbe rimasta l'attuale, con due fortezze del Quadrilatero alla prima e due al secondo 2" . Come si vede, Venezia e i ducati erano lasciati «a discrezione del nemico». Nel contempo, A. di Revel da Londra informava Pareto (la lettera fu ricevuta dal mini stro il 13 agosto) che la sera ciel 7 Palmerston gli aveva comunicato l' intenzione di Inghilterra e Francia cli compiere un tentativo congiunto per indurre le parti in conflitto ad un armistizio, e poi offrire la loro mediazione per la concl usione della pace. Palmerston aveva anche osservato che per quanto esistessero ancora diversi particolari eia defi nire, si riteneva sicuro che la pace potesse aver luogo a cond izioni onorevoli per il Piemonte. Revel rife rì anche che la sera stessa Palmerston aveva dato analoga partecipazione alla carnera dei Comuni 27 . " L. CHIALA, op. citata. p. 446. " Palmerston a Nmmanby in data 7.8.1848, in L. Ct 11 ALA, op. ciraw , p. IOI. " E. ANCHJERI, op. cil(lfa, pp. 65 -66. " A. di Revel a Pareto, in data 8.8. I 848, in F. Cuti.Aro, I, Sardegna e Gran Bretagna cit. , pp. 198- 199. Tn un cifrato a llegato alla lettera, l'a mbasciatore forniva una preziosa informazione. Palmerston gli aveva precisato i termini indicativi della mediazione: «La Lombardia resterà al Picmome; quanto a Venezia, la for.w vi è mancata per prenderla, così ritorna ali' Austria». E Revel scriveva ancora: «Lord Palmerston non ha detto pawla sui d ue Ducati cd io ho creduto opportuno non provocare spiegazioni in merito, limitandomi ad insistere vivamente perché difenda i nostri interessi>> .
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Qnanto al conte Casati, l' 11 agosto, vale a dire mentre il conte Moffa di Lisio portava a Carlo Alberto la lettera dei suoi ministri , si rivolse a Castagnetto accusando di infa mia e di inettitudine il generale di Salasco per aver finnato l 'armistizio. L'ingiustizia di simile accusa (peraltro rapidamente diffusasi) è pari alla pochezza politica del personaggio: «Come si può - lamentava - abbandonare Venezia? Come credere che Radetzky voglia invadere il Piemonte? E se ciò fosse? Meno male vedere Torino in mano ai Croati che perdere l' onore». E poi, colto da un dubbio: «Noi abbiamo l' Inghilterra e la Francia disposte a sostenere la linea dell ' Adige, ma adesso dopo l'infausto armistizio?>,. Non più si llaba per Venezia 28 • c Jstagnetto gli rispose da Alessandria il 12, replicm1do, fra l'altro: «Ma schiettamente ditemi, Casati mio, sta o non sta che l'esercito non voleva e non poteva battersi e che l'intervento francese è se non altro m1cora dubbio? Che in Piemonte la massa della nazione desidera pii:1 la pace che la guem1? Che in Lombardia stessa è quasi uguale l'antipatia contro i Piemontesi che contro i Tedeschi, che ai Piemontesi non. si tiene nissun conto dei sacrifici fatti d ' uomini e dì denaro per la causa comune, e che, in generale nelle popolazioni lombarde e venete, voglio dire nella massa, appena si può dire che esista vero spirito di nazionalità?» 2• . Casati evitò la discussione: «Non ritornerò - scrisse il 13 agosto - a parlare dei torti reciproci di Lombardia e di Piemonte nel decorso di questi mesi .. .» 30 e, i_nvece, il 16, tornò sull ' argomento pace: «Comprendo bene che è impossibile pretendere la pace ali ' Isonzo , ma si stia almeno co lla pace ali' Adige» 31• Probabilmente ormai al corrente dei termini della mediazione , per premere sui mediatori at traverso l'opinione pubblica, rese nota sulla Gazzetta Piemontese del 18 agosto una dichiarazione di protesta circa le possibili implicazioni politiche dell'armistizio , ma l'effetto fu controproducente perché Abercromby, mandando copia della dichiarazione a Palmerston, co111me:1tò: «Vostrn Eccellenza si accorgera , leggendo questo documento, come il marchese Pareto ed i suoi colleghi stiano continuando fino in fondo nei loro sforzi di precipitare questo Paese in ·uno stato di anarchia e di confusione» 32 • " V. FERRAR!, Caueggio Casa1i-Caswg11 etro. c it.. p. 238. 19 Ibidem. , p. 240. "' Ibidem, p. 242. " Ibidem , p. 244. " Abercromby a Palmcrston in data 19.8. 1848 in f. C URATO. Gra11 Brc1ag11a e Sardegna ci!., I, pp. 3 16-317. Non soltanto la dichiarazione chiamava in causa «ragg iri d i retrograd i» e «inettitudine di capi», ma giun geva a sos tenere che «l'armistizio avva lora l'accusa che l'entrata delle tru ppe sarde in Lombardia aves,e l' unico scopo di impedire colà lo stabilimento della rep ubblica per ridonare all ' Au stria que ll e province»! (N . Rooo1,1co , op. cit., lll , p. 460).
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Lo stesso 18 agosto Cesare Alfieri di Sostegno assumeva la presidenza del consiglio ed il giorno seguente la Gazzetta Ufficiale riportò il segue nte comunicato con 'il programma governativo: quello
«Il ministero deve rispettare l'arm istizi o come fatto militare; ma non può riconoscere in 1111 auo di politica transazione eh.e disrrng[?a i faui compi liti e che segni le basi di ulteriori
negoziazioni.
Però due grand i nazioni amiche, che proclamano il rispetto delle nazionalità e secondano lo sviluppo della libertà dei popoli, avendo affetto la loro mediazione onde porre fine ad una guerra che potrebbe diventare europea e promuovere llna pace onorevole, il mini stero accolse con riconoscenza il disinteressato ed am ichevole uffizio delle polenze mediatrici».
Ma da parte austriaca molte cose erano cambiate e la vittoria sul campo induceva a resistenze sempre più ferme nei confronti delle illusioni italiane. li 3 agosto Radetzky aveva espresso al vice-console inglese Campbell l'opinione che «come sold ato posso e debbo occuparmi di questioni politiche nella misura in cui intaccano quelle militari» D _ Forte di tale convinzione, si regolò di conseguenza ed in un primo momento pregò Latour, mini stro della Gue1n, di non parlargli di «misure di riconci1iazione» nei confronti di una nazione «tanto vendicativa» e di dargli invece «carta bianca per reprimere ogni tentativo, ogni rigurgito di ribellione, polverizzandoli con la forza» 34 • In quel periodo Wessenberg si trovava a Francoforte, dove sin dal 24 giugno si era costituito il Potere centrale provvisorio della Germania con l'arciduca Giovanni d'Asburgo come Reichsve,weser (lett: Reggente dell' impero, ma denominato dai contemporanei Vicario), che in Italia, piuttosto ingenuamente, si credette disponibile ad una mediazione autonoma se non addiJittura ad un arbitrato inteso a chiudere le ostilità in Alta Italia, per poi dedicare ogni attenzione al contenzioso con la Danimarca. L' illusione durò poco e, d'altronde, la disarmonica attività dei rappresentanti del Piemonte, di Napoli, della Toscana, di Roma e della Sicilia, ognuno operante secondo direttive differenti, non giovava certo a mostrare una chiara nazionalità ita1iana ·''. L'opinione generale tedesca era comunque rigida sull'ipotesi della cessione del Veneto al Piemonte. Il 7 agosto l'arciduca Giovanni disse al ministro inglese Cowley, in visita ufficiosa a Francoforte, che «la Germania non avrebbe mai to Ilerato che l ' Impero cedesse una parte del territo1io che era assolutamente necessario alla sua difesa. La valle dell ' Adige sale neJ cuore del Tirolo ed il suo possesso era cli tale importanza che l'Austria non l'avrebbe mai
·'' Radetzky a Latour in data 9.8.1848, in A. SK ED , op. citata, p. 274. " Radetzky a Lato ur in data 7.8.1848. ibidem, pp. 284-285. Il discorso e ra riferito alla Lombardia perché l'amministrazione civile del Veneto. ormai tranquillo, era stata trasferita al Montecuccoli. " F. CURA:ro, Scrini di storia diploma rica, G iu ffré, Mj lano 1984. pp. 99-102.
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abbandonata». Lord Cowley precisò a Londra che il Parlamento Costituente era d'avviso cbe la cessione di Venezia avrebbe rovinato Trieste :i,; _ Dal canto suo, Wessenberg, rimanendo indietro con le notizie, si preoccupava per le insistenze milanesi e torinesi a Paiigi. Conosciuto - e deprecato - il rifiuto di Radetzky ad una tregua d' armi suJJa linea dell'Oglio, si rivolse al conte di MontecuccoJi significando che un gesto del genere poteva causare "un grande imbarazzo" ed invitandolo ad insistere col feldmaresciallo per una conclusione della pace quanto più sollecita possibile: «Scopo della guerra è vincere una posizione sicura da cui poter u-atWre una pace onorevole; mi sembra che ciò sia stato raggiunto sull'Oglio e probabilmente le offerte di pace da parte del nemico sarebbero state per noi più convenienti della prima pace proposta da noi stess i » " .
•
E qualche giorno dopo scrisse ancora: «È evidente che non siamo più strettamente vincolati alle proposte di pace faue nella prima metà di giugno; tuttavia ragioni di stato richiedono che quelle condizioni non debbano essere poi troppo alzate, se noi riuscissimo in questo modo ad ottenere ugualmente il nostro obiettivo ... Non possiamo nasconde re a noi stessi che la prosecuzione della guerra in Italia ci Lndeboli sce e aggrava anche la posizione politica del governo in patria » "
La notizia che a mezzogiorno del 6 agosto Radetzky era entrato in Milano «fra l'esultanza generale» arrivò al Latour il 9. Si affrettò a congratularsi, però volle subito chiarire al vincitore che «le vedute della diplomazia internazionale, così come i desideri dei deputati delle assemblee regionali, proibiscono tassativamente qualsiasi superamento del Ticino in questo momento» ' 9• Il 10 agosto Radetzky spedi a Wessenberg il testo dell 'armistizio, riconoscendo l'urgenza di pervenire alla pace, ma , naturalmente, senza nemmeno pensare di abbandonare la Lombardia. Comunque, ammetteva che le province italiane costituivano un qualcosa cli pmticolare nell'ambito clell' impero; cosicché i rapporti futuri dell 'Austria con il Lombardo-Veneto potevano configurarsi come quelli con l' Ungheria, p1i111a della rivoluzione. Lasciando i ministri degli Esteri, delle Finanze e della Gue1Ta a Vienna, in mmli austriache, «I'amministrazione interna sarebbe tenuta eia un ministero italiano qui a Milano con una discreta patina d ' indipendenza» pensava Radetzky per conciliare l'indipendenza del Lombardo-Veneto con il dominio asburgico «e soprattutto per conservare all ' Ausb·ia, come massimo Stato della penisola, la voce p1incipale negli affari della stessa» 40 36
F. CURATO. op . citala. p. 79. " Wessenberg a Montecuccoli in data 4.8.1848 , in A. F11,1ruzz1, Ausrria e Sardei na cii.. I, pp. 205-206. Cfr A. SKED , op . citata, p. 275. ·" Wessenberg a Momecuccoli in data 8.8. 1848 in A. F1upuzzr, Ausrria e Sardegna cit.. I, pp. 207-208. Cfr. A. SKED, op . citata , p. 276. " Larour a Radetzky in data 11. 8. 1848 , in A.SKED. p. 274. "' Radetzky a We ssenbcrg in data 10.8. 1848 in A . F1uruzz1, Austria e Sardegna cit., I , pp. 213 -2 14.
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Wessenberg, che appiamo non ancora in linea con gli avv nimenti , l' 11 agosto avvisò Radetzky che l ' imperatore aveva deciso di concludere un armitizio con la ardegna J'; il 12 propo e aU imperatore di ordinare a Radetzky di stipulare l'armistizio ·12; il 13 spiegò a Radetzky le ragioni che inducevano all'armistizio ,,i. Ma, al profilar i della medi azione anglo-frane se, anche il Latou r si era fatto vivo dichiarando essere diventata inaccettabile la cessione dell'intera Lombardia e di parte del Veneto, come si era potuto ipotizzare a maggio, e che «Solo la ma ima moderozione da pane del minis1ero con rispcno alle vedu1c di Francin e lnghillcrra può gius1ificarc diplomntica111n111e il fallo che non abbiamo . pinlo la nos1rn viltoria fino a costringere il re nell a sua capiinle e quivi dettare pace alle nostre condizioni : milirarmente non sarebbe mai stato gi u.11ificabi lc» ·1•1•
Wessenberg si rese rapidamente conto dei profondi cambiamenti occorsi nella ..i Luazione italiana nel giro di poco più di due mesi, ed il 19 crisse nuovame nte a Radetzky: il suo i.nviato, Felice di Schwarzenberg era giunto a lnn. bruck per chiedere rinforzi e l'ordine di continuare la guerra; pmtroppo bi sognava tener presenti le condizioni finanziarie dell ' impero e l'inutilità di conquistare con le anni il Piemonte per poi doverlo sicuramente la. cim·e a causa dell'ovvio i.otervento della Francia dell'Inghilterra e della Gemiania. Quanto ai rin forzi, nient.e da fare 45 • Però, alla fine, riconobbe: «Euer Excellenz das unmog/id1e geleistet ha ben» (Vostra Eccellenza è riu cita nell'i mpossibi le) '". Nella so tanza We enberg concordava con il pun to di v ista di Radetzky circa il riassetto del regno Lombardo-Veneto, tuttavia divenne inevitabile lo scontro sui tempi nei qu ·:1li reali zza re il programma. Egli intendeva far pre to, anch percl2_é si trovava a trattare con la med iazione anglo-francese (pur senza a Icona disponibilità ad accettare le proposte delle due Potenze); per conver o il fc ldm arescial lo voleva procedere con estrema cautela, tanto eia chiedere, intanto , di es ser pos to alla testa dell 'ammi ni strazione congiunta de l Lom bardoVene to. realizzando in tal modo l'un ità militare ed amministrat iva, per «avere a mia completa disposizione i mezzi necessari a dare forza alle dirett ive amministrative e perseguirl e a disp tto di ogni opposizione» '11 • Per dare una conclusione al l 'armistiz io. il principe Feli ce di Schwurzenberg fu nominato m.ini rro plenipotenziario au lri aco per le trattatiw
' ' Wessenberg a Radezky in data 11 .8.1848. ibidem, p. 147. " Wcssenherg a Radet2.ky in data 12.8. 1848, ibidem. ·" Wessenberg 11 Radetzky in data 13.8. 1848, ibide111 , p. 15 J- L52. " Latour a Lc bzeltern in data l2.8. l '48, in A. SK.ED, op . ci1ow . p. 277. " Wesscnbcrg a Radetzky in data 19.8.111-48. in A. FlUPUZZI. Austria e Sard,'g11n cii., I. pp. 168- L70 . .,., Wes8enberg a Radetzky in data 25.8. 1848 , ibide111 . p. 223. rr. A. SKED, op. ci1a1a. p. 277. ·" Radetzky a Latour in data 22.9. l R 8. in A . SK ·I). op. citala. pp. 288-289.
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di pace ed il gabinetto di Vienna cominciò a tergiversare con Francia ed Inghilterra sostenendo essere in corso trattative dirette con il governo sardo. Lo Schwarzenberg si interessò sulla concreta efficienza residua dell 'esercito di Carlo Albe1to ed il suo giudizio fu obiettivo: «( ...). Si può concludere che l'amiata piemontese, forte adesso di 25.000 uom ini tutt ' al più , potrà essere portala fra due mesi a 60.000, sarà un 'armata di rec lute in realtà , che sollo il profilo militare lascerà senza dubbio mollo a des iderare, ma lo f=il Piemonte] metterà in condizioni di ricominciare ugualmente la guerra» "'·
Finalmente, il 3 settembre Wcssenberg rimise alle Pot.enze interessale una nota con la quale l'Austria accettava la mediazione, ma avvertiva che le trattative non potevano assolutamente basarsi sulle proposte che, in circostanze del tutto diverse da quelle attuali, il governo imperiale aveva ipotizzato per porre fine alla guerra. Lo strano, anzi lo stranissimo, è che nella seduta del I' 8 settembre Bastide abbia annunciato all'assemblea nazionale l'accettazione formale austriaca, ma senza far cenno delle riserve fom1ulate da Vienna. Radetzky si limitò a dire che non avrebbe denunciato l'armistizio (spirante il 2 1 settembre) , né avrebbe per primo ripreso Je armi 49 • Peraltro, nuovi problemi di politica interna sopraggiungeranno a distrarre Francia ed Inghllterra. La prima , che cominciava a preoccuparsi per una possibile unione germanica, non poté ev itare di prendere in considerazione la convenienza cli conservare buoni rapporti con l 'Austri a. Palmerston, a Londra, era oggetto di attacchi violenti eia paite dell'opposizione, a causa proprio della sua politica italiana. lnevitabilmente la mediazione prese a trasc inarsi sempre più stancamente! Le prospettive si facevano sempre più buie. A Firenze, dal 17 agosto era al potere il governo moderato di Gino Capponi. Questi riteneva chiusa la guerra in Alta Italia con la sconfitta dell 'armata sarda; ma se il Piemonte doveva rassegnarsi a tale realtà e quindi al mancato acquisto de l Veneto e dell a Lombardia, la partita italiana poteva ancora esser giocata. Le proposte che avanzò a Pari gi ed a Londra per il loro inserimento nella mediazione delle due Potenze; a Torino, a Napoli ed a Roma per il riassetto della penisola, si basavano su tre punti principali : divisione del territorio dei ducati fra Piemonte Lombardia e Toscana; istituzione dei regni indipendenti della Lombardia (con il duca di Genova), ciel Veneto (con un arciduca austriaco) e della Sicilia (con il secondogenito di Ferdinando II); formazione cli una confederazione italiana di tutti gli Stati dell a penisola. Il progetto fallì rapidamente su ogni punto, ma il 4 ottobre il governo piemontese avanzò la controproposta cli una lega fra Roma , 48
Schwarzenbe rg a \Vessenbcrg in data 2.9 .1 848 , in A. FJLIPUZZI , Austria e Sardegna cii. , T,
pp. 233-234.
" Dabom,ida a Lamarmora in data 13.9.1848, in L.
CHIALA.
op. citata , p. 196.
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Firenie e Torino, inizialmente con nello carattere di alleanza militare, in egui lo anche politico. Con la lega, e cioè con il pieno appoggio del papato e del granducato, il Piemonte mirava a cons guire una posizione di maggior forza nelle Trattative di pace con l 'A ustri a o, eventualmente, nell a rip resa d Ila lotta. li prim degli scopi della lega ra indicato in que ti tem1ini: « ssicurare lii nazionalità e I' autonomia dell ' ItaLi a; la guarentìa del tenitorio di ciascun Stato; la difesa del paese per mezzo di contingenti somm inistrati da ciascuna potenza· la con, ervazione cieli ordine stabilito dalle costituz ioni e la guarentla delle pubbliche libertà» ~- In sostanza, con la garanzia del territorio il Piemonte intendeva riferissi anche a Lombardia, Veneto e Ducati , di cui era stata accettala la fusione; con la dife a del paese, procurar i la disponibilità di co111ing nti regolari toscani e romani per In ripresa della guerra. Inev itabilmente, que topa o piuttosto ingenuo risultò senza seguito. Anche all 'interno il fermento era visibile, soprattutto da quando ern passato all ' oppo iiione un personaggio di notevole peso sull'opinione pubblica: Vincenzo Gioberti . Dapprima aveva ·uggeriro al ministero Alfieri Pinelli di dichiarare la necessità che la mediazione anglo-francese facesse leva su l riconoscimento de l regno dell'Alta Italia. È ovvio che avanzare imile prete a, in quel) circostanze, equivaleva a far naufragare subito l' intervento delle due Potenze, perciò il suggerimento venne nettamente respinto.
Gioberti «non valutava mai la distanza che passa fra il progetto vagheggiato e l'esecuzione; donde intemperanti collere, che passavano con continua vicenda dall'intemperanza di parol a e d · iniziali va alla minaccia alla libertà nltrui» ·, . Fu così che, per vanità offesa e rancori personali nei confronti di Pier Dionigi Pinelli, non esitò al passaggio demagogico nelle file dell opposizione. Osteggiava Alfieri, il quale dal canto suo, secon do Abercromby, aveva un terrore morboso delle responsabilità. cosa che lo rendeva incerto di fronte ad un ' opposizione aggressiva. Il p1ìmo attacco di Gioberti fu sfe rrato la sera del 23 agosto al Circo lo politico di Torino, gridando, in un violenlo discorso, c!1e I es ito della guerra contro l'Austria non poteva esser dubbio anche senza l'aiuto straniero! Il governo - affermava - aveva due programmi: uno palese, di tono nazionale, mirante nd illudere le masse circa l ' intenzione di riprendere la lotta con la liberaiione dell'Italia; l'altro, nasco. to, di tono municìpa!e, rivollo ad ottenere la pace anche al prezzo della rinuncia al Lombardo-Veneto. Successivamente Gioberti intensificò i sempr più violen ti attacchi contro «il ministero delle due mediazioni » e mosse critiche smo"' C. Pi ~C HEDDA, Sardegna e Toscana , c it. , p. 59. '' A. OMODEO, Difesa del Risorl(imelllo. cit .. p. 131.
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date all'esercito, sostenendo che la guerra fosse stata persa «solo per inettitudine e viltà» " . In questi frangenti, il generale Penane, che l' li ottobre aveva assunto la pr,esidenza del consiglio in luogo del marchese Alfieri, ritiratosi per ragioni personali, il 15 ottobre consegnò ad Abercromby ed a Bois-le-Comte, il nuovo ambasciatore francese, una nota molto seria e preoccupata, nella quale segnalava che la lentezza dei negoziati ed i con te mporanei gravi avvenimenti di Vienna e dell'Ungheria «hanno sovreccitato a tal punto l'opinione pubblica che sarebbe difficile contenerla più a lungo. Le condizioni dell'Italia rendono imminente un esplosione molto più terribile di quella dello scorso mese d i rnarzon crisi che iJ governo del re non si sentiva in grado di padroneggiare né di reprimere «senza cenere i più gravi danni e senza mancare ai suoi doveri». Pertanto il governo era obbligato a prospettare la possibilità di trovarsi cost:retto a denunziare repentinamente l'armistizio, senza neanche trovare il tempo di concertarsi con le Potenze mediatrici. Naturalmente, non per questo il Piemonte intendeva rinunciare alla mediazione o nutriva l 'intenzione di rompere la tregua 51. Adriano di Revel, cui era stata mandata copia della nota, sagg iò il terreno a Londra. Palmerston ascoltò con attenzione e poi osservò: «Ognuno in casa propria è padrone d i agire come gl i pare e sta a voi sapere que ll o che vi conviene fare ( ... ). Se veramente siete dec isi a. riprende re le osti lità, credo che non po treste prendere una decisione più insensata e più contrnria a. i vos tri in teressi. È proprio quando le trattative hanno più probabili11t che mai di volgers i in vostro favore, che le rare. te cadere. La ri voluzione di Vienna non ha cambiato l'armata d i Radetzk.-y e se voi non l'avete battuta in luglio, men che meno ,giete in grado di farlo oltobre (... ). Attaccando vi esponete a veder Torin o in mano d i Radetzky. È questo c he vole te? La grande magg ioranza non vuole la guerra».
u,
Il ministro degli fateri inglese disse anche che i negoziati esigono tempo perché si tratta di «convincere» . E poi: «D.opo tutto siele a ca.,a vostra ; ne.-s un pun to del vostro lerritorio è occupato. L'Austri a non pensa ad auacca.rvi, ceco dunqu e che la siluazionc non è così inlollerabile che non vogfoite ascoltare ragione » " .
Lo stesso giorno Revel scrisse anche a Pareto, riferendogli i commenti d i Palmerston: «Voi non siete in grado di riprendere le osti lità. La vostrn annata non è ancora riordinata, per stessa ammissione dei vostri generali. Il paese nel complesso non vuole la guerra. Non si tratta che di una minoranza bruyante» , ed all'obiezione di Revel che, maggioranza o minoranza, era essa che domina" Ibidem, p. I36. Gioberli , che non si perrtava d i scendere al la polem ica perslmale, c hiamava «m inistero Soslegno » il governo di Cesare A lfi e ri pe r distin g ue re questi da ... \liuorio Alfieri. " Perrone ad A. d i Revel in data 15. IO. I 848 , in F. ( URATO, Sardegna e Gran Breiagna cit. , I, pp. 298-299. ' 'A. di Revel a Perrone in data 25. l0.1848. ibidem, pp.315 -3 16.
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va la Camera, Palmerston aveva replicato molto schiettamente: «Un governo non sì lascia trascinare in questo modo. Manciate via questi chiaccberoni che non vogliono sentir ragione. Non esiste motivo che vi buttiate per terra perché vi si vuol rovesciare, né che si mandi in rovina la Monarchia per il timore che essa perisca. Sarebbe follia ricominciare le ostilità ed esporre il paese alla quasi certa probabilità di un ' invasione austriaca. Come ve la caverete quando Radetzky sarà a Torino? La gran maggioranza dei piemontesi non vuole la guerra e se il Mini stero sa mostrare coraggio, troverà in essa l'appoggio che cerca» 55 • Un'altra carta eia giocare era quella della Germania. Dopo l'attrito provocato dal blocco navale di Trieste da paite della flotta piemontese, le relazioni tra Torino e Francoforte, erano migliorate, tanto che il 13 ottobre il marchese Pallavicini, ministro sardo a Monaco cli Baviera, si sentiva di poter confem1are la probabile neutralità della confederazione germanica nel caso di una nuova guerra austro-piemontese .,e,. Per fo rzare la mano , il 18 ottobre Antonio Gallenga, nuovo inviato sardo a Francoforte, cercò cli agitare davanti agli occhi del Potere centrale lo spettro cli un'Austria in balia delle conseguenze della rivoluzione viennese: nuova insurrezione in Lombardia, J'ipresa della guerra da parte del Piemonte contro !es débris de I' armée de Radetzky», invasione delle province austriache orientali da parte della Russia e necessità, allora, di ' un intervento della Confederazione nelle condizioni più difficili . TI risultato fu precisamente l'opposto di quanto desiderato ; anzi il 22 il Gallenga dovette concludere che «une declaralion de guerre à l' Autriche de la part de la Sardaigne, sur/Out si celle-ci était soutenue de la France, aménerait immédiatement la guerre avec I' Allemagne» "· Come se non bastasse, proprio a metà ottobre cominciarono a circolare voci a Londra circa un presunto interesse militare germanico in Alta Italia. Stante la gravità della questione, lo stesso Palmerston clùese spiegazioni all'inviato germanico, barone d 'Andrian, e questi ammise che un corpo di 12.000 uomini sarebbe stato mandato subito a Rovereto in caso cli ripresa delle ostilità, protestando però che il provvedimento aveva semplice carattere difensivo contro i corpi franchi lombardi e che nessun reparto avrebbe comunque superato il confi ne bavaro-austriaco finché l'armistizio non fosse stato denunziato ' 8 • Palmerston non solo biasimò l'ammassamento cautelativo cli truppe - che defoù «le plus dangereux pour la paix et le plus provoquant pour la France, qui en cette circostance avait donné l' exemple de la moderati on» - perché ingiustificabi le, ma terme a precisare che «lors méme que ces craintes pour le /erritoire allemand ne seraienl pas chimériques, il y avait une armée autri'' A.di Revel a Pareto in dat a 25. 10.1848, ibidem. pp. 317-3 18. ·"'F. C URATO, Sc:ritci. cit. p. 140. " Ibidem, pp. 136-137. " Ibidem, pp. 140-142.
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chienne, il y avait des forteresses , etc., et on ne pouvait pas /aire semblant de croire que tout cela se dissipa! comme un sui(/fle devant l' armée sarde>> 59· A dire il vero, PeITone non dette molto credito a queste notizie, pur tenendole presenti: «Ho ogni motivo di sperare - scrisse a Rcvel il 3 novembre - c he la supposizione del concentramento e della destinazione di un corpo d'amrnla alla frontiera del Tirolo non sia che un anitizio diplomatico per impegnarci a 11011 rompere lo swru quo, perché le informazioni che ri.ceviamo dalla Germania ci fanno credere che essa sia priva di fondamento» ...
Infatti, l'allarme finì ben presto col dimostrarsi del tutto infondato. Restava il fatto che il Piemonte non poteva assolutamente sopportare a lungo la situaziof1e, né economicamente, né politicamente, né socialmente. Per giunta gli eventi non accennavano a calmarsi . Dopo la fuga del papa a Gaeta, nella notte sul 25 novembre, gli umori erano ancora più accesi: «La maniera violenta - scrisse Perrone a Revel per far bene comprendere a Palmer,ton in quali frangenti si trovasse il governo di Torino - con la quale siamo auaccati sia all ' interno, sia dalla stampa anarch ica degli altri Stati d 'lralia , dai fautori deJJa repubblica Rossa e dagli utopisti che y poussent sans s' en dout er. ci mette nella necessità di uscire dallo statu quo con la pace ottenuta al prezzo della mediazione, o con la guerra che proverà ai più ciechi dei nostri avve rsari come il governo del re sia pronto a tutto sacrificare per l' indipendenza d ' llalia. Restare nell ' in azione nella quale ci ,troviamo adesso sare bbe un vero uicidio. perché un fa lso sp irito repubblicano sotto il manto del sentimento nazionale lavora a sollevare le masse, e d isgraziatamente il soffio dell 'anarchia che agita le popolazioni italiane ci trascinerebbe alla Repubblica Rossa con i suoi eccessi ( ••• ))) 61.
Infine, Perrone si decise ad incaricare Rcvel di rappresentare a Londra che, suo malgrado, sarebbe stato costi-etto a riprendere le armi. La replica di Palmerston aniverà dopo la caduta del ministero PeITone ma sarà inequivocabile: «Q uanto alla guerra . non posso credere che siate così poco avvedut i da decidervi in tal senso, ma dopo tutto è affar vostro. Tultavia mi scmbni che qualunque s ia il min istero dovrà soppesare il pr<i ed il contro. on potete farvi illusioni di riusc ire (stavo per dire da so li , ma se ci tenete aggiungerò con l'aiuto de.Ila Toscana e di Marniani) a cacciare gli Austriaci dall ' Halia. Vi f'arcte battere e con.fesso c he non credo ~i poss,mo trovare frn voi uomini ragionevoli e responsabi li c he possano prendere siffatrn decisione» ''·
ella ricerca di una qualche soluzione almeno temporeggiante, Perrone aveva pensato perfino all ' occupazione dei ducati emiliani, ma Londra non ci 9 ' A. di Reve l a Pcrrone in data 9.11. 1848, in F. CURATO, Sa rdegna e Gran 8re1a1:11a cit., 1, p. 332-333. Cfr. F. CuR,\TO, Scritti, cii. , p. 142. "' Perrone a A. di Revel in data 3.11.1848, in F. CURATO, Sardegna e Gran Breragna cit., I, pp. 327-328. " Perrone a A. di Revel in data 30. 11.1 848 , in F. C URATO, Sardegna e Gran Hretagna cit ., I, pp. 351-352. 61 A. di Re.ve! a Perronc in data 19.12. l 848, ibidem, pp. 37 I -372.
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sentiva da quell ' orecchjo e tutte le comunicazioni proven ienti dire llament od indirettamente dal gabinetto ingle e premevano per la calma, anche perché la Francia operava nelle trattative con un occhio al proprio intere e, preferendo di gran lunga una Lomb[u·dia con i tituzioni liberali sotto l ' Austri a, che un ira al Piemonte 6' · Che I' Au tria si fosse irrigidita era chiarissimo per chiu nque vole se vedere le cos come stavano. T d i ordini di Vienna e la rivolta ungherese questioni assolutamente di stinte, che tanto avevano preoccupato la monarchia trovarono a frontegg iarle il neo feldmarescia ll o Windisch-Graetz. Be n presto la capitale rimasta in mano ad elementi dell'e trema ini tm contro la pas ività di conservatori e moderati e l' insensibil.ità dei contadini fu accerchiata dalle truppe e dopo tre giorni di res istenza si arrese (31 ottobre). La resistenza dcli ' ngheria era destinata a tenere ancora per poche ertimane. Windisch-Graetz si impose subito anche a Corte. Volle che il gabinetto We , senberg fosse sostitu ito da a ltro capegg iato da] cognato, Felice von Schwarzenberg. n 27 novembre questi presentò il nuovo ministero (nel quale aveva riservato a sé il p rtafoglio degli Esteri ) al Reich tag riunito a Krem ier, annunciò di. volere «sinceramente e senza riserve, una monarchia costituzionale» e per il L mbardo Veneto preci. ò: «i l nosLro glorioso esercito vinse in Italia la slealtà ed il tradimento ( ...). E so deve tenersi ancorn in armi per garantire l' integrità de ll 'Impero. li regno Lombardo-Veneto , conclusa la pace , troverà nell'organica sua unione con l'Au tria la più sicura malleveria di conservare la sua nuzionali1à »"'.
L' opera di ripristino dell'autorità imperiale giunse però, a piena conclusione soltanto a fin e novembre : dopo un lungo lavoro di preparazione Windisch-Graelz e Schwarzenberg pervennero a convincere Ferd inando I ad abdicare ed il fratello arc iduca Fr, ncesco arlo a rin unciare ai uoi diritt i a favore del. figlio. France co Giuseppe. li 2 di cembre, ad Olmtitz, Francesco Giu e ppe eredi tò l'impero in una riunione di poch i intimi. Lo reggerà per ettant 'anni. Quanto al problena italiano , pur avendo accettato il desiderio dei governi inglese e francese di partecipare ad una conferenza a Bruxelles per discutere delle condizioni d i pace, l' attcgg iam nto a u lriaco era scont to. Schwarzenberg si espre . e in modo inequivocabile con il suo ambasciatore a Londra: «(... ) Ci 111an1crremo sul terreno dei trattati. 'on cederemo un pollice di t rrcno. Se que to ·pia e a lord Palmcrston , tanto peggio per lui . Lord Pal111erslon c i ricorda il progetto Humme l, uer. Che egli ci consc111u di osserv,m: che non conosciam o progetti Hu mm laucr, che ~a ppiamo semplicemente che in maggio un diplomatico di tale nome ha comun icato al gabineuo di Londra le sue
''' A. di Rcve l u Perronc in data 27. 10. 184!!. ibidem, pp. 319-320. "' [n L. CHIAI..A. op. citala. p. 277-278.
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idee personali sulla cessione de lla Lombardi a e che l' ha farro di propria lesta , senza islm zioni della Corre; ma anche senza attribuire a l progetto il va lore di una proposla ufficial e. Ecco la nostra linea pol itica. È chiara e semplice. La manterre m o con lulli i mezzi di cu i disponiamo. Voi mi dite che c'è la guerra in c ima a lla mia p enna. È possibile, ma non è colpa nostra. L'Europa giudicherà
rra noi e l' Inghilterra » " ·
Perrone non si faceva illusioni sul cambiamento di governo avvenuto a Vienna e, ben sapendo su quali uomini si appoggiasse, si rese indubbiamente conto del baratro verso il quale il Piemonte stava avviandosi. Tentò ancora di insistere sulla Germania. Se ormai poteva considerare con il massimo scetticismo la mediazione anglo-francese, esisteva ancora qualche speranza di poter provoca.re una mediazione germanica - non per nulla il ministero Pe1Tone fu chiamato «il ministero delle due mediazioni» - e su questa strada si mosse il Gallenga a Francoforte. Purtroppo, non soltanto si trattava di una pia illusione ma l'incaricato sardo sviluppò l'iniziativa con sì scarsa abilità e tale imprudenza da essere richiamato in patria sui due piedi 06 • A questo punto, non sentendosi in grado di superare opinione pubblica (quella guidata, naturalmente), parlamento e sovrano, Ferrone colse l'occasione offertagli dalla Camera con un incidente irrilevante 0 ' e rassegnò le dimissioni, che Carlo Albe1to si affrettò ad accettare.
2. lL RIORDINAMENTO
DELL'ESERCITO
Dopo laboriosi ed anche mortificanti colloqui , a metà agosto Carlo Alberto riuscì ad avere un nuovo governo. il conte Ottavio di Revel accettò l'incarico con il gen. Ferrone agli Esteri , Dion igi Pinel!i agli Interni ed il Franzini alla Guerra. TI ministero risultò assai più conservatore del precedente, però non era tanto questione di persone quanto di programma. La lettera dei ministri del gabinetto Casati al re, dell ' ll agosto, si chiudeva con questo monito: «( ...) Dunque , del passalO si ncera inchiesta, e pm1izione ùe i capi dell'esercito se rei; so le nne dichiarazione che si rinnoverì1 la gue rra ad ogni costo se l ' Italia non è vuota da i barbari.
" Schwan:enberg a Le bzeltern in data 4. I 2.1 848 , in G. HOBNER, Histoire d'une année de ma
vie, Paris 1891 , p. 540. "' Perrone scri sse ad A. di Revel il 7.12. 1848 che «poiché Ga!Jenga. incaricalo d ' affari di
S.M. a Francoforte, c i ha proposto d i lrnllare dircttamenle con l'Austria per il tramite del Vi cario dell'Impe ro, liberandoci dalla mediazione anglo-francese, a bbiamo riten uto di doverlo richiamare immediatame nte, tanto più che egli aveva facto conoscere il s uo deside rio cd il s uo punto di vista personale al Vicario s tesso ( ... ),, e si augurò c he le Potenze me diatrici non venissero a conoscenza dell 'episodio (F. CURATO, Sardegna e Gran Bretagna cil., I, p. 354). " Il governo era stato batnllo in una voi azione sul regolamento d isciphnare degli stude nti!
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Durante l'armistizio, d LJ rante le prntichc della d iplomazia. sorg~ l'eserciio n uovo, conl'id<::nt~ nei capi abili , ovunque cercati»".
IL pen siero era chiarissimo: affrontare e ri olvcre il problema del Comando Supremo e dei generali, 1iordinare ] 'esercito e riap rire le ostilità. LJ tutt entro sei etti mane? No; pur senza dirl o espl ici tamente il governo contava ulla lentezza delle «prat iche della dipl omazia>>. anche se il Piemonte non poteva avere alcuna voce in capitolo. In definitiva: esisteva in partenza il radicato proposito di riprendere le arm i ad ogni cosru per li berare Lombardia e Veneto, senza dare importanza al fa tto che il nemico avesse già vinto una campagna e fos e più forte, che l'annata sarda versasse in precarie condizioni, che il rimetterla in sesto e igesse mol.t:o rempo, che bisog nasse trovare un capo idoneo, che si voles~e so tiruire buona parte dei quadri uperiori. S icuramente. simili propo iti non potevano es e re defini ti propri di ministri responsabili. Infott i erano tutti dimi ssionari. L a m assa della popolazione piemontese, soprattutto quella contadina , aspirava semplicemente alla pace; non per niente bercromby scriveva a Londra che «il partito d Ila guerra i è sforzato di eccitare il più possibile i sentimenti popolari a mostrare la volontà di continuare la lotta, ma ieri il marchese Pareto è stato costretto ad ammettere con me, in un colloquio, che il desiderio di prol ungare la guerra era completamente svanito che adesso la pace era quanto lutti de icleravano» 6" . E ne lle truppe, in particohre in que ll e proveni enti da Milano, affiorava netto e vio len to «un forte lievito d'ira ver ·o i Lombardi ( ... ) a distru ggere i malefici intlu. si del quale non saranno ufficienti lungl1i e lunghi anni» 70 • A livello più elevato le cose acqui stavano il significato che la conv inzione o la passione suggerivano. D ai militai-i i oslcneva l'impos ibilità di continuare la guerra enza un com pleto riordino dell'esercito. Alessandro La M armora scriveva a fine agosto: (<Povera amrnta! Dal momento in cui si princ ipiò a voler vedere i militari frammi schiarsi alle dimostrazioni popolari sino al dì d'oggi, li tribuni ed i giornali non ces arono di lacerarne ogni Legame di subordinazione, gettando diffidem'. contro ogni generale, ogni ord ine emanato. Ora raccolgono i frutti e si stupiscono che Ii militari non vogliano più fare a modo loro; hanno seminato l'in ubordinazione e si tupiscono che sieno in u" E. BOLL,rn (a cu ra). Frwi /egi fruivi e parla111 c11/ari delle Rivoluzio11i italian e. Civcll i. Miluno 1863. I. p. 646. l] corsivo è nel testo ufficiale. " Abercromby a Palmcrston in dala 9.8.1848. in l' . CuRAlU. Gm11 BretOfl llO e Sardegna cit.. l. pp. 284-285. ·1o F. PtN ELLt, op. citaw , li! , p. 680. Anche il De ll a Rocca ammi se che il ricordo deg li LJltim i giomi della campagna era il più bruciante : «A lilano nessuno voleva assumersi le responsabilità dell'inconcepibile fauo di non aver provvislo e di non aver pensato a nulla ( ... ). Vi furono torti e incon idcrateaa da una parte e dall'altra ( ... ). Debbo dunque confessure che nell' esercito persiste va una viva e non dissimulala irritazio ne contro i lom bardi e che que,;ta è d n annoverare tra le cause che impcdivuno un'immediata ripresa delle oslilità» (E. D ELLA RocCA. op. ciww, p. 255).
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bordinati (... ). Tutto dipende dagli ufficiali di truppa. I volontari colle loro pretese ed i loro ragionamenti fanno molto male all'esercito anziché seconclarlo» 7 " Da altra parte si affermava che «i consiglieri del Re al campo ( ... ) vogliono far cadere il Re gradino per gradino e sempre con apparenza di buona ragione. Ed infatti appena passato il Ticino si diedero a tutt'uomo a disorganizzare l' esercito. La diserzione avvenne in massa, favorita da buon numero di ufficiali , e da questa diserzione e disorganizzazione, i Consiglieri del Re dedussero I.a necessità di chiedere un am1istizio di giorni 45 sotto pretesto di riorganizzare l'esercito, ma io credo per distruggerlo totalmente ( ... )» affermò Giuseppe Durini, minislrn dell 'agricoltura ". E da altra parte ancora, specie a Milano ed a Genov , si gridava al puro e semplice tradimento di Carlo Albe110. Prima di entrare nell'esame dei provvedimenti assunti per ovviare alle principali carenze emerse durante la campagna del I 848, è opportuno tratteggiare l'ambiente politico fomiatosi in Piemonte in quei primi mesi di monarchia costituzionale, ambiente influenzato, e non in lieve misura, da uomini di' differente stampo provenienti da tutt'Italia e naturalmente molto attivi nel seguire e commentare le vicende nonché nel sostenere i propri convinc imenti. Lo stesso Carlo Alberto , volendo testimon.iare il carattere «italiano» del suo regno, aveva visto di buon occhio il ministero Casati , quasi totalmente composto da non piemontesi (ma senza per questo godere di molto prestigio) n. Da aggiungere che in Parlamento anche l ' atmosfera era mutata. Inizialmente, il pubblico ammesso a seguire i dibattiti non interrompeva gli oratori, applaudiva o taceva alla fine degli interventi. Ben presto le tribune ospitarono molti e chiassosi intemperanti, cosicché l'interruzione clamorosa e provocatoria, l'apeita e derisoria sfida, la sopraffazione verbale divennero armi che i democratici ed i repubblicani usarono volentieri, i moderati non seppero spuntare, i conservatori ed i reazionaii sdegnarono 74 • Fuori dal Parlamento ovviamente imperavano i circoli politici, i giornali più combattivi , quasi tutti intinti di estremismo e ricchi di retorica, ridondanze, frasi fatte e superficialità. Per l'opposizione, l'essere rimasta fuori dal governo e l'essere l'esercito in mano al re e quindi sfuggito in certo modo al controllo ministeriale, rendevano "Alessandro La Marmora a Dabormida in daw 26.8.1848, in L. CHIALA, op. citata, pp. 464465. " Giuseppe Durini ali 'avvocato Reslelli in data 1 1.8. 1848, in
FrLIBERTO SARDAGNA,
La bat-
taglia di Milano, Tip. Modenese, Modena 1932, p. 180. " La marchesa d' Azeglio scrisse che, in quel ministero c' erano cinque étrangers su sette ministri. Gli «stranieri » erano due lombardi, un piacentino, un veneto e ... un genovese. 11 • Cavour, eletto deputalo con le elezioni suppletive di giugno, riceveue una bordata di fischi perché aveva chiesto al presidente di far rispenarc la dignità della Camera. Il 24 ottobre il presidente Perrone chiederà agli ambasciatori stranieri a Torino di fargli conoscere le norme che nei rispettivi Paesi regolavano l' ammissione del pubblico alle sedute parlamentari ed il grado di libertà concesso per approvare o disapprovare (F. CURATO, Sardegna e Gran Bn,1agna ci~. I, p. 313).
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facil e negare la sconfitta: «pareva che gli uomini politici non fossero stati presi nell'ingranaggio della disfatta» 15. Come è comprensibi le, i primi a cadere sotto accusa furono i più alti esponenti clell 'esercito, tacciati, secondo i punti cli vista, cli tipici prodotti dell'assolutismo pervenuti al vertice della gerarchia militare per favore sovrano; di incompetenza professionale per scarsa levatura intellettuale peggiorata eia un educazione clerico-reazionaria; cli assenza di sentimenti «italiani » per gretto e miope regionalismo; di timidezza nella condotta della guerra per intimo disfattismo oppure per deliberato ostsuzionismo in odio alle idee di libertà. Insomma: o inetti o traditori. Ovvio il risentimento nell'ambito dell'esercito. Il 2 settembre Alessandro La Marmora scriveva a Dabormida: «( ... ) È deplorabile il vedere come l'opposizione sia così ingiusta e scellerata. E come mai non vedono che non siamo capaci ora di nulla operare da noi? Vogliono fare i gradassi per perderci tulti ( ... ). Ma vogliono tutto di botto, insensati che sono( ... ). Io crederei che il solo rimedio a tanta bavardaggine sarebbe di incaricarli loro del ministero (... )» 16 . In effetti, «le critiche dei democratici ai comandi militari - ha acutamen te osservato Romeo - non sono peraltro se non un aspetto della offensiva generale ch'essi scagliarono allora contro tutti gli uomini della vecchia classe di1igente. Già lo Statuto fu per molti una delusione, parendo troppo ristretto davanti alle esigenze della nuova situazione creata dalla rivoluzione di febbraio. Una volta adunate le Camere, poi , attacchi violenti furono mossi all'antica magi stratura , cui si voleva negare l' inamovibilità se prima non avesse dato prova di liberalismo, alla Università, accusata cli esser vissuta per anni sotto la tutela gesuitica, alla burocrazia in genere, alla Corte, alla nobiltà» " . Nella seduta del 10 luglio, al la Camera, il deputato savoiardo Levet aveva accusato: «On a pretendu changer /es institutions sans changer /es hommes, et de là som venues toutes /es perplexités qui agitent notre socie1é» 1iferendosi agli uomini tuttora «à la téte de la magistrature et du parquet» " na vittoria militare avrebbe assicurato a Carlo Alberto e, di conseguenza, alla corrente moderala un deciso vantaggio materiale e psicologico sulle istanze repubblicane e sulle tendenze radicali. L'aveva eletto subito Cattaneo: se Carlo Alberto vince, il paese è suo. La sconfitta, come ogni sconfitta, esasperò i contrasti e Carlo Alberto perse prima il prestigio e poi il trono . In sostanza, prima ancora de11 'armistizio di Salasco e perfino dopo la triste conclusione della campagna del 1849, i democratici ed i repubblicani nelle cui file militava buona patte della borghesia intellettuale, ma anche imprenditoriale, e la cui importanza politica era assolutamente sproporzionata alla loro ,, A, 0MODE0, Difesa del Risorf;Ì//IC/1tO, cit. , p. 136.
op. citata, p. 479. " R. ROMEO, Dal Piemonte sabauto, cit. , pp. l l l - l 12. ' Ibidem , p. 112. '''ln L. CHJ ALA,
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limitata consistenza numerica si mossero con il proposito di modificare radicalmente le basi del vecchio Stato monarchico ed aristocratico, senza tuttavia voler cadere nella sovversione giacobina, almeno nelle intenzioni. La violenza verbale impiegata di proposito per agitare in senso rivoluzionario l'opinione pubblica o, se non altro, determinati suoi strati, provocherà clisorclini ma finirà per palesare rutta la sua reale inconcludenza e poi , lentamente, per isolare il partito democratico. Nel frattempo , l'estremismo avrà imposto di giocare nuovamente la carta della guerra popolare e nazionale 70 • Al di là delle prese di posizione politiche e delle spinte dell'opinione pubblica, stava il fatto, innegabile, che occorreva porre un alb·o uomo a capo dell'esercito. Tutti , indistintamente e spassionatamente, avvertivano tale imperiosa necessità. TI 19 agosto Daborrnida si sfogava con Alfonso La Mannora: «(... ) Qu anto e quanto tristi cose si scJnO passate da che più non ci vedemmo ( ... ). Se la storia deJ!a campagna è triste, non è ,i llegra quell a dell" intcrno: quanta incapacità, quanra malafede , quanta nequizia!( ... ) L' aspetto dell'amiata è veramente compassionevole; eppure da alc uni si vuole continuare la gue1Ta, benché essa sia diventata 0ITT1ai imposs ibile. Quanto ciarlatanismo ne i giornali, e nel ministero pasato! E Gioberti? ... Egli è come Balbo, un uomo ridicolo negli affari(. .. ). Suggerì a F ran z ini e ad altri mini str i d ' in s iste re press o il Re pe r avere Bugeaud, o Changamier, o Bedeau: non già eh ' io creda alla poss ibilità della guerra, 111a perché preparandoci seriamente alla medesima avremo certa111ente condi zioni di pace più favorevoli . D'a ltronde , con un buon generale francese si potrnbbero allontarc i no tri generali incapaci senza dare una sodd isfazione agli esagerati, che coll ' intenzione di rivouz ionare l" annata, li vorrebbero vedere maltrattati; con esso si ricondurrebbe la fiducia nelJ 'armala, la calma nel paese( ... ). Io ho l' intima convinzione che la ven uta d'un buon generale francese è l' unico nostro mezzo ( ... ). Fra gli altri vantaggi ch'esso ci procurerà , ci salverà dal pe ricolo d ' introdurre nell ' armata gli avventuri eri , co me Ramorino c compagni . che g li esagitati vorrebbero intrndune a qualunque costo (... )» "0 •
Lo stesso g iorno il conte di Castagnetto , dal Quartier Generale di Alessandria, si rivolgeva ad un amico di Torino: «Ella insista con chi può, e _segnatamente col conte Revel, se lo vede, perché si dia un capo ali' armata, il qua1e aggiusterà poi i generali a suo modo. Questo capo conviene dimandm·lo all'estero, e non c'é tempo da perdere( ... )» 8 '. L'es igenza, anche se 1!,0n rappresentata con la grossolanità usata dai ministri per esortare Carlo Alberto a mettere in piedi «un esercito nuovo, confidente nei capi abili, ovunque cercati», frase più da società sportiva in cerca di allenatore che eia minist1i , era dunque condivisa da conservatori e monarchici convinti. "' Ibidem, pp. I 14-118. " Dabom, ida ad Alfonso La Marrnora in data 19.8.1848, in L.
CrnALA,
op. citata, pp. I J 1-
113.
" A. BROFFERIO, Storia del parlamento .mhalpino, Milano 1866, J, p. 494. Secondo Alfieri di Sostegno, in un regno costituzionale, il capo de llo Stato non poteva ritenere il coma ndo supremo dell ' armata . All'irritazione di Carlo A lberto per questa interpretazione dell'art. 5 dello Statuto, Alfieri si era dimesso, lascia ndo il governo a Pcn·one.
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Merita rilievo l'insistenza con la quale si voleva un generale straniero. Che Carlo Alberto ne sentisse la mortificazione come la più cocente della sua vita è comprensibile, ma che tale ricorso venisse pensato ed accettato da tutti come normale è assai strano. Certamente, in quel! 'epoca molti militari si recavano a battersi sotto questa o quella bandi era, per questa o quella causa. Certamente, anche nei secoli precedenti, stranieri avevano ottenuto gradi elevati nei vari eserciti: il principe Eugenio costituiva per il Piemonte il ricordo più vivo. Ma qui si trattava di invocare smaniosamente la concessione di un capo per riprendere una guerra offensiva appena dopo averne persa una! «( ... ) assistiamo - commenta Ceva - al fenomeno inedito, per un popolo guerriero e fornito di un'ariswcrazia con tradi zioni militari. dell a ricerca di un generale straniero come sola garanzia di successo nella ripresa della guerra. Cosa tanto più strabili ante in tempi di "frenes ie nazionali". di "primati" e di "italianità" straboccante. Evidentemente non era la sola pubblica opinione a non credere più nella capacità dei capi militari piemontesi, ma era la stessa generalità ad auraversare un periodo di auto-sfiducia,,'L
Il conte di Castagnetta aveva prospettato la soluzione di «epurare» i generali senza obbligare il sovrano ad un passo per lui, adesso, difficile ed umiliante. Peraltro il suggerimento valeva a metà perché un generale straniero avrebbe risolto il problema poco curandosi del contraccolpo psicologico: quanto meno, sarebbe rimasto offeso l 'amor proprio dell'esercito. Certe spiacevoli misure possono e debbono essere prese da chi è al vertice dell ' organismo. ln questo caso, dal ministro della Guerra. La sera del 20 agosto Franzini si dimise. el chiedere al Dabormida di sostituirlo nel nuovo governo retto da Cesare Alfie1i di Sostegno, gli spiegò di non sentirsi l'animo di proporre l'eliminazione di alcuni generali che in precedenza aveva difeso alla Camera. Dabonnida, vivamente sollecitato, accettò l'incarico alla condizione di poter accantonare i generali reputati non all'altezza del compito, ma con la garanzia che il governo non avrebbe concesso l'inchiesta sulla campagna invocata dalla Sinistra. Ventiquattr'ore dopo il colonnello Alfonso La Marmora partiva per Parigi. Il nuòvo ministro della Guerra affrontò con decisione la scottante questione dell ' inchiesta così insistentemente pretesa o invocata o proposta. A taluno premeva puni re coloro che riteneva i sol i responsabili della disfatta; altri miravano a sminuire ulteriormente il prestigio monarchico attraverso i generali del re; altri ancora intendevano individuare chi avesse mancato al dovere, evitando così di fare di tutt'erba un fascio; altri, infine, consideravano indispensabile far piena luce sui principali eventi della campagna allo scopo di eliminare, nei limiti del possibile, le cause delle disfunzioni verificatesi nei diversi sett01i , a vantaggio dell'esercito. " L.
CEVA,
op. ci1a1a, in Il RisorJ;irnen/0, n. 1/1986, p. 24.
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L'articolo dj Cavour su Il Risorgimento del 22 agosto riporta bene il pensiero dei moderati e le polemiche di quel periodo: <<Le accuse che dov unque si muovono contro i genera li red uci dall a gue1rn, si fanno sì precise e sl gravi da non pem1ette re loro di respingere con isdegnoso silenzio . Se non ne dimostrano l'evidente ingiustiz ia, ne rimarrà al loro nome una macchia indelebil e. Bene con sigliati, ess i dovrebbero promuovere una sole nne inchi esta , c he pcm-ebbe in chi ara luce la condotta di ognuno di essi, e farebbe qu indi ri cadere su e/ii di ra~ione la responsabilità degli immensi en-ori, cagione dei terribi li d isastri a c ui soggiacque il nostro eserci to( ... ). Non sono questi tempi di reticenze e di soverch i rig uardi ( ... ). Fra i generali, que llo su c ui il pubblico fa ricade re la maggiore responsabi lità è il generale Bava. Quel comandante il 1 corpo d 'a m1ata e sovente incaricato ciel comando supre mo , molti lo accusano di essere stato la causa principale del mal esito del la gue rra (. .. ). ( ... noi desideriamo arde memente cli poter ripetere, con quel l' intima convinz ione c he lo anima, essere il gene rale Bava affatto innoce nte d egh errori ch e rov in mono l'eserc ito, e non poterglisi apporre, semplice esecutore di 1111 piano di operazion i da lui biasima/O, i fatti stTategic i che ci furono cotanto funest i ( ... )» •.1_
Punto sul vivo, Bava immediatamente e formalmente chiese al ministro della Guerra l' urgente apertura di un'inchiesta ufficiale a suo ca1ico, ma il re e Dabormida la pensavano in altro modo . Carlo Alberto aveva trattato la ques tione proprio il 23 agosto con il neo-ministro: «L' inchiesta di c ui , carissimo Dabonnida, mi parl ate, nei confronti dei gene rali, come vi è stato domandato, ed alla quale v i sie te opposto come nociva, sarebbe stata, a mio avviso, una mi sura rivoluzionaria, impolitica, e tale c he, passato il primo 1uomento d i esaltazione, avre bbe provocato nell 'armata la più grande indi sc iplina ed il più g rande sconte nto. E poi questo provved imento non avrebbe potuto avere alcuna seria conseg uenza pe r gli uffic iali che si fossero a naccati; perc hé, vi prego cli crederlo, ho ab bastan za animo per adclo. sann i tutte le responsabilità e g li od i possibil i; ed è in dubbio che li avrei coperti col mio nome ed i mi ei ordini ; poi. dopo un simile affronto, avrei inev itabilmente abd icato ad un a Corona che tuttora, nei momenti critici in cui ci trov ian10, non con servo se non per un ica devoz ione a ll a nostra PatTi a ( ... )» "'·
Probabilmente temeva che un 'indagine del genere fini sse per trascinare anche lui sul banco degli imputati, però , a prescindere da ciò, la linea di condotta che si era riservata in tale evenienza appare moralmente ineccepibile. Comunque, obiettivamente, le circostanze non erano le pii:1 indicate per un processo pubblico. Anche Dabormida - · che aveva già deciso la collocazione in aspettativa dei generali di Salasco e Federici (4' divisione) ed il 1itiro dei generali Ferrere (2' divisione) e Bricherasio (comandante del presidio di Piacenza) - condivideva quel parere. Dando per scontato che nei primi tempi di libertà di pensiero e di stampa si veiificassero eccessività, e che «le operazioni militari, abbandonate alla di scussione di persone straniere alle anni, diedero luogo ad esagerazio1lÌ ed errori che poterono eccitare assai ed anche fuorviare l'opinione
" Io L. CH JALA, op. cirara. pp. 150-1 52. " Ibidem, p. I 19.
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pubblica» " , spiegò a Bava di reputare inammissibile una pubblica inchiesta su lla campagna, non soltanto per le dimensioni che essa sarebbe venula ad assumere, ma altresì per gli ovvi grav issimi inconvenienti che ne sarebbero derivati, specialmente nel corso cli un armistizio di ince11a durata. . Peraltro Dabormida, «persuaso dell'utilità che può ricavare il governo dalla cognizione ben particolareggiata dell'attuale campagna», nonché delle ragioni di carattere etico e pratico che inducevano ad eliminare dal l'esercito gli incapaci e gli eventuali colpevoli di reati militari 86, provvide a due comunicazioni tramite la Gazzetta Ufficiale. La prima, del 31 agosto, consisteva in un breve comun icalo: «li ministero della guerra a c ui fu inoltrata una denunzia formale sopra alcuni fatti succeduli negli ultimi avven imen ti del la guerra, guaii sono contemplati dalla legge penale militare , ha tra smes,o all'uditore generale di gu erra i doc umenti opportuni perché si isLiluisca un regolare processo contro alcuni ufficiali superiori de signati come colpevoli» " ·
La seconda riportava una circolare del 1° settembre, con la quale iJ m1111stro ordinava l'inoltro entro il 15 del mese (data poi prorogata) di rapporti particolareggiati sull a campagna da parte di tutti i comandanti e capi servizio, ciascuno per la parte cli competenza. La missione di La Marmora incontrò sin dall'inizio un'attenzione indefinibile. Cavaignac non curò neppure di mascherare il disappunto per non aver 1icevuto una lettera autografa del re, e non esitò ad affem1are seccamente che. a causa delle serie contingenze interne, non avrebbe mai autorizzalo il maresciallo Bugeaud ed accettare il comando dell 'eserci lo sardo 83• Tl succedersi di un ' alternanza di speranze e di delusioni è efficacemente illustrato delle lettere di La Marrnora a Dabormida. 28 agoSLO: «Sono persuaso che uno dei motivi per cui 11011 mi danno rispMta , oltre alla poca voglia di intervenire nei nostri affari, è la gelosia c he i genera li hanno fra di loro . Per dire il vero. se si potesse far senza dell' un(i o dell ' altro, sarebbe una gran cosa»". 29 agosLo: «Per verità che la condotta di questi signori è inesplicabile. Puntigli, freddezza , indifferenza, raggiri e bugie. tullo hanno messo in ope ra per non rispondermi ... » "'. 30 agosto: « Ieri sera il genera le Lamoriciè re ( ... ) mi accostò genti lmente, si Lratlenne meco a lungo. mi permise di fare il possibile per farci avere Changamier, e m'invilò finalmente per questa sera a pranzo , assicurandomi che mi avrebbe dato una ri sposta definitiva ... »". 3 1 agosto: « In que sto momento l'ambasc iatore mi informa che il generale Cavaignac lo mandò a chiamare per dirgli che assolutamente gli era impossihile darci un general e per comanda-
' Dabonnida a Bava in data 27.8 .1848, ibidem , p. 154.
"" Ibidem , p. 158. " In L. CHIALA, op, " Ibidem, p. 170. ,. Ibidem , p. l 74. 0 " Ibidem, p. [76. "' Ibidem, p. 178.
CÌ/(1/(/.
p. 158.
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re la nostra annata; che aveva offerto la carica a Changarn ie r, ma che questi aveva elevato la pretesa di comanda.re le due annate riunite»''.
Si profilò la possibilità di ottenere il generale Bedeau, ancora sofferente per una ferita alla gamba, ma anche tale candidatura sfumò presto. La notizia che l'Austria aveva accettato la mediazione mise un ult.eriore freno alla miss ione. L'8 settembre La Marmora avvertì Dabormida che secondo Cavaignac l' intervento francese non era più necessario 93; il 13 spiegò che le innegabili difficoltà della situaz ione politica interna occupavano interamente gli spiriti e cbe in seno ali Assemblea Nazionale «sono tutti persuasi che la mediazione è l'equivalente della pace, perché nissuno vuole la guerra» 9'. Alla fine, il 21 settembre, seccato e mortificato, La Marmara comunicò la sua decisione di rientrare a Torino: « ... starnane ebbi con gran stento udienza dal genernle Cavaignac e gli ripetei la domanda per Oudinot; semioffeso e volgendomi le spalle mi di,se di no. Ba. tide poi che era anche pre sente mi aggiunse che per dire il vero dare un genaale fra ncese al Piemonte mentre si rratto la media zione era 11110 specie di ostilità verso/' Austria. E il niinisiro deg li Esteri m i dice questa cosa dopo un mese che io sono a Parigi, mandandomi se n1pre da ll ' uno all'al tro, e eia un giorno all'a ltro culla Iusin ga che mi avrebbero accontentato! »''.
Giustamente il Chiala mostra stupore per l'approssimatività, l'ingenuità, le illusioni degli ambienti governativi e politici cli Torino sui sentimenti cli Cavaignac e di Bastide nei confronti d i un qualsiasi ingrandimento del Piemonte. «Quanto al generale Cavaignac - scriveva il marchese Pallavicina alla moglie il 16 settembre da Parigi - egli non mostra la minima simpatia per la santa causa della nostra nazionalità. ".le ne me soucie guère de l' !1alie; vous avezfait des be1ises, et vous en soubissez les conséquences: que voulez-vous que je jàsse? Vous 11 ' existez plus''. Così egli disse alla principessa Belgioioso» % _ Era piuttosto prevedibile che mai Cavaignac avrebbe ceduto un abile generale per ai utare Carlo Alberto ad arrivare ali 'Isonzo! Come era abbastanza facile pensare eh mai un generale fra ncese di alta reputazione avrebl;e accettato il comando del le truppe sarde, così manifestamente scosse, per una nuova guerra contro I.' Austria se non avesse avuto la certezza del concorso di un ' armata francese . Tutte queste considerazioni sfuggivano completamente alle pa. sioni italiane, ma intanto Dabormicla, su insistenza di Carlo Alberto, aveva accolto sin dai primi di settembre l'indicazione, fornita dal conte Zamoyski, del generale Chrzanowski , g ià capo di S.M. Generale dell'esercito polacco durante la guerra del 1821 , dotato di notevole esperienza militare e capace organizzatore. Date le scarsissime speranze cli ottenere il tanto desiderato gene" Ibidem, p. 181. " Ibidem, p. 191. " Ibidem, p. 200. "' Ibidem, p. 209-2 10. 06 lbidem , p. 21 l.
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raie francese, il Chrzaoowski venne dunque chiamato cd acco llo, nella seconda metà di ·euembre, nell' ercito piemontese. Dapprima non ebbe un ruolo defi nito, ma semplicemente l'i ncarico di effettuare un ' ispezione ai confini <.l ei regno. Come comandante non su citò grande entu iasrno, in parte per la nessuna pre tanza li ica, in parte per l' ignoranza della lingua; tuttavia come capo di Stato Maggiore sembrò adatto. La perpJe ità derivata dai primi contatti. portò a reiterare il tentativo di avere un geoernlc francese (questa volta si cercò di ricevere il con en o per il Magnan); senonché pur la nuova speranza si dileguò presto, mentre si affacciava la prospettiva , susc itata dalla som mossa cl i Vienna dai fermenti unghere ·i di do ver {o poter) denunziare I'an,1istiz.io a breve scadenza, come pretendevano i democratici ai quali si era unito ora il Gioberti . Urgeva trovare una oluzione. Scartati Franzini. malandato in alute. e Dc Sonna7., collocato recentemente in ritiro, non rimaneva che Bava, il quale per quanto violentemente au accato dai ci rcoli politici di sini tra, aveva lasciato. almeno nel governo presieduto dal generale Perrone dal 3 ottobre, favorevole impres ione per l'orgoglio dim ostrato col ch iedere un inch iesta ul propri operalo e così zittire i detrattori. Bava, lo si è g ià el etto, aveva sempre goduto dì buona considerazione militare e gli errori attribuitigli nell ' ullima fase de lla campagna potevano apparire in qualche misura di utibili. Dabormida, perciò, verso la metà cli ottobre lo convocò a Torino per saggiarne la di sponibilìt~t ad accettare l'incarico, beninteso con l'approvazione del re. Bava dichiarò neuamente, e lo ribadì per scritto alcuni giorni dopo, che si riservava di dare una risposta definitiva, comunque de iclerava fosse ineq uivocabìle il suo desiderio dì esser collocato in congedo qualora il governo venisse preso dall"opposizi · ne, nei cui esponenti non nutriva alcuna fiducia . Sciolta poi ogn i riserva, il 22 ottobre Dabonnida sottopose al re i decreti di nomina di Bava a generale in capo dell'e ercito e di Chrzanowski a ca po dello S. M.G encrale. Carlo Alb rto fim1ò i decreti «senza che dal uo volto impassibi le apparisse la lotta interi ore dell 'animo nel segnare la sua condanna)>97. lnt, nto si era verificato uno trano epi od io. ln ellembre Carlo lberto si trovava uncora ad Alessandria con il Quartier Generale, ecl i mini stri insistev, · no affinché torna se a Torino a riprendere il ruolo di capo del.lo Stato, rivest ilo dall in izio della guerra dal pri11cipe di Carignano in quali tà di Luogotenenre del Re. otori amente, egli sentiva il comando dell 'armata come la sua p iù grande prerogativa, una prerogativa che in guerra toccava valori altissimi. e ulla quale a suo tempo 11011 aveva esitato a prendere posizione con Federic Sclopi , ministro della Gius ti zia del ministero Balbo : ~Quamo alla condona dell a guerra, essa non può mai cs~re considera la ano amminis1rn1ivo. II ministro de ll3 guerrn non pu ò e · e re respons abil e de lle opera zioni de l generale eh~
"' In L. Ctt 1A1
• op.
citata p. 299.
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comanda l'armata; egli non può che es:;erlo de ll ' organi zzazione dei corpi , dei rifoniimemi d ' ogn i specie. La responsabili tà ricade dunqu e per intero sul generale che comanda 1·armala. e, nel ca so nostro, io solo sono perciò re sponsabile»'".
Ecco, allora, inevitabile la profonda fe1ita inferta al suo animo ed al suo amor proprio da tutti gli avvenimenti di luglio-agosto: le recriminazioni pubbliche sulla condotta delle operazioni, la sconfilla sul campo, la consapevolezza che l'esercito gli si scioglieva in mano , l'umiliante abbandono di Milano, la tempesta provocata dall' annistizio di Salasco, la pretesa di fare un pubblico processo a tutti i generali, la ricerca di un comandante in capo straniero. Ad es.sere sinceri, se un qualunque comandante supremo si sarebbe sentito colpito nel viv , un sovrano non poteva avvertire la cocente caduta di prestigio derivante da_una situazione del genere. Carlo Alberto la sopporLò forse a titolo espiatorio, mascherando i sentimenti offesi, ed accettò, obtorto collo, I' intenzione governativa di chiedere l'aiuto francese consolandosi con un segreto pensiero: che quanto prima sarebbe tornato alla testa de!J.e sue truppe per affrontare gli austriaci sul campo di battaglia, dove, se la vittoria si fosse mostrata i1npossibile, avrebbe cercato la morte in combattimento. E, secondo Chiala, era tanto desideroso di 1ivincita da, «se la guerra gli fosse stata impedita, rinunziare alla corona» 99 • Orbene, nel pomeriggio del 13 settembre Carlo Alberto decise ali' improvviso di rientra.re nella capitale e su suo ordine, il Comando Supremo lo seguì a ruota, Senonché, sulla Gazzetta Ufficiale del 16 si lesse questa secca nota: «Ieri il generale Chioclo. capo dello stato magg iore dell' eserci to, giun.1 e da Alessandria in Torino e con lui l'intendente generale d 'armata cogli altri uffici ali addelti allo stato magg iore. D'ordine del ministro della guerra ripartivano tutti questa maltina per Alessandria» "".
Non si comprende il motivo dell'intervento così deciso e rude ciel ministro, che, ricord iamolo, era convinto e fedele monarchico nonché liberale moderato. Secondo Pieri il contrordine dipese dal fatto che Dabormida e Alfieri - il quale, come presidente del consiglio, sicuramente fu a conoscenza della questione - avevano «un alto concetto delle libertà costituzionali e di quanto rappresentava il supe1iore interesse del paese»'"', ma francamente non si riesce ad individuare il nesso fra le due cose. La sede del Comando Supremo era, in fondo, di importanza marginale né mai aveva attirato l'attenzione dei ministri; il re era pur sempre alla testa cieli 'esercito, qui.ndi il tener seco il Comando nulla aveva di allar~~rnnte per le libertà costituzionali, né aveva a che vedere con gli interessi del Piemonte. Una spiegazione, invero piuttosto specio" N. Rcmouco, op. cirata, IJT, p. 359, nota 60 (in francese nell'originale). "' L. CHIA I..A, op . ciwra , p. I 11 . '"' Ibidem, pp. 162- 163. "" P. PIERL, La campagna del 1849, cit., p. 426.
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sa, potrebbe rinveni i neU'avcr Dabonnida ritenuto pertinenza del ministro la detenninazione della cde del Comando Supremo in tempo di pace, al quale veniva assimilato il periodo anni tiziale. O forse un motivo più convincente può essere suggerito da una lettera di Tiariooe Pcliui di tre mesi dopo: ,<fl ministero u~c~n te (M inistero Perrone), convinto come tutLi 11oi. che pri111n ca usa dclb nosLra ,confina fu l' imp~rizia di S.M , a cmmmdarc un 'umia ta, aveva as.1o lu tamente preteso, ascarico della propria re;,pon.sabilit11, che la M.S. lasciasse non solo il comando, ma l'annata stes a» ""-
Ecco che cosa poteva significare il rimandare il Comando Supremo ad Alessandria: il di stacco del re dall'amrnta. Resta il fatto che iJ generale Chiodo obbedì senza dir si llaba e che Carlo Alberto non protestò. TI suo primo scudiero, Leone Costa de Beauregard. sbalordito nel vedere come il carattere orgoglioso ed imperioso del ovrano non reagisse, trovò una sola spiegazione plausibile: «Et lui supporre tout , so111enu sans doute par I' ésperance de la revan che» '°3 • Inev itabi lmente il Comando Supremo passò. almeno per determinate attività. agli ordini del Bava, comandante delle truppe stanziate nella zona di Alessandria. Dabonnida si era accinto al riordinamento dell'esercito con un 'ene rgia ed una pazienza ammirevoli. L'arm ata che aveva ripassato il Ticino era malconcia e sfiduciata. La cavalleria e l'artiglieria si trovavano ancora in buone condizioni, ma la fanteria era provata e soprattutto demotivata. Con legge del 4 luglio il governo aveva richi amato le ultime cinque classi della riserva (dai 30 ai 35 .000 uomini). voluto la leva supplementare di 3.000 uomini u ognuna delle classi già alle armi del 1 25-26-27 (9.000 uomini), chiamalo la leva del 1828 con anticipo di ei mesi ( 12.000 uomini), per un complesso di circa 50.000 uominj, ovviament · del tutto inutilizzabili all atto dell 'annistizio, ma su cui contare per il futuro. Ino ltre erano stati mobilitati 56 battaglioni di guardia nazionale. Il mese di ollobre fu movimentato. La terza rivolta di Vienna (5 ottobre) cosse veramente I' Au tria. Sotto la data d I 9 ottobre il cente HUbner riportava nel uo diario: «Al momento di accomiatarmi, il principe di Schwarzcnberg ha aggiunto alcune co nsiderazion i che mi hanno veramente impressionato. «L'esi stenza della Monarchia ha detto. è appesa ad un filo. Se a seguito di una pronta conclusione della pace con la Sardegna, il che è poco probabile, una gran parte dell'armata di Radetzky non diventa dispooibilc, non o proprio dove trovare i mezzi per stroncare la rivolu zione». La chiaramente avvertibile crisi dell'impero au triaca spin e nuovamente l'opposizione piemon tese a chiedere a gran voce la rip resa delle ostilità. LI 19 ottobr , alla riapertura del parlamento, il ministro Dabom1ida lesse alla Camera la relaz ione su quanto comp iuto negli ultimi due mesi. L'as petto più complesso ri guardava il persona"" M. '"' L.
M1 'GHETTI,
op. citata, Il. p. 426. p. 163. nota I.
11111LA. op. cf/(/ta ,
LA CAJvfPAGNA DEL !849
!55
le: la rimessa a punto dei battaglioni attivi realizzata mediante l'eliminazione degli elementi scadenti, l 'immissione dell'aliquota migliore dei quarti battaglioni e l'attesa delle reclute, tuttora in corso di addestramento ai depositi; il riordino dei quadri con promozioni per gli ufficiali più meritevoli sì da coprire i vuoti ]asciati dalle giubilazioni nei gradi medi ed elevati, e corsi di formaz ione per altri giovani meritevoli del grado cli ufficiale e di sottufficiale. l provvedimenti più costosi concernevano i campi logistico ed amministrativo. In sintesi, disse Dabormida: «L'esercito fu ingrossato di circa cinquantami la uomini fra riserve e leve, vestiti, isu-uiti ed organizzati; fu rinnovato e r iformato il vestiario; si istituirono ampi magazzini· il servizio delle sussistenze ed il servizio sanj,tario furono 1iordinati; fu provveduto all'annamento, ristorate e vettovagliate le fortezze1> 10 •1• La relazione, pacata e panoramica, fu bene accolta anche dall'opposiz ione. Però assai più importanti furono le risposte del ministro ad alcune precise interpellanze del 21 ottobre. Primo: se l'esercito fosse pronto a riprendere la guerra (deputato Buffa). Dab01micla prese il discorso alla larga. Sì, l'esercito era pronto, si era rimesso dalla sconfitta, ma questo non costituiva ragione valida per gettarsi con impazienza nell'azzardo di una nuova campagna. Certo, se l'impero austriaco si di ssolveva o se si presentavano circostanze favorevoli, ben volentieri si sarebbe colta l'occasione. Diversamente, si sarebbe premuto sulla Francia affinché mantenesse la promessa di un aiuto mi litare . Ad ogni modo, come ministro aveva il dovere «di non vedere nella gue1n1 che un'annata contro un'armata, ed in conseguenza di non comi_nciare la guerra finché le circostanze non mi sembrino dimostrare che quest'armata avrà il vantaggio sull 'annata nemica» '05 . In altri. termini, finché non fosse stato convinto cli poter battere sul campo l'esercito di Radetzky, non aveva alcuna intenzione cli riprendere le ostilità. Secondo: se e fmo a che punto fosse stato migliorato il morale delle truppe e ripristinata la disciplina (deputato Sineo). Al riguardo Dabormida assicurò cli nulla-aver trascurato in un settore così importante: dagli incitamenti alle ammonizioni, dai premi alle punizioni, dalle cure costanti alle ispezioni, ai sussidi per la famiglie dei richiamati ad opera del ministro degli Interni 10 " . Terzo. Pii':1 che un'interpellanza era una critica: disponendo di 130-140.000 uomini si poteva attaccare (ovv iamente con probabilità cli vittoria) il nenùco, anzi «quasi era viltà non tentare di farlo» (deputato Mellana). Forse fu questo il punto centrale e più significativo del dibattito, giacché s i trattava di far comprendere che il numero non significava necessariamente supe"" Ibidem, p. 257. '"' Ibidem, p. 260. 06 ' Non deve sorprendere che proprio in quei giorn i la niarches~ d'Azeglio 8crive~;;e al figlio , Emanuele, a Lond ra, che «La verité est que /' arm ée 11 ' a pas de confìa11ce dans ses c/11~{.y et /es chefs 11' en ont pa.s dava111age dans /' armée» (in L. O IIAI .A, op. cit., p. 227).
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riorità sull'avversario. Anzitutto Daborntida affermò senza perifrasi che certi argomenti militari non possono e non debbono esser discussi con eccessiva di sinvoltura davanti ad un nemico in attesa. Poi - aveva già letto le relazioni inviate dai vari comandanti - ancor più chiaramente disse che se la prima piaga dell'armata era rappresentata dalla carenza di disciplina e di solidità complessiva, la seconda consisteva nella deficienza numerica dei quadri rispelto al fabbisogno dell 'organico di guerra, con le ovvie conseguenze. «Signori, noi abbiamo cominciato la guerra e non avevamo ottomila uomini di ordinanza( .. ) ebbene, sanno loro quante promozioni, quanti sotlocaporali si sono fatti durante la guerra? Quasi settemila! ». In conclusione, sostenne Dabormida, molto meglio sarebbe stato congedare una parte delle due classi di riserva del 1812 e .1.813, naturalmente i pit1 anziani (33-36 anni) e con carico di famiglia, e wstituirli anticipando la leva dell'anno successivo (classe 1.829) '07 • A questo punto due deputati deU 'opposi zione, Rattazzi e Brofferio, forni rono un luminoso esempio della deformazione politica con la quale troppo spesso vengono affrontate le questioni milita,i. Il primo si proclamò insoddisfatto per le dichiarazioni del mini stro, giudicate troppo generiche ed elusive (non aveva tutti i torti): per ben gi udicare la situazione - obiettò - sarebbe occorso conoscere con esattezza le condizioni delle truppe e sapere se fossero in grado di sostenere una nuova campagna; di sicuro, se il ministro avesse davvero messo in opera quanto doveva, non soltanto l'esercito sarebbe stato onnai efficiente, ma avrebbe potuto affrontare trnnquillamente un nemico travagliato dalle discordie e dalla dissoluzione «cl i cui deve perciò essere facilissima la sconfitta»! Tirando le somme, se l'armata era in condizioni cli scendere nuovamente in campo, cosa che credeva e sperava, e se la medi azione angl.o-francese non avesse condotto ad una pace onorevole entro dieci giorni, quello era il momento gi usto per denunziare l 'armi stizio. Brofferio, addirittura, propose l'immediata dichiarazione di guerra. Il dibattito si concluse in tronco Dabormida, indignato per il bailamme, rifiutò di rispondere ad altre interrogazioni - respingendo la mozione di Brofferio e con un giudizio favorevo le al mini stero, votato in un tumulto assordante, mentre dalle tribune il pubblico inneggiava alla guerra, urlava e fischiava '"'. Al Senato, invece, tutto si svolse '" Proprio su questo si basava la ricostruzione pensata da Dabom,ida, che il 2 l settembre aveva scritto ad Alfonso La Marmora: « ... L'indisciplina continua; l'indiffe renza, la malavoglii1 non diminuiscono; dò ordini su ordìni, ma m 'accorgo che non producono effetto sensibi le: il male è cronico, e per guarirlo bisogne rebbe fare una cura radicale, vale a dire ridurre di molto l'am,ata. conservando il buono ed all onlanandone il mediocre ed il catt ivo; ma come fare' Per un sol uomo che si mandi a casa, il giornalismo grida che si disam,a, che si vuol la pace ad ogni costo; epp ure è una vera sciocchezza ed è una crude ltà il tenere sollo le armi uomini ammogl iati d i 35 e 36 ani d'elà senza poterli utU111entc impiegare , paralizzando così quacJ,·i che si potrebbero meglio occupare, rovinando le famig lie e le finanze » (in L. CHL"-LA, op. cirata , p. 205). "'' fbidem, pp. 265-267.
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con serenità, con commenti favorevo li a li 'opera del ministro ed alle nomine di Bava (peraltro non accolta bene dall 'op inione pubblica) e cli Chrzanowski. Dabonnida era rimasto tanto «scandalizzato» per la seduta del 21 ottobre alla Camera, che decise di rassegnare le dim issioni. TJ 27 ottobre gli succedette AJfonso La Marmara , promosso maggior generale. l motivi del la rinunci a all 'incmico erano probabilmente altri . Carlo Alberto gli mostrava aperta freddezza per la nomin a di Bava a generale in capo, vista come atto cl i forza ad umiliazione ciel re, e per la nomina del generale Ramorino a comandante la divisione lombarda (in sostituzione del «codino» generale Olivieri), considerata da tutti come biasimevole cedimento all a fazione democratica. SJ;)iace constatare i continui passi falsi del re. Durante la sua pe1manenza ad Alessandri a, l' amor proprio ferito, il desiderio cli rivincita e l'ingenuità politica lo indussero a dare ascolto a personaggi ambigui, come un certo Enrico Misley, e ad estr emi s ti , come Brofferio . Secondo i ricordi ci e l Costa de Beauregard, l' uno aveva acq uisito una certa presa sull'animo di Carlo Alberto, si sforzava di riusc ise a metterlo in rapporti con i radicali ed esaltava .le capacità militari ciel Ramorino. L'altro era uno dei pii'1 b1illanti e rumorosi esponenti democratici, con sfumature repubbli caneggianti - amava indicarsi come «il solitario della Montagna» - ma la sua visione politica si riduceva, allora, ad una nuova guerra contro l 'Austria. Fatto si è che, tornato il re a Torino, il 24 settembre Mis ley, in compagnia di Ramorino, portò a Brofferio l' invi to a recarsi a palazzo reale. Brofferio, da abile parlatore quale era, riuscì a turbare il sovrano assereodo che la mediazione anglo-francese era infida, che occorreva cambiare l'intero Stato Maggiore e rivedere politicamente gli ufficiali: «Non è di non saper combattere che io li accuso, ma piuttosto di non voler vincere». Come se ciò non bastasse, sostenne es istere una congiura aristocratica mirante all 'abdicazione ciel re ed all 'avvento al trono del duca di Savoia, il quale avrebbe regnato secondo un indirizzo reazionario. Concl use affennando con forza che il desiderio di riprendere la lotta, guadagnare l'indipendenza itali ana e poi abdicare, «VM. non potrà ma i conseguirlo con questi mini stri, con q ues ti generali e con questi arnesi di corte da cui è circondata» Carlo Alberto rimase così sconvolto che volle rivedere Brofferio I ' indomani. Il deputato, nel nuovo colloquio, indicò Daniele Manin quale poss ibile ministro degli Esteri del suo ministero . Per fortuna un' indiscrezione giornali stica fece sfum are sul nascere il progetto, ma i commenti sul comportamento del sovrano, sul suo accostarsi all'opposizione democratica, fu rono di «stupìto e doloroso rammarico» '"'· '" L. CHIALA, op. cirata, pp. 213 -2 14. La nom ina del generale Ramorino, ben sostenuta <lai democratici, fu probabil mente un compromesso cui Carlo Albcno si adattò a malincuore per impedire colpi di testa da parte dell' insofferente div isione lom barda, in aiuto del l'ennes im o go ffo tenlativo insurrezionale di Mazzini in val d ' Intelv i, che avrebbe dovuto dare il via ad un nuovo moto in tutto il Lombardo-Veneto (C. PlSCHEDDA, l'azione mazziniana in Piemonte ed il governo sardo nel settembre-ottohre 1848 , Torino 1949).
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La Marmora pensò di aver davanti a sé il tempo occorrente a condurre in po1to il programma impostato da Dabo1111ida: ormai, alle soglie dell'inverno, era ragionevole vedere la rottura dell'armistizio rimandata alla bella stagione. Il presupposto governativo di tale programma poggiava su un dilemma: o la mediazione anglo-francese riusciva ad assicurare al Piemonte la famosa «pace onorevole» oppure a primavera sarebbe ricominciata la guerra per una questione di ordine .interno e di attesa nazionale. Le condizion i dell 'esercito però miglioravano troppo lentamente e non c 'era da stupirsene per la verità. Mentre si dava corso al. congedamento delle classi 1812-13-14, con legge del 27 ottobre ftu-ono chiamate la leva anticipata del 1829 (13.000 uomini) ed un ' aliquota supplementare del 1828 (1.000 uomini). In tal modo si ebbero 35.000 cosc1itti: 26.000 delle classi 1828-29 e 9.000 delle leve suppletiva delle classi 1825-26-27. Per effetto di queste determinazioni, il 10 marzo 1849 l'arnmta sarda arriverà ad una forza di 144.071 uomini, dei quali 64.362 indisponibili : - 34.779 delle classi 1813-14 in congedo temporaneo (quella del 18 12 era andata in congedo assoluto) nonché dei non idonei al servizio militare; - 10.583 ricoverati in ospedale· - 11.000 trnppe di riserva impegnate ne i presidi; - 8. 000 degli otto quarti battaglioni dislocati a Tori no, Voghera ed Alessandria e di guardia ai magazzini d' intendenza ed ai parchi d'artiglieria. Rimanev a no 80.000 uomin i circ a per l 'esercito cli campagna . Inevitabilmente, la fanteri a destava serie preoccupaz ioni. I problemi erano due: i quadri e l'organico reggimentale. Dei primi basti dire che la nuova annata attiva aveva bisogno di 1.657 ufficiali contro una disponibilità, si presume, non superiore agli 800, mentre l' armata di riserva ne esigeva almeno 750 contro una disponibilità minima. Ebbene ad una necessità complessiva di circa 1.500 nuovi ufficiali si riuscì a provvedere con poco più di un migliaio di nomine. Questo significò da un lato troppo rapide promozioni per elementi non ancora maturi per il grado superiore, sia che realmente possedessero doti cli spicco, sia (specialmente) cbe fossero di livello medio; dall'altro, troppo generose nomine. Gli ufficiali subalterni , infatti, quasi tutti nuovi, furono recl utati atti ngendo ovunque, dai giovanissim i allievi dell'accademia militare ai sottufficiali ed ai civili, con risultati scadentissin1i per la mediocre selezione, lo scarso addestramento e l'impossibilità cli ricevere un 'accettabile collaborazione dai loro sottufficiali. Per i sottufficiali la situazione era ancora peggiore: ne erano rimasti 2.300 e ne occorrevano 6.300 solo per i battaglioni attivi, il che significò la promozione di 4.000 soldati quasi tutti cl 'ordinanza. Come è naturale, la scrematura subita dalla categoria per fornixe nuovi ufficiali fu tale da lasciarvi i mediocri dei sottufficiali originaii ed i mediocri dei soldati d'ordinanza diventati sottufficiali 110• "" CCSM, Relazioni e l'Gpponifinali sulla campagna del 1849 in Alta Italia, Roma 19 11, pp. 658-659.
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Quanto all'organico reggimentale, volendosi ridurre le compagnia a 170 uomini si ricorse all'istituzione di un quarto battaglione attivo (il che aumentò la difficoltà di reperire i quadri) , tuttavia questo fu possibile soltanto i primi di marzo 1849, vale a dire al termine di un ridottissimo periodo di addestramento. Pieri muove alcune critiche di fondo ai provvedimenti adottati da Dabonruda e da La Marmara per riordinare l'esercito: passaggio di colpo dall'esercito di riservisti all 'esercito di caserma (pur salvando le apparenze di fronte all'opinione pubblica) in omaggio al dogma dell'esercito di qualità; congedamento degli ammogliati, ossia praticamente delle tre classi più anziane , cioè dei veterani esperti e disciplinati, e loro sostituzione con giovani reclute inespertf. Queste misure, a suo avviso, condussero all'inde bolimento anziché al rafforzamento dell'annata. Non siamo molto convinti di tali osservazioni: in quelle condizioni si trattava di correre ai 1ipari come meglio possibile nel poco tempo disponibile. Nessuno pretese di modificare sui due piedi leva e ferma, perché ovviamente impensabile; nessuno volle adottm·e il modulo «esercito di qualità», perché ovviamente irrealizzabile. Al contrnrio, si arrivò ad una forza di 150.000 uomini di gran lunga superiore alle concrete possibilità di equipaggiamento, armamento, inquadramento ed accantonamento . Del resto, molto giustamente Pieri sottolinea che: <<( ... ) bisogna per prima cosa tener presente che non si seppe affano fin dall ' ini zio d'avere tamo tempo disponibile: l'armis ti zio era di sei sellimane soltanto ! Poi , dopo la sua proroga a tempo indeterminato, per rutto l' ottobre parve che le ostilità potessero esser riprese da 1111 momento all'altro; e solo dopo i primi di 11ovembre si poté presumere di avere ancora quattro mes i consecu tivi: l'opera di riordinamento non poté non risentire di tale ripetuta incertezza ! Del resto, una vera ricostituzione dell 'esercito non avrebbe potuto essere al.luala in pochi mes i (... )>>'" .
In sostanza, qualunque misura avrebbe potuto prestare il fianco a critiche, dato il suo carattere di compromesso e di urgenza. A prescindere da questo e quale che fos se la bontà o meno dei provvedimenti, il ministero della Guena farà in modo da complicare gravemente la già difficile situazione organica della fante1ia. Con circolare del 6 febbraio, indirizzata ai comandanti di reggimento e di deposito, La Marmara ordinò che il 4° battaglione di ogni reggimento venisse formato all'arrivo delle 16. 000 reclute tuttora ai depositi , ripartendo i coscritti (600 per reggi mento) unifonnemente fra i quattro battaglioni; Chiodo, con circolare del 2 marzo, indirizzata solo ai comandanti di deposito, orclinò che le reclute formassero da sole il 4 ° battaglione con l'aggiunta di una compagnia trntta dalla forza presente al corpo. Ri sultato: al momento della denunzia dell ' armi stizio alcuni reggimenti costituiro no il nuovo battaglione con le reclute appena arrivate, altri le divisero fra tutte le compagnie ! Non basta: l 'ordine di costituzione del 4° battaglione non era stato preceduto dalla nomina degli ufficiali subalterni, cos icché alcuni battaglioni entrarono in cam"' P. PLERI, La campaf;na del 1849 ci t.. p. 132.
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pagna senza nemmeno la mefa degli ufficiali previsti dagli organici! Pennellata finale, una nuova cfrcolare cli Chiodo dell ' 11 marzo dispose che con i quarti battaglioni in quest ione venissero formati sei reggimenti provvisori, senza peraltro nominare i colonnelli né costituire i comandi di reggimento. A questa brillante idea, si oppose poi Chrzanowski, il quale però suggerì in extremis una nuova variante organica: il terzo plotone di ogni compagnia doveva essere abilitato all'impiego da bersagli ere, naturalmente previa conveniente selezione nell'ambito della compagnia stessa (circolare di Chiodo cieli' 11 marzo) 11 2 • Veramente c'é da rimanere sbalorditi! Nel campo logi stico molto venne compiuto ed è giusto riconoscere il grande sforzo del ministero, che in novembre diramò i nuovi regolamenti relativi al servizio sanitario ed a quello delle sussistenze. Purtroppo un comp lesso di cause rese il lavoro insufficiente alla bisogna. Pur senza scendere in un esame particolareggialo, dalle relazioni e rapporti sulla campagna si ricava il convincimento dell'assenza di un valido coordinamento centrale, di un energico moto propuls ivo, di una serie di controlli sorvegliati dall'alto, e per contro di un cedimento alla burocrazia non «svegliata» da chi di dovere. Il solo episodio dell ' intendente generale Alliaud - che il 2, il 17 ed il 25 febbraio chiese per scritto l'esonero dal! ' incarico, ripetendolo al ministro Chiodo il IO marzo, ad Alcssanclria - lascia intendere quanto fiaccamente venisse seguita la messa a punto di un apparato logistico che così penosa inefficienza aveva mostrala nel 1848. Quando, il 10 marzo, il colonne llo Alliaud ripeté a Chiodo il deside1io di lasciare la carica, questi lo pregò di rimanere : "le lui disait, pour le retenir, qu' en choisissant le système des entrepreneurs, je faisais tout ce qu' il voulait. li répondi1 roujours q1J..' il ne se111ait pas de continuer". Si badi bene, non viene messa in dubbio la buona volontà: mancava la capacità organizzativa, mancava il senso pratico, mancava l'energia costrullrice. Io alù-i Lem1ini, mancava il più ed il meglio. L'accusa è diretta essenzialmente al ministero della Guen-a, consi derate le attribuzioni riconosciutegli all 'epoca e l' urgenza cli completare i preparativi per la riapertura delle ostilità. Da tener presente che Alliaud sarà sostituito dal generale Montale, comandante di una brigata di fante1ia, il 13 marzo, ad armist.izio denunziato. Partendo dalla relazione presentata il 15 gennaio 1849 da Chrzanowski, allora capo di Stato Maggiore dell 'armata, è facile argomentare non solo l'impossibilità di esser pronti a metà marzo, ma soprattutto la necessità di non prend ere decisioni di guerra prima cli aver la certezza di dispo!Te di un organismo pronto, efficiente e collaudato (per quanto possibile in tempo dj pace). "' CCSM . Relazioni e rapporti 1849. cii.. pp. 659-660.
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3. LA DECISIONE POLITICA Alla caduta ciel gabinetto Perrone la formazione del nuovo governo non fu agevole, come ormai , del resto , si verificava ad ogni crisi. Carlo Alberto interpellò Collegno, Moffa di Lisio , D 'Azeglio, Gioia , inutilmente. All a fi ne, senza entusiasmo si rivo lse a Gioberti , capo dell'opposizione e questi accettò. Il 15 dicembre entrò in fu nz ione il ministero democra tico con Sineò agl i Interni , De Sonnaz alla Guerra, Rattazzi a lla Giustizia, Tecchio ai Lavori pubblici 113 • In un momento in cui infuriava una polemica incentrata sulla persona di Bava, Gioberti incappò immediatamente i9 un grave infortunio. Bi ogna dire che i due distinti ep isod i a chiusura, l'uno, del gabinetto Perrone e d 'inizio, l'altro , del gab inetto Gioberti , furono il prodotto naturale cl i una situazione politica interna gravemente compromessa. Vediamo il primo. Come si è detto, il generale Bava aveva avvisato Dabormida della sua intenzione di dare alle stampe la relazione presentata al ministero della Guena. Non lo fece subito, bensì all ' aprirsi della crisi di governo, e precisamente il 4 dicembre. Il gesto suscitò un 'ondata generale di disapprovazione. Cavour, che p ur aveva riconosciu to L' opporhmi tà di un chiarimento pubblico sulle responsabilità, si· indignò per la leggerezza della pubblicazione del documento e per il contenuto de l documento stesso: ,,( .. . ) Pubbhcando le relazioni con fi denziali dei nrn;lri generali nella scarsa campagna, mettendo in piena luce con critica talvolta ingiusla e sempre severa le piaghe dei nostro eserc ito, risvegliando con incon. ulte parole le accuse, le recriminazioni, le discordie che div isero i suoi capi, il generale Bava involontariame111e ha reso al 111arescial/o Haderzky 1111 servizio, di rni diffìcilme111e si potrebbe esagerare l'impo l'lanw. Deplori amo quindi che l'i llu st re sc rittore sia si dimenticaw di essere il genera le in capo di quell'a.m1ata che così severamen te cens ura. Questa fu purtroppo vitrima di grand i errori , ma la responsabilità d i essi. lo d ic iamo con profonda convinzione, mass ime dopo aver lena auenuamente la re lazione del generale Bava, deve ricadere ed essere suddivi sa fra tutti i capi del nostro ese rcito»"'.
A questo articolo, uscito su lf Riso1g imento del 7 dicembre, fece eco una serie di accuse e commenti di fuoco. In effetti, più che di una relazione, si trattava di una memoria defen:ionale e di un ' autoesaltazione 11 5. La sincerità ed anche la crudezza dei rilievi e delle inefficienze r iscontrale sono apprezzabilissime in un rapporto riservato al ministro , ma inopportune e peri colose in una memoria divulgata ad un pubblico scosso per la disfatta, agitato daUe passioni politiche, esal tato da pros pettive ricche assai più di reto1ica che di senso della misura. "' Gioberti tenne anche l'i111erim del mini stero degli Esteri. .In L. CHIALA. op_ citata, pp. 280-28 I. "' Non si può ev itare il confronto con il generale di Salasco, ingi ustamente ed assurdamente accusato daUa pubb li ca opinione per aver firmato l'armistizi o «d'ordine del re ». il quale non scris·se un rigo, non profferì parola per di.fenders i e volle coprire iI proprio re. 11 1 •
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Tra l'altro, con il descriversi costantemente in primo piano come nessun allro aveva fatto nelle relazioni, Bava ottenne due risultati negativi. Il primo, di porre in evidenza, vantandosene, il suo impegno personale anche in questioni di gran lunga al di sotto delle competenze proprie del suo rango, ritenendo giustificabile tale eccessiva cura del particolare e tale invadenza nelle attribuzioni degli inferiori con la scarsa esperienza bellica dei dipendenti tutti, «le quali cose obbligavano il generale in capo - scrisse - a compiere gli uffizi di ogni grado» '". Bava, che pure era un buon soldato, evidentemente non si accorgeva cli mostrare i suoi limiti di capo. E duole constatare che siffatta pessima abitudine, foriera di seri inconvenienti di carattere psicologico, morale e pratico nel1'azione di comando, è giunta fino ai giorni nostri inobustendosi via via. Lo scandalo , insomma, fu tale da rendere inaccettabile la presenza di Bava al vertice dell'annata; tuttavia, stante la crisi ministeriale, la cosa rimase temporaneamente in sospeso. Ed ora passiamo al secondo deplorevole episodio, Genova si trovava da tempo in preda ad uno «stato di semi-insurrezione permanente» 111 , in particolare ad opera del mazziniano Circolo italiano, alla cui presidenza era stato e.letto il repubblicano Filippo De Boni: accoglieva es uli repubblicani di tutta la penisola, applaudiva al teatro Carlo Felice una poesia di Mameli che accu ava Carlo Alberto di tradimento, conduceva un 'aspra campagna per la ripresa delle ostilità, chiedeva senza perifrasi l'inserimento del Piemonte in un 'Italia repubblicana. Questo atteggiamento sfociò in aperta azione anarcoide al verificarsi della crisi di governo. Dimostrazioni popolari, opportunamente convogliate, pretesero la consegna dei forti alla guardia nazionale, chiesero del pari la custodia dello stesso palazzo ducale alla guardia nazionale, vollero a gran voce la proclamazione della costituente. Poiché lo stato di agitazione non accennava ad acquietarsi, nemm no all'annuncio della formazione ciel ministero democratico, Gioberti pensò bene di inviare a Genova, come commissario straordinario, il giovane ligure Domenico Buffa, ministro dell ' agricoltura e commercio, «buon servo di Dio, uso ad infelicemente poetare, e dalla aberrazione generale tramutato in un subito in uomo politico» 11 " . Il 18 dicembre, appena aITivato nel
"' E. Nasalli Rocca osservò al riguardo: «Il Bava si dispera perché sul terreno follo di pi,mte . ingombro di pietTe (S. Lucia) , è impossibile sperare l'azione immediata de l generale in capo al momento de ll a partenza de lle colonne su lla direzione che devono tenere e regolarne l'esallo arrivo; mentre invece ogni capo di colonna resta il solo responsabile delle truppe sotto la sua direzione, ed ha qu ind i senza dubbio il diJ·itto di esigere che le i.l"truzioni gli ,:iungan o precise ed in un lempo s11ftìcie 111e per poterle leggere e medirare» (op. citata, pp . 22-23 ). " ' A. OMODEO. Difesa del Riso1:~im,·11to cii., p. 136. T primi di agosto la vio lenza popolare aveva ridono ad un mucchio di rovine i forti di Castellello e di S. Giorgio, e poco dopo si rivolgeva con tro la brigata Regina, reduce dalla carn.pagna, finendo per suborrnu·e molti soldati da l 9° fa nteri a. "' F. PlNELLl, op. ci/Ola , Ili, p. 747. Cfr. A. MOSCATI,/ ministri del 1848. L'opera del Buffa, «chi runato al governo con troppa fren,v, come disse B roffcri o, fu certamente segnata dall'avventatezza e dal des iderio di popolarità.
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capoluogo ligure, Buffa diramò un proclama a dir poco inqmllificabile: il ministero Ferrone, egli affermò, seguendo una politica contraria alla dignità, agli interessi, ali' indipendenza della nazione , era la so la causa dei torbidi di Genova, perché «la città generosa, iniziatrice di libertà e d 'ind ipendenza non poteva rassegnarsi a siffatta vergogna». Ma ora, proseguiva, a cose nuove uomini nuovi: il gabinetto Gioberti voleva «l'assoluta indipendenza d 'Italia a costo di qualunque sa crifizio», voleva «la costituente italiana», voleva «la Monarchia democratica». Quindi le truppe dovevano sgomberare da Genova: «la forza vale cogli imbelli , non già coi generosi» e «a mantenere l'ordine pubblico in una città veramente libera basta la guardia nazionale» " 9• Fc!,cile immaginare e l'accesa di scussione che ebbe luogo alla camera il 19 e lo scoppio d ' indignazione che si riscontrò nelle fil e dell'esercito. Sarebbe stato doveroso, per il governo , almeno disapprovare formai.mente il demagogico ed irriflessivo proclama del Buffa , ma la solidarietà di gabinetto ebbe il sopravvento e ritenne trovare un accomodamento allontanando da Genova una patte della guarnigione e cedendo alla guardia nazionale soltanto il forte dello Sperone. Merita rimarco il fa tto che tra coloro che vollero giustificare il collega, spiccò il mini stro della Guerra, generale De Sonnaz. Lo stesso Gioberti era rimasto scontento e sconcertato. D 'altra parte, l' intera sua opera governat iva risentirà della sua scarsa persp icacia poi itica; ne fanno fede le scelte da lui fatte: mediocrità degli uomini chiamati come ministri, utili zzaz ione di ambasciatori .improvvisati, genericità cli direttive " 0 • li ministro inglese Abercromby fece a Londra un assai duro commento in proposito. Dopo aver spiegato che nel mini stero Gioberti, tranne La Marmora, erano tutti cli est.rema sinistra (Rattazzi, Tecchio, Sineo, Caclorna e Buffa), fu esp licito nel riferire che «la magg ior parte dei suoi membri è lungi dal godersi del rispetto e della fiducia del Paese, a causa della loro condotta all' opposizione, che ha dimostrato come ess i siano stati mossi soltanto da sentimenti di personale ambizione e cli des iderio cli potere, e che i veri e reali i nteressi del loro Paese sono questioni di secondari a importanza» 12 1• Il malcontento militare , poi , ingigantì non appena, proprio prendendo spunto dal deprecato episodio, nacquero incidenti nelle guarnigioni cli Torino e cli Genova (richiamati che tumultuarono al grido «o la guerra o a casa») e cli
'"F. PTNELLI, op. citata , pp . 747 -748. Cfr. L. CH JALA, op . ciuua, pp. 286-287. 120
on oltanto Massi mo d ' Azeglio non poté tratteners i dal dire che il governo Gioberti si modellava sui conqui., tatori barbari. da Alarico ad Odoacrn, «nell a divisione delle spoglie fra i suoi fedeli», ma nell 'i nfeli cc designazione de i rappresenlan ti all 'estero , bri ll ò il caso di Giovanni Ruffini, il 4trnl e. avendo scelro la sede di Parigi , si trovò così a mal partilo per inesperienza e sprovvedutezza da faticare a fars i ricevere dal presidente Luigi Napoleone e fu considerato «un a nullità» nell' ambiente diplomatico (E. DI NOLFO, Storia del Risorgimento, VI, p. 82). 111 Abercromby a Pa lmerston in datu 16. 12.1 848, in F. CURATO. Gran Bretagna e Sa rdegna cit., I , pp. 478-479.
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Alessandria (uffici ali di un reggimento che plaudirono al proclama di Buffa). Che fossero immediatamente soffocati - con le esortazioni dei superiori a Torino ed a Genova, con anesti e di.missioni dal servizio ad Alessandria - non può modificare la consapevolezza della fragilità cli quest'armata tuttora nella delicata fase della ricostruzione e tut.tora nella pesante incertezza del se e quando scendere in campo. Gioberti presentò il suo programma alla Camera il 16 dicembre. Non poteva essere più chiaro: l' indipendenza italiana appariva raggiungibile solo con le anni e la nuova inev itabile guerra non sarebbe stata ostacolata né ritardata dalla conferenza di Bruxelles, nel la quale era prevedibile il definitivo arenarsi della mediazione anglo-francese. L'esercito stava non migliorando , bensì scadendo in modo preoccupante (almeno per chi lo segu iva) 121 • De Sonnaz deluse in pieno. I colleghj non lo tenevano in gran conto; dal! 'esterno era criticato, specie confrontando la stasi attuale con il dinamismo del suo predecessore; lui stesso si rnostrava sco ntento: «Quand on veut ,ne forcer la main - scrisse il 22 dicembre al fratello Giuseppe - j' offre de prendre la porte: d~jà trois fois en six jours» 123 , tuttavia si adattava, pur accorgendosi che spesso il governo lo scavalcava trattando direttamente con Chrzanowski. La sera del 7 gennaio questi fu convocato eia Gioberti ad una riunione di gabinetto all'insaputa di De Sonnaz - al quale di proposito fu indicato l'inizio della conferenza un'ora dopo il previsto, e quindi si presentò a discussione assai avanzata - e di Bava, generale in capo! In tal modo le risposte del capo di Stato Maggiore non sarebbero state condizionate dalla presenza di De Sonnaz, che si sapeva contrario ali 'immediata ripresa delle ostilità. La domanda di fondo posta a Chrzanowski fu «se l'esercito piemontese fosse capace, per numero e valore, di battere l'austriaco; e quale il tempo più vicino da valicare le frontiere» 124 • «In questa setlula - riferì Chrzanowsk i nella sua re lazione - diss i nctlamenle che la magg ioranza degli ufficiali e dei soldati era contTaria alla guerra. Di conseguenza, era e.la attendersi che solo il senso del dovere li avrebbe portali a battersi. Aggiunsi che disgraziatamente. a causa delle presenti condizioni di spirito esistenti in Italia, ed anche in Piemonte, questo senso tlel dovere era molto affievolito nell'esercito e pochiss imo slancio si sarebbe visto nei repruti. Questo cambiamento verificatosi in un ' armata , il cui valore e la cui disciplina erano da tempo conosciuti in tutta Europa, non doveva rupire, considerando le molteplici cause che in vario modo avevano contribuito a demoralizzarla. Così il ricordo dei disagi , e dei rovesci su l Mincio erano sempre presemi alla memoria del soldato. Non dimenticava le scene tli M.ilano e gli oltraggi di cui il Re era stato fatto segno. Non
m Non si trattava semplicemente dell'aspetto disc iplinare. Permaneva la sfiducia, lo sce1ticismo, il rifilllo di fondo a riprendere le am1i. Poco o nulla era mutato da quando, il 20 novembre, il colonnello Fecia di Cossato, sottocapo di S.M. Generale, scriveva a Marco Mingheui: «L'eserc ito è ora sotto il comando del generale Bava, il quale si adopera con tutti i mezzi ad incoraggiare le truppe per una nuova guerra, ma non c 'è più que ll"entusiasmo di prima; troppe illusioni sono svanite» (M. l\{rNGl-!ETII, op. ci/ala, p. 405). ''-' In P. PrERI, La campagna del 1849, cit., p. 36. "'CCSM, Relazioni e rapporri 1849, cit., p. 745.
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ignorava che, abb:mdonato da tutti gli allTi Stati italian i. il Piemonte stava per intraprendere una lotta disapprovata dal resto dell'Europa. Infin e, i paniti che agitavano l' Italia intera avevano sparso, anche nell 'escrcito, il germe delle loro idee esal tate e delle l<m, cieche passi oni. I min.istri mi di ssero di cambiare gli uffic iali. Feci osservare che l'organizzazione dell 'esercito non aveva predispos10 le strutture atte a fornire gli ufficiali; che non si saprebbe dove prenderli e che già la fragilità dell'armata dipendeva, in gran parie. dal rauo che, ampli ando, così come i era fatto, l'inquadramento, si era stali costretti ad innalzare di grado un buon numero di individui privi dei necessari requisiti per il nuovo incarico. Mi ru clùesto, allora, se i potevano riprendere le ostilità il 15 gc1rnaio (si era al 7 gen naio! ). Risposi che la cosa era assolutamente impossibi le. Elencai Luno ciò che mancava all ' annat;i per poter sostenere la guerra e s i conven ne di differirne la ripresa ( ...)»"' .
A riunione inoltrata anivò De Sonnaz. Oltremodo offeso - ma quanto sarebbern state appropriate le sue dimiss.ioni sul tamburo! - e messo brevemente al corrente del quesito posto al polacco, dichiarò cli esser d'accordo con lui, anzi, visto che tra l'altro non ne aveva un gran concetto, sostenne crudamente che il morale degli ufficiali era poco elevato sollanto perché alla test.a dell'armata non e 'era un generale che ne sapesse riscuotere la fiducia. La relazione dei mini stri Chiodo, Cadorna e Tecchio minimizzò o smentì quanto sostenuto da Chrzanowski. Secondo loro, il capo di S.M. aveva riconosciuto la superiorità numerica rispetto agli austriaci, non aveva parlato di ruggine o di funesti ricordi che covassero fra i soldati, non di contrarietà a ricominciare la guerra, non di insufficienza numerica di ufficiali. Ed invece, quel che nuoceva era l'attesa, ma l'entusiasmo generale sarebbe venuto su l campo. Quanto all'epoca adatta alla nuova campagna, il clima ed il maltempo invernali consigliavano di non far uscire i soldati dagli accantonamenti, perc iò non rimaneva che rimandare alla lìne di marzo 12'· . Una simile disparità di affennazioni stupisce (ma fino ad un certo punto) , anche perché un ' indagine ministeriale svolta aUa fine del 1848 per accertare il morale delle truppe avrebbe dovuto provocare ser ie riflessioni da parte dei membri ciel governo. I quaranta comandanti di corpo interpellati «riferirono tutti essere gli ufficiali pronti al loro dovere per sentimento d ' onore; quanto ai bass 'ufficiali scrissero quasi unanimemente esser male idonei; essere inetti alle ann: molti fra i nuovi ufficiali promossi; essere esausta l'ordinanza; desiderare i provinciali, e più le riserve, troppo vivamente di restituirsi alle loro case; riuscire infruttuosi tutti gli sforzi per restituire la di sciplina; mancare a ciò la severità e la prontezza dei castighi per mollezza degli udit.orati di guerra (... ) essere frequenti le diserzioni all' interno. Si lamentavano seduzione dei partiti sulla bassa forza, influenza di corrispondenze coi parenti rappresentanti iniqua la guerra per suggestioni religiose e per avversione ai Lombardi, risentimenti per umiliazioni alle quali l'annata veniva .sovente assoggettata per debolezza del governo, e fuvvi anche chi sc1isse non potersi garantire che le truppe passe"'CCSM, !?e/azioni e rapporti 1849, cit.. pp. 1-8. '" fbidern, pp. 745-747.
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rebbero il Ticino. Generalmente però scrissero essere a sperarsi che ognuno avrebbe fatto il suo dovere, ma di volontà pochissimi ne parlarono, e di entusiasmo tutti si tacquero» 127 • Ad ogni modo la riunione del 7 gennaio condusse alla conclusione che nella seconda quindicina di marzo si potesse reputare sufficientemente coperte tutte le ancor numerose carenze, con precedenza a quelle di natura logistica. Tirando le somme, non pare proprio che i ministri ri1mmessero turbati dal quadro complessivo, ma non c 'è peggior sorcio cli chi non vuol sentire. Casati, presidente della consulta lombarda (trasferitasi a Torino) 1'8 gennaio scriveva al conte Arese: «L'esercito nostro è buono, è anche po1tato al punto d'essere ordinato ed agguerrito per entrare in campagna, ove occorra (... )» 128 • Ed il Tecchio diceva al conte Giulini il 15 gennaio: «Tutte le notizie che vengono dal! 'esercito portano che esso è abbastanza buono (..)» 12•. Rientrato al Quartier Generale ad Alessancl1ia, Clu-zanowski spedì due rapporti a T01ino. Uno sui preparativi indispensabili per affrontare la guerra (vestiario ed equipaggiamento, org,m_izzazione dei depositi per il rifornimento del personale, vettovagliamento); l'altro, complementare al primo, specificatamente inteso a migliorare la vita del soldato (accantonamenti, ospedali, rifornimento viveri, servizio traspmti). Questi rapporti ebbero per clestinata1i il re, il ministro della Guerra, il presidente del consiglio (che ne aveva chiesto copia) e non il comandante in capo dell 'esercito! 11 consiglio dei ministri li lesse e ne prese atto. Intanto Gioberti, che poco si fidava dell'appoggio parlamentare di cui godeva, volendone uno più sicuro aveva chiesto ed ottenuto lo scioglimento delle Camere per appoggiarsi ad una solida base bellicista. Le elezioni si tennero il 22 gennaio, con il pieno successo dei democratici, il «partito della guerra». Su 87.000 elettori, oltre 50.000 disertarono le urne. Il 24 gennaio De Sonnaz accompagnò il re in un ' ispezione alle truppe e toccò con mano la verità delle affemiazioni di Clu-zanowski: quasi ovunque molta freddezza e totale mancanza di entusiasmo. Il 31, al rientro a Torino, ne riferì ai ministri, spostando peraltro sul polacco il peso negativo di quanto riscontrato: non era l'uomo atto a suscitare entusiasmo. D'altronde, ad ulte1iore dimostrazione della confusione che il governo faceva tra deside1io politico e possibilità mi Iitare, e dell ' incapacità o della noncuranza di apprezzare in giusta misura l'efficienza dell'esercito, il 29 gennaio Gioberti aveva comunicato ai ministri di Francia e di Inghilterra che se entro breve tempo la conferenza cli "' Ibidem, relazione conrn1issionc d ' inchiesta, pp. 670-671. La commiss ione deplorò sia che i comandanti di corpo non si fossero ancor più sbilanciati , sia che il governo non avesse «ponderato le risposte cosl poco e~plicite che gli erano state fatte sono l ' innuenza clcllc opinioni allora predominanti , e delle intenzioni che esso stesso aveva manifestato dec isamente rivolte alla guerra». "' In L. CHIALA, op. citata , p. 294. "' Ibidem, p. 226.
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Bruxelles non avesse iniziato i lavori e se la medi azione non avesse ottenuto lo scopo prefi sso, cioè la pace «onorevol e», la Sardegna si ri servava libertà d'az.ione 'lll. Dal canto suo il l" febbraio, all 'apertura del Parlamento, Carlo lberto pronunciò un discor o della Corona che «respirava da un capo all ' altro la guerra» "': «( ...) A mc si aspeua ll parl arvi delle nostre armi e della nostra indipendenza. scopo supTe111 0 d ' ogni nostra curn. Le schiere dc ll' Esercit<J . cmo rifatte. ac rcsciute, fi orenti. e gareggiano di
bellezza, di eroismo colla nostra noua; e io testé visitandole potei ritrarre dai loro volti e da i loro applausi q ual sia il patrio ardore che le infiamma. Tutto ci fa sperare che la mediazione offe11acl da du e potentati generosi ed amici sia per avere pr ,110 fu1e. E 4u ai1cl o la nostra fi ducia 1·o ssc de lusa, ciò 11011 c ' imped irebbe di ri pi gliare la guerra con ferma speranza della vi noria ( . . . )» '·" ·.
Una dell e prime decisioni del governo Gioberti era stata quella di eliminare l'inc, uto Bava appena poss ibile. Di ciò Gìoberti aveva parlato con Carlo Alberto, convi ncendo lo facilme nte, ia perché non aveva perdona o certi apprezzamenti quanto meno poco genero i espres i pubbl icmnente, ia perché si cullava nell'intesa che a tempo debit arebbe tornato all a testa delle truppe con il Chrzanowski capo d i .M. Generale, ma comandante effettivo. Tuttavia si faceva sempre . enrire il de iderio di un uomo indi cutibilrnente capace cui affid are le operazioni, di un generale «di nome» insomma, in grado anche di riso llevare gl i animi . La proclamazione di L uigi Napoleone Bonaparte a president della repubblica francese parve l'occasione propizia per un altro tentativo . Fu invi ato a Parigi il conte Are e, puntando ulla sua vecchia conoscenza con il princ ipe-pre idente, per recare i complimenti del governo e ... fare sondaggi_ Inevitabi lmente, la mi ione fu ingenua, inutile e mortificante. Un capo di altissimo live llo, come il maresciallo Bugeaud. non avrebbe mai accettato se non con il supporto di un corpo fran cese; un generale «a voué par le gouvememenf>> non arebbc stato ceduto per non compromettere I'imparzialita della mediazione con un ' intromissione o tile al! Austria; un generale «non avoué» sarebbe stato concesso, ma l 'invi ato sardo doveva trovarselo "'. Furono presi contatti con wnoricière e Bed au che dec linarono cortesemente l'invito, e con Magnan, che perse credito a causa del troppo interessato comportarnento dei , uoi fidu ciari . In defi nitiva, fu presto evidente trattars i d i ricerche vane. A dire la veri tà, il vecchi o genera le napol eo nico Pelet aveva osservalo confidenzialmente che non valeva la pena di cercare tanto, quando, ''° Gi,1bcrti ad Abo;rcromby e Bois- le-Comte in data 29. 1. 1849. F. CuR,Xl'O, Sorde)i/10 e Gran Bretagna cii., U. pp. 54-56. "' Schwarzenberg a Colloredo in data t2 .2.1849. in L. CHIALA. op. ciu11a. p. 29K, nota l. "' E. DI No1,FO, op. cirara , V! , p. 93. "' R. 13 Nl'ADIN J. Vita di F. A rese, Ruux_Tori no 1893 , p. 99.
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tul!o sommato, Bava valeva più di coloro che si ten tava frenelicm1.ente di ottenere 11" . Poiché di Bava non era assolutamente il caso di parlare, bi ognava al lora accettare la s ituazione esistente con 4ual che modifica. La prima fu immediata: il 2 febbraio De Sonnaz, promosso generai d'armata , era destinato a Chambéry come commissario straordinario, e Alfonso La Marmara nominato mini tro della Guerra. H 7 febbraio il consiglio dei minisui pre e in esame la situazione complessiva, dovendo indicare al Paese la linea politica. Su ll a mediazione era inutile fars i ill u ioni ulteriori. Londra vedeva volen ieri un va to Stato cuscinello tra Francia ed Au. tria nell'ltalia settentrionale, ma in prospettiva futura. Agli occhi ingle i il problema italiano appariva adesso in una luce ben diversa da qu ella della primavera precedente; se I, sconfitta di Cu toza non aveva più consentito di p ·n ·are seriamente ad uno Stato dell'Alta Ital ia otto ca a Savoia, il sempre più a cenmato irrigidimento austriaco costringeva a considerare pressoché inevitabile la rinuncia a pretese territoriali par.liali. D'altra pa11c. l'avvento dei democratici al governo sardo fo.ceva temere il 1iaprirsi del conflitto con inevitabili conseguenze rovinose. In sostanza, l'obiettivo di Palmerston si era via via li mitato si no a ridur i a persuadere il Piemonte che avrebbe ottenuto migliori condizioni di pace attraverso la m diazion che non da una nuova guerra senza speranze di vittoria. 1129 gennaio il marchese Saul i, nuovo ambasciatore a Londra, riferl a Gioberti la sintesi della sua prima visita a Palmersl n. li ministro deglì E teri era stato cltiaro: «Non si può creder , a suo avv iso [di Palmer ton], a sol uzione del problema territoriale diversa dallo stato quo ante bellum e vi consiglia fo1temente di accettarla. Voi siete deboli , dice, e l'Austria è fo1te: arebbe follia ostim i senza alcuna probabilitt1 di successo». Ed alle ragioni avanzate da Sauli, l 'i nglese tveva ammesso il timore che Ja mediazione non giunge e a conclusioni a causa della indisponibilità dell'Au tria, ma anche aggiunto: ~Quanto alla guerra, voi avreste sicuramente bisogno clell 'aiuto della Franci a, che ve lo fa rebbe pagare caro. Bisognerebbe pagare le pese di guerra e dare subito in p gno la Savoia ed alcune fortezze: questa occupazione 1emporanea potrebbe benissimo diventare permanente. E' sempre pc1icoloso avere lo straniero in casa ( ... ). La Russia ( ... ) ha L111 'a1111ata pronta alla frontiera unghere e: le sarà facile avanzare e rendere libern l am,ata au. 11·iaca che attualment'e controlla l'Ungheria( .. .)» ns . "' L. CttlAI , op. citotn, pp. 293-296. Fra l'altro. il generale Pele1 , mandato il li gennaio a Torino da Lui gi Napoleone Bonaparte per ringraziare Carlo Alber10 delle congra111Jazioni. aveva osservato le lrnppc piemont1:.s i e ricavarn l'impre ss io ne che l'os~ero ben lungi dal poter c111rnre in campagna (F. Pi, t::Lt.l. op. citata, ili. p. 790); il che lo indu " a condannare «la foll ia della guerra nella maniera Jliù aperta e decisa.» (Abcrcrornby a Palmers1on in da1a 3 I. 1.1849. in F. C I\ATO. Gran Brcragna e Sardegna, ìt. Il, p. 77). "' Saul i a Gioberti in data 29. l.1849. in P. CUR,\TO. Sardegna e Gran Bretagna. cii.. Il , pp. 60-61 : cfr. O B RII;, op. citata. p. 256 e seg.
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Parigi mostrava adesso simpatie per il Piemonte, ma considerava la causa italiana seriamente compromessa e per di più risentiva di persistenti difficoltà interne. Vienna, poi , aveva assunto una posizione sempre più rigida col migliorare della situazione nell'impero: non intendeva assolutamente consentire a varianti territoriali rispetto ai trattati del 18] 5, convalidati dalla vittori a del J848; l'assetto del regno Lombardo-Veneto era questione di politica interna austriaca, ed il pericolo di una rivoluzione sociale che dall'Italia centrale poteva dilagare in Europa riguardava llltti i gove rni "". Si aggiunga che I' Ausl1ia non avrebbe certo rollo l'armistizio cl' iniziativa per non passare dal Ia parte del torto di fronte all'Europa, mentre il Piemonte non era mate1ialmente in grado di tenere indefinitamente alle anni 130.000 uomini con una spesa mensile di circa dieci milioni. Tn sostanza, il dilemma piemontese si traduceva nell'accettare una pace fondata sulla realtà territoriale del momento, oppure nell'entrare in guerTa. La prima soluzione appariva a dir poco disonorevole e disonorante per i ministri che avevano caldeggiato la mediazione, e neanche da prendere in considerazione per coloro che vagheggiavano la liberazione del!' intera penisola. La seconda, nessuno poteva nasconderselo , equivaleva veramente ad un passo disperato , ma «in fin dei conti, l'esito di una battaglia, cioè di uno Stato, pendendo talora da un tratto di dado ( .. .) ess i speravano che avrebbe girato favorevolmente al Piemonte»!'·" . Si noti che Londra non perdeva occasione per battere sul tasto della dissuasione. Il lO febbraio Palmerston ricevette Sauli e, dopo aver letto una nota di protesta sarda sulle violazioni delle clausole d'armistizio da parte austriaca, convenne sulla verità di molte osservazioni, ma osservò anche che proprio non vedeva dove il Piemonte volesse parare. Ed insisté sull ' impossibilità di muovere guena ali ' Austria senza la benché minima probabilità di successo. Tra .I' altro, se nella campagna del 1848 gli aiuti lombardi erano stati esigui, meno ancora si poteva attendere adesso. «Sono illusioni - ripeté Palmerston - , non potete commettere la follia di ricominciare la guerra: Ja vostra annata è poco numerosa e vi basterebbe per la difesa del territo1io, ma non per prendere l'offensiva. E quanto all 'aiuto della Franc ia, sono certissimo delle intenzioni pacifiche cli Luigi apoleone: iJ partito deJla pace e dell'ordine ha preso completamente il sopravvento ( . .. ) » . L' unica ammissione che fece fu che il Lombardo-Veneto non sarebbe rimasto a lungo in mano austriaca '-".
"'R.
MOSCATI,
La diplomazia europea e il problema italiano del 1848-49, Firenze 1947, pp.
l 11 -11 3. 137 A. BROFFERIO , S toria del Parlamento subalpino, lii , lettera del ge neral e Giacomo Durando, in L. CHJAL.~. op. citata, p. 300. -. "' Saul i a Gioberti in data 11.2. ! 849, in F. CURATO, Sardegna e Gran Bretagna, cit.. 11, pp. 66-68. 1n allegato , Sauli aggiun ·e un ' informazione pervenuta da Parigi: alla presenza di un diplomatico inglese, Thiers aveva affein1alo che il massimo che si potesse fare per i lombardi era di salvaguardare i beni delle persone compromesse.
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lntanto La Marmara prese di petto la questione del Comando Supremo e la spuntò. Venne tabilito di nominare Bava ispettore generale dell 'esercito. Chrzan wski comandante in capo ed Alessand ro La Marmara capo di S.M. Generale. on poteva defi nirsi una oluzione molto brillante, comunque La Marrnora non ebbe tempo di ritoccarla sostituendo il frate llo, a giudi zio generale privo delle qua lità richieste dallo pecifico incarico. perché un incidente politico lo spime a lasciare la carica •~. Il 9 febbrai o sub ntrò al suo posto il general e Chiodo, comand ante del ge nio delJ 'armata , il quale , secondo F. PinelU sebbene molto preparato tecnicamente «non era acconcio ali ' alto ufficio, perché non dotato di ·ufficien te e ne rgia» e opratturto mancava di adeguata cono cenza del personale. Sentiamo il bisogno di procedere a passo a passo in questo «avvicinamento» alla guerra per meglio porre in luce incongruenze e responsabilità. IL 12 febbraio il senatore Roberto d Azeglio descriveva al figlio Emanuele segretario della legazione arda a Londra, il peno o stato disciplinare dei reparti: « ... Gli ufficiali superiori più es peni dichiarano che occorreranno anni interi ed una voloni/l fonc e cos1amc per rimediare agli inconvenien1i prodoni da una stampa provocatrice e disordinat:1, e tu sei t:ermmcnt e info rmaro che ilrzanowski , Giacomo Durando, Frnn?.i ni e molti t1 ltri ge nera li hanno diç hi arato all ' una nimi tà che l'ann ata non è in gradl> di presen t~rs i nl nem ico. no n per mancanza di coraggio. certamente. ma per difello di disciplina. Corpi in1 cri. fra i quali la brigata Savoia. hanno dichi~m10 che non pa scranno il Ticino, a meno che non i 1rani di allaccare i fratelli Lombal'di, che accusano di fa r paga re perfino l' acqua cl1e bevono, di nulla fare di mile e di ri ceve rl i a colpi di fucile(, .. )» 1-•u .
Ebbene, lo resso giorno il mini tro Tccchio sosteneva alla Camera che «il no tro esercito è fi orente, è raddoppiato (... ). oi felic i che le nuove ord inan ze e i nuovi annes i si sono poco meno che presti (. .. ). Mostrerem o, o signori, assai rattamcnte il nostro petto e il nostro viso al nemico, e gli vedremo un'altra volta I . palle. Perché noi voglinmo la gue1Ta non per la gue1Ta, ma per la vittori a; vogli amo la guerra non per anestarc i ma per co1Tcre di carri era; non perché l'esercito ·i infenn i ne lle paludi di Man tova. ma perché spieghi gli allori educati al sole italiano»'". Un commento è upcrfluo! Il I 5 febbraio furono pubblicate le nomi ne rni I itari di cui i è detto. Anco ra una volt a il Co mando Su pre m o era affid a to a m a ni in adatt e. Chrza nowski non aveva la stoffa del comandante, né Ale sandro La Marmorn 4uella de l capo di S. M. Generale. Aci onore del vero ess i stessi si sentirono a '" Un commento del giornale La Concordia del 3 febbraio, ri1enu10 i pira10 da qualche ministro, fece capire che La Mannorn si stava convenendo alla ... Si ni stra. Ne seguì una ncHa smentila dell'imeressa ro, che 80 deputati democ ratici di ~approvaron n e che il dire1101·c, il deplllato Valerio. non voli,; pubbl icare. 011 questo le sdegnose d imiss ioni di La Mmmora. ,.. Jn L. CHtALA. op. citata. pp. 304-305. " ' I n L. CHJALA, op. ciww. p. 302 . no sellimana più Lard i il segretario di legaii on e Me tzburg ~c rìverà a Sc hwarzenberg eia Milano che «lo stai o d ' animo dell a armala sa rda,, era sempre depresso e per 11.iencc combart ivo (A . F11.IJ'UZ2t. A,mria e S"rdegna cii.. I. p. 40 t ).
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disagio , rendendosi conto di non trovars i al posto giu to , in particolare i I primo, che subito chje e a Gioberti di ri rvare al re il titolo di comandante in capo. Due giorni dopo ve1mero entrambi invitati a partecipare ad una 1iunione del con iglio dei ministri. Glj argomenti sul tappeto erano parecchi . Prima di tutto il ve1tice dell 'eserc ito, al cui riguardo fu un anime l'accordo di consentire a Carlo Alberto di tornare «alla testa de ll truppe», lasciando a Chrzanowski il comando effettivo con il titolo cli generai maggiore dell'e ·ercito tto la propria responsabilità i.n nome del re. Il secondo punto rifletté, ancora la poss ibilità di riprende re subito la guerra. a1uralmen1 Chrzanowski pro pettò di nuovo 16 obiezioni avanzate nella confer nza del 7 gennaio e ricordò le carenze specificate nella relazione trasmessa il J5 genna io al mini stro De Sonnaz "' . «Elencai - riferì alla commissione d"i nch ies1a - i numero i mo1ivi che i opponevano ad una simile riso luzione I= rouura clcll"urmi sri zio], d ichi ar:mdo che . e si vo leva for la guc:rro. occorreva preliminarmente occuparsi de i prepara1iv i che tan le volle avt,vO indicaù e che fino allora era no stitli trascurati , in specie il servizio sanitario, quello degli zappawri. quello dei iveri e quello dei 1msporti , che lulli qu 1mro eran o lill i appena ~bboz;r,ati e che sono preci sati ne i due rapporti d i cui sopra.
li ministero mi promise di oceupar~ne e di soddisfare le mie richii!sl". esigendo per co,uro che mi mettessi in condizioni di poter ricomi nciare lu guerra il più presto possihile ( ... )» ,n_
ell'attesa di porr riparo alle rnanchevoleu.e e tenendo conto dell'inclemenza della stagione in cmale, : i doveva attendere !a fine di marzo. Tuuavia. disse Chrzanowski, ove si fossero verificM.e circostanze eccezionalmente favo revoli (insurrezione d i Milano o di Vienna. attacco deci ivo a Venezia, grand e vittoria uogherc e) egli arebbe iato d isposto a trovare nella nuova situazione un compenso adeguato alle carenze dell 'e~ercito. Non è chiaro come pot sse reputare parricolam1enr vantaggioso un attacco au triaco contro Venezia, a meno di ritenerlo seguito da uno sbarco francese' ", ad ogni modo anche l'ar" ' Esislono ommsti fra le varie dcposizfoni sulle vicende della campagna del 1849. Un esempi o è forn ito dalla depo.i iz io ne d i C hiodo, il quale affennò non aver C hrzanow,ki parlato di defieie,w.e duran te lu riun ion1,; del 17 l'ebbra io, ed al Lrcsì so,te1111 e di 11011 aver preso conosce nl.a della relazione irasme:;sa il 15 gennaio perché anteriore alla sua a ·unzione di carica. Ora. non ,oltanto è inco mprensibile che la ci tata relazione non ia stai a 1110 tr.ita al nuovo ministro. ma 1·e;,posizione cli C luzanow ski risulta ~<J1 1fe nnatn d ai m ini stri Cadorna ~ Te~chi o . "' CSM, Rela:ìo11i e mpponi 1849 cii., p. 7. ,uAlla fine di gennaio cominciarono a circolare voci di un imminente attacco austriaco per riprendere Venezia; al c he i go verni francese ed inglese s i prencc uparo no d i d is uadere qt1elln sardo dall"iJ1tervenire in qualunq ue mod o per aiu lare la cin:, ribd le, diversamente le con seguenze di quell' «auo di aggressione ». cioè di rottura dell"annislizio. sarebbero tulle ricadule sul Piemonte (E. Dr OLl'O, op. ciwta . VI , p. 62). Peraltro la Franc ia vide anc he un'a ll rn po ss ibil ità e propose all' In ghi lterra l'o ccti pazi onc militare congiunra di Venezia (Normanby a Palmer ton in dm.a 3.2.1 849 in O. B ARI È, op. citata, p. 266), co u che Londra respin~e ncuamcme (ibidem, p. 268).
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mata di Radetzky sembrava risentire di tensioni interne a causa delle diverse nazionalità dei soldati 14-I_ Dopo questo sguardo panoramico, Chrzanowski chiese direttive per l 'impostazione del piano di gueITa, ed a tal fine illustrò le due possibili scelte strategiche. La prima mirava ad evitare uno scontro risolutivo , perciò intendeva procedere ottenendo successi parziali, logorando l'avversario e lasciando che matw·asse il momento più opportuno per il confronto diretto . L'altra si riduceva all'immediata battaglia decisiva. Questa seconda linea d'azione presentava un fortissimo rischio: se vincitori , la sproporzione delle risorse a disposizione avrebbe costretto sicuramente ad affrontare una seconda e fors ' anche una terza battaglia, ogni volta giocando tutto per tutto; se vinti, la partita era subito chiusa. «Après cet e.xposé - riferl Chrzanowski - je demandai au ministère de décider lequel de ces deux genres de guerre je devais pratiquer» 146 • li quesito ci sembra assolutamente pertinente, non soltanto perché riconosceva la preminenza pol itica nella decisione e nella condotta della guerra; ma anche perché trascinando per le lunghe la campagna diventava più che verosimile l'intervento politico cli terze Potenze, e rischiando tutto sin dall'ini zio occoneva accettare il concreto pe1icolo di vedere Radetzky a Torino in pochi giorni. Ovviamente, sul piano operativo il solo fallo di aver presentato due possibili soluzioni stava a significare che, peJ chi le presentava, erano entrambe accettabili. La commissione riassunse: ,,Nacque allora fra i rninisrri, al dire del generai maggiore, una discussione sul sistema da adottare, nella quale due o Lre opinarono doversi preferire la guerra lenta ma prevalse infine il partito della guerra ardita , od almeno il generale così suppose. Il fallo si è che fin d 'all ora egli ne prese la detem1inazione e credelte fosse quella dei min istri( ... ). E' naturale che dopo I·es ito fatale di tale detcrmjnazione ognuno rifugga dall "addossarsene la responsabi lità. I minislri ammisero essersi trattata la questione e la svilupparono nelle loro deposizion.i, ma dissero averla essi creduta queMione puramente mi liLare ed abbandonata al giud izio del generai maggiore. Furono però comu nqu e richiesti dal medesimo a deliberare sui pericoli dello Stato elle governavano e della causa che trattavasi di propugnare. e se non diedero l' ordine di adoHare que l genere di guen·a , esso non fu al certo da c.ss i respinto,,...,_
'" In dicembre due uffic iali , inviati nel Lombardo-Veneto sotto altre vesti , avevano presentato un rapporto circa l'am1ata austriaca. Essa risultava contare circa 109.000 uomini, di cu i 15.000 mal ati, con 252 bocche da fuoco. Sul morale delle truppe incidevano le preoccupazioni destate dagli avvenimenti delle rispettive patrie, ma l' ostilitit verso gl i italiani era raie che, data anche la rigida disciplina, essi si sarebbero battuli senza cedimenti. ' " CCSM, Relazioni e rapporri 1849 cit., p. 7. '"'CCSM, Relazioni e rapporti 1849 ciL, p. 697. Chrzanowski riferì: «Le ministère me répondit que je devais fa ire une guerre vive, risquant le tout pour tout, a.fin d' amener rapidement l'enne mi à /aire la paix» (Ibidem , p. 7).
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Fra le slranezz di quella riunio ne, una fo rse spiccò sulle altre. TI motivo di fondo dell a conferenza probabilmente non era tanto il ritornare su argomenti già di cussi in gennaio. quanto e. aminare gli aspetti militari di un progctlo di Gioberti - asse nte que lla sera p rché indi sposto - che tava sollevando scalpore. Fin dall ' inizio de i lavori della nuova Camera, i era profilato netto il contrasto fra la po li tica e tera, in fo ndo di rampo moderato, di Gioberti e quella dei democratici, ben diversam nte impostata. TI primo accu. ava i democratici di F irenze e di Roma di aver fo tto fallire L'accordo tra i sovrani e, di conseguenza, la possibi li tà di una conl'ederazione, nonché di aver creato nell'Italia centrale uno sta to d i anarchia preoccupante per il pericolo di un intervento austriaco ..,. Non era questione di «re raurazione» di prmcipi , ma di ev itare il eontagio di un peri colosissimo fo colaio di infezione propri o all e porte de ll a Liguria. Tirate le somme, Gioberti aveva pensalo ad una opcrazjone militare in To cana, affidata al generale Alfonso La Mannora •~~, per riportare al governo i moderati . Dopo la Toscana, G ioberti intendeva fare altrettanto con lo Stato pontificio. ome ri ultato finale, sempre s condo le sue fiduciose speranze, i due Stati i arebbero trovati nell'orbita piemome e; così con i ·appoggio della Francia e dell'Tnghilterra avrebbe potuto proseguire le tratt ative con l'Austria di. ponendo di magg ior prestigio . Gioberti aveva fatto arnie i uoi calcoli sotto ogni aspctlo. Il IO f bbmio aveva parl ato delle ue intenzioni con i mini stri , pur senza chiedere una fomiale approvazione, e successivamente si era recato da l re ottenendone un as enso di massima (con molte riserve mentali). Da quel momento dette il via ad un'attività politico-diplomatico-organizzativa gesti ta in prima per ona ma destinata a perdersi in mezzo ad ambiguità, incert zze ripcn. amenti e contrasti. A p1ima vita tutto procedeva bene: l 'offerta di un gencr o intervento mili tare era accettata con gratitudine da Leopoldo JT e de iderata dai to. cani per sfugg ire al i incipiente anarchia; Carlo Alberto concordava con il pres idente del consiglio per vari motivi, non cerro ultimo de i quali il ritenerlo sostenuto dai minitri; Palmer ton si mostrava oddisfatto del ritorno al potere del g randuca; Luigi Napoleone riconosceva la necessiti\ che l'Italia avesse un governo «forte e liberale ad un tempo». Ma Gioberti si illudeva sulla solidi lì1 cli questo conseno generale. n 15 fe bbraio, ad una nu va riunione del e nsiglio dei ministri, l'argomento susc itò un se rio dibattito che il Rattazzi ri solse con un compromesso: data per irrevocabi le la rottu 1"1 deH'anni stizio appena poss ibil e, si ri conobbe conveniente, prima di approvare la spedizione in To cana (alla quale ne . uno si mostrò o tile i.n line, di princip io), ottenere la certezza che essa non arebbe '" ln quei giomi L opoldo Il .i ern rifugiaio n Porto S. Stefano e l'assemblea costituente roniana aveva proclamato la rtlpubblica. ,.,, La Marniora accenò l'i ncarico Il condi zione cli poter. H tc,mpo deb i10, costituire co n regolari e volontari detr ltalia c~ntrale un c.:orpo (25-30.000 uom ini ), 1.JUU!e ala d~stra dcll'am1 ,11a sard a.
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andata a scapito della guerra contro l'Austria. Bi ognava in definitiva, nlire hrzanowski e poi decidere. Tutti si trovarono d 'accordo ''°. Or dunque, econdo Chiodo, adorna e Tecchio, nella riunione del 17 uno dei ministri (non precisarono di chi si tratta. e) pose al generale maggiore la domanda: «per mera curiosità vorremmo sapere e forse le nostre condizioni militari ci pennettano di spedire entro Toscana un qualche nerbo di trnppa, a togliere di mezzo quella repubblica e ristaurare il governo del Principe». Al che, Chrzanowski, oltremodo stupito, rispose chiedendo a sua volta se sì intendeva combattere contro gli austriaci o gli italiani e piegando che c'era il pericolo di impelagarsi in un'impresa più lunga e difficile di quanto i pensasse. «E senza più - riferirono i tre ministri - l'incidente ebbe fine; avendo dichi arato i mini stri che, secondo la loro intenzione, tutti gli studi e le forze dovevano essere con aerate alla conqui ta dell'indipendenza» m _ on i può che re tare perplessi per il modo con il quale il probl ema venne esposto a Chrzanowski. A parte il fatto che questi non lo prese nemmeno in considerazione in ede cli relazione, tanto lo reputò fuoxì luogo in quei moventi, è ev idente il cambiamento di opinione dei ministri, as ai sensibili agli ondeggiamenti delle inclinazioni popolari. Gioberti, invece, ricevuto hrzanowski a casa propria prima del.la riunione, ricavò dal breve colloquio conclusioni evidentemente non del tutto incompatibili con i disegni perseguiti. ln breve profilatosi inconcil iabile il contrasto con i ministri, volle forzare la mano giocando la carta delle dimi . ioni , sicuro dell'appoggio popolare, fiducioso in quello ciel re e speranzoso di attirare dalla prop1ia parte il ministro degli Interni , Rattazzi. Le cose andarono diversan,ente. Carlo Alberto messo al corrente da Rattazzi dei gravi di s en i in ambito governativo, il 21 febbraio accettò le dimissioni nonostante violente dimostrazioni di piazza. Il mini tero rimase in carica e Agostino Chiodo, ministro della Gueua , ass unse anche la presidenza del consiglio. Alla Camera egl i rispo. e ad una pr cisa domanda di Depretis. circa !"ordine di intervento in Toscana: «Che sia . lato dato un tale ordine io non lo so; quello che so si è che il con ·iglio dei mini tri non ha mai deliberato d 'intervenire militarmente in Toscana, e che il mini, tero atluale non ha nes una intenzione di prendere tale deliberazione» 1" . Per fortuna, almeno sul piano int mazionale la questione (che poteva volgere aJ peggio) si riso!. e felicemenlc. Leopoldo IT aveva informato il nipote rancesco Giuseppe della burrascosa situazione creatasi in Toscana «anticipatamente sicuro del [~uoj benevolo interesse»'·'' cd il gabinetto di Vienna che p r altre vie era venuto a cono cenza della proposta di aiuto avanzata da Gioberti ed impulsivamente accettala dal granduca, comunicò al r di apoli 0 " E. DI NOLFO, op. citat(I , VI. pp. I l9- I I. " ' CCS Relllzione e rapporii 1849 cit., pp. 753-754. '"E. DI Nou=o, op. ci1a1a, VL, pp. 131-138. '" N. BIANCHI, Op. òtara. VI, p. I04
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ed al papa che l'entrata di un contingente sardo in Toscana l'avrebbe indotto a considerare rotto l'armistizio e ad attaccare il Piemonte. Da Ferdinando Il la notizia, insieme con l'offerta di ospitalità a Gaeta, passò a Leopoldo 11, il quale prontamente fece marcia indietro e decise cli bloccare qualsi asi iniziativa del governo di Torino. La lettera, anzi le due lettere con cui rinunciò formalmente all'intervento piemontese giw1sero a Carlo Alberto proprio nel pomeriggio del 21 febbraio 15 1• La caduta di Gioberti lasciò assoluta via libera ai democratici e provocò nuove preoccupazioni in molti, a cominciare dagli ingl esi. Quel giorno Abercromby mise al coITente degli avvenimenti Palmerston e fece alcune considerazioni: «( ... ) Sua Maestà Sarda ha preso , io te mo , una deci sione fatale per il suo personale interesse e per il suo prestig io, perché è possibile c he tra non rnoJto tempo egli diventi,vittima degli intri g hi di Mazzini e soci , e vec;!_a la re pu bblica insedia rsi nei suo i St ati ; oppure che la rnonarc hi a venga sa lvata da una reaz ione mi litare ed egli veda il pote re trasferito dalle sue man i a que ll e di suo fi g lio , il duca di Savoia » "'.
La lettera si incrociò con un dispaccio cli Sauli da Londra, indirizzato a Gioberti, di cui ovviamente ignorava la caduta e la sostituzione agli Esteri con il generale Vittorio Colli di Felizzano. Si trattava del riass unto di un nuovo colloquio avuto il 22 febbra io con Palmerston, il quale non aveva perduto l'occasione cli sottolineare che, alla fin fine, «secondo il diritto delle gentil' Austria è in possesso legittimo del regno Lombardo Veneto, mantenuto in virtù dei trattati nonché delle vittorie delle sue armi» e quindi si poteva considerare inevitabile che non intendesse cedere «un pollice di territorio». Poi , scuotendo la testa , il ministro aveva osservato: «Perché le minacce di gue1Ta nel discorso del re di Sardegna? In questi casi le misure debbono esser prese silenziosamente, senza avvertire ne ss uno, salvo ad agire quando si creda giunto il mom e nto . Altrimenti si danno anni agli avversmi», ed ancora sconsigliò la guerra 15''. II 26 febbraio Chiodo si recò al Quartier Generale in Alessandria. Visto l'orientamento della Camera, vol eva rendersi esattamente conto di come stessero le cose. Molto opportunamente la commissione d 'inchiesta sottolineò che, " ' Ibidem, pp . 466-468. "' Abercro mby a Palme rslon in data 2 1.2. L849, in F. CUR,~TO, Gran Bretagna e Sardegna cit., Il, pp. 108-!09. Cl"r. 0 . BARJÉ, op. ciww , p. 257. 1 ' ' Sau li a Giobert i in d ata 22.2. l 849. in F. CuRArO, Sa rdegna e Gran Breragna c it. , II, pp. 72-74. Le osser vazioni di Palme rston risenti vano ev ide nteme nte di un a co municazio ne fai.la da Schwarzcnbe rg il 12 fe bbraio, tramite Coll ored o, a seguito de l d iscorso de lla Co rona di Carlo Alberto. li cance lliere austriaco, fra l' ahro , ri marcava che la pre tesa d i indum, !"Austria a cede re un territorio riconquistalo con le a rmi non e ra che «una stravaganza degna della de me nza de i demagoghi italiani ,, e chiedeva al governo in glese , quale mediatore, se esso ri conoscesse que l regno dell ' Alta Ita lia c he il diritto inte rnaz ionale e uropeo ig norava e se, a suo av vi so , Ca rl o Albeno fo sse investito «del po te re esorbita nte d i cambiare eia solo i confini territori ali stabiliti dai trattati» (Cfr. E. D.1NOLFO, op. citata, VI , p. 74 ).
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per le necess ità dell'armata rappresentate a suo tempo, «L'esecuzione di ogni cosa dipendeva unicamente dal ministero, ed aveva luogo per la più gran parte delle cose in Torino» '57 . La conferenza indetta per il 1° marzo con la convocazione dell ' intendente generale, col. Alliaud, il comandante de i parchi d"arti glieri a ed il comandante del genio , vide dunque ripresentare la quasi totalità dell e deficienze cli natura organica (graviss ima insufficienza numerica di ufficiali subalterni di fan teria) e logistica (assoluta indisponibilità di cavaLI i per il parco del genio e l'equipaggio da ponte; assoluta di sorganizzazione del servizio sanitario; deludente funzionamento nella nuova organizzazione del servizio di sussistenza, motivo per cui si preferiva tornare al sistema dell ' impresa). A coronamento del) 'esposizione, il colonnel lo Alliaud chiese per la terza vo lta 1'esonero cl ali ' incarico. Ch iodo pre,5e nota di tutto, ordinò cli fare un progetto di riorganizzazione per il vettovagliamento e disse all'intendente «di provvedere a guanto occorreva, senza badare a sacrifizi » ,,~. Rientrato poi a Torino, assicurò il consiglio dei ministri che «alquanto prima della metà del mese ogn i apparecchio sarebbe compiuto» 159 . Nella capitale la temperatura era alt issima e l'attua le maggioranza della Camera inneggiava ciecamente alla nuova avventura , mentre nei moderati stava subentrando un crescente vago timore che li fece inclinare sempre di più verso la guerra, anche se con molte incertezze. L'intervento ideato da Gioberli in Toscana avrebbe indotto Francia e Inghilterra a muoversi dec isamente in favore del Piemonte (! ), ma ora? «Si farà la guerra? - scriveva Cavour ad un amico il 1° m,u-zo -. Era possibile con Gioberti che aveva riguadagnato la fidu cia dell 'csercito [?), ma con questo! Se non si fa la guerra, come ottenere una pace che non sia vergognosa? Ecco i terribili problemi la cui soluzione non si riesce ad intravvedere» 160• L' unico partigi ano della pace sembrava rimasto Massimo d'Azeglio: «Si giuoca su una carta - scriveva il 2 marzo al fratello Roberto - , con nessuna probabilità, il Piemonte e l' Itali a( ... ). Chi proporrà Ja pace farà un atto di gran coraggio e da gran cittadino» 16 ' . Effetr.ivamente occorreva molto coraggio. 11 2 marzo il deputato Raffaele Cadorna, fra tello del ministro Carlo, ricordò le «imprevidenze» che avevano condotto ali' infelice esito della campagna del "' CCSM. Relazioni e rapporti cil. . p. 699. ''" Ibidem, "' Ibidem, p. 759. "~ Ibidem, pp. 3 14. L' insostenibilità dell a situazione po(j tica interna slava raggiungendo J' esa~pernzionc. Una sellimana dopo, Cavour con fesserà di vo ler la guerra solo «comme un moyen ti" en finir». Se si vince, pensava, è la pace; se si perde. il re abdicherà, noi pagheremo i dann i di guerra e lutto sarà fin ilo. Comunque sia ,,il nous co1, tera moins q11e de resler dans /' état otÌ nous somm e.\"» (ibidem, pp. 320-32 1). "'' Ibidem, p. 315.
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1848 e poi si soffem1ò con soddi . fatto compiacim nto sulle condi zioni dell 'esercito alla vigilia del nuovo impegno bellico: \<( ... ) D' alloro in poi. o signori , noi vediamo ass ai più che d upli cata la fa nLeria , lulle le ri se rve otto le armi, una divisione lombarda fornita d i tullo punto. I quadri completi. l' eq uipaggiamento al uo te nnine; !' i. lrnzione militare indefe ·sa; due nuovi reggimenti di cas•allcria organizzi11i; nel corpo del geni o g li ullic ial i aumenta ti in modo corri~pondenl.e al bisogno. triplicata la forza de i zappatori , i grandi parchi fomiti. un ben inteso rego lamemo pcl servi zio del genio in campagna fatta di pubblica ragione e messo in \•igore. Dopo di ciò 11011 lascierò di accenniu·vi i nostri 5G bauaglio ni di guardia nazion~le mobilizzata, di cui gran parte già va lic1u di recarsi sotto le armi( .. . ). Alcuni capi furono rimo i. e se taluno ancom e istesse ~ul quale pc a se anche la sola taccia di freddezza , o d'l111popolari1i1 PJ, non dubitiamo cht: si vorrà su di si far pesare le alte necc~sità della patria . .. Che diremmo poi tlel van tuggio di conoscere orn il terreno e delJ 'esperienza di luttc le vari e e simultanee operazioni della guerra? Che dirò di cnczia che. oltre al fornirci altro buon numero di armati alle spalle cie l nem ico, ci dà un'am mi rabil e po,iz ione? Che di una popo lazione . che il nemico seppe renders i avversa, e che ci a~pcun coJ cuore pa lpilatllc ( ... ). o i acceuiamo eziandio le proffcrt' di boon volere delle 11J1re province italiane. le quali non è lecito censurare. pt:rché la storia dirà che se fin qui r1011 fecer dì più. ciò provenne daJresscr di,avvezzc a milit ari isti1uzioni. e perch é ponavano nel loro seno " per loro capi cuori ausiriad ; come la Loria ammirerà pure i nostri conati lontani da ogni declamazion.:, " dirà che alla for:a andava con noi co11gi111110 il .1·e11no» ""-
Il Chiala amò credere che si mile di scorso - la cui lettura non può non provocare disagio, perch , pronunciato da un ufficiale in ervizio (i I Cadorna era maggiore del genio) e, di con eguenza. in grado di vedere ad occhio nudo la realtà - fo sse rivolto ad attenuare «quel sentime nto di sfiducia che molti nutrivano. ma a cui nessuno osava dar fonna pubblicamente» 161 • on sappiamo. Certo si è che la frase final e esime da qual siasi commento. Purtroppo, «con noi}) non i accompagnava né fo rza n ~ senno. Il di corso di Raffaele Cadoma era di upporto all'indirizzo della Camera per il re. Questo venne approvalo lo stesso 2 marzo con 94 voti favorevoli e 24 contrari . Il giorno 5 il pres idente Pareto lo presentò a.I sovrano: «Rincorati dall'energico vo lo dclln nazione, la quale non può durare più oltn:: ne lla fatu.!c incertezza, i deputali del pop<JIO vi scon giurano, o Sire. a rom p~re gl i indu gi e bandire la gucrru . Sì, gue1r.1 e pronta. oi confidiamu nelle nostre :umi. elle am,i sole e ne l nostro dirilto abbiamo fiducia»"".
Per obiettività bisogna anche dire che, se governo e deputati erano animati da una frenetica vis p11gna11di arlo Albeno palesava la più schietta soddisfazione per come stavano andando le cos . Quel giorno, con volto raggiante quale da tempo non si vedeva. e con la voce più sonora, ri spose a Pareto: '"' L. CHtALA , op . ci rara , pp. 3 I G-3 19. "" Ibidem, p. 31 6. "' Ibidem, p. 315.
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«Voi mi as icurate che la nuione è pronta ad ogni acrificio; io vi accerto che rcsercito è preparato e fiorente; e che a me ed a· miei figli nulla sia maggiormente a CllOre dell ' onore nazionale e dell ' indi pe ndenza ilali ann '" .
Quel che più stu pisce è la car a importanza attribuita all'atteggiamento dei governi esteri, sul quale pe avano anche gli avvenimenl i dell'Italia centrale. Se I 'as as inio di Pellegrino Rossi aveva suscitato viva ind ignazione, la successiva fu ga del papa a Gaeta, la proclamazione della repubblica romana e la fuga di Leopo ldo 11 a Gaeta provocarono un allam1e generale e, di conseguenza, un ravvicinamento fra le Coni di Vienna e di apoli , cui conispo e un atteggiamento sempre più filo-austriaco de l l'Assembl ea di Francoforte. Si aggi ungano la presa di posizione france se a fa vore del papa e la contrarietà inglese a moti susceltibili di provocare una guerra generale cd il quadro internazionale sarà completo: nessuno era a favore del governo sardo per la ripresa delle armi. Il 6 marzo, non appena sentite alla Cam ra queste parole, Abercromby chiese ed ottem1e udienza al re . Fu un colloquio di tre quarti d 'ora, nel corso del quale il ministro inglese cercò di convincere il sovr,mo ad arTe.\itar i sulla china che conduceva alla ripresa delle armi. Non vi riu scl e, rientrato in ambasciata, mandò uno scoraggiato di paccio a Palrncrs ton " 6 • Era così preoccupato per la situazione picrn ntese che, subito dopo spedì un mcs aggio rinnovando il rammarico di dover constatar che nessun argomento aveva avuto pre a né su Carlo Alberto né sul governo: un te oro esau to un esercire lungi dal possedere un assetto idoneo ad affrontare una campagna, un comando supremo insoddisfacente la certezza di non ricevere aiuti esterni. Tutto ciò Lasciava indifferenti. Arrivati a questo punto, sembrava ritenere un unico modo di fem1are il Piemonte: dich iarare al re ed a due o tTe personaggi, opportunamente c!Li per la loro indi screzione che l'ambasci, tore inglese avrebbe lasciato Torino non appena un soldato sardo avesse varcato la frontiera. Forse tale minaccia avrebbe addirittura provocato I abdicazione di Carlo Alberto ma non pareva e i lere altra via d'usci ta. l n .:i llcgato, Abercromby nrnndò un indirizzo presen tato dal comitato de ll'emigrazione lombru-cla in Piemonte e la risposta del re, con poche parole di co mmento: <Sono semp licemente sba lord ito Lai vede re] come i Piemontesi pem1ettano a questa gente di restar enc qui tranqui llamem con il proposito di rovinare il loro paese>> 167 • A qL1cs to punto , nello stato euforico in cui si trovava il governo, si affac ciò il dubbi o se le clau ole dell' armistizio fos sero da reputarsi vinco lative e se le violazioni delle quali i accu ava Radetzky e ime.~sero dall obbligo della '" lbide111 , p. 319. '""Aber romby a Palmcrsro,1 in data .3 . 1849. in F. IJRATO, Gm11 Brera.~11a e Sardeg11(l cit.. l i. pp. 125-126. "·· Abercromby a Pa lmers1on in data 11.3.1849, in F. Cu~m, Gran B1·ewg11a e Sardegna cit.. Il. p. 12 7.
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denunz ia. In conclusione , prima di decidere si preferì sentire il parere di Chrzanowski per le eventuali implicazioni militari. Così, il 7 marzo Cadorna e Tecohio si recarono ad Alessandria. Concordarono con il generai maggiore ohe, date le circostanze (l 'Austria sapeva benissimo che il Piemonte puntava alla guerra, quindi una sorpresa non era possibile), tanto valeva rispettare la procedura formale. Ciò premesso, la conversazione si spostò su lla data ritenuta più conveniente. Purtroppo su Lma questione così importante il discorso divagò alquanto e successivamente gli interessati fornirono al riguardo testimon ianze così differenti che la commissione d ' inchiesta dovette limitarsi a riportare entrambe le v rsioni. Chrzanowski sostenne di aver toccato tre argomenti . Primo: al quesito • se l'armata fosse pronta ad entrare in campagna, aveva risposto che preliminare le truppe alla frontiera potevano essere concentrate in quattro giorni, però quelle dislocate nella zona di To1ino ed oltre dovevano fare più di otto tappe per congiungersi al grosso del l'armata; non solo, ma i servizi logistici difettavano tuttora di troppe cose essenziali per poter funzionare, perciò «il était impossible de commencer la guerre ava111 fa terminaison de ces arrangemenls» . Il secondo argomento rivelava una preoccupazione di fondo , non manifestata a Chiodo una setti mana prima né al consiglio dei ministri il 17 febbraio: ,Je demandai aux deux rninistres quelle.i· étaienl !es raisons impérieuses qui poussaient avec tan.t de.farce à rompre l' armistice». Ed alla spiegazione che le truppe lombarde non potevano essere più contenute, specie in vista dell 'approssimarsi dell 'anniversario della rivolta, egli replicò che simile ragione gli pareva ben poco valida, anche perché non esisteva al.cun sintomo di moli insurrezionali in Lombardia, e che, piuttosto, conveniva dar tempo al nazionalismo slavo cli pronunciarsi concretamente. Infine, ripeté l'urgenza di colmare al. pii:, presto le deficienze dell 'esercito, in sistendo sul vettovagliamento, da considerare inesi stente come servizio percbé il progetto di riorganizzazione non era ancora pronto e, comunque, occorreva trovare imprese affidabili 16s. Secondo la testimonianza di Cadorna e Tecchio, invece, le cose sarebbero çl!ldate diversamente. In merito alla data , Clu-zanowski avrebbe detto: «Se mi diceste di entrare in campagna domani o posdomani sarebbe troppo presto: ma fra quattro giorni sttrebbe cosa possibile». L'impazienza dei lombardi, poi, era stata citata non come motivo impellente, bensì come circostanza favorevole. In ultimo, le deficienze organizzative dcli' armata erano state credute «d i poco momento» e riparabilissime, mentre il pro blema del denaro non affiorò affatto'6'1. A proposito di questa versione dei ministri, data alle stampe, Alessandro La Mannora, presente alla maggior paite del colloquio, ebbe a commentare in '" CCSM, Relazioni e rapporti /849 cit. , p. 9 e 25. "" Ibidem. 741 -781. Chrza.nowski, a suo dire, ch iese se il governo si fosse procurato il denaro per mamenere J"esercìto (p. 9). 1 ministri asseri rono invece di essere stati in teressati semplicemente aUe modalità delI'assegnazione fondi all'esercito, prefendos i il denaro co nt ante o biglietti <li
IRO
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una lettera al generale Fecia di Co ato: <<Da11 cet opuscule [dei min i tril 01ì
l'on dir de.1· vérités, mais arrangées de ma11ière à se donner raison (par exemple 0 1ì pré1ende que le général maim· ait dit a1.1 Conseil que dans 5 01.1 6 jours il serait prét .... il fallai! qu' ils eussent fait précéder par ces mots: "si puis vous voulez absol11me11t déno11cer et que vous me fournissiez de ce qui 111a11que,
dans 5 011 6 jours'') ... » 110 • In stretta sintesi, in quella sede lutti convennero che il giorno della denunzia dell 'armistizio sarebbe stato stabilito dal re e dal con igli.o dei ministri ; Chrzanow ki dovette consenti re che l'am1istizio potesse es ere denunziato il 1O sperando (!) che la constatazione delle pers istenti manchevolezze fosse da sola suffi c.i enle a far slinare il g iorno X almeno alla fin e del m se 11\ i due min istri tornarono a Torino convin ti ( !) che per il I 8 l'armata fosse pronta e che quindi il 10 si pote e tranquillamente denunziare l'armi tizio. A complemento d ll a riuoion - in merito alla quale quanto meno occorre rimarcare lo strano invio da parte del generale Chiodo di du e mini stri. Cadorna (1 truzione pubblica) e Tecch io (Lavori pubblici). che è lecito upporre a stento pratici del rispettivo dicastero data la recente nomina. in ece di recarsi ad Alessand ri a di persona in qualità di primo responsabile delI 'e ercito, o di convocare il generai maggiore od il capo di Stato Maggiore a Torino sta la stup face nte conc lusione dell a missione. Tl matLino dell ' marzo i due ministri riferi rono il colloquio con Chrzanowsk i nella confe renza dei ministri. al la presenza di Carlo Alberto. Prima di tutto consegnarono gli app unti con 1'e lenco delle carenze dell'esercito a Chiodo, il quale affermò «che parte dei provvedimenti in quella [nota] accennati erano . tati di recente adempiuti e gli altri lo sarebbero cziandio prima del 18 del me e»! Sappiamo di quale portata fossero tali carenze: al meno per la sussistenza e la sanir.à, si trattava non soltanto di materia] i ma anche e principalmente di o,ganizza:ione del servizio : il problema dei trasporti era insolubile a breve cadenza, pur ricorrendo ... ai buoi; gli ord inamenti reggimentali della fanteria si trovavano in piena crisi . Ebbene, quand'anche, per assurdo fosse stato materialmente pos, ibile porre riparo a tutto in dieci giorni , nessun uomo di governo che non fo, se stato leneralmente stravolto dalla passione politica avrebbe potuto considerare risolto il grosso problema della me sa a punto del-
banca di picco lo taglio (p. 759). Comunque. almeno per Tccchìo il problcmn non si poneva perché: «Noi pensavamo che l'cscrc i10 si sarebbe nulrilo in Lombardia con viveri requ isiti sul luogo. e che i Lombardi avrebbero pagaio per la guerra quel denaro che ora pagavano al governo austriaco» (p. 682. nota 6). ""Ibidem, p. 782. '" Ales andro La Marmara dichimò :tll a commissione d'inchiesta che più vo lte. dal 7 al 12 marzo, Chr7.;inowski ebbe a dirgl i: «Vo11s ,·erre: q1(i/s re,•ie11dro111 de /e11r idée de dénmicer à présem /'armistice: cela est imporsible et pour peu qfl'i/r réflessiche111 sur 10w ce q11'i/ y a à /aire e11core, il.,· .W/ rrmvaincront que 11011s ne somme.,· pas prers,, (L. CHIALA . op. citma. p. 320, noia I ) .
LA CAMPAG1 A DEL 1849
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l'annata, in specie dopo la bruciante esperienza del 1848. E' veramente incomprensibile l'acquiescenza del generale Chiodo ali ' imperioso desiderio di Carlo Alberto e del parlamento. Forse a tutti faceva comodo che la responsabilità dell'esercito di campagna gravasse sulle spalle cli uno straniero. Tra i problemi dell'esercito uno rientrava nel più vasto ambito statale: la situazione finanziaria. Si trauava di un altro punto dolente, anzi clolentissimo ed avrebbe dovuto indurre il governo ad un esame estremamente ponderato delle circostanze; invece, influì solo nel precipitare gli eventi. La campagna del 1848 aveva inciso fortemente sulle economie di un bilancio sano ma modesto ed il prolungarsi dell 'armistizio rendeva insostenibile le spese per un esercito, le cui riforme in corso si basavano essenzialmente sul maggior numero di effettivi. Vincenzo Ricci mini stro de lle finanze dei gabinetti Gioberti e Chiodo, si trovò davanti al drammatico compito di reperire in qualche modo almeno una ventina di milioni. I contalti esteri a nulla approdarono: le grandi banche, dispostissime a concedere prestiti per fare la pace e pagare le spese di guena ali ' Austria, non intendevano correre rischi per finanziare la guerra. I gruppi finanziari del regno sardo reagivano ciel pari negativamente, considerando l'obiettivo politico-militare dell'operazione e le condizioni economiche ciel paese. AJla fine di febbraio il problema si poneva in termini tanto difficil i che, quando il 9 marzo il Ricci presentò in parlamento un progetlo di legge che autorizzava il governo a contrarre all'estero un prestito di cinquanta milioni e ad indire un prestito nazionale volontario (da convertire in obbligatorio in caso di fallimento delle trattative con le banche estere) , l'ondata di critiche fu generale ed il minj stro accusato di imprudenza, incapacità ed imperizia. Jl prestito fu comunque approvato, probabilmente perché nessuno sapeva cosa proporre di diverso, e fors ' anche perché molti pensavano ai problemi del dopoguern1. Il 24 marzo Ricci comunicò in seduta segreta alla Camera una rimanenza di cassa di lire 4.591.805 senza precisare sotto quale forma. I debiti di imminente scadenza ammontavano ad oltre ventisei milioni 172 • ln definitiva , il giorno 12 venne scelto per la denunzia dell'armisti zio. Dalla felicità dell 'intero governo si dissociò il generale Colli, mini stro degli Esteri , il quale, contrario ad un ' impresa che giudicava «foJ!e e temcra1ia», non esitò a rassegnare sui due piedi le dimissioni 173 • Lo sostituì il genovese Domenico De Ferrari 174 • Bisognava adesso comunicare ad Alessandria la decisione raggiunta. Anche su questo punto nascerà una violenta polemica. A mezzogiorno dello stesso 8 marzo, il ministro degli Interni , Rattazzi, si incaricò di preparare e "' E. D1 NOLFO, op. citata, VI , pp. 162- 17 1. "' Cavour commentò in una lettera privata: «Colli a quilfé le minis1ère parce q11 ' il n' était pas d' accord avec ses trop /Je//iqueux col/ègul's .. .« (L. CHJALA. op. citata, p. 32 1). 11 1 · Daborrnida ebbe parole cli dubbio: «De Ferrari è agli este ri : la debo lezza, od almeno l'esistenza, l' indecisione che mostrò all' epoca della fonnaz ione de l ministero Revel non mc lo fa credere uomo elci tempi » (L. CI-LIALA, op . citata, p. 323).
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LA PRfufA GUl::RRA
o· DIP ENDENZA
spedire il telegramma nella forma convenuta: «Sì, il giorno dodici». TI messaggio arrivò a de tinazione alle 15 30 c irca, ma Chrzru,owski negò sempre di averlo ricevuto: a suo dire. sarebbe rimasto giacente al posto telegrafico di Alessa ndri a sino al 13. Giustamen te la commissione d inchiesta le c ui attribu zioni non consentivano confronti diretti e g iudizi , trovò strano l' irriducibile diniego del generai maggiore, ma ancor più in piegabile il comport-itmento del mini tro della Guerr.1, che, presa la deci ione, non s i fece vivo con il Comando Supremo nei quattro giorn i precede nti l'effettiva denun zia dell'armistizio e che pur avend ricevuto il 10 marzo il generale Fecia di Cossato. sottocapo di Stato aggiore lo lasciò rientrare ad Alessandria senza nemmeno fiorare l'argom nto con lui. «A m eno che - sc ri sse la cornmission - questo sil enzio non s iag li . tato con ig liato da l bisog no cli te nere per chicchess ia segre ta questa deliberazione». Sta di fatto che I ' l J marzo Ch rzanowski scrisse a Chiodo pregandolo di informa rlo du e o tre giorn i prima de lla denu nzia; che iI 12 pome ri ggio. inqui ero per la mancanza di not izie, telegrafò a Ranazzi (perché non a Chiodo? ) domandando e la predella denunzia era avvenuta: «Il ì è stato eseguito?», ed ottenne risposta affennativa; che poco dopo la mezzanotte del 12 ricevette u1 1 corriere di Chiodo con la notizia che l'armi tiz io era tato denunziato quel giorno tesso 11s. V ntiqu attr'o re dopo la co n fere nza dei minis tri, Tecchio descriveva a Dani ele Manin la situazione in termini entu. ia ti: «TI momento ~olerme i avvicina: il 12 corrente. vale a dire frn ire giorni . denunciamo I'armistizio ed a meno di impreviste difficoltà il 20 le ostilità ricom inciano. (, .. ) La dipl omazia ha fati.o /'ùnpo.1·.,·i/J//p per spavc111a rci e condurc i acl un a pace ... Dio sa quale! Dopo esser riuscita ad abbindolare G iobeni. ha fallo altrcnanlO con Colli . Orn abbiamo De Ferrari agli Esteri: tono il nùni 1cro è deci ·o e compauo. Con noi è i/ Re! Lunedì ·corso si è in1ra1 lenuto II lungo a culloquio con Si r Abercromby. ma ha resisti lo validamente, ed eg li sresso vuol part ire mercoledì pross imo ( 14 mnrzo) dire11m11ente per il campo, per $ OLI rami. dice. ad ogn i ~llrn seccmum diploma1ica. Poiché Sir Abercromby ha rappre. entato al Re che si troverebbe abbandonato dalla Francia e dalrlnghiltcrr'<L. Ebbene! - ha risposto il Re - non ho comatu ·u alcuno! lo non come che sulle mie Iru ppe»"''.
Ca rlo Alberto sentiva g iunto il g nmde mom enro della ri vi nci ta . L' 11 marzo Costa de Beauregard, al termine di una conversazione <<d'une grande h e1.l/"f! }} con lui , . cri sse malinconicam nte: "' CCSM. Relti=io11i e rapponi /849 cit., pp. 9. 703-705. 782-783, 786-788. F. Pinelli osservò: «In quel buffo ministero poi le cose andavano cosi a rovescio, che il g ·neral i sim o invece di ri cevere l' annunz io della riso lL11. ione preS(I di denun ziar l'arm i.11izio o da l re o dal m inistro dCll8 guerra. la ricevette per dispaccio egnato dal ministro di agricoltura e commercio!» {F. PrNELLI. /1/1. citato. lii, p. 795). ,,. ln L. CIIIALA, op. ritara. p. 321. Si noti come la segretezza della decis ione. che anche il Chrzanowski aveva racco mand .1 10 (cv id e,uemente senza che ne veni . .1e lCJccato il . uo sottocapo di S. M.). fo se tranquill~meme viol.irn da un ministro nelln corrispondenza privata.
LA CAMPAG A DEL 1849
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«Non posso pensare che questa volta creda al successo. Si abbandona alla fata lità, ovunque essa debba condurlo. Ho ascoltato e mi sono taciuto davanti a simile insanabile allucinazione( .. .). Alla fine del mese, temo, avremo toccato politicamente il fondo dell'abisso. Possiamo non averlo toccato anche dal punto di vista del nostro onore militare! » 111 •
Davanti al susseguirsi di informazioni aJlarrnanti, Palmerston non rimase indifferente; parlò della grav ità della situazione con l'ambasciatore francese e, saputo che anche la Francia era nettamente contraria al rinnovarsi delle ostilità, · 12 marzo spedì istruzioni ad Abercromby di far pressione direttamente su Carlo Alberto, proprio insistendo sul! 'assoluto dissenso delle Potenze mediatrici, le quali reputavano ancora raggiungibile un accomodamento (cioè persuadere l'Austria a mandare il Colloredo a Bruxelles) 11R. Dal canto suo, il giorno 13 il ministro Bois-le-Comte non esitò a porre le carte in tavole con il nuovo ministro degli Esteri, De Ferrari, e con il ministro delle Finanze, Ricci: se il governo piemontese pensava di trascinare la Francia in guerra suo malgrado, doveva togliersi dalla testa qualunque illusione in merito. Il governo di Parigi, spiegò, doveva tener conto dell ' opinione pubblica, la quale ben ricordava come l'aiuto francese , dapprima offerto spontanean1ente, fosse stato rifiutato allorché l'Italia si riteneva in grado d i liberarsi da sola; e poi sollecitato ed addirittura preteso, come per l'adempimento di una promessa, quando ogni speranza di vittoria era caduta 119• Quello stesso giorno, De Ferrari comunicò ai rappresentanti diplomatici accreditati a Torino l'avvenuta denunzia dell'armistizio " 0 • La circolare trasmessa ai rappresentanti sardi all'estero, e indirizzata «Alle Nazioni della civ.ile Europa», fu pubblicata nella Gazzetta piemontese del 14 marzo. Con essa il governo Chiodo volle: spiegare i motivi del suo gesto (sollecitare il corso della mediazione, dare una soluzione ad una situazione interna non più sopportabile economicamente e psicologicamente, conseguire al più presto una pace onorevole e durevole); contestare i diritti del! ' Austria sul Lombardo-Veneto; lamen tare le vessazioni austriache in Italia; indicare il Piemonte come il vero protagonista della guerra d'indipendenza (precisando che «della mala riuscita della guerra e delle recenti mutazioni dell'Italia centrale è da chiamare precipuo conto a quei governi, i quali contraddissero alle espresse volontà dei popoli per l'indipendenza nazionale»); accusare l'Austria di «tante e sì flagranti» violazioni dell'armistizio; infine, proclamare l'obiettivo di «affiancare coll'armi "' L. COSTA DE B i:;AUREOARD, op . citata, p. 454. "' Palmersl<>n a Abercromby in data 12.3.1849, in F. CURATO, Gran Bretagna e Sardegna cit., ll, p. 130. Il Premier, John Russe!, si dichiarò disposto alla rottura delle relazioni diplomatiche se la Francia avesse fatto altrettanto. "' E. D1 NOLFO, op. citata, VI, pp. 197-198. 0 " De Fcrrari a Abercromby in data 13 .3.1849, in F. CURATO, Sardegna e Gran Breta1:11a cii., II, pp. 85-86.
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LA PRfMA G ERRA D 'INDIPENDE ZA
nostre quanta parte (della patria) è in balia dello straniero», cioè LombardoVeneto e ducati' "'. La denuncia del) 'armistizio , recata a Milano dal maggiore Raffaele Cadorna ed accolta con manifesta soddisfazio ne dagli ufficiali austriaci , porta la data del 12 marzo e venne pubblicata sulla Gazzella piemontese del 16. Premessa una serie di violazioni austriache alla convenzione del 9 agosto, «ll Governo di S.M. Carlo Alberto si reputa e si dichiara( ... ) in ogni ipotesi prosciolto dalla succitata convenzione ( .. .) e per sola sovrabbondanza di onore il Governo stesso denunzia in nome e d 'ordine di Sua Maestà la cassazione dell' armistizio». 11 documento recava le firme di tutti i ministri. «E ' senza dubbio degno di riflessione - ha osservato Amedeo Moscati - il fatto che la decisione di giocare quell ' ultima carta venisse presa da un Governo in cui erano riunite figUJe che( ... ) erano quasi tutte tra le meno significative cli quel pe1iodo e condotte a quel passo decisivo da un uomo sino ad un anno prima sconosciuto (Rattazzi) . . .» 1~1 . Nonostante il lancio del dado, Inghilterra e Francia non desistettero da un estremo tentativo. Interpretando beni ssimo il pensiero del proprio gabinetto , Abercromby presentò a De Ferrari una nota di condanna per un atto compiuto Ìll aperta sfida cli tutti i consigli, delle cui prevedibili conseguenze belliche solo il ministero sardo era da ritenere responsabile; e cli serio monito: «il resto dell'Europa non avrebbe mancato di essere estremamente urtato dal fatto che S.M. Sarda si fosse addossata, con la condotta assunta per la seconda volta in un anno, l'immensa responsabilità di mettere in pericolo la tranquillità generale mediante un attacco non provocato ad uno Stato vicino» 18.1 . Da Pm·igi, invece, arrivò a Torino il diplomatico Mercier con la precisa missione di mettere il governo Chiodo di fronte ai pericoli cui si esponeva con un comportamento privo cli giustificazioni , e di ripetergli , una volta ancora, di non fare alcun affidamento sulla Francia per trarsi dagli imp icci nei quali deliberatamente si cacciava '8' . li 19 marzo Abercromby scrisse direttamente al re, per comunicargli le istruzioni ricevute da Londra: «il governo di S.M. Britannica si uni sce a quello della Francia nelle considerazioni che formavano lo scopo della mi ssione speciale del signor Mercier, e il Re non deve contare sull'Inghilterra, più che sulla Francia, per riparare le conseguenze della sua imprudenza», in special modo quando a Bru xelles si cercava di arrivare ad un accomodamento. Carlo Alberto ricevette la lettera, consegnata il 20 da un addetto alla legazione inglese e non "' De Ferrari a Sau li in data 14.3. 1848, ibidem. pp. 90-9 J. '" A. MOSCATI. op. citata, p. 139. '"' Abercromby a De Ferrari in data 14.3.1849, in F. CURATO Sardegna e Gran Brewww cìt.. il, p. 97 . '" N. BI ANC II I, op. citata, VI, p. 127.
LA CA MPAGNA DEL 1849
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dal ministro, con «evidente malumore» ed in pratica si limitò ad affermare che
intendeva ottenere una pace g iusta. Proprio quel giorno Palmerston di ceva al marchese Sauli : «Sono molto afflitto pe.r que ta dcci ione: che speranze di succe o potet avere? Cinque milioni, quanti siete. contro trentacinque ( .. ). Quanto all'idea di far procedere cli pari passo la guerra ed i negoziati, non è praticab ile; e quanto alla guerra stessa voi potreste forse occ upare M ilan o, benché s ia piLlltosto di fficile arrivarci. Ma oon basta: bisog nerà dare battag lia. Un primo succe o di limitata importanza non può dare ri ultati durevoli. L Austria è fennamente risoluté!- a non cedere la Lom bardia». E fece rileva re come ormai l' Austria trattasse da una posizione di forza, potendo contare fra l ' altro sull 'appoggio della Russi a e mirando ad entrar nella nuova Confederazione germanica "'. La commi . ione d'inchie ta conclu. e l'esame di quanto fatto per entrare io campagna con una frase sign ifica tiva: «Così dall a serie degli ordini dati dal mini tro della guerra risulterebbe che so ltanto do po l '8 marzo, giorno dell a deli berazione de lla denuncia de!J 'amlistizio si è serìamentc pensato ad attivare parecchie importanti dispo izioni per la guerra, le quali, per la brevità del tempo, non potero no quindi più essere ultimate . E' poi inconcepibile come sia.si pensato soltanto allora a procedere alla difesa dell a capitale, inutile se vittoriosi, ineseguibile se vinti; ·e non che ·embra probabi le che considerazioni, di tutt'altra natura che le militari, abbiano determinato il governo a questa subitanea risol u1.ionc» "'".
4. lL
DISEGNO STRATEGICO
Conviene, anz itutto, un breve esame delle cond izioni dell 'annata sarda all'ano della ripre a delle ostilità, cominciando dal vertice politico: il ministero dell a Guerra. Dal luglio 1848 al marzo I 49 si ebbero tre governi: il Casati sino al 18 agosto, il moderalo Alfieri-Ferrone sino a dicembre ed il democrati co Gioberti-Ch iodo sin'o a marzo. Tro ppi per sette mes i di incerto armisti zio fremente di riv incita e fragile nell'esercito. 1n essi si uccedettero selle ministri: Collegno, Franzini, Daborrnida La Mannora, De Sonnaz, La Marrnora, Chiodo. Una sequenza inaccettabile, anche se i prim i due ed il La Mannora del 1849 durarono in ca1ica pochi giorni. Non si sminuisce la gravità de ll ' inconveniente sostenendo che in fondo le rifanne furono compiute sulla ba e dell'ind irizzo Dabormida-La Marmora. Il mese e mezzo di De Sonnaz fu di nociva sta ·i se non di «terribile babiloni a», .·econdo una defini zione de ll 'epoca, ed il perio"' Sauli a De Fermri in data 20.3. t S49 in F. CURATO, Sardegna e Gran Bretagna cit., ll. pp.
tOO. l02. ,,.CCSM. Relazioni e rapponi /849 cit., pp. 688-689.
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LA PRIMA GUERRA D' INDIPENDENZA
do di Chiodo risentì pesantemente dell'inesperienza dell'interessato e dell 'allontanamento dell'abile e pratico colonnello Valfré di Bonzo, sostituito dal giovane maggiore Raffaele Cadoma guale primo ufficiale di Stato Maggiore del ministero 187 • Né il fatto che si trattasse com unque di militari modifica la sostanza delle cose. Il ministro della Guerra aveva sul! ' esercito un 'influenza determinante; era il capo de ll 'amministrazione nel senso più lato; le sue innovazioni nel complesso apparato militare esigevano tempo per lo studio, tempo per l'organizzazione, tempo per l'esecuzione e tempo, ancora, per correggere eventuali difetti. E ad ogni passaggio «di mano» qualcosa inevitabi lmente cambiava, peggiorava , rallentava. Per non parlare della macchina logi stica. Vedremo in quali condizioni fosse , comunque è fin d 'ora innegabile la perpl essità suscitata dall 'ottimistica convinzione di Chiodo che tutte le note deficienze sarebbero state colmate in poche settimane, quando - ammessa e non concessa tale possibilità - è chiaro il fabbisogno di adeguati margini di tempo per consentire quel minimo di controllo e di rodaggio dell'organizzazione sufficiente a garantire la funzionalità almeno dei principali servizi di campagna. Stupisce, inoltre, una strana concezione dei compi ti e delle responsabilità del ministro della Guena. Nella campagna del 1848 il ministro Franzini segue il re al campo e lascia il dicastero al Dabormida, nuovo del mestiere; nella campagna del 1849 il ministro Chiodo è anche e soprattutto (si ritiene) presidente del consiglio, e lascia il dicastero al Cadorna, ancor più inesperto del Dabonnida. Ciò premesso, passiamo all 'armata. Il Comando supremo. Era stato costituito su misura. Ma soltanto nelle intenzioni . Per un'esigenza formale e psicologica avvertita da tutti, Carlo Alberto era rimasto alla testa dell'annata in qualità di comandante nominale e - per quanto accusato di aver ancora esercitato sul Comando e sui comand,rnti una coperta influenza negativa - obiettivamente egli si attenà a questo nuovo ruolo con assoluta correttezza, limitandosi a recarsi fra i soldati per incitarli con l'esempio. Il capo effettivo era Chrzanowski e la sua nomina rivestì un enorme significato. Secondo il decreto fumato dal re il 13 marzo: «( .. .) Al lu ogotenente genera le, ge ne ra! magg iore de ll 'armata , cava liere Alber to Chrzanowski , essendo affidata la somma delle cose di guerra; SuJJa proposta del Consiglio dei ministri, del ministro Segretario di Stato per gli affari di Guerra e Marina, abbiamo ordinato e ordiniamo quanto segue: Articolo unico - Tutti gli ordini per le operazioni di guen-a saranno dati in nome nostro dal generai maggiore dell'e sercito, cav. Alberto Chrzanowski, che ne avrà la responsabiÌità.
"' Il Pinelli criticò con durezza la sostituzione, attribuendola a mene dei democratici , e disapprovò la scelta delmaggiore Cadorna, «ufficiale non cenamcnte privo di talenti, ma inesperto e troppo giovane per riuscire atto a quell ' importante carica, ed il cui merito principale con sisteva nell 'esser fratello di uno dei ministri molto più di lui inetto, ed il quale lo aveva spudoratamente sollevato a quel posto» (F. PJNEL~ r, op. cirara, III, p. 788).
LA CAMPAGNA DEL 1849,_
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Il Presidente del Consiglio dei mini stri , ministro Segretario di Stato per gli affari di Guerra e Marina, è incaricalO dell' esec uzione del presente decreto» '".
Ceva ha posto in piena evidenza che «la portata del decreto era immensa. Per la prima volta la prerogativa regia cli comando era vulnerata a fondo. Il vertice militare era nominato dal re, ma su proposta del governo al quale, nella personft del ministro ad hoc, spettava pertanto anche il potere di sostituire tale vertice. Degli ordini dati a nome del re, il general maggiore rispondeva al governo (che a sua volta non avrebbe potuto che rispondere al parlamento). Inoltre anche in materia militare l'irresponsabilità regia coincideva finalmente con la nullificazione dei poteri militari del sovrano perché tutti gl i ordini dati a nome cli lui promanavano da altri che ne era il solo responsabile» ' &9 _ Da tutto ciò Chrzanowski non trasse molto vantaggio: era straniero, consapevole di non possedere notorietà militare; comprendeva di aver, sia pure involontariamente, ferito l'amor proprio piemontese; si accorgeva di riscuotere scarso prestigio; incontrava un forte ostacolo nell'azione di comando per la non conoscenza dell'italiano; avvertiva l' in adeguatezza dello strumento bellico a disposizione. Insomma, si trovava in condizioni cli inferiotità sia di fronte all'amico (il re, i generali, l'esercito), sia di fronte al nemico. Suo braccio destro Alessandro La Marmora: «impetuoso ed irriflessivo, e deficiente di quella fredda mente calcolatrice (... ) indispensabile ad un capo di Stato Maggiore. Stupì l'intero esercito quando seppe eletto a quell'ufficio l'ardente guidatore di vanguarclia, il guerriero più audace forse di tutta l'armata!»'90. Sottocapo di S.M. era il generale Fec ia di Cossato. Anche questa preferenza è stata giudicata poco felice, essendo il personaggio freddo, compassato, di scarsa iniziativa, più incl.ine ali ' obbedienza rispettosa che alla contraddizione fattiva, ma pensiamo le critiche eccessive e, ad ogni modo, occorre tener presente che almeno lui era pratico del funzionamento del Comando Supremo nel quale aveva vissuto la campagna precedente. L'armata. Comprendeva otto divisioni e due brigate autonome (quadro di battaglia alla pag. seguente), ma alcune erano, per così dire, fuori gioco: la 6" divisione di Alfonso La Marmora, composta dai primi battaglioni di riserva, e la brigata d'avanguardia si trovavano al confine con la Toscana, quindi i tempi posti dalla decisione governativa non consentirono la loro utilizzazione; la 2~ divisione di riserva del generale d'01fengo, formata con le ultime classi di leva '"' In L. CHJALA , op. òtata, p. 329. '" L. CEVA, Il problema del/'A/10 Comando, ci t. , in «11 Risorgimento» febbraio 1986, p. 20. La stessa scelta di Chrzanowski come comandan te in capo, inizialmente ben vista dal re come capo di S.M. , era stata stabi lita dal governo: «La nostra scelta de l generale in capo è decisa. Perciò le i ed Are8e sospendano ogni pratica» scrisse Gioberti a Ruffini l ' I l febbraio (P. P1 E1t1, La campagna del 1848 cit., p. 42). '"'F. PtN!;:LLI , OJJ. Citata, IJl, p. 777.
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LA PRJMA GUER RA D'INDlPENDENZA
Q
ADRO DI llA'lTAGLù\ DELL'ARMATA SARDA ALLA DATA DEL
20
MARZO
Comandante supremo: Carlo Alberto
Generai maggiore: gen. A. Chrzanowski capo dì S.M. Generale: gcn. Alessa ndro La Mannora brigata d'avanguard ia (col. Belvedere) )' divisione (gen. G . Durando) su: brigata Aosta: 5° e 6° fan teria birgata Regina: 9° e I 0° fanteria reggimento Nizw Cavalleria unità minori
2· divi ione (gen. M. Bes) su: brigata Casale: 11 ° e 12° fanteria brigata composta: 17° e 23° fanteria reggimen to Piemome Reale Cavalleria unità minori
Ydivisione (gen. E. .Pe rrone) su: brigata Savoia: I O e 2° fanteria br igata Savona: 15° e 16° fanteria reggimento Ge1101'a Cavalleria unit à minori 4' divi sione (duca di Ge nova) su: brigata Piemo111e: 3° e 4° fanteria brigata Pinerolo: 13° e 14° fanteria reggimento Aosta Cavalleria unità minori S'divi sio ne (gen. G. Ramorino) su: l' brigata : 19° e 20° fanteria 2' brigata: 21 ° e 22° fanteria reggimen to Cavall eggeri Lombardi unità minori 6' di vi ione (gen. Al fon o La Mamiora) su: I' brigata provvisoria: 24° e 25° fan teria 2' biigat.a provvi soria: 26° e 27° fanteria unità minori 1· d ivi ione di riserva (duca dì Savoia) su: brigata Guardie: l O e 2° granatieri briga la Cuneo: 7° e 8° ran tcria rnggimcno Savoia Cava ll eria reggimento Nova ra avaLleri a unit à min ori brigata provvisoria (gen. P. Solaro li )
1849
LA CAMPAGNA DEL IR49
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e con elementi meno atti al la fatiche di guerra, era in pratica destinala a fornire le guarnigioni nelle fortezze e nell e principali città. Rimanevano disponibi li sei divi s ioni ed una brigata per complessivi 70.000 uo mini c irca . Questa volta si era rinunciato alla formazione dei Comandi di corpo d ' annata, senza peraltro dame una spiegazione. Può essere cbe semplicemente non si sapesse a chi affidarli, o che si volessero ev itare intralci affiorati nella campagna ciel 1848, oppure che s i rite nesse meglio garantita, in tal modo la condotta delle operazioni. Probabilmente ognuno dei motivi citati esercitò una qualche int1uenza sulla decis ione; certo si è che quanto più un 'amrnta appare fragile tanto più le esigenze di controllo aumentano e non sembra proprio che le numerose redini i11 mano a Chn.anowski agevolassero l'azione cli comando . A prescindere dalla struttura co nferita all armata, è francamente inspiegabile, ma anche inaccettabi le, come dopo la denunzia clell'am1istizio si potesse procedere a cambi di comandanti: il 14 il neo genera le Morozzo della Rocca lasciò la carica cli capo di S.M. dclJa 1~ divisione di riserva (che resterà vacante.) ed assunse il comando della brigata composta della 2rr divisione; ed i I 19 il generale Pe1TOne aITiverà a prendere il comaDdo della 3'' divisione, in sostituz ione del generale Broglia, mandato in Savoia quale governatore. Del pari incomprensibi le ri sulta il completamento degli Stati Maggiori divisionali definito dal mini stro soltanto I' 11 marzo, con l'ovvia ed inevitab ile conseguenza che molti ufficiali non raggiunsero la destinazione in tempo utile. Delle truppe si è già detto; bastino perciò pochi cenni di riepilogo: grav i carenze di carattere quantitativo e qualitativo nei quadri uffi ciali, specialmente inferio1i , e sottufficial i; organici reggimentali in corso cli com pletamento e con varianti in ex1remis aue solo ad aumentare la confusione; insufficiente addestramento per un 'aliquota non indifferente della fanteria . Rimane eia parlare dei servisi di campagna e del morale. IJ settore logistico si presentava sotto una luce ancora peggiore, che nessuno poté ignorare nel periodo finale ciel febbraio-marzo 1849. ln merito al servizio sanitario , il 16 feb braio Chiodo assicurava alla Camera che: «Quasi tutti i corpi hanno il personale che è stato creduto necessario. Le ambulanze esistono quasi tutte, ed alcune già si avviano alla loro destinazione. Tutti i corpi saranno provvisti del materiale necessru"io per i servizi sanitari, ed anche tutte le cassette degli strumenti sono pronte» 1• 1• Eppure il 24 l'azienda generale di guerra gli segnalava uno stato di fa tto preoccupante per carri e dotazioni d'ambulanza, tale da non esser risolvibile a breve scadenza (una buona percentuale di cassette di fe ITi chirurgici era stata ordinata in Francia); e lo stesso dicasi per il personale, perché se realmente quasi tutti i reggimenti disponevano de i medici in organico, le divisioni ne erano sprovviste, i movimenti perequativi , insieme con le nuove nomine, vennero compiuti a metà marzo e la '" CCSM. Rela:ioni e rapporti 1849 <.:i l. , p. 683 .
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maggior parte dei chirurghi raggiunsero le divi ioni cui erano destinati dopo la battaglia di Novara. Pur sapendo che il servizio sanitario, già infelice durante le guerre napoleoniche, non migliorerà molto se non verso la fine del secolo, nuUa può gi ustificare l'assenza delle più elementari misure per raccogliere, ricoverare e curare i feriti durante la battaglia di Novara (responsabilità dell 'intendente generalfè in primo luogo, del comandante dell'annata e del suo capo di S.M. in secondo). In quanto alla sussistenza il discorso cambia. In dicembre le corte di magazzino erano già accantonate ed il personale direttivo del servizio nominato. Il criterio organi zzativo di nuova concez ione si basava su una linea di magazzini d'intendenza, a due tappe dalle divisioni in campagna, da rifornirsi da tergo ad opera di un 'impresa che avrebbe attinto ai depo iti territoriali ed al mercato. Dai magazzini d' intendenza ai posti di tribuzione divisionali dovevano intervenire le compagnie di operai (cioè uni tà di sussistenza militare) agli ordini dell'intendenza. Fra magazzini e posti distribuzione d·ivisional i si doveva disporre econdo la richiesta cli Chrzanowsk:i di dieci giornate di viveri su ruote. «Le incombenze di tale amministrazione erano troppo emplici ed ovvie perché I'eseguimento loro avess ad incontrare ostacoli» scrisse l'intendente generale Montale nella sua relazione 192 • Sta di fatto che il 2 febbraio mancavano del tu tto le attrezzature per la distribuzione dei viveri e le compagn ie di operai non erano ancora state co tituite; il 19 febbraio ebbe inizio la fonnazione degli organi esecutivi; il 1° marzo l'intendente Allìaud avvertì Chiodo che il nuovo schema organizzativo non dava affidamento essenzialmente per intralci amministrativi , e propo e I immediato ritorno al istema delle imprese; quello stesso 1° marzo il mini tro, invece di risol vere d'urgenza le disfunzioni segnalate, incari cò Alliaud di studiare un nuovo progetto di rifornimenti con la combinazione dei due sistemi, pur dovendo sapere che ormai il tempo stringeva angoscio amente; il 4 marzo un reggimento clislocato a Valenza rimase senza viveri e «fu necessario mandare ad Alessandria a percepire le ue razioni in denaro» (in tempo di pace!) 19' . In definitiva, alla denunzia dell' armisti zio il servizio era tuttora in alto mare, ma aUa commi ione d'inchiesta Chi odo ammise di es ersi sentito tranquillo, in fondo, vista la disponibilità di viveri in abbondanza nel magazzini di Novara, Casale, ecc., ed anche dì personale. Perc iò «Moi je croyais que comme /es choses y étaient et /es personnes aussi, tout pouvait aller hien» 19' . Nemmeno nel servizio del genfo le cose funzionavano. I parchi divisionali vennero appena abbozzati nel! imminenza dell a guerra i materiali da ponte mancavano e, incredibilmente, l'addestramento delle molte reclute, che aveva'°'CCSM, Re/azio11i e rapporti 1849 cii., p. 680, nota 3. '" I bidem, p. 681.
'" lbid m, p. 682 nota 2.
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no portato la forza del reggimento zappatori da 500 a 2.000 uomini, venne sospeso avendo il ministro ordinato il 12 febbraio di rimandare all'approvaz ione del bilancio del 1849 la scuola di ponti e mine. Sia il ministro, sia il primo ufficiale cli S.M. del ministero appartenevano all'arma del genio! Le dolenti note continuavano nel servizio trasporti . Al momento della decisione di entrare in guerra non esisteva mezzo alcuno per il parco principale d'artiglieria e per gli equipaggi da ponte. Appena il 14 marzo e «ad istanza del genera! maggiore» il ministero incaricò l'azienda di guerra di provvedere in qualche modo. Per il primo punto, Chiodo disse che «il manquait encore des chevaux pour le pare d' artillerie, mais nous avions déjà par/é avec des entrepreneurs età l' occasion on aurait aussi pourvu des boeufs». Per il secondo, il ministro depose che Chrzanowski aveva chiesto il materiale per il 20 a Novara e l'ebbe il 19, trascurando l'inconveniente che gli equipaggi da ponte erano condotti da carrettieri con cavalli di requisizione, assai più interessati alla propria incolumità che alle operazioni 195 • Ultimo tocco di p~nnello al quadro: la mancanza di contante. Alla vigilia delle ostilità l'intendenza aveva le casse vuote ed un protesto giudiziario in corso da parte dei fornitori. Per completare la definizione del "tono " dell ' armata occorre parlare anche del morale e della discipli11a, l'uno basso e l'altra rilassata. Molte le cause dello stato d ' animo depresso o frustrato o irritato: la lunga pausa autunno-invernale in scadentissima sistemazione logistica (in novembre alcuni reggimenti ebbero il 50% degli effettivi malati), l'incertezza sulla durata della lontananza da casa, l' influenza del raffreddamento clericale per la causa, dopo la fuga del papa a Gaeta, l' attiva propaganda estremista contro il re e I 'aristocrazia in blocco, la particolare seduzione operata da democratici di orientamento socialista o comunista, le accese incontro ll ate critiche all'esercito ed ai suoi capi, l'amarezza di veder misconosciute le sofferenze e fatiche sopportate sul Mincio in nome del dovere, il persistente rancore nei confronti dei lombardi, la convinzione di essere gli unici a combattere seriamente a favore di una causa che, tutto sommato, interessava soltanto coloro che incitavano alla guerra dalle tribune e dai giornali. «Così molti ufficiali - concluse la commissione d'inchiesta - eransi fatti contrari a questa guerra, o per isdegno contro le pubbliche accuse mal fondate , o per sfiducia in chi reggeva lo Stato o per avversione presa alla causa italiana; ma i più perché prevedevano un triste esito alle nostre armi» 196 • L'atmosfera generale fu avvertita appieno dal Comando dell 'annata e dai comandanti di vario live llo , ma nel governo non suscitò un adeguato apprezzamento né, men che meno, una responsabile incisiva azione intesa a smussare il forte malessere. "' Ibidem, p. 685 nota 3. '"' Ibidem. p. 669.
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li morale è legato a l"ilo doppio con la discip lina. La in fluenza e ne è inrluenzalo. A giudizio unanime l'indisciplina era ancor più marcata dell'm1110 precedente; essa «non manifestava i con gravi disordini. ma con le frequenti diserzioni, con un'inerzia passiva ad ogni spinta de' capi . Nell"artiglieria i:: nell a cavalleria il modo di pensare era comune con Lulla l' armata , gli animi erano avver i alla guerra. per le sue circostanze. non rneno che nella fanteria; ma in queste anni l" organizzazione più forte, lo spirito militare e quel lo di corpo prevalsero sugli elementi d'inùiscipli nn, né lasciarono mai dubbi o se avrebbero valoroimmcnte combattuLo. come Fecero, pe r l'onore delle anni: cosa che sarebbe succeduta anche della fanteria, se si fosse trovata nelle stesse condizio11 ì organiche>>10' . Occone aggi ungere lentezze procedurali e "" mollezza·· nell"uditoralo di guerra, cioè nella ~ustiz.ia militare. diflicili a spiegare ma comunque indiscut ibili. con effetti nocivi alla disciplina in quanto lasciavano troppo a lungo impu niti i reati militari ed ingeneravano. inevitabilmente. I.a sensazione della quasi icura impunità. «Tullo aveva per tal modo cospirato a danno dell'esercito. I più gravi sintomi d ' indisciplina succedettero app unto verso la fine di febbraio cù in mar.lo. né potevano e. sere ignorati dal mini tro della gue1Ta e dal generai maggiore fra i quali erano oageno di carteggio; ma non impedirono a quello di deliberar\! la guerra, a que~lo di esserne il duce» 1''' . Ne ll e g uerre combattute da i francesi con Lro l'Austria nell'Italia nord-occidentale la pia:t.za di Ale!.:.andria ba avuto emprc ua·e trema importanza. Situat a alla contluem:a del Tanm·o e della Bormida, essa era la chiave delle comunicazioni col Varn e con Ge nova cd aveva a breve distan za la stretta di StradeUa e V,dcnza a controllo dei passaggi del Po; in altre parole, era la naturale base delle operazioni per qualsiasi azione difen iva a sud del Po cd offensiva verso la Lombard ia. Che il nemico potesse da Milano al!raversare l:1 pianura piemontese a nord de l grande corso d'acqua e giungere anche sino a Turino era eventualità che. alla lìn fine. non aveva mai preoccupato eccessivamenw i francesi. la cui linea di comunicaz ioni andava al mare. Non per nulla. nel trnlla Lo di pace del 18]5 l'Austd a aveva preteso cd onenuLo che Luttc ll' immcn e fortilìcazioni portare a tem1ine da apoleone intorno alla città fossero smantellate. ln una guena, invee , fra il :;o]o Piemonte e l 'A ustria la 4ucstione ass umeva un valore ben differente. 11 Ticino e la Sesia crnno ostacoli irril evant i per un'offensiva lungo la direttrice Milano-Novara -Torino cd Ales andria non poteva e ercitarc alcuna inrluenza determinante ~u operazioni condo tre a nord del Po. Ne conseguiva che un· invasione austriaca ~ino a Tori no avrebbe signitkalo quasi certamente la rovina per il piccolo regno cli Sardcgm1. ''" Ibidem. p. 675. ''"" //Jidem, p. 677.
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In siffatto ordine di idee ne sarebbe dovuto discendere la costituzione di un campo lTincerato a Novara, prima città ad ovest del Ticino; la decisione di fortificare la posizione di La Cava, che controllava i passaggi del Ticino e ciel Po quasi alla loro confluenza; il ripristino di a lmeno parte delle difese cli Alessandria; la realizzazione d i un minimo cli lavori a favore della capitale. Il tempo non difettava - se le decisioni fossero state prese subito dopo l'ann istizio e tradotte in atto con l' impegno posto nel! ' aumentare le forze di campagna -, i provvedimenti avrebbero forse contribuito a diminuire il pessimismo dilagante nell'esercito e, probabilmente, gli austriaci , i quali non avevano mai brillato per iniziative audaci, ne sarebbero 6masti influenzati. Invece nulla era stato fatto, a parte alcuni studi per il campo trincerato cli Novara cd i lavori, interrotti col sopravvenire del! ' inverno, per una testa di ponte a Casale e per realizzare un campo trincerato appoggiato alla cittadella di Alessandria e basato su i resti delle vecchie fortificazioni. Ciò premesso, passiamo al disegno strntegico sul quale venne imbastita la campagna. Chrzanowski non era tanto sprovveduto da non scorgere con suffi ciente chiarezza la situazione. In una memoria presentata al ministro della guerra il 3 ottobre, pochi giorni dopo il suo arrivo in Italia, delineò due possibili indirizzi operativi - praticamente simmetrici rispetto al Po e traducentisi nel tenere il grosso delle forze su un lato ciel fiume, pronto a portars i su ll a riva opposta per prendere alle spalle e sul fianco il nemico avanzante contro un distaccamento, che avrebbe manovrato in ritirata, sì da attirare il nemico nella trappola - chiaramente info1111ati ad uo concetto difensivo' "'. L'idea di far cli Novara la base di operazioni dell'annata per consentire la successiva controffensiva su fi lano venne dibattuta da un consesso altamente qualificato in quanto , pur avendo carattere strettamente militare, comprendeva - oltre il Bava, comandante in capo dell'eserc ito, il Franzini, presidente ciel consiglio permanente della guerra, e naturalmente C hrzanowski - il presidente del consiglio (geo. Perrone), il mi nistro della Guerra (gen. Daborrn ida) ed un ministro senza portafoglio (gen. Regis). Appare quind i comprensibile che venisse addirittura accettalo un orientamento strategico caldeggiato da Franzini per la prossima campagna; 01ientamento che privilegiava le considerazioni di natura operativa, vedeva il vantaggio cli un 'offensiva sulla destra del Po , indicava Alessandria quale naturale base cli operazioni per un'offensiva su Pavia o su Piacenza, e non attribuiva importanz a a Milano come obiettivo milita re. Clu·zanowski riconobbe la valid ità delle ragioni addotte, tuttavia avanzò due obiezioni: che «sous le point de vue militaire, l' armée concentrée à Novare se trouve égalmenr sur une tigne avantageuse pour agir offénsivemcm », il che era da dimostrare; che «ces avantagcs acquièrent une importance décisive par !es ,,,. Per la campag na de l 1849 vds. in panicolare : CCSM . La campagna del 1849 c it. ; USSME, Il primo passo verso /" unità d'Italia . Roma 1948: P. P1 ERl. L'esercito piemo111ese e la campagna del 1849: A. LE M ASS ON. Hi.rloirc de la campagne dc Novarc en 1849, Turin 1850.
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considérations politiques qui les recommandent. Après ce qui est passé a Milan au comm.encement d' aoat, il est convenable et nécessaire que le Roy y arrive en vainqu e ur, ordonne o u accorde en maftre ce qui il jugera convenable» 200 , il che poteva essere considerato preminente. I decreti diramati eia Piacenza o da Cremona - sosteneva Chrzanowski - non avrebbero avuto lo stesso valore né lo stesso peso cli quelli firmati a Milano. E poi c'era un 'altra eventualità da evitare. Se l' offensiva piemontese a sud del Po avesse costretto gli austriaci ad evacuare la Lombardia, sarebbe bastata qu alche fucilata tirata da un pugno d 'uomini a Milano su elementi austriaci in ritirata perché si inneggiasse immediatamente alla seconda liberazione della città ad opera dei suoi abitanti. Ed allora si sarebbe presentata la prospettiva del rinnovarsi degli errori , deUe amarezze e degli scontri dell ' anno precedente 2° 1• E' chiaro che simili considerazioni non potevano essere germinate spontaneamente nella testa del polacco, appena giunto a Torino, e che perciò il loro ispiratore doveva essere Carlo Alberto o persona a lui molto vicina. Comunque non trovarono eco né accoglimento ed in definitiva le opere suggerite per Novara non f-urnno approntate mentre, per contro, si convenne suUa realizzazione di un campo trincerato ad Alessandria. Senonché tre fatti intervennero a modificare le conclusioni ciel consiglio dei generali: l'esonero cli Bava dalla carica di comandante in capo, il sottrarsi del governo democratico alla responsabilità di impartire direttive strateg i.che per la campagna, la tarda adesione ministeriale (anche se poi malamente smentita) de l J7 febbraio alle idee del Chrzanovsk.i . Tutto ciò e, ad onor del vero, la difficile situazione del bilancio, portarono al pratico abbandono del lavori per il campo trincerato cli Alessandria, cominciato in novembre con molta lena, senza che per Novara si facesse alcunché. Secondo le informazioni di cui Chrzanovski era in possesso attorno alla metà cli marzo , l'armata austriaca (quadro di battaglia all a pagina seguen te) non poteva concentrare più cli 60.000 uomini , sui 90.000 stimati presenti nel Lombardo-Veneto, dal morale non molto elevato, stando almeno alle voci provenienti dalla Lombardia. Circa le intenzioni di Radetzky si conosceva poco e si intuiva meno, nessun a informaz ione attendibile su dislocazione e movimenti dell'avversario. Le principali " voci " davano un 10.000 uomini a Magenta ed una massa più cospicua ad oriente cli tale località, ma altre affermavano trattarsi di forze irrilevanti; alcune indicavano 5. 000 uomini in marcia su Piacenza e quasi altrettanti su Pavia; altre ancora assicuravano le truppe austriache in ritirata dietro l'Adda e l'approntamento di un campo tùncerato a Crema. In assenza di validi appi gli, Chrzanowskj fonnulò due ipotesi per il nemico: una offensiva ed una difensi .:t. Nel primo caso, Radetzky poteva ricercare ~
"" CCSM, La campagna del /849 cit. , p. 387. '"'Ibidem.
LA CAMPAGNA DEL 1849
Q ADRO DI
BAlTAGLIA DELL'ARMATA AUSTRIACA
ALLA DATA DEL
20 ¡IARZO 1849
Comandante in capo: feldm(U"esc iallo J. Radezky Quartiermastro generale: gen. H. von Hess I corpo d'annata (gen. E. Wratislaw) su: divisione Haller u: brigala Strassoldo brigata Clam-Gallas ili visione Wohlgemuth su: origata Gorger brigata esteticz artiglieria di riserva Il corpo d'annata (gen. C. D'Aspre) su: divi ione chaaffgotsche u: brigata Liec hten te.in brigata Bianchi divi sione Arc iduca Alberi l su: brigata Kollovralh brigata tailion artiglieria di riserva III corpo d'armata (gen. C. Appcl) . u: divi ione Licbnow ky brigata Maurer brigata Allemann divi ione Taxis su: brigata Popowitsch brigata choenhals
artiglieria di riserva
IV corpo d'armata (gen. G. Thu m ) u: divi ione uloz su: brigata egenfeld brigata Gravert
artiglieria di riserva corpo d' armata di riserva (gen. G. Wocher su: divi sione Schwarzenberg su: brigata Arciduca Sigismondo divi ione Starn1er su: brigata Arciduca ¡ mesto artiglieria di riserva distaccamento F.
Wimpffen
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LA PRlMA GUERRA D'INDIPIZNDENZA
un attacco frontale e violento agendo lungo la direllrice Mil a no-Novara-Torino , oppuJc ricorrere aJJa manovra per avvolgere il fianco sini stro sardo dalla zona del lago Maggiore (su Oleggio) o de tro dal ba o Ticino (su Mortara), o addirittura l'intera armata (su Alessandria) tenendosi sulla destra del Po. Di queste li nee d'azione Chrzanowski ritenne probabili l'atta co direuo su ovara e I avvolgimento a breve raggio da Pavia-Mortara, il quale ripete a in so tanza la manovra che nel maggio del! ' anno precedente aveva condono Radetzky a Goito, sboccando da Mantova. Per potersi opporre con la massa delle forze all'uno o all ' altro, il generai maggiore dispo quattro divisioni (2°, 4\ 3" I~) a semicerchio attorno a avara , da Galliate a Vespolate, fronte ad est, sud-est e sud con la qui nta divisio ne cl i riserva) alla periferia meridion ale di avara. Per orvegliare le altre due ipole i, valutate meno presumibili , dislocò la brigata Solaroli ad Oleggio e la s~divisione di Ramorino a La Cava. inollre affidò il collegame nto tallico del grosso con le due ali a quattro quan i battaglioni nella zona di ameri e ad altri quattro a Vigevano. Secondo i calcoli di Chrzanowski, se Radetzky avesse attaccato sull a direttrice Milano-Novara avrebbe incontrato immediatamente tre divisioni (2". 4il e 3~), entro due ore s;u·ebbcro in tervenuti anche la P cli riserva cd i quatt ro battaglioni di Cameri, entro tre ore anche la brigata Solaroli ed i quattro batt..1glioni di Vigevano: in totale una ma. a di 50.000 uomini. «Nous avons dvnc des chances pour culbuter tout ce qui aura il passé» affermò fiducioso'"'. Se. invece Radetzky fosse sboccato da Pavia, avrebbe incontrato la 5n divisione ben i. ternata su una posizione con idcrata forte !a quale «se trouvait placée ò
o~
pouvoir, si 11011 rétarder de beauccup sa marcite, du moins nous prévenir par sa ca1111011ade que /es Autrichiens débouchaie111 de ce coté» 203 • A li ora con un cambiamento di fronte, la battaglia sarebbe tata accettata a sud di Mo1tara . Amme. o che i primi segni dell'intento offensivo austriaco in ques tione, si profi lassero poco dopo il mezzogiorno ciel 20, cioè dallo scadere de1l 'armistizio, entro il mezzogiorno del 21 l'annata si sarebbe trovata pronta e raccolta. Anche di fronte a forze preponderanti , Ramorino non corr va grossi rischi p rché poteva rip.iegare su Mortara, indietreggiare su Sannazzaro o, all a peggio, portarsi a sud del Po per il ponte di Mezzana orti. Sulla destra del Po i trovavano due unità. Una, la brigata d ' avanguardia , doveva osservare Piacenza e sorvegliare la de tra del fiume, con a tergo un reggimento provvi. orio di quattro quarLi battaglion i a Voghera, per aiutarne I'eventuale ripiegamento su Alessandria. L'altra, la 6~ divi ione di Alfonso La Mannora era praticamenl autonoma. on aveva un vero e proprio compilo. ma piu ttosto un orien tamento d ' impiego: superare l'Appennino alla Cisa e ''" l/1idem, p. t , lù>Ibidem, rn ques10 caso il calco lo dei tempi raceva presum ere che entro la sera del 20 Racletzk i potesse al massimo supe rnre col gro~so iJ Grave ll onc , un ramo secondario del Ticino.
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cadere su Parma per poi, a tempo debito e con t'apporto di volontari, tentare l'avvolgimento del Quadrilat ero. Come si conciliavano, il dil,positi o assunto dall'am1ata sarda e le piegazioni di Chr.amovski a.I riguardo con il dichiarato proposito di puntare subito su Milano e con l'ades ione al desiderio ciel governo di «f'aire H11 e guerre vive, risq11a111 fe 10111 po11r le 10111, afin d' a111e11er rapideme111 I' e11nemi à /aire la
pai,rn? ',.'. Che l"offcn iva fm,;,e l'unica decisione po ibile. essendo priva di senso comune la rottura de ll ' armi. tizio per rimaner sulla difensiva, Clm:anowski lo riconosceva, l,mto da prefiggersi - come più lmdi spiegò - 1·obiettivo di «arrivare fra il lago di Garda ed il Po, occupando nel conlempo i ducati; di tabilire la difesa sul basso Oglio, e da quc;,ta ba e manovrare dare combattimenti. ma seuza sup rare il Mincio ed unic,m1ente per coprire il paese retrostante e per con ·entire alla diplomazia di i ternar la questione fra Piemonte cd Austria. Per raggiungere questo scop , mi occoncva una villoria in uria bauagl ia olTerl:I od accettata ed i risultati ottenuti dovevano esser tal i da p nnetterm i di mantcncnni ul Chiese-basso Oglio. fiumj eh non pre ntava110 grande appoggio alla difesa» :!o". In lefinitiva Chr7.anow ki sembra vedesse l':1vanzata in ombardia più come conseguenza villoriosa di una batlag.lia campale ricercata od accctLata che non in vi11ù di una strategia difensiva. Jn altri termini. prima doveva aver luogo una ballaglia che gli as icurasse un ~opravvento tale da indune Radetzk_ a ritirarsi dietro il Mincio, poi si sarebbe iuoltrato in profomlitù nella pianura lombarda. li ragionamento poggiava su due con ·iderazioni: la possibilità di poter affrontare Radetzky in una battaglia campale, a fone più o men pari, con ragionevole fidu cia 11el successo; l'impossibilit?t di sloggiarlo dal quadrilalero anche dopo averlo sconfitto nella predella banuglia. Inl'aui, l'annata sarda arebbe arrivata al Mincio indebolita per lt: perdite in comballimento per gli inev itabi li presidi e di~taccam nti lasciati in Lombnrdia; qu ella austrin a, pur perdendo 15-20.000 uomini. avrebbe recuperato alcune guarnigiorù e i sarebbe appoggiala alle sue forteue. Quanto ai rinforzi, le leve lombarde ed emiliane 1.10 11 erano subito utilizzabili, mentre gli aiuti au triaci lo sarebbero stati. Mol Li stu diosi hanno messo in evidenza I ' inu Lilità di pretendere da Chrz:aaowski una •· ,rratcgia annientatrice··. dato che non rie111rava nella sua mentalit11 e superava la sua capacità. Quc~Lo è esalto però in fondo nessuno poteva chiedere al maggior generale simil e prodezza: da l mini stero e dnlle circo tanze proveniva semplicemente l'imperativo di chi udere la partita al più presto po sibi.le, vale a dire di provocare c vincere una o più battaglie tali almeno da portare rnpiclamenle ai preliminari di una pace «onorevo le e duratura con l' indipendenza d · ltal ia». come precisato nella circolare del 13 marw indirizza10 ' 1bidem, p. 7. "" lbidc111. p. 790-79 1.
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ta ai rappresentanti sardi a!l 'esrero. Le battaglie di annientamento esigono presuppo tj del tutto assenti nel 1849 p r il Comando ardo. Poteva bastare vincere bene, in modo convincente Purtroppo Cbrzanowski non aveva un idea precisa di come e dove «offrire.» una battaglia e forse nella sua incertezza pesava anche una certa sfiduc ia nella solidità e sulla capacità manovriera delle truppe. E' pur vero che, secondo le risultanze dell'inchiesta, nella conferenza del l7 febbraio egli aveva detto al mini lTo di non sentir ·i in grado di indicare e avrebbe superato il Po oppure il Ticino per muovere contro il grosso austriaco, e ripetuto lo stesso concetto a Chiodo nella rìunione del 1° marzo 106 ; tuttavia finì per prevalere la caute la e con e a la scelta cadde su una battaglia «accettata», ma in territorio amico, cioè conosciuto. Evidentemente, il proposito di passare alla contToffensiva subito dopo la battaglia difensiva e di dar corso ad una manovra ad ampio respiro nella pianura padana fece ritenere sacrificio non pe ante la rinunzia iniziale alla 6~divisione di La Marmara. Sui piani di guerra si ama sempre disq uisire. In generale , tot capita, tot sententiae. Secondo Pisacane, «mai un problema militare i è pre entato con maggior semplicità e nettezza come quello che doveva risolversi dal generale piemontese nella campagna del 1849» = . Secondo il duca di Dino, «il piano del generale Chrzanowski, tanto bi asimato era il solo che si potesse adottare nelle critiche circostanze in cui ci si trovava)> :,os_ A prescindere da più di una riserva , il ragionamento di Chrzanovski lasc ia affiorare l ' illusione del ripetersi della situazione poli tico-operativa del maggio-giugno 1848. Comunque. per propor i il traguardo ci tato sarebbe occorsa un ' inte. a preventiva col governo, perché le tntttative diplomatiche debbono essere "prep,u·ate" ed esigono savoir faire. Ora, si era verificata una evid ente e drammatica incompre nsion e fra governo e maggior generale. derivante da mancanza di vol ontà di cruarezza in entrambi gli interlocutori, ma anche da superficiale visione di quella guerra. Come si è visto, il gabinetto aveva rifiutato di impartire direttive di carattere trategico e nulla fa upporre che avesse indicato con preci sione quali scopi si ripromettesse di consegu ire. Probabilmente Chrzanowski pensava che il riconoscimento delf'uni one della Lombard ia e dei ducati fos e una pace ampiamente «onorevole)). E' infaui indubbio che egli puntava su una vittoria campale ad est o ad oves t ci el Ticino cbe provoca se l'inevitabile ripi egamento di Radetzky nel Quadrilatero, dopo di che la iluazione avrebbe suggerilo il da farsi. Ibidem . p. 697. '"' C. P1SAC1\NE. op . cirato , p. 222.
"' E. DE TALI.EYRAND-PÉRIGORO, S0u1'et1irs de la guerre de lombardi e pe11dot11 /es 0111,c'es 1848 et /849, Dumaine, Paris 1851, p. 337.
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Invece il gabinetto Chiodo viaggiava in tutt'altra orbita. Nella citata circolare del 13 marzo aveva proclamato l'intenzione «di affrancare coll'armi nostre quanta parte ne [della patria] è in balia dello straniero; di liberare dalla lunga pressura l'eroica Venezia; di assicurare l'indipendenza italiana» 209 • Voleva una grande guerra vittoriosa con uno strumento di entità limitata e di dubbia efficienza ed era 1iuscito ad isolarsi sui piano diplomatico. Non solo, ma l'ipotesi di una sconfitta verosimilmente non era stata nemmeno presa in considerazione. Vi aveva posto mente Chrzanowski. In tal caso, a suo giudizio, non rimaneva che accettare le condizioni imposte dall 'Austria, che con ogni probabilità non sarebbero state troppo onerose. Qualora, per contro, il nemico avesse pre• teso cessioni territoriali, si sarebbe continuato a combattere «par la petite guerre», sperando nella rivolta della popolazione piemontese delle zone occupate, sperando in un diversivo provocato dalla Toscana o dalle Romagne, sperando in una nuova insurrezione nella Lombardia, sperando in un intervento francese! Lo stesso Chrzanowski ammetteva che «à la verité tout cela était incertain». Il piano del generai maggiore presentava acuni punti deboli, il cui peso avrebbe potuto rivelarsi rovinoso se non tempestivamente ed energicamente controllati. La decisione di regalare la prima mossa all 'avversario di solito si traduce nel sottomettersi alla sua iniziativa; secondo Chrzanowski la sottomissione in realtà era fittizia perché l'offensiva austriaca, individuata nelle linee probabili, sarebbe stata attirata e bloccata nella zona di Novara o Mortara. Volendo ammettere una certa validità a siffatta visione strategica, diventa indispensabile l' assoluto 1ispe!to dei presupposti: pronta percezione della direttrice operativa austriaca; efficace controllo della progressione nemica a partiJe dalla Boffalora o da Pavia; assoluto affidamento del servizio di stato maggiore per la tempestività e rapidità nella trasmissione degli ordini ; attenta ricognizione, a vari livelli, del terreno e degli abitati deUa zona; organjzzazione de i servizi d'intendenza in funzione delle predetta battaglia difensiva. Ebbene: nulla di tutto ciò esisteva, se non in forma approssimativa od embrionale e quindi insufficiente. Un secondo motivo di perplessità riguarda il dispositivo assunto , nonché 1a forza disponibile per lo scontro. Sì trattava di uno schieramento strano, a metà fra l'intento offensivo e quello difensivo. In una visione offensiva poteva dirsi, entro certi limiti, accettabile data la possibilità (piuttosto teorica) di far convergere le forze sul medio Po; ma sce lta la difensiva iniziale, diventava ingiustificata la rinunzia alla divisione di La Marmara e criticabile anche la dislocazione della brigata d'avanguardia. '"' Circo lare di De Ferrn.ri ai rappre,entanti sardi in data 13.3. 1849 Lll F. C URATO , Sardegna e
Gran Bretagna ciL , li , p. 88-95 .
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Altro punto debole: il contrnllo dello sbocco oltre Ticino da Pavia. La sua importanza era basi lare perché derivava da un'ipotesi d ' offensiva austl"iaca ritenuta assai probabile. Quindi occoneva che la posizione fosse «predi sposta» con lavori di fortificazione campale, che il generale mandato a La Cava desse pieno affidamento di sana ini ziativa, che il presidio della posiz ione fosse robusto e ben dotato di artiglieria e di cavalleria, che gli ordini impartiti fossero inequivocabili. Ebbene: nulla di tutto ciò. I lavori non furono neanche prev isti ; quale comandan te fu scelto il Ramorino, molto discusso come uomo e notoriamente incline ad assu mere atteggiamenti troppo di sinvoltamente indipendenti; venne, cli conseguenza, utili zzata la divisione lombarda di forza limitata, nuova a l combattimento e, nel recentissimo pass ato, causa di preoccupaz ioni sul piano di sciplinare; furono impartiti ordini sicuramente poco espliciti (priorità alla difesa cli La Cava o di Stradella?) e suscettibili di interpretazione errata ~iu. Si tenga presente che , in base agli ordini del 13 marzo, la divisione lombarda si spostò dalla zona di A lessand ria portandos i con il grosso presso Voghera ed inv iando un solo regg imento a La Cava. In alt1i termini , Ramorino, fem10 ne ll a convinzione che il pericolo incombesse a sud ciel Po, privilegiò la necessità di fronteggiare il superamento del Po da parte austriaca a Stradella che non a Mezzana Corti (d a Pavia). Quando il generale Fanti. subentrato a Ramorino iJ 22, si rese como cli trov,mi nell' impossibilità di portare la divisione a nord del fiume, cercò il contatto con il governatore di Alessandria, con la brigata d 'avanguardia e con la 6~ divisione, giunta a Parma, e «Personne n·uvait d' i11 s1rnctions pour la sit11ation du moment», dichiarerà tl"istementc '". E' anche verosimile che le disposizioni date a Ramorino abbiano risentito cie li ' incertezza di fondo che gravava sullo spirito del generai maggiore. fnfatti, questi amm ise di aver prescritto a Ramorino molta circospezione per l'intera g iornata del 20, raccomandando «de ne prendre l' o.ffensii·e [contro PaviaJ que le 21, lorsqu 'ils seraient assurés que /' ennemi piacé en face d'eu.x leur était inferieur en force». L'ultima decisione, per modo di dire, d i Cbrzanowski era proprio quella cli rimanere in uno stato di attesa per l'intero giorno 20, Jirnitan" " Chrzanowski atll!rmò di aver dato ( 16 marzo) a Ramorino l"ord ine scrillo di garantir l" arda una sorpresa dal lato d i Pavia e di avergli fornito spiegazion i particolareggiale sul comportamento da tenere in ogni poss ibil e evenien,w. Però aggiun e: «Aya111 réjféchi que le génfro, Ramorinn 110111·ai1 proflrer, sous 1111 préit'.r/e q11l'ico11q11e . de la la1i111de de u's i11.1·1ruc1io11s 'lui 11.i pen11euai111 de se rérirer par le po111 de Me::mwcorle .rnr la rfre droite du !'o. ce qui é1ait ,·0111raire lÌ mes rnes: je l11i écrivis le 17 mars. lui e11ioi11g11a111 d'al'oir à re11dre impratica/Jfl' le po111 de Me:wnacortP dans fa 1110/inée d11 2U m·a111 111idi. J ' éspérais par là le forcer ò rester sur la ,fre gauclie d11 Po. préJ à se ré1111ir au reste de/" armée» (CCS M. Rela:ioni e rapporti 1849 cit. , p. l3). mala
Dopo un ordine ., cri llo. spi egazion i verbal i in presenza di dipendenti (il Fanti ed il capo di
S.M. de lla di vis ione) ecl un secondo ordin e scritto inteso a dirim ere dubb i. co me po teva Chrzanowsk i conc ludere: «.f' éspérais 1wr là le force r ... »? E. c iò nonostante, non sen tì il bi sogno di accertarsi che i suoi ord ini venissero eseguiti esartwnente! ' " CCSM. Relazioni e rapporti 1849 ciL. p. 428.
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dosi a spingere oltre Ticino piccole ricognizioni rivolte ad individuare dislocazione ed atteggiamento degli austriaci. Nel caso in cui Radetzky avesse finito per attenersi alla difensiva ripiegando cioe dietro l'Adda, le truppe segnalate a. Magenta, ovviamente lasc iatevi come retroguardia, sarebbero state liquidate senza difficoltà: il 21 Ramorino si sarebbe mosso contro Pavia e, nel contempo, il duca di Genova e Durando avrebbero passato il Ticino alla Boffalora ed a Turbigo, seguiti dal resto dell'esercito, e battuto la formazione austriaca. Giunto su ll 'Adda , Clll'zanowski prevedeva di agevolare l'attacco di Piacenza da parte cli Lamarmora e cli stabilire la linea d 'operazioni lungo il Po. Il feldmaresciallo Radetzky, dal canto suo, aveva una precisa visione della situazione. Sapeva che l'avversario aveva aumentato notevolmente le proprie forze; sapeva che il grosso dell'armata sarda s i raccoglieva fra Novara , Vigevano e Vercelli, mentre un'aliquota minore eia Sarzana tendeva verso Panna; sapeva che in Lombardia il fuoco covava sotto la cenere «imperciocché bisognava prendere una grande risoluzione onde unire tutte le forze in un solo punto per agire rapidamente di fronte ad un nemico in generale molto più forte; e quand'anche fossero scoppiate alle nostre spalle delle insurrezioni, vincendo il nemico esterno noi sarem mo venuti nuovamente padroni di sedare in breve energicamente l'incendio interno» 212 . Lasciò, dunque, senza presidio l'intera Lombardia eccezione fatta per i castelli di Milano, Brescia, Bergamo, Modena, la testa di ponte cli Brescello e la fortezza di Piacenza, le cui guarnigioni raggiunsero complessivamente i I0.000 uomini. Una guerra difensiva, a suo parere, non era sostenibile per l'assenza di solide posizioni ed un ripiegamento verso il Quadrilatero poteva riuscire pericoloso in quanto avrebbe abbandonato troppo territorio , conferito slancio ad un'insurrezione generale e rischiato cli porre l' armata austriaca in se1ie difficoltà ove l 'ol.Jensiva piemontese fosse stata sviluppata con rapidità e vigore. «Percio presi la mia risoluzione. Senza perdere un istante di vista i moti rivoluzionari della Lombardia, io volli penetrare nel centro avversario , rivolgerm i dapprima contro la wa forza principale presso i confini del nostro Stato [e batterla] e qu indi, dopo la riti.rata del nemico, acquetare clj nuovo rapidamente la Lombardia; ove ciò non fosse necessario, secondo le circostanze o procedere decisamente ed impossessarmi della capitale nemica ovvero attaccare alle spalle, ovunque la trovass i, sull ' una o sull'altra sponda ciel Po, l'aliquota avversaria dislocata inizialmente sulla riva destra ed annientarla»"''. · Mentre i giorni passavano, bene o male si conobbe il concentramento del1'annata austriaca, compreso il IV corpo già nei ducati , a sud cli Milano fra Ticino, Adda e Po. Pmtroppo la deficienza di informazioni era tale che soltanto "' Rapporto del fcldnrnre~ciallo Radetzky a.I mini stero dell a guerra austriaco. "'Ibidem.
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il mattino del 20 il Comando Supremo piemontese acquistò la certezza della gravitazione delle forze nemiche verso Pavia e, quindi, del suo intento offensivo. A mezzogiorno del 20 la 4~ divisione si trovava al ponte di Boffalora pronta a passare il Ticino, la 3~ divisione era in seconda schiera, la 2~ poco più a sud. Carlo Alberto e Chrzanowski , raggiunta la 42 divisione, aspettavano che il nemico si facesse vivo in qualche modo . Dopo un 'ora e mezzo di inutile attesa, venne dato il via alla prevista ricognizione oltre Ticino e cominciò la sequenza di en-ori tattici: la spinta sino a Magenta dell'intera 4~ divisione, qui fermata senza un compito ben definito ; l'inutile avanzata della 3n divisione sino al ponte di Boffalora ed il successivo suo ritorno a Galbiate-Trecate; l'impossibi le difesa di La Cava con le deboli forze del generale Gianotti ed il mancato intervento del grosso della Y divisione 21• . Verso le ore 20 arrivarono al Quartier Generale le prime notizie dalla 2" divisione: una rilevante massa austriaca era sboccata da Pavia, poco e male fronteggiata da un 'esigua aliquota della divisione lombarda, e si trovava in pratica la via aperta su Vigevano e su Mortara. «Ce qui est arrivé (... ) - scrisse con amarezza Chrzanowski - était en dehors de mes calculs», ma poteva battersi il petto. A lla m inaccia si poteva replicare procedendo audacemente s u Milano-Cremona per tagliare la linea delle comunicazioni austriache; volgere verso sud-est a cavallo della direttrice Abbiategrasso-Pavia per cadere alle spalle del nemico , oppure formare una linea di difesa appoggiata a Vigevano ed a Mortara e sp ingere elementi verso Sam1azzaro dei Burgundi per chiudere il passo ad un 'eventuale avanzata austriaca su Alessandria. Pur nutrendo qualche dubbio sull'entità real e delle trnppe austriache attaccanti, Chrzanowski prefe rì quest ' ultima soluzione; non ern, in fondo , una delle due previste in partenza? Purtroppo gli ordini si susseguiranno senza incisività, tempestività e precisione, perché nel generai maggiore si agiteranno successive incertezze: ti nemico punterà su Alessandria o su ovara? Acclarata la direzione nord, graviterà verso Vigevano o verso Mortara? Ed ogni interrogativo non sarà sciolto con risolutezza perché in lui continuava a prevalere la tendenza a subordinare le proprie mosse a quelle cli Radetzky (peraltro maJ conosciute), anziché, per l' appunto adesso che la battaglia desiderata stava per avvenire dove ipotizzato, eseguire rapidamente la manovra difensiva già studiata. Il guaio fu che essa non era stata studiata, bensì semplicemente intravista e questo si tradusse in un secondo regalo per il feldmaresciallo . Che si trattasse veramente di un dono importante può considerarsi sufficientemente dimostrato dagli eventi del giorno dopo. Per la Cava, incapacità od incuria di imparti re ordini precisi al Fanti
" ' Per il tanto di scusso impi ego della 5" di vis ione vd s. in parti colare P. PJ ERI, /I generale Chrw 11owski e la mancata cltfesa de l generale Ramori110 alla Cava. in Ra.uegna Storica del Risorgimento, III-IV/ 1948; e D . G UERRINI. la divisione lombarda nella campagna del /849. in I/ Risorgi111e1110 italiano. 1908.
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per iJ recupero o comunq ue l ·utile impiego della s~divisione m . Per MortaraVigevano, nessuna predispo izione per il previsto cambiamento di fronte, talché i movimenti di afflusso delle divi sioni risultarono, nel loro insieme, poco ordinati intralciati e di durata eccessiva; mancata tempestiva d signazione di un comandante di sellare ai fin i di una razionale articolazione di comando p r affrontare la lotta a Mortara ed a Vigevano 1 16 ; precario collegamento tattico fra i due gruppi di divisioni ( P e 1rr di ri serva a Monara e 2\ Y e 4 a Vigevano) perché i quattro battaglioni a ciò prepo ti furo no collocati troppo indietro, ricevettero ognuno un compito distinto ed agirono isolatamente, privi com erano di unica direzione. Tutto questo si riferisce, e si limita, alle misure che potevano essere studiate preventivamente sul la carta, controllate sul terreno, fatte conoscere ai comandanti di divisione a titolo di orientamento per una tutt'al tro che remota eventualità (dato, i ripete, il pensiero di Chrz.anow k.i). Quanto, poi all' impostazione e condotta della manovra difen iva, il d.i egno di arrestare Radetzky frontalmente a Mortara per colpirlo successivamente sul fianco destro con una forte massa proveniente dalla Sforzesca, presentava aspetti favorevoli (tagliare la linea di operazioni austriaca di Pavia) e sfavorevoli (agevolare l' intento di Radetzky cli impedire ai pi emontesi la possibilità di ripiegare su Ca aie o su Vercelli). Chrzanowski d isponeva di c irca 50.000 uom ini e, per quanto ne sapeva anche il uo antagonista doveva contare su un imile complesso di forza. O vantaggio generico perciò era per la dife a. Tullo, in sostanza, si riduceva alla chiarezza dell e disposizioni di partenza ed all'energia dell 'attuazione del piano. La poco tempestiva diramazione degli ordini e la loro carsa preci ione, nonché l'i ncuria nell a doverosa ed adeguata infonnazione alle divisioni circa i compiti delle unità laterali confermarono le carenze che, in fondo, avevano provocato il disa tro di La Cava, vale a dire un servizio di Stato Maggiore inesperto e non sorretto dalla chiara volontà del capo, con conseguenti esecuzioni difeuose , iniziative errate o preoccupazioni esagerale. 1 " Al gencn1lc Fanti , con l'incari~o del comando interina le deJJa 5" divi sione, assunto la 5era del 2 1, giunsero le di spo sizioni cie l generai ma ggiore: ((Cono scendo Ella prccisamènte gli ordini emanati a codesta d ivisione, di recarsi cioè alla Cava i! dintorn i, minaccia.re Pavia, tag liare il ponte di Mczz.ana Corti ed assicurasi la ritirata per Sanmv.zaro. Ila dovr~ conformarsi ai medesimi per quanto lo permenemnno le circostanze attuali». Il dispaccio erJ stato serino la sera del 20, non appena al Quanier Gencrnle si era appreso, da una lcircra di Ramerino de l 19, che il grosso della 5' divisi one era a sud del Po. Facile, dunque, rendersi conto che l'ordine :;arehbc nrrivato a Fanti in un a situazione tanic~ completamente diversa da quella cui si ri ferivano le di po iz.ioni im partite originariamente a Ram Jino' 21 • A proposito di Mortara, il duca di Gcnov:1 ehbe a rimarcare: ((Alla dc 1111 della linea gli Austri aci non attacca rono che tardi ·simo, sul far cld la none; trovarono le nostre \ruppe già collocale in posto; ma co lìt. da parte dei nos1ri mancava l'unità del conumdo, giacché non era stabililo ch i fra i du generali di divisione dove,sc comandare ull ' altro e nessuno osava far lo; neppure era ben definire che dove se obbedire al capo di stato maggiore dell'escrcilo. che pure era presente. iò ebbe per effetto che la posizione delle truppe non fo se delle meglio scelte» (CCSM. Rela~io11i e rapporti 1849 c it ., p. 336).
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Circa il ricor. o al capo di S.M. Generale - discutibilissimo e comunqu tardivo ai fini organizzativi - per l'annonizzazione delle difese di Mortara si reputa superfluo un lungo commento. Prima di tutto Alessandro La Marmara. la cui fulminea carriera da maggiore a maggior generale in pochi mesi (come. del rcsLo, quella del fratello Alfon:o) avrebbe probabilmente provocato scalpore anche in un a campagna napoleonica, venjva ad abbandonare il suo incarico, quasi fosse una sinecura; in secondo luogo, mancava del! 'esperienza per poter dirigere ul campo di batragl ia più divisioni ; in terzo luogo, non pos edeva l'autorità né l'autorevolezza per imporsi sui due tenenti generali in tema di , cbierarnento e di defi ni zione di po izioni o cli decisioni di carattere clivi ionale. Poteva emplicemenre trasmettere gli ordini - generici e per giunta verbali ciel comandante in cap ed avanzare suggerimenti. lnoltre. La . armora. molto coraggioso ma anche motivo, era più incline ad inserirsi impu lsivamente nel )' azione , quand'anche di semplice rilevanza e pisodica, che a valutare con distacco gli eventi , a rim anere con mente fredd a al livello elevato propri o della ua carica. Le notizie, buone o cattive che iano, mollo spesso acqu istano un peso dcterminant sull ' animo cli chi è già nel suo intimo portato ad aspettarsele in enso ottimistico o pes imistico, oss ia di chi le desidera o le teme. A pane i fenomeni coll ettivi, come la convinzione qua i universale del marzo 1848 che. dopo l'abb ndono di Milano, l'esercito di Radetzky fosse ridono ad una massa disgregata in fuga affannosa, di so lito è diffici le sfuggire a ce1te suggestioni specie se la fonte è ritenuta affid abile . Durante il combattimento di Mortara , hrzanowski s i preparava ad attaccare daJla Sforzesca il fianco de tro del nemico, impegnato con la 1~ divi ·i ne e la 1~ d ivi ione di 1iserva. Verso le ore I ciel 22 marzo, due uffic iali di S.M. andati con La Marmara e poi travolti nella confusione del! ' epilogo notturno, tornarono al Quartier Generale fornendo un resoconto, llannante: le due divisioni, investite nel tardo pomeriggio del 21 dal li corpo del generale D Aspre non avevano rello all'urto violento e si trovavano in un disordinato ripiegamento l una verso Vercelli e l allrn su Novara; le perd ite erano cospicue, le Lrnppe scosse, il morale basso . Tn realtà, I ' imp rovvi o cedimento aveva riguardato la sola brigata Regina, e nemmeno tutta. mentre il grosso d Ila 1~ divi ione e l'intera 1~ di riserva potevano considerar i ancora alla mano e Ja loro ritirata su ovara ebbe luogo con suffi.ciente ordine. La reazione inizia le dì Chrzanowski fu di da r corso, all 'alba, al previsto contraltacco ulla direttrice Vigevano-Mortara con le tre divisioni riunite alla Sforze ca, poi, riflettendo al riscbio di finire addo ato al icino in ca o di fal limento dell'operazione, prese in esame anche due alternative: eon e ntrare l'a1mata a avara ed affrontare la battaglia deci~iva, oppure abbandonare la zona e ripiegare su Vercelli a marce forzate, con tutti i risch.i di uno sfil, mento clavm1ti al nemico e della calliva impressione che un passo del genere avrebbe suscitato nei so ldati . Poco dopo arrivò una lettera di Alessandro La Marmara. il
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quale privo anch·egli di una convenicnle cono ccnzu dell'insieme deJ combmtimento, e ba ,meiosi unicamente sugli vent i che avevano squas mo la brigata Regina, rappresentava la situazione con il più nero pcss imi smo . «Non era il ereno rapporto di un comandante - commenfo a ra.::,ione il generale Geloso ma quello di un soldato valoroso ed impressionabile che. gittatosi nella mi,chi a aveva visto accad re accanto a sé e pisodi , dolorosi ma umani, di un momento sfortunato e da ess i traeva dedu7.ioni di carnttere genera le» ' 11 • li combattimento di Mortara fu . ignilìcativo perché mise in piena evidenza - ove ve ne fo e stato bisogno - quello che in guerra possano \'audacia calcolata e !" energia c. per converso, quanto danno sia generato dall ' inccrlezzn e dilll ' imprevidcn.w. In fondo, i I iemonlcsi avevano 1G miglior i possibilità: ~upcriorita numerica. minore . tanchcua. libe11à di scelta del te1Tcno. e ppure tutt e rìsultarono inutil i. La supctiorilà numerica fu resa vana dal caltivo schieramento e dall ' assenzn cli un comando unico. Il relativo riposo delle truppe fu suhito controbil ancialo <.!alla mi non: sald ezrn al fuo co dei rcpart i. troppo poco agguen·iti per resistere ad eventi sfo1tunati e per combattere di notte. ed infine il terreno scelto era comple1:1mentc sconosciuto ai Comandi cd alle unità. A ciò aggiungasi, da un lato la decisione del o· Aspre e dei suoi luogotenenti e, specia lmente, il brillantissimo comportamento del colonnello Bencdeck. il futuro sconfitto di Sadowa. e dall'altro la sc arsa chiarezza degli ordini di Ch17anowski e la timidezza dei comandanti di divisione. nonché ... la convinzione che la sera del 21 non vi sarebbe sltlto alcun combattimcn10 f1 causa d II 'or..1 tarda. Benché. a conri fatti, si trattasse di un fatto d'anni infelice, lo scontro di Monara ebbe conseguenze molto gravi. tali da risultare detem1inanti nei rille, si del prosieguo della campagna. Non soltanto fra le unità cominciavano ad apparire di nuovo s in tomi cli ìndiscip linn e si acccntuavn la sfiducia. ma lo stes so Chrzanowsk i non eppe nascondere la costernazione nella qu~,lc era piombaco. Indubbiamente le circostanze si presentavano in una luce piullo to preocc upante: le comun icazioni con Ales~andria erano definitivamente intc1TO! te dall 'i ntero esercito austriaco: la linea di comuni ca~ioni con la capitale era seriamente minacciala (pattug lie di ulani si erano spinte sino a Borgo Vercelli); ovara , che ormai sempre più faceva sentire la ua attrazione , non era tata organizzata come base di operazioni e. co n~eguentc111eme. in quanto semplice ciuà era priva di apprezzabile s ignificato lattico . ln conc lusione. l',1rmala sarda non aveva più - ma le aveva mai avute? - né linea di comunicaz.ioni, né linc.i di operazioni. né base di operazioni. In teoria, dunque. tanto valeva seguire il primo impul o di muovere controffensivamcnte contro Mortara, da nord con le due divisioni ba1tu1e e da est con le 1:-rc uivision i di Vigevano: ma per far ques to '" C. GELOSO. f.,, opera:ioni 111ili1ari del I , 19. in USSMI:. // primo pas.11J drl/"111,iuì ,rtwli,1. cit. , p. 80.
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con buone prospettive di successo occorrevano un carattere diverso da quello del generai maggiore ed una solidità di quadri e di reparti superiore al reale. Verso le 3 si riunì presso la Sforzesca una specie di consiglio di gue!Ta. Erano presenti Carlo Alberto, Chrzanowski, il duca di Genova ed il generale Bes (il generale Pe!Tone non era stato rintracciato nel buio della notte) ed il dibattito fu segnato da un sostanziale scoraggiamento. Di fronte alla preferenza da tutti manifestata per l'arretramento su Novara, Chrzanowski, in costante senso di inferiorità per lo scarso prestigio che si accorgeva di 1iscuotere, non osò imporre la contrnmossa su Mortara (sul cui esito favorevole, d'altronde, egli stesso nutriva scarsa fiducia) e finì per condividere il concentramento del1'armata a Novara. Le truppe a sud del Po rimasero dimenticate. Questa l 'origine della battaglia di Novara, che ebbe luogo ventiquattr'ore più tardi , il 23 miu-zo 1849. Cominciò verso le 11,30 con il contatto stabilito dall'avanguardia del II corpo del D'Aspre, fu progressivamente alimentata da parte austriaca con l'arrivo del III e poi del IV corpo nel pieno pomeriggio, fu abbandonata da parte piemontese all'imbrunire forse prematuramente, mentre sopraggiungeva il I corpo di riserva austriaco. Alle 18, allorché Chrzanowski confermò al ministro Cadoma, mandato a chiamare sul campo di battaglia, che il combattimento non poteva più essere continuato, Carlo Alberto si volse lentamente al generale Fecia di Cossato e gli ordinò di recarsi dal feldmaresciallo Radetzky per trattare in suo nome una tregua d'anni. Poco dopo, con la retroguardia, si avviò in silenzio verso Novara. Fecia di Cossato rientrò dalla sua missione verso le 20,30 con notizie sconfortanti: il generale Hess, quartiermastro generale austriaco, premesso di non essere comunque autorizzato ad aprire trattative ufficiali, aveva dichiarato esplicitamente che le operazioni non sarebbero state sospe8e a meno di ricevere in garanzia l'intera Lomellina e la cittadella di Alessandria. Il re allora pose a tutti i principali collaboratori il quesito «se credevano possibile riprendere le ostilità ed opporsi al nemico». Alla concorde risposta negativa, dichiarò di abdicare in favore del duca cli Savoia.
LA CA MPAGNA DEL 1849
..J.~ 11 ..,. - - ... ~ ........ ~.- -
I 10 ,10 AO
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Capitolo V CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE
I.
CARLO ALBERTO E A
l'
GUERRA D ' INDIPENDENZA
Sulla narrazione degli avvenimenti che presero il nome complessivo di «prima guerra d'indipendenza» influirono ben presto elementi, diciamo, esterni che cdntribuirono a fornire un quadro piuttosto oleografico di Carlo Alberto e del Piemonte, delle insurrezioni di Milano e di Venezia, del concorso entusiasta dei volontari, della partecipazione in un modo o nell 'altro degli «italiani» tutti. In questo quadro le luci furono ovviamente esaltate e le ombre altrettanto naturalmente lasciate ai margini. Tra i fattori che ispirarono in senso nazionalistico buona parte della storiografia italiana sull.e guerre d'indipendenza, alcuni rispondevano ad esigenze psicologiche realmente sentite come di importanza fondamentale. Anzitutto il 1iconoscere al Piemonte l'immenso merito di aver affrontato l 'Austria nonostante la sproporzione delle forze , indicandolo così come l' indi spensabile perno dell'indipendenza e dell'unità. In secondo luogo, l 'opportunità di sottolineare le idee e l'opera dei moderati «per contenere l'ardore, spesso intemperante e pericoloso, del partito d'azione» e di conseguenza per «fare apparire quegli uomini che del partito moderato erano stati i precursori, come grandi patrioti italiani, mentre erano stati soltanto patrioti piemontesi~> .'. Infine, di «vedere e far vedere negli avvenimenti dell'epico biennio 18591860 una diretta e necessaria derivazione da quelli del biennio 1848-1849, menn·e questi non ne erano stati che una preparazione, nemmeno forse i11dispensabile» 2 • La revisione dello spirito apologetico in m·gornento, particolarmente marcata nella critica contemporanea, ha lasciato pressoché intatti molti personaggi ed episodi entrati nella storia patria e nella fantasia popolare, ma a Carlo Alberto poco o nulla è stato rispanniato. Certo «l'amletico re» oscillava tra il mistico e l' idealismo , ma altri forse non sfociavano nell'utopia? Gli mancavano doti di costanza e di concretezza che potessero sorreggere i pur buoni propositi, ma si trovava in nutrita compagnia di uomini ricchi cli idee quanto poveri di capacità realizzatrice. li suo sentimento di italianità si basava su una pregiudiziale dinastica, ma come pretendere che di colpo sparisse in lui ogni Lrnccia del monarca assoluto? Come capo militare, lo abbiamo visto, era mediocre
1 F. S A RDAGNA, op. citala , p, 175. ' lhidem.
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LA PRIMA GUERRA D 'INDIPENDENZA
ma, ad esempio, non ci sembra che il fatto di trovarsi nel teatro d'operazioni della campagna napoleonica del 1796-97 «avrebbe potuto e dovuto servire al re come fonte preziosa di esperienze e insegnamenti»'. Quali deduzioni in un così diverso contesto politico, storico, psicologico e militare? Non si dimentichi che Bonaparte è, sin dall'inizio, privo di pregiudizi e libero da schemi operativi ed inoltre deciso a «vivere sul paese». Alcuni concetti , in verità, il re li possedeva e ne parlava: massa, sicurezza, sorpresa, base di operazioni, ecc., ma l'attuazione faceva difetto. Gli nuocevano l'assai modesta preparazione tecnica e l'incerto esercizio del comando. «Si dimosLTÒ pertanto spesso oscillante fra i discordanti pareri dei suoi più vicini consiglieri sul campo; ince1to fra i vari prutiti da prendere; irresoluto davanti alle grandi decisioni e, troppe volte, propenso ad attendere dal tempo una via d'uscita, quando invece le circostanze premevano per audaci e rapide risoluzioni » osservò il generale Grazioli ' . Insomma, anche se avesse letto e studiato le opere del Jomini e del Clausewitz ed assimilato i principi della guerra napoleonica, per moslrnrsi buon generale Carlo Albe,10 sarebbe dovuto essere un altro uomo. La sconfitta del 1848 gravò fortemente sullo spirito del sovrano, sì da fargli desiderare con ogni fibra dell'animo la rivincita, una rivincita personale alla testa dell'esercito sull'Austriaco, su Milano e sul suo stesso governo. È noto il commento del senatore Petitti di Roreto in una lettera personale del 16 dicembre 1848: « Yuolsi che µna delle condizioni che vinsero la renitenza del Re ad abbandonarsi alla Democrazia, sia quella che l' Armata verrà nuovamente affidata alla scienza strategica! Questa nuova ha prodotto un effetto terribile sui militari capaci , che già conoscono per prova il gran capitano. Anche di questo gongolerà il Ràdezky» 5 • In realtà, Carlo Alberto lascerà fare al generale Chrzanowski e, pur sicuramente manifestando la sua presenza, si limiterà in sostanza ad esprimere il proprio parere. Conosceva il rischio della nuova campagna e Io accettò con freddezza . A Novara, convinto o non che la lotta fosse compromessa in partenza, cercò la morte sul campo di battaglia e per certo rimpianse acutamente non averla trovata quando nel tardo pomeriggio presso la Bicocca dovette vuotare l'amaro calice; quando arrivò su una barella il generale Ferrone, comandante della 3' divisione, mortalmente ferito ed in silenzio gli strinse la mano ; quando trasportarono la salma del generale Passalacqua, comandante della brigata Piemonte , ed in silenzio la salutò; quando nell 'oscu-
' C. PrscHEDDA, L'azione di Carlo Alberto nella campagna del !848-49, in Nuova Rivisra Storica, n. 1-2/1947 . È comunque molto diffuso, quasi istintivo, il confronto fra la campagna di Bonapanc e quella di Carlo Alberto. • F. S AVER IO GRAZIOLl, Le operazioni militari del IH49, in USSME, li prim o passo verso l'Un ità d' !ralia cit. p. 22. ' In P. PrERr, La campagna del 1849, cit., p. 34.
CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE
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rità gli sfi larono vicino frotte di soldati sgomenti, dimentichi della sua presenza, diretti confusamente a ovara ed in silenzio li lasciò passare. La sconfitta concluse in modo penoso, ma pressoché inevitabile, un'impresa bellica voluta avventurosamente sotto la pressione di sconsiderate dichiarazioni programmatiche e di motivi cli politica interna. Carlo Alberto non lo sapeva, né poteva immagi narlo, ma traendo le conseguenze dalla «fatai Novara» con una dignità veramente regale consentì di far comprendere che, nonostante il disastro di quella guerra, soltanto il Piemonte di Casa Savoia poteva guidare la lotta per l'indipendenza e l' unità, e che il primo passo verso tale traguardo era necessariamente un «Regno del l'Alta Italia».
2. I RAPPORTI FRA TORINO
E MILANO
È indubbio che lo sviluppo dell 'intera campagna del 1848 risentì cli consideraz ioni politiche di vario genere, così come l'assenza di una qualsiasi concezione strategica risultò aggravata da preoccupazioni politiche provenienti da Milano. Al governo provvisorio della Milano rivoluzionaria prima e lombardo poi sono stati 1ivolti non pochi rimproveri: orgoglio municipale e discordie intestine, faziosità dei federalisti e dei repubblicani, incapacità organizzativa in molti settori. Intanto occorre riconoscere che si trovarono al potere quasi improvvisamente uomini impreparati a prendere il timone in simili abnormi circostanze, uomini moderati delle classi più elevate e proprio per questo in difficoltà a scontrarsi con elementi decisi e disposti anche a sollevare la piazza (senza essere essi stessi in grado di gestire la res publica). Inoltre sfuggiva a quasi tutti, tranne ai federalisti di Cattaneo, che «il problema lombardo, una volta impostato sulla premessa della separazione dell'Austria, modificava la sua natura (non più amministrativa e costituzionale), facendosi non solo problema italiano, ma problema europeo» 6 • Se nei confronti degli altri Stati itali ani i contatti potevano limitarsi ad accennare genericamente ad una politica disimpegnata ci rca il futuro dell 'Italia e in particolare del Lombardo Veneto, con il Piemonte si voleva evitare il pericolo di una fusione intempestiva, senza peraltro compromettere le sorti della guerra. Ad ogni modo, il governo provvisorio teni1e a 1icercare e mantenere , sino al momento ritenuto opportuno per la decisione della fusione una posizione di indipendenza ed a tal fine gi unse ad uno scambio cli incaricati d'affari ufficiosi con il governo sardo 7 . Inoltre, come il governo di Venezia, manifestò "' R . M OSCA, Le relazioni del governo provvisorio di Lombardia con i 1:ovemi d' Italia e d'Europa, Mond adori, Milano, 1950, p. 13.
"' Il governo di Torino mandò a Milano (24 marzo) il marchese Gaetano Pareto, fratello del ministro degli Esteri , con il compito di «esplorare sagacemente quali siano le intenzioni del governo
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LA PRfMA GUERRA D'INDlPENDENZA
sentimenti di simpatia nei confronti della nazione germanica, sentimenti peraltro ni ente affatto ricambiati dalla grande maggioranza del Comitato dei Cinquanta, riunito a Francoforte in attesa della convocazione dell'Assemblea costituente. no dei principali motivi di attrito concerneva La penetrazione di volontari nel Tirolo, cioè in territorio appar1enente alla Confederazione, questione sulla quale i tedeschi si mostreranno sempre suscettibilissimi 8 . L'atteggiamento «neutrale» del governo provvisorio circa la fusione non escludeva l'acce ttazione del principio monarchico , in fondo preferito dai moderati, e mirava semplicemente a rendere naturale e spontanea l'operazione, sì che la Lombardia non figurasse un nuovo acquisto del Piemonte. IL governo di Torino, invece, pensava ad un ovvio assorbimento del Lombardo-Veneto nel regno di Sardegna; non si rese conto che, ad esempio, non poteva mettere suUo stesso piano la fusione con Milano o con Venezia e quello con Piacenza, che difatti manifestò prestissimo l'intenzione di unirsi al Piemonte senza condizioni. Lo scoglio maggiore fu però costituito dal verificarsi a Milano di due gravi inconvenienti: uno spirito cl' indi pendenza, che raggiungeva l'intolleranza, da parte di uomini in procinto di raggiungere quella libertà per la quale avevano aspirato e sofferto tanto a lungo; il timore di contrariare gli umori popolari e di essere accusat i di dispotismo o di tradimento, da parte dei moderat i. Inevitabilmente, l 'imbarazzato «non fare» del governo provvisorio od il contemporaneo apparire delle velleità repubblicane 9 generarono a Torino un sordo risentimento nei confronti della sostanziale indifferenza lombarda circa l'aiuto ricevuto e, peggio, dell' ostentata sottovalutazione dei sacrifici e dei pericoli accettati dal Piemonte nel! 'affrontare l'Austria. Per converso, dapprima a Milano si trascurò o non si tenne sufficientemente conto del fatto che I 'entusiaprovvisorio intorno al fun,ro governo del Paese, senza però svegliare sospell i e non aprendosi che con persone destre e sicure». 11 governo provvisorio mandò a Torino (2 7 rnarzu) il conte d'Adda cd al Quartier Generale del re, quale commissario straordinario, il conrc Martini con l'i struzione di non toccare, per il momento, la questione de lle fom1e politiche future (R. MOSCA, op. citala , pp. 50-53. • F. C RAl'O , Scrilli di storia diplomatica, Giuffré. Milano 1984, p. 64. Quando poi, ne l maggio, le flotte sarda e napole tana bloccarono la flotta austriaca ne ll a rada di Trieste, il ri sentimento in Gemiania fu forti ssimo, tanto che il marchese Pallavicin i, ministro sardo a fonaco, ammonì il Pareto a non bombardare la citlà, perché in tal caso «je 1w doute pa.1· que I' Assemblée Na1ionale à Fra11cfo11 ne déc/are la guerre à /'!rafi e», cosa confermata ufficialm e nte ed all'unanimi tà dall'Asse mblea il 20 giugno (ibidem , pp. 87 -89). È pur vero che Mazzini a Parigi si era dichiarato disposto a seguire il re di Sa(degna nella lotta contro [' Aushia, tuttavia le sue vere intenzioni appaiono inec1uivocabi li in una leuera privata ~crirta il 9 aprile, appena giunto a Milano: «Le cose de lla guerra vanno bene. Il governo, meno tre buoni - Correnti, Porro e Guerrieri - è debole: pende all ' Albertismo; così molti delle altre classi : vi è però un partito repubblicano forte e deci so, non bisogna che d 'organizzazione. Mi occupo di darl a. E se un fa10 brillanre 11011 vien.e a dare un'occasione propizia a CA.forse vinceremo» (D. GruR JATI , Duecento lei/ere di C. Ma zzi11i, Roux e C. , Torino 1887, p. 288. in L. CHIALA, op. cirara, p. 37 .
CONSIDERAZJONT CONCL SIVE
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smo piemontese per la guerra italiana era indubbio e sentito, ma inquadrato nei sentimenti che legavano il paese all a monarchia ed all'esercito. «lo sono d'avviso - avvertì il d'Adda in una del le sue prime lettere da Torino - che l'amore per Casa Savo ia sia ta lmente radicato nei piemontesi che non saprebbero accettare nessun ' altra forma di governo e che l'esercito si scioglierebbe da sé>) "'. Quando questo fu ch iaro agli estrem isti repubblicani e democratici , ebbe inizio una vera e propria opera di sobillazione dei soldati piemontesi contro Carlo Alberto".
3.
1
LA PR \M A SCONF ITI A MILITA RE
(1848)
A Carlo Alberto vennero rinfacciati numerosi errori in tema di concezione, condotta e conclusione della campagna. A monte di essi stanno tre accuse fondamentali: non essersi preparato alla guerra contro l'Austria; 11 011 aver capito di dover gestire una guerra ri vo l.uzio naria e nazionale; averla guidata senza convinzione né volontà. Vediamo da vicino queste accuse. Che il regno di Sardegna non fosse pronto è un fatto ampiamente dimostrato, tuttavia è del pari innegabile l' improvviso presentarsi dell'emergenza e con tal subitanei tà di sviluppi da rendere pressoché impossibile il tempestivo passaggio del! 'annata dal piede cli pace a quello di guerra. La vera colpa che provocò l'entrnta in campo a dispetto dell'insoddisfacente situazione militare fu l'aver assunto per molti mesi un atteggiamento così scopertamente allusivo, se non proprio provocatorio, da far ritenere ovunque che Torino intendesse aprire le ostilità alla prima occasione, mentre nessun serio preparativo veniva non soltanto posto in essere, ma nemmeno studiato . Gran parte delle deficienze cli natura ordinativa ed organizzativa derivano da questa impreparazione di partenza, ben difficilmente riparabil.e in breve tempo. L'elencazione di tutte le manchevolezze in proposito non rappresenta che la conseguenza logica ed inevitabile della mancata messa a punto dello strumento bellico, a sua volta dei·ivante dal l' accennata imprevid enza politico-militare. Un sovrano dotato di maggior senso pratico avrebbe compreso che il soffi are sul fuoco non poteva
" R.
MOSCA, Le relazioni, c it, pp. 53-55. G. VISCONTI VEKOSTA, Ricordi di gioventù , Milano 1906, pp. 138-13 9 . Sia il Pine ll i sia Le Maswn ebbe ro parole aspre nei confronti degli uomini della s inis tra milanese, per usare un renn ine gene rico . li .,econdo, in part icolare, esplose contro di ess i, quando, in segu ito alla tregua cli MililllO, i c illaclini in qualche modo compromessi ripara rono in Piemonte e in Svizzera: «On avait vu s' en/i1ir des premias, Mazzini e to1.1s ces démagogues qui avaiem tam comribué à la ca111strofe. 11
Pourquoi donc fuyaient -ils? (. .. ). N"avaienr -ils pas été /es meil/eurs auxi/iaires de I' Autriche, la cause la plus rée//e dcs succès de Radetzky? Heureu,x le général qui a à comballre une natimi chez /aque//e se trou ven r de rels insensés ou de tels perversi,, (A. Lr; MASSON, Custoza, ciL. p. 167).
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non porgli, a più o meno breve scadenza, vincol i psicologici ed impegni politici cui sarebbe stato arduo sottrarsi, anche se l'occasione si fosse presentata nel momento meno propizio. Alfonso La Marmora lamentò che non si fosse provveduto a tener pronto al Ticino un corpo di 15-20.000 uomini 12 • In tempo di pace, per uno Stato come il Piemonte, sarebbe apparso certo un onere non lieve, non però insopportabile e d' altronde giustificato quando la tensione con l'Austria cominciò a salire pericolosamente. Per contro, bisogna anche ricordare il repentino pericolo costituito dalla rivoluzione francese del febbraio e considerarlo con l'occhio e la mentalità del Piemonte e dell'intera Europa dell'epoca. Il secondo appunto riguarda la fisionomia da attribuire al piano strategico, cioè il «mancato carattere di guerra rivoluzionaria, in cui l'esercito piemontese avrebbe dovuto raccogliere, coordinare, guidare le forze che la rivoluzione aveva creato, o aveva, malgrado la riluttanza dei governi, trascinato con sé, per completarne l'opera, aggravando la crisi dell'esercito austriaco e dandogli il colpo di grazia finale . Si trattava, infatti, d'una guerra rivoluzionaria e nazionale che avrebbe richiesto in chi era chiamato a dirigerla eminenti doti politiche e militari insieme» ". Tutto ciò sarebbe stato bello, ma la situazione viene presentata sotto un'angolazione poco convincente. In realtà sembra difficile si possano attribuire a Carlo Alberto serie colpe al riguardo. Vastissimi strati delle popolazioni del Lombardo-Veneto consideravano con indifferenza J'idea di un grosso cambiamento politico, quale la nascita di un regno dell'Alta Italia, e taluni gruppi, a Milano ed a Venezia, sentivano assai più suggestiva la prospettiva dell'indipendenza municipale regionale di stampo repubblicano, che non quella di un 'unione col Piemonte. Per non parlare del sentimento addirittura antiun itario di larga parte della nobiltà e della borghesia al nord, al centro ed al sud della penisola, anche se dettato da motivi diversi . E tutti i governi d 'Italia salvo quello piemontese si ferrneram10 sul! 'orlo della guerra, a cominciare da quel Pio IX, nel cui nome aveva preso vita e speranza la crociata. Anche l'addebito dell 'errore politico di appoggiarsi alla nobiltà lombarda, priva in genere di personalità di spicco, piuttosto che rivolgersi agli elementi popolari protagonisti della rivolta di Milano e delle altre città '", sembra troppo categorico. Anzitutto Carlo Alberto ed il suo governo non potevano non prendere come validi interlocutori coloro che si erano trovati proiettati al ve1tice del movimento insurrezionale, qualunque fosse la loro capacità di guida. In secondo luogo, era da dimostrare che gli elementi «popolari» avessero vera" CCSM , Relazioni e rapporti 1848 cit., III, p. 64. Anche Pisacane criticò l' assen za di un corp o di pronto impiego , però ne trasse conseguen ze operative un po ' troppo ottimi stiche (C. PISACANE, La fi Uerra del 1848 -1849 in Italia , Rossi, Napoli 1969, p. 206). " P. PlERI , Storia militare del Risorgimenlo, Ein a udi , Torino 1962, pp. 197-198. Vds. anche La campagna del 1849 cii. p. 54. " D. M ACK SMITH , op. citata, p. 269.
CO ·smERAZIONl CO "CLUSJVE
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mente in mano le energie popolari. E d'altronde, visti i rimproveri di non aver tratto esperienza dalle campagne del 1796-97, Bonaparte, generale della Francia rivoluzionaria, non si era appoggiato ai maggiorenti, cioè al ceto dominante? Merita rilievo anche una strana critica. Certamente, una volta irrigiditesi per inevitabile inesperienza, generosa frettolosità, angustia di vedute ed illusori idealismi - le posizioni politiche, repubblicani e federalisti «persero gradualmente il loro entusiasmo per quella che appariva una guerra realista e antirivoluzionaria» '5; ma perché comprendere questo, e quindi giustificare implicitamente il violentissimo antagonismo messo in atto contro il re e l'annata sarda, e non, viceversa, comprendere il risentimento crescente nelle file piemontesi? Arlche Le Masson sostenne che Carlo Alberto sbagliò a non organizzare un 'insurrezione generale (espressione più precisa di «guerra rivoluzionaria», che può assumere vrui significati) nel Lombardo Veneto , aggiungendo che «se il paese si riposava sugli allori e credeva di non aver più sforzi da compiere, toccava al capo dell'armata fargli comprendere l 'errore, scuotere il suo letargo, incitarlo con tutti i mezzi possibili» '0 • A Cesare Balbo fu facile replicare che né il re né altri sarebbero mai stati in grado, in quelle circostanze, di organizzare un'insurrezione generale, in quanto ciò che non esiste non può essere organizzato e nessuno possiede il potere di suscitare insurrezioni di tale portata. «Esistono e cominciano da se stesse, quando le popolazioni ne sono susceptibles». E ricordò che tranne Vicenza, nessuna città si era difesa od aveva trnvato l'energia delle città spagnole nel 1808: «Nuova prova dell'impossibilità, o piuttosto - perché è un fatto - dell'inesistenza della guerra d'insurrezione» concluse 17 • Né si può sorvolare sulle concrete es igenze di guida e di organizzazione. A ragione Blanqui sosteneva che l'inswTezione è un 'arte e come arte ha le sue regole. Come avrebbe potuto Carlo Alberto prendere in mano, di colpo, le redini di un moto insurrezionale frammentario, caratterizzato da isolate fiammate di entusiasmo su uno sfondo di velleitarismo, di incertezza e di disorientamento, quando Milano e Venezia, pur ricche di rivoluzionari e di cospiratrni toccarono con mano la difficoltà di condurre la «guerra per bande» tanto teorizzata e non seppero realizzare né una Lombardia compatta né un Veneto unito? Come il piccolo e tutt'altro che ricco Piemonte poteva rapidamente provvedere alle necess ità di ogni tipo (capil istruttori, equipaggiamento, armi e 1nun1ztoni,
" Ibidem. "A. LE MASSON, Cusroza cii., pp. 48 -49. 11 C. BALBO, SC1'il/i militari, ed.Roma, Rom a 1986, pp. 170-173. Trockij , che di guerra rivoluzionaria si intendeva veramente, riconobbe che «gli uomini non fanno la rivol uzione più volentieri di quanto non facciano la guerra( ... ). La rivoluzione scoppia quando non c' è altra via. E l'insurrezione( ... ) non può essere provocata artificialmente( ... )» (L. TROCKJJ, Sroria della rivoluzione rusw, Sugar, Milano, 1987, p. 653).
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denaro) per gli insorti dell'intero Lombardo-Veneto ed i volontari di altre patti d'Italia? Quanto agli ufficiali da fornire alla crociata nazionale, si tenga presente prima di tutto il problema politico, perché occoneva decidere con congruo anticipo se estendere ai territori via via annessi la coscrizione o costituire eserciti «regionali », oppure formare in Piemonte quadri per gli eserciti alleati , e poi impone la decisione a Milano, Venezia, ec_c. g1 era politico perché dalla scelta derivava un onere finanziaiio enorme; si pensi alle dotazioni di mobilitazione per volontari ed alleati, all a messa sul piede di guerra (o almeno a11'80% degli organici di guena di personale e materiale) di un complesso di forze di una certa entità, alla durata indefinita dei preparativi e dello stato di preallarme , alla «provocazione» che queste misure avrebbero rappresentato per l'Austria e non solo per l' Austria. Le Mas:;on, osservatore attento e tutt'altro che tenero nei confronti di Carlo AJberto, non lo fu nemmeno con Lombardia e Veneto , il cui concorso allo sforzo bellico giudicò troppo limitato: «ln una guerra d 'insunezione, è il paese insorto che deve sopportare quasi tutto il peso della lotta, fare lo sforzo principale ed i piL1 grandi sacrifici ( ...). Non sono alcuni giorni di combattimento nel.le città ed alcuni successi sulle barricate che danno la vittoria; essi possono bastare per fare una rivoluzione, ma occorrono ben altri sforzi per conquistare ed assicurarsi l'indipendenza» rn_ Invece la fase insurrezionale si esaurì in brevissimo tempo e lasciò il posto ad una guerra ordina1ia fra Piemonte ed Austria. Ma bisogna anche dire che questa guena non poteva limitarsi a riguardare solo l'Italia, come tanti patrioti ritenevano guardando all'estero semplicemente per ingenue speranze di aiuto disinteressato, bensì diventava una questione di interesse europeo e come tale doveva esser valutata nel corso del suo svolgimento. Il terzo rilievo fondamentale concerne l'asserita mancanza di convinta e leale adesione di Carlo Alberto alla lotta per l'indipendenza e la libertà d'Italia. Esso si basa su due precise connotazioni della guerra, entrambe attribuite a mala fede: l'ostilità nei confronti di un esercito lombardo e l'incertezza che dominò la condotta delle operazioni. Quanto alla presunta ostilità preconcetta verso forze regolari lombarde, il discorso deve esser portato su un piano puramente tecnico. Uno dei p1imi pensieri ciel com itato di guerra dominato da Cattaneo fu per l'appunto quello di dar vita ad un esercito lombardo . Il proposito incontrò la decisa opposizione del generale Lechi, nominato comandm1te delle forze militari della Lombardia proprio su suggerimento di Cattaneo. Lechi chiarì che il voler allestire truppe regolari avrebbe richiesto un tempo eccessivo e non avrebbe trovato né i quadri necessari, né le armi , né i mezzi; per questo caldeggiò una leva per incrementare le divisioni piemontesi. In quel clima di accesa diffidenza per Carlo Alberto, il governo provvisorio respinse la controproposta e Lechi, allora, cercò una via
'' A. LE MASSON , Cus/Oza , cit. p. 178.
CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE
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di mezzo: che le trnppe lombarde da costituire fossero inquadrate da ufficiali piemontesi. Al che, il- generale Passalacqua, già a Milano, intervenne per spiegare come, nelle condizioni in cui versava, il Piemonte potesse attingere solo agli ufficiali fuori servizio, cosa che indignò il comitato di guerra. Il I O aprile nacque il ministero della guerra, retto inizialmente dal duca Pompeo Litta e poi dal generale Giacinto di Collegno. Dieci giorni dopo il governo provvisorio decretò la chiamata di tutti i cittadini dai 20 ai 40 anni, e più precisamente: quelli dai 20 ai 25 anni per la costituzione dell'esercito lombardo; gli altri per la guard ia nazionale, mobilitata per compiti sussidiari , comunque «nell'interno dello stato, ma non mai fuori del suo territorio». Il 19 aprile vennero, perciò, chiamate le due classi del 1826-27, primo nucleo del l'esercito regolare, con tre anni di ferma. Il 2 1 aprile Casati scriveva a Castagnetta: «Armiamo per quanto è in noi , ma la tmmcanza d 'armi è terribile e. più di tutto la mancanza finora cli persone capaci, per cui dobbiamo distruggere il mal fatto e lottare con le suscettibilità( ... )» '9 . Si previde di ricevere nella prima quindicina di maggio 18.000 reclute, però mancava il personale d'inquadramento. Lo minava il principio dell'affidabilità politica, quindi gli ufficiali che avevano servito più o meno volontariamen te nelle file austriache, i soli che potessero risultare subito utilizzabili, erano scartati per diffidenza. Il 7 maggio CoUegno, il quale, anch'egli, cercava di dissuadere il governo provvisorio dal! 'intestardirsi a mettere in piedi un 'esercito in quelle circostanze, si appellò a Dabormida : << Se non vi sono Piemontesi per istruirle [le reclute] , il ministro della guerra per interim corre grave rischio di essere dichiarato traditore della patria!» 20 • Alla fine, venne convenuto intanto di completare ognuno dei dodici esigui quarti battaglioni piemontesi, affluiti in Lombardia nella seconda metà di maggio, con 600 coscritti lombardi e di formare la 2" divisione di riserva con il generale Visconti?'. Nel contempo, e attraverso difficoltà di ogni genere, si iniziò l ' approntamento di una divisione lombarda agli ordini del generale Perrone. In conclusione, è facile immaginare la scarsissima simpatia di Carlo Alberto e dei suoi generali nei confronti dell'organizzazione di un «esercito lombardo», ma
•• V. FERRAR!, Carteggio Casati-Castagneuo cit. p. 65. Il Piemo nte fornì subilo 4 .000 fucili e ne ordinò 20.000 in Belgio, cedette tre batterie ma non carri da munizioni dei quali esisteva carenza. In compenso la Francia promise 50.000 fucili (ma bisognava trovare un centinaio di armaioli). "' IN L. CHIALA, op cirara. p. 376. " Le reclute lombarde rimasero in moli distinti perché sempre alle dipendenze del governo provvi sorio (C. FABRIS , op. citata , lll, p. 182-183). È chiaro comunque che il provvedimento non poteva mutare di colpo i coscritti - fra l'altro poco entusiasti di trovarsi nell'esercito sardo - in soldati; semplicemente mirava a ridurre i tempi dell 'addestramento.
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è anche giusto riconoscere che, volendo utilizzare in qualche modo le reclute
lombarde, il modo migliore era di inserirle nei battaglioni piemontesi 22 • Per converso le cure p1incipal i ed immediate vennero ri servate a Milano come altrove alla guardia nazionale, con gradi concessi a casaccio e troppo spesso indegnamente. È ovvio che contare su di esse per una resistenza di un certo peso contro il nemico diventava illusorio. Il 7 luglio fu mobilitata la guardia nazionale mobile con risultati penosi: dopo dieci giorni si erano raccolti appena 400 uomini. Non bisogna stupirsi né stigmatizzare troppo simi le stato di cose. Fomrnre «soldati» e mettere in piedi «reparti» non è semplice né facile come da tanti si crede ' 3• Se il riferimento inevitabile era volto alla Prima repubblica francese, la retorica e le illusioni facevano dimenticare che la guerra, qualsiasi fonna rivesta, è un fatto marcatamente concreto. Questo ci conduce ad un altro elemetlto di attrito: l'atteggiamento di scarsa o nulla comprensione piemontese nei confronti dei volontari in genere. Dell'argomento molto è stato detto, da opposte sponde, una delle quali portata ad esaltare oltre misura il volontario in quanto pura espressione del popolo in am1i per una causa gi usta; l'altra, portata a giudicare semplicemente su l piano tecnico·. Astraendo da prese di posizione demagogiche o grette, cioè dalle interpretazion i estreme, dobbiamo riconoscere sia iI valore immenso della partecipazione volontaria alla gue1Ta, purché inquadrata in uno sforzo collettivo e non dispersa in rivoli di varia connotazione; sia la funzione insostituibile del soldato regolare, purché dotato di un minimo di assetto disciplinare e addestrativo. Riprendendo il riferimento alle armate della Rivoluzione (non alle armées révolutionnaires, cli llltt'altra pasta) del 1792 - per porre in risalto le costanti negative nell'improvvisazione di forze annate - , ricordiamo che esse, messe insieme alla meno peggio, con quadri «eletti», senza equipaggiamento , male armate, male addestrate, prive di spirito di obbedienza, resero desolate le regioni (francesi) che atn·aversavano o in cui si fermava no . Due gravissimi mali le logoravano: l'indisciplina, che di fronte a rifornimenti miseri ed irregolari consentì e favorì il saccheggio, il brigantaggio e le diserzioni; e la rivalità fra soldati regolari e volontari, gli uru consapevoli della indispensabilità e dei vantag-
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Mazzini era osti lissimo a questa soluzione e scriveva che «bisognava non imporle lalla gioventù milanese) di sommergere la propria individua.lità entrn le file di un battaglione regolare, non ostinarsi a mutare il nome in cifra, non violenlarla a caccia.me le sue tendenze repubblicane a' piedi di un re , e sia pure il migl iore alleato » (CESA RE SPELLA NZON , Storia del Risorgimento e del 'Unità d' Italia, IV, Mi lano , 1938, p. 678) . " Cananeo si lasciava trasportare dall a passione asserendo: «Se vi sono i soldati, non manca in Italia la gioventù studiosa, e degna di capitanarli; e l'arte della m il izia è semplice; soprattulto ove si tratti di saperne solamcnle quanto un povero Croato. E si vide a Cure.atone e Vicenza quali sold ati si facciano in pochi giorni li scolari e i maestri delle nostre università)) (C. CAITANEO, op. (;itara, p. 296). Ma in guerra è più facile moril·c bene che combattere bene.
CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE
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gi della subordinazione, gli altri rifiutandola come espressione della reazione. Il rendimento delle truppe cominciò a migliorare quando intervennero due potenti fattori intesi a riprendere alla mano i reparti: la ghigliottina e l'amalgama. La prima era appannaggio soprattutto dei capi (Kléber ebbe a commentare con amarezza che la promozione a generale era un brevetto di ghigliottina); il secondo, deciso solo nel 1794, mescolò i vecchi battaglioni regolari a quelli dei volontari, abolì l'elezione dei comandanti, fece funzionare i tribunali militari contro ogni manifestazione di indisciplina. Tutte misure che repubb licani , radicali e democratici del 1848 avrebbero probabi Imente giudicate reazionarie. Le prime colonne di volontari erano condotte da uomini di valore diseguale, sgesso indi sciplinati e mostranti una chiara sufficienza nei confronti dei .soldati sard i, in parte perché giunti «a cose fatte », in parte proprio perché «regolari », quindi ottusamente disciplinati. Fra l'altro molti capi amavano intestare i messaggi indirizzati ai generali piemontesi con un « Viva la repubblica italiana! ». «Sembrava - è stato asserito - che le truppe regolari dei vari Stati voi.essere rappresentare unicamente il passato; mentre i volontari, primi accorsi nei posti del pericolo, convinti di essere i rappresentanti dell'amrnta popolare, miravano istintivamente all'avvenire, che per loro era logicamente la repubblica» 24 • Ora, il ritenere che la disciplina soffochi \'intelligenza è un errore grossolano, anche se piuttosto diffuso, così come lo è il disprezzare la forma , l'ordine, I.a rego larità. Le formazioni di volontari possono essere dotate di entu siasmo e slancio, possono battersi coraggiosamente, possono sostenere una guerra difensiva nel proprio paese, ma le loro stesse caratteristiche non le pongono in grado cli affrontare sforzi prolungati, di sopportare le dure ed oscure fatiche di una guen-a con alti e bassi. Battendosi di propria volontà, l'individualismo spesso li induce a ritenersi disimpegnati dagli obblighi e doveri tipici del soldato 25 . Con tutto ciò è più che evidente l' en-ore di aver negato credito all'apporto dei volontari; se Carlo Alberto, o qualcuno per lui, vi avesse creduto ed avesse '' A. ZIEGER , Le operazioni dei co1pi fran chi nel i 848, in E. ROTA , op. ci/ala , Tl Il 9 apri le Giovanni Lanza scriveva al fratello da Brescia: «Fra i volontari tuttavia, in generale giovani ardenti e di poche cognizioni politiche, predomina il sentimento repubblicano; cd è fra loro che impana molto picchiare per indurli a sentimenti più italiani; perché, di ritorno ai loro paesi, sarebbero capaci di provocare disunione e disordini (. .. )» (Carie di Giovanni Lanzo, cit. , I, p. 230). Il giudizio dei comandanti preposti ai volontari fu concorde: l' indisciplina ed il rifiuto preconcetto a qualsiasi tentativo di inquadramento dettero luogo ovunque a disordini non compensanti gli episodi di coraggio in combattimento. Si vedano in proposito le relazioni del generale Bussetti, comandante della 2' brigata provvisoria formatasi prima ancorà dello scoppio delle ostilità a Gravellona Lomellina; del capitano Cassinis, comandante della compagnia volontari torinesi; del generale Allemandi , nominato dal governo provvisorio comandante della futura annata lombarda; del generale Giacomo Burando, suo successore (CCSM, Relazioni e rapporti 1848 cit. , II). Durando confidò a Lanza il 12 giugno: «Pensando a q uello che è accaduto ad Allemandi, a La Mam\Ora, a Ferrari, e a tutti quanti han comandato trnppe irregolari, non sono stato io il più disgraziato» (Carte di G. Lanzo cit., I, p. 235).
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saputo organizzarli e disciplinarli immettendoli con attenzione nei ranghi dell'armata sarda, «la guerra sarebbe diventata un fatto veramente nazionale e non un affare quasi personale del Piemonte» ' 6 • Anche il generale prussiano Willisen nel suo studio sulla 1' guerra d' indipendenza si soffermò su ll 'impreparazione di partenza: «E cominciarono dal trascurare i mezzi di aumentare le loro forze a tanto da poter sperare di ridurre a termine l'ardimentosa impresa. Non si poteva fare a meno di accorgersi che si stava per intraprendere cosa al di sopra delle proprie forze (.. .)». E fin qui non si può che concordare. I dubbi, fortissimi, sorgono sulla realisticità della soluzione proposti dal Willisen; «(. ..) però bisognava far di tutto per mettere insieme in tre mesi un ' armata italiana di 200.000 uomini . Conveniva darsi colla massima attività alla sua fom1azione, e coi 50.000 uomini venuti bisognava portare l'armamento per altri 50.000 almeno. Poi, colle truppe defezionate e uomini di nuova leva si dovevano formare sollecitamente da ufficiali piemontesi nuovi battaglioni, e in poche settimane l'armata del re doveva essere più forte del doppio e constare di buone Lruppe» ' 7 • Che in tre mesi si potesse mettere in piedi un'armata di 200.000 soldati e che in tre settimane l'armata sarda potesse aumentare di più de l doppio e «constare di buone truppe» è pttra poesia. Forse la campagna di Francia del 1814 ha costituito un riferimento mentale, ma in tal caso si è trascurato il fatto che solo Napoleone riuscì a compiere un miracolo organizzativo del genere, compiuto il quale solo quando fu presente di persona 1iuscì ad ottenere miracoli anche in campo tattico. Sempre in tema di volontari, uno dei più noti biasimi, espressi spesso con derisione, riguarda il rifiuto di Carlo Alberto di concedere il grado di generale dell'armata sarda a Garibaldi, presentatosi il 5 luglio 1848 a Roverbella, sede del Quartier Generale . Evidentemente la precoce mitizzazione, iniziata dalla stampa repubblicana prima ancora che egli sbarcasse a Nizza, ha contribuito a confondere il Garibaldi del 1848 con quello del 1859-60. Pisacane fu ipercritico, ma non si può disconoscere la verità di almeno un ' osservazione fra le molte fatte: che sino allora Garibaldi non aveva dato prova di saper guida.re con successo un corpo di truppe regolari europee in una guerra europea. Del resto, a Milano non si può certo dire abbia avuto un'accoglienza calorosa dal governo provvisorio, che gli negò il comando dei volontari in sostituzione di Giacomo Durando, né il comitato straordinario di pubblica difesa lo utilizzò al meglio quando vennero i giorni della ritirata sarda dal Mincio; dopo l'amiistizio di Salasco, sbarcato a Livorno nell'ottobre, fu presto incoraggiato dal Guerrazzi a proseguire per Venezia, dove il Manin aveva espresso parere nega-
"' A. MONTI, Guerra regia e guerra di popolo nel Risorgimento, in Questioni di storia del Risorgimento, Marwrati, Milano 1951, p. 194. ,., G. oi:: Wru..rsi::N, La campagna d'Italia del 1848 esposta e giudicata dal maggior generale pmssia110 G.d.W., Capolago 1850, pp. 143- l44.
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tivo al suo arrivo non giudicandolo adatto a difendere fortificazioni (e anche per motivi politici); la Roma repubblicana gli dette inizialmente il semplice grado di tenente colonnello, quando lo promosse generale (aprile 1849) lo tenne in sottord ine al generale Roselli (col quale entrò presto in contrasto), e quando egli ch iese il comando in capo cli tutte le trnppe, Mazzini glielo negò affidandogli soltanto il settore del Gianicolo, peraltro il più del icato. Girolamo Ulloa nel suo «Dell'arte della guerra», pubblicato a Torino nel 1851, vale a dire dopo la campagna ed i fatti d 'anne ciel 1848- 1849, nelle pagine dedicate alla «piccola guerra>> non fece cenno alcuno a Garibaldi (mentre ricordò ... Fra Diavolo !). Tutto questo non gi ustifica forse la diffidenza cli un Carlo Alberto? L'e,sitante e tutt'al tro che convi ncente condotta delle operazioni fu volentieri attribuita a deliberato disegno del re. «Le sfortune militari ciel '48 - scrisse Salvemini - sono dai più attribuùe alla i11capacità militare di Carlo Alberto. E questo deve essere considerato come un elemento sicuro di giudizio. Ma qualunque uomo, per quanto si voglia maldestro in cose militari, non poteva ignorare, specialmente nei primi giorni, quel che fosse da fare (...). In Carlo Alberto la lentezza non dipese tanto dalla cattiva organizzazione del! esercito e d,tl la sua poca intelligenza, quanto dalla poca volontà (.. .)». " . Se per «poca volontà» si vuole indicare carenza di que ll a imperiosa forza dello spirito che costituisce dote essenziale di un comandante in guerra, si concorda in pieno; se invece la si vuol far derivare da nmlvolere cli natma acutamente reazionaria, l'interpretazione - molto diffusa sin da allora e/ pour cause - sembra largamente opinabile. In effetti, l'accusa di avversare la causa italiana venne indirizzata immediatamente a Carlo Alberto, poi estesa ai generali ed infi ne a tutto l'esercito piemontese. La guerra d '.indipendenza e di li berazione non era «sentita», secondo tale opinione, ed il re si mosse con un obiettivo contrastante con l'interesse del popolo itali ano : motivo riconente nella letteratura polemica repubblicana, ma ripreso anche eia altri. Ricordiamo che le voci di tradimento piemontese com inciarono a circolare sin da fine marzo. La Gazzetta di Milano accusò il comandante della brigata Guardie, i cui ufficiali fecero pubblicare una protesta nella Gazzella piemontese ciel 4 aprile. Nel numero 55 de ll lihero i taliano di fine maggio apparve la notizia che l'esercito p iemontese aveva destituito, imprigionato e sostituito Carlo Alberto con altro generale perché accortosi del trndimemo del re. Ancora, il 22 marzo di Milano, verso la fine di luglio riportava senza commenti la notizia, attribuita ad un generale tedesco , che Carlo Alberto aveva disertato alla testa cieli a1mata sarda passando a fianco cli Radetzky! È noto con quanta foga il 4 luglio 1848 Brofferio attaccò alla Camera i generali:
"G. SALVEMINI, op . çitata, p. 77.
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«La voce pubblica non solo dell 'esercito ( .. .) accusa di tutto questo i nostri generali, li dice inesperti, li chiama tiepidi, li chiama perfino ri luuanti. Noi vogliamo credere esagerate queste vociferazioni, ma quando pensiamo che una massima parte di questi generali è da antico avversa alle nostre istituzioni, che non hanno l' an ima accesa alla sacra fiamma italiana, e che nei trionfi del tricolore vessillo, ravvisa le proprie sconfine, non possiamo non stare alquanio dubitosi, perché ci è noto che nella redenzione d ' Italia deve farsi strada il senno, il valore, ma più ancora l'en tu sias1no»J''.
Il sostenere o l' insinuare che i deludenti risultati in campo operativo fossero voluti perché la maggior parte dei generali «nei trionfi del tricolore vessi llo ravvisa le proprio sconfitte», richiama alla mente le invettive giacobine della rivoluzione francese, ma non per questo è plausibile. Brofferio non poteva ignorare quello che un pw- semplice contatto superficiale con gli ufficiali piemontesi e savoiardi consentiva di scorgere a prima vista: nell 'etica militare la fedeltà al sovrano, l ' onore della bandiera, il sentimento del dovere dominavano senza ammettere alternative (come, del resto, più o meno avveniva in tutti gli eserciti del tempo). La grande ari stocrazia e la piccola e spesso povera nobiltà fornivano un poderoso contributo ai quadri . Chi, estraneo, lo conobbe non ebbe esitazione nel giudicarli: erano orgogliosi del loro nome e «sapevano che non v ' era una sola pagina della storia del Piemonte, così piena di guerre e di negoziati, che non rammentasse qualche nome di loro, né v'era memo1ia gloriosa o funesta di battaglie pi emontesi che non fosse funesta o gloriosa memoria delle loro case. S' ingam1ava dunque a partito chi pretendeva mettere nella stessa riga cogli oziosi e molli signorotti delle altre parti d 'Italia anche i fieri gentiluomini del Piemonte, e frustarli tutti insieme» 30 • La concessione dello Statuto fu considerata estorta al re e perciò guardata con diffidenza, I' abolizione della vecchia secolare bandiera sabauda a favore del tricolore fu del pari reputata imposta al re e qu indi malvista, la causa «nazionale» era certamente meno sentita del] ' ingrandimento del Piemonte nella pianura padana, i governi costituzionali non persuadevano per la loro inclinazione al populismo, ma tutto questo non impediva affatto di recarsi aJ combattimento di buon animo secondo gli ordini del re e per amore di gloria. Un giovane uffic iale savoiardo, il conte de Roussy de Sales, piuttosto indifferente al nuovo stato di cose, si recò a salutare la famiglia prima di partire con la sua batteria per la campagna del 1848: «Nonostante il dolore, mia madre mi fece i suoi addii da
"Alli Parlamentari Camera Parlamento subalpino, Discussioni dall '8 maggio al 30 dicembre 1848, pp. 257-260. ·"' C. CORSI , op. citara, pp. 16- 17. A proposito della campagna del 1849, il duca di Genova osservò che la nuova guerra era invisa generalmente «a quell i che piaceva ai democratici designare sotto il volgare nome di codini... Eppure, malgrado tutto ciò, all a voce del Re andammo volenterosi a combattere». E rimarcò che i reggimenti che subirono più perdite non erano affatto quelli «i cui uffici ali si vantavano d'essere democratici.», mentre i più disciplinati, anche nell a disfatta , furono le Guardie, la cavalleria e l' artiglieria «i cui ufficiali pubblicamente erano denominati come codini» (CCSM, Relazioni e rapporti 1849, cit., p. 349).
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donna di razza, mi raccomandò di fare il mio dovere e mi ricordò che quindici o venti de Sales erano caduti sul campo di battaglia» ". Giusto il commento di Piero Del Negro: «L'esercito sardo reagì allo choc della modernizzazione politico-sociale del Piemonte con una risposta articolata, relativamente aperta, dopo il disorientamento del primo tempo, sul versante costituzionale, ma diffidente, se non ostile, sul piano nazionale» ·12 • Il duca di Genova volle spiegare, nella sua relazione, lo stato d'animo dell'esercito e principalmente dei quadri: <<Noto ancora: quando partimmo per la guerra - scrisse - andavamo a combattere per una causa la quale era grande e generosa se si vuole, ma affatto opposta a tutti i principi in cui eravamo stati allevati ». Questa frase viene frequentemente riportata a dimostrazione, appunto, di u~ diffuso mal volere nel confronti della liberazione del LombardoVeneto dagli austriaci. In realtà essa, così riferita, appare quasi inspiegabile: quando mai l'espansione piemontese nella pianura padana era stata in contrasto con un qualche principio? e quando il rivolgimento cli alleanze militari, di solito connesse con interessi dinastici, aveva provocato sconcerto nei sentimenti dei soldati? Ciò che, invece, rendeva «diffidenti» era un qualcosa di nuovo, all'inizio non ben percepibile. Il vero significato della frase si trova nel suo seguito, spesso omesso nelle citazioni: «Tutti sanno che l'esercito da noi era stato sempre educato ai principi monarchici. Ad un tratto si cambia la forma del governo, ed eccoci a combattere per sostenere l'insurrezione contro una potenza che ci era stata amica, per andare ad appoggiare principi repubblicani. Codesti principi non potevano a meno, poco per volta, cli diffondersi, durante la guerra, anche presso di noi. Si aggiunga che il vedere quanto poco conto si facesse e dell'esercito e dei servizi che esso rendeva, da coloro stessi che si succedevano al governo, non era fatto certamente per animarci . Fino a che si andò avanti, lo stimolo a distinguersi, il proposito cli fare onore alle armi piemontesi, l 'entusiasrno, insomma, che era in tutti partendo, faceva tutto dimenticare. Ma era da aspettarsi che, se la fortuna si cambiava ai nostri danni, quelle idee (sopite finché durava il successo) si sarebbero destate e avrebbero disanimati e intiepiditi molti, senza che con questo, però, divenissero capaci di tradi mento, come affermavano i nostri fratelli » 33 • In altri termini, la scarsa partecipazion:e morale alla causa non esisteva «quando partimmo per la guerra», fra l'altro 1itenuta facile e di rapido corso, bensì insorse durante la guerra e contro il principio repubblicano. Allora si verificò la reazione degh ufficiali , una reazione tipica, quasi «da manuale» osserva Ceva. Quando essi, trovatisi im.pelagati in una guerra dai " USSME, Un "immagine'insolira del Risorgimento, Roma 1977, p. 98. " P. DEL NEGRO,
Ln professione militare nel Piemonte w stilllzionale e nell'Italia liberale, in
Ufficiali e Societ.à, Angeli, Milano 1988, p. 2 13. " CCSM, Relazioni e rapporti 1848 cit., llI, p. 277.
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risvolti troppo complessi, constatarono che ogni loro atto - per il quale alla fin fine 1iscbiavano la vita - era impunemente soggetto ad aspre ed incontrnllate critiche sui giornali e persino in parlamento, «trasferirono sulle nuove istituzioni la responsabilità delle loro insufficienze professionali o comunque l 'eccessiva difficoltà delle situazioni che erano chiamati a fronteggiare» 34 • Molti anni dopo Brofferio, nella sua storia dei parlamento subalpino, e proprio rievocando la tornata del 4 luglio, ammetterà: «Gli aimi e gli eventi in~egnarono più tardi che se gli ufficia li superiori dell'esercito non avevano opinioni confornù alle nove lle condi z,ioni del paese, sapevano e volevano tuttavolta far prova di non essere per questo men prodi e di non voler combattere con minor gag liardit à la guena dell'italiana Indipendenza. Educati alla scuola dei campi, se non li infiammava l' entusiasmo di una causa che non avevano abbracciato, li spingeva il dovere, li conduceva l' onore, li governava il sentimento della militare discipl ina; e se in quelle prime campagne non emersero per genio militare valenti Genera li. vuolsi confessare che fu jattura comune dell 'età noStTa» "·
Rimane il fatto che la politica «del carciofo» di Casa Savoia, cauta ed a piccoli passi, ben difficilmente poteva conciliarsi con quella ciel «tutto e subito» dell'idealismo patriottico , di per sé intransigente ed impetuoso. Dalle incomprensioni e reciproche accuse, inoltre, fra governo sardo e governo provvisorio derivò un risultato deleterio per en trambi , perché ognuno si trovava sulle braccia un problema che da solo non poteva risolvere. Per Torino si trattava di un conflitto senza chiare prospettive cli sbocco, di una fusione considerata di quasi vitale importanza ma politicamente assai difficile da gestire, di un entusiasmo popolare in netto visibile declino, di un pericolo repubblicano reputato assai vivo ed in attesa solo di un passo falso piemontese. Per Milano era peggio. Sarebbe ingiusto non riconoscere le obiettive difficoltà di un governo inesperto, impotente, scompaginato, incapace di conseguire e di consolidare una concordia politica lombarda. I suoi componenti erano deboli, in parte perché membri di un governo «provvisorio», in parte perché appartenenti alla classe socialmente dominante. Consapevoli cli essere, se non avversati, visti con diffidenza, esitavano ad impegnarsi per far prevalere la soluzione che ritenevano migliore: l' annessione al Piemonte. Da ciò il rifiuto preconcetto ed ancor più riottoso dei democratici e dei mazziniani . Quindi pessima direzione della cosa pubblica, incapacità a provvedere appieno alle necessità dell'armata sarda sul Mincio, perfino scarsezza cli mezzi finanziari sì da chiedere numerosi prestiti al Piemonte! '6. L' aspetto più delicato degli attriti tra le opposte tendenze ideologiche riguardò l'esercito piemontese. Le Masson si espresse con estrema durezza al riguardo: -" L. CEVA, li problema de//"A/10 Comando militare cit. , ne Il Risorgimemo n. 1/1986, p. 23. " In L. CEVA, op. ciraw , in Il Risorgimento , n. 2-3/1985, pp. 177- 179. ''·A. OMODEO, Difesa del Risorgimen10 c iL , pp. 2 14-215.
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«Ma fu principalmente contro l'armala che, per uno spirito d'aberrazione o d i perversità incredibile, si scatenò la demagogia. Questa am1ala, mentre sfidava con tanto coraggio e paz ienza i pericoli , le fatiche e le privazioni della guerra, si vedeva ogn i giorno, non so ltanto criticata, ma insultata ed indegnamente oltraggiata. De i miserabili giornalisti non arrossivano d i accusare di vihà, perfino di tradimento, gli ufficiali ed i generali , e d i alimentare l'odio contro questo re, solo appoggio e sola speran za e che non aveva che ritirare la sua mano per abbandonare aJJe arrni ed alla reazione dell' Austr ia un paese incapace di difendersi e che non sapeva che oltraggiare quell i che sì battevano per lui»." .
C'è da stupirsi per il crescente risentimento dei piemontesi, a torto generalizzato, nei confronti dei Lombardi? della sempre più manifesta avversione per quella guerra, dopo l'abbandono del Mincio? Che sull 'animo, e quindi sull'attegg"amento di sciplinare, dei soldati nel corso della campagna del 1848 avessero non poco pesato i dissennati commenti critici, mossi dalle passioni politiche pit1 estremiste assai più che eia naturali dubbi o timori , è dimostrnto dal disegno di legge presentato da Urbano Rattazzi e discusso alla Camera il 20 marzo 1849, circa i provvedimenti straordinari da adottare guerra durante. L'art. 4 prescriveva il divieto di pubblicare qualunque notizia riguardante l'esercito o l'andamento della campagna, a meno che non si trattasse di notizie prese eia bollettini ufficiali , o dal Giornale ufficiale o da comunicazioni governative. La discussione toccò un emendamento che mirava a sostitu ire l' azione proibitiva con l'azione repressiva. Dabormida prese la parola per sottolineare con forza il male derivante all 'esercito dal venir meno della fid uci a nel superiore, così come provocato, nel migliore dei casi, da una stampa inavvertita e priva di cautela nel raccogliere e propagare qualunque voce. In altri temtini, consapevole degli effetti negativi (compreso quello di giovare al nemico) di una assoluta libertà di critica sull'andamento delle operazioni e sui principali protagonisti guerra durante, si oppose alla proposta e la Camera, in gran maggioranza composta di democratici, respinse l' emendamento ben rico rdando l'anno precedente :o~. Non torneremo sulla condotta della campagna se non per un aspetto meritevole di seria riflessione. L'esercito di Carlo Alberto , lo ripetiamo, difettava di solidità. La materia umana era ottima ma la preparazione insufficiente sia per le reclute sia per la maggior parte dei richiamati, il che significa anche particolare vulnerabilità nel morale, specie con quadri scarsi. 11 coraggio è una cosa,
" A. LE MASSON, Custoza c ìt. , pp. I 13-11 4. Per dare un ' idea del fermen to diffuso nelle truppe si riporta un brano della le uera scritta ìJ 7 agosto dal ca pitan o Genova di Reve l a l fratell o Ottavio: «Non saprei esprimerti l'esas perazione nostra per quanto è av venuto. Se il Re volesse, credo che trovere bbe ne ll 'Esercito un forte appoggio contro i farabutti politici. Speriamo che ciò non accada. Quali g iornate ho passato! Ne sono ancora costernalo. Mi trovai al punto di essere quasi indeciso se d ovevo volgere la bocca dei mie.i can noni contro ìl di fuori od al di dentro. laddove mi si tiravano fu cilate! Quanta infamia ìn chi susci tò sì nefando di sordine!» (G ENOVA DI REVEL, La spedizione di Crimea , Dumolard, Milano 189 1). " L. CM JAL,\, op. citata, pp. 332-338 .
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la solidità un'altra. Ora, i commenti negativi affiorati nelle relazioni ufficiali sul cattivo addestramento dei richiamati sono stati per lo più interpretati anche da un eminente studioso di cose militari, quale Pi eri, come un meschino tentativo di riversare il maggior carico di colpa sui soldati: «Di tanti g uai, i Comandi piemontesi gcnarono la colpa innanzi tutto sui soldati, sui provinciali, i riservis ti , tenuti a fcnna tro ppo breve, senza suffic ienti richiami , e di conseguenza troppo poco istruiti (troppo poco formati, troppo poco pervasi, carichi com ' erano d i famig li a, di quell ' éspril miliraire che solo consente ai capi d ' aver nelle mani uno strumento solido e sicuro). E tale accusa si vede ri petuta in modo stereotipato in tutte le relazioni delle cmnpagna, a cominciare d a quell a famosa del Bava. e ne ll a relazio ne de lla Commissione d ' inchiesta , e ne ll a storia ufficia le. Pure, nulla di piÌI ingiusto e d i più iniquo( ... )» ••_
il rilievo - che si ripete anche per la campagna del 1849 - è formulato pme da altri e persino condensato in fomrn difficilmente classificabile come equilibrata: «Dal ponderato raffronto delle suddette dosi parallele emana questo veridico responso: Viltà nella maggior paite degli ufiìciali , coragg io nella maggioranza dei soldati» '10• A prescinder dalla incontestabilità dell ' incompleto addestramento, dei coscritti per un verso e dei richiamati per un altro , ci sembra doveroso che esso venisse sottol ineato dai comandanti. Un fatto lamentato soltanto da qualche unità di solito acquista valore marginale; ma se posto in evidenza da tutti impone inequivocabilmente un intervento nella sede appropriata. Che il sistema di reclutamento e di mobilitazione fosse da rivedere è un dato innegabile , tanto che il governo provvisorio lombardo volle una ferma di tre anni, proprio per disporre di uno strumento solido e sicuro. E che il risultato cli un difettoso r clutament.o non sia addebitabile al soldato è talmente ovvio da non lasciare campo a differenti interpretazioni. Questo, sia ben chiaro, se
9 ' P. P 1ER1, La guerra reg ia c it., pp. 473 -474. Non suscitò scalpore. almeno nel senso di cu i trattasi, il bolleuino n. 10 del m inistro delJ 'lnterno, Rattaui, del 23 marzo 1849, che dava la notizia della sconfitta d i Mortara aggi un ge ndo: «A lcuni [chiaro e ufemismo] so ldati vergognosamente si sbandarono, e sono quelli particol armente che portarono l'allarme nelle città d i Verce ll i, d i Casale e luoghi vic ini ». '" G. PoRZtO, La gueJ"J"a rei ia in Italia nel 1848-49, in Nuova Rivista Sto rica. fase. VVI/1953, p. 494. Per inciso, ta luni episodi, riferiti da contemporane i per sentito d ire e senza preoccupazione di con trollo, anche ,e a prima vista per lo meno «eccessivi », vengono ta lvo lta volentieri ripres i e comm ent a ti e ge ne ra li zzat i. U11 ese mpio per rut ti. Nell a sua «Storia m il ita re de l Pie monte» il Pinelli riferisce che a Mortara, nell a con fu sione causata da ll'audace irruzione del Benedeck in città, il maggiore comandante del lli bauaglione del 7° fan teria «im memore di ogni decoro non seppe l"ar alt ro che bunarsi a ginocchio dinnanz i a Benedeck e supplicarlo salvar la vita ad un povero padre d i famig lia»! (!Il vo i. ~- 858). La Marmora incaricò, più tard i, il genera le Daborrni da di chiedere a Benedeck e l' ·' ;;isodio fosse vero, «facendo va lere la mia antica pri vata amicizia con questo nostro prode nem ico in g uerra. 11 Benedcck mi fece ass icurare non solo esse r falso que l racconto, ma che non aveva mai scorto un atl() di viltà né da parte dei nostri ufficiali , né da quelle dei nostri so ldati» (A. LA M ARMORA, Un episodio del Risorgi111e1110 italiano, 1874, p. 149).
CONS IDERAZIONI CONCL S!V E
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giu tificava pie namente il ri alto conii rito aU'insufficiente addestramento nell ' incolpevole soldato, nulla toglieva alla responsabilità dei capi che male ave sero impiegato in operazioni le loro truppe pur impreparate. Nelle rel azioni sui fatti d arma è anche normale il soffennar i su ciò che non ha funzionato; non deve meravig li are che il cattivo comportamento di reparti o di inte re divisioni venga riferito crudamente: l' indagine su cause e r ' f)Onsabilità dell 'episodio trnva luogo in altra sede. In qualsiasi esercito regolar il cedimento ·ngiustificato di truppe in combattimento è sempr tato, nell a qua i totalità dei casi po. lo a carico del comandante. talvolta perfino a totto. L'innuenza di altri fattori (carenze dei quadri , addestramento insufficiente, morale passo, logorio compl essivo dell ' unità, sobillazione dei soldati da parte di agenti esterni , ecc.) viene valutata a parte: il principio fond amentale è eh il comandante risponde del reparto affidatogli. Tn definitiva, l'intel])retazione che i capi pensino cli poter scrnllarsi di do o la responsabilità di una sconfitta river andola sulle truppe non trova asso lutam ente riscontro nella realtà. Peraltro, un conto è riferi re un episodio infelice in un documento destinato a rimanere neil 'amb.ito mrntarc, ed un altro è divulgare alla stampa e quindi al grosso pubblico vicende e giudizi senza l indi spen abile ponderazione. Ecco perché venne duramente cri .icato il Bava.
4. LA
MANCATA SOLUZJONE P LITICA
(1848)
Tirando I omme la campagna del 1848 fu perduta militarmente e su ciò non e iste dubbio alcuno. Sarebbe tuttavia poco obiettivo fermarsi a que ta conclusione. La campagna risemì nell ' intero suo svol gimento di inte,ferenze dì natura politica cd internazionali, quindi merita attento esame la questione del «Regno dell 'Alta Italia» vi la da Londra con molto favore L ipotesi prese as ai pre to a consolidarsi nella mente di P11lmerston tanto da fargli pre tare scar a attenzione ai di. pacci di Abercromby che in sistevano su i vivaci sentimenti repubblicani di Milano e di Genova e sulle poca omogeneità del fronte patriottico italiano ••. ln questo orientamento mentale, i primi di aprile ricevette l'invi to di Vienna ad aiutare l' impero austriaco a chjuderc il contenzioso in Itali a negoziando un accordo con Milano e Venezia su basi precise: gombero della Lom bardia fino al Mincio , Lombardla indipenclent ma legata da un trattato commerciale e doganale al i Austria _00 milioni del debito pubblico au triaco a carico della Lo mbardi a, Venez ia all ' impero mn co n ampia autonomi n. Secondo Lamartine, anch'eg li co ntallat. in proposito, «ces proposi1io11 s sali-
" O.
BARJ e.
op. r·itata . pp. 94-95 .
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4aisaiel1l largement aux légitimes désirs d' afji·anchissement de l' ltalie» perciò il gabinetto austriaco doveva essere incoraggiato a puntare su di esse 42 • Palmerston, invece, accolse piuttosto tiepidamente la richiesta, immaginando le difficoltà che avrebbe incontrato, comunque non si tirò indietro. Così , il 25 apri le Abercromby comunicò a Pareto che Vienna intendeva mandare a Milano il conte Hartig, commissario imperiale, per offrire una soluzione amichevole al governo provvisorio ", e che Palmerston pregava cli non ostacolare la missione , anzi, ove esplicitamente richiesto da Hartig, di consentire ad una sospensione delle ostilità. Pareto obiettò subito che un armistizio sarebbe andato a tutto svantaggio del Piemonte e che solo l'intera evacua zione cie l Lombardo Veneto poteva costituire seria base di negoziato, in quanto premessa talmente radicata nei cuori italiani che «ove il Re desistesse da siffatta condi zione, ciò condurrebbe infallibilmente a movimenti rivoluzionari i11 Italia» 1•1• Aci ogni modo si riservò cli sentire il consiglio dei ministri e di prendere gli ordini dal re. I ministri si dichiararono unanimi nel rifiuto di qualunque trnttativa non comportante la liberazione ciel Lombardo Veneto e nella decisione di rassegnare le dimissioni qualora tale clausola non venisse accolta preliminarmente ". Infine Pareto - confondendo alquanto il significato della comunicazione inglese - partecipò ad Abercromby che «non soltanto il consiglio condi vide interamente la mia opinione, ma ritiene che noi non possiamo onorevol mente entrare eia soli in negoziati che coinvolgano la Lombardia e la Venezia finché lo scopo per il quale siamo intervenuti non sarà raggiunto» " · Carlo Alberto, infonnato dal ministro, approvò tale linea di condotta ed il Casati si affrettò a concordare: «Come non coprirci d 'onta in faccia al mondo se si lasciassero austriaci i veneti?», minimizzando come «fanciullaggine» la proclamazione della repubblica di San Marco 47 • Poi rispose a Hartig in tono altezzoso che le trattative potevano partire solo dalla totale indipendenza del Lombardo-Veneto e che quelle erano le conseguenze degli errori commessi dall'Austria con l' occupazione di Ferrara nel 1847 e con le repression i del 3 gennaio a Milano ·". Così morì sul nascere la missione Hartig ' 9 •
"' A. LAMARTI NE, Storia della Rivoluzione del 1848, 11, p. in L. CJ-11 ALA, op. citata , p. 394. " U 20 aprile il conte di Ficquelmont aveva scritto a Radetzky esprimendo dubbi sulla possibilità di domare la sollevazione italiana con una guerra dura, ed informandolo della preferenza accordata alla missione Hanig. In tal modo Radetzky avrebbe potuto dedi cars i alla sottomissione del Veneto. per l' Austria più impo1tante (A. F ILJPUZZJ, Austria e Sardegna cit. , I. p. 53). " Pareto ad A. di Revel in data 26.4.1848, in F. CuRATO, Sardegna e Gran Bretagna, I, p. 117. "' Pareto ad A. di Rcvcl in data 26.4. I 848, ibidem , pp. 117- 11 9. " Pareto ad Alercromby in data 28.4.1848, ibidem, pp. 120. 47 R. M OSCA , op . citala, pp. 81 -82. ·•• Hardig a Picquelmont in data 6.5.1848,in A. flLIPU ZZI, Ausrria e Sardegna, cit., I, pp, 82-87 . .., Palmerston , da l canto suo, nell ' abbandonare la ques tione , volle spiegare l'i nteresse mostrato: «Proponendo un armistizio eravamo sotto l' impressi()ne che il conte Hartig stesse per recarsi a Milano o nei dintorni per trattare con il Governo PrDl'vi.wrio, ignoro su quali basi. Fin ora
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A Torino però la que tione ebbe un segu ito perché il governo venuto a cono cenza di avances inoltrate in via personale a arlo Alberto per un accordo fondato sull ' unione della Lombardi a e dei ducati al regno di Sardegna, incadeciso di trattare la pace ricò Balbo di avvertire il sovrano che e egli ave prima della cacciata degli au triaci dall 'lcalia, tuui i ministri avrebbero rinunciato ali incarico 50 La storia di queste avances era ovv iamente trapelat a e Pareto decise di ch iarire all a Camera il pensiero de l gabinetto, sia per ragguagliare l'opinione pubblica, sia specialmente per rinnovare il monito al re, ove que ti in seguito avesse accarezzato l"idea di accogliere proposte del genere. Perciò il L9 maggio, in rispo ta ad un ' interpellanza di Domenico Buffa, disse: «Posso accertare che né i I re, né il gabin e11 0 non hanno rn:ti avuto, né laulllo i.nlen:donc di traltare sinché vi sarà un solo tedesco in ltalia. e che. se si venis e a trattare. sarebbe soltanto per mandarl o assolutamente via. Si ac enino i Lombardi che noi non andremo mai senza di loro; che noi n(m tratteremo mai senza di loro; che noi vog li amo essere uniti , e che piuuosto perderemo quulunque cosa anziché mancare all e 11 strc pron1 e~se » ".
Tntanto giunse a Londra il barone Hummelauer, incaricato dal barone Piller dorf, mini tro degli Esteri ad i111erim, di cercar di affrettare in tuUi i modi la fine delle cccomplicazioni italiane». Se però il gabinetto auslriaco era in quel momento veramente propenso a cedere la Lombardia, non aveva alcuna inten:lione di p rdere Venezia 52 . Secondo il punto di vista di Vienna, I' Au tria garantiva la sicurezza della Confederazione gem1anica a sud ed a ud-e I' e questo poteva fare soltanto rimanendo forte. conservando il Vcn to e conlTollando la via d 'accesso a T iro lo. Inutile dire che Ja Germania si trovava as~olutamente d'accordo 1 -'. Con ogni probabìlìtà questo fu il limite massimo della disponibi lità au triaca a chiudere il problema italiano prima che . i faces ero avanti i francesi. Puttroppo, in maggio la ituazione italiana ebbe un'impennata favorevole, trascinando ogni tendenza, dalla radicale alla moderarn, in un turbi noso e bellicoso impulso aggressivo contro Vienna "'· l'At•stria ha fauo un proclama e non delle propo.l'te ed è sorto I Llll alLra impressione che io avevo sugg~rito un armistizio» (A. di Revel u Pareto in data 2.5. l848, in F. C URATO, Sardegna e Gmn Bre1ag11a cit., I, p. 123). "' ' · BIANCIII. OfJ. ci/ala. V, p. 263. " Ln L. ClllAI. A, op, cita/li , pp, 395-396. '' Il 15 111 aggio Hartig inl"orrnò Vien na del fa ll imento dei con tatti co n Casati e consigl iò o di muovere la di pl omazia inglese, oppure. per evirare un conflillo europeo. di conc lud~re un armisti zio con Carlo Albcno rinunciando alla Lombardia. ma conservando il Venero (A. FtLll'UZZI, Austria e Sardegna cii.. I, pp. 99-105). " A. d.i Rcvel a Pareto in data 5.5 1848, F. CUKATO, Sardegna e Gran Brcw.~r/G cit. , T. p. 126. 0
Cfr. F. Cu RATO, Scritti di storia diplo111atica cii ., pp. 76-79. · " La cosa ebbe riflessi anche in lnghilterra. dove l'opposi zione rory auaccò subi10 la politica govemativa whig e lord Stanley sonolineò il gmvc pericolo di ammellere il principio dell'intervento am1a10 di uno Stnto «per spirito d i solidarietà verso un popolo stmniero che ·i ritenga oppresso» (0. 8ARI13, op. C'irata , pp. 86-87).
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LA PRU'vtA GUERRA D'INDIPENDE ZA
I contatti Palmerston-Hummelauer, iniziati il 21 maggio, si svolsero con un'esplicita pressione inglese a favore dell 'ingrandimento del Piemonte, in quanto «per l'interesse generale dell 'Europa la miglior soluzione sarebbe stata che il territorio veneto venisse unito, insieme con la Lombardia, al Piemonte, così da costituire nell ' Italia settentrionale uno Stato capace di farsi rispettare»55 • Va da sé che l'alternativa repubblicana in una Lombardia o in un Veneto indipendenti era decisamente avversata a causa dell'inevitabile larga influenza che vi avrebbe esercitata la Francia 5". Una sol uzione intermedia, con la sola Lombardia al Piemonte, sembrava anche accettabile, se non altro perché un eventuale congresso europeo sul problema italiano l'avrebbe condivisa più rapidamente. Le proposte di Hummelauer, dunque, furono le seguenti : la Lombardia sarebbe stata libera di erigersi in Stato indipendente o di unirsi al Piemonte; il Veneto sarebbe rimasto all'Impero con a capo un arciduca austriaco, ma con amministrazione ed esercito nazionali (Memorandum Hummelauer del 24 maggio). Palmerston formulò una controproposta per i confini: una linea fra Bolzano e Trento per il Tirolo, ed il Tagliamento e il Piave per il Veneto. Hummelauer tornò a Vienna a riferire, ma il gabinetto asburgico non poteva accettare, almeno subito, tali controproposte. E nelle settimane successive la situazione militare nella pianura padana e quella politica in ambito europeo cambiarono, e così la missione Hummelauer perse gran paite del suo significato, anche se in futuro la si rivedrà a base della mediazione franco-inglese. Mentre il barone Wessenberg, nuovo ministro degli Esteri austriaco, stava per comunicare ali 'ambasciatore inglese l'impossibilità del proprio governo di accettare le modifiche suggerite da Palmerston, il J 2 giugno l' incaricato d 'affari fran cese, de Lacour, offrì di sostenere la soluzione offe1ta dal Memorandum Hummelauer (in luogo dell'Inghilterra), con la sola differenza che la Lombardia non si unisse al Piemonte, bensì restasse indipendente. Wessenberg accolse subito l'iniziativa e, su consiglio del de Lacour, il 13 giugno scrisse direttamente a Casati, in modo da tagliar fuori il Piemonte dai preliminari ed isolare il Veneto. Casati replicò immediatamente rifiutando. Avrebbe potuto limitarsi a precisare che, stante il voto di unione con il regno di Sardegna, il governo provvisorio non poteva che chiamare in causa anche il governo sardo;
' Palmerston a Russe! in data 23.5. 1848. Cfr. O. BARIÉ, op. citata, pp. 105-110. Cfr. anche Palmerston ad Abercromby in data 15.5 .1848: «La miglior so lu zione che possiamo vedere è l'unione di Genova, Piemonte, Lombardia e Venezia sotto un solo sovrano, cosl uno Stato interposto fra Francia ed Austria sarebbe most u.i-efull in presen•in.,: peace» (F. CURATO, Gran Bretagna e Sardegna, cii., l, pp. 186-187). " L'S maggio Palmerston aveva impartito direttive a Ponsonby, minfatro inglese a Vienna, di persuadere l'Austria ad evitare un intervento francese in Italia lasciando libera la Lombardia di restare indipendente o di unirsi al Piemonte; ad Abercromby, a Torino, di agitare lo spettro france· se per indurre il Piemonte al compromesso con l'Austria.
CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE
23 1
invece volle assumere un ruolo autonomo e sentenziò che, se al posto dell 'indipendenza lombarda «fosse questione di indipendenza di tutte le prov i.nce italiane sottomesse allo scettro dell'Au stria», allora «non si sarebbe lontani dal poter trovare un accordo» 5'. Poi Casat i ragguagliò confidenzialmente Pareto, che approvò la risposta e non curò, sembra, di informare Carlo Alberto. Fu Franzini, appena rientrato a Tori.no e venuto a sapere di questi contatti, ad avvertire il re, spingendolo anzi a prendere in considerazione la possibilità di arrivare alla pace su quelle basi . Giustamente Carlo Alberto gli rispose il 3 luglio che dopo il rifiuto opposto da Milano gli sembrava rimanesse ben poco da fare e, tra l 'altTO, nessuno si era rivolto a lui. Intanto Londra era stata messa a conoscenza, da Vienna, del ri sultato deluderfte dell'approccio tentato col governo provvisorio e dell 'improbabilità di giungere ad una sol uzione diplomatica, data la pretesa milaoese di considerare la questione come «italiana» anziché solo «lombarda>,. Visto il peggiorare della situaz ione, Abercromby avvicinò Franzini e, nel co rso di un co ll oquio privato, portò il discorso sulla campagna in atto per ricordare che l'Inghi ltena vedeva sempre di buon occhio un forte regno dell'Alta Italia e per mettere in guardia piuttosto esplicitamente dal pericolo di un intervento armato francese e dall 'inleressamento di Parigi per la Savoia. Tn sostanza, tenne a chiarire, il re doveva sapere che la Gran Bretagna era pronta ad appoggiarlo, però occorreva che egli, dal canto suo, facesse conoscere apertamente il suo pens iero. Franzini si premurò di raccontare la conversazione a Carlo Alberto, che rispose il 7 luglio con una lettera lun ga e molto sensata, ma anche piuttosto amara e mostrante come in politica estera il vero potere fosse passato al ministero: «Mi affretto, carissimo Franzini , a rispondere alla lettera che mi avete scritto dopo il vostro colloquio con il Ministro d' Inghilterra. Voi conoscete perfettamente il mio modo di pen. are sugli ingrandimenti che, io credo, dobbiamo desiderare per il nostro paese, considerando soprattutto lo stato delle no stre finanze e la forza che la nostra armata può effettivament e mettere in campo; poiché non dobbiamo contare su ,1lcun alleato e per molto tempo non potremo ricevere un efficace aiuto di truppe lombarde; voi avete vi sto quanto vi ho scritto in questi ultimi giorni e ciò che è staio fatto per togliere ogni illu sione agli uomini che rag ionano in buona fede. Credo dunque, in tutta coscienza, che se potessimo ottenere, attraverso la mediazione dell'Jnghi llerra, la cess ione dell a Lombardia sino ali' Adige, con i due Ducati , avremmo fa tto una campagna gloriosa , ed uno Stato piccolo come il nostro davanti al. co los sale impero Austri aco avrebbe ottenuto conquiste superbe e quasi incredibil i nella storia. Ecco, davanti a Dio, il fondo del mio cuore, ed io vi autorizzo a confid arlo ad Abercromby. Des iderare di più, spec ialmente ora che l'Arciduca Giovanni è staio posto all a testa della Confederazione Germanica, che si era già mostrata a noi contraria, sarebbe di una temerità, oso dirlo, quasi folle. È un voler rischiare la perdita, la rovina assoluta della causa itali ana. o almeno un intervenlo della ncpubbli ca francese che in questo caso vorrebbe prenderci la Savoia e Nizza, e che ci porterebbe i suoi principi con la prospettiva che finiscano per ingo iarci. ( ... ) Mai Pareto mi ha scritto alcunché al ri guardo cd al contrario, a prutc il so lo conte Balbo. il ministero non ha mai cessato di ist igrum i a combattere, ad avanzare rischiru1do lutto nel Veneto.
" Tn E.
ANCHIER I,
op.
CÌ!a /a,
pp. 64-65. Cfr. 0. BARJJ\ op. citata, pp. L27-129.
232
LA PRIMA GUERRA D'I.NDlPE
ENZA
Vedete ora, amico Franzini, qual ' è la mia posizione, con un ministero responsabile che ha preso un impegno davanti alle Camere; mentre l'unione con la Lombardia non è ancora assolutamente realizzata e ci sono a Torino, come a Milano, pretese cosl grandi; non posso io, alla testa deU' annata, prendere l'iniziativa; io non posso che rappresentare in cosc ienza la situazione( ... ). Mi sembra che si dovrebbe far conoscere al pubblico, ai membri influenti delle Camere la di spotùbilità che avrebbe l'Austria a trattare, la favorevole inclinazione dell'Inghilterra a sostenerci nei negoz iati , la ge los ia de lla Francia nei confronti di Venezia , l'atteggiamento del Corpo Gernianico, l'inevitabile spossatezza dell e nostre finamce. l'aiuto così lontano che potremo ricevere dalle divi sioni Perrone e Visconti , ciò che esporrà la Lombardia ed i Ducati al rischio di essere devastati se io entro nel Veneto; mi sembra, facendo queste rifless ioni, che occorra esercitare sulle Camere press ion i energiche a favore di una condotta saggia e prudente. e! contempo, se il governo austriaco ci facesse direttamente [delle proposte onorevoliJ tramite il mini stro d'Inghil terra, con il confo110 del parere favorevole del suo governo alla loro accettazione (... ) mi sembra allora che sarebbe impossibile che il nostro ministero e il nostro Parlamento non desiderino la pace ( ...)» " ·
A questa lettera fece seguito un 'altra del re, la cui data è incerta ma quasi sicuramente di pochissimo posteriore al 7 luglio: «Vi comunico, carissimo Fram:ini che il marchese Pareto ha inviato, senza fare alcun commento né riflessione personale, I'estratl() di un dispaccio di Revel, nostro ministro a Londra, che gli scrive che lord Mimo, suocero di Abercromby e membro del gabineuo, gli ha detlO che il governo austriaco non tiene affano a conservare Venezia, ma solo alcune province del Veneto per avere un piede in It alia; la sintesi del dispaccio è che si potrà trattare chiedendo il corso del Piave. Comprendete che dopo una simile apertura, e dopo ciò che è avvenuto a Venezia. i nostri politici non vorranno a~solutamente sentire parlare dell'Adige, e quanto a me sono obbligato a tacere ed a battermi finché piacc ia a Dio far tenninare la no stra guerra dalla diplomazia (... ) » " ·
fl conte Gallina ebbe dure parole di biasimo per Pareto: «Né la forza dell'Austria - disse - né la debolezza del Piemonte vennero sospettate quando l'Austria fece l'offerta del Mincio. Si credeva che in altri tre mesi di guerra la sue truppe sarebbero state respinte oltre il Tagliamento. Pareto tenne l'offerta sulla sua tavola per una quindicina di giorni senza mostrarla ai suoi colleghi, e poi la mandò senza una sillaba di commento al re. E il re ebbe paura di accettarla sotto sua propria responsabilità. Egli disse a Franzini, il so lo ministro che fosse con lui: "G uardate come sono trattato. Naturalmente essi desiderano che io accetti; se no, lo direbbero. Ma non vorranno prendere su di sé la responsabilità di rifi utare"0 )"» . ,. C. SPELLANZON, op . citata. !V, p. 672 (orig . in francese) . Secondo N. Bianchi , Carlo Alberto non fu informato intenzionalmente dal governo circa le proposte ausrriache rivolte a Casati (op. citata, V. pp. 283 -284), comunque il re venne mes so al corrente della vicenda il 19 giugno da Antonio Beretta, membro del governo provvisorio (L. CHJALA , op. citata , p. 398). " C. SPELL ANZON , op. citara, p. 672. !14 luglio l' assemblea veneziana si era mo , trata favorevole all'unione con il Piemonte. 60 N.W. SE. IOR, op. citata , p. 14.
CONSIDERAZIO. I CONCLUSIVE
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Il commento di Gallina, per la verità, non è esattamente collocato nel tempo e per di più tende a riassumere un «momento)>, comunque suffraga la sensazione di un netto distacco fra il re ed i suoi ministri. Il 10 luglio Abercromby riferì dettagliatamente a Palmerston la conversazione avuta con Franzini alcuni giorni prima ed aggiunse che proprio quel mattino Franzi11i era tornato da lui mostrandogli la lettera del 7 luglio di pugno del sovrano. Nel sintetizzare la missiva in questione, concluse col mettere in rilievo il fa tto che Carlo Alberto si fos se sbilanciato al punto di affermare che se il governo austriaco gli avesse rivolto direttamente o tramite il governo inglese, od anche lo stesso Abercromby, proposte di pace sulle note basi «egl i non avrebbe esitato ad accettarle e desiderava che questa sua opinione veni sse comuni b ta a me [Abercromby] in via confidenziale». 6 1• Quello stesso 10 luglio Pareto rispose ad un ' interpellanza del marchese di Montezemolo circa le voci di trattat ive di pace smentendole recisamente: «( ... ) Non vi è mai stata trattativa; non v'è mai stati proposizione. Tuttavia (.. .) se vi fosse qualche trattativa che non trattasse dell 'evacuazione d 'Italia dall 'austriaco, ognuno di noi [mini stri] domanderebbe le sue dimissioni. Non esiste nessuna proposizione di sorta da nessuna potenza di trattare( ... )» ". È giusto rimarcare la reale difficoltà cli trovare un punto d ' incontro fra la concezione dinastica ed espansionistica della guerra e quella nazionale, ma al punto in cui erano le cose le considerazioni cli Carlo Alberto rivestivano un 'elementare praticità, mentre l'attegg iamento cli Pareto era improntato ad un 'osti nata quanto disarmante superficialità poi i tic a. Premessa I' impossibi I i tà cli escludere che in luglio il vero intento austriaco fosse di guadagnare tempo , resta il fatto che rifiutare per un principio più cli suggestione che cli diritto la possibilità di un compromesso così vantaggioso non deponeva certo a favore della sagacia diplomatica ciel ministero. Sicuramente l'accettare simili proposte avrebbe alimentato l'immagine cli un Piemonte spinto unicamente dall'interesse dinastico e regionale ed avrebbe provocato forti reazioni negative, ma i sentimenti collettivi debbono operare in sede politica solo quando consentito, «cioè mediatamente - ammonisce Benedetto Croce - e non già immed iatamente quando lj si vuol chiamare a dettar le norme della politica o mettersi al suo posto» " · Purtroppo mancava l ' uomo politico all 'altezza della situazione, cosicché le cose procedevano per impulsi vari e sempre più aggrovigliavano la matassa. TI 12 luglio arrivò a Roverbella una deputazione veneziana con l'annuncio che l assemblea aveva deci so l'annessione. Carlo Alberto rimase cortese ma riser-
" Abercromby a Palmerston in data J 0.7.1848, in F. CURATO, Gran Bretagna e Sardegna ci t.. 1, pp. 259-260. " In L. CHI ALA. ov cirara, p. 40 I. Si not i che i ministri erano dimissionari dal 20 g iugno. "' B. CROCE, Storia d' Europa nel secolo decimonono, Laterza, Bari 1948, p. 11 2.
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LA PRIMA GUERRA D 'IND IPENDE ZA
vato, e jl ministero si affrettò ad accettare invece di affrontare la delicatezza delle circostanze con la dovuta cautela. Nulla poteva esimerlo dal dovere di soppesare tutte le eventualità, specie convinto com 'era di non avere né un grande stratega alJa testa dell 'esercito, né generali capaci, né un 'armata superiore a quella austriaca. E l'annessione della Lombardia e dei ducati, che adesso appariva così facilmente ottenibile - a prescindere, si ripete, dal reale intento austriaco - doveva indurre il ministero a cercare la pace. Se battuto quale forte alleato sarebbe rimasto a fianco del Piemonte? Non certo la Francia, distratta da anche troppe preoccupazioni interne; non la Prussia, troppo attenta agli interessi della Confederazione germanica; non sicuramente la Russia, troppo legata all'Austria. Forse l'lnghilterra, ma senza soverchio impegno, essendo in fondo , ufficiente per essa il ripristino dello statu quo. Senza parlare dell'Italia, che «divorava, con le sue passioni rivoluzionarie, le forze che avrebbe potuto raccogliere contro lo straniero» ..,. Il regno di Napoli aveva la Sicilia in rivolta e la Calabria in agitazione; il papa vedeva Roma alla mercé dei rivoluzionari; la Toscana si trovava alle prese con aperti moti rivoltosi. Gli erro1i di prospettiva - consentiti o provocati da un dilettantismo politico sconsolante - furono, probabilmente due: il p rsistere della convinzione di un imminente crollo dell ' impero austriaco per autodissoluzione; il consiclera1:e la sorte del Veneto indissolubilmente legata a quella della Lombardia, nonostante la palese differenza che le due regioni rivestivano per l'Austria. Il commento cli Le Masson pare difficile da contestare: «ln queste ci rcostanze l' Italia ha rifiutato son affi"anchissemen1; la fortuna la trattava meglio di quanto non meritasse e per aver misconosciuto questa verità, per essere stata insensata al punto di respingere offerte che non aveva il diritto di sperare, essa non tardò a perdere tutto. Esistono, nella vita e nelle vicende dei popoli come degli uomini, occasioni che non è consentito trascurare impunemente. È ben raro che le speranze più fondate, più legittime, si realizzino nel modo più completo; bisogna sapere attendere dal tempo ciò che il presente non permette di ottenere» ''5 • Vale, inoltre, la pena di ricordare come la virtuosa indignazione degli uomini di governo - ma non solo loro - circa la linea del Mincio o dell 'Adige, si mutasse più tardi , c con disinvoltTira , in fiera pretesa di ottenere proprio quella linea a titolo di «pace onorevole». Secondo Spellanzon, nella sventura i retrogradi soffiarono passioni e rancori, sì che nelle memorie di contemporanei si legge che «il popolo era stomacar.o della Camera, a cui imputava le recenti sconfitte dell 'esercito». E spiega: «Com'era infatti possibile, senza essere accecati da una torbida passione di parte, attribuire ai parlamentari subalpini la causa della sconfitta, ch'era evidentemente un fatto esclusivamente militare» dovuto a impreparazione e disor"' E. DE TI\LLEYRAND-PJ\R IGORD, op, CÌ!al<I, p. 98. " A. LE MASSON, Custoza . c iL p. 123,
CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE
235
ganizzazione dell 'esercito ed a difetto di condotta de lle operazioni? 66 • Le passioni erano notoriamente Iipartite, comunque per certo il parlamento del 1848 non era la causa della sconfitta ma, se una baltaglia è quasi sempre un fatto «esclusivamente militare», una guena, almeno dalla Rivoluzione francese in poi, no. In definitiva, un a campagna in soddisfacente sul piano militare poteva essere risolta positivamente ove la poli tica, controllando come suo dovere gli sviluppi bellici e valutand oli alla luce dell a situazione internaziona le, fo sse intervenuta al momento opportuno per adeguare lo scopo della guerra aUe reali possibilità, non potendo fare il contrario.
5. LA
SCONFITTA POLITfCA E lvULJTAR E ( 1849)
Il di corso sulla campagna del 1849 è assai differente. Che abbia trovato un triste epilogo sul campo di battag li a cli Novara nulla toglie all ' immensa responsabilità di coloro che la vollero. La migliore sintesi ci sembra fornita dalla conclusione della commissione d ' inchiesta istituita dopo il co nflitto. «Il Piemonte ruppe in questa seconda volta la _guerra con l'Austria per l'indipendenza italiana, non più animato dall 'entu siasmo e dalla concordia di pensiero cli tutta la nazione, di tutta l'Italia, non più contro un 'armata presa alla sprovvista e ritirantesi fra popolazioni in sorte; ma solo, diviso dalla di scordia e travagliato dalle diverse fazioni, contro l 'Austi-ia preparatasi da un anno alla guerra. «Agli errori fatti dall 'antico governo, nella viziosa organi zzazione data all'esercito e nella trascuranza della so la sua istruzione, si aggiunsero quelli del novo , che per la soverc hi a es tensione datagli, sproporzionatamente ai mezzi, ne peggiorò la costituzione. «La sciss ione politica del paese, le imprudenze e le insinuazioni cli tutti i partiti , le tristi rimembranze e le impressioni dell'esito della prima campagna, esercitarono una funesta influenza sullo spirito della truppa. La debolezza dell'organizzazione militare, la debolezza del governo e l' insufficienza di alcuni capi dell'esercito lasc iarono germogliare i tristi semi , e l 'arm ata divenne sfid uciata e generalmente avversa a questa guen a, per le circostanze fra J.e quali aprivasi . «Il ministro , preoccupato della questione politica, non curò abba tanza di conoscere e cli pensare i mezzi di riu scita dell'impresa militare. Il generale, qu antunque conscio della loro debolezza, non dichiarò abbastanza espli citamente al governo l' imprudenza dell a deliberazione che stava per prendere e si fece condottiero cli una guena ineguale, prevedendone un es ito infelice. "' C.
SPELLANZON . op . cirara ,
rv, p, 808.
236
LA PRIMA GUERRA D'IND IPENDENZA
«La condona della guerra fu improvvi a, non meno che la ua deliberazione. Nel determinare il piano di campagna, il ministero non portò quelle cure che gli spettavano ed il generale pospose le ragioni militm'.i, impresci.ndibili , alle politiche eventuali; l'esercito fu privo d appoggio, ed in seguito di riti.rata. Mancò di continuo la conoscenza delle mo e del nemico· mancò, dal punto di vista capi tale dell prime po izioni assegnate all ' esercito, una divisione, per colpa del suo generale; fuvvi imperizia o non sufficiente so lerzia in alcuni altri capi dell 'annata; il generai maggiore non seppe far concorrere tutte le forze dell esercito: non eppe e specialmente a ovara. afferrare le occasioni favorevoli : non seppe, infine, impi egare la truppa in modo adatto alla sua indole ed all e sue condizi oni organiche e morali. «La catastrofe succeduta fu una logica conseguenza di tutte questa cau e, ognuna delle quali per sé gravissima, le quali per no Ira grande ventura, trovaronsi collegate cospiranti a farla più fruttuosa e più pronta» 6'. Alla valanga di accuse che lo investì, Ch.rzanowski rispose di gnitosamente - come con grande dignità u cì di scena rifiutando la pensione offertagli dal governo e spiegando che, non avendo potulo servire il Piemonte come avrebbe desiderato, non meritava un a ricompen a - ma sentendosi in difetto. Chiodo aveva sostenuto: «Il generale Chrzanowski doveva dire: "o non sifa la guerra o mi ritiro" ». intendendo co l gi ustificare la determ inazione del ministero di rom pere 1' armi tizio. Troppo comodo. ess un dubbio che le obiezioni di Chrzanowski non abbiano brill ato di parricolare energia, però la responsabilità piena dell organi zzazione addestramento e ammini s trazione dell 'esercito apparteneva pur sempre al mini tro della Guerra, cio a Chiodo, il quale non soltanto era un militare e quindi in grado di recepire con esattezza i rapporti che gli venivano presentati, ma aveva addil'iltura rivestito per un paio di mesi la carica di capo dell o Stato Maggiore Generale. A pre cindere da questo ed a dimo trazione della pretestuosità dell 'accusa mossa a Chrzanowsk.i sta il fa ti che, essendo inconfutabile la preminenza po litica in sede di decisioni ultime, il gabinetto avrebbe sicuramente replicato ad una presa di posizione del polacco invitandolo a Umitarsi a pensare alla conduzione operativa dell 'armata essendo la ripresa delle o tili tà que tione di pertinenza del governo. on per niente quando, dopo la fatal e conferenza dei ministri dell '8 marz.o, il ministro degli Esteri si dimise non condivìdendo l'inconsulta decisione, 1 intero gabinetto non fece piega ed il Colli fu tranquillamente sostituito. lnsomma ra segnando le cl imi ioni Chrzanowski avrebbe salvato la propria personale re putazione (amm sso e non concesso dj non venire imrn diatamente accusato di incapa cità professionale e di inaffidabi li tà), ma al punto in cui era giunta la tensione non avrebbe evitato la guerra. " CCSM, Relazioni e rapporti 1849 cit., pp. 7 17-718.
CONS IDERAZIONI CONCLUS IVE
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TI generale polacco cercò di spiegare il suo comportamento: «Io non credevo conveniente di opporvi alla risoluzione dell a guerra col dire , o non sifa la guerra o mi ritiro, tanto più che mi lusingavo che le ragioui con le quaU ero riuscito a differirla precedentemente avrebbero avuto anche allora [il 7 marzo] una eguale riuscita. lo mi riservavo però a dirlo ove le mie rappresentanze sulle deficienze dell 'armata non avessero avuto il loro effetto (... ). Avrei potuto, è vero, non limitam1i a fare rappresentanze; ma io, stran iero, ero stanco di lottare solo da due mesi con le mie osservazioni contro le passioni che spingevano i circoli , la stampa, la camera, il governo ed il Re stesso ad una catastrofe sventuratamente troppo probabile. Per altra parte, dopo esausti tutti gli argomenti della ragione per ritardare l'esplosione del.la guerra, non mi restava che un sol mezzo: quello di ritira.imi; ma in quel momento, quando già l'armistizio era denunziato ed era im minente la guerra, che vedevo chiaramente volersi ad ogni costo, la divis ione militare che vestivo vietavami di recedere . Pensai che la mia di.miss ione, data in quel pu nto, sarebbe stata interpretata in modo sfavorevole per l'esercito, nuocerebbe al paese con le sue relazioni con l'estero, aumenterebbe la fida nza del nemico e sarebbe accolta dall 'armata stessa come una ragione di più co ntro questa guerra diventata inevi tabile . Lasciandone il comando, io avrei messo tutto in maggior confusione, onde sarei stato poscia accusalo come causa della demoralizzazione dell 'esercito; credetti, infine, che il carattere cavalleresco e generoso del Re e la grande fiducia che mi aveva mostrata, m' imponevano iJ dovere cli non abbandonarlo in tal momento. Tutte questa considerazioni nù trattennero dal dare la mia dimissione. come ne ebbi il pensiero al ricevere l'avv iso della fattasi denunzia dell 'arn1istizio» "8. Le ragioni addotte non sono del tutto prive di fondamento, pur essendo convinti, senza bisogno cli citare un severo monito di Napoleone, che indipe11de111em ente dall'esito pratico delle sue dimissioni, CbJzanowski avrebbe dovuto porre un duro e fonnale aut aut al ministero a tempo debito. II momento piLt indicato per questo gesto si verificò il 17 fe bbrai o, allorché egJ i ricevette il comando dell'armata. In quella sede sarebbe stato fac ile e necessario, indicare in tern1ini inequivocabili di apprestamenti e di tempi quando la guerra , quella guerra che era stato chiamato a condune, potesse venir ripresa con ragionevole speranza di successo . Per contro, l'irrigi dirsi in extremis, solo in extremis , avrebbe affetto inevitabilmente risvolti poco encom iabili. Chrzanowski sp iegò ancora di aver dichiarato l' eserc ito pronto ad entrare in campo alla fine di marzo, nella speranza che per quella data i preparativi fossero ultimati; però è una gi ustificazione zoppicante: in una questione del genere non ci si può basare sulle speranze (specie conoscendo l'entità dei provvedimenti da prendere)"9• " Ib idem , pp. 707-708. "' Ibidem, p. 784.
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LA PRIMA GUERRA D'IN DIPENDENZA
I ministri Chiodo Cadoma e Tecchio, principali chiamati in causa, presentarono una «risposta» comune alla relazione di Chrzanowski per chiarire la parte avuta negli avvenimenti e, in sostanza, per scaricare sul generale il grosso della responsabilità. Di conseguenza, lo accusarono con enfas i di aver condivi so le decisioni del governo, di aver creduto di vincere e di non aver dato il debito peso a.li ' «alito veleno o» che aveva corrotto lo spirito delle truppe: «Se questo non fosse ( ... ) qual giudizio la storia sul nome di un genera.le, che conduce e ercito e Re incontro agli estremi cimenti proprio allora quand'egli antivide che i cimenli non denno riuscire tranne che a di olvere l'esercito, aspodestare il Re, a di perare la Nazione!» 70 • Simili considerazioni form ulate da chi gravemente aveva errato n Jla più alta sede politica non sono dignitose, tanto piu di fronte allo stupefacente dispaccio spedito da De Ferrari, ministro degli E ceri, il 22 marzo. cioè alle prime not izie di una vittoria pre o Vigevano e di un rip iegamento da Mortara. li dispacc io, indirizzalo a Sauli , dava noti zia che le truppe austriache «già occupano una parte del territorio piemontese»; inoltr . pur esprimendo fiducia nell'esercito, il ministro, che con ogni verosimiglianza non agiva di propria iniziativa ma aveva almeno sentito Chiodo, scri veva: «( ... ) Ad ogni modo il Governo del Re le ~arebbe tenuto ~e per mezzo della uunpa periodica si faccs e fonerncntc semire come un'invasione austriaca in Piemonte toglierebbe lune le possibilità di un accordo pacifico in Europa. e come scalzerebbe fino d .. lle fondamenia tutti i principi del diriuo pubblico E uropeo. La causa de ll e libert1l e ,1el civ il e progresso ne andrebbero profondamente alterate. La generosa lngbiJterra non può perm~ttc re un tanto sconcerto. dal quale eziandio tutti i uoi interessi politici e commerciali rimarrebbero compromc si ( ... ). Confido nella di Lei energia ed opcrosilà e son persuaso che queste sue pratiche saranno per riuscire va ntaggiose all:J minacciata nostra patria, che colle sue sventure arrecherebbe eziandio grandi s ·imo infortunio alle altre nazioni c ivili»".
n commento u simile documento è impossibile. Vi si spunterebbe perfino l'ironia! li meno che si po sa rilevare è lo stranis imo concetto che quel ministero aveva della guena. Palmerston , dal quale si precipitò Sauli , rispose: «Voi apete quante volte vi ho ripetuto i consigli di resistere ai partiti che vi trascinavano alla guerra. Non avete voluto seguirli: iJ governo francese e noi stessi abbiamo compiuto un ulLimo sforzo per trattenerv i, dichiarandovi apertamente che non avreste dovuto contare sul nostro appogg io in caso di rovescio. Se que ta evenienza si presenta bisognerà che ne sopport iate le conseguenze». Poi, però tranquillizzò Sauli, assicurandolo che non c'erano pericoli per l'integrità del territorio piemontese m,. 10
Ibidem , pp. 780-78 1.
11
Dc Ferrari a S:1Uli in data 22.3.1849. in F. CURATO, Sardegna e Gran Breta1111a cit.. Il. p.
!OJ. " Sau li a De Ferrari in data 30.3.1849, ibidem . pp. 11 1- 11 2.
CONSIDERAZIONI CONCLUS IVE
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A prescindere dalle responsabilità del gabinetto Chiodo e del generale Chrzanowski, è giusto ricordare la frenesia che aveva invaso la Camera. L' 11 marzo l'incaricato d 'affari belga riferì a Bruxelles il desiderio di guerra del re e della Camera - che l'aveva richiesta esplicitamente ed a breve scadenza nell'indirizzo presentato al sovrano il 5 marzo - ma «una gran parte dell 'opinione moderata manca di fiducia in questa nuova prova di forza e preferirebbe invece ottenere un risultato accettabile dalla mediazione della F rancia e dell'Inghilterra» 'J. Non a caso, nell 'imminenza della rottura dell 'armistizio, Dabormida si sfogò con Cesare Leopoldo Bixio: «Mi rimproveri che io non parli alla Camera; che vuoi tu ch'io dica? (... )» e descrisse il clima generato dai repubblicani e dagli assolutisti, deliberati tutti a buttarsi nel precipizio «colla lusinga' di sotterrarvi i loro nemici e di sortirne trionfanti» 74 • Giovanni Lanza, dal canto suo, dichiarò: «contro la guerra vi furono solo 24 voti; il mio era tra questi perché i mali umori che circolavano nell'esercito, la sua poca compattezza e disciplina mi facevano presagi.re un esito infelice; e così fu!» 75 • Tra gli argomenti citati a spiegazione dell'incerto spiJ·ito delle truppe, uno emerse quale principale capo d'accusa a emico degli estremisti d 'ogni parte, ma in primo luogo dei democratici e dei repubblicani: l'opera di sobillazione del soldato. TI 28 marzo Marco Minghetti, che aveva seguito le vicende belliche in qualità di aggregato al Quartier Generale, scriveva: «B isogna confessare che gli eserciti non s i improvvisano; una parte de l nostro, raccolto in pochi mesi, e senza bastevole istruzione, ha fatto cattiva prova ( ... ). Quelle brigate che sono state a Genova, e che il partito mazziniano aveva lavorato, rurono le prime a spargere I' allaime; farne alle mene repubblicane si aggiungevano anche le retrograde, perché i pai1ili esLrem i sono esiziali alla patria( ... ) ''.
Non pensiamo che l'indubbio grave malessere delle truppe abbia avuto occasione e modo di influenzare l'andamento della battaglia, né, men che meno, della brevissima campagna. I cedimenti risco ntrati a Mortara ed a Novara possono rientrare, dopotutto, nelle vicende della lotta e probabilmente con ben diversa direzione del combattimento non si sarebbero verificati . Tuttavia siamo convinti che la «corrosione» avrebbe mostrato i suoi perniciosi effetti nel giro di appena poche settimane, persino dopo una vitto1ia. Quanto ali 'impostazione della campagna, si è voluto sostenere trattarsi ancora di una guerra rivoluzionaria, che doveva essere accompagnata da una '' In A. COLOMBO, Gli albori del regno di Viuorio Emanuele Il , in Rassegna Storica del Risorgimento, XXlll, 1936, p. J 330. "In L. CIIIALA, op. citata, p. 322. " Carte di Giovanni Lanza cit., l , p. 238. '' Secondo Pisacane, invece, il logorio psicologico del soldato si dovette unicamente alla pressione ges uitica. «La camarilla con le we mene cercò di attaccare la disciplina dell'esercito ( ... ). Essa dipinse a neri colori i disagi della passata campagna ( ... ). Dimostrò la guerra contraria agli in teressi del so ldato e del re, che lo dichiaravano ingannato, e minacciavano annunziando la repubblica (... ),, (op. citata, p. 207).
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LA PRIMA G ERRA D'INDIPENDENZA
esplosione popolare nel Lombardo-Veneto, sostenuta dalle truppe toscane e romane, e agevolata dalle preoccupazioni austriache in Ungheria, in Boemia e nella stessa Vienna, ma non si può concordare. Di una nuova insurrezione in Lombardia e nel Veneto mancavano sintomi attendibili 77 , anzi nelle campagne le simpatie o i timori nei confronti degli aust1iaci erano piuttosto evidenti, a prescindere dalle speranze e dalle illusioni degli esuli lombardi a Torino; calcolare sull'apporto militare di Firenze e di Roma significa sorvolare volutamente sullo stato di fatto e mostrare ricco di peso specifico ciò che al mass imo poteva presentarsi come incremento di forza di incerto rilievo 1\ anche su Venezia, tornata repubblica, obiettivamente non era lecito contare, ri sultando troppo impegnata a difendere la propria riconquistata indipendenza; infine, la sin1azione dell' impero austriaco adesso era ben controllata da mani saldissime, tanto più che l'esercito msso era pronto a fornire un appoggio concreto. Insomma, fondare un disegno strategico su elementi così incerti e vaghi appare più che azzardato. La conclusione dell'avventura fu degna del suo ini zio. Alla notizia dei combattimenti della Sforzesca e di Mortara, giunta a Torino il mattino del 23, seguì un preoccupante silenzio da parte del Quartier Generale. Nessun messaggio dal Comando Supremo, nessuno dal ministro Cadoma, il più interessato al collegamento col governo. Anche i tentativi compiuti dal ministero anelavano a vuoto. Era l'ultima manifestazione di inefficienza e di incapacità organizzativa. Il 25, mentre nella capitale cresceva il fermento e gli uomini politici maggiormente distintisi quali fautori della guerra si preparavano a fuggire 79 ; mentre il senato in rivolta 80 accusava il governo di inettitudine per la mancanza di informazioni e lo chiamava a rispondere «degli avvenimenti funesti e della catastrofe in cui la guerra aveva precipitato il paese» 81; mentre la Camera convocata in seduta segreta «avrebbe voluto rifare il mondo, ordinando la leva in massa, provvedendo anni, promuovendo l ' insurrezione per scacciare il nemico» 82 , 11 Cattaneo, nel commentare il fa llimento della disgraziata azione mazziniana in Val d ' Intelvi dell 'ottobre-novemhre 1848, ebbe paro le ricche di verità: «Una rivoluzione è una febbre, e non viene a tutlo un popolo per comando di chicchessia. È mestieri aspettarla» (op. citata, pp. 223-224). " La convinzione di Pisacane di ricavare un contingente di 40-50.000 soldati da Firenze e Roma era pura poesia (C. PISACANE, op. citata , p. 206). ' '' Tra gli altri il Brofferio, «troppo compromesso per stare sic uramente in città» . chiese il passaporto per riparare in Sviu.era (A. NER l, Museo del Risorgimento, Catalogo, 1, Milano 1915 , p. 131, in E. D1 NoLFO, op. citata, p. 640). M• Inizialmente presente il solo ministro Sineo, la discussione divenne presto calda, ma quando entrò nell'aula inatteso, il Ranaz zi, considerato a buon motivo il principale protagonista de l governo, «nacque una scena di cui negli arti parlamentari non è che una pallida traccia, ma che fu violentissima» (E. AR!ll3, ci11quant'anni di sroria parlame111are del regno d' Italia, I, Roma 1898 , p. 249 , in E. Dt NOLFO, op. citata, p. 644). " Il più duro accusatore fu il generale De Launay, che il 27 marzo avrebbe presieduto il nuovo gt)Vemo (vds . E. D1 NOLfO, op. citata, p. 650). " M. Mt ·aHETI1, op. citata, Il , p. 472.
CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE
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verso mezzogiorno arrivò al palazzo reale un valletto di Carlo Alberto il quale, pur senza recare dispacci ufficiali, confermò le voci che circolavano: sconfitta di Novara, abdicazione di Carlo Alberto, trattative di armistizio intavolate da Vittorio Ema nu e le II. Allora Chiodo si rivolse ai ministri di Francia e d'Inghilterra e li pregò di «chiedere una sospensione dell'avanzata dell'am1ata austriaca sulla città di Torino, finché non siano note le intenzioni di S.M. il Re circa le presenti ostilità» "'. In serata i due diplomatici partirono per «fem1are » Radetzky. Il duca di Dino, anch'egli partecipante alla guerra, concordò sull'opinione adesso sempre più generale: «La campagna del 1849, storditamente concepita sotto l,i spinta cli un 'esaltazione artificiosa, non poteva condurre che ad una catastrofe (... ). Quanto alla causa principale di questo disastTO, essa non ba che un nome: essa si chiama demagogia» s-i _ In effetti, la sconfitta cli Novara fu prima di tutto politica. Mise in chiara luce che il --velleitarismo non paga, condannò un certo tipo di democrazia capace di molto guastare ma non di costrni re, fece cadere l'ideale repubblicano come non consono ai tempi, rese evidente a chiunque l'illusione di realizzare una federazione italiana. Un'esemplare e meditata sintesi delle vicende del 1848-49 sembra trnvarsi nel memoriale di Cesare Correnti, riservato al solo Cavour: <<Nel 1848 la prima e più forte scossa data alla possanza austriaca pareva opera innanzitutto del popolo in armi, dell'insurrez ione. Quindi veniva al paese una tal quale coscienza della sua forza, esagerata nei primi momenti per la nan1rale ebbrezza dell a vittoria. Concedendo un poco ad essa, Carlo Alberto altraversò la Lombardia cd andò ad accamparsi sotto Peschiera e Verona, senza cercare di acquistarv i una vera influenza, c lasciando il paese al governo di una dittatura uscita fuor dall e stesse necessità de l! ' in surrezione (.. .). La divisione e dualità delle forze e dei principi diventava più sensibile per l' in signe inesperienza di tutto il mondo. L' annata inesper1a affallo del come comportarsi con un popolo insorto, questi ign aro del come si vince con la fem,ezza degli ordini e con la disciplina. Novizii nelle armi e nella politica, nvi lutti correvamo da noi medesimi al precipizio(. .. ). On fatto però giova mettere in luce. In surrezione ed armata, comunque a parole paresse il contrario, avevano della reciproca fona un· opinione esagerata. Perciò l'esercito in disfatta accettava di appoggiarsi sopra Milano, dove si concentrava il prestigio della forza insurrezionale; e Milanv chiamava ad alte grida l 'am1ata dinanzi alle sue mura per farsene riparo. Le due forze, considerevoli ttmora per sé, mal cementate, incapaci di unirsi, paurose di dividersi, erano già moralmente vinte prima ancor degli ultimi rovesci di Milano. Ma dalla mutua confidenza nacquer le reciproche accuse: recriminazioni assurde, voci di abbandono, e di tradimento. Fu principalmente per follo degli esu li e per la loro folle esaltazione che il re ruppe alla guerra del 1849. Un esercito, ancora per gran parte attonito ed atterrito dei disastri passati, sottominat.o da tendenze reazionarie e rivoluzionarie, estreme tutte e disorganizzatrici , non poteva tener
., Chiodo ad Abercromby in data 25.3. [849, in F. C URATO, Sardegna e Gran Bretagna, LI , pp. 105-106. Cfr. Abercromby a Palmerston in data 25.3.1849, in F. C URATO, Gran Bretagna e Sardegna cit., 11, pp. 153-154. "E. TALLEYRANO-PÉRIGORO, op. citata, pp. 337-338.
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LA PRIM A GUERRA 0 ' 11 DIPE DENZA
tesla agli austriaci, a m"no di esser icuri di un primo e notevole successo. La cala trore di 'ovara dissipò allora le speranze d ' l!alia» ".
La prima guerra d'indipendenza è «segnata» in pratica solo dall e sconfitte di Cu roza e di ovara, sconfitte addebitate unicamente all 'a ·petto militare della guerra. on è giusto. Le r . ponsab il i à vanno ben ripartite ed i rapporti di cau a-effetto definiti. A parte ciò, per gu anto riguarda il soldato piemontese vogliamo ricord are lo sguardo con il qu ale il Fabris considerò i quattro combattenti del 184 - un granatiere, un ber agliere, un cavaliere, un artigliere posti alla base del monumento a Carlo Alberto a Torino: « el loro contegno grnve, soffuso da un a profonda malinconia, ma risoluta, lo scultore ha voluto rammentare i sentimenti destati nell' esercito da qu ella campagna, in cui il valore od il culto del dovere lottarono invano per rim uovere le contrarietà d i un'impre a superiore ai mezzi di cui esso, male aiutato, poteva disp rre» 86 .-
~, emoriale di . Correnti sulle condizioni del Lombardo Veneto nel 1848-49, in Carteggio Cavour-Nigra cit , 11, opp. 1. " . FABRJS, op. d rara, Il, p, 49.
Parte seconda LA SECONDA GUERRA D'INDIPENDENZA
CAPITOLO VI
IL MOMENTO STORICO
L. L A SECONDA RESTAURAZfONE.
La crisi rivoluzionaria del 1848-49 aveva indubbiamente impresso un violentissimo scossone all'Europa postnapoleonica, ma sul piano pratico si era risolta in un fallimento e la reazione aveva recuperato quasi ovunque le posizioni perdute, almeno in superficie. L'incipiente rivoluzione industriale e l'aprirsi dell'era del capitalismo avrebbero presto dimostrato che indietro non si torna. La Santa Alleanza si era mutata nell ' alleanza conservatrice delle C011i del Nord, cioè delle Corti di Pietroburgo, Berlino e Vienna. In realtà il pilastro del conservatoris mo era la Russia che, non sfiorata dagli avvenimenti, aveva appoggiato la riscossa dei governi prussiano ed austriaco contro i sommovimenti rivoluzionari interni, e faceva sentire la propria pesante tutela sull'intero mondo germanico. Peraltro u·a Prussia ed Austria nasceva una rivalità di non poco conto. Federico Guglielmo IV di Hohenzollem era dispostissimo a riconoscere la corona imperiale agli Asburgo, infatti aveva rifiutato con disdegno la corona imperiale offertagli dalla Dieta di Francoforte, preferendo essere «re per grazia cli Dio, che imperatore per grazia del popolo»; tuttavia ambiva all'assoluto predominio in Germania. Vagheggiava una «confederazione minore» (Engeres Bund) interamente di Stati tedeschi sotto la guida prnssiana, ed una «confederazione maggiore» (Weiteres Bund) composta dalla precedente più l'Impero d'Austria sotto la guida auslliaca. Ovviamente l'Austria non poteva farsi espellere dalla Germania né consen tirvi un'egemonia prussiana, anche perché sognava «das Siebzigmillionenreich», l'impero di settanta milioni di abitanti: Germania, Italia, Ungheria, Croazia. Quindi mirnva ad entrare in blocco nella Confederazione che invece, secondo l'ordinamento del 1815, ammetteva nei suoi confini solo le terre di nazionalità tedesca dell'impero austriaco. Questo vivo e fortemente sentito contrasto fra Berlino e Vienna non poteva sfociare, proprio all' indomani della crisi 1848-49, in una guerra, anche perché lo zar Nicola I si interpose con autorevolezza obbligando i due governi al compromesso di Olmi.Hz (che in Germania fu visto come una cocente umiliazione prussiana) e poi alle conferenze di Dresda che po11arono alla restaurazione del passato. In Occidente, Luigi Bonaparte, il principe-presidente, aveva assunto i pieni poteri della repubblica francese nel dicembre 1851 con un colpo di Stato suffragato da uno spettacoloso plebiscito. Molto cauto dapprima, egli aveva, in
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LA SECONDA GUERRA D'INDLPENDE ·zA
politica estera, un preciso disegno revisionistico: sostituire i trattati del I 815 che soffocavano la Francia con altri di stampo liberale e «napoleonico», e ridurre la supremazia continentale della Russia e dell ' Austria , naturalmente a vantaggio della Francia. Come? Incitando e sostenendo il nascente principio delle nazionalità (senza peraltro cedere alle istanze rivoluzionarie di varia matrice) in Polonia, nei Balcani, in Germania, in Italia. In sostanza, fare dell'idea delle nazionalità uno strumento della rinnovata potenza napoleonica. «Nessuno - ha commentato Franco Valsecchi - degli uomini di Stato del tempo seppe impostare il problema internazionale in termini così vasti, non Bismarck, non Cavour, che svolgono la loro politica su di un piano ben più definito e concreto. Per questo, la loro politica riuscì menlTe la sua fallì: perché la vastità stessa della concezione le diede un che di teorico, di astratto, le tolse il senso della realtà concreta, le tolse adattabilità alle mutevoli condizioni della lotta» L'Inghilterra seguiva una linea di condotta particolare, incoraggiava l'idea delle nazionalità e 'le riforme politiche, guardava con simpatia le istanze italiane - pur disapprovando le eccessività dei democratici e dei repubblicani - e si era manifestata disposta ad interveniJe diplomaticamente a loro favore senza, peraltro, desiderare affatto la rovina dell 'impero asburgico, che considerava indispensabile ali'equilibrio europeo. E se intendeva eliminare l'influenza austriaca in Italia, non per questo avrebbe sopportato l'impiantarsi di un'influenza francese in suo luogo. Il ministro degli Esteri, Palmerston , pur fùofrancese, era sempre stato chiaro ed al mini stro d 'Inghilterra a Torino, Abercromby, aveva scritto: 1
•
«Io non desidero ceno vedere l'Italia liberata dal giogo austriaco in grazia dell e armi francesi: meglio però che la cosa avvenga con questo mezzo , anziché non avvenga del tutto. Se avviene in un momento in cui i nostri reciproci rapporti so no buoni, saremo in grado di impedire che ne derivino conseguenze dannose» 0 •
E nell 'aprile 1852 la stessa regina Vittoria rappresentava la necessità di fare attenzione a quanto accadeva in ItaJja, soprattutto in funzione di eventuaLi possibili iniziative francesi J _ In questa ottica di appoggiare la Francia in modo da poterla meglio controllare, l 'Inghilterra riconobbe , prima fra tutti , il Secondo lmpero napoleonico. Le tre Corti conservatrici, dopo varie discussioni e ripicche, si mossero isolatamente: Vienna con di spetto, Berlino con rabbia e timore, Pietroburgo con disdegno ". Il risultato fu che, in occasione della grande ' F. VALSECCHI, li Risorgimemo e l'Europa . L' a/lenza di Crimea , Valsecchi , Firenze 1968 , p. 75 . Cfr. ENN IO Dr No.lr-o, Europa e Italia nel 1855-1856. 1st. Storia del Risorgimento Italiano, Roma 1967. ' Palmerston ad Abercromby in data 28.12.1848, in F. CURATO, Gran Bretagna e Sardegna cit., 1, p. 497. ' Vittoria a lord Derby in data IO e 13.4. 1852, in F. CURATO, Gran Bretagna e Sardei:na cii. , IV, pp. 55 e 59. ' Lo zar si ind irizzò a Napoleone 111 con il di staccato appell ativo di Sire et Mon bon Ami,
JL MOMENTO STORlCO
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rivista militare di Natale del 1852, Nicola I investì pubblicamente i ministri di Prussia e d'Austria, accusando i loro governi di tradimento e di diserzione 5 • Fu il primo scricchiolio dell'alleanza fra i tre Paesi, ma specialmente fra Russia ed Austria. In Italia, Piemonte a parte, esisteva un generale accordo per un ritorno all'antico, anche se con una certa cautela. Spinto da Leopoldo II di Toscana, Schwarzenberg suggerì ai governi della penisola di armonizzare le reciproche istituzioni, sì da evitare posizioni isolate pericolose e compromettenti, possibili fonti di disturbo per gli altri. Leopoldo avrebbe voluto sospendere momentaneamente il regime costituziomùe per poi concederlo nuovamente con opportune salvaguardia per il governo; Pio IX non intendeva più sentir parlare di costituzione, 'a nessun titolo; Ferdinando II di Napoli aborriva da qualsiasi pensiero di ridare una simile Cmta e, tutto sommato, non aveva alcuna voglia di lasciarsi trascinare nelle sabbie mobili della politica «italiana»; Carlo III di Parma era anch'egli per il rifiuto pw-o e semplice; Francesco V di Modena, invece, consapevole più degli altri regnanti di una realtà ineludibile, cercò una strada che consentisse alla penisola di trovare uno soluzione autonoma, pur di tono conservatore, alle esigenze nazionali. In altri termini, propugnò una lega, sul tipo della Confederazione germanica, con i vari Stati riordinati nelle istituzioni politiche, amministrative e militari sul modello del Lombardo-Veneto. Dato il modello indicato, era ovvia la presenza austriaca, una presenza discreta che non avrebbe avuto ! 'apparenza di un intervento straniero. L'idea di una confederazione italiana era tutt'altro che nuova e, come in precedenza, incontrò dubbi, gelosie e diffidenze. Se la maggiore opposizione venne sollevata da Ferdinando JT di Napoli, al quale bastava ed avanzava l 'indipendenza, senza alcun tutore, il maggior riserbo giunse dallo Schwarzenberg: non che nutrisse una particolare avversione al progetto italiano, ma, molto semplicemente, aveva bisogno del Lombardo-Veneto per realizzare il suo disegno germanico. Fu perciò attento a consigliare non una confederazione ma un 'intesa; non un tratta.to diplomatico, ma uno scambio di note ; non un'alleanza militare ma la semplice disponibilità di forze in aiuto delle quali sarebbe corsa, al bisogno, l'armata austriaca. Si mostrò dispostissimo ad assicurare appoggio morale e materiale a Parma, Modena, Toscana e Roma (Napoli si era defilata), ma «andar più in là, aderire formalmente secondo il desiderio dei quattro governi , per le province italiane dell 'Austria, aH' intesa stabilita; prendere degli impegni positivi per l'organizzazione interna di una sola frazione del l'Impero, tutto ciò
an1.iché con quello di Monsieur Mon Frére d'uso fra i re. Il ministro degli Esteri, Buoi, che aveva suggerilo a Pie troburgo il maligno distinguo per sotto! ineare l' origine i!Jcgittima del Secondo Impero, fece poi marci a indietro e Francesco Giuseppe seguì l'esempio di Federico Guglielmo IV, che per timore di urtare la Francia si rivolse a Napoleone !TI chiamandolo Mon Frère. 5 Per gl i attriti derivanti dal riconosci me nto de l Secondo impero c fr. F. YALSECCHI, li Risorgimento cit. , pp. 83-95.
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costituisce una combinazione nella quale l'imperatore non potrebbe entrare senza compromettere degli interessi politici di un 'i mportanza maggiore , e senza violare il principio dell ' unità dell 'Impero, che tutti i suoi sforzi tendono a svil uppare e consolidare sempre più» 0 • In definitiva, accanto al ritorno ad un netto conservatorismo e, per taluni versi, ad una ape1ta reazione, l' Austria riuscì a riprendere il controllo politico e militare sulle dinastie satelliti , a stringere accord i doganali e ferroviari con es:,e e con il Papato. Soltanto Napoli si tenne ostinatamente in disparte. Ed il Piemonte? La situazione nel regno sardo, aJI'indomani dell'armisti - · zio di Vignale, si palesava drammatica. La Camera - quella Camera a maggioranza democratica che tanto aveva insistito per riprendere le armi - in piena agitazione, -proclamava la Patria in pericolo, tentava di susci tare una guerra di popolo, accusava di alto tradimento i mjnistri che avessero osato accettare un qualunque impegno con gli Austriaci. Genova repubblicana insorgeva in aperta rivolta. La Savoia metteva in luce pericolosi fermenti. L'estrema Sinistrn prorompeva in accuse di ogni genere contro il nuovo re, contro il nuovo governo, contro il ' tradimento' dei conservatori ed invocava la gue1Ta di popolo a tinta ovviamente giacobina. Brofferio non esitò ad esclamare: «Che lo Stato perisca, perisca la libertà, ma l'onor nostro sia salvo! 7• «Era insomma come se fosse avvenuta un 'improvvisa esp lo s io ne provocata incautamente da mani inesperte»~. In questi frangenti Vittorio Emanuele II seppe conservare il sangue freddo e dimostrare molto senso pratico e Radetzky finì per togliere dall'armistizio la clausole più dure ed insostenibili, quali il 1iconoscimento dei trattati del 1815 e l'occupazione di Vercelli e di Casale, ed accettare sia l'amnistia per i lombardi ed i veneti che avevano combattuto con l'armata sarda, sia l'occupazione della cittadella di Alessandria a metà con le truppe sarde. Il tutto non ce1to per amore del Piemonte, bensì perché si rendeva conto di come l 'interesse austiiaco fosse assai meglio salvaguardato da imposizioni relativamente miti per il vinto, piuttosto che da un pesante Diktat. Sapeva che per tenere a freno il partito democratico il nuovo re non poteva presentarsi al parlamento ed al paese sotto il peso di condizioni umilianti. Voleva aiutarlo a vincere l'opposizione democratico per indurlo poi all 'alleanza austriaca. Ma Vittorio Eman uele II, per quanto di ffi dasse profondamente dei radicali, non aveva alcuna intenzione di modificm·e nella sostanza l'indirizzo politico preso da Carlo Albe1to. Il momento più difficile venne superato quando, nel dicembre 1849, sensibi li al 'proclama di Moncalieri' - con il quale il re si impegnava a favore delle libertà costituzionali ed in pari tempo spiegava di aver dovuto sciogliere la ' Schwarzenberg a Baldasseroni, pres.idente del consiglio toscano, in data l. 11.185 1, in R. MOSCATI, A1.1s1ria, Napoli e gli S1a1i consen•arori i!aliani 1849-52 , Micoli , Napoli 1942, p. 177. Cfr. F VAL.SECCHI, li Risorgime1110 cii., pp. 103 e segg. ' F. VAL.SECCHI, Il Risorgimento cit., p. 119. ' A. OMODEO, L'opera politica del conte di Cavow; Ricciardi, Milano-Napoli 1968, p. 45.
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Camera proprio per il dovere della Corona di «salvare la nazione dalla tirannia dei partiti qualunque siasi il nome, lo scopo, il grado degli uomini che li compongono» 9 - , gli elettori si rec,U"ono ,ùle urne per il rinnovo del Parlamento in 80.000 contro gli appena 30.000 che avevano eletto le Camere testé sciolte. La maggioranza democratica ne uscì stroncata e la nuova assemblea finalmente approvò il trattato di pace. Alla testa del governo c ' era adesso Massimo d'Azeglio, un sincero liberale, fedele alla Corona, legato ai valori della tradizione, privo di ambizioni velleitarie, un po ' deluso sul carattere degli itali ani. In pratica si limiterà al riordinamento dello Stato, salvaguardando i principi della libertà, conservando al Piemonte l'immagine di unico Stato italiano in grado di guidare la Nazione verso l'Unità, accogliendo migliaia di fuorusciti da ogni 'pa1te della penisola e, in definitiva, ripiegando sull a prudente difesa delle istituzioni liberali in attesa di tempi migliori. Pur nell'ambito di una politica estera necessariamente di misura ridotta , anche a causa della visibile freddezza mostrata dalle grandi Potenze nei confronti del regno di Sardegna, d'Azeglio assunse un atteggiamento non soltanto fenno e dignitoso, ma addirittura di sfida appena trasparente nei riguardi dell 'AustJia. Le istruzioni spedite al conte Alberto di Revel , rappresentante sardo a Vienna, furono inequivocabili: «Ove il vostro discorso debba cadere sulla guena da noi sostenuta con l'Austria, le vostre parole non dovranno giammai lasciar credere che sia intenzione nostra d'andar in cerca di scuse sul contegno assunto in quel tempo. Voi dovete anco guardarvi dal far nascere l'opinione che da noi si pensi che i nostri diritti alla libertà ed all'indipendenza siano rimasti indeboliti da quell 'infelice tentativo» 10 • Cavour succedette a d'Azeglio il 2 novembre 1852. Aveva già fatto parte del governo di questi, reggendo ben cinque dicasteri tecnici (Agricoltura, Commercio, Jndushia, Marina e Finanze) e provocando più di uno scompiglio. Con accorti trattati commerciali con la Francia e 1'Inghiltena aveva suscitato allarmi interni a causa dell'iniziativa a carattere liberistico contraria alle vecchie abitudini, e preoccupazioni in Italia ed in Austria per il significato politico derivante da sim ili trattati. Con spregiudicatezza si era creato una propria maggioranza cercando alleati fra i moderali della Destra (il centro-destro) e della Sinistra (il centro-sinistro) per isolare le Estreme, laddove d'Azeglio trovava la sua base parlamentare su un centro-destra, di per sè poco saldo proprio per le pressioni delle Estreme. Uscito dal ministero per incompatibilità con d'Azeglio, si era recato a Londra ed a Parigi soprattutto per farsi conoscere e togliersi di dosso una certa fama di «rosso». Rientrato a Torino, venne infine chiamato dal Re a reggere il governo. Per la prima volta dalla concessione dello Statuto il governo era forte. Godeva del consenso della Corona, dopo un ' D. M ACK SMITH , li Risorgimento italiano cit., p. 323. " D'Azeglio e A. di Rcvel in data 7.5.1850, in N. B IANCHI, op. citata, VI, p. 339.
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breve scontro sul matrimonio civile; di quello del Parlamento, dove l'appoggio del blocco centrale - il cosiddetto «connubio» - gli consentiva una maggioranza sicura o tale da rendere realizzabile il programma di rifanne e di rivincita; di quello popolare, quando, l'anno successivo, gli elettori torneranno alle urne. Inoltre Cavour, reso cauto dall'insuccesso del 1848-49, era disposto a pazientare in politica estera. Sapeva che qualsiasi passo per l'unificazione dell 'Italia doveva essere accettato dall'Europa, cioè dalle Grandi Potenze; che il Piemonte, non ancora Italia, non disponeva di un giuoco tale da imporsi alla diplomazia europea; che probabilmente la politica napoleonica avrebbe preterito sostenere un governo liberale in Piemonte, piuttosto che vederlo sostituito da un governo clericale austriacante. Era anche consapevole dell'impossibilità di ostentare una politica nazionale di fronte agli Stati europei senza essere all'interno liberale e riformatore e viceversa". Tra Londra e Parigi era la seconda ad ispirargli maggior fiducia di appoggio. Mentre il ministero Aberdeen tutto sommato si limitava ad espressioni di simpatia ed a consigli di prudenza, Luigi Bonaparte non poteva non nutrire l'ambizione di una politica di prestigio ed il tavolo sul quale giocare le carte non poteva che essere quello italiano. Dunque Cavour fece la scelta: pur sapendo bene che il governo francese avrebbe curato i propri interessi, come del resto sempre aveva fatto, si convinse che «è soprattutto dalla Francia che dipendono i nostri destini. Di buon grado o non, noi dovremo essere il suo compagno di gioco nella grande partita che prima o poi si deve giocare in Europa» 11 • C'era intanto da affrontare un problema dai risvolti politici tutt'altro che · lievi. Vienna mal sopportava che gli esuli lombardi muovessero le fila delle agitazioni in .Lombardia o meno ancora gradiva la libertà che il governo di Torino lasciava ad una stampa decisamente ostile ali' Austria. Quando Luigi Bonaparte si impadronì del potere, Schwarzenberg ritenne di trovare un naturale alleato in un regime dittatoriale che aveva subito messo a tacere ogni opposizione. Nel manifestare all'ambasciatore francese, De la Cour, le sue preoccupazioni circa l'incapacità del governo sardo a dominare fremiti rivoluzionari che lo avrebbero travolto, contagiando per giunta i paesi confinanti, chiarì - ad evitare equivoci - che questa volta l'Austria non si sarebbe fermata a Novara e mostrò di attendersi che anche la Francia fosse interessata a soffocare il focolaio di infezione in Piemonte. Ma Parigi fece capire che la sua politica era di assicurare agli Stati italiani piena indipendenza e libertà di istituzioni ,i_ In quell'atmosfera il ministro degli Esteri austriaco, conte von Buol, non esitò ad impmti:re direttive minacciose al ministro a Torino, Apponyi: " A. AMODEO, op. citala, pp. 91-111. " Cavour a Castelli in data 10.9.1 852, in F. VALSECCHI, li Risorgimenro cit., p. 199. " De la Cour a Turgot, mini stro degli Esteri francese, in data 14.12.1851, in F. VALSECCH I, Il Risorgimemo cit. , pp. 199-200.
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«(.. .) Se dunque il gabinetto d i Torino, come vogliamo credere, condivide l'indign azione suscitata in Au stria dal sistema di odiose calunnie seguite da una parte de lla stampa piemontese nei confronti del governo imperi ale, come non potrebbe esso stesso sentirsi in obbligo di dare almeno, ove si presenti l'occasione, un 'espressione pubblica alla sua riprovazione per abusi che in ultima analisi ricadono a suo danno, poiché in firmano la fiducia reci proca che dovrebbe improntare i rapporti fra due paesi limitrofi? Se tuttavia(. . . ) noi non ottenessimo da parte sua neppure quella prova di buona vo lontà che ogni governo che si rispetti dovrebbe essere sempre pronto a fornire Ln un caso del genere, noi ci troveremmo costretti , con grande rincresci mento, a prender con sigli o soltanto dai doveri impostici dal senso de lla nostra dignità, ed a ricorrere a misure atte a salvaguardare il nostro onore ed i nostri interessi ( ...)» " -
E poiché Torino non raccoglieva l'invito, Buol arrivò a minacciare il ritiro dell'ambasciatore 15 • I moti del 6 febbraio 1853 a Milano sciolsero il nodo aggrovigliato: Radetzky, governatore e comandante in capo, pose sotto sequestro i beni degli emigrati nel regno di Sardegna. Senonché ormai questi emigrati avevano ottenuto la cittadinanza sarda, perciò la questione, che colpiva 986 famiglie lombarde, assunse un aspetto nettamente politico: erano in ballo il prestigio del Piemonte e della sua linea di condotta italiana 10 • Il ministro degli Esteri sardo, Dabormida, chiese spiegazioni a Vienna 17 e cominciò una diatriba che si trascinò per un paio di mesi, condotta con astuzia e mano leggera da Cavour e con rigidità e mano pesante da Buol. Il primo si mantenne sul terreno del diritto (il sequestro dei beni di cittadini stranieri, senza che ne fos se provata una qualsiasi responsabilità nei disordini, era illegale) o dell'etica (il Piemonte aveva il dovere di difendere propri sudditi accusati ingiustamente). Buol si ottenne alla forza (l'Impero aveva il diritto di reprimere con ogni mezzo a sua disposizione moti sediziosi attuati da sudditi ribelli) ed ali 'arroganza (sulla necessità politica del provvedimento il governo austriaco era il solo giudice competente e non accettava alcuna ingerenza straniera) ". La questione si concluse con un memorandum inviato dal governo sardo a Londra od a Parigi 19 • Il sequestro rimase. Cavour mostrò dignitosa fermezza , senza accettare la provocazione ed anzi traendone vantaggio 20 : la sua protesta, rimasta accortamente entro i limiti
" Buoi ad Apponyi in datata 15.5 .1852, in F. VALSECUII, Austria e Sardegna, cit., III. pp. 296-298. " Buoi ad Apponyi in data 5.l.l853. in F. VALSECCfll, Austria e Sardegna cii., lV, p. 28. ••crr. F. VALSECCHI, L'unificazione italiana e la politica europea , Milano 1940, p. 61 e segg. " Dabormida ad A. Di Revel in data ! .3. !853, ibidem. Cfr. Apponyi a Buoi in data 3.3 .1853, in F. VALSECCHI, Austrio e Sardegna cii., IV, pp. 82-85. "Buoi ad Apponyi in datata 7.4.1 853, in F. VALSECCHI, Austria e Sordegna cit. , IV, pp. I OI -
104. .. E. D'Azeglio a Clarendon in data 19.4.1853, in F. CURATO, Gran Bretagna e Sardegna cii., IV, p.201. "' Cavour dirà al conte Borromeo ed al co nte Pallavicino che, avendo esaurito tutte le ri sorse dell a diplomazia, non restava che la guerra «e noi non possiamo, noi non dobbiamo fare la guerra» , in F. VALSECCH I, /I Risorgimento cit. , p. 209.
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diplomatici, anche se vana aveva ind icato all'Europa intera l'abuso commesso dall ' Austria; il semplice congedo temporaneo preso dal ministro sardo a Vienna, pur essendo significativo, evitò ogni appiglio formale per una ritorsione diplomatica austriaca; la correttezza nello scambio di note e comunicazioni con Vienna senza ampliare i termini della vertenza, aveva attirato al Piemonte le aperte simpatie delle Corti e dei governi europei. Insomma, agli occhi dell' opinione pubblica che contava il Piemonte aveva mostrato la sua moderazione pur essendo dalla parte della ragione, l ' Austria la sua prepotenza pur essendo dalla parte del torto. «La maggioranza del pubblico inglese nei ceti superiori era tutta per l'Austria, ma Vienna ha trovato il modo di farsi tutti nemici: l' Aust1ia non ha più difensori», così commentò un conservatore non sospetto 21 •
2. LA QUESTIO NE D'ORIENTE
li 9 gennaio 1853 il ministro d'Inghilterra a Pietroburgo, lord Seymour, ricevette una confidenza dallo zar: «La Turch ia è in uno stato di estrema disorgani zzazione. Bisogna che ci intendiamo. Vedete, noi abbiamo sulle braccia un uomo malato, gravemente malato: sarebbe una gran disgrazia se ce lo vedessi mo morire prima che fossero prese le n.ecessarie disposizioni ( ... )» ' 2 • A quel breve colloquio seguirono alcune conversazioni private e poi, il 21 febbraio, un 'udienza nella quale Nicola I si sbilanciò. Visto che la catastrofe doveva considerarsi imminente, disse, era opportuno «stabilire almeno quel che non sarà permesso fare », e cioè: prima di tutto Costantinopoli non doveva cadere in mani straniere; in secondo luogo, egli mai avrebbe consentito nè il sorgere di un nuovo impero di Bisanzio, nè un ingrandimento della Grecia, e nemmeno lo spezzettamento della Turchia in tante repubblichette, comodo as ilo per i Kossuth, i Mazzini e gli altri rivoluzionari europei. Ciò premesso, diventava ovvio che, essendo i principati danubiani di Moldavia e Valacchia (sotto influenza rnssa) già indipendenti di fatto , anche la Serbia e la Bulgaria lo divenissero. Per conLro, sempre nel caso del di sfacimento dell' impero ottomano, nessuna obiezione se l'Inghilterra si fosse impadronita di quell'Egitto che le stava tanto a cuore, e neanche se avesse preso Candia u _ Per lo zar, che si riteneva il vero protagonista della politica europea, un accordo fra Ru ss ia ed Inghilterra era sufficiente per sistemare qualunque cosa. La Francia, il cui " Albeito di Sassonia-Coburgo-Gotha, principe consorte d'Inghilterra, al fratello Ernesto 11 Augusto, duca di Sassonia-Coburgo-Goth a, ibidem. " Seymour a Russe! in data 11 . 1.1853, in Eastern Papers, V, London 1854, citato da F. YALSECCIII, ibidem, p. 226. " Seymour a Russe! in data 22.2. 1853, in F. VALSECCm, ibidem , p. 228:- -
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recentissimo governo imperiale gli appariva traballante, poteva essere lasciata da parte. Nicola 1 non immaginava nemmeno che il prudente e riservato contegno del ministro inglese di fronte al suo atteggiamento di difensore della fede ortodossa e di protettore del mondo slavo potesse mascherare un sostanziale pensiero negativo sui progetti di penetrazione russa nei Balcani. Cosicché in marzo trovò naturale mandare a Costantinopoli, quale inviato straordinario, il principe Mensikov con intenti più che intimidatori. Mensikov con una prima nota verbale (16 marzo) lamentò che il governo turco non avesse reso giusti zia alle rivendicazioni russe contro i privilegi accordati nei Luoghi Santi, su pressione frimcese, alla Chiesa cattolica a danno di quella 01todossa; poi, con una seconda nota verbale (22 marzo), chiese un accordo diplomatico che restituisse alla Chiesa ortodossa i privilegi di un tempo. Infine, con una terza nota (19 ap,ile), gettò la maschera: lo zar chiedeva una serie di garanzie formali e diplomatiche che assicurassero l'inviolabilità del culto ortodosso, in altre parole il riconoscimento ufficiale del protettorato russo sui sudditi ortodossi della Turchia. In questo spirito il 5 maggio Mensikov presentò un progetto di trattato redatto sotto forma di ultimatum " . Al netto rifiuto della Turch ia offesa, l 'invi.ato russo rientrò a Pietroburgo, chiudendo l'ambasciata. Mai passo falso poté essere compiuto in modo così grosso lano. Il centro . di gravità della politica internazionale si spostò sulla questione d'Oriente . Di colpo si diffusero le notizie più allarmanti sulle intenzioni russo e di colpo l'Inghilterra, che fino allora si era tenuta piuttosto ai margini sulla disputa per i Luoghi Santi, si irrigidì non potendo ammettere un qualsiasi pericolo, anche se indiretto, su Costantinopoli. E la pressoché isolata Francia inaspettatamente si trovò accanto un potente alleato. A dire il vero le motivazioni delle due Potenze erano molto differenti. Per l'Inghilterra si trnttava effettivamente del! 'equilibrio europeo e quindi di una decisa resistenza all 'espansionismo russo che avrebbe provocato la dissoluzione dell 'ìmpero ottomano. Per Napoleone m il ridimensionamento dell'influenza russa sul continente rivestiva un significato più vasto: la rottura del blocco conservatore delle Cmti del Nord ed il primo passo per la revisione dei trattati del 1815. Comunque, a metà giugno le squadre navali inglese e francese si riunirono nella baia di Besika, all'ingresso dei Dardanelli e di fatto si trovarono alleate. Nicola I spedì eia Pietroburgo un nuovo ultimatum ed il sultano Abd ul Medjid lo respinse nuovamente. Il 3 luglio i Russi passarono il Pruth e tre giorni dopo il generale Gorcakov entrava in Bucarest. Nel contempo il cancelliere russo Nesselrode diramava una circolare diplomatica in cui presentava l'occu" L THOUVENEL, Nico/as 1 er Napoléon l/1. Les préli111i11aires de la guerre de Crimée, Paris 189!,p. 147esegg.
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pazione dei principati· come una «presa di posizione militare», intesa a pareggiare la «occupazione marittima» alleata. Ancora non era guerra, ma dopo vane iniziative diplomatiche, dovute principalmente all'ince1tezza delle Potenze sul contegno da tenere, 1'8 ottobre il serraschiere Omar pascià intimò al generale Gorcakov di abbandonare iJ territorio occupato entro quindici giorni al massimo, pena il ricorso alle armi. Adesso era guerra. Le squadre occidentali entrarono nel Bosforo. Mentre a Vienna si cercava di ristabilire la pace in qualche modo, un episodio dalle impreviste ripercussioni psicologiche impresse un 'accelerata agli avvenimenti. TI 30 novembre !a flotta russa del mar Nero annientò una debole squadra turca nella rada di Sinope. In fondo si trattava di un puro e semplice atto bellico, ma la disparità delle forze mise in evidenza un 'assoluta sprovvedutezza politica in quelle delicatissime circostanze diplomatiche e sollevò nell'opinione pubblica europea uno scoppio dì indignazione. Londra e Parigi decisero di imporJe ai russi un 'alto là ' ed il 3 gennaio 1854 le due flotte alleate entrarono nel mar Nero. Il 12 gennaio una fregata inglese, apparsa improvvisamente nella rada di Sebastopoli nel più completo sbalordimento russo, consegnò al comandante della flotta zarista l'intimazione di ritirare le navi da guerra a Sebastopoli, diversamente sarebbero state attaccate dagli alleati. Il risentimento dello zar fu immenso, soprattutto nei confronti britannici. Quali che fossero l'orgoglio e l'irritazione di Nicola I, era impossibile non avvertisse la necessità di qualche alleato. Si rivolse a Berlino ed a Vienna, sicuro di trovare appoggio, ma incontrò delusione ed ulteriore motivo di ira sprezzante. Berlino si rifugiò nel vago ed a buon motivo: l'avanzata russa nei Balcani non poteva assolutamente risultare accettabile; di rompere con Londra non sembrava proprio il caso; di mettersi contro Pietroburgo neanche a parlarne. Quindi Federico Guglielmo IV si tenne sulle sue. Vienna aveva da saldare un grosso debito di riconoscenza, ma non intendeva affatto prendere posizione a fianco di Pietroburgo , sia perché anch'essa interessata a non smuovere i Balcani, sia perché non voleva lasciare i principati danubiani alla Russia, sia infine perché schierarsi contro le Potenze occidentali poteva dar nuova esca alla sopita fiamma rivoluzionaria in Italia, in Ungheria ed in Polonia. A Parigi si agitavano due tendenze. Una, dell'alta diplomazia, manifestava orientamenti nettamente conservatori e ben poche simpatie per le agitazioni rivoluzionarie. L'altra, degli ambienti politici ed intellettuali, ostentava viva propensione per ogni anelito di libertà e nessuna simpatia per i regimi reazionari. È stato giustamente osservato: «il bonapartismo ha una duplice faccia , come il suo capo, l'una di pace e l'altra di guerra, l' una d'ordine e l'altra di sovversione, l' una di conservazione e l'altra di rivoluzione» 2'. Verissimo. Per il momento prese il via la linea del ministro degli Esteri, Drouyn de Lhuis, con il " F. VALS ECCHI, li Risorgimento cit., p. 293.
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proposito di staccare l'Austria dalla Russia. Nel luglio 1853 l'ambasciatore austriaco a Parigi, conte von Hlibner, ricevette un esplicito avvertimento: se l'Austria avesse ostacolato l'azione delle Potenze occidentali avrebbe dovuto stare in guardia soprattutto in Italia 2' '. Tn ottobre Hiibner scrisse a Vienna: «Le due Potenze sembrano decise ad opporsi a chè noi prendiamo un atteggiamento di neutralità. In caso di rifiuto da parte nostra, si darebbe subito inizio alle ostilità, e il teatro della guerra, secondo ogni apparenza, sarebbe anzitutto l'Italia»" . In sostanza, per ottenere l'aiuto austriaco, la Frnncia puntava principalmente sulla carta italiana a mo' di ricatto. Davanti alle esitazioni viennesi, cominciarono a circolare voci nei corridoi delle Tuileries circa vaghi disegni dell'imperatore a favore di rivolgimenti in Italia, al punto che nel gennaio 1854 l'ambasciatore sardo a Londra, Emanuele d'Azeglio, si vide prendere in disparte dal Premier Russe!, il quale gli espresse la speranza «che il nostro Paese [= il regno di Sardegna] non dimenticherebbe le regole della prudenza e della riservatezza, e non si lar1cerebbe su di una china pericolosa, ascoltando i consigli di chiunque lo spingesse ad allontanarsi da questa via» 28 • In definitiva, messo al corrente di tali voci, Francesco Giuseppe non soltanto si decise per la neutralità - e questo Nicola I l'avrebbe soppo1tato - ma, giustificandosi con il volersi mettere nelle condizionj di meglio resistere alle pressioni che sicuramente sarebbero state esercitate da Inghilterra e Francia, il 7 gennaio 1854 chiese a Nicola « l'assicurazione precisa e solenne che tu rimarrai sulla difensiva al di là del Danubio, o almeno , se le vicende militari ti costringeranno a passarlo, non dimenticherai le assicurazioni prestate, che non miri ad ingrandimenti territoriali, nè ad immischiarti nei rapporti fra il sultano ed i suoi sudditi, nè a rivendicare di1itti che non der.ivino da anteriori trattati con la Porta. È necessario che io ottenga questa assicurazione, con l'aggiunta che non intendi introdurre mutamenti di sorta nella situazione politica delle province della Turchia europea. È necessario nell ' interesse del mio impero: interesse che, tu lo capirai , deve guidarmi prima di tutto» 29 • Lo zar si guardò bene dal fornire l'assicurazione richiesta, mostrò uno scandalizzato ed offeso stupore per il linguaggio tenuto da Francesco Giuseppe e lo sfidò a gettar·si nel campo dei suoi nemici. Era la frattura tra i due imperi. " Hiibner a Buoi in data 12.7. 1853, ibidem, p. 296. " Hiibner a Buoi in data 3.1 0 . 1853, ibidem. p. 296. " E. D' Azeglio a Dabonnida in data 26.1.1854 , in N. BI ANCHI , op . citara, VU, p. 167, che però si limita ad accennare ad un consiglio inglese di neutralità. Il 14 gennaio Ru sse! aveva scritto al ministro degli Esteri , Clarendon, precisando che un moto insurrezionale in Italia sarebbe stato asso lutame nte privo delle si mp at ie e dell'appogg io britannico (Russe! a C la rendon in data 24.1 . 1854, in F. CU R,XIXJ , Gran Bretagna e Sardegna cit .. lV, p. 255. " ln R VAL.5ECCHI , Il Risorgimento cil. , p. 283.
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Il 6 febbraio la Russia ruppe le relaz ioni diplomatiche con Francia e Gran Bretagna. Il 21 febbraio uscì sul Monileur, giornale ufficiale del governo francese, un articolo quanto mai eloquente: «Questo conflitto, in cui si può dire che tutte le Potenze del continente sono apettamente o tacitamente impegnate contro la Russia, non offrirebbe alcun pe1icolo, se non vi fossero da temere complicazioni derivanti dallo spirito rivoluzionario, che cercherà forse in questa occasione di manifestarsi. È quindi dovere imperioso del governo imperiale dichiarare lealmente a coloro che volessero approfittare delle presenti circostanze per ecc itare torbidi sia in Grecia sia in Italia, che essi si metterebbero in opposizione diretta con l'interesse della Francia. Poiché il Governo francese non avrà mai una politica a doppia faccia e, come difendendo l'integrità dell'impero ottomano a Costantinopoli non soffrirà che questa integrità possa venir violata da aggressioni partite dalla Grecia, ugualmente non potrà permettere, se le bandiere d'Austria e di Francia si unissero in Oriente, che si cerchi di dividerle sulle Alpi» '". Sull'onda dell'articolo e di qualche mezza confidenza lasciata cadere da Napoleone Ili, Buoi. si convinse di poter proporre un trattato che stabilisse i precisi reeiproci impegni tra i due Stati. A tale iniziativa, inoltrata al conte von Hi.ibner, unì una bozza di convenzione: «Le Corti di Francia e d'Austria si impegnano ad usare tulli i mezzi di influenza e di azìone di cui dispongono per mantenere in Italia le ciJcoscrizioni territoriali quali sono state stabilite dai trattati . Di conseguenza le due Corti si impegnano a far agire eventualmente le loro rispettive truppe(. .. )»". Senonché la crisi orientale precipitava. Proprio i.n quei giorni, il 27 febbraio, due identici messaggi furono inviati dai governj francese ed inglese a quello russo: le truppe russe dovevano uscire dai principati entro il 30 aprile, altrimenti sarebbe stata la gueITa. «L'i mperatore non ritiene conveniente dare alcuna risposta» comunicò significativamente il cancelliere Nesselrode ai due ambasciatori occidentali . Perciò Hiibner rispose a Buoi che la Francia era disposta ad accettare il trattato, ma con una modifica fondamentale: un 'intervento militare in Italia poteva esser visto unicamente nel caso di un 'alleanza militare austrn-francese nella gueITa contro lo Russia 32 • Questo a Buoi non andava. Mentre divagava, Drouyn de Lhuis fu ancora più esp licito con Hiibner: «finché Austl'ia e Francia combatteranno a fianco a fianco in 01iente, faranno altrellanto in Italia contro quanti volessero operarv i dei cambiamenti. Fi ni ta la guena d'Oriente , questo impegno speciale ed eccezionale cessa, ed ognuna delle due parti contraenti rientra nelle condizioni ordinaiie: cioè l' Austria e la Francia continuano ad essere tenute al rispetto delle circoscrizioni territoriali '" Ibidem , p. 3 IO. " Buoi a HUbncr in data 25.2.1854, ibidem , p. 31.3. " Hilbner a Buoi in data 3.3. 1854. ibidem.
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stabilite dai trattati, ma non ono più obbligate a difenderne il mantenimento con le armi alla mano»' 3 • U 21 marzo, in Consiglio di conferenza Buoi espose il proprio pensiero conclusivo. «Sono profondamente convinto - disse - che ne sun'epoca ha mai offerto alla Casa d 'Asburgo un ' occasione più favorevole per dare all'intrico orientale una soluzione definitiva», in altri termini per scrollare l'egemonia russa in Oriente. Tuttavia il Consiglio di conferenza sì espre e ali unanim ità co ntro il proposito di Buoi di portare le armi su l Danubio . E Francesco Giuseppe, già di suo molto dubbioso , il 25 dichiarò ai ministri che e endo i preparativi militari troppo insufficientemente avanzati preferiva non legarsi alle Potenze occidentali e rimanere in attesa dell 'evolvere della situazione. Tuttavia era impossibile assistere in erti alla marcia dell a Russia verso il Danubio, co ì come era impo ibile attendere gli eventi senza un intesa con la Prussia. Intanto un altrn passo avanti era stato compiuto, quello decisivo. Il 27 marzo la Francia ed il giorno uccessivo l'Inghilterra davano L'annuncio deU injzio delle o tilità. Il trattato d'alleanza, firmato il IO aprile precisava che l'unico scopo delle parti contraenti era quello di ripristinare l'equilibrio europeo; esse pertanto rinunciavano a qualsiasi vantaggio potesse loro derivare dall 'intervento. L articolo quinto meritava attenzione: le altre Potenze europee arebbero state accolte con piacere nell alleanza. A seguito di tale avvenimento il 20 aprile Au tria e Prussia stipularono un trattato di olidarietà e di amicizia una . pecie di alleanza, per la verità assai incerta. Pur proponendosi come blocco neutrale fra i contendent", ne, uno dei due firmatari intendeva impegnarsi troppo. La Prussia era di . posta ad un'azione militare comune unicamente e la Ru ia avesse a salito o i fosse annessa i principati oppure ave se varcato il Danubio; ed anche in questo caso e igeva una preventiva intesa. L'Austria si riservava una certa libertà cl 'azione nei confronti dei governi occidentali e, comunque, aveva ottenuto la garanzia di tutti i suoi territori entro e fuori (cioè in Italia) i limiti della Confederazione germanica. Peraltro le garanzie o le ve late minacce francesi non erano da prendersi alla leggera. Degli intenti politi i di apoleone TJT . i parlava molto nei corridoi diplomatici; in parti colare si diceva che non ave se rinuncialo a sloggiare l'Austria dall ' Italia e che pensasse di farlo con l'offerta dei principati dairnbiani . In effetti Ernesto II d i Sassonia-Coburgo-Gotha riferì a Francesco Giuseppe che nel marzo precedente apoleone gli aveva confidato: <<Se dipende e da me, concederei vo lentieri i princip ati all ·Aus tria; e se fossi impe ratore d'Austria, non terrei tanto alla Lombardia, che è come una ferita sempre aperta: nessuna icurezza, molti acrifici: tr';t 011 tard, in Italia coppieranno dei '-' Hiibner a Buoi in data 5.3. l 854. ibidem, p. 315.
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moti» 3". Naturalmente Francesco Giuseppe rifiutò persino l'ipotesi di simile cessione 15 . Il 9 aprile, in un colloquio con il conte von Htibner, Drouyn de Lhuis era tornato ad insistere. Poiché una strana missione in Italia del barone Brenier, diplomatico francese, stava sollevando un polverone di clùacchere e di supposizioni, l'Austria doveva convincersi che ogni equivoco sarebbe scomparso il giorno in cui essa si fosse schierata con le Potenze occidentali contro la Russia, mostrando chiaramente ai rivoluzionari italiani la perfetta intesa fra Vienna e Parigi, e quindi disarmandoli. Ovviamente era sottinteso che un mancato accordo avrebbe regalato ai rivoluzionari il sostegno francese 3". A fine luglio, mentre la Russia decideva di ritirare le truppe dietro il Pruth, a seguito di un accordo con la Turchia un'armata austriaca entrava in Valacchia e Moldavia separando di fatto gli opposti eserciti. Subito dopo Buol si rivolse a Parigi. L'atteggiamento austriaco era veramente ambiguo. Da un lato lavorava a tutto campo per porre condizioni alla Russia, dal! 'altro faceva capire a Pietroburgo che un rifiuto non avrebbe significato necessariamente la guerra. E, nel contempo, si lasciava corteggiare dalla Francia e ne subiva il ricatto. L'8 agosto vennero fissati in un protocollo quattro punti fondamentali con cui i rappresentanti di Inghilterra, Francia e Austria si proponevano di ripmtare la pace tra Russia e Turchia: rinunzia russa al protettorato sui principati danubiani, protettorato che sarebbe passato collegialmente alle Potenze firmatarie; libertà di navigazione sul Danubio sino al mar Nero; revisione del regime degli stretti nell'interesse europeo; garanzia delle Potenze ai sudditi cristiani dell 'impero ottomano. Il 26 agosto Nicola I respinse i quattro punt i, ma l ' Austria ancora non scese in guerra. In compenso, nei territori occupati faceva pesare la propria presenza e provocava diversi attriti con i comandanti turchi, in specie con Omar pascià 37 • Dopo molte discussioni venne deciso l'invio in Crimea di 50.000 france·• si, 25.000 inglesi e 20.000 turchL A metà settembre le truppe sbarcavano ad Eupatoria e si dirigevano verso Sebastopoli. Ben presto si manifestarono gli inconvenienti derivanti dall'indipendenza dei comandanti alleati. «Nulla di più " In F.
VALSECCHI,
li Risorgi111e1110 cit., p. 335.
" Ibidem.
"' Hiibner a Buoi in data 9.4.1854, ibidem, p. 308. ·" «Qui le cose con gli Austriaci vanno non si può dire con peggiore accordo» scriveva 1'8 se uembre da Bucarest il capitano Govone a La Marmora (M. DEGLI ALBERTI , Per la storia del/" alleanza e della campagna di Crimea , Bocca, Torino 19!0, p. 77). Ed il 2 onobre rincarò la dose: «( ...) Ciò non impedisce che il dissidio ':·tl le autorità austriache e le ottomane sia gravissimo e tanto grave da dar luogo forse ad atti più gravi ( . .. )» (.ibidem, p. 83). U capitano Govone, dello Stato Maggiore sardo, era stato mandato, inizialmente senza missione ufficiale, al Quartier Generale turco per seguire le operazioni. In tale veste seguì le trnppe turche in Romania e poi passò in Crimea.
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strano - scrisse il capitano Govone, inviato al Quartier Generale turco, ad Alfon o La Mannora - che vedere una battaglia comandata da due generali , e truppe differenti che entrano in azione quando vuole il suo [sic]» ·'8• Peggio ancora, il rapido stabilizzarsi del fronte e la constatazione che l'assedi o di Seba topoli era una faccenda seria su citarono un sempre più vivo dispetto per l'equivoco comportamento di Vienna. Di fronte alle critiche inglesi e frane si, Francesco Giuseppe finnò l 'ordi ne di mobilitazione generale per 300.000 uomini contro la Ru s ia. L'Italia e l'Ungheria rimanevano senza truppe. Questa volta si alzarono veementi le proteste del capo di Stato Maggiore Generale, Hess, e dei circoli mi litari, talché il 21 novembre l 'ordine di mobilitazione ... veniva revocato! In compenso la Russia faceva marcia indietro comunicando di essere disposta a discutere i quattro punti. Mentre l 'ambasciatore russo a Vienna, Gorcakov, aspettava la rispo ca alla partecipazione ufficiale da lui presentata il 28 novembre, si verificò un nuovo colpo di cena. Il 2 dicembre l 'Au tria firm ava l'alleanza con le Potenze occidentali. Secondo una delle condizioni del trattato, queste si impegnavano ad entrare in trattative con la Russia, attraverso la mediazione di Vienna, qualora Pietroburgo avesse accettato i quattro punti, cosa che era appena avvenuta. A parte ciò, l'alleanza lasciava all'Austria ampio margine di manovra; non per niente alcuni giomi prima Palmerston aveva detto chiaro e tondo a Hiibner che la firma inglese veniva appo ta malvolentieri e soltanto dietro le insistenze di Napoleone ID: <(Per alleanza - disse Palmerston - io intendo la vostra partec ipazione alla guerra. Ebbene voi la guerra alla Russia non la farete mai e il solo frutto di questo trattato sarà una tensione di rapporti fra voi e le Potenze occidentali»·'9. Una volta finnato il documento, l'Austria 1icordò alla Francia le promesse di garanzie in Italia fatte nella primavera e, dopo qualche tergiversazione da parte di Napoleone, il 22 dicembre fu tipulato a Vienna un secondo trattato tra le due Corti, trattato contenente questi articoli: «I. Le Cort i d' Austria e di Frnncia :si obbligano mutuahn cntc a usare rutti i loro mezzi di influenza per prevenire i tentativi che potessero essere diretti in Italia contro l' integrità terriLOri alc degli Stati che la compongono. mentre consacrano i loro sforzi a risolvere, nell "interesse generale dell 'Europa, le complical:ioni so11c in Onente. 2. Le d~e Corti imperiali, e endosi reciprocamente promes e la loro alleanza offensiva e difen siva per il caso specificato ncl l'a rt.3 del trattato firmato il 2 dicembre 1854, poiché l'arii co lo segreto del trattato stesso prevede, entro una prossima scadenza. la collaboraz ione militare in Oriente, esse prendono a.nelle l'im pegno eventuale di concertar i allora perché le loro eruppe rispenive sta,:ionruui in Italia concorrano allo scopo sopra indicato»'"·
'" Ibidem , p. 87. ,. J . vo. HOn ER, Nove anni di ricordi di 1111 ambascicl/orC' austria,o u Parigi souo il Seco11dn Impero. !SPI, Milano 1944. p. 275. ·'" In F. VA LSEC Ml, Il Risorgimemo cit., pp. 337-338.
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Per l'Austria il documento costituiva la fine della secolare rivalità con la Francia; per Napoleone rappresentava l'egemonia sul continente europeo in luogo della Russia; per gli osservatori esterni l' Austria aveva messo fine a quella che era stata la Santa Alleanza, aveva scavato un abisso con la Russia, aveva disimpegnato la Germania dalla tutela russa. L' ambasciatore sardo a Parigi, Salvatore Pes di Villamarina, scrisse a Dabonnida che, tutto sommato, quel trattato non poteva far paura, anzi ... : «Il più grande ostacolo contro il risorgimento delle nazionalità in Europa era, senza dubbio, la triplice alleanza del Nord. Ora questa alleanza è rotta per sempre( .. .). Inoltre, nello stato attuale delle cose, una volta co.nclusa la pace con la Russia, questa Potenza potrebbe dirigere tutto il suo astio contro l'Austria, che sarebbe punita là dove ha peccato( ...)» " .
3. L'ALLEANZ A DI. CRI!vlEA E LA
DECISIO E PIEMONTESE
La c1isi d'Oriente vide i due principali Stati italiani assumere un atteggiamento profondamente differente , anche se in un primo tempo prevalse in entrambi la scarsa volontà di immischiarsi nella vicenda. Ferdinando II di Napoli non aveva considerato favorevolmente l'avvicinamento anglofrancese. Diffidava in modo totale di Napoleone III e simpatizzava personalmente con Nicola I. Perciò quando il governo francese_ chiese il permesso di creare un punto di appoggio marittimo a Messina, oppose un secco rifiuto; quando l'inviato francese, Brenier, scese a Napoli, si chiuse a riccio in una neutralità ostile e scostante. Invero il conte Buol cercò di far capire la convenienza che il regno di Napoli si attenesse prudentemente ad una vera e schietta neutralità, vista la sua posisizione nel Mediterraneo, nonché la probabilità che anche l'Austria scendesse in campo. Ma Ferdinando accentuò addirittura il suo comportamento negativo rendendolo spiccatamente antifrancese ed antinglese, con il risultato che a tempo debito Londra e Parigi gl i presenteranno il conto cli tale ostentata inimicizia 42 • Per il regno di Sardegna le cose si presentavano sotto altra luce ed erano viste con un ben diverso spirito. L'improvviso agitarsi delle acque (primavera del 1853) aveva colto il Piemonte ancora sotto l'impressione degli incidenti di Milano e dei provvedimenti presi da Radetzky. Il governo sardo si mantenne su una posizione di attenta cautela. Le incognite erano parecchie. Che cosa avrebbe fatto l'Austria? e, soprattutto, che intenzioni nutriva la Franc ia, di cui era palese l'intento di attirare l' Austria dalla parte occidentale? Il ministro degli Esteri, Dabonnida, era consapevole della posta in gioco in Europa: «Noi non ·" Villarnarina a Dabormida in data 4. 12.1854, ibidem, p. 313. D1 N OLFO, Storia del Risorgimento cit., vm, Milano 1965, pp. 915-916.
12 • E.
fl.,
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abbiamo punto la pretenzione - scrisse a l Villamarina - che la Francia e l'Inghilterra subordinino i loro interessi ai nostri. Esse hanno bisogno deU 'Austria: non debbono quindi scontentarla per noi» 43 • Perciò il IO luglio poté dir al conte Apponyi: «Quale che sia la parte che gode le nostre impatie nel contrasto che preoccupa in questo momento l'Europa, quale che possa e sere la scelta dell alleanze, il giorno in cui verrà a scopp iare una conflagrazione generale, noi ci facciamo un dovere, nell'attuale conflitto che ci è del tutto estraneo, di tenerci affatto fuori»'". Come abbiamo visto, nel ge1U1a io del 1854 il barone Brenier venne in Italia. A Torino trovò molta prudenza. Vittorio Emanuele Il, interrogato g nericamente . ulla posizione che il Piemonte vrebbe a sun to nel ca o ormai quasi certo di 'una guerra contro la Ru ss ia , indirizzò jJ diplomatico a Cavour, per correttezza costituzionale e per non sbilanciarsi. Cavour - al quale Brenier rappreentò la probabilità che in concomitanza con il pro ·imo inevitabile conflillo si accende~se un movimento repubblicano nell'Italia centrale, e uggerì la conv nienza che il governo ardo prevenisse il movimento «per poterlo di ciplinare e per impadronirsi, nel caso. dei due ducati, Parma e Modena, come per occupare provvisoriamente il granducato di Toscana» - prima domandò al francese se parlasse a titolo ufficiale ed anche per conto degli inglesi; poi, quando il Brenier si affrettò a chjarire la natura ufficiosa della propria missione, si Limitò a dire che «non credeva ancora venuto il momento di sol!omettere una ·imile proposta all'apprezzamento del consiglio dei ministri ed all'approvazione del sovrano» ·11 • Peraltro ben presto cominciarono a fiorire ipotesi le più disparate. sui riflessi che un impegno austria o in Oriente avrebbe provocato in Italia. 1 giornali di sinistra non esitavano ad augunu-si una gucna generale, che consentisse di riprender la lotta interrotta a avara. Il rappres ntante francese a Torino, duca de Guiche, riferì a Parigi: «L' odio politico si e ala qui a tal punto contro l 'Austria, che è div ntato come un ani colo di fede morale e religiosa degli Italiani. Le giovani generazioni educate in questa atmosfera di indignazione e di ostilità cre~cono n Ila speranza di vendicare i loro predece sori»..... on per niecte i primi di febbraio il conte Paar, succeduto ad Apponyi in qualità di incaricato d affari au tTiaco, infom1ò Vienna che «il Piemonte pensa seriamente alla guerra e alle possibilità che essa può offrire ( ... ). Il governo piemontese de ·idera ardentemente la gue1r~ conlTO l Austria e non dubita che un confl itto genernle gli fornirà l'occasione di realizzare i suoi ogn i di ingrandimento e di avvenire ... ). Posso as icurare V.E. che lo sguardo del governo piemontese è '' Dabomi ida a Villomarina in darn 10.4.1853. in N. BIANCHI, op. òla/CJ, VU, p. 135. " Apponyi a Buoi in da ta 10.7. 1853. in F. VALSOCc111 . Austrìa e Sarde,:na ci i.. IV, p. 123. ·" E. D I O LFO , S1oria d el Risorgimenro cii., Vili, pp. 924-925. C fr. Dabo rmi da a Villamarina, date 20 e 23 gennaio 1854, in N. BtANClll , op . ciwra , Vn, p. 163. "·Guicl,e a Drouyn de Llrnis i11 data 20.6. 1853, in F. VA LS ~CCH I, li Risorgimento cii.. , p. 35 1.
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rivolto in questo momento verso i ducati di Parma e Modena È da questa parte che vorrebbe e tendere le sue frontiere, s le eventualità di una guerra dove ero provocare, come esso spera, dei cambiamenti nell 'attuale carta d'Europa: so che la questione in questo momento è oggetto di serie discussioni fra il governo ardo e i governi di Francia e d'lngh ilterra» 47 • In realtà, il governo sardo nel suo complesso, pur condividendo i senti menti antiaustriaci diffusi nell'opinione pubblica, non aveva alcuna intenzione cti entrare in un confronto diretto con l'A ustria, almeno in quelle circostanze e comunque sinché la partita non si fosse presentata in termini tali da far prevedere un quasi sicuro ucces o militare e politico. Cavour aveva visto con disappunto il sorgere della questione d'Oriente, perché distoglieva l'attenzione dei governi occidentali dalla battaglia diplomatica accesasi su i equestri in Lombardia, e soprattutto perché l'avvicinamento franco-austria co lasciava temere il crearsi di una morsa pericolosa per il Piemonte. Tuttavia ben presto si rese conto che , nonostante alcuni aspetti pesantemente condizionanti anche que ta poteva diventare un 'occasione preziosa per inserir i in qualche modo nel giro ' europeo e cominciò allora ad accarezzare I idea di una partecipazione. Nel gennaio 1854 avrebbe posto a Vittorio Emanuele II una domanda netta: «Non sembra a Vostra Maestà che dovremo partecipare aW1 guerra che le Potenze occidentali stanno per dichiarare alla Russia?» ed il re avrebbe ri po to di getto: «Se non po · o andare io, manderò mio fratello» 48 • La cosa non era però così semplice. Aftiancar i a Francia ed Inghilterra significava adesso affiancarsi ai nuovi amici dell Austria; quindi smentire I' impo tazione dell 'atteggiamento antiaustriaco onnai da tempo adottato; quindi comportava il temporaneo abbandono delle rivendicazioni circa i seque tri ; quindi, in poche parole, .rischiava di assumere il significato dell abbandono del carattere nazionale assunto dalla politica e tera piemontese. Tn questo stato di imbarazzo e dì incertezza è faci le immaginare lo scoppio di recriminazioni, di delusione, di al!anne provocato dal noto aiticolo del Monileur del 21 febbraio. IL governo sardo chiese spiegazioni a Parigi. TI Villamarì na si rivolse con franchezza a Drouyn de Lhuis e questi fu altrettanto esplicito: « ( ... ) enza nascondergli l'interesse che certe questioni si ispirano scrisse al rappresentante francese a Torino -, ho dovuto dichiarare che nell presenti circostan ze, argomenti di intere se più generale e più urg nte domina" Paar a Buoi in data 2.2. 1854. in F. VAL.SECCHI. A,wria e S0rdeg11a cii.. IV, p. 15S. G . M-1.SSAR I. Vita di \li11orio Emanuele Il , Mil ano 1925 , p. 157.
41
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vano necessariamente la nostra politica ( ... ). In presenza di questo dovere comune a tutta l'Europa [di impedire l'espansionismo rnsso], le circostanze assegnavano all'Austria un ruolo di primo ordine, e qualsiasi diversione sopraggiungesse a distoglierla dall'Oriente, ove la Francia e l'Inghilterra sperano di impegnarla con loro, sarebbe gravemente pregiudizievole alla causa di tutti e di ciascuno( ... ). [D' altra parte] Più gli interessi dell 'AustTia si spingono in quel settore, più anch'essa vorrà pesare nelle questioni del Levante, e meno di qualunque altro governo, quello di Sardegna potrebbe lamentarsi del nuovo indirizzo che prenderebbe il movimento d'espansione di questo impero ( . .. )»•9.
A prescindere dalla evidenza dell'avvertimento dato «aux partis de la révolut!on à tout prix», Drouyn de Lhuis tenne a garantire fermamente che nessun impegno era stato preso a spese del Piemonte e che «il governo francese e l'imperatore Napoleone nutrono il più vivo interesse per l'avvenire del Piemonte»-'0 • In sostanza, al Piemonte non rimaneva che rinunziare per il momento ad ogni speranza di nuova guerra (questa volta almeno con un forte alleato) contro l'Austria calmare gli spiriti esagitati degli estremisti e tenersi pronto a cogliere ogni occasione si presentasse favorevole ai propri interessi. Non a caso Napoleone III aveva detto a Villamarina che l'eventualità di un conflitto delle nazionalità era tutt'altro che sfumata e che se Austria e Prussia avessero mutato atteggiamento egli avrebbe mandato i suoi soldati a battersi su l Reno ed in Italia 5 1• Insomma, tutto era possibile. Anche la Gran Bretagna si preoccupava di tener calmo il Piemonte perché, a suo avviso, le inclinazioni filooccidentali di Vienna esigevano, più che consigliavano, che il Piemonte non prendesse le anni in Italia, facendo così il gioco della Russia ;2 • Il 14 ap1ile il ministro inglese Hudson si presentò a Cavour. Aveva già parlato con Dabomlida, ma voleva essere sicuro circa le intenzioni reali del governo e ... toccare un altro tasto. Cominciò, dunque, col porre in evidenza i sospetti austriaci sulle mire piemontesi e sui progetti rivoluzionari nella penisola, sospetti che, appunto, rendevano l'Austria indecisa nella questione orientale a causa della presunta incombente minaccia alle spalle, e sotto lineò la necessità che il Piemonte ponesse fine alle voci allarmanti che cori-evano: «Il vostro esercito - spiegò - conta 45.000 uomini: troppi per la pace, pochi per la guerra in Italia. Ingiustamente e grossolanamente l' Austria sospetta di voi. Se foste invitati a diminuire di un terzo in questo momento il vostro esercito. dire"' Drouyn de Lhuis a Guiche in data 6.3.1854, N. BIANC111, op. citala, VII, pp. 529-531. '" Ibide m. " Villarnarina a Dabom1ida in data 16. 3. 1854. in F. V ALS ECCHJ , // Risorgime1110 cit. . p. 366. " Clarendon a l'fodeson in data 23.3.1 854, in F. CLrRATO, Gran Bretagna e Sardeg na cit. , IV, p. 267 .
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ste certo di no, ed io vi darei ragione. Ma supponendo che come garanzia per la vostra condotta in Italia (ove l'Austria abbia dichiarato guerra alla Russia) voi foste invitati a spedire un terzo ciel vostro esercito sul Danubio a combattere a fianco dell 'esercito alleato, voi lo fareste?». Cavour, che aveva già idee chiare in proposito, rispose affennativamente ed aggiunse che, se il suo interlocutore avesse posto la domanda per scritto, anch'egli avrebbe ri sposto per scritto. Hudson allora scrisse: «Cosa farebbe il governo di Sardegna nel caso in cui, avendo l'Austria dichiarato guerra alla Russia, fosse invitato dall ' Inghilterra e dalla Francia a prendere parte alla guerra d 'Oriente?» . E Cavour di rimando: «La mia opinione personale è che in tal caso il governo del re dovrebbe accedere all ' invito, e mandare da 12 a 15.000 uomini in Oriente» 53 • Hudson preparò il rapporto per Londra, ma prima volle mostrarlo a Dabormida e questi, senza smentire Cavour, si limitò a gettare acqua sul fuoco sostenendo trattarsi semplicemente di una dimostrazione della futilità dei timori austriaci, e che di sicuro Cavour non aveva inteso impegnare il governo e neanche se stesso. Hudson , allora, lasciò il rapporto a Dabormida affinché lo rendesse in piena sintonia con il pensiero del presidente del consiglio. Nella seduta del consiglio dei ministri del 19 aprile scoppiò una bufera. Tutti, praticamente, si schierarono contro Cavour. Un corpo di spedizione di appena 15.000 uomini non avrebbe che sottolineato il rango di Potenza di secondo ordine del Piemonte; inviare quelle truppe in capo al mondo avrebbe provocato un indebolimento in patria, proprio dove poteva essel'vene gran bisogno; allontanandosi dall ' Italia il Piemonte avrebbe perduto , agli occhi italiani, lo specialissimo ruolo di insostituibile pilastro di ogni rivendicazione italiana; andare a combattere per rassicurare l'Austria equivaleva a vendere il sangue piemontese. E poi , dove trovare il denaro per la spedizione? Cavour rispose sui due piedi che avrebbe provveduto l'Inghilterra e provocò una nuova esplosione : combattere come mercenari e non come alleati?! l più decisi oppositori della linee di condotta indicata da Cavour erano i due generali: Dabormida, ministro degli Esteri e La Marmara, mini stro della Guerra. Io definitiva, Cavour si recò da Hudson per mettere in chiaro ogni cosa ed evitare che il governo sardo venisse coinvolto in qualche errore di interpretazione. La situazione vedeva Cavour personalmente favorevole, il governo c01;trario. Tuttavia la 'spiegazione' di Cavour non dovette apparire molto contrita, visto che Hudson tem1inò il suo resoconto a Londra in tono soddisfatto: «Per ogni evenienza, qui c'è il duca di Genova e quindicimila buone baionette agli ordini di Vostra Signoria, se Ella crede di doverli chiedere (... )». E dichiarò ine,., Hudson a Clarendon in data 14.4.1854, in F. CURATO, Gran Breragna e Sardegna cit., IV, pp. 271 -273.
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sistenti i timori di Vienna circa possibili mosse rivoluzionarie in Italia mentre essa si volgeva ad Oriente " . I primi di maggio i rappresentanti francese ed inglese resero nota a Torino, per «dovere di cortesia», l'alleanza stipulata il 10 aprile, nell ' eventualità che anche il Piemonte volesse unirsi a loro 55 • Dabomlida puntò i piedi e spedì direttive ben precise a Villamarina ed a d Azeglio, rovesciando i termini della questione: il Piemonte non sarebbe intervenuto se non dopo che l'Austria si fosse impegnata contro la Russia. Non solo, ma per giustificare davanti all'opinione pubblica interna l'intervento, di cui mancava una solida motivazione, chiese tre cose all'Austria: il riconoscimento dei lesi diritti sardi, il 1itiro della legge sui sequestri e adeguati compensi. Il fatto e.ra che, per quanto consapevole tratdrsi di un 'ipotesi non Jealistica in quelle circostanze, Dabormida non riusciva a staccarsi dal pensiero di una guerra in Italia contro l'Austria, nel qual caso «sarebbe dovere imperioso per il Piemonte di parteciparvi con tutte le sue forze per combattere sui campi che sono stati testimoni dei suoi disastri ( ... )» l6 _
La politica francese si snodò tortuosa fino all ' inverno, offrendo come esca la possibilità della corona spagnola per il duca di Genova ' 1 o la promessa dell'annessione della Lombardia in sede di congresso della pace ·", mostrando la convenienza che Torino precedesse Vienna nel! ' alleanza occidentale e sottolineando l'impossibilità per il Piemonte di rimanersene in dispa1te, lontano da detta alleanza, peraltro in una cornice di dubbia sincerità e senza 1ispondere agli argomenti indicati da Dabonnida 59 • Intanto, dopo molti tentennamenti , gli alleati avevano deciso di portare la lotta in Crimea. Fra il 14 ed il 17 settembre erano sbarcati 30.000 francesi , 21.000 inglesi e 7.000 turchi con il compito di prendere Sebastopoli ma, dopo le battagl ie tutt'altro che risolutive clell 'Alma (20 settembre) e di lnkerman (5 novembre), cominciarono a logorarsi oltre misura sotto i bastioni della piazzaforte. ln novembre un tremendo uragano danneggiò o affondò molte navi alleate cariche di rifornimenti di vario genere peggiorando la situazione, talchè la fiducia di concludere positivamente l'assedio si affievolì ed i comandanti in capo chiesero con insistenza nuovi rinforzi ed approvvigionamenti di ogni genere. Alle Potenze occidentali occorrevano alleati. Fu in questo clima che il governo b1itannico si rivolse con più insistenza a quello sardo. A parte il sug-
,., Hudson a Clarendon in data 14.4.1 854, in F. Cu1v~ro. Gran Bretagna e S,1rdeg11a cit., TV,
p. 272. ·' Discorso di Cavour alla Camera in data 6.2.1856. ·"·Dabormida a Villamarina in data 6.6. 1854, in F. VALSECGU, li Ri.wrgimemo cìt. , pp. 389390. " Viliamarina a Dabormida in data 22.10. 1854, ibidem, p. 395. " ViJlamarina a Dabom1ida in data 10.11.1854, ibidem, p. 397. " Guiche a Dabon11ida in data 9.11.1854, ibidem. p. 399.
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gerimento di Palmerston (in quel momento ministro degli Interni) di ingaggiare truppe portoghesi, spagnole e piemontesi al soldo inglese 60 , alla fine di novembre Clarendon incaricò Hudson di sondare ufficialmente il governo di Torino per conoscere la sua concreta disponibilità a mandare in Crimea «diecimila soldati piemontesi veramente buoni ed efficienti al comando dei loro ufficiali ma che servissero agli ordini irrunediati di lord Raglan», aderendo o non al trattato di alleanza franco-inglese. A scanso di equivoci, aggiunse che però «in questo trattato ed in questo momento non può naturalmente entrare alcun patto circa future modifiche in Italia» 6 1• Il 4 dicembre tutti i giornali torinesi dettero grande risalto alla notizia del!' adesione dell'Austria all'alleanza occidentale. Peggio ancora, ben presto cominciarono a circolare voci sul trattato franco-austriaco che avrebbe garantito a Vienna la tranquillità in Italia. Mentre parlamento ed opinione pubblica erano in subbuglio, Parigi e Londra chiesero a Torino le sue decisioni. La prima teneva all'adesione sarda per non legarsi troppo ali' Austria, la seconda per compensare la propria inferiorità militare, entrambe per la garanzia di sicurezza che ne derivava per l'Austria nella penisola. Il consiglio dei ministri sardo, ed in primo luogo Cavour, si resero conto della convenienza di accettare di buona grazia quello che poteva anche essere imposto con la forza dalle Potenze. Naturalmente a determinate condizioni, sia per ragioni di orgogljo nazionale, sia per mantenere le rivendicazioni nei confronti austriaci, sia per ovvi motivi di politica interna. In sostanza: adesione al trattato del 10 aprile, invio di 15.000 soldati, prestito inglese di due milioni di sterline al tasso del 3%, trasporto via mare a cura della Gran Bretagna, dichiarazione delle due Potenze che «si terrà conto, alla conclusione della pace, dei se1vigi resi dal governo sardo e dei sacrifici sopportafo>. In due aiticoli segreti era chiesta la revoca dei sequestri da parte austriaca e la promessa di «prendere in considerazione lo stato clell 'Italia al ristabilimento della pace». Vittorio Emanuele Il volle fosse aggiunta un 'altra riseiva preliminare: l 'assicurazione che nel trattato delle Potenze con l'Austria non figurassero a1ticoli segreti tali da danneggiare gli interessi materiali e morali ciel Piemonte o da pregiudicare la questione politica italiana 02 • Di fronte a tali richieste, Clarendon tutto sommato appaive accomodante. Alla regina Vittoria, che sollevò obiezioni sul riesame della situazione italiana "' Palmerslon a Russe! in data 15.11.1854, in F. CURATO. Gran Bretagna e Sardegna cit ., lV, p, 307.
"Clarendon a Hudson in data 29.11.1854, dispaccio giunto a Torino il 13.13.1854, ibidem, pp, 3 10-311.
., Dabom,ida a Yi!lamarina in data 15 .1 2.1854, in N. BI ANCIU, op. citata, VH, pp. 539-540. Cfr. Hudson a Clarendon in da1a 15 .12. 1854, in F. CURATO, Gran Bretagna e Sardegna cit. , lY, pp. 325-326.
IL MOME TO STORICO
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alla fine della guerra, riferì, a nome del gabinetto, che gli articoli segreti «non possono essere accettati senza ulteriori accertamenti ed informazioni, ma il trattato è comunque assolutamente auspicabile» 0' . Chi invece si trincerò subito sulla negativa fu Drouyn de Lhuis. Era scontato - osservò all ' ambasciatore inglese a Parigi, Cowley - che mai la pace sarebbe stata stipulata lasciando fuori un alleato, però «se la Sardegna avanza la pretesa di essere consultata su tutte le questioni che verranno discusse durante i negoziati di pace, allora la pretesa non può essere accettata senza il debito esame, in quanto simile richiesta potrebbe essere formulata da ogni piccolo Stato, indotto o costretto nel corso della guerra o mandare un contingente, per picaolo che sia, su l campo di battaglia; richiesta che, se accolta, metterebbero questi Stati in condizioni di votare alla pari con quelle che sino ad oggi si solevano designare come Grandi Potenze europee (... )» ""'. Per la revoca dei sequestri, continuava il ministro francese, si era sempre insistito per via diplomatica ed il Piemonte non poteva certo pretendere il ricorso alla forza. Quanto, poi, al riferimento alla situazione dell 'Italia al termine della campagna, la richiesta «così come formulata appariva i.ncomprensibile. O non voleva dire niente, o voleva dire troppo. Nel primo caso era superfluo inserirla come condizione segreta; nel secondo si sarebbero sollevati i sospetti dell'Austria, ed essa avrebbe avuto il diritto di chiedere spiegazioni» M _ Infine, sugli eventuali articoli segreti stipulati con l'Austria a danno del Piemonte e dell ' Italia, Drouyn de Lhuis giuocò facilmente sull'equivoco. Sorvolando sulla convenzione franco -austriaca, che del resto doveva ancora essere concretata e firmata, affermò che nel trattato del 2 dicembre la Francia si era limitata a garantire la tranquillità in Italia solo durante l'impegno militare austriaco in Oriente, come già detto dal Moniteur 66 • La Francia, che insisteva affinché l'Austria si decidesse e nel contempo si muoveva con prudenza affinché essa non le sfuggisse, ritenne di trovare una carta decisiva per convincere Vienna con il metterla al corrente dei colloqui con Torino e dell 'invito a questo 1ivolto cli partecipare all'alleanza. Londra, dopo una breve incertezza, concordò ed il Piemonte, a sua volta imerpellato, dette il suo assenso 67 • ., Clarendo n a Vittoria in data I 9. 12_ I 854, in F. CURATO, ibidem. p. 330. "' !I protocollo di Aqui~grana del 18 18 aveva sancito che le del iberazioni principali concer~ent i l'equilibrio e uropeo competessero alle sole Grandi Potenze. ' Cowley a Clarendon in data 18.1 2.1 854, in F. CURATO. Gran Bretagna a Sardegna cit. , IV, pp. 342-344. "' Ibidem. Cfr. Buo i a Pnar in data 29. 12.1 854, in F. VAL.SECCHI, Austria e Sardegna cit., IV, p. 176. 6 ' Clarendo n a Hudson in dala 23. 1.2. 1854, in F. CURATO, Gran Bretagna e Sardegna cit. , IV, p. 336.
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LA SECO DA GUERRA D'INDIPENDENZA
Drouyn de Lhuis, allora, convocò Hilbner e gli pr entò una versione così candida dei fatti da ... non ingannare affatto l'ambasciatore austriaco. Drouyn, dunque, spiegò che il governo britannico era all'origine della vicenda: trovandosi in difficoltà nell'arruolamento di legioni straniere per la rimea, si era rivolto anche al Piemonte, il quale, non volendo e non potendo per ragioni di pre ligio nazionale lasciar arruolare uomini, aveva invece offeito la sua partec ipazione alla campagna con un contingente il cui trasporto sarebbe avvenu to ai cura dell'Inghilterra. Natural.mente, per collocare la questione io adeguato quadro diplomatico il Piemonte avrebbe aderito all' alleanza anglo-francese del 10 aprile. Htibner non era un ingenuo ed avanzò subito qualche domanda: quale la ricompensa al Piemonte al termine della guerra? il Piemonte avrebbe partecipato alle trattative di pace? Drouyn reiterò ! 'assicurazione che si parlava ·oltanto di esigenze militari i~g lesi 68 • E la piegazione britannica non fu differente 69 . È a questo punto che viene fuori veramente il grande uomo politico, Cavour. Dabormida ed altri ministri si stavano irrigidendo su una questione di principio, di orgoglio nazionale, di indifferenza per un problema lontano al quale il Piemonte era sostanzialmente strnneo. on accettavano le argomentazioni diplomatiche di governi attenti prima di tu lto ai prop1i interess i. Non desi tevano dal pretendere l'accoglimento delle richie le, ritenute non a torto più che giu tificat . Hudson cercò anche di trovare una cappatoia, proponendo una note reversale che contene se gl i aiticoli . egreti . Ma l' iniziale propensione ad accettare la form uJa cadde presto ed il 7 gennaio 1855 i due ambasciatori alleati comunicarono a Dabormida che i loro rispettivi governi non potevano con entire né la note reversale né un impegno di alcun genere sugli argomenti oggetto degli articoli segreti. Il colloquio ebbe punte aspre, poi si smussò e i concluse con un progetto di trattato lasciato dag li am basc iatori per esame e studio e con la preghiera di fornire elementi di risposta entro un paio di giorru·io.
Vittorio Emanuele II, subito informato del momento diffi cile, non ebb esitazioni. Se il gabinetto Cavour era reticente di fron te alla gueml, era deci:o a cambiare il governo affidandolo ad Ottavio Thaon di Revel. lnvece Cavour non era affatto reticente. Comprendeva benissimo che il Piemonte era uno Stato di secondo ordine, il cui peso nell a questione d ' Oriente non poteva certo ri~ultare determinante; capiva che per le due grandi Potenze occidentali il valo.. Hiibner a Buoi in data 24.12. 1854. in F. VALSECCHI, // Risorgimema ci i., pp. 420-42 I. Clarendon a Hudson in data 27.12.1854. ìn F. CURATO. Gran Bre1ag11a e Sardegna cit., JV, p. 345 e segg. " Clarendon a Hudson in data 28. 12. 1854. ibidem, pp. 250-352. "' l. CHli\L\. L'allea11Ul di Crimea, Tip. Voghera, Roma 1879, p. 132 e scgg. Cfr. PIETRO S!LVA, l'al/ea11za del reg110 di Sardeg11a co11 le Po1e11ze occidemali nella guerra di Crimea, in «Ra segna di politi ca internazionale», V (ottobre-novem bre 1938).
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IL MOMENTO STORICO
re deU alleanza con I' Auslria era di gran lunga superiore· si rendeva conto che il Piemonte non aveva cart in mano per poter pr tendere alcunché. Dunque bi ognava accontentarsi di mettersi nella sc ia della Prancia e dell'Inghi lterra: I unico modo per non scivolare nel dimenticatoio. E poi, veramente l'Austria avrebbe preso I anni contro la Russia? Perché que to era il nodo del dibattito, anzi l' incognita. (<M. de Cavour - notò Dabonnida durante le trattative - bien que en regretrant /es exigences des gouvernements fra nçais et ang lais, persistait plus q11e jamais clan I' opinion qu' il fallail se résigner à la 11écessité, et dans le cas extréme, oiì il 11' existerait a11c11ne chance de modifier dans 1111 sens plus favorable la résolution des alliés, il trouvaìr prudent de ne pas exposer le Pién·1Òn[ à un. i olement périlleux, et à des rapports de froideur el de d~fìa11 ce>>11 _
Il 9 gennaio in consiglio dei mini tri, Cavour e Dabonnida ·i trovarono agli anti podi. Poiché esisteva qualche motivo di dubbio sulla attez;z:a della comunicazione fatta dagli ambasciatori occidentali , venne stabilito di inviare La Mannora a Londra ed a. Parigi per trattare direttamente". Poco più tardi C vour. Daborrnida, La Mannora e Rauazzi (ministro agli Interni) ricevellero gli ambasciatori alleati, Hudson e Guiche. La riunione fu sgradevole. Guiche prese apertamente posizione e rimproverò i m ini stri sardi di misconoscere il carallere rappre entativo degli ambasciatori, di credere che i loro governi si sarebbero rimangiati le dir ttive prese in comune, di esporre La Marmora ad una probabile pessi ma accoglienza e di provocare sicuramente la rottura di ogni trattativa 1' . A parte la petulanza, il francese aveva ragione e Cavour lo riconobbe. Qualche ora prima era stato messo al corrente delle circostanze che ormai richiedevano di tagliare il nodo gordiano, e lui ste o aveva confidato al conte di Salmour; parente di Guiche, di esser deciso a buttare a mare i uoi colleghi di governo pur di entrare in gueITa a fian co delle Potenze occiden tali. Quando Guiche conclu e: «È inutile discutere oltre; non vogliamo forzare la mano a ne, uno. Il gov rno sardo non ha alcun obbligo di intervenire: può restare neutra le, come ha promesso al principio de ll a guerrm>7", Cavour r plicò subito: «Non si tralla di ciò; la neutralità già più non csi. t : col fatto t.e so di que ta riunione l'abbiamo abbandonata, e sarebbe assai difficile per noi ritornarvi ( ... )» 75 . Tuttavia volle avere qualcosa in numo per tacitare almeno parte l'oppos izione: un protocollo che precedesse la fama del trattato, nel quale venissero illustrate le ragioni fomite dal Piemonte per giustifica.re le sue riserve,
in
11
L.
L'alleanza di Crimea cit., p. 135. ù Yi1Jaim1rimt ~ d'Azeglio in data 9.1. 1855, in F. V.\LSECC:111, Il Risorgimeuro ciL.. p. 448. Cfr. L. CHIALA , ibidem, p. 135. '' L. CHIAI..A. ibidem, p. 136. u Ibidem. " Ibidem. CHIALA,
" Dabormicfo
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LA SECONDA GUERRA D'INDIPENDENZA
soprattutto in merito al segue tro dei beni dei lombardi emigrati e naturalizzati in Piemonte. Alle 2 del mattino, al termine di una d iscussione di oltre quattro ore, Cavour rimandò la materiaJe conclusione all'indomani. Poi si recò dal re ed espose la situazione in termini crudi: o la firma dell'alleanza o le sue dimissioni. Ovviamente Vittorio Emanuele non ebbe e itazioni (anche se, come detto, personalmente avrebbe preferito so tituire Cavour con Revel): alleanza e guerra , il portafoglio degli E ceri allo stesso Cavour, Dabormida a casa. AJle 9 Cavour, son-idendo, partecipò a Hudson ed a Guiche che il re lo aveva autorizzato a firmare il protocoll o fin ale, l 'ade ione all'alleanza e la convenzione militare. Né Cavour né Dabonnida sapevano che il gove rno inglese ·i era trovato nella seria tentazione di accettare le cond izioni di Dabonnida, dato l' estremo bisogno di rinforzi militari. TI 4 gennaio, infatti , Russe) aveva scritto a Clarendon : «Sono moJto preoccupato per il concorso piemontese. È irritante che la risposta tardi tanto . Se il Piemonte insiste nelle sue ultime condizioni, spingerò la Francia ad accettarle. L'abbandono (che è imminente) della nostra Legione Germanica rende 1'aiuto piemontese ancor più nece ario ( ... ). I! momento è dei più critici ( ... )» 76 • La reazione del parlamento e del Paese fu vari a. l conservatori si fecero sentire negando una purche · ia utilità di partecipare all a lotta per l'equili brio europeo, giacché di questo si trattava. Per l'estrema destra Cavour aveva venduto il paese all ' Inghilterra "per amor del portafoglio". Per l'oppo sizione democratica le Potenze occi dentali avevano volu to favorire l'Austria garantendo l'annientamento della rivo luzione in Ttalia. Per Brofferio il governo aveva di ertato la cau a italiana d il respon abi le primo era Cavour. I moderati, specialmente se fuori dal P iemonte, plaudirono a que!J a firm a, contando su un più e levato pres tigio inte rnazional e dello Stato. All 'estrema sin i tra stava Mazzini, il cui appello fu addirittura un' i tigazione alla di erzione: <<Quindicimil a fra voi . tanno per essere deportati in Crimea. Non uno forse rivedrà la propria famiglia. TI clima, la mancan za di strade, la diffico ltà degli approvvigionamenti( .. .) uccidono quel che non cogli e la palla nemica (.. .). Voi non avrete onore di bauaglie. Morrete senza gloria (. .. ). Voi avete giurato fede e obbedienza al vostro ovrano: voi vi credete vincolati a seguirne i cenni quali essi siano. Quali essi siano.' Sperd a Idclio l ' indegna parola. Voi dunque sareste chi avi , non ci ttadini ( ... )» 77 • L'esercito, dopo un primo momento dì esitazione. come La Marmara del resto, accettò di buon grad di esser rime so alla prova dopo l infelice giornata di ovm·a. " Russe I a Clurendon in dam 4.1. I 855, in F. URATO, Gran Bretagna e Sardegna cit.. IV. p. 360. Cumto nella ua prefazione sottolinea che se Cllvour non avesse avuto frena di concludere !"accordo.forse Londra e Parigi avrebbero accelrato le richieste di DaboJTTiida (p. Xlii). " In E. A CHIEl, 1, op . citata, pp. 79-80.
IL MOMENTO STORICO
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Il 26 gennaio la questione venne poitata alla Camera. Cavour presentò le tre convenzioni (adesione al trattato di alleanza franco-inglese contro la Russia; impegno sardo per l'invio ed il mantenimento di un corpo di spedizione di 15.000 uomini; trasporto su navi inglesi del corpo ai spedizione e prestito inglese) con una relazione accolta con «marcata diffidenza» 78 • «La neutralità, talvolta possibile alle Potenze di prim'ordine, lo è rare volte a que lle di secondo, ove non sieno collocate in circostanze politiche e geografiche speciali. La storia però raramente ci mostra felice la nemralità, il cui men triste frutto è farvi, in ultimo, bersaglio ai sospetti od agli sdegni di ambo le parti (... ). Il Piemonte è giunto a farsi tenere in conto dall'Europa, più che non sembrerebbero chiederlo la sua limitata estensione , perché , al giorno del comune pericolo, seppe affrontare la sorte comune ( ... ). , Potè, è vero, a quando a quando venir per poco travolto dalla furia degli cvcnri; ma, se cadde, ri sorse; ma non fu mai tenuto in dispregio ( ... ),>.
Alla relazione ministeriale, obiettivamente piuttosto anodina e retorica, seguì quella parlamentare approntata dalla commissione della Camera, una relazione in cui le obiezioni a quanto prospettato da Cavour erano elencate ma anche confutate. Comunque, tali obiezioni «non riguardarono tanto il quid, quanto il quomodo» ' 9 • Dal 3 al 10 febbraio si succede!tero appassionate ed acerbe perorazioni di una trentina di parlamentari di ogni corrente e indirizzo, quasi tutte contrarie per i motivi più disparati. Alla fine riprese la parola Cavour, il responsabile dell'alleanza. Nel gran silenzio cl1e si era fatto, egli fece la storia delle trattative, negò l' esistenza di una pressione anglo-francese per obbligare il Piemonte ad entrare in guerra, sottolineò il pericolo di una vittoria russa in quanto reazionaria, mise in guardia dalla perdita delle simpatie europee, affermò di «aver reso più saldo e più forte il fondamento dell'edifizio costituzionale che da sette anni andiamo lentamente innalzando»; sostenne la assoluta validità ciel «connubio» contro la reazione e contro la rivoluzione. E concluse: «( ... ) L'esperienza degli anni scorsi e deg li scors i secoli ha dimostrato ( ...) quanto poco abbiano all ' Italia giovato le congiure, le trame, le rivoluzioni ed i moti incomposti. Lungi dal giovarle, sono state una delle massime calamità, che abbiano aflliao questa parte d'Europa. E non solo ( ... ) a cagione del gran numero delle disgrazie individuali che da questi fatti derivarono (... ) ma specialmente perché queste continue congiure, queste rivoluz ioni ripetute , questi moti incomposti, ebbero per effetto di scemare la stima e, fino ad un certo punto , la simpatia che gl i altri popoli d'Europa per l'Italia nutrivano. Ora ( .. .) la principale condizione pe l miglioramento delle sorti d' Italia, quella che sovrasta a tutte le altre, si è di rial zare la sua reputazione( ...). E per ciò due cose sono necessarie: primo di provare all'Europa che l' Italia ha senno civile abbastanza per governarsi regolarmente, per reggersi a libertà (. .. ); secondariamente, che il suo valore militare è pari a quello degli avi suoi ( ...). Ed io sono certo ( ... ) che gli a ll ori che i nostri soldati acquisteranno ne ll e regioni
" E. ARBrB, op . citata, li, p. 23. " F. YALSECCtll , li Risorgim ento cit. , p. 463.
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de ll ' Oriente gioveranno più per le sorti future d 'Iialia cli quell o che non abbiano fallo tutti co loro che hanno creduto operarne la rigenerazione con declamazioni e con scritti»"':
La Camera approvò il trattato. Proprio in quei giorni Cavour scriveva al marchese di Cantano, incaricato di affari a Vienna: «Le ministère actuel ne renie pas son passé: il est loin de proclamer qu' il est devenu indifj'érent au sort de l' ltalie, et qu' il ne désire plus devoir don.ner una satisfaction. quelconque au sentùnent de nationalité qui agite notre pèninsule (.. .). Mais ces sentiment.1· ne nous empéchent pas de comprendre dans toU/e leur étendue, !es nécessités que !es condi1ions actuelles de l' Europe nous imposent ( .. .)» 8 '. 11 Senato affrontò la discussione i primi di marzo ed in tre giorni la questione fu chiusa positivamente. Il 4 marzo il Piemonte dichiarò guerra alla Russia . «È pur singolare spettacolo - commenta Valsecchi - che offre in q uesti giorni il Piemonte: di un uomo di governo, che in pieno regime parlamentare, con pieno rispetto delle forme costituzionali (se pure , del ri spetto, ai lim iti estremi) lancia iJ paese in una enigmatica avventura, che la più parte non vuole e non comprende. Sì, vi è anche la parte del re. Ma lo slancio istintivo del sanguigno Vittorio Emanuele (... ) ha diverso carattere, ha diversa portata del sottile, acuto, complicato processo intellettu ale che ha condotto Cavour alle sue conclusioni» 82 • Una vittoria ottenuta in Senato con la palese volontà della Corona, alla Camera con la maggioranza creata con il «connubio». Cavour non si faceva illusioni sulla realtà e comprendeva che la neutralità talvolta possibile all e potenze di primo ordine, raramente lo fosse a quelle di secondo , ove non favorite da particolari condizioni geografiche e politiche. Comprendeva le ragioni che presiedevano alla polit ica internazionale. La fi rma del trattato, in fondo, era un 'adesione senza compensi, senza garanzie, senza certezze di partecipare ai negoziati di pace, senza la promessa dell 'aboli zione dei sequestri . Nulla. Se l'Austria avesse preso le anni, la causa del Piemonte sarebbe rimasta nell'ombra forse per molti anni ancora . Se invece l' Austria non fosse entrata in campo, la causa del Piemonte avrebbe acquistato prospettive difficilmente percepibili ma sicuramente assai alte. Del resto Napoleone Ili non aveva fa tto al Villama,ina la velata, velatissima a1l usione al semplice rinvio e non alla cancellazione della questione italiana, ed alla speranza di legarla alla questione d'Oriente? ~i. Un gioco d'azzardo? No. Per Cavour comunque occoneva stare con le Potenze occidental i. Con quella alleanza il piccolo regno di. Sardegna entrava nella politica europea e trattava liberamente con le grandi Potenze. •• E. A1rnm, op. cirnra, il , pp. 36-37. Sul dibattito vds. F. VALSECCHI , Il Risorgimento cit., pp. 463-482. "E. Mayor, Nuove le11ere inedite del conte Carni/lo di Cavour, Torino-Roma 1895 , in E. D1 NOLFO, Europa e Italia nel 1855-56, cit. , p. 28. "' F. VALSECCHI, Il Risorgi111e1110 cit. , p. 496. "' Vill amarina a Cavour in data 17 .1.1 855, in A. OMODEO, op. citata, p. 278 , n. I.
Capitolo VI1 LA CAMPAGNA DI CRIMEA
J. L E fUFORME LA MARMORA DEL 1854. Il 1° novembre 1849 Alfonso La Marmora diventava minislTO della guerra. Aveva ricoperto quell'incarico già due volte: per circa due mesi nell'ottobre 1848; pér una settimana appena all'inizio del febbraio 1849. Adesso era fortemente intenzionato ad attuare una serie di profonde revisioni nell'armata sarda. Partiva dalla constatazione di una guerra perduta disasu·osamente e pensava ad una seconda guerra che non doveva veder ripetuti gli errori della precedente. Due erano i concetti di base: non affrontm·e (.'Austria ancora eia soli e rinunciare ai 1iservisti anziani, con carico di famiglia e per giunta senza più traccia dell'istruzione militare ricevuta. Per prima cosa affidò a due commissioni l'esame della sicurezza militare dello Stato. L'una, presieduta dal maresciallo de La Tour, imposte> lo studio del problema strategico nel presupposto che in un nuovo conflitto contro l'Austria il Piemonte avrebbe avuto al suo fianco la Francia o l'Inghilterra. Concluse indicando l'opportunità di approntare una forte base di operazioni alla confluenza del Tanaro con il Po, in grado di consentire una minaccia contro o sul fianco di qualunque direttrice di penetrazione nemica nel cuore del Piemonte. Le piazze cli Torino e di Genova dovevano completare il sistema difensivo ed offrire all'annata l'ultimo punto di appoggio in attesa dell'intervento, rispettivamente, francese o iJ1glese. L'altra commissione, presieduta dal generale Rossi, doveva basarsi sui risultati cui era pervenuta la prima e sugge1ire i lavori di rafforzamento per concretare il sistema difensivo predetto. Essa finì per proporre la cintura fortificata di Torino e la messa in opera di elementi di fortificazione permanente nei tratti più significativi della grande ansa Po-Tanaro - cioè a Casale, a Monte (nord di Valenza), a Pietra Maggi (est di Alessand1ia) e ad Alessandria - con teste di ponte in corrispondenza delle località citate, nonché di opere campali a La Cava ed in poche altre località dell'ansa. In definitiva, la piazzafo1te di Alessandria era riconosciuta perno ciel sistema difensivo. Non per niente lo sviluppo di cui godè la rete ferroviaria, su impulso di Cavour, trovò il suo centro in Alessandria: si collegava con Genova e Torino, da Novara si spingeva verso la Svizzera ed era pronta ad unirsi con le linee della Lombardia, da Voghera si dirigeva verso Piacenza. Non fu certo soltanto per convenienza commerciale che in pochi anni la rete ferrovim-ia del Piemonte raggi use gli oltre novecento chilometri di linee. E nel 1857, dopo complesse trattative, vennero avviati i lavori per il traforo del Fréjus al fine di collegarsi
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LA SECONDA GUERRA D' INDIPENDE ZA
con la rete ferroviaria france e, che Cavour considerava di importanza fondamentale. E sempre tenendo d'occhio le esigenze strategiche fu accentuato lo sviluppo del porto di Genova come scalo nazionale ed internaz ionale, sì da vedere in un decennio raddoppiato il tonnellaggio delle navi eh attraccavano ai suoi moli , e deciso lo po tamento della flotta a La Spezia, destinata ad assumere il ruolo di grande base navale nel Tirreno '. Naturalmente l'adozione più o meno integrale dei provvedimenti difensivi era connessa con le disponibilità di un bilancio statale gravato dalle incidenze della guerra perduta. on olo, ma alla nuova fisionomia politica assunta dalla Camera corrispondeva un diligentiss imo lavoro parlamentare, particolannente scmpoloso nell'esame dei bilanci e delle spese. «I deputati avevano una certa avarizia contadinesca, che faceva loro voltare e rivoltare il soldo prima di spenderlo», ma «la tendenza loro nell'economia non si marriva davanti alle spe e nece sarie». Co ì (<approvavano le spese relative alle ferrovie od alla navigazione perché sarebbero risultate equilibrate da un reddito crescente, ma non quelle proposte per opere di abbellimento cittadino· approvavano I.a trasformazione di conventi in caserme ed ospedali, ma non la costruzione di fortificazio ni e non proprio urgenti » 2• Nessuna meraviglia, perciò, se dei lavori indicati soltanto alcuni ebbero corso: quelli dì Casale che iruziarono nel 1852 con una dec isione presa a Camere chiuse con decreto reale· quelli di Alessandria, che iniziarono appena nel 1857 dopo reilerate insi tenze ed approfittando dello stato di esaltazion provocato da Cavour dopo il congresso di Parigi; quelli di Monte, addirittw-a nel fe bbraio 1859. A Torino non fu provveduto, anche per il parere contrario di Cavour che preferì un eventuale difesa della città con un corpo di truppe schjerato ulla Dora Balcea. L'attenzione di La Mam1ora si portò poi sulle note dolenti messe in chiara luce da lle commissioni d'inch iesta s ull e campagne del 1848 e del 1849. Occorreva rivedere l'organizzazione di comando, l'a setto dell'armata, l'organizzazione logi tica, il livello culturale-addestrativo dei quadri e delle truppe. E, principalmente, la questione della leva e della ferma 1 . Data l'importanza del reclutamento, cominciamo da questo. Alla fine del 1849 La Marmara aveva inviato il capitano Govone come addetto alla legazione di Vienna e poi a quella di Berlino per studiare da vicino i sistemi di recluta-
' D. DE MARCO, l'economia degli Sta/i i1a/iani prima del/' U11ità, in ani del XXXIV congresso di storia del Risorgimento italiano, Roma 1958, p. 39. La stazza delle navi in arrivo a Genova passò dalle 450.000 tonn . olle 754.000 nel 1859 e ql1 cll a delle navi in prtenza da ll e 400.000 alle 760.000 tonn. ' A. OMODEO. L'opera politico del come di Cavour, Ricciardì, apoli 1968, p. 123 e seg. ' Cfr. L. CEVA, Problemi dell'Alto Comando def{'eJercito f)iemonte:;e e italiano (18491866), in Risorgimemo, anno XXXXIX, n. 3, Mil ano, ottobre 1987.
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mento dell'Austria e della Prussia. E l'anno successivo mandò il capitano Thaon di Revel a Vienna, al posto di Govone, ed il capitano Pettinengo alla legazione di Parigi. Non intendeva tanto acquisire elementi di scelta fra l'esercito a Lunga ferma (austriaco) e quello a breve ferma (prussiano), giacché era fermamente convinto della necessità di disporre di truppe ben addestrate e quindi con diversi anni di servizio effettivo. Si concorda perciò con Ilari nel ritenere fosse più interessato all'esame dei correttivi adottati o in corso di adozione dall'Austria e dalla Prussia per ovviare agli inconvenienti riscontrati nei rispettivi sistemi 4. Era orientato ad un buon esercito di dimensioni non esagerate, con una forma cpmplessiva non troppo lunga, e ad una riserva costituita dalle aliquote delle classi più giovani non chiamate alle armi. In tempo di pace voleva disporre di un'armata con i suoi quadri regolari, ma con un livello di forza ridotto rispetto all'organico di guerra. In sostanza, un'armata «a larga intelatura», da portare sul piede di guerra mediante la mobilitazione, senza la necessità di dar vita a nuove unità, né di formare ufficiali di complemento (qualunque fosse la denominazione) per inquadrare i riservisti. Il disegno di legge presentato il 3 febbraio 1851 prevedeva un esercito di 90.000 uomini, non eccessivo per la popolazione del regno (cinque milioni) , ritenuto soppo1tabile finanziariamente e riducibile alla metà in tempo di pace grazie ai congedi illimitati; eliminava definitivamente gli antichi reggimenti provinciali; prospettava quattro tipi di ferma ordinaria: la ferma di 12 anni , di cui quattro alle armi ed otto in congedo illimitato, per la fanteria; la ferma di 11 mmi, di cui cinque alle anni e sei in congedo illimitato, per i bersaglieri e l'artiglieria; la ferma di 10 anni, di cui sei alle armi e quattro in congedo illimitato, per la cavalleria; la ferma di 8 anni, interamente alle armi, per l'iscritto che intendesse sciogliersi in tal modo da ogni futuro impegno militare. I soldati d'ordinanza veri e propri si riducevano ormai ai sottufficiali, ai carabinieri, agli armaioli ed ai pochi volontari. Inoltre, ecco la novità, gli iscritti alla classe di leva venivano suddivisi per sorteggio in due categorie: la ( andava alle armi ed era destinata all'esercito di campagna; la i, dopo un periodo di istruzione di qualche settimana, era inviata a casa in congedo illimitato per l'intera durata della ferma e destinata alla riserva.
"' V. ILARI, Storia del urvizio militare cit., 1, p. 333. La Marmora, nel chfarire i principi di base delle riforme, disse alla Camera che gli ufficiali inviati a Berlino «a siudiar su l sito l'organizzazione militare di quel paese, invece di fornirmi elementi opportuni per poter con quei principi colà in vigore organ izzare la nostra armata, coi loro rapporti fondati su allento smdio e sulle comunicazioni avute con molte di quelle autorità militar ebbero a persuadermi del sommo desiderio e della necessità che colà si sente di mutare tale organizzazione» (P. PtERJ, Le forze armale nel/' elà de lla Destra, Giuffré, Mi lano 1962, p. 110). Cfr. U. GOVONE,// generale Giuseppe Govone, Casanova, Torino 1911 , p. 32, n. I .
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Il progetto venne discusso al Senato nel dicembre J 851. Le obiezioni sollevate si soffemiarono princi.palmente sulle procedure che regolavano le operazioni di leva (esenzion i, decisioni dei con igli di leva, appelli contro tali deciioni) . 11 24 marzo 1852 il disegno di legge, modificato dagli emend amenti apportati dal Senato, passò alla Camera. La relazione di La Marmara si apri con una premessa di carattere tecnico: «( ... ) Si traHa di dotare la nazione di un'armata sufficiente per la guerra· ora, l'effettivo di questa si ottiene moltiplicando .il numero degli individui di cui si compone il contingente annual e di leva pel numero di anni a cui ascende il serviz.io. Ma in tempo di pace non i possono icuramente mantenere tutti i oldati di cui si abbisogna in guerra: l'effettivo di pace risulterà quindi dal numero di uomini chiamati sotto le bandiere e dalla durata del servizio che i medes imi presteranno in tal gu isa. Entrano pertanto come elementi in questo problema gli effettivi di guerra e di pace, la forza numerica del contingente annuale di leva, la durata dell a ferma, e la patte di essa che debbasi scontare in tempo di pace sotto le armi>>.1 . Ciò posto, spiego che un effettivo di guerra di 90.000 uomiui avrebbe consentito un esercito di campagna dì circa 75.000 uomini (i' categoria) ed una riserva di 15.000 uomini (2' categoria). Quest'ultima, in ieme con la guardia nazionale mobilitata, avrebbe fornito il presidio delle fortezze ed accolto e i. truito le nuove leve. È pur vero che all'atto pratico i presen ti sarebbero stati meno dei tre quarti degli effettivi, vale a dire 55.000 uomini nell'esercito di campagna 9.000 nella riserva ma trattandosi di buoni combattenti ben addestrati e disciplinati, i poteva ragionevolmente pen are di affrontare con liducia gli impegni di una guerra «soprattutto se trattìsi di una guerra in cui si abbiano alleati». Certo, trovandosi soli di fronte ad un nemico molto più forte, un simile organico «potrebbe forse a lungo riusci re insufficiente» ma ad ogni modo «il far di più ci condurrebbe ad avere un esercito inferiore in qualità, i cui servi zi sarebbero assai meno utili » 6 • L'affennazione era un po' troppo categorica ed innegabilmente lasciava ad ito al dubbio se, invece, ne lla particolare si.tuazione politica e nel diffuso anelito di riprendere presto o tardi la lotta contro l'Austria, non fosse il caso di aumentare l'ipotizzato organico di guerra, ove con entito dal bilancio ovvero di rivedere la durata de l servizio alle anni e cercare per le riserve una sol uzione ad hoc .
È vero che La Marmara si linutò ai dati essenziali al fine di tracciare le grandi linee della soluzione ordinativa e enza il bisogno di scendere a precisazioni di carattere organico, tuttavia qualche motivo di perples ità esiste. Che in guerra nessuna unità possa rimanere a pieno organico è scontato, ed appunto
' P. P1 ER.I, Le forze armate cit., p. 132. ' Ibidem, p. 134.
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per questo occoITe programmare il rifornimento del personale, così come viene predisposto il reintegro delle armi e dei materiali prevedibilmente distrutti o perduti nel corso dei combattimenti. Nell'imminenza della guerra il discorso cambia e la mobilitazione, totale o parziale, ha proprio lo scopo di portare l'esercito o la sua aliquota mobilitata al 100% degli organici previsti e non cli limitarsi ad un livello assai inferiore. La Marmora aveva ipotizzato un contingente annuale di 12.000 uomin i sulla base dei precedenti reclutamenti e suddiv iso questo contingente fra le due categorie nella proporzione di 5 a l (75 .000 e 15 .000 uom ini), senza molto soffermarsi in merito, posto che la 2" categoria doveva rimanere «a disposizione del govçrno». E sembra logico ritenere che egli non si sarebbe certo opposto ad una maggiore disponibilità cli uomini. Comunque, stupisce che si sia accontentato di una 2' categoria, cioè della rise1va , pari ad appena il 20% degli effettivi quando era convinto che il solo calo naturale in pace sarebbe stato del 25% e dato che, tutto sommato, il costo della 2' categoria non poteva costitu ire un grosso peso per il bi lancio. In altre parole, l'esercito di 90.000 uom in i di cu i parlava La Marmora doveva in alternativa essere sorretto o eia un 25% in più nella 1' categoria, che avrebbe permesso il quasi immediato impiego dell'armata a ranghi completi, oppure (soluzione più economica) da un assai più consistente i categoria, che avrebbe consentito il reintegro, anche se non immed iato, delle perdite «naturali» nonché di quelle iniziali della guerra. A sostegno ciel sistema proposto - inteso semplicemente a correggere i principali difetti dell'ordinamento in vigore, che, come noto, prevedeva un'eccessiva durata complessiva della ferma ed una troppo breve permanenza alle armi dei coscritti - La Mannora riassunse il pro ed il contra delle soluzioni francese (contingente di leva solo parzialmenie utilizzato con ferma di sette anni ed una z' categoria in congedo illim itato); austriaca (contingente di leva interamente incorporato, con ferma di otto anni, ridotta di volta in volta di uno, due ed àuche tre ann i per esigenze di bilancio); prussiana (contingente cli leva interamente incorporato ma per tre anni di fenna, con successivi lurighissimi vincoli di se1vizio nella riserva, nella Landwehr e nella Landsturm). E concluse caldegg iando l'approvazione delle due categorie, con circal0.000 uomini del contingente annuo nella 1' e 2.000 nella i . Apportati numerosi altri ritocchi, il 20 marzo 1854, a ben tre anni dalla sua iniziale presentazione al Senato, la legge sul reclutamento vem1e finalmen te varata, affidando alle Camere la determinazione annuale del contingente che la classe d i leva doveva fornire. Un apposito decreto reale doveva stabilire la ripartizione del contingente in 1"categoria (aliquota d'ordinanza compresa) con undici anni cli ferma, di cui cinque di serv izio attivo per tutti, e i categoria, con cinque anni di femrn, di cui 40 giorni alle anni. Per iJ 1.853 il contii;igente fu stabilito in 12 .000 uomini, di cui 9 .000 di I' categoria subito incorporati e
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3.000 di 2" categoria collocati in congedo illimitato al temline di un addestramento di cinquanta giorni. Sul piede di pace, quindi, l'organico dell'armata sarda contava su: 14.400 soldati d'ordinanza (contingente annuo di 1.800 uomini alle armi per otto anni), 36.000 coscritti soggetti alla «ferma provinciale)> (contingente annuo di 7 .200 sotto le armi per cinque anni per tutti), 2.000 volontari soggetti alla «ferma d'ordinanza». 52.000 che si riducevano a circa 45.000 presenti, a causa dei cali naturali. Sul piede di guena, invece, ai predetti si agg iungevano 43.200 uomini di 1' categoria delle sei classi di leva in congedo illimitato (7 .200 per classe) ed i 15.000 delle cinque classi di i categoria (3.000 per classe), vale a dire 58.200 uomini. In definitiva, circa 85.000 presenti alle armi su un totale teorico di 110.600 uomini. Ovvi amente questi dati potevano registrarsi soltanto a completa rotazione della legge, cioè a partire dal 1863 '. Era abolito il servizio provinciale nell'am1ata di riserva. Il numero degli iscritti di una classe di leva si aggirava sui 52.000, ma la percentuale dì indisponibili era fortissima: il 31 % di rifonnati alla visita medica, il 23% di esentati per situazione di famiglia, il 6% di rived ibili o comunque rimandati ad altra leva, il 4,3% di renitenti, lo 0,3% di dispensati per motivi di culto, il 2% di cancellati dalle liste per errata iscrizione. Ciò significa che il 66% all'incirca veniva scartato dai consigli di leva, una percentuale indubbiamente molto elevata, che tuttavia veniva accettata in quanto dei 18.000 iscritti rimasti appena 12.000 (9 .000 di 1' categoria e 3.000 di z' categoria) erano chiamati al servizio militare. Gli altri 6.000, benché idonei e senza motivo alcuno di esenzione, tornavano a casa liberi da ogni vincolo, al limite pe1frno in tempo di guerra'. Al di là di ogni considerazione di natura tecnica, questa pesantissima ingiustizia, sopportata con una rassegnazione amara e passiva, diventava con i tempi sempre più inaccettabile moralmente: assai meglio sarebbe stato, sotto il profilo psicologico, aumentare ancor di più i motivi di esonero. Esistevano inoltre vari temperamenti al servizio, quasi tutti a pagamento e quind i a vantaggio degli abbienti e di coloro che abbracciavano le professioni liberali , quali lo scambio di numero fra due iscritti della stessa lista; la sunogazione cli fratello o ordinaria, quest\11tima ad opera di un cittadi no che avesse già assolto all'obbligo di leva; lo scambio di categoria, ed infine, nuova forma ' CCSM, La guerra del I 859 per l'indipendenza d' ltalia. I voi. , Narrazione, Roma 19 I O, p. 53. " Dati relativi al 1857. Cfr. Ministero della Guerra, Resoconto generale sulla leva del 'anno J857, Torino 1858. Yds. il saggio di C. PISCHEDDA, L'esercito piemontese: aspetti politici e sociali. in Problemi del ' unificaz ione italiana , S.T.E.M., Modena 1963, pp. 31 -43.
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di agevolazione, la «liberazione», ossia l'esonero dal servizio mediante il versamento alla tesoreria provinciale di una somma destinata a reclutare un militare abilitato dal governo a prendere il posto dell'esonerato. Il nocciolo della questione era rappresentato però dal problema delle riserve, visto con diversa ottica da conservatori, liberali e democratici. La Ma1111ora si era attenuto ad una coscrizione non generale, secondo il sistema francese, per rendere compatibile finanziariamente la prevista entità della forza alle armi con la durata del servizio attivo. Ma, a prescindere da siffatto criterio, era evidente l'inadeguatezza delle riserve, qualunque fos se l'angolazione tecnica con la quale si guardasse il problema: per colmare i vuoti creati dalla guerra, oppure per costituire nuove unità, oppure per disporre in caso estremo di un'ultima forl a. Non convinceva la i' categoria, troppo esigua, troppo insufficientemente addestrata. Non convinceva il divieto di matrimonio imposto agli iscritti collocati in congedo illimitato. Non convinceva l'incompleta utilizzazione delle forze disponibili. Naturalmente si accesero vivacissime discussioni, in special modo da parte della Sinistra. Molto giustamente è stato rilevato che la coscrizione, in teoria radicalmente innovativa rispetto al volontariato, si basava «sul consenso passivo dei ceti sociali meno garantiti sui quali veniva imposta, e sul consenso attivo delle rappresentanze politiche dei ceti privilegiati, esclusi di fatto dalla coscrizione, di cui quelle rappresentanze erano espressione». Peraltro dal punto di vista sociale le cose cambiarono di poco: il ceto sociale su cui gravavano sia l'arruo'lamento volontario sia la coscrizione rin1aneva lo stesso, la durata della fenna lunga spesso coincideva in entrambi i casi e comunque era sufficiente a staccare il soldato dall'ambiente civile, ed i vari tipi di temperamento al servizio militare fornivano di fatto numerosi volontari 9 • Ora, la scarsa presenza deLia classe dirigente, dei ceti produttivi, delle professioni liberali nell'esercito, anche e soprattutto nei quadri ufficiali , faceva sì che, inoltre, l'esercito venisse facilmente considerato più strnmento di difesa di interessi di classe che non baluardo dell'indipendenza nazionale 10 . Questo spiega, almeno in parte, l'acceso atteggiamento polemico dei democratici, uno dei cui più pittoreschi rappresentanti, Brofferio, giunse al punto cli sostenere che «le nazioni debbono difendersi da sé col proprio braccio, colla forza che esce dal loro grembo e non valersi di compre spade da infidi governi» 11 • Il dibattito alla Camera si incentrò sulla sostenuta necessità di utilizzare «tutte le forze vive della nazione» (ricordiamo che la guardia nazionale era fornita dalla classe censita e con numerose esenzioni). Taluni propugnavano una vera e propria armata di riserva a se stante, altri suggerivano l'abolizione della ' V. l LARI. op. citata , I , p. 242. ,. Ibidem , p. 243. '' P. Ptr::RI , Le forze armare· ci t. . p. 168.
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2' categoria e la sua sostituzione con il ripristino dei vecchi reggimenti provinciali, altri ancora indicavano la guardia nazionale mobile come possibile e facile soluzione. Nessuno avanzò l' idea di ridurre il servizio alle armi a meno di tre anni. Anzi, come si è eletto, le Camere finirono per portare a cinque anni il servizio della fanteria (contro i quattro reputati sufficienti da La Marmora) per un presunto principio di equità: detto periodo doveva essere uguale per tutti. La Marmara era assolutamente contrario ad una soluzione imperniata sulla guardia nazionale. Riteneva che, come dimostravano le prove da essa fornite in Europa, non potesse essere «disciplinata», ossia impostata, educala, inquadrata e addestrata secondo la matrice dell'esercito, con il quale sarebbe stata chiamata ad operare. D'altronde , la guardia nazionale - fra l'altro non dipendente dal ministero della Guerra bensì da quello dell'Interno - aveva già i] compito, non da poco, di mantenere l'ordine nello Stato e di presidiare piazze e perfino talune importanti posizioni. ella sua replica del 18 maggio La Marmora manifestò tutto il suo scetticismo, dunque, sulla concreta possibilità di utilizzazione della guardia nazionale come riserva, e ribadì la necess ità di contare essenzialmente su una forza organizzata come truppa regolare: «Finché mi si parla di una riserva militare, la cosa sta bene ed è sempliciss imo. Non si lrn ehe aumentare il numero degli uomini che si lasc iano a disposiòone del 111inistro della guerra, e stabilire che una parte ne sarà destinata a rinfor,.;are l'esercito in un caso di guerra prolungata, ed io acccllo tale proposta, ma finché si parla di un'altra forza armata la quale non debba avere disciplina militare, io non posso aderirvi ( ... )»".
Ed a sostegno dell'asserita inaffidabilità delle milizie improvvisate, citò il resoconto della recente lotta condotta nel 1849 dall'Ungheria insorta. Il generale Gorgey, comandante degli insorti ed eroe della resistenza ungherese, vi dipingeva senza perifrasi i forti limiti della «leva in massa», la difficoltà dell'azione di comando sui volontari, la irrequietezza e la volubilità di sin1ili reparti1". Tutte vicissitudini già apparse in Italia durante la t" guerra d'indipendenza. Infine La Marmora invitò «il deputato Brofferio e tutta la carnera» a persuadersi che nessuna intenzione esisteva da parte del governo e del ministro della Guerra di scavare un solco tra armata e nazione. Semplicemente, si trallava di rendersi conto che il più potente aiuto cha la nazione potesse fornire all'armata sarebbe stato quello cli bene organizzare la guardia nazionale. Tutti gli uomini disponibili per la costit11zione de!Ja riserva, tali dovevano restaJe a disposizione del ministero della Guerra per l'immissione nelle file dell'esercito a tempo debito e non, assolutamente, per costituire una terza forza armata '5• " Ibidem, p . 173. " Ibidem, p. 174. "P. PIERJ , Le forze armare cit.. p. 175 .
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Secondo una diffusa interpretazione, esisteva una vera e propria avversione preconcetta da parte delle autorità militari all'utilizzazione del le forze popolari nella lotta nazionale. Un'avversione derivante da molteplici motivi : un forte atteggiamento classista a difesa dei privilegi del censo, un inconfessato timore di agevolare rivoluzioni di stampo giacobino se non proprio jacqueries, una gretta difesa del presente di tono conservatore e contro qualunque novità, un rifiuto di carattere corporativo a riconoscere validità militare alle formazioni irregolari. Che spunti del genere fossero presenti si può dare per sicuro . Non dobbiamo dimenticare che gli eleuorì politici erano appena il· 2% della popolazione e che di essi il 70% Io era per censo. Tuttavia stupisce il persistente rifiuto, ancora oggi, della fondatezza di talune spiegazioni tecniche: armare indiscriminatamente «il popolo», specie nei momenti di grande eccitazione generale, diventa pericoloso data l'impossibilità pratica del controllo di ogni gruppo o tendenza; impiegare reparti raccogliticci, ricchi di entusiasmo ma poveri di istruzione e di disciplina, sign ifica incertezza di risultati, dubbia resistenza negli sforzi prolungati e rischio di perdite superiori al necessario; organizzare rapidamente unità di volontari non è cosa poi tm1to diflicile, però è sicuramente difficilissimo trovare o formare in breve tempo quadri efficienti ed affidabili. Insomma, per La Mannora, la i categoria trovava la sua ragion d'essere proprio per colmare i vuoti verificatisi nell'esercito di campagna; le aspirazioni dei democratici circa le riserve erano troppo vaghe per trovare una compiuta collocazione nel disegno di legge in discussione; la guard ia nazionale aveva funzioni e dipendenze specifiche che non potevaano essere modificate in quelle sede; un 'armata di riserva autonoma, conmnque concepita, non aveva motivo di esistere né il suo costo, sul quale si amava sorvolare, era sopportabile. TI 14 marzo 1854, al tennine di tre anni di discussioni e di emendamenti, il progetto di legge, riformato per la seconda volta alla Camera, venne approvato in un clima di sostanziale stanchezza ed anche avendo sott'occhio la situazione in cui versavano i coscritti delle classi 1828 e l829 che, chiamati alle armi per 14 mesi, stavano ormai superando i tre e perfino i quattro anni, mentre le classi 1830-31 -32 erano affluite ai corpi senza che fosse chiara la loro sorte. A parziale, molto parziale consolazione dell'opposizione, il governo accolse l'auspicio del generale Quaglia: «Io non propongo al 1ninistero di presentare subito una legge organica sulla guardi a nazionale, ma propongo solo che si venga all'attuazione intera di quella che esiste. Io sono persuaso che la legge attuale sulla guardia nazionale è di tal natura da prestarsi ad un'organizzazione di forza mobile, se non completa, però sufficiente a servire di ottima riserva» 16 • Ad ogni modo la convinzione di La Marmora, che la 2' categoria così come delineata fosse adeguata alle circostanze, poggiava principalmente su un presupposto politico-militare da lui stesso subito messo in evidenza: una nuova "' Ibidem , p. 229.
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guerra contro l'Austria doveva essere combattuta avendo alleata la Francia o l'Inghilterra. L'organizzazione di comando. Non si può certo affermare che il problema dell 'Alto Comando in guerra sia stato affrontato, nonostante le molte e incresciose polemiche per la cattiva prova da esso fornita durante la i" guerra d'indipendenza. Bisogna comunque riconoscere che, data la mentalità del tempo, la prerogativa regia di comando militare non poteva esser posta in discussione. E forse anche, o probabilmente, la rinuncia da parte del centro-sinistro a lasciare l'esercito alla pressoché esclusiva competenza del re fu un «prezzo politico consapevolmente pagato» per realizzare con la monarchia una collaborazione feconda 17 • Quindi la questione pareva riducibile alla scelta, nell'imminenza della guerra, di un abile generale che guidasse le truppe in nome del re, senza che ciò dovesse venir necessariamente codificato. Il maggiore esponente militare era il ministro della Guerra, ormai di solito un generale, assommante i compiti propri dell'amministratore alle funzioni operative che appena un paio di decenni più tardi verram10 riconosciuti ad una figura dalla nuova fisionomia, il capo di Stato Maggiore dell'esercito. In fondo non si può parlare di scarsa perspicacia. Semplicemente i tempi non erano ancora maturi . Gli stessi studiosi di istituzioni militari non avrebbero saputo immaginare un Moltke a fianco di Napoleone o di Federico II e, dal canto loro, Napoleone e Federico II l'avrebbero preferito come ministro della Guerra. Insomma il capo di Stato Maggiore continuava ad essere semplicemente «mezzo autorevole di notificare ai capi, e a tutte le persone dell'armata gli ordini del generale in capo», come pres critto dal regolamento di servizio del 1833. In compenso La Marmara volle cambiare la stnittura del ministero della Guerra ( 1853) articolandolo in due distinte branche: il segretariato generale, incaricato dell'amministrazione del personale, dell'ordinamento e del reclutamento; la direzione generale del materiale e dell'amministrazione militare preposta ai servizi amministrativi ed ai servizi logistici, in pratica l'Intendenza generale. Alle dipendenze dirette del ministTO, ma non incluso nel ministero, c'era ancora il~congresso consultivo permanente della guerra, istituito nel 1848, dopo la sconfitta di Custoza, e modificato nell'autunno ciel 1849. Doveva «esaminare le leggi, i decreti, i regolamenti e tutte le questioni militari intorno alle quali il ministro stimasse opportuno cli consultarlo, o delle quali gli affidasse le proposte e lo studio» '8 • Anche il corpo reale di Stato Maggiore subì modifiche. L' assetto ricevuto nel 1850 confermò il suo carattere di organo di studio (con 2 aiutanti generali, 5 col01melli e tenenti colonnelli e 24 maggiori e capitani) e di lavoro topocar-
" R. ROMEO, Cavour e il suo tempo, II vol., Laterza, Roma-B ari 1977. " CCSM, La guerra del / 859 cit.. r. Narrazione pp. 22-23.
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tografico (con un ufficio topografico) sì da poter presentare al generale in capo gli elementi per la messa a punto dei piani operativi. In tempo di pace forniva i capi di Stato Maggiore delle divisioni territoriali (con i tre colonnelli e i due tenenti colonnelli) , in caso di guerra forniva gli Stati Maggiori del Quartier Generale principale e delle divisioni di campagna (con gli altri ufficiali di Stato Maggiore). Da sottolineare il servizio svolto presso il corpo da numerosi ufficiali subalterni come «applicati». Al corpo era adesso preposto un comandante generale'". Il riassetto dell'esercito. La Marmara dette la precedenza alla legge sul reclutamento, respingendo l'osservazione della commissione del Senato circa l'impossibilità di risolvere bene il problema della leva senza conoscere l'ordinamento dell'armata, e riservandosi di precisare questo in sede di illustrazione del bilancio del ministero. Anticipò, è vero, l'intenzione di avvalersi di cinque divisioni di campagna, ma anche in seguito non si sbilanciò e parlò soltanto dell'organizzazione di pace che manteneva, come del resto quasi ovunque in Europa, il carattere territoriale. Dal ministrn dipendevano cinque Comandi di divisione militare (Torino, Chambéry, Genova, Cagliari e Alessandria) e due Comandi di sottodivisione militare (Novara e Nizza), esercitanti piena autorità su tutte le truppe di stanza nel territorio cli 1ispettiva giurisdizione. 1n sottordine a detti Comandi tenitoriali c'erano i Comandi militari di provincia e cli piazza. Gli unici Comandi di campagna esistenti sin dal tempo di pace erano quelli delle dieci brigate di fanteria 20 • La btigata di fanteria comprendeva due reggimenti di fanteria su quattro battaglioni di quattro compagnie ciascuno. Il corpo dei bersaglieri salì a dieci battaglioni su quattro compagnie ed una di deposito . La cavalleria passò a quattro reggimenti di linea, due di lancieri e tre di cavalleggeri, ognuno su quattro squadroni attivi ed uno cli deposito. TI corpo reale di artiglieria si basava essenzialmente su un reggimento di piazza su dodici compagnie di due brigate l'una, e su un reggimento da campagna comprendente due batterie a cavallo e diciotto da battaglia. Era l'arma sul cui comportamento unanimi erano stati gli apprezzamenti favorevoli. Le discussioni che la riguardano furono, dunque , rivolte ai calibri dei pezzi da campagna ed alla composizione delle batterie: monocalibro o pluricalibro'? In tempo di pace la batteria era su quattro pezzi ma si mobilitava su sei od otto pezzi. La batteria cli cannoni da 16 libbre (120 mm di calibro) era monocalibro, però i pezzi usavano sia la palla di ferro pieno del peso di 16 libbre, sia la gra" C. MAZZACCARA, L'evoluzione del co rpo di Staio Maggiore nei regni di Sardegna e d' Italia, in USSME, Memorie storiche militari 1981 , Rom a 1982. li Comando del Corpo reale di Stato Maggiore nulla aveva a che vedere con lo Stato Maggiore Genera le, composto dai generali. '" 1 Comandi pemrnnenci delle brigate di fante ria erano stati aboliti in tempo di pace dal generale Bava nei due mesi (settembre-ottobre 1848) in cui resse il dicastero della Guerra per invero opinabili motivi di economia, ma immediatamente ripri stinali dal suo successore. La Mam,ora.
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nata da 120 mm). La batteria di cannoni da 8 libbre (calibro 90 mm) comprendeva una sezione di obici da 120 o da 1SO mm. In defolitiva, la soluzione era mista e mancavano i pezzi da 6 libbre più leggeri e mobili, di cui era dotata l'art.iglieria austriaca. Ma il vero, grande, appunto che a nostro avviso sembra doversi fare è che malgrado i probanti esperimenti compiuti dal maggiore Cavalli, il quale il 27 aprile 1846 presentò alla prova davanti ad ufficiali d'artiglieria di tutta Europa il primo cannone rigato a retroca1ica, il Piemonte non seppe decidersi al grande passo e parteciperà alla campagna del 1859 con i pezzi ad anima liscia e in bronzo, mentre la Francia, sotto il personale impulso di Napoleone lll, metterà in campo trentasette batterie di cannotti rigati da 4 libbre (calibro 86,5 mm), leggerissimi e trainati da soli quattro cavalli , con gittate mai raggiun te sino allora e proiettile scoppiante. Quanto al corpo del genio, sin dal 1849 era stato costituito un reggimento zappatori su due battaglioni di cinque compagnie. Si trattava di dotarlo di parchi. L'organizzazione logistica. Era il settore sul quale si erano riversate le maggiori critiche. Occorreva assolutamente pone mano ad una revisione dell'organizzazione e del funzionamento dei servizi di compagna. Ed un primo passo, tutt'altro che 1isolutivo ma soddisfacente, venne compiuto . L'intendenza (odierno commissariato) doveva di simpegnare il servizio amministrativo delle divisioni territoriali in pace e dell'armata mobili tata in guerra. A quest'ultimo compito era preposto l'intendente generale dell'armata. Il corpo della sussistenza militare era stato costituito sin dall'autunno 1848 per eliminare l'appalto della distribuzione dei viveri che tante lagnanze aveva suscitato nella prima campagna. Con una serie di decreti i suoi compiti vennero perfezionati ed estesi anche al tempo di pace. In guerra dipendeva dall'intendente generale d'armata. II miglioramento dei quadri e delle truppe. Per q uanto riguarda l'aspetto amministrativo è sui'ficiente la semplice elencazione delle scuole istituite o ristrutturate dopo Novara per una p iù sol ida preparazione professionale. L'accademia militare, già ben impostata, venne migliorata. La scuola complementare per ufficiali di artigl ieri a e genio di Torino (185 1) riceveva i sottotenenti appena usciti dall'accademia militare per un corso biennale al l'ennine del quale veniva conferita la promozione a tenente. La scuola militare di fanteria di Ivrea ( 1850) riceveva i tenenti anziani per un corso valutativo con esami fmali per l'idoneità al grado di capitano; effettuava inoltre corsi cli istruzione per sottufficiali, al termine dei quali i migliori erano promossi sottotenenti. La scuo la militare di cavalleria di Pinerolo (1852) riceveva i sottotenen ti appena usciti dall'accademia militare per un ulteriore addestramento nell'equitazione; i tenenti anziani per un corso valutativo per la promozione a capitano; i migliori caporali per un corso di istruzione inteso a fom1are nuovi sottufficiali. Vennero
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create tredici scuole di topografia con corsi annuali per ufficiali di fanteria e di cavalleria. Presso il corpo reale dello Stato Maggiore si svo lgevano corsi informativi di un anno per ufficiali subalteroj di fm1teria e cavalleria al duplice scopo di porli in grado di presentarsi al concorso per l'immissione nel corpo e di diffondere maggiormente l'istruzione nei subalterni delle due armi. Da notare che i subalterni di artiglieria e genio - le «anni dotte» - erano esentati da tale corso, in quanto essi (almeno quelli che uscivano dall'accademia militare) dovevano frequentare il corso biennale della scuola complementare di Torino 21 • Infine, sul piano culturale, merita assoluto rili e vo l'istituzione delle bibJjoteche militari: quella centrale di Torino, quelle di presidio e quelle speciali d'aitiglieria e del genio, a favore degli ufficiali. Quanto ai sottufficiali ed ai soldati, nel 1850 si addivenne all'effettuazione di scuole reggimentali, di vario livello, nel periodo novembre-marzo, nel periodo cioè in cui le condizioni climatiche rendevano difficile la possibilità di istruzioni esterne. Occone specificare che le scuole reggimetali rappresentavano per La Marn1ora uno dei principali pilastri della 1iorganizzazione dell'annata. Esse dovevano provvedere all'istruzione primaria, alla ginnastica, alle nozioni di base dell'arte militare. Non soltanto miravano ad elevare il tono dei reparti, ma altresì a sottrarre il militare all'ozio ed all 'ignavia, e La Marmara fu severissimo nell'esigere dai comandanti di reggimento l'esecuzione intelligente di tale provvedimento e nel prescrivere che fossero gli ufficiali stess i ad insegnare ai rispettivi sottufficiali e soldati. 11 concetto fu esteso anche all'addestramento al combattimento, alla scuola di tiro al bersaglio, alla scherma di baionetta, alla scherma di sciabola. In fanteria ed in cavalleria prima ciel 1849 a tale attività erano preposti so lo due o tre ufficiali per reggimento; La Marmara ordinò che ogni comandante rispondesse della preparazione militare della propria unità , dalla compagnia o squadrone al reggimento. Cultura generale e professionale erano incentivate in quanto palesatesi effettivamente come un tasto dolente per molti ufficiali , indipendentemente dalle doti di carattere e di coraggio, e sull'argomento non si voleva più sorvolare in sede di promozioni. La questione della carriera degli ufficiali venne affrontato con una ce1ta urgenza e risolta con sollecitudine. TI 25 maggio I 552 fu promulgata la legge sullo stato degli ufficiali ed il 13 novembre 1853 quella sull'avanzamento. Anzitullo fu codificato che un terzo delle promozioni a sottotenente venisse riservato ai sotl11fficiali meritevoli. Il provvedimento ha dato luogo a diverse interpretazioni. In generale è stato visto come l'intento di compensare la minor presenza dell'aristocrazia o dell'alta burocrazia statale nei ranghi degli
" CCSM ., La guerra del 1859, cil. I, Narrazione, pp. 41 -420. Cfr. N. BRA NCACC IO. op. citata , pp. 500-516.
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ufficiali con l'immissione di elementi della bassa borghesia, di sicura fede monarchica e poco permeabili alla politica 22 • Non siamo sicuri che, quanto meno, questo fosse l'obiettivo primario dì La Marmora. Diciamo piuttosto che la misura sembra derivata, come naturale conseguenza, da una prevenzione di natura tecnica e da una caratteristica dell'organizzazione di un esercito. La Marmora, lo si è detto, voleva un'annata a larga intelaiatura da colmare all'atto della mobilitazione con il richiamo delle aliquote in congedo illimitato di l' categoria. Rinunciava perciò non soltanto al reclutamento di ufficiali di complemento, ma altresì all'aumento dei posti nell'accademia militare; i primi, a suo avviso, sarebbero stati superflui, i secondi avrebbero provocato l'ingolfamento nella piramide gerarchica. D'altronde l'immissione di sottufficiali, già ampiamente utilizzata da Napoleone per risolvere con rapidità gravi deficienze organiche, andava benissimo. Per gli interessati costituiva una vera promozione sociale, ancor più che un premio; per l'armata rappresentava l'incorporamento di elementi selezionati e già esperti del servizio, la cui attitudine al comando nei gradi inferiori compensava l'ovvia inesperienza dei provenienti dall'accademia militare. E poiché per gli ex-sottufficiali la carriera era limitata al grado di capitano, la loro presenza alla larga base della piramide gerarchica sembrava risolversi in un vantaggio per tutti. In realtà si può parlare di errore sociale e psicologico. Sociale perché contribuiva a «separare» l'esercito dalla società, psicologico perché assumeva l'aspetto di un'ingiustificata sfiducia nel reclutamento borghese. È noto il suggerimento avanzato da un anonimo ufficiale durante la discussione delle riforme : perché non istituire, nella l" categoria, i «cadetti» , elementi opportunamente vagliati e selezionati per preparazione professionale e attitudine, cui concedere, dopo un breve corso valutativo, il grado di sottotenente o di sergente all'atto del collocamento in congedo illimitato? Era una proposta sensata, tanto più che il sistema non pareva prendere in considerazione il fabbisogno di pace (poche le necessità di reintegri per cause naturali, ma non poche quelle provocate dalle esigenze di mobilitazione ai distretti) e men che meno le incidenze di guerra 23 . Peraltro, l'argomento quadri ufficiali da utilizzare all'atto di una mobilitazione parziale o generale non era stato dimenticato da La Marmara. Tra le posizioni di stato degli ufficiali, due si prestavano in modo particolare al reimpiego: la «disponibilità», cioè la posizione dell'ufficiale idoneo al servizio ma temporaneamente fuori quadro e senza impiego; la «aspettativa», cioè la posi" L. CEVA, P,vblemi de ll'Alto comando cit. , p. 198-190. P. D El. N cGRO, La professione militare nel Piemonte cos1ituzionale e nel 'Italia liberale, in Uffi cia li e Socie1à , Franco Angeli , Milano 1988. pp.212-215.
" Osservazioni intorno
al ' organizzaz ion e
piemontese, Torino 1854, pp. 28-30, in C.
miliwre del Paese, di un Capitano dell ' Escrcico L' eserciio piemo/1/ese cit. , pp. 70-7 1.
P1SCHEDDA,
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zione dell'ufficiale idoneo al servizio ma collocato in congedo temporaneo. Mentre per i primi si trattava di una situazione limitata nel tempo, i secondi rappresentati essenzialmente dai molti ufficiali non piemontesi, accorsi a combattere nella l "guerra d'indipendenza e poi congedati - erano riammissibili in servizio per occupare i due terzi delle eventuali vacanze verificantesi nel grado e nell'arma di appartenenza. Perciò mantenevano il loro posto nei ruoli, concorrevano all'avanzamento ad anzianità, erano tenuti a seguire corsi di aggiornamento presso depositi speciali. Il richiamo in servizio effettivo,era preceduto da un accertamento di idoneità. Quanto all'avanzamento nella caniera, fonte di dibattito era sempre il giusto equijibrio fra merito ed anzianità. Questa aveva mostrato troppi difetti . Bisognava cambiare. Per la verità l'avanzamento ad anzianità era già stato molto limitato da Carlo Alberto, tuttavia, con il fresco ricordo delle due infelici campagne, si tornò sull'argomento per meglio individuare e premiare il merito. In sintesi, la percentuale riservata alla scelta venne fissata nelle seguenti misure: per la promozione a tenente, il 33% in tempo di guerra (in pace tutti i sottotenenti erano promossi ad anzianità); per la promozione a capitano, il 33% in pace ed il 50% in guerra; per la promozione o maggiore, il 50% in pace ed il 100% in guerra. Da maggiore in poi ogni promozione era a scelta. Pieri conclude il suo cem10 riepilogativo sullo sforzo di La Marmara di migliorare il livello culturnle dei quadri con queste parole: «Ma ancora nel 1859 gli ufficiali piemontesi brillavano più per valore personale, per tenacia, per onestà, che per vivace intelligenza e soprattutto per cultura, ma comunque erano superiori a quelli del 1848-49» 24 .
2. LA PARTECIPAZIONE PIEMONTESE ALLA CAMPAGNA DI CRIMEA. La. guerra d'Oriente fu per molti aspetti significativa. Per quanto non abbia avuto Luogo alcuna battaglia navale, le poche navi da battaglia a vapore (due inglesi su dieci e tre francesi su undici) mostrarono chiaramente la loro superiorità in tema di efficienza e di manovrabi lità su quelle a vela, pur presentando il grave onere di enormi rifornimenti di carbone. E le batterie galleggianti corazzate convinsero a passare dalle navi in legno a quelle in ferro. La trasformazione di un certo numero di cannoni di ghisa da 420 e da 200 mm ad avancarica e ad anima liscia in pezzi a retrocarica ed a canna rigata sul modello Lanchester indusse all'adozione generalizzata della retrocarica e della rigatura delle bocche da fuoco. Infine, la poliorcetica, la fortificazione campale e la guerra d'assedio ricevettero un improvviso nuovo impulso. '"' P.
PJERJ ,
Le fo rze annate. cit. , p. 26.
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Tuttavia la campagna lasciò una disasLTOsa impressione nei suoi protagopisti. L'interesse che offrì dal punto di vista strategico, tattico e logistico fu , a giudizio di Liddell Hart, legato soltanto al campionario di esempi di ciò che non si deve fare in guerra da essa posti in evidenza '.!.5: dagli attriti fra gli alleati, alla discutibile condotta delle operazioni, allo scadente esercizio del comando, al ridotto livello addestrativo, alla mancanza di previsioni sugli svil uppi della campagna ed all'insufficiente preparazione dei servizi di campagna. Fattori , che provoc~u-0110 un penoso prolungamento delle operazioni e, ad entrambe le parti in lotta, perdite gravissime per col.era, tifo, polmoniti e scorbuto, freddo e perfino fame . Il commento di Liddell Hart è molto severo, ma bisogna riconoscere i difetti della spedizione che resero necessari urgenti provvedimenti, essenzialmente·cli natura logistica, campagna durante. Per quanto da mesi orientate alla spedizione, Franci a ed Inghilterra vi si avvent1ff~u-ono con notevo le superficialità. Il 26 maggio 1854, due mesi dopo lo sbarco delle prime truppe francesi a Gallipoli , il mar sciallo de Saint-Arnaud scriveva a Napoleone ili: «Sire, sono arrivato a Gallipoli in nOllllta e dall'alba ho lavorato per rendenui esanamente conto delle condizioni dell'anuata, di ciò che le manca, delle sue necessità, delle no stre ri sorse. Lo dico con do lore a Vostra Maestà: cosi come oggi ci troviamo , non siamo né organi zzati né in grado di fare la guerra. Non abbiamo che ventiquat tro pezz i di a.rt.iglieri a attaccali, pronti all' impiego(. ..). li resto, personale e materiale. è fe rmo in mare a causa dei venti del Nord e Dio sa quando arriverà. La nostra situazione è ancora più tri ste sotto il profilo degli approvvigionamenti (. .. ). Non . i fa la guerra senza pane , senza scarpe, senza marmitte e bidoni ( .. .). Domando scusa a Vostra Maestà per questi dettagli, ma essi provano all 'Imperatore le difficoltà che colpi scono un'armata gettata a se icento leghe dalle sue fonti. Non si Lralla di errori di qualcuno , è il ri sultato dell a prec ipitazione con la quale rutto ha dovuto essere compiuto ( ...)» " ·
Si noti che chi scriveva aveva retto il ministero della Guerra sino ali' 11 marzo, data in cui aveva assunto il comando del corpo di spedizione! e si noti ancora che l'approntamento dell'armée d'O rient aveva un modello giustamente degno cli esempio: la spedizione d'Algeri del l 830! Quanto all'Inghilterra, il sottosegretario alla Guerra, Sidney 1-lerbert, dovette ammettere con amarezza che essa non disponeva di esercito al lo scoppio della guerra d'Ori ente . Aveva un certo numero di reggime nti nelle colonie ed in Irlanda, ma si trattava di reggimenti in gran parte privi di una qualche esperienza bellica ed i loro colonnelli erano per lo più ignari di cosa fosse una brigata " . Secondo il generale Canrobert, che vide da vicino le trnppe britanniche, «l'armata inglese sa combattere con una gagliardia che può essere defi nita senza pari; ma essa è lontana dall ' aver per la guerra la nostra ca" B. LIDDELL HART, Gli eserciti, in Storia del mondo muderno, voi. X, p. 403. Garzanti , lilano 1970. "' C . R OUSSET, Histoire de la guerre de Crimée, Hachett.e. Paris 187 7, I. p. 115. " Ibidem , p. 329.
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pac ità di previsione, la nostra adattabilità e la nostra industriosità. I nostri aJJeati, che sul campo di battaglia sono i più solidi soldati che si possano vedere, risultano così estranei alle semplici nozioni del servizio di campagna, circa le precauzioni igieniche, 1a ripai1izione delle ore di riposo e di attività, i lavori di fortificazione campale, ecc., che i loro effettivi diminuiscono sensibilmente ( ... )» 28 • Per giunta, l'esercito inglese «aveva quattro o cinque teste, indipendenti l'una dalle altre, e poteva coinvolgere, senza che ci entrasse per niente, la responsabilità del ministro delle colonie» 2" . ln altri termini, «pronta per il combattimento, l'Inghilterra aveva creduta di esserlo anche per la guerra equesto non era» ' 0 • Il .piccolo contingente piemontese risentì anch'esso di una certa frettolo sità di approntamento e dello sbarcare, sia a Costantinopoli sia in Crimea, dopo che gli altri corpi di spedizione si erano assestati. Data la sua entità, non ebbe una parte di rilievo nelle operazioni ma si portò bene. Senza entrnre nei particolari della campagna, pur la quale si rimanda alla specifica monografia del 1896 3 1, ci soffermeremo semplicemente su due importanti aspetti organizzativi, la questione del comando e la messa a punto del corpo di spedizione, per entrambi i quali sarà opportuno tener ben presente il succedersi degli avvenimenti politici, la relativa crisi di assestamento dell'arnrnta sarda posto che nel 1855 la legge sul reclutamento era in vigore da appena un anno, la decisione politica molto repentina. La questione del comando. La convenzione militare che completava l'adesione del Piemonte all'iùleanza prevedeva che il corpo d'armata sardo fosse sotto il comando di un generale piemontese, come è naturale. Nulla però era detto circa i rapporti intercorrenti fra questi ed i comandanti in capo alleati. L'aver accettato un impegno militare redatto in termini cosi imprecisi fu rilevato e rimproverato al governo durante le discussioni parlamentari. In special modo il generale Menabrea accusò Cavour e La Marrnora di avere in pratica consentito a fornire truppe al soldo dell'Inghilterra, citando per l'appunto la comunicazione fatta da Palmerston ai Comun.i che l'alleanza piemontese avrebbe fornito un prezioso rinforzo militare a lord Raglan. L'accusa era ben collocata e la replica di La Marmara, inevitabilmente, fu sfuggente: poiché lord Raglan era il più elevato in grado degli alleati ed il contingente inglese il più debole, ne conseguiva l'opportunità dell'unione operativa dei due corpi di spedizione agli ordini di Raglan. " Ibidem, pp. 327-328. 29 Ibidem, p. 321. 'Ibidem, p. 328. 1 ' C. MANFREDI , La spedizione sarda in Crimea nel 1855-56, USSME, Roma 1896, ristampa 1956.
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In effetti la cosa si presentava ingarbugliata. Il testo francese del progetto di convenzione mandato dal Guiche a Parigi era esplicito nell'affermare che le truppe sarde sarebbero andate alle dipendenze di Raglan; il testo inglese, trasmesso dall'ambasciatore Hudson, sorvolava invece sull'argomento. La redazione definitiva si basò sulla bozza inglese. Clarendon spiegò la mancata precisazione in questi termini: «l Francesi ( .. .) erano così determinati a lavarsi le mani dalla questione del contingente sardo che, quando pensarono di dover firmare la convenzione militare con noi, inserirono nel loro progetto "sous !es ordres de lord Raglan" e nel contempo chiesero un atto separato che li sollevasse da ogni responsabilità finanziaria. Pensammo allora che fosse meglio dare una convenzione separata tra l'Inghilte1rn e la Sardegna ed intenzionalmente omettemmo "sous !es ordres etc.", poiché era implicito che essi [i Sardi) dovessero servire sotto lord Raglan e poiché la dignità dello Sardegna era meglio tutelata se si fosse inserita questa operazione in un documento scritto» 32 • A dire il vero Cavour non si era molto preoccupato di opporsi per scritto a quello che comprendeva benissimo essere il pensiero del gabinetto britannico, calcolando che il silenzio gli avrebbe consentito di sottrarsi, con un certo tatto, al prevedibile vincolo inglese. Il ragionamento sembra alquanto stiracchiato e comunque sarebbe occorsa molta diplomazia perché Londra non aveva tutti i torti nel considerare proprio il rinforzo da essa richiesto e per il quale forniva un prestito non trascurabile e, soprattutto, nel non accettare che le truppe sarde finissero sotto il comando francese in Crimea. Nel dare notizia del trattato al barone Tasco, ministro di Sardegna a Costantinopoli, Cavour precisò: «Nos troupesferont corps probablement avec !es troupes anglaises; mais nous avons stipulé, de la manière la plus formelle, qu'elles ne seraient pas des troupes auxiliaires de l'Angleterre, mais un corps faisant partie intégrante de l'armée alliée, sous la dépendance immédiate du commandant en chef» 13 . Comandante in capo che non esisteva e Cavour Lo sapeva. Quanto l'adesione militare del Piemonte fosse considerata importante dal governo britannico e utile (anche se con una ce1tà noncurante sufficienza) da quello francese, può essere valutato osservando i riflessi dell'andamento delle operazioni nelle due capitali alleate. Ovunque si parlava degli attriti dei comandanti, dell'irresolutezza delle concezioni operative, dell'insufficienza dell'assedio cli Sebastopoli e dell'inutile gravissimo logorio delle truppe. ln definitiva, nessuno poteva chiudere gli occhi sul ginepraio nel quale si erano cacciati gli alleati e sui seri dubbi di poterne uscire decorosamente. A Parigi, Napoleone III dava segni di inso1'ferenza per lo sforzo che la Francia stava sostenendo senza aver ancora ott :mto risultati apprezzabili. Cominciò dunque 0
" Clarendon a Cowley in data 11.4.1855 in E. D1 NoLFO, Europa e /rafia cit., pp. 50-51. " Cavour a Tasco in data 13.2.1855, ibidem , p. 5 1.
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a pensare seriamente di recarsi di persona ad assumere il comando supremo dell'intera spedizione. A Londra il governo stava attraversando una vera e propria crisi politica a causa del clamore suscitato nell'opinione pubblica dalle notizie sulle grosse deficienze del corpo inglese in Crimea, tanto che il gabinetto Aberdeen era caduto a fine gennaio e Palmerston era tornato al potere, con l'intenzione di porre riparo agli inconvenienti. Nel febbraio 1855 La Marmora andò a Parigi ed a Londra per gli accordi di natura tecnica circa la partecipazione sarda all'impresa, e si trovò nel bel mezzo delle polemiche, delle rivalità, degli intrighi e dei voluti equivoci anglofrancesi. Il 20 febbraio, nella prima udienza alle Tuileries, espresse il desiderio di saper"' chi dirigesse o coordinasse l'azione complessiva in Crimea, in modo da poter stabilire contatti e ricevere istruzioni. Napoleone si strinse nelle spalle e si lasciò sfuggire un significativo: «Mafoi, je ne sais pas moi-meme qui commande!}). Non riusciva a capac itarsi della stasi nella quale erano piombati gli alleati e reputava assolutamente necessario far qualcosa, perché - disse due giorni dopo a La Marmora - non nutriva alcuna fiducia nelle conferenze di Vienna e, per converso, era convinto che difficilmente l'Austria sarebbe entrata in campo a meno di un evento clamoroso, tipo la caduta di Sebastopoli . «L'Autriche du reste - confidò - est à bout de ses ressources .financières; esse n'a plus le sou: je ne sais comment elle fera pour s'en tirer!» . In conclusione, stava considerando la costituzione a Costantinopoli di un grosso corpo di riserva con i 15.000 piemontesi ed almeno altrettanti francesi, compresi 6.000 uomini della guardia imperiale, ed all'uopo aveva già spedito in posto il generale Niel, suo aiutante di campo. La formazione di questa riserva a Costantinopoli doveva aver luogo entro il mese di marzo, sì da poter entrare in campo in Crimea in aprile 34 • Senza scendere in una disamina di siffatto progetto 3\ basti dire che l'accennata partecipazione diretta di Napoleone III alla guerra sollevò un'ondata di discussicmi e di dissensi . In Francia si temeva per la solidità di un regime ancoro troppo fresco: che cosa sarebbe accaduto durante l'assenza dell'imperatore? chi avrebbe preso la reggenza? non c'era forse l'intenzione nascosta di dare alla guerra contro la Russia un'ampiezza pericolosa? In Inghilterra meno ancora si gradiva la presenza dell'imperatore in Crimea per il timore che il conflitto diventasse ingovernabile e, soprattutto, perché avrebbe acquistato una fisiono-
-"' M.
OEGLI ALBERTI ,
Per la storia del/'allenza e della cmnpagna di Crimea, cit. , pp. 103-
107. ·" li 9 marzo, quando La Marmora passò da Parigi, nel suo viaggio di ritorno in Pie111onte, Napoleone lii definì meglio il suo pensiero operativo: racogliere un grosso corpo di riserva - due divisioni france si e la guardia più due divi sion i piemontesi - da lra~portarc all ' improvvi so in Crimea e. la sciai.i 8.000 uomini all ' assedio di Sebastopoli, affrontare l'armata russa con altri 70.000 (M. DEGLI ALBERTI , op. cirara. p. I 16).
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mia nettamente francese relegando lo sforzo inglese in una parte di secondo piano. A Londra La Marmora trovò molte incertezze. Di sicuro c'era che il governo non intendeva designare un comandante supremo dell 'armata d'Oriente perché, data l'assai superiore forza numerica francese, l'incarico sarebbe necessariamente toccato ad un francese 36 ; che non esisteva un piano neppur vago della campagna; che fra il 2 ed il 12 aprile sarebbero arrivate a Genova le navi per trasportare in Crimea il contingente piemontese ·11 • Ad ogni modo quando a metà marzo tornò a Torino, La Mannora era persuaso che alla fine il disegno di Napoleone III avesse prevalso. Invece il 6 aprile Emanuele d'Azeglio comunicò a Cavour che, a seguito di un improvviso cambiamento nelle decisioni, il corpo sardo doveva imbarcarsi subito per Balaclava, dove sarebbe passato agli ordini di lord Raglan 38 . Cavour chiese immediatamente spiegazioni a Londra ed a Parigi. Al d'Azeglio disse che il governo sardo nuUa aveva da obiettare sulla partenza repentina delle sue truppe per la Crimea, avendo deciso di inviarle a combattere quanto prima e quanto meglio possibile, e non a pmtecipare ad una vana parata. Certo, avrebbe preferito il loro inserimento in un complesso di forze da costituire a Costantinopoli, ma non ne faceva una questione vitale. L'imp01tante era che le due Potenze alleate fossero d'accordo e, siccome adesso appariva evidente come la Francia non condividesse affatto il punto di vista inglese in proposito, «nous ne pouvons pas consentir absolument à ce que le Cabinet de Londres dispose de nos troupes camme d'un corps qu' elle aurait pris à sa salde (. ..). Nous ne pouvons laisser partir nos troupes , sans etre assurés d'avance que /eur déstinationfinale a été arrétée d'avance d'accorci avec nos deux alliés» 39 • AI Villamarina, a Parigi, Cavour scrisse qualcosa di più: nessuna intenzione di rappresentare un elemento di discordia fra gli alleati, ma anche nessuna intenzione di diventare lo strumento passivo di una delle Potenze alleate. <<Nous pousserons jusqu' au scrupule l' éxécution des engagements que nous avons contractés, quelque onereux qu'ils soient, pour nous, mais à la condilion qu'on se montrera disposè à ne pas manquer aux paro/es qui nous ont été données» 40 • Non si trattò di cosa di poco conto. Fra Parigi, Londra e Torino circolarono prese di posizione, ripicchi, precisazioni puntigliose. Alla fine, con la visita '" Il ministro della guerra, Lord Panmure, di sse addirittura che «mai la nazione inglese avrebbe sopportato che la sua annata fosse sotto gli ordini di un generale francese. Avrebbe piuttosto aderito a rimanere sotto gli ordini di un generale piemontese» (ibidem, p. l l 2. 7 l /bidem, pp. 110-115. " E.D ' Azeglio a Cavour in data 6.4.1855, in E. D1 NoLro, Europa e Italia cit., p. 58. Cfr. Grammont a Napoleone III in data 7.4.1855, ibidem, pp. 455-456. 39 Cavour a E. d'Azeglio in datal0.4. 1855, ibidem, p. 63. ·" Cavour a Villarnarina in data I0.4.1855, ibidem.
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di apoleone II alla regina Vittoria Lutto si oppianò. el consiglio di guerra alleato ciel 18 aprile si addivenne ad un accordo. La partenza del contingente sardo era confermata, però esso era destinato a far pan.e cli un corpo d'annata incaricato di op rare contro i Russi sotto Sebastopoli. Que to corpo poteva essere inglese o francese, secondo le circostanze operative. Il nuovo mini 1ro clegr Esteri francese, Thouve nel, preci ò al Gui che (ora duca di Grammont) che la destinazione di Balaclava non comportava necessariame nte l'impiego delle truppe sarei come ausiliarie inglesi: «/es 1ro11pes sardes devro11t , suivanf les circonstances de la guerre et /es besoins de la cause comm1111e, opérer soit avec I' armée anglaise, soit avec /'armée française» ·11 • Tutto era chiaro, dunque. Cavour ten ne a puntualizzare ancora la propria po izion'e ai governi alleati e poi accompagnò a G nova La Marmara. JI 25 aprii , al momento di salutar i La Marmara chie e ancora: «M a insomma. mi volete dare queste benedette istrnzioni?», . Cavour ri pose: «Ingegnati!» '12• L'ordiname nto del corpo di spediz ione. Tl 31 marzo 1855 un regio decreto stabib la seguente compo. izione del contingente sardo per la guerra d'Oriente: un Quartier Generale principale, due clivis ioni , ciascuna su due brigate di fa111eria, una brigata di riserva un reggime nto cavalleggeri, una brigata mtiglieria da piazza u dodici pezzi, un bauaglione zappatori del genio unità ed organi dei servizi di campagna. Ogni brigata di fan leria fu ordinata u uno Stato Maggiore di b1igata, un reggimento di fanteria su qualtro battaglioni (ciascuno su quattro compagnie), un battaglione bersaglieri, una batteria eia campagna u ei pcLZi. Complessivamente il corpo di spedizione ammontò a 18.050 uomini, 3.495 cavalli e 36 pezzi. Caratteri tica saliente fu che tulle le unità forono di formazione ed in fall i ricevette ro il nome di «provvi arie». In particolare, ognuno dei venti reggimenti di fanteria e granatieri esistenti nel] ' Armala sarda fornì un battaglione fonnato con le prime quattro compagnie dei uoi quattro battaglioni organici; qualtro di iffatti ba11aglioni di fonnazione deuero vita ad un reggimento provvisorio. Poiché la consi tenza numerica del livell o di pace era al di sotto di quello di guerra, anche le compagn i fornite dai battaglioni organici dovettero essere completate con elementi alle armi fomiti daUe altre compagnie del rispetlivo batt glione. Lo ste so procedimento fu . eguito per la messa a punto del reggimento cavalleggeri, dei battag lioni bersag lieri, delle brigate provvi sorie di arti"Thom,encl a Crammom in daia 19.4.1855, ibidem . pp. 68-70. '' A_ L A M ARMORA , U11 po· pi11 di luce .mg /i evellli po/i1ici e 111ili1ari dell'anno 1866. Barbera. Firenze, p. 135.
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glieria e del battaglione zappatori.. «Cosi si era trovato , ingegnosamente il modo di far concorrere ai pericoli e alle glorie dell'impre a, non olo tutte le anni ma tutti i corpi dell'esercito» <J. Questo criterio sarà seguito quasi sempre in ogni spedizione o guerra d'oltremare dell'Italia. Ha certamente una sua validità., però altrettanto icuramenle contra ca con ogni principio dell 'organica militare. Esistono nella pi ramide ordinativa di. un esercito, alcune pedine fond amentali la cui consistenza è fissala da precise tabelle numeriche intese a configurarle come un compie so unitario, armonico ed efficiente; un complesso la cui valid ità morale disciplinare e addestrati va trova origine nel suo comand ante; un complesso che in pace si prepara ad agire in guerra come un tutto caratterizzato da affiatamento, consuetudini e spirito di corpo. Queste pedine sono la compagnia, ìl battaglione ed il reggimento, ma oprattutto il reggimento. «Il reggimento - scrisse il Marselli - è in qualche modo un microesercito, nel quale la vita del tutto si sente battere con forza e si può e am inare nel modo più concreto» ". In tutti gli eserciti il reggimento ha sempre avuto una ua fisionomia ed una ua tradizione, ed entrambe sono sempre state riconosciute alla base dell'efficienza dell'unità. Ebbene, proprio nel momento dell'impiego in guerra, nel momento di dar prova della sua capacità operativa, tutti i legami organici, disciplinari, spirituali venivano rotti, qua i fossero onsiderati di semplice valore retorico! Benché fo se noto che l'Au tria, inv itata ad unirsi all 'alleanza francoinglese, avesse chiesto garanzie contro eventuali osti lità del Piemonte e dell 'emigrazione, nella relazione parlamentare presentata d,ùla commis ione della Camera il l 0 febbraio si affacciava perfino l'ipotesi che l'Austria, contro ogni previsione, voltasse fronte e cercasse di colpire il Piemonte impegnato in 01iente '·1• Forse anche per questo si preferì togliere ad ogni reggin1ento qualche aliquota e lasciare «alle unità che dovevano partire il loro posto vuoto, perché potessero rientrare nell'organico quando fos sero ritornale» '0 • Ma in realtà tale spiegazione non regge: non ·oltanto gli effeLt ivi dei reggimenti, sensibil mente indeboliti per costituire i reparti panenti furono riportati al livello di pace con perequazioni e richiami dal congedo ma da quanro battaglioni si contrassero a trn. 1n definitiva si ebbe uno scombussolamento generale sia in patria sia nell'improvvi ato corpo di spedizione. È naturale che un'esigenza del genere, più o meno repentina e da risolvere entro ri tretti limiti di tempo, renda necessario attingere essenzialmente alla forza presente alle armi p r portare sul piede di guerra i reparti in partenza. con
p. 32.
"
. M,\NAUlDI op. cirara,
''
. MARSELLI , La villi del regg i111e1110,
,, F.
YALSECC I Il ,
USSME, Roma 1984, p. XVI.
e al/e<111W di Crimell ' cit. , p. 454 .
... C. MANFKEDI. op. citato. p. 32.
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conseguenti, ineluttabili movimenti perequativi, tuttavia sembra di gran lunga preferibile conservare l'inquadratura reggimentale originaria. In Francia, infatti, ognuno dei dodici reggimenti designati per l'impresa si ordinò su due battaglioni di guerra mantenendo la propria fisionomia . Ma c'é di peggio. Osservando il quadro di battaglia del corpo di spedizione si_ vede che stranamente i cinque reggimenti provvisori di fante1ia non erano comandati da colonnelli bensì da tenenti colonnelli, cioè eia ufficiali privi di dimestichezza col comando di reggimento in pace ·'1 . Francamente non si riesce a trovare una sp iegazione accettabi le a questo provvedimento. Si potrebbe osservare che, in fondo , non sembra che da tale situazione siano qerivate chiare deficienze del corpo di spedizione ed in effetti è cosi . Però esiste un più che plausibile motivo circa la mancata incidenza negativa dei rilievi formulati. La truppe sarde ebbero tempo sufficiente per amalgamarsi, non essendo state assillate da gravosi ed immediati impegni operativi ed il compito loro assegnato fu sostanzialmente difensivo. Inoltre, la scelta di La Mannora come comandante, se discutibile per l'abbandono ciel ministero della Guena a favore cli un'impresa dall'aspetto militare marginale , si dimostrò eccellente sul piano politico. Egli seppe conquistarsi una posizione autonoma, evitò di passare per il comandante di un contingente ausiliario, riuscì a dare risalto al buon comportamento delle truppe sarde. E, in proposito, possiamo aggiungere che l'affiatamento stabilitosi con i francesi, grazie anche al fatto che quasi tutti i piemontesi sapevano esprimersi in francese, condusse ad un giudizio complessivo più che favorevole da parte transalpina: «L'intimità era completa con i Sardi: tutti gli ufficiali piemontesi erano germogli di vecchie famiglie nobili , pieni di coraggio, educati e ricchi di tatto; i loro soldati, robusti montanari delle Alpi, erano svelti, vigorosi e cordiali ( ... ). I sentimenti di simpatia che avvicinarono i Francesi ai Sardi in Crimea furono uno dei fattori che intervennero a favore dell'intervento del 1859» 48 • Il valore della spedizione cli Crimea era politico. Quando Sebastopoli fu evacuata dai russi (8 settembre) e la flotta zarista ciel mar Nero distrutta (J.2 settembre), Vienna si vide completamente isolata. Ed il Piemonte ebbe a fruire di una posizione diplomatica ben differente da quella del momento in cui aveva aderito all'alleanza. Con una ultima mosa allora Vienna cercò di recuperare il terreno perduto: profilatasi per gli alleati la convenienza di trovare una via d'uscita onorevole da una situazione strategica che sembrava priva di ulteriori sbocchi, essa, d'accordo con la Francia, inoltrò alla Russia proposte di p ace.
" Ibidem, allegato n. 7. Soltanto il I O reggimento provvisorio, appartenente al.la brigata di riserva, era inizialmente comandato da un colonnello, che però in settembre fu sostituito con un tenente colonnello. " G. BAPST, Le marécha/ Canrobert, III vol., P lon, Pari s 1904, p. 156.
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ove non fossero tale accolte anche I' Au tria avrebbe dichiarato guerra. Il 16 febbraio 1856 venne firmato l'annistizio a Vienna. La campagna merita anche un altro commento prop1io per il suo carattere p litico. A ljve llo popolare, le notizie ui disagi e ul colera che mieteva vittime nei ranghi piemontesi non potevano ceno entu ia mare. A Iivello governativo era peggio ancora. Cavour visse quei mesi in un'alternanza di abbattimenti e di rinnovata fidllcia. Alle incertezze, inevitabili, sulla misura della partecipazione sarda al congresso de ll a pace, si univano le preoccupazioni per uu conflitto che si trascinava in un mare di discussioni ed in mezzo a pe anti perdite. Inoltre stava creandosi una delicatissima situazione abbisognevole di attento controllo. Cavour aveva suggeri to all'Inghilterra la creazione di una legione anglo-italiana a avara, col risultato di trovarsi in casa, alla frontiera con l'Au tria numero i esuli e volontari in armi, inclini a passare il Ticino alla prima occasione. Ma sopra ogni cosa C11vou.r attendeva feb brilmente un fatto d'armc che indicasse all'Europa la pre enza attiva dello truppe arde Il 14 agosto aveva sollecitato La Marmara: «( ... ) L'inazione del nostro corpo è certo co a lamentevole ( ... ) . Se ciò non accades. e ne ri ulterebbe nel Paese e for e in Europa un'impressione sfavorevole ed ingiusta» ' 9• Un pai.o di gi orni dopo nel combattimento della Ccmaja, per modesto epi odio che fo e, il contingente sardo i batté bene ed i comandanti al leati, Péli ier e Simp on, manife tarono il loro sincero apprezzamento. A Torino il sollievo fu enonne. Cavour ammise con L a Marmora che <<questa noti zia ha rialzato lo spirito pubblico ed ha riconciliato molta gente alla' politica de l rrattato» 50 • E Massimo d'Azeglio, da Parigi, seri ·se a Giovanni Durando, comandante della J• divisione in linea: «Dio v i benedica tutri (... ). Dio benedica da La Mamiora all'ultimo tamburino. on sapete (o forse lo sapete), che immenso bene avete fatto all 'Italia ( ... ). Ora almeno si è veduto a Parigi accanto ai grandi stendardi delle grosse nazioni , il nostro stendardino tricolorino a dar la u sventolatina anche lui( ...)»". Tuttavia a C. vour, che b n sapeva come in campo internazi onale pos a aver più peso il ac rifìcio di sangue che non la generica partecipazione, rima e il «vivissimo rammarico» dell'assenza piemontese all 'allacco decis ivo contro Sebastopoli. Secondo Romeo, Cavour, «al quale come presidente del con i-
" R. ROMEO. Cavour e il suo tempo cit. , 111 , p. 172. '° C.M. DE. Vr,con. Le carie di Giom1111i l{111:a cit., I , p. 389. " l.N E. Dt OLl'O, Sroria del Risorgime/1/o cii .. vm. p. 1023. D. Mack Smilh. riferendosi ad A. ORI ANI (Lo rivo/1u ideale, Bolognu 1912. p. l 29), ha così commentato i rifles ·i della spedizion~ di Crimea: «Si pol~ perfino credere che nell.1 gucrro di Crim ea fosse stato il corpo di sped iz.ion o italiano, forte di 10.000 uomin.i , a salvare Francia e ll1ghiherrra ed a sconfiggere i nis i» (Viuorio Ema11111.'ie Il. Laterza. Bari 1972). È una fom11ura, e non la sola. In reahà, Alfredo Oriaoi si espresse in tcnnini cosi vi ibilmente retorici. passionali e immaginifici che nessuno. pensiamo, può aver preso alla lettera le sue espressioni di nmsiasmo palriottico.
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glio, arebbe toccato di a icurare il coordi namento delle operaziooj militari con gli obiettivi politici della guerra», si trattenne dall'intetferirc nella condotta delle operazioni in parte per la fiduci·i riposta in La Ma1mora, in parte perché il concetto dell a upremazia del potere poJitjco in materia militare era appena agli albori in Piemonte. Pur concordando - è ovvio - sul principio generale, non sembra potesse essere applicato in quell e c ircostanze. Come poteva Cavour pensare di far valere la particolare esigenza politica in un teatro d'operazioni cosi lontano , senza nemmeno conoscere con esattezza la situazione locale? e com poteva imporre il proprio desiderio non a La Marmora ben i al comandanti in capo alJeati? Lo stesso re, con tutta la sua prerogativa regia aveva lasciato carta bianca al comandante del corpo di specliz.ione, il quale aveva ricevuto da Cavour, come uojca direttiva, un : «Arrangete».
Capitolo VIII PREMESSE DELLA NUOVA GUERRA D'INDIPENDENZA
1 . LE CONSEGUE ZE DEL CON GRESSO DI PMUGI
La fine della guerra di Crimea, determinata dall 'ultimafllm austriaco alla Russia, deluse Cavour. Il l 0 gennaio 1856 egli seri se a Emanuele d'Azeglio affinché,facesse capire ai ministri inglesi la necessità di aiutare il Piemonte in sede di trattative di pace: «Le Piémont, après avoir joué le role d'un niais dans la grande tutte qui aura cessé, perdra to111e action sur /'/talie, qui retombera,
partie dans le bras du parti révolution11aire, et partie s'abandon11era en désespoir de cause aux idées autriclziennes» 1• E a La Marmora scrisse: «La pace è deplorevole per noi. e sono desol ato ma, oon potendo impedirla , bisogna accettarla e cercare di trarre tutto il partito possibile dal la cattiva posizione in cui ci ha cacciato quella astuta comare dell'Austria( ... )» ' . La situazione non gli i presentava in colori molto rosei. Te meva che l'Au tria avrebbe saputo sfruttare al m imo il suo recentissimo vantaggio· du bitava in un vero impegno inglese a favore della Sardegna, nonostante la benevolenza uffic iale; sapeva che il conte Walewski , ministro degli Esteri francese, prestava volentieri orecchio alle simpatie au striache del Quai d'Orsay. Però ricordava le parole con le quali apoleone m l'aveva congedato al tem1ine del viaggio compi uto con Vittorio Emanuele II a Parigi ed a Londra, nel dicembre precede nte : «Ecrivez confidentie!lemenr à Walewski ce qu e vous croyez que je puisse fai re pour le Piémont et /'Itali e>) aveva detto l'imperatore\ Gli inizi del congres o non furono promellenri. Massimo d'Azeglio plenipotenziario del regno di Sardegna, quando si accorse di non esser messo alla pari con i rappresentanti delle altre Potenze, protestò con Torino, initato per non e ser stato informato del le difficoltà che avrebbe incontrato, e si tirò indietro, co icché Cavour partì per sostitu irlo personalmente ". Una volta sul po to si accorse che molti suoi timori erano e agerati. Era tato abili imo nel presentare a Walewski un memorandum tanto moderato da non poter non riuscire gradito: considerato il gran servigio reso dall'Austria all'Europa, aveva scrillo si rendeva conto che purtroppo non era il caso di chiederle alcun acrificio ter' Cavour a E. d 'Azeg li o in d~to l. 1. l 856, in A. 0MODf0, L'opera politica cit., p. 31 1. ' Cavour a La Marmara in dolo 21. 1.1856, in D. MACK SMtn,. Il Rixorgi111 , ,110 ci t., p. 38 I. ' In A. ÙMOOEO, L'opera politica ciL , p. 3 1o. ' «Parta lei - gli scrisse Villorio Emanuel e 11 - caro come, e. con i suoi lumi e il suo coraggio ~o li Lo, ccrch.i di fare quello che potrà.
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ritoriale. Tuuavia in altri scltori qu alcosa le si poteva chiedere, come di togliere i seq uestri e di far cessare il regime mi litare in Lombardia, nonché di realizzare il coJlegarnento - già sanzionato in convenzìonj ufficiali - fra la rete ferroviaria della Lombardia e quella del Piemonte. Le Potenze avrebbero poi dovuto rivolgere un'energica protesta alla corte di NapoJi affinché abbandonasse quell'odio o modo di governare e rispettasse le leggi della giu tizia e dell'umanità. Quanto alle Legazioni, di fatto sotto il controllo militare austriaco, Cavour suggeriva di provocare una radicale riforma amministrativa, ponendole sotto il duca di Modena o il granduca di Toscana e, naturalmente, compensando il Piemonte con un rimaneggiamento territoriale. 1n os tan za, il Piemonte segL1iva una linea di condo ta aliena sia dalla rivoluzione ia dalla reazione, I'Au tria inve e provocava l'esasperazione rivoluzionaria. Era dunque interesse di tutti agise su ll'AustTia 5• A Pa rigi Ca vour constatò anzitu rr.o la po s ibi li tà d i cavalcare il Wal ewski: «Walewski est !10/re ennemi décla ré - scrisse al Cibrario, rninisLTO degli Esteri, rimasto a Torino -. nous sommes aurorisés par conséquent à lui /aire une rude guerre)> 6 : Sicuro dell'appoggio dell'imperaLOre, si adoperò allora per isolare l'Austria, così tem uta prima di lascim·e Torino: «Il fa w au moins obtenir pour résultat que /'Austriche soir détestée de tout le monde. Cette hai ne uni 11erse//e portera ses fruits un jour ou l'autre» 1 • Il trattato di pace fu fi miato il 30 marzo ed ignorò il problema italiano. Ma 1'8 aprile Francia e Inghilterra final mente mantennero le promesse e posero sul tappeto la situazione della penisola, r imarcando l' influenza che la febbre italiana aveva o poteva avere sui movimenti rivoluzionari europei. Su ordine di Napoleone 111, Walewski auspicò il ritiro delle tsuppe francesi ed austriache dagli Stati pontifici e si chie e «se non sia augurabile che talun i Governi della peni ola itali ana, con atti di clemenza bene intesi o col richiamare ad essi gli an imi smarriti e non pervertiti, mettano fine ad un sistem a che va direttamente contro il suo scopo, e che, invece di colpire i nemici dell'ordine pubbli o, ha per effetto cli indebo li re i Govern i e di fornire i partigiani della demagogia». E, tanto per non lasciare dubbi indicò la «fa! a strada» presa dal governo napoletano. Clarendon dal canto suo, affermò di ritenere «che l'amministraz ione degli tati Romani presenti tali inconvenienti da cui po . ono nascere pericoli , che il Congresso ha il diritto di procurarne l'allontanamento e che, trnscurandoli sarebbe lo stesso che lavorare a profitto della rivoluzione che rutti i Governi condannano e voglion prevenire». Quanto al regno di Napoli, era anch'egli d'avvi so che nessun governo ave se il diritto di intervenire negli affari interni ' N. BtAN 111, Sroria diplomatica cit.. VTT. pp. 562-567. • Cavour a Cibrario in data 25.3.1856 in A. OMOOEO, l 'opera politica cii.. p. 3 18. ' Ibidem.
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di altro Stato, «ma crede che vi siano casi in cui un'eccezione a questa regola diviene un diritto e un dovere; e il Governo di apoli gli sembra aver conferito questo di1itto e imposto questo dovere all'Europa, e ( ... ) si deve alzar la voce contro un istema che mantiene nelle masse l'effervescenza rivoluzionaria, in luogo di cercare di pacificarla». Ce n'era abbastanza per indurre Cavour a Limitarsi a «segnalare che la presenza delle truppe austriache nelle Legazioni e nel Ducato di Parma distrugge l'equilibrio politico in Italia e costituisce per la Sardegna un vero pericolo». Di fronte a siffatta levata di scudi, palesemente rivo lta contro l'influenza austriaca nella penisola , Buoi replicò seccamente che scopo del congresso era quello di risolvere i problemi del Levimte e non altro, perciò credeva «di doversi astene re dall'entrare nell'ordine di idee abbordate dal primo plenipotenziario della Gran Bretagna, e dal dare spiegazioni circa la durata dell'occupazione degli Stati Romani da parte delle truppe austriache, pur associandosi pienamente alle parole pronunciate dal primo plenipotenziario della Francia su q uesto argomento» 8• In definitiva, il risultato pratico della conferenza fu nullo a paite la soddi sfazione morale concessa al Piemonte, però le sue conseguenze saranno rilevanti, anche se nessuno sul momento lo percepì. Per la prima volta in un congresso si era biasimato senza mezzi tennini un governo reale (Napoli) e condannato un governo clericale (Roma), e per la prima volta ammonito che l'Italia non poteva considerarsi esclusiva zona di influenza austriaca. A Cavour bruciava tornare a Torino senza qualcosa di concreto, e nel suo affanno cercò addirittura di forzare la mano all'Inghilterra, per proprio conto scontenta della Pace risoltasi ad essenziale prestigio della Francia napoleonica, spingendola verso un'ipotesi di guerra contro 1'Austria. Si recò eia Clarendon e lo prese cli petto: «Vo11s avez da voir que je ne suis ni ba vard ni imprudent. Ainsi je pense qu'il faut attendre le momenl opportun; mais en me.me temps qu'i/ fau/ avoir un but précis pour bie11 diriger nofre marche politique. La guerre ne m'ejfraye pas. Nous serions décidés à la fa ire à outrance , to the knife. D'ailleurs pour peu qu'elle duràt vous seriez forc és de nous aider». Clarendon annuì , sembra, con calore, e Cavour rincarò: «Avec Lamarmora nous donneronsfièremenl dufìl à retordre aux Austrichiens». Al che Clarendon assenti: «Oui, oui: j'en suis certain» e lasciò nel suo interlocutore la netta sensazione di vedere di buon occhio «la terza riscossa» 9 •
'"' Dal prolocolJo XXII della sed uta dell"8.4. J 856. in E. ANCHIERl, Anrologio ci!., pp. 82-85. (''' Cavour a E. d ' Azeglio i.n data 11.4.1856, in A. OMOIJEO, L' opera politica ci!. , p. 326-327. Più tardi , nel 1862. Clarcndo n amm ise di aver manifestato «si mpatie per l'Italia e disgusto per la brutalità degli austriaci», ma negò di aver dato corda a Cavour: «(. ..) è asso lutamente fa[,;o che io gli abbia mai detto o lo abbia indotto a pensare che noi andremmo in aiuto del Piemon te se questo dic h iarasse g ue rra ali ' Austria, in q uanto , anche se non fossi stato certo d i una sconfitta senza scampo del Piemonte in una battaglia c li e lo vedesse solo conto I ' AustJ·ia, non avrei mai pensato di
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E la sensazione di Cavour fu tale che, convintosi che la cosa avrebbe pienamente risposto agli interessi britannici informò Rattazzi in tono euforico che l'Inghilterra avrebbe certamente visto con piacere «l'opportunità di una guerra cotanto popolare come quella avente per i. copo la liberazione d'italia. Perché adunque non approfittare di que ta disposizione e tentare uno sforzo supremo per compiere i destini della Casa di Savoia e del no tro pae e?». Naturalmente, trattandosi di questione delicatiss ima, sarebbe stato bene andare a Londra a parlare con i principali uomini politici ingle i. Se l'orientamento generale fosse tato in sintoni a con il pensiero di Clarendon, «bisogna prepararsi quetamente, fare l'i mprestito di 30.000.000 w ed al ritorno di La Marmora dare all'A ustria un u/rimatum ch'essa non possa accettare e cominciare la guerra. L'imperatore non può essere contrario a questa guerra; la desidera nell'intimo del cuore. Ci aiuterà di certo ·e vede l'lnghilterra decisa a entrare nella Lizza» ". Cavour dava libero fogo alla fanta ia. Clarendon aveva ascoltato i suoi discorsi con piacere, ma senza ravvisarli di «indole abbastanza pratica per fame argomento di corri. pondenza col governo dell a Regina». Ed aveva consigliato Cavour di parlare dell'argomento con Vittoria, ben sapendo che un soggetto del genere a Londra sarebbe dovuto passare per una lunga trafila di approvazione po li tica. Sta di fatto che Clarendon per quanto il 13 aprile, al pranzo del principe apoleone, avesse detto «schiettamente che [il Piemonte] poteva essere condotto a dichiarare la guerra all'Austria e che in questo caso sarebbe stata una necessità l'assumere le ue parti» '2, non si fece scrupolo di appoggiare gli sforzi di Buoi per un patto egreto tra Pari gi, Londra e Vienna, con il quale ogni infrazione al trattato di Parigi, testè fumato, avrebbe avuto carattere di casus belli. Il patto venne stipu lato il 15 aprile, all'insaputa di tutti i plenipotenziari. Ignorando la cosa, Cavour si recò a Londra pieno di peranze e vi trovò corte ·ia formale e indifferenza so tanziale. Cordialilà e simpatia che non trovavano alcun riscontro i11 ede politica. Per di più, Clarendon, rientrato in patri a, approfittò dei molteplici contatti presi da Cavour anche con i conservatori , per mostrari alquanto risentito delle iniziative giudicate fuori luogo 13 • Insomma, Cavour i rese conto di av r pre o un gro o abbaglio nel fidare nell 'appoggio inglese. Per lu i fu «una Villafranca avant /ettre» 1•1• E, come se non bastasse, nel viaggio di ritorno, si ebbe a Parigi un freddo rimarco da Walewski.
impegnare il govemo inglese in un'impresa simi le. senza istru1.ioni, o anche con is1ruzioni» (D. MACK SMITII. Il {(isorgime11ro cit.. p. 388). "' ' Si Lra tlava di un presti to di 30 mi li oni i11 o ro in discuss ione in Parlamento nel gennaio 1856, in vista di un pos ibile prolungamen10 della guerra in Crimea. "" a.vour a Ranazzi in data 12.4.1856, in A. MOUEO, l 'OJlera pofirica ci t. , p. 328. "'' Ibidem, p. 329. "'' Cavour a E. d'Azeglio in data 9.5. 1856. in D. MACI( SMITH, // Risorgimento cit.. pp. 390-391 . ' " ' A . Ot.toUEO, l'opera politica
cii., p. 332.
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Il 6 maggio Cavour riferì alla Camera il risultato del congresso. Parlò in termini chiari, con grande franchezza, al duplice scopo di vincere una battaglia di politica interna e di tener viva la campagna in politica estera: «( ... ) Rispetto alla questione italiana, non si é, per vero, arrivati a gran risultati posi tivi ; tuttavia s i sono guadagnate, a mio parere, due cose: la prima che la condizione anomala ed infelice dell'Italia è stata denunciata all'Europa non già da demagoghi, da rivoluzionari esaltati , da giornalisti appassionati, da uomini di partito, ma bensi da rappresentanti delle primarie Potenze dell'Europa, da statisti che seggono a capo dei loro Governi , da uomini insigni avvezzi a consultare assai più la voce della ragione che a seguire gli impulsi del cuore. (... ) Il secondo (fatto] si è che quelle stesse potenze hanno dichiarato esser necessario, non solo nell'interesse dell'Italia, ma in un interesse europeo, di arrecare ai mali d'Italia un qualche
rimedio <r-l· ( .. .) Egli è sicuro, o signori, che le negoziazioni di Parigi non hanno migliorato i nostri rapporti con l'Austria. Noi dobbiamo confessare che i plenipotenziari ddl' Austria e della Sardegna ( ... ) si sono separati senza ire personali ( ... ) ma con l'intima convinzione essere la politica dei due paesi più lontana che mai dal mettersi d'accordo, essere inconciliabili i principi dell'una e dall'altra parte propugnati. Questo fatto, o signori, è grave, non conviene nasconderlo; questo fatto non può dar luogo a difficoltà, può suscitare pericoli, ma è una conseguenza inevitabile, fatale di quel sistema leale, liberale, deciso che il Re Vittorio Emanuele inaugurava salendo al trono, di cui il Governo del Re ha cercato di farsi interprete, al quale voi avete sempre prestato fermo valido appoggio. La via che abbiamo segui to in questi ultimi anni ci ha condotti ad un gran passo: per la prima volta nella storia la questione italiana è stata portata e di scussa avanti ad un Congresso europeo, non come le altre volte ( ... ) ma col! ' intenzione altamente manifestata di arrecare alle sue piaghe un qualche rimedio, nel dichiarare altamente la simpatia che sentivano per essa le grandi nazioni: Terminato il Congresso, la causa d'Italia è portata ora al tribunale della pubblica opinione, a quel tribun ale al quale, a seconda del detto memorabile dell'[mperatore dei Francesi, spella l'ultima sentenza, la vittoria definitiva. La lite potrà essere lunga, le peripezie saranno forse molte; ma noi , fidenti nell a giustizia della nostra causa, aspettiamo con fiducia l'esito finale »".
Per quanto il tono fosse pacato, l'impressione suscitato dal discorso fu sconvolgente. Cavour aveva parlato semplicemente dell'inconciliabilità delle politiche piemontese ed austriaca, su cui il tribunale della pubblica opinione si sarebbe espresso, ma era ovvio che indicava nuovamente all'Europa l'Austria come colpevole dell condizioni in cui versava l'Italia e che si riteneva sicuro dell'appoggio di Napoleone III. «L'assemb lea si sentì alla vigilia della guerra. li Valerio ed il Revel si dichiarono pronti a votare tutti i crediti per la difesa del paese, un brivido simile a quello del 1848 scosse gli animi » 16 • Adesso Cavour era soddisfatto. Aveva scosso nuovamente e con più forza l'attenzione europea, evitando che si spengesse sulla scia del congresso. Aveva fatto capire che ormai il Piemonte si sentiva in diritto di parlare a voce alta. È a questo punto che, nonostante i seccati commenti di Parigi e di Londra e le recriminazioni di Vienna, Cavour cominciò davvero a lavorare per la " In E. ANCHIERI , Antologia cit. , pp. 91-92. "·A. OMODEO, L'opera polilica cit, p. 343.
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seconda guerra d'indipendenza. Ed il Parlamento, convinto della bontà dei suoi metodi, accetterà il gro. so programma ministeriale del 1857 cli investimenti, di lavori pubblici, di riforme economiche di misure militari. E nel contempo gli «i talianissimi )), cioè g li immigrati politici schierati si dietro il programma politico di Manin, avevano dato vita aUa «Società Nazionale», fiduciosa in Casa Savoia, nell'armata sarda e nella linea politica piemontese, ammettendo la posibilità di annessioni parziali ed in succ ssione di tempi, senza compromeuerc fonnalmente il gove rno di Torino nel di segno dell 'unificazione. Tal e collaborazione, non impegnativa per il Piemonte per ponderati motivi di cautela diplomatica, ed anche per una buona dose di cettici mo, era staia accettata da Cavour con parole molto sincer : «Ho fede che J'ltalia diventerà uno Stato solo e che avrà Roma per sua cap itale; ma ignoro ·'essa sia di sposta a questa grande tra formazione, non conoscendo punto le altre provincie d'Italia. Sono mini. rro del re di Sardegna, e non posso, né debbo dire o far cosa che comprometta avanti tempo la dinastia. Faccia la Società Nazionale: se gli Italiani si mostreranno maturi per l'un ità, io ho speranza che l'opportunità non si far lungamente attendere; ma badi che de' miei amici poli tici nessuno crede alla possibilità dell'impresa( ... )» 17 È chiaro che per Cavour l'unità d'Itali a doveva e sere raggiunta a tappe. A riprova di ciò sta non tanto il suo commento u Manin - «È emprc un po' utopi ca; non ha dismes o l'idea di una guerra schiettiimcnte popolare (... ), vuole l'unità d'Italia ed altre corbellerie»" - quanto le implicite direttive di massima che impartì al Villamarina in merito aUa v ntilata so ·tituzione di Ferdinando li di Borbone a apoli con il principe Murat, secondogenito di re Gioachino: «La soluzione murattiana non ci piace; tuttavia, se la Francia la favoris ce se essa entra nella opinione dell'impresa, non faremo nulla che possa esserle ostile. Murat insediato a apoli da apoleone significa prima o poi guerra all'Au tria; è la soluzione pratica della questione italiana. Da questo punto di vista, non so lo noi non la respingiamo, ma iamo pronti ad appoggiarla» '~. Insomma, per Cavour la « oluzione pratica» ignificava un grosso regno dell'AJta Italia, con venlllalmente le Romagne e for la Toscana. I «tempi,>» successivi (cioè Stati della Chiesa Napoli e Sicilia) naturalmenre erano ancora in mente Dei. Alla fine del 1856 l'Austria seguendo i pressanti consigli dell'Inghilterra, si delcnninò a migliorare l'azjonc di governo nel Lombardo-Veneto: pro. ciolse dal seque trn i beni degli esu li e cond onò la pena ai condannati politici. Contemporaneamente all'annuncio di questi provvedim e nti , Fran cesco Giuseppe e l'imperatrice Elisabetta arrivarono in Italia per un viaggio mirante a riconciliar alla Corona le provincie italiane, ma fu un tentativo steri le. Se le
" G. LA FARINA, Scri11i politici, Il. pp. 494-495, in A. OMODEO, L'opera politica cit. , p. 370. " Cavour a Rattazzi in data 12.4.1 856, in D. MACK SM1T11 . I/ Risorgi111e1110 ci t., p. 387. " Cavour a Villamarina in data 5.9. I 856, ibidem , p. 309.
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masse popolari rima ero sostanzialmente silenzios e fredde, l'aristocrazia un contegno addirittura provoca1orio. A Venezia l' alta ocietà boicottò il ricevimento ufficiale. A Verona, ede del Quartier Generale di Radetzky. le nobildonne che non riuscirono_a sottrarsi agli inviti parlarono solo in italiano, dichiarando di non conoscere altra lingua. A Bre eia le accog lien ze furono «cordiali da parte della plebaglia e dei contadini ma molto fredde da parte dell'aristocrazia», testimoniò il principe Alessandro d'A '. ia. A Milano fu anche peggio : il ballo di corte in programma venne ' O peso perché si videro disponibili appena una ventina di ignore di tutta l'alta società; in occasione dello spellacolo di gala alla Scala, in onore della coppia imperia1 , i palçhi dei nobili erano o cupati dai domestici; la contessa Litta, attesa al ricev imento ufficiale, declinò l' inv ito ed alla stessa ora si fece vedere al Corso in un tiro a quattro; il conte Lilla, invitato perentoriament ad un pranzo a Corte, obbedì ma subito dopo partì con la moglie per la campagna, per non dover subire un secondo inviro. Da Torino , poi, arrivavano all e nobildonne milanesi letl re anonime con l'avvertimento che, ove si fos. ero pre entale a Corte, i giornali piemontesi avrebbero ruccomato i 1 ro egrcli amorosi. all'occorrenza anche inventati. In siffatto clima a poco giovò una certa svolta impressa all a polìtica lino allora seguita da Vienna. Il governo civile e militare del Lombardo-Veneto era ancora nelle man i del feldmarc ciallo Radetzky. Per togliere un certo significato di regime d'occupa1.ione, il l O marzo 1857 Francesco Giu eppe nominò il fratello. arciduca Massimiliano viceré e governatore civile del regno e di ·pose il ripristino delle congregazioni centrali della Lombardia e del Veneto. Inoltre il novantenne feldm aresciallo, he all'imperatore era appar o «teITibihnente cambiato e rimbecillito>> , venne sostituito come governatore militare dal feldzeugmeister Gyulai. Radetzky, offeso e sconvolto per l'esonero, commentò con amarezza di essere stato bullato «come un limone spremuto» e si fece radere i baffi per mostrare di non essere più consid rato un combattent 20 . lntanto, lo stesso giorno dell'ingres. o della coppia imperiale in Milano, il munjcipio di Torino del iberò sull'erezione del monumento offerto dai milanesi all 'am1ata arda. E la stampa pi montese non trala ciò di ber agliare Francesco Giuseppe. Alle rimostranze di Buol del 10 febbraio, Cavour replicò che il gabinetto sardo intendeva rispettar l'autonomia del municipio di Torino e la 0 enerosi tà dei milanesi; tutt'al più avrebbe evitato che sul monumento una scritta indicasse trallarsi di un dono di sudditi au triaci. aturalmente la polemica salì ben presto di tono. TI 14 marzo Jla Camera Cavour i espresse con molta vivacità sulla bandiera nazionale, affemrnndo che le gloriose tradi7.ioni del ve sillo
" Dinrio e lcnere d~ I pri nc ipe d'Assia, in E. ORTI, La /f/,/J;<'dia di 1,·e Imperi, Moncladori. Milano 1951 . pp. 113-11 7. fr. F. HERRE, Francesco Giuseppe. Riz.zoJi, Milano 198 1, pp. 140-142.
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LA SECONDA GUERRA
o·r
DIPEN DENZA
azzurro di casa Savoia si univano alle nuove speranze del tricolore, peranze ovviamente di libertà e di ind ipendenza dell'ltalia. Nel pomeriggio del 22 marzo il conte Paar, incaricato d'affari austriaco, paitecipò il proprio richi amo a Vienna. Curò è vero, di ridurre la portata del provvedimento, spiegandolo come ernplice e pres ione di scontento, che sarebbe cad uto non appena il governo sardo aves e fornito al governo austriaco le richieste spiegazioni. Cavour replicò tranquillamente di non aver spi egazioni da dare e la Gazzetta Piemontese del 23 comunicò, senza commenti, il richiamo del marchese Cantano incaricato sardo, da Vienna. La rottura delle relazioni diplomatiche fra Austria e Sardegna preoccupò la Francia e l'Inghilterra. Walewski osse rvò all'amba ciatore inglese Cowiey che Cavour stava conducendo un gioco pericoloso, che il suo obiettivo era quello di provocare una guerra europea a profitto dell'Italia e che non si poteva indov inare quello che poteva accedere. «Sfortunatemente l'Austria con la ua sciocca condotta sta facendo il gioco di Cavour» 21• Nacque allora l'idea di una mossa anglo-francese per ottenere dalla Sardegna una dichiarazione di rispetto dei trattati che potes e calmare l'Austria, ma non trovò egui to concreto. Co111e si è accennato, ormai Cavour riponev a ogni su a speranza in Napoleone li. Comprendeva appieno che il problema itali ano, di cui il Piemonte era diventato il simbolo, poteva trovare l'assetto auspicato ·oltanto attraverso il gioco delle grandi Potenze. 11 Piemonte da solo non avr bbe potuto nè dovuto dar corso ad iniziative militari contro l'Austria, sia per l'eccessivo divario di potenzialità bellica, sia perché il congresso di Parigi aveva determi nato una nuova situazione di equi li brio, non molto tatico per la verità, che qua i nes uno aveva voglia di turbare. Quasi nessuno. Uno, infatti, c'era: Napoleone Ill , nel quale (<premesse ideologiche cd esigenze realistiche contrastano in perenne contraddizione»' 2 , con il noto disastroso risultato finale. Il congresso di Parigi aveva mostrato in I apoleone il protagonista della politica internazionale. Un protagonista che puntava essenzialmente su due carte l'avvicinamento franco-britannico ed il di tacco austro-ru so; che aveva un obietti vo preciso. l'abbattimento del si tem a polirico impernialo sull 'Au tria; che era conscio dell'esi tenza di una grande incognita, il comportamento della confederazione germanica ed in pecial modo della Prussia. Per l'appunto la questione ital iana raccoglieva tutti i motivi dell'indirizzo napoleonico: la comp leta revisione dell'ordinamento del 18 lS, un colpo mortale all'influenza austriaca in '' Cowley a Clarendon in data 20.3.1857, in G. Ù IARRI ZZO, Le relazioni diplomariche frn la Gran Uretaf1/1a e il regno di Sardegna (in ,eg uito. Gran Bretagna e Sardegna). vol. Vl Roma 1962, pp. 411-412. Il 24 mano Hilbner annotò nel ~uo diario: «Stamauina da Cowley, il quale mi dice, co n rag ione, ct,e Cavour vuole la rottura. È una cosa che sallll agli occhi, ma a Vienna non lo vogliono capire» (J . HOB ER, Nm•e an11i cii., p. 443). " F. VAt.SEC "Hl, Italici ed Europa nel i 859. Le Monnier, Firenze I 965, p. 50.
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Italia ed in Germania, la sostituzione dell'egemonia francese a quella austriaca nella penisola. Tuttavia la diplomazia europea, una volta firmata la pace, lasciava scorgere più di un cambiamento di rotta. 11 governo inglese non aveva ttlcuna intenzione di veder nascere nuove complicazioni internazionali. Il fatto che l'espansionismo russo fosse stato bloccato non poteva valere per sempre, quindi nella politica orientale britannica esistevano molti punti cli contatto con quella austriaca. Ma allora non conveniva osteggiare oltre misura l'Austria in Italia, in pruticolare se da ciò fosse derivato un vantaggio francese. Insomma, Londra intendeva conservare l'equilibrio raggiunto e tale orientamento incrinò la recente,entente con la Francia, ben poco rassegnata all'immobilismo e proprio per questo propensa a nuove simpatie verso la Russia . La Russia esercitava una forte attrazione su Napoleone III, non foss 'altro per ragioni di geografia politica, ed il profondo solco scavato dalla guerra di Crimea fra Pietroburgo e Vienna agevolava grandemente il suo proposito di attirare lo zar nell'intesa anglo-francese. D'altronde la Russia, già durante la campagna si era resa conto dei vantaggi di una futura alleanza con la Francia, che l'avrebbe, per giunta, vendicata dall'ingratitudine austriaca. Più che comprensibili, dunque, le direttive che Gorcakov imprutì al conte Kisselev, ambasciatore a Parigi, nell'agosto 1856: soltanto la Francia presentava i requisiti per una buona alleanza, perciò si poteva lasciarle mano libera in Italia, Savoia e Nizza; se l'impegno in Italia avesse condotto ad una guena contro l'Austria, la Russia nulla avrebbe fatto per impedirla; se l'imperatore pensava al confine del Reno, la Russia si sarebbe J imitata ad off1ire i suoi buoni uffici alla Prussia e nulla più. Ed un'intesa verbale in questo senso venne stabilita nel settembre del 1857, quando .i due imperatori, accompagnati dai rispettivi ministri degli Esteri, si incontrarono a Stuttgart v_ Poi c'era la Prussia, alla quale guardavano con diversa attenzione Inghilterra, Austria e Francia. La prima vedeva che, tutto sommato, la Prussia si presentava come neutrale negli antagonismi in corso di evoluzione, e questo la rendeva gradita. La seconda si sentiva isolata e sapeva che il mancato rinnovo, nel l 857, dell'alleanza stretta in occasione del conflitto d'Oriente era dovuto all'insoddisfazione prussiana per il persistente diniego austriaco alla parità giuri dica e reale delle due Potenze nella Confederazione germanica; un'insoddisfazione tanto viva ed evidente che il rappresentante austriaco a Francofo11e rife1ì a Buoi: «I nostri rappo11i con la Prussia hanno raggiunto un tale grado di tensione, che minaccia di scoppiare in ape11a ostilità, se non si viene ad un accordo. La Prussia si è schierata con i nostri avversari in tutte le questioni europee; e nello stesso tempo ci fa aperta guerra in Germania e nella Confederazione. Come principale promotore di questa politica, lo dico con dispiacere, devo designare il , , F.
VALS ECCHI ,
Italia ed Europa
CÌL..
pp. 62-63.
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signor di Bi marcio> ~·- Tn definitiva, pur valutando il peso che la Pru, sia avrebbe potuto gettare sulla bilancia mettendosi a fianco dell'Ausnia, la Francia sembrò in UJl primo tempo sufficientemente tranquillizzata dalla garanzia russa.
2.
LA PREPARAZIOt E DLPLOMATICA
Mentre lentamente stava d ipanandosi, la diplomazia di Cavour ricevette due olpi, uno peggiore dell'altro. A fine giugno 1857 Mazzini ebbe una nuova infelice iniziativa insunezionale: l'irriflessiva spedizione di Pisacane e l'assurdo moto di Genova. Da Parigi piovvero rimbrotti e consigli. Walcwski protestò per l'eccessiva libertà lasciata agi i esuli, per l'indulgenza nei confronti della stam pa e per l' ineffi cienza della polizia. Napoleone fece sapere a Cavour che doveva stare più attento nei confronti di Mazzini e dei mazziniani, ammonendo: «Mais ilfaut savoir attendre (. . .). Vous e/es devenus una grande puissance: il faut comter avec vo11s, et vm,s avez un bien beau ròle à joue1: (. . .) je n'aime pas la polirique tortue11se, je vais droit au but» ,;. Il secondo colpo fu l' attentato di Fe lice Orsini d 1 14 gennaio 1558. ,<Po11n 111 que 11e soient pas des italiens!» e ]amò Cavour non appena rie vette notizia del gravissimo episodio. immaginando sia la reazione francese sia il rafforzamento della posizione politica austriaca a Parigi. Inevitabile e significativa la nota di Walcw ki, che approfittò del momento per tornare sulla richiesta già da tempo avanzata di meglio controllare gli esu li e di ridurre la libertà di stampa. Cavour cercò dapprima di temporeggiare per non aver l'aria di cedere alle pressioni francesi . Senonché iI generale Della Rocca, aiutante di campo di Vittorio Emanuele Il, incaricato di portare a Napoleone i rallegramenti p r lo scampato pericolo, riferl eh l'i mperatore era stato più che espli cito: «lo dico dunque al Piemonte: amo il vostro Paese (... ), ho una grande simpatia (.. .) per la causa che rappresenta l'Italia; ma e non si fa null a ... ) la mia amicizia si intiepidirà ed io arò co tretto a legarmi strettamente con l'Austria. Che succederà allora al Pi emonte? Pensateci seriamente. Siate per ·uasi che il vostro unico alleato sono io. on immaginerete di pot r contare sull'aiuto dell'Inghilte1Ta? Che cosa vi può dare l'Inghilterra? Del demu·o, forse, ma non un solo uomo. Bisogna scegliere fra l'Inghilterra e la Francia e la. celta non può e sere dubbiosa.». E dopo qualche parola di persuasione, un'oscura minaccia: «Non ho che da alzare un dito, ed il mio esercito e la Francia intera marceranno con gioia contro quello che io indicherò come il rifugio degli assassini»"'. ' ' Rechherg a Buoi in data 27. I. I 858, in F. VAI.SECCHI, Italia ed E11ropa cii., pp. 71-72. " Il carte gio Cavo11r-Nigra dal 1858 al 1861. Za nichelli. Bologna 1926, I, p. 45 . 11' Della Rocca a Vì1torio Emanuele li in data 5.2.1858, in F. VAL~ ECCHI, La politica europea e lo preparazione dipluma1ica della seconda guerra per l'i11dipe11de11:a i,a/ia11a (1857-1859), C.E.U.M .. Milantl 1951, p. 30-31.
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li Villamarina, a ruota, confermò il discorso, riportando le parole esatte di Napoleone: «( ... ) vedimno tra noi e con franchezza in quale po.~izione si troverebbe la Sardegna. Ci sono due ipotesi. O essere con me o contro di me. Non dovete farvi illusioni, il vostro vero appoggio è la Francia. Per essere con me, dunque, è indispensabile che acconsentiate a fare ciò che vi ho fatto chiedere, altrimenti sarete contro di me. Quali sono i vantaggi reali che può offrirvi l'alle,mza inglese? Nessun appoggio male1iale, questo è evidente (... ). Aggiungete che, iJ1 quest'ultima ipotesi, io sarei indollo, mio malgrado, a coniare sull'appoggio dell'Aus tria e che, una volta entrato in quest'orbita, dovrei rinunciare necessariamente a tutto quelJo cbe è stato finora i I sogno del mio pensiero e il desiderio del mio cuore. lo, che ho sempre voluto la felicità e l'indipendenza deH'Itali'a, sarei costretto ad allearmi ad un governo per il quale ho sempre provato, e provo tuttora, la più viva repugnanza» " . Vittorio Emanuele Il aveva molti difetti, ma certamente non quello di non saper dire pane al pane e vino al vino. Rispose personalmente al Della Rocca: «La vostra l.ettera lascia scorgere nelle parole dell'imperatore. che mi 1ife1ite, qualcosa che assomiglia a un rimprovero e a una minaccia: cose cui non sono affatto abituato. Soprattutto quando l'imperatore parla di unirsi ali' Austria, se noi non ci rassegnamo subito ad eseguire la sua volontà. La cosa mi pare un po' forte, Lanlo più che né io né il mio paese meritiamo nulla di simile ( ... )». Proseguì smentendo le voci di un'alleanza anglo-piemontese, ricordando l'affetto e la simpatia sempre dimostrati all'imperatore e spiegando non essere proprio il caso di usare in Piemonte mezzi repressivi sicuramente controproducenti per entrambi. Poi concluse rudemente: «Non fate l'imbecille, caro Generale: ditegli tutto questo eia parte mia; e, se le parole che voi trasmettete sono quelle testuali dell'Imperatore, ditegli che non si tratta così un fedele alleato; che io non ho mai sopportato violenze da nessuno (... ); che da ottocentocinquant'anni noi portiamo la testa alta e che nessuno ce la farà abbassare. E che con tutto questo non desidero altro che essere suo amico» " . Della Rocca non fece «l'imbec ille» , Napoleone III non prese a male la «tirata» cli Vittorio Emanuele, Cavour presentò alla Camera un progetto cli legge che precisava l'apologia di reato per attentati politici ed aumentava la pena per le cospirazioni contro capi di Stato stranieri. La discussione parla" Villamarina a Cavour in data 6.2.1858 , in D. MACK SMITH , Il Risorgimento cit., pp. 438 419 . Il 27 gen naio ebbe luo go alle Tuileri es un grande pranzo jn onore del principe di Liechtenste in. «Quesro banchetto, di caranerc ripicamentc austrjaco, è destinato a porre fine , per qualche tempo, al malumore fra le coni di Vienna e di Parigi» (J. HOBNER, Nove a1111i cit. , p. 508). In quell'occasione Napoleone, per la prima volta dall 'ottobre J 856, rivolse la parola all 'ambascia1.ore austriaco. " Vittorio Emanuele Il a Della Rocca in dal 9.2.1858, in F. VAI.SECCMI, La politica europea cii., pp. 32-33. Della Rocca spiegò <:he, su precise istruzioni di Vimorio Emanuele, doveva con una certa ritrosia «commeuere l'imprudenza» di far leggere questa lettera all'imperatore e commentò che la piccola commedia ebbe i risultati voluti (E. DELLA ROCCA, Autobiografia cit. , p. 39 1).
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mentare impegnò a fondo Cavour, che il 16 aprile prese la parola e sostenne con forza la necessità di conservare le alleanze faticosamente guadagnate, di saper fare le giuste concessioni alle pressioni e frenare gli estremismi solo capaci di compromettere i risultati conseguiti 29• L'ambasciatore francese, La Tour d'Auvergne, riferì a Parigi: «Il discorso di Cavour ha prodotto nella Camera un effetto immenso». Tanto immenso che, non appena conosciuto a Vienna, Buoi riconobbe l'abilità con la quale Cavour era riuscito ad evitare una quasi certa rottura con Napoleone senza venir meno alle regole del regime costituzionale, ma soprattutto si indusse ad un passo decisamente avventato. Subito (25 aprile) scrisse a Hubner chiedendo «se il governo francese non senta il bisogno di protestare contro la solidarietà che il conte di Cavour vorrebbe stabilire tra la Francia e il Piemonte e in merito alla propria invadente politica». Anzi, in proposito lo incaricò di domandare spiegazioni a Walewski «allo scopo di rendere noi compiutamente edotti di come stanno le cose, di rassicurare i governi italiani e di scoraggiare il conte di Cavour». Il commento di Hubner fu sconsolato: «Dal conte Walewski - annotò nel suo diario sotto la data del 30 marzo-. Gli do lettura dell'incredibi le dispaccio di Buoi, che chiede alla Francia spiegazioni sul discorso tenuto dal conte di Cavour alla Camera sarda! Wa!ewski mi dà la sola risposta possibile dal suo punto di vista: la Francia non è responsabile dei discorsi che un ministro straniero pronuncia in una Camera legislativa straniera, ma, mi ha aggiunto, non si sente solidale affatto con lui » 30 • Sembrava, adesso, che le inteUigenze tra Piemonte e Francia si facessero più pericolose per l'Austl'ia. Anche perché due fattori erano intervenuti a rinsaldare queste intelligenze. L'onda de ll 'indignazione generale della Francia si era spostata verso l'Inghilterra, il Belgio e la Svizzera, ma in modo specifico verso la prima, accusata di concedere la più incondizionata libertà e protezione ai rivoluzionari di ogni risma grazie al diritto d'asilo. Londra diventò agli occhi francesi la prima responsabile ed il Quai d' Orsay si indusse a rivolgere amare considerazioni al gabinetto inglese. Naturalmente fu allora la volta dell'opinione pubblica britannica a sentirsi offesa, con la conseguente caduta del ministero Palmerston e la formazione del governo Derby, conservatore anche in politica estera. Il secondo fattore fu rappresentato dall'imprevedibile svolta assunta dal processo Orsini. L'orrore della strage si attenuò e poi sorprendentemente svanì quando la «sinistra bellezza>> dell'attentatore si impose al pubblico, quando la sua figura romantica parlò della patria oppressa e divisa , quando si conobbero le due lettere di Orsini all'imperatore - quella dell 'l 1 febbraio, letta dal difensore al processo, e quella del I' 11 marzo, pubblicata dalla Gazzetta Piemo111ese - in cui si mescolavano invito a «ridare all' Italia quell'indipendenza che i suoi ,,, E. ANCHIERI, Anrologia cit. , pp. 96-98. ·"' J. H .. BNER, Nove anni ci t. . pp. 546-548. Cfr. E.
VALSECCH!,
La politica europea cit. , p. 34.
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figli perdettero nel 1849 per colpa stessa dei france i» ammonizione ad intervenire perché « ino a che l'Ital ia non sia fa tta indipendente, la tranquillità Vostra e dell'Europa è un puro sogno» ·11, pentimento per il gesto compiuto «per uo fatale errore mentale», condanna per il «sistema dell'assassinio» ed eso1tazione agli italiani a conqu i, tare l'indipendenza «con la costante unità di sforzi e di sacrifizi» 32 • Al di là dell a commozione che aveva pervaso l'emotiva opinione parigina, si scorgeva la presa di posizione dell'imperatore nell'aver egli consentito la lettura della prima lettera a Parigi e la pubblicazione della seconda a Torino. Per un paio di mesi, maggio e giugno, si susseguirono contatti, attraverso persone ,di assoluta fiducia, fra Napoleone IU e Cavour. L' 11 luglio il primo ministro sardo la ciò Torino per raggiungere l'imperatore a Plombières. Apparentemente ·i trattava di un viaggio di piacere in Svizzera. In Piemonte soltanto Vittori o Emanuele e La Marmora, che aveva ripreso il ministero della Guena al rientro dalla Crimea, conoscevano il vero motivo della gita. In Francia nessuno, nemmeno Walewski, anzi men che meno l'ostile Wal wski. Il 21 luglio ebbe luogo un lungo abboccamento. Una prima fase, dalle I I del mattino alle 15, in un'anonima casetta; una seconda fase, dalle 16 alle 19 , in carrozza , in una pas segg iata attraverso i boschi. L'indom ani Cavour si mostrò a Baden-Baden. locali tà molto alla moda. Qualco a trapelò. Walew ki seppe dell'incontro dalla polizia segreta, e nulla più; lo attribuì ad una mossa di Cavour per ragioni di politi ca interna ''. L'ambasciato re austriaco Hiibner ne fu messo al corrente dai giornalisti belgi e daJlo stesso Waiewski e fi nì per accettare la tesi che probabilmente l'imperatore. orientato a riavvicinarsi all'Austria, aveva voluto dare un contentino al piemontese 34 ·• Secondo Valsecchi, gli accordi di Plombières, più che un punto di partenza verso la guerra, furono il punto di arrivo di un'evoluzione politi ca i cui primi sintomi si erano manifestati in occasione della crisi d'Oriente. Questa evoluzione è nitidamenre e pressa in un memorandum riservato steso da apoleone m per Walewski , dopo il convegno, ma consegnatogli solamente alla vigilia di Natale di quel 1858. L'Impero affermava Napoleone, per quanto fiorente e forte doveva superare la prova della malattia originale, cioè «la reazione ai trattati del 18 15 >. «Fi nché la crisi europea prevista da quarant'anni - scriveva " E. ANCHl!lRI, t\1110/ogia cii., p. 94-95. «Orsini è l'eroe di quest<J tri ste dramma - scrisse I resto si profcs a apenamcnie Hilbner -. È vescito bene ed ha l'aria di persona bene educata. capo del compiono. e tratta gli altri imputati. che hanno l'aspeuo di veri bandi ti, con sommo disprezzo. Tutte le gran dan1e russe e polacche, clic si affollavano sui banchi della corte d 'assise, hann o perduto la testa per lui ( ... ). Anche l'imperatrice si ~ entusiasmata di que~to assassino in guanti gialli» (J. HOBNER, Nol'e a1111i, cii. , p. 523). " E. A.."ICHtE:RJ. Antologia cii., p. 95_ " F. V,\LSECCH I. Lo polifica europea cii., p. 44. ' ' Hilbner a Buoi in dta 20.8.1858, in J. HOB NER. Nove anni cir. , p. 592-593.
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non sarà avvenuta, non si potrà godere del present.e, né credere nell'avvenire. La guerra d'Oriente poteva essere la rivoluzione attesa: è in questa speranza che io l'ho intrapresa». Purtroppo, la guerra si era risolta in un <<Semplice torneo», comunque aveva almeno raggiunto il risultato di rompere il fronte conservatore delle tre Corti del ord. Per converso la Francia non fruiva ancora di un aldo punto di appoggio, di un vero alleato, e neanche di satelliti come deve avere una grande Potenza. Ora, «il terreno perduto in Crimea può essere riguadagnato in Lombardia. Se la Francia, cacciando gli Austriaci dall'Italia, proregge il potere del Papa, se si oppone agli eccessi e dichiara che, salvo la Savoia e Nizza, non vuole fare alcuna conqui ta, avrà con sé l'opinione pubblica europea e si creerà in Ita lia degli alleati po·seoti, che le dovranno tutto e non vivranno che della sua vita, perché la loro esistenza sarà legata alla ua». n grande successo in Itali a avrebbe ridato alla Francia il posto di primissimo piano che le pettava, abba. salo il peso politico dell 'Austria, intimidito od accattivato i vic ini sui confini· orientali, con entito di abolire per sempre i trattati del I 815. L'Impero ern la pace, come lui tesso aveva dichiarato a Bordeaux, alla vigilia della proclamazione, ma nel senso - era ovvio - che non sarebbe sceso in armi se non per difendere il proprio onore ed i veri interessi della rancia. Questa l'idea-madre dell'imperatore '\ Sull'andamento del colloquio di Plombière esiste soltanLo la particolar ggiata relazione spedita tre giorni dopo da CavouJ a Vi!torio Emanuele il. Il primo ministro si era preparato un elenco di nove «questions qu'il faudra traiter avec l'Empereur ou qui pourront étre soulevées par lui». Nell'ordine: quale Io . copo della guerra? quali i pretesti per provocare la dichiarazione di guerr ? quali le forze che la Francia prevedeva di impiegare in Italia? quali le basi di operazione francesi in Piemonte? quali i mezzi finanziari disponibili e quale la ripartizione degli oneri di guerra? quale l'assetto dei territori occupati? qual e la linea di condotta nei confronti degli altri Stati italiani ? in quali tennini redigere un'eventuale convenzione militare? quale l'importanza rivestita dal matrimonio della principessa Clotilde con il principe Napoleone? 1n realtà iI primo punto affrontato non riguardò lo scopo d, raggiungere, in pratica sottinteso bensì in qual modo provocare il conflitto senza addossarsene la reponsabilità. Fu apoleone il più preoccupato: disse subito di es r più che disposto ad aiutare il Piemonte contro l'Austria «a pallo che la guerra fo e intrapresa per una causa non rivoluzionaria e giustificabile agli occhi della diplomazia e ancor più dell'opinione pubblica in Frnncia e in Europa)) . Concordemente i due interlocutori scartarono appigli di carattere commerciale, estensione illeg ittima austriaca nella penisola, dislocazione di truppe austriache » Co11sideratio11s politiq11es di La politica europeo cit., pp. 45-47.
apoleonc lII a Waleski in data 24.12.1858. in F. VAL~E, m,
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negli Stati pontifici , possibili spunti nei vari Stati della penisola. «Dopo aver viaggiato l'Italia intera - scrisse Cavour - arrivammo senza accorgersi a Massa e Carrara: ove scoprimmo quello che cercavamo con tanto ardore». ln poche parole, si poteva provocare una richiesta di quelle popolazioni al re di Sardegna per l'annessione al Piemonte. Vittorio Emanuele non avrebbe accettato, ma si sarebbe rivolto al duca di Modena, ideale capro espiatorio perché malvisto da tutti , con una nota diplomatica «altera e minacciosa» . Il duca avrebbe reagito in malo modo ed il re avrebbe occupato Massa. Risolto con soddisfazione di entrambi il punto due del promemoria, anche se poi le cose andranno diversamente, Napoleone vo ll e «pensare a due gravi difficoltà che incontreremo in Italia: il, Papa ed il re cli Napo I i». Non erano infatti cose da poco. Al primo erano interessati i catto lici francesi, al secondo lo zar che teneva in modo particolare a proteggere Ferdinando IL Ma Cavour lo tranquillizzò: il Papa poteva rimanere in possesso di Roma e dintorni con la guarnig ione francese in posto, mentre nessuno si sarebbe meravigliato di una insurrezione delle Romagne dato !'unanimemente riconosciuto pessimo governo ivi stabilito; il re di Napoli poteva essere ignorato a meno che lui stesso si ponesse a fianco dell'Austria, e se i suoi sudditi avessero approfittato del momento per cacciarlo, tanto peggio per lui. Poi fu esaminato Io scopo della guerra, o meglio l'obiettivo. Era scontato: cacciare gli austriaci oltre le Alpi ed oltre l'Isonzo. Dopo di che occorreva individuare la nuova fisionomia eia dare all'Italia. In linea di mass ima venne previsto un regno de ll'Alta Italia, comprendente il regno di Sardegna, il LombardoVeneto, le Romagne e le Legazioni; un regno dell 'Italia centrale con Toscana, Umbria e Marche; uno Stato pontificio con Roma e Lazio; il regno di Napoli così com'era. I quattro Stati avrebbero fonnato una confederazione sul tipo di quella germanica, sotto la presidenza del Papa. «Questa sistemazione - commentò Cavour - mi pare in tutto accettabile. Perché V.M., essendo sovrano di diritto della metà più ricca e più forte dell'Italia, sarebbe di fatto sovrano di tutta la penisola». Nell'eventualità possibile ed auspicabi le che gli attuali regnanti cli Firenze e cli Napoli avessero deciso di ritirarsi in Austria, la Toscana sarebbe stata disponibile per la duchessa cli Parma (il nome del principe Napoleone non fu fatto benché circolasse, ma probabilmente venne tenuto tacitamente in riserva) e Napoli per il principe Murat. E per la Savoia e Nizza? Cavour spiegò all'imperatore che il sacrificio, pesantissimo per il re Vittorio Emanuele, della Savoia era accettato in nome ciel principio delle nazionalità, ma proprio tale principio si opponeva alla cessione di Nizza. Al che, Napoleone «si accontentò di soggiungere che queste erano per lui questioni affatto secondarie e che ci sarebbe tempo per occuparsene più tardi ». Si arrivò, così alla impostazione eia dare alla gue1rn. Napoleone confidava di riuscire ad isolare l'Aus tria politicamente, ma anche affrontare l' impero
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asburgico da sòlo non era molto semplice: due o tre battaglie vinte nel Lombardo-Veneto potevano non essere sufficienti alla bisogna. Occorreva agire in profondità e «costringerlo a firmare la pace sulle basi prestabilite tenendogli la spada sul cuore: cioè su Vienna stessa». A conti fatti, per procedere verso la capitale si rendeva necessario bloccare le piazzeforti del Quadrilatero e le porte del Tirolo con centomila uomini, e marciare su Vienna, attraverso la Carinzia e la Stiria, con una massa di duecentomila uomini. In totale, trecentomila uomini almeno, di cui due terzi fomiti dalla Francia ed un terzo dal Piemonte e da altre regioni italiani. Quanto agli impegni finanziari, la Francia avrebbe offerto un concorso di materiale bellico e favorito la negoziazione di un prestito a Parigi. Nel corso della campagna le provincie liberate avrebbero, a loro volta, dato un ragionevole conllibuto 36 • Per Napoleone III il risultato finale era perfetto: la «liberazione» dell'Italia ad opera francese, un non grande Stato italiano aUa frontiera, una confederazione italiana costituita da satelliti. Per Cavour il risultato non era affatto finale, ma semplicemente un buon primo tempo da accettare nell'assoluta mancanza di meglio. La parte più delicata del colloquio fu affrontata durante la gita in carrozza: il matrimonio di Clotilde di Savoia. Cavour riferì scrupolosamente al re il dialogo ed il particolare che l'imperatore non aveva fatto della questione una conditio sine qua non, pur lasciando capire senza ombra di dubbio qum1to ad essa tenesse. «Ma ciò che è certo è che il successo della guerra, le conseguenze gloriose che devono risultarne per V.M. e il suo popolo, dipepdono in gran parte dal buon volere dell'Imperatore, dalla sua amicizia per V.M. (... ). Io non esito a dichiarm·e con la più profonda convinzione che accettare l'alleanza e respingere il matrimonio sarebbe un errore politico immenso, che potrebbe attirare su V.M. e sul nostro paese grandi sciagure» 37 . Cavour non esagerava l'importanza che l'imparentarsi con Casa Savoia rivestiva per le neveu de l'oncle, e nemmeno esagerava il peso del buon volere di Napoleone. La sua politica estera si concentrava sulla Frm,cia o, più esattamente, era provvisoriamente delegata all'imperatore. Questi, infatti, affrontò e studiò in prima persona il problema dell'isolamento diplomatico dell'Austria. Conclude che poteva stare tranquillo, almeno entro certi limiti. In realtà, nel secondo semestre del 1858 le posizioni sembravano sufficientemente definite. L'Inghilterra, in ape1ta freddezza per l'incidente Orsini, fece capire la sua piena disponibilità ad appoggiare un programma di vere riforme negli Stati italiani, "' ln D. MACK SMITH, li Risorgimenlo cit. , pp. 450-460. F. VAL~ECCHI , La po/ì1ica europea cit. , pp.52-57. " D. MACK SMrrli , li Risorgimemo ci t. , p. 458. «Questa lettera ( ... ) - scriverà HUbncr nel 1892, in un lungo commento al convegno di Plombières - resterà uno dei documenti storici più importanti ed appropriati per mettere in luce il carattere e il governo di Napoleone ITI» (J. HDBNER, Nove anni cit., pp. 600-610).
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ma non certo uno stravolgimento della situazione attraverso una guerra; quindi si sarebbe impegnata soltanto per una soluzione pacifica del contrasto austrofrancese. La Prussia, stava cambiando indirizzo proprio riguardo gli affari italiani: «In mancanza dell'autonomia dell'Italia - commentò il De Launay, rappresentante sardo a Berlino - la Prussia preferirà sempre nella penisola la dominazione dell'Austria a quella della Francia, la cui politica sembra sospetta ( ...)}> -'". Il principe Guglielmo di Prussia, nominato reggente in seguito alle condizioni fisiche del fratello Federico Guglielmo IV, invece di allontanarsi dall'Austria e di orientarsi alla prova di forza suggerita da Bismarck, aveva invertito i termini della questione, allentando la tensione con Vienna e sacrificando Bismarck. ll De Launay avvisò Cavour che tutto stava ad indicm·e una intesa in corso fra Prussia ed Austria, una marcatissima diffidenza nei confronti della Francia ed un estremo riserbo sugli affari d'Italia. Anzi si spinse ad avvertire: «È un assioma qui, che bisogna difendere il Reno sul Po. Se vogliamo essere rassicurati sul conto prussiano, bisogna persuadere Berlino che noi stessi non permetteremo alla Francia di prendere piede in Italia. E Napoleone dovrebbe a sua volta dar le più ampie garanzie sull'inviolabili tà del Reno» 39 . Però la Prussia chiedeva in contropartiita che I' Austria le facesse concessioni in seno alla Confederazione, e su questo tasto la Hofburg non aveva alcuna .intenzione di cedere, anche perché sperava che Berlino fosse ugualmente costretta dalle circostanze a sostenerla. L'atteggiamento negativo austriaco porterà in primo piano la preferenza della Prussia per la neutralità. Tanto più che ad oriente la Russia stava seriamente soppesando il da farsi. Nel settembre 1858 il principe Napol eone incontrò a Varsavia lo zar e Gorcakov e sottopose loro un progetto di patto segreto di mutua assistenza. Una volta scoppiata la guerra contro l'Austria, la Russia avrebbe dovuto tener calme la Prussia e la Confederazione germanica, inv iare al confine con la Galizia forze tali eia immob ilizzare 150.000 austriaci e poi rompere le relazioni diplomatiche con Vienna. A guerra vinia doveva caldeggiare la costituzione di un regno dell'Alta Italia, la cessione di Nizza e Savoia alla Francia e la formazione di un regno d'Unghe1ia indipendente. In compenso la Francia avrebbe assicurato il passaggio della Galizia alla Russia e l'abolizione delle clausole del trattato di Parigi circa le limitazioni navali rnsse nel mar Nero. Senonché la Russia non intendeva spingersi sino a questo punto. Era d'accordo sull'isolare gli avvenimenti italiani, ma non sul pericoloso terremoto nella confederazione germanica. In sostanza, era ampiamente disposta a rendere pan per focaccia all'Austria per l'atteggiamento da essa tenuto nella crisi d'Oriente, nel senso dì una benevola neutralità verso la Francia e di un occhio "' De Launay a Cavour in data 1.12.1858, in F. -" Ibidem, p. 114.
VALSECCHI,
Italia ed Europa cit., p. 90.
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di favore per l'ingrandimento del regno di Sardegna , ma nulla più. Nessun impegno circa una pressione politica sulla Prussia. Questi i termini del trattato redatto nel gennaio 1859 e ratificato a Parigi il 3 marzo, alla vigilia della guerra so_ Da novembre il conte von Hiibner registrava sensazioni sempre più pessimiste. Il 20 dicembre sc1isse a Buol che «il linguaggio che l'imperatore tiene nella sua intimità a proposito dell'Italia non è soddisfacente. Certo, egli ha detto, non c'è nulla attualmente che possa turbare la pace, ma lo stato dell'Italia è preoccupante, e le cose non possono continuare così; una crisi, una catastrofe potrà tardare, ma non può mancare ( ...)». 11 25 annotò: «Non v'é più dubbio che il piincipe Napoleone sta mettendo sottosopra mezzo mondo per spingere alla guerra ( ... )» . n 29: «I gabinetti dei mini stri e degli ambasciatori sanno già di polvere da sparo ( ... )». Il 31: «Le voci di una guerra con l'Austria vanno prendendo consistenza ( ... )». Ma fu il 10 gennaio 1859 che si ebbe il vero, notissimo, motivo di allarme ufficiale. «All'una - Hiibner annotò nel diario ricevimento del corpo diplomatico alle Tuileries. L'imperatore risponde al Nunzio: "Spero che l'anno che si apre non farà che cementare le nostre alleanze, per il benessere dei popoli e per la pace d'Europa". Poi, passando dinnanzi a me, nù dice in tono bonario: «Mi dispiace che i nostri rapporti non siano buoni quanto desidererei; ma vi prego di scrivere a Vienna che i ruiei sentimenti personali verso l'Imperatore sono sempre gli stessi ( ... ). Alla fine della giornata Parigi è piombata nella costernazione» 4 1• Il 10 gennaio Vittorio Emanuele II concluse il discorso della corona con queste parole: «Il nostro paese, piccolo per te1Titorio, acquistò credito nei Consigli dell'Europa perché grande per le idee che rappresenta, le simpatie che esso ispira. Questa condizione non è scevra cli pericoli. Giacchè nel mentre che rispettiamo i trattati, non siamo insensibili al grido di dolore che da tante parti d'Italia si leva verso di noi . Forti per la concordia, fidenti nel nostro buon diritto, aspettiamo prudenti e decisi i decreti della divina provvidenza» •2 • IJ 26 gennaio fu firmata l'alleanza offensiva e difensiva tra Francia e Piemonte. Il testo del documento indica il casus belli in un «atto aggressivo dell ' Austria» contro il regno di Sardegna; precisava lo scopo della gue,,-a nella liberazion e dell 'Italia dall'occupazione austriaca e nella formazione di un «Regno dell'Alta Italia di undici milioni di abitanti circa»; prevedeva la cessione di Nizza e Savoia alla Francia; specificava che «le Alte Pruti contraenti si impegnano a non accogliere alcuna apertura né alcuna proposta mirante alla cessazione delle ostilità senza averne preventivamente deliberato in comune». '" F. VALSECCHI, La politica europea ci1., pp.67-120. " J. H OBNER, Nove anni cii. , pp.6 15-62 1. ''E. A CHCERI, Antologia cit., pp. !09-110. Come è nolo, s ul d.iscorso fu chiesta la preventiva approvazione di Napoleone m, il quale fece inse1ire, appunto, le frasi riportate con il «grido di dolore» (Cfr. G. MASSARI, I/ generale Alfonso La Mamzora, Barbera, Firenze 1880, pp. 2 12-213).
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La convenzione militare stabiliva l'impiego di 200.000 francesi e 100.000 piemontesi per l'armata di terra, non scendeva in particolari per la flotta che nell'Adriatico doveva appoggiare le operazioni terrestri. La convenzione finan ziaria riconosceva tutte le spese di guerra a carico del nuovo regno dell'Alta Italia •l. Rispetto alla bozza meticolosamente preparata da Cavour in ottobre sulla base degli accordi di Plombières, affiorava una molto maggior cautela da parte di apoleone m. Il pretesto di Massa era stato tolto di mezzo: ora occorreva l'intervento amrnto austriaco. L 'impegno a cacciare l'Austria oltre le Alpi e l'Isonzo sfumava: ora le ostilità non dovevano cessare se non di comune intesa. L'indicai ione de lle regioni che si sarebbero unite al regno di Sardegna era sparita : la nuova formula parlava genericamente di un regno dell'Alta Ttaha di circa undici milioni di abitanti. Cavour temeva i ripensamenti di apoleon ; Napoleone temeva l'audaci a di Cavour. Comunque l'avvenimento fu accolto ovunque con grande entusiasmo. «( ... ) Les partis 0111 disparu - crisse Cavour a apoleone - . Tous soni pour l'alliance francaise. Le parti ulrra-aristocratique et clèrical lui meme qui avait essayé un commencemenr d'oppos ition a du connaitre son impuissance et se railler à /'imm ense majoritè de la nation ,, ". Il 3 febbraio apoleone avvisò i suoi ministri dell'imminente uscita di uno critto che avrebbe fatto conoscere a tutti il uo compiuto pensiero ulla questione italiana. Poche ore dopo appariva nelJe librerie l'opuscolo ,<Napoléon III et /'ltalie ». Era stato compilato da mano abile otto la diretta ispirazione dell'imperatore appena dopo Plombière e tenuto in caldo per alcuni mc i. Partiva ancora una volta dal concetto che i trattati del 1815 dovevano essere riveduti in quanto nulla di immutabile esiste al mondo . Per accogliere i nuovi principi non occorreva il ricorso alle armi, ove però divenisse inevjtabile la guerra «non avrebbe altro copo che di prevenire la rivoluzione, dando legitti ma oddisfazione alle nece ità dei popoli e garantendo e proteggendo i principi ed i diritti de lle nazionalità». Onnai bisognava riconoscere il valore del prin cipio delle nazionalità. Sulla sua base, si poteva trovare per l'Italia una soluzione nazionale non coincidente con la rivoluzione, vale a dire una federazione presieduta dal Papa. Peraltro la soluzione nazionale ignificava anche la liberazione della penisola dalla presenza austriaca. Questo l'Austria doveva capirlo, cosl come doveva ascoltare la coscienza europea e soprattutto la voce disinteres ata della Francia, che guardava all'Italia al solo scopo di «preveni re le complicazioni suscettibili di provocare guerra» "·1 . Più chiaro di cosi! "E. A.>ICIIIERI , A1110/ogia CÌ ( . • pp. 106- 107. "' Cavour a apoleone ll1 in data 2.2.1859. in C"neggio Cavour-Nigm cii., Il , pp. 1-2. " F. VALSECC HI, la politica e11ropea cit., pp.48-51 .
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A questo punto l'Europa entrò in ebollizione. Scorgendo tutti i sintomi di un incendio a più o meno breve scadenza, a metà febbraio il ministro degli Esteri britannico Malmesbury incaricò il rappresentante inglese a Torino di chiedere spiegazioni a Cavour. Il tono era di condanna del comportamento sardo: «È impossibile veramente, per quasiasi persona imparziale, consentire col conte di Cavour nel cercare di giustificare i preparativi militari della Sardegna con l'atteggiamento minaccioso assunto dall'Austria. Se il contegno dell'Austria impone alla Sardegna tale necessità, il linguaggio e la condotta della Sardegna sono, ad opinione del Governo di S.M., le principali cause da biasimare al riguardo. Se la Sardegna non avesse tratto vantaggio dai sentimenti dei quali si presume fossero animate le popolazioni del L_ombardo-Veneto nei confronti del Governo austriaco per sollevare il grido della liberazione italiana, l'Austria non avrebbe probabilmente avuto occasione di assumere un atteggiamento difensivo sulla sua frontiera, ma avrebbe potuto limitarsi a mantenere la tranquillità interna delle prop1ie provincie». Dopo una simile premessa, ampiamente illuminante circa la predisposizione mentale inglese sull'argomento, si chiedeva nel modo più serio al governo sardo di espoITe nei particolari quali fossero i mali che affliggevano gli Stati austriaci e quelli della Chiesa, iJwece di tenersi sulle generali e nel vago; e di cessare dall'irrif1essivo atteggiamento assunto, vista la possibilità di giungere ancora ad un'intesa con l'Austria. Comunque Cavour era pregato di «dare la sua opinione al Governo britannico su questi precisi argomenti , nell'interesse del popolo italiano e della pace d'Europa» 46 • Un paio di settimane più tardi Malmesbury si rivolse a Vienna. TI tono era ben diverso da quello usato con Torino. Fu l'ambasciatore inglese a Parigi, Cowley, a muoversi per consegnare a Francesco Giuseppe una lettera della regina Vittoria, che offriva i suoi buoni uffici nella ricerca di spunti di negoziazioni amichevoli fra le due parti che evitassero il pericolo dei «deplorevoli risultati» di uno scontro aperto. L'intervento inglese con l'etichetta della mediazione non era scevro di grosse incognite, agli stessi occhi del gabinetto Derby, sull'accoglienza che poteva trovare. Accettandolo, Vienna avrebbe implicitamente riconosciuto un qualche fondamento alle tesi di Cavour (e di Napoleone III), cosa pericolosissima. Rifiutandolo avrebbe offeso l'Inghiltena, rischiato l'abbandono della Prussia, assunto la fisionomia del guerrafondaio. Ma anche Torino si trovava in imbarazzo. Cavour mostrò al ministro prussiano Brassier piena soddisfazione di portare nuovamente e con maggior forza il problema italiano ad un tribunale europeo fiducioso di poter dimostrare la bontà della causa '7, ma dentro di sé "' Malmesbury a Hudson in dara 12.2.1859 , in G. G!ARRIZZO, Gran Bretagna e Sar,/egna cìt. ;
VI, pp. 355-358. Cfr. Cavour al principe Napoleone in data 18.2.1859, in Carte,:iia Cavour-Nigra cìt. , II, pp. 17-19. " Brassier a Schleinitz, ministro degli Esteri pru ssiano, in data 18.2.1859, in F. VALSECCHl, Italia ed E uropa cit. p. 99.
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non si sentiva affatto tranquillo. Accogliendo la mediazione rischiava di dire addio ad ogni speranza di liberazione dell'Italia; in caso di rifiuto, invece, erano certi il rancore dell'Inghilterra, l'avvicinamento della Prussia all'Austria e l'accusa dimostrata della provocazione piemontese. La Francia si trovava ancora al margine dell'iniziativa. Il 1° marzo Cavour rispose a Malmesbury con un memoriale - in effetti un'aperta requisit01ia contro l'Austria, della cui egemonia nella penisola era contestata la legittimità - che indicava una sola via d'uscita dal groviglio politico creatosi: un governo nazionale per il Lombardo-Veneto; la completa revisione dei trattati con i quali Vienna aveva legato a sé Parma, Modena, Toscana e Roma; l'applicazione di rifonne liberali da parte dei governi italiani ••. 1 Ne ssuno degli avversari era dunque disposto ad accettare ad occhi chiusi la mediazione britannica, alla quale si unì subito quella prussiana, e nessuno voleva respingerla apertamente. Fra di essi, osserva Valsecchi, «si impegna una gara di resistenza: il p1imo a cedere sarà lo sconfitto. Tutto il gioco diplomatico si impemia su un punto: la responsabilità della rottura della pace, la definizione dell'aggressore. Un gioco la cui posta è l'atteggiamento dell'Europa di fronte al futuro conflitto» 49 • Le fasi della partita sono rappresentate dalla mi ssione Cowley a Vienna (1-9 marzo), dalla proposta russa di un congresso (18 marzo), dalla minaccia austriaca di un ultimatum al Piemonte (12 aprile). Vediamole in sintesi. Cowley sembra si sia consultato con Napoleone prima di lasciare Parigi10 , con il risultato di limitare l'oggetto delle trattative a ben poca cosa: l'abrogazione dei trattati dell'Austria con i ducati di Modena e di Parma nonché le riforme amministrative negli Stati pontifici . Buoi non accettò nemmeno questo "ed ovviamente respinse il suggerimento di Cowley di abolire almeno l'articolo terzo delle convenzioni, che sanciva il diritto austriaco di inviare truppe a sostegno dei governi in caso di disordini. Se mai, al riguardo, poteva promettere che avrebbe cercato di evitare l'applicazione della misura, ove appena possibile. Ma occorreva prima che l'alimentazione della propaganda rivoluzionaria del Piemonte venisse stroncata! In sostanza: le trattative iniziate nel 1856 con la Francia potevano essere ripJese a patto che gli Stati pontifici fossero rispettati e che il regno di Sm·degna abbandonasse la sua politica provocatoria ;, _ '" Carteggio Ca vour-Nigra cit., 11, pp. 30-39. Il documento ern stato approvato , con qualche ritocco. da Napoleone, cfr. Nigra a Cavour in dta 28.2. 1859, in Carteggio Cavo11r-Nigm cit.. II , pp. 42-43. ·" F. VALSECCI II, La politica e11ropea cit. , p. 120. "' Nigra a Cavour in data 1.3.1 859 in Carteggio Ca,·0111'-Nigrn cit., li, p. 47. " Napoleone si era dichiarato in ant icipo «plus que certain que /es négocia1io11s de lord Cowley n.' aboutiront à aucun résultat sériew:», ma conveniva «avoir I' air de cmire à la possil,i/ité d'une solutio11 d1j,loma1iq11e», vds. Nigra a Cavour in data 28.2. I 859, in Carteggio Cavour-Niva cit., Il, pp. 42-43. " Buoi ad Apponyi in data 10.3.1 859. in F. VALSECCHl , La politica europea cit. , p. 134.
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Cowley ricavò l'impressione ottimistica, ma errata, che tutto sommato l'Austria fosse conciliante e non contraria ad una revisione dei trattati con Parma e Modena, qualora, per evidenti ragioni di prestigio, i ducati avessero compiuto il primo passo. In realtà - anche ammesso, come adesso acclarato, che nei colloqui privati Buol si sia mostrato di proposito incline ad accordi per non vanificare la mediazione e con la riserva mentale di farla rifiutare dai ducati 53 - Cowley non si rese assolutamente conto del vero pensiero austriaco. «Se Cowley è soddisfatto, lo è con poco - commentò ironicamente Buol al proprio rappresentante a Berlino - ( ....) Partendo di qui dovrebbe portare con sé un duplice convincimento: uno, che l'Austria desidera sinceramente la pace ed il miglioramento dei rappo11i con la Francia; due, che noi ci adatteremo a ce11i sacrifici solo dopo molte battaglie perdute (... ). Così per la nostra posizione in Italia. Noi non vogliamo in Italia né la rivoluzione né il dominio francese» -~•. Prima ancora che l'ambasciatore inglese lasciasse Vienna, Buoi aveva avvertito i due governi ducali «che noi non desideriamo vederli entrare nella via indicata dall'Inghilterra e che siamo estranei alle insinuazioni che l'inviato inglese potrebbe fare» H _ Napoleone si dibatteva in mille ince11ezze e timori. La vivissima preoccupazione circa l'aperta diffidenza manifestata dall'opinione pubblica inglese e soprattutto germanica nei confronti degli ambiziosi disegni francesi consigliava «un momento di tregua per rassettarci in sella», come confidò a Nigra, e d'altronde questa pausa poteva essere utilmente impiegata per lasciar calmare le acque, anche in Francia, e preparare convenientemente il terreno politico. Ad una precisa domanda del diplomatico piemontese, Napoleone confessò «che gli era impossibile il cominciare la guerra sotto l'influenza delle presenti circostanze e che credeva la si dovesse rimandare alla primavera del 1860» 06 • Per giunta, le infonnazioni che possedeva sul conto dell'esercito austriaco, interamente riorganizzato, non erano tali da tranquillizzarlo. Si parlava di un'annata di 200.000 uomini nel Lombardo-Veneto, pronta a ricevere l'offensiva franco-piemontese e suscettibile di rapidi incrementi tratti dalle vaiie regio-
" Bannevllle, ministro francese a Vienna, scrisse a Waleski che «lord Cowley est parli ce matin pour londres ( ... ). Il m'a dit qu'il partair sarisfait des résultats de sa mission ( ... )». in A. SAl1TA (a cura), La guerra del 1859 nei rapporti fra la Francia e l' Europa, m serie, vo i. I, p. 144. "" Buoi a Koller in data 6.3. 1859, in F. VALSECCHI, la politica europea cit., p. 134. " Buoi all'ambasciatore a Modena in data 6.3.1 859, ibidem, p. 136. '" igra a Cavour in data 4.3.1859, in Carteggio Cavour-Nigra ciL. TI , pp. 51 -54. Già nel settembre 1858 Napoleone aveva manifestato esitazioni circa la data della guerra. Avrebbe preferito rinviarla «se possibile al la primavera del 1860, e in ogni ca.~o al luglio o all ' agosto dell'anno prossimo», idea che gli fu decisamente contestata da Vittorio Ernaimele, il quale «spera che V.M. [= Napoleone] finirà con l'essere d'accordo con lui nel fissare l' inizio delle osti lità, se non aprile , non più tardi del luglio prossimo (1859)» (Cavour a Napoleone in data 17.9.1858, ibidem, I, pp. 149- 151).
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ni dell'impero asburgico 57 • E si sapeva anche che non soltanto il governo, ma anche larga parte del la popolazione austriaca si stavano convincendo che se la guerra doveva costituire lo sbocco inevitabile di quella pesantissima situazione, tanto meglio sotto tutti gli aspetti che scoppiasse subito 5' . Anche dal rappresentante francese a Vienna, Banneville, giungevano notizie che inducevano a riflettere: «( ... ) le preoccupazioni generali sono in questo momento rivolte a T01ino, da dove ad ogni istante può partire il segnale di un conflitto dalle conseguenze incalcolabili. Si era creduto troppo presto, a Vienna, alla caduta di Cavour; oggi si afferma che egli non può reggere se non facendo precipitare la situazione ed impegnando subito la lotta e che d'altronde i rifugiati - che, si ripete, dominano il Governo e le Camere sarde - non gl i • permetterebbero, anche se lo volesse, di differire l'azione. Se queste previsioni si verificassero, la questione dell'aggressore sarebbe definita di fatto (...)». E Banneville aggiunse che, in un lungo colloquio Buol gli aveva fatto notare come il Piemonte avesse forma lmente rifiutato di rispettare il territorio aust1iaco o quello degli alleati austriaci in Italia, che le convenzioni stipulate fra Aust1"ia e Piemonte erano costantemente violate da quest'ultimo, e, per concludere, gli aveva domandato fino a che punto potessero spingersi le provocazioni sarde perché la replica appropriata non venisse considerata aggressione , cosa che avrebbe regalato al Piemonte il diritto di invocare il casus foederis 59 • La situazione si faceva imbarazzante per Francia e Piemonte. A Parigi affioravano incertezze e clisorienHm1ento, in buona parte provocati dalle gelosie inglesi e dai timori gennanici. Da w1 lato esisteva il pe1icolo cli trovarsi all'improvvisamente trascinati in guerra da un colpo di testa di Cavour, dall'altro occorreva evitare il tranello della mediazione britannica. Sulla base del rapporto di Cowley, Londra in perfetta buona fede aveva infatti rimandato il diplomatico a Parigi con il compito di indurre l'imperatore a seguire la buona disposizione austriaca nel dirimere l'intricata vicenda italiana 60 . 11 17 marzo Wa1ewski comunicò a Banneville che la Russia proponeva la riunione in congresso delle cinque Potenze (Russia, Francia, Prussia, Austria e Inghilterra) in una città neutrale per occup,u-si degli affari jLaliani. La Francia aveva accettato e le tesi cli Cowley dovevano servi.re come base di discussione. «Aspettate - dispose Walewski - che il ministro di Russia abbia forn1U lato la
" Banncvi.lle a Wa lewski in data 30.1 . 1859, in A. SAITIA, la guerra del 1859 cit. , 1, pp. I J 9-
120. ·" Banneville a Walewski in data 2.3.1859, ibidem. pp. 140-142. " Bannev ill e a Walewski in data 15.3.1859, ibidem, pp. 145- 152. "' L'ambasciatore Hudson aveva comunicato a Cavour che Malmcsbury, pur riconoscendo fondate the grievances indicate nel memorandum del I O marzo, rilevava che «i mali d ' Italia sono poca cosa in confronto di quello che sarebbero le conseguenze d'una guerra generale» (Cavour a . igra in data 12.3.1859, in Carteggio Cavour-Nigra cit. il, pp. 81-83). Cfr. Malmesbury a Hudson in data 7.3.1859, in G. GlARRIZZO. Gran Bretai na e Sardegna cit. , VJ, pp. 383-385.
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proposta al conte Buoi ; fino allora non una parola; ma dopo, come agendo d'iniziativa, fate tutto ciò che vi sembrerà opportuno per convincere Buoi ad accettare; un rifiuto non lascerebbe più spazio alle possibilità di pace. Riunirsi per trattare la questione italiana senza il Piemonte è un punto guadagnato per il gabinetto di Vienna; egli lo comprenderà, penso» 0 '. La mossa era stata suggerita a P ietroburgo dalla stessa Parigi come unica via d'uscita «per togliere l'Imperatore dei Francesi dalla falsa posizione in cui si trova» 62 • Il 23 Buol consegnò al ministro di Russia una nota secondo la quale Francesco Giuseppe accettava la proposta «desi derando dare il proprio consenso ad un'opera che deve sanzionare, di nuovo, gli impegni assunti con i trattati e tutti i diritti che da essi derivano (... )». Tuttavia teneva a puntualizzare che le difficoltà esistenti in Italia nascevano tutte dall'indirizzo politico seguito dalla Sardegna e porvi fine sembrava proprio il compito riservato alle Potenze; inolre avvertiva che, essendo pericoloso e difficile negoziare in presenza di preparativi di guerra, diventava indispensabile che «préalablement à toute conférence, la Sardaigne opère son désarmement» r,3• Bisogna dire che la mossa russa non destò alcun entusiasmo. Francia a parte, ognuna delle Potenze aveva motivi di diffidenza, ma nessuna poteva apertamente tirarsi indietro, trattandosi di evitare uno scontro. E i due antagonisti? L'Austria considerò la proposta «un colpo mancino che ci è stato tirato - disse Buoi - e che noi dobbiamo eludere. Ci siamo resi conto che respingerla era impossibile, ma conto sugli ammirabili sforzi di lord Cowley perché quest'aima a doppio taglio non si rivolga contro di noi» 64 • Si ripromise, comunque, di mantener ferma la richiesta del disarmo sardo prima del congresso come conditio sine qua non. Quanto agli argomenti da prendere in esame, andavano bene quelli discussi con Co""'.ley: sgombero delle truppe francesi ed austriache dagli Stati della Chiesa, eventuali riforme eia parte del Papa a revisione delle convenzioni austriache con i ducati, messuna modifica territoriale ai trattati del 18 I 5. Di conseguenza, al congresso dovevano partecipare gli Stati italian.i interessati , come stabilito dal protocollo di Aquisgrana del 1818, vale a dire Papato, Parma e Modena. Il Piemonte fu ancor più allarmato dalla piega che assumevano gli avvenimenti. «Camme diable en sortions - sbottò subito Cavour - pourfaire la f;Uerre?» 65 • Di fronte alle imbarazzate spiegazioni di apoleone TTT, il quale ben si
•• Walewski a Bannevi lle in _data 17.3.1859, dispaccio «Pour vous seul», in A. SAITIA, La
guerra del 1859 cit., I, p. 153. "' Nigra a Cavour in data 19.3.1 P-59, i,1 Caneggio Cavour-Nigra cit. , Il, pp. 120- 122. " Barineville a Walcwski in data 24.'<. [859, i.n A. SAITTA, L..1 guerra del 1859 cit., I, pp.160-
161. '" Buo i a Hi.ibner in data 29.3. 1859, in F. VALSECCHI, La politica europea cit.. pp. 145- 146. Bannevillc a Wal ewski in data 2.4.1859, in A. SAJTI'A, la guerra del 1859 cit. , I, p. 170. ''' Cavour a Nigra in data l9.3 . 1859, in Carteggio Cavour-Nigra, cii., li , pp. 116- l I 7.
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rendeva conto della probabilità che il congresso provocasse il rinvio della guerra a chissit quando, dovette rassegnarsi nella speranza che la conferenza finisse per rivelarsi in qualche modo utile alla causa italiana. Però pose la condizione di paitecipare ai lavori. Era l'unica condizione, ma anche una condizione di importanza capitale, giacché significava riconoscere il Piemonte come il legittimo interprete dei desideri e dei voti italiani contro l'Austria, l'oppressore. Di più: significava mutare radicalmente il senso e lo scopo del congresso 60 • Per un poco si susseguirnno lunghe ed animate discussioni separate sui punti da sottoporre all'attenzione delle Potenze, ma le rigide premesse invocate da Austria e Piemonte furono sufficienti a bloccare tutto. Per Cavour la partecipazione per Buoi il disarmo preliminare sardo. Davanti alle varie insistenze, infine Cavour - che si era recato a Parigi a parlare con l'imperatore - acconsentì al disan110 purché bilaterale e Buoi acconsentì alla partecipazione sarda unitemente agli altri Stati italiani, purché sotto forma di invio di «osservatori». Questo per sottolineare, secondo Buoi, che «assai più che di un problema italiano è in questione un problema europeo: è l'Europa che deve aver voce in capitolo, non l'Italia» 67• La situazione non si sbloccava. Tuttavia fra Cavour e Buol era questi che stava perdendo terreno. Chiese a Parigi di dimostrare il desiderio di pace imponendo il disarmo al Piemonte ed ottenne lo sdegnoso rifiuto della Francia ad un'imposizione del genere M , la disapprovazione della Prussia per una simile prova di cieca ostinazione 69 , l'irritazione dell 'Inghilterra per la pretesa di umiliare il Piemonte '°, l'indignazione della Russia per l'evidente intenzione cli sabotare il proposto congresso 71 . «La questione, ormai, è una sola - scrisse Bismarck, ora ambasciatore a Pietroburgo, al ministro degli Esteri prussiano, Schleinitz -: si deciderà l'Austria a rinunciare alle sue insostenibili esigenze?» 72 • L'incaricato prussiano Brassier, eia Torino, vedeva giusto. Al contrario del Piemonte, che qualcosa comunque avrebbe potuto strappare al congresso, quale vantaggio era prevedibile per l'Austria? La guerra prima o poi sarebbe scoppiata perché inevitabile, ed allora molto meglio accadesse quando le circostanze si present.avano favore"' Cavour a Napoleone in data 19.3.1859, ibidem, pp. 1 I 8- 1 I 9. F. VALSECCHl, La po/i1ica europea cil. p. I 68. Cfr. Banneville a Walewki in data 3.4. I 859, in A. SA ITJi\ , La guerra del 1859 cit., T. pp. 171 - 174. ''' Htibncr a Buoi in data?.4. 1859, in J. H OBNER, Nove anni cii. , pp.7 14-716. Cfr. Pourtalès a Schleinitz in d ata 8.4.1859, in F. VAL~ECCHl, La poli1ica europea cii.. p. 177. '" Secondo Schleinitz «la decisione del gabinetto imperiale è comprensibile solo nel caso che l'Au stri a abbia l' inten zione di /lichiarare s ubito la gue rra alla Sardegna », S chleinitz a Bernstorff in dala 5.4.1859, ibidem. 0 ' Secondo Malrncsbury, l'Austria «si mette dalla parte del torto, domandando precisamente queUo che non può essere accordato perché costituisce un ' umiliazione », ibidem. p. 174. 71 Bismarck al reggente di Prussi.a in data 4.4.1859, ibidem, p. l 77. " Bismarck a Schleinitz in data 13 .4.1 859, ibidem, p. 179. 67
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voli. L'Austria, infatti, «è in vantaggio per i suoi imponenti armamenti, ed è riuscita ad impressionare l'opinione pubblica in tutta la Germania, suscitando delle passioni che forzano la mano alla Prussia ( ... ). Che vi sarebbe di strano, se l'imperatore Francesco Giuseppe preferisse accettare nel 1859 la lotta che sarà forse inevitabile nel 1865? È quello che ci si domanda ogni giorno» n . Di fronte all'Europa, però, Vienna volle mostrare di ridurre le pretese. L'S ap1ile si rivolse a Londra. Ferma restando la condizione del ritorno dell'armata sarda sul piede di pace e dello scioglimento dei corpi volontari in Piemonte, l'Austria era disposta a rinnovare l'assicurazione di non voler aggredire il regno di Sardegna e proponeva un accordo preLiminai-e sul disarmo generale e la successiva pronta discussione all' inizio dei lavori congressuali. Napoleone riunì il consiglio dei ministri I' 11 aprile; urgeva decidere se, tenuto anche conto ciel proclama di Gyulai , si dovesse cominciare a richiamare qualche classe dal congedo. Ma tutti es itarono, a cominciare dall'imperatore, per timore di mettere l'Europa in allarme e Walewski informò l'ambasciatore a Vienna in questi termini: «L'Inghilterra ci ha proposto di consentiJe a discutere il disarmo generale all'apertura ciel congresso, essendo l'Austria disposta a rinunciare al disarmo preliminare del Piemonte. Noi abbiamo aderito a questa offerta ( .. .)» 1• . Comunque Buoi ch iarì subito i veri limiti dell'offerta 75 e Cavour ricusò nettamente gli inviti inglese e prussiano, spiegando che in fondo il Piemonte non aveva messo il suo esercito sul piede cli guerra, ma semplicemente preso misure prudenziali. Poteva impegnarsi a non chiamare la 2" categoria, a non proclamare la mobilitazione generale, a non muovere le truppe dalle attuali dislocazioni, ma non gli si poteva chi edere di attendere inerme le decisioni altrui, quindi l'Austria doveva, almeno, rinnovare la dichiarazione che non avrebbe aggredito il Piemonte. Poi Cavour chiuse la lettera per igra con un impetuoso: «Dica però al Principe ed all'Imperatore esservi poca generosità, e di.Jei quasi poca onestà a lasciare u.n povero diavolo esposto solo, inavvertito, ai colpi ciel tridente di ettuno» 76 • A questo punto, mentre Inghilterra e Prus sia si sforzavano·cli trovare un'ennesima formula accettabile eia tutti, ebbe luogo un nuovo colpo di scena. Il 12 aprile l'Austria comunicò a Londra ed a Berlino la «irrevocabile decisione» di spedire un ultimatum al governo sardo, pretendendo quel disarmo che esse non sapevano o non volevano ottenere. Siamo all'ultimo atto. A Malmesbury il dispaccio cli Buol sarà consegnato da Apponyi il 16, ma lo stesso giorno 12 l'arciduca Alberto , a nome cli Francesco Gi useppe, illustrava al principe reggente di Prussia il carattere della misura. Al rifiuto cli Torino, l'esercito austriaco avrebbe passato la frontiera, però «non sarà la gueJTa: sarà " Brnssier a Scble initz in data 6.4.1859, in l:'. VALSECCHI, lra/ia ed Europa cil... p 108. " Walcwsk i a Banneville in data l 2.4. 1859, in A. SAJTrA, La guerra del 1859 cit. I, p, 184. " Banncvillc a Walewski in data 14.4.l 859, ibidem , p. 188. ·• Cavour a Nigra in data 14.4. 1859, in Carteggio Cavour-Nigra c it. , il, pp. I 159-1 61.
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solo un atto diretto a far valere un diritto, perché, al verificarsi di certe condizioni, l'esercito aush·iaco ritornerà sui suoi passi, senza trattenere in pegno nemmeno un villaggio» 77 • La Prussia era pregata di approvare tale iniziativa, in modo da bloccare qualunque velleità francese e salvare la pace 78 • «Se mai la diplomazia meritò la sua fama di sottigliezza - ha osservato Valsecchi alludendo alla mediazione europea - fu proprio in quel momento: tutti gli artifici che la tecnica del mestiere può suggerire sono messi in opera. Ma tutta l'azione della diplomazia si basa su un errore fondamentale . Le cancellerie si illudono di poter ridurre la contesa ad una questione di tattica diplomatica, all'accordo su questa o quella condizione posta dai contendenti. E non si rendopo conto, le cancellerie, che ben altra è la posta in gioco. Due p1incipi sono a fronte ( ... ): il nuovo mondo delle nazionalità, del diritto dei popoli, della libertà e dell'indipendenza delle nazioni , e il vecchio mondo del 1815, il diritto divino dei re, la conservazione dell'ordine costituito. Volerli conciliare è voler conciliare l'inconciliabile» 79 • Malmesbury e Schleinitz, che aveva rifiutato seccamente l'adesione prussiana all'ultimatum , cercarono ancora una volta di media.re, suggerendo a Parigi di premere sul Piemonte affinché accettasse pro bono pacis il disarmo, e l'imperatore - sempre pronto a mostrarsi arrendevole con un sorriso, ma ad avanzare nel contempo una riserva annullante la concessione - accettò l'incarico, peraltro alla condizione che il regno di Sard gna venisse accolto al congresso, unitamente agli altri Stati italiani, in analogia a quanto fatto nel 1820 per il congresso di Lubiana su richiesta di Mettemich. A Torino si fremeva . Da un lato si vedevano arrivare volontari da ogni regione d'Italia. Dall' altro si temeva un'imminente offensiva austr iaca: "Huitième corps [autrichien] est sur l'Adda, 4 corps entre le Tessin et l'Adda . Nouvelles de Ber/in , de Londres et Milan font considérer attaque comme très prochaine, pourrait avoir lìeu jeudi (... )"» 80 , cioè non appena il rifiuto del disarmo e del rinvio dei volontari fosse conosciuto "' . Per di più i volontari davano da pensare: «( ... ) le jour où nous aurons lckhé sur l' Itali e !es 12 .000 vo10ntaires qui sont dans notre armée, nous ne sommes plus maftres de la situation et nous serons entrainés Dieu saìt 01.ì! » scriveva Cavour 82 • Vittorio Emanuele II, che seguiva attentamente le vicende, mandò un biglietto di incoraggiamento a Cavour nella sua prosa pittoresca: «Panni che " F. VALSECCHJ, la politica europea cit., p. 138.
' Ibidem . " F. VALS ECCl·II , L'unificazione iraliana e la po/irica europea (1 849-1 859) , in «Nuove quesrio-
ni di storia del Risorgimento e dell 'Unità d' Itali a», l voi., Marzorati, Milano 1981, pp. 756-757. •• Cavour al principe Napoleone in data 17.4.1859, in Carreggia Cavour-Nigra cit., li, pp. 165- 166. "Cavour a igra in data 17.4.1859, ibidem , p. 166. " Cavour al principe Napol eone in dala 18.4. 1859, ibidem, pp. 168-1 70.
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siamo a mal partito, quel cane d'Imperatore si burla di nostra figura . Vi è qualcosa che me lo dice da lungo tempo e le sue assicurazioni Imperiali non mi hanno ancora mai convinto. Se si disarma facciamo la topica completa ( ... ). Coraggio, però tutto non è ancora terminato e talvolta vi arriva la fortuna mentre uno se l'aspetta di meno. Con tutto ciò l'Imperatore è una carogna( ... )» 83 • Purtroppo le circostanze erano quelle che erano. «Réflechissez bien - ammoniva Massimo d'Azeglio da Londra - .Position est extrémement grave» 84. Il 19 aprile Cavour inviò a Parigi una dichjarazione laconica ed amara: «Puisque la France s'unit à l'Angleterre pour demander au Piémont le désarme préalable, le gouvernement du Roi, tout en prévoyant que cette misure pourra avoir des conséquences fauch euses pour la tranquillité de l'Jtalie, déclare étre disposé à la subir» 85 • Di nuovo Napoleone e Cavour si trovavano davanti a considerazioni di differente valutazione. Napoleone III non si sentiva di affrontare un'Europa ostile 86 ; Cavour non si sentiva di affrontare l'immensa delusione italiana. Napoleone contava sull'ultimatum preannunciato da Vi enna per trovarsi dalla parte della ragione; Cavour comprese non restargli altra risorsa che la tenue speranza di quell'ultimatum. Entrambi erano al corrente dell'attuazione in corso delle misure previste dall'Austria per portare entro il mese le ue truppe nel teatro d 'operazioni italiano a 200.000 uomini nel Lombardo-Veneto con altri 60.000 in riserva fra Lubiana, Trieste e Vienna " . Il 19 aprile Walewski telegrafò a Vienna che il Piemonte consentiva al disarmo preliminare purché gli altri Stati italiani paitecipassero alla conferenza"". Il giorno seguente Banneville rispose che il gabinetto austriaco insisteva nel ricusare la presenza sarda e, peggio ancora, aveva già spedito una lettera per il governo di Torino con l'invito, in tennini cortesi, a riportare l'annata sul piede di pace ed a licenziare i volontari. Nessuna minaccia, però una risposta evasiva sarebbe stata considerata un rifiuto ed avrebbe provocato se non la dichiarazione di guerra, quanto meno l'annuncio dell'imminente ape1t ura delle ostilità ' 9 • Più tardi Banneville, in una lunga relazione, spiegò quale sembrava la causa del passo austriaco nei riguardi del Piemonte: «Oggi l'imperatore è con" Vittorio Emanuele II a Cavour s.d, verso il 18.4. 1859, ibidem , p. 170. " M. d'Azeglio a Cavour in data 18.4.1859, ibidem, p. 17 1. " D. MACK SMITH , li risorgimento cit. , p. 503 . •• Il 19 aprile Massimo D' Azeglio, da Parigi, aveva riferito a Cavour che l'imperatore «m 'a dit que touie l'Allemagne est con /re lui. Angleterre pench.e vers Awriclze et Rus.,ie es/ réservée. Il pense que la proposition admeure Piémont au Cong rès a condition qu 'il accepte principe dé.mrmemen mettrait dans rort ce/ui qui refusera», in Carreggio Ca vour-Nigra cit., 11, p. 165. ' Banneville a Walewski in data 15.4.1859, in A. SAmA, la guerra del ! 859cit., I, p. 195. " Walewsk:i a Ba1u1cville in data 19.4.1859, ibidem, p. 200. " Ban neville a Walcwski in data 20.4. 1859, ibidem, p. 201. Il 20 aprile Francesco Giuseppe si recò a visitare l'ottantaseienne Metternich. «Per l'amore di Dio - di sse il vegliardo - Nessun ultimatum al regno di Sardegna». «È partito ieri » rispose l' imperatore .
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vinto che non potrebbe senza [mostrare] debolezza, senza grave danno per e stesso e senza esporsi alla completa demoralizzazione del proprio esercito, congedare le truppe prima di aver ottenuto, da un avversario che si ostenta di disdegnare una qualunque oddisfazione all'onor militare». E riferì che Buol non aveva e italo a motivare il diniego all'ammis ione dei rappresentanti _i taliani con la «ripugnanza invincibile dell'Imperatore ad autorizzare il proprio plenipotenziario a sedere a fianco di un plenipotenziario sardo» e che nessun austriaco avrebbe perdonato il ministro che desse un simile consiglio 00 • Infine tanto per eliminare ogni possibile illu ione su lle intenzioni austriache, Buoi «m'a déc:laré que la determination de l'Empereur érair irrévocable e qu'il n'y avait p/us à songer à en arréter /'exécution» ". Mentre Walewski telegrafava il consenso sardo al disarmo preliminare, a Vienna si svolgeva la conferenza dei ministri. L'uhimatum, come misura da adottare, era già stato deci so nella precedente conferenza del 6 aprile. Si trattava, adesso, di dare il via. Francesco Giuseppe po ·e a Buoi quattro domande: l'intimazione era già stata redatta? riteneva giunto il momenlo di mandarla a Torino? c'era qualcosa da cambiare nelle modalilà tabilite? in ca o di rispo ta negativa o insufficiente da parte sarda, iI generale Gyulai, comandante dell'armata imperiale nel Lombardo-Veneto, doveva passare subito all'offensiva? La rispo ta di Buoi al primo que ito fu netta. on si doveva attendere oltre perché «v'é la possibilità che il Pi emonte dia volentieri a colto ai con igli presumibili della Francia di piegarsi alle richieste dell'Austria, poiché un simile atto di fronte ad una grande potenza non rappresenterebbe un'umiliazione>>. II documento doveva essere recato a Torino pos ibilmente da un funzionario civile di rango elevato. Sulla base della risposta del governo ardo, riferita subito telegraficamente a Vienna dal generale Gyulai si sarebbe potuto valutare con sicurezza se l'eventuale resistenza del Piemonte trovasse appoggio nella Francia, oppure se quest'ultima ave e persua o il Piemonte a cedere. Buoi rcpuLava più probabi.le questa seconda ipotesi, perciò «non vedo la neces ·i tà dis e - di sottrarre all'approvazione imperiale il momento da fi , rsi per l'eventuale inizio del le ostilità» 9i_ Tuttavia i generali Griinne e Hess, presenti, obiettarono la necessità di prevedere il caso peggiore e cioè l'inJmediato imerv nto am1ato frane e in aiuto al Piemonte; di conseguenza, occorreva disporr l'immediata mobilitazione generale, sì da es ·ere in grado di portare la guerra anche su l Reno. Ma Buol insisLctLe per attendere la risposta di Napol eone prima di pr clamare la mob ilitazione. tanto più che, in ca o di un conflitto con la Francia. erano già stati pre i accordi e n la Pro ia per driedere alla Dieta la mobilitazione dei contin gcn Li confederali. A presc indere da tulio questo, il Banneville a Walewi;ki in data 20-22.4. 1859. ibidem, pp. 203-205. " Ibidem, p. 206. '" D. MA K SMITH . Il Ri1orRime11to cit.. p. 504-505 .
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generale Gyulai poteva dare immediatamente inizio ai preparaLivi ed al concentramento de lle truppe, anche per conferire maggiore effetto all'intimazione diplomatica. La noti.zia dell'ultimatum arrivò a Torino nel pomeriggio del 21. Fu l'incaricato d'affari inglese West, durante la temporanea a enza dell'ambasciatore Hudson, a mostrare a Cavour ed a La Marmora il telegramma spedi to da Malmesbury alle 14. «Che mom nto! - annotò Massari -. Erano le 4,45: rimanemmo tutti in piedi. Il West con voce calma e lenta legge il dispaccio ["Dite a Cavour che martedì notte parti da Vienna l'ordine a Gyu lai di mandargli l'ingiunzione del disanno e di dar risposta entro tre giorni; l'Austria ha respinto interamente le nostTe proposte"]93, il conte lo prega di ri leggerlo e quando ciò è fatto con molta dignità dice: "J'espère que vous trouverez que nous m;ons Jait tout ce qui était en notre pouvoir pour èviter une conflagration" ,>9•. Il 23 arrivarono nella capitale piemontese il barone von Kellesperg ed il conte Ceschi di Santacroce, i quali alle 17 ,30 consegnarono il documento 95 • Dopo un lungo preambolo, Buol pregava Cav ur di prendere in seria considerazione le pacifiche intenzioni de!I' Austria «et de me /aire savoir si le gouvernement royal consent, oui ou non, à mettre sans délas son armée sur le pied de paix, et à licencier les volontaires italiens». Se entro tre giorni non avesse ricevuto risposta o e questa non fosse stata pienamente soddisfacente, l'imperatore ( devra , à son gran regret, recourir à la force des armes pour l'obtenir». D'intesa col governo francese, la risposta fu consegnata alle 17 ,30 del 26. Quel giorno la regina Vittoria scrisse al re del Belgio: «Non mi rimane più alcuna speranza di pace. Benché in origine sia lata la triste fo ll.ìa della Russia e della Fnmcia (.. .), ora è la pazzia e la cecità dell'Austria che ci ha portato alla guerra. Essa si è messa cos i dalla parte del torto, ed ha qui interamente mutato il modo di entire nell a più veemente simpatia per la Sardegna» 06 • E lo stesso giorno, dopo un ulteriore . cambio di note, Walew ki incaricò Banneville di mettere in guardia il governo austriaco: «!nformez sans d.elai M.fe comte Buoi que si les Autrichiens passent le Tessin , nous considérerons cette invasion comme déclaration de guerre con/re 11011s» ~1 • Buoi si limitò a
" Malmesbury a West in data 2 1.4.1859, in G. VlJ , p.
G IARRIZZO,
Gran /Jre1ag11 a e Sardegna ~il .
55.
"' In D. MACK SMITH. i/ Risorgimento cit., P; 504. " CCSM, La guerra del /859 eiL, [, Documenti, doc. 26. Cavour riceveue gli incaricati austriaci nel suo gabinetto di lavoro o li intrnttenne, sorridente, su vari argomenti. Nel corso della conversnzione il Kellesperg espresse la sua amm irazione per la citrà cli Torino, lasciando cadere un «Pecca to che una sì beUa cinà sia destinata ad es~ere presa a viva forza ». Cavour sorrise con illdiffcren1,a, ma quello er~ proprio il suo immenso timore. ., Ibidem , p. 42. ., Walewski a Bunneville in data 26.4.1859, in A. SAJTIA, La guerra del 11359 cit., 1, p. 211 .
PREMESSE Dl3LLA ruOVA GUERRA D' TNDll'ENDENZA
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replicare che più di sempr de iderava una rispo. ta piemonte e che consenti di evitare lo po ibilità cli una guerra 9K_ Cavour aveva vinto la campagna diplomatica. li 27 la repl ica sarda fu esaminata da una conferenza m ini steriale a Vienna e giudicata insoddi facente e Buo i conclu e affermando che le decisioni cisca l'ulteriore condotta austriaca dovevano es. ere prese «unicamente ed esclusivamenl otto il punto di vista militare» e precisando che almeno al momento l'Austria non poteva contare u appoggi lranieri. A questo punto i militari scattarono. Appena otto giorni prima Buoi aveva prei entato una ituazione internazionale del tulto differente , con la Francia alla ricerca o di una scusa er sottrarsi ad un co nflitto ed il Piemonte praticamente costretto ad accctlare l'ultimatum . Ora, invece l'impero si trovava «davanti ad una catastrofe!». Quali erano in concreto, le intenzioni delle grandi Potenze. Buoi non eppe cosa rispondere cd i militari l'accusarono senza mezzi termini deU'isolamento dell 'Austria e dei gravi pericoli in cui la sua politica l'aveva me sa. Francesco Giu eppe tagliò corto e chiuse la conferenza dichiarando che la guerra era ormai un impegno d'onore. Subito partì l'ordine per Gyulai di iniziare le operazioni . Il 4 maggio Buol verrà esonerato dall'incarico e ostituito con il conte di Rechberg.
3. LAPREPAR AZIONE
M[LIT/\RE.
A Plombières la nuova guerra all'Austria aveva acquistato una fisionomia ben definita. li Piemonte avrebbe fornito un'armata di campagna d i l00.00 uomini, volontari ed alleati compresi. Questo sig nificava la di sponibilità alle anni di circa I 50.000 uomini , cioè un impegno notevolissimo per il governo sardo, il quale nutriva fondati dubbi ul concor o d gli altri Stati italiani e non era in grado d i fare calcoli precisi sull'ap porto dei volontari. Quindi occorr va orientarsi allo . forzo mas imo della mobilitazione generale. Le difficoltà di natura tecnica da affrontare subito erano due. Secondo la legge del 20 marzo 1854, l'annata sul piede di guerra avrebbe raggiunto un livello teorico d i 110.000 uomini, ma pratico di circa 85.000. Questo, per di più , soltanto a partire dal 1863, al termine del primo ciclo di applicazione de lla legge. [I secondo inconveni ente era rappresentato dall'imprevi sta fo rte u ura de i soldati, non per cause proprie di guerra, bensì per malattia, come verificato i durante la guerra d'Oriente. Le du difficoltà . i compendiav. no in un unico problema: quello delle ri erve.
"' Banneville a WaJewski in data 26.4.1859. ibidem. p. 2 12. Per la crisi tra la Francia e l ' Austri a in quei giorni vds. J. Il RNP.R, Nol'e ar111i, cii.. pp. 724-750.
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LA SECO DA GUERRA O'f, DIPEND
ZA
desso tornava sul tappeto, e con la forza conferitale dalla realtà bellica, la critica a l l'insoddisfacente soluzione costituita dal Ia legge del l 854. Veramente la questione era stata immediatamente recepita dallo stesso La Mannora, il quale nel giugno 1857, un anno prima di Plombières, aveva presentato alle Camere la proposta di un correttivo al vigente sistema di reclu tamento. Alla base della proposta tava una emplice, aJJannante constatazione. I 10.000 arruol ati dell a leva 185 1 (classe 1830), in parte inviata in Crimea, nel 1856 ammontavano ad appena 5.71 O. De i 4.290 uomini in diminuzione, 330 erano stati congedali per motivi di famiglia, 800 congedati per surrogazione, 1.850 congedati per riforma, 1.120 morti. Ed i I 0.000 co critti de lla leva 1852 (cla · e 1831 ) si erano ridotti a circa 6.000. elle leve del I 853 e I 854 (classi 1832 e 1833) il contingente annuale, su 18.000 di sponibil i, era stato stabilito in 12.000 uomini , di cui 9.000 per la l" categoria e 3.000 per la 2' . el 1855 e nel .1856 (classi 1834 e 1835) il contingente era salito a 13.000 uomini, di cui 9.000 nella l' categoria e 4.000 nella 2". Ora, vi to che la 2• categoria delle ela. si 1832 e 1833 era stata chiamata alle armi «con ottimo succe o» (cioè passata alla l" categoria ed ancora ai reggimenti) per fronteggiare le esigenze della campagna di Crimea e considerato «il voto espresso già più volte nel parlamento, di accrescere, se non l'effettivo dell 'esercito, almeno le riserve», il governo proponeva, a partire dalla leva per il 1858 (clas e 1837), di mantenere a 9.000 uomini la l' categoria, ma di allargare la 2' categoria comprendendovi «tutti indistintamente gli iscritti abili e non esentati per motivi di famigl ia» disponibili una volta completata la l " categoria. Cavmu· e La Marmora sapevano bene quale vespaio avrebbe suscitato l'idea nell 'oppo ·izione conservatrice perciò avanzarono due «compensi », uno per gli interessati ed uno per i conservatori. Anzitutto il pe ante vincolo imposto dalla legge del 1854 sugli iscritti alla 2" categoria, di non contrarre matrimon.io durante i cù1que anni della fem1a, veniva ab lito. È vero che in tal modo sarebbero stati richiamati , i11 caso di guerra, elementi con carico d i famig li a, in contrasto con quanto i era cercato di ottenere con la legge del I 854 tuttavia esisteva una sostanzi ale differenza di situazione ri spetto al 1848-49. Allora erano stati richiamati uomini con famiglia anche ultratrentenni e da lunghi anni lontani dall anni, mentre e lementi giovani e celibi , pur essendo idonei, conli nuavano a restare a casa. Adesso, invece, l'eventuale richiamo della 2·' categoria avrebbe interessato tutti i non esentati nel quadro di una ferma ridotta a cinque anni. In secondo luogo, mentre detta legge consentiva al governo di trasferire con decreto dalla 2' categoria alla [• le aliquote di volta in volta ritenute necessarie adesso questo passaggio poteva aver luogo soltanto mediante una legge speciale. Al governo rimaneva l'autorità di chiamar temporaneamente in servizio aliquote della 2" categor ia per ri nforzare i corpi ,<nella ola sopravvenienza
PREMESSE DELLA
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di urgenti e difficili circostanze», cessate le quali le predette aliquote sarebbero tornate in congedo ill imitato rimanendo nella 2' categoria. Come prevedibile, l'intenzione di includere nella 2" categoria tutti gli iscritti privi di esonero trovò forti obiezioni, per la verità mo lto speciose, ed il ministro fu rimproverato di aver intenzionalmente «aspettato il finire di una sessione laboriosa per presentare un progetto di legge gravissimo, accoppiando a disposizioni, che erano certe di incontrare l'assenso universale, alcune altre che portano un cambiamento gravissimo nel principio organico della leva» 99 • Cavour seppe superare il dissenso con un franco discorso. Sollecitato da più parti, egli disse, il governo aveva già in passato affrontato la questione delle riserve i; cercato di risolverla mediante l'organizzazione della guardia nazionale mobile. Purtroppo ogni sforzo compiuto in tale dirnzione si era rivelato insoddisfacente. Per dare a questa parte più o meno cospicua della guard ia nazionale il significato di armata di riserva sarebbe stato necessario creare quadri ufficiali e sottufficiali anche in tempo cli pace, con immaginabili ripercussioni assai gravose per le persone investite dei gradi e per il Tesoro, senza peraltro ottenere un risultato pari al sacrificio. Infatti «la guardia nazionale non si estende a tutte le classi della popolazione; essa non racchiude nelle sue file che la classe censita; quindi non si potrebbe da esso ricavare una guardia mobile, cioè una guardia da ordinarsi a modo di soldati regolari e da potersi mettere in fila a combattere accanto alla truppa di linea, se non col togliere da questa classe ristretta le persone di giovane età e che non hanno vincolo di famiglia; perciò, per quanto si fosse voluto severamente applicare la legge, non si sarebbe poi potuto ricavare dalla guardia nazionale, mobilizzandola, che 8 o 9 mila uomini» 100 • Allora non restava che risolvere il problema con le classi di leva, il che era possibile o estendendone il vincolo del servizio di ogni classe o aumentando il numero degli uomini da trarre da ogni classe. Se, ad esempio, occorrevano 45.000 uomini come riserva per l'armata di campagna, si potevano prendere 5.000 uomini da nove classi, oppure 9.000 da cinque classi. Sotto il profilo tecnico-militare era incontestabile il vantaggio di disporre di classi numerose e quindi soldati vincolati per pochi anni, e cioè giovani. D'altronde il servizio di 2° categoria, che si traduceva in una presenza al le armi dai 40 ai 45 giorni nel periodo di minor aggravio per la popolazione contadina, non poteva definirsi davvero pesantissimo. é poteva impedire agli studenti di seguire i corsi universitari . Rimaneva il fatto che il sistema rendeva più difficile la sunogazione ordinaria, ma, tutto sommato, non era un gran male, visti i suoi discutibili risultati . Inoltre, ne 1isultava incrementata la surrogazione militare, vale a dire " Discorso di Cavour alla Camera in da ta 17.6.1857, in P. PIERI , Le forze armate cit., p. 240. 100
Ibidem. p. 242 .
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la «li berazione», e questo era un vantaggio giacché pem1etteva la rafferma di soldati già e perii 101 • Per concludere, il discorso di avour apparve convincente e condusse all'approvazione della legge. Erano sufficienti i provvedi menti studiati da La Marmara per completare e migliorare le sue r,iforme? A nostro avviso, una volta chiamati tutti gli idonei non esonerati, qualco ·a ancora i sarebbe potuto fare, anche se il riferir i emprc alla mancata utilizzazione di «tutte le forze vive» della nazione per un certo verso appare francamente esagerato. Di sicuro, come os, ervato dal generale Carlo Mezzacapo si poteva lavorare sulla 2' categoria. Per aumentarne l'entità era possibile diminuire gl i esoneri ed aUungare il periodo di ferma. Per migliorarne l'efficienza era po sibile prolungare il periodo di istrnzione alle anni ed incrementarlo con uno o due richiami. Peraltro l'adozione di queste misure - che per obiettività si deve ammettere non iano state nemmeno pensare - avrebbe certo provocato l'ostilità della maggior parte dello schieramento parlamentare e della popolazione, e, per quanto ri guarda il miglioramento del livello addestrativo trovato un fort issimo ostacolo nelle disp nibilità di bilancio. Comunque, essendo la decisione in mano alle Camere e non al ministro della Guerra, non pare che in materia ~i possano muovere gro si appunti al La Marmara e nemmeno a Cavour che si era dovuto impegnare person almente per ottenere l'approvazione di una proposta in fondo più che eq ua e modesta. Detto questo, non si può orvolare ul fatto che l'onere militare ace ttato a Plombière era stato preso pur cono sce ndolo in ostenibi le. Cavour e La Marmara sapevano ben issimo di non riu cire a mettere in campo un'armata di .100.000 soldati: il totale teorico di 110.000 uomini della legge del 1854 poteva es ere ragg.iunto soltanto a partire dal 1863 e, per giunta, il caJo naturale nonché l'ormai p revedibile e temibile usura dei reparti per cause non di combattimento avrebbero inci o in modo pesante ulla reale dispon.ibiJitìt. on per nulla La Marrnora aveva dato a Cavour un appunto scritto a matita con l'i ndicazione della forza militare giudicata necessaria e sufficiente: 80.000 francesi ed altrettanti piemonl si '01 • Di fronte alla valutazione, più realistica, di apoleone, che evidentemente ricord ava il recente impegno in Crimea, di 200.000 francesi e 100.000 piemontesi, avour assentì. Avrebbe dato il suo consenso a qualunque condizione pur di cominciare la guerra , ma si rendeva conto che per condurre la campagna occorreva averne alle armi 150.000 10 J. Perciò - come abbiamo "'' Ibidem., pp. 242-243.
,.,,Carreggio Cavour-Nigra cit., I, p. 101. Non si è in grado di motivare il calcolo fa tto da La Main1ora. '" D . Mi1ck Smith afferma che •<q uando Cavour parlò di 150.000 soldati non cono cva la vcrn situai.ione mil itare del Piemomc. o perché non credeva all"utili1à di discutere questo genere di problemi politici con i gcnerd!i. o perché i generali non osavano di rgli la vcritll.» (li Ri.wrgime1110 c it., p. 506), ma Cavour cm perfettamente al corrente della situ azione perché aveva partec ipato di persona alle disc uss ioni ullc riforme del 1854 e de l 1857. Quanto al l 'ipote i che i generali non
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vi sto - ebbe cura di precisare a Vittorio Emanue le II che detti 100.000 oldati sarebbero stati forniti dal Piemonte e dalle «autres provinces d'!ralie» 10'1, preciazione che non figura affatto nella convenzione finnata nel gennaio 1859. E in questo senso, probabi lm ente, il re avallò la promessa a apoleone a fine dicembre 1858 '°·1 • In omroa, sul piano forma le dell'impegno as unto nell'alleanza il governo sardo si trovava in difetto. Quanto a La Marmara - che aveva impostato le riforme del I854 sull a base dell'obiettivo di un organico di guerra di 90.000 uomini , consapevol della sua riduzione a 65-70.000 pres nli, e che nel l 858 era stato ubito infom1ato da Cavour degli accordi con l'imperatore 106 - pur ammett1ndo, anche per evidenti motivi d i cautela diplomatica, la difficoltà di pre~entare alle Camere un nuovo e più radicale sistema di reclutamento (che comunque non avrebbe fatto in tempo a dare i suoi frutti), più che considerare l'intesa con l'alleato come indicazione di larga massima sembra l'abbia vista come assolvibile nel tempo con il concorso di milita.i provenienti dall e altre parti d'Italia e soprattutto con il reclutamento oelle regioni via via incorporate. D'altro canto, Napoleone non aveva alcun motivo per lamentare la minore entità dell 'armata sarda rispetto a quanto creduto, perché l'eserci to francese al 20 maggio, in izio dell a campagna, aveva nei ranghi 108.000 uomini ed a fine gi ugno, praticamente al tem1 ine della guerra, disponeva di oli 130.000 uomini, compreso il V corpo d'armata de l principe Napoleone in Toscana •m_ Ritorneremo sull'argomento . A pre cindere dall'esercito di campagna, Cavour in qualità di ministro degli Interni, non ignorava la onvenienza di sfruttare al massi mo le po ibilità offerte dall a guardi a nazionale, la cui organizzazione, allo stato dei fatti, era
osassero di rgli la verità, non ~i vede quale morivo di reticenza potesse sussiste re, infatti vedasi appunto a matiw del La Mam1orn di cu i sopra. '"' Infatti il 14 mano 1859 Cavour scrisse a Massimo d'Azeglio, a Roma, affinché si desse da fare per provocare l'affiusso di voloniari nelle Romagne. per costiniirvi un corpo regolare di 2025.000 uomni al comando di un abi le generale, <1d esem pio Ulloa. con uffici ali preparati , «in modo però di far parte integrnnte del nostrn esercito» (C(l/'/egg io Cavo ur-Nigra cir. , 11, pp . 88"90). Ed il successivo I 9 marzo Cavour confidò a igra la certezza c he «elllTO sei m s i avremo 150.000 uomini sollo le armi» (Ibidem., pp. 116·117). "'' Vittorio Emanuele a Napoleone in daca 26, t2. I 858, in lettere di Viuo rio Emam1e/e li , a cura di F. COONASSO, Torino 1996, l, p. 49 1: «( ... ) Si re, jc calc1ile de 111c11rr 100.000 ho111111es de
bo1111es 1m11pes .sous /es annes pour marche,; et 1e11ir e11core de fortes réserve.1· e11 Piémo111 et il est facile d' a11gme111er e11co1-e /' a,mée si Vo1re Majes1é le eroi I». "" Cavour a La Mamiora in data 24.7 .1858 da Baden: «( ... ) rimpernrorc non s' illude sulle risorse milit ari dell ' Au stria, sulla sua te nacità, su ll a necessità di prostrarla per ottene re la cessione dell'.llalia. gli mi disse che la pace non si sarebbe firmata che a Vienna , e che per raggiungere questo scopo era mesrieri allestire un esercito di 300.000 uomini , essere pronto a mandare 200.000 cornbanenti in Italia: richiedere I 00.000 italiani » (G. MASSAKt , Il ge11erale Alfonso la 1Warmora,
cit. pp. 204-205). 10 '
CC M. La g11e/'/'a del 1859 cii .. DocumenLi. I, voi.. d sc. 25 7, lJ voi., dsc. 1997.
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notoriamente ben lungi da un accettabile rendimento. Cercò dunque di porvi rimedio ed all'inizio del 1859 presentò un disegno che divenne legge il 18 febbraio. I punti sui quali si volle modificare la vecchia legge del 4 marzo 1848 furono sostanzialmente quattro. Prima di tutto, l'elezione degli ufficiali e dei sol!ufficiali. Essendo prevista la semplice maggioranza dei voti dei presenti, accadeva di solito che, stante una diffusa indifferenza ed incuria, si presentassero alle votazioni ben pochi elettori col risultato di travisare completamente iJ ignificato dell'operazione. Perciò venne fi sato un numero legale pari al 50% degli iscritti ui ruoli della compagnia. Se tale numero non fosse stato raggi un to in quella né in una seconda convocazione, le nomine avrebbero avuto luogo d'autorità. Il secondo aspetto riguardò l'uniforme. Era tabilita solo per gli ufficiali, mentre i sottufficiali portano semplici distintivi di grado ed i militi un bracciale tricolore. Facile immaginare quanto poco decoroso e marziale fosse il quadro che ne risultava. Fu, dunque, prescritta un'uniforme, sia pure semplice, obbligatoria per tutti gli iscritti. Il terzo punto si riferiva alla guardia nazionale mobile. Per essa si concluse che il suo impiego in guerra doveva limitars i a fornire guarnigioni ed a tutelare l'ordine pubblico e la sicurezza dell'interno. Il servizio individuale non poteva superare i quaranta g iorni, a meno della procl amazione dello stato d'a sedie nel presidio. Il quarto punto concerneva i vo lontari jscritti nei ruoli della guardia nazionale. Secondo l'art. 8 della legge essi potevano cos tituiJe corpi appositi su decreto del governo, ma la nomina degli ufficiali spettava al re e quella dei sottufficiali e dei caporali al comandante del corpo. La disposizione mi rava ad aggirare l'art. 5 della convenzione militare conclusa con la Francia, che vietava formalmente i corpi franchi su esplicita rich iesta de lla Russia, o ti le a qualsiasi forma di guem1 rivoluzionaria '0'. In caso di guerra detti corpi sarebbero entrati a far parie integrante dell'armata ·arda sotto ogni aspetto. In altri termini: la guerra era la ciata per in ero all'esercì o.
*** Le prime di. posizioni impartite dal governo sardo in tema di mobilitazione furono dirnmaLe il 12 genna io 1859 non in relazione al di seg no offen ·jvo della guerra, om1ai data per sicura ed imminente, bensì quale mi ura prudenziale contro una temuta improvvisa irruzione au:;triaca: il 7 gennaio si era avuta notizia d I trasferimento di numero e truppe (un corpo d'annata e quattro battaglioni di confina.ii ) dall'Austria a l ombardo-Veneto. Si dispose, dunque, lo postan1ento nella zona di Valenza della brigata Casale , dislocata in Savoia, 11
•
G.
BAPST. L<' nwréchal Canrohert cil.,
lll, p. 524.
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e la difesa dei tratti più pericolosi del confine orientale, nonché il richiamo ai corpi di tutti gli ufficiali e la sospensione delle licenze di ogni tipo. La mobilitazione era stata studiata nel 1856-57 e venne attuata su tale base con appena qualche variante suggerita dalle circostanze. Non poteva chiamarsi un vero e proprio piano perché , pur toccando tutti gli aspetti del problema, lasciava in sospeso una decisione fondamentale. Dopo la prima guerra d'indipendenza erano stati aboliti i depositi permanenti dei corpi , perciò occorreva stabilire dove vestire ed armare i richiamati ed i coscritti e come avviarli ai reggimenti. Esclusa L'ipotesi di affidare questo compito ai corpi stessi nella guarnigione stanziale, in quanto ciò avrebbe immobilizzato molti reggimenti per quasi un mese, rimaneva la scelta tra il concentramento dei contingenti a Torino, Genova ed Alessandria - da dove, ultimata le operazioni di vestizione e di annamento presso i magazzini in posto, i drappelli avrebbero poi raggiunto i reggimenti in sede o in marcia - e l'alternativa di ricostituire i depositi . TI ministero adottò quest'ultima soluzione, del resto la più regolare , alla fine di gennaio. Subito però affiorò l'esigenza del reperimento dei quadri occorrenti a completare l'organico di guerra ed a soddisfare le necessità. territoriali, esigenza che inevitabilmente farà sentire il suo peso crescente durante l'intera durata della guerra. Di fronte a simile problema, e memori della precedente guerra, si cercò di correre ai ripari. Il 27 febbraio fu aperto un corso suppletivo della R . Accademia Militare presso la Scuola di fanteria di Ivrea, ma, siccome prima di alcuni mesi non sarebbero usciti i nuovi ufficiali, bisognò adottare i so liti rimedi di circostanza in uso in tutti gli eserciti: accelerare la promozione dell'ultimo corso della R. Accademia Militare, attingere ai migliori sottufficiali, indire un concorso per una trentina di posti dì sottotenente di artiglieria e genio. Con queste misure fu possibile fronteggiare la necessità di inquadramento dei reparti e delle operazioni di mobilitazione. Purtroppo, non appena iniziarono le ostilità, l'usura dei reggimenti impose nuovi provvedimenti, quali la riammissione in servizio di ufficiali dimissionari e di sottufficiali e caporali in congedo (decreto del 26 maggio), nonché ulteriori promozioni ad ogni livello. Il 29 giugno, dopo la battaglia di San Martino, Cavour scriverà al comandante della Scuola di fanteria di Ivrea che «i bisogni dell 'esercito sono così stringenti che è necessità il far uscire immediatamente da Ivrea tutti coloro che sono capaci di far un uffiziale. L'invito quindi a proporre immediatamente la nota la più ampia possibile dei giovani suscettibili di prendere mediocremente un facile esame sulle cose militari (... )» 109 •
"~CCSM, La guerra del 1859 cit., I, Documenti , doc. 98.
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L'ordine cli mobilitazione venne diramato il 9 marzo, dopo la felice sottoscrizione ciel prestito cli 50 milioni 110 • Cavour temeva la messa sul piede di guerra dell'annata austriaca del Lombardo-Veneto. Secondo le informazioni raccolte, l'arrivo del III corpo d'armata austriaco in Lombardia aveva portato le truppe del generale Gyulai (V, VII e VJJJ corpo) a circa 70.000 uomini con 160 pezzi. È pur vero che le unità sembravano ancora sul piede di pace, tuttavia, tenuto conto dei soli tre anni di servizio alle armi e degli otto anni di durata della fenna, più due nella riserva, il passaggio al piede di guerra risultava facilitato dalla possibilità di conseguirlo con i soli uomini in congedo illimitato. Le prospettive circa la consistenza dell'avversario non apparivano tranquillizzanti: si temeva che le nuppe in Italia potessero rapidamente salire, con i richiami, a 177.000 uomini, di cui 140.000 di fanteria. Se fossero affluite altre due divisioni (notizia incerta) il totale sarebbe salito a 200.000 uomini. «Un ufficiale superiore dello stato maggiore austriaco - scriveva il maggiore Govone, preposto al servizio informazioni - diceva infatti, or non é molto, che, ove la guerra scoppiasse, poco meno di mezzo milione di soldati delle due parti inonderebbe forse le provincie lombardo-venete» 111 • I primi di marzo erano alle armi le classi 1833-34-35-36-37; quest'ultima ai corpi da un paio di mesi, la prima già impiegata in Crimea ed arricchita della 2" categoria proprio in quella circostanza. Fu richiamata la l' categoria delle classi 1828-29-30-31 -32 '", già utilizzata in Crimea e le prime due anche nelle campagne del 1848 e del 1849, e perciò indebolite per le perdite di guerra: entro la fine di marzo i militari dovevano essere ai depositi, che nel frattempo stavano organizzandosi. La tardiva ricostituzione dei depositi 113 comportò un ulteriore inconveniente: la materiale impossibilità di ricevere la 2' categoria fino a quando i militari della l' non fossero stati avviati ai battaglioni attivi, cioè a maggio. Si aggiunga che la classe del 1838 fu chiamata alle armi con legge del 7 aprile, secondo la quale il termine delle operazioni di leva era stabilito al 10 luglio. Stranamente , neppure in simile momento il governo poté variare l'entità del contingente di l" categoria da chiamar·e. "" Il 4 mar,-;o Cavour annunciò a Nigra che il prestito era stato brillantemente sottoscritto in Piemonte: «A fo rce de periies somme.,· on a réuni /es millions qu e /es ban.quiers de Paris nous 0111 réf11sé». Per la verità, avevano contribuito anche banchieri d ' altre parli d'Italia (Carteggio CavourNigra cit., II, pp. 50 e 7 l). " ' Govone a Cavour in data 4.3.1859, in CCSM, La guerra del IR59 cit,, I, Documenti, doc. 49.
"' La I' categoria in congedo illimitato delle classi 1828 e 1829 (esclusi non meno di 4.000 uomini in ferm a d 'ordinanza che avevano ultimato il loro servizio militare di Ollo anni) ammontava a circa 21.000 uomini; quella delle classi 1832 e 1833 a 2l.600 (non compresi i 5.400 uomini in ferma d ' ordinanza ancora in servizio alle am1i). In totale 42.000 uomini teorici. "·' Gli ordini per la costituzione dei depositi furono contemporanei al richiamo della I' categoria (9 marzo).
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La disponibilità della 2• categoria i limitava alle classi 1834-35-36-37. Mentre i contin gcmi del 1834 e del 1835 anunont.avano a 4.000 uomini per anno, non risulta l'entità del conti11gentc del 1837, che tuttavia si presume sempre di 4.000 uomini, e del J 37, prima classe ali quale venne ap plicata la legge 13 luglio 1857 e che di conseguenza avrebbe dovu to comprendere nella 2' categoria tutti gli idonei non assegnati alla l' . Sta di fatto che l'incorporamento d lla 2' categoria, ordinato il 3 giugno per le classi 1834-35-36 d il 23 giugno per la clas e 1837, ebbe luogo in luglio, vale a dire alla fine della guerra 11 1• n 7 giugno La Mannora lamenterà che i ranghi d i reggimenLi di fanteria «cominciano ad assottigli arsi un poco pel fuoc;.o e per le malattie, senza che ias i probabilità di ri empire in breve i vuoti, non essendo arruolata la 2' categoria, e qualora il fos e subito, non essendo in condizioni di raggiungere immediatamente le bandiere» "". Dal I 7 giugno la leva venne applicata alle provincie lombarde, ma ovviamente non potè dare i suoi frutti se non dopo l'am,istizio. Tn compenso si ebbe modo di attingere ad un certo numero di volontari , già istru iti, la cui partenza «gioverebbe a far luogo presso i depositi ai soldati di 2' categoria testé chiamati» "". La questione dei volontari merita attenzion . La consapevolezza degli errori commessi nel 1848-49 e la semplice constatazione della situazione internazionale ed italiane dopo la guerra d'01iente avevano inevit·1bilmente, e con sempre maggior forza, pre entato il regno di Sardegna come l'unico Staro in grado di liberare la penisola dagli austriaci. Fin dal 1854 Garibaldi aveva amme 'so che «oggi l'Italia tutta guarda al Piemonte, come il navigatore alla tramomana» 111 • Cavour era al corrente della convergenza ver o Torino delle aspettative generali e del ere ceote con en o alla politica del governo sardo ed alla fine del 1858 raffittì i rapporti con gl i esponenti della Società Nazionale e con l'ambiente degli esuli. Sicuramente la grande corrente del volontariato del 1859 è da attribuire in larghi sima misura «al mes aggio propagandistico della Società azionale ed alla capacità dei ·uoi membri di porsi quali punti di riferimento certi e tramiti sicuri tra la peri fe ria e Torino», non soltanto per la convincente presentazione del «modello» piemontese, ma anche per l'abilità nel su citare e coordinare un importante movimento di ma sa 11 8 • Così, all'inizio del 1859 Cavour cercò di provocare un vasto contributo di forze a favore dello sforzo bellico che il regno di Sardegna si apprestava a sostenere: dalla dìscrzione massiccia dei coscritti del Lombardo-Veneto e con'" CCSM, Lt1 guerra del IH59 cit., I. documcmi. doc. 59, noca I. '" La Mam1ora a Cavour in daca 7.6.1859, ibidem, doc. 64. "' 11 ministro della guerra al capo di Stato Maggiore de ll'annata in data IU.6. 1859, ibidem. doc. 65. "' Garibaldi n Valerio in data 8.6. 1854, in G. G ARIBALDI. Episrolario, W , Roma 198 l, p. 75. " ' A. M . fSAST1A , Il volomariaro milirare nel Risorgimemo. l..a par1ecipa: io11e alla guerra del 1859. USSME, Roma 1990, p. 153 e seg.
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seguente passaggio nelle fil e dell'armata sarda, naturalmente al momento opportuno per non attirarsi l'accusa di sfacciata provocazione antiaustriaca; a.11.'afflusso di volontari , specialmente dalla Lombardia, dai ducati e dall'italia centrale; all'attivazione di un ommovimento popolare in Toscana e nelle Legazioni, per poter assicurare a tempo debito la rapida unione con il regno dell'Alta Italia. ella seconda metà di febbraio Cavour, personalmente e tramite La Farina, impartì direttive ai responsabili locali della Società Nazionale di Bologna, Firenze, Roma e nel Lombardo-Veneto. In particolare avvertì La Farina: «Il tempo di agire in Toscana è giunto (... ). Bisogna ordinare l'agi tazione in modo che l'avvenive rimanga intatto; che si fo ndi più sopra idee di nazionalità e di indipendenza che sopra principi di li.bertà; che sia tale che tutti i liberali, a qualunque fazione appartengano, possano parteciparvi; che i militari possano accettarla senza tradire l'onore militare( .. .)» 119 • Il 1° marzo la Società nazionale diffuse la «istruzioni segrete» a firma di Garibaldi per il da farsi allo scoppio della guerra, con la parola d'ordine «viva Italia e Vittorio Emanuele! Fuori gli austri aci !», ed invitò ad info ltire i ranghi dell'armata sarda con le truppe regolari locali che abb racc iassero la causa nazionale, con i nuovi coscritti dai 18 ai 25 anni e con i volontari dai 26 ai 35 anni, tutti da mandare subito in Piemonte " 0 • Da parte governativa si presero tempestivi provvedimenti per accogliere vo lontari, disertori e refrattari d'oltre confi ne. Il I 5 gennaio La Marmora diramò una circolare ai comandanti di corpo per semplificare gli arruolamenti : «( ... ) La S.V. potrà d'or innanzi, sino a nuovo ordine, e senza che più le occorra d'invocare la superiore autorizzazione, addivenire a11'assento volontario presso codesto reggimento di quegli individui che fos ero per" farg liene richiesta», previo controllo delle qualità fisiche e morali, come prescritto dal regolamento , ul reclutamento dell'esercito 121 • Le garanzie d'ordine morale ai giovani che si presentavano senza docum nti erano fornite dal Tecch io, appena eletto vice presidente della Camera. Sin dagli arrivi iniziali sorse, tuttavia, un problema: la durata della ferma . Secondo la legge in vi gore, questa era di otto anni, ma davanti al recalcitrare dei primi volontari, che non volevano accettare un impegno cosi superiore alle loro intenzioni, venne concesso il limite di un anno, considerata l'eccezionalità delle circostanze. Allora si verificò il malcontento dei piemontesi che consideravano gratuito il trattamento di favore riservato ai nuovi soldati provenienti dalle altre regioni italiane, ed il 27 gennaio il ministero decretò la ferma obbligatoria di otto anni per tutti i volontari (salvo qualche eccezione). Soltanto il 3 "' In D. MACK SMm1, /I Risorgimenro ci t. , pp. 480-481. ,,. Ibidem, pp. 481-482. '" A.M. ISASTIA, li wJlonrariato milirare ciL , p. 1.21.
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maggio, a guerra iniziata, il ministero autorizzerà l'arruolamento come «soldato volontario per la durata della guerra». Non rutti i volontari, comunque, potevano essere immersi nelle file dei reggimenti o per l'età, o per questioni di statura o per ince1tezza di informazioni. Costoro , che a stretto rigore dovevano figurare nelle liste della guardia nazionale, vennero dunque avviati al deposito di Cuneo, come «cacciatori della Stura» 122• La prima unità regolare, costituita il 17 marzo con la ferma di un anno, ricevette il nome definitivo di «cacciatori delle Alpi» e posta sotto il controllo del generale Cialdini. Pochi giorni dopo questi avanzò a La Marmora la proposta formale di assegnare il comando dei cacciatori delle Alpi a Garibaldi, con il gr,ildO di maggior generale. Accolta la proposta, la formazione prese rapidamente quota, anche perché numerosi nuovi volontari si dichiararono pronti a battersi ma soltanto agli ordini di Garibaldi. A parte la suggestione del nome, ormai famoso, non mancavano ragioni ideologiche ad indurre a tale esplicita scelta . Si riunirono a Garibaldi molti che avevano combattuto a Roma nel 1849, molti ancora diffidenti nei confronti del Piemonte, e molti mazziniani che solo così riuscivano a staccarsi dalle file mazziniane senza il timore di essere accusati di «apostasia»'2'. Il risultato fu che già a fine marzo si rese necessarie l'organizzazione di due nuovi depositi, aperti a Savigliano il 29 marzo ed il 7 aprile. Un quarto deposito fu costituito ad Acqui il 16 aprile per i «cacciatori degli Appennini». Il 24 aprile Vittorio Emanuele il fimiava il decreto che trasferiva alle dipendenze del ministero della Guerra i cacciatori delle Alpi ed i cacc iatori degli Appennini 124 • Vale la pe11a di rilevare come l'impiego dei volontari venisse preparato da parte di chi era preposto al loro inquadramento, anche se non militare di can-iera, con la ferma determinazione di evitare gli inconvenienti derivanti da superficiale valutazione delle circostanze e da entusiasmi più di apparenza che di sostanza. La Farina il 3 gennaio aveva scritto : «Noi abbiamo bisogno di disciplina, e di ferrea disciplina: qualunque siasi l'origine dei corp i armati che accorreranno in difesa della patria, è quindi necessità che tutti siano ordinati colle regole della più severa milizia» 12 \ Cialdin i, nel primo ordine del giorno del l7 marzo, invitò i cacciatori della Stura ad «approfittare della militare istruzione» che sarebbe stata loro impartita, li esortò alla disciplina ed a ricordare «in ogni tempo ed in ogni luogo che non si serve la Patria con vuote parole e "'CCSM , La Jiuerra del 1859 cit., I, Documenti, doc . 115. '" TI 2 1 febbraio Maz zini diramò una protesta , a firma di più di centocinquanta re pubblicani , fortemente polemica ne i confronti di Napoleone me della Francia, di Casa Savoia e dell'al leanza fra la monarchia piemonte se e la Francia imperiale (cfr. D. M ACK SMITH, Il riso,,:imento cit. , pp. 484-487 ). '"' CCSM, La guerra del 1859 cit. , I, Documenti, doc. 126. '~' A. M. ! SASTJ A, Il volontarioto militai"e cit., p. 117 .
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sterili desideri, ma bensì con femli propositi e fatti gagliardi '"'. E lo stesso giorno chiarl di non voler trattenere gli eventuali dubbiosi o scontenti: «Prima adunque che abbia luogo l'arruolamento, quellj che esitassero o ripugnassero dal prendere servizio, lo dicano francamente e saranno tosto scortati alla frontiera» m _ Quanto a Garibaldi, non era uomo da non parlare schiettamente. Il 26 aprile, nel comunicare che da quella data i depositi assumevano il nome di reggimenti, scrisse: «gli ufficiali comandanti i reggimenti inculcheranno la più stTetta disciplina ai loro dipendenti, facendo loro sentire come i disagi siano inseparabili dalla vita del soldato e come l'abnegazione sia una qualità necessaria quanto il valore per vincere ( ... )»'" . E p1ima di entrare in campagna, ben ricordando le esperienze ciel 1848-49, emanò un secco proclama: «Chi disse per celia di voler vincere o morire non venga meco. Io non ho né spalline, né onori da offrire: io offro battaglia e 100 cartucce per ciascun milite. Per tenda il cielo, per letto la terra, per testimone Idclio» 120 • Tirando le somme, alla vigilia delle ostilità (15 ap1ile J 859) il Piemonte aveva nei ranghi dell'annata 2.467 ufficiali e 74.881 truppa (di cui 5.034 volontari) , più 15 ufficiali e 2.461 cacciatori delle Alpi 110• Complessivamente 80.000 uomini . Da sottolineare che i volontari incorporati in fanteria si aggiravano sui 350 per reggimento, eccezion fatta per i granatieri (480 uomini per ognuno dei due reggimenti) e per la b,igata Savoia (sette-otto elementi per reggimento, ovviamente in grado di parlare francese). In cavalleria, ogni reggimento ricevette dai 45 ai 61 volontari. I bersaglieri ne ebbero 763. L'artiglieria ed il genio, invece, appena qualche unità.
*** Dopo la g uerra d'Oriente, Napoleone si era lasciato andare a sogni sull'Italia. Come sappiamo, qui voleva cominciare la revisione dei trattali del 1815; qui voleva cominciare la vendetta di Waterloo e di Sant'Elena. n 23 maggio 1856 disse a bruciapelo al ministro della Guerra, maresciallo Vaillant, che intendeva disporre di un'armata pronta ad entrare in Itali a. Perciò, tenendo presenti gli studi per la costituzione dell'armée des Alpes ciel 1848-49, bisognava
'" CCSM, La guerra del I 859 cit. , I, Documenti, doc. 120. n. 2. "' !bidem,n. 3. '"' Ibidem. n. 134. "•Ibidem, p. I IO. "" Ibidem, p. 11 2 e 136-137. A.M. lsa.~tia però cita dati statistici del mini stero della Gueua dell'epoca, secondo i quali a tutto il 25 aprile i volontari arruolti nell 'esercito ammontavano a 7.969, compresi 102 del battaglione Real Navi(// volontariato milirare ci t. p. 224).
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formare il nucleo di una nuova armata sulle frontiere della Savoia. Intanto, nel giro di un anno, fece approntare il campo di Chàlons, che inaugurò nell'agosto del 1857 riunendovi la guardia imperiale e dirigendo di persona un intero ciclo di manovre. Voleva abituarsi a muovere le truppe sul terreno, «car dès ce moment, il est décidé de se mettre à la téte de /'armée qui /uttera con.tre l'Autriche» " '. Ma per quanto veramente ci pensasse, nulla in modo assoluto uscì più dalla sua bocca al riguardo. Nel gennaio 1858 istituì cinque grandi Comandi cli circoscrizione militare, oltre quello di Parigi, e li affidò a marescialli di Francia. Ebbene, nessuno di costoro ricevette la benché minima allusione alla guerra. ['Jella primavera del 1858 approvò un nuovo materiale d'artiglieria e stabilì l'acquisto di sessanta batterie da 4, ventiquattro da 12 da campagna e duecento pezzi ca!. 12 lungo d'assedio. Un'ordinazione del genere non poteva non suscitare commenti stupiti fra i marescialli, in quel periodo riuniti a Parigi, ma nessuno fu messo al corrente della probabilità di un conflitto. Qualche confidenza, invece, venne riservata a Palmerston ed a Clarendon, ospiti nel successivo novembre a Compiègne. L'imperatore vantò con loro le caratteristiche tecniche del cannone da 4 , di cui sostenne avere già sessanta batterie, e confidò di esser pronto ad entrare in guena contro l'Austria per liberare l'ltalia, contando anche sull'appoggio del partito whig britannico. Però le sessanta batterie non erano affatto pronte e nell'aprile J 859 ne esisteranno solo trentadue senza cofani.
Finalmente, il 2 gennaio 1859 , dopo il notissimo ricevimento di capo danno alle Tuileries, Napoleone dette le prime direttive a Vaillant. Al ministro della Marina fu chiesto: «La flotta peut-elle embarquer imm.édiaternent deux division d'Algérie qu'elle amenera a Toulon?». La 1isposta fu affermativa. Al maresciallo Castellane, a Lione, fu telegrafato: «L'Empereur a décidé que deux division de volre armée seraienl tenues prétes à partir à Marseille pour élre embarquèes (. ..). Ce mouvement peut se faire immédiatem.enl ( ... ). Vous direz qtie c:es troupes vont en Aji-ique ( .. .). Disposez /out sans bruit (. . .)». Castellane aveva sentito qualche voce dal re Gerolamo e dal conte Hatzfeld, suo genero, ministro di Prussia a Parigi, ma in termini poco convincenti. Sorpreso dall'aiia di mistero che circondava il telegramma, rispose il 4 gennaio che le truppe erano pronte a partire al primo ordine. Poi, per far comprendere di essersi reso conto trattarsi di un segreto, aggiunse: «Le mieux, pour ne faire de bruit, est de rien dire». Naturalmente avrebbe conservato la comunicazione per sé soltanto, tuttavia pensava di richiamare dalle licenze gli assenti, e in particolare due comandanti di divisione. La replica di Vaillant fu immediata: «Gardez-vous- en bien, çaferait du bruit, ce qu'ilfaut éviter avant
'"G . BAPST, Le maréchal Canroherr cit., 111,
pp. [73 - 174.
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LA SECO DA GUERRA D'INDIPE DENZA
tout». Ed il 13 gennaio un nuovo avviso: «Ne parlez pas, je vous en conjure; soyez plus muet que jamais». Come delle truppe in simili circostanze potessero esser pronte a partire «al primo ordine» è stranissimo. Ad ogni modo, dopo la firma del trattato d'alleanza bisognò fare qualcosa, anche perché, silenzio o non silenzio, cominciavano a circolare voci in gran parte false ma ugualmente allarmanti . Il 18 gennaio Napoleone formulò la prima ipot esi bellica: «Le s Piémontais ont été bauus et nous allons à leurs secours», ed in base ad essa fece chiedere da Vaillant al governo sardo di raccogliere approvvigionamenti sulla strada del Moncenisio. Passarono quattro settimane ed il 25 febbraio Vaillant telegrafò a Castellane: «Ne nous hatons pas; nous aurions peut-etre à revenir; laissons couler dans le sablier». Il 10 marzo, messo al corrente di una minacciosa massa di 177.000 austriaci al Ticino, Napoleone ordinò al generale Mac Mahon, ad Algeri, di tener pronti all 'imbarco 30.000 uomini; e decise di formare a Briançon una divisione d'avanguardia, al comando de l generale Bourbaki, in grado di accorrere a Torino. Cavour fu informato, Bourbaki no. La situazione incredibile si trascinò sino a metà aprile in una ridda di contraddizioni al punto che Castellane finì per chiedere ogni volta se doveva o no eseguire l'ordine appena gi unto. Il 15 aprile erano già sbarcati in Francia più di 20.000 uomini dall'Algeria, ma il 16 partì da Parigi l'ordine di sospendere i trasp01ti in corso. Nel pomeriggio del 17 aprile, Cavour, preoccupato circa la possibilità di un'improvvisa aggressione austriaca senza dichiarazione di guerra, incaricò Massimo d'Azeglio di ottenere dall'imperatore che la divisione Bourbaki fosse in grado di muovere da Briançon al primo segno . Napoleone tranquillizzò d'Azeglio, però Vaillant, al momento di spedire il dispaccio, si accorse che la divisione era priva dei tre generali: Bourbaki ed il comandante della 2" brigata, Ducrot, non avevano ancora assunto il comando della rispettiva unità, ed il comandante della l ' brigata, Trochu , si trovava nella capitale. I tre generali , avvisati immediatamente, partirono senza perdere tempo. A Lione li attendeva un sorridente Castellane. Aveva appena ricevuto un nuovo telegramma rasserenante da Vaillant: «Le vent, après avoir soufflé la tempete toute la nuit, s'est apaisé (. ..). C'est l'Empereur qui a dicté !es ordres d'hier au soir». Su tale base, Castellane ritenne di poter affermare che la guerra era lungi dall'essere dichiarata e che la loro divisione si riuniva a Briançon, ma per sciogliersi il giorno in cui fosse stabilito il disarmo. Ovviamente, in quel clima di rinnovata tranquillità, non aveva considerato opportuno spedire i quattro reggimenti della divisione nelle vallate alpine ancora piene di neve. E non era finita. Nella serata del 20 aprile Napoleone seppe con certezza dell'ultimatum austriaco al Piemonte. Ordinò alle divisioni Forey e Vinoy, di stanza a Parigi, di prepararsi a partire in treno per Lione e mandò a Castellane un nuovo strano dispaccio: «Les choses se présenlent sous un aspect très som-
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bre aujourd'hui. Brulez ce bilie! qui est pour vous seul» m. Il giorno dopo, infine, fu disposto il richiamo degli uomini in congedo temporaneo e l'assunzione degli organici di guerra, cosicché i richjamati cominciarono ad aftluire ai corpi in Italia verso la fine di maggio. Per quanto il principe Napoleone assicurasse Cavour che dieci divisioni erano pronte ad entrare in Piemonte in pochi giorni, cinque per la val cli Susa e cinque per Genova 133 , l'approssimazione dei preparativi francesi fu veramente sorprendente. I reggimenti di fanteria contavano circa 1.200 uomini , in buona parte giovani soldati; mancavano 10.000 cavalli; l'equipaggiamento dei soldati e dei reparti era incompleto; i servizi cli campagna inesistenti . Il generale Bourbaki, ricevuto nelle prime ore del 24 aprile l'ordine cli partenza, replicò al marescittllo Canrobert: «Les troupes de ma division sont sans cou.vertures, il fait froid. Nous n'avons ni tentes, ni bidons, ni ejfets de campement, ni cartou ches. Il n'y a pas defoin. Ahsolument rien de ce qui est nécessaire à l'organisation d'une division n'a été envoyé à destination: /es couvertu.res ne peuvent arriver avant le 29 avril» '·'''. Un'accusa, eia molti ripetuta, fu che il successo riportato in Crimea, a dispetto cli analoga impreparazione, avesse deformato la realtà, convincendo che le deficienze iniziali si sarebbero naturalmente aggiustate nel corso della campagna e che, perciò, fosse inutile prepararsi anzitempo alla guerra. «On n'avait fait aucu.n préparatif. et cependanr on a reussi: d'où cette conclusion , tirée par !es /ogiciens d'a!ors que la préparation de la guerre était un préliminaire vraiment inutile. On ne s'est donc pas mis en peine de préparer la guerre de 1859, encore moins - hèlas - la guerre de 1870" rn. E questa convinzione si era così radicata in taluni spiriti che più tardi Ollivi er rimproverò i generali francesi del 1870 di non aver seguito la prassi della Crimea e del 1859 nella guerra contro la Piussia 136•
"' G. B A PST, Le maréchal Camo hert cii.. lll, pp. 162- I 88. '" Principe . apoleone a Cavour in data 22.4 .1 859, in Caneggio Cavo11r-Nigra cil., Il , p. 175.
'" G. BAPST, Le maréchal Canroben cit. , III , p. 192. '" Ibidem , p. L9 J; C. RoussET, La guerre de Crimée cii .. p. X. '-" G. BAPST. Le marécha / Canroberr cit.. III , p. 191.
Capitolo IX LA CAMPAGNA DEL 1859
1. L'ESERCITO SARDO.
Dopo quanto si è detto, bastano pochi cenni sull'esercito mobilitato . li Comando Supremo 1• Vittorio Emanuele II assunse di rettamente il comandò in capo dell'annata e lo esercitò senza alcun dubbio sul proprio diritto a farlo. Bisogna ammettere che aveva una certa esperienza di guerra, un equiljbrio di gi udizio tale da poter ricredersi ove convinto da altri di un errore, sufficiente fermezza di carattere, coraggio fisico e senso di responsabi lità. Non era uno stratega ed anche sul piano della grande tattica lasciava molto a desidere. D'altronde, solo eccezionalmente i regnanti assoluti ed i primi monarchi costituzionali hanno palesato doti di grande capitano pur intendendo comandare di persona il proprio eserc ito, e, alla tin fine , Vittorio Emanuele non sfigurerà ce1to al confronto con Napoleone m e con Francesco Giuseppe. Come capo di Stato Maggiore il re volle il tenente generale Enrico Morozzo della Rocca, già suo capo di Stato Maggiore nella 1• divisione di riserva durante la campagna del 1848 e, dopo la campagna del 1849, suo primo aiutante cli campo generale. Una scelta di fid ucia derivante anche dall.a convinzione di Vitt01io Emanuele di non aver bisogno di mentori. Della Rocca tenne l'incarico col preciso intento di essere semplicemente «il mezzo autorevole» per trasmettere ai vmi comandanti gli ordini del generale in capo, e difatti volle firmare le lettere di serv izio «d'ordine cli Sua Maestà» ' . Il comandante del corpo di Stato Maggiore, generale Fecia di Cossato, rimase a Torino, tagliato fuori claUe operazioni. L'altro personaggio illuslTe presente al Quartier Generale Principale fu Alfonso La Mam1ora. Ritornava la vexata quaestio della soluzione da dare alla non responsabilità politica ciel re e, come nella prima guerra d'indipendenza, il titolare del dicastero de1la Guena lasciò l'incarico nelle mani del presidente del consiglio e seguì il re come ministro della Guerra all'armata. Ancora una volta, come nel 1848 e nel 1856, all o scoppio ciel conflitto il ministro responsabile dell' approntamento dello strumento bellico veniva distratto dal suo ufficio. 1 In propo s ito vd s . L. CEVA , Problemi dell'Alto Comando n e l 'es e rc it o piemon1ese e i1a/ia110. cit. ' CCSM , La guerra del 1859 c it. . I. Narrazione, p. 128 n. 2. Del la Rocca era stato coman-
dante del corpo di Stato Maggiore dal 1851 al I 855 , pur continuando ne ll a carica di aiu tante di campo del re, che conservò anche dopo la nomina a capo di Stato Maggiore dell'armata.
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LA SECOND,<>. GUERRA D"[NDIPENDENZA
A prescindere dal nuovo ruolo assegnatogli , questo fatto dovrebbe illuminare sul l'importanza relativa che all'atto pratico veniva riconosciuta al vertice dell'amministrazione militare. Non si vuol sostenere che La Marmora sarebbe stato il ministro ideale di fronte ai problemi enormi che si aprivano e tutti da riso lvere con chiarezza di idee e rapidità, basti por mente all'i nquadramento dei nuovi volontari, al reclutamento nelle regioni liberate, a.ll'alimentazione dello sforzo bellico in tema di personale e di materi ale, nonché al concorso da dare ai francesi non ancora organi zzati ed agli aiuti da ch iede re alla Francia. Comunque possedeva energia e prestigio ed al ministero sicuramente avrebbe operalo meglio di un ministro interinale e di due aiutanti validissimi ma abbisognevoli di un capo. Quanto a Cavour, era già sovraccarico di altri impegni politici e ministeriali , quindi il ministero doveva essere retto dal generale Yalfré di Bonzo, segretario generale, e eia Buglione di Monale, direttore generale del materiale. Senonché il primo, pur riscuotendo l'universale stima per la competenza e l'onestà del suo lavoro, era forse Lroppo accentratore e poco clultile in rapporto all e eccezionali circostanze del momento 3 , ed il secondo ben presto apparve inferiore alla bisogna sì da indun-e Cavour a sostituirlo ". È bene tener presente che Cavour, vedendo raggiungibi le l'obiettivo della sua diplomazia e pm cercando di rispettare competenze ed attribuzioni, approfittava largamente di tutte le leve politi che sulle quali riusciva ad allungare le mani (presidenza del consiglio, Esteri , Interni e G ue1i-a !) e «nessuno più di lui tentò cli inge1irsi nella condotta delle operazioni» ·1 • La Marmora, unko generale d'am1ata in servizio nell'esercito piemontese, avre bbe probabilmente gradito il comando in capo, come nella spedizione cli Crimea, ma sapeva impossibile la cosa sia per la tradizione dinastica sia per considerazioni di carattere nazionale. Né accettò il comando di due o tre division i offertogli dal re. Forse avrebbe ri cusato a nche la carica di capo di Stato Maggiore, conoscendo l'indole di Vittorio Emanuele e la propria. Accettò dunque di seguire le operazioni come ministro al campo: a Cavour faceva piacere per la sua competenza tecnica, certo supe1iore a quella di Vittorio Emanuele e del Della Rocca; a lui consentiva di esercitare una specie ai supervisione generale e nel tempo stesso rep utava in buone mani il ministero della Guerra. Il re non gradì la presenza di La Maimora, pur 1iconoscendogli nobiltà d'animo, perché le sue idee erano «quasi sempre opposte alle mie, le quali però sono quasi sempre conformi
·' Cavour a La Mannora in data 5, 22, 24, 28 magg io e 13 giugno 1859, in C. CAVOUR,
Lettere edite e i11edire (a cura L. Ch iala). Isaia. Torino I 887, Il] voi. pp. 69, 82-83, 89-90 e 95 . 'Cavour a La Marmora in data 4, 18 maggio e 6 lug lio 1859, ibidem. pp. 67 -68. 79, 102103.
·' L. CEVA, Problemi del/' Alro Comando cit. , p. 2 1O. Cavour fu in quel periodo accusato apertamente di voler istituire un governo personale (D. MAcK SMITII, \!i/Iorio Eman uele Il cit. , p. 66, n. I I).
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a quelle del maresciallo Canrobe1t», e non si tratterrà dal criticare la invadenza del generale: «Esso vuol fare tutto, comandare tutto, vedere tutto, dimodoché fino negli affari andanti avvi chi corrisponde con lui, altri nel Quartier Generale e sonov i vari comandi. Garibaldi fui io che lo feci paitire, mentre che La Marmara era a Chivasso, forse senza cli ciò non sarebbe partito (...)» ". · Della posizione sicuramente ambigua di La Marmara presso il Quartier Generale, il primo responsabile era per l'appunto Cavour. Anche in questo particolare si noti il non sempre obiettivo atteggiamento ciel conte . Chi se non il ministro della Guerra al campo doveva organ izzare, attivare e curare la corrispondenza col governo a Torino?_ on a caso i primi di giugno il genera le Valfrè, egretario generale al ministero della Guerra, scriveva al colonnello Petitti , addetto a La Marmara: «Sono tre giorni , sebbene non compiuti, ch'ebbe ro lu ogo o fo rse principia rono veri cornhatttmenti sulla nostra fronti era. A Parigi s'è ratta la salva d'an iglie ria ed a Torino nulla d i uffic ial e si sa e nulla parimen ti da lettere private. Si crede forse il paese in se nsibile ai successi della guerra? all'annata? non c'è più qu i governo? E' inconcepibile '>,'.
La Ma1mora era un leale, onesto, energico e coraggioso soldato, ma non certo un personaggio facile. Pur riuscendo a trovare nei contatti con gli strnnieri atteggiamenti di brusca franchezza e a quanto 1isulta accattivanti, in patria tendeva a far prevalere le sue idee con una tenacia parente prossima della testardaggine 8 ed a manifestare un senso di superiorità spesso urt ante. Giustamente orgoglioso della propria opera nel ministero d'Azeglio prima, nella riorganizzazione dell 'esercito dopo e nella spedizione di Crimea infine , non esitava a far pesare la propria posizione con modi alteri. Fra lui e Della Rocca es isteva da tempo una certa ruggine, probabilmente maturatasi o acuitasi durante i rapporti fra loro intercorsi nell e rispettive vesti di ministro e di comandante ciel corpo di Stato Maggiore. Tuttavia sembra difficile sostenere che il Della Rocca «::; i fece un punto d'onore di non rivolgere mai la parola a Lamam1ora per l'intera durata della campagna, e ciò avveniva senza dubbio dietro richiesta del re» 9 • Certo, l'uno «snobbava» l'altro, e questi si faceva forte del favore reale. «11 La Marmara - scrisse Della Rocca - forse inconsciamente, per quella fiducia direi quasi innata e ::; incera che aveva in se stesso e che lo persuadeva essere egli molto superiore a tutti i suoi coeLanei militari piemontesi, rn.i avrebbe volentieri eliminato e si sarebbe messo al mio posto» ,u. È plausibile, come è plausibile il quadro del periodo iniziale della 1 •• Viuorio Emanuele a Cavour in data 9.5.1859 , in CCSM, La guerra df!I 1859 ci1., I, Documemi, cloc. 693. ''' Valfré a Petitli in data 6.6. 1859, ibidem, doc . 1442. " ' G. M ASSARI, Il generale La Mormora c it. , p. 12 0. ,.,, D. MACK SMJTH, Viuorio Emanuele Il cit. , p. 65 , con riferimento alle pag. 337 e 4 14 clell 'Awobiogr«fìa cit. ciel Della Rocca . nia non pare che da queste risulti suffragata l'affe rm azione. "" E. DELLA Rocc.~, Aurobiograjìa cit., p. 405.
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LA SECONDA GUERRA D' INDIPENDE ZA
campagna : «Col La Marmara poi poca o punto discorrevo, lasciavo che si aggirasse a suo talento attorno al nostro Quaitiere, dettando legge o consigli più o meno ascoltati, facendo da professore di qua e di là, perfino coi Francesi, ai gua ii andò ad insegnare il modo di serv irs i dei loro cannoni rigati, Discussioni con lui , né con altri, ebbi mai durante la campagna(,,,)» ". Si può credere senza difficoltà a tale situazione sicuramente antipatica, ma tutt'altro che infrequente ovunque. E la latente rivalità personale non ebbe occasione di venire a galla, molto probabilmente grazie anche al fatto che il Comando Supremo dell'armata sarda in realtà era semplicemente il Comando di un grosso corpo d'annata alle dipendenze di Napoleone III. Ad ogni modo La Marmara era senza dubbio il generale piemontese più in vista, Aveva molti limiti come comandante di truppe ad alto livello, ma emersero soltanto più tardi, nel 1866. Sui rapporti fra Vittorio Emanuele II, Cavour e La Marmara è bene spendere qualche parola. Si è spesso, e eia più parti, calcato la mano sugli att1iti personali provocati da incompatibilità di carattere e generanti inconvenienti di varia natura. Tutti tre avevano temperamenti sanguigni pronti perciò a risentirsi e facili a passare il segno. Vittorio Emanuele si riteneva in grado di ben guidare l'esercito in guerra ed in materia manifestò sempre molta suscettibilità , specie di fronte alle critiche non sempre velate di Cavour, tuttavia non era tipo da serbare rancori per questioni di «servizio». A titolo di esempio, si può citare l'episodio accaduto la notte sul 4 maggio, quando alla presenza del maresciallo Canrobert e con un'insistenza ed una veemenza formalmente non irreprensibi li, La Marmora chiese al re di annullare un ordine di ripiegamento parziale delle truppe su Acqui determinato da un falso allmrne. L'intervento di Canrobert a sostegno della giusta richiesta di La Marmora costrinse lo sdegnato re a cedere, ma l'indomani stesso mandò al g~nerale un brevissimo biglietto : «le vous remercie de ce que les troupe.i· ne sont parti es hier au soir. A vous revoir» 12 • Fra il re e Cavour, invece, esisteva una frattura cli carattere molto personale. Nel periodo dicembre 1858-febbraio 1859 si verificò un mutamento di rapporti determinato da una nota ed antica relazione del sovrano. Sembra che il re abbia comun icato al conte il proprio matrimonio morganatico con Rosina Vercellana. Non era vero, come accertato successivamente; probabilmente Vittorio Emanuele volle saggiare la reazione del mi nistro ad un atto che prima o poi era detem1inato a compiere. Resta il fatto che una notizia del genere, già di per sé sconvolgente, in quel momento particolare del matrimonio della prin"//,idem, p. 4 14. " G. MASSARf, // generale La Marmora cit., p. 233. ln quella circoslanza, Cavour, lutto preso dai suoi timori per Torino, si espresse in termini che urtarono vivamenle Villorio Emanuele, tanto da rimbeccare seccamente il minist.ro sia per la mancanza di forma sia, soprallulto, per l' im plicita accusa di valer poco come comandante in capo (Vittorio Emanue le a Cavour in da ta 10.5.1859, in CCSM, La guerm del 1859 cit., I, Documenti, doc . 722) .
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cipessa Clotilde con il principe Napoleone venne ad acquistare una gravità dai riflessi difficilmente valutabili, tanto più che anche apoleone III, messo al corrente della questione, non esitò a manifestare una netta contrarietà. In tale circostanza Cavour - che sul piano politico aveva ragioni da vendere - si sbilanciò sino ad affrontare in modo sconsiderato e privo dell'indispensabile tatto un argomento così delicato e personale, e Vittorio Emanuele, profondamente ferito nei suoi sentimenti, nutrì da allora per il suo ministro un rancore che non si estinguerà più. Naturalmente, tutto ciò non compromise l'accordo sulla linea politica che entrambi riconoscevano di importanza vitale per il Piemonte e l'Italia, ma provocherà il facile affiorare dell'irritazione reale non appena il conte usc irà dagli stretti rapporti di servzio 13 • Le truppe. Il livello addestrativo delle truppe poteva essere qualificato come veramente buono. Merito, questo, della nuova regolamentazione tattica che, pur non abrogando o modificando il Regolamento di servizio per le truppe in campagna del J833, ne aveva migliorato l'acquisizione ordinando in modo sistematico ed armonico i criteri cui ispirare le scelte tattiche nelle varie fasi del combattimento - e delle rinnovate e bene intese, per quanto poco frequenti, manovre campali. La dottrina si basava su due concetti: «li terreno e tutto» e «il teneno comanda la tattica» anche se tale enunciazione categorica non provocò l'adozione delle conseguenti misure cli natura ordinativa e cli tecn ica di impiego '', e «segnò l'inizio del passaggio dalla tattica geometrica a quella topografica, la quale, a sua volta, sebbene lentamente, aprirà la strada alla tattica del fuoco, in quel periodo già patrimonio del l'esercito prussiano» lS_ L'urto, che vedeva il battaglione come protagonista, conservò intero il suo valore e per questo la schcnna cli baionetta era stata estesa alla fanteria di linea; ìl fuoco era visto nella sua importanza e, in particolare: «L'artiglieria si occuperà ad estinguere il fuoco delle batterie nemiche nel punto che si vuole attaccare; nella d ifesa tirerà con preferenza sulle truppe che si avanzano; in ambo i casi si riunirà il maggior numero di pezzi possibile sui principali punti di attacco, dopodiché l'effetto vi è molto più efficace quando è concentrato» '6• Il quadro di battaglia dell'armata (pag. seguente) prevedeva un vistoso accentramento cli comando: cinque divisioni di fanteria ed una di cavalleria alle dirette dipendenze del Quartier Generale. La brigata di fanteria era ordinata quale unità monoarma, come quella francese e a differenza di quella austriaca: due reggimenti di fanteria , ciascuno su quattro battaglioni di quattro compagnie. 1.1 R. ROMEO , Cavour e il suo tempo cit. , Ili , p. 479-482. Michelangelo Castelli, Roux e C., Torino-Napoli 1888 , pp. 128-129. " F. STEFANI, op. citata , i, pp. 97-99. "Ibidem, p. 95. '"Da ls1n1zio11i pratiche di arriglieria, ibidem, p. 107 .
Cfr;
L.
CHI ALA,
Ricordi di
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LA SECONDA GUERRA D 'INDIPENDENZA
QUADRO DI BATTAGLIA DELL'ARMATA SARDA IL
10 MAGGIO 1859
Comandante supremo: Vittorio Emanuele II capo di S.M.: ten. gen. Emico Morozzo della Rocca comandante artiglieria: magg. gen. Giuseppe Pastore comandante genio: magg. gen . Federico Menabrea intendente generale: col. Alessandro della Rovere l" Divisione (ten. gen. Angelo Bongiovanni di Castelborgb): brigata Guardie (magg. gen. Luigi Scozia di Calliano) brigata Savoia (col. Luigi Perrier) 3° e 4° banaglione bersaglieri 5° brigata artiglieria 6° compagnia zappatori
2• divisione (ten. gen. Manfredo Fanti): brigata Piemonie (magg. gen. Filiberto Moll ard) brigata Aosta (magg. gen. Alessandro Danesi) brigata cavalleria leggera (col. 1aurizio Gerbai x de Sonnaz) 1° e 9° battaglione bersaglieri 6" brigata artiglieria 2" compagnia zappatori 3' divisione (tcn. gen. Giovanni Durando); brigata Cuneo (magg. gen. Annibale Amaldi) brigata Pinerolo (magg. gen. Roberto Morozzo della Rocca) 2° e J0° ballaglione bersaglieri due squadroni cavalleggeri Monferrato 3" brigata arti glieria I" compagnia zappatori 4• divisione (magg. gen. Enrico Cialdini) brigata Regina (col. Bernardo Pes di Villarnarina) brigata Savona (magg. gen. Alessandro Broglia di Montenero)
6° e 7° battaglione bersaglieri reggimento cavalleggeri di Alessandria 2" b1igata artiglieria 7" compagnia zappatori 5· divisione (magg. gcn. Domenico Cucchiari ): brigata Casale (magg. gen. Ignazio Genova di Pettinengo) brigata Acqui (magg. gen. Luigi Gozzani di Treville) reggimento cavalleggeri di Sa/u zzo 4' brigata artiglieria 8• compagnia zappatori divisione cavalleria (magg. gen. Calisto Bertone di Sambuy) l" brigata 2" brigata (col. Carlo Savoiroux) l ' brigata artiglieria riserva artiglieria
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LA CAMPAGNA DEL 1859
Sull' organico del reggimento pesavano le negative esperienze della campagna del 1848, cosicché il battaglione del 1849 poteva contare su circa 600 uomini (150 per compagnia) teorici. In proposito le discussioni durera1rno s ino al 1866. In sostanza, bisogna riconoscere che l'opera di La Mannora come ministro della Guerra dette buoni risultati. Il «poco ma buono» fu ottenuto e si tradusse in uno strumento bellico proporzionato ed efficiente per inquadramento, preparazione degli ufficiali, addestramento dei reparti, fiducia nei capi, tono disciplinare ed organizzazione logistica. La dimostrazione migliore di simile giudizio, che a taluno potrebbe apparire agiografico, si trova, a nostro avviso, nel fatto, che durante la guena il morale delle truppe rimarrà sempre elevatissimo, nonostante qualche incertezza nella direzione delle operazioni e le carenze d'iniziativa o gli errori in campo tattico mostrati in alcune occasioni dai divisionari, impreparati all'impiego della divisione come soggetto della manovra tattica. La situazione della forza di campagna dell'armata sarda alla data del 29 aprile era la seguente 17 :
unità Quartier Generale l' divisione 2' divisione 3' divisione 4" divisione 5' divisione divisione cavalleria totali Cacciatori delle Alpi
effettivi
presenti
pezzi
l.897 11.905 13.738 12.141
1.868 10.614 13.017 l J.103 11 .076
12.84 1 2.440
1 l.8 LS 2.365
12 18 18 18 18 24 12
66.906
6 I.861
120
2.476
2.476
11.944
2. L'ESERCITO FRA NCESE.
Dopo la guerra d'Oriente l'esercito frances e godeva di un'altissima considerazione in Europa. La legge del 1855 aveva confermato il s uo carattere
" CCSM.. La guerra del 1859 c ii., I, Documcnli. doc. 259.
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LA SECONDA GUERRA D'INDIPENDENZA
essenzialmente professionale. Contava su 100-130.000 uomini a lunga ferma in. grado di attuare quelle che Thiers chiamò «gue1Te politiche», cioè non guerre di pura e semplice difesa del territorio nazionale: «Une grande nation a d'autres guerres àfaire que des guerres défensives: ce serait triste que d'etre réduil exclusivement à des guerres défensives» '". La campagna di Crimea aveva mostrato l'importanza di disporre di riserve quantitativamente sufficienti a conservare in efficienza l'esercito operazioni durante, e Napoleone III, che per inciso aveva servito per qualche tempo nelle milizie svizzere, si palesava incline a seguire gli orientamenti prussiani in tema cli femia. Durante la sua detenzione a Ham aveva po1tato l'attenzione sull'organizzazione militare prussiana, su quel reclutamento regionale, sulla ferma , convincendosi della bontà di tale sistema al punto che, arrivato al trono, incaricò il colonnello Trochu cli studiarlo a fondo per trame elementi cli adattabilità all'esercito francese . Le discussioni sull 'argomento «riserve» per l'esercito erano accese e si protraevano da molti anni , sempre riferendosi, come termine di confronto, all'esercito prussiano. Napoleone riconosceva l'utilità di riserve istruite e nel I 867 finirà per ammettere: «Une organisation militaire sérieuse est indispensable ; cetre nécéssité m'est apparue en ltalie ; c'est l'insujjìsance de notre armée et l'impossibilité d'en avoir une seconde sur le Rhin, qui m'a contraint à la paix de Vi//ajì·anca» '''. Ma negli anni Quaranta l'opposizione era fo1te e qualificata, e l'impopolarità della coscrizione obbligatoria tale che ministero e maggioranza parlamentare si guardavano bene dall'imporla. Del resto Emile Ollivier ebbe a dire all'imperatore: «Notre année a une solidité que le système prussien, plus démo cratique, mais moins militaire, affaiblirait»! 2". Nel 1844 il generale Preval osservava, con molta fondatezza, che «dans tous !es temps la nation francaise s' est montrée plus belliqueuse que militaire: elle court aux camps, elle fuit la caserne» . E Thiers nel l848: «Nous marchons vers le système prussien. 01; j'affi.nne qu'i/ serait détestahle en France» 21. Ed in effetti la differenza di fondo esistente fra i due popoli - potremmo definire il francese guerriero ed il tedesco soldato - doveva essere tenuta presente nella soluzione tecnica da dare al problema delle riserve. La ferma era cli sette anni, cli cui sei in serv izio alle armi (con le solite riduzioni per economie di bilancio) ed uno nella riserva. TI contingente eia incorporare veniva fissar.o annualmente e la sua entità dipendeva dalle esigenze militali. Negl i anni 1851-52-53 era stato di 80.000 uornini, nel 1854-55 era
'" ln .f. MONTEIWET, op. ci1a1a, p, 35.
''' Ibidem , p. 36. '" !/Jide111 , p. 4:5. " 1/Jidern , p. 40.
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salito a 140.000 uomini, nel 1856-57-58 si era stabi lizzato sui 100.000 uomini. L'aliquota idonea ma non incorporata rimaneva in congedo illimitato sino al trentes imo anno. Al vertice dell'amministrazione stava il minJStero della Guerra, composto dal gabinetto e da sette direzioni (personale, gendanneria e cavalleria., servizio d'artiglieria, servizio del geni o, amministrazione, deposito della guerra, contabilità general e). Alle dipendenze del ministro, quali organi consultivi, erano posti diversi comitati: di Stato Maggiore della gendan11eri a, della fan teria della cavalleria dell'artiglieria delle fort ificazioni, dell'amministrazione. on sembra che tale organizzazione foss e la migliore, a causa de ll a non lineare definizi ne delle competenze. La «onnipotenza» delle direzioni del ministero fece ì che l'amministrazione offrisse in. ieme di eccessiva centralizzazione e di mancanza di coordinamento "'. Sta di fatto che non riuscì a ridurre i danni provocati dall a precipitazion con la qual e entrò in guena l'armée d'ltalie. Vero si è che molto con tribuì Napoleone, il qu ale, prendendo il maresciallo VaiUa.nt, ministro della Guerra, quale capo di Stato Maggiore, decapitò il ministero cd aumentò le difficoltà, come si è visto in Piemonte. Tutti gli istituti di reclutamento e degli ufficiali rano stati riordinati fra il 1852 ed il 1854. Esistevano la Scuola imperiale mii itare di Saint-Cyr per gli ufficiali di fanteria , caval leria e fante1ia di marina; la Scuola"'imp riale di art iglieria e genio di Me1z, che volgeva anche corsi di perfezionamento; la Scuola imperiale di med icina e farmacia mil itare d i Parigi. Le scuole complementari e spec iali erano quel le di Saumur per la cavalleria, di Vincennes per il tiro e di Metz per gli artificieri. L'imperatore volle esercitare il comando supremo. on era privo di culn1ra militare. Aveva studiato le opere di Jomini c le campagne cli Federico IT e di Napoleone I, si intendeva di artig li c1ia ed ascriveva a proprio merito i progressi fa tti in materia dall'esercito francese. Conosceva i rego lamenti d' e rci zio ed a Chalons i era fallo la mano a dirigere sul terreno truppe in manovra. Insomma , teoricam e nte potev a di rs i sufficiente me nte preparato . Punroppo nulla aveva dell 'uomo di guerra. Anzitutto affiorava in lu i un'incertezza di fondo che provocava disguidi e i rifletteva negativamente nella ua azione di com ando . «li più grave rimp rovero che gli si possa fa re a proposil'o del suo comando in ftalia è quello di continui contrordini per mod ifi care e arrestare movimenti già in c rso di e ecuzio ne)) ?J _ on per ni e nte Vinorio Emanuele sbuffava: «Caro Conte - scrisse a Cavour il 16 maggi - non è più Lei che ci Lonn enta. è il degn iss imo Imperatore, il quale ci comanda a bacchei -
>= M . WE YG NO. //i. IOire
rie r,mnée ftwwaise cit.. p. 283.
'' G. B.~ PST. op. ci/o la. li i . p. 196.
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ta, cambia, discambia i suoi progetti e vuole cose impossibili ( .. .)» 2 1• Inoltre, particolare che si dimostrerà assai pesante, pur essendo dotato di sangue freddo non sopportava la vista delle sofferenze fisiche , cosicché se il campo di battaglia di Magenta lo commosse, quello di Solfe1ino lo sconvolse addirittura 25 . Gli mancava - altro grave difetto - la capacità di impiegare gli uomini nel modo migliore in rapporto alle loro attitudini e ne dette lampante prova quando formò il proprio Stato Maggiore per la guerra contro l'Austria. Inizialmente aveva designano come maggior generale il maresciallo Randon, per il quale non nutriva molta simpatia 2<,, ma una settimana dopo preferì il maresciallo Vaillant, che cedette il ministero a Ranclon, nuovo del mestiere. Fu la scelta peggiore che potesse compiere. Vaillant aveva settanùumi, era pressochè digiuno di esperienza di truppe, amava la tranquillità ed era incapace di iniziative, di suggerimenti o, meno ancora, di osservazioni critiche. Per giunta , tutti, alla lettera, si scagliarono contro di lui, indignati per la completa disorganizzazione della campagna che stava per cominciare. Il corpo di Stato Maggiore, ricostituito nel 1839, non era né preparato né formato per poter offrire al comandante l'apporto del suo pensiero. Né di conseguenza, esisteva un vero e proprio Stato Maggiore Generale: basti pensare che Napoleone si rivolse a Thiers e, quasi per caso, a Jomini per definire il piano di guerra 27 • La costituzione dei sei (con Parigi) grandi Comandi teITitoriali nel 1858 non recò gran profitto all'esercito, in quanto preposti a ventuno divisioni tenito1iali prive di alcun rifeJimento operativo, pur avendo toccato con mano, nella spedizione di Crimea, il peso dell'improvvisazione di grandi urlità, degli Stati Maggiori, dell'apparato logistico di campagna, ecc., ma l'esempio dell'Austria e della Prussia non era stato ancora recepito nel suo pieno valore. Tuttavia è doveroso sottolineare che a quel tempo lo stesso Moltke non si scandalizzava affatto per l'assenza di grandi unità in tempo di pace: «L'esercito francese aveva all ora ne l suo ordina mento di pace una struttura cosi semplice che pe rrnelleva. secondo le esigenze di ogni sing ola guc,rn, di ragg ruppare i reggi me nti in maggio ri un ità. S i può così te ne re ne l massimo conto la nat ura de l teatro dell a g uerra, l'ordinamento del l'c -
"' CCSM. La guerm del 1859 cit.. l , Doc umenti , doc. 868. B APST, op. citala, lll, p. 196. ,,. R ,1ndon e ra capi tan o nel marzo I 815. [nviato dal ge nera le Marc ha nd a La ffrey, dove un hall ag li one d el 5° di linea d oveva sbarrare il passo a Napoleone in marcia . u Gre no ble, s i Lrov ò prese nte nel mome nto cri ti co de ll ' in conlro. Quando l' imperalore. sceso da cavallo. av anzi, da so lo verso g li sconvolli e paralizzati uomini de l 5°, Randon . fuori di sé, voll e ro m pere l' incanto e g rid?i: «Eccolo! Fuoco! ». L'i mmen so urlo di Vive I' E111pere11r' lo indus$e a fuggire a brig li a sc io lta per non es ere fatto a pezz i d ai soldat i in deli rio. È piullosto comprensibi le, dunque, la fre ddezza se mpre most ratag li eia Napoleone Ili e, spec ialme nte. dal princ ipe Napoleone. 17 M. W EYG AND. Hisroire de /' ar111éefiw1çaise ci t. , p. 28 3. Pe r g li u!'!iciali d i Stato Maggiore prov vedeva la Scuol a imperial e d i app licazion e cl i S taro !Vlaggiorc. con co rs i bie nnali. a concorso.
" G.
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sercito nemico, le condizioni economiche ed infine la dislocazione delle proprie truppe ( ... ). ln questo modo nell'armata francese si trova una grande libertà ne ll a forma z.ione dell'ordine di battaglia , il quale costituisce dopo tutto il caposaldo di que!Ja metod icità sa lutare che in g uerra regola l ·azione come il pendolo rego la l'orologio' (C lau. e witz)» ".
Nell'armée d'Jtalie si notò una sensibile differenza tra le truppe di stanza nel territorio metropolitano e quelle d'Algeria. Mentre per le prime i giudizi compl.essivi non sono affatto esaltanti '\ le seconde godevano di una eccellente e meritata reputazione. In esse spiccavano lo spirito d'iniziativa dei quadri , la scioltezza dei reparti, l'unimu s pugnwzdi dei so ld ati . Qualità che vennero 1iscontrate dall'addetto militare prussiano già a Magenta, dove la battaglia fu compo1ta da combattimenti isolati: «Gli aus triaci non erano abituati a tale isolamento e la direzione dell'azione per parte deg li ufficia li dive ntava s traordinariamente difficile. quasi impossibile( ... ). Per contro la fanteria francese si mostTÒ molto superiore pe r energia e perseveranza e pe r l'abilità e l'indipenden za dell'individuo. Il fuoco di compagn ie e di battaglioni interi, che si ste nde vano in cate na di tiratori , i quali sa pevano approfittare abilmeme de lle accide ntalità del terre no, ebbe un considerevole effetto sulle colonne au striache ( .. . ). Quantunque per il modo di combattere le truppe fossero sparpag liate e molti soldati perdessero di vista la loro bandie ra, ognuno era animato dal desiderio di pre ndere nuova parte al com battimento ( ... )» ·'".
L'armée d'ltalie, secondo il quadro di battaglia stabilito il 25 aprile (pag. seguente), era articolata in cinque corpi d'armata e precisamente: I corpo (maresciallo Baragucy d'Hilliers), Il corpo (generale Mac Mahon), III corpo (maresciallo CanrobeJt), TV corpo (generale Niel) , Guardia imperiale (generale Regnaud de Saint Jean cl'Angely). Oltre a questi fu ordinato il V corpo (princi pe Gerolamo Napoleone) con il compito di sbarcare in Toscana e raggiungere l'annata sarda sul Po, rinforzato dalle divisioni costin1ite dai volontari toscani ed emil.iani. Tutti i generali avevano esperienza di guerra. l comandanti di corpo d'armata si erano formati , per lo più, in Algeria, mettendosi poi in luce in Crimea, ma fra essi «aucune personnalité éminente ne s'ajfirmait. C'étaient de magmfiques solduts /oyaux, énérgiques et hruves , ayant po11r la plupart fai! leur premières arme.i· à fa dure école algérienne, mais nulfement préparés par l'étude et le réflexion, à résoudre /es prohlèmes que pose la conduite de grande armées» 3 '. Tutlavia, anche se non provvi sti di doti superioti , essi sapevano agire d ' iniziativa e «lo facevano· in modo addirittura ideale» -' 2• '" Staio Magg iore p ru . siano (d'ora in po i, IL Mo l.TKE) , La ca111pag11e ,rtwlie en /859 , Du111a ine, Paris 1862, p. 14. " M. WE YGAN D. l·lisroire de /"am11:e/iw1çaise cii. , p. 283. '" In CCSM . La guerra del 1859 c it.. Il , N<1m1zione. p. 494,495. " M. Wr;YC.AN D. Ilisroire de/' armée Jiw1 çaise c it. , p. 283. '' Il. Mo tTKE. La cm11pag,"' Itali e, cit.. p. 140.
,r
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lL QUADRO DI BATIAGLIA DELL'ARMATA FRANCESE
IL
20 MAGGIO 1859
Comandante supremo: Napoleone III maggior generale : mar. Yaillant aiutante maggior generale: gen. de Martinprey comandante artiglieria: gen. Le Boeuf comandante genio : gen. Frossard intendente generale: Paris de Bollardière Guardia Imperiale (gen. Regnaud de St. Jean d'Angely) su: 1' divisione (gen. Mellinet) su: brigata Cler brigata Wimpffen due batterie a piedi 2' divisione (gen. Camon) su: brigata Manèque brigata Decaen due batterie a piedi divisione di cavalleria (gen. Morris) su: brigala Ma1-ion brigata de Chan1peron brigata de Cassaignac due batterie a cavallo I corpo (mar. Baraguay d'HiUiers) su: brigata Beuret brigata Blancbard due banerie a piedi una compagnia genio
2' divisionc (gen. de Ladmiraull) su: brigala Niel brigala de Négrier due batterie a piedi. una compagnia genio 3' divisione (ge n. Bazaine) su : brigata Goze b1igata Dumont due ballerie a piedi una compagnia ge nio divisione cli cavalleri a (gen. Desvau x), non giunra: bri gata Génes tet de Planhol bri gata dc Porton una batteria a cavallo
LA CAMPAGNA DEL 1859
Il corpo (gen. lac Mahon) su: I" divisione (gen. de la fotterouge) su: brigata Lefèvre brigata de Polhès due batterie a piedi una compagnia genio 2;' divisione (gen. Espinasse) su: brigata Gault brigata de Castagny due batterie a piedi una compagnia genio brigata di cavalleria (gen. Gaudin de Villaine)
III corpo (mar. Canrobert) su: I"divisione (gen. Renault) su: brigata Picard brigata Jannin due batterie a piedi una compagnia genio 2;' divisione (gen. Trochu) su: brigata Bataille brigata Collineau due batterie a piedi una compagnia genio J'divisione (gen. Bourbaki) su: brigata Vergé brigata Ducrot due batterie a piedi una compagnia genio divisione cavalleria (gen. Partouneaux) su: brigata de Clérembault brigata de Labareyre una battaglia a cavallo IV corpo (gen. Niel) su: !·' divisione (gen. dc Luzy de Pellissac) su: brigata Douay brigata Lenoble due batterie a piedi una compagnia genio 2' cliv isione (gen. ViJ10y ) su: brigata Martinprey brigata de la Charrière due batterie a piedi una compagnia genio
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LA SECONDA GUERRA D 'INDIPE DE ZA
) ' divisione (gen. de Failly) su: brigata O 'Parrei brigata Saurin due batterie a piedi una compagnia genio brigata di cavalleria Richepanse V corpo (principe Napoleone) su: [•divisione (gen. D 'Autemarre d' Ervillé) su: brigata Neigte brigata Corréard due batterie a piedi una compagnia genio 2' divisione (gen. Urich) su: brigata Grandchamp brigata Canvin de Bourguel due batterie a piedi una compagnia genio brigata di cavallerie de La Pérouse
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Quanto all'annamento, dal L857 la fanteria era fornita del fucile rigato, ma ad avancarica, molto più preciso di quello in distribuzione all'esercito austriaco. La Guardia aveva il fucile rigato 1859, mod.Minié. L'artiglieria disponeva di cannoni rigati da 4 libbre (86,5 mm) ad avancarica, appena adottati ma in distribuzione soltanto a 37 batterie. Questo materiale, trainato da quattro cavalli, era leggerissimo: 1.293 kg di peso al traino e 730 kg di peso in batteria. Il proiettile (scoppiante per l'applicazione di nna spoletta) raggiungeva distanze mai toccate. Il fatto, dunque, costituiva un enorme passo avanti, anche se dopo la campagna del 1859 al pezzo da 4 sarà rimproverata la scarsa potenza. Le altre bocche da fuoco da campagna erano monocali bro e a~ anima liscia: cannoni-obici da 12. li 20 maggio la forza combattente dell'annata francese in Ttalia era la seguente ' 3 :
3.
Guardia imperiale .. ....... .... . . I corpo ....... .. ....... .... ... ........ . II corpo ......... ........ .. ... .. .. ... .. III corpo ..... ............. .. ......... . IV corpo .. ..... .. .. ....... ........... . V corpo ..... .. ....... .... ..... ... .. .. .
14.800 u. 21.198 u. 17.870 li. 21.969 u. 19.904 li. 11.915u.
totali ......... .... ... ..... ..
107.656 u.
48 pezzi 63 » 39 » 63 » 57 » 54 » 324 pezzi
L'ESERCITO A ·sTRIACO.
A differenze degli eserciti sardo e francese, quello imperiale «esisteva» sin dal tempo di pace con l'ordinamento di campagna. Rispetto a dieci anni prima, aveva subito alcuni cambiamenti in peggio, giacché non tutte le modifiche riformatrici avevano sortito buon esito. Si era portata maggiore allenzione ai quadri , forniti adesso da tre accademie militari: Wiener Neustadt per la fanteria e la cavalle1ia, Olmi.itz per l'artiglieria e Znaim per il genio; alle quali si aggiungevano l'accademia med ico-chirurgica e l'istituto di veterinaria entrambe a Vienna. Jnoltre i quattrn istituti dei cadetti, per l'abilitazione a ufficiale dei migliori sottufficiali, stavano dando ottimi 1isultati. Come scuole complementari, nel 1855 -56 erano state create ben sedici compagnie scuola per le varie armi con lo scopo di rendere uniforme l'addestramen to pratico dei reparti e formare buoni istrutlori .
" CCSM, La guerra del 185() cit. , l , Namtz io nc, p. 157.
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L/\ SECONDA GÙERRA D'fNDIPEN DE ZA
A livello su periore c'era la Scuola di guerra di Vienna, ai cui corn i bienna1i erano ammessi per concorso 24 ufficiali di età inferiore ai venticinque anni. Un vero e proprio rivoluzionameo to fu apport ato all'amministrazione della guerra nel 1856, secondo il piano del tenent maresciallo Schlitter, con risultati molto discu ssi per l'eccessivo ampli amento de lla macchina burocratica e la frequente gretta pedanteria di applicazione delle disposizioni contabili e di controllo, senza che ne derivassero apprezzabili benefici. M a per rendersi conto più esattamente della situazione occorre risalire al 1851. Il 20 agosto di quell'anno Francesco Gi useppe abolì con un decreto la responsabilità dei mini stri di fronte al parlamento. Il 3 1 d icembre la imperiale «Sylvester Patent» oppresse la co tituzione. La conseguenza fu che, dopo l'improvvisa morte cli Schwarzenberg, avvenuta il 5 aprile 1852 Francesco Giuseppe comunicò ai ministri l'avocazione a sé delle funzioni di pr imo ministro. De l ministro e del ministero della Guerra non ci fu più bisogn . Al vertice militare fu posta la canceUeria militare, con a capo un ai utante generale e precisamente il primo aiutante di campo generale dell'imperatore conte Griinne. Ad essa spettava la ctiran1azione degli ordini imperiali ed il loro completamento, nonché la trattazione delle questioni ord inative e degli affari del personale da.I grado di maggiore in su . L'aiutante generale rappre eotava l'esercito in tutte le conferenze imperiali. Dall a cancelleria mi litare dipendeva il Comando Supremo dell'esercito (Armee Oberkommando), retto dall'arcid uca Gug lielmo costituito da quattro direzioni generali (affari militari, artiglieria, geni o, economia) ed assistito a titolo consultivo dallo Stato Maggiore Generale (Gene rai Q11artiermeister Srabs D irektion), con alla tes ta il vecc hio Feldzeugmeister Hess, e da tre comitati tecn ici (artig li eria, genio, an ità militare). La circoscrizione territoriale ed ammini strativa delle truppe e servizi era ripartita dall'Arrnee Oberkommando in dieci Comandi generali te1Titoriali. Di essi il lV (Mi lano) comprendeva il Lombardo-Veneto, la Carinzia, la CarnioJa ed il Litorale. I Comandi delle grandi unità di campagna ades o esistevano a tutti i livelli anche in periodo di pace. Dell e quattro armate, la l " (Vienn a) comprendeva i corp i d'annata I (Praga), Jil (Vienna) , VI (Graz) e IX (Bri.inn); la 2' armata (M ilano), coincidente con lV ornando generale territoriale. comprend va i corpi V (Milano),Vl (Verona) e VU (Padova); la 3· annata (Buda) aveva i corpi (Pest) e XI (Pest) ed il l corpo di cavalleria (Pest); la 4,, armata (Cracovia) aveva i corpi II (Cracovia) e TV (Lemberg) d il Udi C< valleria (Lcmberg). De11s ex machina dell' intero organi. mo mili tare era il Feldze ugmeister con te GrUnne, coadi uvato dal secondo aiutante genera le, tenente maresciallo Schlitter. GrLìnne era rapidamente d ivenuto il più ascol tato consigl iere dell 'imperatore. aveva esteso il suo campo d i intcr e in ogni d irezione, ettori politi co ed economico compresi, e si imponeva ormai ovunque con pareri e con ·.iclernzion i determinanti . Non so ltanto il suo orgog lio di nobi le gli l"aceva sempl i-
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cemente ignorare la «gente comune», ma «incarnava nella sua fonna estrema la mentalità militare del tempo, che considerava l'esercito come l'unico sostegno della dinastia sul quale si potesse fare affidamento (a parte la Chiesa cattolica, di cui era un devoto seguace); ed egli rafforzò questa opinione in Francesco Giuseppe, al quale era già stata inculcata da Schwarzenberg». Sfortunatamente, ad una totale e sincera devozione all'imperatore e ad un'assoluta diligenza nel lavoro univa una indiscutibile mediocrità di spirito 34 • Le nomine agli alti incarichi furono da lui concesse in ragione del rango sociale assai più che per la competenza. Ciò spiega, in parte, la designazione del Feldzeugmeister Gyulai al comando della 2' armata, in sostituzione di Radetz\.q E spiega anche una grave anomalia nel servizio di Stato Maggiore. A detto servizio provvedevano il corpo di Stato Maggiore ed il corpo degli aiutanti. Le attribuzioni dei due corpi, in teoria sufficientemente distinte essendo gli aiutanti addetti alle persone dei comandanti di grande unità, in pratica non soltanto si confusero, ma addirittura spesso consentirono la preminenza degli aiutanti, cui l'alto lignaggio ed il grado, talvolta molto elevato, assegnavano una posizione di favore . Tale situazione fu da addebitare precisamente al conte Griinne e divenne presto fonte di disarmonia e di attriti nei Comandi. Gyulai volle portare seco il tenente maresciallo Wallmoden, che lo seguì con spiccata riluttanza, anche perché la sua presenza a latere era decisamente mal definita, e fra l'altro gli disse senza perifrasi cbe nell'annata d'Italia l'allontanamento di Radetzky era deplorato da tutti. Al che, Gyulai ribattè accalorandosi: «Lo so che mi si odia e che si dice: ecco che arriva Gyulai, il vecchio caporale di giornata, ecc., ma a me non interessa affatto quel che pensa l'esercito; io domando soltanto cieca obbedienza e so anche ottenerla; della popolarità non m'importa un fico , e per quel che ri guarda i sentimentali smi cui ci si abbandona a proposito del feldmaresciallo è ora di finirla e ci penserò io» 35 • In definitiva, non si può certo affermare che la scelta del nuovo comandante sia caduta sulla persona giusta. Fra i comandanti di corpo d'armata, i tenenti marescialli Stadion (V corpo), Teimer (VII corpo) e Degenfeld (VIII corpo), solo il primo emergeva per capacità e difatti fu l'unico a non essere sostituito. Vennero poi i tenenti marescialli Zobel al VII corpo e Benedeck all'VJII. Quest'ultimo era conosciuto ed apprezzato da lutto l'esercito per il comportamento tenuto nel le campagne ciel 1848 e del l 849 e per le sue qualità complessive, talchè il suo trasfciimento verso la fine di ap1ile da Lemberg, dove comandava il IV corpo , allo scacchiere italiano fu accolto con soddisfazione generale. Ad ess i si aggiunsero, con i rispettivi corpi d 'annata, i tenenti marescialli Edoardo di Liechtenstein (II corpo) nel gennaio, e Edoardo di
" G. MACA RTNEY, L' impero deg li Asburgo ciL. , p. 5 14 . .1.s
l)i ari,J de l principe d 'Assi a in data 3.3. 1859, in E. Corm. La 1m3edia cit., p. 11 6.
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LA SE ONDA GUERRA D ' (NDTPEND · N7,A
Schwarzenberg (HT corpo) nell'aprile 1859. Tutti avevano partecipato alla guerra del 1848-49 come colonneJli o b1igadieri . La 2 ' atmata godeva fama di essere la migliore dell'intero esercito austriaco per più motivi: dall'anzianità di co Lituzione alla guida vittoriosa di R adetzky ed all'enorme a cendente del feldmaresciallo; dal trovar i nello scacchiere più minacciato dell'impero allo stato di isolamento in cui la tenevano le popolazioni del Lombardo-Veneto, il che .rafforzava i vincoli di cameratismo e lo pirito di corpo· dall'abitudine alle esercitazioni campali sul terreno di probabi le contro bellico all'approntamento di una ba e di operazioni quale i! Quadrilatero, re o sempre più forte dopo il J 850, specialmente in Verona. Presentava, per contro, una grave debolezza sul piano logistico, stranamente trascurata dal governo: il canale di alimentazione dal cuore dell'impero, in altre parole il collegamento ferroviario con l'Au tria. el 1856 era in funzione la linea Vienna-Trieste, nel 1857 anche il tratto Yenezia-Casarsa, ma il raccordo tra le du linee (un centinaio di chi lometri) non fu realizzalo e, poiché il materiale bellico pesante ed il grosso dei rifornimenti dovevano arrivare dall'A ustria è facile immaginare quale remora pote ero diventar la lentezza dei trasporti per via ordinaria, i trasbordi e l'anmiassamento dei materiali aUe stazioni di scarico. Inoltre nessuno pensò ad allacciare le due _-taz ioni di Milano, per la linea di Novara e per quella di Brescia. Per giunta le difficoltà finanziarie avevano costrello a concedere in gestione ad una compagnia francese gran parte della rete ferroviaria, il che, allo scoppio delle ostilità, comportò la sostituzione frcuolosa degli impiegati frances i con altri dell 'impero privi di cono. enza delle linee 36• Dal quadro di battaglia iniziale della 2' annata au triaca si ri contra una caratteristica uniformità neH'ordinamento dei corpi d'armata - gn uno su due divi ioni, un reggimento di cavalleria, una riserva cl'artiglie1ia ·d una compagnia di anità - che potrebbe considerarsi ignificativa dell'incertezza operativa di Gyulai, specie ove si ricordi che la mobilitazione generale fu di posta il 24 aprile, cioè un giorno dopo l'invio dell '11 /tima111m a Torino. La divisione comprendeva due bri gate (talvolta tre), ognuna delle quali su un reggimento di fan teria di quattro battaglioni, ed una balleria. La pedina tattica era il hattaglionc, perciò il comandante del reggimento spariva, per così dire, in guerra, né per lui era studiato il ruolo di vicecomandante. In secondo luogo, in campagna il reggimento di linea si articolava su tre battnglioni organici , più un quarto baltnglione di formazione costituito dalle compagnie granatieri di ogni battaglione (nel qu·1le ernno so. tituite da altre d i nuova formazione per mobiliv1zione). 11 JV ballagliene organico - eh unitarnenr al battaglione deposito (V battaglione) n.:stò al circolo di recluta111cnto del reggime nto, a cli ·posizione p r la costi -
'' ·csM, La 11111'1-m del 1859 ~it. , ll, Narrazione:, p. 416.
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tuzione di nuovi reggimenti o per impieghi di presidio - venne sostituito da un battaglione di cacciatori o confinario! ·11 • Il siste ma di reclutamento, regionale, era ~ostanzialmente immutato. La ferma era di ott.o anni in tempo di pace, drasticamente ridotti per ragio ni di economia anche a meno cli tre anni, con successivo invio in congedo provviso1io. Seguivano due anni nella riserva. L'obbligo era generale, però il contingente ann uo veniva stab ilito di volta in volta in relazione alle necessità. Negli ultimi anni la sua entità aveva oscillato dagli 85 .000 ( 1856 e 1859) ai l 03.000 ( I 857 e 1858). Nel 1854, a causa della tensione per la questione d'Oriente, erano state fa tte due leve, la prima di 90.000 uomini e la seconda di 95.000 ·'8• La Landwehr era stata abolita nel 1852 . • In proposito, e con riferimento alla polemica fra quantità e qualità, natu ralmente entro certi limi ti, appare interessante un commento di Moltke: «Il nuovo sistema di reclulamento, derivante da ragioni economicl1e, finì per acceuare per fa fanleri a un periodo di servizio alle armi inferiore ai tre anni. Stabi lito appena due anni prima dell'i nizio della guerra, il s istema non aveva compiuto il c ic lo C<lmp leto e mancavano u<Jmini che avessero e~pe rienza di serviz.i<J mil i1are. Perciò si verificò la necessaria immissione nei ranghi di un eccess ivo numero di rec lute e l'inevilabile conseg uenza della poca saldezza delle !ruppe. 1 giovani soldat i austriac i non polevano misurarsi con quel la dura tenacia che di stin gueva i reggimenli rrances i, fo nnati da lunghi anni di servi zio e dall a precedente esperienza cli guerra» ''1•
Per la mobilitazione dell'esercito imperiale esistevano progetti di stinti secondo i vari teatri d'operazioni , nonché secondo le armate destinate ad esser portate sul piede cli guerra in rapporto a lle esigenze di politica internazionale. Come è naturale, dopo le preoccupazioni generate dalla crisi d'Oriente, la cancelleria militare tornò a guardare all'Alta Italia. L' ipotesi di uno scontro con il regno di Sardegna si faceva sempre più probabile e per tal e evenienza il 15 novembre 1858 il tenente maresciallo Schlitter propose di articolare la mobilitazione della 2' armata in due stadi. Nel primo l'armata veniva r inforzata con un corpo d'armata sul piede di pace e quattro battaglioni cli confinari mobilitati, e le sue artiglierie prendevano il piede di guena. Fu appunto nel quadro di tale misura, ordinata nel gennaio 1859, che il III corpo (Schwarzenberg) giunse in Itali a, pur rim anendo sul piede di pace. el secondo stadio era prevista la completa mobi litazione per portare la 2" armata a 170.000 uomi ni e 25.000 cavall i. Peraltro, iJ I9 febbraio il tenente maresciallo Schlitlcr presentò un nuovo progetto cli mobilitazione, basato su tre ipotesi: guerra contro I.a sola Sardegna, guerra contro Sardegna e Francia, guerra contro Sardegna, Francia e Russ ia. L'eventualità di un conflitto limitato al la sola Sardegna poteva essere affrontato con il secondo stad io di mo bili tazione della 2" armata . Se invece entrava in
" Ibidem. pp. 88-90. Su l piede di pace il reggimento aveva una forza d i 2.830. uomin i. '" CCSM, La guerra del i 859 c it. , [, Narrazione , p. I 02. ''' lJ. Mrn :rKE, La campagne d'/talic cir. , p. !85.
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campo la Francia, occorreva ricorrere alla mobilitazione generale. Secondo il piano, le forze da impiegare nello scacchiere lombardo si limitavano alla 2" armata (III, V, VIJ e Vlll corpo), mentre il grosso dell'esercito (1, IV, IX, XII e corpo di cavalleria) sarebbe stato impiegato secondo le circostanze in Germania e/o in Galizia, insieme con l'esercito confederale. In riserva si prevedevano due corpi d'annata (il II a Vienna ed il VI in Stiria), destinati a rinforzare l'armata d'Italia o quelle di Germania o di Galizia 40 • Data la situazione esistente a metà febbraio, il nuovo progetto Schlitter fu subito adottato per La parte italiana; quindi il 1° marzo venne ordinata la mobilitazione della 2, armata, che si concluse i primi di aprile. Successivamente, il 5 ed il 6 aprile, la cancelleria militare diramò l'online di mobilitazione del VI e del IX corpo, nonché l'allestimento di un parco d'assedio di cento bocche da fuoco, in vista dell'ormai certa partecipazione della Francia al la guerra. Il 13 aprile fu deciso l'invio in Lombardia del II corpo ed infine, il 24 ap1ile, la mobilitazione generale in tutto l'impero. Nell ' addestramento delle fanterie austriache persistevano strane lacune. Erano trascurati l'attacco ad una posizione ed il 1ipiegamento; la difensiva sembrava godere di ogni attenzione. Secondo il regolamento d'esercizio, il battaglione attaccava in colonna, preceduto da una linea di tiratori, senonché, conquistato l'obiettivo, la colonna arretrava e rimaneva sul posto la sola linea di tiratori, con la conseguenza - più volte ,iscontrata nella campagna del 1859 di perdere con facilità posizioni conquistate a duro prezzo. I1 ripiegamento in battaglia, poi, era praticamente ignorato come addestramento specifico, forse per ragioni psicologiche. La difensiva era curata, però si fondava su un eccessivo scaglionamento in profondità, aggravato dal concetto di alimentare la resistenza con la semplice sostituzione delle brigate in linea, piuttosto che con l'impiego delle seconde schiere per reazioni manovrate e dei secondi scaglioni per tempestivi contrassalti. Il 1° maggio la situazione della 2' armata era la seguente 41: unità TT corpo ... ...... ... ... ....... .. ......
m corpo .. ................ ... ..... ... V corpo ........ .... .... .......... ... .
effettivi 22.689 28.051 32.446
presenti 16.554 22.511 24.027
pezzi 40 56 64
'" Dalla relazione ausl ri aca in CCS lvl. la guerra del /859, I, Narrazione. pp. 15 1- 152. In seguito alle pres. ioni di Gyul ai, che il 2 5 aprile h1111entava l'insufficienza de ll a sue fo rze, il 16 mar,:o la cancelleria m ili lare si convinse a procedere a lla costitu zione cli q uauro lllJOVi corpi (XIII , XIV. XV, X VI) . ·" CCSM, la g11 erra de l 1859 cil., l , Doc um cm i, doc. 258. lni zialmcllle la 2' arniala comprese anche corpi destinati all a costi luenda 1• arm ata.
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vn corpo .......... ............. ... .. 24.802 Vlllcorpo .... .... ........ ...... ... . 26.520 riserve d'annata ....... ........... 7 .171 truppe a disposizione ......... 3.024 divisione Urban ...... ....... .... 16.386
19.018 19.293 2.8241 2.404 11.884
48 48 08
Totali .. ....... .... ..... ... ............. 161.089 Truppe presi diarie ............. 66.845
118.515 30.959
384 16
Totale complessivo .. .. .... ... 227.934
149.464
400
20
Ogni reggimento contava circa 40 ufficiali neopromossi e 1.600 reclute affluite eia appena un paio di mesi. Forse anche questa situazione pesò sull'atteggi amento cli Gyulai. Il p rincipe cli Hohenlohe-Ingelfingen nelle sue Strategische Briefe scrisse che «( .. .) le mobilitazioni parziali costano spesso assai care e recano seco il cattivo successo, perché mentre danno un numero di uomini insufficiente, influiscono dannosamente suUo spiiito del comandante: un generale il quale sa che il governo è disposto a mettere in gioco, occorrendo, l'esistenza del paese intero, si deciderà a portare colpi ben più energici di un altro il cui governo non adotti misure decisive» ' 2 • È innegabile la sostanziale verità di questa affermazione, ma la questione rientra, a nostro avviso, in un quadro più ampio, sul quale ritorneremo esaminando le reponsabilità operativa del Gyulai. Ad ogni modo, il V, il VII e l'VIII corpo conservavano composizione, quadri e tono addestrativo e disciplinare dell'epoca Radetzky. Il III corpo era nuovo dell'ambiente, però a Vienna aveva ricevuto un'istrnzione molto buona ed omogenea. Infine, nei quattro corpi citali l'elemento germanico figurava in nettissima prevalenza. Quanto all'am1amento , la fanteria cominciò a ricevere nel gennaio 1959 il fucile rigato Lorenz, ma la distribuzione non si completò che a fine lu glio cosicché la nuova arma, non ben conosciuta, non ebbe modo di mostrare le sue qualità. L'artiglieria aveva tutti i pezzi ad anima liscia. Le batterie eia campagna erano pluricalibro: quelle eia 6 Libbre erano costituite da sei can noni da 6 libbre e due obici corti da 7 libbre; quelle da 12 libbre, da sei cannoni da 12 libbre e due obici lunghi da 7. Le batterie di racchette (lanciarazzi) erano su otto pezzi . Le batterie da posizione, formate in gue1rn, avevano can noni eia 18 libbre o mortai .
" Ibidem , Il. Narrazione, pp. 409-41 O.
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4. GLI ORIENTAME TI STRATEGICI ALLEATI.
Nonostante il mistero con cui aveva avvolto ogni sua idea di guerra, Napoleone cominciò presto a riflettere sul possibile piano di campagna. Quando La Marmara era andato a Parigi , al termine della guerra cli Crimea, lo aveva interrogato sul presumibile atteggiamento dell'armata sarda in attesa dell'aiuto inglese eia Genova o francese dal Monceni sio. Saputo che di fronte ad un'offensiva austriaca i sardi potevano sfruttare un'eccellente posizione costituita dal corso del Po, coperta ai fianchi dalle piazze di Casale e di Alessandria, Napoleone ne fu come affascinato al punto che il Villamarina finì per scrivere a Cavour dicendosi sicuro dell'intenzione imperiale di anivare alla guerra, data l'insistenza con la quale, ad ogni incontro, ch iedeva assicurazione del buono stato delle fortificazioni delle due piazze ' 3• Nel maggio 1858 incaricò il generale Mac Mahon di andare a Venezia, naturalmente in veste di turista, per «éltldier un point de debarquement dans l'Adriatique pour une armée destinee au siège de Venise» "'. Al ritorno Mac Mahon riferì che la cosa gli sembrava possibile e facile; Napoleone cambiò discorso e gli affidò il comando in capo delle truppe in Algeria. Fu soltanto molto dopo Plombières, e precisamente nell'ottobre successivo, che l'imperatore si aprì. Chiamò a Saint-Cloud il generale Niel, gli raccontò degli accordi di massima presi con Cavour e gli chiese consig li o. Niel concordò con 1'01ientamento di La Marmara: l'arn1ata sarda doveva rimanere sulla difensiva dietro il Po in attesa dei francesi. E si manifestò contrarissimo ad un'offensiva francese pmtente da La Spezia, per prendere di rovescio Pav ia e Piacenza: il rischio di esser tagliati fuori era troppo grosso. Secondo quesito. Era poss ibile intervenire tempestivamente per impedire agli austriaci di arrivare cli slancio a Torino? Tutto dipendeva dalla possibilità di difesa piemontese davanti alla città, dalla decisione impressa dagli austriaci alla loro manovra e dalla celerità cli attraversamento delle Alpi dei francesi . Ma p1incipalmente dipendeva da come si sarebbe giunti alla guerra. Comunque, a conti fatti, la riunione delle due armate non sembrava indicare eccessive difficoltà. E dopo? Per Napoleone la marcia sino al Mincio si presentava abbastanza semplice; le difficoltà sarebbero ini ziate proprio al Mincio: «il Quadrilatero, e soprattutto Verona, apparivano alla sua immagi nazio ne come una nuova Sebastopoli » '". Aveva già fatto studiare gl i approcci della piazza nel 1853. Adesso, nel novembre 1858, decise di mandare un altro ufficiale, abilissimo geodeta, per rivedere e completare gli schizzi della città.
' ' G. B APST. Le 111aréclta/ Canroberl cit. , Il " Ibidem, p. 199. " Ibidem. p. 207.
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Nel contempo, apoleone coltivava la que tione del cas11s belli. A fine ottobre Cavour gli sottopose un piano basato sull'appel lo che gli abitanti di Massa e di Carrara avre bbero rivolto a Vittorio Emanuele. Questo avrebbe acceso la miccia, consumata la qual e si sarebbe scelto tra la occupazione delle due citlà con truppe arde e l'insurrezione locale diretta da Garibaldi. L'una o l' altra soluzione avrebbe provocato l'intervento austriaco. Napoleone approvò il progetto e di suo pugno aggiunse sul documento: «(. .. ) Je voudrais que Garib aldi restat dans Ics Apennin s, men açant Mod ène. sans y entrer et sans descendre dans la plaine (... ). On évite ainsi deux dangers. le prem ier d'etre baltll [dalle U11ppe del ducaw] et le seconde d'é tendre trop le mouvement révolutionnairc. Il serait en effct funesic que Boulognc, la Romagne, la To~canc ·t Panne bougeasscnt avant que la France cO t de,si né sa pnlitiquc» " -
N I gennaio 1859, in occasione dell e nozze del principe apoleone con lotilde di Savoia, il generale iel si inrrauenne con Cavour e La Marmara proprio sugli argomenti accennati. L'ipotesi dellc1 presa di Torino era del tutto inaccettabile per Cavour date le con, eguenze politiche che ne potevano derivare. D'altro canto, tenendo l'armata sarda sull a difensiva fra Casale cd Alessandria, a nord del Po i apriva una trada all'avanzata austriaca, che i p Leva sbarrare so ltanto con 50.000 uomini sulla Dora Baltca. Quindi, per Cavour, o i francesi riuscivano a mandarvi almeno 25.000 uomini prima che vi arrivassero gli austriaci, oppure bisognava rinunciare al concentramento dell'annata fra Ca aie ed Alessandria. Niel ril evò che La Marmora e Cialdini assist vano alla di . cussione con. ervando un silenzio assoluto. e questo particolare gli dette da pensare ' 1. D'altro canto lo sbarco di truppe fra ncesi a Genova comp riava la nec ità di garant ire le comunicazioni fra Alessandria e Genova. L'argomento successivo fu costituito dalla conquista di Verona. Davanti al progetto recato da iel sorsero molte pe'l)le sità, tanto che un ufficiale francese presente si offrì di andare a Verona per ulteriore esame e controllo, e così per il momento la que tione si chiuse. Poi Nie l volle visitare Alessandria e Casale, le cui for1ificazioni lo lasciarono cornples, ivamente soddisfatto. Al rientro a Parigi. rife rì risultati ed impression i a apol one: «Il soldato è buono - disse-, di sc iplin ato e res istente. Gli ufficiali sono preparati e di modi distinti; quasi tutti appartengono alla nobiltà avoiarda e piemontese i cui antenati da oltre otto secoli hanno versato il loro sangue a fianco dei duchi di Savoia, e tutt i non chiedono che di seguire questa glori osa tradizione agli ordini di Vittorio Emanuele. che è adorato dal suo popolo. L'amminis trazione è buona, i rnaga27.ini ben forniti; un a sola cosa sembra mancare a que ùmnara: la fiducia in se tessa. Gli ufficiali ed i soldati ancora sotto il colpo della ... avour a apo leone a fine ollohre 1859. in CCSM. Documenti, cloc. 1684. " G. BAPST, Le maréclwl Ca11robert cit., JII. p. 207.
u,
guel'l'a del /1159 ci1., Il.
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LA SECONDA GUERRA D 'INDIPE DENZA
disfatta di Novara, temono di trovarsi soli di fronte ai loro vincitori; ma raddoppiati di numero da un'annata francese, essi riprenderanno il loro morale e costituiranno un'am1ata di prim'ordine» ' 8 • In quelle lunghe conversazioni con Niel, Napoleone lasciò trasparire le sue grosse preoccupazioni. La Gem1ania si agitava in preda a sentimenti antifrancesi , l'Inghilterra era estremamente cauta, l'Austria sembrava sicura dell'appoggio germanico. Se il quadro era attendibile, come pareva, un impegno a fondo in Italia diventava un assurdo, purchè almeno metà delle forze disponibili in Francia dovevano dar vita ad un'armata di osservazione sul Reno. In tali dubbi, l'imperatore non aveva trovato di meglio che consultare Thiers. Lo storico del P1imo Impero, 1iviste le campagne napoleoniche del 1797, del 1800, del 1805 e del 1809, aveva sentenziato che per battere l'Austria bisognava prendere Vienna, e per far ciò occorreva, come Napoleone I, impiegare due annate, un? in Italia e l'altra in Germania, e puntare con entrambe sulla capitale degli Asburgo ' 9 • Niel obiettò che, date le circostanze, era sicura un'immediata offensiva austriaca contro Torino e che, di conseguenza, ogni precedenza spettava alla parata in Piemonte. Il 1° marzo presentò all'imperatore un progetto per la concentrazione delle forze in Piemonte. A suo avviso, L'armata sarda doveva evitare qualsiasi impegno d'armi e limitarsi a garantire gli sbocchi dei rinforzi francesi , ossia Genova e Susa. Quindi: una divisione a Novi, a protezione di Genova; due divisioni a Casale e ad Alessandria, sulla posizione difensiva di attesa; due altre divisioni, la caval leria ed i volontari sulla Dora a protezione di Torino e dell'arrivo dei francesi dalla valle di Susa. Secondo l'apprezzamento piemontese, g li austriaci non sarebbero giunti alla Dora prima di otto giorni dal passaggio del Ticino; ebbene, la Francia era in grado di far affluire a Susa 48 .000 uomini in otto giorni e t32.000 in quindici giorni ' 0 • Queste le rassicuranti conclusioni dello studio. Purtroppo , come si è visto, tutto si era svolto in segreto e senza alcun reale preparativo. Forse Napoleone non credeva veramente alla guerra 5 1, certo si è che bloccò anche i primi approvvigionamenti di vestiario e di equipaggiamento e che la consegna dell'ultimatum al governo sardo lo colse alla sprovvista. Per quanto avesse promesso a Cavour di liberare l'Italia «dalle Alpi all'Adriatico», Napoleone pensava con estremo timore al Quadrilatero. Uno sbarco a Venezia gli parve risolutivo e negli ultimi giorni passati a Parigi si sus-
'" lhidem, p. 212.
" Ibidem, p. 213. "' Ibidem. pp. 213-214; cfr. CCSM, La guerra del }859 cit., I, Documenti, doc. 263. " li 17 aprile il principe apo leone scrisse a Cavour: <<Empereur l'eut pas croire artaque d' Aurric/1e si prochaine» (Carteggio Cavour-Nigra cit. , 11, pp. 167-168).
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seguirono fitte discussioni con gli ammiragli. AH'ultimo momento però sospese la partenza della flotta. L'Inghilterra non gradiva che i successi francesi diventassero «trop écrasants», come dichiarò Cowley n _ Intanto, a seguito delle insistenza di Cavour, era arrivato a Torino il generale Frossard, comandante del genio francese. Si presentò a La Mannora ed a Cavour e li informò di essere venuto per incarico dell'imperatore a studiare come fortificare la Dora 53 • Vittorio Emanuele, subito avvisato, rimase a bocca aperta e mostrò al generale due dispacci appena ricevuti da Parigi. Con essi Napoleone consigliava di abbandonare la Dora e di non preoccuparsi della possibile occupazione austriaca di Torino. Benché a sua volta meravigliatissjmo, Frossard eseguì l'incarico e la sera stessa riferì all'imperatore. In sostanza, la linea della Dora era buona, per quanto un po' estesa. l tratti più pericolosi risultavano già protetti da lavori di fortificazione e la sua prnposta di qualche opera complementare era stata accolta senza obiezioni ·1• . Il punto era la forza impiegabile sulla linea. La Marmora aveva in posto 17.000 uomini soltanto, ma contava di portarli a 26.000. Bastava una divisione francese per il 1O maggio e l'attacco nemico verso la capitale poteva essere sostenuto senza timore. Frossard aggiunse anche che l'idea di rinunciare alla di fesa su lla Dora e, addirittura, abbandonare Tori no avrebbe provocato un effetto letteralmente disastroso su popolazione ed esercito. «Ces considéra1ions sont pour moi une raison de plus - concluse - de penser qu'on doit résister sur la Dora , et celte résistence peut se faire dans des bonnes conditions. ]e serais heureux d'y prendre pan» ;;_ Tutto, dunque, se mbrava chiarito, a gran soddisfazione di Cavour " . ln realtà non lo era affatto. Il 25 aprile il maresciallo Canrobe11 ricevette da Niel le ultime istruzioni dell'imperare: «Concentrare l'annata fra Susa e Torino senza entrare ne lla città. Rimanere in questa posizione, sulla difens iva, fino all'arrivo dell'imperatore. Se peraltro il re Vittorio Emanuele fosse troppo insis1 enLe il maresciallo andrà /11i s/esso sulla Dora Baltea e potrà 1rasferirv i parte de ll e sue truppe, sotto la sua responsabilirà personale»".
Dal canto suo, Canrobert aveva problemi più impellenti. La sera del 26 telegrafò al ministero della Guerra: «On a oublié dans mon corps d'armée !es
" G . BAPST, Le maréclwl Canrobert ciL, Ili , p. 219. ' ' Si trattava, per Napoleone, di confermare quanto riferii.o dal colonnello Saget, già da metà marzo a Torino, il quale aveva d ichiarato che la posizione della Dora difesa da 40.000 uomini ern insuperabile (Ibidem , p. 219). " Cfr. CCSM. La g uerra del 1859 cii., L Documenti , doc. 313. " G.BAPST, Le maréclwl Can.roben cit., Tll , pp. 2 19-221 . " Il 26 apri le Cavour comun icò al principe Napoleone che Frossard aveva trovato «admirable» la linea della Dora (Cal'/eggio Cavour-Nigra cit. , il. p. J79). " G. BAPST, Le maréchal Canroberl cit. , 111 , p. 193.
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é1ats-maiors, /'intendence et la prevoté, les services de santé, !'arti/ferie et le génie!» ;s. Mentre le avanguardie francesi si inoltravano nelle Alpi, Canrobert si recò a Torino con il generale Niel. Prima di salire sul treno, a Lione, ricevette «le prime e sol.e istruzioni scritte e particolareggiate» dal ministro della Guerra, intese a fissare ruolo da assumere e atteggiamento da tenere nella fase iniziale della campagna: «( ... ) Il primo argomento da trattare è quello del diritto al comando, nel caso di riunione
delle Lruppe alleate. lnlen iione di Sua laestà è che tale questione ne reçoivc pas de so/111io11 abso-
lue, per quanto Sua Maestà comprenda i vantaggi del lasciare in unica mano il comando: ma essa intende che voi prestiate il più leale concorso ai generali piemontesi ( .. ). Le circostanze cui alludo sono che il nemico muova verso la Dora per occupare Torino. Se questo movimento si verificasse prima del concen tramento delle vostre truppe a Susa, voi non sarete in grado di portare aiuto ai piemontesi. Soprattutto l'Imperatore ne velll pasque ses lmupes soient engagées par détachement o prima che la loro organizzazione sia stata complctata.
Jusqu'à ce jo11r il n'y a pas e11 de pian de campagne combinato fra l'imperatore ed il Re, perciò noi non siamo impegnati a partecipare, senza attenta valutazione, alle operazioni che da questa situazione derivino. ( ...) Secondo i vostri dispacci, non sarebbe che il 2 maggio che le divisioni Bourbaki e Buat potrebbero trovarsi sulla Dora, come chiede il governo piemontese. Ma la difesa di una linea cosi es tesa sembra alJ'Jmperatore un compito assai oneroso , anche con tre brigate piemontesi e cinque battaglioni bersaglieri .
on saranno troppe quattro divi sioni perché voi possiate po1tarvi sulla
Dora. È quello che l'Imperatore mi ordina di dirvi ( .. .) »
Post sc1iptum: « Vedo avec peine che le vostre truppe non sono organizzate per la guerra. Vous y remédierez» ;9 • Una lettera simile è sbalorditiva. Giustamente il Bapst osservò che tutto è bizzarro ed imbrogliato in siffatto documento , dall 'affermazione che l'unità di comando era indispensabile seguita dall'ordine di non realizzarla, all'enigma se occupare o non la linea della Dora! A Susa, dove parte del corpo francese era arrivata e , nella completa assenza dei propri servizi di campagna, stava sistemandos i alla meglio e veniva rifocillata dalla popolazione e dal presi dio mlitare, Canrobert ricevette un messaggio clall'Imperatore: «Vous pouvez réunir la première division à Turin , sans dépasser cette ville» 60 • Per il momento si attenne alle disposizioni iniziali, cli mettere a punto le sue divisioni a Susa.
" Ibidem. ,. CCSM, La guerra del 1859 cit. , I, Documenti , doc. 347. Cfr. G. BAPST, Le maréchal Canrohert cit., III, pp. 223-225. '~ G. BAPST, Le maréchal Canl'oberr cit. , lll, p. 230.
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5.
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DA MAGENTA A VILLAFRANCA.
Lo svolgimento della campagna può essere suddiviso i11 tre fasi . La prima, in cui l'armata sarda fronteggiò da sola quella aust1iaca in attesa dell'arrivo dei francesi; la seconda, che vide la grande manovra avvolgente alleata e condusse all'inattesa battaglia cli Magenta ed al conseguente ingresso di Vittorio Emanuele e di apoleone a Milano; la terza, basata sull'offensiva verso il Mincio, culminante nella battaglia d'incontro di Solferino e San Martino e conclusa con l'armistizio cli Villafranca. Di queste fasi ci limiteremo a considerare soltanto i disegni strntegici eia cui esse derivarono e le loro principali caratteristiche.
•
L'annata sarda da sola. La concezione strategica del Comando Supremo sardo si limitava, per forza di cose, alla definizione della zona cli radunata, una zona che doveva consentire di resistere all'iniziale offensiva austriaca per non meno cli un paio di settimane. Tale zona, già suggerita dalla mort"ologia del terTeno, aveva ricevuto conferma dagli studi della commissione cli difesa nel 1851 e dallo Stato Maggiore sardo nel 1853 e nel 1854 61 • Si trattava dell'ampia area collinosa compresa fra Casale ed Alessandria, nel grande ferro di cavallo descritto dal Po e dal Tanaro. Peraltro, pur concentrando la maggior parte dell'armata in quella zona, non si volle rinunciare alla difesa della capitale e dello sbocco dall'Appennino ligure. Venne quindi deciso di proteggere Torino schierando sulla Dora Bai tea la 4" divisione (Cialdini) 1inforzata da reparti della 1', la divisione di cavalleria (Di Sambuy) ed i cacciatori delle Alpi (Garibaldi); di coprire lo sbocco dalla valle Scrivia sistemando tra Senavalle e Novi L igure la 3" divisione (Durando); di tenere il grosso sulle posizioni Casale-Valenza-Alessandria, già convenientemente rafforzate con lavori campali e semipermanenti. Inevitabilmente lo schieramento iniziale presentava anche svantaggi e rischi. Gli svantaggi si trnducevano in una fronte eccessivamente estesa e perciò pericolosa e nel non aver veramente la massa delle truppe alla mano; il rischio nella persistente vulnerabilità cli Torino di fronte ad un deciso «a fondo» austriaco sulla direttrice Novara-Vercelli-Torino. D'altronde predisposizioni e schieramento si ripromettevano due precisi e limitati scopi: durare sino all'arrivo dei francesi e consentirne il congiungimento con le truppe sarde. Per gli aust1iaci il problema era inverso. Gyulai sin dal 14 febbraio aveva condiviso u1 pieno il pensiero della cancelleria militare, di «attaccare le forze nemiche con la massima energia, batterle ed inseguirle sul loro territorio per annientarle prima che possano ricevere soccorsi di truppe dalla Frnncia, ovvero
"CCSM. La guerra del 1859 cit.. I. Documenti. doc. 264 e 265.
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possa avvenire un intervento diplomatico» 62 • E in altra lettera dello stesso giorno aveva indicato in Torino il principale obiettivo delle operazioni. «( ... ) In nessun caso - continuava - potremmo essere arrestati da Alessandria , Casale e Valenza: mentre una parte dell'annata, di sufficiente forza, posta sulla Sesia o al di là di questo fiume, terrebbe in scacco le co lonne che potessero procedere da Casale e da Alessandria, il resto muoverebbe a marcie forzate su Torino , dove probabilmente le velleità guerresche del Piemonte avrebbero fine, in ispecie se venissero offerte generose condizioni. Ove si lrallasse assolutamente di una guerra contro la Francia cd il Piemonte, una politica avveduta e confom1e alle opportunità militari dovrebbe procurarsi il vantaggio di accelerare i nostri am1amenti in modo da poter prevenire i Francesi e batlere i Piemontes i prim a che gli alleati del Piemonte fossero sbarcati in forze considerevo li a Genova, ovvero avessero attraversato le Alpi. per poi poter attaccare separatamente questi ultimi (. ..)»" .
Le direttive della cancelleria militare i11 data 24 marzo vennero recapitate a Gyulai dal colonnello Kuhn, appena nominato capo di Stato Maggiore della 2" armata. Alle prime notizie della presenza di truppe francesi in Italia «l'armata deve essere tosto concentrata per muovere offensivamente conlTO l'armata sarda, appena ricevutone l'ordine da Vienna, batterla al la spicciolata od almeno rinchiuderla nelle sue fortezze e queste circondare per gettarsi poi senza ritardo contro i Francesi, già sboccati, e batterli alla loro volta» ,;.;_Gyulai rappresentò subito il bisogno di rinforzi , perché, anche considerando le divisioni sul piede di guerra, poteva mettere in campo al massimo 60.000 combattenti. Elencò le necessità operative: prendere Casale, chiudere l'armata sarda in Alessandria ed assediare la piazza, disporre di una massa di manovra con la quale opporsi ai francesi provenienti da Genova o ai piemontesi da Alessand1ia. In sostanza, occorrevano 120-130.000 uomini per bloccare i piemontesi in Alessandria e fare «una scorreria» su Torino, un maggior numero se la Francia foss e intervenuta r.s _Vienna gli promise (29 marzo) l'immediato invio del II corpo d'armata e ventidue quarti battaglioni , che avrebbero disimpegnati dai presidi del Lombardo-Veneto _i battaglioni confinari, utilissimi come fanteria leggera. Nel comandante della 2' amiata affioravano ripensamenti e dubbi sull'attuabilità di un'offensiva con le forze disponibili, nonché sulla reale convenienza strategica di muovere su Torino, posto che in ogni caso avrebbe dovuto fare i conti con il grosso dell'armata sarda ben s istemato a Casale-ValenzaAlessandria, quando la cancelleria militare cosi gli illustrò le prospettive generali della guerra: «Devesi anzilullo ritenere che qui si tende necessariamente a portare la grande guerra sul Reno non appena le circostanze politiche lo permettano». A parte ciò, le ostilità avrebbero avuto inizio in Italia e le ipotesi da considerare si riducevano a due: affrontare il solo Piemonte oppure il Piemonte
" Dall a relazione austriaca in CCSM , Ibidem, I, Narrazione, p. 169-170.
" Ibidem. p. 170. "' Ibidem, p. 17 1. ''' Ibidem, p. 172.
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e la Francia (niente più Russia, dunque). La prima eventualità non destava preoccupazioni, pur pensando probabilissimo l'afflusso di truppe di Parma e della Toscana in aiuto dell'armata sarda. La seconda, «che si può ritenere quasi sicura», esigeva il «tener d'occhio» i punti di anivo dei francesi «e sul la base di essi ripartire le forze» '". L'illusione della Hofburg di poter conv incere Berlino per una guena su l Reno - illu sione del tutto gratuita perché nessuna concessione concreta era stata fatta, nè si intendeva fare, alla posizione della Prussia nella Confederazione gerrnanicà - non poteva non ingenerare inesolutezza. Così, nel preavviso del 9 aprile la cancelle1ia militare aveva scritto a Gyulai che, al ritorno dell'incaricato di portare l'ultimatum a Torino, «V.E. prenderà tosto conoscenza del dispaccio ch'egli porterà seco, ed ove la risposta della Sardegna non sia soddisfacente, prenderà senz'altro l'offensiva contro di essa. Della presa offensiva V.E. farà tosto partecipi i governi di Modena e di Parma» •1 • Ma il 19 aprile una successiva conferenza imperiale decise di riservarsi la scelta dell'inizio delle ostilità "' . Le oscillazioni della cancelleria militare inevitabilmente si trasferivano anche in Gyulai. Questi, infatti, si affrettò a diramare gli ordini per il concentramento dell'armata fra il Ticino e l'Adda, ma il 25 aprile, mentre le unità completavano i fnovimenti, manifestò perplessità malamente mascherate da una disquisizione strategica sulla convenienza di attribuire il ruolo principale al teatro d'operazio1Ji genmmico rispetto a quello italiano o viceversa, e sulle conseguenti misure da assumere. Il tutto si traduceva nel ventilare, nell'uno come nell'altro caso, l'adozione di una linea di condotta difensiva , pur non escludendo atti offensivi, a causa del peso gettato dalla Francia sul teatro italiano: dai 130 ai 150.000 uomini, lasciando sul Reno una armata di 300.000 soldati. 1n definitiva: «( ... ) di fron te alle misure prese dai frances i, sembra che onnai sia un po· tardi per distmg gere con un'energica offensiva l'esercito piemonlese prima de!J'anivo del suo alleato; tanlo più che quello si terrà in ogni caso al coperto nella posizione centrale di Alessandria-Ca.sale. Se ciò era possibile nr snno due settimane, sarebbe assai più difficile al presente. Qualora si confermi l'invio di considerevoli forze da parte della Francia, io farò senz'allro ogni sforzo per gettarmi energicamente addosso ai Piemontesi, impedire parzialmente la congiunzione di questi con i Frances i e trar profitto di qualunque enore potessero commeltere per dare una vigorosa bauaglia offensiva. Nel caso invece che la congiunzione dei Piemonlesi co i Francesi dovesse nondimeno riusci re, io evi terei qualunque combat.ttmento deci,ivo contro forze considerevolmente superiori e proteggerei la Lombardia nel senso puramente difensivo, il che non escluderebbe tuttavia comballi -
6 ' Ibidem, pp. 173-174. "' lbidem , pp. 176- 177. "' Gyulai rimase sc oncertato da quest ' ultim a decisione e se ne lagnò col principe d'A ssia, dichiarando «di non riuscire a spiegars i tale inaudita leggere zza e superficial ità di alti diplomatici ». Ed osservò anche: «Se uno di no i facesse il suo servi zio in questo modo, lo si dov re bbe radiare da i moli» (Gyulai al princ ipe d ' Assia in data 27.4.1859, in E. CORTI. la tragedia cit. p. 134).
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menti offensivi in ritirata, per raccogliere le forze che mi sarebbero probabilmente in tal caso inviate in Italia e riprendere poi una vigorosa offensiva» "'·
on si. può più parlare di confusione di idee. È chiarissima la nessuna intenzione di operare offensivamente 10 , cosi come è evidente l'orientamento a rifugiarsi nel Quadrilatero ed attendere nuove divisioni. Come se simile timidezza operativa non bastasse, la 1isposta della cancelleria militare in data 1° maggio arrivò a Gyulai deformata, sì da convincerlo che anche Vienna era entrata nel suo ordine di idee: «Nella presente situazione il teatro di guena rimane localizzato in Italia prevalentemente. Fra quattordici giorni (in vierzehn Tagen) incomincia di qui l'invio in Italia di un altro corpo d'armata sul piede di guena)). Sulle parole «in vierzehn Tagen» si imperniò l'enore. Esse furono separate e male interpretate: vierzelzn fu ricevuto come Verona e Tagen come tèiglisch (qu otidianamente) . La versione che fu sottoposta a Gyulai suonava perciò: « ... in Italia prevalentemente in Verona. Quotidianamente incomincia di qui l'invio ... » 71• Il 26 aprile la 2" armata austriaca aveva in l ' schiera il VII corpo (Zobel) sul Ticino, fra Abbiategrasso e Bereguardo; il III corpo (Schwarzenberg) a Pavia, l'VJU corpo (Benedeck) a Piacenza; in seconda schiera i l V corpo (Stadion) fra Pavia e Milano, il II corpo (Liechtenstein) fra S .Angelo Lodigiano e Lodi. In riserva, la divisione di cavalleria Mensdorf nella zona di Crema, la divisione Urban a Brescia ed a Bologna a controllo delle retrovie. li Quartier Generale era a Milano. Nel pomeriggio del 29, dopo una stasi pressoché assoluta dì tre giorni dovuta anche alle piogge frequenti , ma soprattutto al fatto che l'ordine da Vienna di attaccare arrivò il 28 a Milano 72 l'avanguardia della 2'' armata passò il confine da Pavia. Nella mattinata il maresciallo Canrobert era giunto a Torino. Ricevuto da Vittorio Emanuele Il, partirono immediatamente per la Dora. La ricognizione fu lunga e meticolosa e - contrariamente al primo apprezzamento del generale Frossarcl - finì per indurre ad un giudizio negativo sulla ,,,, Dalla relazione austriaca in CCSM, La guerra del 1859 eil.. I, Narrazione, pp. "174-176. "'«!nostri generali - scrisse Ales sand ro d ' Assia nel suo diario il I O maggio - non hanno la minima fiducia nell 'esito felice della nostri) campagna: tutti trovano temeraria la nostra irrnzione s ia dal punto di vista militare che da quello politico» (E. Cmrrr, op. citala, p. 135). 11 Dal la relazione austriaca in CCSM, La guerra del /859 cit. , 1, Narrazione, p. 176 n. I Cfr. E. CORTI, La rragedia cit., p. 136. " Quel giorno l'ambasciatore austriaco a Parigi , conte Hiibner, scriveva nel suo diario: «( ... ) Cowley sta ancora adoperandosi perché venga accettata la mediaiione del governo inglese che Walewski aveva respimo ieri. Te legrafo in proposito al conte Buoi. Il vero scopo di questo messaggio è un grido di dolore, d ' impazienza e di rabbia per le es itazione del generale con te Gy ulai. Diamine, non gli resta che passare il Ticino, attaccare i Piemontesi, rovesciarli , schi acciarli; e se ne sta formo, l'arma al piede. perché piove! Queste sono le notizie che Cowley ha ricevuto oggi da Torino( ... )» (J. HOBNER, Nove anni ci t. , pp. 750-75 I).
Carlo Alberto
Generale Eusebjo Bava
Generale Wojcìech Chrzanowskì
Feldmaresciallo .Toseph Radetzky von Radetz
Vittono . Em¡" cu, ... uele li
Camillo Benso conte di Cavour
Generale Enrico Morozzo della Rocca
Napoleone I11
Maresciallo Marie-Edme-Patrice Mac Mahon
Fzm. FĂŠrencz Gyulai di Maros-NĂŠmeth e Nadaska
Giuseppe Garibaldi
Generale Manfredo Fanti
Generale Alfondo Ferrero della Mannora
Generale Enrico Cialdini
Ammiraglio Carlo Pellion di Persano
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vera possibilità di difendere quella linea contro una forte offensiva nemica. Il silenzio fu rotto dal re: «Qu'a/lons /aire nous?» chiese a Canrobert, il cui responso era decisivo. Il maresciallo spiegò che le sue istruzioni non lasciavano scelta: rimanere dietro a Torino, portarsi sulla Dora soltanto a corpo d'annato riunito. Il silenzio si rinnovò e si fece più cupo. Aleggiava il timore di perdere la capitale al primo co1po. Sul volto del sovrano era visibile l'amara delusione per l'ai uto tanto atteso e così immediatamente sfumato. «ça me retourna complètemenl - confidò più tardi Canrobert - . Je sentais la honre qui rejailfìrait sur moi, sur /'armée , sur la France, si la capitale de notre allié étail, des le commencement de la guerre, prise de viveforce sous le yeux d'une arméefì·ancaise con;mandée par un maréchal de France» 73 • La discussione riprese. ln fondo tutti erano assolutamente d'accordo sulla convenienza di concentrare le due armate fra Casale ed Alessandria e soltanto le insistenze di Cavour avevano portato in primo piano la difesa della Dora. Insomma si poteva tornare alla decisione iniziale, fiduciosi nella minaccia esercitata sul fianco sinistro cli un'eventuale avanzata austriaca su Torino, minaccia resa plaw;ibile e temi bi le col mostrare sold ati francesi a Casale e spargere la voce della presenza di 50.000 francesi in zona. In effetti la tanto temuta offensiva nemica su Torino era molto discutibile. Entrando in campagna immediatamente, prima dell'arrivo dei francesi , l'impresa non presentava difficoltà. Senonchè, a prescindere dall'effetto psicologico e in parte politico, l'occupazione della capitale del regno cli Sardegna non avrebbe affatto risolto il problema strategico perché l'armata sarda non soltanto sarebbe rimasta intatta ma presto avrebbe ricevuto il rinforzo delle truppe francesi sbarcate a Genova. A questo pm1to per Gyulai si sarebbe posta l'imperiosa necessità di riguadagnare al piLr presto la Lome ll ina. In conclusione, Canrobert dichiarò che, contro gli ordini formali ricevuti , avrebbe spedito subito le sue truppe ad Alessand1ia a raggi ungere quelle piemontesi ". La decisione , mantenuta nonostante le rinnovate insistenze di Cavour che non sapeva accettare l'abbandono della difesa della Dora, fu comunicata da Camobert all'imperatore in tem1ini assai concisi: «La position de la Stura n'est plus tenib/e que celle de la Dora. L'unique chance de défendre Tu rin est de donner de /'inquiétude à /'ennemi sur son jlanc et ses derrières par
'-' G. BAl'ST, Le maréchal Canroberr cit., lii, p. 242. Secondo La Marmora le cose andarono un po ' diversamente : «C" esr à rna prière. er en le j{1isa,11 prier par le Roi, que Canrobert envoya !es premières lroupes à Casale er à Alexandrie» (G. MASSARI, /I generale U1 Marm ara cit., p. 229). " Dati i costumi dell ' epoca - osservò il generale Bonna l- la decisione di Canroberl di mandare il lii e IV corpo francesi ad Ale~sandria , contrariamente agli ordini dell'imperatore, fu coraggiosa (CCSM, L,:, guerra del 1859 cit.. I. Narrazione, p. l 87).
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la tete de pont de Casale ( ...) Le Roi considère ces dispositions camme les seules qui puissent sauver fa capitale» " . apoleone rispo e con un dispaccio a Canrobert ed una lettera a Vittorio Emanuele. Al primo crisse che approvava il movimento verso Alessandria e ordinò di tenersi sulla difensiva e di garantire le comunicazfoni attraverso le Alpi. Col ·econdo si espresse in modo contorto. Gli partecipò dj aver autorizzato il mar ciallo a concorrere alla dife a della Dora «s'ì/ juge que la posirion offre des cha11ces de résistance et si nos divisions sonr réunies». Inoltre gli raccomandò di curare seriamente la difesa di Alessandria, «car je crois toujours que c'est là que se ponera la principale attaque des Autrìchiens (. ..)» 1• . L'organizzazione difensiva sull'allineamento Casale-Valenza-Al es andria ricevette un vigoroso impulso, mentre la 4' divisione e la brigata cacciatori delle Alpi abbandonavano la Dora per recarsi a Casale; i francesi continuarono a. barcare a Genova, anche con il concor o della flotta sarda, ed a riordinarsi a Torino con una brigata già ad Alessandria; gli aus triaci si racco! ero in Lomellina. Il 2 maggio, di fronte a circa 50.000 piemontesi con una trentina di pezzi, diluiti su 60 km, si trovavano 110.000 autTiaci con 364 pezzi". GyuJai aveva deciso di forzare .il Tanaro a Bassignana il 3 maggio con ob iettivo S.Salvatore Monferrato (dove, per inciso, i era piazzato il Quartier Generale ardo), per penetrare fra Casale ed Alessandria. Senonché notizie provenienti da Vienna, che davano per sicura la presenza di 50.000 francesi in Alessandria e dintorni ed imminente l'arrivo di Mac Mahon lo persuasero a sospendere la divisata offensiva. «L'arrivo dei Francesi - piegò al conte Grtinne - mi impedisce l'attuazione del mio piano di irrompere su Bassignana» 7 \ perché esisteva il rischio che nel frattempo i francesi attaccassero sulla direttrice Vercelli- avara-Milano ' 9 • Dopo di che, tutto tacque e, a parte l'occupazione di Vercelli ad opera del lV corpo au triaco, non si registrarono iniziative di rilievo. A dire il vero, adesso Gyulai si era risolto a mandare in effetto la famosa puntata su Torino, tanto da tra ferire sulla destra della Sesia nei giorni 7 ed 8 maggio il VII corpo ad ovest di Vercelli con elementi a Biella, il li e la divisione di cavalleria a Vercelli, il V a sud di Vercelli. Senonché, mentre aJ Quartier Generale sardo ed a Torino si pargeva aUarme 80 il 9 maggio, improvvì amen" G. BAPST, Le maréchal Canroberr cit .. p. 246. Nella ri cerca di soluzioni alternative. il 20 era stata compiuta una ri cognizione anche sulla Stura di Lanzo. "' Ibidem , p. 247. Cfr., CCSM, La guerra del 1859 ciL. 1, Documenti , doc. 349. 77 CCSM. ibidem, I, Narrazione, pp. !9!-!92. " Gyul11i u Griinne in data 3.5. 1859. ibidem. p. 202. " Dalla relaztonc austriaca, ibidem, p. 22 l. n. I '" Cavour tempestò La Marmoru e Della Rocca affinché mandas ero truppe a difendere Torino e giunse a suggerire il trasferimento del governo a Genova: «/ ... ) Je n 'ai pas be.rni11 de te répélcr qu e la prise de Tll1·i11 seraìt 11011 seuleme111 uri désastrl! politìque. 111ai.1· aussi 1111 lésastre
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te, Gyulai sospese la lenta avanzata del VII corpo in un paese di risaie e canali, deliberatamente allagato dai piemontesi, ed ordinò il ripiegamento generale oltre la Sesia, in Lomellina. Come spiegò a Vienna, gli era venuto il timore che l'avversario lo aggirasse da sud , muovendo offe nsivamente sulla destra del Po iJ1 direzione di Piacenza! " . Questo timore diveITà per Gyulai un'idea fissa che molto peserà nelle sue valutazioni. La manovra avvolgente degli alleati.
Il 12 maggio, a mezzogiorno, Napoleone sbarcò a Genova. Cavour lo attendeva e l'accompagnò subito al palazzo reale 8'. Poco dopo - arrivati i comandanti del I corpo (maresciallo Baraguey d'Hilliers), del II (generale Mac Mahon)'. della Guardia imperiale (generale Regnaud de SaiJJt Jean d'Angely) , d'artiglieria (generale Le Boeuf ), del genio (generale Frossard) - ebbe luogo il primo consiglio di guerra francese . TI 24 aprile, domenica di Pasqua, al sortire dalla messa, l'imperatore aveva visto un ufficiale del genio venuto, fra gli altri , a chiedere di partecipare alla spedizione. Era il genero di Jomini, e Napoleone subi to lo prese in dispa11e e l'incaricò di chiedere lumi strategici al suocero. Jomini aveva ottant'anni e ·viveva a Passy. Essendo generale russo, chiese il nulla osta all'ambasciatore dello zar, poi si mise al lavoro ed in breve dette il suo parere sulla impostazione iniziale della guerra. In sostanza, la cosa più diffici le, ma importante, era di riuscire a non pregi udicare la situazione prima della Jiunione delle due armate alleate, e ciò in relazione all'tLlta probabilità di una vigorosa offensiva austri aca intesa proprio ad impedire tale riunione. TI primo obiettivo da conseguire era dunque il concentramento dell 'esercito fra nco-sardo, che doveva aver luogo tra Casale (o Vercelli) ed Alessandria, secondo iJ piano cli La Marmara, riconosciuto corretto. Occorreva poi scegliere se muovere offensivamente sulla destra del Po in direzione di Piacenza, oppure sulla si ni stra, ed in questo caso su Mortara o su Magenta. Un'offensiva su Piacenza presentava il rischio, in caso cli rovescio, di dover ripiegare su Genova con conseguenze politiche disastrose. Attaccare verso Pavia equivaleva a prendere iJ toro per le corna e correre l'alea cli un insuccesso senza la prospettiva di un brillante ris ultato ove, invece, le cose fosmilitaire ( .. .). Je m'en vais tout préparer p 11r une défense sur la Stura. Je crois pouvoir compier ( .. .) en tout 7 à 8.000 lwmmes. C'est peu pour défendre la Swra. Ce semi! assez si d'A/exandrie vour nous em,oyez soit une division francaise. soil la division Famì ( ... )» . (Cavour a La Marmura in data 8.5. 1859, ibidem, I, D0cu111en1i, doc. 640) " GuyJai a Francesco Giuseppe in data 9.5. l859, ibidem, I. Narrazione, pp. 220-221. " «Putele portare un cero alla Madonna - dirà N apo)eone al conte Arese, appena sbarcato - . Se non avesse spini.o gli Austriac i a passare il Ticin o, oggi io non sarei qui » (G. BAPST. Le maré· chal Canroberl cit. , III, p. 265).
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s ro andate bene. Restava la direttrice di Magenta puntando contro l'ala destra austriaca. Era il piano adottato dal generale Chrzanow k.i nel 1849; lui era stato batt.uto perché aveva trascurato di coprirsi verso s ud; ma bloccando le provenienze da Pavi a diventava facile far fil are l'arma ta per Nova ra-pon te d i Tur bigo-Magenta u _ Con questi uggerimenti in testa c chiarito che gli spettava il comando in capo delle armate alleate R•, adesso Napol eone st udi ava la situazione genera le. L'armata a.rda gravitava verso Ca ale, il III e IV corpo frances i si trovavano fra Valenza ed Alessandria, il I e II corpo tra A rquata Scriv ia e ov i Li gu re pront i a sboccare da ll 'Appenn ino, la Gu ardi a tra Genova e Busal la. L'armata austriaca 1isul tava concenrrata in Lomellina , attorno a Mortara, con una brigata a Vercelli , ad oc idente della Sos ia. Il quadro conv in e Napoleone ad adottare la prima manovra ind icata , anche se scon igliata, da Jom in i: procedere a sud del Po, con P iacenza come pri mo obiettivo. In testa i Co'l)i in anivo da Genova (1, Il e Guardia), poi i CO'l)i JlT e IV, infine l'annata sarda. Inizio del mov imento, il 14 maggio . Subito Baraguey d'Hilli er e Mac M ahon opposero difficol tà, dich iarando d i non essere in grado di prendere l'offen iva perché privi d i artiglieria, di carreggio e d i parco d'assed i . Inoltre i sapeva eh Canrobert e Niel mancavano di munizioni . Napol eone non si la. c iò smuovere. Desiderava as sumere prontamente l'inziativa per annunciare il uo arrivo ·ul reatrn d'operazioni. Quamo al re co, <(0/1 s'organisera en route» affermò incautamente u. L'apparato logistico era seri amente defi c itario . II fo rzamento de l Po si palesava imposs ibile: il so lo eq uipagg io da po nte esi stente raggiungeva appena la metà de ll a lunghezza occorrente · i due equipaggi d i ponibi li a Strasburgo ed il pon te di cavall etti a Lione. a nche e ri chiesti d' urgen z,a, no n sarebbe ro g iun ti mollo pr e 10. Napoleone non si convinse ancora e semplicemenf'e spo~tò di qualche giorno l'iniiz io del movimento su Pi ace nza 80 • Intanto si rivolse con amarezza al m inistro della G uerra il maresciallo R andon, lamenta ndo che un'annata d i 120.000 uomini fosse tata fa tta parti re per l'Italia senza prima aver compiuto tutti i preparativi indi~pen, abili - «c'esl
' CCSM. Lo guerra del 1859 cii., I. D0cumcn1i, doc. 260; cfr. G. BAP r. Le maréchal Canrohert ciL. lll. pp. 217-2 18. "' «Vorre Maje.11é - gli se ri ·se appena arri va ro a Genova - Po11dra bien, je /' espère. me reco1111ai1re come g~l1(/rol en chef: e·est indispensable pour le bie11 de la cau.re q11e nous vo 11 /o11s seivir>> (CCSM, ihidem. doc. 558). Olt re che indispensabile era ovvio. G. BAl'ST, Le marédw/ Ca11robert cii .. lii. p. 268. "' Vi norio Emanuele sbuffava. Il 16 scrisse a Cuvou r: «Siamo ~ouoposli a nuove tribolazioni . non ~ più Lei che ci lormenta, è il degni ss imo lmp crmore LI quale ci <.: omancta H bacchetla. ca111bi.1 di scamb ia i suo i progetti e vuole cose imp oss ibll i; Lo Mann ora ha perso la tramomana e non parla più, le disposizioni mili1ari sono trane e se continuano così saremo 1os10 senza eiercilo. Oggi seri i piuuosto energicamente a qucll'lmpera1orc; pero che non se la sarà presa a male ( ...)» ( CSM, La guerra d<'l 1859 cii. , J. Documenti. doc. S83).
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le contraire de ce que on doit faire» - e ch iamando in causa la responsabilità del ministero: «L'administration de la Guerra a étè bien coupable (. ..). Il y a des corps qui n'ont méme pas de marmites» 81 • Le segnalazioni degli inconvenienti si susseguivano in un flusso continuo, né Cavour poteva sostituirsi a Randon (i l quale, per inciso, aveva appena rilevato l'incarico dal maresciallo Vaillant ed era assolutamente inesperto in materia): fornì subito 4.000 paia di scarpe, poi ne darà allre 15.000, ma non bastavano. Napoleone ne chiese a Parigi, e Randon rispose di averne spedite 80.000 paia a Genova. Dopo un mese di ricerche affannose, l'intendente generale confesserà: «On en trouve deux mille paires a Milan, mais pas une seule a Géne.1·» "8. il 8 maggio apoleone vergò di proprio pugno un dispaccio per il ministro: «...le n'ai pas de nouvefles de mon pare de siège, de la companie de pon1on11iers demandée a Génes, ni de mcm équipage de poni». La risposta affivò la sera successiva: la compagnia pontieri ·e l'equipaggio stavano per partire, il parco d'assedio non poteva essere approntato prima della fine di giugno e mancavano i cavalli per il suo trasporto 89 • 11 19 pomeriggio Vittorio Emanuele comunicò lo sgombero dell'intero territorio ad ovest della Sesia da parte della 2' armata austriaca. Per Napoleone tutto diveime chiaro: Gyulai, convintosi dello sforzo francese verso Piacenza, si preparava a fronteggiarlo volgendosi verso sud. Allora si poteva attuare il grande aggiramento indicato da Jomini! Il 20 mattina l'imperatore si recò a Casale ed in un colloquio con il re, alla presenza dei due capi di Stato Maggiore, Vaillant e Della Rocca, illustrò la grande manovra a semicerchio che l'avrebbe portato a superare la de~tra austriaca a Novara, sotto la copertura dell'annata sarda schjerata nella zona di Palestro. Senonché nel primo pomeriggio dello stesso giorno la divisione Forey e la biigata di cava lleria piemontese del De Sonnaz vennero attaccate a Monte.bello da circa 20.000 au~triaci. Proprio il 19 il Gyulai - che nel frattempo aveva cercato di affrettare l'istruzione delle reclute e di rafforzare la sua posizione in Lomellina con lavori di fortificazione campale - aveva diramato istruzioni ai suoi corpi d'armata per parare l'offensiva franco-sarda. Tre le ipotesi possibili, più o meno riconducibili a quelle di Jomini: il forzamento della Scsia nella zona di Vercelli o da qoella di Casale; il forzamento del Po dalla zona di Valenza; il forzamento del Po dalla zona di Stradella con una finta su Piacenza. Unica sostanziale differenza, l'offensiva da Vercelli consigliata da Jomini era riten uta la meno probabile, parendo un rischio eccessivo l'infilarsi fra l'esercito austriaco e le Alpi ed il lasciare scoperta la linea cli comunicazioni di Torino. Ad ogni modo, le diretti" G. BAPST, Le nwrécha/ Canrobert cit., lll, p. 270. " Ibidem, p. 271. " Ibidem, p. 283.
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ve impartite riguardarono ogni evenienza e perfino il ripiegamento ad oriente del Ticino 90. Per meglio chiarire la situazione, Gyulai incaricò i.I tenente mare ciaUo Stadion, comandante del V corpo, di «procedere decisamente sul nemico, spingendosi quanto più lontano è possibile, per appurare se egli ha intenzione di attaccare per la de tra del Po mediante un aggiornamento strategico» ~• . La discutibile «ricognizione fo rzata» (forcìerte Recognoseirung) doveva partire dalla zona di Stradella in direzione di Voghera 9' . La pronta reazione francosarda rese possibile non . oltanto la viva re istenza, ma altresì il vittorio ·o contranacco. MontebeUo merita un breve conunento perché mise subito in evidenza il divario tra mentalità, pitl che dott1·ine, francese ed austriaca. Spiccata tendenza all'offensiva nei francesi, all a difens iva negli austriaci. Per i francesi (Forey) ogni nuovo battagli one doveva rinforzare l'attacco; per gli austriaci (Stadion ogni posizione era buona per fem,ars i, tenendo le riserve a portata cli mano a so tegno della difesa. Palese l'eccess iva fiducia nel fuoco per gli au tri aci anch se Stadion aveva mille motivi per far valere la sup riorit:à numerica: era il primo a poter provare che l'Austria aveva inviato l'ultimatum pronta a ostenerlo con la azione militare. Per conver o Forey non pen ò affatto a limitarsi alla difesa passiva: appena orientato. i passò ad un atteggiamento aggressivo. Se il ri ultato del combattimento di Montcbello persuase Gyulai delle mire alleate u Pia enza, al Quartier Generale francese orsero interrogativi inquietanti: cosa significava l'inatteso attacco da parte di un nemico che i pensava posto . ulla difensiva? Forse l'intenzione di tagliare le comunicazioni con Genova? L'imperatore, preoccupatissimo di evitare una sconfitta per l'appunto all'inizio delJa campagna, non voli rinunciare al movimento ver o nord tuttavia bloccò ogni preparativo, rimandando l'operazione a situazione chiarita. Nuove incomplete informazioni gli dimostrarono la reallà cli una grave minaccia austriaca, Lalché nella nolte i.ul 23 ordinò il concentramento di tutte le forze alleate a Voghera. A Vittorio Emanuele scrisse di lasciare una divi sione a Casale e di portarsi con l'artiglieria ad Alessandria. abbandonando le rive del Po, enza perdere un istante '". Alle 8 del 23, dopo ben cinque ore di attesa, Bru·aguey d'H illier , schjerato all'altezza di Voghera, avvisò l'imperatore che, non rinvenendo traccia né sentore del nemico, aveva fatto rientrare i corpi in linea ai rispettiv i accampamenti ""' .
~, Dalla rc lazil>ne austriaca in CCSM. l.,a guerra del 1859 cit. , 1, arraz ione, pp. 2 35-237. ' ' Ibidem, p. 237 n. 3. " La ricogrtizìone o ffens iva era stata in tempi ormai lontani un mezzo mollo usato per obbligare il nemico a manifesrnrc le sue intenzioni, ma, a prescindere dal se111pre inccrlo esilo, in ques10 caso sembra proprio priva di uno scopo ben configuralO. " CCS . lo guerra del / 859 cii... I. Docume nli , doc. 1055 e 1056. " G. Bap. t, Le 11111rérha/ Canroben cit.. rn. p. 289-290.
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Vittorio Emanuele era partito all'alba del 20 con la divisione Cialdini verso Novara; il 21 era stato fatto tornare indietro; il 22 aveva gettato un ponte all'altezza di Candia Lomellina e fatto passare la Sesia alla 4" divisione, di fronte agli avamposti del VII corpo austriaco; alle prime ore del mattino del 23 si era avviato verso Alessandria con due divisioni. Non poteva dirsi di buon umore. Alle 9 del 23 ricevette un messaggio da Napoleone: «Les nouvel!es sont que /'ennemi se présent nulle part. Suspendez /es mouvemems ordonnés» 95 • Ed alle 11,45, a ponte ripiegato , gli venne recapitato un secondo dispaccio: «Si vous n'avez pas j eté de pont à Candia , il est inulile de /aire tuer dii monde. Croyez-vous à une attaque des Autrichiens? 96 • Vit!orio Emanuele si sfogò con Cavour: «( ... } È ben deplorevol e il vedere la titubanza che avv i sempre ne l Co mand o Supremo. Ordinando e contrordinando costantemente siamo sempre soLLoposti a fare gran bestialità. ferì marrina, mentre ci battevamo , per darle un esempio, fui atterrito da un ordine che ricevetti , di abbandonare sotto il fuo co nemico tutte le mie posi zioni e tutta la des tra del Po, che occupavo ancora con la divisione Cucchiari, e recarmi senza indugio al soccorso de i Francesi in Alessandria, che si credevano attaccati da grosse forze. I termini coi quali era concepito quell'ordine cd i vari dispacci che ricevetti per ciò eran o strani ; gliene mando copia perché veda a che c()~a sono sottoposto e che non sono io che i11cw1111isco. Dopo varie ore di angoscia ricevetti l'ultimo dispaccio che dice che si erano ingannati (... )»" .
Dopo un nuovo falso allarme nel pomeriggio ciel 25, Napoleone convocò i suoi generali. ulla si conobbe della discussione, però si diffuse la voce che si sarebbe marciato su Piacenza passando per Stradella e che l'indomani il Quartier Generale imperiale si sarebbe trasferito a Voghera. Invece Napoleone era ancora irresoluto. Temeva i rischi del grande movimento di fianco verso nord ; si sentiva impotente a prendere Piacenza senza il parco d'assedio. Finì per adottare la seconda soluzione di Jomini: forzare il Po a Valenza e la Sesia a Candia Lomellina ed a Vercelli attaccando frontalmente gli austriaci. Il grosso in corrispondenza di Candia, la destra (1 corpo) a Valenza, la sinistra (l'armata sarda) a Vercelli. Questi gli ordini preparati in serata 08 • Non era finita. Con un estremo cambiamento di opinione, durante la notte Napoleone fermò tutto e dispose per la quasi letterale attuazione del disegno strategico preferito da Jomini: la marcia sul fianco per Vercelli e Novara, sfruttando al massimo la ferrovia Voghera-Alessandria-Vercelli, e le prosecuzione su Magenta. Alle 5 del mattino del 26 salì sul treno e si recò a Casale a conferire con Vittorio Emanuele. Gli mostrò un appunto nel quale aveva sintetizzato il suo pensiero: «Le 3/ mai , trois divisions de l'armée sarde partiront pour Novare avec le corps du marèchal Canrohert. Une seule division sarde occu-
"' CCSM, L,i guerra del 1859 cii. , I. Documenti , doc. 1060. "' G. B APST. Le maréchal Ccmrot,erl cit., lll, p. 298. " Ibidem, p. 299: CCSM. La guerra del 1859 cit. , I, Documenti. doc. 1082. '' G . BAPS1', op , citata, p. 302.
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pera Palestre. Le /e11demain , /es corps Niet et Mac Mahon et la Garde /es rej oindront à Novare» "''· Jn altri termini la copertui:a verso sud , costituita a Palestro, dietro la q uale doveva sfi lare l'esercito al leato, per ventiquattro ore restava affidata ad una sola divisione. Parlando con Vittori o Emanuele , dopo una ricog nizione sull a Sesia Napoleone modificò ancora il proprio pensiero : il 30 una divisione sarda doveva occupare Palestro per consentire il gittamento d i un ponte di bm·che ad ovest del paese; il 31 altre due di vis ioni sarde l'avrebbero raggi unte, passando il fiume a Vercelli ed attaccando in direzione di Robbio, mentre il I corpo di Canro bert avrebbe seguito il grosso piemontese, pronto a sostenerlo nell'attacco a Robbio. Se invece gli austriaci i fos ero ritirati da Robbio, l'intero e. crcito al leato si sarebbe raccolto a ovara. Rimaneva il rischio dell'iso lamento per la di visione da manda re subi to oltre Sesia. Vittorio Emanuele riflettè ulla questione e poi suggerì di portarsi sin daJ 30 con le tre divi sioni a Palestro, per non lasciare esposta ad un probabil e combattimento in condizio n i di inferiorità la d ivis ione incaricata della prima mo a. Napoleone accettò «!es jus/es observations» mod ificando nel enso desiderato le dispo izioni ,uo_ In una lettera al mi ni trn della Guerra osservò in tono d i chiaro rimprovero: «Si j'avais eu mo11 pare de siège. je n'aurais pas été ob/igé de changer mon pian» 101 . Gyu lai, pessimamente infonna to su ll 'avver. ario a causa della mancata organizzazione di un servizio di spi onaggio sia pur mi nimo, si adagiò nella convinzione che il pericol o gravasse sull a sua sin istra sino a tutto il 29, per quanto sape e che il 23 Garibaldi era entrato in Varese con i cacciatori delle Alpi e fos. e tutt'altro da esclu der e un a soll eva zion e popo lar e ne ll' a lta Lo mbardi a ed anche in M ilano. Il 28 a sicurò l' imperatore di ave r pre o ogni misura per battere gli alleati qualunq ue mo a face ero oltre il Po e, precisando esser compito ben difficile pe r l'avversario lo scacc iarlo dall e forti ss ime posizioni tenute in Lomellina, aggiunse: « na manovra esterna u uoa delle mie ali p otrebbe es ere semp licemente pericol osa per il nemico» 102 • La sera del 28, nono tante le notizie forni te dag li avamposti ci rca grandi movimenti degli alleati sulla destra della Sesia, contiJmò ad escludere l'eventualitit di un tentativo fran co-sardo a lla sua destra cd anzi accentuò l'attenzione sulla sinistra. Il 29 si limitò a riferire a Vienna che l'armata francese non era ancora pronta e che info m,azioni attendibi li ssime g li facevano prevedere un'offen siva altorno al 5 o 10 g iugno, con lo sforzo princ ipale a nord , per aggirare la sua destra e puntare all 'Adda, mentre il V corpo del princip apoleone, rin fo rzato da una d ivis ione toscana, avre bbe atLaccato Pavia e P iacenza. Pur '"' Ibidem. p. 305. '"., CCSM. la g1111rr<1 del I 59 cil.. L Documenti. d,x. 1209. '" G. BAPST, Le maréc/111/ Ca11robert cii .. m, p. 307. '"' Dalla relazion e austriaca in CCSM , La guerl'a del !859 c it., I. Narrazione, p. 308.
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riducendo le cifre ventilate sull'entità delle truppe alleate, pensava di dover affrontare complessivamente non meno di l60.000 francesi , 64.000 piemontesi e .20.000 toscani, senza contare i volontari. Ma nella stessa sera del 29 dovette telegrafare al conte Griinne: «Par che il nemico dia la più grande importanza a Vercelli e si rinforzi a Valenza ed a Monte; pare che miri ad un attacco da questa parte e da Vercelli» 103 • Gli eventi si svolsero secondo il piano degli alleati . Giustamente il Moltke ebbe a notare come non sia stata attribuita la meritata importanza ai combattimenti che i piemontesi sostennero il 30 e il 31 maggio. Il 30 per occupare Palestro e Confienza, il 31 per respingere il tentativo del VII corpo austriac di riprendere la località. Se i piemontesi non avessero creato un saldo sbarramento, il 1° giugno i francesi non sarebbero entrati in ovara. «I combattimenti che si svolsero sulla sinistra della Ses.ia - scri sse Moltke - e che trovaro no conclusione a Palestro, non hanno in seguito ri scosso sufficiente attenzione . Presentati in modo confuso, e po sti in ombra dai grandi avvenimenti che li seguirono subito dopo, sono stati qu asi dimenticati. Tuttavia essi hanno un'altissima imponanza su-ategica. I panicolari che dopo la campagna si poterono approntare sul posto furono così esaurienti che i Pi emontesi a ragione riguardano con orgoglio speciale questo ep isodio, nel quale. in vista di Novara, vendicarono la sconfitta sofferta dieci anni prima. Il re diresse di persona questi combattimenti ( ...)» '0 '.
Il 1° giugno fu per Gyulai una giornata pesante. Aveva deci so di attaccare verso Palestro con i corpi Il, Ili e metà del IV, ma a metà mattinata ricevette notizia che 50-60.000 alleati muovevano su Novara. Di conseguenza, dispose che iI II e III corpo costituissero uno sbarramento contro le provenienze da Palestro e da Novara; il VTT rimanesse nella zona di Mortara; il 11 continuasse a sorveg li are le provenienze da Stradella, pur tenendosi pronto a ripiegare su Pavia essendo mutate le circostanze iniziali; il I corpo, appena giunto a Milano con le sue prime unità , occupasse Magenta e tenesse ac) ogni costo la tesla di ponte di S. Martino (Buffalora); tutti sgomberassero i servizi ed i bagagli oltre Ticino, ad Abbiategrasso. Nel pomeriggio, ripensò alla .sit uazione complessiva e la minaccia su Novara gli parve sempre più preoccupante; talcbé fece alcuni spostamenti di reparti per rendere più sicuro il passaggio del Ticino da Vigevano . Peraltro rimasero intat_ti i suoi timori di una mossa alleata da Stradella, che gli avrebbe tagliato la ritirata su Lodi. Finì per telegrafare alle 22,30 all'imperatore che il nemico occupava fortemente Novara e «per certo era sua intenzione eseguire un semplice aggiramento strategico>> '0 \ Sin dal 31 maggio il colonnello Kubn aveva suggerito il concentramento attorno a Mortara di tre corpi e della riserva d'artiglieri a per attaccare sul fian -
"" Dalla relaz ione austriaca in CCS M, La g uerra del /S59 c ii. , I. Narraz ione, p. 308. "" 1--1. M OLTKE, La ,.ampagne d ' ltalie ci c.. p. 58. '"' Dalla relazione austriaca in CCSl'vl , La g11erra del /859 cit.. I, Na rra zione, p. 345-146.
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co destro gli alleati procedenti su ovara. La mo a a suo avviso, garantiva buone probabilità di succe . o purché ef:feuuata prima che il nemico diventa se troppo forte a Novara, cioè non olti-e il 3 giugno. Gyulai si consultò con i suoi aiutanti, tenente maresc iall o Sztankovics e colonnello Krilz all 'insaputa di Kuhn al quale il 2 mattina fece presentare alcuni quesiti scritti con la postiJla: ((Secondo me il teatro di guerra dell 'am1ata è attorno a Verona,>. Mentre Kuhn si accingeva ari pendere, il sottocapo di Stato Maggiore gli portò, per la firm o, l'ord ine di riti rata dell'armata su Verona. già compilato. Immed iatamente Kuhn chie e l'esonero dalla carica di capo di Stato Maggiore. R ima al suo po lo so ltanto dopo reit rate pre ioni di Gyu lai ed a patto di opporre resistenza ag li alleati almeno dierro il Ticino'°". La sera del 1° giugno apoleone e aminò la situazione con Vaillant ed i principali collaboratori. Regnava molta incertezza ullc intenzioni austriach , ma icuramente il grosso si trovava raccolto attorno a Mortara. Si convinse che Gyulai. intendesse seguire il piano di Radetzky nel 1849 ed anzi fece chiedere al Della R occa documenti , carte e memorie ulla battaglia di Novara. Inutilmente alcuni generali cercarono di persuaderlo a gettare i circa I 00.000 uomini di cui di poneva su Mortara per respingere oltrn Ticino gli aust1iac i. L'imperatore, a quanto pare, non desiderava prendere l'iniziativa di una battaglia, av~ebbe di gran lunga preferito e ere attaccato. Così, ove Gyulai si fo e diretto contro ovara l'a rmata sarda ed i corpi di Canrobert e di Baraguey d'. Hilliers l'av rebbero investito sul fianco da Palestro; se invece Gyulai avesse attaccitto Pales tro lui , Napoleone, gli avrebbe lanciato sul fianco i corpi di Niel. Mac Mahon e la Guardia 11". La deci ione venne pre a nella mattinata del 2. ono tante le ollecitazioni anche d i Vittorio Emanuele, apoleone evitò la battaglia a Mortara e volle proseguire con tutte le forze riunùe . u Milano. A tal fine il giorno segL1ente il re e Canrobert dovevano attaccare e prendere Robbio per 'ingannare gli austriaci e poi nella notte, raggiungerlo a Novara. Proprio mentre arrivava a Pale lro l'ordine dell'impera i re, Villorio Ep1anL1ele e Canrobert, informati dagli abitanti di Robbio della ritirata ciel nemico, si affrettarono a rappresentare l'opportuni tà di inca lza re le colonne austriache e di pa sarc il Ticino a ll e loro calcagna. uovi d ilemmi per apoleone, ordini e contrordini a ijel ed a Mac Mahon, silenzjo di fronte alle i.nsi lenze di Villoria Emanuele di tall onare gli au, tsiaci. Gli tessi generali fr ances i non com prendevano quell ' immobilità che si trascinava da quaran tott'ore, non c mprendevano quella so ·ta dopo il lungo e pericoloso avvolgimento della 2· armata austriaca. Invano il . indaco di ovara assicurò che «l'ennemi éxecure une retraite sans esprit de reto11r» '°'\ Invano le in for mazioni con'"' Ibidem. U. nmu.ione. p. ~ n. l. "" G. BAPST, le marédwf Cnmvbe,-1 cii., lii, p. 329. '"' Ibidem , p. 347 .
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cordavano sull'abbandono generale della Lomellina da parte avversaria. Il colonnello Govone comunicò: «La retraite des Autrichiens est complète: ils ont abandonné Mortara hier, 2 juin. Dans la nuit ils ont march.é sur Vigevano, Bereguardo et Pavie. Leur retraile est si precipité qu'ils ont abandoné leurs approvvisionnements et tout ce qu'ils avaient réquisitionné» 109 • In effetti Gyulai , dubitando di esser davvero superato sulla destra, il mattino del 2 dispose che II e VII corpo e parte dell'Vill passassero il Ticino. Alle 11 nuove informazioni, indicanti deboli forze a sud di Novara ed invece il grosso alleato in marcia da Vercelli su Novara, gli fecero cambiare idea e ordinare al VII corpo di rioccupare Robbio. Alle 12 altro ripensamento e ordine di ritirata ienerale oltre li'cino, fra Magenta e Pavia per conservare l'annata in efficienza e atta ad ulteriori operazioni 11 0 • Francesco Giuseppe si era deciso a venire in Italia per assumere il comando di.retto delle truppe. Avvisato che due minacce, sulla destra verso Milano e sulla sinistra sul basso Po , rendevano indifferibile iJ ripiegamento, si limitò a prescrivere, con un laconico dispaccio, di tenere ad ogni costo la linea del Ticino «con un energico movimento offensivo» 111 • Nel contempo spedì subito il Feldzeugmeister Hess al Quartier Generale della 2" armata per vedere da vicino come stavano le cose, All 'alba ciel 3 Hess incontrò Gyulai al ponte cli Bereguardo. Dopo un breve scambio di vedute, il capo di Stato Maggiore Generale ritenne dapprima ancora possibile attaccare gli alleati sulla destra ciel Ticino, ma pr sto gli avvenimenti di Turbigo e l'incompleta distruzione del ponte cli S.Martino lo convinceranno della inattuabilità del disegno. Non rimarrà che portarsi al più presto oltre il Ticino. Verso la mezzanotte del 3 Napoleone inviò gli ordini per forzare il Ticino a Turbigo con un'aliquota delle forze, farle scendere sino a Magenta e rendere cos i possibile il passaggio ciel grosso alleato sul ponte di S. Martino. Alle 9,30 dell'indomani l' armata sarda doveva creare una testa di ponte a Turbigo e cedere la divi sione Fanti a Mac Mahon, incaricato di occupare Magenta e rendere disponibile la strada per Mil ano. «Après-demain - ass icurò _Napoleone a Vittorio Emanuele - Votre Majeslé pourra entrer cì Milan e1 j'enverrai un corps d'année à Abbiategrasso pour pours11ivre l'ennemi» 111 • Il fatto si era che nonostante ogni elemento cl'infonnazione, l'imperatore temeva ancora una violenta
"'' ibidem, p. 349. '"' CCSM, La guerra del 1859 c iL. . IT, arrazionc. p. 350 o. 2. " ' Frnncesco Giuseppe a Gyu lai in data 2.6. 1859, ibidem. "'Napoleone a Vittorio Emanuele in data 4.6.1 859. ibidem. I. Documenti , doc. 14 18. Ma il re si seccò di dover lasciare il passo a Mac Mahon , visl o che il 20 maggio, a Casale. l' imperatore gl i aveva promesso: «Dans cette grande 111a11oe11vre / ai réserl'é a \/otre Nlajes1é età vos l,onnes troupe.,· le ,,osr c1·avo111-1sarde et /'honncur de poner le.1· premiers coups» (G. BAPS'J'. Le mal'éclial CanmherJ c it.. lll. p. 286).
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:.-pinta nemica su ovara. 1n margine aHa bozza della relazione ufficiale della campagna egli annotò: «C' es, (.. ) l'incerti11,de qui a d11 ré jusqu'a11 4 qui m'a empéche de porter 1outes m.esjòrces sur fa rive ia uche du TessÌ/1)> 11 •1• Canroberl rimase stu pefatto nell'accorgersi che la massa francese veniva la ciata sulla destra del Ticino. Egli re. ·o doveva restare a Novara con la cavalleria. Si recò dall'imperatore e gli dimostrò come la 2• annata austriaca i fos se raccolta ad oriente de l. fium e e come te ne re Mac M ahon da so lo a Mage nta signi ficasse mettere a repentag li o il suo corpo. Napoleone si irrigidl in un silenzio di disapprovazione. Finalmente, nel corso della nolle ricevuta notizia che il ponte di S. Martino risultava praticabile subito per le fanterie e riparabile in poche ore per l'artiglieria, letti nuovi rapporti tutti. concordi ne ll'indicare la completa ritirata austriaca dal Piemonte si convinse e ordinò il pas aggio del Ti ino. Il maresciallo Vaillant fece avvisare il generale Rénault, febbricitante, di restare pure a Novara: «i/ n'y aura pas de combot aujourd'hui : le passoge de /'armée au de/a du Tessin sera terminé d'ici deuxjours et avant il n' aura rien d'intéressant» "''. Qualcosa d'interessante, invece, apparve subito alla Guardia, non appena attraversato il fiume: il II corpo austriaco (Liechtenstein) . La battaglia fu ini ziata oltre Turbigo da Mac Mahon, che si vide la strada sbarrata dal 1 corpo di Clam Gallas. apoleone, udendo il cannoneggiamerrto e ritenendo il grosso austriaco più a sud, fece avanzare la Guardia ed il ID corpo di Canrobert. La lotta si acce. e ben presto, rinvigorita a mano a mano che nuove unità venivano immesse nella mischia d'ambo le parti. Per gli alleati un incremento lentissimo a causa del l'inverosimile colonna di impedimento che letteralmente ostruivano le strade 1" ' cd un'az ione di comando assente, più che e itante 11 6. ell'intera durata della ballag lia Napoleone rimrmà in uno tato di sma,rito torpore, dal quale non si riscuoterà nemmeno all'annuncio della conguista ai Magenta. Si riprenderà soltanto a tarda sera, quando un breve messaggio di Mac Mahon, aiTivato sul campo di battaglia verso le 18 gli dirà che «la barai/le de Magenta comptera panni /es plus glorieuses [victoiresl qu'ait remporté l'arméefiw1caise» 117 •
"' Ibidem. p. 355. '" Ibidem. p. 359. Cfr. CCSM . La guerra del 1859, l, Narraz ione, pp. 364-365. 1 " Circa le po lemiche che ri guardaron o iI ri tardo dell a div isione Fanti ne l ragg iungere il corpo di Mac Mahon. ,,cl i ma lin tes i e gli ingorghi che tratlenncro 1·armata sarda vcL. CCSM. L<, guerrn del 1859 ci t. I, Document i. doc . 1428- 1432 e 1443- 1447. ,.. li comcgno di Napoleone lii in questa circoslanza appare. nella pagine di Bapst, desohmlc . All' ecc iiazionc i11i ;,;iale subentrò ben presto umi vi sibile depressione. In so luto sul da rarsi. imJllÌCLo per il non visi bil e intervc11 to di Mac Mul1011 da nord. prcocçupato perché Ca nrobcrt 11011 ,uTi,•uva. stupito pc1·cl1c l' armatJ ·arda a mezzogio rno non aveva anco ra passalo il Tic ino. l' im pcrntorc dava di sé un·immagine scon,•olgcnte. al punto do sembrare. in un cert o momcmu. in foga dal campo di battagl ia (0 . 8 A l'ST. L,, moréclwl Cm rro/J('rt c it.. li! , p. 364 -375). ' " Ibidem . p. 39 1.
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Quanto a Gyulai, sembra sia tornato ad Abbiategrasso intenzionato a riprendere la lotta l'indomani, ma la spossatezza ciel 1, II e IV corpo era tale che vi rinunciò. Ordinò allora il prosieguo della ritirata verso il basso Adda, o meglio l'accettò, visto che era già parzialmente in atto, e dispose lo sgombero di Milano , Pavia e Piacenza . «li reconnut ainsi - scrisse Moltke - que !es Francais avaient vaincu à Magen/a et dès lors l'évacuation de la Lombardie fut une conséquence inévitable» 11 8 • Fu una battaglia non prevista da alcuno dei contendenti; nella quale i due generali i'l1 capo non esercitarono una vera influenza sull'andamento dello scontro; nella quale comandanti in sottordine e truppe si batterono benissimo. Non si vattò di una battaglia decisiva. Fra i vari commenti su Magenta, preferiamo quello di Pieri: «un interessante episodio strategico» "". L'avanzata alleata verso il Mincio. Descrivere gli avvenimenti che dal 5 al 21 giugno portarono gli opposti eserciti a contatto è per un verso semplicissimo, per un altro assai complesso. È semplicissimo ove si guardino le mosse franco-sarde: basti dire che il grosso alleato, cioè l'armata francese impiegò diciassette giorni per superaJe i 140 chilometri che separano il Ticino dal Chiese. È complicato da parte austriaca perché ai dubbi del Comando alleato fecero riscontro i continui ripensamenti cli quello nemico. È chi,u-o che dopo la ballaglia di Magenta l'unica preoccupazione francosarda fu la premma di entrare in Milano per ragioni politiche e di prestigio. Dopo l'ingresso trionfale nel capoluogo lombardo, la prosecuzione dello sforzo offensivo fu vista con tanta prudenza da perdere addiiiltura ogni contatto con l'avversario, il quale in tal modo poté ripiegare indisturbato oltre l'Adda. Soltanto l' J 1 giugno venne ripreso il movimento, con l'armata sarda spinta in avanti. TI giorno 9 la duchessa di Parma abbandonò il ducato, 1'11 Francesco V lasciò Modena, il 12 gli austriaci si ritirarono eia Bologna e subito dopo della Romagna. Obiettivo dell'avanzata era genericamente il Mincio ma , a prescindere dalla molto vaga speranza nutrita da Napoleone di precedere Gyulai sul Chiese ed aggirare la sua destra come fatto sul Ticino , il vero problema da affrontare rimanev a il temibile Quadrilatero. In sostanza, nessuna manovra strategica, bensì una più o meno semplice marcia al nemico lungo la direttrice MilanoBergamo-Bresc ia .
'" H. Mm:f'KE. La cm111wg11c d' l wlie cit. ,
r.
I 04.
"" «Le défa 111 d'"ppmv visio1111e111e11t m' e111phi,e de iJ011ger. Il 111 e fa11d ra rester pe111 -eirt1 trois jo11r.1· ÌJ//1//0bile!!!» scrisse Napoleone a Viuorio Ema nuele la sera ciel 19 (CCSM , La g11erra del IX59 cii .. Il. Documen ti. doc. 297).
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ll 18 giugno il Quartier Generale sardo comunicò che gl i austriaci avevano ripiegato dietro il Minc io nella notte precedente e che ormai davanti agli alleati si trovavano soltanto avamposti . La sera tessa apoleone e Victorio Emanuele i incontrarono e convennero sull'opportunità di arrestarsi per consentire l'approvvigionamento delle trnppe e una volta riordinate le divi sioni superare il Chiese. Per gli imperi ali il di scorso era assai differente. Prima di tutto lo stato d'animo dei reparti impegnati a Magenta ri ultava cosso, in secondo luogo in Gyulai e nei comandanti del I, Il e vn corpo si era formata la convinzion che la Lom bardia fosse ormai perduta. Di conseguenza non rimaneva, come unica linea di condotta adottabile che riparare al più pre to dietro l'Adda e pro eguire senza perdere altro tempo sino al Mincio. Al Quartier Generale di Verona, dove si era portato France ·co Giu ·eppe, il malumore nei confronti dei responsabili della .impreparazione politica e della guerra si manife~tava apertamente e con violenza, Le critiche ne i confronti di Buoi e di Grunne, ed anche di Hes erano durissime '1'', Ma anche nei confron ti di Gyulai i commenti erano a. pri. Mentre si completava l'approntamento di una nuova armata, la l", Francesco Giuseppe fece sapere a Gyulai che disapprovava la ritirata e gli ordinò non sollanto di non superare l'Adda, ma addirittura cli contrattaccare un avversario che, a giudicare dalla sua inattività. aveva riportato serie perdi te e stava riorganizzando i. Il contrordin dato da Gyulai alle truppe già in movimento verso oriente portò allo contro anguinoso di Melegnano fra il I e parte de l li corpo fran cesi e l'VIIT corpo au triaca (8 giugno) nonché ad un nuovo cambiamento operativo: riprendere la ritirata. Il capo di Stato Magg iore Imperiale, Hess che dal 3 giugno si trovava al Quartier Generale della 2' armata , avrebbe preferi to effettuare un largo movimento retrog rado su Mantova pas sando da Cremona e superando l'Og lio a arcaria· però Gyulai, riflettendo sull 'inerzia alleata, abbandonò l'idea del Mincio e pensò di riu scire ad opporre un'efficace res istenza già sulle ondulazioni del terreno della ~in i tra del Chiese, dominanti rispetto all a riva destra. Francesco Giuseppe approvò cd il 15 la 2· annata si trovò <<nell'eccel1ent posizione natural e che il Feld-<wgmeister Gyul ai, nelle dispo izioni date e ne i rapporti del 9 e del!· 11 giugno, aveva ind icata come la più opportuna per t mare l'operazione decisiva» ,:, . Purtroppo le ultime erronee notizie pervenute il 15 ed il 16 al Quan ier Generale au. triaca fecero ritenere in corso una vasta manovra alleata, basata su un'az ione di fissagg io a sud del lago di Garda con circn 40.000 uomini e su
0 " Riccardo di Mc llern ich a Rechbcrg in data 9.6. 1359. i11 R. ROMl::O. Cavour e il suo 1t·111po cii.. lii. pp. 567-568. '" Dalla rdaz.ionc m1,triaca in CCSM, La gue1·rc1 del 1859 ci t. , ll . fl!T.V.ion c. p. 96.
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un'azione di avvolgimento francese per superare il Po a Piacenza ed a Cremona, unirsi al V corpo del principe Napoleone, rinforzato dalla divisione toscana (45.000 uomini in tutto), e s uperare il Quadrilatero da sud . Nel medesimo tempo altri 40.000 francesi sarebbero sbarcati nella laguna veneta. Di fronte a simile prospettiva , Hess tornò a caldeggiare la ri tirata generale a tergo del Mincio, con la 2" amrnta da Peschiera a Goito e la 1;• eia Goito a Mantova . Mentre la 2;• armata 1ipiegava e la l" completava l'assunzione del dispositivo, coprendosi con intensi lavori di fo rtificazione campale, ulteriori informazioni sul presunto intento di Garibaldi di passare il Chiese più a monte, verso Salò, con I 0.000 uomini e sulla presenza dei piemontesi a Brescia, condussero iJ Comando imperiale a reputare più probabile un attacco frontale piuttosto che un largÒ avvolgimento eia sud 122 • Il 16 giugno Francesco Giuseppe assunse personalmente il comando di tutte le forze imperiali in Italia, nella speranza di infondere unità ed energia alle operazioni. Era preoccupato ed irritato, come tutti al Quartier Generale, conu·o Gyulai, però «io guardo con tranquillità verso il futuro - scrisse alla madre -, sono deciso a continuare la lotta fino all'ultimo e spero che forse la Germania e quella mi sera bile, sconcia Prussia vengano, almeno ali ' ultimo momento, in nostro aiuto» ' 2'. Adesso le armate erano due. La l " (Feldzeugmeisler Wirnpffen) con Il, IX, X e XI e la divisione di cavalleria Zedtwitz, e la 2" (Feldzeugmeister Gyulai) con III, V, VII e VIII corpo e la d.ivisione di cavalleria Meosdorf. Inoltre, nel Tirolo si stava raccogliendo il VI corpo della 3" armata ed in Carinzia il XVI corpo, di nuova formazione. Quel giorno, dunque, Francesco Giuseppe - dopo lunghe discussioni fra Hess, legatissimo a.i 1icorcli della campagna del 1848 e quindi favorevole ad appoggiarsi al Quadrilatero, ed il nuovo sottocapo cli Stato Maggiore, tenente maresciallo Ramming, fermo nel preferire, in quelle circostanze, la resistenza al Chiese, molto più favorevole alla difesa - persuaso dai ragionamenti cli Ramrning, ordinò a Gyulai di rioccupare le alture di Lonato e cli Castiglione, orientandosi ad una controffensiva per assestare agli alleati un colpo decisivo prima dell'arrivo ciel principe Napoleone. La manovra prevedeva l'arresto frontale dei franco-sa rdi ad opera della 2· armata , una conversione verso nord ovest, su Ghecli, eia parte della 1' armata ed un intervento del VI corpo ad ovest cli Brescia su l fianco sinistro avversaiio. Inizio, il giorno 2 1. Tl 18 giugno il generale di cavalleria Schlick, proveniente da Lemberg , dove comandava la 4;, armata sostituì Gyulai. Aveva appena ass unto il comando che ricevette avviso dal Quartier Generale cli Verona di non irrigidire la
'" Ibidem, p. 99 n. I. '·" france,co Giuseppe ali ·arciduchessa Solia in data 16.6.1 859. in E. Corrn , La 1mgPclia cil., p. 139.
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difesa sulla posizioni di Lonato-Castiglione in caso di improvviso attacco alleato, in quanto il loro abbandono era già programmato al più tardi per il giorno 20! "'. Hess aveva, infatti, nuovamente dimostrato all'imperatore l'incombenza del gravissimo pericolo da sud, senza nemmeno curare di accertare la reale dislocazione franco-sarda mediante la numerosa cavalleria a disposiz10ne. Così, il 21 giugno, mentre gli alleati, ripresa l'avanzata, superavano il Chiese con il grosso, schierandosi sui venti chilometri della linea DesenzanoCastiglione delle Stiviere-Carpenedolo, l'esercito austriaco stava sistemandosi nel Quadrilatero. Peraltro Francesco Giuseppe non aveva rinunciato a riprendere l'iniziativa, non appena raccolte tutte le forze disponibili. Le supposte intenzioni franco-sarde ora gli sembravano abbastanza chiare. Per il momento il grosso francese avrebbe tenuto i ponti sul Chiese, in attesa dell'anivo del principe Napoleone con 60.000 uomini e dello sbarco nella laguna veneta. Poi, in concomitanza con tali azioni, g li alleati avrebbero investito la linea del Mincio. Se a Napoleone fossero stati lasciati il tempo ed il modo cli eseguire questo piano, il Quadrilatero sarebbe stato avvolto ed isolato, tanto più che Garibaldi con i cacciatori delle Alpi in Valtellina e Cialdini con la 4• divisione in val Camonica miravano a sboccare in Alto Ad ige. Inoltre esisteva il fondato timore cli un'insurrezione popolare. Insomma, «solo una rapida ed energica offensiva contrn la massa principale del nemico sul Chiese poteva liberare l'esercito austriaco da siffatta svantaggiosa situazione ( ... ) » 125 • Tutto ciò per esigenze puramente strategiche, ma es istevano anche validissime ragioni di natura politica che imponevano di cercare una battaglia che annullasse Magenta e la perdita della Lombardia: la Prussia non si sarebbe immischiata nella guerra che qualora l'Austria avesse riportato qualche successo, e l'intervento prussiano era un'arma a doppio taglio. Bisogna, adesso, fare un passo indietro. Il 23 aprile, proprio men!Te a Torino veniva consegnato l'ultimatum , la Prussia aveva proposto alla Dieta germanica di mettere tutti i contingenti della Confederazione sul piede di guerra a titolo precauzionale. Una vo lta accolta la proposta, la Prnssia non soltanto approntò i tre corpi che doveva fornire, ma dal 1° maggio estese il provvedimento a tutti i suoi co111i d'annata, assumendo la posizione di «neu trnlità armata». Per quanto le discussioni fra Vienna e Berl ino sul significato concreto di tale neutralità annata si trascinassero per qualche tempo, mascherando a stento un sempre più vivo antagonismo, all a noti zia dell a battaglia di Magenta la Prussia - che faceva una grande distinz ione fra Lombardia e Veneto - si
'"CCSM . La guerra del 185 9 ci i. . Il. arr'azione, p . 107. '" Da ll a re lazi o ne austri aca in CCS 1, ibidem , pp. 133- 134.
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dichiarò pronta ad intervenire, nel nuovo atteggiamento di «mediazione armata», a seconda delle circostanze «come esigevano il suo dovere di grande Potenza europea e l'alta missione dell a Germania» '1b. Pur non considerandos i affatto vincolata da particolari obblighi , il 14 giugno Berlino comunicò a Vienna, in termini piutto to generici, che av rebbe fatto il possibile per garantire all'Austria le provincie itali ane, se però avesse ottenuto un pegno nell'ambito della confederazione. Lo stesso giorno diramò gli ordi ni per la completa mobilitazione di sei corpi d'annata prussiani ed accol e la proposta deU 'Hannover d i riunire un corpo d'osservazione di 60.000 uomini 117 • Dal canto . uo la Hofburg accettò la richiesta prussiana di porre tutte le tTUppe mobilitate della confederazione alle dipendenze del principe reggente. Da ten'er presente che fi n dal 3 g iu g no l'Au :Lria avev a com uni cato a Francoforte la mobilitazione di un'armata, a dispo izione della Dieta, superiore del 50% a quanto strettamente dovuto : in totale tre corpi di fanteria ed uno di cavalleria al comando dell'arciduca Alberto , per complessiv i 131.000 uomini e 330 pezzi. Que to faceva l che ogni corpo di fanteria. disponesse in medi a di 40.000 uomini laddove quelli in Italia non superavano i 20.000 120 • Tenuto conto di quanto precede, e persuaso per la seconda volta da una lu nga memori a presentatagli da Ramming circa i vantaggi de lla linea del Chiese rispetto a quella del Mincio, la era del 22 giugno Francesco Giuseppe emanò nuovi ordini: il giorno succe ivo la 2' armata doveva ripassare il Mincio e raggiungere l'allineamento San Martino-Solferino-Guidizzolo e poi, il 24. rioccupare nuovamente le vecchi e posiz ioni di Lonato e di Castigbone; la l ' am1ata doveva prima concentrarsi fra Goito e Guidizzolo e poi il 24, portarsi a ud di Castigli ne, lungo il Chiese. 11 23 giugno gli austriac i eseguirono i movimenti prescritti. La 2' annata con l'VTII corpo a sud est di San Martino, il V a Sol fe rino ed il I e Vll ripiega ti di etro la sinistra· la l' annata con il IX e lIJ corpo all 'altezza di Guidizzol e l'XI più indietro, verso Goiro. el contempo gli alleati. lasciato sulla destra del Chiese soltanto il Ili corpo, i portavano ulla front Desenzano-Carpenedolo, con l' armata sa rda a Dcs nzano-Lonat:o. il I e Il co rpo a Casti glione, il fV a Carpenedolo e la Guardi a a Montichiari , in riserva. Quel mauino apolcone e Vittorio manuele i recarono ulle alture dj Lonato, per riconoscere il terreno verso Peschiera, dove ebbero un importimte e significativo co lloq uio, tornando su un ru·go menLo già accennato a B rescia. ln poche parole: la mobilitazione in cor o in Prussia impensieriva l' imperatore , ì da fargli temere di dover cessare le ostilitf,. non essendo l'armala del maresc iallo Péli ss ier in grado di r rmare una poss ibili ss ima offens iva prussiana. << e 1 " //Jidl'III, p. )72. "' Ibidem. '" W. R ùsTOW. /.,n guerra in lwlia del l ii59. Sal vi. Mi lano I '60. pp. 436-437 .
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passate il Mincio - gli aveva scritto l'imperatrice Eugenia - la coalizione ·i pronuncerà contro di voi. La Pru ia già mobilita i . uoi corpi d'armata e sul Reno siamo deboli )) ''". Non solo, ma notizie da Pietroburgo confermavano che Berlino intendeva schierare un'armata sul Reno ed una sul Meno, e Gorcakov consigliava: «Si vo11s vo11/e: éviter la terrible éxtremité d'une guerre avec /'Allemc1g11e, qui embrasseraìt bientot l'Europ e entière, hatez vo us de négocier» ii u . E notizie da Londra facevano pensare ad una qualche iniziativa britannica di incerto orientamento. In queste condizioni continuare la guerra non avrebbe portato a perdere il frutto de1le vittorie e ad offrire la rivincita all'Austria? Meglio allora approfittare dei successi riportati per concludere una pace vanlaggiosa e tornare in Francia. ,<Yitlorio Emanuele - ricordò il Della Rocca , presente alJ'inconlro - ascoltava e taceva; si mostrava uuerrito; capiva , come capivo io. che Lutto ero finito· che certamente l'imperatore non avrebbe esposta la Francia e me.,;so a cimemo il proprio Lrono per l'Italia e che questa sarebbe staia la sacrificata» " '.
Su atteggiamento e di locazione degli austriaci si conosceva più che a sufficienza. Già dal 21 giugno, dopo il pas aggio del Chiese, erano p rvenuti i primi avvisi sul la presenza dell'in tera 2' armata nemica sull a riva sinistra del Mincio. Le informazioni uccessive furono contradittorie, ovviamente a causa dei noti ordini e contrordini austriaci, finché il mattino del 23 il podestà di Solferino si precipitò al Quartier Generale francese avvertendo che gli imperiali tavano riportandosi sulla destra del Mincio e suggerendo di precederli occupando Solferino almeno con un reggimento. é Napoleone, né Vaillant dettero ascolto al la notizia e men che meno al sugg rimento e si preoccuparono, invece, dell'arrivo del parco d'assedio per l'investimento di Pe:chiera. calcolato immi.nente. Ne l pomeriggio prima gli esploratori piemontesi, poi le pattuglie di Mac Mahon confermarono la presenza di numerosa fanteria nemica a Solferino. Napoleone si rifiutò di ammettere che Francesco Giuseppe aves~e abbandonato le favorevoli colline moreniche del Garda per poi rioccupar) ed offrire battagl ia con un notevole corso d'acqua alle spalle, e con iderò le truppe segnalate come semplici retroguardi e o forti avanstru tture di sicurezza. TI suo proposito era di forzare jL Mincio a Goito con il corpo di iel eguito da tutta la cava ll eria, mentre Canrobert, a . ud, avrebbe garantito il fia nco sinistro da un anacco proveniente da Mantova e dato una mano al principe Napoleone. La stessa sera del 23 Francesco Giuseppe confermò gli ordini per ragg iungere gli obi ettivi stabili ti; apoleon e quelli per portarsi ull a fronte
'"'C S 1. L,1 guerra del /R59 cit., li .. nrra,:ionc. p. 372; crr. E,
C ORll,
139- 140.
'-"' 1/Jidem. p. 373. '" G. BAl".>T. op.
ci1a10.
p. 454; E D ELLA ROCCA, op. cit., p. 460-461.
La 1raxcdi11 cit.. pp.
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Pozzolengo-Solferino-Guidizzolo. E la battaglia, inattesa, ben presto ebbe inizio. I rapporti di forza sono cosi raffrontabili 132 :
alleati
austriaci
forza complessiva: uonùni .. ... .. .. ............ ... ..... ........ . pezzi .... .. .. ..... .......... .... ... .. ... .. .. .
191.000 592
204.000 844
forza in grado di intervenire: uomini ~........ .. .. .. .... ... ... .. .. .. ... ... .. pezzi .. ..... .. ... ... .... ......... ... ... .... .... .
146.000 388
151.000 658
forza impegnata: uornini ........... ........... .. ...... ... .... .. pezzi ... ............. ......... ... ............ .
129.000 320
126.000 389
Nessuno dei contendenti portò alla battaglia tutte le truppe disponibili. Per gli alleati rimasero assenti la 4~ divisione di Cialdini (11.000 uomini ed i cacciatori delle Alpi di Garibaldi (2.000 uomini) nelle vallate alpine a controllo del VI corpo austriaco; la divisione D'Autemarre (12.000 uomini) fra Cremona e Piadena in attesa del resto del VI corpo francese e della divisione Ulloa, ancora lontan i. Per gli austriaci mancarono il VI corpo (21.000 uomini) nella zona di Trento, il X corpo (21 .000) di slocato sul basso Po per erronee informazioni, il Il corpo con la divisione Herdy (9.000 uonùni) a Mantova e la divisione Jellac ié (9.000 uomini) a Marca1ia. Anche durante la battaglia alcune unità 1imasero escluse dalla lotta per difetto di ordini, tuttavia è doveroso ammettere che in parte questo dipese dal carattere di «incontro» della giornata. L'armata sarda (37.000 uomini) trovò a San Martino ed a Madonna della Scoperta l'ala destra nemica, ossia l'V1TI corpo di Benedeck (23.000 uomini). T1 l corpo di Baraguey d'Hi!liers (24 .000 uomini), il II dì Mac Mahon (18.000 uomini) e la Guardia (1 7.000 uomini) si diressero verso Solferìno-Cavriana, contro il grosso della 2il armata austriaca, cìoè il I corpo di Clam Gallas (17.000 uomini) , il V di Stadion (21.000 uomìni ) ed il VTT di Zobel ( 17.000 uomini ). 11 III corpo di Canrobert (24.000 uomini) ed il TV di Niet (22.000 uornìni) s i imbatterono a Medole nella F armata austiiaca, cioè il III corpo di
'" CCSM, La guerm del /859 cii.. TI . Narrazione. p. 465.
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Schwarzenb rg (19.000 uomini) il il di Schaaffgotsche (20.000 uomini) e !'XI di Veigl (20.000 uomini) 11.l. Dal primo impatto ino a mez7.ogiom o del 24 giugno, su ogni direttrice d i avanzata delle colonne all eate si ac esero combattimen ti distinti . Nel pom riggio l'intervento dei Comandi superiori fece concentrare la lotta in quattro punti del vasto campo di battaglia: San Martino e Madonna della Scoperta Solferino e Medole. Mentre però sulle prime due località , ov s i batterono le truppe ~arde, le azioni rimasero reciprocamente indipendenti , sulle ultime due il nesso tattico fu assicurato dall a morfologia della zona e clall'ini zi.ativa dei comandanti francesi . Complessivament le forze contrappos!e più o meno si equivalevano. il che, unitamente all'aiuto confe rito dal terreno alla di fesa posta in atto dalla 2n aimata austriaca a nord ed al centro si sarebbe dovuto risolvere in un vantaggio per gli imperiali. Difetti di comando e di condona dell'azion condussero la 1n annata di Wimpffen (57.000 uomini) a non reggere all'urto del U corpo di icl ap poggiato da metà del m corpo di anrobert (32.000 uomini in tutto). Alle 14 Wimpffcn , scoraggiato, riferì da Guidizzo lo all'imperatore: «Ho due volte ten talo di prendere l'offensiva e vi 11 0 impi egato le mie ullimc ri serve, epperò non sono in grado di sostencnni più a lungo e debbo iniziare la ritirmu, protetto dall'XI corpe (...). La divisione di cavalleria Zedtwitz: mi è venuta del tuuo a mancare, essendo i ririrata per tempo senia avvisarmì. Del 11 corpo pure nessun a notizia. Lo faccio cercare e lo dirigo, se possibiJ e, mw-
vamcnre s.u Mant ova">>
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~.
Poi ci ripensò e volle fare ancora un tentativo, enza peraltro renderne edotto il Comando Supremo. AHe 15 ,45 ricevette una comunicazi o ne da Sch!ick, che lo informava di aver dovuto abbandonare Solferino e lo pregava, dovendo rip iegare su av riana e Valto e se costre tto , addirittura oltre il Mincio di regolarsi opportunamente nella ua propria ritirata. Alle 17, dopo l'ultimo vano attacco, la ,~ amrnra gettava la spugna. Al centro l'equi librio si ruppe allorché, verso le 14, dì fronte ad un rinnovato sforzo francese lanciato nella consapevolezza dell 'importanza tattica delle pos izioni e con il concorso di tutta l'arti glieria della Guardia, il V corpo di Stadion fu cos tretto a sgomberare Solferino e ripiega re su Pozzolengo. G li austriaci reggevano ancora a Cavriana e per un momento France co Giu eppe sperò di poter ratizzare la situazi ne facendo intervenire l'artiglieria di ri. crva. Ma ques ta aveva segui to l'an etramento d'ini ziativa de ll a divisione cli cavai I ria Zedtw itz su G ito. Francesco Giu eppe aUora ,UTingò personalmente il l corpo per riprendere la perduta Cavriana. Visto il nuovo insuccesso, saputo che la P arm ata , que ll o che avrebbe dovuto sferrare la viol enta offens iva in pian ura,
"' Da1 i 1ra11i dai docun1cnti 1996. 1997 e 19911 di CCSM . Lt, guerra di!! 1859 cit.. Il.
Do umcnti. "·' Ibidem , Il. Narrai.ione. p. 267.
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stava lasciando il campo di battaglia, ammise la sconfitta e cercò riparo ad oriente del Mincio. A nord le cose andarono meglio per gli imperiali grazie all'eccellente difesa, aggrappata ad un ottima posizione, del Benedeck ed ai volonterosi e reiterati, ma slegati, attacchi sardi e quindi ogni volta effettuati in condizioni dì inferiorità di forze . Madonna della Scoperta fu occupata verso le J3 dalla divisione Fanlì, arrivata in sostegno dell'esausta divisione Durando, mentre le due brigate del V corpo austriaco ivi impegnate cadevano sotto il fuoco dell'artiglieria del I corpo francese. A San Martino erano d irette la 3a divis ion e di Mollard e la 5~ di Cucchi,ari. Gli attacchi, a co lpi successivi di reggimento e di brigata, servirono soltanto a logorare le fanterie . Le posizioni austriache più volte vennero conquistate e perdute, senza pratico costrntto, si no alle 14. Seguì una lunga pausa fmo alle 16,30 circa. Il nuovo tentativo delle brigate Aosta e Pinerolo, incappato in un furioso temporale, si esaurì come i precedenti, ma la 5~ divisione, riordinatasi alla meglio, si riportò in linea (ore 19 circa) e l'azione riprese accanita. Benedeck, avvisato verso le 20 che una forte co lonna sarda (era Fanti con la brigata Piemonte) stava arrivando da Madonna della Scop rta, si sganciò con un forte contrattacco ed iniziò indisturbato la ritirata verso Pozzolengo. Alle 3 del 25 giugno l'intero VIIT corpo si trovava sulla sinistra del Mincio. L'ultimo atto. Non si trattava di una vittoria 1isolutiva. Gli aust1iaci erano battuti, ma non certo disfatti. La responsabilità della sconfitta era da attribuire integralmente al Comando Supremo austriaco che aveva affrontato la battaglia senza una riserva propria, vale a di re lasciando che ogni armata se la sbrigasse per proprio conto, laddove sarebbe stato facilissimo prendere sotto il diretto comando i due corpi arretrati della 1~ e 2rr armata e con quella massa di manovra intervenire a tempo debito e nel punto giusto. Comunque se la divisata controffensiva era sfumata, la situazione complessiva si presentava forse migliore: l'eserc ito aveva ri piegato su lla fortissima base di operaz ioni, le retrovie erano tranquille, le comunicazion i con l'i nterno non minacciate, uno sbarco alleato a Venezia avrebbe comportato tempi lungh i e modalità complesse prima di trasformarsi in offensiva nel Veneto, Trieste ed il Tirolo erano protetti dall'appartenenza alla Confederazione gem1anica, il morale delle truppe si stava ri soll evando rapidamente sì quasi da desiderare più che temere un nuovo confronto. Al Quartier Generale Imperiale il ri su ltato negativo fu addebitato ai suggerimenti di Ramm ing , e adesso Hess si impose: appoggiarsi al Mincio non conveniva, anche se molti lavori rendevano più forte quelle posizioni; bisognava passare l'Adige c rit.irarsi sino al l'Isonzo, come I-Icss dichiarò al generale Mollinary il mattino de l 25. Fra il 28 ed il 29 giugno , dunque , l'esercito austriaco passò sulla sinistra de ll 'Adige , gravitando verso Verona. L'inattività
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alleata tranquillizzò e fece considerare possibile dar battaglia davanti a Verona. Qui il rapporto di forze , iI terreno conosciuto e la presenza del campo trincerato offrivano plausibili garanzie di successo e gli ordini di proseguire la ritirata nel Veneto , già preparati rimasero nei cassetti, La l aannata era ade so composta dal lll, IX, XI corpo; la 2B dal V, VII e VIII corpo. In totale 120.000 uomini oltre ai 24.000 del presidio di Verona. Il VI corpo del Tirolo, il X sul ba so Po ed il IV in arrivo furono considerati aJle dirette dipendenze del Comando Supremo. Calcolando l'afflusso di due corpi d'arm ata di nuova costituzione. entro pochi giorni la forza disponibile sarebbe salita a 200.000 uomini . Gli alleati , evidentemente, si trovavano davanti all'ob iettivo pri ncipale, L'ostacolo più duro. Benché l'asse dei rifornimenti e gamberi fo e ora ervit.o da una linea ferroviaria che, con i lavori ultimati il 23 giugno, mm ai arrivava a Bre. eia "\ benché il corpo del principe apoleone i fosse congiunto coll 'esercito, la situazione generale favoriva gli austriaci . Il problema da ri o lvere era quello che Carlo Alberto aveva dovu to affrontare nel 1848. Aggi rare il Quadlilatero a sud del Po e puntare su Venezia o prendere di petto Verona? L'offensiva nel Veneto lasciando i alle spalle il Quadrilatero e l'e ercito austriaco, pre. entava tah incognite operative e logisti che che venne subilo scartata. Rim aneva la so la alterna tiva dell 'attacco a Verona. Questo comportava .in primo luogo il riordinamento delle truppe con il ripianamento del le perd ite e l'anivo dei rinforzi, poi la conquista d i Peschiera (come nel l 848) per dare sicurezza alla linea d'operazioni e per ricavame un punto di appoggio nell'investimento di Verona. Ed a proposito di Peschiera e di Verona, nonché di Mantova urgeva sollecitare l'invio dei parchi d'assedio dalla Francia e da Ales andri a. Il 27 ebbe inizio l'investimento di Peschiera clu parte dell'annata sarda. che lo completò il 2 luglio. Mantova rimase sono controllo prima della divisione D'A utem arre del V corpo, poi della divisione Ulloa. Il 4 luglio i presentò a Valeggio il conte Su valov, con una lettera dell o zar he con .igli ava espl icitamente Napoleone cl i troncare la guerra, considerando l'atteggiamento fin trop po eloquente della Prussia : «La Prussia era ru tta in arn1i - confern1ò Moltke - , la mobilitazione dei due terzi dell'esercito era compleLata ed il resto si trovava sul piede dì guerra. Le truppe i mettevano giù in marcia ver ·o i luoghi di radunara. ' on era più un segreto che i! 1- luglio dovevano cominciare i trasporti ferroviari verso il Reno, e che in brev issimo tempo si ·arebbe colà concentrato un scrcito di 250.000 uomini. cui erano pronti ad aggiungersi i contingenti degli altri Stati tedeschi» 11'' . LI 6 mattin a Napoleone ordinò lo spiegamento di tutte le forze rrancosardc sulla linea Valeggio-Castelnuov per fronteggiare un probabili ss imo, a ''·' A partire dal 3 luglio Genova e Tori no furono e llcgme per fo rrovia con Pozzo lengo. H. M OLTKE. Lo ca111pa11ne d' !tn/ie. cit. , p. 195.
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suo dire, attacco austriaco dell'indomani, con un'armata da Verona ed un'altra, sul fianco, dalla val Lagari1rn ' 37 • Al Quartier Genera.Le sardo lo scetticismo circa tale mossa nemica fu palese - e difatti poi risultò evidente l'intento dimostrativo del voluto spiegamento alleato - comunque nel pomeriggio Vittorio Emanuele si recò a Valeggio, al Quartier Generale franc ese, «où Elle [ =Sa Majesté] a un entretien d'une heure avec l'Empereur, à la suite duquel
Napoléonfait appeler son aide de camp, le géneral Fleury, et lui remet une !et/re pour l'Empereur d'Autriche qu'il le charge deporterà Verone. Le roi s'arréte à diner chez l'Empereur après quoi il retourne à Monzambano » 138 • Il messaggio proponeva una tregua d'anni. Anche Francesco Giuseppe avvertiva la convenienza di arrivare alla pace. La situazione militare era vista con pessimismo non solo ne lle alte sfere, ma altresì dai liberali che a Vienna comi11ciavano a protestare apertamente contro la guerra. «Non c'é più nulla di buono da fare in Itali a - scrisse Riccardo di Meuemich da Verona -, , oltanto un miracolo c i può ancora venire in aiuto, ma contro i nostri più forti , vi ttoriosi nem ici (. .. ) non c'è più niente da fare. Ho trovato l'esercito in un incredibi le grado di demoral izzazione ' •·,,,,
Sul piano della politica estera, le ambizioni di Berlino urtavano: era preferibile una trattativa diretta con l'avversario piuttosto che una mediazione interessata. E tra l'abbandono della Lombardia - «che bisognerebbe riconquistare nel corso dell'imminente guerra europea» come confidò Francesco Giuseppe al principe d'Assia " 0 - e il predominio prussiano in Germania non poteva esistere incertezza sulla scelta a favore del primo temporaneo sacrificio. La convenzione d'armistizio «puramen te militare» sino al 15 agosto venne firmata dai marescialli Vaillant e Hess e dal generale Della Rocca 1'8 luglio. Cavour, avvertito da La Mfumora , si precipitò a Monzambano e I' 11 spedì un telegramma al reggente, principe di Carignano: «La paix est conclue:
elle sera signée demain. Lombardie et duché de Panne au Roi. Légations indépendantes sous souveraineté Pape. Ducs de Toscane et Modène remis sw· le trfme. J'ai donné mes démissio11s que le Roi a daigné accepter. Veu illéz préve11ir mes collègues sous le sceai1 du secret» ''". Il 12 si incontmrono i tre sovran i per la firma dei preliminari di pace e Vittorio E manuele firmò con la clausola: «J'accepte pour ce qui me concerne» . '-" CCSM, La guerra del 1859 cit., Il. Documenti, doc. 2350. '-" Dal Journ(I/ du quanier général du Roi, ibidem, doc. 2352. Napoleone cercò di pe rsuadere Villorio Emanuele a prendere l' ini ziativa dell a propos1a d ' am isLi zio, ma il re rifiutò nellamentc (R. ROMEO, Ca,•our e il suo tempo cii. 111. pp. 608-609). ,..., R. Metternich a Rechbcrg in data 29.6. 1859, in R. ROMEO, Cavour e il suo tempo cii .. p. 603. Ma a giudicare da i commenti de l principe d'Ass ia lo scoraggiamento era d iffuso essenzialmente nei grad i più e levati (E. CORTI, La traoedia cit., p. 150) . "'' E. Co1n1. la 1ragedia cit., p. 143. "'' CCSM. La guerra del lf/59 cit. , II , Documenti , cloc. 2405.
398
LA SECONDA OUERRA D'INDIPENDENZA
Cavour pen ò di aver perso la campagna militare. bagliava, e lui tesso lo riconobbe dopo appena pochi mesi. Il 25 gennaio 1860; in una lettera al principe Napoleone, scriverà: «Combien de germes contenus dans le traité de Ville,franclze se sont développés d'une manìère merveilleusel ... Bénis soit la paix de Villefranche!» ,,,i_
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"' //,idem, Il . N:UTationc. p. 377 n. I.
LA CAMPAGNA DEL l859
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giugno 1859 f ra/,, d,ll'f : f6t>OUO
Il teatro delle operaz ioni nel 1859
399
Capitolo X CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE
) . CAVOUR E LA SECONDA GUERRA D'INDIPENDENZA.
La spedizione di Crimea nel 1855 e la guerra di Lombardia nel 1859 furono letteralmente opera di Cavour. Che altri manifestassero uguali desideri, eguali peranze, con gli occhi fissi alla liberazione ed ali ' unità d 'Italia, non toglie che il grande ministro abbia saputo, in concreto, trovare il modo cli proiettare il Piemonte alla ribalta europea giocando in campo internazionale sul principio delle nazionalità come su quello rivoluzionario, battendosi in politica interna coIJtro gli estremisti reazionari e democratici. «TI vero impulso decisivo - affennò Baumgarten nel 1866 - non venne dal popolo italiano e nemmeno da un qualche partito , bensì da Cavour. Egli fece partec ipare l'ltalia alla guerra di Crimea, egl i strinse l' all eanza con la Francia, egli provocò la guerra deLla salvezza. Tali svolte possono essere preparate e compiute solo da un s ingolo, e sono proprio quelle che in politica danno ad un popolo la fo rza di raggiungere lo scopo» '.
Se la spedizione di Crimea rappresentò un semplice passo iniziale, intrapreso con molte incognite e concluso con qualche amarezza, la guerra del I 859 fu voluta politicamente e avviata diplomaticamente da Cavour, fiducioso nella preparazione militare attuata da La Marmora. Anche sul piano strategico Cavour predispose il terreno. Il principio fondamentale è noto: una nuova guerra contro l' Austria doveva essere affrontata con un forte alleato. In altre parole, doveva essere sostenuta dalla Francia con il concorso della Sardegna. Nessuna diminutio capitis: la Sardegna era un piccolo Stato di secondo ordine, reduce da una prova durissima ed amarissima sotto ogni aspetto, tranne quello morale cli aver osato sfidare l'im pero asburgico e, vinta, di rimanere uno Stato costituzionale ed un paese dall'economia moderna. Soltanto un illuso poteva immaginare possibile affrontare nuovamente l'Austria eia solo o con un alleato ancor meno forte. Posta la questione in siffatti tern1ini realistici, si trnttava di valutare l'apporto militare necessario e sufficiente. Secondo La Marmora il calcolo per l'esercito di campagna era sempli -
' Cit. in R U55EL A.
BERMAN,
li Piemonte come la Prussia: il modello italiano e/' 11 n(fìcazio-
11e 1edesca, in Sroria contemporanea, 2/1993, p. 211.
402
LA SECONDA GU ERRA D' INDIPENDENZA
ce: sulla base del metro più o meno comunemente u aro i ricavava una divisione per ogni milione di abi tanti, quindi cinque divisioni 1. Ma, buono o cauivo che fosse questo ordine di gra ndezza, del resto accettato da Cavou r, gli acco rdi cli Plombière parlavano cl i I 00.000 piemontes i. Come i è già detto, il conte faceva affidamento sui volontari delle varie regioni italiane, sui coscritti del Lombardo-Veneto via via li b rato, e sui contingenti forniti con qualche fo rzatura dai ducati e dall a Toscana. Il granducato sarebbe stato un alleato particolarmente significativo ed utile. vista la 1iorganizzazione del uo esercito operata dal generale Femiri di Grado ul modul o au Lriaco. e sembrava suss istere q ualche buona speranza in propo iro. La forza dell e circostanze avrebbe potuto spingere il gra nduca a ro mpere con Vienna. L' 'l l ap1i le q uando Cavour giudicò matura la si tu azione internazionale o meglio, quando pen, ò che onnai l' Aus tria non potes e accettare la partecipazione ad un congresso senza provocare l ' emaocipazio ne dell Ita li a cenrrale incaricò il conte Boncornpagni , mi ni stro di Sardegna a F irenze, di provocare la decisione: «Rona la gue rra. voi rivolgerele senza indugio una nota al governo toscano per chiedergli di stringere un 'a lleanza o ffen siva e difen iva col Pie mome, dichiarand o senza ind ugio la guerra all ' A u. tria e mandando l'e erciro, se non nell o Stato ~ardo, per lo meno al confi ne . Se il Grandu ca consente. si ma nderà lOs Ln 11110 o due uffi ciali per concertare le ope rn zioni militari. Se riliula. in all ora bisogna far pmm1 al Granduca onde. scappando. la. ci il terreno libero al par1i10 mv.innate. Se non scapJ>a, bisogna rovesciarlo. non con una rivoluzione, ma con un pronun ciamento al 4uale l' csen:: iro si associerebbe nel nome del principio dell'ind ipendenzn nazionale. Rnves iato il governo grnn<lucale, si slabil irebbc un governo provv isorio , il quale dov rebbe , senza preuccupar i dell'avve nire, procl amare h1 i.littatura di Vi LLorio Emanue le, e che ri vol gerebbe ogn i su a cura alle cose di guerra (...)» '-
e lio stesso tempo al marchese P rovenzali , mini tTO di Toscana a Torino. venne dipinto un quadro poli tico-militare in tono che voleva ri sultare oltremodo convincente. Tutt'e le grandi Potenze si trovavano ace rdo nel voler moderare l' influe nza au triaca in Italia mentre il governo di Vienna cercava ostinatamente di impedire il congresso, anzi si accingeva alla guerra. Ma «il governo sardo rif rì Proven:.:::al i, forte dell e armi frances i, già pronte a marciare in aiuto del Piemonte, conta pure sull' appoggio morale (così crede il conte di Cavour) d i quelle Potenze che hanno adottato il principio della limitazione cieli 'influenza au striaca in Italia. e mas. ime della Ru sia e del la Pru ssia. In q uan to all 'Inghilterra, sebbene non abbi a troppi motivi di lodarsene, ass icura il Cavour
1 ·e il ci rmo calcolo poteva prc en1are un q ualche fondamcnl generico, non era evidenti,mente e ·elusa la convenienza di una revi . ione secondo le circostaanzc, Com unque scmbrn davvero d ilftc il~ :tccctrare la dimostrazione sloricn prc.1en1a1 a da La Mann ora: c. scrsi lui a1tcr1uw a tale cirteri o ,c~ull' cscrnpio mas simo del Gran ap irano . che nelle sue me morabili campagne d ' lwli a, que l· la del l 796- 1797 e q ue lla ciel 1800. vinse con un ~serci to composto preci amenle di ci nque divisioni» {CCSM . I.a guerra ,lei /859 cii. , li . Docu mcmi . appendice, p. 11 17). ' avou r a Boncompagni in data 11.4.1859, ibidem. doc. I 539.
CONSTDERAZfONI
ONCLUSIVE
403
che il suo memorandum ha incontrato la piena approvazione nel gabinetto di Londra». E poi Provenzali riportò una precisazione lasciata cadere da Cavour con ev idente intento tranquillizzante: «Lord Malmesbury lo ha ino ltre a icurato che sino al Po la politica ingle e era d accordo con queJJa dell'attuale gabinetto sardo» ' . Per quanto continuasse la pa1tenza di volontari toscani per Genova ' e I 'opinione pubblica desse 'egni di crmento, Leopoldo Il sperava ancora di poter rimanere neutrale. li 24 aptii e Boncompagni comunicò l' imminente apertura delle ostilità tra Francia-Sardegna ed Austria e chiese formalmente, su incari co di Cavour, «l' alleanza offensiva e difen iv,t del governo toscano nella guerra che sta per intraprendere» 6, facendo capire con frasi tornite, che se la Toscana avesse pili-tecipato a questa guerra d'indipendenza "il grandu ca poteva ssere icuro di rimanere sul trono, diversmnente la neutralità «non potrebbe in alcun modo scampare la dinastia ed il governo toscano dai pericoli che si possono temere in questi fran ge nti » 7• Il rifiut o e la con seguente abdicaz ione d i Leopoldo 11 (27 aprile) aprirono la strada ad un governo provvi 01io che offrì subito a Vittorio Emanuele Il la dittatura della Toscana per la durata della guerra , pur conservando la region e l a propria autonomia. Su consig lio di Napoleone III, fu rifiutata la dittatura. ma accettato il protettorato. JJ Boncompagni fu nominato «commissario traordinario per la guerra delrindipendenza» ( 11 maggio) cd il generale lloa arrivò da Tori110 per assumere il comando de lle truppe toscane. Inoltre. Cavour affidò al generale Luigi Mezzacapo la costituzione, in To cana, del TT corpo dell'armata dell'Italia centrale - strana denominazione di sconosciuta origine - con i volontari affluenti dall e Romagne e da lle Marche e con il compilo di mcllers i alla Le ta di tulle le forze regolari o volontari deJJe Legazioni e delle Marche, non appena que te regioni ((spontaneamente i pronunziassero per la causa nazionale» ~. L'inserimento della Toscana nella guerra dovcue peraltro tener conto di non emplici aspelli diplomatici politici e militari. {Di tutti i problemi che la gue1rn presente ha fatto sorgere, quell o dell a Toscana è il più intricato» ammise Cavour". Le compli cazioni sopravvennero quando, sotto il timore di vedere il pae e «tourner au socìalisme» a causa delle debolezza delle istituzioni.
• Pro cnzali a Lenzoni. ministro degli Esteri Joscano. in data 11.4.1859, /bidem. doc. 1539. ' Dal 15 gennaio al 25 marzo enmo giunti a Torino 3890 volon1ari toscani. a metà aprile partirono da Livorno al tri due . C,\glioni. uno di 540 volontari, che furono inc(lrporati nei ct1cuiatori uell 'Appennino. e l'altro di 600 (CCSM, ibidem. li , Narrazione, p. 3. n.l). • Boncompagni a Lenzoni in daUJ 24.4.1859, ihidem, Il. Documenli. doc. 1542.
' Ibidem. ' Cavour a L. Mezzacupo in darn 24.4. 1859, ibidem. II , Narrazione, p. 7 n, l. ' Cavour a lfoncompagni in data ultimi maggi o. ihidem , 11. Doc umenti , cloc. 1566.
404
Napoleone III decise di mand are un corpo di truppe nel granducato 10 • Poiché questo corpo venne affidato al principe Napoleone, orsero diffidenze e difficoltà. Se la presenza francese in Toscana non poteva suscitare entusiasmi, la richiesta di apoleone di porre le forze to cane agli ordini de l principe preoccupò ancora di più , e La Mannora, dal campo, si rivolse a Cavour perché il re «considère affaire très grave» 11 • Cavour sapeva essere molto realistico. A La Marmora rispose che, tutto sommato non parevano esistere grossi inconvenienti all a spedizione francese , anzi la mossa sarebbe forse riuscita uti le per accelerare i moti insun-ezionali in Romagna. D'altronde, «i/ n'y a pas moyen dc l' empecher» o ervò filo oficame nte ". Tuuavia si preci pitò ad Alessand ria per ottenere delucidazioni dall 'imperat.ore. Tn effetti , pur non offrendo spunti a recriminazioni de ll ' alleato, la mi sione affidata al principe apoleone lasciava qualche spazio anche ad eventuali svil uppi po li tici pa1ticolannente utili per la Francia 13• Politicamente si prefiggeva di evitare l'affermar i di spin te rivoluzionarie in Toscana; di co ·tringere il governo d i Vienna ad oss rvare la stretta neutralità negli Stati della Chiesa; di garantire la Toscana da un ritorno asburgico; di con enti re ai toscan.i «de fai re éclater sans entra ve /' expression de leur sympathie pour la cause de/' i11dépé11dance italienne et de leur reconnaissance pour le.1· hienveil/ames intentions» ciel governo imperiale '". Su l piano militare mi.rava a prendere in mano I organizzaz.ione delle risorse della Toscana nonché di Parma e di Modena, ai fini bellici; ad impedixe la discesa nell 'Itali a centrale cli un corpo au triaco; ed a minacciare , infine, la sinistra de ll'annata di Gyu lai e le sue retrovie, costringendo così l'avv r ario a "gomberare i ducati alla prima vittoria alleata. Cavour ascoltò le spi gazioni cli Napoleone; tutte incentrate sugli scopi militari. Si rese conto trattarsi di una decisione matu rata e definitiva ed allora fece buon viso a cattivo gioco. Pari con quella voluta franchezza inducente da analoga si ncerità da parte dell 'interlocutore ed ottenne l 'as icurnzione che iI principe apoleone «11' est et ne sera pas le successeur désigné de la maison de
10
apoleone IIJ nl principe Napoleone in daia 17-5. 1859. in R. ROMEO, Cavour e il suo
1e111po, lll, p. 560. " La Marmora a Cavour in data 18.5 . 1859, CCSM. Lt, guerra del / 8 9 c it. .
n. Documenti.
doc. 1556. '' Cavour a La Marmora in data 18.5. 1 59, ibidem, doc. 1557. ,; Vds . missione Pozzolini a Parigi a line maggio 1859. Jn que lla sede a ll o strar10 e rise1vmo comcgno renuto dal Vaillant al capitano PCYaolini. invialo dal governo provvisorio. fece riscontro l'insistenza con la quale il pri11cipe Poniatowski parlò della fonura che si offriva ai Toscani ove avessero avuto come sovrano il princi pe Napoleone: «l Toscani sono troppo intellige nti per non cupi re ed .ippr~nare gli enorn1i vantaggi che deriverebbero da qu ell a sce lta» (ibidem , doc. 1561 ). ,. Principe apoleone a apoleone in data 4.7.1 59, ibidem, doc. 1584.
CONSIDERAZI01 I CO CLUSIVE
405
Lorraine», che il V corpo sarebbe stato agli ordini superiori di Vittorio Emanuele e sarebbe entrato in Toscana «en vertu des pleins pouvoirs militaires qui ont été accordés à Sa Maiesté», che la permanenza del principe in Toscana non si sarebbe protratta troppo a lungo, che conveniva preparare subito l'annessione al Piemonte pur intendendo realizzarla «lorsque le moment sera arrivò, 15 • Le conseguenze formali di questo colloquio furono due. L'una fu il proclama che il principe si affrettò a diramare già dalla rada di Livorno (23 maggio) con intento manifestamente rassicurante sul compito personale («la mia missione è unicamente militare. lo non debbo occuparmi, né mi occuperò del vostro ordinamento interno») e sugli scopi perseguiti dall'imperatore ( «far trionfare •la santa causa dell'indipendenza e non lasciarsi mai guidare da interessi di famiglia») 16 • Ma l'imperatore aveva «ejfacé dans la première ligne, le nom du roi de Sardaigne, parce que je ne puis admettre que tu sois sous ses ordres (. .. ). Enfin j' ai òté le mot liherté qui y étail lrop souvem», come egli stesso precisò al principe 17 • L'altra conseguenza fu costituita dalla decisione del governo di Firenze di mettere in chiaro le relazioni con l'Austria. Perciò il 25 maggio esso trasmise a Torino, per l'inoltro a Vienna e partecipazione di rappresentanti degli altri governi residenti a Torino, una nota nella quale precisava che «il protettorato della Toscana, chiesto dal paese ed accettato dal re Vittorio Emanuele», aveva provocato naturalmente la riunione qei due Stati «in difew della indipendenza itali,ma» e dichiarava che <da Toscana è associata alla Sardegna ed alla Francia nella guerra che attualmente si combatte contro l'Austria per l'indipendenza d'Italia» 18 •
2. L A PARTECIPAZIONE ITALIANA ALLA GUERRA.
Se le idee di La Marmara sulle forze eia utilizzare per la guerra potevano tradursi all'incirca con il principio: «Tutto con l'esercito, nulla fuori dell'esercito», Cavour si orientò ben presto ad analogo indirizzo. I motivi, naturalmente, erano differenti. Per La Marmora si trattava di una scelta tecnica, secondo la guale l' inserimento dei volontaii diventava più facile e rapido nelle file dell'armata sarda che non in distinte unità. Per Cavour, invece, il ragionamento era politico: occorreva evitare che il creare corpi separati in Lombardia e nei ducati
"Cavour a Villamarina in data 21.5.1859. ibidem, doc. 1559. '" Tbidem, doc. I 563. "Napoleone III al principe Napoleone in data 20.5 .1859, cit. in R. ROMEO. Cavour e il suo tempo cit., lii. p. 562 n. 83 . ' Boncompagni a Cavour in data 25 .5 . 1859, in CCSM, La g uerra del 1859 cit. , 11. Documenti, doc. 1564 e 1565.
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LA SECO 1.DA GUERRA D'JNDIPENDENZA
potesse uscitare l' impressione di sforzi autonomi ri petto all 'impegno mjlitare del regno di Sardegna. lnev itabilimente per la To cana e per le Romagne la questione presentava aspetti più complessi , data la deli catezza dei problemi internazionali che veni vano .sollevati. Il programma cavouriano prevedeva un ' ondata non rivoluzionaria ma patriottica dj adesione al Piemonte, guidata in certo modo da Garibaldi nell'alta Lombardia, da Boncompagni e Ulloa per la Toscana e da Mezzacapo per le Romagnc. Convinto com'era che ,da costituzione del regno dell'Alta Italia dipende[ ·seJ dal buon andamento politico, quanto dalle operazioni mili tari » 19 , pur affem1ando la non ingerenza del potere politico negli atti mili tari in realtà non fece che impicciarsene. Nessuna velleità trategica, beninteso. Egli premeva accorgendosi che i risvolti diplomatici crescevano d'importanza col pro eguìre della campagna. ome durante la guerra di Crimea le vittorie g li stavano a cuore anche, e for e . oprattutto, per farle pe are sull'opinione pubblica europea. Aveva tanto puntato sulla carta di un senti mento nazionale irrefrenabile che ogni lentezza, qua lsiasi localizzazione di fermenti, gli facevano temere una srnenLila di fronl e alla platea internazionale e, princ ipalmente, di fronte all ' allealo. TI quale alleato, dopo appena un me di campagna , sembrava non perdere occasione per muovere rimproveri a Cavour ed all ' Italia 1ù. Per la verità, almeno w10 spunto di malumore Cavour l' aveva regalato a apolcone presentando la Lo mbardia come sul pumo di esplodere al primo segno 21• Quando Garibaldi comunicò dì essere entrato in Varese, Cavour lanciò la parola d 'ordine della «ins urretion générale et immediate» affinch é i Frane si, entrando in Lombardi a «vedessero un paese che al primo annuncio di guerra era insort . Voleva mostrare con i fatti ai Francesi che trattavasi di una grande idea nazionale e non d' una semplice anness ione o d'un a ambizione dina tica di Casa Savoia. La missione di Garibaldi e le i. trnzioni ai commissari erano tutte informa te a questo pensiero. Ma la rivoluzione poi doveva avere carattere nazionale e non partigiano: qui stava la diffi coltà» 22 • Una serie di concause contribu irono al deludente risultalo di un insurrezione tutt'altro che generale cd immedi ata, e cond u sero al «compromesso abbastanza confuso tra l'insLrrrezione e J'amm inistrazi ne» "'. Sia chiaro, tuttavia, che di questo «comprome . o» una buona dose di responsabi lità apparteneva a apoleone i cui timori per i pericoli derivanti dalla demagogia e da un ' af,,,
Hvour a La Mannora in dma 18.5.1859. in R.
R O MEO ,
C(lvour e il su o tempo cil.. IIJ , p,
583. "' Ibidem, pp. 578-579. " Vinorio E manue le a a po leone in data 26. 12. 1858, Cavour a Napoleone in data 7 .1. I859 , in Carreg.~io Cavour-Nigra ciL. , l, p. 2(i I e 288. M emorandum di Cavou r in data I .3. 1. 859, ibidem. li. p. 33, " G. V ISCONTI V E OSTA . Ricordi di giorell/lÌ cii.. p. 573. " E. Visconti Venos1a a Cavour in dala 8.6. l 859. ci i., in R. Ro~mo. Ca1•011r e il s1w 1e111/JO cir. , Jll , p. 585.
CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE
407
fennazione socialista superavano perfino quelli di Cavour. Insomma, l'azione frenante esercitata sulla tendenza insurrezionale fece sì che nulla di rilevante si verificasse a Milano, sgomberata dalla guarnigione austriaca in assoluta tranquillità. Nella campagna lombarda, poi , prevalevano,come dieci anni prima, risentimenti di natura sociale che, volti contro i possidenti indipendentisti, fini vano per tingersi di motivi filoasburgici. Sgombrando il terreno dal desiderato e temuto incendio rivoluzionario, Cavour si adoperò febbrilmente per assorbire le regioni della pianura Padana, acclamanti l'annessione al Piemonte non appena libere dalla presenza austriaca. Memore del 1848, intendeva procedere con una certa organicità, dando priorità all'estensione della leva militare piemontese. Perciò, nel corso del mese di 'giugno , furono spostati i depositi della brigata Regina da Torino a Milano, dei cacciatori delle Alpi da Savigliano a Cuneo, della brigata Casale da Asti a Pavia ed a Lodi, della brigata Pinerolo da Genova a Parma ed a Pi acenza. Il 5 luglio vennero istituiti i Comandi delle divisioni militari di Milano, Cremona, Panna, Modena e della sottodivisione di Brescia 2'. Naturalmente occorreva tener conto della particolare situazione esistente in Lombardia. Il governo austriaco aveva chiamato alle armi tutte le classi sino a quella del 1838 e quindi da un lato sarebbe stato impolitico ed ingiusto chiamare la classe del 1839, quando il parlamento sardo aveva appena votato le leva ordinaria per la classe del 1838; dall'altro, nei reggimenti austriaci erano presenti ben 37.000 lombardi, ovviamente indi spon.ibi li per l'armata sarda''. In Toscana, ove injzialmente le circostanze erano sembrate favorevoli, nacquero presto complicazioni. Il principe Napoleone non esitò a lamentare lo scarso impegno e la cattiva volontà del governo fiorentino verso la partecipazione alla guerra. La coscrizione era stata soppressa, accusò, col risultato di vedere nei ranghi appena diecimila uomini invece dei 35.000 che la Toscana avrebbe potuto fornire; l'equipaggiamento risultava penosamente carente e la negligenza in proposito era tanto.. meno scusabile in quanto non era il denaro che difettava; insomma regnava «dans toute conduite de /' adrninistration militaire una apathie évideme» 16 . "' Dopo l'armis1izio il decreto decadde per i ducati , sui quali nessun diritto venne riconosci ut(1 al re di Sardegna. " A. VIGEVANO, La campag na delle Man:he e del/' Umbria , Stato Maggiore Ce ntra le, Ufficio Storico, Roma 1923, p. 30. In realtà, i lombard i inquadrati nei reggimenti austriaci erano 45.500, però 8.000 di essi appartenevano alle classi 1828 e 1829, quindi dovevano considerarsi sc iolti da vincoli 1J1ilitari inguanto tra breve congedanti per fine ferma. come stabi li [() nel regno di Sardegna (F. TORRé, Relazione al Mi11isrro della Guerra sulle leve eseguite in Italia dalle an11essio11i delle varie provincie al 30 seuembre 1863, Torino 1864, p. 16). L'Austria cominciò a restituire i lombardi già ne ll 'agosto, non appena finnati gli accordi di Villafranca, poi rallentò, diffidando ciel clamore fallo dalla stampa sulla fine delle ostil ità, ed il grosso fu rimand ato a casa alla fine delI 'autunno. ,. Principe Napoleone a Boncompagni in data 9.6. 1859, in CCSM, La guerra del 11/59 cit., li, Documenti . doc. 1568.
408
LA SECONDA GUERRA D'INDIPENDENZ A
Anche Cavour si accorse che il lavoro non procedeva come auspicato e lo riconobbe col principe: «( ... ) En Toscane nous avons fait fausse route dès !es prcmiers instants qui ont sui vi la fuitc hontcuse du Grande-Due. Mai s qu ' il mc so it permis de dire que nous ne sommes pas responsables cntièrem ent de la fausse direction suivie alors. V.A. se rappellera que lorsque je lui annonçais le mouvement popul aire de Florence. j'ajutais quc nous av ion · l'intention, à défaut d ' annexion irnmédiatc, de pr<>clamcr la dictature du Roi Victor Emm.anuel. Dc Paris V.A. se hiìta de me réponclt'e «pas de dictature, un gouvemement provisoire ,,. Quoiquc les gouvem ements provisoires partout, mais en Italie surtout, soient d ·asscz tristes institutions, nous avons su ivi Ics conseils de V.A. et établi un gouvcrnement provisoire. Dieu sait comment ce rnalheureux gouvernement a fonc li<>nné. C 'est lui qui a clonné una fausse direction au rnouvement toscan en s' occupane de tout excepté dc la guerre, en vou lant réorgani scr les servic es civi ls cn déso rganisant l'armeé. Nou s avons écri t lettre sur lenres à Boncompagni pour qu' il fit cesser ce, 8canclals, cn organ.isant un gouvernement où sous le nom dc protecteur il eOt à exercer la dictaturc de fait. Boncompagni n'éxecuta nos in . tructions qu ' à demi ( ...)» " . ·
In realtà, oltre alla debolezza del governo provvisorio, non risultò centrata la scelta degli uomini . Il Boncompagni non ebbe il polso per dominare una situazione non semplice e l 'Ulloa palesò poca iniziativa e scarse doti di organizzatore e, per di più , un ' imprudente irrequietezza personale, che dopo il 1860 finirà per bruciarlo 28 • 11 piccolo esercito toscano, in tutto una grossa divisione, era nel complesso un decoroso organismo, addestrato secondo il regolamento austriaco del I 851 -5 3. L'Ulloa, diffidando evidentemente della .reale solidità delle truppe, sconvolse Comandi, quadri e reparti e si accinse alla ricostruzione. Il risultato non fu brillante e sui giornali piemontesi apparvero commenti negativi, tanto che Ulloa sentì il bisogno di difendersi con Cavour, allegando le difficoltà incontrate e cercando di dimostra.re che la Toscana del 1859 stava facendo più di quanto non avesse compiuto la Toscana del 1848 29 • Per le Romagne era d ' obbligo molta cautela facendo esse parte degli Stati della Chiesa. I volontari vennero perciò raccolti in Toscana dal generale Mezzacapo nel suo II corpo. L'afflusso dalle Romagne, dall ' Umbria e dal Lazio fu subito notevole, ma, di necessità, la selezione sensibilissima, con ripercussioni di non poco conto. I non arruolati per motivi fisici o di salute o per dubbi di carattere morale, spesso non potevano o non volevano ritornare alle loro case 30• Inoltre le forti carenze di ufficiali, l'ozio forzato, i disagi e la mancanza di prossime prospettive di lotta provocarono un calo d 'entusiasmo,
"Cavour al principe Napoleone in data 8.6.1859, ibidem, doc. 1567. "Ibidem, fl, arrazione, p. 19 n. l Cfr. A. 0MOOEO, Difesa del Risorgimento cit., pp. 517519. ''' Ulloa a Cavour in data 13.6.1859, ibidem, II, Documenti, doc. 1582. "' Cerrato, comandante del deposito di Arezzo, a L. Mezzacapo in data 15.5.1859, ibidem , doc . 1614.
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lo scoramento ed iJ malcontento. Ne derivarono incidenti disciplinari e perfino ammutinamenti " e talvolta diserzioni con formazione di bande di predoni n _ A fine maggio i volontari, inquadrati in due reggimenti di fanteria, un distaccamento d 'artiglieria ed uno del genio, ammontavano a 4.000, pu1troppo in parte disarmati e con le pesanti manchevolezza di equipaggiamento della divi sione Ulloa. Una sintesi della situazione rappresentata a metà giugno da Mezzacapo al principe Napoleone è illuminante sulle difficoltà esistenti e sui limiti dei compiti operativi che potevano essere affidati al corpo J,_ Luigi Mezzacapo si trovò, per gi unta, davanti a circostanze impreviste. Prima di tutto una breve polemica con il principe Napoleone dovuta alla mancata chiarezza di dipendenza del corpo da parte di Cavour "; poi il compito di portarsi 1n Romagna per tagliare la strada agli austriaci in ritirata da Ancona senza essere obiettivamente in grado, sotto ogni profilo, di entrare in campagna con speranze di successo 3\ infi ne la marcia immediata su Bologna a sostegno del voto di fusione col Piemonte espresso dalla città e dalla regione. Carlo Mezzacapo, capo di Stato Maggiore del II corpo , fu convocato a Torino, dove 1icevette le direttive da Cavour per l'azione. Il presidente del consiglio cercò di spiegare perchè fosse costretto ad impartire disposizioni verbali e con molti accorgimenti, ma evidentemente non riuscì molto convincente. «Tu - scrisse subito Carl o Mezzacapo al l"ratello Luigi, comandante del II corpo - dovresti fare di fatto la gucn-a al Papa, senza che il Piemonte la diclùarasse e, come se fo sse per conto del governo bolognese, riconqui,tare successivamente le Romagne appena il potresti, non che le Marche ed Ancona. Il disgusto che mi ha cagionato la discus sione di stamane, mi farebbe accettare questo e qualsiasi altro partito che ci sottraesse da una tutela che com incia a fars i insoppo1tabile, e che ci pe1mettesse di fare da noi(. .. )» )6 .
Non era semplice rendersi conto dell e pasLoie che inceppavano i passi di Cavour. In definitiva , è vero che al momento delle trattative cli annistizio le truppe fornite dalle regioni liberate dalla presenza austriaca si trovavano ancora in fase di approntamento, ma occorre anche riconoscere che in un mese e mezzo, pur potendo forse operare meglio, non sarebbe stato possibile ottenere di più. Questo, naturalmente, neJJ'intento di creare unil'à in grado di battersi utilmente, senza troppe deficienze organiche . Spingendo lo sguardo oltre Yillafranca , .;, Mezzacapo a Cerrato , in data 22.5. I 859, ibidem, doc. I 623. " Mezzm:apo al Minis tro degli interni toscano in data 24.5.1859, ibidem , doe. 1627. 1' Mezzacapo al principe Napoleone in data 15.6.1859, ibidem , doc. 1661 " M enacapo al princ ipe Napo leone in da ta 15.6.1859, ihidem, do c. l6.'i7 ; Principe Napoleone a Boneompagni in data 15.6.1859, ihidem, doc. 1569; Boncompagni a Mezzacapo in data 15.6.1859, ibidem, doc. 1660; Boncompagni a Cavour in data 16.6.1859, ibidem, doc. 1660; Boncompagni a Cavour in data 16.6. 1859, ibidem, doc. 1663. " Mezzacapo al principe Napoleone in data 15.6.1859, ibidem, doc. 1661; Mezzacapo a Cavour in data 16.6. 1859, ibidem , doc. 1662. " Carlo Meuaca po a Luigi Mezzacapo in data 28.6.1859, ibidem, doe. 1777 .
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LA SECONDA GUERRA D'lNDIPEND ENZA
vedremmo a fine e tate e nell 'autunno le eterogenee formazioni armate trasformarsi in divisioni: due lombarde tre emiliane, due toscane ed una mista.
3. LA CONDOTrA DELLA GUERR A.
La guerra ciel 1859 fu tudiata da Mol.tke, il quale curò personalmente la p arte critica dell 'opera redatta dallo Stato Maggiore prussiano. Essa segue in modo particolare le vicende au triache. Scorrendo le o. . ervazioni ull'azione di comando del Gyulai in un primo tempo e di Francesco Giuseppe, e per lui di Hess nel secondo tempo, bisogna convenire che veramente vinse chi errò di meno. Piuttosto che le singole per one, Moltke fu attento a porre in ev idenza le pecche del sistem a austriaco. U principale difetto risiedeva nell 'insoppo1tabile lutela e nell'invadenza nella sfera delle attribuzioni dei Comandi in sottordi.ne spinte oltre ogni limite, sì da provocare inev itabilmente nei comandanti dipendenri uno stato d animo tutt altro che sereno e più preoccupato del Comando superiore che del nemico. «Il più sfortunato - scrisse Moltkc - è il genero.le in capo che dipende da un'autorità che lo controlla, cd a cui deve rendere conto ogni giorno, ogn i ora, dei propri disegni, dei propri piani, delle proprie disposizioni, oppure colui che ha presso di sé un filo telegrafico. In tal caso ogni ind ipend enza, ogni audacia, ogni energìn di decisione, dori senza 1~ quali non si può condurre una guerra, si infrangeranno contro tali vin coli » .n _
Durante la prima fase della campagna, il Comando 2 armata, noncurante del diritto dei Comandi di corpo d ' arm ata di impiegare le proprie divisioni nel modo ritenuto più confacente alle esigenze tattiche, arrivò, nella compilazione degli ordini, a prescrizioni minute concernenti perfino le brigate. E peggio ancora avvenne nell a seconda fase. Pur e i tendo ades o due armate, anche il nuovo Comando Supremo prete e di decidere direttamente l'imp.iego dei singoli corpi e delle divisioni di cavalleria, mentre i Comandi d'annata, per loro conto, perseveravano nell'ingerirsi nelle questioni di competenza dei live lli inferiori. Da sim ile modo di procedere derivava che «una risoluzione presa la sera, sulla base di notizie giunte durante il giorno, d.ifficilmente può pervenire al manino alle truppe, dovendo compiere la trafila dei Comandi d 'amrnta, di corpo d'armata e di divis ion e. Lo ste o av.ieniva dei rapporti inviali al Comando Supremo. E non è oltanto la rap idità delle comunicazioni che i.n que:to modo resta pregiudicata: anche la perentorietà dell ordine ne soffre quanto maggiore è i I numero dei gradini che deve superare» 3' . " H. MOLn< B. le campagne d" /10/ie, ciL., p. 9. " Ibidem, p. 139.
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Alle caratteristiche negative del sistema in generale, si aggiunsero gli errori specifici. La scelta del comandante della 2;i zumata rappresentò il primo passo falso della campagna, tanto più che lo stesso Gyulai sembra abbia dapprima cercato di sottrarsi alla designazione. Come se non bastasse, gli furono posti due vincoli iniziali: una mobilitazione per gradi, l' ul timo dei quali stabilito il 24 aprile, cioè il giorno successivo all 'invio dell 'ultimatum; il divieto di iniziare le ostilità, anche allo scadere dell ' ultimatum, se non dopo esplicito ordine (che Vienna sped} il 27). Almeno da metà marzo, al termine della missione Cowley a Vienna, si profilava sempre più evidente la prospettiva una guerra contro Sardegna e Francia,alleate, e da ciò discendeva l' assoluta necessità di battere i sardi prima dell'arrivo dei francesi. In altri termini, occorreva mettere la 2rr armata in misura di attaccare allo scadere dell'ultimatum senza perdere un 'ora e con tale forza da risolvere sicuramente e rapidamente la partita. L'attuazione di questo richiedeva una chiarezza d'intenti ed una capacità di decisione che al gabinetto austriaco , prima ancora che alla cancelleria militare, mancarono . L'insufficienza politico-diplomatica protrasse perciò dannosamente l'incertezza sul teatro d'operazioni sul quale giocare la grande partita con la Francia, se in Germanfa od in Italia. Sommiamo dunque: progressivo isolamento diplomatico dell'Austria nemmeno avvertito dal governo; irresolutezza strategica circa il teatro d'operazioni principale; nomina di un comandante della 2~ armata inferiore al compito; ri luttanza ad inviare tempestivamente rinforzi nel Lombardo-Veneto; carenza di informazioni militari sulla reale situazione dei francosardi; invadenza della cancelleria militare con l'invio del Feldzeugmeister Hess al Comando della 2~ armata. Fattori da soli più che sufficienti per considerare illusorio un felice inizio della campagna. «L'offensiva austriaca - osservò Moltke - non poteva avere che un solo obiettivo, l'armata sarda; non ne esistevano altri» 39, ed al riguardo, lo abbiamo visto, tutti concordavano. Sulla concreta possibilità di eliminare l'armata sarda, invece, i dubbi affiorarono subito in una persona: il protagonista designato. Gyulai si formò rapidamente la convinzione, non importa se giustificata o non, di disporre di forze insufficienti. Il 26 aprile, allo scadere dell ' ultimatum, i sardi avevano complessivamente 65.000 uomini con 120 pezzi e gli austriaci 120.000 con 384 pezzi "0, ma ricordiamo che Gyulai il giorno innanzi aveva scritto alla cancelleria militare valutando in 80-100.000 i sardi , in 15.000 i volontari italiani ed in 130-150.000 i francesi in affluenza, e facendo una significativa considerazione: «( ... ) di fronte alle misure prese dai francesi, sembra che ormai sia un po· tardi per distrug-
" Ibidem, p. 20. •• CCSM , La g11erra del 1859 cit., I, Narrazione, p. 175.
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gere con un 'energica offensiva l'esercito piemontese prim a del! 'arrivo del suo alleato; tanto più che quello si terrà in ogni caso al coperto nella posizione centrale di Alessandria-Casale. Se ciò era possibile or sono duf! o tre settimane,. arebbe assai più diffici le al presente»" .
Si trattò di un errore di valutazione, uno di quelli più frequenti in guerra e che, giudicando a posteriori, sarebbe ingiusto rilevare con ironia e sufficienza. Ed il 28 aprile cominciò il maltempo, non così proibitivo come da taluno sostenuto, ma sempre fastidioso ed impeditivo perché in unione agli allagamenti delle risaie. Poi sopravvenne il famoso telegramma de l l O maggio. Secondo Moitke, «La brusca dichiarazione di guerra non sarebbe stata g iustificata che da una pronta vittoria sui Piemontes i, ma si era proceduto lentamente quando essi erano ancora soli e si erano temuti i sacrifi ci che avrebbe comportato un attacco contro il loro fronte. La so.rpresa su·ategica era stata appena accennate, per così dire, ma non esegui ta: si era puntato contro la destra dei Piemontesi, il vero seuore di attacco, ma non bene a fondo né con forze sufficienti. Poi ci si era portati in fretta verso la si ni stra, proprio quando non era più poss ibil.e Ja vittoria. Non si erano né ottenuti successi parziali sui Piemontesi, né impedita la marcia dei Francesi, né rial zato con qualche successo il morale dell'am,ata. Non rimaneva ornrni che attenersi alla difensiva, lasciare l' ini ziativa all'avversario e basarsi sulle sue mos se per le decisioni conseguenti. Ma allora si sareb be ottenuto un miglior risultato non superando i.I Ticino, consentendo la congiunzione dell 'eserc ito francosardo, rna anche completando le proprie forze (. .. ) e affron tando l' offensiva nemica con forze riposate ( ... )» ".
Magenta e Solferino-San Martino furono battaglie non previste, quindi per un certo verso la dispersione di forze potrebbe trovare qualche spiegazione. In realtà le circostanze pesarono poco. L'incapacità di concentrare tutte le truppe disponibili fu una costante da parte austriaca. A Magenta Gyulai portò il grosso dell'annata verso l'avversario, ma finì per sparpagliarlo ed impiegarne solo un ' aLiquota laddove i francesi, una volta impegnati, raccolsero quanto avevano sotto rnano . A Solferino, Francesco Giuseppe non soltanto lasciò su l basso Po - per erronee informazioni sull 'avversario - il X corpo e la divisione Jellacié del II corpo pari a circa 30.000 uomini, ma nemmeno cercò di recuperare buona parte dei presidi del Quadrilatero onnai a strettissimo contatto con l'esercito. Per di più, il Comando Supremo rinunciò ad una riserva prop1ia: ogni armata aveva la sua (il VU corpo per la 2~ amrnta, l' XI corpo per la P). Cosi il Comando Supremo si pose da solo nell ' impossibilità di guidare la battaglia. Forse influì la citata abitudine di interferire nell'i mpiego tattico delle grandi unità scavalcando i Comandi intermedi. Sull'azione cli comando austriaca, Benecleck escl uso, riportiamo ancora un centrato commento di Moltke: «La posiz ione degli Austliaci [a Solferino] fu attaccata su tutta la fronte sin dalle prime ore del mattino. Vediamo ovunque gli avamposti res pinti senza che alcuno si muova per sostenerli ; non 11 · Gyu lai all a cancelleria in data 25.4. 1859. in CCSM, La g11erra del 1859 cit. , I, Narrazione, p . 175. '' H. MonKE, La campag ne d" ltalie, cit. , pp. 34-35.
CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE
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vediamo le divisioni retrostanti (eccezion fa tta per que lle dell'Vlll corpo d ' annata) serrare su quelle di prima linea. Menlre i Francesi procedono con la massima alacrità allo spiegamento de ll e loro profonde colonne d i marcia e alimentano vigorosamente il combatti men to im pegnato da og11i tesla cli co lonna, gli A ustriaci rim angono ne i bivacchi e si occupano de lle c uc ine . Abituati a render conto [di tutto] ai superiori cd a farsi guida re dai loro ordini . tulli se mbrano in attesa di tali ordin i. E tut tavia. fino alle 9 non un solo rappotto su quanto accadeva da tre o q uattro ore aveva trovato la strada , attrnver,o i Coman.di di corpo e di armata per arrivare al Quartier Generale»".
Da paite aJ!eata, il discorso sulla condotta della guerra esige una premessa, d'altronde piu ttosto ovvia: la direzione dell e op erazioni spettava a Napo.leone m, perciò qualunque rilievo di carattere generale riguarda l'Alto Comando francese. Ciò detto, si può riconoscere che Napoleone, capo politico e militare, si trovava nelle migliori condizioni per esercitare il comando supremo , ma, nel contempo, !'ancor troppo recente origine dell'impero gli imponeva di ev itare sconfitte militari, che avrebbero recato il suo nome e le cui ripercussioni nell'opinione pubblica 1ischiavano di risultare difficilmente riparabili. Dalla sicurezza manifestata a Plombières era passato ad una cautela operativa sconfinante nell 'i ndecisione. Secondo il resoconto di Cavour, apoleone aveva sintetizzato in questi termini i lineamenti della futura campagna: «Per costringere l'Austria a rinunciare all ' Italia, dunque, due o tre battaglie vinte nelle valli del Po e del Tagliamento non saranno suffic ienti ; bisognerà necessari amente penetrare nel centro de ll ' Impero e, con la spada sul cuore , cioè a Vien na stessa , costri ngerla a firm are la pace sulle bas i prima decise. Per raggiungere questo scopo, sono necessarie forze consiclercvoli. L' Imperatore le valuta ad almeno 300.000 uomini, ed io credo che abbia ragione. Con 100.000 uomini si bloccherebbero le piazze forti de l 1inc io e dell ' Ad ige e si custodirebbero i passaggi del T iro lo; 200.000 uomini marcerebbero su Vien na attraverso la Carinzia e la Stiria( ... ). Egl i ha riconosciuto che la Francia deve fare della Spez ia la sua grande piazza d'arme e agire spec ialmente sulJa destra del Po. finché non ci ,i renda padroni del corso d i questo fiume costringendo gli austriaci a rinchiudersi nelle fonezze. Ci servirebbero dunque due grandi eserc iti dei quali uno comandato da Vostra Maestà e l' altro dall'imperatore in persona» '" .
Di questi progetti era rimasto poco o nulla. Nient.e Spezia piazza d ' armi . Niente azione sulla destra del Po. Niente due grandi eserciti operanti in sintonia, ma indipendenti. A prescindere da tali cambiamenti d'opinione, soffermiamoci su due convinzioni di fondo: due o tre battagl ie vinte nella pianura padana ed in quella veneta non sarebbero state sufficienti ; occorreva marciare sulla capitale asburgica. Questi concetti richiamano alla mente, per un'istintiva associazione dì idee, l 'orientamento che Moltke fissò nella memoria del 6 maggio 1870, stesa per uso interno ciel Grande Stato Maggiore prussiano: «Le operazioni contro la Francia consisteranno ~ernplicemente in questo, che noi eseguiremo, quanto più riuniti è possibile, alcune marce sul territo rio francese, fino ad incon trare l'esercito francese, al quale poi daremo bauaglia .
.., Ibidem, p. 161. .,., D. MAC.K SMITH,
Il Risorgimento cit., pp. 454-455.
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LA SECO DA GUERRA D' INDIPENDENZA
La direzione generale di questa marcia è Parigi , poiché in tale direzione noi possiamo più sicuramente aspettarci di incontrare l'obiettivo principale della nostra avanzata, l'esercito nemico. Sulla strada diretta dal Palatinato alla capitale francese si trova Metz. Questa piazza sarà girata a sinistra e non resta che osservarla»"·
Ebbene, è molto probabile che nel maggio del 1859, appena installatosi col Quartier Generale ad Alessandria, Napoleone si sia reso conto di trovarsi alle prese con un impegno politico-militare quanto meno arduo, il cui primo passo - l'afflusso in Piemonte dell' armèe d' Itali e - era stato possibile solo grazie a due fattori concomitanti: la copertura offerta dall'armata sarda e l'inerzia della 2u armata austriaca. Già a Parigi, prima ancora di partire, doveva pur aver fatto un minimo di calcoli. Come è naturale, egli non poteva non basarsi essenzialmente sull'esercito francese; constatando quindi di non riuscire a portare in Piemonte più di 120.000 uomini, raccolti un po' ovunque in Francia ed in Algeria, senza molte prospettive di aumento, si imponeva una revisione dei piani. Ecco, allora, il ricorso alla manovra invece della ricerca del nemico, «cosicchè, se si eccentua il combattimento di Melegnano, le battaglie della campagna avvennero sempre contro la sua volontà» '16 • Ecco il richiamo agli italiani contenuto nel proclama diramato dal Quartier Generale di Milano: «( ... ) La Provvidenza favorisce talvo lta i popoli come gli individui, dando loro occasione di farsi grand i d 'un trauo, ma a questa condizione soltanto, che sappi ano approfittarne. TI vostro desiderio di indi pendenza cosi lungamente espresso, cosi sovente caduto, si real izzerà se saprete mostrarvene degni. Unitevi dunque in un solo intento, la liberazione del vostro paese. Organizzatevi militarmente, volate sotto le bandiere di Re Vittorio Emanuele, che vi ha cosi nobilmente mostrato la via dell' onore. Ricordatevi che se nza disciplina non vi ha esercito e, ardenti del sacro fuoco dell a patria, non siate oggi che soldati , per essere domani liberi cittadini di un grande paese» ·".
Era troppo intelligente per non comprendere come, qualì che fossero il numero e l 'entità delle unità costituite con volontari , il loro approntamento avrebbe richiesto almeno un paio cli mesi e, comunque, il loro rendimento operativo non sarebbe certo stato paragonabile a quello dei reparti regolari , stanti le inevitabili, ed ineliminabili in breve tempo, deficienze di inquadramento, coesione, addestramento, armamento ed equipaggiamento. O forse si illudeva di suscitare una rivoluzione controllata che dalla Lombardia e dall 'Italia centrale si estendesse, grazie anche alla minaccia francese su Venezia, a tutto il Veneto. Ad ogni modo nel proclama ev itò prudentemente accenni territoriali precisi. '' H. MOLl"KE, Corri;pondenza militare, U.T. E.T.. Torino 1902, vol. I, pp. 136- 137. " CCSM, L,1 guerra del 1859 cit. , I, Narrazione, p. 399. " Ibidem, I, Documenti , doc. l 530. La bozza iniziale conteneva allusione negative pi uttosto esplicite contro il partito ·mazziniano.
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In sostanza, sin dall ' inizio le ragioni di carattere politico presero il sopravvento. L'accettazione piuttosto sofferta della manovra suggerita da Jomini portò ad un successo insperato, inanellando una serie di brillanti risultati: sul piano strategico la ritirata austriaca oltre Chiese; sul piano militare e psicologico le vittorie di Montebello, Palestro, Magenta e Melegnano; sul piano politico il trionfale ingresso a Milano. L 'inatteso comportamento di Napoleone dopo Magenta suscitò netta disapprovazione perché il tono offensivo della manovra avvolgente, conclusasi con una vittoria, si stemperava di colpo nell'atteggiamento più che prudente subito assunto. La critica più pertinente sembra pmtata dalla relazione belga: «(...) Sur le point de recueillir !es fruits inesperés de ses audaces stratégiques, l'Empereur se troublait, temporisait, finissait pour subordonner entièrement aux intentions et aux mouvements de son adversaire !'offensive si délibérement entreprise et d' abord si vivement conduite, agissait, en un mot, de façon à justifier une fois de plus cette maxime de Napoleon I: «Il Jaut que l' esprit du général soit en équilibre avec son caractère: si le cara,·tère est de beaucoup supérieur, le général emreprend vicieusement au delà de ses conceprions er. au comraire, il n' ose pas /es accomp/ir, si son caracrère demeure au-dessus de son esprit» ".
A Milano però si profilò sempre più chiara la necessità di uscire dal ginepraio bellico. Napoleone ora aveva fretta. Era preoccupato dall'atteggiamento poco conciliante della confederazione germanica e, soprattutto, della Prussia. Non v'è dubbio che la minaccia sul Reno costituisse il principale motivo di preoccupazione. Tuttavia esistevano anche altri fattori che concorrevano a «stancarlo}> di quella guerra. La campagna si era dimostrata molto più complicata e dura di quanto immaginato a Parigi; tutte le grandi idee di marciare su Vienna, lo si è detto, si erano dissolte davanti ad una realtà sempre più gravosa. Occorrevano rinforzi, ma in quelle circostanze politiche dove attingere? Sorvolando sul fatto di non aver portato seco i 200.000 uomini promessi e sulla palese disorganizzazione francese, Napoleone rimproverava all'alleato le sole cinque divisioni e l'insufficiente concorso logistico dato all'armée d'Jtalie; alla Lombardia di non aver subito messo insieme un corpo di volontari; ali 'Emilia di aver atteso la partenza degli austriaci per insorgere; alla Toscana di manifestare troppa tiepidezza intorno alla divisione Ulloa. Le critiche erano esagerate, ma per qualche verso contenevano verità sotto gli occhi di tutti. Nelle file francesi si manifestava un senso di recriminazione verso il mancato app01to militare degli italiani: «sauf l' armée sarde et !es villes de Milano et de Brescia qui ont fourni quelques volon.taires, on ne voit personne prendre !es armes pour l' indépendanceri» •9. Né molto era stata apprezzata la divisione toscana, arrivata col V corpo, vestita nei modi più disparati e penosamente armata. " Précis de la campagne de 1859 en ltalie, in CCSM, ibidem, ll , Narrazione, p. 447. " G. B APST, Le maréchal Canrobert ci t. , lll, p.5 16.
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LA SECONDA GUERRA D 'INDIPENDENZA
E poi il costo delle battaglie si faceva sempre prn sanguinoso. Sicuramente in qualche modo la vista del campo di battaglia ebbe un ruolo non indifferente sullo spi.rito di Napoleone. Sin dal combattimento di Montebello, egli mostrò una spiccatissima sensibilità al quadro triste della quiete dopo la lotta. Lo stesso si ripeté a Turbigo, a Magenta, e soprattutto a Solferino, tanto più che la disorganizzazione del servizio cli sanità accentuava le scene drammatiche. Mancava tutto. Dalla Francia erano state spedite in Italia ingentissime quantità di materiale sanitario ma le casse vennero ritrovate intatte a Genova al tem1ine della guerra. Mancavano i carri per lo sgombero dei feriti dal campo di battaglia e mancava perfino quel minimo da dare al ferito ed al malato, una volta ricoverato in un ospedale di fortuna 50 • Il punto principale rimaneva quello di dover affrontare l'esercito austriaco, adesso rinforzato e comandato da Francesco Giuseppe in persona, il che significava l'intenzione di gravitare con ogni forza e mezzo sullo scacchiere ciel Lombardo-Veneto. Le vittorie conseguite erano assolutamente ininfluenti sull'esito della guerra; le possibilità operative si riducevano alla prospettiva di una durissima battaglia sotto Verona dal risultato estremamente dubbio. Come si è detto non restava che interrompere il conflitto alla prima circostanza favorevole, tanto più che nuovi allori erano stati già acquisiti per le anni francesi ed il guadagno territoriale assicurato . L'occasione si presentò improvvisamente dopo Solferino e San Martino. Che nell'animo dell'imperatore si agitasse da qualche tempo il pensiero della pace potrebbe essere suffragato dall'impressione in tal senso suscitata in Nigra da un colloquio propri o all'indomani di Solferino ". E le possibilità di trattative di am1istizio ad iniziativa francese sarebbero affiorate in una contemporanea riunione fra Vittorio Emanuele, Cavour e La Marmora, pur senza attribuire loro eccessiva attendibilità 52 • Vittorio Emanuele e Garibaldi capirono ed accettarono Villafranca; Cavour, che evidentemente non si era mai reso conto della crescente tensione di Napoleone, non capì e non accettò.
4. °L'ORDINAMENTO L A MARMORA ALLA PROVA.
Dopo Villafranca La Mannora venne attaccato seriamente sulla stampa, al punto da indursi nel 1860 a pubblicare una «Lettera ape.rta agli elettori ciel col-
'° Le donne italiane prestatesi volontariamen te per recare aiuto, rim asero colpite nel veder deporre sulle coperte la razione di carne ed i feriti o malati pre nderle con le mani perché privi di un piallo e di una f"orchella (G. BAPST, ibidem, p. 271; cfr. H. D UN ANT, Un ricordo di Solferino, Guglie lmin i, Milano 1863). ·" Carreggio Cavour-Nigra e it. , H. pp. 289-290. " R. ROM EO, Cavour e il suo tempo cit. , III, p. 607.
CONSIDERAZIO NI CONCLUSIVE
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legio di Biella» 53 • Le principali accu e mossegli si riferivano all'a pprontamento dell ' esercito alla guerra testé conclusa: carenza di previsioni per il conflitto deficie nze organ izzative dell ' annata di campagna. Per la verità il primo rimprovero non poggiava su basi molto fondate tenendo conio di come all'epoca si operava la mobilitazione. Ma il nocciolo della questione ra diverso e La Marmora lo affrontò subito. Dopo aver ricordato tutte le mi ure difensive richi este con insistenza proprio in vi sta dell a guerra, scrisse: «( ... ) mi pare di sentire i miei oppo itori ripetere: ' Si, è vero voi vi siete preoccupato della difesa, ma a noi poco importava la difesa, volevamo taccare e andare più avanti'», e replicò che nessun esercito, per forte e valoroso che fosse, si sarebbe avventurato in un 'offensiva «senza assicurarsi le • palle mercè una buona e non troppo lontana base di fortezze » 5' . Peraltro fu eva ivo su una particolare . ensazione diffusasi a uo tempo, almeno ad alto livello: che nell 'i mminenza delle ostilità avesse m anifestato contrarietà e dubbi . 1n effetti, nel gennaio del 1859 durante la conclusione delle negoziazioni del trattato d alleanza a Torino, il generale icl , personalmente non molto propenso ad una spedizione in Italia, ebbe lunghi colloqui con La Marmora. nel corso dei quali si lasciò andare ad alcune confidenze: gli pareva che il re e Cavour «spingessero1, troppo. La M anno ra - il q uale nelle sue note scrisse: «Le f(Ù1éral Nìel se plaignaìt beaucoup de Ca vour» ss - dal canto suo non i trattenne dal fare considerazioni piutto ro preoccupate sui ri chi pericol i ed oneri che il regno di Sardegna stava per affrontare. Da queste conversazionj Niel Jicavò l'impress ione che se Cavour era bellicoso ad oltran za, La Marmora appariva ostile alla guerra, e ne riferi a Parigi. Cavour ve nne presto a conoscenza del giu~izio e chjese s piegazioni all interessato, il quale minimizzò la co a. «C' est trop fort - ri. pose - . Il generale Niel non ha compreso il vero senso di ciò cbe io gli dicevo. Certamente io non era meno riscaldato di te, perché ero molto preoccupato, perchè quando discorrevo col generale iel i nostri preparativi di d ifesa cominciavano appena, ed io, naturalmente, ero a ai impensierito per l'eventualità di un ' aggressione austriaca. Ma da ciò ad essere contrari o alla guerra mi pare che ci sia una differenza grandis ima)} ·'°. Quanto a lla distinzione fra la d ifensiva e 1 offensiva, la replica esatta sarebbe stata che lanciarsi da oli in operazioni offensive, prima dell'arrivo dei francesi, avrebbe avuto tutte le caratteristiche del suic idio. D secondo appunto pe ava di più: non aver voluto un esercito più numeroso. Quello che si era battuto da Palestro a San Mart ino meritava apprezzamento
" CCSM , La guerra del 1859 cit. , II, Docurnenti, appendice. " Ibidem, p. l l l3 " G. MASSARJ, /1 genero/e la Marmora , cit., p. 215. '• fi,idem, p.2 16.
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perché buono e solido, però era apparso di «peso» insufficiente 51: La Marmora fece un paragone con l'armata sarda del 1848, visto che proprio questa veniva citata, dimostrando che sotto ogni aspetto il confronto rendeva giustizia al suo operato. In quanto agli effettivi, a fine aprile 1859 l'esercito di campagna contava circa 70.000 uomini , ma a maggio, quando si resero disponibili i depositi di Torino, Genova, Alessandria e Casale per la partenza delle truppe alleate e fu chiamata la 2 categoria, si passò a 106.000 uomini, oltre a 21.000 volontari 5a. Naturalmente, il tasto dolente erano proprio i 70.000 uomini iniziali . Secondo La Marmora un incremento di forze avrebbe reso necessario un maggior numero di divisioni con pesanti riflessi sul bilancio ordinario. «Nè mi si venga a dire - scriveva - che io questo accrescimento nel bilancio l'avrei facilmente ottenuto dal Parlamento ( .... ) Rammentatevi , vi prego, come uomini li beri ed italianissimi, ad esempio il conte Balbo, sgomentati dalla situazione finanziaria, insistevano per una riduzione sul bilancio ordinario della Guerra di niente di meno che 10 milioni» 59 • Tutti i torti La Marmora non li aveva, né sulle difficoltà finanziarie, né sull'organico di guerra, pur se, trattandosi di un evento di importanza vitale e sicuro, un maggior sforzo probabilmente non sarebbe stato impossibile. Comunque, a titolo di utile confronto e per offrire un giudizio di sicura validità tecnica, tanto più che contemporaneo, riportiamo stralcio della memoria scritta nell 'ottobre 1858 dal generale Moltke, da un anno capo di Stato Maggiore dell'esercito prussiano: «( ... ) il Be lgio, per proteggere la sua neutrali tà, inte nde schierare una forza di I 00.000 uomini; ma l'organ izzazione del tempo di pace non è tale da far sperare che esso possa tenere il campo con un esercito realmente pronto a combattere. A lle fortene del Belgio occorrono 40.000 uomini di g uarni gione ( ... ). Mediante la molto sv iluppala rele fe1TOviaria è possibile radunare in breve tempo dai 50 ai 60.000 uomini, dei q uali la più gran parte appartiene all a riserva e non ha che pochi mesi di servi zio. La cavalleria sarà molto imp crfet1a; l ' arti g lieria formerà la parte migliore dell'esercito. Ma quand 'anche l'eserc ito belga s ia coperto da opere pennanenti di fo11ifi cazionc, il soccorso per lui non deve indugiare di soverchio( ... ). In vi rtù della sua ecce ll ente organizzazione militare, la Sardegna è un avversario mollo ri spettabile . Essa non intende di aspettare nella inazione i soccorsi stran ieri . In q uattro o cinque settimane può radunare attorno a Torino un esercito di 60.000 uo mini, pronto ad entrare in cam pagna; di là in poche tappe questo esercito raggiunge Stradella, dove, vantaggiosamente basato su Casale, su Alessandria e su Genova, esso copre, in un a forte po sizione, il re1roslante paese, prende d i fia nco un even1uale pa.ssaggio del Ti cino da parie nemica, minaccia direttamente Milano. Infine, per un· impresa offensiva, vi può essere rinforzato altresì da una pat1e dei rilevanti presidi delle piazzeforti (40.000 uomini)(... )»"'.
" Per la precisione, l' accusa ri guard ava anche e soprattutto la lentezza nell'aument are l'esercito dopo Villafranca, ma l'argomento esi '. d dalla presente tratrazione. " A. VIGEVANO, Lo campagna tielle Marche e del/' Um/Jria, Stato Maggiore Centrale, Roma
1923. p. 32. '' CCSM, La J;11erra del 1859 cit., Il, Documenti , app. citata, pp. 1116-1117. 1<J H . MoLTK E, Conùpondema mili1are cit., I, pp. 6-7 e 9.
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Si noti, anche, che la Baviera, uno Stato più o meno delle dimensioni del Piemonte, forniva all'esercito della confederazione un corpo d'armata (il VII) su due divisioni per complessivi 30.000 uomini circa. Dopo il 1866 essa fornirà all ' alleata Prussia il concorso di due corpi d ' annata per 60.000 uomini al massimo 61 • A prescindere dal numero iniziale delle divisioni in campagna, rimangono pur sempre alcuni importanti rimarchi di natura ordinativa, quali la mancata mobilitazione del Comando Supremo e dei Comandi di divisione sin dal febbraio; la mancata costituzione di due Comandi di corpo d ' armata. Nessun particolare motivo di scandalo. A quell'epoca rientrava nelle consuetudini formare o mobilitare i Comandi all'ultimo momento; tuttavia nel febbraio 1859 la guer• ra ormai era alle porte e la loro costituzione non poteva certo provocare un insopportabile aggravio di spesa, neppure nel bilancio ordinario, mentse è indubbio il vantaggio che ne sarebbe derivato. Aggiungiamo che tale noncuranza dipendeva in parte da una visione ancor molto limitata delle funzioni di uno Stato Maggiore. Sicuramente buoni e numericamente sufficienti erano gli ufficiali di Stato Maggiore, però questo non bastava; il Quaitier Generale era improvvisato e privo dell 'esperienza del lavoro operativo in campagna e della tecnica del servizio di Stato Maggiore. Nell'armata francese i comandanti di corpo sapevano agire d'iniziativa per colmare un'assenza di ordini superiori o per risolvere sul campo una particolai·e ed imprevista situazione locale. Nell ' armata sarda, invece, le carenze di coordinamento da parte del Quartier Generale provocavano disguidi e sproporzione fra sforzo e risultato e le iniziative si esaurivano, forzatamente, nell'ambito divisionale, non ricevendo - tra l'altro - i comandanti quasi mai informazioni sulla situazione del nemico e, talvolta, perfino sulle intenzioni del Comando Supremo 62 • Insomma non si era usciti dallo stadio elementare degli ufficiali di Stato Maggiore impiegati essenzialmente nella trasmissione degli ordini e nelle ricognizioni o in lavori topografici. apoleone I, che aveva indicato come mettere in pratica i principi dell ' arte della guerra, non aveva trovato il tempo di curare la formazione dello Stato Maggiore, quale ausilio operativo incaricato di formulai·e proposte al comand,mte, di tradune in ordini le decisioni di questi, di risolvere le questioni di dettaglio , di controllare l'esecuzione. Adesso c 'era, è vero , in Prussia un generale che in silenzio stava facendo compiere i primi passi allo Stato Maggiore moderno, però l'Europa si renderà pieno conto della sua opera soltanto al rimbombo de l «coup de tonnare,> di Sadowa. Quanto al comandante supremo, Cavour sottovalutava troppo il re (il che, per la verità, accadeva in tutti gli eserciti) e, per contro, l'amicizia e la stima 1 Ibidem, p.125 e 126. " CCSM , La guerra del 1859 cit. , Il, Narrazione , p. 404.
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per La Mam1ora lo inducevano a sopravvaJutare il generale. Dopo la battaglia di San Martino gli scrisse: «Le Roi est incapable de mener 5 divisions . Si !es choses continuent à aller camme elles vont, un malheur nous arrivera un jour ou l' autre» 03 • In realtà per nessuno era facile «mener» cinque divisioni, più le altre unità dipendenti. D'altronde, in merito ai difetti di coordinan1ento, vale la pena di ricordare il di scutibile esempio fornito dallo stesso La Marmora nella battaglia del 24 giugno. Ricevuto l 'incarico dal re di assumere il comando della 1il e della 2ll divi sione (meno la brigata Aosta) e dirigersi su San Martino per concorrere all'attacco che il grosso dell'armata avrebbe iniziato alle 17, La Marrnora prese una risoluzione inspiegabile perfino agli occhi del generale Petitti , che era con lui. Divise le truppe appena poste sotto il suo u11ico comando; inviò la 1~ divisione a San Maitino ove riteneva che non sarebbe giunta in tempo; si diresse personalmente con la ridotta 2il divisione su Pozzolengo, vale a dire con forze insufficienti per conseguire un risultato utile r,, . Fermiamoci un momento sulla proposta di Cavour di articolare l'esercito di campagna in due corpi d ' annata. Giusto. Ma chi se non La Mam1ora, ministro della Guerra, aveva scaitato sin dall ' inizio tale struttura? In merito, poi , ali' idea di affidare il comando di un corpo a La Marmara e dell'altro a Fanti, in modo che «le Roi n' aura plus que l' apparence du commandement, !es deux chef1· corresponderont avec l' Empereur ou pour mieux dire e' est toi qui fera tout» ''5, si concorda senz'altro sulla soluzione ordinativa- che sarebbe diventata inevitabile con l'arrivo delle divisioni Ulloa e Mezzacapo, nonché dell'invocata 6~ divisione costituita con gli uomini della 2~ categoria -, niente affatto con la maliziosa considerazione. Che Napoleone potesse gestire direttamente i suoi sei corpi (compresa la Guardia) ed i due sardi, è un ' assurdità; che La Marmara estendesse comunque la sua azione di comando sul secondo corpo , alla presenza del re, è fuori della realtà; che, infine, Vittorio Emanuele venisse apertamente tagliato fuori dalle operazioni non l'avrebbe consentito nemmeno lo stesso Cavour, al quale premeva il prestigio reale sia di fronte all'opinione pubblica, sia di fronte all ' alleato, che già per suo conto amava assumere una certa aria di condiscendenza verso il «parente povero». E un ' ultima osservazione. Dopo Solferino sicuramente Cavour era convinto che la guerra continuasse secondo le intese, tanto che, punto sul vivo dalle c1itiche francesi sul ritenuto inadeguato sforzo militare italiano, sollecitò La Marmora al riguardo: «En laissan t de coté la question purement militaire, je dois obscrver qu ' il est d'une immense
•• Cavour a La Mannora in data 6.7. 1859, in R. R OMEO, Cavour e il suo tempo cit., lll, p. 587. · '" CCSM, La fil.terra del 1859 cit., li, Narra--lione, pp. 208-209. Da precisare che alla testa dell 'aliquota minore dell a 2" divisione muovevano ben tre generali : La Mam1ora, Fanti (conrnndante della divisione) e Carnerana (comandante della brigata Piemome sola rimasta alla divisione). 65 Cavour a La Mannora in data 6.7.18~9, in R. Ro~mo, Cavour e il suo tempo cit. , p. 587 .
CONS TDERAZ[ONI CONCLUS IVE
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importance politiquc que !'on aise en Europe qu'après l'occu pation de la Lombardie, l'amiée a été augment.ée . C 'est l'opinion de l'Empcreur, c 'est ce ll e dc tou s ce ux qui désircnt que la guerre actuc l le soit considéréc non comm e une guerre d 'ambition et de conquéte, mais camme una guerre vraiment nationalc. Je te prie de méditer ces points. Dans Ics ci rconstance. actuelles , il est des considératioos politiques qui ont plus irnportance que cellcs purement mili taircs» "".
Aveva perfettamente ragione. Tuttavia è lecito un interrogativo. Poiché l'incremento di truppe, sia come unità sarde di nuova costituzione, sia come unità «italiane» fonnate nelle regioni via via liberate, era reputata da Cavour di preminente valore politico, non sarebbe stato opportuno studiare e dibattere l'argomento - che non era nuovo - con La Marmora almeno dopo Plombières?
"' Ci t. in C. PJSCHEDDA, op. citara , pp. 96-97,