POLICARPO CHIERICI, COMANDANTE ALPINO Guerra e pace nei documenti di un protagonista Russia 1942-1943
A cura di Arnal<lo Chierici
MURSIA
Copertina: Omar Carano
In copertina: Nikolajewka, 26 gennaio 1943. I tre protagonisti del ripiegamento. Da sinistra, il Colonnello Policarpo Chierici, il Colonnello Paolo Signorini e il Generale Luigi Reverberi (foto Devoto).
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PRESENTAZIONE
Monsignor Franzoni partecipò alla campagna di Russia come cappellano militare della Divisione Pasubio. Nel momento in cui la sua divisione iniziò la ritirata dal Jrontt, durante la battaglia di Stalingrado, scelse di rimanere con i feriti e, quindi~ fu /atto prigioniero dai russi. Rientrò in Italia alla fin e della guerra. Fu decorato di 1nedaglia d'oro al Valor Militare. Chierici Carissimo don Enelio, ricordo che anche tu hai frequentato il Colonnello nella sua casa di Sant' Agata Bolognese che i suoi Alpini, reduci di Russia, vollero intitolare con una lapide: La Casa del Val Chiese. Che cosa ti ha motivato? Mons. Franzoni Lo anJai a visitare partendo dalla mia parrocchia di Bologna e lo trovai insieme a tanti suoi Alpini reduci della campagna di Russia. Fui impressionato dal comportamento di questi suoi Alpini, che fraternizzavano con lui come legati da un intenso vincolo di parentela nato dalla gratitudine per averli riportati in Patria. Sono ben lieto che mi sia data la possibilità di 5
esprimere tutta la mia grande considerazione che ho ancora per il Colonnello. In base alla mia lunga e drammatica esperienza come cappellano militare nella stessa vicenda di guerra, continuo a essere impressionato dal suo comportamento durante la ritirata della sua Divisione Tridentina, quando alcune decisioni prese come Comandante del Battaglione Val Chiese permisero il superamento di alcune situazioni critiche per il successo Jella ritirata, per uscire dall'accerchiamento e per ritornare in Patria. In quella dramm atica vicenda dimostrò capacità e intuizioni strategiche, quando prese decisioni personali a suo rischio e pericolo, anche in contrasto con gli ordini del suo Generale Reverberi. Alla fine sia lui che il Comandante J el Reggimen to, Colonnello Signorini, lo ringraziarono perché le sue iniziative risultarono giuste. Alla fine della prima marcia, giunti a Opyt, dove si sarebbe dovuto fare tappa, scrive il ]enente Grossi nel suo lihro Avanti Val Chiese, migliaia di automezzi, <li slitte, di muli, di uomini italiani, tedeschi, ungheresi si accalcavano in un disordine indescrivibile. Il Colonnello Chierici gridò: «Il Val Chiese prosegua!», e quelli che gli erano vicini lo sentivano borbottare: «Ma sono matti che io vada a mettermi col Battaglione in questa valle <li Josafat: Se capitano i russi di noi fanno polpette!». E il Comandante della Compagnia, Giorgio Gaza, aggiunge: «Il nostro Vecchio previde quello che poi sarebbe successo e così, con una mossa lampo, salvò il suo Battaglione e ci salvò una seconda volta quando, raggiunto dall'ordine del Generale Reverberi di 6
ritornare a Opyt, rispose che non si sentiva di obbedire e preferiva proseguire. Chierici Lo chiamavano il Vecchio per l'età (aveva 52 anni), ma soprattutto per il suo passato di combattente nella guerra di Libia del 1912 e di quella del 1915-18. E come ti sembra la condizione morale del Colonnello, Comandante in guerra di un Battaglione di 1500 Alpini, di avere, nella stessa zona, un figlio Ufficiale di Artiglieria Alpina? Mons. Franzoni In quasi tutte le sue lettere, che ogni sera, dopo cena, scriveva alla moglie Emilia, <lava notizie anche del figlio Arnaldo. U legame affettivo e la preoccupazione per il figlio sono sempre presenti, ma quello che mi ha sorpreso è che l'energia e l'efficienza nell'esercizio del comando da parte Jel Colonnello non ne hanno mai sofferto. Policarpo rivela un temperamento talmente forte e tranquillo per cui possono coesistere senza mini mamente interferire i Jue sentimenti: quello per il figlio con quello per gli Alpini. Vorrei ricordare uno Jegli episodi che più mi ha colpito: la morte del suo Attendente Antero Rossi durante i combattimenti del 1° settembre 1942. «Alla fine sono uscito», racconta nella lettera alla moglie Emilia, «mentre perdurava il bombardamento, per cercare Rossi in un magazzino (dove avrebbe dovuto stare riparato) e ho chiamato: "Rossi!". Mi ha risposto una voce: "Rossi è morto!". Ho subito un colpo al cuore ... Era lui quello con la testa coperta dal giornale, addormentato per sempre sulla strada. Aveva il volto sereno <li chi non ha sofferto!». 7
«Qualunque sia la durata della mia vita e del mio servizio militare non avrò mai più un Attendente. Rossi è stato l'ultimo. La mancanza che continuerò a sentire è quella del buon amico, dell'amico fedele, affezionato a me e ai miei come se fosse parte della mia famiglia.» Chierici E delle tue terribili esperienze quale ricordo vorresti tramandare? Mons. Franzoni Il ricordo più struggente che voglio trasmettere è quello di Mimmo Monticelli, della classe del 1922, Sottotenente della Divisione Cuneense, morto a 21 anni nel lager di Oraki durante un'epidemia di tifo petecchiale. Mi chiamò, mi voleva parlare prim a <li morire. «Vedi lo squallore, tutto intorno. Quan<lo venni in guerra, pensavo che sarei potuto morire, ma in combattimento, non in questo squallore cbe vedi ovunque.» Dopo una pausa, mi ha <le tto nel momento di spirare: <<E lo stesso. Anche qui muoio per la mia Patria!». La morte gli ha aperto i pugni che teneva stretti e chiusi ed è apparso in mano un piccolo tricolore! La dign ità e la nobiltà della sua morte non le ho più dimenticate. MONSIGNOR ENELIO
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f RANZONl
PREMESSA
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Il primo incontro con il Battaglione Val Chiese avvenne nel maggio del 1941 in Albania, a Elbassan, dov'ero giunto dopo il mio trasferimento dal Comando della Divisione Piemonte a quello della Divi sione TriJenLina su orJine Jel Gen erale Gabriele Nasci, Comandante del Corpo d'Armata che aveva operato nella zona del monte Tomori. T1 Val Chiese, nel corso di quella sfortunata guerra <li Albania, aveva subito gravissime perdite senz::t aver mai conseguito un successo che valesse a confortare i superstiti per la perdita dei loro compagni caduti sul campo di battaglia. Questo fatto aveva lasciato in tutti un forte senso di amarezza e di sconforto. Lo stesso fenomeno l'avevo già riscontrato nel 2° Battaglione del 1° Reggimento di fanteria della Divisione Piemonte ai mio arrivo in Àibania. Fu questa, probabilmente, 1a ragione per la quale gli Ufficiali di entrambi i battaglioni mi chiesero di adoperarmi per divenire il loro Comandante. In realtà, la mia aspirazione era il Val Chiese, tant'è che rinunciai al Comando del Battaglione
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Verona propostomi dal Generale Reverberi, appena assunto il Comando della Divisione Tridentina. Avrei dovuto sostituire il Tenente Colonnello Pratt che era, a quel tempo, considerato uno dei migliori e più quotati Comandanti di Battaglione. Il Val Chiese era, nella stragrande maggioranza dei suoi effettivi, composto da bresciani e io ero legato spiritualmente alla gente della «Leonessa» in modo tanto particolare da rinunciare a probabili maggiori vantaggi e benefici, pur di condividere con loro la sorte che si prospettava nella lontana steppa di Russia. Il 1° aprile 1941, il Generale Reverberi mi concesse di assumere il Comando del Battaglione Val Chiese dopo avergli promesso che, se avessimo partecipato alla campagna di Russia, sarebbe stato fra i migliori e più quotati battaglioni alpini d 'Italia. Rientrato in Italia, il Battaglione era stato destinato per l'addestramento nella zona di Torino. L'attività addestrativa cominciò subito il giorno dopo l' arrivo, proprio sulla riva destra del fiume Po. Il tipo di addestramento sorprese subito e fu causa di amarezza degli Ufficiali che avevano tanto atteso e desiderato il mio comando. Il fatto è che, fin dal primo giorno, avevo notato molte manchevolezze nel campo addestrativo e nel comportamento di alcuni Ufficiali verso i loro dipendenti tanto che, nel pomeriggio del terzo giorno, tenni una riunione di tutti gli Ufficiali, Sottufficiali e graduati di truppa proprio per esaminare e discutere tale argomento, esprimendomi, con molta decisione e secondo 1a spregiudicatezza del mio carattere, in questi termini: «Signori, ho notato anche alcuni Ufficiali che, per consuetu<li10
ne, preferiscono usare i piedi anziché la parola per correggere le manchevolezze dei loro sottoposti. È una cosa che non potrò tollerare nel modo più assoluto e perciò chiedo a tutti di attenersi al massimo rispetto della persona. Abbiamo il dovere di infondere in ciascuno il senso istintivo del rispetto, non con la forza brutale della coercizione, ma con l'esempio del nostro comportamento. Per quanto riguarda l' addestramento ho notato che nessuno conosce neppure l'ABC delle norme che ne regolano gli insegnamenti. Io non vi chiedo di aggiornarvi sulla teoria, ma di seguirmi e di comprendermi per potervi convincere della necessità di un a<l<lestramcnto faticoso e anche pericoloso per essere il più vicino possibile alla realtà <lei combattimento. Questo mio convincimento non deriva da presunzione, ma è maturato in mc in forza dell'insegnamento che ho avuto la fortuna di apprendere da coloro che mi furono macsLri <.:: guiJe». Il programma di addestramento termin ava con l'attrav rsamento del Po, nei pressi di Torino, mediante una fune <l 'acciaio stesa alcuni metri sul livel lo del fiume, che doveva permettere agli Alpini di attraversarlo a braccia e in assetto di marcia. Per sicurezza, a valle della corrente, c'erano delle barche per soccorrere quelli che fossero caduti in acqua. Il giorno successivo il Capitano più anziano del Battaglione, che era un Ufficiale in servizio permanente effettivo proveniente dall'Accademia Ji Modena, si presentò a me per dirmi, a nome di tutti gli altri Ufficiali, che si erano ritenuti offesi e umiliati e, peggio ancora, esautorati davanti ai loro dipendenti; perciò mi chiedevano di riparare al malfatto; diversamente si sarebbero astenuti dal partecipare ad 11
altre riunioni e alla vita del Battaglione. La cosa non mi sorprese né mi fece dispiacere; al Capitano risposi: «Chiedo che mi sia lasciata una settimana di tempo per darvi una risposta». La mia comprensione permise di separarci amichevolmente. Io continuai, i giorni successivi, come se nulla fosse avvenuto, il mio sistema di addestramento e, nella conferenza giornaliera, a far rilevare a tutti il perché essi non riuscivano a comprendere l'importanza del rischio e della fatica ai quali io li sottoponevo. Tre giorni dopo, lo stesso Capitano, al termine dcll' addestramento di quella giornata, si ripresentò a me dicendomi: «Signor Maggiore non abbiamo più bisogno di attendere otto giorni per avere la risposta che ci ha promesso perché, a nome di tutti, le <levo dire che abbiamo già compreso che lei non ci ha esautorato, ma potenziato nella nostra autorità, perché il comportamento dei nostri Alpini è migliorato nel rispetto spontaneo delle norme di disciplina e di ubbidienza per effetto della sua iniziativa». Da quel giorno ebbe inizio il processo di reciproca comprensione e fiducia che ci permise di realizzare la parte conclusiva Jel nostro programma: l'attraversamento del Po, secondo il metodo precedentemente illustrato e più volte provato, ma con tutto l'e7 quipaggiamento e la dotazione delle muni.zioni che avremmo dovuto portarci in Russia. A questa esercitazione nessun superiore aveva vo1uto presenziare, ma con quello che scrissero a commento, subito dopo, dimostrarono di aver seguito con molta attenzione e interesse il nostro esperimento e averne apprezzato il successo. Il Battaglione Val Chiese, dopo quella manovra, 12
non era più considerato un Battaglione qualunque, ma il suo prestigio era cominciato a crescere a un ritmo che l'avrebbe portato nella guerra di Russia fra i maggiori protagonisti, dando a me oltre a una soddisfazione personale anche una considerazione di prestigio da parte dei miei superiori e in particolare del Colonnello Paolo Signorini, Comandante del 6° Reggimento. 1 I1 17 gennaio 194 3, egli mi disse di aver subordinato al mio parere la decisione <li non prendere in consi<lera:tione nessuna trattativa Ji resa, sicuri che, con i nostri AJpini, cc l'avremmo fatta a uscire vittoriosi. Nell'aJJestramento dei miei Alpini mi sono sem pre attenuto a qu ella norma del Regolamento <li Disciplina che Jice: «Tl dovere deve sempre essere interamente compiuto non per timore o per speranza di ri conoscimento, ma per intima convinzione della sua necessità».
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CAPITOLO PRIMO
TRADOTTA
7° agosto 1942 Carissima Emilia, sono giunto in questa città con un Jircttissimo perché ad Augsburg ho perJuto il convoglio per «anticipata partenza». Peccato che lo stomaco dovrà attendere ancora un'ora e mezza per prenJLn:: il solito pasto. La città l'ho vista attraversanJola in tram: non c'è nulla che si possa acquistare e perciò non c'è interesse ad arrischiare di perdere nuovamente il convoglio, il che vorrebbe <lire fare la fame. Ad Augsburg ho potuto comprare solo una lampadina! Quello che a noi fa impressione qui è l'uniformità e l'assoluto rispetto alle norme che regolano la vita in questo momento speciale. Io credo che, se così fosse anche da noi, il benessere sarebbe generale, anche in cond izioni di tesseramento. Temevo per il caldo, invece la temperatura è freschissima e perciò si viaggia bene. Di qui partirò alle 16 circa, per dove non saprei dire. Si vive alla giornata, ma abbastanza allegramente; i miei Alpini can15
tano a squarciagola. Sono disciplinati e perciò non danno molto da fare. Il treno ha ripreso a filare attraverso un'immensa distesa di campi meravigliosi coltivati a grano, segala, orzo, patate, avena, ortaggi e barbabietole fino al confine della Slesia con l'attuale protettorato polacco. La Polonia è evidentemente più povera perché il terreno è prevalentemente sabbioso e si alternano zone aride ad altre più fertili , ma meno che nella Slesia . Da ciò che ho visto mi sono fatto il concetto che la Germania avrà un raccolto di grano molto alto, pari al nostro: mentre per gli altri cereali ci supera <li gran lunga. Un 'altra cosa che mi ha fatto grande impressione è il numero incredihilmente ridotto di personale n Ile stazioni ferroviarie tedesche che, anche se gran di come quelle Ji Modena e Reggio Emilia, non vedi che un capostazione e qualche manovale. Negli uffii pochissim donn , una o due, eppure c'è un traffico di centinaia di treni al giorno. Tutto sembra funzionare automaticamente. In giro non vedi quasi nessun uomo, né giovane, né vecchio.
4 agosto Carissima Emilia, la notte è stata ottima e la giornata buona, dico buona perché più monotona cli ieri in quanto le regioni che abbiamo attraversato non sono così ridenti e interessanti come quelle del sud e del centro. Domattina saremo oltre questo grande paese e già si vedranno le tracce del passaggio del conflitto. Salute sempre ottima, temperatura fresca, di notte fredda. 16
Ero preoccupato per questo lungo percorso in treno e ora invece comincio a prenderci gusto. Forse, più avanti, il viaggio sarà più interessante e movimentato per effetto dei partigiani e della vigilanza aerea del nemico, ma è cosa già scontata. Ora sono fermo alla stazione di ... (censura). Antero Rossi, il mio Attendente, è qui accanto e dorme come un ghiro.
5 agosto Carissima Emilia, ieri sono rimasto inchiodato al finestrino come a un osservatorio, alla ricerca di uno di quei segni che potrebbero caratterizzare e rivelare l'organizzazione della vita bolscevica. Vana ricerca: solo capanne e baracche misere riunite in poveri villaggi e sparse ovunqu per la sterminata campagna ai margini della foresta. Terreno sabbioso, arido, di scarsa f rtilità: poco coltivato perché gli acquitrini e le foreste do minano per centinaia di chilometri questa selvaggia natura. Oggi invece attraversiamo plaghe molto fiorenti dove la terra è nera e le colture intensissime: grano, patate, avena, orzo, segala, girasoli e anche canapa. I kolchoz sono l'organizzazione delle famose aziende agricole, con gruppi di fabbricati moderni, al centro di queste enormi estensioni . .Masse di mietitori sono al lavoro e già si vedono enormi distese di piccoli cumuli di covoni che attendono di essere trasportati verso le trebbiatrici. In questo momento si corre davanti a numerose biche di fieno di almeno cinque quintali ciascuna. 17
Dal lato opposto un campo di grano mietuto, grande più dei «beni comunali» (Partecipanza agraria) di Sant' Agata Bolognese, e poi altre distese <li grano di cui l'occhio non riesce a trovarne i margini lontani. Il grano è bello, ma non darà un gran rendimento unitario perché infestato dall'erba e troppo rado. Si prova una grande impressione nel vedere la vita continuare, come se la guerra non fosse passata con tanta violenza e forza di distruzione. Queste popolazioni devono essere di temperamento buono e docile perché si adattano a tutto con una tale naturalezza che sembra impossibile per noi. In tutte le stazioni si vedono formose ragazze che fanno la pulizia ai binari e compiono altri lavori manuali con lo stesso interessamento di chi lavora sul proprio; sono sempre sorridenti e allegre. Ti chiedono pan e sapone, non con l'aria del mendicante, ma con l'atteggiamento di chi ti chiede <la bere perché ha sete sapendo che tu hai l'acqua in abbondanza. Il vestire è quello normale dei sovietici: roha di conf zione in serie e di poco conto. Certo però che nelle città si distinguono i vari ceti. come da noi , anche nel vestire oltre che nell'aspetto: specialmente nelle don ne. L'uniformità è un mito. Ieri, nella stazione di un villaggio campestre, vedendo avvicinarsi due ragazze, ebbi subito l'impressione che appartenessero a quel ceto che noi chiamiamo di buona famiglia e, con un mio tenente che parla tedesco, le avvicinammo e apprendemmo che erano studentesse di università, una in biologia e l'altra non ricordo in quale facoltà. La prima parlava correttamente il tedesco e, se il treno non fosse partito, avremmo potuto sapere tante cose in18
teressanti. Il loro vestito era quello comune di cotonina a fiori ma aggiustato con grazia. Fra le tante ragazze che vengono a vendere uova, lamponi e ribes a Gomel, ne abbiamo viste alcune con sottoabiti di pizzo graziosamente ricamati, scalze o con sandalini, camminare con portamento elegante. In genere la gioventù è bella, <li tipo spiccatamente slavo. La donna sembra più intelligente ed evoluta degli uomini ed è sicuramente per questo che ha un senso di fierezza quasi virile, superiore alle nostre donne. Siamo fermi a un posto di blocco; lungo i binari lavora un giovane ucraino <li aspetto intelligente e vi vace; ha intavolato una curiosa discussione con gli Ufficiali, un po' in tedesco, un po' a mezzo di un vocabolario russo che abbiamo noi; è curioso come ci si intenda anche su cos non semplici. Questo ragazzo si mostra molto bene informato su quanto awien al fronte e si dichiara certo della vittoria tedesca. lla pure una discreta opinione, se così si può dire, degli italiani . Conosce perfettamente la geografia del suo paese e traccia per te rra la linea degli Ura] i, del Volga e del Caucaso. Intanto il tempo è passato, il macchinista ha <lato il fischio e si riparte. È proprio un viaggiare curioso; sono otto giorni che si corre in treno e pare <li aver cominciato ieri, non solo, ma si ha l'impressione di aver percorso pochi chilometri e di aver già visto queste immense distese di terreno. La sola cosa che non piace e disturba è il bosco. Si vede che tessono in casa perché, a lato di una <li queste isbe, sono stese tre pezze di tela. Continuano le distese <li grano e non si vedono 19
paesi perché, forse, lontani dalla ferrovia. Qui e' è già la terra nera dell'Ucraina, mentre fino a Gomel era bionda e sabbiosa. Una decina di coppie di cavalli con un piccolo aratro va e viene su un vasto campo: prepara il terreno per la semina de1 grano del nuovo anno. Una mandria di bestiame, oltre cento, quasi tutte vacche di tipo bruno alpino e olandese, pascola vicino alla ferrovia. Per la prima volta si nota vicino alla ferrovia un'azienda agricola di stato: uno dei capannoni è stato distrutto, ma ci sono ancora numerose macchine agricole. Poco lontano vi sono cu muli di foraggio bellissimo. Siamo fermi in stazione dove si vedono molti carri dell'azienda che caricano carbone e dove lo portano non si riesce a capir , perché intorno si vedono solo isbe e nessuna fabbrica. Per l'uso locale è evid nte che adoperano la torba che , traggono in grande quantità da una marcita vi cina. E nera come il carbone. Ho consumato il consueto pasto: minestra, formaggio, insalata di cipolle, pane che ho portato da casa ed è diventato più duro della galletta. Ci siamo fermati in una di queste stazioni russe, im mense per il gran numero di binari. I segni della guerra sono visibili un po' ovunque: macchine ferroviarie arrugginite e vagoni distrutti, case bruciate. Nelle stazioni pochissimi fabbricati e poco confortevoli. Ho dormicchiato per più di tre ore e, quindi, non ho fatto ia solita abluzione; la farò stasera se troveremo acqua. Ora si riprende la marcia per la prima volta su strada ferrata a un solo binario. Continua la sfilata delle immense coltivazioni di grano e di grano saraceno che, a volte, sembra non abbiano limiti. Sono meno estese nelle vicinanze dei villaggi ove 20
prevalgono patate, girasoli, cipolle, cavoli e lino. Vedo nelle campagne un gran numero di donne. Stamane abbiamo acquistato delle mele, qualche pomodoro e due galline facendo baratto con le gallette. Ho comprato un rublo d'argento con ventiquattro sigarette (tutte le monete, di carta o metallo, portano la falce e martello disegnati su un mappamondo; in questo momento è un po' ironica questa pretesa imperialistica). Non capisco perché la nostra propaganda continui a essere così cretina, basterebbe far vedere al cinematografo quello che vediamo noi durante questo viaggio e tutti si renderebbero conto di ciò che è questa guerra e che cosa significherebbe perderla. Certo che chi di noi ritornerà non potrà dimenticare soprattutto i sacrifici compiuti da coloro che l'hanno combattuta non t r trarne privilegio personale, ma per <lare al nostro popolo un 'educazione piu attinent alla realtà della vita ociale. Solo con una maggior coscienza dei doveri che incombono sul ciltadino in ogni momento della vita nazionale può rafforzarsi la giustizia sociale. Non si deve dimenticare che per vincere la guerra occorrono altri <luri sacrifici ed è perciò necessario preparare gente pronta a compierli. A coloro che cercheranno stupidamente di sminuire ]e ansie <leJla gente con profezie ottimistiche gli si gridi in faccia l'insulto della loro vigliaccheria. Per fare gli ottimisti si deve andare là <love per vincere è necessario «combattere e morire» e questo vale anche e soprattutto per i padreterni <lel fronte interno! Ora stiamo attraversando un immenso bosco di querce, che dà un'idea ancora più evidente delle dif21
ficoltà che il nostro alleato ha dovuto superare in questa regione. Altre stazioni si sono susseguite, una più bersagliata dell'altra. È la zona dove si sono svolti i combattimenti autunnali e invernali, perciò le coltivazioni sono rare e le semine solo primaverili e quasi esclusivamente <li girasoli. I villaggi sono più rari e presentano un aspetto miserando: le isbe più piccole, rade e gli orti più poveri. Anche il bestiame è meno numeroso e le aziende di stato completamente distrutte. Però tutto questo non significa quella totale distruzione che noi immaginavamo. Il panorama cambia continuamente. Il treno ora marcia decisamente verso sud. Fino a questa mattina, abbiamo attraversato zone di terra bionda, bosco e miseria: la gente non è più così bella e ben nutrita, ma ora è tornata la terra nera e i paesi sono più belli , le isbe hanno un 'apparenza piì'.1 confortevole. I girasoli sono più gialli del solito e contrastano col cupo verde delle patate e <lei cavoli. Il hcstiame è numeroso e bello; è tenuto al pascolo, ma non allo stato brado e il fatto che il foraggio venga raccolto ci dice che <l'inverno e nelle notti fre<lde è custodito nelle stalle. Si vedono poche macchine agricole; probabihnente sono andate distrutte, ma ci sono molti cavalli. Sfiliamo davanti a una tale distesa di covoni da strappare grida di meraviglia a tutti. È uno spettacolo dal quale non si può distogliere l'attenzione e io scrivo sulle ginocchia guardando a destra e a sinistra. Rossi mi occupa mezzo finestrino e guar<la anche lui meravigliato; forse fa confronti col suo piccolo campicello e, ve<lendo queste muscolose e rubiconde contadine, pensa alla sua Luigia. È una terra meravi22
gliosa che giustifica il desiderio <li queste popolazioni di essere indipendenti, non più legate al resto della Russia. In questa stagione il clima è simile al nostro, forse un po' più ventilato per mancanza di alberi. Si sfila <lavanti a uno dei soliti villaggi; i soliti grandi granai, ma nessuna traccia di chiese e campanili. Ora il treno è fermo in una stazioncina di campagna. Come al solito donne, ragazzi e alcuni uomini si awicinano e intavolano discussioni con quel loro fare vivace, allegro e civettuolo. Tutti ostentano simpatia come se fossimo i loro soldati. Ci si lascia trasportare fiduciosi dal treno anche se il macchinista e i frenatori sono russi. Si arriverà non importa quando. Si passa in mezzo a un paese con numerosissime isbe tutte eguali: un piano, muri e tetti rivestiti <li paglia. Hanno però un aspetto civile e pulito. Ecco la stazion .! A sinistra una decina <li grosse fabbriche completamente devastate. ll fabbricato della stazione è stato risparmiato. Sotto la tettoia una decina di guardie ucraine armate. Le solite belle ragazze, vivaci ragazzini e donne formose. Il treno va oltre per fermarsi subito dopo in una stazioncina di campagna ove cambio <lue galJette con due cavoli. Intanto si prepara una scena curiosa e piacevole: un giovane tedesco, forse in servizio a quel posto di blocco, ha ordinato alla fanfara di suonare; in un batter d'occhio, sono affluite giovani ragazze e donne. Gli Alpini, subito scesi dai loro vagoni hanno invitato a ballare le giovani che hanno subito aderito con disinvoltura. Così si è avuta una di quelle tanto simpatiche manifestazioni di allegria che si hanno alla sera quando si soggiorna nei nostri villaggi alpestri. È stata una cosa veramente commo23
vente; questa gente non dimenticherà forse mai più il nostro passaggio. Quando il capostazione ha dato il segnale della partenza è stato appreso con visibile dispiacere da tutti. Queste donne pensano certamente ai loro uomini ancora lontani, costretti a combattere da un governo che non vogliono. Intanto il sole volge al tramonto. È pronta la cena: un buon risotto, una scatoletta di carne, frittata di uova, insalata di cavolo. Abbiamo ripreso a correre verso su<l e ad avvicinarci alla zona di guerra ove le devastazioni sono visibili anche nelle campagne. Aumentano gli alberi da frutta, ma sono spogli; credo abbiano mangiato i frutti acerbi. Il panorama cambia perché le colture sono tutte in ritardo.
7 agosto
Carissima Emilia, da ieri sera siamo fermi in una gran<le stazione e cioè in mezzo a tanti binari. Non siamo soli e perciò non è facile prevedere quando arriverà la macchina che ci porterà all'ultima tappa ormai vicina. Le soste non ci fanno piacere, vorremmo arrivare, andare oltre, raggiungere quella che è la nostra vera meta, la linea di combattimento e prendere contatto con i russi. Non è certo un sentimento di odio o <li cattiveria umana che ci fa desiderare il combattimento con questa gente che infine difende la propria terra, ma è la profonda convinzione, già esistente e ora rafforzata, che questo popolo sia stato schiavo di una grande politica imperialistica e ideologica, basata sul freddo calcolo e sul più inumano cinismo: a 24
danno <li gente in fondo buona, laboriosa, che crede in Dio e ama la famiglia. È una verità che trapela ovunque. Ci saranno stati, e forse ci saranno ancora, migliaia di bambini abbandonati, ma per giudicare questo fenomeno bisognerebbe conoscerlo a fondo. Quello che abbiamo potuto constatare ovunque, durante questa non rapida attraversata, è che le madri tutte hanno gran cura dei loro bambini e della casa nella quale vivono con la famiglia e per la quale lavorano senza posa e senza rincrescimenti. Il vero scopo del bolscevico è quello <lella strumentalizzazione del popolo per scopi ideologici e <li potere internazionale e non quello dell'amore per il popolo che soffre. Il governo <li questo popolo, che ha entro i confini del suo stato tutte 1 risorse che lanatura ha m o a disposizione dell 'uomo, dal grano ai m talli, ai minerali preziosi, <lai ferro al carbone, al petrolio, insomma tutto quello che occorre per dare vita a qualsiasi industria e per cibare masse di popolo ben maggiori di quelle attuali, si occupa soprattutto di costruire armi e mezzi poderosi per realizzare un piano di dominio internazionale che non interessa in alcun modo il bene e il benessere del suo popolo, ma di una élite. Vedere queste orde di donne e bambini, così malamente vestite, andare raminghe per le stazioni a implorare un pezzo <li pane, accovacciarsi ovtmque esista un riparo anche precario, perché senza tm tetto proprio, e cercare un nuovo destino emigrando in casa dell'invasore, sopportando viaggi che durano settimane o mesi su carri aperti o rinchiusi come bestie, subire tante altre traversie, servire il nuovo dominatore con tanto zelo e premura, non è certo dovuto 25
a quel fatalismo russo che spesso è citato da coloro che non hanno mai visto il volto di questo popolo, ma sicuramente è la manifestazione di una volontà <li vita sorretta da una speranza. Questa mattina sono sceso dal mio vagone e ho visto, vicino a uno di quei capanni che servono da ricovero al personale addetto alla manovra degli scambi, alcune donne. Una giovanissima aveva in braccio un bambino poco più alto della mia Giovanna; erano tutte sedute sui loro sacchi contenenti un po' di cose necessarie e care che avevano portato via dalla casa abbandonata. A quel bambino ho portato un pane intero, alcuni marroni e tre caramelle. La mamma si era allontanata forse in cerca di cibo o più verosimilmente di notizie per avere assicurata la continuazione del viaggio verso chissà qual e meta. Anche lui era andato con un'altra donna, forse una zia, a cercare pane lungo una nostra tradotta. Sono ritornati senza niente e quando la donna russa lo ha chiamato ha raccolto nelle sue manine questa improwisa prowidcnza <li Dio con visibile gioia. La donna che l'accompagnava gli ha detto alcune parole all'orecchio ed egli è venu to subito verso di me con la manina tesa, ricambiando il mio bacio con tanta tenerezza. La madre aveva appeso al collo, in modo evidente, un piccolo crocifisso e all'anulare la vera d'argento a conferma che la cristianità unisce e affratella i popoli.
9 agosto Carissima Emilia, siamo rimasti fermi quasi tre giorni nella stessa stazione. La stessa sorte toccherà ad Arnaldo; spe26
ravo mi raggiungesse, ma certamente è partito con molto ritardo; non so dove ci incontreremo perché non sappiamo nulla all'infuori della stazione di scarico. È a 30 chilometri da .. . (censura), ma non so se ci fermeremo o se si andrà oltre verso il luogo di raduno. Fin qui tutto è andato bene perché avevamo viveri in abbondanza. Ora le riserve cominciano a esaurirsi: pane ne ho ancora, vino tre litri e poi un bel saluto all'ultimo bicchiere con un arrivederci a tempi migliori. L'idrolitina sopperirà benissimo e forse ci guadagnerà la salute. Credo che quando saremo in linea staremo ancora meglio perché potremo rifornirci <lei prodotti locali. Più si va avanti e più si accentua il pietoso spettacolo delle <listruzion i e dei profughi. Anche le campagne si fanno sem pre più misere e incolte. Pochi prodotti, coltivati all'ultimo momento da questa gente per la loro sopravvivenza, e anche molte case di campagna sono state distrutte. Verso le 6 del mattino ci siamo fermati in un paesetto nel quale erano state erette parecchie fabbriche, ora tutte distrutte. Solo i muri esterni e le ciminiere sono ancora in piedi; nelle stesse condizioni sono tutti gli edifici pubblici. Anche la chiesa è in rovina; tuttavia si celebrava la Messa e una folla di donne quasi tutte attempate, bambini e qualche vecchio affluivano continuamente accendendo il piccolo cero come si usa nel rito greco-ortodosso. Il celebrante era un vecchio prete, le icone erano appese alla meglio. Era evidente che la chiesa non era adibita al culto prima della guerra, ma la religione continuava a essere praticata ugualmente. Guardando quel gruppo di donne, mi sovveniva il ricordo dello stato sociale delle nostre po27
polazioni cinquant'anni fa: vestrtl poveri, sottane larghe, un camiciotto e un grande fazzoletto allacciato sotto la gola. E l'eccezione di qualcuna più alla moda, con cappellino, non fa che renderle più goffe. Siamo di nuovo fermi in una stazioncina di campagna: rottami di ferro di tutte le specie, nessun edificio in piedi; nelle vicinanze poche e misere casette, qualche donna in giro, una ragazzetta passa su una vecchia bicicletta. Un tipo di veicolo di cui si son viste poche tracce. Il treno riparte e tra qualche ora saremo in una stazione più importante dove, mi si assicura, c'è acqua potabile. Potrò fare la doccia sotto l'idrante della locomotiva o con i secchi. La fermata c'è stata e troppo lunga perché son passate quattro ore e non ci sono notizie sulla partenza. Siamo in un grosso centro ferroviario dove c'erano fabbrich di materiale per le ferrovie; ora non ci sono che muri e frammenti di ferro. Senza dubbio questi bolscevichi avevano pronta una mina per ogni macchinario, per ogni congegno. Anche qui la solita ressa di donne con mele e uova offerte in cambio di gallette. Sono esose: per una galletta cin que mele acerbe o due uova. È domenica e tutte son vestite degli abiti migliori, più puliti. Predomina il tipo ucraino, membra robuste, grosse di ossatura e molto muscolose, petto molto pronunciato e sostenuto, faccia larga e capelli biondo chiaro. Il paese è un complesso di rovine per quanto riguarda gli edifici pubblici. C'è una bella chiesa, ma non ha più vetri e anche all'esterno si vede che non era più adibita al culto. 28
Sicuramente questa notte o domani mattina lasceremo il treno perché ci separano solo 50 chilometri dall'arrivo. Invece alle 18,30 siamo ripartiti. Si marcia a grande velocità su una magnifica ferrovia. Siamo passati alle 19 da ... (censura), centro industriale con tante e grandissime fabbriche, alcune molto danneggiate, altre quasi intatte; la città è vastissima, fatta di grandi fabbricati e piccole isbe. Dopo la città abbiamo trovato immensi frutteti, meli stracarichi. Alcune ore ci separano dall 'arrivo.
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CAPITOLO SECONDO
IN
MARCIA VERSO IL CAUCASO
11 agosto Carissima Emilia, alle 5 Jel mattino ho lasciato il treno per riunirmi a quelli che mi avevano preceduto. Qui si sta bene: sono sotto la tenda al fresco; il clima è sano anche s Jurante la notte fa freddo. Quando Arnaldo sarà giunto a destinazione, saremo a pochi passi e potremo stare insieme almeno finché dura questo periodo d'attesa. Intanto vorrei trasmettere quello che vedo quando vado in giro per rendermi conto <li ciò che il regime bolscevico è stato capace <li creare nel campo dell'industria e <li quello che è stato capace di far sopportare con cinismo al popolo lavoratore. Quello <li cui parlo è uno dei tanti centri industriali di proporzioni enormi, ma non sono riuscito a capire che cosa si producesse. Molti stabilimenti producevano macchine, ma non riesco a identificarle perché sono state distrutte con una meticolosità diabolica. Chi ha avuto la ventura <li attraversare queste regioni e vedere fino a che punto è arrivata l'opera di 30
distruzione dei commissari del popolo, rimarrà con un interrogativo senza risposta. Sono salvi i muri esterni di edifici di particolare importanza, come quelli dove erano installati potentissimi motori per la produzione di energia e forza motrice. In alcuni solo i vetri sono andati in frantumi, ma all'interno non esiste più che un cumulo informe e aggrovigliato di rottami di ferro; sul pavimento, al piano terreno, c'è solo qualche profilato pericolante. Penso che, se la distruzione fosse stata opera di una grande esplosione, tutto sarebbe crollato, perciò è da ritenere che sia stata eseguita pezzo per pezzo. Sono pochi gli stabilimenti in cui non sono arrivati in tempo a compiere questo sistematico lavoro di distruzione. In contrasto e intorno a questi immensi gruppi <li giganteschi edifici industriali si notano le abitazioni. Sono poche casette e molte capanne e catapecchie di ogni specie disseminate a gruppi sparsi su un'area immensa, senza traccia di piano regolatore, senza una vera strada. Non c'è la più piccola traccia di comodità per questa innumerevole massa di stnunenti mnani impiegata per il funzionamento delle macchine. Una linea tranviaria, correndo di. fianco alla strada, allacciava queste lontane borgate al centro industriale per portare gli operai al lavoro. Ora non esistono che le rotaie e qualche vettura scassata, ferma <love si trovava al momento in cui fu tolta per sempre l'energia elettrica. Davanti a ogni casupola o isba, un pezzetto di terra coltivata a orto come in certi paesetti delle nostre montagne; la campagna o è abbandonata o coltivata parzialmente a granoturco e girasoli. È difficile fare un calcolo a quante decine di migliaia assommasse questa povera popolazione. 31
Una conferma che le gerarchie bolsceviche erano solamente preoccupate ad accrescere la produzione industriale e tutte le energie erano esclusivamente devolute al lavoro delle fabbriche, si ha nel fatto che, come è noto, la condizione della viabilità è delle peggiori, pressappoco come quella delle nostre campagne prima della bonifica. Eppure gli immensi cumuli di scorie di carbone frammisti a pietrame potrebbero essere un materiale ottimo per migliorare le vie di transito, per lo meno quelle vicine ai grandi agglomerati urbani. Non riesco a cap.ire perché la nostra propaganda non abbia cercato di far conoscere queste cose alla nostra gente; queste sono verità che persuadono più di qualunque propaganda basata su qu estioni che non interessano sufficientemente e altre che non rispondono a verità. Questo popolo non era schiavo, ma ahhrutito dal fanatismo per la macchina e l'industria; ed è difficile dire fino a che punto fosse consapevole di essere strumento di lavoro, consenziente agli scopi imperialistici del governo di Mosca. Tuttavia mi pare che tanto sacrificio, tante rinunce fossero accettati senza spirito di ribellione.
12 agosto Carissima Emilia, stiamo per iniziare le marce di trasferimento al fronte che speriamo sia nella zona del Caucaso, che non siamo ancora certi di raggiungere anche se la direzione di marcia è giusta. Sto pensando tanto alla mia famiglia e un senso di gioia profonda mi riempie il cuore e l'anima. La lon32
tananza ci unisce più <li quando eravamo v1cm1 e questo è tanto bello come se la bellezza della vita stia nella spiritualità, dono riservato a noi uomini che abbiamo una fede che ci anima e per la quale sappiamo affrontare tutte le rinunce, compresa quella di stare separati da coloro che sono tutto nella nostra vita, per andare a compiere lontano la nostra missione. Durante il viaggio ho pensato di darti appuntamento ogni sera alle ore 20, nello stesso istante in cui viene <lato il segnale orario e trasmesso il bollettino. Io ricevo a onde corte, ma la trasmissione è la stessa <li quella a onde medie. Finché mi sarà possibile, la radio mi seguirà anche in combattimento.
19 agosto Carissima Emilia, da tre giorni sono insieme ad Arnaldo. Anche lui , come me, non prova l'impressione della lontananza. Ha indossato quel bellissimo paio di scarpe che gli avevo fatto fare a Torino. Potrà goderle in queste marce di trasferimento perché molto più leggere di quelle che aveva e più avanti gli darò una magnifica coperta di vera lana per proteggesi contro il freddo. La nostra vita qua è più che buona; siamo in attesa di trasferirci. Non ho alcuna novità in questi giorni all'infuori di una visita fatta a una miniera di carbone distrutta dai sovietici e di una lunga passeggiata attraverso questo immenso bacino carbonifero ... Quanta ricchezza inutilizzata e distrutta! Per mangiare ci arrangiamo perché, con lo scambio di generi, si riesce ad avere un po' di pomodori, cavoli, barbabietole, uova e qualche gallina; così si
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mantiene inalterata la riserva di vitamine per questo inverno. Se avremo il tempo necessario per prepararci, l'inverno non ci darà preoccupazioni, anche perché a noi le iniziative non mancano e sapremo trarre risorse da tutto. Se un giorno prenderemo i quartieri invernali, come dicevano gli antichi romani, cercherò di avere il più vicino possibile Arnaldo. Ma se si arriva all'inverno, i] più dovrebbe essere stato fatto. Se mi fosse possibile mandare in Italia un pezzo del nostro pane, lo farei proprio volentieri, per batterlo nel muso di quelli che si lamentano. Noi non ci lamentiamo: tutti hanno fatto buon viso a questa necessità, considerandola parte degli imprevisti di guerra. Penso sia meglio il sorgo, poca segala e fagioli e altra roba Jel genere. Qui si è alla congiuntura perché il nuovo raccolto ' ancora in<lietro. Oggi il tempo è nuvoloso e certamente pioverà. È fresco come a fine settembre e perciò si sta bene. Più. tardi vado io da Arnaldo perché non so se abbia saputo che non sono partito. Essere vicini è un gran Je conforto, soprattutto per me che posso provveJere a quelle cose di cui ha bisogno e che non riuscirebbe ad avere altrimenti.
22 agosto Carissima Emilia, in questa attesa, nonostante il caldo delle marce estive, la vita è comoda, la salute buona. Contrariamente alle mie previsioni, Arnaldo non è ancora arrivato; ma non sono preoccupato perché conosco il motivo del suo ritardo. Le cose qui continuano ad 34
andare realmente bene: non sono ottimista ma fiducioso e la fiducia non si basa sul miracolo, ma sulla volontà <li persistere nella lotta e nel sacrificio. Solo così si potrà compiere il miracolo. È bene che si sappia che il giorno che segnerà la fine di questo conflitto non sarà il giorno del miracolo voluto da un fatale destino, ma quello provocato dalla volontà tenace e dallo spirito di sacrificio di milioni di uomini, i quali hanno continuato a marciare senza soffermarsi mai a guardare ciò che rimaneva dietro di loro o a meùitare sulla sorte di coloro che, combattendo, erano caduti al loro fianco.
25 agosto Carissima Emilia, è proprio il caso Ji <lir che la politica e l'ideologia dividono i popoli più deJla guerra. Le manifesta1,ioni di fratellanza e di simpatia di questa disgraziata popolazione verso gli invasori sono cosa commovente, nonostante molti hanno i loro cari a combattere nella parte opposta. Popolo intelligente e umano questo della Russia Bianca e dell'Ucraina; mi impressiona per l'attaccamento alla famiglia e per la forza di volontà. Lungo queste polverose strade è una teoria interminabile di donne e uomini, giovani e vecchi, che trainano carrettini a mano sui quali hanno caricato i resti delle loro masserizie, poche cibarie necessarie per sopravvivere e le piccole creature sistemate sempre come degli uccelletti nel nido. Ora sono arrivato ai margini di questo immenso bacino carbonifero; i pozzi di estrazione credo si 3.5
debbano contare a migliaia; non ci sono impianti industriali, ma molte centrali termoelettriche che sono tutte distrutte, senza possibilità di riattivarle. Continua il contrasto fra la strada ferrata, con abbondanza di binari, e la povertà Jelle strade ordinarie, non pavimentate, in terra battuta, a ulteriore dimostrazione della mancanza di miglioramenti della vita dell'uomo comune e, invece, della sua strumentalizzazione da parte dello Stato, proprietario di tutte le attività produttive, industriali e agricole. D'altra parte lo Stato è controllato da una élite, cosicché è inevitabile, al di là di ogni affermazione utopica, la dicotomia fra questa élite e il popolo. Non mi risulta che l'élite, anche se impegnata e zelante, sia formata da missionari. Mi sono accampato in una specie di Farnesina, con fontane e statue sportive, impiantata in mezzo ai campi senza alcun gusto estetico, se nza concedere nulla alle esigenze dello spirito. Sempre e solo mat rialismo più o meno funzionale. Il fiume lo vedrò forse domani, ma il mio settore sul quale andrò a combattere non so esattamente quanto sia distante e se lo raggiungeremo a piedi o con altri mezzi. Più mi avvicino alle linee, più mi pare di essere ritornato al 1918; provo l'impressione di chi ritorna al fronte dopo una breve licenza.
28 agosto
Carissima Emilia, durante la marcia verso Voroscilovgrad vengo informato dal Comando che il mio Battaglione Val Chiese e il Vestone verranno dirottati e autotraspor.36
tati questa sera stessa verso Bolchoj, una città a 35 chilometri dal Don, a ovest di Stalingrado, prospiciente a un tratto di fronte tenuto da11a Divisione Sforzesca, dove i russi hanno aperto una breccia profonda circa 30 chilometri e larga altrettanto. Dobbiamo tamponare la falla e riprendere le posizioni. Sarà il nostro battesimo del fuoco e si tratterà di un combattimento molto duro e certamente sanguinoso. Arnaldo non parteciperà a questa azione, ma continuerà a marciare e ci troveremo dopo. Sono moralmente pre parato al combattimento e sereno perché vado ormai verso la conclusione di una vita che ho liberamente scelto e un destino che mi sono assegnato. Appartengo ai morti della Libia, della Grande Guerra, dell'Africa, della Spagna e di Russia. Se sarò restituito alla mia famiglia, renderò grazia, perché dopo tante fatiche e lotte mi sarà permesso di vivere l'ora più bella, quella di riabbracciare i miei cari, prima di ripartire per altre missioni. Ora tutta la mia attenzione è rivolta ai miei Alpini e agli altri altissimi doveri che mi incombono quale Comandante.
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CAPITOLO TERZO
A BOLCHOJ SUL FRONTE DEL DON
29 a?,osto
Carissima Emilia, passando da Karinovaskaya mi sono presentato al Comando di Corpo d'Armata per ricevere ordini. il Colonnello Utili, Capo di Stato Maggiore del Generale Messe, Comandante del Corpo <l'Armata CSlR, mi mostra la mia zona su una grande carta topografica che include gli schieramenti a est e a ovest di Stalingrado delle armate alleate e tedesche. Siamo nel momento cruciale della battaglia che la 6" Armata tedesca, comandata da Von Paulus, sta combattendo per la conquista della città di Stalingrado. Dal 20 agosto i russi stanno attaccando il fronte del Corpo d'Armata italiano ((:S-IB), schierato su un lungo tratto della costa del Don, a occidente della grande ansa occupata ancora dai russi che hanno di fronte tedeschi e rumeni. Alla destra dello schieramento, in corrispondenza della Divisione Sforzesca, hanno sfondato creando una breccia profonda circa 35 chilometri e larga altrettanto. I.;Alto Comando tedesco è preoccupato 38
che i russi possano penetrare ulteriormente e <lirigersi verso est, attaccando sul fianco e alle spalle la 6" Armata. I due battaglioni alpini vengono inviati a sostituire la Sforzesca e a bloccare l'attacco dei russi. Mi mettono al corrente dei particolari dell'azione e io mi permetto di fare alcune considerazioni e cioè che una volta raggiunto l'obiettivo sarebbe stato difficile mantenere la posizione perché esposti al fuoco dei russi in posizione dominante, sia di fronte che sul fianco orientale. Meglio sarebbe organizzare un'operazione più radicale ed eliminare l'infiltrazione, ricacciando i russi al di là de1 Don. Il Colonnello mi guarda in faccia sorpreso chiedendomi se avevo perlustrato la zona; alla mia risposta negativa mi dice di attendere perché mi farà ricevere <lai Generale Messe. L'incontro avviene dopo pochi minuti; si congratula per Je mi osservazioni e per la mia proposta che è la st ssa che lui fece già al primo incontro con l'Alto Comando tedesco, perché la sacca rappresenta un pericolo per il nostro futuro. Il Generale Heeresgruppe, Comandante <lel 17° Corpo, era d'accordo, sennonché dovette soprassedere perché a sua volta impegnato in un nuovo e imprevisto attacco dei russi. Mi promette di ritornare subito all 'indomani per insistere sulla necessità di riprendere il progetto di operazione allargata e radicale che, con l'arrivo dei due battaglioni alpini , richiederebbe un minore apporto di tluppe tedesche. Raggiungo il mio Battaglione, che intanto si è schierato nel tratto di fronte che g]i è stato assegnato, dan<lo il cambio a repa1ti della Sforzesca. Le voci che erano corse, nei giorni scorsi, sulla deficienza combattiva della Sforzesca e fortemente contestate, durante il nostro incontro, dal Generale Mes39
se, trovano invece una conferma e un supporto nei miei Alpini che li vanno a sostituire. Mi riferiscono di averli trovati rintanati in piccole buche e spaventati. Gli danno subito l'appellativo di «cikai», che in russo significa scappare. Per la mia personale esperienza, imputo questo comportamento a una preparazione e addestramento insufficienti prima della destinazione . . . m zona operaztom.
31 agosto Carissima Emilia, dopo il tramonto, il Comandante del settore, il Colonnello <li Cavalleria Pagliano, mi lesse l'ordin e Ji eseguire, all'indomani 1° settembre, l'operazione ristretla, così come era già stata programmata per bloccare l'avanzata dei russi , riprend ndon e 1 . :Htuali posizioni, senza recuperare tutta la zona da loro occupata a sud del Don. La missione del Gcn raie Messe non aveva dato il risultato sperato. I1 mio Battaglione era schierato su un fronte <li oltre 15 chilometri all'estrema destra, mentre il restante tratto era coperto dal Battaglione Vestone sull'estrema sinistra e da reparti deUa Celere, <lai Gruppi di Cavalleria Novara e Savoia, dalla Tagliamento e dalle CCN. L'operazione comprende anche il concorso della 79'' Divisione tedesca, che deve attaccare Kalmikovsky per neutralizzare il fuoco dei russi contro il fianco e alle spalle del Val Chiese, una volta occupate le attuali posizioni del nemico. Inoltre è previsto il concorso di carri armati e di aviazione da bombardamento tedeschi. Sto lavorando duramente per preparare questo 40
combattimento. Per varie notti non ho potuto riposare nemmeno w1'ora, ma in compenso mi sono sentito fresco come se avessi riposato in un buon letto e mangiato a tavola cibi prelibati. L'allenamento è già al completo e ho la certezza di poter resistere per giorni anche mangiando un pezzo di galletta, camminando e dormendo qualche ora in piedi o seduto. La voce del cannone crea un ambiente che mi è congeniale e nel quale penetro con un senso di tranquillità e sicurezza, come sempre al richiamo <li questo tonante basso profondo. Ora v:ivo veramente la mia vita! È pomeriggio e scappo a fare un pisolino perché questa notte non si dormirà e, più tar<li, dovrò an darmene in giro in osservazione, perché voglio sempre ve<lere con i miei occhi il terreno e le postazioni del nemico per poter decid r con sicurezza. Nei giorni scorsi mi sono procurato una motoci1 tta e un motociclista molto abile e coraggioso. Li ho già provati in queste missioni esplorative nel terreno che separa noi dalle postazioni dei russi e per collegarmi con i miei reparti molto distanti fra loro per l'ampiezza <lello schieramento. Nel vedermi arrivare sulla motocicletta, i miei Alpini non nascondono il loro stupore, del tutto giustificato, quando si pensi che è sempre stato punto <l'onore per gli Ufficiali Alpini non montare neppure i cavalli che ogni Battaglione ha in dotazione. Figurarsi la motocicletta! l cavall i da sella li abbiamo attaccati alle slitte.
1 ° settembre Carissima Emilia, alle 5 del mattino i miei reparti sono usciti all' at41
tacco e, <lopo una sanguinosa giornata di lotta, tutti gli obiettivi sono stati raggiunti e sorpassati, nonostante sia totalmente mancata l'azione delle truppe della 79a Divisione e dei carri armati tedeschi che dovevano agire sulla nostra <lestra per sgombrare l'abitato di Kalmikovsky, nonostante gli accordi e gli impegn i de1la vigilia confermati al comando italiano all'inizio <lei combattimenti! Durante il nostro attacco la motocicletta mi è stata utilissima per mantenere i collegamenti con le compagnie che combattevano molto isolate; i sobbalzi del terreno, l' erha alta, gli sterpi e l'abilità e il corraggio del mio motociclista mi hanno permesso di awicinarmi, a volte, fino a poche decine di metri dalle postazioni <lei russi senza essere colpito: mi vedevano comparire all'improwiso e poi altrettanto all'improvviso scomparir divcncnJo un bersaglio molto difficile. Non si tratta di esercizio di un coraggio inutile e irr sponsabile, ma di far scoprire i russi rinchiusi in casamatte nascoste e mimctiz'.late segna landole ai miei Alpini. Soprattutto ai miei <lue giovani ardimentosi Sottotenenti Ballico e Quei che ne hanno espugnate diverse. La mancata collahorazione Jei tedeschi, comunque, ci ha impedito di permanere nelle posizioni raggiunte e, nel tardo pomeriggio, abbiamo dovuto ripiegare sulle nostre posizioni di partenza, senza essere Jisturbati, anzi, portando con noi prigionieri e materiali fra i quali anche un pezzo Ji artiglieria. Ma la mia delusione e amare'.lza sono enormi. Abbiamo fatto un'opera'.lione bellica asso lutamente inutile perché il nemico era già fermo sulle posizioni raggiunte e il suo attacco era solo 42
preparatorio di un altro più importante che, con ogni probabilità avverrà nel momento che riterranno più opportuno. Sono caduti inutilmente diversi miei Alpini; sono morti il Tenente Amoretti e il Sottotenente Gervaso e ho perso per ferite il Capitano Festini; ma la perdita più grave è quella del mfo vecchio Attendente Antero Rossi che mi aveva voluto seguire da Rodi a Bologna, quindi in Albania e in Russia e aveva trascorso tanto tempo con la mia famiglia. Ha pagato con la vita la sua devozione. Lascia una moglie incinta e un figlio di pochi anni. Nel pomeriggio abbiamo subito un bombardamento che in un primo tempo sembrava aereo, poi si è rivel ato di katiusce. Anch 'io ero all'aperto e ho dovuto mettermi al riparo entrando nel mio ufficio eh era vicino. Per qualche tempo fui costretto a stare al rel fono e alla ra<liu. Alla fine uscii mentre perdurava il bombardamento Ji artiglieria e mortai, per cercare Rossi e farlo venire n Ila sede del Comando. Lo sono andato a cercare nel vicino magazzino passando accanto a un caduto che giaceva sulla strada con la testa coperta da un giornale. In magazzino ho ch iamato: «Rossi!». Mi ha risposto una voce: «Rossi è morto!». Ho subito un colpo al cuore e sono uscito con la certezza che era lui quello con la testa coperta dal giornaìe, addormentato per sempre sulla strada, colpito a morte da un colpo di katiuscia. Aveva il volto sereno di chi non ha sofferto! Sto soffrendo, un duro colpo ai miei affetti e al mio senso di responsabilità. Awerto un certo senso di colpa che mi costringe a pensare a quanti, oltre a 43
Rossi, mi hanno seguito nelle traversie e nei pericoli della mia vita movimentata e sono rimasti vittime <lell' entusiasmo che, anche inconsapevolmente, avevo loro trasmesso. Vi sono eventi in guerra che non solo non puoi prevedere, ma neppure controllare, anche se accadono nell'ambito dei tuoi poteri. L'imponderabile e il rischio in guerra vanno oltre il limite di qualsiasi potere. È il fascino della guerra che, come in questo mio caso, paghi con una grande sofferenza. Questa è stata veramente una giornata nera e triste. Qualunque sia la durata della mia vita e Jel mio servizio militare, non avrò mai più un Attendente. Quelli che mi serviranno d 'ora innanzi non saranno che dei comuni soldati. Rossi ' tato l' ultimo. La mancanza che continuerò a sentir è quella del buon amico, Jdl 'amico fedele, affe:àu11aLo a rn e ai miei come s fo se parte della mia famiglia. Il mio compito, in questa tragica giornata, non è finito ; c'è ancora chi atten<le i miei ordini, i mi ei consigli, le mie decisioni per l'efficienza d ei miei reparti, la vita e l'o nore <l ei miei Alpini. Conscio <li tanta responsabilità, ho strozzato nella gola il nodo di pianto che stava salendo con violenza e, dopo aver baciato sulla fronte il mio carissimo e fedele Attendente, ho ripreso il rnio posto <li Comandante con uno sfor'.lu che non è sfuggito ai miei Ufficiali e Alpini e ha servito a rafforzare ancor più il legame di stima e <li affetto che già ci legava.
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2 settembre Carissima Emilia, questa mattina il Generale Messe è venuto al mio Comando per decorarmi di medaglia d'argento al Valore Militare conferitami sul campo su segnalazione <li alcuni miei comportamenti che avevano colpito l'attenzione di un Generale tedesco presente come osservatore ai combattimenti di ieri 1° settembre! Ma il motivo vero della sua venuta è, senza dubbio, quello di farmi leggere l'ordine originale del Comando Supremo tedesco in risposta alla sua proposta di un 'operazione radicale per eliminare la sacca di Bolchoj e riportare la nostra linea sulla riva destra del Don. l.Jl' ordine è allegata una copia del parere personale del Purher nettamente contrario perché «non val e la pena! La vittoria di Stalingrado eliminerà anch e qu es ta infiltra%ione !». l eri i russi hanno tentato più volte e in diversi modi <li darmi la caccia; son troppo v cchio della guerra per larci un gran caso. O ggi, invece, e ritornata un po' di quiete, ma non posso prevedere quanto potra durare. Ne ho approfittato per seppellire nel piccolo cimitero di Bolchoj la salma <li Russi. Non so niente di mio figlio Arnaldo, ma ho motivo di credere che sia almeno 100 chilometri dietro <li no1. Ho messo la sede del mio Comando nell'edificio principaJ e di un kolchoz sui fondo di qu esta grande balka , ch e guarda a nord verso il fiume Don . Tutta la zona è più bassa rispetto all e postazioni dei russi che dominano dall 'alto anche il tratto di strada che sale verso l'altopiano e ci collega con le retrovie e con il paese di Bolchoj. In queste condizioni sarebbe molto 45
difficile difendersi contro un attacco in forze del nemico. Domani inizierò i lavori per fortificare il muro del mio edificio che guarda a nord; gliene costruirò un altro davanti di spessore tanto grosso da resistere al tiro dell'artiglieria nemica.
5 settembre
Carissima Emilia, di' a tuo padre che attendo sempre quella relazione che gl i ho chiesto; è cosa che mi interessa anche qui dove il fragore dei combattimenti si sente ben netto e distinto più di quanto possono immaginare certi signori che non si sono mossi da casa e dalle loro abitudini. Come ti ho già scritto sono giorni duri, ma per fortuna la mia volontà è s mpr superiore alla robustezza del mio fisico anche quando, col prolungarsi dello sforzo, avverto un certo bisogno di riposo. Il 1° settembre è stata una giornata di durissimi combattimenti senza pote r raggiungere quegli obiettivi che io speravo per ragioni che non sono dipese da noi. Tuttavia il mio magnifico Battaglione ha inflitto al nemico perdite gravissime tanto che, per conferma di numerosi prigionieri e disertori di un Battaglione russo, sono rimasti solo 38 uomini. Anch'io ho avuto perdite, ma limitate anche se dolorose, che mi hanno lasciato una profonda tristez za come se avessi perduto uno dei miei cari di famiglia. Ho dovuto control1armi per evitare di mostrare segni di debolezza perché, quando si ha tanta responsabilità, bisogna evitare che gli occhi si inumidiscano anche per il più legittimo dolore.
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Non mi dilungo perché devo andare a controllare tante cose importanti. Arnaldo sta bene. Spero venga con me. È vicino.
9 settembre Carissima Emilia, rispondo subito alla tua lettera per tranquillizzarti e per dirti ancora una volta <li non stare in pena. Qui le cose sono in continuo mutamento; perciò è necessario attendere le notizie con calma. Certo, la <lata del 1° settembre resterà per me memorabile. Comprendo benissimo come tu ti sentissi agitata; mi eri troppo vicina col pensiero per non sentire, di riflesso, che intorno a me succedeva qualche cosa di anormale; p rò è necessario che, in simili casi, tu sappia dominarti e questo dominio J cvc provenir dalla consapevolezza che noi , di fronte a qua l iasi evento, rimaniamo calmi e dominiamo la situazione con la necessaria virilità. Di fronte al pericolo non conosciamo esita7.ioni e tanto meno sentiamo pulsazioni di cuore diverse da quelle normali. Come già ti ho scritto, Arnaldo era ancora indietro e perciò non ha partecipato al combattimento. Ancora non è arrivato, credo che ne avrà per tre giorni; intanto cercherò di sapere se viene nel mio settore o in quello vicino per aver modo di andarlo a trovare. Se avessi tempo avrei tante cose da scriverti su questa guerra, ma non posso e così rimando. Fra le altre cose sto impiantando un'azienda che, a questa sera, conta 65 polli, 5 mucche, 9 vitelli, più di 50 oche e un numero imprecisato <li capre e pe-
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core. Per <li più domani inizierò la raccolta delle patate e spero di metterne assieme un centinaio di quintali. Grano e segala sono abbandonati nei campi in parte mietuti e, in parte, in piedi. Ce ne sono migliaia di quintali. Il sorgo occupa estensioni così vaste da non poterle delimitare. Per quanto tu possa lavorare di immaginazione non puoi certo immaginare la quantità di macchine agricole che sono in questo kolchoz e la grande quantità di animali da cortile, specialmente oche, anitre e galline. Qui purtroppo le macchine sono state tutte rovinate, compreso un magnifico mulino a cilindri e così, <lata la situazione che si è venuta a creare, sono migliaia di quintali di grano, sorgo e avena che andranno perduti nei campi. Io ho accumulato tanta segala e gra no da bastare p r un grosso com une per un anno. La vita qui ' varia, ma il punto centrale rimane sempre qu ello della guerra e della di truzione d l nemico. Tu che mi conosci puoi immaginare quale sia la mia attività giornaliera. 11 bisogno di essere dappertutto, di vedere con i miei occhi tutto quel lo che è importante ai fini della difesa, mi porta a essere in giro dalle 3 ,3 0-4 del mattino fino alle 8 di sera e qualche volta anche a mezzanotte. Ieri sera, se non fosse successo un piccolo incidente dovuto a un collega che aveva bevuto troppo cognac, sarei tornato ai mio alloggio verso l'alba perché mi ero già incamminato per fare una ricognizione molto fuori dalle linee, per vedere certe postazioni nuove fatte dal nemico. Tu ti chiederai come riesco a riposare. Non lo so nemmeno io, ma dopo un'ora di sonno mi sento perfettamente riposato e, 48
anche se rimango a letto, più del sonno mi riposa il pensare ai miei lavori e ai miei Alpini. Ho cominciato questa lettera con l'intenzione di scriverti a lungo, ma l'ho dovuta interrompere almeno dieci volte e ora debbo troncarla perché l'ufficiale alla spesa sta partendo e, se voglio che ti giunga, bisogna che gliela consegni. Non ho visto né }uzzoli né Salvatores: sono sullo stesso fronte, ma molto più a sinistra. Attendo di giorno in giorno l'arrivo di Arnaldo. C'è stato qui il Colonnello Signorini, mentre io ero lungo la linea. Lo vedrò forse domani. Saluti a tutti. Vi attendo sempre all'appuntamento del giornale radio delle 20.
11 setumbre Carissima Emilia, finalmente è arrivato Arnaldo e ha avuto subito un buon battesimo J el fuoco: un camion carico di soldati è stato seguito dal tiro dell 'artiglieria lungo tutta la strada in discesa che dall 'altopiano porta al mio Comando ed è stato centrato proprio a pochi metri dal mio edificio; Arnaldo è usdto allo scoperto per soccorrere i feriti, mentre i russi continuavano a sparare colpendo e incendiando anche la casa abbandonata dove avevo posto inizialmente il mio Cumando. L'attua.le, invece, è stata tanto fortificata da non soffrire minimamente anche se centrata da più colpi. Arnaldo ripartirà domattina per ritornare al suo posto che, per il momento, è parecchio lontano dalle linee, essendo rimasto con le salmerie. 49
Si è fatto molto tardi e <levo coricarmi: fra poche ore, se tutto procede bene, devo alzarmi per una ricognizione. La vita che si trascorre qui merita <li essere conosciuta; non è certamente monotona come nei tempi delle caserme funzionali di Torino. Credo che anche Arnaldo, che mi aveva raggiunto per consigliarmi di non affaticarmi troppo, parta convinto che non sia possibile fare diversamente. Certo che, se un giorno tornerò indietro, non sarò remissivo come un tempo, ma violento come quando ritornai dalla guerra nel 1918. A giorni usciranno sui giornali «La Stampa», «Corriere della Sera», «Il Secolo» e «Tribuna», articoli su quello che hanno fatto gli Alpini il 1° settembre e ci sarà qualche cosa che mi riguarda direttamente; spero che tu ne venga a conoscenza. La notte si è fatta calma e silenziosa; pare che la pace sia calala nuova111c11L su questa parre d Ila fac cia della terra mentre, invece, molte migliaia di uomini vegliano, pronli a scagliarsi gli uni contro gli altri con i mezzi di offesa più violenti. Il nemico è rabbioso, ma stanco; giorn almente si contano a centinaia le diserzioni e tutti sono concordi nel <lire che sono stanchi. Resistere è perciò necessario per far giungere 1'avversario al giorno del totale collasso.
13 settembre Carissima EmiJia, questa sera ho ricevuto la tua del 5. Arnaldo è già ripartito e forse avrà raggiunto i suoi muli. La sua partenza non ha lasciato vuoto solo il lettuccio ac50
canto al mio, ma anche il mio cuore. Mi ero abituato ad averlo vicino come se non dovesse più allontanarsi. Mi sembrava che egli facesse ormai parte del mio Comando. Per il momento credo resti nelle retrovie. Quando risalirà verso il fronte non saremo lontani, anche se non sarà nel mio settore. Comunque potrò vederlo spesso; mi fa piacere che il suo settore sia più tranquillo. Ora mi rivolgo a te per insistere di non avere preoccupazioni per me. Non preoccuparti tanto, perché il più delle vo1te, mentre lo sei, noi ce la passiamo allegramente. Certo il pericolo e maggiore qui che non al Bar Centrale, ma ci si abitua e lo si affronta con una certa indifferenza, ma sempre con assoluta serenità. La vita disagiata non sempre nuoce; soffrivo, da tempo, di un reuma al lato sinistro della schiena e nulla e ra valso a eliminarlo: qui è scomparso subito. Dopo aver ascoltato alla radio iJ programma ddl · 20, sono in attesa di notizie del1e pattuglie: il nemico è sempre all'erta e bisogna sorvegliarlo a distanza per non trovarselo fra i piedi all'improvviso. Fuori è tutto silenzio. Non un solo indizio lascia capire che qui c'è la guerra. Questo silenzio, che altrove dà motivo a nostalgiche meditazioni, qui ti trasmette preoccupazione costringendoti a pensare che il nemico mediti un colpo improvviso. Non preoccuparti per i pacchi; non abbiamo bisogno di niente. Ho ancora le pastine fatte da tua madre. Tanti baci a Giovanna, a te e alle hambine.
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74 settembre
arissima Emilia, prima di coricarmi desidero intrattenermi con te. Da pochi minuti è finito il nostro solito appuntamento al giornale radio e io lo prolungo trasmettendoti i miei pensieri. Prima di tutto ti prego di darmi precise notizie di tuo padre e di tua madre perché non sono tranquillo. Tu sai che desidero sapere come stanno le cose perché, anche quando non sono come le vorrei, mi è meno penosa la verità dell'incertezza. Se tu vuoi veramente lasciarmi tranquillo dimmi tutto quello che awienc e riguarda tutti voi in modo che, sapendo tutta la verità, possa meglio seguirvi col pensiero. Non avere paura di gravare su di me con un ulteriore peso: Ja mia forza di volontà è tale che riuscirò sempre a dominare i miei nervi fintanto eh avrò vita. La sola cosa che mi abbatte è il dubbio e l'incertezza. Oggi ho avuto una giornata tranquilla; solo pochi colpi di artiglieria. Ved remo come andrà nella notte. Ho già fatto parecchio per essere tranquillo nel caso che j russi attacchino, ma fra pochi giorni il mio programma di lavori di difesa sarà ultimato e quindi la mia tran quillità sarà quasi completa. Fra le tante cose abbandonate dalla popolazione ci sono anch e dei magnifici stivali di feltro, fatti tutti di un pezzo. Ne ho un paio pe r me e uno per Arnaldo. Poiché non abbiamo le soprascarpe di gomma, . . . . . come usano 1 russi, appena m1 raggmngeranno L m1e1 calzolai gli farò mettere le tomaie e le suole in modo da renderli più efficienti e assicurarci una protezione anche nelle condizioni invernali, quando le tem52
perature possono scendere facilmente anche 30° sotto zero e più. L'unica cosa che mi manca sono i copricapo <li pelo. Spero che la Provvidenza ci aiuti anche per quelli. Capitando a Bologna dovresti cercare qualche pubblicazione che riguarda la concia delle pelli: qui ce n'è in abbondanza di pecora, capra e agnello. Se si potessero far conciare alla meglio servirebbero a tanti usi. Una delle cose che si è dimostrata utile è stata l'idrolitina. Con l'incendio dell'altro ieri se ne sono bruciate diverse scatole, ma la quantità maggiore era in magazzini arretrati e così ne avremo ancora per alcuni mesi. Lo scaglionamento in profondità è servito a salvare molte cose come il poco miele, il tè pettorale, oli indumenti invernali , eccetera. Se il prossimo inverno potessi disporre di una casetta come quella che mi ospila ora, starei bene . .È mu nita di enormi stufoni cilindrici che vanno dal pavi m neo al soffitto nel punto <l'angolo di quattro camere. Tutto è in legno: soffilti e pavimenti ben tenuti. La mia stam~ettina non ha mobili, ma è confortevole. Atten<lo con un gran desiderio le vostre fotogra fie; ho l'impressione che mi sentirò meno solo la sera, quando mi ritirerò in questo mio rifugio. Ti ripeto, quando riapriranno le spedizioni dei pacchi non man<larrni nulla perché non ne abbiamo bisogno e, comunque, arriverebbero con molto ri tardo perché siamo lontani dai centri di smistamento e, in futuro , le comunicazioni diventeranno più difficili. Sono contento che ti sia giunto il seguito della mia lettera. Ti prego di conservarla. Credo che le mie considerazioni siano giuste. Se la situazione continuerà a man tenersi calma 5-3
troverò il tempo per scriverti qualche cosa su questo popolo e sulla guerra in atto sul nostro fronte. Cosa strana da quando ho ripreso a scriverti, il telefono tace e mi pare di non essere più qui, in linea, ad attendere le novità delle pattuglie. Il telefono è il mio maggior tormento: di giorno e Ji notte è un continuo chiamare e non lascia un quarto d'ora di pace. Sono in viaggio altri soldi; non ricordo più quanti perché ho dato tutto quello che avevo all'Ufficiale d'amministrazione. Qui non si possono spendere che pochi soldi . Mi sono rimaste cento lire e un marco. Mi sono Jimenticato di chiedere ad Arnaldo se anche lui si è fatto spedire la rimanenza del suo stipendio. Per questo mese vai bene perché puoi far fronte al bisogno di legna, carbone e uva. Quest'altro mese è nelle mani di Dio. Sono molto cunlento delle buone notizie di Giovanna. ComprenJo che l'andata a Merano era una cosa un po' complicata perciò, pur avendone dispiacere, approvo la tua decisione. Mi raccomando non trascurare sedani, cardi e peperoni perché quest'inverno saranno preziosi. Quando ti sarà possibile mandami tutte quelle piccole notizie che riguardano la vostra vita quotidiana. Tanti saluti a tutti.
76 settembre Carissima Emilia, nell'ultima lettera che ho ricevuto ti lamenti perché non ricevi nostre notizie, eppure io ti scrivo di frequente, non mai meno di una volta ogni tre gior. . me sempre per via aerea. _54
Oggi il Generale Gariboldi in persona mi ha comunicato di aver firmato ieri sera la concessione della medaglia d'argento sul campo per cui posso già fregiarmi del nastrino. Questa è una notizia che ti farà certamente piacere; è la conferma che sto mantenenJo fede alle mie promesse di compiere il mio dovere senza limitazioni. In questi giorni si vive in un clima abbastanza tranquillo. Anche il mio lavoro è meno gravoso perché, a forza di girare e gridare, molto è stato compiuto. Non so per il prossimo avvenire che cosa ci attenda; quello che so di preciso è che tutti siamo ben preparati e ben decisi sia in caso di offensiva che di difesa . Tu ti lamenti per il caldo e noi per il freddo, da due giorni la temperatura si è abbassata fino a raggiungere lo zero durante la notte. Anche in questa parte del Paese, nel regno di Stalin, non ' rimasta traccia di una chiesa, eppure un tempo Jovevano essere numerose perché il culto della religione è rimasto profondamente radicato; non c'è casa che non abbia le sue icone con l'immagine di Gesù posta Jentro una cassettina Ji legno con un vetro; l'immagine è adornata con un foglio di sottilissimo metallo giallo che riproduce l'aureola raggiante e la veste in moJo da lasciare visibile solo la testa e le mani. Anch'io ne ho una nella mia camera e spero di poterla salvare o fartela pervenire. Penso che queste sacre immagini siano servite, negli anni, a dare speranza a questa povera gente provata dalle avversità provocate dalla perfidia umana, dall'avidità di potere e Ja comportamenti iniqui. Se un giorno tu dovessi soffrire perché non sono
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più ritornato, cerca <li comportarti anche tu come il russo, che noi giudichiamo fatalista, rassegnato e insensibile, perché non lo conosciamo bene, ma che invece ha forza di volontà, spirito di abnegazione, amore alla vita, passione per la famiglia, culto del cristianesimo il quale, più che a noi, ha insegnato a questa gente a sopportare i disagi e le calamità di questo regno terreno con santa rassegnazione. Sii tu forte, ancor più di questa gen~, perché è viva in te la certezza che io lotto e combatto per la causa della comw1ità europea alla quale è legata la sorte della nostra cara Patria e quella di tanti altri popoli, compreso questo che ci sta di fronte, costretto a combatterci. È evidente che la massa <l ei soldati russi è costretta a fare la guerra poiché le defezioni sono num rose avvengono non per vigliaccheria, ma per mancanza di convinzioni e fiducia in chi Ji ha portati alla guerra , senza avergli fatto mai assaporare la gioia J ella libertà e della pace. I paesi di qu e ta sconfinata terra, a differenza di quanto è avvenuto da noi nel passato, sono tutti nelle conche, e dove il terreno ha ondulazioni più accentuate tu vedi, ali' orizzonte, un grande circolo apparentemente vicino, ma che continua ad allontanarsi man mano che cerchi di avvicinarlo. È difficile stimare le distanze in questo paese. Le isbe sono tutte sparse e distanti le une dalle altre, in modo che in mezzo c'è spazi.o per tutte le capanne, per il ricovero degli animali e il terreno per la coltivazione degli ortaggi: zucche, pomodori, verze e altri oltre alla canapa. Inoltre ci sono dei larghissimi spazi incolti dove probabilmente si svolgeva la vita della comunità cittadina. I cimiteri sono una misera cosa; qui, 56
dove il bolscevismo regnava in pieno e cioè in forma più accentuata che nella Russia Bianca, sono rare le croci sulle tombe; si nota, invece, qualche stella con la falce e il martello. Tutte le tombe sono Jisseminate secondo il capriccio di chi era incaricato dello scavo. Non un segno di recinto, non una traccia di ornamento al tumulo; l'erba selvatica alta più <li 60 centimetri rende il luogo ancor più triste e uniforme come tante altre zone lasciate incolte e completamente abbandonate. Intorno ai villaggi le enormi distese di terreno ondulato, sul quale ancora biondeggiano le messi, si estendono a perdita d'occhio senza che siano interrotte Ja un solo segno <li vita, fosse pure una semplice capanna. Camminare in questo terreno è molto difficile p rché non si trova mai un punto a cui fare riferimento: neppure una pianta rompe la monotonia di questo quadro. Qui, a differenza dell'Ucraina e della Russia Bianca, le acque hanno vie di scolo natural queste balke sono tante piccole vallate che sboccano una nell'altra fino a portare ]' acqua al lontano fium e Donetz, mentre la displuviale di quelle che vanno al Don è vicinissima al fiume. Da Arnaldo non ho ricevuto notizie, perciò ritengo sia ancora con i suoi muli molto lontano da qui. Non ti preoccupare per la questione dei pacchi perché l'unica cosa che mi manca è il macinino del caffè. In tanti che siamo uno solo ci ha pensato: un Alpino che ora è ali' ospedale. Se avessimo avuto macinini buoni avremmo non infranto, ma macinato il grano ottenendo farina per fare il pane fresco. Quello di segala a me piace meno <li quello di granoturco. Con le mie mucche si ricava il latte per il matti-
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no. Oggi ne sono arrivate altre due, prese vicino alle linee russe, nella terra di nessuno; non sono belle né fresche di latte. Questa notte faremo un'altra spedizione con la speranza che vada meglio. La nostra ti sembrerà una vita rl10lto primitiva, ma è molto distensiva e serve a tenerci impegnati. Fra le nostre prowiste abbiamo miele, latte condensato, marmellata e cioccolato autarchico. Io, poi, ho fatto una grande scoperta nel fiume: ci sono dei gamberi da far invidia agli scampi più belli e sono squisiti come le aragoste. Tutti i giorni me ne preparano un gran pi atto lessati perché c'è scarsità di olio per friggerli; in Russia non ne ho trovato. Tu ti domandi perché i giornali non parlano di noi; ne parleranno nei prossimi giorni e anche di mc, da quanto mi è dato sapere. Attendo di sapere come stanno i nonni. perché, ti ripeto, non mi sento tranquiJlo. G iusto non scrive e questo è segno che non sta ben . Non credo che sia tanto preso dalle sue occupazioni agricole. Sono contento che torniate a Bologna: là potrete trovare un po' più di svago. Ora esco e vado a fare un lungo giro prima della cena. Arrivederci a domani o dopo. T;:mti bacioni a tutti.
18 sellembre Carissima Emilia, ieri sono stato da Arnaldo che dista da me circa 10 chilometri. Sta bene ed è in zona tranquilla. Spesso vado da lui e lo mando a prendere con la moto. Ho ricevuto la lettera di Giustina. Scriverò a lungo. 58
19 .'ìettembre Carissima Giustina,2 1a tua lettera mi ha fatto vivere un momento <li gioia tanto cara al mio cuore di padre. Tu sei rimasta la mia piccola coccuccia Ji un tempo, buona, affettuosa, col cuore generoso anche quando ti chiudi nella tua caratteristica «musoneria», conseguenza, forse, del tuo temperamento troppo sensibile. È un difetto però che può e deve essere corretto perché ti procura sofferenze morali e dispiaceri sproporzionati rispetto alle motivazioni che ne sono la causa e possono dare danni alla tua persona fisica. Ti si chiede uno sforzo di volontà per correggere questo carattere. Vai verso i vent'anni e, a questa bella età, la vita non <leve essere mortificata Ja altri motivi che non appartengano alla famiglia, i cui legami affettivi potrebbero essere turbati solo da sventur . TI resto non conta e perciò la vita di ogni giorno, di ogni minuto, J v essere gaia e spensierata. Segui l'esempio di tua sorella Maria Adelaide e della piccola Giovanna. Mi ha fatto molto piacere la notizia che i nonni stanno bene, non solo per il grande affetto che ho per loro, ma anche perché so che la nostra casa, quando uno di loro è ammalato, è immensamente triste. Tu mi accenni all'instancabilità della mamma; per quanto mi sia nota, la cosa mi ha commosso. Ho sempre avuto per lei una profonda stima come mamma e come sposa: essa merita tutto da noi. Pensa, cara Giustina, quanto io segua la mia piccola Giovanna e tutti voi. È per questo che vi chiedo di scrivermi tutto quello che avviene nella nostra casa, quello che fate ogni giorno, perché così facen-
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do mi agevolate nello sforzo di raccorciare l'enorme distanza che ci separa e avere la dolce illusione di esservi vicino. Ci sono dei momenti, a volte anche delle intere giornate, nelle quali mi distacco da voi e da tutte le altre cose che mi sono care perché interamente assorbito dal duro dovere che mi è imposto dalla mia missione; ma poi ritorno a voi come un assetato alla ricerca <li acqua nella sofferente arsura del deserto e, come lui vede, nel1e sue allucinazioni, laghi freschi tremolanti di luci riflesse, io vedo voi vicini e sento <li correre per abbracciarvi e dirvi d elle mie gioie e dei duri tormenti che l'azione del com battimento sempre lascia nel mio cuore per la perdita Ji miei carissimi Alpini <li questo meraviglioso Battaglione. E in voi trovo conforto e la forza per rit mprare lo spirito per l' indomani. Oggi è oiornata <li festa perché andrò da Arnaldo e gli porterò un bel corbello <li gamberi. Il nemico continua a lasciarci in pace; chissà che cosa ha in mente di fare. Forse sta meditando sulle batoste pres in questi giorn i nel dubbio se gli convenga o no riprovare. Continua sempre il solito stillicidio dei disertori. Questa notte c'è stato un po' di subbuglio. Forse i nostri di pattuglia, nuovi a questo duro servizio, hanno creduto di sentire dei russi camminare vicino a loro mentre, in realtà, quelli se ne stavano nelle loro trincee in attesa <li un nostro attacco. Cose che capitano e che non fanno male se non per la perdita di sonno e di riposo. È per questo che stamattina sono ancora a letto in attesa di prendere la mia razione di caffè e latte.
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Riprendo il giro per controllare i lavori fatti durante la notte e il mattino dai miei Alpini e dai Lancieri. Il mio contatto con questi bravi soldati è continuo; sanno che arrivo a quella data ora e mi aspettano con piacere. «Ecco il Colonnello», sento dire a distanza, e, quando possono, mi vengono incontro sorridenti. Non ti ho ancora detto che, quando ho annunciato ad Arnaldo che mi era stata concessa la medaglia d'argento sul campo, si è commosso e mi ha dato un abbraccio che vale per tutti voi.
2 3 settembre Carissima Emilia, quasi certamente mi avvicino ad Arnaldo e il piacere che provo supera di gran lunga il rincre cimen to di lasciare questo posto dove abbiamo combattuto e sofferto, dove lascio le spogli deJI persone che qui mi erano più care dopo mio figlio . Non so se sarò forte abbastanza per trattenere le lacrime al momento in cui andrò a prendere congedo da quel tumulo che racchiude le spoglie del mio caro Attendente Rossi, uomo tanto buono e generoso che era stato al mio fianco per oltre cinque anni, seguendomi volontariamente da Rodi Egeo a Bologna, in Albania e in Russia. Dovunque andrò, qualunque sia la mia sorte, è certo che il mio pensiero resterà legato al ricordo di questo villaggio russo, quasi fosse un sacrario che raccoglie le spoglie di tanti miei Alpini. Questo sentimento non infirma la fermezza della mia volontà e la fede ai valori in cui credo, perché non si tratta solo <li Patria e di convincimenti politici e sociali, ma soprat61
tutto del rispetto, che <liventa impegno morale, quasi un giuramento, verso coloro che morirono combattendo. La guerra è un awenimento così estremo e tanto grave che non lascia alcuno spazio al potere discrezionale dell'individuo, ma provoca comportamenti ispirati a dei valori morali che coinvolgono personalmente ciascuno di noi. Non vi può essere sentire più alto, gioia più viva anche nel pericolo, nel sacrificio, nel dolore e nell'esasperante timore di non rivedere più la propria famiglia, di quello di poter dire aUa propria coscienza: nulla ho risparmiato per essere degno <li questi soldati. Essi hanno avuto coscienza <li questi valori assumendoli come riferimento <lei loro comportamento fino a<l accettare il rischio Jel sacrificio estremo. Essi non sono vittime incoscienti e casuali di un cru<l le J estino, perché avevano radicato in sé la consapevolezza di va1ori morali che li differenziano nettamente <la altri che questi valori non sentono o non appr zzano. Su gen te come loro si fonda la storia, la tradizione e la superiorità. <li un Paese, di un popolo e <li un Corpo militare come quello dei nostri Alpini. Sto per lasciare questo posto dove abbiamo avuto i] primo combattimento in terra di Russia; <love sono costretto a<l abbandonare, oltre le spoglie del mio Atten<lente, quelle di tanti miei Alpini, senza distinzione di grado, con molta sofferenza, ma anche con tanto orgoglio. Mi daranno il cambio i tedeschi. Non mi sono coricato; ho passato tutta la notte alzato perché i russi sono venuti ad attaccarci in forza; ma a giorno se ne sono andati senza averci procurato un solo ferito nonostante l'impiego di artiglieria e 62
mortai, mentre loro hanno lasciato morti e prigionieri. Sono stanchi e i soldati combattono di malavoglia come confermano le numerose diserzioni e il chiasso che i politruk facevano nella prossimità delle nostre linee per spingerli ali' attacco; spesso c'è un politruk, oltre che per ogni compagnia, anche per ogni plotone. La temperatura è già scesa la notte, a 4 ° sotto zero; comunque stiamo bene, anzi ci favorisce l'appetito.
2 7 settembre Carissima Emilia ' consecutivi di duro lavoro senza dopo tre giorni poter prendere riposo sia pure per un 'ora, ieri sera ho potuto coricarmi sotto la mia tenda piantata in mezzo alla steppa, relaLivamente lontano <lal nemico; perciò ho potuto riposare tranquil1am nte. Per tr notti consecutive i russi hanno attaccato le mie posizioni e, nella seconda notte, erano riusciti a penetrare, quasi Ji sorpresa, in un settore importantissimo non tenuto dai miei Alpini , ma da altri reparti. Dopo due ore <li combattimento i miei Alpini, subito intervenuti, hanno ristabilito la situazione. Per chi ha la responsabilità di comando in un settore tanto importante, le ore, i minuti e ta1volta anche i secondi assumono una lunghezza sproporzionata per chi avrebbe bisogno <li comunicare gli ordini con la massima rapidità, e con altrettanta rapidità ottenerne l'esecuzione. Invece, alle tante deficienze e insufficienze del nostro armamento, si aggiungono quelle del nostro equipaggiamento e, 111 particolare, dei mezzi di comunicazione. 63
Sembra proprio che il nemico abbia voluto mettere alla prova la mia reputazione di Comandante che mi ero fatta in questo settore del fronte. La mia reputazione ne è uscita accresciuta, ma è un piacere cui non tenevo. Ora ho lasciato il posto ai nostri alleati tedeschi ed è stato questo un motivo di un'altra grande soddisfazione, perché questa mia unità ha destato in loro la più grande ammirazione per quello che ha realizzato in tanto breve tempo e per la perizia militare che trapela da ogni lavoro, da ogni postazione. Il Comandante che mi ha sostituito più volte è venuto a cercarmi per il timore che io partissi senza potermi salutare e ringraziare. Si è espresso con tale effusione che mi ha sorpreso, sapendo quanto questi «biondi» si mantengano freddamente distaccati, convinti della loro superiorità nell'arte miltare. È questa una nuova conferma che, per restare buon amico di un amico e guadagnarne considerazione e stima, bisogna mantenersi al suo livello con onesta sincerità cli rapporti.
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C APITOLO Q UARTO
QuoTA228
28 settembre Carissima Emilia, oggi a mezzanotte per l' ultima volta mi sono recato nel piccolo cimitero di Bolchoj e, dopo aver baciato a un a a una quelle sacre zolle che ricoprono le spoglie dei miei Uffi ciali e Alpini, mi sono sofferm ato a lun go sul la tomba del mio affczionatissin10 Rossi. , Ci sti amo trasferendo su un a nuova posizione del fronte: Quota 228, non lontana daU' attuale.
29 settembre Carissima Emilia, ieri sera eravamo attendati in una stretta e profonda balka con molte diramazioni che ci permettevano di essere meno esposti all'insidia notturna degli aerei nemici che, solo di notte, si inoltrano nel territorio occupato. All'alba siamo partiti con una fitta nebbia che ci ha accompagnato fino al termine della tappa, dove il sole è tornato a rallegrarci. Ci siamo fermati 65
lungo un torrentello e abbiamo potuto finalmente lavarci. Domani riprenderemo il nostro cammino col solito buonumore e con quella serenità che è caratteristica di questi nostri Alpini. Lavorare, combattere e marciare è divenuta la routine della nostra vita tanto che tutti sono impegnati con la stessa volontà e tenacia, anche quando sanno di non lavorare per sé, ma per chi verrà domani a sostituirli. Se tutto un eserci to fosse così, quali imprese si potrebbero compiere!
3 O settembre Carissima Emilia, l'accampamento sta già aJJorrnentandosi; gli ultimi Ufficiali che si sono attardati a chiacchi erare, si <lanno la buonanotte. Il vociare lontano <li militari cld posto . il rumore di cannoni lontani rompono questo sil enzio così suggestivo per chi , ome me, vegli a su questi bravi ragazzi ora tranquillamente immersi nel sonno, Jopo tante notti trascorse sotto la sfcna di un vento gelido e l'umidità della rugiada, sem:a dar mai segno di stanchezza, senza mai lamentarsi. Ora finalmente si sono addormentati, si possono abbandonare tranquillamente al sonno e sognare i loro cari lontani. Sarà ancora notte quando la guardia griderà la sveglia, ma tutti saranno pronti a scattare e in pochi minuti non resterà più nulla deJ l'accampamento e la marcia sarà ripresa con la solita allegria. Ho notizie recentissime di Arnaldo e anche l'indirizzo. Se non è molto <listante andrò a trovarlo in moto; fino a 60 chilometri ce la faccio .
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Sono stato in escursione nel nuovo settore e mi sono reso conto delle difficoltà che dovrò superare per eseguire le opere di difesa e di sistemazione degli Alpini per vivere e combattere al meglio nelle durissime condizioni dell'inverno russo. l lavori di scavo, riporto e rivestimento si prospettano tecnicamente difficili, soprattutto se si tiene conto della scarsità di mezzi e strumenti di lavoro di cui disponiamo. Sono però deciso ad affrontare questo nuovo compito con la ferma convinzione di portarlo a termine nel più breve tempo, secondo Ja mia esperienza e i miei criteri personali. Per l'esecuzione confido nella capacità di arrangiarsi degli Alpini. Oggi è stato in giro con me Arnaldo; siamo relativamente vicini. Cercherò di av rlo con me: saremo felici. Oggi ho parlato ~1i mi .i Alpini e li ho fatti p,utecipi della visita che la notte scorsa ho fatto al cimitero dove sono sepolti alcuni dei loro Ufficiali e compagni. Sono rimasto convinto che tutti manterranno fede alla mia promessa di tenere sempre alto il nome di questo Battaglione che oggi è sinonimo di gloria e di ardimento.
2 ottobre Carissima Emilia,
anche oggi ti scrivo con molta fretta perché devo andare in linea a vedere i lavori che, in questo momento, costituiscono la mia maggiore preoccupazione. Tutto procede bene. In questo settore si vive più tranquilli e perciò anche il mio lavoro, può essere più regolare.
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Anche ieri ho rivisto Arnaldo, che sicuramente ritornerà anche domenica. Per il momento non abbiamo motivo di lamentarci delle condizioni ambientali. Di notte fa molto freddo, ma di giorno fa caldo e ci si awicina anche ai 30°. Oggi abbiamo ricevuto la visita Jel Segretario del Partito Fascista. Il comportamento è sempre il solito: opportunista. Sono tutti uguali (i Gerarchi) e perciò non fa piacere incontrarli. Quanti problemi seri sono accennati in modo superficiale, mentre richiederebbero studio e riflessione. Non parliamo oltre di queste cose, altrimenti rischia di sfumare quella granitica volontà che ci fa affrontare e superare ogni sacrificio.
7 ottobre Carissima Emilia, ieri sera ho scritto a tuo padre, dopo aver letto una bella lettera che ha scritto ad Arnaldo che, in questi giorni è con me. Domani ci separeremo perché rientra al suo reparto, che marcerà dietro di noi con un giorno di ritarJo. Ormai ci stiamo abituando a questi distacchi che troncano i brevi periodi di gioiosa intimità che ci accomuna in questo ambiente di guerra . Nei giorni che è stato qui ha dormito nella mia buca. Avevamo i nostri due lettini a contatto e, durante la notte, mi passava il microfono del telefono che mi unisce ai miei reparti e ai comandi superiori e per ogni cosa ci consultavamo. Siamo sempre concordi nel valutare la situazione e, per me, è un grande sollievo avere vicino una persona intima che
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gode della mia fiducia . Le condizioni in cui operiamo sono così variabili e imprevedibili che, se anche sono preparato a ogni evenienza, uno scambio di opinioni è sempre utile oltre che gradito. Col buon Arnaldone ci lasceremo per ritrovarci all'ultima tappa. Mi sono così abituato alla vita vagabonda e pericolosa del fronte che le tappe del prossimo trasferimento non mi sollecitano alcun interesse. Mi dispiace <li dover lasciare la postazion e di Quota 228 per la grande mole di lavori di sistemazion e e difesa che vi abbiamo fatto in soli di eci giorni, in condizioni di p ericolo continuo , sempre tesi a vigilare giorno e notte per non essere sorpresi dall'attacco del nemico. Ancora una volta, di fronte alla costanza, all a tenacia e al senso di responsabilità dei nostri Alpini, mi sono sentito com mosso e orgoglioso di com andarli. Queste opere d i difesa, di sistemazione e riparo, anche se eseguite in condizioni di grand di sagio e pericolo, sono necessarie per risparmiare vite umane e imporre il ri spetto del nemico. Ragioni <li servizio mi hanno fatto interrompere questo scritto; ora lo riprendo per finire, contento che sia finita la bufera di acqua e vento che pareva aver posto fine al tempo buono che ci aveva agevolato in questa regione deserta. Il sereno è tornato e speriamo permanga fino all a fine delle nostre future . . . peregnnaz1on1. Arnaldo sta dormendo in piedi e perciò rimando ad altro giorno. Grazie delle fotografie. Tanti baci a tutti.
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Carissima, continuo la lettera di ieri, più di una volta gli aeroplani russi ci hanno fatto stare con le orecchie tese per ascoltare da quale parte e a quale distanza avrebbero lasciato cadere i loro carichi di bombe. Ogni tanto siamo svegliati dal crepitare della mitraglia e da chiamate al telefono dei Comandanti in linea per preavvisarci delle mosse del nemico verso le nostre posizioni. È un settore molto delicato anche questo secondo, ma io lo sto trasformando in una vera e propria fortezza campale e, se avessi potuto rimanervi almeno per tutto il mese, l'avrei sicuramente resa imprendibile. Forse pochi riescono a comprendere come ci si possa affezionare a una posizione sulla quale si è solo penato, lavorato e sofferto tutti i disagi di un ambient inospitale, dove mancano gli elementi più neces -ar i all a nostra vita come la legna , l'acqu a qualsiasi vegetazione che non sia grano, orzo, marzuola , avena cd erbe selvatiche. Epp ure ci dispiace abbandonare questa quota; forse perché lasciamo incompleta la reali:aazionc di un progetto di fortificazioni che ci ha richiesto tanta fatica e sudori e ci ha fatto correre tanti pericoli . Studiando a fondo il terreno, la sua natura e la sua morfologia, arriviamo a identificarci con lui, perché più lo conosci più ne puoi migliorare le caratteristiche e progettare le opere necessarie alla tua difesa e alla tua salvezza. Ci muoveremo da qui per raggiungere il resto della mia divisione installata su questo fiume Don, ma molto più lontano, sull'estrema ala sinistra del nostro Corpo d'Armata. La nostra vita è ridotta alle cose più elementari, primitive, se valutate da un certo angolo, giustificate 70
da un punto di vista esistenziale. Pensate con quanta attenzione e serietà raccogliamo il grano per mascherare le postazioni, le nostre buche, anzi le nostre tane, per fasciare con la paglia le pareti e far tappeto ai pavimenti. Gli Alpini lo sgranano, lo pestano nel1' elmetto per farne focaccine che cuociono in piccoli forni da campagna, fatti con tanta ingegnosità per far scomparire il fumo ed evitare che il nemico faccia saltare forno e pane. Sarebbe interessante veder la marcia delle nostre truppe, delle salmerie che trasportano oche, polli, vitelli, capre e mucche. Non so, prima d'arrivare a destinazione, quanti incidenti saranno capitati a questi animali, soprattutto al pollame. Nel precedente trasferimento molte oche sono finite nelle gavette degli Alpini. Questa è una parte della nostra vita di guerra che appass ion a e attrae, anche perch é, nonostante sia primitiva, essa non esclude e non contrasta con il sentimento e l'apprezzamento dei più alti valori della nostra civiltà cristiana e della nostra tradizion e cultu rale classica. Lo dimostra il genere di rapporti amichevoli e la comprensione che abbiamo con la gente locale. Noi avvertiamo di essere portatori di valori che ci differenziano dal nemico sovietico e giustificano la nostra presenza in questa terra straniera e lontana. Tra qualche giorno ci sposteremo anche dal fron te della Quota 228, dopo aver scavato chilometri di trincee profonde non meno di 2 metri e larghe più di uno, postazioni per le sentinene e per le armi pesanti, cunicoli per accomodare gli Alpini col sacco a pelo, ricavati entro la parete <li roccia e spesso rivestiti Ji tavole <li legno e altri materiali, ricuperati per 71
mezzo di raid notturni, da case abbandonate nella terra di nessuno. Di fronte a una così evidente prova della costanza e tenacia dei nostri Alpini non si può non sentirsi orgogliosi di comandarli. A succederci sono venuti reparti rumeni che già occupano parecchie decine di chilometri di fronte alla nostra destra. Sono male equipaggiati e armati, ma molto duri e decisi; speriamo che apprezzino e possano utilizzare al meglio il nostro lavoro. Noi riprenderemo fra qualche giorno le marce attraverso i soliti estesissimi campi di grano e di biada che ancora ondeggiano sotto la sferza del vento gelido che preannuncia l'inverno , senza la speranza che una mano amica raccolga le turgide spighe per poi portare i grani ai mulini e, <lai mulini, la farina a tante bocche innocenti bisognose di pan . Non un a casa o una s mplic · capan na, solo macchine agricole inutili, sparse un po' ovunque per i piani, i pendii e le conche delle balke; non un albero sia pure di vegetazione spontanea. Solo piste segnate dal cammino di uomini, di quadrupedi e di carri frazionano queste bionde distese in grandi riquadri di una macchia irregolare. Non una goccia d 'acqua potabile per deci ne di chilometri. Ci siamo abituati a vivere nelle tane come lupi , trovandole confortevoli più delle tende cui dovremo tornare durante questo lungo trasferimento che ci porterà a schierarci all'estrema ala sinistra dello schieramento dell 'Armata italiana. È giunto improvviso un temporale, una bufera di vento e pioggia che ci ha fatto temere la fine di quel magnifico tempo che ci ha tanto agevolato in queste 72
nostre continue peregrinazioni; per fortuna è subito tornato il sereno; speriamo che duri per tutto il tempo del nostro trasferimento.
9 ottobre Carissima Emilia, ieri mattina, prima di partire, ricevetti la tua lettera <lel 24 ottobre. Subito dopo sono passato a salutare Arnaldo per accordarci su eventuali necessità per il viaggio <li trasferimento ali' altra estremità J eUo schieramento del Corpo d'Armata Alpino sul Don. Anche oggi ho avuto sue notizie da alcuni miei Ufficiali che l'hanno incontrato in marcia. Gode di ottima salute. Ormai è completamente acclimatato e non soffrirà anch qu ando il clima si farà rigido. Per il momento la stagione si mantiene ottim a e anch e il freddo notturno è meno intenso oppure non lo avvertiamo.
11 ottobre Carissima Emilia, da un giorno abbiamo iniziato le marce <li trasferimento: il tempo si mantiene al bello e anche il freddo notturno è meno intenso; per lo meno, noi non lo sentiamo più così rigido. Quando il tempo è asciutto, a parte ogni altra ovvia considerazione, si rimane di buon umore senza dar peso alla fatica. Anche l'ultima notte che sono stato a capo della Quota 228, i russi , credendoci partiti e avendo saputo del cambio, ci hanno attaccati pe~ fare dei prigionieri e raccogliere informazioni sui nuovi venuti. Erano accompagnati da un commissario politico e 73
da un politruk; ma sono tornati indietro senza successo. Per la prima volta abbiamo potuto constatare in modo preciso e inconfutabile il metodo brutale di questi aguzzini, strumenti della politica del comunismo. L'attacco è stato effettuato da una settantina di uomini che si sono portati fin sotto le nostre pattuglie avanzate. Erano le 22,15 quando i nostri hanno dato .il chi va là. La prima fila di russi è avanzata con le mani in alto gridando la frase di arresa a noi nota. Subito dopo, quando i nostri stavano per alzarsi in piedi per andargli incontro, quelli che avevano alzato le mani si sono buttati a terra e una terribile scarica di oltre trenta mitra si è abbattuta su un gruppo della nostra pattuglia crivellando di pallottole quattro dei nuovi arrivati (rumeni). Quasi contemporaneamente al la scarica, gli altri attaccanti lanciavano bombe a mano quattro dei miei rimanevano feriti, ma i nostri quindici Alpini e due Ufficiali hanno avuto una rea:lione così proma e violenta da costringere gli attaccanti ad arrestarsi e, quind i, a ripiegare lasciando nelle nostre mani cinque prigionieri e un morto. Fra i prigionieri c'era anche il politruk, mentre .il commissario riusciva a darsela a gambe lasciando a noi il solo distintivo. I primi quattro prigionieri erano fra coloro che avevano alzato le mani in segno di resa; interrogati, affermarono di aver esegLÙto questo gesto, vile e traditore, perché costretn dal comm1ssano e dal polltruk, spiegando la tragica condizione in cui erano messi. Alla parten%a dalle proprie posizioni venivano posti davanti al pattuglione d isarmati con l'ordine di simulare la resa appena vicini al nemico, cercando di salvarsi buttandosi a terra prima che i fucili mitragliatori alle loro spalle, in mano ~
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a elementi fidati, sparassero. Ora ho avuto la spiegazione del fatto che, molte volte, dopo un attacco respinto, si trovavano presso le nostre linee dei morti disarmati. Il politruk è rimasto in trappola perché, spintosi avanti, è andato a finire contro le vedette del nostro reparto. Quando è stato interrogato, durante la notte nella mia tana, ha giustificato il distintivo che portava per quello <li soldato scelto, avendo fatto un corso di mitragliere. Al mattino successivo, durante il sopralluogo per ricostruire i fatti, sono venuto a sapere che l'Ufficiale cui era stato consegnato gli ha tolto dal berretto la stella rossa con falce e martello, che è il distintivo che portano i commissari (<li forma più grande e più b ella) e i politruk (di forma più piccola e rozza). È d a notare che questo soggetto aveva smentito gli altri prigionieri affermando che con la pattuglia non c'erano né il commi sario né il politruk. Interrogalo di nuovo p r chiedergli giustifica:lione e signifi cato di quei distintivi, n gava recisamente di ess r politntl<. Allora l'abbiamo mes. o a confronto con gli altri prigionieri e uno di questi gli si è subito avvicinato grid andogli politruk e lo ha preso per le mostrine gridando ancora politruk. Gli occhietti cattivi di quel!'ometto, così loquace e strafottente prima, hanno preso di mira il povero soldato intimandogli con voce autoritaria di tacere. Ma il soldato, che finalmente si sentiva libero e protetto, mostrando le mani incallite e piagale, lo l1a fissalo in volto e, ripresolo per il bavero gli ha gridato più volte «rabattare» facendo segno a frustate. Rahattare in 1usso itaJianizzato vuol dire lavorare. Era evidente che voleva JirgL: «Hai finito di farmi lavorare come un dannato e frustarmi come una bestia». li politruk è diventato pallido, incapace dina-
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scondere il tremore della paura. Intuiva che noi italiani eravamo sul piede di partenza e lui sarebbe rimasto in mano dei rumeni che, ignorando le nostre regole <li rispetto dei prigionieri, sono molto duri e in questi casi fanno giustizia sommaria. Subito dopo questo interessante episodio ho preso congedo dai miei successori che, come i tedeschi nella precedente posizione del fronte, non fanno che ringraziarmi per quanto abbiamo fatto, increduli che tanta mole di lavoro sia stata compiuta in soli 12 giorni. Ancora una volta ho guardato verso la quota e verso la mia tana con un contrasto di sentimenti. Lascio questa inospitale posizione dove tante volte sono stato rincorso, da vicino, da tanti ordigni <li morte; 13 notti insonni e 13 giorni di lavoro ininterrotto sotto la tempesta di fuoco delle artigli ri , <lei mortai e delle mitragliatrici. Non sarà facile dimenticarli; né 1e mie scorrerie in moto attraverso i campi di orzo che ci separano dalle linee n miche p r meglio conoscere la morfologia del terreno prima <li approntare le opere di difesa. Sono abituato ai cambiamenti in1prowisi di località: è una caratteristica della guerra, ma ci si deve comportare e lavorare sempre come se la permanenza fosse duratura . Salito sulla mia inseparabile moto ora mi Jirigo, col mio fedele e abilissimo motociclista Podestani, verso la località ove si trova Arnaldo.
13 ottobre Carissima Emilia, Arnaldo sta bene, ma si è rovesciato un harile di olio sul sacco a pelo. Dovrò toglierlo daJle difficoltà.
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Dopo una notte freddissima ne abbiamo avuta una più mite. Questa mattina però il sole non ci è stato compagno; solo ora, verso mezzogiorno, è riuscito a spuntare fra le nubi, ma non ha la forza di scaldarci. Ieri, a quest'ora, eravamo sicuramente a più <li 25 ° sotto zero. Oggi saranno 10 o 12; in compenso il vento sta pulendo il cielo dandoci la speranza che il buon tempo duri ancora e permanga asciutto in modo <la sopportare meglio il freddo sotto la tenda. Ci siamo accampati vicino a uno dei soliti paesi; <li diverso non c'è altro che un po' di pietrame, che è un materiale piuttosto raro e pre:doso che gli abitanti hanno usato per fare il fondo alla strada nelle vicinanze Je] paese senza però poterlo compattare. Lascio imm aginare quanto poco piacevole sia stato per me e, in parti olare, per il mio intestino, p rcorr ri o in mo tocicletta. Questa povera gent , che ha avuto la sventura Ji trovarsi nelle r trovie, quando tutto sarà finito tirerà un be] sospiro. Circola la voce che con il 15 di questo mese cesserà il servizio aereo postale e Je comunicazioni diventeranno più lente (20 giorni al minimo) con la conseguenza di farci sentire molto più lontani da casa. Per fortuna che fra dicembre e gennaio Arnaldo andrà a casa in licenza. Da <liversi giorni non ricevo posta: l'aereo non arriva; non sappiamo ii perché. Speriamo che non sia successa una disgrazia e che possiamo avere il piacere di ricevere la posta tutta in una volta. O ggi è partito l'assegno di 1200 lire, mie e di Arnaldo: 500 le manderò alla famiglia Je] povero Rossi. 14 ottobre 77
Carissima Giustina, ieri sera ho ricevuto le tue lettere de] 28 e 30 settembre con la bella fotografia tua, <li Giovanna e Maria Adelaide. Ti ringrazio di avermi portato così vicino a voi, nella nostra casa. Ho vissuto un momento di gioia intima. So che, in questo momento, la mia vita è questa e non voglio che il mio spirito avverta delJ'immensa distanza che ci separa. Ancora provo l'impressione di essere partito ieri e di trovarmi a pochi chilometri da voi. Può sembrare strano ma la frequenza e la rapidità della posta fanno varia re il senso della distanza! Ecco perché d'inverno ci sentiremo più lontani. Oggi abbiamo interrotto la marcia per un giorno di riposo e ho installato l'ufficio nella stanza da letto di questa povern gente, costringendola a ricorr r a tutto ilJoro spirito di adattamento. Le esig nze <lella gue rra e la vita rustica, anzi vorrei dire primitiva che , conduciamo, ci privano delle attenzioni cui eravamo ab ituati a casa, in Italia, vivendo in pace nel quotidiano della nostra vita domestica. Nonostante tutto, questa buona gente riesce anche a essere premurosa! Mi ha fatto tanto piacere sapere che mia cugina Virginia sia sempre gentile con voi: è un appoggio che, in un momento come questo, mette in maggior evidenza i sentimenti di affetto che ci uniscono a questi nostri parenti. E immagino la vostra uscita a passeggio con quel frugolino di Giovanna che, certamente, vorrà essere portata in braccio. In quanto ai giornali, non prenderne più nessuno. Speravo riportassero le notizie della battaglia del 1° e 2 settembre per l'informazione e il compia-
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cimento delle nostre famiglie, invece tutto è stato mistificato. I combattimenti, avvenu6 in quei due giorni, attribuiti dalla stampa ai Lancieri sono quelli sostenuti dal mio Battaglione e dal Battaglione Vestone entrambi del 6 ° Reggimento degli Alpini. GJi altri sono stati <lei semplici spettatori. Io pur sapendo il perché non posso scriverlo a casa, a causa della censura. È questione <li bottega anche in queste cose delicate! Se però si ripresenta da me un giornalista lo caccio a pedate. Per fortuna stiamo rientrando in famiglia (Corpo d'Armata Alpino) e queste cose spiacevoli non capiteranno più; tuttavia non cambierò il mio atteggiamento verso quei signori della stampa che vengono qui solo per riportare che la guerra, nella localiLà in cui ci troviamo , è un divertimento, tanto che i miei Alpini , dopo aver comballulo per un a intera giornata, all a sera ritornano contenti. Come se una giorn ata di fuoco fosse un o scherzetto con scambio Ji palline di carta. Queste sono buffonate che offendono il nostro popolo. Pensate quale impressione deve aver fatto un rac conto J el genere in una regione che, a distanza di giorni, ha ricevuto le comunicazioni della morte e del ferimento di suoi giovani. Teniamo sempre presente che il noslro reclutamento è regionale e, Ji conseguer~za, i morti e i fe riti possono concentrarsi anche in un unico piccolo paese di montagna. Non dim entichiamo mai che, con raffondamento della nave Calitea in Adriatico fra la costa pugliese e quella albanese, un paese del fìriuli perse i giovani di una intera classe di leva. Il nostro popolo sa che la guerra qui è una cosa seria e che noi siamo partiti con la certezza che ci sa79
rebbe stato da combattere duramente e, con questa certezza, abbiamo combattuto e continueremo fino a spezzare la resistenza del nemico. Questa è la verità. Ed è una verità dura che non impressiona che i pusillanimi e i vigliacchi. Spero che Emilia ascolti solo il Giornale Radio e tutto il resto non lo legga: non val la pena <li perdere del tempo. Il miglior giornale saremo sempre noi che, nel limite consentito dalla discrezione, per necessità del segreto, diremo sempre la verità perché non abbiamo timore di farla conoscere, anche quando è dolorosa. Tralascio di scrivere perché hanno bisogno del tavolo. Un grosso bacione a tutti.
76 ottobre arissima Emilia, anche oggi il t mpo ci ha assistito. È sparito il freddo polare che è durato un solo giorno portato da un forte vento dal nord; la temperatura è tornata mite e, dopo una notte minacciosa, il cielo è tornato limpido e sereno. È quasi certo che la prima parte di queste nostre marce Jj trasferimento si chiuderà bene. Ormai mi sono tanto riposato da non ricordare più i disagi e le notti insonni trascorse in linea. Speravo di trovare le mie cose alla fine della tappa di domani , invece le hanno già spedite a destinazione. Così non posso mantenere ia promessa di mandarti una icona e un samovar. Sono riuscito a farmi cambiare un mezzo sacchetto di farina macinata male con crusca, con altra buona, setacciata, per fare i gnocchi di patate e zucca. Noterai che, quando è possibile, ci prepariamo cose gradite alla gola. Do80
mani sera vedrò Arnaldo con la speranza di poter stare con lui i prossimi giorni. Due giorni fa ho spedito 300 lire al fratello di Rossi, parte delle quali mi erano state depositate e ]e altre gli dovevano competere per il servizio di Attendente in questi <lue mesi in Russia. Per la mia salute non potrei desiderare di meglio. Ora l'unica preoccupazione seria siete voi. Alla sera, quando mi ritiro nella ten<la a riposare sulla mia brandina, penso a lungo alla mia famiglia; mi sembra <li stare a casa e, quando il sonno mi prende all'improvviso, la mattina mi sveglio con una profonda gioia e ringrazio Iddio di avermi ripagato <li quel poco che faccio. A tutti, un abbracòo affettuoso.
20 ottobre Carissima Emilia, questa sera ho ricevuto la tua lertcra con la retina per la lampada Petromax. Oggi speravo di aver notizie <li Arnaldo che è dietro <li me Ji una tappa, ma non era ancora arrivato e il mio Ufficiale non ha potuto attenderlo. Domani lo vedrò certamente. Non inviarmi più pacchi: non abbiamo bisogno di nulla. Limitati a spedirmi ancora della genziana: il cognac con la genziana mi fa molto bene; comunque ne consumo un quarto <li litro al mese. Il tempo si è rimesso, tanto da sperare di non avere né pioggia né neve fino all'arrivo a destinazione; però non c'è da illuderci perché il vento può cambiare in un minuto e subito nel cielo si profila la 81
minaccia. AJ ogni modo il cammino che ci rimane è breve e, una volta arrivati, non avremo più motivo <li preoccuparci. Quando riceverai queste notizie saremo già sistemati. Dopo aver vissuto interi inverni sui nostri monti delle Alpi, non ci si preoccupa di passare un inverno in queste steppe: il vento forse è meno forte qui. Nella nuova zona del fronte sulla riva destra del fiume <lovremo prepararci, col massimo <lella rapi<lità, a eseguire tutti quei lavori necessari a superare l'inverno imminente. Ormai si tratta per noi di un lavoro ripetitivo; chissà se gli ungheresi cui andiamo a dare il cambio ci lasceranno una posizione già preparata come noi abbiamo lasciato sia ai tedeschi a Bolchoj che ai rumeni a Quota 228. In ogni caso, quando siamo occupati , non ci riman e neppure il tempo per prende re un raffr ddor : in 43 giorni di lin a non ho avuro n ppur c un amm alato.
24 ottobre Carissima Emilia, questa mattina mi sono separato <la Arnaldo dopo un'intera giornata trascorsa assieme. A Bologna si stupirebbero di vederlo tanto irrobustito; l'aria della steppa e i polli razziati hanno conferito molto alla sua salute e a quella degli Alpini in genere. Io sono già in stazione, domani riparto in camionetta: pare che il tempo me lo permetta, ma quesla notte il termometro è sceso sotto i ] 0°. Per fortuna tutti i miei Alpini erano prowisti <li paglia e anche sotto la tenda non è stato un eccessivo disagio. Certo che col procedere dell'inverno questo tipo di abita82
zione non è l'ideale. L'inverno russo ormai è in marcia e non può più essere arrestato; resta la speranza che non acceleri i tempi con forti burrasche cli vento e di neve. Arnaldo si è preoccupato <lei suoi piedi chiedendomi i calzari di feltro che gli avevo promesso e che, secondo l'opinione di tutti, sono l'unico mezzo sicuro per ripararli dal freddo. Appena arrivo alla mia base mi darò <la fare per preparargliene Jue paia da passeggio con una tomaia di pelle impermeabile. Per quanto sta in me, nu11a trascurerò perché possa superare senza danno e senza sofferenze qu esta <lura prova. Che gioia sarebbe per me, trascorso un anno, vederlo rimpatriare! Rispetto a quella attuale la mia vita qui sarebbe un divertimento! Intanto prego per lui mentre guarJo l'immagine della Madonna <li an Luca tanto cara a noi bolognes1.
25 ottobre Carissima Emilia , la giornata è splen<liJa e, quindi, riprendo a viaggiare nelle migliori condizioni. Questa sera sarò già arrivato a destinazione. Avrò 15 giorni di tempo per rimettere a nuovo i miei Alpini. Non ho ricevuto posta <la voi dal giorno 8. Il paesaggio è sempre lo stesso, solo le sLraJe, in <..1uesla slagiune, si prestano a qualche osservazione interessante che, comunque, rimando ad altra occasione.
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CAPITOLO QUINTO
SUL DON A BELOGORJE
27 ottobre Carissima Emilia, sono arrivato a destinazione. Sono soddisfatto, per quanto ci sia molto da fare. I a nuova linea è molto migliore della precedent . 11 tempo è sempre onimo. Oggi ho L"iccvuto una lettera di Giustina Jcl giorno 9, dalla quale mi rendo conto che non è an cora arrivala la mia, n ella qual vi descriv vola fine del povero Rossi. Mi è pervenuta anche una lettera di tuo padre in data 12 , con la quale mi dà tante buone notizie circa la campagna. Se avrà messo i peperoni sotto le graspe, li potrete godere questo inverno. Vi ripeto che non abbiamo bisogno di nulla di quello che vorreste mandarci, ma ora mi occorre un macinino per il caffè: spediscilo e, possibilmente, cerca che sia piccolo e forte, serve per macinare il grano. Oggi ho visto per la prima volta il fiume Don, mi è piaciuto e, nonostante il freddo e il pensiero che i russi mi avrebbero sicuramente mandato a ultimarlo in altro Regno, ero tentato Ji fare un bagno. 84
Il tempo è sempre ottimo, ne abbiamo bisogno dal momento che gli ungheresi, cui diamo il cambio, non hanno fatto alcun lavoro per affrontare l'inverno, né per la difesa, né per l'accantonamento Jella truppa: sapevano da tempo che avrebbero lasciato quelle posizioni prima dell'inverno. Ci lasciano, invece, un bel campo minato che si estende davanti alle nostre linee senza un mappa per localizzare le mine. Per la terza volta dobbiamo rifare i soliti lavori con la speranza di non muoverci più per tutto l'inverno. Siamo alloggiati con la mensa in un'aula Ji scuola del villaggio. In linea sono nel quartiere di una cittadina tah11ente distrutta che, al termine della guerra, per riconoscerla dovranno mette re un cartello con scritto il nome: qui c'era Belogorje. Dall'altra parte <lei fiume, occupata dai russi, ci ono Ju cittadine di circa 50.000 abitanti eh ancora vi abitano perché Ii vediamo girare per le straJ .
31 ottobre Carissima Emilia, come prevedevo, la mia vita ha dovuto riprendere a un ritmo di massima celerità. Ti confesso che ci sono dei momenti in cui solo la mia profonda feJe e l'inesauribile volontà possono darmi la forza per non piegarmi di fronte a tanto lavoro e a tante difficoità. Se riuscirò a portare a compimento il piano di lavoro che ho tracciato, io e i miei Alpini avremo fatto l'im possibile. La mia salute comunque è ottima. Ora sono ancora alloggiato in una casa perch é non posso dare la precedenza alla costruzione di un alloggio 85
per me. È una casa che si può definire una capannuccia nella quale i topi sono i veri padroni e, a notte, vengono a farmi visita passeggiando sulle coperte e, qualche volta, anche sulla faccia. Non è una cosa piacevole, ma ci si abitua. Quando avrò tempo e mi sarò meglio organizzato per l'illuminazione cercherò <li descriverti il panorama di questa regione molto interessante. Arnaldo deve essere arrivato oggi alla tappa dalla quale partirà per venire in linea. Non so ancora se verrà nel mio settore, comunque spero di averlo vicino e possibilmente con me. Dohhiamo lavorare per scavare le nostre tane, le trincee, tutte le opere di fortificazione nonché i soliti cunicoli per l'alloggio degli Alpini nella prima linea, in condizione di estremo disagio per il fred<lo gelido; inoltre dobbiamo accelerar al massimo i lavori perché in combe l' inverno e urge un rrparo. Ilo tracciato un piano di lavoro che ci dia il massimo di sicurezza e di efficien7.a dal punto di vista militare. L'ottima salute Ji cui godiamo ci permetterà certamente di portarlo a termine nonostante il gran disagio dovuto al freddo e agli alloggiamenti precari. Ho avuto comunicazione che col 30 ottobre il servizio aereo è cessato. Credo però che non fosse più in atto <la diversi giorni. L'Alpino che mi faceva da Attendente è partito per la licenza perché gli è morta la madre. Sono d'accordo che venga da voi prima di ripartire per prendere quello che mi occorre, compreso un ottimo lume a petrolio con relativi tubi e stoppini. Arrivederci a dopodomani, saluti e baci a tutti. 86
4 novembre Carissima Emilia, ho ricevuto la tua del 24 ottobre. Immaginavo che il tuo silenzio fosse dovuto al dolore per la morte del nostro buon Rossi. Bisogna essere forti e preparati a tutto in queste circostanze. Tu sei preoccupata per Arnaldo. Ti confesso che io sono tranquillo perché ho l'assoluta certezza che tornerà. lo invece considero la possibilità del mio sacrificio, ma sono moralmente e psicologicamente preparato. Avrei voluto risponderti questa sera per tranquillizzarti, ma i miei impegni mi chiamano altrove. Sono ore veramente febbrili per me e per i miei Alpini, dovendo provvedere a tante necessità, mentre, con l'incalzare del tempo invernale, aumentano le difficoltà sia per l'esecuzione <lei lavori, che per le condizioni <li vita tuttora sotto la tenda o in fabbricati di fortuna semidi strutti. La t mperatura , passata all'improvviso da qualche grado sopra zero a 20 sotto zero costringen domi ad affrontare uno d i momenti più critici che abbia mai avuto. Le tende sono diventate grosse lastre di ghiaccio e non reggono più e c'è il pericolo Ji congelamenti in massa. Mi permetto cli osservare che, per evitare una vera e propria catastrofe, c'è voluto, da parte mia, una volontà <l'acciaio sostenuta da un fisico altrettanto temprato: ho dovuto stare all'aperto camminando giorno e notte per visitare i cantieri e incoraggiare gli Alpini con la mia presenza. È in questa circostanza che mi hanno affibbiato l'appellativo di «Grande Vecchio», oppure «Vecchio diabolico». Il fatto è che noi tutti non ci perdiamo <l'animo e, aguzzando l'ingegno, riusciamo a rimediare a tutti i problemi. 87
6 novembre Carissima Emilia, nevica, ma siamo egualmente di buon umore anche se non abbiamo ancora ultimato i lavori. Non ho potuto andare a trovare Arnaldo che è abbastanza vicino perché gli impegni mi tengono in chiodato al mio posto; anche lui è molto preso per la sua sistemazione in linea. Appena potremo avere un po' di respiro o l' uno o l'altro farà i pochi chilometri che ci separano. L'inverno russo si presenta senza preavviso. Solo ieri era cal<lo come a settembre nel su<l; poi una breve pioggia che, dopo averci fatto intendere quan to sia appiccicaticcio il fango, si è trasformata in neve. Ciò nonostante io ho continuato a girare dalle 4 del mattino fino a quest'ora di notte e, se non fosse per il buio, rifar i un altro giro in linea tanto mi sento bene. l primi pacchi sono arrivati, ma non c'era il mio col macinino. Ti saluto e abbraccio.! 7 novembre Carissima Emilia, siamo passati dai 28° sopra zero del giorno 5, alla pioggia e neve del successivo e a 20 sotto zero di oggi. È uno dei mom enti più critici che abbia mai avuto. Le tende, diventate lastre di ghiaccio, non reggono più e si corre il pericolo di congelamenti. Ho dovuto raddoppiare la mia presenza nei cantieri per sostenere il morale degli Alpini e incitarli a moltiplicare gli sforzi per accelerare i lavori, nonostante la gravità delle condizioni ambientali.
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9 novembre Carissima Emilia, Sono passati circa 15 giorni dal nostro arrivo e dall'inizio dei lavori e tutti i miei Alpini (circa 1600) sono al coperto in ricoveri interrati, riscaldati, relativamente comodi o in caverne a prova dei medio calibri. Mi ha telefonato Signorini per dirmi che vorrebbe venire a visitare le opere del Battaglione con l'inviato del «Corriere della Sera» Cesco Tomaselli; ne garantisce personalmente la serietà. Accetto la visita avvertendo però che, almeno da parte mia, la conversazione non sarà molto brillante."'
11 novembre Carissima Emilia, la salute è semp re huon a e la mi a peUe ancora intatta, nonostante i russi, ogni tanto, cerchino <li farle un forellino. Grazie a Dio, che certamente ascolta le preghiere dei miei familiari, non sono riusciti nel loro intento. I miei lavori hanno proceduto con tanta celerità da arrivare in soli sei giorni a mettere tutti i miei 1500 uomini circa al coperto in baraccamenti comodi e caldi. Sono finalmente tranquillo e mi posso dedicare ad altre opere necessarie e utili per il rafforzamento del fronte . In settimana attendo la visita dei miei Superiori, Colonnello Signorini e Generale Reverberi. Con Signorini siamo amici di famiglia da 23 anni: eravamo entrambi a Gorizia nella Divisione Julia, ha visto crescere Arnaldo. Con Reverberi, oltre la comune provenienza reggiana, c1 conosciamo dai tempi della guerra del 1915-18. 89
Sono certo che gri<leranno al miracolo per quello che questi Alpini sono riusciti a fare anche con temperature molto basse e sistemazioni di fortuna al limite della sopportazione. Oggi, a proposito di lavori , ho avuto la gioia di apprendere dal mio Comandante <li reggimento che i rumeni che mi sostituirono nell'altro settore del fronte, a Quota 228, hanno scritto al nostro Generale di essere stati attaccati da nove battaglioni con grande impiego di artiglieria. Hanno potuto resistere, infliggendo al nemico grosse perdite, gra:.òe ai lavori difensivi che noi avevamo compiuto. Sono rimasto contento non solo perché questo episodio viene ad aumentare la stima e la non comune considerazione di cui godo <la parte dei miei Superiori, ma soprattutto perché ho avuto conferma che l'assum~ione di iniziative l'esecuzione di lavori, oltre che per l' utilità <l el reparto, danno i loro frutti in un ambito più allargato dell'eco nomia della gue rra. Non sono esattamente informato degli avvenimenti sul resto Jel fronte perché alle 3,30 è già notte, alle 5 si cena e alle 7 al massimo vado a letto per essere poi in piedi alle 3 del mattino. Perciò non sento il bollettino. Ma alla mia sensibilità ed esperienza di guerra bastano poche notizie per capire che certi programmi strategici importanti, come la conquista di Stalingrado, non hanno avuto successo. Gli imprevisti sono difficili <la valutare, ma non mi preoccupano. Tn questa guerra, come in tutte le altre <lel passato, chi opera deve rimanere concentrato nel suo settore tant'è che, quasi sempre, si ignora quello che accade al di fuori del nostro limitatissimo terri90
torio. Ho sempre detto e scritto alla mia famiglia che questa è una guerra che si dovrà combattere con tutti i mezzi. Chi si illudeva che fosse diversamente è bene che ci ripensi, si armi <li buona volontà e si prepari a combattere perché solo combattendo si vincono le guerre. Le chiacchiere sono solo dannose e inutili. So che a molti non garba questo discorso; farebbe più comodo combattere nei caffè notturni un'altra specie di guerra, ma per questi signori non ho compassione e pietà perché molti di essi ch iudono gli occhi per non vedere ed esser <listurbati nell ' unico interesse che è quello di godere la vita al meglio. Qui il tempo, dopo due giorni di acqua e neve, si è messo al bello, ma con una temperatura <la Russia. Se la situazione si manterrà come ora non c'è <la preoccuparsi: con i mezzi e la sistemazione che ab biamo raggiunto, passeremo l'inverno benissimo. Sono aròvati molti pacchi tranne il mio che Jovrebbe contenere il famoso macinino da caffè. Un'altra cosa che ho chiesto è la carta oleata, per me e per Arnaldo, per mettercela sul petto, sulla schiena e intorno ai piedi: preserva molto bene dal vento.
13 novembre Carissima Em ilia, oggi e venuto a trovarmi Arnaldo: l'ho trovato ancor più irrobustito. Questa nostra vita di nomadi, all'aperto, gli conferisce molto. Ha fatto un bel bagno: ne aveva tanto bisogno! Domani rientrerà al suo reparto con la mia moto. Spero che in settimana si trasferisca nel mio settore. 91
Qui tutto procede bene; si vede che il buon Dio tiene conto delle preghiere dei nostri familiari più che delle nostre imprecazioni, tanto da concederci ancora bel tempo: anche il freddo è diminuito e tormenta meno i nostri Alpini che hanno ancora molto da lavorare. L'umore generale è buono nonostante le notizie che ci giungono dall'Africa. Del fronte di Stalingrado non si sa praticamente niente; solo io ho qualche indizio da cui posso intuire che i tedeschi della 6" Armata hanno trovato più difficoltà del previsto e sono stati fermati prima di completare l' occupazione della città, e dalle notizie dei rumeni arguisco che i russi stiano attaccando sulle ali per alleggerire la pressione su Stalingrado; infatti gli attacchi ai rum eni sulla Quota 228 sono condotti con forze molto maggiori di quando vi eravamo noi. Ho sempre considerato sia la Quota 228 eh la te' ta di ponte russa al Ji qua del Don, dove noi e il Vestone comhattemmo il J. 0 settembre, molto importanti per la stabilità Jel fronte. Su questo settore, ora tenuto dai rumeni , si vanno concentrando sempre più gli attacchi dei russi come aveva previsto il Generale Messe nel mio incontro che precedette i combattimenti del 1° settembre. Ma la mancanza di informazioni su quello che succede fuori del nostro ristretto territorio non è una cosa importante. Può sembrare strano, ma questa assenza di curiosità di quello che accade fuori dal proprio settore è propria di chi è coinvolto e, soprattutto, partecipa alla guerra, di questa ma, forse, di qualunque altra. Chi combatte è totalmente preso dai problemi del proprio territorio e deve essere completamente concentrato per di 92
fendersi o per attaccare, in altre parole per combattere. I limiti del territorio, che interessa il singolo, sono di carattere operativo, cioè funzionali al combattimento e vanno da quelli minimi del proprio reparto a quelli maggiori della Compagnia e del Battaglione; più raramente si può arrivare al Reggimento e alla Divisione. Piaccia o no, questa è la filosofia della guerra o meglio di chi la combatte veramente fino in fondo! La guerra è un fatto estremo che implica una decisione le cui conseguenze sono sempre drammatiche; il valore di un esercito è la somma del valore dei suoi singoli com ponenti che non lo possono esercitare altro che personalmente nel proprio ambito limitato e<l epi sodico. Ecco perché mentre combatti non puoi e non devi essere distratto da quello che accade contemporaneamente negli altri seuori. Quc. ta che ho chiamato la filosofia è anche la crudeltà della guerra. L'informazione <liv nta spesso inutile e interessa relativamente poco chi e totalmente concentrato nel confronto con se stesso o con il nemico che gli sta di fronte, come accade proprio nel combattimento, nella guerra. Mi sono soffermato su queste considerazioni per giustificare il comportamento mio, dei miei Officiali, dei miei Alpini: continueremo a fare sempre e comunque il nostro Jovere nel rispetto di una disciplina che abbiamo liberamente accettato senza alcun calcolo. Questa è la ragione della compattezza del mio Battaglione e, in genere, di tutti i reparti Alpini. In qualsiasi circostanza rimarremo sempre uniti. Oggi che siamo finalmente sistemati posso guardare indietro al periodo molto critico vissuto duran93
te i trasferimenti e i primi giorni trascorsi in questo settore, a causa del repentino cambio di stagione, mentre gli Alpini si trovavano a Jormire senza paglia, sotto la tenda, sul terreno bagnato a più di 20° sotto zero. Ebbene, il numero degli ammalati è stato irrisorio: molto meno che nei periodi trascorsi in guarnigione in Italia. Fra quelli che marcano visita, gli indisposti, che hanno disturbi di qualche serietà, non arrivano a uno su duecento al giorno e gli ospedalizzati l'uno per mille alla settimana. L'appetito in tutti è formidabile; per fortuna abbiamo trovato nel terreno i resti delle patate non raccolte dai nostri predecessori; ci servono per migliorare la razione. A proposito di palale non ci si può immaginare la fertilità <li qu sto terreno. Ci sono piante di patate che arrivano ad averne più di Juc ch ili e sono Ji una bontà straord inaria. Patate, cavoli, barbabietole e zucche per ora continuano a migliorare il nostro rancio e per un periodo molto lungo non soffriremo la mancanza di verdura fresca. Molti del 6° Bersaglieri hanno perduto l'antico entusiasmo. Io al ritorno non penso: mi pare di essere partito ieri, forse perché non ho tempo di pensarci. Interrompo di scrivere perché Arnaldo, che mi è accanto, ha sonno.
18 e 19 novembre Carissima Emilia, ti scrivo in fretta perché è l'ora <li cena e si attende solo l'arrivo di due Ufficiali che sono ancora in giro per la linea. Non ho novità perché la mia salute 94
e quella <li Arnaldo sono sempre ottime e le mie cose di qui vanno sempre come al solito, cioè senza novità di rilievo. Riprendo il giorno 19 perché ieri sera mi è stato impossibile continuare per le ripetute chiamate al telefono. Questa sera nevica forte e tutto il mondo russo è bianco e calmo: non c'è un soffio di vento. La bassa temperatura disturba un po' i ]avori ma non li impedisce. In questi giorni ho avuto la visita del mio Generale, Reverberi, che non mi ha risparmiato gli elogi per la grande mole di lavoro compiuto e per il modo con cui è stato eseguito. Mi ha scritto che con degli Ufficiali così non sarebbe possibile perdere la guerra. Le mje Catkhe non sono state inutili perché gli AJpini ora sono tutti al caldo e b n riposati e protetti non solo dalle intemperie, ma anche dal tiro d 1 nemico. Se J cos andassero cos·ì dappertutto, sar i veramente contento. Questa mattina il Generale R verberi mi ha telefonato per chiedermi se Arnaldo era stato trasferito nel mio settore; alla mia risposta negativa mi ha assicurato che se ne sarebbe interessato subito; perciò spero che arrivi presto e così saremo felici tutti e due. Averlo vicino mi fa piacere anche per il fatto che ha molto da imparare, lui lo sa e si appassiona a queste nostre cose, che poi sono in genere il frutto della volontà dell'uomo. Non ricevo posta da parecchi giorni, ma non sono preoccupato perché ho la sensazione che siate tutti in buona salute. L'inverno è già cominciato, ma finora non mi ha per nulla impressionato: attendo le temperature più basse con tranquillità. Ho già indossato le scarpe nuove che ho fatto fare al mio calzolaio, grandi e di panno di lana 95
grezza; quando i piedi sono al sicuro, proteggere il resto <lel corpo è più facile. Cara Emilia, ho ripreso a scriverti perché finalmente ho avuto la calma e il tempo per descriverti come passo le mie giornate e cioè in modo diverso da quanto si fa abitualmente in tempi normali e, anche oggi, in Patria. Al mattino mi alzo alle 3,30, prendo un po' di surrogato di caffè e latte, una fettina di pane e poi esco e mi metto in giro per i lavori del mio vasto cantiere che è lungo parecchi chilometri. Fino a ora ho girato in moto pur correndo il rischio <li rovesciarmi ogni dieci passi, ma domani anche questo mezzo sarà fermato dalla neve e così a Policarpo rimarrà solo il mezzo delle sue gambe: a loro imporrà di compiere lo stesso tragitto perché non può rinun ciare all 'esercizio del controllo e della direzione dei lavori affin h ' siano ultimati con la massima rap idità e col miglior risultato. Né posso trascurare il fatto che gli Alpini sono abituati a vedermi ogni giorno; se non mi vedessero sarebbero preocc upati. Fra le 10 e le 11 consumo il mio pasto, poi fuori fino alle 16,30 che è già ora <li notte perché alle 15 è già buio. Fino alle 18 faccio lavoro di ufficio, firmo la posta e poi ceno. Alle 20 si ascolta la radio e alle 20,30 si è già tutti a letto. In quanto al mangiare si va alla meno peggio, la carne è buona, la pasta anche e le patate mangiabili anche se, essendo gelate, hanno perso gran parte del loro sapore e delle loro sostanze nutritive. Non ho disturbi di sorta, dal che posso J ed urre che tutto quello . che occorre all'organismo c'è in misura sufficiente. Questa sera si farà il primo pane che uscirà dal mio forno: quello che ho fatto costruire; se funzionerà bene, come credo, saranno 14 quintali di pane 96
che produrremo ogni giorno. Certo è stato un gran lavoro costruirlo con i pochi mezzi che abbiamo avuto a disposizione e cioè: una cazzuola, un martello, una forgia e un martello da fabbro. Quando, domani, sarà ultimata la stufa di nostra fabbricazione , montata con mattoni e un bidone di benzina, tutto avrà un aspetto di vera e propria panetteria. Ora il mio «lucifero» (l'Attendente) brontola perché la minestra è cotta e vuole preparare la tavola; per questo devo lasciarti pregandoti di darmi notizie <li voi tutti.
22 novemhre Carissima Emilia, ti pr go di scusarmi se ti scrivo meno di Fr qu nt . Appena potrò prendere un'ora di ripo o la de<licherò a te. Da molti giorni non ricevo da casa né posta né pacchi, ma non sono preoccupato perch ' conosco le ca use del disservizio. Le diffi coltà di trasporto sono tante e di forza maggiore, per cui bisogna ess re soddisfatti se ci arrivano viveri e munizioni. Il nostro fronte continua a rimanere tranquillo, ma non credo lo sia sulla nostra destra, verso Stalingrado, dove eravamo alla fine dell 'estate e all'inizio dell'autunno. La stagione si mantiene incerta e la temperatura mutevole; in contrasto con le nostre previsioni , non fa freddo e credo non si arrivi a 5° sotto zero: eravamo abituati a 25. Arnaldo mi ha telefonato che sta bene; domani sarà da me perché finalmente è stato trasferito alla Batteria che è dietro le mie linee e al servizio del mio
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Battaglione. Potremo vederci spesso, forse ogni giorno. Spero ti abbia scritto di mandarmi una rete per prendere i passeri: qui ce ne sono migliaia. Mi occorre anche un termometro, radici di genziana e corteccia di china. Mi è arrivata una lettera di Giustina del giorno 5 e una di Don Battista con espressioni affettuose e lusinghiere per me e per Arnaldo. Non preoccuparti per i guanti di Arnaldo perché, in caso di necessità, glieli fornirò io: all'interno hanno il pelo e all'esterno una tela impermeabile, sono prodotti nel nostro «laboratorio». Il forno funziona da due giorni molto bene ed è sufficiente per tutti i miei Alpini. Dopo circa un mese di lavori abbiamo chilometri di camminamenti tanto profondi da dare completa sicurezza contro il tiro delle artiglierie. Alcuni sono tanto larghi da essere p rcorribili in motocicletta. È una linea talmente rinforzata da poterla giudicare inespugnabile. I russi ne stanno facendo le prove. È in questa circostan'.la che gli Alpini mi hanno affibbiato l'appellativo di «Vecchio diabolico». A volte sono costretto a essere duro e intransigente.
24 novembre
Carissima Emilia, anche questa sera è fes ta; è arrivato il primo pacco con i biscotti e la tua insuperabile marmellata di pesche. La posta e i pacchi hanno ripreso ad arrivare regolarmente per via ordinaria, impiegando dai 10 ai 15 giorni anziché i _3 di prima per via aerea. Sia io che Arnaldo, che ieri sera mi ha raggiunto 98
e ha trascorso la notte con me, siamo preoccupati perché dalle tue lettere traspare tutta l'ansia che la nostra famiglia sta vivendo in questo momento. Purtroppo è una delle conseguenze della guerra e della distanza che ci separa cui non si può porre rimedio, nonostante le mie assicurazioni sul nostro stato di salute e sul nostro morale. Continuo a ripeterti che la sistemazione dei miei Alpini mi ha costretto a una grande attività, ma nessun sacrificio, anzi, rientrando ogni sera nella mia modestissima cameretta, provo una grande soddisfazione pensando al lavoro compiuto nella giornata. È la gioia del lavoro e del dovere compiuti in purità di spirito perché quello che faccio non è dovuto a egoismo e a n ssun altro interesse eh non sia quello di migliorare le condizioni di vita dei miei bravi Alpini, di rafforzare le lince, assegnate alla nostra difesa per servire al meglio la nostra Patria. Qui non c'entra la retorica tanto frequente in Italia , p rché quando parlo di Patria mi riferisco a uno dei valori fondamentali che tengono unito un popolo alla sua tradizione, alla sua civiltà. È un 'espressione che si riferisce a un ideale, ma corrisponde anche a un concetto concreto che si collega a quello di appartenenza a questa nostra grande famiglia e che, quindi, non può non coinvolgere ciascuno di noi. Questo è l'insegnamento che cerco di trasmettere agli Alpini. Invito te e tutta la mia famiglia a partecipare alla mia gioia per episodi che possono sembrare banali per chi vive in pace, in una società organizzata, mentre, nelle nostre condizioni, coinvolgono problemi esistenziali. In tal modo si giustifica la gioia che ho provato quando ho visto uscire per la 99
prima volta del magnifico pane dal nostro forno. Con questa mia iniziativa ho assicurato a tutti gli Alpini del mio Battaglione, circa 1500, questo cibo in qualunque momento, con qualsiasi temperatura e condizione atmosferica. La stessa gioia provo quando un ricovero è ultimato e un profondo camminamento arriva a congiungere le posizioni avanzate per dare sicurezza di movimento agli uomini che le occupano e possibilità di aiutarli in caso di bisogno. Tanti e tanti sono ogni giorno i motivi di gioire, perché tanti sono i lavori utili che si terminano e i nuovi che si iniziano. Domani, per esempio, entrerà in funzione un'impastatrice meccanica fatta con una grossa caldaia che sembra una ca mp ana e con un ingranaggio di falciatrice. L'opera ' frutto ingegnoso di un mio Alpino. Una piccola inferm r ia <là ricovero a malati gravi eh non i possono trasportare in condizioni atmosferiche così avver : due polmoniti sono già state guarite e diversi altri h an no ricuperato la salute mediante le cure e le premure <lei medici coi quali lavoro ogni giorno per cercare di migliorare l'assistenza ai nostri ammalati. Oggi, a<l esempio, ho ottenuto finalmente le lenzuola; così si spoglieranno come se fossero a casa loro. Ora i lavori più preoccupanti sono il bagno e la lavanderia. Se riuscirò a realizzarli avrò fatto veramente l'impossibile. Per questi servizi sto «assumendo» una dozzina di ragazze del luogo. Certo che Paolo Monelli, dopo aver visitato i nostri lavori, ha detto una grande verità, affermando che se tutti gli italiani compissero il proprio dovere come lo facciamo noi, la Patria sarebbe in ben altre 100
condizioni. Speriamo che il nostro esempio faccia scuola ai giovani del futuro e che essi abbiano l'energia di impugnare la frusta per frustare a sangue coloro che tradiscono il Paese fingendo di servirlo mentre, in realtà, servono solo se stessi. Emilia, vuoi sapere come e dove sono alloggiato? Occupo due stanzette di un'isba di un grosso paesone, isolata e posta al termine di una balka, con al centro la solita grande stufa che occupa mezza casa perché contiene anche il forno per il pane. lo dormo nella terza stanzetta, nello spazio lasciato libero dalla stufa e dal forno; nelle altre due dormono tre Uffi ciali. Prima erano adibite alla mensa la cui cucina emanava un calore infernale, ma presto sarà pronta una nuova baracca allogai , io rimarrò qui in questa piccola «reggia» tanto inospital quanto disadorna: al mi.o capezzale ho una bella immagine Jclla Madonna. Quando alla sera mi corico provo un gran senso di conforto: guarJandola penso alla mia casa dove c'è una famiglia che mi ha reso felice assorbendo ogni mio desiderio e non posso evitare che il mio pensiero si soffermi sulle contraddizioni della mia vita dedicata al servizio militare e condizionata dalle scelte sempre volontarie di partecipazione a molte guerre, nonostante io, in fondo, sia sempre stato un uomo di pace. Avrei potuto essere un buon colono! Ora chiudo questa parentesi che potrebbe sembrare un po' nostalgica, ma sottolinea il mio sentimento intimo di grande amore per tutti voi. Arnaldo mi ha raggiunto e potremo vivere tanto tempo • • 5 insieme. 101
1° dicembre Carissima Emilia, ogni tanto le mie fatiche sono premiate dal conforto più bello e più gradito: l'arrivo della vostra e più particolarmente della tua corrispondenza. Anche questa sera, rientrando in questa modestissima casetta nella quale passo le ore della notte e mi soffermo, ogni sera, prima di consumare il modesto, ma pur tanto saporito pasto alla nostra mensa, ho trovato la tua lettera del 12. Tu desideri che ti parli a lungo come ai tempi in cui vivevamo tranquilli; il mio desiderio è immutato e il mio pensiero è sempre rivolto a voi, ma mutate sono le mie condizioni di vita e perciò molto devo dedicare <li me stesso all' adempimento di questo difficilissimo compito: debbo garantire quanto necessario per la sicurezza J ella lin a e la salute dei mi ei Alpini. A te e a voi tutti riservo la sera e il silenzio della notte mentr il mio sguardo si posa sull'immagine della Madonna <lel Fileremo appesa sulla mia branda. È quella l'ora più dolce del mio riposo, disturbato solamente dal centralino telefonico che non conosce tregua. Questa mattina sono uscito verso le 5,30 per visitare il mio forno e i lavori per l'impianto del bagno e della lavanderia e Ji là sono partito per la linea dove ho camminato fuori e attraverso i campi minati per due ore; la neve ha reso impotenti questi ordigni di morte. Dopo sono rimasto con Signorini. Partito Paolo, ho mangiato una bistecca in fretta e poi sono andato a visitare un altro tratto di linea. Durante questa visita ho telefonato ad Arnaldo per awertirlo che domani sarò <la lui. Ora attendo che mi chiamino, per la cena. Vedi come è semplice la 102
nostra vita! Fuori ha ripreso a nevicare; questo cielo russo è assai strano: un'ora fa era sereno e ora giù neve. Quando non tira vento, come ora, questo clima è persino piacevole.
7 dicembre Carissima Emilia, stiamo bene e tranquilli; domani mattina andrò da Arnaldo, anche se ci telefoniamo due volte al giorno perché siamo collegati con una linea telefonica diretta. Il tempo si mantiene cattivo: nevica ogni giorno. In compenso non fa molto freddo e ciò è molto im portante per noi che abbiamo bisogno <li ]avorare. Sono nella n v almeno <li ci ore al giorno ma, fortunatamente, non soffro né freddo né stanchezza. Il giubbotto di pelo di camm Uo ' v ram nt ottimo per qu sto clima p rch é, oltre a proteggermi Jal freJJo, è leggero e mi lascia libertà di movimenti e non mi affatic.1 , a differenza della pelliccia, nel camminare sulla neve. Non mi sarei mai immaginato di trovare condizioni di clima così favorevoli , pur non vedendo il sole da un mese. Siamo in dicembre e possiamo ancora andare a mietere il grano nonostante i 70 centimetri di neve. Oggi aspettavo il pacco, ma non è arrivato. Avrebbe dovuto esserci un passamontagna, anche se mi sono affezionato a questo che mi fece tua madre prima della partenza dall'Italia. Va molto bene pur non arrivando a coprirmi tutto il viso: quando è molto freddo lo indosso al di sopra di quello bianco da sciatore. 103
In quanto al nemico tutto è calmo: sere fa andammo a visitarli nelle loro postazioni, ma senza farci scorgere. L'attività di pattuglia è sempre molto intensa da entrambe le parti. Noi abbiamo un problema, non ancora completamente risolto: è l' attraversamento del campo minato steso dai nostri predecessori ungheresi a difesa della linea. Non sono stati in grado di darci alcuna mappa della localizzazione <lelle mine. È da quando siamo arrivati in questo fronte che ogni giorno studiamo H terreno per cogliere il segno <lelle mine e cercare di capire il criterio col quale sono state collocate. Si avvicina il Natale e farò aumentare la vigilanza perché a qu ei signori non riesca di farci una sorpresa come nelle loro abitudini. Quan to alla partenza di Arnaldo per la Ii c nza, non s n ' piL1 parl ato. D'altra parte, le operazioni militari alla nostra sinistra, a sud , n lla zona di Stalingrado, sono molto intense. I russi stanno attaccando in fo rze l'ala norJ -ovest, tenuta da i rum eni, gli stessi che ci hanno <lato il cambio a metà ottobre alla Quota 228, e hanno ripreso l'offensiva nella testa di ponte di Bolchoj , quella provocata <lal ripi egamento della Sforzesca nei combattimenti sostenuti dal CSIR dal 20 al 28 agosto. L'imprevedibilità della guerra, per quanta esperienza tu abbia, non finisce mai di stupire. La battaglia di Stalingrado è stata rimessa in gioco e ora il suo andam ento è favorevole ai russi. Gli ordini superiori erano quelli di chiuderla entro l'autunno e, con la certezza di questo successo, tutte le tru ppe, incluso il nostro Corpo <l 'Armata, venivano collocate sull a lunga linea difensiva del Don in attesa della ripresa 104
delle operazioni dopo la pausa invernale; ma la sorpresa è una Jelle cause principali dell'impon<lerabile della guerra. Vi è però un episodio che tormenta il mio animo e che non ha ntùla a che vedere con l'imprevedibile e l'imponderabile e provoca in me una continua amarezza: la battaglia di Bolchoj del 1° settembre dei nostri due Battaglioni Val Chiese e Vestone, staccati improvvisam ente dal nostro Corpo d'Armata Alpino il 28 agosto e man<lati a tamponare la falla aperta sul fronte della Divisione Sforzesca. Sia i Coman<lanti che gli Ufficiali e la truppa dei nostri due Battaglioni hanno sempre aspramente criticato quella operazione per la sua inutilità, ma soprattutto per il sacrificio di tanti Ufficiali e Alpini fcri ti e morti in combattimento. Io non solo ho una motivazione in più per la perdita del mio affez ionatissimo vecchio Attendente, ma anche per essere stato coinvolto, alla vigilia dell'operazione stessa, dal Generale Messe nella sua programmazione strategica. Scontata la responsabilità dell'Alto Coman<lo tedesco sulla decisione di non eliminare le teste <li ponte russe sul Don mentre era in corso la battaglia <li Stalingrado, rimane senza risposta quella dei nostri alti Comandi sia di •Messe che di Gariboldi; i due nostri battaglioni furono impiegati per bloccare l' avanzata dei russi. Non era vero! Aveva ragione il Generale ìviesse quando sosteneva nel nostro colloquio che erano già fermi sulle posizioni raggiunte. Era un fatto di per sé valido qualunque fossero le cause che lo giustificavano e cioè se dovuto al programma <lei russi o alla reazione dei nostri reparti. Cessato lo scopo <li eliminare la testa di ponte e di
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bloccare l'avanzata del nemico, rimaneva que1la <li attaccarlo per migliorare le nostre posizioni Jifensive veramente critiche, era però necessario l'intervento di una forza motorizzata tedesca per neutralizzarne una nemica accampata in un paese più avanzato rispetto alla linea dei russi e che, in caso di avanzata, avrebbe disturbato sia il fianco destro che le spalle Jel Battaglione Val Chiese, tanto da renderne impossibile la permanenza su nuove posizioni conquistate. Perché il Comando del CSIR non stabilì un collegamento con il comando operativo tedesco e, se vi fu inviato un Ufficiale Ji collegamento, perché non si ebbero le necessarie informazioni di verifica <lella partecipazione tedesca al combattimento? Alle mie insistenti richieste di conferma durante la battaglia, mi fu detto che i ted schi avevano dato noti zia dell'occupazione del loro obiettivo: Kalmikovskj. Tn v c , raggiunte le posizioni dei ru ssi e oltrepassatele Ja parte del Vestone, venimmo a sapere che i tedeschi non si erano mai mossi. Fu una tragica presa in giro alla quale i nostri alti Comandi non mi risulta abbiano adeguatamente reagito. Tnvece ho il dubbio che, come spesso succed in Ttalia, l'episodio sia stato strumentalizzato, insieme aJ altri, per modificare i rapporti interni fra i Jue alti Comandi favorendo i piani deWuno rispetto all'altro. Ma io non ho né interessi di carriera, né sono abituato a comportamen ti conformisti. La discipìina è un 'ahra cosa! Le informazioni che mi gitmgono dal Comando di Reggimento, personalmente dal Colonnello Signorini, mi confermano che è proprio dalla testa di ponte di Bolchoj e da quella enorme che comprende tutta l'ansa del Don a nord-ovest Ji Stalingrado, che è 106
partita la grande offensiva russa: non più per alleggerire la situazione di Stalingrado ma per vincerne la grande battaglia. I miei Alpini col disinteresse, proprio di chi è in guerra, di quanto acca<le nelle altre parti del fronte , continuano nei loro lavori <li rinforzo delle nostre posizioni e nel pattugliamento <lella notevole estensione che separa le nostre linee <la quelle russe. Ma io sono preoccupato.
8 dicembre
Carissima Emilia, come ti preannunciai ieri sera, questa mattina sono stato da Arnaldo. L'ho trovato nel suo osservatorio intento a contare le slitte dei russi provenienti da una data <lir zione. e non fossi già stato invitato a pranzo da un mio ,omandante di Compagnia sarei rimasto con lui nella sua nuova mensa inaugurata da due giorni. Dovr sti vedere come si sono aggiustati bene in quel bunker che gli ho fatto rimodernare e ti meraviglieresti per qu ello che facciamo per rendere comoda la vita anche quanJo si è costretti a stare sotto terra. Figurati un locale Ji 5 metri per quattro scavato a una profondità di oltre 3 metri, interamente coperto con grossi tronchi sui quali è stato riportato oltre un metro e mezzo di terra; Jal lato più sicuro u1ia fint:stra sufficientemente ampia per <lare luce a tutto il locale, nonostante sia collocata sotto il livello del suolo. ln un lato della stanza è stata costruita una perfetta cucina economica con mattoni recupera ti; nello spazio fra la cucina e 1' altro lato dormono due Ufficiali, mentre in quello rimanente 107
sono sistemate la tavola e le sedie. In una parete è ricavata una nicchia con le prowiste. Domani farò mandare le tavole per il pavimento e cosi la «sala» non avrà più alcun difetto. A voi e a tanti altri che non hanno 1' abitudine alla guerra sembrerà strana questa nostra determinazione e impegno nel costruire sia opere di alloggiamento che di difesa senza preoccuparci per quanto tempo ci sarà concesso di utilizzarle: è la regola della guerra di adeguarsi e realizzare al meglio i compiti che per ciascuno sono previsti, nel piano strategico, dai Comandi superiori e da quelli tatti ci. L'organizzazione militare, soprattutto quella di un esercito in guerra, è necessariamente verticistica. Mentre noi e il nemico che ci sta <li fronte viviamo giornate relativamente tranquille, sulla nostra d .stra , ver ·o sud, d in Ji migliaia stanno comhatLen<lo in campo ap rro Jopo ave r ab bandonato i loro ricoveri e le loro fortificazioni attrezzate con tanto lavoro fatica. È difficil , in guerra, imporre le proprie condizioni: lo si può certamente ottenere quando si vince, ma per perseguire una vittoria, quanti sacrifici e imprevisti bisogna superare! E noi, Alpini, siamo forse più disponibili <li tanti altri anche se non so dartene una ragione esauriente. Certo influisce l'abitudine a una vita dura e povera che, soprattutto nelle alte valli alpine, si tramanda Ja Lantc gcncrazwm. ArnalJo, invece, dorme nell'osservatorio: in una nicchia abbastanza comoda. Il suo lavoro è que11o di osservare le mosse del nemico per individuarne gli intenti e, se del caso, prevenirne l'azione. È un compito che svolge con passione e diligenza. Di salute sta 108
benissimo: anche lui è ormai un «siberiano» a tutta prova. To continuo come al solito a passare le mie giornate a camminare in mezzo alla neve. Non distinguo più i giorni della settimana, non c'è domenica: sono tutti egual i e, quindi, 11011 c'è riposo e il lavoro continua anche quando il vento ti proietta la neve in faccia come tanti piccoli proiettili gelati. Ci sono momenti in cui anch'io, che sono così rotto a questa dura vita e così abituato a questo continuo ritmo di lavoro, sono costretto a fermarmi amminiLo e commosso per guardare questi nostri ineffabili Alpini che si muovono e lavorano, nel turbine della tormenta , come se fossero insensibili e inanimati, tanta è l'indifferenza per l'uragano di neve che li avvolge e il freddo che li gela. Così passano le nostr giornate e, quando la sera ci ·i riLira nel pro rio stan~bugio, non s mpr il no stro l ensiero può ripo~ar i p nsando ai nostri cari che, lontani, trepic.lano per la nostra sorte, perché si rimane preoccupati per quei nostri Al pini che, oltre il lavoro, sono costretti a rimanere per ore ugli spalti delle trincee a scrutare verso l'orizzonte e ad ascoltare <li continuo per distinguere fra il rumore del vento e quello del nemico che può, avanzando nell'oscurità , LenLare una sorpresa. Chi mai li compenserà per tutti i pericoli corsi e gli inenarrabili sacrifici da essi compiuti in nom e di un dovere che dovrebhe essere comune a tutti) Oggi abbiamo visto il sole dopo un mese, solo per <lue ore, ma ci ha rallegrati: abituati al ciclo bigio, anche il breve squarcio di sereno ci sorprende come un imprevisto piacevole. Prima di notte siamo ritornati alla norm alità perché ha ripreso a nevicare. 109
Da un po' di tempo la nostra radio non funzionava bene, ma ora ha ripreso e così rifaremo il tentativo di ascoltare le notizie, dico tentativo perché c'è un idiota che, come un fantasma, interrompe in maniera urtante la trasmissione. Quanto è cretino! A tutti un abbraccio, tanti bacioni alla mia piccola Giovanna.
10 dicembre
Carissima Emilia, uscirò Jal mio tugurio solo tra un 'ora per an<lare verso il fiume. La serata è nebbiosa e oscura quanto il nostro destino. Che cosa ci attende in riva a questo corso d'acqua? Mistero! Al ritorno, penso di poter risponde r a questo interrogativo. Quello che posso dire ora è che anche là si compie un atto del nostro destino. I ochi potranno mai comprendere che cosa significh i nella vita <li un uomo quest'ora di attesa. Non è l'incertc'.l.'.l.a che preoccupa, quanto l'ansia per la riuscita Jel compito. Ormai il fronte difensivo è rotto da su<l fino alla Jul.ia, la nostra Divisione all'estrema ala sinistra del Corpo d 'Armata Alpino, a contatto con una Divisione di Fanteria italiana della nostra Armata. Hanno dovuto convergere sul fianco perché rin1asto scoperto ed è facile prevedere che presto saranno coinvolti nei combattimenti con i russi che avanzano. La nostra Divisione Tridentina, l'ultima dello schieramento, a ovest, a contatto con gli ungheresi e la Cuneense in posizione centrale, godono <li un'assoluta caLna; anche oggi è passato un altro giorno senza che si debba lamentare nulla non solo per noi due, ma per tutti i miei Alpini. Il buon 110
Dio ascolta la tua preghiera e veglia su di noi. Questa è stata una delle giornate in cui mi sono sentito più vicino a te. Mi tormenta il cuore pensare alla tua vita angosciata da così lunga attesa. Alla fine il buon Dio premierà questa tua sofferenza e ti restituirà il nostro Arnaldo. Domani sarò da lui e parleremo a lungo di voi. Ora esco per andare verso il fiume, nella terra di nessuno, approfittando del buio e della nebbia.
Arnaldo continua la lettera Carissima , ti scrivo dall 'osservatorio: un buco nella roccia dove dormo con due mi ei Arti glieri Alpini; fuori vi gila una vedetta. DavanLi a mc il grande fiume gelato assomiglia a un a strada bianca. Sono molti giorn i che permane una t mperatura moderata. È nevicato qu asi sempre, ma la neve non sosta da queste parti, è inseguita da un forte vento che la sposta verso regioni più nordiche. Non si patisce il freddo. Non ne ebbi la sensazione anche quando il termometro sostò per parecchie ore a 24° sotto zero, a meno che non debba stare fermo davanti alla feritoia J ell ' osservatorio per parecchio tempo con il binocolo in mano perché, in questo caso, si hanno sensazioni passeggere di dolore ai pieJi e alle mani. Immagino la vostra curiosità di sapere tutti i particolari della mia vita giornaliera. Non è molto dinamica; corrisponde, infatti , a un periodo di stasi della guerra su questo fronte <legli Alpini. Ogni giorno sto a11' osservatorio per vedere quello che sta awenendo dall'altra parte: 111
uomini che camminano, slitte che arrivano e partono, cavalieri al galoppo ecc., ma lo scopo principale è quello di in<lividuare concentrazione <li truppe e di mezzi che possano minacciare un attacco imminente sul nostro fronte. Da quando i russi hanno cominciato l'offensiva contro Stalingrado, attaccando il fronte di nord-ovest tenuto <lai rumeni, siamo particolarmente attenti onde evitare qualsiasi so rpresa.
12 dicemh, , Carissim a Emilia, ieri sera mi sono fermato da Arnaldo fino a tardi: avevo necessità della sua compagnia per superare il grande dolore per la perdi.La di un amico oltre che mio valoroso Uffic iai : il T nent Albisetti , un prof ssionista appart n n t a una nola fami glia milan s . Anche lui, com qua i lutt i gli Ufficiali Ji corn pl mento , ra un volontario; è caduto, mentr ra di pattuglia, p er av r urtato una mina di quel campo minato che gli ungheresi avevano fatto a protezione della nostra lin ea, senza riportarne l'ubicazione su di una mappa. Cred vamo di aver già risolto il problema dopo giorn i <li sopralluoghi e di sLu<li per individuare i passaggi e, invece, ecco, imprevisto e improvviso, arrivare l'incidente mortale Ji Albi.setti. È andato, invece, molto bene ii nostro colpo di mano: il n emico è stato colpito dentro le sue posizioni, di sorpresa, senza che abbia avuto modo di compiere la più piccola reazion e . È una risposta che d o vevamo dargli dopo i suoi tanti tentativi per strap parci qualche uomo e, credo, ch e la risposta sia stata 112
persuasiva sulla ininterrotta vigilan za degli Alpini del Val Chiese, sulla loro capacità a rispondere con estrema determinazione ed efficacia a tentativi del genere. Per quanto riguarda la nostra salute, ArnaJdo mi faceva osservare, ieri sera, che, quando era a casa, bastava un soffio d'aria fredda per causargli un raffreddore, qui non basta il vento fortissimo della steppa e le correnti gelate che si incontrano nei camminamenti per procurargli uno starnuto. Ormai è già temprato e può permettersi tutte le cose che faccio io. Al rientro nel mio alloggio, ho trovato il pacco con le castagne e il casco di pelo che farò adattare . . come st conviene. Questa sera stessa bo firmato un assegno di conto corrente per l400 lire: la differenza di stipendio eh ti ho già mandato. Il ci lo ' sereno, tira un venticello fr sco, m a non eccessivamenl fa tiJioso. Tanti saluti e baci.
13 dicembre Carissima Emilia, anche oggi tutto bene. Dal Capitano di Arnaldo ho appreso che è stato proposto per una ricompensa al valore. Riguarda un episodio che l'ha coinvolto pochi giorni dopo che era stato trasferito nel mio seriore. Nun le ne ho mai voluto parlare per non allarmarvi, ma , ora che siamo insieme, lascio a lui l'incarico di darti i dettagli di quanto gli è accaduto. I marroni li ho messi da parte: se tutto va bene li mangeremo a Natale; se va male pazienza. Le notizie che mi giungono sull'offensiva russa a sud sono se mpre più 113
gravi. Dopo una giornata di vento infernale tutto è tornato tranquillo: il tempo e i russi. Continuiamo comunque a vigilare senza però essere preoccupati perché le nostre posizioni difensive sono tali da scoraggiare qualsiasi intenzione offensiva.
Arnaldo continua la lettera
Carissima, continuo la lettera del babbo. Ti ho taciuto un incidente piuttosto grave che mi è occorso pochi giorni fa Jopo essermi trasferito nel nuovo osservatorio fra il Battaglione Verona e il Val Chiese. Sono stato bersagliato da un cannone russo Ji m Jio calibro tanto veloce da non pot r di tinguere il colpo di part nza; mi era perciò JifficilL individuar Ja ua posizione nonostante intuissi la Jistan~a e, va gamente, la zona. Il Capitano Vinco, Coma ndante della mia Batteria di obici da 75/13 , col quale mi ero subito collegato, si innervosiva sempre più man mano che passava il tempo e io non riuscivo a dargli le coordinate del bersaglio nemico. Continuavo con la massima concentrazione, ma inutilmente, a stare col binocolo alla feritoia senza preoccuparmi dei colpi che arrivavano corti, anche se molto vicini, sulla roccia pressoché verticale Jel1a JJ,lrele Jd1' osservatorio. Quando un colpo arrivò alto scoppiando sul tetto awertii, improvviso, un senso di pericolo e mi spostai di pochi passi all'ingresso del 1'osservatorio dalla parte esterna, nel camminamento, dove in una nicchia c'era il telefono. Ebbene, il 114
colpo successivo, a distanza Ji pochi secondi, colpì la feritoia scoperchiando l'osservatorio. Strappai il telefono arretrando fino alla postazione del mio amico Perini del Val Chiese, cui raccontai l'accaduto. Da buon friulano non ebbe alcuna reazione emotiva, ma mi indicò un punto della trincea Ja cui si poteva continuare l'osservazione del territorio nemico. Lo raggiunsi e cominciai a comunicare alla mia Batteria delle coordinate <love sparare nonostante mi fosse sopraggiunta una crisi di paura che durò alcuni minuti. Tremavo, ma ero solo e nessu no mi poteva vedere. Cercai il mio Comandante, ma era già partito diretto all'osservatorio. Arrivò velocissimo con gli sd (aveva fatto parte J ella squadra olimpionica J ello sci di fondo) e si diresse nza salutarmi all'osservatorio, ripassando subito Jopo per rientrare alla Batteria. Alla sera mi telefonò per Jir111i che mi aveva propo to per una medaglia Ji bronzo per aver continuato Jalla trincea a diriger · il fuoco J ei pezzi. ln realtà io non ho fatto alcun atto di coraggio. Anzi, ho fatto molta fatica a controllare la paura che mi era sopraggiunta dopo. È importante che quando si è coinvolti in episod i pericolosi non si perda mai il controllo delle proprie emozioni nel corso dell'evento, ma, eventualmente, quando tutto è finito. In guerra, forse più che altrove, accade di avvertire nel nostro inconscio delle comunicazioni <li falli che si verificano o che si sono già verificati puntualmente. Ricordo un mio Alpino, quando ero al Val Camonica, che pianse, la notte, perché aveva la sensazione di una disgrazia in famiglia. Dopo pochi giorni arrivò la notizia della morte della madre! 115
Un 'altra esperienza che sto facendo è che s.i rimane totalmente presi e concentrati in quello che accade solo di fronte a te, nel tuo ristretto settore di competenza; sarà perché in guerra si deve dare tutto se stesso nel luogo in cui ci si trova di fronte al nemico, senza essere distratti da quello che accade intorno. Non è un'utopia o un 'esagerazione: la guerra, qualunque siano le motivazioni, è vissuta in condi zioni estreme che richiedono comportamenti di valore assoluto. Ecco perché è un dramma esistenziale estremo, spesso voluto da pochi, ma che può coinvolgere milioni di persone. E, soprattutto, quanJo vediamo tanta abbondanza e ricchezza disperse, viene ancor più spontanea la Jomanda: perché provocare e sopportare privazioni estreme pe r Jj struugere quello eh all a fin vai cercando? È un fenomeno che sup ra la volontà, le possibilità e n ::sponsabjlità dei sin goli o è, inv e , insito n l loro intimo causato dai vizi, dalla in ufficienza Ji ultura ed educazione Ji ciascuno? Sono domande senza risposta. In gue rra non c è via di uscita: fin che Jura devi andare fino in fondo!
14 dicembre Carissima Emilia, anche oggi ti pussu assicurare che tutto è andato bene. I russi non si sono ancora vi sti, ma arriveran no sicuramente. È quello che attendo per tornare a misurarci con loro. Sono informato che, dopo molti attacchi e grandi perdite, alla fine sono riusciti a sfondare le linee tenute dai rumeni e che hanno ini116
ziato ad attaccare alcune Divisioni, quelle più a sud, deUo schieramento dell'Armata italiana, ma quando attaccheranno le linee tenute dagli Alpini si accorgeranno che è altra cosa, soprattutto per l'entità dei lavori a difesa eseguiti da tutti. Sono anche curioso di vedere cosa sanno fare i russi in questa stagione. Oggi non è certo una giornata invernale russa poiché la neve si scioglie come da noi nelle tardive nevicate di primavera. Ho mandato ad Arnaldo una scatola di frutta e mezza hottiglia di Strega; lui in cambio mi ha man dato J el latte sapendo che ho lo stomaco indisposto; si tratta <li uno di quei miei disturbi che tu conosci, eredità forse di quel colera che presi in Libia nel 1912 e che mi fece finire in un lanaretto dal quale bbi la fortuna <li uscir vivo (anche p rché, mentre mi trasportavano, slrappai al nostro I o Lino un a mezza bottigli a di cognac che av va l'abitudine di portare alla cintola e la trangugiai tutta. A stremi mali estremi rimedi?!) . _O ra, invece, dopo aver mangiato del salame con troppo appetito , sono cost retto a riso e latte ogni matti na, e senza caffè. D a quando mi è mancato il povero Rossi sono molte le volte che mi trascuro.
15 dicembre
Carissima Emilia, anche oggi tutto bene. D opo una giornata di sole il ciclo è tornato buio: quel colore indefinito che prea nn uncia una nevicata, ma non immediata perché sta ancora soffiando un vento caldo che ha provocato persino il disgelo <lei grande fiume. Questa 117
Russia è strana con i suoi sbalzi di temperatura; all'improwiso ci può portare dai 5° sopra zero ai 30° sotto. Il nemico non si è fatto vivo. La calma più assoluta è regnata in queste due ultime notti. Se è vero che volesse attaccare, questo caldo gli ha scombussolato i piani. Anche il russo è strano come il suo clima: per diversi giorni ha dato mille segni di attività e poi è piombato di colpo nella quiete quasi totale, nonostante ciò non rallentiamo la nostra vigilanza onde evitare qualsiasi sorpresa. Arnaldo sarà da me oggi perché ha finito il suo turno all'osservatorio e rientra in Batteria che è vicina alle mie posizioni. Perciò potremo continuare le nostre conversazioni telefoniche vederci quando vorremo. Ormai mancano solo dicci giorni al Natale che, voglio s1 era re, sarà l'ultimo <li guerra. Da anni eravamo ahituati a celebrarlo nelJ'intim.ità <lella nostra casa: qu est'anno invece lo passeremo vegliando e vigilando in trincea. È una scelta che ab biamo fatto volontariamente per difendere l'onore della nostra Patria. Non so spiegarti il perché, ma il convincimento di compiere un dovere superiore mi rende sereno.
16 dicembre Carissima Emilia, il vento ha cambiato direzione e, ora, sta soffiando da nord e il fred<lo è sceso a 30° sotto zero. M'hanno <letto che dal 15 hanno riammesso l'invio di pacchi. Vorrei una boccetta di Adriano! Emulsione contro il raffreddore e l'irritazione delle muco118
se nasali; in cinque mesi ne ho usato metà: segno di pochi disturbi, ma anche Jella sua efficacia. Arnaldo rimane in Batteria perché il suo Comandante mi ha mandato un altro Ufficiale di collegamento. Comunque domani andrò a fare unaricognizione sulle linee. Dopo la morte di Albisetti i miei hanno paura a uscire di pattuglia, soprattutto di notte. Per rassicurarli e convincerli del mio criterio di riconoscimento del campo minato, esco spesso a tutte le ore da solo e l'attraverso in tutte le direzioni.
18 dicembre Carissima Emilia, la vostra posta arriva dopo circa 15 giorni. Mi ha rattristato l'apprendere eh voi attendet con tanta sicmezza la v nuta di Arnaldo. Le licenze sono stat chiuse e non poteva esser diversamente perché qui . l' inverno , contrariamente a quanti ipotizzavano il contrario, non è periodo di distensione, ma di maggior tensione per noi che siamo schierati in difensiva e per gli avvenimenti in corso <la alcune settimane su altre parti Jel fronte lontano dal nostro. Al contrario noi abbiamo bisogno <li altri Ufficiali. C'è sempre una certa facilone ria nel diffondere tante speranze e illudere tante madri! Quello che noi vorremmo da voi è di dimenticare di averlo atteso, di mantenere l'animo tranquillo e fiducioso. Non abbiamo bisogno di nulla se non di sapervi tranquilli.
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22 dicembre Carissima Emilia, ha ripreso lo scirocco tanto da sciogliere la neve. È la Russia, questa strana Russia tanto mutevole e difficile da prevedere: basta un mutare di vento perché le condizioni climatiche passino da un estremo all'altro. Ma noi, al contrario, siamo fenni nel morale che è ottimo, costanti e determinati nella volontà di resistere ad ogni costo per poi contrattaccare con maggiore accanimento. Io ti ho sempre parlato di me e del mio Val C:hiese, ma non vorrei essere frainteso, tutti i nostri reparti Alpini in Russia sono uguali: hanno fatto notevoli opere di Jifesa e hanno lo stesso spirito combattivo. Come ti ho già informata, noi siamo più a nord di dove si sta svolg ndo Ja granJ e battaglia di Stalin grado; qui e' ' s mpre e olo una schermaglia noLLurna Ji paLLuglie ! Ho già <leciso eh la Messa <li mezzanotte sarà celebrata sullo spalto Jclla I rincea più avanzata anche se ciò dovesse dispiacere ai russi e ai propagandisti italiani, fuorusciti da molti anni. Approfittando Jella nebbia, questa mattina sono uscito dalle linee <la solo per dimostrare, ancora una volta, ai miei Alpini che si può ormai attraversare il campo minato senza pericolo. Dopo molte ore sono rientrato dalle parti di Arnaldo.
Arnaldo cnntinua la lettera
Carissima, da alcuni giorni trascorro un perioJo di riposo 120
alla base della mia Batteria. Approfittando della temperatura tiepida, io e i miei colleghi e amici ci divertiamo a sciare lungo un breve percorso che scende da una quota vicina. Siamo allegri e spensierati nonostante le notizie che ci pervengono sullo sfondamento sia del fronte rumeno che italiano tenuto dalle Divisioni Cosseria, Pasubio e Torino. Proprio in questi giorni il Battaglione Aquila prima, e il resto della Divisione Julia dopo, hanno dovuto abbandonare le loro posizioni fortificate e i loro alloggiamenti invernali per essere trasferiti in campo aperto, per bloccare l'avanzata dei russi verso Rossoscb dove ha sede il Comando del Corpo d'Armata Alpino. Se dovrà capitare anche a noi la stessa sorte non saremo colti di sorpresa: siani.o già moralmente preparati, :mch e grande sarà il dolore per l'abbandono di posizioni eh ono costat a tutti gli Alpini , lJfficiali e Lruppa Lanto lavoro, fatica soff ren ze. Ancora una volta è confermata la nostra ituazione: noi, che apparteniamo ai reparti combattenti, possiamo intervenire solo ed esclusivamente in campo tattico, nei ristretti limiti del nostro territorio, impegnando, anche fino al sacrificio estremo, tutti i nostri valori morali, spirituali e tecnici, coscienti di appartenere a una grande tradizione, ma oltre questo limite c'è un campo che ci è precluso: quello «élitario» delle decisioni strategiche da cui dipendono i nostri programmi e la nostra sorte. Nella guerra il numero delle incognite è tanto gran de da rendere imprevedibile ogni nostra giornata, un po' come le condjzioni atmosferiche di questo inverno russo. L'accettare queste condizioni ci permette di vivere parentesi più o meno lunghe e fre121
quenti di spensieratezza e allegria. Ma soprattutto, quando accadono eventi che non puoi controllare, è inevitabile porsi delle domande. Vi è qualcuno che decide le sorti della guerra? O esse dipendono da una serie indecifrabile e indefinibile di un gran numero di concause? Quali e quanti sono gli elementi decisivi che portano non a vincere una battaglia ma un intero conflitto? Che valore hanno le motivazioni sul risultato finale di una guerra? Quante volte, nella Storia, questo risultatÒ, considerato da un punto di vista politi co, sociale, costituzionale è com pletamente diverso <lalle ragioni che l'hanno provocato! Forse la Storia segue un p erco rso che non <lipendc dai valori contingenti di una guerra né <lal poter <li un singolo uomo o di gov mi o stati maggiori. Ma chi è in grado di ri conoscere tale cammino della Storia, di individ1rnrlo e percorr rl0 fino all a tappa successiva? Qualcuno mi potrà rispondere: il vincitore! Ma chi stabilisce se il vincitore è al lineato con la Storia, ne segue il progredire o la sua vittoria è semplicemente occasionale e transitoria, destinata prima o poi a essere a sua volta so praffatta dalle conseguenze imprevedibili e incontrollabili della stessa guerra? Potrei continuare a lungo a pormi delle <lomande indubbiamente interessanti in ambito culturale e intellettuale, ma per chi fa la guerra possono avere un valore drammatico fino a provocare un coinvolgimento <li natura esistenziale. A me sembra sempre più che le guerre siano simili a quei fenomeni naturali che provocano risultati catastrofici per l' uomo e l'ambiente. Ma a differenza dei fenomeni naturali, in quello umano della guerra vi è un elemento singolare che entra in gioco, i cui effet122
ti sono difficili da valutare come contributo nell' economia della guerra: sono infatti i valori morali e spirituali che prescindono da ragioni contingenti, ma affondano le radici nella tradizione, nella civiltà di un popolo. Certamente giocano un ruolo necessario ma non sufficiente al fine del successo vittorioso della guerra. Ma quale è allora la giustificazione di tante sofferenze che giungono fino al sacrificio consapevole della propria vita? Forse siamo tutti vittime delle contraddizioni di un complesso di vizi e virtù che albergano in tutti gli uomini e che, a volte, collidono fra loro in modo talmente violento da metter1i fuori controllo dando luogo al fenomeno della guerra. Siamo tutti vittime di un gioco inutile, tragico e drammatico; meglio sarebb se dascuno, nc11 'ambito delle proprie responsabilità e compiti , si soffermasse a considerar il cammino della Storia per cercare di capirne il percorso, la dir zionc e certi punti di arrivo, in una competizione pacifica e civile. Bisogna che l'uomo educhi se stesso a privilegiare le sue capacità e i suoi interessi a progettare e costruire, invece di seguire i suoi istinti di distruzione. Chissà se la scienza, approfondendo lo studio dell'uomo, non riesca a individuare le cause dei suoi comportamenti! È un'utopia che meriterebbe di essere tentata dall'uomo perché è alternativa alla guerra e, in genere, alla violenza! Cara mamma, le mie sono considerazioni isolate cd estemporanee che nell'economia della mia vita al fronte non possono occupare alcuno spazio, ma che ti chiedo di passare al mio amico e compagno Alberto che gli studi di medicina hanno tenuto lon123
tano dal fronte, ma col quale abbiamo trascorso tanto tempo insieme esercitandoci in queste e altre simili considerazioni. A lui il tempo di meditare ... Sono in attesa di recarmi al Comando del Battaglione Val Chiese per trascorrere le fe;te natalizie con il babbo. Nel primo pomeriggio mi chiama al telefono il Tenente Maggi, Aiutante Maggiore del Val Chiese, per dirmi che sia lui che gli altri della Compagnia Comando sono molto preoccupati perché questa mattina mio padre è uscito presto <lalle linee e non è ancora rientrato. Nella valle Jel Don vi era una fitta nebbia che ora è sparita. Non è la prima volta che mio pa<lre fa <lelle escursioni solitarie, fuori dalle linee, nella terra <li nessuno che si estende per qu alche chilometro fra le due rive del fiume, an'.l'.i, fa parte delle sue abitudini , ma qu esta volta , 1..i morte Ji /\lbis tti, saltato su una mina e la cons guente paura degli Alpini a uscir di pattuglia , pe rché ciò li costringe ad attraversare il campo minato , possono avergli dato una motiva:lione molto più forte e corso rischi maggiori. Mio padre, infatti, vuole dimostrare di persona che, quello di Albisetti, era stato un malaugurato incidente e che deve tornare in tutti la fiducia e uscire nuovamente di pattuglia. Mentre mi sto consultando con il mio Capitano Vinco sul da farsi, ecco apparire mio padre assolutamente tranquillo. Quando si è alzata la nebb ia, aveva preferito rientrare nelle linee subito piuttosto che rifare, allo scoperto, il cammino a ritroso verso il suo Comando. Sono felice: fra due giorni trascorreremo le feste natalizie insieme! 124
24 dicembre
Carissima Emilia, come ti ha scritto lui stesso, ieri mi sono incontrato con Arnaldo: sta bene con un bel faccione bianco e rosso leggermente tinteggiato da un paio di baffetti neri. I russi ci hanno fatto gli auguri <li Natale con quattro katiusciate: l'ordigno infernale Ji cui un proiettile mi privò del mio buon Rossi. È stato un grande spettacolo pirotecnico. Tutti gli Alpini sono saltati fuori per vederlo. Molto rumore, alcune case incendiate, vuote, nessun danno alle persone che si trovavano nel centro del paese. Noi eravamo solo spettatori; però ne abhiamo preso nota per evilare sorprese. Dopo simili giochetti il russo è infido e, in genere, attacca con Ja Fanteria: inv ce la notte è trascorsa calma perché il loro tentativo si è fermato ai colpi di katiusda . Gli Ali ini non sono uomini da spazientirsi per così poco; comunque stas ra li aspetteranno vigilanti sugli spalti delle trincee dove celebreremo la Santa Messa di mezzanotte, alla quale potranno assistere tutti dai loro posti. Nevica ma non fa freddo; basta che il russo resti al di là del fiume, volente o nolente.
25 dicembre Carissima Emilia, incomincio questa lettera nell'attesa che arrivi Arnaldo, il quale sarà a pranzo con la famiglia del mio Comando e così, assieme, ci sentiremo più vicini a voi. Nel cielo splende un sole diafano perché la luce è impercettibilmente velata dalle frange di nubi bian125
che che ovattano la volta celeste, così come la neve ammanta la superficie della terra. L'aria è tornata gelida: si ha l'impressione di una grande purezza atmosferica con la quale contrasta lo spirito corrucciato degli uomini in guerra. Distanti, sui nostri fianchi, contro chi non si sa, cannoni di grosso calibro tuonano a intermittenza con un boato lugubre, mentre a essi fanno coro, con una voce gracidante, scariche isolate di mitragliatrici. Sparano così, tanto per sparare, perché siamo in guerra oppure contro un bersaglio preciso o per ammonire il nemico che sta di fronte per ricordargli che si è presenti e vigili, anche se è l'ora J ella millenaria consuetudine Jel pranzo Ji Natale? Due aerei hanno da poco scaricato sul nemico il loro carico. Ora un terzo sta scrutando la terra e il ronzio dei motori si s nte venire da lontano come un annunciatore Ji morte e di devastazione. Siamo a Natale, ma c'è la guerra con tutto il suo tormento e non può esserci tregua neppure breve. L'uomo non può più fermarsi nemmeno di fronte alle più pressanti esigenze dello spirito! Come abbiamo passato la sera della Vigilia è certo la cosa che desideri sapere poiché, in tutti gli anni della tua vita, hai sempre visto radunata la tua famiglia intorno a una tavola preparata con l'accuratezza che si usa mettere in tutte le cose compiute in omaggio a una sacra tradizione. Lo spirito sente l'istintivo bisogno di rivolgersi al supremo Creatore nella forma più solenne. È quindi naturale che abbia pensato alla tristezza con la quale quest'anno il tuo sguardo, posandosi sulla tavola imbandita per la cena della Vigilia, non 126
ha trovato coperti il mio posto e quello del nostro carissimo Arnaldo. Ho sentito il peso della tua angoscia per l'incertezza della nostra sorte, per il dubbio se fossimo ancora in vita, se avessimo un tetto o se raminghi, all'aperto, per la steppa nevosa o se fossimo in azione di combattimento per ricacciare il nemico fatto baldanzoso dal gelo dell'inverno, nella speranza di gettare l'invasore allo sbaraglio nell'oceanica steppa gelata fino a morirne. Quali e quanti di questi pensieri abbiano turbato la tua mente, soprattutto durante la cena della Vigilia, non mi è dato sapere; ma non posso evitare di avvertire il dolore e la preoccupazione per la lontananza da voi tutti in questa circostanza. Questa è la vera sofferenza della guerra, il tormento vero di questo grande fatto sconosciuto a chi non vi partecipa direttamente o non ha person car in essa impegnate. Cosa avrei dato per poterti dire una sola parola che valesse ad assicurarti che noi non eravamo in pericolo! Non avevamo una cena diversa da quella modestissima di ogni giorno, ma eravamo riuniti in famiglia, nella nostra famiglia guerriera, e nulla era mancato per rendere solenne e commovente questa millenaria ricorrenza. N essuna ricorrenza resterà mai così profondamente scolpita nei nostri cuori come questa Vigilia di Natale, passata al cospetto del nemico, tanto lontani dalla Patria e pure così vicini alle nostre case e alle nostre famiglie. Nel silenzio profondo della mezzanotte, mentre il sacerdote innalzava al cielo il sacro simbolo dell'Incarnazione di Cristo, dall'altare eretto sullo spalto più avanzato delle nostre trincee, ai nostri cuon 127
giungevano commoventi la voce della Patria e lavostra. Il momento era solenne, il nem ico, forse presago, non ha voluto turbare tanto intimo raccoglimento e la natura tutta ha voluto parteciparvi illuminando quell'immenso e suggestivo scenario scoprendo, quasi d'improvviso, una luna di eccezionale limpi Je;-:za e luminosità. Arnal<lo ha fatto colazione con me, solo alla sera ha fatto ritorno aJJa sua Batteria perché il suo Capitano doveva restare con noi tutta la notte. Per raggiungere il luogo <love era stato posto l' altare, verso le 23 ,30 ci siamo incamminati dapprima su un leggero pendio che dai nostri ricoveri porta a1l' ini%io di un lungo cam minamento interamen te scavato nel gesso anidro e perciò bianco. È un percorso lungo qu asi 2 chil ometri. Un terzo. cio ' l'ultima pan , fianch ggia il ciglion consente la vista del piano sottostant , tutto bianco <li n ve e con I gge re sfu mature di giallo sc uro degli arb usti che spo rgono dalla neve, la grande macchia scura <lei bosco e il lontano ciglione che si innalza oltre la spon<la sin i tra del fiume . Con qu l chiarore di luna sono visibili le postazioni nemiche dalle quali, ogni tanto, un colpo <li fuci]e e mitraglia provoca un suono lugubre che percorre tutta la valle perdendosi lontano. Era uno spettacolo quanto mai imponente e suggestivo, quel vastissimo panorama visto in un'ora così insolita e in condizioni di luce eccezionali. A un dato punto il camminamento comincia a scendere verso il basso con una serie successiva di lunghi scalini: la luce esterna si vede solo di tanto in tanto attraverso piccole e strette feritoie. Circa a un terzo, un altro se ne distacca girando a sinistra, 128
mentre il primo, dopo pochi metri, si allarga fino a formare un piccolo piazzale, anch'esso coperto, e va oltre per biforcarsi ancora due volte per poi arrestarsi a una vera e propria balconata strapiombante, che è all'aperto e permette di vedere fino ali' orizzonte un ampio settore. Nel p iccolo piazzale è stato innalzato l'altare da campo; sono stati accesi i ceri e i] cappellano celebra la Messa. Un gran numero di Alpini ha letteralmente stipato il camminamento e le sue derivazioni. Tutti gli Ufficiali non partico1armente impegnati sono venuti ad assistere alla Santa Messa vicino all'altare, mentre gli altri, con i loro Alpini, seguivano J alle rispettive postazioni. L'inizio era stato segnalato a tutti a mezzo di razzi bianchi rip tuti poi al momento della Consacrazione. Tutti gli Alpini hanno fatto la omunione in un profondo raccoglimento. ' stata una cerimonia assai commov nte: ved r 1 vedette lasciare il loro poto per ricevere il orpo <li Nostro Signore e ritornarvi subito dopo in uno stato di rinnovata purificazione spirituale! Tutti sono riandati col pensiero ai primi cristiani quando celebravano i Santi Misteri nelle catacombe. Durante tutto il tempo della Funzione non si è udito un solo colpo al di fuori di una nostra salva <li mortai sparata al momento della Consacrazione. Anche i russi devono aver intuito dal lancio, del tutto insolito, <lei razzi quello che si stava svolgendo. Forse anche loro hanno molto meditato perché non sono così atei come si vuol far credere, ma la loro religiosità non la possono manifestare pubblicamente. Prima di rientrare, dopo l'una <li notte, abbiamo sostato nella sala mensa di una Compagnia, vicinissi129
ma alla prima linea. Si tratta di una saletta di 4 metri per quattro, sotterranea, col tetto mimetizzato con un metro di materiale di riporto: il gesso bianco che si confonde con la neve. Si arriva all'ingresso con un camminamento coperto, largo 2 metri; sulle due pareti , nella parte superiore, sono state scavate due lunghe nicchie che comunicano con l'esterno e servono a dar luce alle finestre <lella sala che ha una porta di ingresso doppia, preceduta da una breve diramazione del camminamento, per alloggiare sul fondo un gabinetto anch'esso chiuso e comodo. Subito dopo l'ingresso, si apre un altro locale adibito a · cucina, con quattro fornelli e due magnifici fornicostruiti in mattoni e lamiere; vi è anche un letto a castello per il personale, mentr gli Ufficiali dormono in un 'altra stanza riscaldata da una bellissima stufa in mattoni. Il locale serve anche per la visita medica! La sala dell a mensa ha l'aspetto <li un rifugio alpino con un camino interamente scavato n lla parete cli gesso e rivestito in mattoni con una cornice <li legno grezzo; il soffitto è stato fatto con lamiere rec uperate da una casa bruciata. Al centro un lampadario in ferro battuto proveniente dalla locale farmacia. Il pavi mento è stato fatto con tavole che facevano parte delle arnie di due grandi alveari svuotati da chi ci ha preceduto. Le pareti sono rivestite cli tondelli di legno presi nel bosco; varie paia <li corna funzionano da attaccapanni; c'è anche lo stemma del Battaglione scolpito nel gesso. La luce del lampadario è fornita da una miscela di petrolio contenuto in una bomba a mano russa. Le sedie e il tavolo sono state fornite dalla Casa del popolo. Con lo stesso arredamento è stata ricavata un'altra stanza per il Comandante della 130
Compagnia, un friulano di 35 anni, e per il medico. Siamo rimasti a chiacchierare fino alle 4 del mattino, poi, visto che il nemico non dava segni di vita, siamo andati a dormire. Ieri, giorno di Natale, Arnaldo è venuto a colazione da me e si è fermato fino a sera. Subito dopo pranzo siamo tornati a far visita allo stesso Comandante e abbiamo cotto le castagne sotto la cenere: ne abbiamo mandate un po' anche aJ altri compagni di un caposaldo lontano. ln tutta la giornata non è mancato il buon wnorc, tanto più che il cielo si è mantenuto di una limpidezza eccezionale; la temperatura è rimasta sempre al Ji sotto dei 18° fino a raggiungere i 30° sotto zero in serata, ma, non soffiando il vento, era facilmente sopportabile. Non possiamo certo 1am ntarci, soprattutto al pensiero dei nostri compagni dell a .J ulia che da giorni combattono all'aperto, sulla neve.
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I gennaio 1943 Carissima Emilia, anche oggi voglio scriverti benché continui l'incertezza sulla sorte <li questi miei scritti essendo quasi un mese che non ricevo posta. Arnaldo è stato qui; l'anno 1942 è finito bene, ma i motivi <li letizia si alternano con altri di dolore. La sera precedente all'ultimo dell'anno, al calare del primo buio, con una cerimonia semplice, ma austera, al cospetto di Dio e del nemico, avevamo fatto l' appello di due dei nostri migliori rimasti vittime di un'imboscata. Chi non è qui con noi e non partecipa a queste nostre dure esperienze, non può imma131
ginare quanto ogni nostro Alpino caduto ci coinvolga, accrescendo il nostro impegno e determinazione alla lotta. Era l'alba quan<lo sono rincasato. Un allarme mi aveva trattenuto fuori. Tutto è andato bene e perciò mi sono coricato nel mio lettuccio con il desiderio di riposare tranquillamente, ma il mio caro amico, un piccolo gattino di due mesi, nato in questo mio stanzino, come al solito è subito corso a cacciarsi sotto le coperte e, avendo dormito fino a quell'ora, pretendeva <li giocare non permettendomi di muo vermi nel letto; così per non disturbare il micio ho finito per star sveglio e poi alzarmi e andarmene in giro per la linea dove anche oggi, primo dell'anno, si vi gila e lavora com emprc. Sono rientrato a m zzogiorno e mi sono inconLrato con Arnaldo che scendeva con oli sci proprio vicino alla baracca della men a e insieme ci siamo avviati per la colazione: sp ciale p rch ' c'era anche l'a ntipasto di sardine e acciughe. Dopo colazione Arnal<lo ha fatto ritorno all'osservatorio e io ho sbrigato diverse cose con i miei Ufficiali. Fuori è scirocco; la neve si fa molle, il nemico tace, ma la notte sarà buia, favorevole alle imboscate.
3 .r.z.ennaio Carissima Emilia, ieri sera mi è giunta la prima posta dopo questo fermo causato dagli ultimi avvenimenti bellici. È inutile che vi preoccupiate <li come stiamo o meglio come staremo perché, in questa situazione, non è possibile fare previsioni né sulla situazione mi132
litare, né su quella meteorologica. Tutti pensano che stiamo affrontando e soffrendo i più forti rigori dell'inverno russo e, invece, da una settimana, siamo sopra zero e il disgelo ha già prodotto tma noiosa fanghiglia e quasi scoperto i campi di neve. Forse, fra qualche giorno, saremo passati a 30 o 40° sotto zero. La salute è sempre buona e non solo per me: pensa che in tanti mesi non contiamo nemmeno un morto per malattia. Avverto le mie giornate esaurirsi in fretta: sono semp re fuori, all'aperto, e, quanJo il cielo si oscura troppo rapidamente, brontolo perché avrei bisogno di altra luce per terminare l'ispezione alle opere in corso. Né il lavoro né la salute mi preoccupano; sono altre cose che non Jipendono dalla mi a volontà né da quel la dei nosLri Alpini: è l 'andamento J ila guerra v 1 ma lontana che ci dà soff renz~1 rrnr s .nza in terferi r , almeno I r ora, con i nostri programmi e indeholire la nostra volontà. A volte penso <li aver fatto un a carriera che era contraria alla mia indole· ero nato p er stare in mezzo ai campi o per dirigere' un cantiere, tuttavia credo di essere stato, e forse lo sono ancora, un buon Ufficiale. Comprendo la vostra amara delusione per la mancata venuta di Arnaldo. ln ltalia hanno agito con troppa facilon eria, promettendo le licenze: spopolare i reparti <lei giovani Ufficiali universitari proprio nel periodo in cui il nemico si prepara a realizzare il massimo <lei suoi successi è cosa di cui era facile prevedere le conseguenze. Non pensateci più. Se sarà possibile rinviamo a primavera, quando il disgelo ci favorirà il riposo. In caso diverso rimanderemo ancora, ma mantenendoci sempre sereni. 133
6 gennaio Carissima Emilia, tutto bene: oggi ho rifornito Arnaldo di cioccolato, latte condensato e altre cosette. Sta bene; ieri l'ho visto al suo osservatorio a controllare i movimenti del nemico: un lavoro che l'appassiona. Non sono riuscito a persuaderlo a scendere con me per qualche ora. Il freddo è tornato, ma i nostri indumenti sfidano anche le più hasse temperature. Io mi sono fatto due scarpe <li feltro nelle quali i piedi stanno caldi anche dopo molte ore passate sulla neve alle più basse temperature. Arnaldo ha i valenchi russi. Vi abbraccio tutti. Tutto bene grazie agli Alpini!
7 f!,ennaio Carissima E milia, oggi è stata per me una giornata di grande emozione, perché sono stato chiamato ad assistere alla consegna della medaglia di bronzo al nostro Arnaldo. L'ha voluta fare personalm ente il suo Colonnello nell'osservatorio dove si giunge salendo un dolce pendio ricoperto di neve; giunti alla sommità si imbocca un camminamento coperto, lungo circa 400 metri, che ti porta all'osservatorio, o meglio a un ri covero, perché l'osservatorio vero è a breve distanza in una torretta con tre feritoie lunghe e strette dalle quali si può vedere, a vista d 'occhio e di cannocchiale, il territorio del nemico, oltre il fiume e le postazioni delle sue armi. Con lui è stato decorato con croce di guerra al valor militare anche il suo caporale. 134
Da un po' di notti i russi insistono a farci visita con azioni di pattugliamento, ma sono subito messi in fuga Jalle nostre vedette. La vostra posta arriva sempre più di rado: spero che riceviate la nostra.
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CAPITOLO SESTO
IL RIPIEGAMENTO
1.5 gennaio Le notiLie sul ripiegamento a Podgornoje, sede del Comando <li D ivis ione, sono contraJJittorie. Tn un primo tempo ci banno raccomandato d i tras l' rire all a ba e della ivisione tutl.o il mal ria.le p sanl e qu llo 11o.11 sLreLLamenle in Ji spcnsabi le all a J ifcsa della linea. Lo abbiamo fano gli Alpini pili pr vid nti hanno ostruito degli slittini per caricarvi lo zaino e procedere più spediti. Poi, sempre nella mattina del giorno 15, il Colonnello Signorini mi comunica che il Comando supremo tedesco avrebbe deciso che il Corpo d 'Armata Alpino e quello w1gherese avrebbero dovuto resistere su.l posto. P uò sembrare strano, ma la notizia fu accolta con soddisfazione tanta era la fiducia nelle nostre fortificazioni che, secondo la nostra convinzione, avrebbero resistito anche nel caso in cui lo spessore <lei ghiaccio sul Don fosse Lale J a permetterne l'attraversamento ai pesanti carri armati russi. Se tutti si fossero fortificati sul Don, come noi nel nostro settore, i russi 11011 avrebbero certamente ten tato un a grande offensiva alla vigilia dell'inverno. 6 136
CAPITOLO SETTIMO
L'ANABASI
17 gennaio Verso mezzogiorno il Colonnello Signorini troncò di colpo le nostre speranze comunicandomi 1'ordine di ripiegare con inizio del movimento per le ore 17 , che fo poi protratto fino alle or 20 p r la materiai impossibilità di riunire prima i reparti e formar un 'unica colonna per motivi di elem ntare sicurezza. L'ordine di ripiegamento fu accolto da tutti come se si fosse trattato di uno di quelli che, di sol ito, ven gono decisi nel corso di manovre di addestramenro per controllare i tempi e le possibilità Ji compiere Jeterminati spostamenti, nel caso Ji necessità urgenti Ji sganciamento Jal nemico. Non potevamo Jimenticare l'esperienza fatta Jopo l'arrivo su quelle posizioni, il 5 novembre deli' anno precedente, quando abbiamo dovuto piantare le tende anche in prima linea perché non esisteva neppure un solo riparo dalle intemperie. Un mese dopo non solo eravamo tutti ricoverati contro il rigore del freddo che, già due giorni dopo il nostro arrivo, cioè il 7 novembre, aveva raggiunto i 20° sotto 137
zero per salire, successivamente, anche oltre i 30, ma anche riparati contro il tiro <lelle artiglierie di tutti i calibri, in dotazione del nemico. Quel miracolo e i grandi sacrifici furono compiuti da tutti con la certezza che quelli che sarebbero succeduti, dopo il cambio, avrebbero continuato a lavorare con eguale intensità e potevano andare a riposare con tranquil lità certi che la vigilanza in trincea non sarebbe mai stata rallentata. Essi hanno compiuto quella spettacolosa e favolosa costruzione <li Jecine <li postazioni in caverna p er armi pesanti, mitragliatrici e cannoni anticarro e <lecine <li capisaldi con rifugi a prova di qualsiasi calibro e gallerie sotto terra per sorprendere il nemico in caso ce ne fosse stato bisogno. Lasciando quelle posizioni per un ignoto destino, ognuno portava con sé la certezza di poter dominar e vincere le impr vist Jifficoltà p ri oli, per h ' insieme a loro sarebbero partiti anche quelli che Ii avevano o·uidati senza incertezze. Tuttavia il disappunto per il distacco da quelle posi;r,ioni, fortifirnte con tanti sacrifici e tenace volontà, si leggeva sul volto di tutti. Su quelle alture dominanti il Don avevamo portato i confini Jella Patria e su quei confini tutti avevamo lavorato per renderli inespugnabili al nemico, con una passione e una volontà che avevano permesso di superare tanti ostacoli, rin1ediare a tante deficienze, vincere l'implacabile tormento del freddo. Giorno per giorno ci eravamo preparati a combattere e sconfiggere qualunque tentativo nemico <li violare questi nostri confini, in attesa <li poter passare oltre e conseguire la vittoria finale. Ce<lere queste postazioni senza aver combattuto per difenderle, ci fa doppiamente male! 138
Mentre nella sede del Comando del Val Chiese ci si stava preparando per la partenza, i radiotelegrafisti, nel controllare il funzionamento del radiotelefono, si trovarono in collegamento con radio Mosca proprio nel momento in cui un annunciatore leggeva, in lingua italiana, il seguente comunicato: «Atten:tione! Attenzione! Stalin annuncia che l'intero Corpo d'Armata Alpino è circondato in modo che nessuno potrà sfuggire alla cattura!». In lingua tedesca prima e in lingua italiana dopo, un secondo comunicato annunciava : «Stalin offre ai componenti dell'Armata tedesca di Stalingrado una tuta nuova, un posto <li lavoro; ch i non si sarà arreso dovrà subire la sorte che Stalin gli ha riservato». Istintivamente afferrai l'immagine <l lla Madonna <li an Luca che avevo deposto sul lettino <la camro per portarla on mc, sollevandola v rso il i lo pronun iai il seguente giuramento: «Madonna santissima, s tu mi aiuterai ti giuro che ponerò mio fi glio a sua ma<lre e con lui i miei Alpini!». Nell'isba il silen%io era assoluto, il radiotelegrafista aveva interrotto la comunicazione e gli altri si guardavano senza pronunciare una parola. Dopo un po', uno dei portaordini rivolgendosi agli altri disse: «Avete sentito cosa ha detto il Vecchio, possiamo essere sicuri che ci porterà in salvo!». Ogn uno riprese il suo lavoro come se niente fosse accaduto. A coprire ]a ritirata rimase il Tenente Marchiani, Comandante Jel plotone zappatori, con una trentin a di uomini. Assolse il suo compito con intelligenza e coraggio. L'incolonnamento si effettuò in maniera perfetta e 139
cioè nel massimo ordine e silenzio. Alle ore 20 la colonna si mise in movimento; era già sera e la temperatura superava certamente i 30° sotto zero. Nessuno avrebbe voluto lasciare in<lietro cose che sono servite e sono divenute care. Gli elementi lasciati sul posto a ricoprire le operazioni di ripiegamento sono consci della loro missione e la compiranno, a qualunque costo, rimanendo in linea fino ali' ora prescritta delle 4 del mattino. La marcia prosegue lenta, occorre, di freq uente, sistemare i carichi. La volontà degli Alpini vince il tormenloso rigore del freJdo e si lavora anche a mani nude. Fino ad Andrejcvka, centro abitato che si trovava a circa metà strada, la marcja ' spedita e l'ordine ' perfetto, ma poi le cose cambiano: cominciano le difficoltà eh hanno reso più faticosa la marcia provocato i primi cong 1am nti. La torm nta ha ri coperto la strada di un alto strato di neve farinosa J slitte avanzano con molta fatica. TI Battaglione Jella Divisione Vicenza, che aveva il compito <li stare in retroguardia e accodarsi a noi, era già partito e, ad Andrejevka, cc lo trovammo <lavanti nel massimo disordine. T soldati con tutti i mezzi di trasporto al seguito erano stracarichi e non riuscivano ad andare avanti a causa Jella neve alta. Per aiutarli si finì per creare Jisor<line anche nei nostri reparti; cune Ìe loro sìitte disseminate lungo ia strada ostacolavano i nostri reparti addetti ai trasporti ch e così erano costretti a lunghe soste, mentre gli elementi non vincolati alle slitte cercavano <li andare avanti per evitare il rischio cli congelamenti. Causa la lentezza della marcia e le soste forzate, la 140
motocicletta Jel portaordini del nostro Comando (Podestani) e la camjonetta furono bloccate dal gelo, pur essendo state tenute col motore sempre acceso, e dovettero essere abbandonate. A mezzanotte il freddo raggiunse i 40° sotto zero. Io camminavo in testa al Battaglione Val Chiese con la Compagnia Comando. Mio figlio è in ottima forma e spesso si allontana andando a ritroso lun go la colonna, incuriosito di quanto sta accaJenJo.7 A Podgornoje si giunse verso le 5 del mattino J el 18 gennaio con pili Ji Lre ore di ritardo e a gruppi, che i Comandanti di reparto ricostituiscono al più presto, prima di occupare gli alloggiamenti assegnati e le rela1iv µo izioni dit nsive. La listanza rercorsa dalla linea a PoJgornojc è stata di oltre 30 chilom etri . Appena avv rtit del nostro arrivo, il olonn Ilo Sign rini mi vcnn incontro p r informarmi che, invece Jj v nirc all'appuntamento eh avevamo con cordato, preoccupato delle scarse notizie sull a situazione, aveva ritenuto più opportuno andare con il Generale Reverb ri , Comandante della Tridenti na, incontro al Generale Na ci, Comandante del Corpo d 'Armata Alpino, che si slava trasferendo con il suo Comando da Rossosch a PoJgornojc, dopo essere stato attaccato dai carri armati russi . Dai due Generali aveva così sap uto della defezione dcli ' Armata ungherese e dcli occupazione oa parre (_Je1 russi 0 1 Postojali che si trovava a 30 chilometri da Podgornoje sulla gran J strada che da Rososch continua verso sud fino a Millerowo e a Nowo Charkowka a più di 30 chilometri a est di Postojali, sulla granJe strada Rossosch-Oljkowatka-Ostrogosk. I
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18 gennaio
Alle ore 10 il Battaglione Val Chiese è già nella sua piena efficienza e i congelati, un centinaio, sono stati ricoverati negli ospedali. Non si è potuto fare il regolare rifornimento di viveri perché i magazzini della sussistenza, lasciati aperti, sono stati quasi completamente saccheggiati. Il morale delle truppe è elevato, si continuano le operazioni per il giorno successivo e si alleggeriscono i carichi. Verso le ore 14 rientrano indisturbati tutti gli clementi lasciati di copertura. Le munizioni sono state trasportate nella quasi totalità a Podgornoje, ma devono essere in buon nu mero distrutte per mancanza di mezzi di trasporto. Il Battaglione Val Chiese non ha ritenuto opportuno abbandonare le slitte p santi e quelle ambulanza. È doveroso insistere sul mancato servizio di retroguardia del 3 ° Battaglione del 277 ° R ggimento della Divisione Vicenza, per i pericoli che si sarebbero corsi nel caso in cui il nemico avesse attaccato i reparti in ripiegamento anche solo con pattuglie. In ogni caso la maggior parte dei congelamenti sofferti dai nostri uomini è dovuta alle interferenze e agli intralci causati dai reparti della Vicenza che non si sono attenuti agli ordini di rimanere in retroguardia. Purtroppo si sono dovuti abbandonare negli ospedali tutti i congelati gravi, non più in grado di proseguire con i propri mezzi, mentre altri, pur in grado di seguire la colonna, risentiranno di questa menomazione. Da qui si deduce l'importanza e la necessità che i reparti cui sono stati affidati compiti di retroguardia assolvano scrupolosamente il loro compito rimanendo al loro posto fino a11'ultimo mo142
mento; ne va del successo dell'intera operazione di ripiegamento. Il Colonnello Signorini mi mette al corrente della situazione e cioè: il nemico si trova alle nostre spalle per una profondità di oltre 50 chilometri e occupa, con certezza, i nodi stradali di Postojali, a 30 chilometri da Podgornoje e di Nowo Charkowka, a 60 chilometri, il primo sulla grande strada RossoschVoronesc e il secondo sulla grande strada Oljkowatka-Voronesc. Egli aggiunge che, essendo la situazione in movimen to, si poteva ipotizzare un accerchiamento più profondo perché i rw11eni a nord avevano da giorni abbandonato la linea. Dai Generali gli era stato chiesto il suo parere sulla opportunità o meno di cercare di intraprendere trattative di resa, ma lui si era ris rvato di parlare con me prima di rispondere. Lo informai del giuramento che avevo fatto prima Ji abbandonare la linea, in pr senza dei miei collaboratori e cioè di riportare mio figlio a sua madre e con lui i miei AJpini. Ne fu commosso: «Da te», mi disse, «non mi attendevo altra proposta. Dirò ai Generali che noi ci assumeremo la responsabilità di portare a conclusione questa impresa». Il Colonnello Signorini aveva già concepito un suo piano d'azione che, nel suo insieme, sarà quello messo in atto durante le operazioni di ripiegamento. Fu stabilita per il primo pomeriggio una riunione con gli altri due Comandanti di Battaglione e col Comandante del Gruppo di Artiglieria Alpina Vicenza, Tenente Colonnello Calbo. Signorini espose il suo piano: la divisione doveva procedere in colonna, in testa i battaglioni del 6 ° 143
Reggimento intervallati dalle batterie e Jalle armi anticarro per parare eventuali puntate <li carri armati sui fianchi. L'attacco ai centri abitati, che il nemico aveva trasformato in centri di sbarramento, doveva essere rapido con forze adeguate e manovra di aggiramento in modo da superare la resistenza del nemico in breve tempo, prima del buio. L'incolonnamento prevedeva in testa il Battaglione Verona seguito dal Vestone e dal Battaglione del Genio; quin di i Generali, la bandiera e il Val Chiese, seguivano i battaglioni del 5° Reggi mento. Il suo programma è slato accettato da tutti senza obiezioni. La sera stessa del 18, il Battaglione Verona sarebbe stato autotrasportato a Repiewka per iniziare, al la mattina d 119, l'attacco a Postojali, pr via v rifica J ll 'entità delle forze nemiche. ,li altri batta glioni del 6° si sarebbero incolonnati a pyt, pre · duri dalla Compagnia Comando del 6° Reggim nt . Tn erala ignorini, dopo il terzo in contro on i G nerali , mi confermava il programma per il giorno successivo e soggiungeva di ritenere opportuno che, giungendo al mattino sulla straJa di .Postojali, man dassi una squadra comandata da un Sottufficiale a prende.re contatto con il 5° Reggimento che aveva occupato Skororyb. Signorini era preoccupato perché aveva l' impressione che si avesse solo un 'idea vaga della sit uazione e non fosse mai stato studiato a r t• • • • ronao un piano 01 np1egamento: ragg1un ere al pw presto Nowo Charkowka era per lui un fatto della massima importanza. Se le truppe russe Jel nord, che dopo la defezione ungherese avevano via libera verso sud e sud-est, si fossero indirizzate verso di noi prima che il doppio cerchio di O ljkowatka-Postoja1
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li, Oljkowatka-Nowo Charkowka fosse già superato, saremmo stati schiacciati come in una morsa, soprattutto se contemporaneamente ci avessero inseguiti i reparti russi che avevamo <li fronte sul Don. Se si considera che noi Coman<lanti di Battaglione non avevamo la carta topografica J ella zona, è facile immaginare lo sforzo compiuto Jurante la ri cognizione per individuare i luoghi occupati <lai nemico e le vie che poteva percorrere per assalirci <li sorpresa.
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CAPITOLO OTTAVO
OPYT
19 gennaio Nella notte avevo ripensato a quello che si era deci so di fare) dopo il orgere Jell' alba del nuovo giorno, per eliminar ogni dubbio e incertezza affinch ' l'azione foss f rma e decisa qualunque pot s e essere l'imprevisto che ci attene.leva. Come Ja ordine verbale ricevuto) il Bauaglione Val Ch iese muove da Podgornojc alle ore 4 del mattino in direzione di Opyt-Postoja]i, seguito dal Comando del Gruppo Vicenza e dalla 19" e 20a Batteria. Giunta all'estremità ovest della conca di Opyt) dopo due ore di marcia, la colonna è costretta ad arrestarsi perché la strada e le adiacenze di essa sono totalmente ingombre di un'enorme quantità disordinata di autornelzi, slitte e quadrupedi di reparti tedeschi e ungheresi. Ivli ricordai di una simile esperienza vissuta nell)ottobre del 1917) quando lo sfondamento, nel settore di Caporctto, operato dagli austroungarici e dai tedeschi, aveva intasato le vie di comunicazione e paralizzato tutte le iniziative del nostro Comando, tanto che le unità fatte affluire 146
sulla seconda linea predisposta sulla destra dell'Isonzo furono aggirate e fatte prigioniere senza aver potuto sparare un solo colpo. Io mi ero salvato, con la mia Compagnia, perché giungendo su quelle posizioni dopo l'ordine di ripiegare dalla catena del Monte Nero e Mrzli a quella dello Stol mi ero portato, di mia iniziativa, su una posizione sicura. Così mi fu possibile combattere, poi, al ponte di Cornino sul Tagliamento e con i primi difensori del Piave. Quando ci si viene a trovare di fronte a situazioni come quella del 25 ottobre 1917 che, per chi era sulla catena dello Stol, vedeva, dall'alto, sfilare il nemico che marciava verso Cividale nella Valle Jel Na tisone, anche a Opyt, in quel mattino del 19 gennaio 1943, i ripensamenti non sono più possibili perché al pensiero <leve s guire subito l'azione. L'azione non µuò c. sere che quella dir tta a pr venire il nemico nelle su moss tese a colpirci nel momento critico della sorpresa. Solo con una contromanovra è possihile paralizzare l'ini ziativa del nemico per il tempo necessario a predisporre lo sganciamento. Tu pensando alle truppe ungheresi, tedesche e cosacche che si erano concentrate nella conca di Opyt non ho potuto trattenermi da una considerazione, puramente ipotetica e astratta, che se fosse stato possibile avviarle di rinforzo al 5° Alpini per un 'azione a fondo su Skororyb prima e Oljkowatka poi, in concomitanza con l'azione su Postojaii il giorno 21 , tutto il Corpo d 'Armata si sarebbe trovato riunito a Scheljakino il giorno 22, da dove avrebbe potuto procedere, senza incertezze, a Varwarowka. La conca di Opyt presentava uno spettacolo veramente impressionante: il suo fondo era letteralmcn147
te coperto Ja uomini, quadrupedi, automezzi e s1itte. Neppure un grano di miglio avrebbe potuto raggiungere il terreno se buttato al di sopra di quella marea. Assllllsi, come allora nell'ottobre del 1917, l'iniziativa per evitarla o, comunque uscirne al più presto. Per attraversare lo spazio di 2 chilometri scarsi furono impiegate più di due ore e mezzo e fu giocoforza compiere acrobazie di ogni genere.8 Al punto <love la strada comincia a salire verso Repiewka, incontro il Comandante J l Battaglione Vestone, Maggiore Bracchi, con Jue compagnie. Da lui vengo informato che il Colonnello Signorini è stato chiamato al Comando J ella Divisione, Comando che, Jalle informazioni avute, risulta distant circa 3 chilometri e per giungervi occorrerebbe molto tempo e non poca fatica perché anche le piste tracciate attraverso i campi sono intasa te da slitte, uomini qua drupedi. Il Maggior Bracchi mi informa <li aver ancora Lma compagni a in posizione, la Compagnia Comando che sta arrivando e che non ha ordini per la partenza, come pure era privo di informazioni qual siasi sulla sorLe Jel Battaglione Verona, partito la sera avanti per occupare Repiewka. A Bracchi esprimo il mio giudizio sulla inopportunità Ji rimanere a Opyt, non solo perché si perderebbe tempo prezioso, ma soprattutto perché, data la situazione, ritengo Opyt esposto all'accerchiam ento di sorpresa e privo di punti di appoggio per una difesa atta a permettere l' uscita delle truppe ivi in sosta, verso Skororyb o Postojali. Anche il Tenente Colonnello Calbo, Comandante del Gruppo di Artiglieria Vicem~a, era d' accordo nel giudicare molto grave la situazione. Il Verona l48
era solo davanti a Postojali; la defezione dell'intera Armata ungherese aveva lasciato via libera alle truppe russe del settore di Voronesc, dotate di gran numero di carri armati. La mancanza di mezzi di comunicazione e collegamento col Comando superiore ci avrebbe costretto ad andare di persona col rischio di non riuscirci e la necessità di abbandonare il reparto per troppo tempo. Per questi motivi e con l'accordo dei miei due interlocutori, decisi di abbandonare Opyt per dirigermi su Repiewka e collegarmi col Verona. Pr-ima Ji partire mi misi in contatto col Capitano Vinco, Comandante della 45" Batteria del Gruppo Vicenza, qu ella cui apparteneva mio figlio. Mi disse che erano schierati a difesa di Opyt in una situazione estremamente ri ' chiosa perché esposLi Gl un attacco immin nte e in forz di arri armati rus i; p rciò rit 11 va opp rtu110 che mio fi glio r stasse con .l a Compagnia ornando d I Val Chi s . .i\ncora una volta il . ignore mi aveva accordato la sua prole:i:ion ! TI mattino successivo la Batteria fu sterminata: pochi si salvarono. Se mio figlio non fosse stato con me nel corso di quella giornata, il 19 e la notte successiva, forse la sorte di tutti sarebbe stata diversa perché, certamente, sarei an<lato a cercarlo. Il Maggiore Bracchi mi promette non solo di riferire, ma di sol lecitare l'autorizzazione di seguire la mia iniziativa che, in ogni caso, non è in contrasto con i presupposti Jeì programma concordato coi Colonnello Signorini la sera precedente. A decidere fui io con l'approvazione un anime degli altri miei colleghi. Quando la testa della colonna giunge all'incrocio della strada per Postojali si comincia a udire il crepi149
tare delle armi da fuoco che si fa sempre più intenso man mano che si avanza; è segno che il Battaglione Verona è impegnato in un aspro combattimento per la conquista del paese. Fu subito accelerato il passo di marcia; dalla fila una voce gridò ai compagni: «11 Vecchio diabolico non si è sbagliato!», così mi avevano soprannominato i miei Alpini fin dal 1° settembre dopo avermi visto partire in motocicletta attraverso i campi di grano, a breve distanza dalla linea nemica, per raggiungere una nostra Compagnia che, inconsapevolmente, stava per trovarsi di fronte alla trincea del nemico in ordine di marcia, per un fatale errore di manovra. Man mano che si avanzava, il fragore del combatti.mento si faceva sempre più distinto. Quando fui raggiunto dal Maggiore Paroldo, che mi recava l' ordine del Comando del Corpo di Armata di riLornare con tutta la colonna a Opyt di mandare un Sottufficiale con una pattuglia a prendere collegamento con il 5° Alpini a Skororyb, si sentiva già intenso il crepitare delle mitragliatrici carellate dei russi. Al Maggiore Paroldo risposi che non potevo obbedire a ordini dati dal Comando Superiore che evidentemente non era al corrente della situazione e, quindi, non poteva rendersi conto delle conseguenze che ne sarebbero derivate se fossero stati accettati ed eseguiti. Il Maggiore Paroldo si dimostrò risentito e mi fece notare che, in quel momento, rappresentava la persona del Generale Nasci. Risposi che questo non modificava il fatto che egli ignorasse la nostra situazione; comunque io stesso avrei comunicato la mia decisione al Colonnello Signorini che, in quel momento, si trovava col Generale, non appena possibi150
le il collegamento radio. A ogni modo dissi a Paroldo di comunicare al Generale Nasci il mio rifiuto e di illustrargli la situazione. Perciò decido di prendere subito contatto con il Battaglione Verona e di fare proseguire la colonna. Dopo aver dato ordine a mio figlio e ali' Aiutante Maggiore Tenente Maggi di restare in testa al Val Chiese, io proseguii per raggiungere subito Postojali. Un Alpino mi venne a riferire che, in lontananza, nel fondo di una stretta e profonda balka, aveva scorto una colonna di uomini in marcia verso di noi. Il fatto era vero e io incaricai il Tenente Gino Ferroni di compiere di sorpresa un'azione aggirante. Dopo il bivio <li Repiewka la percorribilità della strada è pessima e il trattore sul quale sono salito con il Capitano Miglietti avanza adagio, con molta fatica e dopo un chilometro circa rimane impantanato nella neve. Fummo costretti a procedere a piedi fino a Postojali dove, per prima cosa, la nostra attenzione fu attratta dal terrificante spettacolo della distruzione subita, due giorni prima, dal quartier generale del Corpo d 'Armata che, ignorando la presenza del nemico in quella zona, aveva ripiegato su quel centro abitato con l'idea di potersi portare in salvo verso Nowyi Oskol. Lunghi tratti della strada apparivano come lastricati da immagini umane stampate sulla neve, senza un graffio, senza lacerazioni o macchie Ji sangue. Il colore rosa <lei volti li faceva apparire come immagini viventi. Ma non c'era tempo per intrattenerci a osservare quel macabro spettacolo di uomini stampati sulla neve e di automezzi fracassati e saccheggiati. I morti pietrificati <lal gelo e i feriti 151
che uscivano verso di noi, con ancora nel cuore la speranza <li potersi salvare, ci conducevano ove era il centro di quella lotta mortale nella quale gli eroici Alpini del Verona si erano lasciati trascinare da quello spirito che li aveva tante volte distinti nel corso della Grande Guerra e in Albania. A Postojali gli eroici Alpini de] Verona erano stati indotti in errore dall'apparenza di uno scarso numero di nemici, in realtà numerosi , nascosti e silenziosi. In lontananza , all'angolo di una via che portava fuori dall'abitato, nella nostra direzione, ci appaiono tre fi gure <li Alpini, uno dei quali era sorretto dagli altri due e portato avanti quasi di peso. Quando gli arrivammo vicino avemmo la più dolorosa <lelle sorprese. Si trattava <lel Maggior Bongiovanni, Coman dante del Verona, che era stato colpito da collasso, aiu tato <la due suoi Ufficiali eh lo riportavano indietro nell a sp ranza che potesse ri av rsi e salvarsj, · ra pall ido come se nelle vene non avesse più san gue. li f'reddo l' angos ia ne avevano rallentato il ritmo cardiaco facendogli perdere conoscenza, e senza accorgersene, era caduto. Molti perdettero così la vita perché ness uno li aveva subito soccorsi e il freddo , dopo avergli coagulato il sangue, li aveva trasformati, in brevissimo tempo, in statue indurite, come fossero di marmo, senza aver avvertito il passaggio dalla vita alla morte. Sentirsi chiamare, così inaspettatamente, da una voce amica che credeva foss e da lui lontana, lo fece scuotere come se tutto il suo corpo fosse stato investito da una scarica elettrica. Aprì gli occhi e, alla vista dell'amico, il pianto rigeneratore esplose per incanto. Poco dopo non aveva più bisogno di alcun sostegno e, da solo, 152
schierò i superstiti in posizione difensiva per contenere un eventuale contrattacco nemico prima che il Battaglione fratello (il Val Chiese) lo avesse raggiunto. La compagnia del Tenente Donà riuscì a ricacciare una colonna nemica che li avrebbe messi sicuramente a dura prova. li Maggiore Bongiovanni si era tanto distinto in Albania per la sua capacità di comando, ma in Russia il destino gli era stato avverso perché non aveva potuto farsi un'esperienza personale quando le condizioni climatiche erano tanto diverse. La dura esperienza del Verona valse a confermarmi nella convinzione della necessità <li cambiare il sistema <li attacco. Il mattino successivo la dimostrazione pratica non mancò. Egli mi informò subito d U'assoluta irnrossihilità per il Verona <li riprendere il combattimen to perché, a e Lezione <li una com pagnia op rante sulla sinistra, di cui. non onosce la situazione, le altr due sono distrutte p r le numerose perdite soprallutto di Ufficiali. Il trattore non si è ancora potuto liberare; devo ri fare la strada di corsa rer arrivare in tempo a schierare il Battaglione Val Chiese in difesa. A schieramento ultimato ricevo dal Comando Divisione l'approvazione della mia iniziativa e l'ordine di sistemarmi a difesa di Repiewka, come già avevo fatto, e <li assumere il comando delle truppe sul posto. Mi informavano inoltre di avermi inviato quattro semoventi cingolati tedeschi, un gruppo di artiglieria pesante campale calibro 152, una Batteria di katiusce a tamburo rotante anch'essa tedesca. Avevo inoltre l'ordine di attaccare la mattina del giorno dopo, il 20, l'abitato di Postojali. 153
Al Comando Ji Battaglione ebbi un'altra buona notizia: quella del successo dell'operazione affidata al Tenente Ferroni. Solo il Sergente Volpini, al quale avevo affidato l'incarico di prendere contatto col 5° Alpini a Skororyb, era rientrato comunicando di essere sfuggito miracolosamente al nemico che ancora era in possesso di quel centro abitato. Al Sergente Volpini si doveva creJere. 9 Dopo alcuni chilometri percorsi dalla colonna per raggiungere Repiewka, apparve, in lontananza oltre Postojali, un'oscura e densa macchia in movimento. Al tenente Quei, il veloce e ardito valdostano, fu affidato il compito Ji spingersi avanti per gli accertamenti del caso. È facile immaginare che quell'apparizione non aveva fatto piacere a nessuno: se fosse stata una colonna di russi armati la prova che ci attenJ va avremmo potuto anche non superarla tanto più che lo scontro sarebbe avv nuto prima di raggiung re Repiewka , quin<li , lontano da ogni centro abitato dove trovare sostegno e rifugio. Il Tenente Quei fu, come sempre, rapido e coraggioso eJ era riuscito ad accertare che si trattava di una colonna di civili scortata Ja soldati russi a cavalJo. Aveva valutato il numero dei componenti in circa ventimila. Quando avvenne l'incontro delle due colonne si constatò che si trattava di civili ebrei che gli ungheresi avevano portato in Russia per i lavori di fortificazioni campali e per vari servizi. Erano diretti a Rossosch, che i russi sapevano essere già stata sgombrata da noi. I cavalieri di scorta che sicuramente ci avevano scambiato per rumeni insistevano nel mostrare i documenti e nel chiedere di essere lasciati proseguire. La scena si era fatta co154
mica e divertente, ma per noi era urgente raggiungere Repiewka per ricongiungerci con i resti del Verona. I pochi uomini di scorta su bellissimi cavalli ungheresi furono appiedati e lasciati proseguire assieme alla colonna. Dai civili e dalla scorta si era riusciti a sapere o meglio a intuire (perché nessuno di noi conosceva l'ungherese, solo malamente qualcosa della lingua dei cosacchi) che in una località lontana e fuori dalla strada di Ostrogosk c'era un grosso raggrup pamento di carri armati russi in marcia, ma non verso <li noi. Alle 14,30 il Tenente Zani, Comandante della 255" Compagnia, aveva sventato con intuito e pronta decisione un attacco nemico sul nostro fianco sinistro. Giunti nella zona di Repi wka, quando lo schieramento difensivo era stato compl tato contro ogni possibile sorpresa, insi me al Colonnello Calbo, andai a fare una ricognizion lontana per rendermi conto di quale potesse essere la Jire;r,ione di marcia <lei carri armati che ci erano stati segnalati. Si poté così constatare l'esistenza di una forte depressione che conduceva nelle immediate vicinanze della conca di Opyt. Dopo aver calcolato tutte le più probabili possibilità e i tempi di marcia si arrivò al convincimento che i carri armati avrebbero potuto raggiungere Opyt non più tardi delle ore 5 del mattino. A quell 'ora la luce delle caratteristiche albe del nord avrebbe già illuminato sufficientemente la via dei carri armati. Il collegamento radio delle ore 20 fu immediato. Il Colonnello Signorini era in attesa per ricevere ]e nostre comunicazioni. Dopo averlo informato <li
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quello che avevamo fatto per fronteggiare in moJo sicuro qualsiasi tentativo di attacco del nemico, lo informai Jel pericolo, che per noi era cosa certa, di una incursione di una forte formazione Ji carri armati che secondo le nostre informazioni (colonna Jei civili ungheresi e dei cosacchi di scorta) era concentrata in un centro abitato, fuori della nostra di rettrice di marcia, a circa 30 chilometri da noi, ma nelle prossimità di un grande avvallamento che portava lontano verso suJ, cioè verso la conca di Opyt. DalJa ricognizione col Colonnello Calho, risultava che noi non potevamo intervenire, vuoi I er la distanza che per la impercorribilità Jel terreno e la mancanza di centri abitati. Per questo fatto si riteneva assolutamente necessario sgomberare Opyt e l'in tera conca, che circondava il paese Jal lato nord, non più tardi d lle 5 J I mattino . Signorini mi ass icurò eh per quell'ora mi avrehbe raggiunto. P er quanto riguardava Opyt era cosa Ji esclusiva compet nza dei Generali Nasci Reverberi ai quali avrebb ubito riferito quanto io gli avevo comunicato; mi pregava pertanto di rimanere in ascolto. La trasmissione si protrasse così per oltre un 'ora per dare e ricevere ri sposte, tanto che dovemmo alternarci al microfono io e Calbo perché la voce fosse sempre chiara e comprensibile, ma non si ottenne l'assicurazione che i generali avrebbero lasciato Opyt con Signorini. Alia luce tanto precoce J ell' alba del nord tutti erano già fuori dalle isbe e ciascuno cercava il posto di adunata del proprio reparto. Le armi pesanti erano revisionate con cura e, poi, fasciate di nuovo per proteggerle Jal freddo. Il concetto operativo era già scritto nella nostra 156
mente; non restava che trasferirlo integralmente ai Comandanti di reparto in modo che, nella fase delle operazioni, ci fosse la necessaria sincronia di movimento e azione di fuoco per costringere il nemico a un rapido ripiegamento minacciato più dalla manovra di aggiramento che dal fuoco delle armi. Il Colonnello Signorini era già arrivato sul teatro delle operazioni. L'incontro fu di una semplicità estrema, entrambi consapevoli delle gravi responsabilità che gravavano u di noi . Non è sempre vero che dove è presenLe il superiore cessa la responsabilità dell'inferiore. Ci sono dei mom enti e delle circostanze che richiedono la massima collabora:t:ione e solidarietà al di là dei rapporti gerarchici e J ei limiti del propri.o incarico. li Colonnello Signorini di d la sua approvazione al nostro concetto operativo e ci aulori%%Ò a esserne ali esecutori. Sia io che il Colonnello albo siamo sempre stati in perfetta sintonia ed entrambi abbiamo sempre appre%zato il concorso dell'intelligenza e della volontà dei nostri Comandanti di compagnia e di Batteria e dei nostri collaboratori più diretti, senza i quali non avrei potuto ottenere i risultati che sto illustrando. Essi mi sono stati utili e talvolta necessari nell'elaborazione del mio pensiero, tanto da rendermi più sicuro nel decidere, pur non venendo mai meno, in alcun modo e circostanza , alle mie responsabiiità che rimasero sempre e solo mie. È quindi logico e naturale che il successo di tutte le nostre operazioni è da attribuirsi a w1a felice collaborazione che ha visto la partecipazione di tutti, dall'Ufficiale più elevato in grado all'ultimo Alpino. 1.57
Il Tenente Colonnello Calbo assolse il compito della ripartizione degli obiettivi da battere con i calibri maggiori e a più lungo tiro e lo schieramento ravvicinato delle artiglierie più leggere per assicurare un'immediata protezione agli Alpini contro l'insidia delle mitragliatrici carrellate, che con la loro grande mobilità si rendevano difficilmente vulnerabili mentre il loro fuoco costituiva sempre una micidiale sorpresa. A me era rimasto il compito, unitamente al Maggiore Bongiovanni, di impartire gli ordini per l'attacco, oltre che alle compagnie dei <lue battaglioni, Val Chiese e Verona, anche agli altri reparti di artiglieria a nostra disposizione sul posto. 11 concetto J' azione era il seguente: attacco del centro abitato con azione frontale con .l'intento <li impegnare al massimo il nemico e faciliLare l'azione a largo raggio J U compagnie laterali dirette al comune obiettivo Jel kolchoz. Il Colonnello Signorini aveva portato la con ferma delle nostre sinistre previsioni perché aveva udito il fragore delle detonazioni dei proiettili dei carri armati in direzione di Opyt.
20 gennaio
Purtroppo i fatti hanno dimostrato che l'ora da me prevista come limite massimo per sottrarsi all'attacco nemico e per le possibilità di uscita per le truppe rimaste in posto a Opyt si è dimostrata esatta. li nemico ha attaccato verso le ore 5 e, a eccezione delle due Compagnie 53'1 e 55" e del Comando del Battaglione Vestone uscito dalla conca di Opyt al se158
guito <li codesto Comando, nessun altro reparto è riuscito a salvarsi come unità: solo un certo numero di uomini isolati è riuscito a raggiungere Repiewka e Skororyb risalendo in fuga le balke. Si sono così perduti: la 54a Compagnia del Vestone, il 2° Battaglione Genio, il 3 ° Battaglione del 277° Reggimento della Divisione Vicenza, la 4Y Batteria del Gruppo Vicenza, uno Squadrone di cosacchi, due Battaglioni di ungheresi, il Quartier Generale <lel Corpo d'Armata Alpino e quello della Divisione Tridentina del Battaglione divisionale. Sono andati perduti tutti i mezzi, automezzi e slitte che gli ungheresi e i tedeschi avevano in sosta, un Battaglione al completo ungherese, uno Squadrone di cosacchi e, del Battaglione della Divi sione Vicenza, non rimanevano che degli sbandati. 10 Per quasi due or si è rimasti incerti sulla sorte dei due Generali ed è :::;tato per tutti noi un tormento intimo. L'attacco è ritardato in attesa di ve<ler arrivare i <lue superiori, i quali rappresentano uno <lei motivi più salienti della nostra inflessibile volontà di riuscire a spezzare l'accerchiamento nemico. L'inizio dell'attacco è così ritardato alle ore 7. Nel frattempo io, Calbo e il Capitano Biffi ci portammo su un punto elevato per poter meglio vedere la struttura del paese e la topografia del terreno circostante. Postojali, come tutti i centri abitati della sterminata steppa dei cosacchi, era una successione di ordini di isbe di paglia di segala, legata a mazzetti montati su intelaiature di legno sovrapposte dall'alto in basso come le tegole. La muffa verdastra le rendeva tutte eguali. L'altezza era pressoché uniforme ricoprendo il solo piano terreno e un solaio ripieno 159
di foraggio per la protezione contro il freddo invernale e il calore estivo. Poche erano le divisioni interne, nel locale più grande c'era il forno, e al di sopra un tavolaccio che serviva a dormitorio durante l'inverno. Chi non trovava posto sul forno dormiva per terra o su lettini <li ferro. Il camino del forno, con andamento diagonale, attraversava tutta la casa per distribuire il calore. Il combustibile, dove non era disponibile la legna, era di mattonelle di sterco di bovino impastate con un po' di terra ed essiccate al sole estivo. Le isbe erano in file parallc1e da nord a sud, mentre il kolchoz era lontano, isolato, in una larga depressione in direzione <li Nowo Charkowka. La pianta dell'intero centro abitato era di forma rettan golare con i <lue lati maggiori lunghi circa 2,.5 chilometri e i minori di 1,5 chilometri. Il fondo pianeggiante della balka aveva un andamento da nord v rso suJ J era attraversato dalla grande strada che univa Rossosch a Ostrogosk. A est e a ovest i fianchi dell'avvallamento avevano una pendenza regolare non molto accentuata. La ricognizione aveva chiarito in dettaglio il piano della manovra d'attacco che consisteva in un accerchiamento simultaneo Jel paese in modo da ottenere il successo con il minimo impiego di fuoco e nel minor tempo. Poiché mi sono impegnato di fotografare la verità anche nei particolari più significativi, devo precisare che l'uso del plurale nell'illustrare l'elaborazione dei piani, dei programmi e delle decisioni operative è giustificato; le mie iniziative e le conseguenti decisioni sono, in questa fase, sempre discusse e verificate con Calbo e con i miei collaboratori più diretti 160
Il Sottoienenfr Policarpo ('.hierici nel .1 914 (foto
Giovanna Chierici).
Il Capitano Policarpo Chierici in una foto del primo dopoguerra (foto Arnaldo Chierici).
Torino, 25 maggin I 942. Sfilata della Batteria di Artiglierie, Alpina, cnmandala dal Tenente Motzo, davanti al Re Viuorin Emanuele Ill, prima delta partenza per il /ron le rus.rn (jnLn Francn Fiocca) .
Luglio 1942. TL Bauaglinne Val Chiese, passato in rivista dal Colonnelln Sip,norini e dal Colonnello Chiericz; prima della partenza per il fronte russo (foto Arnaldo Chiericz).
Luglin 1942. Da -sinistra, il Generale Luigi Reverberi P il Cnfnnnelfn Policarpo Chi('rici in tradotta (/ntn Giovanna Chierici).
28 luglio 1942. In tradotta dall'Italia alla Russia (foto Angelo Viviani).
Luglio 1942. Ufficiali della 29" Batteria Artiglieria alpina, del gruppo Val Camonica. Da sinistra, Sottotenente Zambonz; Ten ente medico Contarrinz; Tenente Marchiò (/010 Ciovc11111t1 Chierici).
Luglio 1942. Tradotta di Mtiglieria (foto Arnaldo Chiericz).
Varsavia, 3 1 luglio 1942. Ebree polacche impiegate dai tedeschi in duri lavori. ln basso, da sinistra: Alpino CoaLtn (Auendente del Capitano Marastoni), Alpino Cccchin (Allendenle del Tenenle Barlolz), Alpino Viuitlfn; Alpino Bonf,.ulini (foto /1ngelo Viuùm1) .
Luglio 1942. Millerowo, Alpini del Battaglione Tirano con coniadine russe durante la fienagione (foto Arnaldo Chiericz).
Ucraina, 2 agosto 1942. Treno blindato russo dùtrulto (foto Angelo Vivianz).
Primi di agosto 1942. Muli in circolo (foto Franco Fiocca).
il.gusto 1942. Salmerie durante una nwrcia di tradcrimenlo ne lla steppa
ru.mt Uoto Gianfranco Pellegrini).
Agosto 1942. Foresta di Nova Corlowka. Un momento di relax. Da sinistra: Tenente Panazza, Sottotenente Mazzaggio, Tenente Moizo, Capitano Bon/anti, Maggiore M euzzi (foto Franco Fiocca).
24 agosto 1942. In marcia verso Jurcnka (foto !lngeLn Viviam).
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28 agosto 1942. I preziosissimi muli au.totra)portati verso il fronte sul Don -per i combattimenti del 1° settembre 1942 (foto Franco Fiocm).
Fine agosto I 942. IL Colonnello Policarpo Chierici assiste alla partenza del suo Battaglione destinato al tamponamento della falla che si era aperta sul fronte del Don (foto Giovanna Chierici).
Antero Rossi; Attendente di Poficarpn Chierici; mnrto il 1° settembre 1942 a
Bulchuj Uutu Arnaldo
ChiPricz).
Bolcho;; 3 settembre 1942. Sulla tomba di Antero Rossz; Attendente di Pulicarpo Chierici (foto Cinvanna Chierici).
Bolchoj dopo i combattimenti del I O settembre 1942. Da sinistra: il motociclista Fodestam; il Comandante del Battaglione Val Chiese, Colnnncf!o Po!icarpu Chierici e t'Jliutante Maggiore, 'l'cnente Gaetano Mal!J!,i (/010 Ciovanna Chierici).
Cammello, preda bellica del Va l Chiese nei comhattùn enli del 1° settembre J942. Questo esemplare, dopo aver compiuto tutta la ritirata, finiva nello zoo di Milano (foto Angelo Viviani).
Settembre 1942. JYostazionc con camioncino an ticarro (foto Arnaldo Chierici).
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Rolchoi settembre 1942. A sinistra, il Generale Garibaldi; a destra, il Colonnello Chierici Uoto Arnaldo Chieria).
/ ') settembre 1942.
1l Mal!,l!,iore Bracchz; Comandante del Battaglione Vestone (foto Ati[!.elo Vivianz)
25 settembre 1942.
1l Colonnello Paolo Signorini; Comandante del 6° RepJ!,imento (foto Angelo Vivianz).
Kam enka, 14 ottobre I942. Da sinùtm: il Generale Garibulcli, Comandante dPLI' Armata italiana in l<u..u ia, il (~enerale Luigi Reverheri C' il Cnlrmnr·lLn /.J,w fn Siµ,nnrini (/rito A n 11·Ù1 Viviam).
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Dicernbre 1942. Postazione di un / erro di Artzi,Lieria Alpina da 75/13 1 con il Tenente Panazza (/ntn Franco fiocca) . ·
Fronte del Don, dicembre 1942. D,1 sinistra: Sottotenenle Zambonz; Sottotenenle Ferato, Sottotenente Marchiò. Tutti appartenenti alla 29a Batteria del Gruppo Val Camonica (foto Arnaldo Chierici).
1l camme/Lo del Val Chiese (foto Devoto).
18 gennaio 1943. Pudgornoje, base della Tridentina. Punto di raccolta dà reparti provenienti dal fronte prima di iniziare il ripiegamento (foto Franco Fiocca).
19 gennain 1943. Prim n f!,iorno di ripiegamento. Da Podgornoje, sede del C01nando della Divisione Tridentina. T.,a Compagnia rmnandn del G° R eggimento /1.lpini verso Opyt ((otn Angelo Viviam).
Scheljakino, 22 gennaio 1943 . Da sinistra: di spalle, il rolonnello Policarpo Chieriu; il Generale Luigi Reverheri e zi Colonnello Paolo Signorini (/o Lo Anf!,efo Vivianz).
22 f!,ennaio 1943 . Salmerie della Tridentina in attesa dell'esito del com battimento di Scheljakino (foto Gianfranco Pc!!cgrinz).
Arnautowo, 25 gennaio 1943. Capitano medico Capacci del Gruppo Bergamo.
26 gennaio I 94 3. Feriti e congelati del Gruppo Bergamo in altesa della fine del cornhattimento a Nikolajewka (foto l"r·ancu Fiocca).
Gennaio 1943. Mulo, protetto da coperte, Lrascina una slitta carica di feriti (foto Cùm/ranco Pellegrinz).
Nikolajewka, 26 f!.ennaio 1943. l tre protagonùli del ripief!,amento. Da sinistra, il Colonnello Policarpo Chierici; il Colonnello Paolo Signorini e il Generale Luigi Reverberi (foto Devoto).
Gennaio 1943. Da sinistra, il Tenente Marlinelli e il Ct1pilano medico Malussinz; ad !\rnautowo. Tl /mino, imJ,egnalo a tenere efficienti le mitraglie, il Sf'condo, a lenere calmi i }~riti. il posto di medicazione era a p()(:hr: dr'Ci,u, di metri dal/e patiuglie rusJe più rwr.mzatc. Schegge a pallottole attraversavano l'ùha, colpendo e uccidendo i/eri/i. M alonini assistei/e il Tenente Mazzaggio in agonia (foto Franco hòcca).
Febbraio 1943. Fuori dalla sacca, {l destra, il Tenente Apostoli, che f u animatore della resistenza ad Arnautowo (foto Franco Fiocca).
Marzo 1943. Reduci congelati all'ospedale di Voghera (foto Angelo Vivianz).
Maggio 1944. Al centro, Arnaldo Chierici> a destra, Luigi Martinelli in Baviera nel campo di concentramento tedesco (foto Arnaldo Chierict).
Don Cnocchz; (appellano della Divisione Tridentina, qui rilralto dopo la guerra con i nuovi ragazzi (foto Devoto).
come l'Aiutante Maggiore Maggi e il Capitano Biffi. Così come è mio Jovere sottolineare la notevole libertà di iniziativa e manovra che godevano i miei valorosi Comandanti di compagnia. Si tratta ora di trasmettere il piano ai reparti combattenti. L'investimento di Postojali avviene, quin<li, con le seguenti formazioni opportunamente distribuite: 54" e 55" Compagnia del Vestone affiancate a sinistra; 254a e 25Y Compagnia del Val Chiese, rinforzate da una sezione anticarro della 112a Compagnia affian cate a destra; i carri armati tedeschi al centro; 25.53 Compagnia rinforzata da una sezione anticarro deJJa 216 Compagnia divisionale arretrata al centro in sotegno dei carri armati; seguono i <lue gruppi <li arti glieria Bergamo e Vicenza, le artiglierie di m edio calihro il Kattaglion Vestone di riserva. oncetto operativo: spiiwere avanti l'ala J stra (25Y Compagnia) p r minacciare sul fianco a tergo la massa <lei russi trinceratisi negli edifici di un grosso kolchoz a nord -ovest del paese; sventare qualsiasi minaccia sul fianco sinistro, tentata da reparti provenienti da est (Skororyb), e nel tempo stesso aggirare il paese da est; attaccare frontalmente con i carri armati e la 254" Compagnia appoggiata dalla 25Y e i resti del Battaglione Verona, del 2° Battaglione Genio e i due pezzi del Capitano Miglietti in posizione <li sbarramento protettivo sull' Armée Strasse per parare eventuali minacce da nord. La manovra ha avuto uno svolgimento regolare e perfetto. A questo fatto si deve se i russi, dopo un primo tentativo di resistenza, si sono decisi alla precipitosa ritirata. 3
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Prima dell'inizio dell'attacco era sopraggiunto, come <l'accordo, il Colonnello Signorini che ci conferma che le nostre previsioni relative all'attacco in forze dei russi a Opyt erano esatte e i nostri due Generali e uno tedesco si erano potuti mettere in salvo perché erano a bordo di <lue cingolati semoventi tedeschi. La nostra offensiva, iniziata alle ore sette termina alle nove con l'occupazione del paese. Il Colonnello Signorini mi autorizza a proseguire verso il secondo obiettivo (Nowo Charkowka) con la colonna ricosti tuita con i resti <lel Battaglione. Genio al comando del Maggiore Gazzoli. Signorini, invece, si ferma a Postojali con il Battag1ione Verona, per attendere l'arrivo dei due Generali e <lel 5° Alpini che, secondo i piani della vigilia avrebbe <lovuLo mantenere il rossesso del paese in attesa dell'arrivo <lelJe altre due Divisioni: la Cuneense e la Juli a. Prima che la testa della colonna raggiunga l'altezza <lei paese di Kosirno, circa alle ore 14, sono raggiunto <la un semovente cingolato con ::1 hordo il Comandante J el Corpo d'Armata Alpino, Generale Nasci, e il Comandante la Divisione, Generale Reverberi, i quali sono Ji avviso di pernottare a Postojali, per cui la testa della colonna dovrebbe ripiegare per sistemarsi a <.li.fesa del paese. Trovate giuste le mie obiezioni, viene scelta Kosimo come località <li pernottamento, dopodiché il cingolato con i due Generali prende la via del ritorno a tutta velocità. 11 Riuniti a rapporto gli Ufficiali del mio Comando, il Maggiore Bracchi, Cazzoli e il Tenente Colonnello Calbo, con l'ausilio di una carta topografica si è proceduto a un approfondito esame della zona indicata 162
dal Generale: risulta subito evidente che i ill :11 •,1 prescelti sono certamente quelli in cui si sono ri I ira 11 i russi cacciati da Postojali , inoltre la stra<la non ·. percorribile dalle autocarrette e, come a Opyt, la zona non si presta alla difesa di notte. Fu perciò approvata col concorso del Comandante dei cingolati tedeschi, la mia decisione <li continuare la marcia verso il nostro primitivo obiettivo: Nowo Charchowka, per occuparla prima di notte e sbarrare la grande strada che andava da nord a sud, chiamata Arrnéc Strasse, e assicurare il libero passaggio verso ovest. 12 li Comandante dei carri armati tedeschi, il Maggiore Bracchi , Comandante J el Vestone e i Jue Comandanti <lei G ruppi Bergamo e Vicenza condividono pienamente qu esta mia deòsione. ·riunta in vista dei paesi che si sLenJono hmgo l'Armée Stra se, la testa della colonna è fatta segno a un intenso fuoco di mortai e di artiglieria anticarro. Quando il centro di Nowo Charchowka fu visibile e il sole stava già calando all'orizzonte, fummo accolti da una scarica <li mortai seguita da 1111 'altra di cannoni da 105. 11 tiro proveniva dalla <lire ~ione di Oljkowatka, da tempo occupata dai russi che vi tenevano concentrati notevoli forze e nwnerosi carri armati. In meno <li mezzora, nonostante l'intensificarsi del tiro dei mortai e delle artiglierie, i reparti si erano già schierati, in ordine <li combattimento, come a Postojali, con in più l'intervento del Battaglione Vestone schierato a sbarrare le forze nemiche provenienti da Oljkowatka. In attesa che i reparti che dovevano schierarsi lateralmente ultimas1,
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sero la manovra, le due Compagnie divisionali, al centro, distrassero il nemico attirandosi il fuoco di artiglieria dando così prova di spirito di sacrificio e senso di collaborazione. La 25Y, del Tenente Zani, schierata sull'estrema sinistra fu ammirevole per la rapidità dell'azione: con pronta decisione e sprezzo del pericolo, percorreva quasi di corsa circa 7 chilometri di terreno scoperto e battuto per tagliare la strada verso norJ. Contemporaneamente le altre due compagnie: la 253" e la 254\ la Compagnia Comando e qu ella delle armi pesanti tenevano agganciato il nemico nel settore centrale dell'attacco tanto da facilitare la manovra del doppio aggiramento. Tutti sono veramente protesi verso l'obiettivo da conquistare e nessuno si arresta intorno a morti e feriti. Il medico, il capellano e i portaferiti, mo si dal pili alto s n o umanitario, continuano a ra strellare il terreno p er tutta la notte, ma non possono arrivare ovunque in tempo per irnp dire gli assideramenti. Il nemico è sorpreso e disorientato da tanta auda cia e decisione; il suo tiro dapprima rabbioso e intenso si fa più lento e impreciso e, dopo breve tempo, solo alcune batterie piazzate su lontane alture a nord del paese, continuano a sparare per proteggere il ripiegamento. Non un uomo di quelli che occupavano il laro nord del paese riuscì a sottrarsi a11a cattura tanto che gli automezzi nemici provenienti da nord e diretti a Oljkowatka continuavano a entrare, a fari accesi, in paese oltre il nostro sbarramento e venivano catturati. È da segnalare il comportamento del Battaglione Vestone, del Battaglione del Genio e delle Batterie 164
Alpine del Gruppo Vicenza e della 33" del Gruppo Bergamo perché respinsero sul lato ovest Jel paese tutti gli attacchi delle fanterie nemiche appoggiate da carri armati e tiro di mortai. In tanto splendore di virtù militari, ancora una volta, ha avuto risalto l'azione personale del Tenente Zani, Comandante della 255" e Jel Tenente Gaza, Comandante della 25Y Compagnia. Durante lo svolgersi del combattimento il Tenen te Ferroni sostituisce al comando del plotone il Sottotenente. Pesavento caduto gravemente ferito e contribuisce largamente con la sua forza animatrice al successo dell'ardita manovra del suo Comandante Tenente Zani. Degno Ji particolare menzione è stato pure il comportamen to Jel Tenente Achille Talhiati, Comandante di una sezion Ji cannoni da 47 /32 perché, preso sotto il fuoco di una Batt ria di mortai , con molta calma ha continu ato le opera zioni per mettere in postazione i suoi pe;,:zi e ridurre, in breve al silenzio una Batteria di mortai il cui fuoco era particolarmente pericoloso per le truppe attaccanti. Solo al termine dell'azione è parso accorgersi dei morti e <lei feriti seminati intorno a sé. Se il Val Chiese aveva fatto bene la parte sua, il Battaglione Vestone e .i resti del Battaglione del Genio avevano fatto ancora di più sulla sinistra e cioè dal lato sud ovest dell'abitato, respingendo i ripetuti assalti dei carri armati russi e costringendo alla immobilità truppe di tanto superiori alle loro per numero e dotazioni di mortai e di artiglieria. Gli Artiglieri Alpini del Gruppo Vicenza e della 33" del Bergamo furono una cosa sola con gli Alpini. L'arte della guerra non è basata soltanto sulla stra1
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tegia, ma sull'esperienza sul campo, ove gioca un ruolo importante oltre alla capacità di chi comanda, la qualità dell'addestramento e, soprattutto, il valore dei combattenti, il loro spirito di sacrificio che, non arrestandosi mai di fronte al pericolo, assicura la cooperazione con gli altri reparti. Il verificarsi Ji queste condizioni assicura le massime possibilità Ji successo dell'azione Ji combattimento. Dopo circa due ore dalla fine vittoriosa del combattimento che aveva rotto il secondo e più robusto anello del1' accerchiamento mentre si sta interrogando il primo prigioniero - un autista che, ignaro, era entrato in paese - fummo raggiunti dal Generale Reverberi, Comandante <ldla Tridentina, che si insta11ò nell'accantonamento Jel Val Chiese del Gruppo Vicenza per trascorrere la notte e per prender cibo <lopo 24 ore di digiuno e Jura faLica. Dopo aver logiato la nostra iniziativa il successo conseguito, mi tenne pressapoco questo <liscorso: «Tu hai dato tante volte la prova di riuscire a fare l'impossibile perciò sono stimolato a chiederti se ti senti <li far compiere un ulteriore sforzo ai tuoi uomini. Si tratterebbe della possibilità Ji occupare Scheljakino, che <lista circa 40 chilometri, entro la sera di domani sistemandoti nella zona verso la palude per poter resistere ai ritorni offensivi provenienti da est. » Al mio (;enerale risposi che la sola cosa impossibile era di partire subito perché per radunare i reparti sarebbero occorse almeno tre ore senza tener conto <li quelli, che erano schierati a difesa per sbarrare qualunque tentativo di ritorno offensivo <lei ne1mco. Sapevo <li poter contare sulla collaborazione 166
dei miei Ufficiali e sulla comprensione, spirilo di :: 1 crificio e disponibilità dei miei Alpini; ero c rto ·11l' pochi e brevissimi or<lini sarebbero bastati p rch '. ciascuno ritrovasse il suo posto in mo<lo da ricostituire il reparto e riprendere la marcia. Il senso di responsabilità e le qualità personali di questi Alpini non verranno mai adeguatamente elogiati! Erano le 2 di notte quando la colonna si rimise in moto senza il Maggiore Bracchi che ci raggiunse poco più tardi.
21 gennaio Dopo che erano stati percorsi, indisturbati, oltre 20 chilometri, a circa 4 dal paese di Limoriwka, il buon giorno ci viene dato da forti rumori di spari di mortaio, artiglieria l ggcra e dal crepitare di mitragliatrici pesanti provenienti dalle alture sulla nostra <leslra e cioè da nor<l. Avemmo , inizialmente, il dubbio che, da quella direzione, altri fossero impegnati in un combattimento. (Appurammo poi che si trattava di tiri di esercitazione del nemico). Sull'altura dalla quale erano partiti i colpi si vedevano persone in movimento verso nord . Dopo un'attenta osservazione si ritenne di aver capito che quegli uomini si aggiravano in una di quelle tante depressioni a<l ampio raggio <love si trovavano i centri abitati al riparo da tutti i venti. L'arresto <lella colonna fu immediato e i Comandanti di reparto subito si portarono in testa mentre, come al solito, il Tenente Quei partiva in ricognizione. A un chilometro si vedeva l'ampia apertura di una balka che aveva nel centro una piccola collina 167
alla cui base si stendevano le case di un villaggio. Il concetto operativo era facile e fu immediatamente comunicato ai Comandanti di Compagnia per la parte di loro competenza: raggiungere la sommità dell'altura Ja ovest in modo da costringere il nemico a ripiegare verso nord. Nello stesso tempo i carri armati con scorta di Alpini e Fanteria tedesca, percorrendo il fondo della balka, ali' esterno cieli' abitato, ne avrebbero bloccato l'uscita verso nord dove la balka proseguiva e certamente si collegava con un 'altra vallata. La stessa azione si doveva ripetere dal lato es t per evitare che i nemic i, usciti dall'abitato, si schierassero lungo iJ penJio J ella collin a di sturbandoci sul fianco . Ci mettem mo subito in posizione Ji comh attimento con la 255a e 253a schierate a destra la Com' pagnia Comando al centro e la 254 8 a sinistra. L'artiglieria aveva preso subilo posizion per combatt r a tiro diretto i mortai e le mitragliatrici carrellate. Ava nzano subito i semov nti cingolati k deschi con la loro scorta ma, giunti sul ciglio della balka, ven gono subito presi di mira dal tiro di mitragliatrici, mortai e cannoni anticarro. La Fanteria tedesca subisce una Jecina di perdite e i carri devono sostare in posizione defilata in attesa che la 254a Compagnia compia la sua manovra per colpire il nemi co a tergo e di fianco. La rapidità e precisione dei movin1enti di questa compagnia offrono uno spettacolo interessante tanto sono perfetti. Il nemico, sorpreso dalla rapidità e dall'audacia dei nostri Alpini, perde il controllo di sé e, nonostante la sua grande superiorità, ini zia un ripegamento disordinato. Episodio degno di particolare menzione è quello 168
compiuto dal Tenente Marzarotto, comandante della 2.54": va all'attacco <li una Batteria di pezzi anticarro che spara rabbiosamente contro i nostri mezzi corazzati costringendoli a fermarsi al coperto. Con solo dieci uomini del plotone comando, manovrando celermente al coperto delle isbe piomba di sorpresa sui serventi che invano tentano di fuggire. Questo episodio ha contribuito in modo rilevante alla rapida conclusione <lel combattimento. In meno <li un 'ora l'intera conca era in nostro possesso con perdite insignificanti; nessun russo si è salvato dopo aver lasciato sul terreno diverse centinaia di morti, perse numerose mitragliatrìci montate su ca rrelli, due batterie di mortai da 80 millimetri e un a di cannoni da 76 millimetri. uhito i reparti iniziarono la ricostituzion organica il concentramento fuori Jel paes per ripren<lcrc la marcia verso l'obiettivo finale: Scheljakino. Erano circa le 8 de.I mattino quando sentii chiamarmi a gran voce dal olonn Ilo Signorini. App na lo ebbi indivi<luato in mez:w alla folJa degli Alpini in movimento, mi avvicinai a lui di corsa. Con voce eccitata mi disse: «Vecchio! Sai che il Generale Nasci ha deciso di pernottare qui e né io né il Generale Reverberi siamo riusciti a farlo rientrare dalJa sua decisione; se non ci riuscirai tu non ci resterà alcuna speranza di dissuaderlo, convincendolo che per noi si tratta di un errore della carta topogratica riproJotta in due diverse edizioni». Mi prese per un braccio e mi accompagnò al mezzo cingolato stù quale era seduto il Generale. Gli dissi che i reparti erano già pronti per riprendere la marcia per Scheljakino. Mi rispose con un secco no e aggiunse: 169
«Ci fermeremo qui!». Insistetti facendogli osservare che in quel paese anche se avessimo accatastato gli uomini uno sopra l' a1tro, non saremmo riusciti a dar ricovero a più di 20.000 uomini, mentre la nostra colonna, nel corso della giornata, avrebbe superato i 40.000 col sopraggiungere di sbandati tedeschi, ungheresi e italiani. Aggiunsi che il vento era terribimente gelido e che stava sopraggiungendo una terribile tormenta. «Ho già detto di no», fu la sua risposta. Senza poter aggiungere altro mi allontanai per raggiungere il mio Colonnello e dirgli: «Paolo, non c'è niente da fare. Abbiamo commesso l'errore di credere di poterlo convincere e ora mi trovo nella condizione di non poter prendere un'iniziativa personale, come feci ieri, continuando la marcia». Ci separammo perché era urgente ricoverare i miei uomi ni; il fr ddo aumentava sempre più e la bufera di n ve si faceva sempre più int nsa. Nel Fondo della conca, ove era sistemato il paese, si riversò subito e inarrestabile il fiume degli sbandati la maggioram'. a dei quali, non trovando un ricovero, si aggirava disperata, compiendo atti inconsulti. Elevato fu il numero dei suicidi fra i quali quello di un giovane medico, collega di mio figlio, nonostante godesse apparentemente di un'ottima salute fisica. Quella che fu la tragica realtà della giornata del 21 gennaio è cosa impossibile a descriversi. Prima di mezzogiorno le isbe erano già tutte sature di uomini e la circolazione all'esterno era divenuta faticosa e problematica. Il grosso degli sbandati doveva ancora arrivare; anche il 5° Alpini, il Verona e le artiglierie pesanti erano ancora molto indietro. Lo spazio fra un'isba e un'altra era saturo di uomini 170
che cercavano un po' di riparo dal vento addossan dosi ai muri di legno. La situazione si faceva improvisamente drammatica là dove venivano accesi dei fuochi contro le pareti esterne delle isbe, soprattutto da parte dt sbandati. Le pareti erano costruite con tronchi di olmo siberiano, spaccati a metà e sovrapposti in modo da formare una parete continua idonea ad essere intonacata con malta di creta e di gesso crudo. Il fuoco acceso all'esterno, alimentato dal vento e facilitato dalle screpolature dell'intonaco, aggrediva il legno dei muri con una rapidità progressiva fino a far letteralmente esplodere l'isba. Per difendere la nostra isba, mio figlio e altri della Compagnia Comando si sono dati il cambio per controllarla tutta notte all'esterno. A un certo punto mio figlio, allarmato da un certo odore <li bruciato sale sul solaio, anche quello pieno di uomini, nel momenlo in cui un pazzo stava accendendo un fuoco sulla paglia. Con l'aiuto dj alcuni Alpini l'inizio del focolaio fu sublto spento e il responsabile, che si era tolto di versi indumenti, fu cacciato fuori dall'isba, sulla neve e in mezzo aJJa tormenta. La stessa sorte ebbero anche gli altri occupanti del solaio. Ma nel corso della notte diverse isbe andarono in fiamme, illuminando il cielo cupo e la neve che turbinava nella tormenta. I casi di pazzia si ripetevano, assumendo forme diverse ma sempre più impressionanti. Un nostro Ufficiale, dopo essersi aggirato fra le isbe forse alla ricerca dei suoi uomini, una volta rientrato si mise a frugare fra le sue cose, quindi uscì di nuovo nella tormenta e si sparò un colpo mortale in bocca. Verso sera un portaordini venne a comunicarmi che ero atteso con urgenza al Comando di Divisione 171
che era nella stessa isba col comanJo di C.A .A. e del 6° Reggimento Alpini. Fui ricevuto Jal Generale Reverberi il quale mi ordinò di inviare una compagnia del Val Chiese e una Batteria del Gruppo Vicenza a Nowo Dimitrowka, centro abitato distante circa 15 chilometri da Limoriwka, dove ci troviamo attualmente e a una Jiecina da Scheljakino. Frenai l'impulso di chiedergli se non riteneva che quel ripensamento fosse un po' tar<livo, dopo aver trascurato l'infernale situazione che si era creata sul posto. Uscii senza chiedere del Colonnello Signorini per non esse re tentato di comunicargli l'orJine che avevo ricevuto e di sottolineargli le eccezionali difficoltà Jella sua esec uzione. Sapevo dove si trovava il ComanJante della 254", Tenente Marzarotto e, passando da una isba all'altra , trovai, infine, quella giusta. Il primo miracolo era comp iu to. Tl turbin are della nev la ma a degli shandati in continuo movimento rendeva difficili imo l'o ricntam nto. L'ingresso nell'isba dove si trovava parte Jclla Compagnia e l'incontro con il Comandante e i suoi Alpini non fu piacevole né per me né per loro perché si erano già sistemati per la notte. Ciononostante quando ebbi riferito l'ordine che avevo ricevuto, tutti presero a raccogliere le loro poche cose e a rotolare le coperte senza dare alcun segno scorretto di reazione. Per rintracciare una Batteria, mi facilitarono il compito sia il Tenente Marzarotto che alcuni suoi Sottufficiali; con molta premura mi aiutarono a rintracciare la Batteria più vicina che non era Jel Vicenza ma la 3Y del Gruppo Bergamo. L'accoglienza del Comandante Gallarotti e dei suoi Artiglieri non fu diversa da quella precedente degli Alpini. Mi sentii 172
commosso per quella subljme prova di gen Tos11u che non pone limite al sacrificio e non dava spaL.io a preoccupazioni apparenti per le incognite di quel1' awentura verso una località tanto lontana e isolata nella steppa; là poteva esserci il nemico già sistemato e che avrebbe certamente resistito con tutte le sue forze prima di essere sloggiato, quando all'esterno c'era una temperatura che si aggirava intorno ai 40 gradi sotto zero. Quando, un'ora dopo, la colonna in perfetto assetto, si mise in marcia e scomparve subito nell 'oscurità della notte e nel turbine della neve sentii una stretta al cuore che non era di pietà, ma di sconforto. Con uomini come quelli si sarebbe potuto andare in capo al mondo e invece ci trovavamo costretti a ritirarci, ritorn and o sui no tri passi , in quel le tragj che condiL.ioni, tati mai battuti in com battimento. Dopo la partem:a di questi due reparrj - che mai capirò come abbiano potuto ritrovarsi e raJun ars i, uomini e quadrupedi, in così breve tempo in m e'.1.1/.0 a tanta confusione e in un ambiente climatico im possibile - mi trovai di fronte a una gravissin1a difficoltà imprevista: ritrovare la mia isba dove erano mio figlio e gli altri della Compagnia Comando. Come un naufrago ho continuato a girare per oltre un 'ora sommerso dalla folla degli sbandati in continuo movimento, senza potermi orizzontare. Avevo l'impressione di aver ten uto sempre la direzione giusta, ma in nessuna delle isbe ravvisavo quella che cercavo. Stanco e avvilito mi fermai vicino a un' autocarretta e subito una voce mi chiamò: «Cosa fa qui signor Colonnello?». Gli chiesi chi fosse. «Sono l' au173
rista dell' autocarretta», mi rispose. Gli dissi che non riuscivo a rintracciare l'isba del mio Comando che stavo cercando da circa un 'ora. «Signor Colonnello, è qui di fronte; cammini in questa direzione e troverà la porta.» Infatti la trovai a una trentina di metri. Trovai mio figlio non solo preoccupato per la mia assenza prolungata, ma anche disperato e stanco per la lotta per proteggere l'isba dal pericolo che quelli ammassati contro i muri accendessero dei fuochi e per difendersi dalla pressione di quanti volevano entrare, nonostante non ci fosse posto.
22 gennaio Al mattino l'avanguardia della colonna si riformò con tutti i reparti al completo, inclusi quelli tedeschi che si consideravano, a tutti gli effetti, parte organica della stessa e ne erano entusiasti. Fu quella mattina che dovemmo dire addio alle nostre rnotocarrette per mancanza di benzina e difficoltà a riaccendere i motori dopo una notte a 40° sotto zero e al loro carico di viveri di riserva e munizioni di cui avremmo avuto tanto bisogno nei giorni successivi. Altro duro colpo ce lo riservarono la massa degli sbandati che ci costrinse a lasciare la colonna delle slitte e parte delle salmerie al di qua di Scheljakino, nel fondo di una balka vicina, perché ne impedivano il proseguimento. Si trattava di una massa di affamati che cercava, a tutti i costi, di portarsi avanti nella speranza di poter razziare qualche cosa da mangiare e trovare ricovero nelle isbe. L' ahro colpo ce lo diede il nemico quando catturò parte delle slitte e delle salmerie che i reparti combattenti 174
abbandonarono, dopo aver conquistato Scheljakino, e aver ricevuto l'ordine di proseguire la marcia verso il paese successivo. L'inizio della marcia stabilito per le ore 4 è ritarJato di alcune ore per le gravi difficoltà incontrate nel ricostituire la colonna in mezzo all'incredibile caos creato dagli sbandati in continuo aumento. Era tardi, perché la luce del giorno in Russia è precoce e noi abbiamo la necessità di giungere sull'obiettivo con un certo margine per organizzare ed eseguire il combattimento al meglio e poterlo concludere prima del buio. Come sempre marcio in testa alla colonna. Dopo pochi chilometri giunti a Romanowka, incontriamo i nostri due reparti che erano partiti la sera precedente: avevano trascorso una nottata ottima e tranquilla e passarono in tes ta alla colonna. Per far uscire la colonna dalla marea degli shandati in marcia, è stato n cessario uno sbarramento di Alpini al comanJo <li Ufficiali di particolare eneroia i quali hanno dovuto far uso delle armi per non essere sopraffatti. A questi Ufficiali che hanno assolto con tanta com prensione e spirito di sacrificio un compito così in grato e faticoso, perché si sono estenuati prima ancora di incominciare la lunga e faticosa marcia <lella giornata, spetta un particolare segno <li riconoscenza. I segni della presenza <lel nemico si hanno prima del ponte, sulla balka sottostante le alture che circondano il lato est Jella conca di Scheljakino. Dalle alture a nord del ponte partono raffiche di mitragliatrice, mentre nel punto in cui il raccordo di strada, che dal ponte porta a Baldjakiw fa gomito e scompare dietro le alture, è visibile ad occhio nuJo 175
un notevole movimento di autoblindo e carri armati. È evidente la minaccia sul fianco sinistro della colonna. All 'arrivo dei primi colpi di mortaio e di cannone anticarro la testa degli sbandati si arresta in modo fulmineo e su di essa si accalcano quelli più arretrati. La colonna dei combattenti si venne a trovare come cementata dalla pressione esercitata sui fianchi dalle due morse degli sbandati. La difficoltà maggiore fu quella di svincolare le artiglierie pesanti mentre, come ho già detto, le salm ri e e le slitte dovettero essere fermate e lasciate in sosta . Dalla nostra attuale posizione è facile il passaggio nella vall e dove Scheljakino si estende ai lat i d ell a strada eh Ja Oljkowatka per Varwarowka porta a Nikolajewk.a . Da ljkowatl a si eleva una catena di colline terminanti a r ta co n pendii ripidi e irregolari, eh divide la va lle di Lemarka da qu ella eh d a O ljkowarka si rrolunga a Nikolajewka con anda mento pianeggiante. Da Oljkowatka hanno origine altre due atene di colli ne, una quasi parallela a quella del lato nord <li cheljakino e che si interrompe per un tratto di 2 chilometri dando ini zio a una vasta palude che, con andamento verso sud , si estende fino a Molginy. La catena si riprende e continua fin oltre Varwarowka sempre con forma tondeggiante e con fianchi a forte pendenza. La sistema7.ione della difesa, i russi l'avevano concepita in modo da poter sbarrare la via naturale Ji ripiegamento delle Divisioni Alpine che si trovavano nel settore di Rossosch e di qu elle tedesche provenienti dalla Valle del Kalitva. La popolazione civile aveva sgombrato. Le isbe 176
servivano da ricovero alle truppe di Fanteria e da postazioni per i mortai e le mitragliatrici che indirizzavano il loro fuoco tanto nella direzione Ji Oljkowatka che sul versante della catena di colline che si trovavano a nord del paese in modo da poter difendere il centro dell'abitato e impedirci la discesa verso la palude, uno dei nostri principali obiettivi. Nella pianura antistante al secondo troncone di colline era stato costruito, a difesa, un campo trincerato con bocche da lupo piuttosto profonde che avrebbe dovuto permettere il passaggio di truppe in caso di ripiegamento daUe ishe vicine. Questo sbarramento si prestava all a difesa tanto Ja eventuali attacchi da sud e cioè dall a palude, che <la ovest, come n J nostro ca o, ma anch Ja qu elli provenienti da O ljkowatka . A una distanza di 3 chilometri circa dalle ultim e isbe verso Varwarowka, ollo monte e lontano daJla strada vi era concentrato, in tre grandi ca pannon i di un kolcho'.l, una massa di manovra di diverse centinaia di uomini, organizzata tanto per un attacco qu anto per la difesa. Il concetto della nostra manovra a me parve scritto sul terreno, tenuto conto della sistemazione Jel nemico che, non conoscendo l'abilità e l'abitudine degli Alpini nella manovra in montagna, aveva ritenuto pressoché impossibile la discesa, allo scoperto dal pendio roccioso. Le disposizioni per l'attacco furono le seguenti: tiro indiretto dei nostri obici da 75/13 da iniziarsi al mom ento in cui le truppe muovevano ali' attacco alJo scoperto, appoggio delle artiglierie leggere (cannoni da 47 / 32) per neutralizzare il fuoco dei mortai e 177
delle mitragliatrici; i cingolati semoventi tedeshi di riserva dietro la sella all'inizio della balka; i] Battaglione Val Chiese si schiera con la 253a Compagnia a sinistra (lato ovest) , la 254a al centro. La 255" e resti de] Verona e a destra (lato est) è incaricata per prima di attaccare il nemico annidato sulle alture, mentre le altre sostano in attesa che tutti i carri armati abbiano serrato sotto e le artiglierie si siano messe in postazione; le due compagnie del Battaglione Vestone, al comando del Maggiore Bracchi, sono subito inviate a rinforzare il fianco destro dello schieramento allo scopo di accelerare il movin1ento aggirante sulla destra, con il piano di precedere, per agevolarla, l' azione della sinistra. Quando l'ala sinistra e il centro iniziano il movimento in avanti, arrivano al mio posto di Comando e di osservazione il Gen rale R v rb ri a sieme al Colonnello Signorini. Da quel punto si domina l'intero campo di battaglia. on un olo sguardo si pot va seguire l'avvicendarsi dei movimenti di tutti gli uomini. Lo spettacolo era entusiasmante: si aveva l'impressione di trovarci spettatori di una manovra di addestramento tanto era perfetto il sincronismo del fuoco e del movimento di chi aveva il compito di attirare su di sé ]'attenzione del nemico per dar modo agli uomini che scendevano sul fianco roccioso della collina di strisciare fino a raggiungere il fondo pianeggiante. 11 Generale Reverberi era entusiasta e tante furono le sue lodi! Approfittando della situazione favorevole gli dissi che, se non si fosse provveduto a bloccare e organizzare la massa degli sbandati, si sarebbe corso il sicuro rischio di trovarci nell'impossibilità <li poLer disporre liberamente dei reparti al momento del bi178
sogno perché gli sbandati spinti dalla fame e <lalla necessità di trovare un ricovero per la notte, si spingevano avanti ai reparti combattenti salvo fermarsi di colpo al primo sparo del nemico. Quelli che erano dietro si a<l<lossavano ai primi , formando un diga impenetrabile. Questa mattina si era corso il rischio di non poter disporre in tempo delle artiglierie pesanti (gli obici da 75/13) e, comunque eravamo stati costretti a separarci dalle slitte e dalle salmerie. 11 Generale riteneva che la cosa fosse impossibile. lo gli chieJo se il programma di pernottare nel paese era sempre valiJo perché in tal caso io mi impegnavo ad assolvere in giornata a qu esto compito che, se anche risolto solo parzialmente, avrebbe comunque alleggerito la situazione nei prossimi giorni. Il Generale mi chiese chi si sarebbe occupato del Battaglione. li risµosi che per l'alloooiamento in paese non avrebb avuto bisogno di me, ma che all'indomani mattina avrehhe marciato in testa alla colonna come al solito e dietro di mc. Il Generale, dopo aver pensato un po' disse: «Io penso che tu debba essere alleggerito da quest'incarico per essere più libero nelle tue azioni», e rivolto al Colonnello Signorini, gli chiese se acconsentiva. Signorini rispose testualmente: «Io acconsento a una condizione che voi qui, al cospetto del nemico, mi facciate una precisa promessa di compensare quest'uomo che abbiamo sfruttato fino all'inverosimile, senza avergii mai detto grazie». E il generaìe: « Ti do la mia parola, ma ti ricordo che la proposta deve venire da te». E Signorini: «Lo so! Ma se io non dovessi più esserci?». Tl discorso fu interrotto dal fragore di un gruppo Ji carri armati che dall'estremità ovest dell 'abitato venivano verso di noi a tutta velo179
cità. Gli Alpini delle compagnie del Val Chiese stavano sbucando in piano per procedere ali' attacco del centro abitato e del campo trincerato. TI Vestone e i resti del Battaglione Genio avevano già compiuto la manovra aggirante arrivando sulla strada di Varwarowka e procedevano alla eliminazione dei russi bloccati nei capannoni con l'aiuto del tiro di tutte le artiglierie e della katiuscia. La scena vista dal nostro punto di osservazione, sovrastante il fondo valle e il paese, era delle più spettacolari. Gli Alpini , che avevano per obiettivo il campo trincerato, si erano fermati e continuavano a sparare contro i russi del campo, come se il pericolo dei carri che avanzavano non li riguardasse. Infatti i carri di questa puntata vengono sorpresi e colpiti dal tiro dei semoventi cingolati tedeschi che li mettono fuori combattimento prima che riescano a fuggire allontananJosi verso ovest. Una seconda ondata si dirige verso la 253" i cui Alpini, con meravigliosa calma, si portano fuori strada e con un tiro ben mirato mettono, in breve, fuori combattimento tutte le fanterie portate all 'esterno dai carri che, a loro volta, vengono presi di mira dai pezzi anticarro del Capitano Miglietti e dai semoventi tedeschi. Solo due carri leggeri riescono a salvarsi con la fuga. G li Alpini, da brevissima distanza, dopo aver eliminato le fanterie di scorta, tiravano contro i carri mirando alle feritoie. l russi persero ah11eno dieci carri armati che furono dati alle fiamme. Non un uomo dell'equipaggio e della scorta poté salvarsi. L'eliminazione delle resistenze nel centro abitato e nel campo trincerato fu rapida e completa, tanto che poco dopo cominciò l'afflusso degli sbandati. L'azione di tutti i reparti che hanno partecipato a 180
questo combattimento è stata ammirevole per regolarità di manovra e per l'eroismo non solo Jei singoli, ma di tutti gli Alpini, anche se in maggior rilievo si è posta la 253 a del Val Chiese per la perfezione del suo schieramento, per l'improvviso scatto in avanti all'apparire dei primi carri armati e, soprattutto, per la calma e la prontezza di decisione dimo strata da tutti quanJo giunse la seconda puntata di mezzi corazzati. Anche gli Ufficiali tedeschi, che hanno seguito la manovra di questo ma nifico reparto, non hanno potuto trattenere il grido della loro entusiastica ammJrai:1one. In questa azione è caduto da eroe alla testa del suo plotone .il SoLLoLenente Ippolito Pais, un volontario cadorino, tanto d gno dell e tradizioni croi ch della sua terra . UltimaU i combatLimcnti per la conquista di Scheljakino, posso iniziar l'opcrazion contro gli sbandati. con la collaborazione Ji una parte della Compagnia Comando del Val Chiese. Fra i tanti ri cordo: il Tenente Maggi, il Capitano Biffi, il Sottotenente Quei, il Sottotenente Ballico, mio figlio , i Sottufficiali Volpini, Borgonovi e altri. Costituimmo un posto di blocco all'entrata del paese in una zona dove il passaggio era obbligato e relativamente ristretto. Assolvemmo al primo compito: queilo di bloccare ravanzata degli sbandati ricorrendo, in caso di disobbeJienza, alle armi con tiro ad altezza d'uomo. Molto efficace fu l'azione Ji due Ufficiali di cavalleria che si unirono volontariamente a noi e caricavano la folla coi loro cavalli lanciati algaloppo facendola arretrare. A chi tentava di allargarsi 181
sul fianco destro, l'unico libero perché da quello di sinistra potevano provenire gli attacchi dei carri armati russi, gli si sparava contro. Un risultato positivo fu quello di liberare i reparti Alpini, come il 5° Reggimento dagli impedimenti della massa, cosicché una volta usciti, poterono recuperare il ritardo rispetto alla testa della colonna. Lo stesso si può dire per alcuni reparti della Julia, fra i quali i resti del Battaglione Aquila e della Cuneense (circa 1700 Alpini) che pensavano di trovare a Scheljakino il resto delle loro Divisioni. Il secondo risultato era quello della costituzione organica di reparti una volta individuati gli Ufficiali delle varie Armi e nazionalità. La collaborazione fu maggiore del previsto. Questo lavoro <lava <lei frutti rapiJi e concreti, ma Jopo alcune ore lo Jovemmo interrompere per il verificarsi Jell'imprevisto proseguimento della testa della colonna, Jopo la conquista Ji Schdjakino, at traverso la paluJe e nonostante le assicurazioni del Generale Reverberi. Non fummo informati e a nes suno fu comunicata la direzione da seguire: cosa ancor più grave, la testa della colonna in marcia non prese alcuna protezione contro eventuali attacchi alle spalle dei carri armati russi che, probabilmente, erano stati distolti dall'intervenire per doversi confrontare col Battaglione Morbegno. Quest'ultimo, sbagliando strada, era venuto a tiovarsi, inaspettatamente, nel loro centro di raccolta. L'ultimo motivo per l'interruzione della nostra operazione fu l'attacco di alcuni carri armati russi contro di noi. Gli Alpini del 5° appena liberati dalla morsa degli sbandati distrussero subito tutte le fanterie d'appoggio e, ricordo, un sergente a pochi passi 182
da me, fermare la sua squadra, mettere in posizione il suo piccolo cannone anticarro da 47 /32, prendere, con estrema calma, ]a mira sulla feritoia del carro, immobilizzandolo. In un attimo gli altri Alpini lo aggredirono e lo incendiarono. Assistemmo a un altro analogo episodio che ebbe per protagonista un Caporale che, da pochi passi, sparò alla feritoia di un altro carro, immobilizzandolo. Anche questo fu immediatamente dato alle fiamme. Fu l'ultimo episodio della nostra sfortunata avventura <li Scheljakino prima di allontanarci in tutta fretta verso la palude alla ricerca della testa della colonna. La palude era letteralmente sommersa da una marca di sbandati alla ricerca della strada dove dirigersi. Orientarsi sarebbe stalo impossibile anche per noi, se non mi fossi ricordato che il giorno 20 il Generale R vcrbcri m'aveva detto eh Jopo Schcljakino ci saremmo diretti a Wschikowa. Poco dopo ebbi, la fortuna <li incontrare un reparto J.i Alpini della Julia e della Cuneense e di riconoscere in un uomo dalla statura bassa e tarchiata, il Colonnello Moro, Comandante del Reggimento di Artiglieria Alpina del1a Julia. Lo chiamai urlando il suo nome e lui, q_uasi riconoscendomi dalla voce, mi venne incontro. E facile immaginare la nostra commozione. Era sfinito e gli offrii di caricarlo sulla mia slitta accanto a mio figlio che, ormai aveva esaurito tutte le sue forze e, come seppi dopo all'arrivo, aveva una febbre tanto alta che lo faceva delirare. " Pensava che ci dovesse essere anche Ricagno con i resti della J ulia, ma preferiva rimanere con i suoi dell'Aquila. Non insistetti: era troppo stanco e io troppo occupato per individuare la direzione <li mar183
eia. Certo che la mancanza di collegamenti del le Divisioni fra loro e col Comando del Corpo d'Armata Alpino fu una delle più gravi cause <lel loro disastroso epilogo. Mi tormentava la curiosità <li sapere quali gravi ragioni avevano convinto i <lue Generali a riprendere precipitosamente la marcia oltre Scheljakino rischian do lo scollegamento col 5° Alpini in ritardo e tutti gli altri reparti che erano incolonnati con lui , nonché la rinuncia all'appuntamento con i resti delle altre <lue Divisioni (Julia e Cuneense). La marcia attraverso la palude ghiacciata, ricoperta da un alto strato di neve farinosa, era particolarmente faticosa. Anche la interminabile colonna delle slitte tedesche, che procedeva con un'andatura superiore alla nostra, creava Jiffi coltà inframett n<losi fra i nostri reparti in marcia. W hkowa, dov si ferma la t sta d ll a I nna, ' LU1 grosso entro ab italo a breve distanza dalla p.-1 . lud . Le salm ri la colonna delle nostre slitte si ran o riunite in un kolchoz, a ovest a breve distam~a <lai paese. Fu scelt) come punto di incontro con i miei all'alba; io dovevo proseguire alla ricerca del Val hies e dei due Generali per informarli dell'incontro col Colonnello Moro, per conoscere la successiva direzione di marcia e stabilire il luogo di adunata per la ricostituzione dei reparti. TI Capitano Biffi e mio figlio, che aveva difficoltà a reggersi in piedi, si ricoverarono in una deiie isbe più vicine, mentre continnavo a cercare i due Comandi. Dopo due ore avevo terminato Ji ademp iere all'ultimo dei due doveri di quella giornata e passai la notte nell'isba del Comando del Val Chiese, comando che era stato assunto Jal Maggiore Paroldo fin dalla mattina. 1~ 184
23 gennaio Appena fu giorno mi recai dove avevo lasciato la slitta con l'instancabile Michele Salvatori, un Alpino dell'Appennino di Reggio Emilia che era l'Attendente addetto ai cavalli. Dovetti aspettare un'ora prima che giungessero mio figlio e il Capitano Biffi. Mi ero molto preoccupato perciò li redarguii, ma dovetti ricredermi quando Biffi mi disse che mio figlio aveva delirato tutta notte e lui, per assisterlo, non aveva potuto dormire. Caricato mio figlio sulla slitta dopo averlo coperto anche con la mia pelli ccia, ci recammo sul posto dell'adunata che era stata fissata per le 4 del mattino. La ricostituzione dei reparti an<lò lentamente completandosi, mentre la massa degli sbandati ri man eva distante, in attesa di vedere in quale direzio. . ne c1 saremmo mossi. Il Colonnello Signorini si pose in t sta col 'B n ntc ( ,olonnello Pratt per guid are la marcia. Nel co rso di quella giornata vi fu un solo scontro, a N ikolajewka Est, con un reparto nemico che probabilmente era rimasto isolato durante una marcia di trasferimento. I carri armati e i pezzi autotrainati an ticarro, con il concorso <li poca Fanteria, sono bastati a mettere in fuga il nemico, <lopo avergli causato forti perdite, senza praticamente interrompere la marcia, lw1ga e faticosa, della colonna fino a Dechjarnaja. Neì corso deììa notte ìa temperatura si è fatta più rigida e una chiesa, dove si era rifugiato un forte gruppo di sbandati, si è incendiata: molti sono bruciati vivi nel sonno.
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24 gennaio
La temperatura si è notevolmente abbassata nella notte e i sintomi ormai noti permettono di valutarla a oltre 40° sotto zero. Mio figlio è sfebbrato e ha ripreso a camminare con le sue gambe: ci sono stati altri casi <li febbri molto forti che sono durate 24 ore. I reparti si ricostituiscono per tempo, con sufficiente ordine e la colonna riprende la marcia nella seguente formazione: i quattro carri armati tedeschi in testa seguiti da me con gli Ufficiali al mio seguito: Tenente Colonnello Calbo, Capitano Biffi , Tenente Molino e mio figlio , quindi il Val Chiese con in testa il Maggiore Paroldo, l'Aiutante Maggiore lenente Maggi, il Capitano Gazzoli , tre pezzi anticarro <lei Capitano Miglietti , il Battaglion Vestone, i Gruppi di Artiglieria Bergamo Vi enza , il Battaglione Ji formazione Ve ron a, il ( Truppo di Artigli ria e.la 152 <lei Maggiore tedesco Fisher. Gli sbandati si era no spinti avanti nella speranza di trovare la possibilità di razziare del cibo. Eravamo in pi ena steppa e tutto faceva prevedere di non incontrare il nemico sul nostro cammino, ma, al l'improvviso, gli sbandati son fatti segno a un forte tiro di artiglierie leggere e mortai provenien te Jal fon<lo di una depressione visibile solo avvicinandosi all'orlo. I carri armati, il Val Chiese e il Verona superati faciimentc gli sbandati si avvicinarono ali' orlo della depressione profonda circa 150 metri con le pareti parellele quasi a strapiombo e distanti tra loro circa 2 chilometri. Sul fondo c'era il grosso paese di Malakejwka dove il nostro Comando d'Armata aveva costituito un grosso centro di sussistenza con un 186
grande deposito viveri. Ora era occupato dai russi! A ovest dell'abitato erano visibili due grandi capannoni di un kolchoz, come a] solito adibiti dai russi a ricovero e fortilizio. In distanza, all'estremità nord, sono visibili a occhio nudo <lue forti colonne in movin1ento verso di noi. Gli sbandati, che erano stati facilmente superati dai nostri <lue Battaglioni, si erano nel frattempo accalcati su un largo fronte e impedivano l'uscita delle artiglierie e degli altri reparti combattenti. Occorreva arrestare la massa costringendola a lascfare lihero il passo. Senza l'intervento delle artiglierie era impossibile attaccare il centro abitato dove i russi erano fortemente trincerati con l'appoggio di oltre quaran ta bocche da fuoco , fra mortai e cannoni da 75 millimetri, perché tanti ne furono distrutti dal Colonnello Cttlbo con il suo Gruppo. A ques to difficile compito, <li aprire un passaggio alle artiglierie, in un primo tempo ha cooperato anche il Colonnello Signorini, Comandante del 6° Reggimento e della colonna d'avanguardia, tanto era grave l'urgenza. l la così potuto fare direttamente un 'es pe rienza personale <li quanto fosse difficile, faticoso e ingrato il problema. Per circa un'ora si è dovuto lottare facendo uso delle armi per trattenere questa massa che era diventata marea incalzante sospinta <lalla pressione di quelli che erano indietro. Sotto questa spinta la marea avanza lentamente allargandosi ai fianchi e se qualche volta non viene energicamente arrestata e fatta arretrare, finisce con travolgere tutti e il combattimento diventa impossi bile. Chi è preposto a questo compito di ordine deve 187
continuamente correre, urlare, gridare, spingere, fermare, ricacciare indietro e, in casi estremi, ricorre all'uso delle armi. Quando ho potuto svincolarmi da questo ingrato compito e raggiungere il mio Comando, nel rendermi conto <li quanto era già stato fatto per lo schieramento <lei reparti, ho notato che gli Alpini del Val Chiese erano tutti stesi a terra e già schierati, in attesa dell'ordine di attacco. Con una temperatura sui 40° sotto zero ciò significava esporli al sicuro e immediato pericolo Ji assideramento. Montato a cavallo e percorso l' intero fronte dei reparti, ho fatto rialzare tutti raccomandando di hattere i piedi e di muoversi. Cito questo particolare perché mette in evid en za ome la distrazion e <li un Comandante anche sui J ttagli possa provocare cons guenze gravi. L'ochio d l Com ,rnJanLe <leve sempre arrivare d appe rtutto; p rciò il comando in combattimento è osa faticosa, difficile e carica di responsabilità. 11 Val Chiese è schierato in rnoJo Ja pot r investire sulla sinistra il centro del paese. ll visibile movimento di uomini intorno a due grossi capannoni del kolchoz situato all'estremità nord del paese, verso i quali sono pure diretti le <lue colonne n emiche in marcia attraverso la steppa, mette in evidenza la necessità <li compiere le solite manovre di aggiramento sulla destra. Siamo <l 'accordo di far avanzare da ({u elia parte ii Battaglione Vestone. Si ha così iJ seguente schieramento: i carri armati e i pezzi anticarro del Capitano Miglietti, al centro; 253a compagnia al centro, la 254a a Jestra e la 255'1 a sinistra della stra<la; due Batterie del Gruppo Vicen za in appoggio al Val Chiese; la 53" e la 55'1 Compa188
gnia del Vestone sulla destra; le Batterie del gruppo Bergamo, le katiusce e le artiglierie di medio calibro tedesche in appoggio al Vestone; l'attacco si inizia con particolare irruenza. La 25-58 Compagnia del Val Chiese, seguendo i carri armati, attacca furiosamente nel centro del paese dove il nemico è più numeroso, ma viene sorpreso mentre stava per mandare in postazione numerose Batterie anticarro da 105. Presto la lotta si trasforma in caccia all'uomo, anche se i] nemico tenta una rea:Lione violenta. Un nostro carro armato colpito, d ve essere ab bandonato, gli altri sono costretti a rallentare. Le altre due compagnie del Val Chiese hanno preso contatto con il n mico e lo stringono ai fianchi. La lotta si svolge furiosa <li ca a in casa; le perdit ono notevoli , ma l'ardore degli Alpini e Jcll fanleri tedesche non diminuisce di intensità e il nemico perde t r-reno senza poter ripi gar e mett rsi in saJvo. T, Batt ri d l Vic ~n7.a si portano ancora più sotto r er appoggiare meglio con il tiro l'azione del V,il C:h iese mentre le katiusce e le artiglierie leggere tedesche appoggiano più direttamente l'azione del Vestone. 11 movimento del Vestone è stato rapidissimo e lo sforzo per raggiungere i capannoni aggirandoli è stato veramente grande, non solo per il tratto percorso nella neve, ma anche per aver dovuto attraversare diverse depressioni neile quali ia neve acc urnuhua dal vento era molto alta. Circondati i capannoni, il Vestone cattura oltre 200 prigionieri e preme alle spaJJe il nemico. L' artiglieria, con tiri sempre più aggiustati, causa sensibili perdite nei centri di maggiore resistem:a. 189
La manovra di accerchiamento ha raggiunto il punto principale del paese e il nemico si affretta a lanciare il razzo bianco, segnale di ritirata, ma pochi riescono a salvarsi con la fuga. Al termine di questo combattimento il terreno è disseminato <li cadaveri, di armi di ogni specie e di munizioni abbandonate dal nemico. Molti automezzi carichi di munizioni e di viveri sono abbandonati e vengono distrutti. Le Batterie da 105 del nemico, riunite al centro del paese, sono state fatte distruggere personalmente dal Tenente Colonnello Calbo. Quando tutto il paese è stato conquistato si vedono in lontananza confondersi nell'orizzonte, le colonne che prima marciavano verso di noi e ora hanno cambiato rotta allontanandosi. Nonostante la temperatura si sia mantenuta sui 40° sollo zero, tutte le armi automatiche miracoJosament hanno funzionato. È stato un nuovo miracolo Jegli Alpini. Per la prima volta siamo costretti ad abbandonare i feriti di questo combattimento, che non sono in grado di camminare, per mancanza di mezzi di trasporto; sono stati riuniti in una chiesa e coperti con tutto que11o che si era potuto trovare. Solo il Sottotenente Bartolozzi si è potuto salvare perché era già stato caricato su di una slitta di passaggio piena <li feriti. Lo spirito dimostrato da questi eroici feriti consapevoli della loro sorte, è veramente superiore a ogni immaginazione. Ora tutti sanno di non poter più essere salvati se saranno feriti, ma nessuno diserterà il combattimento; il sentimento del dovere è così forte in loro che per nessuna ragione verrà 190
meno. Il ricordo straziante deU' abbandono dei feriti mi accompagnerà per tutta la vita. Il riordinamento <lei reparti <leve essere affrettato, perché non si rimanga indietro. Tutti gli Alpini si riforniscono di viveri trovati nel deposito che i russi non erano ancora riusciti a vuotare. Qualcuno ha abusato del cognac per poi pentirsi amaramente! Anche in questa azione, come nelle precedenti, è stata una gara di eroismo fra i nostri reparti e quelli tedeschi. L'alto sentimento di nazionalità e lo spirito di corpo che è sentito da tutti gli Alpini sono veramente la forza indistruttibile che ci permette di restare uniti e combattere in una lotta così impari e in condizioni di vita così avverse. È doveroso segnalare ancora una volta il contegno eroico di tutti e particolarmente dei Maggiore Bracchi Jcl Vestone e Jcl Maggiore ParolJo, nuovo Comandante del Val Chiese che, nel corso della giornata, aveva avuto un collaudo che gli ha fatto molto onore e dei due Comandanti di Gruppo, Tenente Colonnello Calbo e Maggiore Meozzi. Come è noto il Tenente Co]onneUo Calbo è seriamente menomato per congelamento ai pie<li; epp ure, sotto l'intenso fuoco nemico si è esposto a una lunga sosta incurante delle gravi conseguenze cui poteva andare incontro per il freddo intensissimo e ha personalmente curato la distruzione dei numerosi pezzi catturati al nemico facendo poi uno sforzo sovrumano per raggiungere il Comando nel luogo di pernottamento. La colonna del 5° Alpini, con in testa i Generali, aveva continuato la marcia in direzione sud-est passando a 2 chilometri dal paese dove si è svolto il combattimento. 191
Le munizioni, consumate in questo combattimento, sono molte rispetto alle nostre disponibilità già scarse. Sono anche andate perdute una parte di quelle che erano caricate sulle slitte fatte scendere e sostare nella balka prima di Scheljakino. Poche avevano potuto mettersi in salvo perché impeJite a risalire sull a strada JalJa marea Jegli sbandati, prima che il nemico tagliasse la coJa della colonna, con l' azione dei carri armati all'imboccatura della balka. Il morale però è sempre altissimo e supplirà a tutte le esigenze nel momento del bisogno. Il pernottamento a Romankowo ha permesso a tutti sufficiente riposo perché le possibilità di alloggiamento sono state Jiscrete.
25 gennaio L'incolonnam ento J i r parli è cosi modificato: i tre arri armati, i pezzi anticarro del Capitano Miglietti, il Battaglione Vestone con i resti del Battaglione Genio, la 20a Batteria, la Compagnia di formazione del Battaglione Verona comandata dal Tenente Donà, il Battaglione Val Chiese, le aJcre Batterie dei Gruppi Bergamo e Vicenza, la Compagnia Comando del 6° col Colonnello Signorini, il Gruppo J elle Artiglierie pesanti e katiusce del Maggiore Fisher, il 5° Reggimento Alpini col Gruppo Val Camonica. La marcia fino a Nikitowka, dove giungiamo intorno alle ore 14, non è disturbata; i partigiani si dileguano senza opporre resistenza. All'altezza delle ultime case dell'abitato, un soldato italiano ci corre incontro gridando di fermarci .. Vuole parlare con il Comandante della colonna perché ha 192
delle importanti informazioni. Immagina che sian10 diretti a Nikolajewka da dove proviene: da quaranta giorni è prigioniero dei mssi e fa l'autista di tm camion per loro. Ci informa che ha portato in questa località mortai e munizioni, che ci sono delle batterie anticarro, che l'abitato è grande e fortemente armato e fortificato, che ci sono due Reggimenti di Fanteria (il loro organico è molto minore del nostro per cui si tratta di circa 1300 uomini in totale) con mitragliatrici carrellate. Ci consiglia di fermarci per non arrivare al buio della sera. Sopraggiunse il Colonnello Signorini al quale passai subito le informazioni. Mi disse di attendere i Generali che stavano arrivando; infatti poco dopo ci raggiunse Reverberi che conve1me sulla necessità di attendere la mattina per l'attacco a questo grosso centro fortificato. Feci osservare che la testa della colonn a aveva già olLn:passalo NikiLuwka Ji parecchi chilumelri e non si poteva più fermare. Allora mi ordinò di salire su un automezzo del Maggiore Fisher, di fermare i reparti e farli pernottare nei paesi prima di Nikolajewka. Raggiunsi prin1a le Jue Compagnie del Val Chiese la 253" e la 254" e gridai loro Ji fermarsi e pernottare ad Arnautowo che avevano appena superato. 15 Raggiunto il Maggiore Bracchi in testa alla colonna, convenni con lui che non conveniva spostarci dalla direttrice di marcia per cercare tm abitato per il pernottamento, quando si era ormai a circa 10 chilometri da Nikolajewka e che, 4 chilometri più avanti, c'era una frazione ne11a quale si poteva pernottare. Rinviai l'automezzo e mi sistemai con i miei Ufficiali, riassumendo il mio posto <li comando della testa della colonna. Ci fermammo a circa 4 chilometri da Nikolajewka in un piccolo villaggio, Terinkina, su 19.3
un'altura che permetteva di spaziare con lo sguardo abbastanza lontano, verso sud, e verso ovest lungo un avvallamento dove si era fermato il Val Chiese, meno la 25Y Compagnia che era in testa con noi. Da est, dov'era Nikolajewka, si era coperti. Dispongo che i tre carri armati tedeschi, le Compagnia 53", 5Y, e C.C. del Vestone, una Batteria di Artiglieria Alpina, la Compagnia di formazione del Verona; la 255'1 del Val Chiese, ormai arrivate all'altezza del villaggio <li Terinkina, vi si accanton ino mentre gli altri reparti ripieghino e si sistem ino nella frazione di Arnautowo a nord del paese di Nikitowka di circa 6 chilometri. lo con gli Ufficiali al mio seguito: Tenente Colonnello Calbo, Capitano Biffi, Tenente Molino, mio figlio, gli inseparabili Sergenti Volpini e Borgonovi e alcuni altri prendiamo alloggio in un'isba isolata. Era disabiLala e non vi Lrovammo che alcune pentole di ghisa, sufficienti per cuocere nel forno alcuni pezzi di capretto e un 'anitra. Gli attendenti riuscirono a trovare in altre isbe abitate alcune forchette e una ciottola di legno. il freddo era diminuito, tanto che si poteva mangiare con le mani scoperte. La stanchezza consigliò ai più giovani di prepararsi un giaciglio con la paglia strappata da tm cumulo che si trovava vicino all'isba, distesa sul tavolato che i russi, abitualmente pongono al di sopra del forno. lo e Calbo stentavamo a prendere sonno, come quasi sempre succede quando si è sottoposti al peso della responsabilità e all'esercizio del comando nelle condizioni estreme che stavamo vivendo da diversi giorni. Esercizio del comando in queste condizioni significa: essere sempre presente e avere la forza, anche fisica, <li controllare e interpretare le situazioni, avvertendo le necessità e l'urgenza 194
di prendere iniziative e decisioni immediate senza tener conto delle normali regole di competenza e grado perché, in caso contrario ne andrebbe della sorte di migliaia di uomini e di un'intera operazione militare. Sono consapevole del prezzo personale da pagare sia in energie fisiche che morali, perché nessun superiore nella gerarchia militare, tranne che non sia un tuo grande amico come Paolo (Signorini), ti ringrazierà mai o, peggio, ne sarà infastidito! Il forno continuava ad ardere e la paglia che, al gelo, sembrava secca, ma che in realtà era umida, cominciò a sprigionare un denso vapore che, in breve, riempì tutta l'isba. Svegliammo i nostri giovani compagni che avrebbero continuato a dormire senza accorgersi di nulla. Non si scomposero: gettarono per terra la paglia e ripresero a dormire. Racconto questo episodio perché, anche se banale in circostanze normali, n 11 nostr diventava significativo e poteva distrarre la mente dalle pr occupazioni, a volte ossessive, di chi si trova in condizioni di vita estreme. Infatti io e Calbo non perdemmo l'occasione di djstrarci e ridere al pensiero che i nostri giovani avrebbero continuato a dormire anche rischiando di finire cotti al vapore. Verso le ventitré odo lontano, ma distintamente, il fragore di armi da fuoco per cui esco subito dall'isba; infatti all'esterno si percepisce il crepitare delle armi automatiche e i colpi di mortaio. Si trattava evidentemente di un combattimento che impegnava i nostri reparti arretrati e, quasi certamente, il Val Chiese. Ero estremamente preoccupato perché mi resi conto del pericolo che il nemico volesse tagliare la colonna in previsione Jell' attacco imminente a Nikolajewka. 16 (vedi cartina nelle pagine seguenti). 195
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chowatka
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Dicembre 1942. Carla della dislocazirme dell'Armata Ttaliana sul fronte del Don con itinerario del ripiegamento della Divisione Tridentina, avvenuta a partire dal 18 gennaio 1943.
Vado a svegliare il Maggiore Bracchi che si convince subito che stanno attaccando il Val Chiese ad Arnawtowo, circa 6 chilometri <lopo Nikitowka. Anche lui ravvisa l'opportunità <li intervenire, ma tutti i tentativi che facciamo per convincere gli Ufficiali sono inutili perché la stanchezza è tale da non permettergli questo sforzo. D'altra parte Bracchi mi fa giustamente osservare che il compito toccava ai reparti che sono accantonati a Nikitowka e cioè al 5° Alpini e al Comando <lella Divisione e del Corpo d'Armata che, inoltre, non avendo partecipato al combattimento di quel giorno, erano più freschi. Non posso dimenticare che a un certo punto ci si presentò un portaordini sciatore che mi disse: «Signor Colonnello, se lei non ha nulla in contrario, vado io a prendere contatto con la 253a del Tenente Gaza», e partì scompar ndo per sempre nel buio J IJa notte: la mattina, quando gli Alpini della 253 " riuscirono a riprendere la marcia lo incontrarono morto sulla neve vicino al1e prime case del paese! Un altro eroe sconosciuto! 17 Cedetti alla causa <li forza maggiore, ma anche quella notte la passai insonne insieme al carissimo Calho. Verso le 23 reparti nemici della forza di un Battaglione provenienti da est e da gruppi di partigiani, appoggiati da artiglieria leggera e da mortai, avevano attaccato improvvisamente la frazion e a meno di l chilometro <la Nikitowka, A rnautowo, dove erano accantonati: la Batteria 33" <lel Bergamo, la CC, la 2533, la 2543, la 112" A.A. del Val Chiese e il nucleo cacciatori del C. C. I reparti attaccati hanno reagito e contenuto l' at198
tacco nemico per l'intera notte. Erano circondati entro l'abitato non avevano nessuna possibilità di manovra; solo un intervento dall'esterno poteva liberarli e invertire la situazione, ma non venne. 18 La colonna con i resti del Val Chiese e del Tirano arriverà a Nikolajewka, con troppo ritardo, rispetto al nostro attacco del mattino de] 26 gennaio.19 Per avere una conoscenza completa dei combattimenti di Arnautowo bisogna consultare, oltre al libro di Giorgio Gaza, Urla di vittoria nella steppa, anche quelli di Nino Revelli del Battaglione Tirano, Mai tardi, e di Luigi Grossi. Gaza ripete ancora una volta che, nonostante le sue informazioni nella notte direttamente ai Comandanti fermi a Nikitowka, il Tirano sopraggiunse senza conoscere la situazione e perciò subì una imboscata <lei russi.20
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CAPITOLO NONO
NIKOLAJEWKA
Le forze che parteciparono ai combattimenti e alla vittoria finale di Nikolajewka2 1 erano distribuite nei seguenti luoghi di pernottamento nella notte tra il 25 e .il 26 gennaio 1943. Terinkina (a circa 6 chilom tri da Nikol ajcwka): il Tenente Colonnello Policarpo Chierici, Coman<lante della testa della colonna, il Maggiore CaJbo, Comandante del Gruppo di Artigli ria Alpina Vi cenza, il Battaglione Vestone, con il Comandante Maggiore Bracchi, composto dalla Compagnia Comando e la 5.3" e 55\ il Battaglione Val Chiese, con il Comandante Maggiore Paroldo, composto dalla Compagnia 255" e quella Comando, la Compagnia di formazione del Verona, una Batteria di Artiglieria Alpina, tre carri armati tedeschi con alcuni reparti dipendenti da] Maggiore Fisher. Amaulowo (a circa l chilometro da Nikitowka e a circa 6 chilometri da Terink ina) vi erano: le Compagnie 253a e 254" del Val Chiese, parte de11a ] 12" di Artiglieria del Capitano Miglietti, la 33" del Gruppo Bergamo e qualche altro reparto minore per un totale di 800-900 uomini. 200
Nikitowka (la più vicina ad Arnautowo): tutti gli alti Comandi (di Corpo d'Armata Nasci, di Divisione Reverberi, del 6° Reggimento Signorini, del 5° AJami, del 2° Reggimento di Artiglieria Alpina Colonnello Migliorati ; i reparti del 5° Alpini fra i quali il Battaglione Tirano. Gli sbandati erano sparsi soprattutto in quest'ultima località. Allo spuntare dell'alba (ore 4 de] mattino) , a Terinkina, i reparti di testa hanno cominciato a ricostituirsi nel posto previsto per l'adunata. Come sempre gli Alpini, con ammirabile prontezza, affluiscono senza ritardo, vincendo stanchezza e sonno. Continua il fragore del combattimento che proviene da Arnautowo, Jove c'è il Val Chiese, a pochi chilometri da Terinkina. Cerco Ji convincere il Comandant tedesco dei semoventi di anJare in aiuto degli attaccati , ma inutilmente perché gli ritiene cbe il nostro compito sia solo quello Ji attaccare subito Nikolajewka ritenendo sufficienti le forze a disposizione. Mi oppongo recisamente e mi preparo a partire per Arnautowo sulla strada di Nikitowka dove alloggia il Comando di Divisione e di Corpo d' Armata, quando interviene i] Generale Reverberi a mezzo radio dei tedeschi per Jarmi l'ordine di iniziare l'attacco a Nikolajewka in quanto la colonna del Colonnello Signorini era già in marcia e ci avrebbe raggiunto in poco tempo. Per colonna Signorini, io intendo i reparti del 5° Alpini, le rimanenti Compagnie del Val Chiese, la Compagnia Comando reggimentale e una Batteria di obici da 7.5/13, ma mi pare impossibile che tutti que201
sti reparti siano già in marcia mentre si sente ancora combattere nella località vicina di Arnautowo. L'ordine di Reverberi è categorico e precisa il raggiungere dei rincalzi con la colonna Signorini. Mi è impossibile disobbedire! Prima di muovere all'attacco insieme a Calbo approfittando del freddo che era molto diminuito e perciò non costituiva un pericolo per le truppe in sosta, facemmo un ricognizione fino ad affacciarci alla balka di Nikolajewka. Oltre allo scopo <li osservare il terreno del prossimo combattimento, avevo anch e quello di guadagnare tempo nell'attesa e nella speranza che sopraggiungesse il 5° Reggimento degli Alpini con il Gruppo di ArtigUeria del Val Camonica. Facemmo ritorno nella zona <li adunata dopo due ore, circa alle 6 del mattino. Avevamo potuto osservare la gran<l di stesa di cas che oltre al piano, occupavano anche una parte del costone, alla cui base scorreva, su un terrapieno alto qualch e metro, una ferrovia a doppio binario. Sul lato sinistro per chi guardava il villaggio c'era una galleria, lunga circa un centinaio di metri e, 300 metri più avanti, e' era la stazione ferroviaria, ma non si notava alcun movimento. Al centro dell'abitato spiccava, con grande risalto la grande mole della chiesa con cupola e guglie: era evidente che costituiva l'obiettivo più importante della nostra manovra, perché la sua conquista avrebbe permesso di iniziare quella avvolgente Jelle ali. Attesi ancora un po' di tempo e poi, con Calbo, convocai a rapporto i Comandanti di Battaglione e della 255" Compagnia del Val Chiese, la sola rimasta 202
con noi e le due compagnie con armi pesanti divisionali e procedetti all'assegnazione dei compiti. Comunque procedo all'attacco di Nikolajewka con il seguente schieramento: semoventi tedeschi e relative fanterie al centro; a sinistra <lei semoventi la 255" Compagnia del Val Chiese con obiettivo principale la chiesa nel centro del paese; a sinistra della 2558, la compagnia <li formazione del Verona al comando del Tenente Donà col compito di awolgimento; a destra dei semoventi la 5Y e la 5Y del Vestone al comando del Maggiore Bracchi col compito di avvolgimento del paese da est; le Batterie di Artiglieria Alpina, di obici da 75/13, 19", 20" e 32" schierate a tiro diretto per battere il terrapieno della ferrovia e le case del paese; i resti del Battaglione del Genio, col suo Comandante, vengono messi alle dipendenze dd Comandante del Vestone; due sezioni di pezzi anticarro v ngono appostate in modo da controbattere una Batteria già individuata dietro il casello ferroviario. Come avevamo notato nella nostra ricognizione, prima del paese scorre una ferrovia a doppio binario su un terrapieno molto alto che costituisce un'ottima protezione per il nemico e un grave rischio per noi che lo dobbiamo superare. Noi dobbiamo muoverci completamente allo scoperto senza nemmeno la protezione di un albero e col problema di superare il terrapieno completamente esposti al tiro del nemico. L'ordine <lell' attacco viene dato quando la colonna Signorini è giunta a pochissimi chilometri. L'azione dei reparti si delineò subito decisa e cruenta, soprattutto nel superamento del terrapieno della ferrovia. Solo i semoventi tedeschi si arrestato203
no al riparo del terrapieno per timore di essere colpiti e messi fuori combattimento, timore aggravato dalla mancanza <li slancio della Fanteria tedesca di protezione ai semoventi. Questo fatto ebbe indubbiamente delle ripercussioni negative sull' andamento dell'azione. Il Battaglione di formazione Verona fu il primo ad attraversare il terrapieno della ferrovia. Gli avrei certamente risparmiato le gravi perdite cui andò incontro se avessi saputo che i rinforzi annunciatimi non sarebbero arrivati. G li avrei assegnato solo il compito <li un'azione dimostrativa, trattenendo metà dei suoi magri effettivi, in posizione <li riserva. Chi, con me, seguì attento e preoccupato, l'intero svolgimento di quella prima operazione, il cui successo e iJ suo consolidamento ritenevo legati al sopraggiungere degli altri reparti , non poteva non ap prezzare le gravi difficoltà e rischio, di cui gli Alpini, andando all'attacco, erano perfettamente consapevoli, come quando, per esempio, si accingevano ad attraversare il terrapieno della ferrovia. L'hanno fatto di loro spontanea volontà. Gli Ufficiali superstiti erano troppo pochi per influire sugli Alpini con il loro esempio e con il loro incitamento. Tutti gli Alpini, senza distinzione di grado e origine hanno dato un esempio di coraggio, di coerenza incondizionata e di spirito di sacrificio cui i reduci dovranno essere riconoscenti per tutta la vita e le nuove generazioni fare materia di meditazione! Questi sono parte dei grandi valori che distinguono i popoli. Un solo esempio per tutti: quello del mio Alpino motociclista Po<lestani. All'ini~io del ripiegamento aveva dovuto abbandonare la motocicletta per la 204
neve e il freddo e aveva assunto, volontariamente, l'incarico di portaordini di collegamento fra il mio Comando e i reparti più avanzati Jurante i combattimenti. Nel prin10 attacco, quello <lel mattino, a Nikolajewka, aveva scavalcato più volte il pericoloso terrapieno della ferrovia per collegare il mio Comando con i reparti più avanzati. Quando ci fu I' arresto forzato Jell' attacco, intorno a mezzogiorno, era rientrato e mi stava vicino durante un forte mitragliamento aereo che uccise i due cavalli Jella mia slitta e l'attacco di mortai e anticarro a una postazione della nostra artiglieria che provocò alcuni morti e diversi feriti. Con molta generosità si caricò sulle spalle un suo amico ferito per portarlo a un pronto soccorso. Da quel momento non l'ho più visto; mi Jiss roche era ca<luto nell'attrav rsare il terrapieno mal J tto per l'ennesima volta! 11 I sett mbr , nel primo combattimento in Russia, ho perso il mio affezionatissimo Attendente Antero Rossi e ora nell'ultimo combattimento, a Nikolajewka, ho perso il mio motociclista Po<lestani, compagno di tante avventure rischiose fino al sopraggiungere dell 'inverno! Non c'è ricompensa che ripaghi il vostro valore. Sola, rimane la speranza che l' esempio de11e voslre virtù sia apprezzato dalle future generazioni! Ricostruire i fatti con la sola preoccupazione di esporre la verità è un dovere che incombe su <li me più che su qualunque altro perché sono stato responsabile dell'impostazione e dell'attacco iniziale a Nikolajewka la mattina del 26 gennaio, prima del1' arrivo sul posto dei Generali e del loro seguito. Avverto fortissima la responsabilità morale della ricoO
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struzione storica di quei fatti per il doveroso rispetto dei caduti sul campo di battaglia di Nikolajewka perfettamente consapevole del loro sacrificio e del loro altruismo. Anche le Batterie si dimostrarono all'altezza della loro tradizione eroica: Ufficiali e serventi ai pezzi schierati a tiro diretto e quindi esposti al tiro dell' artiglieria e dei mortai avversari, continuarono a sparare, nonostante le forti perdite, contro il nemico nascosto dietro le isbe. La 25Y Compagnia, pur essendo molto ridotta nei suoi effettivi, con grande slancio ha in breve sorpassato la linea ferroviaria, catturata una Batteria anticarro e occupate le case vicino alla chiesa, nel centro del paese, tenacemente difeso dal nemico. Il Colonnello Signorini non è ancora arrivato, ma cominciano ad arrivare i primi portaordini inviatimi dal Tenente Zani, con messaggi scritti che, nel segnalare i notevolissimi vantaggi conseguiti, insistono sulla necessità di ricevere, al più presto, rinforzi e munizioni. Era una situazione già prevista e discussa con il Tenente Colonnello Calbo che i Coman<lanti di Batteria, in caso di necessità, avrebbero organizzato una compagnia di formazione con gli Artiglieri delle salmerie addetti al trasporto dei pezzi e delle mun1z10m. Mentre si stava approntando un reparto di 200 Artiglieri, che si erano liberati dei loro muli dopo averli legati uno all'altro in circolo, arriva la colonna Signorini senza truppe al seguito, ma solo con artiglieria pesante e lanciarazzi tedeschi; il resto erano sbandati, in maggioranza disarmati. Il Colonnello Signorini appariva stanco e sfidu206
ciato e non nascondeva la propria preoccupazione; messo al corrente della situazione, approva la mia decisione di inviare al Tenente Zani il reparto di Artiglieri. Subito dopo, e prima che questo reparto si muovesse, arriva il gruppo <li Generali: Nasci, Reverberi insieme al Colonne11o Comandante il 2° Reggimento di Artiglieria AJpina Divisionale Colonnello Migliorati, senza truppe al seguito. Fu il Colonnello Signorini a metterli al corrente della situazione, mentre io davo le ultime disposizione al reparto di formazione di Artiglieri. Da poco il nemico aveva sparato alcuni razzi bianchi: segnale di awertimento e preparazione al ripiegamento. Nello stesso tempo arrivava un secondo messaggio del Tenente Zani di sollecito all 'invio degli aiuti , pena la sospensione <lell' attacco, soprattutto del Tenente Ferroni che col suo plotone era iJ più avam:ato e aveva occupato la stazione ferroviaria. Disgraziatamente il nemico centrò una decina <li colpi di artiglieria e <li mortai sui nostri pezzi e sui muli, colpendone alcuni mortalmente e generando confusione negli altri. Si ebbero, fra i serventi ai pezzi, alcuni feriti che furono immediatamente trasportati indietro, al riparo. Alla vista di quanto era accaduto, il Colonnello Migliorati , che io vedevo per la prima volta accanto al Generale comandante la Divisione e che non aveva mai assistito ai nostri improwisati combattimenti, nei quali l'artiglieria sempre si era messa in postazione <li tiro diretto, ne fu tanto contrariato che intervenne di persona per fare arretrare i pezzi e 207
sciogliere il reparto <li Artiglieri, già pronto a partire in appoggio alla compagnia di Zani, restituendoli, ai loro propri muli. Da questo momento sono costretto a cedere iJ comando delle operazioni! La nostra delicatissima operazione di aiuto alla prima linea era andata a monte, creando un tale scompiglio che se ne accorse anche il nemico. Poco dopo il Tenente Zani mi fece pervenire il suo terzo e ultimo messaggio in cui mi avvertiva che era stato costretto a ordinare il ripiegamento. Non i fu da parte mia alcuna possibilità di di scussione e intervento; erano venute le condizion i che avevano fino a quel momento giustificato le mie prerogative di comando.L' invocazione del Tenente Zani rimase senza ri sposta. T due Generali a i tettero a quella tragica scena s nza alcu na reazion , com d .gli es tT~m i; forse contavano sull,arrivo imminente J 1 5° Reggimento con al seguito il ruppo Val Camoni a e quello del Maggiore Fisher. Si ha così un arresto Jclrazione che determina un s nso d ,incertezza non solo sulle sorti della giornata, ma sull'esito finale dei nos tri sforzi. Fino a qu esto momento nessun cenno è stato fatto in merito ai tre carri armati tedeschi dei quali la sola cosa certa che posso precisare è che, partiti davanti all a 25Y Compagnia per neutralizza re le artiglierie e i mortai ubicati nel se ttore della chiesa, si sistemarono in posizione sicura al di là del terra pieno della ferrovia e attesero fino al pomeriggio quando, in massa, fu ripreso il movimento in avanti. Se il nemico non insistette a continuare il contrattacco lo si deve esclusivamente alla fermezza con la 208
quale ne fu contrastato il primo tentativo dai nostri reparti avanzati i quali, dopo essersi meglio sistemati a difesa, resistettero all'avversario. Se gli Alpini del Verona, della 25Y Compagnia del Val Chiese, del Battaglione Vestone e i Genieri del Battaglione di Gazzoli non avessero continuato a combattere, certamente più difficile sarebbe risultata la ripresa del movimento in avanti quando, al calar del sole il Generale Reverberi dal suo carro armato gridò: «Avanti Tridentina», rivolto agli eroici e provatissimi superstiti della Compagnia 2.5Y di Gaza, dei resti del Tirano, del Battaglione Edolo, Val Camonica e de11e altre due Divisioni Alpine (J ulia e Cuneense) come il Battaglione Aquila, il Gruppo Val Pace, eccetera, mescolati, affondati , insjeme ad altri reparti organici, nella immensa colonna che ci segui va. I supersLiLi della 25Y' sono parti olarm nte bersagliati dalle mitragliatrici a breve distanza, ma slroncano tutti i tentativi di contratta co d 1 nemico. ln questo critico p riodo d 11' azione riful g ~ l'eroismo del Tenente Ferroni, asserragliato in un a casa con i pochi uomini rimastigli, non permette al nemico di fare un solo passo avanti. Rimasto gravemente ferito all'addome rifiuta di esse re soccorso e non vuole esse re Lrasportato via anche quando il Comandante di compagnia, Tenente Zani, decide di ripiegare per sottrarsi al rischio di essere aggirato. Rimasto solo con i suoi morti , un ferito grave e un Alpino, insiste a tener testa al nemico e, morti i suoi du e Alpini, continua a sparare finché non gli viene meno la vita. Quando, più tardi, il movimento in avanti viene ripreso e il paese occupato, viene trovato con l'arma an cora calda nelle mani. Fino all'ultimo momento della 209
vita aveva voluto essere degno <li quel suo particolare eroismo per cui era conosciuto, stimato e ammirato. Era non solo un praticante, ma anche un esponente di importanti organizzazioni cattoliche di Verona. Analoga sorte tocca alla Compagnia <li Formazione del Verona che, durante la fase di attacco, aveva superato di slancio il terrapieno della ferrovia, pagando un largo tributo <li sangue: sono visibili anche a distanza gli Alpini caduti sulla neve che sembrano fermi in attesa di scattare in avanti. Dopo accanita lotta era riuscito a penetrare in profondità nel paese, arrestandosi solo per la scarsità delle munizioni e la gravità delle perdite. Non meno violenta era stata l'azione del Battaglione Vestone, del reparto di formazione Jel 2° Genio. Con impeto furioso, fino a quando hanno avuto munizioni , sono riusciti a imporsi al nemico e a scacciarlo non solo dalla Ferrovia ma anche Ja ' molt case in cui si era fortemente trincerato. È slala una lotta veramente leonina durante la quale nessuno si è fermato a guardare chi era caduto, tutti consapevoli che dalla sorte di quel combattimento dipendeva quella di tutta la colonna. Quando, per forza maggiore, hanno dovuto sostare, tutti i superstiti sono rimasti al loro posto, pronti a scattare al momento opportuno e nessuno ha mancato a questo preciso dovere. Prima che il movimento iniziasse in avanti , il Colonnello Signorini mi chiamò in disparte per svelarmi qual era la ragione di quell'interno tormento che lo rendeva così taciturno e oscuro in volto. Quando fummo soli e isolati mi disse: «Caro il mio vecchio Policarpo, ci conoscian10 <la ventitré anni e solo a te 210
posso confessare che sento che non tornerò pw m Patria; non rivedrò più mia moglie e il mio bambino che tu sai quanto ami. Tu, invece, tornerai con tuo figlio qualunque sia la sorte di questa giornata e delle successive. Ne sono certo. Perciò ti chiedo di abbracciare la mia famiglia e di salutare il mio amico Bottai. Digli che io sono rimasto con i miei Alpini morti in questa terra lontana e che non lasci nulla di intentato affinché al nostro popolo siano evitati giorni ancora più tristi, dopo questa tragedia. Ora ti prego di rimanere con tuo figlio sul posto per assicurarti che i reparti che sono in arrivo serrino sotto in modo da non provocare interruzioni. Tu solo hai l'ascendente per persuaderli . Tutti ti conoscono e anche gli sbandati ti ubbidiranno». Mi strinse la mano e si diresse verso il Colonn ilo Camin che, insieme a un altro Ufficiale, lo attendeva poco lontano, e co11 gli uo111i11ì Jd seguilo sì Jiressero lungo .I.a Jisccsa verso la fcrrovia e il paese, dove li persi di vista. Dopo aver lasciato il Colonnello Signorini mi ricollegai con mio figlio che attendeva in disparte e insieme ci dirigemmo verso il posto dove credevamo fosse ferma ad attenderci la nostra slitta. In mezzo a quella marea di uomini, in movimento in tutte le direzioni, se non si aveva un punto sicuro di riferimento era molto difficile orientarsi. Finalmente trovammo la slitta e avemmo la brutta sorpresa che il cavallo ungherese era stato colpito a morie. Il mio Attendente era stato ferito non gravemente e il portaordini Podestani si era allontanato con lui per farlo medicare. Non li vedemmo mai più. Il Sergente Volpini ci procurò un cavallino con il quale si ricompose la pariglia. 211
Eran quasi le 14 quando il movimento in avanti fu iniziato. Io e mio figlio ci ponemmo nel punto più adatto per assolvere il compito che Signorini mi aveva affidato. Il nemico, dall'estremità ovest dell' abitato, ci mandava ogni tanto proiettili di mortaio per ricordarci che era sempre sul posto. Dopo qualche tempo mi sentii chiamare e poi prendermi per le spalle: era il Generale Martinatt. Mi disse di aver peregrinato inutilmente diversi giorni per un irsi con le altre due Divisioni e mi chiese cosa stava succedendo. Lo informai su tutto e poi gli chiesi <li rimanere al mio posto poiché io, che conoscevo meglio la situazione e il terreno, desideravo portarmi avanti, per essere più utile, verso la testa della colon na, ma non riuscii a convincerlo. Mi disse: «Io voglio arrivare in testa per unirmi ai du e enerali». Senza dir ahro partì verso la balka ten ndo i verso ovest per camminare .J iù spedito fuori della colonna. La morte lo attendeva alla distam~a Ji circa 100 metri: all'inizio della discesa fu colpito Ja una scarica di mitragliatrice che lo tagliò quasi in due; così mi fu raccontato da un testimone oculare; noi avevamo sentito il rumore della scarica senza poter vedere <love e chi aveva colpito. Da quel momento sono rimasto l'un ico dei tredici «interventisti» che la notte Jel 23 -24 gennaio del lontano 1915, per invito <lel Colonnello L. Pettinati, giurammo di dedicare tutta la nostra vita al servi:.ào della Patria. Prima di chiudere il racconto di questa giornata devo fare una precisazione sul termine «sbandati» e, a volte, «massa». Ha un significato puramente rappresentativo del numero di alcune decine di migliaia 212
che la componevano, ma, assolutamente, non qualitativo. In gran parte era costituita da ex prigionieri liberati, da disertori di Jiverse nazionalità, singoli, ma anche interi reparti come nel caso degli ungheresi . In questa enorme colonna affondavano fatalmen te reparti organici come quelli superstiti delle due Divisioni Alpine Julia e Cuneense, ma anche della Tridentina. Questi reparti non solo hanno combattuto nell'azione finale di Nikolajewka, ma in tutti gli altri paesi che l'hanno preceduta durante la ritirata quando vi giungevano dopo che l'avanguardia della Tridentina li aveva abbandonati per proseguire e i russi ritornavano all'atta cco per rioccuparli. H anno mantenuto, occupato le fanterie e i carri armati nemici, assicurando le spalle dei reparti di avanguardia, contribuendo con lo st sso m ri to al succc o finale. La leggendaria irnpr sa hc la Divi ion Tri lentina ba compiuto spezzando uno dopo l'altro tutti gli sb:uramen ti che il nemico av va pr Ji p ~e alle spalle del Corpo d 'Armata p ~runa prnf'ondità di alcune centinaia di chilometri, è stat:ci res:-i possibile dal concorso di circostanz pi ù favorevoli Ji quelle che hanno precluso 1a via J el ri.torno alle altre du e D ivisioni , ma nche col contributo dei loro reparti superstiti . Queste circostanze avrebbero potuto, forse, essere modificate da noi, ma non lo furono per una serie di cause ed eventi che, chi volesse ricostruirli a posteriori, oltre a incorrere in difficoltà obiettive nella fase di analisi, porterebbe a conclusioni molto discutibili e tali da inn escare, fatalmente, interpretazioni polemiche che, lo ripeto, sono totalmente estranee al mio racconto che si basa, soprattutto, su testimonian ze <lirette. È presente, sempre e comun213
que, negli avvenimenti drammatici come il nostro, una componente irrazionale, imponderabile e imprevedibile che, in genere, riassumiamo nei concetti <li fatalità e avverso destino di cui sono state vittime le altre due nostre Divisioni Alpine Julia e Cuneense e, in certe circostanze, anche noi della Tridentina. Per chi volesse cimentarsi in una valutazione di certe decisioni, soprattutto di chi aveva responsabilità di comando, è opportuno tenga conto delle condizioni ambientali spesso tanto difficili da influire e condi7.ionare non solo il comportamento fisico, ma anche quello emotivo e mentale. Le circostanze sono state tali che, al di là dei principi di inquadramento, guida e controllo degli Ufficiali, in gran parte caduti o feriti, gli Alpini, in grande maggioranza, si sono trovati spesso a decidere da soli se cedere alla tentazione <li confondersi con Ja folla che ci seguiva o unirsi, all 'alba di ogni nuovo mattino, al proprio reparto destinato ogni giorno a comhatterc con grave rischio <li morire o rimanere feriti . La preoccupazione di chi aveva responsabilità di comando, in ogni momento e circostanza della ritirata è stata soprattutto quella di essere sempre presente e vicino ai suoi Alpini in ogni circostanza per <lare loro, non solo durante i combattimenti, la sicurezza di decisioni e iniziative tempestive e appropriate. Credo che tutti abbiano speso generosamente le loro risorse psicofisiche. A me ha indubbiamente giovato l'abitudine all'insonnia e l'allenamento fisico fatto nel periodo trascorso in linea percorrendo ogni giorno molti chilometri a piedi, qualunque fossero le condizioni ambientali e metereologiche. 214
Vanno riconosciuti i meriti anche di quei tedeschi che erano integrati nella nostra Divisione e hanno combattuto al nostro fianco per raggiungere quel meraviglioso successo finale che ha permesso a decine di migliaia <li uomini di rientrare in Patria sottraendosi alla tragedia della prigionia. L'ottimo funzionamento della radio a bordo del semovente cingolato tedesco, permettendo un collegamento continuo col proprio Comando è stato uno degli strumenti determinanti del nostro successo. Le distinzioni che sono state fatte dopo il nostro ritorno in Patria non hanno potuto modificare la meravigliosa realtà <lella nostra avventura dalla quale ciascuno di noi trae motivo di orgoglio personale con la certezza di aver <lato con il nostro sacrificio e, soprattutto, quello dei nostri morti, un es mpio che potrà essere di incitamento ai giovani a continuare nelJa tradizione ereditata dai padri.
Considerazioni postume nei colloqui di Policarpo con il figlio Arnaldo
Questa giornata di Nicolajewka, così ricca di gloria eroica, ha insegnato che la /urza delle armi ha un limite che può essere superato e, comunque, necessariamente condizionato dalla volontà di uomini _\piritualmente preparati a morire per la realizzazione di uno scopo che può avere diverse motivazioni~ tutte, però, improntate a principi di nobiltà d'animo e di sentimenti. Durante i combattimenti del ripiegamento, sia i reparti organici che si sono mantenuti uniti~ che la massa di decine di migliaia di sbandati di diverse na215
zionalità, tutti avevamo lo stesso obiettivo: sfuggire alla prigionia, porre termine a quell'avventura e rientrare in Patria e alle proprie case. Ma la differenza di comportamento fra chi era solo preoccupato di raggiungere lo scopo senza correre alcun rischio, unicamente ::./ruttando le situazioni favorevoli provocate da quelli che, combattendo col proprio reparto, rischiavano di cadere morti o feriti: sulla neve, è fondam entale. I primi avevano una sola motivazione egoùtica di sopravvivenza, i secondi subordinavano la stessa motivazione al rii-petto e all'esercizio dà grandi valori morali e ideali alla cui realizzazione era legato il rùchio anche della vita. Sono questi valori che, accanto a quelli relif,iosi e civili, distinguono gli uomini e fanno la d(f/erenza fra i popoli netta storia. La guerra è certamente il più drammatico e irrazionale segno di contraddizione della vita personale dt'll' uomo e di quella collettiva, ma è anche l'occasione di mettere in cvidcnw cd esercitare, da J,arte di ciascuno, certi valori fra i più nobili cnme it coraggio, l'altruismo, lo spirito di sacrificio, eccetera. A quale fine? Quello di creare delle dzjferen ziazioni di comportamento e di valori fra i singoli e fra i popoli.' Sembrerebbe l'unica interpretazione, ma non risolve i dubbi di carattere esistenziale e filoso/ico. Ma i valori più nobili che l'uomo o mef!Jio certi uomini, esprimono in guerra, valgono in quanto tali; la guerra rapp resenta solo un 'occasione contingente, sia pure in apparenza necessaria, per esprùnerh ma non è né la sola né l'unica. Il comportamento a livello personale di quanti hanno combattuto durante la ritirata si giustifica solo 216
con un senso di re.1ponsabilità individuale che va al di là dei rapporti di dùciplina. È un argomento che continuerà a farci meditare) coinvolgendo anche e soprattutto i giovani che ci succederanno nelle varie vicende della vita. Questo è per noi reduci il contenuto più positivo delta nostra drammatica esperienza e avventura! Questa è l'eredità più nobile che ci hanno lasciato i nostri compagni morti. Noi abbiamo il dovere di gridarlo. La narrazione è concentrata sulle e.1perienze personali di Policarpo in relazione ai settori dove operava, come Comandante del Battaglione Val Chiese e della testa delta colonna in ripiegamento. Ha il solo scopo di fotografare la verità per chiunque sia interessato a conoscerla) per la ricostruzione di questa parte tanto drammatica dC'!La storia degli Alpiru' e del nostro nsercito.
27 gennaio La partenza fissata per le ore 2 è ritardata causa la gran<le Jifficoltà che si incontra nell'aJunarc gli uomini e incolonnare i reparti, gli uni e gli altri sparsi un po' dovunque per le note necessità <li vitto e alloggio. Quando la testa Jella colonna sta per uscire fuori <la1le ullime case dd pat:se dc1l lato nord , due gruppi di regolari russi con una mitragliatrice e un cannone anticarro tentano di arrestarla con il fuoco . Si hanno alcune perd ite e si determina un senso di incertezza, perché a nessuno di quelli in testa sono rimaste armi e munizioni sufficienti; la situazione è salvata dall'in2 17
tervento di un reparto del Battaglione Edolo che limina l'ostacolo facendo piazza pulita di tutti. La colonna delle slitte con i feriti al comando del Sottotenente De Sabata riprende la marcia in coda al reparto, ma in breve perde terreno perché la neve alta e farinosa oltre a rendere faticoso il cammino, fa affondare le slitte. Sono in tutto sette slitte comuni e una più grande ambulanza; portano in tutto trentacinque uomini fra Ufficiali, Sottufficiali e soldati raccolti sul campo dopo il combattimento. li Tenente Zani, Comandante della 255" Compagnia, fu raccolto da De Sabata sulla neve ove giaceva su una harellina. La marcia non si è più arrestata fino a Lowowka ove si è giunti a sera inoltrata. Questa marcia è stata Ja più lun ga e faticosa. La steppa pianeggiante e quanto mai monoton a è <li freque nle rutta <la balke strett e profonde le quali im pongono un lavoro faticoso di ritenuta <li spinta delle slitte, molto snervante in rapporto alle mal ridotte capacità fisiche degli uomini e <lei quadrupedi. Molte cose, fino ad allora salvate a prezzo di tanti sacrifici perché indispensabili alla vita, devono essere huttate per alleggerire le slitte. Tragedia più grande di quella che ha vissuta la colonna ripiegante, durante questa marcia, non è possibile. Chi si fosse ritardato a riflettere di fronte allo spettacolo spaventoso di tanti uomini invocanti aiuto senza che nessuno, potesse soccorrerli, sarebbe in1pazzito. Nessuno aveva mezzi e, quel che è peggio, nessuno sapeva fino a quale punto avrebbe potuto resistere. Tutti sentivano di avere raggiunto il limite 218
estremo delle forze fisiche, e solo la disperata speranza di raggiungere un posto ove passare la notte a] coperto, sola possibilità di salvezza, li spingeva avanti come esseri trasognati. L'accantonamento nel paese di Lowowka è stato un vero ammasso di corpi umani, purtuttavia il riposo è stato molto benefico, tutti si sono rianimati. È il naufrago che, dopo uno sforzo inaudito, raggiunge 1a terra ferma: ormai la salvezza appare certa, e non mo1to distante da questo paese, si dovrebbe incontrare la linea nuova dei capisaldi, tenuta dai tedeschi.
2R gennaio La partenza non era stata fissata , ma app na fa giorno tutti sono in piedi e cercano di sapere la direzione da prendere; l' incolonnamento avviene rapidamente. La giornata è bella e regna un e rto senso di ottimismo, si sa di essere vicino alle linee t J esche e tutti sono impazienti di sorpassar1e, sentirsi al sicuro e cominciare una vita ordinata. Nella marcia di ieri molte armi sono state abbandonate, compresi dei pezzi di artiglieria. I poveri artiglieri, dopo aver compiuto sforzi inauditi si sono visti costretti aJ abbandonare quei pezzi sui quali, in comhattimento, sarebbero sicuramente caduti pur di non lasciarli. Ma i cinque e i dieci muli non erano più sufficienti per tirarli avanti, inoltre sarebbe stato un sacrificio inutile. Dopo tre ore di marcia su pista per raggiungere l' Armée Strasse, è un piacere camminare su terreno 219
libero dalla neve. Nelle colonne intonano qualche canto, è un ritorno alla vita, benché <li breve durata. Lungo la strada non si incontra nessuno, solo a un crocevia si trova un cannone anticarro con un gruppo di ungheresi. Si continua sperando di trovare una difesa più solida, ma fino a Kosimo non si incontrano più che pochi ungheresi. Al ponte di Kosimo sono ferm e autoblinde tedesche le quali hanno fatto uno sbarramento per indi rizzare su vie diverse tedeschi, italiani e ungheresi . Finalmente è giunta la separazione, si spera di poter riordinare i reparti e gli shan<lati. La città di Nowyj Oskol è a soli 9 chilometri e già si pensa di poter proseguire in ferrovia. M ntre tutti si danno da fare pe r pr parare comunque una colaz ione, giunge il Capitano tedesco Ket , Uffi iale di collega m nto con la Divisione, il qual avverte eh i ru si hanno fatto dei progr ssi occupando la strada per Nowyj Oskol, per cui sono n ecessari almeno un migliaio di armati per forzare il passaggio. La noti:da giunge come un a doccia fred da, ma tuttavia ness uno si è pe rso d'animo. Il Colonn ello Comandante, come sempre calmissimo, tiene rapporto e impartisce gli ordini per la costituzione di un Battaglione di Formazione con tutti gli armati. 11 censimento delle munizioni per fucili e l armi auL01uauu1e non e moto msrngn1ero , ancne l'artiglieria non ha più <li un centinaio di colpi; si spera <li farla fran ca. 11 Battaglione Val Chiese è affidato al Maggiore Paroldo, già in caricato del Comando. Mentre si sta lavorando per preparare i reparti •
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che dovranno combattere insieme alle autoblinde, il Capitano Ket che era rientrato presso il comando tedesco, ritorna informando che i russi hanno fatto nuovi progressi deviando verso ovest. Si inizia così un'altra marcia lunga e faticosa, però meno triste e disagiata per le quantità dei paesi che si incontrano nei quali è possibile rifornirci di un po' di cibo, sia pur costituito da carote e barbabietole crude. A notte già inoltrata si arriva nel paese di Bessarab, in cui si pernotta. Nessun altro incidente ha turbato questa giornata non li eta.
2 9 gennaio La marcia ba inizio alle prime luci del giorno. La colonna si forma senza più criterio organico, non è pi ' 1 possihil t nere rli uomini vincolari nei re i arti, la necessità di pro urarsi del cibo per non morire di sfinimento è diventata l gge imperan te. Lungo il percorso non i sono v rificati in cid enti , i paes i sono molti e ricch1 e il rifornimento non è difficil . Purtroppo molti , sentendosi stanchi si attarderanno per strada e finiranno pri gionieri. La giornata è buona, il sole è veramente prodigo, il tepore da un senso di benessere fisico e morale. La neve non imprime più al passaggio la solita triste espressione di maJinconia, ma i suoi riverberi acquistano movimento e danno l'impressione del ritorno alla vita. È ormai certo che la vita ritornerà anche per noi , ma <love? Rivedere la Patria è il sogno di tutti, non per cercarvi il riposo, non può esservi riposo per chi ba 221
tanto sofferto fino a quando non si sarà vinto; sono i nostri cari che hanno bisogno di rivederci e ritrovare la forza per continuare a soffrire altre lunghe attese angosciose. Quando si arriva ad Awilowka è già notte, ma non fa freddo, benché la temperatura sia ancora sui 25° sotto zero. Le possibilità di accantonamento sono buone; tutti potranno riposare questa notte, anche qui la popolazione è ospitale; non si sente disagio e si riposa meglio.
30 gennaio Si parte in piena luce Jel giorno, ali' orizzonte il sole promette <li esserci compagno anche oggi. Non si conosc ancora dove troveremo le linee tenute dai tedeschi, però pur non sapendo nulla di preciso sul nemico ci si sente al sicuro ed è già molto per rawivare 1' ottimismo e le nergie fisich e . .Fino ali' arrivo ad Awilowka tutto procede bene; gli uomini tengono un certo ordine nella marcia pur non avendo trascurato di provvedersi <li viveri. Si fa sentire sempre più la necessità di avere un servizio di rifornimento viveri, perché, continuando così, si arriverebbe presto al1' abbruttimento e al vero brigantaggio. Le condizioni di accantonamento sono buone.
31 gennaio Si inizia la marcia verso le ore 5; tutti sono in piedi e la colonna si è formata automaticamente. Molti sono coloro che danno già segni di stanchezza; i congelati fanno sforzi eroici per trascinarsi avanti , 222
ma se non troveremo presto dei mezzi per caricare i più gravi saranno molti quelli che avranno sofferto inutilmente. La colonna si assottiglia sempre più; è evidente che non tutti arriveranno alla tappa serale. All'incontro della scorciatoia con la strada Awilowka/Scebekino, è in sosta una colonna <li automezzi per il caricamento dei feriti e congelati, purtroppo non è stato stabilito un controllo e sugli automezzi salgono gli uomini meno gravi o addirittura sani, mentre i congelati e i feriti che sono in ritardo sono poi costretti a proseguire a piedi fino a Logowoije. A pochi chilometri prima di questa località la testa della colonna incontra il Generale GaribolJi che anima gli Alpini a proseguire nello sforzo ormai pressoché ultimato. Nonostant il sollievo morale che tutti sentono per la certezza di ssere ormai ai limiti <lei capisaldi tenuti dagli alleati , i segni della stanchezza si sono fatti più visibili in tutti. L'arrivo a Logowoije è stato il compimento di un grande sforzo con la speranza di un po' di riposo. Le condizioni <li accantonamento sono buone. Dopo Nikolajewka io, Signorini e mio figlio avevamo sempre camminato insieme, in testa alla colonna, parlando delle nostre famiglie certamente angosciate dalla mancanza di notizie, delle tante incognite del nostro futuro e della grande amarezza e rabbia per l'irresponsabilità di chi, avendo il potere nelle sue mani, aveva sprecato e sacrificato questo enorme e valoroso patrimonio costituito dai reparti Alpini. Eravamo venuti, la maggior parte volontariamente, per sconfiggere i russi e invece siamo stati lasciati 223
soli, quasi dimenticati nel massimo anonimato, destinati a scomparire nella mediocrità di una prigionia subita senza neppur avere veramente combattuto. L'orgoglio Jegli Alpini, il loro valore e la loro determinazione ha sorpreso nemici e alleati ma quante perdite, inutili ai fini dell'economia della guerra, ci sono costate in morti, feriti e congelati gravi! 22
1 ° febbraio Verso le ore 8 vengo ricevuto da Paolo Signorini , ComanJanle Jel 6° Reggimento degli Alpini. Mi abbraccia piangendo. La certezza di essere ormai fuori dell'accerchiamento nemico, anziché rallegrarlo, ha messo in maggior evidenza dinan%i alla sua grande coscienza di Comandant e Ji padre dei suoi Alpini, la tragedi a che ha portato allo sfasciamento del Reggimento. La certezza di aver compiuto tutto intero il suo dovere e di aver fotto per i suoi Alpini tutto quello che era possibile fare non è sufficiente per tranquil lizzarlo, perché sente già nel suo grande cuore il dolore <li tutte quelle madri alle quali non saprà dire ove sia il figlio che gli avevano affidato. Il riferimento alla responsabilità che ancora gli compete per salvare i superstiti ha su di lui una reazione fortissima. È evidente Ìo sforzo che compie per ritornare ad essere un Comandante che pensa, ordina e provvede. Quando viene chiamato al Comando della Divisione, pare che la crisi sia superata, ma è solo uno sforzo Ji volontà. Il cuore trema e continua a sanguinare e, quanJo il
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Colonnello Signorini si è trovato dinnanzi al suo Generale ridotto dai disagi e dalle angustie in preoccupanti condizioni fisiche e morali, non ha più potuto reggere e il suo cuore, lentamente, ha cessato di battere per rimanere per sempre con i suoi Alpini.
2 febbraio Dopo aver dato l'estremo saluto al mio indimenticahile Comandante e amico, entrai al Comando della Divisione. Era evidente in tutti, ma soprattutto in Reverberi, che dopo Nikolajewka portava, evidenti, i segni J ella fatica e Jella stanchezza, lo stupore, la sofferenza e la grande amarezza per l'improvvisa morte del Colonnello Signorini. L'ultimo compito che lo aveva tormentato e forse aveva contribuito al suo collasso fisico era stato quello di come salvare le migliaia di nostri feriti, ammalati e cong lati, p rch ' il n mico stava avanzando rapidamente e i mezzi costituiti da treni e autoambulanze erano precari e a rischio. Questo terribile problema era stato ereditato dal Generale Reverberi che, dopo avermi abbracciato, me ne parlò. Lo rassicurai dicendogli che quel compito lo avrei assunto io e lo invitai a recuperare al più presto la sua efficienza fisica perché altri compiti lo attendevano, in quanto la nostra odissea non era ancora finita: 1000 e più chilometri rimanevano ancora da far percorrere a piedi ai nostri Alpini prima di raggiungere la stazione ferroviaria dalla quale saremmo partiti per rientrare in Italia. Dopo aver informato il Comando di Corpo d'Armata presi subito contatto con il Capitano medico Gonano, responsabile degli ospedaletti del Corpo 225
d'Armata. Con i miei collaboratori in tre giorni inviammo a Karkov, a mezzo autoambulanze e un treno fatto partire poco prima che i russi occupassero la stazione, oltre 3 .000 uomini. Da Scebekino ci trasferimmo a Belgorod dove trovammo oltre 6.000 ospedalizzati, fra i quali la maggior parte erano congelati gravi, ma anche approfittatori. La situazione era quanto mai critica perché il nemico continuava ad avvicinarsi e i tedeschi avevano gli ospedali rigurgitanti. Con un lavoro durato ininterrottamente un giorno e una notte fu provveduto alla medicazione dei più gravi e alla selezione di quelli che potevono camminare. Alla fine, circa 3.000 vennero caricati su 42 carrozze ferroviarie ottenute miracolosamente dai tedeschi, altrettanti e cioè circa 3 .000, risultarono idonei a procedere a piedi . Il Capitano Gonano si <limusLrò eccezionale sia come uomo che come medico. Con questo episodio considero chiusa la mia attività di Comandante in Russia!
15 /ehhraia2 3 Carissima Emilia, io e Arnaldo siamo sempre insieme e in buona salute. Non stare in pensiero: appena possibile, scriveremo a lungo.
20 febbraio Carissima Emilia, la cosa più importante per voi è di sapere che Arnaldo è sempre con me. 226
Per il momento non è il caso di aggiungere altro. Sappi solo che in tutto questo tempo non si è staccato da me neppure per un minuto per il timore Ji perdermi di vista. Mi è stato di grande aiuto non solo per le attenzioni e le premure per la mia persona, ma anche nell'esplicazione della mia azione di comando che, in questo frangente, è stata quanto mai intensa e difficile. Ora non sappiamo ancora quale sarà la nostra sorte. Speriamo di poter essere presto rimessi in piena efficenza per poter combattere l' ultima battaglia che, un giorno non lontano, Jovrà J eci<lere le sorti <li questa guerra. Non <lin1enticheremo mai le drammatiche avventure e le terribili esperienze vissute in questo periodo, tanto sfortunato quanto glorioso per le prove sublimi date dagli Alpini della TriJcntina e particolarmente dal mio impareggiabile Battaglione Val Chiese il quale in 14 combattimenti asprissimi, sostenuti per aprire il varco, è stato sempre vittorioso. Ufficiali e Alpini hanno affrontato i combattimenti, con piena consapevolezza di sacrificarsi per vincere una sfida estrema: qu ella Ji non ce<lere all'opposizione.del nemico, anzi di batterlo per aprire, per sé e per gli altri, la strada del ritorno. Se siamo tornati alle nostre famiglie, uomini liberi e mai sconfitti, lo dobbiamo soprattutto a quanti non hanno esitato a rischiare la vita e, in molte occasioni (molte di più di quanto possono immaginare quelli che non hanno vissuto questa esperienza), a sacrificarla volontariamente. Noi della Tridentina, e i reparti superstiti delle altre due divisioni alpine che facevano parte della 227
nostra colonna, siamo stati i soli che, in questa Caporetto, i russi non sono riusciti a sconfiggere neppure in un solo episodio. Le pere.lite sono state enormi, specie se si pensa che i dispersi sono per lo più morti in battaglia. Il debito di riconoscenza verso i nostri caduti è tale da renderci <<diversi» per il resto dei nostri giorni e quando sarà possibile scrivere la storia vera di questa epica marcia, non solo il popolo italiano dovrà inchinarsi di fronte all'eroismo Alpino, m a q uello di tutto il mondo!
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APPENDICE
COMMEMORAZIONE DEL TENENTE GINO FERRONI
Dopo molti anni dalla fine delta guerra l'iter per la concessione della medaglia d'oro al Tenente Gino Ferroni' ~si concluse felicement e. Il Colonnello Chierici/u invitato dai suoi compagni~ reduci del Val Chiese, a tenere la commemorazione. Scritta il 30 aprile 1970, a Milano poco tempo prima della sua m orte (gennaio del 1971), è da considerarsi anche il suo testamento spirituale.
Ai miei cari Alpini, sono spiacente di non potervi parlare personalmente poiché questa facoltà è ora fortemente limitata dalle conseguenze della vecchia ferita di guerra. Comunque non ho rimpianti poiché, fino al momento giusto, ho generosamente usato di questa facoltà. Pertanto ho pregato il mio ex aiutante Maggiore Jel Val Chiese, Gaetano Maggi, di leggervi queste mie parole a commemorazione di una circostanza di grande valore morale e civico, che ci è particolar231
mente cara per i ricordi che suscita e gli affetti che ci raw1va. Adesso mi rivolgo agli Ufficiali e agli Alpini redu ci dalla Russia, in particolare a quelli del Val Chiese e a quanti hanno conosciuto e sono statj vicini al Tenente Gino Ferroni. Le autorità dello Stato hanno fi nalmente accettato la mia proposta iniziale di decorare con medaglia d'oro il sacrificio consapevole di questo nostro nobilissimo Ufficiale. La notizia mi è giunta da un numero grandissimo di miei ex Ufficiali e Alpini unitamente all'invito di commemorarne la memona. Io sono particolarmente contento e commosso di accettare quest'invito poiché, al di là del valore del simbolo e del riconoscimento, c'è un significato legato profondamente alia personalità dell'uomo. I·erroni è giunto consapevole al sacrificio della propria vita, attraverso un processo razionai e dialettico, eh gli ha permesso di superare anche le su opinioni contingenti e polemiche, in virtù della convinzione che ci sono dei valori elementari ed eterni che vanno al di là delle teorie e delle correnti intellettuali del momento. Era uomo erudito che della cultura aveva fatto un impegno, un interesse e una ragione di vita. La sua onestà intellettuale e l'apprezzamento dei valori morali, gli davano il coraggio di esprimere le proprie idee. Ferroni non era un conformista! Chi ci è stato vicino ricorderà le nostre lunghe discussioni accalorate, ma totalmente libere, a difesa e sostegno delle proprie idee politiche. Tanto profondo era il nostro contrasto di opinioni, altrettanto solida era la nostra stima reciproca e il legame d' affet232
to. Al di là <lei contrasti sulla validità di certe tesi politiche allora attuali, avevamo finalmente scoperto una base comune di valori in cui credere, a cui prestar fede, tali da giustificare ogni nostro sacrificio, anche quello supremo. Chi non tenesse conto di questa considerazione potrebbe anche essere tentato di scorgere nel comportamento di Ferroni, che coraggiosamente metteva in dubbio non solo la nostra guerra, ma anche la nostra presenza in Russia, una mancanza <li coerenza fra le sue klee, la sua fiJosofia morale e la sua azione cioè il suo comportamento. Ha forse egli sacrificato al senso Jel dovere e di disciplina la libertà <li comportamento che avrehhe <lovuto essere coerente con le proprie idee e convinzioni? Sarebbe forse stato un rinunciatario di fronte ai tradizionali miti del dovere, della patria, della disciplina? Il fatto è che ferroni non era un contestatore, né un contestatore mancato, per usare un termine di moda fra molti giovani di oggi. Ferroni, carissimi Alpini, era perfettamente consapevole della con<lizione relativa <li se stesso, come individuo di fronte all'imperio <lella società, all'economia della storia e alla universalità degli eventi. Vi sono dei fatti che trascendono l'individuo e Ferroni ne era consapevole. Questi fatti derivano Jalla necessità <lella convivenza sodale e li chiamiamo Patria, da un insieme di eventi passati e presenti, correlati fra loro da un complesso sistema di cause ed effetti, e li chiamiamo Storia. Il loro rispetto da parte dell'uomo lo si attua col senso del dovere che trae forza dai valori morali individuali, propri del233
l'uomo di ogni tempo, quali il coraggio, il senso di dignità, lo spirito <li sacrificio e tanti altò che la tradizione ci ha sempre tramandato e che la nostra purezza di sentimenti ci fa sempre apprezzare per trasmetterne la validità ai nostri figli. Ferroni aveva maturato nei mesi trascorsi in trincea, nei pericoli dei combattimenti, nel contatto con 1a vita semplice e, a volte, sofferente dei suoi Alpini una convinzione filosofica che lo metteva in grado di dargli una risposta su uno dei più gravi e tormentati problemi dell'uomo: quell'essere che precede l'esistenza dell 'individuo e la supera nel tempo perché rientra nell'universalità del cosmo e nell' eternità di Dio. Quando Ferroni ha accettato <li morire e di sacrilicarsi per i suoi Alpini , per la sua Patria, per il suo onor e p r la sua dignità era sereno p rché aveva ri soho entro di sé questo problema filosofico e morale. Quella mattina del 26 gennaio 1942, dopo undici giorni di ritirata combattendo, attacco di slancio, con gli ahri Alpini, la città di Nikolajewka e sempre rimane nei miei occhi l'immagine dei razzi sparati dai russi che, a un certo punto, striarono il cielo mattutino come segno di ritirata del nemico. Poi un altro terribile ricordo: quello <lei portaordini che le com pagnie avanzate inviavano con richiesta di rinforzi che, per i noti motivi, non fu possibile esaudire! Fu giocoforza per gli Alpini, già vittoriosi, ritirarsi. J\.tla Ferroni rimase deciso a sacrificare se stesso per la salvezza dei suoi. Il suo è stato un atto di fede e di ottimismo poiché certo, il suo sacrificio non derivava dal cedimento a forze superiori e ineluttabili, dall'annullamento della 234
propria personalità e dalla rinuncia alla propria libertà <li fronte alla prepotenza della comunità e della Storia. Questo senso di debolezza dell'individuo che, tante volte, ha dato 1uogo a sensi di colpa e a manifestazioni drammatiche, non albergava nel1'animo di Ferroni. La sua forza d'animo, il suo ottimismo, la sua serenità di fronte alla morte, non hanno richiesto nessuna rinuncia della propria personalità, ma l'hanno esaltata in un atto di purissima fe<le. Egli aveva la certezza <li aver ritrovato, finalmente, il collegamento fra se stesso, come individuo libero di pensare e di esprin1ere il suo pensiero, l' umanità nel suo significato sociale, l'universalità del cosmo e l'eternità <li Dio. E i va1ori che permettono e garantiscono questa continuità fra Individuo, Società, Universo Dio sono i valori intellettuali e morali di sempre. Sono i concetti imman enti nell'uomo che la moda dei t mpi non può scalzare. Sono i valori storici e universali come quelli di Dio, Patria e Famiglia, quelli morali personali quali il senso dell'amore, il coraggio, il senso del dovere, lo spirito di sacrificio, che permettono all'uomo di vivere oltre la vita terrena, oltre il divenire della storia nel suo significato universale e partecipare, finalmente, alla vita di Dio. Ecco perché Ferroni fu sempre coerente con sé stesso fino al limite estremo della vita terrena. Talvolta certe manifestazioni apparenti, <li coerenza alle proprie idee altro non nascondono che il desiderio di subordinare ai propri interessi personali, alla propria ambizione e vanità, il valore di principi semplici, ma universali la cui logica superiore può ri23.5
chiedere invece, la rinuncia al proprio egoismo, fino al sacrificio della propria vita. La logica <li Ferroni non fu certo quella <li un sofista, la sua morale ]o fece rifuggire dai compromessi e dai facili cedimenti alla vanità, all'orgoglio e alla presunzione. La sua intelligenza e la sua cultura gli permisero di capire e di accettare su un piano razionale la validità superiore <lei principi morali e filosofici unjversali. A questi non subordinò, né sacrificò le proprie idee personali, ma con essi entrò in armonia perfetta. È la melodia dolce e serena che accompagna il cammino dei forti nel momento in cui la vita terrena si collega con quella universale nell'abbraccio eterno di Dio!
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NOTE BIOGRAFICHE a cura di Giovanna Chierici
La storia di mio padre, che mi accingo a raccontare, nasce non solo dalla conoscenza <liretta o da quan to mi è stato <la lui raccontato, ma anche dalla lettura di una serie di lettere e altri documenti ritrovati nella casa dei miei nonni materni a Sant' Agata Bolognese. Quando la casa è stata v n<luta, ho awertito i miei fratelli che avrei custodito, in casa mia, tutti i documenti di mio padre raccolti in numerosi contenitori. Ho così cominciato ad aprirne uno a caso e con grande sorpresa, ho trovato numerose lettere, cartoline, copie di documenti militari (rapporti, consegne, eccetera) meticolosamente ordinate, relative al periodo dal 1910 al 1920. Non avrei mai pensato di ritrovare docwnenti antecedenti al suo matrimonio con mia maJre poiché dovevano sicuramente provenire dalla Spuntona, la casa (sempre a Sant' Agata Bolognese non lontana da quella di mia madre) dov'era cresciuto, dopo la morte precoce di entrambi i genitori, assieme al fratello Armando (in famiglia chiamato Fernando come uno zio 237
materno; anche mio pa<lre, d'altra parte, in famiglia era chiamato Riccardo). Quella casa era rimasta il luogo di riferimento a cui tornare durante le licenze o inviare le sue cose nei trasferimenti da una caserma all'altra ... I documenti, si erano <lunque miracolosamente salvati nonostante una serie di peripezie, di traslochi delle casse militari e <lel definitivo abbandono della casa materna quando la gran<le famiglia si era disgregata. Nelle lettere dei familiari ho trovato tracce <lelle ricerche delle sue casse militari. Per esempio in una lettera del 30 novembre 1911 il cugino Andrea annota: «Abbiamo ricevuto il tuo vaglia; ci hai parlato anche <li una cassetta, ma di questa non sappiamo niente» e la cugina Romilde il mese successivo scrive: «Riccardo, è da che mi scrivesti prima <li partire per Tripoli che do vevo ricevere la Lua cassa militare, ma non ho ancora ricevuto nient , Jimmi in che mo<lo <levo contenermi, se debbo scrivere alla tua Compagnia a Susa o altrove». La lettura di quelle lettere, in parte indirizzategli dai famigliari, in parte da amici, co11eghi, superiori, mi ha permesso, oltre che di ricostruire cronologicamente la sua storia, e non solo militare, anche di farmi un'idea concreta della sua personalità negli anni della giovinezza. La sua storia non può che partire dal nome, Policarpo: nome antico, di chiara origine greca, sicuramente non comune, inusuale già ai suoi tempi, ma del quale era molto orgoglioso. Ricordo che spesso, anche negli ultimi anni della sua vita, si scherzava 238
sull'etimologia <lei nome e gli dicevo che era «Policarpo» non solo di nome ma anche <li fatto tenuto conto della sua numerosa prole (ben sette figli). Ogni volta che si toccava l'argomento ci teneva aricordare come quel nome si era trasmesso per generazioni nella famiglia Chierici e che prima di lui lo aveva portato uno zio, fratello di suo padre Albino che, emigrato in Lussemburgo, era temporaneamente rientrato in Italia, nel lontano 1890, al momento della sua nascita, per assicurarsi che al nipote fosse trasmesso il proprio nome. Mio padre era, infatti, nato il 26 giugno di quell'anno a Sant'Agata Bolognese, paese d'origine della madre, Virginia Cavana, che il nonno Albino, originario invece di Villanova <li Reggiolo in provincia <li Reggio Emilia, aveva conosciuto durante la sua permanenza in pae e n 1periodo Ji leva presso l'Arma J ei Carabinieri, paese dove si era poi stabilito successivamente al suo matrimonio e vi era d ceduto precocemente per tifo nel 1891. Successivamente alla morte del marito la nonna Virginia rientrò nella sua famiglia d'origine presso la madre Maria Grenzi, che, a sua volta vedova, era la grande matriarca di una numerosa famiglia: la «mamma vecchia» così era chiamata, e di cui spesso si parla nelle lettere dei cugini: 5ant'Agata, 25 maggio 1911 «La mamma vecchia da alcuni giorni sta bene; si alza anche qualche ora al giorno». Sant'Agata, 26 giugno 1911 «La salute della mamma vecchia va sempre così così; 239
la sua malattia potrà essere lunga anche degli anni, ma alla sua età (84 anni) è difficile sperare in una guarigione completa. Potesse almeno vederti prima di chiudere gli occhi al sonno eterno. Che tu sia in guerra non lo sa ancora; abbiamo guardato sempre di tenerglielo celato perché la sua salute ne risentirebbe di più; tu sai che è sempre stata una donna pessimista per la guerra e ha sempre creduto che tutti quelli che ci vanno, poi non tornano pm.» Quella nonna che ha atteso il ritorno del nipote per morire e che mio padre ricordava sempre con grande tenerezza e ammirazione. Ma la «mamma vecchia» era anche sorella della mia bisnonna materna, A<le1aiclc, sposato a En a Melega Ten nt Colonnello del R gio Esercito che aveva partecipato all' ultim a guerra d'Indipend enY.a ed era stato decorato di m daglia d 'argento il 25 luglio J866. Le du famiglie, Mclcga e Cavana, sono state sempre molto unite e nel corso degli anni sono state legate da altri vincoli parentali. Sono dunque tre le famiglie a cui mio padre farà riferimento nel corso deIIa sua vita. La nonna Virginia, invece, muore di Lubercolosi. nel 1896: mio padre e il fratello vengono così al levati nella famiglia materna avendo come sostituti geni toriali il fratello della madre, lo zio Enrico e la moglie Cecilia. Lui stesso ricorda: «Io e mio fratello fummo raccolti e allevati dagli zii materni, famiglia numerosa e povera, ma ricca di quei sentimenti di umana solidarietà che di frequente si riscontra nei diseredati dalla fortuna. In quella famiglia il culto 240
della Patria era considerato al di sopra di tutto, la solidarietà sociale un dogma». Sia i Cavana che i Chierici erano famiglie di agricoltori: i Chierici, «pacifici» dal nome del capostipite, erano stati, un tempo, proprietari delle terre lavorate, mentre i Cavana, probabilmente provenienti <lal Ferrarese, erano affittuari di vari appezzamenti di terreno appartenenti a grossi proprietari agricoli <lella zona; i Melega invece facevano parte <lelle famiglie stanziali <li Sant'Agata Bolognese fin dalla seconda metà dell 'anno 1000. Erano, infatti, tra le famiglie beneficiarie dei diritti concessi dall'Abate Gotescalco alle popolazioni soggette all'Abbazia Benedettina di Nonantol a tra cui vi era l'uso perpetuo di una vasta zona di terreni prativi, boschivi e vallivi che in seguito furono denominati «La Partecipanza». Questa, che era all'inizio una forma di affittanza, divenne per usucapione, un tipo particolare di proprietà collettiva tuttora esist nte. Il lavoro nei campi fu così la prima attività di mio padre e del fratello una volta terminate le scuole elementari: «A 12 anni mi guadagnavo <la vivere lavorando come gli anziani nei campi. Nei mesi invernali cercavo <li migliorare la mia scarsa cultura, desideroso di arrivare a comprendere meglio le ragioni della vita e del mio lavoro al quale mi appassionavo sempre più». L'amore per la terra e il lavoro dei campi rimarranno un interesse costante per tutta la sua vita. La famiglia patema negli anni dell'infanzia e dell'adolescenza dei Jue ragazzi non fu molto presente, ma questo, come spesso mio padre amava ricordare, non 241
dipendeva certamente dal disinteresse o dall'indifferenza, ma da ragioni economiche e dalla distanza, anche se oggi tutto ciò può apparire strano. Tuttavia i contatti epistolari non si sono mai interrotti con gli zii di VilJanova e neppure con lo zio Policarpo. Lo zio Policarpo, così come altri dei suoi sei fratelli maschi, era uscito precocemente dalla famiglia ed era emigrato in Lussemburgo dove aveva fatto fortuna: al momento della sua morte, infatti, era proprietario del più famoso albergo di Luxembourg Ville e di altri immobili. Rimasto scapolo fino a età avanzata, si era poi sposato, probabilmente nel 1907 durante un suo rientro in patria, con una giovane donna, madre di un figlio che lo zio riconobbe come proprio. Pur lontano si era sempre ricordato dei due nipoti orfani e in particolare Ji mio padre, disponendo con regolare atto testamentario, un lascito a loro favore. Lo '.lio fu una presenza significativa nella vita Ji mio padr non solo per i benef"ici ereditari. Infatti , per una serie di circostanze, fu determinante nella sua scelta, a 18 anni, di entrare nell'esercito. Proprio nel 1907 lo zio scrive al nipote annunciando un suo rientro in Italia e fissa un appuntamento alla Stazione Ferroviaria di Modena. Questa lettera, pervenuta nelle mani dei familiari , per volere dello zio Enrico non gli fu mai consegnata, nei timore, così lui raccun Lava, che da quell'incontro ne potesse derivare una partenza per il Lussemburgo, cosa per altro reale, <lato che lo zio probabilmente già ammalato, pensava di portarsi il nipote e affidargli i propri affari. A distan%a di mesi, la lettera conservata e dimenticata dallo zio in una 242
tasca della sua giacca, fu casualmente ritrovata da mio padre. Si scatenò tutta la sua rabbia: confessava di essersi sentito profondamente tradito, di aver reagito con una certa aggressività verbale e di aver immediatamente deciso di andarsene. Pochi giorni dopo lasciò la famiglia e la casa i.o cui era vissuto fino a quel momento per recarsi presso gli zii paterni a Villanova di Reggiolo. Questo sconcertò la «famiglia>>: quella grande famiglia che si rivela come un microcosmo di affetti, che partecipa compatto alla vita dei due giovani fratelli, ma che è anche un'entità da proteggere, da non dover gravare di ulteriori preoccupazioni considerando le troppe disgrazie che si susseguono al suo interno. A questo proposito è significativa una lettera datata 12 giugno 1911. 11 fratello Armando, rie vuta la notizia che Policarpo è stato ricoverato a Tripoli per av r o ntratto il colera, così sc ri ve: «Carissimo fratello , già presentivo che qualcosa di sinistro doveva esserti accaduto, dato il tuo lungo silenzio, ma non avrei mai pensato che tu fossi degente all'ospedale come ho appreso dalla tua lettera. Ciò ha amareggiato molto sensibilmente l'animo mio e ha contribuito a rendermi, in questi giorni, impulsivo come non lo sono mai stato, e mi ha fatto inoltre imprecare contro l'ignoto che, a più non posso, mira a dissolvere le basi della nostra esistenza ... Non mi dolgo tanto per te, perché so che sei coraggioso e sai combattere da eroe contro il male, quanto per la famiglia la quale è continuamente oppressa da una sequela di sciagure.
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Hai fatto molto bene nell'essere circospetto nello scrivere, verso di lei, ma ti prego di non esserlo con me e di esprimere sinceramente l'animo tuo di modo che io possa essere consapevole con precisione di come realmente ti trovi». Successivamente all'episodio della lettera nascosta, la famiglia comprende il proprio errore: lascia al giovane Policarpo la possibilità di sedare la propria rabbia e di verificare le scelte fatte d'impulso. Mio padre rientra così in famiglia avendo tuttavia preso una decis ione circa il proprio futuro: si arruola volontario con ferma di tre anni. Ini zia così la sua avventura <li Alpino. Trascorre i tre anni <li ferma parle in Piemonte e in particolare a Susa e parte a<l Agordo. Di quegli anni ho ritrovato due lettere scrittegli da un suo Capitano. Agordo, 8 gennaio 1910 «Caro Chierici, alquanto in ritardo ebbi la sua lettera che mi spiegò l'arcano del «pane bolognese», che io non sapevo da chi provenisse, e chi per conseguenza rin gra:òare. Le dico subito che se mi ha fatto piacere il pensiero gentile e il buon ricordo, mi è d'altra parte rincresciuto il vedere che aveva voluto disturbarsi a farmi quel presente <li Capodanno. Mi è caro costatare che la gratitudine alberga nel suo cuore: ma quel poco che mi è stato dato di fare in suo favore, lo feci perché lo ritenevo mio dovere ... Mi è spiaciuto apprendere che era stato destinato al 3 ° anziché al 7°. Dopodiché la sorte ha voluto che, per un equivoco, 244
ella andasse lontano dal 7° e da casa sua; non c'è che rassegnarsi e cercare di fare bene lo stesso nel nuovo Reggimento. Quando si ha la buona volontà di lavorare e di fare il proprio dovere, si trova fortuna e buona accoglienza dappertutto; e io non dubito che ella saprà farsi valere. Le raccomando solo di non riposare sugli allori, ma di studiare e studiare sempre: le maggiori cognizioni che si acquisiscono restano sempre un retaggio che nessuno ci potrà togliere».
A!!,ordo, 29 febbraio 79 7O «Caro Chierici, sono contento che si trovi bene in codesta Compagnia, e sebbene non conosca personalmente il capitano Clivio, gli scriverò a riguardo suo. Comprendo come sia stato spiacente di allontanarsi dal 7°, dove era già conosciuto; ma come già I Jissi , quando si ha la ferma volontà di fare veramen -
te bene, ci si trova bene dapp rtutto. Ed ella, che ha dimostrato di ave re tale ferma volontà, non potrà fare a meno di incontrare simpati.e e di essere appre%zato. Le raccomando solo di non lasciarsi trascinare dai consigli di qualche collega malcontento o fiaccone (di questi purtroppo ce n'è sempre qualcu no che, non contento di fare male il proprio dovere, vorrebbe traviare anche i buoni). A costo di restare isolato, faccia la sua strada, con impegno e coscienza, e tardi o tosto finirà per avere
ragione. Promettendomi di fare così , mi avrà procurato la più cara soddisfazione. Mi faccia avare sue buone notizie e si abbia i più sinceri auguri di prosperità e di buona fortuna.» 245
I consigli del Capitano credo che siano stati seguiti e per quanto riguarda lo studio ci fu un impegno notevole non solo di tempo, ma anche di tipo economico. Non va, infatti, dimenticato che mio padre ha sempre provveduto a inviare alla famiglia una parte, anche consistente, dei suoi introiti. Presumibilmente nel 1909 muore lo zio Policarpo in Lussemburgo: iniziano così le pratiche per entrare in possesso dell'eredità. La vedova, la zia PaL11ira, scrive spesso al nipote, che ha conosciuto durante uno Jei suoi rientri in Italia, rassicurandolo circa l'eredità e inviando ogni volta dieci lire. La vicenda tuttavia si concluse solo dopo la fine della campagna <li Libia. Lo zio Fernando scrive al fratello in data 10 dicembre 1912: «Caro fratello, finora non mi hanno concesso la licenza richiesta e prohahilmente dovrò attendere ancora alcuni giorni, così che non mi sarà possibile ven ire a casa fino al 16 o 17 Jel mese corrente. In questo frattempo sarebbe una gran cosa che tu ti interessassi Jell 'eredità, facendo pressione sul notaio perché prepari, nel minor tempo possibile, tutti i documenti necessari per liquidare definitivamente tale questione che ormai incomincia a invecchiare». Ma il 1909 non è solo l'anno della morte dello zio, ma anche quello della nascita, il 14 luglio, di Attilio, il primo figlio di mio padre. Pur non avendone spo-
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sato la madre, esercitò le funzioni genitoriali con grande responsabilità, sollecitudine e interessamento in tutti i momenti della vita del ragazzo, con un'attenzione particolare all'andamento degli studi. Attilio fu un figlio molto amato e non solo da suo padre ma da tutti i fratelli, da mia madre e dai miei nonni. In famiglia è rimasto il ricordo di un giovane vivace, allegro, avventuroso. Personalmente mi resta il rammarico di non averlo conosciuto. Sottotenente pilota in Africa orientale, decorato di medaglia <li bronzo, morì di malaria perniciosa a Mogadiscio il 26 gennaio 1938, Jue anni prima della mia nascita. La sua morte segnò profondamente mio padre; me ne parlava spesso negli tÙtimi anni della sua vita, ricordandone la giovinezza e le tante speranze troncate. Anche nel suo testamento ritorna il rimpianto per il figlio pe rduto: «Mentre scrivo questi pensieri , p rché essi mi facciano vivere ancora in mezzo a voi
anche dopo che il Signore mi avrà chiamato a sé, una sola cosa mi rammarica, il pe nsiero di Attilio, egli era come voi e se fosse ancora in vita avrebbe completato la vostra armonia». I tre anni di ferma stanno per concludersi quando inizia la guerra di Libia. Mio padre decide di partire volontario, lo fa sostituendo un Maresciallo, sposato con figli, che era stato richiamato, ma anche per ragioni economiche, così come credo succeda oggi ai giovani che partono per l'Iraq. È assegnato con il grado di Sergente Maggiore al Battaglione Fenestrelle e, il 2 marzo 1911 , parte per la Tripolitania con imbarco a Napoli per giungere due giorni <lopo a Derna. 247
Quel giovane, di meno di 21 anni, si trova dunque in guerra, molto lontano da casa a vivere un'avventura sotto certi aspetti anche esaltante. Il 27 novembre 1911 è decorato con medaglia <l'argento al Valor Militare «perché facente parte di un drappello <li lavoratori, improvvisamente fatto segno a vivo fuoco di fucileria nemico a breve distanza, con ardita iniziativa, sfidando il pericolo, recuperava un fascio di fucili che trovavasi in luogo battuto e li riportava sulla linea di fuoco». La cosa che mi ha sempre colpito, rispetto a quanto mi raccontava di quel periodo, era l'attenzione, la curiosità, il desiderio di conoscere e capire gli usi, i costumi, la cultura, la religione della popolazione locale. L'attenta osservazion <l 11 mo dalità di vita, in particolare rispetto al modo di vestire e di alimentarsi, per e empio, è stato scnz ' aitro decisivo per sopravvivere al colera che av va con tratto, com molti altri, e che aveva già mi e t:11t:o centinaia di vittime. Tra le molte lettere che ho ritrovato, relativamente al periodo della Campagna di Libia, ne riporterò alcune che ritengo, per vari aspetti, estremamente significative.
Sant'Agata, 3O dicembre 1911 «Carissimo Riccardo ' spero che a quest'ora tu abbia ricevuto la lettera che da un pezzo ti ho scritto e con questo ti voglio affermare che non è colpa mia se forse ci mette del tempo per arrivare fino a te. Ho letto nei giornali la mirabile avanzata che ha 248
fatto il nostro esercito; perciò noi siamo in apprensione finché non avremo notizie <la te dopo la memorabile giornata. Caro Riccardo, è con grande compiacimento che ti assicuro che ora il popolo italiano e cioè la grande Italia cui nessun partito fa eccezione, non vive che per voi, per il nostro valoroso Esercito. Basta dirti che ieri partì da Bologna il 35° Reggimento Fanteria per la nuova terra italiana; ebbene lo accompagnò alla stazione un corteo di sessantamila persone. Non c'è avvenimento che ricordi tanto entusiasmo: Evviva l'Italia! ... Ho una raccomanda'.l.ione da farti ed è questa: fa ' il tuo dovere di soldato e guarda di stare attento e cioè non esporti a pericoli inutili; questo te lo di co perché conosco ]a tua temerarieta. Addio. Ricevi baci e saluti da tutta la famiglia e anch <la , iust ). Infine, inviandoti i miei abbracci, ti au guro salute e vittoria perché questo augurio è nel cuor <li tutti gli italiani. Tuo cugino Andrea.» Sant'Agata, 20 dicembre 7971 «Adesso che hai ricevuto almeno uno dei miei scritti sono contento; ti sarai convinto che la colpa non era mia, che non ti avevamo dimenticato; anzi tu sei per noi tutti il solo pensiero. Ho ricevuto ieri la copia della tua lettcm che ci ha mandato Fernando. Come l'abbiamo letta volentieri! Abbiamo pianto di consolazione e ci ha reso superbi e orgogliosi: orgogliosi di te perché i tuoi atti rispecchiano i nostri sentimenti. Quando puoi, scrivi una lunga lettera, lunga che 249
non finisca mai e raccontaci tutto. Ci fanno tanto bene in questo momento i tuoi scritti! Ogni tua lettera, ogni tua cartolina, ogni tuo saluto è per noi un balsamo al cuore. Bravo Riccardo! Seguita a mantenerti valoroso. Tu sei l'orgoglio della tua famiglia. Queste mie righe non faranno in tempo ad augurarti il buon Natale e forse anche il Capodanno; ma sebbene siamo tanto lontani, il nostro pensiero è presso di te e il nostro umile augurio vada anche ai tuoi compagni, a tutto l'esercito italiano. Augurandomi di rivederti sano e vittorioso ti bacia il tuo cugino Andrea insieme a tutta la famiglia. Addio! Da' un bacio per me a tutti i tuoi compagni e ai tuoi superiori e di' loro che li saluta un con tadino ma che ha il cuore da italiano. Viva l'Italia! Tuo cugino Andrea.» Sant'Agata, 3 7 dicembre 1911 «Carissimo Riccardo, oggi, 1ùtimo giorno dell'anno, ho ricevuto la tua cartolina, non puoi immaginare il piacere che mi h a procurato. Ti ringrazio tanto. Potrò vederti ancora? Fa il tuo dovere da buon soldato, pensa che la preghi era della mamma tua non manca mai perché tu possa ritornare tra noi sano e salvo. Conserva questa piccola immagine, il Redentore, che lui possa esserti Ji guida in questa aspra lotta. Riccardo, non passa minuto, e secondo, che il nostro pensiero non sia rivolto a te. Ricordati che appena hai un minuto di tempo di dedicarlo a noi, scrivi spesso se puoi, un tuo rigo per noi è un gran sollievo, raccontaci che fanno quei Turco Arabi. 250
Possa il Signore farti tornare fra noi sano e salvo e vittorioso, ecco l'augurio che ti fa la mamma tua per il nuovo anno. Accettalo. La tua mamma Cecilia.» (Cecilia era la sorella della nonna Virginia, N.d.A.) 22 marzo 1912 «Caro Chierici volevo rispon<lere subito alla sua ultima cartolina, ma ora sono contento di aver tar<lato qualch e giorno potendo così accludere un biglietto per Paganelli e Bertoglio ai quali, per suo mezzo, potrà pervenire con maggior sicurezza. Noti zie importanti per il momento non se ne hanno; i giornali dei giorni scorsi hanno molto parlato intorno a una mediazione per opera delle altre potenze, ma in Italia nessuno crede vicina la pace dato che la Turchia si ostina a n n voi r riconoscere la nostra pi na sovranità. La nazione aspetta perciò un energico int rvento Jell a flotta contro un punto importante della Turchia urop a. Altra in cognita, per ora, è la Russia, che va mobilitando truppe al confine della Turchia, allo scopo, si dice <l a alcuni , di imporre i nostri patti di pace con le armi alla mano. Di sicuro però non se ne sa nulla al di fuori della lieta impressione che in Italia produce questo favorevolissimo atteggiamento a nostro riguardo. E questo circa la politica. L'88 si è congeJaro il 20 di questo mese e già si provvede a formare nuovi drappelli che sostituiranno quelli che devono congedarsi costà a partire dall 'aprile. Del Battaglione prevedo che partiranno i pochi rimasti del '90 compresi gli Attendenti, potendo ormai essere sostituiti nei loro incarichi speciali dal '91. 251
Tetti e Natta sono nuovamente alla Compagnia, avendo finito la loro licenza di convalescenza; da Tetti mi sono fatto raccontare minutamente tutto quello che il Fenestrelle ha fatto laggiù. Altro per ora non ho, la prego di salutarmi i suoi colleghi Baima e Vigliano e tutti i soldati della 36a ai quali raccomando di portarsi sempre <la valorosi come hanno fatto sin qui. Quando ha tempo non mi dimentichi ché mi farà piacere. Con i miei saluti riceva una stretta di mano. Suo tenente Colonnello Bandelle.»
Sant'Agata, 18 gennaio 1912 «Carissimo Riccardo, mentre volevo rin graziarti dell a lettera che ci hai mandato a mezzo di Fernando, ci è giunta ]'altra 1 ttera tu a non puoi immaginare quanta sia stata la nost ra con tentezza.
La tua lettera per noi val e come tutti i giornalj Je] mondo; essa ci rivela veramente eh cosa sia il soldato italiano; cioè valoroso nel momento del pericolo, sprezzante Jella morte perché sa <li combattere per la nostra Italia e nello stesso tempo pietoso quando si presentano i casi che lo richiedono. Così significa essere civili e nello stesso tempo civilizzare e voler rerumere popoli che sono stati schiavi dell'ignobile turco. La Romilde oggi stesso ti ha confezionato le cravatte e noi sta' certo che non ci siamo dimenticati Ji far cascare il salamino nel pacco. Se tu desiderassi anch e qualche altra cosa all'infuori Jel salamino, faccelo sapere; per quanto possiamo, siamo a tua dispos1z1one. Nella tua lettera sei proprio stato indovino; tu ci 252
hai immaginato intorno alla stufa a leggere le cose della guerra e a pensare a te e a tutti gli altri tuoi valorosi compagni: ebbene è proprio così. E tu? Scrivici sempre (quando puoi) mandaci a dire ogni tua mossa, ogni tuo passo, ci farà tanto bene. Se puoi, scrivi una lettera anche al nostro padrone Giannetta Manganelli che tante volte domanda di te. Giusto (Giusto Melega mio nonno materno, N.d.A) ha letto la tua lettera e ne è rimasto entusiasta. Anch'egli ti augura salute e poca paura ... dei turchi. Nell'assicurarti che la nostra salute è ottima ti salutano e ti baciano tutti i tuoi cari. Zio Fernando.» Sant'Agata, 2 7 maggio 1912 «Carissimo Riccardo, ho rjcev uto .in qu sto mom nto il tuo vagJia nello stesso tempo tue notizie. Puoi immaginare con quanto piacere perché dopo gli ultimi avvenimenti noi eravamo molto in apprensione. Quando avrai tempo scrivi e dammi tutti i particolari a te conosciuti dell'occupazione dell'isola di Rodi. Mi piacerà più una tua riga che cento articoli di giornale. Ti saluto e ti mando un bacio insieme a tutta la famiglia. Andrea.» Sant'Agata, ottobre 191 2 «Caro Riccardo, ho appreso dalla tua lettera e dai giornali che tu sei a Zuara e ti auguro da parte mia, della famiglia degli amici, salute e nuove vittorie ... In Italia ora si parla con qualche insistenza di pace; 253
se ciò dovesse essere vero e che tu venga a casa, fammelo sapere perché voglio venirti incontro fino a Roma. Il raccolto della canapa e quello dell'uva vanno benissimo. Noi di salute finora tutti bene, anche la mamma vecchia. Un caldo bacio da tutta la famiglia. Tuo cugino Andrea.» Derna, 4 ottobre 1912 «Carissimo amico, non avendo la possibilità Ji poterti salutare a viva voce, confiJo tale Jelicatissimo incarico a questa mia, che sarà l'ultima lettera che scrivo Ja queste terre infuocate e quasi maledette. La notizia del mio rimpatrio mi arrivò così improvvisa che sul principio non potevo crederla. Con qual e gioia lo appresi lo puoi benissimo immaginar , ma non io certamente te lo posso descrivere. qu esta mia intensa gioia era però mitigata da un pensiero che mi veniva subito alla mente: quello di dover abbandonare tanti amici che mi furono com pagni di avventura e Ji perigli, che con mc sopportarono allegramente tutte le fatiche Ji questa interminabile campagna, e fra questi amici tu saltavi fuori nettamente, come un leone affamato balza Jalla macchia in cui stava nascosto per slanciarsi sull'uomo che ha l'ardire di aggirarsi nei paraggi. Sì, caro Chierici, dopo tanti bei mesi vissuti in così granJe intimità, mesi in cui imparai a conoscerti a fondo e aJ apprezzare in sommo grado le tue e tante belle virtù, dopo esserci scambiati le nostre idee reciprocamente e quasi provanJone immeJiato sollievo, ci è d'uopo separarci. 2_54
Tu, più fortunato o più disgraziato, come vuoi, continuerai a vivere in mezzo ai disagi e pericoli di una guerra, e quando ritornerai ti saranno resi gli onori <lovuti al tuo alto merito; io invece an<lrò in Italia cheto cheto, senza sperare a onori alcuni, ammalato. E tu che conosci le mie idee più riposte, tu che conosci i miei più reconditi pensieri, sai come abbia sempre preferito rimpatriare col Battaglione piuttosto che rimpatriare per malattia. E questa è un'altra causa che mi rende abbastanza mesto nella gran gioia <li presto rivedere i miei cari. Spero che la nostra amicizia non finirà qui, vero caro Chierici? Dall'Italia ti scriverò sovente e spero bene che tu mi vorrai ricambiare con altrettante lettere lunghe, lunghe nelle quali mi narrerai più minutamente che ti sarà possibil la tua vita, le tue ansie, i tuoi dispiaceri e le tue speranze. Incarico te, se non troverai troppo gravoso il farlo, di salutarmi tutti indi stintamente ... E tu, am ico carissimo, ri cevi un bacio e un abbraccio dal tuo affezionatissimo amico che sempre ti ricorda e ti ricorderà pure nella gioia, nella santa allegria che mi attendono in grembo alla mia amata famiglia. Saluti e baci. Ciao. Paolo Ambrosoli.»25 Poco dopo, il 29 ottobre, anche mio padre rientra in Italia per rimpatrio definitivo. Viene assegnato il 15 dicembre 1912 al Battaglione Pinerolo di stanza a Torino; ma di lì a poco lo aspetta il congedo; si tratta di nuovo di prendere una decisione sul proprio futuro. Decide per il congedo e di questa sua decisione informa la famiglia. 255
Lo zio Enrico, che gli aveva fatto da padre, era deceduto già da qualche tempo e il ruolo di capofamiglia fu assunto dallo zio Ferdinando, unico figlio maschio della «mamma vecchia» ancora vivente. Lo zio Ferdinando, profondamente colpito dalla decisione del nipote, così gli scr.ive in data 22 gennaio 1913: «Carissimo Riccardo, sono ancora sotto l'impressione dolorosa della tua decisione di voler abbandonare il servizio militare e così io, pensandoci bene, credo opportuno e conveniente di darti i miei consigli e mancherei al mio dovere, se, in questo momento non ti aprissi l'animo mio. Tu sai quanto grande sia l'affetto che noi tutti abbiamo per te e per il fratello tuo , e come siamo sempre stati in continua agitazione e trepidazione quando la fortuna ti chiamò a compi re un sacro dovere che è quello di difendere valorosamente la bandiera e tu compisti il tuo dovere conforme a ogni nostra aspettativa, giacché al momento del pericolo tu combattesti nel nome dell'Italia. È per noi una grande soddisfazione l'avere nella nostra famiglia chi ha contribuito a rendere grande, rispettata e temuta la nostra bella Italia e io specialmente piango di consolazione al ricordare i fatti d'arme nei quali ti sei tanto distinto. Tu ora sei fra i colleghi uno dei più fortunati e giustamente meriti di essere tenuto nella giusta considerazione e che non vi è motivo contrario per credere che ti saranno indubbiamente usati quei riguardi che meriti da parte dei tuoi superiori. Io mi permetto in questo momento, anche se in te dovessi rinnovare un profondo dolore, di ricordarti 256
il povero mio fratello Enrico che ti fu padre amoroso e che se fosse ora vivente sai con quanta consolazione e orgoglio ti avrebbe abbracciato, ricordiamolo pure perché forse la sua cara memoria potrà in te, più che i miei scritti, produrre un effetto salutare e farti seriamente pensare a quanto stai per compiere, forse ignorando il profondo <lolore che arrecherai alla tua famiglia. Caro mio Riccardo, vuoi proprio tu , in questo momento che ti sappiamo tanto onorato, troncare la tua carriera? Non pensi che la tua shrigliata gioventù, la tua spensieratezza giovanile, potrebbe condurti a un cattivo passo e che in seguito potresti pen tirtene? Non vuoi proprio tener calcolo delle mie preghiere, Jei miei consigli che sono quelli che certamente ti avrebbe suggerito il povero tuo padr se foss viv nte? Tu hai cuore, molto cuore, anzi Jirò eh sei fiero Jell'opera compiuta e appunto per questo devi continuare nelJa via sulla quale ti sei incamminato. Verrà giorno in cui tu, riflettendo su quel tuo divisamento, ti troverai contento di aver mutato pensiero e io mi auguro che la fortuna ti assiste sempre per il bene tuo e per consolazione nostra. E poi voglio ricordarti la tua vecchia nonna che pensa sempre a te e vorrebbe vederti felice e contento e forse data la sua tarJa età, non potrà realizzare il suo sogno. Accontenta anche lei in vita e fa' che nella sua speranza abbia la suprema consolazione di vedere esauditi i suoi voti. Io so di aver destato in te profonda commozione ma non sarà mai tanto grande quanto quella che tu hai provato il giorno 19 gennaio, quan<lo sull'altare della Patria presentasti le armi al tuo re e il popolo 257
d'Italia salutava e applaudiva i suoi figli ritornati vittoriosi in Patria. Non aggiungo altro perché tu ormai hai compreso e solo attendo e mi aspetto una risposta che mi metta tranquillo e mi assicuri che tu compirai il tuo servizio fino a tanto che avrai completato la tua carriera. Con questa speranza, io ti mando il mio affettuoso saluto e quello di tutta la famiglia che spera di rivederti presto per baciarti di vero e intenso amore. Tuo affezionato zio Ferdinando.» Comunica la sua decisione anche al fratello Fernando, che iniziata la carriera nell'Arma dei Carabinieri, si trova in quel periodo presso la tenenza di Cento in provincia di Bologna. Il 27 gennaio il fra tello così gli risponde a proposito del congedo: «Caro fratello, ho inteso poi dalla tua che s i prossimo al congedo. To non ho nulla da dirti tanto più che tu sai che io mai ho voluto contraddirti in alcuna cosa. Farai bene, farai male a congedarti? In quanto a me non saprei in quale modo consigliarti. Certo è però che se la vita militare ti è diventata in un certo modo insopportabile, è meglio che tu l'abbandoni .. . A proposito mi dimenticavo di dirti qualche cosa circa la grande rivista di Roma. Benché tu nulla mi abbia detto, ho compreso che hai ugualmente partecipato a quella cerimonia solenne che segnerà una data gloriosa nella Storia. Benché tu sia deciso ad abbandonare la carriera delle armi, non credo che dimenticherai tanto facilmente il tuo passato e in particolar modo quel giorno solenne ... Ti sarò grato se mi farai sapere se prendi il con258
gedo per la Tripolitania o se, invece, prima di partire, ti tratterrai qualche giorno in famiglia . Nella circostanza non mi rimane che augurarti una splendida fortuna, e che tu serbi sempre ricordo cL tuo fratello che, se è di temperamento impassibile, di fatto, sente <li amarti e che gli sta più a cuore la tua sorte che la sua. Tuo affezionatissimo Fernando.» Rispetto a questo momento della sua vita, mi raccontava che l'aver pensato, in quel momento, di con gedarsi Jall' esercito. era determinato, da un desiderio <li ritornare alla terra, di sperimentare altre possibilità, magari in quella terra d'Africa <li recente conquistata e che, sulla definitiva decisione, invece, di rimanere, avevano inAuito molto, oltre che i consigli dello zio, anche quelli Jel suo Colonnello che lo convinse a stracciare la richiesta di congedo. Anche a distanza di moltissimi anni ricorJava con simpatia e affetto quel suo superiore che, pur burbero piemontese, aveva così ben compreso la sua situazione. Tra le carte ho trovato casuaL11ente una sua lettera indirizzata allo zio Ferdinando. Proviene da Susa in <lata 27 settembre 1913. Non è certamente la risposta alla lettera dello zio, ma è in ogni caso una conferma della decisione presa. «Carissimo zio ti sarai certamente meravigliato della mia richiesta di denaro e perciò vengo a giustificare tutto. Come sai il 14 c.m. siamo partiti per l'escursione invernale: alla partenza ero in ottima salute e anche discretamente fornito di denaro, ma il cambiamento d'aria, cosa strana, mi fece un brutto effetto e il secondo 259
giorno cioè il 15 mi venne la febbre, il 16 lo stesso, arrivò fino a 40° e il 17 fui costretto a rimanere a letto, perché mi si aggiunse una forte tonsillite che mi ha trattenuto a letto fino al giorno 21. Con questo puoi ben immaginare come se ne volassero i denari, poiché sai bene che mi piace curare bene la mia salute quando il caso lo richiede. Ti dirò che sono stato fortunato poiché ho trovato delle ottime persone che hanno avuto per me Jelle cure paterne. Ora mi sono completamente ristabilito, anzi sto molto meglio di prima; bisogna dire che quella febbre ha fatto molto bene alla mia salute. Nella vita militare mi trovo benissimo, mi trovo sempre più contento di aver dato ascolto ai tuoi consigli. Non so se a Pasqua ci rivedremo, ma certo che entro il mese d'aprile sarò costì. Accludo a questa alcune fotografie prese Ja me e dai miei compagni durante il campo. Sono quasi certo che ti faranno piacere, poiché ti forniscono un'idea di dove vanno gli Alpini in pieno inverno. Ti prego di spedirmi il baule aggiungendo due asciugamani e i miei abiti da borghese, senza il cappello. Ti saluto e ti bacio con affetto. Tuo nipote Riccardo. Saluti all'intera famiglia e ai Melega, Giusto e fami glia. (Giusto Melega era il padre di mia madre, N.d.A.) Trascorre gli anni 1913 e 1914 tra Torino, Torre Felice e lntra; sono anni di studio intenso per prepararsi all'ammissione in accademia, ma anche gli ultimi anni di spensieratezza. Ho ritrovato tra le lettere di quel periodo, anche un «Biglietto di licenza serale» che porta la data 7 260
febbraio 1913 per assistere a uno spettacolo teatrale e il permesso di «rimanere fuorj Jella Caserma tutte le sere fino alle ore 24 per stu<lio». Ricordava quegli anni con piacere; mi raccontava una Torino brillante, vivace, piena di vita, d ' iniziative culturali; una città molto amata nella quale aveva pensato di vivere da pensionato. Ma già nell'agosto Jel 1914 il suo Battaglione viene inviato ai confini con la Francia e successivamente in Cadore. L'anno in cui può cogliere i frutti del suo intenso impegno nello studio ed entrare così in accademia, intervengono di nuovo eventi esterni a condizionare le sue scelte di vita. Lui stesso scrive: «Nel 1915 ero maturo per entrare in accademia. Vi rinunciai p er andare in guerra con i miei Alpini». Tni zia così la Prim a guerra mondiale. P arte p er il fronte e il 20 maggio 19 15 giunge in territorio dichiarato in stato di gue rra. Ma non fu il solo a partire e partecipare alla guerra: altri membri della famig]ia furono richiamati: oltre al fratello, anche i cugini Cavana (Andrea fu prigioniero Jegli austriaci) e il cugino Arnaldo Melega, fratello di mia madre, anch 'egli Ufficiale degli Alpini. Morì il 2 ottobre 1918, per nefrite contratta nei lunghi mesi di permanenza in trincea. A casa rimangono così le donne e 1' anziano zio a occuparsi della terra. Il 2 giugno, nella battaglia per la conquista del Monte Mrzli, mio padre fu ferito a bruciapelo da una pallottola esplosiva alla mandibola. Rispetto a questo evento, ho ritrovato copia Ji una lettera <lattiloscritta inviata, dopo la fine della 261
guerra, a un Colonnello (di cui non sono riuscita individuare il nome) e che riporto integralmente. «Egregio Signor Colonnello il ritardo è stato molto e il mio apporto al vostro lavoro è pochissimo, perché la raccolta dei ricordi che riguardavano il periodo di vita vissuta col Battaglione Pinerolo è andata perduta in un modo che non sono ancora riuscito a spiegarmi. Le più minute ricerche presso i miei parenti ai quali avevo affidato queile care memorie, sono state vane. Questo fatto mi addolora moltissimo, perché tra quei cari ricordi, oltre alle fotografie, avevo tre lettere di vostro cugino che avevano un 'importanza storica, poiché in esse vi erano magistralmente narrati i fatti di quella giornata in cui rimanem mo feriti e le successive azioni <lel Battaglione fino al settembre, con citazioni particolareggiate <lell' azione veramente eroica del Tenente Fascioni, del Maresciailo Cazzotti, del Sergente Maggiore Armoni e di Alpini di cui ora non ricordo il nome. Sono costretto a inviarvi solo quel poco che fu trovato, raccontandovi quello che ancora vive nel mio spirito e nella mia mente, onde poter aiutare la vostra a ricordare. Continuerò le mie ricerche e se avrò la fortuna di poter rinlracciare le lettere, ve le manderò perché, se anche il vostro lavoro sarà già stato pubblicato, potranno essere ugualmente aggiunte alla pubblicazione perché meritano ... Da Torre Pelice, la sera del 4 agosto 1914, ordine <li partenza per la frontiera francese. 262
Prima della partenza il Maggiore Pettinati vedendomi arrivare, mi venne incontro per avvertirmi che per pochi giorni saremmo rimasti su quella frontiera da dove poi ci saremmo spostati per quella del Cadore. Mi ricordo quest'episodio perché fu l'inizio da parte di quel nostro indimenticabile Comandante di attività interventista che ebbe il suo epilogo nel discorso <li Pian di Mea, in quella notte stellata del 24 maggio, al Battaglione riunito prima di <lare il via per la marcia verso il nemico oltre confine. Auronzo: mesi <li intensa preparazione spirituale. Tarcento: risveglio della primavera, ma più ancora delle nostre attività addestrative. Cambio della guardia nella compagnia; al Capitano Negri successe il Capitano Zaglio; due temperamenti opposti. La 26a Compagnia era ormai forgiata nel fisico e nello spirito; era un blocco d ' energi fuso come il granito. Partenza da Tarcento; sosta di alcuni giorni a Pradielis e poi Pian di Mea. Primi giorni di guerra per noi, azioni di collegamento col l O Alpini sulle pendici basse dell'Arseta e Zara, occupate dalle compagnie avanzate del Battaglione. Primi prigionieri catturati dal Tenente Fascioni poco prima che il ponte sull'Isonzo saltasse in aria. Occupazione della stretta da parte della 25a e della nostra Compagnia. Mattino del 26 maggio: prin1i disertori da Plezzo recanti notizie concordanti circa l'esiguità della difesa. Disappunto del Colonnello per l'arresto dell'azione. 27 maggio. Partenza del Colonnello per assumere il comando del Reggimento. Giornate di tristezza 263
profonda e <li gioia insieme per il distacco da noi di quel nostro magnifico Comandante, che per tutti era non solo un padre, ma l'espressione ideale di quel che deve essere la personalità di un Comandante <li truppa in guerra. 27 maggio. Cambio con i bersaglieri e partenza per Caporetto. Arrivo a Presenza nella serata; notte disastrosa per i torrenti d 'acqua che Jal cielo si rovesciano sulla terra, come se volessero spegnere l'incendio che stava per divampare. Il rancio che si doveva distri buire alla truppa prima della partenza, fu portato via dalla furia delle acque e fu cosa non facile, il recupero delle casse di cottura. Dopo quella complicata operazione, che è la distribuzione dei viveri al s guito, con la sola bilancia degli occhi e l'ausilio della baionetta, zaino in spalla e partenza per Pleca. Ricordate queUe lunghe ore di attesa per il passaggio del Presenza che poi si rese inguadabile, dividendo la Com pagnia in du e? 28 maggio. Pernottamento a Pleca. 29 maggio. Partenza per l'attacco notturno al M rzli; marcia di mezza costa resa difficile e tormentosa dal terreno sdmcciolevole e dalla lunga erba bagnata. Ricordo il Tenente medico Pozzo, giunto da Torino con una coperta arrotolata aJ uso valigetta e le scarpe da passeggio, i] quale, dopo tanti scivoloni, dovette indossare le scarpe di un Alpino per poter proseguire. Pernottammo nel bosco in ripida pendenza e in faccia al Mrzli dal quale giungevano col fragore del combattimento, anche molti proiettili. Si ebbe il primo ferito e credo da pallottola esplosiva per lo 264
squarcio prodotto nella carne e la frantumazione delle ossa <lel braccio colpito. Non mi ricordo più il nome; so che era calzolaio e che suonava il clarino, nero di carnagione, con un volto e una struttura somatica che più che un astigiano lo si sarebbe detto siciliano. A giorno inoltrato scavalcamento di un Battaglione di Fanteria, inizio dell'azione sulle pendici ovest del Mrzli. A sera ripiegamento verso Keren. Sosta e riordinamento fino alla sera del 1° giugno. In questo primo tempo Jella nostra vita di guerra ci sarebbe da mettere in evidenza l'attività veramente prodigiosa <lei nostri conducenti, della perizia degli Ufficiali e Sottufficiali alle salmerie. Alla sera Jel 1° giugno partenza per l'attacco notturno del Mrzli con in testa 1'86" Compagnia, seguita dalJe 27" e 2Y e ultima la 26'). Io ero in coJa al plotone. Alla nostra Jestra i bersaglieri (1' 11 ° Reogimento) erano in ritardo e quindi l'azione non poté avere la necessaria concomitanza. A questo concorse l'inesperienza assoluta della montagna e J ella guerra; in testa marciava il Colonnello. Se ben ricordo la prima quota fu conquistata verso le 23 e furono catturati circa 70 prigionieri. L'azione fu arrestata e non ho mai potuto sapere perché. Forse si era creduto di aver raggiunto la cima. Le tre Compagnie avanzate sostarono distese sulla linea raggiunta; la nostra truppa fu riunita al Comando di Battaglione e alla sezione mitraglieri sul pianoro dove poco prima i prigionieri erano intenti al lavoro <li trinceramento. Quella sosta fu un errore capitale; quante vite sia costata non si può dire. Gli austriaci ebbero grandi rinforzi quella notte (io avevo trovato un posto <li osservazione che mi 265
permetteva di vedere il movimento che si svolgeva nella selletta, poiché gli austriaci usavano, se ricordate, le lanterne) le mie informazioni furono accettate per buone quando la luce del giorno permise di vedere le masse che sfilavano. Fu allora che il Maggiore Stringa diede l'ordine di attacco. Se ben ricordo voi eravate già in linea con il vostro plotone. Subito dopo l'attacco il Maggiore fu ferito alle mani e la compagnia si ritirò più in basso, al coperto, rimanendo di rincalzo. Dopo un 'ora di combattimento fu portato giù, ferito mortalmente, il Sottotenente di complemento della 27" Compagnia (quello biondo) . Subito Jopo si seppe della morte del Sottotenente Fasolis e <li quel1' altro Sottotenente del quale ora mi sfugge il nome. (Prima di entrar in combattimento mi pare di aver saputo del vostro ferim ento.) Verso le nove, durante una delle frequenti corse verso la linea <lei fuoco, trovai il Sottot nente Volpini che veniva trasportato verso il posto Ji medicazione gravemente ferito. Seppi che il suo plotone, che operava in Jirezione della cima che domina la selletta, era stato distrutto e che più nessuno contrastava il passo agli austriaci che scen<levano dalla selletta. Il Capitano Bodino, al quale avevo riferito la cosa, ordinò l'entrata in azione della nostra Compagnia e al mio plotone di sostituire quello <li Volpini. Nel1'avanzata ebbi morto l'Alpino bruno (astigiano) e qualche altro che non potei vedere; era al mio fianco vostro cugino, figura d'Alpino degna <lel1'eroica comunità valdese. Sotto la cima del Mrzli mi collegai alla voce con il mio Sottotenente con il quale Jecidemmo di passare 266
ali' assalto. Pochi metri ci separavano alla cima quando una canna di fucile austriaco si spianò contro <li me a meno di 3 metri di distanza, ma in alto; non ebbi il tempo di sparare che il colpo nemico mi aveva colpito alla mandibola destra squarciandomi la gola. Vostro cugino, con vero sprezzo del pericolo, mi raccolse e mi accompagnò verso il posto di medicazione. Il mio ferimento produsse l'arresto del mio plotone e di conseguenza anche dell'azione; così gli sforzi del valoroso Pianù rimasero senza risultati. Ouell'azione mise in evidenza l'eroismo incomparabile dei nostri Alpini e <lei nostri Ufficiali, ma mise anche in evidenza l'impreparazione tecnica dei Comandi. Voglia Iddio che ai figli di quegli eroi sia riservata sorte migliore. Il reclutamento del Pinerolo aveva circa il 20 % di valdesi , il 30% di astigiani, il 30% del distretto di Torino e Pinerolo non valdesi il 20% di piacentini. Nella mia lettera precedente vi pregavo <li mettere in giusto rilievo l'opera <lei valdesi , perché è un dovere per chiunque si accinga a parlare di un reparto al quale appartennero soldati valdesi. Sentimenti inflessibili della dignità nazionale, sentimento patrio elevato alla massima potenza, semplicità, sobrietà, culto della famiglia, sentimento religioso come altissima espressione spirituale, non mai come un egoismo. Sostenuti sempre dal concetto fondamentale della disciplina che è il rispetto dei superiori e dei compagni, l'ubbidienza a chi ha responsabilità di comando. Calmi e riflessivi nelle loro manifestazioni, sanno combattere con la serenità dell'eroe cosciente.» 267
A seguito di quei combattimenti, il 12 giugno 1915 fu decorato con medaglia di bronzo al Valor Militare «perché durante l'intera giornata di combattimento fu a tutti beli' esempio di coraggio e <li sangue freddo. Venne gravemente ferito mentre, noncurante del pericolo, sotto il fuoco delle mitragliatrici awersarie, si slanciava in testa al proprio plotone nell'assalto delle trincee nemiche». Mi ha raccontato molte volte l'episodio della ferita; ogni volta gli facevo ripetere il gesto con cui, istintivamente aveva rimesso in se<le i denti che si erano sollevati e mi diceva: «Vedi, così non ho perso neppure un dente. Però la testa era rimasta inclinata sulla spalla ed è per quello che sono rientrato in servizio: se fossi rimasto a casa non sarei forse riuscito a drizzarla». La ferita comportò parecchi mesi Ji convalescenza e una lenta guarigione; qu eJJa ferita gli la ciò comunque strascichi per tutta la vita. Il 7 novembre J 915 rientrò volontariamente al Battaglione Pinerolo e il 15 dello stesso mese fu ammesso al Corso Allievi Ufficiali Ji complemento di Vernazzo (San Pietro al Natisone). Il 7 agosto 1916 fu incaricato dell'istruzione delle reclute e inviato a In tra dove rimase fino all'aprile del 1917. Questo nuovo compito lo mise a contatto con persone provenienti da varie regioni d'Italia; a lui in particolare furono assegnati molti siciliani, alcuni dei quali carcerati con pesanti condanne. Mi diceva sempre con una certa soddisfazione, di essere riuscito a vincere la loro diffidenza e paura, e a restituirgli la dignità di uomini e diceva: «Ne ho fatto anche dei buoni soldati ... ». Quasi tutti analfabeti, scriveva per 268
loro alle famiglie lontane. Fu per lui un'esperienza molto arricchente. Il 21 aprile 1917 fu destinato al deposito Mitraglieri Fiat di Brescia e il 24 maggio fu inviato in zona di guerra al comando della 1168u Compagnia Mitraglieri Fiat. Ho ritrovato tra i documenti anche copia autografa di un rapporto relativo agli eventi che in data 24 ottobre (disfatta di Caporetto), portarono alla disgregazione della 1168a Compagnia Mitraglieri da lui comandata. «Il giorno 24 ottobre 1917 verso le ore 16, in seguito a un ordine del ComanJo del 98° Fanteria, lo scrivente inviò di rinforzo al Cocuzzolo Campi ri la l " sezione al comanJo del Sottotenente Bargoni Signor Mario, con materiali spalleogiati; detta sezione passò alle Jipendenze del 98° Fanteria e di lei non si ebbero più notizie precise. Alle ore 19 circa della stessa giornata il sottoscritto ebbe ordine dal Comando del 98° Fanteria di assumere il comando deJla linea <li cresta VrataUrsig che, in seguito all'ordine di ripiegamento in fondo valle del 3° Battaglione 98° Fanteria, risultava presidiato da una sola linea di vedette e da alcune mitragliatrici. Dallo stesso Comando di Reggimento lo scrivente ebbe l'ordine di ripiegare su Punta Giordana (Vrata) in caso d 'attacco nemico, dopo aver opposto estrema resistenza. In seguito a tale ordine, lo scrivente dispose per il trasferimento del Comando di Compagnia da Colletta Zavatta nelle gallerie di Punta Giordana presidiate da una sezione della Compa-
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gnia, rimanendo egli a Colletta Zavatta per meglio esercitare il comando della linea. Verso le ore 21 la linea di cresta venne ristabilJta come in precedenza essendo pervenuto al Comando di Reggimento l'ordine <li rioccupare la linea primitiva essendosi ristabilita la situazione in fondo valle; allo scrivente rimane il comando della linea Punta Venini-Punta Albora. Alle ore 2,30 del giorno 25 superando le gravi difficoltà create dalla neve e dalla tormenta, raggiunge Punta Giordana per ispezionare la sezione colà dislocata e nel contempo <là ordine che appena giorno il Comando <li Compagnia raggiungesse la sede iniziale. Appena giunto a Colletta Zavatta lo scrivente fu invitato a recarsi al Comando del 3° Battaglione e dal Comandante del Battaglione Maggiore Staglieno ebbe ordine di ripiegare al più presto su Ravne Magodz col solo materiale indispensabile. In seguito a tale comunicazione inviò ordine scritto al Sottotenente Maltese Signor Angelo, Comandante la 2a sezione e un'Arma della 3" dislocata a Punta Giordana e Colletta De Sirti (Vrata), di radunarci all'infermeria reggimentale, ove faceva capo la mulattiera Vrata-Za Krain, con il solo materiale spalleggiato e il cofano cancelleria e <li ivi attendere 1' arrivo del sottosegnato col resto della Compagnia. Giunto all'infermeria con la seconda Arma della 3" sezione non trovò il Sottotenente Maltese e inviò il Sergente Feletti per assicurarsi se il Sottotenente Maltese fosse già partito, ma a questi fu assolutamente impossibile raggiungere Punta Giordana perché le truppe che presidiavano il Basso e Alto Pots si erano incanalate in massa ... lungo l'unica mulattiera di cresta. 270
Fuori della mulattiera non era possibile transitare, per iJ pendio dirupato e coperto da più di un metro di neve e per la fortissima tormenta. Dopo circa mezz'ora d'attesa, continuando lo sfollamento delle truppe e supponendo che il Sottotenente in parola fosse già passato e non potendo più attendere per evitare il congelamento dei militari, lo scrivente fu costretto a spezzare la fila e a incanalarsi lungo la mulattiera. La discesa fu alquanto difficile per la quantità di neve che ingombrava la mulattiera; i soldati, carichi, cadevano di continuo e a volte ruzzolavano giù per la montagna: fu quella una delle cause per cui molto materiale andò perso. Giunto sulla carrozzabile Za Krain-Ravene Magodz, lo scrivente fece per riunire la Compagnia, ma gli fu impossibile perché, per il sopraggiungere <l 11 Lruppe, non si poteva sostare suJl a strada. Con i pochi che lo seguirono, lo scrivente cercò di raggiungere Ternava neUa speranza di potere, là, radunare la Compagnia; ma poco dopo cominciò un violentissimo bombardamento che sbandò tutta la colonna e la costrinse a seguire la via Lezenka-Caporetto perché meno battuta. La maggior parte della colonna venne fatta prigioniera perché dette località erano già in mano al nemico. Raggiunta Ternova col Sergente Maggiore Cassataro Giuseppe e otto uomini di truppa, ebbe ordine <lal Sig. Colonnello Brigadiere Torre, Comandante la Brigata Genova, di proseguire per raggiungere la linea dello Stol. E durante la salita trovò i conducenti, sole.lato Calabresi Vincenzo e soldato De Rossi Augusto dai 271
quali seppe che le salmerie erano partite il giorno precedente verso le ore 15 per Caporetto in seguito ad ordine della 4Y Divisione di Fanteria. Quando le salmerie giunsero in prossimità del ponte Tiffel di Caporetto, trovarono che questo era stato fatto saltare e Jovettero retrocedere in disordine cercando di raggiungere Ternova; fu appunto durante questo tragitto che <lei muli e degli uomini andarono dispersi. Raggiunta la cima de1lo Stol, lo scrivente riunì un nucleo di soldati dispersi de] 98° Fanteria e con questi proseguì per Bergogna ove doveva trovarsi il Reggimento in parola. A Bergogna, col Comandante del 3 ° Battaglione del 98° Fanteria, proseguì fino a Nimis con l'intento <li raggiungere il Comando della 43'1 Divisione. A Nimis si unì al Comando sopra<letto con tutto il drappello e con questi proseguì fino a Maniago; di là fu aggregato al Nucleo genio carriaggio Brigala Genova fino al giorno 10 novembre in cui il nucl eo fu riunito al 98° Fanteria. Durante questo periodo di tempo altri militari e quadrupedi della compagnia erano rientrati al reparto come risulta <lai documenti contabili. Del materiale non furono salvate che due carrette <li munizioni che vennero distribuite a vari comandi di tappa. Il 15 di detto mese in seguito ad ordine del Supremo Comando, la Compagnia fu incorporata nella Compagnia mitragliatrici della Brigata Bologna. A conferma che quanto scritto nel presente rapporto corrisponde alla verità dei fatti, il Sergente Fattori Renato e iJ Sergente Feletti Enrico si sottoscrivono come testi. Tenente Policarpo Chierici.» 272
Nel rapporto mio padre fa riferimento a due Sottotenenti, Bargoni e Maltese, di cui in quella giornata ha perso le tracce. Due lettere permettono di conoscerne la sorte a seguito di quei drammatici eventi e anche il legame che univa questi tre giovani Officiali. Dal Sottotenente Maltese, Brescia, 29 novembre 1917 «Mio carissimo Chierici, anch'io vorrei lungamente scriverti e raccontarti tutta la mia storia, ma nessuna ora del giorno mi rimane di libertà neanche per ricordare i miei amici. Aver saputo tue notizie, dopo tanti giorni di febbrile ansia, è stata la mia più grande consolazione. Da quando non ci siamo più veduti, ho cercato invano di ritrovarti. Tutti i giorni mi sono recato al Comando, per cercare di leggere il tuo nom e, in nessun comando mi e stalo possibile rintracciarti. Ho scritto anche al tuo piccolo Attilio, disperando in certi momenti. della tua salvezza . Questa sera, probabilmente, otterrò di conferire col Colonnello De Tullio, per tentare almeno di passare alla Brigata Bisogno; certo sarà impossibile passare alla tua Compagnia essendo Alpina. Nulla ho più saputo del caro Bargoni; voglio sperare, nella migliore delle ipotesi, che si trovi prigioniero. Termino di scriverti, dovendo distribuire l'armamento alla Compagnia. Ti scriverò in seguito con più tranquillità mettendoti al corrente di quello che potrò ottenere per riabbracciarti ancora . Abbiti i più cari abbracci dal tuo Maltese.>>
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Carrara, 9 maggio 1919 «Chierici carissimo, la tua lettera del 30 aprile mi ha arrecato immenso piacere. Non puoi immaginare quale gioia provai nel rivedere un tuo scritto: in un attimo ho rivisto tutto il tempo trascorso assieme tanto felicemente; tutti i nostri lavori compiuti dirci quasi miracolosamente data l'insufficienza dei mezzi. Ricordi? Perché poi così improvvisamente la sventura è dovuta cadere sul mio capo? Credo che un dolore così forte come quello che provai quando capii tutto il disastro, mai più lo proverò. Come piansi, o Chierici, quando in seguito a ordine ricevuto, dovetti volgere le spalle a quelle vette meravigliose, a quei luoghi che avrebbero dovuto essere imprendibili! E io cercavo te, guardavo la mulattiera del Vrata che tante volte mi aveva condotto in cresta e in conca, ma non Li vedevo; mi sentivo solo e lacrimavo. Tutti i miei soldati, p rò, e le mie armi erano con mc e servivano a consohirmi. Soltanto Torello (il mio Attendente) e Reato (il portaferiti) mancavano. Una granata nostra li aveva uccisi la sera prima durante il trasferimento al 2° Battaglione. Poveretti! Li ricordi? Non sto ora a raccontarti tutta la mia odissea, poiché troppo lunga per te e troppo dolorosa per me. Soltanto sappi che ho sofferto, sofferto immensamente: fame, freddo, privazioni d'ogni genere, mancanza Jdle cute familia ri, umiliazioni , maltrattamenti ... E ora permetti che ti faccia le mie più vive e sentite congratulazioni sia per la promozione che per la medaglia la quale assieme alle altre ti fregia il tuo petto da valoroso. Bravo, bravo davvero! Se sai l'indirizzo di Maltese, ti prego di farmelo 274
conoscere. Ricordi come soffriva per la sua Bianchina? Che bravo ragazzo che era! Ricordi com'eravamo affiatati tutti e tre? Tu eri il papà e noi due i ra nocchietti! Però credi, che anche dopo tanto tempo, ti ricordo sempre e ti vorrò (permetti) sempre bene. A te mi permetto di abbracciarti. Tuo affezionatissimo Mario Bargoni.» Successivamente alla ritirata di Caporetto fu assegnato al Battaglione Stelvio e il 27 novembre 1917 assunse il comando della 742a Compagnia M1traglieri Fiat. A seguito di un 'azione sul Monte Barbaria (Treviso) il 28 ottobre 1918 gli venne conferita la medaglia d 'argento al Valor Mili tare: «Comandante di una Compagnia Mitraglieri sotto il fronte nemico si slan ciava arditamente all'inseguimento d I nemi co cattt1ran Jo più Ji cenlo prigiooieri e raggiungendo p r primo la posizione, obiettivo del Battaglione». Per la stessa azione la 742" Compagnia, da lui comandata col grado di Capitano, fu citata, seconJa e ultima in tutta la guerra, nel Bollettino del 7 novembre 1918 del Comando Supremo «fra le unità che hanno meritato l'onore delJa citazione per l'ardimento e il valore dimostrati nella hattaglia di tutte le loro truppe e dai comandi nel vincere tenaci resistenze nemiche e gravi difficoltà di terreno». La citazione della Compagnia nel Bollettino del Comando Supremo ebbe enorme risonanza anche fuori dal contesto militare. Le molte lettere ricevute da mio padre in quella circostanza stanno a testimoniare la grande partecipazione e il sostegno della popolazione civile. 275
Il Circolo Popolare di Montagnana (Padova) il 6 novembre 1918: «Signor Comandante, questo Circolo nota con vero compiacimento e con viva ammirazione la citazione nel Bollettino del Comando Supremo di codesta valorosa Compagnia. Vadano a essa (che ben ne ha diritto) il plauso e la gratitudine infinita d'Italia! Per il Circolo di Cultura Popolare, Augusto Grotto». Un suo vecchio amico e collega <lei tempi <li Susa così gli scrive: «Carissimo Policarpo, rispondo col ringraziarti infinitamente della premura che hai nel darmi tue notizie. Non so quale parola adoperare per rende rti omaggio p r la tua bravura, per la tua buona, anzi ottima qualità di soldato per la quale hai avuto l' onore, la grande soddisfazione di vedere la tua Com pagnia comparire solennemente sul Bollettino fra le truppe più gloriose che meglio cooperarono per il raggiungimento della grande, intera e schiacciante vittoria: quella è la più bella gioia che può provare un Capitano sul campo della gloria. Vorrei scriverti a lungo e dirti molto, tutto quello che meriti, ma in questo momento mi vedo troppo piccolo da azzardarmi a esprimerti tutto quello che sento perché troppo grande è il tuo merito, e perciò accontentati di ricevere la più alta venerazione da un tuo piccolo amico. Spero di vederti presto e di stringerti la mano <la vero eroe e creatore di eroi perché tutti i soldati della 276
tua compagnia, animati dal tuo esempio, sono Jiventati degli eroi, maggior onore per merito tuo. Per ora chiudo col salutarti cal<lamente augurandomi di vederti presto. Credimi sempre tuo sincero amico sincero e affezionatissimo. Maresciallo Gavino Giuseppe. W l'Esercito Italiano che ha fatto da sé ... ». Il Battaglione Stelvio e la 742a Compagnia rimasero nell'animo di chi vi era stato assegnato, un ricordo difficile da dimenticare, come dimostrano alcune, tra le tante lettere pervenute a mio pa<lre dopo la fine ddla guerra. Riva/ba, 20 agosto 1919
«Tllustrissimo Signor Capitano, col più grande pensiero e ricordo, invio a lei questo mio semplice scritto e spero che questo gli sarà g radito lo stesso.
Siccome il giorno che ho dovuto lasciare la mia vecchia e gloriosa Compagnia (742a), le assicuro che per me fu un giorno di dolore. Dovendo lasciare lei che seppe portarci e insegnarci la via della vittoria. Inoltre fu per me e per tutta la Compagnia, non solo un Comandante, ma un vero pa<lre di famiglia, per ciò a lei e a tutti i Signori Ufficiali della Compagnia faccio i miei più vivi e infiniti ringraziamenti. Sergente Maggiore G. Sughera.» Ferrara, 17 maggio 1919
«Egregio Signor Capitano, finalmente Ella sta ricevendo questa mia. Io le chiedo perdono dell'indugio e a mia giustificazione dirò ... meglio tardi che mai. È un po' il mio tempe277
ramento non troppo corrivo a prendere la penna, e un po' per le mie nuove occupazioni che mi impongono lunghe ore di preparazione alla scuola; e un altro po' per i ritiri fatti a San Luca a Bologna, che mi hanno tolto per otto giorni dal mondo e dagli affetti di quaggiù e nel silenzio, nella meditazione, nella preghiera mi hanno richiamato più propriamente alla mia missione <li prete. Ella come sta? Come stanno i suoi soldati? Io sto benone e ricordo lo Stelvio con commozione e rimpianto. Se sapesse quanto ho lacrimato partendo! Mi pareva di strapparmi da qualche cosa di vivo della mia persona, di operare nel mio cuore w1a ferita mai più rimarginabile. Ora tutto è ristabilito in me e non mi sentirei capace di ritornare, lo confesso, che solo per compiere il mio dovere di italiano se la Patria avesse ancora bisogno di me. Però dev'essere una gran cosa lo Stelvio, se agli spessi ricordi che me ne tornano in cuore io ne sento una violenta nostalgia, un vivo attaccamento come a un amico, come a un fratello amatissimo, come a un padre venerato e lontano. Mi saluti tutti i soldati, tutti i suoi Ufficiali, per i quali e per lei e per lo Stelvio mando la mia benedizione e formulo spesso a Dio la mia preghiera spero quanto più nostalgica, tanto più esaudita. Le mando una mia fotografia: nel vederla si ricordi del suo devotissimo curato Don Angelo Cariani.» 25 dicembre 1919
«Signor Capitano, i suoi soldati le stanno raccolti intorno nella solen278
nità che porta a tutte le famiglie un accento <li confidenza, di pace, e di amore; per lei, per il suo cuore, per le sue promesse, questa nostra adunata a mensa è una famiglia che ci ricorda una famiglia in cui lei rappresenta e sublima bene, i nostri più cari. Permetta che questa sera la 742" saluti in lei il padre, la guida, il maestro. Accetti nella sua bontà, la nostra promessa, il nostro ricordo; lei Signor Capitano, qui e altrove, sempre, anche tornati alla vita civile, resterà per noi il premio più caro, lei il fratelJo e il padre degli Alpini della 742 Evviva il nostro Capitano! I graduati della Compagnia a nome <lei soldati.» 3
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Il Battaglione Stelvio, finita la guerra, si trova nella zona del confine istriano segnato dal!' armistizio e vive così l'avventura fiumana di D'Annunzio molto <la vicino. Due documenti, una comunica:tione ufficiale <ld ,ruppo Alpino Comando e una lettera di un Maggiore, credo rendano l'idea del clima che si era venuto a creare. Gruppo Alpino Comando, Rukavac, 1° dicembre 1919 «Al Comandante del Battaglione Tirano-Stelvio e Gruppo Armi Speciali. Questa notte in seguito aJ avvenimenti tuttora sconosciuti, debbo deplorare che uno scaglione del Battaglione M.orbegno sia entrato in Piume con materiali e carreggio, proseguendo in treno, anziché arrestarsi alla stazione di Giordano. Richiamo alla S.V la grave responsabilità cui andrebbe incontro nel verificarsi atti del genere. Non sarà pertanto eccessiva nessuna misura precauzionale. 279
Fino a nuovo ordine nessun Ufficiale potrà uscire dal limite degli accantonamenti dei propri reparti. I Signori Comandanti di Battaglione e i Gruppi Armi Speciali, se del caso, si recheranno personalmente presso gli stessi. Non acconsento vengano concessi permessi di nessun genere né a Ufficiali né a militari di truppa. Accusare ricevuta. Il Colonnello Comandante del l O Gruppo Alpino, Ernesto Polli.» Trieste, ospedale superiore Bezengh, 6 dicembre 1919 «Carissimo Chierici grazie per tutte le notizie che mi dà. Non avrei mai creduto una cosa simile. Le sarei grato se volesse far sapere a tutti gli Ufficiali del Battaglione che se ancora hanno fiducia in me e mi amano, come mi hanno empr dato a vedere, di astenersi dal fare come il Battaglione Morbegno e i reparti di gruppo. Io anch e
sono con D 'Annunzio mai andrei a<l arrestarlo, ma mi sembra anche inutile andare a ingrossare le file mostrandosi indisciplinati, mentre il nostro paese ha bisogno di unità e di disciplina ferrea. Gli Ufficiali che si moltiplichino e parlino ai soldati convincendoli, dicendo loro che anch'io sono contrario: sono con vinto che, salvo qualche eccezione, i nostri soldati fa ranno quanto i loro Ufficiali diranno loro. Di un'altra cosa sono convinto a proposito <li defezioni e di quanto mi dice del nostro Colonnello e cioè che molti Ufficiali, stancati dalla mancanza <li pensare e di agire del signor Colonnello, hanno fatto quel passo anche per liberarsi da un simile Superiore. Il nostro Colonnello non capisce l'anima del soldato e dell'Alpino in particolare, e degli Ufficiali gio280
vani che abbiamo, e non può capirlo perché, come lui ebbe a dire, non si abbassa al livello del soldato che per lui è un contadino villanzone qualsiasi. Adesso mi accorgo che mi sono sbottonato un po' troppo, cosa che non volevo fare ... Io sto meglio, sono ritornato come ero prima di mettermi di nuovo a letto e per questo non occorreva che venissi a questo ospedale ove non c'è una comodità e ove certamente, se continua così, non mi guariranno. Se ne avrò la possibilità, verrò a raggiungere volentieri il Battaglione. Si ricordi e lo ricordi a nome mio a tutti gli Uffi ciali del bel nome dello Stelvio: eroico e anche disciplinato. Saluti affettuosi a lei e a tutti gli Ufficiali. Affettuosamente, Maggiore O. Pagnini.»
li Battaglione Stelvio fu ciolto il 20 marzo 1920 e mio padre assegnato al Battaglione Morbegno. Il 20
luglio lasciò definitivamente la zona armistizio e, su sua richiesta, fu collocato in aspettativa per riduzione dei quadri. In quei mesi aveva anche maturato la decisione di formare una famiglia e avere finalmente una casa propria. Fu così che, con autorizzazione sovrana concessa il 4 gennaio 1921, sposò mia madre, Emilia Melega, la cugina da sempre conosciuta. Il matrimonio, valido ai fini civili, fu celebrato a Trieste, dove mio padre aveva deciso di stabilirsi, il 7 marzo 1921. Il matrimonio con rito religioso era già avvenuto l'anno precedente a Bologna. Curiosamente il matrimonio ai fini civi_li fu, di nuovo, celebrato con rito religioso poiché vigeva ancora in Trieste la legislazione 281
dell'impero austro-ungarico che, a seguito del concordato con ]a Chiesa di Roma, prevedeva che il matrimonio religioso avesse anche va1ore civile. Il 9 luglio 1922 fu richiamato in servizio e assegnato al Distretto Militare di Ascoli Piceno. Gli anni successivi, fino all'inizio della Seconda guerra mondiale, trascorsero come quelli di tanti altri Ufficiali destinati a spostamenti frequenti in varie zone d'Italia e d'oltremare. Dal 1936 al 1938 fu trasferito al Distretto Militare di Rodi ; successivamente rientrò a Bologna da dove partì per J' Albania prima e per la Russia poi.
A conclusione di questo mio racconto riporto parte di un articolo di Cesco Tomaselli, pubblicato dal «Corriere della Sera» in data 20 giugno 1943, dal titolo TI CnLrmnelLo Signorini un grande soldato: «Dopo un caffè salimmo all e linee. Per viouoli guidati da tabelle, seguitando cordonate di filo telefonico, s'entrò nel municipio militar <lei "Val Chiese", un Battaglione di bresciani con qualche elemento modenese, il qua1e s'era sprofondato in un a fortificazione così magistrale che gli ospiti venivano condotti a visitarlo come un monumento. Dopo aver sbinocolato sul fiume e in casa del nemico da più <li un posto di vedetta (come grave, molesto, pieno di sospetto era il silenzio dei Russi in quei giorni che precedettero la grande offensiva!) , andammo a salutare il Comandante del Battaglione. "Non formalizzarti se l'accoglienza sarà un po' ruvida - mi diceva Signorini - è una natura speciale. Ha cinquant'anni, è mutilato dell'altra guerra, ha perduto un figlio in Africa, ed è venuto in Russia volonta282
rio portandosi dietro anche un altro figlio, volontario anche lui, che fa l'osservatore di Batteria, quindi in primissima linea. Sono esempi di fede che ti toccano l'anima, e il soldato, credimi, certe cose le sente, per non dire che le esige. Qui, dove siamo, con quello che ci aspetta, chi non ha fede io lo rimpatrierei con la prima tradotta" . Il Tenente Colonnello Chierici ci accolse a mo<lo suo, però benigna mente. Era un uomo soli<lo e brusco, dalle gote un po' accese, ogni tanto si ripassava con una mano la testa rapata a zero, parlava pochissimo. Non fu una conversazione brillante. A d un certo punto, non so per quale detto uscitomi di bocca, posò lo sguardo su di me e l'addolcì in segno di approvazione. "Ti h a sorriso, non gli sci spiaciuto", fece sottovoce Signorini , urtandomi Ji gomito. [o non apersi piL1 bocca p r non guastarmi la reputazione».
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STATO DI SERVIZIO
1908 SolJato volontario nel 7° Reggimento Alpini - Allievo Sergente con la ferma Ji tre anni a Jatare Jal 31 dicembre 1908. 30 giugno - Caporale in detto. 1909 31 dicembre - Sergente nel 3° Reggimento Alpini (29 dicembre 1909). 1911 2 agosto - Mandato in licenza straordinaria per convalescenza. 11 settembre - Rientrato al Corpo. 2 novembre - Partito per la Tripolitania-Cirenaica (Battaglione Finestrelle) e imbarcato a Napoli. 4 novembre - Sbarcato a Dcrna. 1912 11 gennaio - Sergente Maggiore in detto. 29 ottobre - Rientrato in Italia per rimpatrio definitivo imbarcandosi a Derna. 285
3 novembre - Sbarcato a Napoli. 15 dicembre - Tale nel 3° Reggimento Alpini Battaglione Pinerolo. 1915 20 maggio - Giunto in territorio dichiarato in stato di guerra. 3 giugno - Partito <la territorio dichiarato in stato di guerra per ferite d'arma da fuoco riportate in com battimento. 7 giugno - Ricoverato all'ospedale militare di Treviso. 15 giugno - Mandato in licenza Jj convalescenza, giorni 90. 2 ottobre - Tale ricoverato ali' ospedale militare di Tonno. 3 ottobre - Tale <lim sso cd inviato in licenza straordinaria di conval scem~a, giorni 60. 5 novembre - Tale ammesso al corso Allievi Ufficiali di complemento Ji Vcrnasso (San Pietro in Natisone). 7 novembre - Rientrato volontariamente al Battaglione Pinerolo. 7 dicembre - Giunto in territorio dichiarato in stato <li guerra. 1916 1° febbraio - Assegnato al Battaglione Val Toce del 4° Reggimento Alpini. 18 marzo - Aspirante Ufficiale di complemento con anzianità 26 gennaio 1916. 7 agosto - Partito da territorio dichiarato in stato <li guerra perché comandato all'istruzione delle reclute. 286
21 agosto - Sottotenente in servizio permanente effettivo nel 4 ° Reggimento Alpini con anzianità relativa e decorrenza per gli assegni dal 1° novembre 1915. 10 dicembre - Ha percepito il premio di lire 1.000 stabilito dalla legge 6 novembre 1911 n. 686, disposizione 12/1291..
1917 8 marzo - Tenente in detto con anzianità 1° agosto 1916. 21 aprile - Tale comandato al Deposito Mitraglieri
Fiat Brescia. 24 maggio - Tale destinato alle truppe mobili in zona di guerra 1168a Compagnia Mitraglieri Fiat. 5 giugno - Tal n lla 116W Compagnia Mitraglieri Fiat. "15 novcmhrc - 'lale nella 742" Compagnia Mitraglieri Battaglione Alpino Stelvio. 1918 1° febbraio - Aumentato lo stipendio a lire 4.900. 1 marzo - Trasferito al 5° Reggimento Alpini Battaglione Stelvio. 28 aprile - Capitano con anzianità 13 marzo 1918 nel 4 ° Reggimento Alpini Comando 742" Compagnia. il luglio - Ricoverato all'ospedale di tappa di Vicenza per malattia. 8 ottobre - Ricoverato all'ospedale militare da campo 080. 28 ottobre - Dimesso dal suddetto ospedale e rientrato alla 742" Compagnia Mitraglieri. 287
1920 25 maggio - Trasferito al Battaglione Morbegno per scioglimento del Battaglione Stelvio. 20 luglio - Partito dalla zona di armistjzio. 20 luglio - Collocato a sua domanda per aspettativa per riduzione di quadri dal 16 luglio 1920.
1922 9 luglio - Richiamato in servizio dal 24 novembre 1922 e assegnato il 16 dicembre 1922 al distretto militare di Ascoli Piceno.
1923 22 novembre - Tale nel distretto militare di Modena per effetto del D.M. 26 dicembre 1923.
1926 26 maggio - Tale trasferito al 1° Reggimento i\lpini.
24 settembre - Lo stip nJio annuo e fissato in lire 6.200 dal 1° maggio 1919, in lire 10.800 dal 1° aprile 1922 , in lire 12.900 dal 1° dicembre 1926 e in lire 13.700 dal 1° giugno 1924 (Reg. 9/12/26 registro 21 foglio 310).
1928 15 aprile - Trasferito alla scuola redutamento Ufficiali di complemento di complemento di Modena.
1929 17 marzo - Trasferito alla scuola Allievi Ufficiali di Rieti sotto la data del 1° maggio 1928. 3 agosto - Trasferito al 28° Reggimento Fanteria. 288
1930 28 marzo - Conferitagli la qualifica di Primo Capitano dal 16 marzo 1930. 16 novembre - Tale nel 9° Reggimento Alpini.
1933 12 maggio - Lo stipendio annuo è fissato in lire 15.200 dal 1° luglio 1929 e in lire 16.700 dall'l 0 luglio 1930. 1° giugno - Tale a domanda nel ruolo <li Maggiore <lal 1° giugno 1933 con anzianità 16 marzo 1918 e destinato al 9° Reggimento Alpini.
1934 Trasferito dal 1° luglio 1934 nel ruolo mobilitazione dell'Arma di provenienza con lo stesso grado e con anzianità posseduta ndl ' Arma stcs a ai sensi degli articoli 169 e 170 della legge 7 giugno 1934.
1937 29 agosto - Tale nel Distretto Militare <li Rodi.
1938 26 luglio - Maggiore con anzianità 30 giugno 1937 nel Comando del Distretto Militare di Rodi.
1939 9 luglio - Lo stipendio annuo e fissato in lire 18.000 dal 1° agosto 1938. Tale nel 6° Reggimento Bersaglieri.
1941 3 aprile - Trasferito in seguito
a
domanda per l' Al-
bania. 289
4 aprile - Imbarcatosi a Bari. Sbarcato a Durazzo. Assegnato al Comando Divisione Piemonte. Giunto in territorio dichiarato in stato di guerra. 13 giugno - Trasferito al Comando Divisione Tridentina. 1942 23 aprile - Tenente Colonnello con anzianità 1/1942 continuando al Comando Divisione Tridentina. 27 aprile - Trasferito al 6° Reggimento Alpini Battaglione Val Chiese. 15 luglio - Imbarcato a Durazzo. Sbarcato a Bari. Cessa di trovarsi in territorio dichiarato in stato Ji guerra. 29 luglio - Partito per la Russia. 30 luglio - Giunto in t rritorio dichiarato in stato di gu rra. 1943 22 gennaio - Tale al Comando 6° Reggimento Alpini scelto quale Ufficiale Superiore a disposizione (fig. 196 ris. in data 9 maggio 1943 del Comando del 6° Reggimento Alpini). 15 marzo - Rimpatriato e giunto a Udine. 10 luglio - Trasferito al Comando del 3° Regg1mento di marcia quale facente funzione di Comandante di Reggimento. 30 luglio - Per scioglimento Jel suJdetto reparto trasferito al 6° Alpini rimanendo a disposizione del 24° Corpo <l'Armata, quale direttore tecnico dei lavori di frontiera. 4 novembre - Presentatosi in seguito a bando al Comando regionale di Bologna. 290
15 dicembre - Nominato Comandante interinale provincia di Bologna. 1944 1° gennaio - Trasferito a Vercelli Centro Costituzione Grandi Unità. 7 gennaio - Cessa dal Comando suddetto e passa a disposizione dello stesso Comando. 9 febbraio - Ha prestato giuramento <li fedeltà alla
RSI. 5 marzo - Partito per zona addestramento in Germania Muntzingen. Nominato Comandante del 2° Reggimento Divisione Monterosa. 27 luglio - Partito per zona di operazioni. 10 ottobre - Cessa dal Comando di Reggimento e viene trasferito data presso c.m. di Bergamo.
1946 26 giugno - Collocato in riserva per raggiunti limiti Jal 26 giugno 1946 - CoUocato in congedo - Tale nella forza in congedo del Distretto Militare di Bologna. 1954 16 novembre - Collocato nella riserva ai sensi dell'articolo 31 della legge 9 maggio 1940 n. 369, dal 26 giugno 1946, è trasferito nell'ausiliaria dal 1° maggio 1954 con anzianità 1° agosto 1942 e con riserva di anzianità relativa ai sensi del 1° comma dell'art. 100 e Jel 2° comma dell'articolo 11 della legge suddetta, all'Ufficiale stesso competono <lal 1° gennaio 1958 le indennità annue di ausiliaria e speciale stabilite ·per il grado di Tenente Colon291
nello dagli articoli 67 e 68 della legge stessa, da corrispondersi per la durata e alle condizioni previste da questi ultimi articoli. 1955 13 maggio - Collocato nella riserva dal 26 giugno 1954 con anzianità 1° gennaio 1942 e RAR ai sensi del 1° comma dell'art. 100 della legge 10 aprile 1954 art. 113. Non idoneo all'avanzamento ad anzianità per l'anno 1949 (disposizione ministeriale n. 3/5038 del 2 settembre 1957). 1963 9 gennaio - Co11ocato in congedo assoluto per età, dal 27 giugno J.956 (registrato alla Corte dei Conti il 12 febbraio 1963 reg. in foglio 230) . .È sospeso disciplinarmente dal grado per mesi 12 dal 15 maggio 1948 ai sensi degli articoli 25 e 46 della legge 9 maggio 1940.
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CAMPAGNE DI GUERRA
Italo-turca (1911-1912) Decorato di medaglia d'argento al Valor Militare perché: «Facente parte di un drappello di lavoratori, improvvisamente fatto segno a vivo fuoco di fuciJeria nemica a breve distanza, con ardita iniziativa, sfidando il pericolo, ricuperava un fascio <li fucili che trovavansi in luogo battuto e lo riportava sul la linea di fuoco». (Tedi Vrassan , 27 novembre 1911) 1915-1916 Decorato di medaglia Ji bronzo al Valor Militare perché: «Durante l'intera giornata di combattimento fu a tutti bell' esempio di coraggio e sangue freddo; venne gravemente ferito mentre, non curante del pericolo, sotto il fuoco delle mitragliatrici avversarie, si slanciava alla testa del proprio plotone nelJ' assalto delle trincee nemiche». (Mrzli, 12 giugno 1915)
Ferito da arma da fuoco al canale del collo con scheggiamento della mandibola nel combattimento del Mrzli. 293
Autorizzato a fregiarsi dello speciale distintivo d' onore per i mutilati di guerra. Decorato della medaglia al Valor Militare perché: «Comandante di una Compagnia Mitraglieri sotto il fronte nemico, si slanciava arditamente all'inseguimento del nemico, catturando piu di cento prigionieri e raggiungendo per il primo la posizione, obiettivo del Battaglione». (M. Barbania - Treviso, 28 ottobre 1918) Concessa la croce al merito di guerra. Decorato di una medaglia d'argento al Valor Militare perché: «Comandante di un Battaglione Alpino, inviato a rinforzare il presidio <li un caposaldo di capitale .importanza, portava il validissimo contributo suo personale e dei suoi r parti al Comandante del setto-
re per l'assolvimento del compito a lui assegnato. Con pronto intuito e ammirevole slancio dirigeva e coordinava l'azione delle sue compagnie nell'attacco delle munitissin1e posizioni avversarie. Con grave rischio personale si portava sulle linee più avanzate per seguire e indirizzare l'azione dei reparti. Esempio di bravura e di ferrea volontà». (BolchojFronte russo, settembre 1942)
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NOTE
' Angelo Viviani, sull 'anrnversamento del Po: «11 2 maggio l 942 la mia Compaguia, la 112" Armi di Acco mpagnam ento parte per il campo per tre o quattro giorni di esercitazioni con mortai e cannou ciui anticarro. Il 10 maggio il Comando <lcc idc di fare la traversala Jd lìume Po con le Comp,1gnit· in 1)ie no assetto cli guerra con zaini al cumµ Jeto, arn1i e munizioni. Tra una riva e l'altra <lei fiume , largo olLre un centinaio di metri, viene tirata u na fune <l 'acciaio sospesa <li quakht metro sul livello d I.l' acqua . Ini zia il traghell:m1eulo la 253 " Cvrnµa g ni a: gli Alpini devono a Cun:a di braccia µurtat· ·i .:ul Iu re, eMiro,, 1111\,ltrn spond a. Qualche J\]µ ino non regge la fatica e mdc nd fi ume. Vi ene sa lvato in tempo <la altri Alpini sistema ti su un barcone d i soccorso. A w 1 u :rw mo men to dell 'ese rcitazione fo fu ne di accia io (autarchico) si sµez,;a memre o no appesi un a decina di Alpin i c he volano in an 1ua e sono salvati con clifficoltii da i co mpa gni elci barcone. L'esercita:tione viene sospesa e gli Alpini che erano in attesa tirano un sospiro <li sollievo: «Va bene fare gli Alpini , ma i marinai no! ». L'esercita:tivne viene riµetuta d opo una settimana, di mattino prestissimo, fra il buio della none e l'a pparire d clJ 'a lba. Hisogna attraversare il Po a guado in un altro punto dove 1a profond ità dell ' acqua lo permeue. Sulla riva opposta si trova la 112' Compagnia che funge <la nemico e deve contrastare la Compagni a che attraversa il fiume. G li Alµini , d opo averlo attraversato, devono risalire l'argine che è tanto ripido e franoso da provocare una fatica e nom1 e, tanto più che q uelli d ella 112" li sospingono indietro non solo a for:i;a Ji braccia, ma anche con l'uso dell 'alpcnstoch . Termina cosl, finahnente, l'awenmra marinara degli Alpini del Val Chiese!». ' Si tratta della figlia. ' Arna ld o C hierici: «La mia Balleria, la 29' dd Val Cunonic:1 si rrova su un tratto di lin ea posta su un altopiano sulla riva destra del fiume Don. Davanti a lloi, guardando il fium e la parete rocciosa scende a picco per una trentina di metri su un canale largo un a ventina di metri, abbaslan:i;a distante dal fi ume. La trincea dei russi è sulla sua sponda siu.isu·a. Per fortuna siamo favor iti dall a natma del terreno e dalla sua morfologia: si tratta di gesso anidro, bianco, che affio ra con contin uità sull' altopiano che occupa tutta la riva destra. La superficie ondulata ci permette di occupare le quote più alte. O gesso ha il vamaggio di essere impermeabile e facile da scavare. E una siluaiione che demoralizzerebbe chiunque non fosse temprato alla vita dura e disagiata che i nostri Alpini sono pe r lo più costretti a sopportare nelle loro valli. ln questo stesso periodo si chiu-
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dono nelle sta Ue seminterrate, per uscire alla fine <lell'inverno, quan<lo la neve non è ancora completamente sciolta e si deve cominciare a portare la mandria verso l'alpe più alta» . ., Dall'a rùcolo <li Cesrn Tomaselli , invia to del «Co rriere della Sera» in Russia: «Dopo un caffè salimmo alle li11ee. Per viottoli guidati da tabeUe, seguitando cordonate di filo telefonico, s'entrò nel municipio militare del Val Chiese, un Battaglione di bresciani con qualche elemento mod enese, il quale si era sprofo11<lato in w1a fortificazione così magistrale che gli ospiti venivano condoui a visitarla come un monumento. Dopo avere shi noccolato su l fiume e in casa del ne1ni co da più di un posto di vedella {come grave, mol esto, pieno di sospetto era il silenzio dei russi in quei giorni che precedetlero la gra nde offensiva), and ammo a salutare il Comandante del Battaglione. "Non meravigliani se l'accoglien za sarà un po' ruvida - mi aveva prevenuto Signorini - è una natura speciale. Figurati. Ha cinquant'anni, è mutilato <lell 'altrn guerra, ha perduto tm figlio in ·Africa, cd è venu to in Russia volontario, portandosi di etro un altro fi glio, vo lontario anche lui, che fa l'osservatore Jj Balleria qui11di i11 primissima lin ea . Sono esempi cli fecle che ti tocca no l'anima, e il soldato, credimi, cerle cose le sente, per non dire che le esige. Qui dove siamo, con quell o che ci aspetta, chi non ha fcJc io lo rimpatrierei cuu la prima tra<lona, via ... " li Tencnre Colonnello C hieri ci ci accolse a modo suo. però beni~11a111e11le. Era un uomo soliclo e hrnsco, dall e gote un po' accese, ogni tanto si ripassava con la ma110 la tesla nipata a zero, parlava pochissimo. Non fu una conversazione brillante. A un certo pu11lo, 11011 so per quale detto uscitomi clalla hocca, posò lo sguardo su di me e l'addolcì ÌJJ segno di approvazione. "Ti ha sorriso, non gli sei spiaciuto" , fece sottovoce Signorini, urtandomi il gomi to. lo non apersi più bocca per non guastarmi la rcp11ra zione». ' Arna ld o Ch ieri ci: «C:omc ora, :1lla 45" 13::itrcria del Vi cenza, aneli ·· all ora occ upavo u11 osservatorio su ll a riva cicstra del Don, ad alcune deci ne di chilo metri Ja qui , verso suJ esl.. La 111orfologia dell r1 riva dcsrr,1del fiume cm Ja stcs sa. t:t>sLiLuita da 11n affioramenro g soso sol.tìfcro di gesso aniJro con la Jifferenza che là scenJeva a picco sull a riva des tra di un cana le, laterale del Don. laq:;o una ventina Ji rnelri . Sull a riva sinistra del canale, più hassa di 1ualchc decina Ji metri rispetto al mio osservatorio, era trin cerato 11 n re parro ru ·so. lo e gli uomini del mio plotone li vedevamo tutt e le v(11ie clie venivano allo scoperto per necesità vari e cd egualmente loro potevano veJere uoi qua11Jo perco r1·eva11w il tratto di camminamento in contropc ndcnza che collegava l'os er vatorio a!Ja prima linea, più arrelrata, degli Alpini. Fra noi e i ru ssi s'c rn sta bilito 1111 mutuo accordo di non spararci. Ci si poleva fi<lare tranne qu ancln dalla parte rn ssa suhentrava un cambio di donne siberiane che mm perdeva no occasione per cecch inarci . Approfittando dcJla vicinanza de!Je due posta~ioni un giorno apparvero due italiani fuori usciti in Hussia, che si misero a fare propaganda contro il nostrn g?verno fascista invitando i nostri solclati a diserta re, dopo aver ucciso gli Utticiali, con la promessa <li alletlami benefici. Ovviamente l'effetto sui miei fu esattamente contrario alle !oro aspellalive e ai loro imendiJ11enli. Il mio vice, il Caporal M,1ggiorc raso li , un valtell inese che, come la maggioran ia dei noslri Alpini , era parecchio più anziano di m c con i suoi tn.:uta<luc anni portali male e che non perJeva occasione cli hesrcmmiarc contro Mussolini , colpevole di avergli fatto passare tami anni sotto la naja, lontano dalla famiglia , rea gì in moclo imrrcvedibiJc: aun certo punt?:_ usci JaJla Lri11 : cea e col corpo eretto e scoperto a nem ico s1 mi se a gndare pm volte contro J due italiani : "Viva il Duce! ", poi, ripiombando nell a trincea rivolto a mc, con un 'espressione schifata disse: "Che beslemrnia mi hanno costretto a dire qu ei due porci! ". l:cpisodio potrebbe anche sembrare banale se Fasoli non avesse rischiato la vita, climostranclo che il concetto d.i Patria può avere un senso per chitmque indipenJememente dalla sua cultura e clal suo stato sociale perché corrispond e a uno dei valori fonJamentali che tengono uniti i popoli e fissano
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<lelle regole di comportamento. Nel caso di Fa oli qu esto scntim e111 u e ra va li <lo indipendcntc ntemente <lalle sue amare vi cende, d ai suo i 111alumori personali e dalle condizioni <li una vita ribdlc, vi ssuta al <li fuori e contro l.1 lcg •e pe rché, come tanti altri abitanti di povere valli frontali e re d Ila Svi zze ra , si guadagnava la vita attraversando le Alpi , <l 'estate e d ' inve rn o , lon1·a no dai pass i battuti dalla Guardia di Finanza, con la bricolla pi ena di caffè cont ra b b and ,1 to dalla Svizzera . P rim a <li trasferirmi nel setto re occupato dal Banagli ont di mio pad re ho trascorso alcuni giorni nella mia buca, alla base d ell a Ba n e ri.i ,kl Val Camonica, per salutare tanti amici a cominciare dal carissimo Zamhoni, co l quale ho con<liviso quasi due anni di naja alpina. Passo le ultim e notti nell a 111 ia huca , col tetto mimetizzato con la paglia, abbastanza profonda e spazi osa Lan1 0 da accomodare una bran<lina con coperte e lenzuola e una stufa . I pidocc hi li ho di minati sin <laU'amara esperienza fatta durante il campo estivo nell 'alta Val Grisanche, laterale della Val d ' Aosta, quan<lo ero recluta alla scuola d ' Alpini smo <l 'Aosta. Mi spruzzo del petrolio nelle parti più critiche dove usa110 anni <larsi questi fa stidiosi parassiti. Nella buca, adibita a mensa <legli Uffi ciali , in contro due mie i coetanei, pari grado, tedeschi che sono <lislocati in questo settore con clu e pezz i <li artigli eria in appoggio al Ba1taglione Edo lo el ci 5° Keggim ento Alpini <lella Divisione Trid entina. Sono anche lo ro studenti unive rsi tari, <li caratte re aperto e all eg ro: siamo <liventati sub it o amici. Sono <le i grn n<li arnmirntori di Mu ssolini che, come per molti altri tedeschi , è il loro refe rente politico più apprezzato m1d1 e <li Hitler. Tuttavia il loro comportamento ca m bia quando qualcuno, nella conversazione, intro<luce <l ell e parole o dell e frasi in lin g1rn russa: ammutol.isconn in segno <li <lisapprovazione poi ch é obbediscono all 'o rd ine delle lo ro a11torità militari di non parlare il russo. L'episodio è semplice rn a sig nifi cativo: mostra il loro rispetto dclb disciplina , ma no n posso fare a me no di pol emiz,:a re sulJa di ffc r nza cli rnm\mrtamento fra n o i e loro nel.la fattispecie. P er noi si tratta di un /1rohle ma <li ibenà e rispetto dei valori cultu ra li ch e appartengono alb civi tà e 11011 possono essere condi zionali dalla g unoa e h,~ è 1111 fatto contingent · · limi t ato. D 'altra pa rte, fucevo 1101ure ai mi ei du e amici ge rmanici , che questa lihe rtà <li aµJJre,:,:ar og ni cultura in dipcndenteme11Le dalla sua ,1ppartcne nza , per noi itafomi, è mo lto impona11te perché ha le s ue rad ic i n Il e nostre tra<li zioni di civi ltà h1tina . A conferma d ella 111ia tesi racconto un c piso<lio capitatomi durante le marce <li trasferim ento al fro nte: entrato in un ' isba e qualificatomi come Ufficiale italian o a un g ruppo cli rn gnzzc, un a di loro staccò dal muro 1m:1 balalaica (simile alla chi ta rra ) ecomin ciò a suonare e cantare can zoni napoletane. Eravamo in mezzo alla steppa stermin ata <love le ~-~munirnzioni son o w,fficili e spesso impossibili non solo col nostro Paese e I Europa, ma anche ali mtc rno clella stessa Russ ia . P e r mc, sottolineavo ai miei compagni tedeschi, qu esto episo<lio dimostra 1a potenza dcUa cultura che riesce a superare anche le barriere più difficili di interessi economici , politici , ideologici e razziali, nonché le enormi clistanze e la <lifficoltii <lei mezzi di comuni cazione. I romani hanno sempre rispettalo gli usi, i costumi , le abitudini d ell e civiltà loca.li, dei popoli dominati , purché si esprimessero entro .l'amhito <lei propri confini. ()uesto piccolo eµisodio di stabilire un di stacco dal nemico , anche nella lin gua , poteva significare un'impostazione cul1ural c J ivcrsa e tale da pregiudica re una cultura od una civiltà europea unitari a. I mie i du e amici han no dovuto ammettere di concl ivi<lere le mie ragion.i giustificandosi con l'obbligo di ubbidi re agli ordini <lei loro superiori, anche se concordano che, in questo caso, ragioni discutibili li.mirano la loro libertà <li com\1ortam e11LO in nome del primato della <lisciplina. Tu tto si è concluso con un a Jell a cantata di canzoni napole tane; peccato che io non ahbia potuto parteciparvi perché sono terribilmente stonato. Non vorrei perù essere frainteso su qu -1 conside razioni e <livagazioni intc.llettuali: si tratta di e pisodi isolati che ti possono coinvolgere solo casualmente. Anche nei momenti di tra11qu.illi t:'1 , q11an<lo la guerra non è comhattuta , essa è pur sempre un 'avventura che ti
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coinvolge in maniera totale. L'a:done della guerra è imprevedihile nei tempi in cui accade, ma anche nei modi in cui ti coinvolge. Pensa al freddo dell'inverno in queste steppe in cui non si distingue l'orizzonte che, senza il riparo di catene montuose, scende improvviso dalle regioni artiche: i.I più piccolo inciden te può trasformarsi in dramma». '' Arnaldo Chierici: «La mattina del giorno 15 mi telefona mio padre per informarmi che ha ottenuto il permesso dal mio Comandame di Batteria , Capitano Vinco, perché lasci la mia postazione e, dopo aver messo tutto il mio equipaggiamento personale nello zaino, raggiungo suhito la sua Compagnia Comando con i miei artiglieri. Ahhandoniamo l'osservatorio ce rti di non farvi mai più ritorno: è da giorni che si parla di un imminente ripiegamento. Alla sinistra del Battaglione Verona , gli ungheresi si sono già ritirati da alcuni giorni, nonostante ]' o_rdine del Coma1:1do tedesco di . r_esistere s);llle ,attuali posi7:ioni . Entro mezzogiorno sono da m10 padre che 1111 mforrna: li Colonnello Signorini mi ha avve rtito della probabilità cli un ripiegamento su Podgornoje, suggerendomi di sgomhrare il materiale pesante e le munizioni. Questa è la ragione della mia chiamata: rl 'ora innanzi staremo sempre vicini perché tempi durissimi e ince rti ci aspettano. Ahhandonati i nostri alloggiamenti caldi, non sap piamo dove, come e fino a quando ne trove remo altri . Bisogna che tu Li prepari e soprattutto mi stia vicino" . Da qu esto momento faccio parte della Com. . pagnia Comando de! HattM lione Val Chi ese~>. 7 J\rnaldo Ch1en c1: «'fanti hanno desc mto le sofferenze rl, quella lunga marcia notturna di circa 30 chilometri, penanto mi sofferrnerù solo su alc un e esperienze e considerazioni elci tutto pe rsonali . Quando si man:ia di notte, co n 40° sotto ze ro, nella neve alta e far inosa , è fa ciJe cedere, an che moralmente, :1ll a fati ca e al l'ormcnto del freddo. Cerrnvo di non suhire qu este condi zioni ambien t•.1li cosl difficili anzi direi estreme, c rrnndo di cogliere ogni occasione per di strarmi . Risalivo la colonna o mi tiravo in di sparte, lasciandol a sco rrere, tanto la li.I marcia era così lenta che non 111i sa rehbe stato difficil e risalirb e recuperare il ti' mpn \": rd u10. Per distrarmi J ,.ll,. re,1lrit delle condi zioni contingenti, ce rcavo, fra e tante occasioni , quell e che pi ù interessavano la mia Cli riosità . Cuardavo gli Alpini eh amminava 110 rirnrvi , uno dietro l'altro, in un silenzio asso l11to, neppu re tu rbaro da un al it o di vento. I ,a neve che c:.1dev:.1 monoto na e uniform e e il buio, della notte toglievano alla scena Li terza dimensione tanto che, al posto degli uomini, vedevo solo delle immagini piatte in lento movimento, senza che fosse evidente la direzione di marcia. Qwrndo Ull incendio lontano gettava qualch e bagliore rossastro, per un momento, le im magini si trasformavano 111 ombre. A volte un Alpino cadeva per la fatica e per il peso dell 'a rma che portava sulJe spalle, il compagno che seguiva raccoglieva l'arma e procedeva innanzi. Ma l'avven imento che più mi distraeva e distoglieva dalla realtà era costituito dall 'incendio d ei magazzini i cui hagliori illuminavano un quadro fantastico tanto vivo e reale che ne potevo cogliere il va lore estetico, come se fossi completamente es traneo alla situazione in cui mi trovavo. Una forma di sdoppiamento che mi aiutava, non solo moralmente, a superare quelle terrihili condizioni ambientali . L'immagil1e allampanata del Tenente Maggi col viso nascosto dietro una masch era di ghiaccio o i solda ti che usci vano harcollandn uhri a<·hi dai magaz:dni di alimentari in fiamme e che, dopo pochi minuti, sdraiati sulla neve, sa rebbero morti assiderati, mi semhravano fuori dal tempo, appartenenti pi1'1 alla letteratura che a un episodio vissuto. Di questa capacità di isolarmi dalla realtà per coglierne l'aspetto estetico e quello letterario devo ri ngra ziare la mia educazione liceale che tanto spazio e considerazione aveva dato alla fiJosofia estetica di l:lenedetto Croce. Si trattava di una conseguenza pratica e quindi di degrado della sua filosofia , eppure importante sotto iJ profilo esistenziale. Sono sempre stato convinto, che se in quel.la notte non avessi avuto la capacità, la familiarità e l'interesse a esegui re quegli esercizi i11telJettuali , avrei sofferto molto di più gli effetti di quelJe
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condizioni estre me ! Vi fu un episodio in cui anch 'io caddi vittim a <ldle circostanze ; un episo dio banale com e quello di urin are come se mi fossi trovato in condizioni normali; invece quando dovetti riahbottonarmi i pantaloni non fui in grado di farlo perché il freddo mi rendeva insufficiente e impossibile l'utili zzo d elle m ani . .Per evitare il p eggio , dovelti camminare, per alm eno un q ua rto d 'ora, con la m ano destra fra le gambe, m assagiandomi l'ing uine e ripri sti n are la circolazione del sangue della man o fin ché n on riuscii a richiudere i pantaloni. In certe condizioni estreme anche una sempli ce e b anale disatten zio ne pu ò provocare un d ramma! Realmeme tragirn era invece la scena de i m o lti Al pini che risalivano la colonna alla rice rca del fratello, <ld congiun to o d el l'amico gridandon e il nom e pe rché era in1possibile ri con oscerli: curvi e col viso nascosto dal passamomagna , erano ombre d el tutto eguali fra loro. L a ca usa o la colpa stava n el c riterio del reclutamento regionale per il qu ale i giovani di un paese si ritrovavan o insiem e nello stesso re parto. Q uando la nave Ga lil ea fu affond ata in Adri atico fra la costa d ella Puglia e quella alban ese, alcuni p aesi <lei Friuli p erse ro quasi tu tti i giovani di una classe di leva. Solo verso m attin a cominciai a sentirmi assonnato, allora presi la coda di un mul o e m i lasciai trascinare come un sonnambulo fi no al termine della marcia». ' Da Lui gi G rossi , Avanti Val Chif'se: «Anivammo d opo un a marcia d i un pa io d 'o re a O µ yL, sito i11 u11a specie d i con ca. Migliaia d i automezzi, di slitte, di muli , di uomini italiani , tedeschi , u11 gheresi, si accalcano in un disordine indesc ri vibi le. Una vera bolgia. Si dovrebbe fare Lappa qui , ma il Colonn ell o C hi erici non ne vrn1l e sas e re . Lo sento urlare: "Vi a! Vi a! Aprirsi la stra d a a ogni costo . F uo ri da yues to isordine . Il Val C hi ese p rosegua ! Il Val Ch iese µ rosegua! ". Non è fac ile ; oltre ai reµarti orga11i ci c 'è una mil ssa cli shandati di tutte le nazionalirii , che fanno una resistenza µassiva .. . finalm ente riu sriamo a uscire d a qu d caos. SC'nto il " Vecchi o" bo rbottare: " Ma sono mall i che io va da a mette rm i o l Battaglione in q11ella valle di .Josa fot ! S cap ira no i russ i, di no i f,111no pol pem01" . L1 tu tti i lib ri che tra ttano di quei giorni (aggiunge G io rgio G aza, ,0111:mda1 1tt: dell a 2~3', la compagnia di ross i i riconosce la pront ezza di intu ito elci nostro "Vecchio ": egli p revide quel lo che poi sa reb be successo e, così, con un a 1r1ossr1 lamµ o sa lvò il suo Battaglione ... e ci sal vò un a seconda volta qu ando , raggi umo dall 'o rdine d el Ge nerale Reverbe ri , di ri torna re a O pyt ri spose che no n si semi va di obbedire e preferiva µrosegui re». ' Da Nuto Revclli, Mai tardi: «L'o rdine del 18 genn aio è <li lasciare Podgor11uje allt: o re J 8, 30 pe r arrac-carc il villaggio di Skoro ryb ... Io devo ri111 a11e re in retrovia in posizione di mascheramento. Alle ore 2 del 19, alJa rm e. Si sento no spari e scoppi... come se i russ i stessero arri vando ... Infili amo b pist:1 che va alJo st radone, ci inse ri am o nelJa bolgia ... Colonne impazz ite di italiani , tedeschi ... Sostiamo per oltre un 'ora. La sola nostra spe ran za è di lasci are Podgomoje <love abbiamo abbandon ato gli zaini . Siamo rimasti con wrn cop ena, il fucil e , alcun i caricatori e qualche bomba a mano .. . Hagg iungiamo iJ vill aggio di Skoro ryb i11 fi amme che è già buio». " Da Lui gi Grossi, Avanti Val Chiese: « . .. Arriva Bona rdi: " A O p yt stann o comb attendo d a q uesta no tte! E ribadisce: "H a av uto ragio11e ' il Vecchi o' di non volersi fe rm are i11 411dl a bolgia"». " La version e di Gaza è un po· pii1 dma: « Il Vecchio si imptuHÒ furibo nJ u e, dimost rando ch e era assu rdo µer<le r tt:mpo e sfi ancare gli Alpini col rifare il cammin o a ri troso , ottenne di fa r sosta nell'ormai vicino villaggio <li Kosim o». " Se111µre G iorgio Gaza: « Altro punto d 'ono re al "Vecchio" pt:r fiuto , rapi dità d i decisione, e on t:s tà <li coscie nza ve rso i suoi Alpini». " A rn ald o C hi erici: «La ragioni: del mio m alessere non era causata dalJ 'affati rn mento . In fa tti la crisi durò meno di q ua rantotto ore. Era dovuta, invece, a un episodi o ·he mi aveva coinvolto e terribilmente colpilo. Durante l'ope razione di blocco mi e ro trova lo a con fron tarmi con un gruppetto di sb ,uidati, arm ati , che non vo levan o ol,bedire al mio ordin e di ferm arsi. La sciarli proseg LÙ re signilica-
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va rompere il hlocco della massa che premeva. In questi casi i miei colleghi sparavano senza esitare; io, invece, come Ufficiale d 'artiglieria incaricalo di un osservatorio, non solo non avevo l'ahitu<line di usare direttamente un 'arma. ma prima cl'allora, non mi ero mai trovato in circostanze di doverla usare. Perciò, prima Ji sparare, chiesi ripetutamente l'ordine che mi veniva sempre confermato. Temai con ogni mezzo persuasivo di fermare quel gruppetto che nel frattempo andava rapidamente ingrossando. Al la fine sparai e colpii uno, gravemente, alla testa. Al momento non awertii alcuna reazione nel mio intimo. Ma in seguito e ancora oggi ne soffro e il ricordo continua a turbarmi soprattutto al pensiero che, meno di un 'ora più tardi, tutta l'operazione era fallita rendendo inutile il sacrificio di una vita umana! " Da Luigi c;rossi, 11.vtmti Val Chicxe: «Gregori di ce: "Sapete che ora il Bartaglione non è più comandato dal Vecchio''. "Ma va!". "Sì , il generale ieri l'h a incaricato di inquadrare gli sbandati! ... Ma come si fa a sostituire un C.omandantc di Battaglione in piena ritirata? ()uelli sono matti! E poi senza che nessuno <li noi ne sappia niente!" Ma siamo tanto stanchi che la discussione si spegne e ci acldo nnentiamo sognando la nostra terra lontana . ..» Da Giorgio C;aza, llrla di vittoria nella steppa: «Prima di prender sonno sentii un ~ruppo di Alpini che , intorn o alla stula, parlavano anim atamenre del "Vecchio', con acco ramemo, come se fo se venuta meno un a persona di fa miglia. Aveva no sentito J eUa <lestiLUzione elci loro Coman<lante e elci motivo (in sisteva sulla necessità <li pernottare a Scheljakin o per attenclere le altre due Divi sioni od i loro resti) . Profondamente rattri stati manifestavano runa la loro stima e la lo ro riconoscen za per quanto aveva sempre fono per gli Alpini ; <la buoni montanari , esprimevan o giudizi pesanti contro gli auto ri del mi sfouo . Si rendevano conto che ... avrehhe tentat o tutte le strad e per <lare ~iuro aoli sv,·n turati dell a Jul ia e dell a Cu neense (o meg li o ai loro resti ).. . Ciò che li indi gna va, invece, e ra il fotto d1 e, il " Vecchi o" era si aro <lestituiLO perch ' , voi nJo ten er fede alle sac re leggi cl Ua sua coscienza e J .. I dovere, an h t'. a cos w dL' lla vita, contrn stava tro ppo con quanti trnvart•n <> omodu vale rsi dclb lo ro auto ri ti, µcr c,liminare un galantuom o imharazzan te .. . Aveva fot LO cresce re in rull i la stim a e l'allerto verso di lui , ma an che l'un anirn t' ribellio ne morale ve rso chi ,1vev:1 colto l' occasione per rogliergli li com and o del 13attnp.li o nc proprio men rr si sta va s hi e rnndo di fro nt e al nemi co per lanciarsi all 'atrncco e non li aveva nepp ure info rnrnti . Ern no h eri di ave r com ba u11ro e vinto cla soli , senza saperlo, .. . ma era mancato li plauso elci '' Vecchio"». Arn aldo Chie rici: «In realtà io non credo a queste Ù1le rp retazioni. Mio padre era molto in confidenza con lkverheri e avrebhe potuto opporsi alla sua deci sione. potcncl o contare an che sull'appoggio iu rnnJi zio nato del C.oloun ello Sign orini, ma non lo fece perch~ sapeva di non rirnrnciare a nessuna azio ne di comando della Lesta dell a colonna (avanguardia ) 110 11 solo per il prestigio di rni godeva, ma perch é e ra l'Ufficiale piì1 anziano ecl elevato in gra<lo. Penso che Reverberi e Signorini lo vol essero sollevare d,1lle mansioni ordinarie del comando di Battag lione per non affaticarl o troppo». " Da Giorgio Gaza, Urla di vitturia nella steppa: «Comin ciava a farsi buio quando, inatteso, ci raggiunse, da clict ro, un a11to mezzo tedesco col Tenente Colonnello Chierici , Comandante l'avanguardia, e il Maggio re Parolclo, nuovo Co 111an<lanlt'. Jel Val Chit,e; ,ui diedero r o rdine <li invertire la marcia e perno tt are nel piccolo abitato cli Arn autowo. Non seppi perché, nomin ato dopo Postojali Coman<lante <lell 'avanguarclia <lai Generale Nasci, avesse ceduto il com ando proprio quella sera». ''' Da G iorgio Gaza, Urla di vittoria nella steppa: « Ancora una volta ci salvan.mo la_ nos.tra forllln~ e la saggezza del '' Vecchio':, che, a sera : vista Arua~1towo1 vi lasc10 11 0 1 della 25.3 , parte della 254" e dell a 112 del Val Cinese, nonché la 3 3 Batte ria <li Artiglieria del (-:; ruppo Berga mo per un total e di circa 900 uomini. Per i russi Arnautowo era il punto topografico ideale su cui convergere da ovest
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co11 due branche a tenaglia, p er tagli are a metà la Tridentina e distrnggere, separatamente, i due tronconi (della colonn a) sorpresi in pieno sonno» . " Gaetano Maggi, Aiutante Maggiore del Battaglione Val Chiese: «Terinkina era un piccolo paese situato a destra della strada che pona a Nikolajwka, in un bosco di betulJe, formato da isbe accoglienti, nelle quali potemmo finalmente sistemare confortevolmente i nostri Alpini. Saranno state le 22, q uando comparvero Chierici con suo figlio Arnaldo. Veniva ad avvertire noi e quelli del Vestone che, ad Arnautowo, i russi stavano attaccando i nostri colleghi del Val Chiese e le Ballerie di Artiglieria Alpin a che erano con loro. Ci ord in ava di retrocedere subito , per ce rcare di concorrrere a risolvere la situazione che si stava delineando molto µer icolosa. Se i russi avessero prevalso, la colon na si sarebbe spezzata in due tronconi e, sicuramente, il giorno dopo la hattaglia di Nikolajewka avrebbe avuto he n alt ro vincitore. Non so per qual e isLi11to mi sostitui i a Pamlclo e risposi a Chieri ci che, secondo una dcme11tare nonna tattica, non speuava a noi arretrare, ma, bensl, l'aiuto doveva essere prestato da qu ami stavano riposando a N ikirowka (inclusi i Generali). Chierici e suo figlio se ne andarono e noi, spossati cfa tutte le enormi fati che so pµortar c, ci aclrlo rm elllammo» . " Da Giorgio G aza, Urla di v11tonà nella steppa: « Decisi d i invi are due co ppie cli po rtaorclini: u11a in avanli , al grosso de U'avm1g11ardia, dove c'e ra :in che il m io Comandante di 13anaglione, un a. indietro, alle vicin e isbe dove era Lutto il 5°, il m io Cornanclante di Heggimento, Colo11nell o Sig11orini, il ge nerale Reverheri. Comandante la D ivis ione e il Gene rale N asci i primi entrarono nell 'isba dove do rmivano il Tenente Colonnello Chierici , il Maggiore Kracchi e altri ... purtrop po tutti si o µpos C'ro e prevalsero , per numero. sul so li to im!Je rl errito "Vecd , io " il qualC', bend, è non losse pi ù il 11ostro Colll anclant e, si era sul,ito hattuto, w l suo i111 pel'O di scmpr . per in viarci i.Jnm C'dia1 ai 11ente di rinforzo la 255' ( :ompagnia e p renckrc di sp,111<', fra due fu ochi, i rn ·si che ci frontegg i,1v;111<>. Era il solo a rennC'rs i conto del gra ve prrin ,l<• rhe cor rev:1 l' inte ra colo nna dC'l b T1iLk·u1im 1nel ca o in cui fossimo sra1i so pral.la11i ... I due porrno rdin i in viati a N iki rowka consegnarotm la mia ri chiesta al ( :omandanTC' del 5°, che la pi1sscì a quel lo cl I 6° ... NC'ssun o se la se nù di rn ggiun1;crc Arna11towo a so li 500 n1ctri di di s1a11z:1, pri111 a cl Uc 7.3 0 del mauin n q uando il Tira no passò trnnq 11i ll o , i11 (lrcline di 11rnrc-ia , pe r m,dare a N ikolajewka , e cadde nd1'i1ubosc,1ta tesagli dai russi , a pochi metri dai .n ostri pezzi ... Purtroppo mentre mi all endcvo rinforzi guidati ahilme1tte per ali run UffC' una siru,1zione che avrd ,hcru dovuto conosce re, vedevo giu ngere. in vece, un reparto cli validissimi soldaLi e giovani lJFfi iali es p<•sti a Llll rischio mortale. Ma quando la prim a Compag nia si prese11Lù sul dosso, dava111i alla seUe1ta, esplose, fulmin eo e micid iale, il luoco dell e 111irrag li aLrici e della fucileri a: le prime riglt e clegli Alp in i fu rono lerternLn ente falciate. Ma i snperstiti e i re parti che seguivano, do po alcuni istanti di comp rensibile sbandamento, si ripresero µrontam euLe e si lanciarono in un furioso contrassalto, sor preudendo, a loro volta, i ru ssi impreparati a tanta irrnenza. F u 11n combarri 111elllo caotico e violentissimo, uomo c·ontro uom o. co11dotto dai so ldati fo rse senza avere più Ufficiali. Intervennero due pezzi di artiglie ria russa mi si contrappose un nostro ohi ce da 75/ 13 co mandato dal Sergente Benazzi che rncrnn ia. ·· Il pri1110 coipo spara to da uoi n sLJtò corro, risposero i russi senza col pirci. Per il secondo colpo gridai al puntatore al zo pit't cinque. La nostra grnnara col pì il pcz:w nemico uella parte med iana e lo dis trusse insieme ai suoi serventi. Restava ancora il secondo pezzo rn sso che con cinque co.lpi, a tiro direu o, F11 messo a tace re ". A sole già alto, verso le dieci, (e ravamo, sporchi laceri e sfin iti clicdi l'o rd ine di adunata ai resti delJa mia 253'». ,., 1);1 G io rgio Ca:>.a, Urla di villoria nella steppa: « Ma, senza l'eroica resistenza del Val hi esc e della 3.3" del Bergamo e il successivo intervento nel Tira11 0 non ci sa re bbe sLata Nikolajewka». _ '" Da G iorgio Gaza, Urla eh vittorù, nella stepµa : «E ime ressante la resti-
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monian za dell'Jng. Arnaldo Chierici, figlio del nost ro "Vecchio " allora Sottotenente di Artiglieria Alpina, che quella notte si trovava col padre in avanguardia a Terinkina. A una riuni one celebrativa, anni dopo, disse: "Senza Arnautowo non ci sarebbe stata Nikolaj ewka, cioè ci sarebbe stato il tentat ivo del mattin o che andò male e ll sarebbe finito tuttto . Posso affermare questo come testimone perché quando mio padre, quell a sera, voleva tornare indietro disse al Maggiore Bracchi (Comandante del Vestone) : " Ma non capite che se non torniamo indietro a salvare il Val Chiese e i russi passano acl Arnautowo è la fine per tutti ?"». Da Nuto Revelli, Mai tardi: «O re una : scoppi vicini, come di bombe a mano , Si dice che c'è l'allarme: riprendi amo a dormire. Sveglia alle 4 arriva un 'ordine sconcertante: "Sistemare i plotoni a ridosso de lle isbe ". È ormai l'al ba. Usciamo dal paese, infili amo un a lunga salita. li Tirano è solo. Tutte le altre colonne sono rimaste a Nikitowka. Andiamo avanri e basta, come in una no rmal e marcia di trasferimento, camminando sulla destra della strada affiancati per due . A metà sali ta un colpo di artiglieria altri colpi, altri regali. Mi volto, sliue abbandonate, muli impazziti ; è una corsa sfrenata per raggiungere u11 rado boschetto a 100 metri clalla pisra . Dopo un po' rientriamo sulla pista . ul cigli o i russi ci attendono al varco l'arte per primo Torelli. ca d e da eme cun lutti i suoi Alpini. Non è che l'inizio, l'ini zio del ma ssacro. C'è una Batteria di Artiglieria Alpina con il pezzo pulllalo a tiro diretto , ,1Jzo .i nque. Mancano i servan ti : sono morti tutti intorno, ai pezli. Si dice che foss ero in postazione fin dalla nolle per appoggiare il Battaglione Val Ch iese. E c hi ne ha saputo null a <le i combartimen ti della notte! Noi si clormiva tranquilli a Niki1owb menrrC' qui combartcva no. Anche stamane , all'alba , nessuno segnalò che nella notte si cm combam 1ro, che la resist en,1,a conli 11uava, qui , ad Arnautowo ... le µerdi te sono gravissime; sono morri i migliori Uffo:iali del Tirano. Tutti i pochi superstiti comballono ero icam nte. I russi indi e rrefigiano. Arrivano il (3eneralc Re veb ri e il Colonnello Adami . ( lrmai eh ne la piana è torn ato il silen zio , la massu degli sbandati, le inHn<:nsc colonne, riprc nJono la ln11, lu ga. Noi rt'stia 1110 fra i morti, i nostri feriti a pian ge re ... Quando la nostra co lo nna si affaccia su ll a co nca di Nikolajewka è sera! ». " Arna ldo Chierici: «La descri zione del combattime nto di Nikolajcw ka i:· trntta dalla rela zio ne Ufficiale, su l riµiega1 11 c11Lo dal 19 al .H gennaio 1943 , tra smessa nel maggio 1943 al Comando del 6° Reggimento Alpini e ;illa Divisione Trid entin a t' da una successiva, re lat iva al solo combattimento di Nikolajewka, invi ata poi al ministero d ell a Difesa, nonchè dal.la mia testimonianza , essendo stato sempre acca mo a 111io padre durante tutto il periodo del ripi e gamento». " Arnaldo Ch ierici: «C)uesto ern il principale 1110Livo di angoscia comune, ma sofferto soprallulLo dal Colonnello Signorini che si rivolgeva spesso a mi o padre diccnclogli: "Cnro Policarpo stai tranquillo che al nostro ritorno in Italia non manchenì occasione per raccontare quanto hai farro durante questa odissea e quanto Li dobbiamo ". I ,o diceva con una sofferen za evidente su l suo viso. Lo tormentava, orn che i combattimenti era no praticamente finiti , l'enorme numero di morti che avevamo lasciato dietro cl i noi su lla neve e l'Lmpossibilità, per lui , Com::ndante dd reggimcnLO, Jj limitarne, in gran parte, il numero. A11u,1 a tivul tu a mio padre l' ho scn tiro più volle dire: "Policarpo cosa di ciamo alle famiglie dei nostri caduti e ai loro compaesa ni ? C he sono rnorLi unicamente pe r sfuggire alJ a prigionia e rienLrare in Italia? Che col loro sac rifici o hanno aperto la strada d el ritorno a d ecine di migliaia di sbandati, spesso imbelli e proGuawri? ". TI giorno dopo il cuore del Colonnello Signorini cedeva per sempre alla fatica e alle emozioni sovrumane». " Ricominciano le lettere che il Colonnello C hie rici scrive alla moglie. Infatti dall'8 gennaio al 14 febbraio 194.3 le comuni cazioni con l'Italia si interruppero a causa della grave situazione militare.
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" Il Tenente Gino Ferroni p roveniva da Verona. Laureato in lenerc c.: ld,,•,t1 fia , Professo re Universitario, cau olico impegnato , Presidente dell'Azione C:i 11t1 li ra di Verona, era politicamente non allineato col regime fa scista e, in particol:i re, contrario al nostro intervento in guerra contro la Russia. La proposta d i m<: daglia d 'oro, dopo I.i sua morte, diede luogo a numerosi contrasti e polemi che nell'ambiente catto lico locale. " Nella corri spondenza cli quel periodo, ho nota lo che non compare nessun tim bro «Verificato per censurn», come invece sarà sempre p resen te a pa rtire clal 191(, alla fine della guerra.
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INDICE
Presentazione . ... .......... ... . . .... ...... . 5 Premessa . . ..... .. . .. ... .. .. . ... .. ..... . .. . 9 Capitolo Primo Tra<lotta . .......... ... ... . . ..... . .. ..... . 15
Capitolo Secondo In marcia verso il Caucaso . . ... . . .... . .. .... 30 Capitolo Terzo A Bolchoj sul fronte del Don .... . ... .. . . ... . 38 Capitolo Quarto Quota 228 ... ... .... .. ... . . .... ......... . 65 Capitolo Quinto Sul Don a Belogorje ... ... .. .. ............ . . 84 Capitolo Sesto Il ripiegamento . . .... . ................. . .. 136
Capitolo Settimo L' anabasi . .. .. ... .. .. .... . .... ... . ... ... . 13 7 Capitolo Ottavo Opyt . ... .. ..... . .. ........ .. ......... .. 146 Capitolo Nono Nikolajewka ............................. 200
APPENDICE
Commemorazione del Tenente Gino Ferroni . . 2.31 Note biografiche ..... .... . . . .. ..... . .. . .. 237 Stato Ji se rvizio . .... ...... ..... .......... 285 ampagne di guerra . .. . ............. . ... . 293 Note ................................... 295
Bibliografia . ... . .... . . ... .. .... . ... .... .. 305