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PER UNA DIMENSIONE IMPERIALE

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Studi di storia 10

e-ISSN 2610-9107 ISSN 2610-9883

— Per una dimensione imperiale Ca’ Foscari e Venezia di fronte al colonialismo e imperialismo italiano Marco Donadon

Edizioni Ca’Foscari


Per una dimensione imperiale

Studi di storia Collana coordinata da Laura Cerasi Mario Infelise Anna Rapetti

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Studi di storia Coordinatori Laura Cerasi (Università Ca’ Foscari Venezia, Italia) Mario Infelise (Università Ca’ Foscari Venezia, Italia) Anna Rapetti (Università Ca’ Foscari Venezia, Italia) Comitato scientifico Claus Arnold (Johannes Gutenberg-Universität in Mainz, Deutschland) Marina Caffiero (Sapienza Università di Roma, Italia) Giovanni Filoramo (Università degli Studi di Torino, Italia) Marco Fincardi (Università Ca’ Foscari Venezia, Italia) Stefano Gasparri (Università Ca’ Foscari Venezia, Italia) Mario Infelise (Università Ca’ Foscari Venezia, Italia) Vincenzo Lavenia (Università di Bologna, Italia) Simon Levis Sullam (Università Ca’ Foscari Venezia, Italia) Adelisa Malena (Università Ca’ Foscari Venezia, Italia) Alberto Masoero (Università degli Studi di Torino, Italia) Rolf Petri (Università Ca’ Foscari Venezia, Italia) Giorgio Politi (Università Ca’ Foscari Venezia, Italia) Silvio Pons (Università degli Studi di Roma «Tor Vergata», Italia) Antonella Salomoni (Università della Calabria, Cosenza, Italia) Enzo Traverso (Cornell University, Ithaca, USA) Giovanni Vian (Università Ca’ Foscari Venezia, Italia) Chris Wickham (University of Oxford, UK) Direzione e redazione Università Ca’ Foscari Venezia Dipartimento di Studi Umanistici Palazzo Malcanton Marcorà, Dorsoduro 3484/D 30123 Venezia studistoria@unive.it

e-ISSN 2610-9107 ISSN 2610-9883 URL http://edizionicafoscari.unive.it/it/edizioni/collane/studi-di-storia/


Per una dimensione imperiale Ca’ Foscari e Venezia di fronte al colonialismo e imperialismo italiano (1868-1943) Marco Donadon

Venezia Edizioni Ca’ Foscari - Digital Publishing 2019


Per una dimensione imperiale. Ca’ Foscari e Venezia di fronte al colonialismo e imperialismo italiano (1868-1943) Marco Donadon © 2019 Marco Donadon per il testo © 2019 Edizioni Ca’ Foscari - Digital Publishing per la presente edizione

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Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione 4.0 Internazionale This work is licensed under a Creative Commons Attribution 4.0 International License

Qualunque parte di questa pubblicazione può essere riprodotta, memorizzata in un sistema di recupero dati o trasmessa in qualsiasi forma o con qualsiasi mezzo, elettronico o meccanico, senza autorizzazione, a condizione che se ne citi la fonte. Any part of this publication may be reproduced, stored in a retrieval system, or transmitted in any form or by any means without permission provided that the source is fully credited. Edizioni Ca’ Foscari - Digital Publishing Università Ca’ Foscari Venezia Dorsoduro 3246, 30123 Venezia http://edizionicafoscari.unive.it | ecf@unive.it 1a edizione ottobre 2019 ISBN 978-88-6969-348-9 [ebook] ISBN 978-88-6969-349-6 [print]

Per una dimensione imperiale. Ca’ Foscari e Venezia di fronte al colonialismo e imperialismo italiano (1868-1943) / Marco Donadon — 1. ed. — Venezia: Edizioni Ca’ Foscari - Digital Publishing, 2019. — 168 p.; 23 cm. — (Studi storia; 10). — ISBN 978-88-6969-349-6. URL http://edizionicafoscari.unive.it/it/edizioni/libri/978-88-6969-349-6/ DOI http://doi.org/10.30687/978-88-6969-348-9 44


Per una dimensione imperiale Ca’ Foscari e Venezia di fronte al colonialismo e imperialismo italiano (1868-1943) Marco Donadon

Abstract At the end of nineteenth century, Ca’ Foscari was established by a powerful local élite that was motivated to take advantage of the new international economic and commercial scenario. With the conquest of the first colonies and, in a second moment, with the construction of Italian empire, the city of Venice and also Ca’ Foscari attempted to play a role of utmost importance in the Italian political plans. In this regard, in the shadow of the strong myth of Serenissima, the academic staffing plan and the degree programmes offered at the Venetian university were constantly modified in order to shape a young class of commercial officials able to lead others Mediterranean markets under the Italian imperial influence. Keywords Fascism. Colonialism. Imperialism. Venice. Myth. Cultural history. University. Racism. Balkans. Africa.


Per una dimensione imperiale Ca’ Foscari e Venezia di fronte al colonialismo e imperialismo italiano (1868-1943) Marco Donadon

Ringraziamenti In un primo momento, nutrivo qualche dubbio sul tema di ricerca propostomi dal professore Alessandro Casellato per la mia tesi di laurea. Una ricerca archivistica che si prospettava infinita e un argomento che conoscevo ben poco andavano ad alimentare infatti le mie paure e insicurezze. Col passare del tempo, però, grazie alle riunioni di gruppo per la realizzazione della mostra Ascari e Schiavoni, il razzismo coloniale e Venezia (19 gennaio-12 febbraio 2017, Ca’ Foscari Zattere Cultural Flow Zone) e alle discussioni tenute col professore a ricevimento, il progetto di ricerca ha cominciato ben presto ad appassionarmi. Pertanto, vorrei ringraziare sentitamente il professore Alessandro Casellato per il supporto, i preziosi consigli e le opportunità che mi ha dato in questi ultimi anni. Ringrazio di cuore anche il professore Marco Fincardi, il quale non mi ha mai fatto mancare il suo sincero sostegno. Non sarebbe stato possibile portare a termine questa ricerca storica senza la disponibilità, la competenza e l’entusiasmo di persone come Antonella Sattin e Alessandro Ceregato, dai quali sono stato condotto letteralmente per mano tra le carte degli archivi storici di Ca’ Foscari e dell’Ismar. A loro il mio profondo e sincero affetto. Un ringraziamento va anche alla dottoressa Igiaba Scego, che ha mostrato profondo interesse per il mio lavoro, riportandomi osservazioni e intuizioni che si riveleranno molto utili per il futuro. Infine, dedico un pensiero speciale a molti professori e studenti del Corso di Laurea magistrale di Storia dal Medioevo all’Età Contemporanea che mi hanno accompagnato affettuosamente in questa esperienza lunga e faticosa, permettendomi di ‘rubare con gli occhi’ gli strumenti principali del mestiere dello storico e di comprendere, sotto un’altra luce, il mondo. Venezia, novembre 2019


Per una dimensione imperiale Ca’ Foscari e Venezia di fronte al colonialismo e imperialismo italiano (1868-1943) Marco Donadon

Sommario Introduzione

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Il ritorno della Dominante Ca’ Foscari nei piani espansionistici di Venezia fra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento

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Tracce imperiali a Venezia

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La cultura coloniale nella quotidianità cittadina degli «anni ruggenti»

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Un calendario accademico imperiale

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Ca’ Foscari nell’Impero italiano

ILLUSTRAZIONI

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Contrappunti, in conclusione

Fonti e bibliografia

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Per una dimensione imperiale Ca’ Foscari e Venezia di fronte al colonialismo e imperialismo italiano (1868-1943) Marco Donadon

Introduzione Il 31 gennaio 1939 il conte di Misurata Giuseppe Volpi tenne una conferenza dal titolo Venezia antica e moderna presso l’Università degli Studi di Zurigo. Pubblicato successivamente in un libretto di quaranta pagine dall’editore romano Atena, l’intervento mirava a decantare «una delle più grandi imprese del nostro secolo»: la nascita e lo sviluppo di Porto Marghera.1 Secondo il conte, il complesso industriale nato in seguito alla Convenzione stipulata nel 1917 tra lo Stato, il Comune di Venezia e la Società del Porto Industriale, rappresentava una nuova Venezia che al pari di quella antica – il centro storico ubicato in isola – era «sorta dal mare e dal mare attende la sua ricchezza». L’Adriatico insomma fungeva da trait d’union fra la Storia, cioè ciò che è stato, e la cultura, una manifestazione umana confinata in una determinata epoca e in grado di reinterpretare il passato in base ai propri schemi ideologici, in funzione di un futuro da delineare e da progettare sotto forma di un destino manifesto che per Venezia assumeva tinte decisamente imperiali. Infatti, «per uno di quei cicli fatali che segnano il tormentoso cammino dell’umanità», il senatore poteva affermare come fosse giunta finalmente l’ora per Venezia di partecipare «con orgoglio alla restaurata missione imperiale», una «tradizione storica» ravvivata in seguito alla conquista dell’Etiopia e la conseguente fondazione dell’Impero italiano e fascista. D’altronde, dopo «l’oscuro travaglio medioevale», Venezia avrebbe avuto il merito di proseguire il progetto imperiale dell’antica Roma assumendo la funzione di «sentinella della civiltà latina» nel Mediterraneo. Anche all’inizio del XVI secolo, in una congiuntura storica partico-

1 La conferenza è stata organizzata dall’Associazione Svizzera per i Rapporti Culturali ed Economici con l’Italia. La figura di Giuseppe Volpi verrà meglio delineata nel corso del testo.

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Marco Donadon Introduzione

larmente sfavorevole, Venezia era stata in grado di reggere all’urto provocato dalla Lega di Cambrai, dal rafforzamento dell’Impero Ottomano e dallo spostamento di molte rotte commerciali verso le Americhe, grazie alla forza «di una stirpe costruttrice di eventi»: «la progenie eroica dei navigatori veneti». La vocazione imperialista della antica Repubblica, pertanto, non solo si basava su un retroterra storico considerato come glorioso, ma anche su un fondamento identitario, per quanto anacronistico, volto a sottolineare la specificità e l’alterità dei veneziani rispetto ad altri popoli, una diversità che alla vigilia della conquista dell’Albania poteva assumere i contorni di un modello storico da seguire ed emulare per l’intera Italia fascista.2 Per come tratta determinati argomenti, Venezia antica e moderna è un documento di estremo interesse poiché rappresenta un chiaro esempio di uso politico e pubblico della Storia, la quale viene narrata attraverso l’utilizzo di stilemi mitici ancorati a una precisa epoca storica. In questo caso, infatti, come si è potuto osservare, il conte di Misurata Giuseppe Volpi riuscì a porre in continuità il presente con un passato opportunamente selezionato in grado di legittimare e consacrare l’operato di una classe politica – o di un uomo solo – che nei primi decenni del Novecento era riuscita a erigere una Venezia moderna «libera di ogni impedimento nella sua moderna attività» (Volpi 1939, 7-26). Inoltre, si tratta di una sintesi perfetta e matura di un discorso costruito e declinato continuamente, sin dall’inizio del secolo scorso, da svariati autori secondo le esigenze di una città che ‘stava salendo’ sulle ali di uno mito forte intento a riattivare una nuova politica della memoria (Povolo 2000, Infelise 2002). Malgrado questa ‘testimonianza’ di Volpi risalga al 1939, si può affermare come Venezia, sin dalla sua annessione al territorio italiano, abbia ricoperto un ruolo importante all’interno dei diversi progetti d’espansione e coloniali del Regno che si susseguirono e sovrapposero negli anni. A tal proposito, può venire in aiuto un’installazione esposta a conclusione della visita della mostra storico-documentaria Ascari e Schiavoni, il razzismo coloniale e Venezia (Venezia, Ca’ Foscari Zattere Cultural Flow Zone, 19 gennaio-12 febbraio 2017), allestita da un gruppo di studenti di Storia e antropologia dell’Università Ca’ Foscari Venezia in occasione del Giorno della Memoria 2017, allargato per quell’anno al tema del razzismo coloniale italiano da-

2 La retorica identitaria e la sua intrinseca rielaborazione mitopoietica si fondano per forza di cose sull’anacronismo. A conferma di ciò, si riportano i termini di matrice fascista utilizzati da Giovanni Volpi per descrivere i presunti caratteri posseduti dai veneti: «Ardore d’iniziativa, slancio d’azione, sprezzo del pericolo, della vita comoda e facile; amore della sana vita marinara, dell’avventura rischiosa; forte sentire di sé, della propria patria; esaltazione della fede religiosa, non esaurientesi in un vago misticismo, ma incitatrice di fatti eroici che esaltano insieme l’amore della Patria e l’anelito mistico» (1939, 24). Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 11-16

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Marco Donadon Introduzione

ta la ‘scomoda’ ricorrenza dell’ottantesimo anniversario della prima legge sulla «tutela della razza», varata il 19 aprile 1937 per impedire rapporti «d’indole coniugale» tra uomini italiani e donne africane. L’installazione non era altro che una grande carta murale dov’erano stati trasposti i risultati della ricerca etnolinguistica, toponomastica e archivistica condotta precedentemente sul territorio da parte degli studenti. Fra permanenze e rimozioni i curatori hanno quindi portato alla luce quelle tracce del tessuto urbano – monumenti, toponimi, edifici e sedi di eventi – legate al colonialismo e all’imperialismo italiano, interagendo con l’identità e la memoria storica della città [fig. 1]. L’insieme dei punti così evidenziati dava da subito la sensazione al visitatore di una città che appoggiò con consapevolezza e decisione l’espansione coloniale italiana partendo dal recupero e dalla riattivazione del passato della Repubblica di Venezia, un passato opportunamente selezionato e narrato sotto forma del mito.3 Nel suo piccolo, anche Ca’ Foscari partecipò attivamente a questa stagione storica tanto da essere segnata quale traccia urbana nella mappa imperiale di Venezia. Del resto, la cosa non può meravigliare considerato che sin dalla sua fondazione – come Scuola di Commercio – l’università veneziana cercò di rispondere sempre alle esigenze di una classe dirigente locale estremamente integrata nel contesto politico nazionale e negli equilibri economico-commerciali mondiali. In questo senso, quindi, si può affermare come la mappa esposta in occasione della mostra abbia costituito un vero e proprio punto di partenza per la seguente indagine storica, che si propone di tracciare in che modo Venezia e, in particolare, Ca’ Foscari rielaborarono il discorso e la pratica dapprima coloniale e infine imperiale in un arco di tempo compreso fra la fondazione della Scuola di Commercio (1868) e la fine della Seconda guerra mondiale. Tuttavia, particolare attenzione sarà dedicata alla svolta del 1936, quando l’Italia fascista proclamò la nascita dell’Impero in seguito all’occupazione dell’Etiopia. Intesi come documento e teatro, pertanto, lo spazio urbano e quello accademico costituiranno i principali oggetti di studio, ambiti sui quali si è riflettuto partendo dalla lettura di Roma negata (2014), testo con cui l’autrice Igiaba Scego, insieme al fotografo Rino Bianchi, riflette sulla memoria postcoloniale di Roma camminando per le strade della città. Anche la capitale, infatti, presenta tuttora i segni della «storia dolorosa» che legava l’Italia alle sue ex colonie, nonostante essi continuino a essere ignorati da un discorso pubblico incapace

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Per quanto riguarda la mostra Ascari e Schiavoni, il razzismo coloniale e Venezia si veda il blog ufficiale, URL https://razzismocolonialevenezia.wordpress.com/ (2018-01-8). La progettazione, la con-ricerca e la ricezione sono stati oggetto di studio all’interno del panel «Il colonialismo come storia pubblica. Metodologie e pratiche» coordinato da Valeria Deplano in occasione dei Cantieri di Storia IX (Padova, 1315 settembre 2017). Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 11-16

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Marco Donadon Introduzione

di contestualizzarli e depotenziarli del loro carattere colonialista e razzista (Scego 2014, 19). Altrettanto fondamentali per la stesura della ricerca storica che seguirà nelle prossime pagine, si sono rivelati alcuni degli studi di Edward Said, in particolare i saggi Orientalism (New York 1878) e Culture and Imperialism (New York 1993) nonché l’autobiografia Out of place, A memoir (Londra 1999), tutti lavori che pongono al centro la riflessione a proposito della suddivisione – infondata secondo il parere dell’intellettuale palestinese – fra sapere puro e sapere politico. Infatti, sulla base del concetto gramsciano di «egemonia culturale», ossia il prevalere di un determinato sistema di idee, Said afferma come la visione omogeneizzante e per questa ragione stereotipata dell’Oriente derivi dal costante intreccio fra scienza e potere. Questo rapporto talmente inestricabile causerebbe l’oggettivarsi di una consapevolezza geopolitica che la comunità accademica, pur sforzandosi di rielaborare, tende tuttavia a confermare, se non addirittura a rinforzare. Si tratta, pertanto, di una riflessione fondamentale per approfondire il processo di costruzione e diffusione dell’argomento coloniale dentro le aule di Ca’ Foscari. Grazie alle esperienze e ai testi sin qui citati, l’indagine storica è stata organizzata tenendo sempre presente la relazione simbiotica che intercorse fra Venezia e la ‘sua’ Università, una dimensione locale che, sebbene contestualizzata costantemente nell’ambito italiano ed europeo, dimostra da più vicino come il colonialismo non rappresentò soltanto una parentesi della storia nazionale, bensì un elemento strutturale della costruzione identitaria italiana (Ben-Ghiat e Fuller 2005). Con l’obiettivo, dunque, di raccontare la storia universitaria di Venezia in parallelo a quella urbana, lo studio si sviluppa in tre capitoli. Il primo, all’interno della cornice di una Venezia intesa come piazza e laboratorio principale del nazionalismo adriatico primonovecentesco, si soffermerà quasi esclusivamente su Ca’ Foscari nei suoi primi sessant’anni di vita ponendo in evidenza in che modo il suo statuto di Scuola Superiore di Commercio fosse funzionale ai progetti espansionistici delle élite locale e nazionale. Inoltre, parallelamente alla progressiva crescita del pensiero coloniale fra gli strati sociali più alti della popolazione, si è cercato di riportare nel testo quando e quali furono le prime conoscenze coloniali e razziali a circolare nel corpo docente e studentesco cafoscarino attraverso lo studio dei programmi didattici, di alcune tesi di laurea – peraltro elencate in «Appendice» – e di altra documentazione d’archivio. Al contempo, si presterà particolare attenzione a come nelle aule universitarie il crescente interesse per lo studio delle colonie a partire dagli anni Venti, si rapporti alla rilettura storica del passato della Repubblica di Venezia in termini coloniali e imperiali. Nel secondo capitolo molta attenzione verrà data alla prospettiva imperiale, l’orizzonte comune verso il quale l’Italia e Venezia volseStudi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 11-16

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ro il loro sguardo nel corso degli anni Trenta. A tale scopo, con l’aiuto della stampa dell’epoca, la ricerca è riuscita a ricostruire l’azione – incessante – di appropriazione dei simboli e della memoria storica di Venezia che il regime fascista condusse con il consenso di Volpi al fine di diffondere una coscienza coloniale e imperiale di massa, poggiata molte volte su un dispositivo razzista che di lì a poco sarebbe stato istituzionalizzato dal fascismo. Il terzo e ultimo capitolo, infine, riprenderà il punto di vista di Ca’ Foscari, ormai ampiamente fascistizzata con l’aprirsi del terzo decennio del Novecento. Dopo un periodo di estrema difficoltà economica, scientifica e politica, la riforma De Vecchi parve dare il colpo di grazia all’Istituto, nonostante collocasse a pieno titolo Ca’ Foscari fra le università statali. Del resto, la soppressione della sezione diplomatico-consolare, vero e proprio fiore all’occhiello dell’identità cafoscarina, sembrava tagliare fuori l’università veneziana dalla ‘corsa per l’impero’. Al contrario, dalle carte dell’Archivio Storico si assiste al continuo sforzo sostenuto da Ca’ Foscari per continuare a rendersi competitiva nel panorama accademico nazionale. In questo frangente, risulta di estremo interesse anche il dibattito nato in seno all’università sul rapporto fra la propria identità storica e le nuove esigenze imperiali a cui l’Italia doveva rispondere. Tuttavia, all’illusione che il mito della Serenissima si stesse inverando, seguì la sconfitta dell’Italia nella Seconda guerra mondiale togliendo qualsiasi speranza di gloria. La costruzione del Sacrario ai caduti in guerra e nella lotta partigiana (1946) – tuttora presente presso la sede centrale dell’Università – rappresentò simbolicamente l’infrangersi del sogno per Ca’ Foscari di diventare il punto di riferimento accademico per quanti volessero intraprendere la carriera di funzionario imperiale. Per concludere, il seguente lavoro di ricerca si prefigge l’obiettivo di contribuire a far emergere le pagine, fra le più luminose per alcuni, ma più oscure secondo il mio giudizio, del passato cittadino e universitario di Venezia con la speranza di complicare e problematizzare uno storytelling di una città che troppo spesso ha scientemente omesso alcuni aspetti, intensificandone degli altri in una autorappresentazione semplificata, per quanto coerente e integrata.

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Per una dimensione imperiale Ca’ Foscari e Venezia di fronte al colonialismo e imperialismo italiano (1868-1943) Marco Donadon

1 Il ritorno della Dominante Ca’ Foscari nei piani espansionistici di Venezia fra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento Sommario 1.1 Una Scuola funzionale. – 1.2 In classe.– 1.3 Studiare le colonie a Venezia. – 1.4 Intenti comuni. – 1.5 Sul campo. – 1.6 Dalla parte degli studenti.

1.1 Una Scuola funzionale. L’atto di nascita e la prima organizzazione della Scuola Superiore di Commercio di Venezia Nell’ottobre del 1866 Venezia riteneva di sentirsi pronta per ritagliarsi un ruolo all’interno di quelle prospettive mondiali economico-commerciali che sembravano prefigurarsi all’orizzonte con l’oramai prossima apertura dell’istmo di Suez. Oltre a istituire un regime doganale con uno o più Stati, a potenziare la flotta mercantile nell’Adriatico e a migliorare le strutture portuali, secondo la classe dirigente locale per rilanciare la funzione economica del Regno appariva indispensabile formare degli operatori economici in grado di riannodare le ‘tradizionali’ relazioni commerciali con l’Oriente. A tal proposito, le strade da percorrere erano due: da un lato la trasformazione e l’ampliamento dell’Istituto tecnico fondato dagli austriaci in città nel 1840, dall’altro il progetto di una nuova Scuola Superiore di Commercio e, almeno in principio, di navigazione.1 In quest’ottica,

1 L’ipotesi di creare due Scuole – una di Commercio e una di Navigazione – fu definitivamente scartata nel 1867 in quanto a Genova funzionava già un Istituto di Marina Mercantile.

Studi di storia 10 DOI 10.30687/978-88-6969-348-9/001

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Marco Donadon 1 Il ritorno della Dominante

con il contributo finanziario di tutte le articolazioni amministrative di Venezia – il Comune, la Provincia e la Camera di Commercio – e con la tutela dello Stato, prese avvio a livello nazionale la prima Regia Scuola Superiore di Commercio, un progetto che al contempo intersecava gli interessi del Regno a quelli di Venezia (Berengo 1989, Bano 2002, Favero 2015).2 Come ci suggerisce l’Ordinamento della regia Scuola superiore di commercio in Venezia, pubblicato nel 1868 dal Ministero d’Agricoltura, Industria e Commercio, all’atto di nascita la Scuola non rientrava nelle competenze del Ministero della Pubblica Istruzione, bensì in quelle del Ministero dell’Agricoltura, dell’Industria e del Commercio. Del resto, per formare «quella tempra di animo gagliarda che si richiede» al commerciante «per pigliar parte, con esito felice, a questa immensa concorrenza di traffici, che oggi ha per teatro e per mercato il mondo intero», non occorreva tanto «coltivar l’intelletto» – dell’istruzione infatti si doveva far carico l’università – quanto educare gli allievi ad apprendere quelle capacità richieste per intraprendere «viaggi profittevoli a sé ed al Commercio» al fine di «schiudere nuovi mercati ai prodotti nazionali» (Ordinamento 1868, 19; cf. Paladini 1996). Nelle aule di palazzo Foscari la didattica, che assunse forma definitiva solo nel 1871, si articolava dunque in tre indirizzi: uno di carattere commerciale per la preparazione di dirigenti pubblici e privati, uno magistrale per la formazione del corpo insegnante nelle materie tecnico-scientifiche e linguistiche – come economia, ragioneria, diritto, merceologia, geografia e lingue straniere – infine, uno consolare per coloro che volevano intraprendere la carriera diplomatica o commerciale all’estero (Berengo 1989).3 Il programma curricolare era il medesimo per il biennio. Durante il primo anno era previsto l’insegnamento di Letteratura commerciale, che proponeva l’approfondimento delle «narrazioni dei viaggi e delle più importanti scoperte, non che le biografie degli uomini che si segnalarono nel traffico e nelle industrie e la notizia dei cospicui istituti di pratica mercantile»; Geografia commerciale, volto allo studio «delle piazze di commercio, con le particolarità topografiche, sociali e mercantili che le distinguono»; Merceologia, per analizzare le merci maggiormente commerciabili; Calcolo e Computisteria mercantile. A questi

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A tal proposito, basti ricordare come il Consiglio di Amministrazione e direzione fosse composto da sei persone elette provenienti dalla Provincia, dal Comune e dalla Camera di Commercio, a cui si aggiungeva con voto deliberativo il direttore Francesco Ferrara, proveniente dal Ministero delle Finanze.

3 Inizialmente il corso prevedeva una durata biennale per il corso commerciale e triennale per quello magistrale e consolare. In seguito, nel 1870, si stipulò fra la Scuola e il Ministero che la durata dovesse essere aumentata. A tal proposito, si decise di rendere triennale l’indirizzo commerciale e quinquennale gli altri due indirizzi. Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 17-50

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veniva affiancato uno studio di perfezionamento in chiave commerciale della lingua francese e tedesca, alcuni principi fondamentali del Diritto civile – «per servire di avviamento allo studio del Diritto commerciale, industriale ed internazionale» – e molte esercitazioni di Pratica commerciale in cui l’allievo doveva eseguire alcune operazioni mercantili nelle finte vesti di impiegato o capo delle case di commercio. Oltre al proseguimento delle lezioni di Merceologia, Geografia e Letteratura e delle lingue straniere, il secondo anno vedeva l’avviamento degli insegnamenti di Economia commerciale e Calcolo mercantile. Solo sulla carta, invece, la Scuola aveva iniziato a organizzare il terzo anno: gli insegnamenti di Merceologia, Diritto commerciale, Economia commerciale e Letteratura sarebbero stati affiancati dai corsi di Diritto internazionale pubblico, Statistica commerciale – che in sostanza specializzava lo studio della Geografia – e Storia del commercio. Quest’ultimo, secondo i due maggiori promotori del progetto Ca’ Foscari Edoardo Deodati e Luigi Luzzatti, era da considerarsi alquanto formativo per gli alunni poiché «la storia di una scienza costituiva parte essenziale della scienza medesima» (Ordinamento 1868, 13-15, corsivo aggiunto). Una base umanistica da impartire non tanto a coloro che avrebbero seguito l’indirizzo commerciale, a cui erano richieste più che altro delle competenze estremamente pratiche, bensì a chi appariva fortemente intenzionato ad avviare una carriera consolare, settore professionale che avrebbe dovuto fondarsi su entrambi i «rami della scienza» in quanto s’intravedeva l’opportunità di intervenire nella formazione di una élite influente sul piano internazionale, com’era quella consolare. Infatti, da un lato i futuri consoli sarebbero cresciuti nel culto dei fasti veneziani grazie alle nozioni impartite non solo durante le lezioni di Storia commerciale, ma anche in quelle di Storia dei trattati, corso pensato appositamente per l’indirizzo consolare; dall’altro un personale estero diplomatosi a Venezia avrebbe costituito un indiscusso vantaggio per il futuro portuale di una città che si proponeva di porsi a capo del rilancio espansionistico italiano verso l’Oriente. La stessa commistione fra la storia della Repubblica e gli equilibri geopolitici contemporanei appariva agli occhi del Ministero dell’Agricoltura quale ambiente ideale per «annodare le antiche relazioni commerciali dell’Italia coll’Oriente», specialmente alla luce di un piano curriculare che prevedeva una preparazione linguistica completa, dalle lingue occidentali fino a quelle orientali (Ordinamento 1868, 5).4

4 La citazione è ripresa dalla «Relazione» del ministro di Agricoltura, Industria e Commercio a S. M. in udienza del 6 agosto corrente sopra l’ordinamento della Regia Scuola Superiore di Commercio contenuta nell’Ordinamento. Nonostante il benestare del Ministero dell’Agricoltura, che permise di considerare la sezione consolare al pari della facoltà di giurisprudenza, le iscrizioni rimasero basse per più di un decennio. Tuttavia, l’indirizzo consolare costituirà nel tempo motivo d’orgoglio per la Scuola veneziana. Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 17-50

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Il greco moderno, il persiano e l’arabo costituivano delle peculiarità che collocavano la Scuola sin dalla sua fondazione in una relazione funzionale non solo con il Regno d’Italia, ancora troppo giovane per portare avanti una seria politica di potenza, quanto soprattutto con i progetti di una classe imprenditoriale locale decisa ad espandere i propri affari verso Est (Paladini 1996).

1.2 In classe. Le scienze commerciali fra esperienze irredentiste e prime conoscenze coloniali Oltre alle competenze accademiche, con l’assegnazione delle prime cattedre iniziarono a penetrare nel tessuto di Ca’ Foscari specifici indirizzi ed esperienze politiche che andranno ad alimentare il fitto intreccio fra sapere e potere costituitosi sin dalla fondazione. D’altra parte, il risvolto pratico dell’insegnamento impartito fra le aule della Scuola non poteva non sbilanciare il rapporto fra esigenze utilitaristiche e ricerca scientifica in favore delle prime. In questo senso è necessario sottolineare perlomeno alcuni aspetti biografici del professore designato a tenere il corso di Diritto civile, commerciale e marittimo: Carlo Combi (Cella, 1982).5 Ancor prima di aver superato la prova scritta del concorso indetto dalla Commissione mista, quest’ultimo era considerato come il «capo del partito nazionale dell’Istria». Fin da giovane, infatti, si era distinto per l’attività irredentista a tal punto che, in seguito al bando inflittogli dalla autorità austriache, il giovane capodistriano chiese lo svincolo dalla sudditanza austriaca per appoggiare il governo italiano alla vigilia della Terza guerra d’indipendenza. Dal suo rifugio lombardo Combi continuò l’azione politica rivolgendo un primo appello al re – pubblicato postumo con il titolo Gli istriani a Vittorio Emanuele II (Milano 1915) – nel quale ribadiva con veemenza l’italianità dell’Istria: [gli italiani della Giulia] saranno i guardiani dell’Alpe Giulia, di quell’Alpe che, violata troppe volte dallo straniero, è complemento necessario e sicurezza del territorio nazionale; essi sono i discendenti di quegli arditi marinai istriani che combatterono e vinsero sotto il glorioso vessillo di San Marco. (Combi 1915, 5; cf. Cattaruzza 2007, 50)6

Per il primo anno vennero designati sei professori. Oltre a Combi, vennero chiamati a Venezia il triestino Raffaele Costantino per la cattedra di Pratica commerciale, il toscano Adolfo Bartoli per Letteratura commerciale, il milanese Luigi Bodio per Geografia e Statistica commerciale, i veneziani Giovanni Bizio e Antonio Biliotti per quelle rispettivamente di Chimica commerciale e di Calcolo e Computisteria mercantile.

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6 In calce all’appello erano presenti le firme di settantasei persone fra istriani, triestini, trentini, veneti e romani. Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 17-50

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L’appartenenza culturale all’Italia, però, non era solo dettata da ragioni storiche, ma anche da argomentazioni di carattere etnografico-razziale come è possibile osservare nelle espressioni utilizzate in un successivo appello del 11 agosto 1866, questa volta indirizzato al presidente del Consiglio dei Ministri Bettino Ricasoli. Riferendosi alla popolazione slava, Combi li descrive come «stranieri fra loro fino a non intendersi e stranieri agli slavi d’oltralpe», o ancora «essi vissero e vivono senza storia, senza memorie, senza istituzioni, tutt’altro che lieti della loro origine e desiderosi di essere equiparati a noi» (Combi 1915, 19; cf. Cattaruzza 2007, 51).7 Con questo retroterra culturale ed esperienziale, l’intellettuale capodistriano giunse a Venezia sul finire dello stesso anno con l’intenzione di continuare la battaglia dall’altra sponda adriatica – da poco divenuta italiana – attraverso l’organizzazione e la formazione di una prima rete associazionistica di stampo irredentista. Inoltre, a partire dal 1868 a Combi fu possibile esporre le proprie convinzioni politiche anche fra i banchi scolastici. Nonostante la mancanza di riscontri nelle fonti coeve, l’insegnamento di materie quali Diritto civile, marittimo e commerciale si predisponeva ad accogliere le rivendicazioni istriane come confermò il professore di Istituzioni di commercio, Pratica commerciale e Legislazione doganale Enrico Castelnuovo nella Commemorazione del Prof. Cav. Carlo Combi, letta agli studenti e al personale della Scuola il 17 gennaio 1885: «lo scienziato in lui si compenetra al patriota; quando egli pensa, quando egli scrive ha per fine ultimo la sua Istria nelle attinenze di lei con l’Italia» (Commemorazione 1885, 14). Sulla stessa linea di questa testimonianza, conviene anche una documentazione postuma, a riprova del fatto che il pensiero e lo stesso corpo di Combi fossero diventati dapprima uno strumento di rivendicazione irredentista e, successivamente, un simbolo di rivincita politica, una volta che l’Istria era rientrata oramai saldamente nei confini territoriali italiani. Nell’Annuario del R. Istituto Superiore di Scienze economiche e commerciali di Venezia per l’Anno Accademico 1934-1935, infatti, il primo rettore dell’istituto commerciale veneziano Carlo Alberto dell’Agnola reputava «doveroso» commemorare il «Padre dell’irredentismo», l’«Uomo che dalla cattedra di Diritto […] ha profuso tesori di dottrina, educando costantemente i giovani alla fede nei più puri ideali e al santo amore di Patria», in occasione della traslazione della sua salma e quella dei suoi famigliari da Venezia a Capodistria avvenuta il 3 maggio del 1934. Organizzata in grande stile, la manifestazione si pose l’obiettivo di sanare la ferita inferta

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L’appello questa volta venne redatto alla vigilia dell’Armistizio di Cormons per convincere il governo italiano sulle possibilità strategiche di un’eventuale annessione dell’Istria. Ad ogni modo, come gran parte del materiale propagandistico di quel periodo, anche gli appelli scritti da Combi sarebbero stati ristampati nel 1915 in sostegno della causa interventista. Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 17-50

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dalle autorità austriache che in seguito alla morte di Combi – 11 settembre del 1884 – proibirono la celebrazione delle esequie nel duomo di Capodistria (Annuario 1934-35, 20).8 Se, per quanto riguarda l’aspetto irredentista, l’Italia e Venezia poggiavano su una memoria e un’esperienza storica consolidata, sul versante coloniale e colonialista il discorso appare differente, almeno fino alla conquista delle due regioni nord-africane della Cirenaica e della Tripolitania nel 1911, nonché dell’arcipelago del Dodecaneso. Ciononostante, sul finire dell’Ottocento il mondo accademico stava muovendo i primi passi per colmare questa ‘lacuna’ nella cultura e nella coscienza nazionale, ponendosi quindi sul piano delle maggiori potenze europee. Dall’Unità d’Italia il compito di diffondere tra gli studenti delle conoscenze preliminari e sommarie sulle colonie straniere venne affidato quasi totalmente alla geografia nelle sue diverse branche. Il motivo di questa investitura trova una parziale spiegazione in epoca risorgimentale, quando l’esplodere degli studi naturalistici sollecitò il riemergere di una sensibilità geografica votata all’analisi statistica, orientata pertanto all’approfondimento di filoni di ricerca quali il miglior uso della terra coltivata, l’aumento dei lavori di bonifica, l’innesto fra agricoltura e industria, i movimenti della popolazione considerata come forza-lavoro, l’incremento della viabilità ferroviaria e la città come polo coordinatore dello spazio regionale. Nello stesso periodo, accanto a questi studi, i fenomeni culturali e politici intenzionati a plasmare una prima coscienza nazionale iniziarono a costruire una sorta di pantheon nazionale al cui interno furono riposti memorie di epoche, episodi, istituzioni e uomini illustri. Tra questi fasti rientrarono il mito imperiale di Roma così come quelli delle repubbliche marinare di Venezia e Genova, protagoniste dell’espansione coloniale e commerciale a Oriente. La riattivazione di queste radici storiche ispirò la nascente scienza geografica, che sulla base di queste premesse si distinse come una pioniera scienza imperiale (Gambi 1992, Deplano 2015).

1.3 Studiare le colonie a Venezia. Dalla geografia alle scienze storiche: un percorso curriculare Dalla seconda metà dell’Ottocento, il legame fra geografia e colonialismo era oramai un dato acquisito in Europa come dimostra la nascita di numerose Società geografiche, veri e propri «strumenti di 8 Alla cerimonia partecipò il professore di Geografia economica Leonardo Ricci in rappresentanza di Ca’ Foscari. Per quanto riguarda invece la traslazione della salma di Combi, quest’ultima venne trasportata da Venezia col piroscafo Nazario Sauro, un nome che rimanda ad un altro ‘corpo’ usato a fini politici per legittimare l’espansione verso l’Adriatico orientale. Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 17-50

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promozione e organizzazione del consenso coloniale» (Monina 2002, 9). In Italia la prima fu la Società Geografica Italiana (SGI), che dal 1867 si pose come obiettivo quello di incentivare il progresso della disciplina in tutti i rami, in particolar modo nel campo della navigazione, del commercio e dell’industria, tre indirizzi che ambivano a sollecitare azioni politiche e imprenditoriali quali l’incremento della flotta, la conquista di nuovi mercati e l’organizzazione di imprese esplorative. L’intreccio fra scienza e politica è confermato anche dalla tipologia di professioni esercitate dagli associati della SGI. Infatti, nei primi trent’anni di attività nei quali la SGI progressivamente assunse la guida del movimento coloniale italiano, i geografi rappresentarono solo una minima parte di un gruppo estremamente eterogeneo dal punto di vista dei profili professionali presenti. Oltre a medici, avvocati e imprenditori industriali, ne facevano parte anche diplomatici, militari di alto rango e parlamentari (Gambi 1992).9 Fra questi ultimi è possibile constatare la presenza di Luigi Luzzatti tra i responsabili nel 1878 della nascita, all’interno della SGI, della sezione di geografia commerciale, che aveva il compito di diffondere sia all’interno sia all’esterno dei confini italiani la conoscenza dei prodotti nazionali sulla base di notizie geografiche, etnografiche ed economiche sempre aggiornate che molto probabilmente pervenivano non solo dal personale governativo all’estero, ma anche dalle aule universitarie o da quelle degli Istituti di commercio (Monina 2002).10 Del resto, nonostante il dibattito nazionale sull’istruzione coloniale si facesse più articolato solo all’inizio del Novecento, nel piano di studio di Ca’ Foscari l’insegnamento di geografia ricopriva già un ruolo decisamente importante perché era considerata una scienza totale in grado di spiegare quasi tutti i fenomeni, dall’origine del mondo sino all’azione dell’uomo. Infatti, secondo le parole pronunciate dal nuovo professore di Geografia e Statistica commerciale Giuseppe Carraro in occasione dell’inaugurazione dell’anno scolastico 1876-77, da «occhio della storia», in quanto serviva solo a determina-

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La SGI venne fondata a Firenze, prima di essere spostata a Roma nel 1871. Alcuni anni dopo, sull’esempio della SGI, per volontà delle élite locali vennero fondate altre società geografiche a Milano, Napoli e Firenze, ognuna delle quali perseguiva un obiettivo legato saldamente alle esigenze della classe dirigente. Quella milanese, fondata nel febbraio 1879, era in realtà una società d’esplorazione commerciale che nel panorama nazionale si propose di fornire informazioni riguardanti il mercato africano alle imprese settentrionali attraverso spedizioni, esplorazioni e creazioni di stazioni e uffici. La Società Africana d’Italia di Napoli, invece, aveva un carattere decisamente più parlamentare perché più volte cercò di influenzare direttamente la politica estera italiana. Al contrario, la Società di Studi geografici e coloniali di Firenze aveva una vocazione decisamente più accademica.

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La sezione durò appena due anni perché, come si è osservato, venne fondata la Società d’Esplorazione Commerciale a Milano. Anche in questo caso era presente Luigi Luzzatti. Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 17-50

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re un luogo o a misurare un elemento, la materia geografica era ormai divenuta «per la progrediente conoscenza della terra e dei suoi rapporti col sole, colla luna e con altri corpi celesti» un campo di sapere talmente vasto e autonomo che poteva diramarsi in differenti discipline, tra cui la geografia commerciale «che studia invece la terra come dimora dell’uomo vivente in società civile e tutto intento agli scambi» (Carraro 1876, 6). Carraro era succeduto a Luigi Bodio, un giovane milanese esperto di economia politica che venne chiamato a Venezia direttamente dall’amico Luzzatti per impartire le lezioni dei corsi di Geografia e Statistica in ambito commerciale. Prima di essere chiamato a Roma per dirigere i servizi statistici nazionali, per poco più di un triennio Bodio organizzò un programma d’insegnamento che prevedeva una breve introduzione sul territorio italiano, a cui faceva seguito l’approfondimento sulle singole piazze commerciali del Paese: Genova, Livorno, Napoli, Palermo, Brindisi e naturalmente Venezia. Al secondo anno invece, dopo alcune ore monografiche sulla Germania, il professore passava a descrivere i rapporti commerciali dell’Italia con la Turchia, con la Tunisia e soprattutto con l’Egitto, al quale era dedicato molto spazio per via delle nuove rotte commerciali che si aprirono con la costruzione del Canale di Suez. Di colonie, invece, si parlava solo per raccontare l’«operosità della razza anglosassone nel Nuovo Mondo» (Notizie e dati 1871, 124-5). Risulta necessario sottolineare come sia Bodio sia Carraro non svolgessero la professione di geografo, una mancata specializzazione spiegabile da un lato con il fatto che occorreva più un profilo esperto in materia economica essendo le cattedre di geografia e statistica accomunate; dall’altro con la constatazione che le carriere politiche dei professori erano probabilmente considerate motivazioni valide per qualificare qualcuno come geografo.11 Ad ogni modo, la situazione era destinata a cambiare davanti alla conquista dei primi possedimenti coloniali e alle nuove esigenze poste dal processo di modernizzazione del Paese. Nonostante la sconfitta di Adua (1896), che aveva ridimensionato i progetti coloniali italiani e, di conseguenza, contestato il ruolo delle società geografiche, le istanze per un’istruzione coloniale adeguata trovarono una loro legittimità all’interno del più ampio movimento per il rinnovamento del sistema educativo nazionale. Nel 1901, Vincenzo Grossi, etnografo e esperto di geografia commerciale e di politiche dell’emigrazione, scrisse un lungo articolo sulla rivista «Ita-

11 Se la prima spiegazione è valida per Bodio, la seconda invece descrive perfettamente la scelta compiuta dalla Scuola per quanto riguarda Carraro. Come afferma Berengo, infatti, si era di fronte a una situazione simile a quella di Combi: «Carraro era stato a lungo medico condotto e poi esule e medico militare nell’esercito italiano dal 1860 al 1871. Al momento della nomina alla Scuola i suoi meriti erano quindi essenzialmente politici» (1989, 64 nota). Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 17-50

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lia Coloniale» nel quale diede un quadro generale dello stato in cui versava l’insegnamento coloniale in Italia. Passando in rassegna gli istituti superiori che offrivano nel loro piano curriculare qualche corso dedicato in parte all’analisi dei possedimenti d’Oltremare, l’autore in L’insegnamento coloniale in Italia e nei principali paesi europei poggiava le sue osservazioni sulla premessa che solo alle università e agli istituti commerciali fosse affidato il compito di specializzare le future generazioni in base alle esigenze dettate dallo Stato, in quanto una prima generica cultura e ‘coscienza coloniale’ doveva essere plasmata nei primi due livelli del sistema di istruzione (Grossi 1901, 48; Gabrielli 2015). Ai primi posti Grossi poneva l’Istituto Internazionale di Torino, perché fu il primo tentativo – fondato nel 1867 – di creare una scuola di carattere coloniale, e l’Istituto Orientale di Napoli, fondato nel lontano 1732 e diventato vero punto di riferimento per il movimento espansionista guidato dalla locale Società Africana d’Italia. L’elenco si concludeva con le tre Scuole superiori di Commercio operanti nel territorio, le quali avrebbero dovuto dare maggiore spazio nella programmazione curriculare ai corsi ad argomento coloniale per far fronte al prossimo avvenire italiano, così come veniva ribadito nel 1899 in occasione del Congresso internazionale per l’insegnamento commerciale che si svolse dal 4 all’8 maggio nelle aule di palazzo Foscari (Atti del Congresso 1899).12 Proprio a Venezia, Grossi individuava alcune discipline se non altro affini: oltre alle lingue orientali, infatti, l’autore sottolineava l’importanza degli insegnamenti di Geografia e Statistica commerciale e di Storia del commercio (Grossi 1901). Come si era già accennato, si considerava quest’ultimo corso estremamente formativo dato che si proponeva di infondere negli studenti il valore di quelle tradizioni veneziane legate al commercio, alla navigazione e all’espansione verso Oriente. Le lezioni cominciarono solo nell’anno scolastico 1870-71, quando lo storico veneziano Riccardo Fulin accettò la docenza, dopo aver insegnato storia per nove anni al ginnasio di Santa Caterina (Pes 1998). Secondo le «Notizie» raccolte dalla Scuola in occasione dell’esposizione internazionale marittima di Napoli, il corso era suddiviso in quattro sezioni: la prima era dedicata ai commerci dell’antichità, soprattutto a quelli che i fenici, i greci e infine i romani tesserono con l’India e l’Egitto; la se-

12 Al congresso, che per la prima volta si svolse in Italia, parteciparono tra i più importanti commercianti, imprenditori, industriali e direttori scolastici. Per una lista completa si vedano gli atti congresso. Nonostante dagli atti non compaia, durante il congresso si formò un Comitato ordinatore del Congresso internazionale per l’insegnamento coloniale guidato da Alessandro Pascolato, direttore della Scuola Superiore di Commercio di Venezia in quegli anni. Tra i membri si citano i nomi anche di Luigi Luzzatti e Nicolò Papadopoli Aldobrandini. Quest’ultimo faceva parte del cosiddetto «gruppo veneziano» descritto ottimamente da Maurizio Reberschak (Monina 2002, 88). Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 17-50

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conda invece si concentrava sul Medioevo, con particolare attenzione per le relazioni commerciali e industriali fra il «Cristianesimo e i barbari». Di questa parte del corso facevano parte anche gli approfondimenti sulle crociate, sulle «cause della prosperità commerciale delle Repubbliche italiane, relazioni di esse col rimanente d’Europa, con l’Africa e in ispezieltà con l’Oriente». Prima di passare all’età moderna, dove le ‘radici’ italiane erano poste in ombra dallo studio del «sistema coloniale» portoghese e spagnolo, bisognava affrontare lo studio dei progressi della marineria in rapporto ai Banchi di Venezia e di San Giorgio. Partendo dallo studio degli effetti della Rivoluzione francese sugli equilibri commerciali mondiali, la quarta e ultima sezione – l’«età presente» – si concludeva con una panoramica sulla situazione italiana attuale, prima di lasciare spazio a quella che molto probabilmente aveva il tono di una riflessione conclusiva del professore: «il commercio ha diffuso la civiltà» (Notizie e dati 1871, 130-1). Con i primi possedimenti italiani d’Oltremare – Assab (1882) e Massaua (1885) – e l’istituzione della Colonia Eritrea (1890), molta attenzione venne rivolta all’argomento coloniale, mai così ‘concreto’ come in questo momento. Nell’anno scolastico 1890-91, infatti, il programma di Storia commerciale proponeva uno studio approfondito delle colonie e delle loro funzioni nel corso della storia. La prima parte si soffermava sulla descrizione delle colonie antiche, fenici e greche, a cui seguiva un’analisi sull’«ordinamento delle colonie italiane» nel Medioevo, con particolare riguardo alle vicende veneziane e genovesi. La seconda parte si apriva all’approfondimento degli equilibri commerciali fra i grandi imperi di epoca moderna e alla comparazione fra il «nuovo sistema coloniale», quello medievale e quello antico. Dopo alcune lezioni di carattere monografico dedicate a ogni singolo impero europeo, il programma prevedeva due macro-argomenti per comprendere al meglio la formazione del mercato mondiale: «imprese e rivolgimenti coloniali nel secolo XVIII», dove, oltre alle Compagnie delle Indie, si dava spazio addirittura alle «colonie svedesi e danesi», e «commercio, industria e colonie dallo scorcio del secolo XVIII al 1813», nel quale grande interesse molto probabilmente sembrava suscitare la dissertazione sull’apertura del Canale di Suez in base alle «previsioni avveratesi e previsioni smentite». Oltre alla variazione semantica in senso coloniale dell’intero programma, per la prima volta in classe si trattava direttamente anche dei territori d’Oltremare italiani come risulta dall’ultima sezione del piano di studi dedicata allo stato in cui versavano le relazioni commerciali con il continente africano (Notizie e documenti 1892, 134-7).13 Del

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Si avvisava che l’ultima sezione, nominata l’«Ultimo ventennio», sarebbe stata esposta in «succinto compendio», visto che un’ampia trattazione sarebbe stata fatta durante il corso di Geografia commerciale. Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 17-50

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commercio, dunque, si studiava non solo l’aspetto geografico, ma anche il suo sviluppo storico, un aspetto fondamentale secondo coloro che avevano organizzato il curriculum scolastico dato che l’insegnamento era da considerarsi obbligatorio nel corso del terzo anno per gli studenti di tutti gli indirizzi i quali, presumibilmente, affollavano le aule durante le lezioni.14 Ad attenderli, inoltre, c’era un professore dalle innate doti oratorie, riconosciute persino dalle più varie componenti del Parlamento italiano: Antonio Fradeletto. Il grande organizzatore della vita culturale veneziana era stato chiamato dalla Scuola, pochi giorni dopo aver conseguito a Padova la laurea di Lettere e filosofia nel 1880, per ricoprire inizialmente la cattedra di Letteratura, un impegno didattico che si estese successivamente anche agli insegnamenti storici (Storia commerciale, Storia politica e Storia diplomatica). Alla docenza, Fradeletto affiancò durante gli anni Ottanta anche la carriera politica, una liaison fra ambito culturale e amministrativo che rappresentava una condizione comune per molti docenti della Scuola commerciale (Camurri 1997, Ceschin 2001). Fra quest’ultimi rientrava anche Primo Lanzoni, il professore di Geografia commerciale che nel 1884 subentrò a Carraro dopo essersi diplomato nella Scuola commerciale veneziana seguendo sia l’indirizzo consolare (1880-1885), sia quello magistrale di Diritto, Economia e Statistica (1883-1885).15 L’apprendimento avvenuto sul campo nei suoi viaggi condotti in Egitto e in India per conto di una società privata, tema che verrà affrontato successivamente, rappresentava un bagaglio esperienziale del quale si riscontra traccia anche nel programma del corso dell’anno scolastico 1897-1898. Ad esempio, le «nozioni generali sulla costituzione, la storia recente, gli abitanti e la configurazione fisica» dell’Egitto, più le sue relazioni con l’Italia, costituivano un tema abbastanza ampio dell’insegnamento al terzo anno – Geografia commerciale era un corso triennale a cui partecipavano gli studenti della sezione consolare, magistrale e commerciale. Oltre alla pratica, anche il contesto geopolitico italiano cominciava a cambiare radicalmente la percezione del fenomeno coloniale in seno alla scienza geografica. Malgrado la cocente sconfitta subita ad Adua dal regio esercito nel 1896, secondo il primo Annuario pubblicato dalla Scuola (1897-1898) il corso tenuto da Lanzoni prevedeva una dettagliata trattazione sull’«Abissinia e i possedimenti italiani in Africa»:

14 Intorno alla fine dell’Ottocento, gli iscritti erano circa 1.755. Il programma del corso sembra non subire alcuna variazione almeno fino alla fine dell’Ottocento. Per gli anni successivi, purtroppo, negli Annuari non trovano più spazio i programmi dettagliati di ogni singolo insegnamento.

15 Venezia, Archivio storico dell’Università Ca’ Foscari (ASCF), Serie Studenti, Regi-

stro Matricolare, n. 1, matricola 201, certificato di corso compiuto n. 158 e n. 159, p. 200. Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 17-50

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La Colonia Eritrea. – Cenni sulla posizione, il governo, la storia e gli abitanti dall’Etiopia; e sguardo particolareggiato alla sua configurazione fisica. – Prodotti vegetali, animali e minerali. – Industrie principali. – Vie di comunicazione che mettono capo specialmente ai possedimenti italiani. – Commercio – Relazioni coll’Italia. – Luoghi principali del Tigrè, dell’Amharia, del Goggiam e dello Scioa. – Cenni sui paesi Galla e sull’Harar. – Possedimento italiano di Massaua e descrizione particolareggiata di questo porto. – Le isole Dahlak. – Il litorale da Massaua ad Assab. – Cenni sugli Afar, sul sultanato di Aussa e sul possedimento francese di Obock. – La costa dei Somali e il protettorato italiano. (Annuario 1897-98, 142-7) Insieme all’Egitto e ai possedimenti coloniali, il terzo anno si proponeva di impartire le nozioni essenziali per comprendere al meglio le potenzialità delle relazioni che l’Italia poteva maturare con i paesi che si affacciavano sul Mediterraneo sud-orientale. Pertanto, l’espansione commerciale per ora si profilava come l’unico obiettivo, un orizzonte che per il momento poneva ai margini il discorso coloniale, sebbene quest’ultimo trovi una sua sistemazione sempre maggiore all’interno dei programmi scolastici. Per questo motivo, anche relativamente a Ca’ Foscari, non è possibile in alcun modo parlare di ‘saperi’ coloniali – le scienze che come oggetto di studio si concentravano solo ed esclusivamente sulle colonie – almeno fino alla conquista delle regioni della Tripolitana e Cirenaica, un immenso nuovo territorio che si apriva agli studiosi, i quali da un lato incrementarono e aggiornarono le conoscenze scientifiche in specifiche aree di ricerca, dall’altro rappresentavano dei vettori di penetrazione per gli interessi economici e commerciali dello Stato o di Società private pronte a investire al di là del Mediterraneo (Deplano 2013).

1.4 Intenti comuni. Il network commerciale e coloniale nella Scuola Come si è sottolineato più volte, all’interno della Scuola Superiore di Commercio veneziana sin dalla fondazione venne a costituirsi una rete di interessi che trascendevano lo scopo meramente didattico. Gli stessi professori, per la maggior parte, erano stati chiamati a formare le future generazioni per la loro notorietà nel contesto locale: rappresentavano dei punti di raccordo in grado di intrecciare l’aspetto culturale-scientifico e quello politico, come dimostrano le scelte ricadute su Combi e Fradeletto. In questo network allo stesso tempo locale e nazionale, un posto estremamente interessante venne ricoperto da coloro che affiancavano alla carriera accademica incarichi Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 17-50

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nel campo delle mansioni commerciali, dove sarebbero tornate estremamente utili le conoscenze scientifiche apprese durante il lungo e proficuo percorso di studi. Sotto questo aspetto, per quanto riguarda Ca’ Foscari, è necessario dedicare ampio spazio al già citato Lanzoni e ai suoi viaggi per fini commerciali. Nell’anno dell’elezione a sindaco di una figura quale Filippo Grimani (1895), il professore di Geografia commerciale diede alle stampe uno studio estremamente dettagliato sul porto di Venezia, un resoconto aggiornato sulle condizioni in cui versava e i suoi traffici, lasciando alle conclusioni il compito di delineare le possibili potenzialità legate a un suo futuro potenziamento (Lanzoni 1895; cf. Reberschak 2002). Tuttavia, il carattere scientifico della pubblicazione appare parzialmente minato da alcune premesse provenienti dal serbatoio retorico di quella macchina mitopoietica intenta a costruire un discorso pubblico volto a decantare le tradizioni marinaresche e la storia espansionistica della Repubblica veneziana.16 Già dall’incipit, infatti, è possibile osservare come Lanzoni colga un’atmosfera nuova nella città, un «risveglio che si è reso più sensibile» nei confronti «soprattutto del porto e nelle istituzioni che si connettono ad esso». D’altronde, per il suo passato e per la sua configurazione, «Venezia è anzitutto e soprattutto una città marinara», un destino che fu messo a dura prova nel corso del Trecento a causa dell’interramento della bocca di porto del Lido e dal conseguente spostamento delle attività portuali a Malamocco (Lanzoni 1895, 5). A questo punto, secondo Lanzoni, differenti concause rischiarono di portare al tramonto la «fortuna veneziana» dato che i traffici marittimi si erano decisamente ridotti rispetto a poco tempo prima, dove per il Lido: passavano le migliaia di navi trafficanti coll’oriente nei primi albori della rinascente civiltà; di lì [dal porto della bocca di porto di Lido] uscirono le flotte che conquistarono l’Istria e la Dalmazia, onde l’Adriatico cominciò universalmente a stimarsi un lago veneziano; di lì partirono i Crociati che conquistarono per Venezia la parte migliore dell’impero bizantino e le permisero di costellare di fattorie commerciali i paesi del Levante. Di lì spandevasi per mezzo delle innumerevoli galee la incontrastata supremazia della Repubblica fattasi padrona assoluta dei traffici coll’India ed esercitante sul Mediterraneo il commercio più largo e più florido che fosse mai esistito. E di lì usciva ogni anno, nel giorno dell’Ascensione, con uno splendido e lungo corteo di ricche imbarcazioni, il nazio-

16 Il richiamo alle tradizioni – inventate o riesumate poco importa – mirava a rafforzare e a riplasmare l’identità di una città che non doveva temere l’onda d’urto del progresso. La «venezianità», ovvero l’insieme dei tratti caratterizzanti l’identità veneziana, d’ora in avanti si sarebbe posta «al centro di una identità latina e nazionale» fino a quel momento «imperniato sulle tradizioni toscane e sabaude» (Fincardi 2002, 1489). Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 17-50

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nale naviglio del Bucintoro, donde, tra il fulgore delle dorature, il scintillio delle armi e lo sventolare degli orifiammi, il Doge celebrava in nome di Venezia la simbolica cerimonia dello sposalizio del mare. Ed ancora per il porto di Lido tornavano, vinte non dome, le armate repubblicane che, dopo sforzi di valore sovrumano, dovevano mano mano ripiegarsi dinanzi all’avanzare continuo e vittorioso dei Turchi, che strappavano brano a brano alla gloriosa Repubblica quasi tutte le sue colonie orientali. (Lanzoni 1895, 8) Una volta poste le basi nell’introduzione, la trattazione prosegue confrontandosi continuamente con quel ‘passato futuro’ illustre che tracciava la via da seguire per Venezia e i suoi cittadini.17 Nel contesto accademico, però, alla retorica è necessario far seguire l’analisi scientifica delle problematiche che affliggevano lo status quo del porto e le soluzioni che l’élite cittadina doveva intraprendere per migliorare la situazione. L’intreccio fra mitopoiesi e scientificità viene ribadito ancora un’ultima volta nell’ultima parte dell’elaborato in cui, dopo aver calcolato la «competenza matematica» del porto – il raggio d’azione potenziale di un dato porto nel mare – Lanzoni espone definitivamente quale fosse l’area di influenza di Venezia rispetto a quella dei «porti rivali» italiani ed europei: Riassumendo adunque si può dire che la competenza matematica di Venezia rispetto ai suoi porti rivali si estende nella Tunisia orientale, sopra quasi tutta la Toscana, su parte del Lazio e dell’Umbria, su quasi tutte le Marche, su 1/5 dell’Emilia, sopra 1/5 della Lombardia, su 1/5 del Veneto, sopra una parte del Trentina e del Tirolo, su quasi tutto il Salisburghese, sulla parte SE. della Baviera e sopra alcune frazioni della vicina Austria superiore. Competenza geografica e competenza matematica designano una tale virtualità del porto di Venezia alla quale non è ancora giunta, pur troppo, la sua potenzialità effettiva. Ma si faccia maggiore l’iniziativa dei cittadini, più attiva l’industria, e più vivace la vita economica, e diventino più dirette e meglio servite le linee ferroviarie, più numerose le linee di navigazione, più basse le tariffe di trasporto, meglio attrezzato il porto, più spaziosi e più a buon mercato i magazzini, e si vedrà proporzionatamente allargarsi la competenza commerciale di Venezia a cui era un tempo angusta l’Europa. (Lanzoni 1895, 47)

17 Questi parallelismi fra memoria storica e condizione presente si riscontrano soprattutto nelle brevi introduzioni che aprono i capitoli o le sezioni. Di seguito, si riporta un esempio: «Quelle migliaia di galere che attendevano al commercio nell’epoca più fiorente della repubblica Veneta, non sono ahimè ora più che un ricordo. La flotta mercantile dell’antica regina dei mari non conta, fra velieri e piroscafi, che un migliaio di navi aventi una portata complessiva di 33.100 tonnellate, vale a dire una 25° parte del tonnellaggio italiano» (Lanzoni 1895, 39). Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 17-50

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Con Il porto di Venezia, gli interessi geografico-economici di Lanzoni si legarono indissolubilmente con gli scopi politici della Scuola e di conseguenza della classe dirigente locale, la quale si identificava nel porto sia per rinverdire le tradizioni marinaresche della città, sia per influenzare la politica estera-commerciale dello Stato italiano. A riprova della cooptazione del professore di geografia nel tessuto amministrativo veneziano, si evidenzia come Lanzoni entrò nella Commissione comunale permanente per i servizi marittimi e ferroviari del porto di Venezia, dove si prodigò in particolare modo sui temi del collegamento fra zona portuale e entroterra, del luogo per il futuro allargamento industriale del porto e per l’ampliamento delle relazioni commerciali con l’Oriente (Zanetto 2018).18 Su quest’ultimo punto di discussione, inoltre, Lanzoni possedeva una profonda conoscenza dell’argomento in quanto esplorò in prima persona le potenzialità di sviluppo dei traffici veneziani offerte dalla rotta di Suez alla luce del recente consolidamento della Colonia Eritrea. Infatti, nel 1896 il docente della Scuola commerciale venne incaricato dalla Società Italiana per le Strade Ferrate Meridionali esercente la rete adriatica di compiere due viaggi rispettivamente in Egitto e in India – della durata di tre mesi ciascuno – assieme al delegato commerciale della società Gualtiero Fries. Per la società, assieme alla Compagnia Peninsulare ed Orientale con sede a Venezia e la Camera di Commercio, risultava di fondamentale importanza coordinare i prezzi e le tempistiche dei treni e delle navi affinché il flusso di merci e persone proveniente soprattutto dalla capitale dell’impero inglese – Londra – e diretto verso la colonia indiana non salpasse dal porto francese di Marsiglia, bensì da quello veneziano con inevitabili vantaggi economici per la città. A differenza del soggiorno egiziano, del quale non vi è alcuna traccia in grado di documentarlo, l’esperienza del viaggio in India (6 febbraio-10 maggio 1896) riaffiora fra le righe di due scritti di Lanzoni: Relazione sul commercio dell’Italia coll’India, la sintesi finale delle osservazioni compiute sul campo, e «Venezia nell’India», il discorso di apertura all’Anno Scolastico 1896-1897 pronunciato dal professore di Geografia commerciale davanti agli studenti e ai docenti della Scuola di Commercio veneziana. Come è facilmente presumibile, il tenore dei due lavori appare estremamente differente dato che i destinatari nel primo caso erano perlopiù imprenditori o società private, che necessitavano quindi di un resoconto di carattere essenzialmente tecnico per i loro affari; nel secondo, invece, gli studenti avevano bisogno di essere affascinati e sollecitati al fine di continuare il loro percorso di studi con maggiore dedizione. Ad ogni modo, per quanto

18 Già dal 1898 Lanzoni entrò in stretto contatto con la classe dirigente veneziana visto la sua partecipazione al consiglio direttivo della sezione locale della Lega Navale Italiana (Monina 2008, 131). Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 17-50

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riguarda la Relazione, alla breve introduzione, seguiva un elenco dettagliato e precisamente numerato dell’intenso itinerario che Lanzoni e Fries fecero in India: la prima fase consisteva nell’approfondimento di come funzionasse e si svolgesse il commercio d’importazione e d’esportazione in India, con particolare riguardo «a quegli articoli che potessero essere oggetto di scambio coll’Italia»; la seconda fase mirava ad accertare quali prodotti «venissero importati direttamente e quali indirettamente» e «a quali altri si potesse eventualmente aprire uno sbocco»; dopo aver appreso in linea generale le potenzialità del mercato indiano, la terza fase si dedicava specificatamente allo studio delle possibilità di «rendere più facili e più intensi» i flussi si merci da e per il porto di Venezia in relazione alla nuova linea di navigazione istituita dalla Compagnia Peninsulare ed Orientale; l’ultima parte del soggiorno, infine, sarebbe stata dedicata a redigere molte relazioni utili «alle nostre ricerche presenti e future» e, allo stesso tempo, a trovare in ogni zona urbanizzata dell’India delle ditte, «possibilmente italiane», disponibili «a tentare od a perfezionare le importazioni dei prodotti italiani» (Lanzoni 1897, 11). Ancor prima di procedere con la stesura esaustiva delle osservazioni fatte e dei risultati raggiunti, occorreva dare un primo e fondamentale consiglio a coloro interessati di condurre degli affari in India: secondo Lanzoni, fatta eccezione per alcuni «maomettani e parsì», gli «indigeni» stabilitisi nei porti di mare indiani erano da ritenersi «in generale malfidi» e mancanti di «coltura e la lealtà commerciale». Per questa ragione, solo con gli «europei» stabilitisi in India sarebbe stato più sicuro condurre a buon fine delle operazioni di tipo commerciale (Lanzoni 1897, 11). Il vademecum commerciale prosegue decretando quali fossero le piazze commerciali maggiormente convenienti e quali prodotti di origine italiana avrebbero avuto l’opportunità di entrare nel mercato indiano in base, molte volte, a brevi considerazioni sugli usi e costumi della popolazione, come ad esempio i lampadari di vetro, un oggetto molto usato dai locali che poteva essere prodotto nelle vetrerie di Murano invece che nelle industrie austriache. Il 10 novembre 1896, in occasione dell’inaugurazione del nuovo anno scolastico, dopo una breve panoramica sull’andamento della Scuola da parte del direttore Alessandro Pascolato, era il turno della prolusione «Venezia nell’India». Fin da subito il taglio dato da Lanzoni appare chiaro: Ed ho pensato di intrattenervi, come potrò, di Venezia nell’India, non col consueto e prediletto strumento dei numeri che mal si converrebbe alla genialità di questo convegno, ma coll’aiuto d’impressioni vive, raccolte in quelle terre lontane in rapporto diretto coi ricordi del passato e collo stato presente dei traffici. (Lanzoni 1896-97, 19) Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 17-50

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Dall’alto della sua esperienza in materia didattica, dunque, il professore ritenne opportuno non annoiare gli studenti con l’elencazione di numeri e statistiche, bensì avvicinarli ponendo il discorso sul piano mitostorico ed esperienziale. Del resto, la prima parte si incentra sulle radici storiche dei legami commerciali fra Venezia, l’India e l’Oriente in tutta la sua estensione, un tema che lo stesso Lanzoni avrebbe affrontato dal 1901 nelle ore di lezione di Storia del commercio, subentrando così alla cattedra di Fradeletto (Annuario 1902, 7577). All’argomento storico, nella seconda parte del discorso inaugurale subentrano le osservazioni sul campo con le quali Lanzoni non poteva non esordire constatando come le tracce del passato veneziano nel territorio indiano fossero completamente andate perdute: Oh, antiche e gloriose tradizioni di rapporti e di traffici miseramente tramontate! Cosa è rimasto mai di Venezia nell’India? Invano ho scrutato con occhio amorosamente indagatore tutte le manifestazioni della vita attuale di quel paese, e invano ho chiesto sui luoghi informazioni premurose e minute alle persone più competenti. (Lanzoni 1896-97, 35) Per questo motivo, l’autore per introdurre il tema centrale – la navigazione a vapore fra Venezia e l’India – procedette per coincidenze e analogie, talvolta bizzarre, per suggerire agli studenti come la presenza veneziana in India fosse in qualche modo ancora ravvisabile malgrado l’interruzione dei rapporti commerciali perdurasse da più di due secoli.19 A questo punto Lanzoni, riallacciandosi alle solite argomentazioni concernenti la rinascita di Venezia sulla scia del mito, auspicò come in un prossimo futuro l’area portuale veneziana e il suo retroterra avrebbero potuto intrattenere dei rapporti commerciali più cospicui con il grande Paese asiatico. Tuttavia, a sostegno di questa proposta, il professore cercava di comprovarla con i dati e le osservazioni scientifiche condotte durante il soggiorno indiano. Annunciando di dedicare gran parte del corso alla sua esperienza estera, Lanzoni nella prolusione decise di concentrarsi soprattutto sulla «più importante manifestazione economica di Venezia nell’India»: le conterie e le perle, due prodotti facilmente commerciabili che avrebbero spinto «gli interessati a costituire quel sindacato per il commercio indiano» facendo «guadagnare a Venezia qualche centinaio di mila lire di più ogni anno» (Lanzoni 1896-97, 51, 53).

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Ad esempio, Lanzoni parla di «corrispondenza notevole» fra «i colombi di certi luoghi dell’India e i colombi così originali e così cari della ‘nostra piazza’ di S. Marco»; o ancora di grande analogia fra le gondole veneziane o le imbarcazioni turistiche nel Gange (Lanzoni 1896-97, 35-8). Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 17-50

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La struttura argomentativa con la quale è costruita la prolusione ricalca grosso modo quella dello scritto Il porto di Venezia, esaminato in precedenza. Le nozioni mitostoriche sul passato navalista, commerciale ed espansionista di Venezia servivano molto probabilmente da un lato a supportare i dati raccolti e le tesi formulate, dall’altro condizionavano il procedere della ricerca improntata da Lanzoni. Questo duplice ‘uso della storia’ appare chiaramente nella parte finale della prolusione Venezia nell’India come suggerisce direttamente l’autore: «Evocate rapidamente la storia di Venezia nei suoi rapporti coll’India e una coincidenza interessante vi apparirà manifesta!» (Lanzoni 1896-97, 55). La coincidenza venne sciolta nei paragrafi seguenti, nei quali Lanzoni sosteneva che Venezia avrebbe assolto al suo ruolo di regina del Mediterraneo solo una volta tenuto, «come il leone alato della sua colonna […] costantemente vigile lo sguardo ad oriente», così come nel corso del XV secolo la Serenissima distese il suo dominio sull’Adriatico, sull’Egeo, nei Dardanelli, nel Mar Nero e sulla terraferma italiana (Lanzoni 1896-97, 56).20 Nel frattempo, in seguito alla politica di raccoglimento portata avanti negli anni successivi alla sconfitta di Adua che riteneva come la vera colonizzazione italiana non potesse che consistere nell’emigrazione organizzata al di là dell’Atlantico, con l’inizio del nuovo secolo si apriva in tutta la penisola una nuova fase di risveglio. Una prima tappa fu senza dubbio il quinto Congresso Geografico Italiano che si svolse a Napoli fra il 6 e l’11 aprile 1904, tracciando il percorso per trasformare anche l’Italia in una potenza espansionistica e coloniale, un traguardo da raggiungere con l’aiuto di tutto quell’associazionismo nazionalista capeggiato principalmente dalla società Dante Alighieri e dalla giovane Lega Navale Italiana (Aquarone 1989, Monina 2002). In questo contesto, nonostante si sia già osservato come i contatti fra Venezia, la ‘sua’ Scuola e gli ambienti colonialisti fossero già presenti sul finire dell’Ottocento – basti pensare ad esempio alla figura di Luigi Luzzatti nella Società di Esplorazioni Geografiche e Commerciali di Milano, solo con i primi tentativi di centralizzazione e organizzazione delle diverse sensibilità locali si può constatare una maggiore interazione fra la classe politica, commerciale e culturale della città lagunare e le iniziative di stampo espansionistico-coloniale. Il primo Congresso Coloniale e la successiva fondazione dell’Istituto Coloniale Italiano (ICI) rappresentano solo alcuni esempi.

Molto significativa in questo senso risultano essere le ultime righe del discorso, volte ad affascinare una platea molto giovane: «Oh, non sono no coincidenze completamente fortuite! Ci deve essere, c’è di sicuro una intima corrispondenza, che la storia e la geografia spiegano in parte, tra la vita economica di Venezia e lo stato dei suoi rapporti coll’India di guisa che questi appaiono ad un tempo e un effetto e un coefficiente di quella» (Lanzoni 1896-97, 57).

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Il primo Congresso Coloniale, programmato dopo le sollecitazioni degli oratori intervenuti nel congresso napoletano del 1904, si svolse ad Asmara nel settembre del 1905 allo scopo di dibattere le grandi questioni in tema coloniale con la volontà di portarle all’attenzione del governo e soprattutto del Paese. Alle sedute parteciparono circa duecento congressisti fra cui moltissimi funzionari e impiegati coloniali, ufficiali delle truppe di stanza in colonia, commercianti, agricoltori ed altri operatori economici residenti in Eritrea. Dall’Italia, fra gli altri, arrivarono i presidenti di tutte le società geografiche e coloniali, i ministri degli affari esteri, della marina, della pubblica istruzione e d’agricoltura, industria e commercio. Vi erano inoltre alcune delegazioni del mondo accademico e della scuola, fra cui la Regia Scuola di Commercio di Venezia che nei giorni del congresso venne rappresentata da un suo ex studente: Vittorio Deciani (Aquarone 1989).21 Quest’ultimo era fuoriuscito nel 1881 dalla sezione consolare all’età di 22 anni, per poi assumere la carica di primo viceconsole a Trieste. Molto probabilmente Deciani fece carriera, tanto che nel 1905 entrò a far parte del Consiglio Coloniale, istituito nel 1903 presso il Ministero degli Affari Esteri con attribuzioni, peraltro, puramente consultive e non vincolanti per il governo, e successivamente, nel 1909, divenne tesoriere dell’ICI (Notizie e documenti 1892).22 Proprio l’ICI rappresenta un ulteriore esempio di network politicoaccademico nel quale venne coinvolta Venezia. Costituitosi il 26 marzo 1906 allo scopo principale di diffondere fra la popolazione una prima forma di ‘coscienza coloniale’, la sede centrale si insediò presso il prestigioso palazzo delle Assicurazioni Generali in piazza Venezia a Roma. Nei primi anni di vita, l’Istituto si presentò come uno strumento meramente intellettuale e scientifico in grado di rispondere alle questioni più urgenti tramite il mensile Rivista Coloniale, affidato alla supervisione di un comitato scientifico composto dalle più importanti personalità accademiche impegnate nel tema coloniale, fra cui il professore ordinario Enrico Catellani, che all’Università di Padova era solito tenere i corsi di Diritto internazionale, Diplomazia e Storia dei trattati. Proprio Catellani, la cui figura verrà meglio delineata nella parte finale di questo capitolo, sarebbe stato chiamato nel primo dopoguerra a insegnare Diritto internazionale nella Scuola commerciale di Venezia, portando con sé le conoscenze necessarie per specializzare l’interesse di molti studenti verso il tema coloniale (Annuari 1919-20 e 1920-21).

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Più debole la rappresentanza del mondo economico, anche se compare il nome di Giulio Fradeletto, delegato commerciale della Società Veneziana di Navigazione a Vapore (Monina 2002).

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Per quanto riguarda le informazioni su Vittorio Deciani, ASCF, serie studenti, Registro Matricolare, nr. 1, matricola 27, certificato di corso compiuto n. 31. Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 17-50

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A più di tre anni dalla fondazione, l’ICI era diventato un vero e proprio strumento politico capace di indirizzare l’attenzione verso quelle regioni dove andavano aumentando gli interessi economici e politici dell’Italia. Nel corso del 1909, infatti, oltre alla spinta africanista, l’Istituto volse lo sguardo soprattutto in direzione delle regioni balcaniche in seguito all’arrivo al potere dei Giovani Turchi e l’acuirsi del conflitto con l’Austria. La direttrice espansionista orientale si impose anche per la presa di posizione e l’attività di alcuni soci dell’Istituto, tra cui le tre figure principali del progetto «Grande Venezia» Giuseppe Volpi, Filippo Grimani e Piero Foscari, il delegato commerciale della Società Veneziana di Navigazione a Vapore Giulio Fradeletto, Luigi Luzzatti, che sarebbe stato eletto l’anno seguente alla vicepresidenza dell’Istituto, e i professori della Scuola di Commercio Antonio Fradeletto e Piero Lanzoni (Pomoni 1998). D’altronde, agli occhi del ‘gruppo veneziano’, «uomini capitali» per utilizzare la felice espressione di Maurizio Reberschak, i Balcani rappresentavano non solo un territorio sul quale nel passato la Dominante aveva esteso la sua influenza, ma anche un tassello di un più ampio piano d’espansione di stampo commerciale che avrebbe avuto la sua base a Porto Marghera, progetto portuale autodefinitosi la «porta d’Oriente» del Mediterraneo, un polo multifunzionale che si sarebbe imposto nel corso degli anni come potenza al contempo produttrice nei rami chimico e metallurgico ed espropriatrice di risorse soprattutto nei confronti dell’area balcanica (Weber 1974, Chinello 1979, Rebershack 2002, Pes 2004).23 Di questi prodromi imperialisti in seno all’ICI si rese portavoce proprio l’elemento veneziano, dal quale nacque l’iniziativa di organizzare un primo Congresso degli Esportatori Italiani in Oriente, idea che si concretizzò per volere del Consiglio direttivo del Museo commerciale di Venezia con l’appoggio delle istituzioni veneziane. Al congresso, che si tenne nella città lagunare tra il 21 e il 24 ottobre del 1909, il dibattito ruotava attorno l’attuazione di un possibile programma nazionale d’esportazione, ovvero l’individuazione di mercati di riferimento ai quali indirizzare la sovrapproduzione, dei mercati di sbocco che le altre potenze industriali avevano già trovato sia nelle proprie colonie sia nelle regioni controllate direttamente solo da un punto di vista economico-commerciale. «Mettere in valore le colonie africane» e contemporaneamente organizzarsi per sfruttare la penetrazione economica e commerciale in Oriente, rap-

23 Porto Marghera s’inseriva all’interno di un progetto di penetrazione economica, industriale e commerciale, dai tratti imperialistici, che alcuni esponenti del «gruppo veneziano» – fra tutti Giuseppe Volpi – avevano portato avanti in Dalmazia, al fine di sfruttare le sue risorse forestali e minerarie, e in territorio montenegrino con la fondazione della Banca Commerciale Italiana, la costruzione di un porto ad Antivari, il Monopolio del Tabacco e il progetto di una futura ferrovia transbalcanica. Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 17-50

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presentavano per l’Italia le due vie da seguire per porsi al livello degli altri imperi coloniali (Monina 2002, 201). Per quanto riguarda il ruolo della Scuola commerciale veneziana, oltre a Foscari che da alcuni anni faceva parte del consiglio direttivo come delegato comunale, nelle quattro giornate congressuali parteciparono il direttore scolastico Enrico Castelnuovo e alcuni professori tra cui Ferruccio Truffi – docente di Merceologia – e Lanzoni, il quale partecipò nella doppia veste di docente e di presidente dell’Associazione Antichi Studenti, data la presenza di molti soci tra i congressisti (Annuario 1908-09).24 Quest’ultima era sorta nel 1899 con l’intento di riunire i licenziati della Scuola con scopi di mutuo beneficio sull’esempio di un’istituzione simile quale la Cercle des anciens Etudiants de l’Ecole superieure de commerce d’Anverse. Per le comunicazioni interne e per quelle concernerti l’andamento della Scuola, l’Associazione si era dotata di un Bollettino, la cui direzione venne affidata inizialmente proprio a Lanzoni.25 Tra le molte attività dell’Associazione, rientrava il finanziamento con i fondi associativi di alcune borse di studio per gli studenti, come quella destinata nel 1912 a uno studente iscritto alla sezione commerciale e interessato a fare pratica nell’«Africa mediterranea», oppure dei costi dei viaggi organizzati per i soci, come ad esempio l’Escursione Nazionale in Tripolitania (Bollettino marzo-giugno 1912, 66).

1.5 Sul campo. L’Escursione Nazionale in Tripolitania nei «ricordi» e nelle «impressioni» di Lanzoni Una volta ottenute le regioni nord-africane della Cirenaica e della Tripolitania – senza dimenticare quelle di Rodi e del Dodecaneso – le nuove colonie italiane in Africa si aprivano alla penetrazione di molteplici interessi di diversa matrice, da quelli turistici a quelli commerciali o ancora a quelli legati al settore agricolo e industriale. A tal proposito, per far conoscere l’Oltremare agli italiani, o almeno a specifiche corporazioni e classi sociali, le élite imprenditoriale ritenevano utile organizzare dei viaggi che permettessero delle osser-

24 Uno dei risultati più importanti raggiunti dal congresso fu senza dubbio la formazione di una Commissione di parlamentari e rappresentanti allo scopo di condurre un’azione di pressione sul governo. Ad ogni modo, per quanto riguarda il congresso si vedano gli atti curati dal segretario generale Comitato permanente dei Congressi degli Esportatori Italiani in Oriente Antonio Santalena e pubblicati nel 1910.

25 Lo statuto dell’Associazione recitava così: «Scopi dell’Associazione sono: a) mantenere fra i soci i rapporti amichevoli formati alla Scuola; b) trar partito da questi rapporti nell’interesse generale del commercio e nell’interesse particolare dei soci; c) promuovere gli studi commerciali, economici ed amministrativi e diffonderne l’amore; d) aiutare gli antichi studenti nella ricerca del loro collocamento e soccorrerli negli eventuali bisogni» (Bolletino gennaio 1899, 26). Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 17-50

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vazioni fatte sul campo in modo tale da comprendere problematiche e potenzialità del territorio appena acquisito e non ancora del tutto ‘pacificato’. Anche molti ex studenti della Scuola decisero di prendere parte a una di queste escursioni. Organizzata dal Touring Club Italiano, dalla Società degli Agricoltori Italiani e, «in misura più modesta», dall’Associazione Antichi Studenti, nei piani iniziali l’«Escursione Nazionale» doveva partire nel settembre 1913, tuttavia, a causa di impedimenti politici, venne posticipata tra la fine di aprile e l’inizio di maggio 1914 (Bollettino gennaio-febbraio 1914). Il programma prevedeva numerose tappe: la partenza era stata fissata per il 29 aprile dal porto di Napoli, dove ad aspettare i soci vi sarebbe stato il piroscafo Solunto noleggiato dalla Società Sicilia. Dopo una fermata di circa due ore a Siracusa, l’imbarcazione avrebbe proseguito la navigazione sino al porto di Tripoli. Dall’1 al 4 maggio la «carovana» avrebbe visitato le oasi di Zanzur, Tagiura e quella di Sciara Sciat, quest’ultima tristemente nota per l’eccidio compiuto dal Regio Esercito italiano ai danni della popolazione nel pomeriggio del 23 e per tutto il 24 ottobre 1911 (Del Boca 2015). Dal 4 al 7 maggio, ancora, l’escursione prevedeva la visita presso i due attendamenti preparati dal governo militare italiano nella località di Bu Gheilan e in prossimità del Castello nel Gàrian, prima di tornare nella zona costiera, questa volta a Homs, da dove si sarebbe proseguito per ammirare le rovine dell’antica città romana di Leptis Magna, ultima tappa di un’esperienza ed «emozione» d’Oltremare che sembrò sollecitare la curiosità di molti soci.26 Molte volte a guidare escursioni del genere erano i geografi, i quali sin dallo scoppio della guerra vestirono i panni dell’autorità scientifica in grado di assicurare come il disegno di penetrazione e di conquista fosse da giudicare corretto sul piano economico, geopolitico e del prestigio nazionale (Gambi 1992). In questo ruolo, e in qualità di presidente dell’Associazione Antichi Studenti, Lanzoni si calò nella parte partecipando al viaggio in Tripolitania come testimoniano i suoi «Ricordi e impressioni» pubblicati nel Bollettino: «E cosi? ti sei divertito? Che impressioni hai ricevuto? Quali sono le condizioni vere di questa nuova colonia italiana?» (Bollettino maggio-giugno 1914, 25). Ecco le domande più frequenti che si sentirono rivolgere i partecipanti all’Escursione Nazionale e alle quali Lanzoni ironicamente cercò di rispondere mettendosi nei panni sia dell’intervistatore sia dell’intervistato. Nonostante un linguaggio e una forma molto meno formale e non accademica rispetto ad esempio alla Relazione sul

26 L’alta partecipazione può essere spiegata anche da un punto di vista meramente

sentimentale. Come afferma Labanca, infatti, «l’Oltremare rappresentò una delle più grandi emozioni degli italiani» (2002, 219). Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 17-50

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commercio dell’Italia coll’India, la struttura con la quale è organizzato il testo appare ad ogni modo seguire un ordine ben preciso. Le prime domande formulate suggeriscono risposte aneddotiche, che solo ogni tanto sono intervallate da nozioni geografiche-ambientali oppure dalle osservazioni dei delegati della Società degli Agricoltori. Dalle prurigini coloniali – «ti sei divertito?»; «E le donne, come sono laggiù?» – Lanzoni passò a commentare il clima, i villaggi e i paesaggi nordafricani, evidenziando spesso la presunta divisione e differenza fra il «gusto delle genti europee» e quello della popolazione locale. Dopo questa prima parte, le domande poste dal professore iniziano a riferirsi prettamente al dominio italiano in Libia, una condizione che per forza di cose indusse il geografo a prodigarsi in osservazioni antropologiche capaci di porre l’italiano al pari di un benefattore e l’«indigeno» a quello di un primitivo al di fuori della storia: Che cosa pensa quella gente di noi italiani? E si è essa adattata al nostro dominio? E può questo considerarsi tranquillo? A questa serie di domande risponderò che né io né altri non abbiamo saputo né potevamo saper niente di positivo. È così difficile di leggere nel fondo delle anime dei bianchi: figurarsi poi in quelle dei mori, e maomettani per giunta! Però, se si dovesse giudicare dalle apparenze, tutto indurrebbe a ritenere che gli indigeni, ai quali, si noti bene, è ignota e inconcepibile quell’astrazione di sentimento che si chiama il principio di nazionalità, e che ormai hanno potuto apprezzare la differenza sensibile che passa, rispetto ai pesi e ai benefici di governo, fra noi e i turchi. Si sono tranquillamente e stabilmente adagiati al nostro dominio. «Bono taliano – mangeria bizeff – filuss bizeff» (“filuss” significa denaro e “bizeff” in quantità). Che cosa possono desiderare di più, una volta che i loro costumi, la loro religione, le loro donne vengono scrupolosamente rispettate? Questo spiega perché il paese sia ormai diventato completamente tranquillo e sicuro. Parliamo s’intende, della Tripolitania propriamente detta, non della Cirenaica che si trova ancora e come, nello stato di guerra. (Bollettino maggio-giugno 1914, 35)27 Molto si era detto e molto si era scritto, spesso impropriamente, sulla conquista libica. Per fugare alcuni pregiudizi sul tema, Lanzoni si dilunga nel rispondere all’ultima domanda: «quale è la condizione vera di quel paese? e quali vantaggi potrà trarne l’Italia?». Innanzitutto, come dimostra il caso algerino che Lanzoni riprese dal suo Manuale di Geografia commerciale e economica (Milano 1912, V edizione):

27 Nonostante non compaiano espliciti riferimenti razzisti, se non in riferimento agli accampamenti beduini chiamati con tono dispregiativo «Meschinopoli», appare chiaro da che parte si trovi il progresso e da quale invece la «sporcizia». Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 17-50

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ritenere, o, peggio ancora, pretendere che una colonia, per essere veramente utile, debba costituire una rendita netta per la madre-patria è un vecchio pregiudizio sorpassato da un pezzo. (Bollettino maggio-giugno 1914, 36) Inoltre, nell’immediato risulta impossibile fare delle previsioni visto che la colonia nord-africana, almeno nella parte percorsa da Lanzoni, non parve: «quella terra promessa che taluni, per ragioni di polemica, hanno amato di esaltare, ma neppure quella regione sterile, infeconda, ricca soltanto di sabbie, e di tradimenti, che altri hanno amato ed amano di deprecare […] neppure da augurarsi che si produca la emancipazione finanziaria delle Colonie giacché molte volte essa auspica e prepara la emancipazione politica. (Bollettino maggiogiugno 1914, 36) Insomma, riassumendo, in base alle sue impressioni e a «quelle della maggioranza degli escursionisti», Lanzoni poteva concludere constatando come il valore economico della «nuova Colonia africana» sembrava «non trascurabile» e comunque «tale da giustificarne la conquista, se pure fatta, anzitutto e soprattutto, per ragioni politiche d’ordine internazionale» (Bollettino maggio-giugno 1914, 39).

1.6 Dalla parte degli studenti. ‘Saperi’ e convinzioni imperiali fra le pagine delle tesi di laurea durante gli anni Venti La Scuola Superiore di Commercio di Venezia nel frattempo era diventata di fatto un’università. Nel 1905 alle Scuole era stato autorizzato di rilasciare i diplomi di laurea; l’anno seguente, ancora, un decreto concesse ai diplomati il titolo di dottore; infine fra il 1909 e il 1913 fu confermato il triplice carattere di Scuola di Commercio, di Consolato e di Magistero, con le cinque sezioni che davano luogo a un’università di fatto (Paladini 2002). Tuttavia Ca’ Foscari non era solo un luogo dedito allo studio sui libri, ma anche un ambiente simile a un campo di forze nel quale i soggetti – gli studenti e gli insegnanti – costituivano i vettori di penetrazione per ideali politici, esperienze vissute e, in generale, di ciò che avveniva al di fuori del palazzo Foscari. In particolare, gli studenti rappresentavano la parte più attiva della società veneziana per quanto riguarda l’organizzazione di azioni dimostrative di carattere bellicista e interventista. Già durante la guerra di Libia, infatti, gli studenti avevano condotto alcune manifestazioni in favore dell’impresa coloniale italiana come ad esempio il corteo che accompagnò i soldati del 71mo Fanteria in partenza per l’Africa dalla Riva degli SchiavoStudi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 17-50

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ni fino alla stazione ferroviaria nel giorno 19 novembre 1911. In quel caso, la presenza giovanile era formata soprattutto dagli studenti liceali del Marco Polo. La Scuola commerciale, d’altra parte, rimasta pressoché ai margini nel corso degli svolgimenti bellici d’Oltremare, assunse un ruolo di primo piano durante la campagna interventista grazie soprattutto all’azione di proselitismo che molti professori condussero per sostenere la causa interventista sia dalla cattedra sia dai comizi pubblici. Un nome su tutti: Fradeletto (Pomoni 1998). Di quest’ultimo, infatti, bastino ricordare le pagine scritte sul finire del 1915 e l’inizio del 1916 e date alla stampa con il titolo La storia di Venezia e l’ora presente (Torino 1916), nelle quali il professore presentava la Prima guerra mondiale come un insieme di «lontani preludi» riconducibili al passato della Serenissima: la «Lotta per l’Adriatico, a fine di conquistarvi piena libertà di respiro e sicurezza dei movimenti»; la «Lotta contro gli Asburgo, pel confine orientale e settentrionale di terra ferma e per l’indipendenza italiana»; la «Lotta contro il Turco, per la difesa degli interessi coloniali e commerciali d’Oltremare» (Fradeletto 1916, 13-14). Si tratta di tre piani inclinati della mitopoiesi veneziana, sui quali poggiava la violenta retorica imperialista e nazionalista, due caratteri che si confusero nella propaganda di guerra (Laven, Damien 2015; Camurri 2002). Con la conflagrazione del conflitto e la disfatta di Caporetto, i trionfalismi cedettero il passo alla paura. Venezia divenne retrovia. Il Consiglio di Amministrazione decise all’unanimità di spostare gran parte delle sue mansioni a Pisa, prima di far ritorno nella sua sede originaria il 3 ottobre 1918, a guerra quasi terminata. La disillusione a seguito della «vittoria mutilata» sembrò contagiare anche la Scuola, che da alcuni anni aveva assunto il titolo di Istituto Superiore di Scienze Economiche e Commerciali. Nonostante l’approvazione da parte del Ministero della richiesta del Consiglio accademico di istituire un corso complementare dedicato al commercio internazionale con particolare riguardo all’Oriente, il mito della rinascita veneziana sulle orme dell’espansione della Serenissima parve affievolirsi. Una prima avvisaglia fu la svalutazione di fatto della sezione consolare, considerata sin dal principio il fiore all'occhiello di Ca' Foscari. A livello ministeriale, infatti, si dispose che il solo titolo valido all’ammissione alle carriere dipendenti dal Ministero degli Esteri fosse la laurea in Scienze economiche e commerciali, tagliando fuori in questo modo gli studenti cafoscarini (Paladini 2002); un secondo e ultimo segnale compare nelle parole quasi di rimprovero pronunciate dal nuovo professore Gino Luzzatto durante il discorso «La Funzione del Porto di Venezia nel passato e nel presente» in oc-

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casione della cerimonia d’apertura dell’Anno Accademico 1922-1923.28 Ordinario di Storia del commercio all’Istituto Superiore di Studi Commerciali di Trieste, dove fu subito nominato direttore, nel 1922 Luzzatto venne chiamato a Venezia per ricoprire la prima cattedra in Italia di Storia economica, oltre a quella di Geografia economica. Del resto, a causa della morte di Primo Lanzoni sopraggiunta nel settembre del 1921 e con la nuova dimensione universitaria dell’Istituto, il corso di Geografia commerciale dovette essere per forza di cose suddiviso, poiché si chiedeva una maggiore specializzazione nelle singole discipline (Berengo 1964, Paladini 1989, Lanaro 2006).29 Ad ogni modo, il collegamento fra i due insegnamenti risultava ancora forte, come dimostra la distribuzione in due parti della prolusione del 1922: la prima di carattere storico e la seconda di valutazione dello stato attuale. «Nel suo periodo più glorioso», cioè lungo tutto il Duecento e il Trecento, Luzzatto assicurò come il porto di Venezia si presentasse al pari di un grande mercato nel quale l’attività aumenta dopo l’arrivo delle mude provenienti dal Nord Europa e da Oriente. Ad assicurargli questo sviluppo, oltre alla fortunata posizione geografica, concorsero altri fattori quali il «dominio del Golfo e la conquista di una potente base coloniale in Oriente» (Annuario 1922-23, 31). Con l’inizio del Quattrocento, la situazione cominciò a mutare in seguito della minaccia portata dalle sempre più frequenti conquiste turche che demolirono «pezzo a pezzo l’impero coloniale veneziano», distruggendone il monopolio commerciale (Annuario 1922-23, 35). Si osserva come, per la prima volta, all’interno dell’Istituto si cominciava a considerare quello veneziano al pari di un «impero coloniale», una categoria storiografica che probabilmente subiva anche, ma non solo, l’influenza in quegli anni dell’appropriazione da parte del fascismo della romanità quale mito fondativo della cultura e dell’ideologia di un’Italia che doveva farsi universale, imperiale e moderna (Gentile 2007, Tarquini 2011). La trattazione di Luzzatto sulla storia del porto veneziano per i successivi secoli seguiva la falsa riga dei lavori storiografici precedenti, i quali insistevano sul fatto che i traffici marittimi coinvolsero Venezia in minor misura almeno fino alla seconda metà dell’Ottocento. Solitamente a questo punto, sia il discorso accademico sia quello pubblico convenivano sul fatto che, con l’integrazione del Veneto nello Stato italiano e con la guida illuminante di una classe dirigen-

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Il corso complementare avrebbe compreso quattro insegnamenti, oltre le lezioni, conferenze ed esercitazioni: Geografia economica dell’Oriente; Economia e tecnica dei trasporti; Merceologia dei prodotti orientali; Tecnica del commercio d’importazione e d’esportazione (Annuario 1922-23).

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Con la morte di Primo Lanzoni, l’Associazione Antichi Studenti cambiò nome in onore del suo presidente. D’ora in poi, infatti, venne chiamata Associazione Primo Lanzoni tra gli Antichi Studenti. Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 17-50

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te che riprendeva gli usi e costumi dell’antico patriziato, Venezia si stesse preparando a riacquisire il suo destino di potenza commerciale. Questa narrazione, però, pare essere decostruita e depotenziata dalle parole dello stesso Luzzatto poiché, «dall’osservazione della realtà presente e delle sue necessità più urgenti», reputava come fosse giunto il momento di «guardarci dal pericolo che il ricordo degli splendori passati e la visione di un futuro ancora lontano e incerto, ci distragga». Infatti: La realtà di ieri è quella di un porto che era per sé stesso un grande centro di scambi, che poteva imporre tirannicamente la sua volontà alla numerosa e svariata clientela; la realtà d’oggi è quella invece di un porto che dipende esclusivamente dal suo retroterra nazionale, che ha per sua funzione principale quella di soddisfare quanto meglio è possibile i bisogni di questo retroterra. La funzione è certo meno brillante, ma è la funzione assegnata nell’economia contemporanea a tutti i porti continentali, ed è sempre tale da assicurare al porto di Venezia un movimento assai superiore a quello ch’esso abbia mai avuto finora, ed uno dei primi posti fra i porti del Mediterraneo. La sfera d’influenza su cui Venezia può oggi contare senza bisogno di artifici e di favori e che si estende da un lato fino a Dobbiaco ed al Brennero, e dall’altro fino a Brescia, Mantova e Bologna. (Annuario 1922-23, 48-9)30 Inoltre, una volta completati il miglioramento degli impianti portuali così come il «lavoro gigantesco» di Porto Marghera, la zona d’influenza si sarebbe estesa fino ai maggiori centri industriali della Val Padana. «Non più dunque sogni di dominio ormai tramontati per sempre», ma la consapevolezza che fosse opportuno condurre una «politica di libertà» – senza suddivisioni in sfere d’influenza – che alla lunga «richiami sulle rive dell’Adriatico tutto quel traffico che ad esso può naturalmente e logicamente affluire» (Annuario 1922-23, 51). Rispetto alle conclusioni a cui era giunto Luzzatto, in direzione opposta sembrano procedere alcune tesi di laurea degli studenti dell’Istituto di Scienze Economiche e Commerciali, quest’ultimi intenzionati a riflettere sul ruolo dell’Adriatico per Venezia e più in generale del Mediterraneo per l’Italia in seguito alla fine del primo conflitto mondiale. La tesi di laurea è una tipologia di documento estremamente interessante perché funge da elemento di connessione processuale fra i diversi ‘saperi’ accademici e il mondo esterno. In altre parole, questa tipologia di fonte storica da un lato ci suggerisce – al-

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Interessante il confronto fra la posizione di Lanzoni sul porto – la competenza matematica per stabilire l’influenza di Venezia fino a Tunisi – e quella di Luzzatto appena descritta. Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 17-50

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cune volte solo parzialmente – il percorso curriculare dello studente, le conoscenze apprese durante gli anni universitari, la bibliografia letta e in generale ci illumina su alcuni equilibri e meccanismi interni al mondo accademico; dall’altro la tesi di laurea riflette la contingenza degli eventi attraverso le idee e le immagini personali che lo studente si crea per comprendere ciò che lo circonda, mescolando così nell’elaborato scientificità e vissuto in una narrazione che si appresta a essere unica e originale (Isnenghi 1984). Inoltre, all’epoca le tesi di laurea erano testi alquanto brevi e di natura compilativa. Non basandosi su una rigorosa ricerca d’archivio, di conseguenza, questi documenti risultavano molto esposti alla deriva ideologica più che a un ragionamento empirico. La prima guerra di massa per i giovani rappresentò un’esperienza periodizzante a cui si attribuiva un valore formativo, oltre che traumatico. Infatti, le «generazioni storiche» portarono dal fronte linguaggi, convinzioni e pretese intrise di bellicismo, nazionalismo e irredentismo, mentre a Parigi dai negoziati l’Italia non otteneva ciò che le era stato promesso (Dogliani 2003, Magnarelli 2004). In questo senso appaiono esemplari gli elaborati scritti degli studenti Angelo Tonini e Leonardo Rosito. Il primo, laureatosi nell’ottobre del 1919, fin dalle prime battute avvertì come risultasse necessario allargare lo sguardo all’intero Mediterraneo orientale per assicurarsi il controllo e la sicurezza dei traffici nell’Adriatico. A tal fine, lo studente individuava tre problematiche da risolvere: una di carattere politico – «in quanto non possiamo permettere che l’equilibrio mediterraneo già tanto iniquo per noi sia turbato ancora a nostro danno», un’altra per motivi economici – «per i nostri crescenti consumi alimentari e per il nostro commercio che deve avere i suoi mercati privilegiati e sicuri» – e infine una sociale – per evitare che «la nostra emigrazione prenda un atteggiamento che offende il nostro onore». Le soluzioni erano da ricercare nelle terre che si affacciavano sul Mediterraneo orientale, le quali in un futuro ormai prossimo, secondo lo studente, sarebbero entrate a far parte della sfera d’influenza italiana per «il posto che la sua [l’Italia] gloriosa storia le addita» e «la guerra [la prima guerra mondiale] ha giustamente consacrato al suo diritto».31 La storia di Venezia – e di Roma – insieme al «sangue» e al «sacrificio tenace della popolazione», dunque, giustificavano le importanti pretese commerciali italiane che non avrebbero aspirato solo a coordinare i traffici, bensì a sostituire i prodotti austriaci mercanteggiati in Oriente con quelli esportati dall’Italia in modo tale da «dimostrare a Trieste e ai porti tutti dell’Adriatico redento, che la loro unione all’Italia contribuisce alla loro stessa prosperità». Per ricapitolare, la conquista del

31 Venezia, Archivio Tesi Ca’ Foscari (ATCF), A. Tonini, «L’Italia nel futuro assetto dell’Anatolia», 1919, 5-6. Non si conosce il nome del relatore. Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 17-50

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monopolio commerciale nelle maggiori piazze orientali sarebbe servita in una prima fase ad aumentare gli introiti e in un secondo momento a rendere l’Adriatico italiano. L’ambizioso piano progettato dallo studente non poteva non fare affidamento sul nuovo porto industriale che stava sorgendo ai Bottenighi, un progetto che avrebbe assicurato «una funzione di primissimo ordine per i traffici dell’Oriente».32 Sulla stessa linea, ma decisamente più esplicito sin dal titolo, risulta essere L’Adriatico “Mare Nostrum” e la funzione dei suoi maggiori porti commerciali, la tesi discussa dallo studente Rosito nel 1920. Sulla base di una bibliografia che al tempo stesso faceva uso di materiale proveniente dall’ambito politico e da quello accademico, lo studente iniziò la sua dimostrazione sulla presunta paternità italiana dell’Adriatico partendo da considerazioni di carattere geologico e geografico.33 Studiando la nascita e la formazione delle catene montuose «italiane» delle Alpi, degli Appennini e del Carso il giovane affermò come esse comprendessero un bacino molto vasto che va dalla Val Padana fino al «nostro mare». Già attraverso questa dimostrazione si dovrebbe essere «indotti a ritenere l’Adriatico come un mare essenzialmente nostro», tuttavia la presenza slava sull’altro lato del confine montuoso orientale e lungo tutti i Balcani aveva bisogno di qualche altra spiegazione e precisazione. Insieme alla geografia, per non dare adito a dubbi, lo studente si servì della storia per spiegare questa, apparente, incongruenza: se era pur vero che sulla «costa della Morlacca vi sono i Croati» e più «giù sulla costa orientale v’è la grande Serbia», non si poteva negare che l’Adriatico continuasse a conservare un carattere romano e italiano. D’altronde, «la funzione complessiva» di questo mare era stata: in ogni tempo quella di grande via della civiltà romana e veneziana verso la Balcania e di arteria vasta e profonda in cui le grandi correnti dei traffici si sono incanalate nel corso dei secoli.34 La civiltà e il commercio, dunque, venivano considerate dallo studente come degli elementi imprescindibili per attestare l’italianità del bacino adriatico, un principio di nazionalità che non toccava solo il mare, ma anche le coste lambite da esso. Come la Dalmazia ad esempio, che per «la realtà geografica e le esigenze storiche e cul-

32 ATCF, A. Tonini, «L’Italia nel futuro assetto dell’Anatolia», 1919, 73-75. Nella bibliografia, fra gli altri, compaiono gli scritti Per il più largo domino di Venezia: la città e il porto (Milano, 1917) di Foscari e Sistemazione del porto di Venezia: Giudecca o Bottenighi? (Venezia, 1904) di Lanzoni. Vedi ATCF, L. Rosito, «L’Adriatico “Mare Nostrum” e la funzione dei suoi maggiori», 1920, «Bibliografia». Non si conosce il nome del relatore.

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34 ATCF, L. Rosito, «L’Adriatico “Mare Nostrum” e la funzione dei suoi maggiori», 1920, 2-4. Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 17-50

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turali», «è terra d’Italia» pur non essendo parte integrante del «corpo fisico» della nazione.35 Oltre a comunicarci le scelte retoriche del laureato, le tesi dicono molto anche sui relatori, i docenti che accompagnano lo studente fino alla discussione di laurea. Tematiche, bibliografia e il taglio di ricerca sul soggetto di studio sono solo alcuni degli spazi d’intervento ritagliati dal professore. Per quanto riguarda l’argomento imperiale e quello coloniale, aggiungere questo ulteriore punto di vista significa da un lato tracciare una mappa dei ‘saperi’ all’interno dell’Istituto (in mancanza dei programmi dei corsi), dall’altro cogliere le convinzioni accademiche e soprattutto politiche di ogni singolo professore attraverso lo spettro dei loro principali interlocutori: per l’appunto, gli studenti. In molte delle tesi di laurea scritte negli anni Venti, si può notare come compaiano spesso i nomi di tre relatori: i professori Enrico Catellani, specialista di Diritto coloniale, Alfonso de Pietri-Tonelli, esperto di economia politica e Pietro Orsi, lo storico veneziano principale in quegli anni assieme a Luzzatto. Il primo, come si è evidenziato in precedenza, faceva parte dell’avanguardia intellettuale colonialista. Quando impartiva le sue lezioni dedicate al diritto coloniale dalla cattedra padovana, poggiava probabilmente le sue argomentazioni sul manuale da lui scritto Storia delle colonie e diritto coloniale (Milano, 1911) e pubblicato alla vigilia del conflitto italo-turco. Il testo forniva le basi da cui partire per conoscere più nel dettaglio qualsiasi aspetto del tema generale del colonialismo. La formazione giuridica di Catellani, ad ogni modo, non gli impedì di giustificare il diritto e il dovere dell’Europa di occupare i territori africani sulla base di osservazioni anche di carattere antropologico. In Storia delle colonie e diritto coloniale, infatti, vengono dedicate alcune pagine alla suddivisione degli esseri umani in tre categorie: quelli che sono stati in grado di espandersi grazie a uno stadio di civilizzazione estremamente alto, gli europei; coloro che dopo un glorioso passato, si trovavano ora in una fase di declino, gli asiatici; infine gli africani, ovvero coloro che secondo il professore non sarebbero mai progrediti senza l’assistenza di altri (Catellani 1911, cf. Deplano 2013). Alcune di queste argomentazioni – che oggi possiamo definire razziste – sembrano costituire un filo conduttore nel pensiero di Catellani anche nel primo dopoguerra, quando egli giunse a Ca’ Foscari per tenere il corso di Diritto internazionale nelle vesti di professore incaricato, pur mantenendo la cattedra da ordinario all’Universi-

35 ATCF, L. Rosito, «L’Adriatico “Mare Nostrum” e la funzione dei suoi maggiori»,

1920, 24. Così come per la tesi di Angelo Tonini, anche per Leonardo Rosito Porto Marghera – la «città nuova» – avrebbe costituito una tappa fondamentale per i progetti espansionistici italiani. Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 17-50

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tà di Padova. A tal proposito, nella tesi di laurea Il mandato coloniale, con cui lo studente Ferdinando Pellizzon si laureò nella sessione di marzo-aprile 1922, viene citata dal laureando «la felice espressione [di Catellani] “assistenza intercoloniale”», che ancor prima dello scoppio della guerra «aveva legato gli stati colonizzatori in un’opera comune di civiltà», in contrapposizione alla «tesi utopistica del professore [Giuseppe] Cimbali» che proponeva «di consacrare in tutti i popoli colonizzati il loro diritto di sovranità», accogliendoli così nella Società delle Nazioni.36 Nel caso di de Petri-Tonelli, ex studente della Scuola commerciale veneziana poi divenuto professore ordinario del corso generale di Economia politica e degli insegnamenti complementari di Politica economica e Legislazione doganale per la sezione consolare, il focus dei suoi tesisti era rivolto principalmente alle relazioni economiche che intercorrevano fra l’Italia e l’Oriente. Nella sessione di laurea di novembre-dicembre 1924, due suoi studenti – Pasquale Giordano e Alfredo Scagnolari – discussero rispettivamente gli elaborati Le condizioni politiche ed economiche dell’Anatolia e l’espansione commerciale italiana in quella regione attraverso Rodi ed il Dodecaneso e Le relazioni commerciali italo-jugoslave. Se quest’ultima mirava a consegnare una panoramica dello stato in cui versava il rapporto commerciale fra i due regni, l’elaborato scritto da Giordano invece sollecitava l’espansione commerciale in Anatolia usufruendo in questo modo dei possedimenti coloniali ‘bianchi’ di Rodi e del Dodecaneso. Secondo lo studente, la penetrazione in quel nuovo mercato avrebbe portato in dote all’Italia tre benefici: uno di carattere economico, un altro geopolitico e un ultimo a livello sociale e culturale. Il primo si sarebbe basato sulla costituzione di banche agricole per agevolare «il credito alle nostre colonie ivi residenti ed alle stesse popolazioni indigene», sul miglioramento dei servizi commerciali marittimi e sulla fondazione di un istituto di fiducia per organizzare e regolare le attività «dei numerosi commercianti ed esportatori che operano nella zona». Inoltre tale istituto, con la sede centrale ubicata a Rodi e le filiali nei paesi dell’Anatolia, sarebbe stata guidata da una governance formata da elementi dell’élite finanziaria, industriale e commer-

36 Come opportunamente citato in nota, l’espressione proveniva dall’articolo «L’assistenza inter-coloniale dal punto di vista del mantenimento dell’ordine» pubblicato da Catellani nella Rivista Coloniale nel 1907. ATCF, F. Pellizzon, «Il mandato coloniale», 1924, 16-17. Ancora, nella tesi di laurea dello studente Roberto Maltini – Il regime coloniale disciplinato dall’art. 22 del Patto della Società delle Nazioni (1925), relatore Catellani – la colonizzazione è considerata invece come un «compito sacro della civiltà». ATCF, R. Maltini, «Il regime coloniale disciplinato dall’art. 22 del Patto della Società delle Nazioni», 1925, 65. Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 17-50

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ciale.37 A livello geopolitico, la conquista commerciale dell’Anatolia avrebbe consentito all’Italia di confrontarsi con i Paesi più potenti, «che hanno tentato, e continuano tuttora, di stendere lo zampino per porre ostacolo al nostro divenire», per una posizione di privilegio per quanto riguarda i traffici marittimi nel Mediterraneo.38 Infine, secondo il laureando, l’eventuale crescita dell’influenza italiana in Anatolia avrebbe di certo rinvigorito quelle radici storiche elleniche e romane che rischiavano di scomparire per sempre a causa «dell’inettitudine dei Turchi a produrre e conservare la ricchezza».39 In parallelo alla dipendenza economica, dunque, si doveva tessere anche una dipendenza culturale. Nonostante le università almeno fino agli anni Trenta fossero meno soggette al diretto controllo amministrativo e ideologico del regime fascista, già a partire dal 1925 il nuovo ministro dell’Istruzione Pietro Fedele procedette alla progressiva fascistizzazione dell’intera struttura scolastica italiana. A questa tendenza generale, specialmente per il caso specifico dell’università si contrapponeva il rapporto unico e per questa ragione sempre diverso che intercorreva fra l’istituzione accademica e la classe dirigente locale (Ricuperati 2015). A Venezia, ciononostante, fra il 1925 e il 1927 l’Istituto di Scienze Economiche e Commerciali divenne fascista, come testimoniano in modo molto significativo le parole utilizzate nella Relazione sull’Anno Accademico 1926-1927 dall’ex sindaco e allora regio commissario di Ca’ Foscari Davide Giordano: d’ora in poi «l’inferma [l’Istituto]» sarebbe andata in contro alle «cure rudi e radicali del chirurgo» o del padre. Ai «Figliuoli» – gli studenti per l’appunto – sarebbe stata vietata qualunque manifestazione goliardica, così come sarebbe stato necessario, dal punto di vista dell’orientamento politico, «potare i rami sospetti» fra il corpo studentesco e quello docente (Annuario 1927-28, 7 e 15-17; Paladini 2002). La fascistizzazione e la ‘normalizzazione’ dell’Istituto paiono intervenire anche in qualche tesi di laurea, soprattutto nei linguaggi e nei giudizi esplicitamente politicizzati che gli studenti adottano per comparare epoche storiche differenti o operati politici che portarono a risultati opposti. Ciò emerge specialmente negli elaborati scritti degli studenti che scelsero di approfondire temi legati ai corsi di Storia politica e diplomatica, un

ATCF, G. Pasquale, «Le condizioni politiche ed economiche dell’Anatolia e l’espansione commerciale italiana in quella regione attraverso Rodi ed il Dodecaneso», 1924, 83-6.

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38 ATCF, G. Pasquale, «Le condizioni politiche ed economiche dell’Anatolia e l’espansione commerciale italiana in quella regione attraverso Rodi ed il Dodecaneso», 1924, 17. Pur non essendo «un popolo sciocco», il Turco «è lento ed estremamente sobrio, facile ad accontentarsi di tutto ed a far nulla per migliorare la propria condizione». ATCF, G. Pasquale, «Le condizioni politiche ed economiche dell’Anatolia e l’espansione commerciale italiana in quella regione attraverso Rodi ed il Dodecaneso», 1924, 13.

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corso tenuto dal professore Pietro Orsi per gli iscritti alla sezione consolare. Come negli esempi riportati precedentemente, anche in questo caso la figura del relatore sembra incidere nelle riflessioni e nelle affermazioni dei suoi studenti. D’altronde accanto alla professione accademica, dal 1926 Orsi venne nominato dal governo podestà della città – il primo a Venezia in seguito alla soppressione degli organi democratici comunali – mostrando ancora una volta e in maniera più evidente il fitto intreccio che univa il potere politico all’istituzione universitaria locale. Proprio nell’anno della sua investitura alla carica di podestà, uno studente di Orsi, Michele Cainazzo, discusse la sua tesi di laurea dal titolo Italia e Mediterraneo. Dedicando molto spazio al dominio mediterraneo dell’impero di Alessandro Magno e soprattutto di quello romano, la dissertazione procede fra le tendenze generali nella storia della politica romana nel Mediterraneo e brevi approfondimenti sul versante africano come recita ad esempio il titolo di un sottocapitolo: «Roma potenza marittima e la sua politica in Africa». La narrazione prosegue soffermandosi prima sulle repubbliche marinare e sulla «potenza veneta» intenta a liberarsi del giogo bizantino e successivamente sull’«impero coloniale veneziano» che «fu prevalentemente raggiunto durante la quarta Crociata».40 La categoria storica-analitica pronunciata da Luzzatto qualche anno prima, godeva ormai di un’ampia circolazione in ambito universitario prima di riversarsi nel discorso pubblico come si vedrà nel seguente capitolo. Ad ogni modo, dall’«epica espansione veneta» che «fu sempre animata da spirito imperialista», lo studente passava a narrare le vicende mediterranee fino all’Unità d’Italia, con un’ampia parentesi dedicata al «pensiero politico riguardo alla costa africana». Una volta affrontato il presunto retroterra storico e culturale italiano nel Mediterraneo, sulla base di quest’ultimo il tesista si chiedeva, raffrontandosi con l’impero coloniale tedesco, il perché «di tanta disparità d’impulso nell’affermazione colonizzatrice espansionistica dei due stati, che coevamente avevano trovato la loro unità» dato anche l’innata tradizione nei «figli della razza italica» che, lungo tutta la storia, «scoperti che abbiano una terra, di questa ne diventano gli esploratori e i colonizzatori».41 Le molteplici risposte lo studente ritiene di ritrovarle negli indirizzi di politica estera intrapresi dai governi italiani che si susseguirono in relazione ai mutevoli equilibri geopolitici europei. Nonostante gli impedimenti interni ed esterni alla costruzione di un impero coloniale italiano, a metà degli anni Venti s’impose all’Italia una «necessità storica predominante» determinata da due fattori: in primo luogo la crescita della popolazione italiana in relazione ai movimenti migra-

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ATCF, M. Cainazzo, «Italia e Mediterraneo», 1926, 18-21.

41 ATCF, M. Cainazzo, «Italia e Mediterraneo», 1926, 54-55. Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 17-50

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tori e al pericolo di snazionalizzazione, in secondo e ultimo luogo la posizione e il prestigio del Paese negli equilibri mediterranei. L’urgenza della situazione – «il problema del Mediterraneo è dunque per l’Italia un problema di libertà, problema di sicurezza, problema nazionale, problema coloniale» – poteva essere risolta grazie ad alcune doti innate nella «coscienza nazionale», un’«originalità» e «classicità» che «Benito Mussolini ha detto di essere lecita in politica estera». In altre parole, riprendendo il percorso già tracciato dalla «necessità anteriore» – la Storia – l’Italia aveva il compito di solcarlo facendosi condurre per mano dal «nuovo Vate d’Italia».42 La propaganda fascista a proposito del destino imperiale dell’Italia oramai aveva trovato terreno fertile per la sua diffusione nelle aule universitarie veneziane, impregnate dei miti di una città – Venezia – che d’ora in avanti si sarebbe convertita in una delle piazze fasciste più importanti per «raggiungere le vie del sognato Impero».43

Il testo finisce con la citazione di Lucio Polo, il comandante messo in scena da D’Annunzio in La Nave (Milano, 1908): «NON È MAI TARDI PER TENTAR L’IGNOTO, NON È MAI TARDI PER ANDAR PIU’ OLTRE», vedi ATCF, M. Cainazzo, «Italia e Mediterraneo», 1926, 98.

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43 La citazione è ripresa dalla tesi Crispi e la Somalia Italiana dello studente Fernando Marini. ATCF, F. Marini, «Crispi e la Somalia Italiana», 1928, 103. Relatore Orsi. Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 17-50

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Per una dimensione imperiale Ca’ Foscari e Venezia di fronte al colonialismo e imperialismo italiano (1868-1943) Marco Donadon

2 Tracce imperiali a Venezia La cultura coloniale nella quotidianità cittadina degli «anni ruggenti» Sommario 2.1 Prospettive imperiali a Venezia. – 2.2 Notizie dall’Impero. – 2.3 Educare alle colonie. – 2.4 Itinerari imperiali. – 2.5 Il ‘nuovo impero veneziano’ in vetrina. – 2.6 Il ritorno della Dominante è realtà.

2.1 Prospettive imperiali a Venezia. Primi tentativi per una coscienza coloniale diffusa Il 7 maggio 1931 si aprì al pubblico la sensazionale Exposition coloniale et internationale di Parigi. Il percorso espositivo era suddiviso in quattro grandi aree riguardanti la storia generale dell’impero francese, alcuni approfondimenti monografici dei territori d’Oltremare, le questioni nazionali più importanti nel dibattito pubblico e il museo permanente delle colonie. Data la grande superficie sulla quale si estendeva l’esposizione, la visita era allietata dalla presenza di ristoranti, negozi e due spazi dedicati all’intrattenimento. Gli organizzatori – in primo luogo l’Agence Générale des Colonies – si proposero dunque di creare uno spazio nel quale il visitatore europeo potesse allo stesso tempo imparare e divertirsi, all’interno di un mondo extraeuropeo rappresentato dal punto di vista del colonizzatore e creato con l’obiettivo principale di promuovere e diffondere i disegni imperialistici per une plus grande France, delineando parallelamente un’identità francese consapevole della propria superiorità (Ungar 2013).

Studi di storia 10 DOI 10.30687/978-88-6969-348-9/002

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Marco Donadon 2 Tracce imperiali a Venezia

L’Esposizione, però, fu anche l’occasione per fare il punto delle condizioni in cui versavano le attività scientifiche e quelle propagandistiche per quanto concerne il tema coloniale a livello europeo. Per questa ragione, a Parigi furono invitati molti studiosi e giornalisti a partecipare, rispettivamente, al primo Congresso internazionale di Storia coloniale e al Congresso internazionale della Stampa coloniale. Durante il primo evento, la delegazione italiana presieduta dal professore e senatore Camillo Manfroni – in rappresentanza dell’Ufficio Studi e Propaganda del Mistero delle Colonie, dell’Istituto Coloniale Fascista e dell’Istituto Cesare Alfieri di Firenze – presentò alla platea internazionale un intervento sulla storia coloniale veneziana in epoca moderna, dedicando particolare attenzione al comportamento tenuto dalla Repubblica nei confronti dell’espansione commerciale e territoriale degli imperi spagnolo e portoghese. Pertanto, l’«impero coloniale veneziano», in quanto soggetto storico, rappresentava oramai uno dei prodromi della «rinascita coloniale» italiana contemporanea anche in campo internazionale e non solo all’interno delle istituzioni accademiche (Giaccardi 1931; cf. Deplano 2015, 80-1). D’altronde, con la svolta totalitaria intrapresa dal regime fascista e la conseguente realizzazione della «fabbrica del consenso», è possibile constatare una diffusione dell’argomento coloniale all’interno del discorso pubblico attraverso mezzi di comunicazione e di propaganda quali la stampa, i convegni, le mostre e le manifestazioni indette dal regime, poiché, oltre al prestigio internazionale, per il fascismo la politica di espansione imperiale e coloniale costituiva un aspetto strutturale per la rivoluzione antropologica dell’‘uomo nuovo’ tanto che una prospettiva imperiale era già presente nell’orizzonte fascista sin dal 1926 (Gentile 2006). La fondazione dell’Istituto Coloniale Fascista (ICF) nel febbraio del 1928 e il conseguente accentramento dell’intera attività culturale in campo coloniale – si pensi al confluire di gran parte delle riviste coloniali preesistenti nel mensile L’Oltremare – portarono alla progressiva «volgarizzazione» delle tematiche coloniali, in altre parole al riversamento di queste ultime nel tessuto sociale italiano per mezzo di iniziative di carattere pratico e divulgativo che si servirono delle città e delle loro memorie storiche quali palcoscenici ideali per la costruzione di un consenso e un’ideologia dai lineamenti imperiali. Fra i teatri urbani più prestigiosi, un posto era riservato a Venezia, per via di un passato che solo recentemente era stato riletto in un contesto imperiale (Deplano 2015).1 Il «raduno dei costumi italiani» del 1928 fu solo il primo tentativo di fascistizzazione delle tradizioni veneziane, peraltro decisamente

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Il termine «volgarizzazione» ricorse spesso nei discorsi e nelle circolari di Roberto Cantalupo mentre ricopriva il ruolo di sottosegretario del Ministero delle Colonie. Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 51-96

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depotenziate dalle direttive romane. Davanti a un pubblico internazionale di quasi ventimila persone, il «raduno» si svolse in più riprese nell’estate del 1928, coinvolgendo più di tremila figuranti. In principio il progetto puntava a mettere in scena un’«operazione di regionalizzazione in grande stile» che amalgamasse dal punto di vista culturale un confine nord-orientale che andava fino all’Albania passando per Istria e Zara, sovrapponendo solo per un attimo Venezia a Roma quale punto di riferimento per le terre redente e irredente. Ma l’ex Dominante non poteva porsi sul piano della capitale italiana visto che il carattere latino era considerato dagli studiosi italiani il legame fondamentale per mantenere unita dal punto di vista etnico la penisola. Pertanto, correggendo il tiro, il comitato organizzatore, affidato alla presidenza di Augusto Turati (segretario nazionale del partito fascista) e alla vicepresidenza dei due veneziani al governo Giuriati e Volpi, impose al raduno del Triveneto una dimensione nazionale e all’Opera Nazionale Dopolavoro (OND) veneziana di mettere in mostra solo quelle tradizioni popolari considerate minori rispetto allo sfarzo delle imprese navali verso Oriente. Malgrado il ridimensionamento, lo svolgimento del «raduno dei costumi italiani» segnò la definitiva nascita di un rapporto simbiotico fra il regime fascista e la classe dirigente locale. Venezia poteva finalmente porsi sul «piano dell’impero», seppur all’ombra di Roma (Fincardi 2002, 1503-7; Pellegri 1929). Con l’aprirsi degli anni Trenta, «anni stupendi» a dire di Maria Damerini, moglie di Gino Damerini, figura centrale del nazionalismo adriatico e della vita culturale veneziana nella prima metà del Novecento, l’élite veneziana andò a riscoprire il proprio «retaggio illustre» sotto la supervisione di una personalità quale Giuseppe Volpi (Damerini 1988, 50). Il nuovo ‘doge’ veneziano, così come veniva celebrato durante gli ‘anni ruggenti’, una volta nominato presidente della Biennale nel 1930 iniziò a ripensare la città come un centro culturale moderno e internazionale capace di rispondere da un lato alle esigenze mondane di una élite inebriata da un’agenda sempre più fitta di impegni e dall’altro alle continue rielaborazioni e esaltazioni di miti, culti e immagini collettive veicolate dal partito fascista in parallelo a una politica di potenza sempre più aggressiva. Tuttavia, l’evoluzione dell’industria culturale veneziana avrebbe avuto modo di dare i frutti sperati solo qualora l’amministrazione comunale, guidata dal podestà Mario Alverà, si fosse impegnata a rispondere alle questioni principali che interessavano la città: lo sviluppo industriale in terraferma, l’intervento sul disagio sociale e la gestione di un turismo in forte espansione (Mezzalira 1996). Anche se non può sembrare a un primo sguardo, in realtà le tre questioni appena citate sono tra loro concatenate. L’incremento e il miglioramento dell’efficienza industriale di Porto Marghera passavano, infatti, per la realizzazione di un collegamento automobilistico Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 51-96

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che avrebbe unito Venezia al ‘suo’ immediato entroterra, agevolando in questo modo il pendolarismo di parte della popolazione cittadina, oltre che l’accesso in città dei turisti. Seppur snaturando secondo molti – fra tutti Giuriati e Damerini – la natura insulare e marinaresca della città, paradossalmente la costruzione del ponte del Littorio divenne un’ennesima occasione per rievocare i fasti imperiali dell’ex Dominante, alludendo non solo al protendersi della Madre Patria – Venezia – verso l’Adriatico orientale, ma anche verso quelle terre che un tempo facevano parte dello Stato de tera. All’inaugurazione, avvenuta nel giorno di San Marco del 1933, dalla terraferma grossa impressione destarono da subito i due imponenti pili in pietra d’Istria posti all’ingresso del ponte, sui quali vi erano scolpiti due leoni marciani, i guardiani della nuova porta della città. Oltre a rimarcare l’identità veneziana, il simbolo leonesco così scolpito si inseriva in una diatriba ‘adriatica’ nata nella notte del 1 dicembre 1932 a Traù (Trogir), una città dalmata che riportava ancora le tracce del dominio plurisecolare veneziano. Quella notte, un’ampia parte della popolazione traurina danneggiò e distrusse otto leoni lapidei d’epoca repubblicana in risposta alla sempre più aggressiva politica nazionalista e irredentista condotta dal fascismo, un fatto che suscitò grande commozione in Italia e in particolare a Venezia. In pronta risposta, infatti, l’ex Dominante decise di punire il ‘tradimento’ creando due copie dei leoni di Traù da collocare all’inizio del ponte automobilistico, una traccia monumentale di stampo imperiale che fu rafforzata dalla citazione latina scolpita all’interno di uno dei due libri aperti: «gli ingiusti saranno puniti ed il seme degli empi perirà» (Il Gazzettino, 3 gennaio 1933; cf. Ferris 2012). Una volta superati i pili e lasciatosi alle spalle il profilo industriale dei Bottenighi, il visitatore arrivava così a Piazzale Roma, l’ultima area automobilistica prima di immergersi «nel patrimonio di attrazione estetica» (Il Gazzettino illustrato, suppl., 23 aprile 1933) custodito dalla città lagunare. Per depotenziare la centralità della nuova traccia toponomastica denominata «Roma» su ordine di Mussolini rispetto a Piazza San Marco, l’amministrazione veneziana decise di chiamare la nuova area ‘Piazzale’ e non ‘Piazza’ (Casarin 2005). Agli occhi di chi intraprendeva il viaggio in direzione opposta, invece, il nuovo piazzale costituiva il primo segno visibile dell’intrusione della modernità nella «pacifica» consuetudine veneziana. Malgrado la ‘contaminazione’, secondo il supplemento speciale stampato da Il Gazzettino illustrato, «il Comune di Venezia, retto dal podestà Mario Alverà, seppe contemperare le esigenze che i tempi imponevano con le necessità paesaggistiche e tradizionali», riuscendo a conservare in questo modo «la maestà ed il fascino di una dominante». Del resto, «col nuovo grandioso Ponte del Littorio», il «turista veneziano in un’ora» avrebbe potuto raggiungere «Vicenza, primogenita di Venezia, dai superbi palazzi di ogni epoca e stile, in gran parte doStudi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 51-96

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vuti ad Andrea Palladio» e solo successivamente si sarebbe inoltrato in «tutta la terra vicentina resa sacra dalla guerra» (Il Gazzettino illustrato, supplemento, 23 aprile 1933). In altri termini, il Ponte del Littorio racchiudeva metaforicamente in sé due tensioni: il tentativo fascista di porre fine all’isolamento aristocratico in cui era confinata la città, rendendola più facilmente raggiungibile – accanto ai ‘treni popolari’, con la costruzione del ponte del Littorio iniziarono ad affluire a Venezia numerose squadre di escursionisti dell’OND e della Gioventù del Littorio a piedi o in bicicletta (Fincardi 2001) – a cui si contrappose una strenua difesa della ‘venezianità’ basata, ancora una volta, sull’ostentazione di una presunta superiorità civile e culturale dell’ex Dominante rispetto i territori di terraferma. Con l’apertura del ponte automobilistico, inoltre, si diede inizio al susseguirsi di altre opere monumentali indirizzate non solo a una migliore fruizione turistica della città e a celebrare i progressi dell’Italia sotto il fascismo, ma anche a compiere quella ‘bonifica sociale’ che mirava, in una «logica segregazionista» (Casellato 2002, 1615), a modificare la conformazione del tessuto sociale cittadino attraverso lo sradicamento e l’emigrazione forzata delle frange più povere e politicamente non allineate appartenenti alle classi popolari. In questo senso, la costruzione di Rio Novo, il canale che tuttora collega rapidamente Piazzale Roma all’ultimo tratto del Canal Grande, ne è un chiaro esempio poiché alla sua realizzazione nel 1933 si dovette procedere al rinnovamento della città eliminando di fatto la zona proletaria compresa fra la zona Tre Ponti e il Malcanton, l’ultima sede della Camera del Lavoro (Casellato 2002).2 Il miglioramento dei servizi di trasporto e la pianificazione dell’allontanamento di parte della popolazione povera modificarono la città in base soprattutto alle necessità di un flusso di visitatori in netta crescita all’interno delle reti turistiche d’élite o dopolavoristiche. La Compagnia Italiana Grandi Alberghi (CIGA) organizzava le vacanze delle classi benestanti nell’isola del Lido, il palcoscenico dei festival artistici dov’era possibile anche prendere parte alle numerose feste serali, praticare numerosi sport o ammirare le prodezze degli idrovolanti durante la Coppa Schneider comodamente seduti nelle terrazze dell’Hotel Excelsior (Bobbo 2004). L’organizzazione della sociabilità popolare, invece, era delegata alla sezione provinciale dell’OND, la quale si mise all’opera promuovendo escursioni in laguna, scambi turistico-culturali fra le due sponde dell’Adriatico, gite di circoli aziendali, proiezioni gratuite in Piazza San Marco e sconti vantaggiosi alle maggiori manifestazioni della città. Inoltre, l’occupazione su toni propagandistici, educativi e ludici della Piazza per eccellenza, ave-

2 Anche l’intervento urbano della Riva dell’Impero nel 1937, come si vedrà successivamente, rientrava nel piano regolatore volto a forzare l’emigrazione delle classi popolari. Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 51-96

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va in parte reso questo spazio cittadino meno esclusivo, trasformandolo in un’immensa platea dove la gente comune poteva condividere ambienti solitamente inaccessibili (Fincardi 2001; Crovato, Mariani, Stocco 2007). Ciò non toglie che questi contatti interclassisti avvenissero sotto la patina paternalista della classe dirigente locale, come traspare dalle parole di Maria Damerini, mentre ricorda l’atmosfera che circondava la Cavalchina, il Gran ballo del Carnevale: Tutti andavano alla Cavalchina: letterati, artisti, patrizi, borghesi e popolani. Il mescolarsi del popolo alle altre classi, la possibilità di godere gomito a gomito nelle gran feste della città, la precisa coscienza che il piacere dei molto ricchi fosse fonte di facilità di vita e di benessere a chi meno possedeva, neanche la formazione stessa della città, che abolisce i confini, fecero in ogni tempo accettare con naturalezza e senza spreco di sofismi le gerarchie, e addolcire e smussare i dislivelli. Questo permise a Venezia d’essere nei secoli quella Serenissima che fu; questo le permise negli anni ’30 di esserlo ancora. (Damerini 1988, 88) La «precisa coscienza» che la classe dirigente possedeva della propria alterità aristocratica, si fondava sulla convinzione che i membri di questa ristretta cerchia fossero i soli custodi delle tradizioni veneziane e, come tali, i soli a decretarne un loro uso a fini turistici o caritatevoli. Tuttavia, nel corso degli anni Trenta, almeno a livello popolare il richiamo alle tradizioni locali doveva adattarsi, o ad ogni modo integrarsi, con i dettami della cultura e dell’ideologia del regime, dando vita così a un processo di fascistizzazione degli usi e dei costumi locali. Dopo un periodo durante il quale la Festa delle Marie fu sospesa, il regime scelse di riproporla a partire dal 1934. A Venezia, sin dal Medioevo, nel secondo giorno di febbraio era usanza benedire le coppie che si sarebbero unite in matrimonio durante l’anno scegliendo tra le spose le più povere, alle quali sarebbero stati prestati dalle chiese cittadine abiti sfarzosi e gioielli di pregio. Nel 973, secondo le cronache dell’epoca, mentre si stava svolgendo il rito nella chiesa episcopale di San Pietro di Castello, alcune delle future mogli vennero rapite da pirati di origine slava provocando la reazione della comunità veneziana, che riuscì in un secondo momento a liberare le giovani. Dato il lieto fine, la popolazione ringraziò l’intercessione della Madonna – il secondo giorno di febbraio corrisponde alla festività della purificazione della Madonna – istituendo la Festa delle Marie. La rievocazione del leggendario evento continuò almeno fino al 1379, quando gli eccessivi costi organizzativi ne

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decretarono la fine (Padoan 1988).3 Dopo una plurisecolare interruzione, «l’antichissimo rito nuziale delle dodici Marie» venne «ripristinato» il giorno seguente la ricorrenza cristiana, sabato 3 febbraio 1934. Una processione di dodici gondole, ognuna delle quali trasportava una coppia di futuri sposi, partì dalla sede centrale dell’OND – il Palazzo della Pescheria – in direzione della chiesa di San Pietro di Castello, seguita da una barca con a bordo le autorità locali. In seguito alle celebrazioni matrimoniali, il corteo proseguì verso la Basilica di San Marco per partecipare alla benedizione del patriarca La Fontaine e per pregare alla Madonna Nicopeia, ossia ‘apportatrice di Vittoria’, l’icona che gli imperatori bizantini erano soliti portare in battaglia sino al sacco di Costantinopoli avvenuto per mano veneziana nel 1204 durante la Quarta Crociata. Una volta unite ufficialmente nel sacro vincolo, finalmente le coppie potevano far ritorno nei loro sestieri, dove sarebbero continuati i festeggiamenti (Il Gazzettino Illustrato, 11 febbraio 1934; Viviani 1934; cf. Ferris 2012, 90-2). Tralasciando l’interessante analisi delle simbologie connesse all’itinerario cerimoniale percorso, risulta interessante evidenziare come la rievocazione della Festa delle Marie si rivelasse funzionale tanto per il regime fascista quanto per l’élite locale. Infatti, il governo fascista già da alcuni anni aveva avviato un programma articolato di politiche assistenzialiste e nataliste assieme a una propaganda che insisteva molto sulla definizione della donna quale moglie e soprattutto madre, un ruolo fondamentale per la rigenerazione antropologica della nazione e della ‘razza italiana’. All’interno dell’ideologia fascista, inoltre, la campagna demografica rappresentava un caposaldo per le ambizioni imperiali dell’Italia, dato che la crescita della popolazione giustificava l’espansione coloniale – di popolamento – nel Mediterraneo.4 Ancora, per difendere la razza, era fondamentale che il sangue e l’onore – due immagini impersonate solitamente dalla figura femminile – non dovessero contaminarsi con quello di altre popolazioni (De Grazia 2007, Poidimani 2014). Attraverso la celebrazione del rito nuziale delle Marie, dunque, il discorso fascista sulla razza si legittimava anche riprendendo quelle narrazioni espansionistiche e razziali elaborate nei confronti delle popolazioni balcaniche in seno al nazionalismo adriatico del primo Novecento. Accanto a questo primo collegamento fra retroterra culturale nazionale e locale, però, se ne colloca un altro legato alle perduranti re-

3 Esistono diverse narrazioni sulla nascita della Festa delle Marie. Ad esempio, secondo il cronista Sanudo, le dodici Marie non erano in realtà delle spose, ma delle statue in legno affidate ad alcune famiglie patrizie mediante sorteggio. Il rapporto fra crescita demografica e espansione coloniale era stato già riassunto da Mussolini nell’efficace formula pronunciata durante il celebre Discorso dell’Ascensione del 26 maggio 1927: «Se si diminuisce, signori, non si fa l’impero, si diventa una colonia!».

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lazioni paternalistiche di origine patrizia fra la classe dirigente e il popolo veneziano. Questa solidarietà verticale si esplicava specialmente nel momento della selezione delle dodici future spose: secondo criteri quali il grado di povertà e di fedeltà politica, opportunamente segnalati dalle sezioni del Partito Nazionale Fascista (PNF) disseminate nell’isola, alle coppie prescelte venivano donati dei beni – il vestito da sposa, le fedi nuziali, due letti, una cassettiera, un tavolo e una sedia per la cucina, un servizio completo di piatti, sei asciugamani e una coperta – non solo dalle autorità fasciste locali, ma anche dalla CIGA, simbolo dell’alta borghesia veneziana (Ferris 2012). Più che le autorità locali, celebrazioni del genere ponevano in risalto le tradizioni storiche della città emozionando e inorgogliendo soprattutto chi assisteva fra la folla, il popolo, al contempo protagonista e principale fruitore della ‘fabbrica del consenso fascista’, che alla vigilia della guerra d’aggressione all’Etiopia stava affinando metodi e linguaggi di comunicazione.

2.2 Notizie dall’Impero. L’Oltremare nelle cronache dei giornali locali Il 17 novembre 1935, il giorno prima della decisione della Società della Nazioni di rendere effettive le sanzioni imposte all’Italia per aver aggredito un Paese membro e indipendente – l’Etiopia, nelle colonne del quotidiano Gazzetta di Venezia venne pubblicato un articolo dal titolo «La resistenza contro l’offensiva sanzionistica», in cui si sottolineava l’adesione dei cittadini alla protesta contro il provvedimento preso, dimostrando una partecipazione decisamente ampia dato che Venezia, secondo il giornalista, fu «letteralmente ricoperta» dalle bandiere tricolori (Gazzetta di Venezia, 17 novembre 1935; cf. Ferris 2002, 128). Come l’Italia, dunque, anche la Serenissima diede il proprio appoggio al regime fascista attraverso manifestazioni di unità e orgoglio nazionale durante le fasi iniziali della guerra. Di questo sentimento che integra diverse coscienze politiche fra loro, nazionale, coloniale e imperiale, si fecero promotori i due quotidiani locali per eccellenza: la Gazzetta di Venezia e Il Gazzettino. Malgrado l’impostazione elitaria e oramai obsoleta nell’epoca delle masse, a metà degli anni Trenta il più antico quotidiano di Venezia rappresentava il punto di riferimento delle classi ‘alte’ veneziane, avverse a condividere spazi, usi e costumi con gli strati più bassi della popolazione, se non in senso paternalistico. Anche per questa ragione si è deciso di condurre, fra le sue pagine, un’analisi dei codici linguistici, comparandola allo studio degli strumenti di comunicazione di massa utilizzati da Il Gazzettino, o meglio dalla sua versione destinata specialmente a un pubblico femminile e adolescente: Il Gazzettino Illustrato, un settimanale d’intrattenimento che ogni luStudi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 51-96

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nedì raccontava i più importanti eventi locali e nazionali traducendoli sotto forma di pettegolezzi, aneddoti sensazionalistici e immagini suggestive (Isnenghi 2002). Gli obiettivi editoriali differenti dei due giornali non scalfirono minimamente quello che era considerato l’elemento centrale della propaganda coloniale fascista: «la contemporaneità e la concentricità, in una parola il coordinamento e l’organizzazione» che avrebbe rappresentato l’Etiopia, e in generale l’Oltremare, secondo «un’impostazione dichiaratamente razzista, un’accentuazione nazionalistica e classicistica, un’intonazione populistica (le colonie come luogo dell’espansione del lavoro italiano)» (Labanca 2015, 59-60). A queste tendenze nazionali, però, sulle colonne dei giornali locali si affiancarono e innestarono forme e riferimenti provenienti dal retroterra culturale cittadino. La stessa struttura con la quale era organizzata la Gazzetta di Venezia, ad esempio, rispecchiava questa doppia dimensione volta da un lato al controllo di ciò che veniva stampato, dall’altro a educare una popolazione che, nonostante le politiche di irreggimentazione e integrazione nel corpo nazionale, avrebbe meglio compreso l’argomento coloniale – in tutte le sue sfaccettature – rapportandosi alla propria esperienza quotidiana. A tal proposito, la prima pagina era dedicata solitamente alla descrizione dei fatti nazionali e internazionali che chiamavano in causa l’Italia; così, in occasione della partenza dei primi battaglioni verso l’Etiopia, ampio spazio ricoprì l’articolo d’apertura «I diritti insopprimibili dell’Italia in Etiopia» in cui si ribadirono quali fossero le pretese italiane di fronte al «pessimismo inglese» e alla «sfiducia francese» (Gazzetta di Venezia, 1 luglio 1935). Ripreso dall’esperienza risorgimentale veneziana, «resistere a tutti i costi» era diventato il motto da seguire per coloro che costituivano il ‘fronte domestico’, a cui si chiedeva di sacrificare in parte le proprie tradizioni: il 21 novembre 1935, due giorni dopo l’imposizione effettiva delle sanzioni comminate dalla Società delle Nazioni, a Venezia si celebrò l’annuale Festa della Salute, istituita nel 1630 per ringraziare la Madonna dell’aiuto dato alla città che, in quel periodo, era in preda all’epidemia di peste bubbonica raccontata da Alessandro Manzoni ne I promessi sposi. Ancora oggi, a questa festività religiosa è associato un piatto tradizionale, ovvero la castradina, una ricetta antica che prevede l’utilizzo di carne di montone seccata, salata e affumicata proveniente dalla Dalmazia. Nel 1935, come riporta la Gazzetta di Venezia nelle pagine interne dedicate alla cronaca cittadina, i «ghiottoni veneziani» dovettero fare a meno del sapore forte di questo particolare taglio di carne, non perché fosse proibito dalla decisione presa dalla Società delle Nazioni, bensì per la scelta dei «negozianti veneziani in rappresaglia contro le sanzioni» di mandare «indietro tutte le merci alla Yugoslavia» (Gazzetta di Venezia, 21 novembre 1935). Sebbene la censura fascista renda difficile una lettura completa e approfondita dell’evento, Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 51-96

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la rinuncia a questo rito culinario così sentito, oltre a inserirsi nel quadro della politica autarchica, suggerisce come parte della popolazione veneziana a metà degli anni Trenta si fosse sufficientemente integrata nello Stato fascista, tanto da ‘sacrificare’ parte della propria identità locale in favore della nazione. Con il proseguire degli svolgimenti bellici in Etiopia e la successiva fondazione dell’Impero italiano, la rivoluzione antropologica fascista procedette non solo fondandosi sul mito dell’autosufficienza, bensì sulla convinzione che il popolo italiano appartenesse a una stirpe di conquistatori e portatori dei valori della civiltà, una visione che veniva alimentata contrapponendo il ritratto positivo del colonizzatore a quello negativo del colonizzato. Nell’azione di mobilitazione delle masse ciò avveniva tramite il linguaggio delle immagini e l’uso sistematico della propaganda verbale, due codici comunicativi che – nel caso della stampa – potevano assumere svariate forme in base al taglio giornalistico della testata (Isnenghi 1979, Di Jorio 2001). Almeno fino al 1938, quando al versante africano si sarebbe sostituito nel discorso pubblico quello balcanico, all’interno de Il Gazzettino illustrato il tema coloniale e più specificatamente la rappresentazione dell’Altro vennero esposti tramite fotografie, romanzi a puntate, vignette umoristiche, cruciverba, piccole pubblicità e curiosità ‘esotiche’. Accanto ai reportage fotografici che testimoniavano l’avanzare delle truppe italiane, con l’inizio del 1936 cominciarono ad apparire resoconti etnografici sui «Tipi e Costumi dell’Abissinia o sulle Visioni di vita in Africa orientale», nei quali si alternavano fotografie a soggetto femminile o paesaggistico e brevi descrizioni volte a cogliere la ‘stranezza’ di certi usi o lo stato di arretratezza in cui versava il territorio (Il Gazzettino illustrato, 26 gennaio 1936). Attraverso queste testimonianze, la popolazione etiope veniva rappresentata al pari di un selvaggio da domare e da educare, così come la loro terra sulla quale si sarebbe esteso in un prossimo futuro «l’ordine estetico europeo» e fascista (Forgacs 2015, 114). La vittoria e la conseguente proclamazione dell’Impero italiano dell’Africa Orientale (9 maggio 1936) portarono a un cambio del paradigma retorico della propaganda razzista. Ora, ogni lunedì in edicola il lettore poteva ammirare sulle copertine patinate la battaglia di civiltà e di modernizzazione che il regime stava conducendo al di là del Mediterraneo. Le fotografie ancora una volta erano il tramite più diffuso: a parte alcune provenienti dagli studi professionistici che ritraevano «la vita che fuoriesce nelle terre che le barbarie abissine avevano devastato» oppure che inquadravano «l’espressivo volto di un nuovo suddito dello Stato che gloriosamente procede nella sua grandiosa opera di civiltà in Africa Orientale», altre fotografie pubblicate nel settimanale erano state scattate in maniera amatoriale dai «fedelissimi lettori nell’impero», alcuni volontari veneti desiderosi di condividere la loro esperienza ed «emozione» africana con i propri conterranei rimasti Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 51-96

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in Italia, mostrandosi molte volte sorridenti nelle loro divise a fianco ad animali selvatici o indigeni ‘civilizzati’ (Il Gazzettino illustrato, 23 febbraio, 19 aprile, 29 novembre 1936; fig. 2). Ancora, per propagandare la diversità razziale Il Gazzettino illustrato fece uso anche delle vignette satiriche, molto apprezzate dai lettori visto lo spazio dedicatogli nella «Pagina Umoristica», l’ultima del settimanale. In queste piccole illustrazioni, al «negro» venivano affibbiati degli archetipi razzisti legati all’indole selvaggia quali l’antropofagia, la pigrizia, la maleducazione e alcuni tratti fisici tra cui spiccano i lineamenti scimmieschi (Il Gazzettino illustrato, 29 novembre 1936, 18 settembre 1938; La menzogna della razza 1994; Bancel, Blanchard 2013). Questa stessa strategia comunicativa, come si vedrà in seguito, sarebbe stata ripresa a partire dal 1939 dalla Gazzetta di Venezia all’interno di un inserto dedicato interamente all’argomento coloniale e imperiale. Tuttavia, a differenza de Il Gazzettino illustrato, il quale era volto più all’intrattenimento che all’informazione, all’interno del quotidiano gli articoli legati alla recente conquista dell’Etiopia vertevano principalmente su questioni strettamente politiche ed economico-commerciali, lasciando spazio anche ai giudizi della critica nel caso di eventi artistici nazionali e locali a tema coloniale. Inoltre, essendo una testata giornalistica locale, gran parte delle firme provenivano dall’élite veneziana, un presupposto che si rifletteva nei contenuti dello stesso quotidiano dato che ampio spazio fu concesso a Venezia e alle sue nuove sorti imperiali. Ad esempio, in occasione dell’ultima conferenza del corso di propaganda coloniale – intitolata «La Libia» – che si sarebbe tenuta l’8 marzo 1936 presso il Teatro La Fenice, Volpi, in qualità di oratore, al pari di «quei geniali rappresentanti della Serenissima» avrebbe descritto le possibilità «presenti e future delle terre d’Africa, sulle quali si stavano riaffermando le tradizioni civilizzatrici di Roma e di Venezia» (Gazzetta di Venezia, 8 marzo 1936). Il mito imperiale di Venezia, fuoriuscito già da alcuni anni dalle aule universitarie per riversarsi fra le calli e i ‘campi’ della città, alla vigilia della fondazione dell’Impero riprese quota negli ambienti aristocratici veneziani poiché si prefigurava all’orizzonte la ripresa della vocazione commerciale e marittima nel Mediterraneo. La penna di Giuseppe Fusinato, amico storico di Damerini con cui condivise l’esperienza politica del sodalizio protonazionalista dei «Sette Savi» e successivamente quella del nazionalismo adriatico (Foscari 1917; cf. Reberschak 2002, 1220), ripropose ancora una volta l’annosa questione relativa alle aree d’influenza marittima delle città portuali italiane, con la differenza questa volta che la storica rivalità avrebbe dovuto confrontarsi con l’imminente espansione coloniale. All’interno di una «dotta disputa» (Gazzetta di Venezia, 8 aprile 1936) fra alcune riviste specializzate nel traffico marittimo, dalle colonne del quotidiano Fusinato ribadì il pericolo di «turbare correnti di traffico costituitasi naturalmente», in quanto a Venezia Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 51-96

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«non soltanto c’è un porto ottimamente guarnito […], ma hanno sede o scalo obbligatorio, agguerrite e sperimentali Società di Navigazione» che sfruttano la vicinanza della Serenissima «a Porto Said e agli scali dell’Oriente» e alle «maggiori regioni industriali d’Italia e dell’Europa centro-orientale». Per queste due ragioni, deviare parte dei traffici verso i porti di Genova e Napoli sarebbe stato controproducente per l’economia nazionale, soprattutto all’interno di una congiuntura storica imperiale: La guerra vittoriosa che si sta combattendo nell’Africa Orientale aprirà un largo campo ai nostri traffici non solo nel continente nero sottratto alle barbarie abissina, ma sulle grandi vie dell’Oceano Indiano. Non sarebbe solo ingiusto ma pregiudizievole per la economia nazionale che in quei traffici Venezia non avesse la parte assegnatale dalla natura, dalle tradizioni, dalle sue sperimentate capacità. Venezia, che ha già gli strumenti adeguati alla bisogna, chiede soltanto che non le siano tolti. (Gazzetta di Venezia, 8 aprile 1936) Tra il 1938 e il 1942, a causa della mobilitazione militare italiana sulla sponda balcanica dell’Adriatico, la macchina della memoria veneziana riprese a funzionare senza ‘forzature africane’, seguendo pertanto la sua ‘naturale’ propensione verso quegli «interessi permanenti» nel «Golfo di Venezia» (Paladini 2000).5 Infatti, dopo quindici anni durante i quali – per usare le parole di Bruno Dudan nell’articolo «L’Impero veneziano nel levante e gli storici serbo-croati» – la «malinconia (in mezzo al più clamoroso disinteresse) tutt’altro che sopita dell’Oriente» aveva afflitto una élite locale che si stava riscoprendo nazionalista prima ancora che fascista, giunse finalmente l’ora di rivendicare l’italianità dell’Adriatico attraverso l’esclusivo filtro della «venezianità» (Gazzetta di Venezia, 4 novembre 1938; Paladini 2010). L’occasione ideale sopraggiunse con l’occupazione dell’Albania. La Gazzetta di Venezia diede voce al possibile inveramento del mito: al titolo pubblicato in prima pagina dell’8 aprile 1939 che recitava «l’Italia stronca in Albania», seguiva nella facciata seguente un articolo sui «Secolari rapporti tra Venezia e l’Albania», in cui fin da subito si volle attestare la paternità della presenza italiana all’ex Dominante: Le forze armate dell’Italia fascista riportano oggi le insegne tricolori sopra un paese, che le ha vedute sventolare gloriosamente in un recente passato di guerra. Ma con esse l’Italia di Mussolini

5 L’espressione «interessi permanenti» fu pronunciata da Giuseppe Volpi in occasione della conferenza Ricordi e orizzonti balcanici, tenutasi a Milano il 23 aprile 1937 per invito dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale di Milano (ISPI). Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 51-96

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ricalca una terra, sulla quale già per secoli il Leone di San Marco ha tenuto alto il prestigio italiano, ha versato fiumi di sangue eroico per difenderlo contro il turco invasore, ed ha dominato con la sua forte e serena giustizia. (Gazzetta di Venezia, 8 aprile 1939) Da questo momento fino all’inizio della Seconda guerra mondiale, la Gazzetta di Venezia avrebbe passato in rassegna qualsiasi traccia veneziana ancora presente nel territorio al di là dell’Adriatico per riscontrare nelle popolazioni slave un’italianità e venezianità originaria che doveva essere riportata alla luce. Sempre sul piano del debito storico-culturale nei confronti di Venezia, Il Gazzettino illustrato, già dal 1937, pubblicava un inserto speciale al «Le fedelissime di Venezia», le città adriatico-orientali fra le quali Pisino, Pinguente, Capodistria, Pola. che, dal punto di vista architettonico, ricordavano l’ex Dominante, sebbene di «Venezia ce ne è solo una» (Il Gazzettino illustrato, 28 novembre 1937). Le due pagine a cui era dedicato l’approfondimento, si concentravano soprattutto sugli aspetti artistico-architettonico di scuola veneziana che i turisti potevano ancora ammirare prendendo uno dei traghetti messi a disposizione dalla Società Adriatica di Navigazione per collegare le due sponde dell’Adriatico [fig. 3]. Ricapitolando, i giornali sono «fatti per chi scrive», oltre che per chi legge. All’occhio dello storico, il taglio degli articoli rivela la formazione, l’«elaborazione» e gli «itinerari di gruppi dirigenti» all’interno del discorso pubblico nazionale e locale. Ciononostante, tra «incroci», «eclissi» ed «epifanie», la stampa in quanto fonte storica fornisce la tracciatura di una mappa della socialità cittadina che, in seguito alla conquista dell’Etiopia, mise in luce il profilo imperiale dell’Italia e di Venezia (Isnenghi 2017).

2.3 Educare alle colonie. Una «giornata coloniale» a Venezia Per salvare il ‘corpo’ della Nazione era necessario prima di tutto garantire la salute della popolazione. In questo senso, una delle attività sanitarie più incisive condotte dal fascismo fu probabilmente la lotta antitubercolare, alla quale venne addirittura istituita una cerimonia da celebrarsi annualmente: la Giornata della Doppia Croce. Questa festa si svolse anche a Venezia il 5 aprile 1934, in una domenica soleggiata, al fine di raccogliere i fondi necessari per combattere la malattia infettiva che in città aveva provocato già il decesso di 326 persone. Come riporta la Gazzetta di Venezia, la manifestazione conobbe un grande successo per via «del senso di patriottica comprensione di tutti i cittadini» e, in particolar modo, «dell’oculatezza con cui è stata preparata e organizzata la giornata». Il merito spettava infatti alle organizzazioni locali del Partito Fascista: per tutto Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 51-96

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il giorno «crocerossine, giovani italiane, giovani fascisti e universitari» coprirono ciascuno la propria zona di competenza con l’obiettivo di raccogliere le offerte e vendere ai cittadini dei «minuscoli elmetti» e delle «graziosissime faccette nere» che i bambini potevano carnevalescamente indossare. «Il distintivo di tutti i veneziani» – l’elmetto e la ‘faccetta nera’ – rappresentava uno dei primi tentativi di portare l’Africa in piazza, di avvicinare gli italiani a una seppur rudimentale e stereotipata conoscenza delle colonie italiane d’Oltremare, a cui si sarebbe aggiunta nel giro di due anni anche l’Etiopia (Gazzetta di Venezia, 6 aprile 1934). D’altronde, l’ambivalenza delle colonie, al contempo parti integranti del territorio nazionale e luogo di alterità e differenza, irruppe prepotentemente, non solo nel discorso pubblico ma anche nello spazio urbano, in seguito alla fondazione dell’impero italiano, come dimostra l’entusiasmo dei «grappoli umani» accorsi in Piazza San Marco il 9 maggio 1936 che Maria Damerini poteva ammirare da una posizione privilegiata qual era il balcone d’angolo tra le Procuratie Nuove e le Napoleoniche. Così descrive l’«attesa per la parola promessa»: Uniformi a gruppi […]. Fluir di popolo, senza riguardo a classi, giunger continuo di gruppi, di colonne, di singoli, subito fusi agli altri; di anziani e di ragazzi, di uomini e di donne, tra il luccicar di ottoni delle bande numerose e il suonar di inni, tra pause d’attesa percorsa da quel minuto brusio gioioso che somiglia al trascorrere di vento sul bosco. Ogni finestra gremita, agli abbaini delle Procuratie figure gesticolanti con bandierine e fazzoletti tricolori. Gli altoparlanti cantavano. Si concludeva nell’allegrezza un fato felice: la proclamazione dell’Impero. […] L’ovazione accolse come un rombo l’annuncio trasmesso da Roma, con le parole di Mussolini. Dalle navi ancorate in Bacino [San Marco] le salve lo ripeterono come un eco e dal campanile le campane. (Damerini 1988, 190) In una Piazza in assetto di guerra, l’Impero era ormai una realtà nella quale bisognava che gli italiani s’identificassero. A questo scopo fu reinserita nuovamente nel calendario civile fascista la Giornata coloniale, una manifestazione che il regime si proponeva di organizzare in tutto il territorio nazionale in modo tale da costruire uno spazio educativo dedicato esclusivamente a esaltare, in termini razzisti, le qualità di un popolo – quello italiano – che seppe rigenerarsi costruendo un impero sia al di là dei confini nazionali, sia all’interno, nelle coscienze degli stessi cittadini. La Giornata coloniale era già stata istituita nel 1926 in concomitanza con il dibattito politico che avrebbe portato alle misure antiStudi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 51-96

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migrazionistiche entrate in vigore nel biennio successivo e all’interno del più generale contesto europeo. Del resto, la Francia, il Belgio e la Gran Bretagna avevano iniziato a far conoscere i propri possedimenti asiatici e africani ben prima dell’Italia, istituendo ad esempio l’Empire Day, celebrato sin dal 1904 in Gran Bretagna ogni 24 maggio (English 2006, Stanard 2009). In Italia, però, l’iniziale carattere elitario della manifestazione e la diffusione non uniforme sul territorio nazionale indebolirono probabilmente il senso della stessa manifestazione, che era volta in teoria ad avvicinare la massa alle questioni e alle problematiche coloniali. Ciononostante, prima della guerra d’Etiopia, le Giornate coloniali si ripeterono quasi ogni anno con l’obiettivo di costruire il consenso intorno alla legittimità e necessità dell’espansione d’Oltremare (Deplano 2015).6 Successivamente, il regime fascista stabilì che dal 1937 la Giornata coloniale si sarebbe dovuta svolgere ad ogni anniversario della proclamazione dell’Impero, il 9 maggio. Malgrado la direttiva proveniente da Roma che istituzionalizzava la dimensione imperiale dell’Italia, a Venezia la sezione provinciale dell’ICF organizzò una propria Giornata coloniale domenica 27 settembre 1936 in un «clima altamente patriottico». La manifestazione era rivolta in primo luogo a tutti i soci dell’ICF e in secondo luogo all’intera cittadinanza, che avrebbe preso parte solo all’appuntamento serale in Piazza, l’ultimo di un programma denso di impegni. Infatti, sin dalle prime ore del mattino diverse squadre di Giovani fascisti e Giovani italiane si inoltrarono nella città per vendere la targhetta della manifestazione: un «giallo palmizio metallico», con cui fu insignito per primo il duca di Genova Ferdinando. Il primo appuntamento era stato fissato per le ore 9 presso Ca’ Littoria, sede sia del Fascio locale sia della sezione provinciale dell’ICF, dove sarebbe avvenuto l’incontro fra i reduci delle vecchie campagne d’Africa condotte in Eritrea, Somalia ed Etiopia e quelli della recente vittoria contro l’Impero abissino, «un segno di riconoscenza verso coloro che furono i pionieri o i continuatori della grandiosa impresa». Oltre a commemorare i venticinque caduti veneziani in Africa Orientale Italiana (AOI), i cui nomi erano stati scolpiti su di una parete marmorea, il momento di «alta commozione» rappresentato dal confronto intergenerazionale veicolava anche un significato essenzialmente politico poiché mostrava come solo il fascismo fosse riuscito a compiere l’«impresa» che sarebbe stata impossibile per un’«Italia [liberale] schiava delle passioni politiche e dei giudizi demagogici» (Gazzetta di Venezia, 28 settembre 1937). Il programma della Giornata coloniale proseguiva fittamente. Alle ore 10 il duca di Genova inaugurò la Mostra dei Cimeli di guerra

6 Nel 1926, la prima Giornata coloniale fu celebrata il 21 aprile, data centrale nel calendario civile fascista poiché corrisponde al Natale di Roma. Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 51-96

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raccolti in AOI, allestita nell’Antisala napoleonica di Palazzo Reale, con l’aiuto della contessa e madrina della manifestazione Bianca Rocca Franchetti, vedova del barone Raimondo Franchetti, l’esploratore fiorentino di religione ebraica – da sempre assiduo frequentatore dei salotti veneziani – che morì il 7 agosto 1935 in un incidente aereo nei pressi del Cairo durante una missione ufficiale (Damerini 1988).7 Malgrado la mancanza di una pubblicazione ufficiale riguardante la mostra, grazie della Gazzetta di Venezia è possibile ricostruire parte del percorso espositivo dei cimeli «appartenenti» ai reduci. Secondo il giornalista i più pregiati e caratteristici si potevano identificare in «una grande bandiera rosso-gialla trovata ad Amba Aradam», delle vesti pregiate di ras e degiac (titoli nobiliari etiopi), alcuni amuleti, «strani» strumenti musicali, armi raccolte dalla Divisione 28 Ottobre e una borsa di medicinali e ferri chirurgici «appartenente al famoso giornalista polacco Belam fatto prigioniero nella caverna di Amba Aradam». Come si vedrà più approfonditamente in seguito, le esposizioni generalmente costituivano l’unica esperienza coloniale per molti europei, motivo per cui le mostre coloniali da un lato si proponevano impressionare il visitatore attraverso l’esposizione di oggetti – o soggetti umani talvolta – dipinti come «strani» ed esotici, dall’altro fungevano al pari di uno strumento pedagogico, una conoscenza mediata che promuoveva l’‘opera di civilizzazione’ portata avanti dai paesi colonizzatori (Gazzetta di Venezia, 28 settembre 1937; Labanca 1992). Dopo aver toccato con mano le vicende italiane in suolo africano, il corteo procedette verso la Chiesa di San Giovanni Crisostomo, dove sarebbe avvenuta una breve benedizione del nuovo «labaro» della sezione veneziana dell’ICF che riproduceva un palmizio con un fascio littorio sullo sfondo. Al rito liturgico seguì immediatamente «la parte più importante della cerimonia coloniale»: al Teatro Malibran, Padre Angelo Bellani, il direttore diocesano delle Missioni della Consolata di Torino, tenne una conferenza «sul tema Africa Orientale» data la sua esperienza pluridecennale nelle vesti di missionario. Per questa occasione, il palcoscenico venne adornato con palmizi e bandiere di varie associazioni patriottiche; sullo sfondo invece venne posto un telo nel quale si proiettarono «documenti inconfutabili dei quali risaltano le bellezze del suolo abissino, dalla cui fertilità, il valore, la forza e l’ingegno delle nostri genti», secondo l’oratore, si sarebbero tratte «le nuove fortune e la nuova grandezza dell’Italia fa-

La figura di Franchetti entrò nella memoria locale delle città di Venezia e Mestre, come dimostra l’assegnazione del suo nome – nel febbraio del 1936 – alla sezione distaccata del Liceo ginnasio «Foscarini» a Mestre. Questa traccia imperiale nella toponomastica cittadina diventò problematica una volta che l’Italia fascista emanò le leggi razziali dato la confessione ebraica di Franchetti. Tuttavia, l’intitolazione non subì alcuna censura (Franco 2010).

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scista». Ribadita l’importanza di un’intesa proficua fra il fascismo e il cattolicesimo romano per «la realizzazione dell’Africa sognata», prima di congedarsi tra i complimenti delle autorità locali e le note di Faccetta nera, Bellani ebbe modo di ricordare la figura di Raimondo Franchetti scatenando così «l’applauso di devozione e riconoscenza imperitura» della platea (Gazzetta di Venezia, 28 settembre 1937). Successivamente al «rancio d’onore» offerto dall’Albergo Hungaria del Lido, una struttura turistica affiliata alla CIGA, giunse finalmente l’ora per il grande finale. L’intera popolazione venne invitata a Piazza San Marco per assistere alle ore 21 alla proiezione sonora Alla conquista dell’Impero, un documentario che raccontava passo dopo passo le vicende che si susseguirono dalla preparazione della guerra in Etiopia fino alla sua conquista definitiva. Prima che «l'auto furgone» posta al centro della Piazza iniziasse a proiettare sullo schermo smontabile più grande d’Italia – di proprietà dell’OND locale, sul palco allestito per l’occasione prese la parola l’On. Silva nel tentativo di «rinfocolare gli animi» dei veneziani, i quali furono i primi «a sentire tutta l’importanza di tramandare la voce del loro leone alato alle genti che di Venezia, signora dei mari, avevano bramato la possente protezione dominatrice» (Gazzetta di Venezia, 28 settembre 1937).8 La scelta dei tempi sembra alquanto significativa. Nell’immaginario collettivo la dominazione storica veneziana si collocava al principio della ‘tensione’ imperiale italiana, la quale sarebbe sfociata proprio nel 1936 come testimoniava il documentario. Il mito imperiale veneziano, dunque, sovrapponeva, o meglio univa, nella continuità storica gli imperi coloniali veneziano, italiano e fascista. A tal proposito, appare utile analizzare il numero unico che venne venduto in occasione della Giornata coloniale veneziana insieme alla targhetta dal motivo palmizio. Al prezzo speciale di 5 lire, l’ICF provinciale con sede a Venezia dispensò per la città una rivista in occasione della giornata dedicata ai possedimenti d’Oltremare italiani, con l’obiettivo di introdurre il cittadino a diverse tematiche legate al colonialismo. Nella copertina, raffigurante in primo piano un busto granitico di Mussolini con piramidi egiziane sullo sfondo, compare il titolo del «Numero unico», alquanto appropriato per una città che dell’acqua fa il suo elemento: «Vivere non è necessario, ma è necessario Navigare». D’altronde, la frase non fu scelta a caso poiché dal punto di vista storico ed etimologico s’inseriva perfettamente in un contesto come quello lagunare, nel quale perdurava una forte identità locale accanto a stilemi fascisti ripresi dal mondo latino. Infatti, secondo la tradizione, l’origine del motto viene fatta risalire a Pompeo, il quale, arringando i

8 Dopo la proiezione, la Piazza si illuminò di rosso e verde grazie ai moltissimi bengala accesi. Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 51-96

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propri soldati affinché non avessero paura di trasportare per mare fino a Roma il grano raccolto nelle provincie, citò le parole navigare necesse est, vivere non necesse, emblematiche per affermare come il destino della capitale imperiale fosse molto più importante della vita stessa di ogni singolo individuo. Successivamente, la frase trascritta da Plutarco nella sua opera Vita di Pompeo venne ripresa negli ambienti marinareschi fino a che lo stesso D’Annunzio ne fece uso per aprire la prima delle Laudi - Alle Pleiadi e ai Fati (1903-1904), in cui il poeta pescarese, nei panni d’Ulisse, percorre un tragitto nella Grecia omerica alla ricerca della forza creatrice della natura in grado di fargli raggiungere la felicità. Dato il ruolo di D’Annunzio nelle vicende veneziane durante il primo Novecento, si presume che la frase circolò molto all’interno degli ambienti del nazionalismo irredentista. Ad ogni modo, l’espressione pompeiana venne ancora adottata questa volta da Mussolini nell’articolo «Navigare Necesse», apparso sulle pagine del Popolo d’Italia il primo gennaio 1920 così spronando i suoi sostenitori a proseguire la battaglia dei Fasci di Combattimento, in seguito alla sconfitta elettorale subita nel novembre del 1919. Tuttavia, eroismo, rigenerazione e perseveranza erano solo alcuni dei significati che il titolo del «Numero unico» si proponeva di ispirare nel contesto della Giornata coloniale come traspare dalle parole di Mirko Artico, giovane presidente della sezione provinciale dell’ICF, nell’articolo «Per una coscienza imperiale»:9 Le colonie costituiscono un’affermazione di maturità coloniale e di diritto a colonizzare di fronte alle altre Nazioni che noi rivendichiamo quali depositari della civiltà millenaria di Roma e delle tradizioni coloniali della Serenissima Repubblica. Dunque, la «coscienza imperiale» altro non sarebbe che il compiersi di un processo di crescita individuale e nazionale basato sul coraggio e l’orgoglio, due pregi indispensabili per chi è intenzionato a «navigare» seguendo il destino imperiale tracciato prima da Roma e poi da Venezia: «È necessario navigare, non è necessario vivere». Che importa, infatti, vivere rinchiusi nelle strettoie dei pregiudizi parassitari in un mondo artificiale cui si attaccano le anime ostricaie delle pinzocchere del pensiero? Navigare bisogna, imbarcarsi verso l’ignoto, verso l’imprevisto, ardire, formare il carattere nella lotta con-

9 Per quanto riguarda Mirko Artico (Venezia 1902-1992), basti sapere che dopo aver concluso gli studi di architettura a Venezia, nel 1936 gli venne affidato il progetto del liceo ginnasio Raimondo Franchetti di Mestre, edificio che anche nelle sue forme e decorazioni riporta i segni dell’epoca imperiale italiana. Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 51-96

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tinua, temprare la propria personalità a contatto di altre razze, nell’isolamento di visioni sconfinate che allargano la visione della vita e fanno meditare costringendo l’anima a raccogliersi per acquistare una maggiore comprensione di vita. […] Partire bisogna, viaggiare con un sacco sulle spalle ed il bagaglio della propria intelligenza, ricchi di una fede inalterabile e coscienti della nostra italianità rinata da recare oltre i confini della Patria nei quattro continenti. […] Fissare lontano, sempre più lontano lo sguardo a una meta ideale di umanità e non intristire in piccole beghe cittadine […]; tentare nelle nostre nuove terre d’Oltremare vie più sane attraverso le quali si crea effettivamente quella selezione dei valori intrinseci e positivi fondamentali del Fascismo inteso quale rivoluzione continua e reale gerarchica degli spiriti. (Giornata coloniale 1936, 14) Era scoccata l’ora di osare, spingendosi oltremare per compiere definitivamente quella rivoluzione antropologica tanto agognata dallo Stato totalitario fascista. Alla penna giovane e ambiziosa di Mirko Artico, si contrappone quella paternalista di Volpi, il presidente onorario della Giornata coloniale. In una sua breve lettera pubblicata all’interno del «Numero unico», Volpi affermava infatti che «ai giovani della nuova generazione» sarebbe toccato l’assolvimento dell’«impegno d’onore assunto con la fondazione del nuovo grande Impero italiano», un evento memorabile «per tutto il mondo civile». In fondo, l’«anziano» conte di Misurata era certo che essi avrebbero dato «il loro entusiasmo, la loro fede a sorreggere la loro azione, e, se occorre, la vita, perché la sacra promessa sia mantenuta» (Giornata coloniale 1936, 5).10 Sebbene gli autori dei passi sopra citati fossero assolutamente integrati nella società – d’élite – veneziana, a parte qualche sporadico accenno, i loro scritti non riportano alcun riferimento al legame fra il contesto locale e il colonialismo italiano. Lo stesso vale per alcuni articoli pubblicati esclusivamente per scopi didattici come «Espansionismo coloniale italiano» di Nino Perisinotto, incentrato a illustrare con ordine le tappe che portarono alla costituzione dell’impero oppure, ancora, «L’Italia ed il Mediterraneo» del capitano di vascello Angiolo Ginochietti, volto a descrivere il legame storico fra l’Impero Romano e il mare nostrum, senza tuttavia menzionare l’eredità raccolta alcuni secoli dopo da Venezia. Nella seconda metà della

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Volpi presiedeva il Comitato d’onore formato da Carlo Catalano, regio prefetto di Venezia, Michele Pascolato, segretario federale del PNF, Antonio Garioni, preside provinciale, Mario Alverà, podestà di Venezia, Pietro Orsi, senatore, e Vittorio Umberti Fantucci, onorevole. Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 51-96

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rivista, al contrario, in un primo momento si dà spazio alla voce di un volontario veneziano, Adolfo Gerardi, che racconta in «23 marzo XIV in terra d’Africa» il microcosmo venutosi a creare all’interno del fortino Serenissima ad Ausien, dov’era di stanza il «Battaglione degli squadristi veneziani e bolognesi». Più che le gesta in battaglia, il reduce ricordava con alcuni aneddoti il legame fraterno che lo univa agli altri camerati e l’amore provato da questi ultimi per la propria città natale, una nostalgia talmente forte per i soldati veneziani da scolpire sul portale d’ingresso del fortino un rudimentale leone alato. Dopo la testimonianza di Gerardi, nella pagina seguente è pubblicato lo scritto Le relazioni veneto-abissine (autore anonimo) affinché si rendessero note le molte tracce lasciate dall’«influenza preponderante» dei veneziani presso la «Corte dei re abissini» durante i secoli. Basandosi sulle descrizioni di Marco Polo e Sanudo in particolare, l’autore mirava a evidenziare il debito artistico-culturale che l’«Abissinia» aveva contratto nel corso del tempo con Venezia e di conseguenza con l’Italia, pur soffermandosi alcune volte sui rapporti commerciali che da sempre legarono la Serenissima all’Impero etiope (Giornata coloniale 1936, 19-23). Come sembra suggerire il testo «Risorse naturali etiopiche» steso da Perissinotto, l’ultima parte del «Numero unico» si apre agli affari che alcune tra le più importanti istituzioni e aziende italiane stavano conducendo nelle colonie: all’approfondimento «sull’opera di un grande istituto bancario nelle colonie e nell’oriente Mediterraneo» come il Banco di Roma, segue una mappa raffigurante la penetrazione delle Assicurazioni Generali in AOI, argomento quest’ultimo che sarà trattato successivamente assieme al ruolo ricoperto da Porto Marghera all’interno dei disegni espansionistici italiani. Del resto, non passano inosservate le inserzioni di molte industrie con sede proprio ai Bottenighi – la Montecatini, la Vetrocoke, l’Agip e la Breda – pubblicate in chiusura al «Numero unico» (Giornata coloniale 1936, 28-36). In breve, la Giornata coloniale fu il primo tentativo coordinato dall’ICF e l’OND in grado di usufruire della conformazione urbana di Venezia al fine di diffondere su larga scala le conoscenze coloniali legate quasi esclusivamente al versante africano. Per plasmare una «coscienza imperiale» che si radicasse nei cittadini, però, occorreva rileggere i simboli della città – magari costruendone anche di nuovi – secondo il prisma ideologico fascista, riadattando alle nuove esigenze quelle esperienze e culture politiche ancora presenti nei ‘fondali’ della laguna.

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2.4 Itinerari imperiali. La Riva dell’Impero e i «luoghi della memoria» a Venezia Nel 1938, secondo Il Gazzettino, le persone che «camminavano lungo la riva da San Marco fino a Sant’Elena», fermandosi a contemplare, si sarebbero di certo convinti del fatto che l’Italia fosse «potente», ragion per cui nascere in questa terra era considerato un «valore che conferiva un esclusivo e invidiabile titolo nobiliare all’atto di nascita» (Il Gazzettino, 18 giugno 1938; cf. Ferris 2012, 114). D’altronde, dai «forestieri» ai cittadini, chiunque percorresse la riva riflessa sul bacino di San Marco, non poteva non riconoscere i simboli di quel destino imperiale che il fascismo aveva portato ‘finalmente’ a compimento. Il frammento storico mancante, infatti, fu posto solo l’anno prima grazie a un intervento urbanistico monumentale che collegava la Riva degli Schiavoni ai Giardini Napoleonici: la Riva dell’Impero. Il «nuovo molo rettilineo lungo 370 metri», così come lo decantava il cinegiornale dell’Istituto Luce in seguito all’inaugurazione avvenuta il 23 marzo 1937, oltre a permettere l’attracco a navi di cabotaggio maggiore, sarebbe presto diventato lo spazio privilegiato per quelle cerimonie dalle scenografie marine. In altre parole, la Riva dell’Impero si prestava a essere palcoscenico dell’ideologia e della cultura fascista, da cui il regime avrebbe condotto un’azione allo stesso tempo di appropriazione e rivitalizzazione dei «luoghi della memoria» veneziani, in particolare quelli le cui vicissitudini ben si adattavano alla narrazione imperiale (Gazzetta di Venezia, 20 e 24 marzo 1937).11 Ciò non significa, d’altra parte, che il processo di fascistizzazione della memoria storica locale non avesse preso inizio prima della fondazione dell’Impero, come si è peraltro visto fra la fine degli anni Venti e l’inizio degli anni Trenta; tuttavia, solo una volta rafforzata la presenza italiana nell’Oltremare ed edificata la nuova Riva, si può notare come la topografia della città si leghi indissolubilmente alla retorica fascista tanto da poter tracciare sulla cartina un vero e proprio itinerario imperiale. In occasione del ventesimo anniversario delle battaglie del Piave, nel giugno 1938 nell’intero territorio veneto furono organizzate diverse celebrazioni in ricordo della vittoria finale contro il nemico austriaco che sancì per l’Italia la fine della Prima guerra mondiale. Anche – e soprattutto – Venezia si unì al memoriale ospitandone gli eventi prin-

11 Roma, Archivio Storico Istituto Luce (ASIL), Giornale Luce B1068, «La riva dell’Impero», Venezia, 31 marzo 1937. URL https://patrimonio.archivioluce.com/luce-web/detail/IL5000027373/2/la-riva-impero.html (2017-11-13). L’intervento monumentale non era indirizzato solo alle celebrazioni fasciste, ma si inseriva anche nella battaglia per la ‘bonifica sociale’, la riqualificazione delle zone più degradate della città e l’isolamento di quartieri storicamente non allineati dal punto di vista politico (Casellato 2002; Sbordone, Crovato, Montanaro 2005). Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 51-96

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cipali, quelli organizzati per decantare le gesta della flotta navale italiana. Le celebrazioni iniziarono il 16 giugno con una solenne processione per trasportare le «gloriose bandiere» della Regia Marina Militare dalla Stazione di Santa Lucia fino al Museo Storico Navale all’Arsenale, passando per Piazza San Marco. Dietro le rappresentative militari dell’Esercito, della Marina e dell’Aviazione, a cui era stato affidato il compito simbolico di ‘proteggere’ le bandiere, si formò un corteo che contava fra le sue fila le autorità fasciste cittadine, i membri della Gioventù Italiana del Littorio (GIL) e alcuni veterani di guerra. Contemporaneamente alla partenza della processione, i due incrociatori militari Pola e Gorizia ancorati nel Bacino di San Marco spararono 21 colpi per sancire l’inizio delle celebrazioni che si sarebbero protratte per 4 giorni (Gazzetta di Venezia, 17 giugno 1938). Dopo aver attraversato la città, che per l’occasione espose il tricolore italiano «da ogni balcone, da ogni finestra e da ogni terrazza», il corteo giunse in Piazza, il luogo simbolo del potere della Serenissima e teatro delle memorie risorgimentali, esposte dal 1936 al secondo piano delle Procuratie Nuove all’interno del nuovo Museo del Risorgimento, inaugurato in occasione del XXIV Congresso dell’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano. La fondazione del Museo del Risorgimento rientrava in quel processo di «ri-semantizzazione sociopolitica della centralità urbana» che stava investendo la città secondo la rilettura ideologica del regime, basata su una concezione finalistica della storia, una tesi che trova conferma nella disposizione del materiale esposto (Paladini 2004).12 Scorrendo il catalogo del Museo, redatto dal professore di Storia presso Istituto di Scienze Economiche e Commerciali di Venezia Mario Brunetti, si può notare come da un «ragguardevole complesso di carte e documenti riguardante il governo Provvisorio e la difesa di Venezia nel 18481849» proveniente dall’archivio privato di Pietro Marsich, generale comandante del III circondario in difesa, e dalle «carte, documenti e cimeli di Daniele Manin», il periodo storico ‘messo in mostra’ venga ampliato tanto da comprendere due periodizzazioni centrali nella memoria storica veneziana: «Campoformido», il «periodo triste che segnò l’ultimo grado di umiliazione della millenaria Repubblica di San Marco», e «Vittorio Veneto», in ricordo degli «eventi vittoriosi della grande guerra a cui Venezia, quasi sulla linea del fuoco, partecipò con fede, con sacrificio, con animosa fermezza». Nelle 15 sale in cui si snodava il percorso espositivo e pensate anche per un pubblico «illetterato», nonostante «la diversità di eventi», i visitato-

12 Prima dell’apertura del Museo del Risorgimento, a Ca’ Rezzonico venne inaugurato un’esposizione permanente riguardante il Settecento veneziano, un’operazione museografica allestita per mostrare la centralità dell’arte e della civilizzazione veneziana nella prospettiva finalistica del Risorgimento e del fascismo. Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 51-96

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ri avrebbero ripercorso in ordine storico «la continuità d’animo» del popolo veneziano e italiano, «suggello d’una nobiltà storica» che non si esaurisce nel passato ma da questo «attinge certezza di fede e vigore d’opere per un’avvenire di cui la Guerra, la rivoluzione, il Fascismo hanno posto le basi granitiche» (Brunetti 1936, V-VII, 34). Questa continuità spirituale insita nel popolo italiano aveva oramai fagocitato e rielaborato alcuni tratti di quella venezianità che, nei primi due decenni del Novecento, si era posta a capo delle rivendicazioni irredentiste adriatiche. Così nell’ultima sala, la quindicesima, il tema generale della Prima guerra mondiale venne decostruito in nome della «passione adriatica» (Brunetti 1936, 33) con un allestimento che prevedeva non solo quadri, disegni e incisioni raffiguranti le opere di difesa organizzate a Venezia, ma anche il manoscritto dannunziano La Nave, di fronte al quale, «a distanza di un paio di metri, stava il ritratto di un Eroe marinaro, sublime: Nazario Sauro», con accanto «il suo fucile: proprio libro e moschetto, motto fulgido dell’Italia rinnovellata» (Surico 1939, 65-6; cf. Cappellini 2013, 38). Dopo la benedizione delle bandiere del patriarca Piazza, il corteo proseguì lungo la Riva degli Schiavoni, un’intitolazione che affondava le radici nel passato commerciale e espansionistico della Serenissima come suggerisce l’evoluzione storica degli etnonimi ‘schiavone’, ‘schiavo’ e ‘slavo’.13 Superata la Riva degli Schiavoni, il corteo proseguì lungo Riva dell’Impero fino all’ingresso dei giardini napoleonici, sede della Biennale, la mostra internazionale d’arte che già da alcuni anni dedicava alcune delle sue sale alle «Visioni africane», una raccolta di affreschi, dipinti e impressioni raffiguranti le esperienze d’Oltremare degli artisti (Gazzetta di Venezia, 31 maggio 1936). Più che l’arte, il cerimoniale prevedeva una breve sosta davanti a un altro «luogo della memoria» di Venezia, la colonna rostrata sormontata dalla vittoria alata, la cui mano destra sorregge una corona d’alloro, mentre la sinistra tiene una lunga palma, entrambi simboli di gloria e vittoria. Come recita uno dei tre riquadri in bronzo posto sul basamento, le vicissitudini di questo monumento appaiono alquanto particolari: Questa colonna rostrata, eretta a Pola dalla marina austriaca per onorare Massimiliano Arciduca, la flotta italiana vindice di Lissa portò come pegno di vittoria a Venezia. Oggi è simbolico dono dei Marinai d’Italia alla Regina dell’Adriatico a ricordo dei compagni caduti per la redenzione del nostro mare. 4 novembre 1918 – 4 novembre 1929 A. VII

13 Vedi la spiegazione di Daniele Baglioni contenuta nel video-copertina della mostra Ascari e Schiavoni. Il razzismo coloniale e Venezia. URL https://www.youtube.com/ watch?v=0BW-8S0D8OU (2017-11-15). Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 51-96

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A Pola, quindi, il monumento commemorava la vittoria navale austriaca a Lissa del 1866 nell’ambito della Terza guerra d’indipendenza, il conflitto che vide per la prima volta la partecipazione del giovane Regno d’Italia. Nonostante l’annessione del Veneto, una volta conclusasi la battaglia la sconfitta navale rappresentava ancora una ferita aperta per le tradizioni marinaresche italiane e veneziane in quanto quest’ultime non seppero avere la meglio sul nemico austriaco all’interno del «Golfo di Venezia», l’Adriatico. Seppur «mutilata», la vittoria sancita dall’armistizio di Vittorio Veneto riuscì a risanare il trauma non solo per l’annessione all’Italia di Pola e le altre provincie della Venezia Giulia, ma anche perché nei tavolati di Versailles si decretò la presa in custodia di diverse unità della flotta austro-ungarica da parte della Marina militare italiana. Il bottino giunse così a Venezia il 22 marzo 1923, dove sarebbe stato custodito all’interno dell’Arsenale, una scelta meramente simbolica come sembra suggerire l’incisione in un secondo riquadro di bronzo: alla storica città, la gloria della marina che arginò la barbarie musulmana, si accomuna alla gloria della sua naturale erede – la marina della nuova Italia – che nello stesso mare ha arginato la minaccia di altra barbarie.14 Per un totale trionfo, però, si rendeva necessario lasciare traccia dell’evento nel tessuto urbano, un’occasione che il regime, nel 1929, sfruttò appieno autocelebrandosi «vindice di Lissa» per aver traportato la colonna rostrata da Pola a Venezia come «pegno di vittoria». Un altro esempio di come il fascismo si appropriò della memoria storica della «Regina dell’Adriatico» raccogliendone l’eredità e compiendone, secondo la retorica imperiale dell’epoca, il destino (fig. 4; cf. Bosworth 2015, 107-8).15 L’ultima tappa della marcia commemorativa e dell’itinerario imperiale veneziano era l’Arsenale, simbolo indiscusso della potenza navale della Serenissima. Tra il XV e il XVI secolo, l’Arzanà divenne, figuratamente parlando, un teatro permanente del mito – e dei miti – di Venezia grazie al restauro monumentale che investì la struttura, rendendola un’istituzione non solo navale, bensì storico-culturale, sede della celebrazione della libertà della città e del suo dominio sul mare. Questo processo di sacralizzazione, d’altra parte, rispondeva al-

14 La citazione, incisa alla base della colonna, è ripresa dall’Ordine del Giorno del

XXII marzo MCMXIX, «All’Armata», pronunciato dall’ammiraglio Thaon di Revel. Il testo venne trascritto in altre moltissime targhe in bronzo collocate nelle principali città marittime italiane.

15 La stessa città di Pola era identificata nell’immaginario nazionalista come la sede del ‘martirio’ di Nazario Sauro, dopo la sfortunata spedizione a bordo del sommergibile Pullino. Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 51-96

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la necessità di mantenere un’identità forte di fronte al processo irreversibile di ridimensionamento che Venezia stava subendo sul campo di battaglia prediletto: per l’appunto il mare. Prima il Turco, poi gli spagnoli e gli austriaci spinsero i fasti gloriosi della Dominante sempre più all’interno dell’Arsenale, oramai vero e proprio centro al contempo di improvvisi «ritorni al mare» e passatismi nostalgici. Con il «rilancio» ottocentesco, durante il quale l’Arsenale sotto il dominio francese, prima, e austriaco, poi, venne ripetutamente riqualificato sia dal punto di vista tecnologico sia da quello storico-museale con l’allestimento di una ridotta Sala d’armi, il cantiere navale divenne uno dei luoghi cardine dell’esperienza risorgimentale veneziana (Paladini 2008). La marginalizzazione politica e la ristrutturazione della strategia militare austriaca nell’Adriatico provocarono la definitiva decadenza e ridimensionamento della funzionalità dell’Arsenale, che subì il definitivo colpo di grazia dopo la decisione di dare vita al progetto di Porto Marghera. Ciononostante, l’annessione all’Italia e l’apertura del Canale di Suez rafforzarono l’impalcatura mitica che negli anni era stata costruita attorno allo storico cantiere navale veneziano, dando vita tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento al rinnovamento dell’interesse per la storia navale della Serenissima. In questo modo, all’interno della generale riorganizzazione dei musei veneziani, nel 1881 per la prima volta fu inventariata la raccolta di armi dell’Arsenale per via della proposta di scambio – rifiutata in seguito da Venezia – di cimeli tra il Museo d’Artiglieria dell’Armeria Reale di Torino e la Sala d’Armi dell’Arsenale (De Lucia 1908, Paladini 2008). Un secondo riordino e catalogazione del materiale storico venne redatto nel 1908, mentre le maestranze stavano lasciando il cantiere per far posto alla ri-significazione e ri-attualizzazione di stampo nazionalista del retroterra storico-culturale veicolato dall’Arsenale e da Venezia. Su questa direzione, si colloca ad esempio la «Sala della Nave» allestita a Roma per l’Esposizione nazionale del 1911 in cui, accanto al manoscritto La Nave, erano presenti numerosi oggetti provenienti proprio dall’antica base militare veneziana. Da questo intreccio tra glorie locali ed esigenze nazionali, si posero le premesse per la creazione di un Museo Storico Navale che avrebbe trovato sede in un primo momento al Museo Correr per poi collocarsi definitivamente, a partire dal 1922, all’interno della «degna sede»: il «glorioso stabilimento» dell’Arsenale. Sotto la direzione del conte Mario Nani Mocenigo, ex capitano di fregata nella guerra di Libia divenuto successivamente nuovo presidente della sezione locale della Lega Navale, l’esposizione museale si distribuì su due piani: al secondo furono esposti gli oggetti legati alla storia navale della Serenissima, con particolare attenzione alla battaglia di Lepanto, anello di congiunzione, secondo la storiografia militante dell’epoca, fra la «Patria» veneziana e quella italiana; al primo invece trovarono spazio i trofei napoleonici, i cimeli d’epoca risorgimentale e in geneStudi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 51-96

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rale le tracce storiche dell’Ottocento veneziano; al pian terreno infine si decise di esporre le collezioni novecentesche legate principalmente alla prima guerra mondiale, ma anche ai «ricordi della Guerra Libica» – fra cui armi, bandiere, fregi di poppa della navi turche – e a quelli della spedizione internazionale in Cina per sedare la rivolta dei Boxer (1900-1901), alla quale partecipò l’Italia ottenendo in cambio la concessione di Tientsin (Mocenigo 1935, Paladini 2008).16 Con l’innesto della retorica imperiale fascista all’interno della macchina mitopoietica di Venezia, secondo il direttore Mocenigo le stesse collezioni dell’Arsenale, per non tradire «il suo passato glorioso», avrebbero contribuito a difendere la «Patria» e a tutelare «la Civiltà latina» esponendo il progresso e la potenza della dominazione navale conservatasi nella tempra della «razza italiana» grazie a Venezia (Mocenigo 1935, 7). Tuttavia, pur ri-significando gli oggetti esposti, la fondazione dell’Impero italiano non modificò il percorso espositivo tracciato nel 1922, lasciando alla parte non musealizzata dell’Arsenale il compito di accogliere fisicamente la nuova dimensione imperiale fascista rinominando con il termine «Impero» il piazzale interno, quasi a collegarsi simbolicamente alla Riva omonima. Nonostante «percorsi e tempi di persistenza» differenti, per porsi sul piano dell’Impero, le radici e le vicissitudini dei «luoghi della memoria» veneziani vennero riadattate e ri-identificate secondo una retorica e un’ideologia che raccontava ogni epoca storica con all’orizzonte quella prospettiva imperiale oramai divenuta realtà (Isnenghi 2010, VII). Ancor prima di conquistare lo spazio urbano veneziano, però, il fascismo dovette domare la fonte vitale e caratterizzante della Serenissima: il mare. Dopo l’arrivo del re e imperatore Vittorio Emanuele III, Venezia si stava preparando all’evento conclusivo della celebrazione per il ventesimo anniversario delle battaglie del Piave. Nel tardo pomeriggio del 19 giugno 1938, il bacino di San Marco si trasformò nella «culla e teatro della potenza veneziana» ospitando trenta fra navi, corazzate, torpediniere, caccia e sette nuovi sottomarini militari sotto lo sguardo attento della famiglia reale (Gazzetta di Venezia, 20 giugno 1938; cf. Ferris 2012, 111-15). Dall’alto della torretta eretta sulla Riva dell’Impero, infatti, il re e imperatore insieme ad alcune autorità fasciste poté dapprima ammirare la parata dei «soldati di ieri, di oggi e di domani» – i veterani della Prima guerra mondiale, il battaglione San Marco e gli studenti del neonato Collegio Navale della Gioventù Italiana del Littorio – e successivamente partecipare alla

16 Tra le tematiche più significative esposte all’interno del Museo vi sono i «Ricordi del R. Sommergibile Pullino», capitanato da Nazario Sauro, e i «Ricordi dell’aviazione R. Marina», in cui compare anche il messaggio lanciato da D’Annunzio su Trieste nell’agosto del 1915. Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 51-96

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cresima delle sette bandiere, il rito che solitamente veniva eseguito per le inaugurazioni delle imbarcazioni appena uscite dal cantiere. «Con il muso quasi a riva», come ricorda Maria Damerini, sostavano i sommergibili Enrico Dandolo, Sebastiano Venier, Marcantonio Bragadin, Lorenzo Marcello, il capitano generale che ‘sacrificò’ la sua vita nella vittoria navale nella battaglia dei Dardanelli (1656), Lazzaro Mocenigo, anch’esso ammiraglio insieme a Lorenzo Marcello, Giacomo Nani, l’ultimo Provveditore del Mar della Serenissima, Pier Fortunato Calvi, un ‘patriota’ italiano di Noale caduto nel 1848, e infine della torpediniera Farinata degli Uberti Tolosetto, ufficiale veronese della Marina Militare italiana che morì in uno scontro subacqueo durante la Prima guerra mondiale (Damerini 1988, 241). Un pantheon veneto, dunque, che riecheggia con ripetitività la continuità storica costruita dal fascismo e in cui entreranno a far parte l’anno successivo anche i nomi di altri due sommergibili, il Francesco Morosini e l’Angelo Emo, «due nomi sonanti – come li presenta la Gazzetta di Venezia – nel bronzo delle vittorie navali». Il primo, «la più grande figura di capitano e di conquistatore che abbia affermato sul mare il destino imperiale d’Italia dai tempi di Roma al Risorgimento», conquistò un «impero d’Oltremare» nel Peloponneso; il secondo, invece, scrisse pagine memorabili su quella «quarta sponda» dove ora l’Italia, «sotto le insegne di Roma», stava riaffermando i suoi «diritti imperiali». A suggellare tali presunte connessioni temporali parteciparono alla celebrazione d’inaugurazione la contessa Annina Morosini e il conte Emo Capodilista, due figure estremamente integrate all’interno dell’élite culturale-politica veneziana fin dal primo Novecento (Gazzetta di Venezia, 18 e 19 giugno 1939). Fino ad ora l’uso pubblico e politico della storia della Serenissima, contaminata da un lessico coloniale, si espresse in larga misura soprattutto in occasione di eventi celebrativi e ricorrenze militariste. Tuttavia, con lo scoppio della Seconda guerra mondiale, la maggior irreggimentazione della popolazione e l’utilizzo sempre più inflazionato di un linguaggio bellicista da parte della società, del palcoscenico imperiale veneziano se ne servirono anche canovacci teatrali differenti, come ad esempio quello seguito da 915 famiglie venete in procinto di salpare per la Libia nell’ottobre del 1939. In seguito alla proclamazione dell’Impero, la politica di colonizzazione demografica della Libia subì una svolta decisa. Secondo le stime di Italo Balbo, allora governatore della colonia nordafricana, fra il 1938 e il 1939 sarebbero dovuti sbarcare a Tripoli circa 30mila emigranti italiani, per lo più di estrazione contadina, al fine di valorizzare economicamente un territorio fertile e redditizio secondo quando affermava la propaganda fascista. Del resto, con l’inizio della stagione antimigrazionista avviata nel 1927, il regime assunse un atteggiamento dirigista nei confronti dei flussi migratori italiani, sempre più orientati verso le città sorte dai lavori di bonifica, le colonie Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 51-96

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e la Germania. Per questa ragione, coloro che decidevano di prendere la valigia in mano non sarebbero più stati dipinti come emigranti – paragonati dalla stampa di regime a dei «traditori della patria» o a un’«emorragia» per il corpo della Nazione – bensì come coloni inquadrati nell’«esercito del lavoro», al quale si affidava il compito di «far indietreggiare il deserto» libico (Franzina 2005, Labanca 2009, Ostuni 2009).17 Nel 1938, in concomitanza dell’anniversario della marcia su Roma, partirono dall’Italia i primi ventimila coloni, duemila dei quali originari della provincia veneziana: dalle stazioni di Mestre, Chioggia e San Donà di Piave i contadini italiani partirono per raggiungere Genova, dove si sarebbero imbarcati nei piroscafi pronti a raggiungere la quarta sponda (Gazzetta di Venezia, 28 ottobre 1938). In quella occasione, Venezia pare non ricoprire un ruolo di primo piano a causa probabilmente di problemi logistici e per la totale assenza di veneziani fra i partenti, un’emarginazione politica e territoriale che non si sarebbe ripetuta l’anno seguente, quando l’ex Dominante si organizzò per ospitare i «rurali» provenienti dagli antichi domini di terraferma dello Stato de Tera. La «seconda ondata di colonizzatori veneti», infatti, nelle intenzioni delle autorità fasciste avrebbe dovuto riunirsi nel piazzale antistante la stazione di Santa Lucia, per poi proseguire fino alla Riva dell’Impero dove, ad aspettarli, ci sarebbero stati i piroscafi Lombardia, Liguria e Sardegna. L’itinerario imperiale ancora una volta fu percorso interamente come riferisce la cronaca della Gazzetta di Venezia, che dedicò molto spazio a elogiare l’organizzazione «curata nel minimo dettaglio» preparata dal Commissariato per le migrazioni e per la colonizzazione, in accordo con la Prefettura di Venezia e con il Fascio locale. I convogli ferroviari provenienti dalle stazioni di Portogruaro, San Donà di Piave, Rovigo, Padova, Treviso, Vicenza, Udine e Verona giunsero a scaglioni durante la notte nella città lagunare, trasportando in totale 6.600 persone, mentre le «masserizie», che ogni nucleo famigliare aveva portato con sé, furono imbarcate nei piroscafi attraccati per il momento nel Canale della Giudecca. Una volta scesi dal treno e aver ricevuto la colazione, preparata dall’Ente comunale di assistenza (ECA) insieme alle iscritte nel Fascio femminile, i coloni defluirono nel piazzale esterno alla stazione dove furono divise le famiglie: i bambini e le donne presero posto in alcuni vaporetti dell’Azienda Comunale Navigazione Inter Lagunare (ACNIL) per essere trasportati fino a San Marco, invece i «capofamiglia» furono incolonnati in base alla destinazione libica a cui erano stati precedentemente assegnati, pronti per marciare «per la prima volta» attraverso «la città

17 ASIL, Giornale Luce B1406, «Tripoli. L’arrivo dei 20.000 “rurali” italiani in Africa», Venezia, 9 novembre 1938, URL https://patrimonio.archivioluce.com/luce-web/detail/ IL5000030534/2/l-arrivo-20-000-rurali-italianiafrica.html (2017-11-20). Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 51-96

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più caratteristica del mondo»: Venezia (Gazzetta di Venezia, 26-27-28 ottobre 1939).18 Nonostante un linguaggio giornalistico votato completamente all’esaltazione fascistizzata dell’evento, fra le righe della Gazzetta di Venezia è possibile leggere quel senso di superiorità che i veneziani nutrivano nei confronti di coloro che vivevano al di là del Ponte del Littorio, un tratto della venezianità fortemente radicato nel retroterra culturale dell’élite veneziana. Ad ogni modo, organizzati in nove gruppi da 500 persone – ciascuno guidato da una banda musicale dopolavoristica, i coloni maschi lasciarono la zona ferroviaria alle ore 6, indossando la divisa e con al petto «speciali contrassegni di diversa forma con al centro scritto il nome del villaggio» a cui sarebbero approdati una volta giunti in Libia: Micca, Giordani, Marconi, Tazzoli, Garabulli, Corradini, Garibaldi, Crispi, Oberdan, Maddalena, Baracca, Filzi e Sauro. Durante il tragitto prestabilito, una delegazione scelta di «rurali» rese omaggio ai caduti per la «Rivoluzione» depositando una corona d’alloro nel «Sacrario» posto all’interno di Ca’ Littoria, all’altezza della Chiesa dei Santi Apostoli, prima di riunirsi finalmente con le famiglie nell’«impareggiabile San Marco», in attesa della benedizione del patriarca Piazza (Gazzetta di Venezia, 26 e 27 1939). Nel frattempo, la Piazza era stata suddivisa in file di panche organizzate a loro volta in settori, ognuno dei quali recava un cartello con il nome del piroscafo e del villaggio a cui erano destinati i coloni; invece, per le autorità ecclesiastiche e laiche furono eretti rispettivamente un altare, posto per l’occasione davanti la Basilica di San Marco, e un palco allestito a lato dell’Ala napoleonica. La ‘messa in scena’ prese inizio intorno alle ore undici, quando, preceduto dal clero, il patriarca uscì dalla porta maggiore della Basilica per essere accompagnato dal governatore della Libia Italo Balbo fino all’altare, circondato per l’occasione dagli allievi del collegio navale e coperto dall’imponente gonfalone della Serenissima. Terminato il rito liturgico, due «fitte ali di popolo» accompagnarono i coloni verso la Riva dell’Impero, mentre le sirene dei piroscafi e il colpo di cannone sparato da San Giorgio segnavano l’inizio di un nuovo

18 Alla stazione ogni «capofamiglia», oltre alla colazione, ricevette una spilla raffigurante un leone marciano, una colonna di perle veneziane per le donne, delle bandierine tricolori, delle cartoline con l'effigie di Mussolini, e due stampe con su scritto la preghiera del colono e il saluto delle «Camicie nere della Serenissima». Quest’ultimo testo recitava così: «Camerata rurale, nel salpare da questa splendente città tu non lasci l’Italia ma ti trasferisci su altra e nuova generosa terra italiana. Conquistata dalle armi italiane, resa feconda dalla volontà del Fascismo, essa è degna di te, forte lavoratore della terra, che sei stato soldato d’Italia e che hai creduto nella Rivoluzione delle Camicie Nere. Pure tu devi essere degno della tua nuova terra che è per sempre italiana e che è parte integrante della Madrepatria. Lì troverai tutto l’affetto che qui lasci, gli stessi ordinamenti e le stesse istituzioni. Anche lì troverai il fascio che ti proteggerà giorno per giorno nella tua nobile fatica. Lavora con fede la terra che ti verrà assegnata e che è destinata a diventare tua e non dimenticare che tu porti oltre al mare la forza, la dignità e la civiltà di Roma» (Gazzetta di Venezia, 28 ottobre 1939). Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 51-96

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anno fascista. Il primo piroscafo a salpare fu il Liguria, offrendo uno «spettacolo indescrivibile» ai cittadini appostati sulle Rive (Gazzetta di Venezia, 29 ottobre 1939).19 Come si può evincere dagli eventi e dai discorsi fin qui ricostruiti, sul finire degli anni Trenta la «venezianità», così come la relazione che legava quest’ultima ai «luoghi della memoria» cittadina, era stata oramai completamente fascistizzata all’interno dell’impianto propagandistico e retorico imperiale; persino il simbolo della stagione nazionalista adriatica, La Nave di D’Annunzio, da soggetto di mobilitazione si convertì in oggetto da esposizione nelle sale del Museo del Risorgimento. Malgrado ciò, all’interno di questa cornice, l’alta società veneziana – impersonata da Volpi – sulla scia del mito forte veneziano rielaborò l’immagine di un nuovo e moderno impero veneziano non più fondato solo ed esclusivamente sul mare, ma anche sulla finanza assicurativa, l’aviazione e l’industria.

2.5 Il ‘nuovo impero veneziano’ in vetrina. L’operato della sezione provinciale dell’IFAI e la Mostra Coloniale del 1939 Questa «Pagina coloniale» […] nasce con un ben definito compito, quello cioè di contribuire a formare una coscienza coloniale imperialistica nel popolo, attraverso la diffusione e divulgazione di notizie e cognizioni riguardanti la vita e i problemi del nostro Impero coloniale. (Gazzetta di Venezia, 16 ottobre 1938) Con questo messaggio, il 16 ottobre 1938 la sezione provinciale di Venezia dell’Istituto Fascista dell’Africa Italiana (IFAI) accolse i fedeli lettori della Gazzetta di Venezia, annunciando l’apertura della «Pagina coloniale», una nuova rubrica redatta interamente dall’Istituto che, ogni due domeniche, avrebbe trattato solo di argomenti relativi all’Oltremare. Obiettivi quali «diffusione» e «divulgazione», così come scritto nell’avviso, rientravano d’altronde nel processo di riadattamento delle strutture di controllo e organizzazione del discorso coloniale che il fascismo stava portando avanti a livello nazionale dalla fine della guerra d’Etiopia. Il primo segno di questa trasformazione è rappresentato dalla sostituzione nel 1938 del Ministero delle Colonie con quello dell’Africa italiana, in quanto era giunta l’ora di integrare nel

19 ASIL, Giornale Luce B1614, «Arrivano a Venezia i dieci treni speciali con le nuove famiglie di coloni venuti a imbarcarsi per la Libia», Venezia, 8 novembre 1939. URL https://patrimonio.archivioluce.com/luce-web/detail/IL5000023085/2/arrivanovenezia-i-dieci-treni-speciali-nuove-famiglie-coloni-venuti-imbarcarsi-libia.html (2017-11-20). Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 51-96

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tessuto nazionale le questioni legate ai possedimenti coloniali, ragione per cui anche il nome dell’Istituto Coloniale Fascista (ICF) cambiò forma adottando la denominazione di Istituto Fascista dell’Africa Italiana, per l’appunto l’IFAI. Inoltre, l’ingerenza del governo negli equilibri dell’Istituto tese anche a modificare persino l’organizzazione interna, suddividendola in cinque sezioni: le prime quattro, di carattere accademico, avrebbero affrontato ciascuna un campo scientifico specifico, mentre l’ultima, presieduta direttamente dal presidente Amedeo Fani, avrebbe avuto il compito di diffondere tra la popolazione i risultati raggiunti dalle altre sezioni, mediante codici comunicativi più lineari e didattici come ad esempio romanzi, corsi di cultura, esposizioni e film (Deplano 2015).20 Questa doppia funzione a cui si prestava l’IFAI è ravvisabile anche nel contesto veneziano, nel quale l’Istituto da un lato appoggiava direttamente la ricerca scientifica all’interno delle aule dell’Istituto di Scienze Economiche e Commerciali di Venezia – tema che verrà affrontato nel prossimo capitolo – mentre dall’altro educava la massa all’Oltremare, promuovendo il proprio operato nella «Pagina coloniale», una fonte alquanto preziosa per cogliere il grado di partecipazione della popolazione veneziana all’‘impresa’ imperiale. A tal proposito, il quarto numero della «Pagina coloniale» informa che in data 22 ottobre 1938, presso la sede dell’Istituto posto al piano terra di Ca’ Littoria, si tenne la riunione del direttorio al fine di tracciare un bilancio dell’attività svolta fino ad allora e di programmare alcune delle gite educative per solo gli associati. Oltre ai «Corsi di Cultura coloniale e di Arte coloniale» organizzati nelle aule universitarie veneziane, ampia relazione venne data ai «Corsi di preparazione della donna alla vita coloniale» avviati in concomitanza con la celebrazione della «Giornata coloniale» del 1938 (Gazzetta di Venezia, 27 novembre 1938). Del resto, all’interno del progetto imperiale fascista, la figura della donna ricopriva un ruolo fondamentale perché in primo luogo rappresentava una sorta di ‘tutela’ capace di mantenere l’ordine razziale nelle colonie, una questione vitale per il regime dopo la promulgazione della prima legge razzista (19 aprile 1937) varata per impedire rapporti «d’indole coniugale» tra uomini italiani e donne africane; in secondo e ultimo luogo la presenza femminile nell’Oltremare avrebbe dato vita alla tanto propagandata «colonizzazione demografica». Per queste ragioni, alle sezioni provinciali dell’IFAI toccò l’onere di istituire due tipologie di corso con l’aiuto del GIL e dei fasci femminili. Il primo modulo, riservato alle giovani, si prefiggeva di impartire alcune nozioni di carattere elementare, mentre il secondo mirava a perfezionare le conoscenze apprese nel precedente cor-

La prima sezione era denominata Storico-geografica, Filologico-letteraria e artistica, la seconda Politico-amministrativa, la terza Economia e tecnica e l’ultima Scienza-fisiche, naturali e mediche.

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so su argomenti riguardanti l’economia domestica, quali ad esempio l’arredamento, l’igiene della casa, la culinaria, la confezione del pane e la cura dell’orto (Spadaro 2010). Una volta finite le lezioni, il personale di formazione stilava delle classifiche in base ai risultati ottenuti dalle allieve nelle singole prove d’esame, che prevedevano solitamente la redazione di un testo scritto sulla base di un titolo prefissato. «La funzione della donna nell’Impero» fu l’argomento d’esame scelto dall’IFAI nel 1938, sul quale Stefania d’Agnolo Vallano, un’allieva veneziana iscritta al primo «Corso di preparazione della donna alla vita coloniale», prese il «massimo dei voti» come si premura di informare l’Istituto nella «Pagina coloniale» del 16 ottobre 1938, prima di pubblicare alcuni passi dello scritto dell’allieva: Molte sono le ragioni per cui una donna oggi va in Colonia, la più naturale è quella di raggiungere il marito ed è anche la più bella, altre vanno invece come insegnanti, impiegate, contadine, operaie, tutte degne di elogio perché a tutte viene richiesta uguale preparazione spirituale e tecnica. Ma la donna deve essere molto preparata prima di trasferirsi in colonia specialmente nel suo morale […]. La donna dovrà sapere reggere la direzione di una casa, di un’azienda ed essere capace di insegnare e dominare con la sua dignitosa bontà sull’elemento indigeno. […] La donna fascista in Colonia dovrà essere così, come la prepara il Regime, attraverso le sue maggiori istituzioni, e cioè: vigile scolta della razza italiana. (Gazzetta di Venezia, 16 ottobre 1938) Oltre alle testimonianze personali degli studenti che frequentavano i corsi coloniali, non era inconsueto che la voce dei cittadini trovasse spazio nella «Pagina coloniale», dato che ogni settimana veniva pubblicato un breve trafiletto intitolato «Rispondiamo alle vostre domande», dove facevano la loro comparsa i dubbi e le curiosità di semplici lettori interessati a eventuali opportunità lavorative in Africa, come ad esempio nel caso di Giuseppe Pizzolitto, un residente di Concordia Sagittaria intenzionato a partecipare ai concorsi abilitanti per entrare nella polizia coloniale, o ancora a delucidazioni di carattere storico, magari riguardanti la «colonizzazione di greci, fenici e romani» secondo la richiesta di Gualtiero Renzi da Venezia (Gazzetta di Venezia, 30 ottobre, 13 novembre 1938). Il carattere didattico della «Pagina coloniale» è mantenuto anche dagli articoli – firmati il più delle volte da Mirko Artico, Nino Perissinotto e Roberto Bragadin – volti soprattutto a divulgare le ricchezze minerarie e la fecondità delle terre nelle colonie. Fra le questioni principali, in seguito alla svolta razzista istituzionalizzata dal regime, irruppe quella riguardante l’«integrità razziale», un «problema imperiale» secondo Giuseppe Panfido, autore dell’approfondimento apparso nel quinto numero della «Pagina coloniale», l’11 dicembre 1938. Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 51-96

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Con l’espressione «integrità razziale», l’autore intendeva al contempo l’«affermazione di potenza nello sviluppo di eventuali conquiste territoriali» e l’«alta affermazione di valori in primo luogo spirituali», i quali non devono essere in alcun modo «inquinati», né mediante «l’ibridismo» né mediante l’«indigenimento africano», un comportamento quest’ultimo che sarebbe facile a «succedere» dato che la «nostra razza, appunto perché superiore, assimila con molta facilità i caratteri oltre che gli usi e i costumi delle altre razze». Per queste ragioni, il compito più difficile spettava agli italiani che vivevano in colonia «ogni cittadino nazionale rappresenta […] le qualità di tutta la sua gente» diversamente rispetto a quanto avviene «in Patria dove ogni cittadino è giudicato e classificato individualmente». Dunque, per mantenere i rapporti di forza fra «razza dominante e razza inferiore», l’autore poteva concludere riprendendo «le recenti deliberazioni» emesse dal Gran Consiglio del Fascismo che consideravano «antiarianesimo» non solo «l’azione giudaica», ma anche «l’azione di altre razze evidentemente inferiori (alcune straniere, altre africano-indigene propriamente dette)» (Gazzetta di Venezia, 11 dicembre 1938). Con l’inizio del 1939 e l’esacerbarsi delle relazioni diplomatiche internazionali, la stampa cominciò a rivolgere espressioni, argomentazioni e caricature razziste verso l’esterno, come strumento denigratorio nei confronti delle altre potenze coloniali europee. A tenere banco, soprattutto, vi erano le questioni geo-politiche legate alla regione francese del Gibuti, il «naturale» sbocco sul mare dell’Etiopia che l’Italia aveva richiesto sin dai negoziati di Versailles del 1919, e al monopolio inglese e francese sui traffici del Canale di Suez. Le potenze «plutocratiche», ancor prima dell’entrata in guerra dell’Italia, diventarono gli obiettivi principali contro cui lanciare campagne giornalistiche diffamatorie. Come nel caso, peraltro già descritto, de Il Gazzettino illustrato, le vignette satiriche rappresentarono il metodo più efficace per consolidare la presunta ‘superiorità’ razziale italiana, introducendo caratteri e stilemi ben radicati nell’immaginario collettivo. Ad esempio, nella «Pagina coloniale» numero 8 dell’8 gennaio 1939 i soldati, probabilmente di origine indocinese, di un battaglione della legione straniera francese di stanza a Gibuti sono raffigurati al pari di un esercito di scimmie, mentre la Francia ‘corrotta’, impersonata da una donna estremamente formosa, pronuncia la parola Jamais! in risposta alla domanda «L’Italia a Gibuti?» (Gazzetta di Venezia, 8 gennaio 1939). Gli stessi due soggetti – la donna formosa e il soldato dai lineamenti scimmieschi – sono ripresi nel numero successivo della «Pagina coloniale», ma questa volta la loro «unione sterile», così come il quotidiano dipingeva questo ‘strano’ rapporto, non avrebbe avuto buon gioco contro la furbizia e la sfacciataggine di un giovane balilla dalla pelle chiara, i capelli biondi e armato di forbice, strumento utile per tagliare il filo con il quale la donna – la Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 51-96

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Francia – trasportava il treno «giocattolo» del Gibuti (fig. 5; Gazzetta di Venezia, 22 gennaio 1939).21 Alla stereotipizzazione del «negro», si sostituiva tal volta quella dell’«ebreo», connotata quasi sempre dal naso adunco e l’avidità per il denaro, tratti riscontrabili anche nella vignetta pubblicata nella «Pagina coloniale» del 19 marzo. Sebbene l’uomo in primo piano vestito in frac e con in testa la bombetta rappresenti la caricatura di Winston Churchill mentre siede sopra alcuni sacchi pieni di soldi, i guadagni della «Compagnia del Canale di Suez» gestiti in compartecipazione dal governo britannico e da quello francese, i suoi lineamenti paiono ripresi dall’immaginario antisemita tutt’al più se posta accanto all’immagine che si delinea sullo sfondo: un fascista scamiciato dal fisico atletico e con in mano un grosso manganello, pronto a riscuotere «il nostro [italiano fascista] “DARE”», dopo anni in cui l’Italia era sempre «venuta per il vostro [inglese e francese] “AVERE”» (fig. 6; Gazzetta di Venezia, 19 marzo 1939).22 In parallelo all’uso sempre più sistematico di linguaggi e immagini, dalle successive «Pagina coloniale» fuoriesce come la questione imperiale nel 1939 godesse oramai di una visibilità senza precedenti nel tessuto nazionale e in quello locale. Ai corsi di cultura coloniale pensati per operai, impiegati e studenti, ai corsi femminili e alle crociere turistiche in partenza per raggiungere le terre italiane d’Oltremare – tutti eventi organizzati nei minimi dettagli dalla sede centrale dell’IFAI, nella mappatura nazionale della sociabilità imperiale entrarono a far parte anche quelle celebrazioni preparate a tavolino interamente dalle sezioni provinciali dell’Istituto, che molto rivelano sulla rielaborazione locale della narrazione imperiale fascista (Deplano 2015). A tal proposito, sfruttando la vetrina offerta dalla celebrazione congiunta della «Giornata dell’Impero» e della «Giornata del Soldato», il 9 maggio del 1939, terzo anniversario della proclamazione dell’Impero italiano, il deputato e vice presidente dell’IFAI Amedeo Fani inaugurò la «Mostra dell’Impero» sotto il porticato del Palazzo Ducale, adornato per l’occasione con vessilli nazionali, albanesi – l’Albania era appena diventato un possedimento italiano – e «purpurei gonfaloni di S. Marco» (Gazzetta di Venezia, 10 maggio 1939). Al lato della Porta di Carta, mentre «la folla era trattenuta a stento da cordoni di vigili e carabinieri» in attesa di poter ammirare la «glo-

21 Nell’immagine, inoltre, compaiono la scritta chômage – disoccupazione – e il simbolo della falce e martello, quasi a definire come la mancata tutela della razza – l’«unione sterile» – fosse colpevole anche dell’aumento della disoccupazione e della diffusione del comunismo.

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Una volta scoppiata la Seconda guerra mondiale, la propaganda fascista avrebbe cominciato a rappresentare Churchill sotto le sembianze mostruose di «Churkill». Per un esempio vedi ASIL, “Il dottor Churkill”, 1942; URL https://patrimonio.archivioluce.com/luce-web/search/result.html?query=churkill&archiveType_string (2018-04-20). Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 51-96

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rificazione» del dominio coloniale italiano, il vice presidente, insieme a un nutrito gruppo di autorità, venne accolto dagli organizzatori dell’esposizione coloniale: Mirko Artico, presidente della sezione veneziana dell’IFAI, il direttorio dell’Istituto e dal camerata Umberto Ravanello, curatore della mostra, che guidò il corteo fra i tredici reparti nei quali era stata organizzata la visita (Gazzetta di Venezia, 11 maggio 1939). Nonostante la mancanza di un catalogo ufficiale, una descrizione abbastanza dettagliata dell’intero percorso espositivo è stata rinvenuta fortunatamente nella «Pagina coloniale» del 14 maggio del 1939, il sedicesimo numero [fig. 7]. Le fotografie di alcune delle sezioni della mostra sono corredate da un articolo di Ravanello, il quale esordisce esprimendo quali fossero le finalità dell’esposizione e a chi, quest’ultima, si rivolgesse: Gli scopi e le finalità della Mostra dell’Impero […] si identificano nella glorificazione dei Caduti per la impresa africana e nell’esaltazione del lavoro italiano attraverso le sue più svariate manifestazioni, compiute in A.O.I., in questo primo periodo. La Mostra allestita in tredici sezioni sotto i portici di Palazzo Ducale ha sviluppato questa sua duplice finalità in una sintesi chiara, comprensibile e soprattutto ricca di elementi propagandistici allo scopo di suscitare il più largo interesse nella massa […]. La rassegna quindi si basa su un fattore essenzialmente propagandistico. (Gazzetta di Venezia, 14 maggio 1939) Il materiale propagandistico, sul quale si poggiava l’intero allestimento dell’esposizione, verteva essenzialmente sul tema dell’opera di modernizzazione italiana in Etiopia e sulla commemorazione dei caduti veneziani in guerra. Al culto dei morti fascisti, in particolare, si pensò di dedicare perfino la «sezione d’onore», allestita con un pannello rievocativo delle gesta dei soldati, coadiuvati dalla figura femminile della Vittoria, e con trenta loculi, ognuno dei quali vedeva l’incisione del nome di un soldato caduto sul campo di battaglia. Ad ogni modo, seguendo le parole di Ravanello il percorso espositivo iniziava trattando il «dominio coloniale della Serenissima», un approfondimento storico necessario «seppur con la più grande sobrietà», quasi a non voler mettere in ombra la matrice romana e fascista dell’Impero. D’altronde, l’IFAI veneziano era pur sempre un’istituzione guidata e controllata dalla sede nazionale, un’appendice territoriale che solo in alcuni momenti poteva godere di una certa autonomia d’azione. Infatti, nella stessa «Pagina coloniale», che rappresenta il foglio informativo dell’Istituto provinciale, la parte della mostra dedicata alla Serenissima è alquanto esigua tanto da non superare le due righe di descrizione. Al contrario, nella rubrica «Cronaca della Città» della Gazzetta di Venezia a prendere il sopravvento è proprio quella venezianità ancora custodita all’interno della redaStudi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 51-96

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zione del quotidiano storico di Venezia, come si evince dal paragrafo «Venezia coloniale» all’interno dell’articolo del 9 maggio, «Il dominio coloniale di Venezia rievocato dalla Mostra dell’Impero»: La rassegna che trova la sua più ideale sistemazione lungo i portici di Palazzo Ducale, si apre con la sezione dedicata a Venezia la quale può benissimo costituire per la natura del materiale esposto la parte retrospettiva della rassegna stessa. Sullo sfondo vi è la pianta di Venezia disegnata da Jacopo de Barbari nel 1500, da un lato un grafico riproducente i viaggi di marco Polo e sull’altro una carta geografica in cui sono segnati i possedimenti in levante della Repubblica di San marco dal secolo XIV al secolo XVII. Un mappamondo del 1600 completa questo prezioso materiale gentilmente concesso dalla Direzione del Museo Correr, e fornisce una sintesi molto efficace della potenza coloniale veneziana. (Gazzetta di Venezia, 9 maggio 1939) Anche in questa occasione, dunque, l’élite veneziana impersonata da Volpi, direttore del quotidiano, cercò di anteporre alla realtà imperiale italiana la «retrospettiva» storica della Repubblica veneziana, resa questa volta letteralmente ‘visibile’ dall’allestimento della mostra. Nella sua funzione mitica, il passato della Serenissima serviva anche giustificare la presenza di un nuovo e moderno impero veneziano, in controluce rispetto a quello italiano. Ancora una volta le pagine di cronaca cittadina sembrano colmare i vuoti della descrizione fascistizzata di Ravanello nella «Pagina coloniale»: dopo la parte storico-introduttiva, fu la volta di mettere in mostra la «funzione mercantile» – e turistica – della Venezia contemporanea attraverso il padiglione promosso dal Provveditorato al Porto, in cui spiccava un «grande plastico colorato della Marittima», del materiale illustrativo riguardo le attrezzature del porto e dei suoi traffici con l’Impero, e un’immagine di un galeone veneziano nel mentre di solcare il mare, l’elemento naturale che univa simbolicamente in una lunga parentesi storica il dominio plurisecolare della Dominante (Gazzetta di Venezia, 9 e 14 maggio 1936). Tuttavia, in un’epoca in cui il progresso tecnologico ed economico stava avanzando velocemente, per essere moderna Venezia avrebbe dovuto adattarsi ai tempi, costruendo intorno a sé un impero che sorpassasse quel «senso del mare» insito nelle vene della città. In questa direzione, dopo l’intermezzo propagandistico dell’IFAI – la «sezione d’onore» sopracitata e due padiglioni incentrati a descrivere la diffusione dell’Istituto nell’Africa e il ruolo della donna nelle colonie – la mostra proseguiva con la sezione finanziaria, dando ampio spazio specialmente alle Assicurazioni Generali, la compagnia assicurativa che sotto la guida del presidente Volpi stava conoscendo il proprio apogeo dal punto di vista del patrimonio e dell’espansione Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 51-96

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degli affari, tanto da contare sessanta agenzie in quaranta Paesi diversi (Rosasco 2016). Il conte di Misurata, in ogni caso, rappresentava solo l’ultimo intreccio fra Venezia e le Generali. Infatti, come suggerisce la riproduzione in uno dei pannelli espositivi di un leone marciano stilizzato, fin dalle origini la storia delle Generali si legò indissolubilmente alle vicende e alle scelte politiche dell’élite veneziana ottocentesca e novecentesca. La stessa immagine leonesca, il simbolo ufficiale delle Generali, nacque durante l’esperienza risorgimentale veneziana, quando molti esponenti della Direzione veneta – a cui facevano capo tutte le agenzie italiane – rivestirono ruoli di prestigio all’interno dell’amministrazione Manin. In tale contesto maturò l’idea di adottare, al posto dell’aquila bicipite austriaca, il simbolo della Serenissima, una decisione che venne formalizzata solo nel corso degli anni Sessanta dell’Ottocento (Egidi, Rosasco 2016).23 Tra la fine dell’Ottocento e il primo decennio del Novecento, confermandosi al primo posto nei settori incendi e viaggi – sia turistici sia commerciali, le Assicurazioni Generali da una parte consolidarono la presenza in Italia, dall’altre promossero un’azione di espansione finanziaria lungo le direttrici che portavano al Mediterraneo orientale e verso i maggiori porti d’oltreoceano americani, dando vita a unità operative specializzate e autonome rispetto le sedi centrali, ubicate ad esempio a Belgrado, Budapest, Costantinopoli, Il Cairo, Lubiana, Parigi, Praga, Tunisi, Vienna e Zagabria. La sfera di influenza così composta delle Generali per forza di cose dovette dialogare con alcuni esponenti del «gruppo veneziano», fra cui Volpi presente nel consiglio di amministrazione a partire dal 1915 e Nicolò Papadopoli Aldobrandini, direttore dell’agenzia veneziana fino al 1919.24 Nel primo dopoguerra venne nominato presidente delle Assicurazioni Generali Edgardo Morpurgo, un ebreo triestino molto vicino all’élite finanziaria veneziana che avrebbe tenuto la carica fino al settembre del 1938, quando per motivi razziali si dimise lasciando il posto vacante a Volpi. Prima di abbandonare la Generali però, Morpurgo

23 Le Assicurazioni Generali furono fondate a Trieste per iniziativa di un gruppo di imprenditori guidati da Giuseppe Lazzaro Morpurgo. L’appellativo ‘generali’ sottolineava la volontà della compagnia di operare in tutti i rami assicurativi. Oltre alla sede centrale triestina, venne istituita la Direzione veneta a Venezia prendendo sede in alcuni locali affittati nel Palazzo delle Procuratie Vecchie in Piazza San Marco. A essa fu affidata la responsabilità delle operazioni nel Lombardo-Veneto e nel resto della penisola.

24 Le relazioni fra l’élite veneziana e le Generali proseguirono anche durante la Prima guerra mondiale, quando una volta introdotto il regime di monopolio per le assicurazioni sulla vita da parte del governo Giolitti, le Generali, in quanto straniere – la sede legale era a Trieste – furono costrette a lasciare il campo all’Istituto Nazionale delle Assicurazioni. Tuttavia, nel 1916 il governo le rilasciò il certificato di nazionalità italiana in seguito alla richiesta presentata dal presidente Marco Besso, esponente di spicco nell’impresa commerciale di Antivari nel 1905, dal direttore Nicolò Papadopoli Aldobrandini e da Giuseppe Luzzatto, direttore segretario a Venezia. Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 51-96

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aderì completamente al disegno imperiale fascista, tanto da inviare alcuni osservatori nel Corno d’Africa nel maggio del 1936, benché la stessa compagnia assicurativa contasse già alcune agenzie nelle colonie italiane ben prima della proclamazione dell’Impero. Successivamente, a partire dal luglio del 1936, grazie anche a un accordo stipulato con la Società Coloniale Italiana, venne rapidamente a svilupparsi una rete agenziale molto più strutturata, come mette in evidenza una «grande carta dell’Impero» esposta all’interno della mostra coloniale (fig. 8; senza autore 2016).25 Dopo il ramo finanziario-assicurativo, nel porticato di Palazzo Ducale la visita proseguiva fra le fotografie, le mappe e i grafici relativi all’attività d’Oltremare del Banco di Roma e dell’OND coloniale. Giunti a questo punto, un enorme motore Alfa e un’immagine suggestiva di un aeroplano dell’Ala Littoria, posta all’interno dei confini del continente africano, accoglievano gli appassionati dell’aviazione. Sebbene le cronache giornalistiche e le poche immagine a disposizione non ne diano testimonianza, è impossibile non credere che il padiglione promosso dall’Ala Littoria non abbia arrecato ai veneziani, accorsi ad ammirare «il lungo cammino della civiltà italiana» in Africa, ricordi legati al primo Novecento, quando in una Venezia immersa nella retorica nazionalista e bellicista, in seguito al conflitto italo-turco del 1912 prese piede l’idea di incrementare il numero di idrovolanti italiani dando vita alla costituzione della squadriglia San Marco. Da quel momento l’aviazione si integrò velocemente nella narrazione modernista della classe dirigente veneziana e a quella politica del nazionalismo adriatico, un legame che si saldò ancor più dopo i celeberrimi voli di D’Annunzio – nei cieli triestini il 7 agosto 1915, su Vienna il 9 agosto 1918 – e con l’organizzazione nel 1920 della terza edizione della Coppa Schneider nell’isola del Lido. Inoltre, il 18 agosto del 1926 Venezia fu teatro del primo volo di linea italiano, decollato dall’aeroscalo di San Nicolò, nel frattempo intitolato a Giovanni Nicelli, aviatore italiano durante la Prima guerra mondiale. Il primo aeroporto commerciale in Italia, dunque, era sorto a Venezia, che, anche grazie all’aviazione, si vide riconosciuta la funzione di collegamento fra l’Occidente e l’Oriente come dimostra l’apertura di numerose tratte fra la città lagunare, i Balcani, il Nord Africa e il Medio Oriente. Successivamente, dato il traffico aereo elevato, su iniziativa dell’Ala Littoria – l’unica compagnia aerea italiana dal 1934 – il Nicelli venne rinnovato seguendo un modello impostato al razionalismo, che ricorda nelle sue linee una nave, e arredato al suo

25 Sul fronte coloniale, ancora nel luglio 1936, il consiglio direttivo deliberò su proposta del presidente Morpurgo lo stanziamento di 10 milioni di lire per «la valorizzazione delle terre d’Etiopia». Altri investimenti furono indirizzati a migliorare le residenze degli impiegati nelle colonie: ad esempio ad Asmara e ad Addis Adeba vennero realizzate le «Ville Venezia», piccole residenze con spazi comuni da destinare ai dipendenti. Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 51-96

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interno con alcuni quadri del futurista Guglielmo Sansoni e una gigantografia di una mappa recante le tratte coperte dall’Ala Littoria nel Mediterraneo, che risente della retorica imperiale nazionale e locale di quel periodo (Lando 2013). In un contesto suggestivo come Palazzo Ducale, all’appello non poteva mancare il più grande progetto portato a termine dal ‘doge’ Volpi: Porto Marghera. Nato «per il più largo dominio di Venezia», secondo le parole di Piero Foscari, l’area industriale ai Bottenighi alla fine degli anni Trenta impiegava circa 19mila dipendenti, producendo la quasi totalità della quota nazionale di plexiglas, propano, butano, alluminio e cadmio (Foscari 1904, 1918; Pes 2004). Ciononostante, per comprendere più nel dettaglio quali fossero alcuni dei legami che intercorrevano fra Porto Marghera e i possedimenti coloniali italiani, è necessario appoggiarsi alla sintesi esposta negli ultimi padiglioni della mostra coloniale. Affinché il visitatore potesse comprendere al meglio questa interconnessione, si decise di sintetizzare e semplificare l’argomento concentrandosi nella descrizione di una sola azienda con sede nell’area industriale posta dall’altro lato della laguna. Seguendo questo criterio, la scelta ricadde sull’Eraclit. Fondata nel gennaio del 1925 da Oreste Venier, la fabbrica era specializzata nella realizzazione di «piastre leggere per l’edilizia e rivestimenti isolanti», un prodotto che le permise di diventare in breve tempo l’assoluta protagonista nel panorama italiano dell’edilizia in quanto diede inizio alla cosiddetta ‘prefabbricazione a secco’, ossia il metodo di costruzione di uno stabilimento mediante l’impiego di materiali e componenti prefabbricati attraverso un processo industrializzato e standardizzato. Pertanto, l’alta produzione, la qualità del prodotto e la semplicità del trasporto consentirono all’Eraclit di partecipare attivamente alle più grandi manifestazioni fasciste degli anni Trenta, come ad esempio la Mostra della Rivoluzione e la Mostra del Grano, entrambe celebrate nel 1932 (Eraclit settembre-ottobre 1932).26 Per quanto riguarda le relazioni con le colonie italiane, invece, malgrado l’esigua quantità di descrizioni e fotografie del padiglione «ERACLIT VENIER. S. A Marghera» all’interno delle pagine della Gazzetta di Venezia, è possibile cogliere i motivi della sua ‘messa in mostra’ in alcuni numeri della rivista che la stessa azienda Eraclit dava in stampa allo scopo di pubblicizzare i suoi maggiori successi. Nel numero di maggio-giugno 1936, il foglio riporta con orgoglio come sin dalla fondazione della fabbrica le piastre targate Eraclit «invasero» il mercato edilizio africano, con particolare riguardo a quello somalo. Nel 1925, infatti, il prodotto fu mandato su richiesta a Mogadiscio per avviare «la costruzione di abitazioni, vil-

26 L’Eraclit contribuì anche all’edificazione o ristrutturazione di alcune strutture a Venezia come ad esempio il carcere nell’isola della Giudecca. Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 51-96

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lette, capannoni, magazzini» e per fronteggiare al contempo il problema legato alle «voracissime termiti». L’esito positivo di questa prima esperienza d’Oltremare consentì successivamente all’Eraclit di fornire il proprio materiale per l’edificazione, sempre in territorio somalo, di trentacinque strutture, un ottimo affare che lasciava intravedere come «anche nelle colonie, l’Eraclit fosse destinato a incontrare un favore sempre crescente» (Eraclit, maggio-giugno 1936, 9-10; corsivo aggiunto).27 La previsione si rivelò azzeccata: nel 1935 l’allora governatore della Somalia, Rodolfo Graziani, richiese l’invio di oltre 100 mila metri quadri di materiale Eraclit per la costruzione di 14 padiglioni di diversa grandezza. «L’esperienza accumulata in Somalia», nei primi dieci anni di vita della fabbrica, risultò probabilmente preziosa alla vigilia della proclamazione dell’Impero dell’Africa Orientale Italiana, nonostante la mancanza di fonti non consenta un approfondimento adeguato.28 Anche sul fronte adriatico orientale l’Eraclit sembra inserirsi pienamente nelle relazioni precoloniali che l’Italia stava intessendo con l’Albania, ben prima dell’effettiva occupazione dell’aprile del 1939. Sempre nel numero dedicato all’attività della fabbrica nelle colonie, in un breve paragrafo compare la collaborazione professionale che legava l’Ufficio Tecnico dell’Eraclit a quello dell’Agenzia Italiana Petroli Albania (AIPA), un organismo autonomo nato con nel 1925 per volere di Costanzo Ciano, allora ministro delle Colonie. Il rapporto si basava sull’edificazione di «comode e confortevoli» abitazioni facilmente smontabili che sarebbero state adibite agli operai specializzati per l’escavazione di pozzi petroliferi (Eraclit, maggio-giugno 1936, 12). Con l’Eraclit e un’enorme carta di Porto Marghera si concludeva la mostra coloniale organizzata dalla sezione provinciale dell’IFAI. Per i seguenti dieci giorni, secondo le cronache della Gazzetta di Venezia, famiglie, giovani e molte scolaresche accorsero al Palazzo Ducale, per osservare da vicino l’opera di ‘progresso’ che l’Italia fascista stava portando avanti in Africa, un’‘impresa’ che agli occhi dei cittadini veneziani non sarebbe mai avvenuta senza la retrospettiva del passato della Serenissima, richiamata continuamente nel percorso espositivo. Per quanto la retorica imperiale fascista si concentrasse prevalentemente sul versante africano, la recente conquista dell’Albania riaccese gli animi dei veneziani, pronti a riconquistare quello «spazio vitale» che spettava per presunte ragioni storiche e culturali alla

27 Oltre alla sua composizione – «lunghe fibre legnose trattate chimicamente e incapsulate con un composto magnesiaco» – le piastre Eraclit si prestavano bene per i lunghi trasporti «a basto di cammello».

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Nella rivista è riportato l’intero telegramma di Graziani. Sfortunatamente non sono reperibili i numeri della rivista pubblicati fra luglio 1936 e febbraio 1939. Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 51-96

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città lagunare. Ancora una volta l’élite politico-culturale locale cercò di riprendere in mano le redini del mito imperiale di Venezia, volto ad annunciare il ritorno dell’influenza della Dominante sul Mediterraneo orientale.

2.6 Il ritorno della Dominante è realtà. Dalla costituzione dell’Istituto di Studi Adriatici al IV congresso nazionale di Arti e tradizioni popolari Poco dopo la chiusura della mostra coloniale di Palazzo Ducale, all’interno del Fondaco dei Turchi furono allestite quattro sale dove si decise di esporre i «monumenti del dominio veneziano a Creta» raccolti dallo storico Giuseppe Gerola durante la spedizione a Candia del 1899, viaggio finanziato interamente dal Comune di Venezia su sollecitazione dell’Istituto Veneto di Scienze, Lettere e Arti. All’epoca la città si impegnò a destinare «alle memorie di quel glorioso combattuto dominio sul Mar di Grecia» una sala del Museo Civico Correr, un’iniziativa che, tuttavia, non ebbe seguito. Almeno fino al maggio del 1939, quando il podestà Giovanni Marcello decise di dare luce alla collezione archeologica con la speranza di aprire nuovamente il dibattito sull’eventuale apertura di un museo dei leoni marciani – o meglio dei loro calchi – «che segnano nel Mediterraneo il nostro glorioso antico dominio», così come recitava la Gazzetta di Venezia (26 maggio 1939). Anche se non conobbe lo stesso seguito della mostra coloniale, l’esposizione allestita presso il Fondaco dei Turchi rappresentava in generale un ulteriore tentativo del regime di orientare il consenso delle masse in favore dei progetti espansionistici dell’Italia. La realizzazione di tali iniziative, molte volte, era sollecitata dalla pressione esercitata da quegli Istituti scientifici che, a partire dal 1933, nacquero su tutto il territorio nazionale con il duplice obiettivo di coordinare la propaganda legata alla politica estera e coadiuvare gli apparati diplomatici del Paese. A tale scopo, le iniziative più importanti a livello nazionale si osservano nella fondazione dell’Istituto di Studi di Politica Internazionale di Milano (ISPI) e l’Istituto per il Medio ed Estremo Oriente. Su modello del Royal Institute of International Affairs di Londra e della Foreign Policy Association di New York, il primo si poneva come centro di studi della politica internazionale e dei rapporti esteri, un ente privato sostenuto dalla grande imprenditoria settentrionale desiderosa di allargare il raggio dei propri affari; il secondo, invece, era caratterizzato da un forte interesse per l’espansione italiana in Oriente (Paladini 2002). Su scala locale, la costruzione di una narrazione che legittimasse l’egemonia di Venezia nella storia del Mediterraneo portò alla fascistizzazione dell’Istituto Veneto, della Deputazione di storia patria per le Venezie e dell’Ateneo Veneto. Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 51-96

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Insieme a quest’ultimi, inoltre, «per un più largo impulso allo studio dei problemi adriatici» la città necessitava della presenza di un centro di ricerca «che iniziasse uno studio sistematico nel campo storico e scientifico» delle questioni relative all’Adriatico (Paladini 2002, 150; Gullino 2002).29 In questo contesto, dunque, su iniziativa del Regio Comitato Talassografico Italiano venne fondato nel 1932 l’Istituto di Studi Adriatici (ISA), la cui sede trovò ospitalità nel complesso di terreni e fabbricati in Riva dell’Impero donati dal proprietario senatore Pietro Canonica al Comitato Talassografico. Sotto la direzione di Giovanni Magrini, direttore dell’Ufficio Idrografico del Magistrato alle Acque, nonché dal 1909 segretario del Comitato Talassografico e, più tardi, segretario generale del Consiglio Nazionale delle Ricerche, il primo Consiglio d’amministrazione dell’ISA vedeva i nomi dell’ammiraglio Thaon di Revel, il governatore della Banca d’Italia Vincenzo Azzolini, i direttori del museo e della biblioteca del Correr Ricciotti Bratti e Mario Brunetti – quest’ultimo anche docente di Storia a Ca’ Foscari, i professori dell’Università di Padova Roberto Cessi e Vittorio Lazzarini, il direttore del Museo storico navale dell’Arsenale Mario Nani Mocenigo, il responsabile della Direzione restauri e dello Studio del Mosaico della Basilica di San Marco Luigi Marangoni e il senatore Amedeo Giannini (Bona 2005). Inizialmente, il consiglio decise di avviare un primo programma di preparazione e strutturazione dell’Istituto che prevedeva la formazione di una biblioteca specialistica, la raccolta di riproduzioni fotografiche, documenti e carte, lo studio delle tracce latine e veneziane ancora visibili nei Balcani, la costituzione di uno schedario bibliografico dell’Adriatico e, infine, l’incremento degli studi sul tema mediante concorsi a premio. Nonostante le premesse, la scomparsa nel 1935 di Magrini e le difficoltà economiche determinate dell’assenza di una definita connotazione politica, almeno in principio resero difficile il lavoro dell’Istituto. Ciononostante, tra il 1935 e il 1937 l’ISA riuscì nell’intento di farsi riconoscere ufficialmente quale ente morale, sottoponendosi quindi al controllo del Ministero dell’Educazione, e a formulare uno statuto che specificasse il carattere politico dell’iniziativa. In questa nuova veste, anche il Consiglio di amministrazione subì un radicale cambiamento nella sua composizione: Volpi venne eletto presidente e, insieme al vice-presidente Mocenigo, rilanciò l’azione dell’Istituto che d’ora in avanti si trasformò in vero e proprio «laboratorio della rivendicazione espansionista» verso la

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Il passo citato è ripreso dalla relazione che Roberto Cessi, membro del primo Consiglio dell’Istituto di Studi Adriatici, inviò al presidente del Consiglio dei Ministri nel settembre del 1945 per spiegare le ragioni della nascita dell’ente. Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 51-96

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Dalmazia e l’Albania (Paladini 2002).30 Con la guerra alle porte, inoltre, si osserva un aumento vertiginoso degli studi sul tema, molti dei quali adottarono linguaggi bellicisti e razzisti per affermare l’italianità di qualsiasi territorio adriatico e mediterraneo che conobbe, anche per brevi periodi, la presenza della Serenissima (Paladini 2000). Oltre all’attività editoriale e pubblicistica, l’ISA approfittò di un tale fermento culturale per aderire a diverse iniziative, tra cui il IV Congresso Nazionale di Arti e tradizioni popolari, tenutosi a Venezia dall’8 al 12 settembre del 1940. Organizzato per volontà della direzione nazionale dell’OND all’interno dei locali dell’Istituto Veneto in Campo Santo Stefano, il congresso si proponeva di «ricercare il patrimonio tradizionale del nostro popolo», un’opera futile se non fosse servita anche «ad aumentare i valori attuali della Patria». Venezia, a tal proposito, rappresentava l’esempio più chiaro in quanto esprimeva lo «sposalizio tra la poesia della tradizione e la potenza della modernità»: Le macchine di Marghera e lo splendore mai attenuato dei tesori della laguna, si uniscono per proclamare questo connubio che avrà per i posteri i valori e la bellezza di una leggenda. Ma Venezia stessa è tutta immagine della vita di bellezza e di ardimento con la quale il popolo forma incessantemente le sue tradizioni. È qui una specie di sintesi delle caratteristiche popolari italiane nei secoli; qui navigatori, soldati, artisti […]. Qui i ricordi del Mediterraneo prendono tutto il cuore del popolo; lo stesso Santo Patrono narra ogni giorno che venne dal non più lontano Egitto a cercare qui la sua nuova patria. (Atti del IV congresso 1942, 35) Alle parole del consigliere nazionale dell’OND Ridolfi, che aprirono ufficialmente la manifestazione, seguirono quelle del presidente del Comitato esecutivo del congresso Volpi: Venezia vi riceve sotto i segni della sua tradizione millenaria. Il Leone di S. Marco, segno di imperio e di forza, porta un libro sotto di sé, ma questo libro, nel quale è scritta la parola di pace, è chiuso quando c’è la guerra. Venezia vi riceve con il libro chiuso. Ma quando questo libro si riaprirà, Venezia fascista sarà pronta, sempre con le sue arti, sempre con le sue tradizioni ma con altra forza, con un’altra vita, la vita della nuova Italia industriale, la vita che la farà grande, come mai fu, nel golfo di Venezia e nel mediterraneo. (Atti del IV congresso 1942, 37)

Gli altri consiglieri erano i senatori Riccardo Gigante, Pietro Orsi, Giorgio Pitacco, Francesco Salata, i professori Gustavo Brunelli, Mario Brunetti, il contrammiraglio Paolo Cattani, l’ingegnere Ferdinando Forlati e il dottore Vincenzo Azzolini. Inoltre, a riconferma della nuova veste militante dell’Istituto, nel 1939 quest’ultimo venne intitolato alla memoria di Piero Foscari.

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In attesa della vittoria che avrebbe finalmente liberato Venezia e l’Italia nel ‘loro’ mare, i congressisti cominciarono a esporre le proprie relazioni. Suddivisi in sette sezioni tematiche, dagli usi e costumi fino all’architettura, gli interventi superarono abbondantemente il centinaio. Malgrado la quantità, il filo rosso che univa la maggior parte di questi lavori stava nella rivendicazione dell’italianità delle terre che si affacciavano sul Mediterraneo (Fincardi 2002). Per quanto riguarda i Balcani, l’Albania interessava buona parte delle relazioni dei congressisti. Uno su tutti Ernest Koliqi, ministro della Pubblica Istruzione d’Albania nonché consigliere dell’ISA da alcuni mesi. Nel suo intervento, il ministro andava sostenendo come gli albanesi avessero mantenuto «quasi inalterate le caratteristiche della razza d’origine», distinguendosi in questo modo «dagli altri popoli balcanici». Per questa ragione, malgrado «la secolare oppressione dei Turchi e la fortissima pressione degli Slavi», gli albanesi potevano definirsi «italiani di mente e di cuore» ora che le «Colonie albanesi» erano state finalmente liberate (Koliqi 1942, 175). Per ovvie ragioni, molti interventi insistevano sulle tradizioni marinare e di conseguenze sulla storia di Venezia nei suoi legami con l’Adriatico e l’Oriente. Il professore Cessi, addirittura, nel tentativo di far rivivere le glorie della passata espansione italica, propose una sorta di atlante di tutte le tracce italiane e veneziane presenti non solo nei monumenti, ma anche nella cultura immateriale dei popoli del Levante e dell’Africa settentrionale. Una ricerca di così largo spettro, pertanto, permise al docente dell’Università di Padova di concludere affermando che la «nostra» storia del Mediterraneo «rivive con un’espressione sincera di vita che travalica i secoli» (Cessi 1942, 105). Sullo studio sistematico della cartografia, invece, si appoggiò la riflessione di Mocenigo. Dopo un breve excursus sulle vicende che portarono a definire l’Adriatico quale «Golfo di Venezia», il relatore constatava come questa denominazione non fosse legata esclusivamente alle fortune politiche della Serenissima, bensì continuasse a persistere anche dopo la caduta della Repubblica «come fosse ormai un patrimonio ideale di Venezia, da essa inalienabile». Non essendo radicato nella storia, questo «patrimonio» continuò a mantenersi vivo nell’immaginario collettivo, almeno fino ai giorni del congresso. Del resto, gli stessi «pescatori chioggioti», secondo un’indagine portata avanti dallo stesso Mocenigo, utilizzavano ancora termini come «golfo» o «colfo», una testimonianza quest’ultima che rassicurava sul fatto che l’Adriatico, una volta terminata la guerra, avrebbe «ripreso il nome consacratogli dalla tradizione veneziana affermatasi a continuazione di quella romana» (Mocenigo 1941, 228-9). La sicurezza che il mito della Serenissima stesse per inverarsi, seppur sul piano della modernità, trasparì anche dalle parole con cui Volpi chiuse il IV congresso nazionale di Arti e tradizioni popolari: «l’arrivederci al V Congresso che si riunirà dopo la vittoria in una delle terre che Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 51-96

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sono sempre state italiane e che le nostre armi rifaranno per sempre italiane» (Atti del IV congresso 1942, 606). All’entusiasmo generale suscitato dalle cinque giornate di studi, partecipò anche Ca’ Foscari, rappresentata per l’occasione dal rettore Carlo Alberto Dell’Agnola. D’altronde, il desiderio di sbaragliare la concorrenza accademica nazionale e la volontà di allargare l’influenza economica-commerciale dell’Italia nel Mediterraneo condizionarono la vita dell’Istituto, determinato a porsi sul piano dell’Impero visti gli orizzonti commerciali che quest’ultimo lasciava intravedere.

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Per una dimensione imperiale Ca’ Foscari e Venezia di fronte al colonialismo e imperialismo italiano (1868-1943) Marco Donadon

3 Un calendario accademico imperiale Ca’ Foscari nell’Impero italiano Sommario 3.1 Fermenti imperiali. – 3.2 Prepararsi all’Impero. – 3.3 La grande occasione.– 3.4 L’università nella città imperiale. – 3.5 Specializzazioni e opportunità lavorative. – 3.6 Un sogno infranto.

3.1 Fermenti imperiali. L’espansione commerciale italiana e gli studi di Ca’ Foscari nei primi anni Trenta Per il discorso inaugurale dell’anno accademico 1929-1930 in qualità di oratore venne scelto il nuovo docente di Geografia economica, Leonardo Ricci. La prassi, avviata proprio da quell’anno, prevedeva che il professore incaricato di pronunciare la prolusione fosse designato in base all’iscrizione al PNF, controllata e certificata dal direttore, dal prefetto e dal federale del Fascio locale. Pertanto, ancor prima del 1934, anno in cui le cerimonie inaugurali sarebbero state uniformate secondo un programma imperniato sul discorso del rettore, il controllo ideologico del regime tese a ‘normalizzare’ la riflessione accademica (Vinci 1997). Nel discorso «Il campo e l’indirizzo della geografia economica», ad esempio, nel tentativo di dimostrare come la geografia economica potesse «definirsi l’applicazione integrale di tutta la geografia», Ricci utilizzò la categoria analitica dello «spazio vitale», la teoria «antropogeografica» elaborata dal geografo tedesco Friedrich Ratzel sul finire dell’Ottocento. Che cosa si intenda con «lotta per lo spazio», il professore ordinario di Ca’ Foscari lo spiegò con le seguenti parole:

Studi di storia 10 DOI 10.30687/978-88-6969-348-9/003

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In accordo con questa teoria, raccolta e caccia, allevamento del bestiame, agricoltura nelle forme via via più evolute, industria e commercio, rappresentano altrettanti stadi […] della conquista dello spazio, intesa non tanto come occupazione di spazi nuovi quanto come capacità delle varie società umane, sia di utilizzare in misura sempre maggiore lo spazio su cui vivono intensificando lo sfruttamento delle risorse naturali, sia per vivere sempre più accentrate e con maggior numero di uomini in spazi ristretti. Il commercio vero e proprio, poi, di cui la espressione geografica sono essenzialmente le vie, rappresenta la maggior vittoria dell’uomo sullo spazio, vittoria tuttora parziale, ma sempre in via di progressivo completamento. (Annuario 1929-30, 26) Una «vittoria» totale sarebbe avvenuta solo nel caso in cui i giovani italiani si fossero dedicati a «una larghissima attività di vera esplorazione in paesi lontani, vicinissimi, di accertamento, classificazione e misura dell’ampiezza e intensità ed efficacia di forme e azioni» (Annuario 1929-30, 43). Dietro le argomentazioni scientifiche di carattere geografico, però, l’obiettivo dell’Istituto rimaneva sempre lo stesso: la ricerca sul campo non solo avrebbe dovuto raccogliere i dati necessari per le elaborazioni teoriche future, ma anche studiare le possibilità di stabilire rapporti con alcuni mercati esteri ai quali Venezia era «legata da tradizioni commerciali». Quest’ultima affermazione, chiara e concisa, fu pronunciata dal nuovo direttore Dell’Agnola durante l’inaugurazione dell’anno accademico 1932-1933, in occasione dell’istituzione di tre borse di studio di diecimila lire ciascuna da assegnare a tre laureati «da non più di otto anni» per un soggiorno all’estero. I generosi contributi erano stati versati dall’Istituto della Presidenza del Consiglio Provinciale dell’Economia Corporativa in accordo con l’Istituto Nazionale delle Assicurazioni, Assicurazioni Generali di Venezia, Provveditorato al Porto locale, Società Veneziana di Navigazione a Vapore, Compagnia Adriatica di Navigazione e del Lloyd Triestino, tutte compagnie interessate a investire gran parte delle proprie risorse al di fuori dei confini nazionali. Del resto, come viene comunicato nell’Annuario dell’anno accademico 1933-1934, i tre laureati, scelti in seguito a regolare concorso, avrebbero condotto le loro osservazioni e rilevamenti in Siria, in Turchia e in Palestina, territori che in un prossimo futuro avrebbero potuto rappresentare approdi commerciali e turistici sicuri per le imbarcazioni veneziane oppure aree di penetrazione per le imprese finanziare italiane. Parallelamente all’azione congiunta dell’Istituto di Scienze Economiche e Commerciali con le società più importanti aventi sede a Venezia, nella primavera nel 1933 anche l’Associazione Primo Lanzoni tra gli Antichi Studenti stanziò dei fondi per finanziare due «borse di viaggio» destinate ai dottori laureatisi negli anni 1931, 1932 e 1933 Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 97-138

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presso le facoltà di Scienze Economiche e Commerciali di Venezia. Come si premurano di riferire i due bandi pubblicati nel Bollettino, entrambe le borse di studio sarebbero state assegnate a un «giovane che abbia già l’intenzione di recarsi all’estero», obbligandolo, una volta uscito dai confini italiani, «a considerare con maggior studio l’organizzazione commerciale del paese nel quale si reca» al fine di indicare «ai propri connazionali […] le vie da seguire per aumentare le esportazioni in quello stesso paese». L’unica differenza consisteva nella scelta del paese nel quale lo studente avrebbe soggiornato: se quella finanziata interamente dall’Associazione non poneva alcuna restrizione in tal senso, l’altra, supportata economicamente dell’oblatore associato «rag. Maschietto», come requisito, obbligava il futuro borsista a soggiornare in un «centro coloniale» (Bollettino maggio-agosto 1933, 10-11). Una volta terminata l’esperienza estera, entrambi i vincitori dei concorsi avrebbero dovuto stendere un resoconto dettagliato delle loro osservazioni condotte sul campo, come si evince dalla pubblicazione delle due relazioni nelle pagine del Bollettino del maggio-agosto del 1934. Il «Dott. Bruno Caizzi», in quanto vincitore della borsa di viaggio «Rag. Maschietto», trascorse un primo periodo di oltre un mese a Tunisi e un secondo in Algeria, presso le città di Costantina e Algeri. Per quanto riguarda in particolare la Tunisia, nonostante fosse una colonia francese – come l’Algeria del resto – secondo il relatore risultava impossibile «tacere» di due fatti egualmente importanti: «da un lato i segni indelebili della conquista romana […], dall’altro il problema gravissimo della nostra emigrazione laggiù». La conservazione del patrimonio storico-culturale d’epoca romana e la lotta contro la «snaturalizzazione» degli immigrati italiani assumevano importanza non solo dal punto di vista politico e sociale, ma anche da quello economico. Infatti, Caizzi poteva concludere questa prima parte della sua relazione affermando che in Tunisia esisteva «un ambiente molto preparato e favorevole alla nostra introduzione commerciale». In Algeria, al contrario, pur ammirando «il bellissimo grado di sviluppo economico», il borsista constatava come l’Italia, «nei rapporti con il paese nord africano», occupasse un posto decisamente marginale per via del disinteresse degli industriali italiani, della mancanza di una sede bancaria italiana e delle comunicazioni lente e costose fra i due paesi. Tuttavia, l’indagine permise di concludere «che Tunisia e Algeria meritano la viva attenzione dell’Italia commerciale» (Bollettino maggio-agosto 1934, 16-21). La borsa di studio finanziata interamente dall’Associazione Primo Lanzoni fra gli antichi studenti, invece, fu assegnata al «dott. Romeo Morten» sia per meriti universitari sia per lo scopo del viaggio che di lì a poco avrebbe intrapreso: «studiare le condizioni economiche delle Regioni jugoslave in rapporto alle possibili relazioni commerciali con l’Italia», un compito agevolato, per sua stessa ammissione, Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 97-138

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dalla perfetta conoscenza della lingua serbo-croata e «di numerosi suoi dialetti principali». Nelle città in cui soggiornò – Lubiana, Zagabria, Sarajevo, Subotica, Novi Sad, Skoplje e, soprattutto, Belgrado – il borsista apprese come la struttura economica dell’area balcanica dipendesse dall’Estero per quanto riguarda i «manufatti», ma al contempo fosse «esuberante» di materie prime, generi alimentari e bestiame, una condizione «complementare» a quella italiana e, di conseguenza, estremamente propizia a una maggiore iniziativa di penetrazione commerciale dell’Italia, che per alimentare i «fortissimi» traffici commerciali avrebbe dovuto, «prima di tutto, eliminare tutti i contrasti politici esistenti e creare un’atmosfera di cordialità» (Bollettino maggio-giugno 1934, 22-5). Le borse di studio fin qui descritte testimoniano in che modo Venezia e l’Istituto di Scienze Economiche e Commerciali rivestissero un ruolo centrale all’interno del programma italiano di espansione commerciale. Gli studi condotti sul campo, infatti, servivano ad aggiornare osservazioni fatte precedentemente, ravvivare le comunicazioni con le società italiane aventi sede all’estero e, più in generale, porre le basi commerciali per un eventuale allargamento dell’area d’influenza politica italiana. Anche sul fronte interno, Ca’ Foscari recitava la medesima parte visto che molte delle sue aule ospitarono alcune delle conferenze del XV Corso Internazionale di Espansione Commerciale, presieduto nel 1933 da Volpi in qualità di presidente del Comitato Veneziano per l’Espansione Commerciale e principale autore della «gigantesca impresa del Porto Industriale», che gli studiosi da tutto il mondo poterono ammirare durante i giorni del convegno (Annuario 1933-34, 16-17). Ancora, la storica funzione dell’Istituto continuava a legittimarsi sulle ali del mito imperiale della Serenissima. Ad esempio, giunte le notizie degli sfregi di alcuni leoni marciani a Traù, «in segno di civile e dignitosa protesta» la Società Dante Alighieri concesse dieci borse di studio da 3.000 lire l’una per l’anno accademico 1933-1934 affinché si destinassero agli studenti dalmati desiderosi di iniziare o proseguire i loro studi a Ca’ Foscari. Così come la copia dei leoni di Traù posti sui pili in pietra d’Istria all’ingresso del Ponte del Littorio, anche lo stanziamento dei fondi della Dante Alighieri per gli studenti dalmati rappresentava, seppur dall’altra parte dell’Adriatico, un’ulteriore e «nobilissima affermazione d’italianità della terra dalmata» (Annuario 1933-34, 18). L’intreccio fra politica, mito e scienza, dunque, nella prima metà degli anni Trenta proseguiva a dettare l’azione dell’Istituto di Scienze Economiche e Commerciali di Venezia. Le tesi di laurea, discusse nello stesso periodo, sembrano confermare questa osservazione: come nei decenni precedenti, ancora una volta gli studenti iscritti alla sezione diplomatico-consolare furono i più ricettivi a far interagire studi di carattere storico-commerciale al linguaggio bellicoso e razzista proprio dell’imperialismo adriatico. Ad esempio, sulla base Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 97-138

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degli insegnamenti del suo relatore, il professore di Storia politica e diplomatica nonché podestà di Venezia Pietro Orsi, Erberto Casagrandi, laureatosi alla Facoltà diplomatico-consolare nell’Anno Accademico 1929-30, scrisse una tesi di laurea volta ad approfondire la storia della Dalmazia. Partendo dalla caduta della Repubblica di Venezia, «poiché segna l’inizio di dominazioni straniere che tuttora continuano», lo studente ammise nelle conclusioni che il criterio «obiettivamente storico» e «imparziale» utilizzato nel corso della ricerca, davanti alla documentazione presa in esame, aveva decretato quale fosse «il carattere distintivo» della Dalmazia: «una sola è la tradizione, una sola è la storia. Tutte cose che si imperniano in un nome: latinità».1 Le pretese italiane sulla regione, pertanto, si fondavano sopra il concetto della «latinità», concetto abilmente decostruito e potenziato dallo stesso Casagrandi nell’ultima pagina della sua tesi di laurea: Perché [la Dalmazia] possiede una flora adriatica e non balcanica; perché là si parla tuttora da moltissimi anni la nostra lingua e da altri moltissimi si comprendono i nostri dialetti; perché la barriera montuosa che ne segna i confini divide il mondo latino da quello slavo; perché anche quella massa Slava che vive entro questa barriera è numerosamente preponderante, sappiamo che non possiede in buona parte quei sentimenti che le si vorrebbero far esprimere dai suoi padroni; perché tradizioni, storia, usi, costumi, tutto ci parla della latinità; perché infine, e questa è la principale e più sacrosanta ragione, a soli novanta anni di preponderanza slava fan da contrappeso millenni di superiorità e di civiltà latina.2 Come osservato nel primo capitolo, gran parte delle tesi di laurea discusse a Ca’ Foscari erano per lo più testi brevi e di tenore compilativo, di conseguenza propensi alla deriva ideologica. Anche in questo caso, le conclusioni raggiunte dallo studente sono il risultato di un processo tendente non tanto alla critica, quanto alla conferma, se non addirittura alla enfatizzazione, delle tesi riportate all’interno di una bibliografia esclusivamente italiana e irredentista.3 1 ATCF, E. Casagrandi, «La Dalmazia e la sua storia dal 1789 ai giorni nostri», 1930, 1. Alle conclusioni, segue una carta geografica della penisola italiana in cui sono segnati dallo studente – in matita rossa – i «veri confini italiani». Questi comprendono la Dalmazia. ATCF, E. Casagrandi, «La Dalmazia e la sua storia dal 1789 ai giorni nostri», 1930, 215-16.

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3 ATCF, E. Casagrandi, «La Dalmazia e la sua storia dal 1789 ai giorni nostri», 1930, Bibliografia. Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 97-138

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Sul versante africano coloniale, invece, l’azione di Ca’ Foscari sembra procedere più blandamente, nonostante il numero di tesi di laurea sull’argomento dimostri un maggiore interesse degli studenti rispetto agli anni Venti, specialmente per quanto riguarda gli aspetti economici come la valorizzazione del suolo.4 In altre parole, all’inizio degli anni Trenta le colonie italiane d’Oltremare continuavano ad avere poco seguito fra gli iscritti dell’Istituto, una situazione che alla vigilia della guerra d’Etiopia appariva come una lacuna da colmare con urgenza. In questo senso, si inserisce la proposta del direttore Dell’Agnola di istituire in accordo con l’IFC un corso di cultura coloniale dall’«alta finalità divulgativa» per il biennio accademico 1932-1934, ovvero «diretto a far conoscere alla gioventù studiosa l’importanza che vanno assumendo ogni giorno più le colonie africane» (Annuario 1933-34, 12). Nonostante la programmazione del corso non avesse avuto seguito, come ammise lo stesso direttore, il Consiglio Accademico scelse di percorrerne un’altra strada per avvicinare gli studenti alle loro colonie, quella delle commemorazioni. Se non vi è traccia del discorso tenuto da Ricci nell’Aula Magna dell’Istituto in occasione del cinquantesimo anniversario dell’occupazione italiana dell’Eritrea – a parte il fatto che nei piani iniziali esso avrebbe dovuto costituire la prolusione al corso di cultura coloniale – nell’Annuario per l’Anno Accademico 1933-1934, fortunatamente, è riportato il lungo elogio funebre che lo stesso professore di Geografia economica pronunciò il 22 maggio 1933 in memoria di Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi, da poco scomparso. «Per mettere i più giovani [gli studenti] nella condizione di provare gli stessi sentimenti», nel raccontare la figura del «geografo completo» – il duca degli Abruzzi – Ricci improntò il suo discorso all’epicità, riportando solamente le «tappe necessarie» della vita del membro della casata reale Savoia-Aosta. Partendo dalle più grandi imprese giovanili del duca, fra cui «l’ultima grande spedizione polista europea con mezzi ordinari» risalente al 1884, la seconda parte dell’elogio si aprì con «il fulmineo attacco di sorpresa delle siluranti del Duca degli Abruzzi alla Baia di Prevesa sull’Ionio», attacco sferrato nel primo giorno (30 settembre 1911) della guerra italo-turca del 1911 (Annuario 1933-34, 45-72). Da questo momento Ricci sfruttò abilmente la figura dell’archetipo «nuovo italiano» – Luigi Amedeo di Savoia per l’appunto – per trattare parallelamente della «più lontana delle nostre colonie», la Somalia, dato che tra il 1919 e il 1920 il duca degli Abruzzi decise di fondare una colonia agricola denominata

4 Scorrendo le tesi ad argomento coloniale discusse tra il 1929 e il 1934, si può notare come gli unici relatori interpellati quali esperti fossero Luzzatto, professore di Storia economica, e Ricci, professore di Geografia economica. A tal proposito, appare interessante come il tema coloniale venga impartito in quelle cattedre tradizionalmente legate all’eredità accademica di Lanzoni. Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 97-138

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«Villaggio Duca degli Abruzzi» nella bassa valle dell’Uebi Scebeli. Secondo il professore cafoscarino, questa iniziativa era «in tutto e per tutto bonificatrice», in quanto fu una «bonifica idraulica», «climatica», «agraria», «stradale», ma soprattutto «umana» (Annuario 1933-34, 73). Seppur anacronistica, se riferita al primo dopoguerra, quest’ultima espressione trova un’ampia argomentazione in una tesi di laurea coeva all’elogio funebre e seguita dallo stesso Ricci. In «Avvaloramento della Somalia» lo studente Giuseppe Valentini poteva affermare che «lo strumento materiale» dell’azione fascista «di avvaloramento, non può ricercarsi dunque che nella popolazione di colore», poiché la colonia presa in esame non presentava «alcun requisito di colonia di popolamento». Tuttavia, sia per la mancanza di mano d’opera sia perché «il somalo è dedito all’apatia e all’incontrollata vita nomade», la coltivazione dei terreni fertili risultava alquanto difficoltosa. Per risolvere il problema, solo a questo punto lo studente introdusse la nozione di «bonifica umana», quale «azione di governo che deve necessariamente tendere alla sua [del somalo] trasformazione e al suo potenziamento sia fisico sia intellettuale»; in altri termini, il «risanamento della razza» si sarebbe ottenuta con «una paziente opera di civilizzazione ed educazione».5 Una volta terminati i lavori di costruzione del Villaggio Duca degli Abruzzi, Ricci, rivolgendosi agli studenti, raccontò quando l’«inesausto spirito di ricerca» rinacque nell’animo del duca fra il 1927 e il 1928, poiché si rendeva necessaria l’esplorazione dell’intero bacino dell’Uebi Scebeli per i suoi affari e per quelli italiani. Descrivendo quest’ultima impresa, nell’ultima parte del discorso il professore di Geografia economica pare esporre la metodologia che ogni geografo esploratore avrebbe dovuto seguire nelle sue ricerche. L’aspetto principale, che risuonava come monito alle orecchie degli studenti, consisteva nella «raccolta di nozioni esatte, sicure, complete», strumenti indispensabili per la valorizzazione delle colonie e la penetrazione commerciale in quelle terre che, solo in un secondo momento, sarebbero diventare anch’esse possedimenti italiani (Annuario 1933-34, 76). Nonostante timidi tentativi divulgativi, alla vigilia dell’invasione dell’Etiopia la diffusione di una conoscenza coloniale specializzata era ancora lontana dal potersi definire ampia. Infatti, a parte qualche tesi di laurea e rare pubblicazioni accademiche sul tema, nei primi anni Trenta la produzione scientifica dell’Istituto di Scienze Economiche e Commerciali di Venezia era indirizzata maggiormente verso l’espansionismo commerciale a Oriente. Come si vedrà successivamente, quest’impostazione strutturale subirà una decisa svolta in senso coloniale e imperiale già a partire dal 1936, grazie anche all’azione del Gruppo Universitario Fascista (GUF) veneziano.

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ATCF, G. Valentini, «Avvaloramento della Somalia», 1935, 71-79. Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 97-138

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3.2 Prepararsi all’Impero. L’attività del GUF e i Littoriali della Cultura e dell’Arte a Venezia Prima di entrare nel dettaglio, esaminando l’attività del GUF veneziano all’interno e all’esterno degli spazi universitari, si ritiene doverosa un’introduzione sull’inquadramento della gioventù universitaria nella logica totalitaria fascista degli anni Trenta per cogliere la visibilità dell’organizzazione goliardica nel tessuto sociale nazionale. Nel biennio 1928- 1929 i GUF andarono incontro a una risistemazione senza precedenti che prevedeva l’inquadramento diretto degli studenti universitari all’interno del partito, con l’intenzione di gestire ogni momento della loro vita sociale. Oltre a creare una struttura gerarchicamente organizzata, sotto la direzione di Augusto Turati, presso la segreteria nazionale del GUF si moltiplicarono i campi d’intervento: accanto all’ufficio politico, sorsero quelli estero, sindacale, viaggi, sportivo, assistenziale, propaganda e stampa, cultura e coloniale. Quest’ultima sezione, in particolare, nei piani fascisti avrebbe dovuto svolgere propaganda coloniale non solo fra gli universitari, ma fra tutti gli studenti italiani in base all’accordo stretto con la presidenza dell’Opera Nazionale Balilla (ONB) nell’aprile del 1928 (La Rovere 2003). La stessa organizzazione interna era ripresa dai GUF d’ateneo per meglio coadiuvare e indirizzare l’azione dei sottogruppi periferici. Con l’aprirsi degli anni Trenta, il nuovo segretario del PNF Giuriati, insieme al presidente dell’organizzazione goliardica fascista Carlo Scorza, rese più flessibile l’intera struttura riorganizzando in due uffici tutte le mansioni prima esercitate nelle sezioni sopracitate. La propaganda coloniale, anche in questo nuovo assetto, occupava un ruolo centrale nell’azione dei GUF, dato che quest’ultimi ne furono nuovamente incaricati in seguito a un accordo stipulato con il presidente dell’ICF Pier Gaetano Venino. Sempre l’azione congiunta di Giuriati e Scorza portò, altresì, alla ridefinizione dei rapporti fra i GUF d’ateneo di riferimento, i Gruppi provinciali, così come vennero ribattezzati i Sottogruppi, e i Nuclei Universitari fascisti (NUF). Questo riassestamento pose alle dipendenze dell’organizzazione studentesca veneziana, i gruppi di Belluno, Treviso e Zara, la provincia italiana in Dalmazia ottenuta con la firma del Trattato di Rapallo del 1920 (La Rovere 2003). L’inquadramento totale degli studenti universitari avvenne solo nel 1932, con la nomina a neosegretario del PNF di Achille Starace. Infatti, a partire da quell’anno fino al 1937, il numero degli iscritti al GUF crebbe esponenzialmente per via dell’attribuzione sempre più elastica della categoria ‘studente universitario’. Inoltre, dal 1935 l’iscrizione al GUF garantiva la partecipazione ai concorsi ai quali era richiesto il tesseramento al partito o ai Fasci giovanili. All’allargamento delle maglie, si contrapponeva la nuova strategia sintetizzaStudi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 97-138

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bile nella citazione «Niente fuori dai GUF»: chi non si fosse iscritto, sarebbe stato posto ai margini della comunità universitaria. Del resto, solo appartenendo all’organizzazione universitaria fascista si poteva accedere al pieno riconoscimento dello status studentesco, in quanto l’assistenza goliardica accompagnava gli iscritti in ogni momento della vita universitaria (Duranti 2008). Così come i predecessori, insieme al vicesegretario gufino Fernando Mezzasoma, anche Starace intervenne mettendo mano nella struttura interna del GUF. La segreteria nazionale e quelle d’ateneo vennero suddivise in nove uffici, ciascuno ulteriormente organizzato in più sezioni. Quella «Coloniale» apparteneva al ramo «Cultura», al quale, dal 1938, si aggiunse anche la sezione «Demografica e razza». In sintesi, a livello generale si può constatare come la diffusione capillare nel territorio e l’efficienza organizzativa resero i GUF il principale strumento politico, propagandistico e pedagogico del fascismo, un protagonismo assoluto che venne a maturarsi sia all’interno dell’ambito universitario sia nella città che nella provincia. Da questa tendenza pare non discostarsi il gruppo universitario veneziano, malgrado la poca bibliografia sul tema concordi sul fatto che il GUF più di qualche volta «manifestò una pronunciata autonomia intellettuale spesso critica nei confronti del regime» (Reberschak 1998; Micheletti, Noiret 1999). Oltre a basarsi esclusivamente sullo studio sistematico della rivista ufficiale dell’organizzazione studentesca veneziana – Il Ventuno – tale ricostruzione storica risente tuttavia della vulgata storiografica che dipinge la comunità universitaria in camicia nera quale produttrice di dissenso, un’immagine troppo spesso influenzata da una memorialistica tardiva fra la quale spicca sicuramente Il lungo viaggio attraverso il fascismo di Ruggero Zangrandi (Milano 1962). In realtà, come suggerisce Enzo Collotti nella prefazione al volume Lo spirito gregario di Simone Duranti, non bisogna scambiare un «modo di essere anticonformisti all’interno del regime per gesti di eterodossia e di estraneità al sistema», in quanto: Le voci critiche all’interno nascono proprio dalla natura dell’impegno che si richiede alla gioventù colta o almeno ai più consapevoli tra di essa. L’impazienza e l’insoddisfazione che circola al suo interno è il più delle volte la spia della volontà di rendere migliore il fascismo. (Duranti 2008, IX-X) Un quadro interpretativo del genere sembra più consono, dunque, al profilo di un GUF veneziano che appare alquanto integrato e partecipe nel tessuto urbano locale secondo le fonti prese in esame. Del resto, allargando lo studio alle tracce lasciate nei giornali e negli archivi universitari, risulta difficile non cogliere la vitalità espressa da questi studenti, tanto da essere ricompensata con l’organizzazione della manifestazione universitaria più importante per chi possedeStudi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 97-138

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va la tessera gufina: i Littoriali della Cultura e dell’Arte, l’arena intellettuale nella quale i giovani, sotto lo stretto controllo del regime, potevano discutere dei principali problemi del fascismo.6 Dopo le prime due edizioni svoltesi a Firenze e a Roma, nel 1936 il PNF delegò al GUF veneziano la responsabilità di organizzare i Littoriali della Cultura e dell’Arte, che si sarebbero svolti dal 20 fino al 26 febbraio del medesimo anno. Seguendo il comunicato stampa trasmesso dagli uffici dell’Istituto di Scienze Economiche e Commerciali, Venezia sarebbe stata «particolarmente degna per questa manifestazione del pensiero» in quanto «città di gloriosissime antiche e recenti tradizioni storiche» e «dotata di fiorenti istituti d’arte e d’istruzione».7 La scelta, però, non solo si poggiava sulla tradizione storica veneziana, ma anche sul fatto che Ca’ Foscari era diventata di fatto un’università in seguito al nuovo ordinamento introdotto da Cesare Maria De Vecchi, allora ministro dell’Educazione. Non Padova dunque, bensì Venezia trovò posto accanto ai principali centri universitari designati per accogliere i Littoriali: dopo Firenze (1933) e Roma (1935), toccò a Napoli (1937), Palermo (1938), Trieste (1939) e Bologna (1940) (La Rovere 2003). A pochi mesi dall’inaugurazione della manifestazione, la lista dei temi generali, che i giovani studenti avrebbero trattato durante l’intera settimana dei Littoriali, era pronta. Infatti, prima di avviare l’intera macchina organizzativa, gli argomenti venivano formulati dalla segreteria nazionale del GUF dopo un’opera di selezione delle proposte ricevute dalle maggiori personalità culturali e politiche fasciste. Una volta vagliate quelle più attuali, la lista veniva trasmessa ai segretari dei GUF d’ateneo insieme alle bibliografie orientative – e censurate – redatte dalla Scuola di mistica fascista (La Rovere 2003). Visti i «problemi di viva attualità», nell’edizione del 1936, come riporta Il Ventuno pubblicando l’intervento del vicesegretario gufino Mezzasoma, insieme al Convegno di dottrina del Fascismo incentrato su «Il Partito e le Corporazioni nello Stato Fascista», avrebbero trovato spazio il Convegno di politica estera e coloniale con il tema «L’importanza del Mediterraneo nella vita d’Europa e nella politica italiana», il Convegno di letteratura interessato a discutere sull’«Oltremare nella letteratura italiana» e quello cinematografico volto ad approfondire «Il cinema come documento della civiltà dei popoli». In secondo piano rispetto ai convegni, la manifestazione prevedeva lo svolgersi di concorsi artistici, anch’essi preposti a raccontare il colonialismo

Per un quadro abbastanza completo dell’attività gufina a Venezia alla vigilia della guerra d’Etiopia, si vedano «Le Cronache del G.U.F.», pubblicate ogni giovedì nella Gazzetta di Venezia a partire dal 18 ottobre 1933 fino all’8 novembre del 1934.

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7 Venezia, Archivio Storico Ca’ Foscari (ASCF), serie rettorato, scatole lignee, b. 28/2, fasc. 1, comunicato stampa per i Littoriali della Cultura e dell’Arte a Venezia, senza data. Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 97-138

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italiano poiché l’«espansione italiana», secondo Mezzasoma, «era oramai la passione di tutto il popolo». In particolare, il linguaggio artistico prescelto per questo ruolo fu la scrittura, come dimostrano molti dei concorsi indetti: una monografia di carattere coloniale che per soggetto avrebbe avuto «Il Mar Rosso nella politica coloniale italiana»; una composizione narrativa sulla «Biografia di un pioniere coloniale italiano»; una «Lirica ispirata al volontarismo»; un elaborato medico-scientifico sul tema «Sistemi di profilassi nelle zone tropicali» (Il Ventuno gennaio-febbraio 1936, 9-10). Ad ogni modo, prima di poter partecipare ai Littoriali, agli studenti – esclusivamente di sesso maschile, almeno fino al 1939 – era richiesto di affrontare delle selezioni, progettate sia per aumentare il numero dei partecipanti, sia per allargare il controllo e il monopolio della formazione degli intellettuali del futuro. La prima fase era costituita dagli Agonali interprovinciali, organizzati dai gruppi goliardici provinciali, a cui seguivano, per chi era stato giudicato positivamente, i Prelittoriali, affidati questa volta ai GUF d’ateneo. Giunti a questo punto, i primi dieci classificati (due per ogni convegno o concorso) potevano accedere alla terza fase, i Littoriali che, finalmente, potevano avere inizio (La Rovere 2003).8 A Venezia, l’attesa era grande. Come riferisce la Gazzetta di Venezia a poche ore dall’inaugurazione, la città fu «travolta dalla grande letizia dei goliardi», mescolando in Piazza San Marco e lungo le Mercerie «tutti i dialetti in uno sfarfallio di colori e tra un luccicare di frange e di fiocchi penduli dai berretti trecenteschi» (Gazzetta di Venezia 20 febbraio 1936). Una volta registrati alla segreteria dei Littoriali, posta per l’occasione in calle Traghetto a San Moisè, gli studenti venivano indirizzati o verso gli spazi espositivi della Biennale, dove avrebbero avuto luogo i vari concorsi, oppure verso le aule dell’Istituto di Scienze Economiche e Commerciali per i convegni. Nel primo giorno della manifestazione, alla presenza del ministro dell’Educazione De Vecchi e di altre autorità nazionali e cittadine, fra cui il prorettore di Ca’ Foscari Agostino Lanzillo, il programma prevedeva l’inaugurazione ufficiale delle esposizioni concorsuali nei padiglioni della Biennale, molte delle quali evocavano l’esotismo delle terre d’Oltremare o si concentravano a promuovere l’immagine del «buon civilizzatore italiano», in contemporanea all’apertura delle dissertazioni orali sul corporativismo fascista e sulla musica di guerra a Ca’ Foscari.9

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Nonostante non vi siano documenti che attestino un numero preciso di studenti partecipanti alle tre fasi di selezione, sulla base della bibliografia appena citata e delle classifiche generali pubblicate da Il Ventuno è possibile stimare un numero compreso fra 10 e 15mila giovani.

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Nel cortometraggio dell’Istituto Luce dedicato all’inaugurazione dei Littoriali della Cultura e dell’Arte, è possibile intravedere molte rappresentazioni artistiche a soggetStudi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 97-138

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Gli studenti selezionati a partecipare ai convegni avevano il compito di esporre la propria relazione, un elaborato presentato precedentemente in forma sintetica alla commissione giudicante. Al termine della prima tornata di esposizioni, la commissione indicava altre tre sottotesi che sarebbero state approfondite in un secondo momento. Successivamente, i giudici stilavano la classifica finale dei dieci gufini che si erano contraddistinti maggiormente, fra cui veniva indicato il Littore, il titolo dato al vincitore della competizione a cui spettava il diritto di fregiarsi della ‘M’ d’oro. Infine, ciascun candidato, sulla base del punteggio ricevuto dalla commissione, contribuiva al punteggio generale del GUF d’appartenenza nella classifica che avrebbe proclamato alla fine il GUF vincitore dei Littoriali (La Rovere 2003). Purtroppo, la mancanza degli atti ufficiali dei Littoriali della Cultura e dell’Arte non consente un approfondimento preciso e completo dello svolgersi di quei giorni. Tuttavia, grazie alla cronaca fornita dalla Gazzetta di Venezia e dai resoconti finali pubblicati dalla redazione del Ventuno, sono state recuperate parte delle parole proferite nelle sedute di dibattito. Il 22 febbraio, pochi giorni dopo il massacro perpetrato dalle truppe italiane sul massiccio montuoso dell’Amba Aradan (12-15 febbraio), a Ca’ Foscari ebbe inizio il Convegno di politica estera e coloniale davanti alla commissione giudicatrice formata dal presidente Francesco Coppola, Virginio Gayda, Paolo Orano, Vincenzo Zanara e dal segretario Ernesto De Marzio (Gazzetta di Venezia 22 gennaio 1936; Il Ventuno marzo-aprile 1936). Il primo, dopo aver ricoperto il ruolo di delegato italiano alla Società delle Nazioni, sul finire degli anni Trenta si avviò alla carriera accademica come professore dapprima di Diplomazia e Storia dei trattati presso la facoltà di scienze politiche dell’università di Perugia e successivamente di Diritto internazionale nella università di Roma. In base a questi insegnamenti e al suo passato politico di stampo nazionalista imperialista, non vi è alcun dubbio che Coppola rappresentasse una delle personalità accademiche più importanti nel panorama nazionale, perlomeno per quanto riguarda la politica estera e coloniale dell’Italia. Virginio Gayda, invece, anche se non era un accademico, lo si considerava comunque un esperto di politica estera dato che fin dal primo dopoguerra scrisse articoli d’opinione sull’argomento per il Messaggero e il Corriere della Sera, prima di entrare nella redazione del Giornale d’Italia nel 1925 per volere dello stesso Mussolini. Nel 1929, inoltre, Gayda venne chiamato a far parte della Commissione superiore

to coloniale, fra cui i manifesti in concorso per la «Propaganda coloniale». ASIL, Giornale Luce B0840, «L’inaugurazione della Mostra dei Littoriali della Cultura e dell’Arte», Venezia, 26 febbraio 1936; URL https://patrimonio.archivioluce.com/luceweb/detail/IL5000023120/2/l-inaugurazione-della-mostra-littoriali-della-cultura-e-arte.html (2017-10-12). Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 97-138

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per la stampa, organo istituzionale che sorvegliava il processo di allineamento del giornalismo italiano alle direttive fasciste. La nomina rappresentava un segno tangibile di indiscussa fiducia da parte del regime e soprattutto di Mussolini, il quale fin dagli anni Trenta vide nel giornalista un consigliere fidato per le questioni estere. Altro personaggio di spessore fu il rettore dell’Università di Perugia Paolo Orano, ex redattore del Popolo d’Italia che solo da alcuni anni aveva intrapreso la carriera accademica per tenere i corsi di Storia e dottrina generale del fascismo e Storia del giornalismo. Infine, al pari di Orano, anche Vincenzo Zangara aveva da poco iniziato a insegnare, assumendo la cattedra di Diritto costituzionale solo nel 1935 dapprima all’Università di Camerino e successivamente alla Sapienza di Roma, grazie anche all’appoggio di Bottai. Come si può osservare, i membri della commissione giudicatrice venivano presumibilmente scelti in base alla loro autorità accademica – o giornalistica, come nel caso di Gayda – e alla fedeltà dimostrata verso il regime fascista, entrambe condizioni necessarie in manifestazioni quali i Littoriali, vetrine nelle quali si ribadiva con forza il grado di subalternità dell’università nei confronti del regime fascista. Di fronte a una commissione così autorevole, sul tema «L’importanza del Mediterraneo nella vita e nella politica italiana» i giovani gufini fin dalla mattina si diedero battaglia. La Gazzetta di Venezia riferisce di alcune relazioni acutamente discusse come ad esempio quella di Carlomagno del GUF di Napoli sulla politica inglese nel Mediterraneo, Curcio di Modena sulla politica navale o ancora Sullam di Venezia che, dopo aver prospettato dei «problemi politici riflettenti il Mediterraneo orientale legati alle vie di comunicazione con il Levante e con l’Africa», concluse la propria relazione parlando della «politica coloniale nell’Egeo e dei fattori dell’espansione italiana in Oriente» (Gazzetta di Venezia 23 febbraio 1936).10 Mentre in Piazza San Marco sulle note di «Faccetta Nera», suonata della fanfara dell’Opera Nazionale Balilla (ONB), e i GUF e i loro labari si schierarono lungo le Procuratie Vecchie in attesa dell’arrivo di De Vecchi, il 23 febbraio ripresero le dissertazioni degli studenti partecipanti al Convegno sempre nelle aule di Ca’ Foscari. Dopo una «larga sintesi storica» del goliardo De Robertis di Bari sulle vicende che contraddistinsero lo spazio Mediterraneo, fu il turno di Marchitto di Napoli, il quale presentò «un’ampia relazione sulla diffusione della lingua e dei costumi italiani» in tutte i territori affacciati sul «Mare Nostrum» fascista; alla disamina generale, inoltre, fece seguire un approfondimento sulla «penetrazione italiana nelle vie di comunicazione euro-asiatiche». In

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Altre discussioni vertevano sullo sviluppo delle relazioni italiane nel Mediterraneo orientale (Mura di Sassari). Per quanto riguarda lo studente Sullam, il suo nome non compare nei registri matricolari di Ca’ Foscari. Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 97-138

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chiusura del convegno, il presidente della commissione Coppola riassunse «brillantemente» le posizioni e le conclusioni a cui erano giunti gli studenti, sottolineando l’«acutezza» di molte relazioni, fra cui si contraddistinse in particolare quella dello studente Josè Gomez De Taran iscritto al GUF di Milano (Gazzetta di Venezia 24 febbraio 1936).11 Nonostante la mancanza di una documentazione in grado di delineare un quadro meno frammentario dei Littoriali, la cronaca quotidiana della Gazzetta di Venezia e la classifica dei migliori dieci pubblicata nel Ventuno consente di giungere ad alcune conclusioni sul convegno appena trattato. In primo luogo, i brevi riferimenti tematici sembrano suggerire come durante le sessioni di dibattito non fosse stato trattato tanto l’aspetto coloniale africano, quanto la politica d’espansione italiana verso Oriente. Un’affermazione, quest’ultima, che può trovare spiegazione sia nella sovraesposizione fatta dal giornale veneziano, sempre propenso ad alimentare la «passione adriatica» della città, sia nelle affinità della tematica espansionistica ai profili professionali dei giudici, quasi tutti provenienti da ambienti nazionalisti. Una seconda e ultima conclusione si riscontra guardando la classifica finale stilata dalla commissione: fra i primi dieci non compare nessuno studente iscritto al GUF veneziano, un dato che vede ripetersi nelle graduatorie degli altri convegni. D’altronde, il risultato non poteva non essere differente, almeno secondo la denuncia pronunciata dal segretario del GUF d’ateneo Gianluigi Dorigo durante l’inaugurazione dell’Anno Accademico 1936-1937: Finora i risultati sono stati buoni od ottimi per la parte artistica ed appena sensibili per quella culturale. Questo fenomeno non rispecchia le condizioni delle scuole, poiché mentre Ca’ Foscari si troverebbe in condizioni tali da poter dare degli ottimi candidati ai migliori posti nelle gare culturali dei Littoriali, non dà invece quasi nessun concorrente, l’Accademia di Belle Arti si trova in precarie condizioni, sulle cui cause non tocca a me indagare, ma giunge al punto che il lavoro di preparazione ai Littoriali solo in piccola parte superiore ai programmi scolastici, è tuttavia sufficiente ad impedire il normale andamento della scuola, cosicché il G.U.F. stesso è costretto a contribuire alle maggiori spese sostenute in modelli, colori, tele, telai, ecc., dagli studenti per una gara dalla quale la scuola stessa può trame fama e decoro. Per Ca’ Foscari l’augurio che io formulo è che i Professori stessi, dopo aver compreso l’importanza delle gare Littoriali, indirizzino e guidino gli studenti nella stesura dei lavori e nella preparazione delle relazioni, in modo da potersi avere qualche seria garanzia e per

11 Sfortunatamente non si conosce il contenuto della relazione classificatasi al primo posto. Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 97-138

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l’Accademia che la sua sistemazione finanziaria venga resa tale da consentire se non di aiutare il GUF, almeno di vivere senza bisogno dell’aiuto di questo. (Annuario 1936-37, 35)12 In effetti, sul piano artistico il gruppo goliardico veneziano ottenne diversi successi, anche se i problemi finanziari dell’Accademia delle Belle Arti avevano rischiato di minarli. Al contrario di Ca’ Foscari, dunque, che, sebbene offrisse le competenze e le strutture necessarie, non riusciva a indirizzare alcuno dei suoi iscritti a partecipare ai Littoriali. In particolare, il segretario sembra puntare il dito contro le mancate sollecitazioni dei professori, colpevoli prima di tutto di non aver compreso l’«importanza dei Littoriali». Purtroppo, la totale assenza di documentazione fra le carte dell’Archivio Storico di Ca’ Foscari non consente un’interpretazione di questo presunto contrasto fra il GUF d’ateneo e l’Istituto di Scienze Economiche e Commerciali. Ciononostante, la richiesta di Dorigo pare non fosse stata ascoltata se si considera il numero degli studenti di Ca’ Foscari partecipanti ai Littoriali della Cultura e dell’Arte del 1937, organizzati a Napoli con l’obiettivo di «trasportare sul piano dell’Impero tutta la vita nazionale», così come recita Il Ventuno di ottobre-novembre 1936 presentando la prossima manifestazione goliardica (Il Ventuno ottobre 1936, 9).13 Infatti, in base alla classifica generale si può constatare come il GUF veneziano perda addirittura cinque posizioni, passando dal sesto posto dei Littoriali veneziani all’undicesimo dell’edizione napoletana, una situazione, quest’ultima, dettata dalle singole prove nelle quali il gruppo goliardico di Venezia riuscì a ottenere alcuni successi solo nel campo delle arti (Il Ventuno giugno 1937). Nonostante i risultati ottenuti rispecchino una parziale irreggimentazione degli studenti di Ca’ Foscari all’interno della struttura del GUF, così come la mancata presenza dei professori nelle diverse commissioni giudicatrici, l’organizzazione a Venezia dei Littoriali della Cultura e dell’Arte dimostra in che modo le istituzioni accademiche-culturali locali, fra cui ovviamente l’Istituto Superiore di Economia e Commercio, fossero considerate all’altezza degli altri atenei italiani. Tuttavia, ora che l’Etiopia sembrava sul punto di soccombere sotto le armi italiane, a Ca’ Foscari non importava solamente l’aspetto accademico, ma conservare con tenacia anche la propria identità storica di scuola tecnica.

12 A partire dall’Anno Accademico 1934-1935, una circolare del ministro dell’Educazione Nazionale stabilì che la cerimonia d’inaugurazione dell’Anno Accademico dovesse imperniarsi sul discorso del rettore, a cui avrebbe seguito la relazione del segretario del GUF. In ASCF, serie rettorato, scatole lignee, b. 29/D, fasc. 2, circolare ministeriale sull’organizzazione della cerimonia inaugurale, 15 settembre 1934.

13 In realtà, la citazione era stata ripresa dal discorso che Mussolini pronunciò davanti alle autorità fasciste raccolte a Palazzo Venezia il 20 agosto 1936. Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 97-138

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3.3 La grande occasione. Le aspirazioni imperiali di Ca’ Foscari subito dopo la conquista dell’Etiopia Malgrado il prorettore Lanzillo sostenesse che «le grandi ore della Patria si ricordano meglio con il lavoro e la disciplina, che non con l’ozio», l’estasi suscitata dall’entrata delle truppe italiane ad Addis Abeba (5 maggio 1936) portò gli studenti di Ca’ Foscari a disertare le lezioni del giorno successivo.14 Più istituzionalizzata, invece, fu la celebrazione della fondazione dell’Impero viste le disposizioni impartite dal ministro dell’Educazione De Vecchi: l’11 maggio in tutte le aule magne d’Italia, ogni scuola e università avrebbe dovuto esaltare il compiersi del destino imperiale italiano. In assenza di Lanzillo, nell’Aula Magna dell’Istituto Superiore di Economia e Commercio toccò al professore Ricci tenere la commemorazione alla presenza degli «studenti di tutte le facoltà e di tutti i corsi». Dopo aver evocato gli storici discorsi tenuti da Mussolini il 5 e il 9 maggio, il professore concluse rivolgendosi alla giovane platea: non dimenticate un istante che il successo delle attività creative e fattive non potrà aversi senza un’adeguata preparazione delle armi, preparazione tecnica, ma soprattutto preparazione degli spiriti. (Bollettino gennaio-aprile 1936, 4) In questa atmosfera solenne, l’urgenza del momento non trovò impreparata Ca’ Foscari, pronta più che mai a porsi fin da subito sul piano imperiale. Il 13 maggio 1936, solo quattro giorni dopo la proclamazione dell’Impero, il Consiglio Accademico dell’Istituto votò un ordine del giorno fondamentale per il futuro dell’Università veneziana: Il Consiglio Accademico dell’Istituto Superiore di Economia e Commercio di Venezia in adunanza plenaria delle sue due Facoltà di Economia e Commercio e di Lingue e letterature straniere manifesta la propria emozione per la effettuata conquista dell’Abissinia e per la grandezza della impresa che il Duce intuì volle e seppe condurre a compimento e che le forze armate con l’usato valore contribuirono ad attuare. Consapevole della possibilità di espansione e di civiltà che l’Italia dovrà svolgere nel campo economico e sociale e dei vasti orizzonti che si aprono all’avvenire della Nazione, saluta nel proclamato Impero Italiano d’Etiopia la rinascita delle grandi idealità di conquista civile e di espansione del pensiero nel mondo e dei traffici

14 ASCF, serie rettorato, scatola metallica «rettorato, materiali storici», comunicazione del prorettore Lanzillo, 6 maggio 1936. Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 97-138

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verso l’Oriente mediterraneo che ebbero in Venezia per oltre un millennio il segnacolo glorioso e la espressione immortale. Dichiara di porre tutte le energie dell’Istituto Superiore e dei suoi Laboratori tecnici e scientifici e dei suoi Seminari di Lingue a disposizione del Duce per qualsiasi indagine o studio che possa valere alla conoscenza ed alla valorizzazione dell’Impero Africano d’Italia. Fa voti acché il Consiglio d’Amministrazione dell’istituto e il Direttorio dell’Opera Universitaria predispongano l’assegnazione di premi per studi e ricerche e di Borse per pratica coloniale e commerciale.15 Come suggerisce il documento dattilografato, nel nuovo «Impero Italiano d’Etiopia» Ca’ Foscari intravedeva la «rinascita» dell’«espressione immortale» della Serenissima e, di conseguenza, la possibilità di recitare una parte importante per l’Oltremare. Sulle spalle del mito, dunque, ancora una volta l’Istituto tentò di rilanciare la propria azione ponendosi a completa disposizione «per qualsiasi indagine o studio che possa valere alla conoscenza e alla valorizzazione dell’Impero Africano d’Italia». D’altronde, il nuovo scenario imperiale che si era aperto dinnanzi a Ca’ Foscari rappresentava una via da percorrere obbligatoriamente per uscire dal «momento critico» che l’Istituto stava passando. Infatti, sotto il direttorio di Dell’Agnola (1930-1935) le questioni da risolvere erano molte: «il vetusto palazzo Foscari era in pessime condizioni»; «lo sviluppo scientifico intralciato dalla mancanza di Aule e Laboratori»; «la Biblioteca, ricca di circa 70mila volumi, non aveva sede propria» e ancora, «gli studenti privi di luogo, di ritrovo e di qualunque forma assistenziale, nessuna cura della loro formazione politica e spirituale». Inoltre, il corpo docente, oltre a non dare «nessun segno di vita» dal punto di vista scientifico, «era diviso da dissensi interni» perché «parecchi professori non erano iscritti al Partito».16 Sulla base di tutta questa serie di motivazioni, per porre fine a una tale situazione così precaria la nomina a prorettore di Lanzillo fu decisa a tavolino da De Vecchi data l’assoluta affidabilità che il regime riponeva nei confronti di un interventista e fascista della prima ora come il docente di Economia politica (Bernardi 2001, D’Alterio 2004). In base alla comunicazione che Lanzillo inviò al Viminale subito dopo l’approvazione dell’ordine del giorno, si riscontra come alla vo-

15 ASCF, serie rettorato, scatole lignee, b. 32/b, fasc. 5, ordine del giorno votato dal Consiglio Accademico in data 13 maggio 1936, 13 maggio 1936.

16 Le citazioni sono riprese da una relazione non datata e non firmata. Dal contenuto il documento probabilmente sembrerebbe fare il punto del primo anno di rettorato di Lanzillo. Quest’ultimo, inoltre, non pare esserne l’autore visto il tono impersonale tenuto nella relazione. ASCF, serie rettorato, scatole lignee, b. 3/B, fasc. 3, relazione annuale, senza data. Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 97-138

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tazione parteciparono non solo il Consiglio Accademico, ma anche i professori, tra cui i docenti non ancora iscritti al Partito fascista.17 Nonostante le intenzioni del prorettore di rimarcare come il non completo allineamento politico di parte del corpo insegnante non fosse fonte di dissensi interni, il dettaglio non sfuggì alla veemente quanto inattesa reazione di De Vecchi. In un telegramma inviato pochi giorni dopo, il ministro dell’Educazione riferì di disapprovare la «riunione non autorizzata» poiché non poteva comprendere «come professori di codesto regio istituto avrebbero potuto omettere quella devozione al duce che è nel fondamento della vita nazionale».18 Presumibilmente la risposta colse di sorpresa Lanzillo, dato che fino a quel momento l’eco della adunanza plenaria fu talmente ampio da riscuotere attestazioni di fiducia non solo dal prefetto di Venezia, bensì da Dino Alfieri, all’epoca ministro della Stampa e della Propaganda.19 Tuttavia, in una lettera inviata a De Vecchi, lo stesso prorettore, pur accettando disciplinatamente il richiamo, cercò di argomentare la sua iniziativa. Siccome si trattava del «primo Consiglio dei Professori che abbia avuto luogo dopo i memorabili eventi africani», la riunione non aveva carattere «pubblico ed ufficiale». Premettendo questo, Lanzillo proseguiva: In tal occasione ho ritenuto che sarebbe stato non simpatico che il corpo accademico tacesse la propria commozione per un evento così grandioso. Fui quindi io stesso che, d’accordo con i colleghi fascisti, presi l’iniziativa di un indirizzo che esprimesse il sentimento di tutti. Non è senza significato che abbiano aderito alle dichiarazioni i professori di ruolo non iscritti al partito. 20 Lanzillo insieme ai professori «fascisti» decise di discutere dei «problemi tecnici, scientifici ed economici che la formazione dell’Impero metteva sul tappeto». All’iniziativa aderirono anche i docenti di ruolo non iscritti al Partito che, dall’accluso inserito all’interno della lettera, furono «undici su dodici compresi».21

17 ASCF, serie rettorato, scatole lignee, b. 1, fasc. 3, comunicazione di Lanzillo per il Viminale, senza data 18 ASCF, serie rettorato, scatole lignee, b. 1, fasc. 3, telegramma di De Vecchi indirizzato a Lanzillo, senza data.

19 ASCF, serie rettorato, scatole lignee, b. 1, fasc. 3, lettera di Dino Alfieri indirizzata a Lanzillo, senza data.

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ASCF, serie rettorato, scatole lignee, b. 1, fasc. 3, lettera di Lanzillo a De Vecchi, senza data.

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ASCF, serie rettorato, scatole lignee, b. 1, fasc. 3, lettera di Lanzillo a De Vecchi, senza data. Purtroppo, nei verbali dei consigli accademici non è registrata l’adunanza plenaria del 13 maggio del 1936. Ad ogni modo, dal 1936 al 1937, almeno secondo la relazione annuale sul rettorato di Lanzillo, il numero dei professori privi della tessera Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 97-138

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Oltre a ricomporre le tensioni che pervadevano il corpo insegnanti, come si è osservato precedentemente, l’ordine del giorno del 13 maggio 1936 rappresentava il tentativo – condotto in primo luogo da Lanzillo – di porre Ca’ Foscari al passo con i tempi, rinunciando al contempo a parte della sua identità. Infatti, sebbene la riforma universitaria apportata da De Vecchi avesse guidato il passaggio dell’Istituto dal tipo B al tipo A, classificandolo dunque tra le università statali, la stessa aveva portato anche alla soppressione della sezione diplomatica-consolare (Ricuperati 2015). Un vero e proprio trauma per l’università veneziana come traspare dalle parole pronunciate dall’oramai rettore Lanzillo nel discorso inaugurale dell’Anno Accademico 1936-1937: Il nuovo Ordinamento ha fortemente colpito le tradizioni accademiche del nostro Istituto con la soppressione della nostra sezione Diplomatico Consolare […]. La sezione Diplomatico Consolare che risale dalla fondazione della Scuola, aveva numerosi allievi. Per la sua agile struttura accademica permetteva una preparazione specifica per le carriere amministrative e specie per quelle connesse al Ministero degli Esteri. Tale laurea esisteva quando le Facoltà di Scienze Politiche non esistevano; eravamo stati i precursori. Pur accettando con disciplina la volontà della Legge, non possiamo nascondere il nostro dolore, che un ramo fiorente sia stato reciso. (Annuario 1936-37, 17-21) L’Istituto d’ora in poi sarebbe stato autorizzato a rilasciare le lauree in Economia e Commercio e in Lingue e Letterature moderne e due diplomi: il Magistero in Economia e Diritto e quello in Ragioneria, lasciando alla facoltà di Scienze Politiche – specialmente quella dell’Università di Padova – la formazione dei quadri dell’Impero (Simone 2015). La questione aveva talmente scosso l’ambiente accademico e cittadino, che fu oggetto di discussione parlamentare tra la fine del 1936 e l’inizio del 1937. L’On. Gorio, presidente del Comitato Serico Nazionale nonché ex allievo della sezione diplomatico-consolare durante il primo decennio del Novecento, si rivolse così al ministro degli Esteri Galeazzo Ciano e al ministro dell’Educazione Nazionale Giuseppe Bottai, quest’ultimo da poco subentrato al posto di De Vecchi: In Italia un grande Maestro, Francesco Ferrara, aveva creato a Venezia, presso l’Istituto Superiore di Scienze Economiche e Commerciali. una Sezione Diplomatico-Consolare particolarmente predisposta a tale scopo. Chi vi parla è uscito proprio dalle aule del glorioso

del partito scese da 12 a 4. In ASCF, serie rettorato, scatole lignee, b. 3/B, fasc. 3, relazione annuale, senza data. Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 97-138

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Istituto Veneziano; e nel Governo attuale ha un alto e delicato incarico un uomo egregio, che di quell’Istituto è stato valoroso allievo. Non è il sentimento che spinge a ricordare quella scuola, bensì la convinzione di una verità veramente riconosciuta, e cioè che la Sezione Diplomatico-Consolare dell’Istituto suddetto, forniva ai suoi allievi quella preparazione eclettica, economica e geografica, politica e linguistica insieme, indispensabile per potersi orientare nei complessi problemi delle rappresentanze all’estero. Pur troppo la Sezione è stata soppressa lo scorso anno in occasione del riordinamento universitario. Voglia per tanto il nostro Ministro degli Esteri, riesaminare, di concerto col camerata Bottai, la convenienza di far risorgere tale Sezione. (Bollettino gennaio-aprile 1937, 9-10) Malgrado il tempo non avesse rimarginato la ferita, con l’inizio del 1937 la Facoltà di Economia e Commercio e il Rettorato proseguirono nel tentativo di ripensare una nuova sezione diplomatico-consolare «adattata ai nuovi tempi ed alle nuove esigenze imperiali» (Annuario 1937-38, 19). In pratica, Ca’ Foscari chiedeva, accanto al ripristino delle due Facoltà di Economia e diritto e di Ragioneria, l’«istituzione di una Facoltà coloniale e di una Facoltà marittima» in modo tale da innalzare l’Istituto «ad una vera università degli studi». Nonostante si allontanassero dal fine pratico sottoscritto dai fondatori storici della Scuola di Commercio, queste moderne «aspirazioni», molte delle quali furono esposte da Lanzillo direttamente a Mussolini nell’incontro che i due ebbero il 22 febbraio 1937, si rifacevano a quel passato illustre della Serenissima che ancora una volta tracciava la strada da intraprendere per il futuro. Del resto, sembrava «ovvia l’accresciuta importanza di Venezia anche nel campo culturale», soprattutto alla luce della «riacquistata radiosa funzione dell’Adriatico, in conformità alle tradizioni di Roma e della Serenissima», e dell’«estensione dell’influenza dell’Italia nei paesi balcanici».22 La dimensione imperiale a cui assurgeva l’Istituto Universitario di Economia e di Commercio di Venezia non poteva non manifestar-

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ASCF, serie rettorato, scatole lignee, b. 3/B, fasc. 3, Breve relazione sulle aspirazioni del R. Istituto Universitario di Economia e di Commercio di Venezia, testo dattiloscritto, senza data. L’idea di istituire una Facoltà marittima pervenne probabilmente dal professore di Diritto marittimo Gustavo Sarfatti, il quale sosteneva in una lettera indirizzata a Lanzillo che si sarebbe dato: «impulso a viaggi, insegnamenti specifici marittimi, coltura generale marittima; dovrebbe essere in una parola un completamento di addestramento di giovani i quali potrebbero, uscendo da Ca’ Foscari, con una attenzione speciale di frequenza essere degli esperti di cui la Nazione può aver bisogno nei commerci, nelle Compagnie di navigazione, nei cantieri etc. etc.» (ASCF, serie professori, fascicolo personale Sarfatti, lettera manoscritta, 13 maggio 1937). Per quanto riguarda la facoltà coloniale, occorre sottolineare come in quegli anni, in Italia, molte università italiane stavano progettando di costituire una propria Scuola di perfezionamento in studi coloniali (Deplano 2013). Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 97-138

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si visivamente anche nella risistemazione dei nuovi locali cafoscarini. Con l’aiuto economico del Comune, proprietario di palazzo Foscari, si completò il restauro della sede storica e si decise d’installare la biblioteca e il laboratorio di Merceologia nei nuovi spazi offerti dall’edificio adiacente. Inoltre, per portare l’Istituto a livello delle sue tradizioni e adattarlo alle esigenze di una moderna università, il Consiglio Accademico d’accordo con quello amministrativo affidò al giovane architetto Carlo Scarpa il progetto dell’Aula Magna, la «Sala nella quale si compendia la vita rappresentativa di un ateneo», che per forza di cose doveva riportare i segni delle intenzioni imperiali italiane (Annuario 1936-37; Pilo 2005). A tal proposito, il rettore Lanzillo commissionò la decorazione dello spazio a Mario Sironi, dopo un’attenta disamina del panorama nazionale di tutti i possibili nomi di artisti. La scelta ricadde sul «creatore della Mostra della Rivoluzione», come lo stesso Lanzillo spiegò al segretario della sezione provinciale del PNF Michele Pascolato in una lettera del 2 dicembre 1936. Il motivo risiedeva nel fatto che fosse necessaria «un’impronta di forza da esprimere l’ora storica in un ambiente di giovani e in un momento così tipico della vita nazionale». Dunque, «in quest’Aula, in questo palazzo, su questo canale, di fronte a questa polifora», Sironi diede alla luce l’affresco Venezia, l’Italia e gli Studi, tutt’ora presente malgrado un incendio lo abbia parzialmente danneggiato nel 1979 (Braun 2003).23 Partendo da sinistra, la composizione artistica raffigura uno studente atleta – emblema del GUF – mentre tiene con una mano un libro e con l’altra il moschetto, simboli dell’educazione fascista. Accanto, sono rappresentate l’allegoria della Tecnica, la figura femminile appoggiata a una ruota, e quella della Medicina, riconoscibile grazie alla presenza del caduceo. Al centro dell’affresco, c’è Venezia, impersonata al contempo da un profilo femminile, seduto in trono mentre regge una tavola su cui si intravede la facciata di Ca’ Foscari, e dalle riproduzioni del leone marciano e della Basilica di San Marco. Sulla destra, infine, quasi al margine è raffigurata la Madre Patria: un’Italia trionfale che «farà da sé» – come recita il motto in alto – ora che possedeva un impero [fig. 9]. La nuova sistemazione di Ca’ Foscari venne inaugurata il 25 gennaio 1937, in occasione dell’apertura dell’Anno Accademico. Nell’Aula Magna dinnanzi al corpo docenti e al rettore Lanzillo, che presero posto al di sotto dell’affresco, presenziarono alla cerimonia il duca di Genova, il ministro dell’Educazione Bottai, Volpi – in qualità di presidente della Confederazione fascista degli industriali – e le più al-

23 La scelta di affidare il compito a Sironi scatenò le polemiche del Sindacato degli

artisti veneziani, i quali propendevano per commissionare l’affresco a qualche pittore locale. Su tale questione, lo stesso Lanzillo confesserà a Pascolato di «non sentire il regionalismo in nessuna questione». ASCF, serie rettorato, scatole lignee, b. 22, fasc. 3, lettera dattiloscritta, 2 dicembre 1936. Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 97-138

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te autorità locali. Ancora, alla destra dei professori erano presenti i rettori con i rispettivi gonfaloni delle università di Bologna, Ferrara, Milano, Modena, Padova, Parma e del Regio Istituto Superiore di Architettura. Alcuni goliardi, invece, sostavano sulla sinistra con le loro feluche in testa. In questo quadro così composto, l’università veneziana accolse anche le famiglie degli studenti cafoscarini caduti in battaglia durante la campagna d’Etiopia (Gazzetta di Venezia 26 gennaio 1937).24 A questi ultimi, Lanzillo dedicò l’incipit della prolusione: È bello ricordare che nel breve giro di pochi decenni, ben quattro grandi imperi sono caduti col concorso di Roma, o sotto la spada di Roma. Ca’ Foscari è orgogliosa di avere contribuito con alcuni dei suoi figli migliori alla guerra africana; quaranta tre nostri studenti furono tra i combattenti in Africa Orientale e due di essi sacrificarono la loro giovane vita. Siano ricordati in questa ora solenne. (Annuario 1936-37, 15)25 A Giovanni Bertoldi e Mario Bellini, entrambi iscritti alla Facoltà di Economia e Commercio prima di prendere le armi, il rettore aggiunse il nome del volontario Eugenio Manenti, un veterano della Prima guerra mondiale, laureatosi a Ca’ Foscari già da alcuni anni, che morì annegato nel fiume Robi presso Mankfud. Il loro sacrificio non doveva cadere in oblio, ma al contrario doveva lasciare traccia affinché gli allievi delle future generazioni ne potessero trarre ispirazione (Fogu 2003).26 Difatti, terminata la visita del complesso universitario, la cerimonia proseguì nel cortile di Ca’ Foscari, dov’erano schierate la Milizia Universitaria «Ugo Pepe», le compagnie di rappresentanza degli Allievi Ufficiali delle camicie nere, del Regio Esercito, della Regia Marina e dell’Aviazione. A questo punto, il S.A.R. duca di Genova, avvicinandosi «alla mura» dov’era coperta da un «ampio velario la lapide testé infissa a ricordo degli allievi dell’Istituto gloriosa-

24 ASIL, Giornale Luce B1036, «Il ministro per l’Educazione Nazionale Bottai inaugura l’anno accademico nella Ca’ Foscari sede dell’Istituto Superiore di Economia Commercio», Venezia, 3 febbraio 1937; URL https://patrimonio.archivioluce.com/luce-web/detail/IL5000021678/2/ministro-l-educazione-nazionale-bottai-inaugura-l-anno-accademico-nella-ca-foscari-sede-istituto-superiore-economiacommercio.html (2017-12-14).

25 Dei 43 studenti cafoscarini partiti per l’Etiopia, 18 furono inquadrati nel battaglione dei volontari universitari «Curtatone e Montanara». Di seguito i loro nomi: Giorgio Ara, Martio Banon, Attilio Barbieri, Gino Barzan, Cesare Beretta, Mario Biasutti, Guido Cootri, Guido Dalla Santa, Giuseppe De Vanna, Costante Fabbris, Carlo Franchini, Mario Mattulia, Leonida Montanari, Sante Roma, Amerigo Roatto, Oscar Ungarelli, Achille Vitali, Limero Vitali (Bollettino settembre dicembre 1936)

26 Si trattava nell’ideologia fascista di una «buona morte», un sacrificio di sangue che avrebbe contribuito a rigenerare la «razza» italiana. La stessa organizzazione del funerale di Eugenio Manenti, ad esempio, sembra ricalcare questo paradosso (Ferris 2012). Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 97-138

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mente Caduti in Africa Orientale», «strappò il cordino che reggeva il drappo» rivelando il marmo della stele: al di sotto dello «storico discorso del duce in Piazza Venezia col grido della Vittoria e l’annuncio del nuovo Impero Africano», erano incisi i nomi dei «tre figli di questa scuola che caddero per la fondazione dell’Impero» (fig. 10; Gazzetta di Venezia, 26 gennaio 1937). Con l’affresco di Sironi e la lapide celebrativa, anche Ca’ Foscari stessa si convertì in un «luogo della memoria» nel tessuto cittadino imperiale di Venezia. Le due tracce d’ora in avanti sarebbero state coinvolte in numerose cerimonie ufficiali d’ateneo e parate studentesche che avrebbero reso omaggio agli sforzi profusi e al sangue versato di Ca’ Foscari per la conquista dell’Impero, almeno fino alla fine della Seconda guerra mondiale quando la lapide venne tolta dal cortile universitario. Eventi del genere andavano a costituire nel corso del tempo un calendario accademico spesso organizzato seguendo la liturgia e la didattica fascista. Ad esempio, per commemorare il primo anniversario della fondazione dell’Impero, il 13 maggio del 1937, nell’Aula Magna di Ca’ Foscari si celebrò il conferimento della laurea ad honorem alla memoria dei due studenti caduti durante la guerra in AOI – Manenti era già laureato. All’«austera cerimonia», oltre alle autorità cittadine, i parenti dei due studenti, la vedova di Manenti e la «massa di studenti», venne convocata la commissione di laurea della Facoltà di Economia e Commercio. A formarla, oltre il rettore Lanzillo (presidente di Commissione), erano presenti: l’ammiraglio di divisione Silvio Salza, comandante militare marittimo dell’Alto Adriatico (membro estraneo), il presidente della Sezione di Venezia dell’Associazione Nazionale fra Mutilati ed Invalidi di Guerra Alessandro Brass (membro estraneo) e i professori Pietro Rigobon, Gino Zappa, Carlo Alberto Dell’ Agnola, Leonardo Ricci, Albino Uggè, Egidio Tosato, Angelo Genovesi, Orfeo Turno Rotini. Prima che il rito universitario fosse compiuto, Lanzillo diede la parola al senatore Innocenzo Cappa, giornalista che «da un decennio ebbe l’incarico, nel Politecnico di Milano, di parlare agli studenti sul terreno della letteratura e del patriottismo». Il senatore iniziò il suo discorso domandandosi retoricamente cosa ci fosse da «onorare nella vita di coloro che caddero per la Patria», per poi rispondere con un elogio alla «resistenza della nostra stirpe la quale sta in ogni età, accorre al richiamo, oppure fiorisce spontanea nell’ora di grave responsabilità storica della Patria». Tuttavia, proseguì Cappa, così come la forza del popolo italiano e fascista rese possibile l’impresa d’Etiopia, per il suo mantenimento in futuro era necessario che «i giovani studino, creino, producano, poiché la materia prima deve essere il valore di un uomo». Per questo motivo, avviandosi alla conclusione del proprio intervento, per il senatore «dando il diploma d’onore» si dimostrava come ognuno «sa veramente quello che si fa e vale per quello che si produce e si crea» (BolletStudi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 97-138

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tino gennaio-aprile 1937, 4-6). I giovani dovevano «osare» per mantenere integri e valorizzare i possedimenti coloniali italiani. Alle parole di incitamento degli ‘anziani’, nell’Aula Magna di Ca’ Foscari seguì una sorta di giuramento dei giovani, pronunciato dal giovane Italo Sauro, «figlio del purissimo Eroe Adriatico [Nazario Sauro] e rappresentante dell’attuale generazione degli studenti». In quella cornice cerimoniale, il giovane allievo cafoscarino andava a rappresentare, in una liaison storica, l’«eroismo italiano» a cui la «vecchia ed ingiusta Europa assiste dal 1915 senza dare credito alcuno». Ecco, dunque, che la guerra d’Etiopia, agli occhi di «tutti gli ipocriti del mondo», sanciva il definitivo riscatto italiano legittimando, secondo Sauro, «quel nostro dovere di civiltà che abbiamo verso i popoli di tutti i paesi». La responsabilità del momento storico, così come aveva pesato «sulle spalle degli avi e dei padri caduti», ora, con la conquista dell’Impero, toccava ai giovani, i quali, unendosi alle parole dell’illustre studente, esclamarono: «giuriamo che lavoreremo per potenziare l’Impero e per difenderlo contro chiunque lo insidiasse» (Bollettino gennaio-aprile 1937, 7). Dopo la lettura della formula di rito per il conferimento delle due lauree ad honorem, la commissione e le autorità presenti si recarono in cortile per omaggiare dapprima i settantasette studenti dell’Istituto morti durante la Prima guerra mondiale, i cui nomi erano stati scolpiti su una lapide ancora nel 1919, e successivamente il «ricordo marmoreo» dei tre cafoscarini caduti in terra africana. In questo spazio, dove la strumentalizzazione della morte si poneva lo scopo di educare i giovani al sacrificio per la Patria, Ca’ Foscari mostrava il suo fenotipo imperiale. Tuttavia, al fine di formare i «quadri dell’Impero», secondo l’espressione utilizzata dalla stampa locale per sintetizzare l’intervento dell’on. Gorio in sede parlamentare, l’Istituto Universitario di Economia e Commercio di Venezia avrebbe dovuto rilanciare la propria funzione attraverso l’attività scientifica e una relazione ancor più stretta con la città di appartenenza.

3.4 L’università nella città imperiale. L’attività accademica e la produzione scientifica di Ca’ Foscari subito dopo la fondazione dell’Impero Una volta ottenuto il sostegno del corpo docenti per le nuove prospettive imperiali di Ca’ Foscari, nella stessa giornata – il 13 maggio 1936 – Lanzillo scrisse immediatamente a Volpi mettendolo al corrente «delle attività che l’Istituto ha svolto e ha in programma di svolgere». L’urgenza della richiesta era, probabilmente, dettata dall’euforia del momento per l’orizzonte che si stava prefigurando nel futuro dell’Istituto, le cui sorti non potevano non dipendere dall’attività finanziaria-industriale del ‘doge’ di Venezia: Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 97-138

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Poiché poi Lei, quale presidente della Confederazione [Volpi dal 1934 ricopriva il ruolo di presidente della Confederazione fascista degli industriali (Reberschak 2008)], dovrà organizzare il movimento di espansione industriale e commerciale nell’A.O. volevo pregarla di cercare di utilizzare l’Istituto Superiore sia per ricerche geografiche, sia per altri scopi che l’esperienza può suggerire. Se domattina sarà ancora a Venezia, La prego di dedicare un minuto a Ca’ Foscari.27 L’Istituto, dunque, contava sull’influenza di Volpi al fine di adempiere ai «compiti grandi che lo attendevano», in quanto era giunto il momento, secondo Lanzillo, in cui «la nostra cultura universitaria» si dirigesse «verso una visione imperiale dei problemi». Dalla «Geografia economica alla Storia economica, dalla Politica economica, alla Merceologia, alla Tecnica, alla Economia aziendale», qualsiasi disciplina impartita dalle cattedre di Ca’ Foscari avrebbe dovuto porsi al servizio della «nuova politica imperiale del nostro paese» (Annuario 1936-37, 27). Per quanto riguarda il corso di Geografia economica, in realtà, un maggiore impegno per la diffusione di nozioni nel campo coloniale avvenne già alla vigilia dell’invasione italiana dell’Etiopia. Luigi Candida, l’assistente alla cattedra di Ricci, durante l’Anno Accademico 1935-1936 svolse un ciclo di lezioni di geografia coloniale sui possedimenti italiani d’Oltremare, anche se il corso si prefiggeva solo di introdurre gli studenti all’argomento ‘coloniale’ visto che era stato «predisposto in armonia all’opera di propaganda svolta dalla sezione veneziana dell’ICF» (Bollettino gennaio-aprile 1936). Per porre in risalto la vittoria appena ottenuta dall’Italia nel campo di battaglia etiope, nell’Aula Magna di Ca’ Foscari si tenne una conferenza divisa in due giornate – 5 e 6 maggio 1936 – sul «problema coloniale italiano nel quadro degli avvenimenti dal 1880 ad oggi». Per l’occasione Lanzillo invitò Pietro Silva a esporre il tema, docente di Storia all’Università di Roma, il quale esordì affermando che la trattazione dei recenti sviluppi in Africa Orientale Italiana acquisisse maggior risalto nel quadro della politica espansionistica europea dell’ultimo cinquantennio. Silva riconobbe «la genesi della grande impresa oggi gloriosamente compiuta» nel primo dopoguerra, quando la salita al potere del fascismo riuscì in breve tempo a eludere gli «ostacoli» provenienti dall’esterno – tra cui l’avversione dell’Etiopia ai tentativi di «pacifica penetrazione italiana» – che rischiavano di intralciare il destino imperiale dell’Italia (Gazzetta di Venezia

27 ASCF, serie rettorato, scatole lignee, b. 31, fasc. 2, lettera dattiloscritta di Lanzillo indirizzata a Volpi, 13 maggio 1936. Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 97-138

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7 maggio 1936).28 Il 14 maggio, pochi giorni dopo la proclamazione dell’Impero, l’Aula Magna ospitò questa volta uno dei più importanti geografi italiani Roberto Almagià, ordinario di Geografia economica all’Università di Roma. Con la conferenza Le genti dell’Africa orientale, il professore in un primo momento introdusse l’argomento rilevando l’«estrema complessità» della costituzione etnica dell’Etiopia, successivamente passò in rassegna i diversi «strati» della popolazione: «gli antichissimi strati negroidi o negri di varia provenienza», le successive ondate di «genti camitiche primitive», poi quelle dovute a migrazioni dall’Arabia e infine la recente presenza dei Galla. In un quadro così composito, Almagià descrisse l’azione di Menelik e dei suoi successori che avevano condotto «al soggiogamento dei popoli del sud, del sud-est e del sud-ovest a prezzo di stragi, distruzioni e schiavitù». Per tali ragioni, secondo il geografo si poneva l’obbligo di portare dall’esterno un «ordine nuovo e definitivo», una «pace romana» che non poteva non provenire dall’Italia (Gazzetta di Venezia 15 maggio 1936). In parallelo al tentativo di Lanzillo di ravvivare l’attività scientifico-culturale dell’Istituto, le conferenze sul tema coloniale e imperiale si susseguirono con più frequenza. Nel corso dell’Anno Accademico 1936-1937, ad esempio, dopo l’intervento dal titolo «Il Diritto marittimo prevalente creazione romana ed italica – ieri, oggi e domani» di Gustavo Sarfatti, docente di Diritto marittimo a Ca’ Foscari, il 9 marzo 1937 prese la parola il professore George Henri Bousquet per discutere sul «L’Islam et les Empires coloniaux européens» (Annuario 1936-37, 10304). Il docente francese proveniente dalle cattedre di Diritto e Diritto islamico dell’Università coloniale di Algeri iniziò il suo discorso rivolgendo un «commosso omaggio» alla memoria di Francesco Ferrara, il maestro che con le sue opere instradò la carriera di Bousquet, assiduo frequentatore della biblioteca di Ca’ Foscari fin dal 1924. Dopo aver illustrato la presenza musulmana nel mondo, concludendo come essa fosse comunque «sottomessa alla potenza europea», Bousquet passò a trattare la pericolosità della diffusione del pensiero comunista nelle colonie, non tanto per la sua ripercussione «nella coscienza dei popoli», quanto per lo stato di agitazione che avrebbe potuto pericolosamente creare. Per evitare simili fratture nell’«unità del mondo musulmano» il professore francese terminava il suo intervento auspicando che anche gli Stati europei potessero svolgere un’azione unitaria nei confronti dei popoli colonizzati (Il Gazzettino di Venezia 10 marzo 1937).29

28 L’opera più importante redatta dal professore Pietro Silva fu Il Mediterraneo dall’unita di Roma all’unita d’Italia (Milano 1927), titolo opportunamente cambiato nelle edizioni successive in Il Mediterraneo dall’unità di Roma all’impero italiano (Milano 1937).

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ASCF, serie rettorato, scatola metallica «rettorato, materiali storici», notizie pubblicate sull’attività di Ca’ Foscari nell’Anno Accademico 1936-1937. Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 97-138

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La presenza di una personalità accademica internazionale quale Bousquet, di certo, rappresentava una sorta di attestazione di prestigio per l’Istituto veneziano, così come la conferenza tenuta, il 20 maggio 1937 da Gennaro Mondaini, docente ordinario di Storia economica presso l’Università di Roma. Sul tema «L’evoluzione coloniale nell’epoca moderna e contemporanea dal mercantilismo al corporativismo», il professore era senza dubbio uno dei maggiori esperti italiani ed europei dati i suoi innumerevoli contributi scientifici condotti fin dall’abilitazione alla libera docenza in storia coloniale ottenuta nel luglio 1905. L’excursus storico dal secolo XVII al secolo XIX-XX dimostrava, secondo l’oratore, l’innovazione portata dal fascismo: «un tipo di colonizzazione organica e integrale, di popolamento e sfruttamento» (Gazzetta di Venezia 21 maggio 1937; Carrattieri 2011). Lo stesso Mondaini, un mese prima (dal 12 al 17 aprile), partecipò al Terzo Congresso di Studi Coloniali a Firenze con la relazione I problemi del lavoro nel nuovo impero, in cui grande preoccupazione destavano i rapporti che ogni giorno legavano «dominatori e dominati». Per questa ragione, nel suo intervento, Mondaini propose un sistema di discriminazione economica che, parallelamente, avrebbe portato a una pratica di esclusione sociale e morale nei confronti delle popolazioni colonizzate (Mondaini 1937; cf. De Grand 2004, 144). Al Terzo Congresso di Studi Coloniali, oltre al già citato Mondaini, intervennero moltissimi altri importanti studiosi dato che il programma prevedeva la divisione in otto aree tematiche: I. Politica, II. Giuridica, III. Storica-Archeologica, IV. Naturalistica-geografica, V. Etnografica-filologica-sociologica, VI. Demografica-statistica, VII. Economica-agraria, VIII. Patologia e Igiene. L’argomento ‘coloniale’, dunque, doveva essere decostruito e analizzato in ogni sua sfaccettatura affinché agli studiosi fosse dato il modo di compiere «un accurato esame di quanto fosse già noto» e di «quanto rimanesse da conoscere del suolo e delle genti dei vasti domini aggiunti alla Patria».30 Per quanto riguarda l’aspetto storico-archeologico, una delle personalità più rilevanti fu sicuramente quella di Luzzatto, che portò all’attenzione della comunità accademica la relazione La colonizzazione veneta nella più recente storiografia. Passando in rassegna i più importanti lavori sullo «studio della politica coloniale della Dominante», il professore di Storia economica constatò come, «sia nelle opere generali di storia coloniale sia negli studi particolari di storia veneta», l’argomento non fosse stato sufficientemente approfondito. Questa lacuna era dovuta al fatto che l’opera Storia del Commercio Del Levante di

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Corsivo mio. ASCF, serie rettorato, scatole lignee, b. 29, fasc. 2, programma provvisorio del Terzo Congresso di Studi coloniali, p. 3, 12-17 aprile 1937. Nel comitato generale del congresso, compaiono i nomi di Rodolfo Graziani, Mario Lago, Alessandro Lessona e Giuseppe Volpi. Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 97-138

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Guglielmo Heyd «aveva trattato l’argomento con tale larghezza e sicurezza d’informazione e di vedute da scoraggiare chiunque». Ciononostante, nel clima imperiale italiano molti storici cominciarono a dedicare attenzione alle colonie veneziane: seppur in brevi scritti di carattere occasionale, le ricerche si concentrarono su quelle del Mar Nero e del Bosforo; «altri buoni articoli» avevano come oggetto di studio i possedimenti della Morea, del Montenegro, di Tunisi; «assai più fortunate invece furono [i lavori] l’isola di Cipro, le isole Ionie ed in primissima linea l’isola di Creta» (Luzzatto 1937, 233-40). Nonostante la relazione consegni un quadro completo della produzione scientifica sul fenomeno storico della colonizzazione veneziana, per comprendere la posizione in merito di Luzzatto è necessario riferirsi alla voce enciclopedica «La colonizzazione nel Medioevo» che il docente cafoscarino pubblicò per Treccani nel 1931. Dopo la descrizione della formazione delle colonie islamiche e nord-europee, molto spazio veniva lasciato all’espansione delle città marinare italiane. In un primo momento, grazie ai loro commerci marittimi, Genova, Pisa e Venezia instaurarono delle colonie nelle città costiere che si avvicinavano molto alle «colonie antiche dei Fenici», concessioni di case e di terre «non determinate dalla necessità d’una numerosa popolazione che fosse emigrata in Oriente dalle città marittime italiane». Quello che importava, infatti, «era di aver nelle loro mani dei luoghi in cui potessero esercitare liberamente tutte le operazioni commerciali» senza il ‘disturbo’ delle potenze rivali o della popolazione «indigena». In seguito alla IV crociata (1202-1204), l’«espansione coloniale» delle potenze marinare italiane, in particolare Venezia, raggiunse il suo punto culminante. Oltre al quartiere veneziano di Costantinopoli, che diventò una «vera città autonoma con una densa popolazione immigrata», molti possedimenti veneziani iniziarono ad accogliere famiglie provenienti da Venezia, o comunque dallo Stato de Tera. In questo modo, con il raggrupparsi di «nuclei di popolazione stabile veneziana» vennero a formarsi delle vere e proprie colonie, «paragonabili sotto molti aspetti alle colonie europee che si sono oggi costituite nelle maggiori città dell’antico Impero ottomano e della Cina». Inoltre, alle colonie commerciali e a quelle di popolamento, si affiancarono le «colonie di piantagione», nelle quali si ottenevano alcune materie prime industriali come cotone e canna da zucchero attraverso «un’organizzazione mezzo feudale e mezzo capitalistica», ovvero «valendosi del lavoro di coltivatori o di schiavi» (Luzzatto 1931, 836-8; cf. Favero 2006). Sul fronte interno, nelle aule cafoscarine, con il nuovo assetto imperiale assunto dall’Italia il tema ‘coloniale’ pare fosse trattato non solo sotto l’aspetto storico-geografico, ma anche quale oggetto di studio per i corsi di Politica economica e finanziaria ed Economia politica tenuti rispettivamente dai professori ordinari Alfonso De Pietri Tonelli e Agostino Lanzillo. Tuttavia, l’assenza dei programmi degli Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 97-138

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insegnamenti non permette una ricostruzione esaustiva della diffusione capillare di una cultura coloniale sempre più specialistica, anche se è possibile trarre qualche conclusione in base alle informazioni fornite indirettamente da alcuni documenti presenti nell’archivio storico dell’università. Per quanto riguarda il corso di Politica economica e finanziaria, la tesi di laurea «Colonizzazione della Somalia» (1937) del laureando Mario Brardinelli funge da riflesso delle lezioni impartite dal suo relatore De Pietri Tonelli. Concentrandosi sull’aspetto commerciale, lo studente si interroga sullo stato del processo di valorizzazione della colonia da un punto di vista politicocommerciale. Dopo un quadro generale della situazione, il laureando pare dedicare molta attenzione al possibile ruolo che avrebbe potuto rivestire la Somalia in un prossimo futuro: una base italiana per un’espansione commerciale verso l’India e la Cina. Tuttavia, secondo Brandinelli esistevano delle problematiche che il regime fascista avrebbe dovuto risolvere prima di avviare questo progetto. In primo luogo sarebbe stato necessario migliorare le infrastrutture portuali e interne – strade, ferrovie e canali navigabili; successivamente occorreva indemaniare i terreni ancora sotto il controllo della popolazione locale e monopolizzare il commercio di banane; infine, grazie all’installazione di Banche di credito agricolo, il governo avrebbe dovuto finanziare delle «grandi imprese agricole» al fine di aumentare la produttività dei terreni coltivabili e, di conseguenza, la loro redditività all’interno del mercato internazionale.31 Il corso di Economia politica, invece, pare non incentrasse il proprio programma sulla questione coloniale, se si considera come in nessuna delle tesi di laurea prese in esame compaia il nome di Lanzillo in qualità di relatore. Ciononostante, secondo il «piano dello schedario» del laboratorio di Economia politica corporativa – intitolato a «Francesco Ferrara» e ubicato al secondo piano del nuovo palazzo – nel 1937 la biblioteca per le scienze economiche e sociali era alquanto fornita di libri che trattavano di «economia coloniale». Redatto allo scopo di facilitare la ricerca degli studenti, lo schedario si suddivideva in sette sezioni. Sotto la voce «Economia applicata e politica economica», l’allievo poteva facilmente individuare il materiale adatto per approfondire i suoi interessi sulle «colonie di singoli Stati», sulle «colonie singole» e addirittura sull’«economia africana» o, nel dettaglio, sull’«economia dell’Africa Italiana» (Bollettino luglio-agosto 1937, 16-18). Purtroppo, le tracce storiche appena commentate non riescono pienamente nell’intento di raffigurare il cambio di rotta operato da Ca’ Foscari al fine di porsi sul piano dell’Impero, come preannunciato nell’ordine del giorno del 13 maggio 1936. La scarsità di documenta-

31 ATCF, M. Brardinelli, «Colonizzazione della Somalia», 1937. Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 97-138

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zione, infatti, non permette di realizzare un quadro completo dell’università veneziana di quegli anni – non almeno dal punto di vista dell’attività scientifica – anche se è possibile scorgere lo sforzo continuo di un’istituzione fortemente intenzionata a rimanere competitiva sul panorama accademico nazionale e internazionale. Ad ogni modo, questa nuova linea, dettata come si è visto principalmente dal rettore Lanzillo, diede i suoi frutti: nel settembre del 1937, Venezia e gli spazi cafoscarini furono scelti per accogliere la XXVI Riunione della Società italiana per il Progresso delle Scienze, il raduno annuale degli scienziati italiani che nella città della Serenissima avrebbe dovuto, per volere del governo fascista, «definire i caratteri, la funzione e i compiti della Società nell’organizzazione dell’Impero e nell’ordinamento dello Stato» (Bollettino luglio-agosto 1937, 4). Alla presenza del re e imperatore Vittorio III, del duca di Genova, del ministro del l’Educazione Nazionale Bottai, del patriarca di Venezia Piazza, del presidente del Comitato ordinatore della Società Volpi e del rettore di Ca’ Foscari Lanzillo, domenica 12 settembre si svolse l’inaugurazione del congresso nella Sala dello Scrutinio del Palazzo Ducale.32 Il primo a prendere la parola fu Volpi: Il nostro Convegno si ricongiunge idealmente a due altre grandi spirituali adunate, che ben a ragione possiamo definire «storiche»: al Congresso dei «Dotti» che ebbe luogo nel 1847 in Venezia e che fu l’ultimo che precedé la fondazione del Regno unitario italiano, e a quello della Società Italiana per il Progresso delle Scienze che si svolse l’anno scorso a Tripoli, e che è stato il primo dopo la proclamazione del nuovo Impero di Roma. […]. Ecco perché Venezia vi ha accolto e vi accoglie con fraternità spirituale. […] Fu questa città che, dopo l’oscuro travaglio medievale, fece assurgere ad epopea la rinascita della potenza navale e coloniale italiana. (Gazzetta di Venezia 13 settembre 1937)33 Il convegno riprendeva al contempo due fasi storiche, il risorgimento veneziano e la fondazione dell’Impero italiano, che permisero da un lato di sbarazzarsi definitivamente dell’invasore straniero e dall’altro di ridare all’Italia e a Venezia la dimensione imperiale che le spettava. Così come Volpi, lo stesso Bottai aprì i lavori del congresso continuando ad alimentare il mito della Serenissima con il discorso «L’i-

32 ASIL, Giornale Luce B1170, «26° riunione della società italiana per il Progresso delle scienze», Venezia, 22 settembre 1937; URL https://patrimonio.archivioluce.com/luce-web/detail/IL5000022722/2/26-riunione-della-societa-italianaprogresso-scienze.html (2017-12-19).

33 Durante il congresso dei «Dotti» del 1847 – la IX riunione della Società Italiana delle Scienze – Antonio Sagredo presentò la sua opera Venezia e le sue lagune (Povolo 2000). Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 97-138

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dea imperiale in Roma e la continuità della sua tradizione» (Gazzetta di Venezia 13 settembre 1937).34 In quest’atmosfera iniziarono le esposizioni dei congressisti, che si sarebbero svolte presso il Centro Volpi di Elettrologia, nell’appena restaurato palazzo Vendramin Calergi, e in larga parte a Ca’ Foscari. Ogni discussione era inquadrata in uno dei sei temi proposti dal comitato ordinatore: il primo prevedeva degli approfondimenti sugli aspetti culturali, storici, politici, marittimi e militari che si ricollegavano all’origine e allo sviluppo dell’idea imperiale in Italia, «con particolare riguardo all’azione di Venezia ed ai rapporti col prossimo Oriente»; il secondo si concentrava sull’organizzazione nazionale delle ricerche; il terzo tema diede spazio al dibattito sul potenziamento tecnico della Stato per il raggiungimento della sua indipendenza economica; il quarto indagò gli aspetti del problema agrario e zootecnico nazionale e imperiale; il quinto diede largo risalto al problema biologico nazionale; l’ultimo, infine, dibatté sull’organizzazione giuridica, economica e sociale italiana in rapporto ai nuovi organismi corporativi e alla loro elevazione sul piano imperiale.35 Nonostante la presenza di un solo professore cafoscarino tra i relatori – de Pietri Tonelli tenne una comunicazione su «I diagrammi della politica economica del Fascismo» all’interno dell’ultimo tema – la XXVI Riunione della Società italiana per il Progresso delle Scienze rappresentò una vetrina importantissima per l’Istituto nella quale ribadire la sua funzione a servizio della città e dell’impero italiano (Bollettino luglio-agosto 1937, 6). Lo stesso Carlo Anti, rettore dell’università di Padova, nel suo intervento «La funzione politica delle Università della Serenissima a Padova» parve sottolineare in un parallelismo storico il debito culturale che, ancora, l’istituzione accademica padovana aveva nei confronti delle tradizioni storiche della Serenissima. Infatti, quando Padova cadde sotto il dominio veneziano, secondo Anti, la Repubblica si impegnò fin da subito alla nascita di: un’università moderna, libera da ogni vincolo, ma strumento di Stato per la preparazione dei cittadini, per l’incremento dell’economia e per la diffusione della cultura nazionale all’estero, premessa indispensabile questa di ogni predominio politico ed economico. (Gazzetta di Venezia, 15 settembre 1937)36

34 Non è un caso che l’inaugurazione del congresso fu organizzata nella Sala degli Scrutini, dove, il 27 ottobre 1866, si svolse lo scrutinio dei risultati del plebiscito per l’annessione del Veneto al Regno d’Italia. ASCF, serie rettorato, scatole lignee, b. 29, fasc. 4, guida definitiva della XXVI Riunione della Società italiana per il Progresso delle Scienze, 12-18 settembre 1937.

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36 La relazione di Carlo Anti s’inseriva all’interno del tema di carattere storico-archeologico su Venezia e la sua azione nel «prossimo Oriente». Nella stessa sezione inStudi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 97-138

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Viste le circostanze, dalla XXVI Riunione della Società italiana per il Progresso delle Scienze Ca’ Foscari non poteva non uscire rafforzata nel prestigio e nel sostegno alla sua attività scientifica e, soprattutto, a quella di carattere formativo. L’Oltremare, infatti, rappresentava per gli studenti un’opportunità lavorativa e l’Istituto Superiore di Economia e Commercio era in grado di fornire non solo le competenze professionali necessarie, ma anche rapporti diretti con le società nazionali e veneziane maggiormente implicate nel progetto coloniale italiano (Bollettino luglio-agosto 1937, 6).37

3.5 Specializzazioni e opportunità lavorative. I primi saperi coloniali a Ca’ Foscari Nonostante si fosse iscritta al corso di studi per la laurea in Lingue e letterature moderne di Ca’ Foscari, verso la fine del suo percorso universitario la studentessa Teresa Petracco, stanca degli sforzi profusi fino a quel momento nello studio, confessò nel suo diario personale di aver preso in considerazione l’idea di andare a «trovare posto in Africa» per iniziare la carriera lavorativa (Bellina 2018).38 Con il diploma liceale, infatti, una ragazza italiana, volenterosa di partire per l’Oltremare, poteva facilmente ambire a una posizione lavorativa nelle scuole primarie oppure dentro qualche agenzia di stampa (Spadaro 2013). Del resto, l’«Impero del lavoro» aveva bisogno di braccia e, in questo senso, lo sguardo introspettivo di Teresa Petracco, che fuoriesce dal suo ego-documento, risentì quasi sicuramente dell’incessante propaganda imperiale condotta dal regime dato che, come si è visto nel secondo capitolo, fra il 1936 e il 1940 la figura della donna italiana andava rivestendo un ruolo sempre più importante nei progetti coloniali. Accanto a questa relazione verticale, nella quale lo Stato cercava di manipolare la coscienza del cittadino, rive-

tervennero i professori Roberto Cessi, con «Il ricordo di Roma nelle istituzioni e nelle direttive politiche di Venezia»; Aristide Calderini, con «Romanità e Cristianesimo in Aquileia»; Augusto Guzzo, con «L’idea imperiale nei pensatori cristiani da S. Agostino a Dante»; Giovanni Soranzo, «Venezia e le repubbliche marinare italiane nella storia della crociata»; Roberto Almagià, con «Il contributo di Venezia alla conoscenza dell’Africa»; Carlo Tagliavini, «I rapporti di Venezia coll’Oriente Balcanico». ASCF, serie rettorato, scatole lignee, b. 29, fasc. 4, guida definitiva della XXVI Riunione della Società italiana per il Progresso delle Scienze,12-18 settembre 1937.

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In quel periodo, all’interno del consiglio di amministrazione entrarono a far parte ad esempio Marco Ara, direttore generale delle Assicurazioni Generali di Venezia, Marco Barnabò, Amministratore Delegato della Società Alluminio Veneto Anonima (SAVA) e presidente della Società Italiana Refrattari Marghera (SIRMA).

38 Venezia, Archivio Istituto veneziano per la storia della Resistenza e della società

contemporanea (IVESER), «Appunti di vita universitaria», diario dattiloscritto di Teresa Petracco, 29 dicembre 1939. Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 97-138

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stirono una parte importante quei rapporti orizzontali che la studentessa intessette con i propri compagni e compagne di studi. Difatti, il breve sfogo di Teresa Petracco sembra rivelare un microcosmo studentesco dentro al quale l’Africa rappresentava un orizzonte di pensiero comune, una possibilità professionale ed esperienziale da vagliare.39 Anche le tesi di laurea, a modo loro, possono ritenersi degli ego-documenti, sebbene ricalchino perlopiù modelli predefiniti. Non è inconsueto trovare spunti personali o brevi espressioni autobiografiche nelle introduzioni, dove solitamente si concede allo studente di riportare le motivazioni che lo hanno portato a scegliere di approfondire quel preciso argomento. Come ad esempio Roberto Gmneir, giovane studente interessato a descrivere da un punto di vista geografico il Benadir, una regione della Somalia dove il laureando di Ricci sperava «di esercitare la sua azione in un giorno non lontano».40 Uno dei contatti più ravvicinati che gli studenti potevano avere con il mondo coloniale era dato dai reduci. Nel corpo studentesco, questi ultimi godevano di grande visibilità sia per il loro immediato inquadramento nella milizia universitaria o nel GUF, sia per i privilegi di cui poterono godere una volta rimessisi sui libri. Appelli straordinari e votazioni mediamente più alte erano solo alcuni dei servigi che il regime, mediante le università, poteva dare ai giovani ex combattenti.41 Parallelamente al processo di irreggimentazione militare delle università voluto da Bottai, anche in cattedra furono chiamati soggetti che avevano vissuto la guerra in prima persona, solitamente per tenere insegnamenti esterni rispetto al piano di studi universitario. A tal proposito, sul finire del 1936, «nell’intento di giovare a quanti si recheranno in AO» Lanzillo accettò la proposta proveniente dalla presidenza del Circolo Filologico di Venezia di istituire un corso di Lingua amarica, l’idioma principale parlato in Etiopia. L’insegnante venne individuato nella persona di Enrico Ricchetti, un tenente reduce dalla campagna africana che «tenne già simili corsi a Bologna e a Ferrara».42 All’interno della programmazione curriculare universitaria, invece, l’introduzione del corso biennale di Cultu-

39

Una delle particolarità principali dell’ego-documento è di essere al contempo testimonianza della soggettività individuale e delle appartenenze socioculturali (Caffiero 2010).

40

ATCF. R. Gmneir, «Somalia italiana meridionale», 1936, Prefazione.

41 Come esempio vedi ASCF, serie rettorato, scatole lignee, b. 34, fasc. 3, circolare

ministeriale per le agevolazioni agli studenti universitari reduci dall’AOI, 6 marzo 1937.

42

Archivio Storico Ca’ Foscari, serie rettorato, scatole lignee, b. 30/B, fasc. 1, comunicazione dattiloscritta del Circolo filologico di Venezia, 14 dicembre 1936. Il Circolo fu fondato nel 1901 con l’obiettivo di diffondere la conoscenza delle lingue perché, come è sottolineato nello statuto, «la conoscenza delle lingue straniere e moderne, oltre essere ornamento dell’intelletto è anzitutto un bisogno in quasi ogni ramo ed impiego di commercio», ma più specificatamente per una città come Venezia, «ove i forestieri convergono a migliaia» (Zorzi 2012, 54). Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 97-138

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ra Militare portò ad accogliere nel corpo docente dei soldati prestati all’università oppure professori portati all’insegnamento ideologico e dotati di una retorica incisiva. Anche a Ca’ Foscari, dall’Anno Accademico 1936-1937, tutti gli iscritti di sesso maschile furono obbligati a frequentare le lezioni di Giuseppe Liguori, Preside del IV° R. Istituto Tecnico Commerciale e per Geometri di Vicenza (Annuario 1936-37; Signori 2011).43 Le donne, invece, ne erano esentate, anche se questa divisione di genere sembra non fosse seguita rigidamente visto che Teresa Petracco partecipò a una delle lezioni, riportandone le proprie impressioni nel diario il giorno 19 dicembre del 1937: Ho assistito ieri ad una lezione di cultura militare. Rivedo ancora colui che l’ha tenuta un tipo strano e interessante ma, nell’insieme, un commediante. Parlava bene, sapeva incatenare l’attenzione, sembrava molto istruito. Un uomo ancora piacente, dal viso lungo e magro, gli zigomi sporgenti, non slavi, però, ma meridionali. Si infiammava ad ogni argomento, appariva minaccioso quando difendeva un’idea che magari non aveva, alzava ed abbassava la voce, ad effetto, corrugava la fronte unendo le sopracciglia foltissime e nere, diventava improvvisamente cupo. Poi, cambiava tono. Quando ci sottraemmo al suo fascino, capimmo quanto di ciarlatanesco ci fosse nel suo atteggiamento. Ci sembrò, più che altro, un attore. Parlò del “volontarismo” con la sua particolare arte. Egli pose questo fenomeno al di sopra perfino dell’amor di patria o di partito. E lo commentò così: “È un fenomeno che si verifica nelle anime esaltate, destinate al martirio, anime mistiche assetate di sacrificio, che possono trovare dovunque il loro ideale”. Il docente fece una carrellata sulla storia da Napoleone alle recenti guerre in Africa e Spagna. L’incentivo primo era stato, naturalmente, la liberazione d’Italia ma non mancavano quelli che erano andati a combattere in terra straniera come Santorre di Santarosa e Garibaldi. C’erano anche esempi di eroismo collettivo: quello del popolo italiano, polacco e ungherese. Esempi più strani erano quelli di popoli che andavano a combattere addirittura per i nemici della patria (nella Francia del ‘70 (sic)) o dei volontari che si erano uniti alle popolazioni africane. In genere, erano degli esaltati. In sintesi, dei folli. Per quel che riguarda la guerra di Spagna, egli si soffermò sulle ideologie senza menzionare la Legione “Garibaldi” che aveva

43 In realtà, nelle aule universitarie veneziane le lezioni di cultura militare presero inizio già a partire dall’Anno Accademico 1935-1936, anche se a tenerle vennero chiamati l’ammiraglio di divisione Federico Staccoli Castracane degli Antelminelli, il generale dell’Aereonautica Luigi Faronato, i tenenti colonelli di Stato Maggiore Oscar Ulrich e Gumo Cesarini. Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 97-138

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aiutato i rossi. Lui, certamente, si entusiasmava, s’infiammava, si agitava a comando. Predicava in favore di quelli che il regime gli imponeva di difendere. Da quella lezione uscimmo come dalla visione di un film in cui il protagonista era riuscito ad avvincerci, la vicenda ci aveva emozionato ma che finiva su di un telone senza lasciare traccia.44 Malgrado l’esperienza personale della studentessa di Lingue e letterature moderna, la lezione probabilmente fece breccia nelle coscienze dei suoi colleghi maschi, rimasti colpiti dalla «particolare arte» dell’insegnante. Entrando nel suo settantesimo anno di vita (1868-1938), Ca’ Foscari cominciò a proporre una formazione adeguata agli allievi interessati a intraprendere una carriera nelle colonie, dopo quasi un biennio durante il quale l’Istituto aveva cercato di strutturarsi secondo i nuovi obiettivi imperiali. Le conferenze continuarono a scandire il calendario accademico: il 30 marzo nella sala delle conferenze, Egilberto Martire, professore di Storia delle Missioni nell’Istituto Orientale di Napoli, tenne la conferenza «Guglielmo Massaia, pioniere d’Italia in Etiopia». Secondo lo studioso la figura del missionario diede avvio alla storia coloniale dell’Italia poiché esortò «gli italiani a compiere il loro dovere missionario verso l’Etiopia predestinata». Il 19 maggio, ancora, toccò invece al professore Pietro Silva dell’Università di Roma discutere sull’accordo imperiale che l’Italia stipulò con l’Inghilterra il 16 aprile del 1938, garantendosi in questo modo la libera circolazione nel Mar Mediterraneo (Bollettino marzo-giugno 1938, 13-14). Con l’imperversare della guerra civile in Spagna, per l’Anno Accademico 1938-1939 Ca’ Foscari avviò l’insegnamento di Lingua e letteratura spagnola, una cattedra dal «significato morale e politico» visto il «momento storico che segna una intima ripresa delle relazioni politiche con il grande popolo iberico rigenerato nella dura guerra civile». Nello stesso anno, inoltre, il Consiglio Accademico deliberò di ritoccare il programma di studi del Magistero di Economia e diritto, integrando il corso di Economia politica corporativa con un corso di Storia delle dottrine economiche e uno di Economia coloniale. Lanzillo, in qualità di rettore, commentò così l’inserimento del primo sapere coloniale a Ca’ Foscari: «ognuno intende la importanza di questo ultimo insegnamento e l’opportunità di inserirlo nel Magistero», un percorso curriculare che «tende a preparare i futuri funzionari dello Stato in una Italia che ha grandissimi interessi nel Continente

IVESER, «Appunti di vita universitaria», diario dattiloscritto di Teresa Petracco, 19 dicembre 1937.

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africano» (Annuario 1938-39, 20-2).45 Dell’insegnamento, purtroppo, non si conosce molto, se non che fosse tenuto dal professore Manlio Resta, un economista dal curriculum accademico illustre anche se al tema coloniale dedicò solo qualche pubblicazione (Bollettino settembre-ottobre 1937). Intanto, la svolta razzista antisemita intrapresa dal regime si riflesse anche nell’attività scientifica delle università italiane, come riferisce Bottai nella circolare «Insegnamenti riguardanti la razza» inviata ai rettori delle università italiane il 22 ottobre 1938 (Galimi 2009, 31): Dopo la conquista dell’Impero, la nostra concezione razzistica s’impone come uno dei fondamentali cardini sui quali si deve svolgere l’attività del popolo italiano; al qual fine diventa indispensabile la formazione di una nostra salda, profonda, coscienza razziale. Spetta all’Università italiana, come alla più alta fonte di cultura e di forza spirituale, il dovere e l’onere di formare questa nuova coscienza.46 Infatti, parallelamente alle «variazioni nel Corpo docente» che costrinsero alla messa a riposo forzato i professori di «razza ebraica» Gino Luzzatto, Adolfo Ravà – incaricato di Istituzioni di Diritto privato – e Gustavo Sarfatti, nonché l’assistente di cattedra Elsa Campos, Ca’ Foscari al pari delle altre università italiane procedette a potenziare l’offerta curriculare immettendo degli «insegnamenti concernenti il problema della razza».47 In realtà, la circolare ministeriale predetta lasciava la possibilità di porre una diversa denominazione a corsi già contemplati nell’ordinamento didattico. Fu così che l’Istituto Superiore di Economia e Commercio di Venezia decise di modificare solo la dicitura del corso di Demografia generale in Demografia generale e Demografia comparata delle razze. D’altronde, per un’università che offriva una formazione nei campi economico-commerciale e filologico-letterario, risultava assai difficile attivare nuovi corsi affini a tematiche biologiche quali Antropometria generale e antropometria comparata delle razze, Statistica sanitaria generale e statistica sanitaria comparata delle razze, Biologia delle razze umane (Annuario 1938-39). Inserito fra gli insegnamenti complementari

Oltre al corso di Economia coloniale, erano previsti nell’anno di Magistero gli insegnamenti di Economia politica corporativa, Storia delle dottrine economiche, Contabilità di Stato, Diritto civile, Diritto processuale civile, Diritto e procedura penale, Diritto amministrativo, Diritto corporativo.

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ASCF, serie rettorato, scatole lignee, b. 31/B, fasc. 2, circolare ministeriale «Insegnamenti riguardanti la razza», 22 ottobre 1938.

47 Oltre ai professori e all’assistente Campos, le leggi razziali contribuirono al pen-

sionamento di Olga Blumenthal Secrétant, l’anziana lettrice di Tedesco (De Rossi 2005). Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 97-138

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nel percorso di studi del corso di laurea in Economia e Commercio, il corso Demografia generale e Demografia comparata delle razze prevedeva che gli studenti approfondissero i seguenti argomenti: La popolazione come aggregato; funzioni biologiche e sociali della popolazione; Lo stato e il movimento demografico nei diversi gruppi nazionali e razziali; Le teorie moderne sullo sviluppo della popolazione; La questione della popolazione negli stati moderni con particolare alla politica demografica del governo fascista.48 Il programma così stilato dal professore Albino Uggé era indirizzato all’ispettore superiore del Ministero dell’Educazione Nazionale Ettore Raymondi, il quale aveva il compito di rilevare l’offerta didattica inerente al problema della razza di tutte le università italiane. Entrando più nel dettaglio, però, in una comunicazione interna all’Istituto veneziano, lo stesso professore comunicò al direttore amministrativo Samuele Fusco che il Laboratorio di Statistica da lui guidato, a partire dal 1939, avrebbe fatto condurre agli studenti «ricerche di demografia costituzionalistica» dirette a porre in evidenza eventuali «relazioni fra struttura corporea e forme morbose», con particolare attenzione «a determinare la frequenza delle forme neoplastiche fra i diversi tipi morfologici».49 Anche se l’insegnamento riguardante la razza fosse sostanzialmente uno – peraltro non obbligatorio – si presume che anche altri corsi plasmarono i propri programmi sulla base delle nuove esigenze imperiali. I più ricettivi in tal senso, furono verosimilmente gli insegnamenti geografici, da sempre adatti a utilizzare categorie analitiche volte a ‘inferiorizzare’ l’Altro.50 Così, nella sua tesi di geografia fisica e sociale, il già citato studente Roberto Gmneir poteva concludere la sua disamina sul comportamento da tenere nei confronti delle popolazioni somale: Conoscere lo spirito di un popolo significa aver trovato l’arma di conquista assoluta, incontrastata e duratura. Così di fronte a un popolo ribelle e predone di razza impura e bassa, privo di una storia propria, di una propria intelligenza, che non sa ammirare altro che la forza, l’arma di conquista sarà il pugno di ferro, continua

48 ASCF, serie rettorato, scatole lignee, b. 31/B, fasc. 2, programma del corso demografia generale e demografia comparata delle razze, senza data.

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ASCF, serie rettorato, scatole lignee, b. 23, fasc. 4, comunicazione dattiloscritta diretta al Cav. Fusco, 17 luglio 39.

50 Oltre al corso di Geografia economica, dall’Anno Accademico 1939-1940 il Consiglio Accademico di Ca’ Foscari avviò l’insegnamento complementare di Storia delle esplorazioni geografiche, tenuto probabilmente dall’assistente di Ricci, Candida (Annuario 1939-40). Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 97-138

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dimostrazione della propria superiorità su di esso, e noi vedremo questo popolo fare da principio come il cane ringhioso, ma che finirà poi col leccare la mano del padrone. [Al contrario] Se un popolo è fiero non selvaggiamente, ma della nobiltà sua che non tollera padrone, la nazione conquistatrice s’imporrà soltanto con il commercio, con l’edilizia, con le opere di civiltà in genere, facendo diffusione non forzata delle sue idee e dei suoi elementi di civiltà.51 Il dispositivo razzista, inoltre, a partire dal 1939 era alimentato anche dal GUF locale, il quale, seguendo le direttive provenienti dalla segreteria nazionale, svolse la sua attività culturale esclusivamente sui temi «Impero, Razza e Autarchia», come pare preannunciare il monito lanciato ai suoi pari età dal segretario Dorigo durante la cerimonia inaugurale dell’Anno Accademico 1938-1939: Sulla questione ebraica […] voi dovrete essere all’avanguardia per ortodossia ed intransigenza. Non intendo addentrarmi nella trattazione del problema che viene quotidianamente ed eloquentemente illustrato, ma se qualcuno di voi avesse ancora qualche forma di sentimentalismo, fuori posto, sarà bene che questo qualcuno ricordi che una fede che si abbraccia non si discute e che non si può dimenticare il giuramento che lega a questa fede. (Annuario 1938-39, 38-9)52 Tralasciando per il momento la diffusione della «coscienza razziale» all’interno del corpo docente e studentesco, si può constatare come a Ca’ Foscari fra il 1938 e il 1940 l’argomento coloniale fosse ancora una volta un oggetto di studio caro principalmente al professore Ricci: le tesi di laurea discusse nello stesso periodo di tempo denotano come l’Etiopia, la Libia, la Somalia – ma anche Rodi – suscitassero il vivo interesse degli allievi del docente di Geografia economica. La stessa cosa, invece, non si può affermare per il corso di Economia coloniale per via del fatto che il Magistero, diversamente dal corso di laurea, non prevedeva la stesura di una tesi, bensì una prova scritta da concludere entro 6 ore, una prova orale e una lezione pubblica, tutti documenti dei quali non è rimasta alcuna traccia tra gli scaffali dell’archivio universitario. Una volta terminata l’università, il laureato era pronto a inoltrarsi nel mondo del lavoro. Nella bacheca di Ca’ Foscari e in quella del

51 Anche se non specificato, probabilmente il relatore era Ricci. ATCF, R. Gmneir, «Somalia italiana meridionale», 1936, 8-9.

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Rispetto ai Littoriali della Cultura e dell’Arte organizzati a Venezia nel 1936, che misero in luce la difficile penetrazione del GUF a Ca’ Foscari, tre anni dopo gli iscritti all’associazione goliardica locale erano 810 su 1684 studenti totali. ASCF, serie rettorato, scatole lignee, b. 28/2, fasc. 4, parte integrativa riferentesi ai quesiti di cui al questionario B annesso alla circolare n° 2069 del 21 maggio 1939. Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 97-138

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GUF, solitamente, venivano affissi bandi di concorso o offerte lavorative. Molto spesso, queste ultime provenivano da società commerciali con sede all’estero che consideravano l’Istituto veneziano la scuola ideale per la formazione del profilo professionale richiesto. Il 28 gennaio 1938, la Società Italiana Coloniale di Roma, un’organizzazione commerciale fondata nel 1899 e avente moltissime agenzie in diverse colonie italiane e estere, richiese al rettore Lanzillo di indicare dei «giovani laureati di solida preparazione, di robusta costituzione fisica, volenterosi e naturalmente inclinati all’attività mercantile» al fine di poterli contattare per offrirgli «un’ottima pratica di perfezionamento». Circa due mesi dopo, all’appello rispose Nazzareno Paoletti, laureatosi il 26 ottobre 1937 in Economia e Commercio discutendo la tesi di laurea «La politica demografica del fascismo», grazie alla quale ottenne addirittura la lode. Pur non conoscendo l’esito della vicenda, si suppone che l’ex studente di Ca’ Foscari abbia ottenuto l’impiego poiché, nei pochi dati che consegnò alla segreteria di Ca’ Foscari, sottolineò non solo il fatto di esser iscritto al PNF, ma anche di poter «servire qualsiasi località».53 Per altre opportunità lavorative, gli studenti dovettero probabilmente sfruttare le borse di studio e di viaggio che molte società promuovevano per condurre delle ricerche all’estero in grado di aprire nuovi canali commerciali o ribadire una volta di più il legame secolare che intrecciava Venezia all’Oriente. Il mito della Serenissima, infatti, continuava ad aggirarsi fra i banchi cafoscarini, tant’è che la porta d’ingresso dell’Istituto veneziano ricordava agli studenti la «Sublime Porta» ottomana.54

3.6 Un sogno infranto. L’imperialismo orientale di Ca’ Foscari e lo scoppio della Seconda guerra mondiale La costituzione dell’Impero italiano in Africa non distolse Ca’ Foscari dalle sue vere ambizioni: creare degli operatori commerciali capaci di allargare l’influenza economica italiana nell’Adriatico e nel Mediterraneo orientale. Del resto, il mito della Serenissima continuava a fungere da riferimento per quanti volevano comprendere le nuo-

53 ASCF, serie rettorato, scatole lignee, b. 13, fasc. 1, comunicazione dattiloscritta della Società Coloniale Italiana al rettore Lanzillo, 28 gennaio 1938. Nello stesso fascicolo comunicazione dattiloscritta del rettore Lanzillo con indicazione dello studente prescelto, 18 marzo 1938; biglietto manoscritto da Paoletti Nazzareno, senza data.

54 Per quanto riguarda le borse di studio e di viaggio, si veda l’esempio dei finanziamenti elargiti in favore dei laureati di Economia e Commercio dalla SADE e dal «munifico spirito di venezianità del Conte Volpi di Misurata» (Annuario 1939-1940, 26). Il termine «Sublime Porta» compare spesso nelle pagine di diario di Teresa Petracco in riferimento alla porta d’entrata di Ca’ Foscari. Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 97-138

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ve ambizioni imperiali dell’Istituto, così come pare indicare il rettore Lanzillo nel discorso inaugurale dell’Anno Accademico 1937-1938: Il nostro Istituto nacque quando l’Italia stava per esaurire il faticoso sforzo della sua ricostruzione unitaria. Sorse a Venezia all’indomani del plebiscito, come pegno e presagio di rinascita dell’Adriatico verso l’antica grandezza, ad opera di un grande Siciliano, economista sommo ed assertore eroico delle più alte qualità dello spirito umano: Francesco Ferrara. Oggi l’unità è granitica, in confini insormontabili e l’Italia guarda al suo Impero come ad un retaggio più vasto; e mentre il mondo è inquieto e l ‘Oriente, che fu di Venezia, è percorso da profonde scosse, a noi piace immaginare che in questa ora fremano nei loro avelli, con gli antichi Imperatori di Roma, i grandi Dogi di Venezia, come per incoraggiare e rafforzare l’erculeo sforzo del Capo che in Roma tesse la grande tela e da Roma dirige l’Italia nella sua sicura ed inarrestabile ascensione. (Annuario 1937-38, 28) Nonostante l’Italia intera guardasse all’Africa orientale, da Ca’ Foscari l’attenzione era rivolta anche a quell’Oriente «percorso da profonde scosse», situazione ideale per poter allargare la propria influenza economica-commerciale. In quest’ottica, professori e studenti riversarono grande importanza sulla «testa di ponte» Rodi, la colonia italiana protesa verso mercati appetibili come quello turco, siriano, palestinese ed egiziano.55 Infatti, come convenne lo studente Gustavo Trevisan nella sua tesi di laurea «La funzione geografica ed economica di Rodi e delle Isole italiane dell’Egeo» (1938), sotto l’abile guida del relatore Ricci, l’arcipelago «si presta ad assolvere una molteplicità di funzioni importantissime: funzione commerciale, funzione culturale e funzione politico-militare».56 Per questa ragione, a livello giuridico quella di Rodi avrebbe dovuto essere denominata non tanto colonia economica e di sfruttamento, com’erano invece i possedimenti d’Oltremare, bensì colonia «strategica». D’altra parte, nell’organizzazione dello spazio vitale del Mediterraneo, l’arcipelago svolgeva una duplice funzione: allargare l’influenza italiana e fascista in Oriente, in modo tale da destabilizzare l’egemonia inglese e francese, e allo stesso tempo ricoprire il suo ruolo storico di «sentinella avanzata dell’italianità».57

55 ATCF, R. Buseghin, «Gli interessi economici dell’Italia nel Mediterraneo Orientale», 1937, 24. Relatore Ricci. ATCF, G. Trevisan, «La funzione geografica ed economica di Rodi e delle Isole italiane dell’Egeo», 1938, 1-2. Relatore Ricci.

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57 ATCF, G. Trevisan, «La funzione geografica ed economica di Rodi e delle Isole italiane dell’Egeo», 1938, 45-46. Relatore Ricci. Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 97-138

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Malgrado la soppressione della sezione diplomatico-consolare, dunque, la tradizione accademica cafoscarina sembra confluire nel corso di laurea in Economia e commercio, una riappropriazione identitaria – seppur sotto altre spoglie – che il Consiglio Accademico portò avanti con forza soprattutto dopo la conquista italiana dell’Albania. In questo senso, emblematica appare l’inserimento nel piano studi dell’Anno Accademico 1939-1940 degli insegnamenti di Lingua araba, Lingua albanese e Lingua serbo-croata (Annuario 1939-40, 42). Come si è visto anche nella parte finale del terzo capitolo, il rilancio dell’imperialismo orientale rimise in moto la macchina mitopoietica di Venezia, desiderosa ora più che mai di ripercorrere i propri fasti passati. Con lo scoppio della Seconda guerra mondiale, l’impegno di formare una classe dirigente capace di governare il nuovo ordine mediterraneo che si stava prospettando, si rese alquanto urgente. Infatti, almeno secondo quanto sosteneva la propaganda fascista, il nuovo conflitto europeo rappresentava un’occasione per la redenzione dei Balcani dall’egemonia inglese e francese, portandoli di conseguenza sotto l’influenza economica e culturale italiana. Per questa ragione, come riferì il nuovo rettore Dell’Agnola, questa «guerra di liberazione», «diretta a spezzare una volta per sempre le catene che per troppo tempo hanno tenuto l’Italia prigioniera nel suo mare», era vissuta intensamente da Venezia, «che nei mari fu per secoli dominatrice» (Annuario 1940-41, 19; Rodogno 2003). Con la vittoria delle potenze dell’Asse che si faceva via via sempre più probabile, il progetto fascista di rifondare gli equilibri europei e mediterranei sembrava concretizzarsi, delineando una situazione favorevole alle aspirazioni imperiali di Venezia. L’annessione all’Italia della Slovenia, della Dalmazia e del Montenegro, infatti, convinsero il vicepresidente dell’ISA Mocenigo e il prorettore Alfonso de Pietri-Tonelli a dar vita in seno a Ca’ Foscari, nell’ottobre del 1942, alla Scuola di perfezionamento negli studi applicati alla preparazione per lo svolgimento dell’attività economica nell’Europa Sud-orientale e nel Levante (IESOL), un biennio di perfezionamento a cui sarebbero stati ammessi i laureati delle discipline scientifiche inerenti il campo economico, sociale, diplomatico e agrario (Annuario 1941-42 1942-43, 27).58 Mirando ad assicurare a «Venezia industriale e marinara» un ruolo di primo piano «nell’Europa di Domani», l’iniziativa si poneva l’obiettivo «di preparare per il dopoguerra i dirigenti dell’espansione economica veneziana ed italiana nell’Europa sud-orientale e nel Levante» (Bollettino gennaio-aprile 1943, 7). Il piano di studi sembra conferma-

58 Il progetto IESOL in realtà prese piede già tra il 1940 e il 1941 all’interno dell’ISA. Successivamente, per accelerarne i tempi, Volpi presentò l’iniziativa direttamente al ministro dell’Educazione Bottai e a Mussolini, ricevendo l’approvazione e assicurandosi anche il finanziamento della Confederazione degli Industriali (Bollettino gennaio-aprile 1943). Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 97-138

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re quest’intenzione. Gli insegnamenti fondamentali, che si sarebbero tenuti a partire dall’Anno Accademico 1943-1944 nelle aule di palazzo di Rio Novo, erano i seguenti: Merceologia applicata ai prodotti di scambio; Geografia economica; Tecnica della produzione, dell’importazione e dell’esportazione industriale; Tecnica della banca; Tecnica del commercio interno ed internazionale; Tecnica dei sistemi e dei regolamenti monetari; Tecnica dei trasporti e delle istituzioni ausiliare del commercio; Politica economica applicata; Statistica economica e demografica; Regimi costituzionali e pubbliche amministrazioni; Diritto privato; Tutela del credito e diritto cambiario; Sistemi tributari e doganali. A questi, la cui denominazione completa prevedeva l’aggiunta della specifica «dell’Europa sud-orientale e del Levante», lo studente doveva aggiungere un corso di lingua a scelta fra l’albanese, l’ungherese, il rumeno, il serbo-croato, il bulgaro, lo sloveno, il russo, l’arabo, il turco e il greco moderno, più uno dei corsi pratici di lingua fra il tedesco, l’inglese e il francese (Bollettino maggio-agosto 1943, 27-8). Tuttavia, i preparativi per l’avvio della Scuola andavano a rilento, complice la morte di uno dei principali promotori: Mocenigo. Infine, con la caduta del fascismo il 25 luglio e la conseguente interruzione del canale diretto fra Volpi e l’establishment politico e industriale nazionale, vennero meno le condizioni ideologiche, economiche e geopolitiche sulle quali era nata l’intenzione di fondare una Scuola di professionisti nel settore commerciale e industriale per l’area sud-orientale. Col finire della guerra, per Ca’ Foscari non era più il tempo di guardare al di là dell’Adriatico. Nel cortile di quella che doveva essere la sede del museo e della biblioteca dello IESOL, Ca’ Giustinian dei Vescovi, l’11 novembre del 1946 il rettore Luzzatto, da poco reintegrato nel corpo docente, inaugurò il «Sacrario ai caduti in guerra e nella lotta partigiana», tuttora presente. Al centro della composizione artistica, si erge la figura di una donna sofferente, la Niobe. La sua storia parla di una madre talmente orgogliosa dei suoi figli da considerarsi più feconda della dea Leto, la madre di Artemide e Apollo. A causa della sua superbia, però, la Niobe fu punita con l’uccisione di tutta la sua prole, un dolore immenso che la trasformò in pietra e per il quale non smise mai di piangere. Le lacrime versate vengono raccolte simbolicamente da una vasca collocata alla base della statua scolpita da Napoleone Martinuzzi. Mentre si copre il volto e gli occhi con le braccia, il corpo della donna dà le spalle al muro dove sono apposte le lapidi con incisi i nomi dei docenti e degli studenti dell’Istituto caduti in tutte le guerre e nella «lotta partigiana»: la Prima guerra mondiale, la guerra d’Etiopia, la guerra di Spagna e la Seconda guerra mondiale (Paladini 2002). Agli occhi di chi aveva vissuto la stagione imperiale di Ca’ Foscari, quel Sacrario significava l’infrangersi di un sogno e la separazione da un mito che fino a quel momento aveva guidato le aspirazioni dell’Istituto e di Venezia. Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 97-138

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Illustrazioni

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Figura 1

Ascari e Schiavoni, il razzismo coloniale e Venezia, 19 gennaio-12 febbraio 2017. Venezia, Ca’ Foscari Zattere Cultural Flow Zone

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Figura 2 Gagliardetto offerto dal Fascio di Mestre al 51.mo Battaglione Eritreo, Ficé (Scioa), 28 febbraio 1937. Venezia, Il Gazzettino Illustrato Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 141-152

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Figura 3

Pubblicità della Società Adriatica di navigazione, 1937-38. Guida commerciale della città e della provincia di Venezia. Venezia: Soc. Editr. Mutilati e Combattenti Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 141-152

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Figura 4

Monumento ai Marinai d’Italia. Colonna rostrata, 1876. Venezia, Giardini Napoleonici Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 141-152

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Figura 5

«Unioni Sterili». «Pagina coloniale», 9, 22 gennaio 1939. Venezia, Gazzetta di Venezia Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 141-152

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Figura 6

«La resa dei conti». «Pagina coloniale», 12, 19 marzo 1939. Venezia, Gazzetta di Venezia Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 141-152

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Figura 7

«La mostra dell’Impero». «Pagina coloniale», 16, 14 maggio 1939. Venezia, Gazzetta di Venezia Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 141-152

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Figura 8

L’inserzione pubblicitaria delle Assicurazioni Generali Venezia, 1936. Venezia. OND, ICF (a cura di), Giornata coloniale della Sezione veneziana dell'Istituto coloniale fascista Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 141-152

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Figura 9

Mario SIroni, Venezia, l’Italia e gli studi, 1935-36. Affresco. Venezia, Università Ca’ Foscari Venezia, Aula Baratto Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 141-152

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Figura 10 Stele ai cafoscarini caduti «per la fondazione dell’Impero», 1937. Venezia, Università Ca’ Foscari. Annuario 1936-37 Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 141-152

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Figura 11

Olga Manente, 1937. Venezia, Università Ca’ Foscari Venezia. ASCF, serie studenti, fascicoli personali, Olga Manente Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 141-152

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Per una dimensione imperiale Ca’ Foscari e Venezia di fronte al colonialismo e imperialismo italiano (1868-1943) Marco Donadon

4 Contrappunti, in conclusione Recentemente, sulle pagine del quotidiano locale La Nuova Venezia (14 gennaio 2018; fig. 11) è stata pubblicata la storia della – probabile – prima studentessa afro-italiana iscritta a Ca’ Foscari: Olga Manente. La sua vicenda personale, fuoriuscita dalle carte dell’Archivio Storico dell’Università, obbliga a riflettere sopra alcuni dei silenzi a cui non si è potuto dar voce in questa indagine storica, come un contrappunto di una storia che molte volte appare senza increspature.1 Olga nacque a Saganèiti, nel sud dell’Eritrea, nell’ottobre del 1917. Suo padre Virginio Manente, originario di Spinea, nelle vesti di officiale dei carabinieri s’imbarcò per la colonia italiana nei primi anni del Novecento. Della madre, invece, non si conosce il nome, come per gran parte delle donne africane che si unirono con i soldati italiani in relazioni di madamato durante il periodo coloniale. Un tratto di penna, sbarrando lo spazio dov’era necessario inserire le generalità della madre, sembra voler cancellare questa ‘scomoda’ origine all’interno del fascicolo personale della studentessa «meticcia» iscrittasi a Lingue e Letterature moderne nel novembre 1937, pochi mesi dopo la decisione del regime fascista di varare la prima legge razziale.2 Un primo silenzio, dunque, che ricorda come la ricerca che ho condotto e presentato nelle pagine precedenti prenda in esame solo il discorso degli invasori e dei colonizzatori, pur decostruendolo e

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Alla metafora musicale del contrappunto ricorse per la prima volta Edward Said per spiegare come al discorso del colonizzatore si affianchino sempre contro-narrazioni resistenziali in una storia, dunque, simultanea e polifonica. A tal proposito, Culture and Imperialism rappresenta un esempio: l’intellettuale palestinese oltre all’analisi dei romanzi inglesi e francesi otto-novecenteschi, conduce lo studio degli scritti di Aimé Césaire, Frantz Fanon e William Butler Yeats.

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ASCF, serie studenti, fascicoli personali studenti, Olga Manente.

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Marco Donadon 4 Contrappunti, in conclusione

depotenziandolo criticamente, sottolineandone molte volte paradossi e forzature. Inoltre, come sembra suggerire il silenzio obbligato della madre e la mancanza di ego-documenti in grado di dare la parola a Olga, il passato veneziano irredentista, nazionalista, colonialista e imperialista fu una storia ‘fatta’ da maschi, esclusivamente bianchi, dove alla donna era concesso solo il ruolo di testimone. Maria Damerini e Teresa Petracco ne sono un esempio. Il fascicolo personale di Olga, dopo anni di anonimato, è stato portato alla luce durante alcune ricerche d’archivio che volevano indagare in quale modo le leggi razziali vennero applicate all’interno di Ca’ Foscari. Dallo spoglio delle carte è emerso un foglio – datato febbraio 1938 – in cui è stilata una lista dei nomi di «allievi probabilmente ebrei». Nell’elenco compare il nome anche della giovane studentessa afro-italiana: fu forse un modo per i burocrati cafoscarini di ‘attenzionarla’ per via del colore della sua pelle.3 Malgrado la stessa Olga si dichiarasse cattolica già nell’ottobre di quell’anno, è presumibile che la schedatura per motivi razziali rappresentasse uno dei motivi che rallentarono la sua carriera universitaria, visto che riuscì a laurearsi solo a conflitto terminato, il 13 novembre 1945.4 Quel giorno, infatti, Olga discusse la sua tesi orale «Le malade imaginaire, étude des caractéres», argomento previamente concordato con il relatore Italo Siciliano, storico professore cafoscarino di letteratura francese.5 In calce al verbale di laurea, compaiono i nomi dei docenti che in quell’occasione formarono la commissione esaminatrice, fra cui quello di Leonardo Ricci, vero e proprio cultore della materia coloniale a Ca’ Foscari durante gli anni Trenta. Questo incontro alquanto paradossale apre a un secondo silenzio, su un altro tema che non si è potuto affrontare in quest’indagine storica: l’attivismo e la propensione filo colonialista, imperialista e talvolta razzista dei professori cafoscarini – e perché no, degli studenti – sembra non aver intaccato minimamente le carriere accademiche di coloro che avrebbero continuato a sedere dietro la cattedra nel secondo dopoguerra. D’altronde, scorrendo gli Annuari degli anni accademici posteriori al 1945 è possibile notare come i professori Lanzillo, Uggé e Ricci, ad esempio, continuarono a tenere conferenze, lezioni e a pubblicare ricerche di carattere, rispettivamente, economico, statistico e geografico. Tuttavia, tale considerazione non

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ASCF, serie rettorato, scatole lignee, b. 31/B, fasc. 2, documento dattiloscritto «I seguenti allievi sono probabilmente ebrei», febbraio 1938. ASCF, serie studenti, fascicoli personali studenti, Olga Manente, verbale di Laurea. Occorre precisare che gli studenti ‘fuori corso’ all’epoca erano moltissimi. Uno dei motivi principali era sicuramente legato al procedere della guerra.

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La tesi orale molto probabilmente venne ampiamente utilizzata negli ultimi anni della guerra, quando le comunicazioni fra studenti e professori si facevano sempre più difficili. Purtroppo, di queste dissertazioni non è restata alcuna traccia in archivio. Studi di storia 10 Per una dimensione imperiale, 153-156

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Marco Donadon 4 Contrappunti, in conclusione

vuole presentarsi come un tentativo delatorio, bensì come un’occasione per comprendere se il sostegno e il contributo scientifico dato ai progetti coloniali e imperiali italiani primo-novecenteschi, fosse vissuto dai docenti con nostalgia, indifferenza oppure con vergogna in un’Italia, che, seppur non direttamente, stava partecipando alla stagione della decolonizzazione. Attraverso lo studio delle carriere personali dei docenti, inoltre, sarebbe opportuno indagare se e in che modo gli stessi professori continuarono a far circolare all’interno delle aule cafoscarine nozioni o discorsi legati alle – oramai – ex colonie, nonostante la scomparsa dei corsi Economia coloniale e Demografia comparata delle razze dai piani di studio di Ca’ Foscari. Un approfondimento adeguato porterebbe difatti a individuare permanenze o elementi di discontinuità nel discorso scientifico. Riassumendo, in quanto afro-italiana, donna e studentessa, lo sguardo intersezionale di Olga Manente permette di individuare all’interno dell’indagine storica alcuni limiti e, al contempo, diversi orizzonti di ricerca che potrebbero essere affrontati in un prossimo futuro.

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Per una dimensione imperiale Ca’ Foscari e Venezia di fronte al colonialismo e imperialismo italiano (1868-1943) Marco Donadon

Fonti e bibliografia Le tesi di laurea In ordine cronologico sono riportate di seguito le tesi di laurea di argomento coloniale e/o imperiale discusse a Ca’ Foscari a partire dal 1914 fino al 1941. La ricerca è stata condotta a partire dagli Annuari e dai Bollettini. Si considera l’elenco incompleto. Frangioni, Mario (a.a. 1914-15). «I regimi fondiari delle terre di nuova colonizzazione». Valenza, Giovanni (a.a. 1914-15). «Gli interessi italiani in Tunisia». Bignamini, Cristoforo (a.a. 1914-16). «L’evoluzione commerciale e coloniale degli Stati moderni». Franich, Elia (a.a. 1915-16). «La colonizzazione dell’Eritrea nei suoi aspetti economici principali» Morselli, Guido (a.a. 1917-18). «Le condizioni economiche della Libia riguardo alla colonizzazione». Giletta, Alberto (a.a. 1919-20). «L’agricoltura nella Tripolitania Settentrionale». Tonini, Angelo (a.a. 1919-20). «L’Italia nel futuro assetto dell’Anatolia». Rosito, Leonardo (a.a. 1920-21). «L’Adriatico “Mare Nostrum” e la funzione dei suoi maggiori porti commerciali». Catalani, Giacomo (a.a. 1920-21). «Zavia (Garbía) Tripolitania». Galli, Filippo (a.a. 1920-21). «L’Albania e la sua importanza economica e commerciale per l’Italia». Sonetti, Francesco (a.a. 1922-23). «L’irrigazione e lo sviluppo dell’agricoltura nella Somalia Italiana Meridionale» Pellizzon, Ferdinando (a.a. 1922-23). «Il mandato coloniale». Albuzio, Andrea (a.a. 1923-24). «Le condizioni naturali della coltivazione asciutta nella Tripolitania settentrionale». Bertoli, Domenico (a.a. 1923-24). «La dottrina dell’occupazione ed il sistema dei mandati coloniali». Pavcovich, Vincenzo (a.a. 1923-24). «La Jugoslavia e l’Adriatico».

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Marco Donadon Fonti e bibliografia

Giordano, Pasquale (a.a. 1924-25). «Le condizioni politiche ed economiche dell’Anatolia e l’espansione commerciale italiana in quella regione attraverso Rodi ed il Dodecaneso». Scagnolari, Alfredo (a.a. 1924-25). «Le relazioni commerciali italo-jugoslave». Guelpa, Ferruccio (a.a. 1924-25). «Saggio di monografia geografico-economica sul Dodecaneso (Rodi)». Maltini, Roberto (a.a. 1925-26). «Il regime coloniale disciplinato dall’art. 22 del Patto della Società delle Nazioni». Tito, Mario (a.a. 1925-26). «L’ordinamento giuridico e la colonizzazione della Tripolitania. Appendice “Raccolta delle principali leggi riguardanti la Tripolitania”». Cainazzo, Michele (a.a. 1926-27). «Italia e Mediterraneo». Settembrini, Arnaldo (a.a. 1926-27). «Il porto di Venezia dal 1850 in poi». Poloni, Luigi (a.a. 1926-27). «Colonia Eritrea: agricoltura e commercio». Re, Gerolamo (a.a. 1927-28). «Il porto di Venezia e l’importanza economica del suo retroterra». Renna, Ismaele (a.a. 1927-28). «Il problema cotoniero nelle colonie italiane d’Africa». Marino, Fernando (a.a. 1928-29). «Crispi e la Somalia Italiana». Azzolini, Emilio (a.a. 1928-29). «Dati e idee sulla valorizzazione della Somalia meridionale». Luchese, Giuseppe (a.a. 1929-30). «La riconquista della Libia dopo la guerra mondiale. (1918-1928)». Monti, Giovanni (a.a. 1929-30). «La Dalmazia negli ultimi cinquant’anni». Bolognini, Manlio (a.a. 1930-31). «La rinascita dell’Albania». Camerino, Guido (a.a. 1930-31). «Il porto di Venezia dal 1849 al 1913». Casagrandi, Erberto (a.a. 1930-31). «La Dalmazia e la sua storia dal 1797 ai giorni nostri». Coppetti, Armando (a.a. 1930-31). «Il mediterraneo e la politica europea (Dal congresso di Berlino sino ad oggi)». Lucich, Luigi (a.a. 1930-31). «La Dalmazia». Cucchini, Achille (a.a. 1931-32). «Il porto di Venezia». Gentilucci, Loreto (a.a. 1931-32). «La Tripolitania e la Cirenaica ed il problema demografico italiano». Antonelli, Giuseppe (a.a. 1932-33). «La Libia e il suo sviluppo economico dall’ occupazione italiana ad oggi». Albanese, Norina (a.a. 1932-33). «L’Afrique du Nord dans les ouvrages et dans le roman francais». Paulin, Luigi (a.a. 1932-33). «La Dalmazia economica dal 1815 al 1915». Bertoli, Augusto (a.a. 1933-34). «L’influenza della colonizzazione sui popoli colonizzatori». Casale, Lorenzo (a.a. 1933-34). «Il problema idraulico e la cotonicoltura in Somalia». Kirchmayr, Alberto (a.a. 1933-34). «L’Africa orientale geografica ed economica e le possibilità di sviluppo del commercio italiano». Nandi, Italo (a.a. 1934-35). «L’italianità dell’Istria nel millenario delle sue relazioni con Venezia». Valentini, Giuseppe (a.a. 1935-36). «Avvaloramento della Somalia». Zannini, Alfredo (a.a. 1935-36). «La valorizzazione zootecnica in Libia». Grisan, Bruno (a.a. 1936-37). «L’Istria, fedele di Roma e di Venezia nella storia del risorgimento nazionale».

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Con la conquista dei primi territori coloniali sul finire dell’Ottocento, la retorica imperiale prese a circolare non solo fra le calli veneziane ma anche tra i banchi di Ca’ Foscari. Il discorso pubblico così come quello scientifico-accademico, interagendo con il bagaglio storico-culturale dell’ex Dominante, contribuirono a ridefinire lo spazio urbano e quello universitario, lasciando tracce ancora oggi visibili. Proprio a partire da queste ultime, si tenterà di descrivere le vicende e individuare gli interpreti di una pagina di storia locale ancora poco conosciuta. Marco Donadon (1992) è dottorando di ricerca in Studi storici presso le Università di Padova, Venezia e Verona. Ha studiato all’Università Ca’ Foscari Venezia dove ha conseguito la laurea magistrale. Si occupa di Storia del colonialismo e dell’imperialismo italiano, rivolgendo particolare attenzione allo sviluppo di questi fenomeni durante il fascismo.

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