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LA REPUBBLIA ITALIANA DEL 1849

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LA

REPUBBLICA ITALIANA DEL 1849

SUO

PROCESSO

TORINO STAMPERIA REAI.E 1850

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PROEMIO DELLA SECONDA EDIZIONE.

Si

cercano

ropee, e

la

le

origini delle rivoluzioni eu-

principale non vuoisi vedere là

dove essa giace realmente,

nella

Monarchia

rivoluzionaria.

Monarchia rivoluzionaria diciamo quella che o per l’usurpata dominazione, o per

sia tale le

sue instituzioni (monarchia cinta d’institu-

o per le dottrine rivolutollerate. Una può essere rivoluzionaria

zioni repubblicane),

zionarie da essa

professate o

monarchia assoluta

massime e lo vedremo. La fiaccola da Lutero lanciata sull’Europa era eminentemente rivoluzionaria, struggendo nelle sue

il

;

principio dell’autorità negli ordini religiosi,

civili

e morali,

e inaugurando per

legge lo spirito privato,

il

somma

quale risolvesi per

logica necessità nell’individualismo e nel nul-

lismo sociale. Nella dotta Germania, questo spirito privato

generò il razionalismo che,

può definire un vandalismo religioso,

si

filoso-

fico e politico; nell’opulenta Inghilterra levò


seggio

il

dorato egoismo; e nella Francia

produsse

il

comuniSmo, ultima conseguenza

in

del sistema che annullava

ogni principio di

Fermiamoci

ed autoritativa.

legale

giustizia

sulla Francia. 11

demone

ruggiva sotto

rivoluzionario

trono di Luigi XIV;

il

con Luigi XV, il pessimo dei monarchi; a lembo a lembo troncava il potere e poi la testa al troppo facile Luigi XVI, e imperava. Imperava sopra un trono di cadaveri la scure del nella reggia

saliva

,

carnefice alla mano: « l’unica sua instituzione

era

ghigliottina ,

la

lungo assassinio, dini.

»

suo governo

il

Napoleone arriva:

viene dall’Egitto.

Il

bolo

al

fa salire la

trono, e

le

da lungi,

egli viene

vincitore dell’Italia per-

cuote colla punta della spada

Repubblica,

era un

dice l’autore dei Giron-

la

moribonda

rivoluzione dal pati-

cinge

la

fronte del dia-

dema imperiale. La monarchia fondata da Napoleone era il vertice della gloria e della potenza rivoluzionaria. Egli passa come una meteora, schiaccia le

genti con piede di ferro,

di lui

il

di

lui

niente!

suo nome, fatale: la

non ha avi, non

il niente! dopo Che legherà alla Francia? Il sua tomba, e il dono il piu

ha discendenti. Avanti

la

monarchia rivoluzionaria.

Luigi XVIII la eredita tutta lacera e stanca, e

dopo tre lustri la rivoluzione caccia il mo-

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narca. II Re Cittadino , dalla seducente parola, dall’astuzia profonda , dai sogni dorati , è co-

ronato. Un esercito valoroso , esperti generali,

una forte polizia, una un devoto parlamento, ingegni

invincibili fortificazioni ,

rieca finanza,

eminenti che impugnano

redini

del go-

verno, perchè non salvano reietto

di luglio,

la

le

monarchia del 1830? Perchè, oltre a tutte

le precedenti,

era rivoluzionaria quella

narchia, tra per

la

mo-

sua origine e per le in-

stituzioni e per le dottrine. Laffitte aveva in-

timato a Luigi Filippo:

La corona o un pas-

saporto! Luigi Filippo pigliava la corona dalle

mani il

della rivoluzione:

il

24 febbraio 1848,

Re Cittadino, umiliato e fuggitivo, partiva

dalla Francia senza corona e senza passaporto.

Sull’ingresso del trono egli aveva detto per ironia, e fu profezia: Je suis

républiquc.

questa

I

un poni vers la

sovrani e le nazioni intendano

parola:

le

monarchie fondate sopra

dottrine e instiluzioni rivoluzionarie, sono un

ponte alla repubblica.

La monarchia rivoluzionaria, cacciata dalla Francia, passa

le Alpi,

e ferma

il

piede e la

stanza in Italia: in questa povera e cieca Italia,

e

che

si

veste dei cenci altrui, e

si

vanta

antichi

errori

si

crede sovrana.

Tutti

della

F rancia sono

impiantati nell’Italia dai

pseudomoderati,

alleati

gli

e precursori dei maz-

ziniani: sovranità popolare , re cittadino , <jo-

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verno democratico , monarchia cinta diminu-

mano in mano

zioni repubblicane ; e così di si

spacciano

gressi,

i

ai

gonzi,

balsami e

rivoluzionaria.

d’ Italia,

divengono un ponte

e pro-

novità

vecchiumi della Francia

La rivoluzione sale

monarchie

colle

i

come

alla

Un’èra nuova precipita

le

groppa

in

quali esse pure

repubblica italiana. sull’ Italia:

conces-

sioni, riforme, statuti, s'improvvisano,

si

lan-

ciano colla velocità del fulmine sulle concitate moltitudini.

cipizio?

I

È un progresso od un pre-

sovrani governano

popoli trascinano

i

sovrani?

popoli, o i i La sovranità è

nella reggia, nei ministeri e nei parlamenti,

o nei

circoli e nelle piazze? Tutti la preten-

dono, ognuno se la piglia: essa è in ogni dove fuorché nella reggia. Il ponte è fatto: nel gennaio 1849 repubblica in Roma, nel febbraio repubblica a Firenze, nel marzo repubblica a Genova; e Torino e il Piemonte scampano quasi per miracolo dalla rete repubblicana che avvolge tutta l’Italia, tranne quella parte dove un principe ebbe intelletto

e

mano da frenarla. Passi

la

repubblica d 5 un Washington,

dicano rivoluzioni quelle

peo, zini

di Siila, di

Mario:

di

si

Cesare, di Pom-

ma l’opera dei Maz-

e dei Garibaldi, coll’aggiunta dei Reta,

dei Morchio, dei Pigli e dei Guerrazzi, è che un’orgia ed

non

un baccanale. Noi chiame-

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remo tuttavia quell’oscenità politica ed i suoi preliminari e le sue ramificazioni e le dipen-

denze, Repubblica Italiana.

A questa noi rivolgemmo plicammo la mano. Sdegnati

di

tanta

la mente,

empietà

e di

e ap-

sì

gravi

onte accumulate sull’Italia, noi venivamo re-

gistrandone

i

sommi capi,

e

discutendo

le

da cui emanavano. Desiderammo il pennello di Tacito, nè al terribile Allighieri sarebbe mancata la materia d’ un nuovo Inferno. Troppo inferiori alla grandezza degli dottrine

eventi, alla

non ci ritraemmo tuttavia dal mandar

pubblica luce quello che noi stessi ab-

biamo veduto, sentito e pensato mentre quelli si

Abbiam veduto

maturavano.

forse

casi

i

più gravi che mai agitassero le sorti italiane ;

abbiam sentite le emozioni più profonde che sia capace di generare amor di patria e di religione, squarciate e messe in fondo; abbiam pensato, ed il pensier nostro alla luce del vero eterno ha bilanciate le ragioni dei popoli e dei sovrani.

Processo storico degli avvenimenti, processo logico e discursivo delle ragioni politi-

che, ecco l’indole e il metodo di questa scrittura. Nella quale non la parte

alla

abbiam voluto separare

narrativa dalla politica, per lasciare

medesima

la

naturale integrità,

il

corso

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movenza

e la

un dramma che svolgevast

di

ad un tempo nei fatti e nelle dottrine. Il punto della nostra partenza è l’inaugurazione della Repubblica

ma

il

Romana e Toscana,

discorso comprende quasi

sYolgersi

del tragico avvenimento.

intiero

lo

Dopo

la

catastrofe parrà lieve merito l’averla ad ogni

passo presentita e preconizzata, ma non parrà lieve

il

coraggio cittadino che

in sì gran fer-

mento e acerbità d’opinioni adoperammo nel descrivere e pubblicare per la prima volta, quasi

di

giorno

in

giorno ,

la

reità

del

dramma e la certezza della catastrofe. Che volemmo conseguire? Veleggiando nella tempesta, volemmo con forte animo gridare che mala via si teneva; e poiché ci vedemmo dalla furia del vento lanciati negli scogli, di tratto

in

tratto

alzammo un faro che desse

lume ai seguenti. Per ora il naufragio è consumato, ma lunga seguenza di dolori peserà sullltalia. Le libertà strappate per voltarle in licenza hanno introdotto nelle terre italiane tutte le malvagità sociali che

il

protestantismo,

il

raziona-

lismo, il giansenismo, il volterianismo, e l’ulil socialismo ed il comuniSmo, avevano sparse in altri stati. Anzi Roma,

tima loro prole,

il

centro e la grande rocca del catlolicismo,

e per conseguenza

l’Italia

in ogni sua parte,

è divenuta la terra sventurata sulla quale in-

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tendono di accamparsi tutte le ire secolari per venire a battaglia grossa e finale contro

E

la religione e la società.

una Potenza ha

nell’Europa, d’una politica infernale, che

le

ammanta del suo patrocinio, e le pasce coll’oro 1

che strappa alle viscere de’suoi

governi

sol

italiani

da lungi

civile

la

danno segno

di

figliuoli!

presentire

sovversione morale, religiosa,

e politica ond’è minacciata l’Italia? Dio

ha una tazza appresta

ai

terribile

popoli ed

che nella sua collera ai

loro conduttori, la

tazza del sopore: Calicem furoris Domini, calicem soporis. Voglia Iddio che noi

non be-

viamo a quella tazza!

A quella certamente hanno bevuto le monarchie rivoluzionarie:

ossia

le

monarchie,

che insorgendo esse stesse contro la libertà e la disciplina della Chiesa, mossero col loro

esempio

popoli ad insorgere e usurpare sul

i

principato; le monarchie, che per guadagnarsi l’aura

ed

il

favore rivoluzionario, protessero

del loro proprio favore le persone e le dot-

o apertamente carezzano per cecità o per debolezza lasciandone ingrossare la piena ; le monarchie infine,

trine rivoluzionarie,

dole,

che nelle leggi o nei costumi lasciarono infiltrarsi

gli

occulti veleni che a

poco a poco

dilatandosi officialmente per la via di un de-

pravato insegnamento, divenuto un turpe monopolio dello stato e regia officina di veleni.

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o per la licenziosità non meno turpe della stampa, corrosero e infracidarono colla vita dei popoli la pianta salutare

del principato.

Ecco dove condussero e conducono il mondo le

monarchie rivoluzionarie.

Eppure vorrebbesi nell’alma Roma, instaurata novellamente col Pontefice una

rivoluzionaria! rialzare nel

E nella Francia

si

monarchia studia di

Conte di Parigi una monarchia

ri-

voluzionaria, nella cui ombra tornino a ricoverarsi

i

così detti uomini dell ordine , ’

cioè

coloro che sognano di poter disciplinare la rivoluzione, conciliando l’ordine col disordine.

E forse l’Italia vorrebbe adagiarsi nella stessa barca.

Ma perchè P Italia che non ha guari vantava (anche troppo) un suo primato morale

e civile fra le nazioni, o compieva o lasciava

compiere verso il PonteGce quel parricidio che la copriva d’infamia, e colmava il mondo

Ah P Italia non è empia, nè parricida, nè sacrilega! La

di lutto e di desolazione?

così

demagogia italiana signoreggiò e ammorbò l’Italia, non è però essa l’Italia: bensì l’Italia fu colpevole nell'alimentare dottrine rivoluzio-

narie verso

la

religione,

le

quali

diventano

sempre ribelli al principato. Queste dottrine sono il gallicanismo che irrompeva da una parte, mentre

il

nismo invadevano

giuseppismo e dall’altra.

il

febbronia-

Ecco la sorgente

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più occulta e forse la più larga delle sventure di cui

furono cagione e poi vittima

le

mo-

narchie italiane.

La vanità di Luigi XIV nel primeggiare sui vescovi e sul papa, e nel tirare a sè l’inse-

gnamento e la intinto

disciplina ecclesiastica, aveva

gli alti spiriti

e di Carlo Emanuele simi

di III,

Vittorio

Amedeo lì

principi religiosis-

ma non previdenti quanto veleno si a-

scondesse nel gallicanismo regio e parlamentario di quel secolo, e che le corone dei mo-

narchi

non per altro levavansi cosi

in

alto,

se non per lasciarle piombare nel fango. Quella

tabe gallicana inspirava poi nel Piemonte diffidenza verso le leggi,

la

l’insegnamento, e la prammatica dei

legali : la qual pernicie fu la religione dei

baudi.

la

Corte Romana, inspirava

meno sensibile per

magistrati e dei principi sa-

Eguali e peggiori dottrine vincevano

l’opposto lembo italiano, e da Pietro Gian-

none, con noiosa

prolissità e colla mala fede

dei giansenisti e dei febbroniani, furono es-

poste

nella

Storia di Napoli,

continuata e

rimpinzata da Colletta e da altri. Leopoldo di

Firenze , il Giuseppe li della Toscana, e il suo conciliabolo di Pistoia, saranno per sempre di ricordanza dolorosa

all’ Italia.

Finalmente

non mancava neppur 1’ Austria di versare a fiotti l’arcigno giuseppismo nelle regioni del suo dominio.

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Questi errori che ferivano

l’Italia nei

due

capi, nel centro e ne’fìanchi, generarono per la

via delle leggi e dell'insegnamento, un’in-

tluenza tanto più fatale,

recidendo

il

quanto che non

in

primato apostolico, lo compri-

mevano tuttavia, l’angustiavano, Io taglieggiavano, mentre in assai parli disciplinari aper-

tamente lo avversavano. Le due classi piu alte della società, la magistratura ed

furono attinte: bersagliata

che sofìsticamente

si

il

clero, ne

corte romana,

la

predicava distinta dal

papato; studiato ogni cavillo a fomentare ruggini e discordie

tra la Chiesa

e

1’

Imperio;

permesso l’aggredire il papato e non mai il difenderlo; ed infine, insinuata la sudditanza del papa al concilio, sentenza repubblicana che doveva sciogliere il principato civile dopo avere svelta la modalle leggi sulla stampa

narchia ecclesiastica.

Le monarchie italiane, i governi e le accademie promossero, -or più or meno, queste teoriche rivoluzionarie verso la Chiesa ed il papato.

La fede restava nelle menti, ma

grandi inspirazioni cattoliche

si

quasi disparvero

italiani.

dai

cuori

le

restrinsero e

Perciò

stette l’Italia senza pensiero e senza affetto,

quando il turbine trasportava il Vaticano, muta essa sola mentre

il

mondo levava un urlo di

spavento; e senza decoro, e vili e indegni gli

uomini che riempivano

il

seggio dei governi

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e dei parlamenti. Moderati c demagoghi, cattolici

si davan la mano. raccogliemmo dalle nostre dot-

e socialisti

Tali fratti trine, e

raccoglieremo finché duri la pianta

li

avvelenata, che ora vegeta più terribilmente

all’ombra della licenza civile e dei pretesi diritti

monarchia ,

della

alla

quale dissennali

consiglieri continuano a scavare

i

fondamenti.

Ai rivoltosi fedifragi, ai socialisti, ai comunisti,

nulla

abbiamo a dire; ma a voi prin-

cipi, a voi ministri, a voi magistrati, diciamo

con patria libertà: Deh non insorgete coutro la Chiesa, se non volete trarre i popoli ad insorgere contro di voi; venerate la Chiesa, rispettate

il

duplice magisterio del Pontefice,

non urtate questa colonua che Dio ha fondata e che ornai resta quasi sola a sostegno vostro e dei popoli

nello

Principi e governi!

sfasciarsi

della

società.

non è vinta la rivoluzione,

se cacciata dalle piazze, ella vi siede a’fianchi, e regna nelle idee, nelle leggi, nei par-

lamenti.

Voi insorgeste contro

della Chiesa,

la

sovranità

ed i popoli insorsero contro la

vostra sovranità; voi insorgeste contro le instituzioni e le proprietà ecclesiastiche, ed il popolo insurge contro le civili instituzioni, e

bandisce la legge agraria, e chiama latrocinio ricchezza e la proprietà; voi di mano in mano esiliaste la Chiesa dalla vita intellettiva e morale dei popoli, guardandola come un’anla

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cella del trono, e

i

demagoghi popolari umi-

liarono e avvilirono la maestà dei troni per ischiantarli

e gettarne

la

polvere

ai

quattro

Ora una voce, la voce dei fatti, intuona al mondo: 0 il principato ritraendosi dalle orme rivoluzionarie, torna sull’intera via venti.

dell’ordine cattolico e civile, o la rivoluzione

cammina, e

il

principato sarà sciolto, e i di-

scendenti di Mazzini e di Proudhon

si

assi-

deranno sulle rovine della società a celebrarne i

funerali.

Mazzini,

il

crudele triumviro, già profugo

da Roma, con tale fiducia rincorava e rinfiam-

mava

la santa alleanza

religione e

il

dei popoli contra la

principato:

«

faccia, la vittoria è nostra.

Oggi checche

si

Nè leghe di prin-

nè artificii o persecuzioni di papi, possono ormai far altro che ritardarla e renderla

cipi,

più sanguinosa. Rapircela, non è dato a potenza umana. » La speranza del demagogo non resterà senza fondamento, se

i

principi ed i

governi continueranno a servirgli da precursori

nel battere

quasi in breccia

1’

autorità

della Chiesa e la maestà del trono pontificale.

Perciò noi denudammo questa piaga, atterrili all’abisso alla

che si spalancava

ai

nostri piedi, e

rovina ancora più grande che ci sovrasta.

governi proseguiranno ad alimentarci Se seno il fermento delle rivoluzioni, e pari

nel

ticolarmente per le vie moltiplici dell’insegna-

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mento, divenuto già blica officina

in

molti stali una pub-

di veleni;

impugneranno le

se

redini del politico reggimento uomini patteggianti colle rivoluzioni;

se

non ne verranno

chiuse prontamente le fonti, noi temiamo di

aver descritto

ai

posteri

in

questo libro

solo principio delle nostre sventure.

1

gennaio 1850

il


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LA REPUBBLICA ITALIANA

PARTE PRIMA.

SUO PROCESSO

CAPITOLO I. SUE MIRE, E SUE AGONIE SIN DALLA NASCITA.

La turba repubblicana sarà paga dell’Italia centrale, di Firenze e di Roma?

No certamente: ella si chiama

e vuol essere Repubblica Italiana, ed ha per fonda-

mento la Costituente già inaugurata sul Campidoglio. Ben è vero che Dio ha cominciato a dividere e confondere le lingue della nuova Babele, ed il loro ardimento gli ha spinti a gettar la maschera. Mamiani e Mazzini erano i due condottieri dell’impresa: quello, animo più versatile e potente, questo, più franco e più audace. 11 Mamiani, più abile, più astuto e più profondo di tutti gli Italiani ha sempre dato opera di minare sordamente la sovranità del ,

Papa, guerreggiando quel Principe al quale era debitore della vita civile e

troncasse nisola,

dell’ autorità

suo intendimento che

così era

i

nervi bel bello a tutti

finché

il

principato

si

ministeriale.

E

la Costituente Italiana i

sovrani della pe-

concentrasse in

una

Dieta repubblicana. Mazzini, al contrario, colta l'op-

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2 portunità dei tumulti livornesi e della ribellione ro-

mana, opera Tana e l’altra de’suoi seguaci, si slanciò congiungere

allo scopo, anelante di

al

nucleo repub-

blicano Genova, Torino e Napoli.

mazziniano se ne adontò forte il Mamiani, miglior calcolatore dei mezzi, e più liun degli divinatore eventi. Perocché, nel 6 febbraio egli « Proclamare la dediceva alla Costituente Romana cadenza del Papa non dipende unicamente da voi nè Del

procedere

,

:

dai vostri decreti,

ma dalla Costituente Italiana. » E

dichiarava doversi prima aspettare che

il

potere dei

Papi venisse in massima parte delegato alle assemblee e che l'opinione pubblica confermasse quella decadenza. Egual giuoco dovevasi fare agli altri sovrani. 1 mazzinisti ed i bonapartisti non si acquietarono, e, prima di fermare il piede, fecero il salto. Ora il salto è spiccato; ma una profonda scissura travaglia i radicali, c la povera Babele è malfondata e minaccia. Mamiani l’ha detto della Toscana: > Tanto è facile imporle qualunque forma di governo quanto ,

,

è

difficile

il

conservarla.

»

Lo stesso puoi dire della

Repubblica Romana. Due aborti mal concepiti, mal generati, macchiati d’infamie e agonizzanti sin dalla nascita.

Nel peusiero di Mamiani

la

Costituente Ita-

liana era la buona madre che doveva concepirli, uniraffazzonarli, estenderli ancora, coprirne di qualche apparente legalità l’origine adultera, e metterli alla luce in un giorno dato. iicarli,

Mamiani avrebbe anche rinunziato al titolo di Repubblica , sperando che tati

di prestar

il

loro

i

sovrani si sarebbero conten-

nome, niente più che il puro

nome, ad una Dieta Italiana con poteri repubblicani; e questo tempo non lo credeva lontano. Ecco le sue parole: « 11 danno d’ Italia si è che più volte ella intraprende e comincia quello che altrove è finito; ella procaccia

di

rialzar quelle

insegne che altrove

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3 ella per sua sventura non sa ben conè il tempo, nè l’occasione. » Gran verità! La

sono cadute; gliere

Francia ripudia quasi la rivoluzione di febbraio

,

rico-

verandosi all’ombra di un nome tutt’aitro che repubbli-

Là cade o si scolora il vessillo repubblicano. E una mano d’uomini pretende che quell’albero isteri-

cano.

e maledetto dall’universalità della nazione

lito

debba

attecchire sul suolo italiano. In Roma ed in Toscana protesta contro la febbre repubblicana un dolore universale,

cui

non valgono a comprimere

repressioni che vi esercitano trade.

«

i

le

barbare

despoti di quelle con-

Nè il Piemonte, dice con verità il Mamiani,

può dimenticare giammai che per la spada,

pel va-

lore e per la sagacia dei principi suoi , sia divenuto

un popolo che ha molta dignità, molta forza, e molta importanza fra gli in

per efad avere

altri, e che è giunto oggi,

fetto di belle vittorie e di nobili conquiste,

mano la più gran parte dei destini della penisola. »

Or pensate che il Piemonte, nel quale s’incarnarono da secoli queste tradizioni , possa ripudiarle di tratto per darsi in braccio a uomini nuovi, fantastici, privi d’ogni temperanza civile, senza fede al giuramento che gli stringeva ai loro Principi, ingrati agli uomini e a Dio? I novatori politici hanno dunque uno scopo comune verso l’Italia, cioè esautorare

i

sovrani e pigliarsi

il

comando sotto il nome della Costituente Italiana. Ma si divisero in due schiere in quanto alla Romagna. Gli uni, camminando per una linea retta, vollero chiamarla di slancio Repubblica, usurpando a sèi! solito pretesto della sovranità popolare ; gli altri, più esperti,

anelavano allo stesso One, ma più velatamente e quasi per una curva. Lo disse il Mamiani in quel famoso discorso dell’8 febbraio:

«

11

risorgimento dei popoli

mai non procede su d’ una linea continuamente dima invece può essere asritta ed eguale a se stessa somigliato ad una gran curva. » Altri l’avea già pa;

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4 ragonato ad una spirale, la quale pare che accenni da una parte e tosto si rivolge dall’ altra; pare che indietreggi , e sempre si avanza. Gli uomini della curva e della spirale sarebbero riusciti

mille tanti più infausti all’Italia, inquanto che

la loro politica

rincontro

i

era più volpina e macchiavellica: di

mazzinisti improvvisarono la loro repub-

blica, ma improvvisarono una rovina; violarono troppo

apertamente diritti pubblici da non poter restare invendicati, atteso le 'presenti condizioni europee, ed apersero una via troppo grande

all’

intervento stra-

niero.

Sia pur vero che

1’

audacia ed' il successo abbiano

acquistato nuovi proseliti al mazzinismo; e sono

coloro che

gridano

ora sinonimi

le

la

tali

Costituente Italiana, essendo

parole di Costituente e di Repubblica;

e sono pur

tali quelli che

governi

repubbliche di Roma e di Toscana , perchè

il

le

riconoscerlo suona ora

vorrebbero riconosciute dai

come il professare una me-

desimezza di principii. Ciò possono fare menti cieche, o gravemente inferme per passioni politiche;

facendo, aumenterebbero solo

il

degl’infermi, e per ciò aumenterebbero della rovina; essi si

biasi

ed

i

ma ciò

numero dei ciechi e gli

elementi

governi che vi aderissero, anche

sprofonderebbero nella rovina, lnsomma ab-

per fermo che le repubbliche italiane sono una

anticaglia del medio evo, capaci solo d’immiserire e di straziare di bel nuovo l’Italia , senza potervi pigliare

nè ordine, nè consistenza; che una repubblica Una la diversa autonomia dei

è impossibile in Italia per

popoli che la abitano; e che tutti

i

repubblicani, tra

sinceri e ipocriti, sono utopisti e fanno castelli in aria.

Una cosa sola non è castello in aria: la miseria del popolo,' la

e questa è,

quale è più grande, e di-

venterà spaventevole. Prestito volontario , prestito forzato, imposizioni duplicate e triplicate, carta

mone-

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5 tata ,

commercio languente

,

lavoro mancante agli ope-

rai , le famiglie desolate , le braccia tolte alla coltura

dei

campi per darle alle armi

un piede

,

di guerra

nè la guerra, nè la pace, un’ansia dolorosa e tremenda in tutte le anime , una intollerabile senza avere

trepidazione indefinita, quali

non vedi nè

il

fluttuare dei governi,

un’ aspettazione di guai, dei

fondo, nè le conseguenze; il

succedersi ad ogni

il

ora dei

governanti, segno evidente, o della loro ambizione, o della loro imperizia, o della loro incoerenza e re-

pugnanza, o di tutte queste cagioni ad una volta ; ed infine un dividersi e un battagliare intestino della famiglia italiana: ecco la realtà delle nostre condizioni politiche e civili.

Ma questo è principio di dolori: si abbuia una gran notte sui governi e sui popoli; speriamo che sarà breve, e rifulgerà più chiaro

il

sole della

Pre-

videnza.

CAPITOLO

II.

SUE ORIGINI.

Non

si

pensi

che

il

repubblicanismo italiano na-

scesse in Italia colle recentissime repubbliche di Roma

e di Firenze. All’opposto era esso l’antico voto di a-

nimi ardentissimi, esasperati dall’esilio e tormentati dall’ambizione; e differenziavansi in ciò che

gli

uni

monarchie italiane, gli altri carezzando e adulando le monarchie si sarebDa querepubbliche. bero studiati di convertirleàn sto vario pensare si spiega il perchè ad un tempo si avrebbero di

tratto rovesciate le

scagliassero accuse ed improperii contro

i

sovrani, e

loro si profondessero le più vili e nauseanti adulazioni.

Lo stesso Mazzini, che nel 1848 deponeva l’ultimo

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,

6 lembo della maschera, scriveva ancora nel 1846 che nei grandi paesi

si

dee procedere alla rigenerazione

mezzo del popolo, ma in mezzo dei principi, del papa, di qualche nobile amante di potenza e di gloria e dei sacerdoti

(cioè alla repubblica) per Italia per

,

somiglianti al Savonarola.

11

popolo si piglierebbe con

certe parole magiche, libertà, diritti

dell’

uomo, pro-

gresso, uguaglianza, fratellanza; specialmente quando

opponessero le parole

si

di

dispotismo,

di privilegi

di tirannia, di schiavitù, ecc. L’ essenziale è,

Mazzini, che

sconosciuto: non lasciam

passo da farsi.

diceva

termino della grande rivoluzione sia

il

mai vedere che

E conchiudeva che

il

il

primo

vecchio edifizio

sarebbesi trovato un bel giorno tutto traforato e ca-

dente come per incanto: cioè con tutte

le monarchie,

ed in capo a tutte la monarchia pontificale. Daremo fra i documenti quell’ intera Circolare di Mazzini agli amici d’Italia, e si

due anni prima, canismo italiano.

vedranno descritte a capello,

le rivoluzioni

eseguite dal repubbli-

Ed era necessario che il Mazzini avesse una gran confidenza nell’attività de’ suoi

affigliati,

o piuttosto

nella cecità e nella codardia degl’italiani,

quando nel

marzo del 1848,

alla testa di alcuni associati, diceva

Fu già una Roma una Roma pontificale, or non sarà più una Roma popolare. E varcava le Alpi e Milano diventava per lui un focolare repdbblieano mentre il sangue piemontese si spargeva sui campi lombardi. al governo provvisorio di Francia:

imperiale, fu

che

,

,

Da quell’ ora vedemmo crescere quasi parallelo il doppio fenomeno: 1° aggrandirsi e camminar sempre più libera e audace

1’

idea repubblicana, che in so-

stanza non era e non è d’altro colore l’idea rivoluzionaria 2° crescere in proporzione i fatui elogi di al;

cune monarchie italiane, mentre a vista d’occhio se ne scalzavano e crollavano i fondamenti. L’abisso era

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7 preparato da lunga mano, e vi fu trascinato il soglio

inerme Sacerdote e del debole Leopoldo. È ora colmo quell’abisso? anzi è spalancato più che mai. Lo copre un velo, ed è la Costituente Italiana. Roma dell’

significa Italia, l’Italia repubblicana.

Seguitiamo

la storia.

Questa invasione repubblicana

prorompeva contra il Quiriualo nel di 16 novembre, condotta dalla forza brutale, e inaugurata col sangue di

un ministro e

un

di

prelato.

Togliete

il

velo a

quella insurrezione , la più barbara e la più scellerata dei tempi

moderni, e la troverete schiettamente re-

pubblicana. Si , per confessione de’ suoi autori voleva

1’

esautorazione del Papa

;

£ ne sarà convinto

repubblicano.

,

essa

ed era ciò un atto il

lettore se

vorrà

attendere ad alcuni passi di quel discorso bizzarro e

audace, onde il signor Armellini, ministro degli interni, apriva nel 5 febbraio la Costituente Romana. L’audace ministro, falsando la mente, il governo e i

motivi della partenza di Pio IX, viene sciorinando

che t popoli non sono prebende di una gerarchia nè dote

un sacerdozio, il che vuol dire eh’ è una tirannia ogni principato sia laicale che sacerdotale, confonde il governo legittimo col tirannico , spianta ogni genere

di

di

monarchia e fonda il puro repubblicanismo; anzi

quel principio spianta perfino il governo repubblicano, perchè se l’obbedire legalmente ad un governo significa esser

prebenda e dote di quel governo, non resta 1’ anarchia. L’ audace Ministro

altro di liberale che

proseguiva: Dio ha creato i popoli liberi: nessuna be-

stemmia più insana della pretesa di applicare alle corone l'impronta del diritto divino. Il che vuol dire che è una bestemmia

obbedire

il

precetto sociale ed evangelico di

alle podestà legittimamente costituite, e sarà

lecito agli Armellini e consorti

loro piaccia

dire che Pio

i

governi

civili.

il

rovesciare quando a

L’ audace

fa grazia di

IX era stato educato nel mondo e non

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,

8 ne’chiostri , ove tintpira e profetta la religione non del

vangelo,

ma della inquisizione e del bigoUitmo

,

e che

da lui incominciate doveva finire anche un altro elemento che eccitava le antipatie più profonde, la monarchia teocratica e il governo clericale. L’oratore perde la bussola; la monarchia di Pio IX non era

eolie riforme

niente teocratica,

era civilissima e costituzionale, e

non suscitava altre antipatie che l’ira e l’avidità dei repubblicani. L’oratore mentisce quando afferma che quella Costituzione era stata una prometta ogni giorno violata, una menzogna; e che dopo la partenza, Pio IX non ammetteva mezzi di riconciliazione. Le quali sono

ciance ridicole per coprire l’enormità della ribellione.

Chi patteggia, chi si riconcilia cogli assassini? Ma in* fine che pretendevasi in quel nerissimo giorno dei 16 novembre? Si pretendeva che Pio sotto il nome della

Costituente Italiana inaugurasse dal Vaticano la re-

pubblica italiana:

La Costituente italiana

dice Armel-

era un pensiero generale (nei repubblicani), era ttata la parola d'ordine del movimento del 16 novembre. lini,'

Abdicazione dei poteri sovrani nelle mani d’una Co-

un completo suicidio della sovranità Papa, ecco una grande confessione che mette al nudo la natura di quell’assalto dato al Quirinale, as-

stituente, cioè

del

salto

e latrocinio sostanzialmente repubblicano ;

ed

ecco pure una evidente giustificazione della fuga di

Pio

IX, trovatosi al bivio o della partenza o d’ una

concessione repubblicana, opposta al giuramento che lo

legava

al

trono pontificale.

Paragonando gli eventi, troveremo che camminavano i tumulti della Toscana e di Genova, che repubblicano sin da principio era il paralleli con quei di Roma

Ministero e la Costituente di Guerrazzi e Montanelli, e che sono ora

una cosa stessa per tutta ITtaiia, Co-

stituente e Repubblica Italiana.

Pertanto, quando nella seduta del 23 febbraio un

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9 Deputato piemontese ci veniva a contare pacatamente che ii movimento che agita l’Italia non è repubblicano, ci faceva rincrescere di non vedere nelle sue parole ciò

che osservano persino i poeti,

la verisimiglianza.

Noi

conchiudiamo dai fatti che la rivoluzione non è più altro che repubblicana; e che Pio non fu già pontefice ostinato, come quel Deputato ingiustamente lo regalava, ma ch’egli non potè conce-

al contrario

italiana

dere agli usurpatori l’ultima reliquia del suo principato.

CAPITOLO III. s’inaugura la. costituente romana.

No, non poteva Pio IX concedere agli usurpatori l’ultimo

lembo della sua porpora reale.

Non poteva come Pontéfice, non poteva come PrinCome Pontefice aveva un giuramento che 1’ a-

cipe.

stringeva di conservare alla Chiesa quella sovrana in-

dipendenza, che nelle odierne condizioni non è solo

un decoro, ma quasi una necessità per mantener libero il magistero spirituale verso i principi della terra, e libere sino alle estreme parti del mondo lazioni e la sua influenza.

s’inquietavano

i

le sue re-

Del qual magistero poco

repubblicani:

ma Pio e l’orbe intiero

giudicano con altri occhi e con altra lance.

Non poteva come Principe: perchè

il

Principe è

tutore e padre della nazione , e sarebbe scelleratezza 1’

abbandonarla spontaneamente alla rapacità di una

piccola e turpe fazione ; e turpe e rapacissima era la

Roma. In quei pochi non era Roma, non

fazione di

eran i

le

provincie ; quei pochi erano

partecipi dell’ assassinio ,

pubblico,

i

i

i

macchinatori o

sovvertitori dell’ ordine

fabbri di guai e di dolori. Concedere

il

comando della nazione a uomini di simil pasta e po-

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10

an tradire il mandalo che il Principe da Dio e dalla nazione. Armato, avrebbe dovuto

diissimi, era tiene

respingere

la

forza colla forza; quella era giusta di-

fesa del diritto suo proprio e della nazione; inerme,

non poteva che fuggire. Blaterino i parlamenti ed i non convinceranno che 1’ aggressione del 16 novembre non sia un assassinio del Principe com-

giornalisti:

messo da pochi

Pio

alla luco del giorno.

IX doveva

respingerli da Gaeta, perchè tu non hai debita di ve-

nire a patti con chi

ti

spoglia e

ti

caccia dalla tua *

Pio IX, non avendo altre armi che

casa.

la

scomu-

nica, doveva adoperarla.

Tale era l'origine nefanda della Repubblica Romana, quale, isolata dalle potenze europee, da nissun governo riconosciuta, e da tutti esecrata, non avrà altro

la

assenso che di coloro

una

vii

i

quali stimano esser le nazioni

preda degli usurpatori.

Ma il voto universale e la Costituente Romana? Il

vota universale fu un’impostura. Rapita la cosa

pubblica, gli audacissimi usurpavano

sulla

nazione

eome avevano usurpato sul Principe. 11 partito repubblicano corre

rano,

si

la città

sciolgono

i

e

le

provincie,

ninnici pii,

dano, si compra e si vende, si

dilatano

le aflìgliazioni ,

rete repubblicana

il

le

i

buoni si

riti-

autorità si riman-

si minaccia e si

lusinga,

potere è nei circoli , la

si tesse e si distende

per tutto.

Non

mai il voto universale giuoco una sì turpe commedia come nella Romagna. Le bugie dei giornali furono sfacciate su questo punto come sugli altri. Il vero è che non si ottenne un quinto dei suffragi, e che una grandissima parte eran nulli formalmente o forzati.

Dunque? Dunque la Costituente Romana è tutta opera dei faziosi novembristi, e la figlia non ha mag-

La stessa famondo, la promulga;

gior decoro nè legittimità che la madre.

zione che, senza un’autorità al la stessa fazione

che si distende in mille fili, e, come

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ir non si stanca, non piega, attiva le forze, si collega, ed insomma fa

dice Armellini nel discorso inaugurale,

tuo di tutti i mezzi ( violenti e rivoluzionari) per riuscire, vincere e trionfare.

Tale è la Costituente Romana

nella sua origine e ne’ suoi mezzi ; tutti

il

piò illegale di

conciliaboli.

i

Tullio, quel grande repubblicano, di cui

duta la semenza, specialmente in

si

è per-

Roma, faceva

le

meraviglie di ciò che quei maiuscoli impostori, che

dicevano auguri ed erano saltimbanchi, tenessero le risa guatandosi l’un l’altro. Tu, o lettore, che sai

si

vita e miracoli di

Roma, credi

piuttosto gl’ invasori del

tu

che

i

signori, o

Campidoglio possano frenar

le risa quando si mitriano e s’incensano quai veri

presentanti del gran popolo

esempio,

il

rap-

romano? Quando, per non

signor Armellini, con grande iato e

minor sopracciglio, portava loro quella prima parola, il dì 5 di febbraio: »

La grand’opera, l’opera della nostra redenzione

è compiuta ( come l’Italia è ben redenta!). Quale spettacolo maestoso, quello d’ una vera (!!!) Rappresentanza del popolo il

!

Noi tutti siamo superbi di salutarvi:

Governo provvisorio si compiace d’inchinarsi reve-

rente al vostro cospetto (inchinatevi anche voi, o colonne del Campidoglio!).

Quanto ci è costata, o con-

cittadini, questa convocazione!

quanto di aver gua-

rentito la libertà (cioè la schiavitù) delle elezioni , di

aver lottato contro

gli ostacoli di chi

fremeva e tre-

mava al pensiero della vostra onnipotenza (usurpata c tirannica )!

Tutti gli occhi con ansiosa attenzione si

volgevano al Campidoglio per ammirare ( ossia per ridere), come dopo tanti secoli questa città, questa eterna

Roma (ossia i pochi Bruti che si chiaman Roma )

si ridesti

fuori

il

da un sonno lungo come la morte a metter

possente anelito di una seconda vita (che è

forsennatezza e delirio ), che sarà, lo assicuriamo, im-

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12 mortale {così assicuravano gli auguri, di cui rideva Cicerone). •

A questi lampi di eloquenza forse avresti veduto sfavillare

i

volti,

non le coscienze di quei repubblicani;

ma a qualche astante occorsero alla memoria e quasi vennero sul labbro que’versi: Vidi un pavon col suo leggiadro Girsi pavoneggiando, e

ammanto

non temeva

mondo andasse in volta tutto quanto.

Se’l

Noi pure che non potemmo beatificarci nell’udire,

ma sol nel leggere quell’inaugurale o piuttosto augurale

vedemmo pompa di quel-

discorso dell’ Armellini, noi pure ci

dentro tutta spiegata 1’

uccello.

la

vanità e la

E perocché esso porta la sua maggior su-

perbia nella coda, vedi qua proprio che

il

discorso

termina come la coda del pavone • 11 nostro popolo, primo in Italia che si è trovato libero, vi ha chiamati sul Campidoglio a inaugurare una nuova èra alla patria, a sottrarla dal giogo interno e straniero, a :

una nazione, a purificarla dalla gradelle recenti menzogne costituzionali. * Fa conto, o lettore, che queste non sian altro che le sommità pompeggienti nella coda del pavone, e spalanca gli occhi per fissarli nel centro: • Voi siedete o cittadini , fra i sepolcri di due grandi

ricostituirla in

vità dell’antica tirannide, e

,

epoche. Dall’una parte vi stanno

le rovine dell 'Italia

dei Cesari, dall’altra le rovine de\V Italia dei Papi.

A

voi tocca elevare un edifìcio che possa posare su quelle

macerie, e

1'

opera della vita non sembri minore di

quella della morte, e possa fiammeggiare degnamente

dorme il fulmine deli’ Italia del popolo. Dopo ciò noi inauguriamo i vostri immortali lavori

sul terreno ove

sotto gli auspicii di queste lia e

Popolo.

due immortali parole

:

Ita-

»

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;

13

Or non penserai che l’aquila repubblicana si è conun pavone? Ma non vedi quei brutti piedi coi non velano abbastanza nè le ali nè la coda dell’animale? Attendi, e te ne farò comprendere la devertita in

,

formità fra poco.

CAPITOLO IV. ,

t

-

PRELIMINARI DELLA REPUBBLICA ROMANA.

Degli antichi Romani ci lasciò scritto Sallustio che fondarono la Repubblica faticando dei nuovi si dirà tra non molto che la inventarono chiaccherando. Perocché se gli antichi diedero a quella il vedere acuto e

potente nerbo dell’aquila

il

pria le penne e

i

,

i

nuovi danno alla pro-

piedi del pavone.

Le penne già hai veduto, mio gentil lettore, essere i

vanti famosi di quei

famosissimi repubblicani se-

denti o passeggiane nel Campidoglio. All’ udirli,

la

grand? opera, l’opera della redenzione italiana è compiuta; tutto

il

mondo

gli

ammira, ammira

il

Campidoglio,

ammira la Città eterna, l’eterna Roma, che si

racco-

glie tutta nelle loro lingue; essi seggono alteramente

fra

i

sepolcri di due grandi epoche, fra le rovine del-

f Italia de Cesari e fra le rovine dell'Italia de’ Papi. Tu crederesti per poco gli espugnatori di Cartagine: eppure non espugnarono altro che uri Pontefice inerme, non tinsero il ferro conquistatore che nel sangue di un ministro e di alcuni sacerdoti, non conoscono le austere virtù, l’astinenza, la prudenza, l’equità, il valore degli antichi repubblicani, e, se pur meritarono una qualche corona fu nell’appiccar le fiamme ad una porta del Quirinale, e nel pigliar d’assalto

li

,

alcune chiese o conventi di frati. Ecco i vanti e le opere dei nuovi Alcidi, donde crederesti più possibile a rinnovarsi il ratto delle Sabine che il trionfo dei nemici.

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14

Ma osserva qae’piedi, bada a quelle ultime parole di Armellini: I’Italia

del popolo.

.

.

Italia e Popolo.

È questa la pura e cruda forinola mazziniana

è que-

,

sta la formale condanna delle monarchie costituzionali:

Piemonte

,

Napoli e Toscana si cacciano fra le macerie

dei Cesari e dei Papi.

E ciò si diceva nell’inaugurare

Romana, che ad ogni modo si voleva

la Costituente

estendere in Costituente Italiana per proclamare in un bel tratto la

decadenza dei Sovrani e la Repubblica

Italiana. Ciò è negato dai furbi e dagli imbecilli,

pure è un

fatto istorico

ma

appoggiato a documenti.

Era già un fatto evidente che da più lustri si soffiava sull’Italia un’aura repubblicana, e che il maggior impeto

Papi,

rivolgeva contro il potere temporale dei

si

ma non si pronunciava

la

fatai parola.

Come

abbiam veduto, già nel 1846 avvertiva il Mazzini che nell’Italia si doveva procedere alla rigenerazione non per mezzo del popolo, ma per mezzo dei Principi, del Papa, e di qualche nobile, non escludendone il clero, cioè qualche nuovo Savonarola, o qualche Arnaldo da Brescia. E così avvenne sulle prime: bandiere, inni, lodi ai principi, insani festeggiamenti, che mostravano l’àrtifizio, e sotto l’artitizio

il

tradimento. Un po’avanti,

Gregorio XVI e i principi suoi contemporanei, veduto

non ardirono por mano alle riforme. Ma

il

pericolo,

le

riforme vennero; vennero da Pio IX e dagli altri

sovrani, e furono legittime. Si volle pigliar di fianco

tempesta per signoreggiarla e si sarebbe domata, che anzi cangiata in un progresso civile, se i popoli la

,

italiani avessero coi loro principi avuto animo e tem-

peranza da fermarsi a tempo, coltivare il bene, sceverarlo dal male, e comprimere con mano potente

il

che imperversava. Sgraziatamente questa virtù mancò alla nazione. I liberali moderati e capaci furono flutto

rimossi dalle cariche

da ogni parte

,

;

uomini ardentissimi traforarono la stampa ed il comando;

occuparono

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15 la

nazione si tacque, compresa da nn presentimento

iunesto, da

un terrore inesplicabile ed universale

1

Il

.

partito repubblicano correva e trionfava.

Le riforme , che dovrebbero esser prima scolpite e maturate nell’ educazione e nei costumi dei popoli e poi formolate in leggi e recate sulla carta, s’improv-

visavano in qualche ora della notte e si pubblicavano al

domani.

partito

Il

le

accoglieva con fragorosi

aj»-

plausi, ma non si acquietava, e a nuove concessionisuc-

cedevano sempre nuove domande. Niente è lo Statuto, già si vuole la Costituente. Così i mazziniani, cioè

i

mente;

puri repubblicani , facevano la lor via trionfal«

l’essenziale è, diceva Mazzini, che il termine

ultimo della rivoluzione sia sconosciuto.

»

Frattanto la trama repubblicana si spingeva al Campidoglio per collocarvi

il

seggio

dell’i<fl/»a del Popolo,

e la decadenza del Papa diventava inevitabile. I Romani avean combattuta la famosa giornata di Vicenza; erano aperte le vie a tutti i Romani per arruolarsi sotto la bandiera di Carlo Alberto; ma essi convenivan rari, perchè la missione e la gloria militare di Roma è passala. Finalmente si vuol romperla con Pio IX e prepararne la decadenza. Gli si fa dunque il dilemma, ,

o di bandire la Crociata o di esser dichiarato traditore della patria.

Ma il Papa non può sancire le violenze

rivoluzionarie

e dell’Italia.

,

nè benedire

il

macello del suo popolo

Che importa? Per far un traditore, basta

oggi bandirlo per tale, e Pio IX fu dichiarato traditore della patria.

Ma qui nuova diilìcoltà. Salvo

i

pochi fanatici,

il

pubblico che adorava Pio IX non si sarebbe ingozzata quella taccia;

il

pubblico vedeva che il savio Pontefice

era nei limiti dello Statuto, che stimava bene

gli e-

non doveva cimentare il suo popolo, la sua dignità, la sua coscienza per compiacere ai repubventi, e che

blicani, cho troppo aveano spiegato

il

disegno fatale

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16 per camminare di-

di servirsi del Papa e dei Principi

ritto all’unità repubblicana. II pubblico si sarebbe dun-

que dichiarato per Pio IX. Questa difficoltà era grande: Mazzini l’avrebbe troncata con un taglio di spada Mamiani si tolse di scioglierla coll’astuzia. Egli preparò e venne avanzando la mina sotto il trono del Pontefice, del quale era ad un tempo ministro e traditore. Coll'astuto programma del 5 giugno 1848, egli dava un terribile assalto al potere del Papa e noi incontanente ;

,

l’avvertivamo.

La turba gridava colla voce del mae-

Abbasso i preti, abbasso i cardinali ; vogliamo Pio IX, Pio IX solo. Quello era uno scalzare dei naturali conforti il trono pontificale per ischiantarlo, e disporre la via al governo repubblicano, il grido di guerra, promosso con infernale accanimento contra il clero in tutta la Penisola , mirava pure a quello scopo perchè, messo al bando d’ingesuitato o

stro:

:

di affigliato al gesuitismo

il

clero e l’episcopato

(

salvi

sempre i Savonarola), quell’accusa, che secondo i mazzinisti doveva suonare la peggior delle infamie, riusciva poi naturalmente sul capo del Pontefice.

plomazia europea già fin d’ allora era

La di-

al corrente di

quest’assedio, che ogni dì si avanzava e stringeva più

da presso tutto

il

il

Vaticano.

1

tempi correvano

tristi

per

mondo, ma per Roma erano sì turbinosi che

già varie nazioni cattoliche, la Francia specialmente

e la Spagna , aveano emanato gli ordini opportuni per

mettere in salvo , ad ogni occorrenza

Papa. Mamiani cedeva

il

posto,

si

,

la

persona del

trasportava

aTo-

rino, e, combinata dalla lontana, scoppiava finalmente la

feroce tragedia di novembre.

In questa guisa la repubblica, tra mazzinista e ma-

mianista,

camminava in diverse fasi, ma camminava

sempre. La storia dirà in disteso ciò che ora ci contentiamo di accennare. Ma torniamo alla Costituente

Romana, e n’avrai un egregio documento.

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17

CAPITOLO V. SI

DISPUTA SULL’ORA E SUL MODO DI SPOGLIARE IL PAPA.

A convincere che già da lungo tempo tificio

il

trono pon-

era sentenziato al taglio fatale dagl’ ipocriti e

dagli aperti repubblicani; che non si attendeva che un

pretesto per far iscoppiare la congiura rivoluzionaria, nella quale convenivano le fazioni d’ogni colore; e che

non furono altro che pretesti tutte

le

colpe che ven-

nero apposte a Pio IX; a ciò tutto convincere ci soccorre

un documento irrefragabile.

Appena erasi aperta la Costituente Romana partiti , cioè

i

mamianisti ed i mazzinisti

,

;

i

due

bollivano a

fronte e a contatto l’uno dell’altro; la passione è al

colmo, il dado è pronto, bisogna gittarlo. Allora sorge il rappresentante Audinot, e dice fra le altre cose: «

Egli è certo, o signori,

che in

altri

tempi non

molto da noi lontani poteva forse un Pontefice, anche in virtù del potere teocratico, colla grandezza delle vedute, spargere immensi benefìzi di civiltà sui popoli governati; poteva, dico, un Pontefice inspirato dai principii eterni del Vangelo, fraternità ed eguaglianza,

e dall’ idea complessiva e sintetica del cattolicismo,

salvare il mondo dalle procelle, e dire alla democrazia: Sit temperante; ai Principi: Siate giusti.

Ma dopo feb-

braio, dopo la rivoluzione di Francia, questa incompatibilità diviene più sensibile, più grave, diritto di sovranità,

perchè il

che sino allora risiedeva di fatto

nei Principi, fu riconosciuto nelle nazioni.

Da

quel

giorno, signori, fu assai più difficile l’antico connubio

due podestà. » Ecco il mamianista, cauto, accurato, flessibile, ma aperto quanto basti per dire che almeno dal febbraio 1848 era pronunciata l’incompatibilità del Sovrano nel

delle

Papa. Tuttavia

il

sagace oratore propone ancora di 2

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18 conservare

il

soglio pontificale;

ma sapete come? di-

chiarando per sempre impossibile questo potere quando non abbia per base della propria autorità il voto espresso

Vedete il tranello? Si voleva

della sovranità nazionale.

gittare per fondamento della Costituente Romana quella

sovranità nazionale o popolare, affinchè una Costituente

nazionale, ossia italiana, potesse decretare

mento della sovranità pontificale:

il

il

decadi-

che è nella so-

ma in ciò si specificava che

stanza l’idea mazziniana,

le parole decadimento e repubblica si dovessero affidare,

per una maggiore solennità e maggior forza nel pericolo , ad un’Assemblea non esclusivamente romana, ma

universalmente italiana. Mamianisti adunque e mazzinisti

convenivano nel farla finita col Papa; e di Maz-

zini specialmente sappiamo come il suo repubblicanismo sia di

lunga data.

Le seguenti parole

,

onde l’oratore dichiara

i

suoi

sensi e prevede i pericoli dell’impeto mazzinista, sono

poi

tant’ oro

per

la

ragione politica e per

la storia.

Raccogliamole accuratamente: « Signori, io vi propongo nel restante dell’ordinamento politico dello Stato di rimettervi in tutto alla

Costituente italiana. Così

,

o signori , voi rendete con voi

solidale l’Italia delle grandi determinazioni che sieno rese

necessarie , e non resteremo isolati e soli in tanto conflitto,

nel quale mal potreste sostenere l’urto d’Europa se non yì appoggiate almeno all’Italia, che deve essere con noi

in ogni nostra determinazione. Ciò non facendo, o si-

gnori , correte due pericoli:

il primo di far intervenire anche una volta l’Europa nei nostri interessi, e di ren-

dervi colpevoli di quella colpa di cui furono i Pontefici

accusati ; l’altro di gettare forse nuovi semi di di-

visione negli Stati italiani e

tra

i

popoli italiani al

momento di ricominciare una guerra che pur dee servire al riscatto della nazione.

«

Queste parole sono vere , sono giudiziose, quantun-

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.

19

quenon siano probe, nè generose, mirando esse, non a difendere

il

diritto dell’oppresso Pontetice,

ma ad

assicurare il colpo che doveva troncarne il potere. Una gran cecità doveva al certo pesare éu quelle menti

che non le compresero. Ma vedremo fra poco il Piemonte ebbe luce da comprenderle. Dio lascia acciecar le genti cui esso vuol punire! Constolide

che neppure tinuiamo.

E qui non conviene dissimularlo, o signori, la

«

questione del

Papato è questione che interessa tutta l’Eu-

ropa cattolica, lo comprendo , o signori che niuna nazione al mondo ha diritto di dirci : Voi che possedete ,

Papa come principe voi dovete essere una nazione d’iloti . Ma pur troppo è vero che anche i principii il

,

.

fondamentali riconosciuti dalle

dalle

nazioni sono violati

medesime a danno altrui; o quando gl’interessi

loro sono attaccati,

i

governi delle nazioni transigono

allora; e quante volte noi l’abbiamo provato!

E affermo

di

nuovo che il portar l’azione dell’Europa in Italia,

il

portarla nello Stato Romano per opera nostra , senza

assicurarci il concorso

dell' Italia stessa,

sarebbe forse

rinnovare quella colpa che per tanto tempo abbiamo, e giustamente, attribuito al Papato.

»

Simili timori e trepidazioni manifestano che l’oratore

vedeva

il

terreno ardente in cui

pubblica, e

il

si

slanciava la Re-

caos in cui ella s’inghiottiva.

Ma sovra-

namente ridicolo era il dire che Roma sarehbe una nazione d’iloti per avere il Papa un Papa che fu i! primo riformatore e l’ inauguratore delle libertà italiane. Quanto Roma e l’Italia sarebbero più lontane dal ,

pericolo di perdere le libertà acquistate se avessero

imitato la prudenza di Pio IX! Osserviamo per ora che il signor Audinot fu il più antiveggente repubbli-

cano che sedesse nella Costituente Romana. Egli ser guita: «

In

’

Roma, o signori, la Repubblica sarebbe ne-

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,

20 cessa riamente espansiva.

Da

espansione egli è

tale

certo che gF interessi piemontesi sarebbero allarmati, e

porterebbe probabilmente

là

la dissoluzione di

quel-

r unico esercito che pure è in presenza del nemico. D’altro lato noi potremmo forse ottenere il vantaggio di sommovere a nostro favore la nazione napolitano, mentre

il

governo ci è oggi nemico.

Ma questa speranza

non è che una incognita, mentre dall’ altro lato il danno sarebbe certo. Nè mi si opponga che la Costituente italiana è_un fatto incerto, un fatto rimesso a termine indefinito. » Qui l’oratore esorta di sollecitare i

popoli italiani a raccogliere la Costituente che dovrà

assumersi di detronizzare

il

Papa, allontanando così

quel crimine di alto tradimento dalla Costituente Ro-

mana per incaricarlo a tutti gli Italiani. Il

progetto era sottilmente pensato.

certato

il

disegno dei furbi,

i

Ma Dio ha scon-

mamianisti

ebbero il

sottovento, i mazzinisti hanno trionfato, la Repubblica fu proclamata.

Vedremo come l’idea mazzinista passasse da Roma a Torino.

Il lettore si ricordi di questo capitolo,

per-

chè dopo una breve esposizione dei discorsi pronunciati dai deputati piemontesi , recheremo a confronto la Costituente

Romana e la Camera Subalpina.

CAPITOLO VI. INFLUENZE REPUBBLICANE S’INFILTRANO NELLA CAMERA SUBALPINA.

Al piano generale d’una Giovine Europa cioè d’una Europa rivoluzionaria,, si connetteva il piano della Giovine Italia. Le mene, raggiri e le violenze hanno creato sull’Italia una rete e un’atmosfera onde furono i

impigliate ed invase,

anche a loro insaputa, nobili

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21 menti italiane; e ci dolse il vederne intinti non pochi deputati subalpini. Dichiariamo di non volerne cercare gli

ma di restringerci alle loro parole che ab-

animi ,

biamo il diritto di esaminare. E prendiamo in considerazione

i

dibattimenti sulla risposta al discorso della

Corona. Il

Senato del Piemonte reca nelle sue discussioni

quella gravità e decenza, quella nobiltà, quel senno e quell’acume, che sono

i frutti di un’educazione che venne maturando nella teorica e nella pratica di buon fine le nazioni. Là con dotti e nobili ragionamenti furono convinti i diritti della Santa Sede, cui un’orda di faziosi usurpa e manomette; là fu intesa quella massima suprema della politica che non fallirà mai, perchè divina: Iustitia elevat gentes; massima a cui fa mal viso la folta turba macchiavellistica massima

si

quella giustizia civile e politica che conduce a

;

che fonda

le

nazioni, e le preserva dalle basse

come

dalle alle ingiustizie.

A questa massima urtava di fronte una gran parte della nostra Camera elettiva , disputando sulla pronun-

IX; e dal deputato Josti abbiam udito con fremito d’indegnazione questa immociata decadenza di Pio

rale sentenza,

alla

quale già preludeva il deputato purché quest’Italia sorga dal sepol-

Lanza:

«

Per me

cro, io

1’

accetto con tutte le sue corone, con quella

,

anche col pugnale di Bruto » (27 Povera Italia come sarai esecrata dagli uomini e da Dio se non dovessi risorgere che col pugnale dell’assassinio! Non è dunque più nulla la giusola dei Cesari od febb.).

stizia delle genti?

,

Nulla il patto che stringe la fami-

glia civile, così che abbia licenza di scioglierlo chiun-

que abbia un pugnale? Eccoci con tali teoriche ben al di là della sovranità popolare, al di là degl’instituti repubblicani; eccoci al diritto assoluto dell’indivi-

duo,

alla sovranità brutale dei leoni e delle tigri, cioè

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22 ai compiuto scioglimento della società umana. Nel quale

procedimento non vedi solo uno sprazzo repubblicana,

d’ influenza

ma la feroce teorica diObbes: guerra

omnium in omnet. Vero è che la Camera pose avanti un altro princi-

di tutti contro tutti, bellum

pio: Il diritto che

hanno

Morti civili e politiche:

i

popoli di governare

le

loro

donde si volle conchiudere che

sia legittima l’esautorazione del Pontefice,

e l’inaugu-

Ma questo princi-

razione della Repubblica di Roma.

pio consacrerebbe pur esso la ribellione e l’anarchia,

qualunque volta una fazione tiranna, usurpando il nome del popolo, si ribella all’ordine costituito; e che tale sia

il

caso di Roma segue dalla nostra precedente

narrazione, e non può negarlo se non chi o cospiri coi rivoltosi, o soggiaccia ad

una immensa cecità, o

ad una immensa passione. Sono impertanto ben misere e false le parole del deputato violato la nazionalità ; Pio IX

Lanza : • Pio IX ha ha cessato d’esser cit-

tadino italiano; il suo traviamento è immenso. .

.

Roma

abbandonata e tradita dal suo principe non ebbe altro scampo che nella Repubblica » (27 febb.). Il lettore che ci ha seguiti finora è già al caso di comprendere da sè tutta l’inverecondia di queste accuse, le quali per la semplice e nuda esposizione dei fatti vengono a ritorcersi contro

i

perfidi usurpatori.

La questione dai fatti particolari

,

non voluti cono-

scere, anzi pessimamente stravolti , passava all’incom-

governo spirituale col temporale; e dal deputato Brofferio raccogliemmo queste sentenze: « 1 successori di S. Pietro debbono possedere l’eredità di S. Pietro che è la povertà. I mercanti del tempio si rifuggirono nel Vaticano per far traffico del Vangelo. La religione non fu mai più fulgida come sotto le scuri dei Neroni, allorché il trono dei Pontepatibilità del

—

—

—

fici

era nelle solitudini delle catacombe

rona era quella del martirio. »

,

e la loro co-

Non è a dire che fra-

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23 gorosi e prolungati applausi coronarono l’oratore.

neppur è a dire

,

Ma

chi sia un tantino versato nella sto-

ria, essere queste le solite e fecciose cantilene dei pa-

terini, dei protestanti, e di tutti gli sragionatori irreligiosi

cipii

ed

incivili.

Prego il lettore di badare ai prin-

ed alle conseguenze. I successori di S. Pietro debl’eredità di S. Pietro. Magnificamente!

bono possedere

Dunque tutta la Chiesa torni alla povertà primitiva, e resti nuda come fu da principio: eccoti la conseguenza che spoglia d’ ogni suo bene la Chiesa, e la condanna a ripigliare i sandali di S. Pietro e i calici di legno. Anzi, rientri nelle catacombe, ricada sotto e tornino ad essere sua corona la spada dei Neroni le spine od il martirio. A ciò conduce la logica rivo,

Diremo più in là, come ciò sia il puro comuniSmo. Vedi, o lettore, come da costoro si rappresenti a meraviglia la cattolica e civile nazione subalpina. Pur luzionaria dell’avvocato Brofferio.

troppo è vero! Questi millantatori della sovranità popolare se la racchiudono tutta in corpo, non hanno riguardo alle idee di giustizia universale o nazionale, e

ti

dicono ad ogni tratto l’insolente parola:

La na-

zione siamo noi , la nazione veda coi nostri occhi e pensi

colla nostra testa. I vili! gli arroganti!

Ma, in grazia, nostri Onorevoli, quando le vostre parole offendono

il

senno pubblico

,

che non si racco-

nè in voi, nè in quelle compre e indisciplinate gallerie che applaudono alle dicerie altisocomunque ne sia scapestrata la senfrementi nanti o glie già tutto

,

tenza; quando voi benedite , v’inginocchiate, stendete

ad una fazione evidentemente usurpatrice e sacrilega,, non condecorata di altro merito che di chiamarsi Repubblica Romana; quando voi, predicando la legittimità di questa demagogia repubblicana , venite a consacrare per una conseguenza inevitabile lo sterminio di ogni governo legale e il trionfo dell’anarle braccia

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chia ;

quando voi con questa logica rivoluzionaria por-

tate la scure al trono costituzionale a cui avete giu-

rato fedeltà e obbedienza ; se dai vostri principii , vogliate o

non vogliate, si deducessero tali conseguenze,

di grazia , sareste voi

oppur di una fazione?

i

Rappresentanti della nazione

E questa idea, che sarebbe

quella d’una fazione, potreste voi imporla alla gran

maggioranza della nazione? Eia nazione che farebbe allora? Già nell’ultimo luglio il popolo era stanco di voi, uomini senza politica e senza religione, evi cacciava dall’aula della giustizia. Ecco il cimento in cui altra volta si può condurre la cosa pubblica! Ecco la malevola influenza d’una febbre che oscura le menti e perverte

il

sentimento!

Appoggiati impertanto alle ragioni del vero, e testi-

moni

delle

risoluzioni del Senato e del sentimento

universale, protestiamo che

i

principii sovraccennati

Romana e sulla decadenza del Papa dal governo temporale, sono in asulla legittimità della Repubblica

perta contraddizione coi principii incommutabili della giustizia sociale ,

nè sono giustificati dalla teorica della

sovranità popolare, usurpata da uomini egualmente tiranni dei re e dei popoli ; e protestiamo infine che la sapienza subalpina rifiuta tali dottrine e tali appli-

cazioni.

Fra i propugnatori di queste dottrine uno v’ha però, a cui potrebbe acquistar qualche fede la sua appa-

rente moderazione.

Ed egli ci sarà argomento di una

speciale discussione.

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,

25

CAPITOLO VII. LA.

questione papale sciogliesi nella camera subalpina COLLA TEORICA DEL COMUNISMO.

Al tranquillo favellare del deputato Mauri potrebbero i superficiali ed i frivoli lettori concedere quella fede che non possono impetrare le sue argomentazioni;

ed egli spogliando il Papa, corre, come gli altri suoi colleghi , a golfo lanciato in sostegno di quel principio

rivoluzionario che mira ad assimilarsi tutti

gli Stati

italiani, per tutti assorbirli nell’abisso repubblicano.

Concediamo

a lui col grande Agostino

Chiesa di principati e di

civili

contese non

« si

che

la

cura,

rivolta alla città eterna; e pellegrina su questa terra

non domanda che la libertà del passaggio. > Sì, come tutta la beata congrega dei fedeli non pone certamente il suo ultimo flne in cosa di questo altro

la Chiesa

mondo, ma assurge alla città eterna,

in modo però che nel suo mortai pellegrinaggio servesi delle cose

temporali per condurre sè ed

i

suoi alle celestiali

QUONIAM UT1QUE 80CIALI8 EST (AUG., De Civ. Dei XII, 17). Avvertite a questa formola del Santo Padre voi o generosi che nell’ardore della vostra carità vorreste svestire e spolpare la Chiesa per renderla più spirituale: la Chiesa è ancor essa sociale; i suoi ministri ed il suo Capo sono pur essi partecipi della società umana, e di tutti i diritti che ne dimanano; e l’uom ecclesiastico gode diritti civili e inviolabili non meno che il laico. Ora, se il governo dei popoli è pur esso ,

,

,

un diritto fondato sulla duplice sanzione della legge eterna e del patto almeno implicito dei popoli , niuna legge divina nè sociale ne ha escluso

il

Papa; egli ne

è capace come ogni altro.

Due nemici impugnarono già ab antico questa capacità di congiungere (e

non già di mescolare) il go-

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26 verno spiriluale col temporale: cioè l’eresia, vide sempre

la quale

come la regia dignità rendesse più spet-

tabile , più libera e spedita verso l’orbe cattolico Fa-

zione di questo centro universale; e la demagogia re-

pubblicana d’alcuni Italiani i quali

,

credendosi d’aver

ereditato la virtù , la potenza e l’impero di Roma pa-

gana, non cessarono in vari tempi di cospirare per rialzare sulle rovine del Papato quel colosso pagano.

La moderna fazione (non se ne adontino i promotori), la scomunica ,

segregandosi dalla Chiesa per

stante ne’suoi fini e ne’suoi mezzi, figliuola dell’eresia;

e prote-

come vedremo, è

ed è pur figlia della demagogia,

rompendo e calpestando ogni diritto sociale e positivo. Ma come gli antichi demagoghi ed eretici non sono mai giunti a provare o l’insussistenza del diritto pontificio

o

l’

incompatibilità del governo spirituale col

temporale, così

i

non portano nella questione

nostri

più di nerbo o di grazia che

i

comunisti parigini.

Qui s’intendono le due schiere: i comunisti subalbricioli caduti dalla lauta mensa dei

pini raccolgono

i

La questione papale sciogliesi da entrambi colla teorica del comuniSmo. fratelli parigini.

Dicono, per esempio, i fratelli parigini: Ogni uomo ha egual diritto di vivere, di respirare, di possedere in questo mondo, dunque non han valore i contratti civili nè gli atti pubblici nè i testamenti degl’indivi,

,

dui , riguardanti liani e

dicono

:

la proprietà.

Applicano i fratelli ita-

son liberi e hanno diritto di

I popoli

governarsi a loro libito dunque non hanno valore i che gli stringono ai voleri sovrani: dunque è legittima la Repubblica romana, fiorentina, e quante vorranno sorgere nell’ universo. Questo è il sommo capo della teorica comunista, che si vela, si ammanta, si rammorbidisce, ma che è pur tale nella sua selvaggia nudità; ed è quel puro radicalismo che, condotto di conseguenza in conseguenza, annulla ogni :

patti politici

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27 patto civile e politico, e tornerebbe logicamente la so-

Perocché la società è un fatto, un fatto positivo della famiglia umana; un fatto che cietà nella barbarie.

abbraccia una serie di e

•

fatti successivi

e tradizionali,

fondato sulle leggi eterne della giustizia divina,

scolpita indelebilmente nel cuore dell’umanità.

Or se

dite che questi patti tra cittadini e cittadini, tra popoli e governanti,

ripugnano alla libertà e all’eguasi nell’ uno che nell’ altro caso

glianza naturale, voi schiantate

quel fondamento

di

eterna sul

giustizia

quale solo può sussistere la società.

Ma

il

governo

temporale dei Papi è uno di questi fatti sociali, è un patto solenne, inaugurato dalla libera volontà del po-

polo romano che, abbandonato dagli eunuchi di Bisanzio, innalzò

il

trono pontificale per evadersi dalla

irrompente barbarie. Carlomagno ed

i

successori vi-

dero quel diritto e lo confermarono; e la tradizione e il consenso di undici o dodici secoli ne fecero un che non ha pari l’udiritto così sacro ed universale ,

non ci vuol meno di un comuniSmo politico per atterrarlo; tal comuniSmo iodico, che, spogliando il Papa avrà stabilito nella massima la decadenza di tutti i sovrani della terra, e più ancora di niverso, e

,

tutti

i

governi possibili e futuri.

Dicono ancora i comunisti parigini : Cristo fu povero,

un povero fabbro, fabrifilius; or quanto non sarebbe più bello il mondo se per imitarlo fosse abolita la proprietà? Applicano e rispondono

i

fratelli italiani,

e dicono di rispondere con san Bernardo:

« Chi ci darà di vedere la Chiesa di Dio qual era nei giorni

antichi

!

Buoni

fratelli , se

amate di vedere la Chiesa quale

fu nei giorni antichi , bisognerà pure che voi ci diate

opera; che voi cominciate a praticare la povertà di Cristo, l'abnegazione di Cristo, l’umiltà di Cristo; e

facendo ciò non pensereste ad usurpare l’altrui, de-


:

28 porreste certa boria, e sareste più quieti e virtuosi cittadini.

Bisognerà che voi vi acconciate un po’meglio

a quel precetto di Cristo che comanda di obbedire alla

Chiesa ed a Cesare:

ma fin che voi agognerete di ra-

pire il manto a Cesare, e negate obbedienza alla Chiesa

facendovi

etnici e pubblicani, credetelo, voi avete cat-

tiva grazia nel ripigliare l'opera di tutti gli eretici,

quella cioè di rifare sull’antico

il

Papa e la Chiesa.

Signori riformisti , facciamo un patto: torniamo tutti alla povertà, alla castità, all’obbedienza e alla santità

della Chiesa antica, ed allora ripiglierà il Papa (ve ne siam garanti ) i sandali ed il bordone del pescatore. Messo fuor di dubbio il diritto del Papa al governo

temporale , e svelata la cattiva logica di chi lo assalta, crolla l’edifìzio fabbricato dal deputato Mauri , il quale ci

ricanta

il

diritto che tutti i popoli

hanno di disporre

principio che non fa al caso, perchè il popolo romano viveva tranquillo nel reggimento paterno e civilissimo di Pio IX, e così diciam della Toscana; principio che applicandosi ciecamente alle fazioni, come

di sè

pratica oggigiorno, ha sconvolto l’Italia e sconvolgerebbe il mondo; e dà segno d’una grande incapacità

si

intellettuale quel venirlo a friggere e rifriggere in una Camera Costituzionale senza quei limiti che lo preser-

vano dal diventare una fiamma sterminatrice del corpo sociale. Nel rimanente il discorso del signor Mauri si riduce ad alcune speciosità accidentali che non provano contro la tesi generale; e sono: 1° che il miscuglio delle ragioni religiose e civili fu in ogni tempo trista semenza di guai ; 2° Che non intende la Chiesa a temporale dominio, bensì all’impero sugl’intelletti e sulle coscienze, il quale per politici argomenti nè si ottiene nè si conserva; 3° che la Chiesa non ha bisogno di presidii materiali per mantenere ed allargare vegliata e vivificata che è la sua spirituale signoria del continuo dallo spirito di Dio; k° che la nuda mae,

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!

29 stà dei pontificato è più veneranda ai popoli , che non

già cinta dell’aureola d’un dominio temporale, ed in ciò convenire gli uomini più pii e zelanti dell’ unità cattolica; 5° che dalla religiosa e non dalla civile autorità dei Papi emanarono i loro benefìzi sulle nazioni,

ma che per il loro principato civile l’Italia fu triboda lunghi guai. Conchiude il deputato Mauri: « Sia per sempre abolito il principato dei Papi, perchè l’Italia abbia la sua indipendenza. Tale è il voto della commissione e noi non dubitiamo che tale sarà il voto della Camera e del paese» ( applausi vivissimi dalla Camera e dalle gallerie). Povera Camera e polata

,

vere gallerie!

Ripigliamo ad una ad una le osservazioni dell’accademico, che non sono degne d’esser chiamate ragioni d’un uomo politico.

CAPITOLO Vili. GLI ACCADEMICI OPPUGNANTI LA SOVRANITÀ DEL PAPA.

Suonano a quest’ora in varie parti della Francia le grida orrende: Abbasso basso il papa! abbasso

i tiranni!

rallegrata la Cattedrale di

abbasso i preti! ab-

viva la repubblica! viva

il cielo!

Di

la ghigliottina! viva l’inferno

tali

inni

venne pur

Tolosa (Réveil du Midi,

23 février); e non dissimili enormità echeggiarono e furono afiisse in grandi cartelli per le vie di Roma. Così

il

partito che esautorava

figlia dal partito rivoluzionario

il

Papa si collega osi

che vorrebbe esauto-

umana; ed i più innocenti nelle loro intenzioni danno pur mano a quella fazione. Veniamo al deputato Mauri. Di tutte le querele ch’egli move al Papato, neppur una tocca fermamente il diritto principesco dei Papi, rata ogni podestà divina ed

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30 e tutte

si

risolvono in errori storici, od in piati poco

degni d’un’aula legislativa a cui il diritto dee servire di base, indegnissimi poi d’un consesso cattolico , e vituperosi al

nome ed al senno italiano. Saremo laconici

nel rispondere, perchè della Sovranità temporale dei

Papi tratteremo exprofesso altravolta. 1° L’unione dei due poteri nel Papa, per chi sa di grammatica, di storia e un poco di canonica, non è miscuglio delle ragioni religiose e civili

,

ma è go-

verno distinto e proporzionato di entrambe; e non 'ripugna che si trovi nel Papa come non ripugna che un sovrano qualunque eserciti le ragioni domestiche ,

della propria famiglia e quelle dello Stato, quantun-

que le une sian dalle altre distinte. 2° La missione sostanziale della Chiesa è la maanime ma da ciò non segue che i

gistratura delle

;

suoi ministri, perchè dispensano le grazie spirituali,

non abbiano un legittimo possesso delle cose temporali, fosse ancora il governo d’ uno Stato, dacché il carattere spirituale non induce veruna incapacità di possedere diritti ed appartenenze temporali. No, il Papa non tiene da Cristo il governo temporale, ma Io tiene in virtù di quei diritti civili e politici che sono

fondamento della giustizia sociale, e cui una turba può bensì calpestare ma non mai annulha dunque potuto dire agli Apostoli Regnata meum non est de hoc mundo, perchè loro affidava una podestà che veniva dal cielo: ma per altra parte la società civile ha potuto rivestire ed in realtà ha rivestito il Papa di un diritto temporale che viene da questo mondo, perchè di questo mondo è la società che glielo ha dato. Comprenda il lettore queste ragioni tanto semplici quanto vittoriose, e si leverà alto su il

di scellerati

,

lare. Cristo

tutti

i

cavilli dei raggiratori.

3° È vero che la Chiesa non abbisognava assolutamente di rinforzi materiali, è vero che Cristo po-

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31 teva reggerla colla perennità dei miracoli ,

ma osserva

Fénelon che, passata quella prima età in cui tutto era miracolo, ha stabilito la

suo divin fondatore cito

il

Chiesa battesse per lo più

le

Providenza, e camminando fra

vie ordinarie della

gli

uomini non isde-

gnasse niun mezzo confacente alle condizioni umane. Allora l’eloquenza, le arti, le scienze si sposarono al culto della religione; allora

vente rifulsero d’argenti,

i

tabernacoli del Dio vi-

d’ ori e di

gemme, a cui

guardando i moderni lscarioti gridano come l’antico: Ad quid perditio haec? Allora ferme possessioni si aggiudicarono alle chiese ed ai ministri, e per una conseguente gradazione, gliosa providenza,

la più maraviabbian memoria,

la

più soave e

di cui

le storie

veniva tessendo quel pontificale diadema , venerato dal

mondo, e scopo ora a tanta invidia e a tante ire di bastardi italiani. Belli e sottili pensatori! Credete voi

che tutte

le

nazioni del mondo terrebbero oggi un loro rappresentante attorno del Papa,

s’

Pietro e gittasse

Credete voi che egli sarebbe

le

reti ?

egli

ripigliasse

il

libero di comunicare con tutta la cristianità ,

saio di

s’

egli

fosse suddito di quei tristi repubblicani che oggi con-

taminano il Campidoglio e che, regnando Pio IX, già ne intercettavano le lettere e ne violavano i segreti? Credete voi che tutto il mondo cattolico tolleri che

la

parola del loro padre spirituale diventi schiava o passi

per le perfide mani dei rivoluzionari? Ecco una questione europea

non solo ma universale: la Repubblica

Romana ha usurpato sul mondo cattolico, e il mondo cattolico si ridesta e respingerà concorde quell’attentato.

4° Voi dite che alle vostre coscienze apparirebbe più veneranda la nuda maestà del pontificato. Dav-

vero? Pensateci un poco.

A noi si dimostra

il

contra-

Noi vediamo che il nudo Pontefice risiedente a Gaeta ha scomunicato i repubblicani di Roma ed i rio.


32 loro partecipanti, altri anelanti

del

e quelli

li

vediam gaudenti, e gli

a partecipare l’onore degli scomunicati.

È ben vero che

signor Mauri concede al Papa

nudo diadema la facoltà di scagliare l’anatema contro il

l’autocrata conculcatore della Polonia.

Ma, ingrazia,

è di altra tempra l’anatema scagliato dalla Chiesa contro gii autocrati mazziniani, usurpatori e conculcatori del dominio papale?

Vedi qui una tal confessione dalla

quale potrai forse conchiudere che i caporioni repubblicani i

,

avuto nelle unghie il Papa

si farebbero essi

,

regolatori deU’anatema pontificale.

Ma

il

signor Mauri faceva poi ingoiare alle gallerie

ed alla Camera uno svarione troppo madornale, portandole a credere che * tutti i più validi sostenitori dell’ unità cattolica non si mostrarono punto zelatori del principato temporale dei Papi; » salvo però che per questi validi sostenitori non intenda un Sarpi,

marcio protestante in gonna da frate, o un Arnaldo da Brescia, o un Macchiavelli, o qualcuno di quei i sovrani ed elessero di morire scomunicali come pare vogliano fare moderni repubblicani. Non concederò neppur Dante, i la cui mente non vuoisi misurare da qualche accesso torbidi giansenisti che piaggiarono ,

di collera ghibellina.

Per non fare un catalogo citerò

Bossuet e Fleury, due sommità gallicane. Ecco le pa-

1682 * Dio il quale Romana la madre comune di tutti i regni, nel successo dei tempi fosse role di Bossuet nei comizi del

voleva che questa grande Chiesa

:

,

,

indipendente da altro regno temporale, e che la sedia dell’Unità (non repubblicana) sovrastesse a tutte le gelosie di stato, gettò

i

fondamenti di questo gran

disegno per Pipino e Carlomagno. I Papi erano già sovrani prima di Pipino e Carlomagno. Segue poi a 1’ utilità e quasi la necessità di questa indipendenza temporale. Consentono con Bossuet, Leibnitz, Hurter, Hume, ecc. Ma abbiam detto di non

dire Bossuet,

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33 fare

un catalogo

:

a suo tempo tratteremo la questione

istericamente e con qualche rossore degli opponenti. ' 5° Intorno ai beni ed ai mali venuti dal Papato ,

a tutte

il

mondo ed all’Italia particolarmente diremo

una sola parola: Degeneri Italiani, che il sovrano Dante già avvertiva di non esser come pecore matte, consultate i documenti, e vedrete che il Papato ha salvato l’Europa ha creato l’Italia ha creato di pianta la civiltà moderna; o dalla tempesta che già si scaglia dal Settentrione non avremo più fermo riparo che nel ,

,

Papato. I

discorsi recitati dal

24 febbraio

al 1° di

marzo

segneranno una macchia indelebile sulla nostraCamera. I sacerdoti Monti e Pernigotti non han taciuto: l’onore della giornata restò in gran parte ai Savoiardi, quan-

tunque da quel paese della religione e del senno ci sian pur venute alcune stampe alla volteriana. Con-

chiudiamo col veridico Pansoja: « Nella Repubblica romana io vedo la rovina d’Italia; questa Repubblica e l’anarchia sono sinonimi. » L’animoso deputato ebbe l’onore delle fischiate.

A Cesare Balbo daremo il capitolo che segue.

CAPITOLO IX. URO SGUARDO ISTORICO

,

TEORICO E POLITICO SUL PAPATO.

La Nazione, sulla fede di lettere scritte da Roma 24 febbraio, riferiva nel num. 53 che sei emissari, probabilmente già implicati nell’ assassinip del conte Rossi, eran partiti di Roma per uccidere Carlo Alberto e Vincenzo Gioberti, il quale dopo essere stato il

l’idolo del partite rivoluzionario, ora n’è diventato lo

scandalo e l’esecrazione. Sia certo o no il fatto, non sappiamo; ma è naturalissimo che la Repubblica Ros

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3V maria, nata dal pugnale, per vivere qualche ora sia costretta a

mendicar la vita dal pugnale,

li

che torna

ad un

tristo elogio per la Camera Subalpina, la quale sprecò a quel governo usurpatore e promotore d’usur-

pazioni le sue affettate simpatie. La storia non cura gli

nomi dei patrocinatori di questa ingiustizia nama i nomi di Costa di Beauregard, di Despine e di Cesare Balbo saranno registrati con

oscuri

zionale e cattolica,

onore.

Cesare Balbo, l’uomo che ha studiato e non danzato svolge

nella storia,

la

questione del Papato nel tri-

plice verso istorieo , teorico e politico.

Fissando

1’

occhio nella storia, egli vede

come la

potenza temporale dei Papi nascesse preceditrice, cauta , nucleo dell’indipendenza italiana , delle liberty dei. municipi! e delle confederazioni 1

rii

e

IL Egli corre

sul

comunali sotto i Grego-

magno Gregorio VII,

il

vindice delle libertà ecclesiàstiche e civili, sugli italianissimi Alessandro 111 e i due Innocenzi; e di quella

stampa altamente civile e politica afferma essere stati di quelle famosissime generazioni. i Papi

quasi tutti

In quei secoli la potenza temporale dèi Papi fu invasa, fu diminuita, non fu mai assalita nel suo principio,

non fu mai negata, non mai abolita. E come poteva abolirei una potenza nata quasi per miracolo, senz’armi, senza violenze, per libera dedizione de’ popoli, nello

mondo, quando era il Papa l’uuomo capace di dar forme civili al nuovo?

sfasciarsi dell’antico

nico

Ad una Camera meglio veggente avrebbe fatto una impressione solenne la storica conclusione che il mondo cattolico e t l’ltalia principalmente parteciparono

pre

alle condizioni

sem-

e alle sventure dei Pontefici. 11

mondo e l’Italia furono lacerati dal grande scisma al trasportarsi della

Sede in Avignone, che fu la grande

sventura di quei secoli, e chiamata dai contemporanei la nuova cattività di Babilonia; e se l’eresia in-

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35 fetta

qualche membro,

retta

il

lo scisma è tal morbo

corpo intiero della Cattolicità,

e le interne,

il

sangue ed

dere a qual capo debba

il

che ma-

le parti esterne

nervi, senza lasciar ve-

i

membro appartenere. Ai

Papi qualche volta turbolenti, nei

secoli

xv e xvi,

corrispose un’Italia turbatissima ; ai tranquilli un’Italia tranquilla;

a Pio

VI ed

a Pio VII prigioni in

Francia un’Italia captiva di Francia; a Pio

IX rige-

neratore, un’ Italia che voleva rigenerarsi, e

si

sa-

rebbe rigenerata, lui duce, lui pontefice e lui principe. Tu, mio gentil lettore, senza esser deputato avresti saputo dedurre da questa istorica conclusione che il turbare questa Sedia che Dio ha posto a centro dell’Italia e del mondo, è lo stesso che turbare e affliggere le sorti dell’Italia e del mondo. Eppur vedi capacità della Camera! Essa colle sue cento teste, coi suoi ducent’occhi non l’ha veduto. Ma tu sta fermo e vedrai che per colpa degl’italiani sarà aggiunto un a,

nello di più a questa sintetica e terribile conclusione. il Balbo passa alla teorica e alla poliTeoricamente Pietro sarà Pietro, e la Chiesa sarà

Dalla storia tica.

divina senza un soglio terreno.

Ma nel nostro e nei

seguenti secoli la distruzione di questo soglio non sarà ella nociva alla religione, alla civiltà, all’ Italia, a Roma?

A questi punti

il

Balbo chiamava l’attenzione di co-

si erano tanto affrettati di giuocarsi il manto come altri si affrettarono di giuocarsi la tonaca di Gesù tristo. In quanto alla religione, la Camera Subalpina a-

loro che di Pio,

vea già professato di voler richiamare i Papi (i soli Papi , non già i fedeli non già se stessi ) alla povertà ,

come predicavano i zelatori delperò loro avvertire che, posto il

della Chiesa antica, 1’

eresia.

Balbo

fa

Papa nell'altrui dominio, sarebbero inevitabili i pericoli delle elezioni pontificie e degli scismi, e che non

uscirebbe così autentica e libera d’ogni sospetto quella

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36 voce che dev’ essere la maestra dei principi e delle

Che perciò, se non cessa realmente di essere

nazioni.

e di parlare

il

Vicario di Cristo, cessa tuttavia nelle

attuali condizioni la sua irrefragabile autenticità, il

suo libero esercizio.

tore, che

i

ed

Non ti stupirai, mio buon let-

rispetti religiosi non toccassero l’animo dei

Padri sedenti nel nostro Concilio.

Tu sai come trat-

tino la religione.

Non sono meglio alla loro portata le ragioni civili. Francia

Spagna

,

,

Germania Austria America accoil Papa; ma sul,

,

,

glierebbero con onore grandissimo

riverserebbe l’odio e l’esecrazione di quei

l’Italia si

La civiltà moderna è inspirata e figliata dai

popoli.

cristianesimo , per forma che il centro ideale della civiltà resterà

sempre dove sia

il

Papa, ossia il centro

della cristianità. L’Italia perdendo questo centro , per-

derebbe

sommo dei privilegi, perderebbe

il

la

gran

missione a cui Dio l’ha destinata, quella cioè di conservare quel centro divino intorno al quale dovrà raccogliersi l’umanità: destino

sublime per cui

già e sarà sempre meglio nell’ avvenire

mente

il

,

i

Roma è capo, la

cuore del mondo redento o incivilito. Que-

sta ragione

mosse

il

avrebbe dovuto movere un sasso, e non Ogni uomo che non sia un piombo

deputati.

intende che la missione belligera di Roma pagana è

terminata; che l’unica missione per cui la moderna

Roma può salire in potenza è una missione intellete morale, capitanandola il Papa; che Roma,

tuale

instaurando

il

forza materiale

vecchio

fantasma repubblicano,

per

non sarà più che un atomo appetto

delle formidabili potenze che la cerchiano, e la schiac-

cierebbero come un insetto: tutto ciò è chiaro, evi-

dente, palpabile;

ma non ebbero intelletto sufficiente nostri dei Bruti di Roma, nè

a comprenderlo nè

i

putati.

L’Italia è già scissa in mille parti, e sarà vie più

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37 pet il latrocinio commesso contro la persona del Papa: perchè l’Italia non è ristretta all’aula del Campidoglio, di Firenze o di

blicani,

Torino, ai clubs ed ai circoli repub-

ma l’Italia è la somma degl’italiani; e que-

sta, esclusa un’infinitesima parte di cospiratori ardenti

od acciecati, vuole e vorrà il Papa, abborre il tradimento e la ribellione. Ecco bel modo di conciliare Ecco piuttosto risorto fra noi il medio evo, il quale rompendosi, arrabbiando cacciando re e papi , lasciò un’ Italia lacera, prostrata ed inferma, appunto nell’ora del risorgimento europeo, e nel costruirsi delle grandi potenze l’Italia e disporla all’indipendenza!

,

che ora signoreggiano. Tutto

il

discorso fu udito

come il canto

di

profundis : gli errori diluviarono dopo di esso avanti.

un de come

Ma è da notare che gli oratori favorevoli al

Papa, vedendo l’ostinatissima tempesta che sovrastava, non pregavano di altro se non che si escludessero dal discorso alla Corona le parole significanti simpatia e

aderenza alla Repubblica Romana. Predicarono al deserto, trionfò

il

principio repubblicano. Rei compli-

mento a Carlo Alberto! È questo nella sostanza: Sire, i popoli hanno il diritto di costituirsi (in monarchia od in repubbliche ): per questo diritto i Romani (cioè una fazione) hanno instituito una Repubblica; per lo stesso diritto noi, se ne avremo il vezzo, faremo in vostra vece una Repubblica. Dio benedica la Maestà Vostra, e

la prosperi sino a quell’ora.

Non erano schietti e graziosi

i

nostri deputati?

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,

3$

CAPITOLO

X.

parallelo della costituente romana E DELLA CAMERA SUBALPINA.

Paragonando ora la Costituente Romana e la Camera Subalpina, ne emerge un sol pensiero che raccogliamo in questa proposizione trimembre: Diritto dei popoli di costituirsi civilmente e politicamente;

conversione della monarchia papale in repubblica

pei*

virtù di quel diritto; conversione di qualunque

mo-

narchia italiana in repubblica, quando piaccia poli ,

ossia

ai gridatori

delle

j

ai po-

gallerie parlamentari

delle piazze, dei circoli, di sovvertire

i

legittimi go-

verni e costituire se stessi dominatori del popolo inau-

gurando la prepotenza col nome di repubblica. Si avverta all’identità della parola: Costituente , Costituirsi.

Costituente è l’idea repubblicana che

suonato per tutta l’Italia e metteva

il seggio

ha già

in Roma:

(aistituirsi è l’idea repubblicana proclamata con tena-

Camera Subalpina, e graziosamente intimata a Carlo Alberto nella solennità delle forme. I cuori delle due assemblee battono dunque all’unissono. Sebonchè a Roma parlarono più accorto i mamianisti a Torino fu propugnata con più impu; denza l’idea mazzinista: a Roma il verso religioso cedette quasi intiero il campo alla questione politica;

cità incredibile nella

a Torino la questione religiosa fu bistrattata più crudel-

mente per supplire in questa parte ai fratelli di Roma. Qual differenza fra Roma e Torino? Là i fratelli sono

costituiti,

qui da costituirsi: là è già inatto la

Costituente intesa a tutto sconvolgere e discostituire; qui è

una speranza ed in fieri

:

là

il

sovrano fu dichiarato

non ha ceduto ai traditempo ci dirà il rimanente. V’ha però a Torino un elemento di ordine e di sicurezza pub-

traditore della patria perchè tori; qui. ..il

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39 blica che

non era in Roma: ed è

l'esercito, reri

fi-

nei quali non ebbero ac-

gli e custodi della patria,

cesso le idee socialiste. Se pure i repubblicani in fieri

non ci torranno questo presidio! il decadimento del Papa e l’idea repubblicana che un egual successo in Roma ed in

vi s’innesta corsero

Torino: offendere la nazione, e manifestare

i

despoti

che vorrebbero tiranneggiarla. Roma Torino, l’Italia si sdegnano profondamente contra gli arroganti che osano conculcarne i diritti, la giustizia, la religione, la dignità ed il senno. Se i tiranni soffocano la voce dei popoli per qualche tempo, non soffocano il grido ,

delle

coscienze che renderà alla nazione

il

decoro

perduto e l’usurpata sua potenza. Or qui è d’uopo ritornarci alla mente il capitolo

dove

di questo discorso,

coda

al

il

Mamiani, tracciava

V

signor Audinot, facendo i

pericoli dell’improvvi-

sare poeticamente, romanzescamente, rivoluzionaria-

mente una repubblica sulle rovine del Papato. Così a

Roma si pensava ai pericoli di fallire nell’ impresa: anche l’assassino calcola i pericoli nelle sue imprese diurne o notturne.

A Torino la giovinezza, l’inespe-

rienza, l’avventatezza dei mazzinisti trinciò più corto sui pericoli:

ma le nobili anime dei Costa e Despi-

ne esposero e tutelarono con forte coraggio

la

gione cattolica e

quella e

la

giustizia

delle genti,

reli-

questa oltraggiate nella Camera; e l’istorico Balbo di-

mostrò, col criterio della storia e della politica , l’offesa ed i pericoli che dalla Repubblica Romana e da chi

le stendeva

la mano

creavansi

all’Italia.

Avemmo

dunque noi qualche voce che ricordò la religione e la propugnava la teorica e il trionfo dell’anarchia: ma Roma, la città santa, non ne ebbe pur una; il che dice a tutto il mondo che Roma non è più in

giustizia a chi

Roma; che Roma è oggi la sedia dell’empietà e della tirannide che usurpano sulla religione e sulla giustizia.

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,

40 Audi not avvertiva:

«

La

questione del Papato é

La Camera si beveva quella difficoltà come un sorso d’acqua. La nostra Camera è così forte d’uo-

questione che interessa tutta l’Europa cattolica. » nostra

mini e di denari! Ella terrà fronte a tutta l’Europa cattolica. « La Repubblica sarebbe Da tale espansione egli è

Audinot avvertiva ancora: di sua natura

espansiva.

certo che gl’interessi piemontesi sarebbero allarmati

e là porterebbe probabilmente la dissoluzione di quell’unico esercito che pure è in presenza del nemico.

<*

La nostra Camera sì fuor di modo e di luogo simpatizzando coll’anarchia

romana e toscana rendeva più

espansiva l’onda repubblicana , allarmava il Piemonte, e offendeva vie più profondamente la Savoia già così alienata e offesa dall’irreligione, dalla licenza e dall’anarchia italiana. In quanto all’esercito, già i clubi-

pensarono di allontanarlo dal cuore del Piemonte disponendo così il campo ad una insurrezione repubblicana. Già corrono e ricorrono il Piemonte gli emissari repubblicani, i masti

sul pretesto della guerra,

nifesti

e

le

grida sediziose. Schiere di avventurieri

sono pronte, e le paga il Piemonte! Ecco dove ci traggono, ecco dove mirano le simpatie repubblicane,

empie, così impolitiche, così fatali della nostra Camera. Ed essa applaudiva a chi, schernendo e calpestando il senso comune, veniva dirci che l’attuale movimento d’Italia non è repubblicano! All’incontro le repubblica è già in teorica nella Camera, è già fermento che si propaga nel cuore del Piemonte , che così

si

vuol cacciare in fondo

repubblicano trionfo ,

nell’impeto

della

miseria

per

della disperazione.

farlo

Breve

ma tale che basti all’ultima rovina delle cose

italiane, al trionfo dell’egoismo, dell’ usurpazione e

Vedremo se non dovrà essere chiamato a comprimere il vulcano interno queU’eser-

delle altre passioni.

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41 pareva fatto per l’acquisto dell’indipendenza Ed allora nel subisso dell’ Italia ne sarà onore e gloria ai repubblicani ed agli inesperti o fa-

cito che italiana.

,

,

,

tui, o perfidi loro aderenti. ..O Carlo Alberto!. ..O

Trono Sabaudo, Trono di otto secoli!.... Insomma la Costituente romana colla sua Repubblica e la Camera piemontese abbracciando quel fan,

tasma repubblicano, cancellarono quell’unico principio di giustizia sul quale si fondano i governi civili; consecrarono l’anarchia delle fazioni, ascrivendo loro il

diritto di costituirsi fuori e contro quei limiti della

a cui debbono soggiacere i popoli se non mutano in belve la loro natura e sparsero nell’Italia una fiamma che non tarderà guari a divorarla. I rappresentanti del popolo romano e del popolo giustizia

,

subalpino donde traevano l’infermità che

gli accieca?

Non dalla nazione che si divide da loro, che a loro oppone e li condanna, ma dal partito audace, quanto ristretto che gli eleggeva. A Roma siedono i

si

creati dalla più sacrilega e più incivile delle usurpazioni ; a Torino siedono i creati da una sistematica op-

posizione, la quale

nou aveva che un uomo solo, che

disgraziatamente fu Vincenzo Gioberti , nel cui nome si

era rifuggita ,

e cui sacrificò ben presto a se mede-

sima senza decoro nè riconoscenza. Frattanto è pur troppo vero che il nome di Vincenzo Gioberti servi di vessillo al partito rivoluzionario che corruppe le elezioni, impose al Piemonte questa

Camera che si uni

suo idolo ed

il suo padre, e ad imprecare sul Piemonte e sull’ Italia quel

col Ministero a sacrificare

il

male di coi non ci venne finora svelala che una parte.

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42

CAPITOLO XI. GLI SCOMUNICATI A MESSA E AL TE DEUM.

Se

così detti Rappresentanti del popolo sedenti in

i

Roma ed in Torino furono inflessibili verso il dominio temporale dei Papi, sono poi nel rimanente d’una religiosità maravigliosa. 1 Romani parlano, decretano,

spogliano, confiscano, in nome di Dio a

e

del popolo:

Torinoi Rappresentanti riformatori non avrebbero

finito di pulire e ripulir la religione, finche

ed

i

il

Papa

ministri fossero ridotti a quella perfezione di po-

vertà evangelica che non ha nulla a perdere e nulla a sperare.

Le quali ultime parole sono d’un certo pro-

fessore Bertini , e si accoppiano, a quest’altra sua illustre sentenza che diceva : doversi per sempre spogliare il Papa, perchè nella sua mente (nella mente del sublime professore) non può capir l'ipotesi di un Papa

un popolo d'eretici; quando per delicatezza di coscienza piacesse ai Romani di farsi eretici (1 marzo). Anche i circoli, veri governi

felicemente regnante sopra

civili ,

sono religiosi

al paro dei Rappresentanti.

Quel

Roma decretava che la Costituente sarebbesi fon-

di

data sulle basi immortali della democrazia e del Van-

commentava democraticamente il Regnum meum non est de

gelo: in quel di Torino un prete rappresentante

hoc mundo.

Vorremmo dire ehe i Romani hanno dimenticato di essere scomunicati, e che

menticato che sta

i

Torinesi

hanno pur di-

essi aderivano e si abbracciavano a sco-

municati. Però le Messe e

i

Te Deum laveranno que-

macchia, se pure avesse l’ombra d’un peccato veMa diam prima uno sguardo al secolo passato.

niale.

Voltaire, gridando a D’ Alembert di schiacciar l’in-

fame, écrasez l'infame (cioè Gesù Cristo), soggiungeva piamente Vous penses bien que je ne parie que de la :

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,

superstition; car

pecte et je

43 pour la religion chrèticnne je la rescamme vous (Lett. 12). E D’Alem,

l’aime

comme vous,

bert piamente gli rispondeva: Je parie ,

de la superstition et non pas de la religion chrétienne, que j’honore comme les sociniens honteux de Genève honorent son divin fondateur (Lett. 113). Leggendo questa curiosa corrispondenza dei due corifei dell’ altro secolo ti parrebbe di assistere ben sovente alla scena della rivoluzione moderna. I loro attori s’inchinano al Vangelo, vantano la religione, ma vogliono, come Voltaire, schiacciare la superstizione. E per supersti,

,

zione intendono vescovi ,

i

i

preti e

i

frati

non rivoluzionari, i

cardinali , e il dominio temporale dei Papi;

con altre coserelle, che sarebbero, mortificazioni, digiuni, quaresima, santificazione delle feste, e uso di alcuni sacramenti; ed in capo a tutte le superstizioni annoverano le

scomuniche della Chiesa, avanzo del medio evo. Ciò notiamo generalmente intorno agli eroi di que-

sto e dell’altro secolo; ora rivolgiamoci alla Costituente

Romana. Là seggono intorno a ducento eroi

,

per

virtù cittadine forse minori dei Camilli e dei Fabrizi,

ma per cristiane virtù eminentissimi

e

.

santissimi

dacché si posero al luogo degli Eminentissimi e del Santissimo; Sai tu qual fosse il lor primo pensiero? Fu di udire la santa Messa. Anche Voltaire F aveva udita, e fu fronti che

si

maravigliato a quel concerto di tutte le

piegavano al levarsi dell’Ostia, che pro-

si

testò, se venisse sovrano,

di

non voler cedere quel-

l’onore a veruno de’ mortali. Voltaire probabilmente

avrebbe detto Messa se fosse venuto imperatore. Per adesso gli eroi di Roma non pensano a farsi preti, nè a dir messa ma vollero udirla per consecrare la ri,

voluzione col suggello della religione.

1 pii ,

i

religiosi!

Ma è ben giusto: Roma è la città santa. È ben vero che stava già fitto nel loro capo il proposito d’ un grande latrocinio, quello di spogliare il Padre della

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cattolicità del più antico e del più santo

dei diritti.

Ma che importa? Si vada a Messa dello Spirito Santo, e si compierà latrocinio nel nome di Dio. È ben il

vero che nè

il popolo gli ha delegati, nè potrebbe commettere una tanta ingiustizia. Ma che

delegarli a

importa? Sono essi violenza 1’

che

si

i

rappresentanti dei circoli e della

è imposta

atto della loro iniqua

al

popolo, e segneranno

baldanza nel nome di Dio e

È vero che un giuramento di fedeltà e un

del popolo.

nodo di gratitudine li lega a Pio IX, a quel Pio che fidandosi nella loro parola

li

riscattava dall’esilio alla

Ma che importa un giuramento, che cosa è la fedeltà? È vero finalmente che una scomunica, cioè la maledizione di Dio, segna le loro

libertà della patria.

come le loro anime. Ma che cosa è la scomusi è detto che si può schiacciar l'infame ed amar la religione? Non si potrà con minor pena fronti

nica quando

spogliare

il

suo Vicario e venerar la sua Chiesa? A alla messa dello Spirito Santo, e si

messa dunque, calpestino

i

giuramenti e

le

scomuniche.

Ecco impertanto che gli scomunicati vanno a messa.

Ma chi dirà messa agli scomunicati? Qual prete agognerà di partecipare alla scomunica, o di suggellare tremendo sacrificio la congrega dei frementi contro la Chiesa ed il suo Cristo? Deh non si trovi nel

col

collegio dei santi l’uomo della perdizione!

Eppure vi

fu; e non vi fu quell’ uno

Clero ro-

nei dodici?

Il

mano si rifiuta all’opera del tradimento; ma un cappellano militare

tano

le torcie

si

fa innanzi;

e forse militari por-

e servono all’altare.

Credete voi che i popoli sian presi alle voo che anzi non prendano orrore dei vostri sacrilegi ? Compite alla buon’ ora 1’ esecrando tradimento del principe e del popolo, ma non ravInfelici!

stre imposture,

volgetevi nel

manto della religione, non profanate in

disegni d’iniquità quel sangue che vi ha redenti!

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45

O Pio! Come

i vostri

più cari

si

affrettarono a spo-

gliarvi e crocifiggervi! Alberga dunque tanta crudeltà

nel cuore degl’italiani? Veliamoci

la fronte. ..E voi,

Pontefice Santo, mentre la Providenza vi sta matu-

rando il trionfo quasi della risurrezione che non vi può fallire , consecrate i patimenti dell’esilio a ciò che siano abbreviati

i

giorni del nostro dolore, e

si con-

vertano i colpevoli prima che Dio mandi sull’Italia i fulmini della sua giustizia vendicatrice.

Ma vedi se rimorso nè rossore cape in quelle anime triste sito

!

Il

5 febbraio udivan la messa dello Spi-

Santo e aprivano la Costituente;

il

9, a un’ ora

dopo il mezzodì, compiono il tradimento, rinnegano il loro sovrano, decretano il Papato decaduto di fatto e di diritto dal governo temporale dello Stato Romano, proclamano la Repubblica dal Campidoglio, e novelli Iscarioti, con bocca benedetta, vanno a ringraziare Iddio della lor fellonia nel maggior tempio della cristianità, all’altare della cattedra di S. Pietro.

Dio sia lodato, non per la turba degli scribi e dei che lo insulta ma per quel clero romano che, deludendo le guardie. e spregiando leminaccie, sene va dal tempio al gran dispetto degli scomunicati dove farisei

,

,

i

il

devoti repubblicani s’intuonano e cantano tutto soli loro

Te Deum.

E qui fa meco, o lettore, un parallelo storico, e Nel 1798, mentre il Papa Pio VI era carcerato nel proprio palazzo, si cantò in Roma per la proclamazione della Repubblica un Te

n’ avrai qualche conforto.

Deum nella

cappella del Santissimo Sacramento; e

eoll’altro clero

v’ebbero parte diciotto cardinali. Nel

1849, in Roma stessa, per altra repubblica si cantava il Te Deum all’altare della cattedra di S. Pietro, ©non vi assisteva un canonico, non un prete, non un chierico di quella basilica veneranda. 1 morti seppelliscono i

morti

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46 Frattanto

i

proseguono

scomunicati

pietosi

come

hanno incominciato. Più fortunati dei Proudhon, dei Blanqui, dei Raspail e di

tutti

i

comunisti parigini

han vinto senza farle barricate; dopo avere spogliato il

Pontefice, spogliano

tari,

usurpando

i

conventi,

le

chiese,

gli al-

sulle pubbliche e sulle private pro-

prietà con un’audacia e

un furore da barbari. Il tu-

multo e le fischiate dell’ Assemblea e delle tribune ac-

compagnavano la protesta di Pio IX contro tali usurpazioni che leggevasi alla Costituente

giorno di domenica. Finita la lettura,

il il

18 febbraio,

ministro Cam-

proponeva che per purgar l’aria appestata dalle svergognate parole del Papa, si confiscassero i cavalli di lui e delle guardie nobili. L’Assemblea decretava; e tornavano al puro aere gli scomunicati. pello

CAPITOLO XII. FORMOLI REPUBBLICANA

:

DIO ED IL POPOLO.

Napoleone avea detto con somma perspicacia e verità :

On ne fati pas dee républiques avec de vieilles mo-

narchies. Intendeva quel gran dominatore che al mondo

non v’ ha cosa più diffìcile ad espugnare che la volontà umana, e che questa volontà, quando sia da secoli invecchiata in una qualunque forma di reggimento, può vacillare un istante, ma non indursi a crollare in un tratto e cedere perentoriamente a novelli

dominatori l’antico edilìzio e l’eredità dei padri.

Ci rammenti che la fracida Roma dei Cesari lottò per quattro secoli contro la divina instaurazione del cristianesimo, e che

il

sucido maomettismo, per la ra-

gione sola del possesso , da più di mille anni tiene in signoria gran parte dell’ universo.

E se tanto potere

hanno sulle nazioni le irragionevoli abitudini , quanto

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47 non ne avranno le ragionevoli e sante? Quanto potere non avrà sull’animo dei Romani, degli Italiani e

Re e Sacerdote che, per condizione civile, è il più antico re del mondo, e per condizione divina è il padre, il mae-

dei Cattolici di tutto l’universo quel

stro,

duce di

il

tutte le nazioni?

mine del tremendo conquistatore

;

Non lo vinse il fulor lo vinceranno gli

ma imbelli cospiratori, senza ingegno, senza

audaci

romano e di tutto condanna e gli schiaccia? Roma e

forze , contro la volontà del popolo 1’

universo che

l’Italia,

li

nate, per così dire, e impastate di fede cat-

come a padri, poun turbine rivoluzionario

tolica, e devote ai loro principi

tranno per

lo

scoppio di

protestantizzarsi e repubblicanizzarsi?

Vero è che a vincer l’impresa i nuovi riformatori presentano in nome di dio e del popolo. Tale è la forinola repubblicana, tale la possente leva onde si lusingano di sommovere l'Italia. Esaminiamola. Qual Dio, qual popolo vi ha mandati, signori repubblicani? Il Yicario di Dio sedeva pacificamente sul trono che la Providenza gli ha costruito perchè la sua si

,

parola suonasse libera a tutte le coscienze dei credenti: voi rovesciate questo trono, voi lo usurpate, voi ne il Vicario di Dio, e dite di essere mandati da Dio? Urtare di fronte, urtare sacrilegamente idi-

cacciate

segni di Dio,

il

suo Rappresentante sulla terra,

e

da Dio? Mandò Iddio più mandò un Mose, un Isaia, un Natan,, un Battista: ma erano gli uomini più umili e più mortificati d’Israele; si preparavano a quell’assunto col digiuno e colla preghiera; ed essi non andavano a spodestar principi, a rapir loro la corona, ad occuparne il soglio; ma a loro si

spacciarvi vòlte

i

per

gl’ inviati

suoi profeti ai principi della terra,

presentavano col rispetto di chi obbedisce all’autorità, pieni della parola e della virtù deU’Àltissimo.

Giona alla gran Ninive,

la cui

Mandò

malizia era salita al

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43 cospetto del Signore : ma Giona e tatti gl’inviati da Dio

non assoldarono gente, non impugnarono armi,

la-

sciarono a Maometto questa gloria; ricorrevano piuttosto alla cenere

sorse ,

ed al ciliccio. Mosè stesso non in-

non sollevò il popolo contra 1’ ostinato e barnè usurpò il comando,

baro Faraone, non ne ambì

ma si ritirò nel deserto. Ecco le persone che Dio mandava

,

e che a ragione

parlavano e operavano nel nome di Dio. Or tu paragona, o lettore. Negli aperti e nei mascherati cospiratori, negli assalitori del Quirinale, negli invasori e nei dittatori che ora fulminano dal Campidoglio , vedi

tu ossequenza al principe, umiltà e abnegazione, con

quei più

alti caratteri

che ti dian certo segno d’una-

missione divina? Segnino dunque ogni loro atto e decreto nel

nome del loro orgoglio, nel nome di Luci-

fero,

questo padre di

di

tutti

i

ha non

cospiratori, che

detto: ascenderò in cielo e sarò simile all' Altissimo ; inai nel nome di Dio.

Avranno essi almeno la missione del popolo, se loro manca la missione divina? Ma, dimmi, quando gli ha mandati il popolo? Anzi non fu lunga l’opera di accalappiare il popolo

,

di ac-

cecarlo, di tradirlo? Nei grandi paesi, diceva il Maz* si deve andare alla rigenerazione

1846 per mezzo del popolo , nel nostro per mezzo dei principi. Ecco il popolo escluso dai cospiratori or come potevano essi da principio rappresentare il popolo se lo escludevano ? Ma non bastava escluderlo questo popolo, egli doveva salire sulla scena allorquando si fosse raggirato e tradito. « 11 popolo, seguita il Mazzini, a cui la Costituzione dà il diritto di pretendere, può parlare alto, e all’uopo comandare colla sommossa; ma quello che è ancora nella schiavitù, non può che cantare i suoi bisogni per farne sentire l’espressione senza zini nell’ottobre

,

:

troppo dispiacere. Profittate della

menoma occasione

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49 non fosse che per attestare riconoscenza: feste, canti, raduni numerose relazioni stabilite fra uomini d’ ogni opinione bastano per far per riunire

le moltitudini,

nascere idee

,

,

e dare al popolo il sentimento della sua

forza e renderlo protendente.

arrivò a trappolare scinarlo;

il

»

Per questa guisa si

popolo, a corromperlo, a tra-

quel popolo che, secondo

il

Mazzini, era

ancora da crearsi in Italia, e fu creato.

Quale fu dunque la genesi istorica e logica dei fatti che ne seguirono? Questa genesi, questa successione di fatti, bisogna avvertirla, chi voglia giudicare sei

mazzinisti e tutta

la

generazione dei repubblicani e i messi del po-

costituentisti

romani e italiani siano

polo, ovvero

i

seduttori e

cola questa genesi.

i

traditori del popolo.

Ec-

Una gran parte del popolo fu ine-

briata dalle feste, dai canti, dai raduni, anche fra le

vivande e le tazze; questa parte si scemò ogni giorno,

vedendo che

essi

scienza del male;

coglievano frutti

all’ albero

della

ma dei restanti venne creata, dai

giornali particolarmente, un’altra picciola parte di po-

polo acciecatissimo, gridante, pretendente, tumultuante.

Essa riempie

i

circoli e le piazze, le conventicole, e

Essa va corre ritorna sulle sue orme, e gira e rigira, come le milizie da teatro, che ti paiono molte e son sempre le stesse, perchè uscendo da una rientrano per l’altra scena; e per lei furono a guisa di teatro e di scena Roma, Firenze, Livorno e Genova. Tutta gente avveniticcia , venduta, senza pudore come senza coscienza. le gallerie dei parlamenti.

,

,

Or è questo, o repubblicani, il vostro popolo ed il vostro sovrano? Certo non ne avete altro. In questo popolo, cioè in questa feccia plebea, non meno plebea quando a lei strappavate quel suffragio che sì

perfidamente chiamaste libero ed universale, voi avete dunque l’ardimento di fondare la sovranità popolare? Di fondare la vostra missione e

la

sovranità 4

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30 mandato? In nome di quest’orda compra e

del vostro

selvaggia, voi, pagatori e duci di essa, avete l’ardi-

mento di strappare al vero popolo, al gran popolo il sno legittimo e amato sovrano, e assalirlo, e forzarlo alla fuga, ed esautorarlo? Ed ancora di assidervi sul suo trono e nel nome di un popolo supposto imporre ,

il

vostro servaggio al vero popolo?

Parliamo schietto e fermo una volta: voi rinnegate Dio ed il popolo, nè altro Dio voi adorate nè altro popolo, fuorché il vostro egoismo ed il vostro orgoglio. *

i

,

)

CAPITOLO XIII. LA REPUBBLICA JIEGA DIO. .

*

.

•

;

In tutta l’Europa, a fianco della rivoluzione civile,

una rivoluzione religiosa,

s’ingrossa

sterminatrice. Questa

la

più radicale e

travaglia nel rifondere in una

si

religione astratta e filosofica tutte le religioni esistenti

e positive: le quali, culti differentissimi

dice, con tutti i loro donimi e

si

non simboleggiano che una sola Dunque, conchiudono, abbal-

idea religiosa e divina.

tiam questi culti materiali che sono la scorza dell’idea divina, e ne spiccherà fuori una religione) tutta spirituale,

che toglierà

finalmente ogni discrepanza

religiosa tra nazione e nazione , e prenderà essa sola

l’impero dei popoli inciviliti.

Le filosofie tedesche

e

parigine mirano a questo un crogiuolo il protestanmaomettismo il giudaismo,

scopo: cioè di rifondere in

tismo ed il cattolicismo, il

il

,

buddismo, l’Oriente religioso e l’Occidente, per lela scoria e ricavarne la pura idea che gl’ in-

varne

forma. Ecco un sistema, tate

dal

mondo

stesso Dio.

tutte

le

il

quale, dopo avere schian-

religioni,

ne schianterà

lo

‘

.

'

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51 Inoltro, chi sappia leggere nel fondo delie moderne

rivoluzioni , vedrà che esse sono ad un tratto religiose

e politiche. La Repubblica francese dell’altro secolo proclamava per divinità dello Stato l’Essere Supremo e la dea Ragione. Era il primo irrompere dei selvaggi: ora selvaggi si sono rammorbiditi. Proudhon si fa l’ api postolo del Cristo socialista ; Mazzini lo chiama un grande filosofo, che da circa due mila anni predica la fratellanza, e non l’ha ancor conseguita ed al Cristo democratico gridarono pure qualche cantico Firenze e ;

Roma.

I

delle rivoluzioni

condottieri

non vogliono

romperla di netto collo abitudini popolari, e consen*tono ancora di accarezzarne i pregiudizi dove non si

oppongano

ai loro disegni.

Anzi è

al

presente loro

fermo sistema di giungere al socialismo per mezzo di Cristo e del Vangelo, abusandone sacrilegamente l’am Unità e

le

sentenze.

Ciò premesso, blica

ci si conceda di chiedere alla Repub-

Romana quale sia il Dio, nel cui nome creò se

medesima, s’installò e governa dal Campidoglio. E voglia bene avvertire questo dilemma: o esso è il Dio dei cattolici, o un altro qualunque. Se è il Dio dei cattolici, la Repubblica Romana dee osservarne la legge, e abdicare se stessa quando la sua esistenza ripugni a quella legge se un altro Vorremmo pregarla a dichiarare se per avventura sia Giano o Mercurio; che certamente non sarà 1’ antico Marte nè il Giove tonante. Prima che essa ci risponda, cerchiamone il ;

,

vero brevemente.

Dio dei cattolici non è un Dio astratto e filosoda potersi fare e rifare a talento degli uomini ma che fe, ed è qual piacquegli di rivelare tee Colui è stesso, la sua legge, la sua Chiesa. Queste tre cose sono 11

fico

,

indivisibili nella rivelazione, nella fede e nella reli-

gione: Dio, la legge di Dio, la Chiesa di Dio. Tre modi impertanto di negar Dio: negare un qualche suo

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52 attributo , ovvero

un sa o precetto, o una qualche ordiLa Repubblica

nazione (lommatica della sua Chiesa.

Romana nega Dio in questi tre modi. Dio è l’ordine per eccellenza: il mondo fisico, moe civile dee partecipare, deve esprimere nella successione dei tempi i disegni ordinatissimi dell’ erale

torna sua mente:

la

società

umana non ha altra re-

gola, nè altro mezzo di morale perfezionamento che di aspirare a riprodur sulla terra l’armonia ordinatis-

sima della famiglia celeste: Sicut in coelo et interra. Lucifero turbò incielo quell’ordine santissimo, e col fatto negò Dio: altri Luciferi lo turbano sulla terra, e col fatto loro negan Dio. L’ origine di costoro ci pare indicata in quei nerboruti giganti in cui era ra-

gione e diritto

la

forza, che sorsero sin dalle prime

generazioni degli uomini , e furono chiamati dall’autor della Genesi : potentes a saeculo viri famosi ( Gen. vi, 4).

Ora i repubblicani di Roma e dell’Italia, colla forza e coll’astuzia, togliendo

i capi civili e politici ai poperturbano? e, perturbando quest’ordine politico che emana pure dal-

poli italiani, conservan l’ordine o lo

l’ordine divino e

da Dio, onorano coi loro fatti, ov-r

vero negan Dio?

Ma questo Dio ha parlato e ci ha dato una legge: la

le forme dei reggiha però gittato l’immobile fondamento, non potranno sussistere. E lo formolo

quale, lasciando libere tutte

menti politici

,

fuori del quale

Gesù Cristo, e lo fece letteralmente registrare a tre Evangelisti, dicendo: Rendete quel che è di Cesare a Cesare , e quel che è di Dio a Dio. A Cesare, cioè a qualunque potere costituito rendete il tributo che qui è immagine e simbolo di ogni soggezione civile; a Dio poi ed agl’inviati da lui riservate l’anima, la coscienza e la fede. Colla distinzione dei due poteri , Dio eman-

cipava finalmente dall’imperio de’Cesari la religione, il culto e la coscienza. I Cesari della terra non sa-

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33 ranno più Pontefici Massimi, nè

i

dominatori delle

anime. Ecco la libertà spirituale , la libertà dei figliuoli di Dio sì bene espressa ed encomiata dall’Apostolo delle genti.

Ma in quanto all’ordine civile costituito

tatelo,

comandava Gesù Cristo; questo si appartiene

,

rispet-

a Cesare, a voi l’obbedire. Nel che Gesù Cristo non foggiava un precetto contingente, ma rinfrescava un precetto naturale, ed esplicitamente lo communiva della sanzione divina. Perocché se ogni fazione avesse

il

diritto

$e stessa alla podestà imperlante,

gli

di surrogare

imperii

si

tra-

muterebbero da oggi a domani, e forse più volte. in un giorno ed in un’ora; e sarebbero l’acquisto della forza bruta e selvaggia e non mai l’espressione e l’e,

sercizio d’un diritto; e la società degli esseri ragionevoli sarebbe governata

gione,

non coll’alto dettame della ra-

ma col ferale instinto dei cannibali. Nè serve

governo sia vizioso: perchè, eccettuati gli estremi e più che rari casi di tirannide, il prorompere di una fazione, oltre che non è essa il popolo, immerge ordinariamente in danni peggiori e più tremendi la nazione. Applicate il principio. Era forse tiranno quel mitissimo Pontefice che apparve come la più viva imagine della bontà e della clemenza divina? il

dire che

il

Dunque non rendendo a lui (ch’era il vostro Cesare) quel ch’era di Cesare, anzi strappandogli il manto e la corona, avete voi confessato o negato il precetto di Dio?

un tempo il gran SaE con ciò ? V’ha forse una legge che vieti connubio della podestà regia colla sacerdotale ? Od è forse meno rispettabile la podestà regia quando, senza confondersi, viene aggiunta alla podestà sacerdotale? E se per fermo non ci proverete mai 1’ esistenza di quella legge , nè l’incapacità di congiungere Direte: Questo Cesare era ad

cerdote.

—

il

in un sol capo quei due poteri, chi siete voi che.

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54 precetto naturale ed evangelico di rendere a il Cesare quel che è di Cesare nel nome di Dio venite a compiere un’usurpazione ed un sacrilegio?

contro

,

Confessateci

adunque che voi rinnegate

il Dio dei rinnegandone l’attributo più, sostanziale che la giustizia che da lui dee diffondersi sulla società umana, e rinnegando in particolare quel fondamento evangelico di tutti i governi esistenti e

cattolici,

è

,

ordine e

1’

possibili, qual è l’obbedienza a chi presiede legittima-

mente alle condizioni umane.

Mi resta a provarvi che voi rinnegate la Chiesa, questa magistratura del Dio vivente.

CAPITOLO XIV. NEGA LA CHIESA. socialisti e

1

.•

comunisti di Francia e di Alemagna,

dai loro banchetti e pei loro giornalisti,

mandano sa-

e incoraggiamenti caldissimi ai repubblicani d’I-

ltiti

Non prova ciò la loro fratellanza, l’unità o la cognazione dei loro principii? Ora quelli non confestalia.

sano nè Dio nè

la

Chiesa: dunque

i

nostri, vantan-

Papa e la Chiesa, non hanno altra mira che di procedere graduatamente a comporsi un

dosi di ridurre

culto divino,

il

il

alla semplicità e alla povertà antica,

Dio a loro capriccio, e di minare sordamente la Chiesa ed

il

cattolicismo.

E perchè una tale guerra alla Chiesa di Dio? Perchè

la

Chiesa cattolica contiene e promulga i princi-

pii dell’eterna giustizia, nei quali fondasi l’ordine ci-

vile ;

giosi,

ed ora

si

move guerra non solo ai dommi reli-

ma alle somme leggi della giustizia e dell’or-

dine civile; nè or

si

ammette altra giustizia che la

forza brutale , resa più brutale dai sistemi e dai raf-

finamenti d’una scienza e d’una civiltà corrottissima.

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55 In tali affermazioni non ci arroghiamo il merito nè il vanto di svelare un mistero, ma registriamo nuda-

mente ciò che altri dice colle parole e coi fatti. Proudhon, per esempio, non ha guari diceva ai Romani nel suo giornale le Peuple: « Romani, è pronunciata la sentenza, giustizia sia fatta; sovvengavi l’esempio

che i nostri padri vi han dato nel 93! È necessario che si formoli il processo del Papato, e che il Papa, spergiuro alla libertà , spergiuro

al Cristo , sia citato

È necessario che la condanna del Prin-

a comparire.

cipe dei preti cattolici espii la condanna altra volta

pronunciata dal gran prete dell’ordine di Aronne. » Forse i Romani diranno esorbitante questo linguaggio del

demagogo parigino; ma portino la mano alla co-

scienza, e dicano se essi non hanno assalito l’inerme

Pontefice

come Gesù

nell’ orto,

sq

non hanno reso

falso testimonio contro di lui , se non l’hanno condan-

nato come Pilato, se non hanno detto come le turbe nolumus hunc regnare super nos, se non l’hanno spogliato , e vestitolo d’uno straccio e datagli

una canna

invece dello scettro, e insultato e amareggiato di fiele, e sol non crocifisso. Ma ecco Proudhon che ri-

corda ai fratelli il 93! Le tigri del 93 non vivono, non vivranno sul suolo italiano ma qual lezione deb-

;

b’essere all’Italia quest’esempio del 93, raccomandato

da un Proudhon ai rivoltosi italiani! Or direte che Proudhon ed i suoi affigliati amano la Chiesa ed il Papa?

Ma se

i

della scala,

socialisti parigini i

nostri tengono

sono arrivati il piè

al

colmo

sui primi gradini,

e loro è d’uopo d’una finissima disinvoltura per salirvi.

Nell’Assemblea nazionale

un ministro protestante,

il

sig.

di

Parigi

si

è trovato

Coquerei, che aderì

all’intervento della Francia per la restaurazione della

sovranità temporale del Papa, affermando ch’egli desiderava bensì che il Papato si estinguesse per se

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36 stesso,

ma non per opera dell’assassinio; e convenire Francia

alla dignità delia

il

soccorrere al

Papa

ripulsare e comprimere l’anarchia romana.

il

,

ed

Ór vedi

come traduce il Monitore romano: « 11 ritorno del Papa a Roma gli alienerà lo spirito di tutti fedeli, i

e

il

cattolicismo sarà distrutto.

E continua abolire

il

Monitore:

cattolicismo ,

il

«

noi

li

È ciò ch’io voglio. »

pastore protestante vuol

lo

vogliamo trionfante e

splendido di quella prima luce e delle virtù antiche, di cui la sovranità temporale dei

Papi 1’ ha privato. Veda il collegio di Gaeta quai difensori ha nell’Assemblea di Parigi, e quai nemici ha in Roma. » L Univera aggiunge Que repondre à de pareillea jon’

:

gleries?

i

È vero che la finezza è alquanto grossa e poca l’abilità nel coprire, l’astuzia;

ma appunto si fa più evi-

dente quell’astuzia che sorride alla Chiesa e figge,

che

rilegandola

se aggiungi

1’

alle

la

tra-

catacombe ed al martirio. Al

usurpazione dei beni,

lo

spoglio

delle chiese, l’abolizione dei tribunali ecclesiastici, la

compiuta sottrazione dell’insegnamento dalla Chiesa, le

sparse infamie e la persecuzione contro

cardinali,

i

vescovi e

gli altri

il

Papa, i

ministri, avrai un sag-

gio della costoro riverenza al cattolicismo.

Ma, in grazia, che intendete voi per cattolicismo?

Un fantasma od una società con un potere legislativo? Se un fantasma, voi negate la Chiesa; se una società con potere supremo e legislativo, voi dovete inchinarvi alla scomunica che vi ha colpiti. Questa scomunica vi ha recisi dal seno della Chiesa; voi la spregiate, voi accumulate sul vostro capo scomuniche a scomuniche, e vi dite figliuoli e difensori della Chiesa? So che per ischermo vi rifuggite nella gonna di Fra* Paolo: non già che voi amiate i preti o i frati,, ma se fra questi vi dà ne’piedi qualche Iscariote, voi lo beatificate.

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57 Si

rammenti dunque il lettore che

il

Sarpi, ossia

Fra’ Paolo, è quel padre servita, consigliere veneto, apostata, il quale nascose come osservò Bossuet, sotto il saio monacale lo spirito di Lutero e di Calvino. Scomunicato da Paolo V nel 1606, cominciò a cre,

un grand’uomo. Collegato coi ministri di Ginevra, cogli ugonotti di Parigi e coi protestanti di Londra, travagliavasi a diffondere il protestantismo in

dersi

Italia,

per isfogo dell’amara bile, e per compiere nna

atroce vendetta contro la corte di

chiave di tutte

le

Roma. È questa la

sue scritture. Più infernale di Ma-

chiavelli, scriveva nel suo libro del Principe:

«Biso-

gna sterminare i caporioni, ma contro i potenti meglio il veleno che il pugnale. » Or pensate se questo monaco d’un cuore sì corrotto e di una malvagità si

consumata dovea temere la scomunica. A ragione egli divenne ed è il santo padre di quell’ accozzaglia di laici e di ecclesiastici che non finiscono di ringhiare contro i Papi gli ordini religiosi e la gerarchia apostolica. Fu erudito, ma non sarebbe che un mediocre ,

,

,

intelletto, se non avesse accoppiatolo scisma all’eresia.

Dal maestro conosci i discepoli. Essi ti spacciano che la scomunica non vale quando si applica ai beni della terra. Ma noi rispondiamo che , se il potere temporale dei Papi è cosa terrena, il diritto di giustizia su cui si fonda questo possesso è cosa intieramente spirituale, e chi lo usurpa offende quella giustizia eterna in cui si appuntano e da cui derivano i diritti sociali. Fingete che un’orda di comunisti venga dare il sacco all’Italia. Direte ancora che il Papa non può scomunicarli perchè trattasi di cose temporali? Ah!

non lo direte perchè il comunista

come l’assassino,

infrange queirimmutabile giustizia che difende il possesso delle cose materiali.

E così

fu

sempre stimata

piena di forza e di umanità quella scomunica, che tutelava i beni dei miseri naufragati. È vero che la

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38 scomunica quello di secolari

non difende

i

dei

troni

principi,

Roma: ma è ragionevole, perchè

hanno gli eserciti, e

Chiesa

la

i

fuor

principi

ha per sua

spada la scomunica. D’altronde tutte le nazioni hanno tenuto per sacri, cioè intangibili, i beni consecrati a

Dio nel qual novero è certamente il trono pontificale. Finalmente il negare la scomunica si e come la inciò è un negare la Chiesa, tese e la intende la Chiesa negando la sua podestà legislativa. Ma, smemorati sofisti! Non siete voi che gridavate la scomunica all’Austriaco? E quella scomunica che voi sollecitavate Contro gli Austriaci, la chiedevate voi per un fatto spirituale ovvero materiale qual è 1' occupazione delle :

,

terre italiane?

Furbi! Voi credereste nella Chiesa a condizione di esserne Papi.

CAPITOLO XV. NEGA LA SOCIETÀ. Tullio scriveva nell’orazione a favor di Cluenzio che il

fondamento della

libertà

è nell’ osservanza

della

legge: e nella seconda Filippica proseguiva a dire che

non è altro la legge,

se

non

nata da Dio , la quale comanda bisce le contrarie:

la retta le cose

ragione

ema-

oneste e proi-

Lex nihil est alititi tiisi reeta et a

numine Deorum tracta ratio, imperans honesta, prohibensque

contraria.

Degna sentenza che fu

dall’Evangelio; e perchè ora

si

dimentica,

illustrata la società

vacilla dai fondamenti.

Per questa legge eterna si fanno gentili e libere , e senza di essa sono barbare e schiave le nazioni. Il pugnale dell’antico Bruto, perchè disonesto, non salvò la libertà latina;

un altro pugnale,

col

nome

di li-

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,

59 imponeva una tirannide alla nuova Roma. 11 pugnale di Bruto or ora balenava sui nostri teatri,

berta,

aguzzato dalla potente ira dell’Astigiano; e fu detto ciò un non lieve benefìcio dei tempi, quantunque ne riveli la febbre

11 pugnale del 15 novem-

che ci arde.

bre era benedetto in Roma

,

e decanlavasi dai furenti

Dunque

giornali di Svizzera e di Francia.

cani redimeranno

la società,

o

i

repubbli-

finiranno di stermi-

narla? Per ora stiam contenti airaffermare che la riil ministro ed esautorando il Pontefice, negò ed infranse le leggi umane e fondamenti divine, che sono i della società civile, e fece più larga la rovina che si spalanca per inghiot-

voluzione italiana, assassinando

tirci.

Questa rovina è una perfetta negazione dei poteri le nazioni. Conosciamo le dottrine di le tedesche. La Repubblica, giornale del gran ducato di Baden, nel nu-

su cui riposano

Francia, e d'Italia; vediamo

mero 45, cita una corrispondenza di Vienna che termina: « Sappiate che il momento arriva sulle ale della tempesta in cui tutti costoro che si dicono re,

gnare per

la

grazia di Dio, questa razza d’ inferno,

queste carogne coronate e brillantate, questi banditi,

saranno schiacciati c

questi ladri, questi

assassini,

bruciati vivi, ed

popolo ne sarà per sempre libe-

rato.

Secondo

»

il

altri

periodici tedeschi,

mente la Gazzetta delle Poste d' Augsburgo

e specialil

comitato

della grande cospirazione europea avrebbe, da poco

tempo

,

trasferito

il

suo soggiorno a Berlino , d’onde si

eleverebbe il segno dello scoppio universale; e quel comitato compor rebbesi d’ uomini scelti fra gli Alemanni, i Polacchi, i Francesi e gl’italiani. L’Evoluzione, giornale svizzero, scrive:

«

11

nobile Alfieri,

che niuno vorrà chiamare un bevitor di sangue, annovera l’uccisione dei principi per motivi puri e generosi fra le più grandi imprese degne di registrarsi ,

,

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60 mondo.

nella storia del

lncoraggisce ad uccidere

»

l’imperatore d’Austria, e conchiude:

«

Siate prudenti:

ma sia che questa prudenza comandi la battaglia dietro le barricate o nella sala del trono,

sia

col

can-

none o col pugnale, allora nisscna grazia. »

Non mai la dottrina della rivolta e del regicidio fu proclamata con tale impudenza e accordo di sentiNon possiamo levarci dall’animo che anche un

menti.

deputato

la

santificava

fu chiamato lampeggiante sul nostro

uomo sì brutale

,

Camera, e che pugnale di Bruto or ora Vedio Pollione era

nella nostra

santo pure

il

teatro.

che nutriva un vivaio di murene ed

carne di schiavi; or non mancano di

altri pesci di

coloro che nutrirebbero se stessi di carne principesca

ed aristocratica. E sebbene pochi parlino chiaro, e ad altri giovi

meglio

segreto e la politica liberiana, è

il

tuttavia questa l’idea che

emerge dalle dottrine e dai

Moniteur di marzo aveva intiere colonne piene di sì orrende imprecazioni a Luigi Napoleone ed agli aristocratici che non disgradano il 93

fatti

repubblicani,

della Francia:

li

Viva la ghigliottina! Viva la repubblica

rossa , democratica e sociale! Abbasso la proprietà! Alla lanterna gli aristocratici! Laveremo

le

nostre

mani nel

sangue dei ricchi! Tutta la rivoluzione presente è più o meno dj questo colore.

A comprendere

1’

orrore di questa lotta, che pare

termine della società umana, si avverta: 1° che le guerre fra nazione e nazione lasciano sussistere l’uil

nità, l’accordo e l’interna vita delle nazioni: la guerra sociale, al contrario, è guerra che arde il cuore della

nazione, che arma

i

cittadini

contro

i

cittadini, la

democrazia, come si dice, contro 1’ aristocrazia; che scioglie l’unità della vita civile, e porterebbe tello

a bere

il

2° La guerra dell’antica plebe trizi ,

la

il

fra-

sanguo del fratello.

romana contro i pa-

guerra del patriziato degenere , cioè dei Ca-

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61 tilina contro il patriziato sincero e gentile, eran guerre di fatti più che di prìncipi!. La rivoluzione del 1789, pretendendo d’avere per suo fondamento i diritti dell’uomo era già guerra di principii, ma ne lasciava al buio le conseguenze. Di rincontro, la presente è un fatto, o tentato o eseguito nelle molte ribellioni, e specificatamente in quelle di Toscana e di ,

Roma; è un principio che vuoisi giustificare colla male intesa e peggio usurpata sovranità popolare; è finalmente un sistema spinto per filo di logica alle più orribili conseguenze.

Le quali si raccolgono tutte in

questa formola: Negare e condannare la proprietà. Si

nega la proprietà

cioè la legittimità del diritto in chi

,

governa, e s’inaugura l’anarchia; in chi possiede, e tale

il

si

si nega la

proprietà

consacra per diritto fondamen-

nega a Dio la proprietà di paruomini e di essere adorato come a

latrocinio; si

lar egli solo agli

lui piace, e s’inaugura l’irreligione e l’incredulità; si

nega la proprietà d’un coniuge sull’altro conidge, e si consacra l’adulterio, e si deturpa e si corrompe ciò che v’ha di più santo nella famiglia e nello svolgersi successivo dell’umanità.

Le rivoluzioni della nostra età mirano tutte a questo fine; più

omeno, per diretto o per indiretto, con

buona o mala fede di pochi o di molti caso

:

perchè

i

,

ciò non fa al

conducono ai fatti

principii

,

e quelli e

questi corrono per legge di loro necessità alle conse-

guenze. Veda e giudichi

l’Italia.

nobile che l’iniziato da Pio IX? il

diritto dei principi,

l’esistenza civile ?

Qual movimento più

Or dove siamo? Dov’è

che è pure un fondamento del-

Dov’è il diritto sulla proprietà e sul

domicilio cosi sfrenatamente straziato dalla Repubblica

Romana negli asili della carità, nei ritiri delle vergini, nelle chiese e nelle loro appartenenze? Dov’è il diritto che Dio ha sulle menti e sulle coscienze , se voi,

fingendo d’inchinarvi a Dio, spergiurate ad ogni ora

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62 la

Chiesa e

sue leggi? Continuate, e sarà spenta la

le

religione, la proprietà, la moralità, la civiltà, la nazionalità ; e l’Italia

non avrà più bisogno di barbari

per disertarla. In una parola, sarà spenta

la società.

Ma voi, struggendo la divinità antica, ne innalzate una nuova, e la chiamate il Popolo. Vediamo qual sia il vostro amore per questa nuova divinità. I

CAPITOLO XVI. \

»

.

NEGA IL POPOLO.

Dio antico, quel Dio che ha insti luito una Chiesa ed ha il suo Vicario sulla terra non doveva più aggradire alle voglie sfrenate dei repubblicani. Bisognava dunque inventare un nuovo Dio, meno veggente e meno giusto, girevole a Il

depositaria delle sue volontà, ,

tutti

i

venti,

manto e fomite a tutto le passioni; dal

qual Dio dovesse però scaturire

ai ribelli

di tutto

il

mondo un mandato di suprema, di assoluta, di perentoria autorità. Già lo dicemmo: questo Dio è il po-

pure un popolo compro, ragunaticcio, catinon importa; è un Dio, adoratelo.

polo. Sia

linario;

Questo Dio che

i

repubblicani strascinano ora alla

coda di tutte

le divinità

febbraio , ed

il

antiquate, incielatasi il q di

magnifico Armellini ne celebrava

l’a-

poteosi al cospetto della magnifica Costituente Romana.

Là quel ministro raggiante di pietà come un serafino dell’Olimpo,

si

gridava beato, beatissimo, quando sa-

rchiasi udito dire servitore zelante di questo popolo cast

buono!

così

grande! così degno! di questo nostro So-

vrano, di questo nostro Dio, a cui solo consagriamo di

cuore il riposo

e

la vita!

Qui l’oratore dava forse una

occhiatina devota al portafoglio e lo baciava. Suppo-

niamo tuttavia che per popolo (conira 1’ uso ora comune) s’intenda il popolo e non il portafoglio.

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63

domandiamo ai repubblicani: Ama il

In tale ipotesi

popolo chi

gli toglie l’unico conforto

ed in morte,

la religione cattolica?

che abbia in vita

Ama

il

popolo chi,

vantandosi. di farlo libero, e sottraendogli crudelmente il

freno della legge morale e civile, lo

branco

di belve selvagge e indomite?

muta

Ama

il

in

un

popolo

chi , levandogli quel duplice freno della religione che

modera le coscienze e della legge che governa le azioni, strappa al popolo la guarentigia delle libertà civili , la bellezza dell’ordine , la fecondità della con*

cordia cittadina , gli accende in cuore la fiamma delle

più scellerate passioni e lo precipita spolpato e consunto in quell’abisso di povertà e di miseria ch’è la ,

finale conseguenza di tutte le rivoluzioni ?

polo chi, dopo averne succhiato

il

Ama il po-

sangue e

le so-

stanze, ne corrompe le anime?

Ah! legislatori o più veramente pervertitori del mondo, lasciate che il povero popolo, che il popolo italiano, ricco non ha guari di tanta fede, si rassegni ancora ne’suoi dolori creda, ami e speri! Non Svergognatene il padre che è il Pontefice, e la madre che è la Chiesa! Egli non sa che farsi della vostra religione, umana nella sua origine e tronca nelle sue massime. Egli vuole dimorar fedele alia grande Chiesa ,

cattolica, la cui maternità lo nobilita di un’adozione

divina, la cui voce lo ammaestra e lo ingentilisce,

le

cui braccia lo sostentano nei duri cimenti della vita, la cui

mano lo regge in questo mondo, e lo dispone

e lo introduce nel gaudio eterno delle anime. Ecco

immortai tesoro del popolo, l’unico tesoro del povero, che voi, barbari, colle vostre dottrine, colle vostre derisioni colle vostre empietà e coi vostri scandali, anelate a strappargli dal cuore amareggiato e I’

,

consunto.

Non parliamo della discordia, delle ire, della ferocia che le rivoluzioni fanno entrare nel popolo e nei

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costami; del sangue versato, degli orfani figlinoli, dei padri diserti, delle madri desolate, dei cadaveri del

popolo ondo vi fate scanno, o superbi, per salire al

sommo della potenza e degli onori.

Potrei condurvi

su questa scena di orrore, e domandarvi come amiate e adoriate questo popolo che ficate.

sì

tranquillamente sacri-

Tocchiamo fatti più semplici e meno clamorosi.

Non siete voi

,

o finti adoratori del popolo , cho de-

pauperate e sconvolgete

che la religione a-

gli asili

priva alla sussistenza e all’educazione della classe più

infima del popolo?

Non siete voi che in Roma, nel-

l'ospedale di Santo Spirito e nella pia casa del Rifugio, toglievate dal fianco delle povere pentite le loro

educatrici, e minacciavate di ricacciar quelle infelici

creature nel fango dal quale si sono alzate?

Non siete

voi che minacciavate lo spoglio a que’ missionari ar-

meni che tanto sangue hanno sparso per redimere c ingentilire

il

popolo, onde loro fu d’uopo, in Roma,

innalzare bandiera musulmana, per difendersi dalla vostra rapacità più che turca?

Non siete voi che nel

latrocinio universale delle proprietà pie ed ecclesiasti-

che annullate

le

ultime volontà del popolo sino dai

barbari tenute per sacre?

E non è il patrimonio dei

popolo, anzi del povero che voi usurpate, togliendolo a Cristo ed ai poveri per gettarlo in quell’abisso senza

fondo ch’è lo Stato fra le branche dei rivoluzionari?

Ma finalmente, se adorate

il

popolo, perchè spo-

gliate la Chiesa che è la madre e l’educatrice del po-

polo? Perchè spogliate, maledite cerate

i

,

perseguitate, incar-

ministri della Chiesa che pur essi sono po-

padri del popolo? Siete di ieri,

polo, amici, e già due venerandi sacerdoti dell’Oratorio il p. Cesarmi ed il p. Conca sono tradotti nelle carceri delfratelli e

l’abolito Sant’Ufficio; già è

chiuso nel forte di San-

t’Angelo monsignor Vespignani, vescovo d’Orvieto; già il

Cardinale Deangelis, vescovo di Fermo, sta carce-

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65 rato nel forte d’Ancona;

il vescovo di Gubbio è già nel forte di San Leo; e altri e altri sono perseguitati, uccisi od imprigionati. E non sappiam tutto; e siamo al principio della scena (1). Qual fu il loro de-

litto?

Nuovo, inaspettato, tremendo. Hanno osato dire

ai repubblicani che

i beni delle chiese sono patrimonio della Chiesa e dei poveri: come se tu, o lettor

caro, avessi la baldanza di dire all’assassino che la tua

non di chi la domanda. Vedi amore del popolo! Vedi sovranità e divinità del popolo! Popolo alto e basso qualunque tu sia intendi una volta il vero; coloro che predicano la tua divinità sono il tuo Dio spietato; e tu ne sei la vitborsa, è tua , e

,

,

tima.

.(1) Ci venne scritto da Roma il 14 luglio:

« Ripiglio la

mia corrispondenza or non più impedita dalla tirannide rivoluzionaria.

nostri patimenti, principalmente dall’ultimo

I

maggio furono ineffabili. risparmiaronsi nè

le

Agli ecclesiastici sopratutto non

ingiurie, nè le prigioni, nè la morte.

Qualunque birbante gli oltraggiava impunemente. I soldati finanzieri, fra gli altri, condotti da Capobianchi davan la

caccia ai preti, crificio era

di

s.

il

Calisto.

ai

frati, e

li

in gran

Il luogo del saconvento dei Benedittini

fucilavano.

cortile del celebre

Là

numero furono immolate quelle

vittime sacre. Fra esse io conoscevo della Minerva:

il

il venerabile curato suo vicario mi ha raccontato che avendo

ottenuto licenza di cercarne il cadavere

,

lo ritrovò fra al-

Si dicono da centocinquanta quei saccheggiavano, di notte si trucidavano. » Il 24 luglio i parochi di Roma celebrarono i funerali a due loro confratelli, Egidio Pellicciala e Pietro tri

diciotto

cadaveri.

martiri: di giorno

Sghirla,

si

amendue caduti vittime dell’anarchia.

s

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Q0r*

CAPITOLO XVII.' GlUfiI

•

DELLA RIVOLUZIONE ELBOFEA.

Qui si dilata la sfera delle nostre considera/ ioni La rivoluzione europea, di taliana, è

etti

è parte la Repubblica 1-

una scala a vari» gradi, è una tela avarii

colori, o piuttosto a varie tinte ebe rientrano tutte in

un sol colore. Quei gradi e queste tinte più o meno incarnate sono ciò che ora debbia ut considerare.

Giuseppe Mazzini è la somma espressione della Rema è alquanto di sotto a Proudhon, primo duce della Repubblica democratica e socialistica della Francia. Cosi conveniva, perchè V Italia non è pubblica Italiana,

ancora educata nelle teoriche rivoluzionarie al par della Francia. Mazzini diceva

il

vero: Il popolo (rivoluzio-

nario) è ancora da crearti in Italia. zini

Ma l’italiano Maz-

correndo esso stesso i gradi della scala che Prou-

dhon ha felicemente compiuta, c’insegna che da Proudhon rileveremo più spiccatamente lo scopo finale della Repubblica mazziniana. Èra il 17 di marzo, ed un rappresentante del popolo

domandava

a

verno democratico. scrivendo

le

Proudhon 11 redattore

la

definizione del go<-

del Popolo rispondeva

seguenti parole che giravano sui banchi

dell’Assemblea: Il governo democratico è quello in cui ogni cittadino può considerarsi come il capo supremo

18 marzo 1849). Questa definizione formola una perfetta e compiuta anarchia. Non basta più il dire che il popolo è sovrano, bisogna affermare che ogni cittadino è indipendente e sovrano, ossia capo dello Stato. Ogni cittadino democratico potrà dunque legalmente cacciare in dello Stato (Univert,

bando i capi costituiti dello Stato, e se la fortuna lo Le barricate di

aiuti , diventar egli stesso quel capo.

giugno in Francia, e l’assalto del Quirinale nel 16 di

novembre effettuavano questa democratica definizione.

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67 Proudhon non inventava, ma raccoglieva l’eredità calvinistica e luterana. Lutero avea detto che nella so-

uomo è sacerdote e papa; Proudhon continua e dice che nella società civile ogni cittadino può considerarsi come il capo supremo dello Stato.

cietà religiosa ogni

Negazione assoluta della Chiesa e dello Stato è il vero senso di questa dottrina luterana e socialistica. La Repubblica democratica d’Italia, generata da simili principi! , svolgendosi dovrà finire ad una simile conclusione.

Qui non è ancora l’ultimo fine delle teoriche sociacomuniste o democratiche. Sciolta la legge cho il cittadino alla Chiesa ed allo Stato, sciopur la legge che coordina l’individuo alla famiglia. L’uomo che ha conseguito l’afirancamento da ogni legge, e ottenuto l’ imperio assoluto di se medesimo, non ha più debito che lo vincoli a rispettare la proprietà e neppur la donna di un’ altra famiglia. Quindi due comuniSmi quello della proprietà e liste,

coordina gliesi

:

quello dei maritaggi. Più in là parleremo del comu-

nismo della proprietà. Il comuniSmo dei maritaggi non è idea nuova. Lasciando stare Platone che ne parlò per ipotesi nella sua Repubblica, le idee di libertà e di eguaglianza -

associate a quella dell’ unità e prepotenza dello Stato

(a cui ripugnerebbe

la distinzione e la domestica

po-

destà delle famiglie) ,1’aveano già suggerita ad alcuni filosofi spacciatisi per pubblicisti. Scrisse per esempio, Helvetius: La débauché est sans doute criminelle en Franco , puisqu’elle blesse les loie dupays mais elle le serait moine si les femmzs étaient communes et les » ,

,

enfants déclarés en fante de l’EtaL Nella Repubblica del

93

i

matrimoni si facevano a caso, e si disfacevano a

libertà. La dea Ragionc t dea dei repubblicani, fu simbo-

leggiata in

una prostituita, recata nuda

in giro pro-

cessionalraente e incensata. Sul fine del 1848, una cit-

tadina, reggente un giornale democratico e socialista,

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?

,

68 scriveva a delle

Tu hai predicata la comunanza ma poi ti adiri «noi, alla tua comunanza dei mariti La relirestaurava la dignità della donna,

Proudhon

:

donne, e va bene

barba, pretendiamo

gione

cristiana

;

la

facendola unica e indivisibile compagna del marito: le rivoluzioni che tutte, o quasi tutte schiantano

i

fonda-

menti della civiltà e del cattolicismo, fanno retrocedere la donna alla schiavitù del politeismo, sciogliendo quel vincolo maritale che la costituisce irrevocabilmente, in

un col marito, capo della famiglia. La rivoluzione italiana pare lungi da questo passo, pure coll’inaugurare il

matrimonio civile e cedere alle influenze comuniste,

ella ci verrebbe di grado in grado; se già questa rivo-

luzione non fosse

Non

un fantasma che dee sparire.

d’ uopo

il dire che la civile e cattolica Francia come abborre dal comuniSmo delle cose , così ella abborre dal comuniSmo delle donne, quantunque nutra pel suo seno questa duplice scuola. £ la

c’ è

Costituente parigina ne dava prova

nel 21

febbraio

1849, giudicando non meno colpevoli dei patriotti lai patriotti adulteri ed escludendoli dalia rappre-

dri

,

sentanza nazionale. Tuttavia

le

influenze del libera-

lismo hanno propagata non poco

la dottrina del libero

matrimonio, della quale ci basterà questo saggio. Una illustre signora, avuto un figliuolo da un matrimonio legittimo passò ad un adultero e ne ebbe quattro figliuoli. Or visitandola un’ amica, quella le disse con piacevole sorriso: « Ecco i miei quattro figliuoli: questi li tengo io per legittimi. Nella mia gioventù da’parenti fui sposata ad un uomo ch’io non amava, e fui venduta come una mercanzia. Fui passiva a tutto, e tutto fu nullo. Ma il presente marito l’ho sposato di mia scelta, alla faccia di Dio e del sole. Questo è il mio vero marito: questi sono miei figli legittimi, l’altro figlio è bastardo. « Ciò non è ancora il perfetto comuniSmo dei coniugii, ma è Videa ,

i

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69 rivoluzionaria, l’idea che ripudia il diritto, introdotta nella famiglia. Simili gradazioni

troveremmo pure

nell’ altra spe-

cie di comuniSmo che riguarda le proprietà.

Proudhon è al sommo di questa scala tengoho

i

in questo

medii o gl’infimi gradi.

numero un deputato

,

,

Perchè se ne

altri fra noi

E ci dolse

il

un sacerdote

,

vedere

un ca-

nonico, un provveditore degli studi, insomma

il

si-

gnor Turcotti. La sua scienza è veramente scarsa, ma le sue invettive contro i ricchi escono da vena proudhoniana. • Adoperiamo, egli esclamava, con vigore e senza paura medicinali più potenti quand’anche riuscissero amari; usiamo frequenti cavate di sangue , ossia d’oro, eh’ è il sangue dei ricchi, e se qualche ,

membro è fracido, incancrenito, tagliamolo «

( Gaz:.

Piemont., 16 marzo). Tagliar la borsa ai ricchi, e fors’anche il capo, tal è la dottrina turca del canonico provveditore.

Insomma tutte le dottrine sono come le fonti che si Le rivoluzionarie o

dispiccano in fiumi ed in ruscelli.

rovesciano come torrenti, o appestano come pantani (1). (1)

Giova bene avvertire che tutte le dottrine inservienti

di base alle rivoluzioni sociali della nostra età sono: Il panteismo, unità di sostanza in lutto l’universo

,•

Il

socialismo, unità d’interessi in tutta la famiglia umana;

Il

comuniSmo

,

unità di diritti e di proprietà.

Tatto il mondo è l’incarnazione della Divinità ; tutta la natura umana è divina, si sviluppa e progredisce senza fine. Ogni uomo è Dio, o più veramente una particella

Dunque in tutti una sola sostanza , un solo non il mio nè il tuo, ma una sola comunanza di Niuno comandi, niuno obbedisca; ciò

della Divinità. diritto:

diritti e di azioni.

ripugna ad esseri

tutti

partecipanti la

sostanza

divina.

Ninno dica; .la mia casa, la mia donna ; come tutti sono un sol tutto, cosi il tutto è di tutti. Chi comanda è sacrilego, chi possiede è sacrìlego : sono due virtù sociali l’insurrezione ed il latrocinio.

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70

capitolo ut vili;: I.E

’

•

,

••

'

«

,

COSPIRAZIONI. •

•

,

\

|

Prima d’entrare più avanti nelle dottrine rivoluzionarie, giova premettere quale sia sempre stata l’orìgine e

la teorica delle

cospirazioni, quale l’animo e i

mezzi dei cospiratori: nel quale argomento saranno immortali o di somma utilità ai popoli ed ai governanti le narrazioni di Crispo Sallustio.

Narra primieramente Sallustio per quali egregie Roma crescesse alla signoria del mondo: • In

virtù

casa e nel campo illibati costumi; concordia somma, cupidigia pochissima ;

il

diritto

e

onesto più assai

1’

dalla natura che dalle leggi promossi. litigi, gli occulti

Le discordie, i

rancori contro ai nemici sfogavansi.

Nel culto divino pomposi, parchi in casa, nell’amicizia fedeli. Due sole arti sostenevano Roma ed i Romani, in guerra ardimento, in pace equità • (Cat. ix.). Rovesciate questa bellissima narrazione, ed avrete l’Italia del 1848 e 1849, caduta in preda d’una fazione in casa e nel campo sfrenatezza e mal costume; :

nissuna concordia, cupidigia somma; nesto nè dalla natura, nè discordie, tro

ai

i

litigi,

dalle

il

diritto e l’o-

leggi promosso.

gli occulti e gli aperti rancori

cittadini sfogavansi.

Nei culto divino

contumeliosi, ladri, bestemmiatori, sacrileghi:

governi ,

gli scrittori , gli individui.

Le con-

finti

o

tali

i

In casa banchet-

tanti e sfidanti il nemico : buòni nè alla guerra nè alla

pace; in quella senza ardimento, in questa senza cquità.

Questi effetti produceva in Italia la cospirazione repubblicana sì fattamente, che di essa fanno ritratto

vero e vivo le seguenti parole di Sallustio: «Crebbe

da prima l’avidità d’arricchire, poi di signoreggiare (impieghi e portafogli), e da queste ogni danno. Bal-

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71

T avarizia cor rompe va osi la fedé, la probità ed ogni altra virtù, cui sottentravano superbia , crudeltà, venalità, irreligione (tutto a capello). Dall’ambizione la sincerità si annullava (fucina di bugie la cospirazione italiana); altro s’ebbe nel petto, altro sui labbri; a-

ed inimicizie non le contrasse l’onesto ma l’uil volto che il cuore (nè il cuore). Crescevano a poco a poco tai peil volto inicizie

tile;

a bontà si compose più

sti (dal 1821), di tempo in tempo dalle leggi frenate: quando poi fu universale il. contagio (nel 1848 e 1849), nella mutata città, di giustissimo ed ottimo ch’era il

governo, crudele e intollerabile diveniva * ( Cat x.). Ambizione e avarizia sono i due stimoli più efficaci delle cospirazioni, ma la prima più che la seconda, e lo dà Sallustio : « Ma più che l'avarizia , vi poteva da prima l’ambizione vizio che talora veste le apparenze della virtù. 11 buono e l'inetto del pari desiderano e gloria ed onori e comando ; ma quello per la .

,

,

retta via, questo, delle vere arti sprovvisto,

ed inganni oltre si spinge » (Cat. xi.). Per ambizione di maggior comando i

con frodi

principi ta-

lora o servono vilmente, o capitaneggiano le cospira-

promovono i grandi e i nobili se facoltosi, per ambizione e per avarizia sede-

zioni; per ambizione le

caduti ed arroganti; per cupidigia d’oro e di potenza chi sta nel basso; e per sete d’oro, di lascivia o di sangue la sfrenata plebe che odia la disciplina antica

ed aspira alla licenza. 1 grandi particolarmente voglionsi

da principio a

capi o membri delle cospirazioni, per acconciarle in faccia al popolo d’un’nria di decoro e di legalità. « 11

concorso dei grandi, scriveva Mazzini nel 1846, è di il popolo,

necessità indispensabile. Se non avete che

la diffidenza nascerà al primo passo , e tutto sarà in-

darno. Se

la rivoluaione

è condotta da alcuni grandi,

questi faranno sicurtà e franchigia al popolo. L’Italia

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72 ha bisogno de’suoi M ira boa u i de’ suoi Lafayette e di tanti altri (si tacciono

i Robespierre ).

Un gran signore ma sarà

potrà essere ritenuto da interessi materiali, preso al laccio della vanità.

»

Simile stratagemma di Mazzini fu in antico adoperato da Catilina che aveva aggregato alla sua

con-

Sura ed Autronio, Lucio Cassio e Cetego, due Siila e Yargonteio, Annioe Porzio, Lucro Bestia e Quinto Curio; e dei cavalieri, Marco Fulvio Nobiliore, Lucio Statilio, Gabinio Capitone, giura, fra

i

patrizi,

Caio Cornelio, oltre a molti nobili delle colonie e dei municipii. Aggiunge poi Sallustio che parecchi altri nobili occultamente consapevoli della congiura,

meno

che da povertà o da altra strettezza , erano trascinati dalla speranza di dominare; che del resto i giovani quasi tutti , e principalmente i nobili , favorivano Ca-

come quelli che viver volendo oziosi nella mol-

tilina,

lezza e nel lusso, ed anteponendo al certo l’incerto,

più nel tumulto che nella quiete speravano. Così av-

veniva nell’ Italia di Catilina, ma nell’Italia nostra,

minor parte dei

nobili sog-

giacque alle lusinghe dei nuovi Catilina:

gli altri giu-

nell’ Italia presente,

la

dicarono dirittamente la tempesta che si scatenava, e non potendola impedire si ritirarono.

Se i grandi fanno ricercasi poi

il

il

passaporto alle cospirazioni,

clero a benedirle. « Il clero italiano,

avvertiva Mazzini, è ricco della fede del popolo; con-

viene ad ogni modo guadagnarne l’influenza. » Quanto non fu profanato il nome di Pio ? Sin le danzanti eb-

bero ordine di sospenderne

randa

,

pudico. 1’

al collo

e di farne eccheggiare

Tremenda

apoteosi di

il

l’

imagine vene-

nome col labbro imun Pontefice, se non

avessero per così dire emendata

gli scellerati colle

maledizioni imprecate all’onorando esule di Gaeta. gual sorte corse tutto stici

blanditi

il

clero italiano. Gli

E-

ecclesia-

da principio, e convocati a parte delle

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73 «

solennità e dei festini; poi messi alla tortura e bersagliati e straziati, in

santità.

Pochi

i

ragione della loro riservatezza e

coraggiosi e forti ; moltissimi e senza

line gli ambigui; rari però

rono

traditori.

i

Ma pur vi fu-

traditori del santuario, e

traditori:

i

vilissimi

schiavi d’una cospirazione che metteva in fondo la so-

Non sono degni di ricordanza nè

cietà e la religione.

di vituperio i loro nomi; nomi di ciechi o di

stolti;

e sono a un dipresso que’preti o frati che ottennero una quaiche lode dai giornali irreligiosissimi che sono in Torino

la

Gazzetta del Popolo , la

Concordia , il

Ed in ciò questi organi

Messaggiere , Y Opinione, ecc.

della cospirazione mostraronsi degni di quel gran fab-

bro di congiure, Lucio Catilioa invettive assai contra

i

,

« il quale, scagliando

buoni, ad uno ad uno

i

suoi

encomiava » (Sallust., Cat. xxi. ). Questo è il carattere di tutte le cospirazioni: allac;•

.•

ciare

i

cattivi

lusingare

i

per farli sino

alle ossa incattivire,

buoni per tradirli. Tanto

l’antico

e

prometteva

si

l’onesto Mazzini, che per le sue arti già

si

figurava

mondo cadente nella rovina: «Saranno eglino

veder fuggir davanti alla sola potenza dell’opinione , re , signori , preti e facoltosi che stessi maravigliati nel

formavano il vecchio edilìzio. Coraggio e perseveranza!» Ora qual mai gioverà aire, al signori, ai preti, ai facoltosi ed al popolo tutto se non giova questa lezione? (X# IfltlXJKftf ih ’ò»

[tv O.» \;:na!

•.(

iv.a <,

.

•

CAPITOLO XIX. .»*•

»

*

,

.

I •

,

I cospiratori tilina.

'

.’

COSPIRATORI. Il

•

f

<

moderni si vogliono men feroci dei Ca-

Sian pure: anzi alcuni di animo leggiero,

ma

non barbaro, cospirano senza sapere ciò che si facciano. In tal guisa , senza affarsene , nell’altra rivolu-

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74 zione cospirarono contra

i

Borboni coloro

i

quali,

perchè era di moda, ripetevano vociferando gli argo-

menti serii o faceti de’giornali dell’opposizione, e cantavano le canzoni di Beranger. In tal guisa pure, senza sapere o badare al fine della tragedia facevano ,

capo o coda

alla

violentissima cospirazione italiana

alcuni scrittori, a cui, soverchiando

l’

imaginazione,

venne meno la ragione morale e politica. In tal guisa cospirarono la maggior parte dei governi e delle camere italiane, nate e fatte per servire ad una congiura e non mai ad una rappresentanza nazionale. In tal

guisa cospirarono eziandio al sovvertimento

rale e politico d’Italia le

mo-

donne italiane.

Alle donne la natura affidava l’interno reggimento della casa , e lo Spirito Santo encomia la donna forte d’aver maneggiato la spola e l’ago. Che sanno esse e che possono sapere del governo degli Stati? Pure la donnesca vanità fu sempre un’arma valente ai cospiratori, non a mantenere il segreto, ai che non son fatte, ma piuttosto ad appianare le vie, a tingere le rivoluzioni d'un seducente colore, ad essere deluse e a deludere coi loro vezzi e colla loro loquacità. Sono rare le Aurelie le Orestille e le Sempronie, colme di sangue e di lascivia, e degne di Catilina: ma faceva» nausea e dispetto queste madonne appuntine, queste ,

saccentuzze che, ignoranti del catechismo, pretende-

vano regger le parti or di Gioberti or di Mazzini; nè risparmiarono, per farsi grandi (grandi nella sciocnell’ impudenza) le loro beffe al gran Pio. Sappiano che la donna italiana, la donna cristiana, ha ben altre virtù da seguire; sappiano altra volta schermirsi dalle ciurmerie di chi non intende a vera

chezza e

libertà,

ma a rovinar l’ordine politico, ila religione e

la famiglia.

•'

Dopo le donne è costume dei cospiratori adescarsi la gioventù.

«

Ma Catilina

,

avverte Sallustio, sopra il

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s

75 tutto desiderava la famigliarità dei giovani,

percioc-

ché di leggieri vinceva gli animi loro con inganni, siccome quelli eh’ erano molli e volubili. E secondo ch’egli sentiva

il

desiderio acceso di ciascuno, a chi

dava cortigiana, a chi comprava cani e cavalli, non avendo misura nello spendere, purché se gli rendesse obbligati e fedeli

>»

E continua lo storico

(Cat. xiv).

nel dire con quali arti dalle minori iniquità

La

destrasse e traesse alle peggiori.

gli

ad-

nostra gioventù

è dovuto) respinge-

(rendiamole quest’onore che rebbe gl’insegnamenti infami e crudeli di Catilina, ma non del pari si tien ferma contro la malizia di chi la incanta e l’avvelena sapientemente; venefici incantantis sapienter. Non v’ha forse una rivoluzione moderna in cui la gioventù non abbia avuto una parte obbligata, inviandola ad un inutile macello, e ad ingombrare le mosse dei veri combattenti coloro stessi che le

,

hanno debito di educarla ad altre opere civili e più Avviso ai padri ed alle madri! Ma da questo avanguardo di donne e d’ imberbi quanto è differente la malizia profonda di coloro che formano il corpo e il nerbo delle cospirazioni! Per-

gloriose alla

patria.

chè odiano essi la luce? Perchè una metà del mondo mentre l’altra metà agitasi ora e freme nelle tenebre vive alla luce del giorno? Queste podestà sotterranee, che mandano fuori appena qualche alito per la bocca dei club e dei circoli, non si contentano ora di can,

cellare gli ultimi vestigi dell’aristocrazia e dei troni,

ma preparano un vulcano che divori la religione, la famiglia, la proprietà. Quest’incendio scoppiato, fa un

po’più d’un anno, nella Svizzera, si è propagato con velocità incredibile nella Francia, nell’Italia, nell’A-

lemagna, e divorò il centro della verità, della giustizia e della fede di tutta la Cristianità. Queste fiamme

alimentate dalla stampa furibonda e da furibondi parlamenti che si dicono rappresentanze nazionali e sono


76 orde dì baccanti, queste fiamme, quantunque atrocissime, sappialo il mondo e ci pensi, non sono altro che le prime faville del vulcano che arde sotto i piedi della società europea.

Altro che

le segrete stanze di

Catilina a queste nere congreghe, altro che l’angusto

giro d’Italia per agitarsi : Berna, Parigi, lino,

Roma, Ber-

Vienna, Franco forte corrispondono colla velocità

del fulmine.

I governi costituiti si sono lasciati

per il naso e per la barba.

I cospiratori

menare

usciti dalle

tenebre e imbaldanziti dalla prodigiosa imbecillità dei

governi s'infinsero, adularono, parlarono di clemenza ai principi, di libertà ai popoli, abbassarono quegli,

inorgoglirono questi. Cambiarono libertà

volle

persecuzione,

dire

il

senso alle parole:

religione empietà,

reame e principato significò tirannide il papato divenne simbolo collettivo di tutte le sventure e di tutte ;

-mul Non v’ha legge sacra ai cospiratori. In quei segreti

le iniquità.

.

Li«

‘us<-

!

focolari le menti s’infiammano,

i

discorsi sono torrenti

di fuoco, s’impervertiscono le anime, giganteggiano le

brame di rapina e di sangue. Quei Luciferi incarnati non vedono, non pregiano più altro che se medesimi. Allora gli scellerati Catilina scrivono ai Catuli, che essi

impugnano le armi civili perchè vedono onorati

gl’indegni , e se stessi esclusi dalle cariche e dai magistrati (Sallust.,

Cat. xxv.).

Convocano la predatrice

turba eh’ essi chiaman popolo, e declamano: Che il popolo è schiavo, e la repubblica il patrimonio di pochi ; che favori e potenze e onori e ricchezze stan presso quelli e presso cui essi vogliono, e ripulse e

condanne e indigenza e pericoli lasciano

ai

popolo;

che a costoro ricchezze sopravanzano da fabbricar nei mari ed appianar monti mentre perfino il necessario si fa mancare al popolo. « Due e più palagi a costoro, a noi neppure un tugurio? Statue, intagli, pit,

ture essi marcano ; edificano, distruggono, riedificano;

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77 in ogni

modo insomma I’ accumulalo danaro profon-

dendo,

le loro

ricchezze pur vincono

il lusso.

Povertà

ahbiam noi nelle case e debiti fuori, cattivo il presente, più aspro l’avvenire. Che cosa ci resta se non l’anrma infelice? Perchè dunque non vi destate? Ecco, ecco

la libertà, la libertà

che tanto avete desiderata,

e

ricchezze con essa,

lo

le

splendore

e

la

gloria.

Tanto dà in premio la fortuna a chi vince » (Sallcst., Cat. xx.). Tali sono

cospiratori di tutti

i

i

secoli.

Quali sono le loro lande ed il loro popolo? »Ogni più scellerato uomo ed infame. Chiunque impudico, adultero, banchettatore aveva fra queste arti straziati i beni paterni; e chi era oppresso dai debiti per a-

ver comprata l’impunità dei misfatti ; e quanti parricidi, sacrileghi, convinti rei o prossimi ad esserlo; o

quanti o dalla spergiura lingua, o dalla insanguinata mano traevan la vita; tutti insorama coloro cui o la coscienza, o la povertà, o la ribalderia travagliavano,

erano famigliari e intimi di Catilina, e gli innocenti simili agli altri diventavano » -(Salllst., Cat. xiv.).

Ecco le piante: or ne sorprendono

i

frutti? *

.*

.

•

CAPITOLO XX. I|

I

.

1

(ivi;

»|

»

f.

!

j

t

t

’;»

{

pili

LE ALLEANZE RI\ OLCZION ARIE.

frutti manifestati l’albero. I frutti dei Parlamenti,

primo sorgere delle libertà italiane, mostrarono di essere in gran parte, o per ignoranza o per

lìn dal

malizia, bocche o spiragli delle segrete cospirazioni distruggitrici dell’ordine e della libertà sociale. 1 Francesi

chiamano la Montagna quella parte audacissima alti scanni vomita fiamme

e rivoluzionaria che dagli

sull’Assemblea. Nell’Italia dopo la proclamazione della

Costituente romana,

le

Camere elettive di Roma, di


78 Torino e di Toscana furono quasi, nella loro universalità , un’ardente Montagna. Giuseppe Mazzini valentissimo ordinatore di segreti e di congiure , ne poneva il culmine sul Campidoglio. 11 Campidoglio repubblicano diveniva iniperlanto il nucleo delle congiure repubblicane. A quello vedemmo rivolgersi con devoto entusiasmo ministri e i deputati piemontesi; con quello si raggruppava la babelica' turba di Guerrazzi e di Montanelli, a quello mandava le sue felicitazioni la Montagna socialista e comunista della Francia. A tanta vergogna eran dunque riservati gli usurpatori della porpora papale? Che dissi a tanta vergogna? Non sono forse una perenne vergogna, una perenne usurpazione, un perenne sacrilegio, i decreti e le spogliazioni della Repubblica Romana? È ella forse altra cosa che una figliazione della congiura che si stende per tutta l’Europa? Dunque bene sta che si abbracciassero come d’un sol cuore la Montagna parigina e la Costituente romana. i

11

24 febbraio 1849 la Montagna di Parigi scriveva romana: « Cittadini! La Democrazia

alla Costituente

francese con entusiasmo saluta in voi la Repubblica

gloriosamente fondata sulle sponde del Tevere. OnUgé

popolo romano! Roma libera è il segnale delljRffraneamento dell’intiera Italia, è il primo passo alla

al

restaurazione della nazionalità italiana in que^i’unica

forma che ormai sia possibile, la bekjbblica. Coraggio, Fratelli Già la Toscana è libera , Venezia combatte, la Lombardia è fremente, il Piemonte si agita, il sangue versato a Napoli sarà vendicato; da questi Stati !

emancipati presto uscirà risplendente l’Unità italiana.

Spagna, Napoli e Austria formano, si dice, una sail potere popolare: questi rumori non vi turbino, Cittadini, nel-

crilega alleanza per ischiacciare a Roma

l’arduo lavoro della vostra costituzione.

ranni studieranno

il

I

passo prima d’assalire

vecchi i

ti-

Romani

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79 che gittano i fondamenti alla loro indipendenza. Se mai Tosassero. . . Cittadini d’Italia , le simpatie della Democrazia francese sono con voi; i suoi volontari, al vostro appello vi verrebbero in soccorso per cacciare i barbari. Viva la Repubblica romana! Viva la Repubblica italiana.

•

Questa lettera leggevasi il 17 di marzo all’Assemblea romana. Applausi fragorosissimi , dico il Monitore del 19, e grida di Viva! Viva! scoppiano da tutta T Assemblea. E già all’ Assemblea pare va n risorti gli

mondo glomandar ambascierie alla Repubblica dei

antichi tempi in cui tutte le nazioni del riavansi di

Camilii e dei Fabrizi, ed il Senato veniva detto un’As-

semblea di Sovrani. Ma quella non era altro che una lettera della Montagna cioè di quanto ha di più ri,

voluzionario

la

Francia, di più incivile e di più an-

Erano cinquantasette quei montagnardi, e tutti onorarono della loro firma la lettera. Fra i quali tisociale.

spiccano Ledru-Rollin capo del socialismo , Raspai!

Eugenio suo apostolo, Proudhon capo del comuniSmo, e Lamennais prete apostata e demagogo in religione

come in politica.

' .

O Romani! con quale sdegno non avrebbero respinta una tale ambasciata quei fieri e virtuosi repubblicani che fondarono col valore firn pero del mondo ? Voi non siete degni di appellarvi loro figliuoli, e neppure loro

bastardi.

Voi

siete

discendenza di barbari; voi che

stendete con tanta gioia la

comunisti

,

mano

ai socialisti

ed

ai

cioè ai cospiratori e sovvertitori della reli-

Ma se la Montagna rivoluzionaria, socialista o comunista è una riminoranza nella Francia, al contrario tutta la

gione, della società e della famiglia. stretta

vostra Costituente si voltola in questo fango. L’amicizia o trova gli uomini pari Sallustio nella Catilinaria.

Alla

Montagna di

Parigi

o

li

forma: così notava .i

..u»ti

mt

*

rispondeva nella seduta

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80 seguente il Mazzini

,

ed era il più degno di farlo.

«

Voi

avete patito, sperato, combattuto per l’Umanità > di-

ceva egli

ai

montagnardi:

i

quali

hanno veramente

combattuto, tìsicamente o moralmente, sulle barricate, ma centra la patria e l’umanità. Proseguiva il Mazzini:

«

Un terzo mondo sorge nel nome di Dio e del Non v’è

popolo, sulle rovine di due mondi spenti...

che un sole nel cielo per tutta

la terra;

uno scopo, che una legge, che una

non v’è che

sola credenza,

Assoeiazione e Progresso , per tutti quei che la popolano. •

Gigantesche sentenze, che quol fabbro di rivo-

luzioni volta e rivolta ad ogni ora e in tutti isensi. Con-

chiude:

»

Fidate in noi; noi fideremo in voi. Se mai

nella crisi che stiamo per attraversare, le forze ci man-

cassero, noi ricorderemo allora le vostre promesse; noi vi

grideremo: Fratelli , l’ora è venuta, sorgete!

•

Questi

fratelli non sono già l’esercito valoroso della Francia,

sono appena

i

ma

volontari dei cinquantasette della Mon-

tagna, sono i servi di Ledru-Kollin, di Lamennais e di

Proudhon, che non maneggiano le armi delle battaglie,

ma gli occulti raggiri e

i

tradimenti orditi dalle cospira-

zioni, la cui unica fede è uelsocialismoencl comuniSmo.

Ogni periodo di questa risposta inebriava d’un gaui beati del Campidoglio. Mazzini parve loro un Tullio, un Dio. Si fa la solita

dio ineffabile e crescente

sinfonia di applausi fragorosissimi (1). Sulla proposta di (1) Si sa che la generosa Repubblica romana ha comincialo il suo comuniSmo, confiscando in nome di Dio c del

Popolo tulle le proprietà ecclesiastiche , non escluse lo campane, li Costituzionale Romano del 1G marzo, con una specie di apologo, introduceva una campana a portare una sua petizione ai Proudhon del Campidoglio, nella quale, per moverli a pietà, diceva loro fra le altre cose Noi campane, come cerl’altra gente, facciam mollo rumore e val:

ghiara pochi denari.

7

'

Or noi, o lettore, al leggere o all’udire gli applausi fra-

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Gc


81 Audinot tatti corrono a segnare quell’autografo colla loro firma e lo mandano come una reliquia ai Prou,

dhon di Parigi tecipare

,

dichiarando col fatto di volerne par-

la politica

e le dottrine.

Questi sono accidenti della commedia italiana che la storia dee raggranellare.

CAPITOLO XXI. PRIMI SEMI DEL COMUNISMO ITALIANO.

i Lamennais, la Montagna di Parigi non si sono arditi d’onorare ofiìcialmente la Camera piemontese di un loro messaggio. Ma la Camera de-

I

Proudhon,

mocratica, eletta per le influenze del ministero Gioberti-Rattazzi, avendo, nelle ultime sedute di febbraio,

spiegato simpatie calde, ardentissime, verso

Roma e

Toscana, è forza il conchiudere che simpatizzasse pure colla Montagna di Francia: Quae sunt eadcmunitersunt eadem intcr se. Nè voglionsi dimenticare quetio gli onorevoli che nella Camera veneravano LedruRollin come un Santo Padre, e le sue parole recita,

vano come pappagalli. Spingendo un po’più avanti l’argomento

,

deesi pur

venire ad un’altra conclusione, ragionando per esem-

pi» così: Una Camera elettiva, quando non rappresenti la nazione, dee certamente rappresentare una fazione; ma la Camera democratica non rappresentava il Piemonte, sibbene la demagogia italiana e parigina;

Camere costituzionali o repubblicane, potremmo dir loro: Voi, Onorevoli siete come le campane; rumore e valete si pochi denari ! Le campane fuse

garosissimi di certe

,

fate tanto

fanno almeno dei cannoni ; voi, FUSI E RIFUSI, non fate che dei pasticci.

6

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82 dunque nel Piemonte esiste una fazione, che

in ra-

gione de’suoi principii collegavasi colla Repubblica di

Roma e colla Montagna di Parigi. È la fazione che colla bugia , colla calunnia , colla prepotenza , coll’au-

dacia e con ogni maniera di baratteria, soverchiò la

nazione pacifica e non ancora intendente di politica,

che si spinse e traforò per ogni dove; che invase gli e

uffizi

le alte cariche ,

arricchì se medesima, profuse

negli amici , creò nuovi ministeri per sè e per loro,

dilapidò la finanza

,

roderà e caccierà nella più atroce

miseria quel popolo che ha turpemente sedotto, e del è fatto sgabello per salire.

quale

si

fatale

disinganno, e di questa terribile catastrofe, in

ed

parte è giunta,

in parto

Quando il popolo avrà pagato

L’ ora di questo

non può esser lontana. l’

intero fio della sua

credulità, della sua inerzia, della sua cecità verso falsi

dottori a cui

come Adamo,

delle nazioni, e

si

abbandonava, aprirà

vedrà coperto di onta

si

i

occhi

cospetto

nudo d’ogni bene del mondo. non diciamo cose che non

Non anticipiamo i tempi si

gli

al

,

vogliono credere, lasciam che lo sdegno di Dio

si

compia.

Rammentiamo però una sentenza del flebile

profeta:

«

che bolle,

Che vedi, o Geremia? Vedo una pentola la cui

bocca è da Settentrioue.

Ed il Si-

gnore mi disse : Dal Settentrione traboccherà il male sopra tutti gli abitanti del paese;. . .ed io pronuncierò contro a loro, per tutta la lor malvai miei giudizi gità, per la quale

m’hanno abbandonato *

(Jf.h. i,

13-16). L’Italia se ne ricordi. Torniamo ai fatti. La fazione che ha dato al Pie-

monte la fatai Camera ligia e pedissequa della RepubRomana, è incapace di mai altro partorire che il depauperamento e la rovina del Piemonte; quella fazione dee partecipare le massime rivoluzionarie della blica

sua fattura, con tutte quelle esagerazioni che si attagliano ad

una turba concitata e furibonda. Tali mas-

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83 siine riuscirebbero finalmente a questo principio: Ster-

minio dell’ordine sociale e civile. Per ora non giungono a sì nefando eccesso , ma a questo mirano per una via logica e diritta. Chi vuol vederlo, ponga mente al se*

guente raziocinio. Tutto l’ordine sociale,

tutta la quiete pubblica e la

libertà civile riposano sull’inviolabilità dei diritti acquistati: violarne

un solo, è un aprire

la

via a

mano-

Or questi diritti si assommano tutti in un solo, la Proprietà. La Proprietà di

metterli tutti e senza fine.

tutto ciò che io ho e sono; la Proprietà di tutto ciò

che altri è o possiede la Proprietà che spetta ad ogni qualunque società o individuo. La vita è la prima delle proprietà; l’onore, un grado, un titolo che non offenda l’eguaglianza avanti alla legge è una proprietà: le ricchezze legalmente acquistate sono una proprietà; ;

il

diritto di servirsi e di gioire

liberamente di

tutti

questi beni è una proprietà.

Ora chi crederebbe che nel Piemonte già così mouna fazione cieca, un partito d’uomini si cimenti, si scateni ad una guerra sociale che, procedendo di distruzione in distruzione, debba livellare abbattere schiantare sotto qualunque forma la proprietà? Ho detto che un grado , un onore, un titolo civile è una proprietà. Or eccoti un’ onda demagogica che gridando sovranità popolare! popolo sovrano! s’innalbera così alto da porsi sotto i piedi il rale e civile,

perversi o sedotti

,

,

più sublime grado della scala sociale, che è il principato; non lo dicono aperto, principio. Sciolto tutta la scala.

ma ò la conseguenza del

culmine, è facile discendere per

il

E nel vero

,

sul principio di marzo leg-

gevasi tal petizione alla Camera, per cui non solo dor

vesserò degradarsi

i

nobili ,

disciplina a cui altro

ma ancora sottoporsi a tal

non mancava che la galea o la

ghigliottina.

Dall'aristocrazia del titolo è lieve

il

passo all’aristo-

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84 crazia del danaro. Perciò rallo,

il

vedemmo il deputato di Va-

democratico Turcotti, sacerdote e canonico,

chiedere che ai ricchi

si

praticassero forti salassi di

sangue, cioè d’oro; e se di buona voglia non si acconciassero a pigliar la medicina, il governo democratico gli stringesse colla forza.

Altro canonico (è pur doloroso il vedere tali infamie nel sacerdozio!), il canonico Doro di Savigliano, mordendo come cane P onore e la fama del dignissimo Abbate, e facendo un passo più avanti del popolano Turcotti, domandava la confisca, cioè l’usur-

pazione e i

il

latrocinio per parte del governo, di tutti

beni ecclesiastici. Contro

petulanza del confra-

la

con energica dignità l’onorando Capi-

tello protestava

tolo di Savigliano:

ma la Camera, proprio la Camera

Rattazzi, dichiarava d’urgenza la petizione del fanatico.

Ma eccoci al 21 di marzo. La petizione 1017, riferita

da Michelini, dice:

«

Giovanni Sabbione consi-

derando che l’indipendenza d’Italia sarà principalmente dovuta ai soldati che combattono nella santa guerra, propone che fra essi si dividano i beni dei Comuni, dell’Economato, del clero regolare, ecc. » 11 relatore

non volle dirci quant’altro si contenesse nell’eccetera: un po’di rossore non sta male e talvolta lo patiscono per anche i ladri. Fatto è che la questione fece un nuovo passo, aggiungendo i beni municipali ai beni ,

ecclesiastici,

rinnovandosi in quelli la legge agraria

splendidamente confutata da Cicerone.

Che resta finalmente? resta solo che si formoli in tutta la sua nudità il comuniSmo, e si pronunci quella

formola nell’aula delia nazione.

E si faceva appunto

in quel giorno colla petizione

1019:

*

Luigi Gior-

gine chiede che in nome dell’eguaglianza le sostanze si

dividano fra

tutti

i

cittadini.

»

Direte che alcuni

pazzi, siano essi laici od ecclesiastici,

gono

la nazione?

n«n compon-

È vero, ma compongono una fazione

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85 che è giunta' a non conoscere nè decenza nè rossore. E la Camera? La Camera non segnò d’urgenza le ultime petizioni, ma non diè segno di tenersene per disonorata nè si mosse una lingua ad infliggervi una ,

qualche disapprovazione.

Dunque nel Piemonte e nell’Italia tutta, colle massime rivoluzionarie si mischiarono evidentemente i semi del comuniSmo che è la negazione d’ ogni di,

ritto, la dissoluzione compiuta dell’edifìzio civile, ed è nella società ciò che nella religione è 1’ ateismo. I semi ho detto, ammainiti, ammorbidati e quasi inciviliti nell’orpello di libertà, democrazia, eguaglianza e popolare sovranità. Chi nega questa infermità ita-

liana guarda alla maggioranza nazionale che noi pure diciam sana ma non si potrà negare che tale cancro serpeggi in assai capi e nell’ orda che si è posta ai ,

:

movimento italiano. Vedremo come il comuniSmo si possa dire con verità un ateismo sociale.

servigi del

CAPITOLO XXII. •

'

ATEISMO SOCIALE.

L’ateo nega Dio, negando la somma degli attributi

emananti dalla natura divina: il comunista nega la negando la somma dei diritti emananti dalla

società,

natura dell’uomo e della società civile.

Il comuniSmo

è dunque un ateismo sociale, inducendo esso negli ordini civili

quell’ assoluta

negazione che l’ateismo

induce nelle idee divine.

non è comunista, gridava l’eroico deputato Ravina. No, l’Italia non è comunista, e neppur la Francia è comunista. Ma il comuniSmo si appiatta nella Montagna parigina la Montagna parigina si è L’Italia

;

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86 dichiarata sorella

romana,

della Costituente

Campidoglio veniva accolta e sancita

e

sul

parentela-,

la

Firenze vestiva di rosso come Roma, ed in lei si rifondeva; la Camera piemontese si dichiarava per

Koma e per Firenze col trasporto d’un amante. Dunque? Dunque la Montagna di Parigi co’ suoi Proudhon e Lamennais ha pure i suoi affigliati socialisti e comunisti nei Parlamenti italiani, e

che plaude

ai

Parlamenti e trascina

Diasi pure che

i

nostri siano

discepoli scervellati o ientigradi verso

scuola parigina,

prepotente logica dei

cipii e la

maestri della

i

ma di passo in passo, di rovina in

rovina, di negazione in negazione,

•

nella fazione

l’Italia.

appena incipienti, e

la forza dei prin-

fatti

non

condur-

li

rebbero a quella universal negazione dei principii sociali, che prima si dice rivoluzione democratica, poi socialismo, ed in fine

quale la

i

comuniSmo? La Francia, della

democratici d’Italia scimiotteggiano a quest’ora

parte infima e pessima, è una prova di

fatto

a

questa terribile conclusione.

La Francia rivoluzionaria si contiene fra il 1789 e il

1848:

i

due estremi si toccano. Nel 1789 si era co-

minciata una riforma, togliendo gli onerosi privilegi,

ravvicinando

nide pleblea, partorì

ma la rivolu-

e migliorandole;

le classi

zione, cambiando, come sempre, il

la libertà in tiran-

93 e le sue seguenze. Bona-

parte incatenò la rivoluzione, o piuttosto

consacrandola a maggiori usurpazioni. trovarono stanca nel 1814, diressero,

e lasciaronle tali forze che,

tornò adulta e vincitrice nel 1830. al

1

la divertì

Borboni la

ma nè la vinsero, nè la rifacendosi,

Da quell’ora sino

22 febbraio 1848 corse l’epoca più feconda nell’ar-

cbitettare

forme e sistemi di rivoluzioni. Gli uni vo-

levano la monarchia, ma libera dalla duplice influenza delle piazze e della corte ; altri , più ardenti ,

giavano

la

repubblica,

vagheg-

ma non osavano proclamarla;

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87 altri,

per eccitarvi la moltitudine, predicavano e van-

tavano ad ogni ora

i

diritti del

popolo, dimenticati,

non paghi nè sognarono una rivolu-

sconosciuti, sacrificati. Altri finalmente,

di monarchia nè di repubblica

zione sociale, rinvertendo

i

,

tempi

alla primitiva co-

munanza dei beni, ed alla favoleggiata età dell’oro.

La rivoluzione del febbraio 18^8 fu, almeno in parte, di quest’ultimo colore: le barricate di giugno venivano

a chiedere l’adempimento delle promesse provisorio che

al

governo

non poteva mantenerle.

Si osservino gli stadi del progresso rivoluzionario.

Nel 1789 era possibile una rivoluzione riformatrice, perchè eranvi privilegi e abusi da emendare, nel 1848 non era più possibile, che una rivoluzione sterminatrice, perchè gli abusi erano emendati, e tutti i

cittadini

eran pareggiati

nella tutela delle leggi. sibile

menò il ferro

sui

nell' esercizio

dei

diritti

e

La rivoluzione per farsi posdiritti

e sulle

leggi;

abusò

dell’eguaglianza legale per sovvertire le ineguaglianze civili, nelle quali consiste l’addentellato delle

zioni e la struttura della società;

condi-

proclamò una ca-

pricciosa solidarietà fra gl’individui eie nazioni, e ne

formò il socialismo; spinse più avanti il principio abusato deli’ eguaglianza, e generò 1’ anarchia nella il comuniSmo.

sfera dei diritti, e nelle proprietà

In simile guisa era proceduta l’eresia. Pigliò preda qualche abuso introdottosi negli uomini pro-

testo

fessanti

il

cattolicismo ; passò dagli abusi aiprincipii,

usurpò alla gerarchia costituita la facoltà di riformare e di deGnire. D’ allora fu una rivoluzione contra

il

principio legale ed autoritativo; tolse ad una ad una le pietre del cattolico ediGcio, finché non restò più che

Dio, un Dio senza dommi, senza leggi, senza la parola, senza un’ autorità che lo rappresenti, un fantasma insomma e quindi l’ateismo. Era questo l’ateismo religioso, al quale veniva dietro a breve inter;

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88 vallo se

non già parallelo

la rivoluzione confuse gli

(

ateismo sociale. Perocché

abusi del principato col prin-

cipato, gli enormi privilegi delle condizioni colle stesse

condizioni,

gli

abusi della proprietà colla proprietà

medesima: quindi colla magica parola della sovranità popolare

si abbatteva il principato, col fantasma dele condizioni civili con quella umanità che il tiranno romano i papaveri; e finalmente nulla rimanendo in piedi che la sola proprietà, nell’anno sovranamente rivoluzionario qual fu il 18i8, il socialismo ed il comuniSmo movevano ad essa la guerra fatale, che avrebbe ritornati gli uomini nello

mocratico si spianavan

stato d’isolamento e di barbarie.

Nel qual precipizio con maggior colpa si precipitava che non già

nista della Francia.

democrazia socialista o comuPerchè in Francia non era mai

cessata di

antica

l’Italia

tallire

1’

la

pianta rivoluzionaria,

le

menti n’erano avvelenate quasi prima che nate e la tenebrosa empietà contendeva il passo alla religione. ,

Ma l’Italia calpestare ad un tratto l’avita prudenza e la religione, l’Italia d’uno slancio raggiungere la Franall’ ultimo eccesso rivoluzionario , ed impalmarsi colla Montagna esecrata dalla medesima Fran-

cia sino

cia? L’Italia tutta, ossia tutta l’Italia parlamentare e

rivoluzionaria, giungere sino a quell’ateismo nazio-

nale, a quel nazionale suicidio, che era

mento della

libertà cattolica

il

rinnega-

e della civiltà italiana,

Papa? Quale abisso di cecità e di tracotanza? Qual diritto resterà salvo, se non è il diritto del principe, e di un principe a tutto pieraffigurate e incarnate nel

ghevole fuorché

all’

impossibile?

zione italiana, non diede

il

Roma, ossia la fa-

più grande esempio di

ateismo sociale e politico? Gli atei, disse Voltaire,

medesimi. Ecco

le divinità

negan Dio e adorano se che cacciarono il Papa e

adorarono e fecero adorare se stesse nell’insanguinato

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89 Campidoglio! Arroganti e dissennati, che meglio continuano la serie dei barbari che degli uomini inciviliti,

e tornerebbero

Roma al sacco ed alla barbarie

se non fossero altro che fantasmi mandati o tollerati

da Dio per castigo del popolo romano. Ma nel breve passaggio lasciano impresse orme di devastazione e di sangue. Le provincie in preda alla rapina plebea e all’assassinio delle piazze le carceri nuovamente san;

tificate dall’ infula dei vescovi

tale;

il

patrimonio dei poveri,

e dal sangue sacerdoi

monti di pietà, sac-

il Costituzionale Rom., 16 marzo). Or venga a contarci il Monitore Romano (14 marzo) che

cheggiati (V.

« vescovi e monsignori passeggiano imperturbati sul Tevere e nelle vie più frequenti della città; che nessun domicilio, nessuna persona, nessuna libertà fu

Saranno questi i monsignori fatti alla Muz-

violata. »

za relli?

Noi diciamo con rassegnazione: passa; lasciatela passare.

La collera di Dio

CAPITOLO XXIII. CONSEGUENZE DELL’ATEISMO SOCIALE. t

Voltaire che s’intendeva

ancora:

«

un tal po’di ateismo, disse

Gli atei, se ve ne fossero, avrebbero uno

cuor duro e l’anima vile. « Queste condizioni applicansi tutte all’ateismo sociale e politico della Repubblica Romana. Rammenti il lettore che l’ateismo sociale è il far tavola rasa dei diritti altrui e costituir se stessi , la propria ragione ed spirito falso e ristretto,

il

,

il

proprio orgoglio qual unica base dei diritti sociali,

e del

modo di definirli e d’interpretarli.

Le enunciate condizioni incontransi nel più forbito documento della Repubblica Romana, che fu la Noto

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90 alle

emanata dal Ministero

Potenze

delle

relazioni

estere, il 3 marzo, segnata Carlo Rcscoml Niun. maestro di falsità potrebbe vincerla al paragone.

29 aprile Pio IX diceva di non poter dichiarare ma non condannava nè la guerra, nè l’indipendenza, nè la nazionalità. Si avverta bene che nulla pronunciamo qui sul diritto ma constatiamo un fatto. La Nota al contrario induce Pio IX fulminante II

la

guerra,

,

coll’anatema la nazionalità, la guerra e l’indipendenza: « 11 29 aprile, un fatale anatema usciva dal Vaticano che ripudiava i credenti nell’ idea della nazionalità, che riprovava quella guerra. » È follia, è cecità il mentire così sformatamente alle Potenze ed ai viventi? « I disastri di Lombardia, furono dovuti in gran .

—

parte alla defezione del Papato. » Defezionare è il ritrarsi si

da un obbligo assunto: or quando mai il Papa

era assunto l’obbligo della guerra?

falsare l’idea,

il

fatto e la parola?

una seconda defezione.

11

Non è ciò un

— «La fuga era

popolo chiese se un prin-

cipe costituzionale poteva in tal guisa lasciare il suo una larva mendace. * Che fior di verità! Si uccidono il miniil cui primo stro ed il segretario del Papa i ribelli passo fu l’assassinio lacerano la Costituzione impongono al principe la loro tirannide, e chiamano seconda defezione la sua fuga, ed una larva mendace la Costituzione! Ma sì, fu una larva; fu una larva pei Mamianisti che non cessarono mai di lacerarla finché un bel giorno dovesse crollare per intiero la mostato , e trovò che la Costituzione era stata

•

;

,

,'

,

narchia papale. il paese rimanesse senza governo PeCommissione di governo nominata in Gaeta

Falso è che

rocché portava

la.

la

segnatura del principe e ogni formalità

concessa dalle circostanze, era legittima, era auten-

ha dovuto sciogliersi, ciò fu per 1’ ostinatezza dei rivoltosi nell’ intralciarle ogni mossa e nel tica; e se

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’

91

rifiatarla.

Falso che fosse chiusa ogni via tra

polo ed

sovrano

il

,

ma solo ,

il

po-

come doveva essere

tra

,

il sovrano e la ribelle fazione. Falso che il paese nominasse una Giunta di Stato , ma la Giunta usurpava o pigliava a insaputa del paese e senza missione ve-

runa quel comando,

e

senza missione convocava la

Costituente. Falso che la Costituente fosse emanazione del popolo , emanata com’era da una piccola minoranza,

un turpe mercato

dalla fraudo, dalle violenze, e da

dei suffragi. Bugia da fanciullo era poi questa

:

«

La

Repubblica emerse da quelle ruine, pura, incruenta, degna d’ un popolo che con tanto ordine, che con tanta dignità si era comportato. » Pura come una 'Venere! incruenta come il pugnale dell’assassinio, e le cruente soglie del Quirinale!

Non volendo ascrivere tali falsità ad un animo profondamente falso, bisognerà riferirle ad una ristrettezza di mente e a un delirio rivoluzionario. I vanti che seguono, sono degni d’una mente puerile o rimbambita. Ascoltali bene: « La Repubblica fu bandita, come lo stato che più si conveniva alle virtù di cui queste moltitudini si erano mostrate dotate. » In

Roma

,

nella

Roma rivoluzionaria

,

le virtù

repubbli-

cane? Forse il valor militare? Forse la sapienza dell’antico Senato?

0 miseri! Un pugno di gente ragu-

naticcia che tumultua,

s’

imbecca,

si

vende, si com-

pra; un popolo che detesta la congiura,

ma si ap-

piatta come un coniglio, e non osa guardarla in faccia; una Costituente la cui imbecillità è pari al fanatismo; non un generale, un oratore, un uomo di stato; sono queste le virtù repubblicane? È una virtù repubblicana l’essere pigmeo e il credersi gigante? Nè si ferma qui il vanto; odi ancora questo poco: • Questa Repubblica onora l’Italia è degpa dell’eterna città; la Roma dei Cesari e dei Papi si fece più grande al,

lorché divenne la Roma del Popolo. »

Tutta sapienza

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92 Mazziniana, fin

le parole.

Come? una congiura inau-

gurata dal più vile assassinio, e che in tutto

il

suo

corso non è altro che uno spoglio, una devastazione e degna non siete degni di servire

e un assassinio, chiamarla onore d’Italia, della città eterna? Voi che

meno a quello dei Roma, la Roma di quel

di scabello al trono dei Cesari e

Papi, voi creare una nuova

popolo che scandalizzate, dissanguate, spolpate e

ti-

ranneggiate? Voi unite tanta imbecillità a tanta arro-

ganza? Ecco il delirio, ecco l’ateismo politico, che falsa, restringe, annulla gli spiriti.

Ma la durezza e la viltà? Ah pareggiano

,

la durezza e la viltà

la falsità e l’angustia delle menti.

Dopo le

beneficenze di Pio IX, e singolarmente la primissima che fu l’amnistia, bisogna cercare fra icanibali perfidia capace d' abbeverare d’una morte continua chi

aveva data

la vita. Si ricorra tutto il

zionario dal 29 aprile al 16

e non

si

raffinato martirio.

chi

si

processo rivolu-

novembre e sino al fine,

troverà forse una trama più perfida e un più

Ma chi è spietato è vile, e più vile

mitria della sua

viltà.

Udiamo le parole ultime

Un’opera gloriosa almeno compimmo, e fu quel giorno in cui abbattemmo il dominio tem-

della Nota:

«

porale dei papi.

»

SI , valorosi repubblicani , voi abbatteste il trono più

antico e più venerato del vili lo

mondo; ma colle armi dei

abbatteste, colla menzogna, colla perfidia

,

col

tradimento. Menzogna, perfidia e tradimento fu il ministero Mamiani , e specialmente il suo programma del

9 giugno, che si volle far passare per l’espressa volontà del Papa che pur lo disapprovava menzognero programma che in nome del Papa già inaugurava il :

decadimento del suo dominio temporale. Perfidia il procedimento della Camera elettiva che ogni giorno levava una pietra all’edificio del dominio pontificale; e perfido l’assedio onde per sei mesi si tenne schiavo

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93 il

sovrano. Perfido quanto vile il tradimento col quale

non Roma

,

ma la salariata ciurmaglia venne all’as-

salto del Quirinale. Perfide le infrazioni d’un giura-

mento solenne; perfida la stampa, perfida la Repubblica e perfida la Nota del 3 marzo che per sedurre e ingannare il popolo travolsero gli atti e le azioni ,

,

del Papa. Se l’abbattere con

tali

arti

il

trono del co-

mun padre è una gloria, esuliate pure, voi sarete immortali

ma di quella immortalità che nasce dalla

,

viltà e dalla infamia.

Spirito falso e incapace di tutto

ciò

che non sia

distruzione sociale, cuor duro e anima vile, sono uni-

versalmente

le

conseguenze di quell’ ateismo politico

che divinizzando l’egoismo dell’individuo, e spregiando l’eterna giustizia su cui fondansi gli stati, fa della so-

cietà

umana una rovina ed un caos. Avvertiam tutta-

via che

gli

uomini impazziti da questo lato, possono

talora per altri rispetti mostrarsi cittadini discreti e leali.

Non mai

si

corrompe

tutta

intiera

la

natura

umana.

CAPITOLO XXIV. ATEISMO OFFICIALE DEL PIEMONTE.

Volando dalla Montagna rossa di Parigi alla fatua e ardente Montagna del Campidoglio, e da questa a Torino, non usciamo dal proposto argomento; anzi non ne usciremmo raccogliendo nella stessa cerchia la fazione rivoluzionaria di Prussia Germania ed Austria; perchè ovunque una sola idea e un solo filo conducono gli avvenimenti. Ora l’ateismo sociale gettava il suo primo bottone nel Piemonte, e fra le persone ,

il quale di modello che era, diveniva da quel punto un fantasma e l’onta dei governi.

stesse del governo,

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94

Nè state a dire che il governo Subalpino non ha mai il primato di moralità fra i governi italiani: perchè vi rispondo che un governo qualunque rinneghi i tre sommi fondamenti dell’ ordine sociale che perduto

sono la libertà della persona, del domicilio e delle cose, quel governo si piomba irrimediabilmente nell’ateismo civile.

E ciò faceva

il

governo Subalpino:

qual confessione, più che inizio di pentimento pevoli,

serva di

governi presenti e futuri che

v’ ha in

una giu-

cielo

che riversa sulle nazioni le colpe

stizia

la

ai col-

ammonimento per far intendere ai di chi sta a

capo delle nazioni.

Appena era proclamato lo Statuto, appena erasi celeil 27 febbraio 18V8, la gran festa nazionale con uno stordimento e una commozione mazziniana, che

brala,

nel 4 marzo emulandosi i fatti barbari della Sardegna

e di Genova, quelle tre libertà, domicilio

e‘

delle cose,

tutte le franchigie,

della persona,

del

questi tre diritti costituenti

e diciam pure tutta

religione

la

deH’editlcio sociale , atrocemente violavansi in Torino stessa, di pien meriggio

e sotto gli occhi d’ un go-

verno divenuto cieco ed impassibile. Bastava un cenno per salvare l’umanità oltraggiata, e quel cenno non fu dato da veruno,

e la barbarie fu compiuta.

Una

egual onta, o per dir meglio una gloria eguale, toc-

da coloro stessi che avevano assaggiata Timbecillità d’un governo infantile e addencava

al

minor sesso

,

,

prime vittime. In quel fatto noi mettevamo da parte la religione, non cercavamo con qual nome si chiamassero nella società, se gesuiti o rabbini, se monache del Sacro tate le

Cuore o faldiglia d’artigianelle o di contadine: ma vedevamo da una parte il governo rinnegante se medesimo, e dall’altra 1’ oppressa libertà del cittadino. E dicevamo: Il governo piemontese ha abdicato in quest’ora;

non abbiamo più legge, non più protezione,

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95 non più libertà, ma l’ateismo sociale che volgarmente anarchia. Mancando la giustizia sulla terra, ci rivolgemmo al cielo dove non può perire; vedemmo il lampo, e ci apparecchiammo alla tempesta.

(licesi

Da quella breccia entrava l’onda che dilagò l’Italia e vinse Roma. Chi l’apriva? Il governo piemontese. Perchè? Per quel vezzo fatale ai governi di mettere le

ambizioni e

le

imaginate ragioni di stato invece

delle ragioni eterne della giustizia,

delle quali

non

sono inventori ma esecutori i governi della terra: ciò che ingenera la versatile e tenebrosa politica, o per dirlo colla nostra formola, l’ateismo politico.

Due tranelli si erano preparati ai governi l’opinione pubblica è regina ;

sovrani e

i

il

secondo,

governi che non la secondano.

si

:

il primo, perdono i

Ma

i

più dei

governi italiani non vollero vedere, o videro troppo tardi, che due opinioni stavan loro davanti: l’opinione

plebea e rivoluzionaria che agitava le piazze invadeva la stampa ed era per così dire la schiuma immondissima che si portava a galla e teneva la superficie; e 1’ opinione dei probi e dei sapienti che non ,

,

menava fracasso, ma tenendosi cauta e

quieta sotto

l’agitata’ superficie , era il pensiero fermo della nazione.

1 governi si abbandonarono alla prima opinione, scarsa,

rea, tempestosa. Superba dell’alto patrocinio, l’opi-

nione rivoluzionaria occupò

i

seggi ministeriali , cinse

Ma regina plebea come sono rida cui ella usciva, arrogante come sono tutte le rivoluzioni, cupida di distruzioni e di i

troni e fu regina.

i

dotti e le piazze

vittime.

Allora , per un necessario conseguente , chi non era rivoluzionario , diveniva reo , maledetto , proscritto.

piazze e

i

giornali decretavano:

i

Le

governi, servitori

umilissimi dèi giornali e delle piazze, sancivano.

Ma

donde inspiravasi questa plebe plateale e giornalistica? Dal radicalismo protestante, cupo e atroce della Sviz-

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96

.

rei a,

quale, vinto già

il

cattolicismo e la libertà

il

della tradita Elvezia, crasi lanciato suU’Italia a con-

tinuare contro quiste.

il

cattolicismo e la libertà le sue con-

L’uno e l’altro clero, del quale una parte non

piccola aveva servito con infame tradimento ad acuir le ire

contra i Gesuiti , doveva assalirsi per ogni guisa,

e l’Arcivescovo di Torino toccò la gloria desiderabile

prima vittima. AH’ uscire della Chiesa, dopo il canto di un Te Deurn lo assaltava la plebe sacrilega. Ma ciò eh’ era più nefando, ciò che mostrava nel governo un’abdicazione della propria autorità, una dissoluzione civile, e peggio ancora, una di esserne la

,

consecrazione officiale dell’anarchia , era l’invito che il

marchese Vincenzo Ricci

,

ministro dell’interno , spe-

diva all’Arcivescovo di partire. QueH’atto, cogli altri, levava

corona del Piemonte dal capo di Carlo Al-

la

lerto , e la gettava alla sovrana plebe cittadina. L’ouda tracotante, intendentissima, esultava e la rapiva.

Quella corona cingerà essa di nuovo, gloriosa e forte, quella testa legittima e venerata, sulla quale per opera dei tristi or ora s’insteriliva?

non

si

Gran Dio! la vostra mano

abbrevia per girar di secoli;

il

vostro cenno

atterra e solleva le nazioni; reggete, salvate

il

prin-

cipe che ci avete dato nella bontà e sapienza dei vostri consigli.

le

Stanno intorno a lui collegate e frementi

podestà delle tenebre;

i

popoli hanno meditato cose

impossibili : meditati sunt mania. Illuminate le tenebre,

rompete

le

congiure , salvate

il

principe e la nazione.

Così pensavamo e pregavamo.

Ma ogni giorno lan-

guiva la nostra fiducia: sempre nuove ofTese alla giustizia

pubblica; sempre più contaminata l’autorità

ci-

vile e religiosa; anzi conira il clero, conira tutto l’E-

piscopato dichiarata e viva la persecuzione.

Tacque la

legge per la stampa che vomitava improperi e calun-

Camera che autenticava le proscrizioni e le confische, movea contro nie; della

stampa più scandalosa

la

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97 vescovi le più petulanti accuse, e portava tutte le ire

i

plebee nel parlamento della nazione. Ministri cacciano ministri, degni gli uni degli altri? una Camera succede

all’altra

Camera, e gli ultimi giunti sono i pes-

simi. Potevasi aver fede nel prete che

la

capitaneg-

antecedenti, la sua ambizione, la sua mente proteiforme, l’abdicazione del suo carattere, la cessione del nome e della penna al partito doppiamente

giava?

I suoi

rivoluzionario, ce lo vietavano.

Dunque dove si trovava il Piemonte ? La rivoluzione antisociale e anticattolica perviene al sommo. Non cre-

devam possibile che il prete che la infiammava volesse seguirla sino al fine; e buon per lui che non la seguiva. Ma come gli eventi si precipitano! Non era ancor giunto il primo anniversario della Costituzione, e già un ateismo sociale e quasi religioso era vicino a perdere moralmente e fisicamente

Piemonte.

il

V

CAPITOLO XXV. ATEISMO E COMUNISMO PARLAMENTARE.

Il vizio che profondamente corrompe le viscere del governo costituzionale, quale ora si pratica, nasce

dalle

Camere elettive. Le elezioni sono raggiri

e tumulti:

,

frodi

uomini privi di scienza, di onestà e di

fede, sono imposti alla nazione. Il sottomettere alla costoro prepotenza le nostre persone , le cose nostre e le

nostre famiglie,

sarà libertà e

progresso civile?

Dunque si emendi il vizio se vuoisi tener salva l’instituzione. Per ora altro non vedemmo in queste assemblee avvenitiecie che un campo libero a passioni,

tutte le

un fomite di ribellioni, un concilio di de-

una via alle persecuzioni. Le ineffabili nostre sciagure rampollano da questa fonte. Vi furono le o-

spoti,

7

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98

ma impotenti a reggere la piena dei

uorate eccezioni,

Per questi le più focose passioni, raramente com-

tristi.

pensate da qualche capacità civile o politica, passa-

rono dai circoli

al

parlamento

,

e da questo al seggio

dei ministri. Perciò dall’89 a questa parte, le nazioni, di civilmente

invece

ricostruirsi ,

sono travolte

di

tempesta in tempesta, e di devastazione in devastazione.

La Proprietà, prima e ultima espressione della società doveva pur cadere iinalmente sotto i colpi delle Primieramente la proprietà ecclesiastica una conduceva all’altra, un solo e

civile,

rivoluzioni.

poi la secolare:

identico essendo

il

diritto e la giustizia.

L’Assemblea

un fremito che l’atterriva, quando nel 2 novembre voleva dire: » tutti i beni

dell’89 sentiva

decreto del

allo Stato; » ed invece, Mirabeau, scriveva: «sono a dispo» Non è un ateismo sociale il pretendere che, cambiando una parola, si giustifichi il

Chiesa appartengono

della

sulla proposta di

sizione dello Stato.

latrocinio ? sto:

«

i

Ma quella parola estendendosi diceva to-

beni superflui dei facoltosi sono a disposizione

della Stato.

»

Chi poteva contraddire alla seconda

ammettendo

parte

della proprietà in

la prima? Se lo Stato è arbitro una parte perchè non sarà nell’al,

tra?

È vero che l’odio verso la Chiesa spinse a pra-

ticar

prima quella breccia; ma a quest’ora è forse men

valente contro

i

ricchi la rapacità

delle moltitudini?

O non sono esse capaci di dedurre le conseguenze che nascono di per se stesse da un principio ? « Gelosi difensori della proprietà esclama Proudhon perchè ne ,

lodate

tanni?

i

vostri padri

che

,

la

violavano or fa cinquan-

Non possedevano col più legittimo dei diritti

quei nobili da loro spogliati, quei preti dei quali a vii prezzo acquistarono i beni? Non sofisticate; rispondete.»

Rispondete, interpelliamo noi certe Camere ne.

Non possedevano legalmente

italia-

quei frati e quelle

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99 monache, i coi beni voi addentaste? Non possedono legalmente quelle chiese , alle cui proprietà con tanto

impeto voi anelate? Protervi! siete voi dunque divenuti gli organi della giustizia per isvelierla dai fondamenti? Rispondete, buoni repubblicani, contaminanti con ogni maniera di latrocinio quella città santa eh’ era

La natura o la religione non coprono delle loro ali le possessioni gli argenti le campane, i calici, lo consecrate suppellettili, che voi, appena rapito il comando, con una scellerata impazienza afferrate, artigliate, straziate? Vi diedero forse tali esempi quegli antichi Romani (dei quali voi siete appena una rea discendenza), cui Sallustio ci rappresenta giusti più per natura che per forza delle leggi, generosi verso gli uomini e gl’iddìi, e nel culto divino pomposi e magnifici? Confondetevi, sacrileghi usurpatori, avanzo di barbari, e peggiori di quelli che seggio della giustizia.

,

,

nel sacco universale lasciarono intatte le Basiliche ro-

mane.

Ma quelli eran ladri, e voi vi pretendete le-

gislatori; quelli

erano stranieri, e voi vi pretendete

confessavan quelli di devastare una città, e

italiani;

voi pretendete di restaurarla.

La rivoluzione volteriana dell’89 non ardì chiamare i

beni ecclesiastici proprietà dello stato:

ma così fu

ardita la Repubblica di Roma, scolpitamente proudho-

niana:

«

Tutti

i

beni ecclesiastici sono dichiarati pro-

prietà dello stato » (21 feb. 1849). E questa sentenza che spalanca una voragine, che strugge in un attimo il patrimonio di Cristo e dei poveri, cumulato da secoli con perenni sudori, e alimentato dalla pia vosi pronunonde i repubblicani si fumano un sigaro e una danzante spiccherebbe un salto. Donde mai tanta baldanza e perversità? Dalla rea natura dello spirito rivoluzionario che

lontà dei fedeli, questa barbara sentenza

cia con quella facilità e indifferenza ,

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100 si corrompe come più si avanza; da questi uomini nuoci a cui pare già troppo antica e disusata la le voglie perverse, fulmina le

più

giustizia che infrena

usurpazioni

,

e

come il cherubino dell’Eden minaccia

usurpatori da quell’ateismo sociale da quell’egoismo prepotente che è l’unica divinità e l’unica reli-

gli

,

;

gione dei cospiratori.

Fiore quale sono di barbari, non

si

contentano di

Non la

spogliare la religione se già non la uccidono.

uccidono alla foggia dei Neroni; ma come i Giuliani la privano d’ogni esterno amminicolo. Diceva l’ Apostata: « Galilei! poiché l’ammiranda vostra legge prescrive la rinuncia dei beni della terra

più speditamente

ai

celesti,

per giungere

io vi farò la strada

più

agevole. Rassegnatevi con pazienza: la povertà vi farà

più sapienti nel mondo ove pellegrinate, e più grandi nell’altro. »

Così beffeggiava l’antico, così

i

moderni

a parlamento come ad un festino. Vanno più avanti i moderni: cacciano le persone, e poi confiscano le sostanze. Essi dicono come malfat-

Giuliani sedenti

i

tori della

parabola:

Costui ò l’erede: venite, ucci-

•

diamlo, ed occupiamo

la

sua eredità.

E presolo, lo

cacciaron fuori della vigna e l’uccisero zzi, 38).

mano,

E uccidono colla lingua

i

»

(Matth.,

codardi, e infa-

e suscitano furori popolari, poi bandiscono

i

possessori e usurpano le proprietà.

Ma perdonerà alla patria odia

la religione?

,

perdonerà alla civiltà chi

No, niente v’ha disacro nella teo-

rica delle rivoluzioni. Roma, la città monumentale per la fede non

dalla

meno che per le arti

,

si

farebbe un deserto

demagogia repubblicana che invola

,

vende, sog-

getta a ipoteche le meraviglie dell’arte , frutto dell’in-

gegno italiano, cura di tutti colto colle largizioni

i

Pontefici, e tesoro rac-

di tutta la cristianità.

Per fre-

nare questo vandalismo repubblicano , era d’uopo che Pio IX innalzasse la voce al cospetto del mondo ci-

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tot vile, colla protesta del 27 febbraio.

deva anche

la

E sapete chi sten-

mano per frenare il volo della civiltà

cui cacciavano dall’Italia gli stessi Italiani ? L’Austria

medesima

,

la quale ordinava :

«

Ogni commercio d’og-

da collezioni, pubbliche del Vaticano e dei musei di Roma, Firenze e Venezia, è

getti d’ arte, provenienti

formalmente proibito nel regno Austriaco, stro degli oggetti senza indennità »

25 màr., parte officiale). sollecitare

il

E dicevano

decreto imperiale:

«

col seque-

(Gazz. di Vienna , i

ministri nel

Per conservare le

storiche reminiscenze e le meraviglie che chiamano a

Roma gli esperti e gli studiosi da tutte le parti del mondo. » Ecco gli uomini delle rivoluzioni instaurata col

,

ecco la barbarie

nome di civiltà!

CAPITOLO XXVI. SI

SPOGLIA LA CHIESA DE’ SCOI BENI, POI DELLA LIBERTÀ E DELLA FEDE.

Sarpi avverti nel libro dei Benefizi ecclesiastici che le più grandi persecuzioni della Chiesa furono

Il «

da ciò suscitate che i governi bisognando di danaro, le

cercarono querela per ispogliarla. »

Non poco per

un apostata, ma non basta. È vero che la Chiesa si volle costringere a pagar la spesa della lussuria e della tirannide d’Arrigo Vili d’Inghilterra, delle rivoluzioni

di Francia e d’Italia;

ma si badi che un odio im-

menso della religione, e la persecuzione de’ suoi ministri , furono

abbiamo italiani.

una

sempre due istinti degli usurpatori. Ne conferma nuova novissima nei fatti ,

Un mascherato protestantismo, e più ancora,

cova nel vantare che si fa una religione monda di ogni terrena mescolanza e di superstizione. « Nuovi

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102 Eliodori, grida

un

filosofo

cristiano,

se

agognate

i

beni della Chiesa, pigliateli semplicemente e senza

Voi siete forti abbastanza per eseguire, senza più assurdi capricci. Perchè aggiungere discutere, la menzogna alla rapina? Se v’ è d’ uopo l’ oro per fallacia.

i

alimentare

le

vostre rivoluzioni,

cagnotti, le drude e

i

sicari,

le

spie,

bastardi, saccheggiate

i

i

san-

il

ma non calunniate la religione, il culto, la

tuario,

disciplina, le

monache, i preti e i frati. »

Ma una maschera ci voleva per coprire

1’

empietà

mente e la nefandità del latrocinio. Fu infamata la religione come troppo sfarzosa e pompeggiale nel

della

culto; fu infamato

gasse

Pietro; fu infamato di

il

Pontefice Sovrano, quasi rinne-

Vangelo, dismettendo la rete e il bordone di

il

il

celebre Sodalizio, per cacciarlo

primo tratto fuori della battaglia;

fu infamato l’u-

niverso clero e l’episcopato.

Con tali fallacie sacrileghe e scelleratissime vertitori fatto e

dell’

ranno accalappiare dai tristi?

,

i

sov-

ordine religioso e civile hanno sempre

faranno la loro via finché Incatenar

tristi.

gli onesti si lascie-

E qual è il disegno dei

la religione, e non

pietra dell’edifizio civile.

lasciar pietra su

Ecco i fatti quali successero

Dell’altro secolo.

Primo fatto. Guerra contro un ordine religioso, poi tutti gli ordini, con un decreto che sarebbe un insulto al buon senso se non fosse un delirio: • Considerando, diceva 1’ Assemblea nazionale della Francia nel 16 agosto 1792, che uno Stato veramente libero non può tollerare nel suo seno veruna

espulsione di

,

corporazione , neppur quelle che dedicate

al pubblico

insegnamento hanno ben meritato della patria, ..... Questa logica avrebbe espulso dalla »

decreta ecc.

Francia ogni società letteraria o commerciante, ogni ginnasio

,

ogni famiglia.

Ma tanto è vero che si voleva

coonestare l’odio della religione e l’amore della rapina.

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103 Forse che in uno Stato veramente libero fia negata la libertà di possedere e di vivere in qual modo più si voglia, solitario od in compagnia? Forse l’aver ben ,

meritato della patria, merita

il

bando

dalla patria?

Appena l’umanità parrebbe capace d’un simil delirio, se

non sapessimo che i fabbri delle rivoluzioni fanno

professione di rinnegare

1’

umanità. In costoro ecco

l’unica corporazione che spogliando, sperdendo, sacri-

E su

ficando, vorrebbe da sola la signoria del mondo.

chi regnerebbe allora?

Secondo fatto. Come dopo il primo cran condotti al così dopo il clero

sacrificio tutti gli ordini religiosi,

regolare vi era trascinato il secolare. Perchè dividerli?

Per vincerli con maggior sicurtà alla spicciolata vide et impera.

DiNoi pure fummo testimoni di quest’arte,

e con amaro dolore liano, e

i

fratelli

vedemmo scindersi

combattere

i

il

:

clero

ita-

fratelli, a scandalo e

rovina del santuario. Illusi o sacrileghi , diedero mano a compier l’opera dei persecutori, e la iniziarono

al-

cuni colla lingua consecrata e spergiura.

Terzo fatto. Spogliato il clero e percossi gli ordini religiosi, la rivoluzione francese tentò pure di usurparne la libertà e la coscienza colla Costituzione civile del clero (24 ag. 1790), la quale era uno scisma e disponeva alla eresia. Due motivi la suggerivano. Il primo, per soggiogare intieramente la Chiesa alle volontà dei dominatori civili: il secondo, per avere alle mani un pretesto di negare le pensioni agli ecclesiastici che con giuramento non si soggettassero allo scisma. Mostruosa tirannide in coloro che avevano essi stessi proclamata e giurata la libertà di coscienza Ma arbitrio e tirannide sono il codice rivoluzionario. Non vedemmo noi in Piemonte, nel 1848, una Camera ed un Ministero che avean giurato nella Costituzione di !

rispettare la libertà delle persone e l’inviolabilità del

domicilio e della proprietà , spergiurare

i

loro giura-

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,

104 menti

,

sonale,

e violare verso persone religiose la libertà peril

domicilio e la proprietà? e agli espulsi get-

tar vilmente

un tozzo di pane a condizione

rom-

di

pere voti solenni ed inviolabili?

Quarto

fatto.

11

nella persecuzione :

clero

fu

il

primo e non

prima i duci della fede

,

il

solo

e poi si

perseguita l’universalità dei credenti. Appena spogliate le

chiese

( forse

evangelico, liva

il

giudicata così

per rendere il culto più semplice ed

come farneticò qualcuno), una legge abo-

culto in Francia,

e la religione cattolica fu

un crime di lesa nazionalità. Niente ha di

stomachevole ed inumano quanto anime rivolu-

zionarie al cospetto delle vittime che hanno cominciato

a spogliare e addentare. Allora furono senza misura gli esilii,

il

sangue e

le morti.

Questi fatti orribili, colle loro orribili conseguenze,

seguivano nella cattolica Francia in men d’un lustro,

La rivoluzione italiana del 1848, sin da bambina fu la copia di quella. Nacque col pugnale in mano, e cacciò il Papa. Gli uomini che la capitaneggiavano sottostavano agli antichi dell’89, per ingegno non per audacia. Se buoni o cattivi d’ animo non lo cerchiamo: sappiamo che la persecuzione è un istinto, e più che un istinto, una necessità delle rivoluzioni. Robespierre medesimo non sarebbesi tenuto capace di tanta crudeltà; e ne cagionava la necessità e la forza degli eventi. E fu in Piemonte un abate che si fece vanto di accomunarsi in politica con Robespierre?. Fu distrazione, vogliam crederlo, o atto di pura speculazione, ma atto pericolosissimo, perchè in tempi procellosi non manca ardire mai nè atrocità alla turba che si fa scudo d’invenzioni anche ridicole per giungere alle proscrizioni. Per esempio, se tu non maledici il Papa sei un papista e un traditore della

dall’89 al 93!

,

patria; se professi nella fede e nella carità

licismo vero e antico,

sei

un gesuita,

il

catto-

in sottana

od

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105 in farsetto, la qual

distinzione serve

po’ più la persecuzione;

se

non

sei

a dilatare un rivoluzionario,

repubblicano, demagogo, o altra cosa di peggio, tu sei

un retrogrado, nemico delle nostre libere institu-

zioni, aristocratico,

austriaco,

moscovita,

e

quanto

piace dire e inventare a questi eccellenti restauratori.

Chi scamperà

la religione

e la società

gente? Rassicuriamoci: primo,

le scamperà la

costoro

immensa, congiunta aduna immensa fre-

imbecillità

nesia che

da questa

li

rende incapaci di condurre a fine l’opera

delle tenebre da loro incominciata; poi la Providenza, che manderà di nuovo la luce a splendere fra queste

...

tenebre.

CAPITOLO XXVII. LE MANI MORTE.

La Repubblica Romana nacque figliuola carnale delsì però che verso il Papa e la Chiesa superò la

l’89,

madre; ed ebbe

tutta sua la virtù d’ improvvisare. Essa improvvisa senza rime: improvvisò se stessa, improvvisò la decadenza del Papa, ed immediatamente

improvvisava

lo

spoglio dei beni ecclesiastici. Nella

seduta del 13 febbraio, un onorevole mandava innanzi

questo preambolo : beni stabili nelle dello Stato ; detti in

Considerando

che

il

possesso dei

mani morte è dannoso alla prosperità

Considerando che il profitto dei beni sad-

alcune corporazioni, non più serve (per variare

dei tempi ) al fine speciale cui fu destinato ecc.

E tosto

nel 21 febbraio seguiva questa legge: Tutti i beni ec-

Romano sono dichiarati proprietà dello Stato. La Repubblica Romana doterà convenientemente i ministri del culto. Appena era spiccata dal labclesiastici dello

Stato

bro del presidente, e già i magnifici giullari l’aveano

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?

106 approvata per acclamazione. Altrettanto farebbero democratici del

i

ma 1’ ora non è ancora

Piemonte,

giunta.

Ora io voglio supporre che i

poveri ed i meno agiati,

i

quali constituiscono i nove decimi della popolazione,

si

una bella volta in assemblea costituDi buon senso naturale ne avrebbero almeno

raccogliessero

ente.

quanto gli onorevoli che (inora onorarono sì poco gli scanni parlamentari; e di giurisdizione ne avrebbero

più di loro, se pure sta ora

si

predica. Adunati,

tassero:

la

sovranità popolare quale

voglio supporre che decre-

— Noi, che siamo

popolo, Considerando che

gran maggioranza del mani morte nella società la

sono quelle che non incalliscono come

le

nostre nei

lavori dell’agricoltura o delle arti produttive; Consi-

derando che il possesso dei beni stabili in queste mani morte è dannoso alla prosperità dello Stato; mentre agli uni abbonda il superfluo, ed ai più, che sono i più faticanti, manca il necessario; Considerando che il profitto dei beni suddetti non più serve al fine per cui da Dio furotìo creati, cioè all' eguaglianza di felicità in tutti gli uomini; decretiamo che tali beni siano partiti egualmente fra i cittadini. Magnifici trovatori che rispondereste a questo terribile plebiscito che si fonda nei vostri principii, e vi ,

comuniSmo?

strascina logicamente al passo fatale del

Voi che vi fate sì alti nei parlamenti e siete sì piccini, voi che avete sì morto il cuore e sì viva la lingua che producete voi colle vostre mani che non debban dirsi morte Le mani del clero spargono le bene,

,

dizioni, spargono le limosino, l’afflitto

tergono

i

sudori del-

e del povero; che fanno le vostre?

Il popolo

l'ha intesa , l’Europa si agita , la plebe insorge con-

tra tutti coloro che non faticano corporalmente, che non zappano e non coltivano non pascono e non tosano la lana nè la tessono nè la tingono non raaneg,

,

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107 giano la pialla nè il martello nè l’incudine non cuociono i mattoni nè fabbricano le case; eppur mangiano, ,

vestono e abitano comodamente; e tutto ciò fanno colaltrui sudore. 11 popolo ha inteso il significato di mani morte e dal clero a cui i beffardi lo attribuilo ha trasportalo a ogni foggia di possidenti. 1’

,

scono,

Ma

il

popolo è forse innocente: voi siete

i

colpevoli.

Voi che avete inventato il sofisma; voi che avete detto: La mano del clero che non s’ indura nella fatica, è mano morta; spogliatela. Il popolo non ha inventato

ma dilata il vostro sofisma, e vi dice: Ricchi, possidenti, capitalisti,

0 scienziati

filosofi

che voi vi siate o

o giornalisti,

la

vostra

mano

letterati

è troppo

morbida; le parti non sono giuste, pareggiamole; noi divideremo i vostri beni, e voi la nostra fatica. Ecco il sofisma, ecco la sua applicazione, ecco il comuniSmo, ecco la logica degli operai di Berna, di Londra, d’ Alemagna, di Parigi. Ma questo non è che il principio del tremendo raziocinio nella mente d’una plebe

che ha già le mani pronte ad eseguirlo. Voi dite che 1 beni stagnano nelle mani del clero, che i loro frutti non rispondono più al loro fine. E la plebe dice che essi

stagnano anche più nelle mani dei ricchi e nei

loro forzieri; e per tornar vive queste acque stagnanti,

rompere le dighe di quei forzieri. Che avete il clero non ha discendenza, e ciò che gli avanza al vitto e al vestito dee per legge dividersi ai poverelli che è il vero comuniSmo delia carità instituito da Gesù Cristo: per

essa vuol

a risponderle? In fine dei conti

,

conseguente niun ristagno sociale, anzi

di

,

quei beni

nulla si sottrae al convitto si

migliora e

si

ciba la

parte più povera della società. Al contrario l’avanzo dei ricchi stagna per lo più e

si

tramanda

colla di-

scendenza nella famiglia; e buon per lui se il povero ne ha qualche bricia. Domandate al povero popolo, a questo popolo che

i

furbi e arroganti democratici

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108 dicono di adorare, e

lo

raggirano e

domandategli se

10 sacrificano ;

lo

tradiscono e

ami e più gli

più

torni a conto l'incameramento delle proprietà d’alcuni ricchi, ovvero delle parecchie e delle corporazioni ec-

ne udirete la risposta. secondo voi non servono più al line da principio? Diteci un poco: Sovvenire al culto senza gravame dello Stato, alimen-

clesiastiche , e

Questi beni

,

,

a cui furono destinati

tare La plebe, istruirla, educarla, sono fini che possano cessare o sian cessati a questi giorni? Anzi avvertite a ciò, predatori delle nazioni.

I, nostri ante-

dotando le chiese con beni immobili, assicuravano la dignità del culto, e ad un tempo facevano opera civile liberando le popolazioni dalle spese di esso culto: le rivoluzioni fanno opera sacrilega ingonati

iandosi quelle pie largizioni , e opera incivile incari-

cando lo stato, cioè il popolo, d’una nuova ed ingente spesa da cui eran liberi. Quello era in comune il patrimonio di Cristo e dei poveri, gliano Cristo ed 11

certo sussidio

i

le

rivoluzioni spo-

poveri , togliendo alia misera plebe

che in mille modi loro proveniva aggravando su di essa

dalle rendite ecclesiastiche, e

quel cumulo di povertà e di sciagure, che fu e sarà

sempre Timmediata conseguenza

delle

rivoluzioni.

I

nostri antenati instituendo e dotando le corporazioni ecclesiastiche,

provedevano

viltà colle missioni interne

alla

religione

e alla ci-

ed esterne, e coll’istru-

zione e colla educazione della gioventù principalmente: voi barbari rivoluzionari , voi ladri illustri , voi dema-

goghi insensati, tagliate civiltà ,

struggendo

dei vostri padri.

le

i

nervi della religione e della

opere santissime e civilissime

E assassinando la religione, assassi-

nando i poveri, assassinando

la

gioventù che strap-

pate all’educazione ecclesiastica per gettarla nel golfo

empietà rivoluzionarie voi vi vantate di meglio intendere i tempi, la religione e la civiltà? Portatela

delle

,

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109 ai selvaggi la vostra civiltà.

Sebben no

;

quella barba-

rie cruda e selvaggia è più sanabile della vostra squi-

sitamente corrotta e tela agli

uomini

,

artificiata.

La

vostra nasconde-

predicatela ai leoni e alle tigri del-

l’Africa.

Tanto era bella e graziosa la sapienza romana, la £ questa vagheggiava ed esal-

sapienza repubblicana. tava la

e

si

Camera subalpina

!

E con quella si aggregava

rifondeva la Toscana! Imbecille Italia

chi uomini

ti

,

come po-

conculcano, ti rodono e ti straziano

!

CAPITOLO XXVIII. PROPRIETÀ ECCLESIASTICA.

Vedemmo le alte ragioni a cui ispiravansi i legisi predatori del Campidoglio. Or

latori babelici, ossia

diremo loro che niuna proprietà è più legittima che quella della Chiesa,

secondo

le

ragioni naturali e

civili.

Vedi là Gesù Cristo. Egli ha un suo peculio per sè e per li suoi, che sono la piccola corporazione della Chiesa nascente. Saltò mai nel capo di Pilato, di Anna o di Caifas, che quella fosse proprietà di Tiberio Cesare?

No, quei despoti seppero cruci figge rio, e

niente più ; e quando

tonaca, se

la

i

crocifissori vollero giocarsi la

ebbero, e forse stava lor meglio che a

certi magistrati di mettere avanti il diritto di vacante.

Neppure gli avarissimi Nerone e Domiziano sino a Massimiano e Diocleziano, pretesero mai che fossero proprietà dello Stato le sostanze ecclesiastiche, che già

erano cospicue ed alcune immobili nel secondo secolo, nutrendosi con quelle i ministri, ipoveri, gl’infermi, i condannati per la fede, le vedove, gli orfani, e ogni membro sofferente della famiglia cristiana;

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110 anzi inviando ancora la Chiesa Romana soccorsi non il qual costume il beato non solamente conservò ma accrebbe

Chiese lontane:

lievi

alle

papa

Sotero

(Ecseb. , Hist. Eccl., rv, 23). Sul principio del secolo terzo, sotto l’imperatore Alessandro, litigandosi

d’una casa

fra

i

un bettoliere

cristiani ed

tore la giudicò ai cristiani, dicendo

l’impera-

,

che meglio ser-

viva al culto di Dio che ad uso di bettola. Argenti e ori e

ornamenti preziosi ebbe

la Chiesa

Romana fin

dal primo secolo, sui quali però niun tiranno imperatore vantò mai un diritto di proprietà, come vanta la tirannia moderna, in ciò più barbara dell’antica. Essendo riputata crime di Stato la professione cristiana, quelli condannavano e poi confiscavano in pena

ma ci volevano tiranni battezzati

della pretesa colpa:

per imaginare che

i

beni della Chiesa sono proprietà

dello Stato.

Costantino riconoscendo alla Chiesa per legge

la fa-

coltà di possedere, che già da tempo era invalsa nel-

l’Impero

chè, o

la

Romano, faceva giustizia e non grazia. Perproprietà è

un diritto

di

natura, compe-

tente a tutti o a nissuno. Scegliete: o riconoscere nail comuniSmo. Corpo morale o individuo, nulla conta. La legge può tutelare, dirigere, ma non mai fondare questo diritto:

turale e

universale questo diritto, o

se la legge ne esclude la Chiesa , verrà la democrazia

e ne escluderà

i

nobili ; verrà la plebe , cioè la

mag-

gioranza del popolo sovrano, e sancirà con sua legge la

comunione primitiva. La Chiesa dunque

,

corpora-

zione d’individui, possiede con quel diritto che gl’individui, e con quel diritto stesso che possiede la fa-

miglia, collezione pur essa d’individui, che acquistano,

godono, e tramandano ai successori. Giovi che tonate dal Campidoglio! spogliando la Chiesa, voi eravate più voi schiantavate quell’u? incivili e barbari dei Neroni ;

nico fondamento su cui riposano la società e la fami-

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Ili Andate, rendetene grazie a Mercurio non al Dio dell’eloquenza, che è perduta fra voi, ma al Dioche glia.

,

porta in

mano la borsa.

Fermato il diritto di possesso alla Chiesa fermi

i

,

sono pur

positivi e particolari delle sue varie in-

titoli

Non è un titolo sommo il possesso da tempo lungo e lunghissimo, il cumulo dei secoli? Non rendesse verun servigio alla società sarebbe men fermo per ciò il suo possesso? Non potrebbe essa dire come sti tuzioni.

,

qualunque famiglia: Questo è mio, perchè oggi non è di alcun altro? Possideo quia possidco.

Ma la Chiesa si

spoglia senza le discussioni legali, e colle sole forma-

Appelliamo dunque alla coscienza del genere umano. Cristo Come per tre anni a sè ed ai suoi avea procacciato il vitto ed il vestito, sanando e beneficando; cosi gli apostoli i papi i vescovi i preti , ed il clero lità

che usano

i

ladri.

,

,

,

universalmente. Essi consecrarsi della parola e dei sacramenti

all’ amministrazione onde si redimono le a-

nime e s’inciviliscono le nazioni; essi

al sollievo dei

poveri, alla visita degl’ infermi, alla tutela delle ve-

dove e degli orfani,

al

funerale dei morti, al sacrifi-

cio e alla preghiera pei vivi e pei defunti. Divina e

civilissima gerarchia che

ha creata moralmente la ciche non

viltà e la famiglia. Allora la coscienza umana,

era ancor atea e non sarà mai, senti vie più l’obbligo di rendere

pane del corpo a chi ministrava quello

il

dello spirito.

Al crescersi poi della messe, si crebbero gli ^operai con quei religiosi sodalizi, dove furono sì bene effettuate la libertà sotto la

del Vangelo carità.

,

legge, l’eguaglianza e la fratellanza

vero socialismo fiorente di giustizia e di

Qui s. Benedetto e le sue numerose famiglie,

colla stessa

mano coltivano le cronache dei popoli e le

terre fangose e inselvatichite; là le

sue case in

asili

s.

Brunone converte

di antichi manoscritti e di anime

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112 che aspirano alle gioie della sapienza e della solitudine. Qui s. Norberto ed i suoi Premonstratensi con-

temperano l’austerità della vita,

il

lavoro dei campi e

della predicazione evangelica; là s. Giovanni di Matta,

Felice della reale discendenza dei Valois, e i loro

s.

Trinitari, corrono le terre degli infedeli per redimere gli schiavi e renderli alle loro famiglie.

Più lungi è

Guy e gli Spedalieri, curando colla salubrità dell’aere e con intelligente carità i poveri e gl’infermi. Seguono-

Francesco d’Assisi, l’apostolo della carità

s.

s. ;

Dome-

nico , l’apostolo della parola; s. Ignazio, l’apostolo delle eresie,

il

muro

bronzo contro le capo della illustre famiglia che rendesse i

missioni fra

barbari,

i

il

di

maggiori senizi alla società, e ne ricevesse le mags. Vincenzo de Paoli, l’apostolo degli

giori onte; poi

ultimi tempi, e tanti altri, uomini e donne,

che

fia

troppo lungo numerare. Così che verissima è letteral-

mente questa sentenza di Chàteaubriand: « Cercate, e non troverete nella lunga serie delle miserie umane, una sola infermità dell’ anima o del corpo a cui la religione non fondasse una casa di sollievo od un 0,

,

(Genie, part. 4, 1. 3, eh. 3). Lascio le istituzioni del clero secolare; ma ricordo che le parocspizio

»

chie furono

il

nucleo

fisico e morale ,

intorno a cui si

ed i municipii. £ non volete che sonano giustamente di titolo ad un onesto possedimento tanti e sì fruttiferi sudori? Per raccolsero le borgate,

i

casali

cinque e più secoli, che furono

i

tempi dimezzo,

il

solo clero educava ed istruiva gratuitamente la gio-

ventù di tutta Europa: non volete che per riconoscenza i

padri dotassero quelle benefiche instituzioni? Sì, essi

le

dotarono,

le

ampliarono,

le

arricchirono, e con

quelle gli ospedali che sono d’origine strettamente ecclesiastica, iginnecei, gli orfanotrofi, le parocchie, e tutti i benefizi ecclesiastici.

divennero tenute

sì

Quelle antiche abbadie che

pingui ed invidiate, erano posses-

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113 sioni conquistate sulle acque stagnanti , sui torrenti che

correvano sciolti e senza sponde, sulle selve e sulle roccie , covo di animali feroci. Qual diritto più sacro alla proprietà ed alla gratitudine del mondo incivilito? (ìli

aumenti poi di più fresca data non si appoggiano

forse ai testamenti e donazioni pie, guarentite, quanto

ogni altra proprietà, dalle leggi naturali e civili? Ovvero non sono essi i risparmi dell'industria e dell’asti-

nenza degli stessi possessori? Parliamo franco. A spodestare tali possessori, non ci voleva meno d’un Arrigo Vili il più stomachevole ,

e

il

più truce dei tiranni coronati; non

rivoluzione che generava

il

93

;

meno

della

non meno del latroci-

nio svizzero del 1848, e di quel latrocinio ancora più solenne che s’intitolava la Repubblica Romana del 1849.

CAPITOLO XXIX. abolizione della proprietà, ecclesiastica. *

ft

Quando si vede a Roma lita

e nel Campidoglio, abo-

d’un tratto di penna e per acclamazione

prietà ecclesiastica,

edilìzio

pietà dei nostri padri, con

la

pro-

elevato da secoli dalla tante fatiche e sudori e

parsimonia degli stessi ecclesiastici, e rivolto ad asciugar tante lagrime e sollevar tante miserie che travagliano le anime e i corpi, specialmente deH’infirao popolo;

ci domandiamo se irruppe sull’Italia

un’orda di

antropofago Se un diritto cosi fondato nelle ragioni divine e civili, e al popolo così profittevole, qual non v’ha pari al

mondo

,

or dee cedere alla prepotenza dei

despoti ; uscite cittadini possessioni; voi

che la Chiesa;

,

uscite o facoltosi dalle vostre

non avete maggiori titoli di proprietà il comuniSmo

la tirannide vi sta sopra,

è alle vostre porte. 8

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ih Si, tì dico,

il

comuniSmo ci sta alle porte. Sapete

voi che la Repubblica

Romana,

divenire oflìcialmente

repubblica italiana, onoravasi

quale intende a

la

testé di compartire la sua cittadinanza

al

comunista

Proudhon al socialista Ledru-Rollin, al prete apostata Lamennais, ed alle più onorevoli cime della Montagna rossa che spaventa la Francia? Che cosa ha dunque fatto la Repubblica Romana abolendo la proprietà ecclesiastica? Ella nuovamente ha dato in mano al suo fratello e cittadino Proudhon la premessa dalla quale esso deduce il comuniSmo per conseguenza. E ,

di fatto, udite com’egli incalza i proprietari della Francia:

«

Voi li spogliaste quei religiosi i cui beni, giudovevano rifluire a sollievo dei ,

sta la loro instituzione ,

poveri.» Dunque, legittimamente conchiudeva, dunque

a miglior ragione il popolo si prenderà le vostre sostanze, o facoltosi , le quali non hanno per iscopo il sollievo dei poveri. Chi, messo il principio, ripugnerà a questa

conclusione?

«Nè dite, continua Proudhon, che quei

religiosi mal compivano l’assunto ,

vostro argomento

Ma l’utilità,

i

si

perchè la punta del

ritorcerebbe contro di voi.

»

bisogni, le ragioni di Stato... Non

ravvolgetevi in queste parole , ipocriti usurpatori , che sacrificate alla vostra avarizia , alla vostra sfrenata cu-

pidità, al vostro crudele egoismo, le utilità,

i bisogni

e le ragioni dei popoli. Voi fate le più ingiuste rivoluzioni, con esse voi depauperate gli Stati, e preten-

dete che debban farvene le spese la Chiesa ed veri?

i

po-

È questa una ragione di Stato? Anzi è la ro-

vina degli

Stati.

Consultate la storia, e vedrete che la

grande immoralità dei popoli che l’incurabile pauperismo ond’è minacciata l’Inghilterra, la, Francia, e ,

sarà forse

l’

Italia;

vedrete che queste due supreme

pesti degli Stati, immoralità e pauperismo, seguirono

immediatamente la soppressione delle proprietà ecclesiastiche e degli ordini religiosi.

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115 Ecco due fatti solenni che vi sfidiamo di contrad1° dire. Finché la Chiesa cattolica ebbe modo non solo di porgere un pezzo di pane ai mendicanti, ma di concedere alle povere famiglie la coltura d’un campo,

come facevano le antiche abadie centri e modelli di carità come dell’agricoltura; finché la Chiesa potè non ,

solo versar lagrime sui miserabili,

ma avviarli e soc-

correrli nell’imprendimento e nell’esercizio delle arti,

dotare oneste vergini , salvare le pericolanti, raccogliere le

vedove

gli ,

orfani e gl’infermi ;

non mai si vide al-

lora quello spaventevole pauperismo , cui appena pos-

sono ora comprimere i governi più forti e valenti, ed al quale non è rimedio ma incitamento a peggior male il socialismo ed il comuniSmo. 2° Finché la Chiesa ha potuto compartire alle plebi una educazione e istruzione gratuita co’suoi ordini religiosi , colle sue scuole parocchiali, campestri ed urbane; l’empietà e l’immoralità

non sorsero, come ora vediamo, a sciogliere Per tua convinzione, o lettore, vedi

l’ordine sociale.

su di ciò alcuni capitoli del protestante Hurter nel

du moycn dge. Per converso l’irreligione e l’immoralità, l’indigenza il dispotismo da una parte e le rivoluzioni dall’altra, piombarono sulla società quando nei

libro Tableau des institutions

nelle plebi,

,

principi e nei condottieri delle sedizioni prevalse

l’i-

niquo sistema di diseredare e d’inceppare la Chiesa, rendendola prima povera e poi schiava dei governi. Istruttive ed orrende pagine ha lo Scisma d’Inghilterra dipinto dal Davanzati più particolarizzate e positive ;

sono

le Lettere di

Cobett sulla Riforma.

Arrigo Vili

faceva imprigionare i poveri che l’usurpazione dei beni ecclesiastici avea gettati luridi ed affamati per le piazze;

diventarono prigioni dei poveri

le

chiese

e quei ce-

nobii ch’erano poco avanti le case della carità; ma a breve andare non bastarono le antiche e le nuove carceri a racchiudere la miseria crescente; a quelle fu-


116 rono surrogate le verghe , ed i poveri a cui mancava in pubil pane ed il lavoro, in pena del mostrarsi blico se ne tornavano col dorso flagellato e col ventre digiuno.

£ frattanto dov’eransi ingolfati

beni della

i

Chiesa e dei poveri? Per un vii prezzo quei beni eran passati nelle mani dei grandi signori, e ingrossavan le

arche dei

capitalisti.

Di

principalmente quella

là

scandalosa concentrazione per cui vedi neH’Inghilterra,

da una parte

il

lusso più sfrenato e le più colossali

fortune, e dall’altra la più fecciosa, povertà e

la

più

brutale miseria che aggrava e tiranneggia a forma di bestie forse

i

tre quarti della nazione.

scandalo di un clero traricco

dimentica

i

gliuoli; e di

Di

là

quello

ed è il protestante che la moglie ed i fi-

,

,

poveri e ne arricchisce

un clero poverissimo

,

qual è il cattolico,

a cui non restano che le viscere della carità per pian-

gere e morire coi poveri. Di là

mali e

il

martirio

tre volte secolare della cattolica Irlanda,

il

moderno

i

Abele sacrificato da un Caino delle età moderne. Tale esempio, con 568 voci contea 346, era nell’89 imitato dalla borghesia e dalla nobiltà della Francia;

ed or ora s’imitava in Roma, e si vorrebbe in tutta l’Italia, per acclamazione! Così la tirannide aristocratica e democratica convergevano ad un sol punto. Il

clero sarà dotato.

Sia:

ma ciò

non redime

la

colpa dell’ assassinio. L’ obolo giornaliero che gettate

una perenne connon ripara l’offesa. Vi

alle vostre vittime , se da un lato è

fessione della' colpa, dall’altro

contentereste, o usurpatori,

che

lo

Stato spogliasse

voi e le vostre famiglie , per darvi poscia una briciola di

pane quotidiano? E così operando lo Stato

,

non di-

venterebbe esso, come vogliono i socialisti ed i comunisti , l’unico proprietario delle terre, poi delle officine poi del pensiero e del fuoco e dell’aria , sì che ,

darebbe a ciascun cittadino la sua porzione di lavoro, di cibo, d’intelligenza e di vita?

Ah barbari! Spingete

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117 avanti il sistema che .applicate alla Chiesa il sistema che abolisce la proprietà convertendola in pensioni o ,

prestazioni annuali, estendetela alle comunità ed alle

famiglie,.e la società sarà da voi convertita in un pascolo di

mandrc

e s’imporrà all’umanità un servaggio

,

quale non vide l’universo.

Dunque l’abolizione della proprietà ecclesiastica distrugge in un lampo' l’opera sacra e civile di tanti sei mezzi di educazione, di moralità e di sussistenza alle plebi , precipita i popoli al pauperismo,

coli, sottrae

alla disperazione e alla rivolta; e spinta sino alle ul-

time conseguenze,

incorporando nello Stato tutte esso, più che un Sultano,

proprietà, farebbe di

padrone e

il

le il

tiranno assoluto delì’umanità.

CAPITOLO XXX. UNA PAROLA AI SOVRANI.

Le nazioni passano troppo sovente dall’uno all’altro dispotismo: da quello dei troni e dei palazzi a quello

due è

delle piazze e delle plebi. L’ultimo dei

il

più

selvaggio, portando nelle azioni la ferocia dell’origine;

cammina a balzi i

torrenti.

zioni ,

che

mena tumulti, dilaga e rovescia come

,

Ma è funesto per la politica e per le nail

dispotismo delle plebi trovi non rara-

mente la sua giustificazione

nell’ assolutismo

vrani. Assolutismo e dispotismo consecrato

dai legisti sforzantisi di costringere tutti

i

dei so-

in sistema

diritti nella

corona rotonda dei principi; e per conseguente, se quella corona cade sul capo della plebe , essa vi cade

gravida di

tutti

i

diritti,

e vedi i Dupin e gli avvocati,

già aulici marci, cangiare l’adulazione dei troni in quella delie plebi. A ciò si sono avvezzati patrocinando tutte le

cause; la loro fede è

il

sofisma: che importa la giu-

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118 causa quando

stizia della

vinca? Dolorosa e

la lite si

recente esperienza ci strappa questa verità dalla penna, la

quale è pure la storia dei secoli

(1).

Tutta una scuola di avvocati sosteneva in Francia «lire è signore univer-

questa sentenza di Galland:

sale delle terre del suo reame.

penetrata

sì

E la sentenza era

»

avanti nell’animo di Luigi

sciava per istruzione al delfino:

«

XIV

,

che la-

Tutto ciò che sia

compreso nella cerchia dei nostri Stati, ci appartiene per un egual titolo. Siate ben persuaso che i re sono signori assoluti e hanno naturalmente la piena e libera disposizione di

tutti

beni posseduti dalla Chiesa

i

0 dai secolari, a fine di usarne in tutto con economica

(QEuvres de Louis XIV, t. n, p. 93). Ciò posto, qual maraviglia che gli avvocati dell’89, e che or ora un Muzzarelli quantunque già decano della Rota e un Armellini già avvocato del Papa e sapienza

*

,

,

tanta gente sofistica e rivoluzionaria , e avidissima di

riempiere

le

vuote canne, effettuasse quella dottrina?

Forse che

il

berretto frigio o rosso dei repubblicani

è

meno rotondo fare

Lasciateli

o

meno capace

della corona

reale?

questi avventurieri delle rivoluzioni :

essi sanno rovesciare i troni, imaginando diritti nei popoli e gridando alla tirannide; e sanno ancora ti-

ranneggiare i popoli esagerando e praticando alla loro volta le massime dei sovrani.

E nel vero, se Luigi XIV

raccomandava in tutto V economica sapienza, questo scru(1) Dagli avvocati di mestiere che sono i sofisti della legge,

noi distinguiamo quella proba ed eletta magistratura che all’ eterna fonte della giustizia onde emana ogni legge è una gloria della nazione. Non errava il senso comune quando induceva nelle lingue le magnifiche espres-

inspirandosi ,

sioni 1

il

sofisti

santuario delle leggi,

il sacerdozio della giustizia.

Ma

non hanno santuario nè sacerdozio. La Camera dei

deputati e il Senato

ci

provavano la verità e

la necessità

di questa distinzione.

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119 polo reale non giungeva alla coscienza dei rivoluzionari,

che contaminano e sperdono ciò che non pos-

sono divorare.

Nel Piemonte l’assolutismo era in molte sue parti il moderatissimo fra i governi del mondo. Eppure non

vedemmo questo governo cilio di Trento ,

le

Opere pie

,

contro la disciplina del Con-

stendere la mano arditamente su tutte

e fiscaleggiare astuziosamente sulle pro-

,

prietà ecclesiastiche?

Or sottentri il dispotismo rivolu-

zionario; e le dottrine avvocatesche, frenate sino allora

ma lasciate correre nelle scuole e nella pramma-

tica, invece della libertà frutteranno le usurpazioni e la

barbarie.

Opere pie

Il si

,

sigliando subito riali e

dominio usurpato

Stato

dallo

sulle

estenderà sui benefìzi ecclesiastici , con-

un coro di legulei che le cose mate-

terrene sono spettanze dell’autorità laicale; e

il monopolio dell’ insegnamento instituito da un governo cattolico diventerà proprietà di un governo ateo. Questa progressione di schiavitù e di usurpazioni

così

sulle libertà pubbliche, è singolarmente opera degli

avvocati , nella cui bocca la parola diritto dello Stato,

che è una bolla d’aria , equivale sì nelle repubbliche che nei governi costituzionali , all’argomento della corona rotonda dei gallicani.

Ora diremo una riverente parola ai Sovrani cipi ; reggete

con mano ferma

i

popoli ,

:

Prin-

ma non usur-

pate sulla libertà vera , sul culto , sulle coscienze. Con-

governo della giustizia al dispotismo delle Repubblica che train rovina tutte le monarchie italiane, inaugurò la sua tirannide contro la Chiesa spogliandone e perseguitando il Capo e le membra; iniziò lo scisma beffeggiando la scomunica e aspettava l’ora di negare il domina e l’unità cristiana. Voi ritrapponete

il

rivoluzioni. Principi italiani, la

vagliavasi a

mandare

;

spettate la Chiesa,

e

ne avrete

mondo cattolico, e

il

vostro

la

riconoscenza del

comando liberale e pa-

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120 terno avrà per fondamento l’amore e il cuore dei veri italiani.

La Chiesa non vi domanda grazie straordinarie,

ma la sola libertà di essere quale è, co’ suoi dogmi, colie sue istituzioni , colle sue associazioni, e coi mezzi

di sua fisica sussistenza, la maestra, l’educatrice e la

redentrice delle anime.

Diremo poi a certi governi e scrittori e parlamenti:

Lo sdegno dei popoli e di Dio pesa sopra di voi, uomini sleali,. che foste sotto

1’

primi a trascinare i principi

i

impeto del torrente rivoluzionario.

E quando

l’onda fu grossa , la vostra prepotenza demagogica non

vide più nulla di rispettabile in questo

Chiesa nè ste le

i

principato

il

Faraoni

sue colpe;

,

nè Dio nè

il

mondo, nè la

popolo. Voi fo-

dell’Italia; l’Italia fu così retribuita per

ma

il

germe

dei

Mosè non è ancora

spento nelle mani di Dio.

Diremo ancora ai principi ed ai governi Chiesa e celesti

la

:

Senza la

sua divina influenza che illumina co’suoi

insegnamenti , ingentilisce e affratella con ope-

rosa carità

le

anime, voi non siete nulla o dominatori

della terra. Lasciate alla Chiesa spiegar libere le ali della sua popolare carità

e sapienza, altrimenti voi

regnerete sopra un’orda di selvaggi che vi aspettano al

varco per isb renarvi. Senza la Chiesa voi sareste

incapaci, con tutti

i

vostri tesori, di sollevare la po-

Per esempio, la tassa non ha servito che ad accrescere la povertà e la degradazione morale delle plebi nella opulenta vertà e la miseria dei popoli. dei poveri

Inghilterra. Quella tassa, imposta dal governo, dà al

povero il pane dello schiavo, e rinnova ai ricchi è

come

la

legge agraria.

quella tassa nelle mani del governo ,

il

servaggio;

ricco pagando non si ritemperai,

Il

non si esercita nelle soavi effusioni della carità verso i fratelli; ed il povero che la riceve come un debito ai ricchi veruna riconoscenza. Ricchi e poveri non si conoscono, non si adal governo, non professa

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121

mano, e vivono come stranieri o nemici nella stessa patria. Ecco i frutti della carità oficiale dei governi. Chi ardirebbe di paragonare questa sterilissima carità alla feconda carità dell’apostolo cattolico, il quale rim» del patrimonio dei poveri stende la propria mano ai ,

miseri

fratelli

Gesù Cristo

ma eredi di

dalla società

diseredati

e condisce

,

il

cibo del corpo coi conforti

dello spirito?

Ma quando mai

i

principi

od

i

governi saranno

capaci di quei sacrifizi personali che riparano al diluvio di mali

onde travagliata l’ umanità? Questo è il

trionfo esclusivamente proprio dell’apostolato cattolico. «

Nulla è più grande, confessa Voltaire

,

del sacrifìcio

che un sesso delicato fa della beltà, della giovinezza, e sovente

dei natali,

dell’ altezza

per sollevar negli

ospedali quell’ammasso di tutte le miserie cui vista è così schifosa ed umiliante

»

umane

( Essais

,

la

sur

mature, eh. 139). Ecco le ispirazioni del Cattolile persone che danno in limosina perfin medesime lento martirio al quale si affrettano uomini e donne, per l’ ammaestramento, l’educazione, les

cismo! Ecco se

,

la sanità e

il

sollievo della misera plebe. Barbari co-

loro che vorrebbero espulsa la religione- dal popolare

ministero della carità

!

Ecco o principi, ecco o governi, quella che si ofper vostra alleata, non già nella signoria, ma

fre

nell’opera di felicitare

i

popoli colla parola della vita

e col pane della carità.

CAPITOLO XXXI. INSEGNAMENTO RIVOLUZIONARIO. Nella seduta del 23 febbraio , la Costituente romana

generosamente dichiarava

i

luoghi pii ecclesiastici in-

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122 capaci di acquistare a titolo di donazione o d’ultima volontà , senza una speciale autorizzazione del governo. Così non bastava di toglier la vita

pedire perfìn di rinascere. tra legge:

La

«

ma bisognava im-

,

E veniva gemella quest’al-

giurisdizione

Vescovi sopra

dei

le

università ed altre scuole qualunque della Repubblica, eccettuate quelle

dei

seminari vescovili ,

è abolita.

L’insegnamento dello Stato è posto sotto la dipendenza immediata del Potere esecutivo, mediante il ministro dell’istruzione pubblica.

urgenza.

.

.

•

Vivissimi applausi...

È di

La legge è ammessa all’unanimità per ac-

clamazione. Dite che l’aula del Campidoglio non fosse convertita in un palco di buffoni.

Ma non è a maravigliare di quella unanimità per acclamazione

:

un insegnamento rivoluzionario è il mezzo

più essenziale per fare e perpetuar

le

rivoluzioni. Fic-

ben dentro nella mente, o mio gentil lettore. Già a questo scopo accennava il pertinace Maraiani nel programma del 9 giugno 1848 con quella sentenza che preludiava all’ esautorazione del Papa e della Chiesa: « 11 Principe nostro dimora nell’alta sfera calo

della celeste autorità sua, vive nella serena pace dei

dogmi, dispensa

al

benedice e perdona. pertanto non

mondo la parola di Dio, prega, » Ed aggiungeva: » A noi im-

toccherà solo di abbattere

avanzi del medio evo ecc. »

Dogmi

ultimi

gli

preghiere

benedovean restringersi il Papa i Vescovi e la Chiesa. Abbattere gli ultimi avanzi del medio evo, cioè governo papale, governo cardinalizio, proprietà ecclesiastiche, giuris,

,

dizioni e perdono, ecco la giurisdizione a cui ,

dizione ecclesiastica sulle università e

sull’

insegna-

mento, per inaugurare un monopolio universitario sulle intelligenze , e soggiogare all’idea rivoluzionaria le ge-

nerazioni nascenti, ciò si preconizzava con una incredibile temerità dal ministro di Pio IX.

Non ci scor-

diamo che quel ministro è Terenzio Mamiani.

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,

,

123 Per l’i nsegn amento

diehiaravalo poi senza velo

,

il

ministro Armellini nel discorso inaugurale del 5 feb-

braio 1849, fulminando l’istruzione gesuitica e clericale, arretrata di più secoli, e per cosi dire, riportata al medio evo.

È ben vero che per variata e solenne

scienza, vuoi

profana od ecclesiastica,

consorti

non valgono

1’

Armellini e

apice del mignolo a petto di

assai preti e gesuiti che illustravano Roma avanti che

contaminassero

la

i

repubblicani;

ma per taluni, e-

ducati alla sapienza dei circoli e delle piazze,

le

pa-

role gesuita, clericale, medio evo, servono d’ una pe-

rentoria dimostrazione. afirettavasi poi tosto

nel

il

Sulle

dell’ Armellini

traccio

ministro Rusconi, dichiarando

programma del 16 febbraio che

l’

istruzione sa-

rebbe svincolata dalle clericali influenze

e che l’estir-

pazione d’ogni reliquia del clericale sistema entrava nel

programma

del Comitato esecutivo e del Ministero.

Al 25 era sancita e promulgata incivile e

la legge,

inumana sopra ogni altra

,

prepotente,

che instituiva a

Roma, come in Francia, come nell’Austria

,

come nel

Piemonte, il monopolio del pubblico insegnamento. Perchè lo spirito rivoluzionario, ovunque s’infiltra o patente o nascosto, non sa passarsi di questo monopolio?

Una lotta di diciott’anni ha fatto sorgere nella Francia ingegni eminenti a dimostrarne la mostruosità e la

tirannide. Mentitori e seduttori dei popoli!

adorate

la

Voi

sovranità e la libertà del popolo, e poi ar-

dite di strappare al popolo,

dalle

braccia paterne e

materne , i figliuoli , le fanciulle e perfino i bimbi per istamparli, raffazzonarli e costringerli, nella mente e nel cuore, alla vostra imagine? Chi siete voi, Ministri

del

pubblico insegnamento,

da proporre voi Chi siete

stessi quali fonti e custodi delle sane dottrine?

voi che vi arrogate tifica al

il monopolio dell’istruzione scienparo che della religiosa? Voi cbe escludete

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m persino

i

vescovi dalla missione loro divina di ammae-

qualunque anima nella scienza di Dio e della Questa temerità, quest’ usurpazione sui diritti della religione e della famiglia, non poteva accadere

strar

vita?

fuorché in un disordine sociale, nel quale sia condannata a perire

la

più pura libertà delle anime.

Ma il sistema rivoluzionario ci dà la chiave dei La rivoluzione vuol romperla intieramente con

fatto.

tutte le idee tradizionali, cattoliche e civili, col

dio evo insomma,

Roma come altrove. Per ciò fare tutti

me-

parola convenzionale e classica a ,

conveniva tagliare

nervi alla Chiesa , spogliarla , privarla d’ ogni

i

sociale influenza , cacciare gli ordini regolari più cattolici

per così dire e più valenti

nell’ educazione

e

nell’insegnamento; gridare gesuitico tutto L’episcopato, tutto

clero, tutta l’educazione ecclesiastica.

il

Conve-

niva imaginare e proclamar ben alto una radicale incapacità nell’universo clero per condurre l’educazione della gioventù

all’

altezza

dei tempi , e

improntarla

d’una forma nazionale, ossia demagogica e rivoluzionaria. 1 fogli volanti, le leggi

i

libri,

i

libelli,

i

tumulti, poi

universitarie vennero a effettuare e sorpas-

sare l’intento. Qualche cappuccino dalla barba poetica,

qualche prete dai lunghi calzoni e dal cappello tondo, e forse in disgrazia del suo vescovo , venga fare il direttore e

il

maestro di religione; qualche prete o laico

dal berretto rosso , senz’altro ammiuicolo di scienza o di

buona creanza, venga

studi;

il

faro

il

Gran Mastro darà a tutti

sue -dottrine sane e sanissime.

questo popolo che

i

provveditore degli 1’

imbeccata delle

E intanto

il

popolo,

democratici adorano come lor Dio

e Sovrano, con ferrea legge si costringe a mandare

i

suoi tigliuoli d’ogni età sesso e condizione a temprarsi

e infiammarsi in questa fucina d’ onde

per sempre

la

si

alimenterà

rivoluzione sociale e religiosa.

E se la

rivoluzione avrà bisogno di aggiungere le armi ai so-

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125 fismi, saranno pronte

le legioni

universitarie, teneri

agnelli che i barbari invieranno al macello, facendone dolenti le

madri e orbe le famiglie. Armellini lo diRoma l’esempio di Vienna

ceva chiaro, allegando in e di Berlino.

Era più difficile invadere l’educazione ecclesiastica, e farla centro al clero d’una propaganda rivoluzionaria.

Vi

si

provarono tuttavia coloro a cui è onesta

ogni iniquità che giovi al fine. Che fecero impertanto?

Nel clero e in assai comunità religiose, si trovarono sempre alcune teste perdute, allo scoppiare delle rivoluzioni; nè mancarono all’Italia nel 1849. Per disporle, con molta fallacia e molto ingegnosi era messa

bando pubblico l’obbedienza cieca, abusando insignemente della parola; e non poca gioventù ecclesiastica ne indusse e professò come una virtù degna del-

al

l’altezza dei tempi l’intiera disobbedienza. La disciplina si chiamò gesuitismo, le comunità ordinate si chiamarono gesuitiche, i superiori gesuitanti o gesuiti. Di tutto sono capaci le teste roventi ancorché giovanili,

spezzato che hanno il freno della disciplina. Vul-

cani sfogati, essi vanno

mento- e

sino a pretendere insegna-

vita rivoluzionaria; e sé l’ordine si mantiene

non ha vendetta che non ten-

forte contro di loro,

tino questi piccoli arrabbiati, sino a contaminarsi nel

turpe ufficio di Giuda. Gli abbracciano allora dottieri della fazione,

e

li

predicano

i

con-

chierici, frati ,

Se Dio non assisteva

preti virtuosissimi, italianissimi.

a quelle comunità, sarebbersi convertite in una pro-

paganda rivoluzionaria: al che miravano siglieri

i

con-

tristi

ed encomiatori. ' '

,

>

.

•.

;

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<

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•

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I

'i >-

'

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126

CAPITOLO XXXII. UNA PAROLA AI GOVERNI SULL’EDUCAZIONE E SULL’ INSEGNAMENTO.

Da lungo tempo la fazione rivoluzionaria veniva concentrando nei principi assoluti il diritto di educare la gioventù, escludendone bel bello la famiglia e la Chiesa.

I governi

parecchiata, e

costituzionali trovarono la mensa ap-

vi si assisero,

la Chiesa e la famiglia.

tenendone vie più lungi

Vennero i democratici , e senza

pietà la divorarono.

Dunque

la schiavitù

della

mente e

del cuore, la

schiavitù letteraria religiosa e scientifica, ciò che suona ed è in realtà il monopolio universitario, ha la sua radice nell’ assolutismo. Luigi XIV, Giuseppe li, e ultimo Napoleone, senza pensarvi, apparecchiarono la via ai panteisti della Francia, ai razionalisti dell’Alemagna, ed ai rivoluzionari d’ogni colore; e duolci che

Carlo Emanuele 111 precorresse a Napoleone. La massima generale fu questa: Tutto concentrare

per tutto signoreggiare. Anche oggidì l’Assemblea rivoluzionaria di Francoforte studiavasi di raccogliere tutta la dominazione Alemanna nella corona imperiale

di

Guglielmo

di

Prussia, affinchè

trovasse poi bella e fatta,

e

la

rivoluzione la

non avesse che a tras-

portarla sul suo capo; nè altrimenti pensavano molti di coloro che grida van si alto Carlo Alberto re d’Ita-

La massima fu estesa all’educazione, e la trama venne al compimento. I regnanti pagarono il fio del loro acciecamento. Le

lia.

scuole francesi

e tedesche furono le fonti e le foci

d’onde proruppero

sanguinarono

la

zioni confinanti. la foudre ,

le rivoluzioni

Francia, ed ora

che tante volte insi

estesero alle na-

Un libro del 18W, Un éclaire avant

dimostra con documenti alla mano schietti

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127 ed irrefragabili, che dall’insegnamento dello Stato uil deismo, il panteismo, il razionalismo, il socialismo, il comuniSmo. Che faceva dunque il governo ? Pagava e onorava coloro che ne struggevano i fondamenti; coloro che nel-

scivano ad innondare la Francia

l’Università e nei villaggi diffondevano l’immoralità;,

coloro

cui discepoli, in

i

meno di quattro lustri, ro-

vesciarono due dinastie, e colle barricate di giugno

avrebbero affogata nel sangue

la

Repubblica,

la re-

ligione, la proprietà e la società (1).

Alla vista di quel combattimento non d’uomini ma di tigri all’ aprirsi di quel vulcano acceso dall’ empietà delle scuole universitarie ovvero rivoluzionarie, che disse il signor Thiers stato già l’avversario delle ,

,

scuole

clericali,

il

fautore ardente del monopolio?

Disse che non vera più altra salute alla Francia che il

catechismo e la scuola parocchiale del villaggio.

La

confessione fu esplicita, ancorché non fosse nè per-

nè forse durevole la coqversione. Governi italiani badate di grazia a quest’induzione. La fazione rivoluzionaria ha potuto nella civilissima Francia, usurpando l’insegnamento e corrompendo le anime, abbattere la religione, abbattere i troni, scatenare una furente democrazia erigersi in repubblica. Ma poi come reggeranno le repubbliche se la società sia divenuta un mucchio di rovine? Principi e governi italiani, badate che voi escludendo la Chiesa

fetta

,

,

dall’educazione della gioventù,

micarvi

la

come ora fate per a-

propaganda rivoluzionaria, voi chiamate

infallibilmente sull’Italia quell’empietà e quell'immo(1) In Francia i maestri del basso insegnamento sono i più ardenti promotori del socialismo e del comuniSmo. Quattro di essi erano mandati all’attuale Assemblea tutti quattro furono processati per la cospirazione del 13 giugno di quest’anno. Ecco per quali vie si sparga in Francia il :

comuniSmo invece del catechismo. E noi imitiamo la Francia!

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128 ralità sociale che fa sì grama e dolente la Francia.

Se non educasse la gioventù dovreste invitarla mano prontamente per a-

la Chiesa

,

e scongiurarla di mettervi

Ma vedete sapienza, ossia cecità,

more della patria.

dei Ministri risponsabili: essi cacciano la Chiesa, nel

supremo momento in cui le idee di religione e di moralità la

sono esse sole possenti a salvare dal naufragio

patria.

Essi vantano la religione.

Ledru-Kollin, tatti

gli

Armellini,

Ma la vantano pure i i

Rusconi, i Mazzini, e

onorevoli scomunicati di

gli

Roma. Che sono

queste religioni universitarie, ministeriali, parlamentarie, costituzionali o repubblicane, alle quali

il

pos-

sessore d’un portafoglio pretende di assegnare le forme, i

metodi,

i

libri, e d’inviarne gli apostoli ?

Che sono

altro che sconciature senza capo , senza nè dignità,

virtù, nè efficacia?

quando

si

Che può

vuole esclusa

dall’

viene ateo per gradire a tutti

essere della

nè

religione,

insegnamento, che dii

culti?

Quando all’in-

segnamento letterario si prepongono professori che ripudiano ogni culto? Ovvero quando un Ministro dell’istruzione pubblica, sotto manto religioso, dispotico come un Sultano, si fa capo dell'insegnamento religioso? Per coprire il suo dispotismo, per salvar qualche apparenza, il GTan Mastro sparge a suo talento alcuni preti nei gradi e alla superfìcie della gerarchia insegnante, consulente o dirigente. prescelti

Ma avverti che

sonò ordinariamente coloro

i

quali poco

ai

monta il sacrificare al favor umano le convinzioni e la coscienza.

E se v’hanno alcuni buoni

è soffocato dalla maggioranza, la sterile si nelle consulte

loro

,

il

loro voto

voce diviene

che nell’insegnameuto

,

e quel

che più è, servirà di coperta aH'inganno universale. L’assoluta secolarizzazione del corpo insegnante, la sua sottrazione dal giudizio e dalla vigilanza della Chiesa,

si

esalta

come un insigne avanzamento dei

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tempi moderni: ed è in

mento irreligioso

,

fatto, se intendi

129 un avanza-

immorale e rivoluzionario. Ma con-

giunta al monopolio, è un insulto e una tirannide imposta ad una nazione cattolica. Udite ciò che vi dicono i padri o governi monopolisti Cattolici prima :

,

che cittadini vogliamo da voi un’istruzione e una educazione cattolica per la nostra prole, e garanzie di moralità e di fede cattolica nei maestri che la dispen,

sano a costo dei nostri sudori e del nostro danaro. Queste garanzie non siete capaci voi a darle, ma la Chiesa,

ma i vescovi, maestri della Chiesa, e giudici

della moralità e della fede. Voi insultate alle nostre

coscienze e alla nostra fede, quando vi erigete voi soli

in giudici della bontà morale e religiosa di co-

loro alla cui educazione ci costringete

affidare

i

nostri figliuoli. Se foste cattolici , se cattolici fossero

i

vostri professori , voi

loro

il

di

non respingereste per voi e per

giudizio e la vigilanza di quell’autorità che di-

vinamente ammaestra e dirige le anime. Il respingerla vuol dire che la odiate o

la spregiate, e che la religione non sarà più che una larva nei professori che

eleggete

dunque

,

e nella istruzione che ci vendete sì cara. vi

daremo

Noi

nostro denaro perchè voi fac-

il

una mandra d’individui privi

ciate do’nostri figliuoli

una massa d’uomini senz’anima, senza elevazione, senza difesa contro le lusinghe del vizio, e forse appestati da quegli stessi che voi preponete loro invece di padri? Ecco la nostra conclusione. Due cose vi proponghiamo, e ci darete l’una delle due o la Chiesa da voi espulsa tornerà ad avere una legale influenza sull'insegnamento ed eleggerà essa direttamente o almeno cumulativamente chiunque insegni religione e diriga gli spiriti, e farà una di convinzioni religiose e di freno morale,

:

,

sufficiente testimonianza di vita proba e religiosa di quelli

che eleggete a professori di qualunque ovvero ci lascierete

il

nome o forma;

nostro oro, e ci darete compiuta

9

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130 libertà

<T insegnamento ,

ritenendo voi

il

solo diritto di

ripressione in caso di abuso contro lo Stato.

dicentisi liberali sono procedati

I governi

sì avanti

nella civiltà e nell’amore dei popoli , che fra poco sa-

dispotismo di Licurgo che dichia-

ranno ritornati

al

rava

proprietà dello Stato; e alla

i

figliuoli

blica di Platone , che per distruggere

gli.

Repub-

anche meglio il

comunanza delle mo-

diritto dei padri , consentiva la

Per ora almeno si contentano i governi di lasciare il diritto di pagare e prendono per sè quello

ai padri

,

di cattolicizzare o scattolicizzare i figliuoli.

Ma

ripe-

,

tiamolo, o Io Stato cederà alle esigenze cattoliche, o

concederà piena lihertà d’insegnamento: è una spada a i

due tagli

,

dei quali o l’uno o l’altro non fuggiranno

governi che non vogliano essere oppressori e tiranni.

CAPITOLO XXXIII. REA INDOLE DEI GOVERNI POPOLARI.

Come avviene che i governi, detti popolari, siano ordinariamente

i

più irreligiosi,

i

più oppressori ed i

più ladri?

Ed in questo verso di oppressione, di u-

surpazione

,

di dilapidazione, di assassinii, di furti e

di sacrilegii, basti l’esempio della sublime Repubblica

che sorse dal celebrato pugnale.

Rispondo che

ciò

si

fa

agevolmente con una sola

parola: Sovranità popolare. Cioè sovranità di quel po-

polo che urla sulle piazze, che s’infiamma nelle te-

nebre, che non conosce i limiti della moderazione e della convenienza, cupido delle novità, servo di chi lo compra,

audace, insaziabile, vile o arrogante

,

tre-

moroso o tremehdó. Di quel popolo che non è atto a discernere

il

vero dal falso,

il

giusto dall'ingiusto,

il

possibile dal chimerico, l’utile dal funesto, la libertà

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131 dalla licenza ,

il

governo

dall’ anarchia ,

somma che avendo tanto

perduto

la

sanità

vita dei

dello spirito,

può dire l’universalità del popolo

si

la

Di quel popolo in-

principii civili dalla loro rovina.

,

quanto co-

loro che sono invasati dalla febbre o dal delirio.

Or ecco due fenomeni sociali: i demagoghi si formano questo popolo e gli conferiscono la sovranità; di rincontro questo popolo solleva i demagoghi e loro

conferisce l’autorità. Messe da banda le astrattezze che

sono formolo vuote e non toccano

la realtà delle cose,

questa è

e la fonte

la

teorica rivoluzionaria

verni popolari.

dei go-

Le congreghe da Catilina ammaestrate

rapina ed al sangue, saranno semimagini d’una fazione popolare a cui i dema-

alla rivolta, alla

pre

le

goghi conferiscono

la

stesso, venuto

imperio, sarebbe imagine dei go-

all’

sovranità della forza: Catilina

verni surti dalla sovranità popolare, e non tralignanti dall’origine.

Se gli effetti ritraggono

i

delle cagioni , forza è che

i

colori,

trocità delle origini.

i

vizi e la natura

governi generati dalle se-

dizioni portino con loro l’audacia,

il

Oh intendessero

dispotismo e l’ai

popoli che la-

sciando pigliar le redini dai faziosi, domani gli avranno

La forza gli ha elevati, la sola forza potrà mantenerli. La stessa Repubblica francese non sarebbe tiranni!

sfuggita a questa legge, se non avesse rinnegato la sua

origine colla dittatura di Cavaignac e colla presidenza di Napoleone.

Ma fra le passioni onde si fanno abborriti e tremendi i governi delle rivoluzioni, la prima è l’odio contro il clero e la religione. Per qual ragione? Il clero è popolo, la Chiesa come collezione d’uomini è pur essa popolo. Perchè dunque questi governi popolari sogliono osteggiarli ed abborrirli? La cagione è profonda, necessaria, inevitabile. La religione condanna le fazioni , l’egoismo ch’è il Dio dei faziosi e ,

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132 le rivolte

che offendono

la

giustizia,

che impoveri-

scono, straziano e affondano le nazioni. Sentono questa

condanna gli usurpatori,

della loro gloria: ed allora

la

sentono nel fastigio

bisogna comprimere con

piede superbo la religione perchè non osi mandare un alito di

rimprovero

;

bisogna esaltare

il

Vangelo e la

religione, per velare la malvagità delle intenzioni; il

clero che

ma

non viene a patti colla menzogna, biso-

gna intimidirlo colle minaccio e col tuono alto e fiero sanno scrivere o segnare i mini-

delle Circolari che stri di

grazia e di giustizia; bisogna infamarlo colla

procace bocca del giornalismo; e oggi e domani e sempre schernirlo, beffarlo ed avvilirlo, affinchè l’odio si esali, e il popolo non gli creda nè lo guardi, e la rivoluzione

trionfi.

Per simile guisa

la

bugia si accumula colla calun-

nia, e la calunnia collo scandalo, sacrilegio.

e lo scandalo col

Le quali opere degne d’uomini i più vili e

nefandi, se sono

il

frutto di tutte le rivoluzioni, fu-

rono pure la storia dei nostri giorni. Ed in Roma sì mostrarono con quelFaccrescimenlo di esosità e di prepotenza, di cui erano capaci gli usurpatori del primo trono dell’universo.

Là in nome di Dio e del popolo,

s’imprigionano preti, vescovi e cardinali;

si

ruba, si

saccheggia, si assassina; nòn si pronunciano le proscri-

ma il lampo avvisa di spatriare prima che non cada il fulmine. Là il governo adora il popolo ma sai zioni ,

;

qual popolo ? Il popolo del pugnale. Inquanto al quieto popolo, l’onesta Repubblica lo tradisce, lo smunge, lo scarna e

lo fa

perir di fame. Il popolo delle vergini

e dei frati è cacciato dal ritiro della preghiera per alloggiarvi un popolo di avventurieri e di cavalli. Tal procedere infame della Repubblica Romana, era una conseguenza degli antecedenti; e conviene avvertirlo per ammaestramento di noi e dei posteri. I

mezzi che si fanno servire dalle rivoluzioni per inau-

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;

133 gararc

i

governi popolari, saranno sacrificati dai go-

verni popolari. Ecco

la

massima. Ora la rivoluzione

italiana, sin da principio scolpitamente repubblicana,

cominciava gridando Dio

e Religione , alleanza dei Po-

poli e dei Sovrani: a Dio cantava

Messe e Te Dcum

ai

Sovrani cantava inni di lusinghe e di adulazioni;

ai

Popoli prometteva monti e

mari, libertà, fratel-

lanza, la signoria di se medesimi, e gli accendeva e

inebriava colle radunanze e coi

gli

astuzie cominciarono a

tumulti.

Simili

Roma, ci vennero da Roma,

ebbero la maggior durata ed il compimento in Roma. Dunque s’egli è vero com’è verissimo in ogni tempo, che le rivoluzioni sono nel loro processo il rovescio dei loro principii a Roma più che altrove doveva ,

spregiarsi Dio e la Religione; là più che altrove do-

veva rompersi Popolo ed giarsi

il

il

il

vincolo d’alleanza e d’amore tra

Sovrano;

Popolo ed

il

là

il

più che altrove tiranneg-

Là dovevano sedere

Sovrano.

trionfanti gli spergiuri, gli scomunicati, gli apostati,

che in Gesù Cristo venerano

il

filosofo

democratico,

che alla fede divina e alla parola rivelata antepongono il gergo socialista che consacra la fede nell' umanità, la religione e l'adorazione dell’umanità: ultima evoluzione del panteismo sociale , e del sociale egoismo.

L’egoismo divinizzato: ecco delle rivoluzioni

e

la

dei governi

natura o

la formola

da esse creati od a

quelle tendenti. L’egoismo è la tirannide personificata,

è

il

socialismo ed

il

comuniSmo. L’egoismo dell'indi-

viduo è la pianta che assorbe il vital umore delle circostanti, le inaridisce e le uccide: l’egoismo dei go-

verni rivoluzionari, pavoneggiantisi indegnamente del titolo di

popolari o democratici , è

che assorbe che abbia

la

gli spiriti

1’

albero pestifero

vitali d’ogni pianta o

iil

d’erba

temerità di vegetare nel campo; ossia di

tutti gl’individui, alti

o bassi, che vivono nello stato;

della Chiesa pure e della famiglia.

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134

.

L'esperienza dei tempi passati e presenti non lascia

dubbio

sulla natura mortifera di queste tirannidi che,

insultando all’umanità,

Roma

si

chiamano governi popolari.

Mazzini e gli Armellini, in Firenze Guerrazzi e Montanelli, in altre Camere rivoluzionarie uomini che pareggierebbero in prepotenza i Montanelli

In

i

Guerrazzi, gli Armellini ed i Mazzini, con un buon codazzo di altri tali rollinisti e proudhonisti, hanno forse un Dio o una fede al mondo, fuorché

e

i

1’

egoismo?

Ma perchè

popoli s’incurvano a questi

i

genii del male che gli schiacciano e li divorano?

sdegno

di

È Io

Dio che piomba sulle nostre colpe.

CAPITOLO XXXIV. caducità dei governi democratici.

1

governi democratici sono costruzioni babeliche, o

più veramente

il

caos.

Generati dal disordine, come

saranno i padri e i mantenitori dell’ordine ? Spergiuri alla legge, come sapranno ispirare l’amore e la riverenza della legge? Fattura ignobile e turpe d’una fazione

,

zione?

come otterranno l’assenso e la stima della na-

Non mai.

Essi portano nel seno

elementi

gli

della loro dissoluzione.

La rivoluzione italiana, disorganizzatrice per eccellenza , trionfo d’una fazione incivile ed irreligiosa testata dall’Italia e dal d’ una

,

de-

mondo, non è una creazione

forma qualunque,

ma una negazione dell’or-

dine, della legge, della libertà, della religione, e per

conseguente di tutti zione.

Sono sanabili

gli i

elementi costitutivi della nacorpi vivi, sanabili

i

governi

che hanno una qualche base di vita: la Repubblica Italiana è nata morta , ed avrà la sola gloria di am-

morbare col suo fetore finché non sia seppellita.

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135 Nei tempi moderni una sola repubblica nacque forte e vive, cioè la Repubblica degli Stati Uniti d’America: e

si

mostrò tale perchè fu

il

rovescio della

ri-

voluzione italiana.

Uomini

quanto ambiziosi ed arroganti, avventurieri, romantici, non degni degl’ infimi gradi imbecilli

sommi, sol potenti nelle tenebre ma inettissimi alla luce del sole, senza mente e senza amore nè per Dio nè per gli uomini, commossero e sollevarono l’Italia che ebbe l’incredibile cecità di non e aspiranti ai

conoscerli, o la sventura di seguirli,

o la pusillani-

mità di lasciarli a talento imperversare. Costoro colle parole di fratellanza, d’unità, d’indipendenza, getta-

rono

la discordia nelle opinioni,

accesero la guerra

civile fra le classi dei cittadini, portarono l’indipen-

denza e l’immoralità nel costume e dopo di loro durerà l’Italia lungamente contaminata dai perversi umori delle passioni. ,

Al contrario ve’Ià nell’America un Giorgio Washin-

non è un despota nè un settatore; per lui sono condizioni egualmente rispettabili l’aristocrazia e gton. Egli

la democrazia.

Niun uomo ebbe un concetto più sin-

cero della libertà e dell’eguaglianza. Lungi da lui

le

idee esclusive, le passioni e le pretese della democra-

uno scisma civile: anzi niun uomo ebbe lottato sì fermamente nel comprimerla. A parte l’atto primo che iniziava l’indipendenza, niun cittadino fu mai più compreso dello spirito dell’ ordine e del rispetto all’autorità. Egli mantenne quest’ordine secondo le leggi del suo paese, lo mantenne nel diritto e nel fatto così fermamente, così altamente, che più non avrebbe potuto un monarca di antico Stato. Egli aveva inteso che in ogni forma di governo sia assoluto sia libero non si governa dal basso all’alto e che quanto più è libero un governo, tanto debbe essere più risoluto e forte acciocché la libertà non degeneri in lizia, che è

,

,

;

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136

ma l’ha indirizzata alla

cenza. Egli ha fatto la guerra ,

la libertà politica nello stesso tempo

pace

;

e fondava

che

l’

indipendenza della sua patria. Nuovo Fabrizio

degli ultimi tempi, senza ambizione saliva al potere;

amministrava

sedici anni lo

,

scevro d’ogni cupidigia;

giudicò la rivoluzione francese

come sovvertitrice del-

l’ordine sociale, e la tenne lungi dal suo paese. Ilare

tornava

al patrio focolare,

non meno grande che mo-

desto e incorrotto cittadino.

Ecco Washington! Volete or sapere quali fossero i corifei della così detta indipendenza italiana? Rovesciate la medaglia. Volete compendiar tutto in una parola ? I nostri vollero esser democratici: Washington non ci ha pensato. Ma tu pensaci, lettor mio, pensaci

a questa parola,

e vedrai

raffrontala coi fatti,

che essa è la confusione delle lingue, la dissoluzione e la

fiamma degli Stati civili.

Democrazia! le

È il grido di guerra che lanciasi fra

nazioni corrottissime, è

l’

insurgere e

1’

inferocire

della parte bassa contro l'alta della nazione; e parti alte e basse

avranno i popoli finché dureranno i ponon vorranno andare sciolti come i ,

poli a civiltà, e

selvaggi e le belve. ricchi , e chi la

Sempre avrà la società poveri e

maneggi la penna e chi la vanga e chi

spada, e chi valga per

la

potenza del consiglio e

chi per la forza materiale dei muscoli e dei fianchi, chi obbedisca e chi

comandi, chi amministri

la reli-

gione e chi governi lo Stato. Volete uno Stato fiorente

e sano?

Rimanga ciascuno al suo posto: il piede cam-

mini e non usurpi

il

vedere degli occhi o il pensare

e il giudicar della mente; operi

la

mano e non pre-

tenda di vedere o di camminare; ed ogni membro si contenti che il ventre, il quale pare inerte, lavori a

modo suo nel preparare

a tutto

il

corpo

1’

alimento

Siamo dunque costretti a dover rinfrescare 1’ antico apologo di Menenio Agrippa? Si, vi siamo

della vita.

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137 costretti , giacché la moderna democrazia rinnova alla civiltà

presente quella piaga ingangrenita che sempre

Roma. Washington ( inchinatevi a lui parlamenti democra-

debilitò e Gnalmente crollò l’imperio dell’antica

tici,

ministeri democrati,

sovrani democratici, ossia

non popolari!) Washington chiuse il passo a

plebei e

questa piaga, riconoscendo alto e basso, e nient’altro

popolo, tutto

il

anzi le uni, tese che

1’

siccome

la

le

popolo

il

che il popolo ne’suoi stati. non le osteggiò,

In questo popolo vide diverse classi

armonizzò e non

issopo eguagliasse

natura proporzionò

,

le confuse.

Non pre-

cedro , ma pensò che

il i

terreni alle piante e

le orbite ai pianeti così nel convento sociale degli uomini alle varie loro capacità debbano proporzionarsi ,

i

gradi e gli

Stati Uniti di libertà.

£ di qui quella Costituzione degli

uffizi.

che è finora il modello primo di solidità e Di qui, fra l’aristocrazia e la democrazia

americana quel conserto d’intelligenza, d’amore e di primi e gli ultimi fratelli della che regna fra stessa famiglia; quali, se tutti non sono potuti nascere ad un parto, hanno però tutti lo stesso sangue del padre. Di qui, fra discendenti di quei primi coloni, Tesser nuova l’idea quanto la parola di bando o di persecuzione per motivo o pretesto di opinioni, vita

i

i

i

quando è salva la legge: pretesto col quale i libertilà appunto le cidi italiani squarciarono T Italia. Là ,

vittime innocenti dei barbari italiani, là i Vico e gli altri Gesuiti, e quante vergini

vi

approdarono quali

colombe esuli dai loro nidi, trovarono quella graziosa e festevole accoglienza che

li

rimeritava dei tollerati

patimenti; e non rifinivano di maravigliarsi quei cultori della

vera libertà, come avessero potuto

di Svizzera e d’Italia cacciare civili

i

fratelli, e

i

Caini

chiamarsi

e liberali.

Ancora una volta umiliatevi a Washington, o poche non sapete veder nulla di buono

veri democratici,


138 nè di commendevole fuorché nella vostra plebe. shington intorno

degli

alla scelta

«

Wa-

militari o

officiali

amministrativi, sovente raccomandava:

Eleggete

i

più fedeli ed più capaci. » Voi Eleggiamo la plebe; essa è più ignara, più corruttibile e fanatica. Noi diremo: Si elegga il merito ovunque egli sia (1).

gentlemen; sono

i

i

dite al contrario:

Washington

coll’inviolabile maestà della legge, e

colla libertà sincera ed universale ,

che non esisteva:

i

democratici

fondò una nazione

coll’ arbitrio

e colla

Franklin «Io lego al generale Washington il bastone di pomo selvatico, compagno delle mie passeggiate: se questo bastone fosse uno scettro, gli converrebbe egualmente. » violenza sciolgono e rovesciano

le esistenti.

laliava scritto nel suo testamento:

Troverai molti fra

i

nostri democratici,

contentino d’un bastone di

(1) Nel

Taylor,

i

quali

si

pomo selvatico?

marzo di questo 1849 si domandava al generale presidente degli Stati Uniti, eh’ egli dismettesse

un per uno quelli ch’eransi opposti alla sua candidatura. Il successore di Washington interrogava: « È uomo onesto? È uomo di capacità? Uà sempre fatto il suo dovere? Poiché rispondete del sì a queste domande, io non lo destituirò. »

.

.

Ecco come si fondano e come si governano le nazioni, democratici romani, piemontesi, e voi tutti egoisti e faziosi italiani,

nuovi!

che gridate a gola:

A cose nuove uomini

Questi uomini nuovi siete Voi che rovesciate dal

basso all’alto

la

gerarchia civile, per occuparla voi soli,

uomini veramente nuovi

,

cioè privi di capacità, di senno

e di esperienza. Rispettate pacità sono

un

diritto

opinioni un impiego acquiuna proprietà; e onestà e ca-

le

stato e bene amministrato è

:

per ogni cittadino

ad acquistarlo.

Ma i nuovi esclamano: Il nostro tempo saturnia regna ;

dolus aut virtus

,

è giunto; redeunt quis in hoste requirat?

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139

CAPITOLO XXXV. LA SOVRANITÀ POPOLARE NELLA PRATICA.

L’antica Assemblea costituente avea detto alla Francia:

«

11

principio di tutta sovranità risiede essenzial-

La Convenzione diceva di più, cangiando la parola ed il senso: « La sovranità risiede nel popolo. » Queste parole affermano che il popolo non ha solo il principio, ma Y esercizio pratico della sovranità. La Costituzione del 1793, volendo risolvere il problema, ordinò che le Assemblee primamente nel popolo. *

Conforme a ciò, le

rie deliberassero su ciascuna legge.

leggi

dei parlamenti costituzionali

dovrebbero pure

per venire ammesse o

discutersi

in ogni municipio,

rigettate.

E non basterebbe ancora per la sovranità

popolare, perchè è

il

il

Consiglio municipale neppur esso

popolo: la legge adunque

si

proponga a tutto il

popolo del municipio, ed esso pronunci parola.

la

sovrana

A ciò condurrebbe la sovranità popolare.

Rousseau non intese altrimenti la sovranità popolare, la quale, secondo lui, non può essere nè ristretta nè delegata. O il popolo è sovrano nella parola e nel fatto, o diventa il re della burla, dallo scettro di canna e dallo straccio di porpora (1). Rousseau ha proclamato nel suo Contratto sociale che non può essere nè alienata no deOra si rimprovera a questo celebre sofista che perciò intendesse male la sovranità popolare. Ma egli la intendeva per eccellenza; e così argomentava: Se il popolo è sovrano, dunque niuna particella di (1)

la

sovranità del popolo

,

legata , nè rappresentata.

dunque egli è sovrano dunque decreti per se stesso, e

sovranità esiste fuori del popolo,

nel diritto e nel fatto,

niuno si arroghi il vanto di rappresentarlo; la rappresentanza distrugge la sovranità popolare. In queste illazioni

Rousseau non era sofista:

sofisti

sono coloro che fanno

il

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mMa

che

il

popolo eserciti

la sovranità

è impossibile,

fuorché in una' viilata di poche centinaia, o al più

San Marino. Vorrebbero dunque gli Stati europei rassegnarsi a indietreggiare dal colmo

nella Repubblica di

della forza e dello splendore sino alla nudità dei pescatori

San Marino?

di

E pur nelle repubbliche vi

sono gli usurpatori della sovranità popolare, testimonio la Svizzera dei nostri giorni , dove i Cantoni più antichi che furono sotto

i

i

fondatori della libertà

nostri occhi, invasi e spogliati

,

vennero,

nelle sostanze

nella libertà e quasi nella fede, dai nuovi che imi-

tando il leone definirono il diritto colla forza. Le antiche repubbliche se furono democratiche nel principio, divennero aristocratiche nel processo; sempre aristocratiche furono Genova, Pisa, Firenze e Venezia;

arciaristocratica fu la Repubblica

Romana. Di Roma

particolarmente che fu gloria nostra e del mondo,

vorremmo far ben intendere che la sua grandezza non fu

mai opera della plebe romana,

la più

tumultuante che ci narrino

del far niente, di sedere a netti

et circenset. Il

la

più ignobile e

le storie,

cupida

mensa ed al teatro: paromano e

Patriziato ed il Senato

quel popolo che più

al

Senato che

alla plebe

,

si

av-

gran colosso della Repubblica Romana: Senatus populusquc romavicinava, ecco la mente che informava

il

popolo sovrano nel diritto ossia nella parola, e se stessi nel fatto. Ma Rousseau era scaltro nella posizione del principio, perchè ammessa la sovranità popolare, impossibile ad attuarsi e

la

,

con ciò veniva sciolto ogni politico reggimento,

società cadeva nell’anarchia e nella barbarie, da lui

stimata

meno iniqua e più appetibile

della società civile.

Ecco l’ultimo scopo del suo Contratto sociale. Rousseau fu più grande e più veritiero professore della sovranità popolare; da lui impariamo senza velo ciò che ella sia ed a

il

qual fine conduca: all’eguaglianza nell’ anarchia e nella bar » barie.

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,

141 nus. L’ imperio

non precipitò Roma, ma la sostenne

agonizzante per quattro secoli: la plebe inerte e in-

domita che prorompeva nei gradi della milizia, nei ministerii civili, e rapiva la porpora, è una delle prime cagioni che licenziavano Roma alle mani dei Barbari.

La storia di Roma non solo, ma di tutto il mondo, ci darebbe a conchiudere,

che le età più gloriose delle

nazioni furono la monarchia o una generosa e operante aristocrazia. l’aristocrazia di

Non ammiro nè la monarchia nè

ma Londra tiene il primato

Londra;

delle nazioni , perchè là

governa una forte aristocra-

basi dello Stato, non Io abbandona a quelle infermità e scissure, da cui è trazia che

reggendo ferme

le

vagliata e indebolita la Francia per le perenni rivoluzioni, che rampollano ad ogni ora dai fracido ceppo

d’una plebe sovrana.

Un popolo esercente la sovranità, è dunque una impossibilità di fatto, e la sua ultima conseguenza è la

dissoluzione e la rovina degli Stati.

E mal colse

che venne or ora al saggio doloroso e tremendo. Nel quale sperimento furono due colpe: una

all’Italia

di diritto, l’altra di fatto.

Nel diritto peccarono i pre-

dicatori della sovranità popolare, perchè Napoli, Roma,

Firenze e Torino avevano giurato fede alle fresche loro Costituzioni che non erano esclusivamente nè a/

ris toc rat iche nè democratiche, ma contemperate dai due elementi, qual è realmente la società civile d’I-

talia

culminantesi nella monarchia.

rompendo fede

allo Statuto,

plebea, scomunicarono

e levarono

il

la

1

bandirono

democratici la

sovranità

monarchia e l’aristocrazia,

grido della guerra civile.

11

fatto

poi

doveva corrispondere al principio, e vi si accinsero.*

La Costituente era il mezzo eletto a monarchia o soggiogarla tanto

i

cancellare la

alla plebe dominatrice. In-

raggiratori impazienti cominciarono insigno-

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142 vendentisi al primo che prezzo di speranze strane e di

rirsi delle raoltitadini cieche ,

le

compra

al facile

parole sonanti, che costano affatto niente ai mentitori

cupidi e

tristi.

Sovranità popolare fu l'insegna demo-

cratica e repubblicana; fu la parola d’ordine gettata

dai giornali e dai circoli nei collegi elettorali; siti,

Percenni,

i

i

Vibuleni,

lingue, laici o preti, ebbero italianissimi. tutti

Di

i

Ter-

male teste e Iemale

gente riempivansi in Italia quasi

tal

parlamenti.

i

le

le patenti d’eroi italiani,

£ l’Italia tremò nel vedersi a ua :

insaputa, e contro la sua ferma volontà, diventata nei rappresentanti della sua sovranità, apertamente ribelle e repubblicana.

Ecco nella pratica la sovranità popolare: essa èia per ischiacciare sotto

parola

d’ ordine

troni

popolo sovrano.

il

parenze. Qual parte

si

le

rovine dei

Ma bisogna conservar le apfarà

dunque a questo popolo

sovrano? Esso metterà un voto nell’urna. Nient’altro? Nient’altro.

Almeno tutto il popolo portasse quel voto! il popolo delle campagne, il meno cor-

Specialmente

ruttibile, e sul

quale pesa più gravemente

del sangue e dell’oro!

il

tributo

Ma il felice che uscirà dall’urna,

sarà poi la sapienza e la giustizia incarnata del po-

polo?

No, esso è la creatura d’una fazione, e ciò gli

scusa la sapienza e la moralità. Ieri ancora esso era

un domator di cavalli, e oggi è divenuto un legislatore e un reltor di popoli; ieri espiava in carcere la pena dei suoi delitti, e oggi amministra la giustizia della nazione; non sa di leggi nè di finanze, non ha mente nè cuor nè fede, e porterà la mano a governare lo Stato.

Ma egli lo affonderà. Pazienza! Così ha

decretato il popolo sovrano.

Ah, povero popolo, tu sei

schiavo di coloro che tu, sovrano di nome, hai costituito in realtà e senza alcun senno e a tua rovina, tuoi veri tiranni più che sovrani.

Così è applicata la sovranità, e qualunque sia la

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:

teorica, così corre la pratica.

143 Più schiacciato e tiran-

neggiato dalle fazioni è quel popolo che più si esalta come sovrano. Ecco la plebe parigina, in nome della sovranità popolare, signoreggiar le provincie, fare e i governi , le monarchie e le repubbliche. Ecco Livorno e Genova nel tumulto e vicine dell’anarchia. Ecco la gentile Firenze priva del suo sovrano e sotto

disfare

,

i

capricci d’un romanziere e la sferza d’un pedante.

Ecco Roma, Roma la metropoli del mondo cattolico, fatta una cloaca e l’abominio delle nazioni. E come tale e tanto sconvolgimento e martirio di popolo?

Con

un’astuzia da commediante: levano la corona dai

le-

gittimi sovrani, Gngendo di porla sul capo del popolo, e la portano sul proprio capo. Poi invadono erodono e spolpano il misero popolo, come il lupo che ha afferrata la pecora, e vede non lontano il pastore a cui ,

dovrà abbandonarla (1). Se la sovranità popolare è la maschera che portano al volto gli adulatori e predatori dei popoli sarà vera ,

pietà

il

lacerarla.

Ma i grandi errori non reggereb-

bero senza una qualche parte di vero: e la sovranità del popolo ha pure un qualche fondamento che noi

vedremo.

(1) Vincenzo Monti nella sua grande epopea di Ugo Basseville , svela da politico, e descrive da sommo poeta gli

orrori della città confusa

E giunge alfine alla città confusa, Alla colma di vizi atra sentina,

A Parigi che tardi e mal si pente Della sovrana plebe cittadina

(il,

21-24).

Pentirsi tardi e male della sovranità plebea , ecco l’ori-

gine delle mortali angoscie che tormentano Parigi e la Francia. Leggi e medita tutto quel canto della Bassvilliana.

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m

CAPITOLO XXXVI.» LA SOVRANITÀ POPOLARE NELLA TEORICA.

Dio ha forse detto

ai

monarchi assoluti o costitu-

zionali , ovvero all’aristocrazia o alla democrazia : Piglia

il

sommo potere e governa? No; Dio si è con-

tentato di fondare

i

principii della giustizia e dell’or-

dine politico, ma non stabilì immediatamente nè la forma dei governi nè le persone dei governanti. Egli ha voluto che la forma dei reggimenti civilte le persone che dovessero amministrarli si determinassero per un qualche fatto sociale, dipendente dalla libera vo,

lontà degli uomini.

Dunque la podestà sovrana non comunicandosi da Dio immediatamente a niuna persona da lui determinata e particolare, resta di necessità che immediatamente si comunichi al popolo, cioè all’universalità del corpo civile e sociale.

Applichiamo. Luigi Napoleone , presidente della Repubblica francese, donde ritraeva la sua autorità? Dal suffragio universale del 10 di gennaio. Ecco l’atto più

immediato

,

più esplicito e più concorde che emettesse

la sovranità popolare.

re di

Sardegna, e gli

Pio IX, Vittorio Emanuele II altri sovrani ,

donde ritraggono

la loro autorità? Dalla successione ereditaria, che pure

fondò da principio su di un fatto sociale, confermato dal consenso popolare dei secoli, e che esso pure * è un atto implicito od esplicito di un potere che in

si

largo senso fu chiamato sovranità popolare. Questa teorica della suprema podestà è del celeberrimo gesuita, Francesco Suarez, la cui autorità diceva Bossuet valere quanto un’intiera Università. Ed egli sulle traccio del grande Bellarmino e di molti teologi e giureconsulti la dichiarava nel secondo capo del libro terzo nella Difesa della fede cattolica contra

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gli

errori

della setta anglicana.

Dove

dice:

»

145 Niun

sovrano ha od ebbe mai, per legge ordinaria, il principato politico immediatamente da Dio o per istitu-

ma mediante l’instituzione c la volontà umana. E questo è un egregio assioma teologico, non come dice il re (Giacomo d’Inghilterra) per ischerzo, zione divina,

ma tale veramente, perchè necessarissimo a segnare podestà.

i

inteso nel retto senso è

tini

e

limiti della civile

i

«

Un celebre commentatore delle sante Scritture forsentenza dei dottori cattolici su questo

inola cosi

la

punto:

La podestà secolare viene da Dio mediata-

•

mente; perchè la natura e

ragione che è da

la retta

Dio, dettò e persuase agli uomini di preporsi magistrati

da cui sian governati. La podestà ecclesiastica

viene poi immediatamente da Dio; perchè Cristo stesso

prepose Pietro e gli apostoli

alla Chiesa

(Cornelius a

Lapide, in cap. xm Ep. ad Rom., not. i). » Nella quale

una profonda economia: perocché se il reggimento delle anime doveva essere divino nella sostanza e non soggetto al convolgersi delle cose umane, e sempro lo stesso nel giro del mondo e dei secoli; non così però il governo civile degli uomini. Da ciò Timmcdiata instituzione della Chiesa e de’suoi ministri ai quali lo Spirito Santo comunica col cadiversità risplende

,

,

rattere sacerdotale i divini carismi, indipendentemente

da volontà di popoli o di principi.

Ma non così la società civile, la quale versando in una sfera ben inferiore, in una sfera d’interessi, di fatti

e di accidenti, variabili per

le

condizioni degli

uomini e dei tempi Dio non sanciva immediatamente nè da chi si governasse nè come, purché fosse salva ,

la giustizia

universale. Aggiungi la dignità della na-

umana, creata libera, e non soggetta all’altrui come sono i campi e gli animali della terra, del mare e dell’ aria. Ogni uomo ha il

tura

possesso od arbitrio


HO possesso di se medesimo, e da niuno

seduto: da uiuno dico,

può esser pos-

comunque si appelli, o con-

sole o dittatore o re o stato.

Volontà divina è però

che esso sia civilmente diretto e governato. Dio ha dunque detto all’umanità: Cammina e governati colle leggi dell’ universale

mente;

giustizia

che

io ti scrivo nella

l’impongo l’obbedienza e la fedeltà alle autorità della terra, e bada che questo è un mio suio

premo ed inviolabile comandamento; e qui mi fermo. Che voleva dire con ciò Iddio? Egli voleva signiOeare che siccome concedeva

all’ umanità

il

possesso

della terra , lasciando agli uomini il regolare con leggi

loro proprie biliva

il

i

particolari possedimenti; così egli sta-

precetto generale di obbedire

umane, lasciando alla società il modo

alle

podestà

di legalmente

e personalmente consti tuirle. Ma siccome acquistato che

per legge umana un possesso o un diritto, in-

siasi

terviene allora. a sanzionarlo la legge divina; così constituita

che siasi legalmente una podestà civile, essa

diventa inviolabile per un diritto divino.

Nel qual senso

il

grande

filosofo

s.

Agostino chia-

mava patto sociale l’obbedienza dovuta ai principi, nel libro terzo delle Confessioni al capo ottavo: Generale

pactum est societatis humanae obedire regibus suis. Ma è il sommo dei patti umani, fondato in quella universale giustizia che rende sacre tutte le obbligazioni umane, e del quale Dio ha fatto una legge specialissima dall’osservanza del patto che lega i principi ed popoli dipendendo non la sicurezza di qualche ini ,

dividuo, ma la tranquillità , l’ordine e 1’esistenza della

grande famiglia.

Andiamo avanti. Quando per un mezzo legittimo di elezione popolare, o di successione, o di tacito con-

senso, o per altra via qualunque, è designata la persona del principe, che interviene allora? Allora ed in quell’ alto

Dio

gli

conferisce la sua autorità, perchè

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?

1V7 l’autorità

che presiede a uomini liberi non può venire

da altra fonte che da Dio: «perocché non vi ha potere che non sia da Dio,» come insegnava l’Apostolo

Romani; ed allora il Principe diventa ministro di est (Rom. xiii). Allora quella ai popoli Per me rcgcs rcgnant (Prov. vili); e quest’ altra che dice ai principi: Auquoniam data est a Domino potcstas vodite Rcges. ai

Dio: Dei enim minister

voce divina che dice

:

.

,

.

ab Altissimo (Sap. vi).

bis t et virtus

viene pure da Dio nei

tristi,

Il

qual potere

in quanto essi fanno di

bene, come di Nabucco affermava Daniele: « li Dio ti ha dato il regno e la fortezza e l’imperio. »

del cielo

Questa origine del potere non avvilisce l’uomo ma obbedendo esso all’uomo non per l’uomo, ma al cenno e alla virtù di Dio. Così la intendevano i martiri, che furono i primi propugnatori della libertà, e gli eroi del cristianesimo: « A Dio obbediamo e non a Cesare, sapendo che Cesare non ha lo nobilita,

potere che non sia da Dio e secondo la legge di Dio. »

O come Teofilo antiocheno scriveva ad Autolico:

«

Dio

adoro e non Cesare, sapendo che Cesare è ordinato da Dio. » Per tale guisa s’innalza il potere civile non meno che la dignità umana; mentre la sordida ipotesi

che non vede altro nel sovrano che l’umile espres-

sione del mandato popolare, assoggetta gli uomini ad

un uomo. Gesù Cristo proclamava

egli stesso questa

divina origine del potere col famoso comandamento, •

Rendete a Cesare quel che è di Cesare; »

e rispon-

dendo a Pilato: « Tu non avresti alcuna podestà contr’a me se non ti fosse data da alto. » Che ripugnanza v’ha dunque in ciò che il sommo Se è verità di potere s’intitoli per la grazia di Dio fede cattolica che quel potere emana da Dio, ed è ,

ministro di Dio, perchè non zia di Dio?

si

dirà tale per la gra-

A che tanto scalpore? Per la grazia di

Dio noi siam

tutti

quel che siamo: dunque

il

re

è

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148 anche re per la grazia di Dio. Ma vedete come sono graziosi questi sofisti Essi negano ai sovrani la grazia di Dio, e usurpato il comando, non sanno più !

parlare nè tiranneggiare che nel nome del popolo e di Dio. Oh davvero! Un Mazzini, un Guerrazzi, e qual-

che altro democratico italiano se ne avesse il destro, sarebbero gli uomini di Dio, più che non fossero Leopoldo e Pio IX!

Dio ed il popolo sono dunque per consenso degli stessi usurpatori

1’

origine del potere politico,

ma in

varia guisa. Dio, a parlar propriamente, ne è la fonte

unica, essendo egli solo l’autorità, la ragione e la il mezzo eletto da Dio permodi e le persone a cui quella autorità si comunichi da Dio. Ma per lo più è cosa

giustizia; ed

chè

si

il

popolo è

determinino

i

tacita, lenta, e frutto di secoli quella

determinazione

del modo e della persona che governi.

Comunque però

accada, o implicitamente o esplicitamente, Dio sancisce quel patto nazionale,

Dio dà

l’

investitura e la

dignità del principato, e quel patto sarà inviolabile se

non concorrano a temperarlo d’un comune accordo

il

popolo ed

il

sovrano.

Errano impertanto e coloro che fanno scaturire la sovranità del principe unicamente da Dio, e coloro che la vogliono unicamente dal popolo. Le pretensioni del potere laicale al diritto immediatamente divino,

sursero intorno ai tempi di Luigi di Baviera. Allora

una costituzione imperiale, emanata dai principi dell’impero contra il Sovrano PonteOce, diceva: Decla ramus quod imperialis dignitas et potestà* est immediate a Deo solo. Dottrina, che per la prima volta si formolava da un principe scomunicato da due Papi, è si violento sino a volere colla forza deporre Clemente Vii e far salire un antipapa sulla cattedra di s. Pietro.

Vi assentirono i Protestanti, salvo alcuni Lute-

rani veneranti l’onnipotenza popolare sulla Chiesa e

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149 sul principato.

Vi aderirono

i

sorbonici ed

gallicani,

i

e la famosa Dichiarazione del 1682. Dal quale eccesso i

democratici dei nostri giorni

sto, consecrando

si

gettarono all’oppo-

come diritto divino

la

plenitudine

della sovranità popolare, disfacendo con tale pretesto le società costituite ,

calpestando patti e giuramenti

•

1

,

deificando l’anarchia e la tirannide.

CAPITOLO XXXVII. ERBORI E CONSEGUENZE DELLA SOVRANITÀ POPOLARE. II sistema

falsamente edificato sulla sovranità popo-

lare , è un’inferenza del razionalismo ossia individua-

lismo protestante,

il

quale annienta ogni autorità e-

sterna vuoi sacra o civile, e fa d’ogni

un essere libero secondo abbandonato al capriccio. Il

la

legge,

uomo non già

ma licenzioso e

ministro Jurieu lo formolava in queste parole,

raccolte da Bossuet nel quinto

polo fa

i

Avvertimento

:

* 11

po-

sovrani e dà la sovranità: dunque il popolo

possiede la sovranità

,

ed in un grado eminente , per-

chè il comunicante dee possedere più perfettamente la cosa comunicata: e quantunque un popolo che ha fatto

un sovrano non possa esercitare la sovranità per se medesimo, è tuttavia la sovranità del popolo quella che si esercita dal sovrano; e l’esercizio della sovranità che si fa per un altro, non impedisce che la so-

come nella sua fonte. » Per buon Jurieu venerava in questo popolo

vranità non sia nel popolo

conseguente il

il

tutore nato della religione, e tale un’ autorità che

per convalidare

i

suoi decreti non ha mai bisogno d’a-

ver ragione.

Bossuet rovescia facilmente quest’edifizio, mostran-

done la falsità del fondamento, cioè dimostrando che

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130 ii

popolo non fa i sovrani , siccome non fa esso quella

giustizia eterna di cui la sovranità è una emanazione

e una dipendenza; e dato pure che esso l’abbia una volta conferita nel principe,

non consente la ragione

nè l’utilità comune che a suo libito possa ripigliarla. 11 darla e ritenerla sarebbe una contraddizione ;

il

darla

e riprenderla, sarebbe un ondeggiamento perpetuo,

una perpetua tempesta civile, ed una compiuta anarchia. Il popolo per convalidare gli atti suoi non ha biso-

gno

d’

aver ragione? Se ciò è vero, eccoci di tratto

all’impero della forza brutale, alla società dei leoni.

Anzi ciò è sommo fondamento d’un consorzio d’esseri ragionevoli che ogni autorità sia sempre giusta ed abOra siccome non mai è accaduto che uomini sparsi e liberi siansi precedentemente rac-

bia sempre ragione.

colti

per definire un patto di vita civile; così offen-

derebbe

la

ragione una società civilmente costituita,

la

quale d’un colpo abdicasse le sue leggi, rinnegasse

il

suo capo , ripigliasse una sovranità che essa non ha

mai esercitato, e la delegasse sotto una forma qualunque ad altro capo, il quale alla sua volta diventerà sovrano perchè ha detto ai suoi facili commettenti che essi

erano sovrani.

Sovranità popolare non è dunque e disfare

i

governi ,

il

diritto di fare

ma è nei popoli il diritto d’essere

governati secondo la giustizia, e il dovere di riconoscere e di mantener ferma l’autorità dei principi che tutela

il

comun bene. Atto egregio è il dichiararsi del

popolo in favore dell’autorità contra

le fazioni che la minacciano; atto da schiavo al contrario è l’abbandonare l’autorità legittima alle fazioni , e ad esse piegare il

collo. Il

pubblica, è

potere sovrano è

1’

ancora della sicurezza

patrimonio del popolo, è la sorgente della sua felicità: chi vi congiura è scellerato contra del popolo; chi difende quel potere è popolo libero il

e se volete sovrano.

Roma cedendo a Mazzini, diventò

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151 schiava d’un avventuriere; conservando

il

Pontefice,

avrebbe conservato il suo patrimonio civile, la sua dignità, e per così dire la sua sovranità. Sovranità, cioè assolutismo popolare è la bandiera dei superbi, anelanti

a mettersi sotto

i

piedi popoli

e sovrani. Interprete del loro pensiero è

la pratica.

Vedeteli all’opera. Se essi adorano la sovranità popolare,

perchè non consultano e non seguono fedelmente

universali risoluzioni del popolo? Ora caso non avvenne mai nel quale i caporioni della rivolta gli eleggesse il popolo, ed essi eseguissero ciò che il popolo decretava. La Francia aveva forse eletto i socialisti a fare le rivoluzioni di febbraio e di giugno? 0 quando mai il popolo romano aveva eletto i Canino, i Galletti, gliSterbini ad assalire e bersagliare il Papa nel le

Quirinale? Calpestavano essi

la sovranità

la vantavano! Installavansi gl’iniqui

sta

bandiera,

quando

,

popolare, e

all’ombra di que-

ma il popolo non ne sapeva. Come,

sotto quali influenze sarà consultato

sovrano? Dopo

il

zione prepotente

il

è installata invece di Pio e di Leo-

poldo , quando ha chiuse

le vie alla libera

manifesta-

zione del pensiero, e già impugna nella ferrea la dittatura del

fatto

popolo

compimento del fatto, quando la fasi

mano

comando. Or chi ignora la forza d’un

compiuto, non solo sopra la moltitudine inerte

ed ignorante,

ma sulle indoli timide, sugli amatori

di novità quantunque ingiuste e terribili, sugli ammiratori della vittoria , sugli egoisti che speran lucro dalle

cose nuove, e pure sugli onesti che temono nella lotta cittadina di essere precipitati dalla padella nella brace?

Ed allora che fa il popolo? Il popolo china la testa, 6i

lascia

anche strappare un suffragio universale, e

sovrano in voce, nel fatto diventa schiavo della fazione.

Ecco l’ultimo termine della sovranità popolare; ecco nella sostanza la democratica restaurazione italiana. Sì, questi governi restaurano l’assolutismo, il dispo-

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152 tismo e la tirannide. Sentono essi che loro

manca il

Che fanno impertanto? Nel nome del popolo e anche di Dio comprimono e tiranneggiano la grande maggioranza cui essi appelvoto e la fiducia dell’universale.

lano

gli amici

dell’antico, retrogradi, reazionari, ne-

mici della patria.

Non

fiatate,

che altrimenti

siete

morti nella vita o almen nella fama: non parlate d’ordine, di legalità, di giustizia, che voi sareste gesuiti, e ciò vi basta. i

Quand’anche fossero, un tal

capi del partito, ciò che non è forse mai,

po’ onesti il

turbine

stesso che gli sollevò al comando, gli strascina ora alla

tirannide.

neggiano

La loro posizione è fatale, essi non padrola vittoria,

ma ne sono padroneggiati. Se

comprimono da una parte, essi debbono dall’altra rispondere

alle. ingiuste

pretese della fazione trionfante,

smodate esigenze, le vanità e le fantasie, e dispensar onori denaro, impieghi e comando. Ecco allora gli uomini nuovi accamparsi sul popolo come fameliche locuste, e contaminare e rodere il popolo sovrano. Il bene generale scomparve; gli usurpatori del potere fanno sedere ai loro fianchi la licenza e la e subirne le

,

tirannide; e mille volte sacrificheranno la giustizia

pubblica per tenersi in piedi su quel vertice sdrùcciolente.

Ordine pubblico, prosperità, amministrazione,

osservanza delle leggi, polizia e moralità nazionale, tutto sacrificano cessità.

i

novelli imperanti alla propria ne-

La nazione mormora e si meraviglia dell’in-

fame giogo? Allora questo governo democratico che s’intitola di sua mente il governo del popolo sovrano, si meraviglia alla sua volta, e decide che il popolo ha torto. Non sono essi i liberatori del popolo non sono essi che lo sottrassero dall’ assolutismo dei principi chiamandolo a libere instityzioni? Così vili aggiungono l’oltraggio alla prepotenza; e così il popolo sovrano, in premio della sua credulità, porterà d’or in,

i

nanzi

il

duplice peso, dell’anarchia e della tirannide.

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133

Le applicazioni corrono ora facilmente e colle deda Roma a Firenze ed altrove. Dove

bite digradazioni

la sovranità popolare, là

suonò più alto

furono più

mostruose ed orribili da una parte la licenza e dall’altra la tirannide.

CAPITOLO XXXVIII. TIRANNIDE DELLA SOVRANITÀ POPOLARE.

La sovranità popolare nel senso che i demagoghi le attribuiscono , per logica necessità conduce all’anarchia

e alla tirannide: all’anarchia, sconvolgendo gli ordini costituiti,

senza un riguardo a diritti legittimi ed in-

violabili; alla tirannide, trasportando

il

potere dalle

Cagioni della giustizia in quelle dell’ arbitrio e della forza.

I demagoghi

sono ingegnosi! Rifiutano l’assolutismo

dei principi , e consacrano l’assolutismo e il dispotismo dei popoli.

Sono i popoli la personificazione infallibile

della verità e della giustizia? Ciascun cervello di queste ondeggianti e temerarie -moltitudini è la sede delia

sovrana sapienza?

O si movono

i

popoli per ragione

e per consiglio, piuttosto che per passione e per im-

peto?

0 non sono essi che vogliono e disvogliono, e

oggi mettono -sugli altari

e

domani trascinano

nel

fango? Ora trasportare la sovranità alla discrezione di

queste turbe ignoranti e fra questa tempesta di

tutte le passioni non è forse un condannare i popoli ad una perpetua guerra o ad una perpetua infanzia? ,

Ma si dice

:

i

popoli sono maturi ;

hanno il diritto

di costituirsi e di governarsi; e ciò che non sanno per

sè faranno per 1 popoli

mezzo dei loro rappresentanti.

sono maturi. Sì, davvero: maturi all’igno-

ranza, alla malizia, alla licenza, e a tutte le più belle

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154 prerogative che formano l’anarchia e la tirannide. Dopo sì

gran vanto di civiltà, affogati in un diluvio di li-

bri e di giornali, assediati da scuole normali, universitarie e nazionali, assordati dalie grida dei casini

e

dei circoli, dove siamo finalmente? Sulla sponda del-

che raccoglie l’immoralità più sordida , la più

l’abisso

audace irreligione, il socialismo ed il comuniSmo. K per quale via siam progrediti sino all’orlo di questa rovina? Sulle

ali

della sovranità popolare: ipopoli si

pretesero maturi al governo di se medesimi , tolsero il

freno della legge alle deboli mani che lo impugnavano,

Que-

e con pretesto di libertà si ruppero nella licenza.

sto frutto coglieva la Francia, questo coglie ora l’Ita-

dalla fatale pianta della sovranità popolare.

lia

hanno il diritto di governarsi. Diciam piuthanno per vera ragione naturale e ben governati da chi loro presiede per un diritto naturale e divino. Negl’individui senza un capo, non ravvisiamo altro che diritti e doveri privati, la sovranità non esiste ancora nè si concepisce: questa comincia quando scompaiono le individualità, quando tutto si eleva dal particolare al generale, quando la società è passata tutta nel suo capo. Là, e là solamente risiede la sovranità, perchè là solamente tutti gl’interessi hanno i loro organi, e I

popoli

tosto che

i

divina

diritto di essere

il

la loro

popoli

salvaguardia

tutti i diritti.

Spargere negl’indi-

vidui quella sovranità , è uno spezzarla e annientarla;

è un distruggere l’uno e l’universale per tornare al molteplice ed al particolare. Fare di ogni cittadino un

sovrano, è inaugurare una dissoluzione civile e una tirannide universale; fanciullo

il

ritto di

glio

ha

od

il

meno, è

il

dare ad un

ferro che diventerà micidiale

mani. Finalmente

il

contendere che

il

nelle sue

popolo ha di-

governarsi, vale quanto raffermare che il

diritto di educarsi

e di

disciplina del padre, l’ignorante

il

il tì-

reggersi senza la diritto

d’ammae-

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155 strarsi

senza l’opera del sapiente , ed il birbante quello

d’insolentire a suo bell’agio.

In fine questo popolo che non fu e non sarà mamai a governarsi da se medesimo si consola di una parola dicendogli ch’egli sarà sovrano, purché deleghi la sua sovranità a coloro che si chiamano i suoi ,

turo

,

rappresentanti ; e siccome questi affermano che la sovranità del popolo è assoluta e

il

non plus ultra del

potere sociale, così essi in nome del popolo diventano dei sovrani. Qui sviluppasi tutto l’inganno della sovranità popolare: il popolo si è levato un principe, e si è imposto cento e ducente tiranni. Qui iniziansi le oppressioni dei popoli le più schifose e scellerate, mentre si offre incenso

gli assolutissimi

dalle spalle

all’idolo della sovranità popolare; qui

comincia

il

di-

ritte divino dei rivoluzionari.

Augusto fondava l’assolutismo tirando a sé la podestà tribunizia, e in virtù di questa magistratura che figurava l’intervento popolare, gittava le basi alla tirannide imperiale dei suoi successori. Quell’imperiale

dispotismo congiunte col tribunato popolare

,

campeg-

bene di fianco al Triumvirato di Mazzini, Armellini e Saffi, in quanto la dispotica autorità si copre del manto popolare ; senonchè una reale grangia assai

dezza era nellTmperio, e nel Triumvirato mazziniano tutto è

da teatro e da piazza.

Nell’altra rivoluzione francese,

eguale assolutismo

esercitava la Convenzione; e lo sanzionava colla sovranità popolare a lei delegata.

Nel 1797, dopo le grandi

vittorie sull’Italia -e negoziandosi a Campo Formio,

il

generale Bonaparte scrivendo a Talleyrand ministro delle relazioni estere, con meno d’ipocrisia deduceva le

conseguenze della sovranità popolare. • Là, egli il popolo non è sovrano come in Inghil,

diceva , dove terra,

è

di

mestieri concedergli qualche garanzia,

come per esempio il diritto di votare le imposte. Ma

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;

156 laddove

il

nano da

lui

popolo è sovrano e tutte ,

perchè

le autorità

ema-

potere legislativo interverrà

il

nell’ amministrazione e nell’esecuzione?

Allora

il

go-

verno rappresenta unicamente e veramente la nazione.»

Dopo, egli decomponeva in due poteri l’autorità esecutiva: uno che eseguisce, l’altro che delibera sui mezzi dell’esecuzione. In quel tempo, egli consentiva

ma voleva che per l’esercizio di gravi cariche avessero

pure che questo consiglio fosse elettivo: gli eleggibili,

dato prove certe della loro scienza amministrativa. Dal

qual senno quanto distiamo noi miserabili, che uomini da scena o da trivio deputiamo a nostri legislatori nel che giace il difetto massimo delle nostre co!

Quanto

stituzioni, e l’origine fatale dei nostri errori.

poi al potere legislativo, Bonaparte non' voleva che

avesse grado nella Repubblica,

ma fosse impassibile,

senza occhi e senza orecchi per quanto

lo

circonda.

Tale era la costituzione che il generale Bonaparte deduceva dalla sovranità del popolo: cioè un potere assoluto e affrancato

da ogni guarentigia per cagione

della sua origine; e con delle costituzioni

profondo disprezzo parlava

che sino allora eransi messe

mento. Insomma, come Luigi stato , così

al ci-

XIV diceva io sono lo

Napoleone diceva io sono il •popolo

cosi

i

poetici o politici cantori della sovranità popolare di-

cono ora noi siamo il popolo ; e tempo viene sempre in cui uno di essi soverchiando i commilitoni, dirà

nuovamente io sono il popolo, e getterà sul deluso popolo un giogo quanto più plebeo tanto più scellerato

ed infame (t)

Si

è

(1).

chiamato Napoleone un despota:

si

dica

un

despota rivoluzionario. Egli cessò le stragi e le proscrizioni,

ma in nna maniera ben più fatale perfezionò l’opera della rivoluzione

:

e

consumò

cioè colla legislazione e coll’am-

ministrazione. Tutto l’Impero fu la dittatura d’un rivoluzionarLo.

Napoleone non restituì l’ordine , ma disciplinò la

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157

Or fa

tuoi conti, o popolo,

i

canonizzato per po-

polo sovrano. Sarai tu più felice sotto un governo forte che senza adularti protegga le tue libertà contro l’itisolenza di chi le strazia, ovvero alla mercè d’ una

turba che t’incensa quale un sovrano , e ti

spoglia, e

ti

deride

e

,

come uno schiavo?

calca

ti

'

'

•

"

\ 1

CAPITOLO XXXIX. INCAPACITÀ POLITICA DEL POPOLO SOVRANO.

Ripetiamo la forinola rivoluzionaria: 1 popoli sono maturi hanno diritto di governarsi e ciò che non sanno ,

,

fare per sè

faranno per mezzo dei loro rappresentanti. L’esercizio d’un diritto ne suppone almeno la capa,

cità. Senza la capacità sono inconcepibili gli uffìzi non che i diritti che altri vanti o di medico o di giure-

consulto o di capitano;

nocchiero ignorante

i

nè voi vi affidereste ad un È questa una

venti ed il mare.

legge suprema a cui non potrebbe detrarre neppure

Iddio senza la virtù dei miracoli.

Dunque, per un

irrepugnabile conseguente, non può avere diritto alla sovranità

il

popolo che non ha nè mente nè cuor da

sovrano, nè sentimenti nè scienza da governare

gli

stati.

Noi l’educheremo. rivoluzione,

al

cui profitto egli confiscò la religione,

la

famiglia e la proprietà. Egli creò l’omnipolcnza dello Stato

che nel concetto rivoluzionario contiene

1’

assolutismo,

il

despolismo, il socialismo, il comuniSmo. I predicatori della sovranità popolare hanno raccolto quest’eredità. Perciò fu

ben dello: Non temo i rivoluzionari quando strozzano, li temo quando fan leggi. Ora la legislazione è passata in mani rivoluzionarie; e

i

popoli

si

credon liberi? si credono so-

vrani? Ah popoli eternamente fanciulli!

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158 Voi

l’

Chi

educherete ?

voi che pronunciate

siete

questa sacra, questa veneranda parola? Educare

il

popolo, voi traditori dei principi e sovvertitori dei popoli? Voi cupidi, arroganti, senza fede a Dio nè patriottismo.

— Voleto

dire l’egoismo, e creerete degli egoisti che

si sbrane-

— Supplirà

uomini?

agli

ranno come

le tigri.

Il

il

vero patriottismo ha per con-

dizioni l’ordine, l’intelligenza e la virtù: tre condizioni ignote ai maestri delle rivoluzioni.

Ma siate eccellentissimi': delle vostre lezioni.

popolo sarà incapace

il

Questo popolo a cui è molto sa-

per leggere e scrivere mezzanamente, questo popolo nell’opera d’un continuo lavoro, voi lo farete ca-

fìtto

pace di

forti studi,

e

lo eleverete nelle

alte regioni

della politica, la quale abbraccia e coordina tutte le

scienze morali, religiose e» civili? Se ciò credete , voi siete

i

più

degli uomini; se

folli

non

lo

credete, e

pure lo predicate, ne siete i più malvagi. Vi schermite col dire che il popolo dee sapere i suoi diritti per difenderli ed ammestrarsi nelle questioni politiche tanto che basti a frenare i governi ,

dall’abusare la sovranità.

'

*

Veramente ciò fanno gli apostoli delle ribellioni predicano sempre i diritti e non mai i doveri dei popoli. Quei diritti li definiscono a loro libito, e la loro moralità viene sempre a conchiudersi nel diritto delle insurrezioni. Cogli esempi confermano la massima; nei circoli, nei fondachi e per le campagne fomentano il malcontento e l’agitazione; i giornali servono all’opera dei cospiratori; il governo si fa credere :

tiranno o traditore. Scoppia la rivolta. Si vinca o soggiaccia,

santa, e santi

si

insurgenti sono proclamati difensori e

gl’

martiri dei diritti popolari; i

e la causa

Ledru-Rollin,

si

proclama

Kossuth, i Guerrazzi, Mazzini, i Muzzarelli,

i

gli

Àvezzana,

gli

Armellini ecc. Se cadono sulle barricate di Parigi,

i

Garibaldi,

i

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159 di Napoli , di Genova , di Livorno o di Roma ,

ovvero

se per decreto dei governi espiano la nera colpa dej

tradimento,

le loro anime vanno

prender seggio fra

i

martiri del cristianesimo, sebben quelli recassero la

morte come lupi e questi come agnelli la ricevessero. So si celebrano funerali, non è già per astergere le loro anime da alcuna colpa, ma per commovere le moltitudini, e mettere in abborrimento i principi, che ,

chiamano tiranni e oppressori dei popoli. Riesce

essi

a ciò la scuola che proclama e travolge popolo.

i

diritti

del

Corrompono, inferociscono, sacrificano il po-

polo: ecco

il

loro apostolato.

Ma la somma incapacità dei popoli mostrasi dal credere o tollerare essi quai loro maestri e patrocinatori questi loro

demoni e sacrificatori. Ecco per esem-

pio quanto scriveva Mazzini in Roma, nell Italia del ’

Chi delle ruine ha paura, non comprende la vita; Italia vuol esser Italia, e purché si compia il suo destino, scorrano pur fiumi di sangue; e siano pur distrutte città sopra città; le battaglie succedano agl’incendi e gl’incendi alle battaglie ecc. * Avete mai udito anima e lingua più infernale?

popolo , 23 maggio:

«

,

Ricordivi che dello stesso tenore parlavano alcuni deputati democratici

alla

Camera piemontese: « Italia Ebbene depu-

diventi un deserto purché sia libera. »

i

erano applauditi, e il popolo romano a tanto di umiltà era ridotto da tollerare un Mazzini; e Torino

tati

ancora a tanta ignominia era condotto da leggere sul

Messaggere Torinése: » Mazzini sarebbe un santo se non fosse un eroe. » E il popolo, cioè la feccia della plebe italiana, ha creduto d’imparare datali maestri la difesa dei suoi diritti?

0 popolo fanciullo, incapace

scemerò il padre dal tiranno!

di

Voi volete ancora che

il

popolo

questioni politiche per dirigere gli

il

s’

illumini

nelle

governo, e per far-

argine onde non abusi della sovranità. .Bravissimi!

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160 Colla stessa logica voi conchiudereste che il figlio debbe

illuminare discepolo

padre nel governo della famiglia, e il maestro in qualunque scienza od arte. Voi

il

il

La plebe, che fa e sarà semdue terzi della popolazione, è già bene illumiil lavorio dello sue mani, i suoi piccoli negozi e il governo della sua casa per essa il

siete ridicoli o farnetici.

pre

i

nata se intende

:

salto alle questioni politiche è mortale.

La borghesia,

della quale menasi tanto vanto, in generale è pur essa

incultissima se esce dal giro delle sue occupazioni e della famiglia: studi gravi di storia, comparazione di fatti, principii

universali, meditazioni profondè, logi-

che deduzioni, scienza varia sulla statistica sulla legislazione

sull’ amministrazione ,

applicazioni severe,

fine e recondite illazioni, e quanto ricercasi al governo

non è e non può essere pasto da suoi denti. Romanzi, fogliettuzzi quisquiglie giornalistiche, ovvero una cultura superficiale e au-

della cosa pubblica , ciò

,

dace, peggiore

dell’

ignoranza, ecco la scienza della

borghesia in generale.

E peggiore di questa

(non

scandalizzatevi) è la scienza politica dei così pretesi scienziati: dei letteratuzzi

gua e rugginoso

il

avvocatuzzi ecc. ecc. gete

i

che hanno forbita

cerebro, dei mediconzoli, degli

Ne volete una bella prova? Leg-

giornali , entrate nei circoli o nelle

mocratiche.

la lin-

camere de-

A non parlare della cattiva fede, quanta

superbia e quanta ignoranza! Ignoranza irrimediabile

perchè arrogante.

Or che frutto porta questa ignoranza che si arroga d’illuminare

il

governo, dirigerlo o frenarlo?

Essa

porta la discussione delle piò ardue questioni politi-

che alla mercè dei circoli, delle piazze, delle moltitudini; la politica diventa plebea; il popolo sovrano imita

il

somaro della commedia che diventa medico;

e tutta la società

si

dà in cura a questo medico. Niun nervo dell’ ordine

rispetto alle autorità , questo gran

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,

pubblico; prima tal

Ì61 tumulto e poi l’anarchia; e se a

il

non si arriva, sono però sempre meno spedite c

correnti le ruote del magistero pubblico. Arriva al

governo come a quel vapore che 1’ altro di correva 1’ Oceano: succede un tremito, un fracasso come di scoglio; si spezzano i tamburi, saltano le ale delle ruote. Che avvenne? Niuna tempesta, niuno scoglio. Sapete che?

avea dato in una turma di

vascello

11

porcelli marini,

che ne impigliarono

sbarravan

Dovette lasciar il mare e tornare in

la via.

porto a riparare

i

le ruote

e ne

danni toccati per l’impertinenza di

quegli animali.

Questa fu sempre la sciagura d’Italia: litica

la plebe

po-

che diviene plebe tiranna: \

Chè le terre d’Italia tutte piene Son di tiranni, ed un Marcel diventa Ogni villan che parteggiando viene (Dante, Purg. vi). L’Italia è testarda: da Dante in qua geme dello stesso

male. Chi

le

vuol bene, l’ammaestri a ciò che

polo sia popolo, c

polo

si

il

il

po-

sovrano sia sovrano. Cioè il po-

educhi alla scuola della virtù, che non è

scuola rivoluzionaria. Onori

il

principe

,

la

non come il

commesso della nazione, ma come la più alta espressione dell’autorità divina nel reggimento civile: Regem honorificate (1 Pkt., n, 3). Si tengano i cittadini per quel che valgono

,

cioè per sudditi della podestà

loro sovrani:

Admone illos principibus

subditos esse ,

dicto

paratos esse (Tit.

obedire ,

ni,

l).

et

ad

,

e non

et

potestatibus

ornine

opus bonum

lnsomma ai diritti prece-

dano i doveri; e Dio darà principi buoni a popoli buoni.

il

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162

CAPITOLO XL. ALTHE INCAPACITÀ POLITICHE DEL POPOLO SOVRANO.

La prima incapacità che non sarà mai vincibile nel popolo, è per intendere e discutere le questioni polidemagoghi hanno trovato il rimedio: Delega-

tiche. I teci,

noi saremo

i rappresentanti

della vostra sovranità.

Vuoisi dire che non il popolo, non i principi, ma i demagoghi saranno ornai i nostri sovrani: a questo scopo mirano le teoriche rivoluzionarie; e per un tale principio il mondo sarà una permanente rivoluzione. Udite caso. Un bel giorno si è trovata una congrega di profughi o di spiantati che ha detto: Rovesciamo i

governi, e giochiamone

del consiglio, e dirò al Re:

— Tu

lo sarò presidente

le parti,

Cammina, altrimenti guai!

sarai ministro dell’interno, e col tuo esercito

di cagnotti che accrescerai e pascerai lautamente coll’oro dello Stato, aggiusterai sì bene la musoliera e il

basto ai somari delle provincie e delle campagne che

—

A te il miche dovrai duplicare, triplicare, quadruplicare le pubbliche imposte, non oseranno ragghiare nè calcitrare. nistero delle linanze, e vuol dire

coll’aggiunta di prestiti volontari o forzati. Quelli che

ammetteremo a divider la focaccia risponderanno ai querelanti: Ma, imbecilli, come volete che vi facciam liberi e grandi senza danaro? Tu, puro d’ogni religione e tuttavia non in pieno discredito ai bigotti, ,

—

tu sarai ministro dell’istruzione pubblica , re assoluto «Ielle

anime; e ci

farai

una gioventù facile a gover-

nare, la quale non abbia altro Dio che lo Stato. Per-

chè, non facciamoci illusione ocari, colle idee di dicristiani, non ritto e di dovere che circolano fra i

v’ha uno tra quei fanatici che non pensasse ben fatto il

cacciarci dal trono ministeriale

zati.

alla

coda dei for-

Tra noi ed il cattolicismo la guerra è mortale.

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Googte


— Tu, che ami

163 far castelli in Ispagua, sarai ministro

dei lavori pubblici, e siccome importa che stero

il

un mini-

quale molto costa faccia qualche cosa, tu

presenterai progetti su progetti; ne faremo nulla,

diranno

Ah

ci

ma

grandi uomini, se si lasciassero fare! Maledetti i codini nemici d’ ogni proi

goccioloni:

i

—

Tu, avvocato senza clienti, formerai co’tuoi un ministero d’agricoltura e di commercio, orprodinerai leggi e comizi, e se ne mormorassero

gresso! simili

i

vinciali, dirai loro: Tacete, esseri senza cervello , l’a-

gricoltura sapiente siamo noi.

— Finalmente, sinché

avremo un esercito, questo grande ostacolo come dice il nostro Santo Padre Mazzini al progresso del socialismo, ci sarà forza un ministro della guerra; e ciò è più deplorabile che ci bisognerà un militare di qualche fama razza d’uomini la più inciprignita nei ,

,

,

pregiudizi ridicoli d’ onore, di probità, di fedeltà al

giuramento ecc. Ebbene scegliamone uno ma stendiamolo sì bene sulle spine che non ci regga; onde col mutarsi e rimutarsi del ministro della guerra l’esercito si disorganizzi finché possiam cimentarlo col nemico. Se vince, copriremo di lodi e di gloria i superstiti, affinchè vadano farsi coprire di terra un po’ più lungi, e noi siam liberi di questi barbari della sciamorti, i vibola. Se vinto, noi grideremo imbecilli venti traditori (V. line parole par un Savoysien). ,

,

i

Ecco il governo rappresentativo nel concetto e nella pratica dei rivoluzionari. I principi hanno loro ceduto il governo dei popoli, stimandosi bene ricambiati colla parola inviolabilità regia , che significa regia nullità:

i

popoli furono retribuiti colla parola sovranità popolare,

che delegandosi a quei furbi, diventa pur essa una popolare nullità. Spogliati i principi ed i popoli, quale sovranità s’inaugurava?

La sovranità rivoluzionaria.

Ma

il popolo è sovrano per la sovranità del suffragio. Vi rispondo che il suffragio non è nè punto nè poco

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m la sovranità. Il sovrano fa leggi, il

popolo col suo voto non

amministra, governa:

non amministra,

fa leggi,

non governa. Che fa dunque? Designa una persona, che sarà o non sarà eletta, e questa sarà una di quelle

E vedete

che parteciperanno all’atto della sovranità.

sapienza! Questa persona da voi eletta, fosse una Mi-

nerva, per ragione del suo voto tanto conterà nella

Camera quanto

più ignorante o perfido traditore

il

Questa è dunque negli euna razza di cieca e bastarda sovranità e negli un fantasma ed una pretta nullità. Ve ’l proverò. Voi vi eleggete un medico', un cuoco, un avvocato. Vuol ciò dire che voi facciate atto di medico, di cuoco o di avvocato? Dunque neppure eleggendo un deputato voi fate atto da sovrano. Perocché il medico vi allestirà la medicina, la cucina il cuoco,

del popolo e del sovrano. letti

,

elettori è

1’

avvocato

le

cause, e

le

leggi

il

deputato, senza di

voi. Quelli se vi servono male , a talento li rimandate: il

deputato l’avrete sulle spalle, non si consiglierà da

voi, vi

premerà

il

collo, e dovrete tollerarlo.

vostra sovranità! Là, nella Camera, i

nostri deputati

si

partiranno

comunque una maggioranza,

e

composta

la focaccia,

dovremo pagar-

noi

democra-

gliela ; cara , sapete , carissima è la focaccia

tica;

Ecco la

come v’ho detto,

ma tu, popolo sovrano, la condirai, la pagherai,

non ci porrai il dente. Dunque, popolo burlato, fatti capace d’una verità, e credere una volta per il tuo meglio, che in ogni sistema politico tu sarai suddito, e non mai capace della sovranità. E bada a quel che ti aggiungo: tu non sei neppur capace a scegliere il tuo rappresentante quest'atto e

sia di

,

rosi semplice e pur sì lontano dalla sovranità.

Qui non tocchiamo alla sostanza

,

ma ad un vizio

profondo del sistema costituzionale, ed è del popolo, sia ristretto, sia universale. forse creduti,

il

suffragio

Non saremo

ma tentiamo.

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Il popolo deesi

165 prendere qual esso è realmente, colle

sue qualità buone e perverse, co’ suoi sentimenti elevati e abbietti , colla sua sfrenata indipendenza e colla

sua servilità, co’ suoi istinti di disordine e di sociabilità, d’umanità e di ferocia, di coraggio c di viltà.

Ora siccome è indubitabile che gli elementi disorganizzatori sono in proporzione

dell’ ignoranza

e delie

passioni, e che l’ignoranza e le passioni saranno sem-

pre la parte dei nove decimi degli uomini; segue necessariamente che dalle elezioni popolari deve prorom-

pere ordinariamente la manifestazione e il trionfo degli elementi che frutterebbero la rovina dell’incivilimento. So guardiamo all’intelligenza e alla scienza delle il popolo è incapace di comprendere l’economia politica e sociale, i grandi e i piccoli inte-

moltitudini,

ressi dello stato, le situazioni,

dei governi.

le

mosse,

il

processo

È egli solamente capace di apprezzare gli

uomini che sollecitano il suo suffragio? Di conoscere partiti e di giudicarli? In tempi di concitazioni pari

ticolarmente , quel voto è assicurato

ai

favoreggiatori

dell’anarchia e del tumulto. L’ argomento delle cifre

dimostra questa verità terribile. Perocché

la Costitu-

ente del 1848 contava in Francia da un sessanta socialisti su novecento deputati; e la Legislativa del 1849

già ne conta un quadruplo.

A breve andare tutta l’As-

semblea, o certamente la maggioranza che vai lo stesso,

può divenire socialista. Così nel Piemonte

:

la maggio-

ranza era già d’imbecilli nella prima Camera del 1848; fu d’inettissimi nella seconda e di peggiori nella terza ;

il 30 luglio 1849, a nulla giovando i che questa turba democratica, in parte com-

che si apriva disastri

posta di spergiuri e di traditori, scagliava sulla prostrata e affranta nazione.

il

Che cosa dimostra un tal fenomeno? Dimostra che popolo è incapace di far buone elezioni; che il po-

polo è incapace di comprendere i bisogni della patria,

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166 perchè questi bisogni

politici

dimanano da leggi più

recondite e più alte a cui non arriva la sua intelli-

genza; dimostra che nelle popolari elezioni la passione vince sulla ragione. Dal che emerge per final conclusione

,

che

la

rappresentanza uscita dal voto po-

polare, sarà il governo della passione, cioè della forza, e non della ragione; governo che, lungi dall’essere un

progresso civile, trascina la civiltà alla perdizione.

Insisteremo su quest’ultima conclusione.

CAPITOLO .

IL

XLI.

SUFFRAGIO POPOLARE PERDE LA SOCIETÀ.

Argomento di civiltà progrediente è rincivilirsi del pubblico reggimento, cioè

il

salire di esso dalla plebe

ai sapienti. 1 legislatori delle nazioni

Licurgo, Romolo,

Numa, cioè

i

furono Solone,

più intelligenti per

quel tempo, e non mai la plebe. Al contrario

il

far

discendere la virtù legislativa e governativa dai sapienti alla plebe (qui è plebe tutta quella parte del

popolo incapace di scienza politica) è un retrocedere a quella civiltà incipiente che toccava la barbarie.

Le elezioni sono queH’atto supremo nel quale si crea il

potere legislativo, dal quale uscirà poi il potere go-

vernativo ed amministrativo.

Dunque il colore, la na-

tura, la fortuna del pubblico reggimento, saranno con-

formi all’inspirazione che signoreggia

le elezioni;

ed

elezioni avventate, insipienti, plebee, vi daranno un

governo avventato, insipiente, plebeo; eziandio socialista Il

o comunista. sistema delle popolari elezioni è

nacque dalle rivoluzioni L’antichità

non

lo

,

recentissimo,

e ritiene il vizio dell’origine.

conobbe se non in casi rarissimi,

in cui la virtù dell’eletto era cognita a tutti , e traeva

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167 popolo a confessarla per acclamazione.

il

La Chiesa

che l’adoperò da principio, dilatandosi dovette dismetterla per chiudere il campo alle passioni; stimando

minor pericolo il concedere talora alcune sue parti # ed eleggendo così il minore di due mali. Quando, negli ultimi secoli, per elezione creavansi gl’imperatori romani, il voto non era dato alla podestà secolare,

dai soldati

masse

ma dai capaci

,

a condizione che lo confer-

Insomma fu regola generale che le

il, Senato.

elezioni delle autorità appartenessero

non

al

popolo

ma ai soli capi. I soli uomini delle rivoluzioni videro conveniente a loro di affidare le elezioni alle girevoli e infiammabili moltitudini. Nè si opponga qualche felice

avvenimento

:

parliamo del sistema e non dei rari

accidenti. .

Se uomini gravi furono allucinati da questo sistema,

ora parla alto l’esperienza: anzi non mancarono d’im-

pugnarlo famosi repubblicani, fra quali citeremo

il

solo Cabanis: «

popolo, egli dice, è assolutamente incapace di

Il

appropriare alle diverse parti del pubblico reggimento

uomini che per qualità e talenti meglio vi convengano. Egli non debbe far direttamente alcuna scelta. corpi elettorali debbono instituirsi non alla base ma I alla sommità della scala sociale; le scelte hanno da partire non dal basso dove sempre e necessariamente si fanno male, ma dall’alto, ove per necessità si faranno bene perchè gli elettori avranno sempre il maggior interesse alla custodia dell’ordine e della ligli

,

,

;

bertà pubblica,

alla stabilità

delle

e al

instituzioni

progresso delle idee; alla solidità dei buoni principi^ ed al miglioramento successivo delle leggi e dell’amministrazione. Quando le nomine dei funzionari per ,

uffizi, si fanno dal popolo, ordinariamente ed essenzialmente si fanno male. Che

designazione speciale di anzi

i

corpi elettorali inferiori, essi stessi scelgono as-

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168 sai

male le eminenti magistrature. Allora raramente

e accidentalmente vi sono elevati uomini ragguardevoli.

Le nomine al corpo legislativo per esempio ,

,

non

^possono farsi convenevolmente che da uomini ben co-

noscenti l’oggetto e lo scopo generale d’ogui legisla-

zione, le presenti condizioni degli affari e degli spiriti,

e capaci di

comprendere d’uno sguardo tutte le

divisioni del territorio, e applicarvi d’ una

cura i

fiore

il

dei

talenti,

delle

virtù

mano si-

e dei lumi

»

Considérations sur la Constitution de l’an vili.).

Così ragionava Cabanis, membro di quel Senato repubblicano che precedette l’Imperio. tilata:

La questione fu ven-

presidente Sieyes proponeva che

il

il

governo

scegliesse fra i candidati proposti dai collegi elettorali; così, diceva, la fiducia verrebbe dal basso, e l’autorità

Ma Napoleone durò fermo nel dire che gli

dall’alto.

eleggibili debbono aver dato prove sicure della loro perizia, e gli elettori della capacità nel distinguerla; e da

ciò la sua avversione ragionevole alle popolari elezioni.

Ora, chi voglia sostenere la convenienza delle eleil popolo abbia

zioni a popolo, dee dimostrarci che

deposto l’

le

sue passioni , e che abbia acquistata quel-

intelligenza politica che mancavagli al

console Napoleone, o che litici

rendere la

gli

tempo del

ottimi legislatori e po-

siano ora in tale abbondanza e così visibili da facile e sicura la scelta.

Ma le passioni, per

pubblicità della stampa e per l’attività dei raggiri,

sono ardenti ed estese più adesso che allora; il popolo è meno savio e più corrotto nelle dottrine rivoluzionarie che allora; legislatori

buoni deputati, cioè i buoni ed amministratori, in questo tempo Goretii

tissimo di nullità politiche , sono più rari, epperciò

meno discernibili adesso che allora. Tutte ragioni per conchiudere che ora più che mai le elezioni debbono venire dall’ alto dove risiede la mente del corpo sociale, e

non dai piedi che si raggiran nel fango.

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169

Ma per ciò gli adulatori e gli espilatori dei popoli non cesseranno di chiamare tirannide quanto venga dall’alto, e libertà e civiltà e sovranità quante nequizie

vengan dal basso. Ed è questa la pessima delle adulapuò capire nelle più impervertite gene-

zioni , che sol razioni.

«

Ma, grida Bossuet,

bello d’adulare

poiché or trovasi più

popoli col gettar loro un fantasma di

i

pretesa sovranità, si dovrebbe intendere che quegli adulatori sono usurpatori e tiranni: perocché scorrendo tutte le storie degli

usurpatori,

si vedrà quasi sempre finir

nella tirannide l’autorità usurpata coll’adulazione.

sempre la libertà che si vuol rendere ai popoli telarne

i

beni o

la religione :

i

È

e cau-

,

popoli credono e pie-

gano il collo. Qui finisce la sovranità popolare

:

i

suoi

predicatori sono gli apostoli della tirannide» (zlvv.v,60.).

Ciò accadeva alla Francia nel 1792 e 93, ciò riten-

tavano

i

comunisti del 1848 e 49 , ciò ef-

socialisti e

fettuavano gli usurpatori del Campidoglio,

tutti

gri-

dando a gola: nostro idolo e nostro Dio è il popolo. E più o meno sempre avverrà lo stesso nei governi

Le conventicole rivolu-

surti dalle elezioni popolari.

zionarie fanno eleggere scire troppo

i

deputati, e

bene all’ intento

deliberano secondo

i

;

i

li

vediam

riu-

deputati discutono e

decreti delle conventicole, nelle

quali viene finalmente a rinchiudersi la sovranità.

Ora

quelle conventicole sono quanto la società ha di più

malvagio; e Roma sopra tutte

le città italiane

ha ve-

duto in certe adunanze, signoreggianti l’Assemblea ed il

Triumvirato,

i

famosi eroi della piazza, della ta-

verna, del pugnale e delle galee, aspiranti a cangiare la società in turbe di briganti. eccessi,

Non durano tali

ma resta sempre vero che i rappresentanti

sono la fattura d’un partito che ordinariamente è

pessimo , e che

i

il

rappresentanti serviranno al partito,

prima per indole, e poi per necessità acciocché nuove elezioni gli tornino al grado.

le

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170 Onde apparisce che il suffragio popolare non è già un mezzo di onorare e di elevare il merito, ma è un’arma terribile affidala a mani ignoranti per abbattere le illustrazioni nazionali,

neggio pubblico

sobbarcami

all’

le

e allontanar dal

ma-

eminenti che

non

celebrità più

onda .dei

partiti.

insensata e fatale, che porta al

È una instituzione sommo l’orgoglio in-

solente, la stupida presunzione, e

1’

ignoranza o la

malizia incarnata ; e che farà per conseguente regnare il

vizio e l’incapacità, e c’invierà alla barbarie.

Ecco i frutti delle elezioni laggi e le città

si

popolari.

Per esse i vil-

cangiano in tumulti e in campi di

battaglia, e le passioni più ardenti trionfano nei collegi

per trionfar poi nella camera.

Là si conteranno

le teste e non si peseranno; e di quelle teste, fossero pur larve senza cerebro, si formerà una maggioranza; e da quella maggioranza un ministero; e quel ministero governerà lo stato. Qui vince il numero, che è la ragione dei forti; qui una serie di fatali necessità, dove ha meno accesso la sapienza; e prima di queste

necessità le elezioni che, viziate, vizieranno tutta la

pianta del pubblico reggimento; elezioni,

finché resteranno alle

e. viziate

mani

saranno le

d’ una

viziata

moltitudine.

CAPITOLO XL1I. VERA E FALSA SOVRANITÀ.

Anche

i

bruti

hanno certa loro sovranità popolare,

consistente nella prevalenza dell’artiglio o del numero.

La sovranità

dei

muscoli che pareggia quella degli

artigli, fu anche adoperata qualche volta dagli

uomini

antichi e moderni, ma uomini nuovi e novissimi hanno

preteso che quella sapesse troppo del brutale, e d’al-

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171 tronde non essendo essi giganti nè di corpo nè di anima, pensarono che meglio valesse la sovranità del numero, ossia quella per cui due leoni vincerebbero un leone, due lupi un lupo, e via: la quale è pure sovranità bestiale in quanto che s’ingenera dalla forza e non dalla ragione. ,

Ed eccoti applicato alle moltitiìdini umane il sistema beluino della sovranità numerica. La plebe resta plebe,

ma una certa forza numerica improvisa una novissima aristocrazia ,

i

cui membri , fossero pure infami , hanno

l’aristocratico privilegio di

chiamarsi Onorevoli

,

d’es-

sere inviolabili in assai riguardi, e per poco indipendenti. L’eletto coro si aduna , e si divide in due campi,

da destra e da sinistra come nella valle di Giosafat. Senonchè in quella valle presiederà la giustizia dalla ,

quale saranno fulminati

ma al contrario,

nissun giudice assiste, sola ragion del

i-

brutti ceffi

nel sinedrio i

della sinistra:

degli Onorevoli,

dove

peccatori della sinistra, colla

numero, possono fulminare

i

giusti

della destra.

Dunque la società umana,

a furia di progressi, è

rinvertita al governo della forza brutale.

Rousseau non

aveva dunque ogni torto nel dire che

la

semplicità

della vita selvaggia è da preferire ai soprusi della vita sociale.

La società è fuogi della sua base.

Qual è la base della convivenza civile?

È che il

padre della grande famiglia sia per tale venerato per-

chè fungente le veci d’una superiore paternità e giustizia,

che non salga a

l’uomo,

ma discenda in lui dalla purissima che è Dio.

Il

lui

dalla fecciosa fonte del-

principe che solo è tale per la grazia del popolo,

ha il valore d’un idolo: ieri ancora esso giaceva inutronco nella selva, oggi la mano d’ un uomo ne ha fatto un Dio; ma domani la stessa mano lo getterà al fuoco. Questa è realtà e non figura. Quando

tile

si

è persuaso al popolo sovrano che

i

principi sono

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172 creazione delle sue mani,

la

briaca moltitudine che

non vuol legge nè ordine,

li

caccia al palco od all’e-

ecco Luigi

silio:

XVI, Leopoldo e Pio. La società di-

venta allora come un santuario senza Dio: profanazioni, orrori, e l’abbominazione della desolazione.

E

il

popolo sovrano? li popolo coll’oro e col sangue sconta

il

fio

della sua credulità e del suo fanatismo. I Luci-

feri

incarnati traggono le società nel fondo dell’abisso.

11

principe è dunque l’espressione visibile della pofuori della quale non è podestà: Non a Deo. Ma Moisè diceva a Dio: « lo non posso regger tutto questo popolo: perciocché

destà divina,

est potestas nisi

solo

E ’l Signore rispose a Moisè: «Adunami settanta uomini degli Anziani d’Iè troppo grave peso per me. »

srael ,

i

quali tu conosci essendo essi Anziani del po-

polo e suoi maestri, e menagli al Tabernacolo della

convenienza, e compariscano quivi

teco.

Ed io scen-

derò, e parlerò quivi teco, e metterò da parte dello Spirito ch’è sopra te, e lo metterò sopra loro: ed essi

porteranno teco terai solo

»

il

carico del popolo, e tu non lo por-

(Num. xi,

Mosè

14-17.).

cioè principe e duce del popolo,

resterà

Mosè,

ma con lui è il fiore

da lui quai maestri del popolo. Mosè li conduce, e Dio prende dello Spirito, cioè c^l potere e del senno che ha posto in Mosè, e lo pone sopra di loro: quel podei Seniori, che sian tali veramente, e conosciuti

tere discende nei Seniori , sta in

ma la sua fonte visibile re-

Mosè. La qual generazione del potere dichia-

ra vasi dall’ Apostolo Pietro:

«

Siate

dunque soggetti

ad ogni podestà di umana creatura per l’amor del Signore: al re, come al sovrano; ed a’governatori come a persone mandate da lui, in vendetta de’malfattori, ed in laude di quelli che fanno bene. Perciocché tale è la volontà di Dio, che, facendo bene, turate la

bocca all’ignoranza degli uomini stolti. Come liberi, ma

non avendo

la

libertà per coverta di malizia :

anzi

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173

come servi di Dio. Onorate tutti, amate la fratellanza, temete Iddio, rendete onore al re » (1 Pet. n, 13-17.). impertanto obbediamo al re perchè ritraente della ce,

leste lui.

podestà;

a’

suoi governatori perchè mandati da

Così la podestà governatrice discende dall’ unica

fonte possibile, che è Dio, nel sommo duce della na-

zione, e da questo nei duci inferiori mandati da

lui.

Ma Dio è giustizia e verità: dunque la podestà che la forza del numero nè dell’arma, conforme all’eterno esemplare, essa pure

viene da lui, non ha tiglio,

è giustizia e verità.

Che fanno i patti fondamentali delle nazioni? Regolano l’esercizio di quella podestà sovrana; gliarne tutti la

i

nervi fu trovato

pianta della sovranità.

ma il ta-

moderno per recidere

Che accadde impertanto?

Accadde come al villano che ha recisa la pianta gentile

e fruttifera, lasciando

fitte

nel terreno sol più al-

cune radici, dalle quali surgono piantoncelli tristi e inselvatichiti. Questi piantoncelli sono la sovranità popolare , cumulo di fazioni e di tristizie ; sono certe as-

semblee costituenti o democratiche; è fra le altre la selvaggia congrega del Campidoglio. Torni dunque vigorosa e forte la legittima sovranità della giustizia, che è la colonna della nazione torni, comprima le fazioni e con essa il popolo torni libero e sovrano, perciocché il popolo ha pure una sovranità. Sì, il popolo ha una sovranità. Egli è sovrano, non per la brutale usurpazione del comando, ma per il ;

,

libero e legale esercizio di tutte le sue prerogative e di tutte le sue facoltà. Egli è sovrano della sua per-

sona, e niuno

gli

torcerà un

sua coscienza, e niuno

gli

capello; sovrano della imporrà un culto; sovrano

del suo patrimonio, e niuno toglierà

un Alo della sua

proprietà. Egli è sovrano sotto l’egida inviolabile della

legge: lo Stato gli è debitore di questa garanzia e di

questa sovranità.

E questa sovranità del popolo ha

il

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,

174 suo eterno fondamento in quella giustizia divina in cui si fonda la sovranità del principato: perchè una sola giustizia rende inviolabili i sovrani ai popoli, ed i popoli ai sovrani. Onde sono quasi due maestà la maestà del principato, in vendetta de' malfattori ed in :

,

lode di quelli che fanno bene, la

maestà , cioè

la

come parla s. Pietro; e

somma di diritti inviolabili

,

dalla

legge assicurati a ogni individuo, e guarentiti dalla

maestà del principato.

Lo stesso Beniamino Constant, celebre repubblicano, poneva in un principio di guarentigia la sovranità popolare.

«

L’ assioma della sovranità del popolo , egli

dice, fu considerato

come un principio

di libertà; è

un principio di guarentigia. Esso è destinato a impedire che un individuo usurpi l’autorità, la quale appartiene all’associazione intiera;

ma esso nulla decide

sulla natura e sui limiti di quest’autorità »

(Cours de

politiquc constitutionnclle , t i, p. 163. ). Dunque la so-

vranità popolare, eziandio nel senso degli onesti re-

pubblicani

,

essendo una prerogativa di tutto il corpo

sociale, respinge le fazioni che la straziano usurpandi qualunque nome o forma esso sia, il sovrano dovere di comprimerle, perchè a tutti sia guarentito e fermo il patrimonio di tutti. Cavaignac e Changarnier a Parigi, Vittorio Emanuele II a Genova, Oudinot a Roma, e prima di, essi Ferdinando a Napoli, rompendo le fazioni usur-

dola, e

impone al principato,

patrici , difesero l’intiera libertà del popolo e del principato.

Dunque la sovranità del popolo ha due specie. La prima e più celebrata è di coloro che avendo la libertà per coverta di malizia ripongono nella loro fazione

il

popolo e quindi la sovranità; e questa è ti-

rannide di pochi sopra

i

molti. L’altra risiede nel po-

polo universalmente, è un diritto di guarentigia so-

vrano ed inviolabile, competente a ogni cittadino verso

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173 il

potere sovrano e costituito; ed è ancora un diritto

e un dovere competente al principe ed al popolo di respingere gli attentati alla sovranità nazionale, nella

quale si rifondono la sovranità del popolo e quella del principato.

La prima specie è per sua essenza usur-

patrice e rivoluzionaria, e perchè 1’accoglieva l’Italia

senza conoscerla nè esaminarla fecero

il

loro ballo

i

,

a spese del popolo vi

demagoghi repubblicani.

CAPITOLO XLIII. IL

DIRITTO DELLE INSURREZIONI.

A parlar propriamente

,

niuno è sovrano sulla terra,

e la parola dell’Alfieri suona vera e solenne: Innanzi

a Dio chi Re? La sola giustizia è sovrana è la

norma dei diritti e dei doveri

peggia sui popoli e sui troni

,

,

:

la sua luce

la sua spada lam-

al suo giudizio

conver-

ranno i principi e le nazioni. Ma frattanto prima che venga quel dì della giustizia, chi chiamerà a sindacato i principi prevaricatori di quella giustizia al danno dei popoli? Ecco la questione che agita la Francia, l’Italia l’ Alemagna ed il mondo. Cerchiamone la so,

luzione.

Ad ogni accusato vuoisi concedere un tribunale competente un processo e una deliberata sentenza. Ad un ,

privato non si torce

un capello senza un giudizio pon-

derato e legale; fra le nazioni più libere

bunale, dove i

sovrani?

Il

la

legge, dove

il

giudizio

Or dunque dov’è il tri-

è più maturato ed autentico. i

giudici che sentenzino

medio evo collocava quel tribunale nel

Pontefice e negli assessori della Chiesa cattolica, e il

gran Leibnitz ne fu rapito di meraviglia, perchè in quello i principi avevano un freno, e una guarentigia i popoli; e durando quella dittatura, fondata nelle pure

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176 ragioni della moralità e della giustizia, romanità sa-

rebbe stata libera dai due sommi guerre e le rivoluzioni

,

flagelli che sono le

nelle quali si fa combattimento,

come dalle fiere, di agilità e di forza, non di giustinè di ragioni. Sciogliere i popoli dal giuramento esempio al quarto e all’ottavo Enrico,

zia

di fedeltà, per

non era una guarentigia di libertà contro la tirannide? Ma quella giurisprudenza, quantunque spontaneamente suggellata dai principi e dai popoli, quasi lampo di suprema civiltà nella suprema barbarie, non era inerente alla Chiesa, era un patto accidentale di quel tempo, ed è passata. Resta però il principio che detta, ogni membro dell’umanità, epperò anche i sovrani, volersi giudicare

competentemente e conforme al diritto adunque dov’ è quel tri-

e non alla violenza. Ripeto

bunale autentico che giudichi Si risponde:

i

sovrani?

Questo tribunale è

la nazione.

Sia: perchè se mai' v’ha sulla terra un Consiglio al

quale debba comparire un sovrano, questo è certo la nazione

,

essendo egli sovrano per

della nazione.

la

grazia di Dio e

Ma le società segrete, ma le turbe fa-

ziose e rivoluzionarie

non sono la nazione, che anzi

oppugnano il pensiero della nazione, e coi raggiri la seducono, o la trascinano colla violenza: dunque si ritirino questi giudici incompetenti e corrotti, e lascino,

prima d’insorgere, che la nazione con tranquilla e libera discussione pronunci il suo giudizio alla luce del sole. È questo il procedere dei cospiratori? Rispettano essi la sovranità della nazione? O piuttosto non sono i neri demoni che giran nelle tenebre e non prorompono se non quando hanno già soffiato l’incendio

essi

che invade

le nazioni? I socialisti di Francia, d’Italia,

e dell’ Europa tutta, avevano consultata la nazione

prima di lanciarla 'nel golfo apparecchiato dalla rivoluzione? Essi sono come il sasso della montagna, che si

sfrana e precipitando schiaccia

gli alberi

e le case,

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177 i

pastori e le grcggie. Direste allora che le greggio ed

i

pastori , le case e gli .alberi furono consultati e schiac-

liberamente? Tale è l’opera delle insurrezioni:

ciati

ma in quanto al fare le

esse schiacciano le nazioni ,

rivoluzioni , le nazioni l’urto di

pochi

la storia di

non vi entran quasi per nulla; e non sanno dove. Qui è

le trasporta,

pressoché tutte

le insurrezioni ;

e al di-

fetto della storia supplirebbe largamente e terribilmente la

misera Italia dei nostri giorni. Insistiamo ancora su questo tribunale della nazione.

Quale sarebbe il delitto per cui la nazione potrebbe esautorare il sovrano, e levarsi in armi contro di lui e di chi ne sostiene le parti? Perchè, oltre le ragioni del diritto, qui si hanno da bilanciar le conseguenze d’una lotta civile fra chi sostiene e chi ripudia il prin-

non essendo le menti d’un qualche Stato sì fa-

cipe;

cilmente accordabili come furono

i

sensi della piccola

Roma nella cacciata del piccolo re Tarquinio; nè potendo riti

le politiche fantasie trovare quell’accordo di spi-

in cui

vennero

i

e disonesta famiglia.

Romani contro quella superba

Nè qui varrebbe l’esempio del-

l’insurrezione sì poco lamentata contra Luigi Filippo,

perchè era un intruso questo principe, e pio lascia correre le pene in conformità dei delitti. Nei casi opposti la guerra civile , questo supremo dei mali, è quasi infallibile.

Per quale colpa del principe sarà dunque

giusto e conveniente alla nazione l’insurgere a mano

armata contro di lui e precipitar se stessa negli orrori d’una guerra cittadina?

Qui impallidiscono i pubblicisti ; e quegli stessi che propugnano la sovranità del popolo, discendendo dalle loro speculazioni,

si

accordano coi propugnatori del

diritto divino dei principi,

negando nella pratica l’o-

nestà e la convenienza delle armate insurrezioni. S.

Tommaso,

all’intiera

il

Bellarmino e Suarez, consentono

nazione il diritto di ritrarsi dall’obbedire al


178 il patto fondamened esercita la tirannide, ma nè essi nè alcun teologo di valore tiene per lecite le armate insurrezioni. Suarez, interpretando il Bellarmino, con-

principe che viola sostanzialmente

tale dello stato

sente al popolo

il

diritto della difesa negli estremi casi

e non mai dell’offesa (Suar., defens. fidei, lib. in,

c. 3).

E s. Tommaso concede pure che per nazionale decreto

destituisca

si

il

superbo, e Domiziano dal senato;

tiranno, e ricorda Tarquinio i cui

atti

il

furono anche rescissi

ma non consente tale diritto se non nella

dichiarata tirannide, alla sola nazione, e non agl’individui nè alle fazioni. Avvisa che le lagnanze si portino legalmente dall’ inferiore al superiore ,

come gli

Ebrei deferirono ad Augusto i gravami di Archelao imitatore della paterna scelleratezza. E se ciò non si possa o

non sia il caso, nè giovi la giustizia umana;

Tommaso lungi dall’autenticar l’uso delle armi, ci Re dei regi nelle cui mani

s.

consiglia di ricorrere al

è

il

cuore dei principi. Egli piegò a mansuetudine la

crudeltà di Assuero; egli cacciò dal trono e dal consorzio degli l’Egitto

i

uomini il superbo Nabucco;

egli vide nel-

guai del suo popolo , e inghiottì nelle acque

mare Faraone e l’esercito suo; e la mano di lui non è abbreviata. Dio manda i cattivi principi a ca-

del

stigo dei popoli: si tolga

dunque la colpa dai popoli,

perchè cessi la piaga dei tiranni. Così argomenta e

conchiude s. Tommaso nel sesto capo del libro primo de Regimine principia.

Nè altro insegnamento ha

la

Chiesa di Cristo:

il

due vertici sociali in Cesare e in Dio. 1’ obbedienza al principe propter Deum\ s. Paolo propter conscientiam e pure ai cattivi, dove il comando non sia cattivo. L’autore delle Costituzioni apostoliche chiama questa la legge di Dio: Haec enim est Dei lex. Tertulliano, lampeggiando sui cristiani la spada dei tiranni, scriveva a Scapola: « Il cristiano quale stabiliva

S. Pietro

i

comanda

,

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179 non è nemico di nissano, e neppur dell’imperatore, il

quale sapendo essergli costituito dal suo Dio,

gli è

forza d’amarlo , riverirlo , onorarlo e pregare che sia salvo.

»

Ma da niuno meglio che dal grande Agostino ci venne ritratta la condotta sublime de’primi cristiani, e la sapienza che la inspirava:

«Giuliano, egli dice,

un imperatore infedele, fu apostata, iniquo, idoOra i militi cristiani obbedivano all’imperatore infedele; ma nel culto di Cristo non altro imperatore conoscevano se non quello che è in cielo. Quando vefu

latra.

nivasi agli

idoli,

all’imperatore anteponevano

Dio.

Quando poi diceva: Schieratevi, combattete; essi obbedivano. Cioè distinguevano l’eterno Signore dal

si*

gnor temporale; e per cagione del Signore eterno, » obbedivano e soggiacevano al signor temporale Distinguebant Dominum aeternum a domino temporali ; et tamen subditi erant propter Dominum aeternum domino temporali (De Civ. Dei xvin, 53). Eccovi la :

,

dottrina e la pratica del cristianesimo , esposta dal più

grande ingegno che illustrasse la filosofia ed il Vangelo obbedire nel bene tollerare il male. Direte questa una politica eunuca e antinazionale? :

,

Ma al contrario essa dimostrasi nei fatti la politica non può essere che non vinca colla virtù e colla perseveranza il diritto dei popoli, il quale veramente è forte, è santo, perchè divino; mentre le sanguinose insurrezioni, ordite nelle tenebre e dirette contro l’ordine civile le vediam della civiltà cristiana, nella quale

,

essere la politica delle belve congiunta colla malizia dei demoni. Vedete, per solo esempio, Parigi e Roma.

La propaganda insurrezionale che unisce

i

socialisti

della metropoli della civiltà colla metropoli della reli-

gione, vi dà come incarnata tutta la dignità e la politica

sapienza delle moderne insurrezioni. Salite an-

che più alto nella storia, e vedrete sempre che san-

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180 gue porta sangue. Rammentate l’altimo secolo: dopo il 10 agosto, vennero le giornate di settembre, il 21 gennaio, il 30 maggio, il 10 termidoro, il 18 brumaio. Le teste seguirono le teste: dopo Bailly, Pétion; dopo Pétion, Barnave; dopo Barnave, Danton; dopo Danton Robespierre; e ultimo il dispotismo a frenare le tigri scatenate.

Tale fu e sarà la storia delle insurrezioni : ignomitradimenti, crudeltà, sangue e poi sangue e ul-

nia,

timo

,

il

dispotismo , invocato o tollerato quale una ne-

cessità ed un benefizio. L’insurrezione europea a gonfie vele ci strascina a questa necessità ed a questo

terribile benefizio.

Dunque conchiudiamo contro il diritto delle violente ed armate insurrezioni, dalle quali furono sempre o sbranate o almeno peggiorate le nazioni.

CAPITOLO XLIV. IL

Il

vile,

RISPETTO DELLA. SOVRANITÀ.

rispetto alla sovranità ,

avrebbe risparmiato

non superstizioso ma ciEuropa le ribellioni, i onde furono dolenti i

all’

regicidi, e le stragi dei popoli, nostri padri , i

onde siam dolenti noi

nostri posteri.

,

e saranno ancora

La società sarebbe progredita moral-

mente e sodamente nelle riforme civili, e la libertà sì ambita, sì decantata, sarebbe il respiro e non lo spavento delle nazioni.

Non sarebbero

al

mondo tante

furie e tante pesti che ci avvelenano l’anima e la vita, ed ogni popolo sarebbe una concorde e fiorente famiglia. Al contrario, tolto il fondamento e il culmine dell’edificio, ogni individuo porta il suo dolore, ogni famiglia è un frammento, ogni governo e ogni stato una rovina. Esultate, brutali demagoghi; esultate ti-

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181 ranni di

Roma e dell’Italia; uomini perfidi e fatali,

esultate: le ruine, le morti, le stragi altrui , gli scan-

empietà,

dali, le

gli orrori,

sono i vostri

trionfi.

Ma come avveniva mai che salissero in potenza ed in onore così

orribili furie?

L’ umanità ha dunque

smentito la sua natura ragionevole

o l’acciecava Idci lasciava uscire di senno per le nouomini d’ingegno e forse di buona fede ci traevan nell’abisso. Maestri imprudenti non cessavano da più lustri di debaccarc contro il diritto divino dei principi, senza ben discernere cièche ha di divino e di umano in quel diritto: donde i demago,

dio? Forse Dio

stre colpe, e

ghi d’Italia e di tutto

il

mondo conchiusero al diritto

dei popoli di sconvolgere

ordine costituito

,

i

sono questi ultimi,

sofisti,

tuirsi in società

troni,

i

governi, e ogni

per novellamente ricostituirsi. Brutti ricavano

che abbiamo

il

i

quali dal diritto di costi-

diritto all’anarchia, e dal

ad altri

d’impegnare o di concedere una nostra proprietà, ricavano il diritto d’in-

frangere

i

diritto

tutti

patti e di ripigliarla colla violenza e colla

rapina. Si; brutti sofisti,

ma quei primi apparecchia-

van loro la via, screditando e attenuando

il

diritto

della regia podestà. Negando il diritto divino dei prin-

ban fatto germinare il diritto divino delle rivoluzioni. Declamando senza fine contro la teocrazia, hanno indebolita se non svelta dai popoli la fede nella cipi,

giustizia

e nella providenza divina, che è

la

legge

primitiva della società.

E tuttavia, astraendo da questa fede, sfidiamo tutti di

uomini di Stato a dare una base alla legittimità qualunque potere. Se il diritto non viene da Dio,

il

solo vero diritto è la forza. I veri autori dei rivol-

gli

gimenti che desolano

il

mondo sono perciò meno le

moltitudini irrompenti, che gli scrittori

i

quali accie-

cano e corrompono le moltitudini. Queste sventurate moltitudini han cessato di rispettare i governatori della

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182

quando han cessato divedere sulle loro front» Qualunque sia la forma non viene per per una via legittima da Dio, vincerà dunque il più forte che se la piglia. E così non ha al mondo che due soli diritti possibili: il diritto divino, e quello della terra, il

riflesso della maestà divina.

del governo, se l’autorità di reggerlo

La coscienza umana respinge il diritto del più dunque resta il diritto divino, il quale stringe i popoli a prestare, come a Dio, una fedele osservanza agli esercenti la suprema delle magistrature, comunque si appelli, consulare, regia od imperiale e comunque nascesse sia per un voto esplicito del popolo, sia per un consenso tacito e tradizionale. Gli scrittori imprudenti , e più i demagoghi attacforza. forte:

;

,

,

cando questo principio, levavano dell’edifizio;

la

pietra angolare

appellando il principe costituito, niente

negavano di un il commesso della nazione, che la società sia cosa di Dio, la disacravano la convertivano in una mandra od in un branco di tigri. Ed ora raccogliamo i frutti amari più che

tratto

per così dire,

d’un’amara semenza. Or divenne un grido generale di dolore e di spavento questa parola

:

Non v’ha più ri-

veruna autorità al mondo. Sì, raccogliamo ciò che abbiam seminato: abbiami seminato il vento, e raccogliamo la tempesta. Quelle età veramente istoriche nelle quali la maestà del principe circondata da un certo prestigio riscuoteva dal popolo una venerazione quasi religiosa, furono abbandonate al sarcasmo e alla derisione; e la prima delle sociali virtù venne infamata quale un effetto dell’ignoranza e del fanatismo. E per far disparire ogni aureola dalla maestà sovrana non 6Ì è ripetuto su tutti i tuoni, come una curiosa invenzione, che i principi sono uomini come tutti gli altri? Ed inflne che il popolo è superiore a loro? No, non sono uomini volgari i sovrani, investiti da Dio d'una preminenza sacra ed spetto per

,

,

,

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183

No, il membri sa-

inviolabile a tolte le ribalderie rivoluzionarie.

popolo non sarà loro superiore, finché i

ranno membri, ed il capo sarà capo; finché i figliuoli non saranno il padre ed i soldati saranno gli esecu,

tori e

non gli ordinatori della battaglia.

Ma intanto che ne seguiva? L’autorità fu spenta

la

,

sua maestà non è più una potenza a cui si pieghino gli spiriti per un misterioso istinto d’ordine e di fede, ma solo una forza coattiva che si subisce senza rispetto e senza amore, per il solo fatto della necessità o dell’interesse. Questo spregio della podestà già è sceso dal sommo al basso della società civile. Perchè il sentimento della personale indipendenza già scuote le due

più

forti instituzioni

stica e militare; e

che sono la disciplina ecclesia-

passando dalla grande società alle

particolari, dalla nazione al

comune, e dal comune

aU’offìcina, alla scuola, alla famiglia, distrugge quel-

organismo il quale presentava ciascun popolo come un corpo vivo e operante nella subordinazione pacifica delle sue gerarchie. £ qual cosa vi ha sosti-

l’antico

Un aggregamento d’individui sconnessi e disloed in preda a non so qual doloroso travaglio, che mira a tutto sconvolgere, che suscita le violente ambizioni delle classi inferiori contro le superiori e che di più in più accendendosi per le mostruose dot-

tuito ? cati,

,

trine della scuola socialistica , basterebbe a cacciar le

nazioni nell’ultima delle rovine.

Ecco la finale conseguenza della sovranità popolare: caos , cioè 1’ annientamento di tutti gli ordini , il socialismo ed il comuniSmo. Ecco dove mirano gli amanti delle rivolture: sciogliere la società, e divoil

rarla.

All’amore della podestà sottentri l’odio, al ri-

spetto

1’

esecrazione. Si gridino tiranni

vrani,

i

nobili,

i

ricchi.

Promettiamo

i

papi,

i

so-

libertà e oro

che è sempre la mala bestia; essa ci spazzerà la via , noi arriveremo al sommo , e quando

alla plebaglia

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184

.

sarà il tempo la incateneremo. Ecco il linguaggio delle rivoluzioni, degli uomini nuovi

nuovo la casa e la borsa

tutta a

che vogliono rifarsi ;

ecco la sapienza ci-

vile, ecco la carità fraterna d’alcuni parlamenti; ecco

bel frutto delle riforme e degli statuti.

Quando si dirà

pace, non sarà pace; e così quando si dirà libertà sarà

quando

tirannide,

dirà progresso e civiltà sarà

si

barbarie.

Così dicono e così fanno i nemici dell’umanità.

Che

diranno, che faranno i suoi amici? Diranno: Rispetto all’

e lo praticheranno: Regem honorificatc Qui resistit potestati, Dei ordinationi (Rom. xm, 2). Popoli, « rendete a ciascuno

autorità;

(i, Pet., ii, 7); resistit il

debito:

il

tributo

a chi dovete il

l’onore a chi l’onore

(Ib.

»

il

tributo, la ga-

timore a chi

bella a chi la gabella,

7).

il

timore,

e*

Uomini delle basse

condizioni, non vi crediate di diventar grandi coll’insolentire

ai

(Eccli iv, 7);

grandi:

Magnato humilia caput tuum

vinceteli nella nobiltà dell’animo, nella

ricchezza delle virtù , c ne avrete premio nell’ altra vita ; in questa , rispettate negli ordini sociali la vo-

lontà di Dio. Poveri , procacciatevi colla quiete e colla docilità la benevolenza dei ricchi, e vi ameranno come fratelli

della stessa famiglia.

Servi,

obbedite ai pa-

droni, non per l’occhio che vi guarda,

ma per la co-

scienza che vi giudica. Ai principi e ai grandi del

mondo sono pure stabiliti i loro doveri; ma non è qui tempo da ricordarli. lnsomma, o rinasce questo rispetto che è il nesso del convitto civile e la forza morale del mondo, o il il

inondo sarà abbandonato alla discrezione della forza materiale

:

da una parte

le barricate ,

e dall’ altra

i

cannoni.

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185

CAPITOLO XLV. .NOSTRI ERRORI POLITICI.

Una parola fatale fu pronunciata nel principio del 1848 « 1 popoli sono maturi alla libertà. » I popoli non ne sapevan nulla i demagoghi di tutta l’Europa aVevan maturata la ribellione. La ribellione si chia:

;

mava

riformo le spianavan la via.

libertà; le

Sapete qual è

il

tempo delle riforme civili che re-

stringono la forza del potere, e allargano la libertà sia al

bene sia

al

mal fare?

È il tempo in cui la

tranquilla ragione e i severi costumi religiosi e civili

sono pervenuti a quella eccellenza e solidità che rende men necessaria la maestria e la vigilanza dei correttori.

Così, in

mare tranquillo

il

capitano abbandona

governo della nave, e il padre di famiglia divide quel della casa co’ figliuoli assennati e agl’inferiori

adulti.

il

Ma ciò non farà il primo nell’insorgere della

il secondo quando i figliuoli han persenno e minacciano al padre l’espulsione. i popoli sono maturi alla libertà? Quando sono maturati nella virtù. È dunque legge inevitabile che i governi debbano far precedere le ri-

tempesta, nò

duto

il

Sapete quando

forme dei costumi alle riforme civili; e se altrimenti facessero, fabbrican sull’arena e crollerà loro sul capo l’edificio.

Niun potente pensi di variar quest’ordine:

è l’ordine e la legge dell’umanità.

Qui non giudichiamo riforme:

giudichiamo

i i

sovrani che concessero popoli

che

le

le

strapparono

quando ne erano incapaci, incapaci persino a conoscere ed eleggere idonei rappresentanti; giudichiamo gli scrittori

che, valenti nella lingua e imperiti nella

politica, precipitarono

i

popoli ed

i

sovrani. Quello

era tempo di tempesta, e fu dato il timone alla ciurma.

Una vertigine travagliava le menti. Quelli che ora

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,

r

186 adoperano a riconneltere le tavole della nave, allora si adoperarono coi pessimi a sconquassarla. Thiers che scriveva il libro della Proprietà , Thiers che dalle barricate del giugno 1848 si rivolgeva alla Chiesa cattolica e la proclamava l’unica salvatrice della società, Thiers pronunciava negli ultimi giorni della monarsi

,

chia:

«

lo seguo

il

partito della rivoluzione in Europa;

io bramo il comando nelle mani dei moderati; ma quando passi nelle mani dei non moderati, io non abbandonerò la causa della rivoluzione; io sarò sempre del partito della rivoluzione * ( Chambre des dépule's 2 févr. 1848). Parola tremenda! 11 deputato del 1848 percorreva dunque la via dei Legendre, dei San terre, dei Maillard, dei Marat, dei Danton, dei Robespierre? Anche Gioberti si vantava in Italia di

seguire la teorica democratica di Massimiliano Robespierre! Certo ne abborrivano

il

sangue,

voluzionaria era la loro divinità.

niva Proudhon , e dopo la

il

ma l’idea ri-

E dopo Thiers ve-

prete veniva Mazzini , cioè

turba dei comunisti e dei socialisti. Chi dunque la

inardiva in Francia, chi le apriva le porte dell’Italia?

Coloro che

si

chiamavano

i

moderati , ma i moderati

della rivoluzione. Costoro avevano rovesciato in Francia tre

monarchie, costoro, senza forse prevederlo, si

apparecchiavano a rovesciarle nell’Italia , col mettere in mano al popolo le riforme che, se in altri tempi potevano esser civili , nel 1848 erano la grande porta

non instaurava ma demoliva.

all’onda che

Ringraziamo la mite Providenza! Se i pugnali furono tinti nel sangue, se fu glorificato a Roma il più esecrando dei pugnali, non però ricomparvero gli strozzatori officiali del 93; nè si rinnovarono almeno apertamente le parole che l’infame Billaud-Varennes indirizzava agli assassini di l’Abbaye : Peuple tu immoles tei ennemù tu fais ton devoir ! Ma chi può fre,

,

,

,

nare

il

corso dell’onda rivoluzionaria?

Quando siar-

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187 riva a intimare ad

guerra,

o

la

un sovrano:

0 dichiarate questa

rivoluzione incenderà

i

vostri

stati.

Quando s’ intima ad un altro: O il tal Ministero, o brucieremo il Quirinale. Quando una cospirazione forte mezzo che serva a schiantare un trono e uno Stato. Qual braccio fermerà la nave quando la tempesta l’ha rapita nell’alto? La colpa era

e audace santifica ogni

di chi, nello sconvolgersi delle acque,

la costringeva

a uscire dal porto.

E chi costringeva e cacciava fuori debporto la debole navicella degli Stati Italiani?

La cacciavano i se-

minatori delle discordie interne ed esterne,

che fu-

rono tutte raccolte e promosse dal Gesuita moderno, libro essenzialmente politico 6 rivoluzionario , al quale i

Gesuiti servirono di pretesto , e di velo alla miccia

che eccitava

il

grande incendio.

Là

insidiosamente

palpavansi e adulavansi tutti i principi italiani , e sotto forma di dimostrar loro la necessità delle riforme, e-

rano

allettati e incitati

popoli a strapparle. Mazzini

i

non ebbe alleato e precursore più potente che il Gesuita moderno. Cacciarono la nave fuori del porto le fragoroso ovazioni che erano la vanguardia della co-

spirazione, sospinta dal corpo dei demagoghi repubblicani. La cacciavano finalmente quegli uomini si male assortiti del governo Subalpino che nel marzo del 1848 strappavano a Carlo Alberto la dichiarazione

della guerra contro l’Austria, poco edotti nei principii della giustizia

pubblica

,

e misuranti le forze della

nazione dalla loro fantasia. Aprivasi intanto nell’assenza del

re la

prima Camera piemontese, Camera

rivoluzionaria che sanciva come dogma civile il diritto delle rivoluzioni; e Angelo Brofferio gloriavasi d’aver

per modello e capo Carlo Alberto, che passando colle armi il Ticino aveva egli stesso, diceva il deputato, spinta la grande rivoluzione.

Dov’era in quel tempo

lo Statuto?

Le riforme e lo

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188

come mezzi e nou come fine: Mazzini da Milano, sotto la tolleranza o il patronato del Governo Provvisorio; Venezia ricorda le tradizioni repubblicane, e non vuol soggiacere nè al Piemonte nè all’Austria; Lorenzo Pareto, ricorda i suoi dogi, e vuole distrutti i forti che stanno a cavaliere di Genova, e la fazione repubblicana ne decreta la demolizione. Si disputa sulla capitale: sarà Torino? sarà Milano? Che Torino, che Milano? ripiglia il deputato Brofferio; Roma sarà la capitale. Addio, corona di Statato eransi guardati il

fine a coi si precipitava era la repubblica.

la soffia

Ma lo Statuto? Non più Statuto, ma

Carlo Alberto! la Costituente

con poteri

sarà tollerato

il

illimitati ;

senonchè per ora

nome di re a Carlo Alberto. Ma che

cosa sono le Costituenti , le Costituenti in tempi rivoluzionari?

Sono un golfo senza fine, nel quale si pro-

fonda 1’ edificio dello Stato per uscirne Dio sa quale mostro o quale caos.

A tale segno eravamo giunti in soli tre mesi dallo non saper più qual fosse la nostra legge E nel quarto mese i demago-

Statato, da

e la nostra vita civile.

ghi della Camera

,

calpestando Statuto , coscienza, pu-

dore e umanità, mentre ardeva la guerra della Lombardia, valorosamente combattevano monache e frati, dei quali,

i

brutali,

ignoravano persino

il

nome

e

adducendo, fra gli altri argomenti chele campane delle monache eran noiose al vicinato. Succedeva la nostra sconfitta e la ritirata; ed il popolo di Torino aveva il buon senso di cacciare i noiosissimi l’instituto,

,

e loquacissimi, dagli

stalli

ma imbecillissimi ed arrogantissimi,

della

Camera sì turpemente profanata.

Così cominciavano e riuscivano nel maturo Piemonte le riforme costituzionali.

Dopo la ritirata

armi

delle

piemontesi , Gioberti appena toccava la presidenza del Ministero, e ne cadeva, tacciando di duplicità colleghi ,

i

suoi

da loro tacciato di duplicità e di menzogna.

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189 instituiva il famoso Comitato convenivano in ottobre le due pelli di Mamiani e di Canino, che ebbero sì larga parte nella rivoluzione romana del 15 novembre; e per ritrovare un’onda che lo riportasse a galla, Gioberti non ebbe rossore di capitanare un’Opposizione infame che era la parte più demagogica della Camera e della stampa democratica, finché nel successivo decembre risaliva

Si gettava nei circoli; al quale

alla sede beata della presidenza ministeriale.

democratico il suo Ministero, fatta alla pi!

Chiamò

ma nella dichiarazione

Camera il 10 febbraio rinnegando

democratici quali dalla Camera

s’

i

princi-

intendevano, e

proponendo poscia un intervento contro la fazione Guerrazzi nella Toscana, il gran padre della rivoluziono italiana fu brutalmente sacrificato dalla sua prole che era la Camera ed

il

Ministero, fu rinnegato da

tutta l’Italia rivoluzionaria, fu dichiarato dal circolo

romano apostata empio e cancellato, e salutato coi nomi di gesuilissimo e di gesuita moderno. Gioberti aveva conosciuto troppo tardi che i principii democratici, valevoli a rovesciare i governi, non valgono poi a governare.

Era il principio di marzo. Il ministero Sineo-Rattazzi , colla sua Camera

repubblicana , sanciva ciò che

nei circoli e nelle conventicole si era decretato ; e decretavasi di ripigliare la guerra ; nella qual risoluzione il

pubblico ha preteso di vedere un tradimento di

Stato, cioè

mandar fuori l’esercito; col terrorismo e

onde brulicava il Piemonte, occupare Alessandria, Torino e Genova; dichiarare la colle orde straniere

repubblica, e congiungersi con Toscana e con Roma.

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,

190

CAPITOLO XLVI. SI

LA GUERRA.

RIPIGLIA

SO marzo.

Carlo Alberto, principe sventurato! Organo della fazione repubblicana

la

Camera ed

il

Ministero, vi

cacciano or dunque altra volta su quei campi lombardi già troppo intrisi del sangue piemontese, e dove tanta

ingratitudine dati?

si

riversò contro di voi e dei vostri sol-

Qui cova un orribile tradimento contro di voi e non vi giaccia un’insipienza

dei vostri stati , qualora

orrenda.

Fra otto giorni voi ripasserete

Ticino fatale, e

il

sarà il 20 di marzo. Già negli ultimi luglio ed agosto Dio ci ha parlato terribilmente. I nostri soldati retrocessero esausti, sbaragliati, consunti dalla fame o

Voi stesso ed i vostri figliuoli eravate cinti Milano dalle squadre nemiche, e per lunghe ore vi gridarono e vi tentarono ferocemente la morte coloro che colla tarda e forzata fusione si eran chiamati sudditi vostri. La nostra armata troverà ora su quegli stessi campi, in quelle stesse città, una terra fetrucidati.

in

dele ed ospitale?

Ma guardate all’Italia. Già due troni sono schiangià costretti ad esulare due principi in cui la sola bontà fu stimata peccato. Già la repubblica italofrancese si stende per tutto il centro italiano, già il votati,

stro Ministero

e la vostra

palme o congiunto i cuori

,

Camera hanno steso

le

e

de-

le voglie

stini, a quei governi repubblicani.

i

nostri

La vostra corona,

o Sire, se non sarà spezzata dall’ Austriaco, sarà al più mutata in una fronda civica o in berretto frigio dalla perfidia rivoluzionaria, cresciuta in prepotenza

repubblicana.

Voi

vi

fidate nella

fede e

nell’

amore

del vostro

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191

Ma, o Sire, in tatti i

popolo.

scema

amore verso

1’

il

governi costitazionali

principe nascosto dietro la

cortina deH’inviolabilità, idolo spezzato,

non più pa-

dre nè sovrano. E coloro che ancor vi amano, avranno i petti nudi per deplorare la vostra sventura e non per ripararla. L’armata che vi ama

,

voi la tras-

portate lungi dalla vostra reggia; e la vostra reggia, e la vostra famiglia, e Torino e il Piemonte saranno „

mercè dei repubblicani. La Savoia è lontana e se ama ineffabilmente voi e la vostra discendenza la Saalla

,

,

voia è offesa profondamente dall’irreligione, dall’ar-

roganza e dal dispotismo del vostro Governo e della vostra Camera. Genova non ha cessato un istante gli spiriti

repubblicani; voi la vedete battere all’unissono

colla repubblicana

mocratico,

la

Livorno;

il

cui condotta è

vostro Ministero de-

una imbecillità somma

od un tradimento, colà rinforza l’anarchia, offende, avvilisce o ne ritira la milizia, unico freno a contenerla. Sire, da lunga mano la repubblica si alza in piedi e mostra la fronte in Genova. Vi rammenti che i

un presidente del Ministero e poi Camera, cospirando con quelli i repubblicani

deputati genovesi ,

della

torinesi,

prudenza

varcando ogni limite di convenienza e di tempestavano e strappavano la demolizione

,

Genova, ossia la fazione che ora sied i governi, ad ogni ora vi dice che ella vuol essere regina e non serva. Voi ne ridel Castelletto.

gnoreggia

i

troni

trarrete la milizia per la guerra, e la faziono conse-

guirà l’intento.

%

Un pensiero più profondo mi sta nella mente, o Sire,

li

vostro

Governo

vi

fa

brandire di nuovo

le

armi nel nome della nazionalità e del diritto che si dice abbiano i popoli di costituirsi a loro libito. Questo diritto di costituirsi, già sanzionato dalla Camera, sarà fra poco autenticato dalle vostre armi.

non potrà

rivolgersi contro di

voi?

Ed allora

— Sire, potrà Digitized by

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192

Camera democratica,

dirvi la

berato

l’Italia dallo

della patria;

la

Ma il diritto di costituirsi

montesi.

spada ha li-

ve ne ringrazia.

,

prima conseguenza della

avete riconosciuto ai

Lom-

Io negherete ai vostri cari Liguri

e Pie-

sovranità popolare, voi

bardi, e non

la vostra

straniero; voi avete ben meritato

patria riconoscente

1’

Ora deponete la spada che riceverà i secondi

onori dopo quella di Washington, riposato, e noi in-

chiameremo la Repubblica dell’alta Italia, o Che risponpiù largamente la Repubblica italiana. dere a una tal conclusione? Che rispondere alla Savoia quando venisse a dire: La Lombardia ha ripreso tanto ci

la

—

sua nazionalità, a

lei

consentita dalle condizioni

non non essendo essa italiana nè per sito nè per la lingua? Che rispondere a Genova boriosa ed della postura e della lingua; or perchè la Savoia ripiglierà la sua,

impaziente, che vi dirà:

Venezia,

che soggiogava la

Il trattato

me pure soggiogava al Piemonte; or quel

vincolo è spezzato, quella pagina è lacerata; perchè

non tornerò io dunque alla mia libertà naturale? Così ragionando via via della vostra corona,

le altre

provincie

,

che resterebbe

o Sire? Avvertite, in quest’ora

suprema, o Sire, che chi vi lusinga d’inGorar la vostra corona di novelle provincie, all’opposto la sfronda

delle antiche che già son vostre,

e

bel bello ve la

rapisce.

Ma sian purissime le intenzioni; le forze da vincer la

prova dove sono? La legione lombarda già la pro-

vaste: senza nè valore, nè coraggio, nè disciplina..! soldati

non son quanti si pagano, ma quanti si bat-

tono. Napoli fu distolta dall’insurrezione siciliana, poi

dalla napolitana del 15 maggio. Guerrazzi à Firenze,

e Mazzini a

Roma, non hanno che la lingua e i vanti

dei sofisti; ciurmadori da piazza, spregiati, odiati, non

uomini per poco

,

incapaci di guerra come di politica.

Italia straziata e desolata non vi manderà un obolo nè

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193 una spada. Prodi vi stanno al fianco: i vostri figliuoli, i figliuoli del Piemonte e della Savoia. Ma uditele, o Sire, queste gagliarde e fedeli milizie: Al Re, esse dicono, daremmo il sangue, ma non faremo vedove le mogli, orfani

i nostri figliuoli, per soddisfare ai noper mettere sul trono una bastarda repubblica ed una sfrenata demagogia che insulta alla

stri detrattori,

religione e a Dio. Sire, opera di danaro, di braccia

e d’entusiasmo è la guerra: or manca il danaro, morto è l’entusiasmo , e l’Austria

le

braccia del Piemonte sono verso

come il cinque al trenta.

Ancora una parola, o Sire. Roma, Toscana e Sicilia, fondano sulle nostre armi la speranza della loro ribellione. Senza di noi Mazzini non premerebbe più il collo dell’augusta Roma, cui va contaminando delle galliche e socialistiche dottrine. Mazzini porta nel cuore i fratelli del Piemonte, ma non il principe. Ora il

sangue dei nostri prodi soffriremo che

si

versi al

trionfo del socialismo?

Sire, la nazione

si

prostra ai vostri piedi e vi dice:

— Padre della patria, già troppo d’oro e

di

sangue

abbiam versato per 1’ Italia; or 1’ Italia è disfatta e giace, e il Piemonte non ha virtù che basti da sollevarla. Già troppi talami son vuoti, orfani troppi figliuoli, e troppe madri chiamano indarno quei dolci pegni

le

cui ossa giacciono

in

lontane contrade.

Or

pargoli e spose e madri a voi supplicano perchè non si versi nuovo sangue, sangue nostro, del quale niun prò avrà la patria. Qual nemico ci assalì , ci offese? Pio e glorioso Principe, non commettete alla balia d’ alcuni demagoghi il vostro popolo, la vostra fama, la vostra coscienza, la vostra gloria. Riflettete al giudizio di Dio e della storia. altri

13

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19 *

CAPITOLO XLVII, NOSTRA SCONFITTA. RINUNZIA DI CARLO ALBERTO. I

23 marzo.

La ripresa delle armi suonò come annunzio di morte al Senato, e di bocca in bocca corse

rore questa sola parola talia.

l’abisso nel

•

:

con fremito d’or-

Dio protegga il Re e salvi l'I-

Volevasi dire che solo Iddio poteva ritirarci dal-

quale ci lanciavano

il

Ministero Rattazzi

e la sua Camera. Più stolido e più disperato sacrificio non fu mai imposto ad una nazione. Ecco una greggia d’uomini condotti al macello da un branco d’uomini che nulla vedono, nulla sanno, eppure son nostri legislatori. Se ciò è libertà, che sarà la tirannide? Si raccolgono le soldatesche, mute, frementi. Freme la

Savoia più d’ ogni altra parte. Sulle strade pochi

viva di convulsi; la fazione è balda e acciecata,

sempre, e agogna

come

lo scompiglio se non altro; la stessa

grida austriaco e traditore chi non applaude ;

ma in-

somma le città hanno vista di un mortorio, al quale fanno più luttuoso contrasto i plausi compri e artificiati.

Nel 20 l’armata comincia rivalicare il Ticino, eri-, bolle in essa l’antico sdegno alla vista di Milano, alla

rimembranza delle sere ferali dei di 4 e 5 d’agosto, quando un popolazzo di codardi minacciava con paarmi villane un esercito ed un re che per la causa lombarda avevano per quattro mesi sparso, con role e

orribili patimenti e con eccesso di generosità, il sudore ed il sangue. Pure, vinto il troppo giusto dolore,

camminavano i soldati suH’orma del dovere quando dalla legione lombarda comandata da Ramorino usciva il nostro scompiglio e la rovina. Ramorino, imposto ,

al re dai giornali e dai circoli

repubblicani, con set«

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,

195 temila uomini doveva guardare

il

passo della Cava,

dicontro a Pavia. Egli l’abbandona;

i

Tedeschi gittan

due punti e passano il Ticino, e nel 21 già si fanno assalitori

invece di

assaliti.

La nostra cavalleria

fa

ma si piega su Vigevano e Mornon reggendo all’urto di quarantamila cresciuti

prodigii di valore,

tara,

,

in breve a sessantamila. 11 generalissimo Clirzanowski,

un polacco imposto pur esso all’armata, perde il suo latino; uomini e soldati sono sfiniti di stanchezza e di fame per le marcio e contromarca; tutta l’armata è divisa dalla naturai base di operazioni militari che è

Alessandria.

Il

Piemonte era vinto da quell’ora.

La giornata del 23 sotto Novara, durata dalle undici ore del mattino sino alla sera tarda , sarà memora-

bile ai nostri

scoppiarono

le

per eroico valore ed eroica infamia. Là rancune lunghe, e profonde dei. soldati

contra una guerra che essi detestavano.

I giornali ri-

voluzionari versando la calunnia sugli ufficiali d’ogni arma, avevano promosso la corruzione e la disobbedienza; la Camera predicando la sovranità popolare aveva insegnato ai soldati che anch’ essi son popolo e popolo più valente che i gridatori della Camera e della piazza. A taluni il gittar le armi fu poco; le

usarono allo spoglio dei cittadini e. quasi all’assassinio.

Avremmo voluto col silenzio velar questa pagina: ma no, essa rimanga nella storia per dire

come un go-

verno disonorato e corrottissimo abbia colla licenza della stampa e della calunnia lasciato corrompere un esercito fedele e disciplinato.

Ma esempi di magnanimo valore non mancarono neppur là al Piemonte. I Duchi di Savoia e di Genova ebbero uccisi i cavalli e persone al fianco. Vendè cara la sua vita queirillustre Perrone , già presidente dei ministri, al

quale

il

collegio

elettorale d’ Ivrea

avea fatto l’insulto di anteporre il lombardo Bargnani, E ben molti si segnalarono di

scolaretto mazziniano.

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19G quei patrizi cosi vilipesi da coloro che sol valgono a la lingua o fumare il sigaro. Carlo Alberto dove più ferivan le palle, e ritiratone a forza, rispondeva E questo il mio ultimo giorno , lasciatemi morire. Nè prima si compieva la fatai giornata, che il Re vedendo come la sua persona fosse un incaglio alla pace, rimetteva la lacera e pungente corona al

menare era

là

:

suo primogenito Vittorio Emanuele 11.

Giornata tremenda nella quale soggiaceva un popolo ed un sovrano ch’era stato sì a lungo l’amore dell’universale! Carlo Alberto fu pianto, pur da coloro che dalla guerra avean profetato la rovina del Piemonte e dell’Italia; ed a lui fu onorevole quel pianto. Ma al contrario poco servigio faranno alla memoria di lui le lagrimuzze, i singhiozzi, le disperazioni dei repubblicani , scoppiate nella Camera e nei giornali. Perocché essi non amavano Carlo Alberto più che Pio IX,

ed egualmente 1’ avrebbero sacrificato se avesse cessato un momento di servire alla loro fantasia repubblicana. Con lui cadeva la Repubblica italiana. Si guardi però la storia di confondere la mente pura di Carlo Alberto colla fazione che

lo signoreggiava.

La Circolare mazziniana del 1846 ai fratelli d'Italia, diceva:

«

11

maggior impedimento

al

progresso del

socialismo è l’armata. » Nel 1848 l’armata parve utile

per rompere l’Austria; nel marzo del 1849, il partito mazziniano avea deliberato di rompere l’armata piemontese contro dell’Austria. Ciò spiega l’ultima ripresa delle

armi in condizioni

affatto

disperate, e contra

l’avviso della Francia e dell’ Inghilterra. Rotto altra

volta e disperso l’esercito, Carlo Alberto sarebbesi pro-

clamato traditore come nell’anno passato, in Torino sarebbesi dichiarata la Repubblica col favore special-

mente delle legioni lombarde. Il diritto di costituirsi ì popoli in quel politico reggimento che loro talenta, era già sancito dai repubblicani della Camera e così ;

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197 la

Repubblica subalpina faceva coda

romana ed

alla

alla toscana , sotto l’alto patronato della Montagna di

Francia.

Due erano impertanto i disegni mazziniani.

Nel 1848, la Crociata italiana doveva cacciar l’Austria, e colla nuova Costituente dovevasi inaugurare prima il Regno e poi la Repubblica dell’Alta Italia la qual Repubblica, tirando a sè Toscana, Roma e Napoli, sarebbesi convertita in Repubblica italiana. Nel 1849, già essendo Repubbliche Roma e Firenze e Mazzini dittatore al Campidoglio fu avviso che bastasse il far macellare a vicenda l’esercito austriaco ed il piemontese, perchè nel Piemonte levasse libero il capo il so;

,

,

cialismo mazziniano.

Il

terrore avrebbe qui

come a

Roma soggiogato i riluttanti; e qui come a Roma lo spoglio delle chiese o le imposte forzate e la carta

monetata, avrebbero creato tesori da arricchire

gli

usurpatori , corrompere la plebe e mantenere la rivoluzione.

Speranze cosi inumane eran troncate dalla giornata Novara, dalla vittoria di La Marmora contro la Repubblica di Genova e dalla occupazione della citdi

,

tadella di Alessandria (1).

Carlo Alberto, principe virtuoso e magnanimo, non erasi così dissennato da noti intendere finalmente che (1) La Repubblica di Genova che si trovò pronta, appena udito il caso di Novara , mostra che tutto vi era pre-

parato. Vi ebbero grandissima parte due deputati, Reta e Pellegrini, e lo stesso marchese Pareto presidente della Camera. Assai prima, proprio il Ministero Rattazzi aveva

spedito un altro deputato, Lorenzo Valerio, a fare un giro

per la Toscana; e lettere autentiche provano

1’

intesa di

Valerio e di Guerrazzi per far gente e da Livorno mandarla in soccorso alla Repubblica di Genova. Cosi valgono i

si

giuramenti dei deputati! Così servesi alla patria! Cosi amava Carlo Alberto ! In pubblica seduta ne fu pianta commedia: non piangevano lui,

l’abdicazione con urli da

ma se medesimi.

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198 sotto

nome d’Italia libera si racchiudeva un’Italia

il

repubblicana e socialistica. Imbarcato primamente nella guerra dal Ministero Balbo-Pareto , trovavasi a un bivio tremendo sotto il Ministero Sineo-Rattazzi. Il Piemonte con una generosità fuor d’ogni esempio aveva

alimentava 1’ immensa turba dei profughi avvertendo un po’ tardi che in quelli si alimentava un pericolo e un fomite di guerra civile, ed

ricettato e italiani,

un peso intollerabile per

la finanza già esausta. Sti-

miamo che Carlo Alberto, frale piò terribili angustie in cui siasi

mai trovato un sovrano, ha giudicato di

dover colla guerra dare uno sfogo a quel minaccioso torrente che- ogni dì ingrossava, disponendo egli forse e apparecchiando non lontane condizioni di pace. *

'»

t

CAPITOLO XLVIII. REMINISCENZE E DOLORI:

INTERVENTO A ROMA.

Dopo il gran monitorio della nostra sconfitta toccata 1848 sconvolta tutta l’IPiemonte di tutte le discordie e passioni repubblicane, un orbo avrebbe veduto che era tempo di dimettere la "guerra e salvare l’interno. Ma non volle vederlo la demagogia imperiante, a cui nulla montava il sacrificio d’un popolo e d’un nel luglio e nell’agosto del

talia centrale,

bollendo

,

il

un esercito di centomila uomini, non erano decisi alla guerra, tuttavia apsarebbesi conchiusa una pace onorevole,

sovrano. Allora con i

quali se

parivano,

senza un obolo di riscatto, contenta l’Austria di ricu-

perare

il suo,

mentre le ardeva il seno la guerra d’Un-

gheria , nè eranle apparecchiati i soccorsi della Russia; e migliori condizioni sarebbersi

pur concedute a Ve-

nezia ed alla Lombardia. Allora la Sardegna sarebbe entrata onorevolmente nel concerto delle potenze cat-

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toliche per la restaurazione di Roma ,

contro

la

escludeva

la sua politica

199 mentre di rin-

rivoluzionaria, e il

da Gioberti presidente del consiglio Ma la demagogia non ha senno, non ha vista: per essa il Piemonte perdeva il suo re, il sangue l’oro e l’onore. Date il comando ai democrarifiuto esplicito

dato alla Spagna.

,

tici

se volete perdere in poco d’ora le nazioni.

Più. Chi dava ardire e speranza a tutta la

dema-

gogia italiana? Il Piemonte colla sua Camera repubblicana,

la

quale nelle sedute di febbraio, come

la

romana , dichiarava decaduto il Papa. Chi ritardava l’intervento delle potenze, invocato da PiolX il 4 dicembre per tal guisa prolungando a Roma la Costituente

,

tirannide repubblicana, la quale fuggiaschi di tutto

il

coll’

accorrervi dei

mondo si consolidava? Ancora

Piemonte, avverso a quell’ intervento, turbando e complicando il corso dei politici avvenimenti. Che ne il

seguiva? Quella ulterior desolazione della città eterna,

quegl’innumerevoli assassini i, spogliazioni esacrilegii

onde Roma è dolente, ed infine

il

sangue versato in

quell’assedio.

Quanti dolori non si sarebbero risparmiati al Piemonte c all’Italia, colla conchiusione della pace quando erasi già fatta una evidente impossibilità la rinnovaAl contrario

zione della guerra!

si

è continuata la

desolazione dell’Italia, e colla giornata di Novara, la

più vergognosa che narrino forse del

mondo

,

i

fasti

del

Piemonte e

fummo condotti alla discrezione del

'

vincitore.

Almeno ci sarem fatti per l’avvenire meglio ammaestrati e più cauti?

Non speriamolo: Quù ausit felli alLa demagogia non ha niente da sei. La frenesia rivoluzio-

ligare tintinnabulum?

perdere: dunque o asso o

naria è male che non guarisce mai.

I

suoi maestri

sono prudenti in ciò solo che gridano santa la guerra, ma la fanno colla lingua ; essi gridano martiri gli uc-

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,

200

ma non ambiscono 1’ aureola del martirio; essi i funerali ma non vogliono riceverli; essi gridano la guerra, ma si contentano di cantarla su risi,

celebrano

tutti

i

nel grande circolo che è la

tuoni nei circoli,

Camera

,

nelle officine e sui fogli dei giornalisti.

voce di questi poltroni basta ad infiammare

i

E la

gonzi.

Intanto sopra d’un uomo peserà il fascio delle pubbli-

che sventure: dico sopra il giovane re Vittorio Emanuele II. Egli, come ha dichiarato in un manifesto generoso e modestissimo ginar

le

,

invita il Piemonte a rimmar-

sue piaghe. Egli dovrà pigliare una politica

contraria alla passata: la passata fu rivoluzionaria eri

ha piagati; la sua deve restaurare e sanare. Ma chi gli soccorre? Può egli ben dire col paralitico: Hominem non habeo. Nella Vera aristocrazia troverebbe uomini di e-

sperienza di mente e di cuore per servire lo Stato ; ma ,

per renderli impossibili, gli ha perfidamente screditati ; e poi si griderebbe che quello è un rinvertire all’antico, e fu ed è uno stratagemma degli la democrazia,

uomini nuovi per allontanare gli altri, farsi larga la via e salire. Dicendo aristocrazia intendiamo quella del,

abbia o no compagna quella dei natali; nè vorremmo che i nostri fossero divenuti così barbari da pretendere che sia colpa un titolo, e segno di ostracismo civile. Fossero almeno valenti i nuovi che di tratto, con umiltà democratica, aspirano all’aristocrazia degli onori e del comando. Ma quanta imbecillità! A spremerli tutti non ne avresti una dramma di buon senso. Finora han tratto il paese di utopia in utopia, di dolore in dolore, di rovina in rovina; e non farebbero meglio nell’avvenire. In generale l’Italia non ha uomo grande, perchè non ha uomo di genio, di quel genio che afferra l’orizzonte politico, che previene e domina gli evenimenti, ricco d’una forte volontà e di profonde l’intelligenza,

convinzioni. Quelli che si

il nostro

volgo appellò grandi

provarono i pessimi nelle ragioni della pratica.

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201

Emanuele non avrà altro appoggio che il concorso unanime e fermo della nazione. Ma già la Vittorio

scellerata fazione

si

agita per rapirglielo, già

si

de-

clama traditore lui come il padre, o si esalta il padre per abbassare il figlio. Povero giovane! Sul suo capo venne a posarsi una corona di spine e di dolori. Che ne può egli se ha ereditato la sventura (1 ) ? Ah! questo Piemonte già sì buono, si è ora ben intristito. La parte buona è per senno , per numero e per forza la massima e la diresti la minima per la sua codardia. Codardia a piè delle Alpi , codardia in Toscana, ,

codardia e tradimento a Livorno e a Genova , codardia tradimento e sacrilegio a Roma. Ma il Piemonte

ha un esercito che non romperanno i circoli nè i giorFirenze non patisce una comsì forte che non possa scuoterla quand’essa voglia; Roma sola è la città sventuratissima che da metropoli che era del mondo civile e cattolico si è nalisti vili e insolenti ;

pressione

(1) Monsignor Renda, egregio pubblicista e vescovo d’Annecy, descriveva questa sventura in una lettera dell’ Il giugno :

«

Uno secte d’oppresseurs

organisée dans l’ombre,

,

partout répandue, déguisée sous des noms fallacieux, cacbant ses projels d’anarchie sous les promesses d’une liberto mensongère, est parvenue à détruire, en moins de

deux années,

fruit des

le

travaux de plusieurs

siècles.

Puissante pour le désordre seulement, elle n’a pu par-

venu à désorganiser la monarchie qu’elle voulait détruire, qu’en se servant de la monarchie elle-méme. Elle n’a fait la société, et nos épargnes matérielles et

que toucher à

morales de huit siècles de progrès ont subitement disparu. Un trésor épuisé les iìnances les plus prospères de l’Eu,

rope remplacées par des dettes le sol de la patrie fonie par le pied de l’élranger, les remparts de nos places forte» ,

couverls par ses canon», une armée naguère brillante et

démoralisée que vaincue , l’harprovince» détruite par la guerre civile,

fidèle , aujourd’hui plutòt

monie entro

les

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202 cangiata nella metropoli della demagogia rivoluzionaria, e

no sarà affogata senza quell’ intervento che

il

Papa aveva diritto e debito di domandare; diritto come come pontefice e padre, ossia come difensore della Chiesa e del suo popolo. principe legittimo, e debito

Ma già il senno torna alle menti, già cominciano verificarsi le speranze italiane e cattoliche: non è a metà aprile, e Firenze scaccia dalle sue mura la protervia livornese e richiama Leopoldo;

e le armi francesi fra

gli

verge al fine,

applausi dei cittadini en-

trano in Civitavecchia, e da altre parti

si

avanzano,

condotti da un sol pensiero, Napoletani, Spagnuoli ed Austriaci. Pensiero di tutti è

il

sommo Pio, tutti ap-

pendono allearmi liberatrici. Ma è tardi! Col troppo indugiare crebbero gli spiriti e l’audacia nei mazziniani, nonché i mezzi alla resistenza: nè vogliamo darne colpa alla Francia, lottante colla socialistica Montagna che sa bene essere sua figlia ed alleata la

un prince trop généreux

et

trop confiant, descendu dn

tròne pour se condamner lui-méme à l'cxil, une magistrature modèle d’intégrité mise en ctat de suspicion, les mi-

systcmatiquemcnt poursuivis par les la monarchie ébranlée jusquedans les populations déconcertces dans leur foi fondemcnts ses politique et dans leurs croyances religicuses, la sécurité du passe rcmplacec par les craintes du présent et plus encore par les terreurs de l’avenir, la civilisation remise en doute nistre» de la religion

plus atroces calomnies, ,

,

par les doctrines des oppresscurs, les cris d’anarchie sortant cornine des chants de triomphe des antres de conspi-

ralion;

fautori té

partout déconsidérée et sans force, la

libertà se voilant la face et pleurant sur les débris de nos

prospérités passées; voilà l’effrayante et triste perspective dii s’offrir au roalheureux prince obligé de sortir de mélée, tout couvcrt de la gioire et de la poussière des combat8 pour monter sur un tròne d’où ses regards ne mesureront que mieux tout le ravage des inslitutions qui servent de base à la società- »

qui a la

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203 Repubblica Romana. Quelle bande, quantunque nè nè guerriere, come provarono sui campi lombardi e a Novara, troveranno tuttavia nella dispe-

disciplinate

razione

il

coraggio dei vinti: Una salus victis

,

nullam

sperare salutem. Mazzini che governa da solo quel

mostro di Repubblica,

la stringe colla ferocia e la te-

nacità d’una belva. Il popolo , parte è corrotto dall’oro

e più dalle speranze e dalle dottrine irreligiose , socialistiche e comunistiche; parte è sopraffatto dall’im-

pudenza dei giornali e dei Triumviri, spaccianti ora che il Papa è rimbambito e prigioniero a Gaeta, ora che egli ha proibito di far sangue per la sua causa; che gli Ungheresi, presa Vienna, sono in via per l’Italia ;

ed in fine che per la dittatura di Ledru-Rollin,

babbo di Mazzini, le truppe francesi si uniranno alle romane per combattere le austriache. È vero che il gran popolo romano non s’ingozza nè l’oro nè le bugie, ma che può altro mai che nascondersi calzar le mani a Dio? Aggiungi Tàltissimo gridare dei circoli e dei giornalisti, che l’intervento è una pura inil

un liberticidio, un’ infamia da turco, non possibile alla Francia repubblicana, e

timidazione, che sarebbe

bastare una resistenza del popolo perchè non

duca a

si con-

fine.

Ecco l’opposizione che un cumulo di circostanze ha lasciato crescere a danno dell’intervento.

Ne continue-

remo l’esame nel capitolo seguente.

CAPITOLO XLIX. %

PERCHÈ ROMA. NON RISPONDA AtL’lNTERVENTO. Il

Piemonte, unica speranza di tutte le rivoluzioni dunque soggiogato; a Firenze il governo

italiane, è ossia la

commedia dei Guerrazzi è cessata, e la gen-

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m tile

Toscana, vinta la brutalità livornese, ritorna nél

dominio paterno del suo sovrano; e la Sicilia ha finalmente capitolato. Che rimane in piedi? Quella compagnia di avventurieri che si intitolò formidabile mente la Repubblica Romana. Ecco l’ultima scintilla di quell’incendio che minacciava l’Italia. Povera di mente quella congrega repubblicana, esosa, inetta, crudele, sacrilega, da niun governo riconosciuta, da tutti solennemente detestata, formerà la

coda alle devastazioni dei barbari.

Ma intanto come si regge sì lungamente la più abborrita delle insurrezioni , la più rapace e la più imbecille?

Come si regge a fronte della flotta francese, e in onta alla riil mondo

contro l’anatema di tutto

,

soluzione concorde delle Potenze di pacificare l’Italia

e di restaurarvi

i

caduti principati? Perchè

il

popolo

romano non imita il fiorentino, redimendo colla virilità

del senno la vergogna a cui è soggiaciuto, prof-

ferendosi all'unico suo Padre

,

come gli tiene aperto il cuore,

aprendo a lui le porte e componendo senza

opera le domestiche faccende? Si dirà dunque che virtù e valore sian morti nel popolo romano?

l’altrui

A ciò varie ragioni. La prima è la

il

pugnale dal quale

magnanima Repubblica riconosce

vita; e tutti

sanno che

gnale. I Ciceroni ,

i

fatta di

1’

esistenza e la

argomento sia il pu-

padri della patria che osino tuo-

nar dai rostri contrai Catilina, non sono più in Roma e neppure in Italia. E poi i Catilina non ardivano alla luce del sole; ma il pugnale d’oggidì lampeggia nel meriggio e sulle piazze. Più di cento cittadini cadevano pugnalati in Ancona: dodici nel giorno di Pasqua per meglio solennizzarla. Più di centocinquanta ebbero una egual sorte in Sinigalia. A ciò bastava un sospetto, una parola, il pronunciar con qualche riverenza il nome del Papa. La seconda ragione, affine alla precedente, è la

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205 connivenza del governo. Ha egli inquietato menoma-

mente l’assassino di Rossi o di altro cittadino? Anzi gl»

assassini

per motivi

tranquilli sotto

la

politici

sono

i

piò

felici

o

democratica Repubblica, che go-

verna, ossia decreta, gavazza e passeggia nel nome di

Dio e del popolo. Ci guardi il Cielo di calunniare

Ma però gl’ imprigionamenti di cardinali, di vescovi, di preti, e d’ogni ma-

sì

nobile e santa creatura!

niera cittadini, son

lì

Or dove sono i Dà buone parole questa

che parlano.

processi contra gli assassini?

Repubblica del pugnale ma nella Speranza dell'epoca (17 aprile) leggiamo che gente, la quale si professa ;

amica, sostegno, cagione principale dell’ordine presente

va spargendo che senza ghiliottina, senza non si potria fondar la RepubEcco gli araldi della Repubblica! Senonchè il pugnale giova anche meglio a’suoi disegni, in quanto incute il terrore, fa correre il sangue, ed ella, come la vergine figlia di Arrigo Vili, se ne spaccia per innocente. Terza ragione. L’oro alimenta le rivoluzioni. E qual di governo,

violenza , senza sangue

blica , non si potria neppur soccombere degnamente.

diguazza

rivoluzione

più

che la romana ?

nell’ oro

Quest’arpia, oltre le casse pubbliche, non usurpò gli argenti e

gli ori delle

naro, e contentando

il

chiese, ritraendone a sè

il

da-

caro popolo di carta monetata?

Non è un bel governare democratico il satollar di carta il

popolo, e lo spargere nei sicari e nei sostenitori

della rivolta

il

denaro coniato coll’oro del santuario?

E Roma non è la città più ricca del mondo pei tei barbari non Sdegnano di portar la mano? Dammi un punto, diceva Archimede ed io solleverò la terra e il cielo. Dammi oro, può dire un rivoluzionario, ed io ribellerò il mondo. Un antico romano ha cantato Auri sacra fames. 1 moderni non cantano il detto ma lo applicano.

sori d’antichità e d’arte, sui quali

,

:

,

Quarta ragione. Uno stupore di morte ha agghiac-

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206 ciato

l’

Italia al cospetto

dell’ audacia

rivoluzionaria.

Quella letargia universale sarà riputata nella storia un mistero ed una vergogna: pochi felloni hanno imposto agli onesti che d'un cenno gli avrebbero fulminati.

Or

sarà tanta maraviglia che i Romani partecipassero

un

po’ più largamente alla stupidezza universale sotto la

corruzione dell’oro e l’impero del pugnale?

Quinta ragione. La Providenza avea permesso che Roma, la quale era il centro della cattolicità e della luce divenisse per 1’ opera rivoluzionaria la geenna delle nazioni. Là il genovese Mazzini, uno dei Triumviri; là il piemontese Avezzana, già un duce quella

,

Genova, ed ora ministro Roma; là il nizzardo Garibaldi che taglieggia e ruba ville e città alla grande, e generalissimo ben degno delle bande repubblicane; là hanno gradi e

della rivolta pazzissima di

in

gli spergiuri e i matti di tutto il mondo. Dunque dagli stranieri e non daix romani viene la resiil terrore che da quel pandemonio si diffonde sulla moltitudine. Nel che si avvera la sentenza di. Tacito, che il popolo, sempre feroce o vigliacco, èia preda di chi lo compra. E la plebe romana, prima conquistata coll’ oro e col delitto ora rumina fra le

onori

stenza e

,

catene, e sotto

il

piede ferreo della falange straniera

che la conculca. Dalle precedenti ragioni si conchiude che la RepubRomana, emporio di quanti avventurieri colano da tutta l’Europa, è un latrocinio europeo il quale si regge come ha incominciato; che il popolo romano,

blica

oppresso dagli stranieri, difficilmente troverà in sè

rompere l’abborrito servagd’ umanità l’intervento delle Potenze per soccorrere il vero popolo romano, per far cessare quell’assassinio e quello scandalo, e rialzare la giustizia sul proprio fondamento. Inoltre se arde una casa, intervengono i prossimi solo la virtù che basti a

gio; che è

dunque un atto di giustizia e

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s

207 a spegnerne

le

fiamme,

perchè la fiamma non zioni.

per debito di umanità, e

propaghi

si

È il caso di Roma

:

alle proprie abita-

là è la testa dell’idra rivo-

luzionaria; là è la fiamma che arderebbe le terre confinanti. il

Già le nazioni amiche son pronte; già hanno

piede sul suolo pontificio. Popolo di Roma, sforzati

e stendi la

mano a chi viene al tuo soccorso

!

Lascie-

mentre ardeva il Campidonuovamente panerà et circense ti inerte a contemplar quelle fiamme, finché si

rai dire alla storia che,

glio, stavi

tu gridando

mossero

gli stranieri

a spegnerle?

CAPITOLO L. •QUESTIONE PAPALE.

Mentre le potenze collegate si preparano a discutere coi cannoni , noi discuteremo la questione papale coi

canoni della ragione.

Il Papa è principe di Roma e pontefice universale. Non fosse che principe, egli avrebbe un diritto invio-

labile su quel trono che la sola violenza gli ha strap-

pato; e da questo lato è questione politica la sua re-

staurazione.

Come pontefice universale è cosa conve-

nientissima anzi necessaria nelle attuali condizioni dei popoli , che il reggimento spirituale dell’orbe cattolico

non soggiaccia a veruna influenza

di

qualunque so-

vranità temporale; e per tale rispetto la questione è religiosa.

Questi due rispetti non esauriscotio però la questione papale; perchè, oltre

il

Papa, v’ha il popolo romano.

Or questo popolo, non fu egli, al pari del suo sovrano, offeso nel convolgersi dell’antico reggimento in governo

repubblicano ?

Ecco i tre lati della questione romana. Cominciamo dall’ultimo.

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*

208 Qaal parte ebbe il popolo romano nelle fatali giornale del 15 e del 16 novembre? Si è domandato il suffragio universale del popolo prima di assassinare il Rossi e di assaltare il Quirinale? Chi ha delegato i Canino, gli Sterbini, nuschi,

i

circoli

Galletti, i Ciceruacehio, i Cer-

i

e tutta l’infame

plebaglia? Certa-

mente non il popolo romano, ignorante per

intiero

della tragedia mazziniana che incominciava. Allora gli

usurpatori, veri assassini o nel fatto o nel consenti-

mento, siedono al vertice del comando, e per palliare l’usurpazione giuocano la commedia del suffragio universale.

Le

autorità sono destituite in

Roma

,

nelle

provincie e nei municipii, gl’invasori tengono tutti posti,

minacciano, tempestano;

allontanano,

i

i

i

fedeli al principe si

ripugnanti assaggiano il pugnale demo-

Con tutte le nequizie immaginaneppure un decimo della popolazione si accosta Dunque per difetto di voti e per violenza è nulla la Repubblica Romana, la quale vive alla mercè della violenza e del pugnalg. Veniamo all’ultimo periodo della tirannide repubblicana. Ovunque si avanzano le armi napolitane, un solo è il grido: Viva il Re, viva il Papa! Oudinot è salutato come il liberatore da Civitavecchia sino alle porte di Roma, perchè il popolo era libero della sua voce. Qual è la missione del generale? È di far tacere la violenza, affinchè parli una volta libero il popolo romano. Ma i perfidi non lo consentono e Roma

cratico o le carceri. bili,

all’urna elettorale.

,

si

fa irta di barricate.

La plebaglia, avida di bottino

e di licenza, corre (fa tutte le città romane; e i Trium-

che fanno per amicarsela? La mantengono, la pagano, l’adulano, la divinizzano, le promettono montagne d’oro, e per primo saggio all’ avvicinarsi delle viri

armi straniere, il 27 d’aprile, instauravano agraria dividendole

i

la

legge

beni dei conventi e delle chiese.

£ volete che quel gentame e quella bruzzaglia

,

da sei

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209 mesi imbestiata alla scuola del latrocinio e del pugnale,

non canti inni alla repubblica ? Ma chi avrà sì imbemente da ravvisar qui un’ombra del popolo romano? Son Romani un Mazzini, un Garibaldi, un Avezzana, i Francesi ordinatori e duci delie barricate,

stiata la

e quelle tante migliaia di forestieri educati alla rapina

ed alle violenze? Romani sono quelli che, ovunque non impera la tirannide repubblicana invocano il legittimo principe che è il Papa. La storia confermerà ,

questi

fatti

(1).

Ciò posto, è un diritto pubblico fondato nella giustizia

dell’umanità l’intervento delle potenze a Roma.

Non hai tu diritto di salvar l’innocente dalle branche dell’assassino, o prima di farlo dovrai

domandarne li-

cenza all’ assassino? Or bene questo diritto passa intiero nelle nazioni che si accingono a salvar dai potenti assassini la

nazione che ha per capo Roma.

Là

minoranza npn è altro che

il

ricalcitrare della trista

il

ricalcitrare dell’assassino contro

il

generoso libera-

tore che va a strappargli la vittima. Là come riferiva Oudinot nel dispaccio del 4 di maggio è l’impero dell’anarchia; là non è dissidio tra principe e popolo, ma ,

,

è la lotta della civiltà contro la barbarie.

Da questo lato

è sciolta la questione papale, che

diviene questione popolare, e si fonda nel dovere che

hanno i popoli liberi e forti Jh soccorrere ad un popolo debole e tiranneggiato.

questione è

il

Il

secondo rispetto della

principato.

Questo verso è politico intieramente quanto il primo. Ecco la questione: vuole 1’ ordine pubblico, la tranquillità e la libertà dei popoli che un governo costituito debba soggiacere alla mercè d’una fazione? No, (1) L’Italia del Popolo, gazzetta di Mazzini, tra i feriti nella giornata del 30 aprile non contava un solo romano!

Fra i prigionieri

fatti dai

Francesi nel decorso della guerra,

quasi nessun romano. 14

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210 perchè Lordine europeo è un conserto di

tutti

i

go-

verni, e rovesciare un trono illegalmente è un rompere quel conserto; e il tollerare questo fatto, chi possa impedirlo , è un consacrarlo ; e il consacrarlo è

come un introdurre

nel codice europeo invece della

legalità l’anarchia; e l’anarchia è tale pianta che non

cessa di gettar larghe propaggini.

Dunque gli altri go-

verni hanno dovere di intervenire e d’impedirla.

una tirannide universale dei principi verso i popoli. Anzi, io rispondo, ecco Si dirà: ecco inaugurata

salvati

i

popoli ed

i

principi dall’anarchia, dal socia-

lismo, dal

comuniSmo che ora minaccia fierissima-

mente non

solo

vile tirannide

i

governi

ma le nazioni. Qual più

che quella d’un Guerrazzi in Firenze,

d’un Pigli a Livorno, d’un Mazzini, d’un Avezzana

Roma ? Quale comunanza tra quei mitissimi principi di Roma e di ToNon vanno dirittamente al comuniSmo le loro

e d’un Garibaldi a sti

fanatici e

scana?

Ponete mente a queargomento: Quei buoni repubblicani si divisero i

dottrine, le loro usurpazioni? st’

troni e le reggie colle loro dipendenze ,

dunque con-

chiuderanno le plebi, noi possiamo dividerci dei ricchi e le loro dipendenze.

le

case

non sia marcito nella dottrina delle riEpperò voluzioni, e chi non sia un di coloro già preveduti chi

da Leibnitz che apporrebbero

il

fuoco alle quattro

mondo per il diletto di vederlo in fiamme, dee confessare che in simili casi, quale è ora appunto

parti del

lo stato di

Roma, 1’ intervento armato è la sola àn-

cora della salute, sì al popolo come al principe romano.

Finalmente per compiere questo quadro dal verso religioso, compendieremo qui ciò che altrove espo-

nemmo a dilungo. Il Papa resterebbe. Papa senza il dominio temporale, ma non avrebbe quella esteriore indipendenza che in

lui

desiderano

giustamente

le

nazioni cattoliche; la quale indipendenza fondandosi

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in

211 an diritto acquisito ed europeo tutte le nazioni cathanno pure il diritto di mantenergliela, e ,

toliche

tanto più se

badi che

si

rapitori di quella sovranità

i

sonò la schiuma dell’anarchia e della tirannide

(1).

Dunque, per tutto riassumere in un punto, la questione papale involve la libertà delpopolo romano, soperchiato, tradito, tiranneggiato; il diritto del principe che si annoda al diritto pubblico ed universale e quella indipendenza religiosa che da sè non darebbe un diritto su un trono qualunque del mondo ma si fonda sopra un ;

,

diritto già acquisito di giustizia e di possesso inviolabile.

Queste considerazioni rispondono alla Nota di Carlo Rusconi, ministro degli affari esteri, del 7 maggio, nella quale

si

viene garbugliando essere l’intervento

una questione religiosa. Chiaramente: essa è prima una questione politica e popolare come è quella di Leo-* poldo di Toscana; poi religiosa, sì però che essa tiene il

suo fondamento in un diritto politico

consecrato

dalla giustizia civile e dalla religione. (1) Dicono taluni:

Dunque

il

Papa e lo Stato romauo

—

saranno un feudo delle potenze cattoliche? !\'o, signori, il feudalismo coll’in-

voi errate nei termini, nè si concilia

dipendenza; ed

il

papa è dichiarato sovrano indipendente

da qualunque altra potenza. Le potenze cattoliche nell’asnon ledono per niente nè la maestà della sua sede nè i civili avanzamenti. Rendono impossibile la repubblica, è vero; ma la sicurargli la sovranità contra le usurpazioni,

repubblica o mascherata o scoperta , è un regresso e nou un progresso; nè il popolo romano avrà la dabbennaggine di credersi più illustrato da

una repubblichelta pigmea e

senza nervi, che dall’essere la città eterna e dell’universo.

la metropoli

Che se i papi non faranno a Roma il dono

funesto d’ una costituzione modellata su quell’ aborto che

sono le costituzioni francesi, rovine cadenti le une sulle altre, si assicuri Roma che i papi faranno meglio per la civiltà del loro Stato. si

fidi nella

Chiuda l’orecchio ai demagoghi, e

sapienza che

la

governa.


21-2

CAPITOLO LI. PENSIERI

SIILI-’ INTERVENTO.

>

UUnivers, che primeggia per finezza d’intuito nella filosofia politica «

e religiosa, rifletteva

il

dì

27 aprile:

Lungamente l’illustre Mazzini aveva soffiato l’odio

suo anticattolico e antipapale nei redattori del Nazionale. D’intesa con Marrast, egli prediceva la prossima caduta del trono pontificale, e applaudivano amendue alle

arringhe di Barrot, plaudente esso pure alle ritempo chi avrebbe detto a

voluzioni italiane. In quel

Mazzini, a Marrast, a Barrot, che un giorno la Kepubblica Francese, presieduta da un Bonaparte , Marrast essendo presidente dell’Assemblea sovrana e Bar,

rot presiedendo al Consiglio,

manderebbe una flotta a

Civitavecchia per togliere dalla cristianità lo scandalo della Repubblica Romana presieduta dall’illustre

Maz-

L’uomo si agita e Dio lo conduce. » Noi cravam chiamati papisti, quando al primo rom-

zini!

pere della rivoluzione di Roma, e all’innalberarsi di quella Repubblica, la dicevamo un semplice atto della gran commedia italiana, prenunciando che il Papato non crollerebbe nè dal Campidoglio nè dal Vaticano;

ma noi pure eravamo lungi dal presagire che un tal miracolo dovesse compiersi dalla Repubblica di feb-

Dunque la Francia non ripudia l’onore d’esser primogenita della Chiesa, e il trono del Sacerdote

braio. la

Re diviene esplicitamente per tutto il mondo un canone di diritto universale. i buoni ed i cattivi lavorano a compiere i disegni di Dio. Per le eresie veniva formolandosi più nettamente la fede, e sul tronco immortale della Chiesa sorgevano più vigorosi rampolli all’inaridirsi degli antichi. Or 1’ eresia mazziniana f eresia non dommatica

ma sociale, chiamava quasi a concilio

i

popoli ed

i

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213 sovrani per sancire quel

sommo canone

della civiltà

cristiana , cioè che l’indipendenza delle definizioni cattoliche vuole congiunta la sovranità al papato.

mera subalpina ebbe

1’

La Ca-

impareggiabile onore, quasi

conciliabolo mazziniano, di gridare a gola tutti

ma

imaginabili :

villi

i

professori di sofismi

i

ca-

non vin-

sero la ragione e la coscienza dell’ universale. Trista fu l’Italia! Essa

si

prese in questa causa le parti del-

Ma fu providenza, perchè essendo il primato del Papa la prima gloria italiana, e avendo le nazioni definito che quello si debba tener congiunto col principato temporale ciò che negava l’Italia (cioè la fazione dei sofisti e dei prepotenti ohe l’avvocato del diavolo.

,

la signoreggiava), e avendone una Repubblica assunto

l’impresa

,

la verità ne apparirà

più chiara ed irrepu-

gnabile.

Svolgiamo dall’uno all’ altro capo questa tela. La guerra contro il principato del Papa bolliva ferocissima, e sarebbe scoppiata. La providenza pigliava per mano il mitissimo successore di Pio VII nella sede d’Imola. L’amnistia e le riforme lo rendevano caro al

mondo, quanto 1’ ingratitudine, giuro facevano abborrire

i

la ferocia e lo sper-

ribelli

non immuni dal

sangue del Rossi. La misericordia e la giustizia si abbracciarono in Pio: egli pronunciava 1' amnistia e dichiarava la scomunica. Fra il

il

Pontefice e

pubblico delle nazioni non sospese

la giustizia della causa e l’affetto

il

i

ribelli,

suo giudizio:

preconcepito sforza-

rono gli animi in favore di Pio. Credete che la sola l’immenso amore procacciatosi da Pio

giustizia, senza

IX, gli avrebbe conciliato il favore di tutte le nazioni?

-

Non lo pensiamo. Avvertite ancora che gli stessi ribelli

,

i

quali lo festeggiavano per tradirlo , servirono

providenzialmente ad accrescerne la fama e l’onore, ed a se stessi l’onta e la riprovazione. Dio veniva dun-

que maturando l'opera sua. 11 Vicario di Gesù Cristo

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214 prima di bere il calice della sua passione del

,

al cospetto

mondo intero si era coronato di quei meriti che

gli assicurassero

il

trionfo della risurrezione. Diceva-

un tale: Beatissimo Padre, dove anderete con queRispondevagli Pio IX accennando al Crocifisso, cioè a colui che per fare il bene ha patito, e

gli

ste riforme?

poi è risorto.

di

Avanziamoci nelle vie della previdenza. Se le armi un re assoluto fossero entrate esse sole in Roma,

sarebbesi gridato al dispotismo: ed ancora al dispose non fossero concorsi in quel pensiero i prined i popoli. Ora sono le armi della Repubblica la quale rifiuta ogni affinità colla demagogia imperante sul Campidoglio; e la matta resistenza, che non i Romani, ma gli stranieri oppongono a quelle armi liberatrici dichiarerà quanto sia risoluto e fermo quel proposito dei principi e delle nazioni. Perocché se unanime fu in ciò il voto dei governanti,

tismo

,

cipi

Francese,

,

non fu meno il voto di tutta la cristianità chiedente che a Roma fosse restituita al popolo la libertà usurpata da una fazione tirannica, ed al Pontefice la tem-

porale indipendenza, guarentigia indispensabile alla libertà della sua parola, e a quella delie coscienze.

Ma facciam l’ultimo passo. Se Roma e l’Italia vanno salve da una più tremenda invasione che avrebbe involta tutta l’Italia negli orrori d’una guerra insuperabile a chi ne sono debitrici Roma e l’Italia? A Pio IX che resse fermo a non decretarla. Che fece per la ,

guerra il versipelle Mamiani, che fece quell’ ossame repubblicano, il quale col pretesto della guerra scavalcò Pio IX? Niente, nientissimo han fatto, perchè la guerra non era fattibile ail’Italia. Dunque Pio IX aveva colpito nel vero come principe non la dichiarando , e come Pontefice librava i diritti della giusti-

zia, e

proclamava e sosteneva intatta quella paternità

sacerdotale che , senza invidia e senza

amor di parte,

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215 abbraccia d’un sol amore i principi ed i popoli batMeschinissime creature che non sapete levarvi d’un dito sulle cose materiali, (issatevi neU’eccellenza tezzati.

di quel principio, e nella dignità che ne ridonda alla

famiglia delle anime. conciliava a Pio

Ebbene questa sublime sapienza

IX la stima e

dei principi della terra.

l’

affetto dei popoli e

E se l’Italia ebbe un principe

che colla maestà del re e colla grazia del sacerdote s’interponesse fra

i

vinti e

il

vincitore;

se

essa non fu

peggio lacerata dallo straniero dopo essersi lacerata colle sue mani, a Pio IX ne deve la grazia. Che sarebbe infatti accaduto all’ Italia se il Papa avesse bandito ciò che si diceva la santa crociata? Di due cose l’una: o l’Italia sarebbe caduta alla mercè ,

delle armi austriache, se la Francia

non interveniva:

o intervenendo la Francia, 1’ Italia sarebbe stata if campo d’una guerra europea, di cui avremmo sopportato il peso e lo sterminio. Ma chi ha più la dabbennaggine di affermare che la Francia intervenisse qual parte belligerante ed alleata dell’Italia? No, essa per ragioni interne ed esterne non interveniva.

Dunque

l’Italia sarebbe caduta alla sola mercè dell’Austria vin-

citrice.

Ecco il finale scioglimento a cui, senza saperlo,

anelavano

i

predicatori dell’indipendenza.

Al contrario, avesse la Francia occupato Civitavecchia prima del fatai giorno che fu il 12 di marzo! Sarebbersi allora operate

le

restaurazioni di Roma e

non sarebbe accaduto il Vaterloo di Novara, ed il Piemonte avrebbe avuto una pace onorata. di Firenze,

e

D


216

CAPITOLO LIL LA REPUBBLICA

ROMANA APOSTOLICA.

t

L’ Opinion publique contava tra

il

una favola dicendo che

Pontefice e la banda mazziniana sarebbe con-

chiusa la pace in guisa che

il

dominio pontificale a-

vrebbc d’ or innanzi nome e stato di Repubblica romana apostolica. Anzi, più che favola è questa un’as,

surdità impareggiabile.

Qualunque patteggiamento riguardante la forma politica d’ uno stato è indegno fra il governo legittimo ed un’usurpazione plebea che dà

la

:

e figura la sorte del misero

borsa per ritenere la vita.

Or quattro na-

non sono vigliacche al segno da imporre tal condizione vilissima al legittimo sovrano di Roma. 0 quezioni

avrà l’integrità del potere quale avanti riteneva, o non ne avrà nissuna. Dunque le trattative diplomatiche non potranno mai limitare la giurisdizione temporale del Papa. Ricordino i sovrani che la loro autorità vacilla od è caduta, quando le fazioni acquistano libertà prima usurpate che concedute. La storia di ben quattordici secoli ci convince che i sti

guai politici di Roma sursero da tre cagioni che furono gl’imperatori d’Oriente, gl’imperatorid’Occidente, ,

e

il

fantasma dell’antica Repubblica evocato di tratto

in tratto da Cencio sino a Mazzini.

Le aquile romane cominciavano ad abbandonar Roma, volando col figliuol d’Elena a Risanzio. Nel mezzo del secolo quinto il gran Leone che ferma Attila presso di Mantova faceva intendere a Roma che ornai non sarebbe salva fuorché sotto l’egida del manto pontificale.

Cadeva il settimo secolo, e l’impotenza e la tial popolo romano, abbando-

rannide bisantina dava nato e concalcato, la

il diritto di congiungere nel Papa corona regia alla sacerdotale. Nell’800, quel con-

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217 nubio era confermato da Carlomagno. Frattanto in quel quinto, sesto e settimo secolo,

menti, signoreggiandola

Roma era nei pati-

Bisantini, mentre suoi ret-

i

per la necessità degli avvenimenti e per elezione

tori ,

dei popoli, divenivano

i

Papi.

Eguali sciagure crearono in seguito a Roma gl’imperatori d’Occidente, ripugnando a quella indipendenza

che

grande Ildebrando

il

,

col nome di Gregorio VII,

veniva conquistando sulle orme dei precedenti Ponte tici,

seguito e rincalzato dai seguenti. Quale fu l’er-

rore

comune agl’imperatori d’Oriente e d’Occidente?

Fu il disconoscere che sulle rovine dell’antico imperio quella Providenza che aveva restaurato il mondo spi,

ritualmente, veniva edificando un imperio sacerdotale e regio, per restaurarlo civilmente.

Finalmente, quando gl’imperatori lasciavano ai Pontefici

compiere tranquillamente la missione data loro

dalla Providenza , allora le fazioni romane imprende-

vano l’opera incivile degl’imperatori. Roma sventurata! Fedele ai Papi saresti stata la più nobile fra le nazioni incivilite,

come fosti per quelli il faro della sa-

lute universale nel tempo della barbarie : al contrario ti

fecero debole , misera e serva dello straniero le fan-

tasie

repubblicane, che bollirono nel duodecimo se-

colo , e nel decimoquarto cagionarono il fatale trasporto delia sedia pontifìcia in Avignone.

In quei settantuno

a settantadue anni che durò l’assenza dei Papi,

Roma,

diventata uncadavero, intese che una legge providenziale l’astringeva

ad esser grande coi Papi, o ad es-

sere niente senza di quelli.

Ecco la storia! Or che faranno le Potenze

,

che farà

Roma? Di due partiti l’uno

:

o

il

Papa sarà restaurato nel

possesso libero e intiero del suo potere, spegnendosi il

fomite repubblicano, e lasciando il sovrano di Roma

in condizione

da reggere e governare con forza il suo

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218 popolo; ovvero blandendo alla rivoluzione, e impo-

nendo condizioni non accettabili al Papa novate

le persecuzioni degli antichi

,

saranno rin-

imperatori, e ali-

mentate le antiche fazioni che afflissero Roma. Inoltre 0 il Papa tornerebbe a Roma o non vi tornerebbe per ora: tornandovi qual protettore ufficiale d’un governo tatto laicale, sarebbe derisoria la sua indipendenza, sarebbe fallito o falsato lo scopo delle Potenze ed il Papa si presterebbe ad essere spogliato ufficialmente; non tornandovi, turbe e guai peserebbero sull’Italia, Gaeta sarebbe una seconda Avignone finché la mise,

,

ria e la disperazione eccitassero nelle

Romagne una

seconda rivoluzione.

Resta impertanto che una sincera parola cancelli per intiero la rivoluzione, e tolga dall’Italia lo scandalo

d’una tirannide che terminerà brevemente in un socialismo repubblicano, di cui Ledru-Rollin piò che Mazzini è il capo. Resta che il sovrano di Roma, libero come avanti, possa continuare con prudenza le riforme civili che a lui parranno convenienti, non impedite dalle potenze esterne, non comandate dalle fazioni interne. Resta che il popolo, cessata la tirannide mazziniana si restringa e s’inclini devoto al suo principe, assicurandogli la forza fisica e morale che si richiede a governare uno stato, a comprimere gli ,

interni tumulti , a cessargli la necessità di soggiacere al presidio delle armi forestiere; e da poter finalmente,

cessate le insurrezioni, consolidare in

un cogli altri

principi la civiltà italiana contra la barbara empietà

che la devastava.

Intendano i principi, intendano i popoli, che quando sovrani son deboli quand’essi regnano e non governano, allora governano e imperversano le fazioni; Intendasi, e ornai siam giunti all’ultima ora da intenderlo intendasi che nei sovrani deve essere l’occhio, l’amore onde discendano la prola mente il senno 1

,

:

,

,

,

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219 sperila e la libertà dei popoli.

ministri risponsabili, siano

i

vranno mai verso dall’ufficio, dalle

pria loro utilità

1

governi ambulanti,

pur eccellenti, non a-

la nazione il senso di paternità, che domestiche tradizioni, e dalla proe dei successori, è ingenerato nei

È dunque la forza del principe, in ogni forma di governo, l’àncora e il fondamento della salute. Le potenze cattoliche, venute al soccorso non già

principi.

di Mazzini ma di Pio IX, la

non scemeranno certamente

potenza del sovrano, restaurando

le antiche e por-

gendo il fomite a nuove discordie. Se il governo temporale dei Papi non fu senza macchia, fu però, ragguagliate le parti d’ un sì lungo decorso, il più paterno e liberale del mondo. Le imperiali prepotenze, i conti di Tuscolo e le altre interne fazioni hanno potuto elevare nei tempi

mezzo uomini indegni sul

di

ma non si ha un

trono di San Pietro,

tiranno fra

ed al contrario per bontà e sapienza, i Papi, quasi sempre superiori al loro secolo, oscurarono di

quelli;

lunga mano

tutti

i

troni dell’ universo. Boriosi e fa-

natici declamatori, non siete voi che celebraste Pio IX,

per bontà e per gli

civiltà, qual

abbandonò l’Italia

,

primo italiano? Non e-

ma voi la sacrificaste correndo

e infuriando all’impazzata. Resti

dunque libero e forte questo gran Padre ita-

liano , e per la salute di stianità

Roma e il decoro della Cri-

non soggiaccia mai più nè alle armi straniere,

nè a quelle de’suoi

.

figliuoli.

CAPITOLO LUI.

FIO IX È IMPOSSIBILE A ROMA.

Questa proposizione Pio IX è impossibile a Roma , che si distendeva per cinque colonne del Positivo (13

D


220 maggio), riassume la quintessènza della logica repubblicana. Autore di essa è Carlo Gazola exprelato, e

uno degli antichi redattori del Contemporaneo, giornale che innalzava sull’Italia la prima bandiera rivoluzionaria. Questo saggio dirà ai posteri di qual sorta

maniaci fossero gli oppositori di Pio IX. L’ exprelato professa a Pio IX nè riconoscenza nè odio ,

ma il suo piglio dà segno di profonda offesa

lancia contro

il

,

e

principe ed il pontefice un insulto co-

dardo, mentre prega il cielo di cessargli dal labbro le codarde parole. Udiamo le sue bizzarrie. Pio IX fu autore di azioni gloriose e magnanime, e

ad un tempo fu inesperto , indeciso, incostante e volubile.

La sola logica repubblicana saprebbe conciliare

coll’uomo inesperto, incostante e volubile l’uomo glorioso e magnanimo. L’amnistia , rispondiamo al critico,

è un fatto, e le circolari segrete da lui menzionate, o sono regole di prudenza indispensabile, o altrimenti sono invenzioni di Carlo Gazola. La concessione dei giornali non ripugna alla sospensione dell’audace Contemporaneo.

La Filippica ai Consultori

dei Ministri,

il

dileggio delle

prelatizia rimprovera a Pio

,

le persecuzioni

Camere, che la lingua

IX

,

e altre e altre simili

accuse , sono falsità e proprio un insulto codardo. In-

torno ai Gesuiti, Pio

IX fu pure consentaneo a se

medesimo. Chi avesse riferito ch’egli pronunciasse in qualunque tempo una parola men che onorevole verso quei religiosi, mentirebbe solennemente; e mentisce l’exprelato ciò affermando sull’autorità del p. Ventura e di Gioberti, perocché nella Gazzetta di Roma del 30 marzo, il Papa faceva esprimere offìcialmente la somma sua compiacenza verso l’intiero Ordine dichiarando di averli sempre riguardati come instancabili collaboratori nella vigna del Signore. Bisogna poi esser venuti oggi dagli antipodi , o imaginarsi di parlare ai ,

Cinesi ,

quando si osa di spacciare una contraddizione

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221 tra la missione di Monsignor Corboli a Carlo Alberto

per una lega doganale, e

la dichiarazione del 29 aper cui non si ritraeva il Papa ma affermava non poter entrare nella guerra. E a quest’ora non è un insulto più che codardo il dire che Pio IX ha compromesso i liberali, cioè i repubblicani ; e mentre

prile,

di

tutto

IX

il

mondo celebra la schiettezza angelica di Pio

il venirci a contare che niuno può fidarsi di lui? Pio IX sedeva fra due mondi, studiò di conciliarli,

e

,

1’

avrebbe fatto se non venivano a interromperlo i *

barbari mazziniani.

Tu inarchi le ciglia, o lettore. Attendi ancora, e vedrai che questo è niente. L’exprelata, uscito di prelatura e di senno,

già intima

Concilio, caso che Pio

un Concistoro od un

ti dipartisse

dalla vera fede di

Non è logica repubblicana? E quando ciò non volesse fare il Concilio, l’exprelato propone ai Romani Cristo.

l’esempio di Benedetto IX cacciato dal popolo romano.

Ma, con buona licenza del Gazola, diremo che non corre

il

paragone tra l’ottimo Pio e quel pessimo Be-

nedetto, che da una fazione comprava la sede e da un’altra ne era cacciato.

A Carlo Gazola

,

ai repubbli-

cani rossi e infocati questa logica rivoluzionaria. Ai quali ricorderemo quella legge di providenza già avvertita dal Baronio,

cioè che in tempi felici per la

fede Dio lasciava correre Pontefici mediocri o cattivi

come il nono Benedetto, ma gli volle grandi nei disastrosi, come noi vedemmo il sesto, il settimo e il nono Pio.

-

s

*

Ma difficilmente convertiremo al buon senso Carlo Gazola; ed egli è parimente forte in teologia ed in canonica. Vedi maraviglia! 1 canoni, egli dice,

fanno

rimovere i vescovi che hanno perduto la confidenza del loro gregge: dunque sia rimosso il Vescovo

abilità di

di Roma che l’ha pure perduta.

Voi siete acuto, monsignor Gazola! Secondo voi,

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m Pio IX ha perduto la confidenza del suo gregge.

Ma

il gregge di Pio IX? Sono i Ventura, i Gavazzi, gli Ugo Bassi, gli Armellini, i Mazzini, gli scrittori dei gior-

diteci in grazia, qual è

Muzzarelli,

Gazola,

i

i

nali rossi e radicali, gli anarchici, gli exprelati, ex-

preti, exfrati; o con questi sono anche

da annoverare romani e poi tutti i veri italiani , ed insomma tutti i cattolici dell’orbe che vogliono ed avranno certamente il loro venerato Pastore restaurato sul Vaticano? Oh vedete, caro, quanto la sbagliate nel restringere la greggia di Pio IX a quàttro repubblicani con alla testa due exprelati! Risanatevi gli occhi, o piuttosto la mente, e vedrete che i

veri preti ,

i

veri frati ,

i

veri

,

l’universal greggia dei fedeli, fuori soltanto

i

dema-

goghi, vogliono esaltato non che abbassato Pio IX.

Anche un fiorellino di scisma farà buon condimento alla teologia repubblicana. Ammesso il primato di Pietro, aggiunge

il

«ma dal primato di Pietro

Gazola:

a noi pare inesorabilmente caduto Pio IX.

»

Nella

fantasia exprelatizia Pio IX è caduto inesorabilmente dall’ autorità spirituale:

il

che dice scisma od eresia.

Due cagioni han potuto condurre l’exprelato a questo passo: la

furore rivoluzionario che brucia le menti;

il

scomunica, che aggiunta all’ostinazione, brucia la

coscienza.

s

Cosi bruciato

il

buon Gazola,

colla cattolica fran-

chezza di figlio (ossia con impertinenza da scismatico)

scongiura Pio IX ad eleggersi altra stanza, perchè a Roma il sangue sparso grida contro di lui.

Adagio signor Gazola. Di qual sangue parlate voi? 10 vedo il sangue del Rossi e del Palma; vedo il sangue sparso in tutte le provincie romane dal pugnale ,

democratico, o fatto o lasciato scorrere dalla vostra Repubblica; ma di questo sangue è colpevole la vo-

Repubblica e non mai il Papa. Vedo pure sangue che là vanno a spargere, per tutelare una

stra bella 11

,

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f

223 infame ribellione, i ribelli e i fanatici di tutta l’Europa. Dite, Monsignore: è Pio IX o Mazzini che ha

Roma quelle bande armate per comprimerla ed assassinarla? Colpevole sarebbe il legittimo sovrano di Roma colpevole il mondo civile se lasciaschiamato in

,

sero più a lungo

Roma sotto il ferro di quel dispo-

tismo vandalico.

Dunque se nella liberazione di Roma

spargerà il sangue, quel sangue griderà contro gli inauguravano la rivoluzione, che la imponevano al popolo, cui essi tradivano, forzavano, e non cessano dal tradirlo colle bugie e dall’incatenario colle minacce e colla violenza del barbaro. Fucina di

si

assassini che

bugie furono pio

la

tutti

Positivo

il

sulti è

il

giornali repubblicani: per esem-

12 maggio; e una fucina di bugie e d’invostro articolo, signor Gazola.

poi e l’anarchia e

vento delle nazioni glio

i

presidenza di Ledru-Rollin, annunciata dal

i

Le violenze

furori che necessitarono l’intersi

conoscono in parte, e vie me-

quando sarà cessata la dittatoria prepotenza.

Carlo Gazola, voi avete ragione di gridar alto. Se appartenete alla scuola della Giovine Italia, come pare,

non ignorate che la Giovino Italia era destinata per centro alla Giovino Europa. Mazzini ve l’ha an-

certo

nunziato.

Ora la Giovine Italia è vicina alla sconfìtta, Europa dei socialisti. Agridate ferocemente contro il Papa che

e con lei cadrà la Giovine

vete ragione

:

non può concedere la sua sedia al socialismo europeo; maledite le armi che taglieranno la radice del socialismo da Mazzini piantata sul Campidoglio. Gridate pure; ma griderà di rincontro una voce universale: La società ha vinto, Inciviltà ha soggiogato la nuova barbarie, l’umanità è salva!

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m CAPITOLO LIV. DtTE PARTITI

IN

ROMA;

1° l Mazzinisti pun.

Lasciando da parte i’obbedire che fa

che in

la

plebe, organo insensato nel-

impulso rivoluzionario , vediam

Roma due partiti gonQan le vele alla

repubblicana.

Il

gue, neganti

al

di

all’

barca

primo è dei Mazzinisti di puro sanPapa ogni realtà, e sin l’apparenza

dominio temporale. L’altro è dei Mazzinisti tempe-

rati , ossia Mamianisti , contenti di lasciare al Papa un

nome ed una vana apparenza di quell’autorità. Ciascuno di

essi

procede in varia guisa:

i

primi colla

i secondi coll’astuzia. Gli uni e gli altri tengono a bada i Francesi che, respinti non senza qualche inganno nel 30 di aprile, stettero guardando

sfrontatezza;

le loro

di

armi e tessendo con misteriose trattative la tela

Penelope.

La

sfrontatezza dei Mazzinisti

puri , cangianti

il

bianco in nero e viceversa, è scolpita nella lettera che triumviro Mazzini, nel 16 maggio, indirizzava al-

il

l’inviato francese, Ferdinando di Lesseps. Egli dichiara

urbi et orbi che

il

suffragio universale con magnifico

la Repubblica Romana, quando mancava un’armata per imporre quel suffragio, e de-

entusiasmo procreava

naro per comprarlo. L’assassinio di Rossi fu un’azione isolata, e seguita da un ordine perfettissimo. Aderirono i circoli ed i municipii. La confidenza e la fi-

nanza furono restaurate. 11 popolo subirà io scisma il Papa. Al suo ritorno ricomincierebbe la lotta delle società segrete. Così dice il Triumviro. Rispondiamo brevemente In onta dei terrori e delle violenze, una sì piccola minoranza era concorsa al piuttosto che

suffragio universale, e coll’ astenersene,

maggioranza aveva protestato, che

una sì gran

illegale e nulla fu

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225 romana, epperò di niun valore

la Costituente

la

Re-

pubblica da essa proclamata; e quand’anche fosse stato pienissimo quel suffragio, gliere

il

non avrebbe potuto

vincolo di giustizia che stringe

principe, essendo

la giustizia

il

scio-

popolo

al

non l'ancella dei popoli

ma la sovrana. La morto del Rossi era decretata qual primo anello della catena repubblicana, e fu largamente pagata. Chi Iosa meglio di Mazzini? Chi meno di lui dovrebbe aver fronte da negarlo? Mancò a Roma una milizia da combattere per l’Italia, ma una milizia di assassini non mancò a Roma, non il filo da moverla, non l’oro da pagarla. (ìli assassini trucidavano, il Governo lasciava trucidare: ricordiamo solo Ancona, Rologna, Sinigaglia, Faenza, Forlì, Ascoli e Imola. Sono queste orde di assassini, organizzate, ]>crmancnli e passeggiali ti alla pubblica luce, clic fe-

cero denominare gnale.

Ecco

elessero

le

!

la

guerra italiana, guerra del pu-

ordine perfettissimo che Mazzini vanta

1’

olficialmente

Sotto

1’

impero di questo terrorismo si che prova adunque Che provano circoli, non

autorità municipali;

l’adesione dei muuicipii?

organi del popolo,

i

ma fabbri audacissimi d’insolenze,

d’illegalitk e di rivoluzioni? Dite

che rinacque

la

fi-

ducia. Menzogna. All’estero neppure un Governo, nep-

pur Sicilia, neppur Venezia vollero riconoscere il misero fantasma della Repubblica Romana: nell’interno crebbe sempre elio

il

terrore, e chi respira

un

men

fiato

repubblicano è morto o incarcerato. Il Labaro col proprio sangue una moderatissima libertà

scontò

d’opinione;

il

Costituzionale Romano,

minaccie del pugnale,

si

dopo le replicate

tacque, espatriarono

i

suoi

Ecco la fiducia vantata dal pervicave triumDite che si è restaurata la finanza. Ma come?

redattori.

viro!

Coll’assassinio delle chiese,

dei

palazzi

papali, dei

pubblici edifizi, dei tesori d’arte, ed insomma di quanto

aveva

di

più sacro, ed eresi largito alla città santa Ili

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226 dai fedeli di tutto

o barbari

,

il

mondo. Ecco la vostra finanza,

che divorate

berate una volta

il

l’oro e vomitate la carta. Li-

popolo da questa tirannide ;

il po-

polo che, lungi dallo scisma, avrà imparato dalla vo-

quanto debba nell’ avvenire tenersi più caro il Padre, il Re ed il Sacerdote. In quanto a voi, che minacciate la società colle armi delle conventicole

stra barbarie

segrete, in ciò pronunciate la vostra sentenza. Queste

conventicole vi son note, esse furono l’opera della vostra vita;

ma appunto perchè segrete, sono l’opera di

cospiratori, di traditori del popolo, e non l’opera del

popolo. Sì limpida confessione,

fatta

dal

triumviro

Mazzini nel documento precitato, è solenne e preziosa. Essa dice che le società segrete hanno trionfato: repubblica socialistica a Parigi, impero germanico a Francoforte, dittatura nell’Ungheria, separazione del

Roma, sono una un solo trionfo. Dice ancora che, se gia-

potere spirituale dal temporale in sola cosa ed

ceranno per ora vinte queste società segrete, esse torneranno a macchinar nelle tenebre: C’est la tutte des tociétés secrètes

à recommencer. Ecco l’impenitenza

fi-

nale.

A questi mazziniani fa codazzo una turba di gente meno cattiva, che non vede il fondo della questione, non vede il socialismo appiattato nella rivoluzione europea, e nella questione papale non sa altro vedere che la divisione dei due poteri; che però ne è il meno. Fondare in Roma un centro al socialismo italiano è l’idea madre. L’Italia del popolo , l’Italia ideale , I’Idea

mazziniana, spiegata dalle sue dottrine e dalla sua pratica, è

cialismo ed

un panteismo religioso e sociale, è il soil comuniSmo incarnato. La povera gente,

e gente anche togata, se lo beve, e non sa dove si vada.

Qui un riflesso. Tale dottrina è veleno di morte alla umana: se Mazzini e Armellini cogli exprelati

società

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227 non avranno l’animo di dedurne per HI di logica le ultime conseguenze, verrà dopo di loro chi saprà farlo.

Ma questa dottrina si è armata della spada dal Campidoglio, é minaccia l’Italia.

,

e fulmina

Dunque qual ri-

medio a vincerla? I sillogismi non vincono la spada: dunque la salute pubblica vuole perentoriamente che alla spada si opponga la spada, e che il socialismo mazziniano scenda dal Campidoglio che ha usurpato. Quando il Corano passava dalla disputa alla scimitarra, l’£uropa si levava in armi: ora, mentre fa altrettanto il

socialismo, mille volte più antisociale del Corano,

Europa starà a guardarlo? La questione romana è questione vitale per la civiltà europea non ci dovesse anche entrare il Papa. Mazzini comandava a Roma 1’

$

prima di esserne fatto cittadino, rappresentante e triumviro; Armellini ne recitava le sentenze e le parole nell’apertura delia Costituente, il 5 febbraio. La rivoluzione di Roma fu mazziniana sin da principio ed al presente è un socialismo armato, svelato nella sostanza, ,

e tanto chiaro nelle sue evoluzioni presenti e future

quanto sono chiare nei loro antecedenti lo logiche conseguenze. Dura necessità è quella delle armi: ma le armi sono umane e. civili quando salvano da mali peggiori la Società.

«

Mazzini termina il suo documento del 16 maggio: Voi lo stemma caduto non potrete rialzare altri-

menti che su monti di cadaveri e sulle rovine delle nostre città.

*

Codardi

!

Non ardirono mostrar la fac-

cia nella vantata guerra dell’indipendenza, e

ciano di atterrar colle mine

la città santa.

minac-

Non

fa-

ranno:

ma la Francia temporeggia, e viene a patti

con

gente che

tal

si

pretende capace di seppellir vivo

un popolo che ha sedotto, spogliato e tiranneggiato? No, non sono questi puri Mazzinisti che indugiano la

Francia sulle porte di

dei Mamianisti.

Roma, ma sono

le astuzie

-ti etitfwrtU'

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,

•2*28

CAPITOLO LV. IUTE

PARTITI IN ROMA:

2° I Mamianisti.

Mazzini può dire con Proudhon: è

l'

Il nostro principia

ateismo in religione, nella politica è V anarchia

nell' economia politica è la non-proprietà.

,

r

La divinità che

è una creazione della sua mente , non è un Dio; non ammettendo verun diesso idoleggia nella sua Idea,

ritto nei

principi di governare

i

popoli, egli si fa pa-

dre dell’anarchia; nel decreto del 27 aprile dicendo che la vita e

le facoltà dell’uomo appartengono di diritto

alla Società, egli crea nella teorica e nella pratica

il

comuniSmo. Mazzini triumviro dice più che non basta per intendere ciò che sia diventata Roma. Favola delle nazioni, popoli anche meno colti ne avranno dolore i

e pietà.

Aggiungiamo però che se Mazzini ottenne grado e favore in Roma, non è tanto per la sua destrezza, quanto per

l’astuzia

d’un partito che servivasi di

per distrurre sostanzialmente

ed ora pure

Francia una la realtà

il

lui

dominio pontificale

si

serve di lui per mercanteggiare colla

tal

restaurazione del Papa, nella quale

mani del nome o l’apparenza al Papa. lochiamo

del governo temporale resti alle

partito, ed

il

Mamianisti costoro, essendo stata sempre l’idea seguila da quel ministro. Questo partito è il più fatale a Roma, esso complica singolarmente la questione papale, esso detesta

Mazzini e vede impossibile la Repubblica, ma la soe pone ostacoli alle armi francesi, e guizza nella diplomazia, e s’ industria nelle trattative. Alle crude formole, decadimento del Papa, ovvero, incom-

stiene,

patibilità dello spirituale

col

temporale, che sono in

fronte al programma mazziniano, essi hanno surrogato

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229 quest’ altra: intiera secolarizzazione del governo temporale.

La quale

piedi

un simbolo di monarchia, seduce

piega

a’ versi

loro che

a’

è

più modesta, più

mite, lascia in e

perfino

si

degli animi onesti e religiosi, parendo

cardinali

e monsignori

non

stia

bene

il

mondo.

trattare cose di

Diciamolo pure, Mazzini è morto, o più veramente

nè esso nè Proudhon non furon mai nati; ma

i

Ma-

mianisti, o subdoli o ciechi, sono molti fra gl’italiani,

e più fra

Romani,

i

cosi la faccenda:

ai

quali parrebbe

di

aggiustar

Mazzini vada a spasso colla sua Idea

mistica, socialistica, entusiastica, e se ne abbia il ben servito dell’avere distrutto il potere temporale del Papa;

questo potere

si

divida

fra

i

Mamianisti

,

e

risurga

l’antico Senatus Populusquc Romanus; e la giovane

pubblica,

tacendo questo

qualunque,

si

nome e

Re-

pigliandone altro

ravvolga nel manto pontificale per una

specie d’onore. L’intiera secolarizzazione del governo

romano ha un tale significato. Ma supponiamo che significhi meno, e comprenda solo una proibizione fatta al Papa di eleggere alle cariche del governo preti o cardinali. Esaminiamo questa sentenza.

Perchè rispetto a

Papa dovrà essere d’ inferior condizione qualunque regnante, il quale ha facoltà di

il

eleggere ai pubblici stiche? estere

uffizi

È dimostrato che

persone laiche od ecclesiail

ministro delle relazioni

non può essere altro che un cardinale, nei trat-

tati colle altre

potenze dovendosi provvedere che niun

nocumento ricevano le cose della religione cattolica; che non è idonea la qualità di laico. Ma nuova ra-

al

gione ci suggeriscono i tempi. Studiamola attentamente.

L’ultimo scopo di tutte

le rivoluzioni, già in atto o

pendenti , è questo Non più freno civile nè religioso. Molti vi sono amanti d’una temperata e vera libertà, :

i

quali

hanno virtù da cominciar le rivoluzioni, ma

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,

230 non da contenerle e moderarle. Essi furono adoperati per abbattere l'antico, e ne furono glorificati;

ma nel

ricostruire furono inesorabilmente rifiutati. Il fatto è

innegabile:

tutti

i

padri e gl’idoli del risorgimento

italiano caddero fulminati

dal loro partito rivoluzio-

nario; Gioberti più d’ ogni altro, perchè più d’ ogni altro avea servito, e

promettevano che servirebbe,

si

come aveva incominciato, la loro causa. Frattanto fu atterrato l’assolutismo, che certamente non era il dispotismo; e lo Statuto, vagheggiato quale un mezzo e

non come

nismo, ossia

fine, cedette in al

un tratto al repubblica-

mazzinismo ed

al socialismo.

La li-

bertà è una derisione infame; la religióne è assalita e depredata; l’insegnamento, questa

suprema libertà

delle menti e dei cuori, è usurpato, corrotto e fatto si chiama Semplicemente non più ordine politico nè religioso, non più governi assoluti, costituzionali o repubblicani, ma l’anarchia e la distruzione. S’ invoca un solo principio, una sola divinità: la divinità, ossia

schiavo della prepotenza rivoluzionaria che

lo Stato.

:

la sovranità popolare.

spezzano

i

troni,

si

conculca ogni giustizia,

Si

spezzeranno

le

si

repubbliche nel

nome di questa feroce divinità. Negheresti la luce, negando che un tal partito porti sull’orlo della dissoluzione.

ci

La Francia ha un'ar-

mata per contenerlo; ma che ha il Papa? Che si conviene meglio al Papa? Questo si conviene a lui un governo morale e catto:

lico, modello dimorale civile e cattolica a tutti i governi.

Ora

,

secolarizzando per intiero

il

governo di

Roma

avrebbesi in questo tempo un governo scolpitamente

morale e cattolico? un insegnamento perfettamente morale e cattolico? una civiltà insomma e una libertà che niente offendesse la religione cattolica? Ah!

ci si pensi,

che qui è il nervo della questione , qui

malizia del

la

partito che appetto di Mazzini ha vanto di moderato.

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231

Rammentiamoci che sotto il ministero di Mamiani le

bande salariale gridavano in Roma: Viva Pio IX, IX solo ; abbasso i Cardinali! 11 buon Tacito av-

Pio

vertiva che rincalzo dei sovrani sono

congiunti,

quali per ordinario

i

figliuoli

figliuoli

ed

i

ed

non tradiscono

Or ciò che sono ai principe laico

principe. i

i

i

i

il

fratelli,

congiunti , ciò sono i cardinali al prin-

cipe sacerdote. Se il Papa torna solitario a Roma , do-

mani il partito risalirà il Campidoglio, e se il Papa non sarà assalito e bersagliato come nel 16 novembre, egli non altro sarà in Roma che un umile prete del Vaticano;

ranno

i

i

Mamianisti e poi

sovrani.

i

Mazzinisti ne torne-

E allora sarà doglia sopra doglia.

Allora, addio indipendenza del Papa, addio libertà d’associazione religiosa, addio libertà dell’insegnamento cattolico, addio governo cattolico conveniente ad un Papa: ed invece di questo, governo rivoluzionario e sempre rivoluzionario. Di quale onta non si coprirebbe la Francia se po-

nesse

mano a questa trama!

Promoviamo dunque il governo clericale, il governo di casta? No certamente. Sia libero il Papa di assumere gli ottimi fra i laici e gli ecclesiastici. Se v’ha ingiustizia nell’escludere i laici, perchè non sarà un’ingiustizia pari l’escludere gli ecclesiastici? Anzi sarebbe

più enorme ingiustizia nel governo papale. Se è utile e giusto che

i

congiunti del principe non siano espulsi

dalle cariche dello Stato, è pure utile e giusto che non cardinali, che di quello sono gli eleted i fratelli. Contemperare le parti dei laici e degli ecclesiastici sarà ufficio del sovrano. Gli ambasciatori ordinari del Papa, ossia i Nunzi, saranno tutti ecclesiastici, per le attinenze che possono avere le cose civili colle ecclesiastiche, e queste primeggiando

siano espulsi

i

tori

ma ciò non fa che ambasciate straordinarie puramente laicali non vengano affidate a secolari.

su quelle : e

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232

E l’essere Roma, per del

il

seggio di Pietro, la capitale

mondo, non compenserebbe largamente i Romani

del cedere alcuni uffizi agli ecclesiastici che rettamente

Non sono italiani o romani la più Non sono pei Romani le maggiori

amministrassero?

gli

parte dei cardinali?

probabilità di cingere quella del papato?

Cessino dunque

corona del principato con

la '

le

fazioni

>

romane, e torni libero il

Papa, questo primo simbolo della paternità e della libertà universale.

CAPITOLO LVI. PRIME DIFESE.

I

fatti

c’incalzano: noi riepiloghiamo.

Mamiani ritiravasi dalla Costituente

:

prudenza ri-

voluzionaria e non virtù. Mazzini, acclamato cittadino

romano, poi rappresentante, poi triumviro, rimaneva capo della nequizia repubblicana portandogli le fìmbrie del vestimento i due accoliti triumviri, Armel,

lini

e Saffi. L’autore della Giovine Italia era nel suo

seggio: circondato da poca plebaglia tra giornalistica,

o armata o togata, eleggeva, egli profugo genovese, quali ministri principali delle sue violenze tese

Avezzana

,

ministro di guerra

,

il

piemon-

ed il nizzardo Ga-

ribaldi , condottiero dei profughi ai quali non restava altro suolo

mani.

nè altro pane fuor quello dei miseri ro-

Come nelle invasioni dei Barbari,

il

presente

era governo cosmopolitico e non romano; e all’avvicinarsi dei Francesi

rea ed

dominava con una violenza fer-

una malvagità infernale.

Entrata in Roma la masnada di Garibaldi, Mazzini, l’apostolo dalle giaculatorie e dalle bestemmie,

onnipotente,

si

sentì

ma intese pure la necessità di rammoN

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233 Indire colla frode la violenza.

Il

rizzò imperlante al clero ed alle

pio socialista s’indi-

monache,

loro an-

nunziando che l’Assemblea inspirata da Dio aveva deRoma sarebbe salva, alla forza opponendo la forza; che da ogni parte animi forti e gentili accorrevano sotto il sacro vessillo della patria indipendenza, e per loro dessero intanto letti e biancherie; si prostrassero a Dio per ottener vittoria alle armi e amore da lui che per amore era disceso a far libera « Siano la sua creatura. Conchiudeva contra il Papa pubbliche le vostre preghiere, perchè di esempio e di vergogna a coloro che vogliono versato il sangue cretato che

,

:

fraterno. L’evangelica carità

unisca co’nodi di sua

si

fede pura e scevra d’interessi mondani. » della fede pura

il

Cosi parlava

rapitore d’un trono , e anelante alla

signoria universale dell’Italia!

Ma in quel tempo egli

per pura carità evangelica aveva già espulse

le

mo-

nache di s. Silvestro, di santa Marta, di Campo Marzo, e simili; ministro di quella espulsione e devastazione

era stato levansi sciolti

il

padre Gavazzi. Con quelle espulsioni vo-

sciogliere

col

fatto

gli

ordini

religiosi,

già

nel diritto dai nuovi papi ; nè mancava la spe-

ranza di trovare nascosti ori od argenti

(1).

Fu levata la libertà della stampa perchè non si divorassero le nequizie presenti e future; fu instituito (1)

Il

decreto mazziniano per

1’

abolizione

di

tutti gli

Ordini religiosi fulminavasi il 27 aprile, e contiene il fiore di quel comuniSmo che annulla lutti i diritti degli individui, rifondendoli e concentrandoli in quel potere universale che è la Società,

il

Governo o

formola: « La Repubblica

lo -Stato.

Eccone

la

Romana in nome di Dio e del

popolo, considerando che la vita e le facoltà dell’uomo ap-

partengono di diritto alla Società e al paese; che la Sonon può ammettere vincoli irrevocabili che alienino

cietà

da lei e restringano in certi limili la volontà e V azione delil Triumvirato decreta ecc. » Che rimane dunque

l’uomo:

di proprio all’uomo, se la vita, \e facoltà, la volontà, l’a-

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234 senza

le debite legalità

un nuovo municipio; nominato

a nuovo generale della guardia civica l’avvocato Stur-

mano a Mazzini.

binetti , per corromperla e darla in

Avezzana con soprassoldi e promozioni stranissime comprava la milizia; il vecchio Armellini co’suoi raggiri forensi encomiava la sapienza del triumviro dittatore il nuovo generale Sturbinetti e l’avvocato e co,

;

lonnello Galletti, arringavano

il

popolo sulla piazza

degli Apostoli, lodandolo, ringraziandolo e infiammanil governo del nuovo Beatissimo e adorno del berretto frigio e del triregno; i padri Ventura Bassi e Ga, vazzi facevano genuflessione e baciavano i piedi. Così bel bello s’addormentava il popolo Mazzini occupava tutti i poteri, si richiedevan pure le armi d’ogni genere onde rendere impossibile una resistenza, e la

dolo

a sostenere

Santissimo

,

ed a questo nuovo papa ,

,

città

era dichiarata in istato d’assedio.

Tutto era guerra,

ma guerra dei Mazziniani, dei

la ciurmaglia armata a far vendetta e bottino dei Romani. Furono spogliate e

Garibaldiani e di tutta

devastate le ville Pamfili, Corsini, Valentini, Spada,

Barberini; distrutte la Borghese e

la Patrizi;

rubati

e demoliti innumerevoli casini alle porte Angelica e

Cavai leggeri; e altre proprietà incendiate o desolate nell’interno della città. Così riempivan le borse e sfo-

zione ,

non più appartengono a lai ma le usurpa lo Stato?

Dite il vero: Mazzini non è più comunista di Proudhon?

È da dire che una sentenza così tremenda, la quale non fu mai

sì

nettamente formolata da niun despota della terra,

uscisse per distrazione dalla bocca di Mazzini ;

ma essa gli

anima; ed il comuniSmo mazziniano, se mai mai -veduta nell’Italia. Ecco il perchè le Camere sono così arroganti e dispotiche esse sono mazziniane. O Piemonte, i Mazziniani giaceva

nell’

allignava , sarebbe stato tirannide non

:

ti

signoreggiano , fanno leggi ,

gione , la libertà,

il

ti succhiano l’oro la reli, sangue, e non te ne avvedi!

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235 gavano contro la nobiltà

le ire

La voce

repubblicane.

sfogavano nei giuri e spergiuri. Cernuschi giurava all’Assemblea che seppellirebbe sotto

le

rovine la sua

casa e la famiglia, dimenticando ch’egli straniero non

aveva in la

Roma nè casa nè famiglia; e guadagna vasi

presidenza delle barricate. Al clero predicava

reverendo Gavazzi

santa crociata contro

la

il

il

Papa;

ma fruttò poco la sguaiata eloquenza del padre. Uscirono

i

caporioni del Circolo popolare, Giuseppe Can-

nonieri, Carlo Arduini ,

Pietro Guerrini,

Serafino

Cola , invitati da Mazzini a sostenere colla parola t'iva e ardente della fede il coraggio del popolo, dilatarlo

ed infiammarlo. Mazzini predicava col Monitore e coi proclami, vomitando giaculatorie a Dio e bestemmie al Papa. Uno di essi, tutta pasta mazziniana, non registrato dal Monitore

ma conservato nella stamperia

del governo, diceva: «

Romani, il 29 aprile 1848 fu dì nefasto per l’Iil 29 aprile del 1849 sarà giorno di splendore

talia;

e di gloria. Allora la pentita

mano d’un Pontefice se-

gnando la famosa enciclica tolse il brando all’ Italia,

e

di

pugno

inerme nelle fameliche braccia

la gittò

dello straniero: oggi pel contrario

il vigoroso

braccio

Oh sì, i popoli non glorie nè le infamie! Romani, 29 aprile è la più vergognosa pagina della nostra storia: bisogna emendarla con un fatto glorioso: il momento n’è presso. Romani, è forza del popolo ripiglia quel brando.

dimenticano mai nè

le

la fatale enciclica del

provare all’Europa intera che questo popolo sfuggito alla schiavitù della tiara è d’ assai più nobile che i novelli Druidi del cristianesimo. I Francesi d’oggi non

son degni di

Roma,

se

si

attentano di risoggettarla

ai preti, alla genia più codarda e immonda della terra, alla voracità dei mitrati vampiri , alle simonie e tur-

una corte in odio al cielo ed agli uomini. Romani, all’armi! I nostri cadaveri sian d’ inciampo

pitudini di

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236 al

Francese che viene col farisaico manto della reli-* Fra la morte e i preti non sia dubbia la scelta.

gione.

— Koma, 29

aprile 184-9.

»

Gli Oratori del popolo strombazzavano:

che si combatte è santa.

—

«

La guèrra

Dio e il popolo sono il fondamento d’ogni giustizia. La religione pura di Cristo dà coraggio e costanza. Il dominio tempo-

— —

rale dei preti è contrario alla dottrina di Cristo.

—

La repubblica è il governo più giusto e conforme al Vangelo, e deesi difendere a costo della vita. » Si martellava il popolo, si corrompeva, si pagava, si bestemmiava, e si esponeva il Santissimo: tutto per ordine del governo. Sarebbesi voluto fare inciampo ai Francesi coi cadaveri del popolo, ma il popolo non ebbe gusto di quel martirio; e neppur l’avevano i Mazziniani, corsi a Koma per arricchire, spogliare,

signoreggiare, non già per farsi ammazzare.

E ben lo dimostravano il domani che era prile,

il 30 aquando accostandosi alle porte i Francesi in tre

0 quattro mila, senza artiglieria e le armi al braccio, perfidi gli accoglievano con segni e voci di amicizia, 1 e tiratili nell’imboscata, dalle truppe di Galletti e di si uccidevano alcuni e altri cento o ducento facevan prigioni. Quel tradimento faceva intendere che in Roma erasi rifuggito un branco di volpi e non

Garibaldi

,

si

di leoni.

Ma ciò bastava alle volpi repubblicane che

volevano intuonare un grido di vittoria, comunque fosse, mostrare qualche prigioniero alla città per sollevarne l’entusiasmo, avvilire sto alla Montagna di

i Francesi, dare pretevomitare insulti contro il governo

che aveva mandato a macchiar neH’Italia l’onore miFrancia, e mantener vive le speranze a-

litare della

gl’insurgenti della Francia, dell’Ungheria e dell’Italia.

Quindi Mazzini, la volpe madre, vantar la frode di Galletti come un trionfo del popolo romano: « La Francia avrà finalmente veduto a prezzo del proprio

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:

237 sangue se noi siamo una fazione; sequi si rivoglia il governo dei preti. Hanno sventolato la bandiera bianca e gialla.

Un popolo intiero la salutò di urli e di fu-

cilate. »

Cosi conchiudeva il Monitore.

Ma quel popolo

erano le poche volpi lanciatesi dall’imbcscata.Il Triumvirato gridava : * L’onore è salvo ; Dio e i nostri fucili

faranno

il

provincie che

resto. il

*

Il ministro Saffi spargeva nelle

popolo era tutto sulle mura, che

le

genti accorrevano, e che per poco tutta l’Italia era in

Roma: ma

smentiva Mariani rimproverando quei della Comarca d’essere ingrati alla generosa Repubblica che loro aveva tolte le tasse sul macinato, sul lo

sale e sul tabacco.

-

Se non fosse or chiaro che quel covile repubblicano non fece mai altro che pascere il popolo di menzogne e d’inganni, basterebbe il solo fatto del 30 aprile a dimostrarlo.

CAPITOLO LVII. BUGIE, LATROCINI!, SACRILEGI.

I

pochi preti repubblicani giuocavano a bugie coi Il cappellano Ramaldi divolgava: « I femuoiono modellandosi sul nostro divin Salvatore. »

Triumviri. riti

Ma, signor Ramaldi, quando mai il Salvatore fu un rivoluzionario? o morì egli da rivoluzionario? 11 Monitore stampava: « Le donne fanno ressa per essere ammesse negli spedali. » Vero ciò, ma le più eran donne da lupanare, c per le orribili immoralità, alcuna ne fu cacciata. Diceva ancora il Monitore « Corre voce che i generali nemici, i generali del papa abbiano detto ai soldati: le belle donne di Roma saranno premio del vostro valore: » Il k maggio leggevasi in

un proclama:

«

Il

re di Napoli innalza per

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*238

noi la bandiera della tirannide illimitata.

A caratteri Oggi la

di sangue sono scritte le liste di proscrizione. scelta sia per voi tra

patibolo e la miseria, o

il

il

combattere e vincere. Sorgete, armatevi. Ogni uomo di non dubbia fede che raccoglie dieci o cinquanta

uomini sia capo. La Repubblica darà premio e riconoscenza: retribuirà denari, terreni, onore.

I

traditori di morte.

>

sian puniti d’infamia;

i

tiepidi

L’anarchia non aspettava quest’invito per insurgere; essa già

usurpava, devastava, uccideva chi fosse a

libito giudicato debole o traditore, e minacciava Roma.

Onde lo stesso giorno, 4 maggio, il Triumvirato fu costretto d’intimare: « Romani, disordini rari (frequentissimi)

ma gravi, cominciamenti di devastazione, minacciano la calma maeRoma ha santificato la vittoria (la Per l’onore di Roma, pel trionfo del

atti offensivi alle proprietà ,

stosa colla quale vittoria del 30!).

santo principio (diabolica santità!) che noi difendiamo,

bisogna che questi disordini cessino. L’armi non pos-

sono appuntarsi al petto d’inermi. . . le proprietà sono inviolabili. . . le

persone sono inviolabili. ...»

E ciò

vuol dire che le persone c le proprietà erano violate

e straziate.

governo or concitava, ora spaventato

11

ma essa cam-

parea voler frenare l’onda devastatrice,

minava.

11 governo stesso

le infinite ville

aveva abbandonato al sacco

e case amenissime e ricchissime del

suburbio; e quando nulla restava più nel suburbio, era naturale che nella città.

11

il

turbine devastatore

governo aveva ordinate

si

ritorcesse

le requisizioni

dei cavalli, delle biancherie, degli ori ed argenti; or

qual meraviglia che in a proprio conto

i

si

travagliata città le facessero

predatori, ed i poco docili

malme-

nassero od uccidessero? Qual meraviglia che si commettessero per mire di cupidigia gV infiniti abusi, inconcepibili bassezze

guerra?

che segnalava

il

le

ministro della

A coloro poi che ardivano mormorar qualche Digitized by

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239 il Monitore rispondeva che i più eroici saeran dovuti alla carità della patria. Intanto si

lagnanza crifizi

usurpavano

casone le proprietà degli assenti perchè

le

assenti , e si perseguitavano

i

presenti per la temerità

presenti. Così argomentava il Triumvirato.

rimaner Mentre i Francesi respinti nel 30 aprile, aspettavano i rinforzi per un assalto formale della città, i soldati della gloriosa Repubblica godevano dentro i frutti della vittoria. Fra i gemiti della desolata città, di

in vista di trionfatori essi

correvano

le

vie di

nel dì e nella notte per-

Roma, correndo dall’una all’altra

taverna, in vetture aristocratiche, armati di tutto punto.

Sino a ventisei furono veduti insieme raccolti questi carri di trionfali baccanti, sopra i quali le soldatesche

gridando ripetevano le orgie e i februari di Cerere.

E tanto era divenuto insultante alla miseria del popolo questo laido e giornaliero trionfo, che lo vietava

un ordine del Ministero. specialmente

i

Ma ne ridevano coloro, e

finanzieri che nella condotta del feroce

Zamhianchi, coi baccanali si ricreavano degl’insulti e delle fucilazioni regalate a chi avesse ardito di levare

verso loro uno sguardo. In Roma eran tornati i giorni di

Nerone e di Caligola, perchè bastava a quelli ve-

dere un prete o un frate, che già come reo di tradimento contro la Repubblica, era condotto al reclusorio quasi in anfiteatro, battuto, straziato,

e talvolta

fucilato. Era questa nefanda condotta giunta al punto, che sulla piazza di Firenze passando un sacerdote travestito, è un prete, disse un finanziere, e già spianava il fucile. No , gridò un galantuomo * è il chirurgo

regionario.

E cosi ebbe salva la vita.

A tale era pervenuta universalmente la licenza miche il ministro Calandrelli fu costretto di denunciare in pubblica assemblea qualmente la masnada

litare,

di Garibaldi metteva a ruba e a sacco la provincia di Rieti ; solito

quell’ eroe di

metter

1’

unghia ovunque

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m mettesse

il

piede, e lo ricorda

il

Non era

Piemonte.

tenero l’Avezzana, ministro della guerra, eppure si è confessato sorpreso

rammaricato, indegnato contro gli

,

abusi della forza, contro

le manomessioni ,

i soprusi,

intemperanze smodate, contra lo spreco ecc.

grandi predicavano a ladri piccini:

le

Ma ladri

gli espilatori delle

chiese e delle magioni ricchissime , inveivano di mala

grazia contra

gli espilatori delle case

e delle cantine;

sebbene in pochi giorni fosse sprecato tanto vino nel suburbio da provigionare Roma per buona parte dell’anno. Diresti però che fosse un’intesa quel predicare

degli uni contra

i

dilapidatori,

mentre

gli

altri

in-

citavano alle dilapidazioni. Perocché nello stesso giorno in cui l’Avezzana inveiva contra

pidazioni

la polizia

,

i

soprusi e le dila-

mazziniana eccitava a persegui-

nemici interni, fatali perchè colle antiche loro arti dell’ intrigo e degli agguati preparano rovine. Dotare

i

versi pertanto inseguire

i

vecchi strumenti dell’ antica

tirannide, ai quali è colpa lasciare un'arma che potreb-

bero impugnare contro di noi.

Fa orrore il pensare che

questi vecchi strumenti erano tutti i galantuomini , cioè

non mazziniani; e chiunque raccoglieva dieci o cinquanta uomini, era capo, giudice e dittatore. Se Roma non soggiacque a maggiori prove di sterminio, ne sia lode alla Providenza che la voleva punita e non afi

franta.

Mazzini diceva: Dio ed il popolo. Dunque era doil sacco di Dio non si disgiungesse dal sacco del popolo. Le chiese e le pie congregazioni avevano subito lo spoglio officiale del glorioso Triumvirato, e le milizie tutte coniate alla mazziniana, sospese le ostilità coi Francesi, avevano devastato il palazzo e vere che

distrutto

ij

giardino del Vaticano. In quel giardino

esse parodiarono la processione del

portando sotto al baldachino

il

Carpiti

Domini,

più degno di loro. Ai

monti Parioli, esse vestite di pianeta nella villeggia-

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241

Romano cantavano messe e lasciavano memorie da inorridirne secoli futuri. Le emlura del Seminario

i

pietà commesse e lasciate scritte nella chiesa suburbana di s. Pancrazio da quei di Garibaldi, sono ineffabili:

furono svelte o infrante

altari, rovesciata

le pietre sacre degli

urna ove custodivasi

1’

il

corpo del

Lo

santo, o fattovi dentro ógni sorta d’immondezze. stesso trattamento

ebbero

i

vasi sacri da Ciceruacchio

Roma e fuori.

e dai garibaldini in

Alla città santa

nel 1849, grazie alla Repubblica mazziniana,

non fu

risparmiata veruna delle infernali scelleratezze che nel

93 infamarono Parigi, offesero la religione e l’umanità. Forse non ci darà fede il lettore, quasi non vorremmo darla noi a noi medesimi, ma non possiamo negarla ai documenti pubblici e allo scrittore degli ultimi sessantanove

giorni della

testimonio per lo più

Repubblica in

Roma

oculare degli avvenimenti,

,

il

quale scrivendo in Roma stessa, sfida perciò la critica a contraddirlo. Il

fatto dei confessionali mostra come camminassero 11 Moni19 maggio, uno straniero

ofiìcialmente d’accordo l’empietà e la bugia. tore narraya che nel sabato,

Romani

di

papalini , predicendo che

breve tornerebbero

ai

confessionali:

accusava

i

quasiché

i

in soli

romani vadano ai confessionali. Aggiungeva il governo, fatta pervenire una pail buon popolano vietasse che venisse fatto un falò dei confessionali già strappati cittadini il

Monitore che

rola a Ciceruacchio,

alla chiesa di

s.

piazza. Mentisce tivo del

Carlo, ed a quel fine portati sulla il

Monitore, perchè, secondo il Posi-

24 maggio, non Ciceruacchio ma Sterbiui ac-

corse e parlò sulla piazza del Popolo. Anzi lo stesso

Triumvirato smentiva nel lunedì ciò che aveva fatto confessiopubblicare nella domenica, dicendo che i

nali

non erano per uso

di

falò

ma per servizio di

barricate, e che non già per la parola d’uno straniero, 16


m ma che per zelo spontaneo il popolo erasi a ciò deh* Ecco le parole dei Triumviri: « Parecchi tra un moto di zelo irriflessivo promosso da sentori di nuovi pericoli, hanno posto ieri (domenica) le roani sora alcuni confessionali, disegnando farne arnesi di barricate (non di falò come aveva detto il dì precedente). Avete dimostrato che non è, e non può essere vera religione, dove non è patria libera, e che

borato.

voi, in

,

oggi la causa della religione Yera, la causa delle a-

nime nostre libere ed immortali, nelle barricate cittadine.

«

si

concentra tutta

La causa delle anime li-

bere ed immortali, tutta concentrata nelle barricate , è tutta la religione, tutta la mistica, tutta la politica di

Ledru-Rollin , di Mazzini , e de’loro compagni di sterminio. Segue il Triumvirato bestemmiando la Chiesa ed il sacramento quale scuola di corrutela e di servitù, avvisando però che dai confessionali uscivano talvolta parole di conforto alle madri dei combattenti.

Da queste solenni, menzogne e dai fatti si raccoglie che la sacrilega impresa era dal governo suggerita o comandata, per infamia della religione, e per far credere che il popolo era risoluto di sacrificar la religione piuttosto che riavere il Papa: il qual pensiero fu proclamato da tutti i giornali anarchici del Piemonte.

I fatti

seguivano come narra l’autore dei ses-

santanove giorni.

Già

sin

dal principio delle barricate, egli scrive,

vedemmo eòi

nostri

occhi alla via Suburra

sull’angolo della via Urbana ,

una già solidamente co-

noi ne

struita, e posti a lei davanti, senz’ altra ragione

che

quella dell’empietà, parecchi confessionali ; e lo stesso

vedemmo alla barricata sulla via che

dalla Consulta

conduce a quella dei Serpenti. Ma il popolo ne fu sì dispiaciuto che al Triumvirato e alla commissione delle barricate fu forza di cessare

nefanda.

da un’ azione così

Ma quando si giudicò opportuno che il com-

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r

243 da questi fatti argomentasse

rnissario francese Lesseps

l’opinione del popolo, fu commesso agli uomini di Matcrazzi e di Ciceruacchio di celebrare

una festa sulla

piazza del Popolo, in giorno di domenica. L’opera co-

minciò così. Furono atterrati tre chiese sulla piazza del

ne furono

tratti

gli

stemmi papali alle

Popolo; e aperte lo porte,

confessionali

i

con fracasso orribile.

Indi passarono alle altre chiese, a s. Giacomo, a Gesù Maria, dove i confessionali erano bella opera d’arte; tre molte. Nella

s. Lorenzo in Lucina, ed in alprima di queste, tra la maestà del

sacro rito che

celebrava, a colpi discure fu abbat-

poi a

tuto

s.

Carlo, poi a

si

pergamo, lavorando i bravi di Mazzini a capo

il

coperto mentre stava esposto

il

Sacramento. In tutte

insultarono a Dio, ed al popolo inorridito che lo ado-

Nel giro

avevano portati sulla piazza e disposti in forma d’ anfiteatro cinquantadue rava.

di

quattr’ ore

confessionali, alcuni già spezzati e attaccatovi

sovrapostivi gli

ed altri

stemmi del Papa,

utensili.

i

il

fuoco,

leggìi delle chiese

Retrocedemmo a quella vista, e più

alle disonestà e allo bestemmie che giovani scapestrati vi

commettevano in voce ed in fatto. Ma, o eccedes-

sero gli esecutori, o piuttosto temessero

i

Triumviri

che tanta bestialità nuocesse più che non favorisse la

Repubblica nel concetto dell’inviato francese v’accorse ,

il

pio Sterbini e troncò la festa.

Or si

dica se non a ragione

ordinasse nelle chiese di

il

Cardinale Vicario

Roma un triduo in solenne

riparazione delle bestemmie, delle oscenità e dei sa-

commessi dalla nefanda Repubblica contro la religione ed i suoi ministri. Certamente maggiori empiezze commesse dai battezzati non avea mai vedute crilegi

la cristianità.

j.ii i

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m CAPITOLO LVIII. LE GRANDI BUGIE, ORRORI, DISPERAZIONI. '

1 .

Ogni passo, ogni respiro dell’onesta Repubblica era un sacrilegio od un assassinio. Un decreto aveva dichiarata esente dal primo spoglio delle chiese la sacra

Casa di Loreto; un posteriore le imponeva trentamila scudi, con severe minaccie agli amministratori.

E poi-

e non rendcvan che la carta, e il popolo si struggeva, e i Francesi minacciavan Roma mentre i Tedeschi espugnavano Rologna,

ché

i

Triumviri s’ingoiavan

l’oro

e Napolitani e Spagnuoli fra le grandi acclamazioni eran giunti a Yelletri; allora non il solito corbello ma

un diluvio di bugie dalla tribuna, dal Monitore, dai per sopraffare il popolo chiuso ermeticamente nella camera oscura da Mazzini, isoli

circoli e dalle piazze,

giornali rossi entrando in

Roma,

e la camera nera

leggendo e annullando a piacimento le lettere. Rugie e violazioni del segreto postale erano in tutta l’Italia,

ed al sommo grado, due esercizi continui della perfìdia repubblicana.

Mazzini che tant’oro delle chiese e dei poveri roalla Montagna di Parigi per ad ogni ora ne sognava e ne predicava i trionfi: le due Repubbliche, l’italiana e la francese, congiunte le armi, si abbraccieranno come sorelle, e ne lodava Dio, ed avremo finalmente a combattere coi

mani aveva mandato sollevarla,

Anzi Borbone, distrutto e sterminato

nostri veri ed eterni nemici , l’Austria e il Borbone.

già era spacciato

il

quasi tutto l’esercito napolitano ; morti a migliaia che

coprivano tre in quattro migli? di strada; cannoni presi , vittoria completa.

Ma una lettera si traforava in

Roma con queste parole: Credete niente ; e il Triumnon perdere intiera la possibilità di accreditar nel volgo altre menzogne, dichiarò sbagliate per virato, per

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r

245 allora le notizie del telegrafo. i

E di nuovo si rifacevano

Triumviri a /cantar non una primizia ma un trionfo

di compiuta vittoria, quando,

Francesi di voler operare da

vendicare tani

si

Velletri.

il

avendo soli

dichiarato

contro

tradimento patito nel 30 aprile,

ritirarono

i

Roma per i

Napoli-

propri confini, abbandonando

nei

Con quale enfasi

i

buffoni

Roma e del

di

Piemonte non celebrarono il valore dell’eroe di Montevideo? Egli era il diavolo verde che dove mostrava la faccia, tutto si atterrava e scompariva (t). Poveri imbecilli, udite

:

vero.

il

n«M ‘‘

*

Volendo i Triumviri tenere in fiducia i Romani almeno con un’apparenza di vittoria, nella sospensione delle armi col campo francese, mandarono a Velletri -quasi tutto il nèrbo delle milizie, le quali arrivarono *j 1)

1

MI v

(1) Garibaldi

v

»

nella guerra del 1848 volcvasi

imporre a

Carlo Alberto in qualità di generalissimo. Negò obbedieuza, ruppe l’armistizio, gridò traditore Carlo Alberto, rubò le città, e cacciato di Piemonte dalle armi del Piemonte, da Novara passò a Roma, dove ai nullissimi uomini della Repubblica parvo degno d’un grado eminente. Non venne meno all’aspettazione: le sue bande si contaminarono d’ogni empietà contra Dio e gli uomini, a s. Pancrazio, nel suburbio romano, in Roma stessa, sulla strada c nei contorni di Velletri , dove i suoi latti d’armi contro Napolitani furono scontine, dal Monitore romano coll’abituale falNon ha scelleratezza cui non sità cangiale in vittorie. commettessero i Garibaldini. L’infelice padre Bassi entrò maneggiò le armi e predicò conofficiale di quei ladroni tro la religione cattolica: del che fece piena emenda prima i

,

d’csscr fucilalo.

Non contenti quegli eroi di rubar le pissidi

nella ritirala dei Napolitani da Palestrina

,

appendevano le

Caduta la Repubblica, Garibaldi senza mente nè pietà per le sue genti, le conduceva per l’Italia al saccheggio, alla fame ed al macello. Ma avverti che l’eroe fu sempre uso di esporre gli altri e salvar se medesimo. Rieco ostie alla coccarda.

,

3i tali meriti, lo venerava, lo divinizzava la Camera pie-

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246 quando non

vi

era rimasto che la retroguardia, di

cinquemila uomini, come riferì

Rosselli. Garibaldi

il

perfettamente ignaro d’ogni arte o mossa militare , fu battuto gravemente nel primo assalto; e ingrossato da

furono battuti amendue nel secondo e nel

Rosselli, terzo,

finché

i

Napolitani ebbero varcato

romano. Scrisse nn

officiale

di

toria delle milizie repubblicane, furti,

gli

il

confine

che fu una vera

là

strage. Il Monitore celebrò non la strage ,

ma la vit-

nonché i sacrilegi, i

stupri delle truppe napolitano, tutte cose

appartenenti ai garibaldiani: delle quali iniquità già

vedemmo come ne facesse lagnanza stesso Monitore ,

giornali

1’

Avezzaua.

Lo

con lettere anonime (privilegio dei

demagoghi che ne hanno

1’

officina in casa)

continuava a pubblicar libelli -contro l’armata napolitana; e

il

trionfo

delle

gloriose

milizie

seguite

da

montese nella tornata del 10 settembre 1849. Baralis lo vanta d’uria illibatezza senza esempio , l’onore V ornamento e l’orgoglio del Piemonte. Voci dì spiritati dichiarano incostituzionale e sacrilego il ministro che osava vietare al grande Italiano la dimora nel Piemonte. Mellana e Ravina .stupiscono che si dica lui, nizzardo, aver servito ad una potenza straniera , servendo a Roma. Valerio « Garibaldi si è fatto gigante nell’indipendenza italiana ha un culto nel cuore degl’italiani; ci ha salvato l’onore delle armi, è martire ed eroe d’una santa causa. Se potete, imitatelo, :

;

signori ministri;

se

non sapete imitarlo, riveritelo, non

(Applausi generali). Brofferio « L’Italia ebbe un eroe! Chi insulla a Garibaldi, insulta all’Italia; cedano le leggi e i codici; meglio perdere lo statuto che Garibaldi.» Insomma tutti gridano, tutti cantano le glorie dell’uomo che in sè racchiude l’ultimo germe delle speranze repubblicane e la Camera decretava che l’espulsione di lui è learrestatelo »

:

;

siva dei sentimenti

di nazionalità

e della gloria italiana.

11

pubblico conchiudeva che tali deputali non cessano di tradire

il

re e lo stato. Ecco viva e fiorente nel disfatto Pie-

monte la politica della Giovine Italia l

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molti

carri carichi

delle

armi conquistate o

247 a

ritolte

quei ladroni; e fra questi carri spiccava una carrozza salutata a fischi ,

cardinalizia,

siccome quella che de-

a chi aveva prerogative feudali e E pubblicavano i Triumviri che il prode Garibaldi restava al confine per essere pronto a dare una terza lezione al Borbone nel caso che non si v essere appartenuta

,

diritto del sangue.

appagasse della seconda; e decretavano confiscati i beni dell’invasore Ferdinando. i

A si orgogliose millanterie,

Romani non potendo alzar la voce, abbassavano la

testa.

Sterbini, commissario

in quelle parti ricadute

sotto l’unghia repubblicana, faceva coro al

e spargeva:

rato

fatto conoscere

i

Che

Triumvi-

invasione napolitana aveva

veri repubblicani ; che la Repubblica

saprebbe acconciare resa forte,

1’

e che

i

i

traditori;

che la vittoria l’aveva

Francesi, conosciuto l’inganno,

divengono oggi i nostri amici. Conchiudeva che tutto era

vantaggio della Repubblica, perchè è

in

scritto nel

destino che debba cadere per sempre quel potere abborrito, vili Il

a cui la religione serviva di pretesto per appagare

ed ambiziose passioni.

mondo (non repubblicano) fremeva

giocarsi di

sì

comica tragedia.

pesta fremeva esso pure

chiarivano,

il

telli Ungheresi

messaggio

il

e rideva al

E nella terribile tem-

Triumvirato.

Le bugie si

coi sonanti paroioni ai fra-

non fruttava nè speranze nè entusiasmo,

Bologna vacillava, la rivoluzione parigina alimentata con sì grandi somme non Scoppiava. La mente dei triumviri era turbata: Armellini e Mazzini cammina-

vano per le vie più solinghe sospettosi e tremanti da parer convulsi o maniaci; e l’autore dei Sessantanove ,

giorni ne dà in fede i loro ritratti, quali in quel tempo si

raffiguravano. Bruciati sempre di danaro, esigevano

dai cittadini nuove

somme, ora col nome

di presta-

zioni e ora di oblazioni volontarie, perchè il nome di

requisizioni era logoro e odiato ; e vantavano che cit-

D


848 tadini agiati e poveri, corpi morali della Repubblica, ga-

reggiavano convinti e spontanei nel sacrifizio ; convinzione e spontaneità quale

può essere sotto

la pressione del

terrore.

Terrore era in tutti, nel popolo e nei Triumviri, ma per diverse cagioni. Se tostile è tutto l’uomo, lo stile del Monitore, n. 316, dirà qual fosse lo sdegno, la

rabbia, la convulsione cerebrale dei Mazziniani :

«In

una parola, il re pontefice dalla vetta del Quirinale non dovrà scorgere che una fiumana di sangue ed un ammasso di rottami. La ferocia clericale non potrà esercitarsi che sopra

che inorridite

si

lupi ,

i

i

serpenti ed altre belve,

terranno nascoste nei covili fra

i

crepacci delle rupi è le screpolature dei monti; piede

umano non stamperà più orma sul terreno. Allo smarrito e attonito viaggiatore

di

una colonna monumentale

marmo nero con indelebili cifre sanguigne ricorRoma propugnacolo di libertà e sino-

derà: Qui fu

nimo di repubblica. Qui i barbari di Francia tentala libertà e la repubblica. Qui finila libertà e la Repubblica. Ora non vi sono che belve e preti. » Diciamo con semplicità di concetto e di lingua: Niuno fra le catene dei pazzi delirò mai quanto i ridicoli Mazziniani. Tale era la scuola; or vediamone il capo. Mazzini scriveva il 23 di maggio nella sua Italia del Popolo: • Questi primi moti di popolo, queste prime battaglie cittadine, di che tutta Europa è commossa sono principio e non fine, non sono mutazioni, ma primordi di mutazioni: perchè la vera rivoluzione repubblicana mette oggi le sue prime fiamme ; e quel che veggono, quel che sentono i popoli non è che l’ombra del turbine sorgente. Gli uomini si vanno sfeudando dalle signorie, e le signorie vorrebbero, ritenerli. Chi rono distruggere

rono insieme Roma e i Romani ,

,

.

darà «

il

taglio?

.

— La spada

delle rivoluzioni.

Le serve nazioni giacquero per secoli nel grembo

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249 monarchie

delle

,

e si formarono e si nadrirono denMa oggi sono creature formate, e

tro a quel sangue.

stanno per uscire alla luce della libertà. Ed Usciranno, e dai nodi delle monarchie le staccherà un fendenti di ferro plebeo.,

Non si possono sottrarre alle loro leggi fatali gli

«

nascenti.

esseri

umano

Il

cammino che percorre

è tutto segnalo

di

mine:

il

genere

mine ha

chi delle

paura non comprende la vita. L’ Italia tenta oggi uscire dal suo Carcere dolovuole sferrarsi dai ceppi papali ed imperiali.

»

roso;

Italia vuol essere Italia, e

purché si adempia il suo

destino corrano pure fiumi di sangue ; siano pur distrutte città sopra città ; le battaglie succedano agl’ incendi

,

e gl’incendi alle battaglie;

e la grandezza della

nostra guerra tremenda, sia pari alla grandezza di

Roma futura.

»

Tanto è vero che le anime rivoluzionarie o hanno o acquistano l’ istinto e quasi la gioia delle devastazioni e del sangue. Le furie del 93 mozzavano alcune teste

per regnar sulle altre; quelle del 49, è chiaro come anelassero a sacrificare tutto il

dalle loro parole

popolo e incenerir

l’Italia,

bile contra la Chiesa,

il

per isfogo d’ un’ira ineffa-

papa ed i sovrani. Mentiva

dunque Giuseppe Mazzini scrivendo, l’8 settembre 1847, di Londra a Pio IX: « Io non sono sovvertitore,, nè comunista, nè uomo di sangue? » No, egli non mentiva,

non era atroce la sua natura,

ma divenne per

la inesorabile necessità che stringe e incalza

i

fabbri

delle rivoluzioni. Dalle brutali parole si argomenti qual l’Italia licenziata

sarebbe divenuta

alla

coorte dei

vincitori. i

.

•a.

*

•

*

1

..

,

.

-

.

.

•

,

.

.

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230

CAPITOLO LIX. IPOCRISIE, ASTUZIE, TRATTATIVE.

Nella finezza e nell’astuzia delle trattative Mazzini

sommo: per quattro settimane tenne a bada le armi di Francia, nel qual tempo crebbe Roma d’uomini e di mezzi alla difesa; teneva desti gli amici di fu

Livorno, di Genova e del Piemonte; rinfiammava la Montagna di Parigi che strappava all’Assemblea francese il voto del 7 maggio ed al governo la missione ,

di Lesseps commissario per la questione romana. Strin-

giamo i

fatti

riguardanti questa parte principalissima

dramma repubblicano. La Francia per un sentimento di dignità nazionale,

del

respingeva da sè la scellerata e bastarda Repubblica

neppur volendo accomunar le sue colle armi dell’ Austria, imprendeva da solo la spedizione romana. Oudinot, egregio condottiere di quella, si enunciava Tome restauratore del governo papale, poi del pugnale ; e

come protettore francese tre della

fini

della

libertà popolare.

11

Ministero

assegnava alle sue armi: influenza

Francia nell’ Italia ; restaurazione dell’indipendenza

pontificale ; protezione della libertà nell Italia centrale.

Cosi di Tocquille, ministro delle relazioni estere, rie-

pilogava gli sto.

atti

del ministero nella seduta del 6 ago-

Fatto è che l’indipendenza del Papa

,

non legata

a condizioni, brillava come scopo della missione, con-

forme alla risoluzione delle quattro Potenze tutti gli altri fini eran subordinati al precedente. Ma di qui appunto l’ambigua posizione della Francia, che parve ondeggiante tra la guerra per la restaurazione pontificia, e una missione di pura e semplice protezione. Di qui l’ordine del giorno che nel 7 maggio dimandava al potere esecutivo che la spedizione francese non fosse più lungamente divertita dal suo scopo: ordine ;

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251 impolitico che ritraeva la Francia dal concerto preso

ma nel giorno stesso rime-

colle potenze cattoliche,

diato da Luigi Napoleone con

un colpo da maestro,

rallegrandosi per lettera con Oudinot e coll’esercito, e promettendo quanti soccorsi fossero bastanti

alla

rinflammavan di valore. Di qui linalmentc la missione diLesseps, con

vittoria: la lpggeva

1’

ordine d’informare

il

esercito

e

si

suo governo, durante l’armisti-

zio, e di trattare colla

Repubblica senza punto rico-

noscerla.

Mazzini vinceva in finezza Lesseps e l’abbindolava.

La Francia aveva stimata l’insurrezione romana per quel che valeva. Bixio, deputato della sinistra

,

diceva

29 novembre 18Ì8: « Una fazione che non avendone altro che gli ecuna fazione demagogica fa pesare sull’ Italia

alla tribuna

il

fa arrossire la libertà cessi ,

centrale la schiavitù del disordine.

Roma fu il teatro

d’una insurrezione colpevole c funesta. Il papato che non conoscevasi altrimenti che per li suoi benefizi il ,

papato

la cui esistenza tocca si al vivo la

la tranquillità di tutte le

sicurezza e

potenze cattoliche dell’Eu-

ropa, il papato in quest’ora riceve gl’insulti di coloro che dovrebbero vedero in esso 1’ àncora ultima della salute. » Ecco il giudizio che tutta la Francia, meno le segrete cospirazioni,

portava sul primo trionfo di

Mazzini.

Or ecco il giudizio di Lesseps 25 maggio al suo governo: in Inghilterra

,

«

in

Dopo

una il

lettera del

suo soggiorno

Mazzini sognò una specie di protestan-

tismo per la sua patria. Mantiene relazioni frequenti con missionari inglesi e metodisti. Quest’uomo d’una rara intelligenza non è poi che un ambizioso volgare. ,

Inspirato qual’è dal genio della cospirazione, egli non

ha compreso l’utilità che avrebbe colta nell’appoggiarsi all’ elemento conservatore della parte moderata della popolazione. Venuto al potere, egli ha continuate le

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252 sue trame tenebrose ed infernali. I lunghi anni passati nelle prigioni in Italia e altrove, gli tolgono d’aprire gli occhi, cietà.

»

e fanno di lui

In altra lettera:

(amichevole) di

•

un nemico atroce della solo riguardo l’occupazione

Roma, che si

un danno per

truppe, come

facesse dalle

noi.

Nulla

nostre

guadagne-

remmo, mischiandoci in questa politica, il cui capo, Mazzini opprime, terrifica, rovina gli abitanti di Roma. Il fondo di questo sistema non ha che deficit e bancarotta. Ho detto a di Rayneval che io avea cercato di strappare la maschera a questo ne bone moderno. » Lesseps conchiude che per niun conto le truppe francesi non si debban mettere al contatto dei soldati romani che secondo lui , sono il fiore del malvagio so,

,

,

Questi documenti 6 agosto, dalla tribuna della Francia. principio, così parlava LesCosì parlava Bixio da seps prima che il pugnale gli minacciasse la vita, come testificava egli stesso uscendo di Roma. Come dunque avveniva che Lesseps, contraddicendo a sè ed alle sue cialismo e delle segrete cospirazioni.

pubblica vansi ,

istruzioni, di

il

mena in mena giugnesse perfino a ten-

tare d’inchinar la Francia ai Triumviri, e di metter

la spada della Francia al servizio di quelle

mani che avevan maneggiato il pugnale? Mazzini l’aveva com-

prato o sedotto, e Lesseps lo dimostrava facendo quest’elogio del triumviro: « Io non ho altro che a lodarmi della moderazione e dello spirito di concordia di Giuseppe Mazzini : le sue qualità gli hanno conciliato la mia stima. Io rendo omaggio alla nobiltà dei

Come

suoi sentimenti, al suo onore, alla sua lealtà. »

Era timore del pugnale, effetto di promesso o di demenza? Ci rammenti che per l’astuzia d’un Filippo già erasi affiochita la voce di Demostene che avanti lo fulminava. calza quest’elogio al Nerone moderno?

1 giudizi precedenti di Lesseps su ficiali

e duravano intieri.

Mazzini, erano of,

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253 Gl’indugi o i tradimenti di Lesseps provocavano

missione d'altro inviato francese, che fn Corselles. 11

chia

,

12 giugno toccava

e scriveva al governo.

«

il

il

la

signor di

suolo di Civitavec-

È ben certo che la re-

sistenza degli assediati è promossa dall’energia e dalla disperazione degli stranieri. Sgraziatamente, ieri an-

cora

,

una banda di tremila uomini è penetrata nella

città sotto la

condotta di Masi.

»

In altra lettera del

14 giugno, scriveva dal quartier generale di Santucci: » Le misure prese da Lesseps hanno, per tre settimane, permesso agli stranieri che signoreggiano Roma, di accrescersi

gioni.

,

senza ostacolo

Ciò pensa tutto

,

d’uomini e di provvi-

l’esercito.

Ora è necessario di-

struggere queste forze straniere, lasciatesi impadronire

Aggiungo che quasi tutti

della città e delle campagne.

» Per tale aveva ingannato Lesseps, e preparata la lotta che doveva costare prezzo di sangue i

prigionieri sono lombardi, genovesi ecc.

guisa

l’

all’Italia

astuto Mazzini

e alla Francia.

Di Corselles continua sotto la stessa data del 14 giugno: «Quinissuno dubita che questa resistenza si bene apparecchiata dalla politica di Lesseps non sia straniera alla stragrande maggioranza del popolo romano. Noi non abbiamo a fare che alle reliquie di tutte le rivoluzioni, italiane o polacche, ed alla bruz,

zaglia d’ogni contrada, rifuggiti in l’ultima loro fortezza.

»

Il

Roma come nel-

13 giugno, di Corselles a-

veva già scritto dalla villa Santucci, ov’era l’accampa-

mento, al console

in

Roma,

al

quale non

mentire sullo stato della popolazione:

»

si

:

del venerato capo della Chiesa , la libertà di la

poteva

La Francia

non ha che un fine in questa lotta dolorosa

la libertà

Roma e

pace del mondo. La missione affidatami è scolpita-

mente liberale e protettrice

delle popolazioni trasci-

» II 15, di CivitavecSinora ninna speranza di

nate a così estreme necessità. chia

scriveva a

Parigi:

«

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m successo nè per le negoziazioni nè per l’esterna inti-

midazione, essendo

i

Romani avvinti dall’immediato

terrore delle bande straniere, accumulato in

sventurata

città.

questa

È possibile che qualche migliaio di

Romani faccian coro colla fazione straniera, e che la plebaglia ci certi

che

il

socialista.

avversi per

il

lungo indugio;

Lesseps ) nella esplosione

ma siate

non è il romano, è

principal nemico

Egli mette le speranze d’ una

1’

(

il

aveva già detto

guerra universale,

nelle violenze cosmopolite dei fratelli ed amici ; e ben

lungi dall’essere il rappresentante della città di Roma, esso la riserva da lungo

tempo come un olocausto alle

sue furenti passioni. Se l’insurrezione fosse nazionale,

Roma avrebbe le simpatie e i soccorsi delle provincie, le quali pericoli.

sono inertissime, paventando varie sorta di E come non paventerebbero in tanta incer-

tezza d’eventi, fra tanta agitazione d’Europa, fra gli attentati dei nostri socialisti , e

per tutto dire, fra le

ultime manifestazioni di Lesseps?

Il signor di Lesseps

ha il vanto certissimo d’aver fortemente ingagliarditi nostri nemici, e scoraggiti

moderati o conservatori del papa. Niuno ha servito meglio di lui la fazione i

i

dominante, riaprendo le comunicazioni dal generale Oudinot intercettate facendoci perdere un tempo che il nemico ha rivolto a suo profitto ed inviluppandosi in trattative che oggi ancora ritorconsi contro di noi. » Queste rivelazioni del signor di Corselles pubblicavansi il 7 agosto all’Assemblea francese. Non dimentichiamo la famosa parola di Oudinot che ha scosso • A Roma, egli diceva, la Francia: non è lotta di parti ma lotta della civiltà colla barbarie. » Lesseps e Mazzini l’aveano col danno di tante vite smisurata* •<? mente aggravata. ,

,

,

•.

«

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/

255

CAPITOLO LX. ULTIME BUGIE, ANGUSTIE E CADUTA DI ROMA.

Frattanto

i

Triumviri col pretesto delle trattative

spargono dentro cia, l'

e che

la città voci di amicizia colla Fran-

Roma non avrà ornai a combattere che

unico e naturai nemico

l’

Austriaco ; e spargono di

Francesi troverebbero una resistenza forte

fuori che

i

quanto

giusto principio della causa che si combatte.

il

Aggiungevano: Dietro le mura vi sono le barricate, e dietro di esse tutti il

il

petto di tutti

i

cittadini , che animosi e

corrono e stanno vigili alla difesa della patria. Così

Monitore.

Ma eran le solite bugie

,

alle quali rispondeva l’au-

tore degli ultimi sessantanove giorni :

«

Per dare una

prova della sincerità dei demagoghi di Roma, noi chiamiamo a testimoni gli stessi loro satelliti, che a piedi e a cavallo, percorrevano tutte le vie, e qualun-

que trovavano, violentemente lo prendevano e lo trascinavano alle barricate. Precisamente come si condu-

cono i bovi al macellol Erano anche a furia di colpi a camminare verso il luogo della battaglia, modo che quando comparivano quegli sgherri, in un colpo d’occhio si vedevano diserte le strade e le

costretti

per

piazze di coloro stessi che abbisognavano del pane,

per non essere trascinati là dove tutti correvano, al diro del giornale (p. 150).

»

Roma dunque rinnegava col fatto il governo che aveva subito colla forza; spavento la stringeva per ogni parte, sapendo già i danni di Velletri, ricaduta nell’artiglio dei repubblicani ; un buio orrendo la op-

primeva, nè possibile una notizia che la confortasse. Perocché i Triumviri condannando come traditore della patria chi spargeva notizie scoraggianti e false, per vere intendevano essi quelle sole che fossero inven-

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256 tate

dal Monitore ossia

dal Mentitore officiale della

Repubblica. Al popolo sovrano crasi persino vietato di salire le torri e le loggie delle alte fabbriche , segnate

col suggello repubblicano ; persino quelle delle proprie

persino di salire l’altezza del Pineio; e taluno

case

mentre stava guardando dalla propria le bestemmie erano le calunnie il pane quotidiano onde volevasi corrompere la moltitudine; ed il Monitore (n. 146), dopo aver dipinto

fu imprigionato casa.

il

Le menzogne

,

,

Papa qual rappresentante del principio divino cioè ,

deU’arèitrio , contrario al diritto e alle libertà popolari,

A persuadersi dei mah che ne verranno

conchiudeva:

a Roma,

basti

ultima Enciclica o Allocuzione,

l'

capo

d'opera d’ignoranza, di calunnia, e di caparbietà prelatesca.

Stretta

fernale ,

Roma anima e corpo in questa bolgia income poteva alzare il capo? L’intiero giugno ,

impiegavano

i

Francesi in pazientissime ed eroiche

opere di assalto

minori

i

,

,

là

dove eran più forti

d’

offender le vite e

pericoli

le mura , i

ma

monumenti

della città: consiglio di sapienza e d’umanità squisitis-

sima, ricambiato dai Triumviri con quelle inventate devastazioni che non furono mai. Già i Francesi eran pervenuti alle mura, già erano presti a mettere piede sulla breccia faceva illuminare

,

il

e Mazzini che inventava? Mazzini la

cupola di

Pietro, dettava la

s.

bugiarda descrizione d’un popolo festante , quando già la canaglia era timorosa e tremante. Quel telume che rompeva le tenebre rinnovava la dolorosa memoria di Nerone che sulla torre, detta dal suo

persino tro

,

nome diava.

,

altra volta

Allora

contemplava la Roma ch’egli incen-

dovettero

apparir vere

le

parole di

Gioberti che appellava Mazzini il maggior nemico <TItalia ,

impietrito per

una incredibile ostinazione in so-

gni insensati che traggono alla sciagura, allo sterminio la

sua patria ; che impotente a

edificare,

non sa che

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257 metter sossopra e distruggere; ignorante degli uomini e delle cose.

Egli ed i suoi

cancellato ogni lume di vera

,

ragione, erano pervenuti a quel supremo grado di eb-

brezza o di fanatismo che la distruzione del mondo,

per redimerlo dal papa e dai principi, coronerebbero coll’aureola della santità e del martirio.

Finalmente

Francesi, mirabili di valore e d’inge-

i

gno, salivano trionfatori

le

mura della città dolente,

29 e il 30 di giugno e l’Assemblea decreta che ella cessa una difesa divenuta impossibile, e sta al suo posto; ma a un atto di prudenza e di necessità innefra

il

stava

;

il

ridicolo, paragonandosi agli antichi Senatori

ed ai tempi di Furio Camillo. Il Triumvirato, ossia Mazzini, invece di eseguire il decreto, n'empieva coi suoi

commenti due colonne del Monitore, e le infio-

rava coll’umile racconto de’suoi prodigi. Improvisava

un’armata: ed era piccolo prodigio, chiamandovi i profughi d’Italia, d’Europa, d’America; chi combatteva

Romani? Improvisava

dei

i mezzi della sussistenza: rubando e saccheggiando. Diceva man-

ma era facile

,

cate le armi:

ma era falso, perchè gli stranieri furono

tutti

armati, e

i

Romani per lo più non volevan com-

battere. Diceva che per due mesi avevan sostenute le

fatiche della battaglia : e

non era vero

,

perchè dal 30

aprile sino al 3 di giugno fu sospensione d’ armi; e

non furono battaglie nè la ridicola incamiciata, nè le sortite notturne,

cantare i

il

fatte

per illudere

valore supposto dei capi.

il

popolo col de-

Erano menzogna

tanti sognati combattimenti, giacché le prodi mili-

zie

per

la

maggior parte si baltevan dietro le mura,

e se violentate ne uscivano , rientravano appena visto il

nemico, mosse all’esempio del valoroso Garibaldi che

restava sempre al coperto, maneggiando il cannocchiale.

Talvolta fu prode la linea baldi:

,

sempre infamata da Gari-

ma una volta ne uscivano seicento del 2° bat-

taglione, e cinquanta soli rientravano.

La

relazione 17


258 dei Sessantanovc

giorni

sta

all’

appoggio di questi

fatti.

Con queste ciance illudevasi al decreto dell’Assemblea.

Triumvirato che di Roma aveva protestato di

Il

un mùcchio di ruinc, vedeva ora impossicompimento della sua missione e si dismetteva, succedendogli un potere esecutivo composto di Salicetti, Mariani e Calandrelli. L’Assemblea aveva già voler fare bile

fatto

il

il

,

suo testamento, legando la forza

la legge ,

e

non ebbe altra forza che la rapina nè altra legge che l’arbitrio; e nel 1° luglio compiva l’ultimo atto della commedia segnando la Costituzione e pubessa che

,

,

blicandola dal Campipogtio , senza però quel concorso di

popolo che

il

Monitore diceva.

Il

3 di luglio fu

l’ultimo delle repubblicane scelleratezze;

i

Francesi

occupavano il Trastevere fra plausi di quegli uomini che i mazziniani dipingevano come i più feroci nei

mici dei liberatori; Sturbinetti in onta al decreto dell’Assemblea, chiede glia proseguire

al

mal costituito Municipio se vo-

disperatamente nella difesa.

Rifiuta

il

Municipio, e risolve di ricevere impassibilmente

i

Francesi. Nel

3 e nel 4 luglio le truppe liberatrici

occupano Roma fra i segni manifesti del gaudio e del terrore. Il

signor di Corselles scriveva il dì 4 luglio:

»

Con

molta benevolenza ci accolsero i Trasteverini; freddo fu

il

quartiere del Corso, ancora soggetto al dominio

Ho veduto Chernowski capo delle barricate, eccitando egli stesso le bande ai clamori mentre noi passavamo innanzi al club delle Belle arti. Il generale Oudinot represse energicamente il piccolo tafferuglio. Fra i prigionieri politici ho fatto rilasciare alcuni non rei di altro, come dai pubblici registri, delle conventicole.

che di adesione ai Francesi e di barricate.

»

Il

,

rifiuto a

lavorar le

signor di Tocquille proseguiva la nar-

razione, dicendo all’Assemblea francese nel

6 agosto:

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259 «

Roma nei due primi

ci presentava

Strano spettacolo

giorni dell’occupazione. L’armata si vide accolta da un

popolo tremante, dal quale riceveva in segreto attestati di benevolenza.

L’imagine del dispotismo era an-

cor presente all’animo degli abitanti:

più

il

non

si

temeva

governo. . . si temevano i pugnali. Dodici assas-

sina funestarono

i

primi giorni:

fiero spettacolo era il

Roma più temuto il vinto che il vincitore. Ne volete una prova? Noi di tratto ci rivolgemmo ai Or sapete ciò che il sivedere in

capi delF antico liberalismo.

gnor di Rayneval me ne riferiva? Egli così mi riepilogava

le

cono tutti

sue conferenze con cotestoro :

rispondo: Volete venire con assassinati.

:

Essi mi di-

«

Da tre mesi non moviamo di casa. Io loro me?

~ No$ saremmo

— Tutti, senza eccezione, non

sicuri fuorché nel proprio focolare.

si

Non mai

tengon vidi

a

punto il terrore. Infine, stringendoli io, essi aggiungevano: Fateci condurre dai gendarmi, così atal

vremmo l’aria d’esservi forzati. » Ecco le angustie che i Francesi trovarono e guarono in Roma.

dile-

:

-u3 no .t'rioìaatdfti o il otn «t *yoh>’/' : .

•

wtvoift- ni

CAPITOLO LXI. LA CITTÀ ETERNA E IL 15 LUGLIO.

La Roma della Giovine Italia è caduta, ma è risorta la

Roma pontificale, la Roma dei secoli, la Città c-

terna.

Perchè Roma, domandava quell’ eminente ingegno di Falloux all’Assemblea della Francia, perchè Roma sola nel

eterna, i

mondo ha il privilegio d’ intitolarsi la Città nome che essa porta con tanta gloria, e che

suoi detrattori ancora le

per distrazione? Parigi è

compartono o per istinto o la capitale delle arti

e del-

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260

ma non è la Città eterna. Londra è

l’

intelligenza,

l’

emporio della

vita

commerciale

e

marittima

del

mondo, ma chi ha mai sognato di chiamar Londra la Città eterna? Perchè dunque tutti, amici e nemici, appelliamo l’eterna oratore :

Roma? £ rispondeva il magnifico

Roma porta questo titolo più fulgido di qua-

lunque corona, perchè se non da diciotto secoli, al-

meno ben da

molti secoli, essa è la capitale della

Repubblica cristiana e del mondo cattolico. Roma è per tutti la seconda patria , dove tutti aspiriamo , tutti viviamo per l’intelligenza e per l’amore; dove diciotto secoli

vennero a deporre l’omaggio della lor venera-

zione; dove tutto è venerando,

persin

polvere,

la

impressa dalle vestigie e dal sangue dei santi, degli eroi , dei martiri ; dove infìne sono le ceneri di Pietro,

e

1’

oracolo sempre vivo di colui che non cesserà di

reggere colf autorità di Cristo

il

mondo

restaurato

anime sino al fine de’secoli. Ecco i titoli, l’onore, la gloria dell’eterna Roma.

delle

Or di questa patria universale del mondo redento, di quest’ opera di Dio e dei secoli , che voleva farne

Voleva farne un falansterio, un fuun nido del socialismo, un altare non più a Gesù Cristo Dio vivo e vero, ma al culto d’un Dio mazziniano e fantastico il quale non è altro infine che la stessa umanità divinizzata: chè tali provano i pubblici documenti essere i propositi e le dottrine della Giovine Italia. Vide la fierissima congiura il mondo cattolico, mandò un grido, e apparecchiò le la Giovine Italia?

scello repubblicano,

armi.

0 Roma

,

o Città eterna!

Quando noi passeggiamo

monumenti, quasi fra personaggi storici e ti domandiamo: Perchè non vanti un’opera grande del medioevo, tra questi magnifici lavori fra

i

tuoi

viventi , noi

del paganesimo e della restaurazione?

E tu ci rispondi

con dolore: Ah! ciò avvenne perchè era il tempo della

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261 Papi in Avignone. Allora io non mi fu data una legge non una linea da segnare ne’ miei annali; sempre fu per me tempo di sventura e di ruina l’assenza de’miei Papi. Così parla Roma e dice la verità. Ecco lo stato di

mia cattività, stando

svenni e mi consunsi

i

,

;

Roma, descrittoci dal Platina, all’ingresso

di Marti-

no V, il 22 settembre 1421, già seorsi parecchi lustri dacché la sedizione, secondo la frase degli storici, escivis Romce sendo divenuta cittadina di Roma e quietando per poco, aveva permesso il ritorno ai Papi sedenti in Avignone: « Martino, partito di Firenze, ,

,

era giunto alle porte di Roma, quando vide l’afTollata

moltitudine e

i

principi della città

illustre, venirlo

ad accogliere quale un uomo sceso dal cielo, e unico padre della patria. 1 Romani segnarono nei fasti l’esultanza di quel giorno solenne.

Il Papa

trovò

Roma

quasi scomparsa sotto le vaste ruine: non aspetto di

ma case crollate, templi rovesciati,

città,

contrade

fangose e deserte, una città divorata dalla miseria e dalla fame.

Che dirò? Non più segno di popolo ci-

nè di ordinata città. Avresti creduto quegli sventurati una Diandra di bifolchi , e la feccia del mondo. » Mazzini rinnovò in pochi mesi la terribile istoria nel suburbio di Roma colle armi di Garibaldi, colle vile,

devastazioni, cogl’ incendi, coi sacrilegi; ed in pochi altri

1’

del

O Roma un O essere la Regina

avrebbe estesa a tutta la città.

destino è scritto in cielo per te:

mondo coi Papi

,

o

il

fazioni senza di loro.

La statistica è Or niuna

storia.

la

,

ludibrio e la vii preda delle ajif

dimostrazione matematica della

città

al

mondo, nei tempi antichi

s* impoverì o crebbe di popolazione, 0 moderni quanto Roma, secondo che la tennero o ne uscirono 1 Papi. Sol diciasette mila anime vi trovò Gregorio XI, tornando da Avignone. Settantasette mila ne trovò ,

f esule Pio VII, tornando di Francia, che in soli quin-

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262 1815 al 1830, crebbero sino a centodunque all’evidenza delle cifre, chi non ha mente da levarsi più alto e leggere

dici anni, dal

settanta mila. Si pieghi

nei disegni di Dio.

Oh

!

sian

restaurando

dunque benedette e gloriose le armi che, il Papa, restauravan l’onore e la gloria

dell’eterna Città! Memorando sarà per sempre al mondo cattolico quel

15 luglio

in cui

un popolo fremente di

gioia salutava la pontificia bandiera,

innalberata in

Castel Sant’Angelo e sulla torre del Campidoglio; in cui il clero accogliendo nella grande Basilica il libe-

ratore Oudinot

,

proclamava

lo

il

prescelto e

il

bene-

La restaurazione

detto da Dio; ed egli rispondeva:

«

della temporale autorità del Santo

Padre è pegno di

pace al mondo; noi veniamo a ringraziarne Iddio; la il premio delle sue fatiche nella pro-

Francia troverà

sperità degli Stati pontificii , e nella stima delle cattoliche nazioni.

»

Onore

al

grande che congiunge la

pietà al valore!

Degne di memoria sono pure le calde parole

,

dopo

l’inno eucaristico, pronunciate dail’£minentissimo Tosti. «

Signor Generale

!

Voi tramanderete ai vostri posteri

titolo di liberatore di Roma. Permettete frattanto a un Cardinale Romano di esternare con voce fioca pei

il

durati patimenti, in

nome anche de’ suoi colleghi, a

Voi, alla vostra armata, e alla cristianissima Francia, sentimenti dell’eterna riconoscenza. Voi ci liberaste

i

dall'

oppressione di mostri che disonorano

il

genere

umano; e ci annunziate il ritorno del Sommo Pontefice ,

nostro sovrano e padre. Contra lui si scagliarono

e

si

scagliano poche furie d’inferno,

la

bocca

la

voce universale del

ma loro chiude

mondo cristiano, che

qui lo vuole gloriosamente ricondotto.

E ci verrà ma ,

sempre accompagnato dalla singoiar sua mansuetudine, per quanto abusandone i perversi, credansi debita ogni impunità, a sfogo della loro audacia.

— Signor Digitized by

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263 la vostra saviezza,

Generale!

e la condotta militare

de’prodi che vi circondano, ci ha risparmiati dai mali

ed

i

Roma

e le devastazioni che deturpano

della guerra;

suoi contorni

si

,

dei nostri tiranni.

debbono tutte al genio malefico

La disciplina e la morale del vostro

esercito servan d’esempio c di correzione ai pochi ro-

mani,

traviati dalla colluvie di

empi qui ragù-

tanti

buoni piangono ancora il poco sangue francese ma questo sangue, unito a quello d’innocenti sacerdoti e di probi cittadini barbaramente nati. I

che si è sparso;

trucidati da quei mostri, chiamerà le benedizioni del cielo sulla Francia, soldati.

— Viva

la

su di

Voi, e sui valorosi vostri

Religione! Viva

il

Sommo Ponte-

Viva la Francia! » Oudinot, rispondendo a queste parole, si mostrò intenerito meno per la sua gloria che per quella della

fice!

Francia a cui

riferì tutto l’onore della

restaurazione

pontificale, e de’suoi compagni d’armi che nei Romani

hanno inteso di soccorrere a fratelli oppressi da stra niera tirannide; e fu tocco al vivo dalla solenne di-

chiarazione che tutte le devastazioni eran frutto degli oppressori, mentre

i

Francesi avevan tanto procrasti-

nato e patito per fuggire

il

guasto dei secolari

monu-

la Città eterna. 11 buon successo

menti che adornano riferì tutto alla Providenza; ricordò

i

pressanti mes-

saggi che gli pervenivano chiedenti

il

ritorno di Sua

Santità; e dichiarò che bella, oltre ogni altra conquista,

riputava

la

presente,

che. procacciava

alla

amore dei Romani e la riconoscenza della Cristianità. Il Cardinale, commosso, gli aggiungeva: Francia

«

l’

Le vostre

parole, o Generale, sono dettate dallo

Spirito di Dio; le sue benedizioni scenderanno

pre più copiose sopra di Voi c della Francia.

sem-

»

Strepitosissimi applausi accompagnarono il Generale

Oudinot.

La moltitudine ansiosa di vederlo e d’osse-

quiarlo, altro non sentendo che l’impeto della grati-


m ladine, strettamente dolce violenza le

Io

circondava

baciandogli

mani e la spada. Dieci

secoli

con eran

decorsi da che la Francia era stata applaudita in si-

mile guisa nel Tempio Vaticano: Oudinot

ricordava

Carlomagno (V. il Giornale di Roma, 16 e 17 luglio). Gioberti, Mazzini, Mamiani, qual popolo era corso in Roma a baciar le vostre mani? La spada di Oudinot, baciata dal popolo, folgora la Giovine Italia e le

sue creature.

CAPITOLO LXII. CHE FAHÀ IL PAPA ?

’

Che farà il Papa tornando al governo del suo Stato?

Non piglieremmo spontaneamente nna tal questione, fidati

nella

sapienza di lui e del sacro Collegio, e

convinti che le questioni

più ardue sulla forma del

pubblico reggimento debbonsi guardare dall’alto e in tutta la loro estensione, e

non già solo nell’ angusta han

sfera d’ una scrittura. Tuttavia, poiché molti vi

posto la

mano,

noi

pure diremo la nostra sentenza.

La libertà è il dogma civile

delle nazioni ,

ma i

suoi limiti e le sue forme debbono variare secondo le

qualità dei tempi e delle popolazioni.

Or chi direbbe

che lo Statuto, tal quale in fretta ed in un subollimento rivoluzionario fu per necessità conceduto da Pio IX, sia la forma più bella e più sicura della libertà civile? Ma, ancorché fosse, ehi direbbe che dopo una catastrofe che ha svelto i fondamenti del governo papale e creata una tirannide, non siansi rivelati

nuovi pericoli e nuove dighe da opporre al tor-

rente rivoluzionario? Salvare il popolo, salvare lo Stato

da questo torrente rivoluzionario, e per conseguenza la libertà minacciata, è il primo dovere del principato.

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263 Badate che sarebbe crudeltà il dare agl’infermi od ai convalescenti

i

robusti e sugosi cibi dei sani.

Ci pare dunque una inconsideratezza quel preten-

dere che Pio IX debba restituire

governo di Roma

il

su quel piede in cui trovavasi nelle giornate del 15 e

del 16 novembre

quasi nulla fosse accaduto e a nulla

,

dovesse giovare la fatale esperienza.

Pio IX ha due debiti:

il

primo, come papa, è dì

ritenere l’indipendenza temporale a difesa della spirituale;

secondo, come principe, è

il

di tutelare la li-

bertà del suo popolo contro la fazione usurpatrice che è vinta

ma non spenta, e si travaglierà di nuovo nelle

tenebre per tornare più feroce

all’ assalto.

Guai

al

principe, guai al pontefice, se si riposasse sicuro nella

calma! Sarebbe più tremendo a lui ed al popolo un

nuovo naufragio

;

sarebbe inghiottita

la libertà e in-

staurata più fiera la tirannide. Userà dunque la com-

Non la compressione, ma una moderata e

pressione?

legittima repressione.

Repressione,

salvi lo stato, cioè

sudditi ed

i

violenze della fazione usurpatrice. scienza dei fatti, signori belli;

io dico, la

quale

sovrano, contro le

il

La

politica

è la

governo dei popoli

il

s’impara a questa scuola e fon a quella delle utopie.

Or guardate a’ fatti recentissimi e tremendi. Chi ha dato

1’

mano

Italia,

alla

tutta

fazione

l’Italia,

salvo

repubblicana?

il

questo tradimento dei popoli italiani? polari.

Non contorcetevi,

qui è

il

Napolitano, in

Chi ha compiuto

Le Camere pole Camere

fatto:

popolari, la piemontese, la romana, la toscana, col principio ultrarepubblicano della sovranità popolare,

quando i popoli erano hanno tradito i popoli ed i sovrani; e chi di quelle adunanze vedrà che sul

e colle arbitrarie Costituenti costituiti,

rilegga

i

discorsi

mezzo del 1848, Pio IX, Carlo Alberto, Leopoldo, già eran deposti teoricamente dai loro stessi Parla-

menti.

La rivoluzione italiana V utopia mazziniana ,

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266 dell’Italia

una , passò tutta intiera dalie società segrete

nelle Camere italiane: in esse signoreggiò apertamente lo spirito

mazziniano, di lunga mano prima che Maz-

zini fosse al Campidoglio ; e continuerà a signoreggiar

sino al fine , perchè se Mazzini è fuori , la sua scuola

è dentro e si abbarbica tenacemente a tutta l’Italia, e invade coloro stessi ai quali non garbano le esor,

bitanze professate dall’apostolo del socialismo italiano.

Dunque il Papa ed i principi italiani hanno il debito indispensabile di reprimere l’insurrezione che viola

il

patto fondamentale , ed ha seggio ed imperio nelle Ca-

mere

e di frenare con esse la stampa rivoluzionaria

;

che da lia;

Roma si lanciò la prima ad infiammare l’Itareprimere insomma

di

dei barbari che

gli

errori e gli

attentati

hanno giurato lo sterminio dei troni

popoli italiani. Questa repressione la deve

e dei

Papa e con lui i principi alla libertà del

della penisola la

il

debbono

vero popolo italiano finora usurpata e

straziata.

La temporale indipendenza del Papa da ogni potere interno od esterno è un principio universale che emerse più fulgido dalle discussioni attuali: e per conseguenza la sovranità popolare potrà radicarsi meno a Roma che altrove, come avvertivano or ora il Times e il Débats. Che servirebbe al Pontefice la sua indipendenza dalle corti straniere, se egli dipende da un potere creato nel suo Stato? Tutto il mondo cattolico

ha un supremo interesse a ciò che

di tutte le coscienze conservi intatta,

dello Stato,

il

maestro

dentro e fuori

questa sua indipendenza. Tal verità è

proclamata da

tutti gli

assennati cattolici, e fu nella

Camera dei lord in Inghilterra dal marchese di Lansdowne:

«

La condizione della sovranità del Papa, egli

diceva, ha questo di particolare, che nel suo potere

temporale è semplicemente monarca di quarta o di quinta classe, mentre nel potere spirituale gode di

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267 una signoria in tatto il mondo senza pari. Siccome paesi hanno sudditi cattolici romani, così tutti i hanno interessi nella condizione degli Stati i paesi romani, e debbon vegliare affinchè il Papa eserciti

tutti

l’autorità sua senza

che un’influenza temporale possa

diminuire o alterare la sua podestà spirituale. » Niuna influenza, ripetiamo, nè interna nè esterna, dee dun-

que poter comprimere 1’ indipendenza temporale' del Papa.

E ciò dal lato della sua libertà religiosa.

Bai verso strettamente politico, è poi una strana pretesa quella di affermare che la libertà non abbia che una sola forma di esistere, quella cioè di una Camera legislativa, abbandonata al caso o per meglio dire all’ignoranza, ai raggiri e alle frodi dei partiti.

Sono forse più liberi e più civili i popoli quando una fazione ha raccolto in una Camera i più incivili e i più perturbatori? Quando in questa Camera trovano un eco ed una rappresentanza legale tutte le passioni? Che fa ciò alla libertà dei cittadini , sulla cui testa e sulle cui famiglie pesa una congrega di despoti? Sì, gli hanno Sono gli uomini della loro scelta. scelti; ma ignoranti o delusi, hanno scelto i loro ti-

—

—

ranni

(1).

Si dice: sono difetti; bisogna emendarli. (1) la

Le Camere, come le piazze italiane, hanno seguita

legge di tutte

le

tiranniche rivoluzioni, formolata

energicamente da Tacito:

«

sì

Per rivoltare lo Stato gridano

Utim-

libertà j pervertitolo, straziano la stessa libertà: »

perium evertant libertatem proferunt ; si perverterent , liberlatern ipsam aggredienlur ( Annui, xvi , 22), Le Camere ,

popolari, per nulla più temperate o sapienti dei circoli e delle piazze , col pretesto di libertà hanno eliminato il pa-

terno assolutismo delle monarchie italiane, e col pretesto

hanno instaurato il dispotismo detto da Voltaire il dispotismo della canaglia. Ecco brevemente compendiata la storia del risorgimento italiano. Su questo piede, Costantinopoli sarà in breve 1’ Atene della civiltà.

della stessa libertà

,

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268 Appunto; bisogna emendarli; ma quando? Quando siano disfatte le nazioni ? Emenderete i vizi della nave dopo il naufragio? Proponete dunque gli emendamenti che rendano sinceramente buone le elezioni: ma non riuscirete finché non avrete escluse le passioni dal voto degli elettori. Non vedete qual maggioranza è uscita dalle urne

di

Roma,

Torino ha ora

di Torino?

Napoli, di Firenze,

di

sua terza Camera,

la

quale rinnova nella sua maggioranza

la

Camera

la fatai

democratica; e ben vi fu rieletto (sebbene non accolto)

quel Costantino Reta

che in marzo con

altri

deputati passava dalla Camera a capitanare la Repub-

Genova, ed ora è condannato a morte per tradimento di Stato. Con queste elezioni non insultasi blica in

sfacciatamente e ferocemente

al

re ed alla nazione?

Or venite a contarci che tali vizi sono accidentali. 11 volgo è volgo, e sarà sempre la

vii preda di chi lo compra; e lo compreranno i tristi, a cui non ripugna verun mezzo che torni vantaggioso. Aspetterete i rimedi dal tempo? Meschini vi lasciereste strozzare sulla speranza di risorgere? Vedete la Francia; il suo suolo è coperto di ruine. Sono pochi mesi, e la sua Costituente contava appena sessanta socialisti ed ora la sua Assem'

•

,

,

blea legislativa oltrepassa i ducentocinquanta.

Un ab-

bietto,

un perfido giornalismo, là come in Italia, ha

guaste

le città

e le campagne. 11 suffragio universale

non è piò rimedio nel corrompimento universale: nè acquista il senno o la politica sapienza quando ne spogliano coloro che hanno il dovere di gover-

il popolo

se

narlo. Voi dite che

ben semplici

:

il

il

rifatelo;

rimedio verrà dal tempo. Siete

torrente che ha superato

continuerà a demolirlo.

T argine

Dunque rifaremo l’argine. Sì,

ma non lo rifarete se non rifacendo i patti

costituzionali.

lmpertanto, se noi fossimo il popolo romano, non

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269

domanderemmo lo Statato

,

quale fa Improvvisato sulle

non vorremmo 1’ incentramento di tutte le libertà individuali in un

basi viziate di tutti gli Statuti moderni

,

parlamento prepotente, che d’un piede calpesta il po-

brameremmo all’incontro

polo, e coll’altro il sovrano : libero

il

popolo e forte

il

sovrano a governarlo e pro-

teggerlo. Libero l’individuo nella qualità di cittadino, coll’ eguaglianza al cospetto della legge;

libera la fa-

miglia contro chiunque si attenti di violarne la religione ed il costume; libera la proprietà ed il com-

mercio; libera la vita contro famazioni; libero

il

aggressioni e le dif-

le

municipio, aggregato di famiglie,

e libera la provincia, aggregato

di

municipii, nelle

cose rigorosamente spettanti alla propria amministrazione, e nel rimanente dipendenti per Vanità politica dello Stato da

un consiglio superiore. Questa è la li-

bertà vera e fruttifera che farebbe circolare la vita nelle parti del corpo sociale, e

non già quella buro-

crazia, che nei governi attuali divora la finanza e

comprime le forze attive e vitali dello Stato. Questo sistema che inchiude la libertà delle cose, e non sol delle parole, conviene particolarmente al governo papale. E un fatto che le Camere elettive e legislative furono sempre in Francia, e sono per lo più una rivoluzione in permanenza: or conviene a

Roma un governo sempre ondeggiante e tumultuoso? Ha Papa nel suo piccolo Stato, e dissangualo dal il

latrocinio repubblicano, quell.’enorme finanza, che as-

sorbono

i ministri, schiavi d’ una maggioranza, per comprarsi degli amici e puntellarsi? Qual mezzo ha egli da opporre ad una fazione che in ventiquattrore

corre

i

limiti dello Stato,

sorprende gli

elettori e in-

Camera? E finalmente non vorremo persuaderci che non tulli i popoli trovano la libertà nella vade

la

le

forma di reggimento? e che la pessima di tutte forme è quella che toglie ad un tratto la libertà

al

popolo ed

stessa

al

sovrano?


270

A queste considerazióni strilleranno

i

repubblicani

nel vedersi restringere l'adito alla loro dominazione;

ma

debbono avviarsi a quella libertà sincera che non otterranno mai dai governi impotenti verso Del resto, come tanti altri abbiam detto i cospiratori. la nostra parola, convinti che il Papa non ha bisogno di consigli nè di ammonimenti. i

popoli

,

Conciliare

libertà

la

civile

dei

popoli colla indi-

spensabile libertà e solidità dei governi, è il problema

che niuno ha sciolto finora, presenti institnzioni ,

la

non sciolgono

che

cui soluzione

le

sarà ritardata

dalle demagogiche insurrezioni , e che desidera tuttavia d'essere studiato dai più profondi ordinatori della

cosa pubblica.

CAPITOLO LXIII. POLITICA.

•

Il

colore ,

il

EUROPEA.

processo e la connessione della rivolu-

zione italiana coll’europea,

ci

chiamano alle seguenti

considerazioni.

La sconfitta di Kossuth e di Beni la compiuta somnome dell’Ungheria fatta il 13 agosto da Górgey, creato dittatore dopo Kossuth, mettono fine alle armate insurrezioni del 1849. Or finalmente pure ai ciechi ne debbono esser visibili le conseguenze. Ledru-Rollin Mazzini, Kossuth, i tre mali genii di questa fatalissima insurrezione europea, sono proscritti e fuggitivi: poco male, se dietro di loro non rimanessero voragini sì profonde da non potersi ripa,

missione in

•

,

,

rare per corso di lustri e di secoli. Quali sono queste voragini? Signori rivoluzionari, che, ciechi o previdenti foste i precursori o la coda del beato Mazzini, ,

ora siamo

a’fatti

e bisogna saldare

i

conti.

A voi anDigitized by

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271 cora

rivolgiamo che vi dicevate

ci

moderati,

i

moderati della rivoluzione. Ebbene che

frutti

ma

i

avete

sparsi sull’Italia , e tutt’insieme sulla civiltà europea? Il

vostro processo è fatto, l’ora del vostro giudizio è

suonata. i

popolo orribilmente profuso, monti di i cadaveri del popolo li vedete voi?

L’ oro del

cadaveri che sono

Vedete voi le lagrime dèlie famiglie, città,

i

depravati costumi,

i

le discordie delle

gemiti dei popoli e della

religione? Vedete voi quello spregio d’ogni autorità,

quella plebea baldanza, quel supremo libertinaggio per cui si

qualunque del popolo da voi adulato e inorgoglito un sovrano e per un Dio? Cono-

tiene ornai per

scete voi questa dissoluzione sociale , o distruttori del tutto e inventori

del nulla?

terribili all’umanità

gia

,

Or sappiate,

o uomini

sappiate che questa è la malva-

semenza da voi gittata, e che questa è niente pa-

ragonata ai frutti che essa darà nell’avvehire alle sgrache nascono immiserite dai vostri

ziate generazioni fatti e

avvelenate dalle vostre dottrine.

Ma salite più alto e vedete l’orizzonte europeo che s’

infosca orribilmente per vostra cagione.

predicato

la

guerra dei popoli,

Voi avete

la guerra santa nella

Francia, nell’Italia, nell’ Alemagna, nell’Ungheria. Che cosa avete fatto? Avete indebolito la Francia, sacrificato l’Italia, e quasi crollato nell’Austria quell’ante-

murale che nell’ordine religioso e politico salvava la civiltà meridionale e occidentale dell’Europa dall’in-

vasione moscovita. Questa fu la vostra demenza , questo l’errore portentoso,

a insorgere

i

commesso da voi che eccitando

popoli , avete sforzato

i

sovrani a confe-

derarsi; e volendo,

non colla virtù che è Tarma insu-

perabile dei popoli,

ma colla forza delle armi che è

un argomento brutale, conquistare le nazionalità con mezzi nè civili, nè capaci, avete sacrificato non solo le piccole ma le grandi nazioni all’infiuenza di un co-

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272 losso

che minaccia di assorbirle.

E voi volevate che

Pio IX aderisse a questa politica da fanciulli, a coi non poteva mancare un esito così deplorabile? Due idee si contendono il dominio europeo: l’idea moscovita e civiltà: la il

la cattolica; e

da queste germinano due Non è da curare

moscovita e la cattolica.

protestantismo,

il

quale è una negazione ed una

seguenza interminabile di negazioni, e perciò è un nulla tanto in. filosofia che in religione, e sol capace del nulla; e

1’

introdurlo nell’Italia, od

il

favorirlo

colla libertà dei culti , è opera solo degna dei Mazzinisti, cioè di coloro

che si sforzano di sciogliere gli

ultimi elementi della potenza e del nome italiano.

La

non vive più di protestantismo, ma d’uno schifoso e materiale egoismo, e non avrà mai

stessa Inghilterra

V

cala fiducia che è la forza morale delle nazioni , drà infine se non torna al cattolicismo , ripigliandola fede de’suoi avi, per un adulterio tradita da Arrigo.

Restano dunque sul suolo europeo l’ idea cattolica e l’ idea moscovita; e Napoleone vedeva più che non prevedeva, annunziando che nel corso del secolo diciannovesimo l’Europa sarebbe o repubblicana ocosacca. Napoleone guardava alla fòrza materiale del Moscovita, noi guardiamo all’idea: aggiungendo questa a quella, più probabile la previsione. Ciò posto, ogni colpo che si portò all’ Austria, fu vittoria per il Moscovita; e tanto più sicura,

si farà

una

quantochè

il democratico socialismo ed il terrorismo ben presto s’insignorirono della insurrezione magiara ed italiana. Ancora mancava che gli Ungavi per ul-

timo eccesso di frenesia si rendessero piuttosto alla Russia che all’Austria; e si faceva nel 13 agosto. L’Ungheria tornerà nella soggezione dell’ Austria come la Lombardia ; e la Russia è troppo grande e intelligente '

per vedere che influenza,, e

il

suo trionfo inestimabile è la sua

non il lieve acquisto di qualche provin-

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273 eia.

L’Austria sarà dunque materialmente ciò che ella

era ,

ma la Russia ha consolidato la sua preponde-

ranza: essa già dominava l'impero ottomano, ed ora stenderà

il

suo protettorato non solo sugli Slavi au-

ma su tutto l’impero d’Austria, e per conseguente sull’Alemagna, e forse sull’Italia e sulla Francia. Ecco bel frutto che la demagogia ha raccolto,

striaci,

tingendosi di socialismo, predicando l’odio e la guerra

contro l’Austria.

Ma non perdiamo di ‘vista le due idee

cioè la catto-

,

lica e la moscovita. Le idee, più che altro, costituiscono,

congiungono, danno essere e forma alle nazioni; e primeggia l’idea religiosa , quando s’è incarnata colla dei popoli. Ora quelle due idee hanno appunto una tale virtù: esse costituiscono due mondi. Quale dunque avrà il trionfo? Sappiamo che

civiltà e colla vita

per

la cattolica milita

Iddio,

ma ci cuoce l’animo la

demenza dei cattolici. L’idea moscovita è una convinzione

profonda, ravvalorata con

forza.

Quell’ idea

monca

tutti

i

mezzi della

del suo vertice è però

una

convinzione, perchè le filosofìe germaniche, galliche e italiane non penetrarono per anco nella Russia se non per angusti spiragli, mentre dilagano e sovvertono l’idea cattolica nel settentrione, nell’occidente e nel mezzogiorno d’Europa. Nella Russia il principe è papa e imperatore, e se questo è il dispotismo dei

corpi e degli spiriti, è però un anello di ferro ben diffìcile a superarsi nelle mani d’una potenza che ogni dì estende le sue forze incalcolabili.

Or vedete politica sapienza della demagogia francese e italiana! Francesi e Italiani

si

sforzano, quasi ma-

stini infernali, di abbattere colla parola e colla stampa

quest’idea cattolica ed

il

Pontefice che ne è maestro

e capo: nei quali due obbietti , cioè nell’idea cattolica e nel Pontefice, risiede ogni nostra forza contra il dispotismo civile e religioso. Ma già un’ammenda ono* 18

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;

274

Roma ed mentre l’Italia è ben lungi Qui , e nel misero Piemonte specialmente, e fra i deputati nel parlamento, i mastini non cessano di menare il rabbioso dente sul Pontefice, revole ha fatto la Francia, restituendo a

alla cristianità il suo Capo,

dal ravvedimento.

per estinguere l’ultima scintilla della civiltà italiana, per soggiogarci prima alla loro tirannide, e poi alla

dominazione moscovita (1). Di essi più civili Alessandro e Nicolò, cooperatori alla restaurazione del VII e del

IX Pio; sebbene ci spaventi la politica dello

Czar, nelle cui mani l’idea religiosa è il primo nerbo e la più possente leva della politica; quell’idea che vorreste cancellare dall’Italia e da tutto l’Occidente, voi amici di tutte le rivoluzioni e nemici d’ogni cre-

denza. Promotore zelantissimo

della

sua religione,

(1) Bianchi-Giovini, ingrazia delle sue dottrine, tato

depu-

lombardo alla Camera piemontese (vero anacronismo

politico), scriveva nell’elogio di Carlo Alberto coll’anima tutta intenerita: « retto;

il

Il

tuo regno c ora affralito c debolmente

rapace austriaco e

l’Italia; il prete apostata sta

lo

schiavo francese insozzano

ancora a Gaeta ,

e,

fra l'ozine

l'immorale e schifoso gesuita

le

gozzoviglie medita vendette

si

commove e si agita per riprodursi al mondo; il bomba r-

datore, bagnato nel sangue de’suoi sudditi, esulta e gode de’ suoi trionfi ;

1’

imbecille Leopoldo ,

ben custodito dai

Croati, torna alla sua sede, e chiede Radetzky di consiglio sali’ arte

di

governare:

tutti questi infedeli, tutti questi

traditori, tulli costoro abbietti

ed infami innanzi al tribu-

nale della storia » ecc. (Opinione, 9 agosto).

Con queste

giaculatorie il deputato lombardo suffragava l’anima e cele-

brava le glorie di Carlo Alberto. Conformi allo stesso rituale sono quelle del deputato Brofferio, il quale nella Cail 18 agosto, chiamava Pio IX « spergiuro della mera che aveva ginrata sui sacri altari » ( Aplibertà italiana ,

,

plausi). 11 gagliardo avrebbe trovato copia di spergiuri fra i

ma Pio IX dove, quando, che cosa ha giuralo? Forse la libertà dei repubblicani, assassiui

suoi confratelli,

egli

del suo Stato?

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273 quanto voi siete persecutori della vostra

,

favoreggia-

tore munificentissimo del clero e del culto, quanto voi siete gli odiatori e gli spogliatoci dell’uno c dell’altro,

Dio non voglia che profittando degli errori filosofici e religiosi introdotti nella Polonia, nella Bulgaria , nella

Serbia, nella Boemia, nella Croazia, non arrivi

a

come ad una religione

nello scisma

soggiogarli tutti

nazionale, e farsi venerare quale sacerdote e imperator

non voglia ancora che l’ influenza Papa e re non si estenda sino all’Occidente.

dell’Oriente; e Dio di questo

Al che civiltà

coadiuvate potentissimamentc voi, mastini

lo

ringhiosi

e frementi contro

ed

la

vera Chiesa, la vera

vero Pontefice. Voi siete i grandi

il

flagelli

della civiltà europea, maneggiati dalle potenze delle

tenebre.

Tuttavia

1’

Europa potrà ancora una

trionfante dal cimento,' se la

volta uscire

Russia ritirerà quella

mano di ferro che q>esa sul culto e sulle coscienze

;

e

ne abbiamo speranza per le promesse fatte da Nicolò a Gregorio ed a Pio IX. Se l’Austria, fedele all’appellazione di apostolica, concederà a’suoi potentissimi

ingegni ed al suo clero il libero svolgimento dell’idea cattolica, della sua morale, delle sue istituzioni e as-

sociazioni, della sua gerarchia e del suo culto; e già

ne abbiamo guarentigie di fatto, oltre alle speranze. Se la Francia rinnovando le sue tradizioni e la realtà camminerà in quella via che ha sì di cristianissima ,

gloriosamente incominciata, liberando dai nuovi barbari la città eterna.

Se

la

Spagna riconforterà quei

sensi di cattolica, prostrati da una rivoluzione trilustre,

e tornati

Se

1’

sì

vivi e gagliardi nella causa del Pontefice.

Inghilterra muterà in carità cristiana

la

carità

corrompe e la depaupera, e cesserà di comprare e vendere le nazioni come le merci; testimonio e vittima di quest’ immoralità la Svizzera, la Sicilia, l’Italia. Finalmente se l’Italia. .. Ma l’Italia è ancora nel delirio! Preghiamo che Dio la salvi. legale che la

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TM CAPITOLO LXIV. EI

11

fu!

socialismo Gallo-Italo tentava e riusciva l’ultimo

colpo, strappando la misteriosa lettera da Luigi Na-

poleone

Edgardo Ney suo aiutante

indirizzata a

di

campo.

Ebbene noi diremo: Ei fu! Ei fu! diremo del piccolo come

del

grande Napo-

quest’ uomo cui la Previdenza pigliava

leone.

Ei fu

per

roano in quel dì decimo di dicembre, cui ri-

la

,

formava nella mente, e confortava di una politica sapienza. Ne maravigliava il mondo, non che la FranDentro colla moderazione, a Roma con una gagliarda e quasi audace perseveranza coronata del successo, Luigi Napoleone crasi collocato tra i più forti e intelligenti difensori dell’ordine. Restaurando in Roma cia.

il

cardine dell’equilibrio europeo, e nel Pontefice

maestro e

il

egli erasi procacciato

Conquistatore.

il

padre di ducento milioni di credenti,

Or

una gloria superiore al grande

la

sua

stella è al

tramonto, e lo

18 agosto, pubblicata alla quale più che la il 7 di settembre nel Monitore data dell’Eliseo Nazionale converrebbe quella di Bodice la stranissima lettera

del

,

logna o di Strasburgo.

Con una fierezza imperatoria, cui stimerebbero soverchia l’Austria e la Russia, egli impone al Papa:

Amnistia generale, secolarizzazione dell’ amministrazione, il

Codice di Napoleone e governo liberale. Imporre al

Papa l'amnistia generale

,

mentre i colpevoli di delitti

popolano le prigioni della Francia? mentre la Francia rigetta i profughi dellTtalia? Imporre al Papa la secolarizzazione del governo temporale, che viene

politici

la rinuncia della sovrana autorità? Imporre Papa il Codice di Napoleone colla libertà dei culti

ad essere al

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277 e

il

divorzio?

Non

resterebbe che a fare di

una colonia parigina

,

ed

al

cavalleresco

il Sultano di Roma. Nel lo luglio, e più volte in seguito,

Roma

Presidente

intitolarsi

tali

ringra-

ziamenti furono resi odìcialmentc alle armi della Francia, che diviene inconcepibile quel diredi Napoleone:

Leggendo il proclama dei tre cardinali mi sentii peroffeso nel vedere che niuna menzione era fatta ,

sonalmente

della Francia né dei patimenti delle nostre brave mili-

Vorrebbe dunque la boria napoleonica, che ogni Roma s’ inscrivesse nel nome della Francia? Napoleone copia i giornali rossi dicendo che il Santo Padre è sotto l’influenza di passioni ostili che si vor-

zie.

atto di

,

rebbe dare quali basi all’ingresso del

Papa la proscri-

Vaneggia poi quando afferma che in le armi del grande suo zio percorsero V Europa

zione e la tirannia.

,

ogni dove portando

i

semi della libertà.

Ha

forse

un

soldato dell’imperatore che abbia mai udito parlare di statuto o di costituzione? 1

fanno

rossi

festeggiano piglia

i

le feste di questa lettera, e con essi la

moderati della rivoluzione. Mazzini

ri-

speranze, già rincorate dalla Camera del

le

Piemonte egli sa che a quest’ora statuto e repubblica hanno lo stesso valore in Roma (1). Ma il generale ;

(1) Il Siècle,

commentando

lettera del

la

Presidente,

dopo le parole secolarizzazione e governo liberale , conchiude: « Sappiatelo, Mazzini non voleva altro; la lettera del Presidente ritorna Roma in repubblica * nè può avere altro successo. Perchè dunque avete rovesciato Mazzini? Cacciato per la porta esso rientra per la finestra. » Ecco la contrad,

dizione della Francia! Piuttosto di cacciar la rivoluzione per la porla e farla rientrare per la finestra, ciò che sarebbe un tradire Roma e l’Italia la Francia poteva starsene in casa. I giornali italiani che si dicono moderati, lavorano a questo stesso fine essi introducono Mazzini per ,

:

ia finestra.

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278 Rostolan, vedendone

temerità, negò di

la

metterla

all’ordine del giorno.

Eccone la spiegazione. Luigi Napoleone aveva personalmente combattuto a Forlì contro Gregorio XVI; dunque egli era l’uomo della rivoluzione, la quale è infermità radicale degli spiriti

che

si

ma poi risurge; e risurge ora

rallenta,

in Napoleone. 11 minacciante socialismo aveva per una necessità

momentanea

partiti; ed ora

si

raccolti

staccano da

intorno a lui

lui

tutti

i

ed i

gli orleanisti

dunque probabile che la necessità o il faccian parer buone lo file dei rivoluzio-

legittimisti: è

dispetto gli

nari e dei socialisti. Ciò è chiaro da quella pretesa

deU’amnistia generale:

meno che

i

gli

amnistiati sarebbero niente

mazziniani, cioè

italiani e tutta la schiera

la falange dei socialisti

Ecco

della Giovine Italia.

dove Napoleone va a cercare

i

suoi amici e forse gli

antichi suoi commilitoni.

Un’altra ragione è l’Inghilterra, scaltrissima delle

nazioni, e quel Palmerston a cui l’Europa è debitrice delle presenti rivoluzioni. Egli accese la Svizzera, poi la

Sicilia ,

poi

1’

Italia

col

sovversivo apostolato di

Lord Minto. Ristette quando l’incendio oltrepassò le mire, e minacciò l’universo:

ma ora che pareva viNaCon quale frutto?

cino ad estinguersi, egli soffiando nell’animo di

poleone, ne riaccende

le scintille.

Egli perderà Napoleone e Il

partito è

lo

sue fatiche.

preso, la rivoluzione è vinta;

se di

nuovo alzerà la testa, di nuovo sarà abbattuta. Roma non fu per la Francia un paese di conquista: senza della Francia Roma sarebbe stata libera; la Francia cesserà di far parte della convenzione, quando vorrà esserne il tutto. O piuttosto Dio spezzerà l’audace, e darà un altro capo alla Francia. Ecco la crisi che si avvicina, l’errore di Luigi Napoleone la precipita. La Repubblica è morta, o piuttosto non è mai surta

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%

negli spiriti della Francia, essendo essa

279 una impossi-

che non muore mai , chiama Luigi Enrico V, e si vocifera tra lui e

bilità politica. II diritto,

al trono di

s.

gli Ofleanesi un patto di famiglia. Ostacolo a questa convenzione pareva essere Luigi Napoleone, la cui

docilità a’ buoni consigli

Ora

giorni terribili.

aveva salvata la Francia in

rifiuta

egli

questi consigli?

La

Francia rifiuterà lui, e Dio condurrà sul trono l’uomo della sua destra.

Intanto

Pio

IX sarà ben lungi dal cedere la sua

sovranità ad un Augustolo, quella sovranità che Pio VII

non cedeva al formidabile Augusto. Il capo di chiunque urterà a questa pietra sarà infranto. PioIX prolungherà il suo esilio, e Roma i suoi dolori: ecco il Sla

il

tutto.

giorno verrà, e non è lontano, in cui l’esule di

Gaeta ripiglierà l’indipendente sovranità del suo stato. Napoleone vuole dal Papa un governo liberale. Ah!

Roma, sappia l’Italia, che nè pace nè libertà verranno mai date dai metodi governativi imitati

sappia le

dalla Francia.

Che furono le sue tante costituzioni dal

1791 sino ai 1849, se non un cumulo di rovine? In che giovano alla libertà delle famiglie e dei municipii

forme costituzionali o repubblicane, se la capisempre assorbisce la vita delle provincie, e mi-

le

tale

sura

i

passi e quasi il respiro sin dell’ultimo cittadino?

In che serve alla libertà quella immensa burocrazia che inceppa lo svolgimento degli affari, e divora la finanza?

Le costituzioni francesi o le altre da quelle

hanno mai fatto altro che aggiungere a questo meccanismo fatale che uccide la libertà, ed è peste suprema degli stati? Le assemblee francesi, i parfigliate

lamenti, le costituenti, nate e morte come i fiori di primavera, non hanno mai dato al popolo la libertà, e di strazio in istrazio l’hanno condotto all’anarchia. Costituzioni alla francese

e anarchia

si

abbracciano

come l’antecedente e il conseguente.

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:

280 L’Italia sia originale se vuol essere quieta e lìbera.

Una monarchia di

fatto e

non un ludibrio; un go-

verno morale e religioso e forte che tragga la sua virtù dal principe e non da una maggioranza di faziosi o di fanciulli; amministrazione dei particolari interessi nelle provincie, e non già nei gabinetti dei

ministri; discussioni degli affari pubblici da uomini esperti e la

non da bimbi

,

in una congrega dove imperi

ragione e non il tumulto delle passioni. Nissun mo-

nopolio, origine o sinonimo del comuniSmo. Ecco il governo liberale che renderebbe felici i popoli e tem,

non volle conoscere, e

perati e forti, cui la Francia l’Italia,

invece di esserle schiava nell’imitazione del

pessimo, potrebbe insegnarle.

Terminiamo col riferire il giudizio lucido e assendel 18

natissimo, pronunciato sulla famosa lettera agosto •

«

AaW AuembUc Nationale

Niuna vista diplomatica.

per conservare

la

— Quanto venne

fatto

pace europea è compromesso: dee

sapersi a Parigi che la prima condizione imposta dal-

l’imperatore Nicola è la restaurazione delle sovranità nell’interezza delle loro prerogative. «

Niuna vista civile.

— Vuoisi imporre

Romano il sistema del Codice Napoleone

,

allo Stato

cioè vuoisi

cangiare

lo stato della

l’eredità.

Ciò è un disconoscere lo spirito del popolo

e

proprietà, delle famiglie, del-

le

sue private proprietà.

«

Niuna vista militabe.

— Sarebbe essenziale rin-

fm d’ora un’armata compiuta a Roma: consente la prudenza di lasciar 20,000 uomini a sostenere un

viar

sistema opposto al sistema austriaco,' napolitano, russo,

spagnuolo, appoggiato da 500,000 uomini?

—

« Niuna vista cattolica. Si aliena il clero e le popolazioni fedeli d’ogni luogo , e per sempre perocché il Papa è il rappresentante visibile degli interessi ,

della cattolicità tutta quanta.

Che farete voi se il Papa

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281

non facesse ritorno a Roma? Governerete per contro di lui?

lui

o

—

Questione pratica. A qual partito vi appiglierete se il Papa non torna a Roma? Eccolo a Napoli. Che farete s'egli va a Bologna sotto la protezione del«

l’Austria ?

che

si

Come potrete costringere un potere morale

mantenne saldo

ne’ più duri cimenti?

Quale

violenza imporrete ai tre Cardinali? Per far trionfare la libertà, opererete voi contro la libertà? «

È un labirinto senz’altra uscita che la guerra

violenza, l’assurdo;

,

la

»

Ecco la lettera d’un Presidente francese che si costituisce Dittatore di Roma Ecco l’uomo di Forlì di Bologna e di Strasburgo! !

,

/ \

.

PS. Dal Consiglio del Papa e dalla diplomazia universalmente fu risoluto che la lettera del giovane Presi dovesse stimare come se non fosse , cioè una sua fantasia personale, non autenticandola veruna firma

sidente

Qui è il dito della Providenza! Essa in un lampo ha compresso la tempesta fremente su tutta

ministeriale.

l’Europa; essa commetteva la restaurazione di Pio IX

un chiamava particolarmente a compire

a quella Francia che aveva condotto in ischiavitù altro Pio;

essa

quest’opera

il

di Gregorio.

soldato di Forlì che era insorto contro

E per farci intendere che essa vuol ope-

rare tutto da sè , nè le fa mestieri del senno umano, lascia cadere testé

in

un errore da fanciullo

quell’ uomo

proclamato l’uomo della providenza dal mondo

cattolico.

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282

CAPITOLO LXV. MOTUPROPRIO DEL 13 SETTEMBRE. Finalmente respira

popolo romano!

il

Che l’affliggeva sopratutto? L’affliggeva e lo spaventava la restaurazione deU’infelice Statato che

gli

no-

mini della Giovine Italia strappavano al Papa per farsene scala alla Repubblica, e che

Papa concedeva

il

per iscampare da un peggior naufragio. La Repubblica i soli repubblicani, d’intenzione o di

l’avea lacerato;

facevano strepito per riaverlo;

fatto,

affigliati

d’ ogni

veri

Romani

,

i

Cardinali;

cogli

essi soli,

grado, perchè non

tempestano il Papa ed

riebbero,

lo

or

ma applaudono

i

già troppo addottrinati ed esperti delle

nequizie repubblicane.

Nè

ci

sorprendono

i

rumori

Genova e Torino, perchè MazMamiani avevano ben proclamato alla coorte

altissimi di Firenze, zini e

rivoluzionaria che Roma sarebbe la capitale dellTtalia restaurata; e la Costituzione era quel buco pér cui si

traforerebbero a cacciarne il Papa.

menti sarebbero sufficientissimi

I

loro disperati la-

alla

piena giustifica-

Cercammo le loro ragioni ma non vedemmo altro che le solite ire contro la camarilla, zione del Pontefice.

i

neri,

i

,

ma queste sono parole

retrogradi:

vece noi metteremo

le

,

nella cui

induzioni dell’ esperienza e

i

formolando tre proposizioni: Motuproprio non ha i difetti delle transazioni

calcoli della ragione,

1°

Il

bastarde, quali sono le moderne Costituzioni; 2° Fugge la concentrazione civile ed amministrativa, il

grande monopolio delle

quali confondono

i

diritti,

rivoluzioni,

rovesciano

moderne,

gli stati

le

e ten-

dono al socialismo; 3° Assicura ai popoli vera ed efficace libertà.

Cominciamo dalla prima proposizione. Venite qua, signori repubblicani, di puro o di mi-

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283 una lezione di politica dal gran padre della rivoluzione italiana. Voi che, volendo o non volendo, ne avete seguite le orme, dovete ben udirne la parola. In quel tempo medesimo in cui il povero Piemonte si apparecchiava a spargere Mazzini scriveva il sangue perla causa repubblicana e predicava agli Italiani nella sua Italia del Popolo « sono I patti costituzionali fondata in Milano TRANSAZIONI BASTARDE, POGGIANTI SOPRA UNA MENZOGNA d’equilibrio fra tre elementi ognuno de’quàli TENDE sto sangue; venite qua, e udite

,

:

,

INEVITABILMENTE A PREDOMINIO DEGLI ALTRI, GENERATRICI DI CORRUTTELA E DI POLITICA IPOCRISIA. » Giuseppe

Mazzini, benché sommo

in astuzia,

fu

però

1’

uomo

che meno insidiosamente enunciasse lo scopo della rimezzi da conseguirlo. Egli adunque non voluzione e ebbe difficoltà di definire le viziose creature che sono i

certe costituziodi; cioè le esemplate dalla Francia.

Avverta

il

lettore

che non vuoisi qui impugnare o-

gni patto fondamentale; che anzi propugnasi,

come

indispensabile all’ordine e alla sicurezza dello Stato e della nazione,

un patto, uno Statuto, una costituzione,

che escluda

dispotismo dei governi sui popoli

il

ma voglionsi indicare

popoli sui governi; stanziali delle

i

,

e dei

vizi so-

moderne costituzioni.

Questi vizi lampeggiano dalla definizione del Mazzini.

le

Esso

le dice transazioni bastarde.

insurrezioni ed

i

sovrani.

Luigi

Fra chi? Fra

XVI, minacciato

nella pienezza de’suoi diritti dal volterianismo insor-

gente, a lembo a lembo gettava nelle fauci della belva,

la

il

suo manto regale

quale infine, trovato

così dolce, gli divorò la testa.

lui

Fu imitato quest’esem-

pio. I popoli, ossia i demagoghi, rumoreggiavano. I sovrani risposero: Quietatevi; noi vi chiameremo a parte

della sovranità.

Ma Rousseau diceva: La sovranità è

indivisibile; o essa è tutto,

voluzione si ebbe

il

«è niente. Dunque la ri-

tutto: Pio IX e Leopoldo furono

D


284 lanciati a Gaeta.

Napoleone aveva troncato la difficoltà

colla sciabola del soldato e colla corona dell’imperatore.

Ecco le bastarde transazioni che vanno a terminar logicamente o nell’ anarchia popolare, o nell’armato Vedremo con quanta civile e politica sa-

assolutismo.

pienza Pio

IX

,

il

primo dei principi moderni

dagli agguati e dalle violenze che in teso la Giovine Italia , si

componesse

,

libero

Roma gli aveva

la lite ,

nella quale

travagliò sinora indarno l’età presente.

Queste transazioni bastarde non durano mai: umori peccanti del corpo sociale erompono di quando in

quando come vulcani, e strascinerebbero a morte la società, se la società fosse mortale. Poiché dalla Francia è nata e fu innestata la fatai piaga , consideriamone le fasi accostandoci al letto su cui geme la Francia. Apriamo la storia. La Costituzione del 3 settembre 1791 dichiarava

inviolabile e sacra la persona del re;

Due anni dopo, cioè il 21 gennaio 1793, cadeva Luigi XVI, dichiarata inviolabile e sacra; La Costituzione del 24 giugno 1793 istituiva la

la testa di

Repubblica, e confidava

il

potere a 24

membri;

Due anni dopo, il 22 agosto 1795, il potere passava nelle mani del Direttorio;

Quattro anni dopo, il 13 dicembre 1799, il Dicedeva al Consolato; Tre anni dopo, il 4 agosto 1802, i consoli eletti per dieci anni si proclamavano consoli a vita;

rettorio

Due anni dopo, il 18 maggio 1804, il Consolato svaniva in faccia dell’Impero; svaniva l’elezione del potere in faccia al Trono ereditario; il 3 aprile 1814, era pronundecadenza dell’ Imperatore, ed abolito il di-

Dieci anni dopo, ciata la

ritto d'eredità stabilito nella

sua famiglia;

La Carta del 4giugnol814 dichiarava inviolabile e sacra la persona del re , e risponsabili i suoi ministri;

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f

285 Sedici anni dopo ,

il

29 luglio 1830

bilità ministeriale trascinava

con sè

,

la risponsa-

la finzione del-

l’inyiolabilità reale;

La Carta del 9 agosto reiterava la stessa dichiarazione ; Diciassette anni

dopo

,

la stessa finzione della re-

gia inviolabilità soggiaceva sotto la medesima prova.

Nel febbraio 1848

,

il

re Luigi Filippo espiava coll’e-

sua cooperazione alla cacciata di Carlo

silio la

Enrico V.

.

•

X e di

•

,

24 febbraio 1848, instauravasi la Repubblica; quattro mesi dopo, dal 22 al 26 giugno, si combat11

teva sulle barricate per soffocarla nel sangue;

il

13

giugno 1849, si ritentava la prova. Spaventevole quadro, se consideri che

in. ogni tra-

mntamento si sconvolgono e si lacerano gl’interessi

,

i

fondamenti della nazione. Ma guarda ado lettore e vedrai che tanti orrori furono l’o-

vincoli e

dietro ,

i

,

pera delle bastarde transazioni. Perchè ciò? Perchè nella misera Francia i poteri costituzionali furono gli elementi , ognuno dei quali tende inevitabilmente a pre-

dominio sugli altri

eia Francia diventava inesorabil-

mente e fatalmente un campo di battaglia, dove, qualunque vincesse, perdente e vittima era sempre la

La quale con troppe rivoluzioni e troppo sangue ha ben provato a Rousseau che la sovranità non si delega e non si divide. Rousseau per annientarla avrebbe voluto spargerla sin nelle unghie del corpo sociale chi ha senno vorrà lasciarla colà dov’ è la mente, cioè nel capo. Finalmente le bastarde transazioni, prima di giugnere all’aperta battaglia e allo scoppio delle rivoluFrancia.

:

zioni, si fanno dentro lo Stato generatrici di corruttela e di politica ipocrisia.

tela nei al

Corruttela nelle elezioni, corrut-

parlamenti, corruttela e ipocrisia nel sedersi

desco d’un portafoglio , che si compra e si conserva

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286 facendo della libertà un monopolio, degli

mercato, e di tutto

uffizi

Un

lo Stato una pingue prebenda alla

turba famelica.

.

•

Ecco i vizi organici delie Costituzioni rivoluzionarie, come predica vasi or fa un anno, delle monarchie

ossia

cinte d’instituzioni repubblicane. Questa è politica ba-

starda che senza posa lancia la società di tempesta in

pubblico reggimento in dispone aveva fatta una prova tremenda; la piccola nave è ancor lacera ed infranta; e vorreste che il suo condottiero di nuovo la gittasse nella tempesta? No, Pio IX. non ha perduto il senno, non l’ha perduto il popolo romano. Anzi col suo Motuproprio Pio IX delineava l’imagine d’un patto fondamentale che la libertà civile congiunge colla politica tempesta, e cangia

solidità:

il

Roma

tismo plebeo.

nelle

quali due condizioni è riposta la più

liberale e sincera

forma del reggimento sociale.

CAPITOLO LXVI. MOTUPROPRIO DEL 12 SETTEBMRE. Continua.

Diceva la nostra seconda proposizione che il Motuproprio fogge la concentrazione il

civile ed amministrativa,

grande monopolio delle rivoluzioni moderne

confondendo

i

diritti,

,

le

quali

rovesciano gli stati e tendono al

socialismo.

Perchè le Costituzioni francesi crollarono tutte come ruine su altre ruine? Perchè soggiacque l’Imperio, cui non valse a reggere nè la mente nè il brando di Napoleone? Per ciò che ovunque, e prima e dopo l’Imperio, e nell’Imperio medesimo, fu confusione di principii, fu monopolio e non libertà, fu usurpazione rivoluzionaria sui diritti e sulla libertà della nazione.

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287 Napoleone fu il grande rivoluzionario che non incatenò ma incentrò in se solo la rivoluzione, nelle sue leggi, nella sua

mano di ferro,

am-

in tutta la sua

ministrazione.

E che sono di fatto le grandi rivoluzioni se non grandi usurpazioni? Costituzionali o repubblicani,

i

governi sono rivoluzionari , quando assorbono i diritti, la libertà, la vitalità degli individui o singoli o collettivi.

Allora sono menzogna

le

libere institnzioni :

verità è la tirannide repubblicana , imperiale o costi-

tuzionale che vi schiaccia. Meditate la storia da uo-

mini e non da pappagalli contrapponete le cose alle parole, e vedrete quante libere institusioni sian divenute come le acque di Tantalo che affogano i popoli ,

il loro palato se ne consoli pur d’una stilla. Perchè dunque la libertà ci fugge quanto più pare che si avvicini? Rispondiamo: perchè la fazione rivoluzionaria, colle sue forme repubblicane o costituzionali si era proposto e continua a proporsi, non la libertà locale e personale dei popoli, ma un incentramento sempre crescente di tutti i diritti politici ed amministrativi per giungere qua e là ad un socialismo nazionale, ed infine ad un socialismo o comuniSmo universale, nel

sino alla gola, senza che

,

,

quale

la setta

moderna colloca e adora l’ultima reden-

zione del genere

umano sulla terra.

Attenti alla storia. Eguaglianza , Unità

La

,

Nazionalità ,

sono per tutti

la

parola d’ ordine.

Spagna;

le

franchigie locali che danno tanta

nella

vita alle provincia,

fazione entra

scompaiono; una verga di ferro,

tinta nei colori costituzionali, abbatte ogni libertà col

pretesto di eguaglianza, che è l’eguaglianza della schiavitù

sotto

la

verga rivoluzionaria; già la macchina

costituzionale stringe tutto lo Stato, e agli oppressori

Madrid basterà l’opera d’un corriere per inviare a Paraplona, a Barcellona o a Saragossa una rivoluzione

di

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288

come da Parigi s’invia a Bordeaux, a Lione o a Marsiglia. Unità, concentrazione grande nazionalità gridano da un secolo gli agitatori deU’Alemagna, proseguendo il bella e fatta,

,

,

coll’ estinguere

loro trionfo

le

libertà locali, cioè le

piccole nazionalità, e sin anche rifondendo le partico-

denominazioni nell’ universale di Germani , Alemanni o Teutoni. , Le libertà antiche e patriarcali ond’era lieta la Sviz-

lari

•

-

zera

ostavano alla tirannia generale.

,

Lo videro le so-

nè Genovesi fossero più, nè Bernesi, nè Friburgesi. Ma Svizzeri tutti. Spente le libertà cantonali, sorse una cietà segrete

che

la infestano,

e decretarono che

fittizia

nazionalità, e con essa una schiavitù univer-

sale.

Sunderbund fu 1’ ultimo lampo d’ una libertà

11

che spirava su quelle terre cui da seicent’ anni essa abbelliva e fecondava. I Carbonari,

Pari giuoco nell’Italia.

Giovine

Italia,

i

rono le

i

disastri, di cui

scolpite

gli Unitari, la

radicali d’ogni forma, acclamante un

codazzo di gente onesta

ma non avveduta, prepara-

fummo la vittima.

Cancellare

e vigorose nazionalità della penisola, co-

stringendole forzatamente in una sola nazionalità pa-

rimente assurda che impossibile, fu il sogno mazziniano e quel germe di socialismo, per cui facemmo tanto spreco d’oro e di sangue.

Per tal guisa, unità della Francia, unità della Spagna, unità dell’Alemagna, unità della Svizzera, unità dell'Italia, fu dalla

lunga

il

disegno e lo studio delle

società occulte e tenebrose che fervono nel seno d’Eu-

ropa, sorpresero

i

governi, entrarono nei consigli e

nei parlamenti, dettarono leggi, usurparono l’insegnamento, invasero dall’alto al basso il pubblico reggimento, vivono dei sudori del popolo, e gridando li-

bertà , coll’incentramento di tutte le vite in quel struoso

mo-

gigante che appellano lo Stato, aspirano .al-

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289 l’

invasione dell’universale (V. Ixttres d'uri Savoisien

préface.

Annecy,

,

184-9).

Non ti paia soverchia, lettor gentile, questa disamina, perchè o di qui piglieran lume i governi, o la il socialismo da lunga mano vien

società perirà. Vedi: tutto

in lui

concentrando nei governi, per tutto raccogliere

un punto, e tutto signoreggiare. Niente importa a che quel punto si chiami assemblea, re, orepub-

blica: tutto si raccolga in quel centro, politica,

nistrazione,

insegnamento,

culto,

religione.

ammiNiente

importa che a reggere quel centro accorrano uomini

da ogni provincia, da ogni borgo: anzi tanto meglio, il partito vi chiamerà i suoi per mezzo delle elezioni: la gran falange che, a un’ora data, sarà la falange socialista,

comporrà la maggioranza di un’assemblea

legislativa.

E la nazione

lista;

ed essendo già

,

senz’avvedersenc sarà socia,

bell’ intese

le

assemblee, come

vedemmo di quest’anno a Parigi, a Roma, a Francoforte,

a Firenze

ed altrove, tutta

1’

Europa

civile,

senza un privilegio al mondo, camminerà come branco d’animali sotto

la

verga dei

Questo non è sogno, dotta a teorica

di

socialisti.

ma realtà che spaventa, rie di applicazioni dalla

principii

scuola germanica, propugnata da feroci moltitudini a ciò educate e capitanate da uomini

d’ ingegno

nella

Francia, e promossa con ardore incredibile e con profuso danaro nelle infinite conventicole che oramai co-

emulo in pogoverni viventi alla

stituiranno fra le tenebre un governo,

tenza, e vincente

nell’astuzia

i

luce del sole. Sapete che cosa manchi a queste società

per prodursi legalmente e stabilire

delle tenebre

loro imperio all’aura aperta?

alcuni Stati

le

assemblee prepotenti, coll’appendice

delle gallerie, insultanti rosi, e

il

Ancora mancali loro in

al

coraggio de’ pochi valo-

plaudenti ad una maggioranza traditrice dello

Stato e della nazione 19


29J Ecco il prospetto delle politiche avventore che Pio

IX doveva porsi avanti gli occhi nel vergare il Motuproprio, e nel definire mia forma di reggimento allo stato pontifìcio. Primieramente, nel parlamento romano

campo delle teoriche rivoluzionarie,

erasi costituito

il

là installandosi

sfacciatamente

cospirazioni.

riaprire accanto al soglio pontificale, con

coscienza, di

autorità

maestri delle segrete

i

Avrebbe egli potuto, salvo il senno e la legislatori,

un

conciliabolo di socialisti?

L’avrebbe dunque restaurato, non

la Francia,

Cristianità, perchè egli di nuovo fabbricasse

ma la

un lac-

una rovina alla sua indipendenza così ferocemente rovesciata e conculcata? Dunque non più Camere onnipotenti, convegno e focolare perenne della a soddisfazione e rivoluzione ; non più in lloma trionfo dei demagoghi, quei patti costituzionali che cio e

,

Mazzini definisce bastarde transazioni

,

poggianti sopra

ima menzogna d’equilibrio; non più la suprema magistratura, che è la podestà legislativa, affidata a giullari

da scena o da trivio ; non più

alla

nazione lo

scandalo che portano i baccanali del parlamento; non più i despoti ; non più i barbari che in nome del popolo

si

mitriano, insaltano, tiranneggiano.

Non

più

questo regresso del politico reggimento, il quale ritorna la civiltà alla fanciullezza od alla barbarie: ma

un Consiglio di Stato, d'uomini gravi e prudenti che nell’ alta serenità della mente offra i

nella quiete e

suoi pareri sulla leggi; ed

pubblica amministraziono

e

sulle

una Consulta di Stato per il commercio, i

tributi e la finanza. Nel Consiglio

il

principe racco-

glierà il fior della nazione, e non il fior della piazza come piace alla plebe sovrana; ed i Consultori saranno eletti fra

i

Una tal

designati dai Consigli provinciali.

Costituzione ha

i

sommi vantaggi: 1° di

non far vacillante e plebea la sovranità coll’isperperarla; 2° d’illuminarla e cautelarla con quanto ha di

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•291

virtù e d’ingegno la nazione ; 3° di evitare le guerre intestine dei poteri, stati;

che indeboliscono e rovesciano gli

4° di risparmiare buoni milioni

alla finanza,

popolo una doppia e tripla imposta le rappresentanze nazionali, meno convenienti perciò e forse costando

al

intollerabili ai piccoli stati; 5°, vieta alla rivoluzione di

prendere, come fa nelle assemblee rivoluzionarie, rimugino, l’apparenza o il pretesto della volontà nazionale;

tinalmente dà allo stato una quieta e feconda solidità,

non conciliabile colle Camere popolari, le quali, al-

meno

in questi

tempi, saranno

infallibilmente

in

Roma opera di fazioni incivili e scellerate. Ci resta a vedere

come il Motuproprio assicuri al

popolo

la vera ed efficace libertà, sciogliendo quei monopolio amministrativo che già troppo grande nei ,

governi assoluti

,

vie più

si

accrebbe nei governi rapun vero dispotismo, ed

presentativi , la cui natura è

a gran passi c’invia al comuniSmo.

CAPITOLO LXVII. MOTUFBOPBIO DEL 12 SETTEMBBE. Continua.

Libertà vera, civile e fruttifera, è il terzo benefizio del Motuproprio, e la nostra terza proposizione.

Al comparire delle nuove Costituzioni sulle terre comparvero le persecuzioni e scomparve la

italiane, libertà.

Vedemmo di più: vedemmo scomparire i go-

verni e la loro forza, colla quale reprimendo le aggressioni, avrebbero dovuto affrancare libertà;

vedemmo le Camere ed

suggellare le proscrizioni e

le

i

1’

ordine e

la

governi sostenere e

brutalità della plebe;

vedemmo, dai governi e dalle plebi, d’ogni maniera attentati contro la religione e gli uomini,

persone e

contro

le

le proprietà.

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292

Fu mero accidente? Guardate in fondo,

e vedrete

le cagioni: il potere sovrano divenuto impotente

troppo diviso ed affranto; nel fango;

il

il

perchè

potere legislativo caduto

potere esecutivo, nato e poi servo d’una

plebea maggioranza, di cui subisce necessariamente le

audaci prepotenze. Il

Motuproprio

menti:

la

forte,

è

sociale;

di Pio

sovranità, la il

il

IX

cui

restaurava questi ele-

azione intiera, libera e

primo cardine della

vita e della libertà

potere legislativo, levandolo dal fango;

il

potere esecutivo, liberandolo dai vincoli, dalle corruzioni, dall’arbitrio e dagli ondeggiamenti d’una cieca

o perfida maggioranza. In questi elementi sta la forza la libertà, la mente e la molla che anima e dà il primo impulso di vita allo Stato. Qui è il centro viuno e indiviso: guardiamoci di toccarlo.

e

tale,

Ma questa vita dee diffondersi nel corpo della nazione; non dee tutta incentrarsi, e fare degl’individui, della famiglia

e delle associazioni particolari altret-

tanti cadaveri,

come fecero tante Costituzioni e tanti

governi rivoluzionari, cioè liberali per se soli, e verso la

nazione dispotici ed nsurpatori.

Lode impertanto a Pio IX, il quale, ritenute nella podestà del principe e del governo

le

generali attri-

buzioni della politica e dell’ordinamento dello Stato, restaurava nella loro piena vitalità

i

municipi! e

le

provincie. Questa è libertà vera, signori politici, di-

stinguendo essa distinti

i

locali interessi

che sono realmente

per natura e per proprie e giuste e antiche come voi fate, rimescolando e af-

abitudini; e non,

fondando tutti quegli interessi in un mar comune, a lutti compartendo voi soli, e come vi aggrada, un briciolo di pane, d’istruzione, di vita. Comunque yi appelliate, ondunque venghiate, chiunque v’abbia mandati, voi maneggiate il tutto, assorbite il tutto, c’imponete tributi quanti e quali vi piace, date vigor

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293 di leggi ai capricci della

come a voi talenta

,

mente, profondete

vostra

e profondete orribilmente

dori del povero che diventano

i

vostri tesori.

sta a noi? Resta solo di guardare libertà, e dire:

Oh

i

su-

Che re-

bandiera della che menzogna! Resta di contemla

plarne i colori, ed esclamare: Per te i popoli ne vedono di tutti i colori. Si:

coll’ incentramento

e col monopolio, la libertà

non può essere che una menzogna sotto il velo della sovranità popolare:

«

A che è ridotta la Francia? »

esclamava la Patrie del 15 settembre; e rispondeva: * Ad un popolo di pupilli e di petenti. » Ed è il vero. Quanto più i governi nuovi si gridan liberali, tanto più vogliono farla da tutori indiscretissimi verso i popoli. La fazione che di sua natura è usurpatrice e tiranna, distrugge, va al sommo; non tutela solo, ma impera. Essa tiene a’suoi comandi un esercito di uomini, che sono gli uomini della penna, nelle cui

mani girano gl’interessi delle provincia, si sfigurano, si eternano. Essa impera sopra un esercito di parlanti, chiamati institutori, che vendono ai vostri figliuoli le dottrine e sin la religione che piace alla fazione. Sperate di respirare cangiando la Camera od il Ministero?

V’ingannate;

il

male è nel fondo del sistema rivolu-

zionario, invasivo, corruttore, stiracchiante e deludente le

Carte e

gli Statuti;

e vi perdono e vi son corrotti

gli onesti, perchè l’invasione o l’incentramento formano

la base e lo spirito delle leggi zioni.

Tremendo sistema,

il

emanate dalle rivolu-

quale tiranneggiando e

soffocando l’azione, l’alito, la vita degli individui, trascina al

la

società irreparabilmente al socialismo ed

comuniSmo. Udite, governi fatali all’umanità,

il

giornale repub-

La concentrazione eseguisce ciò che il comuniSmo decreta. Lo Stato che move tutto blicano testé allegato:

«

a sua posta, che amministra

e

misura ogni respiro

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m della vita, a breve

andare farà della società una va-

* A qual prò ammassare in una Camera un esercito di rappresentanti e tutti gl’interessi d’ogni località e provincia? La libertà ama l’aria a-

sta infermeria.

,

perta,

ama che la vita circoli per tutte le parti, che

il patrimonio municipale si amministri dal municipio; che gl’ individui, le famiglie, i municipii e le altre

aggregazioni siano esseri attivi, bene valenti, e non pupilli dati in custodia ai pedanti d’un’Assemblca, e

non esseri passivi sotto l’azione incessante del governo, non corpi senza nerbo e da infermeria. La società è inferma per due errori commessi dai

e

governi sotto

1’ impulso prepotente delle rivoluzioni: 1° la sovranità, propriamente detta, è indivisibile come

l’anima umana, come la paternità, e si è voluta dividere; 2° si è voluto incentrare o unizzar l’amministrazione,

la quale consta per natura di parti distintissime,

come sono distinti i diritti e gl’interessi degl’individui, delle famiglie, delle città esimili. 11 primo errore in-

debolì la sovranità e induce all’anarchia;

uccide la libertà, genera

la

il

secondo

compressione, ed è un

inviamento al comuniSmo. Fatti i conti, tutti ci troviam perdenti nel giuoco delle rivoluzioni i principi han perduto la sovranità, i popoli la libertà. I patti fondamentali son dunque o da rifare o da meglio intendere: e ben si appose Pio IX, ritirando la sovranità là dove ha da essere, una e indivisa, ed al popolo compartendo le solide e fruttuose libertà dei municipii e delle provincie. Così armonizzano la li:

bertà del principato che dà la forza, e la libertà del

popolo che spande in ogni la fecondità. le

Assemblee

Fanno

il

esse fanno del principe

schiavo col la

membro il moto, la vita e

rovescio, per certi loro vizi,

legislative

partecipanti alla sovranità:

un automa

,

e del popolo uno

titolo di sovrano: se altro appar la teorica,

pratica è tale , nella quale o peccan le leggi o gl»

uomini. Digitized by

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295 Nulla vieta d’appellar costituzionale il Motuproprio,

avendo esso per fine un patto fondamentale. E quando le città e le provincie amministrano per se stesse le proprie faccende, sono ben più libere e signore di sè che mandandole rappresentare ad un parlamento nazionale, il quale non le conosce, non le apprezza, e ben sovente con dispotica prepotenza le manomette e le strazia. Un Consiglio poi ed una Consulta d’uomini provati e sapientissimi eletti dalla mente e non dai piedi, varrà ben meglio che un’Assemblea di mimi ,

urlanti o frascggianti, inetti, spergiuri e traditori, come l’Italia

ha veduto.

Le ragioni e l’ esperienza ci confermano in questi giudizi, e vie più le imprecazioni che la stampa riil Motuproprio di Pio IX. Dicono i rivoluzionari col fatto: Beatissimo Padre, vogliamo ci diate un parlamento al Campidoglio per Spogliarvi di nuovo, e condurre a fine l’impresa della Giovine Italia. Negandolci voi, lo toglieremo colla forza. Dicono altri con tenerezza da ipocrita: Beatissimo Padre, voi tenete sotto i piedi un vulcano: dategli sfogo in un parlamento, ovvero scoppiando vi sbalza. MaRoma dice: Beatissimo Padre, la prova è fatta: intiera amnistia e rappresentanza furono le due porte dalle quali un diluvio di barbari proruppe contro di voi e

voluzionaria vomita contro

del vostro popolo: o guardar le porte o perire. Si, o guardar le porte o perire.

comune patria, badino

i

il

dono più

turi

fatale

Per amor della

propugnatori della rappre-

sentanza nazionale, che essa è

il

vaso di Pandora e

che si possa fare a popoli non ma-

o travolti da tempeste rivoluzionarie. Se non giovò

l’esempio di Livorno, di Firenze, di Genova e di Roma,

guardino ad un

fatto quasi

universale: la finanza a-

limentata coi sudori e colle lagrime del popolo stra-

una insensatezza e crudeltà non mai veduta; divenuta un ludibrio la libertà, conculcata la moraziata con

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.1

296 lità

pubblica, bestemmiata

religione in ogni

la

di,

in ogni ora; ogni cosa nn monopolio di prepotenti, ovunque la corruzione che inonda la stampa laida e ;

perfida, onesta e gloriosa la diffamazione e l’ingiuria;

governi paralitici o sanzionano o chinano alle

mesi

la

fama, le virtù e le glorie di più secoli. Con*

fessiamo la verità: Il

la fronte

pubbliche infamie; finalmente dileguata in pochi si

è distrutto e

non edificato.

popolo romano farà senno, lo farà l’Italia, se pur

è compiuto lo sdegno di Dio sopra di noi: altrimenti

per

la

nostra cecità e insensataggine, ripiglierà e in-

cendierà

l’Italia l’atroce

ché avvenga, sillo

fiamma rivoluzionaria. Checche Pio IX alzò

la storia dirà

d’una moderata libertà, instaurando

il

ves-

la Consulta

di Stato; che la violenza e una insuperabile necessità lo spinse oltre

i

confini delle sue volontarie delibe-

razioni ed al naufragio; che , tornato libero, non negò se medesimo,

ma stimò

i

tempi per quel che valevano,

ripigliò l’opera della sua sapienza, diede a’ suoi po-

non finta nè mortifera, ma civile, frutti-

poli libertà

fera, e quanta conveniva a sé ed allo stato

riputando con Tacito che non tiera servitù

nè coll’intiera

si

romano,

governa nè coll’in-

libertà. /

CAPITOLO LXVIII. I

CONFEDERATI DELLA GIOVINE ITALIA-

Due voti accompagnavano, o meglio, costituivano l’insurrezione italiana:

uno dei quali si affidava alla

luce e risuonava nell’aria ; l’altro si comprimeva nelle

primo diceva: Fuori lo straniero! Il secondo: Abbasso il Papa! La Giovine Italia non poteva far grazia più all’uno che all’altro: il primo era tenebre.

Il

via per giugnere al secondo. trionfo,

La fazione conseguiva il

ma era di breve durata. Digitized by

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297 Ora quali sono i dissennati o i maliziosi che si provano di rinnovare il trionfo della Giovine Italia? Sono coloro che si qualificano di moderati e conservatori: sono gli nomini del Journal des Débats o delVOrdre, in Francia, i quali vorrebbero che il Papa con virtù miracolosa desse una mano alla rivoluzione, e la frenasse coll’ altra. Sono in tutta 1’ Italia con buona o mala fede, i mamianisti, sottentrati ai mazzinisti, seguaci d’una politica ancipite, nè bianchi nè rossi, in apparenza amici del Papa, ed in realtà suoi ,

veri nemici.

Talleyrand, detto il piccolo Machiavelli, definiva la politica: l'arte d’infingere il pensiero. I rossi non lo in-

fingono, anzi parlano con una

sì

schietta, sì laida e

sacrilega audacia da cangiare il Piemonte specialmente,

in un

gentame da chiasso e da taverna. Anche nella

Camera è penetrata rincivile ed irreligiosa creanza, e nel 28 settembre udivamo il deputato Bottini maravigliarsi che dopo i Ventura, i Rosmini, i Gioberti, il Vangelo non si fosse mandato all’ Indice dalla curia romana; e inveiva contro le pazzie di Gaeta, e trattava un Concilio di Vescovi piemontesi con parole da bordello, e sperava durasse ferma la religione a di-

spetto di certi sacerdoti e del Pontefice che predica colle

bombe. Questa non è arte da intìngere il pensiero: non sono questi maldicenti grossolani i veri alleati della Giovine Italia.

Sono

piuttosto gli infingitori , o gli

politica, son coloro

amfibii della

che fecero e fanno ceffo alla Re-

Romana, ma flagellano

Motuproprio del Papa, perchè negando Amnistia compiuta e Statuto,

pubblica

il

tenga salva e ferma la temporale indipendenza; e si sforzano di soffiare nell’incendio che va estinguendosi. Diteci dunque un poco alla buona , signori cari. diritto

avete

Che

voi, francesi, piemontesi, fiorentini, o

chiunque vi siate, d’imporre al Papa ed al popolo ro-

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298

mano uno Statuto ed

un’ amnistia

che essi non vo-

gliono e per cui rabbrividiscono? Vantate

il

diritto

umanità? Dunque voi siete intinti di quel vasto i popoli vuol imporre una sola forma politica. Vantate il diritto della nazionalità itadell’

socialismo che a tutti

liana? Perdonateci, voi siete mazzinisti e

un

tal po’

comunisti: mazzinisti, perchè Italia ina è

il

vessillo

di quella politica; comunisti, perchè colla formola di

nazionalità voi struggete il diritto della proprietà.

Non

sapete voi che il governo dell’eterna Roma è ora diritto

proprio del Papa, e non già vostro, signore

Camere e signori giornalisti? Che diritto avete dunque voi, che audacia è la vostra oche follia, di comandar da padroni in casa e sulla proprietà e sulla volontà del Papa e del popolo romano?

Fu già una luciola che così ragionava:

« Non ho dentro che risplende? Ora che fo Perchè non volo sulle sfere a ruotare

io questo fuoco di io qui in terra?

questi miei nobilissimi raggi dal levante al ponente, e a formare

nna nuova stella fra le altre mie sorelle

del cielo?

Quella luciola era animale democratico,

•

palustre e sacido , aspirante nullameno alla celeste aristocrazia.

Onde un vermicello che udì

menti, l’ammoniva:

«

Sorella,

splendido focherello stai fra

le

i

suoi vanta-

finche con quel tuo

zanzare e

le

farfalle,

verrai onorata, ma se sali dove ta dì, sarai nulla. » In questa favoletta si descrivono i politicuzzi che mediante una penna d’oca o di ferro, pensano di sollevarsi tant’alto da entrare nelle reggie, dispensar lumi

ed impor leggi

ai popoli

ed

ai sovrani.

Ma qual ruzzo stimola voi non Romani a voler dettare certa vostra Costituzione ai Romani? A un dipresso quella stessa Costituzione che la Francia non

ha potuto sopportar per vent’anni e Roma per mezz’anno, senza crollarsi in repubblica? Quella stessa Costituzione che a Napoli, a Livorno, a Firenze, ,

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299 Alemagna e dovunque fu adoperata al sovvertimento ed all’anarchia? O voi nulla intendete nei fatti in

della politica, ed allora vi sta

bene il silenzio; o, se

non siete affatto rozzi nella logica degli avvenimenti, 10 scopo ultimo ,

dei

vostri

pensieri è la repubblica,

cui per ora vi contentate di tener celata sotto veli o

formolo costituzionali. Quel vostro conserto poi di voci toscane, piemontesi e parigine, pretendenti di soggio-

gare

il

Papa ad una Costituzione

,

mentre niun conto

per esempio tedeschi, chiarisce che in Roma voi emulate più il papa che 11 principe. Il titolo di conservatori onde vi onorate, è in voi o una cecità o una malizia. Ignoranza o perfate

d’altri simili

principati,

fidia vi conduca, in un punto voi convenite, ed èia matta impresa di voler ad ogni costo piantare in Roma

una forma di governo cui il sovrano non può concedere, ed il popolo ha in esecrazione. Perocché, sappiatelo, Roma or bene addottrinata non ha quella borghesia cupida di dividere col principe

la

sovranità del comando: là tutta la vogliono per sè

i

faziosi; tutta vuol che resti nel principe la maggioranza

della nazione.

Questo vediamo e tocchiam con mano:

questo ci ripetono concordemente attestazioni sincere,

ferme ed universali. 1 Romani amano la libertà ma hanno fiducia di meglio conseguirla dall’animo liberale e paterno del Papa. Roma più che ogni altra terra italiana, fu desolata; e più d’ogni altra per con,

seguente protesta contro gli strumenti e le cagioni della sua desolazione.

Là due sono le parti

:

la piccolissima

che sono le reliquie mazziniane, avversa

al Sovrano, Papa, alla religione cattolica; la grandissima, che vuole il Papa con tutta la sua piena e sovrana indipendenza. La prima è straniera quasi tutta , e si regge per la eccessiva condiscendenza del governo francese, e non ha ancor deposto il valor delle minaccie e del pugnale; l’altra è del popolo romano.

al

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300

A questo popolo, arso, consunto e appena vivo dopo un’agonia mortale, voi non giungerete più ad inoculare febbre rivoluzionaria o repubblicana.

la

vuoto l’ospedale

Non è ancor

ma se sapeste quale prostrazione di

:

nervi e qual disinganno! Quei troni rovesciati , quelle

corone infrante,

i

sovrani portati alle stelle, poi come

traditori cacciati agl’inferni ;

il

sangue sparso

le de*

,

vastazioni orrende; le persecuzioni, le immoralità,

i

sacrilega. . . Ah! terribile quadro, in cui l’Italia ravvisa Analmente se medesima! Credereste che

il

Mo-

tuproprio di Pio IX parve ancor troppo liberale a

Romani, nei quali è vivo ancora lo spavento o

molti

dolore dei mali tollerati , e tementi che la Giovine

il

Italia gli

nuovamente s’infiltri per le elezioni nei consi-

municipali o provinciali, e quindi nella Consulta

e nel Consiglio di Stato?

A voi la colpa, o barbari;

a voi, per le cui opere, la parola di libertà suona tremenda; a voi, che la nazionale rappresentanza avete cangiata in tirannide; a voi che avete tolto a

simbolo di tutti

i

mali l’ignobile e infausta sovranità

popolare, per istrascinare nel fango

i

principi ed

il

Papa. Ritiratevi, a qualunque grado voi appartenghiate della coorte rivoluzionaria: il popolo vi ha smascherati, vi rifiuta e vi caccia.

Abbasso il Papa? Il Papa non è mai stato più fermo che oggidì sul trono romano. Diamo che la fazione Roma per la politica poco risoluta

ancora si agiti a della

Francia,

e

per

le

terra favoreggiante tutte

trame oscure le

dell’ Inghil-

insurrezioni sinché

non

varchino il segno ; ma un tal concerto di popoli e di sovrani per la temporale indipendenza del Papa , l’avete incontrato

mai nella storia? No; questo

è fatto

unico, e voi non lo disfarete, uomini della penna, dei circoli, delle tenebre.

La comminatoria di Luigi

Napoleone è caduta come foglia che appena si guarda e

si

calpesta. Il trono pontificale è diventato il fonda-

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301 mento e il vertice dell’ edilìzio europeo e della pace del mondo. E voi vi attentate di rovesciarlo o di governarlo secondo i fatti

vostri

il

vostro piacimento? Cessate pure:

han dimostrato che non è peso propor-

zionato alle vostre forze

il

reggimento degli stati. Ces-

siamo tatti noi poveri scrittorelli che siam così piccini, e vogliamo ingigantirci e dominare i troni eie reggie. Ricordiamo la lnciola che volle incielarsi, e l’ammonimento che le porgeva il fratello: forse il ragionar di quella bestiuola ci farà scoprire fra tanti lumi ,

fittizi

un raggio di sapienza.

Va bene la discussione: ma la vostra è guerra. Quel diluvio di corrispondenze raccoglie

(

Gazzetta Piemontese

la

come gemme) onde alimentasi

1’

odio

e

le il

fermento, e smentite da altre ben più veritiere che voi tacete,

sono armi che attestano la perfidia o la

protervia. Voi vedete Roma ancor tutta lacera, vedete il

Papa inerme a difenderla dai traditori perfidi e appena l’hanno abbandonata, e non

incorrigibili che vi

tiene

il

rossore dal gridar

ingiusto

o severo

il

bando che allontana da Roma gli uomini per cui fu sì empia tirannide, in una parola, gli assassini del popolo e del principe? Vedeste la mala fortuna dello Statuto, sapete che tali Statuti sono proemio o prefazio di resparso tanto sangue, per cui fu instaurata una

pubbliche, e perfidiate nel pretenderlo? Rinsavite; pietà

una volta di questa infelice Italia! Niun’alleanza

tra la vita e la morte.

Che il Papa concedesse lo Sta-

tuto per esimersi dalla repubblica che già gli era in-

timata, ciò s’ intende in quel bollor d’ incendio che

minacciava

gli

stati

italiani;

sulle ceneri di quel vulcano,

ma che ora, sedente debba riaccenderlo colla

sua mano, è tal demenza che non

gli sarà

strappala

da potenze umane. Sincerità finalmente ,

non capitolazioni , non transa-

zioni bastarde colle dottrine politiche sovvertitrici del-

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302 l'ordine sociale.

O bianchi o rossi: o Papa indipen-

dente o repubblica. Già una volta

i

moderati della

rivoluzione han servito da corrieri

e da staffieri a ondosi vergognerebbe una coscienza onesta, congiunta ad una mente politica. Giovi l’esperienza! Le transazioni han perduto l’Italia:

Mazzini:

si

le

ufficio vilissimo,

è preteso di chiudere le porte alia repubblica, e furono aperte le finestre. Che fa all'aggressore d’en-

trar por la porti» o per la finestra?

PS. L’ avversione del popolo romano allo Statuto che gli rovesciava in capo tanti mali, e l’avversione ancora più sensibile a quei ceffi repubblicani, traditori, impenitenti, e disposti a rinnovar la tragedia se

una

giustizia

impreteribile

non

li

tenesse lungi,

è

manifesta per attestati

sì

gravi e molteplici che ba-

stano a dichiarar false

le

opposte corrispondenze dei

giornalisti

Recheremo questa

italiani.

nianza nella quale si compendian

sola

testimo-

le altre di

Roma e

delle provincia.

Viterbo ,

27 settembre.

Nel congresso diplomatico tenuto a Gaeta, stri

dichiararono:

«

i

mini-

Coll’intervento essersi voluto re-

stituire il Papa nella sua piena indipendenza; la Fran-

cia potersene

ministro

di

ritirare

Francia:

se cosi «

volesse.

»

Protestò

Pure proposte essere

il

state

quelle del Presidente nella lettera del 18 agosto; se

E poteva ben dirsi al Papa ed al popolo disgradivano egualmente. Perocché non potete imaginare l’impressione profonda che ha lasciato negli animi il soqquadro orribile della religione, della civiltà, dell’economia e d’ogni cosa, cui la Giovine Italia e consorti, in sette mesi di ti-

disgradivano, sarebbero niente. »

che

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303 rannia, hanno qni operato. Vi basti sapere che ogni passo ii quale paia ravvicinamento a quelle idee che ci hanno messo in rovina, ci fa fremere. Ed a me sembra che accada a noi quello che ad uomo che viaggi non lungi da un precipizio: chè egli stima beatitudine il graffiarsi per le siepi e ammaccarsi le

piante per

li

scogli , anziché scendere a via più agiata,

ma vicina alla frana.

E voi Piemontesi

vi

beate di un Galletti

Saffi (giovincello di curiale), e vi strappate

sio

,

d’ un

per de-

un Garibaldi! Buon prò vi facciano, diciam noi;

e se

impreeazioni fossero lecite, e voi le meritaste,

le

vi risponderemmo: Dio ve li conceda. In quanto a noi, quando sentiamo prodigare il titolo di eroi a certi

cotali, ci

vien proprio da ridere; e se ne avessero

voglia, anch’essi ne riderebbero giati,

le

case svaligiate,

i

i

municipii taglieg-

conventi saccheggiati,

le

casse militari rubate, ecc. ecc.

Credo che

alla

volta vostra anche voi altri vi ri-

scuoterete dall’ebbrezza;

ma riscossivi, al mirare le

piaghe e gli squarci orrendi cui

il

letargo

non vi la-

scia ora vedere, attoniti dovrete guardarvi attorno e

dirvi l’un l’altro:

E questi chi ce gli ha fatti? E noi

dov’eravamo?

CAPITOLO LXIX. CONDIZIONI DELLA PACE NEGLI STATI ROMANI. i

II

Fa stupore .

a

.

Condizione:

Papa cammini civilmente e politicamente col secolo.

vedere

e sdegno a

una mente italiana quel Camere elettive

la libertà della parola, nelle

e nella pubblicità della stampa, non essersi elevata

mai alla erudita e sapiente dignità della discussione,

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304 nella quale è riposta la vita del governo rappresentativo:

ma, per converso, prostituito quel dono egre-

gio alla ferocia e all’ignominia d’un baccanale. Spie-

ghiamo l’arcano: sulla scena;

i

nell’Italia nostra

i

giovani salirono

ed i sapienti ne discesero, tac-

seniori

ciono, e lascian dire e fare.

La prova costa caro, ma

frutterà nell’avvenire.

La stampa destra

e

tribuna

e la

da sinistra

francese ventilarono da

la questione

romana e italiana.

Le ragioni della sinistra furono esposte da Eugenio Rendu nella Revue dcs réformes et du progrès e a ,

quattro furono da lui ridotte

Romani:

le condizioni della pace

1° obbligo

nel Papa di conformarsi al progresso dell’ umanità; 2° secolarizzazione negli Stati

compiuta del governo romano; 3° rappresentanza nazionale; 4° nazionalità italiana.

A convalidare la prima di queste condizioni si pretende che « il maggior pericolo cui la passione o l’ignoranza possano creare al cattolicismo, consiste nel porre il Papa in aperta contraddizione colle idee politiche,

alle

quali

gran dispetto dei

un progresso fatti,

il

legittimo assicuri,

trionfo dell'avvenire.

a

»

Siamo d’accordo. Ogni progresso legittimo dell’umao religiosi, è una

nità, se versa negli ordini morali

più chiara intelligenza delle verità naturali o rivelate

che fontalmente emanano dal cattolicismo; e se versa negli ordini politici o anche materiali e civili il cat,

tolicismo lo consacra e nobilita colle sue benedizioni.

forma la sola Chiesa cattolica è inflessibile ed arrendevole, immobile e progressiva, esclusiva e tollerante, antica e sempre nuova, una ed universale. Essa è inflessibile, immobile, esclusiva e antica perchè divina, perchè presenta agli uomini la ragione In

tal

,

eterna di Dio: è poi arrendevole, progressiva, tollerante e sempre nuova, perchè, tranne il deposito di verità e di giustizia che ha ricevuto da Gesù Cristo,

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305 nel rimanente

mondiale,

si

acconcia a

e arride

tutti

i

della vita

fatti

a ogni avanzamento civile,

quale eziandio essa contiene

il

del

germe o l’incremento.

Ma ogni fatto sociale, ogni dottrina che tormenti o seduca una parte dell’ umanità, sarà poi veramente an progresso legittimo, e un avanzamento politico e comuniSmo, il socialismo che ne è il sinonimo od il vestibolo, le ribellioni alle podestà legit-

civile? Il

time, le teoriche sovversive d’ogni ordine .e giustizia .

civile, sono progressi o regressi dell’umanità? Badateci:

la

Chiesa non deGnisce, non avversa veruna forma

del reggimento politico,

ma col Vangelo

alla

mano

consacra la giustizia del patto sociale proclamando di

rendere a Cesare quel che è di Cesare. Non pretende neppure immutabili questi patti sociali essa stessa ha * propugnato e propugnerà sempre al trono dei Cesari ;

la giusta libertà dei popoli; essa colla sua dottrina di

giustizia e di carità

ha infranta la verga dei despoti, popoli ma badateci ani

affrancando dalla schiavitù

;

cora, essa non può affrancare i popoli dall’obbedienza,

per precetto naturale ed evangelico, dovuta alla sovranità.

La Chiesa ossia il Vangelo, ch’è tutt’uno, comanderà dunque col precetto dell’obbedienza l’immobilità dei politici reggimenti? Signori no; ma solo riprova i

mezzi ingiusti, e confida fermamente che la virtù

dei popoli è via certa a migliori reggimenti.

Ecco la

Chiesa e poli

la sua dottrina, e se l’avessero udita i poed i sovrani, sarebbe progredita ben più avanti

la civiltà evangelica. La Chiesa è dunque progressiva, o per meglio dire, progredisce 1’ umanità alla luce .

delle sue dottrine.

il

Si dice:

Il

Papa ed

il

secolo progredisce:

dunque

la

Chiesa,

Clero camminino, altrimenti saranno

lasciati addietro o rigettati. Il

secolo progredisce: sia.

Ma di grazia, chi forma so

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306 ii

secolo? 1 comunisti,

socialisti,

i

pubblicani rossi o bianchi, della sinistra ,

i

panteisti,

i

re-

della destra o mamianisti o i giober-

partiti

i

mazzinisti o

i

i

Continuando, faremmo una Babele. Ora la veanche la verità sociale se volete, può

tisti?

rità divina, o

essa progredire e andare di conserva con una Babele?

Dunque la famosa pretesa che il Papa dee conformarsi e

progredire col secolo, o non

vorrà dire che

il

ha verun senso, o

Papa è fatto Vicario di Gesù Cristo

per benedire e consecrare indistintamente tutte le verità

e

gii errori religiosi

o politici del secolo.

Rigettata quest’ assurdità che non ha mestieri di

confutazione

,

s’inferisce

che il Papa come capo ha

il

dovere di scegliere tra il vero ed il falso , tra il buono e

il

cattivo. Come capo religioso, scevererà coll’antica

* inflessibilità la parola divina dall’umana; politico del suo Stato, sceglierà

cipe

come capo come ogni altro prin-

quegli ordini civili che meglio conducono alla

tranquillità e felicità de’suoi sudditi.

costituzionali, voi

E dato che a voi

moderne forme non sareste il secolo, perchè altri

piacesse di oredere

perfettissime

le

che valgono voi la pensano diversamente per le ra* gioni che abbiamo addotte ; e opera lunga e faticosa è l’educazione politica delle nazioni, e non vengono belli e fatti dalla piazza i supremi legislatori. Perchè

non dovranno essi dai minori esercizi dei municipii e delle provincie

salire

più

ai

alti

dello Stato?

Se

uomini del secolo hanno detto che il voto del la capacità o il senno ad un imbecille o ad un fanatico e che imbecilli e fanatici doconsultare vranno non sol ma participare i diritti certi

popolo conferisce

,

,

effettivi della

sovranità, assicurando che questo sia un

progresso del secolo; quegli uomini mandateli curare all’ospedale del secolo, perchè ogni secolo, non escluso il

presente, porla alla

dha.

coda un ospedale.

Insistono: Tradizione e progresso formano l’umanità.

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307 Concediamo. Niuno ha inteso questa legge meglio della Chiesa cattolica co’suoi Papi alla testa. Essa varcò i

secoli e

il mondo, od è pur la dommi e colle suo dottrine per fonda-

mari, conquistò

i

stessa, co’suoi

mento, aggiuntovi dello

il

corredo delle scienze severe e

da

graziose

arti

lei

conservate

o

restaurate.

Pigmei del secolo, guardatela in faccia questa gran Madre che da diciotto secoli cammina sulla terra a passi da gigante: essa vi conservò 1’ antico mondo e vi creò

novello.

il

E voi che faceste? Miseri ballerini,

appena trinciate una capriola e pensate che l’umanità intiera vi guardi, per voi si rigeneri e debba seguirvi. Per voi si scioglie il corpo sociale, e gridate al progresso; per voi tutto vacilla, tutto rovina nelle anime

e fuor delle anime, e gridate al progresso; già vi tocca, già vi assorbo la rovina universale, e gridate al

già

progresso;

la

rinverte

società

alla

barbarie,

camminando senza disciplina di governi, senza religione e senza leggi, e gridate al progresso^ già una selvaggia democrazia lanciasi dalle vostre tenebre a fare

il mondo civile, e ancora gridate al Nè contenti vi ergete superbi e vi chia-

in brani

progresso.

,

mate il secolo, e fulminate la Chiesa, i Papi, i Principi ed i popoli se non adorano le vostre pedate. Sappiatelo dunque una volta, popoli e sovrani: un cataclismo sociale minaccia

il

mondo europeo; la so-

cietà rovina in tutte le sue parti.

e sciolgonsi

Rovina

vincoli della famiglia;

i

il

rovina

pudore la

reli-

gione, solo freno ai superbi e conforto agli sventurati;

rovinano

i

troni infievoliti e ondeggianti

come canne

piantate sull’arena. S’è intuonato e schiamazzato dalla coorte congiurata: e monarchi! poli

di

»

•

Avanti, avanti! Avanti, popoli

E già dall’altro secolo principi e po-

camminarono avanti, c riuscivano all’abisso. Or nuovo si lanil fatai carme; e di

nuovo s’intuonò

ciarono

i

popoli.

Ma dove? In quelle

tenebrose re-


308 non manda la sua luce, dove hanno ferma stanza il disordine e l’orrore. Eppur si continua: « Camminate ancora, e di là da questo deserto gioui dove Dio

vedrete l’età dell’oro. »

E di là s’aprìrà l’abisso finale

che divorerà.i popoli ed i loro conduttori. Alcune nazioni potranno perire e sfasciarsi i loro troni come dal soffio di Dio furono cancellate Tebe e Babilonia ma fra le mine starà in piedi la Chiesa co’suoi Papi, perchè vera, legittima e santa è la via per cui essa camminando tien ferma la lampada della che ci assicura la patria e ci illumina e giustizia ,

,

:

,

,

felicita in quest’esilio.

Dunque, se parliamo d’un progresso legittimo, esplicativo e conciliativo diritti, la

di tutti

i

doveri con tutti

i

Chiesa co’ suoi Papi. e coll’universo clero,

colle sue dottrine e colie sue instituzioni,

camminerà

alla testa delle nazioni incivilite; se poi trattasi

progresso rovinoso e incivile, qual è

il

d’un

presente in

non potendo frenarle lascierà correre le traviate nazioni, ma sempre e ovunque si troverà ai loro fianchi per rialzarle c restaurarle dopo molte parti

la

,

la Chiesa,

,

caduta.

*

CAPITOLO LXX. CONDIZIONI DELLA PACE NEGLI STATI ROMANI. 2» Condizione :

Secolarizzazione

compiuta

del

governo

romano

nei principii e nelle persone.

Secolarizzazione stra

,

è una parola magica e l’idea mae-

che vuoisi a fondamento del progresso politico e

civile di questa età.

E qual cosa secolarizzare? Ogni cosa: mento, l’educazione, governi, tutta

le

pie instituzioni,

1’

insegna-

le leggi,

i

insomma la società.

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309

Che significa, a che tende questo sistema? Tende a escludere la Chiesa, le sue dottrine

,

la sua podestà,

le

sue influenze dal giro della vita civile, rilegandola

e

comprimendola

nell’ invisibile

santuario delle co-

scienze. Secolarizzare la Società, vuol dire paganizzarla.

La pretesa di secolarizzare il governo papale emana da questo sistema come il particolare dall’universale. Uomini di non volgare intelletto nè di cattiva fede, ,

per difetto di storica esperienza e di quel tatto squisito che è virtù rara ai nostri tempi, furono presi a questo laccio.

Vari periodi abbiamo nella storia della Chiesa. Sino a Costantino l’ Imperio perseguita la Chiesa: da Costantino la Chiesa influisce nel governo civile, e in-

spira potentemente le instituzioni, le leggi e

i codici

dellTmperio: crollando l’Imperio, per necessità dei casi, per volontà dei principi e dei popoli, per la salute dell’ affranta

umanità

,

la

podestà civile e la podestà

ecclesiastica non si confondono,

mano dei Pontefici: poi cietà,

i

ma si raccolgono nella

ricostruendosi la civile so-

Papi rimettono ai Principi la podestà secolare

fra quelle gravi contestazioni di principii tra la Chiesa e l’Imperio, che, più o meno intense, durarono sino agli ultimi secoli. Ora finalmente sarebbe dovere che le due podestà camminando parallele ed amiche cospirassero al miglior bene della società: ma la filosofìa volteriana il giansenismo parlamentare la magistratura volteriana, giansenistica o gallicana, e le moderne rivoluzioni che fecero compendio di quei veleni, indussero una scissura profónda fra la Chiesa e lo Stato, questo lanciando ai danni di quella, che vorr rebbero schiava od espulsa dalla civiltà cui essa ha ,

,

generata.

Ecco

1’

attuale periodo della lotta che

contro la Chiesa.

si

combatte

È questa una riazione contro la po-

destà civile che nel medio evo i Papi esercitarono sui

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310 popoli e sui sovrani?

Ma si osservi che quel potere,

non usurpato ma conferito, ha tutelato a vicenda i diritti

dei sovrani e dei popoli, ha strappato la società

dalle

mani dei Barbari, l’ha ricreata colla luce del-

l’Evangelio, delle lettere e delle scienze.

colarizzando, cioè paganizzando,

i

gli studi, le scienze, le instituzioni,

cietà in una parola,

derà avanti o

si

Ed ora se-

governi, le leggi, i

popoli, la so-

dove si anderà a finire? Si proce-

tornerà indietro? Si guarirà dai mali

medio evo, o piomberemo nel paganesimo filosoche ci attende, e nella barbarie del comuniSmo, tutti gli orrori del medio evo? Secolarizzando ovvero atterrando il potere temporale dei Papi, non si renderà meno efficace e splendida quella luce cattolica che ornai sola rifulge alle menti e alle coscienze fra un diluvio di tenebre? Questo furore di secolarizzare ossia disacrare la società strappandola a Gesù Cristo e alla Chiesa non è più un arcano, anzi è la professione pubblica di questo secolo. L’Europa ci pensi Ebbene, secolarizzate anche il potere temporale del Papa, secolarizzatelo

del

fico

superiore a

,

,

!

nei principii ossia nell’autorità legislativa; a Roma sia laica tutta la legislazione,

dossa

per divenire atea o eteroallora che sarà dei

come altrove. Ciò fate; e

Papi? A breve andare

,

o essi resteranno per sancire

nel loro Stato l’eterodossia legale che già s’introduce in tutti lo Stato.

i

Parlamenti, o

essi

dovranno abbandonare

La logica dei fatti che si precipitano terri-

bilmente, non ci lascia altra conclusione.

Ciò posto, cioè resa impossibile a

la dimora del Papa

Roma come sacèrdote e re, per la secolarizzazione

dei principii politici e fondamentali, che sarà diluì,

che sarà dell’orbe cattolico? Qui la quistione s’innalza e giganteggia per forma da non essere più nè romana, nè italiana, nè europea, ma cattolica, cioè universale.

So bene che la demagogia italiana farebbe senza cat^

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311 tolicismo , senza re e senza papa ; so che l’eterodossia

aspira e spasima di dislocare da sibile del Cristianesimo ,

Roma il centro vi-

sperando ancora nna volta di

riuscire a disperdere la greggia, pereotendone

store:

il

pa-

ma il mondo cattolico piegherà la fronte all’o-

pera della fazione? Non la piegherà: ed ecco nuove turbe e nuovo sangue. Dunque coloro che vorrebbero secolarizzare nei principiz il governo pontificio per la

pace di

Roma

conflitti e

,

preparano a Roma e al mondo nuovi

non terminabili sventure.

Impertanto

la secolarizzazione del dominio papale,

rispetto al principio politico e governativo,

la

quale

ha per iscopo di togliere al Papa la sovranità e conmani e ad ogni volere del popolo, è impossibile a comporsi colla residenza del Papa a Roma, e per soprappiù fa degenerare la Monarchia in Recederla alle

pubblica. Si,

la

sovranità concessa o participata al popolo,

spianta la Monarchia, instaura la Repubblica; e se vi

ha una verità politica dimostrata

al

presente ella

è questa:

On no partage pas la grandeur souveraine. Le catastrofi della Francia, inventrice della sovrana plebe

cittadina ,

Corneille.

diedero ragione

E nel vero

,

a questo verso di

quando la Carta del 1814 as-

sociava la borghesia alla sovranità, corse per la intelligente

Europa quella voce: « Luigi XV11I ha abTre lustri di dolori maturavano

dicato la sovranità. » la

conseguenza logica contenuta razionalmente nella

Carta del 1814, e la sovranità popolare svelatamente

veniva alla luce nel 1830, conservando un redi puro nome per addolcimento della transizione. Nel febbraio 1848 compievasi il ciclo rivoluzionario e si dimostrava ,

che l’elemento popolare non si associa colla sovranità se non a condizione di assorbirla intieramente. Ciò avveniva nella conquassata Francia. Ora la compiuta

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312

romano

secolarizzazione del governo

zione del temporale dallo spirituale

,

ossia la separa-

e del papa dal

re, è la perfetta consecrazione della sovranità

popo-

Anzi più perfetta a Roma che altrove: perchè, Papa la sovranità, chi rimane se non il popolo ed il solo popolo ad esercitarla ? Dunque secola-

lare.

tolta al ,

rizzazione dei principii vuol dire repubblica: repubblica svelata e senza neppure

il

nome del Papasso questi

abbandona a’ laici l’intiero governo degli affari; renome del Papa se esso divide la

pubblica velata col sovranità,

finche

si

,

laceri

quel velo,

e ne spicchi

fuori netta e schietta la sovranità popolare.

A’menomi termini, o repubblica col Papa, orepubil Papa. Ecco il dilemma al quale con-

blica senza

chiude

la secolarizzazione dei principii politici

vuole imporre allo stato romano.

che si

E se altre volte fu

parola civile la repubblica, ora vuol dire sconvolgi-

mento della cosa pubblica, governo della demagogia, anarchia, socialismo, comuniSmo. L’Europa intiera

vede queste passioni selvagge raccogliersi ora nel nome di repubblica. E pretendesi che il Papa per ricondurre la

pace e salvare

la

Chiesa, benedica e innalzi egli

stesso questo vessillo?

Veduto che sia e a che conduca la secolarizzazione dei principii passiamo a quella delle persone. Se la giurisprudenza dell’orbe cattolico vuole oggi che la temporale podestà renda libero, indipendente, ,

fermo, visibile a tutti e a tutti accessibile il centro supremo Magisterio che dirige le

della Chiesa e quel

menti e governa

sarà egli conveniente,

le coscienze;

il Papa resti solo in come il buon Mamiani faceva gridare romana? È egli conforme alla natura d’una monarchia elettiva, qual è la romana, che gli

sarà giusto, sarà possibile che

quel potere,

alla plebaglia

elettori cioè

i

cardinali, dal

cui seno sarà eletto

il

principe successore, siano espulsi dal governo di quello

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313 uno di essi dovrà ceriamento consesupremo comando? Dove mai il principe ereditario escludesi dall’iniziarsi nel maneggio dei pub-

Stato, del quale

guire

il

blici affari,

e dal venire in soccorso al sovrano re-

gnante ? L’argomento conclude all’evidenza e sarebbe una bestemmia sul regime domestico il pronunciare ,

che il padre di famiglia debba escludere i suoi naturali successori dal governo della casa.

Stando ferma questa massima , sarà dunque una bestemmia politica il pronunciare la secolarizzazione compiuta delle persone nel governo pontificale. O il Papa con alcuni almeno dei cardinali c di coloro che siano in questa via, o nè l’uno nè gli altri. Aggiungasi che il primo rispetto da considerarsi nel Papa è il

lato religioso , e

che

le

sue relazioni coi sovrani di

mondo sono principalmente religiose, sostenendosi da lui la norma e il patrocinio della religione

tutto

il

in tutta la cristianità. Dal che deriva per

un irrepu-

gnabile conseguente che persone laiche non potrebbero reggere nè

il

ministero delle relazioni estere, nè l’e-

stera rappresentanza.

Dunque i laici della gente romana saranno esclusi per gli onori e per le

utilità dal

maneggio dei pub-

blici affari?

Questa calunnia fu pronunciata con molto altre, per esempio nei Casi di Romagna, scritti da Massimo d’Azeglio quando esso ed altri che ora si travagliano ad infrenare l’impeto rivoluzionario, erano lungi dal ,

sospettare che essi stessi brandivano

una face rivolu-

zionaria , e soffiavano l’incendio contro l’Italia, contro

le

monarchie italiano e

allora nella Corte

il

trono pontificale.

Romana chi suggeriva

Fu

di opporre

fatti alle calunnie, ma vinso il costume antico, il costume romano, che era di promovere con evangelica semplicità il bene pubblico e privato senza magnificarlo. Ma il tempo della semplicità era passato: i

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314 i

Roma, Gioberti medesimo, imboccavano tromba a denigrare e far abborrire il governo cle-

nemici di

la

ricale , magnificando essi i leggieri abusi delle ottime institazioni; vituperando la polizia romana come troppo

imbecille , perchè troppo liberale , mentre vituperavano

poi la polizia del Piemonte

come rigida ed intollera-

bile; e finalmente accendendo contro

il

governo dei

mentendo e calunniando che fosse

preti le ire secolari ,

un monopolio de’preti il governo papale. Trionfalmente

Roma poteva rispondere a questi Stato

assalti,

perchè Io

romano abbonda d’institnti e di ordinazioni am-

ministrative , le qnali conoscendosi

,

chiuderebbero la

il mondo, mondo democratico. Tenendoci per ora

via a tante diffamazioni, e le venererebbe fosse

anche

il

rispondiamo che

al nostro proposito

naria; che la

i

l’

invasione dei

romano è una menzogna rivoluzio-

preti nel governo

preti sono pochissimi verso i laici; e che

dimostrazione è perentoria , cioè matematica. Ecco

qua la Statistica

di tutti gli uffici ed impieghi gover-

nativi, giudiziari

ed amministrativi,

annui per

l’esercizio del

alt epoca del 4848 ecclesiastiehe.

,

co’ rispettivi assegni

dominio temporale della S. Sede

non che de’ tribunali e congregazioni

Napoli, dalla stamperia reale 4849. Di

questo lavoro autentico ed irrepugnabile diamo ai lettori il solo ristretto generale che potrà disingannare

uomini di buona fede che non accusano nè condannano per sistema: chi più ne desidera, ricorra

gli

alla fonte accennata.

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315

medesimo

nel

trova

si

non

mentre

gratificazioni.

GENERALE

e

giubilazione,

accessori

alla

per RISTRETTO diritto

fruiscono

con

('ode

medesimi

ciascuno

i che

che

ciò

soprassoldo

compreso

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316 Si confrontino le cifre. Ecclesiastici 243, fra i quali 134 cappellani delle carceri, al qual ministero non avranno gran volontà di aspirare i laici. Laici poi

5059.

Ora

190316;

ecco

a’iaici ,

il

soldo:

agli

ecclesiastici,

scudi

scudi 1186194.

Si noti 1° che tale statistica appartiene al gennaio

1848: tempo che precedeva i cambiamenti politici avvenuti negli Stati PontiGcii; 2° che molti laici sono

ammessi nei

puramente

dicasteri

ecclesiastici,

rilevasi dall’accennata Statistica; 3°

come

che in essa Sta-

non é menomamente compresa l’armata dello Stato , nella quale com’è ben naturale , tutti i gradi tistica

,

sono coperti e usufruttuati da laici.

Dunque forza è conchiudere 1° che la secolarizzazione del principio fondamentale e politico, cioè della sovranità papale da convertirsi in sovranità popolare,

emana

dalla

smania eterodossa di rapire al Papa il

suo lustro e la sua indipendenza, e di rendere meno

fermo e accessibile il centro visibile della Chiesa catmentre si fa opera di prostrare ovunque la

tolica,

giurisdizione ecclesiastica sotto la mano ferrea dei go-

verni secolari; 2° che tal secolarizzazione è sinonima di repubblica , forma di reggimento o piuttosto di social dissoluzione, voluta dai socialisti e respinta dalle

nazioni moderne che non hanno volontà di perire ; 3°

che troppo si è schiamazzato contro l’invasione degli ecclesiastici negl’impieghi romani, e che la secolarizzazione delle persone è ben antica a

ampliando con Pio IX

:

Roma e si Yenn

essa dee però aver

i

suoi

li-

miti imposti dalla natura delle due podestà ecclesia-

non confuse in un il quale d’ un solo

stica e civile, raccolte e congiunte,

solo vertice , ossia nel

amore abbraccia

gli

Papa-Re

,

ecclesiastici

ed

i

laici suoi fi-

gliuoli.

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317

CAPITOLO LXXI. CONDIZIONI DELLA. PACE NEGLI STATI ROMANI. 3a

Condizione

Rappresentanza

:

nazionale.

\

Ragionando sul Motuproprio del 12 settembre ammessa la necessità d’una costituzione, ossia d’un patto fondamentale , onde sia guarentita la libertà del prin,

cipe contra le invasioni popolari , e la libertà sincera

dei popoli contra

governi,

il

dispotismo dei principi

e, dei loro

vedemmo in quella ordinazione pontificia i

benefizi senza

i

pericoli delle moderne costituzioni. I

cittadini eleggono

i

loro rappresentanti municipali nel

nella qual cerchia solamente è

giro del municipio,

loro dato di poter conoscere e stimare gl’integerrimi

e capaci; indi poi

i

rappresentanti del municipio,

i

quali debbono già soprastare per un’educazione un po’

più culta e civile, eleggono essi i rappresentanti della provincia; e da costoro la Consulta che rappresenti la

nazione presso

il

Consiglio supremo ed

conferendo a vantaggio universale l’esperienza raccolta fra

i

il

il

principe,

proprio senno e

loro concittadini , sul luogo

dei loro bisogni, e nell’ esercizio delle inferiori

am-

ministrazioni.

Se tale rappresentanza non sia più secondo natura, più civile e fruttifera, che non già quell’altra che senza capacità, nè pubblico sperimento, lanciasi dall’imo al

sommo della scala politica, per divenire legislatore e rettor di popoli chi non sia capace di sedere al governo d’una famiglia, e impugnare il timone chi non ha mai toccato un remo od una vela ; lo dica chi ha fior d’ingegno.

terà questa

£ se

il

secolo diciannovesimo ci van-

come una legge del suo progresso, noi ri-

manderemo il secolo a imparare da que’ barbari che pur nella barbarie tanto sapevano

di

vita

civile

da

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Google I


318 elevare ai

sommi gradi

chi

avesse fatto prova negli

infimi.

È vero che Pio IX non concede la sovranità alla rappresentanza nazionale;

ma altra cosa è che il po-

polo rappresenti, e altra che

il

popolo governi; nè

più agevole è il conciliare monarchia e sovranità popolare, che rotondo e quadrato. Perocché se vogliam essere ragionevoli , e stimar le cose secondo

loro

la

essenza e non secondo le parole, sotto qualunque mo-

Assemblee costituzionali hanno da essere più consultive che legislative. In fatto, se il re nega la sanzione, niuna legge sussiste: dal re emana la giustizia: nel re, più che un potere, è la fonte di tutti i poteri: in una parola, il sovrano è là dove narchia

le

colla parola siede concretizzata e reale

la sovranità.

Le Assemblee discutono, rappresentano, propongono: se qui termina la loro missione, lo Stato ha una monarchia; se pretendono alla sovranità, l’unità è scissa, sottentra un dualismo , e scompare la monarchia.

Quel

dualismo è la sovranità regia di fronte alla sovranità popolare, due termini inconciliabili, fra i quali sorge

tremendo e invincibile il genio delle Dalla confusione

questi

di

pretensione di conciliare

la

termini

rivoluzioni. ,

dall’ assurda

podestà regia colla

rap-

presentanza emanante dalla sovranità popolare , legislativa e sovrana , nasce

dunque un dualismo

lismo vuol dire lotta e combattimento,

il

,

e dua-

quale non

avrà fine sinché una di quelle parti assorbisca

l’altra.

E ciò avverrà probabilmente con quella violenza e quello strazio onde

si

opposte e gagliarde.

compiono le battaglie tra forze Soggiacendo

la

podestà regia,

sorgerà la repubblica, che oggidì è il governo dei prepotenti e degli audaci, a cui niente è sacro, nè

Dio, nè la religione, nè la proprietà, nè la famiglia: soggiacendo lo spettro della sovranità popolare , si leverà una mano ferrea ad incatenarlo.

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319 L’Europa è a questo bivio. I popoli sedotti hanno aspirato alla sovranità, e in pena del loro attentato perderanno la libertà. Solo rimedio alla sventura che c’incalza, è che ci contentiamo della civile e onesta libertà, lasciando a chi

si

aspetta intiera, viva, forte

e operante la sovranità.

Ma la fazione che si vanta di progredire alla gran .

luce del secolo, non udirà quest’avviso: lo scopo che essa ravvolge nelle concertate parole di rappresentanza

nazionale , di sovranità popolare , è la repubblica dei

comunisti, è la dissoluzione

E questa repub-

tinaie.

blica era intimata a Pio IX quand’era

imminente lo

Statuto del 14 marzo, in quella notte che egli rammenta

con orrore nell’Allocuzione del 20 aprile 1849; e si pretendeva non solo come condizione di pace, ma

come unico scampo alla salvezza di lui e dello Stato. « Ancor ci ricorda egli dice di quella notte e ab,

,

biano tuttavia presenti agli

miseramente

,

occhi

certi

ingannati dagli architetti

uomini che, non

di frodi,

temevano di patrocinarne la causa, e di proporci la proclamazione della repubblica. Il che , oltre innumerevoli altri e gravissimi argomenti, ci chiarisce mag-

giormente , null’altro aver avuto di mira tanto celebrato, se non

perchè

di alimentare

affatto siano sradicati tutti

stizia, virtù,

religione, e con

le domande

da cotesti uomini

di nuove instituzioni ed il progresso

i

le

agitazioni,

principii di giu-

immenso danno e pe-

ricolo di tutta l’umana società sia ricevuto, propagato,

e signoreggi

ovunque il luttuoso e orrendo sistema del

socialismo ed anche del comuniSmo. »

Ecco denudato il mistero: la repubblica essi volevano dichiaratamente, e in difetto della repubblica, la costituzione che almeno la concepisse e la maturasse nel suo seno. Ipocriti , traditori , ancora vi ba-

rinnovar la domanda? Ancora vi basta l’animo di affermare che la costituzione è condizion

sta l’animo di

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320

Romano? Dite piuttosto condizion

di pace allo Stato

di morte allo Stato Pontificio , e germe d’un socialismo italiano.

Voi lodate

dominazione dei Papi una

nell’ antica

singoiar prudenza nel piegarsi ai fatti dell’ordine politico

e sociale:

ma quei fatti erano esigenze innocue

o ragionevoli; ed ora sarebbe irragionevole 1’ aprire un accesso all’empietà, al radicalismo e al socialismo lo dimandano. V’ hanno costituzionali di buona fede ora come da principio: ma questi hanno saputo

che

o potuto impedire

il

trionfo dell’empietà e del socia-

lismo sul trono pontificio? la

prima fiamma

,

E se non è ancora spenta

è ragionevole

venti la strada per rinfocarla?

ginarlo,

vina

l’

aprire a tutti

i

Siamo lungi dall’ima-

ma se fosse necessità insuperabile che a ro-

dell’ Italia

vesse perire

il

e a danno di tutta la cristianità do-

dominio temporale dei Papi, sia ciò ma i Papi ,ne abbian pure

l’intiera fattura dei tristi , le

mani. Sia pur vero che già una volta

il

governo papale

Ma voi,

fosse ordinato con temperamenti repubblicani.

ingegnosi progressisti, stimate per nulla

le

creazioni

progressive dei secoli, e per meglio progredire riputereste

ben fatto il ritornare

alle

ghiande o a quei

tempi in cui le vacche d’Evandro muggivan nel foro romano? Voi battete l’aria e camminate sulle nuvole: discendete piuttosto sulla terra, e guardate alla na-

La mo-

tura e allo sviluppo delle condizioni umane.

narchia temperata

sì

ma non divisa, è la forma po-

litica delle nazioni civili.

L’America è ancor bambina Ma l’Europa è già crei Bar-

per età, lasciatela crescere.

sciuta, e dai frantumi in cui l’aveano ridotta

bari ,

si è ricostruita e quasi

di pianta riedificata nelle

presenti monarchie: le quali, senza un rinvertimento dei secoli e ’l ritorno ad un altro

medio evo, non pi-

glieranno più Tondeggiante e precaria forma repub-

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321 blìcana.

E coloro che spasimano di restaurare l’antica

repubblica in

Roma, sappiano che

Romolo trovarono vacua l’Italia

,

i

discendenti di

e sciolti i popoli pros-

simi e lontani che ne furono la conquista:

ma or l’I-

da secoli edificata, e tutta l’Europa grandeggiando di forti monarchie (la repubblica francese è un’effimera), sarebbe matta impresa il creare a Roma un fantasma repubblicano. Dunque il Papa, il quale ha debito, secondo voi, di camminare col secolo, non deve nè può tornare indietro per inaugurare sul Campidoglio una repubblica o schietta o mascherata. Finalmente, siccome tutte le obbiezioni mosse contalia è

tro

1’

attuai

procedere di Pio IX sono epilogate in {

questo precetto che

mente col secolo

,

gli si fa

di

camminare politica-

noi siamo fermi nel credere che a

questo dovere ha soddisfatto Pio IX.

La libertà mu-

nicipale , vera libertà dei popoli , fu salvata dai Papi

nel diluvio della barbarie europea, precorrendo essi civiltà moderna: diminuita per forza di casi, Pio IX, primo nell’Italia, la restaurava, l’ampliava,

alla

e di più larghe instituzioni l’abbelliva e la coronava.

Or è egli vero, come

deplora Eugenio Rendu, che il regno di Pio IX sia cancellato con un tratto penna? No: vero è piuttosto che ritenendo cièche è conforme e profittevole al secolo progrediente in saviezza, quel tanto fu eliminato, onde abusò e di nuovo abuserebbe un partito che fa professione di sconvolgere la civiltà e la religione. Grida la turba: « Se la Chiesa non cammina coi popoli i popoli non si fermeranno, ma cammineranno senza della Chiesa, fuori della Chiesa, contro della Chiesa. » Rispondiamo che tanta fiducia abbiamo nel senno europeo da credere che i cospiratori, i quali bellamente chiamano tutto di

,

se stessi sie, e

i

popoli ,

cammineranno soli colle loro fanta-

che i popoli rinsaviti cammineranno assai più

agiatamente e felicemente colla Chiesa e dentro della 21 Digitized by

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3*22

Chiesa; che

Giusto moriva per non voler

il

cammi-

nare col secolo maligno; che se l’Europa intiera venisse a tal eccesso di empietà da rinnovare il sacrificio,

i

Papi come i primi Apostoli scotendone la polporterebbero a’nuovi pola Croce

vere e brandendo poli

il

,

tesoro della Redenzione, perchè dove è Pietro,

là è la Chiesa,

e colla Chiesa è la civiltà e la vita.

Allora nuova barbarie diluvierà su questa terra della

maledizione. Dio ha parlato ai popoli : rovina e barbarie sottentrarono dove ne usciva la Chiesa. Ingegno, arti , scienze ,

costumi , commerci , vita civile , tutto è

crollato in quel felice Oriente , crollandovi la fede di Pietro.

Ancora un colpo, o barbari, e il vostro pro-

gresso coprirà l’Europa di quelle ruine.

CAPITOLO LXX1I. *

i

CONDIZIONI DELLA PACE NEGLI STATI ROMANI.

4 a Condizione: Nazionalità italiana.

Cosa buona è la nazionalità ma gl’ideologi italiani troppo errarono pensando che j popoli della penisola fossero come frusti di cera da fondersi in una statua :

che si dovesse chiamare Nazionalità. A ciò credettero bastare una spada e una parola, la spada di Carlo Alberto e la parola di Pio IX, dette da loro enfati-

camente la spada e la parola d’Italia.

Quando gl’ ideologi italiani dalle quattro parti del mondo inviavano consigli e precetti lettere e parlamenti a Pio IX, Giuseppe Mazzini, il sommo fra loro, ,

20 febbraio 1848, scrivevagli da Londra: « Unificate l’Italia, la patria vostra. E per questo non avete

nel

bisogno

d’ operare ,

ma di benedire chi opererà per

voi e nel vostro nome. Raccogliete intorno a Voi quelli

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323 che rappresentano meglio il partito nazionale. Non mendicate alleanza di principi. (È già dimenticato Carlo Alberto?) Seguite a conquistare l’alleanza del

I Unità d'Italia dev'essere un fatto opereremo per Voi. Lapenna, libera la circolazione delle idee per quanto riguarda questo punto, vitale per noi,

nostro popolo. Diteci

XIX secolo

del

:

e basterà:

,

sciateci libera la

Unità nazionale: trattate il Governo Austriaco, anche dove non minacci il vostro territorio, col'contegno di chi lo sa governo d’usurpazione in Italia ed dell’

altrove. . . Mostrateci che benedireste la bandiera

zionale dove

si

Na-

levasse sorretta da mani pure, incon-

taminate; e lasciate

il

resto

a Noi. Noi vi faremo

sorgere intorno una Nazione al cui sviluppo libero,

(E Carlo Al-

popolare, Voi, vivendo, presiederete.

Noi

berto?) •,

poli

vi

susciteremo attivi sostenitori ne’ po-

d’Europa; noi vi troveremo amici nelle file stesse

(Ecco la cospirazione europea!) Non vi

dell’Austria.

arretrate davanti all’idea d’essere cagione di guerra:...

perchè con Voi questa' lotta assumerebbe aspetto religioso

ecc.

»

-

L’idea di costruirsi un papa capo d’un gran movimento politico, trapelava già dal Primato; ma forse al solo

Mazzini bastava l’animo di nettamente formuUna, fusa come una statua di cera, can-

larla. Italia

cellando

le

capitali,

i

principati; ogni località e tra-

dizione dei vari popoli italiani ; benedire alla guerra

che si farebbe in

Italia e altrove con aspetto religioso,

e coll’opera di tutti i rivoltosi d’Europa; e presiedere,

vivendo, a questa repubblica o nazionalità italiana, imparentata con tante altre che nascerebbero gemelle con essa, ma presiedervi solo per benedire, lasciando ai

Mazziniani tutto

Voi, lasciate

il

resto

fare e l’operare opereremo per a Noi; ecco la piccola bagatelia

il

,

che si voleva dal Papa sotto il nome di Nazionalità italiana. E mentre essi pretendevano d’innalzar que-

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,

32 V sta

bandiera con mani pure , incontaminate, manife-

stavano poi una buona fede veramente pura e incon-

taminata: perocché, con una duplicità esemplare fa-

cevano presidente della loro repubblica imaginaria vicendevolmente Carlo Alberto o Pio IX, secondo che all’uno o all’altro s'indirizzavano. Per esempio lo stesso

Mazzini scrivendo nel 1831 a Carlo Alberto

quella famosa lettera che ha per epigrafe Se no, no, e che termina col dire che la posterità proclamerà

Carlo Alberto o tiranni italiani,

teva però

un trono nella cui base venti milioni d’uo-

mini scriverebbero: A Carlo Alberto nato re, nnata per lui

Dunque

la

nazionalità

italiana

la

l'Italia

una

riducevasi ad

repubblica, della quale avrebbero fatto

assunta

in

primo tra gli uomini, o l’ultimo dei

il

Mazzini a certe condizioni gli promet-

le

spese e

risponsabilità Carlo Alberto e Pio

IX, e

Mazzini sarebbe stato nella realtà il pontefice ed il E siccome l’opera non sarebbesi condotta a una guerra micidiale e ’l conquasso dei

sovrano.

fine senza

Capo

governi europei, così volevasi principalmente

il

della cristianità a bandire la crociata fatale.

Ma che

avrebbe detto la cristianità se un papa avesse coperto del suo manto queste bande rivoluzionarie? Quali scandali e quai tumulti non avrebbero oscurata e la-

cerata la fede nel

che facesse Pio

mondo cristiano? Un passo di più

IX

1’ ,

adesione di

lui

alla

avrebbe colmato d’ orrore il mondo cattolico

guerra ,

e get-

tato la tiara nel vortice rivoluzionario.

Nè si dica

:

V’era un partito di buoni , amatori non

della repubblica mazziniana, lità.

ma della vera naziona-

Perocché domandiamo: Dov’ erano questi buoni Mazziniani decretavano la Costituente ini-

quando

i

,

quando Guerazzi signor reggiava Firenze e Mazzini il Campidoglio? qnando una rete repubblicana già stringeva il Piemonte, già

zio della repubblica italiana?

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325 abbracciava Dio sa quale c quanta parte della Camera, e mischiava tumulti e sangue in Genova? Quebuoni, buoni a far

sti

e cìance, confessino

castelli

dunque la loro impotenza; confessino che Mazzini li conduceva, a loro insaputa, per il naso e per la barba; confessino che l’Italia non può avere Unità , se non sia unità effimera, rivoluzionaria, repubblicana,

chiata d’ empietà e di sangue. nire

noi

le

mac-

Le contingenze avve-

ma sappiamo che un’ Italia

ignoriamo ,

politicamente una, è al presente un castello in aria. Diteci infatti:

Vi fu mai una nazionalità politica

delle genti italiane, sedenti

circonda e l’alpe? No, mai.

nella terra che il mar La Repubblica o l’antico

Impero di Roma, ristretta quasi la nazionalità negli stessi confini

della Città

o

che

cittadinanza,

la

cioè

nei termini

Romano, era nel rimanente

dell’ Agro

un’agglomerazione di municipii,

di provincie e di po-

poli, dei quali ciascuno era in libertà di conservare la

sua lingua,

Le grandi

in-

e amministrative che ora

for-

ed

le leggi

centrazioni politiche

i

costumi.

mano il servaggio legale dei popoli, non erano ambite dalla sapienza

latina:

Coscritti di fondere

fondono

i

poli di rimanersi ciò essi

non usavano quei Padri una stampa come si

popoli in

i

metalli: alla qual libertà conceduta ai po-

che realmente e specificamente

erano per natura o per uso, stringendosi solo con alla madre, furono debitrici dei

rari e atti vincoli

le aquile romane. L’ Italia non aveva dunque una nazionalità quale ora ma i suoi popoli, non meno che

rapidi e larghi loro voli d’allora

noi la intendiamo, i

più lontani, fuori delle alte relazioni politiche reg-

gevansi in altrettante sfere poco più larghe del ca-

E

i Barbari non cancellarono confermò al surgere delle italiane repubbliche, e dura al presente, meno ristretta, ma spiccata e forte, perchè antica e connaturata nel

sato e del municipio.

quella tradizione , e

si

vario giro dei principati italiani. Digitized by

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326 Perciò affermiamo che all’unità del reggimento nazionale ripugnano

i

secoli e la natura varia degl’ita-

che all’unità d’una confederazione politica con una dieta sovrana ripugnano le stesse cagioni e che infine la sola nazionalità possibile è per noi l’armonia degl’interessi civili e commerciali, conservata inliani;

,

;

tiera e indipendente l’autonomia degli stati.

Avremmo

da aggiungere, verbigrazia le geogràfiche e quelle dell’alta politica europea, ma le ometaltre ragioni

tiamo.

Chi dunque la vedeva più dentro, Piq IX che proponeva non già la confederazione politica nè la guerra

come si voleva darla ad intendere colla mis-

,

sione di Corboli-Bussi ; ovvero Mazzini, i

fusionisti,

i

gli

unitari,

confederantisti, e quanti furono gli a-

postoli o meglio

i

pervertitori della restaurazione ita-

liana? Se la nazionalità

si

fosse tenuta ai limiti del

breve l'Italia avrebbe potuto conseguire sua unità civile, suoi accordi, sue strade ferrate sua fattibile, in

,

unità di pensieri e di affetti, e sopra tutto quell’unità di dottrine, di costumi e di religione, per cui sareb-

besi elevata , dignità.

I

quant’ era possibile ,

ad una nazionale

quali primordii intellettuali, morali, civili,

nazionali, senza colpe e dolori di politici rivolgimenti,

senza dispergimento anzi per uh accrescimento pe-

renne delle forze interne, e benedetti da quella Previdenza che percuote e glorifica le nazioni; nihn savio potrà negare che a successi nobili e grandi dovessero pervenire. Perocché, legge riguardante le nazioni quanto gl’individui , è che pel sentiero della giustizia si trovi la vita: In semita iustitiae vita (Prov. ,

xii,

28); e

la giustizia fa le

ordine, qualunque sia,

le

nazioni grandi, e il dis-

immiserisce: lustitia elevai

gentem : misero t autem facit populos peccatum 34).

I

essere

fasti i

dell’umanità ben meditati,

( ib.

xiv,

si vedrebbero

fasti della giustizia divina, scolpiti neil’alzarsi

o nel crollar delle nazioni. Digitized by

Googl


327 1 nostri avversari, se non sian atei, non ci negheranno che questa legge morale presieda al corso dell’umanità, finché tutta l’umanità, compiuta la prova

del pellegrinaggio,

s’

incentri e fermi nel seno della

Or, posta questa legge morale, tutti promove i progressi umani e pure i nazionali, diteci in grazia, doveva seguirla giustizia universale.

che non vieta, anzi il

Papa? ovvero gittar la corona e

la tiara a’ piedi

della Giovine Italia, e lanciare ipopoli italiani a un

duello mortale contro l’Austria e l’Europa? Nel qual duello l’Italia sarebbe stata stritolata e schiacciata

,

o

vincendo (per supposizione impossibile) avrebbe di tratto conseguita quella Nazionalità democratica, la cui

forma logica

,

dice Mazzini, è la repubblica; e la re-

pubblica, al dì d’oggi, è per tutta Europa

il

socia-

comuniSmo (1). Ripetiamo adunque: Doveva il Papa, il supremo rappresentante

lismo, e

socialismo è

il

il

dell’ordine e della giustizia, condor l’Italia a questo sacrificio?

Dovrà egli farlo in avvenire?

Chi avesse un dubbio sulla natura della nazionalità che volevasi imporre all’Italia, vegga la Santa Alleanza dei popoli di G. Mazzini, il cui fine è di ortfi(1)

Montesquieu scriveva nel 1748. Lepartage dej terres de la démocratie. Lourdoueix argomentava

est de Fessence

nel 1849:

La république veut la démocratie;

la démocratie

Le socialisme c'est la mort ; dono la république méne à la destruction. Rammentiamoci le famose parole di le socialisme.

,

Ledru-Rollin il Catilina della Francia, meno la spada: Croyez-vous que les révolutions se fassent en disant le mot pour lequel elles se font? Non. On s'empare de toutes les circonstances qui peuvenl émouvoir l' opinion publique; et, à ,

Faide d'un tour de main , on r emerse le gouvernement. » Nazionalità, indipendenza, erano

il

vessillo dell’italico ri-

si è creata d’opinione pubblica ; ma con un mano, à Faide d’un tour de main, ne balzò fuori

sorgimento ; giro di la

repubblica dei socialisti, che dalla Francia veniva a

stendere sull’Italia

il

suo principato.


328 tiare la democrazia ad esercito , di elevare la nazionalità

a dignità di culto e di religione , e di trasformare ossia sacrificare

per questo culto

famiglia e

proprietà ; e questa dicesi da Mazzini la

la

chiesa militante,

la

religione vera, la

un panteismo sociale, ovvero

finché

un socialismo universale, formi la chiesa dei trionfanti. Per simile guisa, la proprietà e la famiglia sono da prima sacrificate o incentrate nella propria nazionalità, indi le particolari nazionalità saranno incentrate nell’Europa Una, e quindi nell’unica nazionalità,

che dall’un punto all’altro d’Europa e d’America adori

un solo padrone, dio; dna DN SOLO INTERPRETE DELLA LEGGE DI DIO SULLA TERRA, IL POPOLO: duci la Virtù la

formula mazziniana:

e

il

Genio.

»

PROGRESSO;

SOLA LEGGE,

»

La virtù e il genio dei socialisti.

Ecco nettamente la scala per cui le fusioni e le unità nazionali debbono condurre l’umanità all’èra nuova d’una schiavitù universale. Così sconcia nazionalità non sarà stimata quale una condizion di pace nè dal papa, nè dai principi nè dai popoli, se prima Dio non ,

,

condanni a perire

l’intiera

umanità.

e

•

CAPITOLO LXX1II. RIEPILOGO DEI FATTI, E SENTENZA FINALE.

Nel 1848, Roma, la città immortale cinta del dudiadema, era da lunghi secoli il centro degli ,

plice

metropoli

spiriti ,

la

arti,

porto e

il

il

dell’ universo ,

la

maestra delle

santuario delle anime che ritiran-

dosi dalle sventure della vita, là cercavano forto e

un con-

un asilo fra le ruine dell’ antico mondo e le

consolazioni della religione. In quella città sedeva Pio

IX: un uomo proclamato quale un dono di Dio. Un’èra di gloria

mostravasi a

Roma ed alla Cristianità.

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,

329

Ma che avviene allora? Una guerra gridata e non fatta

mai nè dai popoli nè dalla fazione; il nome di

Pio usurpato sui fedeli,

il

vessilli;

ed egli,

il

padre di tutti

i

Vicario di Colui che disse obbedite alle po-

E quale in-

destà, o benedica all’insurrezione o parta.

Tale che

surrezione?

ai popoli

compartendo

la pie-

nezza e l’esercizio di tutta sovranità, dimetteva nella teorica per dimettere tosto

nel fatto tutti

i

principi

Tale insurrezione che professando una sua ossia Italia Una, avrebbe

italiani.

certa nazionalità italiana,

per suo seggio primamente usurpato al Papa il trono e lo stato. Tale insurrezione che legandosi per principii religiosi e politici al socialismo

ropeo, avrebbe cancellato

Roma

e fatto

Tutte le

fasi della

e spiegano

parigino ed eu-

dall’Italia

il

cattolicismo

la metropoli del socialismo.

rivoluzione italiana s’illuminano

da questo fatto.

Roma e il Papa sono lo

scopo finale: caduta la rocca del centro, cadrà lia.

Prima la cospirazione degli applausi

l’Ita-

FtVa Pio IX!

:

Abbasso i Cardinali! Così tentavano di segregare il Pontefice e il Principe dal suo naturale appoggio e

che è il Sacro Collegio. « CoPadre! Voi non siete solo, milioni di cuori battono per voi; milioni dalla sua vera forza,

avanti, avanti, Beatissimo

raggio,

di braccia s’alzano alla vostra difesa.

»

E battevano

per la speranza che Pio IX, fattosi loro capo e banditore della crociata , avesse poi la generosità di infatti

dominio temporale a’snoi cari figliuoli, che non erano già i Romani ma i profughi e i socialisti di Francia, di Polonia, d’ Ungheria e cedere

il

in tale caso

,

d’Italia.

Tanto è vero che il nome augusto di Pio IX volevasi a incitamento della guerra , e a coperta di azioni

e dottrine rivoluzionarie , che, dichiaratosi appena , la fazione lo gittava a terra; e il Ministero la

Mamiani e

stampa a farlo credere decadato nel diritto

,

prima


330 che fosse nel

Allora

fatto.

scagliò sull’ Italia. il

piedi del Papa.

Il

an diluvio di nefandità si

11

pugnale dei congiurati trafigge

il

segretario nelle sale e quasi ai

ministro, e cade

Parlamento Romano passa sul cae si apre ostentando un’apatia

davero del

trafitto,

catilinaria.

Il

Papa è assalito nel Quirinale da una

masnada che s’intitola il popolo sovrano; Pio è solo mani; viene la diplomazia, ma non gli assiste in quelle agonie mortali un cittadino romano, fosse questa una protestazione politica, o ticol Crocifisso fra le

mor del pugnale. La violenza, l’assassinio, l’imposizione del Ministero Mamiani col suo programma avevan lacerato lo Statuto ; Pio IX protesta al cospetto delle nazioni per la nullità dei fatti e abbandona la Mamiani nyn ha ribrezzo di co,

città dei Catilina;

gliere

i

frutti del

pugnale, e sedersi nel seggio an-

cora coperto dal sangue del Rossi.

Una perfìdia cosi

moltiplico, calcolata, profonda, è quasi

unica nella

storia dei popoli.

L’ Italia non è più donna, ma empia e sfacciata baccante. Mazzini, il vecchio apostolo del socialismo,

nemico dichiarato della Chiesa e di Gesù Cristo, il nome di triumviro impera dal Campidoglio, traendosi a poco a poco dal seno la massima Un solo padrone, Dio ; una Ugge sola il progresso; un solo interprete della legge di Dio sulla terra il popolo: colil

sotto

:

,

,

l’intendimento di trasformare la religione , la famiglia e la proprietà , e

creare V eguaglianza e la fraternità

dei popoli nella comunanza dell’empietà e della barbarie. Una feccia raccolta da tutte le rivoluzioni del mondo ne adora le vestigio in Roma; gli applaude la

Montagna di Parigi, a cui esso invia in dono la ro-

mana cittadinanza, trascinando in quel vilissimo fango nome della Città eterna; e all’eroe ed al santo porgono la mano gli eroi che onorano col tradimento e

il

collo spergiuro la nazionale rappresentanza di Torino

e di Firenze.

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,

331

Freme a tanta empietà

il

mondo cattolico; freme

Turco, il Moscovita; freme l’umanità vedendo la Città reina soggetta ai nemici d’ogni religione, della proprietà e della famiglia. Quattro nal’Americano,

il

zioni, e Spagna

prima, sono preste

la

alla

difesa;

ma dov’è il Piemonte? Gioberti ministro lo ritrae dal concerto cattolico , pretendendo a lui solo l’intervento

mentre è pendente la guerra coll’Austria e getta fiamme nel Piemonte, che non ha forza da reggersi in piedi, e cadrà fra poco nei campi di Novara. Le potenze cattoliche lascian dire italiano,

•

la rivoluzione

Roma, la religione, la giustizia, l’umanità

l’abate:

sono vendicate.

La Repubblica Romana non è caduta essa non fu mai. Là arpie d’ogni terra avevan posto il loro nido, divorata la città contaminato e straziato un popolo :

,

che ebbe la semplicità o la melensaggine di ricoveEsse v’erano entrate col pugnale al contrario,

rarle. la

:

.

restaurazione del legittimo sovrano non costò agli

usurpatori una goccia di sangue , di propria volontà sul

dere

la

tranne

il

versato

campo di battaglia per difen-

Dov’ è la ferocia dove sono i patiboli, sognati da Vittore Ugo, Pegaso della Montagna? La fero-

più scellerata delle cause.

clericale,

l’infelice e smaccato

cia è nei mazziniani,

nei garibaldiani

coorte repubblicana, che stranieri

mano

i

più

e in tutta la al popolo ro-

F ebbero in conto d’ una mandra da tosare spolpare e macellare. Ma la clemenza è nel governo papale che agli amnistiati da lui, agli spergiuri, ai carnefici di Roma e ai parricidi, non tolse una vita, non decretò una confisca. Ma gli esiliava! SI, gli esiliava. Ma chi non sa 1’ amnistia la più compiuta e universale essersi data da Pio IX il domani che aveva cinto la tiara? E a chi F aveva data? A snaturati che avevangli giurato ,

—

fedeltà, e che tutti o quasi tutti gli diventarono sper-

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332

Onore a chi assaggia le somme ingratitudini,

giuri.

argomento, di

somma bontà e di segnalati

benefizi;

ma gl’ingrati sono colpiti d’esecrazione dall’intiera umanità; e guai a coloro che se ne vantano i patrocinatori! Essi sono loro eguali nell’animo o nel delitto. Costoro che non hanno più viscere nè da uomo nè da cittadino, gli

allontanava

Papa per

il

sottrarli

da

quella giustizia che Dio ha posto a difesa delle na-

anime l’opportunità di nuovo incendio e sangue cittadino. Qual è zioni, e per togliere alle indurate loro

il

governo sì generoso e clemente? Cercate, e vedrete solo governo papale il inteso a prevenire le

eh’ è

,

colpe per non doverle fulminare.

Rammentiamo

i

giorni

in cui Pio

trono, e diceva alla libertà:

IX saliva

al

Tu sei mia figlia. Ora,

chi strappava dal fianco del padre questa figlia, chi la trascinava nel fango, chi

Tarmava d’ un pugnale?

Barbari! essi, essi hanno cangiato in una furia questa figliuola

solo

di

nome, per

Pio, della quale loro colpa,

spaventa la nazione

;

essi

al

il

solo aspetto,

il

presente disonora e

troncarono le più belle spe-

ranze , essi ritorsero il corso dell’incivilimento italiano.

E ora vorreste che

il

padre restaurasse in trono que-

non riconciliata non monda , non pentita, e ancora anelante a nuovi tumulti e a nuovo sangue? Ah! se ciò avvenisse, noi temeremmo che sta sacrilega ,

,

T intiero mondo tacciasse d’ imbecille o d’ improvida l’anima del gran Pio. Questo pensiero fu svolto dall’illustre Montalembert, il 19 ottobre in un discorso che sfavillerà di somma ,

luce fra le più insigni glorie del parlamento francese,

e pari di quelTaltro nel quale l’eloquentissimo oratore i funerali del Sonderbund con voce proannunciava i disastri delle monarchie che avean opprimere l’innocenza e la libertà. Diceva il

celebrando fetica

,

lasciato

nobile oratore:

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333 »

Tre anni sono,

la

libertà

mano mano, il suo imperio: l’altro,

i

stendeva per tutto,

Re venivano l’un dopo

barcollando un poco, l’intendo, a deporre in

certa guisa le loro corone a’ piedi della libertà, cer-

cando a quelle una specie di nuova sagra ed una inil papa Pio IX, il simbolo vivente

vestitura novella;

dell'autorità, l’espressione del potere più augusto e più

antico sulla terra

,

aveva creduto poter dimandare alla

libertà, alla democrazia, al progresso, alle tendenze

moderne un raggio di più per inghirlandare la sua tiara. Che ne avvenne? Voi avete fermato quel maestoso incesso, voi avete tutto sconvolto

e schiantato:

voi avete arrestata quella tendenza maravigliosa che

inspirava tanto di stupore e di confidenza a noi liberali di

vecchia data come ci dite. Questa tendenza è

perduta: voi avete detronizzato qualche Re, è vero;

ma non è men vero che avete detronizzato con miglior successo la libertà.

I

Re sono risaliti sui loro

ma la libertà non ha riacquistato il suo; e neppur quello che essa aveva nel nostro cuore! Oh! lo so bene che voi scrivete il suo nome in ogni luogo, in ogni muro, su d’ogni cornice (accenna alla volta della sala; lunga approvazione e ilarità a diritta); troni, forse

ma dai cuori, oh! dai cuori il suo nome è cancellato. Oh la bella, la santa, la pura e nobile libertà, che noi abbiamo per tanti anni diletta, carezzata e sertanto! Si! servita prima di voi, più di voi e meglio di voi! Questa libertà non è morta, lo spero,

vita

ma essa è affievolita, svenuta, soffocata in quel lezzo che un dei vostri ha osato appellare la sovranità del fine; vale a dire la sovranità del male per una parte,

e per

1’

altra

il

regresso necessario alla esagerazione

del potere, della quale voi avete fatto

un bisogno per

la natura umana, per la società e pei cuori onesti, che furono atterriti dai vostri eccessi (Approvazione c

lunghi applausi dalla maggioranza).

»

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33 V Dopo un cenno alle prime riforme diPio IX, l’Oratore continua:

Quel giorno appunto

•

si

apersero due opinioni

nella Chiesa cattolica: l’una dei pochi,

paurosi alquanto, un poco diplomatici,

il

ma assegnati, ma sperimen-

innanzi negli anni e saputi. Essi dicevano

tati ,

:

Oh!

Pontefice s’imbarca in un cammino rischioso, d’in-

certissimo esito, che forse gli tornerà a male. Gli altri,

e questi erano

i

più , ed io con loro; io ed i miei

amici, ciò che allora appellavasi noi

partito cattolico,

il

abbiam tutti salutato con affetto, con entusiasmo

Or bene,

questo generoso ardimento del Papa.

ci

è

abbiam ricevuto una mentita solo sperimento è riuscito non già con tra noi, non contra Pio IX, ma contro la libertà

forza

dirlo,

il

noi

lenne e spaventosa

:

(Vivi assentimenti a diritta ,

strepito a sinistra ; .a diBene, benissimo! Parlate, parlate!). »

ritta:

Seguita l’Oratore: «

E qui ch’io vorrei vedermi innanzi tutti codesti

demagoghi e

per loro intuonare una

perturbatori,

bella volta tutta intera la verità.

qual è

il

Direi loro: Sapete

vostro più gran delitto innanzi

al

mondo?

No! non è il sangue sparso, per quanto esso gridi vendetta contro di voi ; non è solamente d’aver seminata a piene mani la ruina sull’Europa intera, per quanto sia questo il più irrepugnabile argomento contra le vostre dottrine; no!

il

vostro delitto è di avere

raffreddato, insospettito, e lasciatemi dir così, disin-

cantato

il

mondo

sul fatto della libertà (acclamazioni

a diritta: Bravo! ottimamente!); è di avere o compromessa, o crollala, o spenta in tutti i cuori onesti quella nobile confidenza; è di avere rincacciato alia fonte

il

torrente dei destini

umani ( Applausi prolun-

gati sui banchi della maggioranza).

*

-

Or si pronunci la sentenza finale. Chi ha sacrificato la libertà, chi

ha tradito

l’Italia?

Pio IX, o

i

falsi

liberali? Digitized by

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335

CAPITOLO LXXIV. FORZA DEL RAPATO: Dai

fatti

CHI LO TOCCA, PERIRÀ.

e dal processo del dramma italiano, rac-

cogliamo questa verità: per odio del cattolicismo tante ire sfogavansi contro

V antico trono del

Vaticano ;

ma

reggeva , movendo tutta la cristianità in sua di-

Dio

lo

fesa.

Ecco

la

somma delle cose da noi vedute,

per

malvagità degli uomini e per protezione celeste affatto raaravigliose.

La battaglia e la vittoria, la rovina e la

restaurazione, la morte e la vita, la società il

il

caos e la luce,

che si affondava e Dio che la reggeva ; ecco

dramma italiano, soopo e centro supremo del dramma

europeo, variamente colorito e atteggiato, ma sotto qualunque forma sempre anelante ai danni del cattolicismo e del suo capo.

Dal terrore fummo travagliati abbastanza: prima riconfortiamo la nostra umile fiducia nei disegni chiaramente espressi dalla divina misericordia. Quel conserto di tanti popoli dell’antico e del nuovo mondo, quella consonanza di tanti cuori e di tante voci che acclamano sempre Re il Pellegrino Apostolico, quel denaro di s. Pietro, quell’obolo che da tutta la terra si manda pieno d’amore all’Esule di Gaeta, quella fede che rinverdisce in tante anime al crollar del trono pontificale sotto le cui rovine si vorrebbe seppellirla quel trono stesso che 1’ empietà infrange ma rialzasi per mano d’una Repubblica e pel decreto di finire,

,

ben formolato di tutta quanta la cristianità; non ti pare o lettore , un cumulo di meraviglie per le quali Dio scegliesse di manifestar la sua providenza ad una età che fra tutte ha bisogno di sentire , di credere e di ritornare a Dio? Oh, cantiamo un cantico di al,

il nostro Mosè è salvo alla riva! La Coorte aveva detto: Ecco l’erede, uccidiamolo

legrezza:

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336 e dividiamone le spoglie. Folle! Era essa più forte di Napoleone? Quel trono materiale non è un dogma

nè la vita della Chiesa, ma è quasi un ricinto che Dio ha innalzato attorno di essa, è l’aureola visibile del suo Capo , e come

terreno vestimento della sua

il

gloria. La mano che lo tocca, è inaridita! Il vecchio che cinge quella corona non ha flotte nè artiglierie, ,

ma ha una forza che niun altro può avere, ha una ha un impero sulle coscienze, e quest’impero è immortale. Ecco per la fede. forza morale,

Ma v'ha un’altra forza in Pietro, e questa è la sua debolezza:

sì,

appunto,

la

sua stessa debolezza, che

trionfò e trionferà qualvolta venga forza. Impareggiabile

alle

prese colla

argomento, e degno veramente

di quell’anima tenera e di quel potente intelletto

è

il

che

conte di Montalembert, scrittore della Vita di

santa Elisabetta; quel desso, ed in quel medesimo discorso che or ora ci colpiva col nerbo della sentenza e colla maestà della parola. Ascoltiamolo nuovamente: « Permettetemi un paragone famigliare. Quand’un uomo è condannato a lottare con una donna, se que-

non sia 1’ ultima delle creature essa può braimpunemente colla fronte alta e dirgli: Ferisci, ma tu ti disonori e non mi vinci (Bravo! A maraviglia!). Ebbene la Chiesa non è una donna; essa è ben più che una donna; essa è madre (Bravo! besta

,

varlo

Una triplice salve di applausi accoglie questa madre! È madre dell’Europa, è madre della società moderna, è madre della moderna umanità! Un figlio può esserle ingrato, nissimo!

frase dell'oratore )! Si, essa è

snaturato, ribelle, ma sempre le resterà figlio; e viene il

momento

in

cui

questa lotta parricida contro

la

Chiesa diventa insopportabile al genere umano, echi l’ha provocata cade schiacciato, annientato, sia per la disfatta, sia per la riprovazione concorde dell’umanità

(Nuovi applausi). »

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337 argomento

11 quale

,

noi lo sentiamo , lo deploriamo,

ferisce noi italiani , e ci condanna a perpetua infamia.

Chi più

dell’ Italia

era figliuola diletta dalla Chiesa

Romana? Ebbene, chi affilò, chi immerse la spada nel seno di questa madre? L’Italia!

Se mai vi accadesse, continua il Montalembert, prender lotta (che a Dio non piaccia!) contro della Chiesa voi non ridereste a lungo io ve ’l prometto. Per aggredire essa è da meno, ma per la difesa, io ve ne rispondo, per la difesa è incomparabile. Voi «

di

:

,

dovete saperlo, o signori, egli ci ha un vecchio

testo,

non possumus , chiuso in un vecchio libro chiamato Atti degli Apostoli y il qual libro fu inventato da un vecchio papa chiamato San Pietro (riso generale d'approvazione )ì e con cotesta parola, io ve lo giuro,

Chiesa vi tirerà sino

al fine de’secoli

« L’onorevole Vittore Ugo

sta ringhiera,

la

senza cedere.

che mi precedeva a que-

pretende che le idee siano invincibili

e durevoli altrettanto che i dogmi. Lepida pretensione

moderna, la quale crea le idee e loro conferisce 1’ eternità e l’onnipotenza dei dogmi È questa una pretensione chimerica (bisbiglio a sinistrai. Sì, chimerica nè havvi idea capace di tale forza e ciò per tre ragioni. La prima è che le idee sono mutevoli e i dogmi sono invariabili (Bravo! Ottimamente!). La seconda è che Je idee sono fabbricate da voi e da me, se ne conoscono i fabbricanti e sin le officine ove dell’età

!

,

;

,

sono manipolate approvazione

( Riso

generale e segni prolungati di

a diritta):

i

dogmi per converso sono

d’ origine misteriosa e sovrannaturale.

idee prevalgono solo per

un tempo

,

Da ultimo le

e su che mai im-

perano? Sulla fantasia, tutto al più sul pensiero, sulla ragione , sulla passione ; laddove i dogmi imperano sulla coscienza (Applausi prolungati a diritta).

sto ,

Del re-

quando Vittore Ugo mi avrà trovata un’idea che

duri da diciotto secoli,

e che abbia oltre a ducento 22

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338 milioni di fedeli adoratori, st’

idea

e

diritti

i

1’

allora consentirò a que-

autorità che io reclamo per la

Chiesa (Sorriso di approvazione a diritta ).

»

Ecco la forza della Chiesa cattolica! Madre dell’umanità rigenerata, essa ha un trono nei cuori, fondato sulla figliale pietà ; ha un trono nelle coscienze, fondato sui dogmi che non periranno giammai ha un trono terrestre al Vaticano , quasi nave maestra , o colonna e tabernacolo , a cui mirino i figliuoli del pellegrinaggio. Nuovi Filistei suonarono a battaglia, ma si levò Israele, e il tabernacolo donde emana il divino responso stette fermo al Vaticano. Il preci;

tato oratore finisce col vendicare quella parte di glo-

che spetta

ria «

alla

Francia:

Così l’istoria racconterà che mille anni dopo Carlo

Magno

,

e cinquanta dopo Napoleone; mille anni da

che Carlo

Magno erasi acquistata un’immensa gloria

col raffermare

trono pontificale , e cinquanta da che

il

Napoleone al fastigio della sua potenza s’era ecclissato nel voler disfare l’opera del suo immortai precessore; l’

istoria racconterà

che

la

Francia restò fedele alle

sue tradizioni, e sorda a prevaricazioni bieche e odiose. Essa dirà che trentamila Francesi comandati dal degno figlio d’uno dei giganti delle nostre glorie impe,

riali

(Vivi applausi a diritta), sciolsero dai patrii lidi

volando a ristabilire in Roma nella persona del Pontefice il diritto, l’equità , l’interesse europeo e francese (Nuovi applausi a diritta ; reclamazioni a sinistra). Essa racconterà ciò che Pio

IX stesso scriveva, in rendi-

al generale Oudinot mento di grazie Il trionfo delle armi francesi è trionfo riportato sui nemici decu,

:

mana società. Sì , questo sarà il pronunciato della storia, e sarà

una delle glorie più belle onde fia redi-

mita la Francia del secolo XIX. • Voi non vorrete certo menomare, scolorire od offuscare questa gloria, cacciandovi in un contesto di

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339 contraddizioni , d’intrighi, d' incoerenze inestricabili.

E sapete voi ciò che potrebbe contaminar per sempre la gloria del vessillo

francese? Sarebbe

il

contrappor

questo vessillo alla Croce, alla Tiara, che esso ebbe affrancata ; sarebbe il trasformare i soldati francesi , di protettori che furono del Pontefice , in altrettanti op-

pressori ; sarebbe lo scambiar la missione e la gloria di Carlo

Magno con una sgraziata parodia di Gari-

baldi (Caldi e lunghi applausi a diritta }.

»

Giammai parola d’uomo aveva scosso così dal fondo le ire anticattoliche;

giammai la plebe demagogica si

era così arrovellata in parlamento. L’idra lava indarno sotto

i

si

divinco-

piedi del vincitore , che più e più

la stringeva e la fulminava.

Perchè tanto sconvolgersi

e arrabbiare? 11 trono pontificale , scopo all’empietà e

all’universa demagogia rivoluzionaria, era rialzato e riconsecrato nell’opinione universale. Gesuita! cappuccino!

sagrestano! tutto

il

nobilissimo frasario della

Montagna era diluviato sul grande oratore che soprastando con serena fronte alla tempesta torceva

,

ogni tratto ri-

come fulmine sul capo degl’impotenti e mal-

Ma d’altra parte, per ogni insulto, mille eran applausi che gli decretava la maggioranza; e afferma il Débats che la tribuna francese non ha memoria d’un festeggiamento così concorde e magnifico onde venivan celebrati il discorso e l’oratore. Ma donde l’entusiasmo di cui brillavano i volti di 470 plaudenti contra 165 visacci della Montagna? Da ciò che il Montalembert dopo i valenti de la Rosière, Tocqueville e Thiers, veniva in difesa di quella

creati. gli

,

colonna antica sulla quale la società moderna è stabilita,

vine.

e che non crollerà senza seppellirci nelle sue ro-

Tu,

mio

gentil

splendide arringhe

nel

lettore,

va a leggere quelle

libro:

la

Quistione

Romana

discussa nell' Assemblea francese nell’ottobre 1849

,

e non

tralascia l’avvertenza dell’italiano traduttore.

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340

La Francia ha ricredalo alla sedia temporale dei Papi, perchè ha lungamente patito, e studiate o di necessità o di cietà:

amore le basi della religione e delia so-

ma l’Italia (l’Italia rivoluzionaria) se ha co-

minciato a patire, non ha per avventura incominciato a conoscere se stessa, nè

i

suoi bisogni,

nè i pericoli

che sovrastanno all’umanità. L’Italia! Ah l’Italia era, col

Papa,

l’altare vivo del

mondo cattolico; e l’Italia ha

rovesciato quell’altare! Sull’Italia piegavasi ossequioso lo sguardo delle nazioni cristiane;

c ora quello sguardo non incontra che l’empietà e la dissoluzione. Gl’Italiani, con Roma pontificale alla loro testa, erano i cittadini d’un impero spirituale che di giorno in giorno s’ingrandisce per l’cstension della fede, d’un impero a cui il mondo intero è promesso; e l’Italia ha voluto spezzar quello scettro. E Roma? Roma ha pensato di ridestar le aquile dell’Aventino, ed appena ha trovate le oche del Campidoglio; Roma si è levata dal capo la corona della gloria per divenire un ossame repubblicano e il putrido cadavere della regina del mondo; Roma aveva un Pio che già 1’ ammantava di nuova luce ed era la delizia del mondo, e quel Pio Roma (la

Roma rivoluzionaria) l’ha rinnegato, tradito, co-

ronato di spine, e per poco non crocifisso.

Ma quel Piorisurge! anzi è risurto! perchè il compimento dell’ iniquità che darà fine ai secoli non è ancor giunto. E la Roma fedele, e la fedele Italia, che pur sussistono, fanno festa con tutta la cristianità, e ne ringraziano il loro Dio.

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341

CAPITOLO LXXV. CONCLUSIONE.

Il 9 luglio 1809, Pio VII era rapito dal Quirinale da un generale francese per ordine di Napoleone. Quarant’anni dopo, quasi al medesimo giorno un ge,

nerale francese restaurava Pio IX in nome della Francia repubblicana e del suo Presidente, nipote di Na-

poleone. I

Garibaldiani avevano particolarmente devastato la Pietro in Montorio

dove Pietro era stato

chiesa di

s.

crocifisso.

Or in quella notte del 29 giugno che uni-

sce le festa di

s.

vansi ai Francesi

,

Pietro a quella di

porte di

le

s.

Paolo, apri-

Roma.

Fu chi nell’attuale sconvolgimento degli ordini politici, morali e religiosi dell’Italia, si lasciasse quasi condurre alla diffidenza ed allo scandalo. Noi ringraziamo il Signore di averci confortati nella tentazione, facendoci udire l’antica parola che sarà sempre nuova: « Io sono con voi, non vogliate temere. » Non è

forse milizia la vita del giusto in questo

mondo? Non

ha forse nome e condizione di militante quella Chiesa che ci porta nel seno finché rinasciamo alla virilità e alla gloria dei trionfanti?

al turbine

Pio IX

Con questa fede guardammo

che si scatenava;

vedemmo rinnovarsi

in

Osanna e il Crucifigatur ; c’ inchinammo a Gaeta e dicemmo: Dovè Pietro , là è la Chiesa. Dio lasciò acciecare la mente dei principi, scosse 1’

le

reggie e disse: Voi soggiogaste la Chiesa, rilegaste

il

suo divino insegnamento ,

le

sue minacce ed

ed

io lancierò

i

la sua parola educatrice,

suoi conforti dalle moltitudini,

contro di voi queste moltitudini da voi

corrotte, che già sollevami come l’oceano in tempesta,

e se non fate senno, dopo il freno della religione, scuoteranno il freno del principe, stritolando gli scet-

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342 e le corone. Regi, eruditevi: la collera di Dio è

tri

pronta ; ella si addensa

;

perfidi consiglieri la spronano,

non potrete fuggirla.

e voi

Dio lasciò acciecare

i

popoli , c licenziò i falsi pro-

a profetar loro sogni vani o scellerati. Applaudi-

feti

rono

popoli, e gli ebbero

i

come dei, aspettando da

loro la salate e la redenzione.

popolo

:

Ma quelli dissero al

Incurvati , perchè ascendiamo più in

alto

:

u, 23) (1). Dio gli ha dispersi, e or dice al popolo: Dove sono i tuoi dei Incurvare ut transeamus (Is.

che pur ti

sei fatto?

Di’che sorgano e ti scampino nel

tempo della tribolazione: Ubi sunt dii tui quos fediti ,

tibi? ii,

Surgant et liberent te in tempore afflictioms ( Jeb.

28).

Dio guardò

al

santuario , e lo vide profanato dalle

cene di Baldassarre, in duolo il Vaticano, e maledetti e cacciati i suoi unti. Arse di sdegno, ma si placò

andavano gaudenti di nome di Gesti ( Act. v, 41 ).

nella prece di Pio e di quanti tollerar persecuzioni nel

Dio guardò alle dottrine dei maestri, ai disegni ed alle conseguenze: gittò sulla bilancia due pronunciò la sentenza. Voi siete giusto o Signore! Noi peccammo, e voi

occulti,

sorti, e

ci

visitaste.

Il

nostro orgoglio fu umiliato

sotto

il

Pauvre peuple! L’expérience ne Ini servit jamais de rien. Dans l’antiquité comme à présent, il a été la bète sur laquelle soni montés tona les ambitieux qui ont voulu arriver plus vite au ponvoir. Si da moina après s’étre Hélas, servi de Ini , les oppressene lui rendaient la libertà (1) «

!

les aiguiltons sont restés et restront plantés dans ses fianca,

tant qu’il y aura des ambitieux à satisfaire. Toujours ils se serviront du peuple comme d’un marteau pour demolir

Pauvre peuple ancor une foia Pas un coup ne donne par Ini sans qu’il cprouve la moitié da choc, il ne soit la première victime » ( Lettres (Pun Savoisien Annecy, 1849) la société.

!

se

et doni ,

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343 brando del vincitore. Noi ci rivoltammo alla vostra legge, e voi ci abbandonaste nel dominio di coloro che ci spolpano, ci schiacciano, e c’insultano con dirci: Eravate schiavi, e noi vi abbiam fatti liberi! Languiva in noi la vostra fede, il buon seme ornai più non si distingueva dalla zizzania, nè dal popolo il

con mano terribile scuoteste il campo

levita: e voi

evangelico, perchè dal lolio,

il

frumento

eletto

si

discernesse

profeta di Baal dal profeta del Dio vero,

il

e diceste: Chi è dalla

mia mi segua. Pochi, è vero,

sorsero ferventi e animosi ; quasi quasi era sul rinnovarsi la scena dell’orto e del pretorio; nuovi scribi e farisei

conducevano e aizzavano le compre moltitudini:

ma voi ci rivelaste che

come trattarono voi,

perfidi

i

vostri seguaci , e che la persecuzione

cosi tratteranno

i

sarà quaggiù

diadema che sino

il

capo dei vostri

la

e figliuoli suoi nella fede.

tromba di Dio, scosse

nazioni:

Domini.

Vox populi de 11

segnerà il

oDio, resse fermo

vostro Vicario,

il

Gaeta confermò i fra-

alla procella , e dallo scoglio di telli

al fine

eletti.

Ma Pietro, ma

il

La sua voce suonò come santuario, le città e le

vox de tempio, vox

civitate ,

mondo cattolico riaccese

mente la sua fede

,

e

professò alta-

abbracciò la causa di Pio , fulminò

la coorte congiurata e fremente.

La vostra fede

,

o Si-

gnore, non è così morta sulla terra, se ancor si am-

manta di sì gloriosi trionfi. Senonchè, la tempesta non è dileguata ma sospesa, e le potenze delle tenebre rinfocan le ire contra talia, perchè ivi è

l’Arca santa,

vostra parola , ivi la colonna e

1’

ivi

il

l’I-

seggio della

unità della grande

Chiesa cattolica, contra la quale si è mossa e ferve la guerra. Signore! l’Italia sarà nel vostro aspetto tristita

e scellerata,

rammenti che

l’

sì in-

che voi dobbiate abbandonarla

alla profanazione de’ Filistei e de’ Nabucchi ? Italia

tutta

è

Ah

!

vi

seme di martiri e di

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m santi: colpiteci d’ogni flagello, toglieteci la vita,

ma

Pietro, resti la fede, vita immortale degli spinon si dica che noi italiani, peggiori dei Barbari, struggemmo la gloria di diciotto secoli, sperdemmo il dono di Dio ed il privilegio unico e sommo resti

riti:

della vostra munificenza e misericordia.

Roma non perirà, perchè in essa è della vita:

senza del

il

principio

il mondo cattolico la tiene in custodia, e mondo basterebbe Iddio. Ma nell’ Italia è

un’altra terra , di onesta e graziosa che ella era a voi,

o Signore, or divenuta fomite all’incendio, e la burla

e lo scandalo delle nazioni. Vegliatela o Dio forte, illuminatela della superna luce che ormai Sciogliete

i

timori, sperdete

combattete per difesa, o

lei,

le

offusca.

si

funeste previsioni,

poiché voi solo restate in nostra

Dio nostro.

mondo ci crolla sotto i piedi, perchè il mondo

Il

è la città terrena che dovrà sciogliersi. Cittadini d’un

mondo, aspiriamo all’eterna! Sion, la città delle ombre, è precorsa a Roma; a Roma, dove rifulse la altro

luce allo sciogliersi delle

ombre fatidiche, succederà

quel giorno senza tramonto, la cui lampada è l’Agnello. la morte, e si conperchè Gesù ha predetto ogni cosa da principio: Ecce praedixt vobis omnia (Mah. xni, 23); e i cieli passeranno ma non la sua parola. Qui trionfano gli orgogliosi, perchè qui giù è la terra conquistata dal padre Lucifero; ed hanno calunnia, tristezza e persecu-

Questa fede è possente più che

forta nél convolgersi delle cose mondane,

Cristo ci

,

zione

i

giusti ,

perchè

il

sacrificio dell’ antico e del

nuovo Abele dee compiersi sino al fine. Intanto finché non ci sarà aperta la città dei trionfanti noi guarderemo a Roma città e capo dei militanti. Là sono due statue. S. Pietro ha le chiavi e sotto: hinc humiubus venia. S. Paolo ha la spada nuda, e sotto: hinc betbibutio superbis. Qui sono destini ,

,

,

,

i

dell’umanità; qui è

il

giudizio di Dio. Digitized by

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345

APPENDICE.

1

CAPI DEL SOCIALISMO ITALIANO, RISIEDENTI IN FRANCIA, AI

LORO FRATELLI NELLA PENISOLA: OSSIA

LA STORIA DELLA RIVOLUZIONE ITALIANA DEL 1848 È 1849,

DESCRITTA NEL 1846. Nell’ottobre del 1846,

vero socialisti,

Charabéry, e

due emissari riformisti, ov-

partivano da Losanna, passavano a il

novembre erano a Torino, d’onde

s’avviavano pel resto d’Italia; rimettendo in ogni luogo, d’ordine del Mazzini , la nota seguente ai cooperatori della Giovine Italia ossia della Riforma sociale.

servateur de Genève

la

pubblicava in francese

L'Obil 12

agosto 1848. Noi la traduciamo letteralmente, e qui dagli altri documenti,

perchè

la riferiamo

divisa

nostri lettori

abbiano tosto in mano la chiave e i fili non già per ingegno o potenza

i

della rivoluzione che ,

dei capi,

ma per una prodigiosa imbecillità dei po-

poli e dei governi si è lasciata

compiere e signoreg-

giare in Italia. Eccola , coll’aggiunta di qualche nota in piè di ciascun articolo.

AGLI AMICI D’ITALIA «

Gli scompartimenti d’ Italia presentano alla sua

rigenerazione alcune difficoltà ,. che

si

hanno da vin-

cere prima di progredire direttamente. Però non

si

vuol perdere coraggio; cadun passo verso l’unità sarà

un progresso, e senza prevederlo, sarà sul punto d’essere compiuta

il

la

rigenerazione

giorno in cui

l’u-

nità potrà essere proclamata. »

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3W>

MEZZI. 1° 1 Principi.

Ne’ grandi paesi

•

dee procedere

si

alla rigenera-

zione per mezzo del popolo; nel vostro per mezzo dei principi ; bisogna metterli assolutamente nell’impresa; 11 papa si

è facile.

avanzerà nelle riforme per princi-

pio e per necessità ;

il

corona d’Italia

il

(1) ;

re di Piemonte per l’idea della gran duca di Toscana per l’In-

clinazione ed imitazione;

il re di Napoli, per la forza; avranno a pensare ad altro che a riforme. Non vi mettete in pena della parte occupata dagli Austriaci. Egli è possibile che le riforme pren-

e

i

piccoli principi

,

dendoli alle spalle,

facciano avanzare più rapida-

li

mente che gli altri nelle vie del progresso. 11 popolo, a cui la costituzione dà il diritto di esigere, può parlare alto, e all’uopo comandare colla sommossa; ma colui che è ancora nella schiavitù non può altro che ,

,

cantare

i

suoi bisogni , per farne sentire l’espressione,

senza troppo dispiacere. Profittate della menoma concessione per riunire le masse, testare la riconoscenza.

non

fosse che per at-

Feste, canti, raduni,

nume-

uomini d’ ogni opinione, bastano per far prorompere le idee dare al popolo il sentimento della sua forza, e renderlo pretendente (2).» rose relazioni stabilite

fra

,

(1)

Noi siamo fermi nel credere diritte

le intenzioni di

Vero è che i socialisti hanno creato per un Regno dell’Alta Italia, per ingrossar le loro pro-

Carlo Alberto. lui

prie forze e pervenire poco poi alPunilà repubblicana. (8) L’Italia i

ha cantalo

sovrani facevano

Sempre le feste Italia

!

le

,

festeggiato , preteso:

spese della festa:

i

popoli ed

Mazzini rideva.

In Francia succedevano alle barricate ; in

precedevano. Da per tutto era luce e solennità di

funerali.

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347 2°

«

bile

Il

I Grandi.

concorso dei grandi è di necessità indispensa-

per far crescere

il

riformismo in nn paese di

feudalità. Se avete il solo popolo , nascerà la diffidenza,

e quello sarà schiacciato al primo passo. Se poi il popolo sarà condotto da alcuni grandi, questi gli servi-

ranno di passaporto. L’Italia è ancora quello che era la Francia prima della rivoluzione; ha bisogno dei Mirabeau de’suoi Lafayette e di tanti altri (1). Un gran signore può essere ritenuto da interessi materiali, ma si può vincere colla vanità: lasciategli il primo posto finché vorrà camminare con voi. Pochi avremo che vogliano andare sino al fine. L’essenziale è che il termine della grande rivoluzione sia sconosciuto. Non lasciam mai vedere altro che il primo passo da farsi (2). » suoi

,

(1) Qualche nobile o grande non mancò all’opera mazziniana. Non erano essi per ingegno i Mirabeau nè i Lafayette erano teste vuote di sugo , e pienissime di vanità; conducevano le schiere alle feste , alle messe e ai Te Deum. il secondo la Co(2) Il primo passo erano le Riforme ;

,

stituzione,

pervenire

il

terzo la Repubblica. Fatto il primo, era forza

al terzo:

e coronati di

re e popoli vi eran condotti fra i canti

fiori ,

ma cogli occhi velati come le antiche ,

vittime al sacrificio.

3° Il Clero.

«

In Italia

il

clero è ricco dell’argento e della fede

del popolo; conviene conciliarlo per questi due vantaggi, 6

guadagnarne ad ogni modo l’influenza. Se

voi poteste in ogni capitale creare un Savonarola, fa-

remmo passi da gigante (1).

Il

delle istituzioni liberali. Cercate

non è nemico dunque di associarlo

clero

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:ii8

a questo primo lavoro, che il vestibolo

si

dee considerare come

obbligato del tempio dell’uguaglianza. Senza

Non attaccate

santuario resta chiuso.

il

vestibolo,

il

clero nella sua fortuna,

il

nè nella sua ortodossia;

promettetegli la libertà, e lo vedrete nelle vostre (ile. » (1 )

Niun Savonarola per merito di eloquenza, mai più nel clero o per mala condotta o per dabbennag-

insigni

gine, seguirono o promossero

il

torrente rivoluzionario.

Non un solo prete di spirito buono fra quelli. pochissimi,

i

delusi senza

I

malvagi

numero.

4° Il Popolo.

«

In Italia

il

popolo è ancora da crearsi; ma egli

è pronto a rompere il viluppo che ancora lo trattiene. Parlate spesso molto e per tutto delle sue miserie e ,

,

non intende ancora

de’suoi bisogni. Il popolo

parte operosa della società

s’

,

ma la

invasa di questi senti-

menti di compassione per il popolo, e tosto o tardi ella opera. Le discussioni profonde e dotte non sono

nè necessarie, nè opportune; vi sono parole generache contengono tutto, oche si debbono sovente

trici,

ripetere al popolo: libertà, diritti dell’uomo, progresso,

uguaglianza, fratellanza;

comprenderà parole di

,

dispotismo,

schiavitù , ecc.

ecco quello che

il

popolo

soprattutto , quando vi si opporranno le

11

di

difficile

privilegi,

di

tirannia, di

non è convincere il popolo,

ma riunirlo; il giorno, in cui sarà riunito, sarà il giorno dell’era novella (1)

Le parole libertà

,

(1).

»

diritti dell’uomo,

progresso, egua-

glianza, fratellanza, furono davvero le generatrici di tutti

sconvolgimenti politici, finche generarono da ultimo il socialismo padre del comuniSmo, oltre al quale non potrà progredire la virtù generativa. gli

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349 5° Tutti.

*

La scala del progresso è lunga;

vuoisi

tempo e

pazienza per salirne a capo. II mezzo di andare più presto è di non varcare più che uno scalino per volta;

un volo verso l’ultimo, egli è un es-

volere prendere

porre l’impresa a parecchi danni. Sono ornai duemila

anni, che un gran filosofo, chiamato Cristo, predicò

che ancora

la fratellanza

cevete dunque tutti

i

si

cerca nel mondo (t). Ri-

soccorsi che vi saranno offerti,

senza riguardarli mai come poco importanti. terrestre è formato di grani di sabbia

fare

11

globo

chiunque vorrà

:

un solo passo di progresso con voi, deve essere Un re dà una legge

dei vostri , sinché vi abbandoni.

più liberale, applaudite, domandandogli quella che

Un ministro non mostra che mire di Un gran signore mostra

dee seguire.

progresso, datelo per modello.

non sapersi che fare de’suoi privilegi la

,

mettetevi sotto

sua direzione; se egli vuole arrestarsi, voi siete in

tempo a lasciarlo;

resterà isolato e senza forza

egli

contro di voi, e voi avrete mille mezzi da rendere

impopolari quelli che Tutti

getti (2).

sioni,

tutte

le

si

sono opposti

ai vostri

pro-

dispiaceri personali, tutte le illu-

i

ambizioni irritate possono servire

causa del progresso

,

la

se altri dà loro buona direzione. »

un gran filosofo, è il gergo dei In Firenze , l’ Alene della civiltà perchè in quella fiorirono le leggi giuseppine e leopoldine e non la contaminò 1’ educazione gesuitica, (1) Venerare in Cristo

socialisti e dei comunisti.

italiana ,

,

in Firenze , p jjoi in Roma sotto ; udirono, come a Parigi, i brindisi al

come assicura Gioberti la

Repubblica,

si

Cristo socialista.

(9) Tutto a capello quanto riguarda i plausi onde si darebbe di sprone ai principi ed ai ministri per cacciarli sempre avanti e quel lasciarli se mostrassero di arrestarsi; ,

ma quei mille mezzi di rendere impopolari quanti non en-

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330 trassero nei progetti della Giovine Italia ,

cata a perfexione da tutti

infami e

fu

legge prati-

congiurati, e ci dà la ragione

i

atroci calunnie sparse

il papa, i i principi, i ministri, e gli ottimi o laici o ecche onorassero l’Italia. Chi non congiurava , doveva per ogni mezzo rendersi impopolare, predicarsi infame. Lo scopo santifica i mezzi: è il decalogo della Gio-

delle

contro

cardinali, clesiastici

vine Italia.

Sono santi la calunnia ed il pugnale.

6°

Ottacoli.

L’ armata è il più grande ostacolo al progresso del socialismo: sempre sommessa per educazione, per organizzazione, per dipendenza, è una grande leva pel dispotismo. Conviene paralizzarla coll’educazione «

generale del popolo

:

quando si sarà diffusa nel pub-

blico l’idea che l’armata, fatta per difendere

il

paese,

non deve in alcun caso mescolarsi di politica interiore, ma deve rispettare il popolo, si potrà allora fuor di pericolo, andare avanti senza di

contro di

lei

(1).

—

11

clero

dottrina sociale; egli vuole, cui esso

denomina carità.

ha

sol

la

lei e pure metà della

come noi, la fratellanza,

Ma la sua gerarchia e le

sue abitudini ne fanno un puntello dell’autorità, os-

conviene prendere quanto ha di e troncare il male. Procurate di far penetrare

sia del dispotismo:

bene

,

l’eguaglianza nella Chiesa, e tutto camminerà (2).

potenza chiericale è personificata ne’gesuiti di questo

;

La

l’odiosità

nome è una potenza pei socialisti: sappia-

tevene servire

(3).

»

(1) Affranta la podestà regia col disperderla per minuz-

Assemblee popolari, affranta la giustizia vendicainceppandola coi Giurati, non rimaneva che di sotil ministero della sicurezza pubblica alle armi del governo: ed ecco allora quasi in piena libertà i sovverti-

zoli nelle

tiva

trarre

tori

della nazione.

Tutto

si

adempiva, recidendosi ogni

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351 nervo allo Stato. Senonchè la truppa fu meno docile alle perfide insinuazioni , e salvava dall’ anarchia repubblicana nel 15 maggio 1848, e Genova nel il regno di Napoli marzo e aprile del 1849. Diritto è il rispondere alla forza colia forza, e salvator degli innocenti è il cannone che

tuona contro le barricate. (9) L’ eguaglianza nella Chiesa vuol dire abbasso i vescovi ed il papa , cioè distruzione della gerarchia ecclesiastica:

ecco la ragione della guerra mossa ai vescovi ed

al loro

capo. L’Arcivescovo di Torino era la prima vittima

di qaesta eguaglianza repubblicana. (3) Avvertite: la potenza chiericale e personificata nei gesuiti:

dunque sarà abbattuto il clero, abbattuti i gesuiti.

Avvertite ancora: V odiosità di questo nome è una potenza pei socialisti: dunque apponete questo

nome a cui vi parrà

Mentre così ammoniva la turba il buon Mazzini, il buon Gioberti faceva meglio: scagliava sullTtalia il Gesuita moderno , la grande

utile, e sarete potenti nella distruzione.

fiaccola dell’incendio. Gesuiti, gesuitanti, gesuilesse; gliati e affigliate; gesuiti in

affi-

tonaca, in talare e in farsetto!

Libero a Gioberti ed a’ suoi lo spedirne le patenti. Chi poteva sfuggire alla persecuzione gioberliana, se non la Giovine Italia ed suoi affigliati? Mazzini emanava 1’ orai

colo , Gioberti lo pubblicava ,

i

corpi franchi lo eseguivano

nella Svizzera e nell’Italia.

I più valorosi operai della Chiesa caddero i primi sul campo della battaglia. Bene sta: a loro dovevasi per diritto la prima palma.

7° Mezzi. «

Associare, associare, associare, tatto è in questa

parola.

Le società secreto danno una forza invincibile

al partito, c

hc^H|ajMMH^BM^H|Mnete di vederle

divise; più elleno

si divideranno, mèglio riusciranno. Tutte vanno allo stesso scopo per differenti strade. Il

secreto sarà spesso violato ; tanto meglio: è necessario il

secreto per dare tranquillità ai

saria

membri ;

è neces-

una certa trasparenza per dare paura agli sta-

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!

352 zionari. Quando un gran numero d’associati , ricevendo la

parola d’ordine per diffondere un’idea e farne

l’o-

pinione pubblica, potranno concertarsi per un movi-

mento troveranno il vecchio edifìzio traforato da tutte parti, e cadente, come per miracolo, al menomo sof,

fio

del progresso. Maraviglieranno eglino stessi di ve-

dere fuggir davanti alla sola potenza dell’opinione, re, signori, ricchi, preti, edifìzio sociale (1).

che formavano

vecchio

il

— Coraggio e perseveranza!

»

(1) Avete inteso? Non sono i soli gesuiti clic dovevano cadere, ma i re, » signori, i ricchi , i preti ; tutto questo

vecchio edifìzio sociale doveva seppellirsi nelle rovine. Ecco

nei re, nei signori, nei ricchi, nei preti, l’obbietto della

santa crociata, della santa guerra (finita

la

santa guerra

coll’Austria) , ed infine la santa unità e fratellanza italiana!

non sarebbe mancala la sua parte: I.a SAINTE GUILLOTINE va tous Ics jours. Marquis comtes, procureurs montent sur madame. Così scriveva Maignet, uno della Convenzione, onorato d’ una missione in VaiAlla santa ghigliottina

,

chiusa

:

cosi gli amatori del popolo ed

i

restauratori del-

l’ordine sociale intendono la libertà, l'eguaglianza, la fra-

Non vi dimenticate che Lesseps chiamava Nerone moderno il Mazzini, e che di Neroni è pieno il mondo dei ternità

socialisti.

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INDICE

Capitoli

I.

Mire

,

ed agonie della Repubblica italiana

III

sin

Pag.

dalla nascita II.

Sue origini S’inaugura la Costituente romana

IV. Preliminari della Repubblica

»

...»

romana

.

.

»

V. Si disputatali’ ora e sul modo di spogliare ilpapa»

I

5

9 13 17

VI. Influenze repubblicane s’infiltrano nella Camera

subalpina VII.

»

La questione papale

sciogliesi

nella

Camera

subalpina colla teorica del comuniSmo

.

»

Vili. Gli accademici oppugnanti la sovranità del papa »

Uno sguardo istorico, teorico epolitico sulpapato » X. ParallelodellaCostituente romana edellaCamera

IX.

subalpina XI. Gli scomunicati a messa e al

Te Deum

.

»

38

»

»

42 46 50 54 58

»

62

»

X V. Nega^ la società XVI. Nega il popolo

:

XVII. Gradi della rivoluzione europea

.

» »

...» 66

XVIII. Le cospirazioni

»

XIX. 1 cospiratori . XX. Le alleanze rivoluzionarie XXI. Primi semi del comuniSmo italiano .

XXII. Ateismo sociale XXIII. Conseguenze dell'ateismo sociale XXIV. Ateismo officiale del Piemonte XXV. Ateismo e comuniSmo parlamentare .

.

25 29 33

.

Formala repubblicana Dio ed il popolo XIII. La Repubblica nega Dio XIV. Nega la chiesa XII.

20

.

.

.

» »

.

.

.

.

.

11

»

81

»

85 89 93 97

...» ...» ,

'0 “3

»

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Capitoli

WVl. Si spoglia la chiesa de' suoi beni

poi della

,

Pag. 101

libertà e della fede

XXVII. Le mani morte XXVIII. Proprietà ecclesiastica

» »

XXIX. Abolizione della proprietà ecclesiastica XXX. Una parola ai sovrani XXXI. Insegnamento rivoluzionario

.

105

109

»

113

»

117

»

121

XXXII. Una parola ai governi sull' educazione e tulli’

*126

insegnamento

XXXIII. Rea indole dei governi popolari

...» 130 ...» 134

.

XXXIV. Caducità dei governi democratici

XXXV. La sovranità popolare nella pratica XXXVI. La sovranità popolare nella teorica

.

.

»

.

.

»

139 144

XXX VII. Errori e conseguenze della sovranità popolare » 149 XXXVIII. Tirannide della sovranità popolare

.

XXXIX. Incapacità politica del popolo sovrano

.

»

153

.

»

157

XL. Altre incapacità politiche del popolo sovrano » 162 XLI. Il suffragio popolare perde la società . XLII. Vera e falsa sovranità

.

XLUI. Il diritto delle insurrezioni XLIV. Il rispetto della sovranità

XLV. Nostri errori politici

»

166

»

170

»

175

»

180 185

»

...»

XLVI. Si ripiglia la guerra. 20 marzo 190 XLVII. Nostra sconfitta. Rinunzia di Carlo Alberto. 23 marzo » 194

XLV III. Reminiscenze e dolori: intervento a Roma

»

XLIX. Perche Roma non risponda all'intervento

»

L.

Questione papale

»

198 203 207

212 216 219 LIV. Due partiti in Roma: 1° Mazzinisli puri » 224 2” » LV. » Mamianisli » 228 LVI. Prime difese di Roma » 232 LVII. Bugie latrocinii sacrilegi » 237 LVIII. Le grandi bugie, orrori disperazioni » 244 LIX. Ipocrisie, astuzie, trattative » 250 LI. Pensieri sull intervento

LII.

»

La repubblica romana apostolica

LIII. Pio

IX è impossibile a Roma

.

.

.

....

»

»

i

i

,

.

,

,

.

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Capitoli

LX. Ultime bugie

,

angustie e caduta di Rama Pag. 2 ;i 5

LXI. La_ città eterna

»

sr.fl

LX1I. Che farà il papa ?

»

LXIII. Politica europea

»

264 270

LXIV. Ex fu!

»

e il

15 luglio

.

.

.

LXV. Motuproprio del 12 settembre Continua LXVI. » Continua » LXVII. .

LXVIII. I confederali della giovine Italia

.

„

.

.

.

»

.

»

226 282 286

.

»

201

206

.

LXIX. Condizioni della pace negli stali romani. Il Papa cammini civilmente 1 * Condizione :

e politicamente col secolo

LXX.

2 a Condizione

:

»

303

Secolarizzazione compiuta del

governo romano nei principii e nelle persone» 308

LXXI. 3* Condizione Rappresentanza nazionale » 317 » 322 LXX11. 4 a Condizione: Nazionalità italiana » 328 LXX11I. Riepilogo dei fatti e sentenza finale » 335 LXX IV. Forza del papato chi lo tocca, perirà :

.

,

:

LXXY. Conclusione

.

.

.

»

341

APPENDICE. / capi del socialismo italiano , risiedenti in

Francia, ai

loro fratelli nella penisola : ossia la storia della rivo -

luzione italiana del 1848 e 1849, descritta nel 1846 »

345

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