LA
REPUBBLICA ITALIANA DEL 1849
SUO
PROCESSO
TORINO STAMPERIA REAI.E 1850
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PROEMIO DELLA SECONDA EDIZIONE.
Si
cercano
ropee, e
la
le
origini delle rivoluzioni eu-
principale non vuoisi vedere là
dove essa giace realmente,
nella
Monarchia
rivoluzionaria.
Monarchia rivoluzionaria diciamo quella che o per l’usurpata dominazione, o per
sia tale le
sue instituzioni (monarchia cinta d’institu-
o per le dottrine rivolutollerate. Una può essere rivoluzionaria
zioni repubblicane),
zionarie da essa
professate o
monarchia assoluta
massime e lo vedremo. La fiaccola da Lutero lanciata sull’Europa era eminentemente rivoluzionaria, struggendo nelle sue
il
;
principio dell’autorità negli ordini religiosi,
civili
e morali,
e inaugurando per
legge lo spirito privato,
il
somma
quale risolvesi per
logica necessità nell’individualismo e nel nul-
lismo sociale. Nella dotta Germania, questo spirito privato
generò il razionalismo che,
può definire un vandalismo religioso,
si
filoso-
fico e politico; nell’opulenta Inghilterra levò
seggio
il
dorato egoismo; e nella Francia
produsse
il
comuniSmo, ultima conseguenza
in
del sistema che annullava
ogni principio di
Fermiamoci
ed autoritativa.
legale
giustizia
sulla Francia. 11
demone
ruggiva sotto
rivoluzionario
trono di Luigi XIV;
il
con Luigi XV, il pessimo dei monarchi; a lembo a lembo troncava il potere e poi la testa al troppo facile Luigi XVI, e imperava. Imperava sopra un trono di cadaveri la scure del nella reggia
saliva
,
carnefice alla mano: « l’unica sua instituzione
era
ghigliottina ,
la
lungo assassinio, dini.
»
suo governo
il
Napoleone arriva:
viene dall’Egitto.
Il
bolo
al
fa salire la
trono, e
le
da lungi,
egli viene
vincitore dell’Italia per-
cuote colla punta della spada
Repubblica,
era un
dice l’autore dei Giron-
la
moribonda
rivoluzione dal pati-
cinge
la
fronte del dia-
dema imperiale. La monarchia fondata da Napoleone era il vertice della gloria e della potenza rivoluzionaria. Egli passa come una meteora, schiaccia le
genti con piede di ferro,
di lui
il
di
lui
niente!
suo nome, fatale: la
non ha avi, non
il niente! dopo Che legherà alla Francia? Il sua tomba, e il dono il piu
ha discendenti. Avanti
la
monarchia rivoluzionaria.
Luigi XVIII la eredita tutta lacera e stanca, e
dopo tre lustri la rivoluzione caccia il mo-
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narca. II Re Cittadino , dalla seducente parola, dall’astuzia profonda , dai sogni dorati , è co-
ronato. Un esercito valoroso , esperti generali,
una forte polizia, una un devoto parlamento, ingegni
invincibili fortificazioni ,
rieca finanza,
eminenti che impugnano
redini
del go-
verno, perchè non salvano reietto
di luglio,
la
le
monarchia del 1830? Perchè, oltre a tutte
le precedenti,
era rivoluzionaria quella
narchia, tra per
la
mo-
sua origine e per le in-
stituzioni e per le dottrine. Laffitte aveva in-
timato a Luigi Filippo:
La corona o un pas-
saporto! Luigi Filippo pigliava la corona dalle
mani il
della rivoluzione:
il
24 febbraio 1848,
Re Cittadino, umiliato e fuggitivo, partiva
dalla Francia senza corona e senza passaporto.
Sull’ingresso del trono egli aveva detto per ironia, e fu profezia: Je suis
républiquc.
questa
I
un poni vers la
sovrani e le nazioni intendano
parola:
le
monarchie fondate sopra
dottrine e instiluzioni rivoluzionarie, sono un
ponte alla repubblica.
La monarchia rivoluzionaria, cacciata dalla Francia, passa
le Alpi,
e ferma
il
piede e la
stanza in Italia: in questa povera e cieca Italia,
e
che
si
veste dei cenci altrui, e
si
vanta
antichi
errori
si
crede sovrana.
Tutti
della
F rancia sono
impiantati nell’Italia dai
pseudomoderati,
alleati
gli
e precursori dei maz-
ziniani: sovranità popolare , re cittadino , <jo-
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verno democratico , monarchia cinta diminu-
mano in mano
zioni repubblicane ; e così di si
spacciano
gressi,
i
ai
gonzi,
balsami e
rivoluzionaria.
d’ Italia,
divengono un ponte
e pro-
novità
vecchiumi della Francia
La rivoluzione sale
monarchie
colle
i
come
alla
Un’èra nuova precipita
le
groppa
in
quali esse pure
repubblica italiana. sull’ Italia:
conces-
sioni, riforme, statuti, s'improvvisano,
si
lan-
ciano colla velocità del fulmine sulle concitate moltitudini.
cipizio?
I
È un progresso od un pre-
sovrani governano
popoli trascinano
i
sovrani?
popoli, o i i La sovranità è
nella reggia, nei ministeri e nei parlamenti,
o nei
circoli e nelle piazze? Tutti la preten-
dono, ognuno se la piglia: essa è in ogni dove fuorché nella reggia. Il ponte è fatto: nel gennaio 1849 repubblica in Roma, nel febbraio repubblica a Firenze, nel marzo repubblica a Genova; e Torino e il Piemonte scampano quasi per miracolo dalla rete repubblicana che avvolge tutta l’Italia, tranne quella parte dove un principe ebbe intelletto
e
mano da frenarla. Passi
la
repubblica d 5 un Washington,
dicano rivoluzioni quelle
peo, zini
di Siila, di
Mario:
di
si
Cesare, di Pom-
ma l’opera dei Maz-
e dei Garibaldi, coll’aggiunta dei Reta,
dei Morchio, dei Pigli e dei Guerrazzi, è che un’orgia ed
non
un baccanale. Noi chiame-
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remo tuttavia quell’oscenità politica ed i suoi preliminari e le sue ramificazioni e le dipen-
denze, Repubblica Italiana.
A questa noi rivolgemmo plicammo la mano. Sdegnati
di
tanta
la mente,
empietà
e di
e ap-
sì
gravi
onte accumulate sull’Italia, noi venivamo re-
gistrandone
i
sommi capi,
e
discutendo
le
da cui emanavano. Desiderammo il pennello di Tacito, nè al terribile Allighieri sarebbe mancata la materia d’ un nuovo Inferno. Troppo inferiori alla grandezza degli dottrine
eventi, alla
non ci ritraemmo tuttavia dal mandar
pubblica luce quello che noi stessi ab-
biamo veduto, sentito e pensato mentre quelli si
Abbiam veduto
maturavano.
forse
casi
i
più gravi che mai agitassero le sorti italiane ;
abbiam sentite le emozioni più profonde che sia capace di generare amor di patria e di religione, squarciate e messe in fondo; abbiam pensato, ed il pensier nostro alla luce del vero eterno ha bilanciate le ragioni dei popoli e dei sovrani.
Processo storico degli avvenimenti, processo logico e discursivo delle ragioni politi-
che, ecco l’indole e il metodo di questa scrittura. Nella quale non la parte
alla
abbiam voluto separare
narrativa dalla politica, per lasciare
medesima
la
naturale integrità,
il
corso
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movenza
e la
un dramma che svolgevast
di
ad un tempo nei fatti e nelle dottrine. Il punto della nostra partenza è l’inaugurazione della Repubblica
ma
il
Romana e Toscana,
discorso comprende quasi
sYolgersi
del tragico avvenimento.
intiero
lo
Dopo
la
catastrofe parrà lieve merito l’averla ad ogni
passo presentita e preconizzata, ma non parrà lieve
il
coraggio cittadino che
in sì gran fer-
mento e acerbità d’opinioni adoperammo nel descrivere e pubblicare per la prima volta, quasi
di
giorno
in
giorno ,
la
reità
del
dramma e la certezza della catastrofe. Che volemmo conseguire? Veleggiando nella tempesta, volemmo con forte animo gridare che mala via si teneva; e poiché ci vedemmo dalla furia del vento lanciati negli scogli, di tratto
in
tratto
alzammo un faro che desse
lume ai seguenti. Per ora il naufragio è consumato, ma lunga seguenza di dolori peserà sullltalia. Le libertà strappate per voltarle in licenza hanno introdotto nelle terre italiane tutte le malvagità sociali che
il
protestantismo,
il
raziona-
lismo, il giansenismo, il volterianismo, e l’ulil socialismo ed il comuniSmo, avevano sparse in altri stati. Anzi Roma,
tima loro prole,
il
centro e la grande rocca del catlolicismo,
e per conseguenza
l’Italia
in ogni sua parte,
è divenuta la terra sventurata sulla quale in-
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tendono di accamparsi tutte le ire secolari per venire a battaglia grossa e finale contro
E
la religione e la società.
una Potenza ha
nell’Europa, d’una politica infernale, che
le
ammanta del suo patrocinio, e le pasce coll’oro 1
che strappa alle viscere de’suoi
governi
sol
italiani
da lungi
civile
la
danno segno
di
figliuoli!
presentire
sovversione morale, religiosa,
e politica ond’è minacciata l’Italia? Dio
ha una tazza appresta
ai
terribile
popoli ed
che nella sua collera ai
loro conduttori, la
tazza del sopore: Calicem furoris Domini, calicem soporis. Voglia Iddio che noi
non be-
viamo a quella tazza!
A quella certamente hanno bevuto le monarchie rivoluzionarie:
ossia
le
monarchie,
che insorgendo esse stesse contro la libertà e la disciplina della Chiesa, mossero col loro
esempio
popoli ad insorgere e usurpare sul
i
principato; le monarchie, che per guadagnarsi l’aura
ed
il
favore rivoluzionario, protessero
del loro proprio favore le persone e le dot-
o apertamente carezzano per cecità o per debolezza lasciandone ingrossare la piena ; le monarchie infine,
trine rivoluzionarie,
dole,
che nelle leggi o nei costumi lasciarono infiltrarsi
gli
occulti veleni che a
poco a poco
dilatandosi officialmente per la via di un de-
pravato insegnamento, divenuto un turpe monopolio dello stato e regia officina di veleni.
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o per la licenziosità non meno turpe della stampa, corrosero e infracidarono colla vita dei popoli la pianta salutare
del principato.
Ecco dove condussero e conducono il mondo le
monarchie rivoluzionarie.
Eppure vorrebbesi nell’alma Roma, instaurata novellamente col Pontefice una
rivoluzionaria! rialzare nel
E nella Francia
si
monarchia studia di
Conte di Parigi una monarchia
ri-
voluzionaria, nella cui ombra tornino a ricoverarsi
i
così detti uomini dell ordine , ’
cioè
coloro che sognano di poter disciplinare la rivoluzione, conciliando l’ordine col disordine.
E forse l’Italia vorrebbe adagiarsi nella stessa barca.
Ma perchè P Italia che non ha guari vantava (anche troppo) un suo primato morale
e civile fra le nazioni, o compieva o lasciava
compiere verso il PonteGce quel parricidio che la copriva d’infamia, e colmava il mondo
Ah P Italia non è empia, nè parricida, nè sacrilega! La
di lutto e di desolazione?
così
demagogia italiana signoreggiò e ammorbò l’Italia, non è però essa l’Italia: bensì l’Italia fu colpevole nell'alimentare dottrine rivoluzio-
narie verso
la
religione,
le
quali
diventano
sempre ribelli al principato. Queste dottrine sono il gallicanismo che irrompeva da una parte, mentre
il
nismo invadevano
giuseppismo e dall’altra.
il
febbronia-
Ecco la sorgente
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più occulta e forse la più larga delle sventure di cui
furono cagione e poi vittima
le
mo-
narchie italiane.
La vanità di Luigi XIV nel primeggiare sui vescovi e sul papa, e nel tirare a sè l’inse-
gnamento e la intinto
disciplina ecclesiastica, aveva
gli alti spiriti
e di Carlo Emanuele simi
di III,
Vittorio
Amedeo lì
principi religiosis-
ma non previdenti quanto veleno si a-
scondesse nel gallicanismo regio e parlamentario di quel secolo, e che le corone dei mo-
narchi
non per altro levavansi cosi
in
alto,
se non per lasciarle piombare nel fango. Quella
tabe gallicana inspirava poi nel Piemonte diffidenza verso le leggi,
la
l’insegnamento, e la prammatica dei
legali : la qual pernicie fu la religione dei
baudi.
la
Corte Romana, inspirava
meno sensibile per
magistrati e dei principi sa-
Eguali e peggiori dottrine vincevano
l’opposto lembo italiano, e da Pietro Gian-
none, con noiosa
prolissità e colla mala fede
dei giansenisti e dei febbroniani, furono es-
poste
nella
Storia di Napoli,
continuata e
rimpinzata da Colletta e da altri. Leopoldo di
Firenze , il Giuseppe li della Toscana, e il suo conciliabolo di Pistoia, saranno per sempre di ricordanza dolorosa
all’ Italia.
Finalmente
non mancava neppur 1’ Austria di versare a fiotti l’arcigno giuseppismo nelle regioni del suo dominio.
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Questi errori che ferivano
l’Italia nei
due
capi, nel centro e ne’fìanchi, generarono per la
via delle leggi e dell'insegnamento, un’in-
tluenza tanto più fatale,
recidendo
il
quanto che non
in
primato apostolico, lo compri-
mevano tuttavia, l’angustiavano, Io taglieggiavano, mentre in assai parli disciplinari aper-
tamente lo avversavano. Le due classi piu alte della società, la magistratura ed
furono attinte: bersagliata
che sofìsticamente
si
il
clero, ne
corte romana,
la
predicava distinta dal
papato; studiato ogni cavillo a fomentare ruggini e discordie
tra la Chiesa
e
1’
Imperio;
permesso l’aggredire il papato e non mai il difenderlo; ed infine, insinuata la sudditanza del papa al concilio, sentenza repubblicana che doveva sciogliere il principato civile dopo avere svelta la modalle leggi sulla stampa
narchia ecclesiastica.
Le monarchie italiane, i governi e le accademie promossero, -or più or meno, queste teoriche rivoluzionarie verso la Chiesa ed il papato.
La fede restava nelle menti, ma
grandi inspirazioni cattoliche
si
quasi disparvero
italiani.
dai
cuori
le
restrinsero e
Perciò
stette l’Italia senza pensiero e senza affetto,
quando il turbine trasportava il Vaticano, muta essa sola mentre
il
mondo levava un urlo di
spavento; e senza decoro, e vili e indegni gli
uomini che riempivano
il
seggio dei governi
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e dei parlamenti. Moderati c demagoghi, cattolici
si davan la mano. raccogliemmo dalle nostre dot-
e socialisti
Tali fratti trine, e
raccoglieremo finché duri la pianta
li
avvelenata, che ora vegeta più terribilmente
all’ombra della licenza civile e dei pretesi diritti
monarchia ,
della
alla
quale dissennali
consiglieri continuano a scavare
i
fondamenti.
Ai rivoltosi fedifragi, ai socialisti, ai comunisti,
nulla
abbiamo a dire; ma a voi prin-
cipi, a voi ministri, a voi magistrati, diciamo
con patria libertà: Deh non insorgete coutro la Chiesa, se non volete trarre i popoli ad insorgere contro di voi; venerate la Chiesa, rispettate
il
duplice magisterio del Pontefice,
non urtate questa colonua che Dio ha fondata e che ornai resta quasi sola a sostegno vostro e dei popoli
nello
Principi e governi!
sfasciarsi
della
società.
non è vinta la rivoluzione,
se cacciata dalle piazze, ella vi siede a’fianchi, e regna nelle idee, nelle leggi, nei par-
lamenti.
Voi insorgeste contro
della Chiesa,
la
sovranità
ed i popoli insorsero contro la
vostra sovranità; voi insorgeste contro le instituzioni e le proprietà ecclesiastiche, ed il popolo insurge contro le civili instituzioni, e
bandisce la legge agraria, e chiama latrocinio ricchezza e la proprietà; voi di mano in mano esiliaste la Chiesa dalla vita intellettiva e morale dei popoli, guardandola come un’anla
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cella del trono, e
i
demagoghi popolari umi-
liarono e avvilirono la maestà dei troni per ischiantarli
e gettarne
la
polvere
ai
quattro
Ora una voce, la voce dei fatti, intuona al mondo: 0 il principato ritraendosi dalle orme rivoluzionarie, torna sull’intera via venti.
dell’ordine cattolico e civile, o la rivoluzione
cammina, e
il
principato sarà sciolto, e i di-
scendenti di Mazzini e di Proudhon
si
assi-
deranno sulle rovine della società a celebrarne i
funerali.
Mazzini,
il
crudele triumviro, già profugo
da Roma, con tale fiducia rincorava e rinfiam-
mava
la santa alleanza
religione e
il
dei popoli contra la
principato:
«
faccia, la vittoria è nostra.
Oggi checche
si
Nè leghe di prin-
nè artificii o persecuzioni di papi, possono ormai far altro che ritardarla e renderla
cipi,
più sanguinosa. Rapircela, non è dato a potenza umana. » La speranza del demagogo non resterà senza fondamento, se
i
principi ed i
governi continueranno a servirgli da precursori
nel battere
quasi in breccia
1’
autorità
della Chiesa e la maestà del trono pontificale.
Perciò noi denudammo questa piaga, atterrili all’abisso alla
che si spalancava
ai
nostri piedi, e
rovina ancora più grande che ci sovrasta.
governi proseguiranno ad alimentarci Se seno il fermento delle rivoluzioni, e pari
nel
ticolarmente per le vie moltiplici dell’insegna-
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mento, divenuto già blica officina
in
molti stali una pub-
di veleni;
impugneranno le
se
redini del politico reggimento uomini patteggianti colle rivoluzioni;
se
non ne verranno
chiuse prontamente le fonti, noi temiamo di
aver descritto
ai
posteri
in
questo libro
solo principio delle nostre sventure.
1
gennaio 1850
il
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LA REPUBBLICA ITALIANA
PARTE PRIMA.
SUO PROCESSO
CAPITOLO I. SUE MIRE, E SUE AGONIE SIN DALLA NASCITA.
La turba repubblicana sarà paga dell’Italia centrale, di Firenze e di Roma?
No certamente: ella si chiama
e vuol essere Repubblica Italiana, ed ha per fonda-
mento la Costituente già inaugurata sul Campidoglio. Ben è vero che Dio ha cominciato a dividere e confondere le lingue della nuova Babele, ed il loro ardimento gli ha spinti a gettar la maschera. Mamiani e Mazzini erano i due condottieri dell’impresa: quello, animo più versatile e potente, questo, più franco e più audace. 11 Mamiani, più abile, più astuto e più profondo di tutti gli Italiani ha sempre dato opera di minare sordamente la sovranità del ,
Papa, guerreggiando quel Principe al quale era debitore della vita civile e
troncasse nisola,
dell’ autorità
suo intendimento che
così era
i
nervi bel bello a tutti
finché
il
principato
si
ministeriale.
E
la Costituente Italiana i
sovrani della pe-
concentrasse in
una
Dieta repubblicana. Mazzini, al contrario, colta l'op-
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2 portunità dei tumulti livornesi e della ribellione ro-
mana, opera Tana e l’altra de’suoi seguaci, si slanciò congiungere
allo scopo, anelante di
al
nucleo repub-
blicano Genova, Torino e Napoli.
mazziniano se ne adontò forte il Mamiani, miglior calcolatore dei mezzi, e più liun degli divinatore eventi. Perocché, nel 6 febbraio egli « Proclamare la dediceva alla Costituente Romana cadenza del Papa non dipende unicamente da voi nè Del
procedere
,
:
dai vostri decreti,
ma dalla Costituente Italiana. » E
dichiarava doversi prima aspettare che
il
potere dei
Papi venisse in massima parte delegato alle assemblee e che l'opinione pubblica confermasse quella decadenza. Egual giuoco dovevasi fare agli altri sovrani. 1 mazzinisti ed i bonapartisti non si acquietarono, e, prima di fermare il piede, fecero il salto. Ora il salto è spiccato; ma una profonda scissura travaglia i radicali, c la povera Babele è malfondata e minaccia. Mamiani l’ha detto della Toscana: > Tanto è facile imporle qualunque forma di governo quanto ,
,
è
difficile
il
conservarla.
»
Lo stesso puoi dire della
Repubblica Romana. Due aborti mal concepiti, mal generati, macchiati d’infamie e agonizzanti sin dalla nascita.
Nel peusiero di Mamiani
la
Costituente Ita-
liana era la buona madre che doveva concepirli, uniraffazzonarli, estenderli ancora, coprirne di qualche apparente legalità l’origine adultera, e metterli alla luce in un giorno dato. iicarli,
Mamiani avrebbe anche rinunziato al titolo di Repubblica , sperando che tati
di prestar
il
loro
i
sovrani si sarebbero conten-
nome, niente più che il puro
nome, ad una Dieta Italiana con poteri repubblicani; e questo tempo non lo credeva lontano. Ecco le sue parole: « 11 danno d’ Italia si è che più volte ella intraprende e comincia quello che altrove è finito; ella procaccia
di
rialzar quelle
insegne che altrove
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3 ella per sua sventura non sa ben conè il tempo, nè l’occasione. » Gran verità! La
sono cadute; gliere
Francia ripudia quasi la rivoluzione di febbraio
,
rico-
verandosi all’ombra di un nome tutt’aitro che repubbli-
Là cade o si scolora il vessillo repubblicano. E una mano d’uomini pretende che quell’albero isteri-
cano.
e maledetto dall’universalità della nazione
lito
debba
attecchire sul suolo italiano. In Roma ed in Toscana protesta contro la febbre repubblicana un dolore universale,
cui
non valgono a comprimere
repressioni che vi esercitano trade.
«
i
le
barbare
despoti di quelle con-
Nè il Piemonte, dice con verità il Mamiani,
può dimenticare giammai che per la spada,
pel va-
lore e per la sagacia dei principi suoi , sia divenuto
un popolo che ha molta dignità, molta forza, e molta importanza fra gli in
per efad avere
altri, e che è giunto oggi,
fetto di belle vittorie e di nobili conquiste,
mano la più gran parte dei destini della penisola. »
Or pensate che il Piemonte, nel quale s’incarnarono da secoli queste tradizioni , possa ripudiarle di tratto per darsi in braccio a uomini nuovi, fantastici, privi d’ogni temperanza civile, senza fede al giuramento che gli stringeva ai loro Principi, ingrati agli uomini e a Dio? I novatori politici hanno dunque uno scopo comune verso l’Italia, cioè esautorare
i
sovrani e pigliarsi
il
comando sotto il nome della Costituente Italiana. Ma si divisero in due schiere in quanto alla Romagna. Gli uni, camminando per una linea retta, vollero chiamarla di slancio Repubblica, usurpando a sèi! solito pretesto della sovranità popolare ; gli altri, più esperti,
anelavano allo stesso One, ma più velatamente e quasi per una curva. Lo disse il Mamiani in quel famoso discorso dell’8 febbraio:
«
11
risorgimento dei popoli
mai non procede su d’ una linea continuamente dima invece può essere asritta ed eguale a se stessa somigliato ad una gran curva. » Altri l’avea già pa;
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4 ragonato ad una spirale, la quale pare che accenni da una parte e tosto si rivolge dall’ altra; pare che indietreggi , e sempre si avanza. Gli uomini della curva e della spirale sarebbero riusciti
mille tanti più infausti all’Italia, inquanto che
la loro politica
rincontro
i
era più volpina e macchiavellica: di
mazzinisti improvvisarono la loro repub-
blica, ma improvvisarono una rovina; violarono troppo
apertamente diritti pubblici da non poter restare invendicati, atteso le 'presenti condizioni europee, ed apersero una via troppo grande
all’
intervento stra-
niero.
Sia pur vero che
1’
audacia ed' il successo abbiano
acquistato nuovi proseliti al mazzinismo; e sono
coloro che
gridano
ora sinonimi
le
la
tali
Costituente Italiana, essendo
parole di Costituente e di Repubblica;
e sono pur
tali quelli che
governi
repubbliche di Roma e di Toscana , perchè
il
le
riconoscerlo suona ora
vorrebbero riconosciute dai
come il professare una me-
desimezza di principii. Ciò possono fare menti cieche, o gravemente inferme per passioni politiche;
facendo, aumenterebbero solo
il
degl’infermi, e per ciò aumenterebbero della rovina; essi si
biasi
ed
i
ma ciò
numero dei ciechi e gli
elementi
governi che vi aderissero, anche
sprofonderebbero nella rovina, lnsomma ab-
per fermo che le repubbliche italiane sono una
anticaglia del medio evo, capaci solo d’immiserire e di straziare di bel nuovo l’Italia , senza potervi pigliare
nè ordine, nè consistenza; che una repubblica Una la diversa autonomia dei
è impossibile in Italia per
popoli che la abitano; e che tutti
i
repubblicani, tra
sinceri e ipocriti, sono utopisti e fanno castelli in aria.
Una cosa sola non è castello in aria: la miseria del popolo,' la
e questa è,
quale è più grande, e di-
venterà spaventevole. Prestito volontario , prestito forzato, imposizioni duplicate e triplicate, carta
mone-
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5 tata ,
commercio languente
,
lavoro mancante agli ope-
rai , le famiglie desolate , le braccia tolte alla coltura
dei
campi per darle alle armi
un piede
,
di guerra
nè la guerra, nè la pace, un’ansia dolorosa e tremenda in tutte le anime , una intollerabile senza avere
trepidazione indefinita, quali
non vedi nè
il
fluttuare dei governi,
un’ aspettazione di guai, dei
fondo, nè le conseguenze; il
succedersi ad ogni
il
ora dei
governanti, segno evidente, o della loro ambizione, o della loro imperizia, o della loro incoerenza e re-
pugnanza, o di tutte queste cagioni ad una volta ; ed infine un dividersi e un battagliare intestino della famiglia italiana: ecco la realtà delle nostre condizioni politiche e civili.
Ma questo è principio di dolori: si abbuia una gran notte sui governi e sui popoli; speriamo che sarà breve, e rifulgerà più chiaro
il
sole della
Pre-
videnza.
CAPITOLO
II.
SUE ORIGINI.
Non
si
pensi
che
il
repubblicanismo italiano na-
scesse in Italia colle recentissime repubbliche di Roma
e di Firenze. All’opposto era esso l’antico voto di a-
nimi ardentissimi, esasperati dall’esilio e tormentati dall’ambizione; e differenziavansi in ciò che
gli
uni
monarchie italiane, gli altri carezzando e adulando le monarchie si sarebDa querepubbliche. bero studiati di convertirleàn sto vario pensare si spiega il perchè ad un tempo si avrebbero di
tratto rovesciate le
scagliassero accuse ed improperii contro
i
sovrani, e
loro si profondessero le più vili e nauseanti adulazioni.
Lo stesso Mazzini, che nel 1848 deponeva l’ultimo
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,
6 lembo della maschera, scriveva ancora nel 1846 che nei grandi paesi
si
dee procedere alla rigenerazione
mezzo del popolo, ma in mezzo dei principi, del papa, di qualche nobile amante di potenza e di gloria e dei sacerdoti
(cioè alla repubblica) per Italia per
,
somiglianti al Savonarola.
11
popolo si piglierebbe con
certe parole magiche, libertà, diritti
dell’
uomo, pro-
gresso, uguaglianza, fratellanza; specialmente quando
opponessero le parole
si
di
dispotismo,
di privilegi
di tirannia, di schiavitù, ecc. L’ essenziale è,
Mazzini, che
sconosciuto: non lasciam
passo da farsi.
diceva
termino della grande rivoluzione sia
il
mai vedere che
E conchiudeva che
il
il
primo
vecchio edifizio
sarebbesi trovato un bel giorno tutto traforato e ca-
dente come per incanto: cioè con tutte
le monarchie,
ed in capo a tutte la monarchia pontificale. Daremo fra i documenti quell’ intera Circolare di Mazzini agli amici d’Italia, e si
due anni prima, canismo italiano.
vedranno descritte a capello,
le rivoluzioni
eseguite dal repubbli-
Ed era necessario che il Mazzini avesse una gran confidenza nell’attività de’ suoi
affigliati,
o piuttosto
nella cecità e nella codardia degl’italiani,
quando nel
marzo del 1848,
alla testa di alcuni associati, diceva
Fu già una Roma una Roma pontificale, or non sarà più una Roma popolare. E varcava le Alpi e Milano diventava per lui un focolare repdbblieano mentre il sangue piemontese si spargeva sui campi lombardi. al governo provvisorio di Francia:
imperiale, fu
che
,
,
Da quell’ ora vedemmo crescere quasi parallelo il doppio fenomeno: 1° aggrandirsi e camminar sempre più libera e audace
1’
idea repubblicana, che in so-
stanza non era e non è d’altro colore l’idea rivoluzionaria 2° crescere in proporzione i fatui elogi di al;
cune monarchie italiane, mentre a vista d’occhio se ne scalzavano e crollavano i fondamenti. L’abisso era
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7 preparato da lunga mano, e vi fu trascinato il soglio
inerme Sacerdote e del debole Leopoldo. È ora colmo quell’abisso? anzi è spalancato più che mai. Lo copre un velo, ed è la Costituente Italiana. Roma dell’
significa Italia, l’Italia repubblicana.
Seguitiamo
la storia.
Questa invasione repubblicana
prorompeva contra il Quiriualo nel di 16 novembre, condotta dalla forza brutale, e inaugurata col sangue di
un ministro e
un
di
prelato.
Togliete
il
velo a
quella insurrezione , la più barbara e la più scellerata dei tempi
moderni, e la troverete schiettamente re-
pubblicana. Si , per confessione de’ suoi autori voleva
1’
esautorazione del Papa
;
£ ne sarà convinto
repubblicano.
,
essa
ed era ciò un atto il
lettore se
vorrà
attendere ad alcuni passi di quel discorso bizzarro e
audace, onde il signor Armellini, ministro degli interni, apriva nel 5 febbraio la Costituente Romana. L’audace ministro, falsando la mente, il governo e i
motivi della partenza di Pio IX, viene sciorinando
che t popoli non sono prebende di una gerarchia nè dote
un sacerdozio, il che vuol dire eh’ è una tirannia ogni principato sia laicale che sacerdotale, confonde il governo legittimo col tirannico , spianta ogni genere
di
di
monarchia e fonda il puro repubblicanismo; anzi
quel principio spianta perfino il governo repubblicano, perchè se l’obbedire legalmente ad un governo significa esser
prebenda e dote di quel governo, non resta 1’ anarchia. L’ audace Ministro
altro di liberale che
proseguiva: Dio ha creato i popoli liberi: nessuna be-
stemmia più insana della pretesa di applicare alle corone l'impronta del diritto divino. Il che vuol dire che è una bestemmia
obbedire
il
precetto sociale ed evangelico di
alle podestà legittimamente costituite, e sarà
lecito agli Armellini e consorti
loro piaccia
dire che Pio
i
governi
civili.
il
rovesciare quando a
L’ audace
fa grazia di
IX era stato educato nel mondo e non
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,
8 ne’chiostri , ove tintpira e profetta la religione non del
vangelo,
ma della inquisizione e del bigoUitmo
,
e che
da lui incominciate doveva finire anche un altro elemento che eccitava le antipatie più profonde, la monarchia teocratica e il governo clericale. L’oratore perde la bussola; la monarchia di Pio IX non era
eolie riforme
niente teocratica,
era civilissima e costituzionale, e
non suscitava altre antipatie che l’ira e l’avidità dei repubblicani. L’oratore mentisce quando afferma che quella Costituzione era stata una prometta ogni giorno violata, una menzogna; e che dopo la partenza, Pio IX non ammetteva mezzi di riconciliazione. Le quali sono
ciance ridicole per coprire l’enormità della ribellione.
Chi patteggia, chi si riconcilia cogli assassini? Ma in* fine che pretendevasi in quel nerissimo giorno dei 16 novembre? Si pretendeva che Pio sotto il nome della
Costituente Italiana inaugurasse dal Vaticano la re-
pubblica italiana:
La Costituente italiana
dice Armel-
era un pensiero generale (nei repubblicani), era ttata la parola d'ordine del movimento del 16 novembre. lini,'
Abdicazione dei poteri sovrani nelle mani d’una Co-
un completo suicidio della sovranità Papa, ecco una grande confessione che mette al nudo la natura di quell’assalto dato al Quirinale, as-
stituente, cioè
del
salto
e latrocinio sostanzialmente repubblicano ;
ed
ecco pure una evidente giustificazione della fuga di
Pio
IX, trovatosi al bivio o della partenza o d’ una
concessione repubblicana, opposta al giuramento che lo
legava
al
trono pontificale.
Paragonando gli eventi, troveremo che camminavano i tumulti della Toscana e di Genova, che repubblicano sin da principio era il paralleli con quei di Roma
Ministero e la Costituente di Guerrazzi e Montanelli, e che sono ora
una cosa stessa per tutta ITtaiia, Co-
stituente e Repubblica Italiana.
Pertanto, quando nella seduta del 23 febbraio un
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9 Deputato piemontese ci veniva a contare pacatamente che ii movimento che agita l’Italia non è repubblicano, ci faceva rincrescere di non vedere nelle sue parole ciò
che osservano persino i poeti,
la verisimiglianza.
Noi
conchiudiamo dai fatti che la rivoluzione non è più altro che repubblicana; e che Pio non fu già pontefice ostinato, come quel Deputato ingiustamente lo regalava, ma ch’egli non potè conce-
al contrario
italiana
dere agli usurpatori l’ultima reliquia del suo principato.
CAPITOLO III. s’inaugura la. costituente romana.
No, non poteva Pio IX concedere agli usurpatori l’ultimo
lembo della sua porpora reale.
Non poteva come Pontéfice, non poteva come PrinCome Pontefice aveva un giuramento che 1’ a-
cipe.
stringeva di conservare alla Chiesa quella sovrana in-
dipendenza, che nelle odierne condizioni non è solo
un decoro, ma quasi una necessità per mantener libero il magistero spirituale verso i principi della terra, e libere sino alle estreme parti del mondo lazioni e la sua influenza.
s’inquietavano
i
le sue re-
Del qual magistero poco
repubblicani:
ma Pio e l’orbe intiero
giudicano con altri occhi e con altra lance.
Non poteva come Principe: perchè
il
Principe è
tutore e padre della nazione , e sarebbe scelleratezza 1’
abbandonarla spontaneamente alla rapacità di una
piccola e turpe fazione ; e turpe e rapacissima era la
Roma. In quei pochi non era Roma, non
fazione di
eran i
le
provincie ; quei pochi erano
partecipi dell’ assassinio ,
pubblico,
i
i
i
macchinatori o
sovvertitori dell’ ordine
fabbri di guai e di dolori. Concedere
il
comando della nazione a uomini di simil pasta e po-
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10
an tradire il mandalo che il Principe da Dio e dalla nazione. Armato, avrebbe dovuto
diissimi, era tiene
respingere
la
forza colla forza; quella era giusta di-
fesa del diritto suo proprio e della nazione; inerme,
non poteva che fuggire. Blaterino i parlamenti ed i non convinceranno che 1’ aggressione del 16 novembre non sia un assassinio del Principe com-
giornalisti:
messo da pochi
Pio
alla luco del giorno.
IX doveva
respingerli da Gaeta, perchè tu non hai debita di ve-
nire a patti con chi
ti
spoglia e
ti
caccia dalla tua *
Pio IX, non avendo altre armi che
casa.
la
scomu-
nica, doveva adoperarla.
Tale era l'origine nefanda della Repubblica Romana, quale, isolata dalle potenze europee, da nissun governo riconosciuta, e da tutti esecrata, non avrà altro
la
assenso che di coloro
una
vii
i
quali stimano esser le nazioni
preda degli usurpatori.
Ma il voto universale e la Costituente Romana? Il
vota universale fu un’impostura. Rapita la cosa
pubblica, gli audacissimi usurpavano
sulla
nazione
eome avevano usurpato sul Principe. 11 partito repubblicano corre
rano,
si
la città
sciolgono
i
e
le
provincie,
ninnici pii,
dano, si compra e si vende, si
dilatano
le aflìgliazioni ,
rete repubblicana
il
le
i
buoni si
riti-
autorità si riman-
si minaccia e si
lusinga,
potere è nei circoli , la
si tesse e si distende
per tutto.
Non
mai il voto universale giuoco una sì turpe commedia come nella Romagna. Le bugie dei giornali furono sfacciate su questo punto come sugli altri. Il vero è che non si ottenne un quinto dei suffragi, e che una grandissima parte eran nulli formalmente o forzati.
Dunque? Dunque la Costituente Romana è tutta opera dei faziosi novembristi, e la figlia non ha mag-
La stessa famondo, la promulga;
gior decoro nè legittimità che la madre.
zione che, senza un’autorità al la stessa fazione
che si distende in mille fili, e, come
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Googl
ir non si stanca, non piega, attiva le forze, si collega, ed insomma fa
dice Armellini nel discorso inaugurale,
tuo di tutti i mezzi ( violenti e rivoluzionari) per riuscire, vincere e trionfare.
Tale è la Costituente Romana
nella sua origine e ne’ suoi mezzi ; tutti
il
piò illegale di
conciliaboli.
i
Tullio, quel grande repubblicano, di cui
duta la semenza, specialmente in
si
è per-
Roma, faceva
le
meraviglie di ciò che quei maiuscoli impostori, che
dicevano auguri ed erano saltimbanchi, tenessero le risa guatandosi l’un l’altro. Tu, o lettore, che sai
si
vita e miracoli di
Roma, credi
piuttosto gl’ invasori del
tu
che
i
signori, o
Campidoglio possano frenar
le risa quando si mitriano e s’incensano quai veri
presentanti del gran popolo
esempio,
il
rap-
romano? Quando, per non
signor Armellini, con grande iato e
minor sopracciglio, portava loro quella prima parola, il dì 5 di febbraio: »
La grand’opera, l’opera della nostra redenzione
è compiuta ( come l’Italia è ben redenta!). Quale spettacolo maestoso, quello d’ una vera (!!!) Rappresentanza del popolo il
!
Noi tutti siamo superbi di salutarvi:
Governo provvisorio si compiace d’inchinarsi reve-
rente al vostro cospetto (inchinatevi anche voi, o colonne del Campidoglio!).
Quanto ci è costata, o con-
cittadini, questa convocazione!
quanto di aver gua-
rentito la libertà (cioè la schiavitù) delle elezioni , di
aver lottato contro
gli ostacoli di chi
fremeva e tre-
mava al pensiero della vostra onnipotenza (usurpata c tirannica )!
Tutti gli occhi con ansiosa attenzione si
volgevano al Campidoglio per ammirare ( ossia per ridere), come dopo tanti secoli questa città, questa eterna
Roma (ossia i pochi Bruti che si chiaman Roma )
si ridesti
fuori
il
da un sonno lungo come la morte a metter
possente anelito di una seconda vita (che è
forsennatezza e delirio ), che sarà, lo assicuriamo, im-
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12 mortale {così assicuravano gli auguri, di cui rideva Cicerone). •
A questi lampi di eloquenza forse avresti veduto sfavillare
i
volti,
non le coscienze di quei repubblicani;
ma a qualche astante occorsero alla memoria e quasi vennero sul labbro que’versi: Vidi un pavon col suo leggiadro Girsi pavoneggiando, e
ammanto
non temeva
mondo andasse in volta tutto quanto.
Se’l
Noi pure che non potemmo beatificarci nell’udire,
ma sol nel leggere quell’inaugurale o piuttosto augurale
vedemmo pompa di quel-
discorso dell’ Armellini, noi pure ci
dentro tutta spiegata 1’
uccello.
la
vanità e la
E perocché esso porta la sua maggior su-
perbia nella coda, vedi qua proprio che
il
discorso
termina come la coda del pavone • 11 nostro popolo, primo in Italia che si è trovato libero, vi ha chiamati sul Campidoglio a inaugurare una nuova èra alla patria, a sottrarla dal giogo interno e straniero, a :
una nazione, a purificarla dalla gradelle recenti menzogne costituzionali. * Fa conto, o lettore, che queste non sian altro che le sommità pompeggienti nella coda del pavone, e spalanca gli occhi per fissarli nel centro: • Voi siedete o cittadini , fra i sepolcri di due grandi
ricostituirla in
vità dell’antica tirannide, e
,
epoche. Dall’una parte vi stanno
le rovine dell 'Italia
dei Cesari, dall’altra le rovine de\V Italia dei Papi.
A
voi tocca elevare un edifìcio che possa posare su quelle
macerie, e
1'
opera della vita non sembri minore di
quella della morte, e possa fiammeggiare degnamente
dorme il fulmine deli’ Italia del popolo. Dopo ciò noi inauguriamo i vostri immortali lavori
sul terreno ove
sotto gli auspicii di queste lia e
Popolo.
due immortali parole
:
Ita-
»
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Googl
;
13
Or non penserai che l’aquila repubblicana si è conun pavone? Ma non vedi quei brutti piedi coi non velano abbastanza nè le ali nè la coda dell’animale? Attendi, e te ne farò comprendere la devertita in
,
formità fra poco.
CAPITOLO IV. ,
t
-
PRELIMINARI DELLA REPUBBLICA ROMANA.
Degli antichi Romani ci lasciò scritto Sallustio che fondarono la Repubblica faticando dei nuovi si dirà tra non molto che la inventarono chiaccherando. Perocché se gli antichi diedero a quella il vedere acuto e
potente nerbo dell’aquila
il
pria le penne e
i
,
i
nuovi danno alla pro-
piedi del pavone.
Le penne già hai veduto, mio gentil lettore, essere i
vanti famosi di quei
famosissimi repubblicani se-
denti o passeggiane nel Campidoglio. All’ udirli,
la
grand? opera, l’opera della redenzione italiana è compiuta; tutto
il
mondo
gli
ammira, ammira
il
Campidoglio,
ammira la Città eterna, l’eterna Roma, che si
racco-
glie tutta nelle loro lingue; essi seggono alteramente
fra
i
sepolcri di due grandi epoche, fra le rovine del-
f Italia de Cesari e fra le rovine dell'Italia de’ Papi. Tu crederesti per poco gli espugnatori di Cartagine: eppure non espugnarono altro che uri Pontefice inerme, non tinsero il ferro conquistatore che nel sangue di un ministro e di alcuni sacerdoti, non conoscono le austere virtù, l’astinenza, la prudenza, l’equità, il valore degli antichi repubblicani, e, se pur meritarono una qualche corona fu nell’appiccar le fiamme ad una porta del Quirinale, e nel pigliar d’assalto
li
,
alcune chiese o conventi di frati. Ecco i vanti e le opere dei nuovi Alcidi, donde crederesti più possibile a rinnovarsi il ratto delle Sabine che il trionfo dei nemici.
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14
Ma osserva qae’piedi, bada a quelle ultime parole di Armellini: I’Italia
del popolo.
.
.
Italia e Popolo.
È questa la pura e cruda forinola mazziniana
è que-
,
sta la formale condanna delle monarchie costituzionali:
Piemonte
,
Napoli e Toscana si cacciano fra le macerie
dei Cesari e dei Papi.
E ciò si diceva nell’inaugurare
Romana, che ad ogni modo si voleva
la Costituente
estendere in Costituente Italiana per proclamare in un bel tratto la
decadenza dei Sovrani e la Repubblica
Italiana. Ciò è negato dai furbi e dagli imbecilli,
pure è un
fatto istorico
ma
appoggiato a documenti.
Era già un fatto evidente che da più lustri si soffiava sull’Italia un’aura repubblicana, e che il maggior impeto
Papi,
rivolgeva contro il potere temporale dei
si
ma non si pronunciava
la
fatai parola.
Come
abbiam veduto, già nel 1846 avvertiva il Mazzini che nell’Italia si doveva procedere alla rigenerazione non per mezzo del popolo, ma per mezzo dei Principi, del Papa, e di qualche nobile, non escludendone il clero, cioè qualche nuovo Savonarola, o qualche Arnaldo da Brescia. E così avvenne sulle prime: bandiere, inni, lodi ai principi, insani festeggiamenti, che mostravano l’àrtifizio, e sotto l’artitizio
il
tradimento. Un po’avanti,
Gregorio XVI e i principi suoi contemporanei, veduto
non ardirono por mano alle riforme. Ma
il
pericolo,
le
riforme vennero; vennero da Pio IX e dagli altri
sovrani, e furono legittime. Si volle pigliar di fianco
tempesta per signoreggiarla e si sarebbe domata, che anzi cangiata in un progresso civile, se i popoli la
,
italiani avessero coi loro principi avuto animo e tem-
peranza da fermarsi a tempo, coltivare il bene, sceverarlo dal male, e comprimere con mano potente
il
che imperversava. Sgraziatamente questa virtù mancò alla nazione. I liberali moderati e capaci furono flutto
rimossi dalle cariche
da ogni parte
,
;
uomini ardentissimi traforarono la stampa ed il comando;
occuparono
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15 la
nazione si tacque, compresa da nn presentimento
iunesto, da
un terrore inesplicabile ed universale
1
Il
.
partito repubblicano correva e trionfava.
Le riforme , che dovrebbero esser prima scolpite e maturate nell’ educazione e nei costumi dei popoli e poi formolate in leggi e recate sulla carta, s’improv-
visavano in qualche ora della notte e si pubblicavano al
domani.
partito
Il
le
accoglieva con fragorosi
aj»-
plausi, ma non si acquietava, e a nuove concessionisuc-
cedevano sempre nuove domande. Niente è lo Statuto, già si vuole la Costituente. Così i mazziniani, cioè
i
mente;
puri repubblicani , facevano la lor via trionfal«
l’essenziale è, diceva Mazzini, che il termine
ultimo della rivoluzione sia sconosciuto.
»
Frattanto la trama repubblicana si spingeva al Campidoglio per collocarvi
il
seggio
dell’i<fl/»a del Popolo,
e la decadenza del Papa diventava inevitabile. I Romani avean combattuta la famosa giornata di Vicenza; erano aperte le vie a tutti i Romani per arruolarsi sotto la bandiera di Carlo Alberto; ma essi convenivan rari, perchè la missione e la gloria militare di Roma è passala. Finalmente si vuol romperla con Pio IX e prepararne la decadenza. Gli si fa dunque il dilemma, ,
o di bandire la Crociata o di esser dichiarato traditore della patria.
Ma il Papa non può sancire le violenze
rivoluzionarie
e dell’Italia.
,
nè benedire
il
macello del suo popolo
Che importa? Per far un traditore, basta
oggi bandirlo per tale, e Pio IX fu dichiarato traditore della patria.
Ma qui nuova diilìcoltà. Salvo
i
pochi fanatici,
il
pubblico che adorava Pio IX non si sarebbe ingozzata quella taccia;
il
pubblico vedeva che il savio Pontefice
era nei limiti dello Statuto, che stimava bene
gli e-
non doveva cimentare il suo popolo, la sua dignità, la sua coscienza per compiacere ai repubventi, e che
blicani, cho troppo aveano spiegato
il
disegno fatale
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16 per camminare di-
di servirsi del Papa e dei Principi
ritto all’unità repubblicana. II pubblico si sarebbe dun-
que dichiarato per Pio IX. Questa difficoltà era grande: Mazzini l’avrebbe troncata con un taglio di spada Mamiani si tolse di scioglierla coll’astuzia. Egli preparò e venne avanzando la mina sotto il trono del Pontefice, del quale era ad un tempo ministro e traditore. Coll'astuto programma del 5 giugno 1848, egli dava un terribile assalto al potere del Papa e noi incontanente ;
,
l’avvertivamo.
La turba gridava colla voce del mae-
Abbasso i preti, abbasso i cardinali ; vogliamo Pio IX, Pio IX solo. Quello era uno scalzare dei naturali conforti il trono pontificale per ischiantarlo, e disporre la via al governo repubblicano, il grido di guerra, promosso con infernale accanimento contra il clero in tutta la Penisola , mirava pure a quello scopo perchè, messo al bando d’ingesuitato o
stro:
:
di affigliato al gesuitismo
il
clero e l’episcopato
(
salvi
sempre i Savonarola), quell’accusa, che secondo i mazzinisti doveva suonare la peggior delle infamie, riusciva poi naturalmente sul capo del Pontefice.
plomazia europea già fin d’ allora era
La di-
al corrente di
quest’assedio, che ogni dì si avanzava e stringeva più
da presso tutto
il
il
Vaticano.
1
tempi correvano
tristi
per
mondo, ma per Roma erano sì turbinosi che
già varie nazioni cattoliche, la Francia specialmente
e la Spagna , aveano emanato gli ordini opportuni per
mettere in salvo , ad ogni occorrenza
Papa. Mamiani cedeva
il
posto,
si
,
la
persona del
trasportava
aTo-
rino, e, combinata dalla lontana, scoppiava finalmente la
feroce tragedia di novembre.
In questa guisa la repubblica, tra mazzinista e ma-
mianista,
camminava in diverse fasi, ma camminava
sempre. La storia dirà in disteso ciò che ora ci contentiamo di accennare. Ma torniamo alla Costituente
Romana, e n’avrai un egregio documento.
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17
CAPITOLO V. SI
DISPUTA SULL’ORA E SUL MODO DI SPOGLIARE IL PAPA.
A convincere che già da lungo tempo tificio
il
trono pon-
era sentenziato al taglio fatale dagl’ ipocriti e
dagli aperti repubblicani; che non si attendeva che un
pretesto per far iscoppiare la congiura rivoluzionaria, nella quale convenivano le fazioni d’ogni colore; e che
non furono altro che pretesti tutte
le
colpe che ven-
nero apposte a Pio IX; a ciò tutto convincere ci soccorre
un documento irrefragabile.
Appena erasi aperta la Costituente Romana partiti , cioè
i
mamianisti ed i mazzinisti
,
;
i
due
bollivano a
fronte e a contatto l’uno dell’altro; la passione è al
colmo, il dado è pronto, bisogna gittarlo. Allora sorge il rappresentante Audinot, e dice fra le altre cose: «
Egli è certo, o signori,
che in
altri
tempi non
molto da noi lontani poteva forse un Pontefice, anche in virtù del potere teocratico, colla grandezza delle vedute, spargere immensi benefìzi di civiltà sui popoli governati; poteva, dico, un Pontefice inspirato dai principii eterni del Vangelo, fraternità ed eguaglianza,
e dall’ idea complessiva e sintetica del cattolicismo,
salvare il mondo dalle procelle, e dire alla democrazia: Sit temperante; ai Principi: Siate giusti.
Ma dopo feb-
braio, dopo la rivoluzione di Francia, questa incompatibilità diviene più sensibile, più grave, diritto di sovranità,
perchè il
che sino allora risiedeva di fatto
nei Principi, fu riconosciuto nelle nazioni.
Da
quel
giorno, signori, fu assai più difficile l’antico connubio
due podestà. » Ecco il mamianista, cauto, accurato, flessibile, ma aperto quanto basti per dire che almeno dal febbraio 1848 era pronunciata l’incompatibilità del Sovrano nel
delle
Papa. Tuttavia
il
sagace oratore propone ancora di 2
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18 conservare
il
soglio pontificale;
ma sapete come? di-
chiarando per sempre impossibile questo potere quando non abbia per base della propria autorità il voto espresso
Vedete il tranello? Si voleva
della sovranità nazionale.
gittare per fondamento della Costituente Romana quella
sovranità nazionale o popolare, affinchè una Costituente
nazionale, ossia italiana, potesse decretare
mento della sovranità pontificale:
il
il
decadi-
che è nella so-
ma in ciò si specificava che
stanza l’idea mazziniana,
le parole decadimento e repubblica si dovessero affidare,
per una maggiore solennità e maggior forza nel pericolo , ad un’Assemblea non esclusivamente romana, ma
universalmente italiana. Mamianisti adunque e mazzinisti
convenivano nel farla finita col Papa; e di Maz-
zini specialmente sappiamo come il suo repubblicanismo sia di
lunga data.
Le seguenti parole
,
onde l’oratore dichiara
i
suoi
sensi e prevede i pericoli dell’impeto mazzinista, sono
poi
tant’ oro
per
la
ragione politica e per
la storia.
Raccogliamole accuratamente: « Signori, io vi propongo nel restante dell’ordinamento politico dello Stato di rimettervi in tutto alla
Costituente italiana. Così
,
o signori , voi rendete con voi
solidale l’Italia delle grandi determinazioni che sieno rese
necessarie , e non resteremo isolati e soli in tanto conflitto,
nel quale mal potreste sostenere l’urto d’Europa se non yì appoggiate almeno all’Italia, che deve essere con noi
in ogni nostra determinazione. Ciò non facendo, o si-
gnori , correte due pericoli:
il primo di far intervenire anche una volta l’Europa nei nostri interessi, e di ren-
dervi colpevoli di quella colpa di cui furono i Pontefici
accusati ; l’altro di gettare forse nuovi semi di di-
visione negli Stati italiani e
tra
i
popoli italiani al
momento di ricominciare una guerra che pur dee servire al riscatto della nazione.
«
Queste parole sono vere , sono giudiziose, quantun-
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.
19
quenon siano probe, nè generose, mirando esse, non a difendere
il
diritto dell’oppresso Pontetice,
ma ad
assicurare il colpo che doveva troncarne il potere. Una gran cecità doveva al certo pesare éu quelle menti
che non le compresero. Ma vedremo fra poco il Piemonte ebbe luce da comprenderle. Dio lascia acciecar le genti cui esso vuol punire! Constolide
che neppure tinuiamo.
E qui non conviene dissimularlo, o signori, la
«
questione del
Papato è questione che interessa tutta l’Eu-
ropa cattolica, lo comprendo , o signori che niuna nazione al mondo ha diritto di dirci : Voi che possedete ,
Papa come principe voi dovete essere una nazione d’iloti . Ma pur troppo è vero che anche i principii il
,
.
fondamentali riconosciuti dalle
dalle
nazioni sono violati
medesime a danno altrui; o quando gl’interessi
loro sono attaccati,
i
governi delle nazioni transigono
allora; e quante volte noi l’abbiamo provato!
E affermo
di
nuovo che il portar l’azione dell’Europa in Italia,
il
portarla nello Stato Romano per opera nostra , senza
assicurarci il concorso
dell' Italia stessa,
sarebbe forse
rinnovare quella colpa che per tanto tempo abbiamo, e giustamente, attribuito al Papato.
»
Simili timori e trepidazioni manifestano che l’oratore
vedeva
il
terreno ardente in cui
pubblica, e
il
si
slanciava la Re-
caos in cui ella s’inghiottiva.
Ma sovra-
namente ridicolo era il dire che Roma sarehbe una nazione d’iloti per avere il Papa un Papa che fu i! primo riformatore e l’ inauguratore delle libertà italiane. Quanto Roma e l’Italia sarebbero più lontane dal ,
pericolo di perdere le libertà acquistate se avessero
imitato la prudenza di Pio IX! Osserviamo per ora che il signor Audinot fu il più antiveggente repubbli-
cano che sedesse nella Costituente Romana. Egli ser guita: «
In
’
Roma, o signori, la Repubblica sarebbe ne-
Digitized by
,
20 cessa riamente espansiva.
Da
espansione egli è
tale
certo che gF interessi piemontesi sarebbero allarmati, e
porterebbe probabilmente
là
la dissoluzione di
quel-
r unico esercito che pure è in presenza del nemico. D’altro lato noi potremmo forse ottenere il vantaggio di sommovere a nostro favore la nazione napolitano, mentre
il
governo ci è oggi nemico.
Ma questa speranza
non è che una incognita, mentre dall’ altro lato il danno sarebbe certo. Nè mi si opponga che la Costituente italiana è_un fatto incerto, un fatto rimesso a termine indefinito. » Qui l’oratore esorta di sollecitare i
popoli italiani a raccogliere la Costituente che dovrà
assumersi di detronizzare
il
Papa, allontanando così
quel crimine di alto tradimento dalla Costituente Ro-
mana per incaricarlo a tutti gli Italiani. Il
progetto era sottilmente pensato.
certato
il
disegno dei furbi,
i
Ma Dio ha scon-
mamianisti
ebbero il
sottovento, i mazzinisti hanno trionfato, la Repubblica fu proclamata.
Vedremo come l’idea mazzinista passasse da Roma a Torino.
Il lettore si ricordi di questo capitolo,
per-
chè dopo una breve esposizione dei discorsi pronunciati dai deputati piemontesi , recheremo a confronto la Costituente
Romana e la Camera Subalpina.
CAPITOLO VI. INFLUENZE REPUBBLICANE S’INFILTRANO NELLA CAMERA SUBALPINA.
Al piano generale d’una Giovine Europa cioè d’una Europa rivoluzionaria,, si connetteva il piano della Giovine Italia. Le mene, raggiri e le violenze hanno creato sull’Italia una rete e un’atmosfera onde furono i
impigliate ed invase,
anche a loro insaputa, nobili
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21 menti italiane; e ci dolse il vederne intinti non pochi deputati subalpini. Dichiariamo di non volerne cercare gli
ma di restringerci alle loro parole che ab-
animi ,
biamo il diritto di esaminare. E prendiamo in considerazione
i
dibattimenti sulla risposta al discorso della
Corona. Il
Senato del Piemonte reca nelle sue discussioni
quella gravità e decenza, quella nobiltà, quel senno e quell’acume, che sono
i frutti di un’educazione che venne maturando nella teorica e nella pratica di buon fine le nazioni. Là con dotti e nobili ragionamenti furono convinti i diritti della Santa Sede, cui un’orda di faziosi usurpa e manomette; là fu intesa quella massima suprema della politica che non fallirà mai, perchè divina: Iustitia elevat gentes; massima a cui fa mal viso la folta turba macchiavellistica massima
si
quella giustizia civile e politica che conduce a
;
che fonda
le
nazioni, e le preserva dalle basse
come
dalle alle ingiustizie.
A questa massima urtava di fronte una gran parte della nostra Camera elettiva , disputando sulla pronun-
IX; e dal deputato Josti abbiam udito con fremito d’indegnazione questa immociata decadenza di Pio
rale sentenza,
alla
quale già preludeva il deputato purché quest’Italia sorga dal sepol-
Lanza:
«
Per me
cro, io
1’
accetto con tutte le sue corone, con quella
,
anche col pugnale di Bruto » (27 Povera Italia come sarai esecrata dagli uomini e da Dio se non dovessi risorgere che col pugnale dell’assassinio! Non è dunque più nulla la giusola dei Cesari od febb.).
stizia delle genti?
,
Nulla il patto che stringe la fami-
glia civile, così che abbia licenza di scioglierlo chiun-
que abbia un pugnale? Eccoci con tali teoriche ben al di là della sovranità popolare, al di là degl’instituti repubblicani; eccoci al diritto assoluto dell’indivi-
duo,
alla sovranità brutale dei leoni e delle tigri, cioè
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22 ai compiuto scioglimento della società umana. Nel quale
procedimento non vedi solo uno sprazzo repubblicana,
d’ influenza
ma la feroce teorica diObbes: guerra
omnium in omnet. Vero è che la Camera pose avanti un altro princi-
di tutti contro tutti, bellum
pio: Il diritto che
hanno
Morti civili e politiche:
i
popoli di governare
le
loro
donde si volle conchiudere che
sia legittima l’esautorazione del Pontefice,
e l’inaugu-
Ma questo princi-
razione della Repubblica di Roma.
pio consacrerebbe pur esso la ribellione e l’anarchia,
qualunque volta una fazione tiranna, usurpando il nome del popolo, si ribella all’ordine costituito; e che tale sia
il
caso di Roma segue dalla nostra precedente
narrazione, e non può negarlo se non chi o cospiri coi rivoltosi, o soggiaccia ad
una immensa cecità, o
ad una immensa passione. Sono impertanto ben misere e false le parole del deputato violato la nazionalità ; Pio IX
Lanza : • Pio IX ha ha cessato d’esser cit-
tadino italiano; il suo traviamento è immenso. .
.
Roma
abbandonata e tradita dal suo principe non ebbe altro scampo che nella Repubblica » (27 febb.). Il lettore che ci ha seguiti finora è già al caso di comprendere da sè tutta l’inverecondia di queste accuse, le quali per la semplice e nuda esposizione dei fatti vengono a ritorcersi contro
i
perfidi usurpatori.
La questione dai fatti particolari
,
non voluti cono-
scere, anzi pessimamente stravolti , passava all’incom-
governo spirituale col temporale; e dal deputato Brofferio raccogliemmo queste sentenze: « 1 successori di S. Pietro debbono possedere l’eredità di S. Pietro che è la povertà. I mercanti del tempio si rifuggirono nel Vaticano per far traffico del Vangelo. La religione non fu mai più fulgida come sotto le scuri dei Neroni, allorché il trono dei Pontepatibilità del
—
—
—
fici
era nelle solitudini delle catacombe
rona era quella del martirio. »
,
e la loro co-
Non è a dire che fra-
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23 gorosi e prolungati applausi coronarono l’oratore.
neppur è a dire
,
Ma
chi sia un tantino versato nella sto-
ria, essere queste le solite e fecciose cantilene dei pa-
terini, dei protestanti, e di tutti gli sragionatori irreligiosi
cipii
ed
incivili.
Prego il lettore di badare ai prin-
ed alle conseguenze. I successori di S. Pietro debl’eredità di S. Pietro. Magnificamente!
bono possedere
Dunque tutta la Chiesa torni alla povertà primitiva, e resti nuda come fu da principio: eccoti la conseguenza che spoglia d’ ogni suo bene la Chiesa, e la condanna a ripigliare i sandali di S. Pietro e i calici di legno. Anzi, rientri nelle catacombe, ricada sotto e tornino ad essere sua corona la spada dei Neroni le spine od il martirio. A ciò conduce la logica rivo,
Diremo più in là, come ciò sia il puro comuniSmo. Vedi, o lettore, come da costoro si rappresenti a meraviglia la cattolica e civile nazione subalpina. Pur luzionaria dell’avvocato Brofferio.
troppo è vero! Questi millantatori della sovranità popolare se la racchiudono tutta in corpo, non hanno riguardo alle idee di giustizia universale o nazionale, e
ti
dicono ad ogni tratto l’insolente parola:
La na-
zione siamo noi , la nazione veda coi nostri occhi e pensi
colla nostra testa. I vili! gli arroganti!
Ma, in grazia, nostri Onorevoli, quando le vostre parole offendono
il
senno pubblico
,
che non si racco-
nè in voi, nè in quelle compre e indisciplinate gallerie che applaudono alle dicerie altisocomunque ne sia scapestrata la senfrementi nanti o glie già tutto
,
tenza; quando voi benedite , v’inginocchiate, stendete
ad una fazione evidentemente usurpatrice e sacrilega,, non condecorata di altro merito che di chiamarsi Repubblica Romana; quando voi, predicando la legittimità di questa demagogia repubblicana , venite a consacrare per una conseguenza inevitabile lo sterminio di ogni governo legale e il trionfo dell’anarle braccia
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chia ;
quando voi con questa logica rivoluzionaria por-
tate la scure al trono costituzionale a cui avete giu-
rato fedeltà e obbedienza ; se dai vostri principii , vogliate o
non vogliate, si deducessero tali conseguenze,
di grazia , sareste voi
oppur di una fazione?
i
Rappresentanti della nazione
E questa idea, che sarebbe
quella d’una fazione, potreste voi imporla alla gran
maggioranza della nazione? Eia nazione che farebbe allora? Già nell’ultimo luglio il popolo era stanco di voi, uomini senza politica e senza religione, evi cacciava dall’aula della giustizia. Ecco il cimento in cui altra volta si può condurre la cosa pubblica! Ecco la malevola influenza d’una febbre che oscura le menti e perverte
il
sentimento!
Appoggiati impertanto alle ragioni del vero, e testi-
moni
delle
risoluzioni del Senato e del sentimento
universale, protestiamo che
i
principii sovraccennati
Romana e sulla decadenza del Papa dal governo temporale, sono in asulla legittimità della Repubblica
perta contraddizione coi principii incommutabili della giustizia sociale ,
nè sono giustificati dalla teorica della
sovranità popolare, usurpata da uomini egualmente tiranni dei re e dei popoli ; e protestiamo infine che la sapienza subalpina rifiuta tali dottrine e tali appli-
cazioni.
Fra i propugnatori di queste dottrine uno v’ha però, a cui potrebbe acquistar qualche fede la sua appa-
rente moderazione.
Ed egli ci sarà argomento di una
speciale discussione.
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,
25
CAPITOLO VII. LA.
questione papale sciogliesi nella camera subalpina COLLA TEORICA DEL COMUNISMO.
Al tranquillo favellare del deputato Mauri potrebbero i superficiali ed i frivoli lettori concedere quella fede che non possono impetrare le sue argomentazioni;
ed egli spogliando il Papa, corre, come gli altri suoi colleghi , a golfo lanciato in sostegno di quel principio
rivoluzionario che mira ad assimilarsi tutti
gli Stati
italiani, per tutti assorbirli nell’abisso repubblicano.
Concediamo
a lui col grande Agostino
Chiesa di principati e di
civili
contese non
« si
che
la
cura,
rivolta alla città eterna; e pellegrina su questa terra
non domanda che la libertà del passaggio. > Sì, come tutta la beata congrega dei fedeli non pone certamente il suo ultimo flne in cosa di questo altro
la Chiesa
mondo, ma assurge alla città eterna,
in modo però che nel suo mortai pellegrinaggio servesi delle cose
temporali per condurre sè ed
i
suoi alle celestiali
QUONIAM UT1QUE 80CIALI8 EST (AUG., De Civ. Dei XII, 17). Avvertite a questa formola del Santo Padre voi o generosi che nell’ardore della vostra carità vorreste svestire e spolpare la Chiesa per renderla più spirituale: la Chiesa è ancor essa sociale; i suoi ministri ed il suo Capo sono pur essi partecipi della società umana, e di tutti i diritti che ne dimanano; e l’uom ecclesiastico gode diritti civili e inviolabili non meno che il laico. Ora, se il governo dei popoli è pur esso ,
,
,
un diritto fondato sulla duplice sanzione della legge eterna e del patto almeno implicito dei popoli , niuna legge divina nè sociale ne ha escluso
il
Papa; egli ne
è capace come ogni altro.
Due nemici impugnarono già ab antico questa capacità di congiungere (e
non già di mescolare) il go-
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26 verno spiriluale col temporale: cioè l’eresia, vide sempre
la quale
come la regia dignità rendesse più spet-
tabile , più libera e spedita verso l’orbe cattolico Fa-
zione di questo centro universale; e la demagogia re-
pubblicana d’alcuni Italiani i quali
,
credendosi d’aver
ereditato la virtù , la potenza e l’impero di Roma pa-
gana, non cessarono in vari tempi di cospirare per rialzare sulle rovine del Papato quel colosso pagano.
La moderna fazione (non se ne adontino i promotori), la scomunica ,
segregandosi dalla Chiesa per
stante ne’suoi fini e ne’suoi mezzi, figliuola dell’eresia;
e prote-
come vedremo, è
ed è pur figlia della demagogia,
rompendo e calpestando ogni diritto sociale e positivo. Ma come gli antichi demagoghi ed eretici non sono mai giunti a provare o l’insussistenza del diritto pontificio
o
l’
incompatibilità del governo spirituale col
temporale, così
i
non portano nella questione
nostri
più di nerbo o di grazia che
i
comunisti parigini.
Qui s’intendono le due schiere: i comunisti subalbricioli caduti dalla lauta mensa dei
pini raccolgono
i
La questione papale sciogliesi da entrambi colla teorica del comuniSmo. fratelli parigini.
Dicono, per esempio, i fratelli parigini: Ogni uomo ha egual diritto di vivere, di respirare, di possedere in questo mondo, dunque non han valore i contratti civili nè gli atti pubblici nè i testamenti degl’indivi,
,
dui , riguardanti liani e
dicono
:
la proprietà.
Applicano i fratelli ita-
son liberi e hanno diritto di
I popoli
governarsi a loro libito dunque non hanno valore i che gli stringono ai voleri sovrani: dunque è legittima la Repubblica romana, fiorentina, e quante vorranno sorgere nell’ universo. Questo è il sommo capo della teorica comunista, che si vela, si ammanta, si rammorbidisce, ma che è pur tale nella sua selvaggia nudità; ed è quel puro radicalismo che, condotto di conseguenza in conseguenza, annulla ogni :
patti politici
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27 patto civile e politico, e tornerebbe logicamente la so-
Perocché la società è un fatto, un fatto positivo della famiglia umana; un fatto che cietà nella barbarie.
abbraccia una serie di e
•
fatti successivi
e tradizionali,
fondato sulle leggi eterne della giustizia divina,
scolpita indelebilmente nel cuore dell’umanità.
Or se
dite che questi patti tra cittadini e cittadini, tra popoli e governanti,
ripugnano alla libertà e all’eguasi nell’ uno che nell’ altro caso
glianza naturale, voi schiantate
quel fondamento
di
eterna sul
giustizia
quale solo può sussistere la società.
Ma
il
governo
temporale dei Papi è uno di questi fatti sociali, è un patto solenne, inaugurato dalla libera volontà del po-
polo romano che, abbandonato dagli eunuchi di Bisanzio, innalzò
il
trono pontificale per evadersi dalla
irrompente barbarie. Carlomagno ed
i
successori vi-
dero quel diritto e lo confermarono; e la tradizione e il consenso di undici o dodici secoli ne fecero un che non ha pari l’udiritto così sacro ed universale ,
non ci vuol meno di un comuniSmo politico per atterrarlo; tal comuniSmo iodico, che, spogliando il Papa avrà stabilito nella massima la decadenza di tutti i sovrani della terra, e più ancora di niverso, e
,
tutti
i
governi possibili e futuri.
Dicono ancora i comunisti parigini : Cristo fu povero,
un povero fabbro, fabrifilius; or quanto non sarebbe più bello il mondo se per imitarlo fosse abolita la proprietà? Applicano e rispondono
i
fratelli italiani,
e dicono di rispondere con san Bernardo:
« Chi ci darà di vedere la Chiesa di Dio qual era nei giorni
antichi
!
Buoni
fratelli , se
amate di vedere la Chiesa quale
fu nei giorni antichi , bisognerà pure che voi ci diate
opera; che voi cominciate a praticare la povertà di Cristo, l'abnegazione di Cristo, l’umiltà di Cristo; e
facendo ciò non pensereste ad usurpare l’altrui, de-
:
28 porreste certa boria, e sareste più quieti e virtuosi cittadini.
Bisognerà che voi vi acconciate un po’meglio
a quel precetto di Cristo che comanda di obbedire alla
Chiesa ed a Cesare:
ma fin che voi agognerete di ra-
pire il manto a Cesare, e negate obbedienza alla Chiesa
facendovi
etnici e pubblicani, credetelo, voi avete cat-
tiva grazia nel ripigliare l'opera di tutti gli eretici,
quella cioè di rifare sull’antico
il
Papa e la Chiesa.
Signori riformisti , facciamo un patto: torniamo tutti alla povertà, alla castità, all’obbedienza e alla santità
della Chiesa antica, ed allora ripiglierà il Papa (ve ne siam garanti ) i sandali ed il bordone del pescatore. Messo fuor di dubbio il diritto del Papa al governo
temporale , e svelata la cattiva logica di chi lo assalta, crolla l’edifìzio fabbricato dal deputato Mauri , il quale ci
ricanta
il
diritto che tutti i popoli
hanno di disporre
principio che non fa al caso, perchè il popolo romano viveva tranquillo nel reggimento paterno e civilissimo di Pio IX, e così diciam della Toscana; principio che applicandosi ciecamente alle fazioni, come
di sè
pratica oggigiorno, ha sconvolto l’Italia e sconvolgerebbe il mondo; e dà segno d’una grande incapacità
si
intellettuale quel venirlo a friggere e rifriggere in una Camera Costituzionale senza quei limiti che lo preser-
vano dal diventare una fiamma sterminatrice del corpo sociale. Nel rimanente il discorso del signor Mauri si riduce ad alcune speciosità accidentali che non provano contro la tesi generale; e sono: 1° che il miscuglio delle ragioni religiose e civili fu in ogni tempo trista semenza di guai ; 2° Che non intende la Chiesa a temporale dominio, bensì all’impero sugl’intelletti e sulle coscienze, il quale per politici argomenti nè si ottiene nè si conserva; 3° che la Chiesa non ha bisogno di presidii materiali per mantenere ed allargare vegliata e vivificata che è la sua spirituale signoria del continuo dallo spirito di Dio; k° che la nuda mae,
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!
29 stà dei pontificato è più veneranda ai popoli , che non
già cinta dell’aureola d’un dominio temporale, ed in ciò convenire gli uomini più pii e zelanti dell’ unità cattolica; 5° che dalla religiosa e non dalla civile autorità dei Papi emanarono i loro benefìzi sulle nazioni,
ma che per il loro principato civile l’Italia fu triboda lunghi guai. Conchiude il deputato Mauri: « Sia per sempre abolito il principato dei Papi, perchè l’Italia abbia la sua indipendenza. Tale è il voto della commissione e noi non dubitiamo che tale sarà il voto della Camera e del paese» ( applausi vivissimi dalla Camera e dalle gallerie). Povera Camera e polata
,
vere gallerie!
Ripigliamo ad una ad una le osservazioni dell’accademico, che non sono degne d’esser chiamate ragioni d’un uomo politico.
CAPITOLO Vili. GLI ACCADEMICI OPPUGNANTI LA SOVRANITÀ DEL PAPA.
Suonano a quest’ora in varie parti della Francia le grida orrende: Abbasso basso il papa! abbasso
i tiranni!
rallegrata la Cattedrale di
abbasso i preti! ab-
viva la repubblica! viva
il cielo!
Di
la ghigliottina! viva l’inferno
tali
inni
venne pur
Tolosa (Réveil du Midi,
23 février); e non dissimili enormità echeggiarono e furono afiisse in grandi cartelli per le vie di Roma. Così
il
partito che esautorava
figlia dal partito rivoluzionario
il
Papa si collega osi
che vorrebbe esauto-
umana; ed i più innocenti nelle loro intenzioni danno pur mano a quella fazione. Veniamo al deputato Mauri. Di tutte le querele ch’egli move al Papato, neppur una tocca fermamente il diritto principesco dei Papi, rata ogni podestà divina ed
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30 e tutte
si
risolvono in errori storici, od in piati poco
degni d’un’aula legislativa a cui il diritto dee servire di base, indegnissimi poi d’un consesso cattolico , e vituperosi al
nome ed al senno italiano. Saremo laconici
nel rispondere, perchè della Sovranità temporale dei
Papi tratteremo exprofesso altravolta. 1° L’unione dei due poteri nel Papa, per chi sa di grammatica, di storia e un poco di canonica, non è miscuglio delle ragioni religiose e civili
,
ma è go-
verno distinto e proporzionato di entrambe; e non 'ripugna che si trovi nel Papa come non ripugna che un sovrano qualunque eserciti le ragioni domestiche ,
della propria famiglia e quelle dello Stato, quantun-
que le une sian dalle altre distinte. 2° La missione sostanziale della Chiesa è la maanime ma da ciò non segue che i
gistratura delle
;
suoi ministri, perchè dispensano le grazie spirituali,
non abbiano un legittimo possesso delle cose temporali, fosse ancora il governo d’ uno Stato, dacché il carattere spirituale non induce veruna incapacità di possedere diritti ed appartenenze temporali. No, il Papa non tiene da Cristo il governo temporale, ma Io tiene in virtù di quei diritti civili e politici che sono
fondamento della giustizia sociale, e cui una turba può bensì calpestare ma non mai annulha dunque potuto dire agli Apostoli Regnata meum non est de hoc mundo, perchè loro affidava una podestà che veniva dal cielo: ma per altra parte la società civile ha potuto rivestire ed in realtà ha rivestito il Papa di un diritto temporale che viene da questo mondo, perchè di questo mondo è la società che glielo ha dato. Comprenda il lettore queste ragioni tanto semplici quanto vittoriose, e si leverà alto su il
di scellerati
,
lare. Cristo
tutti
i
cavilli dei raggiratori.
3° È vero che la Chiesa non abbisognava assolutamente di rinforzi materiali, è vero che Cristo po-
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31 teva reggerla colla perennità dei miracoli ,
ma osserva
Fénelon che, passata quella prima età in cui tutto era miracolo, ha stabilito la
suo divin fondatore cito
il
Chiesa battesse per lo più
le
Providenza, e camminando fra
vie ordinarie della
gli
uomini non isde-
gnasse niun mezzo confacente alle condizioni umane. Allora l’eloquenza, le arti, le scienze si sposarono al culto della religione; allora
vente rifulsero d’argenti,
i
tabernacoli del Dio vi-
d’ ori e di
gemme, a cui
guardando i moderni lscarioti gridano come l’antico: Ad quid perditio haec? Allora ferme possessioni si aggiudicarono alle chiese ed ai ministri, e per una conseguente gradazione, gliosa providenza,
la più maraviabbian memoria,
la
più soave e
di cui
le storie
veniva tessendo quel pontificale diadema , venerato dal
mondo, e scopo ora a tanta invidia e a tante ire di bastardi italiani. Belli e sottili pensatori! Credete voi
che tutte
le
nazioni del mondo terrebbero oggi un loro rappresentante attorno del Papa,
s’
Pietro e gittasse
Credete voi che egli sarebbe
le
reti ?
egli
ripigliasse
il
libero di comunicare con tutta la cristianità ,
saio di
s’
egli
fosse suddito di quei tristi repubblicani che oggi con-
taminano il Campidoglio e che, regnando Pio IX, già ne intercettavano le lettere e ne violavano i segreti? Credete voi che tutto il mondo cattolico tolleri che
la
parola del loro padre spirituale diventi schiava o passi
per le perfide mani dei rivoluzionari? Ecco una questione europea
non solo ma universale: la Repubblica
Romana ha usurpato sul mondo cattolico, e il mondo cattolico si ridesta e respingerà concorde quell’attentato.
4° Voi dite che alle vostre coscienze apparirebbe più veneranda la nuda maestà del pontificato. Dav-
vero? Pensateci un poco.
A noi si dimostra
il
contra-
Noi vediamo che il nudo Pontefice risiedente a Gaeta ha scomunicato i repubblicani di Roma ed i rio.
32 loro partecipanti, altri anelanti
del
e quelli
li
vediam gaudenti, e gli
a partecipare l’onore degli scomunicati.
È ben vero che
signor Mauri concede al Papa
nudo diadema la facoltà di scagliare l’anatema contro il
l’autocrata conculcatore della Polonia.
Ma, ingrazia,
è di altra tempra l’anatema scagliato dalla Chiesa contro gii autocrati mazziniani, usurpatori e conculcatori del dominio papale?
Vedi qui una tal confessione dalla
quale potrai forse conchiudere che i caporioni repubblicani i
,
avuto nelle unghie il Papa
si farebbero essi
,
regolatori deU’anatema pontificale.
Ma
il
signor Mauri faceva poi ingoiare alle gallerie
ed alla Camera uno svarione troppo madornale, portandole a credere che * tutti i più validi sostenitori dell’ unità cattolica non si mostrarono punto zelatori del principato temporale dei Papi; » salvo però che per questi validi sostenitori non intenda un Sarpi,
marcio protestante in gonna da frate, o un Arnaldo da Brescia, o un Macchiavelli, o qualcuno di quei i sovrani ed elessero di morire scomunicali come pare vogliano fare moderni repubblicani. Non concederò neppur Dante, i la cui mente non vuoisi misurare da qualche accesso torbidi giansenisti che piaggiarono ,
di collera ghibellina.
Per non fare un catalogo citerò
Bossuet e Fleury, due sommità gallicane. Ecco le pa-
1682 * Dio il quale Romana la madre comune di tutti i regni, nel successo dei tempi fosse role di Bossuet nei comizi del
voleva che questa grande Chiesa
:
,
,
indipendente da altro regno temporale, e che la sedia dell’Unità (non repubblicana) sovrastesse a tutte le gelosie di stato, gettò
i
fondamenti di questo gran
disegno per Pipino e Carlomagno. I Papi erano già sovrani prima di Pipino e Carlomagno. Segue poi a 1’ utilità e quasi la necessità di questa indipendenza temporale. Consentono con Bossuet, Leibnitz, Hurter, Hume, ecc. Ma abbiam detto di non
dire Bossuet,
Digitized by
Googl
33 fare
un catalogo
:
a suo tempo tratteremo la questione
istericamente e con qualche rossore degli opponenti. ' 5° Intorno ai beni ed ai mali venuti dal Papato ,
a tutte
il
mondo ed all’Italia particolarmente diremo
una sola parola: Degeneri Italiani, che il sovrano Dante già avvertiva di non esser come pecore matte, consultate i documenti, e vedrete che il Papato ha salvato l’Europa ha creato l’Italia ha creato di pianta la civiltà moderna; o dalla tempesta che già si scaglia dal Settentrione non avremo più fermo riparo che nel ,
,
Papato. I
discorsi recitati dal
24 febbraio
al 1° di
marzo
segneranno una macchia indelebile sulla nostraCamera. I sacerdoti Monti e Pernigotti non han taciuto: l’onore della giornata restò in gran parte ai Savoiardi, quan-
tunque da quel paese della religione e del senno ci sian pur venute alcune stampe alla volteriana. Con-
chiudiamo col veridico Pansoja: « Nella Repubblica romana io vedo la rovina d’Italia; questa Repubblica e l’anarchia sono sinonimi. » L’animoso deputato ebbe l’onore delle fischiate.
A Cesare Balbo daremo il capitolo che segue.
CAPITOLO IX. URO SGUARDO ISTORICO
,
TEORICO E POLITICO SUL PAPATO.
La Nazione, sulla fede di lettere scritte da Roma 24 febbraio, riferiva nel num. 53 che sei emissari, probabilmente già implicati nell’ assassinip del conte Rossi, eran partiti di Roma per uccidere Carlo Alberto e Vincenzo Gioberti, il quale dopo essere stato il
l’idolo del partite rivoluzionario, ora n’è diventato lo
scandalo e l’esecrazione. Sia certo o no il fatto, non sappiamo; ma è naturalissimo che la Repubblica Ros
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3V maria, nata dal pugnale, per vivere qualche ora sia costretta a
mendicar la vita dal pugnale,
li
che torna
ad un
tristo elogio per la Camera Subalpina, la quale sprecò a quel governo usurpatore e promotore d’usur-
pazioni le sue affettate simpatie. La storia non cura gli
nomi dei patrocinatori di questa ingiustizia nama i nomi di Costa di Beauregard, di Despine e di Cesare Balbo saranno registrati con
oscuri
zionale e cattolica,
onore.
Cesare Balbo, l’uomo che ha studiato e non danzato svolge
nella storia,
la
questione del Papato nel tri-
plice verso istorieo , teorico e politico.
Fissando
1’
occhio nella storia, egli vede
come la
potenza temporale dei Papi nascesse preceditrice, cauta , nucleo dell’indipendenza italiana , delle liberty dei. municipi! e delle confederazioni 1
rii
e
IL Egli corre
sul
comunali sotto i Grego-
magno Gregorio VII,
il
vindice delle libertà ecclesiàstiche e civili, sugli italianissimi Alessandro 111 e i due Innocenzi; e di quella
stampa altamente civile e politica afferma essere stati di quelle famosissime generazioni. i Papi
quasi tutti
In quei secoli la potenza temporale dèi Papi fu invasa, fu diminuita, non fu mai assalita nel suo principio,
non fu mai negata, non mai abolita. E come poteva abolirei una potenza nata quasi per miracolo, senz’armi, senza violenze, per libera dedizione de’ popoli, nello
mondo, quando era il Papa l’uuomo capace di dar forme civili al nuovo?
sfasciarsi dell’antico
nico
Ad una Camera meglio veggente avrebbe fatto una impressione solenne la storica conclusione che il mondo cattolico e t l’ltalia principalmente parteciparono
pre
alle condizioni
sem-
e alle sventure dei Pontefici. 11
mondo e l’Italia furono lacerati dal grande scisma al trasportarsi della
Sede in Avignone, che fu la grande
sventura di quei secoli, e chiamata dai contemporanei la nuova cattività di Babilonia; e se l’eresia in-
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35 fetta
qualche membro,
retta
il
lo scisma è tal morbo
corpo intiero della Cattolicità,
e le interne,
il
sangue ed
dere a qual capo debba
il
che ma-
le parti esterne
nervi, senza lasciar ve-
i
membro appartenere. Ai
Papi qualche volta turbolenti, nei
secoli
xv e xvi,
corrispose un’Italia turbatissima ; ai tranquilli un’Italia tranquilla;
a Pio
VI ed
a Pio VII prigioni in
Francia un’Italia captiva di Francia; a Pio
IX rige-
neratore, un’ Italia che voleva rigenerarsi, e
si
sa-
rebbe rigenerata, lui duce, lui pontefice e lui principe. Tu, mio gentil lettore, senza esser deputato avresti saputo dedurre da questa istorica conclusione che il turbare questa Sedia che Dio ha posto a centro dell’Italia e del mondo, è lo stesso che turbare e affliggere le sorti dell’Italia e del mondo. Eppur vedi capacità della Camera! Essa colle sue cento teste, coi suoi ducent’occhi non l’ha veduto. Ma tu sta fermo e vedrai che per colpa degl’italiani sarà aggiunto un a,
nello di più a questa sintetica e terribile conclusione. il Balbo passa alla teorica e alla poliTeoricamente Pietro sarà Pietro, e la Chiesa sarà
Dalla storia tica.
divina senza un soglio terreno.
Ma nel nostro e nei
seguenti secoli la distruzione di questo soglio non sarà ella nociva alla religione, alla civiltà, all’ Italia, a Roma?
A questi punti
il
Balbo chiamava l’attenzione di co-
si erano tanto affrettati di giuocarsi il manto come altri si affrettarono di giuocarsi la tonaca di Gesù tristo. In quanto alla religione, la Camera Subalpina a-
loro che di Pio,
vea già professato di voler richiamare i Papi (i soli Papi , non già i fedeli non già se stessi ) alla povertà ,
come predicavano i zelatori delperò loro avvertire che, posto il
della Chiesa antica, 1’
eresia.
Balbo
fa
Papa nell'altrui dominio, sarebbero inevitabili i pericoli delle elezioni pontificie e degli scismi, e che non
uscirebbe così autentica e libera d’ogni sospetto quella
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36 voce che dev’ essere la maestra dei principi e delle
Che perciò, se non cessa realmente di essere
nazioni.
e di parlare
il
Vicario di Cristo, cessa tuttavia nelle
attuali condizioni la sua irrefragabile autenticità, il
suo libero esercizio.
tore, che
i
ed
Non ti stupirai, mio buon let-
rispetti religiosi non toccassero l’animo dei
Padri sedenti nel nostro Concilio.
Tu sai come trat-
tino la religione.
Non sono meglio alla loro portata le ragioni civili. Francia
Spagna
,
,
Germania Austria America accoil Papa; ma sul,
,
,
glierebbero con onore grandissimo
riverserebbe l’odio e l’esecrazione di quei
l’Italia si
La civiltà moderna è inspirata e figliata dai
popoli.
cristianesimo , per forma che il centro ideale della civiltà resterà
sempre dove sia
il
Papa, ossia il centro
della cristianità. L’Italia perdendo questo centro , per-
derebbe
sommo dei privilegi, perderebbe
il
la
gran
missione a cui Dio l’ha destinata, quella cioè di conservare quel centro divino intorno al quale dovrà raccogliersi l’umanità: destino
sublime per cui
già e sarà sempre meglio nell’ avvenire
mente
il
,
i
Roma è capo, la
cuore del mondo redento o incivilito. Que-
sta ragione
mosse
il
avrebbe dovuto movere un sasso, e non Ogni uomo che non sia un piombo
deputati.
intende che la missione belligera di Roma pagana è
terminata; che l’unica missione per cui la moderna
Roma può salire in potenza è una missione intellete morale, capitanandola il Papa; che Roma,
tuale
instaurando
il
forza materiale
vecchio
fantasma repubblicano,
per
non sarà più che un atomo appetto
delle formidabili potenze che la cerchiano, e la schiac-
cierebbero come un insetto: tutto ciò è chiaro, evi-
dente, palpabile;
ma non ebbero intelletto sufficiente nostri dei Bruti di Roma, nè
a comprenderlo nè
i
putati.
L’Italia è già scissa in mille parti, e sarà vie più
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37 pet il latrocinio commesso contro la persona del Papa: perchè l’Italia non è ristretta all’aula del Campidoglio, di Firenze o di
blicani,
Torino, ai clubs ed ai circoli repub-
ma l’Italia è la somma degl’italiani; e que-
sta, esclusa un’infinitesima parte di cospiratori ardenti
od acciecati, vuole e vorrà il Papa, abborre il tradimento e la ribellione. Ecco bel modo di conciliare Ecco piuttosto risorto fra noi il medio evo, il quale rompendosi, arrabbiando cacciando re e papi , lasciò un’ Italia lacera, prostrata ed inferma, appunto nell’ora del risorgimento europeo, e nel costruirsi delle grandi potenze l’Italia e disporla all’indipendenza!
,
che ora signoreggiano. Tutto
il
discorso fu udito
come il canto
di
profundis : gli errori diluviarono dopo di esso avanti.
un de come
Ma è da notare che gli oratori favorevoli al
Papa, vedendo l’ostinatissima tempesta che sovrastava, non pregavano di altro se non che si escludessero dal discorso alla Corona le parole significanti simpatia e
aderenza alla Repubblica Romana. Predicarono al deserto, trionfò
il
principio repubblicano. Rei compli-
mento a Carlo Alberto! È questo nella sostanza: Sire, i popoli hanno il diritto di costituirsi (in monarchia od in repubbliche ): per questo diritto i Romani (cioè una fazione) hanno instituito una Repubblica; per lo stesso diritto noi, se ne avremo il vezzo, faremo in vostra vece una Repubblica. Dio benedica la Maestà Vostra, e
la prosperi sino a quell’ora.
Non erano schietti e graziosi
i
nostri deputati?
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,
3$
CAPITOLO
X.
parallelo della costituente romana E DELLA CAMERA SUBALPINA.
Paragonando ora la Costituente Romana e la Camera Subalpina, ne emerge un sol pensiero che raccogliamo in questa proposizione trimembre: Diritto dei popoli di costituirsi civilmente e politicamente;
conversione della monarchia papale in repubblica
pei*
virtù di quel diritto; conversione di qualunque
mo-
narchia italiana in repubblica, quando piaccia poli ,
ossia
ai gridatori
delle
j
ai po-
gallerie parlamentari
delle piazze, dei circoli, di sovvertire
i
legittimi go-
verni e costituire se stessi dominatori del popolo inau-
gurando la prepotenza col nome di repubblica. Si avverta all’identità della parola: Costituente , Costituirsi.
Costituente è l’idea repubblicana che
suonato per tutta l’Italia e metteva
il seggio
ha già
in Roma:
(aistituirsi è l’idea repubblicana proclamata con tena-
Camera Subalpina, e graziosamente intimata a Carlo Alberto nella solennità delle forme. I cuori delle due assemblee battono dunque all’unissono. Sebonchè a Roma parlarono più accorto i mamianisti a Torino fu propugnata con più impu; denza l’idea mazzinista: a Roma il verso religioso cedette quasi intiero il campo alla questione politica;
cità incredibile nella
a Torino la questione religiosa fu bistrattata più crudel-
mente per supplire in questa parte ai fratelli di Roma. Qual differenza fra Roma e Torino? Là i fratelli sono
costituiti,
qui da costituirsi: là è già inatto la
Costituente intesa a tutto sconvolgere e discostituire; qui è
una speranza ed in fieri
:
là
il
sovrano fu dichiarato
non ha ceduto ai traditempo ci dirà il rimanente. V’ha però a Torino un elemento di ordine e di sicurezza pub-
traditore della patria perchè tori; qui. ..il
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39 blica che
non era in Roma: ed è
l'esercito, reri
fi-
nei quali non ebbero ac-
gli e custodi della patria,
cesso le idee socialiste. Se pure i repubblicani in fieri
non ci torranno questo presidio! il decadimento del Papa e l’idea repubblicana che un egual successo in Roma ed in
vi s’innesta corsero
Torino: offendere la nazione, e manifestare
i
despoti
che vorrebbero tiranneggiarla. Roma Torino, l’Italia si sdegnano profondamente contra gli arroganti che osano conculcarne i diritti, la giustizia, la religione, la dignità ed il senno. Se i tiranni soffocano la voce dei popoli per qualche tempo, non soffocano il grido ,
delle
coscienze che renderà alla nazione
il
decoro
perduto e l’usurpata sua potenza. Or qui è d’uopo ritornarci alla mente il capitolo
dove
di questo discorso,
coda
al
il
Mamiani, tracciava
V
signor Audinot, facendo i
pericoli dell’improvvi-
sare poeticamente, romanzescamente, rivoluzionaria-
mente una repubblica sulle rovine del Papato. Così a
Roma si pensava ai pericoli di fallire nell’ impresa: anche l’assassino calcola i pericoli nelle sue imprese diurne o notturne.
A Torino la giovinezza, l’inespe-
rienza, l’avventatezza dei mazzinisti trinciò più corto sui pericoli:
ma le nobili anime dei Costa e Despi-
ne esposero e tutelarono con forte coraggio
la
gione cattolica e
quella e
la
giustizia
delle genti,
reli-
questa oltraggiate nella Camera; e l’istorico Balbo di-
mostrò, col criterio della storia e della politica , l’offesa ed i pericoli che dalla Repubblica Romana e da chi
le stendeva
la mano
creavansi
all’Italia.
Avemmo
dunque noi qualche voce che ricordò la religione e la propugnava la teorica e il trionfo dell’anarchia: ma Roma, la città santa, non ne ebbe pur una; il che dice a tutto il mondo che Roma non è più in
giustizia a chi
Roma; che Roma è oggi la sedia dell’empietà e della tirannide che usurpano sulla religione e sulla giustizia.
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,
40 Audi not avvertiva:
«
La
questione del Papato é
La Camera si beveva quella difficoltà come un sorso d’acqua. La nostra Camera è così forte d’uo-
questione che interessa tutta l’Europa cattolica. » nostra
mini e di denari! Ella terrà fronte a tutta l’Europa cattolica. « La Repubblica sarebbe Da tale espansione egli è
Audinot avvertiva ancora: di sua natura
espansiva.
certo che gl’interessi piemontesi sarebbero allarmati
e là porterebbe probabilmente la dissoluzione di quell’unico esercito che pure è in presenza del nemico.
<*
La nostra Camera sì fuor di modo e di luogo simpatizzando coll’anarchia
romana e toscana rendeva più
espansiva l’onda repubblicana , allarmava il Piemonte, e offendeva vie più profondamente la Savoia già così alienata e offesa dall’irreligione, dalla licenza e dall’anarchia italiana. In quanto all’esercito, già i clubi-
pensarono di allontanarlo dal cuore del Piemonte disponendo così il campo ad una insurrezione repubblicana. Già corrono e ricorrono il Piemonte gli emissari repubblicani, i masti
sul pretesto della guerra,
nifesti
e
le
grida sediziose. Schiere di avventurieri
sono pronte, e le paga il Piemonte! Ecco dove ci traggono, ecco dove mirano le simpatie repubblicane,
empie, così impolitiche, così fatali della nostra Camera. Ed essa applaudiva a chi, schernendo e calpestando il senso comune, veniva dirci che l’attuale movimento d’Italia non è repubblicano! All’incontro le repubblica è già in teorica nella Camera, è già fermento che si propaga nel cuore del Piemonte , che così
si
vuol cacciare in fondo
repubblicano trionfo ,
nell’impeto
della
miseria
per
della disperazione.
farlo
Breve
ma tale che basti all’ultima rovina delle cose
italiane, al trionfo dell’egoismo, dell’ usurpazione e
Vedremo se non dovrà essere chiamato a comprimere il vulcano interno queU’eser-
delle altre passioni.
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41 pareva fatto per l’acquisto dell’indipendenza Ed allora nel subisso dell’ Italia ne sarà onore e gloria ai repubblicani ed agli inesperti o fa-
cito che italiana.
,
,
,
tui, o perfidi loro aderenti. ..O Carlo Alberto!. ..O
Trono Sabaudo, Trono di otto secoli!.... Insomma la Costituente romana colla sua Repubblica e la Camera piemontese abbracciando quel fan,
tasma repubblicano, cancellarono quell’unico principio di giustizia sul quale si fondano i governi civili; consecrarono l’anarchia delle fazioni, ascrivendo loro il
diritto di costituirsi fuori e contro quei limiti della
a cui debbono soggiacere i popoli se non mutano in belve la loro natura e sparsero nell’Italia una fiamma che non tarderà guari a divorarla. I rappresentanti del popolo romano e del popolo giustizia
,
subalpino donde traevano l’infermità che
gli accieca?
Non dalla nazione che si divide da loro, che a loro oppone e li condanna, ma dal partito audace, quanto ristretto che gli eleggeva. A Roma siedono i
si
creati dalla più sacrilega e più incivile delle usurpazioni ; a Torino siedono i creati da una sistematica op-
posizione, la quale
nou aveva che un uomo solo, che
disgraziatamente fu Vincenzo Gioberti , nel cui nome si
era rifuggita ,
e cui sacrificò ben presto a se mede-
sima senza decoro nè riconoscenza. Frattanto è pur troppo vero che il nome di Vincenzo Gioberti servi di vessillo al partito rivoluzionario che corruppe le elezioni, impose al Piemonte questa
Camera che si uni
suo idolo ed
il suo padre, e ad imprecare sul Piemonte e sull’ Italia quel
col Ministero a sacrificare
il
male di coi non ci venne finora svelala che una parte.
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42
CAPITOLO XI. GLI SCOMUNICATI A MESSA E AL TE DEUM.
Se
così detti Rappresentanti del popolo sedenti in
i
Roma ed in Torino furono inflessibili verso il dominio temporale dei Papi, sono poi nel rimanente d’una religiosità maravigliosa. 1 Romani parlano, decretano,
spogliano, confiscano, in nome di Dio a
e
del popolo:
Torinoi Rappresentanti riformatori non avrebbero
finito di pulire e ripulir la religione, finche
ed
i
il
Papa
ministri fossero ridotti a quella perfezione di po-
vertà evangelica che non ha nulla a perdere e nulla a sperare.
Le quali ultime parole sono d’un certo pro-
fessore Bertini , e si accoppiano, a quest’altra sua illustre sentenza che diceva : doversi per sempre spogliare il Papa, perchè nella sua mente (nella mente del sublime professore) non può capir l'ipotesi di un Papa
un popolo d'eretici; quando per delicatezza di coscienza piacesse ai Romani di farsi eretici (1 marzo). Anche i circoli, veri governi
felicemente regnante sopra
civili ,
sono religiosi
al paro dei Rappresentanti.
Quel
Roma decretava che la Costituente sarebbesi fon-
di
data sulle basi immortali della democrazia e del Van-
commentava democraticamente il Regnum meum non est de
gelo: in quel di Torino un prete rappresentante
hoc mundo.
Vorremmo dire ehe i Romani hanno dimenticato di essere scomunicati, e che
menticato che sta
i
Torinesi
hanno pur di-
essi aderivano e si abbracciavano a sco-
municati. Però le Messe e
i
Te Deum laveranno que-
macchia, se pure avesse l’ombra d’un peccato veMa diam prima uno sguardo al secolo passato.
niale.
Voltaire, gridando a D’ Alembert di schiacciar l’in-
fame, écrasez l'infame (cioè Gesù Cristo), soggiungeva piamente Vous penses bien que je ne parie que de la :
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,
superstition; car
pecte et je
43 pour la religion chrèticnne je la rescamme vous (Lett. 12). E D’Alem,
l’aime
comme vous,
bert piamente gli rispondeva: Je parie ,
de la superstition et non pas de la religion chrétienne, que j’honore comme les sociniens honteux de Genève honorent son divin fondateur (Lett. 113). Leggendo questa curiosa corrispondenza dei due corifei dell’ altro secolo ti parrebbe di assistere ben sovente alla scena della rivoluzione moderna. I loro attori s’inchinano al Vangelo, vantano la religione, ma vogliono, come Voltaire, schiacciare la superstizione. E per supersti,
,
zione intendono vescovi ,
i
i
preti e
i
frati
non rivoluzionari, i
cardinali , e il dominio temporale dei Papi;
con altre coserelle, che sarebbero, mortificazioni, digiuni, quaresima, santificazione delle feste, e uso di alcuni sacramenti; ed in capo a tutte le superstizioni annoverano le
scomuniche della Chiesa, avanzo del medio evo. Ciò notiamo generalmente intorno agli eroi di que-
sto e dell’altro secolo; ora rivolgiamoci alla Costituente
Romana. Là seggono intorno a ducento eroi
,
per
virtù cittadine forse minori dei Camilli e dei Fabrizi,
ma per cristiane virtù eminentissimi
e
.
santissimi
dacché si posero al luogo degli Eminentissimi e del Santissimo; Sai tu qual fosse il lor primo pensiero? Fu di udire la santa Messa. Anche Voltaire F aveva udita, e fu fronti che
si
maravigliato a quel concerto di tutte le
piegavano al levarsi dell’Ostia, che pro-
si
testò, se venisse sovrano,
di
non voler cedere quel-
l’onore a veruno de’ mortali. Voltaire probabilmente
avrebbe detto Messa se fosse venuto imperatore. Per adesso gli eroi di Roma non pensano a farsi preti, nè a dir messa ma vollero udirla per consecrare la ri,
voluzione col suggello della religione.
1 pii ,
i
religiosi!
Ma è ben giusto: Roma è la città santa. È ben vero che stava già fitto nel loro capo il proposito d’ un grande latrocinio, quello di spogliare il Padre della
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cattolicità del più antico e del più santo
dei diritti.
Ma che importa? Si vada a Messa dello Spirito Santo, e si compierà latrocinio nel nome di Dio. È ben il
vero che nè
il popolo gli ha delegati, nè potrebbe commettere una tanta ingiustizia. Ma che
delegarli a
importa? Sono essi violenza 1’
che
si
i
rappresentanti dei circoli e della
è imposta
atto della loro iniqua
al
popolo, e segneranno
baldanza nel nome di Dio e
È vero che un giuramento di fedeltà e un
del popolo.
nodo di gratitudine li lega a Pio IX, a quel Pio che fidandosi nella loro parola
li
riscattava dall’esilio alla
Ma che importa un giuramento, che cosa è la fedeltà? È vero finalmente che una scomunica, cioè la maledizione di Dio, segna le loro
libertà della patria.
come le loro anime. Ma che cosa è la scomusi è detto che si può schiacciar l'infame ed amar la religione? Non si potrà con minor pena fronti
nica quando
spogliare
il
suo Vicario e venerar la sua Chiesa? A alla messa dello Spirito Santo, e si
messa dunque, calpestino
i
giuramenti e
le
scomuniche.
Ecco impertanto che gli scomunicati vanno a messa.
Ma chi dirà messa agli scomunicati? Qual prete agognerà di partecipare alla scomunica, o di suggellare tremendo sacrificio la congrega dei frementi contro la Chiesa ed il suo Cristo? Deh non si trovi nel
col
collegio dei santi l’uomo della perdizione!
Eppure vi
fu; e non vi fu quell’ uno
Clero ro-
nei dodici?
Il
mano si rifiuta all’opera del tradimento; ma un cappellano militare
tano
le torcie
si
fa innanzi;
e forse militari por-
e servono all’altare.
Credete voi che i popoli sian presi alle voo che anzi non prendano orrore dei vostri sacrilegi ? Compite alla buon’ ora 1’ esecrando tradimento del principe e del popolo, ma non ravInfelici!
stre imposture,
volgetevi nel
manto della religione, non profanate in
disegni d’iniquità quel sangue che vi ha redenti!
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45
O Pio! Come
i vostri
più cari
si
affrettarono a spo-
gliarvi e crocifiggervi! Alberga dunque tanta crudeltà
nel cuore degl’italiani? Veliamoci
la fronte. ..E voi,
Pontefice Santo, mentre la Providenza vi sta matu-
rando il trionfo quasi della risurrezione che non vi può fallire , consecrate i patimenti dell’esilio a ciò che siano abbreviati
i
giorni del nostro dolore, e
si con-
vertano i colpevoli prima che Dio mandi sull’Italia i fulmini della sua giustizia vendicatrice.
Ma vedi se rimorso nè rossore cape in quelle anime triste sito
!
Il
5 febbraio udivan la messa dello Spi-
Santo e aprivano la Costituente;
il
9, a un’ ora
dopo il mezzodì, compiono il tradimento, rinnegano il loro sovrano, decretano il Papato decaduto di fatto e di diritto dal governo temporale dello Stato Romano, proclamano la Repubblica dal Campidoglio, e novelli Iscarioti, con bocca benedetta, vanno a ringraziare Iddio della lor fellonia nel maggior tempio della cristianità, all’altare della cattedra di S. Pietro.
Dio sia lodato, non per la turba degli scribi e dei che lo insulta ma per quel clero romano che, deludendo le guardie. e spregiando leminaccie, sene va dal tempio al gran dispetto degli scomunicati dove farisei
,
,
i
il
devoti repubblicani s’intuonano e cantano tutto soli loro
Te Deum.
E qui fa meco, o lettore, un parallelo storico, e Nel 1798, mentre il Papa Pio VI era carcerato nel proprio palazzo, si cantò in Roma per la proclamazione della Repubblica un Te
n’ avrai qualche conforto.
Deum nella
cappella del Santissimo Sacramento; e
eoll’altro clero
v’ebbero parte diciotto cardinali. Nel
1849, in Roma stessa, per altra repubblica si cantava il Te Deum all’altare della cattedra di S. Pietro, ©non vi assisteva un canonico, non un prete, non un chierico di quella basilica veneranda. 1 morti seppelliscono i
morti
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46 Frattanto
i
proseguono
scomunicati
pietosi
come
hanno incominciato. Più fortunati dei Proudhon, dei Blanqui, dei Raspail e di
tutti
i
comunisti parigini
han vinto senza farle barricate; dopo avere spogliato il
Pontefice, spogliano
tari,
usurpando
i
conventi,
le
chiese,
gli al-
sulle pubbliche e sulle private pro-
prietà con un’audacia e
un furore da barbari. Il tu-
multo e le fischiate dell’ Assemblea e delle tribune ac-
compagnavano la protesta di Pio IX contro tali usurpazioni che leggevasi alla Costituente
giorno di domenica. Finita la lettura,
il il
18 febbraio,
ministro Cam-
proponeva che per purgar l’aria appestata dalle svergognate parole del Papa, si confiscassero i cavalli di lui e delle guardie nobili. L’Assemblea decretava; e tornavano al puro aere gli scomunicati. pello
CAPITOLO XII. FORMOLI REPUBBLICANA
:
DIO ED IL POPOLO.
Napoleone avea detto con somma perspicacia e verità :
On ne fati pas dee républiques avec de vieilles mo-
narchies. Intendeva quel gran dominatore che al mondo
non v’ ha cosa più diffìcile ad espugnare che la volontà umana, e che questa volontà, quando sia da secoli invecchiata in una qualunque forma di reggimento, può vacillare un istante, ma non indursi a crollare in un tratto e cedere perentoriamente a novelli
dominatori l’antico edilìzio e l’eredità dei padri.
Ci rammenti che la fracida Roma dei Cesari lottò per quattro secoli contro la divina instaurazione del cristianesimo, e che
il
sucido maomettismo, per la ra-
gione sola del possesso , da più di mille anni tiene in signoria gran parte dell’ universo.
E se tanto potere
hanno sulle nazioni le irragionevoli abitudini , quanto
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47 non ne avranno le ragionevoli e sante? Quanto potere non avrà sull’animo dei Romani, degli Italiani e
Re e Sacerdote che, per condizione civile, è il più antico re del mondo, e per condizione divina è il padre, il mae-
dei Cattolici di tutto l’universo quel
stro,
duce di
il
tutte le nazioni?
mine del tremendo conquistatore
;
Non lo vinse il fulor lo vinceranno gli
ma imbelli cospiratori, senza ingegno, senza
audaci
romano e di tutto condanna e gli schiaccia? Roma e
forze , contro la volontà del popolo 1’
universo che
l’Italia,
li
nate, per così dire, e impastate di fede cat-
come a padri, poun turbine rivoluzionario
tolica, e devote ai loro principi
tranno per
lo
scoppio di
protestantizzarsi e repubblicanizzarsi?
Vero è che a vincer l’impresa i nuovi riformatori presentano in nome di dio e del popolo. Tale è la forinola repubblicana, tale la possente leva onde si lusingano di sommovere l'Italia. Esaminiamola. Qual Dio, qual popolo vi ha mandati, signori repubblicani? Il Yicario di Dio sedeva pacificamente sul trono che la Providenza gli ha costruito perchè la sua si
,
parola suonasse libera a tutte le coscienze dei credenti: voi rovesciate questo trono, voi lo usurpate, voi ne il Vicario di Dio, e dite di essere mandati da Dio? Urtare di fronte, urtare sacrilegamente idi-
cacciate
segni di Dio,
il
suo Rappresentante sulla terra,
e
da Dio? Mandò Iddio più mandò un Mose, un Isaia, un Natan,, un Battista: ma erano gli uomini più umili e più mortificati d’Israele; si preparavano a quell’assunto col digiuno e colla preghiera; ed essi non andavano a spodestar principi, a rapir loro la corona, ad occuparne il soglio; ma a loro si
spacciarvi vòlte
i
per
gl’ inviati
suoi profeti ai principi della terra,
presentavano col rispetto di chi obbedisce all’autorità, pieni della parola e della virtù deU’Àltissimo.
Giona alla gran Ninive,
la cui
Mandò
malizia era salita al
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43 cospetto del Signore : ma Giona e tatti gl’inviati da Dio
non assoldarono gente, non impugnarono armi,
la-
sciarono a Maometto questa gloria; ricorrevano piuttosto alla cenere
sorse ,
ed al ciliccio. Mosè stesso non in-
non sollevò il popolo contra 1’ ostinato e barnè usurpò il comando,
baro Faraone, non ne ambì
ma si ritirò nel deserto. Ecco le persone che Dio mandava
,
e che a ragione
parlavano e operavano nel nome di Dio. Or tu paragona, o lettore. Negli aperti e nei mascherati cospiratori, negli assalitori del Quirinale, negli invasori e nei dittatori che ora fulminano dal Campidoglio , vedi
tu ossequenza al principe, umiltà e abnegazione, con
quei più
alti caratteri
che ti dian certo segno d’una-
missione divina? Segnino dunque ogni loro atto e decreto nel
nome del loro orgoglio, nel nome di Luci-
fero,
questo padre di
di
tutti
i
ha non
cospiratori, che
detto: ascenderò in cielo e sarò simile all' Altissimo ; inai nel nome di Dio.
Avranno essi almeno la missione del popolo, se loro manca la missione divina? Ma, dimmi, quando gli ha mandati il popolo? Anzi non fu lunga l’opera di accalappiare il popolo
,
di ac-
cecarlo, di tradirlo? Nei grandi paesi, diceva il Maz* si deve andare alla rigenerazione
1846 per mezzo del popolo , nel nostro per mezzo dei principi. Ecco il popolo escluso dai cospiratori or come potevano essi da principio rappresentare il popolo se lo escludevano ? Ma non bastava escluderlo questo popolo, egli doveva salire sulla scena allorquando si fosse raggirato e tradito. « 11 popolo, seguita il Mazzini, a cui la Costituzione dà il diritto di pretendere, può parlare alto, e all’uopo comandare colla sommossa; ma quello che è ancora nella schiavitù, non può che cantare i suoi bisogni per farne sentire l’espressione senza zini nell’ottobre
,
:
troppo dispiacere. Profittate della
menoma occasione
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Googl
49 non fosse che per attestare riconoscenza: feste, canti, raduni numerose relazioni stabilite fra uomini d’ ogni opinione bastano per far per riunire
le moltitudini,
nascere idee
,
,
e dare al popolo il sentimento della sua
forza e renderlo protendente.
arrivò a trappolare scinarlo;
il
»
Per questa guisa si
popolo, a corromperlo, a tra-
quel popolo che, secondo
il
Mazzini, era
ancora da crearsi in Italia, e fu creato.
Quale fu dunque la genesi istorica e logica dei fatti che ne seguirono? Questa genesi, questa successione di fatti, bisogna avvertirla, chi voglia giudicare sei
mazzinisti e tutta
la
generazione dei repubblicani e i messi del po-
costituentisti
romani e italiani siano
polo, ovvero
i
seduttori e
cola questa genesi.
i
traditori del popolo.
Ec-
Una gran parte del popolo fu ine-
briata dalle feste, dai canti, dai raduni, anche fra le
vivande e le tazze; questa parte si scemò ogni giorno,
vedendo che
essi
scienza del male;
coglievano frutti
all’ albero
della
ma dei restanti venne creata, dai
giornali particolarmente, un’altra picciola parte di po-
polo acciecatissimo, gridante, pretendente, tumultuante.
Essa riempie
i
circoli e le piazze, le conventicole, e
Essa va corre ritorna sulle sue orme, e gira e rigira, come le milizie da teatro, che ti paiono molte e son sempre le stesse, perchè uscendo da una rientrano per l’altra scena; e per lei furono a guisa di teatro e di scena Roma, Firenze, Livorno e Genova. Tutta gente avveniticcia , venduta, senza pudore come senza coscienza. le gallerie dei parlamenti.
,
,
Or è questo, o repubblicani, il vostro popolo ed il vostro sovrano? Certo non ne avete altro. In questo popolo, cioè in questa feccia plebea, non meno plebea quando a lei strappavate quel suffragio che sì
perfidamente chiamaste libero ed universale, voi avete dunque l’ardimento di fondare la sovranità popolare? Di fondare la vostra missione e
la
sovranità 4
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30 mandato? In nome di quest’orda compra e
del vostro
selvaggia, voi, pagatori e duci di essa, avete l’ardi-
mento di strappare al vero popolo, al gran popolo il sno legittimo e amato sovrano, e assalirlo, e forzarlo alla fuga, ed esautorarlo? Ed ancora di assidervi sul suo trono e nel nome di un popolo supposto imporre ,
il
vostro servaggio al vero popolo?
Parliamo schietto e fermo una volta: voi rinnegate Dio ed il popolo, nè altro Dio voi adorate nè altro popolo, fuorché il vostro egoismo ed il vostro orgoglio. *
i
,
)
CAPITOLO XIII. LA REPUBBLICA JIEGA DIO. .
*
.
•
;
In tutta l’Europa, a fianco della rivoluzione civile,
una rivoluzione religiosa,
s’ingrossa
sterminatrice. Questa
la
più radicale e
travaglia nel rifondere in una
si
religione astratta e filosofica tutte le religioni esistenti
e positive: le quali, culti differentissimi
dice, con tutti i loro donimi e
si
non simboleggiano che una sola Dunque, conchiudono, abbal-
idea religiosa e divina.
tiam questi culti materiali che sono la scorza dell’idea divina, e ne spiccherà fuori una religione) tutta spirituale,
che toglierà
finalmente ogni discrepanza
religiosa tra nazione e nazione , e prenderà essa sola
l’impero dei popoli inciviliti.
Le filosofie tedesche
e
parigine mirano a questo un crogiuolo il protestanmaomettismo il giudaismo,
scopo: cioè di rifondere in
tismo ed il cattolicismo, il
il
,
buddismo, l’Oriente religioso e l’Occidente, per lela scoria e ricavarne la pura idea che gl’ in-
varne
forma. Ecco un sistema, tate
dal
mondo
stesso Dio.
tutte
le
il
quale, dopo avere schian-
religioni,
ne schianterà
lo
‘
.
'
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51 Inoltro, chi sappia leggere nel fondo delie moderne
rivoluzioni , vedrà che esse sono ad un tratto religiose
e politiche. La Repubblica francese dell’altro secolo proclamava per divinità dello Stato l’Essere Supremo e la dea Ragione. Era il primo irrompere dei selvaggi: ora selvaggi si sono rammorbiditi. Proudhon si fa l’ api postolo del Cristo socialista ; Mazzini lo chiama un grande filosofo, che da circa due mila anni predica la fratellanza, e non l’ha ancor conseguita ed al Cristo democratico gridarono pure qualche cantico Firenze e ;
Roma.
I
delle rivoluzioni
condottieri
non vogliono
romperla di netto collo abitudini popolari, e consen*tono ancora di accarezzarne i pregiudizi dove non si
oppongano
ai loro disegni.
Anzi è
al
presente loro
fermo sistema di giungere al socialismo per mezzo di Cristo e del Vangelo, abusandone sacrilegamente l’am Unità e
le
sentenze.
Ciò premesso, blica
ci si conceda di chiedere alla Repub-
Romana quale sia il Dio, nel cui nome creò se
medesima, s’installò e governa dal Campidoglio. E voglia bene avvertire questo dilemma: o esso è il Dio dei cattolici, o un altro qualunque. Se è il Dio dei cattolici, la Repubblica Romana dee osservarne la legge, e abdicare se stessa quando la sua esistenza ripugni a quella legge se un altro Vorremmo pregarla a dichiarare se per avventura sia Giano o Mercurio; che certamente non sarà 1’ antico Marte nè il Giove tonante. Prima che essa ci risponda, cerchiamone il ;
,
vero brevemente.
Dio dei cattolici non è un Dio astratto e filosoda potersi fare e rifare a talento degli uomini ma che fe, ed è qual piacquegli di rivelare tee Colui è stesso, la sua legge, la sua Chiesa. Queste tre cose sono 11
fico
,
indivisibili nella rivelazione, nella fede e nella reli-
gione: Dio, la legge di Dio, la Chiesa di Dio. Tre modi impertanto di negar Dio: negare un qualche suo
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52 attributo , ovvero
un sa o precetto, o una qualche ordiLa Repubblica
nazione (lommatica della sua Chiesa.
Romana nega Dio in questi tre modi. Dio è l’ordine per eccellenza: il mondo fisico, moe civile dee partecipare, deve esprimere nella successione dei tempi i disegni ordinatissimi dell’ erale
torna sua mente:
la
società
umana non ha altra re-
gola, nè altro mezzo di morale perfezionamento che di aspirare a riprodur sulla terra l’armonia ordinatis-
sima della famiglia celeste: Sicut in coelo et interra. Lucifero turbò incielo quell’ordine santissimo, e col fatto negò Dio: altri Luciferi lo turbano sulla terra, e col fatto loro negan Dio. L’ origine di costoro ci pare indicata in quei nerboruti giganti in cui era ra-
gione e diritto
la
forza, che sorsero sin dalle prime
generazioni degli uomini , e furono chiamati dall’autor della Genesi : potentes a saeculo viri famosi ( Gen. vi, 4).
Ora i repubblicani di Roma e dell’Italia, colla forza e coll’astuzia, togliendo
i capi civili e politici ai poperturbano? e, perturbando quest’ordine politico che emana pure dal-
poli italiani, conservan l’ordine o lo
l’ordine divino e
da Dio, onorano coi loro fatti, ov-r
vero negan Dio?
Ma questo Dio ha parlato e ci ha dato una legge: la
le forme dei reggiha però gittato l’immobile fondamento, non potranno sussistere. E lo formolo
quale, lasciando libere tutte
menti politici
,
fuori del quale
Gesù Cristo, e lo fece letteralmente registrare a tre Evangelisti, dicendo: Rendete quel che è di Cesare a Cesare , e quel che è di Dio a Dio. A Cesare, cioè a qualunque potere costituito rendete il tributo che qui è immagine e simbolo di ogni soggezione civile; a Dio poi ed agl’inviati da lui riservate l’anima, la coscienza e la fede. Colla distinzione dei due poteri , Dio eman-
cipava finalmente dall’imperio de’Cesari la religione, il culto e la coscienza. I Cesari della terra non sa-
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33 ranno più Pontefici Massimi, nè
i
dominatori delle
anime. Ecco la libertà spirituale , la libertà dei figliuoli di Dio sì bene espressa ed encomiata dall’Apostolo delle genti.
Ma in quanto all’ordine civile costituito
tatelo,
comandava Gesù Cristo; questo si appartiene
,
rispet-
a Cesare, a voi l’obbedire. Nel che Gesù Cristo non foggiava un precetto contingente, ma rinfrescava un precetto naturale, ed esplicitamente lo communiva della sanzione divina. Perocché se ogni fazione avesse
il
diritto
$e stessa alla podestà imperlante,
gli
di surrogare
imperii
si
tra-
muterebbero da oggi a domani, e forse più volte. in un giorno ed in un’ora; e sarebbero l’acquisto della forza bruta e selvaggia e non mai l’espressione e l’e,
sercizio d’un diritto; e la società degli esseri ragionevoli sarebbe governata
gione,
non coll’alto dettame della ra-
ma col ferale instinto dei cannibali. Nè serve
governo sia vizioso: perchè, eccettuati gli estremi e più che rari casi di tirannide, il prorompere di una fazione, oltre che non è essa il popolo, immerge ordinariamente in danni peggiori e più tremendi la nazione. Applicate il principio. Era forse tiranno quel mitissimo Pontefice che apparve come la più viva imagine della bontà e della clemenza divina? il
dire che
il
Dunque non rendendo a lui (ch’era il vostro Cesare) quel ch’era di Cesare, anzi strappandogli il manto e la corona, avete voi confessato o negato il precetto di Dio?
un tempo il gran SaE con ciò ? V’ha forse una legge che vieti connubio della podestà regia colla sacerdotale ? Od è forse meno rispettabile la podestà regia quando, senza confondersi, viene aggiunta alla podestà sacerdotale? E se per fermo non ci proverete mai 1’ esistenza di quella legge , nè l’incapacità di congiungere Direte: Questo Cesare era ad
cerdote.
—
il
in un sol capo quei due poteri, chi siete voi che.
Dìgitized by
54 precetto naturale ed evangelico di rendere a il Cesare quel che è di Cesare nel nome di Dio venite a compiere un’usurpazione ed un sacrilegio?
contro
,
Confessateci
adunque che voi rinnegate
il Dio dei rinnegandone l’attributo più, sostanziale che la giustizia che da lui dee diffondersi sulla società umana, e rinnegando in particolare quel fondamento evangelico di tutti i governi esistenti e
cattolici,
è
,
ordine e
1’
possibili, qual è l’obbedienza a chi presiede legittima-
mente alle condizioni umane.
Mi resta a provarvi che voi rinnegate la Chiesa, questa magistratura del Dio vivente.
CAPITOLO XIV. NEGA LA CHIESA. socialisti e
1
.•
comunisti di Francia e di Alemagna,
dai loro banchetti e pei loro giornalisti,
mandano sa-
e incoraggiamenti caldissimi ai repubblicani d’I-
ltiti
Non prova ciò la loro fratellanza, l’unità o la cognazione dei loro principii? Ora quelli non confestalia.
sano nè Dio nè
la
Chiesa: dunque
i
nostri, vantan-
Papa e la Chiesa, non hanno altra mira che di procedere graduatamente a comporsi un
dosi di ridurre
culto divino,
il
il
alla semplicità e alla povertà antica,
Dio a loro capriccio, e di minare sordamente la Chiesa ed
il
cattolicismo.
E perchè una tale guerra alla Chiesa di Dio? Perchè
la
Chiesa cattolica contiene e promulga i princi-
pii dell’eterna giustizia, nei quali fondasi l’ordine ci-
vile ;
giosi,
ed ora
si
move guerra non solo ai dommi reli-
ma alle somme leggi della giustizia e dell’or-
dine civile; nè or
si
ammette altra giustizia che la
forza brutale , resa più brutale dai sistemi e dai raf-
finamenti d’una scienza e d’una civiltà corrottissima.
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55 In tali affermazioni non ci arroghiamo il merito nè il vanto di svelare un mistero, ma registriamo nuda-
mente ciò che altri dice colle parole e coi fatti. Proudhon, per esempio, non ha guari diceva ai Romani nel suo giornale le Peuple: « Romani, è pronunciata la sentenza, giustizia sia fatta; sovvengavi l’esempio
che i nostri padri vi han dato nel 93! È necessario che si formoli il processo del Papato, e che il Papa, spergiuro alla libertà , spergiuro
al Cristo , sia citato
È necessario che la condanna del Prin-
a comparire.
cipe dei preti cattolici espii la condanna altra volta
pronunciata dal gran prete dell’ordine di Aronne. » Forse i Romani diranno esorbitante questo linguaggio del
demagogo parigino; ma portino la mano alla co-
scienza, e dicano se essi non hanno assalito l’inerme
Pontefice
come Gesù
nell’ orto,
sq
non hanno reso
falso testimonio contro di lui , se non l’hanno condan-
nato come Pilato, se non hanno detto come le turbe nolumus hunc regnare super nos, se non l’hanno spogliato , e vestitolo d’uno straccio e datagli
una canna
invece dello scettro, e insultato e amareggiato di fiele, e sol non crocifisso. Ma ecco Proudhon che ri-
corda ai fratelli il 93! Le tigri del 93 non vivono, non vivranno sul suolo italiano ma qual lezione deb-
;
b’essere all’Italia quest’esempio del 93, raccomandato
da un Proudhon ai rivoltosi italiani! Or direte che Proudhon ed i suoi affigliati amano la Chiesa ed il Papa?
Ma se
i
della scala,
socialisti parigini i
nostri tengono
sono arrivati il piè
al
colmo
sui primi gradini,
e loro è d’uopo d’una finissima disinvoltura per salirvi.
Nell’Assemblea nazionale
un ministro protestante,
il
sig.
di
Parigi
si
è trovato
Coquerei, che aderì
all’intervento della Francia per la restaurazione della
sovranità temporale del Papa, affermando ch’egli desiderava bensì che il Papato si estinguesse per se
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36 stesso,
ma non per opera dell’assassinio; e convenire Francia
alla dignità delia
il
soccorrere al
Papa
ripulsare e comprimere l’anarchia romana.
il
,
ed
Ór vedi
come traduce il Monitore romano: « 11 ritorno del Papa a Roma gli alienerà lo spirito di tutti fedeli, i
e
il
cattolicismo sarà distrutto.
E continua abolire
il
Monitore:
cattolicismo ,
il
«
noi
li
È ciò ch’io voglio. »
pastore protestante vuol
lo
vogliamo trionfante e
splendido di quella prima luce e delle virtù antiche, di cui la sovranità temporale dei
Papi 1’ ha privato. Veda il collegio di Gaeta quai difensori ha nell’Assemblea di Parigi, e quai nemici ha in Roma. » L Univera aggiunge Que repondre à de pareillea jon’
:
gleries?
i
È vero che la finezza è alquanto grossa e poca l’abilità nel coprire, l’astuzia;
ma appunto si fa più evi-
dente quell’astuzia che sorride alla Chiesa e figge,
che
rilegandola
se aggiungi
1’
alle
la
tra-
catacombe ed al martirio. Al
usurpazione dei beni,
lo
spoglio
delle chiese, l’abolizione dei tribunali ecclesiastici, la
compiuta sottrazione dell’insegnamento dalla Chiesa, le
sparse infamie e la persecuzione contro
cardinali,
i
vescovi e
gli altri
il
Papa, i
ministri, avrai un sag-
gio della costoro riverenza al cattolicismo.
Ma, in grazia, che intendete voi per cattolicismo?
Un fantasma od una società con un potere legislativo? Se un fantasma, voi negate la Chiesa; se una società con potere supremo e legislativo, voi dovete inchinarvi alla scomunica che vi ha colpiti. Questa scomunica vi ha recisi dal seno della Chiesa; voi la spregiate, voi accumulate sul vostro capo scomuniche a scomuniche, e vi dite figliuoli e difensori della Chiesa? So che per ischermo vi rifuggite nella gonna di Fra* Paolo: non già che voi amiate i preti o i frati,, ma se fra questi vi dà ne’piedi qualche Iscariote, voi lo beatificate.
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57 Si
rammenti dunque il lettore che
il
Sarpi, ossia
Fra’ Paolo, è quel padre servita, consigliere veneto, apostata, il quale nascose come osservò Bossuet, sotto il saio monacale lo spirito di Lutero e di Calvino. Scomunicato da Paolo V nel 1606, cominciò a cre,
un grand’uomo. Collegato coi ministri di Ginevra, cogli ugonotti di Parigi e coi protestanti di Londra, travagliavasi a diffondere il protestantismo in
dersi
Italia,
per isfogo dell’amara bile, e per compiere nna
atroce vendetta contro la corte di
chiave di tutte
le
Roma. È questa la
sue scritture. Più infernale di Ma-
chiavelli, scriveva nel suo libro del Principe:
«Biso-
gna sterminare i caporioni, ma contro i potenti meglio il veleno che il pugnale. » Or pensate se questo monaco d’un cuore sì corrotto e di una malvagità si
consumata dovea temere la scomunica. A ragione egli divenne ed è il santo padre di quell’ accozzaglia di laici e di ecclesiastici che non finiscono di ringhiare contro i Papi gli ordini religiosi e la gerarchia apostolica. Fu erudito, ma non sarebbe che un mediocre ,
,
,
intelletto, se non avesse accoppiatolo scisma all’eresia.
Dal maestro conosci i discepoli. Essi ti spacciano che la scomunica non vale quando si applica ai beni della terra. Ma noi rispondiamo che , se il potere temporale dei Papi è cosa terrena, il diritto di giustizia su cui si fonda questo possesso è cosa intieramente spirituale, e chi lo usurpa offende quella giustizia eterna in cui si appuntano e da cui derivano i diritti sociali. Fingete che un’orda di comunisti venga dare il sacco all’Italia. Direte ancora che il Papa non può scomunicarli perchè trattasi di cose temporali? Ah!
non lo direte perchè il comunista
come l’assassino,
infrange queirimmutabile giustizia che difende il possesso delle cose materiali.
E così
fu
sempre stimata
piena di forza e di umanità quella scomunica, che tutelava i beni dei miseri naufragati. È vero che la
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38 scomunica quello di secolari
non difende
i
dei
troni
principi,
Roma: ma è ragionevole, perchè
hanno gli eserciti, e
Chiesa
la
i
fuor
principi
ha per sua
spada la scomunica. D’altronde tutte le nazioni hanno tenuto per sacri, cioè intangibili, i beni consecrati a
Dio nel qual novero è certamente il trono pontificale. Finalmente il negare la scomunica si e come la inciò è un negare la Chiesa, tese e la intende la Chiesa negando la sua podestà legislativa. Ma, smemorati sofisti! Non siete voi che gridavate la scomunica all’Austriaco? E quella scomunica che voi sollecitavate Contro gli Austriaci, la chiedevate voi per un fatto spirituale ovvero materiale qual è 1' occupazione delle :
,
terre italiane?
Furbi! Voi credereste nella Chiesa a condizione di esserne Papi.
CAPITOLO XV. NEGA LA SOCIETÀ. Tullio scriveva nell’orazione a favor di Cluenzio che il
fondamento della
libertà
è nell’ osservanza
della
legge: e nella seconda Filippica proseguiva a dire che
non è altro la legge,
se
non
nata da Dio , la quale comanda bisce le contrarie:
la retta le cose
ragione
ema-
oneste e proi-
Lex nihil est alititi tiisi reeta et a
numine Deorum tracta ratio, imperans honesta, prohibensque
contraria.
Degna sentenza che fu
dall’Evangelio; e perchè ora
si
dimentica,
illustrata la società
vacilla dai fondamenti.
Per questa legge eterna si fanno gentili e libere , e senza di essa sono barbare e schiave le nazioni. Il pugnale dell’antico Bruto, perchè disonesto, non salvò la libertà latina;
un altro pugnale,
col
nome
di li-
Digilized by
,
59 imponeva una tirannide alla nuova Roma. 11 pugnale di Bruto or ora balenava sui nostri teatri,
berta,
aguzzato dalla potente ira dell’Astigiano; e fu detto ciò un non lieve benefìcio dei tempi, quantunque ne riveli la febbre
11 pugnale del 15 novem-
che ci arde.
bre era benedetto in Roma
,
e decanlavasi dai furenti
Dunque
giornali di Svizzera e di Francia.
cani redimeranno
la società,
o
i
repubbli-
finiranno di stermi-
narla? Per ora stiam contenti airaffermare che la riil ministro ed esautorando il Pontefice, negò ed infranse le leggi umane e fondamenti divine, che sono i della società civile, e fece più larga la rovina che si spalanca per inghiot-
voluzione italiana, assassinando
tirci.
Questa rovina è una perfetta negazione dei poteri le nazioni. Conosciamo le dottrine di le tedesche. La Repubblica, giornale del gran ducato di Baden, nel nu-
su cui riposano
Francia, e d'Italia; vediamo
mero 45, cita una corrispondenza di Vienna che termina: « Sappiate che il momento arriva sulle ale della tempesta in cui tutti costoro che si dicono re,
gnare per
la
grazia di Dio, questa razza d’ inferno,
queste carogne coronate e brillantate, questi banditi,
saranno schiacciati c
questi ladri, questi
assassini,
bruciati vivi, ed
popolo ne sarà per sempre libe-
rato.
Secondo
»
il
altri
periodici tedeschi,
mente la Gazzetta delle Poste d' Augsburgo
e specialil
comitato
della grande cospirazione europea avrebbe, da poco
tempo
,
trasferito
il
suo soggiorno a Berlino , d’onde si
eleverebbe il segno dello scoppio universale; e quel comitato compor rebbesi d’ uomini scelti fra gli Alemanni, i Polacchi, i Francesi e gl’italiani. L’Evoluzione, giornale svizzero, scrive:
«
11
nobile Alfieri,
che niuno vorrà chiamare un bevitor di sangue, annovera l’uccisione dei principi per motivi puri e generosi fra le più grandi imprese degne di registrarsi ,
,
Digitized by
60 mondo.
nella storia del
lncoraggisce ad uccidere
»
l’imperatore d’Austria, e conchiude:
«
Siate prudenti:
ma sia che questa prudenza comandi la battaglia dietro le barricate o nella sala del trono,
sia
col
can-
none o col pugnale, allora nisscna grazia. »
Non mai la dottrina della rivolta e del regicidio fu proclamata con tale impudenza e accordo di sentiNon possiamo levarci dall’animo che anche un
menti.
deputato
la
santificava
fu chiamato lampeggiante sul nostro
uomo sì brutale
,
Camera, e che pugnale di Bruto or ora Vedio Pollione era
nella nostra
santo pure
il
teatro.
che nutriva un vivaio di murene ed
carne di schiavi; or non mancano di
altri pesci di
coloro che nutrirebbero se stessi di carne principesca
ed aristocratica. E sebbene pochi parlino chiaro, e ad altri giovi
meglio
segreto e la politica liberiana, è
il
tuttavia questa l’idea che
emerge dalle dottrine e dai
Moniteur di marzo aveva intiere colonne piene di sì orrende imprecazioni a Luigi Napoleone ed agli aristocratici che non disgradano il 93
fatti
repubblicani,
della Francia:
li
Viva la ghigliottina! Viva la repubblica
rossa , democratica e sociale! Abbasso la proprietà! Alla lanterna gli aristocratici! Laveremo
le
nostre
mani nel
sangue dei ricchi! Tutta la rivoluzione presente è più o meno dj questo colore.
A comprendere
1’
orrore di questa lotta, che pare
termine della società umana, si avverta: 1° che le guerre fra nazione e nazione lasciano sussistere l’uil
nità, l’accordo e l’interna vita delle nazioni: la guerra sociale, al contrario, è guerra che arde il cuore della
nazione, che arma
i
cittadini
contro
i
cittadini, la
democrazia, come si dice, contro 1’ aristocrazia; che scioglie l’unità della vita civile, e porterebbe tello
a bere
il
2° La guerra dell’antica plebe trizi ,
la
il
fra-
sanguo del fratello.
romana contro i pa-
guerra del patriziato degenere , cioè dei Ca-
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61 tilina contro il patriziato sincero e gentile, eran guerre di fatti più che di prìncipi!. La rivoluzione del 1789, pretendendo d’avere per suo fondamento i diritti dell’uomo era già guerra di principii, ma ne lasciava al buio le conseguenze. Di rincontro, la presente è un fatto, o tentato o eseguito nelle molte ribellioni, e specificatamente in quelle di Toscana e di ,
Roma; è un principio che vuoisi giustificare colla male intesa e peggio usurpata sovranità popolare; è finalmente un sistema spinto per filo di logica alle più orribili conseguenze.
Le quali si raccolgono tutte in
questa formola: Negare e condannare la proprietà. Si
nega la proprietà
cioè la legittimità del diritto in chi
,
governa, e s’inaugura l’anarchia; in chi possiede, e tale
il
si
si nega la
proprietà
consacra per diritto fondamen-
nega a Dio la proprietà di paruomini e di essere adorato come a
latrocinio; si
lar egli solo agli
lui piace, e s’inaugura l’irreligione e l’incredulità; si
nega la proprietà d’un coniuge sull’altro conidge, e si consacra l’adulterio, e si deturpa e si corrompe ciò che v’ha di più santo nella famiglia e nello svolgersi successivo dell’umanità.
Le rivoluzioni della nostra età mirano tutte a questo fine; più
omeno, per diretto o per indiretto, con
buona o mala fede di pochi o di molti caso
:
perchè
i
,
ciò non fa al
conducono ai fatti
principii
,
e quelli e
questi corrono per legge di loro necessità alle conse-
guenze. Veda e giudichi
l’Italia.
nobile che l’iniziato da Pio IX? il
diritto dei principi,
l’esistenza civile ?
Qual movimento più
Or dove siamo? Dov’è
che è pure un fondamento del-
Dov’è il diritto sulla proprietà e sul
domicilio cosi sfrenatamente straziato dalla Repubblica
Romana negli asili della carità, nei ritiri delle vergini, nelle chiese e nelle loro appartenenze? Dov’è il diritto che Dio ha sulle menti e sulle coscienze , se voi,
fingendo d’inchinarvi a Dio, spergiurate ad ogni ora
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62 la
Chiesa e
sue leggi? Continuate, e sarà spenta la
le
religione, la proprietà, la moralità, la civiltà, la nazionalità ; e l’Italia
non avrà più bisogno di barbari
per disertarla. In una parola, sarà spenta
la società.
Ma voi, struggendo la divinità antica, ne innalzate una nuova, e la chiamate il Popolo. Vediamo qual sia il vostro amore per questa nuova divinità. I
CAPITOLO XVI. \
»
.
NEGA IL POPOLO.
Dio antico, quel Dio che ha insti luito una Chiesa ed ha il suo Vicario sulla terra non doveva più aggradire alle voglie sfrenate dei repubblicani. Bisognava dunque inventare un nuovo Dio, meno veggente e meno giusto, girevole a Il
depositaria delle sue volontà, ,
tutti
i
venti,
manto e fomite a tutto le passioni; dal
qual Dio dovesse però scaturire
ai ribelli
di tutto
il
mondo un mandato di suprema, di assoluta, di perentoria autorità. Già lo dicemmo: questo Dio è il po-
pure un popolo compro, ragunaticcio, catinon importa; è un Dio, adoratelo.
polo. Sia
linario;
Questo Dio che
i
repubblicani strascinano ora alla
coda di tutte
le divinità
febbraio , ed
il
antiquate, incielatasi il q di
magnifico Armellini ne celebrava
l’a-
poteosi al cospetto della magnifica Costituente Romana.
Là quel ministro raggiante di pietà come un serafino dell’Olimpo,
si
gridava beato, beatissimo, quando sa-
rchiasi udito dire servitore zelante di questo popolo cast
buono!
così
grande! così degno! di questo nostro So-
vrano, di questo nostro Dio, a cui solo consagriamo di
cuore il riposo
e
la vita!
Qui l’oratore dava forse una
occhiatina devota al portafoglio e lo baciava. Suppo-
niamo tuttavia che per popolo (conira 1’ uso ora comune) s’intenda il popolo e non il portafoglio.
Digitized by
63
domandiamo ai repubblicani: Ama il
In tale ipotesi
popolo chi
gli toglie l’unico conforto
ed in morte,
la religione cattolica?
che abbia in vita
Ama
il
popolo chi,
vantandosi. di farlo libero, e sottraendogli crudelmente il
freno della legge morale e civile, lo
branco
di belve selvagge e indomite?
muta
Ama
il
in
un
popolo
chi , levandogli quel duplice freno della religione che
modera le coscienze e della legge che governa le azioni, strappa al popolo la guarentigia delle libertà civili , la bellezza dell’ordine , la fecondità della con*
cordia cittadina , gli accende in cuore la fiamma delle
più scellerate passioni e lo precipita spolpato e consunto in quell’abisso di povertà e di miseria ch’è la ,
finale conseguenza di tutte le rivoluzioni ?
polo chi, dopo averne succhiato
il
Ama il po-
sangue e
le so-
stanze, ne corrompe le anime?
Ah! legislatori o più veramente pervertitori del mondo, lasciate che il povero popolo, che il popolo italiano, ricco non ha guari di tanta fede, si rassegni ancora ne’suoi dolori creda, ami e speri! Non Svergognatene il padre che è il Pontefice, e la madre che è la Chiesa! Egli non sa che farsi della vostra religione, umana nella sua origine e tronca nelle sue massime. Egli vuole dimorar fedele alia grande Chiesa ,
cattolica, la cui maternità lo nobilita di un’adozione
divina, la cui voce lo ammaestra e lo ingentilisce,
le
cui braccia lo sostentano nei duri cimenti della vita, la cui
mano lo regge in questo mondo, e lo dispone
e lo introduce nel gaudio eterno delle anime. Ecco
immortai tesoro del popolo, l’unico tesoro del povero, che voi, barbari, colle vostre dottrine, colle vostre derisioni colle vostre empietà e coi vostri scandali, anelate a strappargli dal cuore amareggiato e I’
,
consunto.
Non parliamo della discordia, delle ire, della ferocia che le rivoluzioni fanno entrare nel popolo e nei
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costami; del sangue versato, degli orfani figlinoli, dei padri diserti, delle madri desolate, dei cadaveri del
popolo ondo vi fate scanno, o superbi, per salire al
sommo della potenza e degli onori.
Potrei condurvi
su questa scena di orrore, e domandarvi come amiate e adoriate questo popolo che ficate.
sì
tranquillamente sacri-
Tocchiamo fatti più semplici e meno clamorosi.
Non siete voi
,
o finti adoratori del popolo , cho de-
pauperate e sconvolgete
che la religione a-
gli asili
priva alla sussistenza e all’educazione della classe più
infima del popolo?
Non siete voi che in Roma, nel-
l'ospedale di Santo Spirito e nella pia casa del Rifugio, toglievate dal fianco delle povere pentite le loro
educatrici, e minacciavate di ricacciar quelle infelici
creature nel fango dal quale si sono alzate?
Non siete
voi che minacciavate lo spoglio a que’ missionari ar-
meni che tanto sangue hanno sparso per redimere c ingentilire
il
popolo, onde loro fu d’uopo, in Roma,
innalzare bandiera musulmana, per difendersi dalla vostra rapacità più che turca?
Non siete voi che nel
latrocinio universale delle proprietà pie ed ecclesiasti-
che annullate
le
ultime volontà del popolo sino dai
barbari tenute per sacre?
E non è il patrimonio dei
popolo, anzi del povero che voi usurpate, togliendolo a Cristo ed ai poveri per gettarlo in quell’abisso senza
fondo ch’è lo Stato fra le branche dei rivoluzionari?
Ma finalmente, se adorate
il
popolo, perchè spo-
gliate la Chiesa che è la madre e l’educatrice del po-
polo? Perchè spogliate, maledite cerate
i
,
perseguitate, incar-
ministri della Chiesa che pur essi sono po-
padri del popolo? Siete di ieri,
polo, amici, e già due venerandi sacerdoti dell’Oratorio il p. Cesarmi ed il p. Conca sono tradotti nelle carceri delfratelli e
l’abolito Sant’Ufficio; già è
chiuso nel forte di San-
t’Angelo monsignor Vespignani, vescovo d’Orvieto; già il
Cardinale Deangelis, vescovo di Fermo, sta carce-
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65 rato nel forte d’Ancona;
il vescovo di Gubbio è già nel forte di San Leo; e altri e altri sono perseguitati, uccisi od imprigionati. E non sappiam tutto; e siamo al principio della scena (1). Qual fu il loro de-
litto?
Nuovo, inaspettato, tremendo. Hanno osato dire
ai repubblicani che
i beni delle chiese sono patrimonio della Chiesa e dei poveri: come se tu, o lettor
caro, avessi la baldanza di dire all’assassino che la tua
non di chi la domanda. Vedi amore del popolo! Vedi sovranità e divinità del popolo! Popolo alto e basso qualunque tu sia intendi una volta il vero; coloro che predicano la tua divinità sono il tuo Dio spietato; e tu ne sei la vitborsa, è tua , e
,
,
tima.
.(1) Ci venne scritto da Roma il 14 luglio:
« Ripiglio la
mia corrispondenza or non più impedita dalla tirannide rivoluzionaria.
nostri patimenti, principalmente dall’ultimo
I
maggio furono ineffabili. risparmiaronsi nè
le
Agli ecclesiastici sopratutto non
ingiurie, nè le prigioni, nè la morte.
Qualunque birbante gli oltraggiava impunemente. I soldati finanzieri, fra gli altri, condotti da Capobianchi davan la
caccia ai preti, crificio era
di
s.
il
Calisto.
ai
frati, e
li
in gran
Il luogo del saconvento dei Benedittini
fucilavano.
cortile del celebre
Là
numero furono immolate quelle
vittime sacre. Fra esse io conoscevo della Minerva:
il
il venerabile curato suo vicario mi ha raccontato che avendo
ottenuto licenza di cercarne il cadavere
,
lo ritrovò fra al-
Si dicono da centocinquanta quei saccheggiavano, di notte si trucidavano. » Il 24 luglio i parochi di Roma celebrarono i funerali a due loro confratelli, Egidio Pellicciala e Pietro tri
diciotto
cadaveri.
martiri: di giorno
Sghirla,
si
amendue caduti vittime dell’anarchia.
s
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Q0r*
CAPITOLO XVII.' GlUfiI
•
DELLA RIVOLUZIONE ELBOFEA.
Qui si dilata la sfera delle nostre considera/ ioni La rivoluzione europea, di taliana, è
etti
è parte la Repubblica 1-
una scala a vari» gradi, è una tela avarii
colori, o piuttosto a varie tinte ebe rientrano tutte in
un sol colore. Quei gradi e queste tinte più o meno incarnate sono ciò che ora debbia ut considerare.
Giuseppe Mazzini è la somma espressione della Rema è alquanto di sotto a Proudhon, primo duce della Repubblica democratica e socialistica della Francia. Cosi conveniva, perchè V Italia non è pubblica Italiana,
ancora educata nelle teoriche rivoluzionarie al par della Francia. Mazzini diceva
il
vero: Il popolo (rivoluzio-
nario) è ancora da crearti in Italia. zini
Ma l’italiano Maz-
correndo esso stesso i gradi della scala che Prou-
dhon ha felicemente compiuta, c’insegna che da Proudhon rileveremo più spiccatamente lo scopo finale della Repubblica mazziniana. Èra il 17 di marzo, ed un rappresentante del popolo
domandava
a
verno democratico. scrivendo
le
Proudhon 11 redattore
la
definizione del go<-
del Popolo rispondeva
seguenti parole che giravano sui banchi
dell’Assemblea: Il governo democratico è quello in cui ogni cittadino può considerarsi come il capo supremo
18 marzo 1849). Questa definizione formola una perfetta e compiuta anarchia. Non basta più il dire che il popolo è sovrano, bisogna affermare che ogni cittadino è indipendente e sovrano, ossia capo dello Stato. Ogni cittadino democratico potrà dunque legalmente cacciare in dello Stato (Univert,
bando i capi costituiti dello Stato, e se la fortuna lo Le barricate di
aiuti , diventar egli stesso quel capo.
giugno in Francia, e l’assalto del Quirinale nel 16 di
novembre effettuavano questa democratica definizione.
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67 Proudhon non inventava, ma raccoglieva l’eredità calvinistica e luterana. Lutero avea detto che nella so-
uomo è sacerdote e papa; Proudhon continua e dice che nella società civile ogni cittadino può considerarsi come il capo supremo dello Stato.
cietà religiosa ogni
Negazione assoluta della Chiesa e dello Stato è il vero senso di questa dottrina luterana e socialistica. La Repubblica democratica d’Italia, generata da simili principi! , svolgendosi dovrà finire ad una simile conclusione.
Qui non è ancora l’ultimo fine delle teoriche sociacomuniste o democratiche. Sciolta la legge cho il cittadino alla Chiesa ed allo Stato, sciopur la legge che coordina l’individuo alla famiglia. L’uomo che ha conseguito l’afirancamento da ogni legge, e ottenuto l’ imperio assoluto di se medesimo, non ha più debito che lo vincoli a rispettare la proprietà e neppur la donna di un’ altra famiglia. Quindi due comuniSmi quello della proprietà e liste,
coordina gliesi
:
quello dei maritaggi. Più in là parleremo del comu-
nismo della proprietà. Il comuniSmo dei maritaggi non è idea nuova. Lasciando stare Platone che ne parlò per ipotesi nella sua Repubblica, le idee di libertà e di eguaglianza -
associate a quella dell’ unità e prepotenza dello Stato
(a cui ripugnerebbe
la distinzione e la domestica
po-
destà delle famiglie) ,1’aveano già suggerita ad alcuni filosofi spacciatisi per pubblicisti. Scrisse per esempio, Helvetius: La débauché est sans doute criminelle en Franco , puisqu’elle blesse les loie dupays mais elle le serait moine si les femmzs étaient communes et les » ,
,
enfants déclarés en fante de l’EtaL Nella Repubblica del
93
i
matrimoni si facevano a caso, e si disfacevano a
libertà. La dea Ragionc t dea dei repubblicani, fu simbo-
leggiata in
una prostituita, recata nuda
in giro pro-
cessionalraente e incensata. Sul fine del 1848, una cit-
tadina, reggente un giornale democratico e socialista,
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?
,
68 scriveva a delle
Tu hai predicata la comunanza ma poi ti adiri «noi, alla tua comunanza dei mariti La relirestaurava la dignità della donna,
Proudhon
:
donne, e va bene
barba, pretendiamo
gione
cristiana
;
la
facendola unica e indivisibile compagna del marito: le rivoluzioni che tutte, o quasi tutte schiantano
i
fonda-
menti della civiltà e del cattolicismo, fanno retrocedere la donna alla schiavitù del politeismo, sciogliendo quel vincolo maritale che la costituisce irrevocabilmente, in
un col marito, capo della famiglia. La rivoluzione italiana pare lungi da questo passo, pure coll’inaugurare il
matrimonio civile e cedere alle influenze comuniste,
ella ci verrebbe di grado in grado; se già questa rivo-
luzione non fosse
Non
un fantasma che dee sparire.
d’ uopo
il dire che la civile e cattolica Francia come abborre dal comuniSmo delle cose , così ella abborre dal comuniSmo delle donne, quantunque nutra pel suo seno questa duplice scuola. £ la
c’ è
Costituente parigina ne dava prova
nel 21
febbraio
1849, giudicando non meno colpevoli dei patriotti lai patriotti adulteri ed escludendoli dalia rappre-
dri
,
sentanza nazionale. Tuttavia
le
influenze del libera-
lismo hanno propagata non poco
la dottrina del libero
matrimonio, della quale ci basterà questo saggio. Una illustre signora, avuto un figliuolo da un matrimonio legittimo passò ad un adultero e ne ebbe quattro figliuoli. Or visitandola un’ amica, quella le disse con piacevole sorriso: « Ecco i miei quattro figliuoli: questi li tengo io per legittimi. Nella mia gioventù da’parenti fui sposata ad un uomo ch’io non amava, e fui venduta come una mercanzia. Fui passiva a tutto, e tutto fu nullo. Ma il presente marito l’ho sposato di mia scelta, alla faccia di Dio e del sole. Questo è il mio vero marito: questi sono miei figli legittimi, l’altro figlio è bastardo. « Ciò non è ancora il perfetto comuniSmo dei coniugii, ma è Videa ,
i
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69 rivoluzionaria, l’idea che ripudia il diritto, introdotta nella famiglia. Simili gradazioni
troveremmo pure
nell’ altra spe-
cie di comuniSmo che riguarda le proprietà.
Proudhon è al sommo di questa scala tengoho
i
in questo
medii o gl’infimi gradi.
numero un deputato
,
,
Perchè se ne
altri fra noi
E ci dolse
il
un sacerdote
,
vedere
un ca-
nonico, un provveditore degli studi, insomma
il
si-
gnor Turcotti. La sua scienza è veramente scarsa, ma le sue invettive contro i ricchi escono da vena proudhoniana. • Adoperiamo, egli esclamava, con vigore e senza paura medicinali più potenti quand’anche riuscissero amari; usiamo frequenti cavate di sangue , ossia d’oro, eh’ è il sangue dei ricchi, e se qualche ,
membro è fracido, incancrenito, tagliamolo «
( Gaz:.
Piemont., 16 marzo). Tagliar la borsa ai ricchi, e fors’anche il capo, tal è la dottrina turca del canonico provveditore.
Insomma tutte le dottrine sono come le fonti che si Le rivoluzionarie o
dispiccano in fiumi ed in ruscelli.
rovesciano come torrenti, o appestano come pantani (1). (1)
Giova bene avvertire che tutte le dottrine inservienti
di base alle rivoluzioni sociali della nostra età sono: Il panteismo, unità di sostanza in lutto l’universo
,•
Il
socialismo, unità d’interessi in tutta la famiglia umana;
Il
comuniSmo
,
unità di diritti e di proprietà.
Tatto il mondo è l’incarnazione della Divinità ; tutta la natura umana è divina, si sviluppa e progredisce senza fine. Ogni uomo è Dio, o più veramente una particella
Dunque in tutti una sola sostanza , un solo non il mio nè il tuo, ma una sola comunanza di Niuno comandi, niuno obbedisca; ciò
della Divinità. diritto:
diritti e di azioni.
ripugna ad esseri
tutti
partecipanti la
sostanza
divina.
Ninno dica; .la mia casa, la mia donna ; come tutti sono un sol tutto, cosi il tutto è di tutti. Chi comanda è sacrilego, chi possiede è sacrìlego : sono due virtù sociali l’insurrezione ed il latrocinio.
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70
capitolo ut vili;: I.E
’
•
,
••
'
«
,
COSPIRAZIONI. •
•
,
\
|
Prima d’entrare più avanti nelle dottrine rivoluzionarie, giova premettere quale sia sempre stata l’orìgine e
la teorica delle
cospirazioni, quale l’animo e i
mezzi dei cospiratori: nel quale argomento saranno immortali o di somma utilità ai popoli ed ai governanti le narrazioni di Crispo Sallustio.
Narra primieramente Sallustio per quali egregie Roma crescesse alla signoria del mondo: • In
virtù
casa e nel campo illibati costumi; concordia somma, cupidigia pochissima ;
il
diritto
e
onesto più assai
1’
dalla natura che dalle leggi promossi. litigi, gli occulti
Le discordie, i
rancori contro ai nemici sfogavansi.
Nel culto divino pomposi, parchi in casa, nell’amicizia fedeli. Due sole arti sostenevano Roma ed i Romani, in guerra ardimento, in pace equità • (Cat. ix.). Rovesciate questa bellissima narrazione, ed avrete l’Italia del 1848 e 1849, caduta in preda d’una fazione in casa e nel campo sfrenatezza e mal costume; :
nissuna concordia, cupidigia somma; nesto nè dalla natura, nè discordie, tro
ai
i
litigi,
dalle
il
diritto e l’o-
leggi promosso.
gli occulti e gli aperti rancori
cittadini sfogavansi.
Nei culto divino
contumeliosi, ladri, bestemmiatori, sacrileghi:
governi ,
gli scrittori , gli individui.
Le con-
finti
o
tali
i
In casa banchet-
tanti e sfidanti il nemico : buòni nè alla guerra nè alla
pace; in quella senza ardimento, in questa senza cquità.
Questi effetti produceva in Italia la cospirazione repubblicana sì fattamente, che di essa fanno ritratto
vero e vivo le seguenti parole di Sallustio: «Crebbe
da prima l’avidità d’arricchire, poi di signoreggiare (impieghi e portafogli), e da queste ogni danno. Bal-
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Googl
71
T avarizia cor rompe va osi la fedé, la probità ed ogni altra virtù, cui sottentravano superbia , crudeltà, venalità, irreligione (tutto a capello). Dall’ambizione la sincerità si annullava (fucina di bugie la cospirazione italiana); altro s’ebbe nel petto, altro sui labbri; a-
ed inimicizie non le contrasse l’onesto ma l’uil volto che il cuore (nè il cuore). Crescevano a poco a poco tai peil volto inicizie
tile;
a bontà si compose più
sti (dal 1821), di tempo in tempo dalle leggi frenate: quando poi fu universale il. contagio (nel 1848 e 1849), nella mutata città, di giustissimo ed ottimo ch’era il
governo, crudele e intollerabile diveniva * ( Cat x.). Ambizione e avarizia sono i due stimoli più efficaci delle cospirazioni, ma la prima più che la seconda, e lo dà Sallustio : « Ma più che l'avarizia , vi poteva da prima l’ambizione vizio che talora veste le apparenze della virtù. 11 buono e l'inetto del pari desiderano e gloria ed onori e comando ; ma quello per la .
,
,
retta via, questo, delle vere arti sprovvisto,
ed inganni oltre si spinge » (Cat. xi.). Per ambizione di maggior comando i
con frodi
principi ta-
lora o servono vilmente, o capitaneggiano le cospira-
promovono i grandi e i nobili se facoltosi, per ambizione e per avarizia sede-
zioni; per ambizione le
caduti ed arroganti; per cupidigia d’oro e di potenza chi sta nel basso; e per sete d’oro, di lascivia o di sangue la sfrenata plebe che odia la disciplina antica
ed aspira alla licenza. 1 grandi particolarmente voglionsi
da principio a
capi o membri delle cospirazioni, per acconciarle in faccia al popolo d’un’nria di decoro e di legalità. « 11
concorso dei grandi, scriveva Mazzini nel 1846, è di il popolo,
necessità indispensabile. Se non avete che
la diffidenza nascerà al primo passo , e tutto sarà in-
darno. Se
la rivoluaione
è condotta da alcuni grandi,
questi faranno sicurtà e franchigia al popolo. L’Italia
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72 ha bisogno de’suoi M ira boa u i de’ suoi Lafayette e di tanti altri (si tacciono
i Robespierre ).
Un gran signore ma sarà
potrà essere ritenuto da interessi materiali, preso al laccio della vanità.
»
Simile stratagemma di Mazzini fu in antico adoperato da Catilina che aveva aggregato alla sua
con-
Sura ed Autronio, Lucio Cassio e Cetego, due Siila e Yargonteio, Annioe Porzio, Lucro Bestia e Quinto Curio; e dei cavalieri, Marco Fulvio Nobiliore, Lucio Statilio, Gabinio Capitone, giura, fra
i
patrizi,
Caio Cornelio, oltre a molti nobili delle colonie e dei municipii. Aggiunge poi Sallustio che parecchi altri nobili occultamente consapevoli della congiura,
meno
che da povertà o da altra strettezza , erano trascinati dalla speranza di dominare; che del resto i giovani quasi tutti , e principalmente i nobili , favorivano Ca-
come quelli che viver volendo oziosi nella mol-
tilina,
lezza e nel lusso, ed anteponendo al certo l’incerto,
più nel tumulto che nella quiete speravano. Così av-
veniva nell’ Italia di Catilina, ma nell’Italia nostra,
minor parte dei
nobili sog-
giacque alle lusinghe dei nuovi Catilina:
gli altri giu-
nell’ Italia presente,
la
dicarono dirittamente la tempesta che si scatenava, e non potendola impedire si ritirarono.
Se i grandi fanno ricercasi poi
il
il
passaporto alle cospirazioni,
clero a benedirle. « Il clero italiano,
avvertiva Mazzini, è ricco della fede del popolo; con-
viene ad ogni modo guadagnarne l’influenza. » Quanto non fu profanato il nome di Pio ? Sin le danzanti eb-
bero ordine di sospenderne
randa
,
pudico. 1’
al collo
e di farne eccheggiare
Tremenda
apoteosi di
il
l’
imagine vene-
nome col labbro imun Pontefice, se non
avessero per così dire emendata
gli scellerati colle
maledizioni imprecate all’onorando esule di Gaeta. gual sorte corse tutto stici
blanditi
il
clero italiano. Gli
E-
ecclesia-
da principio, e convocati a parte delle
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73 «
solennità e dei festini; poi messi alla tortura e bersagliati e straziati, in
santità.
Pochi
i
ragione della loro riservatezza e
coraggiosi e forti ; moltissimi e senza
line gli ambigui; rari però
rono
traditori.
i
Ma pur vi fu-
traditori del santuario, e
traditori:
i
vilissimi
schiavi d’una cospirazione che metteva in fondo la so-
Non sono degni di ricordanza nè
cietà e la religione.
di vituperio i loro nomi; nomi di ciechi o di
stolti;
e sono a un dipresso que’preti o frati che ottennero una quaiche lode dai giornali irreligiosissimi che sono in Torino
la
Gazzetta del Popolo , la
Concordia , il
Ed in ciò questi organi
Messaggiere , Y Opinione, ecc.
della cospirazione mostraronsi degni di quel gran fab-
bro di congiure, Lucio Catilioa invettive assai contra
i
,
« il quale, scagliando
buoni, ad uno ad uno
i
suoi
encomiava » (Sallust., Cat. xxi. ). Questo è il carattere di tutte le cospirazioni: allac;•
.•
ciare
i
cattivi
lusingare
i
per farli sino
alle ossa incattivire,
buoni per tradirli. Tanto
l’antico
e
prometteva
si
l’onesto Mazzini, che per le sue arti già
si
figurava
mondo cadente nella rovina: «Saranno eglino
veder fuggir davanti alla sola potenza dell’opinione , re , signori , preti e facoltosi che stessi maravigliati nel
formavano il vecchio edilìzio. Coraggio e perseveranza!» Ora qual mai gioverà aire, al signori, ai preti, ai facoltosi ed al popolo tutto se non giova questa lezione? (X# IfltlXJKftf ih ’ò»
[tv O.» \;:na!
•.(
iv.a <,
.
•
CAPITOLO XIX. .»*•
»
*
,
.
I •
,
I cospiratori tilina.
'
.’
COSPIRATORI. Il
•
f
<
moderni si vogliono men feroci dei Ca-
Sian pure: anzi alcuni di animo leggiero,
ma
non barbaro, cospirano senza sapere ciò che si facciano. In tal guisa , senza affarsene , nell’altra rivolu-
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74 zione cospirarono contra
i
Borboni coloro
i
quali,
perchè era di moda, ripetevano vociferando gli argo-
menti serii o faceti de’giornali dell’opposizione, e cantavano le canzoni di Beranger. In tal guisa pure, senza sapere o badare al fine della tragedia facevano ,
capo o coda
alla
violentissima cospirazione italiana
alcuni scrittori, a cui, soverchiando
l’
imaginazione,
venne meno la ragione morale e politica. In tal guisa cospirarono la maggior parte dei governi e delle camere italiane, nate e fatte per servire ad una congiura e non mai ad una rappresentanza nazionale. In tal
guisa cospirarono eziandio al sovvertimento
rale e politico d’Italia le
mo-
donne italiane.
Alle donne la natura affidava l’interno reggimento della casa , e lo Spirito Santo encomia la donna forte d’aver maneggiato la spola e l’ago. Che sanno esse e che possono sapere del governo degli Stati? Pure la donnesca vanità fu sempre un’arma valente ai cospiratori, non a mantenere il segreto, ai che non son fatte, ma piuttosto ad appianare le vie, a tingere le rivoluzioni d'un seducente colore, ad essere deluse e a deludere coi loro vezzi e colla loro loquacità. Sono rare le Aurelie le Orestille e le Sempronie, colme di sangue e di lascivia, e degne di Catilina: ma faceva» nausea e dispetto queste madonne appuntine, queste ,
saccentuzze che, ignoranti del catechismo, pretende-
vano regger le parti or di Gioberti or di Mazzini; nè risparmiarono, per farsi grandi (grandi nella sciocnell’ impudenza) le loro beffe al gran Pio. Sappiano che la donna italiana, la donna cristiana, ha ben altre virtù da seguire; sappiano altra volta schermirsi dalle ciurmerie di chi non intende a vera
chezza e
libertà,
ma a rovinar l’ordine politico, ila religione e
la famiglia.
•'
Dopo le donne è costume dei cospiratori adescarsi la gioventù.
«
Ma Catilina
,
avverte Sallustio, sopra il
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s
75 tutto desiderava la famigliarità dei giovani,
percioc-
ché di leggieri vinceva gli animi loro con inganni, siccome quelli eh’ erano molli e volubili. E secondo ch’egli sentiva
il
desiderio acceso di ciascuno, a chi
dava cortigiana, a chi comprava cani e cavalli, non avendo misura nello spendere, purché se gli rendesse obbligati e fedeli
>»
E continua lo storico
(Cat. xiv).
nel dire con quali arti dalle minori iniquità
La
destrasse e traesse alle peggiori.
gli
ad-
nostra gioventù
è dovuto) respinge-
(rendiamole quest’onore che rebbe gl’insegnamenti infami e crudeli di Catilina, ma non del pari si tien ferma contro la malizia di chi la incanta e l’avvelena sapientemente; venefici incantantis sapienter. Non v’ha forse una rivoluzione moderna in cui la gioventù non abbia avuto una parte obbligata, inviandola ad un inutile macello, e ad ingombrare le mosse dei veri combattenti coloro stessi che le
,
hanno debito di educarla ad altre opere civili e più Avviso ai padri ed alle madri! Ma da questo avanguardo di donne e d’ imberbi quanto è differente la malizia profonda di coloro che formano il corpo e il nerbo delle cospirazioni! Per-
gloriose alla
patria.
chè odiano essi la luce? Perchè una metà del mondo mentre l’altra metà agitasi ora e freme nelle tenebre vive alla luce del giorno? Queste podestà sotterranee, che mandano fuori appena qualche alito per la bocca dei club e dei circoli, non si contentano ora di can,
cellare gli ultimi vestigi dell’aristocrazia e dei troni,
ma preparano un vulcano che divori la religione, la famiglia, la proprietà. Quest’incendio scoppiato, fa un
po’più d’un anno, nella Svizzera, si è propagato con velocità incredibile nella Francia, nell’Italia, nell’A-
lemagna, e divorò il centro della verità, della giustizia e della fede di tutta la Cristianità. Queste fiamme
alimentate dalla stampa furibonda e da furibondi parlamenti che si dicono rappresentanze nazionali e sono
76 orde dì baccanti, queste fiamme, quantunque atrocissime, sappialo il mondo e ci pensi, non sono altro che le prime faville del vulcano che arde sotto i piedi della società europea.
Altro che
le segrete stanze di
Catilina a queste nere congreghe, altro che l’angusto
giro d’Italia per agitarsi : Berna, Parigi, lino,
Roma, Ber-
Vienna, Franco forte corrispondono colla velocità
del fulmine.
I governi costituiti si sono lasciati
per il naso e per la barba.
I cospiratori
menare
usciti dalle
tenebre e imbaldanziti dalla prodigiosa imbecillità dei
governi s'infinsero, adularono, parlarono di clemenza ai principi, di libertà ai popoli, abbassarono quegli,
inorgoglirono questi. Cambiarono libertà
volle
persecuzione,
dire
il
senso alle parole:
religione empietà,
reame e principato significò tirannide il papato divenne simbolo collettivo di tutte le sventure e di tutte ;
-mul Non v’ha legge sacra ai cospiratori. In quei segreti
le iniquità.
.
Li«
‘us<-
!
focolari le menti s’infiammano,
i
discorsi sono torrenti
di fuoco, s’impervertiscono le anime, giganteggiano le
brame di rapina e di sangue. Quei Luciferi incarnati non vedono, non pregiano più altro che se medesimi. Allora gli scellerati Catilina scrivono ai Catuli, che essi
impugnano le armi civili perchè vedono onorati
gl’indegni , e se stessi esclusi dalle cariche e dai magistrati (Sallust.,
Cat. xxv.).
Convocano la predatrice
turba eh’ essi chiaman popolo, e declamano: Che il popolo è schiavo, e la repubblica il patrimonio di pochi ; che favori e potenze e onori e ricchezze stan presso quelli e presso cui essi vogliono, e ripulse e
condanne e indigenza e pericoli lasciano
ai
popolo;
che a costoro ricchezze sopravanzano da fabbricar nei mari ed appianar monti mentre perfino il necessario si fa mancare al popolo. « Due e più palagi a costoro, a noi neppure un tugurio? Statue, intagli, pit,
ture essi marcano ; edificano, distruggono, riedificano;
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77 in ogni
modo insomma I’ accumulalo danaro profon-
dendo,
le loro
ricchezze pur vincono
il lusso.
Povertà
ahbiam noi nelle case e debiti fuori, cattivo il presente, più aspro l’avvenire. Che cosa ci resta se non l’anrma infelice? Perchè dunque non vi destate? Ecco, ecco
la libertà, la libertà
che tanto avete desiderata,
e
ricchezze con essa,
lo
le
splendore
e
la
gloria.
Tanto dà in premio la fortuna a chi vince » (Sallcst., Cat. xx.). Tali sono
cospiratori di tutti
i
i
secoli.
Quali sono le loro lande ed il loro popolo? »Ogni più scellerato uomo ed infame. Chiunque impudico, adultero, banchettatore aveva fra queste arti straziati i beni paterni; e chi era oppresso dai debiti per a-
ver comprata l’impunità dei misfatti ; e quanti parricidi, sacrileghi, convinti rei o prossimi ad esserlo; o
quanti o dalla spergiura lingua, o dalla insanguinata mano traevan la vita; tutti insorama coloro cui o la coscienza, o la povertà, o la ribalderia travagliavano,
erano famigliari e intimi di Catilina, e gli innocenti simili agli altri diventavano » -(Salllst., Cat. xiv.).
Ecco le piante: or ne sorprendono
i
frutti? *
.*
.
•
CAPITOLO XX. I|
I
.
1
(ivi;
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f.
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j
t
t
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pili
LE ALLEANZE RI\ OLCZION ARIE.
frutti manifestati l’albero. I frutti dei Parlamenti,
primo sorgere delle libertà italiane, mostrarono di essere in gran parte, o per ignoranza o per
lìn dal
malizia, bocche o spiragli delle segrete cospirazioni distruggitrici dell’ordine e della libertà sociale. 1 Francesi
chiamano la Montagna quella parte audacissima alti scanni vomita fiamme
e rivoluzionaria che dagli
sull’Assemblea. Nell’Italia dopo la proclamazione della
Costituente romana,
le
Camere elettive di Roma, di
78 Torino e di Toscana furono quasi, nella loro universalità , un’ardente Montagna. Giuseppe Mazzini valentissimo ordinatore di segreti e di congiure , ne poneva il culmine sul Campidoglio. 11 Campidoglio repubblicano diveniva iniperlanto il nucleo delle congiure repubblicane. A quello vedemmo rivolgersi con devoto entusiasmo ministri e i deputati piemontesi; con quello si raggruppava la babelica' turba di Guerrazzi e di Montanelli, a quello mandava le sue felicitazioni la Montagna socialista e comunista della Francia. A tanta vergogna eran dunque riservati gli usurpatori della porpora papale? Che dissi a tanta vergogna? Non sono forse una perenne vergogna, una perenne usurpazione, un perenne sacrilegio, i decreti e le spogliazioni della Repubblica Romana? È ella forse altra cosa che una figliazione della congiura che si stende per tutta l’Europa? Dunque bene sta che si abbracciassero come d’un sol cuore la Montagna parigina e la Costituente romana. i
11
24 febbraio 1849 la Montagna di Parigi scriveva romana: « Cittadini! La Democrazia
alla Costituente
francese con entusiasmo saluta in voi la Repubblica
gloriosamente fondata sulle sponde del Tevere. OnUgé
popolo romano! Roma libera è il segnale delljRffraneamento dell’intiera Italia, è il primo passo alla
al
restaurazione della nazionalità italiana in que^i’unica
forma che ormai sia possibile, la bekjbblica. Coraggio, Fratelli Già la Toscana è libera , Venezia combatte, la Lombardia è fremente, il Piemonte si agita, il sangue versato a Napoli sarà vendicato; da questi Stati !
emancipati presto uscirà risplendente l’Unità italiana.
Spagna, Napoli e Austria formano, si dice, una sail potere popolare: questi rumori non vi turbino, Cittadini, nel-
crilega alleanza per ischiacciare a Roma
l’arduo lavoro della vostra costituzione.
ranni studieranno
il
I
passo prima d’assalire
vecchi i
ti-
Romani
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79 che gittano i fondamenti alla loro indipendenza. Se mai Tosassero. . . Cittadini d’Italia , le simpatie della Democrazia francese sono con voi; i suoi volontari, al vostro appello vi verrebbero in soccorso per cacciare i barbari. Viva la Repubblica romana! Viva la Repubblica italiana.
•
Questa lettera leggevasi il 17 di marzo all’Assemblea romana. Applausi fragorosissimi , dico il Monitore del 19, e grida di Viva! Viva! scoppiano da tutta T Assemblea. E già all’ Assemblea pare va n risorti gli
mondo glomandar ambascierie alla Repubblica dei
antichi tempi in cui tutte le nazioni del riavansi di
Camilii e dei Fabrizi, ed il Senato veniva detto un’As-
semblea di Sovrani. Ma quella non era altro che una lettera della Montagna cioè di quanto ha di più ri,
voluzionario
la
Francia, di più incivile e di più an-
Erano cinquantasette quei montagnardi, e tutti onorarono della loro firma la lettera. Fra i quali tisociale.
spiccano Ledru-Rollin capo del socialismo , Raspai!
Eugenio suo apostolo, Proudhon capo del comuniSmo, e Lamennais prete apostata e demagogo in religione
come in politica.
' .
O Romani! con quale sdegno non avrebbero respinta una tale ambasciata quei fieri e virtuosi repubblicani che fondarono col valore firn pero del mondo ? Voi non siete degni di appellarvi loro figliuoli, e neppure loro
bastardi.
Voi
siete
discendenza di barbari; voi che
stendete con tanta gioia la
comunisti
,
mano
ai socialisti
ed
ai
cioè ai cospiratori e sovvertitori della reli-
Ma se la Montagna rivoluzionaria, socialista o comunista è una riminoranza nella Francia, al contrario tutta la
gione, della società e della famiglia. stretta
vostra Costituente si voltola in questo fango. L’amicizia o trova gli uomini pari Sallustio nella Catilinaria.
Alla
Montagna di
Parigi
o
li
forma: così notava .i
..u»ti
mt
*
rispondeva nella seduta
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80 seguente il Mazzini
,
ed era il più degno di farlo.
«
Voi
avete patito, sperato, combattuto per l’Umanità > di-
ceva egli
ai
montagnardi:
i
quali
hanno veramente
combattuto, tìsicamente o moralmente, sulle barricate, ma centra la patria e l’umanità. Proseguiva il Mazzini:
«
Un terzo mondo sorge nel nome di Dio e del Non v’è
popolo, sulle rovine di due mondi spenti...
che un sole nel cielo per tutta
la terra;
uno scopo, che una legge, che una
non v’è che
sola credenza,
Assoeiazione e Progresso , per tutti quei che la popolano. •
Gigantesche sentenze, che quol fabbro di rivo-
luzioni volta e rivolta ad ogni ora e in tutti isensi. Con-
chiude:
»
Fidate in noi; noi fideremo in voi. Se mai
nella crisi che stiamo per attraversare, le forze ci man-
cassero, noi ricorderemo allora le vostre promesse; noi vi
grideremo: Fratelli , l’ora è venuta, sorgete!
•
Questi
fratelli non sono già l’esercito valoroso della Francia,
sono appena
i
ma
volontari dei cinquantasette della Mon-
tagna, sono i servi di Ledru-Kollin, di Lamennais e di
Proudhon, che non maneggiano le armi delle battaglie,
ma gli occulti raggiri e
i
tradimenti orditi dalle cospira-
zioni, la cui unica fede è uelsocialismoencl comuniSmo.
Ogni periodo di questa risposta inebriava d’un gaui beati del Campidoglio. Mazzini parve loro un Tullio, un Dio. Si fa la solita
dio ineffabile e crescente
sinfonia di applausi fragorosissimi (1). Sulla proposta di (1) Si sa che la generosa Repubblica romana ha comincialo il suo comuniSmo, confiscando in nome di Dio c del
Popolo tulle le proprietà ecclesiastiche , non escluse lo campane, li Costituzionale Romano del 1G marzo, con una specie di apologo, introduceva una campana a portare una sua petizione ai Proudhon del Campidoglio, nella quale, per moverli a pietà, diceva loro fra le altre cose Noi campane, come cerl’altra gente, facciam mollo rumore e val:
ghiara pochi denari.
7
'
Or noi, o lettore, al leggere o all’udire gli applausi fra-
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Gc
81 Audinot tatti corrono a segnare quell’autografo colla loro firma e lo mandano come una reliquia ai Prou,
dhon di Parigi tecipare
,
dichiarando col fatto di volerne par-
la politica
e le dottrine.
Questi sono accidenti della commedia italiana che la storia dee raggranellare.
CAPITOLO XXI. PRIMI SEMI DEL COMUNISMO ITALIANO.
i Lamennais, la Montagna di Parigi non si sono arditi d’onorare ofiìcialmente la Camera piemontese di un loro messaggio. Ma la Camera de-
I
Proudhon,
mocratica, eletta per le influenze del ministero Gioberti-Rattazzi, avendo, nelle ultime sedute di febbraio,
spiegato simpatie calde, ardentissime, verso
Roma e
Toscana, è forza il conchiudere che simpatizzasse pure colla Montagna di Francia: Quae sunt eadcmunitersunt eadem intcr se. Nè voglionsi dimenticare quetio gli onorevoli che nella Camera veneravano LedruRollin come un Santo Padre, e le sue parole recita,
vano come pappagalli. Spingendo un po’più avanti l’argomento
,
deesi pur
venire ad un’altra conclusione, ragionando per esem-
pi» così: Una Camera elettiva, quando non rappresenti la nazione, dee certamente rappresentare una fazione; ma la Camera democratica non rappresentava il Piemonte, sibbene la demagogia italiana e parigina;
Camere costituzionali o repubblicane, potremmo dir loro: Voi, Onorevoli siete come le campane; rumore e valete si pochi denari ! Le campane fuse
garosissimi di certe
,
fate tanto
fanno almeno dei cannoni ; voi, FUSI E RIFUSI, non fate che dei pasticci.
6
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82 dunque nel Piemonte esiste una fazione, che
in ra-
gione de’suoi principii collegavasi colla Repubblica di
Roma e colla Montagna di Parigi. È la fazione che colla bugia , colla calunnia , colla prepotenza , coll’au-
dacia e con ogni maniera di baratteria, soverchiò la
nazione pacifica e non ancora intendente di politica,
che si spinse e traforò per ogni dove; che invase gli e
uffizi
le alte cariche ,
arricchì se medesima, profuse
negli amici , creò nuovi ministeri per sè e per loro,
dilapidò la finanza
,
roderà e caccierà nella più atroce
miseria quel popolo che ha turpemente sedotto, e del è fatto sgabello per salire.
quale
si
fatale
disinganno, e di questa terribile catastrofe, in
ed
parte è giunta,
in parto
Quando il popolo avrà pagato
L’ ora di questo
non può esser lontana. l’
intero fio della sua
credulità, della sua inerzia, della sua cecità verso falsi
dottori a cui
come Adamo,
delle nazioni, e
si
abbandonava, aprirà
vedrà coperto di onta
si
i
occhi
cospetto
nudo d’ogni bene del mondo. non diciamo cose che non
Non anticipiamo i tempi si
gli
al
,
vogliono credere, lasciam che lo sdegno di Dio
si
compia.
Rammentiamo però una sentenza del flebile
profeta:
«
che bolle,
Che vedi, o Geremia? Vedo una pentola la cui
bocca è da Settentrioue.
Ed il Si-
gnore mi disse : Dal Settentrione traboccherà il male sopra tutti gli abitanti del paese;. . .ed io pronuncierò contro a loro, per tutta la lor malvai miei giudizi gità, per la quale
m’hanno abbandonato *
(Jf.h. i,
13-16). L’Italia se ne ricordi. Torniamo ai fatti. La fazione che ha dato al Pie-
monte la fatai Camera ligia e pedissequa della RepubRomana, è incapace di mai altro partorire che il depauperamento e la rovina del Piemonte; quella fazione dee partecipare le massime rivoluzionarie della blica
sua fattura, con tutte quelle esagerazioni che si attagliano ad
una turba concitata e furibonda. Tali mas-
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83 siine riuscirebbero finalmente a questo principio: Ster-
minio dell’ordine sociale e civile. Per ora non giungono a sì nefando eccesso , ma a questo mirano per una via logica e diritta. Chi vuol vederlo, ponga mente al se*
guente raziocinio. Tutto l’ordine sociale,
tutta la quiete pubblica e la
libertà civile riposano sull’inviolabilità dei diritti acquistati: violarne
un solo, è un aprire
la
via a
mano-
Or questi diritti si assommano tutti in un solo, la Proprietà. La Proprietà di
metterli tutti e senza fine.
tutto ciò che io ho e sono; la Proprietà di tutto ciò
che altri è o possiede la Proprietà che spetta ad ogni qualunque società o individuo. La vita è la prima delle proprietà; l’onore, un grado, un titolo che non offenda l’eguaglianza avanti alla legge è una proprietà: le ricchezze legalmente acquistate sono una proprietà; ;
il
diritto di servirsi e di gioire
liberamente di
tutti
questi beni è una proprietà.
Ora chi crederebbe che nel Piemonte già così mouna fazione cieca, un partito d’uomini si cimenti, si scateni ad una guerra sociale che, procedendo di distruzione in distruzione, debba livellare abbattere schiantare sotto qualunque forma la proprietà? Ho detto che un grado , un onore, un titolo civile è una proprietà. Or eccoti un’ onda demagogica che gridando sovranità popolare! popolo sovrano! s’innalbera così alto da porsi sotto i piedi il rale e civile,
perversi o sedotti
,
,
più sublime grado della scala sociale, che è il principato; non lo dicono aperto, principio. Sciolto tutta la scala.
ma ò la conseguenza del
culmine, è facile discendere per
il
E nel vero
,
sul principio di marzo leg-
gevasi tal petizione alla Camera, per cui non solo dor
vesserò degradarsi
i
nobili ,
disciplina a cui altro
ma ancora sottoporsi a tal
non mancava che la galea o la
ghigliottina.
Dall'aristocrazia del titolo è lieve
il
passo all’aristo-
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84 crazia del danaro. Perciò rallo,
il
vedemmo il deputato di Va-
democratico Turcotti, sacerdote e canonico,
chiedere che ai ricchi
si
praticassero forti salassi di
sangue, cioè d’oro; e se di buona voglia non si acconciassero a pigliar la medicina, il governo democratico gli stringesse colla forza.
Altro canonico (è pur doloroso il vedere tali infamie nel sacerdozio!), il canonico Doro di Savigliano, mordendo come cane P onore e la fama del dignissimo Abbate, e facendo un passo più avanti del popolano Turcotti, domandava la confisca, cioè l’usur-
pazione e i
il
latrocinio per parte del governo, di tutti
beni ecclesiastici. Contro
petulanza del confra-
la
con energica dignità l’onorando Capi-
tello protestava
tolo di Savigliano:
ma la Camera, proprio la Camera
Rattazzi, dichiarava d’urgenza la petizione del fanatico.
Ma eccoci al 21 di marzo. La petizione 1017, riferita
da Michelini, dice:
«
Giovanni Sabbione consi-
derando che l’indipendenza d’Italia sarà principalmente dovuta ai soldati che combattono nella santa guerra, propone che fra essi si dividano i beni dei Comuni, dell’Economato, del clero regolare, ecc. » 11 relatore
non volle dirci quant’altro si contenesse nell’eccetera: un po’di rossore non sta male e talvolta lo patiscono per anche i ladri. Fatto è che la questione fece un nuovo passo, aggiungendo i beni municipali ai beni ,
ecclesiastici,
rinnovandosi in quelli la legge agraria
splendidamente confutata da Cicerone.
Che resta finalmente? resta solo che si formoli in tutta la sua nudità il comuniSmo, e si pronunci quella
formola nell’aula delia nazione.
E si faceva appunto
in quel giorno colla petizione
1019:
*
Luigi Gior-
gine chiede che in nome dell’eguaglianza le sostanze si
dividano fra
tutti
i
cittadini.
»
Direte che alcuni
pazzi, siano essi laici od ecclesiastici,
gono
la nazione?
n«n compon-
È vero, ma compongono una fazione
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85 che è giunta' a non conoscere nè decenza nè rossore. E la Camera? La Camera non segnò d’urgenza le ultime petizioni, ma non diè segno di tenersene per disonorata nè si mosse una lingua ad infliggervi una ,
qualche disapprovazione.
Dunque nel Piemonte e nell’Italia tutta, colle massime rivoluzionarie si mischiarono evidentemente i semi del comuniSmo che è la negazione d’ ogni di,
ritto, la dissoluzione compiuta dell’edifìzio civile, ed è nella società ciò che nella religione è 1’ ateismo. I semi ho detto, ammainiti, ammorbidati e quasi inciviliti nell’orpello di libertà, democrazia, eguaglianza e popolare sovranità. Chi nega questa infermità ita-
liana guarda alla maggioranza nazionale che noi pure diciam sana ma non si potrà negare che tale cancro serpeggi in assai capi e nell’ orda che si è posta ai ,
:
movimento italiano. Vedremo come il comuniSmo si possa dire con verità un ateismo sociale.
servigi del
CAPITOLO XXII. •
'
ATEISMO SOCIALE.
L’ateo nega Dio, negando la somma degli attributi
emananti dalla natura divina: il comunista nega la negando la somma dei diritti emananti dalla
società,
natura dell’uomo e della società civile.
Il comuniSmo
è dunque un ateismo sociale, inducendo esso negli ordini civili
quell’ assoluta
negazione che l’ateismo
induce nelle idee divine.
non è comunista, gridava l’eroico deputato Ravina. No, l’Italia non è comunista, e neppur la Francia è comunista. Ma il comuniSmo si appiatta nella Montagna parigina la Montagna parigina si è L’Italia
;
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86 dichiarata sorella
romana,
della Costituente
Campidoglio veniva accolta e sancita
e
sul
parentela-,
la
Firenze vestiva di rosso come Roma, ed in lei si rifondeva; la Camera piemontese si dichiarava per
Koma e per Firenze col trasporto d’un amante. Dunque? Dunque la Montagna di Parigi co’ suoi Proudhon e Lamennais ha pure i suoi affigliati socialisti e comunisti nei Parlamenti italiani, e
che plaude
ai
Parlamenti e trascina
Diasi pure che
i
nostri siano
discepoli scervellati o ientigradi verso
scuola parigina,
prepotente logica dei
cipii e la
maestri della
i
ma di passo in passo, di rovina in
rovina, di negazione in negazione,
•
nella fazione
l’Italia.
appena incipienti, e
la forza dei prin-
fatti
non
condur-
li
rebbero a quella universal negazione dei principii sociali, che prima si dice rivoluzione democratica, poi socialismo, ed in fine
quale la
i
comuniSmo? La Francia, della
democratici d’Italia scimiotteggiano a quest’ora
parte infima e pessima, è una prova di
fatto
a
questa terribile conclusione.
La Francia rivoluzionaria si contiene fra il 1789 e il
1848:
i
due estremi si toccano. Nel 1789 si era co-
minciata una riforma, togliendo gli onerosi privilegi,
ravvicinando
nide pleblea, partorì
ma la rivolu-
e migliorandole;
le classi
zione, cambiando, come sempre, il
la libertà in tiran-
93 e le sue seguenze. Bona-
parte incatenò la rivoluzione, o piuttosto
consacrandola a maggiori usurpazioni. trovarono stanca nel 1814, diressero,
e lasciaronle tali forze che,
tornò adulta e vincitrice nel 1830. al
1
la divertì
Borboni la
ma nè la vinsero, nè la rifacendosi,
Da quell’ora sino
22 febbraio 1848 corse l’epoca più feconda nell’ar-
cbitettare
forme e sistemi di rivoluzioni. Gli uni vo-
levano la monarchia, ma libera dalla duplice influenza delle piazze e della corte ; altri , più ardenti ,
giavano
la
repubblica,
vagheg-
ma non osavano proclamarla;
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87 altri,
per eccitarvi la moltitudine, predicavano e van-
tavano ad ogni ora
i
diritti del
popolo, dimenticati,
non paghi nè sognarono una rivolu-
sconosciuti, sacrificati. Altri finalmente,
di monarchia nè di repubblica
zione sociale, rinvertendo
i
,
tempi
alla primitiva co-
munanza dei beni, ed alla favoleggiata età dell’oro.
La rivoluzione del febbraio 18^8 fu, almeno in parte, di quest’ultimo colore: le barricate di giugno venivano
a chiedere l’adempimento delle promesse provisorio che
al
governo
non poteva mantenerle.
Si osservino gli stadi del progresso rivoluzionario.
Nel 1789 era possibile una rivoluzione riformatrice, perchè eranvi privilegi e abusi da emendare, nel 1848 non era più possibile, che una rivoluzione sterminatrice, perchè gli abusi erano emendati, e tutti i
cittadini
eran pareggiati
nella tutela delle leggi. sibile
menò il ferro
sui
nell' esercizio
dei
diritti
e
La rivoluzione per farsi posdiritti
e sulle
leggi;
abusò
dell’eguaglianza legale per sovvertire le ineguaglianze civili, nelle quali consiste l’addentellato delle
zioni e la struttura della società;
condi-
proclamò una ca-
pricciosa solidarietà fra gl’individui eie nazioni, e ne
formò il socialismo; spinse più avanti il principio abusato deli’ eguaglianza, e generò 1’ anarchia nella il comuniSmo.
sfera dei diritti, e nelle proprietà
In simile guisa era proceduta l’eresia. Pigliò preda qualche abuso introdottosi negli uomini pro-
testo
fessanti
il
cattolicismo ; passò dagli abusi aiprincipii,
usurpò alla gerarchia costituita la facoltà di riformare e di deGnire. D’ allora fu una rivoluzione contra
il
principio legale ed autoritativo; tolse ad una ad una le pietre del cattolico ediGcio, finché non restò più che
Dio, un Dio senza dommi, senza leggi, senza la parola, senza un’ autorità che lo rappresenti, un fantasma insomma e quindi l’ateismo. Era questo l’ateismo religioso, al quale veniva dietro a breve inter;
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88 vallo se
non già parallelo
la rivoluzione confuse gli
(
ateismo sociale. Perocché
abusi del principato col prin-
cipato, gli enormi privilegi delle condizioni colle stesse
condizioni,
gli
abusi della proprietà colla proprietà
medesima: quindi colla magica parola della sovranità popolare
si abbatteva il principato, col fantasma dele condizioni civili con quella umanità che il tiranno romano i papaveri; e finalmente nulla rimanendo in piedi che la sola proprietà, nell’anno sovranamente rivoluzionario qual fu il 18i8, il socialismo ed il comuniSmo movevano ad essa la guerra fatale, che avrebbe ritornati gli uomini nello
mocratico si spianavan
stato d’isolamento e di barbarie.
Nel qual precipizio con maggior colpa si precipitava che non già
nista della Francia.
democrazia socialista o comuPerchè in Francia non era mai
cessata di
antica
l’Italia
tallire
1’
la
pianta rivoluzionaria,
le
menti n’erano avvelenate quasi prima che nate e la tenebrosa empietà contendeva il passo alla religione. ,
Ma l’Italia calpestare ad un tratto l’avita prudenza e la religione, l’Italia d’uno slancio raggiungere la Franall’ ultimo eccesso rivoluzionario , ed impalmarsi colla Montagna esecrata dalla medesima Fran-
cia sino
cia? L’Italia tutta, ossia tutta l’Italia parlamentare e
rivoluzionaria, giungere sino a quell’ateismo nazio-
nale, a quel nazionale suicidio, che era
mento della
libertà cattolica
il
rinnega-
e della civiltà italiana,
Papa? Quale abisso di cecità e di tracotanza? Qual diritto resterà salvo, se non è il diritto del principe, e di un principe a tutto pieraffigurate e incarnate nel
ghevole fuorché
all’
impossibile?
zione italiana, non diede
il
Roma, ossia la fa-
più grande esempio di
ateismo sociale e politico? Gli atei, disse Voltaire,
medesimi. Ecco
le divinità
negan Dio e adorano se che cacciarono il Papa e
adorarono e fecero adorare se stesse nell’insanguinato
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89 Campidoglio! Arroganti e dissennati, che meglio continuano la serie dei barbari che degli uomini inciviliti,
e tornerebbero
Roma al sacco ed alla barbarie
se non fossero altro che fantasmi mandati o tollerati
da Dio per castigo del popolo romano. Ma nel breve passaggio lasciano impresse orme di devastazione e di sangue. Le provincie in preda alla rapina plebea e all’assassinio delle piazze le carceri nuovamente san;
tificate dall’ infula dei vescovi
tale;
il
patrimonio dei poveri,
e dal sangue sacerdoi
monti di pietà, sac-
il Costituzionale Rom., 16 marzo). Or venga a contarci il Monitore Romano (14 marzo) che
cheggiati (V.
« vescovi e monsignori passeggiano imperturbati sul Tevere e nelle vie più frequenti della città; che nessun domicilio, nessuna persona, nessuna libertà fu
Saranno questi i monsignori fatti alla Muz-
violata. »
za relli?
Noi diciamo con rassegnazione: passa; lasciatela passare.
La collera di Dio
CAPITOLO XXIII. CONSEGUENZE DELL’ATEISMO SOCIALE. t
Voltaire che s’intendeva
ancora:
«
un tal po’di ateismo, disse
Gli atei, se ve ne fossero, avrebbero uno
cuor duro e l’anima vile. « Queste condizioni applicansi tutte all’ateismo sociale e politico della Repubblica Romana. Rammenti il lettore che l’ateismo sociale è il far tavola rasa dei diritti altrui e costituir se stessi , la propria ragione ed spirito falso e ristretto,
il
,
il
proprio orgoglio qual unica base dei diritti sociali,
e del
modo di definirli e d’interpretarli.
Le enunciate condizioni incontransi nel più forbito documento della Repubblica Romana, che fu la Noto
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90 alle
emanata dal Ministero
Potenze
delle
relazioni
estere, il 3 marzo, segnata Carlo Rcscoml Niun. maestro di falsità potrebbe vincerla al paragone.
29 aprile Pio IX diceva di non poter dichiarare ma non condannava nè la guerra, nè l’indipendenza, nè la nazionalità. Si avverta bene che nulla pronunciamo qui sul diritto ma constatiamo un fatto. La Nota al contrario induce Pio IX fulminante II
la
guerra,
,
coll’anatema la nazionalità, la guerra e l’indipendenza: « 11 29 aprile, un fatale anatema usciva dal Vaticano che ripudiava i credenti nell’ idea della nazionalità, che riprovava quella guerra. » È follia, è cecità il mentire così sformatamente alle Potenze ed ai viventi? « I disastri di Lombardia, furono dovuti in gran .
—
parte alla defezione del Papato. » Defezionare è il ritrarsi si
da un obbligo assunto: or quando mai il Papa
era assunto l’obbligo della guerra?
falsare l’idea,
il
fatto e la parola?
una seconda defezione.
11
Non è ciò un
— «La fuga era
popolo chiese se un prin-
cipe costituzionale poteva in tal guisa lasciare il suo una larva mendace. * Che fior di verità! Si uccidono il miniil cui primo stro ed il segretario del Papa i ribelli passo fu l’assassinio lacerano la Costituzione impongono al principe la loro tirannide, e chiamano seconda defezione la sua fuga, ed una larva mendace la Costituzione! Ma sì, fu una larva; fu una larva pei Mamianisti che non cessarono mai di lacerarla finché un bel giorno dovesse crollare per intiero la mostato , e trovò che la Costituzione era stata
•
;
,
,'
,
narchia papale. il paese rimanesse senza governo PeCommissione di governo nominata in Gaeta
Falso è che
rocché portava
la.
la
segnatura del principe e ogni formalità
concessa dalle circostanze, era legittima, era auten-
ha dovuto sciogliersi, ciò fu per 1’ ostinatezza dei rivoltosi nell’ intralciarle ogni mossa e nel tica; e se
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’
91
rifiatarla.
Falso che fosse chiusa ogni via tra
polo ed
sovrano
il
,
ma solo ,
il
po-
come doveva essere
tra
,
il sovrano e la ribelle fazione. Falso che il paese nominasse una Giunta di Stato , ma la Giunta usurpava o pigliava a insaputa del paese e senza missione ve-
runa quel comando,
e
senza missione convocava la
Costituente. Falso che la Costituente fosse emanazione del popolo , emanata com’era da una piccola minoranza,
un turpe mercato
dalla fraudo, dalle violenze, e da
dei suffragi. Bugia da fanciullo era poi questa
:
«
La
Repubblica emerse da quelle ruine, pura, incruenta, degna d’ un popolo che con tanto ordine, che con tanta dignità si era comportato. » Pura come una 'Venere! incruenta come il pugnale dell’assassinio, e le cruente soglie del Quirinale!
Non volendo ascrivere tali falsità ad un animo profondamente falso, bisognerà riferirle ad una ristrettezza di mente e a un delirio rivoluzionario. I vanti che seguono, sono degni d’una mente puerile o rimbambita. Ascoltali bene: « La Repubblica fu bandita, come lo stato che più si conveniva alle virtù di cui queste moltitudini si erano mostrate dotate. » In
Roma
,
nella
Roma rivoluzionaria
,
le virtù
repubbli-
cane? Forse il valor militare? Forse la sapienza dell’antico Senato?
0 miseri! Un pugno di gente ragu-
naticcia che tumultua,
s’
imbecca,
si
vende, si com-
pra; un popolo che detesta la congiura,
ma si ap-
piatta come un coniglio, e non osa guardarla in faccia; una Costituente la cui imbecillità è pari al fanatismo; non un generale, un oratore, un uomo di stato; sono queste le virtù repubblicane? È una virtù repubblicana l’essere pigmeo e il credersi gigante? Nè si ferma qui il vanto; odi ancora questo poco: • Questa Repubblica onora l’Italia è degpa dell’eterna città; la Roma dei Cesari e dei Papi si fece più grande al,
lorché divenne la Roma del Popolo. »
Tutta sapienza
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92 Mazziniana, fin
le parole.
Come? una congiura inau-
gurata dal più vile assassinio, e che in tutto
il
suo
corso non è altro che uno spoglio, una devastazione e degna non siete degni di servire
e un assassinio, chiamarla onore d’Italia, della città eterna? Voi che
meno a quello dei Roma, la Roma di quel
di scabello al trono dei Cesari e
Papi, voi creare una nuova
popolo che scandalizzate, dissanguate, spolpate e
ti-
ranneggiate? Voi unite tanta imbecillità a tanta arro-
ganza? Ecco il delirio, ecco l’ateismo politico, che falsa, restringe, annulla gli spiriti.
Ma la durezza e la viltà? Ah pareggiano
,
la durezza e la viltà
la falsità e l’angustia delle menti.
Dopo le
beneficenze di Pio IX, e singolarmente la primissima che fu l’amnistia, bisogna cercare fra icanibali perfidia capace d' abbeverare d’una morte continua chi
aveva data
la vita. Si ricorra tutto il
zionario dal 29 aprile al 16
e non
si
raffinato martirio.
chi
si
processo rivolu-
novembre e sino al fine,
troverà forse una trama più perfida e un più
Ma chi è spietato è vile, e più vile
mitria della sua
viltà.
Udiamo le parole ultime
Un’opera gloriosa almeno compimmo, e fu quel giorno in cui abbattemmo il dominio tem-
della Nota:
«
porale dei papi.
»
SI , valorosi repubblicani , voi abbatteste il trono più
antico e più venerato del vili lo
mondo; ma colle armi dei
abbatteste, colla menzogna, colla perfidia
,
col
tradimento. Menzogna, perfidia e tradimento fu il ministero Mamiani , e specialmente il suo programma del
9 giugno, che si volle far passare per l’espressa volontà del Papa che pur lo disapprovava menzognero programma che in nome del Papa già inaugurava il :
decadimento del suo dominio temporale. Perfidia il procedimento della Camera elettiva che ogni giorno levava una pietra all’edificio del dominio pontificale; e perfido l’assedio onde per sei mesi si tenne schiavo
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93 il
sovrano. Perfido quanto vile il tradimento col quale
non Roma
,
ma la salariata ciurmaglia venne all’as-
salto del Quirinale. Perfide le infrazioni d’un giura-
mento solenne; perfida la stampa, perfida la Repubblica e perfida la Nota del 3 marzo che per sedurre e ingannare il popolo travolsero gli atti e le azioni ,
,
del Papa. Se l’abbattere con
tali
arti
il
trono del co-
mun padre è una gloria, esuliate pure, voi sarete immortali
ma di quella immortalità che nasce dalla
,
viltà e dalla infamia.
Spirito falso e incapace di tutto
ciò
che non sia
distruzione sociale, cuor duro e anima vile, sono uni-
versalmente
le
conseguenze di quell’ ateismo politico
che divinizzando l’egoismo dell’individuo, e spregiando l’eterna giustizia su cui fondansi gli stati, fa della so-
cietà
umana una rovina ed un caos. Avvertiam tutta-
via che
gli
uomini impazziti da questo lato, possono
talora per altri rispetti mostrarsi cittadini discreti e leali.
Non mai
si
corrompe
tutta
intiera
la
natura
umana.
CAPITOLO XXIV. ATEISMO OFFICIALE DEL PIEMONTE.
Volando dalla Montagna rossa di Parigi alla fatua e ardente Montagna del Campidoglio, e da questa a Torino, non usciamo dal proposto argomento; anzi non ne usciremmo raccogliendo nella stessa cerchia la fazione rivoluzionaria di Prussia Germania ed Austria; perchè ovunque una sola idea e un solo filo conducono gli avvenimenti. Ora l’ateismo sociale gettava il suo primo bottone nel Piemonte, e fra le persone ,
il quale di modello che era, diveniva da quel punto un fantasma e l’onta dei governi.
stesse del governo,
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94
Nè state a dire che il governo Subalpino non ha mai il primato di moralità fra i governi italiani: perchè vi rispondo che un governo qualunque rinneghi i tre sommi fondamenti dell’ ordine sociale che perduto
sono la libertà della persona, del domicilio e delle cose, quel governo si piomba irrimediabilmente nell’ateismo civile.
E ciò faceva
il
governo Subalpino:
qual confessione, più che inizio di pentimento pevoli,
serva di
governi presenti e futuri che
v’ ha in
una giu-
cielo
che riversa sulle nazioni le colpe
stizia
la
ai col-
ammonimento per far intendere ai di chi sta a
capo delle nazioni.
Appena era proclamato lo Statuto, appena erasi celeil 27 febbraio 18V8, la gran festa nazionale con uno stordimento e una commozione mazziniana, che
brala,
nel 4 marzo emulandosi i fatti barbari della Sardegna
e di Genova, quelle tre libertà, domicilio
e‘
delle cose,
tutte le franchigie,
della persona,
del
questi tre diritti costituenti
e diciam pure tutta
religione
la
deH’editlcio sociale , atrocemente violavansi in Torino stessa, di pien meriggio
e sotto gli occhi d’ un go-
verno divenuto cieco ed impassibile. Bastava un cenno per salvare l’umanità oltraggiata, e quel cenno non fu dato da veruno,
e la barbarie fu compiuta.
Una
egual onta, o per dir meglio una gloria eguale, toc-
da coloro stessi che avevano assaggiata Timbecillità d’un governo infantile e addencava
al
minor sesso
,
,
prime vittime. In quel fatto noi mettevamo da parte la religione, non cercavamo con qual nome si chiamassero nella società, se gesuiti o rabbini, se monache del Sacro tate le
Cuore o faldiglia d’artigianelle o di contadine: ma vedevamo da una parte il governo rinnegante se medesimo, e dall’altra 1’ oppressa libertà del cittadino. E dicevamo: Il governo piemontese ha abdicato in quest’ora;
non abbiamo più legge, non più protezione,
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95 non più libertà, ma l’ateismo sociale che volgarmente anarchia. Mancando la giustizia sulla terra, ci rivolgemmo al cielo dove non può perire; vedemmo il lampo, e ci apparecchiammo alla tempesta.
(licesi
Da quella breccia entrava l’onda che dilagò l’Italia e vinse Roma. Chi l’apriva? Il governo piemontese. Perchè? Per quel vezzo fatale ai governi di mettere le
ambizioni e
le
imaginate ragioni di stato invece
delle ragioni eterne della giustizia,
delle quali
non
sono inventori ma esecutori i governi della terra: ciò che ingenera la versatile e tenebrosa politica, o per dirlo colla nostra formola, l’ateismo politico.
Due tranelli si erano preparati ai governi l’opinione pubblica è regina ;
sovrani e
i
il
secondo,
governi che non la secondano.
si
:
il primo, perdono i
Ma
i
più dei
governi italiani non vollero vedere, o videro troppo tardi, che due opinioni stavan loro davanti: l’opinione
plebea e rivoluzionaria che agitava le piazze invadeva la stampa ed era per così dire la schiuma immondissima che si portava a galla e teneva la superficie; e 1’ opinione dei probi e dei sapienti che non ,
,
menava fracasso, ma tenendosi cauta e
quieta sotto
l’agitata’ superficie , era il pensiero fermo della nazione.
1 governi si abbandonarono alla prima opinione, scarsa,
rea, tempestosa. Superba dell’alto patrocinio, l’opi-
nione rivoluzionaria occupò
i
seggi ministeriali , cinse
Ma regina plebea come sono rida cui ella usciva, arrogante come sono tutte le rivoluzioni, cupida di distruzioni e di i
troni e fu regina.
i
dotti e le piazze
vittime.
Allora , per un necessario conseguente , chi non era rivoluzionario , diveniva reo , maledetto , proscritto.
piazze e
i
giornali decretavano:
i
Le
governi, servitori
umilissimi dèi giornali e delle piazze, sancivano.
Ma
donde inspiravasi questa plebe plateale e giornalistica? Dal radicalismo protestante, cupo e atroce della Sviz-
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96
.
rei a,
quale, vinto già
il
cattolicismo e la libertà
il
della tradita Elvezia, crasi lanciato suU’Italia a con-
tinuare contro quiste.
il
cattolicismo e la libertà le sue con-
L’uno e l’altro clero, del quale una parte non
piccola aveva servito con infame tradimento ad acuir le ire
contra i Gesuiti , doveva assalirsi per ogni guisa,
e l’Arcivescovo di Torino toccò la gloria desiderabile
prima vittima. AH’ uscire della Chiesa, dopo il canto di un Te Deurn lo assaltava la plebe sacrilega. Ma ciò eh’ era più nefando, ciò che mostrava nel governo un’abdicazione della propria autorità, una dissoluzione civile, e peggio ancora, una di esserne la
,
consecrazione officiale dell’anarchia , era l’invito che il
marchese Vincenzo Ricci
,
ministro dell’interno , spe-
diva all’Arcivescovo di partire. QueH’atto, cogli altri, levava
corona del Piemonte dal capo di Carlo Al-
la
lerto , e la gettava alla sovrana plebe cittadina. L’ouda tracotante, intendentissima, esultava e la rapiva.
Quella corona cingerà essa di nuovo, gloriosa e forte, quella testa legittima e venerata, sulla quale per opera dei tristi or ora s’insteriliva?
non
si
Gran Dio! la vostra mano
abbrevia per girar di secoli;
il
vostro cenno
atterra e solleva le nazioni; reggete, salvate
il
prin-
cipe che ci avete dato nella bontà e sapienza dei vostri consigli.
le
Stanno intorno a lui collegate e frementi
podestà delle tenebre;
i
popoli hanno meditato cose
impossibili : meditati sunt mania. Illuminate le tenebre,
rompete
le
congiure , salvate
il
principe e la nazione.
Così pensavamo e pregavamo.
Ma ogni giorno lan-
guiva la nostra fiducia: sempre nuove ofTese alla giustizia
pubblica; sempre più contaminata l’autorità
ci-
vile e religiosa; anzi conira il clero, conira tutto l’E-
piscopato dichiarata e viva la persecuzione.
Tacque la
legge per la stampa che vomitava improperi e calun-
Camera che autenticava le proscrizioni e le confische, movea contro nie; della
stampa più scandalosa
la
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97 vescovi le più petulanti accuse, e portava tutte le ire
i
plebee nel parlamento della nazione. Ministri cacciano ministri, degni gli uni degli altri? una Camera succede
all’altra
Camera, e gli ultimi giunti sono i pes-
simi. Potevasi aver fede nel prete che
la
capitaneg-
antecedenti, la sua ambizione, la sua mente proteiforme, l’abdicazione del suo carattere, la cessione del nome e della penna al partito doppiamente
giava?
I suoi
rivoluzionario, ce lo vietavano.
Dunque dove si trovava il Piemonte ? La rivoluzione antisociale e anticattolica perviene al sommo. Non cre-
devam possibile che il prete che la infiammava volesse seguirla sino al fine; e buon per lui che non la seguiva. Ma come gli eventi si precipitano! Non era ancor giunto il primo anniversario della Costituzione, e già un ateismo sociale e quasi religioso era vicino a perdere moralmente e fisicamente
Piemonte.
il
V
CAPITOLO XXV. ATEISMO E COMUNISMO PARLAMENTARE.
Il vizio che profondamente corrompe le viscere del governo costituzionale, quale ora si pratica, nasce
dalle
Camere elettive. Le elezioni sono raggiri
e tumulti:
,
frodi
uomini privi di scienza, di onestà e di
fede, sono imposti alla nazione. Il sottomettere alla costoro prepotenza le nostre persone , le cose nostre e le
nostre famiglie,
sarà libertà e
progresso civile?
Dunque si emendi il vizio se vuoisi tener salva l’instituzione. Per ora altro non vedemmo in queste assemblee avvenitiecie che un campo libero a passioni,
tutte le
un fomite di ribellioni, un concilio di de-
una via alle persecuzioni. Le ineffabili nostre sciagure rampollano da questa fonte. Vi furono le o-
spoti,
7
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98
ma impotenti a reggere la piena dei
uorate eccezioni,
Per questi le più focose passioni, raramente com-
tristi.
pensate da qualche capacità civile o politica, passa-
rono dai circoli
al
parlamento
,
e da questo al seggio
dei ministri. Perciò dall’89 a questa parte, le nazioni, di civilmente
invece
ricostruirsi ,
sono travolte
di
tempesta in tempesta, e di devastazione in devastazione.
La Proprietà, prima e ultima espressione della società doveva pur cadere iinalmente sotto i colpi delle Primieramente la proprietà ecclesiastica una conduceva all’altra, un solo e
civile,
rivoluzioni.
poi la secolare:
identico essendo
il
diritto e la giustizia.
L’Assemblea
un fremito che l’atterriva, quando nel 2 novembre voleva dire: » tutti i beni
dell’89 sentiva
decreto del
allo Stato; » ed invece, Mirabeau, scriveva: «sono a dispo» Non è un ateismo sociale il pretendere che, cambiando una parola, si giustifichi il
Chiesa appartengono
della
sulla proposta di
sizione dello Stato.
latrocinio ? sto:
«
i
Ma quella parola estendendosi diceva to-
beni superflui dei facoltosi sono a disposizione
della Stato.
»
Chi poteva contraddire alla seconda
ammettendo
parte
della proprietà in
la prima? Se lo Stato è arbitro una parte perchè non sarà nell’al,
tra?
È vero che l’odio verso la Chiesa spinse a pra-
ticar
prima quella breccia; ma a quest’ora è forse men
valente contro
i
ricchi la rapacità
delle moltitudini?
O non sono esse capaci di dedurre le conseguenze che nascono di per se stesse da un principio ? « Gelosi difensori della proprietà esclama Proudhon perchè ne ,
lodate
tanni?
i
vostri padri
che
,
la
violavano or fa cinquan-
Non possedevano col più legittimo dei diritti
quei nobili da loro spogliati, quei preti dei quali a vii prezzo acquistarono i beni? Non sofisticate; rispondete.»
Rispondete, interpelliamo noi certe Camere ne.
Non possedevano legalmente
italia-
quei frati e quelle
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99 monache, i coi beni voi addentaste? Non possedono legalmente quelle chiese , alle cui proprietà con tanto
impeto voi anelate? Protervi! siete voi dunque divenuti gli organi della giustizia per isvelierla dai fondamenti? Rispondete, buoni repubblicani, contaminanti con ogni maniera di latrocinio quella città santa eh’ era
La natura o la religione non coprono delle loro ali le possessioni gli argenti le campane, i calici, lo consecrate suppellettili, che voi, appena rapito il comando, con una scellerata impazienza afferrate, artigliate, straziate? Vi diedero forse tali esempi quegli antichi Romani (dei quali voi siete appena una rea discendenza), cui Sallustio ci rappresenta giusti più per natura che per forza delle leggi, generosi verso gli uomini e gl’iddìi, e nel culto divino pomposi e magnifici? Confondetevi, sacrileghi usurpatori, avanzo di barbari, e peggiori di quelli che seggio della giustizia.
,
,
nel sacco universale lasciarono intatte le Basiliche ro-
mane.
Ma quelli eran ladri, e voi vi pretendete le-
gislatori; quelli
erano stranieri, e voi vi pretendete
confessavan quelli di devastare una città, e
italiani;
voi pretendete di restaurarla.
La rivoluzione volteriana dell’89 non ardì chiamare i
beni ecclesiastici proprietà dello stato:
ma così fu
ardita la Repubblica di Roma, scolpitamente proudho-
niana:
«
Tutti
i
beni ecclesiastici sono dichiarati pro-
prietà dello stato » (21 feb. 1849). E questa sentenza che spalanca una voragine, che strugge in un attimo il patrimonio di Cristo e dei poveri, cumulato da secoli con perenni sudori, e alimentato dalla pia vosi pronunonde i repubblicani si fumano un sigaro e una danzante spiccherebbe un salto. Donde mai tanta baldanza e perversità? Dalla rea natura dello spirito rivoluzionario che
lontà dei fedeli, questa barbara sentenza
cia con quella facilità e indifferenza ,
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100 si corrompe come più si avanza; da questi uomini nuoci a cui pare già troppo antica e disusata la le voglie perverse, fulmina le
più
giustizia che infrena
usurpazioni
,
e
come il cherubino dell’Eden minaccia
usurpatori da quell’ateismo sociale da quell’egoismo prepotente che è l’unica divinità e l’unica reli-
gli
,
;
gione dei cospiratori.
Fiore quale sono di barbari, non
si
contentano di
Non la
spogliare la religione se già non la uccidono.
uccidono alla foggia dei Neroni; ma come i Giuliani la privano d’ogni esterno amminicolo. Diceva l’ Apostata: « Galilei! poiché l’ammiranda vostra legge prescrive la rinuncia dei beni della terra
più speditamente
ai
celesti,
per giungere
io vi farò la strada
più
agevole. Rassegnatevi con pazienza: la povertà vi farà
più sapienti nel mondo ove pellegrinate, e più grandi nell’altro. »
Così beffeggiava l’antico, così
i
moderni
a parlamento come ad un festino. Vanno più avanti i moderni: cacciano le persone, e poi confiscano le sostanze. Essi dicono come malfat-
Giuliani sedenti
i
tori della
parabola:
Costui ò l’erede: venite, ucci-
•
diamlo, ed occupiamo
la
sua eredità.
E presolo, lo
cacciaron fuori della vigna e l’uccisero zzi, 38).
mano,
E uccidono colla lingua
i
»
(Matth.,
codardi, e infa-
e suscitano furori popolari, poi bandiscono
i
possessori e usurpano le proprietà.
Ma perdonerà alla patria odia
la religione?
,
perdonerà alla civiltà chi
No, niente v’ha disacro nella teo-
rica delle rivoluzioni. Roma, la città monumentale per la fede non
dalla
meno che per le arti
,
si
farebbe un deserto
demagogia repubblicana che invola
,
vende, sog-
getta a ipoteche le meraviglie dell’arte , frutto dell’in-
gegno italiano, cura di tutti colto colle largizioni
i
Pontefici, e tesoro rac-
di tutta la cristianità.
Per fre-
nare questo vandalismo repubblicano , era d’uopo che Pio IX innalzasse la voce al cospetto del mondo ci-
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tot vile, colla protesta del 27 febbraio.
deva anche
la
E sapete chi sten-
mano per frenare il volo della civiltà
cui cacciavano dall’Italia gli stessi Italiani ? L’Austria
medesima
,
la quale ordinava :
«
Ogni commercio d’og-
da collezioni, pubbliche del Vaticano e dei musei di Roma, Firenze e Venezia, è
getti d’ arte, provenienti
formalmente proibito nel regno Austriaco, stro degli oggetti senza indennità »
25 màr., parte officiale). sollecitare
il
E dicevano
decreto imperiale:
«
col seque-
(Gazz. di Vienna , i
ministri nel
Per conservare le
storiche reminiscenze e le meraviglie che chiamano a
Roma gli esperti e gli studiosi da tutte le parti del mondo. » Ecco gli uomini delle rivoluzioni instaurata col
,
ecco la barbarie
nome di civiltà!
CAPITOLO XXVI. SI
SPOGLIA LA CHIESA DE’ SCOI BENI, POI DELLA LIBERTÀ E DELLA FEDE.
Sarpi avverti nel libro dei Benefizi ecclesiastici che le più grandi persecuzioni della Chiesa furono
Il «
da ciò suscitate che i governi bisognando di danaro, le
cercarono querela per ispogliarla. »
Non poco per
un apostata, ma non basta. È vero che la Chiesa si volle costringere a pagar la spesa della lussuria e della tirannide d’Arrigo Vili d’Inghilterra, delle rivoluzioni
di Francia e d’Italia;
ma si badi che un odio im-
menso della religione, e la persecuzione de’ suoi ministri , furono
abbiamo italiani.
una
sempre due istinti degli usurpatori. Ne conferma nuova novissima nei fatti ,
Un mascherato protestantismo, e più ancora,
cova nel vantare che si fa una religione monda di ogni terrena mescolanza e di superstizione. « Nuovi
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102 Eliodori, grida
un
filosofo
cristiano,
se
agognate
i
beni della Chiesa, pigliateli semplicemente e senza
Voi siete forti abbastanza per eseguire, senza più assurdi capricci. Perchè aggiungere discutere, la menzogna alla rapina? Se v’ è d’ uopo l’ oro per fallacia.
i
alimentare
le
vostre rivoluzioni,
cagnotti, le drude e
i
sicari,
le
spie,
bastardi, saccheggiate
i
i
san-
il
ma non calunniate la religione, il culto, la
tuario,
disciplina, le
monache, i preti e i frati. »
Ma una maschera ci voleva per coprire
1’
empietà
mente e la nefandità del latrocinio. Fu infamata la religione come troppo sfarzosa e pompeggiale nel
della
culto; fu infamato
gasse
Pietro; fu infamato di
il
Pontefice Sovrano, quasi rinne-
Vangelo, dismettendo la rete e il bordone di
il
il
celebre Sodalizio, per cacciarlo
primo tratto fuori della battaglia;
fu infamato l’u-
niverso clero e l’episcopato.
Con tali fallacie sacrileghe e scelleratissime vertitori fatto e
dell’
ranno accalappiare dai tristi?
,
i
sov-
ordine religioso e civile hanno sempre
faranno la loro via finché Incatenar
tristi.
gli onesti si lascie-
E qual è il disegno dei
la religione, e non
pietra dell’edifizio civile.
lasciar pietra su
Ecco i fatti quali successero
Dell’altro secolo.
Primo fatto. Guerra contro un ordine religioso, poi tutti gli ordini, con un decreto che sarebbe un insulto al buon senso se non fosse un delirio: • Considerando, diceva 1’ Assemblea nazionale della Francia nel 16 agosto 1792, che uno Stato veramente libero non può tollerare nel suo seno veruna
espulsione di
,
corporazione , neppur quelle che dedicate
al pubblico
insegnamento hanno ben meritato della patria, ..... Questa logica avrebbe espulso dalla »
decreta ecc.
Francia ogni società letteraria o commerciante, ogni ginnasio
,
ogni famiglia.
Ma tanto è vero che si voleva
coonestare l’odio della religione e l’amore della rapina.
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103 Forse che in uno Stato veramente libero fia negata la libertà di possedere e di vivere in qual modo più si voglia, solitario od in compagnia? Forse l’aver ben ,
meritato della patria, merita
il
bando
dalla patria?
Appena l’umanità parrebbe capace d’un simil delirio, se
non sapessimo che i fabbri delle rivoluzioni fanno
professione di rinnegare
1’
umanità. In costoro ecco
l’unica corporazione che spogliando, sperdendo, sacri-
E su
ficando, vorrebbe da sola la signoria del mondo.
chi regnerebbe allora?
Secondo fatto. Come dopo il primo cran condotti al così dopo il clero
sacrificio tutti gli ordini religiosi,
regolare vi era trascinato il secolare. Perchè dividerli?
Per vincerli con maggior sicurtà alla spicciolata vide et impera.
DiNoi pure fummo testimoni di quest’arte,
e con amaro dolore liano, e
i
fratelli
vedemmo scindersi
combattere
i
il
:
clero
ita-
fratelli, a scandalo e
rovina del santuario. Illusi o sacrileghi , diedero mano a compier l’opera dei persecutori, e la iniziarono
al-
cuni colla lingua consecrata e spergiura.
Terzo fatto. Spogliato il clero e percossi gli ordini religiosi, la rivoluzione francese tentò pure di usurparne la libertà e la coscienza colla Costituzione civile del clero (24 ag. 1790), la quale era uno scisma e disponeva alla eresia. Due motivi la suggerivano. Il primo, per soggiogare intieramente la Chiesa alle volontà dei dominatori civili: il secondo, per avere alle mani un pretesto di negare le pensioni agli ecclesiastici che con giuramento non si soggettassero allo scisma. Mostruosa tirannide in coloro che avevano essi stessi proclamata e giurata la libertà di coscienza Ma arbitrio e tirannide sono il codice rivoluzionario. Non vedemmo noi in Piemonte, nel 1848, una Camera ed un Ministero che avean giurato nella Costituzione di !
rispettare la libertà delle persone e l’inviolabilità del
domicilio e della proprietà , spergiurare
i
loro giura-
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,
104 menti
,
sonale,
e violare verso persone religiose la libertà peril
domicilio e la proprietà? e agli espulsi get-
tar vilmente
un tozzo di pane a condizione
rom-
di
pere voti solenni ed inviolabili?
Quarto
fatto.
11
nella persecuzione :
clero
fu
il
primo e non
prima i duci della fede
,
il
solo
e poi si
perseguita l’universalità dei credenti. Appena spogliate le
chiese
( forse
evangelico, liva
il
giudicata così
per rendere il culto più semplice ed
come farneticò qualcuno), una legge abo-
culto in Francia,
e la religione cattolica fu
un crime di lesa nazionalità. Niente ha di
stomachevole ed inumano quanto anime rivolu-
zionarie al cospetto delle vittime che hanno cominciato
a spogliare e addentare. Allora furono senza misura gli esilii,
il
sangue e
le morti.
Questi fatti orribili, colle loro orribili conseguenze,
seguivano nella cattolica Francia in men d’un lustro,
La rivoluzione italiana del 1848, sin da bambina fu la copia di quella. Nacque col pugnale in mano, e cacciò il Papa. Gli uomini che la capitaneggiavano sottostavano agli antichi dell’89, per ingegno non per audacia. Se buoni o cattivi d’ animo non lo cerchiamo: sappiamo che la persecuzione è un istinto, e più che un istinto, una necessità delle rivoluzioni. Robespierre medesimo non sarebbesi tenuto capace di tanta crudeltà; e ne cagionava la necessità e la forza degli eventi. E fu in Piemonte un abate che si fece vanto di accomunarsi in politica con Robespierre?. Fu distrazione, vogliam crederlo, o atto di pura speculazione, ma atto pericolosissimo, perchè in tempi procellosi non manca ardire mai nè atrocità alla turba che si fa scudo d’invenzioni anche ridicole per giungere alle proscrizioni. Per esempio, se tu non maledici il Papa sei un papista e un traditore della
dall’89 al 93!
,
patria; se professi nella fede e nella carità
licismo vero e antico,
sei
un gesuita,
il
catto-
in sottana
od
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105 in farsetto, la qual
distinzione serve
po’ più la persecuzione;
se
non
sei
a dilatare un rivoluzionario,
repubblicano, demagogo, o altra cosa di peggio, tu sei
un retrogrado, nemico delle nostre libere institu-
zioni, aristocratico,
austriaco,
moscovita,
e
quanto
piace dire e inventare a questi eccellenti restauratori.
Chi scamperà
la religione
e la società
gente? Rassicuriamoci: primo,
le scamperà la
costoro
immensa, congiunta aduna immensa fre-
imbecillità
nesia che
da questa
li
rende incapaci di condurre a fine l’opera
delle tenebre da loro incominciata; poi la Providenza, che manderà di nuovo la luce a splendere fra queste
...
tenebre.
CAPITOLO XXVII. LE MANI MORTE.
La Repubblica Romana nacque figliuola carnale delsì però che verso il Papa e la Chiesa superò la
l’89,
madre; ed ebbe
tutta sua la virtù d’ improvvisare. Essa improvvisa senza rime: improvvisò se stessa, improvvisò la decadenza del Papa, ed immediatamente
improvvisava
lo
spoglio dei beni ecclesiastici. Nella
seduta del 13 febbraio, un onorevole mandava innanzi
questo preambolo : beni stabili nelle dello Stato ; detti in
Considerando
che
il
possesso dei
mani morte è dannoso alla prosperità
Considerando che il profitto dei beni sad-
alcune corporazioni, non più serve (per variare
dei tempi ) al fine speciale cui fu destinato ecc.
E tosto
nel 21 febbraio seguiva questa legge: Tutti i beni ec-
Romano sono dichiarati proprietà dello Stato. La Repubblica Romana doterà convenientemente i ministri del culto. Appena era spiccata dal labclesiastici dello
Stato
bro del presidente, e già i magnifici giullari l’aveano
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?
106 approvata per acclamazione. Altrettanto farebbero democratici del
i
ma 1’ ora non è ancora
Piemonte,
giunta.
Ora io voglio supporre che i
poveri ed i meno agiati,
i
quali constituiscono i nove decimi della popolazione,
si
una bella volta in assemblea costituDi buon senso naturale ne avrebbero almeno
raccogliessero
ente.
quanto gli onorevoli che (inora onorarono sì poco gli scanni parlamentari; e di giurisdizione ne avrebbero
più di loro, se pure sta ora
si
predica. Adunati,
tassero:
la
sovranità popolare quale
voglio supporre che decre-
— Noi, che siamo
popolo, Considerando che
gran maggioranza del mani morte nella società la
sono quelle che non incalliscono come
le
nostre nei
lavori dell’agricoltura o delle arti produttive; Consi-
derando che il possesso dei beni stabili in queste mani morte è dannoso alla prosperità dello Stato; mentre agli uni abbonda il superfluo, ed ai più, che sono i più faticanti, manca il necessario; Considerando che il profitto dei beni suddetti non più serve al fine per cui da Dio furotìo creati, cioè all' eguaglianza di felicità in tutti gli uomini; decretiamo che tali beni siano partiti egualmente fra i cittadini. Magnifici trovatori che rispondereste a questo terribile plebiscito che si fonda nei vostri principii, e vi ,
comuniSmo?
strascina logicamente al passo fatale del
Voi che vi fate sì alti nei parlamenti e siete sì piccini, voi che avete sì morto il cuore e sì viva la lingua che producete voi colle vostre mani che non debban dirsi morte Le mani del clero spargono le bene,
,
dizioni, spargono le limosino, l’afflitto
tergono
i
sudori del-
e del povero; che fanno le vostre?
Il popolo
l'ha intesa , l’Europa si agita , la plebe insorge con-
tra tutti coloro che non faticano corporalmente, che non zappano e non coltivano non pascono e non tosano la lana nè la tessono nè la tingono non raaneg,
,
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107 giano la pialla nè il martello nè l’incudine non cuociono i mattoni nè fabbricano le case; eppur mangiano, ,
vestono e abitano comodamente; e tutto ciò fanno colaltrui sudore. 11 popolo ha inteso il significato di mani morte e dal clero a cui i beffardi lo attribuilo ha trasportalo a ogni foggia di possidenti. 1’
,
scono,
Ma
il
popolo è forse innocente: voi siete
i
colpevoli.
Voi che avete inventato il sofisma; voi che avete detto: La mano del clero che non s’ indura nella fatica, è mano morta; spogliatela. Il popolo non ha inventato
ma dilata il vostro sofisma, e vi dice: Ricchi, possidenti, capitalisti,
0 scienziati
filosofi
che voi vi siate o
o giornalisti,
la
vostra
mano
letterati
è troppo
morbida; le parti non sono giuste, pareggiamole; noi divideremo i vostri beni, e voi la nostra fatica. Ecco il sofisma, ecco la sua applicazione, ecco il comuniSmo, ecco la logica degli operai di Berna, di Londra, d’ Alemagna, di Parigi. Ma questo non è che il principio del tremendo raziocinio nella mente d’una plebe
che ha già le mani pronte ad eseguirlo. Voi dite che 1 beni stagnano nelle mani del clero, che i loro frutti non rispondono più al loro fine. E la plebe dice che essi
stagnano anche più nelle mani dei ricchi e nei
loro forzieri; e per tornar vive queste acque stagnanti,
rompere le dighe di quei forzieri. Che avete il clero non ha discendenza, e ciò che gli avanza al vitto e al vestito dee per legge dividersi ai poverelli che è il vero comuniSmo delia carità instituito da Gesù Cristo: per
essa vuol
a risponderle? In fine dei conti
,
conseguente niun ristagno sociale, anzi
di
,
quei beni
nulla si sottrae al convitto si
migliora e
si
ciba la
parte più povera della società. Al contrario l’avanzo dei ricchi stagna per lo più e
si
tramanda
colla di-
scendenza nella famiglia; e buon per lui se il povero ne ha qualche bricia. Domandate al povero popolo, a questo popolo che
i
furbi e arroganti democratici
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108 dicono di adorare, e
lo
raggirano e
domandategli se
10 sacrificano ;
lo
tradiscono e
ami e più gli
più
torni a conto l'incameramento delle proprietà d’alcuni ricchi, ovvero delle parecchie e delle corporazioni ec-
ne udirete la risposta. secondo voi non servono più al line da principio? Diteci un poco: Sovvenire al culto senza gravame dello Stato, alimen-
clesiastiche , e
Questi beni
,
,
a cui furono destinati
tare La plebe, istruirla, educarla, sono fini che possano cessare o sian cessati a questi giorni? Anzi avvertite a ciò, predatori delle nazioni.
I, nostri ante-
dotando le chiese con beni immobili, assicuravano la dignità del culto, e ad un tempo facevano opera civile liberando le popolazioni dalle spese di esso culto: le rivoluzioni fanno opera sacrilega ingonati
iandosi quelle pie largizioni , e opera incivile incari-
cando lo stato, cioè il popolo, d’una nuova ed ingente spesa da cui eran liberi. Quello era in comune il patrimonio di Cristo e dei poveri, gliano Cristo ed 11
certo sussidio
i
le
rivoluzioni spo-
poveri , togliendo alia misera plebe
che in mille modi loro proveniva aggravando su di essa
dalle rendite ecclesiastiche, e
quel cumulo di povertà e di sciagure, che fu e sarà
sempre Timmediata conseguenza
delle
rivoluzioni.
I
nostri antenati instituendo e dotando le corporazioni ecclesiastiche,
provedevano
viltà colle missioni interne
alla
religione
e alla ci-
ed esterne, e coll’istru-
zione e colla educazione della gioventù principalmente: voi barbari rivoluzionari , voi ladri illustri , voi dema-
goghi insensati, tagliate civiltà ,
struggendo
dei vostri padri.
le
i
nervi della religione e della
opere santissime e civilissime
E assassinando la religione, assassi-
nando i poveri, assassinando
la
gioventù che strap-
pate all’educazione ecclesiastica per gettarla nel golfo
empietà rivoluzionarie voi vi vantate di meglio intendere i tempi, la religione e la civiltà? Portatela
delle
,
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109 ai selvaggi la vostra civiltà.
Sebben no
;
quella barba-
rie cruda e selvaggia è più sanabile della vostra squi-
sitamente corrotta e tela agli
uomini
,
artificiata.
La
vostra nasconde-
predicatela ai leoni e alle tigri del-
l’Africa.
Tanto era bella e graziosa la sapienza romana, la £ questa vagheggiava ed esal-
sapienza repubblicana. tava la
e
si
Camera subalpina
!
E con quella si aggregava
rifondeva la Toscana! Imbecille Italia
chi uomini
ti
,
come po-
conculcano, ti rodono e ti straziano
!
CAPITOLO XXVIII. PROPRIETÀ ECCLESIASTICA.
Vedemmo le alte ragioni a cui ispiravansi i legisi predatori del Campidoglio. Or
latori babelici, ossia
diremo loro che niuna proprietà è più legittima che quella della Chiesa,
secondo
le
ragioni naturali e
civili.
Vedi là Gesù Cristo. Egli ha un suo peculio per sè e per li suoi, che sono la piccola corporazione della Chiesa nascente. Saltò mai nel capo di Pilato, di Anna o di Caifas, che quella fosse proprietà di Tiberio Cesare?
No, quei despoti seppero cruci figge rio, e
niente più ; e quando
tonaca, se
la
i
crocifissori vollero giocarsi la
ebbero, e forse stava lor meglio che a
certi magistrati di mettere avanti il diritto di vacante.
Neppure gli avarissimi Nerone e Domiziano sino a Massimiano e Diocleziano, pretesero mai che fossero proprietà dello Stato le sostanze ecclesiastiche, che già
erano cospicue ed alcune immobili nel secondo secolo, nutrendosi con quelle i ministri, ipoveri, gl’infermi, i condannati per la fede, le vedove, gli orfani, e ogni membro sofferente della famiglia cristiana;
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110 anzi inviando ancora la Chiesa Romana soccorsi non il qual costume il beato non solamente conservò ma accrebbe
Chiese lontane:
lievi
alle
papa
Sotero
(Ecseb. , Hist. Eccl., rv, 23). Sul principio del secolo terzo, sotto l’imperatore Alessandro, litigandosi
d’una casa
fra
i
un bettoliere
cristiani ed
tore la giudicò ai cristiani, dicendo
l’impera-
,
che meglio ser-
viva al culto di Dio che ad uso di bettola. Argenti e ori e
ornamenti preziosi ebbe
la Chiesa
Romana fin
dal primo secolo, sui quali però niun tiranno imperatore vantò mai un diritto di proprietà, come vanta la tirannia moderna, in ciò più barbara dell’antica. Essendo riputata crime di Stato la professione cristiana, quelli condannavano e poi confiscavano in pena
ma ci volevano tiranni battezzati
della pretesa colpa:
per imaginare che
i
beni della Chiesa sono proprietà
dello Stato.
Costantino riconoscendo alla Chiesa per legge
la fa-
coltà di possedere, che già da tempo era invalsa nel-
l’Impero
chè, o
la
Romano, faceva giustizia e non grazia. Perproprietà è
un diritto
di
natura, compe-
tente a tutti o a nissuno. Scegliete: o riconoscere nail comuniSmo. Corpo morale o individuo, nulla conta. La legge può tutelare, dirigere, ma non mai fondare questo diritto:
turale e
universale questo diritto, o
se la legge ne esclude la Chiesa , verrà la democrazia
e ne escluderà
i
nobili ; verrà la plebe , cioè la
mag-
gioranza del popolo sovrano, e sancirà con sua legge la
comunione primitiva. La Chiesa dunque
,
corpora-
zione d’individui, possiede con quel diritto che gl’individui, e con quel diritto stesso che possiede la fa-
miglia, collezione pur essa d’individui, che acquistano,
godono, e tramandano ai successori. Giovi che tonate dal Campidoglio! spogliando la Chiesa, voi eravate più voi schiantavate quell’u? incivili e barbari dei Neroni ;
nico fondamento su cui riposano la società e la fami-
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Googte
Ili Andate, rendetene grazie a Mercurio non al Dio dell’eloquenza, che è perduta fra voi, ma al Dioche glia.
,
porta in
mano la borsa.
Fermato il diritto di possesso alla Chiesa fermi
i
,
sono pur
positivi e particolari delle sue varie in-
titoli
Non è un titolo sommo il possesso da tempo lungo e lunghissimo, il cumulo dei secoli? Non rendesse verun servigio alla società sarebbe men fermo per ciò il suo possesso? Non potrebbe essa dire come sti tuzioni.
,
qualunque famiglia: Questo è mio, perchè oggi non è di alcun altro? Possideo quia possidco.
Ma la Chiesa si
spoglia senza le discussioni legali, e colle sole forma-
Appelliamo dunque alla coscienza del genere umano. Cristo Come per tre anni a sè ed ai suoi avea procacciato il vitto ed il vestito, sanando e beneficando; cosi gli apostoli i papi i vescovi i preti , ed il clero lità
che usano
i
ladri.
,
,
,
universalmente. Essi consecrarsi della parola e dei sacramenti
all’ amministrazione onde si redimono le a-
nime e s’inciviliscono le nazioni; essi
al sollievo dei
poveri, alla visita degl’ infermi, alla tutela delle ve-
dove e degli orfani,
al
funerale dei morti, al sacrifi-
cio e alla preghiera pei vivi e pei defunti. Divina e
civilissima gerarchia che
ha creata moralmente la ciche non
viltà e la famiglia. Allora la coscienza umana,
era ancor atea e non sarà mai, senti vie più l’obbligo di rendere
pane del corpo a chi ministrava quello
il
dello spirito.
Al crescersi poi della messe, si crebbero gli ^operai con quei religiosi sodalizi, dove furono sì bene effettuate la libertà sotto la
del Vangelo carità.
,
legge, l’eguaglianza e la fratellanza
vero socialismo fiorente di giustizia e di
Qui s. Benedetto e le sue numerose famiglie,
colla stessa
mano coltivano le cronache dei popoli e le
terre fangose e inselvatichite; là le
sue case in
asili
s.
Brunone converte
di antichi manoscritti e di anime
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112 che aspirano alle gioie della sapienza e della solitudine. Qui s. Norberto ed i suoi Premonstratensi con-
temperano l’austerità della vita,
il
lavoro dei campi e
della predicazione evangelica; là s. Giovanni di Matta,
Felice della reale discendenza dei Valois, e i loro
s.
Trinitari, corrono le terre degli infedeli per redimere gli schiavi e renderli alle loro famiglie.
Più lungi è
Guy e gli Spedalieri, curando colla salubrità dell’aere e con intelligente carità i poveri e gl’infermi. Seguono-
Francesco d’Assisi, l’apostolo della carità
s.
s. ;
Dome-
nico , l’apostolo della parola; s. Ignazio, l’apostolo delle eresie,
il
muro
bronzo contro le capo della illustre famiglia che rendesse i
missioni fra
barbari,
i
il
di
maggiori senizi alla società, e ne ricevesse le mags. Vincenzo de Paoli, l’apostolo degli
giori onte; poi
ultimi tempi, e tanti altri, uomini e donne,
che
fia
troppo lungo numerare. Così che verissima è letteral-
mente questa sentenza di Chàteaubriand: « Cercate, e non troverete nella lunga serie delle miserie umane, una sola infermità dell’ anima o del corpo a cui la religione non fondasse una casa di sollievo od un 0,
,
(Genie, part. 4, 1. 3, eh. 3). Lascio le istituzioni del clero secolare; ma ricordo che le parocspizio
»
chie furono
il
nucleo
fisico e morale ,
intorno a cui si
ed i municipii. £ non volete che sonano giustamente di titolo ad un onesto possedimento tanti e sì fruttiferi sudori? Per raccolsero le borgate,
i
casali
cinque e più secoli, che furono
i
tempi dimezzo,
il
solo clero educava ed istruiva gratuitamente la gio-
ventù di tutta Europa: non volete che per riconoscenza i
padri dotassero quelle benefiche instituzioni? Sì, essi
le
dotarono,
le
ampliarono,
le
arricchirono, e con
quelle gli ospedali che sono d’origine strettamente ecclesiastica, iginnecei, gli orfanotrofi, le parocchie, e tutti i benefizi ecclesiastici.
divennero tenute
sì
Quelle antiche abbadie che
pingui ed invidiate, erano posses-
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113 sioni conquistate sulle acque stagnanti , sui torrenti che
correvano sciolti e senza sponde, sulle selve e sulle roccie , covo di animali feroci. Qual diritto più sacro alla proprietà ed alla gratitudine del mondo incivilito? (ìli
aumenti poi di più fresca data non si appoggiano
forse ai testamenti e donazioni pie, guarentite, quanto
ogni altra proprietà, dalle leggi naturali e civili? Ovvero non sono essi i risparmi dell'industria e dell’asti-
nenza degli stessi possessori? Parliamo franco. A spodestare tali possessori, non ci voleva meno d’un Arrigo Vili il più stomachevole ,
e
il
più truce dei tiranni coronati; non
rivoluzione che generava
il
93
;
meno
della
non meno del latroci-
nio svizzero del 1848, e di quel latrocinio ancora più solenne che s’intitolava la Repubblica Romana del 1849.
CAPITOLO XXIX. abolizione della proprietà, ecclesiastica. *
ft
Quando si vede a Roma lita
e nel Campidoglio, abo-
d’un tratto di penna e per acclamazione
prietà ecclesiastica,
edilìzio
pietà dei nostri padri, con
la
pro-
elevato da secoli dalla tante fatiche e sudori e
parsimonia degli stessi ecclesiastici, e rivolto ad asciugar tante lagrime e sollevar tante miserie che travagliano le anime e i corpi, specialmente deH’infirao popolo;
ci domandiamo se irruppe sull’Italia
un’orda di
antropofago Se un diritto cosi fondato nelle ragioni divine e civili, e al popolo così profittevole, qual non v’ha pari al
mondo
,
or dee cedere alla prepotenza dei
despoti ; uscite cittadini possessioni; voi
che la Chiesa;
,
uscite o facoltosi dalle vostre
non avete maggiori titoli di proprietà il comuniSmo
la tirannide vi sta sopra,
è alle vostre porte. 8
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ih Si, tì dico,
il
comuniSmo ci sta alle porte. Sapete
voi che la Repubblica
Romana,
divenire oflìcialmente
repubblica italiana, onoravasi
quale intende a
la
testé di compartire la sua cittadinanza
al
comunista
Proudhon al socialista Ledru-Rollin, al prete apostata Lamennais, ed alle più onorevoli cime della Montagna rossa che spaventa la Francia? Che cosa ha dunque fatto la Repubblica Romana abolendo la proprietà ecclesiastica? Ella nuovamente ha dato in mano al suo fratello e cittadino Proudhon la premessa dalla quale esso deduce il comuniSmo per conseguenza. E ,
di fatto, udite com’egli incalza i proprietari della Francia:
«
Voi li spogliaste quei religiosi i cui beni, giudovevano rifluire a sollievo dei ,
sta la loro instituzione ,
poveri.» Dunque, legittimamente conchiudeva, dunque
a miglior ragione il popolo si prenderà le vostre sostanze, o facoltosi , le quali non hanno per iscopo il sollievo dei poveri. Chi, messo il principio, ripugnerà a questa
conclusione?
«Nè dite, continua Proudhon, che quei
religiosi mal compivano l’assunto ,
vostro argomento
Ma l’utilità,
i
si
perchè la punta del
ritorcerebbe contro di voi.
»
bisogni, le ragioni di Stato... Non
ravvolgetevi in queste parole , ipocriti usurpatori , che sacrificate alla vostra avarizia , alla vostra sfrenata cu-
pidità, al vostro crudele egoismo, le utilità,
i bisogni
e le ragioni dei popoli. Voi fate le più ingiuste rivoluzioni, con esse voi depauperate gli Stati, e preten-
dete che debban farvene le spese la Chiesa ed veri?
i
po-
È questa una ragione di Stato? Anzi è la ro-
vina degli
Stati.
Consultate la storia, e vedrete che la
grande immoralità dei popoli che l’incurabile pauperismo ond’è minacciata l’Inghilterra, la, Francia, e ,
sarà forse
l’
Italia;
vedrete che queste due supreme
pesti degli Stati, immoralità e pauperismo, seguirono
immediatamente la soppressione delle proprietà ecclesiastiche e degli ordini religiosi.
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115 Ecco due fatti solenni che vi sfidiamo di contrad1° dire. Finché la Chiesa cattolica ebbe modo non solo di porgere un pezzo di pane ai mendicanti, ma di concedere alle povere famiglie la coltura d’un campo,
come facevano le antiche abadie centri e modelli di carità come dell’agricoltura; finché la Chiesa potè non ,
solo versar lagrime sui miserabili,
ma avviarli e soc-
correrli nell’imprendimento e nell’esercizio delle arti,
dotare oneste vergini , salvare le pericolanti, raccogliere le
vedove
gli ,
orfani e gl’infermi ;
non mai si vide al-
lora quello spaventevole pauperismo , cui appena pos-
sono ora comprimere i governi più forti e valenti, ed al quale non è rimedio ma incitamento a peggior male il socialismo ed il comuniSmo. 2° Finché la Chiesa ha potuto compartire alle plebi una educazione e istruzione gratuita co’suoi ordini religiosi , colle sue scuole parocchiali, campestri ed urbane; l’empietà e l’immoralità
non sorsero, come ora vediamo, a sciogliere Per tua convinzione, o lettore, vedi
l’ordine sociale.
su di ciò alcuni capitoli del protestante Hurter nel
du moycn dge. Per converso l’irreligione e l’immoralità, l’indigenza il dispotismo da una parte e le rivoluzioni dall’altra, piombarono sulla società quando nei
libro Tableau des institutions
nelle plebi,
,
principi e nei condottieri delle sedizioni prevalse
l’i-
niquo sistema di diseredare e d’inceppare la Chiesa, rendendola prima povera e poi schiava dei governi. Istruttive ed orrende pagine ha lo Scisma d’Inghilterra dipinto dal Davanzati più particolarizzate e positive ;
sono
le Lettere di
Cobett sulla Riforma.
Arrigo Vili
faceva imprigionare i poveri che l’usurpazione dei beni ecclesiastici avea gettati luridi ed affamati per le piazze;
diventarono prigioni dei poveri
le
chiese
e quei ce-
nobii ch’erano poco avanti le case della carità; ma a breve andare non bastarono le antiche e le nuove carceri a racchiudere la miseria crescente; a quelle fu-
116 rono surrogate le verghe , ed i poveri a cui mancava in pubil pane ed il lavoro, in pena del mostrarsi blico se ne tornavano col dorso flagellato e col ventre digiuno.
£ frattanto dov’eransi ingolfati
beni della
i
Chiesa e dei poveri? Per un vii prezzo quei beni eran passati nelle mani dei grandi signori, e ingrossavan le
arche dei
capitalisti.
Di
principalmente quella
là
scandalosa concentrazione per cui vedi neH’Inghilterra,
da una parte
il
lusso più sfrenato e le più colossali
fortune, e dall’altra la più fecciosa, povertà e
la
più
brutale miseria che aggrava e tiranneggia a forma di bestie forse
i
tre quarti della nazione.
scandalo di un clero traricco
dimentica
i
gliuoli; e di
Di
là
quello
ed è il protestante che la moglie ed i fi-
,
,
poveri e ne arricchisce
un clero poverissimo
,
qual è il cattolico,
a cui non restano che le viscere della carità per pian-
gere e morire coi poveri. Di là
mali e
il
martirio
tre volte secolare della cattolica Irlanda,
il
moderno
i
Abele sacrificato da un Caino delle età moderne. Tale esempio, con 568 voci contea 346, era nell’89 imitato dalla borghesia e dalla nobiltà della Francia;
ed or ora s’imitava in Roma, e si vorrebbe in tutta l’Italia, per acclamazione! Così la tirannide aristocratica e democratica convergevano ad un sol punto. Il
clero sarà dotato.
Sia:
ma ciò
non redime
la
colpa dell’ assassinio. L’ obolo giornaliero che gettate
una perenne connon ripara l’offesa. Vi
alle vostre vittime , se da un lato è
fessione della' colpa, dall’altro
contentereste, o usurpatori,
che
lo
Stato spogliasse
voi e le vostre famiglie , per darvi poscia una briciola di
pane quotidiano? E così operando lo Stato
,
non di-
venterebbe esso, come vogliono i socialisti ed i comunisti , l’unico proprietario delle terre, poi delle officine poi del pensiero e del fuoco e dell’aria , sì che ,
darebbe a ciascun cittadino la sua porzione di lavoro, di cibo, d’intelligenza e di vita?
Ah barbari! Spingete
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117 avanti il sistema che .applicate alla Chiesa il sistema che abolisce la proprietà convertendola in pensioni o ,
prestazioni annuali, estendetela alle comunità ed alle
famiglie,.e la società sarà da voi convertita in un pascolo di
mandrc
e s’imporrà all’umanità un servaggio
,
quale non vide l’universo.
Dunque l’abolizione della proprietà ecclesiastica distrugge in un lampo' l’opera sacra e civile di tanti sei mezzi di educazione, di moralità e di sussistenza alle plebi , precipita i popoli al pauperismo,
coli, sottrae
alla disperazione e alla rivolta; e spinta sino alle ul-
time conseguenze,
incorporando nello Stato tutte esso, più che un Sultano,
proprietà, farebbe di
padrone e
il
le il
tiranno assoluto delì’umanità.
CAPITOLO XXX. UNA PAROLA AI SOVRANI.
Le nazioni passano troppo sovente dall’uno all’altro dispotismo: da quello dei troni e dei palazzi a quello
due è
delle piazze e delle plebi. L’ultimo dei
il
più
selvaggio, portando nelle azioni la ferocia dell’origine;
cammina a balzi i
torrenti.
zioni ,
che
mena tumulti, dilaga e rovescia come
,
Ma è funesto per la politica e per le nail
dispotismo delle plebi trovi non rara-
mente la sua giustificazione
nell’ assolutismo
vrani. Assolutismo e dispotismo consecrato
dai legisti sforzantisi di costringere tutti
i
dei so-
in sistema
diritti nella
corona rotonda dei principi; e per conseguente, se quella corona cade sul capo della plebe , essa vi cade
gravida di
tutti
i
diritti,
e vedi i Dupin e gli avvocati,
già aulici marci, cangiare l’adulazione dei troni in quella delie plebi. A ciò si sono avvezzati patrocinando tutte le
cause; la loro fede è
il
sofisma: che importa la giu-
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118 causa quando
stizia della
vinca? Dolorosa e
la lite si
recente esperienza ci strappa questa verità dalla penna, la
quale è pure la storia dei secoli
(1).
Tutta una scuola di avvocati sosteneva in Francia «lire è signore univer-
questa sentenza di Galland:
sale delle terre del suo reame.
penetrata
sì
E la sentenza era
»
avanti nell’animo di Luigi
sciava per istruzione al delfino:
«
XIV
,
che la-
Tutto ciò che sia
compreso nella cerchia dei nostri Stati, ci appartiene per un egual titolo. Siate ben persuaso che i re sono signori assoluti e hanno naturalmente la piena e libera disposizione di
tutti
beni posseduti dalla Chiesa
i
0 dai secolari, a fine di usarne in tutto con economica
(QEuvres de Louis XIV, t. n, p. 93). Ciò posto, qual maraviglia che gli avvocati dell’89, e che or ora un Muzzarelli quantunque già decano della Rota e un Armellini già avvocato del Papa e sapienza
*
,
,
tanta gente sofistica e rivoluzionaria , e avidissima di
riempiere
le
vuote canne, effettuasse quella dottrina?
Forse che
il
berretto frigio o rosso dei repubblicani
è
meno rotondo fare
Lasciateli
o
meno capace
della corona
reale?
questi avventurieri delle rivoluzioni :
essi sanno rovesciare i troni, imaginando diritti nei popoli e gridando alla tirannide; e sanno ancora ti-
ranneggiare i popoli esagerando e praticando alla loro volta le massime dei sovrani.
E nel vero, se Luigi XIV
raccomandava in tutto V economica sapienza, questo scru(1) Dagli avvocati di mestiere che sono i sofisti della legge,
noi distinguiamo quella proba ed eletta magistratura che all’ eterna fonte della giustizia onde emana ogni legge è una gloria della nazione. Non errava il senso comune quando induceva nelle lingue le magnifiche espres-
inspirandosi ,
sioni 1
il
sofisti
santuario delle leggi,
il sacerdozio della giustizia.
Ma
non hanno santuario nè sacerdozio. La Camera dei
deputati e il Senato
ci
provavano la verità e
la necessità
di questa distinzione.
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119 polo reale non giungeva alla coscienza dei rivoluzionari,
che contaminano e sperdono ciò che non pos-
sono divorare.
Nel Piemonte l’assolutismo era in molte sue parti il moderatissimo fra i governi del mondo. Eppure non
vedemmo questo governo cilio di Trento ,
le
Opere pie
,
contro la disciplina del Con-
stendere la mano arditamente su tutte
e fiscaleggiare astuziosamente sulle pro-
,
prietà ecclesiastiche?
Or sottentri il dispotismo rivolu-
zionario; e le dottrine avvocatesche, frenate sino allora
ma lasciate correre nelle scuole e nella pramma-
tica, invece della libertà frutteranno le usurpazioni e la
barbarie.
Opere pie
Il si
,
sigliando subito riali e
dominio usurpato
Stato
dallo
sulle
estenderà sui benefìzi ecclesiastici , con-
un coro di legulei che le cose mate-
terrene sono spettanze dell’autorità laicale; e
il monopolio dell’ insegnamento instituito da un governo cattolico diventerà proprietà di un governo ateo. Questa progressione di schiavitù e di usurpazioni
così
sulle libertà pubbliche, è singolarmente opera degli
avvocati , nella cui bocca la parola diritto dello Stato,
che è una bolla d’aria , equivale sì nelle repubbliche che nei governi costituzionali , all’argomento della corona rotonda dei gallicani.
Ora diremo una riverente parola ai Sovrani cipi ; reggete
con mano ferma
i
popoli ,
:
Prin-
ma non usur-
pate sulla libertà vera , sul culto , sulle coscienze. Con-
governo della giustizia al dispotismo delle Repubblica che train rovina tutte le monarchie italiane, inaugurò la sua tirannide contro la Chiesa spogliandone e perseguitando il Capo e le membra; iniziò lo scisma beffeggiando la scomunica e aspettava l’ora di negare il domina e l’unità cristiana. Voi ritrapponete
il
rivoluzioni. Principi italiani, la
vagliavasi a
mandare
;
spettate la Chiesa,
e
ne avrete
mondo cattolico, e
il
vostro
la
riconoscenza del
comando liberale e pa-
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120 terno avrà per fondamento l’amore e il cuore dei veri italiani.
La Chiesa non vi domanda grazie straordinarie,
ma la sola libertà di essere quale è, co’ suoi dogmi, colie sue istituzioni , colle sue associazioni, e coi mezzi
di sua fisica sussistenza, la maestra, l’educatrice e la
redentrice delle anime.
Diremo poi a certi governi e scrittori e parlamenti:
Lo sdegno dei popoli e di Dio pesa sopra di voi, uomini sleali,. che foste sotto
1’
primi a trascinare i principi
i
impeto del torrente rivoluzionario.
E quando
l’onda fu grossa , la vostra prepotenza demagogica non
vide più nulla di rispettabile in questo
Chiesa nè ste le
i
principato
il
Faraoni
sue colpe;
,
nè Dio nè
il
mondo, nè la
popolo. Voi fo-
dell’Italia; l’Italia fu così retribuita per
ma
il
germe
dei
Mosè non è ancora
spento nelle mani di Dio.
Diremo ancora ai principi ed ai governi Chiesa e celesti
la
:
Senza la
sua divina influenza che illumina co’suoi
insegnamenti , ingentilisce e affratella con ope-
rosa carità
le
anime, voi non siete nulla o dominatori
della terra. Lasciate alla Chiesa spiegar libere le ali della sua popolare carità
e sapienza, altrimenti voi
regnerete sopra un’orda di selvaggi che vi aspettano al
varco per isb renarvi. Senza la Chiesa voi sareste
incapaci, con tutti
i
vostri tesori, di sollevare la po-
Per esempio, la tassa non ha servito che ad accrescere la povertà e la degradazione morale delle plebi nella opulenta vertà e la miseria dei popoli. dei poveri
Inghilterra. Quella tassa, imposta dal governo, dà al
povero il pane dello schiavo, e rinnova ai ricchi è
come
la
legge agraria.
quella tassa nelle mani del governo ,
il
servaggio;
ricco pagando non si ritemperai,
Il
non si esercita nelle soavi effusioni della carità verso i fratelli; ed il povero che la riceve come un debito ai ricchi veruna riconoscenza. Ricchi e poveri non si conoscono, non si adal governo, non professa
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121
mano, e vivono come stranieri o nemici nella stessa patria. Ecco i frutti della carità oficiale dei governi. Chi ardirebbe di paragonare questa sterilissima carità alla feconda carità dell’apostolo cattolico, il quale rim» del patrimonio dei poveri stende la propria mano ai ,
miseri
fratelli
Gesù Cristo
ma eredi di
dalla società
diseredati
e condisce
,
il
cibo del corpo coi conforti
dello spirito?
Ma quando mai
i
principi
od
i
governi saranno
capaci di quei sacrifizi personali che riparano al diluvio di mali
onde travagliata l’ umanità? Questo è il
trionfo esclusivamente proprio dell’apostolato cattolico. «
Nulla è più grande, confessa Voltaire
,
del sacrifìcio
che un sesso delicato fa della beltà, della giovinezza, e sovente
dei natali,
dell’ altezza
per sollevar negli
ospedali quell’ammasso di tutte le miserie cui vista è così schifosa ed umiliante
»
umane
( Essais
,
la
sur
mature, eh. 139). Ecco le ispirazioni del Cattolile persone che danno in limosina perfin medesime lento martirio al quale si affrettano uomini e donne, per l’ ammaestramento, l’educazione, les
cismo! Ecco se
,
la sanità e
il
sollievo della misera plebe. Barbari co-
loro che vorrebbero espulsa la religione- dal popolare
ministero della carità
!
Ecco o principi, ecco o governi, quella che si ofper vostra alleata, non già nella signoria, ma
fre
nell’opera di felicitare
i
popoli colla parola della vita
e col pane della carità.
CAPITOLO XXXI. INSEGNAMENTO RIVOLUZIONARIO. Nella seduta del 23 febbraio , la Costituente romana
generosamente dichiarava
i
luoghi pii ecclesiastici in-
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122 capaci di acquistare a titolo di donazione o d’ultima volontà , senza una speciale autorizzazione del governo. Così non bastava di toglier la vita
pedire perfìn di rinascere. tra legge:
La
«
ma bisognava im-
,
E veniva gemella quest’al-
giurisdizione
Vescovi sopra
dei
le
università ed altre scuole qualunque della Repubblica, eccettuate quelle
dei
seminari vescovili ,
è abolita.
L’insegnamento dello Stato è posto sotto la dipendenza immediata del Potere esecutivo, mediante il ministro dell’istruzione pubblica.
urgenza.
.
.
•
Vivissimi applausi...
È di
La legge è ammessa all’unanimità per ac-
clamazione. Dite che l’aula del Campidoglio non fosse convertita in un palco di buffoni.
Ma non è a maravigliare di quella unanimità per acclamazione
:
un insegnamento rivoluzionario è il mezzo
più essenziale per fare e perpetuar
le
rivoluzioni. Fic-
ben dentro nella mente, o mio gentil lettore. Già a questo scopo accennava il pertinace Maraiani nel programma del 9 giugno 1848 con quella sentenza che preludiava all’ esautorazione del Papa e della Chiesa: « 11 Principe nostro dimora nell’alta sfera calo
della celeste autorità sua, vive nella serena pace dei
dogmi, dispensa
al
benedice e perdona. pertanto non
mondo la parola di Dio, prega, » Ed aggiungeva: » A noi im-
toccherà solo di abbattere
avanzi del medio evo ecc. »
Dogmi
ultimi
gli
preghiere
benedovean restringersi il Papa i Vescovi e la Chiesa. Abbattere gli ultimi avanzi del medio evo, cioè governo papale, governo cardinalizio, proprietà ecclesiastiche, giuris,
,
dizioni e perdono, ecco la giurisdizione a cui ,
dizione ecclesiastica sulle università e
sull’
insegna-
mento, per inaugurare un monopolio universitario sulle intelligenze , e soggiogare all’idea rivoluzionaria le ge-
nerazioni nascenti, ciò si preconizzava con una incredibile temerità dal ministro di Pio IX.
Non ci scor-
diamo che quel ministro è Terenzio Mamiani.
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,
,
123 Per l’i nsegn amento
diehiaravalo poi senza velo
,
il
ministro Armellini nel discorso inaugurale del 5 feb-
braio 1849, fulminando l’istruzione gesuitica e clericale, arretrata di più secoli, e per cosi dire, riportata al medio evo.
È ben vero che per variata e solenne
scienza, vuoi
profana od ecclesiastica,
consorti
non valgono
1’
Armellini e
apice del mignolo a petto di
assai preti e gesuiti che illustravano Roma avanti che
contaminassero
la
i
repubblicani;
ma per taluni, e-
ducati alla sapienza dei circoli e delle piazze,
le
pa-
role gesuita, clericale, medio evo, servono d’ una pe-
rentoria dimostrazione. afirettavasi poi tosto
nel
il
Sulle
dell’ Armellini
traccio
ministro Rusconi, dichiarando
programma del 16 febbraio che
l’
istruzione sa-
rebbe svincolata dalle clericali influenze
e che l’estir-
pazione d’ogni reliquia del clericale sistema entrava nel
programma
del Comitato esecutivo e del Ministero.
Al 25 era sancita e promulgata incivile e
la legge,
inumana sopra ogni altra
,
prepotente,
che instituiva a
Roma, come in Francia, come nell’Austria
,
come nel
Piemonte, il monopolio del pubblico insegnamento. Perchè lo spirito rivoluzionario, ovunque s’infiltra o patente o nascosto, non sa passarsi di questo monopolio?
Una lotta di diciott’anni ha fatto sorgere nella Francia ingegni eminenti a dimostrarne la mostruosità e la
tirannide. Mentitori e seduttori dei popoli!
adorate
la
Voi
sovranità e la libertà del popolo, e poi ar-
dite di strappare al popolo,
dalle
braccia paterne e
materne , i figliuoli , le fanciulle e perfino i bimbi per istamparli, raffazzonarli e costringerli, nella mente e nel cuore, alla vostra imagine? Chi siete voi, Ministri
del
pubblico insegnamento,
da proporre voi Chi siete
stessi quali fonti e custodi delle sane dottrine?
voi che vi arrogate tifica al
il monopolio dell’istruzione scienparo che della religiosa? Voi cbe escludete
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m persino
i
vescovi dalla missione loro divina di ammae-
qualunque anima nella scienza di Dio e della Questa temerità, quest’ usurpazione sui diritti della religione e della famiglia, non poteva accadere
strar
vita?
fuorché in un disordine sociale, nel quale sia condannata a perire
la
più pura libertà delle anime.
Ma il sistema rivoluzionario ci dà la chiave dei La rivoluzione vuol romperla intieramente con
fatto.
tutte le idee tradizionali, cattoliche e civili, col
dio evo insomma,
Roma come altrove. Per ciò fare tutti
me-
parola convenzionale e classica a ,
conveniva tagliare
nervi alla Chiesa , spogliarla , privarla d’ ogni
i
sociale influenza , cacciare gli ordini regolari più cattolici
per così dire e più valenti
nell’ educazione
e
nell’insegnamento; gridare gesuitico tutto L’episcopato, tutto
clero, tutta l’educazione ecclesiastica.
il
Conve-
niva imaginare e proclamar ben alto una radicale incapacità nell’universo clero per condurre l’educazione della gioventù
all’
altezza
dei tempi , e
improntarla
d’una forma nazionale, ossia demagogica e rivoluzionaria. 1 fogli volanti, le leggi
i
libri,
i
libelli,
i
tumulti, poi
universitarie vennero a effettuare e sorpas-
sare l’intento. Qualche cappuccino dalla barba poetica,
qualche prete dai lunghi calzoni e dal cappello tondo, e forse in disgrazia del suo vescovo , venga fare il direttore e
il
maestro di religione; qualche prete o laico
dal berretto rosso , senz’altro ammiuicolo di scienza o di
buona creanza, venga
studi;
il
faro
il
Gran Mastro darà a tutti
sue -dottrine sane e sanissime.
questo popolo che
i
provveditore degli 1’
imbeccata delle
E intanto
il
popolo,
democratici adorano come lor Dio
e Sovrano, con ferrea legge si costringe a mandare
i
suoi tigliuoli d’ogni età sesso e condizione a temprarsi
e infiammarsi in questa fucina d’ onde
per sempre
la
si
alimenterà
rivoluzione sociale e religiosa.
E se la
rivoluzione avrà bisogno di aggiungere le armi ai so-
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125 fismi, saranno pronte
le legioni
universitarie, teneri
agnelli che i barbari invieranno al macello, facendone dolenti le
madri e orbe le famiglie. Armellini lo diRoma l’esempio di Vienna
ceva chiaro, allegando in e di Berlino.
Era più difficile invadere l’educazione ecclesiastica, e farla centro al clero d’una propaganda rivoluzionaria.
Vi
si
provarono tuttavia coloro a cui è onesta
ogni iniquità che giovi al fine. Che fecero impertanto?
Nel clero e in assai comunità religiose, si trovarono sempre alcune teste perdute, allo scoppiare delle rivoluzioni; nè mancarono all’Italia nel 1849. Per disporle, con molta fallacia e molto ingegnosi era messa
bando pubblico l’obbedienza cieca, abusando insignemente della parola; e non poca gioventù ecclesiastica ne indusse e professò come una virtù degna del-
al
l’altezza dei tempi l’intiera disobbedienza. La disciplina si chiamò gesuitismo, le comunità ordinate si chiamarono gesuitiche, i superiori gesuitanti o gesuiti. Di tutto sono capaci le teste roventi ancorché giovanili,
spezzato che hanno il freno della disciplina. Vul-
cani sfogati, essi vanno
mento- e
sino a pretendere insegna-
vita rivoluzionaria; e sé l’ordine si mantiene
non ha vendetta che non ten-
forte contro di loro,
tino questi piccoli arrabbiati, sino a contaminarsi nel
turpe ufficio di Giuda. Gli abbracciano allora dottieri della fazione,
e
li
predicano
i
con-
chierici, frati ,
Se Dio non assisteva
preti virtuosissimi, italianissimi.
a quelle comunità, sarebbersi convertite in una pro-
paganda rivoluzionaria: al che miravano siglieri
i
con-
tristi
ed encomiatori. ' '
,
>
.
•.
;
:»•
<
»l' ..
•
<
I
'i >-
'
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126
CAPITOLO XXXII. UNA PAROLA AI GOVERNI SULL’EDUCAZIONE E SULL’ INSEGNAMENTO.
Da lungo tempo la fazione rivoluzionaria veniva concentrando nei principi assoluti il diritto di educare la gioventù, escludendone bel bello la famiglia e la Chiesa.
I governi
parecchiata, e
costituzionali trovarono la mensa ap-
vi si assisero,
la Chiesa e la famiglia.
tenendone vie più lungi
Vennero i democratici , e senza
pietà la divorarono.
Dunque
la schiavitù
della
mente e
del cuore, la
schiavitù letteraria religiosa e scientifica, ciò che suona ed è in realtà il monopolio universitario, ha la sua radice nell’ assolutismo. Luigi XIV, Giuseppe li, e ultimo Napoleone, senza pensarvi, apparecchiarono la via ai panteisti della Francia, ai razionalisti dell’Alemagna, ed ai rivoluzionari d’ogni colore; e duolci che
Carlo Emanuele 111 precorresse a Napoleone. La massima generale fu questa: Tutto concentrare
per tutto signoreggiare. Anche oggidì l’Assemblea rivoluzionaria di Francoforte studiavasi di raccogliere tutta la dominazione Alemanna nella corona imperiale
di
Guglielmo
di
Prussia, affinchè
trovasse poi bella e fatta,
e
la
rivoluzione la
non avesse che a tras-
portarla sul suo capo; nè altrimenti pensavano molti di coloro che grida van si alto Carlo Alberto re d’Ita-
La massima fu estesa all’educazione, e la trama venne al compimento. I regnanti pagarono il fio del loro acciecamento. Le
lia.
scuole francesi
e tedesche furono le fonti e le foci
d’onde proruppero
sanguinarono
la
zioni confinanti. la foudre ,
le rivoluzioni
Francia, ed ora
che tante volte insi
estesero alle na-
Un libro del 18W, Un éclaire avant
dimostra con documenti alla mano schietti
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127 ed irrefragabili, che dall’insegnamento dello Stato uil deismo, il panteismo, il razionalismo, il socialismo, il comuniSmo. Che faceva dunque il governo ? Pagava e onorava coloro che ne struggevano i fondamenti; coloro che nel-
scivano ad innondare la Francia
l’Università e nei villaggi diffondevano l’immoralità;,
coloro
cui discepoli, in
i
meno di quattro lustri, ro-
vesciarono due dinastie, e colle barricate di giugno
avrebbero affogata nel sangue
la
Repubblica,
la re-
ligione, la proprietà e la società (1).
Alla vista di quel combattimento non d’uomini ma di tigri all’ aprirsi di quel vulcano acceso dall’ empietà delle scuole universitarie ovvero rivoluzionarie, che disse il signor Thiers stato già l’avversario delle ,
,
scuole
clericali,
il
fautore ardente del monopolio?
Disse che non vera più altra salute alla Francia che il
catechismo e la scuola parocchiale del villaggio.
La
confessione fu esplicita, ancorché non fosse nè per-
nè forse durevole la coqversione. Governi italiani badate di grazia a quest’induzione. La fazione rivoluzionaria ha potuto nella civilissima Francia, usurpando l’insegnamento e corrompendo le anime, abbattere la religione, abbattere i troni, scatenare una furente democrazia erigersi in repubblica. Ma poi come reggeranno le repubbliche se la società sia divenuta un mucchio di rovine? Principi e governi italiani, badate che voi escludendo la Chiesa
fetta
,
,
dall’educazione della gioventù,
micarvi
la
come ora fate per a-
propaganda rivoluzionaria, voi chiamate
infallibilmente sull’Italia quell’empietà e quell'immo(1) In Francia i maestri del basso insegnamento sono i più ardenti promotori del socialismo e del comuniSmo. Quattro di essi erano mandati all’attuale Assemblea tutti quattro furono processati per la cospirazione del 13 giugno di quest’anno. Ecco per quali vie si sparga in Francia il :
comuniSmo invece del catechismo. E noi imitiamo la Francia!
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128 ralità sociale che fa sì grama e dolente la Francia.
Se non educasse la gioventù dovreste invitarla mano prontamente per a-
la Chiesa
,
e scongiurarla di mettervi
Ma vedete sapienza, ossia cecità,
more della patria.
dei Ministri risponsabili: essi cacciano la Chiesa, nel
supremo momento in cui le idee di religione e di moralità la
sono esse sole possenti a salvare dal naufragio
patria.
Essi vantano la religione.
Ledru-Kollin, tatti
gli
Armellini,
Ma la vantano pure i i
Rusconi, i Mazzini, e
onorevoli scomunicati di
gli
Roma. Che sono
queste religioni universitarie, ministeriali, parlamentarie, costituzionali o repubblicane, alle quali
il
pos-
sessore d’un portafoglio pretende di assegnare le forme, i
metodi,
i
libri, e d’inviarne gli apostoli ?
Che sono
altro che sconciature senza capo , senza nè dignità,
virtù, nè efficacia?
quando
si
Che può
vuole esclusa
dall’
viene ateo per gradire a tutti
essere della
nè
religione,
insegnamento, che dii
culti?
Quando all’in-
segnamento letterario si prepongono professori che ripudiano ogni culto? Ovvero quando un Ministro dell’istruzione pubblica, sotto manto religioso, dispotico come un Sultano, si fa capo dell'insegnamento religioso? Per coprire il suo dispotismo, per salvar qualche apparenza, il GTan Mastro sparge a suo talento alcuni preti nei gradi e alla superfìcie della gerarchia insegnante, consulente o dirigente. prescelti
Ma avverti che
sonò ordinariamente coloro
i
quali poco
ai
monta il sacrificare al favor umano le convinzioni e la coscienza.
E se v’hanno alcuni buoni
è soffocato dalla maggioranza, la sterile si nelle consulte
loro
,
il
loro voto
voce diviene
che nell’insegnameuto
,
e quel
che più è, servirà di coperta aH'inganno universale. L’assoluta secolarizzazione del corpo insegnante, la sua sottrazione dal giudizio e dalla vigilanza della Chiesa,
si
esalta
come un insigne avanzamento dei
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tempi moderni: ed è in
mento irreligioso
,
fatto, se intendi
129 un avanza-
immorale e rivoluzionario. Ma con-
giunta al monopolio, è un insulto e una tirannide imposta ad una nazione cattolica. Udite ciò che vi dicono i padri o governi monopolisti Cattolici prima :
,
che cittadini vogliamo da voi un’istruzione e una educazione cattolica per la nostra prole, e garanzie di moralità e di fede cattolica nei maestri che la dispen,
sano a costo dei nostri sudori e del nostro danaro. Queste garanzie non siete capaci voi a darle, ma la Chiesa,
ma i vescovi, maestri della Chiesa, e giudici
della moralità e della fede. Voi insultate alle nostre
coscienze e alla nostra fede, quando vi erigete voi soli
in giudici della bontà morale e religiosa di co-
loro alla cui educazione ci costringete
affidare
i
nostri figliuoli. Se foste cattolici , se cattolici fossero
i
vostri professori , voi
loro
il
di
non respingereste per voi e per
giudizio e la vigilanza di quell’autorità che di-
vinamente ammaestra e dirige le anime. Il respingerla vuol dire che la odiate o
la spregiate, e che la religione non sarà più che una larva nei professori che
eleggete
dunque
,
e nella istruzione che ci vendete sì cara. vi
daremo
Noi
nostro denaro perchè voi fac-
il
una mandra d’individui privi
ciate do’nostri figliuoli
una massa d’uomini senz’anima, senza elevazione, senza difesa contro le lusinghe del vizio, e forse appestati da quegli stessi che voi preponete loro invece di padri? Ecco la nostra conclusione. Due cose vi proponghiamo, e ci darete l’una delle due o la Chiesa da voi espulsa tornerà ad avere una legale influenza sull'insegnamento ed eleggerà essa direttamente o almeno cumulativamente chiunque insegni religione e diriga gli spiriti, e farà una di convinzioni religiose e di freno morale,
:
,
sufficiente testimonianza di vita proba e religiosa di quelli
che eleggete a professori di qualunque ovvero ci lascierete
il
nome o forma;
nostro oro, e ci darete compiuta
9
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130 libertà
<T insegnamento ,
ritenendo voi
il
solo diritto di
ripressione in caso di abuso contro lo Stato.
dicentisi liberali sono procedati
I governi
sì avanti
nella civiltà e nell’amore dei popoli , che fra poco sa-
dispotismo di Licurgo che dichia-
ranno ritornati
al
rava
proprietà dello Stato; e alla
i
figliuoli
blica di Platone , che per distruggere
gli.
Repub-
anche meglio il
comunanza delle mo-
diritto dei padri , consentiva la
Per ora almeno si contentano i governi di lasciare il diritto di pagare e prendono per sè quello
ai padri
,
di cattolicizzare o scattolicizzare i figliuoli.
Ma
ripe-
,
tiamolo, o Io Stato cederà alle esigenze cattoliche, o
concederà piena lihertà d’insegnamento: è una spada a i
due tagli
,
dei quali o l’uno o l’altro non fuggiranno
governi che non vogliano essere oppressori e tiranni.
CAPITOLO XXXIII. REA INDOLE DEI GOVERNI POPOLARI.
Come avviene che i governi, detti popolari, siano ordinariamente
i
più irreligiosi,
i
più oppressori ed i
più ladri?
Ed in questo verso di oppressione, di u-
surpazione
,
di dilapidazione, di assassinii, di furti e
di sacrilegii, basti l’esempio della sublime Repubblica
che sorse dal celebrato pugnale.
Rispondo che
ciò
si
fa
agevolmente con una sola
parola: Sovranità popolare. Cioè sovranità di quel po-
polo che urla sulle piazze, che s’infiamma nelle te-
nebre, che non conosce i limiti della moderazione e della convenienza, cupido delle novità, servo di chi lo compra,
audace, insaziabile, vile o arrogante
,
tre-
moroso o tremehdó. Di quel popolo che non è atto a discernere
il
vero dal falso,
il
giusto dall'ingiusto,
il
possibile dal chimerico, l’utile dal funesto, la libertà
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131 dalla licenza ,
il
governo
dall’ anarchia ,
somma che avendo tanto
perduto
la
sanità
vita dei
dello spirito,
può dire l’universalità del popolo
si
la
Di quel popolo in-
principii civili dalla loro rovina.
,
quanto co-
loro che sono invasati dalla febbre o dal delirio.
Or ecco due fenomeni sociali: i demagoghi si formano questo popolo e gli conferiscono la sovranità; di rincontro questo popolo solleva i demagoghi e loro
conferisce l’autorità. Messe da banda le astrattezze che
sono formolo vuote e non toccano
la realtà delle cose,
questa è
e la fonte
la
teorica rivoluzionaria
verni popolari.
dei go-
Le congreghe da Catilina ammaestrate
rapina ed al sangue, saranno semimagini d’una fazione popolare a cui i dema-
alla rivolta, alla
pre
le
goghi conferiscono
la
stesso, venuto
imperio, sarebbe imagine dei go-
all’
sovranità della forza: Catilina
verni surti dalla sovranità popolare, e non tralignanti dall’origine.
Se gli effetti ritraggono
i
delle cagioni , forza è che
i
colori,
trocità delle origini.
i
vizi e la natura
governi generati dalle se-
dizioni portino con loro l’audacia,
il
Oh intendessero
dispotismo e l’ai
popoli che la-
sciando pigliar le redini dai faziosi, domani gli avranno
La forza gli ha elevati, la sola forza potrà mantenerli. La stessa Repubblica francese non sarebbe tiranni!
sfuggita a questa legge, se non avesse rinnegato la sua
origine colla dittatura di Cavaignac e colla presidenza di Napoleone.
Ma fra le passioni onde si fanno abborriti e tremendi i governi delle rivoluzioni, la prima è l’odio contro il clero e la religione. Per qual ragione? Il clero è popolo, la Chiesa come collezione d’uomini è pur essa popolo. Perchè dunque questi governi popolari sogliono osteggiarli ed abborrirli? La cagione è profonda, necessaria, inevitabile. La religione condanna le fazioni , l’egoismo ch’è il Dio dei faziosi e ,
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132 le rivolte
che offendono
la
giustizia,
che impoveri-
scono, straziano e affondano le nazioni. Sentono questa
condanna gli usurpatori,
della loro gloria: ed allora
la
sentono nel fastigio
bisogna comprimere con
piede superbo la religione perchè non osi mandare un alito di
rimprovero
;
bisogna esaltare
il
Vangelo e la
religione, per velare la malvagità delle intenzioni; il
clero che
ma
non viene a patti colla menzogna, biso-
gna intimidirlo colle minaccio e col tuono alto e fiero sanno scrivere o segnare i mini-
delle Circolari che stri di
grazia e di giustizia; bisogna infamarlo colla
procace bocca del giornalismo; e oggi e domani e sempre schernirlo, beffarlo ed avvilirlo, affinchè l’odio si esali, e il popolo non gli creda nè lo guardi, e la rivoluzione
trionfi.
Per simile guisa
la
bugia si accumula colla calun-
nia, e la calunnia collo scandalo, sacrilegio.
e lo scandalo col
Le quali opere degne d’uomini i più vili e
nefandi, se sono
il
frutto di tutte le rivoluzioni, fu-
rono pure la storia dei nostri giorni. Ed in Roma sì mostrarono con quelFaccrescimenlo di esosità e di prepotenza, di cui erano capaci gli usurpatori del primo trono dell’universo.
Là in nome di Dio e del popolo,
s’imprigionano preti, vescovi e cardinali;
si
ruba, si
saccheggia, si assassina; nòn si pronunciano le proscri-
ma il lampo avvisa di spatriare prima che non cada il fulmine. Là il governo adora il popolo ma sai zioni ,
;
qual popolo ? Il popolo del pugnale. Inquanto al quieto popolo, l’onesta Repubblica lo tradisce, lo smunge, lo scarna e
lo fa
perir di fame. Il popolo delle vergini
e dei frati è cacciato dal ritiro della preghiera per alloggiarvi un popolo di avventurieri e di cavalli. Tal procedere infame della Repubblica Romana, era una conseguenza degli antecedenti; e conviene avvertirlo per ammaestramento di noi e dei posteri. I
mezzi che si fanno servire dalle rivoluzioni per inau-
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;
133 gararc
i
governi popolari, saranno sacrificati dai go-
verni popolari. Ecco
la
massima. Ora la rivoluzione
italiana, sin da principio scolpitamente repubblicana,
cominciava gridando Dio
e Religione , alleanza dei Po-
poli e dei Sovrani: a Dio cantava
Messe e Te Dcum
ai
Sovrani cantava inni di lusinghe e di adulazioni;
ai
Popoli prometteva monti e
mari, libertà, fratel-
lanza, la signoria di se medesimi, e gli accendeva e
inebriava colle radunanze e coi
gli
astuzie cominciarono a
tumulti.
Simili
Roma, ci vennero da Roma,
ebbero la maggior durata ed il compimento in Roma. Dunque s’egli è vero com’è verissimo in ogni tempo, che le rivoluzioni sono nel loro processo il rovescio dei loro principii a Roma più che altrove doveva ,
spregiarsi Dio e la Religione; là più che altrove do-
veva rompersi Popolo ed giarsi
il
il
il
vincolo d’alleanza e d’amore tra
Sovrano;
Popolo ed
il
là
il
più che altrove tiranneg-
Là dovevano sedere
Sovrano.
trionfanti gli spergiuri, gli scomunicati, gli apostati,
che in Gesù Cristo venerano
il
filosofo
democratico,
che alla fede divina e alla parola rivelata antepongono il gergo socialista che consacra la fede nell' umanità, la religione e l'adorazione dell’umanità: ultima evoluzione del panteismo sociale , e del sociale egoismo.
L’egoismo divinizzato: ecco delle rivoluzioni
e
la
dei governi
natura o
la formola
da esse creati od a
quelle tendenti. L’egoismo è la tirannide personificata,
è
il
socialismo ed
il
comuniSmo. L’egoismo dell'indi-
viduo è la pianta che assorbe il vital umore delle circostanti, le inaridisce e le uccide: l’egoismo dei go-
verni rivoluzionari, pavoneggiantisi indegnamente del titolo di
popolari o democratici , è
che assorbe che abbia
la
gli spiriti
1’
albero pestifero
vitali d’ogni pianta o
iil
d’erba
temerità di vegetare nel campo; ossia di
tutti gl’individui, alti
o bassi, che vivono nello stato;
della Chiesa pure e della famiglia.
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134
.
L'esperienza dei tempi passati e presenti non lascia
dubbio
sulla natura mortifera di queste tirannidi che,
insultando all’umanità,
Roma
si
chiamano governi popolari.
Mazzini e gli Armellini, in Firenze Guerrazzi e Montanelli, in altre Camere rivoluzionarie uomini che pareggierebbero in prepotenza i Montanelli
In
i
Guerrazzi, gli Armellini ed i Mazzini, con un buon codazzo di altri tali rollinisti e proudhonisti, hanno forse un Dio o una fede al mondo, fuorché
e
i
1’
egoismo?
Ma perchè
popoli s’incurvano a questi
i
genii del male che gli schiacciano e li divorano?
sdegno
di
È Io
Dio che piomba sulle nostre colpe.
CAPITOLO XXXIV. caducità dei governi democratici.
1
governi democratici sono costruzioni babeliche, o
più veramente
il
caos.
Generati dal disordine, come
saranno i padri e i mantenitori dell’ordine ? Spergiuri alla legge, come sapranno ispirare l’amore e la riverenza della legge? Fattura ignobile e turpe d’una fazione
,
zione?
come otterranno l’assenso e la stima della na-
Non mai.
Essi portano nel seno
elementi
gli
della loro dissoluzione.
La rivoluzione italiana, disorganizzatrice per eccellenza , trionfo d’una fazione incivile ed irreligiosa testata dall’Italia e dal d’ una
,
de-
mondo, non è una creazione
forma qualunque,
ma una negazione dell’or-
dine, della legge, della libertà, della religione, e per
conseguente di tutti zione.
Sono sanabili
gli i
elementi costitutivi della nacorpi vivi, sanabili
i
governi
che hanno una qualche base di vita: la Repubblica Italiana è nata morta , ed avrà la sola gloria di am-
morbare col suo fetore finché non sia seppellita.
Digito ed by
135 Nei tempi moderni una sola repubblica nacque forte e vive, cioè la Repubblica degli Stati Uniti d’America: e
si
mostrò tale perchè fu
il
rovescio della
ri-
voluzione italiana.
Uomini
quanto ambiziosi ed arroganti, avventurieri, romantici, non degni degl’ infimi gradi imbecilli
sommi, sol potenti nelle tenebre ma inettissimi alla luce del sole, senza mente e senza amore nè per Dio nè per gli uomini, commossero e sollevarono l’Italia che ebbe l’incredibile cecità di non e aspiranti ai
conoscerli, o la sventura di seguirli,
o la pusillani-
mità di lasciarli a talento imperversare. Costoro colle parole di fratellanza, d’unità, d’indipendenza, getta-
rono
la discordia nelle opinioni,
accesero la guerra
civile fra le classi dei cittadini, portarono l’indipen-
denza e l’immoralità nel costume e dopo di loro durerà l’Italia lungamente contaminata dai perversi umori delle passioni. ,
Al contrario ve’Ià nell’America un Giorgio Washin-
non è un despota nè un settatore; per lui sono condizioni egualmente rispettabili l’aristocrazia e gton. Egli
la democrazia.
Niun uomo ebbe un concetto più sin-
cero della libertà e dell’eguaglianza. Lungi da lui
le
idee esclusive, le passioni e le pretese della democra-
uno scisma civile: anzi niun uomo ebbe lottato sì fermamente nel comprimerla. A parte l’atto primo che iniziava l’indipendenza, niun cittadino fu mai più compreso dello spirito dell’ ordine e del rispetto all’autorità. Egli mantenne quest’ordine secondo le leggi del suo paese, lo mantenne nel diritto e nel fatto così fermamente, così altamente, che più non avrebbe potuto un monarca di antico Stato. Egli aveva inteso che in ogni forma di governo sia assoluto sia libero non si governa dal basso all’alto e che quanto più è libero un governo, tanto debbe essere più risoluto e forte acciocché la libertà non degeneri in lizia, che è
,
,
;
Digita ed by
136
ma l’ha indirizzata alla
cenza. Egli ha fatto la guerra ,
la libertà politica nello stesso tempo
pace
;
e fondava
che
l’
indipendenza della sua patria. Nuovo Fabrizio
degli ultimi tempi, senza ambizione saliva al potere;
amministrava
sedici anni lo
,
scevro d’ogni cupidigia;
giudicò la rivoluzione francese
come sovvertitrice del-
l’ordine sociale, e la tenne lungi dal suo paese. Ilare
tornava
al patrio focolare,
non meno grande che mo-
desto e incorrotto cittadino.
Ecco Washington! Volete or sapere quali fossero i corifei della così detta indipendenza italiana? Rovesciate la medaglia. Volete compendiar tutto in una parola ? I nostri vollero esser democratici: Washington non ci ha pensato. Ma tu pensaci, lettor mio, pensaci
a questa parola,
e vedrai
raffrontala coi fatti,
che essa è la confusione delle lingue, la dissoluzione e la
fiamma degli Stati civili.
Democrazia! le
È il grido di guerra che lanciasi fra
nazioni corrottissime, è
l’
insurgere e
1’
inferocire
della parte bassa contro l'alta della nazione; e parti alte e basse
avranno i popoli finché dureranno i ponon vorranno andare sciolti come i ,
poli a civiltà, e
selvaggi e le belve. ricchi , e chi la
Sempre avrà la società poveri e
maneggi la penna e chi la vanga e chi
spada, e chi valga per
la
potenza del consiglio e
chi per la forza materiale dei muscoli e dei fianchi, chi obbedisca e chi
comandi, chi amministri
la reli-
gione e chi governi lo Stato. Volete uno Stato fiorente
e sano?
Rimanga ciascuno al suo posto: il piede cam-
mini e non usurpi
il
vedere degli occhi o il pensare
e il giudicar della mente; operi
la
mano e non pre-
tenda di vedere o di camminare; ed ogni membro si contenti che il ventre, il quale pare inerte, lavori a
modo suo nel preparare
a tutto
il
corpo
1’
alimento
Siamo dunque costretti a dover rinfrescare 1’ antico apologo di Menenio Agrippa? Si, vi siamo
della vita.
t Digitized by
137 costretti , giacché la moderna democrazia rinnova alla civiltà
presente quella piaga ingangrenita che sempre
Roma. Washington ( inchinatevi a lui parlamenti democra-
debilitò e Gnalmente crollò l’imperio dell’antica
tici,
ministeri democrati,
sovrani democratici, ossia
non popolari!) Washington chiuse il passo a
plebei e
questa piaga, riconoscendo alto e basso, e nient’altro
popolo, tutto
il
anzi le uni, tese che
1’
siccome
la
le
popolo
il
che il popolo ne’suoi stati. non le osteggiò,
In questo popolo vide diverse classi
armonizzò e non
issopo eguagliasse
natura proporzionò
,
le confuse.
Non pre-
cedro , ma pensò che
il i
terreni alle piante e
le orbite ai pianeti così nel convento sociale degli uomini alle varie loro capacità debbano proporzionarsi ,
i
gradi e gli
Stati Uniti di libertà.
£ di qui quella Costituzione degli
uffizi.
che è finora il modello primo di solidità e Di qui, fra l’aristocrazia e la democrazia
americana quel conserto d’intelligenza, d’amore e di primi e gli ultimi fratelli della che regna fra stessa famiglia; quali, se tutti non sono potuti nascere ad un parto, hanno però tutti lo stesso sangue del padre. Di qui, fra discendenti di quei primi coloni, Tesser nuova l’idea quanto la parola di bando o di persecuzione per motivo o pretesto di opinioni, vita
i
i
i
quando è salva la legge: pretesto col quale i libertilà appunto le cidi italiani squarciarono T Italia. Là ,
vittime innocenti dei barbari italiani, là i Vico e gli altri Gesuiti, e quante vergini
vi
approdarono quali
colombe esuli dai loro nidi, trovarono quella graziosa e festevole accoglienza che
li
rimeritava dei tollerati
patimenti; e non rifinivano di maravigliarsi quei cultori della
vera libertà, come avessero potuto
di Svizzera e d’Italia cacciare civili
i
fratelli, e
i
Caini
chiamarsi
e liberali.
Ancora una volta umiliatevi a Washington, o poche non sapete veder nulla di buono
veri democratici,
138 nè di commendevole fuorché nella vostra plebe. shington intorno
degli
alla scelta
«
Wa-
militari o
officiali
amministrativi, sovente raccomandava:
Eleggete
i
più fedeli ed più capaci. » Voi Eleggiamo la plebe; essa è più ignara, più corruttibile e fanatica. Noi diremo: Si elegga il merito ovunque egli sia (1).
gentlemen; sono
i
i
dite al contrario:
Washington
coll’inviolabile maestà della legge, e
colla libertà sincera ed universale ,
che non esisteva:
i
democratici
fondò una nazione
coll’ arbitrio
e colla
Franklin «Io lego al generale Washington il bastone di pomo selvatico, compagno delle mie passeggiate: se questo bastone fosse uno scettro, gli converrebbe egualmente. » violenza sciolgono e rovesciano
le esistenti.
laliava scritto nel suo testamento:
Troverai molti fra
i
nostri democratici,
contentino d’un bastone di
(1) Nel
Taylor,
i
quali
si
pomo selvatico?
marzo di questo 1849 si domandava al generale presidente degli Stati Uniti, eh’ egli dismettesse
un per uno quelli ch’eransi opposti alla sua candidatura. Il successore di Washington interrogava: « È uomo onesto? È uomo di capacità? Uà sempre fatto il suo dovere? Poiché rispondete del sì a queste domande, io non lo destituirò. »
.
.
Ecco come si fondano e come si governano le nazioni, democratici romani, piemontesi, e voi tutti egoisti e faziosi italiani,
nuovi!
che gridate a gola:
A cose nuove uomini
Questi uomini nuovi siete Voi che rovesciate dal
basso all’alto
la
gerarchia civile, per occuparla voi soli,
uomini veramente nuovi
,
cioè privi di capacità, di senno
e di esperienza. Rispettate pacità sono
un
diritto
opinioni un impiego acquiuna proprietà; e onestà e ca-
le
stato e bene amministrato è
:
per ogni cittadino
ad acquistarlo.
Ma i nuovi esclamano: Il nostro tempo saturnia regna ;
dolus aut virtus
,
è giunto; redeunt quis in hoste requirat?
Digito ed by
139
CAPITOLO XXXV. LA SOVRANITÀ POPOLARE NELLA PRATICA.
L’antica Assemblea costituente avea detto alla Francia:
«
11
principio di tutta sovranità risiede essenzial-
La Convenzione diceva di più, cangiando la parola ed il senso: « La sovranità risiede nel popolo. » Queste parole affermano che il popolo non ha solo il principio, ma Y esercizio pratico della sovranità. La Costituzione del 1793, volendo risolvere il problema, ordinò che le Assemblee primamente nel popolo. *
Conforme a ciò, le
rie deliberassero su ciascuna legge.
leggi
dei parlamenti costituzionali
dovrebbero pure
per venire ammesse o
discutersi
in ogni municipio,
rigettate.
E non basterebbe ancora per la sovranità
popolare, perchè è
il
il
Consiglio municipale neppur esso
popolo: la legge adunque
si
proponga a tutto il
popolo del municipio, ed esso pronunci parola.
la
sovrana
A ciò condurrebbe la sovranità popolare.
Rousseau non intese altrimenti la sovranità popolare, la quale, secondo lui, non può essere nè ristretta nè delegata. O il popolo è sovrano nella parola e nel fatto, o diventa il re della burla, dallo scettro di canna e dallo straccio di porpora (1). Rousseau ha proclamato nel suo Contratto sociale che non può essere nè alienata no deOra si rimprovera a questo celebre sofista che perciò intendesse male la sovranità popolare. Ma egli la intendeva per eccellenza; e così argomentava: Se il popolo è sovrano, dunque niuna particella di (1)
la
sovranità del popolo
,
legata , nè rappresentata.
dunque egli è sovrano dunque decreti per se stesso, e
sovranità esiste fuori del popolo,
nel diritto e nel fatto,
niuno si arroghi il vanto di rappresentarlo; la rappresentanza distrugge la sovranità popolare. In queste illazioni
Rousseau non era sofista:
sofisti
sono coloro che fanno
il
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mMa
che
il
popolo eserciti
la sovranità
è impossibile,
fuorché in una' viilata di poche centinaia, o al più
San Marino. Vorrebbero dunque gli Stati europei rassegnarsi a indietreggiare dal colmo
nella Repubblica di
della forza e dello splendore sino alla nudità dei pescatori
San Marino?
di
E pur nelle repubbliche vi
sono gli usurpatori della sovranità popolare, testimonio la Svizzera dei nostri giorni , dove i Cantoni più antichi che furono sotto
i
i
fondatori della libertà
nostri occhi, invasi e spogliati
,
vennero,
nelle sostanze
nella libertà e quasi nella fede, dai nuovi che imi-
tando il leone definirono il diritto colla forza. Le antiche repubbliche se furono democratiche nel principio, divennero aristocratiche nel processo; sempre aristocratiche furono Genova, Pisa, Firenze e Venezia;
arciaristocratica fu la Repubblica
Romana. Di Roma
particolarmente che fu gloria nostra e del mondo,
vorremmo far ben intendere che la sua grandezza non fu
mai opera della plebe romana,
la più
tumultuante che ci narrino
del far niente, di sedere a netti
et circenset. Il
la
più ignobile e
le storie,
cupida
mensa ed al teatro: paromano e
Patriziato ed il Senato
quel popolo che più
al
Senato che
alla plebe
,
si
av-
gran colosso della Repubblica Romana: Senatus populusquc romavicinava, ecco la mente che informava
il
popolo sovrano nel diritto ossia nella parola, e se stessi nel fatto. Ma Rousseau era scaltro nella posizione del principio, perchè ammessa la sovranità popolare, impossibile ad attuarsi e
la
,
con ciò veniva sciolto ogni politico reggimento,
società cadeva nell’anarchia e nella barbarie, da lui
stimata
meno iniqua e più appetibile
della società civile.
Ecco l’ultimo scopo del suo Contratto sociale. Rousseau fu più grande e più veritiero professore della sovranità popolare; da lui impariamo senza velo ciò che ella sia ed a
il
qual fine conduca: all’eguaglianza nell’ anarchia e nella bar » barie.
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,
141 nus. L’ imperio
non precipitò Roma, ma la sostenne
agonizzante per quattro secoli: la plebe inerte e in-
domita che prorompeva nei gradi della milizia, nei ministerii civili, e rapiva la porpora, è una delle prime cagioni che licenziavano Roma alle mani dei Barbari.
La storia di Roma non solo, ma di tutto il mondo, ci darebbe a conchiudere,
che le età più gloriose delle
nazioni furono la monarchia o una generosa e operante aristocrazia. l’aristocrazia di
Non ammiro nè la monarchia nè
ma Londra tiene il primato
Londra;
delle nazioni , perchè là
governa una forte aristocra-
basi dello Stato, non Io abbandona a quelle infermità e scissure, da cui è trazia che
reggendo ferme
le
vagliata e indebolita la Francia per le perenni rivoluzioni, che rampollano ad ogni ora dai fracido ceppo
d’una plebe sovrana.
Un popolo esercente la sovranità, è dunque una impossibilità di fatto, e la sua ultima conseguenza è la
dissoluzione e la rovina degli Stati.
E mal colse
che venne or ora al saggio doloroso e tremendo. Nel quale sperimento furono due colpe: una
all’Italia
di diritto, l’altra di fatto.
Nel diritto peccarono i pre-
dicatori della sovranità popolare, perchè Napoli, Roma,
Firenze e Torino avevano giurato fede alle fresche loro Costituzioni che non erano esclusivamente nè a/
ris toc rat iche nè democratiche, ma contemperate dai due elementi, qual è realmente la società civile d’I-
talia
culminantesi nella monarchia.
rompendo fede
allo Statuto,
plebea, scomunicarono
e levarono
il
la
1
bandirono
democratici la
sovranità
monarchia e l’aristocrazia,
grido della guerra civile.
11
fatto
poi
doveva corrispondere al principio, e vi si accinsero.*
La Costituente era il mezzo eletto a monarchia o soggiogarla tanto
i
cancellare la
alla plebe dominatrice. In-
raggiratori impazienti cominciarono insigno-
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142 vendentisi al primo che prezzo di speranze strane e di
rirsi delle raoltitadini cieche ,
le
compra
al facile
parole sonanti, che costano affatto niente ai mentitori
cupidi e
tristi.
Sovranità popolare fu l'insegna demo-
cratica e repubblicana; fu la parola d’ordine gettata
dai giornali e dai circoli nei collegi elettorali; siti,
Percenni,
i
i
Vibuleni,
lingue, laici o preti, ebbero italianissimi. tutti
Di
i
Ter-
male teste e Iemale
gente riempivansi in Italia quasi
tal
parlamenti.
i
le
le patenti d’eroi italiani,
£ l’Italia tremò nel vedersi a ua :
insaputa, e contro la sua ferma volontà, diventata nei rappresentanti della sua sovranità, apertamente ribelle e repubblicana.
Ecco nella pratica la sovranità popolare: essa èia per ischiacciare sotto
parola
d’ ordine
troni
popolo sovrano.
il
parenze. Qual parte
si
le
rovine dei
Ma bisogna conservar le apfarà
dunque a questo popolo
sovrano? Esso metterà un voto nell’urna. Nient’altro? Nient’altro.
Almeno tutto il popolo portasse quel voto! il popolo delle campagne, il meno cor-
Specialmente
ruttibile, e sul
quale pesa più gravemente
del sangue e dell’oro!
il
tributo
Ma il felice che uscirà dall’urna,
sarà poi la sapienza e la giustizia incarnata del po-
polo?
No, esso è la creatura d’una fazione, e ciò gli
scusa la sapienza e la moralità. Ieri ancora esso era
un domator di cavalli, e oggi è divenuto un legislatore e un reltor di popoli; ieri espiava in carcere la pena dei suoi delitti, e oggi amministra la giustizia della nazione; non sa di leggi nè di finanze, non ha mente nè cuor nè fede, e porterà la mano a governare lo Stato.
Ma egli lo affonderà. Pazienza! Così ha
decretato il popolo sovrano.
Ah, povero popolo, tu sei
schiavo di coloro che tu, sovrano di nome, hai costituito in realtà e senza alcun senno e a tua rovina, tuoi veri tiranni più che sovrani.
Così è applicata la sovranità, e qualunque sia la
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:
teorica, così corre la pratica.
143 Più schiacciato e tiran-
neggiato dalle fazioni è quel popolo che più si esalta come sovrano. Ecco la plebe parigina, in nome della sovranità popolare, signoreggiar le provincie, fare e i governi , le monarchie e le repubbliche. Ecco Livorno e Genova nel tumulto e vicine dell’anarchia. Ecco la gentile Firenze priva del suo sovrano e sotto
disfare
,
i
capricci d’un romanziere e la sferza d’un pedante.
Ecco Roma, Roma la metropoli del mondo cattolico, fatta una cloaca e l’abominio delle nazioni. E come tale e tanto sconvolgimento e martirio di popolo?
Con
un’astuzia da commediante: levano la corona dai
le-
gittimi sovrani, Gngendo di porla sul capo del popolo, e la portano sul proprio capo. Poi invadono erodono e spolpano il misero popolo, come il lupo che ha afferrata la pecora, e vede non lontano il pastore a cui ,
dovrà abbandonarla (1). Se la sovranità popolare è la maschera che portano al volto gli adulatori e predatori dei popoli sarà vera ,
pietà
il
lacerarla.
Ma i grandi errori non reggereb-
bero senza una qualche parte di vero: e la sovranità del popolo ha pure un qualche fondamento che noi
vedremo.
(1) Vincenzo Monti nella sua grande epopea di Ugo Basseville , svela da politico, e descrive da sommo poeta gli
orrori della città confusa
E giunge alfine alla città confusa, Alla colma di vizi atra sentina,
A Parigi che tardi e mal si pente Della sovrana plebe cittadina
(il,
21-24).
Pentirsi tardi e male della sovranità plebea , ecco l’ori-
gine delle mortali angoscie che tormentano Parigi e la Francia. Leggi e medita tutto quel canto della Bassvilliana.
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m
CAPITOLO XXXVI.» LA SOVRANITÀ POPOLARE NELLA TEORICA.
Dio ha forse detto
ai
monarchi assoluti o costitu-
zionali , ovvero all’aristocrazia o alla democrazia : Piglia
il
sommo potere e governa? No; Dio si è con-
tentato di fondare
i
principii della giustizia e dell’or-
dine politico, ma non stabilì immediatamente nè la forma dei governi nè le persone dei governanti. Egli ha voluto che la forma dei reggimenti civilte le persone che dovessero amministrarli si determinassero per un qualche fatto sociale, dipendente dalla libera vo,
lontà degli uomini.
Dunque la podestà sovrana non comunicandosi da Dio immediatamente a niuna persona da lui determinata e particolare, resta di necessità che immediatamente si comunichi al popolo, cioè all’universalità del corpo civile e sociale.
Applichiamo. Luigi Napoleone , presidente della Repubblica francese, donde ritraeva la sua autorità? Dal suffragio universale del 10 di gennaio. Ecco l’atto più
immediato
,
più esplicito e più concorde che emettesse
la sovranità popolare.
re di
Sardegna, e gli
Pio IX, Vittorio Emanuele II altri sovrani ,
donde ritraggono
la loro autorità? Dalla successione ereditaria, che pure
fondò da principio su di un fatto sociale, confermato dal consenso popolare dei secoli, e che esso pure * è un atto implicito od esplicito di un potere che in
si
largo senso fu chiamato sovranità popolare. Questa teorica della suprema podestà è del celeberrimo gesuita, Francesco Suarez, la cui autorità diceva Bossuet valere quanto un’intiera Università. Ed egli sulle traccio del grande Bellarmino e di molti teologi e giureconsulti la dichiarava nel secondo capo del libro terzo nella Difesa della fede cattolica contra
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gli
errori
della setta anglicana.
Dove
dice:
»
145 Niun
sovrano ha od ebbe mai, per legge ordinaria, il principato politico immediatamente da Dio o per istitu-
ma mediante l’instituzione c la volontà umana. E questo è un egregio assioma teologico, non come dice il re (Giacomo d’Inghilterra) per ischerzo, zione divina,
ma tale veramente, perchè necessarissimo a segnare podestà.
i
inteso nel retto senso è
tini
e
limiti della civile
i
«
Un celebre commentatore delle sante Scritture forsentenza dei dottori cattolici su questo
inola cosi
la
punto:
La podestà secolare viene da Dio mediata-
•
mente; perchè la natura e
ragione che è da
la retta
Dio, dettò e persuase agli uomini di preporsi magistrati
da cui sian governati. La podestà ecclesiastica
viene poi immediatamente da Dio; perchè Cristo stesso
prepose Pietro e gli apostoli
alla Chiesa
(Cornelius a
Lapide, in cap. xm Ep. ad Rom., not. i). » Nella quale
una profonda economia: perocché se il reggimento delle anime doveva essere divino nella sostanza e non soggetto al convolgersi delle cose umane, e sempro lo stesso nel giro del mondo e dei secoli; non così però il governo civile degli uomini. Da ciò Timmcdiata instituzione della Chiesa e de’suoi ministri ai quali lo Spirito Santo comunica col cadiversità risplende
,
,
rattere sacerdotale i divini carismi, indipendentemente
da volontà di popoli o di principi.
Ma non così la società civile, la quale versando in una sfera ben inferiore, in una sfera d’interessi, di fatti
e di accidenti, variabili per
le
condizioni degli
uomini e dei tempi Dio non sanciva immediatamente nè da chi si governasse nè come, purché fosse salva ,
la giustizia
universale. Aggiungi la dignità della na-
umana, creata libera, e non soggetta all’altrui come sono i campi e gli animali della terra, del mare e dell’ aria. Ogni uomo ha il
tura
possesso od arbitrio
HO possesso di se medesimo, e da niuno
seduto: da uiuno dico,
può esser pos-
comunque si appelli, o con-
sole o dittatore o re o stato.
Volontà divina è però
che esso sia civilmente diretto e governato. Dio ha dunque detto all’umanità: Cammina e governati colle leggi dell’ universale
mente;
giustizia
che
io ti scrivo nella
l’impongo l’obbedienza e la fedeltà alle autorità della terra, e bada che questo è un mio suio
premo ed inviolabile comandamento; e qui mi fermo. Che voleva dire con ciò Iddio? Egli voleva signiOeare che siccome concedeva
all’ umanità
il
possesso
della terra , lasciando agli uomini il regolare con leggi
loro proprie biliva
il
i
particolari possedimenti; così egli sta-
precetto generale di obbedire
umane, lasciando alla società il modo
alle
podestà
di legalmente
e personalmente consti tuirle. Ma siccome acquistato che
per legge umana un possesso o un diritto, in-
siasi
terviene allora. a sanzionarlo la legge divina; così constituita
che siasi legalmente una podestà civile, essa
diventa inviolabile per un diritto divino.
Nel qual senso
il
grande
filosofo
s.
Agostino chia-
mava patto sociale l’obbedienza dovuta ai principi, nel libro terzo delle Confessioni al capo ottavo: Generale
pactum est societatis humanae obedire regibus suis. Ma è il sommo dei patti umani, fondato in quella universale giustizia che rende sacre tutte le obbligazioni umane, e del quale Dio ha fatto una legge specialissima dall’osservanza del patto che lega i principi ed popoli dipendendo non la sicurezza di qualche ini ,
dividuo, ma la tranquillità , l’ordine e 1’esistenza della
grande famiglia.
Andiamo avanti. Quando per un mezzo legittimo di elezione popolare, o di successione, o di tacito con-
senso, o per altra via qualunque, è designata la persona del principe, che interviene allora? Allora ed in quell’ alto
Dio
gli
conferisce la sua autorità, perchè
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?
1V7 l’autorità
che presiede a uomini liberi non può venire
da altra fonte che da Dio: «perocché non vi ha potere che non sia da Dio,» come insegnava l’Apostolo
Romani; ed allora il Principe diventa ministro di est (Rom. xiii). Allora quella ai popoli Per me rcgcs rcgnant (Prov. vili); e quest’ altra che dice ai principi: Auquoniam data est a Domino potcstas vodite Rcges. ai
Dio: Dei enim minister
voce divina che dice
:
.
,
.
ab Altissimo (Sap. vi).
bis t et virtus
viene pure da Dio nei
tristi,
Il
qual potere
in quanto essi fanno di
bene, come di Nabucco affermava Daniele: « li Dio ti ha dato il regno e la fortezza e l’imperio. »
del cielo
Questa origine del potere non avvilisce l’uomo ma obbedendo esso all’uomo non per l’uomo, ma al cenno e alla virtù di Dio. Così la intendevano i martiri, che furono i primi propugnatori della libertà, e gli eroi del cristianesimo: « A Dio obbediamo e non a Cesare, sapendo che Cesare non ha lo nobilita,
potere che non sia da Dio e secondo la legge di Dio. »
O come Teofilo antiocheno scriveva ad Autolico:
«
Dio
adoro e non Cesare, sapendo che Cesare è ordinato da Dio. » Per tale guisa s’innalza il potere civile non meno che la dignità umana; mentre la sordida ipotesi
che non vede altro nel sovrano che l’umile espres-
sione del mandato popolare, assoggetta gli uomini ad
un uomo. Gesù Cristo proclamava
egli stesso questa
divina origine del potere col famoso comandamento, •
Rendete a Cesare quel che è di Cesare; »
e rispon-
dendo a Pilato: « Tu non avresti alcuna podestà contr’a me se non ti fosse data da alto. » Che ripugnanza v’ha dunque in ciò che il sommo Se è verità di potere s’intitoli per la grazia di Dio fede cattolica che quel potere emana da Dio, ed è ,
ministro di Dio, perchè non zia di Dio?
si
dirà tale per la gra-
A che tanto scalpore? Per la grazia di
Dio noi siam
tutti
quel che siamo: dunque
il
re
è
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148 anche re per la grazia di Dio. Ma vedete come sono graziosi questi sofisti Essi negano ai sovrani la grazia di Dio, e usurpato il comando, non sanno più !
parlare nè tiranneggiare che nel nome del popolo e di Dio. Oh davvero! Un Mazzini, un Guerrazzi, e qual-
che altro democratico italiano se ne avesse il destro, sarebbero gli uomini di Dio, più che non fossero Leopoldo e Pio IX!
Dio ed il popolo sono dunque per consenso degli stessi usurpatori
1’
origine del potere politico,
ma in
varia guisa. Dio, a parlar propriamente, ne è la fonte
unica, essendo egli solo l’autorità, la ragione e la il mezzo eletto da Dio permodi e le persone a cui quella autorità si comunichi da Dio. Ma per lo più è cosa
giustizia; ed
chè
si
il
popolo è
determinino
i
tacita, lenta, e frutto di secoli quella
determinazione
del modo e della persona che governi.
Comunque però
accada, o implicitamente o esplicitamente, Dio sancisce quel patto nazionale,
Dio dà
l’
investitura e la
dignità del principato, e quel patto sarà inviolabile se
non concorrano a temperarlo d’un comune accordo
il
popolo ed
il
sovrano.
Errano impertanto e coloro che fanno scaturire la sovranità del principe unicamente da Dio, e coloro che la vogliono unicamente dal popolo. Le pretensioni del potere laicale al diritto immediatamente divino,
sursero intorno ai tempi di Luigi di Baviera. Allora
una costituzione imperiale, emanata dai principi dell’impero contra il Sovrano PonteOce, diceva: Decla ramus quod imperialis dignitas et potestà* est immediate a Deo solo. Dottrina, che per la prima volta si formolava da un principe scomunicato da due Papi, è si violento sino a volere colla forza deporre Clemente Vii e far salire un antipapa sulla cattedra di s. Pietro.
Vi assentirono i Protestanti, salvo alcuni Lute-
rani veneranti l’onnipotenza popolare sulla Chiesa e
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149 sul principato.
Vi aderirono
i
sorbonici ed
gallicani,
i
e la famosa Dichiarazione del 1682. Dal quale eccesso i
democratici dei nostri giorni
sto, consecrando
si
gettarono all’oppo-
come diritto divino
la
plenitudine
della sovranità popolare, disfacendo con tale pretesto le società costituite ,
calpestando patti e giuramenti
•
1
,
deificando l’anarchia e la tirannide.
CAPITOLO XXXVII. ERBORI E CONSEGUENZE DELLA SOVRANITÀ POPOLARE. II sistema
falsamente edificato sulla sovranità popo-
lare , è un’inferenza del razionalismo ossia individua-
lismo protestante,
il
quale annienta ogni autorità e-
sterna vuoi sacra o civile, e fa d’ogni
un essere libero secondo abbandonato al capriccio. Il
la
legge,
uomo non già
ma licenzioso e
ministro Jurieu lo formolava in queste parole,
raccolte da Bossuet nel quinto
polo fa
i
Avvertimento
:
* 11
po-
sovrani e dà la sovranità: dunque il popolo
possiede la sovranità
,
ed in un grado eminente , per-
chè il comunicante dee possedere più perfettamente la cosa comunicata: e quantunque un popolo che ha fatto
un sovrano non possa esercitare la sovranità per se medesimo, è tuttavia la sovranità del popolo quella che si esercita dal sovrano; e l’esercizio della sovranità che si fa per un altro, non impedisce che la so-
come nella sua fonte. » Per buon Jurieu venerava in questo popolo
vranità non sia nel popolo
conseguente il
il
tutore nato della religione, e tale un’ autorità che
per convalidare
i
suoi decreti non ha mai bisogno d’a-
ver ragione.
Bossuet rovescia facilmente quest’edifizio, mostran-
done la falsità del fondamento, cioè dimostrando che
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130 ii
popolo non fa i sovrani , siccome non fa esso quella
giustizia eterna di cui la sovranità è una emanazione
e una dipendenza; e dato pure che esso l’abbia una volta conferita nel principe,
non consente la ragione
nè l’utilità comune che a suo libito possa ripigliarla. 11 darla e ritenerla sarebbe una contraddizione ;
il
darla
e riprenderla, sarebbe un ondeggiamento perpetuo,
una perpetua tempesta civile, ed una compiuta anarchia. Il popolo per convalidare gli atti suoi non ha biso-
gno
d’
aver ragione? Se ciò è vero, eccoci di tratto
all’impero della forza brutale, alla società dei leoni.
Anzi ciò è sommo fondamento d’un consorzio d’esseri ragionevoli che ogni autorità sia sempre giusta ed abOra siccome non mai è accaduto che uomini sparsi e liberi siansi precedentemente rac-
bia sempre ragione.
colti
per definire un patto di vita civile; così offen-
derebbe
la
ragione una società civilmente costituita,
la
quale d’un colpo abdicasse le sue leggi, rinnegasse
il
suo capo , ripigliasse una sovranità che essa non ha
mai esercitato, e la delegasse sotto una forma qualunque ad altro capo, il quale alla sua volta diventerà sovrano perchè ha detto ai suoi facili commettenti che essi
erano sovrani.
Sovranità popolare non è dunque e disfare
i
governi ,
il
diritto di fare
ma è nei popoli il diritto d’essere
governati secondo la giustizia, e il dovere di riconoscere e di mantener ferma l’autorità dei principi che tutela
il
comun bene. Atto egregio è il dichiararsi del
popolo in favore dell’autorità contra
le fazioni che la minacciano; atto da schiavo al contrario è l’abbandonare l’autorità legittima alle fazioni , e ad esse piegare il
collo. Il
pubblica, è
potere sovrano è
1’
ancora della sicurezza
patrimonio del popolo, è la sorgente della sua felicità: chi vi congiura è scellerato contra del popolo; chi difende quel potere è popolo libero il
e se volete sovrano.
Roma cedendo a Mazzini, diventò
Digitized by
151 schiava d’un avventuriere; conservando
il
Pontefice,
avrebbe conservato il suo patrimonio civile, la sua dignità, e per così dire la sua sovranità. Sovranità, cioè assolutismo popolare è la bandiera dei superbi, anelanti
a mettersi sotto
i
piedi popoli
e sovrani. Interprete del loro pensiero è
la pratica.
Vedeteli all’opera. Se essi adorano la sovranità popolare,
perchè non consultano e non seguono fedelmente
universali risoluzioni del popolo? Ora caso non avvenne mai nel quale i caporioni della rivolta gli eleggesse il popolo, ed essi eseguissero ciò che il popolo decretava. La Francia aveva forse eletto i socialisti a fare le rivoluzioni di febbraio e di giugno? 0 quando mai il popolo romano aveva eletto i Canino, i Galletti, gliSterbini ad assalire e bersagliare il Papa nel le
Quirinale? Calpestavano essi
la sovranità
la vantavano! Installavansi gl’iniqui
sta
bandiera,
quando
,
popolare, e
all’ombra di que-
ma il popolo non ne sapeva. Come,
sotto quali influenze sarà consultato
sovrano? Dopo
il
zione prepotente
il
è installata invece di Pio e di Leo-
poldo , quando ha chiuse
le vie alla libera
manifesta-
zione del pensiero, e già impugna nella ferrea la dittatura del
fatto
popolo
compimento del fatto, quando la fasi
mano
comando. Or chi ignora la forza d’un
compiuto, non solo sopra la moltitudine inerte
ed ignorante,
ma sulle indoli timide, sugli amatori
di novità quantunque ingiuste e terribili, sugli ammiratori della vittoria , sugli egoisti che speran lucro dalle
cose nuove, e pure sugli onesti che temono nella lotta cittadina di essere precipitati dalla padella nella brace?
Ed allora che fa il popolo? Il popolo china la testa, 6i
lascia
anche strappare un suffragio universale, e
sovrano in voce, nel fatto diventa schiavo della fazione.
Ecco l’ultimo termine della sovranità popolare; ecco nella sostanza la democratica restaurazione italiana. Sì, questi governi restaurano l’assolutismo, il dispo-
Digitized by
152 tismo e la tirannide. Sentono essi che loro
manca il
Che fanno impertanto? Nel nome del popolo e anche di Dio comprimono e tiranneggiano la grande maggioranza cui essi appelvoto e la fiducia dell’universale.
lano
gli amici
dell’antico, retrogradi, reazionari, ne-
mici della patria.
Non
fiatate,
che altrimenti
siete
morti nella vita o almen nella fama: non parlate d’ordine, di legalità, di giustizia, che voi sareste gesuiti, e ciò vi basta. i
Quand’anche fossero, un tal
capi del partito, ciò che non è forse mai,
po’ onesti il
turbine
stesso che gli sollevò al comando, gli strascina ora alla
tirannide.
neggiano
La loro posizione è fatale, essi non padrola vittoria,
ma ne sono padroneggiati. Se
comprimono da una parte, essi debbono dall’altra rispondere
alle. ingiuste
pretese della fazione trionfante,
smodate esigenze, le vanità e le fantasie, e dispensar onori denaro, impieghi e comando. Ecco allora gli uomini nuovi accamparsi sul popolo come fameliche locuste, e contaminare e rodere il popolo sovrano. Il bene generale scomparve; gli usurpatori del potere fanno sedere ai loro fianchi la licenza e la e subirne le
,
tirannide; e mille volte sacrificheranno la giustizia
pubblica per tenersi in piedi su quel vertice sdrùcciolente.
Ordine pubblico, prosperità, amministrazione,
osservanza delle leggi, polizia e moralità nazionale, tutto sacrificano cessità.
i
novelli imperanti alla propria ne-
La nazione mormora e si meraviglia dell’in-
fame giogo? Allora questo governo democratico che s’intitola di sua mente il governo del popolo sovrano, si meraviglia alla sua volta, e decide che il popolo ha torto. Non sono essi i liberatori del popolo non sono essi che lo sottrassero dall’ assolutismo dei principi chiamandolo a libere instityzioni? Così vili aggiungono l’oltraggio alla prepotenza; e così il popolo sovrano, in premio della sua credulità, porterà d’or in,
i
nanzi
il
duplice peso, dell’anarchia e della tirannide.
Digito ed by
133
Le applicazioni corrono ora facilmente e colle deda Roma a Firenze ed altrove. Dove
bite digradazioni
la sovranità popolare, là
suonò più alto
furono più
mostruose ed orribili da una parte la licenza e dall’altra la tirannide.
CAPITOLO XXXVIII. TIRANNIDE DELLA SOVRANITÀ POPOLARE.
La sovranità popolare nel senso che i demagoghi le attribuiscono , per logica necessità conduce all’anarchia
e alla tirannide: all’anarchia, sconvolgendo gli ordini costituiti,
senza un riguardo a diritti legittimi ed in-
violabili; alla tirannide, trasportando
il
potere dalle
Cagioni della giustizia in quelle dell’ arbitrio e della forza.
I demagoghi
sono ingegnosi! Rifiutano l’assolutismo
dei principi , e consacrano l’assolutismo e il dispotismo dei popoli.
Sono i popoli la personificazione infallibile
della verità e della giustizia? Ciascun cervello di queste ondeggianti e temerarie -moltitudini è la sede delia
sovrana sapienza?
O si movono
i
popoli per ragione
e per consiglio, piuttosto che per passione e per im-
peto?
0 non sono essi che vogliono e disvogliono, e
oggi mettono -sugli altari
e
domani trascinano
nel
fango? Ora trasportare la sovranità alla discrezione di
queste turbe ignoranti e fra questa tempesta di
tutte le passioni non è forse un condannare i popoli ad una perpetua guerra o ad una perpetua infanzia? ,
Ma si dice
:
i
popoli sono maturi ;
hanno il diritto
di costituirsi e di governarsi; e ciò che non sanno per
sè faranno per 1 popoli
mezzo dei loro rappresentanti.
sono maturi. Sì, davvero: maturi all’igno-
ranza, alla malizia, alla licenza, e a tutte le più belle
Dìgitized by
154 prerogative che formano l’anarchia e la tirannide. Dopo sì
gran vanto di civiltà, affogati in un diluvio di li-
bri e di giornali, assediati da scuole normali, universitarie e nazionali, assordati dalie grida dei casini
e
dei circoli, dove siamo finalmente? Sulla sponda del-
che raccoglie l’immoralità più sordida , la più
l’abisso
audace irreligione, il socialismo ed il comuniSmo. K per quale via siam progrediti sino all’orlo di questa rovina? Sulle
ali
della sovranità popolare: ipopoli si
pretesero maturi al governo di se medesimi , tolsero il
freno della legge alle deboli mani che lo impugnavano,
Que-
e con pretesto di libertà si ruppero nella licenza.
sto frutto coglieva la Francia, questo coglie ora l’Ita-
dalla fatale pianta della sovranità popolare.
lia
hanno il diritto di governarsi. Diciam piuthanno per vera ragione naturale e ben governati da chi loro presiede per un diritto naturale e divino. Negl’individui senza un capo, non ravvisiamo altro che diritti e doveri privati, la sovranità non esiste ancora nè si concepisce: questa comincia quando scompaiono le individualità, quando tutto si eleva dal particolare al generale, quando la società è passata tutta nel suo capo. Là, e là solamente risiede la sovranità, perchè là solamente tutti gl’interessi hanno i loro organi, e I
popoli
tosto che
i
divina
diritto di essere
il
la loro
popoli
salvaguardia
tutti i diritti.
Spargere negl’indi-
vidui quella sovranità , è uno spezzarla e annientarla;
è un distruggere l’uno e l’universale per tornare al molteplice ed al particolare. Fare di ogni cittadino un
sovrano, è inaugurare una dissoluzione civile e una tirannide universale; fanciullo
il
ritto di
glio
ha
od
il
meno, è
il
dare ad un
ferro che diventerà micidiale
mani. Finalmente
il
contendere che
il
nelle sue
popolo ha di-
governarsi, vale quanto raffermare che il
diritto di educarsi
e di
disciplina del padre, l’ignorante
il
il tì-
reggersi senza la diritto
d’ammae-
Digitìzed by
155 strarsi
senza l’opera del sapiente , ed il birbante quello
d’insolentire a suo bell’agio.
In fine questo popolo che non fu e non sarà mamai a governarsi da se medesimo si consola di una parola dicendogli ch’egli sarà sovrano, purché deleghi la sua sovranità a coloro che si chiamano i suoi ,
turo
,
rappresentanti ; e siccome questi affermano che la sovranità del popolo è assoluta e
il
non plus ultra del
potere sociale, così essi in nome del popolo diventano dei sovrani. Qui sviluppasi tutto l’inganno della sovranità popolare: il popolo si è levato un principe, e si è imposto cento e ducente tiranni. Qui iniziansi le oppressioni dei popoli le più schifose e scellerate, mentre si offre incenso
gli assolutissimi
dalle spalle
all’idolo della sovranità popolare; qui
comincia
il
di-
ritte divino dei rivoluzionari.
Augusto fondava l’assolutismo tirando a sé la podestà tribunizia, e in virtù di questa magistratura che figurava l’intervento popolare, gittava le basi alla tirannide imperiale dei suoi successori. Quell’imperiale
dispotismo congiunte col tribunato popolare
,
campeg-
bene di fianco al Triumvirato di Mazzini, Armellini e Saffi, in quanto la dispotica autorità si copre del manto popolare ; senonchè una reale grangia assai
dezza era nellTmperio, e nel Triumvirato mazziniano tutto è
da teatro e da piazza.
Nell’altra rivoluzione francese,
eguale assolutismo
esercitava la Convenzione; e lo sanzionava colla sovranità popolare a lei delegata.
Nel 1797, dopo le grandi
vittorie sull’Italia -e negoziandosi a Campo Formio,
il
generale Bonaparte scrivendo a Talleyrand ministro delle relazioni estere, con meno d’ipocrisia deduceva le
conseguenze della sovranità popolare. • Là, egli il popolo non è sovrano come in Inghil,
diceva , dove terra,
è
di
mestieri concedergli qualche garanzia,
come per esempio il diritto di votare le imposte. Ma
Digitized by
;
156 laddove
il
nano da
lui
popolo è sovrano e tutte ,
perchè
le autorità
ema-
potere legislativo interverrà
il
nell’ amministrazione e nell’esecuzione?
Allora
il
go-
verno rappresenta unicamente e veramente la nazione.»
Dopo, egli decomponeva in due poteri l’autorità esecutiva: uno che eseguisce, l’altro che delibera sui mezzi dell’esecuzione. In quel tempo, egli consentiva
ma voleva che per l’esercizio di gravi cariche avessero
pure che questo consiglio fosse elettivo: gli eleggibili,
dato prove certe della loro scienza amministrativa. Dal
qual senno quanto distiamo noi miserabili, che uomini da scena o da trivio deputiamo a nostri legislatori nel che giace il difetto massimo delle nostre co!
Quanto
stituzioni, e l’origine fatale dei nostri errori.
poi al potere legislativo, Bonaparte non' voleva che
avesse grado nella Repubblica,
ma fosse impassibile,
senza occhi e senza orecchi per quanto
lo
circonda.
Tale era la costituzione che il generale Bonaparte deduceva dalla sovranità del popolo: cioè un potere assoluto e affrancato
da ogni guarentigia per cagione
della sua origine; e con delle costituzioni
profondo disprezzo parlava
che sino allora eransi messe
mento. Insomma, come Luigi stato , così
al ci-
XIV diceva io sono lo
Napoleone diceva io sono il •popolo
cosi
i
poetici o politici cantori della sovranità popolare di-
cono ora noi siamo il popolo ; e tempo viene sempre in cui uno di essi soverchiando i commilitoni, dirà
nuovamente io sono il popolo, e getterà sul deluso popolo un giogo quanto più plebeo tanto più scellerato
ed infame (t)
Si
è
(1).
chiamato Napoleone un despota:
si
dica
un
despota rivoluzionario. Egli cessò le stragi e le proscrizioni,
ma in nna maniera ben più fatale perfezionò l’opera della rivoluzione
:
e
consumò
cioè colla legislazione e coll’am-
ministrazione. Tutto l’Impero fu la dittatura d’un rivoluzionarLo.
Napoleone non restituì l’ordine , ma disciplinò la
Digitized by
157
Or fa
tuoi conti, o popolo,
i
canonizzato per po-
polo sovrano. Sarai tu più felice sotto un governo forte che senza adularti protegga le tue libertà contro l’itisolenza di chi le strazia, ovvero alla mercè d’ una
turba che t’incensa quale un sovrano , e ti
spoglia, e
ti
deride
e
,
come uno schiavo?
calca
ti
'
'
•
"
\ 1
CAPITOLO XXXIX. INCAPACITÀ POLITICA DEL POPOLO SOVRANO.
Ripetiamo la forinola rivoluzionaria: 1 popoli sono maturi hanno diritto di governarsi e ciò che non sanno ,
,
fare per sè
faranno per mezzo dei loro rappresentanti. L’esercizio d’un diritto ne suppone almeno la capa,
cità. Senza la capacità sono inconcepibili gli uffìzi non che i diritti che altri vanti o di medico o di giure-
consulto o di capitano;
nocchiero ignorante
i
nè voi vi affidereste ad un È questa una
venti ed il mare.
legge suprema a cui non potrebbe detrarre neppure
Iddio senza la virtù dei miracoli.
Dunque, per un
irrepugnabile conseguente, non può avere diritto alla sovranità
il
popolo che non ha nè mente nè cuor da
sovrano, nè sentimenti nè scienza da governare
gli
stati.
Noi l’educheremo. rivoluzione,
al
cui profitto egli confiscò la religione,
la
famiglia e la proprietà. Egli creò l’omnipolcnza dello Stato
che nel concetto rivoluzionario contiene
1’
assolutismo,
il
despolismo, il socialismo, il comuniSmo. I predicatori della sovranità popolare hanno raccolto quest’eredità. Perciò fu
ben dello: Non temo i rivoluzionari quando strozzano, li temo quando fan leggi. Ora la legislazione è passata in mani rivoluzionarie; e
i
popoli
si
credon liberi? si credono so-
vrani? Ah popoli eternamente fanciulli!
Digitized by
158 Voi
l’
Chi
educherete ?
voi che pronunciate
siete
questa sacra, questa veneranda parola? Educare
il
popolo, voi traditori dei principi e sovvertitori dei popoli? Voi cupidi, arroganti, senza fede a Dio nè patriottismo.
— Voleto
dire l’egoismo, e creerete degli egoisti che
si sbrane-
— Supplirà
uomini?
agli
ranno come
le tigri.
Il
il
vero patriottismo ha per con-
dizioni l’ordine, l’intelligenza e la virtù: tre condizioni ignote ai maestri delle rivoluzioni.
Ma siate eccellentissimi': delle vostre lezioni.
popolo sarà incapace
il
Questo popolo a cui è molto sa-
per leggere e scrivere mezzanamente, questo popolo nell’opera d’un continuo lavoro, voi lo farete ca-
fìtto
pace di
forti studi,
e
lo eleverete nelle
alte regioni
della politica, la quale abbraccia e coordina tutte le
scienze morali, religiose e» civili? Se ciò credete , voi siete
i
più
degli uomini; se
folli
non
lo
credete, e
pure lo predicate, ne siete i più malvagi. Vi schermite col dire che il popolo dee sapere i suoi diritti per difenderli ed ammestrarsi nelle questioni politiche tanto che basti a frenare i governi ,
dall’abusare la sovranità.
'
*
Veramente ciò fanno gli apostoli delle ribellioni predicano sempre i diritti e non mai i doveri dei popoli. Quei diritti li definiscono a loro libito, e la loro moralità viene sempre a conchiudersi nel diritto delle insurrezioni. Cogli esempi confermano la massima; nei circoli, nei fondachi e per le campagne fomentano il malcontento e l’agitazione; i giornali servono all’opera dei cospiratori; il governo si fa credere :
tiranno o traditore. Scoppia la rivolta. Si vinca o soggiaccia,
santa, e santi
si
insurgenti sono proclamati difensori e
gl’
martiri dei diritti popolari; i
e la causa
Ledru-Rollin,
si
proclama
Kossuth, i Guerrazzi, Mazzini, i Muzzarelli,
i
gli
Àvezzana,
gli
Armellini ecc. Se cadono sulle barricate di Parigi,
i
Garibaldi,
i
Digitized by
159 di Napoli , di Genova , di Livorno o di Roma ,
ovvero
se per decreto dei governi espiano la nera colpa dej
tradimento,
le loro anime vanno
prender seggio fra
i
martiri del cristianesimo, sebben quelli recassero la
morte come lupi e questi come agnelli la ricevessero. So si celebrano funerali, non è già per astergere le loro anime da alcuna colpa, ma per commovere le moltitudini, e mettere in abborrimento i principi, che ,
chiamano tiranni e oppressori dei popoli. Riesce
essi
a ciò la scuola che proclama e travolge popolo.
i
diritti
del
Corrompono, inferociscono, sacrificano il po-
polo: ecco
il
loro apostolato.
Ma la somma incapacità dei popoli mostrasi dal credere o tollerare essi quai loro maestri e patrocinatori questi loro
demoni e sacrificatori. Ecco per esem-
pio quanto scriveva Mazzini in Roma, nell Italia del ’
Chi delle ruine ha paura, non comprende la vita; Italia vuol esser Italia, e purché si compia il suo destino, scorrano pur fiumi di sangue; e siano pur distrutte città sopra città; le battaglie succedano agl’incendi e gl’incendi alle battaglie ecc. * Avete mai udito anima e lingua più infernale?
popolo , 23 maggio:
«
,
Ricordivi che dello stesso tenore parlavano alcuni deputati democratici
alla
Camera piemontese: « Italia Ebbene depu-
diventi un deserto purché sia libera. »
i
erano applauditi, e il popolo romano a tanto di umiltà era ridotto da tollerare un Mazzini; e Torino
tati
ancora a tanta ignominia era condotto da leggere sul
Messaggere Torinése: » Mazzini sarebbe un santo se non fosse un eroe. » E il popolo, cioè la feccia della plebe italiana, ha creduto d’imparare datali maestri la difesa dei suoi diritti?
0 popolo fanciullo, incapace
scemerò il padre dal tiranno!
di
Voi volete ancora che
il
popolo
questioni politiche per dirigere gli
il
s’
illumini
nelle
governo, e per far-
argine onde non abusi della sovranità. .Bravissimi!
Digitized by
160 Colla stessa logica voi conchiudereste che il figlio debbe
illuminare discepolo
padre nel governo della famiglia, e il maestro in qualunque scienza od arte. Voi
il
il
La plebe, che fa e sarà semdue terzi della popolazione, è già bene illumiil lavorio dello sue mani, i suoi piccoli negozi e il governo della sua casa per essa il
siete ridicoli o farnetici.
pre
i
nata se intende
:
salto alle questioni politiche è mortale.
La borghesia,
della quale menasi tanto vanto, in generale è pur essa
incultissima se esce dal giro delle sue occupazioni e della famiglia: studi gravi di storia, comparazione di fatti, principii
universali, meditazioni profondè, logi-
che deduzioni, scienza varia sulla statistica sulla legislazione
sull’ amministrazione ,
applicazioni severe,
fine e recondite illazioni, e quanto ricercasi al governo
non è e non può essere pasto da suoi denti. Romanzi, fogliettuzzi quisquiglie giornalistiche, ovvero una cultura superficiale e au-
della cosa pubblica , ciò
,
dace, peggiore
dell’
ignoranza, ecco la scienza della
borghesia in generale.
E peggiore di questa
(non
scandalizzatevi) è la scienza politica dei così pretesi scienziati: dei letteratuzzi
gua e rugginoso
il
avvocatuzzi ecc. ecc. gete
i
che hanno forbita
cerebro, dei mediconzoli, degli
Ne volete una bella prova? Leg-
giornali , entrate nei circoli o nelle
mocratiche.
la lin-
camere de-
A non parlare della cattiva fede, quanta
superbia e quanta ignoranza! Ignoranza irrimediabile
perchè arrogante.
Or che frutto porta questa ignoranza che si arroga d’illuminare
il
governo, dirigerlo o frenarlo?
Essa
porta la discussione delle piò ardue questioni politi-
che alla mercè dei circoli, delle piazze, delle moltitudini; la politica diventa plebea; il popolo sovrano imita
il
somaro della commedia che diventa medico;
e tutta la società
si
dà in cura a questo medico. Niun nervo dell’ ordine
rispetto alle autorità , questo gran
Digitized by
,
pubblico; prima tal
Ì61 tumulto e poi l’anarchia; e se a
il
non si arriva, sono però sempre meno spedite c
correnti le ruote del magistero pubblico. Arriva al
governo come a quel vapore che 1’ altro di correva 1’ Oceano: succede un tremito, un fracasso come di scoglio; si spezzano i tamburi, saltano le ale delle ruote. Che avvenne? Niuna tempesta, niuno scoglio. Sapete che?
avea dato in una turma di
vascello
11
porcelli marini,
che ne impigliarono
sbarravan
Dovette lasciar il mare e tornare in
la via.
porto a riparare
i
le ruote
e ne
danni toccati per l’impertinenza di
quegli animali.
Questa fu sempre la sciagura d’Italia: litica
la plebe
po-
che diviene plebe tiranna: \
Chè le terre d’Italia tutte piene Son di tiranni, ed un Marcel diventa Ogni villan che parteggiando viene (Dante, Purg. vi). L’Italia è testarda: da Dante in qua geme dello stesso
male. Chi
le
vuol bene, l’ammaestri a ciò che
polo sia popolo, c
polo
si
il
il
po-
sovrano sia sovrano. Cioè il po-
educhi alla scuola della virtù, che non è
scuola rivoluzionaria. Onori
il
principe
,
la
non come il
commesso della nazione, ma come la più alta espressione dell’autorità divina nel reggimento civile: Regem honorificate (1 Pkt., n, 3). Si tengano i cittadini per quel che valgono
,
cioè per sudditi della podestà
loro sovrani:
Admone illos principibus
subditos esse ,
dicto
paratos esse (Tit.
obedire ,
ni,
l).
et
ad
,
e non
et
potestatibus
ornine
opus bonum
lnsomma ai diritti prece-
dano i doveri; e Dio darà principi buoni a popoli buoni.
il
Digitized by
162
CAPITOLO XL. ALTHE INCAPACITÀ POLITICHE DEL POPOLO SOVRANO.
La prima incapacità che non sarà mai vincibile nel popolo, è per intendere e discutere le questioni polidemagoghi hanno trovato il rimedio: Delega-
tiche. I teci,
noi saremo
i rappresentanti
della vostra sovranità.
Vuoisi dire che non il popolo, non i principi, ma i demagoghi saranno ornai i nostri sovrani: a questo scopo mirano le teoriche rivoluzionarie; e per un tale principio il mondo sarà una permanente rivoluzione. Udite caso. Un bel giorno si è trovata una congrega di profughi o di spiantati che ha detto: Rovesciamo i
governi, e giochiamone
del consiglio, e dirò al Re:
— Tu
lo sarò presidente
le parti,
Cammina, altrimenti guai!
sarai ministro dell’interno, e col tuo esercito
di cagnotti che accrescerai e pascerai lautamente coll’oro dello Stato, aggiusterai sì bene la musoliera e il
basto ai somari delle provincie e delle campagne che
—
A te il miche dovrai duplicare, triplicare, quadruplicare le pubbliche imposte, non oseranno ragghiare nè calcitrare. nistero delle linanze, e vuol dire
coll’aggiunta di prestiti volontari o forzati. Quelli che
ammetteremo a divider la focaccia risponderanno ai querelanti: Ma, imbecilli, come volete che vi facciam liberi e grandi senza danaro? Tu, puro d’ogni religione e tuttavia non in pieno discredito ai bigotti, ,
—
tu sarai ministro dell’istruzione pubblica , re assoluto «Ielle
anime; e ci
farai
una gioventù facile a gover-
nare, la quale non abbia altro Dio che lo Stato. Per-
chè, non facciamoci illusione ocari, colle idee di dicristiani, non ritto e di dovere che circolano fra i
v’ha uno tra quei fanatici che non pensasse ben fatto il
cacciarci dal trono ministeriale
zati.
alla
coda dei for-
Tra noi ed il cattolicismo la guerra è mortale.
Digito ed by
Googte
— Tu, che ami
163 far castelli in Ispagua, sarai ministro
dei lavori pubblici, e siccome importa che stero
il
un mini-
quale molto costa faccia qualche cosa, tu
presenterai progetti su progetti; ne faremo nulla,
diranno
Ah
ci
ma
grandi uomini, se si lasciassero fare! Maledetti i codini nemici d’ ogni proi
goccioloni:
i
—
Tu, avvocato senza clienti, formerai co’tuoi un ministero d’agricoltura e di commercio, orprodinerai leggi e comizi, e se ne mormorassero
gresso! simili
i
vinciali, dirai loro: Tacete, esseri senza cervello , l’a-
gricoltura sapiente siamo noi.
— Finalmente, sinché
avremo un esercito, questo grande ostacolo come dice il nostro Santo Padre Mazzini al progresso del socialismo, ci sarà forza un ministro della guerra; e ciò è più deplorabile che ci bisognerà un militare di qualche fama razza d’uomini la più inciprignita nei ,
,
,
pregiudizi ridicoli d’ onore, di probità, di fedeltà al
giuramento ecc. Ebbene scegliamone uno ma stendiamolo sì bene sulle spine che non ci regga; onde col mutarsi e rimutarsi del ministro della guerra l’esercito si disorganizzi finché possiam cimentarlo col nemico. Se vince, copriremo di lodi e di gloria i superstiti, affinchè vadano farsi coprire di terra un po’ più lungi, e noi siam liberi di questi barbari della sciamorti, i vibola. Se vinto, noi grideremo imbecilli venti traditori (V. line parole par un Savoysien). ,
,
i
Ecco il governo rappresentativo nel concetto e nella pratica dei rivoluzionari. I principi hanno loro ceduto il governo dei popoli, stimandosi bene ricambiati colla parola inviolabilità regia , che significa regia nullità:
i
popoli furono retribuiti colla parola sovranità popolare,
che delegandosi a quei furbi, diventa pur essa una popolare nullità. Spogliati i principi ed i popoli, quale sovranità s’inaugurava?
La sovranità rivoluzionaria.
Ma
il popolo è sovrano per la sovranità del suffragio. Vi rispondo che il suffragio non è nè punto nè poco
Digitized by
m la sovranità. Il sovrano fa leggi, il
popolo col suo voto non
amministra, governa:
non amministra,
fa leggi,
non governa. Che fa dunque? Designa una persona, che sarà o non sarà eletta, e questa sarà una di quelle
E vedete
che parteciperanno all’atto della sovranità.
sapienza! Questa persona da voi eletta, fosse una Mi-
nerva, per ragione del suo voto tanto conterà nella
Camera quanto
più ignorante o perfido traditore
il
Questa è dunque negli euna razza di cieca e bastarda sovranità e negli un fantasma ed una pretta nullità. Ve ’l proverò. Voi vi eleggete un medico', un cuoco, un avvocato. Vuol ciò dire che voi facciate atto di medico, di cuoco o di avvocato? Dunque neppure eleggendo un deputato voi fate atto da sovrano. Perocché il medico vi allestirà la medicina, la cucina il cuoco,
del popolo e del sovrano. letti
,
elettori è
1’
avvocato
le
cause, e
le
leggi
il
deputato, senza di
voi. Quelli se vi servono male , a talento li rimandate: il
deputato l’avrete sulle spalle, non si consiglierà da
voi, vi
premerà
il
collo, e dovrete tollerarlo.
vostra sovranità! Là, nella Camera, i
nostri deputati
si
partiranno
comunque una maggioranza,
e
composta
la focaccia,
dovremo pagar-
noi
democra-
gliela ; cara , sapete , carissima è la focaccia
tica;
Ecco la
come v’ho detto,
ma tu, popolo sovrano, la condirai, la pagherai,
non ci porrai il dente. Dunque, popolo burlato, fatti capace d’una verità, e credere una volta per il tuo meglio, che in ogni sistema politico tu sarai suddito, e non mai capace della sovranità. E bada a quel che ti aggiungo: tu non sei neppur capace a scegliere il tuo rappresentante quest'atto e
sia di
,
rosi semplice e pur sì lontano dalla sovranità.
Qui non tocchiamo alla sostanza
,
ma ad un vizio
profondo del sistema costituzionale, ed è del popolo, sia ristretto, sia universale. forse creduti,
il
suffragio
Non saremo
ma tentiamo.
Digitized by
Il popolo deesi
165 prendere qual esso è realmente, colle
sue qualità buone e perverse, co’ suoi sentimenti elevati e abbietti , colla sua sfrenata indipendenza e colla
sua servilità, co’ suoi istinti di disordine e di sociabilità, d’umanità e di ferocia, di coraggio c di viltà.
Ora siccome è indubitabile che gli elementi disorganizzatori sono in proporzione
dell’ ignoranza
e delie
passioni, e che l’ignoranza e le passioni saranno sem-
pre la parte dei nove decimi degli uomini; segue necessariamente che dalle elezioni popolari deve prorom-
pere ordinariamente la manifestazione e il trionfo degli elementi che frutterebbero la rovina dell’incivilimento. So guardiamo all’intelligenza e alla scienza delle il popolo è incapace di comprendere l’economia politica e sociale, i grandi e i piccoli inte-
moltitudini,
ressi dello stato, le situazioni,
dei governi.
le
mosse,
il
processo
È egli solamente capace di apprezzare gli
uomini che sollecitano il suo suffragio? Di conoscere partiti e di giudicarli? In tempi di concitazioni pari
ticolarmente , quel voto è assicurato
ai
favoreggiatori
dell’anarchia e del tumulto. L’ argomento delle cifre
dimostra questa verità terribile. Perocché
la Costitu-
ente del 1848 contava in Francia da un sessanta socialisti su novecento deputati; e la Legislativa del 1849
già ne conta un quadruplo.
A breve andare tutta l’As-
semblea, o certamente la maggioranza che vai lo stesso,
può divenire socialista. Così nel Piemonte
:
la maggio-
ranza era già d’imbecilli nella prima Camera del 1848; fu d’inettissimi nella seconda e di peggiori nella terza ;
il 30 luglio 1849, a nulla giovando i che questa turba democratica, in parte com-
che si apriva disastri
posta di spergiuri e di traditori, scagliava sulla prostrata e affranta nazione.
il
Che cosa dimostra un tal fenomeno? Dimostra che popolo è incapace di far buone elezioni; che il po-
polo è incapace di comprendere i bisogni della patria,
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166 perchè questi bisogni
politici
dimanano da leggi più
recondite e più alte a cui non arriva la sua intelli-
genza; dimostra che nelle popolari elezioni la passione vince sulla ragione. Dal che emerge per final conclusione
,
che
la
rappresentanza uscita dal voto po-
polare, sarà il governo della passione, cioè della forza, e non della ragione; governo che, lungi dall’essere un
progresso civile, trascina la civiltà alla perdizione.
Insisteremo su quest’ultima conclusione.
CAPITOLO .
IL
XLI.
SUFFRAGIO POPOLARE PERDE LA SOCIETÀ.
Argomento di civiltà progrediente è rincivilirsi del pubblico reggimento, cioè
il
salire di esso dalla plebe
ai sapienti. 1 legislatori delle nazioni
Licurgo, Romolo,
Numa, cioè
i
furono Solone,
più intelligenti per
quel tempo, e non mai la plebe. Al contrario
il
far
discendere la virtù legislativa e governativa dai sapienti alla plebe (qui è plebe tutta quella parte del
popolo incapace di scienza politica) è un retrocedere a quella civiltà incipiente che toccava la barbarie.
Le elezioni sono queH’atto supremo nel quale si crea il
potere legislativo, dal quale uscirà poi il potere go-
vernativo ed amministrativo.
Dunque il colore, la na-
tura, la fortuna del pubblico reggimento, saranno con-
formi all’inspirazione che signoreggia
le elezioni;
ed
elezioni avventate, insipienti, plebee, vi daranno un
governo avventato, insipiente, plebeo; eziandio socialista Il
o comunista. sistema delle popolari elezioni è
nacque dalle rivoluzioni L’antichità
non
lo
,
recentissimo,
e ritiene il vizio dell’origine.
conobbe se non in casi rarissimi,
in cui la virtù dell’eletto era cognita a tutti , e traeva
Digitized by
167 popolo a confessarla per acclamazione.
il
La Chiesa
che l’adoperò da principio, dilatandosi dovette dismetterla per chiudere il campo alle passioni; stimando
minor pericolo il concedere talora alcune sue parti # ed eleggendo così il minore di due mali. Quando, negli ultimi secoli, per elezione creavansi gl’imperatori romani, il voto non era dato alla podestà secolare,
dai soldati
masse
ma dai capaci
,
a condizione che lo confer-
Insomma fu regola generale che le
il, Senato.
elezioni delle autorità appartenessero
non
al
popolo
ma ai soli capi. I soli uomini delle rivoluzioni videro conveniente a loro di affidare le elezioni alle girevoli e infiammabili moltitudini. Nè si opponga qualche felice
avvenimento
:
parliamo del sistema e non dei rari
accidenti. .
Se uomini gravi furono allucinati da questo sistema,
ora parla alto l’esperienza: anzi non mancarono d’im-
pugnarlo famosi repubblicani, fra quali citeremo
il
solo Cabanis: «
popolo, egli dice, è assolutamente incapace di
Il
appropriare alle diverse parti del pubblico reggimento
uomini che per qualità e talenti meglio vi convengano. Egli non debbe far direttamente alcuna scelta. corpi elettorali debbono instituirsi non alla base ma I alla sommità della scala sociale; le scelte hanno da partire non dal basso dove sempre e necessariamente si fanno male, ma dall’alto, ove per necessità si faranno bene perchè gli elettori avranno sempre il maggior interesse alla custodia dell’ordine e della ligli
,
,
;
bertà pubblica,
alla stabilità
delle
e al
instituzioni
progresso delle idee; alla solidità dei buoni principi^ ed al miglioramento successivo delle leggi e dell’amministrazione. Quando le nomine dei funzionari per ,
uffizi, si fanno dal popolo, ordinariamente ed essenzialmente si fanno male. Che
designazione speciale di anzi
i
corpi elettorali inferiori, essi stessi scelgono as-
Digitized by
168 sai
male le eminenti magistrature. Allora raramente
e accidentalmente vi sono elevati uomini ragguardevoli.
Le nomine al corpo legislativo per esempio ,
,
non
^possono farsi convenevolmente che da uomini ben co-
noscenti l’oggetto e lo scopo generale d’ogui legisla-
zione, le presenti condizioni degli affari e degli spiriti,
e capaci di
comprendere d’uno sguardo tutte le
divisioni del territorio, e applicarvi d’ una
cura i
fiore
il
dei
talenti,
delle
virtù
mano si-
e dei lumi
»
Considérations sur la Constitution de l’an vili.).
Così ragionava Cabanis, membro di quel Senato repubblicano che precedette l’Imperio. tilata:
La questione fu ven-
presidente Sieyes proponeva che
il
il
governo
scegliesse fra i candidati proposti dai collegi elettorali; così, diceva, la fiducia verrebbe dal basso, e l’autorità
Ma Napoleone durò fermo nel dire che gli
dall’alto.
eleggibili debbono aver dato prove sicure della loro perizia, e gli elettori della capacità nel distinguerla; e da
ciò la sua avversione ragionevole alle popolari elezioni.
Ora, chi voglia sostenere la convenienza delle eleil popolo abbia
zioni a popolo, dee dimostrarci che
deposto l’
le
sue passioni , e che abbia acquistata quel-
intelligenza politica che mancavagli al
console Napoleone, o che litici
rendere la
gli
tempo del
ottimi legislatori e po-
siano ora in tale abbondanza e così visibili da facile e sicura la scelta.
Ma le passioni, per
pubblicità della stampa e per l’attività dei raggiri,
sono ardenti ed estese più adesso che allora; il popolo è meno savio e più corrotto nelle dottrine rivoluzionarie che allora; legislatori
buoni deputati, cioè i buoni ed amministratori, in questo tempo Goretii
tissimo di nullità politiche , sono più rari, epperciò
meno discernibili adesso che allora. Tutte ragioni per conchiudere che ora più che mai le elezioni debbono venire dall’ alto dove risiede la mente del corpo sociale, e
non dai piedi che si raggiran nel fango.
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169
Ma per ciò gli adulatori e gli espilatori dei popoli non cesseranno di chiamare tirannide quanto venga dall’alto, e libertà e civiltà e sovranità quante nequizie
vengan dal basso. Ed è questa la pessima delle adulapuò capire nelle più impervertite gene-
zioni , che sol razioni.
«
Ma, grida Bossuet,
bello d’adulare
poiché or trovasi più
popoli col gettar loro un fantasma di
i
pretesa sovranità, si dovrebbe intendere che quegli adulatori sono usurpatori e tiranni: perocché scorrendo tutte le storie degli
usurpatori,
si vedrà quasi sempre finir
nella tirannide l’autorità usurpata coll’adulazione.
sempre la libertà che si vuol rendere ai popoli telarne
i
beni o
la religione :
i
È
e cau-
,
popoli credono e pie-
gano il collo. Qui finisce la sovranità popolare
:
i
suoi
predicatori sono gli apostoli della tirannide» (zlvv.v,60.).
Ciò accadeva alla Francia nel 1792 e 93, ciò riten-
tavano
i
comunisti del 1848 e 49 , ciò ef-
socialisti e
fettuavano gli usurpatori del Campidoglio,
tutti
gri-
dando a gola: nostro idolo e nostro Dio è il popolo. E più o meno sempre avverrà lo stesso nei governi
Le conventicole rivolu-
surti dalle elezioni popolari.
zionarie fanno eleggere scire troppo
i
deputati, e
bene all’ intento
deliberano secondo
i
;
i
li
vediam
riu-
deputati discutono e
decreti delle conventicole, nelle
quali viene finalmente a rinchiudersi la sovranità.
Ora
quelle conventicole sono quanto la società ha di più
malvagio; e Roma sopra tutte
le città italiane
ha ve-
duto in certe adunanze, signoreggianti l’Assemblea ed il
Triumvirato,
i
famosi eroi della piazza, della ta-
verna, del pugnale e delle galee, aspiranti a cangiare la società in turbe di briganti. eccessi,
Non durano tali
ma resta sempre vero che i rappresentanti
sono la fattura d’un partito che ordinariamente è
pessimo , e che
i
il
rappresentanti serviranno al partito,
prima per indole, e poi per necessità acciocché nuove elezioni gli tornino al grado.
le
Digitized by
170 Onde apparisce che il suffragio popolare non è già un mezzo di onorare e di elevare il merito, ma è un’arma terribile affidala a mani ignoranti per abbattere le illustrazioni nazionali,
neggio pubblico
sobbarcami
all’
le
e allontanar dal
ma-
eminenti che
non
celebrità più
onda .dei
partiti.
insensata e fatale, che porta al
È una instituzione sommo l’orgoglio in-
solente, la stupida presunzione, e
1’
ignoranza o la
malizia incarnata ; e che farà per conseguente regnare il
vizio e l’incapacità, e c’invierà alla barbarie.
Ecco i frutti delle elezioni laggi e le città
si
popolari.
Per esse i vil-
cangiano in tumulti e in campi di
battaglia, e le passioni più ardenti trionfano nei collegi
per trionfar poi nella camera.
Là si conteranno
le teste e non si peseranno; e di quelle teste, fossero pur larve senza cerebro, si formerà una maggioranza; e da quella maggioranza un ministero; e quel ministero governerà lo stato. Qui vince il numero, che è la ragione dei forti; qui una serie di fatali necessità, dove ha meno accesso la sapienza; e prima di queste
necessità le elezioni che, viziate, vizieranno tutta la
pianta del pubblico reggimento; elezioni,
finché resteranno alle
e. viziate
mani
saranno le
d’ una
viziata
moltitudine.
CAPITOLO XL1I. VERA E FALSA SOVRANITÀ.
Anche
i
bruti
hanno certa loro sovranità popolare,
consistente nella prevalenza dell’artiglio o del numero.
La sovranità
dei
muscoli che pareggia quella degli
artigli, fu anche adoperata qualche volta dagli
uomini
antichi e moderni, ma uomini nuovi e novissimi hanno
preteso che quella sapesse troppo del brutale, e d’al-
Digitized by
171 tronde non essendo essi giganti nè di corpo nè di anima, pensarono che meglio valesse la sovranità del numero, ossia quella per cui due leoni vincerebbero un leone, due lupi un lupo, e via: la quale è pure sovranità bestiale in quanto che s’ingenera dalla forza e non dalla ragione. ,
Ed eccoti applicato alle moltitiìdini umane il sistema beluino della sovranità numerica. La plebe resta plebe,
ma una certa forza numerica improvisa una novissima aristocrazia ,
i
cui membri , fossero pure infami , hanno
l’aristocratico privilegio di
chiamarsi Onorevoli
,
d’es-
sere inviolabili in assai riguardi, e per poco indipendenti. L’eletto coro si aduna , e si divide in due campi,
da destra e da sinistra come nella valle di Giosafat. Senonchè in quella valle presiederà la giustizia dalla ,
quale saranno fulminati
ma al contrario,
nissun giudice assiste, sola ragion del
i-
brutti ceffi
nel sinedrio i
della sinistra:
degli Onorevoli,
dove
peccatori della sinistra, colla
numero, possono fulminare
i
giusti
della destra.
Dunque la società umana,
a furia di progressi, è
rinvertita al governo della forza brutale.
Rousseau non
aveva dunque ogni torto nel dire che
la
semplicità
della vita selvaggia è da preferire ai soprusi della vita sociale.
La società è fuogi della sua base.
Qual è la base della convivenza civile?
È che il
padre della grande famiglia sia per tale venerato per-
chè fungente le veci d’una superiore paternità e giustizia,
che non salga a
l’uomo,
ma discenda in lui dalla purissima che è Dio.
Il
lui
dalla fecciosa fonte del-
principe che solo è tale per la grazia del popolo,
ha il valore d’un idolo: ieri ancora esso giaceva inutronco nella selva, oggi la mano d’ un uomo ne ha fatto un Dio; ma domani la stessa mano lo getterà al fuoco. Questa è realtà e non figura. Quando
tile
si
è persuaso al popolo sovrano che
i
principi sono
Digitized by
172 creazione delle sue mani,
la
briaca moltitudine che
non vuol legge nè ordine,
li
caccia al palco od all’e-
ecco Luigi
silio:
XVI, Leopoldo e Pio. La società di-
venta allora come un santuario senza Dio: profanazioni, orrori, e l’abbominazione della desolazione.
E
il
popolo sovrano? li popolo coll’oro e col sangue sconta
il
fio
della sua credulità e del suo fanatismo. I Luci-
feri
incarnati traggono le società nel fondo dell’abisso.
11
principe è dunque l’espressione visibile della pofuori della quale non è podestà: Non a Deo. Ma Moisè diceva a Dio: « lo non posso regger tutto questo popolo: perciocché
destà divina,
est potestas nisi
solo
E ’l Signore rispose a Moisè: «Adunami settanta uomini degli Anziani d’Iè troppo grave peso per me. »
srael ,
i
quali tu conosci essendo essi Anziani del po-
polo e suoi maestri, e menagli al Tabernacolo della
convenienza, e compariscano quivi
teco.
Ed io scen-
derò, e parlerò quivi teco, e metterò da parte dello Spirito ch’è sopra te, e lo metterò sopra loro: ed essi
porteranno teco terai solo
»
il
carico del popolo, e tu non lo por-
(Num. xi,
Mosè
14-17.).
cioè principe e duce del popolo,
resterà
Mosè,
ma con lui è il fiore
da lui quai maestri del popolo. Mosè li conduce, e Dio prende dello Spirito, cioè c^l potere e del senno che ha posto in Mosè, e lo pone sopra di loro: quel podei Seniori, che sian tali veramente, e conosciuti
tere discende nei Seniori , sta in
ma la sua fonte visibile re-
Mosè. La qual generazione del potere dichia-
ra vasi dall’ Apostolo Pietro:
«
Siate
dunque soggetti
ad ogni podestà di umana creatura per l’amor del Signore: al re, come al sovrano; ed a’governatori come a persone mandate da lui, in vendetta de’malfattori, ed in laude di quelli che fanno bene. Perciocché tale è la volontà di Dio, che, facendo bene, turate la
bocca all’ignoranza degli uomini stolti. Come liberi, ma
non avendo
la
libertà per coverta di malizia :
anzi
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173
come servi di Dio. Onorate tutti, amate la fratellanza, temete Iddio, rendete onore al re » (1 Pet. n, 13-17.). impertanto obbediamo al re perchè ritraente della ce,
leste lui.
podestà;
a’
suoi governatori perchè mandati da
Così la podestà governatrice discende dall’ unica
fonte possibile, che è Dio, nel sommo duce della na-
zione, e da questo nei duci inferiori mandati da
lui.
Ma Dio è giustizia e verità: dunque la podestà che la forza del numero nè dell’arma, conforme all’eterno esemplare, essa pure
viene da lui, non ha tiglio,
è giustizia e verità.
Che fanno i patti fondamentali delle nazioni? Regolano l’esercizio di quella podestà sovrana; gliarne tutti la
i
nervi fu trovato
pianta della sovranità.
ma il ta-
moderno per recidere
Che accadde impertanto?
Accadde come al villano che ha recisa la pianta gentile
e fruttifera, lasciando
fitte
nel terreno sol più al-
cune radici, dalle quali surgono piantoncelli tristi e inselvatichiti. Questi piantoncelli sono la sovranità popolare , cumulo di fazioni e di tristizie ; sono certe as-
semblee costituenti o democratiche; è fra le altre la selvaggia congrega del Campidoglio. Torni dunque vigorosa e forte la legittima sovranità della giustizia, che è la colonna della nazione torni, comprima le fazioni e con essa il popolo torni libero e sovrano, perciocché il popolo ha pure una sovranità. Sì, il popolo ha una sovranità. Egli è sovrano, non per la brutale usurpazione del comando, ma per il ;
,
libero e legale esercizio di tutte le sue prerogative e di tutte le sue facoltà. Egli è sovrano della sua per-
sona, e niuno
gli
torcerà un
sua coscienza, e niuno
gli
capello; sovrano della imporrà un culto; sovrano
del suo patrimonio, e niuno toglierà
un Alo della sua
proprietà. Egli è sovrano sotto l’egida inviolabile della
legge: lo Stato gli è debitore di questa garanzia e di
questa sovranità.
E questa sovranità del popolo ha
il
Digitized by
,
174 suo eterno fondamento in quella giustizia divina in cui si fonda la sovranità del principato: perchè una sola giustizia rende inviolabili i sovrani ai popoli, ed i popoli ai sovrani. Onde sono quasi due maestà la maestà del principato, in vendetta de' malfattori ed in :
,
lode di quelli che fanno bene, la
maestà , cioè
la
come parla s. Pietro; e
somma di diritti inviolabili
,
dalla
legge assicurati a ogni individuo, e guarentiti dalla
maestà del principato.
Lo stesso Beniamino Constant, celebre repubblicano, poneva in un principio di guarentigia la sovranità popolare.
«
L’ assioma della sovranità del popolo , egli
dice, fu considerato
come un principio
di libertà; è
un principio di guarentigia. Esso è destinato a impedire che un individuo usurpi l’autorità, la quale appartiene all’associazione intiera;
ma esso nulla decide
sulla natura e sui limiti di quest’autorità »
(Cours de
politiquc constitutionnclle , t i, p. 163. ). Dunque la so-
vranità popolare, eziandio nel senso degli onesti re-
pubblicani
,
essendo una prerogativa di tutto il corpo
sociale, respinge le fazioni che la straziano usurpandi qualunque nome o forma esso sia, il sovrano dovere di comprimerle, perchè a tutti sia guarentito e fermo il patrimonio di tutti. Cavaignac e Changarnier a Parigi, Vittorio Emanuele II a Genova, Oudinot a Roma, e prima di, essi Ferdinando a Napoli, rompendo le fazioni usur-
dola, e
impone al principato,
patrici , difesero l’intiera libertà del popolo e del principato.
Dunque la sovranità del popolo ha due specie. La prima e più celebrata è di coloro che avendo la libertà per coverta di malizia ripongono nella loro fazione
il
popolo e quindi la sovranità; e questa è ti-
rannide di pochi sopra
i
molti. L’altra risiede nel po-
polo universalmente, è un diritto di guarentigia so-
vrano ed inviolabile, competente a ogni cittadino verso
Digitized by
173 il
potere sovrano e costituito; ed è ancora un diritto
e un dovere competente al principe ed al popolo di respingere gli attentati alla sovranità nazionale, nella
quale si rifondono la sovranità del popolo e quella del principato.
La prima specie è per sua essenza usur-
patrice e rivoluzionaria, e perchè 1’accoglieva l’Italia
senza conoscerla nè esaminarla fecero
il
loro ballo
i
,
a spese del popolo vi
demagoghi repubblicani.
CAPITOLO XLIII. IL
DIRITTO DELLE INSURREZIONI.
A parlar propriamente
,
niuno è sovrano sulla terra,
e la parola dell’Alfieri suona vera e solenne: Innanzi
a Dio chi Re? La sola giustizia è sovrana è la
norma dei diritti e dei doveri
peggia sui popoli e sui troni
,
,
:
la sua luce
la sua spada lam-
al suo giudizio
conver-
ranno i principi e le nazioni. Ma frattanto prima che venga quel dì della giustizia, chi chiamerà a sindacato i principi prevaricatori di quella giustizia al danno dei popoli? Ecco la questione che agita la Francia, l’Italia l’ Alemagna ed il mondo. Cerchiamone la so,
luzione.
Ad ogni accusato vuoisi concedere un tribunale competente un processo e una deliberata sentenza. Ad un ,
privato non si torce
un capello senza un giudizio pon-
derato e legale; fra le nazioni più libere
bunale, dove i
sovrani?
Il
la
legge, dove
il
giudizio
Or dunque dov’è il tri-
è più maturato ed autentico. i
giudici che sentenzino
medio evo collocava quel tribunale nel
Pontefice e negli assessori della Chiesa cattolica, e il
gran Leibnitz ne fu rapito di meraviglia, perchè in quello i principi avevano un freno, e una guarentigia i popoli; e durando quella dittatura, fondata nelle pure
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176 ragioni della moralità e della giustizia, romanità sa-
rebbe stata libera dai due sommi guerre e le rivoluzioni
,
flagelli che sono le
nelle quali si fa combattimento,
come dalle fiere, di agilità e di forza, non di giustinè di ragioni. Sciogliere i popoli dal giuramento esempio al quarto e all’ottavo Enrico,
zia
di fedeltà, per
non era una guarentigia di libertà contro la tirannide? Ma quella giurisprudenza, quantunque spontaneamente suggellata dai principi e dai popoli, quasi lampo di suprema civiltà nella suprema barbarie, non era inerente alla Chiesa, era un patto accidentale di quel tempo, ed è passata. Resta però il principio che detta, ogni membro dell’umanità, epperò anche i sovrani, volersi giudicare
competentemente e conforme al diritto adunque dov’ è quel tri-
e non alla violenza. Ripeto
bunale autentico che giudichi Si risponde:
i
sovrani?
Questo tribunale è
la nazione.
Sia: perchè se mai' v’ha sulla terra un Consiglio al
quale debba comparire un sovrano, questo è certo la nazione
,
essendo egli sovrano per
della nazione.
la
grazia di Dio e
Ma le società segrete, ma le turbe fa-
ziose e rivoluzionarie
non sono la nazione, che anzi
oppugnano il pensiero della nazione, e coi raggiri la seducono, o la trascinano colla violenza: dunque si ritirino questi giudici incompetenti e corrotti, e lascino,
prima d’insorgere, che la nazione con tranquilla e libera discussione pronunci il suo giudizio alla luce del sole. È questo il procedere dei cospiratori? Rispettano essi la sovranità della nazione? O piuttosto non sono i neri demoni che giran nelle tenebre e non prorompono se non quando hanno già soffiato l’incendio
essi
che invade
le nazioni? I socialisti di Francia, d’Italia,
e dell’ Europa tutta, avevano consultata la nazione
prima di lanciarla 'nel golfo apparecchiato dalla rivoluzione? Essi sono come il sasso della montagna, che si
sfrana e precipitando schiaccia
gli alberi
e le case,
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177 i
pastori e le grcggie. Direste allora che le greggio ed
i
pastori , le case e gli .alberi furono consultati e schiac-
liberamente? Tale è l’opera delle insurrezioni:
ciati
ma in quanto al fare le
esse schiacciano le nazioni ,
rivoluzioni , le nazioni l’urto di
pochi
la storia di
non vi entran quasi per nulla; e non sanno dove. Qui è
le trasporta,
pressoché tutte
le insurrezioni ;
e al di-
fetto della storia supplirebbe largamente e terribilmente la
misera Italia dei nostri giorni. Insistiamo ancora su questo tribunale della nazione.
Quale sarebbe il delitto per cui la nazione potrebbe esautorare il sovrano, e levarsi in armi contro di lui e di chi ne sostiene le parti? Perchè, oltre le ragioni del diritto, qui si hanno da bilanciar le conseguenze d’una lotta civile fra chi sostiene e chi ripudia il prin-
non essendo le menti d’un qualche Stato sì fa-
cipe;
cilmente accordabili come furono
i
sensi della piccola
Roma nella cacciata del piccolo re Tarquinio; nè potendo riti
le politiche fantasie trovare quell’accordo di spi-
in cui
vennero
i
e disonesta famiglia.
Romani contro quella superba
Nè qui varrebbe l’esempio del-
l’insurrezione sì poco lamentata contra Luigi Filippo,
perchè era un intruso questo principe, e pio lascia correre le pene in conformità dei delitti. Nei casi opposti la guerra civile , questo supremo dei mali, è quasi infallibile.
Per quale colpa del principe sarà dunque
giusto e conveniente alla nazione l’insurgere a mano
armata contro di lui e precipitar se stessa negli orrori d’una guerra cittadina?
Qui impallidiscono i pubblicisti ; e quegli stessi che propugnano la sovranità del popolo, discendendo dalle loro speculazioni,
si
accordano coi propugnatori del
diritto divino dei principi,
negando nella pratica l’o-
nestà e la convenienza delle armate insurrezioni. S.
Tommaso,
all’intiera
il
Bellarmino e Suarez, consentono
nazione il diritto di ritrarsi dall’obbedire al
178 il patto fondamened esercita la tirannide, ma nè essi nè alcun teologo di valore tiene per lecite le armate insurrezioni. Suarez, interpretando il Bellarmino, con-
principe che viola sostanzialmente
tale dello stato
sente al popolo
il
diritto della difesa negli estremi casi
e non mai dell’offesa (Suar., defens. fidei, lib. in,
c. 3).
E s. Tommaso concede pure che per nazionale decreto
destituisca
si
il
superbo, e Domiziano dal senato;
tiranno, e ricorda Tarquinio i cui
atti
il
furono anche rescissi
ma non consente tale diritto se non nella
dichiarata tirannide, alla sola nazione, e non agl’individui nè alle fazioni. Avvisa che le lagnanze si portino legalmente dall’ inferiore al superiore ,
come gli
Ebrei deferirono ad Augusto i gravami di Archelao imitatore della paterna scelleratezza. E se ciò non si possa o
non sia il caso, nè giovi la giustizia umana;
Tommaso lungi dall’autenticar l’uso delle armi, ci Re dei regi nelle cui mani
s.
consiglia di ricorrere al
è
il
cuore dei principi. Egli piegò a mansuetudine la
crudeltà di Assuero; egli cacciò dal trono e dal consorzio degli l’Egitto
i
uomini il superbo Nabucco;
egli vide nel-
guai del suo popolo , e inghiottì nelle acque
mare Faraone e l’esercito suo; e la mano di lui non è abbreviata. Dio manda i cattivi principi a ca-
del
stigo dei popoli: si tolga
dunque la colpa dai popoli,
perchè cessi la piaga dei tiranni. Così argomenta e
conchiude s. Tommaso nel sesto capo del libro primo de Regimine principia.
Nè altro insegnamento ha
la
Chiesa di Cristo:
il
due vertici sociali in Cesare e in Dio. 1’ obbedienza al principe propter Deum\ s. Paolo propter conscientiam e pure ai cattivi, dove il comando non sia cattivo. L’autore delle Costituzioni apostoliche chiama questa la legge di Dio: Haec enim est Dei lex. Tertulliano, lampeggiando sui cristiani la spada dei tiranni, scriveva a Scapola: « Il cristiano quale stabiliva
S. Pietro
i
comanda
,
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179 non è nemico di nissano, e neppur dell’imperatore, il
quale sapendo essergli costituito dal suo Dio,
gli è
forza d’amarlo , riverirlo , onorarlo e pregare che sia salvo.
»
Ma da niuno meglio che dal grande Agostino ci venne ritratta la condotta sublime de’primi cristiani, e la sapienza che la inspirava:
«Giuliano, egli dice,
un imperatore infedele, fu apostata, iniquo, idoOra i militi cristiani obbedivano all’imperatore infedele; ma nel culto di Cristo non altro imperatore conoscevano se non quello che è in cielo. Quando vefu
latra.
nivasi agli
idoli,
all’imperatore anteponevano
Dio.
Quando poi diceva: Schieratevi, combattete; essi obbedivano. Cioè distinguevano l’eterno Signore dal
si*
gnor temporale; e per cagione del Signore eterno, » obbedivano e soggiacevano al signor temporale Distinguebant Dominum aeternum a domino temporali ; et tamen subditi erant propter Dominum aeternum domino temporali (De Civ. Dei xvin, 53). Eccovi la :
,
dottrina e la pratica del cristianesimo , esposta dal più
grande ingegno che illustrasse la filosofia ed il Vangelo obbedire nel bene tollerare il male. Direte questa una politica eunuca e antinazionale? :
,
Ma al contrario essa dimostrasi nei fatti la politica non può essere che non vinca colla virtù e colla perseveranza il diritto dei popoli, il quale veramente è forte, è santo, perchè divino; mentre le sanguinose insurrezioni, ordite nelle tenebre e dirette contro l’ordine civile le vediam della civiltà cristiana, nella quale
,
essere la politica delle belve congiunta colla malizia dei demoni. Vedete, per solo esempio, Parigi e Roma.
La propaganda insurrezionale che unisce
i
socialisti
della metropoli della civiltà colla metropoli della reli-
gione, vi dà come incarnata tutta la dignità e la politica
sapienza delle moderne insurrezioni. Salite an-
che più alto nella storia, e vedrete sempre che san-
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Googte
180 gue porta sangue. Rammentate l’altimo secolo: dopo il 10 agosto, vennero le giornate di settembre, il 21 gennaio, il 30 maggio, il 10 termidoro, il 18 brumaio. Le teste seguirono le teste: dopo Bailly, Pétion; dopo Pétion, Barnave; dopo Barnave, Danton; dopo Danton Robespierre; e ultimo il dispotismo a frenare le tigri scatenate.
Tale fu e sarà la storia delle insurrezioni : ignomitradimenti, crudeltà, sangue e poi sangue e ul-
nia,
timo
,
il
dispotismo , invocato o tollerato quale una ne-
cessità ed un benefizio. L’insurrezione europea a gonfie vele ci strascina a questa necessità ed a questo
terribile benefizio.
Dunque conchiudiamo contro il diritto delle violente ed armate insurrezioni, dalle quali furono sempre o sbranate o almeno peggiorate le nazioni.
CAPITOLO XLIV. IL
Il
vile,
RISPETTO DELLA. SOVRANITÀ.
rispetto alla sovranità ,
avrebbe risparmiato
non superstizioso ma ciEuropa le ribellioni, i onde furono dolenti i
all’
regicidi, e le stragi dei popoli, nostri padri , i
onde siam dolenti noi
nostri posteri.
,
e saranno ancora
La società sarebbe progredita moral-
mente e sodamente nelle riforme civili, e la libertà sì ambita, sì decantata, sarebbe il respiro e non lo spavento delle nazioni.
Non sarebbero
al
mondo tante
furie e tante pesti che ci avvelenano l’anima e la vita, ed ogni popolo sarebbe una concorde e fiorente famiglia. Al contrario, tolto il fondamento e il culmine dell’edificio, ogni individuo porta il suo dolore, ogni famiglia è un frammento, ogni governo e ogni stato una rovina. Esultate, brutali demagoghi; esultate ti-
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181 ranni di
Roma e dell’Italia; uomini perfidi e fatali,
esultate: le ruine, le morti, le stragi altrui , gli scan-
empietà,
dali, le
gli orrori,
sono i vostri
trionfi.
Ma come avveniva mai che salissero in potenza ed in onore così
orribili furie?
L’ umanità ha dunque
smentito la sua natura ragionevole
o l’acciecava Idci lasciava uscire di senno per le nouomini d’ingegno e forse di buona fede ci traevan nell’abisso. Maestri imprudenti non cessavano da più lustri di debaccarc contro il diritto divino dei principi, senza ben discernere cièche ha di divino e di umano in quel diritto: donde i demago,
dio? Forse Dio
stre colpe, e
ghi d’Italia e di tutto
il
mondo conchiusero al diritto
dei popoli di sconvolgere
ordine costituito
,
i
sono questi ultimi,
sofisti,
tuirsi in società
troni,
i
governi, e ogni
per novellamente ricostituirsi. Brutti ricavano
che abbiamo
il
i
quali dal diritto di costi-
diritto all’anarchia, e dal
ad altri
d’impegnare o di concedere una nostra proprietà, ricavano il diritto d’in-
frangere
i
diritto
tutti
patti e di ripigliarla colla violenza e colla
rapina. Si; brutti sofisti,
ma quei primi apparecchia-
van loro la via, screditando e attenuando
il
diritto
della regia podestà. Negando il diritto divino dei prin-
ban fatto germinare il diritto divino delle rivoluzioni. Declamando senza fine contro la teocrazia, hanno indebolita se non svelta dai popoli la fede nella cipi,
giustizia
e nella providenza divina, che è
la
legge
primitiva della società.
E tuttavia, astraendo da questa fede, sfidiamo tutti di
uomini di Stato a dare una base alla legittimità qualunque potere. Se il diritto non viene da Dio,
il
solo vero diritto è la forza. I veri autori dei rivol-
gli
gimenti che desolano
il
mondo sono perciò meno le
moltitudini irrompenti, che gli scrittori
i
quali accie-
cano e corrompono le moltitudini. Queste sventurate moltitudini han cessato di rispettare i governatori della
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182
quando han cessato divedere sulle loro front» Qualunque sia la forma non viene per per una via legittima da Dio, vincerà dunque il più forte che se la piglia. E così non ha al mondo che due soli diritti possibili: il diritto divino, e quello della terra, il
riflesso della maestà divina.
del governo, se l’autorità di reggerlo
La coscienza umana respinge il diritto del più dunque resta il diritto divino, il quale stringe i popoli a prestare, come a Dio, una fedele osservanza agli esercenti la suprema delle magistrature, comunque si appelli, consulare, regia od imperiale e comunque nascesse sia per un voto esplicito del popolo, sia per un consenso tacito e tradizionale. Gli scrittori imprudenti , e più i demagoghi attacforza. forte:
;
,
,
cando questo principio, levavano dell’edifizio;
la
pietra angolare
appellando il principe costituito, niente
negavano di un il commesso della nazione, che la società sia cosa di Dio, la disacravano la convertivano in una mandra od in un branco di tigri. Ed ora raccogliamo i frutti amari più che
tratto
per così dire,
d’un’amara semenza. Or divenne un grido generale di dolore e di spavento questa parola
:
Non v’ha più ri-
veruna autorità al mondo. Sì, raccogliamo ciò che abbiam seminato: abbiami seminato il vento, e raccogliamo la tempesta. Quelle età veramente istoriche nelle quali la maestà del principe circondata da un certo prestigio riscuoteva dal popolo una venerazione quasi religiosa, furono abbandonate al sarcasmo e alla derisione; e la prima delle sociali virtù venne infamata quale un effetto dell’ignoranza e del fanatismo. E per far disparire ogni aureola dalla maestà sovrana non 6Ì è ripetuto su tutti i tuoni, come una curiosa invenzione, che i principi sono uomini come tutti gli altri? Ed inflne che il popolo è superiore a loro? No, non sono uomini volgari i sovrani, investiti da Dio d'una preminenza sacra ed spetto per
,
,
,
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183
No, il membri sa-
inviolabile a tolte le ribalderie rivoluzionarie.
popolo non sarà loro superiore, finché i
ranno membri, ed il capo sarà capo; finché i figliuoli non saranno il padre ed i soldati saranno gli esecu,
tori e
non gli ordinatori della battaglia.
Ma intanto che ne seguiva? L’autorità fu spenta
la
,
sua maestà non è più una potenza a cui si pieghino gli spiriti per un misterioso istinto d’ordine e di fede, ma solo una forza coattiva che si subisce senza rispetto e senza amore, per il solo fatto della necessità o dell’interesse. Questo spregio della podestà già è sceso dal sommo al basso della società civile. Perchè il sentimento della personale indipendenza già scuote le due
più
forti instituzioni
stica e militare; e
che sono la disciplina ecclesia-
passando dalla grande società alle
particolari, dalla nazione al
comune, e dal comune
aU’offìcina, alla scuola, alla famiglia, distrugge quel-
organismo il quale presentava ciascun popolo come un corpo vivo e operante nella subordinazione pacifica delle sue gerarchie. £ qual cosa vi ha sosti-
l’antico
Un aggregamento d’individui sconnessi e disloed in preda a non so qual doloroso travaglio, che mira a tutto sconvolgere, che suscita le violente ambizioni delle classi inferiori contro le superiori e che di più in più accendendosi per le mostruose dot-
tuito ? cati,
,
trine della scuola socialistica , basterebbe a cacciar le
nazioni nell’ultima delle rovine.
Ecco la finale conseguenza della sovranità popolare: caos , cioè 1’ annientamento di tutti gli ordini , il socialismo ed il comuniSmo. Ecco dove mirano gli amanti delle rivolture: sciogliere la società, e divoil
rarla.
All’amore della podestà sottentri l’odio, al ri-
spetto
1’
esecrazione. Si gridino tiranni
vrani,
i
nobili,
i
ricchi.
Promettiamo
i
papi,
i
so-
libertà e oro
che è sempre la mala bestia; essa ci spazzerà la via , noi arriveremo al sommo , e quando
alla plebaglia
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184
.
sarà il tempo la incateneremo. Ecco il linguaggio delle rivoluzioni, degli uomini nuovi
nuovo la casa e la borsa
tutta a
che vogliono rifarsi ;
ecco la sapienza ci-
vile, ecco la carità fraterna d’alcuni parlamenti; ecco
bel frutto delle riforme e degli statuti.
Quando si dirà
pace, non sarà pace; e così quando si dirà libertà sarà
quando
tirannide,
dirà progresso e civiltà sarà
si
barbarie.
Così dicono e così fanno i nemici dell’umanità.
Che
diranno, che faranno i suoi amici? Diranno: Rispetto all’
e lo praticheranno: Regem honorificatc Qui resistit potestati, Dei ordinationi (Rom. xm, 2). Popoli, « rendete a ciascuno
autorità;
(i, Pet., ii, 7); resistit il
debito:
il
tributo
a chi dovete il
l’onore a chi l’onore
(Ib.
»
il
tributo, la ga-
timore a chi
bella a chi la gabella,
7).
il
timore,
e*
Uomini delle basse
condizioni, non vi crediate di diventar grandi coll’insolentire
ai
(Eccli iv, 7);
grandi:
Magnato humilia caput tuum
vinceteli nella nobiltà dell’animo, nella
ricchezza delle virtù , c ne avrete premio nell’ altra vita ; in questa , rispettate negli ordini sociali la vo-
lontà di Dio. Poveri , procacciatevi colla quiete e colla docilità la benevolenza dei ricchi, e vi ameranno come fratelli
della stessa famiglia.
Servi,
obbedite ai pa-
droni, non per l’occhio che vi guarda,
ma per la co-
scienza che vi giudica. Ai principi e ai grandi del
mondo sono pure stabiliti i loro doveri; ma non è qui tempo da ricordarli. lnsomma, o rinasce questo rispetto che è il nesso del convitto civile e la forza morale del mondo, o il il
inondo sarà abbandonato alla discrezione della forza materiale
:
da una parte
le barricate ,
e dall’ altra
i
cannoni.
Dìgitizeci by
185
CAPITOLO XLV. .NOSTRI ERRORI POLITICI.
Una parola fatale fu pronunciata nel principio del 1848 « 1 popoli sono maturi alla libertà. » I popoli non ne sapevan nulla i demagoghi di tutta l’Europa aVevan maturata la ribellione. La ribellione si chia:
;
mava
riformo le spianavan la via.
libertà; le
Sapete qual è
il
tempo delle riforme civili che re-
stringono la forza del potere, e allargano la libertà sia al
bene sia
al
mal fare?
È il tempo in cui la
tranquilla ragione e i severi costumi religiosi e civili
sono pervenuti a quella eccellenza e solidità che rende men necessaria la maestria e la vigilanza dei correttori.
Così, in
mare tranquillo
il
capitano abbandona
governo della nave, e il padre di famiglia divide quel della casa co’ figliuoli assennati e agl’inferiori
adulti.
il
Ma ciò non farà il primo nell’insorgere della
il secondo quando i figliuoli han persenno e minacciano al padre l’espulsione. i popoli sono maturi alla libertà? Quando sono maturati nella virtù. È dunque legge inevitabile che i governi debbano far precedere le ri-
tempesta, nò
duto
il
Sapete quando
forme dei costumi alle riforme civili; e se altrimenti facessero, fabbrican sull’arena e crollerà loro sul capo l’edificio.
Niun potente pensi di variar quest’ordine:
è l’ordine e la legge dell’umanità.
Qui non giudichiamo riforme:
giudichiamo
i i
sovrani che concessero popoli
che
le
le
strapparono
quando ne erano incapaci, incapaci persino a conoscere ed eleggere idonei rappresentanti; giudichiamo gli scrittori
che, valenti nella lingua e imperiti nella
politica, precipitarono
i
popoli ed
i
sovrani. Quello
era tempo di tempesta, e fu dato il timone alla ciurma.
Una vertigine travagliava le menti. Quelli che ora
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,
r
186 adoperano a riconneltere le tavole della nave, allora si adoperarono coi pessimi a sconquassarla. Thiers che scriveva il libro della Proprietà , Thiers che dalle barricate del giugno 1848 si rivolgeva alla Chiesa cattolica e la proclamava l’unica salvatrice della società, Thiers pronunciava negli ultimi giorni della monarsi
,
chia:
«
lo seguo
il
partito della rivoluzione in Europa;
io bramo il comando nelle mani dei moderati; ma quando passi nelle mani dei non moderati, io non abbandonerò la causa della rivoluzione; io sarò sempre del partito della rivoluzione * ( Chambre des dépule's 2 févr. 1848). Parola tremenda! 11 deputato del 1848 percorreva dunque la via dei Legendre, dei San terre, dei Maillard, dei Marat, dei Danton, dei Robespierre? Anche Gioberti si vantava in Italia di
seguire la teorica democratica di Massimiliano Robespierre! Certo ne abborrivano
il
sangue,
voluzionaria era la loro divinità.
niva Proudhon , e dopo la
il
ma l’idea ri-
E dopo Thiers ve-
prete veniva Mazzini , cioè
turba dei comunisti e dei socialisti. Chi dunque la
inardiva in Francia, chi le apriva le porte dell’Italia?
Coloro che
si
chiamavano
i
moderati , ma i moderati
della rivoluzione. Costoro avevano rovesciato in Francia tre
monarchie, costoro, senza forse prevederlo, si
apparecchiavano a rovesciarle nell’Italia , col mettere in mano al popolo le riforme che, se in altri tempi potevano esser civili , nel 1848 erano la grande porta
non instaurava ma demoliva.
all’onda che
Ringraziamo la mite Providenza! Se i pugnali furono tinti nel sangue, se fu glorificato a Roma il più esecrando dei pugnali, non però ricomparvero gli strozzatori officiali del 93; nè si rinnovarono almeno apertamente le parole che l’infame Billaud-Varennes indirizzava agli assassini di l’Abbaye : Peuple tu immoles tei ennemù tu fais ton devoir ! Ma chi può fre,
,
,
,
nare
il
corso dell’onda rivoluzionaria?
Quando siar-
Dìgitized by
187 riva a intimare ad
guerra,
o
la
un sovrano:
0 dichiarate questa
rivoluzione incenderà
i
vostri
stati.
Quando s’ intima ad un altro: O il tal Ministero, o brucieremo il Quirinale. Quando una cospirazione forte mezzo che serva a schiantare un trono e uno Stato. Qual braccio fermerà la nave quando la tempesta l’ha rapita nell’alto? La colpa era
e audace santifica ogni
di chi, nello sconvolgersi delle acque,
la costringeva
a uscire dal porto.
E chi costringeva e cacciava fuori debporto la debole navicella degli Stati Italiani?
La cacciavano i se-
minatori delle discordie interne ed esterne,
che fu-
rono tutte raccolte e promosse dal Gesuita moderno, libro essenzialmente politico 6 rivoluzionario , al quale i
Gesuiti servirono di pretesto , e di velo alla miccia
che eccitava
il
grande incendio.
Là
insidiosamente
palpavansi e adulavansi tutti i principi italiani , e sotto forma di dimostrar loro la necessità delle riforme, e-
rano
allettati e incitati
popoli a strapparle. Mazzini
i
non ebbe alleato e precursore più potente che il Gesuita moderno. Cacciarono la nave fuori del porto le fragoroso ovazioni che erano la vanguardia della co-
spirazione, sospinta dal corpo dei demagoghi repubblicani. La cacciavano finalmente quegli uomini si male assortiti del governo Subalpino che nel marzo del 1848 strappavano a Carlo Alberto la dichiarazione
della guerra contro l’Austria, poco edotti nei principii della giustizia
pubblica
,
e misuranti le forze della
nazione dalla loro fantasia. Aprivasi intanto nell’assenza del
re la
prima Camera piemontese, Camera
rivoluzionaria che sanciva come dogma civile il diritto delle rivoluzioni; e Angelo Brofferio gloriavasi d’aver
per modello e capo Carlo Alberto, che passando colle armi il Ticino aveva egli stesso, diceva il deputato, spinta la grande rivoluzione.
Dov’era in quel tempo
lo Statuto?
Le riforme e lo
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188
come mezzi e nou come fine: Mazzini da Milano, sotto la tolleranza o il patronato del Governo Provvisorio; Venezia ricorda le tradizioni repubblicane, e non vuol soggiacere nè al Piemonte nè all’Austria; Lorenzo Pareto, ricorda i suoi dogi, e vuole distrutti i forti che stanno a cavaliere di Genova, e la fazione repubblicana ne decreta la demolizione. Si disputa sulla capitale: sarà Torino? sarà Milano? Che Torino, che Milano? ripiglia il deputato Brofferio; Roma sarà la capitale. Addio, corona di Statato eransi guardati il
fine a coi si precipitava era la repubblica.
la soffia
Ma lo Statuto? Non più Statuto, ma
Carlo Alberto! la Costituente
con poteri
sarà tollerato
il
illimitati ;
senonchè per ora
nome di re a Carlo Alberto. Ma che
cosa sono le Costituenti , le Costituenti in tempi rivoluzionari?
Sono un golfo senza fine, nel quale si pro-
fonda 1’ edificio dello Stato per uscirne Dio sa quale mostro o quale caos.
A tale segno eravamo giunti in soli tre mesi dallo non saper più qual fosse la nostra legge E nel quarto mese i demago-
Statato, da
e la nostra vita civile.
ghi della Camera
,
calpestando Statuto , coscienza, pu-
dore e umanità, mentre ardeva la guerra della Lombardia, valorosamente combattevano monache e frati, dei quali,
i
brutali,
ignoravano persino
il
nome
e
adducendo, fra gli altri argomenti chele campane delle monache eran noiose al vicinato. Succedeva la nostra sconfitta e la ritirata; ed il popolo di Torino aveva il buon senso di cacciare i noiosissimi l’instituto,
,
e loquacissimi, dagli
stalli
ma imbecillissimi ed arrogantissimi,
della
Camera sì turpemente profanata.
Così cominciavano e riuscivano nel maturo Piemonte le riforme costituzionali.
Dopo la ritirata
armi
delle
piemontesi , Gioberti appena toccava la presidenza del Ministero, e ne cadeva, tacciando di duplicità colleghi ,
i
suoi
da loro tacciato di duplicità e di menzogna.
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189 instituiva il famoso Comitato convenivano in ottobre le due pelli di Mamiani e di Canino, che ebbero sì larga parte nella rivoluzione romana del 15 novembre; e per ritrovare un’onda che lo riportasse a galla, Gioberti non ebbe rossore di capitanare un’Opposizione infame che era la parte più demagogica della Camera e della stampa democratica, finché nel successivo decembre risaliva
Si gettava nei circoli; al quale
alla sede beata della presidenza ministeriale.
democratico il suo Ministero, fatta alla pi!
Chiamò
ma nella dichiarazione
Camera il 10 febbraio rinnegando
democratici quali dalla Camera
s’
i
princi-
intendevano, e
proponendo poscia un intervento contro la fazione Guerrazzi nella Toscana, il gran padre della rivoluziono italiana fu brutalmente sacrificato dalla sua prole che era la Camera ed
il
Ministero, fu rinnegato da
tutta l’Italia rivoluzionaria, fu dichiarato dal circolo
romano apostata empio e cancellato, e salutato coi nomi di gesuilissimo e di gesuita moderno. Gioberti aveva conosciuto troppo tardi che i principii democratici, valevoli a rovesciare i governi, non valgono poi a governare.
Era il principio di marzo. Il ministero Sineo-Rattazzi , colla sua Camera
repubblicana , sanciva ciò che
nei circoli e nelle conventicole si era decretato ; e decretavasi di ripigliare la guerra ; nella qual risoluzione il
pubblico ha preteso di vedere un tradimento di
Stato, cioè
mandar fuori l’esercito; col terrorismo e
onde brulicava il Piemonte, occupare Alessandria, Torino e Genova; dichiarare la colle orde straniere
repubblica, e congiungersi con Toscana e con Roma.
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,
190
CAPITOLO XLVI. SI
LA GUERRA.
RIPIGLIA
SO marzo.
Carlo Alberto, principe sventurato! Organo della fazione repubblicana
la
Camera ed
il
Ministero, vi
cacciano or dunque altra volta su quei campi lombardi già troppo intrisi del sangue piemontese, e dove tanta
ingratitudine dati?
si
riversò contro di voi e dei vostri sol-
Qui cova un orribile tradimento contro di voi e non vi giaccia un’insipienza
dei vostri stati , qualora
orrenda.
Fra otto giorni voi ripasserete
Ticino fatale, e
il
sarà il 20 di marzo. Già negli ultimi luglio ed agosto Dio ci ha parlato terribilmente. I nostri soldati retrocessero esausti, sbaragliati, consunti dalla fame o
Voi stesso ed i vostri figliuoli eravate cinti Milano dalle squadre nemiche, e per lunghe ore vi gridarono e vi tentarono ferocemente la morte coloro che colla tarda e forzata fusione si eran chiamati sudditi vostri. La nostra armata troverà ora su quegli stessi campi, in quelle stesse città, una terra fetrucidati.
in
dele ed ospitale?
Ma guardate all’Italia. Già due troni sono schiangià costretti ad esulare due principi in cui la sola bontà fu stimata peccato. Già la repubblica italofrancese si stende per tutto il centro italiano, già il votati,
stro Ministero
e la vostra
palme o congiunto i cuori
,
Camera hanno steso
le
e
de-
le voglie
stini, a quei governi repubblicani.
i
nostri
La vostra corona,
o Sire, se non sarà spezzata dall’ Austriaco, sarà al più mutata in una fronda civica o in berretto frigio dalla perfidia rivoluzionaria, cresciuta in prepotenza
repubblicana.
Voi
vi
fidate nella
fede e
nell’
amore
del vostro
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191
Ma, o Sire, in tatti i
popolo.
scema
amore verso
1’
il
governi costitazionali
principe nascosto dietro la
cortina deH’inviolabilità, idolo spezzato,
non più pa-
dre nè sovrano. E coloro che ancor vi amano, avranno i petti nudi per deplorare la vostra sventura e non per ripararla. L’armata che vi ama
,
voi la tras-
portate lungi dalla vostra reggia; e la vostra reggia, e la vostra famiglia, e Torino e il Piemonte saranno „
mercè dei repubblicani. La Savoia è lontana e se ama ineffabilmente voi e la vostra discendenza la Saalla
,
,
voia è offesa profondamente dall’irreligione, dall’ar-
roganza e dal dispotismo del vostro Governo e della vostra Camera. Genova non ha cessato un istante gli spiriti
repubblicani; voi la vedete battere all’unissono
colla repubblicana
mocratico,
la
Livorno;
il
cui condotta è
vostro Ministero de-
una imbecillità somma
od un tradimento, colà rinforza l’anarchia, offende, avvilisce o ne ritira la milizia, unico freno a contenerla. Sire, da lunga mano la repubblica si alza in piedi e mostra la fronte in Genova. Vi rammenti che i
un presidente del Ministero e poi Camera, cospirando con quelli i repubblicani
deputati genovesi ,
della
torinesi,
prudenza
varcando ogni limite di convenienza e di tempestavano e strappavano la demolizione
,
Genova, ossia la fazione che ora sied i governi, ad ogni ora vi dice che ella vuol essere regina e non serva. Voi ne ridel Castelletto.
gnoreggia
i
troni
trarrete la milizia per la guerra, e la faziono conse-
guirà l’intento.
%
Un pensiero più profondo mi sta nella mente, o Sire,
li
vostro
Governo
vi
fa
brandire di nuovo
le
armi nel nome della nazionalità e del diritto che si dice abbiano i popoli di costituirsi a loro libito. Questo diritto di costituirsi, già sanzionato dalla Camera, sarà fra poco autenticato dalle vostre armi.
non potrà
rivolgersi contro di
voi?
Ed allora
— Sire, potrà Digitized by
192
Camera democratica,
dirvi la
berato
l’Italia dallo
della patria;
la
Ma il diritto di costituirsi
montesi.
spada ha li-
ve ne ringrazia.
,
prima conseguenza della
avete riconosciuto ai
Lom-
Io negherete ai vostri cari Liguri
e Pie-
sovranità popolare, voi
bardi, e non
la vostra
straniero; voi avete ben meritato
patria riconoscente
1’
Ora deponete la spada che riceverà i secondi
onori dopo quella di Washington, riposato, e noi in-
chiameremo la Repubblica dell’alta Italia, o Che risponpiù largamente la Repubblica italiana. dere a una tal conclusione? Che rispondere alla Savoia quando venisse a dire: La Lombardia ha ripreso tanto ci
la
—
sua nazionalità, a
lei
consentita dalle condizioni
non non essendo essa italiana nè per sito nè per la lingua? Che rispondere a Genova boriosa ed della postura e della lingua; or perchè la Savoia ripiglierà la sua,
impaziente, che vi dirà:
Venezia,
che soggiogava la
Il trattato
me pure soggiogava al Piemonte; or quel
vincolo è spezzato, quella pagina è lacerata; perchè
non tornerò io dunque alla mia libertà naturale? Così ragionando via via della vostra corona,
le altre
provincie
,
che resterebbe
o Sire? Avvertite, in quest’ora
suprema, o Sire, che chi vi lusinga d’inGorar la vostra corona di novelle provincie, all’opposto la sfronda
delle antiche che già son vostre,
e
bel bello ve la
rapisce.
Ma sian purissime le intenzioni; le forze da vincer la
prova dove sono? La legione lombarda già la pro-
vaste: senza nè valore, nè coraggio, nè disciplina..! soldati
non son quanti si pagano, ma quanti si bat-
tono. Napoli fu distolta dall’insurrezione siciliana, poi
dalla napolitana del 15 maggio. Guerrazzi à Firenze,
e Mazzini a
Roma, non hanno che la lingua e i vanti
dei sofisti; ciurmadori da piazza, spregiati, odiati, non
uomini per poco
,
incapaci di guerra come di politica.
Italia straziata e desolata non vi manderà un obolo nè
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193 una spada. Prodi vi stanno al fianco: i vostri figliuoli, i figliuoli del Piemonte e della Savoia. Ma uditele, o Sire, queste gagliarde e fedeli milizie: Al Re, esse dicono, daremmo il sangue, ma non faremo vedove le mogli, orfani
i nostri figliuoli, per soddisfare ai noper mettere sul trono una bastarda repubblica ed una sfrenata demagogia che insulta alla
stri detrattori,
religione e a Dio. Sire, opera di danaro, di braccia
e d’entusiasmo è la guerra: or manca il danaro, morto è l’entusiasmo , e l’Austria
le
braccia del Piemonte sono verso
come il cinque al trenta.
Ancora una parola, o Sire. Roma, Toscana e Sicilia, fondano sulle nostre armi la speranza della loro ribellione. Senza di noi Mazzini non premerebbe più il collo dell’augusta Roma, cui va contaminando delle galliche e socialistiche dottrine. Mazzini porta nel cuore i fratelli del Piemonte, ma non il principe. Ora il
sangue dei nostri prodi soffriremo che
si
versi al
trionfo del socialismo?
Sire, la nazione
si
prostra ai vostri piedi e vi dice:
— Padre della patria, già troppo d’oro e
di
sangue
abbiam versato per 1’ Italia; or 1’ Italia è disfatta e giace, e il Piemonte non ha virtù che basti da sollevarla. Già troppi talami son vuoti, orfani troppi figliuoli, e troppe madri chiamano indarno quei dolci pegni
le
cui ossa giacciono
in
lontane contrade.
Or
pargoli e spose e madri a voi supplicano perchè non si versi nuovo sangue, sangue nostro, del quale niun prò avrà la patria. Qual nemico ci assalì , ci offese? Pio e glorioso Principe, non commettete alla balia d’ alcuni demagoghi il vostro popolo, la vostra fama, la vostra coscienza, la vostra gloria. Riflettete al giudizio di Dio e della storia. altri
13
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19 *
CAPITOLO XLVII, NOSTRA SCONFITTA. RINUNZIA DI CARLO ALBERTO. I
23 marzo.
La ripresa delle armi suonò come annunzio di morte al Senato, e di bocca in bocca corse
rore questa sola parola talia.
l’abisso nel
•
:
con fremito d’or-
Dio protegga il Re e salvi l'I-
Volevasi dire che solo Iddio poteva ritirarci dal-
quale ci lanciavano
il
Ministero Rattazzi
e la sua Camera. Più stolido e più disperato sacrificio non fu mai imposto ad una nazione. Ecco una greggia d’uomini condotti al macello da un branco d’uomini che nulla vedono, nulla sanno, eppure son nostri legislatori. Se ciò è libertà, che sarà la tirannide? Si raccolgono le soldatesche, mute, frementi. Freme la
Savoia più d’ ogni altra parte. Sulle strade pochi
viva di convulsi; la fazione è balda e acciecata,
sempre, e agogna
come
lo scompiglio se non altro; la stessa
grida austriaco e traditore chi non applaude ;
ma in-
somma le città hanno vista di un mortorio, al quale fanno più luttuoso contrasto i plausi compri e artificiati.
Nel 20 l’armata comincia rivalicare il Ticino, eri-, bolle in essa l’antico sdegno alla vista di Milano, alla
rimembranza delle sere ferali dei di 4 e 5 d’agosto, quando un popolazzo di codardi minacciava con paarmi villane un esercito ed un re che per la causa lombarda avevano per quattro mesi sparso, con role e
orribili patimenti e con eccesso di generosità, il sudore ed il sangue. Pure, vinto il troppo giusto dolore,
camminavano i soldati suH’orma del dovere quando dalla legione lombarda comandata da Ramorino usciva il nostro scompiglio e la rovina. Ramorino, imposto ,
al re dai giornali e dai circoli
repubblicani, con set«
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,
195 temila uomini doveva guardare
il
passo della Cava,
dicontro a Pavia. Egli l’abbandona;
i
Tedeschi gittan
due punti e passano il Ticino, e nel 21 già si fanno assalitori
invece di
assaliti.
La nostra cavalleria
fa
ma si piega su Vigevano e Mornon reggendo all’urto di quarantamila cresciuti
prodigii di valore,
tara,
,
in breve a sessantamila. 11 generalissimo Clirzanowski,
un polacco imposto pur esso all’armata, perde il suo latino; uomini e soldati sono sfiniti di stanchezza e di fame per le marcio e contromarca; tutta l’armata è divisa dalla naturai base di operazioni militari che è
Alessandria.
Il
Piemonte era vinto da quell’ora.
La giornata del 23 sotto Novara, durata dalle undici ore del mattino sino alla sera tarda , sarà memora-
bile ai nostri
scoppiarono
le
per eroico valore ed eroica infamia. Là rancune lunghe, e profonde dei. soldati
contra una guerra che essi detestavano.
I giornali ri-
voluzionari versando la calunnia sugli ufficiali d’ogni arma, avevano promosso la corruzione e la disobbedienza; la Camera predicando la sovranità popolare aveva insegnato ai soldati che anch’ essi son popolo e popolo più valente che i gridatori della Camera e della piazza. A taluni il gittar le armi fu poco; le
usarono allo spoglio dei cittadini e. quasi all’assassinio.
Avremmo voluto col silenzio velar questa pagina: ma no, essa rimanga nella storia per dire
come un go-
verno disonorato e corrottissimo abbia colla licenza della stampa e della calunnia lasciato corrompere un esercito fedele e disciplinato.
Ma esempi di magnanimo valore non mancarono neppur là al Piemonte. I Duchi di Savoia e di Genova ebbero uccisi i cavalli e persone al fianco. Vendè cara la sua vita queirillustre Perrone , già presidente dei ministri, al
quale
il
collegio
elettorale d’ Ivrea
avea fatto l’insulto di anteporre il lombardo Bargnani, E ben molti si segnalarono di
scolaretto mazziniano.
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Googte
19G quei patrizi cosi vilipesi da coloro che sol valgono a la lingua o fumare il sigaro. Carlo Alberto dove più ferivan le palle, e ritiratone a forza, rispondeva E questo il mio ultimo giorno , lasciatemi morire. Nè prima si compieva la fatai giornata, che il Re vedendo come la sua persona fosse un incaglio alla pace, rimetteva la lacera e pungente corona al
menare era
là
:
suo primogenito Vittorio Emanuele 11.
Giornata tremenda nella quale soggiaceva un popolo ed un sovrano ch’era stato sì a lungo l’amore dell’universale! Carlo Alberto fu pianto, pur da coloro che dalla guerra avean profetato la rovina del Piemonte e dell’Italia; ed a lui fu onorevole quel pianto. Ma al contrario poco servigio faranno alla memoria di lui le lagrimuzze, i singhiozzi, le disperazioni dei repubblicani , scoppiate nella Camera e nei giornali. Perocché essi non amavano Carlo Alberto più che Pio IX,
ed egualmente 1’ avrebbero sacrificato se avesse cessato un momento di servire alla loro fantasia repubblicana. Con lui cadeva la Repubblica italiana. Si guardi però la storia di confondere la mente pura di Carlo Alberto colla fazione che
lo signoreggiava.
La Circolare mazziniana del 1846 ai fratelli d'Italia, diceva:
«
11
maggior impedimento
al
progresso del
socialismo è l’armata. » Nel 1848 l’armata parve utile
per rompere l’Austria; nel marzo del 1849, il partito mazziniano avea deliberato di rompere l’armata piemontese contro dell’Austria. Ciò spiega l’ultima ripresa delle
armi in condizioni
affatto
disperate, e contra
l’avviso della Francia e dell’ Inghilterra. Rotto altra
volta e disperso l’esercito, Carlo Alberto sarebbesi pro-
clamato traditore come nell’anno passato, in Torino sarebbesi dichiarata la Repubblica col favore special-
mente delle legioni lombarde. Il diritto di costituirsi ì popoli in quel politico reggimento che loro talenta, era già sancito dai repubblicani della Camera e così ;
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197 la
Repubblica subalpina faceva coda
romana ed
alla
alla toscana , sotto l’alto patronato della Montagna di
Francia.
Due erano impertanto i disegni mazziniani.
Nel 1848, la Crociata italiana doveva cacciar l’Austria, e colla nuova Costituente dovevasi inaugurare prima il Regno e poi la Repubblica dell’Alta Italia la qual Repubblica, tirando a sè Toscana, Roma e Napoli, sarebbesi convertita in Repubblica italiana. Nel 1849, già essendo Repubbliche Roma e Firenze e Mazzini dittatore al Campidoglio fu avviso che bastasse il far macellare a vicenda l’esercito austriaco ed il piemontese, perchè nel Piemonte levasse libero il capo il so;
,
,
cialismo mazziniano.
Il
terrore avrebbe qui
come a
Roma soggiogato i riluttanti; e qui come a Roma lo spoglio delle chiese o le imposte forzate e la carta
monetata, avrebbero creato tesori da arricchire
gli
usurpatori , corrompere la plebe e mantenere la rivoluzione.
Speranze cosi inumane eran troncate dalla giornata Novara, dalla vittoria di La Marmora contro la Repubblica di Genova e dalla occupazione della citdi
,
tadella di Alessandria (1).
Carlo Alberto, principe virtuoso e magnanimo, non erasi così dissennato da noti intendere finalmente che (1) La Repubblica di Genova che si trovò pronta, appena udito il caso di Novara , mostra che tutto vi era pre-
parato. Vi ebbero grandissima parte due deputati, Reta e Pellegrini, e lo stesso marchese Pareto presidente della Camera. Assai prima, proprio il Ministero Rattazzi aveva
spedito un altro deputato, Lorenzo Valerio, a fare un giro
per la Toscana; e lettere autentiche provano
1’
intesa di
Valerio e di Guerrazzi per far gente e da Livorno mandarla in soccorso alla Repubblica di Genova. Cosi valgono i
si
giuramenti dei deputati! Così servesi alla patria! Cosi amava Carlo Alberto ! In pubblica seduta ne fu pianta commedia: non piangevano lui,
l’abdicazione con urli da
ma se medesimi.
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198 sotto
nome d’Italia libera si racchiudeva un’Italia
il
repubblicana e socialistica. Imbarcato primamente nella guerra dal Ministero Balbo-Pareto , trovavasi a un bivio tremendo sotto il Ministero Sineo-Rattazzi. Il Piemonte con una generosità fuor d’ogni esempio aveva
alimentava 1’ immensa turba dei profughi avvertendo un po’ tardi che in quelli si alimentava un pericolo e un fomite di guerra civile, ed
ricettato e italiani,
un peso intollerabile per
la finanza già esausta. Sti-
miamo che Carlo Alberto, frale piò terribili angustie in cui siasi
mai trovato un sovrano, ha giudicato di
dover colla guerra dare uno sfogo a quel minaccioso torrente che- ogni dì ingrossava, disponendo egli forse e apparecchiando non lontane condizioni di pace. *
'»
t
CAPITOLO XLVIII. REMINISCENZE E DOLORI:
INTERVENTO A ROMA.
Dopo il gran monitorio della nostra sconfitta toccata 1848 sconvolta tutta l’IPiemonte di tutte le discordie e passioni repubblicane, un orbo avrebbe veduto che era tempo di dimettere la "guerra e salvare l’interno. Ma non volle vederlo la demagogia imperiante, a cui nulla montava il sacrificio d’un popolo e d’un nel luglio e nell’agosto del
talia centrale,
bollendo
,
il
un esercito di centomila uomini, non erano decisi alla guerra, tuttavia apsarebbesi conchiusa una pace onorevole,
sovrano. Allora con i
quali se
parivano,
senza un obolo di riscatto, contenta l’Austria di ricu-
perare
il suo,
mentre le ardeva il seno la guerra d’Un-
gheria , nè eranle apparecchiati i soccorsi della Russia; e migliori condizioni sarebbersi
pur concedute a Ve-
nezia ed alla Lombardia. Allora la Sardegna sarebbe entrata onorevolmente nel concerto delle potenze cat-
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toliche per la restaurazione di Roma ,
contro
la
escludeva
la sua politica
199 mentre di rin-
rivoluzionaria, e il
da Gioberti presidente del consiglio Ma la demagogia non ha senno, non ha vista: per essa il Piemonte perdeva il suo re, il sangue l’oro e l’onore. Date il comando ai democrarifiuto esplicito
dato alla Spagna.
,
tici
se volete perdere in poco d’ora le nazioni.
Più. Chi dava ardire e speranza a tutta la
dema-
gogia italiana? Il Piemonte colla sua Camera repubblicana,
la
quale nelle sedute di febbraio, come
la
romana , dichiarava decaduto il Papa. Chi ritardava l’intervento delle potenze, invocato da PiolX il 4 dicembre per tal guisa prolungando a Roma la Costituente
,
tirannide repubblicana, la quale fuggiaschi di tutto
il
coll’
accorrervi dei
mondo si consolidava? Ancora
Piemonte, avverso a quell’ intervento, turbando e complicando il corso dei politici avvenimenti. Che ne il
seguiva? Quella ulterior desolazione della città eterna,
quegl’innumerevoli assassini i, spogliazioni esacrilegii
onde Roma è dolente, ed infine
il
sangue versato in
quell’assedio.
Quanti dolori non si sarebbero risparmiati al Piemonte c all’Italia, colla conchiusione della pace quando erasi già fatta una evidente impossibilità la rinnovaAl contrario
zione della guerra!
si
è continuata la
desolazione dell’Italia, e colla giornata di Novara, la
più vergognosa che narrino forse del
mondo
,
i
fasti
del
Piemonte e
fummo condotti alla discrezione del
'
vincitore.
Almeno ci sarem fatti per l’avvenire meglio ammaestrati e più cauti?
Non speriamolo: Quù ausit felli alLa demagogia non ha niente da sei. La frenesia rivoluzio-
ligare tintinnabulum?
perdere: dunque o asso o
naria è male che non guarisce mai.
I
suoi maestri
sono prudenti in ciò solo che gridano santa la guerra, ma la fanno colla lingua ; essi gridano martiri gli uc-
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,
200
ma non ambiscono 1’ aureola del martirio; essi i funerali ma non vogliono riceverli; essi gridano la guerra, ma si contentano di cantarla su risi,
celebrano
tutti
i
nel grande circolo che è la
tuoni nei circoli,
Camera
,
nelle officine e sui fogli dei giornalisti.
voce di questi poltroni basta ad infiammare
i
E la
gonzi.
Intanto sopra d’un uomo peserà il fascio delle pubbli-
che sventure: dico sopra il giovane re Vittorio Emanuele II. Egli, come ha dichiarato in un manifesto generoso e modestissimo ginar
le
,
invita il Piemonte a rimmar-
sue piaghe. Egli dovrà pigliare una politica
contraria alla passata: la passata fu rivoluzionaria eri
ha piagati; la sua deve restaurare e sanare. Ma chi gli soccorre? Può egli ben dire col paralitico: Hominem non habeo. Nella Vera aristocrazia troverebbe uomini di e-
sperienza di mente e di cuore per servire lo Stato ; ma ,
per renderli impossibili, gli ha perfidamente screditati ; e poi si griderebbe che quello è un rinvertire all’antico, e fu ed è uno stratagemma degli la democrazia,
uomini nuovi per allontanare gli altri, farsi larga la via e salire. Dicendo aristocrazia intendiamo quella del,
abbia o no compagna quella dei natali; nè vorremmo che i nostri fossero divenuti così barbari da pretendere che sia colpa un titolo, e segno di ostracismo civile. Fossero almeno valenti i nuovi che di tratto, con umiltà democratica, aspirano all’aristocrazia degli onori e del comando. Ma quanta imbecillità! A spremerli tutti non ne avresti una dramma di buon senso. Finora han tratto il paese di utopia in utopia, di dolore in dolore, di rovina in rovina; e non farebbero meglio nell’avvenire. In generale l’Italia non ha uomo grande, perchè non ha uomo di genio, di quel genio che afferra l’orizzonte politico, che previene e domina gli evenimenti, ricco d’una forte volontà e di profonde l’intelligenza,
convinzioni. Quelli che si
il nostro
volgo appellò grandi
provarono i pessimi nelle ragioni della pratica.
Dìgitizéd by
201
Emanuele non avrà altro appoggio che il concorso unanime e fermo della nazione. Ma già la Vittorio
scellerata fazione
si
agita per rapirglielo, già
si
de-
clama traditore lui come il padre, o si esalta il padre per abbassare il figlio. Povero giovane! Sul suo capo venne a posarsi una corona di spine e di dolori. Che ne può egli se ha ereditato la sventura (1 ) ? Ah! questo Piemonte già sì buono, si è ora ben intristito. La parte buona è per senno , per numero e per forza la massima e la diresti la minima per la sua codardia. Codardia a piè delle Alpi , codardia in Toscana, ,
codardia e tradimento a Livorno e a Genova , codardia tradimento e sacrilegio a Roma. Ma il Piemonte
ha un esercito che non romperanno i circoli nè i giorFirenze non patisce una comsì forte che non possa scuoterla quand’essa voglia; Roma sola è la città sventuratissima che da metropoli che era del mondo civile e cattolico si è nalisti vili e insolenti ;
pressione
(1) Monsignor Renda, egregio pubblicista e vescovo d’Annecy, descriveva questa sventura in una lettera dell’ Il giugno :
«
Uno secte d’oppresseurs
organisée dans l’ombre,
,
partout répandue, déguisée sous des noms fallacieux, cacbant ses projels d’anarchie sous les promesses d’une liberto mensongère, est parvenue à détruire, en moins de
deux années,
fruit des
le
travaux de plusieurs
siècles.
Puissante pour le désordre seulement, elle n’a pu par-
venu à désorganiser la monarchie qu’elle voulait détruire, qu’en se servant de la monarchie elle-méme. Elle n’a fait la société, et nos épargnes matérielles et
que toucher à
morales de huit siècles de progrès ont subitement disparu. Un trésor épuisé les iìnances les plus prospères de l’Eu,
rope remplacées par des dettes le sol de la patrie fonie par le pied de l’élranger, les remparts de nos places forte» ,
couverls par ses canon», une armée naguère brillante et
démoralisée que vaincue , l’harprovince» détruite par la guerre civile,
fidèle , aujourd’hui plutòt
monie entro
les
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202 cangiata nella metropoli della demagogia rivoluzionaria, e
no sarà affogata senza quell’ intervento che
il
Papa aveva diritto e debito di domandare; diritto come come pontefice e padre, ossia come difensore della Chiesa e del suo popolo. principe legittimo, e debito
Ma già il senno torna alle menti, già cominciano verificarsi le speranze italiane e cattoliche: non è a metà aprile, e Firenze scaccia dalle sue mura la protervia livornese e richiama Leopoldo;
e le armi francesi fra
gli
verge al fine,
applausi dei cittadini en-
trano in Civitavecchia, e da altre parti
si
avanzano,
condotti da un sol pensiero, Napoletani, Spagnuoli ed Austriaci. Pensiero di tutti è
il
sommo Pio, tutti ap-
pendono allearmi liberatrici. Ma è tardi! Col troppo indugiare crebbero gli spiriti e l’audacia nei mazziniani, nonché i mezzi alla resistenza: nè vogliamo darne colpa alla Francia, lottante colla socialistica Montagna che sa bene essere sua figlia ed alleata la
un prince trop généreux
et
trop confiant, descendu dn
tròne pour se condamner lui-méme à l'cxil, une magistrature modèle d’intégrité mise en ctat de suspicion, les mi-
systcmatiquemcnt poursuivis par les la monarchie ébranlée jusquedans les populations déconcertces dans leur foi fondemcnts ses politique et dans leurs croyances religicuses, la sécurité du passe rcmplacec par les craintes du présent et plus encore par les terreurs de l’avenir, la civilisation remise en doute nistre» de la religion
plus atroces calomnies, ,
,
par les doctrines des oppresscurs, les cris d’anarchie sortant cornine des chants de triomphe des antres de conspi-
ralion;
fautori té
partout déconsidérée et sans force, la
libertà se voilant la face et pleurant sur les débris de nos
prospérités passées; voilà l’effrayante et triste perspective dii s’offrir au roalheureux prince obligé de sortir de mélée, tout couvcrt de la gioire et de la poussière des combat8 pour monter sur un tròne d’où ses regards ne mesureront que mieux tout le ravage des inslitutions qui servent de base à la società- »
qui a la
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203 Repubblica Romana. Quelle bande, quantunque nè nè guerriere, come provarono sui campi lombardi e a Novara, troveranno tuttavia nella dispe-
disciplinate
razione
il
coraggio dei vinti: Una salus victis
,
nullam
sperare salutem. Mazzini che governa da solo quel
mostro di Repubblica,
la stringe colla ferocia e la te-
nacità d’una belva. Il popolo , parte è corrotto dall’oro
e più dalle speranze e dalle dottrine irreligiose , socialistiche e comunistiche; parte è sopraffatto dall’im-
pudenza dei giornali e dei Triumviri, spaccianti ora che il Papa è rimbambito e prigioniero a Gaeta, ora che egli ha proibito di far sangue per la sua causa; che gli Ungheresi, presa Vienna, sono in via per l’Italia ;
ed in fine che per la dittatura di Ledru-Rollin,
babbo di Mazzini, le truppe francesi si uniranno alle romane per combattere le austriache. È vero che il gran popolo romano non s’ingozza nè l’oro nè le bugie, ma che può altro mai che nascondersi calzar le mani a Dio? Aggiungi Tàltissimo gridare dei circoli e dei giornalisti, che l’intervento è una pura inil
un liberticidio, un’ infamia da turco, non possibile alla Francia repubblicana, e
timidazione, che sarebbe
bastare una resistenza del popolo perchè non
duca a
si con-
fine.
Ecco l’opposizione che un cumulo di circostanze ha lasciato crescere a danno dell’intervento.
Ne continue-
remo l’esame nel capitolo seguente.
CAPITOLO XLIX. %
PERCHÈ ROMA. NON RISPONDA AtL’lNTERVENTO. Il
Piemonte, unica speranza di tutte le rivoluzioni dunque soggiogato; a Firenze il governo
italiane, è ossia la
commedia dei Guerrazzi è cessata, e la gen-
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m tile
Toscana, vinta la brutalità livornese, ritorna nél
dominio paterno del suo sovrano; e la Sicilia ha finalmente capitolato. Che rimane in piedi? Quella compagnia di avventurieri che si intitolò formidabile mente la Repubblica Romana. Ecco l’ultima scintilla di quell’incendio che minacciava l’Italia. Povera di mente quella congrega repubblicana, esosa, inetta, crudele, sacrilega, da niun governo riconosciuta, da tutti solennemente detestata, formerà la
coda alle devastazioni dei barbari.
Ma intanto come si regge sì lungamente la più abborrita delle insurrezioni , la più rapace e la più imbecille?
Come si regge a fronte della flotta francese, e in onta alla riil mondo
contro l’anatema di tutto
,
soluzione concorde delle Potenze di pacificare l’Italia
e di restaurarvi
i
caduti principati? Perchè
il
popolo
romano non imita il fiorentino, redimendo colla virilità
del senno la vergogna a cui è soggiaciuto, prof-
ferendosi all'unico suo Padre
,
come gli tiene aperto il cuore,
aprendo a lui le porte e componendo senza
opera le domestiche faccende? Si dirà dunque che virtù e valore sian morti nel popolo romano?
l’altrui
A ciò varie ragioni. La prima è la
il
pugnale dal quale
magnanima Repubblica riconosce
vita; e tutti
sanno che
gnale. I Ciceroni ,
i
fatta di
1’
esistenza e la
argomento sia il pu-
padri della patria che osino tuo-
nar dai rostri contrai Catilina, non sono più in Roma e neppure in Italia. E poi i Catilina non ardivano alla luce del sole; ma il pugnale d’oggidì lampeggia nel meriggio e sulle piazze. Più di cento cittadini cadevano pugnalati in Ancona: dodici nel giorno di Pasqua per meglio solennizzarla. Più di centocinquanta ebbero una egual sorte in Sinigalia. A ciò bastava un sospetto, una parola, il pronunciar con qualche riverenza il nome del Papa. La seconda ragione, affine alla precedente, è la
Dìgitized by
205 connivenza del governo. Ha egli inquietato menoma-
mente l’assassino di Rossi o di altro cittadino? Anzi gl»
assassini
per motivi
tranquilli sotto
la
politici
sono
i
piò
felici
o
democratica Repubblica, che go-
verna, ossia decreta, gavazza e passeggia nel nome di
Dio e del popolo. Ci guardi il Cielo di calunniare
Ma però gl’ imprigionamenti di cardinali, di vescovi, di preti, e d’ogni ma-
sì
nobile e santa creatura!
niera cittadini, son
lì
Or dove sono i Dà buone parole questa
che parlano.
processi contra gli assassini?
Repubblica del pugnale ma nella Speranza dell'epoca (17 aprile) leggiamo che gente, la quale si professa ;
amica, sostegno, cagione principale dell’ordine presente
va spargendo che senza ghiliottina, senza non si potria fondar la RepubEcco gli araldi della Repubblica! Senonchè il pugnale giova anche meglio a’suoi disegni, in quanto incute il terrore, fa correre il sangue, ed ella, come la vergine figlia di Arrigo Vili, se ne spaccia per innocente. Terza ragione. L’oro alimenta le rivoluzioni. E qual di governo,
violenza , senza sangue
blica , non si potria neppur soccombere degnamente.
diguazza
rivoluzione
più
che la romana ?
nell’ oro
Quest’arpia, oltre le casse pubbliche, non usurpò gli argenti e
gli ori delle
naro, e contentando
il
chiese, ritraendone a sè
il
da-
caro popolo di carta monetata?
Non è un bel governare democratico il satollar di carta il
popolo, e lo spargere nei sicari e nei sostenitori
della rivolta
il
denaro coniato coll’oro del santuario?
E Roma non è la città più ricca del mondo pei tei barbari non Sdegnano di portar la mano? Dammi un punto, diceva Archimede ed io solleverò la terra e il cielo. Dammi oro, può dire un rivoluzionario, ed io ribellerò il mondo. Un antico romano ha cantato Auri sacra fames. 1 moderni non cantano il detto ma lo applicano.
sori d’antichità e d’arte, sui quali
,
:
,
Quarta ragione. Uno stupore di morte ha agghiac-
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Googte
206 ciato
l’
Italia al cospetto
dell’ audacia
rivoluzionaria.
Quella letargia universale sarà riputata nella storia un mistero ed una vergogna: pochi felloni hanno imposto agli onesti che d'un cenno gli avrebbero fulminati.
Or
sarà tanta maraviglia che i Romani partecipassero
un
po’ più largamente alla stupidezza universale sotto la
corruzione dell’oro e l’impero del pugnale?
Quinta ragione. La Providenza avea permesso che Roma, la quale era il centro della cattolicità e della luce divenisse per 1’ opera rivoluzionaria la geenna delle nazioni. Là il genovese Mazzini, uno dei Triumviri; là il piemontese Avezzana, già un duce quella
,
Genova, ed ora ministro Roma; là il nizzardo Garibaldi che taglieggia e ruba ville e città alla grande, e generalissimo ben degno delle bande repubblicane; là hanno gradi e
della rivolta pazzissima di
in
gli spergiuri e i matti di tutto il mondo. Dunque dagli stranieri e non daix romani viene la resiil terrore che da quel pandemonio si diffonde sulla moltitudine. Nel che si avvera la sentenza di. Tacito, che il popolo, sempre feroce o vigliacco, èia preda di chi lo compra. E la plebe romana, prima conquistata coll’ oro e col delitto ora rumina fra le
onori
stenza e
,
catene, e sotto
il
piede ferreo della falange straniera
che la conculca. Dalle precedenti ragioni si conchiude che la RepubRomana, emporio di quanti avventurieri colano da tutta l’Europa, è un latrocinio europeo il quale si regge come ha incominciato; che il popolo romano,
blica
oppresso dagli stranieri, difficilmente troverà in sè
rompere l’abborrito servagd’ umanità l’intervento delle Potenze per soccorrere il vero popolo romano, per far cessare quell’assassinio e quello scandalo, e rialzare la giustizia sul proprio fondamento. Inoltre se arde una casa, intervengono i prossimi solo la virtù che basti a
gio; che è
dunque un atto di giustizia e
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s
207 a spegnerne
le
fiamme,
perchè la fiamma non zioni.
per debito di umanità, e
propaghi
si
È il caso di Roma
:
alle proprie abita-
là è la testa dell’idra rivo-
luzionaria; là è la fiamma che arderebbe le terre confinanti. il
Già le nazioni amiche son pronte; già hanno
piede sul suolo pontificio. Popolo di Roma, sforzati
e stendi la
mano a chi viene al tuo soccorso
!
Lascie-
mentre ardeva il Campidonuovamente panerà et circense ti inerte a contemplar quelle fiamme, finché si
rai dire alla storia che,
glio, stavi
tu gridando
mossero
gli stranieri
a spegnerle?
CAPITOLO L. •QUESTIONE PAPALE.
Mentre le potenze collegate si preparano a discutere coi cannoni , noi discuteremo la questione papale coi
canoni della ragione.
Il Papa è principe di Roma e pontefice universale. Non fosse che principe, egli avrebbe un diritto invio-
labile su quel trono che la sola violenza gli ha strap-
pato; e da questo lato è questione politica la sua re-
staurazione.
Come pontefice universale è cosa conve-
nientissima anzi necessaria nelle attuali condizioni dei popoli , che il reggimento spirituale dell’orbe cattolico
non soggiaccia a veruna influenza
di
qualunque so-
vranità temporale; e per tale rispetto la questione è religiosa.
Questi due rispetti non esauriscotio però la questione papale; perchè, oltre
il
Papa, v’ha il popolo romano.
Or questo popolo, non fu egli, al pari del suo sovrano, offeso nel convolgersi dell’antico reggimento in governo
repubblicano ?
Ecco i tre lati della questione romana. Cominciamo dall’ultimo.
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*
208 Qaal parte ebbe il popolo romano nelle fatali giornale del 15 e del 16 novembre? Si è domandato il suffragio universale del popolo prima di assassinare il Rossi e di assaltare il Quirinale? Chi ha delegato i Canino, gli Sterbini, nuschi,
i
circoli
Galletti, i Ciceruacehio, i Cer-
i
e tutta l’infame
plebaglia? Certa-
mente non il popolo romano, ignorante per
intiero
della tragedia mazziniana che incominciava. Allora gli
usurpatori, veri assassini o nel fatto o nel consenti-
mento, siedono al vertice del comando, e per palliare l’usurpazione giuocano la commedia del suffragio universale.
Le
autorità sono destituite in
Roma
,
nelle
provincie e nei municipii, gl’invasori tengono tutti posti,
minacciano, tempestano;
allontanano,
i
i
i
fedeli al principe si
ripugnanti assaggiano il pugnale demo-
Con tutte le nequizie immaginaneppure un decimo della popolazione si accosta Dunque per difetto di voti e per violenza è nulla la Repubblica Romana, la quale vive alla mercè della violenza e del pugnalg. Veniamo all’ultimo periodo della tirannide repubblicana. Ovunque si avanzano le armi napolitane, un solo è il grido: Viva il Re, viva il Papa! Oudinot è salutato come il liberatore da Civitavecchia sino alle porte di Roma, perchè il popolo era libero della sua voce. Qual è la missione del generale? È di far tacere la violenza, affinchè parli una volta libero il popolo romano. Ma i perfidi non lo consentono e Roma
cratico o le carceri. bili,
all’urna elettorale.
,
si
fa irta di barricate.
La plebaglia, avida di bottino
e di licenza, corre (fa tutte le città romane; e i Trium-
che fanno per amicarsela? La mantengono, la pagano, l’adulano, la divinizzano, le promettono montagne d’oro, e per primo saggio all’ avvicinarsi delle viri
armi straniere, il 27 d’aprile, instauravano agraria dividendole
i
la
legge
beni dei conventi e delle chiese.
£ volete che quel gentame e quella bruzzaglia
,
da sei
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209 mesi imbestiata alla scuola del latrocinio e del pugnale,
non canti inni alla repubblica ? Ma chi avrà sì imbemente da ravvisar qui un’ombra del popolo romano? Son Romani un Mazzini, un Garibaldi, un Avezzana, i Francesi ordinatori e duci delie barricate,
stiata la
e quelle tante migliaia di forestieri educati alla rapina
ed alle violenze? Romani sono quelli che, ovunque non impera la tirannide repubblicana invocano il legittimo principe che è il Papa. La storia confermerà ,
questi
fatti
(1).
Ciò posto, è un diritto pubblico fondato nella giustizia
dell’umanità l’intervento delle potenze a Roma.
Non hai tu diritto di salvar l’innocente dalle branche dell’assassino, o prima di farlo dovrai
domandarne li-
cenza all’ assassino? Or bene questo diritto passa intiero nelle nazioni che si accingono a salvar dai potenti assassini la
nazione che ha per capo Roma.
Là
minoranza npn è altro che
il
ricalcitrare della trista
il
ricalcitrare dell’assassino contro
il
generoso libera-
tore che va a strappargli la vittima. Là come riferiva Oudinot nel dispaccio del 4 di maggio è l’impero dell’anarchia; là non è dissidio tra principe e popolo, ma ,
,
è la lotta della civiltà contro la barbarie.
Da questo lato
è sciolta la questione papale, che
diviene questione popolare, e si fonda nel dovere che
hanno i popoli liberi e forti Jh soccorrere ad un popolo debole e tiranneggiato.
questione è
il
Il
secondo rispetto della
principato.
Questo verso è politico intieramente quanto il primo. Ecco la questione: vuole 1’ ordine pubblico, la tranquillità e la libertà dei popoli che un governo costituito debba soggiacere alla mercè d’una fazione? No, (1) L’Italia del Popolo, gazzetta di Mazzini, tra i feriti nella giornata del 30 aprile non contava un solo romano!
Fra i prigionieri
fatti dai
Francesi nel decorso della guerra,
quasi nessun romano. 14
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210 perchè Lordine europeo è un conserto di
tutti
i
go-
verni, e rovesciare un trono illegalmente è un rompere quel conserto; e il tollerare questo fatto, chi possa impedirlo , è un consacrarlo ; e il consacrarlo è
come un introdurre
nel codice europeo invece della
legalità l’anarchia; e l’anarchia è tale pianta che non
cessa di gettar larghe propaggini.
Dunque gli altri go-
verni hanno dovere di intervenire e d’impedirla.
una tirannide universale dei principi verso i popoli. Anzi, io rispondo, ecco Si dirà: ecco inaugurata
salvati
i
popoli ed
i
principi dall’anarchia, dal socia-
lismo, dal
comuniSmo che ora minaccia fierissima-
mente non
solo
vile tirannide
i
governi
ma le nazioni. Qual più
che quella d’un Guerrazzi in Firenze,
d’un Pigli a Livorno, d’un Mazzini, d’un Avezzana
Roma ? Quale comunanza tra quei mitissimi principi di Roma e di ToNon vanno dirittamente al comuniSmo le loro
e d’un Garibaldi a sti
fanatici e
scana?
Ponete mente a queargomento: Quei buoni repubblicani si divisero i
dottrine, le loro usurpazioni? st’
troni e le reggie colle loro dipendenze ,
dunque con-
chiuderanno le plebi, noi possiamo dividerci dei ricchi e le loro dipendenze.
le
case
non sia marcito nella dottrina delle riEpperò voluzioni, e chi non sia un di coloro già preveduti chi
da Leibnitz che apporrebbero
il
fuoco alle quattro
mondo per il diletto di vederlo in fiamme, dee confessare che in simili casi, quale è ora appunto
parti del
lo stato di
Roma, 1’ intervento armato è la sola àn-
cora della salute, sì al popolo come al principe romano.
Finalmente per compiere questo quadro dal verso religioso, compendieremo qui ciò che altrove espo-
nemmo a dilungo. Il Papa resterebbe. Papa senza il dominio temporale, ma non avrebbe quella esteriore indipendenza che in
lui
desiderano
giustamente
le
nazioni cattoliche; la quale indipendenza fondandosi
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in
211 an diritto acquisito ed europeo tutte le nazioni cathanno pure il diritto di mantenergliela, e ,
toliche
tanto più se
badi che
si
rapitori di quella sovranità
i
sonò la schiuma dell’anarchia e della tirannide
(1).
Dunque, per tutto riassumere in un punto, la questione papale involve la libertà delpopolo romano, soperchiato, tradito, tiranneggiato; il diritto del principe che si annoda al diritto pubblico ed universale e quella indipendenza religiosa che da sè non darebbe un diritto su un trono qualunque del mondo ma si fonda sopra un ;
,
diritto già acquisito di giustizia e di possesso inviolabile.
Queste considerazioni rispondono alla Nota di Carlo Rusconi, ministro degli affari esteri, del 7 maggio, nella quale
si
viene garbugliando essere l’intervento
una questione religiosa. Chiaramente: essa è prima una questione politica e popolare come è quella di Leo-* poldo di Toscana; poi religiosa, sì però che essa tiene il
suo fondamento in un diritto politico
consecrato
dalla giustizia civile e dalla religione. (1) Dicono taluni:
Dunque
il
Papa e lo Stato romauo
—
saranno un feudo delle potenze cattoliche? !\'o, signori, il feudalismo coll’in-
voi errate nei termini, nè si concilia
dipendenza; ed
il
papa è dichiarato sovrano indipendente
da qualunque altra potenza. Le potenze cattoliche nell’asnon ledono per niente nè la maestà della sua sede nè i civili avanzamenti. Rendono impossibile la repubblica, è vero; ma la sicurargli la sovranità contra le usurpazioni,
repubblica o mascherata o scoperta , è un regresso e nou un progresso; nè il popolo romano avrà la dabbennaggine di credersi più illustrato da
una repubblichelta pigmea e
senza nervi, che dall’essere la città eterna e dell’universo.
la metropoli
Che se i papi non faranno a Roma il dono
funesto d’ una costituzione modellata su quell’ aborto che
sono le costituzioni francesi, rovine cadenti le une sulle altre, si assicuri Roma che i papi faranno meglio per la civiltà del loro Stato. si
fidi nella
Chiuda l’orecchio ai demagoghi, e
sapienza che
la
governa.
21-2
CAPITOLO LI. PENSIERI
SIILI-’ INTERVENTO.
>
UUnivers, che primeggia per finezza d’intuito nella filosofia politica «
e religiosa, rifletteva
il
dì
27 aprile:
Lungamente l’illustre Mazzini aveva soffiato l’odio
suo anticattolico e antipapale nei redattori del Nazionale. D’intesa con Marrast, egli prediceva la prossima caduta del trono pontificale, e applaudivano amendue alle
arringhe di Barrot, plaudente esso pure alle ritempo chi avrebbe detto a
voluzioni italiane. In quel
Mazzini, a Marrast, a Barrot, che un giorno la Kepubblica Francese, presieduta da un Bonaparte , Marrast essendo presidente dell’Assemblea sovrana e Bar,
rot presiedendo al Consiglio,
manderebbe una flotta a
Civitavecchia per togliere dalla cristianità lo scandalo della Repubblica Romana presieduta dall’illustre
Maz-
L’uomo si agita e Dio lo conduce. » Noi cravam chiamati papisti, quando al primo rom-
zini!
pere della rivoluzione di Roma, e all’innalberarsi di quella Repubblica, la dicevamo un semplice atto della gran commedia italiana, prenunciando che il Papato non crollerebbe nè dal Campidoglio nè dal Vaticano;
ma noi pure eravamo lungi dal presagire che un tal miracolo dovesse compiersi dalla Repubblica di feb-
Dunque la Francia non ripudia l’onore d’esser primogenita della Chiesa, e il trono del Sacerdote
braio. la
Re diviene esplicitamente per tutto il mondo un canone di diritto universale. i buoni ed i cattivi lavorano a compiere i disegni di Dio. Per le eresie veniva formolandosi più nettamente la fede, e sul tronco immortale della Chiesa sorgevano più vigorosi rampolli all’inaridirsi degli antichi. Or 1’ eresia mazziniana f eresia non dommatica
ma sociale, chiamava quasi a concilio
i
popoli ed
i
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213 sovrani per sancire quel
sommo canone
della civiltà
cristiana , cioè che l’indipendenza delle definizioni cattoliche vuole congiunta la sovranità al papato.
mera subalpina ebbe
1’
La Ca-
impareggiabile onore, quasi
conciliabolo mazziniano, di gridare a gola tutti
ma
imaginabili :
villi
i
professori di sofismi
i
ca-
non vin-
sero la ragione e la coscienza dell’ universale. Trista fu l’Italia! Essa
si
prese in questa causa le parti del-
Ma fu providenza, perchè essendo il primato del Papa la prima gloria italiana, e avendo le nazioni definito che quello si debba tener congiunto col principato temporale ciò che negava l’Italia (cioè la fazione dei sofisti e dei prepotenti ohe l’avvocato del diavolo.
,
la signoreggiava), e avendone una Repubblica assunto
l’impresa
,
la verità ne apparirà
più chiara ed irrepu-
gnabile.
Svolgiamo dall’uno all’ altro capo questa tela. La guerra contro il principato del Papa bolliva ferocissima, e sarebbe scoppiata. La providenza pigliava per mano il mitissimo successore di Pio VII nella sede d’Imola. L’amnistia e le riforme lo rendevano caro al
mondo, quanto 1’ ingratitudine, giuro facevano abborrire
i
la ferocia e lo sper-
ribelli
non immuni dal
sangue del Rossi. La misericordia e la giustizia si abbracciarono in Pio: egli pronunciava 1' amnistia e dichiarava la scomunica. Fra il
il
Pontefice e
pubblico delle nazioni non sospese
la giustizia della causa e l’affetto
il
i
ribelli,
suo giudizio:
preconcepito sforza-
rono gli animi in favore di Pio. Credete che la sola l’immenso amore procacciatosi da Pio
giustizia, senza
IX, gli avrebbe conciliato il favore di tutte le nazioni?
-
Non lo pensiamo. Avvertite ancora che gli stessi ribelli
,
i
quali lo festeggiavano per tradirlo , servirono
providenzialmente ad accrescerne la fama e l’onore, ed a se stessi l’onta e la riprovazione. Dio veniva dun-
que maturando l'opera sua. 11 Vicario di Gesù Cristo
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214 prima di bere il calice della sua passione del
,
al cospetto
mondo intero si era coronato di quei meriti che
gli assicurassero
il
trionfo della risurrezione. Diceva-
un tale: Beatissimo Padre, dove anderete con queRispondevagli Pio IX accennando al Crocifisso, cioè a colui che per fare il bene ha patito, e
gli
ste riforme?
poi è risorto.
di
Avanziamoci nelle vie della previdenza. Se le armi un re assoluto fossero entrate esse sole in Roma,
sarebbesi gridato al dispotismo: ed ancora al dispose non fossero concorsi in quel pensiero i prined i popoli. Ora sono le armi della Repubblica la quale rifiuta ogni affinità colla demagogia imperante sul Campidoglio; e la matta resistenza, che non i Romani, ma gli stranieri oppongono a quelle armi liberatrici dichiarerà quanto sia risoluto e fermo quel proposito dei principi e delle nazioni. Perocché se unanime fu in ciò il voto dei governanti,
tismo
,
cipi
Francese,
,
non fu meno il voto di tutta la cristianità chiedente che a Roma fosse restituita al popolo la libertà usurpata da una fazione tirannica, ed al Pontefice la tem-
porale indipendenza, guarentigia indispensabile alla libertà della sua parola, e a quella delie coscienze.
Ma facciam l’ultimo passo. Se Roma e l’Italia vanno salve da una più tremenda invasione che avrebbe involta tutta l’Italia negli orrori d’una guerra insuperabile a chi ne sono debitrici Roma e l’Italia? A Pio IX che resse fermo a non decretarla. Che fece per la ,
guerra il versipelle Mamiani, che fece quell’ ossame repubblicano, il quale col pretesto della guerra scavalcò Pio IX? Niente, nientissimo han fatto, perchè la guerra non era fattibile ail’Italia. Dunque Pio IX aveva colpito nel vero come principe non la dichiarando , e come Pontefice librava i diritti della giusti-
zia, e
proclamava e sosteneva intatta quella paternità
sacerdotale che , senza invidia e senza
amor di parte,
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215 abbraccia d’un sol amore i principi ed i popoli batMeschinissime creature che non sapete levarvi d’un dito sulle cose materiali, (issatevi neU’eccellenza tezzati.
di quel principio, e nella dignità che ne ridonda alla
famiglia delle anime. conciliava a Pio
Ebbene questa sublime sapienza
IX la stima e
dei principi della terra.
l’
affetto dei popoli e
E se l’Italia ebbe un principe
che colla maestà del re e colla grazia del sacerdote s’interponesse fra
i
vinti e
il
vincitore;
se
essa non fu
peggio lacerata dallo straniero dopo essersi lacerata colle sue mani, a Pio IX ne deve la grazia. Che sarebbe infatti accaduto all’ Italia se il Papa avesse bandito ciò che si diceva la santa crociata? Di due cose l’una: o l’Italia sarebbe caduta alla mercè ,
delle armi austriache, se la Francia
non interveniva:
o intervenendo la Francia, 1’ Italia sarebbe stata if campo d’una guerra europea, di cui avremmo sopportato il peso e lo sterminio. Ma chi ha più la dabbennaggine di affermare che la Francia intervenisse qual parte belligerante ed alleata dell’Italia? No, essa per ragioni interne ed esterne non interveniva.
Dunque
l’Italia sarebbe caduta alla sola mercè dell’Austria vin-
citrice.
Ecco il finale scioglimento a cui, senza saperlo,
anelavano
i
predicatori dell’indipendenza.
Al contrario, avesse la Francia occupato Civitavecchia prima del fatai giorno che fu il 12 di marzo! Sarebbersi allora operate
le
restaurazioni di Roma e
non sarebbe accaduto il Vaterloo di Novara, ed il Piemonte avrebbe avuto una pace onorata. di Firenze,
e
D
216
CAPITOLO LIL LA REPUBBLICA
ROMANA APOSTOLICA.
t
L’ Opinion publique contava tra
il
una favola dicendo che
Pontefice e la banda mazziniana sarebbe con-
chiusa la pace in guisa che
il
dominio pontificale a-
vrebbc d’ or innanzi nome e stato di Repubblica romana apostolica. Anzi, più che favola è questa un’as,
surdità impareggiabile.
Qualunque patteggiamento riguardante la forma politica d’ uno stato è indegno fra il governo legittimo ed un’usurpazione plebea che dà
la
:
e figura la sorte del misero
borsa per ritenere la vita.
Or quattro na-
non sono vigliacche al segno da imporre tal condizione vilissima al legittimo sovrano di Roma. 0 quezioni
avrà l’integrità del potere quale avanti riteneva, o non ne avrà nissuna. Dunque le trattative diplomatiche non potranno mai limitare la giurisdizione temporale del Papa. Ricordino i sovrani che la loro autorità vacilla od è caduta, quando le fazioni acquistano libertà prima usurpate che concedute. La storia di ben quattordici secoli ci convince che i sti
guai politici di Roma sursero da tre cagioni che furono gl’imperatori d’Oriente, gl’imperatorid’Occidente, ,
e
il
fantasma dell’antica Repubblica evocato di tratto
in tratto da Cencio sino a Mazzini.
Le aquile romane cominciavano ad abbandonar Roma, volando col figliuol d’Elena a Risanzio. Nel mezzo del secolo quinto il gran Leone che ferma Attila presso di Mantova faceva intendere a Roma che ornai non sarebbe salva fuorché sotto l’egida del manto pontificale.
Cadeva il settimo secolo, e l’impotenza e la tial popolo romano, abbando-
rannide bisantina dava nato e concalcato, la
il diritto di congiungere nel Papa corona regia alla sacerdotale. Nell’800, quel con-
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217 nubio era confermato da Carlomagno. Frattanto in quel quinto, sesto e settimo secolo,
menti, signoreggiandola
Roma era nei pati-
Bisantini, mentre suoi ret-
i
per la necessità degli avvenimenti e per elezione
tori ,
dei popoli, divenivano
i
Papi.
Eguali sciagure crearono in seguito a Roma gl’imperatori d’Occidente, ripugnando a quella indipendenza
che
grande Ildebrando
il
,
col nome di Gregorio VII,
veniva conquistando sulle orme dei precedenti Ponte tici,
seguito e rincalzato dai seguenti. Quale fu l’er-
rore
comune agl’imperatori d’Oriente e d’Occidente?
Fu il disconoscere che sulle rovine dell’antico imperio quella Providenza che aveva restaurato il mondo spi,
ritualmente, veniva edificando un imperio sacerdotale e regio, per restaurarlo civilmente.
Finalmente, quando gl’imperatori lasciavano ai Pontefici
compiere tranquillamente la missione data loro
dalla Providenza , allora le fazioni romane imprende-
vano l’opera incivile degl’imperatori. Roma sventurata! Fedele ai Papi saresti stata la più nobile fra le nazioni incivilite,
come fosti per quelli il faro della sa-
lute universale nel tempo della barbarie : al contrario ti
fecero debole , misera e serva dello straniero le fan-
tasie
repubblicane, che bollirono nel duodecimo se-
colo , e nel decimoquarto cagionarono il fatale trasporto delia sedia pontifìcia in Avignone.
In quei settantuno
a settantadue anni che durò l’assenza dei Papi,
Roma,
diventata uncadavero, intese che una legge providenziale l’astringeva
ad esser grande coi Papi, o ad es-
sere niente senza di quelli.
Ecco la storia! Or che faranno le Potenze
,
che farà
Roma? Di due partiti l’uno
:
o
il
Papa sarà restaurato nel
possesso libero e intiero del suo potere, spegnendosi il
fomite repubblicano, e lasciando il sovrano di Roma
in condizione
da reggere e governare con forza il suo
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218 popolo; ovvero blandendo alla rivoluzione, e impo-
nendo condizioni non accettabili al Papa novate
le persecuzioni degli antichi
,
saranno rin-
imperatori, e ali-
mentate le antiche fazioni che afflissero Roma. Inoltre 0 il Papa tornerebbe a Roma o non vi tornerebbe per ora: tornandovi qual protettore ufficiale d’un governo tatto laicale, sarebbe derisoria la sua indipendenza, sarebbe fallito o falsato lo scopo delle Potenze ed il Papa si presterebbe ad essere spogliato ufficialmente; non tornandovi, turbe e guai peserebbero sull’Italia, Gaeta sarebbe una seconda Avignone finché la mise,
,
ria e la disperazione eccitassero nelle
Romagne una
seconda rivoluzione.
Resta impertanto che una sincera parola cancelli per intiero la rivoluzione, e tolga dall’Italia lo scandalo
d’una tirannide che terminerà brevemente in un socialismo repubblicano, di cui Ledru-Rollin piò che Mazzini è il capo. Resta che il sovrano di Roma, libero come avanti, possa continuare con prudenza le riforme civili che a lui parranno convenienti, non impedite dalle potenze esterne, non comandate dalle fazioni interne. Resta che il popolo, cessata la tirannide mazziniana si restringa e s’inclini devoto al suo principe, assicurandogli la forza fisica e morale che si richiede a governare uno stato, a comprimere gli ,
interni tumulti , a cessargli la necessità di soggiacere al presidio delle armi forestiere; e da poter finalmente,
cessate le insurrezioni, consolidare in
un cogli altri
principi la civiltà italiana contra la barbara empietà
che la devastava.
Intendano i principi, intendano i popoli, che quando sovrani son deboli quand’essi regnano e non governano, allora governano e imperversano le fazioni; Intendasi, e ornai siam giunti all’ultima ora da intenderlo intendasi che nei sovrani deve essere l’occhio, l’amore onde discendano la prola mente il senno 1
,
:
,
,
,
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219 sperila e la libertà dei popoli.
ministri risponsabili, siano
i
vranno mai verso dall’ufficio, dalle
pria loro utilità
1
governi ambulanti,
pur eccellenti, non a-
la nazione il senso di paternità, che domestiche tradizioni, e dalla proe dei successori, è ingenerato nei
È dunque la forza del principe, in ogni forma di governo, l’àncora e il fondamento della salute. Le potenze cattoliche, venute al soccorso non già
principi.
di Mazzini ma di Pio IX, la
non scemeranno certamente
potenza del sovrano, restaurando
le antiche e por-
gendo il fomite a nuove discordie. Se il governo temporale dei Papi non fu senza macchia, fu però, ragguagliate le parti d’ un sì lungo decorso, il più paterno e liberale del mondo. Le imperiali prepotenze, i conti di Tuscolo e le altre interne fazioni hanno potuto elevare nei tempi
mezzo uomini indegni sul
di
ma non si ha un
trono di San Pietro,
tiranno fra
ed al contrario per bontà e sapienza, i Papi, quasi sempre superiori al loro secolo, oscurarono di
quelli;
lunga mano
tutti
i
troni dell’ universo. Boriosi e fa-
natici declamatori, non siete voi che celebraste Pio IX,
per bontà e per gli
civiltà, qual
abbandonò l’Italia
,
primo italiano? Non e-
ma voi la sacrificaste correndo
e infuriando all’impazzata. Resti
dunque libero e forte questo gran Padre ita-
liano , e per la salute di stianità
Roma e il decoro della Cri-
non soggiaccia mai più nè alle armi straniere,
nè a quelle de’suoi
.
figliuoli.
CAPITOLO LUI.
FIO IX È IMPOSSIBILE A ROMA.
Questa proposizione Pio IX è impossibile a Roma , che si distendeva per cinque colonne del Positivo (13
D
220 maggio), riassume la quintessènza della logica repubblicana. Autore di essa è Carlo Gazola exprelato, e
uno degli antichi redattori del Contemporaneo, giornale che innalzava sull’Italia la prima bandiera rivoluzionaria. Questo saggio dirà ai posteri di qual sorta
maniaci fossero gli oppositori di Pio IX. L’ exprelato professa a Pio IX nè riconoscenza nè odio ,
ma il suo piglio dà segno di profonda offesa
lancia contro
il
,
e
principe ed il pontefice un insulto co-
dardo, mentre prega il cielo di cessargli dal labbro le codarde parole. Udiamo le sue bizzarrie. Pio IX fu autore di azioni gloriose e magnanime, e
ad un tempo fu inesperto , indeciso, incostante e volubile.
La sola logica repubblicana saprebbe conciliare
coll’uomo inesperto, incostante e volubile l’uomo glorioso e magnanimo. L’amnistia , rispondiamo al critico,
è un fatto, e le circolari segrete da lui menzionate, o sono regole di prudenza indispensabile, o altrimenti sono invenzioni di Carlo Gazola. La concessione dei giornali non ripugna alla sospensione dell’audace Contemporaneo.
La Filippica ai Consultori
dei Ministri,
il
dileggio delle
prelatizia rimprovera a Pio
,
le persecuzioni
Camere, che la lingua
IX
,
e altre e altre simili
accuse , sono falsità e proprio un insulto codardo. In-
torno ai Gesuiti, Pio
IX fu pure consentaneo a se
medesimo. Chi avesse riferito ch’egli pronunciasse in qualunque tempo una parola men che onorevole verso quei religiosi, mentirebbe solennemente; e mentisce l’exprelato ciò affermando sull’autorità del p. Ventura e di Gioberti, perocché nella Gazzetta di Roma del 30 marzo, il Papa faceva esprimere offìcialmente la somma sua compiacenza verso l’intiero Ordine dichiarando di averli sempre riguardati come instancabili collaboratori nella vigna del Signore. Bisogna poi esser venuti oggi dagli antipodi , o imaginarsi di parlare ai ,
Cinesi ,
quando si osa di spacciare una contraddizione
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221 tra la missione di Monsignor Corboli a Carlo Alberto
per una lega doganale, e
la dichiarazione del 29 aper cui non si ritraeva il Papa ma affermava non poter entrare nella guerra. E a quest’ora non è un insulto più che codardo il dire che Pio IX ha compromesso i liberali, cioè i repubblicani ; e mentre
prile,
di
tutto
IX
il
mondo celebra la schiettezza angelica di Pio
il venirci a contare che niuno può fidarsi di lui? Pio IX sedeva fra due mondi, studiò di conciliarli,
e
,
1’
avrebbe fatto se non venivano a interromperlo i *
barbari mazziniani.
Tu inarchi le ciglia, o lettore. Attendi ancora, e vedrai che questo è niente. L’exprelata, uscito di prelatura e di senno,
già intima
Concilio, caso che Pio
un Concistoro od un
ti dipartisse
dalla vera fede di
Non è logica repubblicana? E quando ciò non volesse fare il Concilio, l’exprelato propone ai Romani Cristo.
l’esempio di Benedetto IX cacciato dal popolo romano.
Ma, con buona licenza del Gazola, diremo che non corre
il
paragone tra l’ottimo Pio e quel pessimo Be-
nedetto, che da una fazione comprava la sede e da un’altra ne era cacciato.
A Carlo Gazola
,
ai repubbli-
cani rossi e infocati questa logica rivoluzionaria. Ai quali ricorderemo quella legge di providenza già avvertita dal Baronio,
cioè che in tempi felici per la
fede Dio lasciava correre Pontefici mediocri o cattivi
come il nono Benedetto, ma gli volle grandi nei disastrosi, come noi vedemmo il sesto, il settimo e il nono Pio.
-
s
*
Ma difficilmente convertiremo al buon senso Carlo Gazola; ed egli è parimente forte in teologia ed in canonica. Vedi maraviglia! 1 canoni, egli dice,
fanno
rimovere i vescovi che hanno perduto la confidenza del loro gregge: dunque sia rimosso il Vescovo
abilità di
di Roma che l’ha pure perduta.
Voi siete acuto, monsignor Gazola! Secondo voi,
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m Pio IX ha perduto la confidenza del suo gregge.
Ma
il gregge di Pio IX? Sono i Ventura, i Gavazzi, gli Ugo Bassi, gli Armellini, i Mazzini, gli scrittori dei gior-
diteci in grazia, qual è
Muzzarelli,
Gazola,
i
i
nali rossi e radicali, gli anarchici, gli exprelati, ex-
preti, exfrati; o con questi sono anche
da annoverare romani e poi tutti i veri italiani , ed insomma tutti i cattolici dell’orbe che vogliono ed avranno certamente il loro venerato Pastore restaurato sul Vaticano? Oh vedete, caro, quanto la sbagliate nel restringere la greggia di Pio IX a quàttro repubblicani con alla testa due exprelati! Risanatevi gli occhi, o piuttosto la mente, e vedrete che i
veri preti ,
i
veri frati ,
i
veri
,
l’universal greggia dei fedeli, fuori soltanto
i
dema-
goghi, vogliono esaltato non che abbassato Pio IX.
Anche un fiorellino di scisma farà buon condimento alla teologia repubblicana. Ammesso il primato di Pietro, aggiunge
il
«ma dal primato di Pietro
Gazola:
a noi pare inesorabilmente caduto Pio IX.
»
Nella
fantasia exprelatizia Pio IX è caduto inesorabilmente dall’ autorità spirituale:
il
che dice scisma od eresia.
Due cagioni han potuto condurre l’exprelato a questo passo: la
furore rivoluzionario che brucia le menti;
il
scomunica, che aggiunta all’ostinazione, brucia la
coscienza.
s
Cosi bruciato
il
buon Gazola,
colla cattolica fran-
chezza di figlio (ossia con impertinenza da scismatico)
scongiura Pio IX ad eleggersi altra stanza, perchè a Roma il sangue sparso grida contro di lui.
Adagio signor Gazola. Di qual sangue parlate voi? 10 vedo il sangue del Rossi e del Palma; vedo il sangue sparso in tutte le provincie romane dal pugnale ,
democratico, o fatto o lasciato scorrere dalla vostra Repubblica; ma di questo sangue è colpevole la vo-
Repubblica e non mai il Papa. Vedo pure sangue che là vanno a spargere, per tutelare una
stra bella 11
,
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f
223 infame ribellione, i ribelli e i fanatici di tutta l’Europa. Dite, Monsignore: è Pio IX o Mazzini che ha
Roma quelle bande armate per comprimerla ed assassinarla? Colpevole sarebbe il legittimo sovrano di Roma colpevole il mondo civile se lasciaschiamato in
,
sero più a lungo
Roma sotto il ferro di quel dispo-
tismo vandalico.
Dunque se nella liberazione di Roma
spargerà il sangue, quel sangue griderà contro gli inauguravano la rivoluzione, che la imponevano al popolo, cui essi tradivano, forzavano, e non cessano dal tradirlo colle bugie e dall’incatenario colle minacce e colla violenza del barbaro. Fucina di
si
assassini che
bugie furono pio
la
tutti
Positivo
il
sulti è
il
giornali repubblicani: per esem-
12 maggio; e una fucina di bugie e d’invostro articolo, signor Gazola.
poi e l’anarchia e
vento delle nazioni glio
i
presidenza di Ledru-Rollin, annunciata dal
i
Le violenze
furori che necessitarono l’intersi
conoscono in parte, e vie me-
quando sarà cessata la dittatoria prepotenza.
Carlo Gazola, voi avete ragione di gridar alto. Se appartenete alla scuola della Giovine Italia, come pare,
non ignorate che la Giovino Italia era destinata per centro alla Giovino Europa. Mazzini ve l’ha an-
certo
nunziato.
Ora la Giovine Italia è vicina alla sconfìtta, Europa dei socialisti. Agridate ferocemente contro il Papa che
e con lei cadrà la Giovine
vete ragione
:
non può concedere la sua sedia al socialismo europeo; maledite le armi che taglieranno la radice del socialismo da Mazzini piantata sul Campidoglio. Gridate pure; ma griderà di rincontro una voce universale: La società ha vinto, Inciviltà ha soggiogato la nuova barbarie, l’umanità è salva!
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m CAPITOLO LIV. DtTE PARTITI
IN
ROMA;
1° l Mazzinisti pun.
Lasciando da parte i’obbedire che fa
che in
la
plebe, organo insensato nel-
impulso rivoluzionario , vediam
Roma due partiti gonQan le vele alla
repubblicana.
Il
gue, neganti
al
di
all’
barca
primo è dei Mazzinisti di puro sanPapa ogni realtà, e sin l’apparenza
dominio temporale. L’altro è dei Mazzinisti tempe-
rati , ossia Mamianisti , contenti di lasciare al Papa un
nome ed una vana apparenza di quell’autorità. Ciascuno di
essi
procede in varia guisa:
i
primi colla
i secondi coll’astuzia. Gli uni e gli altri tengono a bada i Francesi che, respinti non senza qualche inganno nel 30 di aprile, stettero guardando
sfrontatezza;
le loro
di
armi e tessendo con misteriose trattative la tela
Penelope.
La
sfrontatezza dei Mazzinisti
puri , cangianti
il
bianco in nero e viceversa, è scolpita nella lettera che triumviro Mazzini, nel 16 maggio, indirizzava al-
il
l’inviato francese, Ferdinando di Lesseps. Egli dichiara
urbi et orbi che
il
suffragio universale con magnifico
la Repubblica Romana, quando mancava un’armata per imporre quel suffragio, e de-
entusiasmo procreava
naro per comprarlo. L’assassinio di Rossi fu un’azione isolata, e seguita da un ordine perfettissimo. Aderirono i circoli ed i municipii. La confidenza e la fi-
nanza furono restaurate. 11 popolo subirà io scisma il Papa. Al suo ritorno ricomincierebbe la lotta delle società segrete. Così dice il Triumviro. Rispondiamo brevemente In onta dei terrori e delle violenze, una sì piccola minoranza era concorsa al piuttosto che
suffragio universale, e coll’ astenersene,
maggioranza aveva protestato, che
una sì gran
illegale e nulla fu
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225 romana, epperò di niun valore
la Costituente
la
Re-
pubblica da essa proclamata; e quand’anche fosse stato pienissimo quel suffragio, gliere
il
non avrebbe potuto
vincolo di giustizia che stringe
principe, essendo
la giustizia
il
scio-
popolo
al
non l'ancella dei popoli
ma la sovrana. La morto del Rossi era decretata qual primo anello della catena repubblicana, e fu largamente pagata. Chi Iosa meglio di Mazzini? Chi meno di lui dovrebbe aver fronte da negarlo? Mancò a Roma una milizia da combattere per l’Italia, ma una milizia di assassini non mancò a Roma, non il filo da moverla, non l’oro da pagarla. (ìli assassini trucidavano, il Governo lasciava trucidare: ricordiamo solo Ancona, Rologna, Sinigaglia, Faenza, Forlì, Ascoli e Imola. Sono queste orde di assassini, organizzate, ]>crmancnli e passeggiali ti alla pubblica luce, clic fe-
cero denominare gnale.
Ecco
elessero
le
!
la
guerra italiana, guerra del pu-
ordine perfettissimo che Mazzini vanta
1’
olficialmente
Sotto
1’
impero di questo terrorismo si che prova adunque Che provano circoli, non
autorità municipali;
l’adesione dei muuicipii?
organi del popolo,
i
ma fabbri audacissimi d’insolenze,
d’illegalitk e di rivoluzioni? Dite
che rinacque
la
fi-
ducia. Menzogna. All’estero neppure un Governo, nep-
pur Sicilia, neppur Venezia vollero riconoscere il misero fantasma della Repubblica Romana: nell’interno crebbe sempre elio
il
terrore, e chi respira
un
men
fiato
repubblicano è morto o incarcerato. Il Labaro col proprio sangue una moderatissima libertà
scontò
d’opinione;
il
Costituzionale Romano,
minaccie del pugnale,
si
dopo le replicate
tacque, espatriarono
i
suoi
Ecco la fiducia vantata dal pervicave triumDite che si è restaurata la finanza. Ma come?
redattori.
viro!
Coll’assassinio delle chiese,
dei
palazzi
papali, dei
pubblici edifizi, dei tesori d’arte, ed insomma di quanto
aveva
di
più sacro, ed eresi largito alla città santa Ili
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226 dai fedeli di tutto
o barbari
,
il
mondo. Ecco la vostra finanza,
che divorate
berate una volta
il
l’oro e vomitate la carta. Li-
popolo da questa tirannide ;
il po-
polo che, lungi dallo scisma, avrà imparato dalla vo-
quanto debba nell’ avvenire tenersi più caro il Padre, il Re ed il Sacerdote. In quanto a voi, che minacciate la società colle armi delle conventicole
stra barbarie
segrete, in ciò pronunciate la vostra sentenza. Queste
conventicole vi son note, esse furono l’opera della vostra vita;
ma appunto perchè segrete, sono l’opera di
cospiratori, di traditori del popolo, e non l’opera del
popolo. Sì limpida confessione,
fatta
dal
triumviro
Mazzini nel documento precitato, è solenne e preziosa. Essa dice che le società segrete hanno trionfato: repubblica socialistica a Parigi, impero germanico a Francoforte, dittatura nell’Ungheria, separazione del
Roma, sono una un solo trionfo. Dice ancora che, se gia-
potere spirituale dal temporale in sola cosa ed
ceranno per ora vinte queste società segrete, esse torneranno a macchinar nelle tenebre: C’est la tutte des tociétés secrètes
à recommencer. Ecco l’impenitenza
fi-
nale.
A questi mazziniani fa codazzo una turba di gente meno cattiva, che non vede il fondo della questione, non vede il socialismo appiattato nella rivoluzione europea, e nella questione papale non sa altro vedere che la divisione dei due poteri; che però ne è il meno. Fondare in Roma un centro al socialismo italiano è l’idea madre. L’Italia del popolo , l’Italia ideale , I’Idea
mazziniana, spiegata dalle sue dottrine e dalla sua pratica, è
cialismo ed
un panteismo religioso e sociale, è il soil comuniSmo incarnato. La povera gente,
e gente anche togata, se lo beve, e non sa dove si vada.
Qui un riflesso. Tale dottrina è veleno di morte alla umana: se Mazzini e Armellini cogli exprelati
società
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227 non avranno l’animo di dedurne per HI di logica le ultime conseguenze, verrà dopo di loro chi saprà farlo.
Ma questa dottrina si è armata della spada dal Campidoglio, é minaccia l’Italia.
,
e fulmina
Dunque qual ri-
medio a vincerla? I sillogismi non vincono la spada: dunque la salute pubblica vuole perentoriamente che alla spada si opponga la spada, e che il socialismo mazziniano scenda dal Campidoglio che ha usurpato. Quando il Corano passava dalla disputa alla scimitarra, l’£uropa si levava in armi: ora, mentre fa altrettanto il
socialismo, mille volte più antisociale del Corano,
Europa starà a guardarlo? La questione romana è questione vitale per la civiltà europea non ci dovesse anche entrare il Papa. Mazzini comandava a Roma 1’
$
prima di esserne fatto cittadino, rappresentante e triumviro; Armellini ne recitava le sentenze e le parole nell’apertura delia Costituente, il 5 febbraio. La rivoluzione di Roma fu mazziniana sin da principio ed al presente è un socialismo armato, svelato nella sostanza, ,
e tanto chiaro nelle sue evoluzioni presenti e future
quanto sono chiare nei loro antecedenti lo logiche conseguenze. Dura necessità è quella delle armi: ma le armi sono umane e. civili quando salvano da mali peggiori la Società.
«
Mazzini termina il suo documento del 16 maggio: Voi lo stemma caduto non potrete rialzare altri-
menti che su monti di cadaveri e sulle rovine delle nostre città.
*
Codardi
!
Non ardirono mostrar la fac-
cia nella vantata guerra dell’indipendenza, e
ciano di atterrar colle mine
la città santa.
minac-
Non
fa-
ranno:
ma la Francia temporeggia, e viene a patti
con
gente che
tal
si
pretende capace di seppellir vivo
un popolo che ha sedotto, spogliato e tiranneggiato? No, non sono questi puri Mazzinisti che indugiano la
Francia sulle porte di
dei Mamianisti.
Roma, ma sono
le astuzie
-ti etitfwrtU'
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,
•2*28
CAPITOLO LV. IUTE
PARTITI IN ROMA:
2° I Mamianisti.
Mazzini può dire con Proudhon: è
l'
Il nostro principia
ateismo in religione, nella politica è V anarchia
nell' economia politica è la non-proprietà.
,
r
La divinità che
è una creazione della sua mente , non è un Dio; non ammettendo verun diesso idoleggia nella sua Idea,
ritto nei
principi di governare
i
popoli, egli si fa pa-
dre dell’anarchia; nel decreto del 27 aprile dicendo che la vita e
le facoltà dell’uomo appartengono di diritto
alla Società, egli crea nella teorica e nella pratica
il
comuniSmo. Mazzini triumviro dice più che non basta per intendere ciò che sia diventata Roma. Favola delle nazioni, popoli anche meno colti ne avranno dolore i
e pietà.
Aggiungiamo però che se Mazzini ottenne grado e favore in Roma, non è tanto per la sua destrezza, quanto per
l’astuzia
d’un partito che servivasi di
per distrurre sostanzialmente
ed ora pure
Francia una la realtà
il
lui
dominio pontificale
si
serve di lui per mercanteggiare colla
tal
restaurazione del Papa, nella quale
mani del nome o l’apparenza al Papa. lochiamo
del governo temporale resti alle
partito, ed
il
Mamianisti costoro, essendo stata sempre l’idea seguila da quel ministro. Questo partito è il più fatale a Roma, esso complica singolarmente la questione papale, esso detesta
Mazzini e vede impossibile la Repubblica, ma la soe pone ostacoli alle armi francesi, e guizza nella diplomazia, e s’ industria nelle trattative. Alle crude formole, decadimento del Papa, ovvero, incom-
stiene,
patibilità dello spirituale
col
temporale, che sono in
fronte al programma mazziniano, essi hanno surrogato
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229 quest’ altra: intiera secolarizzazione del governo temporale.
La quale
piedi
un simbolo di monarchia, seduce
piega
a’ versi
loro che
a’
è
più modesta, più
mite, lascia in e
perfino
si
degli animi onesti e religiosi, parendo
cardinali
e monsignori
non
stia
bene
il
mondo.
trattare cose di
Diciamolo pure, Mazzini è morto, o più veramente
nè esso nè Proudhon non furon mai nati; ma
i
Ma-
mianisti, o subdoli o ciechi, sono molti fra gl’italiani,
e più fra
Romani,
i
cosi la faccenda:
ai
quali parrebbe
di
aggiustar
Mazzini vada a spasso colla sua Idea
mistica, socialistica, entusiastica, e se ne abbia il ben servito dell’avere distrutto il potere temporale del Papa;
questo potere
si
divida
fra
i
Mamianisti
,
e
risurga
l’antico Senatus Populusquc Romanus; e la giovane
pubblica,
tacendo questo
qualunque,
si
nome e
Re-
pigliandone altro
ravvolga nel manto pontificale per una
specie d’onore. L’intiera secolarizzazione del governo
romano ha un tale significato. Ma supponiamo che significhi meno, e comprenda solo una proibizione fatta al Papa di eleggere alle cariche del governo preti o cardinali. Esaminiamo questa sentenza.
Perchè rispetto a
Papa dovrà essere d’ inferior condizione qualunque regnante, il quale ha facoltà di
il
eleggere ai pubblici stiche? estere
uffizi
È dimostrato che
persone laiche od ecclesiail
ministro delle relazioni
non può essere altro che un cardinale, nei trat-
tati colle altre
potenze dovendosi provvedere che niun
nocumento ricevano le cose della religione cattolica; che non è idonea la qualità di laico. Ma nuova ra-
al
gione ci suggeriscono i tempi. Studiamola attentamente.
L’ultimo scopo di tutte
le rivoluzioni, già in atto o
pendenti , è questo Non più freno civile nè religioso. Molti vi sono amanti d’una temperata e vera libertà, :
i
quali
hanno virtù da cominciar le rivoluzioni, ma
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,
230 non da contenerle e moderarle. Essi furono adoperati per abbattere l'antico, e ne furono glorificati;
ma nel
ricostruire furono inesorabilmente rifiutati. Il fatto è
innegabile:
tutti
i
padri e gl’idoli del risorgimento
italiano caddero fulminati
dal loro partito rivoluzio-
nario; Gioberti più d’ ogni altro, perchè più d’ ogni altro avea servito, e
promettevano che servirebbe,
si
come aveva incominciato, la loro causa. Frattanto fu atterrato l’assolutismo, che certamente non era il dispotismo; e lo Statuto, vagheggiato quale un mezzo e
non come
nismo, ossia
fine, cedette in al
un tratto al repubblica-
mazzinismo ed
al socialismo.
La li-
bertà è una derisione infame; la religióne è assalita e depredata; l’insegnamento, questa
suprema libertà
delle menti e dei cuori, è usurpato, corrotto e fatto si chiama Semplicemente non più ordine politico nè religioso, non più governi assoluti, costituzionali o repubblicani, ma l’anarchia e la distruzione. S’ invoca un solo principio, una sola divinità: la divinità, ossia
schiavo della prepotenza rivoluzionaria che
lo Stato.
:
la sovranità popolare.
spezzano
i
troni,
si
conculca ogni giustizia,
Si
spezzeranno
le
si
repubbliche nel
nome di questa feroce divinità. Negheresti la luce, negando che un tal partito porti sull’orlo della dissoluzione.
ci
La Francia ha un'ar-
mata per contenerlo; ma che ha il Papa? Che si conviene meglio al Papa? Questo si conviene a lui un governo morale e catto:
lico, modello dimorale civile e cattolica a tutti i governi.
Ora
,
secolarizzando per intiero
il
governo di
Roma
avrebbesi in questo tempo un governo scolpitamente
morale e cattolico? un insegnamento perfettamente morale e cattolico? una civiltà insomma e una libertà che niente offendesse la religione cattolica? Ah!
ci si pensi,
che qui è il nervo della questione , qui
malizia del
la
partito che appetto di Mazzini ha vanto di moderato.
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231
Rammentiamoci che sotto il ministero di Mamiani le
bande salariale gridavano in Roma: Viva Pio IX, IX solo ; abbasso i Cardinali! 11 buon Tacito av-
Pio
vertiva che rincalzo dei sovrani sono
congiunti,
quali per ordinario
i
figliuoli
figliuoli
ed
i
ed
non tradiscono
Or ciò che sono ai principe laico
principe. i
i
i
i
il
fratelli,
congiunti , ciò sono i cardinali al prin-
cipe sacerdote. Se il Papa torna solitario a Roma , do-
mani il partito risalirà il Campidoglio, e se il Papa non sarà assalito e bersagliato come nel 16 novembre, egli non altro sarà in Roma che un umile prete del Vaticano;
ranno
i
i
Mamianisti e poi
sovrani.
i
Mazzinisti ne torne-
E allora sarà doglia sopra doglia.
Allora, addio indipendenza del Papa, addio libertà d’associazione religiosa, addio libertà dell’insegnamento cattolico, addio governo cattolico conveniente ad un Papa: ed invece di questo, governo rivoluzionario e sempre rivoluzionario. Di quale onta non si coprirebbe la Francia se po-
nesse
mano a questa trama!
Promoviamo dunque il governo clericale, il governo di casta? No certamente. Sia libero il Papa di assumere gli ottimi fra i laici e gli ecclesiastici. Se v’ha ingiustizia nell’escludere i laici, perchè non sarà un’ingiustizia pari l’escludere gli ecclesiastici? Anzi sarebbe
più enorme ingiustizia nel governo papale. Se è utile e giusto che
i
congiunti del principe non siano espulsi
dalle cariche dello Stato, è pure utile e giusto che non cardinali, che di quello sono gli eleted i fratelli. Contemperare le parti dei laici e degli ecclesiastici sarà ufficio del sovrano. Gli ambasciatori ordinari del Papa, ossia i Nunzi, saranno tutti ecclesiastici, per le attinenze che possono avere le cose civili colle ecclesiastiche, e queste primeggiando
siano espulsi
i
tori
ma ciò non fa che ambasciate straordinarie puramente laicali non vengano affidate a secolari.
su quelle : e
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232
E l’essere Roma, per del
il
seggio di Pietro, la capitale
mondo, non compenserebbe largamente i Romani
del cedere alcuni uffizi agli ecclesiastici che rettamente
Non sono italiani o romani la più Non sono pei Romani le maggiori
amministrassero?
gli
parte dei cardinali?
probabilità di cingere quella del papato?
Cessino dunque
corona del principato con
la '
le
fazioni
>
romane, e torni libero il
Papa, questo primo simbolo della paternità e della libertà universale.
CAPITOLO LVI. PRIME DIFESE.
I
fatti
c’incalzano: noi riepiloghiamo.
Mamiani ritiravasi dalla Costituente
:
prudenza ri-
voluzionaria e non virtù. Mazzini, acclamato cittadino
romano, poi rappresentante, poi triumviro, rimaneva capo della nequizia repubblicana portandogli le fìmbrie del vestimento i due accoliti triumviri, Armel,
lini
e Saffi. L’autore della Giovine Italia era nel suo
seggio: circondato da poca plebaglia tra giornalistica,
o armata o togata, eleggeva, egli profugo genovese, quali ministri principali delle sue violenze tese
Avezzana
,
ministro di guerra
,
il
piemon-
ed il nizzardo Ga-
ribaldi , condottiero dei profughi ai quali non restava altro suolo
mani.
nè altro pane fuor quello dei miseri ro-
Come nelle invasioni dei Barbari,
il
presente
era governo cosmopolitico e non romano; e all’avvicinarsi dei Francesi
rea ed
dominava con una violenza fer-
una malvagità infernale.
Entrata in Roma la masnada di Garibaldi, Mazzini, l’apostolo dalle giaculatorie e dalle bestemmie,
onnipotente,
si
sentì
ma intese pure la necessità di rammoN
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Coogle
233 Indire colla frode la violenza.
Il
rizzò imperlante al clero ed alle
pio socialista s’indi-
monache,
loro an-
nunziando che l’Assemblea inspirata da Dio aveva deRoma sarebbe salva, alla forza opponendo la forza; che da ogni parte animi forti e gentili accorrevano sotto il sacro vessillo della patria indipendenza, e per loro dessero intanto letti e biancherie; si prostrassero a Dio per ottener vittoria alle armi e amore da lui che per amore era disceso a far libera « Siano la sua creatura. Conchiudeva contra il Papa pubbliche le vostre preghiere, perchè di esempio e di vergogna a coloro che vogliono versato il sangue cretato che
,
:
fraterno. L’evangelica carità
unisca co’nodi di sua
si
fede pura e scevra d’interessi mondani. » della fede pura
il
Cosi parlava
rapitore d’un trono , e anelante alla
signoria universale dell’Italia!
Ma in quel tempo egli
per pura carità evangelica aveva già espulse
le
mo-
nache di s. Silvestro, di santa Marta, di Campo Marzo, e simili; ministro di quella espulsione e devastazione
era stato levansi sciolti
il
padre Gavazzi. Con quelle espulsioni vo-
sciogliere
col
fatto
gli
ordini
religiosi,
già
nel diritto dai nuovi papi ; nè mancava la spe-
ranza di trovare nascosti ori od argenti
(1).
Fu levata la libertà della stampa perchè non si divorassero le nequizie presenti e future; fu instituito (1)
Il
decreto mazziniano per
1’
abolizione
di
tutti gli
Ordini religiosi fulminavasi il 27 aprile, e contiene il fiore di quel comuniSmo che annulla lutti i diritti degli individui, rifondendoli e concentrandoli in quel potere universale che è la Società,
il
Governo o
formola: « La Repubblica
lo -Stato.
Eccone
la
Romana in nome di Dio e del
popolo, considerando che la vita e le facoltà dell’uomo ap-
partengono di diritto alla Società e al paese; che la Sonon può ammettere vincoli irrevocabili che alienino
cietà
da lei e restringano in certi limili la volontà e V azione delil Triumvirato decreta ecc. » Che rimane dunque
l’uomo:
di proprio all’uomo, se la vita, \e facoltà, la volontà, l’a-
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234 senza
le debite legalità
un nuovo municipio; nominato
a nuovo generale della guardia civica l’avvocato Stur-
mano a Mazzini.
binetti , per corromperla e darla in
Avezzana con soprassoldi e promozioni stranissime comprava la milizia; il vecchio Armellini co’suoi raggiri forensi encomiava la sapienza del triumviro dittatore il nuovo generale Sturbinetti e l’avvocato e co,
;
lonnello Galletti, arringavano
il
popolo sulla piazza
degli Apostoli, lodandolo, ringraziandolo e infiammanil governo del nuovo Beatissimo e adorno del berretto frigio e del triregno; i padri Ventura Bassi e Ga, vazzi facevano genuflessione e baciavano i piedi. Così bel bello s’addormentava il popolo Mazzini occupava tutti i poteri, si richiedevan pure le armi d’ogni genere onde rendere impossibile una resistenza, e la
dolo
a sostenere
Santissimo
,
ed a questo nuovo papa ,
,
città
era dichiarata in istato d’assedio.
Tutto era guerra,
ma guerra dei Mazziniani, dei
la ciurmaglia armata a far vendetta e bottino dei Romani. Furono spogliate e
Garibaldiani e di tutta
devastate le ville Pamfili, Corsini, Valentini, Spada,
Barberini; distrutte la Borghese e
la Patrizi;
rubati
e demoliti innumerevoli casini alle porte Angelica e
Cavai leggeri; e altre proprietà incendiate o desolate nell’interno della città. Così riempivan le borse e sfo-
zione ,
non più appartengono a lai ma le usurpa lo Stato?
Dite il vero: Mazzini non è più comunista di Proudhon?
È da dire che una sentenza così tremenda, la quale non fu mai
sì
nettamente formolata da niun despota della terra,
uscisse per distrazione dalla bocca di Mazzini ;
ma essa gli
anima; ed il comuniSmo mazziniano, se mai mai -veduta nell’Italia. Ecco il perchè le Camere sono così arroganti e dispotiche esse sono mazziniane. O Piemonte, i Mazziniani giaceva
nell’
allignava , sarebbe stato tirannide non
:
ti
signoreggiano , fanno leggi ,
gione , la libertà,
il
ti succhiano l’oro la reli, sangue, e non te ne avvedi!
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235 gavano contro la nobiltà
le ire
La voce
repubblicane.
sfogavano nei giuri e spergiuri. Cernuschi giurava all’Assemblea che seppellirebbe sotto
le
rovine la sua
casa e la famiglia, dimenticando ch’egli straniero non
aveva in la
Roma nè casa nè famiglia; e guadagna vasi
presidenza delle barricate. Al clero predicava
reverendo Gavazzi
santa crociata contro
la
il
il
Papa;
ma fruttò poco la sguaiata eloquenza del padre. Uscirono
i
caporioni del Circolo popolare, Giuseppe Can-
nonieri, Carlo Arduini ,
Pietro Guerrini,
Serafino
Cola , invitati da Mazzini a sostenere colla parola t'iva e ardente della fede il coraggio del popolo, dilatarlo
ed infiammarlo. Mazzini predicava col Monitore e coi proclami, vomitando giaculatorie a Dio e bestemmie al Papa. Uno di essi, tutta pasta mazziniana, non registrato dal Monitore
ma conservato nella stamperia
del governo, diceva: «
Romani, il 29 aprile 1848 fu dì nefasto per l’Iil 29 aprile del 1849 sarà giorno di splendore
talia;
e di gloria. Allora la pentita
mano d’un Pontefice se-
gnando la famosa enciclica tolse il brando all’ Italia,
e
di
pugno
inerme nelle fameliche braccia
la gittò
dello straniero: oggi pel contrario
il vigoroso
braccio
Oh sì, i popoli non glorie nè le infamie! Romani, 29 aprile è la più vergognosa pagina della nostra storia: bisogna emendarla con un fatto glorioso: il momento n’è presso. Romani, è forza del popolo ripiglia quel brando.
dimenticano mai nè
le
la fatale enciclica del
provare all’Europa intera che questo popolo sfuggito alla schiavitù della tiara è d’ assai più nobile che i novelli Druidi del cristianesimo. I Francesi d’oggi non
son degni di
Roma,
se
si
attentano di risoggettarla
ai preti, alla genia più codarda e immonda della terra, alla voracità dei mitrati vampiri , alle simonie e tur-
una corte in odio al cielo ed agli uomini. Romani, all’armi! I nostri cadaveri sian d’ inciampo
pitudini di
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236 al
Francese che viene col farisaico manto della reli-* Fra la morte e i preti non sia dubbia la scelta.
gione.
— Koma, 29
aprile 184-9.
»
Gli Oratori del popolo strombazzavano:
che si combatte è santa.
—
«
La guèrra
Dio e il popolo sono il fondamento d’ogni giustizia. La religione pura di Cristo dà coraggio e costanza. Il dominio tempo-
— —
rale dei preti è contrario alla dottrina di Cristo.
—
La repubblica è il governo più giusto e conforme al Vangelo, e deesi difendere a costo della vita. » Si martellava il popolo, si corrompeva, si pagava, si bestemmiava, e si esponeva il Santissimo: tutto per ordine del governo. Sarebbesi voluto fare inciampo ai Francesi coi cadaveri del popolo, ma il popolo non ebbe gusto di quel martirio; e neppur l’avevano i Mazziniani, corsi a Koma per arricchire, spogliare,
signoreggiare, non già per farsi ammazzare.
E ben lo dimostravano il domani che era prile,
il 30 aquando accostandosi alle porte i Francesi in tre
0 quattro mila, senza artiglieria e le armi al braccio, perfidi gli accoglievano con segni e voci di amicizia, 1 e tiratili nell’imboscata, dalle truppe di Galletti e di si uccidevano alcuni e altri cento o ducento facevan prigioni. Quel tradimento faceva intendere che in Roma erasi rifuggito un branco di volpi e non
Garibaldi
,
si
di leoni.
Ma ciò bastava alle volpi repubblicane che
volevano intuonare un grido di vittoria, comunque fosse, mostrare qualche prigioniero alla città per sollevarne l’entusiasmo, avvilire sto alla Montagna di
i Francesi, dare pretevomitare insulti contro il governo
che aveva mandato a macchiar neH’Italia l’onore miFrancia, e mantener vive le speranze a-
litare della
gl’insurgenti della Francia, dell’Ungheria e dell’Italia.
Quindi Mazzini, la volpe madre, vantar la frode di Galletti come un trionfo del popolo romano: « La Francia avrà finalmente veduto a prezzo del proprio
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:
237 sangue se noi siamo una fazione; sequi si rivoglia il governo dei preti. Hanno sventolato la bandiera bianca e gialla.
Un popolo intiero la salutò di urli e di fu-
cilate. »
Cosi conchiudeva il Monitore.
Ma quel popolo
erano le poche volpi lanciatesi dall’imbcscata.Il Triumvirato gridava : * L’onore è salvo ; Dio e i nostri fucili
faranno
il
provincie che
resto. il
*
Il ministro Saffi spargeva nelle
popolo era tutto sulle mura, che
le
genti accorrevano, e che per poco tutta l’Italia era in
Roma: ma
smentiva Mariani rimproverando quei della Comarca d’essere ingrati alla generosa Repubblica che loro aveva tolte le tasse sul macinato, sul lo
sale e sul tabacco.
-
Se non fosse or chiaro che quel covile repubblicano non fece mai altro che pascere il popolo di menzogne e d’inganni, basterebbe il solo fatto del 30 aprile a dimostrarlo.
CAPITOLO LVII. BUGIE, LATROCINI!, SACRILEGI.
I
pochi preti repubblicani giuocavano a bugie coi Il cappellano Ramaldi divolgava: « I femuoiono modellandosi sul nostro divin Salvatore. »
Triumviri. riti
Ma, signor Ramaldi, quando mai il Salvatore fu un rivoluzionario? o morì egli da rivoluzionario? 11 Monitore stampava: « Le donne fanno ressa per essere ammesse negli spedali. » Vero ciò, ma le più eran donne da lupanare, c per le orribili immoralità, alcuna ne fu cacciata. Diceva ancora il Monitore « Corre voce che i generali nemici, i generali del papa abbiano detto ai soldati: le belle donne di Roma saranno premio del vostro valore: » Il k maggio leggevasi in
un proclama:
«
Il
re di Napoli innalza per
Dìgitized by
*238
noi la bandiera della tirannide illimitata.
A caratteri Oggi la
di sangue sono scritte le liste di proscrizione. scelta sia per voi tra
patibolo e la miseria, o
il
il
combattere e vincere. Sorgete, armatevi. Ogni uomo di non dubbia fede che raccoglie dieci o cinquanta
uomini sia capo. La Repubblica darà premio e riconoscenza: retribuirà denari, terreni, onore.
I
traditori di morte.
>
sian puniti d’infamia;
i
tiepidi
L’anarchia non aspettava quest’invito per insurgere; essa già
usurpava, devastava, uccideva chi fosse a
libito giudicato debole o traditore, e minacciava Roma.
Onde lo stesso giorno, 4 maggio, il Triumvirato fu costretto d’intimare: « Romani, disordini rari (frequentissimi)
ma gravi, cominciamenti di devastazione, minacciano la calma maeRoma ha santificato la vittoria (la Per l’onore di Roma, pel trionfo del
atti offensivi alle proprietà ,
stosa colla quale vittoria del 30!).
santo principio (diabolica santità!) che noi difendiamo,
bisogna che questi disordini cessino. L’armi non pos-
sono appuntarsi al petto d’inermi. . . le proprietà sono inviolabili. . . le
persone sono inviolabili. ...»
E ciò
vuol dire che le persone c le proprietà erano violate
e straziate.
governo or concitava, ora spaventato
11
ma essa cam-
parea voler frenare l’onda devastatrice,
minava.
11 governo stesso
le infinite ville
aveva abbandonato al sacco
e case amenissime e ricchissime del
suburbio; e quando nulla restava più nel suburbio, era naturale che nella città.
11
il
turbine devastatore
governo aveva ordinate
si
ritorcesse
le requisizioni
dei cavalli, delle biancherie, degli ori ed argenti; or
qual meraviglia che in a proprio conto
i
si
travagliata città le facessero
predatori, ed i poco docili
malme-
nassero od uccidessero? Qual meraviglia che si commettessero per mire di cupidigia gV infiniti abusi, inconcepibili bassezze
guerra?
che segnalava
il
le
ministro della
A coloro poi che ardivano mormorar qualche Digitized by
Googl
239 il Monitore rispondeva che i più eroici saeran dovuti alla carità della patria. Intanto si
lagnanza crifizi
usurpavano
casone le proprietà degli assenti perchè
le
assenti , e si perseguitavano
i
presenti per la temerità
presenti. Così argomentava il Triumvirato.
rimaner Mentre i Francesi respinti nel 30 aprile, aspettavano i rinforzi per un assalto formale della città, i soldati della gloriosa Repubblica godevano dentro i frutti della vittoria. Fra i gemiti della desolata città, di
in vista di trionfatori essi
correvano
le
vie di
nel dì e nella notte per-
Roma, correndo dall’una all’altra
taverna, in vetture aristocratiche, armati di tutto punto.
Sino a ventisei furono veduti insieme raccolti questi carri di trionfali baccanti, sopra i quali le soldatesche
gridando ripetevano le orgie e i februari di Cerere.
E tanto era divenuto insultante alla miseria del popolo questo laido e giornaliero trionfo, che lo vietava
un ordine del Ministero. specialmente
i
Ma ne ridevano coloro, e
finanzieri che nella condotta del feroce
Zamhianchi, coi baccanali si ricreavano degl’insulti e delle fucilazioni regalate a chi avesse ardito di levare
verso loro uno sguardo. In Roma eran tornati i giorni di
Nerone e di Caligola, perchè bastava a quelli ve-
dere un prete o un frate, che già come reo di tradimento contro la Repubblica, era condotto al reclusorio quasi in anfiteatro, battuto, straziato,
e talvolta
fucilato. Era questa nefanda condotta giunta al punto, che sulla piazza di Firenze passando un sacerdote travestito, è un prete, disse un finanziere, e già spianava il fucile. No , gridò un galantuomo * è il chirurgo
regionario.
E cosi ebbe salva la vita.
A tale era pervenuta universalmente la licenza miche il ministro Calandrelli fu costretto di denunciare in pubblica assemblea qualmente la masnada
litare,
di Garibaldi metteva a ruba e a sacco la provincia di Rieti ; solito
quell’ eroe di
metter
1’
unghia ovunque
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m mettesse
il
piede, e lo ricorda
il
Non era
Piemonte.
tenero l’Avezzana, ministro della guerra, eppure si è confessato sorpreso
rammaricato, indegnato contro gli
,
abusi della forza, contro
le manomessioni ,
i soprusi,
intemperanze smodate, contra lo spreco ecc.
grandi predicavano a ladri piccini:
le
Ma ladri
gli espilatori delle
chiese e delle magioni ricchissime , inveivano di mala
grazia contra
gli espilatori delle case
e delle cantine;
sebbene in pochi giorni fosse sprecato tanto vino nel suburbio da provigionare Roma per buona parte dell’anno. Diresti però che fosse un’intesa quel predicare
degli uni contra
i
dilapidatori,
mentre
gli
altri
in-
citavano alle dilapidazioni. Perocché nello stesso giorno in cui l’Avezzana inveiva contra
pidazioni
la polizia
,
i
soprusi e le dila-
mazziniana eccitava a persegui-
nemici interni, fatali perchè colle antiche loro arti dell’ intrigo e degli agguati preparano rovine. Dotare
i
versi pertanto inseguire
i
vecchi strumenti dell’ antica
tirannide, ai quali è colpa lasciare un'arma che potreb-
bero impugnare contro di noi.
Fa orrore il pensare che
questi vecchi strumenti erano tutti i galantuomini , cioè
non mazziniani; e chiunque raccoglieva dieci o cinquanta uomini, era capo, giudice e dittatore. Se Roma non soggiacque a maggiori prove di sterminio, ne sia lode alla Providenza che la voleva punita e non afi
franta.
Mazzini diceva: Dio ed il popolo. Dunque era doil sacco di Dio non si disgiungesse dal sacco del popolo. Le chiese e le pie congregazioni avevano subito lo spoglio officiale del glorioso Triumvirato, e le milizie tutte coniate alla mazziniana, sospese le ostilità coi Francesi, avevano devastato il palazzo e vere che
distrutto
ij
giardino del Vaticano. In quel giardino
esse parodiarono la processione del
portando sotto al baldachino
il
Carpiti
Domini,
più degno di loro. Ai
monti Parioli, esse vestite di pianeta nella villeggia-
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241
Romano cantavano messe e lasciavano memorie da inorridirne secoli futuri. Le emlura del Seminario
i
pietà commesse e lasciate scritte nella chiesa suburbana di s. Pancrazio da quei di Garibaldi, sono ineffabili:
furono svelte o infrante
altari, rovesciata
le pietre sacre degli
urna ove custodivasi
1’
il
corpo del
Lo
santo, o fattovi dentro ógni sorta d’immondezze. stesso trattamento
ebbero
i
vasi sacri da Ciceruacchio
Roma e fuori.
e dai garibaldini in
Alla città santa
nel 1849, grazie alla Repubblica mazziniana,
non fu
risparmiata veruna delle infernali scelleratezze che nel
93 infamarono Parigi, offesero la religione e l’umanità. Forse non ci darà fede il lettore, quasi non vorremmo darla noi a noi medesimi, ma non possiamo negarla ai documenti pubblici e allo scrittore degli ultimi sessantanove
giorni della
testimonio per lo più
Repubblica in
Roma
oculare degli avvenimenti,
,
il
quale scrivendo in Roma stessa, sfida perciò la critica a contraddirlo. Il
fatto dei confessionali mostra come camminassero 11 Moni19 maggio, uno straniero
ofiìcialmente d’accordo l’empietà e la bugia. tore narraya che nel sabato,
Romani
di
papalini , predicendo che
breve tornerebbero
ai
confessionali:
accusava
i
quasiché
i
in soli
romani vadano ai confessionali. Aggiungeva il governo, fatta pervenire una pail buon popolano vietasse che venisse fatto un falò dei confessionali già strappati cittadini il
Monitore che
rola a Ciceruacchio,
alla chiesa di
s.
piazza. Mentisce tivo del
Carlo, ed a quel fine portati sulla il
Monitore, perchè, secondo il Posi-
24 maggio, non Ciceruacchio ma Sterbiui ac-
corse e parlò sulla piazza del Popolo. Anzi lo stesso
Triumvirato smentiva nel lunedì ciò che aveva fatto confessiopubblicare nella domenica, dicendo che i
nali
non erano per uso
di
falò
ma per servizio di
barricate, e che non già per la parola d’uno straniero, 16
m ma che per zelo spontaneo il popolo erasi a ciò deh* Ecco le parole dei Triumviri: « Parecchi tra un moto di zelo irriflessivo promosso da sentori di nuovi pericoli, hanno posto ieri (domenica) le roani sora alcuni confessionali, disegnando farne arnesi di barricate (non di falò come aveva detto il dì precedente). Avete dimostrato che non è, e non può essere vera religione, dove non è patria libera, e che
borato.
voi, in
,
oggi la causa della religione Yera, la causa delle a-
nime nostre libere ed immortali, nelle barricate cittadine.
«
si
concentra tutta
La causa delle anime li-
bere ed immortali, tutta concentrata nelle barricate , è tutta la religione, tutta la mistica, tutta la politica di
Ledru-Rollin , di Mazzini , e de’loro compagni di sterminio. Segue il Triumvirato bestemmiando la Chiesa ed il sacramento quale scuola di corrutela e di servitù, avvisando però che dai confessionali uscivano talvolta parole di conforto alle madri dei combattenti.
Da queste solenni, menzogne e dai fatti si raccoglie che la sacrilega impresa era dal governo suggerita o comandata, per infamia della religione, e per far credere che il popolo era risoluto di sacrificar la religione piuttosto che riavere il Papa: il qual pensiero fu proclamato da tutti i giornali anarchici del Piemonte.
I fatti
seguivano come narra l’autore dei ses-
santanove giorni.
Già
sin
dal principio delle barricate, egli scrive,
vedemmo eòi
nostri
occhi alla via Suburra
sull’angolo della via Urbana ,
una già solidamente co-
noi ne
struita, e posti a lei davanti, senz’ altra ragione
che
quella dell’empietà, parecchi confessionali ; e lo stesso
vedemmo alla barricata sulla via che
dalla Consulta
conduce a quella dei Serpenti. Ma il popolo ne fu sì dispiaciuto che al Triumvirato e alla commissione delle barricate fu forza di cessare
nefanda.
da un’ azione così
Ma quando si giudicò opportuno che il com-
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Googl
r
243 da questi fatti argomentasse
rnissario francese Lesseps
l’opinione del popolo, fu commesso agli uomini di Matcrazzi e di Ciceruacchio di celebrare
una festa sulla
piazza del Popolo, in giorno di domenica. L’opera co-
minciò così. Furono atterrati tre chiese sulla piazza del
ne furono
tratti
gli
stemmi papali alle
Popolo; e aperte lo porte,
confessionali
i
con fracasso orribile.
Indi passarono alle altre chiese, a s. Giacomo, a Gesù Maria, dove i confessionali erano bella opera d’arte; tre molte. Nella
s. Lorenzo in Lucina, ed in alprima di queste, tra la maestà del
sacro rito che
celebrava, a colpi discure fu abbat-
poi a
tuto
s.
Carlo, poi a
si
pergamo, lavorando i bravi di Mazzini a capo
il
coperto mentre stava esposto
il
Sacramento. In tutte
insultarono a Dio, ed al popolo inorridito che lo ado-
Nel giro
avevano portati sulla piazza e disposti in forma d’ anfiteatro cinquantadue rava.
di
quattr’ ore
confessionali, alcuni già spezzati e attaccatovi
sovrapostivi gli
ed altri
stemmi del Papa,
utensili.
i
il
fuoco,
leggìi delle chiese
Retrocedemmo a quella vista, e più
alle disonestà e allo bestemmie che giovani scapestrati vi
commettevano in voce ed in fatto. Ma, o eccedes-
sero gli esecutori, o piuttosto temessero
i
Triumviri
che tanta bestialità nuocesse più che non favorisse la
Repubblica nel concetto dell’inviato francese v’accorse ,
il
pio Sterbini e troncò la festa.
Or si
dica se non a ragione
ordinasse nelle chiese di
il
Cardinale Vicario
Roma un triduo in solenne
riparazione delle bestemmie, delle oscenità e dei sa-
commessi dalla nefanda Repubblica contro la religione ed i suoi ministri. Certamente maggiori empiezze commesse dai battezzati non avea mai vedute crilegi
la cristianità.
j.ii i
Digitized
b^Boogle
m CAPITOLO LVIII. LE GRANDI BUGIE, ORRORI, DISPERAZIONI. '
1 .
Ogni passo, ogni respiro dell’onesta Repubblica era un sacrilegio od un assassinio. Un decreto aveva dichiarata esente dal primo spoglio delle chiese la sacra
Casa di Loreto; un posteriore le imponeva trentamila scudi, con severe minaccie agli amministratori.
E poi-
e non rendcvan che la carta, e il popolo si struggeva, e i Francesi minacciavan Roma mentre i Tedeschi espugnavano Rologna,
ché
i
Triumviri s’ingoiavan
l’oro
e Napolitani e Spagnuoli fra le grandi acclamazioni eran giunti a Yelletri; allora non il solito corbello ma
un diluvio di bugie dalla tribuna, dal Monitore, dai per sopraffare il popolo chiuso ermeticamente nella camera oscura da Mazzini, isoli
circoli e dalle piazze,
giornali rossi entrando in
Roma,
e la camera nera
leggendo e annullando a piacimento le lettere. Rugie e violazioni del segreto postale erano in tutta l’Italia,
ed al sommo grado, due esercizi continui della perfìdia repubblicana.
Mazzini che tant’oro delle chiese e dei poveri roalla Montagna di Parigi per ad ogni ora ne sognava e ne predicava i trionfi: le due Repubbliche, l’italiana e la francese, congiunte le armi, si abbraccieranno come sorelle, e ne lodava Dio, ed avremo finalmente a combattere coi
mani aveva mandato sollevarla,
Anzi Borbone, distrutto e sterminato
nostri veri ed eterni nemici , l’Austria e il Borbone.
già era spacciato
il
quasi tutto l’esercito napolitano ; morti a migliaia che
coprivano tre in quattro migli? di strada; cannoni presi , vittoria completa.
Ma una lettera si traforava in
Roma con queste parole: Credete niente ; e il Triumnon perdere intiera la possibilità di accreditar nel volgo altre menzogne, dichiarò sbagliate per virato, per
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r
245 allora le notizie del telegrafo. i
E di nuovo si rifacevano
Triumviri a /cantar non una primizia ma un trionfo
di compiuta vittoria, quando,
Francesi di voler operare da
vendicare tani
si
Velletri.
il
avendo soli
dichiarato
contro
tradimento patito nel 30 aprile,
ritirarono
i
Roma per i
Napoli-
propri confini, abbandonando
nei
Con quale enfasi
i
buffoni
Roma e del
di
Piemonte non celebrarono il valore dell’eroe di Montevideo? Egli era il diavolo verde che dove mostrava la faccia, tutto si atterrava e scompariva (t). Poveri imbecilli, udite
:
vero.
il
n«M ‘‘
*
Volendo i Triumviri tenere in fiducia i Romani almeno con un’apparenza di vittoria, nella sospensione delle armi col campo francese, mandarono a Velletri -quasi tutto il nèrbo delle milizie, le quali arrivarono *j 1)
1
MI v
(1) Garibaldi
v
»
nella guerra del 1848 volcvasi
imporre a
Carlo Alberto in qualità di generalissimo. Negò obbedieuza, ruppe l’armistizio, gridò traditore Carlo Alberto, rubò le città, e cacciato di Piemonte dalle armi del Piemonte, da Novara passò a Roma, dove ai nullissimi uomini della Repubblica parvo degno d’un grado eminente. Non venne meno all’aspettazione: le sue bande si contaminarono d’ogni empietà contra Dio e gli uomini, a s. Pancrazio, nel suburbio romano, in Roma stessa, sulla strada c nei contorni di Velletri , dove i suoi latti d’armi contro Napolitani furono scontine, dal Monitore romano coll’abituale falNon ha scelleratezza cui non sità cangiale in vittorie. commettessero i Garibaldini. L’infelice padre Bassi entrò maneggiò le armi e predicò conofficiale di quei ladroni tro la religione cattolica: del che fece piena emenda prima i
,
d’csscr fucilalo.
Non contenti quegli eroi di rubar le pissidi
nella ritirala dei Napolitani da Palestrina
,
appendevano le
Caduta la Repubblica, Garibaldi senza mente nè pietà per le sue genti, le conduceva per l’Italia al saccheggio, alla fame ed al macello. Ma avverti che l’eroe fu sempre uso di esporre gli altri e salvar se medesimo. Rieco ostie alla coccarda.
,
3i tali meriti, lo venerava, lo divinizzava la Camera pie-
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bv^Bbgle
246 quando non
vi
era rimasto che la retroguardia, di
cinquemila uomini, come riferì
Rosselli. Garibaldi
il
perfettamente ignaro d’ogni arte o mossa militare , fu battuto gravemente nel primo assalto; e ingrossato da
furono battuti amendue nel secondo e nel
Rosselli, terzo,
finché
i
Napolitani ebbero varcato
romano. Scrisse nn
officiale
di
toria delle milizie repubblicane, furti,
gli
il
confine
che fu una vera
là
strage. Il Monitore celebrò non la strage ,
ma la vit-
nonché i sacrilegi, i
stupri delle truppe napolitano, tutte cose
appartenenti ai garibaldiani: delle quali iniquità già
vedemmo come ne facesse lagnanza stesso Monitore ,
giornali
1’
Avezzaua.
Lo
con lettere anonime (privilegio dei
demagoghi che ne hanno
1’
officina in casa)
continuava a pubblicar libelli -contro l’armata napolitana; e
il
trionfo
delle
gloriose
milizie
seguite
da
montese nella tornata del 10 settembre 1849. Baralis lo vanta d’uria illibatezza senza esempio , l’onore V ornamento e l’orgoglio del Piemonte. Voci dì spiritati dichiarano incostituzionale e sacrilego il ministro che osava vietare al grande Italiano la dimora nel Piemonte. Mellana e Ravina .stupiscono che si dica lui, nizzardo, aver servito ad una potenza straniera , servendo a Roma. Valerio « Garibaldi si è fatto gigante nell’indipendenza italiana ha un culto nel cuore degl’italiani; ci ha salvato l’onore delle armi, è martire ed eroe d’una santa causa. Se potete, imitatelo, :
;
signori ministri;
se
non sapete imitarlo, riveritelo, non
(Applausi generali). Brofferio « L’Italia ebbe un eroe! Chi insulla a Garibaldi, insulta all’Italia; cedano le leggi e i codici; meglio perdere lo statuto che Garibaldi.» Insomma tutti gridano, tutti cantano le glorie dell’uomo che in sè racchiude l’ultimo germe delle speranze repubblicane e la Camera decretava che l’espulsione di lui è learrestatelo »
:
;
siva dei sentimenti
di nazionalità
e della gloria italiana.
11
pubblico conchiudeva che tali deputali non cessano di tradire
il
re e lo stato. Ecco viva e fiorente nel disfatto Pie-
monte la politica della Giovine Italia l
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molti
carri carichi
delle
armi conquistate o
247 a
ritolte
quei ladroni; e fra questi carri spiccava una carrozza salutata a fischi ,
cardinalizia,
siccome quella che de-
a chi aveva prerogative feudali e E pubblicavano i Triumviri che il prode Garibaldi restava al confine per essere pronto a dare una terza lezione al Borbone nel caso che non si v essere appartenuta
,
diritto del sangue.
appagasse della seconda; e decretavano confiscati i beni dell’invasore Ferdinando. i
A si orgogliose millanterie,
Romani non potendo alzar la voce, abbassavano la
testa.
Sterbini, commissario
in quelle parti ricadute
sotto l’unghia repubblicana, faceva coro al
e spargeva:
rato
fatto conoscere
i
Che
Triumvi-
invasione napolitana aveva
veri repubblicani ; che la Repubblica
saprebbe acconciare resa forte,
1’
e che
i
i
traditori;
che la vittoria l’aveva
Francesi, conosciuto l’inganno,
divengono oggi i nostri amici. Conchiudeva che tutto era
vantaggio della Repubblica, perchè è
in
scritto nel
destino che debba cadere per sempre quel potere abborrito, vili Il
a cui la religione serviva di pretesto per appagare
ed ambiziose passioni.
mondo (non repubblicano) fremeva
giocarsi di
sì
comica tragedia.
pesta fremeva esso pure
chiarivano,
il
telli Ungheresi
messaggio
il
e rideva al
E nella terribile tem-
Triumvirato.
Le bugie si
coi sonanti paroioni ai fra-
non fruttava nè speranze nè entusiasmo,
Bologna vacillava, la rivoluzione parigina alimentata con sì grandi somme non Scoppiava. La mente dei triumviri era turbata: Armellini e Mazzini cammina-
vano per le vie più solinghe sospettosi e tremanti da parer convulsi o maniaci; e l’autore dei Sessantanove ,
giorni ne dà in fede i loro ritratti, quali in quel tempo si
raffiguravano. Bruciati sempre di danaro, esigevano
dai cittadini nuove
somme, ora col nome
di presta-
zioni e ora di oblazioni volontarie, perchè il nome di
requisizioni era logoro e odiato ; e vantavano che cit-
D
848 tadini agiati e poveri, corpi morali della Repubblica, ga-
reggiavano convinti e spontanei nel sacrifizio ; convinzione e spontaneità quale
può essere sotto
la pressione del
terrore.
Terrore era in tutti, nel popolo e nei Triumviri, ma per diverse cagioni. Se tostile è tutto l’uomo, lo stile del Monitore, n. 316, dirà qual fosse lo sdegno, la
rabbia, la convulsione cerebrale dei Mazziniani :
«In
una parola, il re pontefice dalla vetta del Quirinale non dovrà scorgere che una fiumana di sangue ed un ammasso di rottami. La ferocia clericale non potrà esercitarsi che sopra
che inorridite
si
lupi ,
i
i
serpenti ed altre belve,
terranno nascoste nei covili fra
i
crepacci delle rupi è le screpolature dei monti; piede
umano non stamperà più orma sul terreno. Allo smarrito e attonito viaggiatore
di
una colonna monumentale
marmo nero con indelebili cifre sanguigne ricorRoma propugnacolo di libertà e sino-
derà: Qui fu
nimo di repubblica. Qui i barbari di Francia tentala libertà e la repubblica. Qui finila libertà e la Repubblica. Ora non vi sono che belve e preti. » Diciamo con semplicità di concetto e di lingua: Niuno fra le catene dei pazzi delirò mai quanto i ridicoli Mazziniani. Tale era la scuola; or vediamone il capo. Mazzini scriveva il 23 di maggio nella sua Italia del Popolo: • Questi primi moti di popolo, queste prime battaglie cittadine, di che tutta Europa è commossa sono principio e non fine, non sono mutazioni, ma primordi di mutazioni: perchè la vera rivoluzione repubblicana mette oggi le sue prime fiamme ; e quel che veggono, quel che sentono i popoli non è che l’ombra del turbine sorgente. Gli uomini si vanno sfeudando dalle signorie, e le signorie vorrebbero, ritenerli. Chi rono distruggere
rono insieme Roma e i Romani ,
,
.
darà «
il
taglio?
.
— La spada
delle rivoluzioni.
Le serve nazioni giacquero per secoli nel grembo
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249 monarchie
delle
,
e si formarono e si nadrirono denMa oggi sono creature formate, e
tro a quel sangue.
stanno per uscire alla luce della libertà. Ed Usciranno, e dai nodi delle monarchie le staccherà un fendenti di ferro plebeo.,
Non si possono sottrarre alle loro leggi fatali gli
«
nascenti.
esseri
umano
Il
cammino che percorre
è tutto segnalo
di
mine:
il
genere
mine ha
chi delle
paura non comprende la vita. L’ Italia tenta oggi uscire dal suo Carcere dolovuole sferrarsi dai ceppi papali ed imperiali.
»
roso;
Italia vuol essere Italia, e
purché si adempia il suo
destino corrano pure fiumi di sangue ; siano pur distrutte città sopra città ; le battaglie succedano agl’ incendi
,
e gl’incendi alle battaglie;
e la grandezza della
nostra guerra tremenda, sia pari alla grandezza di
Roma futura.
»
Tanto è vero che le anime rivoluzionarie o hanno o acquistano l’ istinto e quasi la gioia delle devastazioni e del sangue. Le furie del 93 mozzavano alcune teste
per regnar sulle altre; quelle del 49, è chiaro come anelassero a sacrificare tutto il
dalle loro parole
popolo e incenerir
l’Italia,
bile contra la Chiesa,
il
per isfogo d’ un’ira ineffa-
papa ed i sovrani. Mentiva
dunque Giuseppe Mazzini scrivendo, l’8 settembre 1847, di Londra a Pio IX: « Io non sono sovvertitore,, nè comunista, nè uomo di sangue? » No, egli non mentiva,
non era atroce la sua natura,
ma divenne per
la inesorabile necessità che stringe e incalza
i
fabbri
delle rivoluzioni. Dalle brutali parole si argomenti qual l’Italia licenziata
sarebbe divenuta
alla
coorte dei
vincitori. i
.
•a.
*
•
*
1
..
,
.
-
.
.
•
,
.
.
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230
CAPITOLO LIX. IPOCRISIE, ASTUZIE, TRATTATIVE.
Nella finezza e nell’astuzia delle trattative Mazzini
sommo: per quattro settimane tenne a bada le armi di Francia, nel qual tempo crebbe Roma d’uomini e di mezzi alla difesa; teneva desti gli amici di fu
Livorno, di Genova e del Piemonte; rinfiammava la Montagna di Parigi che strappava all’Assemblea francese il voto del 7 maggio ed al governo la missione ,
di Lesseps commissario per la questione romana. Strin-
giamo i
fatti
riguardanti questa parte principalissima
dramma repubblicano. La Francia per un sentimento di dignità nazionale,
del
respingeva da sè la scellerata e bastarda Repubblica
neppur volendo accomunar le sue colle armi dell’ Austria, imprendeva da solo la spedizione romana. Oudinot, egregio condottiere di quella, si enunciava Tome restauratore del governo papale, poi del pugnale ; e
come protettore francese tre della
fini
della
libertà popolare.
11
Ministero
assegnava alle sue armi: influenza
Francia nell’ Italia ; restaurazione dell’indipendenza
pontificale ; protezione della libertà nell Italia centrale.
Cosi di Tocquille, ministro delle relazioni estere, rie-
pilogava gli sto.
atti
del ministero nella seduta del 6 ago-
Fatto è che l’indipendenza del Papa
,
non legata
a condizioni, brillava come scopo della missione, con-
forme alla risoluzione delle quattro Potenze tutti gli altri fini eran subordinati al precedente. Ma di qui appunto l’ambigua posizione della Francia, che parve ondeggiante tra la guerra per la restaurazione pontificia, e una missione di pura e semplice protezione. Di qui l’ordine del giorno che nel 7 maggio dimandava al potere esecutivo che la spedizione francese non fosse più lungamente divertita dal suo scopo: ordine ;
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251 impolitico che ritraeva la Francia dal concerto preso
ma nel giorno stesso rime-
colle potenze cattoliche,
diato da Luigi Napoleone con
un colpo da maestro,
rallegrandosi per lettera con Oudinot e coll’esercito, e promettendo quanti soccorsi fossero bastanti
alla
rinflammavan di valore. Di qui linalmentc la missione diLesseps, con
vittoria: la lpggeva
1’
ordine d’informare
il
esercito
e
si
suo governo, durante l’armisti-
zio, e di trattare colla
Repubblica senza punto rico-
noscerla.
Mazzini vinceva in finezza Lesseps e l’abbindolava.
La Francia aveva stimata l’insurrezione romana per quel che valeva. Bixio, deputato della sinistra
,
diceva
29 novembre 18Ì8: « Una fazione che non avendone altro che gli ecuna fazione demagogica fa pesare sull’ Italia
alla tribuna
il
fa arrossire la libertà cessi ,
centrale la schiavitù del disordine.
Roma fu il teatro
d’una insurrezione colpevole c funesta. Il papato che non conoscevasi altrimenti che per li suoi benefizi il ,
papato
la cui esistenza tocca si al vivo la
la tranquillità di tutte le
sicurezza e
potenze cattoliche dell’Eu-
ropa, il papato in quest’ora riceve gl’insulti di coloro che dovrebbero vedero in esso 1’ àncora ultima della salute. » Ecco il giudizio che tutta la Francia, meno le segrete cospirazioni,
portava sul primo trionfo di
Mazzini.
Or ecco il giudizio di Lesseps 25 maggio al suo governo: in Inghilterra
,
«
in
Dopo
una il
lettera del
suo soggiorno
Mazzini sognò una specie di protestan-
tismo per la sua patria. Mantiene relazioni frequenti con missionari inglesi e metodisti. Quest’uomo d’una rara intelligenza non è poi che un ambizioso volgare. ,
Inspirato qual’è dal genio della cospirazione, egli non
ha compreso l’utilità che avrebbe colta nell’appoggiarsi all’ elemento conservatore della parte moderata della popolazione. Venuto al potere, egli ha continuate le
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252 sue trame tenebrose ed infernali. I lunghi anni passati nelle prigioni in Italia e altrove, gli tolgono d’aprire gli occhi, cietà.
»
e fanno di lui
In altra lettera:
(amichevole) di
•
un nemico atroce della solo riguardo l’occupazione
Roma, che si
un danno per
truppe, come
facesse dalle
noi.
Nulla
nostre
guadagne-
remmo, mischiandoci in questa politica, il cui capo, Mazzini opprime, terrifica, rovina gli abitanti di Roma. Il fondo di questo sistema non ha che deficit e bancarotta. Ho detto a di Rayneval che io avea cercato di strappare la maschera a questo ne bone moderno. » Lesseps conchiude che per niun conto le truppe francesi non si debban mettere al contatto dei soldati romani che secondo lui , sono il fiore del malvagio so,
,
,
Questi documenti 6 agosto, dalla tribuna della Francia. principio, così parlava LesCosì parlava Bixio da seps prima che il pugnale gli minacciasse la vita, come testificava egli stesso uscendo di Roma. Come dunque avveniva che Lesseps, contraddicendo a sè ed alle sue cialismo e delle segrete cospirazioni.
pubblica vansi ,
istruzioni, di
il
mena in mena giugnesse perfino a ten-
tare d’inchinar la Francia ai Triumviri, e di metter
la spada della Francia al servizio di quelle
mani che avevan maneggiato il pugnale? Mazzini l’aveva com-
prato o sedotto, e Lesseps lo dimostrava facendo quest’elogio del triumviro: « Io non ho altro che a lodarmi della moderazione e dello spirito di concordia di Giuseppe Mazzini : le sue qualità gli hanno conciliato la mia stima. Io rendo omaggio alla nobiltà dei
Come
suoi sentimenti, al suo onore, alla sua lealtà. »
Era timore del pugnale, effetto di promesso o di demenza? Ci rammenti che per l’astuzia d’un Filippo già erasi affiochita la voce di Demostene che avanti lo fulminava. calza quest’elogio al Nerone moderno?
1 giudizi precedenti di Lesseps su ficiali
e duravano intieri.
Mazzini, erano of,
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253 Gl’indugi o i tradimenti di Lesseps provocavano
missione d'altro inviato francese, che fn Corselles. 11
chia
,
12 giugno toccava
e scriveva al governo.
«
il
il
la
signor di
suolo di Civitavec-
È ben certo che la re-
sistenza degli assediati è promossa dall’energia e dalla disperazione degli stranieri. Sgraziatamente, ieri an-
cora
,
una banda di tremila uomini è penetrata nella
città sotto la
condotta di Masi.
»
In altra lettera del
14 giugno, scriveva dal quartier generale di Santucci: » Le misure prese da Lesseps hanno, per tre settimane, permesso agli stranieri che signoreggiano Roma, di accrescersi
gioni.
,
senza ostacolo
Ciò pensa tutto
,
d’uomini e di provvi-
l’esercito.
Ora è necessario di-
struggere queste forze straniere, lasciatesi impadronire
Aggiungo che quasi tutti
della città e delle campagne.
» Per tale aveva ingannato Lesseps, e preparata la lotta che doveva costare prezzo di sangue i
prigionieri sono lombardi, genovesi ecc.
guisa
l’
all’Italia
astuto Mazzini
e alla Francia.
Di Corselles continua sotto la stessa data del 14 giugno: «Quinissuno dubita che questa resistenza si bene apparecchiata dalla politica di Lesseps non sia straniera alla stragrande maggioranza del popolo romano. Noi non abbiamo a fare che alle reliquie di tutte le rivoluzioni, italiane o polacche, ed alla bruz,
zaglia d’ogni contrada, rifuggiti in l’ultima loro fortezza.
»
Il
Roma come nel-
13 giugno, di Corselles a-
veva già scritto dalla villa Santucci, ov’era l’accampa-
mento, al console
in
Roma,
al
quale non
mentire sullo stato della popolazione:
»
si
:
del venerato capo della Chiesa , la libertà di la
poteva
La Francia
non ha che un fine in questa lotta dolorosa
la libertà
Roma e
pace del mondo. La missione affidatami è scolpita-
mente liberale e protettrice
delle popolazioni trasci-
» II 15, di CivitavecSinora ninna speranza di
nate a così estreme necessità. chia
scriveva a
Parigi:
«
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m successo nè per le negoziazioni nè per l’esterna inti-
midazione, essendo
i
Romani avvinti dall’immediato
terrore delle bande straniere, accumulato in
sventurata
città.
questa
È possibile che qualche migliaio di
Romani faccian coro colla fazione straniera, e che la plebaglia ci certi
che
il
socialista.
avversi per
il
lungo indugio;
Lesseps ) nella esplosione
ma siate
non è il romano, è
principal nemico
Egli mette le speranze d’ una
1’
(
il
aveva già detto
guerra universale,
nelle violenze cosmopolite dei fratelli ed amici ; e ben
lungi dall’essere il rappresentante della città di Roma, esso la riserva da lungo
tempo come un olocausto alle
sue furenti passioni. Se l’insurrezione fosse nazionale,
Roma avrebbe le simpatie e i soccorsi delle provincie, le quali pericoli.
sono inertissime, paventando varie sorta di E come non paventerebbero in tanta incer-
tezza d’eventi, fra tanta agitazione d’Europa, fra gli attentati dei nostri socialisti , e
per tutto dire, fra le
ultime manifestazioni di Lesseps?
Il signor di Lesseps
ha il vanto certissimo d’aver fortemente ingagliarditi nostri nemici, e scoraggiti
moderati o conservatori del papa. Niuno ha servito meglio di lui la fazione i
i
dominante, riaprendo le comunicazioni dal generale Oudinot intercettate facendoci perdere un tempo che il nemico ha rivolto a suo profitto ed inviluppandosi in trattative che oggi ancora ritorconsi contro di noi. » Queste rivelazioni del signor di Corselles pubblicavansi il 7 agosto all’Assemblea francese. Non dimentichiamo la famosa parola di Oudinot che ha scosso • A Roma, egli diceva, la Francia: non è lotta di parti ma lotta della civiltà colla barbarie. » Lesseps e Mazzini l’aveano col danno di tante vite smisurata* •<? mente aggravata. ,
,
,
•.
«
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255
CAPITOLO LX. ULTIME BUGIE, ANGUSTIE E CADUTA DI ROMA.
Frattanto
i
Triumviri col pretesto delle trattative
spargono dentro cia, l'
e che
la città voci di amicizia colla Fran-
Roma non avrà ornai a combattere che
unico e naturai nemico
l’
Austriaco ; e spargono di
Francesi troverebbero una resistenza forte
fuori che
i
quanto
giusto principio della causa che si combatte.
il
Aggiungevano: Dietro le mura vi sono le barricate, e dietro di esse tutti il
il
petto di tutti
i
cittadini , che animosi e
corrono e stanno vigili alla difesa della patria. Così
Monitore.
Ma eran le solite bugie
,
alle quali rispondeva l’au-
tore degli ultimi sessantanove giorni :
«
Per dare una
prova della sincerità dei demagoghi di Roma, noi chiamiamo a testimoni gli stessi loro satelliti, che a piedi e a cavallo, percorrevano tutte le vie, e qualun-
que trovavano, violentemente lo prendevano e lo trascinavano alle barricate. Precisamente come si condu-
cono i bovi al macellol Erano anche a furia di colpi a camminare verso il luogo della battaglia, modo che quando comparivano quegli sgherri, in un colpo d’occhio si vedevano diserte le strade e le
costretti
per
piazze di coloro stessi che abbisognavano del pane,
per non essere trascinati là dove tutti correvano, al diro del giornale (p. 150).
»
Roma dunque rinnegava col fatto il governo che aveva subito colla forza; spavento la stringeva per ogni parte, sapendo già i danni di Velletri, ricaduta nell’artiglio dei repubblicani ; un buio orrendo la op-
primeva, nè possibile una notizia che la confortasse. Perocché i Triumviri condannando come traditore della patria chi spargeva notizie scoraggianti e false, per vere intendevano essi quelle sole che fossero inven-
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256 tate
dal Monitore ossia
dal Mentitore officiale della
Repubblica. Al popolo sovrano crasi persino vietato di salire le torri e le loggie delle alte fabbriche , segnate
col suggello repubblicano ; persino quelle delle proprie
persino di salire l’altezza del Pineio; e taluno
case
mentre stava guardando dalla propria le bestemmie erano le calunnie il pane quotidiano onde volevasi corrompere la moltitudine; ed il Monitore (n. 146), dopo aver dipinto
fu imprigionato casa.
il
Le menzogne
,
,
Papa qual rappresentante del principio divino cioè ,
deU’arèitrio , contrario al diritto e alle libertà popolari,
A persuadersi dei mah che ne verranno
conchiudeva:
a Roma,
basti
ultima Enciclica o Allocuzione,
l'
capo
d'opera d’ignoranza, di calunnia, e di caparbietà prelatesca.
Stretta
fernale ,
Roma anima e corpo in questa bolgia income poteva alzare il capo? L’intiero giugno ,
impiegavano
i
Francesi in pazientissime ed eroiche
opere di assalto
minori
i
,
,
là
dove eran più forti
d’
offender le vite e
pericoli
le mura , i
ma
monumenti
della città: consiglio di sapienza e d’umanità squisitis-
sima, ricambiato dai Triumviri con quelle inventate devastazioni che non furono mai. Già i Francesi eran pervenuti alle mura, già erano presti a mettere piede sulla breccia faceva illuminare
,
il
e Mazzini che inventava? Mazzini la
cupola di
Pietro, dettava la
s.
bugiarda descrizione d’un popolo festante , quando già la canaglia era timorosa e tremante. Quel telume che rompeva le tenebre rinnovava la dolorosa memoria di Nerone che sulla torre, detta dal suo
persino tro
,
nome diava.
,
altra volta
Allora
contemplava la Roma ch’egli incen-
dovettero
apparir vere
le
parole di
Gioberti che appellava Mazzini il maggior nemico <TItalia ,
impietrito per
una incredibile ostinazione in so-
gni insensati che traggono alla sciagura, allo sterminio la
sua patria ; che impotente a
edificare,
non sa che
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257 metter sossopra e distruggere; ignorante degli uomini e delle cose.
Egli ed i suoi
cancellato ogni lume di vera
,
ragione, erano pervenuti a quel supremo grado di eb-
brezza o di fanatismo che la distruzione del mondo,
per redimerlo dal papa e dai principi, coronerebbero coll’aureola della santità e del martirio.
Finalmente
Francesi, mirabili di valore e d’inge-
i
gno, salivano trionfatori
le
mura della città dolente,
29 e il 30 di giugno e l’Assemblea decreta che ella cessa una difesa divenuta impossibile, e sta al suo posto; ma a un atto di prudenza e di necessità innefra
il
stava
;
il
ridicolo, paragonandosi agli antichi Senatori
ed ai tempi di Furio Camillo. Il Triumvirato, ossia Mazzini, invece di eseguire il decreto, n'empieva coi suoi
commenti due colonne del Monitore, e le infio-
rava coll’umile racconto de’suoi prodigi. Improvisava
un’armata: ed era piccolo prodigio, chiamandovi i profughi d’Italia, d’Europa, d’America; chi combatteva
Romani? Improvisava
dei
i mezzi della sussistenza: rubando e saccheggiando. Diceva man-
ma era facile
,
cate le armi:
ma era falso, perchè gli stranieri furono
tutti
armati, e
i
Romani per lo più non volevan com-
battere. Diceva che per due mesi avevan sostenute le
fatiche della battaglia : e
non era vero
,
perchè dal 30
aprile sino al 3 di giugno fu sospensione d’ armi; e
non furono battaglie nè la ridicola incamiciata, nè le sortite notturne,
cantare i
il
fatte
per illudere
valore supposto dei capi.
il
popolo col de-
Erano menzogna
tanti sognati combattimenti, giacché le prodi mili-
zie
per
la
maggior parte si baltevan dietro le mura,
e se violentate ne uscivano , rientravano appena visto il
nemico, mosse all’esempio del valoroso Garibaldi che
restava sempre al coperto, maneggiando il cannocchiale.
Talvolta fu prode la linea baldi:
,
sempre infamata da Gari-
ma una volta ne uscivano seicento del 2° bat-
taglione, e cinquanta soli rientravano.
La
relazione 17
258 dei Sessantanovc
giorni
sta
all’
appoggio di questi
fatti.
Con queste ciance illudevasi al decreto dell’Assemblea.
Triumvirato che di Roma aveva protestato di
Il
un mùcchio di ruinc, vedeva ora impossicompimento della sua missione e si dismetteva, succedendogli un potere esecutivo composto di Salicetti, Mariani e Calandrelli. L’Assemblea aveva già voler fare bile
fatto
il
il
,
suo testamento, legando la forza
la legge ,
e
non ebbe altra forza che la rapina nè altra legge che l’arbitrio; e nel 1° luglio compiva l’ultimo atto della commedia segnando la Costituzione e pubessa che
,
,
blicandola dal Campipogtio , senza però quel concorso di
popolo che
il
Monitore diceva.
Il
3 di luglio fu
l’ultimo delle repubblicane scelleratezze;
i
Francesi
occupavano il Trastevere fra plausi di quegli uomini che i mazziniani dipingevano come i più feroci nei
mici dei liberatori; Sturbinetti in onta al decreto dell’Assemblea, chiede glia proseguire
al
mal costituito Municipio se vo-
disperatamente nella difesa.
Rifiuta
il
Municipio, e risolve di ricevere impassibilmente
i
Francesi. Nel
3 e nel 4 luglio le truppe liberatrici
occupano Roma fra i segni manifesti del gaudio e del terrore. Il
signor di Corselles scriveva il dì 4 luglio:
»
Con
molta benevolenza ci accolsero i Trasteverini; freddo fu
il
quartiere del Corso, ancora soggetto al dominio
Ho veduto Chernowski capo delle barricate, eccitando egli stesso le bande ai clamori mentre noi passavamo innanzi al club delle Belle arti. Il generale Oudinot represse energicamente il piccolo tafferuglio. Fra i prigionieri politici ho fatto rilasciare alcuni non rei di altro, come dai pubblici registri, delle conventicole.
che di adesione ai Francesi e di barricate.
»
Il
,
rifiuto a
lavorar le
signor di Tocquille proseguiva la nar-
razione, dicendo all’Assemblea francese nel
6 agosto:
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259 «
Roma nei due primi
ci presentava
Strano spettacolo
giorni dell’occupazione. L’armata si vide accolta da un
popolo tremante, dal quale riceveva in segreto attestati di benevolenza.
L’imagine del dispotismo era an-
cor presente all’animo degli abitanti:
più
il
non
si
temeva
governo. . . si temevano i pugnali. Dodici assas-
sina funestarono
i
primi giorni:
fiero spettacolo era il
Roma più temuto il vinto che il vincitore. Ne volete una prova? Noi di tratto ci rivolgemmo ai Or sapete ciò che il sivedere in
capi delF antico liberalismo.
gnor di Rayneval me ne riferiva? Egli così mi riepilogava
le
cono tutti
sue conferenze con cotestoro :
rispondo: Volete venire con assassinati.
:
Essi mi di-
«
Da tre mesi non moviamo di casa. Io loro me?
~ No$ saremmo
— Tutti, senza eccezione, non
sicuri fuorché nel proprio focolare.
si
Non mai
tengon vidi
a
punto il terrore. Infine, stringendoli io, essi aggiungevano: Fateci condurre dai gendarmi, così atal
vremmo l’aria d’esservi forzati. » Ecco le angustie che i Francesi trovarono e guarono in Roma.
dile-
:
-u3 no .t'rioìaatdfti o il otn «t *yoh>’/' : .
•
wtvoift- ni
CAPITOLO LXI. LA CITTÀ ETERNA E IL 15 LUGLIO.
La Roma della Giovine Italia è caduta, ma è risorta la
Roma pontificale, la Roma dei secoli, la Città c-
terna.
Perchè Roma, domandava quell’ eminente ingegno di Falloux all’Assemblea della Francia, perchè Roma sola nel
eterna, i
mondo ha il privilegio d’ intitolarsi la Città nome che essa porta con tanta gloria, e che
suoi detrattori ancora le
per distrazione? Parigi è
compartono o per istinto o la capitale delle arti
e del-
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260
ma non è la Città eterna. Londra è
l’
intelligenza,
l’
emporio della
vita
commerciale
e
marittima
del
mondo, ma chi ha mai sognato di chiamar Londra la Città eterna? Perchè dunque tutti, amici e nemici, appelliamo l’eterna oratore :
Roma? £ rispondeva il magnifico
Roma porta questo titolo più fulgido di qua-
lunque corona, perchè se non da diciotto secoli, al-
meno ben da
molti secoli, essa è la capitale della
Repubblica cristiana e del mondo cattolico. Roma è per tutti la seconda patria , dove tutti aspiriamo , tutti viviamo per l’intelligenza e per l’amore; dove diciotto secoli
vennero a deporre l’omaggio della lor venera-
zione; dove tutto è venerando,
persin
polvere,
la
impressa dalle vestigie e dal sangue dei santi, degli eroi , dei martiri ; dove infìne sono le ceneri di Pietro,
e
1’
oracolo sempre vivo di colui che non cesserà di
reggere colf autorità di Cristo
il
mondo
restaurato
anime sino al fine de’secoli. Ecco i titoli, l’onore, la gloria dell’eterna Roma.
delle
Or di questa patria universale del mondo redento, di quest’ opera di Dio e dei secoli , che voleva farne
Voleva farne un falansterio, un fuun nido del socialismo, un altare non più a Gesù Cristo Dio vivo e vero, ma al culto d’un Dio mazziniano e fantastico il quale non è altro infine che la stessa umanità divinizzata: chè tali provano i pubblici documenti essere i propositi e le dottrine della Giovine Italia. Vide la fierissima congiura il mondo cattolico, mandò un grido, e apparecchiò le la Giovine Italia?
scello repubblicano,
armi.
0 Roma
,
o Città eterna!
Quando noi passeggiamo
monumenti, quasi fra personaggi storici e ti domandiamo: Perchè non vanti un’opera grande del medioevo, tra questi magnifici lavori fra
i
tuoi
viventi , noi
del paganesimo e della restaurazione?
E tu ci rispondi
con dolore: Ah! ciò avvenne perchè era il tempo della
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261 Papi in Avignone. Allora io non mi fu data una legge non una linea da segnare ne’ miei annali; sempre fu per me tempo di sventura e di ruina l’assenza de’miei Papi. Così parla Roma e dice la verità. Ecco lo stato di
mia cattività, stando
svenni e mi consunsi
i
,
;
Roma, descrittoci dal Platina, all’ingresso
di Marti-
no V, il 22 settembre 1421, già seorsi parecchi lustri dacché la sedizione, secondo la frase degli storici, escivis Romce sendo divenuta cittadina di Roma e quietando per poco, aveva permesso il ritorno ai Papi sedenti in Avignone: « Martino, partito di Firenze, ,
,
era giunto alle porte di Roma, quando vide l’afTollata
moltitudine e
i
principi della città
illustre, venirlo
ad accogliere quale un uomo sceso dal cielo, e unico padre della patria. 1 Romani segnarono nei fasti l’esultanza di quel giorno solenne.
Il Papa
trovò
Roma
quasi scomparsa sotto le vaste ruine: non aspetto di
ma case crollate, templi rovesciati,
città,
contrade
fangose e deserte, una città divorata dalla miseria e dalla fame.
Che dirò? Non più segno di popolo ci-
nè di ordinata città. Avresti creduto quegli sventurati una Diandra di bifolchi , e la feccia del mondo. » Mazzini rinnovò in pochi mesi la terribile istoria nel suburbio di Roma colle armi di Garibaldi, colle vile,
devastazioni, cogl’ incendi, coi sacrilegi; ed in pochi altri
1’
del
O Roma un O essere la Regina
avrebbe estesa a tutta la città.
destino è scritto in cielo per te:
mondo coi Papi
,
o
il
fazioni senza di loro.
La statistica è Or niuna
storia.
la
,
ludibrio e la vii preda delle ajif
dimostrazione matematica della
città
al
mondo, nei tempi antichi
s* impoverì o crebbe di popolazione, 0 moderni quanto Roma, secondo che la tennero o ne uscirono 1 Papi. Sol diciasette mila anime vi trovò Gregorio XI, tornando da Avignone. Settantasette mila ne trovò ,
f esule Pio VII, tornando di Francia, che in soli quin-
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262 1815 al 1830, crebbero sino a centodunque all’evidenza delle cifre, chi non ha mente da levarsi più alto e leggere
dici anni, dal
settanta mila. Si pieghi
nei disegni di Dio.
Oh
!
sian
restaurando
dunque benedette e gloriose le armi che, il Papa, restauravan l’onore e la gloria
dell’eterna Città! Memorando sarà per sempre al mondo cattolico quel
15 luglio
in cui
un popolo fremente di
gioia salutava la pontificia bandiera,
innalberata in
Castel Sant’Angelo e sulla torre del Campidoglio; in cui il clero accogliendo nella grande Basilica il libe-
ratore Oudinot
,
proclamava
lo
il
prescelto e
il
bene-
La restaurazione
detto da Dio; ed egli rispondeva:
«
della temporale autorità del Santo
Padre è pegno di
pace al mondo; noi veniamo a ringraziarne Iddio; la il premio delle sue fatiche nella pro-
Francia troverà
sperità degli Stati pontificii , e nella stima delle cattoliche nazioni.
»
Onore
al
grande che congiunge la
pietà al valore!
Degne di memoria sono pure le calde parole
,
dopo
l’inno eucaristico, pronunciate dail’£minentissimo Tosti. «
Signor Generale
!
Voi tramanderete ai vostri posteri
titolo di liberatore di Roma. Permettete frattanto a un Cardinale Romano di esternare con voce fioca pei
il
durati patimenti, in
nome anche de’ suoi colleghi, a
Voi, alla vostra armata, e alla cristianissima Francia, sentimenti dell’eterna riconoscenza. Voi ci liberaste
i
dall'
oppressione di mostri che disonorano
il
genere
umano; e ci annunziate il ritorno del Sommo Pontefice ,
nostro sovrano e padre. Contra lui si scagliarono
e
si
scagliano poche furie d’inferno,
la
bocca
la
voce universale del
ma loro chiude
mondo cristiano, che
qui lo vuole gloriosamente ricondotto.
E ci verrà ma ,
sempre accompagnato dalla singoiar sua mansuetudine, per quanto abusandone i perversi, credansi debita ogni impunità, a sfogo della loro audacia.
— Signor Digitized by
263 la vostra saviezza,
Generale!
e la condotta militare
de’prodi che vi circondano, ci ha risparmiati dai mali
ed
i
Roma
e le devastazioni che deturpano
della guerra;
suoi contorni
si
,
dei nostri tiranni.
debbono tutte al genio malefico
La disciplina e la morale del vostro
esercito servan d’esempio c di correzione ai pochi ro-
mani,
traviati dalla colluvie di
empi qui ragù-
tanti
buoni piangono ancora il poco sangue francese ma questo sangue, unito a quello d’innocenti sacerdoti e di probi cittadini barbaramente nati. I
che si è sparso;
trucidati da quei mostri, chiamerà le benedizioni del cielo sulla Francia, soldati.
— Viva
la
su di
Voi, e sui valorosi vostri
Religione! Viva
il
Sommo Ponte-
Viva la Francia! » Oudinot, rispondendo a queste parole, si mostrò intenerito meno per la sua gloria che per quella della
fice!
Francia a cui
riferì tutto l’onore della
restaurazione
pontificale, e de’suoi compagni d’armi che nei Romani
hanno inteso di soccorrere a fratelli oppressi da stra niera tirannide; e fu tocco al vivo dalla solenne di-
chiarazione che tutte le devastazioni eran frutto degli oppressori, mentre
i
Francesi avevan tanto procrasti-
nato e patito per fuggire
il
guasto dei secolari
monu-
la Città eterna. 11 buon successo
menti che adornano riferì tutto alla Providenza; ricordò
i
pressanti mes-
saggi che gli pervenivano chiedenti
il
ritorno di Sua
Santità; e dichiarò che bella, oltre ogni altra conquista,
riputava
la
presente,
che. procacciava
alla
amore dei Romani e la riconoscenza della Cristianità. Il Cardinale, commosso, gli aggiungeva: Francia
«
l’
Le vostre
parole, o Generale, sono dettate dallo
Spirito di Dio; le sue benedizioni scenderanno
pre più copiose sopra di Voi c della Francia.
sem-
»
Strepitosissimi applausi accompagnarono il Generale
Oudinot.
La moltitudine ansiosa di vederlo e d’osse-
quiarlo, altro non sentendo che l’impeto della grati-
m ladine, strettamente dolce violenza le
Io
circondava
baciandogli
mani e la spada. Dieci
secoli
con eran
decorsi da che la Francia era stata applaudita in si-
mile guisa nel Tempio Vaticano: Oudinot
ricordava
Carlomagno (V. il Giornale di Roma, 16 e 17 luglio). Gioberti, Mazzini, Mamiani, qual popolo era corso in Roma a baciar le vostre mani? La spada di Oudinot, baciata dal popolo, folgora la Giovine Italia e le
sue creature.
CAPITOLO LXII. CHE FAHÀ IL PAPA ?
’
Che farà il Papa tornando al governo del suo Stato?
Non piglieremmo spontaneamente nna tal questione, fidati
nella
sapienza di lui e del sacro Collegio, e
convinti che le questioni
più ardue sulla forma del
pubblico reggimento debbonsi guardare dall’alto e in tutta la loro estensione, e
non già solo nell’ angusta han
sfera d’ una scrittura. Tuttavia, poiché molti vi
posto la
mano,
noi
pure diremo la nostra sentenza.
La libertà è il dogma civile
delle nazioni ,
ma i
suoi limiti e le sue forme debbono variare secondo le
qualità dei tempi e delle popolazioni.
Or chi direbbe
che lo Statuto, tal quale in fretta ed in un subollimento rivoluzionario fu per necessità conceduto da Pio IX, sia la forma più bella e più sicura della libertà civile? Ma, ancorché fosse, ehi direbbe che dopo una catastrofe che ha svelto i fondamenti del governo papale e creata una tirannide, non siansi rivelati
nuovi pericoli e nuove dighe da opporre al tor-
rente rivoluzionario? Salvare il popolo, salvare lo Stato
da questo torrente rivoluzionario, e per conseguenza la libertà minacciata, è il primo dovere del principato.
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263 Badate che sarebbe crudeltà il dare agl’infermi od ai convalescenti
i
robusti e sugosi cibi dei sani.
Ci pare dunque una inconsideratezza quel preten-
dere che Pio IX debba restituire
governo di Roma
il
su quel piede in cui trovavasi nelle giornate del 15 e
del 16 novembre
quasi nulla fosse accaduto e a nulla
,
dovesse giovare la fatale esperienza.
Pio IX ha due debiti:
il
primo, come papa, è dì
ritenere l’indipendenza temporale a difesa della spirituale;
secondo, come principe, è
il
di tutelare la li-
bertà del suo popolo contro la fazione usurpatrice che è vinta
ma non spenta, e si travaglierà di nuovo nelle
tenebre per tornare più feroce
all’ assalto.
Guai
al
principe, guai al pontefice, se si riposasse sicuro nella
calma! Sarebbe più tremendo a lui ed al popolo un
nuovo naufragio
;
sarebbe inghiottita
la libertà e in-
staurata più fiera la tirannide. Userà dunque la com-
Non la compressione, ma una moderata e
pressione?
legittima repressione.
Repressione,
salvi lo stato, cioè
sudditi ed
i
violenze della fazione usurpatrice. scienza dei fatti, signori belli;
io dico, la
quale
sovrano, contro le
il
La
politica
è la
governo dei popoli
il
s’impara a questa scuola e fon a quella delle utopie.
Or guardate a’ fatti recentissimi e tremendi. Chi ha dato
1’
mano
Italia,
alla
tutta
fazione
l’Italia,
salvo
repubblicana?
il
questo tradimento dei popoli italiani? polari.
Non contorcetevi,
qui è
il
Napolitano, in
Chi ha compiuto
Le Camere pole Camere
fatto:
popolari, la piemontese, la romana, la toscana, col principio ultrarepubblicano della sovranità popolare,
quando i popoli erano hanno tradito i popoli ed i sovrani; e chi di quelle adunanze vedrà che sul
e colle arbitrarie Costituenti costituiti,
rilegga
i
discorsi
mezzo del 1848, Pio IX, Carlo Alberto, Leopoldo, già eran deposti teoricamente dai loro stessi Parla-
menti.
La rivoluzione italiana V utopia mazziniana ,
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266 dell’Italia
una , passò tutta intiera dalie società segrete
nelle Camere italiane: in esse signoreggiò apertamente lo spirito
mazziniano, di lunga mano prima che Maz-
zini fosse al Campidoglio ; e continuerà a signoreggiar
sino al fine , perchè se Mazzini è fuori , la sua scuola
è dentro e si abbarbica tenacemente a tutta l’Italia, e invade coloro stessi ai quali non garbano le esor,
bitanze professate dall’apostolo del socialismo italiano.
Dunque il Papa ed i principi italiani hanno il debito indispensabile di reprimere l’insurrezione che viola
il
patto fondamentale , ed ha seggio ed imperio nelle Ca-
mere
e di frenare con esse la stampa rivoluzionaria
;
che da lia;
Roma si lanciò la prima ad infiammare l’Itareprimere insomma
di
dei barbari che
gli
errori e gli
attentati
hanno giurato lo sterminio dei troni
popoli italiani. Questa repressione la deve
e dei
Papa e con lui i principi alla libertà del
della penisola la
il
debbono
vero popolo italiano finora usurpata e
straziata.
La temporale indipendenza del Papa da ogni potere interno od esterno è un principio universale che emerse più fulgido dalle discussioni attuali: e per conseguenza la sovranità popolare potrà radicarsi meno a Roma che altrove, come avvertivano or ora il Times e il Débats. Che servirebbe al Pontefice la sua indipendenza dalle corti straniere, se egli dipende da un potere creato nel suo Stato? Tutto il mondo cattolico
ha un supremo interesse a ciò che
di tutte le coscienze conservi intatta,
dello Stato,
il
maestro
dentro e fuori
questa sua indipendenza. Tal verità è
proclamata da
tutti gli
assennati cattolici, e fu nella
Camera dei lord in Inghilterra dal marchese di Lansdowne:
«
La condizione della sovranità del Papa, egli
diceva, ha questo di particolare, che nel suo potere
temporale è semplicemente monarca di quarta o di quinta classe, mentre nel potere spirituale gode di
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267 una signoria in tatto il mondo senza pari. Siccome paesi hanno sudditi cattolici romani, così tutti i hanno interessi nella condizione degli Stati i paesi romani, e debbon vegliare affinchè il Papa eserciti
tutti
l’autorità sua senza
che un’influenza temporale possa
diminuire o alterare la sua podestà spirituale. » Niuna influenza, ripetiamo, nè interna nè esterna, dee dun-
que poter comprimere 1’ indipendenza temporale' del Papa.
E ciò dal lato della sua libertà religiosa.
Bai verso strettamente politico, è poi una strana pretesa quella di affermare che la libertà non abbia che una sola forma di esistere, quella cioè di una Camera legislativa, abbandonata al caso o per meglio dire all’ignoranza, ai raggiri e alle frodi dei partiti.
Sono forse più liberi e più civili i popoli quando una fazione ha raccolto in una Camera i più incivili e i più perturbatori? Quando in questa Camera trovano un eco ed una rappresentanza legale tutte le passioni? Che fa ciò alla libertà dei cittadini , sulla cui testa e sulle cui famiglie pesa una congrega di despoti? Sì, gli hanno Sono gli uomini della loro scelta. scelti; ma ignoranti o delusi, hanno scelto i loro ti-
—
—
ranni
(1).
Si dice: sono difetti; bisogna emendarli. (1) la
Le Camere, come le piazze italiane, hanno seguita
legge di tutte
le
tiranniche rivoluzioni, formolata
energicamente da Tacito:
«
sì
Per rivoltare lo Stato gridano
Utim-
libertà j pervertitolo, straziano la stessa libertà: »
perium evertant libertatem proferunt ; si perverterent , liberlatern ipsam aggredienlur ( Annui, xvi , 22), Le Camere ,
popolari, per nulla più temperate o sapienti dei circoli e delle piazze , col pretesto di libertà hanno eliminato il pa-
terno assolutismo delle monarchie italiane, e col pretesto
hanno instaurato il dispotismo detto da Voltaire il dispotismo della canaglia. Ecco brevemente compendiata la storia del risorgimento italiano. Su questo piede, Costantinopoli sarà in breve 1’ Atene della civiltà.
della stessa libertà
,
Dìgitized by
268 Appunto; bisogna emendarli; ma quando? Quando siano disfatte le nazioni ? Emenderete i vizi della nave dopo il naufragio? Proponete dunque gli emendamenti che rendano sinceramente buone le elezioni: ma non riuscirete finché non avrete escluse le passioni dal voto degli elettori. Non vedete qual maggioranza è uscita dalle urne
di
Roma,
Torino ha ora
di Torino?
Napoli, di Firenze,
di
sua terza Camera,
la
quale rinnova nella sua maggioranza
la
Camera
la fatai
democratica; e ben vi fu rieletto (sebbene non accolto)
quel Costantino Reta
che in marzo con
altri
deputati passava dalla Camera a capitanare la Repub-
Genova, ed ora è condannato a morte per tradimento di Stato. Con queste elezioni non insultasi blica in
sfacciatamente e ferocemente
al
re ed alla nazione?
Or venite a contarci che tali vizi sono accidentali. 11 volgo è volgo, e sarà sempre la
vii preda di chi lo compra; e lo compreranno i tristi, a cui non ripugna verun mezzo che torni vantaggioso. Aspetterete i rimedi dal tempo? Meschini vi lasciereste strozzare sulla speranza di risorgere? Vedete la Francia; il suo suolo è coperto di ruine. Sono pochi mesi, e la sua Costituente contava appena sessanta socialisti ed ora la sua Assem'
•
,
,
blea legislativa oltrepassa i ducentocinquanta.
Un ab-
bietto,
un perfido giornalismo, là come in Italia, ha
guaste
le città
e le campagne. 11 suffragio universale
non è piò rimedio nel corrompimento universale: nè acquista il senno o la politica sapienza quando ne spogliano coloro che hanno il dovere di gover-
il popolo
se
narlo. Voi dite che
ben semplici
:
il
il
rifatelo;
rimedio verrà dal tempo. Siete
torrente che ha superato
continuerà a demolirlo.
T argine
Dunque rifaremo l’argine. Sì,
ma non lo rifarete se non rifacendo i patti
costituzionali.
lmpertanto, se noi fossimo il popolo romano, non
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269
domanderemmo lo Statato
,
quale fa Improvvisato sulle
non vorremmo 1’ incentramento di tutte le libertà individuali in un
basi viziate di tutti gli Statuti moderni
,
parlamento prepotente, che d’un piede calpesta il po-
brameremmo all’incontro
polo, e coll’altro il sovrano : libero
il
popolo e forte
il
sovrano a governarlo e pro-
teggerlo. Libero l’individuo nella qualità di cittadino, coll’ eguaglianza al cospetto della legge;
libera la fa-
miglia contro chiunque si attenti di violarne la religione ed il costume; libera la proprietà ed il com-
mercio; libera la vita contro famazioni; libero
il
aggressioni e le dif-
le
municipio, aggregato di famiglie,
e libera la provincia, aggregato
di
municipii, nelle
cose rigorosamente spettanti alla propria amministrazione, e nel rimanente dipendenti per Vanità politica dello Stato da
un consiglio superiore. Questa è la li-
bertà vera e fruttifera che farebbe circolare la vita nelle parti del corpo sociale, e
non già quella buro-
crazia, che nei governi attuali divora la finanza e
comprime le forze attive e vitali dello Stato. Questo sistema che inchiude la libertà delle cose, e non sol delle parole, conviene particolarmente al governo papale. E un fatto che le Camere elettive e legislative furono sempre in Francia, e sono per lo più una rivoluzione in permanenza: or conviene a
Roma un governo sempre ondeggiante e tumultuoso? Ha Papa nel suo piccolo Stato, e dissangualo dal il
latrocinio repubblicano, quell.’enorme finanza, che as-
sorbono
i ministri, schiavi d’ una maggioranza, per comprarsi degli amici e puntellarsi? Qual mezzo ha egli da opporre ad una fazione che in ventiquattrore
corre
i
limiti dello Stato,
sorprende gli
elettori e in-
Camera? E finalmente non vorremo persuaderci che non tulli i popoli trovano la libertà nella vade
la
le
forma di reggimento? e che la pessima di tutte forme è quella che toglie ad un tratto la libertà
al
popolo ed
stessa
al
sovrano?
270
A queste considerazióni strilleranno
i
repubblicani
nel vedersi restringere l'adito alla loro dominazione;
ma
debbono avviarsi a quella libertà sincera che non otterranno mai dai governi impotenti verso Del resto, come tanti altri abbiam detto i cospiratori. la nostra parola, convinti che il Papa non ha bisogno di consigli nè di ammonimenti. i
popoli
,
Conciliare
libertà
la
civile
dei
popoli colla indi-
spensabile libertà e solidità dei governi, è il problema
che niuno ha sciolto finora, presenti institnzioni ,
la
non sciolgono
che
cui soluzione
le
sarà ritardata
dalle demagogiche insurrezioni , e che desidera tuttavia d'essere studiato dai più profondi ordinatori della
cosa pubblica.
CAPITOLO LXIII. POLITICA.
•
Il
colore ,
il
EUROPEA.
processo e la connessione della rivolu-
zione italiana coll’europea,
ci
chiamano alle seguenti
considerazioni.
La sconfitta di Kossuth e di Beni la compiuta somnome dell’Ungheria fatta il 13 agosto da Górgey, creato dittatore dopo Kossuth, mettono fine alle armate insurrezioni del 1849. Or finalmente pure ai ciechi ne debbono esser visibili le conseguenze. Ledru-Rollin Mazzini, Kossuth, i tre mali genii di questa fatalissima insurrezione europea, sono proscritti e fuggitivi: poco male, se dietro di loro non rimanessero voragini sì profonde da non potersi ripa,
missione in
•
,
,
rare per corso di lustri e di secoli. Quali sono queste voragini? Signori rivoluzionari, che, ciechi o previdenti foste i precursori o la coda del beato Mazzini, ,
ora siamo
a’fatti
e bisogna saldare
i
conti.
A voi anDigitized by
Googl
271 cora
rivolgiamo che vi dicevate
ci
moderati,
i
moderati della rivoluzione. Ebbene che
frutti
ma
i
avete
sparsi sull’Italia , e tutt’insieme sulla civiltà europea? Il
vostro processo è fatto, l’ora del vostro giudizio è
suonata. i
popolo orribilmente profuso, monti di i cadaveri del popolo li vedete voi?
L’ oro del
cadaveri che sono
Vedete voi le lagrime dèlie famiglie, città,
i
depravati costumi,
i
le discordie delle
gemiti dei popoli e della
religione? Vedete voi quello spregio d’ogni autorità,
quella plebea baldanza, quel supremo libertinaggio per cui si
qualunque del popolo da voi adulato e inorgoglito un sovrano e per un Dio? Cono-
tiene ornai per
scete voi questa dissoluzione sociale , o distruttori del tutto e inventori
del nulla?
terribili all’umanità
gia
,
Or sappiate,
o uomini
sappiate che questa è la malva-
semenza da voi gittata, e che questa è niente pa-
ragonata ai frutti che essa darà nell’avvehire alle sgrache nascono immiserite dai vostri
ziate generazioni fatti e
avvelenate dalle vostre dottrine.
Ma salite più alto e vedete l’orizzonte europeo che s’
infosca orribilmente per vostra cagione.
predicato
la
guerra dei popoli,
Voi avete
la guerra santa nella
Francia, nell’Italia, nell’ Alemagna, nell’Ungheria. Che cosa avete fatto? Avete indebolito la Francia, sacrificato l’Italia, e quasi crollato nell’Austria quell’ante-
murale che nell’ordine religioso e politico salvava la civiltà meridionale e occidentale dell’Europa dall’in-
vasione moscovita. Questa fu la vostra demenza , questo l’errore portentoso,
a insorgere
i
commesso da voi che eccitando
popoli , avete sforzato
i
sovrani a confe-
derarsi; e volendo,
non colla virtù che è Tarma insu-
perabile dei popoli,
ma colla forza delle armi che è
un argomento brutale, conquistare le nazionalità con mezzi nè civili, nè capaci, avete sacrificato non solo le piccole ma le grandi nazioni all’infiuenza di un co-
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272 losso
che minaccia di assorbirle.
E voi volevate che
Pio IX aderisse a questa politica da fanciulli, a coi non poteva mancare un esito così deplorabile? Due idee si contendono il dominio europeo: l’idea moscovita e civiltà: la il
la cattolica; e
da queste germinano due Non è da curare
moscovita e la cattolica.
protestantismo,
il
quale è una negazione ed una
seguenza interminabile di negazioni, e perciò è un nulla tanto in. filosofia che in religione, e sol capace del nulla; e
1’
introdurlo nell’Italia, od
il
favorirlo
colla libertà dei culti , è opera solo degna dei Mazzinisti, cioè di coloro
che si sforzano di sciogliere gli
ultimi elementi della potenza e del nome italiano.
La
non vive più di protestantismo, ma d’uno schifoso e materiale egoismo, e non avrà mai
stessa Inghilterra
V
cala fiducia che è la forza morale delle nazioni , drà infine se non torna al cattolicismo , ripigliandola fede de’suoi avi, per un adulterio tradita da Arrigo.
Restano dunque sul suolo europeo l’ idea cattolica e l’ idea moscovita; e Napoleone vedeva più che non prevedeva, annunziando che nel corso del secolo diciannovesimo l’Europa sarebbe o repubblicana ocosacca. Napoleone guardava alla fòrza materiale del Moscovita, noi guardiamo all’idea: aggiungendo questa a quella, più probabile la previsione. Ciò posto, ogni colpo che si portò all’ Austria, fu vittoria per il Moscovita; e tanto più sicura,
si farà
una
quantochè
il democratico socialismo ed il terrorismo ben presto s’insignorirono della insurrezione magiara ed italiana. Ancora mancava che gli Ungavi per ul-
timo eccesso di frenesia si rendessero piuttosto alla Russia che all’Austria; e si faceva nel 13 agosto. L’Ungheria tornerà nella soggezione dell’ Austria come la Lombardia ; e la Russia è troppo grande e intelligente '
per vedere che influenza,, e
il
suo trionfo inestimabile è la sua
non il lieve acquisto di qualche provin-
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273 eia.
L’Austria sarà dunque materialmente ciò che ella
era ,
ma la Russia ha consolidato la sua preponde-
ranza: essa già dominava l'impero ottomano, ed ora stenderà
il
suo protettorato non solo sugli Slavi au-
ma su tutto l’impero d’Austria, e per conseguente sull’Alemagna, e forse sull’Italia e sulla Francia. Ecco bel frutto che la demagogia ha raccolto,
striaci,
tingendosi di socialismo, predicando l’odio e la guerra
contro l’Austria.
Ma non perdiamo di ‘vista le due idee
cioè la catto-
,
lica e la moscovita. Le idee, più che altro, costituiscono,
congiungono, danno essere e forma alle nazioni; e primeggia l’idea religiosa , quando s’è incarnata colla dei popoli. Ora quelle due idee hanno appunto una tale virtù: esse costituiscono due mondi. Quale dunque avrà il trionfo? Sappiamo che
civiltà e colla vita
per
la cattolica milita
Iddio,
ma ci cuoce l’animo la
demenza dei cattolici. L’idea moscovita è una convinzione
profonda, ravvalorata con
forza.
Quell’ idea
monca
tutti
i
mezzi della
del suo vertice è però
una
convinzione, perchè le filosofìe germaniche, galliche e italiane non penetrarono per anco nella Russia se non per angusti spiragli, mentre dilagano e sovvertono l’idea cattolica nel settentrione, nell’occidente e nel mezzogiorno d’Europa. Nella Russia il principe è papa e imperatore, e se questo è il dispotismo dei
corpi e degli spiriti, è però un anello di ferro ben diffìcile a superarsi nelle mani d’una potenza che ogni dì estende le sue forze incalcolabili.
Or vedete politica sapienza della demagogia francese e italiana! Francesi e Italiani
si
sforzano, quasi ma-
stini infernali, di abbattere colla parola e colla stampa
quest’idea cattolica ed
il
Pontefice che ne è maestro
e capo: nei quali due obbietti , cioè nell’idea cattolica e nel Pontefice, risiede ogni nostra forza contra il dispotismo civile e religioso. Ma già un’ammenda ono* 18
Dìgitized by
;
274
Roma ed mentre l’Italia è ben lungi Qui , e nel misero Piemonte specialmente, e fra i deputati nel parlamento, i mastini non cessano di menare il rabbioso dente sul Pontefice, revole ha fatto la Francia, restituendo a
alla cristianità il suo Capo,
dal ravvedimento.
per estinguere l’ultima scintilla della civiltà italiana, per soggiogarci prima alla loro tirannide, e poi alla
dominazione moscovita (1). Di essi più civili Alessandro e Nicolò, cooperatori alla restaurazione del VII e del
IX Pio; sebbene ci spaventi la politica dello
Czar, nelle cui mani l’idea religiosa è il primo nerbo e la più possente leva della politica; quell’idea che vorreste cancellare dall’Italia e da tutto l’Occidente, voi amici di tutte le rivoluzioni e nemici d’ogni cre-
denza. Promotore zelantissimo
della
sua religione,
(1) Bianchi-Giovini, ingrazia delle sue dottrine, tato
depu-
lombardo alla Camera piemontese (vero anacronismo
politico), scriveva nell’elogio di Carlo Alberto coll’anima tutta intenerita: « retto;
il
Il
tuo regno c ora affralito c debolmente
rapace austriaco e
l’Italia; il prete apostata sta
lo
schiavo francese insozzano
ancora a Gaeta ,
e,
fra l'ozine
l'immorale e schifoso gesuita
le
gozzoviglie medita vendette
si
commove e si agita per riprodursi al mondo; il bomba r-
datore, bagnato nel sangue de’suoi sudditi, esulta e gode de’ suoi trionfi ;
1’
imbecille Leopoldo ,
ben custodito dai
Croati, torna alla sua sede, e chiede Radetzky di consiglio sali’ arte
di
governare:
tutti questi infedeli, tutti questi
traditori, tulli costoro abbietti
ed infami innanzi al tribu-
nale della storia » ecc. (Opinione, 9 agosto).
Con queste
giaculatorie il deputato lombardo suffragava l’anima e cele-
brava le glorie di Carlo Alberto. Conformi allo stesso rituale sono quelle del deputato Brofferio, il quale nella Cail 18 agosto, chiamava Pio IX « spergiuro della mera che aveva ginrata sui sacri altari » ( Aplibertà italiana ,
,
plausi). 11 gagliardo avrebbe trovato copia di spergiuri fra i
ma Pio IX dove, quando, che cosa ha giuralo? Forse la libertà dei repubblicani, assassiui
suoi confratelli,
egli
del suo Stato?
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273 quanto voi siete persecutori della vostra
,
favoreggia-
tore munificentissimo del clero e del culto, quanto voi siete gli odiatori e gli spogliatoci dell’uno c dell’altro,
Dio non voglia che profittando degli errori filosofici e religiosi introdotti nella Polonia, nella Bulgaria , nella
Serbia, nella Boemia, nella Croazia, non arrivi
a
come ad una religione
nello scisma
soggiogarli tutti
nazionale, e farsi venerare quale sacerdote e imperator
non voglia ancora che l’ influenza Papa e re non si estenda sino all’Occidente.
dell’Oriente; e Dio di questo
Al che civiltà
coadiuvate potentissimamentc voi, mastini
lo
ringhiosi
e frementi contro
ed
la
vera Chiesa, la vera
vero Pontefice. Voi siete i grandi
il
flagelli
della civiltà europea, maneggiati dalle potenze delle
tenebre.
Tuttavia
1’
Europa potrà ancora una
trionfante dal cimento,' se la
volta uscire
Russia ritirerà quella
mano di ferro che q>esa sul culto e sulle coscienze
;
e
ne abbiamo speranza per le promesse fatte da Nicolò a Gregorio ed a Pio IX. Se l’Austria, fedele all’appellazione di apostolica, concederà a’suoi potentissimi
ingegni ed al suo clero il libero svolgimento dell’idea cattolica, della sua morale, delle sue istituzioni e as-
sociazioni, della sua gerarchia e del suo culto; e già
ne abbiamo guarentigie di fatto, oltre alle speranze. Se la Francia rinnovando le sue tradizioni e la realtà camminerà in quella via che ha sì di cristianissima ,
gloriosamente incominciata, liberando dai nuovi barbari la città eterna.
Se
la
Spagna riconforterà quei
sensi di cattolica, prostrati da una rivoluzione trilustre,
e tornati
Se
1’
sì
vivi e gagliardi nella causa del Pontefice.
Inghilterra muterà in carità cristiana
la
carità
corrompe e la depaupera, e cesserà di comprare e vendere le nazioni come le merci; testimonio e vittima di quest’ immoralità la Svizzera, la Sicilia, l’Italia. Finalmente se l’Italia. .. Ma l’Italia è ancora nel delirio! Preghiamo che Dio la salvi. legale che la
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TM CAPITOLO LXIV. EI
11
fu!
socialismo Gallo-Italo tentava e riusciva l’ultimo
colpo, strappando la misteriosa lettera da Luigi Na-
poleone
Edgardo Ney suo aiutante
indirizzata a
di
campo.
Ebbene noi diremo: Ei fu! Ei fu! diremo del piccolo come
del
grande Napo-
quest’ uomo cui la Previdenza pigliava
leone.
Ei fu
per
roano in quel dì decimo di dicembre, cui ri-
la
,
formava nella mente, e confortava di una politica sapienza. Ne maravigliava il mondo, non che la FranDentro colla moderazione, a Roma con una gagliarda e quasi audace perseveranza coronata del successo, Luigi Napoleone crasi collocato tra i più forti e intelligenti difensori dell’ordine. Restaurando in Roma cia.
il
cardine dell’equilibrio europeo, e nel Pontefice
maestro e
il
egli erasi procacciato
Conquistatore.
il
padre di ducento milioni di credenti,
Or
una gloria superiore al grande
la
sua
stella è al
tramonto, e lo
18 agosto, pubblicata alla quale più che la il 7 di settembre nel Monitore data dell’Eliseo Nazionale converrebbe quella di Bodice la stranissima lettera
del
,
logna o di Strasburgo.
Con una fierezza imperatoria, cui stimerebbero soverchia l’Austria e la Russia, egli impone al Papa:
Amnistia generale, secolarizzazione dell’ amministrazione, il
Codice di Napoleone e governo liberale. Imporre al
Papa l'amnistia generale
,
mentre i colpevoli di delitti
popolano le prigioni della Francia? mentre la Francia rigetta i profughi dellTtalia? Imporre al Papa la secolarizzazione del governo temporale, che viene
politici
la rinuncia della sovrana autorità? Imporre Papa il Codice di Napoleone colla libertà dei culti
ad essere al
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277 e
il
divorzio?
Non
resterebbe che a fare di
una colonia parigina
,
ed
al
cavalleresco
il Sultano di Roma. Nel lo luglio, e più volte in seguito,
Roma
Presidente
intitolarsi
tali
ringra-
ziamenti furono resi odìcialmentc alle armi della Francia, che diviene inconcepibile quel diredi Napoleone:
Leggendo il proclama dei tre cardinali mi sentii peroffeso nel vedere che niuna menzione era fatta ,
sonalmente
della Francia né dei patimenti delle nostre brave mili-
Vorrebbe dunque la boria napoleonica, che ogni Roma s’ inscrivesse nel nome della Francia? Napoleone copia i giornali rossi dicendo che il Santo Padre è sotto l’influenza di passioni ostili che si vor-
zie.
atto di
,
rebbe dare quali basi all’ingresso del
Papa la proscri-
Vaneggia poi quando afferma che in le armi del grande suo zio percorsero V Europa
zione e la tirannia.
,
ogni dove portando
i
semi della libertà.
Ha
forse
un
soldato dell’imperatore che abbia mai udito parlare di statuto o di costituzione? 1
fanno
rossi
festeggiano piglia
i
le feste di questa lettera, e con essi la
moderati della rivoluzione. Mazzini
ri-
speranze, già rincorate dalla Camera del
le
Piemonte egli sa che a quest’ora statuto e repubblica hanno lo stesso valore in Roma (1). Ma il generale ;
(1) Il Siècle,
commentando
lettera del
la
Presidente,
dopo le parole secolarizzazione e governo liberale , conchiude: « Sappiatelo, Mazzini non voleva altro; la lettera del Presidente ritorna Roma in repubblica * nè può avere altro successo. Perchè dunque avete rovesciato Mazzini? Cacciato per la porta esso rientra per la finestra. » Ecco la contrad,
dizione della Francia! Piuttosto di cacciar la rivoluzione per la porla e farla rientrare per la finestra, ciò che sarebbe un tradire Roma e l’Italia la Francia poteva starsene in casa. I giornali italiani che si dicono moderati, lavorano a questo stesso fine essi introducono Mazzini per ,
:
ia finestra.
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278 Rostolan, vedendone
temerità, negò di
la
metterla
all’ordine del giorno.
Eccone la spiegazione. Luigi Napoleone aveva personalmente combattuto a Forlì contro Gregorio XVI; dunque egli era l’uomo della rivoluzione, la quale è infermità radicale degli spiriti
che
si
ma poi risurge; e risurge ora
rallenta,
in Napoleone. 11 minacciante socialismo aveva per una necessità
momentanea
partiti; ed ora
si
raccolti
staccano da
intorno a lui
lui
tutti
i
ed i
gli orleanisti
dunque probabile che la necessità o il faccian parer buone lo file dei rivoluzio-
legittimisti: è
dispetto gli
nari e dei socialisti. Ciò è chiaro da quella pretesa
deU’amnistia generale:
meno che
i
gli
amnistiati sarebbero niente
mazziniani, cioè
italiani e tutta la schiera
la falange dei socialisti
Ecco
della Giovine Italia.
dove Napoleone va a cercare
i
suoi amici e forse gli
antichi suoi commilitoni.
Un’altra ragione è l’Inghilterra, scaltrissima delle
nazioni, e quel Palmerston a cui l’Europa è debitrice delle presenti rivoluzioni. Egli accese la Svizzera, poi la
Sicilia ,
poi
1’
Italia
col
sovversivo apostolato di
Lord Minto. Ristette quando l’incendio oltrepassò le mire, e minacciò l’universo:
ma ora che pareva viNaCon quale frutto?
cino ad estinguersi, egli soffiando nell’animo di
poleone, ne riaccende
le scintille.
Egli perderà Napoleone e Il
partito è
lo
sue fatiche.
preso, la rivoluzione è vinta;
se di
nuovo alzerà la testa, di nuovo sarà abbattuta. Roma non fu per la Francia un paese di conquista: senza della Francia Roma sarebbe stata libera; la Francia cesserà di far parte della convenzione, quando vorrà esserne il tutto. O piuttosto Dio spezzerà l’audace, e darà un altro capo alla Francia. Ecco la crisi che si avvicina, l’errore di Luigi Napoleone la precipita. La Repubblica è morta, o piuttosto non è mai surta
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%
negli spiriti della Francia, essendo essa
279 una impossi-
che non muore mai , chiama Luigi Enrico V, e si vocifera tra lui e
bilità politica. II diritto,
al trono di
s.
gli Ofleanesi un patto di famiglia. Ostacolo a questa convenzione pareva essere Luigi Napoleone, la cui
docilità a’ buoni consigli
Ora
giorni terribili.
aveva salvata la Francia in
rifiuta
egli
questi consigli?
La
Francia rifiuterà lui, e Dio condurrà sul trono l’uomo della sua destra.
Intanto
Pio
IX sarà ben lungi dal cedere la sua
sovranità ad un Augustolo, quella sovranità che Pio VII
non cedeva al formidabile Augusto. Il capo di chiunque urterà a questa pietra sarà infranto. PioIX prolungherà il suo esilio, e Roma i suoi dolori: ecco il Sla
il
tutto.
giorno verrà, e non è lontano, in cui l’esule di
Gaeta ripiglierà l’indipendente sovranità del suo stato. Napoleone vuole dal Papa un governo liberale. Ah!
Roma, sappia l’Italia, che nè pace nè libertà verranno mai date dai metodi governativi imitati
sappia le
dalla Francia.
Che furono le sue tante costituzioni dal
1791 sino ai 1849, se non un cumulo di rovine? In che giovano alla libertà delle famiglie e dei municipii
forme costituzionali o repubblicane, se la capisempre assorbisce la vita delle provincie, e mi-
le
tale
sura
i
passi e quasi il respiro sin dell’ultimo cittadino?
In che serve alla libertà quella immensa burocrazia che inceppa lo svolgimento degli affari, e divora la finanza?
Le costituzioni francesi o le altre da quelle
hanno mai fatto altro che aggiungere a questo meccanismo fatale che uccide la libertà, ed è peste suprema degli stati? Le assemblee francesi, i parfigliate
lamenti, le costituenti, nate e morte come i fiori di primavera, non hanno mai dato al popolo la libertà, e di strazio in istrazio l’hanno condotto all’anarchia. Costituzioni alla francese
e anarchia
si
abbracciano
come l’antecedente e il conseguente.
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:
280 L’Italia sia originale se vuol essere quieta e lìbera.
Una monarchia di
fatto e
non un ludibrio; un go-
verno morale e religioso e forte che tragga la sua virtù dal principe e non da una maggioranza di faziosi o di fanciulli; amministrazione dei particolari interessi nelle provincie, e non già nei gabinetti dei
ministri; discussioni degli affari pubblici da uomini esperti e la
non da bimbi
,
in una congrega dove imperi
ragione e non il tumulto delle passioni. Nissun mo-
nopolio, origine o sinonimo del comuniSmo. Ecco il governo liberale che renderebbe felici i popoli e tem,
non volle conoscere, e
perati e forti, cui la Francia l’Italia,
invece di esserle schiava nell’imitazione del
pessimo, potrebbe insegnarle.
Terminiamo col riferire il giudizio lucido e assendel 18
natissimo, pronunciato sulla famosa lettera agosto •
«
AaW AuembUc Nationale
Niuna vista diplomatica.
per conservare
la
— Quanto venne
fatto
pace europea è compromesso: dee
sapersi a Parigi che la prima condizione imposta dal-
l’imperatore Nicola è la restaurazione delle sovranità nell’interezza delle loro prerogative. «
Niuna vista civile.
— Vuoisi imporre
Romano il sistema del Codice Napoleone
,
allo Stato
cioè vuoisi
cangiare
lo stato della
l’eredità.
Ciò è un disconoscere lo spirito del popolo
e
proprietà, delle famiglie, del-
le
sue private proprietà.
«
Niuna vista militabe.
— Sarebbe essenziale rin-
fm d’ora un’armata compiuta a Roma: consente la prudenza di lasciar 20,000 uomini a sostenere un
viar
sistema opposto al sistema austriaco,' napolitano, russo,
spagnuolo, appoggiato da 500,000 uomini?
—
« Niuna vista cattolica. Si aliena il clero e le popolazioni fedeli d’ogni luogo , e per sempre perocché il Papa è il rappresentante visibile degli interessi ,
della cattolicità tutta quanta.
Che farete voi se il Papa
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281
non facesse ritorno a Roma? Governerete per contro di lui?
lui
o
—
Questione pratica. A qual partito vi appiglierete se il Papa non torna a Roma? Eccolo a Napoli. Che farete s'egli va a Bologna sotto la protezione del«
l’Austria ?
che
si
Come potrete costringere un potere morale
mantenne saldo
ne’ più duri cimenti?
Quale
violenza imporrete ai tre Cardinali? Per far trionfare la libertà, opererete voi contro la libertà? «
È un labirinto senz’altra uscita che la guerra
violenza, l’assurdo;
,
la
»
Ecco la lettera d’un Presidente francese che si costituisce Dittatore di Roma Ecco l’uomo di Forlì di Bologna e di Strasburgo! !
,
/ \
.
PS. Dal Consiglio del Papa e dalla diplomazia universalmente fu risoluto che la lettera del giovane Presi dovesse stimare come se non fosse , cioè una sua fantasia personale, non autenticandola veruna firma
sidente
Qui è il dito della Providenza! Essa in un lampo ha compresso la tempesta fremente su tutta
ministeriale.
l’Europa; essa commetteva la restaurazione di Pio IX
un chiamava particolarmente a compire
a quella Francia che aveva condotto in ischiavitù altro Pio;
essa
quest’opera
il
di Gregorio.
soldato di Forlì che era insorto contro
E per farci intendere che essa vuol ope-
rare tutto da sè , nè le fa mestieri del senno umano, lascia cadere testé
in
un errore da fanciullo
quell’ uomo
proclamato l’uomo della providenza dal mondo
cattolico.
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282
CAPITOLO LXV. MOTUPROPRIO DEL 13 SETTEMBRE. Finalmente respira
popolo romano!
il
Che l’affliggeva sopratutto? L’affliggeva e lo spaventava la restaurazione deU’infelice Statato che
gli
no-
mini della Giovine Italia strappavano al Papa per farsene scala alla Repubblica, e che
Papa concedeva
il
per iscampare da un peggior naufragio. La Repubblica i soli repubblicani, d’intenzione o di
l’avea lacerato;
facevano strepito per riaverlo;
fatto,
affigliati
d’ ogni
veri
Romani
,
i
Cardinali;
cogli
essi soli,
grado, perchè non
tempestano il Papa ed
riebbero,
lo
or
ma applaudono
i
già troppo addottrinati ed esperti delle
nequizie repubblicane.
Nè
ci
sorprendono
i
rumori
Genova e Torino, perchè MazMamiani avevano ben proclamato alla coorte
altissimi di Firenze, zini e
rivoluzionaria che Roma sarebbe la capitale dellTtalia restaurata; e la Costituzione era quel buco pér cui si
traforerebbero a cacciarne il Papa.
menti sarebbero sufficientissimi
I
loro disperati la-
alla
piena giustifica-
Cercammo le loro ragioni ma non vedemmo altro che le solite ire contro la camarilla, zione del Pontefice.
i
neri,
i
,
ma queste sono parole
retrogradi:
vece noi metteremo
le
,
nella cui
induzioni dell’ esperienza e
i
formolando tre proposizioni: Motuproprio non ha i difetti delle transazioni
calcoli della ragione,
1°
Il
bastarde, quali sono le moderne Costituzioni; 2° Fugge la concentrazione civile ed amministrativa, il
grande monopolio delle
quali confondono
i
diritti,
rivoluzioni,
rovesciano
moderne,
gli stati
le
e ten-
dono al socialismo; 3° Assicura ai popoli vera ed efficace libertà.
Cominciamo dalla prima proposizione. Venite qua, signori repubblicani, di puro o di mi-
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283 una lezione di politica dal gran padre della rivoluzione italiana. Voi che, volendo o non volendo, ne avete seguite le orme, dovete ben udirne la parola. In quel tempo medesimo in cui il povero Piemonte si apparecchiava a spargere Mazzini scriveva il sangue perla causa repubblicana e predicava agli Italiani nella sua Italia del Popolo « sono I patti costituzionali fondata in Milano TRANSAZIONI BASTARDE, POGGIANTI SOPRA UNA MENZOGNA d’equilibrio fra tre elementi ognuno de’quàli TENDE sto sangue; venite qua, e udite
,
:
,
INEVITABILMENTE A PREDOMINIO DEGLI ALTRI, GENERATRICI DI CORRUTTELA E DI POLITICA IPOCRISIA. » Giuseppe
Mazzini, benché sommo
in astuzia,
fu
però
1’
uomo
che meno insidiosamente enunciasse lo scopo della rimezzi da conseguirlo. Egli adunque non voluzione e ebbe difficoltà di definire le viziose creature che sono i
certe costituziodi; cioè le esemplate dalla Francia.
Avverta
il
lettore
che non vuoisi qui impugnare o-
gni patto fondamentale; che anzi propugnasi,
come
indispensabile all’ordine e alla sicurezza dello Stato e della nazione,
un patto, uno Statuto, una costituzione,
che escluda
dispotismo dei governi sui popoli
il
ma voglionsi indicare
popoli sui governi; stanziali delle
i
,
e dei
vizi so-
moderne costituzioni.
Questi vizi lampeggiano dalla definizione del Mazzini.
le
Esso
le dice transazioni bastarde.
insurrezioni ed
i
sovrani.
Luigi
Fra chi? Fra
XVI, minacciato
nella pienezza de’suoi diritti dal volterianismo insor-
gente, a lembo a lembo gettava nelle fauci della belva,
la
il
suo manto regale
quale infine, trovato
così dolce, gli divorò la testa.
lui
Fu imitato quest’esem-
pio. I popoli, ossia i demagoghi, rumoreggiavano. I sovrani risposero: Quietatevi; noi vi chiameremo a parte
della sovranità.
Ma Rousseau diceva: La sovranità è
indivisibile; o essa è tutto,
voluzione si ebbe
il
«è niente. Dunque la ri-
tutto: Pio IX e Leopoldo furono
D
284 lanciati a Gaeta.
Napoleone aveva troncato la difficoltà
colla sciabola del soldato e colla corona dell’imperatore.
Ecco le bastarde transazioni che vanno a terminar logicamente o nell’ anarchia popolare, o nell’armato Vedremo con quanta civile e politica sa-
assolutismo.
pienza Pio
IX
,
il
primo dei principi moderni
dagli agguati e dalle violenze che in teso la Giovine Italia , si
componesse
,
libero
Roma gli aveva
la lite ,
nella quale
travagliò sinora indarno l’età presente.
Queste transazioni bastarde non durano mai: umori peccanti del corpo sociale erompono di quando in
quando come vulcani, e strascinerebbero a morte la società, se la società fosse mortale. Poiché dalla Francia è nata e fu innestata la fatai piaga , consideriamone le fasi accostandoci al letto su cui geme la Francia. Apriamo la storia. La Costituzione del 3 settembre 1791 dichiarava
inviolabile e sacra la persona del re;
Due anni dopo, cioè il 21 gennaio 1793, cadeva Luigi XVI, dichiarata inviolabile e sacra; La Costituzione del 24 giugno 1793 istituiva la
la testa di
Repubblica, e confidava
il
potere a 24
membri;
Due anni dopo, il 22 agosto 1795, il potere passava nelle mani del Direttorio;
Quattro anni dopo, il 13 dicembre 1799, il Dicedeva al Consolato; Tre anni dopo, il 4 agosto 1802, i consoli eletti per dieci anni si proclamavano consoli a vita;
rettorio
Due anni dopo, il 18 maggio 1804, il Consolato svaniva in faccia dell’Impero; svaniva l’elezione del potere in faccia al Trono ereditario; il 3 aprile 1814, era pronundecadenza dell’ Imperatore, ed abolito il di-
Dieci anni dopo, ciata la
ritto d'eredità stabilito nella
sua famiglia;
La Carta del 4giugnol814 dichiarava inviolabile e sacra la persona del re , e risponsabili i suoi ministri;
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f
285 Sedici anni dopo ,
il
29 luglio 1830
bilità ministeriale trascinava
con sè
,
la risponsa-
la finzione del-
l’inyiolabilità reale;
La Carta del 9 agosto reiterava la stessa dichiarazione ; Diciassette anni
dopo
,
la stessa finzione della re-
gia inviolabilità soggiaceva sotto la medesima prova.
Nel febbraio 1848
,
il
re Luigi Filippo espiava coll’e-
sua cooperazione alla cacciata di Carlo
silio la
Enrico V.
.
•
X e di
•
,
24 febbraio 1848, instauravasi la Repubblica; quattro mesi dopo, dal 22 al 26 giugno, si combat11
teva sulle barricate per soffocarla nel sangue;
il
13
giugno 1849, si ritentava la prova. Spaventevole quadro, se consideri che
in. ogni tra-
mntamento si sconvolgono e si lacerano gl’interessi
,
i
fondamenti della nazione. Ma guarda ado lettore e vedrai che tanti orrori furono l’o-
vincoli e
dietro ,
i
,
pera delle bastarde transazioni. Perchè ciò? Perchè nella misera Francia i poteri costituzionali furono gli elementi , ognuno dei quali tende inevitabilmente a pre-
dominio sugli altri
eia Francia diventava inesorabil-
mente e fatalmente un campo di battaglia, dove, qualunque vincesse, perdente e vittima era sempre la
La quale con troppe rivoluzioni e troppo sangue ha ben provato a Rousseau che la sovranità non si delega e non si divide. Rousseau per annientarla avrebbe voluto spargerla sin nelle unghie del corpo sociale chi ha senno vorrà lasciarla colà dov’ è la mente, cioè nel capo. Finalmente le bastarde transazioni, prima di giugnere all’aperta battaglia e allo scoppio delle rivoluFrancia.
:
zioni, si fanno dentro lo Stato generatrici di corruttela e di politica ipocrisia.
tela nei al
Corruttela nelle elezioni, corrut-
parlamenti, corruttela e ipocrisia nel sedersi
desco d’un portafoglio , che si compra e si conserva
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286 facendo della libertà un monopolio, degli
mercato, e di tutto
uffizi
Un
lo Stato una pingue prebenda alla
turba famelica.
.
•
Ecco i vizi organici delie Costituzioni rivoluzionarie, come predica vasi or fa un anno, delle monarchie
ossia
cinte d’instituzioni repubblicane. Questa è politica ba-
starda che senza posa lancia la società di tempesta in
pubblico reggimento in dispone aveva fatta una prova tremenda; la piccola nave è ancor lacera ed infranta; e vorreste che il suo condottiero di nuovo la gittasse nella tempesta? No, Pio IX. non ha perduto il senno, non l’ha perduto il popolo romano. Anzi col suo Motuproprio Pio IX delineava l’imagine d’un patto fondamentale che la libertà civile congiunge colla politica tempesta, e cangia
solidità:
il
Roma
tismo plebeo.
nelle
quali due condizioni è riposta la più
liberale e sincera
forma del reggimento sociale.
CAPITOLO LXVI. MOTUPROPRIO DEL 12 SETTEBMRE. Continua.
Diceva la nostra seconda proposizione che il Motuproprio fogge la concentrazione il
civile ed amministrativa,
grande monopolio delle rivoluzioni moderne
confondendo
i
diritti,
,
le
quali
rovesciano gli stati e tendono al
socialismo.
Perchè le Costituzioni francesi crollarono tutte come ruine su altre ruine? Perchè soggiacque l’Imperio, cui non valse a reggere nè la mente nè il brando di Napoleone? Per ciò che ovunque, e prima e dopo l’Imperio, e nell’Imperio medesimo, fu confusione di principii, fu monopolio e non libertà, fu usurpazione rivoluzionaria sui diritti e sulla libertà della nazione.
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287 Napoleone fu il grande rivoluzionario che non incatenò ma incentrò in se solo la rivoluzione, nelle sue leggi, nella sua
mano di ferro,
am-
in tutta la sua
ministrazione.
E che sono di fatto le grandi rivoluzioni se non grandi usurpazioni? Costituzionali o repubblicani,
i
governi sono rivoluzionari , quando assorbono i diritti, la libertà, la vitalità degli individui o singoli o collettivi.
Allora sono menzogna
le
libere institnzioni :
verità è la tirannide repubblicana , imperiale o costi-
tuzionale che vi schiaccia. Meditate la storia da uo-
mini e non da pappagalli contrapponete le cose alle parole, e vedrete quante libere institusioni sian divenute come le acque di Tantalo che affogano i popoli ,
il loro palato se ne consoli pur d’una stilla. Perchè dunque la libertà ci fugge quanto più pare che si avvicini? Rispondiamo: perchè la fazione rivoluzionaria, colle sue forme repubblicane o costituzionali si era proposto e continua a proporsi, non la libertà locale e personale dei popoli, ma un incentramento sempre crescente di tutti i diritti politici ed amministrativi per giungere qua e là ad un socialismo nazionale, ed infine ad un socialismo o comuniSmo universale, nel
sino alla gola, senza che
,
,
quale
la setta
moderna colloca e adora l’ultima reden-
zione del genere
umano sulla terra.
Attenti alla storia. Eguaglianza , Unità
La
,
Nazionalità ,
sono per tutti
la
parola d’ ordine.
Spagna;
le
franchigie locali che danno tanta
nella
vita alle provincia,
fazione entra
scompaiono; una verga di ferro,
tinta nei colori costituzionali, abbatte ogni libertà col
pretesto di eguaglianza, che è l’eguaglianza della schiavitù
sotto
la
verga rivoluzionaria; già la macchina
costituzionale stringe tutto lo Stato, e agli oppressori
Madrid basterà l’opera d’un corriere per inviare a Paraplona, a Barcellona o a Saragossa una rivoluzione
di
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288
come da Parigi s’invia a Bordeaux, a Lione o a Marsiglia. Unità, concentrazione grande nazionalità gridano da un secolo gli agitatori deU’Alemagna, proseguendo il bella e fatta,
,
,
coll’ estinguere
loro trionfo
le
libertà locali, cioè le
piccole nazionalità, e sin anche rifondendo le partico-
denominazioni nell’ universale di Germani , Alemanni o Teutoni. , Le libertà antiche e patriarcali ond’era lieta la Sviz-
lari
•
-
zera
ostavano alla tirannia generale.
,
Lo videro le so-
nè Genovesi fossero più, nè Bernesi, nè Friburgesi. Ma Svizzeri tutti. Spente le libertà cantonali, sorse una cietà segrete
che
la infestano,
e decretarono che
fittizia
nazionalità, e con essa una schiavitù univer-
sale.
Sunderbund fu 1’ ultimo lampo d’ una libertà
11
che spirava su quelle terre cui da seicent’ anni essa abbelliva e fecondava. I Carbonari,
Pari giuoco nell’Italia.
Giovine
Italia,
i
rono le
i
disastri, di cui
scolpite
gli Unitari, la
radicali d’ogni forma, acclamante un
codazzo di gente onesta
ma non avveduta, prepara-
fummo la vittima.
Cancellare
e vigorose nazionalità della penisola, co-
stringendole forzatamente in una sola nazionalità pa-
rimente assurda che impossibile, fu il sogno mazziniano e quel germe di socialismo, per cui facemmo tanto spreco d’oro e di sangue.
Per tal guisa, unità della Francia, unità della Spagna, unità dell’Alemagna, unità della Svizzera, unità dell'Italia, fu dalla
lunga
il
disegno e lo studio delle
società occulte e tenebrose che fervono nel seno d’Eu-
ropa, sorpresero
i
governi, entrarono nei consigli e
nei parlamenti, dettarono leggi, usurparono l’insegnamento, invasero dall’alto al basso il pubblico reggimento, vivono dei sudori del popolo, e gridando li-
bertà , coll’incentramento di tutte le vite in quel struoso
mo-
gigante che appellano lo Stato, aspirano .al-
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289 l’
invasione dell’universale (V. Ixttres d'uri Savoisien
préface.
Annecy,
,
184-9).
Non ti paia soverchia, lettor gentile, questa disamina, perchè o di qui piglieran lume i governi, o la il socialismo da lunga mano vien
società perirà. Vedi: tutto
in lui
concentrando nei governi, per tutto raccogliere
un punto, e tutto signoreggiare. Niente importa a che quel punto si chiami assemblea, re, orepub-
blica: tutto si raccolga in quel centro, politica,
nistrazione,
insegnamento,
culto,
religione.
ammiNiente
importa che a reggere quel centro accorrano uomini
da ogni provincia, da ogni borgo: anzi tanto meglio, il partito vi chiamerà i suoi per mezzo delle elezioni: la gran falange che, a un’ora data, sarà la falange socialista,
comporrà la maggioranza di un’assemblea
legislativa.
E la nazione
lista;
ed essendo già
,
senz’avvedersenc sarà socia,
bell’ intese
le
assemblee, come
vedemmo di quest’anno a Parigi, a Roma, a Francoforte,
a Firenze
ed altrove, tutta
1’
Europa
civile,
senza un privilegio al mondo, camminerà come branco d’animali sotto
la
verga dei
Questo non è sogno, dotta a teorica
di
socialisti.
ma realtà che spaventa, rie di applicazioni dalla
principii
scuola germanica, propugnata da feroci moltitudini a ciò educate e capitanate da uomini
d’ ingegno
nella
Francia, e promossa con ardore incredibile e con profuso danaro nelle infinite conventicole che oramai co-
emulo in pogoverni viventi alla
stituiranno fra le tenebre un governo,
tenza, e vincente
nell’astuzia
i
luce del sole. Sapete che cosa manchi a queste società
per prodursi legalmente e stabilire
delle tenebre
loro imperio all’aura aperta?
alcuni Stati
le
assemblee prepotenti, coll’appendice
delle gallerie, insultanti rosi, e
il
Ancora mancali loro in
al
coraggio de’ pochi valo-
plaudenti ad una maggioranza traditrice dello
Stato e della nazione 19
29J Ecco il prospetto delle politiche avventore che Pio
IX doveva porsi avanti gli occhi nel vergare il Motuproprio, e nel definire mia forma di reggimento allo stato pontifìcio. Primieramente, nel parlamento romano
campo delle teoriche rivoluzionarie,
erasi costituito
il
là installandosi
sfacciatamente
cospirazioni.
riaprire accanto al soglio pontificale, con
coscienza, di
autorità
maestri delle segrete
i
Avrebbe egli potuto, salvo il senno e la legislatori,
un
conciliabolo di socialisti?
L’avrebbe dunque restaurato, non
la Francia,
Cristianità, perchè egli di nuovo fabbricasse
ma la
un lac-
una rovina alla sua indipendenza così ferocemente rovesciata e conculcata? Dunque non più Camere onnipotenti, convegno e focolare perenne della a soddisfazione e rivoluzione ; non più in lloma trionfo dei demagoghi, quei patti costituzionali che cio e
,
Mazzini definisce bastarde transazioni
,
poggianti sopra
ima menzogna d’equilibrio; non più la suprema magistratura, che è la podestà legislativa, affidata a giullari
da scena o da trivio ; non più
alla
nazione lo
scandalo che portano i baccanali del parlamento; non più i despoti ; non più i barbari che in nome del popolo
si
mitriano, insaltano, tiranneggiano.
Non
più
questo regresso del politico reggimento, il quale ritorna la civiltà alla fanciullezza od alla barbarie: ma
un Consiglio di Stato, d'uomini gravi e prudenti che nell’ alta serenità della mente offra i
nella quiete e
suoi pareri sulla leggi; ed
pubblica amministraziono
e
sulle
una Consulta di Stato per il commercio, i
tributi e la finanza. Nel Consiglio
il
principe racco-
glierà il fior della nazione, e non il fior della piazza come piace alla plebe sovrana; ed i Consultori saranno eletti fra
i
Una tal
designati dai Consigli provinciali.
Costituzione ha
i
sommi vantaggi: 1° di
non far vacillante e plebea la sovranità coll’isperperarla; 2° d’illuminarla e cautelarla con quanto ha di
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•291
virtù e d’ingegno la nazione ; 3° di evitare le guerre intestine dei poteri, stati;
che indeboliscono e rovesciano gli
4° di risparmiare buoni milioni
alla finanza,
popolo una doppia e tripla imposta le rappresentanze nazionali, meno convenienti perciò e forse costando
al
intollerabili ai piccoli stati; 5°, vieta alla rivoluzione di
prendere, come fa nelle assemblee rivoluzionarie, rimugino, l’apparenza o il pretesto della volontà nazionale;
tinalmente dà allo stato una quieta e feconda solidità,
non conciliabile colle Camere popolari, le quali, al-
meno
in questi
tempi, saranno
infallibilmente
in
Roma opera di fazioni incivili e scellerate. Ci resta a vedere
come il Motuproprio assicuri al
popolo
la vera ed efficace libertà, sciogliendo quei monopolio amministrativo che già troppo grande nei ,
governi assoluti
,
vie più
si
accrebbe nei governi rapun vero dispotismo, ed
presentativi , la cui natura è
a gran passi c’invia al comuniSmo.
CAPITOLO LXVII. MOTUFBOPBIO DEL 12 SETTEMBBE. Continua.
Libertà vera, civile e fruttifera, è il terzo benefizio del Motuproprio, e la nostra terza proposizione.
Al comparire delle nuove Costituzioni sulle terre comparvero le persecuzioni e scomparve la
italiane, libertà.
Vedemmo di più: vedemmo scomparire i go-
verni e la loro forza, colla quale reprimendo le aggressioni, avrebbero dovuto affrancare libertà;
vedemmo le Camere ed
suggellare le proscrizioni e
le
i
1’
ordine e
la
governi sostenere e
brutalità della plebe;
vedemmo, dai governi e dalle plebi, d’ogni maniera attentati contro la religione e gli uomini,
persone e
contro
le
le proprietà.
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292
Fu mero accidente? Guardate in fondo,
e vedrete
le cagioni: il potere sovrano divenuto impotente
troppo diviso ed affranto; nel fango;
il
il
perchè
potere legislativo caduto
potere esecutivo, nato e poi servo d’una
plebea maggioranza, di cui subisce necessariamente le
audaci prepotenze. Il
Motuproprio
menti:
la
forte,
è
sociale;
di Pio
sovranità, la il
il
IX
cui
restaurava questi ele-
azione intiera, libera e
primo cardine della
vita e della libertà
potere legislativo, levandolo dal fango;
il
potere esecutivo, liberandolo dai vincoli, dalle corruzioni, dall’arbitrio e dagli ondeggiamenti d’una cieca
o perfida maggioranza. In questi elementi sta la forza la libertà, la mente e la molla che anima e dà il primo impulso di vita allo Stato. Qui è il centro viuno e indiviso: guardiamoci di toccarlo.
e
tale,
Ma questa vita dee diffondersi nel corpo della nazione; non dee tutta incentrarsi, e fare degl’individui, della famiglia
e delle associazioni particolari altret-
tanti cadaveri,
come fecero tante Costituzioni e tanti
governi rivoluzionari, cioè liberali per se soli, e verso la
nazione dispotici ed nsurpatori.
Lode impertanto a Pio IX, il quale, ritenute nella podestà del principe e del governo
le
generali attri-
buzioni della politica e dell’ordinamento dello Stato, restaurava nella loro piena vitalità
i
municipi! e
le
provincie. Questa è libertà vera, signori politici, di-
stinguendo essa distinti
i
locali interessi
che sono realmente
per natura e per proprie e giuste e antiche come voi fate, rimescolando e af-
abitudini; e non,
fondando tutti quegli interessi in un mar comune, a lutti compartendo voi soli, e come vi aggrada, un briciolo di pane, d’istruzione, di vita. Comunque yi appelliate, ondunque venghiate, chiunque v’abbia mandati, voi maneggiate il tutto, assorbite il tutto, c’imponete tributi quanti e quali vi piace, date vigor
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293 di leggi ai capricci della
come a voi talenta
,
mente, profondete
vostra
e profondete orribilmente
dori del povero che diventano
i
vostri tesori.
sta a noi? Resta solo di guardare libertà, e dire:
Oh
i
su-
Che re-
bandiera della che menzogna! Resta di contemla
plarne i colori, ed esclamare: Per te i popoli ne vedono di tutti i colori. Si:
coll’ incentramento
e col monopolio, la libertà
non può essere che una menzogna sotto il velo della sovranità popolare:
«
A che è ridotta la Francia? »
esclamava la Patrie del 15 settembre; e rispondeva: * Ad un popolo di pupilli e di petenti. » Ed è il vero. Quanto più i governi nuovi si gridan liberali, tanto più vogliono farla da tutori indiscretissimi verso i popoli. La fazione che di sua natura è usurpatrice e tiranna, distrugge, va al sommo; non tutela solo, ma impera. Essa tiene a’suoi comandi un esercito di uomini, che sono gli uomini della penna, nelle cui
mani girano gl’interessi delle provincia, si sfigurano, si eternano. Essa impera sopra un esercito di parlanti, chiamati institutori, che vendono ai vostri figliuoli le dottrine e sin la religione che piace alla fazione. Sperate di respirare cangiando la Camera od il Ministero?
V’ingannate;
il
male è nel fondo del sistema rivolu-
zionario, invasivo, corruttore, stiracchiante e deludente le
Carte e
gli Statuti;
e vi perdono e vi son corrotti
gli onesti, perchè l’invasione o l’incentramento formano
la base e lo spirito delle leggi zioni.
Tremendo sistema,
il
emanate dalle rivolu-
quale tiranneggiando e
soffocando l’azione, l’alito, la vita degli individui, trascina al
la
società irreparabilmente al socialismo ed
comuniSmo. Udite, governi fatali all’umanità,
il
giornale repub-
La concentrazione eseguisce ciò che il comuniSmo decreta. Lo Stato che move tutto blicano testé allegato:
«
a sua posta, che amministra
e
misura ogni respiro
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m della vita, a breve
andare farà della società una va-
* A qual prò ammassare in una Camera un esercito di rappresentanti e tutti gl’interessi d’ogni località e provincia? La libertà ama l’aria a-
sta infermeria.
,
perta,
ama che la vita circoli per tutte le parti, che
il patrimonio municipale si amministri dal municipio; che gl’ individui, le famiglie, i municipii e le altre
aggregazioni siano esseri attivi, bene valenti, e non pupilli dati in custodia ai pedanti d’un’Assemblca, e
non esseri passivi sotto l’azione incessante del governo, non corpi senza nerbo e da infermeria. La società è inferma per due errori commessi dai
e
governi sotto
1’ impulso prepotente delle rivoluzioni: 1° la sovranità, propriamente detta, è indivisibile come
l’anima umana, come la paternità, e si è voluta dividere; 2° si è voluto incentrare o unizzar l’amministrazione,
la quale consta per natura di parti distintissime,
come sono distinti i diritti e gl’interessi degl’individui, delle famiglie, delle città esimili. 11 primo errore in-
debolì la sovranità e induce all’anarchia;
uccide la libertà, genera
la
il
secondo
compressione, ed è un
inviamento al comuniSmo. Fatti i conti, tutti ci troviam perdenti nel giuoco delle rivoluzioni i principi han perduto la sovranità, i popoli la libertà. I patti fondamentali son dunque o da rifare o da meglio intendere: e ben si appose Pio IX, ritirando la sovranità là dove ha da essere, una e indivisa, ed al popolo compartendo le solide e fruttuose libertà dei municipii e delle provincie. Così armonizzano la li:
bertà del principato che dà la forza, e la libertà del
popolo che spande in ogni la fecondità. le
Assemblee
Fanno
il
esse fanno del principe
schiavo col la
membro il moto, la vita e
rovescio, per certi loro vizi,
legislative
partecipanti alla sovranità:
un automa
,
e del popolo uno
titolo di sovrano: se altro appar la teorica,
pratica è tale , nella quale o peccan le leggi o gl»
uomini. Digitized by
295 Nulla vieta d’appellar costituzionale il Motuproprio,
avendo esso per fine un patto fondamentale. E quando le città e le provincie amministrano per se stesse le proprie faccende, sono ben più libere e signore di sè che mandandole rappresentare ad un parlamento nazionale, il quale non le conosce, non le apprezza, e ben sovente con dispotica prepotenza le manomette e le strazia. Un Consiglio poi ed una Consulta d’uomini provati e sapientissimi eletti dalla mente e non dai piedi, varrà ben meglio che un’Assemblea di mimi ,
urlanti o frascggianti, inetti, spergiuri e traditori, come l’Italia
ha veduto.
Le ragioni e l’ esperienza ci confermano in questi giudizi, e vie più le imprecazioni che la stampa riil Motuproprio di Pio IX. Dicono i rivoluzionari col fatto: Beatissimo Padre, vogliamo ci diate un parlamento al Campidoglio per Spogliarvi di nuovo, e condurre a fine l’impresa della Giovine Italia. Negandolci voi, lo toglieremo colla forza. Dicono altri con tenerezza da ipocrita: Beatissimo Padre, voi tenete sotto i piedi un vulcano: dategli sfogo in un parlamento, ovvero scoppiando vi sbalza. MaRoma dice: Beatissimo Padre, la prova è fatta: intiera amnistia e rappresentanza furono le due porte dalle quali un diluvio di barbari proruppe contro di voi e
voluzionaria vomita contro
del vostro popolo: o guardar le porte o perire. Si, o guardar le porte o perire.
comune patria, badino
i
il
dono più
turi
fatale
Per amor della
propugnatori della rappre-
sentanza nazionale, che essa è
il
vaso di Pandora e
che si possa fare a popoli non ma-
o travolti da tempeste rivoluzionarie. Se non giovò
l’esempio di Livorno, di Firenze, di Genova e di Roma,
guardino ad un
fatto quasi
universale: la finanza a-
limentata coi sudori e colle lagrime del popolo stra-
una insensatezza e crudeltà non mai veduta; divenuta un ludibrio la libertà, conculcata la moraziata con
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.1
296 lità
pubblica, bestemmiata
religione in ogni
la
di,
in ogni ora; ogni cosa nn monopolio di prepotenti, ovunque la corruzione che inonda la stampa laida e ;
perfida, onesta e gloriosa la diffamazione e l’ingiuria;
governi paralitici o sanzionano o chinano alle
mesi
la
fama, le virtù e le glorie di più secoli. Con*
fessiamo la verità: Il
la fronte
pubbliche infamie; finalmente dileguata in pochi si
è distrutto e
non edificato.
popolo romano farà senno, lo farà l’Italia, se pur
è compiuto lo sdegno di Dio sopra di noi: altrimenti
per
la
nostra cecità e insensataggine, ripiglierà e in-
cendierà
l’Italia l’atroce
ché avvenga, sillo
fiamma rivoluzionaria. Checche Pio IX alzò
la storia dirà
d’una moderata libertà, instaurando
il
ves-
la Consulta
di Stato; che la violenza e una insuperabile necessità lo spinse oltre
i
confini delle sue volontarie delibe-
razioni ed al naufragio; che , tornato libero, non negò se medesimo,
ma stimò
i
tempi per quel che valevano,
ripigliò l’opera della sua sapienza, diede a’ suoi po-
non finta nè mortifera, ma civile, frutti-
poli libertà
fera, e quanta conveniva a sé ed allo stato
riputando con Tacito che non tiera servitù
nè coll’intiera
si
romano,
governa nè coll’in-
libertà. /
CAPITOLO LXVIII. I
CONFEDERATI DELLA GIOVINE ITALIA-
Due voti accompagnavano, o meglio, costituivano l’insurrezione italiana:
uno dei quali si affidava alla
luce e risuonava nell’aria ; l’altro si comprimeva nelle
primo diceva: Fuori lo straniero! Il secondo: Abbasso il Papa! La Giovine Italia non poteva far grazia più all’uno che all’altro: il primo era tenebre.
Il
via per giugnere al secondo. trionfo,
La fazione conseguiva il
ma era di breve durata. Digitized by
297 Ora quali sono i dissennati o i maliziosi che si provano di rinnovare il trionfo della Giovine Italia? Sono coloro che si qualificano di moderati e conservatori: sono gli nomini del Journal des Débats o delVOrdre, in Francia, i quali vorrebbero che il Papa con virtù miracolosa desse una mano alla rivoluzione, e la frenasse coll’ altra. Sono in tutta 1’ Italia con buona o mala fede, i mamianisti, sottentrati ai mazzinisti, seguaci d’una politica ancipite, nè bianchi nè rossi, in apparenza amici del Papa, ed in realtà suoi ,
veri nemici.
Talleyrand, detto il piccolo Machiavelli, definiva la politica: l'arte d’infingere il pensiero. I rossi non lo in-
fingono, anzi parlano con una
sì
schietta, sì laida e
sacrilega audacia da cangiare il Piemonte specialmente,
in un
gentame da chiasso e da taverna. Anche nella
Camera è penetrata rincivile ed irreligiosa creanza, e nel 28 settembre udivamo il deputato Bottini maravigliarsi che dopo i Ventura, i Rosmini, i Gioberti, il Vangelo non si fosse mandato all’ Indice dalla curia romana; e inveiva contro le pazzie di Gaeta, e trattava un Concilio di Vescovi piemontesi con parole da bordello, e sperava durasse ferma la religione a di-
spetto di certi sacerdoti e del Pontefice che predica colle
bombe. Questa non è arte da intìngere il pensiero: non sono questi maldicenti grossolani i veri alleati della Giovine Italia.
Sono
piuttosto gli infingitori , o gli
politica, son coloro
amfibii della
che fecero e fanno ceffo alla Re-
Romana, ma flagellano
Motuproprio del Papa, perchè negando Amnistia compiuta e Statuto,
pubblica
il
tenga salva e ferma la temporale indipendenza; e si sforzano di soffiare nell’incendio che va estinguendosi. Diteci dunque un poco alla buona , signori cari. diritto
avete
Che
voi, francesi, piemontesi, fiorentini, o
chiunque vi siate, d’imporre al Papa ed al popolo ro-
Digitized by
298
mano uno Statuto ed
un’ amnistia
che essi non vo-
gliono e per cui rabbrividiscono? Vantate
il
diritto
umanità? Dunque voi siete intinti di quel vasto i popoli vuol imporre una sola forma politica. Vantate il diritto della nazionalità itadell’
socialismo che a tutti
liana? Perdonateci, voi siete mazzinisti e
un
tal po’
comunisti: mazzinisti, perchè Italia ina è
il
vessillo
di quella politica; comunisti, perchè colla formola di
nazionalità voi struggete il diritto della proprietà.
Non
sapete voi che il governo dell’eterna Roma è ora diritto
proprio del Papa, e non già vostro, signore
Camere e signori giornalisti? Che diritto avete dunque voi, che audacia è la vostra oche follia, di comandar da padroni in casa e sulla proprietà e sulla volontà del Papa e del popolo romano?
Fu già una luciola che così ragionava:
« Non ho dentro che risplende? Ora che fo Perchè non volo sulle sfere a ruotare
io questo fuoco di io qui in terra?
questi miei nobilissimi raggi dal levante al ponente, e a formare
nna nuova stella fra le altre mie sorelle
del cielo?
Quella luciola era animale democratico,
•
palustre e sacido , aspirante nullameno alla celeste aristocrazia.
Onde un vermicello che udì
menti, l’ammoniva:
«
Sorella,
splendido focherello stai fra
le
i
suoi vanta-
finche con quel tuo
zanzare e
le
farfalle,
verrai onorata, ma se sali dove ta dì, sarai nulla. » In questa favoletta si descrivono i politicuzzi che mediante una penna d’oca o di ferro, pensano di sollevarsi tant’alto da entrare nelle reggie, dispensar lumi
ed impor leggi
ai popoli
ed
ai sovrani.
Ma qual ruzzo stimola voi non Romani a voler dettare certa vostra Costituzione ai Romani? A un dipresso quella stessa Costituzione che la Francia non
ha potuto sopportar per vent’anni e Roma per mezz’anno, senza crollarsi in repubblica? Quella stessa Costituzione che a Napoli, a Livorno, a Firenze, ,
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299 Alemagna e dovunque fu adoperata al sovvertimento ed all’anarchia? O voi nulla intendete nei fatti in
della politica, ed allora vi sta
bene il silenzio; o, se
non siete affatto rozzi nella logica degli avvenimenti, 10 scopo ultimo ,
dei
vostri
pensieri è la repubblica,
cui per ora vi contentate di tener celata sotto veli o
formolo costituzionali. Quel vostro conserto poi di voci toscane, piemontesi e parigine, pretendenti di soggio-
gare
il
Papa ad una Costituzione
,
mentre niun conto
per esempio tedeschi, chiarisce che in Roma voi emulate più il papa che 11 principe. Il titolo di conservatori onde vi onorate, è in voi o una cecità o una malizia. Ignoranza o perfate
d’altri simili
principati,
fidia vi conduca, in un punto voi convenite, ed èia matta impresa di voler ad ogni costo piantare in Roma
una forma di governo cui il sovrano non può concedere, ed il popolo ha in esecrazione. Perocché, sappiatelo, Roma or bene addottrinata non ha quella borghesia cupida di dividere col principe
la
sovranità del comando: là tutta la vogliono per sè
i
faziosi; tutta vuol che resti nel principe la maggioranza
della nazione.
Questo vediamo e tocchiam con mano:
questo ci ripetono concordemente attestazioni sincere,
ferme ed universali. 1 Romani amano la libertà ma hanno fiducia di meglio conseguirla dall’animo liberale e paterno del Papa. Roma più che ogni altra terra italiana, fu desolata; e più d’ogni altra per con,
seguente protesta contro gli strumenti e le cagioni della sua desolazione.
Là due sono le parti
:
la piccolissima
che sono le reliquie mazziniane, avversa
al Sovrano, Papa, alla religione cattolica; la grandissima, che vuole il Papa con tutta la sua piena e sovrana indipendenza. La prima è straniera quasi tutta , e si regge per la eccessiva condiscendenza del governo francese, e non ha ancor deposto il valor delle minaccie e del pugnale; l’altra è del popolo romano.
al
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300
A questo popolo, arso, consunto e appena vivo dopo un’agonia mortale, voi non giungerete più ad inoculare febbre rivoluzionaria o repubblicana.
la
vuoto l’ospedale
Non è ancor
ma se sapeste quale prostrazione di
:
nervi e qual disinganno! Quei troni rovesciati , quelle
corone infrante,
i
sovrani portati alle stelle, poi come
traditori cacciati agl’inferni ;
il
sangue sparso
le de*
,
vastazioni orrende; le persecuzioni, le immoralità,
i
sacrilega. . . Ah! terribile quadro, in cui l’Italia ravvisa Analmente se medesima! Credereste che
il
Mo-
tuproprio di Pio IX parve ancor troppo liberale a
Romani, nei quali è vivo ancora lo spavento o
molti
dolore dei mali tollerati , e tementi che la Giovine
il
Italia gli
nuovamente s’infiltri per le elezioni nei consi-
municipali o provinciali, e quindi nella Consulta
e nel Consiglio di Stato?
A voi la colpa, o barbari;
a voi, per le cui opere, la parola di libertà suona tremenda; a voi, che la nazionale rappresentanza avete cangiata in tirannide; a voi che avete tolto a
simbolo di tutti
i
mali l’ignobile e infausta sovranità
popolare, per istrascinare nel fango
i
principi ed
il
Papa. Ritiratevi, a qualunque grado voi appartenghiate della coorte rivoluzionaria: il popolo vi ha smascherati, vi rifiuta e vi caccia.
Abbasso il Papa? Il Papa non è mai stato più fermo che oggidì sul trono romano. Diamo che la fazione Roma per la politica poco risoluta
ancora si agiti a della
Francia,
e
per
le
terra favoreggiante tutte
trame oscure le
dell’ Inghil-
insurrezioni sinché
non
varchino il segno ; ma un tal concerto di popoli e di sovrani per la temporale indipendenza del Papa , l’avete incontrato
mai nella storia? No; questo
è fatto
unico, e voi non lo disfarete, uomini della penna, dei circoli, delle tenebre.
La comminatoria di Luigi
Napoleone è caduta come foglia che appena si guarda e
si
calpesta. Il trono pontificale è diventato il fonda-
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301 mento e il vertice dell’ edilìzio europeo e della pace del mondo. E voi vi attentate di rovesciarlo o di governarlo secondo i fatti
vostri
il
vostro piacimento? Cessate pure:
han dimostrato che non è peso propor-
zionato alle vostre forze
il
reggimento degli stati. Ces-
siamo tatti noi poveri scrittorelli che siam così piccini, e vogliamo ingigantirci e dominare i troni eie reggie. Ricordiamo la lnciola che volle incielarsi, e l’ammonimento che le porgeva il fratello: forse il ragionar di quella bestiuola ci farà scoprire fra tanti lumi ,
fittizi
un raggio di sapienza.
Va bene la discussione: ma la vostra è guerra. Quel diluvio di corrispondenze raccoglie
(
Gazzetta Piemontese
la
come gemme) onde alimentasi
1’
odio
e
le il
fermento, e smentite da altre ben più veritiere che voi tacete,
sono armi che attestano la perfidia o la
protervia. Voi vedete Roma ancor tutta lacera, vedete il
Papa inerme a difenderla dai traditori perfidi e appena l’hanno abbandonata, e non
incorrigibili che vi
tiene
il
rossore dal gridar
ingiusto
o severo
il
bando che allontana da Roma gli uomini per cui fu sì empia tirannide, in una parola, gli assassini del popolo e del principe? Vedeste la mala fortuna dello Statuto, sapete che tali Statuti sono proemio o prefazio di resparso tanto sangue, per cui fu instaurata una
pubbliche, e perfidiate nel pretenderlo? Rinsavite; pietà
una volta di questa infelice Italia! Niun’alleanza
tra la vita e la morte.
Che il Papa concedesse lo Sta-
tuto per esimersi dalla repubblica che già gli era in-
timata, ciò s’ intende in quel bollor d’ incendio che
minacciava
gli
stati
italiani;
sulle ceneri di quel vulcano,
ma che ora, sedente debba riaccenderlo colla
sua mano, è tal demenza che non
gli sarà
strappala
da potenze umane. Sincerità finalmente ,
non capitolazioni , non transa-
zioni bastarde colle dottrine politiche sovvertitrici del-
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302 l'ordine sociale.
O bianchi o rossi: o Papa indipen-
dente o repubblica. Già una volta
i
moderati della
rivoluzione han servito da corrieri
e da staffieri a ondosi vergognerebbe una coscienza onesta, congiunta ad una mente politica. Giovi l’esperienza! Le transazioni han perduto l’Italia:
Mazzini:
si
le
ufficio vilissimo,
è preteso di chiudere le porte alia repubblica, e furono aperte le finestre. Che fa all'aggressore d’en-
trar por la porti» o per la finestra?
PS. L’ avversione del popolo romano allo Statuto che gli rovesciava in capo tanti mali, e l’avversione ancora più sensibile a quei ceffi repubblicani, traditori, impenitenti, e disposti a rinnovar la tragedia se
una
giustizia
impreteribile
non
li
tenesse lungi,
è
manifesta per attestati
sì
gravi e molteplici che ba-
stano a dichiarar false
le
opposte corrispondenze dei
giornalisti
Recheremo questa
italiani.
nianza nella quale si compendian
sola
testimo-
le altre di
Roma e
delle provincia.
Viterbo ,
27 settembre.
Nel congresso diplomatico tenuto a Gaeta, stri
dichiararono:
«
i
mini-
Coll’intervento essersi voluto re-
stituire il Papa nella sua piena indipendenza; la Fran-
cia potersene
ministro
di
ritirare
Francia:
se cosi «
volesse.
»
Protestò
Pure proposte essere
il
state
quelle del Presidente nella lettera del 18 agosto; se
E poteva ben dirsi al Papa ed al popolo disgradivano egualmente. Perocché non potete imaginare l’impressione profonda che ha lasciato negli animi il soqquadro orribile della religione, della civiltà, dell’economia e d’ogni cosa, cui la Giovine Italia e consorti, in sette mesi di ti-
disgradivano, sarebbero niente. »
che
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303 rannia, hanno qni operato. Vi basti sapere che ogni passo ii quale paia ravvicinamento a quelle idee che ci hanno messo in rovina, ci fa fremere. Ed a me sembra che accada a noi quello che ad uomo che viaggi non lungi da un precipizio: chè egli stima beatitudine il graffiarsi per le siepi e ammaccarsi le
piante per
li
scogli , anziché scendere a via più agiata,
ma vicina alla frana.
E voi Piemontesi
vi
beate di un Galletti
Saffi (giovincello di curiale), e vi strappate
sio
,
d’ un
per de-
un Garibaldi! Buon prò vi facciano, diciam noi;
e se
impreeazioni fossero lecite, e voi le meritaste,
le
vi risponderemmo: Dio ve li conceda. In quanto a noi, quando sentiamo prodigare il titolo di eroi a certi
cotali, ci
vien proprio da ridere; e se ne avessero
voglia, anch’essi ne riderebbero giati,
le
case svaligiate,
i
i
municipii taglieg-
conventi saccheggiati,
le
casse militari rubate, ecc. ecc.
Credo che
alla
volta vostra anche voi altri vi ri-
scuoterete dall’ebbrezza;
ma riscossivi, al mirare le
piaghe e gli squarci orrendi cui
il
letargo
non vi la-
scia ora vedere, attoniti dovrete guardarvi attorno e
dirvi l’un l’altro:
E questi chi ce gli ha fatti? E noi
dov’eravamo?
CAPITOLO LXIX. CONDIZIONI DELLA PACE NEGLI STATI ROMANI. i
II
Fa stupore .
a
.
Condizione:
Papa cammini civilmente e politicamente col secolo.
vedere
e sdegno a
una mente italiana quel Camere elettive
la libertà della parola, nelle
e nella pubblicità della stampa, non essersi elevata
mai alla erudita e sapiente dignità della discussione,
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304 nella quale è riposta la vita del governo rappresentativo:
ma, per converso, prostituito quel dono egre-
gio alla ferocia e all’ignominia d’un baccanale. Spie-
ghiamo l’arcano: sulla scena;
i
nell’Italia nostra
i
giovani salirono
ed i sapienti ne discesero, tac-
seniori
ciono, e lascian dire e fare.
La prova costa caro, ma
frutterà nell’avvenire.
La stampa destra
e
tribuna
e la
da sinistra
francese ventilarono da
la questione
romana e italiana.
Le ragioni della sinistra furono esposte da Eugenio Rendu nella Revue dcs réformes et du progrès e a ,
quattro furono da lui ridotte
Romani:
le condizioni della pace
1° obbligo
nel Papa di conformarsi al progresso dell’ umanità; 2° secolarizzazione negli Stati
compiuta del governo romano; 3° rappresentanza nazionale; 4° nazionalità italiana.
A convalidare la prima di queste condizioni si pretende che « il maggior pericolo cui la passione o l’ignoranza possano creare al cattolicismo, consiste nel porre il Papa in aperta contraddizione colle idee politiche,
alle
quali
gran dispetto dei
un progresso fatti,
il
legittimo assicuri,
trionfo dell'avvenire.
a
»
Siamo d’accordo. Ogni progresso legittimo dell’umao religiosi, è una
nità, se versa negli ordini morali
più chiara intelligenza delle verità naturali o rivelate
che fontalmente emanano dal cattolicismo; e se versa negli ordini politici o anche materiali e civili il cat,
tolicismo lo consacra e nobilita colle sue benedizioni.
forma la sola Chiesa cattolica è inflessibile ed arrendevole, immobile e progressiva, esclusiva e tollerante, antica e sempre nuova, una ed universale. Essa è inflessibile, immobile, esclusiva e antica perchè divina, perchè presenta agli uomini la ragione In
tal
,
eterna di Dio: è poi arrendevole, progressiva, tollerante e sempre nuova, perchè, tranne il deposito di verità e di giustizia che ha ricevuto da Gesù Cristo,
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305 nel rimanente
mondiale,
si
acconcia a
e arride
tutti
i
della vita
fatti
a ogni avanzamento civile,
quale eziandio essa contiene
il
del
germe o l’incremento.
Ma ogni fatto sociale, ogni dottrina che tormenti o seduca una parte dell’ umanità, sarà poi veramente an progresso legittimo, e un avanzamento politico e comuniSmo, il socialismo che ne è il sinonimo od il vestibolo, le ribellioni alle podestà legit-
civile? Il
time, le teoriche sovversive d’ogni ordine .e giustizia .
civile, sono progressi o regressi dell’umanità? Badateci:
la
Chiesa non deGnisce, non avversa veruna forma
del reggimento politico,
ma col Vangelo
alla
mano
consacra la giustizia del patto sociale proclamando di
rendere a Cesare quel che è di Cesare. Non pretende neppure immutabili questi patti sociali essa stessa ha * propugnato e propugnerà sempre al trono dei Cesari ;
la giusta libertà dei popoli; essa colla sua dottrina di
giustizia e di carità
ha infranta la verga dei despoti, popoli ma badateci ani
affrancando dalla schiavitù
;
cora, essa non può affrancare i popoli dall’obbedienza,
per precetto naturale ed evangelico, dovuta alla sovranità.
La Chiesa ossia il Vangelo, ch’è tutt’uno, comanderà dunque col precetto dell’obbedienza l’immobilità dei politici reggimenti? Signori no; ma solo riprova i
mezzi ingiusti, e confida fermamente che la virtù
dei popoli è via certa a migliori reggimenti.
Ecco la
Chiesa e poli
la sua dottrina, e se l’avessero udita i poed i sovrani, sarebbe progredita ben più avanti
la civiltà evangelica. La Chiesa è dunque progressiva, o per meglio dire, progredisce 1’ umanità alla luce .
delle sue dottrine.
il
Si dice:
Il
Papa ed
il
secolo progredisce:
dunque
la
Chiesa,
Clero camminino, altrimenti saranno
lasciati addietro o rigettati. Il
secolo progredisce: sia.
Ma di grazia, chi forma so
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306 ii
secolo? 1 comunisti,
socialisti,
i
pubblicani rossi o bianchi, della sinistra ,
i
panteisti,
i
re-
della destra o mamianisti o i giober-
partiti
i
mazzinisti o
i
i
Continuando, faremmo una Babele. Ora la veanche la verità sociale se volete, può
tisti?
rità divina, o
essa progredire e andare di conserva con una Babele?
Dunque la famosa pretesa che il Papa dee conformarsi e
progredire col secolo, o non
vorrà dire che
il
ha verun senso, o
Papa è fatto Vicario di Gesù Cristo
per benedire e consecrare indistintamente tutte le verità
e
gii errori religiosi
o politici del secolo.
Rigettata quest’ assurdità che non ha mestieri di
confutazione
,
s’inferisce
che il Papa come capo ha
il
dovere di scegliere tra il vero ed il falso , tra il buono e
il
cattivo. Come capo religioso, scevererà coll’antica
* inflessibilità la parola divina dall’umana; politico del suo Stato, sceglierà
cipe
come capo come ogni altro prin-
quegli ordini civili che meglio conducono alla
tranquillità e felicità de’suoi sudditi.
costituzionali, voi
E dato che a voi
moderne forme non sareste il secolo, perchè altri
piacesse di oredere
perfettissime
le
che valgono voi la pensano diversamente per le ra* gioni che abbiamo addotte ; e opera lunga e faticosa è l’educazione politica delle nazioni, e non vengono belli e fatti dalla piazza i supremi legislatori. Perchè
non dovranno essi dai minori esercizi dei municipii e delle provincie
salire
più
ai
alti
dello Stato?
Se
uomini del secolo hanno detto che il voto del la capacità o il senno ad un imbecille o ad un fanatico e che imbecilli e fanatici doconsultare vranno non sol ma participare i diritti certi
popolo conferisce
,
,
effettivi della
sovranità, assicurando che questo sia un
progresso del secolo; quegli uomini mandateli curare all’ospedale del secolo, perchè ogni secolo, non escluso il
presente, porla alla
dha.
coda un ospedale.
Insistono: Tradizione e progresso formano l’umanità.
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307 Concediamo. Niuno ha inteso questa legge meglio della Chiesa cattolica co’suoi Papi alla testa. Essa varcò i
secoli e
il mondo, od è pur la dommi e colle suo dottrine per fonda-
mari, conquistò
i
stessa, co’suoi
mento, aggiuntovi dello
il
corredo delle scienze severe e
da
graziose
arti
lei
conservate
o
restaurate.
Pigmei del secolo, guardatela in faccia questa gran Madre che da diciotto secoli cammina sulla terra a passi da gigante: essa vi conservò 1’ antico mondo e vi creò
novello.
il
E voi che faceste? Miseri ballerini,
appena trinciate una capriola e pensate che l’umanità intiera vi guardi, per voi si rigeneri e debba seguirvi. Per voi si scioglie il corpo sociale, e gridate al progresso; per voi tutto vacilla, tutto rovina nelle anime
e fuor delle anime, e gridate al progresso; già vi tocca, già vi assorbo la rovina universale, e gridate al
già
progresso;
la
rinverte
società
alla
barbarie,
camminando senza disciplina di governi, senza religione e senza leggi, e gridate al progresso^ già una selvaggia democrazia lanciasi dalle vostre tenebre a fare
il mondo civile, e ancora gridate al Nè contenti vi ergete superbi e vi chia-
in brani
progresso.
,
mate il secolo, e fulminate la Chiesa, i Papi, i Principi ed i popoli se non adorano le vostre pedate. Sappiatelo dunque una volta, popoli e sovrani: un cataclismo sociale minaccia
il
mondo europeo; la so-
cietà rovina in tutte le sue parti.
e sciolgonsi
Rovina
vincoli della famiglia;
i
il
rovina
pudore la
reli-
gione, solo freno ai superbi e conforto agli sventurati;
rovinano
i
troni infievoliti e ondeggianti
come canne
piantate sull’arena. S’è intuonato e schiamazzato dalla coorte congiurata: e monarchi! poli
di
»
•
Avanti, avanti! Avanti, popoli
E già dall’altro secolo principi e po-
camminarono avanti, c riuscivano all’abisso. Or nuovo si lanil fatai carme; e di
nuovo s’intuonò
ciarono
i
popoli.
Ma dove? In quelle
tenebrose re-
308 non manda la sua luce, dove hanno ferma stanza il disordine e l’orrore. Eppur si continua: « Camminate ancora, e di là da questo deserto gioui dove Dio
vedrete l’età dell’oro. »
E di là s’aprìrà l’abisso finale
che divorerà.i popoli ed i loro conduttori. Alcune nazioni potranno perire e sfasciarsi i loro troni come dal soffio di Dio furono cancellate Tebe e Babilonia ma fra le mine starà in piedi la Chiesa co’suoi Papi, perchè vera, legittima e santa è la via per cui essa camminando tien ferma la lampada della che ci assicura la patria e ci illumina e giustizia ,
,
:
,
,
felicita in quest’esilio.
Dunque, se parliamo d’un progresso legittimo, esplicativo e conciliativo diritti, la
di tutti
i
doveri con tutti
i
Chiesa co’ suoi Papi. e coll’universo clero,
colle sue dottrine e colie sue instituzioni,
camminerà
alla testa delle nazioni incivilite; se poi trattasi
progresso rovinoso e incivile, qual è
il
d’un
presente in
non potendo frenarle lascierà correre le traviate nazioni, ma sempre e ovunque si troverà ai loro fianchi per rialzarle c restaurarle dopo molte parti
la
,
la Chiesa,
,
caduta.
*
CAPITOLO LXX. CONDIZIONI DELLA PACE NEGLI STATI ROMANI. 2» Condizione :
Secolarizzazione
compiuta
del
governo
romano
nei principii e nelle persone.
Secolarizzazione stra
,
è una parola magica e l’idea mae-
che vuoisi a fondamento del progresso politico e
civile di questa età.
E qual cosa secolarizzare? Ogni cosa: mento, l’educazione, governi, tutta
le
pie instituzioni,
1’
insegna-
le leggi,
i
insomma la società.
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309
Che significa, a che tende questo sistema? Tende a escludere la Chiesa, le sue dottrine
,
la sua podestà,
le
sue influenze dal giro della vita civile, rilegandola
e
comprimendola
nell’ invisibile
santuario delle co-
scienze. Secolarizzare la Società, vuol dire paganizzarla.
La pretesa di secolarizzare il governo papale emana da questo sistema come il particolare dall’universale. Uomini di non volgare intelletto nè di cattiva fede, ,
per difetto di storica esperienza e di quel tatto squisito che è virtù rara ai nostri tempi, furono presi a questo laccio.
Vari periodi abbiamo nella storia della Chiesa. Sino a Costantino l’ Imperio perseguita la Chiesa: da Costantino la Chiesa influisce nel governo civile, e in-
spira potentemente le instituzioni, le leggi e
i codici
dellTmperio: crollando l’Imperio, per necessità dei casi, per volontà dei principi e dei popoli, per la salute dell’ affranta
umanità
,
la
podestà civile e la podestà
ecclesiastica non si confondono,
mano dei Pontefici: poi cietà,
i
ma si raccolgono nella
ricostruendosi la civile so-
Papi rimettono ai Principi la podestà secolare
fra quelle gravi contestazioni di principii tra la Chiesa e l’Imperio, che, più o meno intense, durarono sino agli ultimi secoli. Ora finalmente sarebbe dovere che le due podestà camminando parallele ed amiche cospirassero al miglior bene della società: ma la filosofìa volteriana il giansenismo parlamentare la magistratura volteriana, giansenistica o gallicana, e le moderne rivoluzioni che fecero compendio di quei veleni, indussero una scissura profónda fra la Chiesa e lo Stato, questo lanciando ai danni di quella, che vorr rebbero schiava od espulsa dalla civiltà cui essa ha ,
,
generata.
Ecco
1’
attuale periodo della lotta che
contro la Chiesa.
si
combatte
È questa una riazione contro la po-
destà civile che nel medio evo i Papi esercitarono sui
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310 popoli e sui sovrani?
Ma si osservi che quel potere,
non usurpato ma conferito, ha tutelato a vicenda i diritti
dei sovrani e dei popoli, ha strappato la società
dalle
mani dei Barbari, l’ha ricreata colla luce del-
l’Evangelio, delle lettere e delle scienze.
colarizzando, cioè paganizzando,
i
gli studi, le scienze, le instituzioni,
cietà in una parola,
derà avanti o
si
Ed ora se-
governi, le leggi, i
popoli, la so-
dove si anderà a finire? Si proce-
tornerà indietro? Si guarirà dai mali
medio evo, o piomberemo nel paganesimo filosoche ci attende, e nella barbarie del comuniSmo, tutti gli orrori del medio evo? Secolarizzando ovvero atterrando il potere temporale dei Papi, non si renderà meno efficace e splendida quella luce cattolica che ornai sola rifulge alle menti e alle coscienze fra un diluvio di tenebre? Questo furore di secolarizzare ossia disacrare la società strappandola a Gesù Cristo e alla Chiesa non è più un arcano, anzi è la professione pubblica di questo secolo. L’Europa ci pensi Ebbene, secolarizzate anche il potere temporale del Papa, secolarizzatelo
del
fico
superiore a
,
,
!
nei principii ossia nell’autorità legislativa; a Roma sia laica tutta la legislazione,
dossa
per divenire atea o eteroallora che sarà dei
come altrove. Ciò fate; e
Papi? A breve andare
,
o essi resteranno per sancire
nel loro Stato l’eterodossia legale che già s’introduce in tutti lo Stato.
i
Parlamenti, o
essi
dovranno abbandonare
La logica dei fatti che si precipitano terri-
bilmente, non ci lascia altra conclusione.
Ciò posto, cioè resa impossibile a
la dimora del Papa
Roma come sacèrdote e re, per la secolarizzazione
dei principii politici e fondamentali, che sarà diluì,
che sarà dell’orbe cattolico? Qui la quistione s’innalza e giganteggia per forma da non essere più nè romana, nè italiana, nè europea, ma cattolica, cioè universale.
So bene che la demagogia italiana farebbe senza cat^
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311 tolicismo , senza re e senza papa ; so che l’eterodossia
aspira e spasima di dislocare da sibile del Cristianesimo ,
Roma il centro vi-
sperando ancora nna volta di
riuscire a disperdere la greggia, pereotendone
store:
il
pa-
ma il mondo cattolico piegherà la fronte all’o-
pera della fazione? Non la piegherà: ed ecco nuove turbe e nuovo sangue. Dunque coloro che vorrebbero secolarizzare nei principiz il governo pontificio per la
pace di
Roma
conflitti e
,
preparano a Roma e al mondo nuovi
non terminabili sventure.
Impertanto
la secolarizzazione del dominio papale,
rispetto al principio politico e governativo,
la
quale
ha per iscopo di togliere al Papa la sovranità e conmani e ad ogni volere del popolo, è impossibile a comporsi colla residenza del Papa a Roma, e per soprappiù fa degenerare la Monarchia in Recederla alle
pubblica. Si,
la
sovranità concessa o participata al popolo,
spianta la Monarchia, instaura la Repubblica; e se vi
ha una verità politica dimostrata
al
presente ella
è questa:
On no partage pas la grandeur souveraine. Le catastrofi della Francia, inventrice della sovrana plebe
cittadina ,
Corneille.
diedero ragione
E nel vero
,
a questo verso di
quando la Carta del 1814 as-
sociava la borghesia alla sovranità, corse per la intelligente
Europa quella voce: « Luigi XV11I ha abTre lustri di dolori maturavano
dicato la sovranità. » la
conseguenza logica contenuta razionalmente nella
Carta del 1814, e la sovranità popolare svelatamente
veniva alla luce nel 1830, conservando un redi puro nome per addolcimento della transizione. Nel febbraio 1848 compievasi il ciclo rivoluzionario e si dimostrava ,
che l’elemento popolare non si associa colla sovranità se non a condizione di assorbirla intieramente. Ciò avveniva nella conquassata Francia. Ora la compiuta
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312
romano
secolarizzazione del governo
zione del temporale dallo spirituale
,
ossia la separa-
e del papa dal
re, è la perfetta consecrazione della sovranità
popo-
Anzi più perfetta a Roma che altrove: perchè, Papa la sovranità, chi rimane se non il popolo ed il solo popolo ad esercitarla ? Dunque secola-
lare.
tolta al ,
rizzazione dei principii vuol dire repubblica: repubblica svelata e senza neppure
il
nome del Papasso questi
abbandona a’ laici l’intiero governo degli affari; renome del Papa se esso divide la
pubblica velata col sovranità,
finche
si
,
laceri
quel velo,
e ne spicchi
fuori netta e schietta la sovranità popolare.
A’menomi termini, o repubblica col Papa, orepubil Papa. Ecco il dilemma al quale con-
blica senza
chiude
la secolarizzazione dei principii politici
vuole imporre allo stato romano.
che si
E se altre volte fu
parola civile la repubblica, ora vuol dire sconvolgi-
mento della cosa pubblica, governo della demagogia, anarchia, socialismo, comuniSmo. L’Europa intiera
vede queste passioni selvagge raccogliersi ora nel nome di repubblica. E pretendesi che il Papa per ricondurre la
pace e salvare
la
Chiesa, benedica e innalzi egli
stesso questo vessillo?
Veduto che sia e a che conduca la secolarizzazione dei principii passiamo a quella delle persone. Se la giurisprudenza dell’orbe cattolico vuole oggi che la temporale podestà renda libero, indipendente, ,
fermo, visibile a tutti e a tutti accessibile il centro supremo Magisterio che dirige le
della Chiesa e quel
menti e governa
sarà egli conveniente,
le coscienze;
il Papa resti solo in come il buon Mamiani faceva gridare romana? È egli conforme alla natura d’una monarchia elettiva, qual è la romana, che gli
sarà giusto, sarà possibile che
quel potere,
alla plebaglia
elettori cioè
i
cardinali, dal
cui seno sarà eletto
il
principe successore, siano espulsi dal governo di quello
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313 uno di essi dovrà ceriamento consesupremo comando? Dove mai il principe ereditario escludesi dall’iniziarsi nel maneggio dei pub-
Stato, del quale
guire
il
blici affari,
e dal venire in soccorso al sovrano re-
gnante ? L’argomento conclude all’evidenza e sarebbe una bestemmia sul regime domestico il pronunciare ,
che il padre di famiglia debba escludere i suoi naturali successori dal governo della casa.
Stando ferma questa massima , sarà dunque una bestemmia politica il pronunciare la secolarizzazione compiuta delle persone nel governo pontificale. O il Papa con alcuni almeno dei cardinali c di coloro che siano in questa via, o nè l’uno nè gli altri. Aggiungasi che il primo rispetto da considerarsi nel Papa è il
lato religioso , e
che
le
sue relazioni coi sovrani di
mondo sono principalmente religiose, sostenendosi da lui la norma e il patrocinio della religione
tutto
il
in tutta la cristianità. Dal che deriva per
un irrepu-
gnabile conseguente che persone laiche non potrebbero reggere nè
il
ministero delle relazioni estere, nè l’e-
stera rappresentanza.
Dunque i laici della gente romana saranno esclusi per gli onori e per le
utilità dal
maneggio dei pub-
blici affari?
Questa calunnia fu pronunciata con molto altre, per esempio nei Casi di Romagna, scritti da Massimo d’Azeglio quando esso ed altri che ora si travagliano ad infrenare l’impeto rivoluzionario, erano lungi dal ,
sospettare che essi stessi brandivano
una face rivolu-
zionaria , e soffiavano l’incendio contro l’Italia, contro
le
monarchie italiano e
allora nella Corte
il
trono pontificale.
Romana chi suggeriva
Fu
di opporre
fatti alle calunnie, ma vinso il costume antico, il costume romano, che era di promovere con evangelica semplicità il bene pubblico e privato senza magnificarlo. Ma il tempo della semplicità era passato: i
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314 i
Roma, Gioberti medesimo, imboccavano tromba a denigrare e far abborrire il governo cle-
nemici di
la
ricale , magnificando essi i leggieri abusi delle ottime institazioni; vituperando la polizia romana come troppo
imbecille , perchè troppo liberale , mentre vituperavano
poi la polizia del Piemonte
come rigida ed intollera-
bile; e finalmente accendendo contro
il
governo dei
mentendo e calunniando che fosse
preti le ire secolari ,
un monopolio de’preti il governo papale. Trionfalmente
Roma poteva rispondere a questi Stato
assalti,
perchè Io
romano abbonda d’institnti e di ordinazioni am-
ministrative , le qnali conoscendosi
,
chiuderebbero la
il mondo, mondo democratico. Tenendoci per ora
via a tante diffamazioni, e le venererebbe fosse
anche
il
rispondiamo che
al nostro proposito
naria; che la
i
l’
invasione dei
romano è una menzogna rivoluzio-
preti nel governo
preti sono pochissimi verso i laici; e che
dimostrazione è perentoria , cioè matematica. Ecco
qua la Statistica
di tutti gli uffici ed impieghi gover-
nativi, giudiziari
ed amministrativi,
annui per
l’esercizio del
alt epoca del 4848 ecclesiastiehe.
,
co’ rispettivi assegni
dominio temporale della S. Sede
non che de’ tribunali e congregazioni
Napoli, dalla stamperia reale 4849. Di
questo lavoro autentico ed irrepugnabile diamo ai lettori il solo ristretto generale che potrà disingannare
uomini di buona fede che non accusano nè condannano per sistema: chi più ne desidera, ricorra
gli
alla fonte accennata.
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315
medesimo
nel
trova
si
non
mentre
gratificazioni.
GENERALE
e
giubilazione,
accessori
alla
per RISTRETTO diritto
fruiscono
con
('ode
medesimi
ciascuno
i che
che
ciò
soprassoldo
compreso
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316 Si confrontino le cifre. Ecclesiastici 243, fra i quali 134 cappellani delle carceri, al qual ministero non avranno gran volontà di aspirare i laici. Laici poi
5059.
Ora
190316;
ecco
a’iaici ,
il
soldo:
agli
ecclesiastici,
scudi
scudi 1186194.
Si noti 1° che tale statistica appartiene al gennaio
1848: tempo che precedeva i cambiamenti politici avvenuti negli Stati PontiGcii; 2° che molti laici sono
ammessi nei
puramente
dicasteri
ecclesiastici,
rilevasi dall’accennata Statistica; 3°
come
che in essa Sta-
non é menomamente compresa l’armata dello Stato , nella quale com’è ben naturale , tutti i gradi tistica
,
sono coperti e usufruttuati da laici.
Dunque forza è conchiudere 1° che la secolarizzazione del principio fondamentale e politico, cioè della sovranità papale da convertirsi in sovranità popolare,
emana
dalla
smania eterodossa di rapire al Papa il
suo lustro e la sua indipendenza, e di rendere meno
fermo e accessibile il centro visibile della Chiesa catmentre si fa opera di prostrare ovunque la
tolica,
giurisdizione ecclesiastica sotto la mano ferrea dei go-
verni secolari; 2° che tal secolarizzazione è sinonima di repubblica , forma di reggimento o piuttosto di social dissoluzione, voluta dai socialisti e respinta dalle
nazioni moderne che non hanno volontà di perire ; 3°
che troppo si è schiamazzato contro l’invasione degli ecclesiastici negl’impieghi romani, e che la secolarizzazione delle persone è ben antica a
ampliando con Pio IX
:
Roma e si Yenn
essa dee però aver
i
suoi
li-
miti imposti dalla natura delle due podestà ecclesia-
non confuse in un il quale d’ un solo
stica e civile, raccolte e congiunte,
solo vertice , ossia nel
amore abbraccia
gli
Papa-Re
,
ecclesiastici
ed
i
laici suoi fi-
gliuoli.
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317
CAPITOLO LXXI. CONDIZIONI DELLA. PACE NEGLI STATI ROMANI. 3a
Condizione
Rappresentanza
:
nazionale.
\
Ragionando sul Motuproprio del 12 settembre ammessa la necessità d’una costituzione, ossia d’un patto fondamentale , onde sia guarentita la libertà del prin,
cipe contra le invasioni popolari , e la libertà sincera
dei popoli contra
governi,
il
dispotismo dei principi
e, dei loro
vedemmo in quella ordinazione pontificia i
benefizi senza
i
pericoli delle moderne costituzioni. I
cittadini eleggono
i
loro rappresentanti municipali nel
nella qual cerchia solamente è
giro del municipio,
loro dato di poter conoscere e stimare gl’integerrimi
e capaci; indi poi
i
rappresentanti del municipio,
i
quali debbono già soprastare per un’educazione un po’
più culta e civile, eleggono essi i rappresentanti della provincia; e da costoro la Consulta che rappresenti la
nazione presso
il
Consiglio supremo ed
conferendo a vantaggio universale l’esperienza raccolta fra
i
il
il
principe,
proprio senno e
loro concittadini , sul luogo
dei loro bisogni, e nell’ esercizio delle inferiori
am-
ministrazioni.
Se tale rappresentanza non sia più secondo natura, più civile e fruttifera, che non già quell’altra che senza capacità, nè pubblico sperimento, lanciasi dall’imo al
sommo della scala politica, per divenire legislatore e rettor di popoli chi non sia capace di sedere al governo d’una famiglia, e impugnare il timone chi non ha mai toccato un remo od una vela ; lo dica chi ha fior d’ingegno.
terà questa
£ se
il
secolo diciannovesimo ci van-
come una legge del suo progresso, noi ri-
manderemo il secolo a imparare da que’ barbari che pur nella barbarie tanto sapevano
di
vita
civile
da
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Google I
318 elevare ai
sommi gradi
chi
avesse fatto prova negli
infimi.
È vero che Pio IX non concede la sovranità alla rappresentanza nazionale;
ma altra cosa è che il po-
polo rappresenti, e altra che
il
popolo governi; nè
più agevole è il conciliare monarchia e sovranità popolare, che rotondo e quadrato. Perocché se vogliam essere ragionevoli , e stimar le cose secondo
loro
la
essenza e non secondo le parole, sotto qualunque mo-
Assemblee costituzionali hanno da essere più consultive che legislative. In fatto, se il re nega la sanzione, niuna legge sussiste: dal re emana la giustizia: nel re, più che un potere, è la fonte di tutti i poteri: in una parola, il sovrano è là dove narchia
le
colla parola siede concretizzata e reale
la sovranità.
Le Assemblee discutono, rappresentano, propongono: se qui termina la loro missione, lo Stato ha una monarchia; se pretendono alla sovranità, l’unità è scissa, sottentra un dualismo , e scompare la monarchia.
Quel
dualismo è la sovranità regia di fronte alla sovranità popolare, due termini inconciliabili, fra i quali sorge
tremendo e invincibile il genio delle Dalla confusione
questi
di
pretensione di conciliare
la
termini
rivoluzioni. ,
dall’ assurda
podestà regia colla
rap-
presentanza emanante dalla sovranità popolare , legislativa e sovrana , nasce
dunque un dualismo
lismo vuol dire lotta e combattimento,
il
,
e dua-
quale non
avrà fine sinché una di quelle parti assorbisca
l’altra.
E ciò avverrà probabilmente con quella violenza e quello strazio onde
si
opposte e gagliarde.
compiono le battaglie tra forze Soggiacendo
la
podestà regia,
sorgerà la repubblica, che oggidì è il governo dei prepotenti e degli audaci, a cui niente è sacro, nè
Dio, nè la religione, nè la proprietà, nè la famiglia: soggiacendo lo spettro della sovranità popolare , si leverà una mano ferrea ad incatenarlo.
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319 L’Europa è a questo bivio. I popoli sedotti hanno aspirato alla sovranità, e in pena del loro attentato perderanno la libertà. Solo rimedio alla sventura che c’incalza, è che ci contentiamo della civile e onesta libertà, lasciando a chi
si
aspetta intiera, viva, forte
e operante la sovranità.
Ma la fazione che si vanta di progredire alla gran .
luce del secolo, non udirà quest’avviso: lo scopo che essa ravvolge nelle concertate parole di rappresentanza
nazionale , di sovranità popolare , è la repubblica dei
comunisti, è la dissoluzione
E questa repub-
tinaie.
blica era intimata a Pio IX quand’era
imminente lo
Statuto del 14 marzo, in quella notte che egli rammenta
con orrore nell’Allocuzione del 20 aprile 1849; e si pretendeva non solo come condizione di pace, ma
come unico scampo alla salvezza di lui e dello Stato. « Ancor ci ricorda egli dice di quella notte e ab,
,
biano tuttavia presenti agli
miseramente
,
occhi
certi
ingannati dagli architetti
uomini che, non
di frodi,
temevano di patrocinarne la causa, e di proporci la proclamazione della repubblica. Il che , oltre innumerevoli altri e gravissimi argomenti, ci chiarisce mag-
giormente , null’altro aver avuto di mira tanto celebrato, se non
perchè
di alimentare
affatto siano sradicati tutti
stizia, virtù,
religione, e con
le domande
da cotesti uomini
di nuove instituzioni ed il progresso
i
le
agitazioni,
principii di giu-
immenso danno e pe-
ricolo di tutta l’umana società sia ricevuto, propagato,
e signoreggi
ovunque il luttuoso e orrendo sistema del
socialismo ed anche del comuniSmo. »
Ecco denudato il mistero: la repubblica essi volevano dichiaratamente, e in difetto della repubblica, la costituzione che almeno la concepisse e la maturasse nel suo seno. Ipocriti , traditori , ancora vi ba-
rinnovar la domanda? Ancora vi basta l’animo di affermare che la costituzione è condizion
sta l’animo di
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320
Romano? Dite piuttosto condizion
di pace allo Stato
di morte allo Stato Pontificio , e germe d’un socialismo italiano.
Voi lodate
dominazione dei Papi una
nell’ antica
singoiar prudenza nel piegarsi ai fatti dell’ordine politico
e sociale:
ma quei fatti erano esigenze innocue
o ragionevoli; ed ora sarebbe irragionevole 1’ aprire un accesso all’empietà, al radicalismo e al socialismo lo dimandano. V’ hanno costituzionali di buona fede ora come da principio: ma questi hanno saputo
che
o potuto impedire
il
trionfo dell’empietà e del socia-
lismo sul trono pontificio? la
prima fiamma
,
E se non è ancora spenta
è ragionevole
venti la strada per rinfocarla?
ginarlo,
vina
l’
aprire a tutti
i
Siamo lungi dall’ima-
ma se fosse necessità insuperabile che a ro-
dell’ Italia
vesse perire
il
e a danno di tutta la cristianità do-
dominio temporale dei Papi, sia ciò ma i Papi ,ne abbian pure
l’intiera fattura dei tristi , le
mani. Sia pur vero che già una volta
il
governo papale
Ma voi,
fosse ordinato con temperamenti repubblicani.
ingegnosi progressisti, stimate per nulla
le
creazioni
progressive dei secoli, e per meglio progredire riputereste
ben fatto il ritornare
alle
ghiande o a quei
tempi in cui le vacche d’Evandro muggivan nel foro romano? Voi battete l’aria e camminate sulle nuvole: discendete piuttosto sulla terra, e guardate alla na-
La mo-
tura e allo sviluppo delle condizioni umane.
narchia temperata
sì
ma non divisa, è la forma po-
litica delle nazioni civili.
L’America è ancor bambina Ma l’Europa è già crei Bar-
per età, lasciatela crescere.
sciuta, e dai frantumi in cui l’aveano ridotta
bari ,
si è ricostruita e quasi
di pianta riedificata nelle
presenti monarchie: le quali, senza un rinvertimento dei secoli e ’l ritorno ad un altro
medio evo, non pi-
glieranno più Tondeggiante e precaria forma repub-
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321 blìcana.
E coloro che spasimano di restaurare l’antica
repubblica in
Roma, sappiano che
Romolo trovarono vacua l’Italia
,
i
discendenti di
e sciolti i popoli pros-
simi e lontani che ne furono la conquista:
ma or l’I-
da secoli edificata, e tutta l’Europa grandeggiando di forti monarchie (la repubblica francese è un’effimera), sarebbe matta impresa il creare a Roma un fantasma repubblicano. Dunque il Papa, il quale ha debito, secondo voi, di camminare col secolo, non deve nè può tornare indietro per inaugurare sul Campidoglio una repubblica o schietta o mascherata. Finalmente, siccome tutte le obbiezioni mosse contalia è
tro
1’
attuai
procedere di Pio IX sono epilogate in {
questo precetto che
mente col secolo
,
gli si fa
di
camminare politica-
noi siamo fermi nel credere che a
questo dovere ha soddisfatto Pio IX.
La libertà mu-
nicipale , vera libertà dei popoli , fu salvata dai Papi
nel diluvio della barbarie europea, precorrendo essi civiltà moderna: diminuita per forza di casi, Pio IX, primo nell’Italia, la restaurava, l’ampliava,
alla
e di più larghe instituzioni l’abbelliva e la coronava.
Or è egli vero, come
deplora Eugenio Rendu, che il regno di Pio IX sia cancellato con un tratto penna? No: vero è piuttosto che ritenendo cièche è conforme e profittevole al secolo progrediente in saviezza, quel tanto fu eliminato, onde abusò e di nuovo abuserebbe un partito che fa professione di sconvolgere la civiltà e la religione. Grida la turba: « Se la Chiesa non cammina coi popoli i popoli non si fermeranno, ma cammineranno senza della Chiesa, fuori della Chiesa, contro della Chiesa. » Rispondiamo che tanta fiducia abbiamo nel senno europeo da credere che i cospiratori, i quali bellamente chiamano tutto di
,
se stessi sie, e
i
popoli ,
cammineranno soli colle loro fanta-
che i popoli rinsaviti cammineranno assai più
agiatamente e felicemente colla Chiesa e dentro della 21 Digitized by
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3*22
Chiesa; che
Giusto moriva per non voler
il
cammi-
nare col secolo maligno; che se l’Europa intiera venisse a tal eccesso di empietà da rinnovare il sacrificio,
i
Papi come i primi Apostoli scotendone la polporterebbero a’nuovi pola Croce
vere e brandendo poli
il
,
tesoro della Redenzione, perchè dove è Pietro,
là è la Chiesa,
e colla Chiesa è la civiltà e la vita.
Allora nuova barbarie diluvierà su questa terra della
maledizione. Dio ha parlato ai popoli : rovina e barbarie sottentrarono dove ne usciva la Chiesa. Ingegno, arti , scienze ,
costumi , commerci , vita civile , tutto è
crollato in quel felice Oriente , crollandovi la fede di Pietro.
Ancora un colpo, o barbari, e il vostro pro-
gresso coprirà l’Europa di quelle ruine.
CAPITOLO LXX1I. *
i
CONDIZIONI DELLA PACE NEGLI STATI ROMANI.
4 a Condizione: Nazionalità italiana.
Cosa buona è la nazionalità ma gl’ideologi italiani troppo errarono pensando che j popoli della penisola fossero come frusti di cera da fondersi in una statua :
che si dovesse chiamare Nazionalità. A ciò credettero bastare una spada e una parola, la spada di Carlo Alberto e la parola di Pio IX, dette da loro enfati-
camente la spada e la parola d’Italia.
Quando gl’ ideologi italiani dalle quattro parti del mondo inviavano consigli e precetti lettere e parlamenti a Pio IX, Giuseppe Mazzini, il sommo fra loro, ,
20 febbraio 1848, scrivevagli da Londra: « Unificate l’Italia, la patria vostra. E per questo non avete
nel
bisogno
d’ operare ,
ma di benedire chi opererà per
voi e nel vostro nome. Raccogliete intorno a Voi quelli
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323 che rappresentano meglio il partito nazionale. Non mendicate alleanza di principi. (È già dimenticato Carlo Alberto?) Seguite a conquistare l’alleanza del
I Unità d'Italia dev'essere un fatto opereremo per Voi. Lapenna, libera la circolazione delle idee per quanto riguarda questo punto, vitale per noi,
nostro popolo. Diteci
XIX secolo
del
:
e basterà:
,
sciateci libera la
Unità nazionale: trattate il Governo Austriaco, anche dove non minacci il vostro territorio, col'contegno di chi lo sa governo d’usurpazione in Italia ed dell’
altrove. . . Mostrateci che benedireste la bandiera
zionale dove
si
Na-
levasse sorretta da mani pure, incon-
taminate; e lasciate
il
resto
a Noi. Noi vi faremo
sorgere intorno una Nazione al cui sviluppo libero,
(E Carlo Al-
popolare, Voi, vivendo, presiederete.
Noi
berto?) •,
poli
vi
susciteremo attivi sostenitori ne’ po-
d’Europa; noi vi troveremo amici nelle file stesse
(Ecco la cospirazione europea!) Non vi
dell’Austria.
arretrate davanti all’idea d’essere cagione di guerra:...
perchè con Voi questa' lotta assumerebbe aspetto religioso
ecc.
»
-
L’idea di costruirsi un papa capo d’un gran movimento politico, trapelava già dal Primato; ma forse al solo
Mazzini bastava l’animo di nettamente formuUna, fusa come una statua di cera, can-
larla. Italia
cellando
le
capitali,
i
principati; ogni località e tra-
dizione dei vari popoli italiani ; benedire alla guerra
che si farebbe in
Italia e altrove con aspetto religioso,
e coll’opera di tutti i rivoltosi d’Europa; e presiedere,
vivendo, a questa repubblica o nazionalità italiana, imparentata con tante altre che nascerebbero gemelle con essa, ma presiedervi solo per benedire, lasciando ai
Mazziniani tutto
Voi, lasciate
il
resto
fare e l’operare opereremo per a Noi; ecco la piccola bagatelia
il
,
che si voleva dal Papa sotto il nome di Nazionalità italiana. E mentre essi pretendevano d’innalzar que-
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,
32 V sta
bandiera con mani pure , incontaminate, manife-
stavano poi una buona fede veramente pura e incon-
taminata: perocché, con una duplicità esemplare fa-
cevano presidente della loro repubblica imaginaria vicendevolmente Carlo Alberto o Pio IX, secondo che all’uno o all’altro s'indirizzavano. Per esempio lo stesso
Mazzini scrivendo nel 1831 a Carlo Alberto
quella famosa lettera che ha per epigrafe Se no, no, e che termina col dire che la posterità proclamerà
Carlo Alberto o tiranni italiani,
teva però
un trono nella cui base venti milioni d’uo-
mini scriverebbero: A Carlo Alberto nato re, nnata per lui
Dunque
la
nazionalità
italiana
la
l'Italia
una
riducevasi ad
repubblica, della quale avrebbero fatto
assunta
in
primo tra gli uomini, o l’ultimo dei
il
Mazzini a certe condizioni gli promet-
le
spese e
risponsabilità Carlo Alberto e Pio
IX, e
Mazzini sarebbe stato nella realtà il pontefice ed il E siccome l’opera non sarebbesi condotta a una guerra micidiale e ’l conquasso dei
sovrano.
fine senza
Capo
governi europei, così volevasi principalmente
il
della cristianità a bandire la crociata fatale.
Ma che
avrebbe detto la cristianità se un papa avesse coperto del suo manto queste bande rivoluzionarie? Quali scandali e quai tumulti non avrebbero oscurata e la-
cerata la fede nel
che facesse Pio
mondo cristiano? Un passo di più
IX
1’ ,
adesione di
lui
alla
avrebbe colmato d’ orrore il mondo cattolico
guerra ,
e get-
tato la tiara nel vortice rivoluzionario.
Nè si dica
:
V’era un partito di buoni , amatori non
della repubblica mazziniana, lità.
ma della vera naziona-
Perocché domandiamo: Dov’ erano questi buoni Mazziniani decretavano la Costituente ini-
quando
i
,
quando Guerazzi signor reggiava Firenze e Mazzini il Campidoglio? qnando una rete repubblicana già stringeva il Piemonte, già
zio della repubblica italiana?
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325 abbracciava Dio sa quale c quanta parte della Camera, e mischiava tumulti e sangue in Genova? Quebuoni, buoni a far
sti
e cìance, confessino
castelli
dunque la loro impotenza; confessino che Mazzini li conduceva, a loro insaputa, per il naso e per la barba; confessino che l’Italia non può avere Unità , se non sia unità effimera, rivoluzionaria, repubblicana,
chiata d’ empietà e di sangue. nire
noi
le
mac-
Le contingenze avve-
ma sappiamo che un’ Italia
ignoriamo ,
politicamente una, è al presente un castello in aria. Diteci infatti:
Vi fu mai una nazionalità politica
delle genti italiane, sedenti
circonda e l’alpe? No, mai.
nella terra che il mar La Repubblica o l’antico
Impero di Roma, ristretta quasi la nazionalità negli stessi confini
della Città
o
che
cittadinanza,
la
cioè
nei termini
Romano, era nel rimanente
dell’ Agro
un’agglomerazione di municipii,
di provincie e di po-
poli, dei quali ciascuno era in libertà di conservare la
sua lingua,
Le grandi
in-
e amministrative che ora
for-
ed
le leggi
centrazioni politiche
i
costumi.
mano il servaggio legale dei popoli, non erano ambite dalla sapienza
latina:
Coscritti di fondere
fondono
i
poli di rimanersi ciò essi
non usavano quei Padri una stampa come si
popoli in
i
metalli: alla qual libertà conceduta ai po-
che realmente e specificamente
erano per natura o per uso, stringendosi solo con alla madre, furono debitrici dei
rari e atti vincoli
le aquile romane. L’ Italia non aveva dunque una nazionalità quale ora ma i suoi popoli, non meno che
rapidi e larghi loro voli d’allora
noi la intendiamo, i
più lontani, fuori delle alte relazioni politiche reg-
gevansi in altrettante sfere poco più larghe del ca-
E
i Barbari non cancellarono confermò al surgere delle italiane repubbliche, e dura al presente, meno ristretta, ma spiccata e forte, perchè antica e connaturata nel
sato e del municipio.
quella tradizione , e
si
vario giro dei principati italiani. Digitized by
326 Perciò affermiamo che all’unità del reggimento nazionale ripugnano
i
secoli e la natura varia degl’ita-
che all’unità d’una confederazione politica con una dieta sovrana ripugnano le stesse cagioni e che infine la sola nazionalità possibile è per noi l’armonia degl’interessi civili e commerciali, conservata inliani;
,
;
tiera e indipendente l’autonomia degli stati.
Avremmo
da aggiungere, verbigrazia le geogràfiche e quelle dell’alta politica europea, ma le ometaltre ragioni
tiamo.
Chi dunque la vedeva più dentro, Piq IX che proponeva non già la confederazione politica nè la guerra
come si voleva darla ad intendere colla mis-
,
sione di Corboli-Bussi ; ovvero Mazzini, i
fusionisti,
i
gli
unitari,
confederantisti, e quanti furono gli a-
postoli o meglio
i
pervertitori della restaurazione ita-
liana? Se la nazionalità
si
fosse tenuta ai limiti del
breve l'Italia avrebbe potuto conseguire sua unità civile, suoi accordi, sue strade ferrate sua fattibile, in
,
unità di pensieri e di affetti, e sopra tutto quell’unità di dottrine, di costumi e di religione, per cui sareb-
besi elevata , dignità.
I
quant’ era possibile ,
ad una nazionale
quali primordii intellettuali, morali, civili,
nazionali, senza colpe e dolori di politici rivolgimenti,
senza dispergimento anzi per uh accrescimento pe-
renne delle forze interne, e benedetti da quella Previdenza che percuote e glorifica le nazioni; nihn savio potrà negare che a successi nobili e grandi dovessero pervenire. Perocché, legge riguardante le nazioni quanto gl’individui , è che pel sentiero della giustizia si trovi la vita: In semita iustitiae vita (Prov. ,
xii,
28); e
la giustizia fa le
ordine, qualunque sia,
le
nazioni grandi, e il dis-
immiserisce: lustitia elevai
gentem : misero t autem facit populos peccatum 34).
I
essere
fasti i
dell’umanità ben meditati,
( ib.
xiv,
si vedrebbero
fasti della giustizia divina, scolpiti neil’alzarsi
o nel crollar delle nazioni. Digitized by
Googl
327 1 nostri avversari, se non sian atei, non ci negheranno che questa legge morale presieda al corso dell’umanità, finché tutta l’umanità, compiuta la prova
del pellegrinaggio,
s’
incentri e fermi nel seno della
Or, posta questa legge morale, tutti promove i progressi umani e pure i nazionali, diteci in grazia, doveva seguirla giustizia universale.
che non vieta, anzi il
Papa? ovvero gittar la corona e
la tiara a’ piedi
della Giovine Italia, e lanciare ipopoli italiani a un
duello mortale contro l’Austria e l’Europa? Nel qual duello l’Italia sarebbe stata stritolata e schiacciata
,
o
vincendo (per supposizione impossibile) avrebbe di tratto conseguita quella Nazionalità democratica, la cui
forma logica
,
dice Mazzini, è la repubblica; e la re-
pubblica, al dì d’oggi, è per tutta Europa
il
socia-
comuniSmo (1). Ripetiamo adunque: Doveva il Papa, il supremo rappresentante
lismo, e
socialismo è
il
il
dell’ordine e della giustizia, condor l’Italia a questo sacrificio?
Dovrà egli farlo in avvenire?
Chi avesse un dubbio sulla natura della nazionalità che volevasi imporre all’Italia, vegga la Santa Alleanza dei popoli di G. Mazzini, il cui fine è di ortfi(1)
Montesquieu scriveva nel 1748. Lepartage dej terres de la démocratie. Lourdoueix argomentava
est de Fessence
nel 1849:
La république veut la démocratie;
la démocratie
Le socialisme c'est la mort ; dono la république méne à la destruction. Rammentiamoci le famose parole di le socialisme.
,
Ledru-Rollin il Catilina della Francia, meno la spada: Croyez-vous que les révolutions se fassent en disant le mot pour lequel elles se font? Non. On s'empare de toutes les circonstances qui peuvenl émouvoir l' opinion publique; et, à ,
Faide d'un tour de main , on r emerse le gouvernement. » Nazionalità, indipendenza, erano
il
vessillo dell’italico ri-
si è creata d’opinione pubblica ; ma con un mano, à Faide d’un tour de main, ne balzò fuori
sorgimento ; giro di la
repubblica dei socialisti, che dalla Francia veniva a
stendere sull’Italia
il
suo principato.
328 tiare la democrazia ad esercito , di elevare la nazionalità
a dignità di culto e di religione , e di trasformare ossia sacrificare
per questo culto
famiglia e
proprietà ; e questa dicesi da Mazzini la
la
chiesa militante,
la
religione vera, la
un panteismo sociale, ovvero
finché
un socialismo universale, formi la chiesa dei trionfanti. Per simile guisa, la proprietà e la famiglia sono da prima sacrificate o incentrate nella propria nazionalità, indi le particolari nazionalità saranno incentrate nell’Europa Una, e quindi nell’unica nazionalità,
che dall’un punto all’altro d’Europa e d’America adori
un solo padrone, dio; dna DN SOLO INTERPRETE DELLA LEGGE DI DIO SULLA TERRA, IL POPOLO: duci la Virtù la
formula mazziniana:
e
il
Genio.
»
PROGRESSO;
SOLA LEGGE,
»
La virtù e il genio dei socialisti.
Ecco nettamente la scala per cui le fusioni e le unità nazionali debbono condurre l’umanità all’èra nuova d’una schiavitù universale. Così sconcia nazionalità non sarà stimata quale una condizion di pace nè dal papa, nè dai principi nè dai popoli, se prima Dio non ,
,
condanni a perire
l’intiera
umanità.
e
•
CAPITOLO LXX1II. RIEPILOGO DEI FATTI, E SENTENZA FINALE.
Nel 1848, Roma, la città immortale cinta del dudiadema, era da lunghi secoli il centro degli ,
plice
metropoli
spiriti ,
la
arti,
porto e
il
il
dell’ universo ,
la
maestra delle
santuario delle anime che ritiran-
dosi dalle sventure della vita, là cercavano forto e
un con-
un asilo fra le ruine dell’ antico mondo e le
consolazioni della religione. In quella città sedeva Pio
IX: un uomo proclamato quale un dono di Dio. Un’èra di gloria
mostravasi a
Roma ed alla Cristianità.
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,
329
Ma che avviene allora? Una guerra gridata e non fatta
mai nè dai popoli nè dalla fazione; il nome di
Pio usurpato sui fedeli,
il
vessilli;
ed egli,
il
padre di tutti
i
Vicario di Colui che disse obbedite alle po-
E quale in-
destà, o benedica all’insurrezione o parta.
Tale che
surrezione?
ai popoli
compartendo
la pie-
nezza e l’esercizio di tutta sovranità, dimetteva nella teorica per dimettere tosto
nel fatto tutti
i
principi
Tale insurrezione che professando una sua ossia Italia Una, avrebbe
italiani.
certa nazionalità italiana,
per suo seggio primamente usurpato al Papa il trono e lo stato. Tale insurrezione che legandosi per principii religiosi e politici al socialismo
ropeo, avrebbe cancellato
Roma
e fatto
Tutte le
fasi della
e spiegano
parigino ed eu-
dall’Italia
il
cattolicismo
la metropoli del socialismo.
rivoluzione italiana s’illuminano
da questo fatto.
Roma e il Papa sono lo
scopo finale: caduta la rocca del centro, cadrà lia.
Prima la cospirazione degli applausi
l’Ita-
FtVa Pio IX!
:
Abbasso i Cardinali! Così tentavano di segregare il Pontefice e il Principe dal suo naturale appoggio e
che è il Sacro Collegio. « CoPadre! Voi non siete solo, milioni di cuori battono per voi; milioni dalla sua vera forza,
avanti, avanti, Beatissimo
raggio,
di braccia s’alzano alla vostra difesa.
»
E battevano
per la speranza che Pio IX, fattosi loro capo e banditore della crociata , avesse poi la generosità di infatti
dominio temporale a’snoi cari figliuoli, che non erano già i Romani ma i profughi e i socialisti di Francia, di Polonia, d’ Ungheria e cedere
il
in tale caso
,
d’Italia.
Tanto è vero che il nome augusto di Pio IX volevasi a incitamento della guerra , e a coperta di azioni
e dottrine rivoluzionarie , che, dichiaratosi appena , la fazione lo gittava a terra; e il Ministero la
Mamiani e
stampa a farlo credere decadato nel diritto
,
prima
330 che fosse nel
Allora
fatto.
scagliò sull’ Italia. il
piedi del Papa.
Il
an diluvio di nefandità si
11
pugnale dei congiurati trafigge
il
segretario nelle sale e quasi ai
ministro, e cade
Parlamento Romano passa sul cae si apre ostentando un’apatia
davero del
trafitto,
catilinaria.
Il
Papa è assalito nel Quirinale da una
masnada che s’intitola il popolo sovrano; Pio è solo mani; viene la diplomazia, ma non gli assiste in quelle agonie mortali un cittadino romano, fosse questa una protestazione politica, o ticol Crocifisso fra le
mor del pugnale. La violenza, l’assassinio, l’imposizione del Ministero Mamiani col suo programma avevan lacerato lo Statuto ; Pio IX protesta al cospetto delle nazioni per la nullità dei fatti e abbandona la Mamiani nyn ha ribrezzo di co,
città dei Catilina;
gliere
i
frutti del
pugnale, e sedersi nel seggio an-
cora coperto dal sangue del Rossi.
Una perfìdia cosi
moltiplico, calcolata, profonda, è quasi
unica nella
storia dei popoli.
L’ Italia non è più donna, ma empia e sfacciata baccante. Mazzini, il vecchio apostolo del socialismo,
nemico dichiarato della Chiesa e di Gesù Cristo, il nome di triumviro impera dal Campidoglio, traendosi a poco a poco dal seno la massima Un solo padrone, Dio ; una Ugge sola il progresso; un solo interprete della legge di Dio sulla terra il popolo: colil
sotto
:
,
,
l’intendimento di trasformare la religione , la famiglia e la proprietà , e
creare V eguaglianza e la fraternità
dei popoli nella comunanza dell’empietà e della barbarie. Una feccia raccolta da tutte le rivoluzioni del mondo ne adora le vestigio in Roma; gli applaude la
Montagna di Parigi, a cui esso invia in dono la ro-
mana cittadinanza, trascinando in quel vilissimo fango nome della Città eterna; e all’eroe ed al santo porgono la mano gli eroi che onorano col tradimento e
il
collo spergiuro la nazionale rappresentanza di Torino
e di Firenze.
Digitized by
Googl
,
331
Freme a tanta empietà
il
mondo cattolico; freme
Turco, il Moscovita; freme l’umanità vedendo la Città reina soggetta ai nemici d’ogni religione, della proprietà e della famiglia. Quattro nal’Americano,
il
zioni, e Spagna
prima, sono preste
la
alla
difesa;
ma dov’è il Piemonte? Gioberti ministro lo ritrae dal concerto cattolico , pretendendo a lui solo l’intervento
mentre è pendente la guerra coll’Austria e getta fiamme nel Piemonte, che non ha forza da reggersi in piedi, e cadrà fra poco nei campi di Novara. Le potenze cattoliche lascian dire italiano,
•
la rivoluzione
Roma, la religione, la giustizia, l’umanità
l’abate:
sono vendicate.
La Repubblica Romana non è caduta essa non fu mai. Là arpie d’ogni terra avevan posto il loro nido, divorata la città contaminato e straziato un popolo :
,
che ebbe la semplicità o la melensaggine di ricoveEsse v’erano entrate col pugnale al contrario,
rarle. la
:
.
restaurazione del legittimo sovrano non costò agli
usurpatori una goccia di sangue , di propria volontà sul
dere
la
tranne
il
versato
campo di battaglia per difen-
Dov’ è la ferocia dove sono i patiboli, sognati da Vittore Ugo, Pegaso della Montagna? La fero-
più scellerata delle cause.
clericale,
l’infelice e smaccato
cia è nei mazziniani,
nei garibaldiani
coorte repubblicana, che stranieri
mano
i
più
e in tutta la al popolo ro-
F ebbero in conto d’ una mandra da tosare spolpare e macellare. Ma la clemenza è nel governo papale che agli amnistiati da lui, agli spergiuri, ai carnefici di Roma e ai parricidi, non tolse una vita, non decretò una confisca. Ma gli esiliava! SI, gli esiliava. Ma chi non sa 1’ amnistia la più compiuta e universale essersi data da Pio IX il domani che aveva cinto la tiara? E a chi F aveva data? A snaturati che avevangli giurato ,
—
fedeltà, e che tutti o quasi tutti gli diventarono sper-
Digitìzed by
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332
Onore a chi assaggia le somme ingratitudini,
giuri.
argomento, di
somma bontà e di segnalati
benefizi;
ma gl’ingrati sono colpiti d’esecrazione dall’intiera umanità; e guai a coloro che se ne vantano i patrocinatori! Essi sono loro eguali nell’animo o nel delitto. Costoro che non hanno più viscere nè da uomo nè da cittadino, gli
allontanava
Papa per
il
sottrarli
da
quella giustizia che Dio ha posto a difesa delle na-
anime l’opportunità di nuovo incendio e sangue cittadino. Qual è zioni, e per togliere alle indurate loro
il
governo sì generoso e clemente? Cercate, e vedrete solo governo papale il inteso a prevenire le
eh’ è
,
colpe per non doverle fulminare.
Rammentiamo
i
giorni
in cui Pio
trono, e diceva alla libertà:
IX saliva
al
Tu sei mia figlia. Ora,
chi strappava dal fianco del padre questa figlia, chi la trascinava nel fango, chi
Tarmava d’ un pugnale?
Barbari! essi, essi hanno cangiato in una furia questa figliuola
solo
di
nome, per
Pio, della quale loro colpa,
spaventa la nazione
;
essi
al
il
solo aspetto,
il
presente disonora e
troncarono le più belle spe-
ranze , essi ritorsero il corso dell’incivilimento italiano.
E ora vorreste che
il
padre restaurasse in trono que-
non riconciliata non monda , non pentita, e ancora anelante a nuovi tumulti e a nuovo sangue? Ah! se ciò avvenisse, noi temeremmo che sta sacrilega ,
,
T intiero mondo tacciasse d’ imbecille o d’ improvida l’anima del gran Pio. Questo pensiero fu svolto dall’illustre Montalembert, il 19 ottobre in un discorso che sfavillerà di somma ,
luce fra le più insigni glorie del parlamento francese,
e pari di quelTaltro nel quale l’eloquentissimo oratore i funerali del Sonderbund con voce proannunciava i disastri delle monarchie che avean opprimere l’innocenza e la libertà. Diceva il
celebrando fetica
,
lasciato
nobile oratore:
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333 »
Tre anni sono,
la
libertà
mano mano, il suo imperio: l’altro,
i
stendeva per tutto,
Re venivano l’un dopo
barcollando un poco, l’intendo, a deporre in
certa guisa le loro corone a’ piedi della libertà, cer-
cando a quelle una specie di nuova sagra ed una inil papa Pio IX, il simbolo vivente
vestitura novella;
dell'autorità, l’espressione del potere più augusto e più
antico sulla terra
,
aveva creduto poter dimandare alla
libertà, alla democrazia, al progresso, alle tendenze
moderne un raggio di più per inghirlandare la sua tiara. Che ne avvenne? Voi avete fermato quel maestoso incesso, voi avete tutto sconvolto
e schiantato:
voi avete arrestata quella tendenza maravigliosa che
inspirava tanto di stupore e di confidenza a noi liberali di
vecchia data come ci dite. Questa tendenza è
perduta: voi avete detronizzato qualche Re, è vero;
ma non è men vero che avete detronizzato con miglior successo la libertà.
I
Re sono risaliti sui loro
ma la libertà non ha riacquistato il suo; e neppur quello che essa aveva nel nostro cuore! Oh! lo so bene che voi scrivete il suo nome in ogni luogo, in ogni muro, su d’ogni cornice (accenna alla volta della sala; lunga approvazione e ilarità a diritta); troni, forse
ma dai cuori, oh! dai cuori il suo nome è cancellato. Oh la bella, la santa, la pura e nobile libertà, che noi abbiamo per tanti anni diletta, carezzata e sertanto! Si! servita prima di voi, più di voi e meglio di voi! Questa libertà non è morta, lo spero,
vita
ma essa è affievolita, svenuta, soffocata in quel lezzo che un dei vostri ha osato appellare la sovranità del fine; vale a dire la sovranità del male per una parte,
e per
1’
altra
il
regresso necessario alla esagerazione
del potere, della quale voi avete fatto
un bisogno per
la natura umana, per la società e pei cuori onesti, che furono atterriti dai vostri eccessi (Approvazione c
lunghi applausi dalla maggioranza).
»
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33 V Dopo un cenno alle prime riforme diPio IX, l’Oratore continua:
Quel giorno appunto
•
si
apersero due opinioni
nella Chiesa cattolica: l’una dei pochi,
paurosi alquanto, un poco diplomatici,
il
ma assegnati, ma sperimen-
innanzi negli anni e saputi. Essi dicevano
tati ,
:
Oh!
Pontefice s’imbarca in un cammino rischioso, d’in-
certissimo esito, che forse gli tornerà a male. Gli altri,
e questi erano
i
più , ed io con loro; io ed i miei
amici, ciò che allora appellavasi noi
partito cattolico,
il
abbiam tutti salutato con affetto, con entusiasmo
Or bene,
questo generoso ardimento del Papa.
ci
è
abbiam ricevuto una mentita solo sperimento è riuscito non già con tra noi, non contra Pio IX, ma contro la libertà
forza
dirlo,
il
noi
lenne e spaventosa
:
(Vivi assentimenti a diritta ,
strepito a sinistra ; .a diBene, benissimo! Parlate, parlate!). »
ritta:
Seguita l’Oratore: «
E qui ch’io vorrei vedermi innanzi tutti codesti
demagoghi e
per loro intuonare una
perturbatori,
bella volta tutta intera la verità.
qual è
il
Direi loro: Sapete
vostro più gran delitto innanzi
al
mondo?
No! non è il sangue sparso, per quanto esso gridi vendetta contro di voi ; non è solamente d’aver seminata a piene mani la ruina sull’Europa intera, per quanto sia questo il più irrepugnabile argomento contra le vostre dottrine; no!
il
vostro delitto è di avere
raffreddato, insospettito, e lasciatemi dir così, disin-
cantato
il
mondo
sul fatto della libertà (acclamazioni
a diritta: Bravo! ottimamente!); è di avere o compromessa, o crollala, o spenta in tutti i cuori onesti quella nobile confidenza; è di avere rincacciato alia fonte
il
torrente dei destini
umani ( Applausi prolun-
gati sui banchi della maggioranza).
*
-
Or si pronunci la sentenza finale. Chi ha sacrificato la libertà, chi
ha tradito
l’Italia?
Pio IX, o
i
falsi
liberali? Digitized by
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335
CAPITOLO LXXIV. FORZA DEL RAPATO: Dai
fatti
CHI LO TOCCA, PERIRÀ.
e dal processo del dramma italiano, rac-
cogliamo questa verità: per odio del cattolicismo tante ire sfogavansi contro
V antico trono del
Vaticano ;
ma
reggeva , movendo tutta la cristianità in sua di-
Dio
lo
fesa.
Ecco
la
somma delle cose da noi vedute,
per
malvagità degli uomini e per protezione celeste affatto raaravigliose.
La battaglia e la vittoria, la rovina e la
restaurazione, la morte e la vita, la società il
il
caos e la luce,
che si affondava e Dio che la reggeva ; ecco
dramma italiano, soopo e centro supremo del dramma
europeo, variamente colorito e atteggiato, ma sotto qualunque forma sempre anelante ai danni del cattolicismo e del suo capo.
Dal terrore fummo travagliati abbastanza: prima riconfortiamo la nostra umile fiducia nei disegni chiaramente espressi dalla divina misericordia. Quel conserto di tanti popoli dell’antico e del nuovo mondo, quella consonanza di tanti cuori e di tante voci che acclamano sempre Re il Pellegrino Apostolico, quel denaro di s. Pietro, quell’obolo che da tutta la terra si manda pieno d’amore all’Esule di Gaeta, quella fede che rinverdisce in tante anime al crollar del trono pontificale sotto le cui rovine si vorrebbe seppellirla quel trono stesso che 1’ empietà infrange ma rialzasi per mano d’una Repubblica e pel decreto di finire,
,
ben formolato di tutta quanta la cristianità; non ti pare o lettore , un cumulo di meraviglie per le quali Dio scegliesse di manifestar la sua providenza ad una età che fra tutte ha bisogno di sentire , di credere e di ritornare a Dio? Oh, cantiamo un cantico di al,
il nostro Mosè è salvo alla riva! La Coorte aveva detto: Ecco l’erede, uccidiamolo
legrezza:
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336 e dividiamone le spoglie. Folle! Era essa più forte di Napoleone? Quel trono materiale non è un dogma
nè la vita della Chiesa, ma è quasi un ricinto che Dio ha innalzato attorno di essa, è l’aureola visibile del suo Capo , e come
terreno vestimento della sua
il
gloria. La mano che lo tocca, è inaridita! Il vecchio che cinge quella corona non ha flotte nè artiglierie, ,
ma ha una forza che niun altro può avere, ha una ha un impero sulle coscienze, e quest’impero è immortale. Ecco per la fede. forza morale,
Ma v'ha un’altra forza in Pietro, e questa è la sua debolezza:
sì,
appunto,
la
sua stessa debolezza, che
trionfò e trionferà qualvolta venga forza. Impareggiabile
alle
prese colla
argomento, e degno veramente
di quell’anima tenera e di quel potente intelletto
è
il
che
conte di Montalembert, scrittore della Vita di
santa Elisabetta; quel desso, ed in quel medesimo discorso che or ora ci colpiva col nerbo della sentenza e colla maestà della parola. Ascoltiamolo nuovamente: « Permettetemi un paragone famigliare. Quand’un uomo è condannato a lottare con una donna, se que-
non sia 1’ ultima delle creature essa può braimpunemente colla fronte alta e dirgli: Ferisci, ma tu ti disonori e non mi vinci (Bravo! A maraviglia!). Ebbene la Chiesa non è una donna; essa è ben più che una donna; essa è madre (Bravo! besta
,
varlo
Una triplice salve di applausi accoglie questa madre! È madre dell’Europa, è madre della società moderna, è madre della moderna umanità! Un figlio può esserle ingrato, nissimo!
frase dell'oratore )! Si, essa è
snaturato, ribelle, ma sempre le resterà figlio; e viene il
momento
in
cui
questa lotta parricida contro
la
Chiesa diventa insopportabile al genere umano, echi l’ha provocata cade schiacciato, annientato, sia per la disfatta, sia per la riprovazione concorde dell’umanità
(Nuovi applausi). »
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337 argomento
11 quale
,
noi lo sentiamo , lo deploriamo,
ferisce noi italiani , e ci condanna a perpetua infamia.
Chi più
dell’ Italia
era figliuola diletta dalla Chiesa
Romana? Ebbene, chi affilò, chi immerse la spada nel seno di questa madre? L’Italia!
Se mai vi accadesse, continua il Montalembert, prender lotta (che a Dio non piaccia!) contro della Chiesa voi non ridereste a lungo io ve ’l prometto. Per aggredire essa è da meno, ma per la difesa, io ve ne rispondo, per la difesa è incomparabile. Voi «
di
:
,
dovete saperlo, o signori, egli ci ha un vecchio
testo,
non possumus , chiuso in un vecchio libro chiamato Atti degli Apostoli y il qual libro fu inventato da un vecchio papa chiamato San Pietro (riso generale d'approvazione )ì e con cotesta parola, io ve lo giuro,
Chiesa vi tirerà sino
al fine de’secoli
« L’onorevole Vittore Ugo
sta ringhiera,
la
senza cedere.
che mi precedeva a que-
pretende che le idee siano invincibili
e durevoli altrettanto che i dogmi. Lepida pretensione
moderna, la quale crea le idee e loro conferisce 1’ eternità e l’onnipotenza dei dogmi È questa una pretensione chimerica (bisbiglio a sinistrai. Sì, chimerica nè havvi idea capace di tale forza e ciò per tre ragioni. La prima è che le idee sono mutevoli e i dogmi sono invariabili (Bravo! Ottimamente!). La seconda è che Je idee sono fabbricate da voi e da me, se ne conoscono i fabbricanti e sin le officine ove dell’età
!
,
;
,
sono manipolate approvazione
( Riso
generale e segni prolungati di
a diritta):
i
dogmi per converso sono
d’ origine misteriosa e sovrannaturale.
idee prevalgono solo per
un tempo
,
Da ultimo le
e su che mai im-
perano? Sulla fantasia, tutto al più sul pensiero, sulla ragione , sulla passione ; laddove i dogmi imperano sulla coscienza (Applausi prolungati a diritta).
sto ,
Del re-
quando Vittore Ugo mi avrà trovata un’idea che
duri da diciotto secoli,
e che abbia oltre a ducento 22
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338 milioni di fedeli adoratori, st’
idea
e
diritti
i
1’
allora consentirò a que-
autorità che io reclamo per la
Chiesa (Sorriso di approvazione a diritta ).
»
Ecco la forza della Chiesa cattolica! Madre dell’umanità rigenerata, essa ha un trono nei cuori, fondato sulla figliale pietà ; ha un trono nelle coscienze, fondato sui dogmi che non periranno giammai ha un trono terrestre al Vaticano , quasi nave maestra , o colonna e tabernacolo , a cui mirino i figliuoli del pellegrinaggio. Nuovi Filistei suonarono a battaglia, ma si levò Israele, e il tabernacolo donde emana il divino responso stette fermo al Vaticano. Il preci;
tato oratore finisce col vendicare quella parte di glo-
che spetta
ria «
alla
Francia:
Così l’istoria racconterà che mille anni dopo Carlo
Magno
,
e cinquanta dopo Napoleone; mille anni da
che Carlo
Magno erasi acquistata un’immensa gloria
col raffermare
trono pontificale , e cinquanta da che
il
Napoleone al fastigio della sua potenza s’era ecclissato nel voler disfare l’opera del suo immortai precessore; l’
istoria racconterà
che
la
Francia restò fedele alle
sue tradizioni, e sorda a prevaricazioni bieche e odiose. Essa dirà che trentamila Francesi comandati dal degno figlio d’uno dei giganti delle nostre glorie impe,
riali
(Vivi applausi a diritta), sciolsero dai patrii lidi
volando a ristabilire in Roma nella persona del Pontefice il diritto, l’equità , l’interesse europeo e francese (Nuovi applausi a diritta ; reclamazioni a sinistra). Essa racconterà ciò che Pio
IX stesso scriveva, in rendi-
al generale Oudinot mento di grazie Il trionfo delle armi francesi è trionfo riportato sui nemici decu,
:
mana società. Sì , questo sarà il pronunciato della storia, e sarà
una delle glorie più belle onde fia redi-
mita la Francia del secolo XIX. • Voi non vorrete certo menomare, scolorire od offuscare questa gloria, cacciandovi in un contesto di
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339 contraddizioni , d’intrighi, d' incoerenze inestricabili.
E sapete voi ciò che potrebbe contaminar per sempre la gloria del vessillo
francese? Sarebbe
il
contrappor
questo vessillo alla Croce, alla Tiara, che esso ebbe affrancata ; sarebbe il trasformare i soldati francesi , di protettori che furono del Pontefice , in altrettanti op-
pressori ; sarebbe lo scambiar la missione e la gloria di Carlo
Magno con una sgraziata parodia di Gari-
baldi (Caldi e lunghi applausi a diritta }.
»
Giammai parola d’uomo aveva scosso così dal fondo le ire anticattoliche;
giammai la plebe demagogica si
era così arrovellata in parlamento. L’idra lava indarno sotto
i
si
divinco-
piedi del vincitore , che più e più
la stringeva e la fulminava.
Perchè tanto sconvolgersi
e arrabbiare? 11 trono pontificale , scopo all’empietà e
all’universa demagogia rivoluzionaria, era rialzato e riconsecrato nell’opinione universale. Gesuita! cappuccino!
sagrestano! tutto
il
nobilissimo frasario della
Montagna era diluviato sul grande oratore che soprastando con serena fronte alla tempesta torceva
,
ogni tratto ri-
come fulmine sul capo degl’impotenti e mal-
Ma d’altra parte, per ogni insulto, mille eran applausi che gli decretava la maggioranza; e afferma il Débats che la tribuna francese non ha memoria d’un festeggiamento così concorde e magnifico onde venivan celebrati il discorso e l’oratore. Ma donde l’entusiasmo di cui brillavano i volti di 470 plaudenti contra 165 visacci della Montagna? Da ciò che il Montalembert dopo i valenti de la Rosière, Tocqueville e Thiers, veniva in difesa di quella
creati. gli
,
colonna antica sulla quale la società moderna è stabilita,
vine.
e che non crollerà senza seppellirci nelle sue ro-
Tu,
mio
gentil
splendide arringhe
nel
lettore,
va a leggere quelle
libro:
la
Quistione
Romana
discussa nell' Assemblea francese nell’ottobre 1849
,
e non
tralascia l’avvertenza dell’italiano traduttore.
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340
La Francia ha ricredalo alla sedia temporale dei Papi, perchè ha lungamente patito, e studiate o di necessità o di cietà:
amore le basi della religione e delia so-
ma l’Italia (l’Italia rivoluzionaria) se ha co-
minciato a patire, non ha per avventura incominciato a conoscere se stessa, nè
i
suoi bisogni,
nè i pericoli
che sovrastanno all’umanità. L’Italia! Ah l’Italia era, col
Papa,
l’altare vivo del
mondo cattolico; e l’Italia ha
rovesciato quell’altare! Sull’Italia piegavasi ossequioso lo sguardo delle nazioni cristiane;
c ora quello sguardo non incontra che l’empietà e la dissoluzione. Gl’Italiani, con Roma pontificale alla loro testa, erano i cittadini d’un impero spirituale che di giorno in giorno s’ingrandisce per l’cstension della fede, d’un impero a cui il mondo intero è promesso; e l’Italia ha voluto spezzar quello scettro. E Roma? Roma ha pensato di ridestar le aquile dell’Aventino, ed appena ha trovate le oche del Campidoglio; Roma si è levata dal capo la corona della gloria per divenire un ossame repubblicano e il putrido cadavere della regina del mondo; Roma aveva un Pio che già 1’ ammantava di nuova luce ed era la delizia del mondo, e quel Pio Roma (la
Roma rivoluzionaria) l’ha rinnegato, tradito, co-
ronato di spine, e per poco non crocifisso.
Ma quel Piorisurge! anzi è risurto! perchè il compimento dell’ iniquità che darà fine ai secoli non è ancor giunto. E la Roma fedele, e la fedele Italia, che pur sussistono, fanno festa con tutta la cristianità, e ne ringraziano il loro Dio.
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341
CAPITOLO LXXV. CONCLUSIONE.
Il 9 luglio 1809, Pio VII era rapito dal Quirinale da un generale francese per ordine di Napoleone. Quarant’anni dopo, quasi al medesimo giorno un ge,
nerale francese restaurava Pio IX in nome della Francia repubblicana e del suo Presidente, nipote di Na-
poleone. I
Garibaldiani avevano particolarmente devastato la Pietro in Montorio
dove Pietro era stato
chiesa di
s.
crocifisso.
Or in quella notte del 29 giugno che uni-
sce le festa di
s.
vansi ai Francesi
,
Pietro a quella di
porte di
le
s.
Paolo, apri-
Roma.
Fu chi nell’attuale sconvolgimento degli ordini politici, morali e religiosi dell’Italia, si lasciasse quasi condurre alla diffidenza ed allo scandalo. Noi ringraziamo il Signore di averci confortati nella tentazione, facendoci udire l’antica parola che sarà sempre nuova: « Io sono con voi, non vogliate temere. » Non è
forse milizia la vita del giusto in questo
mondo? Non
ha forse nome e condizione di militante quella Chiesa che ci porta nel seno finché rinasciamo alla virilità e alla gloria dei trionfanti?
al turbine
Pio IX
Con questa fede guardammo
che si scatenava;
vedemmo rinnovarsi
in
Osanna e il Crucifigatur ; c’ inchinammo a Gaeta e dicemmo: Dovè Pietro , là è la Chiesa. Dio lasciò acciecare la mente dei principi, scosse 1’
le
reggie e disse: Voi soggiogaste la Chiesa, rilegaste
il
suo divino insegnamento ,
le
sue minacce ed
ed
io lancierò
i
la sua parola educatrice,
suoi conforti dalle moltitudini,
contro di voi queste moltitudini da voi
corrotte, che già sollevami come l’oceano in tempesta,
e se non fate senno, dopo il freno della religione, scuoteranno il freno del principe, stritolando gli scet-
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342 e le corone. Regi, eruditevi: la collera di Dio è
tri
pronta ; ella si addensa
;
perfidi consiglieri la spronano,
non potrete fuggirla.
e voi
Dio lasciò acciecare
i
popoli , c licenziò i falsi pro-
a profetar loro sogni vani o scellerati. Applaudi-
feti
rono
popoli, e gli ebbero
i
come dei, aspettando da
loro la salate e la redenzione.
popolo
:
Ma quelli dissero al
Incurvati , perchè ascendiamo più in
alto
:
u, 23) (1). Dio gli ha dispersi, e or dice al popolo: Dove sono i tuoi dei Incurvare ut transeamus (Is.
che pur ti
sei fatto?
Di’che sorgano e ti scampino nel
tempo della tribolazione: Ubi sunt dii tui quos fediti ,
tibi? ii,
Surgant et liberent te in tempore afflictioms ( Jeb.
28).
Dio guardò
al
santuario , e lo vide profanato dalle
cene di Baldassarre, in duolo il Vaticano, e maledetti e cacciati i suoi unti. Arse di sdegno, ma si placò
andavano gaudenti di nome di Gesti ( Act. v, 41 ).
nella prece di Pio e di quanti tollerar persecuzioni nel
Dio guardò alle dottrine dei maestri, ai disegni ed alle conseguenze: gittò sulla bilancia due pronunciò la sentenza. Voi siete giusto o Signore! Noi peccammo, e voi
occulti,
sorti, e
ci
visitaste.
Il
nostro orgoglio fu umiliato
sotto
il
Pauvre peuple! L’expérience ne Ini servit jamais de rien. Dans l’antiquité comme à présent, il a été la bète sur laquelle soni montés tona les ambitieux qui ont voulu arriver plus vite au ponvoir. Si da moina après s’étre Hélas, servi de Ini , les oppressene lui rendaient la libertà (1) «
!
les aiguiltons sont restés et restront plantés dans ses fianca,
tant qu’il y aura des ambitieux à satisfaire. Toujours ils se serviront du peuple comme d’un marteau pour demolir
Pauvre peuple ancor une foia Pas un coup ne donne par Ini sans qu’il cprouve la moitié da choc, il ne soit la première victime » ( Lettres (Pun Savoisien Annecy, 1849) la société.
!
se
et doni ,
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343 brando del vincitore. Noi ci rivoltammo alla vostra legge, e voi ci abbandonaste nel dominio di coloro che ci spolpano, ci schiacciano, e c’insultano con dirci: Eravate schiavi, e noi vi abbiam fatti liberi! Languiva in noi la vostra fede, il buon seme ornai più non si distingueva dalla zizzania, nè dal popolo il
con mano terribile scuoteste il campo
levita: e voi
evangelico, perchè dal lolio,
il
frumento
eletto
si
discernesse
profeta di Baal dal profeta del Dio vero,
il
e diceste: Chi è dalla
mia mi segua. Pochi, è vero,
sorsero ferventi e animosi ; quasi quasi era sul rinnovarsi la scena dell’orto e del pretorio; nuovi scribi e farisei
conducevano e aizzavano le compre moltitudini:
ma voi ci rivelaste che
come trattarono voi,
perfidi
i
vostri seguaci , e che la persecuzione
cosi tratteranno
i
sarà quaggiù
diadema che sino
il
capo dei vostri
la
e figliuoli suoi nella fede.
tromba di Dio, scosse
nazioni:
Domini.
Vox populi de 11
segnerà il
oDio, resse fermo
vostro Vicario,
il
Gaeta confermò i fra-
alla procella , e dallo scoglio di telli
al fine
eletti.
Ma Pietro, ma
il
La sua voce suonò come santuario, le città e le
vox de tempio, vox
civitate ,
mondo cattolico riaccese
mente la sua fede
,
e
professò alta-
abbracciò la causa di Pio , fulminò
la coorte congiurata e fremente.
La vostra fede
,
o Si-
gnore, non è così morta sulla terra, se ancor si am-
manta di sì gloriosi trionfi. Senonchè, la tempesta non è dileguata ma sospesa, e le potenze delle tenebre rinfocan le ire contra talia, perchè ivi è
l’Arca santa,
vostra parola , ivi la colonna e
1’
ivi
il
l’I-
seggio della
unità della grande
Chiesa cattolica, contra la quale si è mossa e ferve la guerra. Signore! l’Italia sarà nel vostro aspetto tristita
e scellerata,
rammenti che
l’
sì in-
che voi dobbiate abbandonarla
alla profanazione de’ Filistei e de’ Nabucchi ? Italia
tutta
è
Ah
!
vi
seme di martiri e di
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m santi: colpiteci d’ogni flagello, toglieteci la vita,
ma
Pietro, resti la fede, vita immortale degli spinon si dica che noi italiani, peggiori dei Barbari, struggemmo la gloria di diciotto secoli, sperdemmo il dono di Dio ed il privilegio unico e sommo resti
riti:
della vostra munificenza e misericordia.
Roma non perirà, perchè in essa è della vita:
senza del
il
principio
il mondo cattolico la tiene in custodia, e mondo basterebbe Iddio. Ma nell’ Italia è
un’altra terra , di onesta e graziosa che ella era a voi,
o Signore, or divenuta fomite all’incendio, e la burla
e lo scandalo delle nazioni. Vegliatela o Dio forte, illuminatela della superna luce che ormai Sciogliete
i
timori, sperdete
combattete per difesa, o
lei,
le
offusca.
si
funeste previsioni,
poiché voi solo restate in nostra
Dio nostro.
mondo ci crolla sotto i piedi, perchè il mondo
Il
è la città terrena che dovrà sciogliersi. Cittadini d’un
mondo, aspiriamo all’eterna! Sion, la città delle ombre, è precorsa a Roma; a Roma, dove rifulse la altro
luce allo sciogliersi delle
ombre fatidiche, succederà
quel giorno senza tramonto, la cui lampada è l’Agnello. la morte, e si conperchè Gesù ha predetto ogni cosa da principio: Ecce praedixt vobis omnia (Mah. xni, 23); e i cieli passeranno ma non la sua parola. Qui trionfano gli orgogliosi, perchè qui giù è la terra conquistata dal padre Lucifero; ed hanno calunnia, tristezza e persecu-
Questa fede è possente più che
forta nél convolgersi delle cose mondane,
Cristo ci
,
zione
i
giusti ,
perchè
il
sacrificio dell’ antico e del
nuovo Abele dee compiersi sino al fine. Intanto finché non ci sarà aperta la città dei trionfanti noi guarderemo a Roma città e capo dei militanti. Là sono due statue. S. Pietro ha le chiavi e sotto: hinc humiubus venia. S. Paolo ha la spada nuda, e sotto: hinc betbibutio superbis. Qui sono destini ,
,
,
,
i
dell’umanità; qui è
il
giudizio di Dio. Digitized by
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345
APPENDICE.
1
CAPI DEL SOCIALISMO ITALIANO, RISIEDENTI IN FRANCIA, AI
LORO FRATELLI NELLA PENISOLA: OSSIA
LA STORIA DELLA RIVOLUZIONE ITALIANA DEL 1848 È 1849,
DESCRITTA NEL 1846. Nell’ottobre del 1846,
vero socialisti,
Charabéry, e
due emissari riformisti, ov-
partivano da Losanna, passavano a il
novembre erano a Torino, d’onde
s’avviavano pel resto d’Italia; rimettendo in ogni luogo, d’ordine del Mazzini , la nota seguente ai cooperatori della Giovine Italia ossia della Riforma sociale.
servateur de Genève
la
pubblicava in francese
L'Obil 12
agosto 1848. Noi la traduciamo letteralmente, e qui dagli altri documenti,
perchè
la riferiamo
divisa
nostri lettori
abbiano tosto in mano la chiave e i fili non già per ingegno o potenza
i
della rivoluzione che ,
dei capi,
ma per una prodigiosa imbecillità dei po-
poli e dei governi si è lasciata
compiere e signoreg-
giare in Italia. Eccola , coll’aggiunta di qualche nota in piè di ciascun articolo.
AGLI AMICI D’ITALIA «
Gli scompartimenti d’ Italia presentano alla sua
rigenerazione alcune difficoltà ,. che
si
hanno da vin-
cere prima di progredire direttamente. Però non
si
vuol perdere coraggio; cadun passo verso l’unità sarà
un progresso, e senza prevederlo, sarà sul punto d’essere compiuta
il
la
rigenerazione
giorno in cui
l’u-
nità potrà essere proclamata. »
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3W>
MEZZI. 1° 1 Principi.
Ne’ grandi paesi
•
dee procedere
si
alla rigenera-
zione per mezzo del popolo; nel vostro per mezzo dei principi ; bisogna metterli assolutamente nell’impresa; 11 papa si
è facile.
avanzerà nelle riforme per princi-
pio e per necessità ;
il
corona d’Italia
il
(1) ;
re di Piemonte per l’idea della gran duca di Toscana per l’In-
clinazione ed imitazione;
il re di Napoli, per la forza; avranno a pensare ad altro che a riforme. Non vi mettete in pena della parte occupata dagli Austriaci. Egli è possibile che le riforme pren-
e
i
piccoli principi
,
dendoli alle spalle,
facciano avanzare più rapida-
li
mente che gli altri nelle vie del progresso. 11 popolo, a cui la costituzione dà il diritto di esigere, può parlare alto, e all’uopo comandare colla sommossa; ma colui che è ancora nella schiavitù non può altro che ,
,
cantare
i
suoi bisogni , per farne sentire l’espressione,
senza troppo dispiacere. Profittate della menoma concessione per riunire le masse, testare la riconoscenza.
non
fosse che per at-
Feste, canti, raduni,
nume-
uomini d’ ogni opinione, bastano per far prorompere le idee dare al popolo il sentimento della sua forza, e renderlo pretendente (2).» rose relazioni stabilite
fra
,
(1)
Noi siamo fermi nel credere diritte
le intenzioni di
Vero è che i socialisti hanno creato per un Regno dell’Alta Italia, per ingrossar le loro pro-
Carlo Alberto. lui
prie forze e pervenire poco poi alPunilà repubblicana. (8) L’Italia i
ha cantalo
sovrani facevano
Sempre le feste Italia
!
le
,
festeggiato , preteso:
spese della festa:
i
popoli ed
Mazzini rideva.
In Francia succedevano alle barricate ; in
precedevano. Da per tutto era luce e solennità di
funerali.
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Googl
347 2°
«
bile
Il
I Grandi.
concorso dei grandi è di necessità indispensa-
per far crescere
il
riformismo in nn paese di
feudalità. Se avete il solo popolo , nascerà la diffidenza,
e quello sarà schiacciato al primo passo. Se poi il popolo sarà condotto da alcuni grandi, questi gli servi-
ranno di passaporto. L’Italia è ancora quello che era la Francia prima della rivoluzione; ha bisogno dei Mirabeau de’suoi Lafayette e di tanti altri (1). Un gran signore può essere ritenuto da interessi materiali, ma si può vincere colla vanità: lasciategli il primo posto finché vorrà camminare con voi. Pochi avremo che vogliano andare sino al fine. L’essenziale è che il termine della grande rivoluzione sia sconosciuto. Non lasciam mai vedere altro che il primo passo da farsi (2). » suoi
,
(1) Qualche nobile o grande non mancò all’opera mazziniana. Non erano essi per ingegno i Mirabeau nè i Lafayette erano teste vuote di sugo , e pienissime di vanità; conducevano le schiere alle feste , alle messe e ai Te Deum. il secondo la Co(2) Il primo passo erano le Riforme ;
,
stituzione,
pervenire
il
terzo la Repubblica. Fatto il primo, era forza
al terzo:
e coronati di
re e popoli vi eran condotti fra i canti
fiori ,
ma cogli occhi velati come le antiche ,
vittime al sacrificio.
3° Il Clero.
«
In Italia
il
clero è ricco dell’argento e della fede
del popolo; conviene conciliarlo per questi due vantaggi, 6
guadagnarne ad ogni modo l’influenza. Se
voi poteste in ogni capitale creare un Savonarola, fa-
remmo passi da gigante (1).
Il
delle istituzioni liberali. Cercate
non è nemico dunque di associarlo
clero
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:ii8
a questo primo lavoro, che il vestibolo
si
dee considerare come
obbligato del tempio dell’uguaglianza. Senza
Non attaccate
santuario resta chiuso.
il
vestibolo,
il
clero nella sua fortuna,
il
nè nella sua ortodossia;
promettetegli la libertà, e lo vedrete nelle vostre (ile. » (1 )
Niun Savonarola per merito di eloquenza, mai più nel clero o per mala condotta o per dabbennag-
insigni
gine, seguirono o promossero
il
torrente rivoluzionario.
Non un solo prete di spirito buono fra quelli. pochissimi,
i
delusi senza
I
malvagi
numero.
4° Il Popolo.
«
In Italia
il
popolo è ancora da crearsi; ma egli
è pronto a rompere il viluppo che ancora lo trattiene. Parlate spesso molto e per tutto delle sue miserie e ,
,
non intende ancora
de’suoi bisogni. Il popolo
parte operosa della società
s’
,
ma la
invasa di questi senti-
menti di compassione per il popolo, e tosto o tardi ella opera. Le discussioni profonde e dotte non sono
nè necessarie, nè opportune; vi sono parole generache contengono tutto, oche si debbono sovente
trici,
ripetere al popolo: libertà, diritti dell’uomo, progresso,
uguaglianza, fratellanza;
comprenderà parole di
,
dispotismo,
schiavitù , ecc.
ecco quello che
il
popolo
soprattutto , quando vi si opporranno le
11
di
difficile
privilegi,
di
tirannia, di
non è convincere il popolo,
ma riunirlo; il giorno, in cui sarà riunito, sarà il giorno dell’era novella (1)
Le parole libertà
,
(1).
»
diritti dell’uomo,
progresso, egua-
glianza, fratellanza, furono davvero le generatrici di tutti
sconvolgimenti politici, finche generarono da ultimo il socialismo padre del comuniSmo, oltre al quale non potrà progredire la virtù generativa. gli
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349 5° Tutti.
*
La scala del progresso è lunga;
vuoisi
tempo e
pazienza per salirne a capo. II mezzo di andare più presto è di non varcare più che uno scalino per volta;
un volo verso l’ultimo, egli è un es-
volere prendere
porre l’impresa a parecchi danni. Sono ornai duemila
anni, che un gran filosofo, chiamato Cristo, predicò
che ancora
la fratellanza
cevete dunque tutti
i
si
cerca nel mondo (t). Ri-
soccorsi che vi saranno offerti,
senza riguardarli mai come poco importanti. terrestre è formato di grani di sabbia
fare
11
globo
chiunque vorrà
:
un solo passo di progresso con voi, deve essere Un re dà una legge
dei vostri , sinché vi abbandoni.
più liberale, applaudite, domandandogli quella che
Un ministro non mostra che mire di Un gran signore mostra
dee seguire.
progresso, datelo per modello.
non sapersi che fare de’suoi privilegi la
,
mettetevi sotto
sua direzione; se egli vuole arrestarsi, voi siete in
tempo a lasciarlo;
resterà isolato e senza forza
egli
contro di voi, e voi avrete mille mezzi da rendere
impopolari quelli che Tutti
getti (2).
sioni,
tutte
le
si
sono opposti
ai vostri
pro-
dispiaceri personali, tutte le illu-
i
ambizioni irritate possono servire
causa del progresso
,
la
se altri dà loro buona direzione. »
un gran filosofo, è il gergo dei In Firenze , l’ Alene della civiltà perchè in quella fiorirono le leggi giuseppine e leopoldine e non la contaminò 1’ educazione gesuitica, (1) Venerare in Cristo
socialisti e dei comunisti.
italiana ,
,
in Firenze , p jjoi in Roma sotto ; udirono, come a Parigi, i brindisi al
come assicura Gioberti la
Repubblica,
si
Cristo socialista.
(9) Tutto a capello quanto riguarda i plausi onde si darebbe di sprone ai principi ed ai ministri per cacciarli sempre avanti e quel lasciarli se mostrassero di arrestarsi; ,
ma quei mille mezzi di rendere impopolari quanti non en-
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330 trassero nei progetti della Giovine Italia ,
cata a perfexione da tutti
infami e
fu
legge prati-
congiurati, e ci dà la ragione
i
atroci calunnie sparse
il papa, i i principi, i ministri, e gli ottimi o laici o ecche onorassero l’Italia. Chi non congiurava , doveva per ogni mezzo rendersi impopolare, predicarsi infame. Lo scopo santifica i mezzi: è il decalogo della Gio-
delle
contro
cardinali, clesiastici
vine Italia.
Sono santi la calunnia ed il pugnale.
6°
Ottacoli.
L’ armata è il più grande ostacolo al progresso del socialismo: sempre sommessa per educazione, per organizzazione, per dipendenza, è una grande leva pel dispotismo. Conviene paralizzarla coll’educazione «
generale del popolo
:
quando si sarà diffusa nel pub-
blico l’idea che l’armata, fatta per difendere
il
paese,
non deve in alcun caso mescolarsi di politica interiore, ma deve rispettare il popolo, si potrà allora fuor di pericolo, andare avanti senza di
contro di
lei
(1).
—
11
clero
dottrina sociale; egli vuole, cui esso
denomina carità.
ha
sol
la
lei e pure metà della
come noi, la fratellanza,
Ma la sua gerarchia e le
sue abitudini ne fanno un puntello dell’autorità, os-
conviene prendere quanto ha di e troncare il male. Procurate di far penetrare
sia del dispotismo:
bene
,
l’eguaglianza nella Chiesa, e tutto camminerà (2).
potenza chiericale è personificata ne’gesuiti di questo
;
La
l’odiosità
nome è una potenza pei socialisti: sappia-
tevene servire
(3).
»
(1) Affranta la podestà regia col disperderla per minuz-
Assemblee popolari, affranta la giustizia vendicainceppandola coi Giurati, non rimaneva che di sotil ministero della sicurezza pubblica alle armi del governo: ed ecco allora quasi in piena libertà i sovverti-
zoli nelle
tiva
trarre
tori
della nazione.
Tutto
si
adempiva, recidendosi ogni
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351 nervo allo Stato. Senonchè la truppa fu meno docile alle perfide insinuazioni , e salvava dall’ anarchia repubblicana nel 15 maggio 1848, e Genova nel il regno di Napoli marzo e aprile del 1849. Diritto è il rispondere alla forza colia forza, e salvator degli innocenti è il cannone che
tuona contro le barricate. (9) L’ eguaglianza nella Chiesa vuol dire abbasso i vescovi ed il papa , cioè distruzione della gerarchia ecclesiastica:
ecco la ragione della guerra mossa ai vescovi ed
al loro
capo. L’Arcivescovo di Torino era la prima vittima
di qaesta eguaglianza repubblicana. (3) Avvertite: la potenza chiericale e personificata nei gesuiti:
dunque sarà abbattuto il clero, abbattuti i gesuiti.
Avvertite ancora: V odiosità di questo nome è una potenza pei socialisti: dunque apponete questo
nome a cui vi parrà
Mentre così ammoniva la turba il buon Mazzini, il buon Gioberti faceva meglio: scagliava sullTtalia il Gesuita moderno , la grande
utile, e sarete potenti nella distruzione.
fiaccola dell’incendio. Gesuiti, gesuitanti, gesuilesse; gliati e affigliate; gesuiti in
affi-
tonaca, in talare e in farsetto!
Libero a Gioberti ed a’ suoi lo spedirne le patenti. Chi poteva sfuggire alla persecuzione gioberliana, se non la Giovine Italia ed suoi affigliati? Mazzini emanava 1’ orai
colo , Gioberti lo pubblicava ,
i
corpi franchi lo eseguivano
nella Svizzera e nell’Italia.
I più valorosi operai della Chiesa caddero i primi sul campo della battaglia. Bene sta: a loro dovevasi per diritto la prima palma.
7° Mezzi. «
Associare, associare, associare, tatto è in questa
parola.
Le società secreto danno una forza invincibile
al partito, c
hc^H|ajMMH^BM^H|Mnete di vederle
divise; più elleno
si divideranno, mèglio riusciranno. Tutte vanno allo stesso scopo per differenti strade. Il
secreto sarà spesso violato ; tanto meglio: è necessario il
secreto per dare tranquillità ai
saria
membri ;
è neces-
una certa trasparenza per dare paura agli sta-
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!
352 zionari. Quando un gran numero d’associati , ricevendo la
parola d’ordine per diffondere un’idea e farne
l’o-
pinione pubblica, potranno concertarsi per un movi-
mento troveranno il vecchio edifìzio traforato da tutte parti, e cadente, come per miracolo, al menomo sof,
fio
del progresso. Maraviglieranno eglino stessi di ve-
dere fuggir davanti alla sola potenza dell’opinione, re, signori, ricchi, preti, edifìzio sociale (1).
che formavano
vecchio
il
— Coraggio e perseveranza!
»
(1) Avete inteso? Non sono i soli gesuiti clic dovevano cadere, ma i re, » signori, i ricchi , i preti ; tutto questo
vecchio edifìzio sociale doveva seppellirsi nelle rovine. Ecco
nei re, nei signori, nei ricchi, nei preti, l’obbietto della
santa crociata, della santa guerra (finita
la
santa guerra
coll’Austria) , ed infine la santa unità e fratellanza italiana!
non sarebbe mancala la sua parte: I.a SAINTE GUILLOTINE va tous Ics jours. Marquis comtes, procureurs montent sur madame. Così scriveva Maignet, uno della Convenzione, onorato d’ una missione in VaiAlla santa ghigliottina
,
chiusa
:
cosi gli amatori del popolo ed
i
restauratori del-
l’ordine sociale intendono la libertà, l'eguaglianza, la fra-
Non vi dimenticate che Lesseps chiamava Nerone moderno il Mazzini, e che di Neroni è pieno il mondo dei ternità
socialisti.
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INDICE
Capitoli
I.
Mire
,
ed agonie della Repubblica italiana
III
sin
Pag.
dalla nascita II.
Sue origini S’inaugura la Costituente romana
IV. Preliminari della Repubblica
»
...»
romana
.
.
»
V. Si disputatali’ ora e sul modo di spogliare ilpapa»
I
5
9 13 17
VI. Influenze repubblicane s’infiltrano nella Camera
subalpina VII.
»
La questione papale
sciogliesi
nella
Camera
subalpina colla teorica del comuniSmo
.
»
Vili. Gli accademici oppugnanti la sovranità del papa »
Uno sguardo istorico, teorico epolitico sulpapato » X. ParallelodellaCostituente romana edellaCamera
IX.
subalpina XI. Gli scomunicati a messa e al
Te Deum
.
»
38
»
»
42 46 50 54 58
»
62
»
X V. Nega^ la società XVI. Nega il popolo
:
XVII. Gradi della rivoluzione europea
.
» »
...» 66
XVIII. Le cospirazioni
»
XIX. 1 cospiratori . XX. Le alleanze rivoluzionarie XXI. Primi semi del comuniSmo italiano .
XXII. Ateismo sociale XXIII. Conseguenze dell'ateismo sociale XXIV. Ateismo officiale del Piemonte XXV. Ateismo e comuniSmo parlamentare .
.
25 29 33
.
Formala repubblicana Dio ed il popolo XIII. La Repubblica nega Dio XIV. Nega la chiesa XII.
20
.
.
.
» »
.
.
.
.
.
11
»
81
»
85 89 93 97
...» ...» ,
'0 “3
»
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Capitoli
WVl. Si spoglia la chiesa de' suoi beni
poi della
,
Pag. 101
libertà e della fede
XXVII. Le mani morte XXVIII. Proprietà ecclesiastica
» »
XXIX. Abolizione della proprietà ecclesiastica XXX. Una parola ai sovrani XXXI. Insegnamento rivoluzionario
.
105
109
»
113
»
117
»
121
XXXII. Una parola ai governi sull' educazione e tulli’
*126
insegnamento
XXXIII. Rea indole dei governi popolari
...» 130 ...» 134
.
XXXIV. Caducità dei governi democratici
XXXV. La sovranità popolare nella pratica XXXVI. La sovranità popolare nella teorica
.
.
»
.
.
»
139 144
XXX VII. Errori e conseguenze della sovranità popolare » 149 XXXVIII. Tirannide della sovranità popolare
.
XXXIX. Incapacità politica del popolo sovrano
.
»
153
.
»
157
XL. Altre incapacità politiche del popolo sovrano » 162 XLI. Il suffragio popolare perde la società . XLII. Vera e falsa sovranità
.
XLUI. Il diritto delle insurrezioni XLIV. Il rispetto della sovranità
XLV. Nostri errori politici
»
166
»
170
»
175
»
180 185
»
...»
XLVI. Si ripiglia la guerra. 20 marzo 190 XLVII. Nostra sconfitta. Rinunzia di Carlo Alberto. 23 marzo » 194
XLV III. Reminiscenze e dolori: intervento a Roma
»
XLIX. Perche Roma non risponda all'intervento
»
L.
Questione papale
»
198 203 207
212 216 219 LIV. Due partiti in Roma: 1° Mazzinisli puri » 224 2” » LV. » Mamianisli » 228 LVI. Prime difese di Roma » 232 LVII. Bugie latrocinii sacrilegi » 237 LVIII. Le grandi bugie, orrori disperazioni » 244 LIX. Ipocrisie, astuzie, trattative » 250 LI. Pensieri sull intervento
LII.
»
La repubblica romana apostolica
LIII. Pio
IX è impossibile a Roma
.
.
.
....
»
»
i
i
,
.
,
,
.
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Capitoli
LX. Ultime bugie
,
angustie e caduta di Rama Pag. 2 ;i 5
LXI. La_ città eterna
»
sr.fl
LX1I. Che farà il papa ?
»
LXIII. Politica europea
»
264 270
LXIV. Ex fu!
»
e il
15 luglio
.
.
.
LXV. Motuproprio del 12 settembre Continua LXVI. » Continua » LXVII. .
LXVIII. I confederali della giovine Italia
.
„
.
.
.
»
.
»
226 282 286
.
»
201
206
.
LXIX. Condizioni della pace negli stali romani. Il Papa cammini civilmente 1 * Condizione :
e politicamente col secolo
LXX.
2 a Condizione
:
»
303
Secolarizzazione compiuta del
governo romano nei principii e nelle persone» 308
LXXI. 3* Condizione Rappresentanza nazionale » 317 » 322 LXX11. 4 a Condizione: Nazionalità italiana » 328 LXX11I. Riepilogo dei fatti e sentenza finale » 335 LXX IV. Forza del papato chi lo tocca, perirà :
.
,
:
LXXY. Conclusione
.
.
.
»
341
APPENDICE. / capi del socialismo italiano , risiedenti in
Francia, ai
loro fratelli nella penisola : ossia la storia della rivo -
luzione italiana del 1848 e 1849, descritta nel 1846 »
345
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