GUERRE E CULTURE DI GUERRA NELLA STORIA D’ITALIA
A cura di
Piero Del Negro, Enrico Francia
EDIZIONI
UNICOPLI
Il convegno di Padova su Guerre e culture di guerra (21 novem bre 20 0 8) è stato organizzato con il contributo del Dipartim ento di Storia dell’Università di Padova. Gli atti del convegno sono stati pubblicati grazie ad un contributo del MIUR, fondi ex-40 %, concessi a Mario Isnenghi e a Piero Del Negro, rispettivam ente coordinatore nazionale e coordinatore locale (unità di Padova) di un progetto di ricerca d’interesse nazionale su Le guerre degli Italiani.
In prim a di copertina: copertina di F.T. Marinetti, Zang Tum b Tum b, Milano, Edizioni futuriste di “Poesia”, 1914. In quarta di copertina: L’inferno. Giornale della notte: politico-diabolico-bizzarroletterario-um oristico-fantastico-ridicolo-critico-satirico-pittoresco-teatrale: illustrato da m ille e più disegni all’anno, a. 1, n. 31, 8 m arzo 1849. Prim a edizione: aprile 20 11 Copyright © 20 11 by Edizioni Unicopli Srl via Andreoli, 20 - 20 158 Milano - tel. 0 2/ 42299666 http:/ / www.edizioniunicopli.it Fotocopie per uso personale del lettore possono essere effettuate nei lim iti del 15% di ciascun volum e dietro pagam ento alla Siae del com penso previsto dall’art. 68, com m a 4, della legge 22 aprile 1941, n. 633, ovvero dall’accordo stipulato fra Siae, Aie, Sns e Cna, Confartigianato, Casa, Claai, Confcom m ercio, Confesercenti il 18 dicem bre 20 0 0 .
INDICE
p.
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Prem essa, di Piero Del N egro
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Cultura di guerra. Note su una nuova categoria storica, di Nicola Labanca
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La cultura di guerra nell’Italia napoleonica, di Piero Del N egro
35
Eroi, popolo e soldati. Narrative patriottico-m ilitari nell’Italia del Risorgimento, di Enrico Francia
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Dopo il bicentenario garibaldino. Studi, orientam enti storiografici, prospettive di ricerca, di Eva Cecchinato
81
Il prim o “tiepido, fum ante bagno di sangue nero”. Note sulla cultura di guerra nell’Italia liberale (1870 -1911), di Sim on Levis Sullam
95
Guerra alla guerra? Conflitti im m aginati e reali nei dibattiti dei socialisti italiani (1870 -1914), di Michele Nani
10 9
Cultura di guerra e tipi guerrieri. L’im magine del conflitto e del com battente nella Grande Guerra in Italia tra m obilitazione culturale e politiche della rim embranza, di Marco Mondini
123
Gli italiani nella Grande Guerra. Un bilancio storiografico, di Daniele Ceschin
6
p. 141
Lo squadrism o tra culture di guerra e trasform azioni dei repertori del conflitto politico, di Giulia Albanese
153
Appunti per uno studio dell’ordine pubblico nell’Italia fascista, di Gian Luigi Gatti
167
Parole di guerra alla prova dei fatti. 1940 -1943, di Giorgio Rochat
179
Le guerre non finiscono mai. Fonti orali, storiografia, culture di guerra, di Alessandro Casellato
197
Genesi di “Gli Italiani in guerra”, di Mario Isnenghi
211
Notizie biografiche degli autori
217
Indice dei nom i di persona
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Il Centro Interuniversitario di Studi e Ricerche Storico-Militari
PREMESSA Piero Del N egro
Le prem esse agli atti dei convegni seguono di regola dei clichés, che le apparentano, quale più, quale m eno, ad apotropaiche – se così si può definirle – recensioni apologetiche, se non a veri e propri soffietti pubblicitari: l’elenco dei m otivi (storiografici, va da sé, m a talvolta anche civili, um anitari, politici ecc.) che hanno reso opportuno, se non assolutam ente indispensabile per le m agnifiche sorti e progressive degli studi, il convegno; i calorosi ringraziam enti rivolti alla platea delle istituzioni che l'hanno organizzato, finanziato, prom osso ecc.; la rassegna, più o m eno concisa, più o m eno laudatoria, degli interventi, dei quali appare inevitabile sottolineare l’originalità e la pregnanza; assai spesso anche l’appello dei caduti, vale a dire l’evocazione delle brillanti relazioni che sono state presentate al convegno, m a che poi non sono riuscite, per un m otivo o per l’altro, tutti in ogni caso giustificati o giustificabili a priori, a superare le terribili colonne d’Ercole, che separano l’oralità dalla scrittura. In questo caso, dopo aver fornito, come è doveroso, le indispensabili inform azioni di base (il convegno si è tenuto a Padova, nel Palazzo del Bo e nel Dipartim ento di Storia, nei giorni dal 10 al 12 dicem bre 20 0 8, grazie soprattutto all’im pegno di Enrico Francia e con il contributo scientifico e finanziario dei gruppi di studio partecipanti al progetto di ricerca nazionale ex-40 % su Le guerre degli Italiani, un progetto coordinato sul piano nazionale da Mario Isnenghi e a livello locale, vale a dire padovano, da chi scrive – un progetto che è stato cofinanziato dal Ministero dell’Università e della Ricerca e, sul piano locale, dall’Università di Padova – nonché con il sostegno organizzativo del Centro interuniversitario di studi e ricerche storico-m ilitari, del Centro interuniversitario di storia culturale e dei Dipartim enti di Storia e di Studi storici e politici dell’Università di Padova), vorrei percorrere un’altra strada, quella di una postfazione o, se si preferisce ricorrere ad un lessico meno abusato e m eno infranciosato, di un appunto m etodologico in m argine agli atti del convegno. Com e risulta chiaro da m olti interventi, il m io com preso, il convegno non fu preceduto da un’approfondita e condivisa riflessione sulle questioni storiografiche e m etodologiche, che affrontava. Volendo lim itarci al titolo, è evidente che non solo il term ine ‘guerra’, m a anche il sintagm a ‘cultura di guerra’ erano stati ‘ingenuamente’ (volendo adoperare l’avverbio nell’accezione settecentesca) con-
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siderati dal sottoscritto autoevidenti, se non affatto trasparenti, per quel che riguardava il loro significato e quindi di facile e pronto im piego. Fu in particolar m odo l’intervento di Nicola Labanca, qui collocato non a caso in apertura degli atti, m a che nella sua versione orale fu presentato in coda al convegno, che rim ise in discussione questa prospettiva alquanto superficiale, m ettendo a fuoco da un lato la genealogia franco-francese della categoria storiografica ‘cultura di guerra’ (un tentativo, quello prom osso dalla ‘scuola’ di Péronne, che a mio m odesto avviso non risulta particolarmente felice, di lasciarsi alle spalle la tradizionale antinomia consenso-dissenso in rapporto alla condotta dei combattenti francesi durante la prim a guerra m ondiale, trovando una spiegazione di quest’ultim a in una disposizione culturale prebellica fortificata dalla guerra stessa) e dall’altro individuando “alm eno cinque accezioni” di tale categoria, vale a dire: 1) “una prim a accezione rinvia assai genericamente ad ogni e qualsiasi rappresentazione del conflitto espressa in seno alla società. In questa prim a e assai com prensiva (quasi onnicom prensiva) accezione la nozione di cultura è di taglio quasi antropologico e com unque assai generale”; 2) “una seconda rinvia invece ad una sua parte, sia pure assai generica: alle rappresentazioni convintamente per la guerra – in un certo senso opponibili ad una altrettanto generica ‘cultura di pace’”; 3) “una terza accezione (…) rinvia (…) alla cultura che della guerra avrebbero elaborato gli intellettuali”; 4) “quarta (…) la cultura della guerra dei m ilitari, in particolare degli ufficiali (…) un sapere professionale”; 5) “alla fine (…) quanto mai differenziata e dalle numerose varianti (…) una cultura di guerra dei soldati e dei combattenti”1. In chiusura degli atti del convegno si colloca invece il contributo di Isnenghi circa la Genesi di “Gli Italiani in guerra”, il m onumentale dizionario in cinque volum i (e in sette tomi) apparso in questi ultim i anni presso la UTET, il quale ha a sua volta favorito un approfondim ento m etodologico, nel suo caso del term ine apparentem ente più scontato: ‘guerra’. “La parola ‘guerre’ va m essa m eglio a fuoco”, ricostruisce la sua riflessione Isnenghi, “è troppo pesante e m ilitaresca, restringe e determ ina, invece che articolare e ram ificare la tipologia dei conflitti; non inquadra abbastanza finemente l’oggetto della ricerca e neppure le m otivazioni e lo spirito con cui m i accingo a m etterm ici. Ecco, appunto: è proprio ‘conflitto’ la parola che serve: se non fa titolo, conflitti sarà protagonista del sottotitolo, precedendo identità e m em orie, logiche, m a abusate. Perché conflitto è parola da redim ere, sottraendola a pudori e condanne, e restituendola alla sua storica centralità, di fondam ento e m otore del divenire nei soggetti pubblici e privati. Conflitto delle idee, degli abiti m entali, dei modelli, dei com portam enti collettivi, nell’Otto e nel Novecento. Fin dall’idea di ‘Italia’ che nasce in contrasto con altre idee di Italia; ci sono i ‘diversam ente Italiani’, lo sono anche gli ‘Austriaci’, per non dire dei cittadini dei Ducati e dei borbonici; i regionalisti, i m unicipalisti, i fuori storia”2 . 1 2
Nicola Labanca, Cultura di guerra. Note su una categoria storica, in questo volume, p. 21. Mario Isnenghi, Genesi di “Gli Italiani in guerra”, ivi, p. 20 2.
Prem essa
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Se si leggono in parallelo gli interventi di Labanca e di Isnenghi risulta evidente sia il loro – forse casuale, in ogni caso episodico – incrociarsi intorno al perno offerto da ‘conflitto’ (“rappresentazione del conflitto” è la prim a delle cinque accezioni di ‘cultura di guerra’ indicate dal primo; “’conflitto’ la parola che serve” alla proposta storiografica del secondo), sia i rischi di derive. Se è vero che ‘guerra’ “determ ina” forse eccessivamente il cam po, che gli storici devono arare, è anche vero che ‘conflitto’ lo am plia in m isura ancora più preoccupante, m entre a sua volta ‘cultura di guerra’, se da un lato pone l’accento sulla “rappresentazione”, sul versante esclusivam ente culturale del fenomeno, dall’altro im piega ‘conflitto’ quale sinonim o di ‘guerra’, riconoscendosi in una procedura opposta a quella adottata da Isnenghi. Il contributo di Giorgio Rochat, Parole di guerra alla prova dei fatti, 1940 1943, anche se sem bra imperniato, a prim a vista, su un’antinomia quanto m ai banale e semplificatrice, ‘parole’ versus ‘fatti’, in realtà rappresenta, a m io avviso, un efficace antidoto contro i rischi precedentemente indicati, quando si interroga: “esiste davvero una ‘cultura di guerra fascista’ che vada oltre la propaganda, che sia autentica cultura di guerra e di dom inio, abbia radici, costi e obiettivi com m isurati alle ambizioni proclam ate, in grado di mobilitare le risorse del paese per la guerra, com e tutto somm ato aveva fatto l’Italia liberale nella Prima guerra m ondiale?”, e si dà la risposta: “la vocazione m ilitare del fascism o e quindi la sua cultura m ilitare è la guerra civile, dal 1919 al 1945”3 . In altre parole l’”autentica cultura di guerra” non si risolve sul piano delle ‘parole’, delle ‘rappresentazioni’, siano esse un superficiale e non di rado controproducente prodotto della propaganda oppure riflettano al contrario dei valori più o m eno profondam ente radicati, m a si traduce necessariam ente anche in ‘fatti’. Del resto etim ologicam ente ‘cultura’ è una variante di ‘coltura’, appartiene ad una fam iglia sem antica, che ruota intorno al – o, m eglio, procede dal – verbo latino colere, coltivare il terreno, rinvia, cioè, ad un insiem e di pratiche m ateriali, che s’iscrivono certam ente in un orizzonte di “cognizioni, tradizioni, procedim enti tecnici e sim ., trasm essi e usati sistem aticam ente, caratteristico d’un gruppo sociale, d’un popolo o dell’intera um anità” (la definizione, quest’ultim a, di ‘cultura’ che trovo in un dizionario) 4 , m a che nello stesso tem po non si esauriscono sul piano delle ‘rappresentazioni’, vale a dire in una sfera esclusivamente intellettuale. Del resto, qualora ‘cultura di guerra’ riguardasse unicam ente tale ultim o am bito, risulterebbe una categoria storiografica sostanzialmente superflua, dal m om ento che non solo verrebbe a sovrapporsi, quanto meno nella prim a delle cinque accezioni indicate da Labanca, ad un sintagma in uso da quasi tre secoli,
Giorgio Rochat, Parole di guerra alla prova dei fatti, 1940 -1943, ivi, p. 171. Cfr. Manlio Cortelazzo - Paolo Zolli, Dizionario etim ologico della lingua italiana, I, Bologna, Zanichelli, 1979, pp. 255 e 30 5. 3
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‘spirito m ilitare’5, m a apparirebbe anche una declinazione in chiave antropologica delle ‘forze m orali’ care a Clausewitz. Al contrario la ‘cultura-coltura di guerra’ costringe a mettere in relazione dialettica le ‘parole’ ai ‘fatti’, le strutture ideologiche con quelle ‘m ateriali’. Non si tratta, va sottolineato, di scim m iottare una volta di più Feuerbach o Marx, dal m om ento che nel caso delle guerre riesce assai difficile minim izzare l’im portanza della ‘cultura’ ‘generata’ dall’ultim a guerra com battuta sulla ‘coltura’ della guerra prossim a ventura. Lo testim onia, tra gli altri, il caso della seconda guerra m ondiale, che l’Italia di Mussolini com batté alla luce delle ‘lezioni’ m ilitari che aveva creduto che fossero state imposte dall’esperienza della Grande Guerra: la necessità di poter disporre di grandi m asse schierate al fronte (gli otto m ilioni di baionette auspicati dal dittatore contro i quattro m ilioni schierati dall’Italietta liberale sui cam pi di battaglia del prim o conflitto mondiale), l’esigenza di preparare per tem po l’ufficialità di com plemento destinata ad inquadrare tali m asse (nella Grande Guerra erano stati costretti ad im provvisare o quasi sul tam buro i nove decim i di tale com ponente del corpo ufficiali, m entre si arrivò all’appuntam ento con la seconda guerra m ondiale con un numero così esagerato di ufficiali di com plemento che, come ha dim ostrato Rochat, da una risorsa si trasform arono in un problem a), l’opportunità di superare il sistema delle trincee im provvisate tram ite la tem pestiva creazione di solide linee fortificate (il Vallo Alpino, altrove, ad esem pio, la linea Maginot), la valorizzazione dell’arm a aerea (m a in Italia prevalse la versione eroica alla Francesco Baracca sulla visione strategica del profeta del dom inio dell’aria Giulio Douhet: di qui la ricerca spasm odica del record – le trasvolate oceaniche, i raid intercontinentali – a spese di un consolidam ento strutturale basato, tra l’altro, sulle navi portaerei) ecc. Nello stesso tem po non va dim enticato che tali scelte – le ‘parole’ che, quando non si lim itavano a m ascherarli, indirizzavano i ‘fatti’ in una direzione o nell’altra – scontavano anche i lim iti ‘materiali’, con i quali la politica di potenza di uno Stato relativam ente arretrato doveva inevitabilm ente fare i conti. Ad esem pio, quando Carlo Corsi scriveva intorno al 1870 che la guerra di secessione am ericana aveva dato “svariati spettacoli di guerra di m acchine, ove ogni bizzarria d’ingegno m eccanico o chim ico trova[va] libero cam po: m a [era] guerra inerte e rovinosa, e non fini[va] se non per virtù di buoni concetti strategici, di gam be e cuori d'uom ini, i soliti grandi spedienti della vera arte della guerra (l’uom o)”6 , rivelava non tanto una ‘cultura di guerra’ sottosviluppata, pre o antitecnologica, che in ogni caso si rifiutava di legittim are la grande novità am ericana della “guerra di m acchine” in nome di una concezione ‘um anistica’, quanto si com portava com e la volpe dell’apologo esopiano di fronte all’uva, che era fuori della sua portata. 5 Centro interuniversitario di studi e ricerche storico-militari – Com missione italiana di storia militare, Atti del Sem inario Lo spirito m ilitare degli Italiani, Padova, 16-18 novem bre 20 0 0 , a cura di Piero Del Negro, Padova, Offset Invicta, 20 0 2. 6 Carlo Corsi, Som m ario di storia m ilitare, 4 voll., Torino, tip. G. Candeletti, 1869-1871, III, p. 218.
Prem essa
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La categoria storiografica della ‘cultura di guerra’ incontra anche un altro lim ite connesso alla sua genesi: l’iscrizione entro un orizzonte nazionale. In effetti, com e ci spiegano i m anuali, entrambe le grandi guerre m ondiali furono prim a di tutto il prodotto più o m eno autom atico dei trattati, che com portavano una meccanica trasform azione delle alleanze internazionali in alleanze di guerra. Dalla politica di equilibrio al concerto europeo la ‘cultura di guerra’ fu ad un tem po un ingrediente indispensabile e una conseguenza ‘inevitabile’ del sistem a di relazioni tra gli Stati, un dato di fatto contrastato con esiti a lungo assai insoddisfacenti dalle iniziative prom osse a favore della ‘cultura di pace’, in form a pubblica a partire dalla metà dell’Ottocento, da partiti, da m ovim enti d’opinione, da correnti religiose, da organizzazioni internazionali e perfino da sovrani. L’invito ad affiancare alle “rappresentazioni” le “pratiche” di guerra e, a m onte di queste ultime, tutto quel com plesso di fattori (internazionali e interni, politici e sociali, dem ografici e religiosi, econom ici e ideologici, etnici e di genere, volendo soltanto ricordarne alcuni tra i più im portanti), che costituiscono il brodo di cultura (altro sintagm a che rinvia ai ‘fatti’, m a anche, nel suo impiego metaforico, alle ‘parole’) non solo della ‘cultura di guerra’, ma anche della guerra stessa e, prim a ancora e più in generale, della violenza collettiva arm ata (una form ula, quest’ultim a, preferibile sia al troppo generico ‘conflitto’ che ad un im piego di ‘guerra’ nell’accezione indubbiam ente lim itativa – com e sottolinea Isnenghi – di evento bellico dai precisi confini cronotopologici) in tutte le sue form e e declinazioni, dalla guerra civile alla delinquenza organizzata, potrebbe indurre qualcuno a chiedersi se, in fin dei conti, in questo m odo non si approdi ad un cortocircuito tra ‘guerra’ e ‘cultura di guerra’ nel senso di ritenere che un alto tasso della seconda possa essere certificato soltanto dagli esiti della prim a, che, in altre parole, il program m atico “vincere” debba trovare il suo inveram ento nella vittoria. In realtà si sa, alla luce, volendosi limitare alla storia dell’Otto-Novecento, delle peripezie del II e del III Reich, m a anche, ancora prim a, dei due im peri napoleonici, che la vittoria non è sem pre disposta a coronare una ‘cultura di guerra’ per quanto pienamente dispiegata essa possa essere o apparire, dal m om ento che i tentativi di tradurre la ‘cultura di guerra’ in un esito bellico favorevole devono fare i conti con quel com plesso di fattori internazionali e interni, m ateriali e intellettuali, che sono stati in precedenza evocati. Per di più, com e indicano, tra gli altri, il caso dell’Italia fascista m esso a fuoco da Rochat e da Gianluigi Gatti (una caratteristica d’altronde condivisa, sia pure in dosi diverse, dagli altri regim i totalitari afferm atisi negli anni tra le due guerre m ondiali, dall’Unione Sovietica di Stalin al III Reich e alla Spagna di Franco), la ‘cultura di guerra’ poteva presentarsi principalm ente nella variante della ‘cultura di guerra civile’, m isurarsi, quindi, in prim o luogo con gli obiettivi del fronte interno piuttosto che con quelli ‘classici’ dei confronti e degli scontri internazionali. L’im portanza di tale versante agonistico e antagonistico interno nella storia dell’Otto-Novecento attira anche la nostra attenzione sulla contrapposizione tra le diverse accezioni di ‘cultura di guerra’ indicate da Labanca, un inventario, va da sé, non esaustivo e al quale bisogna com unque aggiungere, com e abbiam o vi-
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sto, la dimensione internazionale. Ad esempio, lungo gran parte dell’Italia liberale la m aggioranza degli ufficiali rim ase aggrappata ad una cultura di guerra (che potrebbe apparire debole se confrontata con altre coeve) ispirata da Niccola Marselli, una cultura di m atrice professionale, m a anche profondam ente influenzata dalla sociologia dei Com te e degli Spencer, una cultura che non era disposta, in linea di principio, a legittim are non solo la guerra civile, m a neppure quella coloniale e che, tra l’altro, risultava assai m eno incline alla guerra di quanto lo fosse quella, in cui si riconoscevano le élites politiche dirigenti e, soprattutto, la com ponente più esagitata dell’intelligencija nazionale. Una cultura di guerra, in conclusione, che appare ben lontana dall’assumere le caratteristiche di un m onolite e che ritrova, paradossalm ente, una sua qualche com pattezza unicamente nel cono d’ombra antagonistico della cultura o, m eglio, dell’insieme, anch’esso dialettico (volendo adoperare un eufem ismo), delle culture di pace. Alla luce di tali considerazioni appare anche chiaro che l’assenza di una linea metodologica com une, il rifiuto di un’ortodossia, che ha contraddistinto, nel loro insiem e, gli interventi al convegno, va considerata non tanto un lim ite quanto un pregio del volum e.
CULTURA DI GUERRA Note su una nuova categoria storica Nicola Labanca
In Francia si è m olto discusso di ‘cultura di guerra’, negli ultim i anni. Ne hanno scritto storici m ilitari, o com unque storici della guerra, e storici generali. In Italia lo si è fatto m olto m eno, e questo è stato al tem po stesso un m ale e un bene: un m ale, perché fa sorgere il sospetto su quanto gli storici italiani siano davvero aggiorno dei dibattiti storiografici internazionali; un bene perché questa discussione sulla ‘cultura di guerra’ non è stata esente da caratteri locali, tipici di una guerra ‘franco-francese’1. Quando questa categoria è stata esam inata, è più che altro stata valutata in sé, guardando al suo interno 2 . Questo è necessario, m a purtroppo non è sufficiente. Una delle tesi che vogliam o avanzare nelle poche pagine che seguono prevede che il contributo m igliore offerto da quella categoria vada identificato nella reazione che i suoi sostenitori hanno voluto opporre ad uno stato di cose storiografiche presente al m omento in cui a quella prospettiva si sono rivolti, più che nella soluzione stessa prodotta.
1 “La polém ique entre l'école de la contrainte et celle du consentem ent est largem ent artificielle: elle est grossie pour les besoins de la cause et des positionnem ents académiques”: così Antoine Prost, La Guerre de 1914 n'est pas perdue, “Le Mouvem ent social”, 20 0 2, n. 199, pp. 95-10 2. In Italia la migliore e più acuta interpretazione di tutto questo dibattito è la rassegna, cui si rinvia per l’am pia bibliografia, di Giovanna Procacci, Alcune recenti pubblicazioni in Francia sulla ‘cultura di guerra’ e sulla percezione della m orte nel prim o conflitto m ondiale, in Nicola Labanca, Giorgio Rochat (a cura di), Il soldato, la guerra e il rischio di m orire, Milano, Unicopli, 20 0 6. Utile anche François Cochet, Pace e guerra nel ventesim o secolo. Un bilancio storiografico della ricerca francese, “Mondo contem poraneo”, a. I (20 0 5), n. 1. 2 Nicolas Offenstadt, Philippe Olivera, Em m anuelle Picard, Frédéric Rousseau, À propos d'une notion récente: la ‘culture de guerre’, in Frédéric Rousseau (a cura di), Guerres, paix et sociétés, 1911-1946, Neuilly, Atlande, 20 0 4; Leonard V. Sm ith, The ‘culture de guerre’ and French historiography of the Great w ar of 1914-1918 , “History Com pass”, a. V (20 0 7), n. 6; Eduardo González Calleja, La cultura de guerra com o propuesta historiografica: una reflexion general desde el contem poraneism o español, “Historia social”, 20 0 8, n. 2. Cfr. anche i due interventi im m ediati di Mario Isnenghi, Un livre problém atique et inquiet, e di Antonio Gibelli, Le refus, la distance, le consentem ent, am bedue in “Le Mouvem ent social”, 20 0 2, n. 199 (significativo che ben due studiosi italiani erano stati interpellati a discutere il volum e di cui poi diremo di Audoin-Rouzeau e della Becker).
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L’esistenza di una specifica ‘cultura di guerra’ fra i com battenti francesi, e per traslato europei, del prim o conflitto mondiale ha fatto discutere. Ma lo ha fatto soprattutto in Francia: nelle più recenti sintesi generali di storia della guerra, scritte da autori non gallici, il tem a non è m olto presente 3 . Né ciò può essere liquidato com e disattenzione nazionalistica di alcuni storici: persino il più recente studio firm ato dallo storico che m aggiorm ente aveva legato il proprio nom e a quella categoria, quasi non vi fa cenno, pur essendo dedicato a tem i che da quella categoria sarebbe stato legittimo pensare sarebbero stati rischiarati4 . La ‘cultura di guerra’ com e m eteora più che come stella com eta che indica la via? Attorno a questi tem i ci lim iterem o a brevi note, interrogandoci sulla costruzione storiografica della categoria. Com e nasce una nuova categoria interpretativa Oltre che per quanto propone, converrebbe esam inare la categoria di ‘cultura di guerra’ per quello cui intendeva reagire. Cosa si intende, o m eglio cosa intendono alcuni autori specifici, per ‘cultura di guerra’? Com unem ente orm ai, rifacendosi non sem pre con precisione ad alcuni lavori di Stephane Audoin-Rouzeau e di Annette Becker 5, ci si riferisce all’esistenza appunto di una cultura diffusa presso i com battenti francesi della Grande guerra che, anche indipendentem ente dallo specifico e consapevole consenso alle politiche dei propri governi (che poteva anche m ancare), avrebbero finito per introiettare le ragioni del conflitto e vi avrebbero attivam ente partecipato, perm ettendo fra l’altro che la guerra si protraesse così a lungo e fosse così letale. Non più quindi i soldati colti nel m om ento del loro rifiuto della guerra ma in quello, considerato più rilevante e più effettivo, del loro essere (o essere convinti a funzionare com e) volenterosi perpretatori, sia pure in subordine, del grande m assacro della guerra. Questa, dell’uccidere e del far m orire, sarebbe in ultim a analisi la ‘cultura di guerra’ di cui i soldati sarebbero stati com partecipi con i più alti com andanti e responsabili del conflitto 6 .
Nem meno in Martin van Creveld, The culture of w ar, New York, Presidio, 20 0 8. Stéphane Audoin-Rouzeau, Com battre. Une anthropologie historique de la guerre m oderne (XIX e-XXI e siècle), Paris, Seuil, 20 0 8. 5 Stéphane Audoin-Rouzeau, Annette Becker, Vers une histoire culturelle de la Prem ière guerre m ondiale, “Vingtième siècle“, 1994, n. 41; poi riproposto com e Stéphane AudoinRouzeau, Annette Becker, Avant-propos, in J ean-J acques Becker e al. (a cura di), Guerre et culture, 1914-1918, Paris, Colin, 1994; Stéphane Audoin-Rouzeau, Annette Becker, Violence et consentem ent: la ‘culture de guerre’ du prem ier conflit m ondial, in J ean-Pierre Roux, J eanFrançois Sirinelli (a cura di), Pour une histoire culturelle, Paris, Seuil, 1996; e soprattutto Stéphane Audoin-Rouzeau, Annette Becker, 14-18. Retrouver la guerre, Paris, Gallim ard, 20 0 0 (trad. it. La violenza, la crociata, il lutto. La Grande guerra e la storia del Novecento, Torino, Einaudi, 20 0 0 ). 6 Cfr. anche François Cochet, Survivre au front 1914-1918. Les poilus entre contrainte et consentem ent, Saint-Cloud, Soteca, 20 0 5. 3
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Una tale interpretazione ha suscitato varie reazioni, sollecitate anche da una rapida ricezione del tem a da parte dei mezzi di com unicazione che, nel loro linguaggio sem plificatorio, al tem po delle ‘n uove guerre’, potevano finalm ente trovare nel passato un m odo apparentem ente nuovo per ricordare la Grande guerra e un aggancio attualizzante. Alcuni vi hanno visto sem plicemente un’estensione, un am pliamento all’indietro, delle pagine che George Mosse aveva dedicato alla brutalizzazione indotta nei combattenti durante la prima guerra mondiale, che lo storico tedesco-statunitense aveva studiato per il periodo fra le due guerre, quando si era interessato del m ito dei caduti e alla diffusione della violenza nel periodo fra le due guerre 7. Altri hanno tem uto che, attraverso la notazione per cui anche i soldati avrebbero voluto (e non solo, come si osservava, avevano dovuto) partecipare agli orrori della guerra, si aprisse nuovam ente un varco inarrestabile alle tradizionali interpretazioni patriottiche del ‘consenso’ popolare alla guerra (da qui l’ergersi, spesso con un linguaggio che poco ha da invidiare agli scontri del tem po della Guerra fredda, di altre ricerche e altri centri invece prevalentem ente interessati a sostenere l’am piezza del dissenso, o quanto m eno della repressione, fra i combattenti) 8 . Probabilmente in qualche misura avevano ragione entrambi. Peraltro, a vederlo oggi con qualche m aggior distacco, l’afferm azione di una cultura di guerra caratterizzata dalla violenza partecipata non era nem meno così originale o peculiare agli storici dell’Esagono: più o m eno negli stessi anni Novanta, ad esem pio, J oanna Bourke pubblicava una storia culturale del combattim ento incentrata sulle seduzioni della guerra 9 . Con un term ine schietto, è stato detto, si voleva o quanto m eno si finiva per ‘sdoganare il consenso’10 – per quanto ancora prepolitico e spontaneo – alla guerra. Ciò detto, più im portante di qualunque futile dietrologia è capire com e e quando questa interpretazione della ‘cultura di guerra’ si è afferm ata in Francia. L’im pressione è che, ad un prim o livello di form alizzazione, il concetto appaia già nello studio giudicato allora assai innovativo di Audoin-Rouzeau del 1988 dedicato alla partecipazione francese alla prim a guerra m ondiale vista dalla prospettiva dei giornali di trincea 11. Si trattava di una fonte che in Italia era stata già sfiorata dagli studi alla fine degli anni Sessanta e che poi aveva ricevuto una disanim a rim asta classica con il libro di Mario Isnenghi del 197712 . Quello che in Italia aveva fatto la com parsa all’altezza del quinto decennale della fine della 7 George L. Mosse, La guerre m ondiali dalla tragedia al m ito dei caduti, Roma-Bari, Laterza, 1990 . 8 Lo nota Giovanna Procacci, Alcune recenti pubblicazioni in Francia sulla ‘cultura di guerra’ e sulla percezione della m orte nel prim o conflitto m ondiale. 9 J oanna Bourke, An intim ate history of killing. Face-to-face killing in tw entieth century w arfare, London, Granta, 1998 (trad. it. Le seduzioni della guerra. Miti e storie di soldati in battaglia, Rom a, Carocci, 20 0 1). 10 Lo ha detto schiettamente Marco Mondini nel corso del convegno di Padova del dicembre 20 0 8, da cui questo volume prende le mosse. 11 Stephane Audoin-Rouzeau, 14-18: les com battants des tranchées: a travers leurs journaux, Paris, Colin, 1986. 12 Mario Isnenghi, Giornali di trincea 1915-1918, Torino, Einaudi, 1977.
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guerra ed era poi stato studiato al sesto, nell’Esagono apparve nuovo al settimo. In effetti lo spirito con cui Audoin-Rouzeau affrontava la fonte si presentava diverso da quello di Isnenghi. Se questo aveva sottolineato il carattere propagandistico di quei fogli, pur ritenendoli degni della m assim a considerazione indipendentemente dalla loro effettiva ricezione da parte dei soldati, quello afferm ava che avevano avuto un notevole influsso nel form are e m odellare la cultura dei com battenti. Se l’italiano ne faceva un capitolo della storia degli intellettuali (dai quali m olti di quei fogli erano stati redatti), il francese li prendeva sul serio per capire lo ‘spirito dei soldati’, sul quale le fonti non sono m ai sufficienti. Un perfezionam ento della categoria di cultura di guerra si ebbe in alcuni interventi, im portanti anche perché m ettevano assiem e due studiosi am bedue relativamente giovani e prom ettenti per quanto assai diversi, firm ati da AudoinRouzeau e dalla già apprezzata e nota Annette Becker fra il 1994 ed il 20 0 0 13 . Ma una presentazione-codificazione del concetto era ancora una volta in un testo del solo Audoin-Rouzeau del 1994 14 . Quelle pagine non ricevettero però forse l’attenzione che m eritavano. Fu per questo, o perché più tardi m aturarono i tem pi, che a livello generale solo fra 1998 e 20 0 0 parve che il term ine di cultura di guerra fosse infine codificato, nel volum e uscito appunto nel 20 0 0 a firm a congiunta da Audoin-Rouzeau e della Becker 15. Il fatto che am bedue questi studiosi facessero parte del comitato direttivo dell’Historial de la Grande guerre di Peronne ha sbrigativam ente portato a far coincidere, nelle discussioni e nelle polem iche, la categoria di cultura di guerra con Peronne. Ovviamente non si tratta solo di una coincidenza né la possibilità di tradurre un’interpretazione storiografica in esposizioni e in divulgazione deve essere sottovalutata. Peraltro il fatto che attorno a quel vivace m a piccolo m useo siano nate alcune im prese storiografiche di assoluto rilievo internazionale ha fatto ritenere com patta e unitaria la ‘scuola di Peronne’. In realtà si tratta di un’eccessiva sem plificazione, perché nel com itato di quel Museo siedono personalità e storici assai diversi fra loro, nient’affatto allineati alle interpretazioni culturali o culturologiche della guerra: ci pare rim archevole che in un fondamentale loro sforzo di razionalizzazione storiografico firm ato a quattro m ani, Antoine Prost e J ay Winter abbiano lasciato ai tem a della cultura di guerra poco più che qualche riga 16 … Peraltro al fondo rim a13 S. Audoin-Rouzeau, A. Becker, Vers une histoire culturelle de la Prem ière guerre m ondiale; S. Audoin-Rouzeau, A. Becker, Avant-propos; S. Audoin-Rouzeau, A. Becker, Violence et consentem ent: la ‘culture de guerre’ du prem ier conflit m ondial. Ma anche Annette Becker, Oecum énism es français, ferveur et patrie, “Ricerche storiche”, 1997, n. 3 (Grande guerra e m utam ento: una prospettiva com parata, a cura di Luigi Tom assini e Giovanna Procacci), e Ead., Oubliés de la Grande guerre. Hum anitaire et culture de guerre 1914-1918. Populations occupées, déportés, prisonniers de guerre, Paris, Noesis, 1998. 14 Stéphane Audoin-Rouzeau, Von den Kriegsursachen zur Kriegskultur: Neuere Forschungstendenzen zum ersten W eltkrieg in Frankreich, “Neue politische literatur”, a. XLIX (1994), n. 2; Id., Oublis et non-dits de l’histoire de la grande guerre, “Revue du Nord”, a. LXXVIII (1996). 15 S. Audoin-Rouzeau, A. Becker, 14-18. Retrouver la guerre. 16 Antoine Prost, J ay Winter, Penser la Grande Guerre. Un essai d’historiographie, Paris, Seuil, 20 0 4.
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niam o convinti che già tra i due ritenuti sostenitori di quella categoria e dell’interpretazione che ne può discendere le prospettive erano, siano state e rim angano alquanto diversificate. Perché nasce una categoria interpretativa Rim essa un po’ in ordine la cronologia e la paternità della categoria, e prim a di analizzarla dall’interno, per capirla m eglio conviene gettare uno sguardo alla sua adozione. Si osserverà allora quanto essa sia rim asta m olto francese. Ovviam ente il concetto di cultura di guerra ha stim olato lavori e articoli in altri contesti nazionali, m a a tutt’oggi non esistono dibattiti o anche m onografie in lingue altre da quella francese, ad esem pio su ‘culture of war’ o su ‘Kultur der Krieg’17. Com e abbiamo già ricordato, qualche anno fa in un volum e che pure si presentava com e un’interpretazione culturale dell’intera storia della guerra, dall’antichità ad oggi, J ohn Lynn non sem brava m olto interessato alla prospettiva francese 18 . Ancora più recentem ente lo storico israeliano, m a assai presente nel dibattito anglosassone, Martin Van Creveld non vi ha fatto cenno 19 . Infine, ripercorrendo in un ambizioso volume le vicende novecentesche della guerra, persino uno studioso ‘revisionista’ com e Niall Ferguson ha concesso un ruolo ristretto alle questioni della cultura di guerra 20 . Persino al m om ento dell’esportazione di quello che potrebbe apparire com e uno dei frutti più com plessi della ‘scuola di Peronne’ (pure am m esso che esista), cioè l’Enciclopedia della Grande guerra, non sono m ancate precisazioni e distinguo che hanno fatto pensare ad una presa di distanze dal quella categoria e da quell’interpretazione che si ritiene vi sia collegata: è successo ad esem pio quando Antonio Gibelli ha curato per il pubblico italiano una traduzione di quell’Enciclopedia 21. Per non dire delle recenti storie generali 17 Per qualche isolato esem pio cfr. Thomas Kühne, From a w ar culture to a peace culture? Changing political m entalities in Germ any after 1945, “German history”, a. XVIII (20 0 0 ), n. 2, pp. 230 -23; Michael V. Prollius, Die ‘Kultur des Krieges’: zur Struktur, Ausprägung und W irkung der nationalsozialistischen ‘Organisationskultur’, “Zeitschrift für Geschichtswissenschaft”, a. LIII (20 0 5), n. 5; J oanna Waley-Cohen, The culture of w ar in China: em pire and the m ilitary under the Qing dy nasty , London-New York, Tauris, 20 0 6, dove com unque il term ine non ha il senso coniato da Audoin-Rouzeau e dalla Becker: com e non ce l’aveva il precedente Richard A. Gabriel, The culture of w ar: invention and early developm ent, New York, Greenwood, 1990 . Cfr., negli studi francesi, Christian Ingrao, Culture de guerre, im aginaire nazi, violence genocide: le cas des cadres du S.D., “Revue d’Histoire Moderne et Contem poraine”, a. XLVII (20 0 0 ), n. 2, pp. 265-289. 18 J ohn Lynn, Battle: a history of com bat and culture from ancient Greece to m odern Am erica, Westview Press, 20 0 4. 19 M. van Creveld, The culture of w ar. 20 Niall Ferguson, The w ar of the w orld. History ’s age of hatred, London, Allen Lane, 20 0 6 (trad. it. Ventesim o secolo, l’età della violenza. Una nuova interpretazione del Novecento, Milano, Mondadori, 20 0 8). 21 Stéphane Audoin-Rouzeau, J ean-J acques Becker (a cura di), La prim a guerra m ondiale, edizione italiana a cura di Antonio Gibelli, Torino, Einaudi, 20 0 7.
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della guerra le quali, da Keegan 22 a Hanson 23 , davvero hanno appena nom inato quella cultura di guerra. Se questa categoria è così trascurata al di la dell’Esagono, o travisata al punto da essere incom presa (Adrian Lewis ha addirittura pensato che am erican culture of w ar potesse definire una storia dell’esercito Usa 24 …), viene da riflettere. Peraltro, nella stessa Francia, non esistono di fatto m onografie che abbiano portato nel titolo o nel sottotitolo l’espressione ‘cultura di guerra’. Allora, di cosa stiam o parlando? Per com prendere m eglio il senso e la portata di questa categoria è necessario quindi tornare alle origini e a testi, questa volta da quelli da cui i suoi prom otori intendevano differenziarsi. Fra la m età degli anni Ottanta e quella degli anni Novanta, evidentem ente, agli autori che sentirono il bisogno di una ‘cultura di guerra’ era apparso insufficiente lo stato di conoscenze e le categorie allora disponibili. Esplicitamente infatti essi ritenevano non più possibile spiegare il com portam ento dei soldati esaurendolo nella vecchia (ed in Francia ancora assai presente) interpretazione patriottica che vedeva i com battenti convinti e ‘nazionali’, m a neanche facendo riferim ento alle categorie di opposizione e rifiuto della guerra e dell’istituzione m ilitare (una storiografia che anche nell’Esagono era presente, per quanto m inoritaria) 25. Contro l’interpretazione patriottica, e contro l’apparente com pattezza dell’esercito quale poteva risultare da alcune fonti m ilitari, non pochi studiosi avevano infatti rinviato alla soggettività dei soldati facendo leva su tutta una serie di loro m em orie, spesso edite. Più tardi, quando nel 20 0 3 Frédéric Rousseau ebbe riedito il classico lavoro di Norton Cru basato sulle testim onianze dei com battenti26 , l’insoddisfazione trovò anche un obiettivo polem ico e il dibattito portò in prim o piano la questione della affidabilità delle testim onianze edite a distanza di tem po e quindi, com e fu detto con frase non elegante, ‘contro la dittatura del testim one’. La polem ica sul valore delle testim onianze, innescata da AudoinRouzeau e dalla Becker, partiva da un’osservazione acuta e giustificata per quanto non originale: i testim oni censurano la loro partecipazione attiva al com batti22 J ohn Keegan, A history of w arfare, New York, Knopf, 1993 (trad. it. La grande storia della guerra, Milano, Mondadori, 1994). Su Keegan si veda Nicola Labanca, Ascesa e declino di un classico della storia m ilitare, “Contem poranea. Rivista di storia dell’80 0 e del ‘90 0 ”, a. VII (20 0 4), n. 1. 23 A partire dal classico Victor Davis Hanson, The w estern w ay of w ar. Infantry battle in classical Greece, introduzione di J ohn Keegan, New York, Knopf, 1989 (trad. it. L’arte occidentale della guerra. Descrizione di una battaglia nella Grecia classica, Milano, Mondadori, 1990 ). 24 Adrian Lewis, The Am erican culture of w ar. A history of U.S. m ilitary force from w orld w ar II to Operation iraqi freedom , New York, Routledge, 20 0 6. 25 J ules Maurin, J ean-Charles J auffret (a cura di), La Grande Guerre 1914-1918, 80 ans d’historiographie et de représentations, Montpellier, Université Paul Valéry – Montpellier III (E.S.I.D.), 20 0 2. 26 J ean Norton Cru, Tém oins, Paris, Les Étincelles, 1929: sui cui poi Frédéric Rousseau, La guerre censurée. Une histoire des com battants européens de 14-18, Paris, Seuil, 1999; e poi Id., Les procès des tem oins de la Grande Guerre. L’affaire Norton Cru, Paris, Seuil, 20 0 3. Cfr. anche Christophe Prochasson, Les m ots pour le dire. Jean Norton Cru du tém oignage à l'histoire, “Revue d’histoire m oderne et contem poraine”, 20 0 1, octobre-décem bre, p. 160 -189.
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m ento. Ma anche prim a di arrivare a questo si deve rilevare che, rispetto alla vecchia interpretazione patriottica, i sostenitori di una ‘cultura di guerra’ e della sua diffusione fra i soldati aspiravano legittim amente ad una comprensione più profonda di quegli eventi, cercavano di disincagliare la storia della Grande guerra dalle contrapposizioni politiche del presente, aspiravano a cercare le basi (e la documentazione storica) di quell’imbarbarim ento della guerra e dei com battenti che era stato postulato (studiando il prim o dopoguerra) da Mosse non solo per il caso tedesco. Tale barbarizzazione delle coscienze dei com battenti sarebbe divenuta più tardi una barbarizzazione esplicita delle strategie e della guerra in generale, rintracciata e sim boleggiata da altri storici in alcune cam pagne della guerra nazista della seconda guerra m ondiale 27. Attraverso la categoria di cultura di guerra i suoi proponenti, ricorrendo ad una spiegazione di storia culturale, cercavano quindi di aprire la ricerca nazionale francese ad una ricerca internazionale orm ai avviata. Audoin-Rouzeau e Annette Becker afferm ano nel loro volum e più noto di scrivere in reazione alle celebrazioni dell’ottantesim o della fine della Grande guerra, e della generale ‘vittimizzazione’ che attorno al 1998 sarebbe stata fatta della figura del soldato, scolorendone i tratti di odio, di crociata, di furore pro-bellico i quali caratteri – unici o decisivi, a loro avviso – spiegherebbero sia la durata e la tenuta dei fronti sia la luttuosità della guerra. Per la verità, poiché i prim i contributi sul tem a da parte dei due, o di Audoin-Rouzeau, datano quanto m eno al 1994, se non al 1986, la reazione deve anche essere antedatata. L’im pressione è che com unque non sia possibile capire la categoria di cultura di guerra se non nei suoi aspetti ‘reattivi’ che la chiariscono ancor più di quelli propositivi. La cultura di guerra quindi più com e reazione che com e definizione. Grazie all’ipotesi di una cultura di guerra, che non era consenso politico m a appunto disposizione culturale, si cercava di spiegare realtà che altri non riuscivano del tutto a spiegare: ad esem pio la tenuta al com battimento 28 dei soldati francesi nonostante le enorm i perdite dei loro reparti, paragonabili solo a quelle tedesche. Forse c’era anche il desiderio di spiegare il fatto che combattessero per una nazione che già aveva om ologato, com e è stato detto, i ‘contadini in francesi’, e per una repubblica e non per un regno o per un im pero, come di fatto faceva la quasi totalità dei com battenti (se si escludono quelli statunitensi a partire dal 1917).
27 George L. Mosse, La guerre m ondiali dalla tragedia al m ito dei caduti; Om er Bartov, Fronte orientale. Le truppe tedesche e l’im barbarim ento della guerra (1941-1945), Bologna, il Mulino, 20 0 3; nonché Id., Mirrors of destruction. W ar, genocide, and m odern identity, Oxford, Oxford University Press, 20 0 0 ; Enzo Collotti (a cura di), Spostam enti di popolazione e deportazioni in Europa 1939-1945, Bologna, Cappelli, 1987, e Id., La soluzione finale. Lo sterm inio degli ebrei, Milano, Newton Com pton, 1995. Il tema era circolato anche in Nicola Labanca (a cura di), Com m em orare la Grande Guerra. Francia, Germ ania, Gran Bretagna, Italia, “Quaderni Forum ”, a. XIV (20 0 0 ), n. 3-4. 28 Per la principale letteratura anglosassone sul tema cfr. Nicola Labanca, Com bat sty le. Studi recenti sulle istituzioni m ilitari alla prova del fuoco, in Il soldato, la guerra e il rischio di m orire.
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Un dibattito e cinque accezioni Contro questa interpretazione, com ’è noto, si sono scatenate im mense polem iche che hanno attaccato principalmente i punti deboli della categoria e dei prodotti (libri, saggi ecc.) che vi si sono esplicitamente ispirati29 . Volendo riassum ere gli addebiti, talora anche contrastanti fra sé, si ricorderà che già a livello di metodo si è obbiettato la possibilità di incorporare appieno nella ricerca storiografica una categoria di accezione prevalentem ente sociologica e antropologica. Si è poi sostenuta la necessità di pluralizzare quella unica cultura nelle tante culture di guerra di cui le diverse comunità e i tanti possibili raggruppam enti dei combattenti avrebbero potuto esprim ere. Si è inoltre afferm ata l’incom prensibilità da parte dei proponenti di questa categoria della loro resistenza a servirsi di una fonte documentaria com e quella delle testim onianze e delle mem orie dei com battenti. Più specificam ente infine, a livello di m erito, si è m esso in dubbio che la stragrande m aggioranza dei soldati fosse penetrata di quella cultura di guerra da volenterosi carnefici che talvolta, sia pure in opposizione a tante difficilmente sostenibili e ireniche rappresentazioni di soldati renitenti alla guerra e refrattari alla violenza, è sem brato leggere. Il dibattito specifico sulla legittim ità e fondatezza del ricorso alla categoria di cultura di guerra si è poi però allargato ad una discussione più tradizionale, per quanto im portante, sugli spazi reciproci del consenso e del dissenso fra i combattenti francesi rispetto agli scopi di guerra del governo, se non ancora più in generale rispetto alla guerra in sé. Si è così persa l’occasione di discutere nello specifico cosa potesse essere, e se esisteva e se era diffusa davvero, questa ‘cultura di guerra’. Da parte dei critici non si è posta m olta attenzione alle défaillances delle interpretazioni più tradizionali da cui gli studi suscitati dal concetto di cultura di guerra volevano differenziarsi. Obiettivam ente, peraltro, questi studi hanno mostrato non poche debolezze. Tra tutte basterà ricordare l’im pressione che essi diano per scontata l’interiorizzazione da parte dei combattenti della propaganda governativa e m ilitare. Ciò evidenzia anche il rischio di rifiutare una fonte o una serie di fonti (quelle di diretta espressione dei com battenti, per il tim ore che esse siano condizionate dalle reticenze successive dei mem orialisti) per poi affidarsi ad altre fonti in sé non m eno problem atiche o più ‘sincere’ (si ricordi che il sottotitolo del prim o volume di Audoin-Rouzeau definiva i fogli di trincea com e “i loro giornali”). Aleggia anche una certa im m agine colpevolizzante nei confronti dei combattenti rispetto ad esem pio a quella dei loro com andanti. Qualunque ne siano le ragioni, il dibattito francese sulla cultura di guerra si è allargato troppo risolvendosi in una guerra franco-francese in cui gli aspetti storiografici si sono m escolati ad altri, più banalm ente accadem ici, personalistici o persino politici. Se un’utilità quel dibattito ha avuto, essa può essere rintracciata nella specificazione non tanto se davvero esisté presso i com battenti francesi del prim o con29
G. Procacci, Alcune recenti pubblicazioni in Francia sulla ‘cultura di guerra’.
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flitto m ondiale di quella ‘cultura di guerra’ quanto piuttosto di cosa possa o debba intendersi con tale termine. Possiamo così delinearne almeno cinque accezioni. Una prim a accezione rinvia assai genericam ente ad ogni e qualsiasi rappresentazione del conflitto espressa in seno alla società. In questa prim a e assai com prensiva (quasi onnicom prensiva) accezione la nozione di cultura è di taglio quasi antropologico e com unque assai generale. Una seconda rinvia invece ad una sua parte, sia pure assai generica: alle rappresentazioni convintamente per la guerra – in un certo senso opponibili ad una altrettanto generica ‘cultura di pace’. Una terza accezione più che all’insieme rinvia anch’essa esplicitamente ad una sua parte, questa volta però definibile non per il suo approccio ma per il suo produttore: si pensa cioè alla cultura che della guerra avrebbero elaborato gli intellettuali. Si tratta evidentem ente di una cultura assai form alizzata e strutturata. Ogni parte non può però aspirare ad essere intesa com e sinonimo del tutto. Ecco quindi la possibilità di identificare un’altra, quarta, sezione non m eno form alizzata e addirittura professionale sarebbe la cultura della guerra dei m ilitari, in particolare degli ufficiali. Si potrebbe parlare più che altro qui di un sapere professionale. Solo alla fine, e di fatto assai m eno form alizzata e specifica, ed anzi quanto m ai differenziata e dalle num erose varianti, potrebbe parlarsi di una cultura di guerra dei soldati e dei com battenti: l’ultim a delle possibili culture di guerra, peraltro m ai univoca (anche lasciando da parte qui la questione dell’estrazione sociale o dell’orientam ento religioso o ideologico di questi m ilitari, si dovrebbe tenere conto che c’erano soldati com battenti e soldati nelle retrovie, volontari e coscritti, sani e feriti, su zone del fronte ritenute tranquille e su zone ad alta m ortalità, per non dire poi che ogni soldato attraversava i suoi anni di guerra transitando dall’una all’altra di queste identità e posizioni). Si tratta con tutta evidenza di accezioni assai diverse e che rinviano ad oggetti e soggetti assai diversi fra loro (e m olto articolati al loro interno, com e abbiam o visto). Per questo sarebbe legittimo suggerire l’adozione di un term ine plurale, spingendo a parlare – più che di cultura – di culture. La stessa varietà delle inflessioni dell’ultima delle cinque (legata alla posizione e all’unità in cui quei combattenti militano, alla loro provenienza geografica, all’estrazione sociale, ecc.) lo raccomanderebbe. Più in generale, ammessi accezioni e oggetti storici così diversi, appare difficilmente sostenibile continuare ancora a vedere tutto questo universo di immaginari e pensieri nella prospettiva di una sola cultura. Non sembra possibile forse mai, trattandosi di fenomeni assai diversificati, e tantom eno sembra possibile sia storicam ente avvenuto negli anni della Grande guerra, quando le società europee potevano dirsi m olto poco – e in ogni caso m olto m eno di oggi – om ogenee dal punto di vista culturale. Il plurale appare insom m a necessario, sia in generale sia nel caso specifico delle culture dei combattenti.
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Certo si potrebbe obiettare, e i prom otori di questa categoria avrebbero m otivo per farlo, che con ‘cultura di guerra’ non si voleva indicare una dim ensione generale (o, com e abbiam o visto, addirittura cinque), applicabile ad ogni società in guerra. Si potrebbe cioè sostenere che solo per quel conflitto, e forse per quei com battenti, l’esperienza di guerra avrebbe originato non una ma la cultura di guerra. Sarebbe ovviamente legittim o a livello storiografico sostenere tale unicità, m a a nostro parere sarebbe difficile dim ostrarlo. Dal canto suo la pluralizzazione del concetto di cultura di guerra 30 , pur a parer nostro ineludibile, apre m olte questioni. La prima, im m ediata, consiste appunto nel chiedersi se questa categoria – forgiata per la Grande guerra – possa essere utilizzata anche per altri periodi storici. Rim arrebbero infatti da spiegare e definire le caratteristiche dell’im patto nuovo e specifico di quella guerra, delle sue trincee fra m odernità e prim itivismo, della sua m obilitazione m ilitare dalle dim ensioni e dalla durata del tutto im previste, della sorpresa tragica della morte di m assa, sino a quella brutalizzazione delle popolazioni europee che non sarebbe stata senza connessioni con la violenza del dopoguerra e persino con l’ascesa di regim i totalitari. D’altro canto perché queste eccezionalità devono essere m isurate in qualità e non in grado? In altre parole, perché per spiegarle è necessario coniare una categoria ex novo e non far ricorso a categorie ed interpretazioni già note agli storici e alla storia? D’altro canto, al di là delle innegabili specificità della Grande guerra, proprio queste ricerche hanno messo in luce tratti degli imm aginari del tem po di guerra che si sono ripetuti anche in altri conflitti, a partire dalla seconda guerra m ondiale o di alcune guerre coloniali (m a non solo queste). Proprio la ricorrenza di tratti di brutalizzazione e di ‘consenso’ alla guerra (e non solo) in occasione di altri conflitti suggerirebbe la ripetizione e quindi la pluralizzazione del concetto, pensato invece solo per la Grande guerra dei francesi. In tale prospettiva pluralizzante sarebbe peraltro evidente com e fra le diverse accezioni e fra le diverse culture di guerra si debbano prevedere contam inazioni e parziali sovrapposizioni. Sarebbe inoltre palese che ognuno di questi piani o ambiti possa avere una propria dinam ica, una storia propria, anche se con le altre intersecantisi. Tutto ciò detto, per questa puntualizzazione si dovrebbe essere grati a Audoin-Rouzeau e a Becker per aver con tanta forza avanzato questa categoria, pur alla fine rischiando di confondere piani, am biti e culture di guerra fra loro assai diverse, com e dalle precedenti specificazioni dovrebbe apparire chiaro. ‘Vecchie’ inutili categorie? Rim ane in conclusione solo da chiedersi se l’adozione di questa categoria abbia reso inutili altre e più tradizionali categorie: m ilitarizzazione, m ilitarism o, 30 Com ’è noto, già l’aveva accettata Stéphane Audoin-Rouzeau, Historiographie et histoire culturelle du Prem ier Conflit m ondial. Une nouvelle approche par la culture de guerre?, in La Grande Guerre 1914-1918 , pp. 323-337.
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subcultura militare, spirito m ilitare. Più note agli studiosi, esse rinviano agli stessi soggetti storici di cui si è già detto elencando le possibili accezioni ‘pluralizzanti’ del concetto di cultura di guerra – rispettivam ente a società, intellettuali, m ilitari, soldati – e cui, m a tutti assiem e, allude quella categoria. Si tratta di un rinvio non esclusivo o reciprocam ente escludente. In più di un’occasione, e non del tutto a torto, m ilitarizzazione, militarism o, subcultura militare, spirito militare sono infatti state usate in maniera indistinta per parlare di società, intellettuali, m ilitari, soldati: ed in effetti, per fare un solo esem pio, per quanto possa sorprendere, anche fra i soldati possono annidarsi m ilitaristi e a forgiare una subcultura m ilitare si sono adattati anche civili e intellettuali, e non solo ufficiali professionisti. Ciò che qui m aggiorm ente interessa però è osservare che anche queste categorie hanno i loro problemi (chi non l’ha?). Il prim o è im m ediatam ente, anzi etim ologicamente, evidente: nel solco di una lunga tradizione esse rinviano già nella loro stessa radice ad un ceto e poi ad una professione storicam ente considerata la responsabile della guerra, quella dei m ilitari appunto. Ma è oggi ad esem pio ancora così? Ed anche nel passato non potrebbe essere oggetto di discussione il fatto che davvero i m ilitari siano stati la variabile indipendente e decisionale del rapporto fra società e guerra? E com e parlare di m ilitarizzazione, o di m ilitarism o, per periodi antecedenti la stretta contem poraneità novecentesca? Si tratta di problem i non semplici. Per concludere però anche questi interrogativi conducono ad osservare che difficoltà e problemi non m ancano con ogni categoria interpretativa: dalle più nuove, com e quella di cultura di guerra, alle più provate, come quelle di m ilitarizzazione, m ilitarism o, subcultura m ilitare, spirito m ilitare. Vista tale problem aticità, rim arrebbe da chiedersi se davvero sia necessario introdurne di altre. Accenni alla ‘cultura di guerra’ intesa nel senso sopra ricordato quale era stato espresso da Auzoin-Rouzeau e dalla Becker non sono mancati nelle opere di sintesi più recenti sulla Grande guerra, m a non tutte hanno deciso di ricorrervi31. Il dibattito storiografico e intellettuale, ovviam ente, è libero. Ma in questo caso davvero val la pena osservare che se le categorie più stagionate e consuete avevano creato problem i, anche le categorie più nuove non ne sono esenti. Si potrebbe addirittura notare che le più stagionate non ne hanno di più numerosi o m aggiori rispetto a quelle più recenti, che pure sono state presentate com e le risolutrici di ogni problem a.
31 Mario Isnenghi, Giorgio Rochat, La grande guerra 1914-1918, Firenze, La nuova Italia, 20 0 0 (poi ried. Milano, Sansoni, 20 0 4; Bologna, il Mulino, 20 0 8).
LA CULTURA DI GUERRA NELL’ITALIA NAPOLEONICA Piero Del N egro
Com e è noto, ‘cultura’ è un vocabolo, che tollera tutto un arco di significati. Nel caso della cultura di guerra dell’età napoleonica l’accezione più diffusa e accreditata dagli stessi contem poranei appare quella, che oggi chiam iam o antropologica o, se si preferisce, antropologico-sociologica. Su questa lunghezza d’onda si collocava lo stesso Napoleone, quando disegnava a Sant’Elena il quadro della ‘nuova’ Italia, che egli stesso aveva plasm ato: “la soutane, qui était l’habit à la m ode pour les jeunes gens, fut rem placée par l’uniform e; au lieu de passer leur vie aux pieds des fem mes, les jeunes Italiens fréquentèrent les m anèges etc. (...) L’esprit national s’était form é. L’Italie avait ses chansons à la fois patriotiques et guerrières”1. Analogo, nonostante l’aggiunta di alcune pennellate critiche, il bilancio tracciato da Ugo Foscolo nel suo esilio londinese: “è verità che Napoleone largì all’Italia tutti i benefici che una nazione schiava poteva in alcun m odo attendersi da un conquistatore; a lui andò debitrice dell’unificazione, a lui delle sue leggi e delle arm i; e da lui e dal suo ordinam ento trassero ispirazione la rinnovata attività e il riconquistato spirito m ilitare d’Italia”2 . A questi giudizi a posteriori è assai agevole affiancarne altri di tenore analogo, che erano stati espressi, per così dire, ancora in corso d’opera. Nel 180 7 lo stesso Foscolo aveva ricordato, dedicando al m inistro della guerra del regno d’Italia Augusto Caffarelli l’edizione delle Opere di Raim ondo Montecuccoli da lui curata, che “l’ozio e le dissensioni provinciali, che ne’ secoli scaduti c’interdissero gli studi m ilitari, sono piaghe forse palliate dalle leggi che arm ano la gioventù dello Stato”3 . L’anno successivo una gazzetta padovana gli aveva fatto eco, im putando la “rapidità sorprendente”, con cui “si esegui[va] la coscrizione
1 Cit. in Piero Del Negro, Guerre et civilisation dans la pensée m ilitaire italienne du XIX e siècle, in A Guerra e o Encontro de Civilizações, a partir do Século XVI, Actas do XXIV Congresso internacional de história m ilitar (Lisboa, 24 a 29 de agosto 1998), a cura della Comissão Portoguesa de história militar, Lisboa, Com issão Portoguesa de história m ilitar, 1999, p. 438. 2 Ugo Foscolo, Storia della letteratura italiana, saggi raccolti e ordinati da Mario Alighiero Manacorda, Torino, Einaudi, 1979, p. 428. 3 Raim ondo Montecuccoli, Opere, illustrate da Ugo Foscolo, 2 tom i, Milano, Luigi Mussi, 180 7-0 8, I, p. V.
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dei dipartimenti” del regno d’Italia al fatto che, “scossi gli italiani dal letargo e dall’avvilim ento in cui giacevano, rinasce[va] fra essi lo spirito m ilitare”4 . Se si accettano queste radicali sem plificazioni, si è costretti a concludere che prim a di Napoleone l’Italia non possedeva una cultura di guerra degna di questo sintagma. L’unico strappo com unemente am m esso rispetto a questa regola va riconosciuto nella cosiddetta “eccezione piemontese”, un’eccezione, va da sé, a lungo funzionale ad una lettura del Risorgim ento e del processo di unificazione italiana in chiave sabaudista 5 e, più in generale, piem ontesista 6 , m a com unque avallata, sia pure talvolta con qualche distinguo, anche dalla storiografia contem poranea 7. In ogni caso si può afferm are che fu grazie a Napoleone che l’eccezione piem ontese divenne la norm a nella penisola. Questa m etam orfosi ‘antropologica’ degli italiani non sarebbe stata cancellata dalla Restaurazione. Non m olti anni fa Carlo Zaghi ci ha spiegato che “nella concezione napoleonica l’esercito non è solo una scuola di guerra; [è] anche una scuola di progresso e di educazione civile e culturale per le élites aristocratiche e borghesi (...) La tradizione napoleonica opera in tutto il Risorgim ento con una forza irresistibile; ed è ad essa che i com battenti si richiam ano com e ad un m otivo di gloria e di speranza (...) Sono i vecchi ufficiali napoleonici, onorati per il loro passato, la loro bravura e la loro capacità (...) a preparare il riscatto, a guidare i nuovi eserciti, a dirigere le operazioni m ilitari, ad organizzare difese, ed è la bandiera tricolore della Legione lombarda e cispadana a fregiarli. La guerra per bande esaltata da Bianco di Saint-J orioz e da Pisacane ci ricorda il volontarism o delle prim e form azioni politiche del ’96-’97, le coorti emiliane e lom barde di Lahoz, di Pino, di Lechi e di Teulié”8 . Si tratta di afferm azioni discutibili non soltanto in relazione ad alcuni particolari (ad esem pio, al di fuori dei confini dell’ex-regno d’Italia napoleonico la bandiera tricolore fu universalm ente accettata quale bandiera del Risorgim ento italiano soltanto nel 1848, m entre la guerra per bande appartiene sì, se si vuole, “Il telegrafo del Brenta”, n. 35, 26 dicembre 180 8, p. 139. Due esem pi, tra i tanti, il primo in relazione proprio al ruolo di Napoleone (“lo spirito m ilitare italiano all’inizio del periodo napoleonico si [era] rifugiato nel piccolo Piem onte”, sottolineava ad ogni buon conto Rodolfo Ragioni, L’attitudine m ilitare degl’Italiani secondo Napoleone I, “Memorie storiche m ilitari”, fasc. 2° (190 9), p. 114) e l’altro che riguarda il m aggior storico militare italiano nei decenni centrali del Novecento, Piero Pieri: mentre nel corso del ventennio aveva individuato nei Savoia la dinastia, che era riuscita a sottrarsi alla crisi militare, che si era abbattuta sull’Italia rinascimentale, in quanto aveva saputo “fondare la propria forza m ilitare sopra la più alta e consapevole concordia del sovrano, del ceto dirigente e dei sudditi”, nell’Italia repubblicana avrebbe cancellato l’eccezione sabaudo-piemontese (cfr. Piero Pieri, La crisi m ilitare italiana nel Rinascim ento nelle sue relazioni con la crisi politica ed econom ica, Napoli, Ricciardi, 1934, pp. 535-536 e I D., Il Rinascim ento e la crisi m ilitare italiana, Torino, Einaudi, 1952). 6 Walter Barberis, Le arm i del principe. La tradizione m ilitare sabauda, Torino, Einaudi, 1988. 7 Cfr. il capitolo intitolato The Piedm ontese exception in Gregory Hanlon, The tw ilight of a m ilitary tradition. Italian aristocrats and European conflicts, 1560 -180 0 , London, UCL Press, 1998, pp. 275-30 1. 8 Carlo Zaghi, L’Italia di Napoleone, Torino, UTET, 1989 (1986 1), pp. 253-254. 4
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all’eredità napoleonica, ma nel senso che rispecchia la reazione contro il corso: è noto che s’ispirò principalm ente alla guerrilla spagnola e, più in generale, alla ‘prim avera dei popoli’ sollevatisi contro l’im peratore dei francesi), m a anche riguardo al loro presupposto di fondo, in quanto presentano una versione unilineare e largamente caricaturale della storia italiana tra la fine del Settecento e l’unità, intrecciando strettam ente aspetti e processi, che appare necessario distinguere. In particolare risulta quanto m ai opportuno collocare su piani diversi, ancorché certam ente correlati, cultura di guerra, m ilitarizzazione e nazionalizzazione, così com e non è prudente ignorare le linee di frattura, che separano l’età ‘giacobina’ da quella napoleonica. Che Napoleone e, prim a di lui, la Francia rivoluzionaria abbiano m ilitarizzato l’Italia, nel senso che l’abbiano trasformata lungo un ventennio – com e avrebbe denunciato nel 1818 Luigi Angeloni, uno dei rari rivoluzionari italiani dell’età della Restaurazione non contagiati, in un m odo o nell’altro, dal virus m ilitarista – in un teatro di “cam pi bellici, coorti, capitanati ed altre guerresche opere”9 , è senza dubbio fuori discussione. Ma questa m ilitarizzazione in larga m isura esogena in quale m isura si trasform ò in una cultura di guerra, vale a dire in com portam enti e valori m ilitari accettati e non soltanto passivam ente subiti e, ciò che forse conta di più, in efficaci pratiche belliche? Prim a di tentare di abbozzare una risposta, va anche tenuto presente un versante delle gesta di Bonaparte, che di regola viene dim enticato dai cantori della tradizione napoleonica. Napoleone fu certam ente il m otore di un processo intensivo e a tappe forzate di m ilitarizzazione dell’Italia e degli italiani, m a gli va anche messa in conto la distruzione di una serie di strutture m ilitari e delle culture di guerra, che ad esse facevano riferim ento. Senza dubbio il caso più m acroscopico fu quello piemontese. L’‘eccezione’ bellicosa rappresentata dal regno di Sardegna nel panorama ‘im belle’ dell’Italia settecentesca fu brutalmente conculcata. Solide istituzioni m ilitari (non solo l’esercito regolare, m a anche i reggim enti provinciali) furono spazzate via; eccellenti istituti di form azione degli ufficiali come l’Accadem ia di artiglieria e fortificazione di Torino furono chiusi; le retrovie tecnologiche dell’“eccezione piemontese”, dall’arsenale alla fabbrica di m unizioni, furono nella m igliore delle ipotesi fortemente ridim ensionate; l’assetto logistico fu riorientato in base alle esigenze im periali. Certo, anche gli altri eserciti dell’Italia Ancien Régim e fecero tutti, prim a o dopo, una brutta fine e probabilmente non è detto che, se si eccettua il caso del Piem onte, un com puto, che m etta a confronto gli opposti processi di costruzione e di distruzione delle strutture m ilitari ad opera di Napoleone, faccia sem pre em ergere, com e m i sembra invece evidente nel caso subalpino, un indiscutibile passivo. Non va neppure dim enticato che tra il 1797 e il 1798, schiacciati com e furono dalla m orsa convergente franco-austriaca, forse i quattro quinti del corpo ufficiali dell’esercito della repubblica di Venezia (all’origine all’incirca un m i9 Luigi Angeloni, Dell’Italia, uscente il settem bre del 1818. Ragionam enti IV (...) dedicati all’Italica Nazione, 2 voll., Parigi, appresso l’autore, nella stradetta rim petto al Teatro Francese, n. 4 [per le stam pe del Clo], 1818, II, p. 5, nota 4.
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gliaio di ufficiali) persero la divisa: se è vero che non pochi – m a non è stato ancora accertato quanti – l’avrebbero ritrovata nel 180 5-0 6, quando il Veneto fu annesso al regno d’Italia, sem bra tuttavia assai probabile che, qualora si tirino le som m e facendo entrare nel conto anche il destino del corpo ufficiali della m arina veneta, sotto il m ero profilo quantitativo la regione abbia accusato un deficit di m ilitarità, quanto m eno per quel che riguardava agli ufficiali, in seguito alla scom parsa della Serenissim a. Militarizzazione, cultura di guerra e nazionalizzazione: appare quanto m ai opportuno distinguere, in prim o luogo, tra gli ufficiali e i soldati e, prim a ancora, tra i loro retroterra sociali, vale a dire, procedendo ancora con l’accetta, classi dirigenti e classi popolari. Nello stesso tempo va tenuto conto che com e la Gallia di Giulio Cesare anche l’Italia di Napoleone era divisa in tre parti, i dipartimenti italiani direttam ente annessi alla Francia, prim a consolare e poi im periale, il regno d’Italia e il regno di Napoli, e che non solo l’onda lunga della m ilitarizzazione napoleonica investì in tempi e m odi diversi i tre contesti politico-m ilitari (tra l’altro con scarti cronologici interni alle due prim e aree talvolta notevolm ente am pi, com e indicano, ad esem pio, i dieci anni che nel caso dei dipartim enti francesi separarono il destino del Piem onte da quello del Lazio e in quello del regno d’Italia la sorte – ad esempio – della Lom bardia rispetto a quella dell’Alto Adige), m a anche prom osse o, m eglio, tentò di prom uovere culture della guerra di segno in una certa m isura diverso. Nei dipartim enti italiani della Francia la politica ufficiale puntò su un’assim ilazione, che tendeva a sottrarre, in linea di principio, qualsiasi spazio ad un’ideologia patriottica ‘indigena’, sia che si riferisse alla ‘piccola’ patria regionale, sia che si riconoscesse nella ‘grande’ patria italiana. Le reazioni antagonistiche all’om ologazione furono particolarm ente significative soprattutto in Piem onte, dove da un lato vi fu chi si rifugiò nel culto delle tradizioni m ilitari e politiche subalpine brutalm ente spazzate via dai francesi (fu questo il caso, ad esem pio, di due fratelli Alessandro e Cesare di Saluzzo di Monesiglio, destinati a recitare un ruolo di assoluto rilievo nel corso della Restaurazione e che in età napoleonica si dedicarono al ricupero e alla salvaguardia della m em oria storicom ilitare ‘regionale’, di fatto sabauda) 10 e dall’altro si m anifestò una decisa opposizione culturale al tentativo di cancellare dei lineamenti politico-culturali nazionali, la cui im portanza apparve evidente proprio perché erano m inacciati così dappresso. In Piem onte non fu l’azione pedagogica dell’esercito napoleonico, m a al contrario la diffusa – ancorché per nulla unanime – avversione nei confronti dell’occupazione militare francese che fece sorgere il “partito italiano” di Santorre di Santarosa e di Cesare Balbo. Non a caso Santarosa nelle Speranze degli italiani avrebbe indicato ai “guerrieri Piem ontesi” l’“esem pio” della Germ ania del 1813, quando “schiere (...) rinnovate di giovani (...) dalle officine, dalle scuole, dagli scrittoi, dai domestici lari raccoltisi sotto l’insegna prussiana, avevano giu10
Cfr. W. Barberis, Le arm i del principe, pp. 266-271 e 328-330 .
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rato di liberare la patria dall’infam ia e dalle angustie della servitù”, dim ostrando coi fatti che di fronte all’“im pulso m orale degli uomini combattenti” doveva cedere anche “l’arte m igliore del capitano”11, vale a dire la superiore tecnica m ilitare di Napoleone. A sua volta Balbo aveva redatto nel 1817-18 a Madrid, dove aveva accom pagnato il padre, una Storia della guerra d’indipendenza di Spagna e Portogallo contro Napoleone (in parte edita trent’anni più tardi sotto il titolo di Studii sulla guerra d’indipendenza di Spagna e di Portogallo con applicazioni alle attuali contingenze politiche e m ilitari dell’Italia) 12 , in cui analizzava le cause e le modalità dell’inizio del crollo del sistem a im periale francese per ricavarne un m odello per la rivoluzione italiana. Quanto al regno di Napoli, va ricordata la risposta data nel 1810 da Guglielm o Pepe ad un suo ex-insegnante della Nunziatella, che ne aveva deplorato la partenza per la guerra di Spagna, una guerra che, secondo quel professore, “non dovea (...) farsi da uom ini di cuore ed onesti, perché ingiusta”. “I napoletani abbisognavano di un esercito”, aveva replicato Pepe, un esercito “che non si poteva form are se non com battendo, e (...) un militare non servirebbe giamm ai a dovere la sua patria, senza essere bene e praticam ente istruito nelle arti guerresche”13 . Com e segnala questa risposta, nella Napoli napoleonica l’esercito garantì soprattutto un’identità statuale ‘regionale’’ che senza dubbio am m etteva anche una dose om eopatica di un’ideologia ‘grande-italiana’, m a che in ogni caso subordinava, anche a causa della presenza di m olti francesi nelle posizioni di vertice, il patriottism o ai legam i personali con il sovrano. Gioacchino Murat poté così decidere nel 1814 di allearsi con l’Austria contro il ‘nipote’ Beauharnais allo scopo di sottrarre sé stesso e il suo regno al crollo generale dell’im pero napoleonico e l’anno seguente lanciarsi, alla notizia del ritorno di Bonaparte sul trono parigino, in un attacco a fondo contro la stessa Austria, levando questa volta ben alta, con il proclam a di Rimini, la bandiera dell’unità italiana: l’esercito napoletano accettò di buon grado entrambe le svolte. Che, a prescindere dalle radicali differenze tra le tre Italie napoleoniche, sul fronte dei soldati (e delle classi popolari) la m ilitarizzazione non si sia tradotta se non superficialm ente in una cultura di guerra, sem brano indicarlo dati statistici e episodi. Se negli anni 1920 Albert Pingaud poteva ancora sostenere la tesi che “l’introduction du service obligatoire a fait pénétrer dans les couches les plus profondes de la société [italienne], la notion de la patrie com m une en m ême
11 Santorre De Rossi di Santarosa, Le speranze degli italiani, opera edita per la prim a volta, con prefazione e documenti inediti, da Adolfo Colom bo, Milano, Casa editrice Risorgimento, 1920 , p. 25. 12 Torino, G. Pom ba, 1847. Cfr. Paola Bianchi, Cesare Balbo e la guerra d’indipendenza di Spagna: un am ore critico, in Vittorio Scotti Douglas (a cura di) Gli italiani in Spagna nella guerra napoleonica (180 7-1813). I fatti, i testim oni, l’eredità, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 20 0 6, pp. 30 3-325. 13 Guglielm o Pepe, Mem orie del generale Guglielm o Pepe intorno alla sua vita e ai recenti casi d’Italia scritte da lui m edesim o, 2 voll., Parigi, Baudry libreria europea, 1847, I, p. 186.
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tem ps que celle du devoir m ilitaire”14 , dopo gli studi di Franco Della Peruta e di chi l’ha preceduto e seguito su questa strada 15, appare ragionevole considerare un processo quale fu l’indubbio contenim ento di fenom eni quali la renitenza e la diserzione, che contraddistinse gli ultim i anni del regim e napoleonico, non tanto il frutto della diffusione di una cultura di guerra alim entata dal patriottism o quanto il risultato di una m acchina coercitiva più efficiente. La propaganda ‘giacobina’ e, più tardi, quella napoleonica avrebbero polem icam ente contrapposto “i fervidi am atori della patria e della gloria”, gli “eroi” che si battevano al fianco dei francesi, ai “vili schiavi mercenari” degli eserciti delle coalizioni antifrancesi16 . Ma credo che sia lecito dubitare che la leva obbligatoria abbia trasform ato la grande m aggioranza degli italiani in “fervidi am atori della patria”. Che la m ilitarizzazione napoleonica della società non avesse posto le prem esse di una svolta nazionalista neppure in quel regno d’Italia, in cui il patriottism o italiano era l’ideologia ufficiale, lo avrebbe constatato Murat a sue spese nel 1815. Quando il re di Napoli aveva attaccato gli austriaci, la sua “im presa” – com e l’avrebbe definita Luigi Blanch – riposava su quattro previsioni, nessuna delle quali si sarebbe realizzata. La prim a e la più im portante di esse era la convinzione che la m ossa avrebbe scatenato “un’insurrezione generale in Italia”: la speranza di Murat era che il proclama di Rim ini inducesse soprattutto gli exmilitari italici in congedo – si calcolava che fossero centomila – a correre ad arruolarsi sotto le sue bandiere. Ma, come avrebbe sottolineato Blanch, essi erano “per lo più da coscrizione” e quindi refrattari ad una m obilitazione patriottica 17. Va anche aggiunto che la dicotomia tra i cittadini-soldati dell’età rivoluzionario-napoleonica e i soldati di professione degli eserciti ancien régim e, i “m ercenari” evocati dal m anifesto precedentemente citato, non tiene conto della precoce metam orfosi della m aggioranza dei cittadini-soldati italiani (nella scia di un fenomeno analogo che aveva contraddistinto la Francia dopo il 1793) in m ilitari – nel caso della bassa forza – di fatto di carriera. La stessa coscrizione non fu in grado di contrastare questo processo in quanto, da un lato, le reclute erano inserite in una com pagine form ata inizialm ente in larga m isura da professionisti e anche in seguito condizionata dall’elemento perm anente e, dall’altro, in tem po di guerra i coscritti potevano essere trattenuti sotto le arm i anche dopo che era tra14 Albert Pingaud, Le prem ier roy aum e d’Italie. L’œ uvre m ilitaire, “Revue d’histoire diplom atique”, 42 (1928), p. 432. 15 Mi permetto di rinviare alle m ie recenti messe a punto Dalle repubbliche giacobine all’Im pero di Napoleone: trasform azioni del servizio m ilitare in Italia, in Centro interuniversitario di studi e ricerche storico-militari, Militarizzazione e nazionalizzazione nella storia d’Italia, a cura di Piero Del Negro, Nicola Labanca, Alessandra Staderini, Milano, Edizioni Unicopli, 20 0 6, pp. 47-57 e Un confronto tra le leve in età napoleonica e nell’Italia liberale, in Centro interuniversitario di studi e ricerche storico-m ilitari, Fare il soldato. Storie del reclutam ento m ilitare in Italia, a cura di Nicola Labanca, Milano, Edizioni Unicopli, 20 0 7, pp. 21-30 . 16 Cit. in Piero Del Negro, Il contributo m ilitare della Padova dem ocratica, in Arm ando Balduino (a cura di), La Municipalità dem ocratica di Padova (1797), Venezia, Marsilio, 1998, pp. 49-50 . 17 Luigi Blanch, La cam pagna del 1815 di Gioacchino Murat, in Id., Scritti storici, a cura di Benedetto Croce, 3 voll., Bari, Laterza, 1945, I, pp. 296-298.
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scorso il periodo previsto dalla ferm a, una norm a che di fatto, nella situazione bellica continua o quasi tipica dell’età napoleonica, creava automaticamente dei sem iprofessionisti, se non dei professionisti a tutti gli effetti. Soltanto dopo che le campagne di Spagna e, soprattutto, quella di Russia del 1812 avevano fatto strage di veterani e quindi com prom esso in larga m isura la continuità all’interno degli eserciti napoleonici, questi ultim i risulteranno com posti prevalentem ente da coscritti, una m utazione che era sottolineata, tra gli altri, dal m aggiore Filippo Bonfanti in una lettera al capitano Marziale Bianchi d’Adda scritta dalla Slovenia il 27 settem bre 1813, quando si lamentava: “per chi ha com andato sem pre dei buoni granatieri… eh! che rabbia con costoro che s’am m ucchiano com e pecore, che abbassano la testa e chiudon gli occhi e son gialli come il zafferano”18 . Il risultato, soltanto apparentem ente paradossale, di tali sviluppi fu che in una fase, in cui ci si sarebbe aspettato che la cultura di guerra fosse riuscita, grazie al ventennale im printing napoleonico, ad attecchire anche nei piani bassi della società, l’efficienza bellica degli italiani o, m eglio, in questo caso degli italici, che pure si erano particolarm ente distinti l’anno precedente nella cam pagna di Russia 19 , ne uscì com prom essa. D’altra parte non sembra che la stessa ufficialità napoleonica fosse in grado di assorbire una cultura di guerra relativam ente sofisticata. Lo testim onia, tra l’altro, il fallim ento dei progetti prom ossi nel 180 2 da un ufficiale svedese, che era entrato pochi anni prim a al servizio della Francia e che Bonaparte aveva dirottato in Italia, l’aiutante generale Gustaf Wilhelm af Tibell20 , il fondatore e prim o direttore dell’Ufficio topografico e del Deposito generale della guerra della Repubblica italiana, allo scopo di rilanciare la cultura m ilitare del nuovo Stato. Tibell riuscì a fondare a Milano un’Accadem ia m ilitare della Repubblica italiana, che aveva “per oggetto di raccorre tutto ciò che può servire al perfezionamento delle scienze m ilitari, e di com unicare al pubblico il risultato dei loro lavori”21, e a dare alle stam pe nove num eri di un mensile, il “Giornale dell’Accadem ia m ilitare
18 Cit. in Nicolò Giacchi, Gli Italiani in Illiria e nella Venezia (1813-1814), Rom a, Libreria dello Stato, 1930 , p. 216. 19 Piero Del Negro, Les italiens dans la ‘Grande Arm ée’. La cam pagne de Russie et le patriotism e italien, in France Italie, “Revue historique des arm ées”, 20 0 8, n. 250 , pp. 17-24. 20 Alcuni accenni alla biografia di Tibell in Lars Ericson, The Nation in Arm s. The Sw edish Experience, in La guerre totale – La défense totale, 1789-20 0 0 , Actes du XXVIème Congrès International d’Histoire Militaire, editorial board: Per Iko, L. Ericson & Gunnar Åselius, Stockholm , Svenska Militärhistoriska Kom missionen, 20 0 1, pp. 257-258. L’unica m onografia su Tibell a me nota: Lars Tingsten, Gustaf W ilhelm af Tibell: huvuddragen av hans liv, hans verksam het såsom generaladjutant för arm én och hans avskedande: tillika en studie av Sveriges krigföring år 180 8, Stockholm, Norstedt, 1924. Di Tibell e delle sue iniziative italiane si occupano diffusamente e puntualmente Piero Crociani, Virgilio Ilari, Ciro Paoletti, Storia m ilitare del Regno italico (180 2-1814), 2 tom i, Roma, Stato Maggiore dell’Esercito – Ufficio Storico, 20 0 4, I, pp. 424-432. 21 Statuti dell’Accadem ia, “Giornale dell’Accadem ia militare della Repubblica italiana”, tom o I, fasc. I, [luglio]180 2, p. 7.
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della Repubblica italiana”22 , che fu l’unico periodico m ilitare pubblicato in italiano nella penisola in tutta l’età rivoluzionaria e napoleonica 23 . Tibell aveva tentato di trapiantare a Milano un’esperienza, che aveva avuto successo in Svezia, dove aveva prom osso, nel 1796, la nascita di una Società m ilitare, “il primo stabilim ento di questo genere, che abbia esistito in Europa”24 , la quale a sua volta aveva dato alle stam pe, oltre alle mem orie, un periodico d’inform azione, “Krigstidningar” (‘Notizie di guerra’). L’Accadem ia m ilitare della Repubblica italiana riunì soltanto trentasei soci, com presi Bonaparte in veste di presidente della repubblica, il m inistro della guerra, che era anche di diritto il presidente dell’Accadem ia, e m olte alte cariche m ilitari, che avrebbero avuto un ruolo soltanto figurativo, m entre il “Giornale” poté contare su duecento associati contro i m illequattrocento delle m em orie della Società m ilitare di Svezia 25, tutti dati che indicano che le iniziative di Tibell, non a caso entrambe svanite in seguito al ritorno dello svedese in patria a m età del 180 3, avevano suscitato ben poche adesioni in un corpo ufficiali napoleonico, il quale, anche perché in gran parte frutto di una selezione approssim ativa, era rim asto, fatta eccezione per alcuni ufficiali delle arm i dotte, aggrappato all’idea, com battuta invece calorosam ente da Tibell, che “l’arte della guerra” consistesse “nella sola bravura” e nella mera pratica 26 . Va anche tenuto presente che la stessa cultura di guerra della com ponente più politicizzata dell’ufficialità napoleonica subì nel corso del ventennio quella che appare, se m isurata con il m etro del cittadino-soldato, un’indubbia regressione. Quando, nel settembre del 1798, fu aperta dalla Cisalpina la Scuola nazionale del genio e dell'artiglieria di Modena, la direzione dell'istituto fu affidata al capo di brigata del genio Leonardo Salimbeni, che era stato l’ultim o governatore del Collegio m ilitare di Verona, l’accadem ia m ilitare della repubblica di Venezia. Nel Discorso recitato nel giorno della solenne apertura delle Scuole m ilitari per l’artiglieria e la fortificazione di Modena Salimbeni spiegò che una parte 22 Il periodico è stato com pletam ente ignorato dagli storici della stam pa. Al “Giornale dell’Accademia m ilitare della Repubblica italiana” hanno invece dedicato una particolare attenzione Francesca Sofia, Una scienza per l’am m inistrazione. Statistica e pubblici apparati tra età rivoluzionaria e restaurazione, 2 voll., Rom a, Carucci, 1988, I, pp. 265-281 e la Storia m ilitare del Regno italico cit. sopra alla nota 19. 23 Che, nonostante l’im printing napoleonico, la cultura militare non fosse riuscita a piantare in Italia radici profonde o comunque a formare una classe m ilitare all’altezza di quella della ‘Grande Nation’, è testim oniato anche dal fatto che in Francia la stam pa m ilitare era in piena fioritura (già nel corso del Settecento erano stati pubblicati ben trentasei periodici m ilitari – cfr. Marc Martin, Les origines de la presse m ilitaire en France à la fin de l'Ancien Régim e & sous la Révolution (1770 ~1799), Château de Vincennes, Ministère de la Défense – Etat Major de l'Arm ée de terre – Service Historique, 1975), m entre in quei decenni in Italia era apparso soltanto un periodico, la napoletana “Biblioteca militare”, della quale furono pubblicati dieci tom i mensili nel 1793-94. 24 Recensione delle Mem orie della Società Militare di Svezia per gli anni 1797, 1798, 1799 e 180 0 , “Giornale dell’Accademia m ilitare”, 180 3, tomo III, p. 244. 25 Ivi, tom o III, p. 244 con i dati diffusi da Tibell nella lettera cit. sopra alla nota 26. 26 Cfr. l’Esposto de’ lavori dell’Accadem ia m ilitare della Repubblica Italiana nell’anno 180 2, che lo stesso Tibell pubblicò ivi, tom o II, pp. 256-60 .
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dell’Italia aveva ricuperato la sua libertà “m ercé la generosa nazione francese”, m a che “non difficilmente può il caso avvenire, in cui la Francia, nella conservazione e nell’ingrandim ento di sé stessa occupata, sia costretta […] lasciarci a discrezione di fortuna”. Come evitare che alla Cisalpina toccasse la sorte, che, come Salimbeni faceva capire tra le righe, era capitata al Veneto in seguito al trattato di Cam poform io? L’unico “m ezzo sicuro per rendere solida e durevole la libertà cisalpina” era “quello d’istituire buoni ordini militari, e di amm aestrare la nostra gioventù nell’arm i d’ogni m aniera”. Di conseguenza, se anche l’Italia voleva “avere un Bonaparte, ed un esercito di eroi”, doveva coltivare “lo spirito di nazione e l’am ore di patria” prim a ancora di “quello della gloria m ilitare”27. In effetti lo spirito della “gloria m ilitare”, uno spirito che di fatto era strettam ente associato al culto di Napoleone quale “sir dell’arm i”, doveva m ettere in un angolo, nel corso dei quindici anni seguenti, “lo spirito di nazione e l’am ore di patria” tipico dei cittadini-soldati dell’età ‘giacobina’. Quel che è curioso è che sarebbe spettato proprio ad un cittadino-soldato, se si vuole, for ever quale si sentiva Foscolo (ancora nel febbraio del 1814 avrebbe proclam ato in una lettera alla contessa d’Albany di essere “cittadino, e non cortigiano”, “guerriero per obbligo di patria, e non per arte”) 28 suggellare l’afferm azione della nuova cultura di guerra. Nelle note alla già ricordata edizione di lusso delle Opere di Montecuccoli l’allora capitano Foscolo ricavò una morale dall’ultim a cam pagna vittoriosa di Napoleone, quella com battuta nel 180 6-0 7 contro i prussiani e i russi, una m orale che aderiva pienam ente alla concezione bonapartista della guerra. Scrisse infatti che “le recenti disavventure di popoli num erosi ed arm ati insegnano che gli eserciti raccolti per forza di legge, disciplinati dal terrore e m antenuti con l’esaurim ento dell’erario riescono im potenti ove affrontino soldati accesi dall’ardore della gloria e capitani che hanno considerata la guerra più scienza di m ente e calcolo di forze m orali che im peto di braccia”, una contrapposizione che apparentem ente ricalcava quella rivoluzionaria tra i soldati m ercenari “disciplinati dal terrore” e i cittadini-soldati “accesi dall’ardore” rivoluzionario, ma che in realtà rim piazzava questi ultim i con dei quadri m ilitari, i quali condividevano lo stesso obbiettivo, la gloria, della nobiltà guerriera dell’ancien régim e e che erano guidati da “capitani”, che avevano trasformato l’arte m ilitare in “scienza” e “calcolo”. Era del resto in questa prospettiva, nella prospettiva, cioè, di una guerra decisa da un sapere m eram ente tecnico, e non certo in un quadro ideologico patriottico-libertario che si poteva inserire nella tradizione m ilitare ‘inventata’ della nuova Italia il ricupero di Montecuccoli, un principe dell’Im pero che si era inequivocabilmente pronunciato a favore dell’assolutismo. 27 Leonardo Salim beni, Discorso recitato nel giorno della solenne apertura delle Scuole m ilitari per l’artiglieria e la fortificazione, Modena, per gli eredi di Bartolom eo Soliani, s.a. [1798], ripubblicato in Vittorio Leschi, Gli istituti di educazione e di form azione per ufficiali negli Stati preunitari, 3 voll., Rom a, Stato Maggiore dell’Esercito – Ufficio storico, 1994-20 0 0 , II, pp. 488-50 1: 488-489 e 50 0 . 28 Lettera a Luisa Stolberg-Gedern contessa d’Albany, Milano 5 febbraio 1814, in Ugo Foscolo, Epistolario, V, a cura di Plinio Carli, Firenze, Le Monnier, 1956, p. 37.
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Foscolo era inoltre convinto che la “storia dell’arte della guerra” fosse “la storia di tutti gli stati, poiché le rivoluzioni de’ costum i, delle religioni e della legislazione delle genti furono operate dalle conquiste”29 . In queste righe il m ilitare letterato respingeva un’interpretazione del divenire quale frutto di una successione di rivoluzioni ‘interne’ secondo il m odello offerto dalla Rivoluzione francese. Erano invece le rivoluzioni ‘esterne’, le conquiste, che m uovevano le lancette di una storia, la quale si risolveva, come insegnava la prassi m ilitarista di Napoleone e com e avrebbe scritto Foscolo in un’altra occasione, in una “guerra continua” e in un’“usurpazione progressiva e perpetua”, dove “l’unico giudice” era “la forza”30 . La cultura di guerra foscoliana lasciava cadere qualsiasi orpello ideologico e puntava diritta ad un’esaltazione del fenom eno bellico in una chiave, se si vuole, hobbesiana. Napoleone aveva avuto partita vinta anche su questo fronte culturale.
29 R. Montecuccoli, Opere, I, pp. III, V-VI, 49 nota 1 e 146-147. Cfr. su tale opera e, più in generale, sugli scritti m ilitari di Foscolo: Luigi Derla, Gli studi m ilitari di Foscolo, in Atti dei Convegni foscoliani, vol. II: Milano e Foscolo, Roma, Istituto poligrafico e Zecca dello Stato, 1988, pp. 348-365; Piero Del Negro, Rappresentazioni della guerra in Italia tra illum inism o e rom anticism o, in Guido Santato (a cura di), Letteratura italiana e cultura europea tra Illum inism o e Rom anticism o, Atti del Convegno Internazionale di Studi Padova-Venezia, 11-13 maggio 20 0 0 , Genève, Librairie Droz, 20 0 3, pp. 132-160 : 157-158; Lauro Rossi, Ugo Foscolo scrittore m ilitare, in Ugo Foscolo, Com m entario della battaglia di Marengo, a cura di Lauro Rossi, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 20 0 3, pp. 1-14. 30 Ugo Foscolo, Sull’origine e i lim iti della giustizia, in Id., Lezioni, articoli di critica e di polem ica (180 9-1811), a cura di Em ilio Santini, Firenze, Le Monnier, 1933, p. 168.
EROI, POPOLO E SOLDATI Narrative patriottico-m ilitari nell’Italia del Risorgimento Enrico Francia
Pensiero m ilitare e cultura di guerra nel Risorgim ento Nel 1985, tracciando un bilancio della storiografia militare sul Risorgim ento, Del Negro segnalava come studi e ricerche condotti nel ventennio precedente non si discostassero m olto dai lavori di Pieri degli anni Cinquanta 1. L’osservazione valeva soprattutto per l’analisi del pensiero m ilitare nel Risorgim ento, che aveva seguito l’im postazione, l’interpretazione e le scelte m etodologiche di Pieri, ossia un esam e delle opere dei principali autori ottocenteschi, lette in relazione alle pratiche politiche e ai nodi teorici della prim a m età del secolo (la nazione arm ata, Clausewitz, il ‘m odello francese’, il ‘modello prussiano’, la guerriglia) 2 . Ad essere indagato era soprattutto il versante dem ocratico della riflessione m ilitare risorgim entale, con il recupero anche di autori e testi a lungo dim enticati o negletti3 . Muovendo da un duro giudizio sui caratteri della guerra regia e rigettando una tradizione di studi segnati da un’“intonazione unilateralm ente nazionalista”4 , Pieri e poi soprattutto Della Peruta intendevano valorizzare anche sul versante teorico-m ilitare l’alternativa sconfitta, ossia quei progetti di m obilitazione arm ata e di guerra capaci di “utilizzare le grandi forze vive della nazione”5. Un’analisi peraltro che non faceva sconti ai lim iti politici dei democratici, in linea con la riflessione radical-dem ocratica e gram sciana. Così a Bianco di Saint J orioz Pieri rim proverava che nel suo Trattato “l’adesione delle m asse rurali, ossia nove decim i della popolazione, presupposta indispensabile dal Bianco, non è per nulla dimostrata né dim ostrabile”, e la partecipazione dei contadini è presentata com e un “sem plice atto di fede”, senza alcuna proposta di tipo sociale che 1 Piero Del Negro, Risorgim ento e Italia liberale, in Giorgio Rochat (a cura di), La storiografia m ilitare italiana negli ultim i venti anni, Milano, Franco Angeli, 1985, p. 13. 2 Piero Pieri, Guerra e politica negli scrittori italiani, Milano-Napoli, Esi, 1955; Id., Storia m ilitare del Risorgim ento. Guerre e insurrezioni, Torino, Einaudi, 1961. 3 Franco Della Peruta (a cura di), Scrittori politici dell’Ottocento, Milano-Napoli, Ricciardi, 1969 e soprattutto Egidio Liberti (a cura di), Tecniche della guerra partigiana nel Risorgim ento, Firenze, Giunti Barbèra, 1972. 4 Giorgio Rochat, Giulio Massobrio, Breve storia dell’esercito italiano dal 1861 al 1943, Torino, Einaudi, 1978, p. IX. 5 P. Pieri, Storia m ilitare del Risorgim ento, p. XV.
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l’avesse incentivata (“si direbbe che neppure si fosse m ai posto tale problem a dal punto di vista sociale”6 ). Gli faceva eco Della Peruta che sottolineava com e Mazzini, “com e già Bianco, sorvolava sulla questione dei mezzi da im piegare per prom uovere l’intervento, riconosciuto decisivo, delle m asse popolari”7. Pur evidenziando questi lim iti di fondo degli autori dem ocratici, si finiva com unque per riconoscere solo a questa parte della riflessione m ilitare un vero rilievo teorico, in quanto unica capace di legare – anche se in m odo tim ido o utopistico – “rivendicazione sociale e azione m ilitare irregolare”8 . Inoltre espressioni quali ‘guerra di popolo’, ‘nazione arm ata’, ‘guerra per bande’ venivano collocati in un univoco campo sem antico – quello dem ocratico – e dotati di un’intrinseca connotazione ‘progressista’9 . Guardando in prospettiva a questa stagione di studi, si deve riconoscere che essa ha avuto l’indubbio m erito di fare del dibattito politico-m ilitare una delle lenti attraverso le quali rileggere dinamiche e scelte del m ovim ento patriottico, e le opere di Pieri o di Della Peruta restano ancora im prescindibili per com prendere la questione m ilitare nel Risorgimento. D’altra parte questa storiografia va considerata – scriveva ancora Del Negro – “non un indeclinabile punto d’arrivo, m a piuttosto un preziosissim o punto di partenza”10 . In particolare concentrando la sua attenzione solo sui personaggi m aggiori, “trascura o ignora la pubblicistica dei ‘m inori’, e, soprattutto le idee ‘diffuse’ la cultura di base relativa ai m ilitari e alla guerra”11, e finisce anche per sovrastim are il peso e il ruolo degli autori canonici (Mazzini, Bianco, Pisacane, etc.) nella costruzione dell’imm aginario patriottico sulla guerra 12 . Inoltre la cogente identificazione tra guerra per bande e dem ocrazia risorgim entale non dà conto delle contraddizioni e degli scarti che, rispetto al modello teorico, le pratiche im pongono con tutta evidenza: “dopo il 1815 i rivoluzionari italiani discussero spesso e volentieri di guerra partigiana, m a, salvo in alcune circostanze del tutto eccezionali, non furono m ai in grado di condurre una vera e propria guerra per bande. Al contrario i reazionari, m entre
Ivi, p. 116. Franco Della Peruta, I dem ocratici e la rivoluzione italiana. Dibattiti e contrasti politici all’indom ani del 1848 , Milano, Franco Angeli, 20 0 4 (1° ed. 1958), p. 265. 8 Vittorio Scotti Douglas, La guerriglia negli scrittori risorgim entali italiani prim a e dopo il 1848-1849, “Il Risorgim ento”, 1975, n. 3, p. 96. 9 Per un’analisi critica del legame stabilito tra guerra per bande e guerra partigiana, cfr. Piero Del Negro, Guerra partigiana e guerra di popolo nel Risorgim ento, “Memorie storiche militari”, 5 (1981), pp. 61-84. 10 P. Del Negro, Risorgim ento e Italia liberale, p. 13. 11 Ivi, p. 13. 12 Banti osserva ad esem pio che se le opere di Bianco di Saint J orioz e di Pisacane senza dubbio presentano le più organiche e profonde sistemazioni teoriche sulla guerra per bande e sulla nazione arm ata, è anche vero che la loro circolazione fu estremam ente lim itata e la loro presenza nel bagaglio di letture ‘form ative’ dei patrioti sembrerebbe piuttosto rapsodica; Alberto Mario Banti, Marco Mondini, Da Novara a Custoza: culture m ilitari e discorso nazionale tra Risorgim ento e Unità, in Storia d'Italia. Annali 18, Guerra e pace, a cura di Walter Barberis, Torino, Einaudi, 20 0 2, p. 425. 6
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non si preoccuparono di offrire analisi teoriche della guerra partigiana, la m onopolizzarono sul piano della prassi”13 . Nel ventennio successivo al bilancio offerto da Del Negro la storiografia ‘tradizionale’ sul Risorgim ento ha continuato a m uoversi sui binari segnati da Pieri, procedendo però per accum ulazione e con evidenti segni di stanchezza e di ripetizione. Nell’ultim o decennio invece nuove sollecitazioni metodologiche e nuove dom ande sono venute da una nuova storiografia sul Risorgim ento che, “confrontandosi con altre discipline – l’antropologia, gli studi culturali e di genere, l’analisi dei testi scritti, visivi o m usicali, l’esplorazione dell’imm aginario, la com parazione” si propone “di far vivere la cultura profonda del Risorgim ento; di osservare la m entalità, i sentim enti, le em ozioni, le traiettorie di vita, i progetti politici e personali degli uom ini e delle donne che al Risorgim ento hanno preso parte”14 . Per quello che riguarda il versante ‘m ilitare’ del Risorgim ento questa nuova storiografia ha dunque analizzato le form e di rappresentazione della guerra nel discorso patriottico, i significati ad essa attribuiti nelle esperienze personali e collettive, l’universo sim bolico e culturale che testi e m em orie evocavano, spostando l’attenzione dagli attori politici e dal pensiero m ilitare ai topoi, alla costruzione dell’im m aginario guerriero, alla definizione dei ruoli di genere. Banti e soprattutto Patriarca m ettevano così in luce come nel m ondo patriottico la guerra fosse considerata un elemento decisivo per ricostruire il carattere italiano, vilipeso e denigrato da una lunga tradizione deprecatoria, e per legittim are innanzitutto sul piano ‘m orale’ il risorgimento della nazione. Difesa dell’onore m ilitare, esaltazione del coraggio virile e del m artirio, eroism o volontario diventano dunque elementi costituitivi di un discorso nazional-patriottico, alla cui costruzione prendono parte esponenti di diverso orientam ento politico – D’Azeglio, Balbo, Montanelli, Mazzini – e che dunque si presenta come “una sorta di pensiero unico della nazione” che oblia la tradizionale visione dicotom ica del m ovim ento patriottico (m oderati vs dem ocratici) 15. Dissente in parte da questa lettura Riall, la quale sottolinea com e nel discorso pubblico della prim a metà del secolo em ergesse una figura di eroe m ilitare che aveva una precisa caratterizzazione rom antico-dem ocratica. Si trattava infatti di “un personaggio coraggioso e indisciplinato, che stava con il popolo o era parte di esso; era appassionato, sensibile, e sensuale, am ante della fam iglia”16 e che si rifaceva “a un ideale dem ocratico e ad un’estetica rivoluzionaria che m ettevano in discussione la tradizionale gerarP. Del Negro, Guerra partigiana e guerra di popolo, p. 62. Alberto Mario Banti, Paul Ginsborg, Per una nuova storia del Risorgim ento, in iidem (a cura di), Storia d’Italia, Annali 22. Il Risorgim ento, Torino, Einaudi, 20 0 7, p. XXIII. Per una discussione su questa storiografia si vedano, oltre alle pagine di Cecchinato in questo volume, Leggere la nuova storia del Risorgim ento: una visione dall’esterno. Una discussione con Alberto M. Banti (testi di Axel Korner, Maurizio Isabella, Lucy Riall, Catherine Brice, Alberto Mario Banti), “Storica”, 20 0 7, n. 38; Gianluca Albergoni, Sulla ‘nuova storia’ del Risorgim ento. Note per una discussione, “Società e Storia”, 20 0 8, n. 120 . 15 Alberto M. Banti, La nazione del Risorgim ento, Torino, Einaudi, 20 0 0 . 16 Lucy Riall, Eroi m aschili, virilità e form e della guerra, in Storia d’Italia, Annali 22, pp. 253-288: 269. 13
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chia m ilitare”, caratterizzandosi così in m odo ben diverso dall’eroe m ilitare rivoluzionario e napoleonico, tratteggiato nei lavori di Mosse 17. Le questioni evocate, gli strum enti analitici utilizzati, l’am pia tipologia di m ateriali esam inati da questa storiografa pongono a m io avviso le basi per una nuova lettura del ‘m ilitare’ nel Risorgim ento e rendono possibile declinare in un m odo diverso il binom io cultura e guerra. Banti, Riall o Patriarca collocano innanzitutto i discorsi e le proposte teoriche elaborate dal m ovimento patriottico all’interno delle trasform azioni culturali e simboliche dell’idea di guerra, di esercito, di soldato che si producono in Europa dalla rivoluzione francese in avanti. In questo m odo delineano anche per il Risorgim ento una ‘cultura di guerra’, intesa qui com e rappresentazione dello scontro bellico e costruzione di im m aginari guerrieri all’interno del discorso patriottico 18 . Se dunque questa storiografia ha posto le basi per una ‘storia culturale’ della guerra nel Risorgim ento19 , va anche sottolineato come finora l’analisi sia stata centrata soprattutto su opere letterarie, m em orialistica, trattati politici e di ‘m orale’ pubblica; scarsa attenzione invece è stata riservata a quegli scritti di argom ento specificatamente m ilitare (trattati teorici, m anuali, storie, resoconti di cam pagne m ilitari), prodotti da un’élite tecnico-politica che nella prim a m età dell’Ottocento si confrontava con le trasform azioni post-rivoluzionarie e che cercava di conciliare la tradizione delle arm i italiane con le rivendicazioni nazionalpatriottiche. Queste opere, che hanno certo una circolazione ed un im patto sull’opinione pubblica inferiore a quello delle opere del ‘canone’, contribuiscono però anch’esse alla costruzione dell’im m aginario guerriero nella prim a metà dell’Ottocento, soprattutto laddove cercano di riabilitare l’im m agine dell’esercito ‘tradizionale’ e di fornire ad esso una nuova veste nazionale. L’obiettivo di questo intervento è dunque proprio quello di definire i contorni del discorso m ilitar-patriottico nella prim a m età dell’Ottocento, mettendo in relazione diverse tipologie testuali (rom anzi, scritti politici, resoconti storici, pubblicistica m ilitare), e rileggendo con nuove lenti e alla luce di nuove dom ande anche i testi canonici del pensiero m ilitare della prima m età dell’Ottocento.
17 Si veda soprattutto George Mosse, Le guerre m ondiali dalla tragedia al m ito dei caduti, Roma-Bari, Laterza, 1999 (ed. or. 1990 ). 18 Sull’utilizzo dell’accezione ‘cultura di guerra’ e sul suo significato nel dibattito storiografico, soprattutto sulla prima guerra m ondiale, si rim anda al saggio di Nicola Labanca contenuto in questo volume. 19 Terreno che peraltro secondo Bell rim ane ancora largamente inesplorato anche per l’età napoleonica: “the cultural history of war in Napoleon’s Europe remained largerly unexplores territory until quite recently and still lacks a system atic overview”, David A. Bell, The First total W ar. N apoleon’s Europe and the Birth of W arfare as W e Know It, Boston-New-York, Houghton Mifflin Company, 20 0 7, p. 13.
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Im m aginari dem ocratici Nella prim a m età del XIX secolo la m aggior parte degli esponenti del m ovim ento patriottico cercarono una legittim azione alle loro rivendicazioni confutando antichi stereotipi sulla debolezza ed inanità degli italiani, attribuendo alla guerra un valore rigenerativo e costruendo un im m aginario guerriero fondato sul ricordo di un antico passato 20 . Capovolgendo l’im m agine di un’innata m ollezza, derivante dal clim a e dalle condizioni am bientali in cui si trova la penisola, dem ocratici e m oderati si trovavano uniti nell’attribuire agli italiani ‘naturali’ doti guerriere che solo gli accidenti della storia avevano assopito e conculcato21. Nella storia peraltro andavano cercate non solo le cause della decadenza m ilitare italiana, m a anche gli esem pi con i quali mostrare che “nelle vene dei nostri antenati non scorreva poi tutto latte” e “le soperchierie tedesche non erano ingozzate poi tutte come ciambelle calde”22 . Ad essere rievocati e narrati erano dunque soprattutto episodi e vicende com presi tra l’afferm azione delle libertà com unali e la crisi italiana dei prim i decenni del Cinquecento: un periodo che nei prim i decenni dell’Ottocento era assurto – grazie soprattutto al successo dell’opera di Sism ondi – a m om ento fondante della storia nazionale 23 . Le im prese m ilitari, le
20 Silvana Patriarca, Indolence and Regeneration: Tropes and Tensions of Risorgim ento Patriotism , “The Am erican Historical Review”, a. CX (20 0 5), fasc. 2, pp. 380 -40 8. Sulla costruzione dello stereotipo dell’italiano imbelle si vedano da ultim o Martin Broers, N oble Rom ans and Regenerated Citizens: The m orality of conscription in Napoleonic Italy , 180 0 -1814, “War in History”, 8 (20 0 1), n. 3; Anne O' Connor, L'Italia: La Terra dei Morti?, “Italian Culture”, 23 (20 0 5). 21 Così per Bianco di Saint J orioz “non è il valore qualità esotica in Italia e che ben al contrario ella è peculiare della gioventù italiana” (Carlo Bianco di Saint J orioz, Della Guerra Nazionale di insurrezione per bande applicata all'Italia, Italia (Marsiglia), s.e., 1830 , vol. I, p. LXIII); gli faceva eco – da tutt’altre sponde politiche – Giacomo Durando sostenendo che “noi per organismo individuale non stiamo al di sotto di verun popolo europeo; poiché l’eccellenza dell’organismo fisico non dipende dall’altezza o dal volume, m a dalla retta proporzione delle parti. I nostri progenitori rom ani erano pigm ei in faccia ai Galli, ai Britanni e ai Germani” (Giacom o Durando, Della nazionalità italiana. Saggio politico-m ilitare, Capolago, Tipografia Elvetica, 1846, p. 231). Anzi il clima in cui vivevano le popolazioni, e in particolare quelle m eridionali, aiutava a stabilire una m igliore predisposizione alle arti militari: in Italia infatti “si respira un aria im pregnata di vita, dove l’uom o nasce intelligente, attivo, svelto, perseverante e sobrio” ed in generale “ci fu mai contrada meglio disposta della nostra, per la guerra difensiva, e popolazioni più naturalmente atte al m estiere delle arm i di quelle d’Italia? Il valore, la destrezza, l'elevatezza dell’anim a e dello spirito sono indigeni in Italia” (Guglielm o Pepe, L’Italia m ilitare, Parigi, dai torchi di Pihan Delaforest (Morinval), 1836, p. 214 e p. 12). La più articolata rivendicazione del ‘prim ato’ m ilitare degli italiani è com unque nel secondo dei Saggi storici-politicim ilitari (Milano, P. Agnelli, 1860 ) di Pisacane, dedicato a Dell’arte bellica in Italia. 22 Giovanni Berchet, Agli am ici m iei in Italia (1829), in Id., Opere edite e inedite, pubblicate da Francesco Cubani, Milano, Pirotta e C., 1863, pp. 123, 129. 23 Sul Medioevo del Risorgim ento e in particolare sul ruolo ricoperto da Sismondi, si vedano Adrian Lyttelton, Creating a National Past: History , My th and Im age in the Risorgim ento, in Albert R. Ascoli and Krystyna von Henneberg (eds.), Making and Rem aking Italy . The Cultivation of National Identity Around the Risorgim ento, Oxford and New York, Berg, 20 0 1; Sim onetta Soldani, Il Medioevo del Risorgim ento nello specchio della nazione, in Enrico Castel-
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gesta eroiche, le strenue difese delle città che affollavano questo Medioevo narrato e im m aginato, dovevano m ostrare all’opinione pubblica (interna e straniera) che gli italiani sapevano battersi e che potevano ridestarsi dal loro attuale torpore. Nella già citata premessa all’edizione francese delle Fantasie, poem a dedicato alle im prese della Lega Lom barda, Berchet scriveva che “dinanzi a m e non istavano che il concetto della virtù lombarda nel m edio evo e il concetto della presente nostra (siam o sinceri) corruttela”; dunque “quante virtù da im pararvi ! (…) che lezioni! che confronti! che speranze” dalla storia di quei Lombardi che “invece di esercitarsi a cantare am en, invece d’addestrarsi ad inarcar le schiene, s’addestrarono ad allungare le m ani e si collegarono da loro”24 . E D’Azeglio scriveva a Manzoni di voler redigere il suo Ettore Fieram osca per “vendicare com e potevo l’onore nazionale”25. La rievocazione dell’antico valore guerriero italiano è affidata soprattutto ai rom anzi storici, i quali hanno un posto assolutamente centrale nella costruzione dell’im m aginario patriottico e nella sua diffusione nella prim a m età dell’Ottocento 26 ; e all’interno di queste narrazioni, sono le figure e le gesta degli eroicondottieri a conferire l’evidente prova delle capacità e delle virtù m ilitari di tutta la com unità nazionale. Questo ruolo testim oniale viene però declinato in due m odi diversi. Uno è quello dell’eroe-condottiero che agisce da solo o con pochi fedeli com pagni in un contesto politico e m ilitare avverso o estraneo alla causa nazionale. Esem plare in questo senso è l’Ettore Fieram osca di D’Azeglio. Fieram osca è un mercenario che com batte i francesi sotto le insegne spagnole, m a soffre di questa condizione in quanto egli è m osso dall’“am ore per le cose patrie e per la gloria italiana” e dalla volontà di contrastare quegli stranieri che “voler farla da padroni in Italia”. Fieram osca è dunque “un eroe tipicamente rom antico che si identifica con ideali utopici, rifiuta il com promesso con il mondo prosaico che lo circonda e finisce in un isolamento com pleto”27. Anche gli eroi ‘m asnadieri’, tipica figura della letteratura rom antica, sono testim oni solitari del valore m ilitare degli italiani, una condizione che peraltro è ulteriorm ente accentuata dal loro m odo di guerreggiare, fuori dalle regole, tanto audace e temerario quanto privo di obiettivi politici più am pi. Così Falco della Rupe, protagonista del rom anzo di Bazzoni, viene descritto com e “uno degli indipendenti uom ini di Nesso, intrepido, fiero e vigoroso che la bram a di vendetta d’un sanguinoso oltraggio aveva spinto ad arm eggiare in m olte battaglie contro gì im periali. Ricacciate d’Italia le squadre di Francia, tra cui egli aveva com battuto, era tornato alla patria terra dove insofferente di riposo, spinto da un indole audace, da guerresche abitudini e dall’astio che gli durava vivissim o per gli spagnuoli e gli svizzeri che, nuovo, Giuseppe Sergi (a cura di), Arte e storia nel Medioevo. Vol. IV. Il Medioevo al passato e al presente, Torino, Einaudi, 20 0 4. 24 G. Berchet, Agli am ici m iei, p. 131, p. 123. 25 Lettera a Alessandro Manzoni del 12 luglio 1831, in Massimo D’Azeglio, Epistolario (18191866), a cura di Georges Virlogeux, vol. I, Torino, Centro studi piemontesi, 1987, p. 83. 26 Su questo si veda soprattutto A.M. Banti, La nazione del Risorgim ento. 27 Peter Ihring, La figura del condottiero nel rom anzo storico risorgim entale, “Studi Italiani”, 7 (1992), p. 86.
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uniti ai ducali m antenevano, la guerra sul lago contro il castellano di Musso aveva trascelti alcuni robusti com pagni, co’ quali, arm ato all’usanza de tem pi scorreva il lago corseggiando”28 . Il riscatto dalla loro condizione si realizza nel m om ento in cui si riconoscono com e italiani. Ne La Battaglia di Benevento Ghino di Tacco che si trova “in stato di guerra (…) contro la società” e che riconosce i lim iti m orali delle sue azioni (“le mie imprese non sono da raccontarsi; – figuratevi che cosa può fare un povero m asnadiero”), assurge al ruolo di eroe nazionale quando decide di combattere con Manfredi, in quanto “io italiano vedo in Manfredi un m io fratello valoroso, e sapiente, che am a la Italia, e vuol farla grande”29 . Le loro capacità guerriere e la loro dedizione alla patria si m anifestano soprattutto nei duelli – “stilizzazioni rituali dello scontro bellico”30 – che rappresentano in m odo dram maturgicamente efficace l’offesa e il riscatto sul cam po dell’onore militare italiano. Nell’Ettore Fieram osca il duello tra i 13 cavalieri italiani e i 13 francesi è originato dall’accusa rivolta da un cavaliere francese agli italiani di essere buoni “solo ad ordire tradimenti e non alla guerra, ed essere la più trista gente d’arme che abbia m ai tenuto piede in istaffa e vestita corazza”31. Nella Battaglia di Benevento di Guerrazzi l’occasione per un duello patriottico è data da una ‘giostra’ organizzata a Rom a dai francesi di Carlo d’Angiò. In un prim o m om ento nessuno si presenta a sfidare i cavalieri francesi, che assum ono atteggiam enti di scherno e di sufficienza verso gli italiani, m entre tra la folla le donne italiane “dim ettevano vergognose la faccia; le francesi esultavano su l'onta d'Italia”. Ad ulteriore offesa dell’onore italiano lo scudo del cavaliere francese più im portante Monforte m ostrava una donna rovesciata: “e qui bisogna avvertire essere stato in quei tem pi il m assim o degli oltraggi portare l'altrui sem biante capovolto nello scudo; onde quel superbo Monforte volendo in qualche m aniera dinotare il suo disprezzo per l'Italia aveva inteso effigiarla nella donna che abbiam o descritto qui sopra”. Arrivano però due cavalieri sconosciuti, che Guerrazzi indica come “Cavaliere prim o venuto” e “Cavaliere del fulm ine” (per via del fulm ine dipinto sullo scudo), che sfidano i francesi e così “rotto lo incanto, suscitata la virtù italiana, si videro da tutte le parti farsi oltre Cavalieri a toccare, qual col ferro, quale senza ferro, gli scudi dei tenitori”. All’inizio lo scontro volge al peggio (“vergognosa narrazione! sei Cavalieri italiani al prim o affronto cadono scavalcati”) ma “i soli Cavalieri ‘del fulm ine’, e ‘prim o venuto’, si tennero ferm i in sella”, riconoscendosi subito dopo come italiani e giurando di combattere o m orire: “Siete voi Italiano?’ dom andò il Cavaliere del fulm ine al Cavaliere ‘prim o venuto’ -. ´ Sono’. ´ E che pensate di fare?’ ‘Vincere, o m orire’. ´ Insegniam o dunque a cotesti superbi che noi due bastiam o per tutti’”. I due italiani vincono l’im pari sfida e a Monforte orm ai alla loro m ercé, dicono “ram m entati che se Italia dorme, non m erita28 Giovanni Battista Bazzoni, Falco della Rupe o la Guerra di Musso. Rom anzo storico, Firenze, Veroli, 1830 , p. 38. 29 Francesco Domenico Guerrazzi, La battaglia di Benevento. Storia del XII secolo (1827), Firenze, Felice Le Monnier, 1852, p. 255. 30 A. M. Banti, La nazione del Risorgim ento, p. 10 5. 31 Massimo D’Azeglio, Ettore Fieram osca, o la disfida di Barletta (1833), Parigi, Baudry, 1835 (7a ed.), p. 39.
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va di essere effigiata capovolta nel tuo scudo; ella dorm e, m a se si sveglia, quale schiatta um ana la vincerà?”32 . Questi eroi-condottieri mostravano dunque che gli italiani sapevano battersi quando era in gioco la difesa dell’onore nazionale e fornivano un’evidente prova delle ‘naturali’ virtù guerriere italiche. Però im prese di questo tipo apparivano poco significative a chi si preoccupava di ricostruire una “storia della libertà italiana” nella quale dovevano essere rievocati soprattutto i m omenti nei quali l’Italia aveva preso coscienza dei suoi destini politici. Così per Sism ondi la disfida di Barletta è una “zuffa” “cui gli italiani diedero m aggiore im portanza che ad una form ale battaglia”, e che gli storici italiani descrissero “con m anifesta com piacenza”33 . Il tiepido interesse di Sism ondi per questa vicenda era sottolineato dal traduttore italiano dell’Histoire: “il nostro autore, che d’ordinario si m ostra parziale per gli Italiani, pare che in questa circostanza accordi la vittoria piuttosto all’accortezza che al vero valore de’ campioni italiani”34 . Sism ondi si m ostra invece m olto più partecipe e interessato a descrivere un’altra figura di eroe guerriero, che sarebbe divenuto alcuni anni dopo protagonista di un rom anzo di Guerrazzi (L’assedio di Firenze): Francesco Ferruccio. Siam o nella Firenze del 1529-1530 assediata dalle truppe im periali, “depositaria di tutto lo splendore, di tutte le virtù, di tutto il sapere di quelle repubbliche de’ secoli di m ezzo, tra le quali si era innalzata”35. Ferruccio è un eroe patriottico in quanto è l’espressione più alta dell’ardore m ilitare e nazionale che questi eventi hanno suscitato, e l’unico obiettivo delle sue azioni è la difesa della libertà di Firenze (e dell’Italia). “Del tutto fisso nella sua idea di onore patrio, di decoro della m ilizia italiana, oltre la quale di poche cose si curava”36 , Ferruccio condivide poi con i suoi soldati la stessa passione patriottica e gode del loro rispetto e devozione non solo per il suo valore, ma perché ai loro occhi personifica la patria: “noi verrem o tutti – voi siete la nostra patria”37, rispondono com e un solo uomo i soldati dopo un discorso per incoraggiarli alla battaglia. Com e Firenze è “l’ultim o santuario delle libertà italiane”, Ferruccio è anche l’unico che potrebbe salvare l’Italia dallo straniero: “tutta la speranza di salute riposta nel Ferruccio: la fortuna ha deposto su quel capo la vita o la m orte delle libertà italiane, tre o più secoli di progresso verso la barbarie”38 . F. D. Guerrazzi, La battaglia di Benevento, citazioni da p. 298 a p. 311. J ean Charles Leonard Simonde de Sism ondi, Storia delle repubbliche italiane dei secoli di m ezzo, Italia (Milano), s.e. (Giusti), 1817, tom o XIII, pp 170 , 172. Sism ondi amm ette com unque che questa attenzione ed entusiasmo erano giustificabili: “non dobbiamo m eravigliarci che una nazione oppressa, assai più divisa che vinta, e che versava il proprio sangue per gli stranieri, senza trovare occasione di spargerlo per la propria indipendenza, cogliesse avidam ente l’occasione di salvare il proprio onore, quando avea perduta ogni altra cosa, e poi che accogliesse con trasporti di gioja e con entusiasm o i cam pioni che lo difesero” (p. 171). 34 Ivi, p. 171. 35 Ivi, tom o XVI, p. 4. 36 Francesco Domenico Guerrazzi, L’assedio di Firenze (1836), Parigi, presso i principali libraj, 1840 , vol. I, p. 10 7. 37 Ivi, vol. III, p. 61. 38 Ivi, p. 214. 32
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Ferruccio dunque rappresenta un altro tipo di eroe, ossia colui che difende una nazione divenuta cosciente di sé e organizzata in form e politiche. La sua figura quindi diventa funzionale ad una narrazione del valore m ilitare italiano che assum e connotati dem ocratico-repubblicani. Mazzini sottolinea l’elemento ‘popolare’ dell’eroism o di Ferruccio “grande davvero, perché, nato quando purtroppo il valore italiano era già fatto m erce da traffico, ei lo consecrò tutto alla patria (…), grande perché la m odestia e la semplicità dell’anim a eguagliavano in lui la instancabilità del soldato e l’ingegno del capitano”39 . Se per Mazzini il centro del rom anzo di Guerrazzi era Firenze – “rifatta a un tratto prode e guerriera per difendere contro l’invasore straniero la sua bandiera repubblicana” – , Ferruccio “escito dal popolo, soldato del popolo, sagrificato come il popolo, è l’im m agine di Firenze”40 . In Ferruccio dunque l’“eroism o si sottopone con autorestrizione volontaria alla m issione collettiva”41, e la sua figura rispondeva a quell’idea di eroe patriottico che Mazzini disegnava in opposizione a Carlyle e alla sua idea di storia com e “biografia dei grandi uom ini”. Per Mazzini “l’ispirazione del genio appartiene per una m età al Cielo, per metà alla m oltitudine dei m ortali sulla cui vita ei s’innalza alle folle di com uni m ortali dalla cui vita sgorga”42 . Un eroe che – com e ha m esso in luce Riall – si distaccava dalla tradizione neoclassica (prim a repubblicana e poi napoleonica), era profondam ente partecipe delle vicende del popolo che rappresentava, e non si poneva al di sopra di esso se non per le sue specifiche capacità m ilitari43 . Nel discorso dem ocratico l’eroe aveva dunque piena legittim azione testimoniale quando era parte di una vera guerra di popolo, e quindi “i venti m ila Austriaci cacciati nel 1746 dai Genovesi senz’arm o, senza ordine, senza capi – e le m em orie della Lega Lombarda”44 . È soprattutto quest’ultim a ad assum ere nella prim a m età del secolo i connotati del mito, “non uno dei m iti del Risorgim ento, m a il mito per eccellenza, quello in cui culm ina la leggenda epica del nostro prim o risorgim ento”45. Mito che prendeva le m osse da Sism ondi, m a che poi si costruì fino al Quarantotto più su prove letterarie e poetiche che storiche 46 : Balbo, Pellico, D’Azeglio progettarono rom anzi storici dedicati alla Lega, anche se nessuno di loro portò a term ine il lavoro; Mam iani com pose una ode, Cantù una novella in versi Algiso e la Lega Lom barda; Le Fantasie di Berchet rom anza nella 39 Giuseppe Mazzini, Fram m ento di lettera sull’Assedio di Firenze, in F. D. Guerrazzi, L’assedio di Firenze, p. VIII. 40 Ivi, p. XIII. 41 P. Ihring, La figura del condottiero, p. 10 1. 42 Cit. in Luigi Mascilli Migliorini. Il m ito dell’eroe. Italia e Francia nell’età della Restaurazione, Napoli, Guida, 1984, p. 148. 43 L. Riall, Garibaldi, pp. 57-66. 44 Giuseppe Mazzini, Della guerra di insurrezione conveniente all'Italia (1833), in Id., Scritti editi ed inediti, vol. III, Im ola, Cooperativa tipografico-editrice torinese Paolo Galeati, 190 7, p. 228. 45 Mario Fubini, La Lega Lom barda nella letteratura dell’Ottocento, in Popolo e stato in Italia nell’età di Federico Barbarossa, Torino, Deputazione Subalpina di storia patria, 1970 , p. 40 6. 46 Ernesto Sestan, Legnano nella storiografia rom antica, in Id, Storiografia dell’Otto e Novecento, a cura di Giuliano Pinto, Firenze, Le Lettere, 1991, p. 221.
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quale la rievocazione del glorioso passato della Lega era m essa a confronto con il doloroso presente, ebbero uno straordinario successo di pubblico, m entre si contarono nel corso della prim a m età del XIX secolo alm eno trenta quadri dedicati alla battaglia o al giuram ento, tra i quali quelli di Hayez e di D’Azeglio 47. Il giudizio degli esponenti del movim ento patriottico su queste vicende era pressoché unanim e: per Mazzini “i sedici anni che corsero dalla prim a congrega alla pace segnata in Costanza valgono due secoli interi di Roma”48 , parole che riecheggiano quasi testualm ente in Balbo (“questo secolo corso da Gregorio VII alla pace di Costanza (...) è il più bello di nostra bella età”) e in D’Azeglio (“quell’epoca la più bella e lum inosa della nostra storia”) 49 . Le ragioni del successo e della popolarità della Lega lom barda sono abbastanza evidenti: era una vittoria di una confederazione di comuni che poteva essere interpretata com e vittoria di tutta l’Italia e la presenza del Papa come protettore e garante dell’alleanza poteva essere per l’opinione neoguelfa una prefigurazione di ciò che essa auspicava per il Risorgim ento della nazione 50 . Ma soprattutto “era una vittoria m ilitare di italiani contro stranieri, non una delle innum erevoli battaglie di italiani contro italiani, di cui erano costellate le storie italiane del Medioevo”51; era dunque la “storia della più bella delle guerre guerreggiate dall’Italia, la sola forse che siavi veram ente fatta per gli interessi nazionali, la sola che si possa dire guerra nazionale italiana”52 . Nella lettura dei dem ocratici questa guerra aveva però un ulteriore valore politico e polem ologico: essa aveva visto in azione un tipo peculiare di com battente – il cittadino in arm i – che incarnava lo spirito partecipativo e democratico della nazione rinascente. Per Cattaneo nel XII secolo “le città tornano ad essere stanza di popolo arm ato. L’uso delle arm i ravviva il senso dell’onore, soffocato dall’oppressione bizantina e longobarda; l’onore genera tutte le virtù; gli uom ini sentono di poter com piere un pensiero; e hanno l’audacia di concepirlo; le m enti aspirano a tutto ciò che è bello e grande”; “il principio del risurgim ento fu nel legittim o possesso della milizia popolare”53 . Il cittadino dunque si trasform ava in soldato appena la patria era in pericolo: “suonano intanto a stormo le cam pane,/ e al noto m artellar della chiam ata/ ogni sega, ogni m aglio si rim ane,/ ogni m arra sul solco abbandonata:/ un m over d’arm i, un giunger di gualdane;/ ogni piazza,
47 Ernst Voltmer, Il Carroccio, Torino, Einaudi, 1994, p. 14. Sul successo della Lega nella cultura rom antica oltre ai citati Fubini e Sestan, si veda anche Franco Cardini, Federico Barbarossa e il rom anticism o italiano, in Reinhard Elze, Pierangelo Schiera (a cura di), Italia e Germ ania. Im m agini, m odelli, m iti fra due popoli nell’Ottocento: il Medioevo, Bologna, Il Mulino, 1989. 48 Giuseppe Mazzini, Le Fantasie. Rom anza di G. B. (1829), ora in Id., Scritti letterari editi ed inediti, vol I, Im ola, Cooperativa tipografico-editrice torinese Paolo Galeati, 190 6, p. 155. 49 Cfr. S. Soldani, Il Medioevo del Risorgim ento, p. 182. 50 Sull’elaborazione di parte guelfa del m ito della Lega cfr. A. Lyttelton, Creating a National past, pp. 48-49. 51 E. Sestan, Legnano nella storiografia rom antica, pp. 226-227. 52 Cesare Balbo, Pensieri sulla storia d’Italia, Firenze, Felice Le Monnier, 1858, p. 36. 53 Carlo Cattaneo, Notizie naturali e civili su la Lom bardia (1844), in Id., Opere scelte, a cura di Delia Castelnuovo Frigessi, Torino, Einaudi, 1972, vol. II, p. 417.
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ogni via scorgi abbarrata”54 . A m uoverlo non era la ricerca della fama, m a l’am or di patria, “una passione che divideva coi suoi concittadini”55: “procedeano silenziosi e serrati i battaglioni dei forti, e nessun accento d’orgoglio s’alzava, perché denno essere calm i e pacati gli anim i di que’ guerrieri che vanno a stornare la strage e l’incendio del tetto domestico, e non da insano orgoglio accesi”56 . La guerra diveniva, dunque secondo Sismondi “un dovere passeggero, e direi quasi il dilettevole trattenim ento di ogni cittadino; la guerra, cui dovevansi consacrare soltanto pochi giorni dell’anno, per riprendere in appresso le proprie occupazioni; la guerra che il cittadino non faceva giam m ai senza un vivo sentim ento della sua im portanza e della gloria della sua patria; la guerra che in lui m anteneva l’abitudine di quel valore, che tanto dannoso sarebbe il lasciare perdere alla m assa del popolo”57. Il cittadino-soldato è dunque il vero eroe collettivo di una nazione che prende coscienza di sé, dotandosi di istituzioni politiche repubblicano-dem ocratiche. Nell’Assedio di Firenze Guerrazzi fa pronunciare parole di scherno e di sufficienza verso la milizia com unale, che dovevano però indurre nel lettore un opinione del tutto contraria in quanto pronunciate da uno dei personaggi negativi del rom anzo, il traditore Malatesta: “Ordinanza! poveri folli! m a che credete voi, che ordinare una battaglia, esercitare il m estiere del soldato sia come cim ar panni, tignere sete e sedersi in banco a prestanza sul pegno al venti per cento d’interesse (...) voi avreste fatto un gran bene a lasciare cotesta gioventù ai suoi fondachi (...) l’ordinanza ha fatto più male che bene”58 . Quanto questa invettiva di Malatesta fosse lontana dalla realtà veniva m ostrato in modo dram m aticam ente coinvolgente dalla vicenda del giovane Ciapo. Non ancora diciassettenne, e quindi escluso dall’ordinanza che chiam a nelle milizie i cittadini dai 18 ai 36 anni, figlio di una povera setaiola, Ciapo si presenta con la m adre di fronte alle autorità per chiedere di essere iscritto nella milizia. È la m adre stessa che lo spinge ad arm arsi e che chiede di poterlo arruolare, ricordando poi al figlio di “averm i prom esso di tornare ad annunziarmi libera la patria, o non tornare più; attendi a m antenermi la prom essa, perché se mi capiti in casa vinto io ti chiudo l’uscio in faccia”59 . Nell’esaltazione della figura del cittadino-soldato, Sism ondi e Guerrazzi si m uovevano all’interno di una tradizione di pensiero m ilitar-repubblicano che risaliva a Machiavelli60 e che conosceva ampia – anche se ancora non ben studiata 54 Cesare Cantù, Algiso e la Lega Lom barda (1828), Milano, coi tipi di Borroni e Scotti, 1844, p. 70 . 55 J . C. L. Sism ondi, Storia delle repubbliche, tomo II, p. 464. 56 [Giacinto Battaglia], La Lega lom barda. Rom anzo con note istoriche, Milano, presso Antonio Fortunato Stella e figli, 1832, p. 170 . 57 J . C. L. Sism ondi, Storia delle repubbliche, tomo II, p. 465. 58 F. D. Guerrazzi, L’assedio di Firenze, vol. III, p. 370 . 59 Ivi, vol. 1, p. 333. 60 A sancire in modo dram maturgicam ente evidente il legame con questa tradizione discorsiva, nel primo capitolo dell’Assedio compare Machiavelli che sul letto di morte pronuncia un lungo discorso, nel quale sono citati am pi passi delle opere del grande fiorentino, in cui è cen-
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– fortuna nella prim a m età dell’Ottocento 61. Ma degli elem enti portanti di quella tradizione – il legame cogente tra cittadin anza politica e cittadinanza m ilitare, e la dimensione volontaria e non professionista della guerra nazionale – , solo quest’ultim o veniva fatto proprio e utilizzato dai democratici quando nella prima m età del secolo si trattava di progettare la futura guerra di liberazione nazionale. In assenza di istituzioni libere e quindi nell’im possibilità di avere un “esercito veram ente nazionale, num eroso m unito, atto a prendere il cam po e vincere senz’altri aiuti la prova”62 , la guerra di liberazione doveva essere condotta sull’esem pio di quella spagnola del 180 8-1814 63 attraverso le ‘bande’. La guerra per bande era definita come “la guerra di tutte le nazioni che s’em ancipano da un conquistatore straniero (...) supplisce alla m ancanza, inevitabile sui principi delle insurrezioni, degli eserciti regolari (…), educa m ilitarm ente tutto quanto il popolo (…), costringe il nem ico ad una guerra insolita (…), non la confina a una base determ inata d’operazioni”64 . Si trattava di una vera guerra popolare della quale protagonista era il volontario, ossia “il cittadino italiano che anim ato dal sacrosanto entusiasm o liberam ente consacra i suoi averi, il suo riposo e la vita alla patria”, una figura che veniva m essa in contrapposizione al soldato regolare “quell’infelice strascinato a viva forza dal seno di sua fam iglia per servire sotto le bandiere del tiranno, e (…) quel vile scioperato che per una convenuta m ercede m ette la sua persona ad iniqua usura per un corso d’anni determ inato”65. Un volontario che doveva provenire non dalle città, descritte com e luogo della dissolutezza e origine dell’attuale decadenza militare italiana, m a piuttosto dalle cam pagne, incorrotte custodi delle antiche virtù m ilitari. Per una guerra che si sarebbe sviluppata soprattutto nelle zone m ontuose o di difficile accesso, com untrale la condanna per le “milizie mercenarie vilissime, turpitudini di condottieri venali, il vituperio e la vergogna d’Italia” (ivi, p. 43). 61 Sulla fortuna del m odello m achiavelliano nella tradizione dem ocratica: J ohn Pocock, Il m om ento m achiavelliano. Il pensiero politico fiorentino e la tradizione repubblicana anglosassone, Bologna, Il Mulino, 1980 , 2 voll. Sulla ricezione ottocentesca di Machiavelli in Italia, si vedano Carlo Curcio, Machiavelli nel Risorgim ento, Milano, Giuffrè. 1963; Xavier Tabet, Il ‘m ito risorgim entale’ di Machiavelli, in Paolo Carta, Xavier Tabet (a cura di), Machiavelli nel XIX e XX secolo, Padova, Cedam , 20 0 7, nei quali però scarso spazio è dedicato alla ripresa nell’Ottocento dei tem i machiavelliani sulla guerra e sul cittadino in arm i. 62 G. Mazzini, Della guerra di insurrezione conveniente all’Italia, p. 20 4. 63 Sulla fortuna del m odello spagnolo di guerra per bande si vedano soprattutto i saggi di Vittorio Scotti Douglas: The Influence of the Spanish Antinapoleonic Guerrilla Experience on the Italian Risorgim ento’s Treaties on Partisan W arfare, in Acta of the XXth. International Colloquium of Military History , 28 August – 3 Septem ber 1994 W arsaw , Warsaw, Polish Com m ission of Military History, 1995; Spagna 180 8: la genesi della guerriglia m oderna. 2. Fenom enologia della guerriglia spagnola e suoi riflessi internazionali, “Spagna Contem poranea”, 20 0 1, n. 20 ; Carlo Bianco, l’’inventore’ della guerra per bande, in Giovanni Maria Caglieris, Vittorio Scotti Douglas (a cura di), Dal Risorgim ento alla Resistenza. Carlo Bianco di Saint Jorioz e la lotta per bande, Saluzzo, Fusta Editore, 20 0 7. 64 Giuseppe Mazzini, Istruzione generale per gli affratellati della Giovane Italia (1831), in Id., Scritti editi ed inediti, vol. II, pp. 53-54. 65 Carlo Bianco di Saint J orioz, Manuale pratico del rivoluzionario italiano desunto dal trattato sulla guerra d'insurrezione per bande, Italia, 1833, in E. Liberti (a cura di), Tecniche della guerra partigiana, p. 473.
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que lontano dalle città, occorrevano infatti virtù e stili di vita ben diversi da quelli “dei signori e di quei giovani effem inati che vivono nelle città, e che ad altro non pensano che ad indebolirsi il corpo, e a perdere la salute, vivendo nelle antezze e profusioni d'ogni genere. La classe degli agricoltori, pastori, m assari, ed onesti e frugali abitanti dei borghi, e villaggi e specialm ente di quelli situati ai piedi o sui contrafforti dei m onti, che form ano una considerevole m assa d'abitanti, forse la più utile in questa guerra, perché scevra della m aggior parte de' bisogni dei cittadini, per loro giornaliero abitual nutrim ento, non si servono per lo più, che di polenta in alcune parti; di farro in altre; e gli abitanti delle Alpi Cozie vivono il m aggior tem po dell'anno di sole castagne, e latte”66 . Dunque solo tra i contadini si poteva trovare chi era capace di sopportare gli stenti e le privazioni che questo tipo di guerra im poneva: il contadino – com e scrive Budini – “avvezzo ad una vita sobria se non stentata (…) è il più adatto a form are le bande; in esso si trovano tutte le qualità che abbisognano a guerra siffatta, cioè sobrietà, agilità, conoscenza del paese e obbedienza passiva a quello che crede più esperto di sé”67. Si finiva così per tracciare una sorta di immaginaria geografia um ana dell’italiano guerriero. Per Mazzini “abbiam o nelle nostre m ontagne, nelle province napoletane, ne’ paesi della Rom agna, nel Piem onte, nella Liguria nelle terre lom barde una razza d’uom ini vigorosi, forti atta a resistere, pronta alle offese, audace, costante”68 . Bianco individuava le tracce “dell'eroico carattere rom ano” nei “robusti, e decisi Romagnuoli”, e poi nei “Liguri, Piem ontesi, abitanti degli Appennini, Bresciani, Abbruzzesi, e Calabresi, Siciliani, Elbani e Sardi, tutti fra gli abitatori dei m onti, trascelti”69 . In un libro di storia futuribile Ricciardi im m aginava che la guerra di liberazione d’Italia iniziasse per opera degli abitanti di un piccolo com une rurale della Calabria, che – m ossi dall’ennesim a angheria dei gendarmi locali – davano vita ad un’insurrezione capace di estendersi a tutta l’Italia m eridionale e poi a tutto il nord, dove avevano un ruolo decisivo i m ontanari corsi – eredi di Pasquale Paoli – sbarcati in Liguria 70 . In questa rappresentazione delle cam pagne com e “principal nerbo della nazione”71, m ancava un’analisi delle reali condizioni di vita dei contadini, e scarsi accenni – ad esem pio in Bianco – erano riservati all’utilizzo di prem i o ricom pense per convincere i contadini ad entrare nelle bande. Una scarsa attenzione che si può attribuire agli antichi limiti politico-culturali dei democratici – scarsa conoscenza della realtà rurale, tim idezza politica, incapacità di legare la rivendicazione nazionale ad un progetto di riform a sociale – m a che in questo caso può essere spiegata in virtù dello specifico carattere assunto dal discorso sulla guerra. L’intento di chi scrive della guerra patriottica era infatti soprattutto quello di fare ‘apostolato’ m ilitare, C. Bianco di Saint J orioz, Della Guerra Nazionale, pp. 214-215. Giuseppe Budini, Alcune idee sull’Italia, (Londra), (Hoborn), 1843, cit. in F. Della Peruta, I dem ocratici e la rivoluzione italiana, p. 274. 68 Giuseppe Mazzini, Della guerra di insurrezione conveniente all'Italia, p. 222. 69 C. Bianco di Saint J orioz, Della Guerra Nazionale, p. 31. 70 Giuseppe Ricciardi, Storia d’Italia dal 1850 al 190 0 , Parigi, Lacombe, 1842, in Id., Opere scelte, Napoli, tipografia del “Vaglio”, 1867, vol. 1. 71 Id., Conforti all’Italia, ovvero preparam enti all’insurrezione, Parigi, François, 1846, p. 43. 66
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rivendicare l’esistenza di un incorrotto spirito guerriero ed evocare le forze ‘sane’ e popolari della nazione, finalità che rendevano tutto som m ato non decisivo un esam e realistico della situazione sociale e che invece richiedevano – com e avrebbe scritto D’Azeglio nel 1848 – di “parlar alle fantasie”. Soprattutto per Mazzini, progettare la guerra nazionale – anche attraverso le bande – significava non tanto e non solo delineare precise strategie m ilitari o valutare realisticam ente le risorse m ateriali a disposizione, quanto piuttosto legare passato e presente in un im m aginario guerriero capace di resistere all’inazione e ai possibili fallimenti, e indicare un orizzonte di palingenesi morale e politica. Mazzini iscriveva così la guerra per bande all’interno di una m em oria guerriera patria: una guerra per bande infatti “usam m o nel m edioevo senza intenderne la forza e il segreto, perché privi di un pensiero nazionale” e “più tardi insegnam m o nelle Calabrie alla Spagna”72 . Se la guerra per bande nasceva “dalle viscere della nazione, dalle condizioni di un popolo insorto, dagli elementi topografici della contrada, da’ mezzi che le circostanze ci som ministrano”73 , il suo scopo principale era però soprattutto quello di rigenerare e costruire un popolo realm ente nazionale: “o italiani (...) guardate alla vostre m ontagne; perché là nelle rapide e prolungate evoluzioni delle vostre bande, nella catena di guerra che voi form erete, sta il germe della fratellanza futura. Guardate alle vostre m ontagne, perché là im parerete, nella concorde emulazione de’ fatti, a stim arvi l’un l’altro – im parerete a conoscere ed am are la terra che vi di è vita – im parerete negli aiuti reciproci a confondervi insiem e, a spegnere quell’ardore di gare e di rancori provinciali, che crebbero e inferocirono tra i recinti di città”74 . Alle bande era dunque attribuito il com pito di form are e di educare “all’indipendenza e a quella vita attiva che fa grandi i popoli”: “la m issione politica delle Bande nazionali è l’apostolato arm ato dell’insurrezione. Ogni banda deve essere un program m a vivente della m oralità del Partito”75. In una successiva istruzione ai condottieri delle bande nazionali Mazzini avrebbe scritto che “la prim a banda ha una im m ensa responsabilità m orale davanti al paese. Vincendo o cadendo, essa deve rappresentare la fede patria in nom e della quale essa sorge”76 . In conclusione: la narrativa rom antico-dem ocratica sull’italiano guerriero si fonda sulla rievocazione e poi sulla costruzione di un esercito im maginario della nazione, composto da soggetti – eroi, cittadini-soldati, bande – che devono testim oniare il carattere ‘popolare’ del Risorgim ento. La guerra ha inoltre un valore creativo o rigenerativo della nazione, contribuendo in m odo decisivo alla ‘educazione’ m orale e politica del popolo, senza però dare spazio al m ob o alla violenza rivoluzionaria, che rischiano di m ettere in fibrillazione l’ordine sociale e la com unità nazionale. Dal pantheon m ilitare sono invece esclusi gli eserciti regolaG. Mazzini, Della guerra di insurrezione conveniente all'Italia, p. 213 Ivi, p. 212. 74 Ivi, p. 230 . 75 Ivi, p. 232. 76 Giuseppe Mazzini, Istruzione pel condottiere delle bande nazionali (1853), in Id., Scritti editi ed inediti, vol. LI, p. 142. 72
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ri e le istituzioni politiche statuali, presentati come responsabili della decadenza m ilitare italiana ed espressione del dispotism o. Nonostante la m ancata definizione delle m odalità dell’insurrezione, le oscillazioni sui tempi della guerra (prim a insurrezione e poi le bande, o viceversa), lo scarto tra progettualità e pratiche, e soprattutto i fallim enti in cui incorrono le iniziative militari dem ocratiche, questo im m aginario guerriero ha un grande successo, si radica nell’universo patriottico e riesce a im porre sulla scena pubblica figure che disegnano alm eno fino al 1848 i caratteri della guerra nazionale. Nella prim a m età dell’Ottocento è però in cam po un’altra narrativa sul risorgim ento m ilitare degli italiani, che condivideva con quella alcuni tropoi relativi alla rivendicazione del valore m ilitare degli italiani, ma se ne distaccava per protagonisti e obiettivi. Una narrativa dall’efficacia com unicativa sicuram ente m inore, m a destinata a lasciare com unque traccia di sé. L’esercito ‘scuola della nazione’ Nel confutare lo stereotipo sull’italiano im belle, Bianco di Saint J orioz ricordava che “le relazioni e le storie delle guerre da Napoleone sostenute, bastano per provarne l’inconsistenza, (...) gli italiani (...) erano in ogni rispetto se non m igliori, senza dubbio ai loro conquistatori eguali”77. Il riferim ento di Bianco era alle num erose opere – resoconti, m emorie, cronache, pam phlet polem ici – scritte dai reduci delle cam pagne napoleoniche. Differenti erano le motivazioni, gli obiettivi politici, ed anche i destini personali di questi ex-ufficiali delle arm ate napoleoniche. Così la prima opera di Antonio Lissoni (Gli Italiani in Catalogna, 1814), ufficiale di cavalleria del Regno italico, e poi prolifico scrittore di cose m ilitari (sopratutto di argomento napoleonico), fu sottoposta a censura da parte del governo austriaco per i suoi toni accesam ente filonapoleonici ed anticlericali, nonché m anifestam ente patriottici78 . Invece Cam illo Vacani, l’autore di Storia delle cam pagne e degli assedi degl'Italiani in Ispagna dal 180 8 al 1813 (Milano, 1823), negli anni Venti era divenuto ufficiale dell’esercito im periale austriaco e dedicava la sua opera ad un arciduca d’Austria, con l’auspicio che la sua opera fosse “un tutto non privo di interesse per la Patria italiana e per l’Im pero a cui questa con vincoli di stim a or si rannoda”79 . A differenziare poi ulteriorm ente argom entazioni ed obiettivi di questi testi vi era la difesa di peculiari tradizioni politiche e m ilitari. Così i m em orialisti napoletani erano preoccupati di ribaltare un’im m agine di debolezza e di incapacità dell’esercito napoletano, rafforzata dagli esiti del periodo m urattiano e dalla sconfitta del 1821, e, nello stesso tem po, di C. Bianco di Saint J orioz, Della Guerra Nazionale, p. LXII. Cfr. Francesco Mingone, Antonio Lissoni e ‘Gl’Italiani in Catalogna’, in Vittorio Scotti Douglas (a cura di), Gli Italiani in Spagna nella guerra napoleonica (180 7-1813). I fatti, i testim oni, l’eredità. Alessandria, Edizioni dell’Orso, 20 0 6. 79 Cam illo Vacani, Storia delle cam pagne e degli assedi degl'Italiani in Ispagna dal 180 8 al 1813, Milano, Im periale regia stam peria, 1845 2, tom o I, p. XXII. 77
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difendere una generazione politica afferm atisi nel periodo napoleonico, e ora m essa sotto scacco 80 . E l’elbano Cesare De Laugier voleva da parte sua sfatare la pessima fama dei toscani imbelli e impreparati alla guerra, che soprattutto le fonti francesi del periodo continuavano ad accreditare 81. Com unque, nonostante queste differenze, i m em orialisti-m ilitari dichiaravano in m odo unanime di volere – attraverso i loro racconti – spargere luce sulle “azioni m emorabili delle truppe italiane”, “rendere la giusta lode all’italiano valore”82 e rispondere dunque alle “usurpazioni della gloria nostra” (De Laugier), risollevando l’opinione degli italiani su loro stessi: “nella presente situazione l’Italia non ha gran fatto a lodarsi di sé e l’om bra della gloria passata e il vanto di sue presenti fatiche rim angono sole a consolarla degli insulti della fortuna. Ma affinché non venga m eno la ricordanza di queste ultim e glorie, io ho creduto fare assai tessendone le storie (…) così all’Italia seguirà qualche lode nella sua situazione e farà com prendere alla terra che lungi dal tralignare dalle sue antiche virtù, ha sem pre vivi in cuore i sem i di essa”83 . E se quelle differenze regionalistatuali di cui abbiam o parlato facevano sovente capolino 84 , d’altra parte erano evocati anche episodi di fraternizzazione tra le diverse com ponenti italiche inquadrate all’interno dell’esercito. Così uno scontro tra il napoletano Gabriele Pepe e il toscano Cosim o Del Fante, originato da giudizi negativi espressi sulle truppe napoletane, si risolve in una tenzone poetica vinta da Pepe pronunciando versi unitari e fraternizzanti com e “un solo popol facciasi/ dall’Alpe fino a Scille/ e paventar vedrannosi/ m ille nazioni e mille”85. Pertanto una narrazione che nella m aggior parte dei casi si presenta fondata su documenti e testimonianze storiograficam ente attendibili – bollettini di guerra, resoconti ufficiali, testim onianze personali degli autori – assum e in realtà i tratti di un racconto m orale, oltre che militare, degli italiani in guerra. La m inuta descrizione delle azioni eroiche e il rilievo dato a gesti e parole ‘esem plari’, che spesso rendono il racconto fram m entato e sincopato, acquisiscono unitarietà e coerenza in quanto prove delle virtù m ilitari – e non – degli italiani ed evidenti confutazioni di stereotipi e im m agini negative. Stereotipi peraltro che erano stati riproposti ed arricchiti dagli altri attori in campo (francesi, inglesi, spagnoli) 86 e che m ettevano in discussione non solo le capacità m ilitari, m a sopratutto lo stes80 Cfr. Renata De Lorenzo, La costruzione di un ‘sistem a patriottico’. Protagonisti e m em orialisti nella guerra napoletana, in V. Scotti Douglas (a cura di), Gli Italiani in Spagna. 81 Marcella Aglietti, Echi e m em orie in Toscana della ‘Guerra de la Independencia’ (180 81814), in Ivi, p. 275. 82 Cam illo Vacani, Storia delle cam pagne, p. XXII. 83 Antonio Lissoni, Gli Italiani in Catalogna, Londra (Milano), s.e. (Destefanis), 1814, cit. in Gianfranco E. De Paoli, Cenni sulla storiografia m ilitare napoleonica dal 1814 al 1861, “Rassegna storica del Risorgimento”, LXVII (1980 ), n. 4, p. 40 5. 84 Lissoni ad esempio denunciava “viltà e malignità” dei napoletani nell’assedio di Figueras a fronte invece del com portamento degli ‘italiani’, intesi qui com e i soldati appartenenti al Regno italico. 85 Cit. in Vittorio Scotti Douglas, Gabriele Pepe e la sua visione della Spagna e della guerra (180 7-180 9), in Id. (a cura di), Gli Italiani in Spagna, p. 298. 86 Cfr. Virgilio Ilari, Gli italiani in Spagna, ivi, pp. 167 e ssgg.
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so ‘onore’ degli italiani. Dunque anche in questo tipo di produzione, centrale è difendere un onore vilipeso, risollevarlo a fronte di diffidenti sguardi esterni e antiche tradizioni (auto)denigratorie. Questo diviene l’esplicito obiettivo di un breve opuscolo di grande successo editoriale, scritto da Antonio Lissoni per rispondere ad un racconto di Balzac ambientato nella guerra spagnola. Nel Les Marana (1832) Balzac aveva descritto un reggim ento italiano formato dalla feccia della società, resosi responsabile di saccheggi e violenze in un assedio; e uno dei protagonisti della sua storia, il capitano Montefiore, era dipinto com e un nobile decaduto, dissoluto, sbruffone, vigliacco, e nello stesso tem po attraente e seduttore, interessato non certo alla gloria delle armi, m a piuttosto ad indossare uniform i sgargianti: “pour lui, la gloire était una simple question d’habillem ent”87. Lissoni si produceva in una puntigliosa confutazione delle falsità e degli errori storici presenti nel racconto di Balzac, che aveva com pletam ente sovvertito in alcuni casi la realtà dei fatti88 . Quindi accusava Balzac di alim entare i più vieti stereotipi sugli italiani, mentre questi si com portarono valorosam ente, soccorrendo in più occasione i francesi, che si m acchiarono invece delle colpe attribuite agli italiani (crudeltà gratuite, saccheggi, viltà). Lissoni concludeva il suo pam phlet capovolgendo i giudizi di Balzac: era la Francia la terra del vizio e dell’ozio, m entre l’Italia era la nazione che vantava prim ati nelle scienze e nelle arti, ed era la m adre di m olte nazioni, com presa la stessa Francia. Se però le cam pagne napoleoniche avevano m ostrato che gli italiani erano capaci di virtù m ilitari e civili, eroism i, abnegazione e senso del dovere, tutto ciò si era realizzato all’interno di un esercito straniero, che combatteva guerre d’espansione e per la gloria di un uom o che aveva dato prim a la libertà e poi era divenuto ‘tiranno’. Nelle pagine dei mem orialisti napoleonici “si riproponevano contrasti di valori ideali che già avevano accom pagnato nei contemporanei il dibattito sulla vicenda napoleonica nel nostro paese”89 ; m a, al di là delle differenti valutazioni su Napoleone e la sua era, em ergeva un giudizio concorde sul ruolo decisivo dell’esercito nella form azione di un nuovo ethos pubblico. L’esercito, figlio della Rivoluzione francese, fondato sulla coscrizione, si presentava com e depositario dei valori fondanti della civiltà post-rivoluzionaria, ossia am ore di patria, possibilità di ascesa sociale, educazione virile. Il nuovo soldato “fa della vita m ilitare un nobile e generoso sacrifizio della patria dal dì che indossa la m ilitare divisa, s’im pegna da quel giorno a spargere il sangue per la difesa e la conservazione delle sostanze e della persona di quegli stessi sconosciuti cittadini che lo riguardano com e carico inutile se non dannoso per lo stato”90 . Nel nuovo esercito valorizzazione delle capacità individuali e elem enti solidaristici si fondevano insiem e, delineando per le giovane reclute un percorso di ascesa sociale e di presa di coscienza di valori patriottici: “giovani destinati dalla sorte al servizio militare Cit. in F. Mincone, Antonio Lissoni, p. 338. Antonio Lissoni, Difesa dell’onore delle arm i italiane oltraggiato dal signor di Balzac nelle sue Scene della vita parigina, Milano, Rusconi, 1837, p. 6. 89 L. Mascilli Migliorini, Il m ito dell’eroe, p. 39. 90 Cesare De Laugier, Gli italiani in Russia, cit. in L. Mascilli Migliorini, Il m ito dell’eroe, p. 49. 87
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uscivano dal seno delle loro fam iglie con la m ente turbata, m a non corrotta da queste antipatriottiche esclam azioni e disgraziate lagnanze. Infatti appena entravasi nelle fila com poste da tanti bravi, andavano non solo perdendo le casalinghe im pressioni, m a acquistavano speditamente e con forza le opinioni da cui si trovavano circondati”91 e quindi “inebriati dall’am ore della gloria e della patria, dall’onore, dal desio di schiudersi una rapida e luminosa carriera davansi totalm ente in preda a così sublim i sentimenti, assai più om ogenei colla civilizzazione del secolo e col loro nuovo stato”92 . Dunque era all’interno di questo nuovo tipo di esercito che gli italiani potevano m ostrare le loro attitudini guerriere. Anche Vacani, certo poco incline a nostalgie politiche napoleoniche, riconosceva che era stato il nuovo ordinamento m ilitare a fare in m odo che “lo spirito guerriero (...) parve ripigliarsi l’antica vita e inspirare nuova bram a di segnalarsi sui cam pi di battaglia”93 . Un esercito nel quale “la nostra disciplina, la nostra virtù m ilitare e la superiorità delle nostre evoluzioni” garantivano alle truppe italiane di guadagnarsi “con poca gente (…) tanta gloria” (Lissoni) 94 . Luigi Blanch vedeva realizzarsi nelle arm ate napoleoniche il passaggio dal “coraggio individuale” alla “disciplina, l’abitudine, l’educazione m ilitare”95, m entre il giovane Balbo m aturava negli anni francesi, anche di fronte allo “spettacolo del grande esercito, quantunque in isconfitta”96 , l’idea che quel tipo di esercito fosse depositario di valori nuovi, che erano ben diversi da quelli degli eserciti di antico regim e e che avrebbero segnato le future guerre: “credete voi per esempio, che vi sia in Piemonte spirito m ilitare per le guerre a lui destinate? No certo; i piem ontesi sono pronti a com battere com e già si com batteva un secolo fa da tutti, per l’onore del nom e, per vaghezza di gloria, perché il mestiere delle arm i è bello (…) Non v’ha orm ai nazione Europea che non sia m ostrata capace di tutto un altro (…) Noi da cittadini Spartani (…) dovremmo prepararci a com battere e m orire, non con brio. Né per la gloria, m a con ferocia e per la Patria”97. Balbo sarebbe tornato ripetutam ente su questi tem i nei suoi scritti politici e storici (vedi infra), m a essi sono presenti anche in una breve novella, Toniotto e Maria (1829). La tram a è quella tipica dei rom anzi dei coscritti, un genere che proprio dopo le cam pagne napoleoniche conosceva una significativa fioritura 98 . Un giovane contadino piem ontese 91 Cesare De Laugier, Fasti e vicende di guerra dei popoli italiani dal 180 1 al 1815, o Mem orie di un ufficiale per servire alla storia d’Italia nel suddetto periodo, Italia (Firenze), (V. Battelli), 1829, tomo I, p. 257. 92 Ivi, p. 258. 93 C. Vacani, Storia delle cam pagne, p. 269. 94 Cit. in Piero Del Negro, Introduzione, in Id. (a cura di), Lo spirito m ilitare degli italiani, Padova, Offset Invicta, 20 0 2, p. 15. 95 Luigi Blanch, Il Regno di Napoli dal 180 1 al 180 6, ora in Id., Scritti storici, a cura di Benedetto Croce, Bari, Laterza, 1945, vol. I, p. 375. 96 Cesare Balbo, Autobiografia (1844), in Ercole Ricotti, Della vita e degli scritti di Cesare Balbo, Firenze, Felice Le Monnier, 1856, p. 336. 97 Cit. in Ettore Passerin D’Entrèves, La giovinezza di Cesare Balbo, Firenze, Le Monnier, 1940 , p. 87. 98 Ad esem pio Davide Bertolotti nel 1823 aveva scritto un rom anzo Il ritorno dalla Russia che ha una tram a pressoché identica a quella della novella di Balbo; m utavano solo
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è costretto a lasciare l’am ata perché chiam ato alle arm i; segue le arm ate napoleoniche in mezza Europa, facendosi onore, m a in Russia viene dato per m orto. Maria che lo ha aspettato fino a quel mom ento, lacerata dal ricordo ancora vivo dell’am ato, deve sposarsi perché povera e lo fa con un bravo giovane am ico di Toniotto, il quale però a sorpresa ricom pare alcuni anni dopo nel villaggio. Il ritorno di Toniotto non provoca dram m i: Toniotto accetta la scelta di Maria, frequenta in am icizia la sua casa, riprende il lavoro di contadino, m a in realtà considera orm ai la sua vita priva di senso e il suo destino segnato. Pochi m esi dopo, orm ai svuotato di forze e energie m orali, m uore. In questo racconto, che si iscrive nell’orizzonte culturale e religioso del giovane Balbo (com passione per i contadini, accettazione cristiana del destino), l’esercito che pure aveva strappato Toniotto al suo felice futuro, assum e connotati positivi. Toniotto riesce a fare carriera rapidam ente (fino a diventare quasi ufficiale), grazie al suo coraggio (era l’“onor poi de’ piem ontesi di tutto l’esercito”) e al sem plice fatto di sapere leggere e scrivere. E l’aver m ilitato nell’arm ata prepara il suo anim o alle prove più dolorose che lo aspettano al suo ritorno a casa: così il narratore – un m aestro di scuola – può dire che “la lunga vita da soldato l’avea sì avvezzo a rispettare il dovere e la guerra gli aveva sì insegnato a indurirsi contro la disgrazia, che io ci metterei quanto ho al m ondo che suo cuore non fu m acchiato m ai né d’un pensiero. Ed io l’ho creduto sem pre che quest’educazione della guerra sia pure la più bella e buona educazione che possa avere un uom o; né honne veduto tornar nessuno se non m igliore”99 . Nell’Italia della Restaurazione non erano peraltro solo i reduci dell’esperienza napoleonica a vedere in quel m odello di esercito un fattore di ‘incivilim ento’ e di progresso. In gran parte degli stati restaurati quello che era stato dipinto negli anni francesi com e il ‘flagello’ della coscrizione era stato in qualche m odo fatto rivivere. Aveva assunto certo form e m eno invasive che nel recente passato, le aliquote dei cittadini chiam ati sotto le armi erano m olto basse, la coscrizione in alcuni casi era stata cam uffata con nom i che sapevano d’antico (ad esem pio in Piem onte) 10 0 , m a restava il fatto che persino in uno stato ben poco m ilitare com e il Granducato di Toscana era stato introdotto per legge il principio della coscri-
l’ambientazione (la provincia francese) e la tragicità dell’epilogo (il suicidio con la pistola del coscritto creduto morto). Però al contrario della novella di Balbo che tra le pieghe introduce tem i politici (il ruolo dell’esercito, l’appello finale all’Italia), nel caso di Bertolotti si tratta di “pura evasione sentim entale. Il tem a politico è rim osso: il prim ato spetta al cuore, ai suoi palpiti, alla mutevole casistica delle lacrim e versate per desideri inappagati. La dialettica ortisiana di am ore e patria è un ricordo lontano” (Gino Tellini, Sul Rom anzo storico di prim o Ottocento. Foscolo e lo sperim entalism o degli anni Venti (http:/ / www.nuovorinascimento.org/ n-rinasc/ saggi/ pdf/ tellini/ roman80 0 .pdf, im m esso in rete il 5 febbraio 1997). 99 Cesare Balbo, Toniotto e Maria (in Quattro novelle narrate da un m aestro di scuola, Torino, Pom ba, 1829), ora in Id., Novelle, Firenze, Le Monnier, 1858, p. 53. 10 0 Sull’ordinam ento degli eserciti della Restaurazione cfr. Virgilio Ilari, Storia del servizio m ilitare in Italia. Vol. I Dall'‘Ordinanza fiorentina’ di Machiavelli alla costituzione dell’Esercito italiano (150 6-1870 ), Roma, Centro militare di studi strategici – “Rivista m ilitare”, 1989, pp. 20 0 e ss.
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zione 10 1. Per i governi della penisola la leva garantiva un afflusso costante di uom ini a costi inferiori e perm etteva di avere una forza efficace tanto nell’ordine pubblico quanto in eventuali guerre di ‘m assa’. Gli argom enti con i quali i governi della Restaurazione la giustificavano non erano certo quelli del periodo rivoluzionario, che stabilivano un nesso cogente tra difesa in arm i della patria e cittadinanza politica. L’esercito fondato sulla coscrizione invece era presentato com e fattore di progresso civile e di stabilizzazione del Regno, in grado peraltro di valorizzare le forze vive della (piccola) patria e di legarle più strettamente al sovrano. Vittorio Em anuele I vedeva nella leva il riconoscim ento di uno spirito “innato nella Nazione Piem ontese d’am ore al sovrano, alla Patria ed ardore m ilitare”10 2 . Anche per Oudinot, autore del più com pleto trattato sulle forze militari nella Penisola: “le sentim ent monarchique qui confond dans une m êm e pensée l’attachement au souverain et au pays, ne peut être que fécond en heureux résultats chez les peuples où tout citoyen est indistinctement appelé dans les rangs, et dont les arm ées nationales offrent autant de garanties contre l’oppression du dedans que contre celle du dehors”10 3 . Se i governi vedevano nella coscrizione uno strum ento efficace per consolidare il loro potere, alcuni am bienti patriottici attribuivano invece alla coscrizione un ruolo nazionale e finanche eversivo. Per Santorre di Santarosa “Bonaparte col flagello della sua m ilitare coscrizione, apparecchiava, non volendo, i giorni della guerra italiana”; infatti in quel “farsi tutti uom ini m ilitari” rintracciava le basi di una “rivoluzione m ilitare, insieme e nazionale”10 4 . Invece di rafforzare le m onarchie la coscrizione poteva destabilizzarle, com e osservava Colletta a proposito del regno delle Due Sicilie: “il m odo di comporre gli eserciti per coscrizione (…) tirando principio dall’eguaglianza fra cittadini appartiene alla novella civiltà; e quindi ne paesi liberi e di leggi uguali fa m igliore l’esercito m a i suoi benefizii si disperdono sotto governi arbitrarii che voglion discipline varie ed a piacim ento del re favori o rigidezze Ed arreca danno certo a governi odiati per le opinioni di patria e di fam iglia che i coscritti portano nell’esercito (…) Egli è dunque im possibile form are per coscrizione esercito servo passivo cieco ad ogni ubbidienza E senza la coscrizione è im possibile a dì nostri raccorrere un tanto num ero di m ili10 1 Si tratta della legge del 8 agosto 1826; cfr. Niccolò Giorgetti, Le arm i toscane e le occupazioni straniere in Toscana (1537-1860 ), Città di Castello, Tipografia dell’Unione arti grafiche, 1916, vol. 3, cap. XXX. Sui dibattiti degli anni Venti che portano a questa legge cfr. Luigi Mascilli Migliorini, I ‘reduci’ nella Toscana post-napoleonica: ordinam enti m ilitari e problem i di m entalità, in Ivan Tognarini (a cura di), La Toscana nell’età rivoluzionaria e napoleonica, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1985, pp. 659-670 . 10 2 Cit. in Piero Del Negro, ‘Die Tendenz ist die Ganze Nation zu m ilitarisen’. Le politiche m ilitari della Restaurazione sabauda da Vittorio Em anuele I a Carlo Felice, in Om bre e luci della Restaurazione. Trasform azioni e continuità istituzionali nei territori del Regno di Sardegna, Roma, Ministero per i beni culturali e am bientali, 1997, p. 245. 10 3 Nicholas Charles Victor Oudinot, De l'Italie et de ses forces m ilitaires, Paris, Anselin, 1835, p. 82. 10 4 Cit. in Piero Del Negro, L’esercito italiano da Napoleone a Vittorio Veneto: fattore di identità nazionale?, in Sergio Bertelli (a cura di), La chiom a della vittoria. Scritti sull'identità degli italiani dall'unità alla seconda Repubblica, Firenze, Ponte alle Grazie, 1997, p. 62.
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zie assoldate ed averle buone. Contrasto inesplicabile che spinge i governi assoluti alla ruina ed i popoli alla civiltà”10 5. Questa contraddizione tra esercito di coscritti e stato assoluto era considerata da Ricciardi addirittura com e una delle risorse per il buon esito del risorgim ento nazionale: “dovunque l’esercito si com pone di cittadini, e non uom ini prezzolati, la soldatesca partecipa presto o tardi, e più o m eno vivacem ente, alle opinioni e alle voglie della nazione” e adduceva a prova di ciò la presenza attiva di parti dell’esercito in tutti i tentativi insurrezionali tra gli anni Venti e Quaranta 10 6 . Lo stesso Mazzini coglieva le potenzialità rivoluzionarie di un esercito form ato di cittadini, quando nel 1834 in occasione della tentata insurrezione in Savoia indirizzava un proclam a ai soldati nel quale li chiam ava “figli del popolo” e li invitava a unirsi ai rivoltosi: “siate soldati cittadini, com e noi sarem o cittadini-soldati”10 7. Ma ad attribuire all’esercito dei coscritti una possibile vocazione patriottica, senza però assegnargli alcun ruolo rivoluzionario, furono soprattutto quegli esponenti del m ondo m ilitare e intellettuale piem ontese che cercavano di delineare una via dinastico-nazionale al risorgim ento italiano e che in quest’ottica intendevano recuperare anche la tradizione m ilitare sabauda. Già nel Dizionario Militare Italiano di Giuseppe Grassi (1817), che voleva fornire una lingua propria alle “armi d’Italia”, la ricostruzione delle vicende m ilitari italiane vedeva affiancati com e fondam entali punti di riferim ento Machiavelli e Emanuele Filiberto: il prim o com e colui che aveva indicato la necessità del connubio tra potere indipendente e “arm e proprie”; il secondo che aveva portato “i bellicosi suoi popoli” ad “una prim iera indipendenza”, “dando loro arm i nazionali, e m ilitari istituzioni”. Scrive Barberis: “Machiavelli ispiratore, Em anuele Filiberto fondatore, lo Stato sabaudo prom otore politico divenivano così la sequenza su cui si poteva im bastire un’idea della tradizione m ilitare sabauda già coniugata con una prospettiva nazionale italiana”10 8 . Questa sequenza era resa più esplicita in senso patriottico da Cesare Balbo diversi anni dopo. Dissentendo dalla ricostruzione sism ondiana, Balbo sosteneva che la m ilizia dei com uni italiani era stata certo “la prim a, la vera m ilizia italiana”, m a in quel contesto le virtù m ilitari italiane si erano m anifestate per lo più “da Italiani contro italiani”. Queste virtù si possono esercitare veram ente quando c’è “la patria da difendere o prom uovere, non una città, un tirannuccio, una parte o una classe contro l’altra”. Prim a la guerra civile e poi l’affidarsi ad arm i m ercenarie fecero “perdere ogni tradizione, ogni virtù, ogni spirito m ilitare”10 9 . Quindi nonostante quello che dicevano i “lodatori” dei condottieri, non vi furono esem pi di vere arm i italiane fino alle riform e di Ma10 5 Piero Colletta, Storia del ream e di Napoli dal 1734 al 1825, Capolago, Tipografia Elvetica, 1834, vol. IV, p. 53. 10 6 Giuseppe Ricciardi, Conforti all’Italia, pp. 20 -21. 10 7 Giuseppe Mazzini, Proclam a ai soldati, Savoia, gennaio 1834, in Id., Scritti editi ed inediti, vol III, p. 345. 10 8 Walter Barberis, Le arm i del Principe. La tradizione m ilitare sabauda, Torino, Einaudi, 1988, p. 297. 10 9 Cesare Balbo, Pensieri sulla storia d’Italia, p. 157. L’opera pubblicata postuma fu redatta all’inizio degli anni Quaranta.
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chiavelli, che però non ebbero m odo di realizzarsi. Così il prim o “istitutore delle arm i italiane che sien durate e cresciute fino ai nostri dì” era stato Em anuele Filiberto con i suoi reggimenti provinciali: “da quel dì, vi fu un esercito italiano e si può far una storia non più interrotta”110 . Alla voce di Balbo si affiancavano quelle – scrive Barberis – dei suoi am ici ‘alfieriani’ che, “m entre ignoravano ogni contenuto tecnico del mestiere m ilitare, ostentavano una loro consapevolezza del m om ento politico profetizzando per l’esercito piem ontese un ruolo decisivo nel processo di unificazione italiana; il Provana afferm ava che l’esercito sabaudo sarebbe stato il ‘cardine della futura salvezza d’Italia’; Santorre di Santarosa già reclam ava allo scopo un’armata di sessantam ila uom ini”111. Dunque nell’Italia della Restaurazione emerge una narrativa dell’italiano guerriero, della tradizione m ilitare italiana, dei m ezzi utili per risollevare l’onore perduto e per em ancipare la nazione che faceva perno sull’esercito: un esercito erede dell’esperienza napoleonica m a anche di una gloriosa tradizione autoctona (il Piem onte ed anche il Regno delle Due Sicilie 112 ), potenziale fucina dell’incivilim ento e del progresso, e soprattutto capace di m obilitare e guidare la nazione alla riscossa. Negli anni Quaranta questo im m aginario si traduceva in progetti o m eglio ‘speranze’ di ‘m ilitarizzazione’ della società e di trasform azione degli eserciti d’Italia in senso com piutam ente nazionale. Così nelle Speranze d’Italia Balbo auspicava che i principi italiani investissero risorse nell’esercito, in quanto “io dico che in Italia, al dì d'oggi, non è spesa così ben fatta, com e quella che si fa da due principi italiani per tener su due eserciti nazionali. E non solo perché sarebbono necessari all'occasione, che sarebbe ragione sufficientissim a quantunque lontana; m a per quest'altra presente e non m eno im portante, che gli eserciti sono uno de' m igliori. o forse il m iglior m odo di conservare ed accrescere l'operosità, d'im pedire l'ozio italiano, di salvarci da un nuovo Seicento. Eccettuando nelle professioni m ateriali quella degli agricoltori, e nelle intellettuali il sacerdozio (…); di tutte le altre professioni m ateriali ed intellettuali, la m ilitare è forse la più sana al corpo insiem e ed all'anim o”113 . L’esercito dunque aveva una funzione decisiva non solo per una futura guerra, m a soprattutto per risollevare le condizioni m orali della nazione, presupposto fondam entale del Risorgimento: “ne' paesi dove i giovani sono occupati nell'arm i, i più colti in quelle che si chiam an dotte, e quasi tutti nell'altre, l'ozio ed il vizio non avendo agio a m oltiplicarsi nell'età e nella condizione corruttrici, non ne scendono con tanta forza sull'altre, e vi sono in tutto incom parabilmente più rari. E quindi, persistete voi a tor dieci, venti, o cinquanta m ilioni dal capitolo guerra del bilancio dello Stato? Sia pure. Ma riponeteli nel capitolo pubblica operosità, dalla quale dipende poi il serbar ciò che Ivi, p. 158. W. Barberis, Le arm i del Principe, p. 30 1. 112 A partire dagli anni Trenta sono soprattutto D’Ayala e Pepe che cercano di ricostruire una tradizione militare napoletana e di legarla alle sorti del risorgim ento m ilitare della nazione; cfr. Mariano D’Ayala, Mem orie storico-m ilitari dal 1734 al 1815, Napoli, tipi di F. Fernades, 1835; Id, Le vite dei più celebri capitani e soldati napoletani dalla giornata di Bitonto ai giorni nostri, Napoli, stam peria dell’”Iride”, 1841; Guglielmo Pepe, Sull’esercito delle Due Sicilie. 113 Cesare Balbo, Delle Speranze d’Italia, Capolago, Tipografia Elvetica, 1844 (2° ed.), p. 212. 110
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ci resta, il riacquistar ciò che ci m anca di tutte le virtù nazionali”114 . Durando riteneva che questo esercito capace di liberare la nazione esistesse già in larga parte, soprattutto in Piemonte e nel Regno delle Due Sicilie, e difendeva la ‘m ilitarizzazione’ in atto in questi stati: “in Piem onte da secoli rem oti esistono vigorose istituzioni, le quali salirono a grande increm ento in questi ultim i anni: Napoli si è data anch'ella a rinvigorire il popolo col m ilitarizzarlo, e dee persistere nella santa opera senza punto lasciarsene stornare dalla procacità di quegli ingegni pericolosi, i quali non pensando che Achille nacque prim a d'Om ero, stim ano potersi l'Austria sfondare con altri m ezzi che con quelli delle artiglierie. Perché il valore individuale, di cui non difettiam o, passando a esser collettivo, diventi una grande forza sociale, ci bisogna una potente idea m otrice, confortata da saldi ordinamenti”115. La guerra imm aginata da Durando è difensiva e fondata sugli eserciti regolari, anche perché le m asse appaiono distanti dall’idea nazionale: “se noi fondiamo le nostre speranze più sull'ordinamento che sulle moltitudini, gli è perché ai nostri occhi queste non esistono o alm eno non quali esser dovrebbero (...) Noi siamo sette o otto province, o masse segregate, di cui poco più che la superficie è affratellata nel sentimento com une della nazionalità italiana, m a di cui gli ultim i strati poco arm onizzano ancora coi superiori”116 . Alla chiusura verso la guerra di popolo, si accompagnava però l’idea che fosse necessario creare istituzioni rappresentative (“è forza, che prim a delle artiglierie, tuonino le tribune”), non solo per fare sì che “gl'Italiani tutti aspirino a com partecipare ai nostri destini”, m a anche per sviluppare “le forze m orali degli eserciti nostri”. Anche per Guglielm o Pepe la form azione dell’esercito della nazione passava attraverso la presenza di istituzioni libere: “là dove ogni cittadino trova nella felicità generale il suo benessere particolare; là dove il rifiuto di concorrere alla difesa com une è una viltà pubblica; là dove il legislatore considera l’educazione m ilitare di tutti i cittadini come il baluardo dell'indipendenza del paese, là solam ente c'è un popolo invincibile (...) Per arrivare a questa gloria, è necessario che la nazione sia in possesso di istituzioni completamente liberali”117. Dunque solo nei governi ‘liberi’ l’esercito diventava strum ento di educazione m orale, di sviluppo sociale, di vera scuola della nazione, al contrario di quanto accadeva nei governi assoluti: “presso un popolo retto da un governo assoluto, non c'è affatto educazione m ilitare tra i cittadini che com pongono le truppe. Le ricom pense si accordano più spesso all’intrigo; le azioni più nobili e le più vili sono proclam ate o nascoste secondo la volontà del principe e dei suoi m inistri. Non c'è per il soldato alcuna ricom pensa m orale; infine, nessun perfezionamento negli individui. Noi dimostrerem o più Ivi, p. 214. Giacom o Durando, Della nazionalità italiana, p. 232. Nella nota a com m ento di queste parole Durando segnava il distacco di questa sua lettura dell’Italia m ilitare da quella romantico-letteraria: “Mal risponde ai bisogni nostri la letteratura, quando prende a beffarsi delle istituzioni, in cui dobbiamo riporre gran parte delle nostre speranze. Ognuno attenda al suo mestiere; i poeti a tener vive le m emorie dell'eroismo passato; gli statisti a disporre quello de' tem pi avvenire, costituendo una forte milizia italiana”. 116 Ivi, p. 244. 117 Guglielm o Pepe, L’Italia m ilitare, pp. 8-9. 114
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avanti che, necessariamente, questi inconvenienti non esistono affatto presso le nazioni libere”118 . Nel disegnare i caratteri dell’esercito della nazione 119 , Pepe guardava al m odello francese rivoluzionario-napoleonico (guardia nazionale, milizia, arm ata regolare), cercando di conciliarne organizzazione e valori con un ordito istituzionale di tipo liberale, e comunque non prefigurando una estensione universale della cittadinanza politica in funzione di quella m ilitare. In conclusione, sia pur con orizzonti politici, esperienze, finalità differenti, Durando, Balbo, Pepe delineavano un esercito della nazione che fosse espressione di regim i politici liberi e che istillasse nelle popolazioni l’am or di patria, però senza che l’‘ardore patriottico’ sovvertisse disciplina, ordine, gerarchie, né che la chiam ata alle arm i di tutta la nazione rappresentasse l’anticamera di regim i ‘popolari’ e democratici. Quello che emergeva dai loro scritti dunque era la ricerca di una mediazione tra l’esercito-m acchina e dell’onore di ascendenza napoleonica 120 , e il m odello del cittadino in arm i: da un lato l’esercito regolare veniva riabilitato e declinato in senso nazional-patriottico, dall’altro il legam e tra accesso alle arm i e accesso pieno alla cittadinanza politica era sfum ato (Pepe) o negato. Una narrativa e una proposta politico-m ilitare che però appariva debole se confrontata con quella dem ocratica: non chiariva com e sarebbe iniziata la liberazione d’Italia; cercava di conciliare m odelli per certi versi antitetici (esercito regolare e nazione arm ata); confidava nella volontà dei governi della penisola (in prim o luogo quello piem ontese) di rinnovare profondam ente i propri ordinam enti politici e m ilitari in vista della guerra di liberazione nazionale. Proprio su questo versante alla vigilia del 1848 si manifestavano evidenti segnali di chiusura da parte dell’establishm ent politico-m ilitare. Nel 1847 in Piem onte la richiesta di form are una guardia nazionale, istituzione attraverso la quale si declinava nella stagione prerivoluzionaria la nazione in arm i, veniva respinta dal m inistro sardo Villam arina con l’argomento che istituzioni di questo genere esistevano già nel Regno dai tem pi di Em anuele Filiberto 121. E Alberto La Marm ora difendeva il “ruvido ferro” dei m ilitari contro “la baionetta intelligente”, “triplice bestem m ia, m ilitare, sociale, politica, parto di qualche cervello di pancotto”. In battaglia “contro truppa disciplinata e ben provveduta” è necessario saper “ricevere la m orte senza m over di fila per tutto il tem po della zuffa per giornate intere, e senza cavare si può dire la spada, (...) reggere senza m orm orare alle m arce forzate, alle inclem enze, alle privazioni di ogni genere”122 . Lo stesso Balbo, di fronte ad una possibile m essa in discussione della m issione patriottica dell’esercito pieId., Mem oria su i m ezzi che m enano all’italiana indipendenza, Parigi, Paulin, 1833, p. 39. Gli scritti di Pepe m uovono dall’idea che l’Italia si sia resa in qualche m odo libera alm eno in una sua parte (il Mezzogiorno), possa organizzare un esercito in queste zone e si debba difendere dall’attacco austriaco. 120 Cfr. J ohn A. Lynn, Tow ard an Arm y of Honor. The Moral Evolution of French Arm y , 1789-1815, “French Historical Studies”, 1989, n. 1, pp. 152-173. 121 Bianca Montale, Dall'assolutism o settecentesco alle libertà costituzionali. Em anuele Pes di Villam arina (1777-1852), Rom a, Istituto per la storia del Risorgimento italiano, 1973, p. 255. 122 Cit. in Enrico Francia, Le baionette intelligenti. La guardia nazionale nell’Italia liberale (1848-1876), Bologna, Mulino, 1999, p. 36. 118
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m ontese, si preoccupava di attribuire ad esso il carattere di forza ‘nazionale’ e ‘liberale’, “vero palladio dell’indipendenza cioè di tutto il risorgimento nazionale”123 . La condotta della guerra e i suoi esiti avrebbero presto m ostrato che questa fiducia era decisam ente m al riposta. Cesure e ricom posizioni Il Quarantotto rappresenta il m om ento in cui questi im m aginari e queste proposte si confrontano con la realtà delle insurrezioni e della guerra. All’inizio il m odello romantico-dem ocratico sembra trovare una visibile e per certi versi eclatante realizzazione: non nelle guerriglie sul m odello spagnolo che di fatto non vengono attuate neanche da Garibaldi124 , m a nel nuovo Vespro della rivoluzione palerm itana, nel grande successo del volontariato, nella definizione della guerra com e guerra santa e crociata, negli eroi che popolano i cam pi di battaglia. Invece gli eserciti regolari non assum ono certo quel carattere nazionale auspicato dagli scrittori m oderati: l’esercito piem ontese appare ben poco perm eabile agli ideali patriottico-nazionali125, né il governo ha la volontà e la forza per arrivare ad una vera m obilitazione m ilitare del paese; l’esercito napoletano è fedele al suo Re, che lo usa per l’ordine interno, e solo il contingente di Pepe raggiunge la pianura lom barda; Stato pontificio e Granducato di Toscana, dopo aver fatto proclam i sull’allargamento della leva, si lim itano a contingenti regolari m olto ridotti per paura di turbare l’ordine sociale 126 . Eppure dal disastro quarantottesco a perdere forza e vigore è proprio il m odello romantico-dem ocratico, sottoposto a dura requisitoria da Pisacane. Il patriota napoletano infatti non solo rigettava la guerra “Il Risorgim ento”, n. 13, 17 gennaio 1848. Cfr. Piero Del Negro, Garibaldi e la guerriglia, in Garibaldi generale della libertà. Atti del Convegno internazionale, Roma 29-31 m aggio 1982, Roma, Ufficio storico SME, 1984, pp. 10 3-130 . 125 Nel m omento in cui erano chiam ati a guidare la liberazione dell’Italia, generali e ufficiali sentivano paradossalm ente rafforzati i caratteri originari della loro piemontesità. Scriveva ad esem pio Collegno a Dabormida: “è vero che si è operato in me un cambiamento grande in queste poche settim ane. Ero italiano; ora, senza cessare di essere italiano, m i ritengo a gloria di appartenere a quella parte d’Italia che si chiama Piem onte” (cit. in W. Barberis, L’elm o di Scipio, in Id. (a cura di), Storia d'Italia. Annali 18. Guerra e pace, p. 30 ). L’orgogliosa rivendicazione della superiore tradizione m ilitare sabauda, sentita quasi come tratto “fisiognom ico ineguagliabile e incancellabile”, da un lato contribuiva a legittimare l’egemonia politica e militare che si stava realizzando, dall’altro rendeva irrealistico una trasform azione dell’esercito in senso nazionale. Scarsa perm eabilità ai valori nazionali si ritrovano nelle parole di Ferdinando di Savoia che nella sua relazione alla com m issione d’inchiesta sulla guerra confessava che gli ufficiali piemontesi si erano trovati “a com battere per una causa (quella nazionale) la quale era grande e generosa, se si vuole, m a affatto opposta a tutti i principi in cui (erano) stati allevati” (cit. in Comando del corpo di stato m aggiore – Ufficio storico, Relazioni e rapporti finali sulla cam pagna del 1848 nell’Alta Italia, a cura di Alberto Cavaciocchi, Nicola Brancaccio, Carlo Paganelli e Martino Gimm elli, 3 voll., Roma, Laboratorio tipografico del Com ando del corpo di stato maggiore, 190 8-1910 , I, p. 277). 126 Su questi aspetti rimane ancora fondam entale P. Pieri, Storia m ilitare del Risorgim ento. 123 124
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per bande “infanzia dell’arte m ilitare”, m a criticava aspram ente il m ito rom antico dell’eroe che quel tipo di guerra sollecitava (“genera culti individuali, perniciosi e vergognosi per un popolo libero”) e più in generale la strategia m ediaticadiscorsiva dei democratici pre-1848: “credevasi dai giornalisti fare il bene dell’Italia creando delle popolarità e cercando di sostituire dei nom i ai principi che non sapevano propugnare (…) invece di ispirare le idee (il partito repubblicano) si affaticava a creare la popolarità”127. Se l’articolata e radicale proposta m ilitare di Pisacane finiva per rim anere tutto som m ato isolata, Mazzini si produceva nell’ennesim o cambiam ento di strategia (ora prim a le bande e poi l’insurrezione) dagli scarsi effetti concreti128 . Di contro nel m ondo m ilitare sabaudo crebbero le voci per una conversione in senso com piutamente nazionale dell’esercito che si m anifestarono anche quando le riform e La Marm ora andavano in senso del tutto opposto 129 , m entre in alcuni settori del m ondo dem ocratico – quelli calam itati all’interno della Società nazionale – si profilava l’idea di una possibile fusione tra esercito e volontariato. Così per La Masa “una guerra contro lo straniero ha bisogno di eserciti, di popoli arm ati e di organizzazione”, un esercito che diventerà subito nazionale in quanto “la prim a parte della rivoluzione vittoriosa farà nazionali per am ore o per forza i battaglioni che ora sono nem ici tra loro”130 . L’apertura al linguaggio nazionale in alcuni settori dell’esercito regio, da un lato, e la conciliazione tra esercito e nazione arm ata avanzata dai democratici ‘filosabaudi’ dall’altro, apre la strada sia a quel connubio m ilitare cavouriano che avrebbe caratterizzato la guerra del 1859, sia ad uno svuotamento del carattere eversivo e rivoluzionario della ‘nazione arm ata’.
127 Carlo Pisacane, Guerra com battuta in Italia negli anni 1848-1849 (1850 ), cit. in Luciano Russi, Carlo Pisacane. Vita e pensiero di un rivoluzionario, Milano, Il Saggiatore, 1982, pp. 75-76. 128 Cfr. Franco Della Peruta, Teorie m ilitari della dem ocrazia risorgim entale, “Rassegna degli archivi di stato”, a. XLII (1982), nn. 2-3. 129 Cfr. Piero Del Negro, Guerra e politica nel Risorgim ento. La ‘Storia m ilitare del Piem onte’ di Ferdinando Augusto Pinelli, “Rivista storica italiana”, a. XCVIII (1986), n.1, pp. 221-244. 130 Giuseppe La Masa, Della guerra insurrezionale in Italia tendente a conquistare la nazionalità. Mem orie, Torino, a spese dell’autore, 1856, p. 390 .
DOPO IL BICENTENARIO GARIBALDINO Studi, orientam enti storiografici, prospettive di ricerca Eva Cecchinato
Considerazioni prelim inari Tracciando un bilancio, seppur sintetico, del bicentenario garibaldino m i pare opportuno accom pagnare la riflessione sul tem a specifico con alcune considerazioni più vaste sugli studi risorgim entali, a cui m i ha peraltro sollecitato anche la recente curatatela del primo volum e dell’opera UTET su Gli Italiani in guerra 1. Si è trattato di un bicentenario – com e spesso accade – cronologicam ente debordante, conclusosi di fatto non prima dell’estate-autunno 20 0 8, quando si è svolto a Roma un im portante convegno internazionale, che intendeva porsi come appuntam ento di chiusura del bicentenario m azziniano e di quello garibaldino 2 . Individuato dunque il term ine ad quem nella fine del 20 0 8, penso che, volendo inserire il bicentenario in uno scenario più vasto, si possa fissare il term ine a quo nell’uscita dell’Annale Einaudi dedicato al Risorgim ento, pubblicato nei prim i m esi del 20 0 7. Quella del volume curato da Alberto Mario Banti e Paul Ginsborg è un’operazione che dichiaratam ente vuole assum ere un ruolo di rottura, postulando dunque la necessità di una proposta radicalmente nuova, che dia conto di orientamenti già m anifestati negli anni precedenti attraverso una più organica messa a punto: una sintesi di am pio respiro dunque, realizzata tramite verifiche e sperim entazioni di m etodologie e di chiavi di lettura su casi e aspetti specifici. Si tratta – lo si dichiara già nel titolo dell’am pia introduzione firm ata dai due curatori – di proporre una “nuova storia del Risorgim ento” alla quale, nella sua applicazione nel volum e Einaudi, “non si deve chiedere (...) un im pianto tradizionale”, non
1 Fare l’Italia: unità e disunità nel Risorgim ento, a cura di Mario Isnenghi ed Eva Cecchinato (I volume de Gli Italiani in guerra. Conflitti, identità, m em orie dal Risorgim ento ai giorni nostri, direzione scientifica di Mario Isnenghi), Torino, UTET, 20 0 8. 2 In realtà la dim ensione tem porale dilatata assunta dal bicentenario ha fatto sì che non ci fosse quasi soluzione di continuità rispetto ad iniziative legate al 150 ° anniversario della spedizione dei Mille e poi dell’Unità d’Italia. In alcuni casi anche le presentazioni dei volum i che hanno avuto origine dai convegni svoltisi nel 20 0 7-20 0 8 hanno sollecitato nuovi m omenti di riflessione e di dibattito.
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la cronologia dei fatti, i profili dei patrioti, un’equilibrata distribuzione di pagine tra le varie com ponenti del m ovim ento risorgim entale. Perché – continuano i curatori – il senso di questa raccolta è un altro: fare un passo significativo verso una storia diversa del Risorgim ento; una storia che dia respiro alle nuove m etodologie, confrontandosi con altre discipline – l’antropologia, gli studi culturali e di genere, l’analisi dei testi scritti, visivi o m usicali, l’esplorazione dell’im m aginario, la com parazione. Scopo di questo nuovo orientam ento è di far vivere la cultura profonda del Risorgim ento; di osservare la mentalità, i sentimenti, le em ozioni, le traiettorie di vita, i progetti politici e personali degli uom ini e delle donne che al Risorgim ento hanno preso parte. Che sono stati tanti e tante 3 .
E a questo punto si avanza una tesi per m olti versi di rottura, soprattutto nella form ula a cui si ricorre per esprim erla: nelle righe successive si parla infatti di Risorgim ento com e movimento “di m assa”. È un’afferm azione forte: di certo im pegnativa, ma anche resa solida, sostanzialm ente convincente dal m odo in cui, subito dopo, viene declinato questo assunto: vale a dire fornendo innanzitutto un ordine di grandezza, sostenendo cioè che al Risorgim ento “hanno preso attivam ente parte m olte decine di m igliaia di persone; che altre centinaia di m igliaia di persone, spesso vicine a coloro che hanno m ilitato in senso stretto” hanno guardato al fenom eno “con partecipazione, con sim patia sincera o con cauta trepidazione”. Ma la categoria di “m ovim ento di m assa” è persuasiva soprattutto perché la form ula si cala in un contesto m olto preciso, che allo stesso tempo la relativizza e la legittim a. Ci si riferisce infatti ad “una società largam ente analfabeta, che appena com incia a com unicare con i giornali e con il telegrafo, che (…) ancora non viaggia in treno m a a piedi o in carrozza su strade sterrate, e che per m are si m uove con navi a vela e solo tardivamente con approssim ativi piroscafi a vapore”: si sottolinea che è questo il quadro all’interno del quale si deve ragionare, calibrando su di esso le categorie. In tale scenario dunque il num ero degli affiliati alle sette, dei rivoltosi del ’20 -21, degli iscritti alla Giovine Italia, di coloro che scendono in piazza o partono volontari o guerreggiano nell’esercito regolare di Sardegna o organizzano ospedali o servizi di collegam ento nel 1848-49, che tessono tram e insurrezionali nei primi anni cinquanta, che si arruolano volontari nel 1859, nel 1860 e nel 1866, che vanno a votare ai plebisciti, che si affollano ai funerali di Mazzini, di Vittorio Em anuele e di Garibaldi e di altri ancora, è assolutam ente im ponente 4 .
Sono considerazioni che ritengo condivisibili, e che mi sento di suffragare anche sulla base dei m iei studi sul volontariato garibaldino5. Può destare casom ai qualche dubbio, tanto più dopo questa opportuna sottolineatura di dati ‘fattuali’, la scelta dichiarata di prescindere da inquadram enti ‘tradizionali’ che avrebbero invece potuto contestualizzare e dunque rafforzare ulteriormente l’assunto del 3 Alberto Mario Banti e Paul Ginsborg, Per una nuova storia del Risorgim ento, in Storia d’Italia, Annali 22. Il Risorgim ento, a cura di Alberto Mario Banti e Paul Ginsborg, Torino, Einaudi, 20 0 7, p. XXIII. 4 Ivi, pp. XXIII-XIV. 5 Eva Cecchinato, Cam icie rosse. I garibaldini dall’Unità alla Grande Guerra, Roma-Bari, Laterza, 20 0 7.
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Risorgim ento com e “m ovim ento di m assa”. In questo senso ritengo che alcune critiche verso l’Annale Einaudi siano più legittime rispetto a quello che m anca piuttosto che in relazione a quello che c’è, dal m omento che – e credo che la cosa debba essere valutata positivam ente – gli autori e l’insiem e dei saggi restituiscono tutto somm ato uno scenario più m osso di quanto forse gli intenti program m atici farebbero attendere. Su quello che invece m anca – per altro dichiaratamente – mi sem brano da tenere in considerazione le valutazioni consegnate da Stuart Woolf alle ultime righe della recensione inserita nell’Annale SISSCO, nelle quali si indica il rischio che cesure radicali – pur apprezzabili – con la tradizione storiografica e approcci innovativi “si trasform ino a loro volta (...) in nuove ortodossie”6 . Un rischio che, com e ho già accennato, mi pare che poi, nel concreto, venga spesso scongiurato dal m odo in cui, nei singoli saggi, sono affrontati i tem i individuati, m a che si ponga invece rispetto a ciò che rim ane fuori: certo la storia politica e sociale, com e denuncia Woolf nella sua recensione – del resto lo dichiaravano già i curatori – , m a anche, m i sembra, interi pezzi di cultura e di sensibilità, di spirito caratterizzante di un’epoca, di sollecitazioni m obilitanti, vale a dire tutto ciò che ha a che fare con la cultura scientifica in senso lato. L’istanza trasform ativa che dom ina la cultura profonda dell’epoca è invece esclusivam ente collegata alle suggestioni rom antiche, m entre a m io parere non si tratta di porre un’alternativa, m a è piuttosto dal cortocircuito tra rom anticism o e nuovi orizzonti scientifici e tecnici – le cui suggestioni talvolta coesistono negli stessi gruppi e nelle m edesime persone – che si m ette in m ovimento la rivendicazione del diritto-dovere alla trasform azione della realtà e che si afferm a, prim a di tutto, l’idea della sua trasform abilità. Del resto ritengo che un m erito non trascurabile dell’Annale sul Risorgim ento sia stato quello di aver stim olato vaste e articolate discussioni sui propri intenti program m atici e sui risultati che ne sono discesi, com e è avvenuto nelle pagine dedicate da “Passato e presente” a Le em ozioni del Risorgim ento, dove hanno trovato spazio, opportunam ente rielaborati, gli interventi pronunciati a Napoli nell’ottobre del 20 0 7 durante la presentazione del volum e all’Istituto italiano per gli studi filosofici: un dialogo a tre, che ha consentito ad Alberto Mario Banti di rispondere alle sollecitazioni di Daniela Maldini Chiarito e di Paolo Macry. Se la prim a ha espresso soprattutto i giusti apprezzam enti su quanto il volum e è stato in grado di apportare dissodando, come dichiarato in coda all’introduzione, “terreni inusuali, in cerca di nuove scoperte e nuove prospettive sulla vicenda, sulle passioni e sulla cultura del Risorgim ento italiano”7, è da Macry che sono arrivate le più stringenti osservazioni anche sugli aspetti potenzialmente fuorvianti – a partire dal titolo ‘onnicom prensivo’ e contraddittoriam ente ‘tradizionale’ – del lavoro in questione. È innanzitutto la scelta radicalm ente culturalista e la conseguente em arginazione di altri livelli a risultargli particolarmente rischiosa, dal “Il m estiere di storico. Annale”, IX (20 0 8), p. 150 . Banti e Ginsborg, Per una nuova storia del Risorgim ento, in Storia d’Italia, Annali 22. Il Risorgim ento p. XLI. 6
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m om ento che, “se la dim ensione politica è im prescindibile da qualunque costruzione di uno Stato nazionale, essa lo è particolarmente nel caso italiano”8 . Ritorna poi nelle righe di Macry, nella sostanza, quanto era già stato sottolineato – lo si è visto – da Stuart Woolf, vale a dire un certo ram marico nel constatare come, piuttosto che costituire un aperto e prezioso cantiere di ricerca sul linguaggio della nazione, l’Annale abbia finito col proporre “un vero e proprio paradigm a: con tutta l’indiscutibile utilità m a anche con le tipiche rigidità del paradigm a”. L’urgenza di articolazioni e differenziazioni m i pare non trascurabile, e si tratta di un obiettivo che, nell’ottica di Paolo Macry, potrebbe essere raggiunto coniugando il linguaggio nazionale “di scala europea con i suoi contesti politici e con l’uso (politico) che di esso viene fatto volta a volta”. Ma non è solo la dim ensione politica ad essere individuata come l’orizzonte irrinunciabile per differenziare “i cam pi” e concretizzare “le rappresentazioni”, rendendo più dinamica “quell’im m agine unitaria della cultura della nazione”; si m ette infatti ragionevolm ente in evidenza che “analoghe distinzioni potrebbero (...) trovarsi, laddove venisse scandagliata (...) la ricezione di quel canone”. Terreno di ricerca, quest’ultimo, rispetto al quale lo stesso tem a garibaldino potrebbe costituire un am bito da indagare ulteriorm ente, poiché C’è da chiedersi, per fare l’esem pio più vistoso, se l’icona indubbiam ente densa di Garibaldi sia (possa essere) la stessa nell’Italia urbana e in quella rurale, nelle botteghe artigiane e tra i contadini, nei territori austriaci e in quelli borbonici (...).
Un volum e – in questo caso una grande operazione culturale di alta qualità – si può dunque discutere per quello che program m aticam ente ha deciso di non affrontare, o m eglio si può variam ente valutare la legittim ità di un’esclusione. Ma a m aggior ragione si può riflettere sulla consequenzialità rispetto agli intenti o ai presupposti dichiarati su cui un’opera si fonda: nel caso dell’Annale, penso che dalle pagine introduttive, in particolare da quelle che ho citato, si possano legittim am ente ingenerare delle attese. E tanto più si avverte allora la m ancanza di alcuni ancoraggi al contesto, che invece erano stati opportunamente chiam ati in causa nell’introduzione. Perché, per esem pio, laddove si intende indagare proprio la cultura profonda e se ne postula in qualche m odo la trasversalità sociale, non si offre un quadro, seppur panoram ico, dei gradi e dei processi di alfabetizzazione, a cui pure si era fatto cenno per valutare la portata di m assa del Risorgim ento? Ciò potrebbe aprire del resto ulteriori spazi di analisi e di esplorazione, dal m om ento che non si può supporre che per tutti le stesse parole e le stesse form ule avessero il m edesim o significato, che intercettassero le stesse attese, le stesse em ozioni, che sollecitassero lo stesso im m aginario. Inoltre, rispetto alla questione della portata numerica assolutam ente rilevante di chi si im pegnò imbracciando le arm i nel m ovimento risorgim entale, a m io parere non a8 Le em ozioni del Risorgim ento, a cura di Sim onetta Soldani (interventi di Daniela Maldini Chiarito, Paolo Macry, Alberto M. Banti), “Passato e presente”, a. XXVI, n. 75, settembredicem bre 20 0 8, p. 25.
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vrebbe guastato se non un quadro dei concreti m odelli m ilitari di quei decenni, alm eno una discussione sulle culture m ilitari e sulle culture di guerra non esclusivam ente affidata ad un approccio antropologizzante interessato soprattutto ai m odelli di virilità. È vero che non sono passati m olti anni dall’uscita dell’Annale Einaudi dedicato a Guerra e pace9 , m a avrebbe potuto risultare utile e stim olante riprendere le fila del discorso in una nuova ottica. Per finire, un’ultim a annotazione, legata nello specifico alla trattazione di tem i garibaldini: nelle pagine introduttive – e la cosa mi pare am piam ente giustificata – si fa riferim ento alla dim ensione numerica degli arruolamenti volontari com e elem ento a sostegno della tesi Risorgim ento-movim ento di m assa. Ma perché inserire, allora, il saggio sui volontari10 nella sezione dedicata ai Culti della m em oria? Mi sem bra una scelta non neutra, alm eno in parte contraddittoria, potenzialmente fuorviante, legata forse alla predilezione per la lettura dei fenom eni essenzialm ente come pratiche discorsive capaci di costituire delle m appe m entali e delle sollecitazioni em otive. L’Annale Einaudi rappresenta ovviam ente un punto di riferim ento im prescindibile per gli studi risorgim entali, qualunque sia il giudizio che si ritenga di dare sul taglio e le chiavi di lettura adottati. Il prim o volum e 11 dell’opera UTET, pubblicato a circa un anno di distanza dal lavoro curato da Banti e Ginsborg, m a in buona parte concepito e realizzato prim a che esso vedesse la luce, risente essenzialm ente di due ordini di stim oli, il prim o e forse preponderante dei quali è di natura non strettam ente storiografica, legato piuttosto ai diffusi spiriti pregiudizialm ente anticonflittuali – sul piano politico e m orale – dell’attuale discorso pubblico, rispetto ai quali l’intera opera intende porsi in netta ed esplicita controtendenza, costituendo un contraddittorio storicam ente fondato. Del resto il volume UTET non è affatto ostile o insensibile alla “nuova storia del Risorgim ento” proposta dall’Annale Einaudi, in rapporto al quale, in ogni caso, non sente di rappresentare una metodologia ‘vecchia’, pur non rinunciando a ricalibrare accenti e riequilibrare alcune posizioni. Mi sem bra inopportuno, per ovvie ragioni, sofferm arm i troppo sull’opera in questione così com e esprim ere valutazioni di merito sugli esiti e gli obiettivi più o m eno raggiunti. Intendo sem plicem ente accennare ad alcuni elem enti relativi alla struttura: m i pare che sia evidente fin dall’indice non solo la scelta di tenere assiem e quelli che schem aticam ente potrem m o definire fatti e rappresentazioni, m a anche e soprattutto di far dialogare i due livelli sforzandosi com unque di tenerli distinti. La sezione dedicata, nel prim o com e negli altri volum i, agli attori sociali – fortem ente com plem entare, peraltro, rispetto a quella relativa ai ‘luoghi’ – può essere strategica da questo punto di vista: nella categoria trovano spazio le com ponenti sociali propriam ente dette, il genere, la dialettica e le conflittualità tra le opzioni politiche, m a anche, Storia d’Italia. Annali 18. Guerra e pace, a cura di Walter Barberis, Torino, Einaudi, 20 0 2. Eva Cecchinato, Mario Isnenghi, La nazione volontaria, in Storia d’Italia, Annali 22. Il Risorgim ento, pp. 697-720 . 11 Fare l’Italia: unità e disunità nel Risorgim ento, cit. 9
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per esem pio, i m artiri per la patria e i volontari – garibaldini, regi, nazionali e internazionali – affrontati anche m a non solo come “figure profonde” di cui si intrise il m ovim ento risorgim entale. Accanto agli “aspiranti italiani” di confessione cattolica – e ai loro correligionari antirisorgim entali – com paiono anche gli ebrei e i protestanti, attraverso le cui vicende non solo il quadro del discorso nazionale si fa più dinamico, m a non m ancano di rivelarsi i conflitti e le contraddizioni che esso portava al suo interno rispetto ai confini e ai contenuti della cittadinanza. Anche da questo punto di vista, del resto, non è esistito, ci pare, un unico Risorgimento né un univoco discorso sulla e della nazione. Si è dunque tentato di restituire il quadro delle attese, dei progetti, delle insoddisfazioni che il m ovim ento risorgim entale seppe intercettare, delle diverse vie d’accesso al Risorgim ento o delle reazioni oppositive ad esso 12 . Ferm o restando il pieno apprezzam ento e l’adesione all’approccio dichiarato anche a posteriori da Banti – aver voluto guardare “con rispetto e persino con stupore” agli uom ini e alle donne che scelsero di ‘complicarsi la vita’ aderendo “a un sistem a di valori (...) che anim a comunque un m ovim ento eversivo” e per il quale “si viene spiati dalle polizie, arrestati, im prigionati e talvolta anche condannati a m orte”13 – ci è parso insom m a che proprio l’ancoraggio alla dim ensione e ai contenuti politici di queste m ilitanze e di queste suggestioni possa evitare di far apparire com e ‘stranezze’ assai poco affini ai “ragionamenti (...) delle dem ocrazie rappresentative del XX secolo”14 i gesti, gli obiettivi e le em ozioni di quegli uomini e di quelle donne. Se rim ane fondam entale indurre e coltivare la consapevolezza di quello che Marc Bloch chiam ava “esotismo storico”15, percependo e valorizzando la differenza e il cam biam ento anche negli ‘abiti mentali’ degli individui e dei gruppi, abbiam o però ritenuto che non fosse corretto né opportuno accentuare troppo questo distacco ‘antropologico’ in relazione all’Ottocento, poiché non poche delle presunte stranezze irrazionali che contraddistinsero gli uom ini e le donne del Risorgimento possono essere avvicinabili per m olti versi alle passioni politiche che – rispetto a tem pi assai più recenti – tendono a loro volta ad essere liquidate nel discorso pubblico diffuso com e funeste m aterializzazioni dell’‘ideologia’.
12 Mi riferisco in particolare ai saggi su Austriaci e austriacanti, I “conflitti” di Pio IX , L’ultim o dei Borboni. Francesco II, L’Antirisorgim ento e per certi versi Chiesa, cattolici e costruzione dello Stato, firm ati rispettivam ente da Marco Meriggi, Giovanni Miccoli, Renata De Lorenzo, J ohn Davis e Giovanni Vian. Non mi pare invece che Le guerre del brigantaggio – declinate non a caso al plurale da Davis – possano essere lette univocam ente, in tutte le loro im plicazioni e le loro radici, com e m ovim ento antirisorgim entale, m a debbano essere piuttosto interpretate com e appendice, strascico, prolungamento dei conflitti direttam ente e indirettam ente sollecitati o resi possibili dalle rivoluzioni e dalle guerre del Risorgim ento. 13 Le em ozioni del Risorgim ento, p. 28. 14 Ivi, p. 29. 15 Si veda ora Francesco Pitocco, Marc Bloch: una ‘storia viva e m ilitante’, in Storici e storia, Torino, Einaudi, 1997 [tit. orig. Histoire et historiens, Paris, Arm and Colin Editeur, 1995], p. LIV.
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Un bicentenario ‘conflittuale’ poco guerresco Passando ora ad analizzare le tendenze em erse nel panoram a editoriale specifico del bicentenario garibaldino, è necessario fare innanzitutto delle distinzioni relative alla genesi dei diversi lavori. Ci sono opere originali o riedizioni sollecitate direttam ente dalla ricorrenza: il Garibaldi fu ferito di Mario Isnenghi che rientra nella prim a tipologia; o la riproposizione della biografia garibaldina di Alfonso Scirocco 16 , uscita qualche anno fa e ripubblicata da Laterza nel 20 0 7, un’opera non priva di intenti divulgativi, che rim ane com unque un punto di riferim ento affidabile, autorevole, senza dubbio tradizionale, m a nelle sue linee essenziali non invecchiata. Ci sono libri, com e il m io Cam icie rosse, che arrivano al bicentenario per caso, per una propizia congiuntura tem porale. Ci sono poi le opere uscite sull’onda dell’anniversario, orm ai nel 20 0 8, a cui è concessa quindi l’opportunità m a è im posta anche la responsabilità di tenere conto di ciò che già è stato scritto nei mesi im m ediatam ente precedenti, com ’è per esem pio per il Garibaldi taum aturgo di Dino Mengozzi o, a m aggior ragione, date le tem atiche affrontate, per la sintesi di Maurizio Degl’Innocenti, Garibaldi e l’Ottocento: nazione, popolo, volontariato, associazione, editi entram bi da Lacaita. Ciò prem esso, si possono individuare alcuni filoni negli studi garibaldini più recenti, m a anche degli orientam enti generali che costituiscono un com une denom inatore, e che caratterizzano le opere appena citate di Mengozzi e Degl'Innocenti, m a anche il libro di Mario Isnenghi17, che restituisce un Garibaldi polisem ico e conflittuale, o l’opera di Lucy Riall dedicata all’Invenzione di un eroe18 , o, infine, il mio studio sulle Cam icie rosse dall’Unità alla Grande Guerra 19 . Se si devono ovviamente distinguere le opere centrate su Garibaldi da quelle dedicate alla tradizione garibaldina, m i pare che entrambe le tipologie tradiscano la tendenza ad affrontare il garibaldinismo e la stessa figura e il m ito del Generale sul lungo periodo, e attraverso una dim ensione spaziale a cui finiscono per stare stretti, m olto opportunam ente, i confini nazionali, com e ritengo dovrebbe essere se si vuole ricostruire ed analizzare non solo il personaggio e il fenomeno, m a l’intero Risorgim ento. È un bicentenario che m i pare caratterizzato da accenti non celebrativi: anche senza volersi intrattenere sulle polem iche pretestuose e sulle forzature attualizzanti di povero fondam ento storico di cui la sua figura è stata fatta oggetto 20 , è in 16 Alfonso Scirocco, Garibaldi. Battaglie, am ori, ideali di un cittadino del m ondo, RomaBari, Laterza, 20 0 7 [20 0 1]. 17 Mario Isnenghi, Garibaldi fu ferito. Storia e m ito di un rivoluzionario disciplinato, Rom a, Donzelli, 20 0 7. 18 Lucy Riall, Garibaldi. L’invenzione di un eroe, Roma-Bari, Laterza, 20 0 7 [tit. orig. orig. Garibaldi. Invention of a Hero, New Haven and London, Yale University Press, 20 0 7]. 19 Eva Cecchinato, Cam icie rosse. I garibaldini dall’Unità alla Grande Guerra, Roma-Bari, Laterza, 20 0 7. 20 Il riferimento è innanzitutto a Ernesto Galli della Loggia, Brigatism o senza fine, “Corriere della Sera”, 27 aprile 20 0 7, a cui Mario Isnenghi dedica un cenno polem ico nel preambolo del suo Garibaldi fu ferito. Per una puntuale, lucida ed efficace confutazione della tesi di Galli del-
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effetti un Garibaldi m olto poco icona quello emerso dall’anniversario, anche perché si tratta di una figura dilatata, sfaccettata, m oltiplicata, nella giusta consapevolezza, per esem pio, che non si possa dare Garibaldi senza garibaldini e non solo viceversa, che non si possa descrivere e analizzare il suo m ito in vita e dopo la m orte senza inserirlo all’interno del progetto democratico e nelle sue strategie di propaganda, senza tenere conto della nascita di un’opinione pubblica, senza porsi il problem a dei referenti e della ricezione di questo m ito. Il libro di Lucy Riall e quello di Dino Mengozzi presentano delle rispondenze reciproche e possono essere presi in considerazione congiuntamente. Abbiam o al centro della trattazione l’Eroe e il taum aturgo, categorie che chiam ano dunque in causa le proiezioni e le trasfigurazioni, in ogni caso un Garibaldi riletto nell’ottica e nel quadro di fenomeni e scenari collettivi. Il libro di Lucy Riall è un contributo di valore, frutto della ricerca e della riflessione di una studiosa niente affatto nuova ai tem i risorgim entali e garibaldini21, m a nato innanzitutto per rivolgersi ad un pubblico anglosassone, con tutto ciò che ne consegue, per esem pio, rispetto alla necessità di fornire al lettore alcune coordinate sugli avvenim enti e di sfum are su certi dettagli. Del resto il fatto che nel volum e si esprima uno sguardo allo stesso tem po interno ed esterno – potrem m o dire uno sguardo esterno sim patetico – nei confronti delle vicende italiane, im plica una com presenza di ottiche diverse certam ente salutare. Ma è un libro, quello di Lucy Riall, che nella sua ricezione è stato penalizzato dalla scelta di un sottotitolo in parte discutibile, L’invenzione di un eroe: form ula che richiam a certo l’illustre, fondam entale precedente della riflessione di Eric Hobsbawm , m a che tra gli studiosi del Risorgim ento può evocare anche l’approccio a tratti eccessivam ente rivendicativo e dem olitorio dell’Invenzione dell’Italia unita di Roberto Martucci22 . È un sottotitolo che fra l’altro risulta riduttivo rispetto all’opera, nelle cui pagine Riall dimostra invece di essere in grado di sfum are, di articolare, rim anendo certo particolarm ente attenta, tuttavia, agli aspetti m ediatici, e al carattere enfatizzato e intenzionale di tutto ciò che ruota attorno al m ito di Garibaldi, “questo rivoluzionario ai m argini della politica, pressoché privo di sostegno ufficiale, che rim ase al potere per m eno di sei mesi in tutta la sua carriera politica, [e] fu il prim o a guadagnarsi una fam a di dimensioni veram ente m ondiali e a raggiungere le m asse per m ezzo delle nuove tecnologie di stam pa”23 . Sono aspetti di cui l’autrice rivendica la Loggia si veda Giuseppe Monsagrati, Garibaldi e il DNA risorgim entale, in Garibaldi, Pavia e Palerm o. L’Italia in cam m ino, a cura di Arianna Arisi Rota e Marina Tesoro, Pavia, Ibis, 20 0 8, pp. 27-42. Su alcuni risvolti mediatici del bicentenario e sulle sue ricadute pubbliche mi perm etto di rinviare a Eva Cecchinato, Scendere dall’Asprom onte. Diario garibaldino, “Belfagor”, a. LXIII, n. 6, 30 novembre 20 0 8, pp. 655-670 . 21 Faccio riferimento in particolare a Lucy Riall, Il Risorgim ento. Storia e interpretazioni, Roma, Donzelli, 20 0 7 (edizione rivista e am pliata dell’omonimo volume del 1997) e Id., La Sicilia e l’unificazione italiana. Politica liberale e potere locale (1815-1866), Torino, Einaudi, 20 0 4, [tit. orig. Sicily and Unification of Italy . Liberal Policy and Local Pow er, 1859-1866, New York, Oxford University Press, 1998]. 22 Roberto Martucci, L’invenzione dell’Italia unita (1855-1864), Milano, Sansoni, 1999. 23 L. Riall, Garibaldi, pp. XIII-XIV.
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fin dall’inizio l’assoluta rilevanza e rispetto ai quali denuncia al contem po il ritardo della storiografia. Dal suo punto di vista, infatti conosciam o ogni m inim o dettaglio della vita di Garibaldi, m a non sappiam o esattam ente com e fece a diventare così fam oso e per quali m otivi i suoi contem poranei consideravano la sua vita politicam ente significativa ed em otivam ente coinvolgente. Non abbiam o riflettuto quasi per niente su quale fosse il m essaggio che la sua fam a doveva trasm ettere e quali ne fossero i destinatari, né sull’im patto della sua celebrità a livello politico e culturale. Solo raram ente è stata presa in considerazione la parte che Garibaldi stesso svolse nel creare, prom uovere e rendere popolare il culto che lo riguardava 24 .
Quello che m i sem bra innanzitutto da riconoscere all’autrice com e grande m erito di chiarezza è la scelta di distinguere con forza, fin dalle prim e pagine, i m iti rivoluzionari e dem ocratici settecenteschi e ottocenteschi dai m iti totalitari – pur senza alcun intento program m aticam ente apologetico rispetto ai prim i – , col “rifiutare l’idea che esista una diretta o incontestata continuità tra i sim boli dell’età rivoluzionaria e napoleonica e quelli dei culti totalitari riferiti ai dittatori del Novecento”25. Del resto Com e i giacobini prim a di loro, i m azziniani erano convinti che la politica costituisse la chiave per rendere possibile una trasform azione culturale (...), m a il loro com pito era per vari aspetti diverso da quello che si erano proposti sia i giacobini che Napoleone. In prim o luogo, essi non erano al potere, m a ben lontani o tagliati fuori da esso. In secondo luogo, erano dem ocratici e facevano parte di un m ovim ento politico in un m om ento, com e quello dei decenni centrali dell’Ottocento, nel quale la politica di m assa era di per se stessa un’idea rivoluzionaria, i cui “segni” erano quelli dell’opposizione e della ribellione. La funzione attribuita all’eroe era quindi quella di liberare la patria e di lanciare una sfida allo status quo dom inante 26 .
Se l’afferm azione di Garibaldi come eroe nazionale, in quei decenni, dev’essere inserita in un “processo di lotta politica m irante a rendere popolare una specifica visione della com unità nazionale, incarnandola in un personaggio”, questa prospettiva era connessa non tanto a una form a autoritaria e discrim inante della politica di massa, quanto piuttosto ad un ideale inclusivo e dem ocratico di libertà e fratellanza, e per sostenerla i dem ocratici italiani non solo dovettero assum ere una posizione rom antica, m a anche appropriarsi del sim bolism o rivoluzionario giacobino, rifiutando e trasform ando il senso dell’eredità conservatrice di Napoleone 27.
Precisato questo quadro, lo scopo dichiarato da Lucy Riall fin dall’introduzione rim ane quello di m ostrare “che la celebrità di Garibaldi fu il risultato di
Ivi, p. XXV. Ivi, p. 66. 26 Ivi, pp. 63-64. 27 Ivi, p. 66.
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una precisa strategia politica e retorica”28 . È, con ogni evidenza, una china potenzialmente scivolosa che rischia di esporre il lavoro a degli equivoci; m a, come già ho evidenziato rispetto al sottotitolo, m i pare che sia la stessa autrice, nel cuore del volum e, a correggere in qualche m odo il tiro rispetto a tesi che si potrebbero percepire com e troppo perentorie o riduttive, chiarendo con lucidità com e “il m essaggio di redenzione si rivelasse del tutto convincente proprio per il fatto di essere ‘vero’, di far parte della politica e di scaturire dalla azioni di uomini in carne ed ossa, piuttosto che dall’im m aginazione degli scrittori rom antici”. In particolare a partire dal biennio rivoluzionario 1848-49 “Garibaldi rappresentò un punto di raccordo visibile e concreto fra l’im m agine dell’Italia proposta dai romantici e l’ideale di im pegno politico sostenuto da Mazzini”29 . Ciò non esclude ovviamente che nella figura e nel m ito di Garibaldi la vita vissuta e la vita “im m aginata” fossero “reciprocam ente dipendenti”30 , o m eglio – snodo centrale del ragionam ento – “la sua vita diventò im portante per ciò che poteva simboleggiare e per l’im m aginazione che era in grado di suscitare almeno quanto lo era per ciò che poteva concretam ente realizzare”31. Riall non m anca del resto di mettere in luce “l’associazione di Garibaldi, in varie rappresentazioni scritte e visive, a un elemento di straordinarietà, a qualità divine o sacre, a poteri m agici e all’audacia fisica”, aspetti che ricondurrebbero “alle proprietà carism atiche della sua persona pubblica”32 . Oltretutto la percezione che il pubblico aveva di lui com e di un individuo straordinario ed eccezionale precedette il successo del m ovim ento nazion ale italiano. Sebbene le vittorie del nazionalism o accrescessero enorm em ente la sua fam a, egli continuò poi sostanzialm ente a m antenere la stessa (se non m aggiore) efficacia com e sim bolo che rappresenta l’opposizione e l’avversione politica 33 .
Riall è convinta che tutto ciò sia spiegabile all’interno di un quadro in m ovim ento e l’autrice ritiene di poter “sostenere che Garibaldi fosse un elem ento del processo di m odernizzazione politica e culturale in atto, e in particolare che la risonanza e l’impatto che ebbe sulla società del tem po vennero resi possibili dalle enorm i trasform azioni nel cam po della com unicazioni di m assa”34 . In parte diversa la lettura di Dino Mengozzi, per il quale l’interpretazione di Lucy Riall risente probabilm ente, in certe parti, dell’ottica di un paese come l’Inghilterra, all’avanguardia in Europa, sia nel processo di costruzione delle istituzioni liberali sia per essere una società urbanizzata, con le sue libertà e il suo sviluppo tecnologico e il suo am pio m ercato dell’inform azione. In quest’am bito era piuttosto la fama di Garibaldi a im Ivi, p. XXVII. Ivi, p. 10 0 . 30 Ivi, p. XXXII. 31 Ivi, p. 53. 32 Ivi, p. XXIX. 33 Ivi, p. XXX. 34 Ibidem . 28
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porsi sul m ito. La distinzione s’im pone. Certo, anche l’uom o fam oso è oggetto di form e di culto della persona, nonché di narrazioni favolose, tuttavia la libertà di critica dei m ezzi d’inform azione tende a laicizzare la sua figura e a rendere instabile la sua corona. Difficile dire altrettanto per l’Italia degli anni Cinquanta e Sessanta del XIX secolo, con una stam pa scarsamente diffusa e non libera fino al 186135. Qui era piuttosto l’aspetto m itico a prevalere, se non una form a ibrida fra m ito e fama. Si ha l’im pressione che il richiam o a Garibaldi costituisca la via per parteggiare, prendere posizione, più che un marchio di consum o. Accanto a qualche spunto di un m oderno uso della fam a di Garibaldi, restava preponderante un linguaggio arcaico del m ito, nutrito di rim andi religiosi, perfino m iracolistici (...) 36 .
L’autore ritiene che si debba distinguere ciò che appartiene al desiderio di protezione da un più m oderno processo di identificazione. Si ha l’im pressione che la frenesia londinese per le reliquie garibaldine differisca, in gran parte, dall’uso che delle stesse veniva fatto in Italia. Se il pubblico inglese sem brava preso da una sorta di identificazione, in Italia, invece, prevaleva senz’altro la ricerca della protezione. (...) Di qui una certa dram m aturgia intorno alle sue reliquie, al suo corpo, ai rischi e ai pericoli per la sua vita, ai tim ori suscitati dalle voci di attentati, ferite, chiam ate per im prese lontane dal suolo italiano. Egli sacralizza quel che tocca o visita, m a soprattutto è di particolare valore se l’oggetto toccato è fatto em blem a di un m om ento particolare della sua vita, specie di sofferenza, dedizione e sacrificio. In questo quadro rientrano, per esem pio, gli oggetti connessi alla dram m atica ritirata da Rom a del 1849, e quelli di Asprom onte del 1862 (...) 37.
Anche Mengozzi, tuttavia, inserisce l’oggetto della propria ricerca in uno scenario dinam ico, a più facce, in cui antico e nuovo, tradizione, rivoluzione e utopia entrano in contatto e conservano aree di sovrapposizione, poiché Garibaldi abitava da ‘leader’ politico in m ezzo ai suoi per m ezzo dei proclam i e delle proposte di legge, da taum aturgo con le sue reliquie, da star con le fotografie. (...) il sistem a delle relazioni garibaldine, grazie alla traccia delle sue reliquie, può essere così restituito nei suoi aspetti arcaici e m oderni dei suoi tem pi38 .
In effetti il libro di Mengozzi, chiam ando in causa l’im m agine del taum aturgo, applicata mirabilmente alle figure reali m edievali da Marc Bloch, aspira a tenere assiem e la direzione alto-basso, basso-alto 39 , cioè l’intento scoperto – livello com plementare alla lotta e all’azione politica propriam ente intese – da parte di Garibaldi e degli am bienti liberali e democratici di proporre e diffondere un culto laico pur non istituzionalizzato, m a anche la dim ensione sociale, politica e an35 Ovviamente da questo punto di vista il Regno di Sardegna faceva eccezione, e non era certo un’eccezione irrilevante rispetto alla promozione di fame eroiche legate al movimento nazionale. 36 Dino Mengozzi, Garibaldi taum aturgo. Reliquie laiche e politica nell’Ottocento, Manduria-Bari-Roma, Lacaita, 20 0 8. 37 Ivi, p. 74. 38 Ivi, p. 14. 39 “Garibaldi taum aturgo sarebbe da avvicinare secondo due prospettive di m assim a: l’una dall’interno, che tenga conto di com e egli stesso veicoli tale imm agine di sé, l’altra dall’esterno, per cogliere com e viene inteso dagli altri” (ivi, p. 26).
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tropologica di chi vuole ‘toccare’ Garibaldi anche solo con lo sguardo o conservare, nelle sue, le reliquie della propria stessa m ilitanza e della fede politica. Del resto ritratti fotografici autenticati o biglietti m anoscritti potevano diventare “strum enti per produrre socialità. Una socialità garibaldina, che rinforza i legam i fra gli adepti e il Generale, conferm ando la fedeltà nei tem pi m orti dell’azione”40 . Quella ricostruita da Mengozzi è in effetti una vicenda corale all’interno della quale la progettualità intenzionale m irante ad instaurare e diffondere una religione politica si confronta con elem enti più sfuggenti e con ‘destinatari’ che hanno reazioni, sensibilità, ‘tem pi’ propri. Quella in cui “le reliquie garibaldine costituiscono una fonte del culto di Garibaldi e uno strumento di politicizzazione”41 è una storia di ‘inerzie’ e di accelerazioni, che non coinvolgerebbe solo chi ha condiviso direttam ente con il Generale esperienze politico-m ilitari. La taum aturgia è una qualità attribuita al suo corpo, senz’altro la principale, m a non la sola. La credenza nei poteri ultraum ani dell’eroe dona diversi significati al suo corpo, che resta una costruzione culturale, frutto a un tem po di una scelta deliberata di Garibaldi, e perciò strum ento della m issione politica che il leader si è dato, e di un fenom eno proiettivo di individui, gruppi e associazioni, che se ne servono a scopi politici, identitari e perfino protettivi. Il corpo di Garibaldi figura allora com e luogo di figurazioni continuam ente ridefinite, riverite, contestate e, in questo senso, costituisce un cam po del conten dere politico e culturale. Ma non solo: non si deve pensare esclusivam ente al ‘pensiero chiaro’, bensì al più vasto cam po delle m entalità, delle sensibilità e delle attitudini politico religiose. In una parola, il corpo dell’eroe costituisce il centro di una religione politica garibaldina, fonte e m etafora di sacralità nel processo di form azione della politica dem ocratica in Italia 42 . (...) Garibaldi appare come oggetto e am m inistratore di una religione politica, di cui costituisce una figura polisem ica di taum aturgo. Ciò gli garantiva un’im m ediata riconoscibilità, nel quadro di una sim bolica religiosa tradizionale, m a al contem po il potere fascinatore della novità, in quan to interprete dell’individualità eccentrica di un m oderno divo dello star system , a suo agio nel nascente mercato dell’inform azione com e fra gli um ori dell’opinione pubblica. (...) Nei term ini di rottura e cam biam ento adottati da Michel Vovelle nello studio della form azione della m entalità rivoluzionaria, si può dire che per Garibaldi i m om enti focali siano sostanzialm ente due, la partecipazione alla Repubblica rom ana del 1849 e la cam pagna vittoriosa dei Mille. Da questi due m om enti la figura di Garibaldi coagula l’im m aginario della prim a politica di massa e i suoi sim boli. Garibaldi s’impone a un tem po com e catalizzatore e gestore della sua imm agine. (...) Avvicinarlo, con il tatto e con la vista, scam biare doni e ritratti fotografici, accogliere il suo passare infiorando le strade o suonando le cam pane, divengono gesti ed espressioni di una prim a partecipazione politica e uno sganciam ento dai vincoli della società patriarcale d’antico regim e. Garibaldi contribuisce così a fondare un insiem e di gesti e m odi di espressione della politica, incentrata sulla persona del leader, che resterà – soprattutto fra i democratici – fra le eredità di lunga durata. In questo quadro la sua figura costituisce la rottura e il transito a nuove forme di socialità. Il suo anticlericalism o diventa una via di ribellione senza sm arrire l’afflato della religiosità. Le sue reliquie costituiscono una trama di nessi di fedeltà, di prem inenza Ivi, p. 71. Ivi, p. 72. 42 Ivi, p. 7. 40
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sociale e di riconoscim ento reciproco. Fra gli scom unicati, sono una sorta di battesim o per una differente socialità (...) 43 .
L’asse portante del libro è forse l’idea della proiezione verso il futuro, contro e attraverso la m orte stessa, del lascito, dell’eredità, questioni in relazione alle quali, a fianco agli aspetti antropologici e culturali, acquista centralità, nel volum e, la dim ensione politica in senso stretto e in senso lato. È un legam e con la posterità inscritto in un certo senso nel DNA del garibaldinismo, nel suo “essere sem pre un inizio”, ben presto interrotto, “di una qualcosa che avrebbe avuto chissà quali risultati grandiosi. E il non finito di un’im presa ha il corrispettivo nelle infinite possibilità che suscita nella fantasia m itica soprattutto a posteriori”44 . Conta m oltissim o, in tutto ciò, la possibilità di Garibaldi e dei garibaldini di presentarsi costantemente com e “vincitori-vinti e vinti-vincitori”45, intercettando in tal modo quelle trasform azioni in virtù delle quali “dai prim i del XIX secolo inizia una svolta nelle sensibilità collettive, che porta la folla a identificarsi con il condannato piuttosto che con il boia”46 . Del resto “gli innovatori arrivano sem pre troppo presto. Il loro valore profetico e la dim ensione del futuro com e consustanziale al loro m essaggio li rende precursori, vittim e predestinate della vittoria, com unque sia, da vivi o da m orti. (...) Contem poranei del futuro, si dirà, con una bella form ula”47. Quello che – secondo le volontà di Garibaldi più volte m esse per iscritto – avrebbe dovuto realizzarsi attraverso la sua m orte sarebbe stato in un certo senso il com pim ento di quanto già alluso e predisposto specie nelle ultim e fasi della sua vita: anni in cui, com e già in precedenza, Garibaldi aveva “usato le reliquie per m oltiplicare il proprio corpo, lasciando in dono m antelli, cam icie, berretti, stivali, sigari, spade, ciocche di capelli (...) in segno di gratitudine o su richiesta”48 ; stagioni durante le quali, fino a pochi m esi dalla m orte, “ripercorreva all’indietro l’intera Italia, da Milano a Palerm o” e “laddove era passato un tem po da clandestino, da combattente per la libertà, tornava per ringraziare e farne una storia com une. Conferm ava l’iscrizione della sua presenza nel luogo, con scambi di doni, anticipando l’iscrizione definitiva della sua ‘presenza’ mediante un monum ento, una lapide, un segno duraturo”49 . I suoi ultimi erano anche gli anni nei quali Garibaldi “com e conferm ano – fra l’altro – i suoi testam enti, restava legato all’ipotesi della m issione, a una pratica
Ivi, pp. 214-215. Ivi, p. 24. 45 Riprendo al plurale la form ula utilizzata da Mario Isnenghi nel suo saggio su Garibaldi, in I luoghi della m em oria. Personaggi e date dell’Italia unita, a cura di Mario Isnenghi, BariRoma, Laterza, 1997, p. 30 . 46 D. Mengozzi, Garibaldi taum aturgo, p. 25. 47 Ivi, p. 29. 48 Ivi, p. 63. 49 Ivi, p. 90 . 43
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politica da consegnare al futuro (la rivoluzione com e legato testam entario al dom ani)”50 . Contem poraneam ente, con le sue periodiche apparizioni pubbliche e attraverso le visite che riceveva a Caprera, pareva che avesse scelto “di m orire sotto gli occhi di tutti, giorno per giorno”, enfatizzando il “contrasto fra l’eroe e l’invecchiam ento”, che “fungeva da luogo retorico dai profondi significati ideologici: una chiam ata dei volontari a m oltiplicare il num ero e le energie”51. La dipendenza, dunque, sem pre più m arcata, di Garibaldi dall’intervento dei suoi, accresciuta dall’inarrestabile inferm ità, im plicava un m essaggio piuttosto esplicito e cioè la m aggiore intim ità tra il leader e i segnaci (...) In questo m odo il garibaldism o si avviava a divenire un’ideologia sganciata dai destini del corpo fisico del Capitano. Insom m a, l’esibito invecchiam ento di Garibaldi era un luogo retorico e un m anifesto di partito 52 .
Com ’è noto, Garibaldi aveva scelto di morire a Caprera e che il suo corpo fosse arso in un rogo abbondantem ente nutrito dal legno di piante arom atiche. Solo in seguito avrebbe dovuto essere data la notizia del suo decesso, in ogni caso quando non fosse più possibile estrarre dalle fiam m e le sue spoglie, solo una piccolissim a parte delle cui ceneri sarebbe stata collocata vicino alla tom ba delle figlie. Una scelta che indicava dunque una “doppia rivendicazione liberale” rispetto al quadro cogente che pratiche religiose e appropriazioni da parte dello Stato avrebbero potuto contrapporre alla sua libertà di disporre di sé. C’è però dell’altro e “la sua m orte, disegnata e ribadita da num erosi testam enti, ‘inventa’ la m orte rossa, un insiem e di rituali per consacrare i grandi uom ini all’im mortalità del ricordo o alla posterità”53 . E forse – ed è questa l’ipotesi suggestiva e convincente che avanza Mengozzi – la decisione della stessa sua cerchia fam iliare e politica di disattendere le volontà di Garibaldi, procedendo al funerale ufficiale e all’imbalsamazione, im pedì la realizzazione ‘spontanea’ di un progetto assai più am bizioso alluso dal Generale nei suoi testam enti. Lo scenario del possibile descritto dall’autore è quello di un pellegrinaggio a Caprera di m ilitanti, ex volontari, ‘am m iratori’, a rogo appena estinto, in cui le ceneri di Garibaldi, volutamente indistinguibili dagli abbondantissim i residui della com bustione delle piante, sarebbero naturalm ente divenute eccezionali reliquie da prelevare, portare con sé e spargere per tutta l’Italia, custodite in “’sacri’ sepolcri”. Con ogni evidenza “ciò avrebbe garantito a Garibaldi un vantaggio cerim oniale enorm e su ogni altro concorrente alla gloria nazionale”54 . Per contro, nell’intento di conservare a sé e alla propria azione politica il corpo del leader, espropriandolo delle sue volontà, gli uom ini più vicini al Generale finirono per renderne più facile l’espropriazione del Governo ai loro stessi danni.
Ivi, p. 97. Ivi, p. 114. 52 Ivi, p. 115. 53 Ivi, p. 215. 54 Cfr. ivi, p. 159.
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In fondo i gesti degli ultim i anni potrebbero essere letti anche con questo alfabeto: Garibaldi aveva m esso in atto, visivam ente, una sim bolica consegna di sé ai suoi segnaci. Mostrando il suo corpo inferm o e bisognoso di aiuti lanciava ancora una appello al volontariato, per l’azione politica garibaldina in quell’Italia che non gli piaceva. (...) La scelta inconfessata di Garibaldi rappresentava anche una risposta a Mazzini e al re Vittorio Em anuele, m a soprattutto al prim o. (...) E a differenza di Mazzini, dove i ‘m artiri’ avevano finito con l’andare da lui, Garibaldi con le proprie ceneri andava dai suoi. (...) Certam ente, ridotto a cenere, il corpo di Garibaldi sarebbe stato m eno controllabile dalle autorità statali. Le sue ceneri reliquie, custodite ogni dove, avrebbero garantito m aggiori libertà cerim oniali. Ora, tale storia ‘possibile’ rientra nella filosofia garibaldina di voler costituire un’alternativa, una soluzione diversa, nell’Italia um bertina. Ebbene, se l’ultim a scena è parte del m ito che l’autore vuole lasciare di sé, a Garibaldi questa parola è stata tolta, per obbligarlo alla convenzionalità. Di contro all’incontrollabilità della cenere, alla m oltiplicazione del suo corpo sulla pira, i governanti e specie il m inistro dell’interno Depretis, riuscirono a contenere quel corpo in una sola dimensione e im mobilizzarlo. Ma (...) cosa sarebbero stati i funerali ripetuti nelle città italiane, se con i sim ulacri di Garibaldi i m anifestanti avessero potuto disporre anche di un ‘pizzico’ della cenere del suo corpo? Quasi ogni città avrebbe avuto un altare per i garibaldini55.
Per concludere, m i pare che in realtà i due volumi – quello di Mengozzi e quello di Riall – , pur di fronte ad alcune discrepanze interpretative, non siano in contraddizione e nem meno troppo in contrasto l’uno con l’altro e finiscano invece con l’incarnare ottiche com plementari, restituendo due livelli e due universi che fanno capo al m ito di Garibaldi, ai rapporti dialettici tra prom ozione, ricezione e forza m obilitante di un’im m agine eroica. Quello che entram bi i lavori apportano al bicentenario suffraga i dati generali che emergono da un bilancio storiografico: si è trattato di un anniversario nel quale della figura di Garibaldi è rim asta pressoché silente la dim ensione m ilitare in senso proprio 56 , casom ai affrontata in chiave culturale e antropologica 57 o nell’ottica del rapporto – anom alo e decisivo – com andante-com andati e della proposta di un m odello ‘diverso’ di combattenti e di italiani58 , o infine attraverso Ivi, pp. 160 -162. Il centenario della morte aveva propiziato invece la nascita del volum e Garibaldi condottiero. Storia, teoria, prassi, a cura di Filippo Mazzonis, Milano, Franco Angeli, 1984. Durante il recente bicentenario tematiche militari hanno avuto una certa rilevanza nei convegni svoltisi nell’autunno 20 0 7 a Rom a (Giuseppe Garibaldi. L’uom o, il condottiero, il generale) e a Padova (Centro interuniversitario di studi e ricerche storico-m ilitari – Com itato Nazionale per le celebrazioni del bicentenario della nascita di Giuseppe Garibaldi, Giuseppe Garibaldi tra guerra e pace, a cura di Piero Del Negro, Milano, Unicopli, 20 0 9). 57 Mengozzi fa per esem pio riferim ento alle leggende di “invulnerabilità” che circondavano i garibaldini, al “transfert del sacro” che i m ilitanti realizzavano con Garibaldi “grazie tra l’altro all’aura di immortalità che lo circondava”, all’idea pervasiva degli svantaggi – di m ezzi, di num eri, di armi – rim ontati “spesso per qualità taum aturgiche”; m a soprattutto ad una forza che in Garibaldi, essenzialm ente, non sarebbe stata fisica, risiedendo piuttosto nella capacità di “suscitare il fenomeno del volontariato” (D. Mengozzi, Garibaldi taum aturgo, pp. 11, 18, 98, 10 9). 58 Riall prende in considerazione i caratteri e l’impatto di quella “volontaria ‘banda di fratelli’” che si aggregarono attorno a Garibaldi in Sudamerica, la ‘gram matica’ e le suggestioni dei suoi proclam i e dei suoi discorsi m ilitari, i rapporti sostanzialmente egualitari che caratterizza55
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le vicende di lungo periodo del volontariato in camicia rossa e le configurazioni assunte dall’articolato m ondo degli ex garibaldini59 . Ciò m i pare in buona parte da ricondurre alla volontà – del tutto com prensibile e opportuna – di contrastare la persistente sottovalutazione se non la negazione della dim ensione politica di Giuseppe Garibaldi, la sua im m agine “di uomo tutto d’azione m a con poco cervello, d’im pulso e d’istinto più che di capacità raziocinante e organizzativa, confusionario e oscillante nelle convinzioni e ancor più nei com portam enti”60 . È lo stesso Mengozzi, nelle prim e pagine del suo volum e, a dichiarare una delle spinte generative della sua riflessione: (...) l’ipotesi dello scarso raziocinio politico di Garibaldi sottovalutava, da un lato, il suo realismo politico, ovvero il pragmatismo di cui ha dato diverse prove, e dall’altro la sua straordinaria abilità d’interprete dell’immaginario collettivo dell’epoca. E viene da chiedersi, perciò, se non sia stato spesso improprio utilizzare nell’approccio storico un’idea troppo ristretta di politica. Meglio sarebbe probabilmente usare la nozione di politicità o meglio ancora partire da un Garibaldi ideologo (...). Il problema è di capire la serie degli elementi costitutivi del garibaldinismo, o dell’ideologia garibaldina, sia in relazione al carisma della sua guida sia riguardo alle aspettative che era in grado di suscitare nel più ampio pubblico 61.
Parte integrante o com unque com plementare a questo sforzo riequilibratore – a questo rifiuto di schiacciare Garibaldi sullo sfondo esclusivo del cam po di battaglia delle ‘guerre d’indipendenza’ – è la valorizzazione non solo del suo prestigio e dei suoi rapporti internazionali, m a anche delle esperienze vissute fuori d’Italia, sottolineando innanzitutto, ovviam ente, la rilevanza degli anni sudam ericani anche nel plasm arne lo stile, l’approccio politico-m ilitare, gli orizzonti culturali62 . Il Garibaldi che esce dal bicentenario è dunque una figura com plessa e a più dim ensioni, m a dotata di una sua coerenza e portatrice di una carica conflittuale legata all’autonom ia della sua proposta politica: quanto di più lontano insom m a non solo da un Garibaldi m ero esecutore, più o m eno consapevole, dei progetti di casa Savoia – casom ai intercessore e “m ediatore tra monarchia e popolo, tra centro e periferia”63 – m a anche, in fondo, da un Garibaldi sem plice braccio, più o m eno docile, della testa pensante Mazzini. Garibaldi dilatato Nelle pagine conclusive di questo bilancio – che m irano prevalentem ente a registrare e raccogliere delle sollecitazioni – vale la pena di accennare anche a un vano le relazioni tra comandanti e comandati in cam icia rossa, l’“am pia (...) prospettiva di appartenenza politica” a cui i corpi garibaldini alludevano (L. Riall, Garibaldi pp. 52, 90 , 92-97). 59 E. Cecchinato, Cam icie rosse cit. 60 Maurizio Degl’Innocenti, Garibaldi e l’Ottocento. Nazione, popolo, volontariato, associazione, Manduria-Bari-Rom a, Lacaita, 20 0 8, p. 9. 61 D. Mengozzi, Garibaldi taum aturgo pp. 15-16. 62 Cfr. in particolare L. Riall, Garibaldi pp. XXXI, 37-38, 52-54, 92-97. 63 D. Mengozzi, Garibaldi taum aturgo pp. 42-43.
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libro uscito nel 20 0 5, sia perché legato ad una ricerca ancora in corso, sia perché in qualche modo sintom atico – per il lungo periodo, per la scelta di andare oltre la biografia di Garibaldi – degli orientamenti em ersi dal bicentenario. Si tratta de I Garibaldi dopo Garibaldi. La tradizione fam igliare e l’eredità politica, pubblicato da Lacaita a cura di Zeffiro Ciuffoletti, Arturo Colom bo e Annita Garibaldi J allet. Opera collettiva, libro interessante che affronta, alm eno di riflesso, anche l’intreccio tra pubblico e privato rispetto ad una famiglia in cui una vera e propria dim ensione privata è oggettivamente im possibile 64 , pur rim anendo, com ’è ovvio, um anam ente incancellabile, tale anzi da avere ripercussioni significative sul piano politico. I contributi contenuti nel volume sono qualitativam ente eterogenei, anche se di un buon livello medio. È da segnalare in particolare il saggio dedicato da Giuseppe Monsagrati a Ricciotti Garibaldi, in cui viene problem atizzato in m odo apprezzabile l’intreccio e le contraddizioni tra eredità politica ed eredità biologica, con dei giudizi articolati e tutt’altro che agiografici sul personaggio 65. Im portante che nel volume si sia voluto affrontare anche il capitolo del sedicente ‘fascism o garibaldino’ di Ezio Garibaldi, m a l’esito non è del tutto soddisfacente, l’approccio è troppo relativizzante, con una conclusione che rischia di assomigliare ad una scappatoia. D’accordo sul fatto che l’esperienza di Ezio testimoni “la molteplicità di posizioni e aspirazioni che si coagularono e convissero”, talora confliggendo, “all’interno del regime”66 , di cui si sottolinea opportunamente la natura nient’affatto monolitica; meno convincente chiudere fermandosi alla constatazione che questa linea, pur oscura e incapace di rimanere fedele ai principi della democrazia risorgimentale, abbia anch’essa contribuito “a fare della storia d’Italia quell’im pressionante rete di aspirazioni e contraddizioni”67 che è. Più stim olante sarebbe stato forse, sulla scia delle questioni messe a fuoco nel saggio di Monsagrati, riflettere anche sui rapporti e i conflitti tra le genealogie fam iliari del garibaldinismo e le genealogie dell’im m aginario 68 , terreno prom ettente e in quest’ottica in gran parte ancora non dissodato, che induce a spingersi nel cuore del Novecento, tra fascism o, antifascismo, guerra di Spagna e Resistenza 69 . Ad un’eredità garibaldina dilatata nel tem po, presa in esam e dall’opera 64 Particolarmente interessanti in quest’ottica – e attente anche alle dinamiche dei rapporti di genere – le pagine dedicate da Annita Garibaldi J allet a Teresita ed altre donne. La fam iglia “allargata” del Generale Garibaldi. 65 Giuseppe Monsagrati, Ricciotti Garibaldi e la fedeltà alla tradizione garibaldina, in I Garibaldi dopo Garibaldi. La tradizione fam igliare e l'eredità politica, a cura di Zeffiro Ciuffoletti, Arturo Colombo e Annita Garibaldi J allet, Manduria-Bari-Roma, Lacaita, 2005, pp. 81-124. 66 Mario Di Napoli, Ezio Garibaldi e la ‘Cam icia rossa’ negli anni del fascism o, in I Garibaldi dopo Garibaldi p. 188. 67 Ivi, p. 189. 68 Si è soffermato anche su questo doppio livello del garibaldinism o, tra Ottocento e Novecento, Roberto Balzani nella sua relazione La dernière génération: les garibaldien des Argonnes et la généalogie patriotique du Risorgim ento al Convegno internazionale Garibaldi et les garibaldiens en France: im ages, héritages et réseaux du XIX e au XXI e siècle, Parigi, 14-16 febbraio 20 0 8. 69 A Garibaldi dopo Garibaldi e alle letture di cui fu oggetto già in vita è dedicato di fatto, almeno nell’intento progettuale e nell’im pianto com plessivo, un corposo volum e collettaneo
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appena citata, fa eco, d’altronde, la dimensione geograficam ente allargata degli Orizzonti m editerranei di Garibaldi70 , ricostruiti in un volum e che si propone anche di restituire la densità e la vastità della vicenda politica e biografica del nizzardo, la ricchezza delle sue reti di relazione internazionali, la diffusione del suo m ito e la ricezione della sua figura, superando ancora una volta la cornice nazionale com e area esclusiva dell’indagine. Credo che in queste pagine possa m eritare una nota anche la trasversalità del garibaldinismo com e oggetto storiografico: ovviamente non si tratta di una prerogativa esclusiva del tem a, m a non mi pare fuori luogo sottolinearlo. Storia m ilitare, storia culturale, storia sociale, storia politica, Ottocento e Novecento: così com e nei volum i anche nei convegni si ritrovano tutte queste diram azioni e queste im plicazioni. E in tale ottica nemmeno le indagini legate all’arredo urbano, alle lapidi, ai m onumenti71 – specie se le chiavi di lettura generali vengono applicate a approfondite verifiche locali – , m i sem brano un filone esaurito rispetto al Risorgim ento e allo specifico degli studi garibaldini, pur trattandosi di un ambito nel quale i problem i di fondo sono già stati messi a fuoco da anni da Mario Isnenghi e Bruno Tobia 72 . Ci sono anche altre applicazioni e ulteriori esem pi di questa trasversalità storiografica del garibaldinism o: si possono citare per esem pio gli Atti del convegno dedicato, nel dicembre 20 0 6, ai Colori della politica, pubblicati a cura di Maurizio Ridolfi e Stefano Pivato. Un’im postazione interessante, suggestiva e dinamica, che m ette al centro un linguaggio – quello appunto dei colori – centrale nella com unicazione politica e nella definizione delle appartenenze, ma spesso assunto nel vocabolario storiografico senza diventare oggetto autonomo di indagine. Nel volum e viene ovviamente dedicato un capitolo al Rosso e ai Rossi, affidato a Maurizio Bertolotti, con l’im m ancabile riferim ento al garibaldinism o inserito quindi in una riflessione su una sim bologia rivoluzionaria di lungo periodo 73 .
che ha visto la luce alla fine del 20 10 : Giuseppe Garibaldi: due secoli di interpretazioni, a cura di Lauro Rossi, Roma, Gangem i, 20 10 . 70 Garibaldi orizzonti m editerranei, a cura di Annita Garibaldi J allet e Anna Maria Lazzarino Del Grosso, La Maddalena, Paolo Sorba Editore, 20 0 9. 71 Tra i contributi più recenti si possono segnalare Dir bene di Garibaldi. 155 epigrafi raccolte e ordinate da Franca Guelfi, Genova, il m elangolo, 20 0 3; Michele Finelli, Lorenzo Secchiari, La m em oria di m arm o. L’iconografia m azziniana nelle province di Massa Carrara e La Spezia, Villa Verucchio (Rn), Pazzini, 20 0 7; Eva Cecchinato, Le parole sono pietre. Monum enti e lapidi del Risorgim ento tra guerre regia e m em oria garibaldina, in Forze arm ate e beni culturali. Distruggere, costruire, valorizzare, a cura di Nicola Labanca e Luigi Tom assini, Milano, Unicopli, 20 0 7, pp. 153-175. 72 Mario Isnenghi, Le guerre degli italiani. Parole, im m agini, ricordi 1848-1945, Bologna, il Mulino, 20 0 5 [1989]; Id., L’Italia in piazza. I luoghi della vita pubblica dal 1848 ai giorni nostri, Bologna, il Mulino, 20 0 4 [1994]; Bruno Tobia, Una patria per gli italiani. Spazi, itinerari, m onum enti nell’Italia unita (1870 -190 0 ) (1991), Roma-Bari, Laterza, 1998 [1991]. 73 Maurizio Bertolotti, Cam icie rosse, bandiere rosse. Il rosso nella storia d’Italia dal Quarantotto alla fine del secolo, in I Colori della Politica. Passioni, em ozioni, rappresentazioni nell’età contem poranea, a cura di Stefano Pivato e Maurizio Ridolfi, San Marino, Centro Samm arinese di Studi Storici, 20 0 8, pp. 49-69.
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Il nome di Bertolotti m i consente di accennare ad un’iniziativa svoltasi durante il bicentenario: un progetto che ha avuto innanzitutto una ricaduta divulgativa – traducendosi in un m ostra allestita al Palazzo Tè di Mantova – , m a che al contem po trascende la divulgazione, perché è non solo strum ento m a anche frutto di un’operazione storiografica, com e em erge in m odo evidente dal catalogo 74 . Mi sem bra oltretutto che realizzazioni come questa giustifichino pienam ente la scelta della SISSCO di inserire nell’Annale recensioni di m ostre 75, tra le quali non a caso viene presa in considerazione quella in questione 76 . Il titolo dell’esposizione è La Nazione dipinta. Storia di una fam iglia tra Mazzini e Garibaldi e in effetti il progetto prende originariam ente avvio dall’esplorazione, la catalogazione e la valorizzazione dell’archivio – specie del carteggio – di Achille Sacchi e della m oglie Elena Casati: quindi pubblico e privato, storia culturale, storia politica, storia di genere, dim ensione locale e nazionale. Oltre ad essere esteticam ente m olto godibile – cosa non sem pre scontata anche quando i singoli pezzi sono di livello – la m ostra, che trascende decisamente l’am bito locale, ha un allestim ento originale e di am pio respiro, pienam ente in linea con la sua struttura tem atica. È uno dei prodotti più interessanti e prom ettenti del bicentenario garibaldino, di cui rispecchia peraltro quelle tendenze ad una trattazione am pia e trasversale del fenom eno su cui m i sono già sofferm ata. Mi pare che le sezioni in cui si articola la m ostra – 1. Am ore e politica; 2. Com e si diventa patrioti: la rivoluzione del 1848; 3. Gli anni della cospirazione; 4. Le donne m azziniane; 5. Cam icie rosse, cam icie azzurre; 6. Dem ocrazia, positivism o e questione sociale; 7. Patria, scienza, educazione; 8. Em ancipazionism o – possano testimoniare di per se stesse come anche in questo caso ci si inoltri nei decenni dell’Italia liberale, se non altro perché l’agenda politica lasciata in eredità dal Risorgim ento dem ocratico – sconfitto politicam ente nell’im m ediato – si proietta di necessità verso il futuro. Per chiudere vorrei accennare in dissolvenza ad alcune prospettive di ricerca, ricollegandom i al convegno m azziniano-garibaldino del settem bre 20 0 8 a cui ho fatto riferim ento in apertura 77. Un convegno internazionale, in cui la presenza di studiosi inglesi, francesi e statunitensi ha costituito senza dubbio un valore aggiunto, che si è andato a som m are ad un altro tratto caratterizzante: vale a dire il coinvolgimento di storici di diverse generazioni e legati ad approcci differenti, da 74 La nazione dipinta. Storia di un fam iglia tra Mazzini e Garibaldi, a cura di Maurizio Bertolotti, con la collaborazione di Daniela Sogliani, Milano, Skira, 20 0 7. 75 Tra le molte altre organizzate durante il bicentenario – a Genova, Milano, Firenze, Roma, per citarne solo alcune – m i piace ricordare una m ostra realizzata a Rovigo e ad Adria tra il 20 0 7 e il 20 0 8, che, peraltro in linea con gli approcci storiografici più recenti, ha esposto stampe, giornali illustrati, litografie, ritratti di vario genere, m a anche oggetti dom estici e quotidiani in cui com pare l’effige di Garibaldi, fino ad arrivare, in anni più vicini all’attualità, all’uso pubblicitario della sua im magine, al cinema e ai fum etti. Si veda Il m ito di Garibaldi. Iconografia garibaldina, a cura di Alessandro Ceccotto e Sergio Garbato, Rovigo, Arcinuova Associazione, 20 0 7. 76 “Il m estiere di storico. Annale”, IX (20 0 8), pp. 10 1-10 2. 77 Mazzini e Garibaldi a confronto sull’Unità d’Italia, Rom a, 17-19 settembre 20 0 9.
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quelli che si potrebbero definire più ‘ortodossi’ e tradizionali – che erroneam ente potrem m o essere tentati di liquidare com e eruditi – a quelli più aperti alla sperim entazione di nuove m etodologie. Un convegno da cui soprattutto è emersa una proposta costruttiva e propulsiva rispetto alla ricerca, tesa a far dialogare orientam enti che rischiano altrim enti di rim anere reciprocam ente sordi, lanciata com e sollecitazione da Maurizio Ridolfi in chiusura al suo intervento di lungo periodo sulla tradizione repubblicana e dem ocratica 78 . Mi trovo innanzitutto a condividere la sua convinzione che sia necessaria una sintesi tra quelle che solo m olto schematicamente potrem m o definire storia tradizionale e “nuova storia del Risorgimento” o, se vogliam o, storia politica e storia culturale, proprio per evitare che gli stim oli si trasform ino in ortodossie – com e paventava Stuart Woolf – e in gabbie interpretative piuttosto che in nuovi arnesi del m estiere. Ma m i pare anche convincente la via indicata da Ridolfi per perseguire questo scopo, vale a dire il recupero – anche alla luce di orientamenti capaci di rinnovare, di dare linfa ad approcci già sperim entati – della sociabilità com e strum ento metodologico, com e categoria storiografica e com e oggetto dell’indagine, come spazio all’interno del quale, costitutivamente, si intersecano, si sovrappongono, entrano in relazione osm otica, si trasm ettono e si traducono spazi e linguaggi di diversa provenienza, diversi tem pi storici, diverse appartenenze. Credo che da questo punto di vista la sociabilità non sia da considerarsi esaurita né come chiave euristica né com e cam po di indagine. Soprattutto penso che non ci si possa esim ere dall’indagare i fenomeni che hanno a che fare con la sociabilità se si vuole – com e ritengo storiograficamente essenziale – affrontare quella questione enorm e, sfuggente m a im prescindibile che è il problem a della ricezione dei canoni e delle cosiddette ‘form azioni discorsive’, e i processi di trasm issione e di traduzione. Mi pare cioè che le continuità e la ripetitività delle form e e delle strutture non siano da privilegiare rispetto alla dinam icità e alla m ultiform ità dei linguaggi. Riproporre l’attualità della categoria della sociabilità può dunque rappresentare un contrappeso alm eno indiretto nei confronti di una non sem pre sufficiente consapevolezza del condizionamento esercitato dal tipo di fonti che usiam o e che abbiam o a disposizione: un contrappeso rispetto alla tendenza m agari inconsapevole a prendere in considerazione come produttore e soggetto attivo di storia, nonostante le dichiarazioni di segno opposto, solo chi lascia traccia di sé attraverso linguaggi verbali com plessi, relegando ciò che rim ane di quel m ovimento di m assa che fu il Risorgim ento al mero ruolo – peraltro ancora nebuloso – di referente e destinatario di m essaggi.
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Tra Mazzini e Garibaldi: popolo, dem ocrazia e tradizione repubblicana.
IL PRIMO “TIEPIDO, FUMANTE BAGNO DI SANGUE NERO” Note sulla cultura di guerra nell’Italia liberale (1870 -1911) Sim on Levis Sullam
Nel 1928 Benedetto Croce apriva la sua Storia d’Italia dal 1871 al 1915 definendo il periodo che generalm ente chiam iam o Italia liberale come “un tratto di quarantacinque anni, di quelli che si chiam ano ‘di pace’”1. La rivisitazione storiografica del filosofo napoletano non era scevra di elementi di idealizzazione e persino di nostalgia per il periodo che era stato anche quello della sua giovinezza, l’Italia e l’Europa erano nel frattem po passate attraverso un conflitto m ondiale che ne aveva scosso le fondam enta, mentre la penisola italiana era orm ai sotto la m orsa di una dittatura violenta e, alm eno a parole, bellicista. D’altra parte, se in genere gli storici sospettano dei periodi che vengano definiti ‘di pace’ (questo era probabilm ente il significato delle virgolette usate dallo stesso Croce), è evidente che anche nel periodo tra l’unificazione e la Grande guerra, l’Italia conobbe le sue guerre: innanzitutto quelle coloniali, dall’Africa alla Libia, oltre alla partecipazione in altri conflitti europei. La questione che si vuole porre qui, sebbene in m odo prelim inare e sintetico, è tuttavia non tanto quella delle guerre com battute, quanto quella della esistenza o meno in Italia, e delle caratteristiche, di una cultura di guerra nel periodo 1870 -1911 sim ile a quella che associam o, per il prim o Novecento, all’incubazione e poi alla preparazione culturale e ideologica della prim a guerra m ondiale 2 . Esistette, dunque, potremm o chiederci in altri term ini, un ‘mito della guerra’ prim a del ‘mito della grande guerra’? E se vi fu, quali form e assunse e quali funzioni svolse?3 La risposta che darem o subito è certamente positiva: questo m ito esistette per le classi dirigenti e intellettuali italiane ed esso fu avvertito ed utilizzato come funzionale a uno degli im pegni e degli sforzi principali del periodo successivo al 1870 , cioè – all’indom ani dell’unificazione e nei prim i decenni di vita della giovane nazione – il quasi proverbiale ‘fare gli italiani’. Pareva quindi Benedetto Croce, Storia d’Italia dal 1871 al 1915, Bari, Laterza, 1928, p. VII. Proprio a partire da questa, del resto, la categoria storiografica di ‘cultura di guerra’ è stata elaborata, o meglio ridefinita, in anni recenti (vedi in sintesi, Leonard V. Smith, The ‘Culture de guerre’ and French Historiography of the Great W ar of 1914-1918, “History Com pass”, 20 0 7, n. 5-6, pp. 1967-1979). Qui facciamo un uso estensivo della categoria rispetto a quello francese, includendovi anche la preparazione culturale e ideologica dei conflitti e, in genere, l’im maginario attorno alle guerre. 3 Vedi intanto Mario Isnenghi, Il m ito della grande guerra (1970 ), Bologna, Il Mulino, 1989. 1
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già allora inevitabile che nell’im m aginazione politica della nuova Italia vi fosse uno spazio im portante, se non ancora centrale, per la guerra. Inoltre, la cultura di guerra dell’Italia liberale anticipò – o forse più precisamente contribuì a form are – in num erosi aspetti la cultura che preparò la prim a guerra m ondiale, legandosi già negli anni Ottanta a interpretazioni autoritarie della politica, a tendenze antiparlam entari, e a un precoce culto della violenza che precorre per m olti versi quello prim o-novecentesco 4 . Un “battesim o di sangue” per la giovane nazione Richiam eremo qui, più che altro alludendovi, un’atm osfera, delle tendenze e alcuni, abbastanza diffusi, luoghi retorici e ideologici della cultura di guerra dell’Italia liberale. Sono gli appelli alla guerra della classe dirigente postunitaria, spesso proveniente dalle file dem ocratiche e convertitasi a soluzioni m onarchiche, conservatrici e autoritarie. Ma anche da parte di elem enti di spicco rim asti nell’area democratica seppure seduti nel nuovo parlam ento italiano. Dall’auspicio di un “battesim o di sangue” per la giovane nazione espresso alla Cam era nella prim avera del 1866 nei prodrom i della guerra da Francesco Crispi5, a quello solo lievem ente più generico di Felice Cavallotti a “qualche battesimo cruento”6 . Non erano, deve pure essere riconosciuto, tutti uguali questi ‘battesim i’: diversi furono, ad esem pio, nelle motivazioni e negli intenti, il volontariato garibaldino in Francia o in Grecia negli anni Settanta e Novanta (ancora sulla scia dell’epica risorgim entale) 7, e i prim i disegni e le prim e operazioni di conquista del ‘posto al sole’ in Africa a partire dagli anni Ottanta (segno delle aspirazioni di una nascente potenza coloniale) 8 . Sem brano in effetti essere stati proprio lo sbarco in Africa e le prim e esperienze nel ‘continente nero’ a segnare una prim a decisiva svolta nella retorica nazionale sulla guerra. Ci si lasciavano idealmente alle spalle quei 4 Alcune delle osservazioni che seguono emergono dalle, o risentono delle riflessioni e ricerche (oltre a richiam are alcuni saggi cui rinvierò via via) nate attorno al volum e Le tre Italie. Dalla conquista di Rom a alla Settim ana rossa (1870 -1914), a cura di Mario Isnenghi e Simon Levis Sullam , Torino, UTET, 20 0 9, parte dell’opera diretta da Isnenghi, Gli Italiani in guerra, che ha posto le guerre e il conflitto come chiave di lettura della storia dell’Italia contemporanea (se ne parla altrove nel presente volume). 5 Nel discorso dell’8 m aggio 1866 cit. in Christopher Duggan, Creare la nazione. Vita di Francesco Crispi, Roma-Bari, Laterza, 20 0 0 , p. 285 (da vedere anche, p. 372, per analoghe prese di posizione da parte di personalità diverse nei due decenni successivi, cui ci richiamiamo anche qui di seguito). 6 Nel suo discorso alla Cam era del 21 m arzo 1881, cit. in Federico Chabod, Storia della politica estera italiana dal 1870 al 1896 (1951), Rom a-Bari, Laterza, 1976 3 , pp. 30 -33, dove per la prim a volta queste e altre contem poranee invocazioni della guerra sono state ricostruite. 7 Vedi, di recente, Eva Cecchinato, Miti e conflitti della “diplom azia dei popoli”. Il garibaldinism o oltre il Risorgim ento, in Le tre Italie pp. 213-225; e più am piamente Id., Cam icie rosse. I garibaldini dall’Unità alla Grande guerra, Roma-Bari, Laterza, 20 0 7. 8 Per la ricostruzione del contesto politico restano im portanti m olte pagine di Roberto Battaglia, La prim a guerra d’Africa, Einaudi, Torino 1958. Per una recente m essa a punto, vedi Nicola Labanca, Terre di conquista per l’ultim a delle grandi potenze, in Le tre Italie pp. 343-358.
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bozzetti de La vita m ilitare pubblicati da Edm ondo De Am icis nel 1868, che esprim evano di una visione dell’esercito e della guerra com e idilliaca e tutto som m ato pacifica form a di educazione civile per l’Italia liberale 9 . Finivano in quei prim i anni Ottanta, potrem m o anche chiederci, le guerre del Risorgim ento? In realtà, ancora nel 1889, Pasquale Turiello additava nell’esercito e nella disciplina m ilitare una fondam entale fonte di com pattam ento e rafforzam ento per la nazione italiana 10 . Lo scrittore m eridionale indicava questo da un lato registrando le reazioni patriottiche di fronte alle prim e sconfitte italiane in Africa (in prim is Dogali), dall’altro sottolineando specificamente la funzione civile di feste, m arce e m anovre m ilitari – che egli riteneva, tra l’altro, andassero contrapposte ai rituali della Chiesa – nel ravvivare lo spirito civile della nazione. Ma la guerra era orm ai, per Turiello, innanzitutto quella in Africa ed essa era volta a far fronte alle necessità dem ografiche dell’espansione coloniale, m a anche – altro fattore nuovo – ai rischi interni della tem uta decadenza parlam entare del nuovo Stato. La libertà portata dal Risorgim ento non era quindi più sufficiente – secondo Turiello – a “fecondare” la nazione: essa doveva ora “invirilirsi” nella lotta 11. Nel corso degli anni Ottanta il discorso italiano attorno alla guerra rivela num erosi aspetti dell’im m aginario nazionale che hanno a che fare con una serie di preoccupazioni, tim ori, attese, di cui la classe dirigente e gli intellettuali del periodo si fanno interpreti e che paiono sottesi alla form azione di una cultura di guerra dell’Italia liberale 12 . L’indebolirsi degli ideali eroici e delle forze del Risor9 Questa la lettura di Edmondo De Am icis, La vita m ilitare: bozzetti, Milano, Treves, 1868, proposta da Mario Isnenghi, Le guerre degli italiani. Parole, im m agini, ricordi, Milano, Mondadori, 1989, pp. 220 -222. Ciò non toglie che l’opera venisse continuam ente riedita nei decenni successivi (e fino alla seconda guerra m ondiale) e che parte del suo spirito si riversasse dal 1886 in Cuore e nel suo straordinario successo. 10 Pasquale Turiello, Governo e governati in Italia (1882), Seconda edizione rifatta, Bologna, Zanichelli, 1889. Per il ruolo e l’influenza di Turiello vedi tra l’altro Raffaele Molinelli, Pasquale Turiello precursore del nazionalism o, Urbino, Argalia, 1968 e l’introduzione di Piero Bevilacqua a Governo e Governati nell’edizione a sua cura (Torino, Einaudi, 1980 ). 11 “Il vero è”, scriveva lo scrittore m eridionale “che la m era libertà resta infeconda, senza la virilità sperim entata nella lotta” (cfr. P. Turiello, Governo e governati p. 47). Questo tipo di form ule richiederebbe una lettura in chiave di im maginario sessuale e di genere della nazione, pensata come donna da fecondare o com e maschio virile. Per un am pio approccio recente di questo tipo, vedi Alberto M. Banti, L’onore della nazione. Identità sessuali e violenza nel nazionalism o europeo dal XVIII secolo alla Grande Guerra, Torino, Einaudi, 20 0 5, che si muove anche sulla scia degli studi classici di George L. Mosse, Sessualità e nazionalism o. Mentalità borghese e rispettabilità, Rom a-Bari, Laterza, 1984 (ed. orig. New York 1982); Id., L’im m agine dell’uom o. Lo stereotipo m aschile nell’epoca m oderna, Einaudi, Torino 1997 (ed. orig. Oxford 1996). 12 Per quanto riguarda specificam ente le guerre coloniali e la prospettiva m ilitare su di esse – il ‘discorso coloniale’ (secondo una form ula della storiografia anglosassone) – e sebbene insista soprattutto sugli anni Novanta fino al culmine della guerra di Libia, vedi Nicola Labanca, Discorsi coloniali in uniform e m ilitare, da Assab via Adua verso Tripoli, in Storia d’Italia, Annali 18, Guerra e pace, a cura di Walter Barberis, Torino, Einaudi, 20 0 2, pp. 50 5-545. Per una recente esplorazione del linguaggio della letteratura e dell’oratoria coloniale e colonialista, vedi Laura Ricci, La lingua dell’im pero. Com unicazione, letteratura e propaganda nell’età del colonialism o, Rom a, Carocci, 20 0 5.
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gim ento; la tem uta debolezza nata dalla vita parlam entare del nuovo Stato; il declino e la decadenza della nazione 13 che sarebbero nati da lunghi periodi di pace; l’ansia di dover provare che l’Italia era all’altezza delle prove m ilitari che spettavano a una giovane potenza (specie dopo le sconfitte che avevano segnato le ultim e fasi dell’unificazione: quelle brucianti del 1866, a Lissa e Custoza) 14 . Con queste preoccupazioni si intrecciavano le nuove aspirazioni alla conquista e allo sfruttam ento coloniali: sia com e sogno di grandezza, che come strum ento socioeconom ico, che – indirettam ente – com e progetto di educazione nazionale. Pareva inoltre esservi sullo sfondo un’onta da cancellare e un com plesso psicologico cui far fronte: l’accusa e la colpa, gettate soprattutto dall’esterno, che lo stesso Risorgim ento non fosse stata una guerra guerreggiata da forze nazionali. Come notava Turiello, ricordando un autorevole giudizio straniero: “S’aggiunga che noi siam o risorti in gran parte, per troppa parte, con l’aiuto altrui, volontario o causale; e che in questo senso è vero il m otto del Thiers che l’Italie s’est faite avec le sang des autres”.15 Quando Turiello chiudeva il proem io alla seconda edizione di Governo e governati erano infine passati undici mesi dalla sanguinosa sconfitta e dal m assacro di Dogali ed egli richiam ava con approvazione la provocatoria invocazione di alcuni anni prim a, da parte del giornalista e deputato Rocco De’ Zerbi che, per un paese com e l’Italia, da poco “uscito dalla corruzione e dalla schiavitù”, chiedeva “un tiepido, fum ante bagno di sangue nero”. Quest’im m agine, uscita dalla retorica di un ex-volontario garibaldino com e De’ Zerbi – che era sbarcato con i Mille in Sicilia, aveva combattuto di nuovo nel 1866 16 , ed alcuni anni più tardi era andato a sedersi in parlam ento nel gruppo dei deputati di Crispi e poi di Di Rudinì – avrebbe avuto, com e è noto, lungo corso 17. Nasceva infatti allora 13 Sull’im maginario della decadenza e del declino come fenom eno europeo vedi, del resto, Daniel Pick, Volti della degenerazione: una sindrom e europea, 1848-1918 , Firenze, La Nuova Italia 1999 (ed. orig. Cambridge, New York 1989). 14 Sulle trasformazioni dell’onore nazionale e militare fino alle brucianti sconfitte del 1866, vedi Alberto M. Banti e Marco Mondini, Da N ovara a Custoza: culture m ilitari e discorso nazionale tra Risorgim ento e Unità, in Storia d’Italia, Annali 18, Guerra e pace, pp. 417-462. Sul tem a delle sconfitte nel discorso pubblico dell’Italia liberale, vedi Daniele Ceschin, Parlare della nazione: il discorso pubblico sulla disfatta, in Le tre Italie, pp. 421-429 (l’autore ha in preparazione uno studio più am pio su questo). 15 P. Turiello, Governo e governati pp. 51-52. 16 Va ricordato che anche Turiello (1836-190 2) aveva combattutto con i garibaldini negli anni Sessanta, evolvendo poi verso posizioni conservatrici (cfr. R. Molinelli, Pasquale Turiello). Dovrebbe inoltre essere più ampiamente valutato il fatto che m olte delle voci a favore della guerra e soprattutto delle guerre coloniali, che qui citiamo, provenissero dal Meridione e in particolare da Napoli e che spesso esse legassero questione m eridionale e questione coloniale, vedendo quest’ultima come una possibile soluzione alla prima. Un cenno al “radicalismo filocolonialista di taluni organi di stam pa m eridionali” (tra cui il “Mattino” di Scarfoglio), in rapporto con il ruolo del porto di Napoli e dei suoi interessi economici rispetto all’espansione, in Nicola Labanca, In m arcia verso Adua, Torino, Einaudi, 1993, p. 159. 17 Il discorso fu tenuto a Milano il 2 luglio 1882. Sull’evoluzione intellettuale e politica di De’ Zerbi (1843-1893), si veda la voce di Lucia Strappini, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 39, 1991, pp. 622-627, dove la frase è citata dal volume che raccoglie anche i testi della po-
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l’espressione che sarebbe tornata circa trent’anni dopo nel celebre appello, affidato da Giovanni Papini alle pagine di “Lacerba” nell’ottobre 1914, a un “caldo bagno di sangue nero”18 . L’invocazione della guerra e la celebrazione del sangue percorrevano del resto, alla fine degli anni Ottanta, gli articoli di un Edoardo Scarfoglio e le pagine letterarie di un Alfredo Oriani: entrambi destinati ad un ruolo, seppure di diversa portata, di form atori di opinioni e tendenze tra i due secoli19 . Il prim o, giornalista con un percorso politico (non però m ilitare) in parte sim ile a quello di De’ Zerbi20 , dal repubblicanesim o irredentista alla svolta triplicista ed africanista, era giunto ad “identificare la sua vita colla causa dell’espansione coloniale in Africa” e sulle pagine del “Corriere di Napoli”, con lo pseudonim o di Tartarin, firm ava corrispondenze e cronache sulla “guerra nera” e sulla nuova “guerra d’Africa” che si preparava com e un riscatto all’oltraggio di Dogali21. L’altro, proprio attorno a questa sconfitta costruiva una rievocazione giornalistico-letteraria degli eventi della battaglia e poi degli echi e delle reazioni nel paese, quando “la Cam era [aveva] tumultuato, il popolo si [era] scosso nelle piazze all’odore del lemica che ne seguì in Italia e all’estero, Rocco De Zerbi, Difendetevi!, Napoli, De Angelis, 1882. 18 Tra i prim i a segnalare esplicitamente la genealogia lunga, risalente a De’ Zerbi, dell’im magine papiniana, Nino Valeri, Da Giolitti a Mussolini. Mom enti della crisi del liberalism o, Firenze, Parenti, 1956 2 , pp. 21-22. Difficile stabilire se l’im m agine fosse giunta a Papini direttam ente dalle pagine di De Zerbi (com ’è possibile), o fosse stata mediata proprio dalla citazione da parte di Turiello in Governo e governati: un articolo del nazionalista Alberto Caroncini su quest’opera – testim onianza di una sua nuova attualità – apparve ne “La Voce” il 21 m arzo 1912 (cfr. R. Molinelli, Pasquale Turiello precursore, p. 99 nota). 19 Oltre al parlamento, alle colonne dei giornali o alle conferenze pubbliche, non vanno trascurate nell’elaborazione delle m otivazioni idelogiche della guerra “per una più grande Italia” in questo periodo, anche le aule universitarie e i trattati accademici prodotti da quella che è stata chiamata la nascente “professionalità im perialista”, vedi Silvio Lanaro, Nazione e lavoro. Saggio sulla cultura borghese in Italia, 1870 -1925, Venezia, Marsilio, 1988 2 , pp. 73-87. 20 Scarfoglio aveva tra l’altro collaborato al quotidiano fondato e a lungo diretto a Napoli da De’ Zerbi, “Il piccolo”, e ne avrebbe in un certo senso ereditato il ruolo giornalistico e culturale con il suo “Il Mattino” (un cenno in questo senso nella rievocazione letteraria di Alberto Consiglio, Napoli, am ore e m orte. Scarfoglio e Matilde Serao, Napoli-Rom a, Vito Bianco Editore, 1959, pp. 64-66). Per la produzione giornalistica e letteraria, inclusa quella di argom ento coloniale, vedi Raffaele Giglio, L’invincibile penna. Edoardo Scarfoglio tra letteratura e giornalism o, Napoli, Loffredo, 1994 2 , sebbene l’autore sia molto discutibilm ente apologetico dello Scarfoglio colonialista (pp. 159-185). 21 Edoardo Scarfoglio, Abissinia (1888-1896). Studi di ‘Tartarin’ durante la prim a cam pagna d’Africa, vol. I, Roma, Edizione Rom a, 1936. Il percorso di Scarfoglio è descritto dal figlio Carlo (chiaram ente ispirato a sua volta dalle vicende e dagli entusiasmi coloniali a lui im m ediatam ente contem poranei) nella prefazione al volume: dal giovanile repubblicanesimo e dall’am icizia con Guglielmo Oberdan studente a Roma, alla svolta africanista (la citazione è a p. 13). Un ricordo di Oberdan (chiam ato ancora “Oberdank”) nel periodo della propria m ilitanza giovanile è nel noto libro di critica e rivevocazioni letterarie, uscito in prima edizione già nel 1884, di Edoardo Scarfoglio, Il libro di Don Chisciotte, a cura di Carlo A. Madrignani, Napoli, Liguori, 1990 , pp. 311-312. Nella prefazione del curatore (pp. VII-XXVII) si ricostruisce tra l’altro l’ambiente della Rom a ‘bizantina’, dove Scarfoglio incontrò anche il quasi coetaneo e conterraneo D’Annunzio e dove una parte degli spiriti e ideali violenti della cultura di guerra dell’Italia liberale venne letterariamente elaborata.
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sangue”22 . Oriani, destinato com ’è ben noto a un ruolo di influentissim o precursore,23 fu probabilmente uno dei canali di trasm issione dell’imm aginario sanguinoso – e sanguinolento 24 – dell’Italia liberale attorno alla guerra poi raccolto e rielaborato, anche attraverso altre mediazioni e influenze 25, dalla generazione delle riviste che preparò la cultura della Grande guerra. Dal Risorgim ento a Dogali Uno dei luoghi dove studiare il delinearsi di una cultura di guerra dell’Italia liberale e soprattutto le sue trasform azioni rispetto a quella delle guerre risorgim entali – e quindi dei valori m edesim i per cui una parte dei patrioti si erano battuti – è proprio l’area della dem ocrazia già m azziniana e garibaldina, che al term ine del Risorgim ento si parlam entarizza, entra nelle file m oderate, spesso evolve verso o sceglie deliberatam ente di sposare gli ideali della conservazione e le tendenze conservatrici e persino autoritarie dell’età crispina. Lo stesso Francesco Crispi, in questo processo, è del resto un esem pio e un m odello 26 . Qui seguiremo brevem ente il percorso (o alm eno alcune prese di posizione), di una figura straordinariam ente rappresentativa, e allo stesso tem po influente, rispetto alle trasform azioni della dem ocrazia risorgimentale com e quella di Giosuè Carducci. Aggiungendovi altri brevi riferim enti agli altri due m aggiori poeti dell’Italia libe22 Alfredo Oriani, Fino a Dogali (1889), Bari, Laterza, 1918, p. 255. E vedi alm eno Alfredo Oriani e la cultura del suo tem po, a cura di Ennio Dirani, Ravenna, Longo, 1985. Per un primo inquadramento nel contesto letterario, Giovanna Tomm asello, L’Africa tra m ito e realtà. Storia della letteratura coloniale italiana, Palerm o, Sellerio, 20 0 4. 23 Vedi Massim o Baioni, Il fascism o e Alfredo Oriani: il m ito del precursore, Ravenna, Longo, 1988. 24 Vedi in proposito già F. Chabod, Storia della politica estera, pp. 31-32, che riferendosi specificamente alle pagine di Fino a Dogali, ricorda di Oriani l’influente “invocazione alla guerra ‘form a inevitabile della lotta per la vita’” e “al sangue ‘la migliore delle rugiade per le grandi idee’” (cfr. A. Oriani, Fino a Dogali, p. 126). 25 Andrebbe esplorata particolarm ente l’influenza di autori francesi, m ediata tra gli altri da D’Annunzio, nella form azione e nel rafforzamento di questo imm aginario: ad esem pio quella di un Maurice Barrès, com e è stato studiato da Zeev Sternhell, Maurice Barrès et le nationalism e français, Paris, Colin, 1972. Si tenga presente, inoltre, Luisa Mangoni, Una crisi di fine secolo. La cultura italiana e la Francia tra Otto e Novecento, Torino, Einaudi, 1985. 26 Vedi Francesco Bonini, Francesco Crispi e l’unità: da un progetto di governo un m ito politico am biguo, Roma, Bulzoni, 1997. Non va trascurata l’evoluzione verso posizioni e politiche colonialiste anche di figure com e Pasquale Stanislao Mancini, patriota risorgim entale, giurista e infine m inistro degli esteri che, dapprim a critico verso qualsiasi progetto coloniale, com’è noto decise e sostenne la spedizione di Massaua. Ma la svolta “africanista” di Crispi costituì com unque una fase nuova (vedi N. Labanca, In m arcia verso Adua, p. 56 e Daniela Adorni, Presupposti ed evoluzione della politica coloniale di Crispi, in Adua. Le ragioni di una sconfitta, a cura di Angelo Del Boca, Rom a-Bari, Laterza 1997, pp. 35-70 ). Si pensi poi, in genere, a quanti, provenienti dall’esperienza garibaldina, giunsero a guidare m ilitarmente le vicende dell’espansione fino ad Adua: vedi Oreste Baratieri, Pagine d’Africa (1875-190 1), a cura di Nicola Labanca, Trento, Museo del Risorgimento e della lotta per la libertà. 1994, e la ricostruzione recente del percorso ideologico e politico del generale proposta da Matteo Dominioni, La sfinge: Oreste Baratieri da Quarto a Adua, in Le tre Italie, pp. 40 6-413.
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rale succeduti a Carducci nella funzione di vati nazionali, cioè Giovanni Pascoli e Gabriele D’Annunzio 27. Se delineiamo anche somm ariam ente l’itinerario di Carducci attorno alle guerre coloniali28 e, per altro verso, l’atteggiam ento del poeta nei confronti dell’irredentism o, potremo seguire, appunto, il trascolorare degli ideali della dem ocrazia e la loro trasform azione in ideali nuovi, tra cui quello crispino della forza 29 . Due episodi che riguardano Carducci e il colonialism o sono piuttosto noti. All’indom ani di Dogali, il poeta rifiutava di partecipare alle celebrazioni dei caduti italiani che l’opinione pubblica era stata indotta – e aveva largam ente desiderato – com m em orare com e eroi e soprattutto com e m artiri della causa patriottica. Il poeta non accettava dunque di contribuire con dei versi all’inaugurazione del m onum ento rom ano ai caduti in Africa, e prendendo esplicitam ente posizione contro la guerra coloniale, scriveva nel m aggio 1887: Il popolo italiano che lavora e che pensa, quello che non parteggia e non specula e non s’inebbria e non tira alle avventure, quel popolo, dico, interrogato puram ente e severam ente, risponderebbe che non vuole esserci. Non vuole esserci, perché guerra non giusta; e gli abissini hanno ragione di respingere noi com e noi respingevam o o respingerem m o gli austriaci.
Cortocircuito, dunque, tra resistenza abissina e guerra per bande risorgim entale 30 . Ma anche allusione antitriplicista, altrove esplicitata dal poeta, com e vedrem o, nel senso dell’irredentism o. E potrem m o cogliervi, perfino, un’anticipazione del nostro m olto più recente – e del resto storicam ente sem pre attuale – tem a della ‘guerra giusta’ (o non giusta). Carducci condannava così, allora, l’“illusione africana” e sm ascherava la strum entalizzazione che, sfruttando le reazioni dell’opinione pubblica, veniva fatta dell’eccidio, presentato in chiave di m artirologio: A cotesta am m inistrazione, per iscrollarsi dal capo il giusto giudizio del sangue di Dogali, non parve vero cotanta accensione negli italiani di pietà e di entusiasm o; e vi soffiarono dentro, tanto che gran parte di noi si condusse a vedere in quei poveri m orti non più 27 Su cui vedi da ultimo Mario Isnenghi, I “Poeti-Vati”: Giovanni Pascoli e Gabriele D’Annunzio, in Le tre Italie, pp. 587-599. 28 Sull’atteggiamento anche poetico di Carducci, di forte idealizzazione e persino di nostalgia per le guerre del Risorgim ento, di cui fu contem poraneo m a a cui non poté partecipare, vedi l’analisi di Laura Fournier Finocchiaro, Giosuè Carducci e la construction de la nation italienne, Caen, Presses Universitaires de Caen, 20 0 6, in particolare alle pp. 116-119. 29 Riprendo qui alcuni punti del m io recente “L’Italia forte con la libertà”. Itinerari di Carducci politico, in Le tre Italie, pp. 246-255. 30 Questo tipo di letture non era isolato nel m ovim ento di opinione anticolonialista, se è stato segnalato, ad esem pio (certo a firma di un anarchico), un “Inno abissino pieno di rim iniscenze risorgimentali dell’inno di Mameli” apparso in diversi quotidiani nell’estate di quel 1887: vedi Romain Rainero, L’anticolonialism o italiano da Assab ad Adua, Milano, Edizioni di Comunità, 1971, pp. 174-175. Il volume è da vedere in genere per il contesto ideologico e politico in cui le posizioni di Carducci venivano a collocarsi e la complicata articolazione dell’opinione anticolonialista.
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le vittim e d’una politica fallace, insipiente e colpevole, m a gli eroi della nazione chiam anti vendetta e segnanti all’esercito vie nuove di gloria 31.
Dieci anni più tardi, invece, in un discorso Per la Croce Rossa del m arzo 1897, Carducci riconosceva sì di aver “dissenti[to] a suo tem po altamente” dall’im presa africana. Ora però, senza esitazione, diceva – al contrario – che non vi era “da discutere quando si ha da com battere”, perché “che la bandiera della patria non debbasi dopo dieci anni di prova abbassare e ritirare dinnanzi al nem ico, di questo siam o d’accordo tutti”. Il popolo italiano preferiva adesso – secondo il poeta – lasciar “gridare Viva Menelik ai giovinetti borghesi”; m entre da parte sua accom pagnava la m arcia dell’esercito in Etiopia “con tenerezza paterna, con plauso civile, con m em ore e con presago entusiasm o”. L’esercito coloniale era infatti, nelle parole di Carducci, “la parte più sana, più educata, più resistente della nazione”; dall’“epistolario africano” di quei soldati trasudava “la più vera poesia” e non si poteva che augurarsi: “che vincano”32 . Di m ezzo vi erano stati, per il poeta, il graduale avvicinamento alla corona (che aveva avuto inizio già negli anni Settanta, a partire dal celebre incontro con la regina) e soprattutto a Francesco Crispi e alla sua ‘m egalom ania’, apertam ente difesa, e infine quasi venerata, da Carducci. Dopo Dogali, il più giovane vate in costruzione, Giovanni Pascoli, allora ancora professore di liceo a Massa m a già in m arcia verso il suo ‘socialism o nazionale’, dettava invece, con piena partecipazione, le epigrafi in m emoria dei caduti che furono poste sulle porte del duom o della città. Pascoli proponeva, allora, una “conciliazione tra pietas civile e pietas religiosa”, benedicendo le arm i e i soldati italiani in Africa. Più tardi, nel 190 5, nella sua conferenza Messa d’oro, il poeta ricorderà ancora l’eccidio com e quella “m orte purpurea in terra lontana” di “quattrocento giovani nostri […] scannati, stracciati, evirati”, il cui “gentil sangue latino era divenuto preda delle iene”33 : nel frattem po aveva celebrato in poesia il nuovo m artirologio di Adua. Altri, aveva detto all’epoca, com’è ben noto: “Né un uom o né un soldo” per l’Africa; e aveva aggiunto: “Io credo che l’onore di un popolo consista nelle sue industrie e nelle sue arti, nelle lotte che sostiene per la libertà, per la giustizia e per l’em ancipazione sua; e non consista già in quei m acel-
31 Al Sindaco di Rom a, “Resto del Carlino”, 19 m aggio 1887, in Giosuè Carducci, Opere, vol. 28, Ceneri e Faville. Serie Terza, Bologna, Zanichelli, 1939, pp. 296-299. 32 Per la Croce Rossa, “Il Resto del Carlino”, 2 marzo 1896, in Id., Opere, vol. 25, Confessioni e Battaglie. Serie Seconda, Bologna, Zanichelli, 1938, pp. 316-319. Per il contesto militare, politico e culturale, N. Labanca, In m arcia verso Adua. 33 Per quanto ho detto di Pascoli, vedi Mario Tropea, Letteratura e colonialism o in Italia. Da Assab ad Adua: l’episodio di Dogali, “Siculorum Gymnasium ”, n.s. a. XXXIII (1980 ), n. 2, pp. 792-795 (da cui ho citato, anche per la Messa d’oro). Più in generale: Mario Isnenghi, Le cam pagne di un vate di cam pagna. Fra m andati sociali e autorappresentazioni degli intellettuali, in Pascoli e la cultura del Novecento, a cura di Andrea Battistini, Gianfranco Miro Gori, Clemente Mazzotta, Venezia, Marsilio, 20 0 7, pp. 5-27.
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li stupidi e infam i che sono le guerre”34 . Posizioni diverse (e abbiam o appena detto di Carducci su Dogali) erano dunque storicamente possibili. Sem pre attorno a Dogali – prim o traum a bellico originario, divenuto ferita sim bolica per l’Italia liberale e il suo orgoglio nazionale – non fu da m eno di Pascoli il terzo vate nazionale, anch’egli ancora nascente, Gabriele D’Annunzio, con i suoi versi Per gli Italiani m orti in Africa, apparsi in origine nel “Capitan Fracassa” (19 febbraio 1887) 35. Anche tenuto conto del m odello risalente a Niccolò Tom m aseo rinvenuto per questi versi – denunciato già all’epoca dalla critica, che parlò di plagio del tom m aseiano Gli italiani m orti in Ispagna – , è facile rilevare il già ben definito gusto dell’orrido dello scrittore, appena filtrato dalle atm osfere rosee e desertiche d’‘oltrem are’, e il diffuso im m aginario sanguinoso (in tono con quello cui abbiam o accennato e di cui D’Annunzo sarà poi uno dei m assim i artefici e prom otori) che em erge in strofe com e le seguenti: Morti coprono il terreno chi squarciato il ventre e il seno, chi la testa o un braccio in m eno, altri a m ezzo il cranio aperto, altri l’inguine scoperto: giaccion m orti, ne’l deserto (…) Igneo m anto di battaglia il gran sangue tutto agguaglia: ancor caldo e non s’accaglia. Fum a il sangue, fum a ancora; com e un pio roseto odora; sale a’l ciel com e un’aurora.
Nonostante questi certo non molto sofisticati versi, qualche anno dopo, l’editore di D’Annunzio, Treves, doveva preoccuparsi di una in seguito celebre pagina del rom anzo Il Piacere, in cui il protagonista Andrea Sperelli apostrofava con disprezzo i m orti di Dogali: Dalla piazza di Montecitorio, dalla piazza Colonna venivano clam ori che si propagavano com e uno strepito di flutti, aum entavano, cadevano, risorgevano, m isti agli squilli delle trom be m ilitari. La sedizione ingrossava nella sera cinerea e fredda; l’orrore della strage 34 Sono il discorso e la replica di Andrea Costa alla Cam era il 2-3 febbraio 1887, cit. da N. Labanca, In m arcia verso Adua, p. 77, che ricorda, per altro, com e esistesse anche un’opposizione conservatrice all’espansione coloniale (ibid., p. 72). 35 Il componim ento apparve lo stesso anno anche in opuscolo, con il titolo Alla m em oria degli eroi di Dogali, cfr. Annamaria Andreoli, Il vivere inim itabile. Vita di Gabriele d’Annunzio, Milano Mondadori, 20 0 0 , p. 141. Vedilo raccolto in Gabriele D’Annunzio, Versi d’am ore e di gloria, Milano, Mondadori, 1942.
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lontana faceva urlare la plebe; gli uom ini in corsa, agitando gran fasci di fogli, fendevano la calca; emergeva distinto su i clam ori il nom e d’Africa. Per quattrocento bruti, m orti brutalm ente! – m orm orò Andrea, ritirandosi dopo aver osservato allo sportello. Ma che dite? – esclam ò la Ferentino. Su l’angolo di Palazzo Chigi il tum ulto sem brava una zuffa. La carrozza fu costretta a ferm arsi36 .
Gli echi per le vie di Roma, dunque, di una guerra ancora lontana. La critica ha notato com e questo episodio segni forse l’inizio della rovina di Sperelli37; com e se – aggiungiam o – la sua concezione aristocratica e cavalleresca della battaglia e della morte (che disprezza i “quattrocento bruti”, scandalizzando Treves), fosse già inadeguata sia rispetto alla nuova m orte esotica e truculenta delle guerre coloniali; e quasi anticipatam ente obsoleta di fronte alla futura m orte anonim a, tecnologica e di m assa che qualche decennio più tardi dom inerà sui cam pi di battaglia dell’Europa. Se invece facciam o un passo indietro di alcuni anni e torniam o a Carducci e all’evoluzione dei suoi atteggiamenti verso la guerra (aspetto particolare della più generale involuzione politica del poeta), un’altra vicenda im portante nei prim i anni Ottanta – per Carducci com e per molti della sua area politicoculturale, che affonda le radici nella dem ocrazia risorgim entale – è quella dell’irrendentism o e in particolare della m ilitanza pro-Oberdan 38 . L’Associazione per l’Italia irredenta era nata nel 1877 su m atrici m azziniane, in nom e del principio di nazionalità e con il sostegno, tra gli altri, di Benedetto Cairoli, exgaribaldino prossim o a divenire presidente del consiglio. Se alla fine degli anni Settanta, però, ancora si invocava, in nom e dell’irredentism o, il “diritto di insorgere” e l’”avvenire di giustizia”,39 nei prim i anni Ottanta la m orte di Guglielm o Oberdan per la libertà dei territori irredenti chiam ava a un riscatto che sembrava produrre anche una trasform azione linguistica e culturale: non si trattava più soltanto di difesa, m a si invocava esplicitam ente l’offesa. Leggiam o Carducci: “Ora bisogna (…) arm i, non per difendere, m a per offendere. L’Italia non si difende 36 Vedi Gabriele D’Annunzio, Il piacere (1889), in Id., Prose di rom anzi, vol. I, a cura di Annamaria Andreoli, Milano, Mondadori, 1988, p. 287 e nota a p. 1229, dove si riporta la risposta di D’Annunzio all’editore: “Quella frase è detta da Andrea Sperelli e sta bene in bocca di quella specie di m ostro. […] Io, Gabriele D’Annunzio, per i m orti di Dogali ho scritto un’ode molto com m ossa, pubblicata a suo tem po”. Una recente messa a punto critica sul rom anzo è quella di Giovanni Ragone, Il piacere in Letteratura italiana. Le Opere, vol. III, Dall’Ottocento al Novecento, Torino, Einaudi, 1995, pp. 10 0 9-10 66. 37 Vedi M. Tropea, Letteratura e colonialism o in Italia, pp. 80 8-823, che ho seguito per la ricostruzione della vicenda riguardante D’Annunzio. 38 Non ho potuto vedere, in proposito, la rievocazione e raccolta di documenti di Albano Sorbelli, Carducci e Oberdan, 1882-1916, Bologna, Zanichelli, 1918. 39 Alessandro Galante Garrone, I radicali in Italia 1849-1925, Milano, Garzanti, 1973, pp. 184-188. Vedi inoltre, per una prospettiva più lunga sulle trasform azioni dell’irredentism o e i suoi successivi rapporti con il nazionalismo prim onovecentesco, Giovanni Sabbatucci, Il problem a dell’irredentism o e le origini del m ovim ento nazionalista in Italia, “Storia contem poranea”, I (1970 ), n. 3, pp. 567-50 2; II (1971), n. 1, pp. 53-10 8.
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che offendendo. Altrim enti sarà invasa (…) Stranieri, a dietro”. E il giorno successivo all’esecuzione del patriota: “L’Istria è dell’Italia (…) Riprendem m o Roma al papa, riprenderem o Trieste all’im peratore”40 . La difesa della libertà diveniva, quindi, rivendicazione di territori e progetto di conquista arm ata, coniugandosi con la forza. Un anno dopo, Carducci scriveva ancora: “Dov’è la repubblica? Dove sono i repubblicani? Qui si tratta di far guerra all’Austria. Dove sono i generali? Dove è l’esercito che ci dia sicurezza di vittoria?”41. Un altro invito alla guerra, dunque, e – si direbbe – m eglio l’”esercito” che la “repubblica”. Spesso nella cultura m ilitare dell’Italia liberale, la via dell’esercito e del conflitto com battuto costituivano anche un’opzione alternativa a quella politica e soprattutto parlam entare, oltre che – com e abbiam o accennato – un rim edio ai possibili m ali delle dem ocrazia. Nell’anno di Dogali, Turiello ricordava uno slogan lanciato polem icam ente sulle pagine dei giornali, che contrapponeva i combattenti ed i m artiri, ai fiacchi e inerti parlamentari: “Il Bonghi prim o notava in un giornale com e i 50 0 di Montecitorio valessero m olto meno dei 50 0 di Dogali. E questo paragone pareva vivo a tutte le m enti, e girò in epigram m a per l’Italia”42 . Mentre Scarfoglio annunciava l’anno dopo, una possibile, im m inente revanche africana, confrontando polem icam ente un paese tornato “scettico e apatico”, tra vizi ereditari e nuove m ollezze parlam entari: “Mentre questi 29 m ilioni d’Italiani – m eno i 18.0 0 0 laggiù – si adagiavano sul soffice divano dell’apatia ereditaria, ecco il rullo del cannone rom pere loro a un tratto la siesta. (…) L’urrà selvaggio dell’assalto ci sorprende in pieno buddism o politico”43 . Ancora più esplicitam ente, alcuni anni più tardi, a proposito della prosecuzione dell’im pegno militare in Africa lo stesso giornalista napoletano scriveva: “Che m ai si potrà discutere oggi alla Cam era? La parola è stata detta dai soldati, è stata detta dal popolo (…) Ancora della politica? Qui si deve fare la guerra”44 . Non solo per i num eri e per gli scenari, m a per le parole d’ordine, le motivazioni, gli ideali invocati, erano certam ente finite, dunque, con gli anni Ottanta, le guerre del Risorgim ento.
40 Giosue Carducci, XX Dicem bre (1882), in Id., Opere, vol. 19, Poeti e figure del Risorgim ento, Serie Seconda, Bologna, Zanichelli, 1942, pp. 196-197; Id., XXI Dicem bre (1882), ibid., p. 198. 41 Un anno dopo, 18 dicembre 1883, ibid., p. 20 4. 42 P. Turiello, Governo e governati, p. 30 2-30 3. Era il Bonghi, va ricordato, di uno scritto com e Una questione grossa. La decadenza del regim e parlam entare, che apparve nella “Nuova Antologia” nel gennaio 1884. Per il contesto ideologico – che è proprio quello degli anni e degli autori di cui ci occupiam o – va visto il capitolo IX, Inquietudini e crisi di Alberto M. Banti, Storia della borghesia italiana. L’età liberale, Roma, Donzelli, 1996, pp. 237-270 . 43 Edoardo Scarfoglio, La guerra d’Africa, “Corriere di Napoli”, 28 m arzo 1888, in Id., Abissinia pp. 39 e 41 (si notino gli esotismi ‘orientalistici’, nel senso di Edward Said). 44 Edoardo Scarfoglio, I soldati d’Italia, 14 dicembre 1895, in Id., Abissinia vol. II, p. 179, cit. in form a leggerm ente più am pia da Labanca, In m arcia verso Adua, p. 72. Alla retorica antiparlam entare del “partito coloniale”, Labanca aggiunge la tendenza dei governi dell’Italia liberale ad escludere il parlamento nelle decisioni sulla politica e le iniziative militari nelle colonie, sottolineando una vera e propria “tattica ‘extra-parlam entare’” e un “totale svuotam ento del parlam ento” (ibid., p. 71).
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Il nuovo secolo, la guerra, la vita (e la m orte) della nazione Facendo un salto in avanti nel nuovo secolo, entriamo infine – ora sì – nel ‘m ito della grande guerra’: nella preparazione, cioè, della guerra m ondiale da parte della cultura antigiolittiana, nazionalista, antisocialista del m ondo degli intellettuali e delle riviste fiorentine. È d’obbligo, seppure ovvio, ricordare che in m ezzo, tra i due secoli e le loro diverse culture di guerra, ci stanno ad esem pio episodi fondam entali della storia della cultura come ad esem pio – per lo specifico che qui ci interessa – la pubblicazione delle Riflessioni sulla violenza di Georges Sorel (190 8), m atrice prim o-novecentesca fondam entale di una cultura della violenza – se non propriam ente della guerra – che è trasversale alla destra e alla sinistra 45. Ma intervengono anche sulla scena europea le indagini e le riflessioni di Nietzsche, Bergson, Le Bon, Freud, a scuotere le fondam enta della cultura e della vita delle nazioni e le concezioni dell’agire um ano individuale e collettivo: incluse le azioni violente e apparentem ente incom prensibili com e la guerra. È un “nuovo m ondo della conflittualità perm anente”46 quello che prepara le guerre prim onovecentesche, che qui ci lim iterem o a sfiorare. È il m ondo, cioè, della guerra delle ‘nazioni proletarie’ di Corradini e Pascoli, alla ricerca di reindirizzare verso l’esterno i conflitti sociali o addirittura di redim ere con la guerra gli um ili. Ed è anche il m ondo della guerra “igenica” ed “educatrice” di Marinetti che canta la Battaglia di Tripoli, e della guerra “festa”, dello stesso Marinetti e poi di D’Annunzio.47 Ma è appunto con Enrico Corradini che qui provvisoriam ente concludiamo poiché è forse in questa figura di intellettuale e scrittore fattosi uom o politico – anche, se non innanzitutto, in reazione alle sconfitte coloniali (in prim is, a questo punto, Adua) 48 – che la nazione, la sua stessa vita ed esistenza, e la guerra, si legano indissolubilm ente. In un certo senso sem briam o essere giunti al termine di percorso, o alm eno di un ciclo, alla fine del quale si sono forse ‘fatti’ gli italiani ed ora, di nuovo, va ‘fatta’ o ‘rifatta’ l’Italia. Territorialm ente: cercando nuovi spazi; e quasi fisicam ente, plasm ando la nazione: rigenerandola o generandola di nuovo. Fin dai prim i anni del secolo, Corradini insiste su un rapporto organico e genetico tra la nazione e la guerra. È il conflitto russo-giapponese ad offrirgli evidentem ente solo lo spunto per riflessioni ben più profondam ente radicate ed elaborate, tanto da essere intitolate ad una sorta di reinterpretazione, potrem mo dire polemologica – o, meglio, militaristico-bellicista – del renaniano Che cos’è una nazione. Scriveva, ad esem pio, Corradini: 45 Vedi Zeev Sternhell, Né destra né sinistra: l’ideologia fascista in Francia, Milano, Baldini e Castoldi, 1997 (ed. orig. Paris 1983). Merita ricordare ancora una volta che la traduzione italiana dell’opera di Sorel fu im mediatamente prom ossa proprio da Benedetto Croce. 46 M. Isnenghi, Il m ito della grande guerra, p. 30 e passim . 47 Ibid., passim . 48 Rinvio al m io recente Dal “Marzocco” a Tripoli: la nazione di Corradini e la fine dell’Italia liberale, in Le tre Italie, cit, pp. 676-687. Vedi, inoltre, per le vicende coloniali di questa fase, la densa ricapitolazione di Nicola Labanca, Una nuova Italia? La guerra di Libia, ibid., pp. 631-654.
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Ciò che è proprio di un esercito sul cam po di battaglia, è proprio anche della nazione, quando agisce com e nazione ed è in istato di nazione. Bisogna intendere che ordinariam ente, in tempo di pace quasi sem pre, anche il popolo più unito è disunito. (…) Avviene un fatto che colpisce e prende tutta la nazione, allora quanto d’anim a nazionale dorm iva in fondo all’anim a di ogni cittadino, si risveglia, e fulm ineam ente d’innumerevoli anim e si fa un’anim a sola, d’innum erevoli vite una vita sola; la nazione s’è com posta in atto di nazione. Fulm ineam ente, e talvolta anche lentam ente per graduale form azione 49 .
La conclusione, infine, era lapidaria e faceva sinteticam ente em ergere le influenze intellettuali, le disposizioni culturali e le sensibilità di un’epoca: “Ad un tratto la nazione vede la guerra davanti a sé com e il più grande atto di vita. Le dottrine e le chiacchiere cadono. È il più grande atto istintivo della nazione”50 . Al term ine del suo celebre discorso del gennaio 1911, Le nazioni proletarie e il nazionalism o, Corradini diceva dunque con tono vaticinante: “Io voglio dirvi, o signori, che senza la guerra noi non sarem m o”. E nella prefazione dello stesso anno al rom anzo La guerra lontana, il leader nazionalista spiegava che esso era dedicato e si occupava della guerra intesa m aterialm ente come guerra italoabissina del 1896. Ma che egli aveva inteso la guerra anche simbolicamente, a significare: “tutte le forze che la patria deve m ettere in opera, tutti gli sforzi che deve fare per conquistare per m ezzo della lotta internazionale il suo posto nel m ondo”51. L’Italia era orm ai prossim a a sbarcare a Tripoli, e quindi a rinnovare m aterialm ente, se non a concretizzare, le proprie am bizioni e i propri program m i coloniali. L’identificazione tra la nazione e la guerra conteneva già, in nuce, uno dei m iti di fondazione e di costante m obilitazione del fascism o: sebbene a quel punto sarebbe nel frattempo intervenuta una guerra non solo simbolica, m a vissuta e in una scala fino ad allora sconosciuta, che avrebbe effettivam ente coinvolto l’intera nazione. Nel fascism o m aturo, perciò, per tornare a Croce da cui siamo partiti e alle pagine della sua Storia d’Italia, il filosofo doveva riconoscere che allo scoppio dei colpi di pistola di Sarajevo e al sopraggiungere dell’ultim atum austriaco alla Serbia, nell’estate del 1914, iniziava a scatenarsi quella guerra europea, che – Croce scriveva ora, in un certo senso sm entendo la sua precedente form ula del “cinquantennio di pace” – “aveva visitato le im m aginazioni per circa quarant’anni, m a che ora, ad un tratto, diventava presente realtà”52 . Le guerre fino ad allora 49 E aggiunge: “[Questo] accade ora in Italia, certo risorgere dell’irredentism o qua e là, non è se non un tentativo di lenta e graduale formazione”. Vedi Enrico Corradini, La vita nazionale, Siena, Ditta Ignazio Gati Libraio-Editore, 190 7, pp. 25-26 (appunto nel capitolo, nato com e articolo e qui raccolto, Che cos’è una nazione). 50 Ibid., p. 27. In questa violenta e subitanea rivelazione paiono fondersi influenze nietzscheane, schopenaueriane e bergsoniane, m ediate letterariam ente e culturalmente da D’Annunzio e dalle opere di Mario Morasso, come Uom ini e idee del dom ani. L’egoarchia (1898); L’im perialism o artistico (190 3); L’im perialism o nel secolo XX. La conquista del m ondo (190 5). 51 Enrico Corradini, Scritti e discorsi, 190 1-1914, a cura di Lucia Strappini, Torino, Einaudi, 1980 , pp. 191 e 193. 52 Vedi B. Croce, Storia d’Italia, p. 278. Ma anche, per l’esperienza vissuta, Id., L’Italia dal 1914 al 1918. Pagine sulla guerra (1919), Bari, Laterza, 1949 3 .
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“lontane” e per m olti soltanto imm aginate o m agari desiderate, andavano a questo punto com battute davvero: altri, forse ancora più atroci, “bagni di sangue” sarebbero venuti.
GUERRA ALLA GUERRA? Conflitti im maginati e reali nei dibattiti dei socialisti italiani (1870 -1914) Michele N ani
Prem esse La scelta della periodizzazione di questo contributo sem brerebbe rispondere ad una partizione dettata dalla scansione stessa dei fenomeni bellici. Dopo le guerre legate alle unificazioni italiana e tedesca, nella seconda parte del ‘lungo Ottocento’ si ridussero infatti ulteriorm ente i conflitti fra le potenze europee, contribuendo sensibilm ente all’idea della “pace dei cent’anni”. Form ulata nel 1944 da Karl Polanyi nel superbo affresco della Grande trasform azione, l’idea della pace secolare, “fenomeno inedito negli annali della civiltà occidentale”, tradiva tuttavia un punto di vista eurocentrico. Polanyi ben conosceva e pure citava le num erose guerre coloniali del secolo, m a non le riteneva cruciali nell’econom ia del suo lavoro. Dopo tutto persistette a lungo una visione particolare di quegli scontri: com e sostenne Lenin, “non vengono considerate com e guerre perché spesso sono dei sem plici massacri di abitanti inermi e indifesi dei paesi coloniali per opera degli eserciti imperialistici europei e am ericani, m uniti delle arm i più perfezionate”. Rispetto al contesto italiano questa periodizzazione si espone inoltre alle giuste critiche gram sciane alla Storia d’Italia e alla Storia d’Europa di Benedetto Croce: in entram be, secondo le note carcerarie dell’intellettuale sardo, l’autore “per ragioni estrinseche e tendenziose, prescinde dal m omento della lotta, in cui la struttura viene elaborata e modificata, e placidam ente assum e come storia il m om ento dell’espansione culturale o etico-politico”. Tuttavia, ai fini dell’oggetto specifico di queste pagine, la periodizzazione può m antenere una sua validità: prim a degli anni Settanta il socialism o italiano è legato a ristrette cerchie e personalità, che solo in m aniera episodica incontrano l’organizzazione operaia, attestata su form e m utualistiche egem onizzate da m oderati o m azziniani; quasi m ezzo secolo dopo, la Grande Guerra rappresenta un m om ento di crisi per il socialism o europeo, tale da richiedere una trattazione separata, per quanto le ragioni di quella crisi abbiano anche a che fare con le incertezze teoriche, le divisioni politiche e la difficoltà dell’iniziativa di partiti e sindacati nell’età della Seconda Internazionale di fronte ai venti di guerra, al m ilitarismo e al nazionalism o. Sono dunque l’im petuosa crescita organizzativa degli anni Ottanta e Novanta, nonostante le continue repressioni, e ancor più l’ulteriore salto di qualità
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dell’età giolittiana, dopo l’ondata rivendicativa del 190 1, a costituire il m ovim ento operaio italiano in soggetto politico e sindacale di m assa, capace di incidere sull’evoluzione della società italiana e dunque anche sull’approccio delle classi dirigenti alla guerra e alle questioni m ilitari1. Le considerazioni che seguono interessano l’elaborazione socialista più vicina a questo m ovim ento reale, al di là dell’insistenza sul pensiero politico di singole figure, per quanto rappresentative, su cui si sofferm ano sovente gli studi. Le antitesi spesso irrigidite e dunque fuorvianti fra ‘pacifism o’ e ‘antim ilitarism o’ e fra ‘culture’ di pace e di guerra, o, più in generale, dato che queste realtà sono strettam ente interconnesse, fra ‘patriottism o’ e ‘internazionalism o’ e fra ‘classe’ e ‘nazione’, non reggono al vaglio dell’indagine storica concreta. Eric Hobsbawm ha ricordato le ‘am biguità’ dell’internazionalism o operaio, prossim o a quello borghese, divaricato fra com portam enti di classe e m ovim ento organizzato, strettam ente correlato alla nazione stessa. A livello di base, talvolta non era acquisita nem meno l’appartenenza nazionale, ma com unque identità e appartenenze sono sem pre plurali e m ultidimensionali, e soggette a evocazioni simultanee e a rapidi slittam enti. La stessa presunta integrazione delle classi lavoratrici non è sufficiente a spiegare l’esito del 1914. E proprio l’estate del 1914, secondo l’analisi tuttora im prescindibile di Georges Haupt, richiede un’interpretazione articolata e relazionale, che ponga in prim o piano non tanto il divam pare del nazionalism o e dello spirito bellico, bensì elem enti politici della stessa natura di quelli che avevano favorito la grande mobilitazione del 1912: nel giro di due anni si consum arono le illusioni pacifiste della dirigenza socialista e si convertirono nell’im potenza del m ovim ento operaio 2 . Dunque al centro dell’esam e saranno soprattutto gli atteggiamenti verso le guerre combattute effettivam ente dal Regno, nel loro m anifestarsi non solo attraverso prese di posizione, m a soprattutto nell’iniziativa politica dinanzi ai conflitti, al ruolo dell’esercito e alle questioni m ilitari, e nel nesso con fenomeni sociali e culturali più am pi. Accanto, anzi strettamente intrecciati a questi atteggiam enti, restava una fioritura di discorsi, di mem orie delle guerre del passato, di riflessioni sulle guerre del presente e di sogni o incubi sulle guerre del futuro, 1 Karl Polanyi, La grande trasform azione. Le origini econom iche e politiche della nostra epoca [1944], Torino, Einaudi, 20 0 0 , pp. 5-25; Lenin, Rapporto sulla situazione internazionale e sui com piti fondam entali dell’Internazionale com unista, in Opere, XXXI (aprile-dicem bre 1920 ), Rom a, Editori Riuniti, 1967, p. 20 6; Antonio Gram sci, Quaderni del carcere, Torino, Einaudi, 1975, v. II, p. 120 9. 2 Eric J . Hobsbawm , W orking-class internationalism , in Frits van Hoolthon, Marcel van der Linden (eds), Internationalism in the Labour Movem ent 1830 -1940 , Leiden, Brill, 1988, pp. 316; Marcel van der Linden, The national integration of European w orking-classes (1871-1914): exploring the causal configuration [1988], in Id., Transnational Labour History . Explorations, Aldershot, Ashgate, 20 0 3, pp. 23-47; Georges Haupt, Guerra o rivoluzione? L’Internazionale e l’Union sacrée nell’agosto del 1914 [1969], in Id., L’Internazionale socialista dalla Com une a Lenin, Torino, Einaudi, 1978, pp. 261-30 0 , m a vedi anche Id., Il fallim ento della Seconda Internazionale [1965], Roma, Savelli, 1970 e Madeleine Rébérioux, Il socialism o e la prim a guerra m ondiale (1914-1918), in J acques Droz (a cura di), Storia del socialism o, II, Dal 1875 al 1918, Rom a, Editori Riuniti, 1974, pp. 70 0 -769.
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dall’insurrezione vagheggiata alla tem uta conflagrazione generale, che i socialisti seppero con raggelante preveggenza intuire, anche se non im pedire o contrastare. A tal proposito m erita di essere citata una testim onianza italiana: “Nella grande lotta fra il capitale e il lavoro, che riem pirà il secolo ventesim o, e che è appena com inciata, seguono urti violenti e sanguinosi, che addolorano quanti hanno sentimento um ano. Ma non si capisce com e paladini del passato traggano argom ento da quei fatti dolorosi per condannare in nom e dell’umanità una lotta storicam ente necessaria e indubbiamente feconda d’un avvenire m igliore del presente. Essi non considerano che è appunto quel grande conflitto, funestato pur troppo dal sangue, la sola, universale, m anifestissim a cagione per cui non è ancora scoppiata dopo il 1870 , e forse non scoppierà m ai più, una guerra europea spaventevole, nel quale cadrebbero più m orti e feriti in un giorno che non ne cadranno nella lotta sociale in un secolo?”. Autore di queste righe, forse m em ori di un celebre passaggio dell’ultim o Engels, era Edm ondo De Am icis: la frase accom pagnava e com mentava una delle prim e riproduzioni popolari del Quarto Stato di Pellizza da Volpedo, nell’alm anacco “Leggetem i!” del 190 3. Fatta eccezione per il periodo della Gran de guerra, anche per questo lasciato a m argine di questa relazione, lo stato dell’arte non si è discostato di m olto dalla carenza di studi lam entata da Gianni Oliva oltre vent’anni fa. Alle ragioni addotte allora dallo studioso torinese, si som m ano oggi il declino di interesse per il m ovim ento operaio e la progressiva m arginalizzazione degli studi ottocenteschi nel quadro disciplinare della storia contem poranea 3 . Tradizioni, eredità e ricezioni Le m atrici ideologiche dell’antim ilitarism o socialista, inteso come com e ‘opposizione politica organizzata’, risalgono alla democrazia risorgim entale. Gli elem enti fondanti che si trasm isero dalle generazioni risorgim entali a quelle suc3 Resta ancora fondamentale Gianni Oliva, Esercito, paese e m ovim ento operaio. L’antim ilitarism o dal 1861 all’età giolittiana, Milano, Angeli, 1986. Sul periodo successivo, qui non trattato, accanto ai classici lavori di Luigi Ambrosoli (Né aderire né sabotare. 1915-1918, Milano, Avanti!, 1961), Leo Valiani (Il Partito Socialista Italiano nel periodo della neutralità. 19141915, Milano, Feltrinelli, 1963), Alessandro Cam arda e Santo Peli (L’altro esercito. La classe operaia durante la prim a guerra m ondiale, Milano, Feltrinelli, 1980 ), e alle raccolte Operai e contadini nella Grande Guerra (a cura di Mario Isnenghi, Bologna, Cappelli, 1982) e Stato e classe operaia in Italia durante la prim a guerra m ondiale (a cura di Giovanna Procacci, Milano, Angeli, 1983), m i limito a segnalare alcuni più recenti studi: Giovanna Procacci, Soldati e prigionieri italiani nella grande guerra, Rom a, Editori Riuniti, 1993 (poi Torino, Bollati Boringhieri 20 0 0 ); Ead., Dalla rassegnazione alla rivolta. Mentalità e com portam enti popolari nella grande guerra, Roma, Bulzoni, 1999; Bruna Bianchi, La follia e la fuga. Nevrosi di guerra, diserzione e disobbedienza nell’esercito italiano, 1915-1918, Rom a, Bulzoni, 20 0 1; Piero Di Girolam o, Produrre per com battere. Operai e m obilitazione industriale e Milano durante la grande guerra 1915-1918, Napoli, ESI, 20 0 2; Matteo Erm acora, Cantieri di guerra. Il lavoro dei civili nelle retrovie del fronte italiano (1915-1918), Bologna, Il Mulino, 20 0 5. Cfr. anche Gianni Isola, Guerra al regno della guerra! Storia della Lega proletaria m utilati invalidi reduci orfani e vedove di guerra (1918-1924), Firenze, Le Lettere, 1990 .
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cessive furono da un lato la polem ica dem ocratica, cara a Cattaneo, Pisacane e allo stesso Garibaldi, contro gli eserciti perm anenti e professionali, ritenuti strum enti della repressione (antiliberale e antinazionale prim a, antipopolare e antisocialista poi), dall’altro l’apologia del volontariato, che in Mazzini e nei m azziniani assunse le form e, contraddittorie e senza effetti concreti, della guerra per bande. Il socialism o innestò su queste elaborazioni l’analisi di classe, che com portava qualche discontinuità, m a il Risorgim ento lasciò una ricca ‘eredità’ ai socialisti postunitari, soprattutto attraverso il filtro dall’esperienza garibaldina: più che nella teorizzazione di una guerra integrata o nella dim ensione carism atica e sim bolica dell’Eroe, nel m ito del volontario, contrapposto all’im magine negativa del soldato. L’elem ento cruciale della continuità resta com unque l’idea di ‘nazione arm ata’, della quale i socialisti fecero una vera e propria proposta di riform a e di transizione. Attraverso quell’idea-forza l’eredità illum inistica, debitrice della elaborazione di Machiavelli, e quella giacobina del soldato-cittadino e rivoluzionario divennero patrim onio della democrazia europea e quindi del socialism o. Con qualche eccezione, Karl Liebknecht su tutti, democratici e socialisti confusero spesso il modello giacobino e l’esem pio vivente della Confederazione Elvetica. Più in generale, dimenticando le radici di quel modello in una società postrivoluzionaria, fraintesero anche i rapporti fra organizzazione militare e form e politiche, quasi che un assetto m ilitare potesse garantire, qualsiasi fosse la struttura del potere, più am pie garanzie di libertà. Per restare all’esem pio, proprio l’im piego repressivo delle m ilizie svizzere dim ostrava nei fatti i lim iti di quella confusione e di quel fraintendim ento 4 . Su quelle tradizioni condivise si inserì l’apporto specificam ente socialista, che si può riassum ere nel nesso fra esercito, potere di classe e strutture della società capitalistica. Le analisi più com plesse e articolate, com e per la questione nazionale, si dovettero al ‘m arxism o’, che com e im pianto teorico e patrim onio diffuso nacque proprio nel periodo al centro di questo contributo. Marx e i m arxisti rifiutavano l’idea della neutralità e si affidavano ad un giudizio del tutto congiunturale sui conflitti, centrato sul punto di vista e dunque sull’interesse storico di fondo del proletariato dei paesi capitalisticamente più avanzati. Anche questo approccio, in qualche m odo discontinuo rispetto a quello democratico, venne tuttavia filtrato attraverso le culture politiche pre-esistenti, nel quadro di un processo assai più am pio recentem ente ribadito da Christopher Bayly. La posizione m arxista venne inizialmente tradotta in una sorta di pacifism o popolare e in un generalizzato appoggio a tutte le lotte di liberazione nazionale, senza discrimine politico o di classe. Questa dinam ica di appropriazione venne favorita anche dai dibattiti dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori, che fondarono uno specifico pacifism o proletario e un nuovo e radicale antim ilitarismo di classe, pensato come veicolo di trasform azione sociale, m a anche di azione im mediata, nell’idea dello sciopero contro la guerra 5. G. Oliva, Esercito, pp. 7-8 e 95-112. Madeleine Rébérioux, Il dibattito sulla guerra, in Storia del m arxism o, II, Il m arxism o nell’età della Seconda Internazionale, Torino, Einaudi, 1979, pp. 897-935. Sulle radici dell’as4
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Il caso italiano può essere assunto a testim one di una difficile ricezione, tanto del dibattito m arxista quanto delle discussioni internazionali in tem a di guerra. I riform isti, ad esem pio, accolsero con un certo provincialism o e con la consueta diffidenza verso la teoria le risoluzioni della Seconda Internazionale, con le significative eccezioni, tutte individuali, di Costa, che intervenne nel 190 7 al congresso Stoccarda e di Morgari che tre anni dopo propose una m ozione a quello di Copenaghen. Anche l’ala intransigente e rivoluzionaria restò ai m argini di quelle discussioni e si distinse per un approccio più tolstojano (un autore che godeva di un successo strepitoso presso il pubblico socialista) che m arxista. Queste distanze non im pedirono, tuttavia, al m ovim ento operaio italiano di rivelare nel m om ento cruciale un’avversione alla guerra che univa lavoratori, intellettuali e dirigenti. Si trattò di un fenom eno politico di m assa che, in qualche m odo, accompagnava l’atteggiam ento ideologico di alcuni gruppi intellettuali dinanzi alla guerra e, anzi, forse contribuì in m aniera rilevante a determ inarlo. Com e ha segnalato Leonardo Rapone, pur nell’assenza di riferim enti al dibattito sull’im perialism o e sul m ilitarism o, e dunque alle categorie m arxiste più aggiornate, fu con l’innesto di m ateriali crociani ed einaudiani sulla sua cultura socialista che Gram sci elaborò una prospettiva che coincideva per m olti versi con quella di alcuni dei protagonisti di quel dibattito. Si potrebbe aggiungere che questa elaborazione autonom a m a convergente con la ‘sinistra’ dell’Internazionale dovette senz’altro qualcosa ai ricchi dibattiti delle sezioni socialiste torinesi6 . Al di là di sviluppi originali e m ancate ricezioni, nell’Italia postunitaria la politica socialista si inseriva in una più lunga e profonda m emoria sociale, che in età liberale continuava a condizionare un rapporto fra esercito e paese caratterizzato dal “continuo oscillare fra consenso e dissenso”. In un certo senso, l’atteggiam ento del m ovimento operaio nei confronti delle istituzioni m ilitari ereditava e contribuiva attivamente a riprodurre una cultura contadina e popolare di lungo periodo segnata da un’irriducibile diffidenza verso le truppe, in quanto veicolo di devastazioni territoriali e di saccheggio di risorse. Più in generale, Walter Barberis ha sostenuto di recente che uno dei ‘caratteri originali’ della storia d’Italia risiede nell’atteggiamento verso la guerra, subita per secoli sul proprio territorio. L’atteggiam ento socialista ereditava inoltre anche lo sguardo dei subalterni sull’esercito com e responsabile della sottrazione di risorse all’econosunto marxista per cui nel mondo ineguale del capitale la guerra è inevitabile e non c’è pace senza rivoluzione cfr. Alberto Burgio, Per una storia dell’idea di pace perpetua, in Im manuel Kant, Per la pace perpetua [1795], Milano, Feltrinelli, 1991, pp. 10 9-153. Per un caso di studio si veda Sergio Luzzatto, La Marsigliese stonata. La sinistra francese e il problem a storico della guerra giusta (1848-1948), Bari, Dedalo, 1992. Sull’im pianto del socialismo cfr. ora Christopher A. Bayly, La nascita del m ondo m oderno. 1780 -1914 [20 0 4], Torino, Einaudi, 20 0 7, pp. 373-377. 6 Luigi Cortesi, Pacifism o e internazionalism o nel m ovim ento sindacale italiano, in Isabella Milanese (a cura di), Le Cam ere del lavoro italiane: esperienze storiche a confronto, Ravenna, Longo, 20 0 1, pp. 247-262. Su Gram sci cfr. Leonardo Rapone, Antonio Gram sci nella grande guerra, “Studi storici”, a. XLVIII (20 0 7), n. 1, pp. 5-96 e Angelo d’Orsi, Gram sci e la guerra: dal giornalism o alla riflessione storica, “Passato e presente”, 20 0 8, n. 74, pp. 55-80 .
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m ia fam iliare, attraverso il tributo della leva, essa stessa specchio e m oltiplicatore delle disuguaglianze sociali, per i meccanism i censitari e classisti dell’esenzione. Com e ha m ostrato Piero Del Negro, dopo i preoccupanti esiti delle prim e leve di m assa postunitaria (1863-1865) la situazione, anche per via di una capillare repressione, si stabilizzò attorno a un più o meno fisiologico 4% di renitenza, con risalite dagli anni Ottanta dovute per lo più alla crescita dell’em igrazione. Tuttavia il dissenso perdurava anche al di là dell’inevitabile rassegnazione, iscritta nell’habitus delle classi popolari dalla stessa durezza della vita m ateriale e dall’esperienza quotidiana della subordinazione al dom inio sociale: lo indicano l’antim ilitarism o spontaneo dei canti popolari, la partenza vissuta senza alcun entusiasm o, le sim ulazioni e m utilazioni alla visita di leva, i conflitti e il difficile disciplinam ento delle caserm e 7. Questo lascito di separatezza fra esercito e m aggioranza del Paese risentiva inoltre dei caratteri specifici delle politiche m ilitari postunitarie. Voce im ponente nel bilancio statale, a detrim ento di altre spese (per le politiche sociali e l’istruzione, ad esem pio), l’esercito venne dispiegato prioritariamente, com e ha ricordato a più riprese Giorgio Rochat, in difesa dell’ordine pubblico e degli assetti sociali. L’uso interno dell’esercito, com e popolo ‘buono’ da contrapporre ai m oti di quello traviato, era reso possibile dagli scarsi legami fra coscritti e territorio derivanti dalla scelta tutta politica del reclutam ento nazionale, fonte di un divario linguistico e persino culturale, poiché le caserm e rappresentavano di fatto una enclave di rurali in città. La concentrazione nelle caserm e, ha sostenuto Em ilio Franzina, non era foriera di sole rassicurazioni, per via della m icroconflittualità interna e dei rapporti con la società circostante, e, per converso, la loro funzione non fu solo repressiva, m a valse anche da tessuto unificante. Tuttavia nel caso italiano l’uso repressivo dell’esercito, per quanto pensato com e extrem a ratio, godette di una legittim azione am plissim a da parte del m ondo politico e intellettuale. I conflitti degli anni Novanta e la crisi di fine secolo spinsero le classi dirigenti all’abbandono di quel m odello, a favore di una professionalizzazione delle forze di polizia, alle quali affidare prioritariam ente i compiti di tutela dell’ordine pubblico. Pesò in questa scelta anche il tim ore di una politicizzazione in senso sovversivo e socialista dei coscritti, che suscitò anche tentativi di un’opposta pedagogia popolare in nom e dell’ordine e della nazione 8 . 7 La citazione da G. Oliva, Esercito, pp. 7-8; Walter Barberis, Prem essa, in Id. (a cura di), Storia d’Italia. Annali, 18, Guerra e pace, Torino, Einaudi, 20 0 2; sulle leve cfr. G. Oliva, Esercito, pp. 11-28 e Piero Del Negro, La leva m ilitare in Italia dall’Unità alla grande guerra, in Id., Esercito, Stato, società. Saggi di storia m ilitare, Bologna, Cappelli, 1979, pp. 168-261; per gli indicatori del rifiuto cfr. sempre G. Oliva, Esercito, pp. 29-55. 8 Giorgio Rochat, Forze arm ate, in Il m ondo contem poraneo, I, Storia d’Italia, Firenze, La Nuova Italia, 1978, t. 2, pp. 50 0 -515, m a cfr. anche Giorgio Rochat, Giulio Massobrio, Breve storia dell’esercito italiano dal 1861 al 1943, Torino, Einaudi, 1978; Em ilio Franzina, Caserm a, soldati e popolazione, in Esercito e città dall’Unità agli anni Trenta, Rom a, Ufficio centrale per i beni archivistici, 1989, vol. I, pp. 349-388; Angelo Visintin, La professione m ilitare e il dibattito sul m ilitarism o nella “Rivista m ilitare italiana”, in Giuseppe Caforio, Piero Del Negro (a cura di), Ufficiali e società. Interpretazioni e m odelli, Milano, Angeli, 1988, pp. 50 3-524.
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Alle origini dell’atteggiamento dei socialisti italiani verso la guerra restano l’esperienza e il m ito del volontariato garibaldino. La presa di Rom a, che in qualche m odo esaurì le finalità del ‘partito’ garibaldino, dirottò da subito, anche grazie all’am nistia, m olte energie al di là delle Alpi. Garibaldi aveva offerto prontam ente il proprio aiuto alla risorta repubblica francese, in nome dei ‘principi del 1789’. L’Armata dei Vosgi inquadrò circa 30 0 0 italiani, un centinaio dei quali sarebbero caduti nella guerra contro la Prussia. L’inutilità delle vittorie sul cam po, che riattualizzarono il m ito del volontario, e il duro giudizio dei com battenti sull’esercito e la società francesi, per via della continuità delle vecchie istituzioni del Secondo Im pero, favorirono il successivo im pegno di una parte di loro nella Com une. In una delle prime celebrazioni della Com une parigina, “La Plebe” salutava la fucilazione dei generali e l’abolizione dell’esercito stanziale. Con la fine dell’esperienza com unarda un centinaio di italiani, secondo i dati ufficiali, fecero ritorno in patria, sotto stretta sorveglianza poliziesca, anche per via della lettura cospirativa della rivoluzione parigina, addebitata da liberali, cattolici e conservatori alla potenza dell’Internazionale. Condannata persino da democratici com e Ferrari e Mazzini, la rivolta parigina fu tanto nominata da suscitare interesse e fascinazione, m entre la difesa della Com une e dell’Internazionale da parte di Garibaldi avviò m olti giovani sulle strade del socialism o. Qualcuno fra i reduci faceva tesoro dell’esperienza francese per invitare non tanto all’incendio, incubo dei benpensanti, m a al più prosaico sciopero, com e un sarto degli stabilim enti Bocconi a Milano 9 . Al di là del volontariato garibaldino e del passaggio all’internazionalismo socialista dello stesso Garibaldi (la celebre espressione sul “sol dell’avvenire” risale al 1872-1873), il primo socialismo fu attraversato da sussulti insurrezionalisti. Una parte consistente di militanti unì le suggestioni di Pisacane alla predicazione di Bakunin, inaugurando nel Matese un tradizione destinata a periodiche, esplosive riemersioni, in Lunigiana nel 1894 o nella ‘settimana rossa’ romagnola del 1914, nel segno della traduzione pratica e immediata di una guerra di classe pensata, per dirla con Gramsci, nel segno del ‘movimento’ e non della ‘posizione’. Al di là del filone anarchico, dopo il compimento dell’Unità le prese di posizione sulla guerra da parte dei socialisti italiani furono piuttosto uniformi e generiche: sull’esame politico e di classe del ruolo dei militari nella società capitalistico-borghese si innestavano le proposte della ‘nazione armata’ e la denuncia dell’operato dell’esercito 10 . Guerre coloniali Fra Risorgim ento e Grande guerra il Regno d’Italia com batté solo guerre coloniali, lontane geograficam ente dal territorio nazionale, m a nondimeno reali 9 Eva Cecchinato, Cam icie rosse. I garibaldini dall’Unità alla Grande Guerra, Roma-Bari, Laterza, 20 0 7, pp. 137-148; Renato Zangheri, Storia del socialism o italiano, I, Dalla rivoluzione francese a Andrea Costa, Torino, Einaudi, 1993, pp. 194-231. 10 Sulla prima fase dell’atteggiamento socialista cfr. G. Oliva, Esercito, pp. 113-115.
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per decine di m igliaia di coscritti – il “colonialism o coatto” di cui ha scritto Nicola Labanca – e dunque per una porzione rilevante di fam iglie coinvolte nell’apprensione e, spesso, nel lutto. Il governo di queste truppe fu segnato da una disciplina “rigida e autoritaria, insensibile alle più elementari esigenze dei coscritti”: innestandosi sul dissenso latente produsse il “distacco dei soldati dal m ito coloniale e dall’euforia bellicista”11. Proprio con la spedizione di Massaua, nel 1885, si aprì l’intervento concreto delle organizzazioni del m ovim ento operaio. A differenza del resto dell’Estrem a, i socialisti assunsero da subito una linea anticoloniale, im perniata sulla necessità del ritiro delle truppe dall’Africa. In quell’occasione, Andrea Costa, prim o socialista eletto alla Cam era, inaugurò la sua serie di discorsi parlam entari contro l’espansionism o. Le posizioni dei prim i socialisti vennero ribadite, a fronte delle persistenti incertezze di settori radicali e repubblicani (basti pensare a Bovio e Cavallotti), anche dopo l’episodio di Dogali, nel 1887. Toccò ancora a Costa presentare un ordine del giorno e tenere un discorso destinato a divenire celebre, nel quale si riecheggiava la parola d’ordine, già avanzata dal socialism o francese e tedesco, “né un uom o, né un soldo” per le im prese coloniali. Al di là della ferma denuncia nelle aule parlam entari, i socialisti organizzarono com izi e m anifestazioni sul territorio nazionale 12 . Nel corso della prim a guerra d’Africa m aturò quindi un più ampio discorso antimilitarista. Sulla scorta dell’elaborazione della Lega socialista m ilanese, nel congresso m eneghino del 1891 che rappresentò il preludio alla costituzione del partito, si produsse un prim o deliberato sulla questione militare, in sintonia con le posizioni stabilite nei due congressi che avevano segnato la rinascita dell’Internazionale (Parigi 1889 e Bruxelles 1891). Il program m a in quattro punti legava capitalism o e militarism o e conferm ava la proposta alternativa della ‘nazione arm ata’. Com e rivela il dibattito fra Treves, Turati e Lerda sulle prim e annate di “Critica Sociale” (1892-1893), a proposito dei rapporti con il pacifismo borghese e con le sue proposte di disarm o e arbitrato internazionale (un tem a già discusso negli anni della Prim a Internazionale), erano ancora forti le rem ore a sm orzare la critica di classe a favore di un’alleanza con i settori più democratici delle classi dirigenti. Si infittì, al contempo, la polemica antim ilitarista, a partire dalla denuncia degli eccidi proletari e delle distorsioni della vita di caserm a, sem pre nell’ottica dell’alternativa possibile in chiave di ‘nazione arm ata’. L’attività socialista, tuttavia, per il peso dei rapporti di forza parlam entari e politici, non sortì effetti concreti, né sul piano delle riform e, né su quello delle guerre coloniali. Queste posizioni non incisero nem meno sulla condotta concreta delle forze arm ate im pegnate nella repressione, com e dim ostrano con tragica eloquenza gli interventi siciliani: avviati sotto Giolitti divennero stato d’assedio e Nicola Labanca, In m arcia verso Adua, Torino, Einaudi, 1993, pp. 20 4-222. Romain Rainero, L'anticolonialism o italiano da Assab ad Adua (1869-1896), Milano, Com unità, 1971; Renato Monteleone, L’anticolonialism o socialista in Italia tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, in Angelo Del Boca (a cura di), Adua. Le ragioni di una sconfitta, Roma-Bari, Laterza,1997, pp. 79-89. 11
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tribunali militari con il ritorno di Crispi. La sola presenza di un’opposizione intransigente suscitò, al contrario, num erosi allarm i e persino la predisposizione di nuovi strum enti repressivi specifici dell’azione antimilitarista, nel quadro delle “leggi antianarchiche” crispine dell’estate del 1894. Basti infine ricordare che il prim o sequestro subito dall’“Avanti!”, appena nato nel dicembre 1896, fu a causa di un articolo di Guglielmo Ferrero sull’esercito: i redattori la definirono ironicam ente la “prova del fuoco” del giornale 13 . La questione m ilitare nella proposta del Psi Nel fuoco della lotta politica legata all’escalation della guerra africana e alla polem ica contro i governi crispini, l’antim ilitarism o socialista si trasform ò: da scelta ideale, legata all’eredità risorgim entale e alle ideologie di classe, si fece pratica politica in un contesto concreto. Dopo il 1894 l’elaborazione turatiana individuò le radici della crisi italiana nel dom inio di un blocco sociale reazionario, del quale faceva parte a pieno titolo la gerarchia m ilitare; a questo blocco avrebbe potuto contrapporsi la borghesia industriale e agraria settentrionale, con la quale i socialisti avrebbero dovuto cercare un’intesa 14 . Alla lotta delle classi si preferiva un’analisi articolata, al fine di inserirsi nelle divisioni dei gruppi dirigenti. Di conseguenza, da elem ento della critica generale alla società capitalistica l’antim ilitarism o si faceva elemento centrale del disegno riform ista proposto alla borghesia ‘progressiva’, nell’ottica di una lotta comune per la dem ocratizzazione del paese. Nel fuoco della crisi di fine secolo e con le aperture dell’età giolittiana il m odello ‘riform ista’ si cristallizzò, m a non sembrò in grado di tenere conto dei num erosi elem enti di sm entita a un’analisi in qualche m odo ottim istica. Le m anifestazioni popolari spontanee che nel m arzo 1896 si susseguirono alle notizie del disastro africano, e che giunsero ad azioni eclatanti e a slogan im pensabili fino a qualche anno prim a (i binari divelti a Pavia e il celebre “Viva Menelik!”), si saldarono alla denuncia parlamentare del solito Costa, m a non trovarono una sponda politica unitaria e un’iniziativa pronta da parte dei socialisti, dell’Estrem a e soprattutto della borghesia settentrionale. La diagnosi riform ista venne conferm ata anche attraverso il 1898 dei m oti popolari, delle cannonate e della repressione: in quel frangente sembrò persino avere portata europea, com e conferm ava il caso Dreyfus. Turati si spinse allora ad abbozzare un nuovo program m a m ilitare, destinato ad inform are l’azione riform ista nel decennio successivo. L’antim ilitarism o restò tuttavia una carta propagandistica. I suoi m essaggi intercettavano um ori profondi della cultura popolare (che pure, se rifiutava la guerra, presentava m olte contraddizioni rispetto all’esercito, leva com presa), m a non si traducevano in organizzazione e agitazione, sia per lim iti propri del partito e delle altre strutture del m ovim ento operaio, sia per la linea gradualista e tesa alle alleanze, che sacrificava la dim ensione di classe. Ne fu testim one l’esito 13 14
G. Oliva, Esercito, pp. 119-130 . Ivi, pp. 131-152.
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dell’attivism o durante la spedizione m ilitare in Cina nel 1899-190 0 , quando le truppe italiane furono inviate a cooperare alla repressione della rivolta dei ‘boxers’. Com e nei prim i anni Novanta, l’inefficacia politica diretta non smorzò l’allarme suscitato fra i m ilitari e, più in generale, nei gruppi dirigenti. Secondo Rochat, anzi, il ricco dibattito sull’esercito e la fertile stagione di studi militari dell’Italia liberale vennero chiusi proprio dall’avanzata del m ovimento operaio, che riuscì a porre alcuni lim iti al ruolo repressivo dell’esercito, ma non fu in grado di im porre un controllo politico sulle forze arm ate. Queste, al contrario, si irrigidirono su posizioni conservatrici e nazionaliste, aum entando di fatto la separazione rispetto alle trasform azioni sociali15. Con la svolta giolittiana sem brò finalm ente giunto il tem po della maturazione dei frutti del com prom esso ‘progressivo’. Il Psi si oppose sistematicamente alle spese m ilitari, m a i governi restarono condizionati dai m ilitari, efficacem ente tutelati dalla Corona. Si assistette così a uno scambio fra le aperture in politica interna e nei conflitti sociali e la gestione separata della politica estera e m ilitare. Sottratto a com piti direttam ente repressivi, l’esercito vide consolidate e persino aum entate le dotazioni finanziarie, m entre incalzava il riarm o e le prospettive di riform a sfum avano. Lo schem a riform ista venne sostanzialmente sm entito, m a la dirigenza socialista faticò a prenderne atto. A partire dal confronto congressuale del 190 6 anche sulle questioni m ilitari i socialisti si divisero su linee che ricalcavano le correnti. Il program m a m inimo antim ilitarista, che informava la propaganda del partito, venne conferm ato e persino articolato, grazie al contributo di indubbie competenze tecniche. Se i socialisti orm ai riconoscevano il ruolo difensivo dell’esercito e dunque alim entavano un livello m inim o di consenso patriottico, si opponevano com unque agli aum enti di spesa, continuavano a criticare gli interventi repressivi e l’im punità dei repressori, proponevano il reclutamento territoriale com e approssim azione alla ‘nazione arm ata’, denunciavano le discrim inazioni e le vessazioni subite dai socialisti in divisa. Sugli sprechi nelle com m esse per la m arina e sulla necessità di riorganizzazione e razionalizzazione il Psi riuscì a far varare due com m issioni di inchiesta. Preso in un gioco politico che lo vedeva com unque subalterno, il Psi non influenzò le risoluzioni delle com m issione, che finirono paradossalmente con il perorare un aum ento delle spese m ilitari16 . L’alternativa dell’antim ilitarism o m ilitante Fino ai prim i del Novecento in cam po socialista non si diedero alternative alla linea riform ista. Non ne suscitò nem meno la crisi della proposta della ‘nazione arm ata’, cardine della strategia socialista di medio periodo, che com inciava a m ostrare le proprie contraddizioni. Occasione di chiarificazione fu la rivolta cre15 G. Rochat, Forze arm ate. Sul versante coloniale cfr. Nicola Labanca, Discorsi coloniali in uniform e m ilitare, da Assab ad Adua verso Tripoli, in Storia d’Italia. Annali, 18, pp. 50 5-545. 16 G. Oliva, Esercito, pp. 153-180 .
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tese del 1897, che sollecitò un’im prevista fiam m ata di rom anticismo politico filoellenico e spinse un gruppo di socialisti al volontariato e alla sperim entazione della vita m ilitare e della ‘guerra per bande’. L’esito fu disastroso, non solo per via della sconfitta dinanzi all’esercito regolare ottomano e per le pessim e prove della ‘legione’ italiana in Macedonia, m a anche sul piano politico-ideologico. In quel contesto la ‘nazione arm ata’ vagheggiata non era affatto ‘popolare’ e non sortiva da una situazione rivoluzionaria, dunque i suoi m argini di m anovra erano ristretti: ciononostante il dibattito si riaprì e i socialisti dovettero prendere atto che il potere taum aturgico del volontariato, consacrato dalle prove garibaldine e dall’epopea dei Mille, si andava esaurendo. Sintom o esem plare, per alcuni i caratteri della guerra m oderna, tecnologica e di m assa, riabilitavano la disciplina 17. Nel prim o decennio del nuovo secolo, tuttavia, la divisione in correnti e l’apporto di più giovani generazioni portarono alla nascita di un nuovo antim ilitarism o, più ‘m ilitante’ e diretto in primo luogo ai soldati. Si trattò di una svolta su scala europea, dettata dalla presa d’atto della com plessità del fenom eno del ‘m ilitarism o’ nell’età dell’im perialism o e dell’im portanza cruciale del riarm o e degli eserciti, anche in chiave di consenso e prestigio interni. Sulla scorta della consuetudine degli appelli ai partenti, trovò in Italia un’espressione trasversale, in am bienti che andavano dagli anarchici, ai sindacalisti rivoluzionari, ai giovani socialisti della Fgs e a spezzoni delle correnti di sinistra del partito. Non tutti aderivano alla m atrice herveista, che restava com unque la più diffusa, m a patrim onio com une era la critica all’approccio parlam entare e propagandistico del socialism o riform ista e agli stessi limiti della sua opposizione al m ilitarism o. Em blem atiche furono le esperienze de “La pace”, giornale d’agitazione prom osso nel 190 3 da Ezio Bartalini, della diram azione italiana dell’Internazionale antim ilitarista e della Lega dei futuri coscritti, sorta nel 190 5. L’unità dell’antimilitarismo m ilitante si diede nel ritorno a un analisi di classe del ruolo dell’esercito nella società capitalistica e nei suoi sviluppi im perialistici e nella prassi che ne conseguiva: non tanto la velleitaria renitenza, m a un lavoro di infiltrazione nelle caserm e e di educazione dei coscritti al fine di sabotare l’uso dell’esercito in funzione antioperaia. L’azione aveva evidenti lim iti di agibilità e venne per di più sottoposta a vigile repressione, con tanto di puntuale inchiesta presso le prefetture sin dal 190 5. L’allarm ata sorveglianza non arginò un fenom eno m assiccio e diffuso su scala nazionale, che restava tuttavia privo di obiettivi visibili e dunque di effetti concreti: la macchina della repressione – e del crum iraggio durante gli scioperi – non fu m ai inceppata 18 . 17 Gianni Oliva, Un dibattito socialista di fine secolo: la nazione arm ata e la guerra grecoturca del 1897, “Rivista storica italiana”, 1982, n. 2, pp. 50 8-526; Id., Illusioni e disinganni del volontariato socialista: la ‘legione Cipriani’ nella guerra greco-turca del 1897, “Movimento operaio e socialista”, 1982, n. 3, pp. 351-365; E. Cecchinato, Cam icie, pp. 234-263. 18 G. Oliva, Esercito, pp. 181-20 2 e G. Rochat, G. Massobrio, Breve storia, pp. 135-138; Ruggero Giacomini, Antim ilitarism o e pacifism o nel prim o Novecento, Ezio Bartalini e ‘La Pace’, Milano, Angeli, 1990 ; per un caso locale cfr. sem pre Paolo Spriano, Storia di Torino operaia e socialista, Torino, Einaudi, 1972.
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La guerra di Libia e l’intervento: dalla crisi dello schem a riform ista alla conferm a del rifiuto Conferm ando l’inefficacia, o m eglio la portata ridotta dell’azione diretta dell’antim ilitarism o socialista, la guerra di Libia m ostrò al contem po i lim iti della politica riform ista. Disorientati dall’adesione giolittiana alla politica estera nazionalista, i socialisti intervennero in ritardo e dovettero prendere atto della natura illusoria di un quindicennio di fiducia nelle virtù dem ocratiche della borghesia italiana e nelle possibilità di un’alleanza politica con radicali e repubblicani. Nonostante da am pi settori di base provenissero segnali in direzione di uno sciopero politico contro la guerra, i riform isti restarono paralizzati e la stessa dirigenza sindacale si lim itò ad avallare passivam ente le iniziative dal basso. La sconfitta politica sancita dal fallim ento dello sciopero innescò defezioni dal cam po socialista: da destra, in nome del colonialismo civilizzatore e da sinistra, nell’inseguimento dell’‘im perialism o operaio’19 . Per contro, il gesto isolato del m uratore bolognese Augusto Masetti, che nell’im m inenza della partenza per la Libia fece fuoco sul proprio com andante inneggiando all’anarchia, rappresentò l’unica m aterializzazione im m ediata del lavoro decennale dell’antim ilitarismo m ilitante. L’agitazione proseguì sia a livello propagandistico, sia con iniziative originali, come la Cassa per il soldo, che costruì una rete di solidarietà e com unicazione verso i coscritti socialisti. Anche su un versante finora trascurato in questo contributo la guerra di Libia segnò crisi e cesure: scompaginò infatti il campo trasversale del suffragism o, portando alla fine dell’esperienza della rivista “L’alleanza”, im pegnata in una denuncia di genere del m ilitarism o e nella proposta di una ‘donna nuova’ costruttrice di pace. Fem m inism o, pacifism o e socialism o divergevano e la loro saldatura restava patrim onio delle donne del Psi, che fecero di una nuova rivista, “La difesa della lavoratrice”, una tribuna antimilitarista e anticolonialista, destinata peraltro a nuove lacerazioni fra 1914 e 1915. La sua vicenda testim onia com unque della forza del rifiuto della guerra nel movimento operaio: passata sotto il controllo delle interventiste perse due terzi delle lettrici20 . Pur nell’im potenza politica, il Psi restò ferm o nella denuncia dell’espansionism o coloniale e anche dinanzi alla guerra del 1914 si m antenne coerente con la propria propaganda, unico, con russi e serbi, fra i partiti dell’Internazionale. Com e ha sostenuto Renato Zangheri, nel quadro della “koinè m arxista” internazionale, “su alcune questioni i socialisti italiani dimostreranno di capire non meno, forse più, dei com pagni tedeschi e francesi, sul colonialismo, ad esem pio, sulla guerra, a quel grande banco di prova di tutte le ideologie che fu il 1914”. Il neu19 Maurizio Degl’Innocenti, Il socialism o italiano e la guerra di Libia, Roma, Editori Riuniti 1976. 20 G. Oliva, Esercito, pp. 20 3-225; Laura De Marco, Il soldato che disse no alla guerra. Storia dell’anarchico Augusto Masetti (1888-1966), Santa Maria Capua Vetere (Caserta), Spartaco, 20 0 3; Tiziana Pironi, Pace e guerra in due riviste delle donne in età giolittiana. Due casi: “L’Alleanza” e “La difesa delle lavoratrici”, in Le sinistre, pp. 155-174.
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tralism o fu incapace di mobilitare le piazze, m entre si m oltiplicavano gli interventism i ‘dem ocratici’ e ‘di sinistra’. La rinuncia allo sciopero generale antimilitarista segnalava la m edesim a passività e rassegnazione dello slogan di Costantino Lazzari, il celebre “né aderire, né sabotare”, linea ufficiale dal m aggio 1915. Tuttavia, com e avevano preannunciato centinaia di com izi sim ultanei contro la guerra e persino scioperi generali cittadini e giornate di lotta nelle capitali industriali del paese, toccò ad un partito tutto som m ato periferico come quello italiano guidare su scala internazionale l’opposizione alla guerra, per dirla con il Manifesto di Zim m erwald, trionfo della “barbarie più selvaggia”, che aveva fatto dell’Europa un “gigantesco m acello di uom ini”. Trent’anni di propaganda socialista e di organizzazione dei lavoratori avevano convertito, per dirla con Franco Andreucci, un antim ilitarism o e un internazionalism o di carattere “elementare, sentim entale, preindustriale” ad una più robusta e m oderna “solidarietà” di classe, “frutto im portante” di un “lavorio lungo e costante”21.
21 Per la prima citazione cfr. Renato Zangheri, Storia del socialism o italiano, II, Dalle prim e lotte nella Valle Padana ai fasci siciliani, Torino, Einaudi, 1997, pp. 327-28 – giudizio ribadito da Fabio Fabbri, La propaganda per la pace. Il socialism o italiano e l’Internazionale, in Daniela Rossini (a cura di), La propaganda nella grande guerra fra nazionalism i e internazionalism i, Milano, Unicopli, 20 0 7, pp. 17-40 . In dettaglio si veda ora Francesca Canale Cam a, Alla prova del fuoco. Socialisti francesi e italiani di fronte alla prim a guerra m ondiale (1911-1916), Napoli, Guida, 20 0 7. La seconda citazione è tolta da Franco Andreucci, Il Partito Socialista Italiano e la II Internazionale, “Studi storici”, 1977, n. 2, pp. 57-58. Per gli sviluppi cfr. anche Ernesto Ragionieri, Il socialism o italiano e il m ovim ento di Zim m erw ald [1973], in Id., La Terza Internazionale e il Partito com unista italiano. Saggi e discussioni, Torino, Einaudi, 1978, pp. 79-118.
CULTURA DI GUERRA E TIPI GUERRIERI L’im m agine del conflitto e del com battente nella Grande Guerra in Italia tra m obilitazione culturale e politiche della rim embranza Marco Mondini
Scrivendo della guerra m ondiale appena iniziata, Sigm und Freud ebbe a dire che Non soltanto è più sanguinosa e rovinosa di ogni guerra del passato, e ciò a causa dei trem endi perfezionamenti portati alle arm i di offesa e di difesa, m a è anche perlom eno tanto crudele, accanita, spietata, quanto tutte le guerre che l’hanno preceduta. Essa infrange tutte le barriere riconosciute in tempo di pace e costituenti quello che si diceva il diritto delle genti, disconosce le prerogative del ferito e del m edico, non distingue fra popolazione combattente e popolazione pacifica, viola il diritto di proprietà. Abbatte quanto trova sulla sua strada con rabbia cieca e come se dopo essa non dovesse più esservi avvenire e pace fra gli uom ini. Spezza tutti i legam i di com unità che possono ancora sussistere fra i popoli in lotta e m inaccia di lasciar dietro di sé un tale rancore da rendere im possibile per m olti anni una loro ricostituzione. Questa guerra ha inoltre rivelato, in m odo del tutto inaspettato, che i popoli civili si conoscono e si capiscono tanto poco da riguardarsi l’un l’altro con odio e con orrore 1.
La percezione nella m entalità europea della Grande Guerra com e di una Urcatastrofe, uno spartiacque esperienziale assoluto, una barriera storica che segna, con un’apocalisse di violenza, la modernità, è am piam ente nota ed è stata frequentem ente analizzata e tem atizzata 2 . Uno dei più fortunati lavori di interpretazione e sintesi del significato del prim o conflitto m ondiale e delle conseguenze dell’esperienza del 1914-18 sulla cultura m oderna degli ultim i anni, La violenza, la crociata e il lutto di Stéphane Audoin-Rouzeau e Annette Becker, ha fortem ente rilanciato l’idea di un capovolgimento radicale del senso stesso dell’evento-guerra dopo gli orrori e la violenza inusitata delle trincee: la disum anizzazione dello scontro, l’anonim ato della m orte, l’industrializzazione della violenza, sono fattori che, secondo la lezione di J ohn Keegan, uccidono la battaglia com e teatro delle virtù virili e del valore m arziale, così com e essa si era codificata nella tradizione occidentale fin dalla form alizzazione dello scontro oplitico 3 . Ov1 Sigm und Freud, Considerazioni attuali sulla guerra e sulla m orte (1915), in Sigm und Freud, Albert Einstein, Riflessioni a due sulle sorti del m ondo, Torino, Einaudi, 1989, pp. 33-34. 2 Da ultimo Emilio Gentile, L’apocalisse della m odernità. La Grande Guerra per l’uom o nuovo, Milano, Mondadori, 20 0 8, che riprende un saggio di alcuni anni fa. Per un approccio sistem ico alla lettura della guerra come evento liminare nel macrodiscorso dell’intellettualità, cfr. anche il troppo trascurato Daniel Pick, La guerra nella cultura contem poranea, Rom aBari, Laterza, 1994, specie pp. 271 e segg. 3 Stéphane Audoin-Rouzeau, Annette Becker, La violenza, la crociata e il lutto. La Grande Guerra e la storia del Novecento, Torino, Einaudi, 20 0 0 , specie pp. 18 e segg. Il riferimento
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viam ente, si possono sollevare dubbi sulla m onoliticità di una “tradizione occidentale della guerra”, e non bisognerebbe tralasciare il fatto che lo sguardo di Audoin-Rouzeau e Becker sia spesso esclusivam ente concentrato sul fronte occidentale, trascurando le esperienze di guerra diverse (una per tutte, la guerra in m ontagna sul fronte italiano) 4 . Ciò nonostante, si può essere ragionevolmente certi che la “m orte della battaglia” sui cam pi del prim o conflitto m ondiale costituisca un punto di svolta nella pratica della guerra nel m ondo occidentale 5. Tuttavia, riprendendo una dicotom ia codificata da J ohn Lynn, siam o sicuri che il m utamento radicale della “realtà della guerra” porti con sé, autom aticam ente, anche una rivoluzione nel “discorso sulla guerra”? 6 . Sofferm andosi alcuni anni fa sugli aspetti più tipici dell’iconografia m edievale, Lynn sottolineava come la conduzione della guerra nel XIV secolo fosse principalm ente basata sulle razzie e sulla guerra ai civili come fonte principale della sopravvivenza degli eserciti, e come le battaglie campali fossero rari eventi come ancor più rari (per non dire com pletam ente inesistenti) erano gli scontri in singolar tenzone; ciò nonostante, sulla base di elementi altam ente idealizzati della guerra m edievale, si generò e strutturò il racconto sul duello come modello dello scontro perfetto, e, al contempo, rivelazione delle vere virtù del guerriero. La pratica discorsiva sulla cavalleria, e non la realtà dei saccheggi, degli stupri e delle devastazioni, avrebbe costituito la base per la rielaborazione ideale della guerra in occidente nei secoli successivi, influenzando la rappresentazione dei conflitti (e l’auto-rappresentazione dei com battenti) m olto più dei m utam enti tecnologici della rivoluzione m ilitare m oderna 7. In m odo speculare, la costruzione del discorso intellettuale sulla figura del cittadino-soldato, una figura che deve la sua popolarità in larga parte al dibattito illum inista pre-rivoluzionario basato sulle rem iniscenze del m ilitarismo civico della repubblica romana, non solo precedette ma per certi versi alimentò il m ito della nazione in arm i e della leva in m assa della stagione rivoluzionaria e napoleonica 8 . Anche se si può essere più o m eno d’accordo con alcune delle interpretazioni di Lynn, il nucleo del suo ragionam ento, l’autonom ia del discorso ovvio in questo caso è l’anatom ia della battaglia proposta da J ohn Keegan, Il volto della battaglia, Milano, Il Saggiatore, 20 0 3. 4 Sulla parzialità dell’orizzonte de La violenza, la crociata, il lutto si era già espresso m olto lucidam ente Antonio Gibelli nell’introduzione all’edizione italiana dell’opera (cfr. Antonio Gibelli, Introduzione, in La violenza, la crociata, il lutto, pp. VII-XXV). 5 La categoria di “western way of warfare” è stata introdotta da Victor D. Hanson in L’arte occidentale dela guerra. Descrizione di una battaglia nella Grecia classica, Milano, Garzanti, 20 0 1 [ed. or. 1989] e poi ribadita ed am pliata, anche con forti connotazioni ideologiche, in Massacri e cultura. Le battaglie che hanno portato la civiltà occidentale a dom inare il m ondo, Milano, Garzanti, 20 0 2 [ed. or. 20 0 1]. Sulla correttezza della lettura fatta da Hanson sull’evolversi della battaglia nel m ondo greco, base della sua più com plessiva visione dell’arte della guerra, cfr. ora Hans van Wees, La guerra dei Greci, Miti e realtà, Gorizia, LEG, 20 0 9 [ed. or. 20 0 4]. 6 J ohn A. Lynn, Battle. A History of Com bat and Culture, Boulder Col., Westview, 20 0 3, pp. XIX-XXII. 7 Ivi, pp. 73-10 9. 8 Ivi, pp. 184-194.
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sulla guerra dalla realtà della guerra, è un punto indubbiamente interessante, che invita a riflettere sul reale rapporto tra cambiamenti (più o meno radicali) nella conduzione del conflitto arm ato e le form e della sua rappresentazione. In m olteplici casi di studio europei, in effetti, è stato già da tem po assodato com e non solo la narrazione letteraria della guerra m a anche (o forse soprattutto) la sua resa iconografica siano rim aste ancorate a lungo non alla realtà del conflitto m a ad una sua im m agine ideale decisam ente condizionata da stereotipi tradizionali del linguaggio. Il m acrodiscorso del grande conflitto com e alba di un nuovo m ondo poteva convivere con – e nella m aggior parte dei casi si giustappose a – elem enti testuali e im m agini derivanti dal passato, persino quando, come nel caso della propaganda di guerra istituzionale, si sarebbe dovuti ricorrere più logicamente a nuove strutture del discorso e a nuove parole chiave. “La propaganda della prim a guerra m ondiale attinse a un linguaggio del passato”, sostiene Daniel Pick, scorgendo nelle fonti profonde della retorica di guerra un saldo ancoraggio agli stereotipi passati che non è difficile intravedere nella concreta attività di chi la propaganda la elaborava sul cam po: la m obilitazione per la crociata anti-unna prevedeva l’ovvio ricorso alle im m agini sim boliche, m edievali o rivoluzionarie, della nazione francese, allo stesso m odo in cui l’appello alle nazioni ‘oppresse’ dell’Austria-Ungheria affinché si ribellassero (e agevolassero l’opera dell’Intesa) si basava sui richiam i alla grandezza dei regni basso m edievali o all’orgoglio delle insurrezioni nazionaliste rom antiche 9 . Già George Mosse, del resto, aveva individuato nell’irrealism o delle illustrazioni della “vita di guerra” una delle vie m aestre del processo di banalizzazione della m orte e, nella fortunata raffigurazione del caduto rappresentato secondo gli stereotipi del cavaliere, sereno e composto, alieno dallo scem pio dei cadaveri e dagli orrori delle trincee, il canone di una strategia m ediatica rivolta al fronte interno che gestiva la comunicazione dell’evento guerra secondo form e com unicative tradizionali, note, rassicuranti10 . Più recentem ente, J oelle Beurier ha fatto notare come, nel contesto della “guerra im m aginata”, i m anifesti illustrati rivolti al fronte interno in Germ ania, Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti, abbiano veicolato narrazioni anche dissim ili tra di loro (ad esem pio per quanto riguarda il legam e tra com battente e popolazione civile) m a siano stati accom unati dal medesim o ricorso a strutture narrative per im m agini che rifiutano il presente (o, meglio, la realtà del presente) e si rifugiano piuttosto in una narrazione rassicurante in cui la guerra m oderna, con le sue uniform i, le sue arm i e i suoi lutti fa raram ente, per non dire quasi
9 Daniel Pick, La guerra nella cultura contem poranea, p. 20 7. Per una sintesi puntuale dei m ateriali retorici elaborati dalla propaganda di guerra, cfr. Philip M. Taylor, Munitions of the m ind. A history of propaganda from the ancient w orld to the present day , Manchester, Manchester University Press, 20 0 5 [ed. or. 1990 ], specie pp. 176-197. Per le tematiche della propaganda rivolta verso le nazionalità oppresse dell’Austria-Ungheria rimando a Marco Mondini, Parole com e arm i. La propaganda verso il nem ico nell’Italia della Grande Guerra, Rovereto, Museo Storico Italiano della Guerra, 20 0 9. 10 George L. Mosse, Le guerre m ondiali dalla tragedia al m ito dei caduti, Roma-Bari, Laterza, 1999 [ed. or. 1990 ], specie pp. 142 e segg.
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m ai, intrusione 11. La rim ozione della sostanza della guerra, vale a dire la m orte (subita o imm aginata), sem bra del resto essere una caratteristica precipua di tutti i linguaggi visuali del 1914-18, ivi com presa la m oderna e teoricam ente ‘oggettiva’ fotografia, che filtra il reale del conflitto per adattarlo all’ideale dell’im m aginario civile in m odo sorprendentemente sim ile (sia pure con le dovute sfum ature) nei cam pi di tutti e due i contendenti, che gli attori di questa selezione dell’occhio fotografico siano gli stessi soldati-fotografi (con un gesto di autocensura denso di significati) o siano piuttosto, in patria, i responsabili del mercato editoriale. Più in generale, tuttavia, non si tratta solo di riconoscere che la fotografia della Grande Guerra ha occultato la m orte, quanto di accorgersi che essa ha anche deform ato a lungo la presa di coscienza visuale del combattim ento m oderno, proponendo al fronte interno imm agini ‘reali’ (e persino presunte ‘istantanee’) di pose guerriere d’altri tem pi com pletam ente aliene dall’esperienza di trincea 12 . Con spazi diversi a seconda delle riviste e dei diversi pubblici nazionali, infatti, la fotografia tra 1914 e 1918 soppianta la pittura com e veicolo del coinvolgim ento sensoriale della società civile nella vita al fronte, senza tuttavia, a quanto pare, alterare significativam ente la com prensione di ciò che realm ente accade sui cam pi di battaglia, e conservando piuttosto l’ideale della scena dram m atica tradizionale, convenzionale, rassicurante e il più possibile asettica, com e fuoco del ‘discorso sulla guerra’ visivo 13 . L’esigenza di rendere accettabile il racconto dell’esperienza di guerra, del resto, è strettam ente condivisa anche dall’altro grande mezzo m oderno di com unicazione per eccellenza, il cinem a, che, nella duplice veste di narratore ufficiale (i cinegiornali e i docum entari affidati sovente agli uffici m ilitari rapidam ente organizzati allo scopo) e di ‘libero’ (si fa per dire) narratore (i registi civili) ritraduce, a beneficio di chi non combatte, la guerra a11 J oelle Beurier, Affiches de guerre. Im ages m entales des quatre sociétés dans la Grande Guerre: France, Allem agne, Grande-Bretagne, États-Units, in Philippe Buton (sous la direction de), La guerre im aginée, Paris, Arslan, 20 0 2, pp. 145-159. 12 J oelle Beurier ha illustrato i risultati delle sue ricerche in alcuni contributi apparsi negli ultim i anni: Voir ou ne pas voir la m ort? Prem ières réflexions sur une approche de la m ort dans la Grande Guerre, in Laurent Gervereau et al. (sous la direction de), Voir/ ne pas voir la guerre. Histoire des représentations photographiques de la guerre, Paris, Somogy, 20 0 1; Ead., Death and m aterial culture: the case of pictures during the First W orld W ar, in Nicholas J . Saunders (ed.), Matters of conflict. Material culture, m em ory and the First W orld W ar, New York-London, Routledge, 20 0 4, pp. 10 9-122; Ead., Violenza e fotografia di Guerra nel prim o conflitto m ondiale: uno studio com parative franco-tedesco attraverso due settim anali illustrati, in Ilsenn About et al. (a cura di), Fotografia e violenza. Visioni della brutalità dalla Grande Guerra ad oggi, “Memoria e ricerca”, 20 0 5, n. 20 , pp. 23-39; Ead., Im ages et violence 1914-1918. Quand “Le Miroir” racontait la Grande Guerre, Paris, Nouveau Mond Editions, 20 0 7. A proposito dell’im portanza di “Le Miroir”, una delle poche riviste illustrate della Grande Guerra ad essere state oggetto di studio approfondito dagli storici, e sicuram ente uno dei casi di studio più interessanti rispetto alla pubblicità della morte e delle violenze nel conflitto, cfr. anche Stefano Viaggio et al. (a cura di), Soldati fotografi. Fotografie della Grande Guerra sulle pagine di “Le Miroir”, Rovereto, Museo Storico Italiano della Guerra, 20 0 5. 13 Siegfried Mattl, Lo sguardo del com battente. Fotografia, film e m edia durante la prim a guerra m ondiale, in Vincenzo Calì et al. (a cura di), Gli intellettuali e la Grande Guerra, Bologna, Il Mulino, 20 0 0 , pp. 81-97.
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nonim a, di massa, della caducità di una vita insensata e ingloriosa nel fango, in un defilé in cui a spiccare è, in prim o luogo, l’assenza della m orte nei suoi aspetti più m acabri, e il fine è evitare il traum a e l’orrore 14 . Beninteso, come per la letteratura, anche per il cinem a di guerra si devono evitare riduzioni schem atiche, e tenere in considerazione profonde diversità degli autori e dei contesti di produzione e distribuzione, m a non si andrà lontano dal vero sostenendo che un esem pio paradigmatico della prospettiva distorta adottata dalla film ografia di guerra è rappresentata dalla conservazione sulle scene di una forte dimensione dell’eroism o guerriero individuale, il cui venir m eno, concordem ente richiam ato dalla m aggior parte degli storici, costituisce il prim o fattore che porta a parlare della “scom parsa della battaglia” nella guerra m oderna: il w ar film con il suo tributo al singolo eroe testim onia insom m a il rifiuto di adattarsi alla realtà del com battim ento del Novecento, qualcosa che David Griffith, per non fare che un esem pio extra europeo, dim ostrò a suo tem po m olto chiaram ente con Cuori nel m ondo 15. Naturalm ente, uno dei terreni più dissodati dagli storici in m erito ai linguaggi visivi di resa del conflitto m ondiale e dei suoi significati è quello dei m onum enti ai caduti, espressione più diffusa, fam iliare e incisiva del processo di lutto e di rim em branza, delle sue dinam iche e dei suoi attori nell’Europa (e negli Stati Uniti, e in Australia), tra le due guerre 16 . Declinazione più com piuta della funzionalizzazione della m orte (benché proprio i lavori di Winter ci abbiano insegnato a non identificare la m onum entalità del lutto con una strategia pianificata esclusivam ente dall’alto), i m onum enti ai caduti sono stati certamente crocevia in cui far convergere esigenze della politica, senso del sacro, necessità im poste dall’elaborazione del lutto della com unità, ma, da un punto di vista figurativo, sono stati soprattutto laboratori di un ritorno all’ordine dell’estetica. Contesti politici che richiedono letture simboliche differenti, come tra la Francia e la Germ ania del primo dopoguerra, vedono però una ‘statuom ania’ sostanzialm ente om ogenea per tipi e stili17. Il culto dei caduti, originale nelle form e della sua ‘dem ocra14 Cfr. i riferim enti alla produzione film ografica contemporanea in Michael Paris (ed.), The First W orld W ar and the Popular Cinem a, New Brunswick, Rutgers University Press, 20 0 0 e Laurent Véray, La répresentation au ciném a du traum atism e provoqué par la guerre de 1418, in Christophe Gauthier et al. (sous la direction de), Une guerre qui n’en finit pas. 191420 0 8, à l’écran et sur la scène, Paris-Toulouse, Com plexe – Ciném athèque de Toulouse 20 0 8, pp. 17-45. 15 Giaime Alonge, Cinem a e guerra. Il film , la Grande Guerra e l’im m aginario bellico del Novecento, Torino, UTET, 20 0 1, pp. 69 e segg. 16 La bibliografia relativa alla gestione del lutto collettivo e delle strategie di elaborazione delle politiche della memoria è orm ai troppo vasta per essere riassunta in poche righe. A titolo di com pendio, rim ando al lavoro di sintesi di J ay Winter, che del tem a è stato uno dei pionieri e indubbiam ente uno degli studiosi più originali e sensibili, Rem em bering W ar. The Great W ar betw een Mem ory and History in the Tw entieth Century , New Haven-London, Yale University Press, 20 0 6. Un panorama molto puntuale della storiografia in m erito, praticamente dal suo nascere, in J ay Winter, Antoine Prost, The Great W ar in History . Debates and Controversies 1914 to the Present, Cambridge, Cam bridge University Press, 20 0 5, pp. 173-191. 17 Michael J eismann, Rolf Westheider, W ofür stirbt der Bürger? N ationaler Totenkult und Staatsbürgertum in Deutschland und Frankreich seit der Französischen Revolution, in
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tizzazione’18 , è insom m a il teatro in cui più a fondo è stato sottolineato l’ancorarsi della comm em orazione a codici retorici am piam ente sperim entati e di rapida com prensione dallo spettatore-fruitore del m onum ento, congiunto, am ico o concittadino. Gli stilemi dei gruppi figurativi sono rim andi ai canoni classici della statuaria funebre, im m ortalano soldati rivestiti o meno con l’equipaggiam ento contem poraneo (m a possono anche essere cavalieri in arm atura), prevedono l’intervento dei più consolidati sim boli della Nazione (com e la Marianne in Francia) e, nel loro com plesso, come è am piam ente noto grazie alla letteratura sul tem a, respingono ai margini richiam i a quel com battere m acchinistico e industriale che ha ucciso i caduti che si com piangono: la posa m arziale e coraggiosa dom ina il panoram a dei w ar m em orials delle potenze che hanno com battuto, e il cenotafio è in prim o luogo una celebrazione del coraggio secondo i canoni del Dulce et decorum est pro patria m ori19 . Per alcuni contesti nazionali, le radici della sopravvivenza, anzi, del dom inio di questi linguaggi – “the persistence of tradition” e lo scacco delle avanguardie, per dirla con Winter 20 – sono state lucidam ente analizzate. Il m edievalism o in Gran Bretagna, ad esem pio, è il quadro culturale in cui situare il successo non solo delle im magini letterarie dello ‘spirito di crociata’ che contraddistinguono la m em orialistica e l’epistolografia dei soldati inglesi, m a anche e soprattutto l’incisività del ricorso ad im m agini dell’epica e della m istica m edievale (si pensi all’inflazione di San Giorgio icona del com battente) come serbatoio simbolico, mentre il m ito di una Heim at saldam ente ancorata alle tradizioni dei cavalieri teutonici, da un lato, e del Reich germ anico dall’altro, rappresentano le coordinate per com prendere l’enfasi della m em oria m edievale nella Germ ania della m obilitazione totale 21. In una prospettiva più am pia, per durata e per contesto geografico, Alberto Banti ha del resto m esso in luce come le genealogie discorsive che attraversano tutto il discorso nazionale Reinhart Koselleck, Michael J eism ann (a cura di), Der politische Totenkult. Kriegerdenkm äler in der Moderne, Munchen, Fink Verlag, 1994, pp. 23-51. 18 Michel Vovelle, La m orte e l’Occidente, Rom a-Bari, Laterza, 20 0 0 [ed. or. 1986], pp. 575 e sgg. 19 Alcuni studi sui m onumenti sono diventati dei classici della storiografia, per m etodologia e scelta dei paradigmi interpretativi: così Annette Becker, Les m onum ents aux m orts, m ém oire de la Grande Guerre, Paris, Errance, 1988; Ken Inglis, Sacred Placet. W ar Mem orials in the Australian Landscape, Melbourne, Melbourne University Press, 1998; Alex King, Mem orials of the Great W ar in Britain, Oxford-New York, Berg, 1998. Per alcune riflessioni com parative cfr. anche il recente contributo di Annette Becker, Le culte des m orts entre m ém oire et oubli, in Stéphane Audoin-Rouzeau, J ean-J acques Becker (sous la direction de), Ency clopédie de la Grande Guerre 1914-1918 , Paris, Bayard, 20 0 4, pp. 10 99-1112. 20 J ay Winter, Sites of Mem ory , Sites of Mourning. The Great W ar in European cultural history , Cam bridge, Cam bridge University Press, 1995, p. 223. 21 Mark Girouard, The return to Cam elot. Chivalry and the English Gentlem an, New Haven-London, Yale University Press, 1981, ha contribuito precocem ente a porre l’attenzione su questi tem i, m entre un’attenta analisi dei testi dei soldati britannici era già stata com piuta da Paul Fussel, La Grande Guerra e la m em oria m oderna, Bologna, Il Mulino, 20 0 0 , [ed. or. 1974], specie pp. 145-197. Più recentemente, decisivo è il contributo di Stefan Goebel, The Great W ar and Medieval Mem ory . W ar, Rem em brance and Medievalism in Britain and Germ any 1914-1940 , Cam bridge. Cam bridge University Press, 20 0 7.
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dell’Europa ottocentesca confluiscano quasi naturalm ente nell’elaborazione delle im m agini della propaganda di guerra: i tropi nazional-patriottici m essi in campo dalla m obilitazione culturale per giustificare, legittim are, sostenere (e, si potrebbe aggiungere, celebrare e com m em orare) la guerra, siano essi raffigurazioni del com battente o allegorie della nazione, sono generati insom m a partendo da un arm am entario di ricorrenze retoriche e tropoi iconografici che pare attraversare senza soluzioni di continuità la guerra com battuta e il traum a della m odernità bellica 22 . Per ciò che concerne il panoram a italiano, gli studi si sono concentrati perlopiù sui m anufatti m em oriali. Benché, com e è noto, non esista ancora una ricerca di respiro nazionale sul tem a dei m onum enti ai caduti, disponiamo orm ai di una serie di saggi su singoli casi regionali che perm ettono un apprezzabile quadro di insieme 23 . La ricerca si è concentrata perlopiù sul significato della rete m onum entale rispetto alle politiche di consenso/ dissenso del fascism o, sui m olteplici livelli di attività delle agenzie della m em oria riscontrabili nei grandi com plessi funebri, m entre più m arginali sono state letture sem iotiche dei m anufatti, basate su un’analisi dei segni e dei linguaggi prescelti24 . Nonostante ciò, la situazione italiana è, da questo punto di vista, abbastanza sem plice da descrivere: in modo abbastanza approssim ativo, e senza pretesa di completezza, la stagione m onum entale del dopoguerra è contraddistinta da una egem onica ventata di ‘ritorno 22 Alberto M. Banti, L’onore della nazione. Identità sessuali e violenza nel nazionalism o europeo dal XVIII secolo alla Grande Guerra, Torino, Einaudi, 20 0 5. 23 Il cam po degli studi sui monum enti ai caduti può farsi iniziare in Italia con lo studio, per allora pionieristico, di Claudio Canal, La retorica della m orte. I m onum enti ai caduti della Grande Guerra, “Rivista di storia contem poranea”, 1982, n. 4, pp. 659-669 e con il contributo di pochi anni successivo di Renato Monteleone, Pino Sarasini, I m onum enti italiani ai caduti della Grande Guerra, in Diego Leoni, Camillo Zadra (a cura di), La Grande Guerra. Esperienza, m em oria, im m agini. Bologna, Il Mulino, 1986, pp. 631-663 per quello che riguarda specificam ente il territorio ligure; Gianni Isola (a cura di), La m em oria pia. I m onum enti ai caduti nell’area trentino tirolese, Trento, Università di Trento, 1997; Catherine Brice (a cura di), La m em oria perduta. I m onum enti ai caduti della Grande Guerra a Rom a e nel Lazio, Rom a, Agos, 1998; Gigi Salvagnini, La scultura dei m onum enti ai caduti in Toscana, Opus libri, Firenze 1999; Giorgio Trevisan, Mem oria della Grande Guerra. I m onum enti ai caduti di Verona e provincia, Verona, Cierre, 20 0 5; Marco Mondini, Le sentinelle della m em oria. I m onum enti ai caduti e la costruzione della rim em branza nell’Italia nord orientale, “Annali della Fondazione Einaudi”, XL (20 0 6), pp. 273-295; Maria Mangiavacchi, Laura Vigni, Lontano dal fronte. Monum enti e ricordi della Grande Guerra nel senese, Siena, Nuova Im m agine, 20 0 7; Anna Maria Spiazzi, Chiara Rigoni, Monica Pregnolato (a cura di), La m em oria della Prim a Guerra Mondiale: il patrim onio storico artistico tra tutela e valorizzazione, Vicenza, Soprintendenza per i beni artistici, 20 0 8 (con particolare attenzione alla provincia di Treviso). Cfr. anche Carlo Cresti, Architetture e statute per gli eroi. L’Italia dei m onum enti ai caduti, Firenze, Pontecorboli, 20 0 6, per una lettura più puntuale dei linguaggi figurativi e delle tipologie dei m onum enti. 24 Di Bruno Tobia è l’unico saggio di sintesi che proponga una visione di insieme non solo delle stagioni della celebrazione funebre m a anche dei suoi stili, e che accenni alla com plessità della trama com m ittente-autore-pubblico, anch’esso peraltro concentrato sulla fase terminale del regime liberale e sul ventennio fascista: Dal m ilite ignoto al nazionalism o m onum entale fascista 1921-1940 , in Walter Barberis (a cura di), Storia d’Italia. Annali, 18, Guerra e pace, Einaudi, Torino 20 0 2, pp. 593-644.
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all’ordine’ della statuaria pubblica, che segna il repentino tram onto della popolarità, negli ambienti artistici, di tem i e stilem i delle avanguardie. I cenotafi dedicati ai caduti, che siano affidati dunque ad autori di tendenze precedentem ente più o m eno m odernizzanti, tendono ad assum ere conform azioni classicistiche e ad ispirarsi diffusam ente alla rom anitas, m entre i conflitti interni al cam po artistico tendono progressivam ente a spegnersi, ancora prim a che il nuovo governo e poi regim e fascista im pongano un controllo più stretto sulle scelte relative ai m anufatti m em oriali25. La galleria di soggetti a cui ricorre la statuaria pubblica tra le due guerre è ben rappresentata dalla rassegna di Carlo Cresti che, benché lontana dall’esaurire le opzioni della monum entalistica, consente tuttavia di individuare alm eno alcune tendenze di fondo e alcuni topoi della ‘m em oria di pietra’26 . Risulta, ad esem pio, agevole individuare nel canone classico a cui si ricorre per le raffigurazioni dei com battenti una precisa risultante sul piano estetico e sim bolico, un rinvio ad un m odello eroico che è anche paradigm a virile e che affonda le sue radici, da un lato, nell’idea di m aschile elaborata nella cultura europea post rivoluzione francese e, dall’altro, e in m odo m olto più profondo, nell’ideale m arziale che struttura la percezione occidentale della guerra e del suo significato in quanto laboratorio di virtù e valori27. Per altri m edia della comunicazione di m assa bellica e postbellica, invece, le ricerche si sono dim ostrate più fram m entarie, e meno coerenti per i risultati raggiunti. La cinem atografia di guerra e sulla guerra, in effetti, ha trovato, in Gian Piero Brunetta e in pochi altri storici del cinem a, alcune valide occasioni di sistem azione, che offrono alcuni spunti non trascurabili: innanzitutto, rispetto alla qualità della produzione cinem atografica, che è, come è noto, ancora di notevole livello nell’Italia del 1915-18, e che è in grado di realizzare e diffondere film di largo successo tra il pubblico. È proprio a questi oggetti della prim a industria culturale di m assa della nazione in guerra che ci si può rivolgere per form ulare alm eno delle ipotesi sul tipo di guerra rappresentata e, ancor di più, sul m odello di combattente com unicato al paese. Com e ha notato proprio Brunetta in uno dei suoi prim i interventi, è il “cam po del visibile” a costituire il punto di partenza per un’analisi della cinem atografia bellica, un cam po estrem am ente ristretto, in cui è assente la guerra vera, quella del combattimento e della m orte, e piuttosto è presente una quotidianità banalizzata, com posta da sfilate, m arce, esercitazioni, vettovagliam ento, giochi; la m odernità della battaglia di m assa industriale scom pa25 Che il ritorno all’ordine e l’abbandono delle suggestioni avanguardistiche sul terreno della statuaria pubblica sia un fenomeno che precede l’avvento del fascism o, e in parte riconducibile a dinamiche interne al campo più che a pressioni politiche successive, è un suggerimento estrem amente interessante che proviene dai pochi saggi dedicati dagli storici dell’arte al tem a. Cfr. Flavio Fergonzi, Dalla m onum entom ania alla scultura arte m onum entale, in Flavio Fergonzi, Maria Teresa Roberto, La scultura m onum entale negli anni del fascism o. Arturo Martini e il m onum ento al duca d’Aosta, Torino Allem andi & C., 1992, pp. 133-20 0 . 26 C. Cresti, Architetture e statue per gli eroi, specie pp. 48 e segg. 27 George L. Mosse, L’im m agine dell’uom o. Lo stereotipo m aschile nell’epoca m oderna, Torino, Einaudi, 1997 [ed. or. 1996]; Antonio Scurati, Guerra. Narrazioni e culture nella tradizione occidentale, Roma, Donzelli, 20 0 3.
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re anche dai film -docum entari (Guerra sull’Adam ello, Tra le nevi e i ghiacci del Tonale, Dio salva i confini d’Italia, Le retrovie del m are, Adam ello) che non casualm ente si concentrano quasi esclusivam ente sula guerra di m ontagna, la guerra ‘bianca’, diversa, eroica e cavalleresca, aliena dal m assacro m assificato e anonim o del fronte isontino.28 Assalti all’arm a bianca, rocam bolesche im prese individuali, un’arte del com battere dal sapore quasi arcaico e sportivo, lontana dalla m orte, sono alcune delle coordinate della narrazione per imm agini proposta dal cinema di quegli anni. Per quanto riguarda la fotografia, rim asta a lungo negletta dalla storiografia m ilitare italiana, gli ultim i anni hanno visto la proposta di ricerche particolarm ente interessanti, in grado di avanzare ipotesi interpretative stim olanti, anche se a tutt’oggi i casi di studio più rilevanti – le fotografie dei soldati, ad esem pio, e la scelta delle riviste di passare alla fotografia com e nuovo ritrovato di un’im m agine sensazionale – non sono stati affrontati29 . Il risultato, abbastanza deludente, è che in una recente pubblicazione a carattere enciclopedico e riassuntivo sulla prim a guerra m ondiale in Italia, a fronte di saggi sintetici, ma puntuali, sul tem a della rappresentazione teatrale e cinem atografica, le pagine dedicate alla traduzione giornalistica del conflitto liquidano in poche righe il tem a delle riviste illustrate, accennando solo di sfuggita al nesso problem atico dell’im m aginazione fotografica e confinando la sua produzione e fruizione all’usurato (e non più convincente) paradigm a della dialettica tra censura e obbedienza patriottica della stam pa 30 . Così, m entre nella bibliografia più nota sulla storia del giornalism o italiano alla stam pa della Grande Guerra vengono riservate tradizionalm ente poche pagine, m entre la pubblicistica illustrata è com pletam ente trascurata, e m entre l’approccio al m ezzo fotografico non viene di norm a nem meno ricordato 31, le più dense osservazioni relative al rapporto tra rappresentazione del conflitto e fotografia sul fronte italiano rim angono quelle di Angelo Schwarz risalenti ad oltre vent’anni fa, con le sue intelligenti annotazioni relative alla costruzione di 28 Gian Piero Brunetta, La guerra lontana. La prim a guerra m ondiale e il cinem a tra i tabù del presente e la creazione del passato, in La grande guerra. Esperienza, m em oria, im m agini, pp. 46-47 dell’estratto. Sulle particolarità della rappresentazione della guerra di m ontagna com e evento pre-m oderno ed eroico, rimando a quanto ho scritto in Alpini. Parole e im m agini di un m ito guerriero, Laterza, Rom a-Bari 20 0 8. 29 Da questo punto di vista, è paradigm atico che nel fascicolo Fotografia e violenza. Visioni della brutalità dalla grande Guerra ad oggi, cit. precedentemente, che si presenta sicuramente come uno dei più innovativi contributi metodologici all’utilizzo della fotografia come fonte per la storia delle rappresentazioni di guerra, il grande assente sia proprio il caso italiano del prim o conflitto m ondiale. 30 Livio Vanzetto, Buona stam pa, in La Grande Guerra: dall’Intervento alla “vittoria m utilata”, a cura di Mario Isnenghi, Daniele Ceschin, in Gli Italiani in guerra. Conflitti, identità, m em orie dal Risorgim ento ai nostri giorni, vol. III, direzione scientifica di Mario Isnenghi, Torino, UTET, 20 0 8, pp. 80 3-819. 31 Sullo stato deludente della m anualistica di storia del giornalismo relativamente agli snodi della Grande Guerra e dei periodi illustrati, cfr. Valerio Castronovo, La stam pa italiana dall’Unità al fascism o, Roma-Bari Laterza, 1984 [ed. or. 1970 ]; Paolo Murialdi, Storia del giornalism o italiano, Bologna, Il Mulino, 20 0 6 [ed. or. 1996]; Oliviero Bergam ini, La dem ocrazia della stam pa. Storia del giornalism o, Rom a-Bari, Laterza, 20 0 6.
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un’im agerie fotografica del conflitto astratta dalle raffigurazioni m acabre e aliena dalla realtà della trincea, senza che ciò im plichi il capillare intervento di una censura peraltro piuttosto disorganizzata, quanto, piuttosto, l’auto-lim itazione del fotografo, sia esso professionista o soldato, nel produrre un’im m agine del vissuto intollerabile, in prim o luogo, a se stesso 32 . Solo parzialm ente, m a acutam ente, ripresa da Livio Vanzetto e Paolo Pozzato pochi anni orsono, la lezione di Schwarz consente di focalizzare sulle rappresentazioni iconografiche del conflitto uno sguardo che non si dovrebbe lim itare al nodo della censura/ controllo, quanto, piuttosto, alla necessità, capacità o volontà dell’autore di costruire una m ediazione per im m agini della guerra che sia com prensibile o più gradita al proprio pubblico: la popolarità delle ‘istantanee’ costruite sullo sfondo dei grandi scenari alpini, o delle tavole pittoriche strutturate sui canoni dell’olografia m arziale risorgim entale, cui ricorrono ancora, in m ancanza di fotografie, le principali riviste illustrate, obbediscono da un lato all’im perativo di occultare la m orte, dall’altro alla necessità di soddisfare il gusto del pittoresco consolidato nel segm ento più conservatore del pubblico borghese de “L’Illustrazione italiana” o de “La Dom enica del Corriere”33 . Il gusto per il pittoresco può rim andare così direttam ente ad un canone tradizionalm ente eroico della partecipazione e del sacrificio in guerra, che colleghi im m ediatam ente l’intervento alle cam pagne del Risorgim ento cui la guerra idealm ente si richiam a. La copertina de “L’Illustrazione Italiana” del 1° agosto 1915 rappresenta ai suoi lettori la guerra sul Carso mettendo in scena una tavola in cui protagonisti a tutto cam po sono dei bersaglieri lanciati all’assalto, baionetta innestata e cappello pium ato, ufficiale sullo sfondo con la sciabola sguainata e l’im m ancabile caduto, ritratto nell’atto di portarsi le m ani al petto e di rivolgere gli occhi al cielo in un’espressione di attonita sorpresa, dagli stilem i assolutamente om ogenei alle incisioni epiche risorgim entali che costellavano in serie i palazzi governativi e i luoghi pubblici; allo stesso m odo, una copertina de “La Dom enica del Corriere” del novem bre 1916 disegnata da Beltrame, può rappresentare l’assalto sul fronte del Sul Veliki come un’ardita carica trascinata da un giovane capitano avvolto nel tricolore m entre D’Annunzio, sufficientem ente e discretam ente discosto, assiste com m osso a questo esem pio di ‘bella’ guerra 34 . A dom inare (e stupire) in am bo i casi non è solo l’esasperato irrealism o della raffigurazione, scusabile nelle prim e settim ane di conflitto, allorché la conduzione tattica del combattimento si presta ancora ad episodi di sconcertante ingenuità e quando, soprattutto, è ancora scarsa l’esperienza e la com prensione della realtà della guerra di posizione, ma del tutto incredibile a più di un anno e m ezzo dall’intervento, quanto, ancor più, il protagonism o della figura del combattente, saldam ente ancorato al canone del guerriero eroico e virile, 32 Angelo Schwarz, Le fotografie e la Grande Guerra rappresentata, in La Grande Guerra. Esperienza, m em oria, im m agini, pp. 745-764. 33 Cfr. per alcune considerazioni ed esem pi Livio Vanzetto, Novant’anni fa: la grande guerra e il Veneto, in Livio Vanzetto, Paolo Pozzato, La Grande Guerra e il Veneto dal 1915 al 1917, Treviso, Canova, 20 0 5, specie pp. 17 e segg. 34 Cfr. “L’Illustrazione italiana”, 1° agosto 1915; “La Domenica del Corriere”, 19-26 novem bre 1916.
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che nella battaglia trova il suo luogo ideale di afferm azione e di dim ostrazione pubblica di virtù. Non si tratta solo di constatare com e il racconto per im m agini del com battim ento sia intrinsecam ente legato all’influenza di canoni estetici tutt’altro che indeboliti dalla progressiva consapevolezza della alterità della guerra m oderna e di m acchine (peraltro, com e è noto, il m acchinism o è tutt’altro che prevalente sul fronte italiano), quanto scorgere nella persistenza dei tratti cavallereschi e risorgim entali del protagonista im m aginario e ideale del racconto sulla guerra la ri-creazione tra 1914 e 1918, anche in Italia, di una m aschilità rim obilitata e definita secondo i crism i del valore, del coraggio, dello sprezzo del pericolo, del disprezzo del nem ico e dell’am or di patria come suprem o faro per il sacrificio di sé finalizzato ad una ‘buona morte’, che avevano contraddistinto del resto, non solo sulla scena europea, la definizione del ‘vero uom o’ lungo tutto il XIX secolo 35. La sopravvivenza, anzi il successo, di un forte m odello di virilità tradizionale fu, del resto, uno dei fattori più im portanti di motivazione e tenuta m orale delle nazioni m aschili in arm i durante tutto il conflitto europeo: anche se può sem brare bizzarro per uno spazio di anni che segnò, di fatto, una più o m eno profonda rinegoziazione dei rapporti di genere in quasi tutte le potenze coinvolte, la figura del m aschio bravo guerriero, declinato secondo i tipi del figliolo coraggioso, del bravo m arito o del padre di cui essere orgoglioso, dom inò incontrastata non solo la propaganda 36 , che sulle note della legittim azione virile giocò non poco, m a anche la corrispondenza, la m em orialistica e, ovviamente, il m acro discorso per im m agini costituito dalle fotografie private e dalle cartoline illustrate scambiate tra fronte e paese 37. Benché la m otivazione al combattim ento e l’accettazione (o il desiderio) della guerra e della m orte sia stata sovente messa in relazione ai contesti culturali, è un fatto che queste letture si siano più sovente 35 Che l’estetica aristocratica del guerriero trovi la sua fine in occasione della Grande Guerra è un’opinione, con cui non concordo del tutto, di Mario Dom enichelli, Cavaliere e gentiluom o. Saggio sulla cultura aristocratica in Europa (1513-1915), Rom a, Bulzoni, 20 0 2. Per quanto riguarda alcune coordinate sull’im m issione dei tratti più esplicitam ente guerrieri quali coordinate per la conservazione di un topos tradizionale del maschile nel Novecento, benché in un caso lontano dal paesaggio culturale europeo, cfr. Michael S. Kim m el, Manhood in Am erica. A cultural History , New York, Free Press, 1996, specie pp. 291-329. L’accettazione del sacrificio e della “buona morte”, sia pure in un contesto fortem ente indirizzato dalla spiritualità protestante, è al centro dell’acuta analisi di Drew Gilpin Faust, This Republic of Suffering. Death and the Am erican Civil W ar, New York, Vintage Civil War Library, 20 0 8. 36 La propaganda di Guerra non si basò sem plicem ente sull’imm ediato (e certo non m eno efficace) binomio re-patria (o nazione-patria), ma insistette ampiamente sulla dignità maschile m essa in pericolo da un’eventuale rifiuto dei rischi della Guerra. Esem plari da questo punto di vista i manifesti, ripresi in più paesi, della bam bina che chiedeva “papà, e tu cos’hai fatto durante la guerra?”. Cfr. P. M. Taylor, Munitions of the Mind. 37 Susan R. Grayzel, W om en’s identities at w ar: gender, m otherhood and politics in Great Britain and France during the First W orld W ar, Chapel Hill, University of North Carolina Press, 1999. Sul binom io di dovere e sacrificio, fortemente influenzato dal prototipo dei valori m aschili del capo fam iglia britannico, ha attirato l’attenzione anche Adrian Gregory recentem ente nella sua indagine sulla tenuta della società britannica durante il conflitto: The last Great W ar. British Society and the First W orld W ar, Cambridge, Cam bridge University Press, 20 0 8. Cfr. anche per una prospettiva cronologica più am pia Luc Capdevila e al. (sous la direction de), Hom m es et fem m es dans la France en guerre (1914-1945), Paris, Payot, 20 0 3.
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interessate delle retoriche legate alla violenza rigenerante, che avevano caratterizzato il campo intellettuale europeo delle avanguardie e del nazionalism o radicale, un’attenzione che ancora recentemente ha portato ad esem pio, per ciò che concerne l’Italia, alle acute pagine di Alan Kramer su guerra e cultura nell’Italia della Grande Guerra 38 . Minore enfasi è stata invece data proprio al ruolo giocato dai modelli di genere – e dunque, in generale, dalla struttura dell’idea di maschile – nel configurare un’identità virile in cui la sopportazione della guerra e del rischio di m orire costituiscono fattori essenziali, in grado di fare aggio sul dissenso e sul rifiuto della violenza che verrebbero tradotti com e codardia e rinuncia alla propria m ascolinità. Eppure, già Antonio Gibelli, a suo tem po, aveva m esso abilmente in luce anche per il caso italiano le strette interrelazioni tra sesso e cultura di guerra, riconoscendo nelle esplicite allusioni all’iniziazione erotica della pubblicistica rivolta, specificatam ente, ai giovani richiam ati alle arm i uno dei punti forti della mobilitazione culturale 39 . La fortuna di queste rappresentazioni non è m inore evidentem ente in Italia che all’estero: la figura della donna, nella duplice veste di preda-ricom pensa sessuale per il vittorioso, e sposa-figliam adre sessualm ente m inacciata dalla sconfitta (e dunque dall’invasione straniera) è al centro, rispettivam ente, di una serie di cartoline illustrate del 1915, in cui giovani e aitanti arditi amoreggiano su divani con com piacenti signorine, o del m anifesto per il prestito nazionale del 1918, in cui un’atterrita m adre si stringe il figlio in fasce al petto, accerchiata e condotta via da un nugolo di sogghignanti soldati austriaci40 . Naturalm ente, la com ponente del successo-rivendicazioneprem iazione erotica è solo una com ponente, m a non una delle minori, di una im m agine com plessiva del com battente della Grande Guerra strutturata secondo archetipi ampiam ente tradizionali e restii a lasciare il posto a stilem i figurativi nuovi: l’eroe guerriero è, in quanto tale, m aschio gagliardo, m a ancora prim a deve dim ostrarsi tipo um ano d’eccellenza, in cui il coraggio canonico che lo porta a scagliarsi contro il nem ico nelle più tradizionali cariche risorgimentali si deve coniugare, nel caso, alla capacità di gesta m irabolanti, che soddisfino il gusto del pubblico per l’eccezionale e il pittoresco. È naturalm ente, molto più facile nel caso delle rappresentazioni pittoriche – si pensi all’eclatante serie delle tavole dedicate alle “straordinarie im prese dei nostri alpini”, in cui i soldati italiani si calano in solitaria da rupi scoscese sparando con precisione ai sottostanti nem ici, com e raffigurato da una tavola de “La Dom enica del Corriere” dell’estate 1915, o si arram picano per vette inaccessibili, sbaragliando in pochi torm e di austriaci attoniti, e prodigandosi in atti tra il guerresco e il giocoso con tanta noncuranza e tanto sprezzo dei pericoli, della m ontagna e della guerra, da rasentare sovente il 38 Alan Kram er, Dy nam ic of Destruction. Culture and m ass killing in the First W orld W ar, Oxford, Oxford University Press, 20 0 7, pp. 159-210 . 39 Antonio Gibelli, Metafore di guerra. I ragazzi del ’99 e la guerra dei bam bini, in Giam piero Berti, Piero Del Negro (a cura di), Al di qua e al di là del Piave. L’ultim o anno della Grande Guerra, Milano, Angeli, 20 0 1, pp. 421-435. 40 Cfr. le raccolte m olto utili in Enrico Sturani, La donna del soldato. L’im m agine della donna nella cartolina italiana, Rovereto, Museo Storico Italiano della Guerra, 20 0 6, pp. 66, 70 e 81.
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ridicolo, come avrebbero com m entato con ironia Monelli e Novello nella loro fortunata opera a fum etti negli anni Trenta, e che avrebbe contagiato persino la fotografia, originando presunte istantanee della guerra in m ontagna del tutto incredibili, in cui di concreto c’è solo l’evidente rispetto per il gusto paesaggistico dei lettori41. La Grande Guerra, anche in Italia, è dunque una straordinaria occasione di ritorno all’ordine per gli stili delle arti figurative; ancora di più, tuttavia, è un crocevia essenziale per com prendere com e sia l’idea di m aschile, la conservazione di un’idea di uom o legata intim am ente alle virtù canoniche del m aschio guerriero, a rim anere centrale nella rappresentazione del combattente e, va da sé, della guerra nella sua interezza, che essa sia raccontata al pubblico delle retrovie attraverso le riviste e le fotografie, o sia piuttosto ricordata secondo i crism i delle politiche di rim em branza dell’Italia liberale e fascista. Si tratta solo di un aspetto della più complessa analisi della m obilitazione di una cultura di guerra nell’Italia tra 1915 e 1918 e delle vie di fuga della sua sm obilitazione (am m esso che di sm obilitazione si possa parlare); ancora più parziale, è lo sguardo che questa prospettiva ci perm ette di dare sul nodo problematico dell’esperienza di guerra e della m otivazione al com battimento, che si gioca su elementi cardine che fanno sicuram ente parte dello spettro pre-politico delle più tradizionali virtù guerriere (cam eratism o, lealtà verso i com pagni, dedizione, devozione al gruppo), m a che più difficilm ente trovano una palese e facilm ente analizzabile rappresentazione visiva.
41 Si veda ad esem pio “La Dom enica del Corriere”, 4-11 luglio 1915, e la più fam osa, m a non meno ridicola, tavola “L’Illustrazione Italiana”, 4 luglio 1915, Gli alpini all’assalto delle Dolom iti. Un buon esem pio di istantanee sulla ‘guerra in m ontagna’ e ritratti della vita del soldato in m ontagna del tutto prive di credibilità, e costruite secondo il tradizionale schem a della fotografia ‘posata’, si ritrova in “L’Illustrazione italiana”, 29 agosto 1915, La nostra guerra in alta m ontagna, raffigurante un im probabile trio di vedette alpine, di cui una, forse un ufficiale, in piedi, indica all’orizzonte un ipotetico nem ico (sull’altro versante della valle?) mentre i due soldati si sporgono guardinghi, preparandosi a sparare (a chi?) senza peraltro avere alcuna linea visuale. Per ciò che riguarda l’epica eroica degli alpini durante la prima guerra m ondiale rim ando a Marco Mondini, Alpini. Parole e im m agini di un tipo guerriero.
GLI ITALIANI NELLA GRANDE GUERRA Un bilancio storiografico Daniele Ceschin
Nel tracciare un profilo storiografico della Grande Guerra italiana e degli italiani è opportuna qualche prem essa. La ricorrenza del 90 ° anniversario della fine della guerra è coincisa con la pubblicazione di due opere collettanee che hanno coinvolto decine di studiosi e che – si suppone – nei prossim i anni saranno terreno di confronto tra gli storici. Nell’ordine, è uscita da Einaudi la traduzione italiana dell’Ency clopédie de la Grande Guerre 1914-1918, curata nel 20 0 4 da Stéphane Audoin-Rouzeau e J ean-J acques Becker e che, vista la fucina, si occupa però della guerra italiana in m aniera del tutto m arginale; non a caso sono stati inseriti alcuni saggi specifici per colm are questa lacuna e per giustificare l’operazione editoriale rispetto ad un lettore italiano 1. L’altro volum e fa parte dell’opera diretta da Mario Isnenghi per l’editore Utet su Gli Italiani in guerra. Conflitti, identità, m em orie dal Risorgim ento ai nostri giorni. In questo caso la prospettiva della guerra italiana (e degli italiani) è ben m arcata, ne è l’intento program m atico, quasi la ragione sociale 2 . Per ragioni diverse e facilm ente com prensibili non entrerò nel m erito di queste due opere. Nel prim o caso per i lim iti dell’im pianto che non pregiudicano tuttavia la qualità dei singoli saggi; nel secondo per esserne parte in causa nel ruolo di autore e curatore. Ovviam ente sono volum i che innervano questo bilancio storiografico sulla Grande Guerra, data la contiguità delle ricerche e della riflessione com plessiva su questo tem a. Sono necessarie altre due precisazioni. Parlare di Grande Guerra italiana significa confrontarsi con un panoram a storiografico internazionale m olto fecondo e ricco di stim oli, in particolare sotto il profilo metodologico. Sui tem i della cultura di guerra e della guerra ai civili, ad esem pio, il riferim ento agli studi comparsi in Francia è obbligato. Esiste poi in Italia una produzione bibliografica sterm inata, pulviscolare e sottovalutata, appannaggio spesso di un’editoria m inore, su episodi m ilitari m inuti e su tem i apparentem ente laterali della Prim a guerra m ondiale. Si tratta di un sottobosco utile non tanto per l’im postazione 1 Stéphane Audoin-Rouzeau, J ean-J acques Becker (a cura di), La prim a guerra m ondiale, 2 voll., edizione italiana a cura di Antonio Gibelli, Torino, Einaudi, 20 0 7 [20 0 4]. 2 La Grande Guerra: dall’Intervento alla “vittoria m utilata”, a cura di Mario Isnenghi, Daniele Ceschin, in Gli Italiani in guerra. Conflitti, identità, m em orie dal Risorgim ento ai nostri giorni, vol. III, direzione scientifica di Mario Isnenghi, Torino, Utet, 20 0 8.
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storiografica – quasi sem pre opinabile – quanto per il dato analitico. Dare conto di tutte queste ricerche è im possibile in questa sede. Mi limiterò, nei rim andi bibliografici in nota, ad indicare quelle più rilevanti. Cultura di guerra, culture di guerra In anni recenti una delle categorie interpretative che la storiografia ha utilizzato – in verità non sem pre a proposito – per analizzare i conflitti del Novecento è stata quella della cosiddetta ‘cultura di guerra’. Si tratta di una categoria à la page, suggestiva, onnicomprensiva, che adotta com e chiave interpretativa l’idea della guerra sul lungo periodo come conseguenza, attrice e poi causa di fenom eni culturali complessi (e a volte contraddittori), capaci di dispiegarsi anche nelle fasi di pace, di m odificare le ideologie politiche e di condizionare gli assetti istituzionali. Non è il caso di riprendere i term ini, orm ai noti, della questione, alm eno com e si è sviluppata in Francia negli ultim i anni tra le due scuole di Peronne e di Craonne, che fanno capo rispettivam ente a Stéphane Audoin-Rouzeau e Annette Becker da una parte, e a Rém y Cazals e Frédéric Rousseau dall’altra, e che hanno portato a risposte diam etralm ente opposte sulla cultura di guerra, sulla violenza esercitata dai com battenti, sul ‘consentem ent’ e sulla ‘contrainte’, in sostanza sul perché i soldati continuano a com battere e a uccidere 3 . Lo ha già fatto in m aniera efficace Giovanna Procacci, tra l’altro in uno dei pochi casi in cui si è avuto un’eco del dibattito francese in Italia 4 . È del resto evidente che non è plausibile scindere la tem atica della cultura di guerra da quella della violenza di guerra, e com unque sem pre in un’ottica com parata. Il tem a della violenza di guerra sul lungo periodo è stato affrontato da Alan Kram er, in un volume che pone al centro della sua riflessione sulla Grande Guerra fondam entalm ente due elementi tra loro collegati: la cultura di guerra e la m orte di m assa 5. Lo studio di Kram er è com plesso, m a ha tra i suoi punti di forza da un lato il tentativo di un’analisi comparativa dei fenomeni culturali, dall’altro una riflessione sulla violenza di guerra così com e viene pensata, agita e m etabolizzata dai com battenti. L’autore riconosce com e nelle dinam iche di distruzione culturale e nella violenza di guerra abbiano un peso non indifferente la cultura m ilitare, il razzism o, gli stereotipi culturali, m a anche le elaborazioni delle classi dirigenti e dei com andi m ilitari. Kramer assum e come decisivo il fatto che idee, valori, linguaggi subiscono un m utam ento tale da influire nel dopoguerra e sul 3 Annette Becker, Stéphane Audoin-Rouzeau, La violenza, la crociata, il lutto. La Grande Guerra e la storia del Novecento, Torino, Einaudi, 20 0 2 [20 0 0 ]; Rém y Cazals, Frédéric Rousseau, Le cri d’une génération, Toulouse, Editions Privat, 20 0 1. 4 Giovanna Procacci, Alcune recenti pubblicazioni in Francia sulla ‘cultura di guerra’ e sulla percezione della m orte nel Prim o conflitto m ondiale, in Nicola Labanca, Giorgio Rochat (a cura di), Il soldato, la guerra e il rischio di m orire, Milano, Unicopli, 20 0 6, pp. 10 7-124. 5 Alan Kram er, Dy nam ic of Destruction. Culture and Mass Killing in the First W orld W ar, New York-Oxford, Oxford University Press, 20 0 7.
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suo fenomeno più rilevante, ovvero la violenza politica; anche se trattando il caso italiano trascura gli studi più recenti, in particolare l’approccio di Angelo Ventrone e del suo volum e del 20 0 3, La seduzione totalitaria, che verte sulla continuità tra interventism o e fascism o delle origini6 . In particolare Ventrone dedica pagine m olto illum inanti, oltre che all’azione degli interventisti e alla m obilitazione dal basso, anche alla dem onizzazione del nem ico interno e alla teorizzazione e m essa in pratica di nuovi strum enti della politica che prefigurano le strategie dello squadrism o fascista. Sono temi che m olto hanno a che fare con la m odernità della guerra, con il suo linguaggio, con i retaggi culturali, con le attese m essianiche circa l’avvento dell’uom o nuovo 7. Mobilitare e m ilitarizzare diventano le parole d’ordine e non a caso Ventrone se ne occupa in riferim ento alla società civile in guerra. Sulla m obilitazione e sulla creazione del fronte interno è invece da segnalare il volum e curato da Daniela Rossini, La propaganda nella Grande Guerra tra nazionalism i e internazionalism i, che contiene, tra gli altri, un saggio in cui Andrea Fava riprende un suo vecchio argom ento di studi8 . Propaganda, m obilitazione, dem onizzazione del nem ico interno sono am biti da tem po indagati e che spesso continuano, com e nel caso di Rom olo Murri, a fornire nuovi spunti9 . Rim ane però da capire com e la propaganda agisce nelle aree rurali oltre che in quelle urbane e attraversa anche quelle fam iglie politiche m eno coinvolte, almeno in un prim o m om ento, dalla m obilitazione patriottica e più tiepide (quando non apertam ente ostili) verso una partecipazione alla guerra, ovvero i cattolici e i socialisti. Si tratta di versanti ancora in gran parte inesplorati. Oltre al caso m ilanese 10 , le dinam iche del coinvolgimento del fronte interno – dove troviamo im pegnati diversi attori politici e sociali – sono particolarmente interessanti nell’area padana ed em iliana. A Bologna, ad esem pio, siam o in presenza di una doppia m obilitazione, una ‘borghese’ im perniata sull’opera di un Com itato di preparazione che poi diventerà un Com itato di azione civile, e una ‘socialista’ espressione della m aggioranza che guida la città 11. Le due form e di m obilitazione sono ad un tem po com plem entari e concorrenziali, ma l’analisi che ne fa Fabio Degli Esposti prende in considerazione anche la gestione dell’ordine pubblico esercitata dalla prefettura e dal com ando del corpo d’arm ata di Bologna 6 Angelo Ventrone, La seduzione totalitaria. Guerra, m odernità, violenza politica (19141918), Rom a, Donzelli, 20 0 3. 7 Emilio Gentile, L’apocalisse della m odernità. La Grande Guerra per l’uom o nuovo, Milano, Mondadori, 20 0 8. 8 Daniela Rossini (a cura di), La propaganda nella Grande Guerra tra nazionalism i e internazionalism i, Milano, Unicopli, 20 0 7. 9 Matteo Caponi, Com battere sul fronte interno. Rom olo Murri e la propaganda per lo Stato Nuovo (1916-1918), “Mondo contem poraneo", a. IV (20 0 8), n. 1, pp. 5-33. 10 Barbara Bracco (a cura di), Com battere a Milano, 1915-1918. Il corpo e la guerra nella capitale del fronte interno, Milano, Editoriale Il Ponte, 20 0 5. 11 Fabio Degli Esposti, Mobilitazione e m ilitarizzazione della società civile durante la prim a guerra m ondiale: il caso di Bologna, in Piero Del Negro, Nicola Labanca, Alessandra Staderini (a cura di), Militarizzazione e nazionalizzazione nella storia d’Italia, Milano, Unicopli, 20 0 5, pp. 135-166.
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e la difficile posizione del partito socialista in città, in particolare dopo Caporetto, quando si assiste al saldarsi delle posizioni dell’interventism o bolognese con quelle delle autorità m ilitari; e, nel m aggio 1918, alla m anifestazione patriottica organizzata dalla locale sezione dell’associazione m utilati ed invalidi che degenera, presente anche Mussolini, in un tentativo di assalto al palazzo com unale, quasi un prolungam ento dell’interventism o. Ma l’area em iliana – con la sua particolare coloritura politica – è stata recentemente indagata anche per i casi di Modena e di Reggio, dapprim a città e province di retrovia, m a poi punti fermi dal punto di vista della riorganizzazione dell’esercito dopo Caporetto e della continuazione dello sforzo bellico 12 . Qui, in realtà, si gioca, com e a Bologna, una partita com plessa tra la borghesia patriottica e le roccaforti del socialism o padano. Alla m obilitazione della società civile corrispondono anche la m ilitarizzazione e la repressione che avvengono a più livelli. In merito sono da segnalare i lavori di Giovanna Procacci che indagano la svolta repressiva nell’Italia in guerra, m a che correttam ente la inseriscono all’interno di un contesto che dalla crisi di fine secolo arriva fino al fascism o 13 . L’am pliam ento dei poteri m ilitari rispetto a quelli civili rappresenta uno dei tratti comuni a tutti i paesi coinvolti nella Grande Guerra. La separazione tra la sfera politica e quella dell’esercito è continuamente alla base di conflitti di giurisdizione, tensioni tra m inistri e generali, polemiche su chi debba condurre realm ente la guerra 14 . Al di là delle questioni strettam ente belliche, due sono i nodi di scontro: la gestione della produzione di arm am enti e il controllo dei ‘nem ici interni’. Solo il governo inglese riuscirà a gestire i rapporti con la sfera m ilitare per tutta la durata del conflitto senza particolari attriti, grazie all’istituzione di un W ar Cabinet, un organism o ristretto, responsabile sia del fronte interno che della condotta generale della guerra. In Francia, fin dal settembre del 1914, quando il governo abbandona Parigi per Bordeaux, il generale J offre gode di libertà di azione e solo la sua destituzione, nel dicem bre del 1916, perm etterà all’esecutivo di riappropriarsi delle sue prerogative. In Germ ania, i com andi m ilitari dipendono direttamente dall’im peratore e lo Stato m aggiore acquista nel corso del conflitto sem pre più im portanza rispetto al cancelliere e al Reichstag: Hindenburg e Ludendorff però non dispongono m ai di poteri illim itati, la loro ingerenza nella politica interna non è rilevante, anche se possono im porre le loro scelte in am bito bellico, com presa la guerra sottom arina. Inoltre, a guerra in corso, tanto in Francia che in Germ ania, i parlam enti rientrano progressivam ente in possesso di funzioni di controllo su alcune m aterie fondam en12 Fabio Montella, Mirco Carrattieri, Modena e provincia nella Grande Guerra, San Felice sul Panaro, Gruppo Studi Bassa Modenese, 20 0 8; Mirco Carrattieri, Alberto Ferraboschi (a cura di), Piccola patria, grande guerra. La Prim a Guerra Mondiale a Reggio Em ilia, Bologna, Clueb, 20 0 8. 13 Giovanna Procacci, La società com e una caserm a. La svolta repressiva nell’Italia della Grande Guerra, “Contem poranea”, a. VIII (20 0 5), n. 3, pp. 423-445; Ead., Osservazioni sulla continuità della legislazione sull’ordine pubblico tra fine Ottocento, prim a guerra m ondiale e fascism o, in Militarizzazione e nazionalizzazione, pp. 83-96. 14 Fabienne Bock, Parlam enti, potere civile e potere m ilitare: Germ ania, Francia, Italia e Regno Unito, in La prim a guerra m ondiale, vol. 1, pp. 523-535.
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tali, come quella annonaria, e sulla spesa pubblica, tem poraneamente delegate ai rispettivi governi. Il caso italiano vede da un lato un ‘esproprio’ del potere legislativo attraverso una serie di deleghe al governo – assunte dal potere esecutivo fin dalla prim avera del ’15 e nei giorni dell’entrata in guerra 15 – che riducono le funzioni parlam entari, almeno fino alla m età del ’17, a sem plice esercizio di eloquenza; dall’altro a un am pliam ento del potere m ilitare che viene investito di com petenze che vanno ben oltre la m era gestione dell’esercito e delle operazioni di guerra: il controllo dell’ordine pubblico, la censura della corrispondenza nelle zone di guerra, la m ilitarizzazione della produzione industriale, la gestione degli operai borghesi al fronte 16 , la giurisdizione dei territori occupati17. Ma è probabilm ente l’abnorm e estensione delle zone di guerra a palesare le vastissim e com petenze assunte dal Com ando suprem o a discapito dello stesso governo e, più in generale, del potere civile. La continuità nel lungo periodo delle pratiche autoritarie, codici e legislazione eccezionale alla m ano, è evidente. In sostanza, la delega legislativa al governo in parte ‘legittim a’ i suoi ‘pieni poteri’, in parte configura un’analoga delega, stavolta governativa, al Com ando suprem o, in un quadro dove non ha più nem meno senso parlare di ‘poteri eccezionali’, bensì di poteri assunti o delegati (più o m eno consapevolm ente) nell’am bito di un evento di per sé eccezionale com e la guerra. Il rapporto tra esercito e politica durante la Grande Guerra, se è chiaram ente sbilanciato a favore del prim o, risulta com unque funzionale non solo alla condotta del conflitto m a tutto som m ato anche a una involuzione autoritaria dello Stato liberale. Questa prospettiva di lungo periodo è tanto più valida se si pensa al tem a degli internamenti. Se ancora Giovanna Procacci si è occupata della parte norm ativa e dei conflitti di com petenza, Matteo Erm acora ha approfondito la vicenda delle donne internate utilizzando in particolare le scritture di guerra 18 . Il diritto di allontanare dalla zona di guerra tutti gli individui giudicati pericolosi per le operazioni in corso è, fin dal m aggio 1915, una “prerogativa indispensabile e insindacabile” dell’autorità m ilitare. La questione degli internati – che riguarda 15 Sui pieni poteri assunti dal governo, che di fatto m odificano l’im pianto costituzionale e rappresentano un’anomalia sia per la loro durata che per l’im possibilità da parte del parlam ento di esercitare un ruolo di controllo e di garanzia, si vedano le osservazioni di Carlotta Latini, Il governo legislatore. Espansione dei poteri dell’esecutivo e uso della delega legislativa in tem po di guerra, in Francesco Benigno, Luca Scuccim arra (a cura di), Il governo dell’em ergenza. Poteri straordinari e di guerra in Europa tra X VI e XX secolo, Roma, Viella, 20 0 7, pp. 197-219. 16 Matteo Ermacora, Cantieri di guerra. Il lavoro dei civili nelle retrovie del fronte italiano (1915-1918), Bologna, Il Mulino, 20 0 5. 17 Alessandra Staderini, La gestione dei territori austriaci occupati durante la prim a guerra m ondiale: aspetti politici e giuridici, in Militarizzazione e nazionalizzazione, pp. 167-178. 18 Giovanna Procacci, L’internam ento di civili in Italia durante la prim a guerra m ondiale. Norm ativa e conflitti di com petenza, “DEP. Deportate, esuli, profughe. Rivista telem atica di studi sulla memoria fem minile”, 20 0 6, n. 5-6, pp. 33-66; Matteo Ermacora, Le donne internate in Italia durante la Grande Guerra. Esperienze, scritture e m em orie, “DEP. Deportate, esuli, profughe. Rivista telem atica di studi sulla m em oria fem m inile”, 20 0 7, n. 7, pp. 1-32.
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strettam ente il problem a della segretezza delle operazioni m ilitari – risiede infatti interam ente nella sfera di com petenza del Com ando suprem o, il solo che possiede, attraverso i singoli Com andi, tutti gli elementi per valutare l’im portanza di un potenziale pericolo in rapporto alle persone e ai luoghi. L’allontanamento di elementi sospetti avviene, oltre che dalla zona di guerra, anche dai territori progressivam ente occupati dall’esercito italiano. In entram bi i casi, tale m isura viene adottata senza alcun procedim ento form ale, sulla base di sem plici segnalazioni e spesso in m ancanza di prove di colpevolezza o anche solo di indizi. Gli internamenti si concentrano in particolare in tre m om enti: i prim i m esi di guerra, l’estate del 1917 all’altezza dei fatti di Torino e le settim ane successive a Caporetto. Durante la prim a fase gli internamenti costituiscono quasi sem pre un provvedim ento preventivo basato sulla potenziale capacità di una persona di arrecare danno alle operazioni m ilitari e all’interno di tutta la zona di guerra. Viene preso dal Com ando suprem o, non ci sono istruttorie né processi, quindi nemm eno revisioni, al punto che neanche il Ministero dell’Interno può intervenire. La m otivazione principale dell’ondata iniziale di internam enti è dovuta alla sovrapposizione dell’autorità m ilitare a quella civile in tutta la zona di guerra. Autorità locali e prefettizie vengono interpellate solo per avere inform azioni e per trovare conferme ai loro sospetti. E tutta la vicenda accentua la sproporzione tra potere m ilitare e potere civile a favore del primo. A rigore i provvedimenti non appartengono alla sfera della ‘giustizia m ilitare’, m a si configurano com e atti di ‘polizia m ilitare’ nei confronti dei civili. Anche a volerlo essere, il governo non può essere garantista e concede ad alcune categorie di internati solam ente la facoltà di scegliere il luogo di soggiorno: siam o in presenza, in sostanza, di una sorta d’‘internam ento libero’, che non va ovviamente confuso con l’analoga misura poi presa, lim itatam ente ad alcune categorie, dal regim e fascista 19 . I soggetti colpiti dalla m isura dell’internam ento sono sostanzialmente tre: gli abitanti delle zone occupate 20 ; i residenti in zona di guerra che possono nuocere alla sicurezza m ilitare; le persone al di fuori della zona di guerra nei cui confronti non è possibile intervenire per via giudiziaria e in questo caso il provvedimento viene deciso dalle autorità di Pubblica sicurezza. In queste categorie possiam o individuare diverse tipologie com e socialisti, anarchici, clericali, che rim andano però ad altri soggetti: amm inistratori locali, segretari com unali, sindacalisti, segretari di partiti contrari alla guerra, parroci; e ancora, pacifisti, antimilitaristi, renitenti, disertori, spie vere o presunte, austriacanti. In questo quadro non sono secondarie nem m eno altre categorie sociali che s’intrecciano con quelle ricordate e che vengono considerate potenzialm ente pericolose: operai m ilitarizzati, contrabbandieri, prostitute, mendicanti e marginali.
19 Carlo Spartaco Capogreco, I cam pi del duce. L’internam ento civile nell’Italia fascista (1940 -1943), Torino, Einaudi, 20 0 4. 20 Sara Milocco, Giorgio Milocco, ‘Fratelli d’Italia’. Gli internam enti degli italiani nelle ‘terre liberate’ durante la grande guerra, Udine, Paolo Gaspari Editore, 20 0 2.
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Civili in guerra In questi ultim i anni si è guardato con sem pre m aggiore attenzione alla violenza di guerra nei confronti dei civili. Questa nuova sensibilità storiografica – per la verità indotta dalle tragedie balcaniche dell’ultim o scorcio del secolo scorso – ha contribuito a m ettere in evidenza il peso che le vicende belliche hanno avuto sulle popolazioni coinvolte e a ridefinirne il quadro com plessivo 21. In effetti, la Grande guerra non rappresenta solam ente il prim o grande conflitto di m assa, m a il m om ento in cui vengono sperim entate su quasi tutti i fronti nuove form e di repressione e di violenza contro le popolazioni civili, anticipando in m olti casi m etodi che poi saranno adoperati su scala ben più am pia durante le altre guerre del ’90 0 . Se il caso dello sterm inio degli arm eni rappresenta in qualche m odo un unicum , le dim ensioni della violenza contro i civili raggiungono livelli fino ad allora sconosciuti anche sui fronti austro-serbo, franco-tedesco, russotedesco e italo-austriaco. Lo testim oniano non solam ente le fonti soggettive, m a anche le relazioni ufficiali pubblicate in m olti paesi già durante il conflitto o nell’im m ediato dopoguerra. Deportazioni, internam enti, rappresaglie, stupri, punizioni collettive, requisizioni forzate risultano quasi ovunque abbondantem ente documentati sia da inchieste governative, sia da inchieste neutrali. Questo tipo di fonti, a lungo sottovalutate in am bito storiografico, consentono di mettere a fuoco le strategie di violenza m esse in atto dagli eserciti di occupazione, verificando le occorrenze e le differenze da paese a paese, la dim ensione della repressione del nemico, i retaggi culturali che stanno dietro a queste form e di ferocia. Esistono, è bene sottolinearlo, diversi piani di lettura di questa documentazione. Il primo è quello strettam ente fattuale che riguarda gli episodi raccontati dai testim oni così come sono avvenuti. Fonti soggettive, certo, raccolte nelle settim ane im m ediatamente successive ai fatti, m a che forniscono un prim o quadro della dimensione della violenza. Un secondo piano è dato dall’uso che di tali testim onianze viene fatto dalle potenze belligeranti per dim ostrare i crim ini compiuti sui civili e per giustificare, a loro volta, ritorsioni e rappresaglie com e l’internam ento di cittadini di nazionalità nem ica in cam pi di concentram ento oppure in località isolate. Ma l’aspetto che forse interessa di più è l’influenza che queste fonti, diventate di dom inio pubblico, hanno sull’opinione pubblica europea e, in definitiva, nell’elaborazione di una cultura di guerra che in tal m odo interessa non solo i cittadini in arm i, m a anche il fronte interno dei diversi paesi. Se quella che J ohn Horne e Alan Kramer – in un testo tradotto sia in tedesco che in francese, m a di cui colpevolm ente m anca ancora una traduzione italiana 22 – hanno definito “the battle of official reports” inizia fin dai prim i m esi del con21 Per il caso francese si veda Annette Becker, Oubliés de la Grande Guerre. Hum anitaire et culture de guerre 1914-1918. Populations occupées, déportés civils, prisonniers de guerre, Paris, Noêsis, 1998. Per una prospettiva com parata cfr. Bruna Bianchi (a cura di) La violenza contro la popolazione civile nella Grande guerra. Deportati, profughi, internati, Milano, Unicopli, 20 0 6. 22 J ohn Horne, Alan Kramer, Germ an Atrocities, 1914. A History of Denial, London-New Haven, Yale University Press, 20 0 1, pp. 229-261.
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flitto per dimostrare la violazione dei trattati internazionali o per documentare una condotta di guerra contraria a quello che allora veniva chiam ato il “diritto delle genti”, oggi uno studio sistem atico di quel tipo di m ateriale e delle fonti ufficiali perm ette di com prendere alcune dinam iche interne della violenza ai civili e sui civili e com e all’epoca venivano percepite. Dalla lettura di questa documentazione si apprendono, ad esem pio, non solo tantissim i particolari e situazioni specifiche – spesso descritti con espressioni e termini crudi – m a anche tutta una serie di elementi che dim ostrano com e, nella maggior parte dei casi, l’uso della violenza fosse stato pianificato e organizzato tanto dai governi che dai loro eserciti. È un aspetto che, tra l’altro, rafforza la tesi che non esista in queste pratiche una soluzione di continuità tra il prim o e il secondo conflitto m ondiale. Da sottolineare è la ricchezza di queste fonti ufficiali, alle quali attinse a piene m ani la complessa m acchina della propaganda di guerra per dim ostrare, ad esem pio, una presunta ‘barbarie’ del nem ico, m a che sono significative anche per com e vennero scelti e ‘montati’ i singoli docum enti, che vanno dalla circolare di un Ministero alla relazione di una Com missione, dalla lettera di un internato allo stralcio di diario di un prigioniero. Tali pubblicazioni, a quanto sappiam o difficili da reperire già durante la guerra, anche oggi, a dispetto della loro im portanza, sono quasi introvabili nelle biblioteche italiane. Meriterebbero invece di essere riprese, analizzate e m agari, entro certi lim iti, ristam pate con un apparato critico perché, com e ho potuto verificare, alcuni di questi testi hanno m olto da dirci soprattutto per quelle aree di guerra – penso in particolare ai Balcani e al fronte orientale – troppo spesso sottovalutate anche dalla storiografia più accorta. Il fenom eno dei profughi ha interessato quasi tutti i Paesi im pegnati nella Grande Guerra, m a in m aniera particolare quelli che subirono l’occupazione di una parte del loro territorio, com e la Serbia, il Belgio, la Francia, la Russia e l’Italia. Così, se la vicenda dei profughi francesi è stata tem atizzata da Philippe Nivet 23 , un volum e di Michaël Am ara affronta per la prim a volta in m aniera esaustiva le dinam iche dell’esodo di m assa della popolazione belga dovuto all’invasione tedesca del 1914, le condizioni di vita dei profughi ospitati in Francia, in Gran Bretagna e nei Paesi Bassi, in una parola la dim ensione civile del conflitto 24 . Si tratta di un contributo che da un lato colm a una lacuna storiografica nello studio sulla popolazione in guerra, dall’altro propone una lettura della profuganza condivisibile sia per l’im pianto m etodologico che per le chiavi interpretative. La ricostruzione di Am ara è estrem am ente solida e rigorosa, basata su una documentazione che attinge ad archivi anche francesi, inglesi e olandesi, oltre che su una bibliografia internazionale di prim ’ordine. Gli unici rilievi possono essere una struttura del volum e un po’ troppo tradizionale e una serie di ripetizioni di concetti che si ritrovano in capitoli diversi. 23 Philippe Nivet, Les réfugiés français de la Grande Guerre (1914-1920 ), Paris, Ed. Economica, 20 0 4. 24 Michaël Amara, Des Belges à l’épreuve de l’Exil. Les réfugiés de la Prem ière Guerre m ondiale. France, Grande-Bretagne, Pay s-Bas, Bruxelles, Editions de l’Université de Bruxelles, 20 0 8.
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L’autore inserisce opportunam ente il caso belga all’interno di un discorso più am pio, quello degli esodi di popolazione da un teatro di guerra, individuando le sue specificità che non sono poche, a com inciare dal fatto che è proprio il Belgio a conoscere per prim o le conseguenze di un’invasione m ilitare. Le prim e im magini della Grande Guerra europea sono quelle delle città di un piccolo Stato neutrale m esse a ferro e fuoco da un esercito occupante, dei loro abitanti passati per le arm i o in fuga, delle efferatezze compiute sui civili. Si tratta di uno scenario piuttosto com une, ma l’invasione del Belgio da parte della Germania assum e subito un rilievo ‘m ediatico’ im prevedibile, anche in considerazione della violazione della neutralità. La causa del ‘m artirio’ belga viene perorata presso tutti i Paesi neutrali e diventa un tassello centrale nella creazione di una cultura di guerra. Non è un caso che proprio le vicende dei civili occupati e della violenza esercitata dalla ‘barbarie’ tedesca sia stata al centro negli ultim i anni di una serie di studi im portanti. L’invasione per la popolazione rappresenta un trauma che si m isura attraverso un elem ento tanto comprensibile quanto irrazionale: la paura. Potremm o aggiungere anche l’inquietudine, la speranza, il disincanto. Ma la diffusione di notizie circa le atrocità compiute dai soldati tedeschi e gli episodi di rappresaglia che interessano la regione di Liegi nella prim a m età di agosto del 1914, rendono chiaro a tutti che nella guerra m oderna i civili disarmati costituiscono non delle com parse o dei sem plici spettatori, m a dei possibili bersagli esposti alla violenza delle truppe. Il tim ore dei bombardam enti e della crudeltà del nem ico ha come im m ediata conseguenza la fuga dalle città, quindi siam o di fronte ad un esodo volontario. Questi civili sono oggetto di un’azione um anitaria senza precedenti nei Paesi ospitanti, m a il loro essere profughi im plica un loro coinvolgim ento totale del conflitto, ovvero la loro disponibilità a diventare (ed essere usati com e) degli attori sociali. Am ara fornisce una chiave interpretativa della profuganza utilizzando – a ragione – il term ine ‘exil’. Ma i fuggiaschi non sono solo degli esuli – parola che ha quasi sem pre una connotazione politica – m a allo stesso tem po vittim e da assistere ed eroi da celebrare. Difficile dire quale di questi due aspetti finisca per prevalere, poiché conta m olto l’im patto em otivo delle prim e settimane che si cristallizza attorno a dei cliché, com e ad esem pio quello del ‘m artirio’. Nei m esi successivi tali imm agini diverranno più sfum ate, anche in conseguenza del fatto che tra le vittime della guerra i profughi del Belgio sono tutto som m ato dei privilegiati. La presenza di m utilati, invalidi, orfani di guerra, fa passare la loro presenza in secondo piano. Ciò che distingue il Belgio è l’assenza di un hom e front paragonabile a quello degli altri paesi belligeranti. In definitiva è la diaspora a svolgere tale ruolo e la presenza in esilio della m onarchia e del suo governo. L’esperienza dell’esilio va rapportata inoltre alle complesse relazioni con la popolazione locale che, stando all’autore, si risolve in un’occasione m ancata. Detto che il pregiudizio e la diffidenza (reciproca) costituiscono due elem enti com uni anche in altri contesti – perfino in quelli di profuganza all’interno di uno stesso Stato o regione – gli esuli
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del Belgio si pensano come com unità separate da quelle che li ospitano. La speranza di ritornare presto alle proprie abitazioni, le abitudini alim entari, le difficoltà linguistiche, i bisogni identitari – che com unque non sono univoci se solo si pensa alla divisione tra le due com ponenti nazionali vallona e fiamm inga – rendono particolarm ente problem atica l’integrazione nelle località di ricovero. Problem atico sarà anche il ritorno in patria alla fine del conflitto. Oltre alla difficoltà m ateriali – alcuni decidono addirittura di rim anere in Francia – si pone il problem a di ristabilire una convivenza con i ‘rim asti’ che hanno conosciuto l’occupazione. Le due esperienze non sono com parabili e quella dell’esilio risulterà una m em oria m inoritaria e del tutto m arginale rispetto a quella dei “Belges de l’Intérieur”. Anche sull’esperienza dei profughi in Italia è stata recentemente fatta luce 25. La ritirata m ilitare dell’ottobre-novem bre 1917 viene accom pagnata dalla fuga di quasi 250 .0 0 0 civili dal Friuli e dalle province venete poi occupate fino a Vittorio Veneto, e di alm eno altrettanti da città com e Padova, Treviso, Vicenza e Venezia. Si tratta di un esodo im ponente, che continua anche nei mesi successivi, alm eno fino alla tarda prim avera del 1918, e che coinvolge in particolare le classi dirigenti del territorio invaso, i possidenti, i com m ercianti – in una parola i ‘borghesi’ – dando vita ad una sorta di ‘Caporetto interna’ o ‘civile’. In linea di m assim a viene seguito il principio di decentrare il più possibile il flusso di questi fuggiaschi ed im pedire un loro arrivo in città come Milano, Bologna, Firenze e Rom a. Una scelta dettata ufficialm ente da ragioni di carattere m ilitare, m a in realtà dovuta a questioni legate all’ordine pubblico, alle disponibilità alim entari, alla presenza di alloggi, alla situazione dell’econom ia di guerra. E così, anche se i profughi più agiati alla fine riescono a giungere com unque nei m aggiori centri urbani, una parte rilevante è costretta invece a trascorrere il proprio ‘esilio’ in località minori e spesso inospitali e a rim anervi fino alla conclusione della guerra e anche oltre. I profughi non sono sem plicemente dei civili in fuga da un teatro di guerra. Volontari o m eno, fuggiti per scelta o per necessità, rappresentano una delle novità del conflitto, un inedito attore sociale che si ritrova in scena in m aniera quasi inconsapevole. Se è vero che il caso italiano ci pone di fronte a tipologie m olto diverse del profugato 26 , l’esperienza che interessa gli abitanti del Friuli e del Veneto dopo Caporetto, rappresenta una sorta di incontro – e di scontro – tra due Italie diverse, accom unate ora dalla guerra m a che fino a quel m om ento non si sono conosciute e ri-conosciute. Al di là della scelta di fuggire oppure no, l’esodo si trasform a in un viaggio che piano piano diventa la scoperta di un’altra Italia in guerra, che non è quella della zona delle operazioni o delle im m ediate retrovie del fronte, piuttosto quella che combatte da lontano e com unque pienam ente im m ersa nello sforzo bellico.
25 Daniele Ceschin, Gli esuli di Caporetto. I profughi in Italia durante la Grande Guerra, Roma-Bari, Laterza, 20 0 6. 26 Franco Cecotti (a cura di) ‘Un esilio che non ha pari’. 1914-1918. Profughi, internati ed em igrati di Trieste, dell’Isontino e dell’Istria, Gorizia, Libreria Editrice Goriziana, 20 0 1.
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I profughi riparati ‘in Italia’ che affollano le stazioni ferroviarie o che arrivano a gruppi nei piccoli borghi, diventano in qualche m odo il ritratto della zona occupata, sono l’emblem a di una guerra nella quale alla dim ensione m ilitare se ne è aggiunta una civile, difficilmente decifrabile perché im prevista; l’idea di una guerra lontana, m a ora im provvisam ente diventata vicina ed anzi in casa, visibile attraverso i volti di migliaia di fuggiaschi; l’im m agine di quello che si è consum ato nei giorni im m ediatam ente precedenti, della catastrofica rotta avvenuta. Se la vicenda del profugato di guerra si carica di significato anche per quegli italiani che non ne sono investiti direttamente, sono però i rapporti che s’instaurano tra i due elem enti – la popolazione locale e i profughi – a fornire una chiave di lettura per com prendere alcune dinam iche del Paese nell’ultim o anno di guerra. Il pregiudizio nei confronti dei fuggiaschi è quasi immediato e, a dispetto delle relazioni rassicuranti dei prefetti, in diverse province i rapporti tra la popolazione locale e i profughi sono particolarm ente difficili. Oggettivamente, esiste in prim o luogo un problem a di antagonism o sociale dovuto alla riduzione dei generi alim entari e al caroviveri, alla disoccupazione e alla concorrenza che i nuovi arrivati introducono nel mercato del lavoro, alla riduzione delle disponibilità assistenziali da parte delle autorità locali. Paure diffuse, m a che in alcune località, in particolare dell’Italia meridionale, sono elementi che contribuiscono al m alcontento delle classi rurali e alle proteste organizzate di centinaia di donne e ragazzi. È infatti opinione com une che la penuria di viveri, già particolarmente sentita prim a di Caporetto, sia im putabile all’arrivo dei profughi. Ma le ragioni che possono determ inare l’avversione nei loro confronti, sono da ricercare anche nelle condizioni m ateriali in cui versa la popolazione italiana dopo due anni e m ezzo di guerra: con i nuovi venuti, il fragile equilibrio sociale di alcune piccole com unità viene alterato e spesso sconvolto. Oltre che da una oggettiva difficoltà per la presenza di decine o centinaia di persone in gran parte bisognose, il pregiudizio nasce dalla reciproca alterità, la stessa sulla quale contano i cultori di un’idea della patria finalmente unita attraverso questo rim escolìo ‘benefico’ di genti diverse. Questo disegno, o se vogliam o questo auspicio, non è però praticabile, anzi non viene incentivato – a dispetto della propaganda – neanche dalle classi dirigenti, al contrario m aggiorm ente preoccupate di esercitare un rigido controllo politico e sociale, di evitare qualsiasi alterazione degli equilibri locali, di reprim ere le m anifestazioni di m alcontento potenzialmente disfattiste; senza contare poi l’attenzione verso i sentim enti austriacanti di cui i nuovi arrivati sono, dal punto di vista delle autorità, sicuram ente portatori. Dunque, in Italia quella dei civili in guerra è stata una categoria molto indagata dalla storiografia, e non solamente da coloro che si sono occupati della Grande Guerra. La bibliografia sui profughi e sulle popolazioni occupate com incia ad essere abbondante e qualitativamente rilevante. Penso ovviam ente ai già citati studi di Bruna Bianchi e Matteo Erm acora che si sono sofferm ati sul rapporto tra civili e violenza, civili e lavoro, civili e politica; m a anche a decine di studi di carattere locale che negli ultimissim i anni hanno arricchito le nostre co-
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noscenze sulle condizioni m ateriali e sociali della popolazione in guerra 27. Tale sensibilità, com e visto, è com une peraltro alla storiografia straniera, in particolare a quella francese e anglosassone. Qui il riferim ento, oltre ai contributi di J ohn Horne e Alan Kram er, è anche a quelli di Peter Gatrell e Vejas Gabriel Liulevicius sul fronte orientale che, con approcci, metodologie ed esiti diversi hanno tracciato un quadro conoscitivo e interpretativo – anche se in qualche caso non del tutto condivisibile – sui civili in guerra 28 . Date queste prem esse è dunque plausibile im m aginare che nei prossim i anni si possa mettere in cantiere a livello europeo una storia sociale della Grande Guerra che com prenda ovviamente anche i soldati e non solo i civili. Scritture dal basso e scritture di volontari I diari, le lettere, le m em orie, le scritture di guerra, in particolare quelle dei soldati, hanno sem pre destato l’interesse degli studiosi, sebbene non siano m ai state, se non in tem pi recenti, adeguatam ente valutate come fonti attendibili o anche solo degne di considerazione 29 . Le ragioni sono m olteplici, m a vanno ricercate soprattutto nella consueta diffidenza verso le carte prodotte dalle cosiddette classi subalterne e, più in generale, verso la sfera della soggettività. In questo senso il m aggiore contributo è dato dal volum e di Fabio Caffarena, Lettere dalla Grande Guerra, che s’inserisce in un filone di studi che negli ultimi anni ha avuto il merito di valorizzare – attraverso la conservazione, la fruizione e la pubblicazione di una serie orm ai rilevante di testi – questo genere di docum entazione 30 . Sono in particolare le lettere intese innanzitutto come ‘scritture del quotidiano’ ad essere al centro della vasta indagine di Caffarena. La struttura del libro rimanda ad un’im postazione m etodologica che perm ette una lettura a vari livelli. Dalla scrittura intesa com e espressione della soggettività alla ‘m onum entalizzazione’ delle testim onianze il passo può essere breve. La m em oria del 27 Paolo Malni, Fuggiaschi. Il cam po profughi di W agna 1915-1918, San Canzian d’Isonzo, Consorzio Culturale del Molfalconese, 1998; Elpidio Ellero, Storia di un esodo. I friulani dopo la rotta di Caporetto 1917-1919, Pasian di Prato, Lithostampa, 20 0 1; Antonio De Cillia, I friulani e la grande guerra. Dalla polem ica sulla ‘porta aperta’ all’intervento. Dall’invasione alle delusioni nel dopoguerra, Padova, Cleup, 20 0 1; Cam illo Pavan, In fuga dai tedeschi. L’invasione del 1917 nel racconto dei testim oni, Treviso, Camillo Pavan Editore, 20 0 4; Id., L’ultim o anno della prim a guerra. Il 1918 nel racconto dei testim oni friulani e veneti, Treviso, Camillo Pavan Editore, 20 0 4. 28 Peter Gatrell, A W hole Em pire W alking. Refugees in Russia during W orld W ar I, Indian apolis, Indiana University Press, 1999; Vejas Gabriel Liulevicius, W ar Land on the Eastern Front. Culture, National Identity and Germ an Occupation in W orld W ar I, Cam bridge, Cam bridge University Press, 20 0 0 . 29 Può anche capitare che una di queste scritture possa diventare un caso letterario, com e ad esem pio le memorie di un bracciante siciliano sem ianalfabeta; Vincenzo Rabito, Terra m atta, a cura di Evelina Santangelo e Luca Ricci, Torino, Einaudi, 20 0 7. 30 Fabio Caffarena, Lettere dalla Grande Guerra. Scritture del quotidiano, m onum enti della m em oria, fonti per la storia. Il caso italiano, Milano, Unicopli, 20 0 5.
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conflitto si alim enta anche di questi fram m enti, in un processo che negli anni ’20 e ’30 permette – o im pone – che il privato della guerra diventi pubblico, che il fam iliare diventi nazionale. Il tutto avviene in un quadro dove la necessità di creare una ‘religione della patria’, anche a livello locale, vede im pegnati diversi attori sociali in quella che a prim a vista è una diffusa e pulviscolare elaborazione del lutto collettivo, m a che non m anca di essere talvolta un contraddittorio tentativo di declinare la m orte in maniera patriottica e retorica. Ecco dunque che archivi, m usei e raccolte diventano giocoforza lo spazio ‘emerso’ di una m inim a parte delle m issive dei soldati, quella parte che si è conservata fino a noi e che certam ente è ancora in gran parte da studiare e da inserire problem aticam ente, alm eno per il caso italiano, nella discussione storiografica sulla Grande Guerra. In questo senso il libro costituisce anche un utile strumento per orientarsi nella fittissim a rete dell’epistolografia di guerra, in quanto fornisce una m appatura, com prensibilm ente non esaustiva m a com unque ragguardevole, degli archivi nei quali è possibile rinvenire queste scritture divenute a tutti gli effetti ‘fonti per la storia’. Sulla scrittura popolare è da segnalare anche il volum e di Quinto Antonelli, I dim enticati della Grande Guerra, che utilizza un centinaio di testi di soldati trentini che hanno combattuto dalla parte austriaca. Un libro interessante sul vissuto dei com battenti, ma che ha un lim ite di fondo, cioè quello di essere troppo schiacciato sulla soggettività, pensando che le fonti, in questo caso i diari, possano parlare da sole 31. Tra l’altro il volum e s’inserisce in un dibattito pubblico su una duplice m em oria: quella dei 55.0 0 0 soldati che hanno com battuto per l’Austria e quella dei circa 70 0 trentini che si sono arruolati volontari nell’esercito italiano. Non solam ente le icone patriottiche, com e ad esem pio Dam iano Chiesa di cui sono stati pubblicati il diario e le lettere a cura di Stefano Galli32 , m a anche le figure m inori. Lo studio di Patrizia Dogliani, Gilles Pécout, Alessio Quercioli, La scelta della Patria. Giovani volontari nella Grande Guerra, va proprio in questa direzione e costituisce un prim o tassello per ricostruire il rapporto tra giovani e irredentismo, tra la generazione dei volontari che fanno la guerra per l’Italia e la loro scelta patriottica 33 . La m aggior parte provengono da Trento, Rovereto e Riva, m a non è insignificante la quota di volontari che viene dai centri m inori delle valli trentine, dove tradizionalmente la com ponente dell’irredentism o è quasi assente. Tre su quattro hanno m eno di 30 anni e il 27% ha m eno di 18 anni. Il 31% sono studenti, il 16% artigiani, il 14% im piegati, il 10 % liberi professionisti, il 9% com m ercianti. Per i giovani volontari trentini e triestini la guerra non è sem plicem ente un rito di passaggio per varcare la soglia della scena pubblica e dell’età adulta, ma una 31 Quinto Antonelli, I dim enticati della Grande Guerra. La m em oria dei com battenti trentini (1914-1920 ), Trento, Il Margine, 20 0 8. 32 Damiano Chiesa, Diario e lettere (1914-1916), a cura di Stefano B. Galli, Rovereto, Museo Storico Italiano della Guerra, 20 0 6. 33 Patrizia Dogliani, Gilles Pécout, Alessio Quercioli, La scelta della Patria. Giovani volontari nella Grande Guerra, Rovereto, Museo Storico Italiano della Guerra, 20 0 6.
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scelta consapevole che coincide con la scelta della patria, ovvero di un insieme di valori ai quali sono stati educati, il culm ine del processo educativo in cui sono stati form ati. La scuola è ovviam ente il veicolo essenziale di una pedagogia volta al radicamento di una religione della patria. Il ruolo che gli studenti svolgono nel risveglio e nella diffusione di un sentimento anti-austriaco non è affatto trascurabile e ridurre questo irredentism o studentesco ad un generico senso di insofferenza o definirlo sem plicem ente un’‘ideologia d’evasione’ appare senz’altro riduttivo. Quella della patria rappresenta per quei giovani una scelta del tutto conseguente al contesto educativo in cui sono stati form ati. Per i giovani irredenti Fabio Todero parla di ‘com unità di m aggio’, in quanto provengono da gruppi sociali om ogenei, legati da reti di relazione, vissuti all’interno di un universo valoriale e sim bolico che fa loro accettare la guerra come un dovere e un’assunzione di responsabilità. Siam o di fronte a “giovani che spesso avevano studiato nelle stesse scuole e avevano frequentato gli stessi am bienti, seguendo itinerari politici talora divergenti”, se solo si pensa al caso triestino e ai due poli costituiti dai fratelli Giani e Carlo Stuparich da una parte e da Ruggero Tim eus dall’altra 34 . La diserzione rispetto al dovere di com battere per l’esercito austro-ungarico, la fuga dall’Im pero – num erosi irredenti si trovano com unque in Italia prim a dello scoppio della guerra – e la m obilitazione interventista costituiscono tappe di avvicinamento e di preparazione all’atto che sancisce la rottura definitiva, il punto di non ritorno: l’arruolam ento volontario nell’esercito italiano. Siam o di fronte ad una m inoranza volitiva che, al netto delle m otivazioni patriottiche o ideali, sceglie in m aniera consapevole la ‘sua’ patria e in questo consiste lo strappo con quello Stato di cui si è, in gran parte, sudditi e per cui si dovrebbe com battere. La rotta non amm ette ripensam enti, il tradim ento dell’Austria è per questi giovani una scelta irreversibile, con tutto ciò che tale scelta com porta: ritorsioni nei confronti delle proprie fam iglie che vengono internate, perdita del proprio status sociale, certezza di essere giustiziati in caso di cattura. Questi giovani risultano non solo traditori della patria austriaca, m a disertori dal punto di vista m ilitare. Si tratta sempre di una minoranza che alla fine la ‘sua’ guerra la vince anche sul piano della m em oria pubblica e, grazie anche ai ‘m artiri’ dell’irredentismo, riesce ad oscurare a lungo l’altra m em oria, quella di chi combatte e m uore dalla parte ‘sbagliata’. La decisione, nel 1923, da parte del prefetto di Trento di im pedire il ricordo congiunto dei volontari e degli ‘austro-ungarici’ caduti in guerra, stabilisce una separazione fisica dei m onum enti, dei cippi e delle lapidi e, nel caso dei “figli spenti” sotto l’Austria, il ricorso ad una tipologia spoglia ed essenziale in cui prevalgono i simboli religiosi e sono praticam ente assenti, per ovvî motivi, quelli riconducibili al valore m ilitare. Il rapporto tra giovani e irredentism o, tra la generazione dei volontari trentini e adriatici che fanno la guerra per l’Italia e la loro scelta patriottica è stato tema34 Fabio Todero, Le m etam orfosi della m em oria. La Grande Guerra tra m odernità e tradizione, Udine, Del Bianco, 20 0 2, p. 185.
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tizzato solo recentem ente negli studi sulla Grande Guerra 35. Se infatti i repertori biografici e le lettere e mem orie raccolte nell’imm ediato dopoguerra e negli anni Venti e Trenta danno conto del patriottism o degli irredenti e del loro sacrificio, gli aspetti legati alle dinam iche di gruppo, alle intersezioni biografiche, al network che si crea negli anni del conflitto tra i volontari, sono rim asti a lungo largam ente inesplorati, forse scontando anche l’attenzione data alle icone, a quei m artiri che hanno condizionato m aggiorm ente la sedim entazione delle m emorie e, di conseguenza, le stratigrafie del vissuto dei soldati venuti a com battere al di qua del confine italo-austriaco. L’autorappresentazione dei giovani italiani d’Austria passa attraverso la consapevolezza di essere – con lo scoppio della guerra – di fronte ad un tornante decisivo e di poterne essere attori protagonisti da una parte anziché anonim e comparse dall’altra. Ma all’interno di una generazione noi troviam o i leader e i gregari, i fratelli maggiori e quelli m inori – reali o ideali – oltre a una moltitudine di cugini, parenti e affini, e ovviam ente com pagni, cioè com pagni di scuola. Nel caso trentino troviam o per esem pio un Battisti, che non è solamente un fratello m aggiore, m a è un padre ideale, che infatti c’entra poco con il discorso generazionale perché ha già quarant’anni. Risulta tuttavia problem atico im m aginare una biografia collettiva e com plessiva dell’irredentism o, non solo per le peculiarità m icroregionali e per un diverso approccio politico, m ilitare e, se pensiam o al caso triestino, anche letterario alla causa della guerra italiana, ma soprattutto per la com posizione sociale delle com ponenti che da tale sentim ento sono rimaste escluse o addirittura osteggiate. Diversa cosa è invece occuparsi della generazione della guerra, verificarne idealità e m otivazioni, scelte e rotture traum atiche, caratteri e linguaggi36 . La guerra dei ‘m atti’ A lungo relegata in un terreno storiografico di confine, la vicenda della fuga m entale dalla guerra sta suscitando un rinnovato interesse, grazie sia alla disponibilità di fonti docum entarie, sia ad un approccio finalm ente m ultidisciplinare. Num erosi sono i contributi sulla cosiddetta ‘follia di guerra’, attraverso una serie di studi che s’inseriscono in un filone già m olto fecondo, inaugurato una ventina d’anni fa da Antonio Gibelli e ulteriorm ente tem atizzato da Bruna Bianchi37. Ri35 Fabio Todero, Morire per la patria. I volontari del ‘Litorale Austriaco’ nella Grande Guerra, Udine, Paolo Gaspari Editore, 20 0 5. 36 Se ne veda un prim o approccio critico e problem atico in Alessio Quercioli, Irredenti, irredentisti e fuorusciti, in La Grande Guerra: dall’Intervento alla “vittoria m utilata”, pp. 114128. Ma anche Fabrizio Rasera, Cam illo Zadra (a cura di), Volontari italiani nella Grande Guerra, Rovereto, Museo Storico Italiano della Guerra, 20 0 8, volum e com plessivo sul rapporto tra giovani e volontariato di guerra. 37 Antonio Gibelli, L’officina della guerra. La grande guerra e le trasform azioni del m ondo m entale, Torino, Bollati Boringhieri, 1991; Bruna Bianchi, La follia e la fuga. Nevrosi di guerra, diserzione e disobbedienza nell’esercito esercito (1915-1918), Roma, Bulzoni, 20 0 1.
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spetto a quella stagione e a libri che a loro m odo sono diventati dei classici, negli ultim i anni l’attenzione si è però spostata da un lato sul dibattito psichiatrico degli anni Dieci e degli anni Venti, dall’altro sullo studio di alcune strutture m anicom iali operanti durante la guerra. I tem i della psichiatria, che in virtù della durata e della violenza del conflitto si era potuta cim entare su un terreno inedito, delle nevrosi di guerra, dello psichiatra inteso com e “paladino della nazione in guerra” e com e difesa del “corpo sano”, sono stati sviluppati in particolare da Andrea Scartabellati in un volume del 20 0 3, Intellettuali nel conflitto. Alienisti e patologie attraverso la Grande guerra, e quindi ripresi recentemente dallo stesso studioso in un volum e a sua cura, Dalle trincee al m anicom io. Esperienza bellica e destino di matti e psichiatri nella Grande guerra 38 . Un testo, quest’ultim o, che pur nell’eterogeneità dei saggi, fornisce un quadro della com plessità dei problem i posti dal rifiuto m entale della guerra, delle strategie m esse in cam po dallo Stato (e dall’esercito) per arginare il fenomeno, delle risposte della scienza psichiatrica, del traum a dei soldati di fronte alla m odernità del conflitto. Gli studi sui m anicom i di guerra hanno approfondito la conoscenza di strutture come quelle di Como, Reggio Emilia, Crem ona e soprattutto di Verona e Treviso, grazie rispettivamente ai volum i di Maria Vittoria Adam i e Nicola Bettiol. Nel primo caso l’autrice analizza le varie interpretazioni errate delle nevrosi di guerra, associate – il caso veronese non fa eccezione – non ad un fattore em ozionale, bensì ad una predisposizione del soggetto 39 . Com e a dire che la pazzia colpisce persone che possiedono già uno squilibrio m entale latente, in incubazione, che la trincea, le privazioni e il traum a bellico aiutano solam ente a far em ergere. Nel m anicom io di Verona vengono ricoverati 858 soldati, m a il riconoscim ento delle ‘cause di servizio’ è m olto raro, in linea sia con le convinzioni della m aggior parte dei m edici, sia con la loro subalternità alle direttive delle autorità m ilitari. Ma Maria Vittoria Adam i ci fa entrare ‘tra le m ura di San Giacom o’, nella quotidianità degli alienati, fatta di agitazione, im pulsività, solitudine, dolore, allucinazioni, fantasie e delirio. In m olti domina l’incapacità di accettare o solo elaborare questa nuova condizione; alcuni avvertono che la loro vita si sta consum ando; altri ancora si sentono vittime di un com plotto e ossessionati dall’idea di essere stati traditi. Se la reazione al ricovero è spesso di incoscienza – un elem ento che em erge in m aniera evidente dalle lettere ai fam igliari – in alcuni casi vi sono sentim enti di rancore, vergogna o stanchezza. L’internamento, com unque, rappresenta una situazione che contribuisce ad aggravare il loro stato. In m olti com pare la nostalgia di casa, il pensiero della fam iglia, il rifugio nell’infanzia, il rifiuto della guerra che ora sentono lontana e che è comunque la causa 38 Id., Intellettuali nel conflitto. Alienisti e patologie attraverso la Grande guerra (190 91921), Bagnaria Arsa, Edizioni Goliardiche, 20 0 3; Andrea Scartabellati (a cura di), Dalle trincee al m anicom io. Esperienza bellica e destino di matti e psichiatri nella Grande guerra, Torino, Marco Valerio, 20 0 8. 39 Maria Vittoria Adami, L’esercito di San Giacom o. Soldati e ufficiali ricoverati nel m anicom io veronese (1915-1920 ), Padova, Il Poligrafo, 20 0 7.
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prim a della loro nevrosi. Le lettere dei soldati allegate alle cartelle cliniche e poste in appendice rappresentano dei docum enti di straordinaria um anità. Fonti soggettive – il dibattito sul loro uso e sulla loro attendibilità rim ane aperto – ma che restituiscono un quadro di sofferenza e di solitudine. Da queste lettere traspare l’angoscia di essere abbandonati al proprio destino, quasi che la guerra, oltre ad aver separato questi soldati dalla famiglia, li abbia strappati anche alla vita. Il caso trevigiano, studiato da Nicola Bettiol, fa em ergere tutta la ricchezza sem antica delle lettere censurate dei soldati, di queste scritture di guerra in cui i ricoverati elaborano inedite strategie discorsive 40 . Si scrive per non m orire, lottando quotidianam ente, senza saperlo, con la censura ed im ponendosi l’autocensura per m ascherare il proprio stato. A tratti il manicomio appare quasi come una liberazione. Se ne ricava anche un quadro degli orrori della trincea, della fuga m entale ma anche fisica dalla terribile disciplina im posta ai soldati al fronte. Una tem atica affrontata qui di passaggio, m a che è stata indagata, per quanto riguarda le fucilazioni som marie, da Marco Pluviano e Irene Guerrini41. Le m em orie del conflitto Il racconto della guerra passa attraverso parole, imm agini, m onum enti che vede im pegnati più soggetti. Fin dal 1916 è la classe dirigente liberale a farsi carico della creazione di un laboratorio della m em oria del conflitto con l’istituzione dell’Ufficio Storiografico della m obilitazione 42 . Un esperim ento – al di là del valore intellettuale degli organizzatori – destinato a dare risultati modesti, m a capace di fornire una prim a griglia di lettura degli eventi e di decidere quali elem enti ricordare e quali dimenticare. Com unque gli attori sociali dell’Italia postbellica sono subito chiam ati a costruire un discorso pubblico della guerra che non può essere né im posto, né unanim e, m a conflittuale e strettam ente legato alle condizioni m ateriali e m orali di vastissim i strati della popolazione. Sulle m acerie lasciate dal conflitto prendono form a – inizialm ente in m aniera spontanea – riti, celebrazioni, om aggi che si pongono su un piano diverso ed alternativo rispetto alla m em oria patriottica della guerra 43 . È innanzitutto il variegato e sem pre più diviso m ondo socialista a farsi carico dell’elaborazione di un controm ito della Grande Guerra, cercando di incanalare la protesta contro il conflitto in un alveo politico e di dare voce alle vittim e ‘proletarie’ del conflitto. Di un controm ito e non di un antim ito, perché 40 Nicola Bettiol, Feriti nell’anim a. Storie di soldati dai m anicom i del Veneto 1915-1918, Treviso, Istresco, 20 0 8. 41 Marco Pluviano, Irene Guerrini, Le fucilazioni som m arie nella Prim a guerra m ondiale, Udine, Paolo Gaspari Editore, 20 0 4. 42 Barbara Bracco, Mem oria e identità dell’Italia della grande guerra. L’Ufficio Storiografico della m obilitazione (1916-1926), Milano, Unicopli, 20 0 2. 43 Oliver J anz, Lutto, fam iglia e nazione nel culto dei caduti della prim a guerra m ondiale in Italia, in Oliver J anz, Lutz Klinkham mer (a cura di), La m orte per la patria. La celebrazione dei caduti dal Risorgim ento alla Repubblica, Rom a, Donzelli, 20 0 8, pp. 63-79.
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quello che si viene via via delineando, ancorché compresso in una finestra tem porale di pochissim i anni, è un discorso parallelo a quelli retorici e ufficiali degli am bienti del nazionalism o e del reducism o, in cui la guerra combattuta da m ilioni di proletari è sì esorcizzata, m a anche sentita com e un’esperienza propria, preziosa, da non dilapidare. In occasione delle elezioni politiche del novem bre 1919, i socialisti trovano naturale portare in dote il loro neutralism o, antim ilitarism o e pacifism o, in una parola, il rifiuto delle ragioni della guerra. Ma com e dim ostrano gli studi Andrea Baravelli, anche liberali, nazionalisti e dem ocratici, sfruttano ampiam ente la ‘sem antica’ della guerra (e della vittoria), l’interventism o, la partecipazione alle operazioni militari o alle iniziative dei com itati di assistenza 44 . Il m ondo stesso degli ex com battenti diventa una sorta di laboratorio e durante il 1919 l’attenzione ai loro problemi è costante da parte della stam pa socialista. E la costituzione, già nel novembre 1918, della Lega proletaria m utilati, invalidi, reduci, orfani e vedove di guerra, altro non è che il tentativo di saldare le istanze delle classi subalterne, soprattutto contadine, con quelle degli ex combattenti sottraendole, prim a ancora che all’uso strum entale della retorica patriottica – di per sé uno sforzo abbastanza vano – a soluzioni di stam po reazionario. Anche nella capillare ed im ponente cam pagna di m onum entalizzazione di m assa che interessa il prim o dopoguerra, i socialisti entrano portando la propria lettura della guerra. E vi sarà davvero poco spazio, tanto nella sim bologia che nel linguaggio, per le m etafore e le allegorie in luogo pubblico richiam ate da George Mosse e J ay Winter e che forniscono un quadro irreale del conflitto. Una m em oria pubblica plurivoca – militare, civile, laica e religiosa – con attori che parlano linguaggi diversi e a loro m odo esclusivi, tutti com unque im pegnati ad im porre i propri codici retorici e le proprie liturgie celebrative. L’esperienza e la m em oria del conflitto vengono veicolate dagli ex com battenti attraverso le loro associazioni e i loro m iti e riti m arziali. Quello dei reduci viene visto come un problem a di classe la cui soluzione deve passare attraverso una loro ‘rim obilitazione’ sociale contestuale alla sm obilitazione m ilitare oppure com e una questione generazionale, di gruppo, capace di riproporre in tem po di pace il cam eratism o della trincea. E l’altro dopoguerra – oltre a quello della m emoria dei com battenti e dei m onum enti – quello della crisi dello Stato liberale, del nuovo status dell’esercito e dei suoi ufficiali, della delusione rispetto alle attese della guerra e della vittoria m ilitare, giocherà un ruolo decisivo nell’avvento del fascism o 45.
44 Andrea Baravelli, Tra Grande Guerra e fascism o. Uom ini, ricordi e ‘territori’ della politica nella prim a m età degli anni Venti, Cesena, Società Editrice “Il Ponte Vecchio”, 20 0 2; Id., La vittoria sm arrita. Legittim ità e rappresentazioni della Grande Guerra nella crisi del sistem a liberale (1919-1924), Rom a, Carocci, 20 0 6; Paolo Mattera, La ‘lezione della guerra’. I codici di com unicazione retorica e visiva nella cam pagna elettorale del 1919, in La propaganda nella Grande Guerra, pp. 193-215. 45 Marco Mondini, La politica delle arm i. Il ruolo dell’esercito nell’avvento del fascism o, Roma-Bari, Laterza, 20 0 6.
LO SQUADRISMO TRA CULTURE DI GUERRA E TRASFORMAZIONI DEI REPERTORI DEL CONFLITTO POLITICO Giulia Albanese
In un libro pubblicato orm ai più di trent’anni fa, m olto contestato, dal titolo Il secolo ribelle (1830 -1930 ), Charles, Louise e Richard Tilly sottolineavano l’esistenza di una trasform azione dei repertori della violenza politica com inciata alla fine dell’Ottocento e proseguita fino agli anni Venti del Novecento. La tesi del volum e è stata am piam ente discussa, in parte a causa dell’aum ento dei tassi della violenza politica – e in particolar m odo quelli di om icidio politico – nel corso degli anni Venti, in parte per altre ragioni che qui non ci riguardano. Questa riflessione appare però tutt’ora non priva di interesse per chi intenda analizzare le form e della politica squadrista e la cultura che ne favorì le origini1. L’analisi dei repertori della violenza e della loro trasform azione perm ette di considerare continuità e discontinuità nelle form e della violenza politica prim a e dopo la prim a guerra m ondiale; offrendoci la possibilità di verificare in che term ini e relativam ente a quali aspetti specifici quel terribile laboratorio che fu la guerra determ inò trasform azioni nella politica, incidendo sulle form e, oltre che sui contenuti, del confronto politico, e radicalizzando una ‘brutalizzazione’ che com inciò in Italia, e non solo, – è questo uno degli elementi che si vorrebbero qui sottolineare – prim a della guerra 2 . 1 Charles Tilly, Louise A. Tilly, Richard Tilly, The Rebellious Century 1830 -1930 , Cambridge Mass., Harvard University Press, 1975. Le principali contestazioni a questo libro si possono leggere in Franklin L. Ford, Political Violence and Political Murder: Europe in the Nineteenth and Tw entieth Centuries, pp. 1-12 e Eric J . Hobsbawm , Political Violence and Political Murder: Com m ents on Franklin Ford's Essay , pp. 13-19 in Wolfgang J . Momm sen, Gerhard Hirschfeld (a cura di), Social Protest, Violence and Terror in Nineteenth- and Tw entieth- century Europe, New York – London, St. Martin's Press, 1982. 2 Sulla brutalizzazione della politica cfr. in particolare George L. Mosse, Le guerre m ondiali. Dalla tragedia al m ito dei caduti, Roma-Bari, Laterza, 1990 [New York-Oxford, 1990 ]; Annette Becker, Stéphane Audoin-Rouzeau, La violenza, la crociata, il lutto. La grande guerra e la storia del Novecento, Torino, Einaudi, 20 0 2 [Paris, 20 0 0 ]; Angelo Ventrone, La seduzione totalitaria. Guerra, m odernità, violenza politica (1914-1918), Rom a, Donzelli, 20 0 3; J on Lawrence, Forging a Peaceable Kingdom : W ar, Violence, and Fear of Brutalization in Post-First W orld W ar Britain, “J ournal of Modern History”, 20 0 3, n. 3, pp. 557-589. Sem pre sul ruolo della prim a guerra m ondiale e della cultura di guerra si vedano anche Stéphane AudoinRouzeau, Annette Becker, J ean J acques Becker, Gerd Krumeich, J ay M. Winter (a cura di), Guerre et cultures 1914-1918, Paris, Arm and Colin, 1994; J ay Winter, Il lutto e la m em oria. La grande guerra nella m em oria culturale europea, Bologna, Il Mulino, 1998 [Cambridge, Cam-
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La questione può essere affrontata, per quanto riguarda l’Italia, cercando di riflettere su alcuni aspetti connessi tra loro, che ci riconducono ad un’analisi dello squadrismo, delle culture e delle pratiche che lo originarono, anche se, è evidente, la ‘brutalizzazione della politica’ – o com unque il dilagare dell’utilizzo della violenza com e linguaggio e strum ento della politica – riguarda tutto il dopoguerra italiano e non esclusivam ente la violenza fascista, di cui qui ci occuperem o 3 . Se però si guarda allo squadrism o, alcuni elem enti appaiono più esplicitam ente evidenti, soprattutto prendendo in considerazione i repertori della violenza utilizzati da questo movim ento politico, repertori che definiam o qui come “m odello esplicativo che associa al conflitto una dim ensione di regolarità, ordine, azione deliberata”4 . In questo articolo rifletterem o quindi sui repertori della violenza, considerando le form e, i livelli e gli obiettivi della violenza squadrista; sui luoghi della violenza, e in particolar modo le aree geografiche e le zone in cui la violenza si diffonde particolarm ente; e infine sugli attori della violenza e i loro rapporti con le istituzioni dem andate al controllo dell’ordine pubblico.
bridge University Press,1995]; J ohn Horne, Sm obilitazioni culturali dopo la grande guerra 1919-1939, “Italia contem poranea”, 1999, n. 215, pp. 331-340 ; Antonio Gibelli, Nefaste m eraviglie. Grande guerra e apoteosi della m odernità, in Walter Barberis (a cura di), Storia d’Italia. Annali 18. Guerra e Pace, Torino, Einaudi, 20 0 2, pp. 549-589; Violence and Society after the First W orld W ar, “J ournal of Modern European Studies”, 20 0 3, n. 1, numero monografico; Andrea Baravelli (a cura di), La violenza politica tra le due guerre m ondiali. Culture, pratiche e linguaggi dell’Europa m editerranea, “Memoria e ricerca”, 20 0 3, n. 13; Francisco Ribeiro de Menses, Portugal 1914-1926. From the First W orld W ar to Military Dictatorship, Bristol, University of Bristol, 20 0 5, per finire con il più recente Stéphane Audoin-Rouzeau, Christophe Prochasson, Sortir de la Grande Guerre. Le m onde et l’après 1918, Paris, Tallandier, 20 0 8, che pur non tralasciando la riflessione sulla ‘brutalizzazione’ fa però un passo in avanti, e diverso, riflettendo su diversi tipi di sm obilitazione in diversi stati. Più com plessi, e per molti versi paradigmatici, sono ovviamente il caso tedesco, per il quale rim ando a Enzo Traverso, La violenza nazista. Una genealogia, Bologna, Il Mulino, 20 0 2 e il caso italiano per il quale, tra le opere più recenti, si veda Andrea Baravelli, La vittoria sm arrita. Legittim ità e rappresentazioni della Grande Guerra nella crisi del sistem a liberale, Rom a, Carocci, 20 0 6. Mi permetto inoltre di rinviare anche al m io La m arcia su Rom a, Roma-Bari, Laterza, 20 0 6 e a due mie rassegne sul periodo tra le due guerre: La crisi dello stato liberale e le origini del fascism o attraverso alcuni recenti studi. Una riflessione, “Studi Storici”, 20 0 4, n. 2, pp. 60 160 8; La brutalizzazione della politica tra guerra e dopoguerra, “Contemporanea”, a. IX (20 0 6) n. 3, pp. 551-557. 3 Tra gli studi che vanno in questo senso, e che non analizzano il fascism o, rimando a: Eros Francescangeli, Gli arditi del popolo: Argo Secondari e la prim a organizzazione antifascista (1917-1922), Rom a, Odradek, 20 0 0 ; Roberto Bianchi, Bocci-bocci. I tum ulti annonari nella Toscana del 1919, Firenze, Olschki, 20 0 1; Angelo Ventrone, La seduzione totalitaria. Guerra, m odernità, violenza politica (1914-1918), Roma, Donzelli, 20 0 3. 4 Cfr. Charles Tilly, Violenza e azione collettiva in Europa. Riflessioni storico-com parate, in Donatella della Porta e Gianfranco Pasquino (a cura di), Terrorism o e azione politica. Tre casi a confronto: Stati Uniti, Germ ania e Giappone, Bologna, il Mulino, 1983, p. 67.
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I repertori della violenza La riflessione sui repertori della violenza coinvolge questioni com plesse, poco sviscerate, e che perm ettono di intravedere una linea di continuità tra il periodo precedente e successivo alla guerra. I livelli della violenza, cioè la quantità degli atti di violenza m a anche la qualità della violenza – ossia i livelli di efferatezza e di incidenza delle m orti e delle ferite gravi e da arm i da fuoco in modo particolare – subiscono invece, in term ini relativi e assoluti, delle mutazioni determ inanti proprio in relazione all’esperienza bellica, alla svalutazione della vita um ana provocata dal conflitto m ondiale e dalla disponibilità di arm i e dalla diffusione di addestram ento ad utilizzarle conseguenti allo stesso conflitto. Ripensiamo per un m omento alle forme della violenze del fascism o italiano: squadre che sfidano arm ate i m anifestanti, bombe lanciate nelle piazze in cui hanno luogo m anifestazioni degli avversari, incendi di tipografie, assalti a sedi di organizzazioni politiche e sindacali e di giornali, squadre che cercano di occupare quartieri di città, uffici m unicipali, prefetture, persone m inacciate, picchiate, rapite per brevi periodi, uccise e case distrutte, obblighi di andarsene dalle proprie città, arm i rubate da caserm e, sfida continua ai partiti rivali e alle istituzioni dello Stato 5. La prim a fase delle violenze squadriste, quella di reazione alle m anifestazioni dei ‘sovversivi’ – com e li chiam avano i fascisti e le forze dell’ordine -, m a anche quella di m inaccia nei confronti di singoli esponenti non graditi delle opposizioni, non è inedita nella storia d’Italia: essa è infatti anticipata nell’anteguerra dalla reazione all’afferm azione di spazi di contestazione e ad ipotesi rivoluzionarie del socialismo della Seconda internazionale, m a anche dell’anarchism o e del sindacalism o rivoluzionario o m eno. Questa reazione va m essa in relazione soprattutto all’inizio della neutralità dello Stato nei confronti dei conflitti sociali, e, in parte, anche di quelli politici6 . Episodi consistenti di gruppi civili borghesi, talvolta vicini a posizioni nazionaliste, o com unque identificati come tali, che si organizzano per contrastare gli scioperi, si verificarono già nel 1914, nel giugno, durante la ‘settim ana rossa’7. È durante la ‘settim ana rossa’ che, a Bologna, per 5 Sul carattere e per un quadro delle violenze fasciste prima della m arcia su Rom a, cfr. Angelo Tasca, Nascita e avvento del fascism o, Bari, Laterza, 1972 [1938], pp. 165-196; 299-313; G. Albanese, La m arcia su Rom a, pp. 19-83. 6 Su questo cfr. Anthony L. Cardoza, La rivolta degli agrari, in Mario Isnenghi, Giulia Albanese (a cura di), Gli italiani in guerra. Conflitti, identità, m em orie dal Risorgim ento ai giorni nostri. Il Ventennio fascista. I. Dall’im presa di Fium e alla Seconda guerra m ondiale (1919-1940 ), Torino, Utet, 20 0 8, pp. 112-118; Stefano Musso, Storia del lavoro in Italia dall’Unità ad oggi, Venezia, Marsilio, 20 0 2, pp. 132-136. 7 Ho approfondito questo tem a in Essere giovani nel 1915, in Mario Isnenghi, Daniele Ceschin (a cura di), Gli italiani in guerra. Conflitti, identità, m em orie dal Risorgim ento ai giorni nostri. III. La Grande Guerra. Dall’Intervento alla “vittoria m utilata”, Torino, Utet, 20 0 8, pp. 72-82, m a anche in La “settim ana rossa” tra aspirazioni reazionarie e reazioni conservatrici, in Mario Isnenghi, Simon Levis Sullam (a cura di), Gli italiani in guerra. Conflitti, identità m em orie dal Risorgim ento ai giorni nostri. II. Le “Tre Italie”: dalla presa di Rom a alla Settim ana Rossa (1870 -1914), Torino, Utet, 20 0 9, pp. 1-7.
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esem pio, il prefetto Dallari aveva m inacciato di privare del porto d’arm i quanti volessero organizzare una m anifestazione contro gli scioperanti “non ritenendo am m issibile sim ile form a di contrapposizione di cittadini a cittadini quasi a prodrom o di guerra civile, e m an ifestazione di im poten za delle autorità”8 . Quello di Bologn a non è l’un ico caso: m anifestazion i an aloghe, con person e arm ate con tro le m an ifestazion i socialiste e gli scioperan ti avven gon o a Rom a, Firen ze, Parm a, Palerm o, Torino, Milano, Padova, Brescia e Napoli9 . A Milano, la sede dell’“Avanti!” si salva da una incursione di uno di questi gruppi – una delle prim e di una lunga serie – solo per la presenza delle forze dell’ordine a tutela del giornale 10 . Interessa qui – anticipando una riflessione sugli attori – sottolineare innanzitutto che si tratta di m anifestazioni di gruppi borghesi o di gruppi studenteschi, che scelgono di non definirsi in senso pienam ente politico, e che spesso si caratterizzano più esplicitam ente ed esclusivam ente in senso socioeconom ico, in quanto agrari o com m ercianti, o studenti, appunto. Questi gruppi non sono privi di organizzazione, se dobbiam o considerare, ad esem pio, alcuni m anifestini rinvenuti a Rom a, firm ati da un non m eglio definito “Partito dell’ordine” che invitava i “cittadini” a incontrarsi in via del Tritone per “protestare contro il m oto teppistico rivoluzionario”11 e il pronto sostegno che ottenevano da alcune testate: “Il Giornale d’Italia” e “L’Idea nazionale”, innanzitutto. Seppure questi gruppi avrebbero germ inato nel corso degli anni successivi, con l’interventism o, la guerra e la reazione alle m anifestazioni del cosiddetto ‘biennio rosso’, essi avevano in parte radici nell’associazione nazionalistica e in diversi gruppi patriottici. Già in questa fase questi gruppi avevano rapporti volutam ente am bigui con le forze dell’ordine, ambigui nel senso che si proponevano com e sostenitori dell’azione delle forze dell’ordine e dell’esercito utilizzato in funzioni di ordine pubblico m a al tempo stesso traevano la loro ragion d’essere da una, non ancora pienam ente esplicitata, inazione – o non sufficiente azione, nella loro opinione – dell’esercito e delle forze dell’ordine nella repressione delle m anifestazioni e degli eccessi di violenza dei m anifestanti ‘sovversivi’. Questo rapporto am biguo con l’esercito diveniva ancora più evidente quando, all’indom ani della ‘settim ana rossa’, il “Giornale d’Italia” apriva una sottoscrizione per le forze dell’ordine ferite durante le giornate del giugno, con l’evidente obiettivo anche di tenere viva la m obilitazione contro gli scioperanti. Il “Giornale d’Italia” racco8 Il passo è citato in Luigi Lotti, La settim ana rossa, Firenze, Le Monnier, 1972, p. 152 ed è tratto dalla relazione del prefetto di Bologna inviata al ministero dell’interno il 12 giugno 1914 presente in Archivio Centrale dello Stato (ACS), Ministero dell’Interno (MI), Pubblica Sicurezza (PS), 1914, b. 82, fasc. 186. 9 Si vedano le relazioni del prefetto di Milano in data 9 e 11 giugno 1914; del prefetto di Firenze in data 8 e 12 giugno in ACS, MI, PS, 1914, b. 23, oltre a Elena Papadia, Nel nom e della nazione. L’Associazione Nazionalista Italiana in età giolittiana, Rom a, Archivio Guido Izzi, 20 0 6, pp. 139-154. 10 Ivi p. 141. 11 Cfr. Atti del Parlamento Italiano, Camera dei Deputati, Sessione 1913-14, 1° della XXIV legislatura, Discussioni, vol. IV, dal 27 m aggio al 16 giugno 1914, Roma 1914, p. 3951 relativa alla seduta del 10 giugno 1914.
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glieva una considerevole som m a di denaro che però Dom enico Grandi, m inistro della guerra, decideva di non assegnare ai suoi uom ini (al contrario di quanto fece il m inistero dell’Interno) con una lettera le cui m otivazioni sembra opportuno riportare: L’iniziativa di quella sottoscrizione e delle altre consim ili che sono state prom osse sim ultaneam ente in altre città, con largo consenso di sim patia, sta a provare l’affetto che circonda l’Esercito nel Paese; m a la m anifestazione ha anche un contenuto essenzialm ente politico ché a nessuno sfugge com e essa voglia essere, sia pure in nobile form a, una protesta, una reazione contro l’opera rivoluzionaria stata com piuta [sic] nei recenti tum ulti, veri episodi di guerra civile12 .
Vi è qui un esplicito riconoscim ento, pur nella consapevolezza della gravità dei fatti avvenuti, di una politicizzazione nell’enfasi del ruolo dell’esercito, significativa dell’idea di tutela dell’ordine che in gruppi diversi, appartenenti in qualche m isura ad uno stesso blocco, com inciava a elaborarsi. In questa fase si com incia infatti ad assistere all’appropriazione da parte di gruppi d’ordine di spazi precedentemente controllati dalle forze arm ate, anche grazie all’utilizzo della violenza. Questi gruppi si legittim ano in contrasto ad un altro utilizzo della violenza, quello di gruppi socialisti o anarchici, com unque rivoluzionari, che però non sono in grado né di controllare, né di orientare, né soprattutto di sfruttare e far m aturare in senso più pienamente politico, i tassi di conflittualità popolare espressi in quella fase. La violenza dei controm anifestanti, a partire dalla ‘settim ana rossa’, non si dim ostra solam ente nello sfoggio di armi, e nell’utilizzo delle stesse, per im paurire più che per ferire ed uccidere, m a anche nella violenza ai danni di isolati esponenti politici. Un caso forse isolato, m a senz’altro significativo, è quello del deputato del collegio di Napoli, Ettore Ciccotti, storico socialista e meridionalista, non certo rivoluzionario e con un percorso politico non privo di ambiguità in alcuni m om enti. Ciccotti viene seguito, intim idito e m alm enato da un gruppo di nazionalisti a Roma – e salvato poi all’ultimo m om ento da m aggiori violenze – per aver proclam ato in un forte intervento alla Cam era, nella discussione relativa ai fatti d’Ancona il 10 giugno, una sgradevole verità: non c’è nessuno, tra noi, più violento (prim a di tutto sotto la form a dell’arbitrio che è una specie di violenza) d’un conservatore; e non c’è, delle volte, un legalitario più legalitario di quello che viene chiam ato sovversivo 13 .
Dei pericoli esistenti nella sovrapposizione tra ordine pubblico e ordine garantito da un servizio dei ‘partiti d’ordine’ era ben consapevole anche l’allora 12 Lettera del ministro della guerra al Ministero dell’Interno in data 15 luglio 1914, in ACS, MI, PS, 1914, b. 23. 13 Atti del Parlamento Italiano, Camera dei Deputati, Sessione 1913-14, 1a della XXIV legislatura, Discussioni, vol. IV, dal 27 m aggio al 16 giugno 1914, Roma 1914, p. 3947 relativa alla seduta del 10 giugno 1914; p. 40 33 per l’intimidazione del deputato Ciccotti.
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Presidente del consiglio Antonio Salandra che al prefetto di Bologna, città in cui questo m ovim ento reattivo era più organizzato, faceva dire di fare sm ettere queste organ izzazioni “bastando a garantire ordin e pubblico forze costà dispon ibili” e aggiun geva “sotto sua prudente energica direzione è opportuno evitare qualun que incen tivo con flitti anche se derivata da spontan ea collaborazion e dei cittadini”14 . Quelle che si sperim entano in questa fase sono quindi violenze e intim idazioni contro singoli, controm anifestazioni, tentativi di creare relazioni – in alcuni casi riusciti – con le forze dell’ordine ed anche tentativi di azione repressiva nei confronti de “L’Avanti!”, il giornale del Partito socialista italiano, che, non è forse inutile ricordarlo in questo m om ento, in quei m esi era diretto da Benito Mussolini. È un repertorio che si riprodurrà, in senso non esclusivam ente reattivo, ma anche proattivo, nel corso delle giornate di m obilitazione dell’interventism o. Nell’im m ediato anteguerra, le m anifestazioni non nascono solo com e risposta ad altre m anifestazioni, ma sono l’indice di una volontà di partecipazione alla guerra contro la m aggioranza del Parlam ento orientata in senso neutralista. In queste m obilitazioni è più evidente la partecipazione degli studenti – che del resto sono presenti anche nelle mobilitazioni del giugno, durante la ‘settim ana rossa’ – rispetto ad altri gruppi, e se i luoghi in un primo m om ento differiscono rispetto a quelli del dopoguerra, i repertori si ripetono. Gli scontri degli studenti interventisti invadono in un prim o tem po le università per passare poi alle piazze delle città universitarie e non solo, e sono scontri che si rivolgono prim a contro professori neutralisti, o filo-tedeschi, o di origine tedesca, con atti di violenza e di m inaccia contro i singoli, e successivamente si caratterizzano nella ricerca di uno scontro politico con coloro che sono contrari alla guerra e per la neutralità del paese, con gazzarre e tentativi di contrasto fisico, oltre che di occupazione contrapposta del territorio 15. Quello che qui prem e sottolineare, più che il diffondersi di m anifestazioni di piazza da parte di gruppi – e soprattutto in nome di idee – che precedentemente avevano trascurato questo genere di m anifestazioni, è, nei prim i anni Dieci del Novecento, il diffondersi e l’aum ento un linguaggio per il quale il nem ico è altro da sé – e, soprattutto, si sarebbe tentati di dire, dalla nazione – e deve venire cancellato, e il conseguente uso di violenza nei confronti degli avversari attraverso l’utilizzo di arm i16 . Sia nella reazione alla ‘settim ana rossa’ che nelle giornate interventiste, la retorica antiparlam entare che aveva E. Papadia, Nel nom e della nazione, p. 145. Cfr. G. Albanese, Essere giovani; Mario Isnenghi, L’Italia in piazza. I luoghi della vita pubblica dal 1848 ai giorni nostri, Milano, Mondadori, 1994 [ora anche Bologna, Il Mulino, 20 0 4], pp. 211-225. 16 Alcune riflessioni di lungo periodo sul ruolo del nemico interno si possono trovare in Angelo Ventrone, Il nem ico interno, Roma, Donzelli, 20 0 5, com e pure più specificam ente sulla m obilitazione interna sono interessanti le osservazioni in La seduzione totalitaria. Per quanto m i riguarda ho sviluppato alcune riflessioni sulla m obilitazione dell’interventism o in due articoli: Le trasform azioni della politica: i giovani e l’interventism o nell’Italia del 1915, in Fabrizio Rasera e Cam illo Zadra (a cura di), Volontari italiani nella Grande Guerra (1914-1918), Rovereto, Museo Storico Italiano della Guerra, 20 0 9 e in Essere giovani. 14
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com inciato a prendere form a nelle riviste degli intellettuali e nei circoli d’ordine oltre che in quelli d’opposizione, trova un suo cam po d’azione attraverso la m inaccia fisica e la violenza e determ ina una trasform azione delle relazioni tra i cittadini e il Parlam ento 17. Sono cortocircuiti tra pensieri ed azioni che poi, più ancora della violenza bellica, saranno funzionali ai conflitti asprissim i che si svilupperanno, dapprim a più debolm ente nel 1919 e nel 1920 , m a poi, a com inciare dall’autunno 1920 , sem pre con m aggiore virulenza e nelle form e che sono state descritte all’inizio del paragrafo. Questo non significa che la continuità di pratiche simboliche, verbali e d’azione sia sem pre tale, perché non è uguale respingere o fare a botte con un avversario o ucciderlo, m inacciarlo o picchiarlo, né è uguale dem onizzarlo verbalm ente e, soprattutto, la violenza verbale non porta necessariamente alla violenza fisica, anche se indica la presenza di un duro conflitto. Se com pariam o gli anni precedenti e successivi alla guerra, poi, differenze notevoli esistono anche nello spettro dei possibili avversari dei gruppi ‘d’ordine’ interventisti, nazionalisti e fascisti: gli avversari variano notevolm ente passando dal socialista o dallo scioperante nella ‘settim ana rossa’, al neutralista o al filo tedesco nel corso delle giornate interventiste, con l’aggiunta dell’im boscato, della spia, dello straniero durante la guerra, per giungere nel dopoguerra ad una nuova definizione tutta politica dei ‘perturbatori dell’ordine’ e ‘sovversivi’ – in prim o luogo gli scioperanti, meglio se socialisti – , m a per allargare poi lo spettro a tutti gli antifascisti, siano essi socialisti, comunisti, popolari, repubblicani o liberali. Non vi è dubbio che vi siano in alcuni casi anche sovrapposizioni di retoriche, più o m eno significative, tanto da parte fascista che da parte antifascista. Nel dopoguerra, si possono quindi registrare, da parte dei fascisti, m omenti di m aggiore apertura o chiusura nell’articolazione dei soggetti che vengono inclusi nella definizione del nem ico, anche quello ‘interno’ e questo determ ina una corrispondente ridefinizione dell’imm agine e della costruzione dell’italiano, per contrasto con le categorie dei perseguitati o dei ‘nem ici’18 . Tuttavia non si può dire si registri una grande variazione nei m odi, nelle form ule retoriche e nelle pratiche di creazione dell’antagonista, orm ai ed esplicitamente un ‘nem ico’ a tutto tondo. E il contrasto con questo nem ico non è più solo agito attraverso l’occupazione o la contrapposizione nelle piazze centrali della città, dove nazionalisti e interventisti, 17 Il tema della retorica e della politica antiparlam entare e antidem ocratica è stato largam ente approfondito negli ultim i decenni, poco però si è detto e si dice sul m odo in cui si creò una giuntura tra questa retorica e tra questa politica e la pratica fascista, anche se m olte riflessioni su questi aspetti vengono da Mario Isnenghi, L’Italia in piazza. Tra i principali libri sulle questioni delle retoriche e dei contenuti antidemocratici tra fine Ottocento e inizi Novecento si vedano: Mariuccia Salvati, Cittadini e governanti. La leadership nella storia dell’Italia contem poranea, Roma-Bari, Laterza, 1997; Alberto M. Banti, Retoriche e idiom i. L’antiparlam entarism o nell’Italia di fine ottocento, “Storica”, 1995, n. 3, pp. 7-41; Em ilio Gentile, Il m ito dello stato nuovo, Roma-Bari, Laterza, 1982; Silvio Lanaro, Nazione e lavoro. Saggio sulla cultura borghese in Italia, Venezia, Marsilio, 1979; Giacomo Perticone, Parlam entarism o e antiparlam entarism o nel Post-Risorgim ento, in Nuove questioni di storia del risorgim ento e dell'unità italiana, Milano, Marzorati, 1961, volum e 2, pp. 621-67. 18 Sulla costruzione di identità nazionali per contrasto si veda Michele Nani, Ai confini della nazione. Stam pa e razzism o nell’Italia di fine Ottocento, Rom a, Carocci, 20 0 6.
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m a poi anche fascisti, vincono spesso rapidam ente la battaglia, sostenuti com e sono anche dalle forze dell’ordine, m a soprattutto nell’invasione delle sedi e dei giornali – in m isura m olto più consistente e pervasiva di quanto non sia m ai avvenuto -, e nell’invasione di zone popolari o periferiche, considerate quartieri, repubbliche o zone ‘rosse’ da ‘bonificare’ e in cui è necessario fare sentire il cambio di clim a politico 19 . La novità più grossa, nei repertori della violenza nel dopoguerra, è costituita poi, oltre che dalla presenza di nuove arm i, e da una m aggior disponibilità delle stesse (oltre che nella capacità di usarle), da una trasform azione istituzionale profonda che determ ina un enorm e successo elettorale per i socialisti (oltre che per i popolari) 20 . È quanto succede nei m olti com uni e nelle m olte am m inistrazioni locali conquistate dai socialisti – o dai popolari – che vengono attaccati dalle squadre fasciste che non accettano sim bolicamente, e come pretesto, la presenza di bandiere rosse sul m unicipio, ma soprattutto non accettano questa presenza politica legittim amente eletta nelle am m inistrazioni. Questo rivolgersi esplicitamente contro le istituzioni non è veicolato esclusivam ente dalla presenza dei socialisti e costituisce una trasformazione e un’intensificazione di pratiche e linguaggi di violenza. I luoghi dello squadrism o Se nelle forme e nelle pratiche della violenza la continuità appare evidente, anche se tra il 1919 e il 1922 si assiste alla creazione di una religione civile che im pregna con riti, simboli e parole d’ordine l’intera generazione dello squadrism o e le sue azioni di violenza, per quanto riguarda i luoghi dello sviluppo dello squadrism o e del fascismo la situazione è com plessivam ente m olto articolata 21. La geografia degli spazi contesi nel periodo precedente alla guerra non può essere sovrapposta alla geografia della violenza squadrista del dopoguerra 22 . Nel periodo precedente la guerra, per esem pio, la pratica della violenza politica e 19 Cfr. Giovanni Sbordone, Nella Repubblica di Santa Margherita. Storie di un cam po veneziano nel prim o Novecento, Portogruaro-Venezia, Edizioni Nuovadimensione, 20 0 3; Alessandro Casellato, Una ‘piccola Russia’. Un quartiere popolare di Treviso tra Otto e Novecento, Verona, Cierre, 1998; Em ilio Franzina, Biografia di un quartiere. Il ‘Trastevere’ di Vicenza (1891-1925), Vicenza, Odeonlibri, 1983; Gianni Bosio, Il trattore ad Acquanegra. Piccola e grande storia di una com unità contadina, Bari, De Donato, 1981; Ernesto Ragionieri, Un com une socialista: Sesto Fiorentino, Roma, Editori Riuniti, 1953. 20 Maurizio Ridolfi, Il Psi e la nascita del partito di m assa. 1892-1922, Roma-Bari, Laterza, 1992, pp. 96-10 6. 21 Em ilio Gentile, Storia del partito fascista 1919-1922. Movim ento e m ilizia, Roma-Bari, Laterza, 1989. 22 Brunello Vigezzi, Le ‘radiose giornate’ del m aggio 1915 nei rapporti dei prefetti, estratto da “Nuova Rivista Storica”, a. XLIII (1959), fasc. III e a. XLIV (1960 ), fasc. I. Lo stesso articolo è stato poi ripubblicato in Id., Da Giolitti a Salandra, Firenze, Vallecchi editore, 1969, pp. 11120 0 . Nell’articolo appare evidente il peso del m ovimento interventista non solo nell’Italia settentrionale ma anche in quella m eridionale.
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d’ordine nell’Italia m eridionale è m olto più forte di quanto non sia nel corso del dopoguerra, sul quale, a questo punto ci concentreremo 23 . Esiste una am pia e sedimentata letteratura su questi tem i che parte dalla consapevolezza che il m ovim ento fascista dilaga in un prim o m omento solo nei centri urbani che hanno un movim ento socialista organizzato forte al punto da riuscire a conquistare elettoralm ente le am m inistrazioni com unali, qualora, contestualmente, esista un radicam ento agrario nelle cam pagne che perm ette uno sviluppo dell’alleanza di questo m ondo con lo squadrism o: si pensi ai casi paradigm atici dell’Em ilia Rom agna e della Toscana, m a anche della Puglia (anche se le form e assunte sono in parte diverse) 24 . Ci sono tuttavia alcune eclatanti eccezioni, quali ad esem pio la città di Trieste, e in parte anche Venezia, in cui lo sviluppo precoce del m ovim ento fascista nasce a partire dalla forza della m obilitazione contro il trattato di Versailles, e, nel prim o caso, dall’im portanza del conflitto con le m inoranze etniche 25. Questa geografia della violenza è determ inata soprattutto dalla forza acquisita dai movim enti di m assa anche grazie ad un processo di politicizzazione e di nazionalizzazione delle m asse, che la guerra m ondiale ha potuto sviluppare notevolm ente nel paese (anche se questo processo non può essere legato esclusivam ente alla guerra). La differenza, radicale, rispetto ad altri m ovim enti del periodo precedente alla guerra, com e la reazione alla ‘settim ana rossa’, m a anche il contrasto tra interventisti e neutralisti, è l’im portanza dell’uso della violenza politica da parte fascista nelle cam pagne e per ridurre il peso della sindacalizzazione agraria, una pervasività che non conosce anticipazione, nel suo coagulare elem enti di carattere socio-econom ico ad elementi di tipo politico 26 . Inedita appare anche – proprio per la forza e il compiuto progetto politico del fascism o di conquista del paese – , l’attenzione alla conquista non solo dei luoghi sim bolici e di m aggiore visibilità – identificabile con il desiderio e l’attenzione 23 Non si fa riferim ento qui a quanto di quella violenza d’ordine non si fa violenza più esplicitamente politica, cosa che – caso eccezionale – avviene in Puglia come dimostrano bene Sim ona Colarizi, Dopoguerra e fascism o in Puglia (1919-1926), Bari, Laterza, 1971; Frank M. Snowden, Violence and Great Estates in the South of Italy . Apulia 190 0 -22, Cambridge, Cam bridge University Press, 1986. 24 Pietro Alberghi, Il fascism o in Em ilia Rom agna. Dalle origini alla m arcia su Rom a, Modena, Mucchi editore, 1989; Marco Palla, Il fascism o, in Roberto Finzi (a cura di), Storia d'Italia. Le Regioni dall'Unità ad oggi. L'Em ilia Rom agna, Torino, Einaudi, 1997; Marco Palla, I fascisti toscani, in Giorgio Mori (a cura di), Storia d'Italia. Le regioni dall'Unità ad oggi. La Toscana, Torino, Einaudi, 1986; Frank M. Snowden, The Fascist Revolution in Tuscany 19191922, Cam bridge, Cambridge University Press, 1989; S. Colarizi, Dopoguerra e fascism o in Puglia; F. M. Snowden, Violence and Great Estates. 25 Sull’arm istizio e i trattati di pace si vedano: Mario Isnenghi, Giorgio Rochat, La Grande Guerra 1914-1918, Milano, La Nuova Italia, 20 0 0 ; J am es Burgwyn, The legend of the Mutilated Victory . Italy , the Great W ar, and the Paris Peace Conference, 1915-1919, Westport (Connecticut) – London, Greenwood Press, 1993. 26 Si veda su questo in particolare Roberto Bianchi, Pace, pane, terra. Il 1919 in Italia, Rom a, Odradek, 20 0 6; Guido Crainz, Padania. Il m ondo dei braccianti dall’Ottocento alla fuga dalle cam pagne, Rom a, Donzelli, 1994, pp. 147-182, in particolare p. 166; Roberto Vivarelli, Storia delle origini del fascism o. L’Italia dalla grande guerra alla m arcia su Rom a, Bologna, Il Mulino, 1991.
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alla ‘conquista della piazza’ – , m a soprattutto la volontà di strappare agli avversari tutti i territori sotto il loro controllo, siano essi centrali, o, più spesso, periferici, cui si è già accennato. La conquista del ‘quartiere rosso’, o anche della ‘repubblica rossa’, com e spesso queste aree vengono identificate, costituisce uno dei principali obiettivi dell’attacco squadrista alle città. Un attacco che generalm ente è tanto più efficace quando le classi dirigenti cittadine si sentano effettivam ente assediate dal successo anche elettorale socialista, e che invece è inviso all’opinione pubblica laddove queste subculture siano considerate m eno forti o com unque m eno capaci di costituire un forte nucleo di potere. È così per esem pio che, se si confrontano due casi quali Venezia e Bologna, il primo con uno sviluppo precoce del fascismo, fin dal 1919, e il secondo con un inizio più stentato della stessa forza politica, si intuisce facilm ente com e le differenze socioeconomiche tra le due aree, ma anche il successo elettorale socialista a Bologna nel 1920 – e la sconfitta veneziana invece – costituiscano presupposti profondam ente differenti per il radicamento e la possibilità dello squadrism o di afferm arsi. È così che a Venezia la cam era del lavoro, m a anche il quartiere popolare di Castello saranno conquistati dai fascisti solo all’indom ani della m arcia su Rom a 27. Gli attori della violenza Più com plesso il discorso sugli attori politici e i loro rapporti con le forze dell’ordine, in parte già accennato. Nella form azione delle squadre l’esperienza della guerra m ondiale è assolutamente determ inante: sono quasi sem pre ex ufficiali, a volte arditi, a m ettere insieme le prim e squadre e a fornire le prim e indicazioni strategiche. È spesso il ricordo, o ancora di più la fantasia, del gruppo di soldati – non dim entichiam o la presenza di giovanissim i, che avrebbero voluto partecipare alla guerra m a che erano troppo giovani per farlo – ad inform are i rapporti all’interno delle squadre e ad aprire la strada ad un cam eratism o, com e è stato spesso m esso in luce 28 . E poi c’è il ruolo di disoccupati, e di coloro che oggi chiameremm o precari, dell’industria oltre che dell’artigianato – una categoria che in altri tem pi sarebbe stata riassunta con il term ine di ‘sottoproletariato’-, restati senza lavoro nella crisi del primo dopoguerra, e che arricchiscono le file
27 Cfr. Giulia Albanese, Alle origini del fascism o. Violenza e politica a Venezia 1919-1922, Padova, Il Poligrafo, 20 0 1. 28 Il tema è presente anche nella pubblicistica coeva si veda Grildrig [Alberto Cappa], Le generazioni del fascism o, Torino, Piero Gobetti, 1924. Per quanto riguarda la storiografia si veda Giovanni Levi, J ean Claude Schm itt (a cura di), Storia dei giovani. L’età contem poranea, Rom a-Bari, Laterza, 1994; Generazioni, numero m onografico di “Parole chiave”, 1998, n. 16 (sui giovani e il fascism o si vedano in particolare i saggi di Giovanni Sabbatucci e Dianella Gagliani); Angelo Varni (a cura di), Il m ondo giovanile tra Ottocento e Novecento, Bologna, Il Mulino 1998 (in particolare, sui giovani e il fascismo, il saggio di Maurizio Degl’Innocenti), oltre a Patrizia Dogliani, La storia dei giovani nell’età contem poranea, “Ricerche storiche”, 1997, n. 83, pp. 22-44 e a Ead., Storia dei giovani, Bruno Mondadori, Milano 20 0 3, pp. 10 3-10 6.
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dei m ovimenti squadristi29 . Sono gruppi difficili da analizzare e da cogliere a m eno che l’analisi dello squadrism o non si situi ad un livello ‘m icro’. Essi costituiscono, invece, parte rilevante delle squadre fasciste, di quel consistente gruppo di uom ini che verrà in parte m arginalizzato, in parte sfruttato per scopi repressivi – riem ergendo e scom parendo a seconda delle fasi politiche – nel corso del ventennio. A Venezia, per lim itarm i a casi da me analizzati nel dettaglio, sono i lavoratori avventizi dell’Arsenale a costituire un primo cuneo fascista in un’area tradizionalmente rossa della città quale Castello. Sono avventizi anche una parte di coloro che si identificheranno con un gruppo filo fascista – inglobato m a anche rifiutato dal fascio, a seconda dei m om enti – e conosciuto con il nome di “Cavalieri della m orte”30 . Gli effetti sociali di questi rapporti tra squadristi, m a anche il riprodursi degli stessi nel tem po, non sono stati ancora fino in fondo studiati per quanto riguarda il ventennio e oltre. Tuttavia le prim e organizzazioni di borghesi d’ordine di cui abbiam o parlato costituiscono un’ossatura per questi processi di m obilitazione del dopoguerra, che sarebbe interessante analizzare sulla base di studi prosopografici che perm ettano di vedere come i gruppi e le esperienze biografiche siano leggibili anche in term ini di continuità e discontinuità nell’elaborazione del rapporto con la violenza politica e l’emergere del fascism o. Quello che già sappiam o, e che dim ostra l’esistenza di queste continuità, è la presenza di leader nazionalisti quali Alfredo Rocco e Luigi Federzoni nelle piazze italiane, in particolare a Padova e a Rom a, a incitare questi giovani e meno giovani; per non parlare di Mussolini e delle sue m olteplici posizioni politiche tra settim ana rossa e interventism o 31. L’analisi dei battaglioni studenteschi, così com e dei gruppi di agrari e com m ercianti organizzati in funzione di m antenim ento dell’ordine pubblico e di costruzione di un nuovo fronte di legittimità politica, è particolarm ente interessante perché permette da un lato di apprezzare più com piutam ente l’originalità dell’esperienza del m ovim ento fascista italiano nel prim o dopoguerra e dei suoi sviluppi, m a anche di verificare più com piutam ente quanto questa esperienza si situi dentro una trasform azione politica europea, nella quale i Cam elots du roi e i gruppi dell’azione francese, così come il Som atèn spagnolo costituiscono solo possibili esem pi32 . 29 Un interessante esperimento di definizione sociale su scala europea di chi fossero i fascisti è costituito da Stein U. Larsen, Bernt Hagtvet, J an P. Myklebust, W ho W ere the Fascists? Social Roots of European Fascism , Bergen, Scandinavian University Press, 1980 . La questione non è di quelle che vengano principalm ente trattate dalla storiografia più recente sul fascismo, ma alcune riflessioni si possono trovare, tra gli altri, in E. Gentile, Storia del m ovim ento fascista. 30 G. Albanese, Alle origini del fascism o, pp. 167-20 5. 31 M. Isnenghi, L’Italia in piazza; E. Papadia, Nel nom e della nazione; Luciano Pom oni, Il dovere nazionale. I nazionalisti veneziani alla conquista della piazza (190 8-1915), Padova, Il Poligrafo, 1998. 32 Francisco J . Rom ero Salvadó, Spain 1914– 1918: betw een W ar and Revolution, London, Routledge, 1999, pp. 184-185; Eduardo González Calleja, El Máuser y el Sufragio: Orden Público, Subversión y Violencia Política en la Crisis de la Restauración (1917– 1931), Madrid, CSIC, 1999, pp. 75-88; Pere Gabriel, Red Barcelona in the Europe of W ar and Revolution, 1914-1930 , in Angel Smith (ed.), Red Barcelona: Social Protest and Labour Mobilization in the Tw entieth Century , London, Routledge, 20 0 2, pp. 44-65.
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Conclusioni In questo articolo si è prestata più attenzione ai tem pi della trasform azione delle form e della politica tra anteguerra e dopoguerra che alla m odificazione che la guerra introduce: il di più di violenza e di reazione che nasce con la guerra non va naturalm ente sottovalutato. Esso non risiede però solo nell’apprendimento del m estiere delle arm i e dell’elim inazione del nem ico, o nella creazione di una ritualità che richiam a la tradizione militare, innovandola, o nella difficoltà della sm obilitazione, m a anche nella riscoperta delle potenzialità anche repressive e di controllo dell’ordine che lo Stato può avere anche in una fase di m obilitazione di m assa, quale la guerra. Proprio il contrasto tra le capacità repressive dello Stato durante la guerra e poi il rientrare in funzione delle istituzioni liberali – con anche la violenza che ne consegue – nel dopoguerra, rende se possibile più forte la reazione al ‘biennio rosso’ e non solo plausibile, m a anche lecita, nelle m enti di chi la costruisce, la violenza successiva. Chi ha vinto la battaglia a favore dell'intervento – soprattutto chi aveva com battuto quella battaglia su posizioni conservatrici – non accetta che il controllo delle istituzioni venga ripreso da quell'élite considerata im belle e neutralista che invece porta avanti, lentam ente e non senza am biguità, proprio un progetto di allargam ento delle basi sociali e politiche delle istituzioni, provando ad accettare progressivam ente l’equidistanza nei confronti di cittadini di varie parti politiche e sociali. In questo contesto espressioni verbali di violenza e atti di violenza si incrociano in un crescendo che è necessario osservare con attenzione, non solo per com prendere i rapporti tra violenza e Grande guerra, m a anche tra violenza di ‘m ovimento’ e violenza ‘di regim e’. La politica della paura e della m inaccia non nasce certo con il fascismo, m a le forme che la violenza assum e nel prim o dopoguerra, facendo i conti con dim ensioni diverse che sono quelle dell'uso di arm i nuove, dell'esistenza di pratiche della guerra e della violenza che derivano dal conflitto m ondiale, m a anche con lo sviluppo di culture di m assa, di arene politiche quali quelle della piazza, della stam pa e dell'uso accorto della propaganda, costituiscono novità che sono proprie di una società che attraverso la guerra im para che la politica autoritaria e di m assa può essere utilizzata in tem po di pace oltre che di conflitto.
APPUNTI PER UNO STUDIO DELL’ORDINE PUBBLICO NELL’ITALIA FASCISTA1 Gian Luigi Gatti
Mussolini non sarebbe asceso al potere senza il ricorso alla violenza organizzata, non avrebbe superato la crisi successiva all’assassinio di Giacom o Matteotti senza il controllo della violenza legittima, non avrebbe m antenuto il potere per oltre vent’anni senza l’istituzione di nuove form e di sorveglianza della popolazione e di punizione dei sospetti. La storiografia non ha dubbi sulla rilevanza del tem a; nel ‘decalogo’ che Em ilio Gentile ha proposto individuando gli elementi essenziali per definire il fascism o, si legge: “6. un apparato di polizia, che previene, controlla e reprim e, anche con il ricorso al terrore organizzato, il dissenso e l’opposizione”2 . Tuttavia, se esistono alcuni testi divulgativi o mem orialistici sulle istituzioni repressive 3 , m anca uno studio organico sull’argomento; l’unico aspetto analizzato in profondità dalla storiografia è quello della polizia politica del m inistero dell’Interno 4 . Gli studiosi, spesso interessati soprattutto all’Ovra, hanno com piu1 Il saggio riprende e in parte approfondisce Gian Luigi Gatti, Le istituzioni repressive, in Le istituzioni repressive, in Mario Isnenghi, Giulia Albanese (a cura di), Gli Italiani in guerra. Conflitti, identità, m em orie dal Risorgim ento ai giorni nostri, direzione scientifica di Mario Isnenghi, volume IV, 2 tomi, Torino, UTET, 20 0 8. 2 Em ilio Gentile, Fascism o. Storia e interpretazione, Rom a-Bari, Laterza, 20 0 2, p. 72. 3 Tra i prim i si possono ricordare i volumi di Franco Fucci, Le polizie di Mussolini. La repressione dell’antifascism o nel ‘ventennio’, Milano, Mursia, 1985; Ugo Guspini, L’orecchio del Regim e. Le intercettazioni telefoniche al tem po del fascism o, Milano, Mursia, 1973; Romano Canosa, I servizi segreti del duce. I persecutori e le vittim e, Milano, Mondadori, 20 0 0 ; Mim mo Franzinelli, Delatori. Spie e confidenti anonim i:l’arm a segreta del regim e fascista, Milano, Mondadori, 20 0 1. Sono memorie interessanti ancorché comprensibilm ente autoapologetiche quelle di Carmine Senise, Quando ero Capo della Polizia 1940 -1943, Rom a, Ruffolo, 1946; Guido Leto, Ovra, fascism o e antifascism o, Bologna, Cappelli, 1951. 4 Mauro Canali, Le spie del regim e, Bologna, il Mulino, 20 0 4; Marina Giannetto, ‘Conoscenza e controllo’: la faticosa elaborazione dell’istituto della polizia politica, “Giornale di storia contemporanea”, a. V (20 0 2), n. 1, pp. 46-80 ; Giovanni Verni, Il perfezionam ento dello stato di polizia, in Marco Palla (a cura di), Lo stato fascista, Milano, La Nuova Italia – R.C.S., 20 0 1; Mimm o Franzinelli, I tentacoli dell’Ovra. Agenti, collaboratori e vittim e della polizia politica fascista, Torino, Bollati Boringhieri, 1999; Giovanna Tosatti, La repressione del dissenso politico tra l’età liberale e il fascism o. L’organizzazione della polizia, “Studi Storici”, a. XXXVIII (1997), n. 1, pp. 217-255; Valentino Zaghi, Strutture di controllo in am bito locale, in Angelo Ventura (a cura di) Sulla crisi del regim e fascista 1938-1943. La società italiana dal “consenso” alla Resistenza, Venezia, Marsilio, 1996, pp. 149-164; Paola Carucci, Il Ministero
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to approfondite ricerche presso l’Archivio centrale dello Stato, che però non è ricco di docum entazione né sui carabinieri né sulla m ilizia, due delle tre forze arm ate di pubblica sicurezza, secondo la definizione dell’epoca 5. D’altra parte, uno studio com plessivo delle forze di pubblica sicurezza sotto il fascism o (ma non solo) sarebbe oggi m olto arduo, perché le fonti disponibili sono pochissime: a parte quelle m inisteriali, le carte di carabinieri e polizia non sono ancora disponibili alla consultazione o sono state distrutte dai reparti dopo un determ inato periodo perché considerate non rilevanti6 . L’archivio del com ando generale della milizia è scom parso nel 1948 7. La struttura repressiva istituita dal regim e fu articolata, capillare ed efficiente. Si poggiò sulle num erose forze di polizia dell’epoca: ben otto ministeri avevano alm eno un corpo arm ato alle loro dipendenze8 ed esistettero almeno tre strutture poliziesche segrete, di cui la più nota fu l’Ovra. Tale com plesso di polizie faceva riferimento ad una legislazione appositam ente pensata per reprim ere i dissidenti e intim idire la popolazione, che si voleva ben conscia della pervasività del controllo cui era sottoposta e della facilità con cui venivano denunciati coloro che osavano criticare il regim e. Non è un caso che il prim o condannato dal Tribunale speciale per la difesa dello Stato, un nuovo istituto posto al vertice della piram ide dell’organizzazione repressiva fascista, sia stato tal Giuseppe Piva, condannato a nove m esi di reclusione per essersi riferito a Mussolini esclam ando: “Li m ortacci tua, stò puzzolente”: non esattamente un’articolata elaborazione ideologica. dell’Interno: prefetti, questori e ispettori generali, ivi; Ead., Bocchini, in Ferdinando Cordova (a cura di), Uom ini e volti del fascism o, Rom a, Bulzoni, 1980 , pp. 63-10 3; Paola Carucci, L’organizzazione dei servizi di polizia dopo l’approvazione del Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza nel 1926, “Rassegna degli archivi di Stato”, 1976, n. 1; Giorgio Fabre, Le polizie del fascism o, “Quaderni di storia”, 1990 , n. 31; Mario Ivani, Esportare il fascism o. Collaborazione di polizia e diplom azia culturale tra Italia fascista e Portogallo di Salazar (1928-1945), Bologna, Clueb, 20 0 8. 5 “Le Forze Armate di Pubblica Sicurezza sono gli Agenti di Pubblica Sicurezza, i Carabinieri Reali e la M.V.S.N .”: R.D. n. 383 del 2 aprile 1925. 6 Gli studi com plessivi su questi corpi sono pochi. Gianni Oliva, Storia dei Carabinieri, Milano, Mondadori, 20 0 2; Angelo d’Orsi, Il potere repressivo. La polizia. Le forze dell’ordine italiano, Milano, Feltrinelli, 1972; Pier Paolo Meccariello, Storia della Guardia di Finanza, Firenze, Le Monnier, 20 0 3. 7 Gian Luigi Gatti, La quarta forza arm ata di Mussolini. La m ilizia volontaria per la sicurezza nazionale, in Com m issione italiana di storia m ilitare, Le forze arm ate e la nazione italiana 1915-1943, a cura di Romain H. Rainero e Paolo Albertini, Roma 20 0 4, pp. 10 7-174. 8 Dal m inistero dell’Interno dipendeva la Pubblica Sicurezza, dal m inistero delle Finanze la Guardia di finanza, dal m inistero dell’Agricoltura la milizia forestale, dal ministero delle Com unicazioni le m ilizie ferroviaria, portuale e postelegrafonica, dal ministero delle Colonie la polizia dell’Africa italiana e le truppe coloniali, dal ministero della Guerra l’esercito compresi i carabinieri, dal m inistero della Marina la m arina, dal ministero dell’Aeronautica l’aeronautica (si ricorda che le forze armate potevano svolgere il ‘servizio d’ordine pubblico’, com e già avvenuto in età liberale); inoltre, direttam ente dalla Presidenza del Consiglio dipendevano la m ilizia nazionale per la sicurezza nazionale e alcune sue specialità. Si veda l’elenco pubblicato da Aldo Valori, Forze Arm ate, in Dizionario di politica, a cura del Partito Nazionale Fascista, Rom a, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, 1940 , p. 210 .
Appunti per uno studio dell’ordine pubblico nell’Italia fascista
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Gli scopi dell’apparato erano m olteplici: non soltanto stroncare ogni opposizione al regim e, m a anche prevenire le m anifestazioni di dissenso, attraverso un controllo della popolazione ossessivo e serrato, segreto m a im m anente. Paradossalm ente, in un paese dove la censura era sem pre più opprim ente, i rapporti delle forze di sicurezza divennero l’unica fonte di inform azioni attendibile sugli um ori dell’opinione pubblica italiana a disposizione di Mussolini9 . Erano sorvegliate anche le personalità principali del regim e, a tutti i livelli, persino i gerarchi; le testim onianze dei loro vizi e delle loro debolezze, insieme a pettegolezzi più o m eno fondati, venivano raccolti in cartelline che Mussolini spesso annotava di suo pugno e che poteva utilizzare com e straordinari strum enti di pressione. Mussolini presentò il suo regim e come radicalmente nuovo, diverso da tutti i governi che lo avevano preceduto. Guardando al fascism o attraverso il prism a delle istituzioni repressive, ovvero soltanto da un lato dei m olti possibili, un lato che rischia di lasciare in om bra il suo opposto – il consenso o appoggio di m assa goduto dal fascism o in taluni m omenti storici – em ergono discontinuità significative all’interno di un apparato che riprende m olti degli strumenti utilizzati in precedenza. Nella storia d’Italia non erano nuovi il ricorso ad una polizia politica, né la schedatura dei politici sospetti, strum enti introdotti da Francesco Crispi; anche il confino coatto era stato attuato per la prim a volta contro il brigantaggio nel 1863 e poi recuperato durante la prim a guerra m ondiale. Il fascism o li riprese e li perfezionò, utilizzandoli sistem aticam ente soprattutto contro gli avversari politici: si calcola che delle 15.470 ordinanze di confino ben 13.0 0 5 furono assegnate ad antifascisti. La grande novità introdotta dal regime fu, più ancora del già citato Tribunale speciale per la difesa dello Stato, l’istituzione della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale – MVSN, poiché form ata da uom ini che dovevano avere la tessera del Partito nazion ale fascista per potervi accedere. L'istituzione del corpo rappresentò così lo scardinamento del principio del m onopolio della forza fisica legittim a, con cui si definisce lo stato moderno. Il corpo nacque per difendere il potere di Mussolini, quindi come una sorta di polizia privata che ereditava il carattere aggressivo dello squadrism o. La violenza fisica nei confronti degli oppositori continuò, m a fu legalizzata. Con il consolidarsi della dittatura e il conseguente affievolirsi della m inaccia diretta dell’antifascism o, la m ilizia si dedicò sia al controllo politico della popolazione per prevenire un’eventuale sollevazione popolare, sia alla sorveglianza dei m ezzi di com unicazione per im pedire un colpo di stato. Il 25 luglio 1943 la m ilizia fallì il suo com pito anche perché la guerra m ondiale aveva posto sotto il controllo del m inistero della Guerra – e quindi dell’esercito – le vie di com unicazione, lim itando così il ruolo della m ilizia, che nel frattem po era stata impiegata all’estero sia in battaglia sia nel controllo del territorio. 9 Quello stesso m ateriale è oggi prezioso per lo storico: Simona Colarizi, L’opinione degli italiani sotto il regim e 1929-1943, Roma-Bari, Laterza, 1991; più specifico su Milano Piero Melograni, Rapporti segreti della polizia fascista 1938/ 1940 , Roma-Bari, Laterza, 1979.
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Quando venivano m obilitate, le camicie nere della m ilizia ordinaria non svolgevano soltanto una funzione di ordine pubblico, m a anche una funzione indiretta: quella di rendere im mediatam ente visibile il potere del regime. Ciò valeva a m aggior ragione per gli appartenenti alle m ilizie speciali, che erano sem pre in servizio e si occupavano del controllo dei principali nodi di com unicazione dell’epoca. Infatti, carabinieri, finanzieri e agenti di P.S. avevano dim ostrato la loro affidabilità nella sorveglianza del territorio e la loro lealtà al governo, m a rappresentavano lo Stato e non il fascism o. I m iliti, al contrario, indossavano una divisa inequivocabile, la cam icia nera, e quindi rappresentavano il potere del fascismo anche visivam ente. La capillarità della diffusione delle legioni ordinarie e l’occupazione da parte delle m ilizie speciali (tra cui la ferroviaria, la portuaria, la confinaria, la stradale, la postelegrafonica) dei ruoli di controllo dei nodi di com unicazione dell’epoca furono funzionali anche a quest’aspetto, che venne particolarm ente sfruttato dalla propaganda: Quel punto nero [il m ilite portuario] che ultim o scom pare e prim o si avvista ai naviganti, è un sim bolo e un am monim ento insiem e 10 . Quando passa la m acchina della Milizia, passa lo Stato fascista con le leggi della sua Rivoluzione 11. Il viaggiatore […] deve vedere nel m ilite, che silenziosamente e pronto percorre i corridoi del treno o vigila alle stazioni, l’em blema dell’Italia nuova 12 .
La soppressione della Guardia Regia e del corpo degli Agenti di P.S. Prim a della m arcia su Rom a i corpi arm ati incaricati della pubblica sicurezza erano tre: l’arm a dei carabinieri, la guardia regia e il corpo degli agenti investigativi (che al contrario degli altri non aveva un corpo ufficiali, m a era com andato dai funzionari del m inistero dell’Interno). Una delle prim e azioni del governo fascista fu di intervenire per controllare e lim itare il potere della polizia. Mussolini assunse il m inistero dell’Interno e, prim a ancora di presentare il suo governo alle Cam ere, l’11 novem bre 1922 m ise a capo della pubblica sicurezza il quadrum viro Em ilio De Bono 13 ; De Bono nel settembre dello stesso anno aveva contribuito all’elaborazione del corpo della ‘milizia fascista’. Essa fu la form azione intermedia tra lo squadrism o e la m ilizia volontaria per la sicurezza nazionale, di cui fu poi il prim o com andante. Fino alle sue dim issioni dalla direzione generale della pubblica sicurezza, causate dalle accuse m ossegli per il delitto Matteotti e m ai 10 Il com andante delle m ilizie speciali, generale Ragioni, cit. da Salvatore Foderaro, La Milizia Volontaria nel diritto pubblico italiano, Padova, Cedam , 1938, p. 123. 11 Mussolini, cit. da S. Foderaro, La Milizia Volontaria nel diritto pubblico italiano, p. 137. 12 Mussolini, cit. da Dom enico Bartoli, Il volontariato delle cam icie nere, introduzione di Auro d’Alba, Rom a, Luzzatti, 1933, pp. 128 e 96. 13 Em ilio De Bono, generale dell’esercito che si era particolarmente distinto nel 1918 sul m onte Grappa, si iscrisse al PNF solo nel luglio 1922. Grazie ai suoi contatti con le alte gerarchie dell’esercito e con il duca d’Aosta fu comunque scelto come quadrumviro.
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bene chiarite 14 , De Bono fu quindi ad un tem po il capo della polizia e della m ilizia. Il periodo del suo com ando coincise con le elezioni del 1924, che, svoltesi in un clim a intim idatorio e violento, diedero la m aggioranza al ‘listone’ fascista. Per questo, secondo Frank M. Snowden “a buon diritto De Bono può essere ritenuto una delle figure più attive e influenti nell’opera di distruzione della dem ocrazia parlam entare italiana”15. Il fascism o non si limitò a controllare la polizia, ma la riorganizzò radicalm ente nonostante il corpo avesse dimostrato palesi sim patie verso lo squadrism o 16 . Il 31 dicem bre 1922 17 furono soppressi il corpo della regia guardia per la pubblica sicurezza e il corpo degli agenti investigativi18 , m entre un buon num ero di funzionari del m inistero furono pensionati nel corso del 1923 19 . L’obiettivo dichiarato dal governo fu ridurre gli organici e così tagliare la spesa statale. Per la guardia regia, che aveva 40 .0 0 0 uom ini, la decisione fu letta però com e una vendetta del fascism o nei confronti di un corpo che più di una volta si era opposto alle violenze squadriste. L’episodio più clam oroso si verificò a Modena il 26 settembre 1921, m a anche durante la marcia su Rom a si registrarono violenze anche gravi, come a Bologna, dove venne ucciso un m aresciallo 20 . Secondo Lorenzo Donati, che ha studiato il corpo, gli ufficiali della guardia regia erano legati politicamente ai governi che si erano succeduti da quando, nel 1919, Nitti aveva istituito il corpo; tuttavia Gaetano Salvem ini nega ogni presunta avversione al fascism o da parte del corpo delle guardie regie: “nel 1921-22 esso aveva obbedito fedelmente all’ordine di sostenere i fascisti nel corso della guerra civile. Era una forza apolitica che avrebbe sostenuto qualsiasi governo al potere (…) Ciò che
14 Mauro Canali, Il delitto Matteotti. Affarism o e politica nel prim o governo Mussolini, Bologna, il Mulino, 20 0 4 (prim a ed. 1996) e Giuseppe Rossini (a cura di), Il delitto Matteotti tra il Vim inale e l’Aventino. Dagli Atti del processo De Bono davanti all’Alta Corte di Giustizia, Bologna, il Mulino, 1966. 15 Frank M. Snowden, De Bono, Em ilio, in Victoria de Grazia, Sergio Luzzatto (a cura di), Dizionario del fascism o, Torino, Einaudi, 20 0 2, vol. I, p. 396. 16 Giuseppe Prezzolini, certo non un antifascista viscerale, scrisse: “[gli squadristi] potevano organizzarsi in corpi arm ati e uccidere a destra e a sinistra, sicuri dell’im punità e con la com plicità della polizia” (Giuseppe Prezzolini, Le fascism e, cit. da Gaetano Salvemini, La dittatura fascista in Italia, in Id., Scritti sul fascism o, vol. I, a cura di Roberto Vivarelli, Feltrinelli, Milano 1966 (prim a edizione 1961), p. 46). 17 R.D. n. 1680 del 31 dicem bre 1922. 18 Entram bi i corpi erano stati istituiti da Nitti nel 1919. Il Corpo degli agenti d’investigazione, istituito con R.D. n. 1442 del 14 agosto 1919, aveva funzioni di polizia crim inale. La Guardia regia, istituita con R.D. n. 1790 del 2 ottobre 1919, aveva “funzioni di polizia preventiva, repressiva e d’ordine pubblico nei centri di maggior popolazione, lasciando la vigilanza sul rimanente territorio dello Stato all’arma dei Carabinieri” (Francesco Saverio Nitti, Atti Parlam entari, cit. da Lorenzo Donati, La Guardia regia, “Storia contem poranea”, a. VIII (1977), n. 33, p. 449). 19 Furono pensionati 40 com m issari e 30 0 vice commissari. “S’era trattano in sostanza d’una epurazione silenziosa”: Mauro Canali, Le spie del regim e, p. 33. 20 Giulia Albanese, La m arcia su Rom a, Rom a-Bari, Laterza, 20 0 6, p. 10 8, che cita altri scontri meno cruenti tra fascisti e guardie regie.
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Mussolini e i suoi am ici volevano era una forza incondizionatamente devota al loro partito”21. Dei 46.0 0 0 uom ini dei corpi disciolti, solo 12.0 0 0 furono assunti dall’arm a dei carabinieri, in uno speciale ruolo borghese. Sottufficiali e guardie che non trovarono posto nel nuovo ruolo dei carabinieri furono licenziati, gli ufficiali ebbero invece la possibilità di rientrare nell’esercito, m a con l’anzianità che avevano quando ne erano usciti: una tale norm a significava stroncare la loro carriera nell’esercito, che in quegli anni aveva i ruoli ufficiali congestionati dall’enorme espansione causata dalla guerra m ondiale. Il trattamento per gli ufficiali fu duro, m a lo fu ancor più per sottufficiali e truppa, che si videro congedati d’autorità in un periodo di crisi econom ica. Trovatisi da un giorno all’altro senza lavoro, alcune centinaia di ex guardie diedero origine a violente m anifestazioni, che a Torino causarono 5 m orti e 15 feriti22 . C’è chi ha voluto connotare tali dim ostrazioni pubbliche di una m otivazione politica: “Il capo del Fascism o trovò un solo ostacolo nel consolidamento della dittatura: le Guardie Regie. Esse furono in pratica la prim a rivolta arm ata contro lo Stato fascista (…) Un’ondata di proteste seguì la pubblicazione del decreto di scioglim ento [della guardia regia]. Scontri si susseguirono nelle grandi città, am m utinam enti si propagarono velocemente e interessarono in pratica tutti i reparti più im portanti. La rivolta fu dom ata in una settim ana, mentre le Cam icie Nere della Milizia com inciavano a sostituirsi alle Guardie Regie nelle Questure e nelle Prefetture dove bivaccavano arm atissim e con qualche autoblindo prestata dall’Esercito”23 . In realtà la valenza politica di queste m anifestazioni è dubbia; anche se alcuni fascisti, com e De Vecchi a Torino, accusarono le guardie regie di aver gridato “Viva Lenin” e “Viva la rivoluzione russa”, l’inchiesta sm entì tutto. Pare anzi che l’unica m anifestazione che si fosse am mantata di politica fu quella di Rom a, dove le guardie ostentarono cam icie azzurre, distintivi nazionalisti e gridarono “Viva il nazionalism o”, nella speranza che di trovare alleati nel m ovim ento che si era visto sciogliere le squadre dei “Sempre pronti”24 .
21 L. Donati, La Guardia regia; G. Salvemini, La dittatura fascista in Italia, p. 128. La mem orialistica fascista ricorda con particolare acrim onia il corpo delle guardie regie; cfr. Giorgio Alberto Chiurco, Storia della rivoluzione fascista, Firenze, Vallecchi, 1929, voll. II-IV. 22 Manifestazioni si registrarono in molte città, tra cui Napoli (con feriti), Milano, Genova, Firenze e Bologna: L. Donati, La Guardia regia, p. 482 e Annibale Paloscia, I segreti del Vim inale, Roma, Newton Com pton, 1989, pp. 56-57. 23 Giuseppe Quiliquini, 1852-1952 Polizia. Da Carlo Alberto a Luigi Einaudi funzionari e guardie di P.S. attraverso un secolo di storia, s.l. [Parm a], Erm anno Albertelli, s.d. [1995], pp. 132-133. 24 Per le grida a Torino si veda Giancarlo Carcano, Strage a Torino. Una storia italiana 1922-1971, Milano, La Pietra, 1973, pp. 129-130 . Per l’episodio rom ano, L. Donati, La Guardia regia, p. 484.
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La riorganizzazione In seguito alla riorganizzazione fascista, dal 1° gennaio 1923 le forze di pubblica sicurezza italiane erano dunque rappresentate soltanto dai carabinieri, a cui si potrebbe aggiungere l’esercito, cui apparteneva l’arm a dei carabinieri (che oggi invece è forza arm ata e dipende direttam ente dal capo di stato maggiore del ministero), perché era solito m obilitare la fanteria in occasioni di particolare gravità. Il 15 dicem bre del 1922 però il Gran Consiglio aveva deciso l’istituzione della m ilizia: dopo essere stata approvata dal Consiglio dei Ministri il 28 dicembre, fu istituita ufficialm ente il 1° febbraio 1923. Il suo carattere di parte era ribadito senza possibilità di fraintendim enti pochi giorni prim a della sua costituzione: “Il carattere della M.V.S.N. sarà essenzialm ente fascista, avendo essa lo scopo di proteggere gli inevitabili ed inesorabili sviluppi della Rivoluzione di ottobre; per cui essa conserverà i suoi sim boli, le sue insegne, i suoi inni”. Nelle intenzioni di Mussolini, i rapporti tra le forze incaricate della pubblica sicurezza dovevano essere nettamente a favore del suo corpo arm ato. Effettivi delle forze di p.s. 1922 1923 1934 1940
Carabinieri 60.000 ca. 72.000 ca. 28 46.279 32 76.536
Polizia 25 47.000 29 14.665 33 19.498
Milizia 26 189.852 30 472.005 850.000 ca.
Militi in servizio 27 1.309 31 17.331 30.000 ca.
Per far accettare all’esercito il nuovo corpo arm ato, la m ilizia fu presentata in questo m odo: Con la sua esistenza (…) la Milizia libera completam ente l’Esercito da qualsiasi operazione di polizia politica per il m antenim ento dell’ordine pubblico, di guisa che l’Esercito vittorioso, dal quale provengono in gran parte i quadri ed i gregari della Milizia ed al qua-
40 .0 0 0 guardie regie, 6.0 0 0 agenti, 1.0 0 0 funzionari. Al 15 agosto 1923. Florindo Silvio Giam m ichele, Manuale della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale, con prefazione di Giacom o Acerbo, Roma, S.P.A.G., Rom a, 1923, p. 191. 27 Nel 1924. Vittorio Vernè, La m ilizia volontaria per la sicurezza nazionale, Roma, Maglione e Strini succ. Loescher, 1925. 28 Ministero della Guerra, Ufficio coordinamento, Alcune cifre sul R. Esercito 1935, Roma, Istituto Poligrafico di Stato, Libreria, 1935. 29 Ivi. 30 Ivi. 31 Di cui 2.165 della MVSN, 6.346 delle m ilizie portuali, confinaria e forestale, 5.30 0 della ferroviaria, 720 della postelegrafica, 80 0 della stradale, 2.0 0 0 circa di contraerea e costiera. 32 Virgilio Ilari, Storia del servizio m ilitare in Italia, vol. III, ‘N azione m ilitare’ e ‘Fronte del lavoro’ 1919-1943, Roma, Centro m ilitare di studi strategici – “Rivista Militare”, 1990 , p. 10 3. 33 R.D.L. 27 ottobre 1937 n. 190 2 e n. 1872. 25 26
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le il Fascism o tributa la m assim a devozione, può dedicarsi in perfetta tranquillità ai suoi com piti specifici di preparazione e di difesa della Patria all’esterno 34 .
Malgrado i proclam i, l’esercito non abbandonò totalm ente la sua funzione di garante dell’ordine interno. Nell’agosto 1924 a Napoli fu un reparto di bersaglieri che, chiam ato d’urgenza, dovette caricare le camicie nere della milizia, che volevano dare l’assalto alla sezione locale del “Mondo” in occasione di un com izio delle opposizioni35. L’esem pio più illum inante del m antenim ento delle prerogative di garante dell’ordine pubblico da parte dell’esercito fu però l’efficienza dim ostrata nei giorni successivi al cambio di governo del 25 luglio 1943 36 . Tuttavia, anche considerando la fanteria tra le forze dell’ordine, il rapporto num erico rimaneva nettamente a favore della milizia. Com e notò nel 1925 il gobettiano Carlo Avarna di Gualtieri: [La m ilizia] si può calcolare disponga di 150 .0 0 0 uom ini m obilitabili in qualunque m om ento, m entre i Reali Carabinieri am m ontano a 65.0 0 0 uom ini e la fanteria dell’E.R. [Esercito Regio], dati gli scarsi effettivi sotto le arm i durante la forza m inima, a circa altri 65.0 0 0 . Dim odochè, per parecchi m esi l’anno, la Milizia conta una forza superiore a quella che lo Stato potrebbe m ettere assieme, fra fanteria e carabinieri37.
Tale osservazione rim ase valida anche dopo che, nell’aprile del 1925, fu istituito il corpo degli agenti di pubblica sicurezza con una forza di circa 16.0 0 0 uom ini agli ordini di circa 1.80 0 tra questori e comm issari del m inistero dell’Interno 38 . La m ilizia era dunque la forza pubblica potenzialmente più num erosa, però la stragrande maggioranza dei suoi appartenenti non era in servizio effettivo, m a poteva esservi richiam ata. Le occasioni in cui decine di m igliaia di m iliti furono m obilitati non furono frequenti, specialm ente con il consolidarsi della dittatura. Il fascism o ricorse al richiam o in servizio di m assa dei suoi m iliti soltanto in occasione dei m om enti più difficili della crisi Matteotti, quando non bastarono 34 Partito Nazionale Fascista, Il Gran Consiglio nei prim i dieci anni dell’era fascista, Rom a, Nuova Europa, 1933, p. 90 . 35 Carlo Avarna di Gualtieri, Il fascism o, Torino, Edizioni Piero Gobetti, 1925, pp. 80 -83. 36 “La neutralizzazione delle forze fasciste e l’assunzione di responsabilità dell’ordine pubblico subito dopo il 25 luglio fu l’unica operazione in tutto il conflitto mondiale che l’esercito condusse con efficienza e pieno successo” (Giorgio Rochat, Giulio Massobrio, Breve storia dell’esercito italiano, Torino, Einaudi, 1978, p. 297). 37 C. Avarna di Gualtieri, Il fascism o, pp. 83-84. La forza minima di un esercito era nei mesi invernali, quando una classe di leva era stata congedata e l’altra non era ancora stata chiam ata. Secondo i calcoli di Lucio Ceva, la forza bilanciata dell’esercito era di 180 .0 0 0 uomini; Lucio Ceva, Le forze arm ate, Torino, UTET, 1981, p. 197. Nel 1933 ad esem pio, la forza alle armi per ogni mese era la seguente: 180 .0 0 0 circa a gennaio e febbraio, 150 .0 0 0 a marzo, 310 .0 0 0 ad aprile, 30 0 .0 0 0 fino ad agosto, 280 .0 0 0 a settem bre, 250 .0 0 0 ad ottobre (Alcune cifre sul R. Esercito 1934, pp. 90 -91). 38 Il decreto istitutivo è del 2 aprile 1925, n. 383. Nel 1937 un altro decreto aumentò gli effettivi del corpo di agenti di pubblica sicurezza di un migliaio di uom ini, portandolo a 17.699 unità. Lo stesso giorno un altro decreto fissava gli effettivi di questori e comm issari in 1.799 (R.D.L. 27 ottobre 1937 n. 190 2 per il corpo degli agenti e n. 1872 per questori e com m issari).
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neppure le arm i in sua dotazione, circa 50 .0 0 0 , e dovette arm arla l’esercito, che le cedette 10 0 .0 0 0 fucili39 . Con il consolidarsi della dittatura, divenne consuetudine m obilitare solo pochi reparti, in occasione di viaggi di capi di stato stranieri o di visite dello stesso Mussolini a città italiane. Per il viaggio in Italia di Hitler nella prim avera del 1938, furono chiamate oltre 65.0 0 0 cam icie nere che espletarono servizi di ordine pubblico, di vigilanza lungo la linea ferroviaria in cui passava la vettura del capo di stato nazista, di ordine e di parata. Nello stesso anno, per una visita di Mussolini a Genova, furono m obilitate oltre 17.0 0 0 cam icie nere, per due terzi im piegate in servizi di ordine pubblico e per un terzo in servizio d’ordine e di parata 40 . La m obilitazione tem poranea della m ilizia com portava non poche difficoltà, legate soprattutto alla sistem azione di migliaia di uom ini. Senza caserm e disponibili era un problem a dar loro il rancio e garantire il pernottam ento, anche se in genere erano m obilitati i reparti lim itrofi alla m anifestazione. Si può quindi concludere che il com pito della m assa dei m iliti non fosse quello di sostituire o affiancare le forze dell’ordine nelle norm ali funzioni di pubblica sicurezza, ma quello di costituire un’organizzazione in grado di essere m obilitata in breve tem po contro chi avesse cercato di sovvertire l’ordine politico instaurato da Mussolini. Tuttavia accanto alla m ilizia ordinaria (la MVSN), furono istituite num erose specialità della m ilizia, alcune delle quali sorsero con una propria figura giuridica, diversa da quella della m ilizia ordinaria, e con un carattere prevalentemente tecnico 41. Gli appartenenti a quasi tutte le specialità della m ilizia erano in servizio perm anente, venivano istruiti in apposite scuole, erano dotati di m ezzi m oderni ed efficienti. La m aggior parte delle specialità funzionavano sim ilm ente all’Arm a dei carabinieri, cioè con reclutam ento triennale e successive rafferm e per la truppa; con un concorso nazionale per gli ufficiali, che avevano un’alta qualifica culturale perché dovevano essere laureati in m aterie attinenti alla specialità. La qualifica, il trattam ento econom ico e di quiescenza erano parificati a quelli dei carabinieri. Grande differenza rispetto all’Arm a, il requisito di essere iscritti al partito e alla m ilizia. La tesi secondo cui l’istituzione delle m ilizie speciali sarebbe avvenuta per m odernizzare l’apparato statale, che è stata proposta recentem ente 42 , non convince del tutto. I m iliti infatti non svolsero funzioni nuove, sem plicemente sosti39 Giorgio Rochat, L’esercito italiano da Vittorio Veneto a Mussolini, Roma-Bari, Laterza, 1967, p. 442. 40 Relazione senza titolo, datata 18 m aggio 1938 e firmata dal capo di stato m aggiore della milizia (Archivio Centrale dello Stato (ACS), SPD, CO, b. 848, f. 50 0 .0 20 / I). 41 Sul piano giuridico si distingueva tra le m ilizie speciali e i reparti speciali della milizia ordinaria. Le m ilizie speciali sorsero con una propria figura giuridica, quindi con un proprio ordinamento separato da quello della m ilizia volontaria di sicurezza nazionale, ed avevano un carattere prevalentem ente tecnico. Esse furono: la milizia ferroviaria, portuaria, postelegrafonica, forestale e stradale. Invece, i reparti speciali furono una derivazione della milizia madre, che fu quindi anche chiam ata m ilizia ordinaria; essi furono i reparti di milizia coloniale, universitaria, confinaria, contraerea, artiglieria m arittim a. 42 Piero Crociani, Le m ilizie speciali tra controllo e m odernizzazione, in Com missione italiana di storia militare, Le forze arm ate e la nazione italiana, pp. 175-187.
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tuirono personale della pubblica sicurezza (come i portuali) o m ilitarizzarono personale civile (ferroviari, forestali e postelegrafonici). L’unica possibile eccezione la m ilizia della strada, che fu istituita per ultim a tra le milizie speciali ed ebbe un grande sviluppo sul finire degli anni Trenta, poi durante la guerra m ondiale. Fino al 1928 le specialità della m ilizia furono istituite con im pressionante regolarità; si tratta in particolare di specialità afferenti alla pubblica sicurezza. Nel 1928 ci fu anche la creazione dei battaglioni cam icie nere, reparti destinati a far parte delle unità dell’esercito. A partire da tale data la m ilizia cercherà spazi non tanto nella pubblica sicurezza, quanto nella sfera m ilitare. Carabinieri, agenti, m iliti Tra i carabinieri o gli agenti di p.s. e i m iliti della m ilizia ordinaria vi era una profonda differenza qualitativa, che sfum ava nel caso dei m iliti delle m ilizie speciali. Carabinieri e agenti avevano un altro livello di addestram ento, di arm am ento, di capacità di spostam ento. Gli appartenenti alla MVSN, invece, non ricevevano alcun addestram ento specifico alle tecniche dell’ordine pubblico se non quello derivato loro dalle esperienze nelle spedizioni punitive delle squadracce; inoltre, le arm i dei m iliti erano personali e soltanto alcuni possedevano fucili o pistole; anche i m ezzi di autotrasporto erano m essi a disposizione da privati o da iscritti. Se pure con il trascorrere degli anni migliorò la dotazione di arm i e m ezzi, non risultano corsi di preparazione alle funzioni di polizia. Sarebbe m olto interessante definire quali fossero i rapporti della m ilizia con le altre forze dell’ordine, m a lo stato attuale degli studi e il patrim onio documentario a disposizione degli studiosi non perm ettono analisi approfondite. Si può com unque imm aginare che fossero difficili, sia con carabinieri sia con gli agenti del m inistero dell’Interno. I carabinieri erano l’arm a dell’esercito specializzata nel controllo del territorio e nell’ordine pubblico; l’istituzione della milizia costituiva un’evidente invasione delle loro com petenze. Prim a della m arcia su Rom a poi, nonostante qualche sim patia verso i fascisti, carabinieri e squadristi si erano sporadicam ente fronteggiati, anche con scontri arm ati e m orti43 ; ancora nell’agosto 1924 quattro carabinieri furono feriti a bastonate dai m iliti a Napoli44 . Nel 1925 l’allora com andante generale della m ilizia, Asclepia Gandolfo, dovette em anare una circolare in cui ordinava: “i Com andi di Zona di adoperarsi nel miglior m odo perché gli incidenti tra Milizia, Autorità Politiche e Arm a dei R.R.C.C. siano ridotti al 43 Giulia Albanese, Dire violenza, fare violenza. Espressione, m inaccia, occultam ento e pratica della violenza durante la Marcia su Rom a, “Memoria e Ricerca”, 20 0 3, n. 13, in particolare le pp. 62-68; Ead., La m arcia su Rom a. 44 Gli scontri si verificarono il 18 agosto, il giorno dopo circa 20 0 carabinieri arrestarono la centuria di milizia portuale responsabile dei disordini (C. Avarna di Gualtieri, Il Fascism o, pp. 81-83, dove si citano “La Stam pa” e “Il Mattino” di quei giorni).
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m inor numero possibile”45. L’Archivio centrale di Stato conserva alcune dure relazioni stilate dai carabinieri sul comportam ento tenuto dagli appartenenti alla m ilizia durante tutto il ventennio 46 . Nel gennaio 1940 un prom emoria a Mussolini redatto dai carabinieri criticava pesantem ente l’organizzazione dei corsi allievi ufficiali della m ilizia universitaria, che avrebbe avuto istruttori non idonei all’incarico e allievi professionalmente im preparati e indisciplinati47. Se i carabinieri non vedevano di buon occhio la polizia, la posizione degli agenti di pubblica sicurezza non doveva essere più favorevole, dal m om ento che essi in più potevano accusare la m ilizia di aver cercato di sostituirsi al corpo degli agenti, che era stato sciolto poco prim a dell’istituzione della m ilizia stessa. Delle rivalità con l’Ovra si dirà tra breve; qui si ricorda che, quando gli agenti adibiti al controllo postale dei confinati politici a Ponza intercettarono alcune lettere di lagnanze di m iliti incaricati della sorveglianza dei confinati, non esitarono a inviarli al m inistero dell’Interno “per conoscenza”. Da parte della m ilizia non doveva esserci m aggiore com prensione verso gli altri apparati della pubblica sicurezza. Fu lo stesso comando generale a deplorare i contatti tra gli uffici inferiori e gli “altri organi preposti alla direzione della pubblica cosa”48 . Nei pochi docum enti della m ilizia rintracciati, i riferim enti critici verso l’esercito e il personale di pubblica sicurezza sono tantissim i. Nel 1942 ad esem pio, più relazioni dell’Ufficio politico della m ilizia di Torino avevano per oggetto “la complicità di funzionari della Polizia torinese con ebrei”49 . Un progetto di riform a della m ilizia ferroviaria elaborato dal console della m ilizia non tace la com petizione che si era sviluppata con il personale dei com m issariati. Questo il giudizio sulla funzione del comm issariato ferroviario: una anacronistica dispendiosa soprastruttura ed un inutile doppione. Infatti la istituzione dei Com m issariati Com partimentali di P.S. risale ai tem pi in cui la tutela dell’ordine delle ferrovie era esclusivam ente affidata a tale organism o. Oggi l’attività dei Com m issariati Com partim entali si estrinseca com e sem plice passacarta 50 .
45 Circolare del 19 gennaio 1925 citata da Alberto Aquarone, La m ilizia volontaria, in Alberto Aquarone, Maurizio Vernassa (a cura di), Il regim e fascista, Bologna, il Mulino 1964, p. 98n. 46 ACS, Ministero dell’Interno (MI), Direzione generale di Pubblica Sicurezza (DGPS), vari pacchi. 47 Prom em oria per il Duce circa i corsi allievi ufficiali di com plem ento della Milizia Universitaria anno xviii, Roma, 9 gennaio 1940 . Il documento non è firm ato, ma un appunto lo attribuisce ai carabinieri. ACS, SPD, CO, b. 848, f. 50 0 .0 20 / I. 48 “Soprattutto pregiudizievole è il sottoporre le notizie al vaglio di altri organi preposti alla direzione della pubblica cosa”. La circolare sarà citata più diffusamente più sotto (MVSN, com ando generale, servizio politico, n. 771/ Pol/ Ris., Istruzioni, Roma, 11 m arzo 1942, firm ato Galbiati, in ACS, MVSN, comando generale, servizio politico, b. 1). 49 ACS, MVSN, Com ando generale, servizio politico, b. 1. 50 Contributo allo studio di un nuovo ordinam ento della Milizia Nazionale Ferroviaria, Bari, 30 agosto 1943, firm ato il console comandante la xi legione ferroviaria Tullio Cardelli (Archivio dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, M7/ 50 9/ 3).
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Le polizie segrete Dopo che lo scandalo successivo al ritrovam ento del cadavere di Matteotti aveva rischiato di far cadere il governo, l’esperienza dell’organizzazione segreta e illegale ‘Ceka’, destinata a reprim ere con la violenza gli oppositori di Mussolini fuori e dentro il fascism o, si era definitivamente conclusa. Superata la crisi e consolidata la dittatura, nel 1926 si istituì la polizia segreta che ebbe m aggiore rilevanza nel corso del regim e: l’Ovra. Nonostante la sua docum entazione risulti ancora oggi in parte irreperibile, le carte dell’archivio del m inistero dell’Interno, da cui dipendeva, hanno perm esso studi notevoli51. La scom parsa dell’archivio del com ando generale della m ilizia ha invece im pedito di operare analoghe ricerche sull’altra polizia segreta istituta nello stesso anno: l’organizzazione degli UPI. Nuove carte però stanno finalm ente gettando nuova luce su questo argom ento. L’Ovra, sigla il cui significato non è chiaro, forse Organizzazione volontaria repressione antifascism o oppure Organo di vigilanza dei reati antistatali, fu la più nota tra le polizie politiche segrete istituite per reprim ere gli antifascisti e per controllare la popolazione. Per raggiungere i suoi scopi non esitò a ricorrere ad atti di provocazione e di ‘prevenzione’. Fu posta alle dirette dipendenze del capo della polizia, Arturo Bocchini, che la sviluppò in m odo da renderla autonom a da questure e prefetture. La struttura dell’organizzazione crebbe insiem e alla sua fam a, fino ad avere 10 ispettorati, più uno in Dalmazia, m a rim ase sem pre agile e snello. Un piccolo num ero di funzionari erano responsabili sul territorio di un gran numero di informatori: prim a dell’increm ento degli organici causato dall’entrata nella guerra m ondiale, non si contavano più di 375 addetti, tra cui soltanto 56 tra ispettori e com m issari. Al contrario di quella dell’Ovra, la struttura degli UPI della m ilizia – altra sigla oscura, a volte esplicitata come Uffici politici investigativi, a volte com e Uffici provinciali d’investigazione – era com plicata; i 92 uffici previsti nel 1926 avrebbero dovuto agire sotto la direzione della prefettura, m a di fatto quelli che funzionarono (dopo un anno erano soltanto la m età) riferivano direttam ente al com ando generale della m ilizia, che sottoponeva le inform azioni a Mussolini. La scom parsa di quasi tutti i docum enti relativi agli Upi rende disagevole tentare una valutazione della sua efficienza, poiché le fonti a disposizione sono soprattutto quelle del m inistero dell’Interno, che certo vedeva negli Upi un doppione antagonista dell’Ovra e della Polpol. Chi, come Mauro Canali, ha studiato le carte del ministero, ha concluso che: Si venne stabilendo tra gli organi investigativi della Pubblica sicurezza e gli Upi della Milizia uno spirito com petitivo non privo di asprezze, alimentato dall’evidente disistim a che la Ps m anifestò sem pre nei confronti dell’opera della Mvsn. Del resto, i risultati inve-
51 La bibliografia sull’Ovra è imponente, le analisi più com plete e recenti sono: Mimmo Franzinelli, I tentacoli dell’Ovra. Agenti, collaboratori e vittim e della polizia politica fascista, Torino, Bollati Boringhieri, 1999; Mauro Canali, Le spie del regim e.
Appunti per uno studio dell’ordine pubblico nell’Italia fascista
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stigativi e repressivi degli Upi furono m odesti, m entre con grande efficienza operavano la Divisione Polizia politica e l’Ovra 52 .
La scarsa stim a di Canali verso gli Upi non è però soltanto frutto delle fonti su cui l’autorevole storico ha com piuto le ricerche, fonti che sono soprattutto quelle del ministero dell’Interno, quindi di Polpol e Ovra; infatti, il capo del servizio politico del com ando generale della m ilizia nel 1941 scrisse una circolare per lam entare che non tutti gli Upi lavoravano bene: Salvo eccezioni, tra le quali si additano a titolo di lode gli U.P.I. di Bolzano, Milano, Genova, Torino, Fium e, Gorizia, Pavia, Messina, Modena, Piacenza, Bergam o, Sassari, Rovigo, Siracusa, Bologna, Udine, Padova, Trento e altri pochi [si noti l’assenza di Rom a!], i rim anenti dicono ben poco sulle reali situazioni provinciali53 .
Il docum ento che più di ogni altro porta a non sottovalutare l’im portanza degli Upi viene però proprio dal capo della polizia, Arturo Bocchini, che nel 1936 scrisse ai prefetti e ai questori raccom andandosi di avere frequenti contatti con gli Upi della m ilizia perché da essi si possono sempre avere utilissim i dati […] perché, com e è noto, la Milizia è in condizioni di poter estendere la sua rete inform ativa e la sua azione di inform azione m olto più largam ente della polizia, avendo propri iscritti, in attività di servizio o fuori quadro, in tutti gli am bienti (nelle fabbriche, nei sindacati, nel dopolavoro, ecc.) ed essendo costoro in grado di fornire una grande quantità di riferim enti54 .
Nonostante le speranze di Bocchini, la m ilizia fu sem pre gelosa della com pleta autonom ia da tutti gli organi della pubblica sicurezza. Una circolare del com ando generale vietò esplicitamente qualsiasi coordinam ento tra gli UPI e altri organi di pubblica sicurezza 55. La rigida separazione tra i corpi non era e non sarà una peculiarità del periodo né del settore, basti pensare alla totale m ancanza di coordinamento tra le forze arm ate durante la seconda guerra mondiale; tuttavia è indicativo delle tare del regim e rilevare che la filosofia che ispirava il lavoro non fosse il m iglior risultato possibile, piuttosto il prevalere rispetto agli altri organi adibiti allo stesso compito, come em erge palesemente da quest’altra circolare:
52 Mauro Canali, Milizia volontaria per la sicurezza nazionale (Mvsn), in Dizionario del fascism o, p. 131. 53 MVSN, comando generale, servizio politico, n. 4155/ A.5/ CG, Relazioni politiche m ensili, Roma, 30 giugno 1941, firm ato Galbiati e Barbera. 54 Nota n. 441/ 0 28870 del 31 luglio 1930 , citata da Paola Carucci, Arturo Bocchini, p. 91. 55 MVSN, comando generale, servizio politico, n. 771/ Pol/ Ris., Istruzioni, Roma, 11 m arzo 1942, firm ato Galbiati (ACS, MVSN, com ando generale, servizio politico, b.1).
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il nostro Servizio, se non disponesse di occhi e di orecchie intelligentem ente istruiti e dislocati, sarebbe destinato a fallire o, peggio ancora, a vivere ai m argini degli altri organi di polizia 56 .
Gli sforzi tesi a prim eggiare sembrarono venir prem iati quando, nel luglio del 1941, la m ilizia assorbì gli organi di investigazione politica del partito, cioè gli uffici del servizio organizzazione capillare delle federazioni57. Ma due anni dopo, il 25 luglio 1943, tutta l’organizzazione degli UPI rivelò la propria insufficienza. È vero che la struttura era stata organizzata per sorvegliare particolarm ente le fabbriche e le città, m a il comandante della m ilizia Enzo Galbiati fu tra i pochi sorpresi dall’ordine del giorno di Grandi, tra i presenti al Gran Consiglio nella notte tra il 24 e il 25 luglio 1943 58 .
56 Presidenza del Consiglio dei Ministri, MVSN, com ando generale, servizio politico, n. 4429/ A.1 CG, Rafforzam ento delle reti inform ative, Roma, 31 luglio 1941, firm ato Barbera (ACS, MVSN, com ando generale, servizio politico, b.1). Il corsivo è nostro. 57 Di tale struttura si hanno poche e confuse notizie. Pare che il servizio Oc sia stato istituito da Starace negli anni trenta, m a che non sia m ai stato efficiente, anche se causò profondi dissidi tra il segretario nazionale e Bocchini. Nel giugno 1941 Adelchi Serena lo reintrodusse, ma dopo poche settim ane fu assorbito dalla m ilizia (J ohn A. Davis, Ordine pubblico, in Dizionario del fascism o. pp. 281-284; sui progetti di Serena nei confronti dell’Oc, Em ilio Gentile, La via italiana al totalitarism o, pp. 244-246). 58 Enzo Galbiati, Il 25 luglio e la M .V .S .N ., Milano, Bernabò, 1950 , p. 220 .
PAROLE DI GUERRA ALLA PROVA DEI FATTI. 1940 -1943 Giorgio Rochat
Prem essa Gli studiosi del regime fascista non sono interessati all’analisi del suo fallim ento dinanzi alla guerra di predom inio che per quasi vent’anni aveva posto com e suo prim o obiettivo. La grande biografia di Mussolini di Renzo De Felice dedica ben poca attenzione alla verifica della politica fascista di potenza attraverso la guerra, m a prim a ancora alle guerre cercate da Mussolini dal 1935 al disastro del 1943. Lo stesso, con poche differenze, vale anche per gli studi innovativi sul regime di De Bernardi, Dogliani, Lupo, come per le belle biografie del duce di Bosworth e Milza 1. In sintesi, oggi l’attenzione dei più recenti e afferm ati studiosi del regime fascista, così com e quella di politici e pubblicisti, si ferm a al 1939, inizio della guerra m ondiale (se non alla fine del 1938, le leggi razziali), in modo da evitare lo studio della guerra fascista e del suo fallim ento. Non che m anchino buoni studi sugli anni della guerra, m a sono settoriali, non affrontano il fallim ento del regim e fascista dinanzi alla sua guerra. Il m io recente volum e su Le guerre italiane 1935-1943 è l’unico che proponga un quadro e un’analisi di questo fallimento, m a non ha suscitato m olto interesse tra i m iei colleghi2 . Le ragioni di questo disinteresse Tre chiavi di lettura diverse, m a coincidenti su questa difficoltà o rifiuto degli studiosi dinanzi al disastro della guerra fascista. La prim a è generale e di lungo periodo, la cultura nazionale dal Risorgim ento al 1945 ha sem pre concesso m olto all’esaltazione delle glorie guerriere nazionali e alla parte delle forze arm ate, ma 1 Richard J . B. Bosworth, Mussolini, Milano, Mondadori, 20 0 2; Alberto De Bernardi, Una dittatura m oderna, Milano, Bruno Mondadori, 1999; Renzo De Felice, Mussolini, vari volumi, Torino, Einaudi, 1965 sgg.; Patrizia Dogliani, L’Italia fascista, Milano, Sansoni, 1999; Salvatore Lupo, Il fascism o, Roma, Donzelli, 20 0 0 ; Pierre Milza, Musssolini, Parigi, Fayard, 1999. 2 Giorgio Rochat, Le guerre italiane 1935-1943, Torino, Einaudi, 20 0 5. Per trovare un altro quadro d’insiem e della guerra fascista bisogna risalire al 1969: Giorgio Bocca, Storia d’Italia nella guerra fascista 1940 -1943. Bari, Laterza, 1969.
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poca attenzione critica alle loro vicende e esigenze 3 . Siam o dinanzi a una subcultura nazionale che passa facilm ente dal patriottism o eroico, tutti eredi di Rom a, al m asochism o diffuso, italiani incapaci di fare la guerra, per ferm arsi generalm ente allo stereotipo consolatorio dell’italiano soldato buono, ‘italiani brava gente’. Cose note, inutile sofferm arsi. Vale però la pena di ricordare che questo deficit di cultura si ritrova anche nella organizzazione della ricerca storica nazionale, sia a livello universitario, la ghettizzazione persistente degli studi storicom ilitari, m a ancor più nelle forze arm ate, che dedicano ai loro Uffici storici un’attenzione lim itata, drasticamente inferiore a quanto avviene in Francia, per fare il caso più vicino. In sostanza registriam o la rinuncia a un ruolo di prom ozione degli studi m ilitari, a danno dell’im m agine delle forze arm ate, che non può dipendere dalle com parsate televisive oggi di m oda. La seconda chiave di lettura è politica e forzatam ente schem atica. In sostanza la storiografia antifascista dei prim i decenni dell’Italia repubblicana (un’etichetta che copre posizioni assai diverse) ha studiato la storia del m ovimento operaio, la Resistenza, i nodi essenziali della storia unitaria, m a non le guerre di Mussolini; salvo poi recuperarle dal basso, se così si può dire, con le ricerche sui soldati di Nuto Revelli e quelle successive prom osse dagli Istituti per la storia della Resistenza. La storiografia di destra ha preferito l’agiografia reducistica alla ricerca storica 4 e la storiografia m oderata di cui De Felice è il m aggiore esponente (sono sem pre etichette somm arie) ha studiato i rapporti con la Germ ania e i problem i del vertice fascista, senza affrontare le guerre combattute tra 1935 e 1943 5. Rim ane un distacco significativo pure nella produzione degli Uffici storici dell’esercito e della m arina, che nel corso degli anni hanno presentato un num ero adeguato di buone e ottim e relazioni sulle operazioni (salvo per le nostre occupazioni balcaniche). Però con un grande vuoto tra le decisioni di Mussolini e le operazioni, praticam ente nulla sulla m ancata m obilitazione delle risorse nazionali per la guerra: gli uom ini chiam ati alle arm i, la produzione di arm am enti così inferiore alle possibilità dell’industria, la rinuncia a una m odernizzazione delle forze arm ate e il loro degrado progressivo, il fallimento del razionam ento alim entare, il calo del consenso, e via dicendo. Ci sono studi settoriali, rim ane tuttora da affrontare nel suo com plesso il fallim ento del regim e dinanzi alla guerra che aveva voluto e condotto con poteri dittatoriali. La terza chiave di lettura ritorna alla continuità dello scarso interesse, se non al rifiuto di m olti m iei colleghi dinanzi alla com plessità della Seconda guerra m ondiale, già accennato. Oggi dom ina la ‘storiografia dei m assacri’, il term ine è polem ico, indica il successo recente degli studi sugli eccidi tedeschi nel 1944 in 3 Basti ricordare che i m olti, anche troppi convegni dedicati a Garibaldi nel bicentenario della nascita ne hanno analizzato tutti gli aspetti della vita, tranne quello essenziale, il suo ruolo di capo militare e le sue battaglie (ricordati soltanto negli interventi di Piero Del Negro e Nicola Labanca). 4 In sostanza, non esiste una storiografia di destra di livello scientifico per le guerre di Mussolini. Anche sulla Repubblica di Salò gli studi seri vengono, ieri e oggi, dalla rete degli Istituti per la storia della Resistenza. 5 Con diverse onorevoli eccezioni, m a per dare giudizi singoli ci vorrebbe molto più spazio.
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Toscana, poi di quelli del 1945, nazisti e anche partigiani, anche i bombardamenti anglo-am ericani; negli ultim i anni l’attenzione si è spostata sui crim ini e m assacri italiani in Etiopia e nei Balcani, e altro ancora. Tutti (quasi tutti) studi buoni e ottim i, ben docum entati, che studiano singoli episodi della guerra, isolandoli però dal contesto. Il problem a è appunto la dim ensione settoriale di questi studi, che non affrontano il fallim ento della guerra fascista in tutta la sua com plessità. La dim ensione tecnica o settoriale, anche em otiva (la giusta denuncia dei crimini di guerra italiani) prevale su quella generale e politica, il fallimento appunto del regim e fascista nella sua guerra. Il fallim ento della guerra fascista 1940 -1943 Il problem a non è che l’Italia fascista abbia perso la guerra – era già deciso dai rapporti di forza internazionali colpevolm ente sottovalutati – , m a che l’abbia persa senza una m obilitazione totale e efficace delle risorse nazionali, che pure era l’obiettivo proclam ato del regime: la potenza nazionale, attraverso venti anni di dittatura, di educazione guerriera, di inquadram ento e m ilitarizzazione dei giovani e via di seguito. Indicare le grandi cause delle sconfitte italiane 1940 -1943 non è difficile (benché siano spesso dimenticate o sorvolate). Innanzi tutto l’Italia era una m edia potenza, tutti gli indici com parativi sul suo sviluppo econom ico e sociale non lasciano dubbi. I tentativi di Mussolini di rivendicare il ruolo di grande potenza erano basati sul vuoto di potere che si era creato in Europa dopo la sconfitta tedesca e l’em arginazione della Russia sovietica, fino al 1935. Alla fine degli anni Trenta il ruolo di potenza italiano era soltanto un bluff accettato dagli anglofrancesi fino alla conferenza di Monaco (29 settembre 1938). Lo scoppio della guerra m ondiale riportò l’Italia fascista al suo rango di potenza media. “Quando il gioco si fa duro, i duri com inciano a giocare”6 . Secondo, la Germ ania nazista era l’alleato sbagliato per più ragioni, non soltanto perché in definiva perse la guerra, che nel 1940 sem brava avere già vinta. La scelta di Mussolini fu in sostanza opportunistica, prim a che ideologica: la fiducia nel successo dell’esercito tedesco in tem pi brevi, quindi la scelta di una ‘strategia continentale’. Nel 1915 il governo italiano aveva fatto la sua scelta di cam po secondo una ‘strategia m arittim a’, gli alleati che potevano garantire finanziam enti e rifornim enti per una guerra lunga. La sostanza era che, dinanzi al prolungam ento della guerra, la Germ ania non poteva garantire l’alim entazione della guerra italiana con i finanziamenti, i rifornim enti alim entari e di m aterie prim e per l’industria bellica; com e invece avevano fatto gli anglo-francesi, anche nel cam po della tecnologia degli arm amenti, e poi gli am ericani nel 1915-1918. Terzo, la Germ ania nazista era un alleato sbagliato anche sotto un altro cruciale punto: non accettava alleati, m a solo vassalli, Mussolini non volle capirlo 6 Non è una citazione documentaria, ma una nota battuta di un film americano sulle battaglie sportive.
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nel 1939. Le grandi alleanze hanno sempre rapporti disuguali, m a quella tra Stati Uniti e Gran Bretagna nel 1941-1945 com portava un rispetto reciproco, organi decisionali com uni e com andi integrati, non sem pre facili. La guerra dell’Asse avrebbe avuto uno svolgim ento migliore se la Germania avesse concesso all’Italia il ruolo di spalla, di alleato m inore, m a riconosciuto, di junior partner, invece di considerarla com e il primo dei suoi vassalli. Un ruolo che Mussolini dovette accettare; il disastro della sua offensiva contro la Grecia a fine ottobre, l’affondam ento di tre corazzate a Taranto e poi il crollo in Africa settentrionale nell’inverno 1940 -1941 non gli lasciavano alternative. Gli restava soltanto da difendere il suo ruolo di prim o vassallo di Hitler, nel Mediterraneo, in Libia e nei Balcani, poi in Russia 7. La dim ensione più grave del fallim ento della guerra fascista è soprattutto l’incapacità della dittatura di m obilitare le risorse nazionali per il conflitto da cui dipendeva la sua sopravvivenza (com e dim enticano i m iei colleghi). Per chiarire, è noto, docum entato e spesso dim enticato che nel 1940 -1943 la produzione degli arm am enti non uscì praticam ente dai livelli di pace, com e investim enti, ricerca tecnologica, organizzazione a livello artigianale senza il passaggio alla produzione in serie. Il governo fascista finanziava l’industria bellica, senza proporsi, né ottenere una produzione di arm am enti adeguata alle necessità belliche, com e invece erano riusciti a avere i governi liberali della Prim a guerra m ondiale. Sarebbe lungo elencare i fallimenti del regime nella m obilitazione delle risorse nazionali, a cominciare dalla chiam ata degli uom ini alle arm i; ricordiam o soltanto l’inefficienza della distribuzione della produzione agraria, che salvaguardava gli interessi dei grandi agrari a costo dello sviluppo della borsa nera, fattore decisivo della perdita di consenso del regime 8 . L’Italia fascista: una cultura per la guerra civile Un approccio nuovo a questi tem i viene proposto dal convegno padovano del dicem bre 20 0 8, Guerre e culture di guerra nella storia d’Italia. Esiste una cultura di guerra fascista? Una prim a risposta è fin troppo facile: la guerra vittoriosa, la potenza bellica, l’impero etiopico e le conquiste auspicate del 1940 sono l’obiettivo dichiarato del regim e fascista, la giustificazione della dittatura e delle sue guerre. Se si guarda con più attenzione la propaganda guerriera, la politica estera finalizzata a successi di prestigio, l’inquadramento param ilitare della gioventù e poi di parte della popolazione, anche le guerre di Mussolini, a ben vedere, hanno com e obiettivo soprattutto il consolidamento del regime e la sua continuità. La Germ ania hitleriana si poneva com e obiettivo il dom inio dell’Europa, i grandi program m i nazisti avevano il pieno supporto di un sistem a industriale di 7 Per una vivace e documentata descrizione di questi fallim enti cfr. Knox MacGregor, Alleati di Hitler, Milano, Garzanti, 20 0 2; Id., Destino com une, Torino, Einaudi, 20 0 3; e G. Rochat, Le guerre. 8 Per una sintesi, cfr. G. Rochat, Le guerre.
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straordinario livello e ambizioni, com e tecnologia d’avanguardia e com e organizzazione della produzione in serie anche, e poi soprattutto, a fini bellici. I ‘poteri forti’ dell’Italia fascista e la grande industria non chiedevano al regim e la conquista arm ata di nuovi m ercati, bensì il pieno controllo del m ercato interno e delle m asse operaie. Ho già detto che non si im pegnarono a fondo nella produzione bellica 9 . Riapriam o il discorso: esiste davvero una ‘cultura di guerra fascista’ che vada oltre la propaganda, che sia autentica cultura di guerra e di dominio, abbia radici, costi e obiettivi com m isurati alle ambizioni proclam ate, in grado di m obilitare le risorse del paese per la guerra, com e tutto som m ato aveva fatto l’Italia liberale nella Prim a guerra m ondiale? Devo alle ricerche di Gianluigi Gatti sulla m ilizia fascista e alle lunghe discussioni per il suo dottorato una definizione precisa: la vocazione m ilitare del fascism o e quindi la sua cultura m ilitare è la guerra civile, dal 1919 al 194510 . Cosa vuol dire una ‘cultura della guerra civile’? Fino al 1922 è chiaro, anche fino al 1925: il fascism o arriva al governo, poi alla dittatura perché ha una cultura nuova e moderna della guerra civile contro la presenza crescente dei socialisti, che gli procura l’appoggio decisivo dei ‘poteri forti’. C’è poi un salto di qualità dalla cultura della guerra civile a quella di una proclam ata guerra nazionale e im perialista? Una dom anda che non m i ero posto nel m io recente volum e su Le guerre italiane 1935-1943, in cui però trovo m olto m ateriale per una risposta. Veniam o così alla dim ensione ‘guerra civile’ com e base del regime anche nella guerra m ondiale, quindi com e spiegazione parziale del suo fallim ento. Non m i interessa un discorso teorico, né un’analisi dei testi del regim e. Mi lim ito a elencare una serie di elementi concreti, tutti da rivedere e da sistem are. Prim o. La m ilizia La m ilizia è “la vocazione m ilitare del regim e”, anche dopo il 1925. Gatti ne evidenzia il successo costante di base, 40 0 .0 0 0 iscritti nel 1930 , 50 0 .0 0 0 nel 1935, 650 .0 0 0 nel 1939; cifre che si riferiscono alla m ilizia ordinaria, m a per il 1939 salgono a 850 .0 0 0 tenendo conto della congerie di reparti e m ilizie speciali. La m ilizia è una sinecura per alcune m igliaia di ufficiali superiori in servizio attivo (uno stipendio con poco lavoro) e un titolo per tutti i gerarchi, ufficiali della m ilizia fuori quadro (ossia senza im piego), m a fino al 1935 non offre grandi vantaggi per le centinaia di migliaia di iscritti su base volontaria e con ritorni concreti abbastanza piccoli, m a interessanti da studiare come ha fatto Gatti. La sua dim ensione rim ane la m ilitanza politica, la difesa del regim e, per gli estrem isti la prospettiva di una sostituzione dell’esercito. In realtà la sua capacità m ilitare è 9 Com e aveva già scritto quasi 40 anni fa Valerio Castronovo, Giovanni Agnelli, Torino, Utet, 1971. Tema ripreso e sviluppato da m olti studi successivi. 10 Tesi di dottorato finalmente in corso di stam pa presso Laterza.
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sem pre di basso livello, una fanteria m ale addestrata con quadri di nom ina politica 11. Nel 1935 il quadro cam bia, sei divisioni im provvisate della m ilizia vengono affiancate alle unità dell’esercito per la guerra d’Etiopia con un grosso successo di im m agine. La m ilizia fornisce il grosso delle truppe inviate in Spagna nel 1936 (ridimensionate dopo il disastro di Guadalajara, m a presenti fino al 1939): e diventa uno sfogo parziale alla disoccupazione per chi è disposto a partire per l’oltrem are. Nel quadro della “guerra di rapido corso” di Pariani, una legione di m ilizia viene a fare parte organica delle divisioni italiane fino al 1943. Reparti di m ilizia hanno una parte im portante nella guerra contro la resistenza abissina dopo il 1936. Tre divisioni di m ilizia sono in Libia nel 1940 , sono travolte dall’offensiva britannica, non verranno ricostituite com e le divisioni dell’esercito che hanno avuto la stessa sorte. Le unità della m ilizia non portano le ‘stellette’, il distintivo tradizionale dei m ilitari italiani, hanno scarso addestram ento, quadri di nom ina interna per meriti politici e un basso rendim ento. Un esercito fascista all’interno di quello nazionale, le cui am bizioni grandi e confuse sono drasticam ente lim itate dal fatto che la m ilizia fornisce soltanto fanterie poco addestrate e con quadri poco preparati, idonee appunto a una guerra civile, non può m ai presentarsi com e reale alternativa all’esercito (e non esiste nella m arina e nell’aviazione). Quindi non avrà 11 Vale la pena di riassumere le valutazioni sulla m ilizia degli ufficiali francesi in m issione inform ativa a Rom a (tutti conservatori e favorevoli al regime fascista) fatte alla m età degli anni Trenta (vedi G. Rochat, Le guerre, pp. 20 4-20 5). In prim o luogo, “la Milizia non è altro che il Partito organizzato per la conquista e la difesa del potere (…) Resta essenzialm ente un organism o politico”. Viene a costituire con le m ilizie speciali “un form idabile sistem a poliziesco, orientato a raggiungere i sediziosi in ogni angolo del paese; queste polizie hanno inoltre il vantaggio di dare una sistemazione agli elementi più attivi e quindi più ingombranti del Partito (…). Grazie a questo sistema di sorveglianza articolata realizzata da uno Sbirro geniale (un Sbire de génie) la pulizia dell’Italia è stata realizzata rapidam ente e l’opposizione al regime perseguita senza respiro”.La milizia come corpo politico e di polizia, questo è chiaro. Ma qual’è il suo ruolo e peso militare? A grandi linee, gli ufficiali francesi apprezzano la milizia per le sue capacità di mobilitazione delle energie nazionali, di m ilitarizzazione patriottica delle nuove generazioni, di preparazione di unità di rincalzo m agari im provvisate, m a di pronto im piego. In sostanza danno una valutazione positiva del suo ruolo politico e di educazione m ilitare. Sono m olto più critici quando passano a valutare i tentativi di inserire reparti della m ilizia nell’organizzazione dell’esercito, su cui danno notizie e dati, pur registrandone il fallimento appena m ascherato per ragioni di opportunità. Gli ufficiali dell’esercito non apprezzano i parvenus della m ilizia, legittim ati soltanto dai successi della guerra civile, in sostanza dilettanti inaffidabili. “Se anche si volesse valorizzare la Milizia, non si saprebbe bene che fare di questi individui che credono di sapere tutto, che chiedono di essere im piegati, ma pretendono di essere liberi di agire di testa loro, che non si possono com andare perché godono di un’autonom ia grazie all’appoggio del partito onnipotente. Si rischia di sbagliare se li utilizza, di sbagliare se non li si utilizza”. Del resto il valore militare della m ilizia è dubbio: “Molto zelo, m olta vivacità, una grande incoerenza (…) Né ordine, né unità (…) Dal punto di vista tattico gli addestram enti della Milizia sembrano assai infantili. Nessuna formazione metodica che guasterebbe lo slancio; una varietà di assalti, colpi di mano, esercitazioni notturne, attraversam ento di fium i e sbarchi, in sostanza operazioni eccezionali privilegiate non per il contenuto tecnico, m a per il loro carattere spettacolare e suscitatore di energie individuali. Tutto finisce in una confusione eroica: il fuoco non conta, gli obiettivi sono raggiunti, la fanteria fa tutto da sola”.
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m ai un ruolo paragonabile a quello delle W affen-SS, le truppe naziste che crescono a fianco della W ehrm acht com e unità di élite di grande efficienza, privilegiate come m ezzi e arm am ento. Il rendim ento bellico delle unità della m ilizia rim ane basso, un altro tema da studiare 12 . Rim ane da capire quale fosse il grado di m ilitanza fascista di queste unità, m ai esplorato. Abbiamo un unico dato sicuro e significativo: al 25 luglio 1943 la m ilizia accetta senza resistenza il governo Badoglio, m a all’8 settem bre, quando l’intervento tedesco apre la via alla guerra civile, tutte le unità della m ilizia passano ai tedeschi, prim a ancora della nascita della Rsi, com e docum enta Andrea Rossi13 . Secondo. Mussolini duce suprem o Nella Prim a guerra m ondiale gli aspri contrasti tra i governi Salandra, Boselli, Orlando e il Com ando suprem o di Cadorna e Diaz si m uovevano all’interno di una com une cultura di guerra e di volontà di vittoria, con una sicura divisione di com piti: la gestione della guerra combattuta spettava ai generali, la m obilitazione del paese al governo. L’esonero di Cadorna fu dovuto in prim a istanza al fatto che non rispettava questa cultura di guerra con i suoi m aldestri tentativi di ingerenza nella politica interna; nella crisi di fine ottobre 1917 Orlando condizionò la sua nom ina a capo del governo alla liquidazione del ‘generalissim o’ prim a ancora che il disastro di Caporetto si palesasse in tutta la sua gravità. Fino al 1935 Mussolini aveva rispettato l’accordo stretto con Diaz, m inistro della Guerra dopo la m arcia su Rom a: la gestione dell’esercito era lasciata ai generali in cambio del loro appoggio al governo di Mussolini e poi alla sua dittatura 14 . Mussolini si lim itò a imporre i cappellani m ilitari in tem po di pace che il Vaticano esigeva e l’esercito non voleva 15, e a prom uovere la sua imm agine com e m inistro delle tre forze arm ate nel 1925, e poi nel 1933. Fino al 1935 le decisioni di Mussolini di politica m ilitare rientrano nella norm a, l’accordo con le gerarchie m ilitari, un livello di spese com patibile con le esigenze dell’erario, seppure inferiore alla proclam ata politica di potenza, un numero di divisioni superiore alle disponibilità finanziarie a scapito della loro efficienza, poco di nuovo rispetto all’Italia liberale. La m ilizia ha un ruolo subordinato, anche la propaganda bellica e il suo trionfalism o non sono una novità, nuovo invece l’apparato censorio e la m odernità dei m ezzi che la im pongono ai com battenti e al paese. Il quadro cam bia a partire dal 1935, con le costosissim e guerre in Etiopia e in Spagna, viste com e grandi successi, senza alcuna revisione critica, a danno della 12 Secondo notizie da verificare (m ancano studi specifici), le unità della milizia si com portarono m ale in Africa settentrionale e nella guerra contro la Grecia, bene in Russia, m entre nelle occupazioni balcaniche si distinsero per la durezza della repressione. 13 Andrea Rossi, Le guerre delle cam icie nere, Pisa, BFS, 20 0 4. 14 Giorgio Rochat, L’esercito italiano da Vittorio Veneto a Mussolini 1919-1925, Bari, Laterza. 1967 (ristampa 20 0 6). 15 Mim mo Franzinelli, Stellette, croce e fascio littorio, Milano, Angeli, 1995.
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m odernizzazione dell’esercito. Mentre l’Europa corre alla guerra con un riarm o accelerato, il capo dell’esercito Pariani proclam a la “guerra di rapido corso”, le gam be e lo spirito fascista dei soldati al posto degli autom ezzi e dei carri arm ati, e lascia al genio di Mussolini la definizione dei piani di guerra 16 . Esiste una logica in questa serie di decisioni e nelle altre che andiam o a vedere? Sono provvedim enti che destabilizzano l’esercito, ossia che ne intaccano le strutture, ne indeboliscono l’efficienza e la catena di com ando. Non c’è un piano preordinato, una per una sem brano m isure accettabili, anche perché le loro conseguenze non sono sem pre evidenti. Ciò che ci interessa sottolineare è che questi provvedimenti non si inquadrano in una politica di potenziamento delle forze arm ate per la guerra europea, bensì in un a cultura che antepone le logiche della dittatura alla difesa nazionale. Un esem pio caratteristico, m a sem pre dim enticato; il ruolo di Mussolini com e capo m ilitare, responsabile di tutte le m aggiori decisioni della guerra. Anche Hitler e Stalin si erano attribuiti la direzione m ilitare, non solo politica, della loro guerra; m a lavoravano a stretto contatto con i rispettivi stati maggiori, anche quando decidevano contro i loro pareri. Churchill, che aveva un forte stato m aggiore a sua disposizione, reclamò sem pre la direzione politico-m ilitare della guerra, pur dovendo rispettare l’autonom ia degli alti com andi m ilitari. Anche Roosevelt non rinunciò a dirigere la guerra, con una stretta e positiva collaborazione con il generale Marshall, vertice delle forze armate statunitensi. Mussolini costituisce un caso a parte. Non sentì m ai l’esigenza di costituire un suo stato m aggiore personale, neppure una segreteria m ilitare che gli fornisse le inform azioni su cui prendere le sue decisioni. Né m ai si preoccupò di creare un servizio inform azioni affidabile per la guerra, una Intelligence com e avevano gli anglo-am ericani. Tanto meno prom osse un coordinam ento delle forze arm ate, che pure spettava a lui, che cum ulava tutte le cariche di vertice. Mussolini riceveva regolarm ente i capi delle forze arm ate, ne seguiva generalmente le proposte per le questioni m inori, m a decideva da solo le questioni m aggiori. In un certo senso, era la prim a vittim a del culto della sua onnipotenza, il m ito del duce infallibile. In realtà la sua cultura era volta alla conquista del potere, poi alla sua difesa a breve term ine, un grande m inistro degli Interni (l’unico settore in cui accettò per 15 anni un collaboratore dell’autorità del capo della polizia Bocchini). Gli m ancava una cultura della guerra di conquista, pur proclam ata per anni con una politica estera aggressiva. La sua dim ensione era la continuità del suo potere, la ricerca di consensi a qualsiasi costo, l’eredità della guerra civile.
16 Vedi Fortunato Minniti, Fino alla guerra. Strategie e conflitto nella politica di potenza di Mussolini 1923-1940 , Napoli, ESI, 20 0 0 , e G. Rochat, Le guerre.
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Terzo. Gli ufficiali di com plem ento Cerchiam o di chiarire con un caso esemplare e pur trascurato dagli studiosi: la gestione degli ufficiali di com plemento 17. Dopo la Prim a guerra m ondiale, l’alto com ando dell’esercito ebbe tra i suoi obiettivi prioritari il m antenimento in servizio del m aggior numero possibile dei m olti ufficiali superiori e dei capitani di carriera usciti dal conflitto. Quindi l’esercito reclutava ogni anno il num ero di sottotenenti di com plem ento necessari per l’inquadram ento dei reparti in tem po di pace, m a non si curava di addestrarli per la prom ozione ai gradi successivi, per i quali gli ufficiali effettivi reduci dalla guerra erano sovrabbondanti. Una gestione adeguata ai tem pi di pace. Per fronteggiare le esigenze della guerra in Etiopia fu necessario im provvisare m igliaia di tenenti senza studi né adeguata preparazione, in parte non piccola passati in seguito in servizio attivo. Poi nel 1936 Mussolini decise che tutti i giovani che avevano term inato le scuole superiori avevano il diritto/ dovere di diventare ufficiali di com plem ento. Una decisione disastrosa a breve term ine perché questi giovani erano troppi per le esigenze dell’esercito di pace e di guerra, non era possibile dare loro un addestram ento adeguato, né un im piego nei reparti esistenti. In tutti gli eserciti i giovani con titoli di studio venivano arruolati non solo com e ufficiali, m a anche com e sottufficiali. La decisione di Mussolini faceva sì che i sottufficiali, una struttura portante dell’esercito, dovessero venire reclutati soltanto tra i giovani che avevano fatto le scuole elem entari, al m assim o quelle di avviam ento al lavoro. Una forte diminuzione di livello socio-culturale, anche se il corpo dei sottufficiali italiani aveva sempre avuto ruolo e prestigio decisamente inferiori a quelli inglesi o tedeschi. Questa decisione di Mussolini venne imposta all’esercito nel quadro della m ilitarizzazione di facciata dell’Italia fascista, ‘todos caballeros’18 , com e trattam ento di riguardo verso gli studenti universitari, i figli della classe dirigente, visti com e gli eredi dell’interventism o del 1915 e dello squadrism o del dopoguerra, cresciuti nelle organizzazioni giovanili fasciste. Ricordiam o in nota un episodio m inore e m olto reclam izzato, l’arruolam ento nell’estate 1940 di 24.0 0 0 giovanissim i per la guerra fascista 19 . E poi i corsi per allievi ufficiali che la m ilizia universitaria organizzava per i suoi iscritti, vanam ente contrastati dall’esercito. 17 Tutte le note che seguono dipendono dalle m ie diverse ricerche, riassunte in G. Rochat, Le guerre. Ricerche innovative, ma certo non definitive, da riprendere, controllare e am pliare. 18 Negli anni Trenta il grado di ufficiale venne elargito alle categorie più diverse, considerate m eritevoli per ragioni di servizio o politiche, vedi G. Rochat, Le guerre. Questi nuovi sottotenenti erano generalm ente troppo anziani per prendere servizio, quindi la loro nomina poteva danneggiare il prestigio dell’esercito, non la sua efficienza. 19 Nell’estate 1940 la Gioventù italiana del littorio arruolò di sua iniziativa 24.0 0 0 volontari di 17/ 18 anni (non ancora in età di leva), li armò e inquadrò in 25 battaglioni di ‘giovani fascisti’ con fucili e ufficiali della milizia, li fece passare in rassegna da Mussolini il 10 ottobre a Padova e poi pretese che fossero mandati al fronte, benché non addestrati. L’esercito, che stava congedando 60 0 .0 0 0 uomini, rifiutò e i giovani tornarono a casa, tranne 2.387 irriducibili che rimasero in arm i a titolo per così privato. Nell’aprile 1941 il ministero Guerra propose che fossero arruolati nell’esercito come volontari e inviati in Albania come ‘legione giovani fascisti’. Invece finirono in Africa come ‘gruppo battaglioni giovani fascisti’ e si batterono bene a Bir el-Gobi (3-
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La situazione precipitò nel 1940 ; le scuole non erano in grado di fronteggiare il gran numero di allievi obbligati, i corsi di istruzione dovevano essere ridotti a pochi m esi per accogliere alm eno una parte di questi giovani a prezzo di una preparazione insufficiente. Nel 1940 fu buona sorte, per così dire, che la rinuncia di Mussolini a dichiarare la m obilitazione generale (la guerra sembrava già vinta) perm ettesse ai 67.0 0 0 studenti universitari m aschi di continuare a usufruire del rinvio del servizio militare del tem po di pace, ossia di restare a casa. Senonchè iscriversi all’università diventava il m odo più facile di evitare la guerra; quindi i nuovi iscritti m aschi furono 43.50 0 nel 1940 e 37.60 0 nel 1941; il che docum enta lo scarso consenso, o m eglio il rifiuto della guerra di buona parte dei figli della classe dirigente. Nel 1941 oltre 10 0 .0 0 0 im boscati com e studenti universitari divennero uno scandalo insostenibile; furono quindi chiam ati alle armi, m a gli allievi ufficiali e i nuovi sottotenenti im preparati erano già sovrabbondanti. Gli ex-universitari continuarono quindi a essere im boscati nelle caserm e con prom ozioni autom atiche, addestramento zero, fino a diventare ufficiali verso la fine del 1942. Poi alcuni andarono al fronte. Non basta: il partito fascista chiese e, m algrado la resistenza dell’esercito, ottenne che tutti questi imboscati fossero dichiarati per legge ‘volontari di guerra’20 . Restiam o sem pre al trattam ento privilegiato dei figli della classe dirigenti, fascisti o m eno. Dalle vicende riassunte emerge una conclusione chiara: la m ancanza di una vera cultura di guerra da parte di Mussolini e del partito, che gestiscono gli ufficiali di com plem ento, una struttura fondam entale dell’esercito, secondo logiche che nulla hanno a che vedere con l’efficienza dell’esercito, anzi la danneggiano.
7 dicembre 1941). Poi intervennero le esigenze propagandistiche del regime; per segnare una presenza fascista in Africa settentrionale (dopo l’inverno 1940 -1941 non vi erano reparti della m ilizia, salvo alcune batterie della milizia m arittima) nel 1942 venne costituita una ‘divisione corazzata giovani fascisti’, che di corazzata aveva soltanto il nom e e di giovani fascisti un piccolo reggim ento, accanto a vari reparti di bersaglieri e artiglieria. La divisione non andò al fronte nel 1942, poi nel 1943 si com portò bene in Tunisia. Cfr. G. Rochat, Le guerre italiane, p. 319320 . 20 Il m iglior comm ento sono i vivaci ricordi di uno studente universitario: “Io m i ero laureato in Lettere nel 1937, m a il giorno dopo la laurea ero andato a reiscrivermi all’Università come studente di Scienze Politiche. Si capisce che era solo una burletta, davo sì e no due o tre esami all’anno. Ma mi dava il diritto di rinviare il servizio militare (…) La gherminella continuò a funzionare persino dopo che l’Italia fu entrata nella seconda guerra mondiale. Anzi, molto dopo. Solo nel giugno 1941, qualcuno al vertice del regime si accorse che c’era qualche migliaio di distinti signori, finti studenti a vita che continuavano tranquillamente la loro carriera (…) mentre i loro coetanei erano sbattuti al fronte in Africa o nei Balcani. E allora questo qualcuno ebbe una di quelle pensate geniali che ogni tanto rallegravano la vita dell’Italia littoria: tutti noi (…) fum mo sbattuti in caserm a come soldati sem plici. In com penso avem mo la qualifica di volontario di guerra. Noi volontari non lo eravam o affatto, m a quella qualifica era abbastanza perché, una volta in caserm a, fossimo guardati male e m agari svillaneggiati dai contadini e dagli operai vestiti da soldato (…) In caserm a restai circa un anno, dal giugno 1941 al giugno 1942, come soldato, caporale, allievo sergente e allievo ufficiale. Infine fui fatto sottotenente” (Giorgio Spini, La strada della Liberazione, Torino, Claudiana, 20 0 2, p. 87).
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Quarto. La destabilizzazione dell’esercito già dal 1940 Com e ho già detto, non si può parlare di un piano definito di destabilizzazione dell’esercito, m a di una serie di provvedim enti diversi che vanno in questo sen so. Ne accenniam o alcuni relativi al 1940 , sen za ordin e di im portanza, né pretese di com pletezza, anzi m olto schem aticam ente per evidenti problemi di spazio. Nella seconda m età degli anni Trenta le potenze europee condussero un riarm o di colossali dim ensioni. Altrettanto colossali (circa tre volte il bilancio statale del solo anno 1934) le spese italiane per l’Etiopia e la Spagna fino al 1939, guerre di prestigio a diretto detrim ento della preparazione dell’esercito e dell’aeronautica per un conflitto europeo. L’Italia era già una potenza m inore nel 1935, m a il divario con le grandi potenze aum entò negli anni seguenti; nel 1940 deve affrontare il conflitto con arm amenti insufficienti per qualità e num ero anche rispetto alle possibilità della sua industria. Manca una pianificazione bellica, m ancano sia un organo di coordinamento interforze, sia direttive precise di Mussolini per le diverse ipotesi di guerra. L’alto com ando dell’esercito porta fino in fondo questa situazione, non è necessario definire uno o più piani di guerra, basta rim ettersi al genio del duce 21. Forze arm ate allo sbando nel m om ento in cui Mussolini gioca le sorti del paese e del regim e senza nem m eno proclam are la m obilitazione generale, tanto è sicuro della prossim a vittoria tedesca. Fino a aggredire la Grecia nella certezza di una guerra vinta in partenza, con gli esiti disastrosi ben noti. Vale la pena di ricordare che Mussolini è così convinto di avere già vinto che non esita a rinunciare alla m obilitazione generale e a destabilizzare la giustizia m ilitare con un drastico alleggerim ento delle pene; anche la diserzione diventa un reato m inore 22 . Non è necessario proseguire; basta il 1940 per afferm are i lim iti, anzi la m ancanza di una cultura della guerra fascista, se con ciò si intende la capacità di m obilitare le risorse nazionali per il conflitto. Dopo di che sostenere che l’orizzonte della guerra fascista rim ane sem pre la guerra civile può sem brare una definizione troppo forte. Non saprei però com e m eglio definire una politica, una cultura che ha com e unico obiettivo la continuità del regime e del ruolo del duce, quindi la difesa non degli interessi nazionali, ma della posizione di prim o tra gli alleati, o m eglio vassalli della Germ ania hitleriana.
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F. Minniti, Fino alla guerra. Giorgio Rochat, Duecento sentenze, Udine, Gaspari, 20 0 4.
LE GUERRE NON FINISCONO MAI Fonti orali, storiografia, culture di guerra Alessandro Casellato
Farò alcune considerazioni sul rapporto tra storia orale e guerre, con tre tesi di fondo che posso anticipare qui: 1) è la guerra che ‘sdogana’ la storia orale e la fa entrare nel cam po della storiografia; 2) la storia orale ha rinnovato la storiografia, cioè ha contribuito in m aniera determ inante a ridefinire negli ultim i decenni il m odo in cui si studiano le guerre; 3) la storia orale non ha solo rinnovato, m a sta forzando i confini della storiografia. A partire da questo filo del discorso avanzerò qualche riflessione sul tem a delle ‘culture di guerra’, che m uove dall’assunto che una prospettiva culturalista finisca per autom utilarsi se prescinde dall’apporto, dai temi e dalle potenzialità offerte dalle fonti orali. Ma vorrei fare tutto ciò alla m aniera di chi fa storia orale: incontrando persone, ascoltando racconti. Proporrò quindi cinque incontri, e le riflessioni che ne derivano. Prim o incontro. Con Roberto Battaglia, com andante partigiano e storico della Resistenza Quando nella prim avera del 1945 Roberto Battaglia scrive Un uom o, un partigiano 1 – una m em oria a caldo della sua Resistenza e della trasform azione interiore che quell’esperienza ha prodotto – si trova tra le m ani la relazione sulla Divisione Lunense della quale era stato com andante. La riporta integralm ente. Poi si produce in una straordinaria ‘critica della fonte’. Mostra al lettore tutto quello che m anca, tutto ciò che non può stare dentro un rapporto m ilitare: e quello che m anca è proprio ciò che in quel m om ento a Battaglia sta a cuore che si sappia: cosa vuol dire che “furono convocati i direttori delle banche locali”? cosa vuol dire che “alcuni capi partigiani riuscirono a scam pare al rastrellamento già accerchiati dal nem ico”? cosa vuol dire “che ci fu una rappresaglia sulla popolazione civile”? E prosegue: “Non c’è posto in un rapporto ufficiale, perché quella fredda denuncia dei fatti esprim a anche che cosa hanno provato gli uom ini che vi parteci1 Bologna, Il Mulino, 20 0 4 (ed. or. Firenze, Edizioni U, 1945). Le citazioni che seguono sono alle pp. 10 8-115 e a p. 126.
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pavano”. E allora, si chiede: “È autentica quella storia o quella parte di storia che li riguarda? (…) È ciò che viene da dom andarsi rileggendo questa relazione o un’altra qualsiasi sul m ovim ento partigiano”. Si risponderà, poco oltre, che “se si vuol conoscere la verità su ciò, non c’è strada più sem plice che quella d’interrogare qualche partigiano e dom andare a lui stesso perché abbia scelto questa nuova e rischiosa condizione di vita”: nonostante stia già crescendo nel paese la retorica che rappresenta i partigiani come eroi della Patria, “nessuno o quasi vi afferm erà (…) che l’ha fatto per ‘am or di patria’”. Alessandro Portelli ha notato che è proprio l’esperienza di guerra a legittim are la presa di parola della gente qualsiasi in un contesto pubblico. Tanto nella storiografia più tradizionale – quella che era stata chiam ata per l’appunto l’histoire-bataille – che nel senso comune, “affinché una determ inata m ateria venga percepita come storia, devono verificarsi alm eno due requisiti: deve svolgersi nella sfera pubblica e deve consistere di eventi. La guerra soddisfa in pieno questi due requisiti”2 . In guerra la biografia di uom ini e donne non illustri si incontra con la vicenda collettiva della grande storia: la guerra m oderna, novecentesca, totale, di m assa, è un varco attraverso il quale entrano in scena coloro che generalmente sono sullo sfondo o dietro le quinte. La cosa è valida anche dal punto di vista istituzionale. A volte si dim entica che la Grande Guerra, prim a guerra di m assa, dà un im pulso decisivo anche alla raccolta di testim onianze orali. Lo fa innanzi tutto, nel corso stesso dell’evento, per vagliare, controllare, orientare l’oralità diffusa e potenzialmente eversiva dei soldati al fonte. Gli Ufficiali P, come Piero Calam andrei o Piero J ahier, sono degli intellettuali che si im provvisano raccoglitori di ‘fonti orali’3 . L’incontro non sem pre tranquillo con le m asse in grigioverde li costringe a farsi etnografi del loro popolo: raccolgono canzoni, false notizie, dicerie, superstizioni; le trascrivono, ne riferiscono ai superiori, costruiscono archivi; poi pubblicheranno libri, repertori, canzonieri4 . Qualcosa di sim ile era capitato a Leo Spitzer, il linguista viennese che durante la guerra fu incaricato di censurare le lettere degli internati italiani d’Austria e poi dei soldati italiani prigionieri di guerra, ricavandone una straordinaria occasione di studio della scrittura popolare e dell’oralità scritta. Nella prefazione al 2 Alessandro Portelli, Racconti di cura, racconti di guerra. La legittim ità della narrazione, “Genesis”, a. I (20 0 2), n. 1, p. 257. 3 Alessandro Casellato, Introduzione a Piero Calam andrei, Zona di guerra. Lettere scritti e discorsi (1915-1924), a cura di Alessandro Casellato e Silvia Calamandrei, Rom a-Bari, Laterza, 20 0 6, pp. XXV-XXXII. 4 Agostino Gemelli, I canti del nostro soldato. Docum enti per la psicologia m ilitare, Milano, Vita e pensiero, 1917 (poi in Id., Il nostro soldato. Saggi di psicologia m ilitare, Milano, Treves, 1917); Piero J ahier, Canti di soldati, Edizioni Sez. P. – I Arm ata, 1919; Arturo Marpicati, La proletaria. Saggio sulla psicologia delle m asse com battenti, Firenze, Bem porad, 1920 ; Cesare Caravaglios, I canti delle trincee. Contributo al folklore di guerra, Roma, Leonardo da Vinci, 1930 .
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libro che alla fine del conflitto avrebbe tratto da quel corpo a corpo quotidiano con le Lettere di prigionieri di guerra italiani5, Spitzer fece un elogio delle fonti orali: Forse il lettore troverà superflua la pubblicazione di tutti questi testi insignificanti e m aldestri e penserà che tanto varrebbe annotare e far stam pare le conversazioni che si svolgono nei caffè o le chiacchiere delle pescivendole. Al che ribatto in italiano: Magari! Fosse vero che ripubblicasse il m aggior num ero possibile di conversazioni quotidiane! Da esse psicologi e linguisti avrebbero più da im parare che dalle predilette fonti scritte 6 .
Un’esperienza ancor più strutturata e tecnologicamente avanzata era nata negli stessi anni in Germ ania. L’Archivio dei suoni divenne possibile e operativo quando il suo direttore Wilhelm Doegen fu nom inato Ispettore dei cam pi di concentram ento dei prigionieri e degli internati civili. Così egli ne scrisse, pochi anni dopo: La guerra fu – per tragica ironia – la m ia più valida alleata. Nom inato ispettore dei cam pi di concentram ento dei prigionieri e degli internati civili, ebbi il m odo di osservare che in essi erano adunati i rappresentanti di un gran num ero di razze. Era un im m enso m ateriale fonetico e glottologico che m i stava a portata di m ano. Questa volta, a furia di m ie insistenze, il Ministero si risolse a nom inare una comm issione di scienziati i quali, sotto la guida del prof. Stum pf, iniziarono la esecuzione pratica delle m ie idee. Oggi le basi dell’istituto sono ben solide e ci danno diritto a sperare in uno sviluppo sempre maggiore 7.
La tecnologia era a disposizione da quasi quarant’anni. Il fonografo era stato brevettato nel 1878 da Edison. Nei prim i tem pi venne utilizzato per gli spettacoli da baraccone, com e scatola delle m eraviglie, poi per raccolte di m usica etnica, specie tra i nativi am ericani, e da Bela Bartok in Ungheria. Ancora nel 1913 Benedetto Croce ne scriveva com e di una curiosa diavoleria, da cui stare alla larga: Ho fantasticato talvolta sulle com m ozioni che proveranno i lontani posteri, quando potranno riudire (grazie agli archivi di perfezionati dischi, che di certo non tarderanno a costituirsi) le parole, il ritmo, l’inflessione, il tim bro di voce dei personaggi celebri del passato. Saranno im pressioni di solennità e sublim ità, o non anche, e non piuttosto, di com ico? Ho gran tim ore che, specie alla prim a, il riso prevarrà sopra ogni altro effetto, perché le figure dei tem pi rem oti giungono all’im m aginazione dei posteri idealizzate, per opera così del sentimento come del pensiero, che, com penetrandole di sé, le rendono quasi sim boli di valori spirituali; laddove il realistico fonografo le riavvolgerà per qualche istante nelle scorie dalle quali si erano purificate, e, in via d’esem pio, rifarà presente la vo5 Leo Spitzer, Lettere di prigionieri di guerra italiani. 1915-1918, Torino, Bollati Boringhieri, 1976 (edizione originale 1921). Dall’esperienza di guerra avrebbe tratto anche Die Um schreibungen des Begriffes ‘Hunger’ im Italienischen. Stilistisch-onom asiologische Studie auf Grund von unveroffentlichtem Zensurm aterial, Halle, Niemeyer, 1920 (Le circonlocuzioni per esprim ere la fam e: testo non tradotto in italiano). 6 Leo Spitzer, Lettere di prigionieri di guerra italiani, p. 4. 7 Cit. in Cesare Caravaglios, Per la fotocineteca di Stato, “Aspetti letterari”, a. II (1934), pp. 1-18. Vedi anche Cornelia Weber, University Collections as Custodians of Oral Heritage. Som e Exam ples from Germ any (http:/ / publicus.culture.hu-berlin.de/ umac/ 20 0 4/ weber.doc).
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cina sottile o in falsetto di un alto poeta tragico o la leggera balbuzie di un tenero poeta d’am ore, e, in ogni caso, riecheggerà accenti fuori m oda, e perciò ridicoli e grotteschi a prim o suono. D’altro canto, e per la medesim a ragione, tengo per ferm o che quel realism o da fonografo, quel brutale ravvicinam ento fisico al passato, poco o punto gioverà alla seria conoscenza storica, com e poco o punto le giovano ora gli sforzi degli evocatori o im pressionisti di una vita che non si tratta già di evocare, essendo m orta e ben m orta, m a d’intendere. Quel ch’è certo, – poco im portante che sia nei rispetti storiografici, e accom pagnato dal rischio di far ridere i posteri sulle om bre degli antenati, – al modo stesso che i m onelli di Sant’Agata dei Goti giocano e abbracciano ridendo la m um m ia del feudatario Artus, che è nella chiesa di quel luogo! – , il riudire le vecchie parole, scorrevoli e vive e quali furono pronunciate, non potrà non suscitare, in chi sarà in grado di ascoltarle, vario diletto e curiose sensazioni8 .
Ma la guerra anche in questo caso fece fare il salto di qualità. Fonografo, altoparlanti, radio: la voce poteva essere svincolata dal soggetto che la em etteva, ed essere imm agazzinata, amplificata, diffusa a livello di m assa. La Grande Guerra, esplosione di parole, apriva le porte a quella ‘oralità secondaria’ che si sarebbe dispiegata appieno negli anni venti e trenta 9 . In Italia ci volle ancora qualche anno perché, tra il 1924 e il 1925, un personaggio inserito nell'ambiente culturale futurista com e Rodolfo De Angelis iniziasse ad incidere su 78 giri le voci di m ilitari protagonisti della guerra, di uom ini di governo, di scrittori e poeti: i generali leggevano i bollettini e i proclam i della vittoria, i poeti leggevano le loro poesie 10 . Due anni dopo De Angelis cedette il suo archivio all’Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi di Guerra, che si im pegnò a fare opera di sensibilizzazione presso il Duce affinché il progetto potesse decollare, e così fu: nel 1928 venne fondata la Discoteca di Stato, che ne ereditò il patrimonio il quale costituì la raccolta discografica La Parola dei Grandi, ovvero le voci dei condottieri di guerra 11. 8 Benedetto Croce, Sentendo parlare un vecchio napoletano del Quattrocento (1913), in Id., Storie e leggende napoletane, Bari, Laterza, 1948 (I ed. 1919), pp. 121-122. 9 Peppino Ortoleva, Mediastoria, Milano, Il Saggiatore, 20 0 2, pp. 83-92. 10 Assunta Blasi, La gestione della collezione audiovisiva della Discoteca di Stato – Museo dell’Audiovisivo, in Maurizio Pistacchi (a cura di) Il suono e l’im m agine. Tutela, valorizzazione e prom ozione dei beni audiovisivi, Edipuglia, Bari 20 0 8 p. 128; Pietro Cavallari, La Discoteca di Stato, in Storia d’Italia nel secolo Ventesim o. Strum enti e fonti, a cura di Claudio Pavone, Ministero per i beni e le attività culturali, Dipartim ento per i beni archivistici e librari, Direzione generale per gli archivi, Roma 20 0 6, p. 531. 11 Paolo Thaon di Revel, Bollettino della vittoria navale, Brindisi 12 novembre 1918; Guglielmo Pecori Giraldi, Alle popolazioni del Trentino, Trento 4 novem bre 1918; Vittorio Em anuele Orlando, Resistere. Cam era dei Deputati, 22 dicembre 1917; Vittorio Emanuele Orlando, Annuncio della vittoria. Cam era dei deputati, 1918; Tom maso Tittoni, Discorso al Senato del regno; Luigi Cadorna, Ordine del giorno alle truppe, 7 novem bre 1917; Enrico Caviglia, Proclam a alle popolazion i del Tren tin o, 28 ottobre 1918 ; Em an uele Filiberto Duca d'Aosta, Apoteosi. Invocazione ai caduti, Trieste 1919; Armando Diaz, Bollettino della vittoria, Magliano Veneto, 4 novem bre 1918 ore 12; Gaetano Giardino, Testam ento di guerra ai soldati del Grappa, 15 novembre 1918; Carlo Delcroix, Le tavole della legge; Filippo Tomm aso Marinetti, La vittoria delle parole in libertà futurista; Trilussa, La lucciola - La pupazza; Pietro Badoglio, L'arm istizio di Villa Giusti, 3 novembre 1918 (dal sito web della Discoteca di Stato: http: / / www.dds.it).
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Sono i Grandi che prendono la parola – tra l’altro scelti dal Capo del Governo – m a anche da questo punto di vista la guerra è un varco da cui com inciano a passare tutti gli altri. Infatti nel corso degli anni trenta la Discoteca di Stato diventa anche un luogo di raccolta delle tradizioni canore, m usicali, dialettali, e poi anche folkloriche e di costum e del popolo italiano e delle colonie. Ma non basta certo questo per fare entrare la storia orale nel recinto della storiografia. Di ‘voci’ di guerra si era occupato nel prim o dopoguerra Marc Bloch, m a a partire dal presupposto che fossero inattendibili12 . Di ‘voci’ popolari si occupano linguisti, psicologi, folkloristi, m usicologi, oltre che scrittori – com e Leo Longanesi e Giovanni Com isso – interessati alla sperimentazione dei linguaggi e alle testim onianze ‘dal basso’13 . Negli anni trenta della raccolta di ‘docum enti folklorici’ si fanno prom otori certi intellettuali fascisti, com e Cesare Caravaglios che invita la rete dell’Opera nazionale dopolavoro a lanciarsi nell’im presa, e individua nel ‘fonofilm ’ – la registrazione su pellicola di suono e imm agini – lo strum ento più com pleto a disposizione dell’etnologo 14 . Dieci anni dopo è proprio il cinem a neorealista a riprendere il filo, ‘scoprendo’ e m ettendo in scena le voci autentiche e i dialetti degli italiani, colti nel pieno della Seconda guerra m ondiale. E di questa guerra indagata attraverso testim onianze orali scriveranno di fatto negli anni ’40 e ’50 narratori e giornalisti15. Mentre etnologi com e Ernesto de Martino ed etnom usicologi com e Alan Lom ax e Diego Carpitella im pareranno a fare sistem aticam ente ricerca sul cam po con il registratore al seguito 16 . Tanti soggetti, dunque, fanno già da un pezzo i conti, ognuno a proprio m odo, con le fonti orali. Ma gli storici continuano a tenersene lontani per non perdere credibilità: Roberto Battaglia, quando deve scrivere una Storia della Resistenza italiana, si dim entica delle buone intenzioni di Un uom o, un partigiano e fa un libro m olto nuovo per l’argom ento trattato, m a tradizionale per il m etodo e le fonti adottate. Siam o nel 1953, sono passati solo otto anni tra un libro e l’altro. Ma per essere accettata com e oggetto di storiografia, la Resistenza deve rinunciare alla specificità di essere potenzialm ente ancora un soggetto di m em oria.
12 Marc Bloch, La guerra e le false notizie. Ricordi (1914-1915) e riflessioni (1921), Roma, Donzelli, 20 0 4. 13 Vedi Luigi Urettini, Com isso ne ‘L’Italiano’ di Longanesi. Autobiografie di popolani veneti, “Terra d’Este”, a. V (1995) n. 10 , pp. 7-22. 14 Cesare Caravaglios, Disco e fonofilm a servizio della ricerca folklorica, “Rendiconti”, s. II, vol. LXVII (1934), fasc. XI-XV, pp. 599-60 8. 15 Come Romano Bilenchi (che nel 1946 pubblica in “Società” le testimonianze su La strage di Civitella ora in Id., Cronache degli anni neri, Rom a, Editori Riuniti, 1984) o Silvio Micheli (autore di una ricostruzione delle battaglie della Resistenza basata esclusivamente su fonti orali, cui fa precedere una lunga Nota dell’autore sul m etodo usato: Giorni di fuoco, Roma, Edizioni di Cultura sociale, 1955) o Renato Nicolai (che dalle parole di Alcide Cervi trarrà il libro I m iei sette figli, Roma, Edizioni di Cultura sociale, 1955). 16 Vedi la riedizione del saggio di de Martino Il folklore progressivo em iliano e le testimonianze su quella ricerca in “Il de Martino”, (1996), n. 5-6, pp. 91-115; Alan Lom ax, L'anno più felice della m ia vita, a cura di Goffredo Plastino, Milano, Il Saggiatore, 20 0 8.
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Secondo incontro. Con Pietro Gabrielli, pollivendolo di Roncade Nel corso di un seminario sugli antifascisti di seconda e terza fila uno studente si era incaricato di studiare la figura di Pietro Gabrielli attraverso le carte che di lui erano conservate all’Archivio centrale dello Stato 17. Gabrielli era un venditore ambulante, nato e vissuto in un paesone della bassa pianura trevigiana, ed era stato processato per attività sovversiva dal Tribunale speciale per la difesa dello Stato. Chi ne cercò le tracce nelle carte di polizia si attendeva di trovare un piccolo eroe dell’antifascism o. Invece, leggendo i rapporti dei carabinieri e il fascicolo giudiziario, lo studente scopre che il suo personaggio è un ubriacone, uno scansafatiche, un padre violento, e anche un codardo, condannato durante la Prim a guerra m ondiale per insubordinazione dopo aver rifiutato di eseguire un ordine di un superiore di fronte al nem ico. Ma quando il giovane apprendista storico – vincendo una certa ripulsione per il personaggio – va a bussare alla porta di casa del figlio, orm ai vecchio, fa una scoperta ancora diversa: Pietro Gabrielli era un padre esem plare, coraggioso, eticam ente irreprensibile, e durante la Grande Guerra l’aveva dimostrato, assum endosi la responsabilità di disobbedire agli ordini pur di non m andare i suoi soldati in un assalto disperato e insensato. Il vecchio signore gli fa anche vedere un articolo di uno storico di Ca’ Foscari, pubblicato pochi anni prim a sul “Gazzettino”, dove si cita proprio quella battaglia insensata e disperata. Gabrielli aveva pagato di persona e da allora la vita gli era stata resa difficile: m alvisto dalle autorità, ribelle per istinto, aveva trovato nel vino la sua verità e il suo conforto. La storia orale non solo fa vedere cose che le fonti scritte non conservano. Ma ha anche allargato il cam po di ciò che è storiografabile: le classi subalterne – la guerra dei contadini, degli operai e dei pollivendoli – la vita quotidiana, la soggettività, la mem oria. La ricerca intorno a Pietro Gabrielli, m ettendo a confronto fonti diverse, scritte e orali, dim ostra che gli stessi fatti possono assum ere significati diversi a seconda di come vengono interpretati. Non solo. Di un episodio di guerra esistono m em orie divergenti che scorrono in luoghi diversi: all’Archivio centrale dello Stato e a Roncade, nella sfera pubblica e nazionale e in quella fam iliare e locale18 . Una fonte orale può rovesciare il significato delle fonti scritte, anche laddove non si discosta dai singoli fatti, m a solo li interpreta, li spiega, li racconta in un’ottica diversa e opposta. È quella che si chiam a soggettività. 17 Andrea Franco, ‘È ora di finirla. Abbasso i preti, abbasso i fascisti, a m orte Mussolini’: storia di Piero Gabrielli, in Alessandro Casellato (a cura di), L’anarchico di Mel e altre storie. Vite di ‘sovversivi’ processati dal Tribunale speciale per la difesa dello Stato, Treviso, Istresco, 20 0 3, pp. 37-46. 18 Gabriella Gribaudi, Seconda guerra m ondiale, storia locale e storia nazionale, in Istituto rom ano per la storia d’Italia dal fascismo alla Resistenza, Centri e periferie. Italia 1931-1961, Milano, Angeli, 20 0 7, pp. 77-90 .
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La scoperta che esistono vissuti, significati, m em orie, interpretazioni anche collettive e politiche diverse di un grande evento fondativo come la Prim a guerra m ondiale è un risultato innanzi tutto della storia orale. La storiografia tradizionale è arrivata dopo. È l’esperienza del Nuovo canzoniere italiano, a partire dai prim i anni ’60 – quindi ben prim a degli studi di Mario Isnenghi su I vinti di Caporetto e di Enzo Forcella e Alberto Monticone sui soldati condannati al Plotone di esecuzione19 – che rivela l’esistenza di una contromem oria della Grande Guerra, ovvero di un repertorio di canzoni popolari che attribuiscono un significato diverso al conflitto 20 . C’è un episodio piuttosto noto – e spesso ricordato dalla tribù degli oralisti – che segna l’em ergere in pubblico di questa contronarrazione. Il 21 giugno 1964, al Festival dei due Mondi di Spoleto, va in scena lo spettacolo Bella Ciao. Durante l’esecuzione di uno dei canti canonici del repertorio tradizionale grande guerresco, peraltro m ai entrato in canzonieri ufficiali o fogli volanti, Michele L. Straniero introduce una strofa che non figurava nella versione del canto sul copione dello spettacolo, da lui appresa nelle osterie 21. La canzone è Gorizia tu sei m aledetta, la strofa ritrovata: “Traditori signori ufficiali/ che la guerra l'avete voluta/ scannatori di carne venduta/ e rovina della gioventù”. Scoppia subito la polem ica. Le contesse in platea si agitano e gridano: “Buffoni, buffoni” e “Viva gli ufficiali!”. Giorgio Bocca dal suo palco grida: “Vai fuori, caram pana”. E quella, di rim ando: “Sta’ zitto, paesano”. A questo punto Gianni Bosio si alza in piedi e solennemente dice alla contessa: “Questa è la storia, signora”22 . Si è aperto un conflitto su che cos’è la storia, su quali siano i suoi confini, su chi sia legittim ato a dichiararsene protagonista e interprete. Terzo incontro. Con ‘Mauthausen’, folle di guerra Due anni dopo, nel 1966, Nuto Revelli pubblica La strada del Davai e fa parlare i soldati sem plici. Cam bia lo scenario – siam o nella Seconda guerra m ondiale, sul fronte orientale – ma è ancora ‘scandalo’: perché la critica non sa in che genere collocare un libro che tratta del passato m a non rientra nei canoni della ‘storiografia’; perché in quelle pagine viene detto in pubblico – viene pubblicato 19 Mario Isnenghi, I vinti di Caporetto nella letteratura di guerra, Venezia, Marsilio, 1967; Enzo Forcella, Alberto Monticone, Plotone di esecuzione. I processi della Prim a guerra m ondiale, Bari, Laterza, 1968. 20 Vedi Mario Isnenghi, Am arcord Venezia ’60 , “Venetica”, XX (20 0 6), n. 14, p. 155 e Em ilio Franzina, Le canzoni di Mario, in L’intellettuale m ilitante. Scritti per Mario Isnenghi, Portogruaro, Nuova Dim ensione, 20 0 8, pp. 321-346. 21 Canti di protesta, a cura di Michele L. Straniero e Sergio Liberovici, “Il Contem poraneo”, a. IV (1961), n. 37, pp. 152-164. 22 Cesare Bermani, Una storia cantata. 1962-1997. Trentacinque anni di attività del Nuovo canzoniere italiano, Sesto fiorentino-Milano, Istituto Ernesto de Martino-J aca Book, 1997, pp. 68-69; Paolo De Simonis, Fissazioni. Tem pi e m etodi nell’accogliere e conservare voci e im m agini di Toscana, in Alessandro Andreini, Piero Clemente, I custodi delle voci. Archivi orali in Toscana: prim o censim ento, Firenze, Centro stam pa Regione Toscana 20 0 7, p. 330 .
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– quello che prim a si taceva o si sussurrava; perché il linguaggio è senza fronzoli e le parole sem brano stare in presa diretta con le cose; e poi perché entra in scena il corpo: corpo sofferente, torturato, in pose m olto poco eroiche 23 . I testim oni di Revelli parlano della guerra senza declam are. L’effetto è straniante per la cultura del tem po. Anche nel suo caso fu un incontro a innescare la ricerca, a rivelargli l’esistenza di una m em oria som m ersa: Fu ‘Mauthausen’ – un povero folle che incontrai per caso – a rim escolare il m io groviglio di risentim enti, rabbie represse, m editazioni velleitarie, delusione, sconfitte. ‘Mauthausen’, nel raccontarm i la sua guerra, m i parlava con un linguaggio vero, intatto, non logorato dal tem po. I suoi ricordi di guerra erano i m iei ricordi di guerra. Ma m eno ‘filtrati’, m eno rielaborati, più scarni, più autentici. Era un folle ‘Mauthausen’, era uno dei tanti relitti di guerra solo apparentem ente ‘in congedo’. Ma la guerra è pazzia, e ogni im precazione, ogni grido di ‘Mauthausen’, era una verità sacrosanta. Mantre ‘Mauthausen’ im precava io rivivevo le m ie notti all’addiaccio, io ritrovavo i quaranta gradi sotto zero, la follia collettiva, i colonnelli che piangevano, il grido ossessionante “spara.. spara”, i feriti abbandonati, la cancrena, la neve, tanta neve e tanti m orti… Era l’intera pagina della ritirata di Russia che riaffiorava dalle m ie ferite mal rim arginate. Ascoltando ‘Mauthausen’ avvertivo che la guerra era rim asta nel m io sangue com e un cancro, avvertivo che avevo un pesante debito da pagare.24
Le interviste – che Revelli ancora non registra, m a raccoglie scrupolosam ente dalla viva voce “come se [fossero] tanti testam enti”25 – dim ostrano la durata dell’evento nel ricordo dei protagonisti e dei loro fam iliari, introducendo il tem a della m em oria. E poi rivelano che i testim oni sono fonti vive, ancora sgorganti: essi riflettono, elaborano e parlano non solo dei ‘fatti’, m a anche della propria esperienza in guerra, di com e essi avevano vissuto quei ‘fatti’. Contrappongono esplicitam ente la loro esperienza di guerra a quella degli ufficiali, li criticano fortemente, denunciano in alcuni casi la stupidità e l’imm oralità delle classi dirigenti, non si ritrovano nelle cose scritte nei libri stam pati. Qui siam o vicini al tem a centrale del nostro convegno: le culture di guerra. E vi ci avviciniam o dalla parte che qualcuno ha detto essere il ‘problem a enorm e’ di questi studi sulle pratiche discorsive e i linguaggi colti, ovvero la loro ricezione. Le rappresentazioni egemoni, le m esse in scena del potere non esauriscono i significati di un evento. Dietro di esse – letteralm ente: dietro le quinte o fuori scena – ci sono infatti dei “verbali segreti”26 che orientano le pratiche diffuse e che lo storico ha il com pito di scovare e tener da conto, se non vuol prendere delle cantonate. 23 Luisa Passerini, La m em oria orale: l'opera di Nuto Revelli e la sua ricezione, in N uto Revelli. Percorsi di m em oria, a cura di Michele Calandri e Mario Corsero, “Il Presente e la Storia”, 1999, n. 55, p. 30 . 24 Nuto Revelli, La strada del davai, Torino, Einaudi, 1966 (traggo la citazione da un’edizione del 20 0 4, p. VIII). 25 Ivi, p. IX. 26 J am es C. Scott, Il dom inio e l’arte della resistenza. I ‘verbali segreti’ dietro la storia ufficiale, Milano, Eleuthera, 20 0 6.
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Un film americano ha dato un saggio straordinariam ente efficace di com e una ricerca che prende le m osse da una m em oria fam iliare dissonante possa ‘bucare’ un m ito e restituire tutta la com plessità di un evento. Flags of our fathers (20 0 6) di Clint Eastwood racconta la ricerca che il figlio di un eroe nazionale conduce su suo padre e sull’episodio che lo rese fam oso 27. Si parte da una celebre fotografia di guerra: un gruppo di soldati sta issando la bandiera am ericana sopra un’isola del Pacifico; siam o a Iwo J im a, nei prim i m esi del 1945, gli ultimi della Seconda guerra m ondiale. Un iconologo potrebbe analizzare quell’im m agine com e un condensato di m essaggi che veicolano ben precisi m odelli di virilità, di eroism o, di patriottismo, di spirito di corpo. Siamo in piena ‘cultura di guerra’. E in effetti la fotografia fu un riuscitissim o lancio pubblicitario per il prestito nazionale necessario a sostenere lo sforzo bellico. Venne riprodotta in m ilioni di esem plari e diffusa attraverso tutti i media; ne furono tratti degli spettacoli e persino un m onum ento: quei sei m arines a Iwo J im a – i tre che poi erano m orti e i tre sopravvissuti – divennero delle celebrità, personificazione di tutto un esercito, avanguardia di un popolo in guerra. Nel corso del film scoprirem o che non era una foto falsa (non era cioè un fotom ontaggio), m a assolutizzava un episodio di una storia m olto più com plicata e torm entata; era in pratica un fotogramm a di un film che non finiva lì: non era quella la prim a bandiera a essere stata issata a Iwo J im a, e neppure l’ultim a; la battaglia sarebbe continuata per altri giorni, e coloro che erano nella foto non erano le avanguardie, i soldati delle prime linee. I m arines più coraggiosi erano m orti, sem plicem ente perché per sopravvivere in guerra bisogna avere una certa dose di fortuna, m a anche di codardia. Il film m ette una accanto all’altra – non una contro l’altra – la verità del m ito veicolato attraverso la propaganda e quella invece raccontata attraverso gli occhi di chi c’era. Laddove il m ito non è un ‘falso’, m a attinge a un diverso livello di verità: sem plifica, condensa, rende coerente ed esem plare un episodio del passato. Non ci dice in realtà m olto degli eventi cui allude, di com e siano davvero andate le cose; m a ne cava il sugo, l’insegnam ento, la m orale. Non ha che fare tanto con il passato, quanto con il presente e il futuro: esprim e non ciò che un gruppo è stato, m a che cosa è e soprattutto cosa vuole essere. Ed esso stesso – il m ito – ha una propria storia, assai concreta e produttiva di ‘fatti’, tanto che ci fu chi disse che quello scatto aveva fatto vincere la guerra contro il Giappone. Ma esso non può esaurire il racconto di Iwo J im a, né tanto m eno interpretare lo spirito di chi vi com batté, neppure di coloro che vi furono im m ortalati. Per attingere a questo livello servono di più i racconti fam iliari, il detto e il taciuto in un rapporto tra padre e figlio, la ricerca di fonti ‘basse’28 . Le ricerche di storia orale hanno colto e indagato proprio i dislivelli, le faglie, le tensioni, i conflitti – ma anche le continuità, le trasmissioni e gli innesti, natu27 Il film è tratto dal libro om onim o di J ames Bradley e Ron Powers (New York, Bantam , 20 0 0 ; trad. it. Milano, Rizzoli, 20 0 6). 28 Clint Eastwood girerà un secondo film sulla battaglia, vista però dalla parte dei soldati giapponesi: questa volta saranno altre fonti ‘basse’ – le Lettere da Iw o Jim a (20 0 6) – a m ettere in crisi la rappresentazione della ‘cultura di guerra’ nipponica.
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ralm ente – tra le culture com presenti in uno stesso paese, in relazione alla guerra e alle guerre. Pensiamo ai nodi affrontati dagli studi sulla Seconda guerra m ondiale (giacché quelli sulla Prim a si sono orientati piuttosto verso l’analisi dei testi di scrittura popolare, essendo fisiologicamente sem pre più com plicato – ma non im possibile – trovare ‘fonti orali’, cioè testimoni diretti ancora in vita) 29 : la dialettica tra Paese/ paesi, tra dim ensione statuale e com unità locali, tra città e cam pagna, tra pianura e m ontagna, tra studenti, contadini e operai; la diversa esperienza di Liberazione, se vissuta in Sicilia dello sbarco ‘alleato’, o nel basso Lazio degli stupri, o nelle città del nord dell’insurrezione partigiana e della resa dei conti con i fascisti; ma anche i tratti di continuità e di contiguità – quanto m eno generazionale – tra la ‘cultura di guerra’ fascista e quella della Resistenza (che si può riscontrare nei nom i dei singoli partigiani, nei nom i delle loro form azioni, nei repertori m usicali, nel lessico politico, nei m odelli di virilità, nell’idea stessa di violenza com e levatrice della storia) 30 . Per fare storia culturale delle guerre – com e questo gruppo di ricerca am bisce a fare – non ci si può lim itare allo studio delle narrative nazionali e delle mem orie pubbliche, m agari ipotizzando valori e codici culturali popolari senza affrontare lo studio delle fonti che diano la possibilità di accedere a questi livelli31. Lo specifico della storia orale all’interno della ‘svolta culturalista’ – alla quale m olti ‘oralisti’ italiani hanno contribuito a partire dagli anni settanta, basti pensare a Luisa Passerini e Alessandro Portelli – in fin dei conti è proprio questo: essa non può prescindere da un contesto. Le narrazioni non fluttuano nell’aere, m a sono il frutto di un incontro con una persona specifica, in carne e ossa, anzi tra due per-
29 Sandro Fontana e Maurizio Pieretti (a cura di), La Grande Guerra. Operai e contadini lom bardi nel prim o conflitto m ondiale, Milano, Silvana, 1980 ; Fabio Foresti, Paola Morisi, Maria Resca (a cura di), Era com e a m ietere. Testim onianze orali e scritte di soldati sulla Grande guerra con im m agini inedite, San Giovanni in Persiceto, 1982; Luciana Palla, Fra realtà e m ito. La Grande Guerra nelle valli ladine, Milano, Franco Angeli, 1991; Cam illo Pavan, Caporetto. Storia, testim onianze, itinerari, Treviso, Camillo Pavan Editore, 1997; Id., In fuga dai tedeschi. L’invasione del 1917 nel racconto dei testim oni, Treviso, Cam illo Pavan Editore, 20 0 4. 30 Cito a titolo di esem pio: Silvio Guarnieri, Storia m inore, Verona, Bertani, 1986; Cesare Bermani, Pagine di guerriglia. L’esperienza dei garibaldini della Valsesia (quattro volum i pubblicati tra il 1995 e il 20 0 0 dall’Istituto per la storia della Resistenza e della società contem poranea in provincia di Vercelli. Trattasi di un lavoro iniziato nel 1965, che vide la pubblicazione del prim o volume nel 1971 presso la Sapere Edizioni di Milano, m entre il seguito rimase inedito. Il lavoro è stato poi rivisitato integralm ente per la nuova edizione); Manlio Calegari, Com unisti e partigiani. Genova 1942-1945, Milano, Selene, 20 0 1; Sarah Morgan, Rappresaglie dopo la Resistenza. L'eccidio di Schio tra guerra civile e guerra fredda, Milano, Bruno Mondadori, 20 0 2; Tom maso Baris, Tra due fuochi. Esperienza e m em oria della guerra lungo la linea Gustav, Rom a-Bari, Laterza, 20 0 3; Gabriella Gribaudi (a cura di), Terra bruciata. Le stragi naziste sul fronte m eridionale. Per un atlante delle stragi naziste in Italia, Napoli, L’ancora del Mediterraneo, 20 0 3. 31 Riprendo qui una valutazione di Gabriella Gribaudi tratta da Storia culturale e storia orale: im pressioni da un convegno recente, “Storia orale. Notiziario AISO” (20 0 9) n. 8.
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sone, ognuna portatrice di una propria biografia e collocata in una serie di rapporti sociali dai quali non si può prescindere nel lavoro interpretativo 32 . Anche i testi orali più formalizzati non possono prescindere da questo vincolo socialmente determ inato 33 . Una canzone non viene m ai cantata per due volte allo stesso m odo. In ogni esecuzione ricorrono la stessa m usica, le stesse form ule e gli stessi tem i, m a il tutto è cucito assiem e in m odo diverso a ogni nuova recita, a seconda della reazione del pubblico, dell’um ore dell’interprete, della occasione, del contesto. Lo abbiam o visto con Gorizia tu sei m aledetta. Ma quante sono state – ad esempio – le varianti e le interpretazioni possibili di un altro canto celebre che attraversa entrambe le guerre m ondiali, partendo da una canzone popolare d’am ore e di addio che le precede entrambe (Sul ponte di Bassano/ noi ci darem la m ano/ noi ci darem la m ano/ ed un bacin d’am or), caricandosi di un nuovo significato durante la Grande Guerra (Sul ponte di Bassano/ bandiera nera/ è il lutto degli Alpini/ che va’ alla guerra), riem ergendo vent’anni dopo durante la cam pagna di Grecia (Sul ponte di Perati/ bandiera nera/ l’è il lutto della Julia/ che va alla guerra), per poi biforcarsi durante la guerra civile in un canto partigiano (il più noto è Pietà l’è m orta, riadattato da Nuto Revelli: Lassù sulle m ontagne/ bandiera nera/ è m orto un partigiano/ nel far la guerra, m a ce ne sono altri, com e quello della brigata Maiella: Sul ponte fium e Sangro/ bandiera nera/ è il lutto della Maiella/ che va alla guerra) e in uno repubblichino (Sul fronte di Nettuno/ bandiera nera/ è il lutto del San Marco/ che fa la guerra) 34 ? E chi lo volesse ascoltare nell’interpretazione dei Modena City Ram blers troverebbe cose ancora diverse. Quarto incontro. Con Maria Occhipinti, donna di Ragusa Me la vedo di fronte del tutto inattesa, uscita da una videocassetta dove avrebbe dovuto esserci tutt’altro. Maria Occhipinti, intervistata da Enzo Forcella 35, buca lo scherm o: com incia a raccontare il suo 25 aprile 1945, da com unista internata a Ustica. Mi coglie un senso di spaesamento. Dopo un po’ capisco che era stata spedita al confino dalla nuova Italia liberata e antifascista perché pochi m esi prim a, a Ragusa, aveva partecipato a una rivolta popolare per im pedire il 32 Alessandro Portelli, L’intervista di storia orale e le sue rappresentazioni in Id., Storie orali. Racconto, im m aginazione, dialogo, Rom a, Donzelli, 20 0 8. 33 Walter J . On g, Oralità e scrittura. Le tecn ologie della parola, Bologna, Il Mulin o, 198 6, p. 92. 34 Glauco Sanga, Le radici lunghe dei canti di guerra, in Mario Isnenghi, Giulia Albanese (a cura di),Gli Italiani in guerra. Conflitti, identità, m em orie dal Risorgim ento ai nostri giorni, vol. IV – t. II, Torino, UTET, 20 0 8, pp. 269-271; vedi anche i siti web http:/ / www.prato.linux. it/ ~lm asetti/ antiwarsongs e http:/ / it.wikisource.org/ wiki/ Sul_ fronte_ di_ Nettuno. 35 Per il programm a della Rai ‘Stasera’, n. 58, Gli esclusi, andato in onda il 24 aprile 1975. L’anno seguente Forcella avrebbe scritto una lunga introduzione (Un altro dopoguerra) alla seconda edizione della memoria di Maria Occhipinti, Una donna di Ragusa, Milano, Feltrinelli, 1976.
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richiam o alle arm i di 11 classi di uom ini. Si era m essa col suo corpo di giovane donna, incinta di cinque mesi, davanti ai cam ion dei carabinieri. “Ho detto no!”, scandisce. “Ho visto i profughi di Cassino venire qui com e m endicanti. Ho detto no! Questa volta farò di tutto per im pedire la partenza e questo nuovo richiam o alle armi”. La rivolta dei “Non si parte” era dilagata in tutta la Sicilia e in gran parte del centro-sud; i renitenti erano stati decine di m igliaia, il movim ento aveva assunto carattere di m assa, per difendersi i rivoltosi si erano arm ati e organizzati: era più o m eno l’equivalente di quel che stava avvenendo al di là del fronte, nell’Italia ancora occupata dai tedeschi dove proprio il rifiuto dei bandi di leva della Rsi stava alim entando la Resistenza. In zone diverse d’Italia, gli stessi sentim enti e com portam enti spontanei di ripudio della guerra assum evano significati politici opposti. Maria era una comunista, m a si trovava in disaccordo con le posizioni dei dirigenti del partito, che stavano a Roma: Loro non sapevano le condizioni della Sicilia, lo stato psicologico del nostro popolo. Com e potevo io, per esem pio, che quindici giorni prim a avevo parlato in una casa di una m ia parente, che avevo fatto una specie di riunione fem m inile, e il m io prim o discorso è stato sulla frase cosa rappresentava per noi il com unism o: il com unism o rappresentava pace e libertà. Le donne del m io quartiere si sono iscritte alla [sede] femm inile com unista proprio perché il com unism o rappresentava pace e libertà. Io avevo parlato contro la m onarchia, cosa la m onarchia aveva fatto, gli errori e i voltafaccia che avevano portato al disastro, avevano fatto m assacrare i nostri figli senza una ragione.
La resistenza di cui parla Maria Occhipinti è stata repressa, e poi rim ossa dal racconto pubblico. Ci vollero gli anni settanta e la curiosità di Enzo Forcella, e poi di Nicola Gallerano e di qualche altro 36 , per riportarla a luce. Succede spesso così. A volte basta prestare orecchio ai discorsi altrui – specie a quelli non egem oni – per scoprire pagine di storia strappate e dim enticate. Alcuni anni fa Gabriella Gribaudi stava cercando la m em oria dei cam pi di internamento fascisti in Cam pania. Ma nessuno nei paesi sembrava ricordare con nettezza il Lager che aveva avuto sotto casa. Per tutti, il ricordo della guerra era associato solo ai grandi bombardamenti che avevano provocato centinaia di morti. Allora m i ero detta: che pretendiam o dalla gente? La m em oria della guerra per loro è questa. Anche la loro è stata una ‘persecuzione’, noi andiam o invece a chiedere altro, passiam o sopra la loro storia, non accogliam o la loro sofferenza. Dom andiam o a dei testim oni che hanno visto i loro cari uccisi, la loro cittadina con le case, le chiese, i m onum enti sim bolici più im portanti distrutti, se si ricordano del cam po di internam ento. Al testim one che ci dice – ho visto le morti, ho avuto m orti – noi proponiam o altre questioni. E ovviam ente darem o spiegazioni sbagliate alle dinam iche della m em oria e dell’oblio. Sono queste le occasioni in cui ho com inciato a porm i delle dom ande e ad avere dubbi37.
36 Cfr. Nicola Gallerano (a cura di), L’altro dopoguerra. Rom a e il sud 1943-1945, Milano, Franco Angeli, 1985. 37 Gabriella Gribaudi, Guerra totale. Tra bom be alleate e violenze naziste. Napoli e il fronte m eridionale 1940 -44, Torino, Bollati Boringhieri, 20 0 5, p. 27.
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Sono le stesse dom ande e gli stessi dubbi che tanti altri hanno incontrato nel m om ento in cui la ricerca sul cam po ha rivelato l’inadeguatezza degli schem i e delle priorità della storiografia rispetto all’esperienza di guerra. E non solo per i soldati, ma anche – e sempre più spesso – per le popolazioni civili. Da questo punto di vista la storia delle donne è stata un apripista; ha individuato nuovi soggetti e nuovi punti di vista da cui guardare all’evento bellico. L’antesignano di questo cambio di paradigm a è stato un rom anzo, La Storia di Elsa Morante 38 , che raccontava la Seconda guerra mondiale dando la parola innanzi tutto a donne, vecchi, bambini, fuggiaschi, m arginali: vittime della guerra, in fuga dalla storia. Da allora quelli che venivano percepiti com e punti di vista ‘periferici’ si sono via via afferm ati non solo com e com plem entari accanto ad altri – cioè non solo allargando il cam po della storiografia – m a hanno contribuito sempre più in m aniera decisiva a rim ettere in discussione il significato e l’interpretazione com plessiva degli eventi. Gli studi di storia orale condotti dalle storiche sulla Seconda guerra m ondiale sono straordinariam ente rivelatori di questa parabola. Le fonti orali sono state il grim aldello per accedere a questo giacim ento di significati e di linguaggi che a lungo erano rim asti inespressi. Dalla scoperta e valorizzazione di uno specifico fem m inile nella Resistenza 39 si è passati alla rivendicazione di uno sguardo di genere sull’esperienza di guerra 40 , fino ad allargarsi a tutti quei soggetti ‘deboli’ (le donne appunto, m a anche i civili, i renitenti, la cosiddetta zona grigia) che non sono arm ati m a non sono passivi, che anzi sono diversam ente attivi, perché cercano la mediazione e non lo scontro, che scappano e si mettono in salvo, che nascondono e proteggono, che disobbediscono e irridono all’autorità, che usano la furbizia e l’ironia per scansare l’im patto con la politica e con la guerra che ne è figlia 41. È proprio questa Italia m orbida, debole m a avvolgente, “fem m inile” – scrive Gabriella Gribaudi nel suo libro Guerra totale – che trova spazio dopo l’8 settembre 1943. “La patria che naufraga nel settembre 1943 è la ‘patria in arm i’”42 . Esiste un’altra patria che em erge. Una patria sem pre più piccola, che per i più coincide con il paese, il quartiere, il vicolo, la fam iglia, la propria roba, la propria pelle. Le istanze della ‘storia sociale’ virate al fem m inile si propongono orm ai direttam ente come vera ‘storia politica’, rivendicando un’idea più ampia e non solo istituzionale di politica. La ‘patria disarm ata’ em ersa l’8 settem bre allo sfaldarsi delle istituzioni prefigura un m odello alternativo di identità nazionale: debole, Torino, Einaudi, 1974. Anna Maria Bruzzone, Rachele Farina, La Resistenza taciuta, Milano, La Pietra, 1976; Bianca Guidetti Serra, Com pagne. Testim onianze di partecipazione politica fem m inile, Torino, Einaudi, 1977; Donne e Resistenza in Em ilia Rom agna, Milano, Vangelista, 1978, 2 voll. 40 Anna Bravo (a cura di), Donne e uom ini nelle guerre m ondiali, Rom a-Bari, Laterza, 1991; Anna Bravo, Anna Maria Bruzzone, In guerra senza arm i. Storie di donne, 1940 -1945, Rom aBari, Laterza, 1995. 41 G. Gribaudi, Guerra totale. 42 Ead., Le voci dissonanti della retorica nazionale e lo stereotipo dell’identità italiana, “Genesis”, a. I (20 0 2), n. 1, p. 234. 38 39
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protettiva, non conflittuale, non politica, e anzi vittim a della politica intesa come coacervo di Stato e ideologie. Un’Italia che assom iglia tanto allo stereotipo da cui questo convegno era partito: l’im m agine della nazione “fem m ina e im belle” contro cui si erano battuti gli uom ini del Risorgim ento. Il punto di vista largam ente inteso com e ‘fem m inile’ nasce, dunque, come ‘controstoria’, opposta, antagonistica e com plementare alla ‘storia ufficiale’; m a alla fine finisce per avere una notevole forza egemonica, che lo porta a occupare il centro del cam po storiografico. “La nostra sensibilità si è cioè, per così dire, fem m inilizzata”43 , ha scritto Giovanni Contini facendo un po’ di egostoria. E com unque notiam o che è a questo punto e su questi tem i – cioè all’incrocio tra storia delle guerre e storia di genere – che in Italia la storia orale entra ufficialm ente nel cam po storiografico, accadem icamente inteso. È negli anni ’90 , infatti, che parte una serie di ricerche sulla m em oria dei m assacri nazisti che m uove da m otivazioni civili44 – il 1994 segna un som m ovim ento e un riposizionam ento della m em oria dell’antifascism o dettati dal contesto politico nazionale – m a che dopo cinque anni si struttura in un progetto di ricerca universitario, il quale è finanziato con fondi m inisteriali e produce un grande im patto anche sul discorso pubblico, oltre che sulla stessa storiografia 45. Ad avere ascolto e riconoscim ento pubblico – spesso per la prima volta – e a dirigere il coro delle testimonianze e orientare il senso degli eventi sono le vedove, le sopravvissute all’eccidio di Civitella, di Guardistallo o delle Fosse Ardeatine 46 : è la m emoria fem m inile che si afferm a, m entre i m aschi adulti sono identificati con i portatori di violenza – uom ini in armi, com unque fossero vestiti e schierati – o con le vittime. Attraverso questo tipo di studi e sensibilità di genere, la storia orale ha anticipato tem i di ricerca e nodi interpretativi di portata generale a cui con grande ritardo la storiografia si sarebbe accostata (la zona grigia; le diverse ‘resistenze’ possibili; l’esistenza delle popolazioni civili come oggetti e soggetti dei conflitti; i bombardam enti; la pluralità e la conflittualità delle m em orie; le divergenze in 43 G. Contini, Ricordare le stragi naziste: le contadine toscane, ivi, p. 242. Vedi ora i contributi raccolti nell’Annale dell’Irsifar, Istituto romano per la storia d’Italia dal fascismo alla Resistenza, Percorsi di storia politica delle donne, Milano, Angeli, 20 0 9. 44 Convegno ‘In Memory’ del 1994 a Civitella Val di Chiana; vedi Leonardo Paggi (a cura di), Storia e m em oria di un m assacro ordinario, Rom a, Manifestolibri, 1996. 45 Si tratta del Prin Guerra ai civili. Per un atlante delle stragi naziste in Italia (coord. Paolo Pezzino – 1999). È il prim o – e ancora unico – progetto di ricerca che tematizza a livello di ‘Obiettivo della Ricerca’ la raccolta sistematica di testim onianze orali: “Il progetto si propone di censire, catalogare e analizzare le stragi di popolazione civile com messe dall'esercito tedesco e da reparti della Repubblica Sociale Italiana in alcune significative regioni italiane, utilizzando un docum entazione da poco resa disponibile (archivi m ilitari britannici, statunitensi e tedeschi) e la raccolta di testimonianze orali, per analizzare com piutam ente sia le m odalità dei singoli episodi, sia le politiche della m emoria costruite attorno a essi”. 46 Giovanni Contini, La m em oria divisa, Milano, Rizzoli, 1997; Paolo Pezzino, Anatom ia di un m assacro. Controversia sopra una strage tedesca, Bologna, Il Mulino, 1997; Alessandro Portelli, L’ordine è già stato eseguito. Rom a, le Fosse Ardeatine, la m em oria, Rom a, Donzelli, 1999.
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particolare tra ricordo individuale, m emoria locale e rappresentazione pubblica) a tal punto che oggi è francamente improponibile studiare la storia delle guerre del Novecento ignorando i contributi, gli approcci, i tem i della storia orale. Ultim o incontro. Con Enric Marco, il bugiardo che dice la verità Un m ilitante antifranchista spagnolo nel 1978 rilascia un’intervista a un giornale dichiarando di essere stato arrestato dai nazisti e deportato in Lager; poi scrive un libro, che si intitola Mem orie dell’inferno; così diventa un personaggio pubblico; tiene conferenze in tutta la Spagna; ha riconoscim enti ufficiali; diventa presidente dell’Associazione dei deportati a Mauthausen. Fino a quando, nel 20 0 5, qualcuno non va a controllare sui docum enti e scopre che è un im postore. Ma è un im postore che ha sem pre detto la verità: non la sua verità, m a quella che ha ascoltato dai veri sopravvissuti ai Lager. Ha recitato una parte con il m assim o di immedesim azione e di dedizione alla causa: i prim i a riconoscerglielo sono stati i dirigenti dell’associazione degli ex deportati: grazie a lui la mem oria della deportazione è stata divulgata in tutto il paese, ha trovato un volto e un corpo disponibili a farsene strum enti assai persuasivi47. Indubbiam ente il crescere della storia orale ha accompagnato il rovesciamento storiografico che presiede all’affermarsi della cosiddetta ‘era del testim one’. Quanto più le ragioni politiche delle guerre del Novecento sono state sentite com e opache e irrim ediabilm ente lontane, tanto più le storie in prim a persona hanno offerto delle narrazioni sostitutive, in grado di com unicare e produrre ‘senso’. O alm eno di produrre em ozioni. Al lim ite, entrando in conflitto con la verità. “Il testim one si rivolge al cuore, e non alla ragione”, scrive Annette Wieviorka: “Suscita com passione, pietà, indignazione e talvolta persino un senso di rivolta. Il testim one stipula un ‘patto di com passione’ con colui che l’ascolta”48 . Lo sguardo che prim a era rivolto agli eroi ora viene rivolto alle vittim e, e accom pagna l’emergere di una nuova coscienza storica che vede nel XX secolo il tem po della violenza. Nel novembre del 20 0 8 ho passato un paio di giorni all’Im perial War Museum (IWM) di Londra. Ho potuto fare il confronto tra due allestim enti: quello perm anente – obsoleto, oggettivista, referenziale – im postato negli anni ’50 e dedicato a illustrare i conflitti m ilitari che hanno coinvolto la Gran Bretagna e il Com m onwealth a partire dal 1914, e quello com unicativamente aggiornato e coinvolgente intitolato In Mem oriam , realizzato espressam ente per il 90 ° anniversario della fine della Grande Guerra (20 0 8), che si apre con il racconto degli ultim i quattro reduci ancora in vita – vecchissim i, naturalm ente – e si dipana attraverso incontri con individui, i loro oggetti, le loro storie: soldati di entrambe le 47 48
Claudio Magris, Il bugiardo che dice la verità, “Il Corriere della Sera”, 21 gennaio 20 0 7. Annette Wieviorka, L’era del testim one, Milano, Cortina, 1999, p. 153.
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parti in conflitto, senza distinzione, accom unati dall’essere rappresentati attraverso oggetti intim i, facendoli quindi sentire prossimi al visitatore. Non parlano con la loro voce, m a sono caldi come se fossero presenti. “Salvare l’individuo dalla m assa: l’intim ità com e concetto centrale della storia orale”: così è stato scritto a proposito della raccolta di testim onianze della Shoah 49 . All’interno dell’Im perial War Museum l’anello di congiunzione tra le due m odalità espositive – tra la storia scritta in terza persona e l’esperienza narrata in prim a persona – è proprio l’esposizione dedicata alla Shoah. Si tratta di un allestim ento perm anente, m a realizzato negli anni ’90 (fu inaugurato nel 20 0 0 ) secondo modalità diverse rispetto a quello generalista prim a descritto. Infatti il m aggior spazio è riservato alla testim onianze orali di sopravvissuti ai cam pi, videoregistrate e riproposte in m olti scherm i. È su di esse – più che sui pannelli e sui plastici – che si concentra l’attenzione dei visitatori50 . L’Im perial War Museum è una m etonim ia – parte per il tutto – della storiografia degli ultim i decenni: nell’uno e nell’altra, nella piccola com e nella grande scala, il consolidarsi della m em oria della Shoah è stato decisivo, perché ha fornito una sorta di paradigm a. La svolta è databile a metà degli anni ’80 , quando l’Im perial War Museum ha com inciato a presentare i propri allestim enti ai visitatori non com e un’illustrazione delle operazioni militari, m a com e “una parte della vostra storia fam iliare”. È stata una rivoluzione copernicana, che ha m esso in discussione la stessa idea di Storia: quale storia vale la pena di studiare? quella fatta dagli attori consapevoli o da chi si trova dentro gli eventi suo m algrado, e ne è travolto? quella dei m ilitari o dei civili? quella di chi bombarda o di chi è bombardato? E, soprattutto, com e raccontare quella storia? in prim a o in terza persona? con la scrittura o con volti e voci narranti? com e una vicenda di eserciti e di stati oppure di individui e di fam iglie? di strategie o di sentimenti? E infine, quando finisce una guerra – negli effetti che produce innanzi tutto in chi l’ha vissuta, poi negli echi che investono a cerchi concentrici le comunità, le famiglie coinvolte e persino i discendenti, eredi del ‘traum a’, portatori di identità difficili
49 Nathan Beyrak, To rescue the individual out of the m ass num ber: intim acy as a central concept in oral history , in Ces visages qui nous parlent, atti dell’incontro audiovisivo internazionale sulle testim onianze dei sopravvissuti ai cam pi di concentram ento e di sterm inio nazisti, a cura di Maurice Cling e Yannis Thanassekos, Bruxelles-Paris, Fondation Auschwitz e Fondation pour la m ém oire de la déportation, 1995, p. 137, cit. in A. Wieviorka, L’era del testim one, p. 151. 50 A partire dagli anni ’70 i ricercatori del museo hanno registrato e continuano a registrare le m emorie di uom ini e donne, m ilitari e civili, riguardo alla loro esperienza nei conflitti. Oggi l’IWM contiene un archivio sonoro tra i maggiori al mondo (56.0 0 0 ore di registrazioni audio; 10 .0 0 0 di videoregistrazioni), con interviste che spaziano dalla Guerra anglo-boera del 1899 alle guerre mondiali ai recenti conflitti come quelli delle Falklands e del Golfo: il tutto è catalogato, e il catalogo è consultabile on line (http:/ / www.iwm .org.uk/ ). Rim archevole anche la produzione editoriale, una cui serie molto popolare (Forgotten Voices) è fondata proprio sulle fonti orali.
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e m em orie non pacificate anche a distanza di generazioni – e quando può com inciarne la storia 51? L’im patto della televisione – cioè dell’’oralità secondaria’ condita con im m agini – è stato decisivo nell’afferm arsi di questo nuovo m odo di ‘sentire’ la storia. L’Im perial War Museum è stato ristrutturato sull’onda del successo di un fortunatissim o serial tv – Dad’s Arm y : una com m edia i cui protagonisti sono volontari, veterani o riform ati, im possibilitati ad andare al fronte e impegnati nella Hom e Guard – m andato in onda dalla BBC dal 1968 al 1977 in 84 episodi seguiti m ediamente da 18 milioni di spettatori. Proprio nel 1977 in Italia la Rai com incia a trasm ettere Portobello, un programm a di intrattenimento dal successo paragonabile a Dad’s Arm y : una delle rubriche più seguite era Dove sei?, nella quale ogni settim ana un reduce della Seconda guerra m ondiale raccontava la sua storia e cercava – grazie alla potenza del m ezzo televisivo – di rim ettersi in contatto con persone con cui aveva condiviso m om enti tragici e com ici, situazioni di vita e di m orte. La settim ana dopo la tivù metteva in scena l’incontro con l’am ico ritrovato, tra abbracci e lacrim e. L’esperienza di guerra diventava intrattenim ento familiare, occasione di spettacolo, pillola di emozioni offerta a tutti gli spettatori52 . Com e ha scritto David Bidussa, “nell’atto di testim onianza all’epoca della sua visualizzazione ciò che prevale è l’estetica”53 . Viene così enfatizzato un tratto che è una caratteristica distintiva delle fonti orali: il fatto di essere fonti prodotte. La fonte orale, infatti, è il frutto di una interazione, di un rapporto dialogico tra intervistato e intervistatore nel quale il ricercatore non è solo uno osservatore esterno, m a è incorporato nella fonte che produce. La storia orale attiva (o riattiva) mem orie. Ha funzione perform ativa. Un’intervista è una perform ance: non è un testo, è un tessere; è un atto più che un fatto. Proprio per questa sua natura la storia orale ha una valenza terapeutica sia per i singoli narratori che per le com unità che raccontano. Per il fatto di essere ascoltati, essi si sentono riconosciuti, e aspirano ad essere risarciti. Antonis Liakos lo ha ricordato parlando del rapporto tra storia e psicoanalisi, tra m em oria e
51 Due esem pi, uno inglese e uno italiano: il libro di J ulie Summ ers, Stranger in the house. W om en’s stories of m en returning from the Second W orld W ar, London, Sim on & Schuster, 20 0 8, (dove la guerra si rivela un evento che non ha fine; anche a distanza di sessant’anni produce effetti a catena nel vissuto e nelle memorie dei singoli e delle famiglie, com e i cerchi concentrici sollevati da un sasso che cade nell’acqua. L’ultimo capitolo è dedicato al racconto dei nipoti, che cercano la storia dei propri nonni, e che in questo modo – per capire se stessi – scoprono l’im portanza del passato nella propria vita) e il video-saggio di Daria Frezza e Clem ente Bicocchi, 60 anni. Un viaggio m olto personale all'interno di una storia collettiva, 20 0 6 (dove m adre e figlio partono alla ricerca di una storia fam iliare che li porta a raccogliere testimonianze dei civili sopravvissuti a gli eventi bellici del 1943-1944 lungo la linea Gustav). 52 Segnalo altre due m iniserie televisive pressoché coeve destinate ad avere un im patto notevole nel modo di avvicinarsi alla storia della Shoah e dello schiavismo: Holocaust (1977) e Radici (1978). 53 David Bidussa, Dopo l’ultim o testim one, Torino, Einaudi, 20 0 9, p. 20 .
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traum a. “W riting traum a (scrivere il traum a) significa acting out, m essa in scena, affioram ento, rappresentazione”54 . A livello internazionale la storia orale si declina in rapporto con le arti visive, il teatro, la danza, la pittura, la m usica. Basta andare a uno dei convegni internazionali dell’International Oral History Association per rendersene conto 55. In Italia, a loro m odo storici orali su tem i di guerra sono Ascanio Celestini, Davide Enia, Marco Paolini56 : attori, affabulatori, recuperanti di storie e m em orie altrui, che vengono rim ontate e spettacolarizzate. Non sono anche loro ‘bugiardi che dicono la verità’, come tutti gli attori? La com unicazione storica e il confronto con il passato transitano sem pre più spesso attraverso film , sceneggiati e serial televisivi, m ostre, spettacoli, ipertesti, siti internet. Anche la scrittura degli storici ne viene contagiata. Persino la storiografia – basata che sia su fonti orali o fonti d’archivio – è tentata o è costretta ad adeguarsi per essere com petitiva, rom anzandosi, m ettendo cioè a repentaglio i confini stessi della disciplina. Recentem ente Gabriele Pedullà 57 – analizzando in parallelo il libro di storia di Natalie Zem on Davis, La doppia vita di Leone l’Africano e il rom anzo di inchiesta di Roberto Saviano, Gom orra, e interrogandosi sui confini sem pre più labili tra storiografia e narrativa, tra discorso referenziale e fiction – ha m esso in luce le tendenze emergenti nelle attuali scritture della realtà: l’evidenza assoluta e la spettacolarizzazione. In tutti e due i casi si tratta di un adeguam ento dei codici letterari al realism o fotografico cui siam o assuefatti dai m ass m edia. Abituati a vedere tutto da quando c’è una telecam era a ogni angolo della strada, la realtà ci appare qualcosa di pieno e di saturo, e la sua descrizione deve per forza assom igliare a quella che la televisione o internet ce ne offrono.
E ha concluso con una domanda che credo sia rivolta a tutti noi: La realtà (passata e presente) com e pienezza; la realtà (passata e presente) com e iperbole. Dai versanti opposti, scrittori e storici hanno intrapreso un’azione congiunta per riunificare lo loro province, com e due squadre di operai che scavano da nord e da sud il m edesim o traforo. La finzionalizzazione del reale, da Natalie Zem on Davis a Roberto Saviano, è il nostro presente e i narratori sono euforici. Ma i guardiani del tem pio di Clio?
54 Antonis Liakos, Com e il passato diventa storia? L’uso m etaforico della psicanalisi, “Contem poranea”, a. XI (20 0 8), n. 2, p. 268. 55 Vedi il report di Gabriella Gribaudi sul convegno Oral History and Perform ance (Colum bia University, New York, 14-15 aprile 20 0 8), “Storia orale. Notiziario AISO”, 20 0 8, n.2. 56 Ascanio Celestini, Radio clandestina. Mem oria delle Fosse Ardeatine, Rom a, Donzelli, 20 0 5; Id., Storie di uno scem o di guerra. Rom a, 4 giugno 1944, Torino, Einaudi, 20 0 5; Id., Scem o di guerra, Torino, Einaudi, 20 0 6; Davide Enia, Maggio ’43, Rom a, Nuova Iniziativa Editoriale, 20 0 6; Marco Paolini, Il Sergente, Torino, Einaudi, 20 0 8. 57 Gabriele Pedullà, Storiografia al condizionale, “Alias”, n. 46, 22 novembre 20 0 8, pp. 1920 (suppl. al quotidiano “il m anifesto”)
GENESI DE “GLI ITALIANI IN GUERRA” Mario Isnenghi
Sobriamente, il più possibile; m a in prim a persona, per forza. E non solo perché il m io com pito oggi è ricostruire la genesi di Gli Italiani in guerra, lungo un itinerario m entale e fattuale che mi costringe a dire ‘io’. Anche per altre due m otivazioni, meno ovvie, che im m ediatamente ci fanno inoltrare sul terreno degli spiriti generali dell’opera: la prim a è che la soggettività è la cifra del nostro tem po e non può non esserlo, anche, della storiografia; la seconda è che lavoro abitualmente sul farsi e disfarsi di ciò che si può chiam are il ‘discorso pubblico’: decidendo di voler fare e dirigendo oggi – oggi e non in un altro mom ento, e così com ’è stata realizzata – quest’opera di attraversamento di duecento anni di storia italiana, non potevo, contem poraneam ente, non vederm i in azione: a raccontare uno spazio pubblico, dall’interno di questo stesso spazio pubblico, o di ciò che ne resta. Il bilancio che m i si è chiesto di tracciare in questa giornata di riflessione a lavori in corso consegue a questo fare vedendosi fare, nel groviglio di spinte e controspinte che costituisce, in generale, il tem po presente. Facendosene carico, m a quanto – diciam o così – trascendendolo? Chissà. Coi libri usciti e in uscita vorrem m o averlo fatto, e durare. Ma qui, davvero, si esce dalle intenzioni e si resta in attesa della lettura e delle reazioni altrui. Spinte esterne Opera sul conflitto, nasce dal conflitto. Rispetto ai testi, rispetto al contesto attuale. Rispetto a tutt’ e due, la sottolineatura ha rilievo. C’è un’attitudine critica em inentemente form alista che – in letteratura, m a una certa analogia può esserci per la storiografia – tende a rim andare la genesi di un’opera da testo a testo. E io so, infatti, che ci sono dei libri e degli approcci d’autore che hanno contato perché sentissi l’urgenza di quest’opera. (Peso le parole: so che dire ‘urgenza’ parrà retorico a non pochi, anche colleghi in Clio. Ma è andata così). Hanno contato per antitesi. Quanto al contesto generativo, è naturalm ente l’Italia, quella degli ultim i vent’anni, diciam o pure il dopo-’89 – eclissi di un orizzonte alternativo – e l’anti-Italia fram m entata e revisionata dalle leghe e da revanscism i vari.
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Testi di riferim ento, dunque, seppur di riferim ento conflittuale. C’è un dato di cronaca che em erge netto. Beaubourg di Parigi – 20 0 4 – viene m ostrata, appena conclusa, l’Ency clopedie de la Grande Guerre 1914-1918 1. Per facile deduzione, m i viene subito da pensare che questa nuova opera anim ata dall’alacre e influente officina che fa capo all’Historial di Péronne sarà franco-centrica, ispirata al ‘paradigm a vittim ario’ e probabilmente destinata a una pronta traduzione in italiano 2 . Cade quindi la presunzione di avere chiuso personalm ente i conti con la prim a guerra m ondiale, grazie al bilancio a due m ani con Giorgio Rochat 3 . Mettendoci insiem e – storia m ilitare e storia culturale – avevam o cercato una sintesi di decenni di studio, nostri ed altrui, ma il rilancio parigino riapre i giochi. Do per scontato che l’’universale vittim izzazione’ protagonista della storia culturale e ‘post-m oderna’ in Francia riproporrà la sua visione, facendo retrocedere il dibattito e contribuendo a riorientare gli approcci anche in Italia: con il risultato – com plice l’attitudine editoriale italiana a fare da ‘spugna’, traducendo senza preoccuparsi di essere tradotti – di m ettere in circolazione opere in cui si dà per scontato che la storia d’Italia stia com presa e sottintesa in quella della Francia, dell’Inghilterra o degli Stati Uniti. Form e di suprem azia e di grandeur che, più o m eno im m otivate o m otivate in sé, diventano suicide quando subìte a proprio danno. L’imm agine della cultura e dell’editoria italiana – spugna, perchè si aprono agli altri, è stata ripetutam ente proposta dal filosofo del pensiero debole, Gianni Vattim o, e in senso laudativo: sia pure, succhiam o idee. Basterebbe solo ricordarsi che una spugna che si rispetti riceve e dà, in uno scam bio continuato. Sappiam o però che le cose non stanno così; e che lo scam bio disuguale fra lingue e culture prescinde spesso dai testi e discende dalla forza dei contesti, cioè, in ultim a analisi, dei diversi Paesi. Un problem a d’ordine generale che da sem pre m i viene da esem plificare sul m io terreno constatando quanto c’è – cioè quanto non c’è – il fronte italiano nelle storie della prim a guerra mondiale, per non dire nella m em oria e nell’opinione pubblica, degli altri paesi, gli alleati o i nem ici di allora. Poco più che la rotta di Caporetto, si sa, e in ragione di stereotipi e schemi preordinati sull’Italiano, più che di analisi delle circostanze di quel 1917. In questo stato di riaffiorante rancore – italianissim o, m e ne rendo conto: ‘la più piccola della grandi potenze’… – torno a casa incline a replicare all’Ency clopedie con un’Enciclopedia. A questo punto scopro che i m iei abituali editori sono tutt’altro che recettivi all’idea e che, in fondo, la pensano come sin qui la pensavo io: il bilancio storico che abbiam o appena portato a term ine per la Storia d’Italia nel ventesim o secolo dell’Insmli non richiede che ci si torni già sopra e la struttura per voci e m olti au1 Stéphane Audoin-Rouzeau, J ean J acques Becker (sous la direction de), Ency clopedie de la Grande guerre 1914-1918, Paris, Bayard, 20 0 4. 2 Stéphane Audoin- Rouzeau, J ean J acques Becker (a cura di), La prim a guerra m ondiale, 2 voll., edizione italiana a cura di Antonio Gibelli, Torino, Einaudi, 20 0 7. Qualche m odifica e aggiunta è volonterosamente intesa ad acclimatare l’opera francese in Italia, con esiti che non mi inducono a cambiare le mie valutazioni. 3 Mario Isnenghi, Giorgio Rochat, La Grande Guerra 1914-1918 (20 0 0 ), Bologna, Il Mulino, 20 0 8.
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tori propria di un’enciclopedia non innova abbastanza da cambiare la situazione. Di contatto in contatto passano le settim ane e i m esi, finché un ultim o tentativo con un editore fuori del m io solito giro m i m ette di fronte a una disponibilità della casa editrice Utet 4 , specialista in grandi opere: neanch’essa attratta dall’ipotizzato volume sulla Grande Guerra; e invece apertissim a a un progetto più am pio, in diversi volum i, che convogli molti autori e m olte pagine a ripensare e illustrare le guerre degli Italiani. ‘Tutte le guerre’, s’intende quelle dell’Italia unita. Hanno in m ente Le guerre degli Italiani, il ‘vissuto’ il ‘narrato’ del m io libro del 1989 5. Prendere o lasciare. Ho preso e sono partito. Era quasi a m età del 20 0 5. Fare La prim a presa di contatto con il direttore editoriale della casa editrice torinese è dell’aprile 20 0 56 . La riporto: (…) Si tratta di un progetto di ‘Enciclopedia della Grande Guerra’ per la quale sto individuando l’editore appropriato e interessato. Non inganni il titolo: lo faccio m io dalle analoghe im prese concretizzate nel 20 0 3 in Germ ania (già ristam pata) e adesso in Francia, m a si tratta in tutt’e due i casi di un volum e unico di 1.0 0 0 pagine. Anch’io ho in m ente un grosso volum e di questo taglio, da m e ispirato e diretto, m a opera coordinata di num erosi autori, che potrebbe com prendere circa 30 0 pagine di carattere saggistico e circa 70 0 di schede su eventi, luoghi, personaggi. Ovviam ente, inform azione e interpretazione dovrebbero garantire il m assim o di aggiornam ento. L’angolatura italiana non vorrebbe però essere provinciale: non siam o Francesi! E neanche Inglesi (anche in lingua inglese so che stanno lavorando a un’opera consim ile, che m i auguro sia m eno anglo-centrica del consueto in tem a di prim a guerra m ondiale). Stim o m aggiorm ente l’im postazione del volume tedesco, meno nazionalista e più aperto e europeo (io stesso vi ho contribuito per tutta la parte italiana). L’anniversario del 1918 nel 20 0 8, posto com ’è alla giusta distanza di tre anni da ora, si presenta come una spinta e una m otivazione in più perché un editore assum a l’onere di un’opera del genere, indubbiam ente non lieve e delle cui condizioni di fattibilità parlerem o eventualmente in un secondo m om ento: ora m i pare sufficiente avanzare l’ipotesi di m assim a (…)
La proposta, com e si può vedere, è diretta e senza infingim enti, mantiene il carattere reattivo sopra descritto in rapporto al quadro internazionale dei ‘testi’, nulla invece sin qui dicendo delle spinte a m uoverm i che m i vengono dal contesto nostrano. E infatti esse in parte conseguono alla controproposta dell’unico editore che mi abbia dim ostrato interesse. Ancora una volta, come altre volte mi
4 Mi induce al contatto Simon Levis Sullam , componente del com itato scientifico che lavora ai vari volumi della Storia della Shoah, in uscita presso l’antica casa editrice torinese proprio da quell’anno 20 0 5. 5 Le guerre degli Italiani. Parole im m agini ricordi 1848-1945, uscito più volte da Mondadori e attualmente, dal 20 0 5, Bologna, Il Mulino. 6 Il m essaggio è per il direttore editoriale, Enrico Cravetto, 6 aprile.
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è accaduto nel rapporto con redattori di vecchia scuola, è il redattore a ‘scoprire’ e sollecitare un m io libro 7. Se fare È il loro grande rilancio – tutte le guerre dell’Italia unita 8 – che m i m ette di fronte a una scelta e a una responsabilità m olto m aggiori, che chiamano in causa 7 Accadde con Paolo Fossati, da Einaudi, per gli scritti di Renato Serra, nel 1974; e – ancor m eno prevedibile – per il Papini del ‘Castoro’ presso la Nuova Italia, prom otore Franco Mollia (1972). Anche il m olto più recente Garibaldi fu ferito (20 0 7) deve la vita alla maieutica di Carm ine Donzelli. 8 Una prima risposta incoraggiante, ma interlocutoria, del direttore editoriale della Utet il 13 aprile: “innanzitutto La ringraziamo per averci inviato la Sua proposta editoriale. Siamo sicuram ente interessati al tema editoriale della Grande Guerra; dobbiamo ragionare sull’effettiva fattibilità dell’opera alla luce dei program m i editoriali per i prossim i anni e della nostra specificità com merciale (operiam o principalmente nel canale rateale, anche se vantiamo una non trascurabile presenza anche in libreria). Le chiediamo pertanto di perm etterci un m omento di riflessione prim a di una risposta più precisa. Un cordiale saluto. Enrico Cravetto”. Passato oltre un m ese, sollecito una risposta quale che sia, il 18 m aggio, e subito, fra il 18 e il 19, si inanellano m essaggi concreti e conclusivi: “(…) Innanzitutto m i scuso per il tem po che ho lasciato passare dal nostro primo scambio di e-mail: attendevo l'occasione di un Comitato editoriale per poter parlare al nostro interno del progetto da Lei presentato. Le conferm o il nostro forte interesse: questo vale sia per l'am ico Luca Terzolo, responsabile editoriale della divisione Utet Libreria, sia per me, responsabile della divisione ‘grandi opere’. Sarem mo m olto lieti entrambi di poter approfondire con Lei il discorso: Terzolo è interessato alla realizzazione di un volume da comm ercializzare nel canale librario mentre io vorrei esplorare con Lei l'ipotesi di ‘estendere’ il progetto originario im maginando una serie (4?) di volumi dedicata alle ‘guerre degli italiani’ dal Risorgimento a oggi.(…)”. “Gentile Dottor Cravetto, (…) Bene, parliam one. Sia dell'ipotesi singola che dell'ipotesi 'quadruplice'. Se volete, in prima battuta, potreste illustrarmele telematicamente nelle loro diverse caratteristiche; se invece preferite un incontro, facciamo l'incontro. Forse, perché sia produttivo, il passaggio interm edio in cui voi m i sintetizzate la natura e il senso editoriale diverso delle due varianti potrebbe giovare. (…) Sarebbe m eglio schiarirci le idee prima dell'estate, in modo che – se tutto va bene – io possa pensarci durante le ferie e provare a tracciare un progetto di m assima per il ritorno al lavoro. Che ne dite?” È ancora il 18 maggio ed ecco la replica da Torino: “Gentile Professore, provo a dare qualche delucidazione in più in m erito al progetto ‘esteso’. La struttura del volume sulla Grande Guerra vista in ottica prevalentem ente (ma non solo) italiana mi pare molto interessante e soprattutto m olto in linea con l'esigenza editoriale del settore che rappresento di fornire sem pre al lettore uno strumento di interpretazione e insiem e di inform azione: da questo punto di vista la suddivisione tra parte saggistico-narrativa e parte a schede è perfetta. Il problema per il settore ‘grandi opere’ di Utet sta nelle dimensioni dell’opera: un solo volume, anche se di cospicue dim ensioni, non è sufficiente a reggere il meccanismo della vendita diretta (o ‘door to door’) che costituisce la principale forma di commercializzazione di questo settore della Casa editrice. Noi siam o sem pre obbligati a pensare a opere di grandi dimensioni, costituite da una pluralità di volum i, o a collane. Da questa considerazione nasce la mia proposta di estendere il progetto allargando l'ottica dalla Grande Guerra alle guerre della storia dell'Italia contem poranea. Dunque, le guerre risorgimentali, quelle coloniali ottocentesche e novecentesche, la Grande Guerra, la seconda Guerra m ondiale (e, perché no, le guerre ‘um anitarie’ di oggi). La struttura dei volum i (ho parlato di quattro, m a è solo un suggerimento) dovrebbe essere quella del volume da Lei proposto: una parte saggistico-narrativa e
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non solo lavoro – lavoro di m olti, un vasto e ram ificato gruppo di autori, tutto da individuare e da costruire, secondo criteri di presenza o assenza anch’essi da m ettere a fuoco -, m a una om ogeneità difficile da dare per certa, a priori, rispetto a una m olteplicità di interrogativi pesanti e a ciascuno dei quali appare azzardoso rispondere afferm ativam ente. Non affrontare tali interrogativi, però, im plicherebbe rinunciare; e non ci sarebbe niente di strano nel rinunciare, non per m otivi banali e contingenti, m a per una stringente constatazione della im probabilità, se non senz’altro della irrilevanza o dell’im possibilità – com e sono sicuro che verrebbe da pensare a m olti – di realizzare, oggi, una storia d’Italia. Oggi, con la ‘m orte delle ideologie’; oggi, con la ‘fine delle grandi narrazioni’; oggi, con la fine o la caduta così in basso della ‘politica’. E poi: ‘Italia’, ‘Italiani’, ‘guerra’, anzi tutte le guerre. Se non indicibili, sono parole quasi spente, o revocate in dubbio. A chi parlare, di chi, con queste parole logorate, dall’oblio o dall’abuso? Alla cosa-Italia, chi – tutt’attorno – sfugge sgusciandone fuori da sotto, verso la Padania o le autonom ie siciliane o le affettuose memorie dei ‘piccoli popoli alpini’; e chi tracim ando da sopra, lodando m agari l’assenza della ‘Nazione’ in vista di una m aggiore propensione, da Italiani orm ai m ancati, a farsi Europei, o al cosm opolitism o. Se dall’Italia fuggono le destre e fuggono le sinistre, ha ancora un senso tem atizzarla? Com e una form a di nostalgia, in articulo m ortis! Per com porne onestam ente il cadavere. A m olti, in fondo, virili uom ini del fare, occuparsi del passato ha sem pre suggerito il pensiero degli im balsam atori. E, a parte questa idiosincrasia per una presunta erudizione che scantona dall’oggi, bisogna pur am m ettere che la negligenza incredula per l’energia euristica della chiave storica appare oggi diffusa. Non dicono che sia ‘finita’, la storia? Non lo vediamo ogni giorno, anche sul piano universitario, che i confini e gli strum enti della disciplina sfumano, che siamo risucchiati e incerti, fra antropologia, sociologia, letteratura? E nelle controversiali terze pagine dei quotidiani, nei libri di ‘storia’ di successo dei giornalisti di grido, dove finisce la storia e com incia il rom anzo? La storia appare pedante, arranca, non riesce a tener dietro alla letteratura, tanto m eno alle suggestioni inventive e analogiche della cultura m ediatica. La stessa ‘storia culturale’ si autodefinisce così, m a appare affascinata da tutt’altre sirene che i nessi rigorosi fra uno spazio e un tem po. E del resto, se non ci sono più gli Stati nazionali, m a c’è la ‘m ondializzazione’, e se la porosità dei confini investe una parte a schede relative a personaggi, eventi, luoghi, fatti notevoli, ecc. Un'opera di questa com plessità potrebbe vedere la luce tra la fine del 20 0 8 (anniversario della fine della Grande Guerra) e il 20 0 9. Ecco, questo è in term ini m olto succinti e sem plici il m io pensiero. Se ritiene che l'idea meriti un approfondim ento e possa costituire per Lei un tem a di interesse potremo combinare un incontro nel corso del quale cercare di dare concretezza al progetto. Naturalm ente, com e Lei dice, l'incontro può essere preceduto da scam bi di opinioni e proposte via e-mail”. Non passa un giorno ed ecco, il 19 m aggio, la m ia risposta, già di forte disponibilità: “Gentile Dottor Cravetto, ottimo e abbondante -per dirla in linguaggio m ilitare. Ci penso, m i interessa in tutte e due le varianti, delle quali la massima tutto è fuori che una sinecura: e naturalmente richiederebbe forti aiuti e collaborazione adeguata. Mi rifaccio vivo dopo aver riordinato le idee, intanto grazie e un cordiale saluto”.
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territori geografici e m entali, anche i confini disciplinari appaiono in procinto di essere travalicati. Già questa serpeggiante brulichio di obiezioni m osse palesemente dal contesto basta a rendere secondaria l’originaria spinta …gallofoba: la quale peraltro portava dentro di sé ben più che una larvata form a di protagonism o insidiato, m a un ricusare – con il paradigm a vittim ario che anche in Italia seduce diversi fra gli esponenti m igliori della m ia stessa generazione storiografica – la liquidazione globale del Novecento: proprio com e ‘secolo delle ideologie’ e dei m assacri propiziati dalle idee estrem e, m assim a fra queste – vera, catastrofica hy bris pagata con sanguinosissimi costi um ani – la pretesa che gli uom ini possano ‘fare’ la storia e, addirittura, pensare in term ini di ‘uom o nuovo’, sia i comunisti che i fascisti. Incantam enti terribili, da cui non si potrebbe che ritrarsi, contem plandone ceneri e rovine. Il ‘fare storia’ e in particolare ‘fare storia d’Italia’ im plicherebbe dunque un procedere contro-corrente, tenendo in non cale – o meglio, trasform ando anch’esse in motivi di ricerca – tutte queste abdicazioni e obiezioni. E non è finita, perché altri interrogativi incombono, che anch’essi reclam ano una risposta: bisognerà rapportarsi allo Stato; ridare spazio alla dimensione pubblica; dar conto, allo svagato individualism o autocentrato attuale, di situazioni ed epoche in cui pesavano anche em ozioni e orizzonti collettivi. Perché fare E però. La casistica delle ragioni che pesano nel senso di una im proponibilità di un’opera sugli ‘Italiani’ (da definire anch’essi) in ‘guerra’ (in che senso?) si può rovesciare in ragioni per metterla in cantiere. Questo – di nuovo – nel segno del contrasto, di una dialettica storica e storiografica assunta a occhi aperti. Certo, la parola ‘guerre’ va m essa meglio a fuoco: è troppo pesante e m ilitaresca, restringe e determ ina, invece che articolare e ram ificare la tipologia dei conflitti; non inquadra abbastanza finemente l’oggetto della ricerca e neppure le motivazioni e lo spirito con cui m i accingo a m etterm ici. Ecco, appunto: è proprio ‘conflitto’ la parola che serve: se non fa titolo, conflitti sarà protagonista del sottotitolo, precedendo identità e m em orie, logiche, ma abusate. Perché conflitto è parola da redim ere, sottraendola a pudori e condanne, e restituendola alla sua storica centralità, di fondam ento e motore del divenire nei soggetti pubblici e privati. Conflitto delle idee, degli abiti m entali, dei m odelli, dei com portam enti collettivi, nell’Otto e nel Novecento. Fin dall’idea di ‘Italia’ che nasce in contrasto con altre idee di Italia; ci sono i ‘diversam ente Italiani’, lo sono anche gli ‘Austriaci’, per non dire dei cittadini dei Ducati e dei borbonici; i regionalisti, i m unicipalisti, i fuori storia. Il Risorgimento va restituito in pieno a questa sua natura intrinsecam ente conflittuale, fra patriottism o italiano e asburgico, fra ordine ‘legittim o’ e ordine nuovo, fra la ‘poesia’ dei repubblicani dell’Assem blea Costituente e la ‘prosa’ dei monarchici nell’ossim oro gloriosam ente im pudico del ‘Vittorio Em anuele II, Re d’Italia per grazia di Dio e volontà della Nazione’; e prim ariam ente,
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fra chi presum e di poter ‘fare’ la storia e chi la subisce e converte la storia in natura. E c’è la grande fenditura Nord-Sud, c’è la guerra civile strisciante liquidata com e m era azione poliziesca per la contraffazione crim inale dei tratti, anche, di una resistenza. Ferm iam oci qui, alle prim e tappe di quello che, in buona com pagnia, uno dei più sensibili term om etri della tem peratura m entale del nostro Paese, in questi anni, e un m io abituale riferim ento critico, ha sentito il bisogno di denom inare com e “divisività”9 . Lamentare l’attitudine alla ‘divisività’ degli Italiani di tutti i tem pi – con andata e ritorno dall’oggi all’oggi, e ricerca, afferm azione delle radici di lunga data e del carattere im m anente di tale coazione a dividersi e contrapporsi – conduce a sporcare il conflitto e invalidarne persino la m em oria. Proprio quello che si può invece considerare il sale della terra, a patto naturalmente di non banalizzarlo in partito preso, e di distinguere. Ma com e esorcizzare il carattere immanente del conflitto fra Stato e Chiesa, in un Paese che ha avuto in sorte dalla storia di essere il territorio in cui si è insediato il Vaticano, struttura dirigente di una grande religione sopranazionale? Se ne genera, quando sorge lo Stato nazionale, inevitabilmente, un conflitto, che non c’è nessuna ragione di im meschinire, dolendosi sem mai che – nell’Otto e ancora più nel Novecento, sino alle lam panti m anifestazioni di oggi – la nostra doppia cittadinanza sia sbilanciata a vantaggio della direzione ecclesiastica delle coscienze, gettando forti dubbi sulla laicità della politica e l’autorità norm ativa dello Stato. Questa è storia d’Italia, lo specifico, l’anom alia della storia d’Italia: non c’è Spagna, non c’è Francia cattolica che abbia problem i congeniti e im m anenti di doppia cittadinanza com e questi che ha l’Italia, che li ha strutturalm ente: con quel m otore di delegittim azione incistato a Rom a, nella capitale. Includere, e non escludere, il conflitto nelle sue varie form e e m anifestazioni, farne anzi il perno intorno a cui giri un realistico e non deprecatorio ‘ritratto delle cose d’Italia’, può significare riequilibrare le parti nella miscela di storia e storie vissute e andate in scena nel ‘teatro Italia’: m elodram m a, m usica da bande, lo sappiam o persino troppo, e ‘com media all’italiana’, sono approcci confacenti; m a veram ente, m ai – m utando e rialzando il ‘genere’ -, m ai tragedia? Alfieri e i i suoi tiranni e tirannicidi, piantati lì sulla soglia del secolo rom antico, c’entrano o non c’entrano con la storia d’Italia? E tutti quei grandi m orti, e sepolcri, ‘Si scopron le tom be/ si levano i m orti…’ – fra inni di poeti e di volontari -, davvero, nulla a che fare con il farsi di quel ‘noi’, sem pre e a priori condannato ai m andolini e al trictrac? Ma derubricare la fucilazione di Garibaldi10 a canzoncina giocosa, scherzet9 Loreto Di Nucci, Ernesto Galli della Loggia (a cura di), Due nazioni. Legittim azione e delegittim azione nella storia dell’Italia contem poranea, Bologna, Il Mulino, 20 0 3; v. anche Miti e storia dell’Italia unita, Bologna, Il Mulino, 1999; e dello stesso Galli della Loggia, da solo, La m orte della patria, Bari -Rom a, Laterza, 1996; e L’identità italiana, Bologna, Il Mulino, 1998. 10 Proprio l’anniversario di Garibaldi ha fornito nel 20 0 7 diverse spie di un orm ai riaffiorato e incontenibile contenzioso delle m em orie, culm inato in sceneggiati e dibattiti televisivi, e nella contestazione antiunitaria persino delle giornate ufficiali al Senato e alla Camera: incidentalm ente, per me, lam panti rim otivazioni della scelta di impegnarmi, con l’opera in gestazione, nel vivo di un discorso pubblico frastagliato ed acceso. Una puntigliosa m appa aneddotica dei percorsi e incidenti di percorso per discutere il suo Cam icie rosse. I garibaldini dall’Unità alla
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to per bam bini, è davvero possibile, senza residui di sottintesi e doppiezze irrisolte? E avanti così. L’anom alia italiana, cioè l’im manente doppiezza delle due cittadinanze, di cui sopra si diceva, non relegabile ai tem pi del Sillabo e di Porta Pia 11. Vista dalla parte dei laici, devo sforzarm i poco per cogliere le asprezze dei doppi, sovrastanti e introiettati poteri; m a non sarà giusto – e necessario – saper cogliere e riconoscere precipuo dello spazio pubblico italiano anche il conflitto dalla parte del credente? Il credente cattolico-liberale, oltre che il credente che si fa Zuavo e ‘brigante’ legittim ista. Proseguendo nel Novecento, sino alle identità in sofferenza dei Fogazzaro e Bonaiuti, di Sturzo e di De Gasperi; dei cattolici com unisti, alla Franco Rodano; delle bandiere rosse sbattute fuori dalle chiese del secondo dopoguerra quando m uoiono i com unisti; del Vescovo di Prato: via via, sino all’oggi, alle ardue e rare posizioni di autonom ia delle sfere di quelli che qualcuno ha denom inato i ‘cattolici adulti’. Assunto come chiave – priorità nella selezione dei tem i e dello sguardo sui processi storici – il conflitto potrebbe persino giungere a riscattare anche le tergiversazioni dell’Italia del 1914-’15, quell’interrogarsi di m assa, la dialettica di quel ritrarsi e buttarsi dentro la m ischia, che è tutto e solo propria dell’Italia, fuori dei m eccanism i sem iunanim isti di presunte ‘com unità d’agosto’: un’entrata in guerra voluta e im posta, com e rottura, e che si perpetua com e tale per entro la guerra com battuta e rivissuta. Caporetto tragedia necessaria. Non ‘solo’ – in negativo – il possibile, tem uto inveram ento di un’integrazione incompiuta, lo scacco a distanza dell’esito istituzionale del Risorgim ento; m a anche – in positivo – l’esito e l’emersione delle Tre Italie in cam m ino (sarà il titolo del secondo volum e, 1871-1914, dopo il prim o, Fare l’Italia, il cui sottotitolo poco retorico registra nel contem po Unità e disunità nel Risorgim ento). Restituire peso di rappresentanza storica, a m odo loro, di opzioni ideologiche e sociali radicate nella società, e non solo di freno inibente, al né aderire né sabotare e all’ inutile strage? Su questo scarso quinquennio di riepilogo e convulsa rifondazione, La Grande Guerra, piazzerem o il terzo volum e. Scontato che l’approccio risolutam ente ‘divisivo’ sia appropriato al dopoguerra, ripensato non solo per i suoi elementi di farsa, che ci sono, m a che offuscano e rendono unilaterale lo sguardo se non accom pagnato dalla volontà di m ettere a fuoco anche le sanguinose asprezze della tragedia, in quella che – fra rivoluzioni, controrivoluzione e colpi di stato abortiti Grande guerra (Bari – Roma, Laterza, 20 0 7) l’ha stesa per “Belfagor” Eva Cecchinato, al term ine del lungo anniversario: Scendere dall’Asprom onte. Diario garibaldino, 20 0 8, n.6, pp. 655-70 . 11 Nel giorno in cui scrivo queste note, uno degli esponenti del Partito Dem ocratico, orm ai di seconda fila, ma legato al nuovo segretario, rivela tranquillamente che loro, i cattolici, anche se sono approdati al PD, hanno prim a di tutto un ‘capo’, e questo capo è il papa. La dichiarazione di Pier Luigi Castagnetti è di un candore disarmante: “Gli ex diesse fanno fatica a capire. Quelli che per noi sono passi da gigante, come i passi in avanti fatti sul testam ento biologico, per loro sono passettini. Noi non abbiamo una tradizione socialdem ocratica o comunista. Non facciam o parte di un filone culturale: noi abbiamo due appartenenze: una alla Chiesa, l’altra alla politica. Per m e, come per Franceschini, per tutti noi cattolici, insom m a, il vero ‘capo’ è lui: il Papa. Per noi è il vicario di Dio in terra, e questo gli ex diessini dovrebbero alla fine com prenderlo” (Maria Teresa Meli, E Dario il ‘pio’ preoccupa gli ex ds, “Corriere della sera”, 24 m arzo 20 0 9, p. 9).
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o com piuti – sorge com unque dal basso com e una guerra civile strisciante, groviglio di contrapposte passioni e indirizzi collettivi. Lo stesso Ventennio fascista – l’espressione diventerà il titolo del quarto volum e – reca dentro di sé incorporato e si può accostare solo riconoscendo il protagonism o delle forzature ‘divisive’ del 1915, del 1919-22, più avanti quella del 1943-45; e una retorica della Nazione che – mentre integra – seleziona ed esclude: così, le leggi razziste del 193638, lungi dal contraddirne una presunta bonarietà, manifestano invece la ratio persecutoria e escludente del regim e. E la reviviscenza fascista dell’ultim a ora, nel 1943-45, non sarà, allora, una lugubre farsa, m a l’ultim o atto di un conflitto, di una forzatura identitaria dell’Italia e dell’Italiano, che il vecchio duce, dem iurgo disilluso, dà orm ai lui stesso per fallita. Infine: nel paese di Matteotti e di Moro, m a anche di Umberto I e di Mussolini, risulta interpretativam ente disarm ante togliere dal centro il conflitto. Com e fare Fra aprile e m aggio 20 0 5, al com puter e dal vero, tra Venezia e Torino, si arriva così alla decisione. Optato per il sì, m olte scelte di fondo rim angono da com piere. Sfum ando contestualm ente l’ipotesi dell’enciclopedia – opera di servizio, non abbastanza di intervento – si rovesciano i rapporti di spazio: ora tre quarti verrà riservato ai saggi, circa un quarto di ogni volum e all’apparato inform ativo – le voci – , e la parola stessa enciclopedia esce dall’uso. L’opzione originaria resiste, oltre che nello strumento del dizionario incorporato, nella brevità dei saggi. Li voglio però intensi, interpretativi, ‘d’autore’: con un passo diverso, non sem plicemente voci più lunghe. Spiego a m olti autori nei colloqui telem atici che com porta ogni scelta – prelim inarm ente da parte m ia dell’autore, e poi di organizzazione e stesura del saggio – che assegno un num ero lim itato di cartelle, liberando però i saggi dagli obblighi inform ativi delegati alle voci. Quattro anni di lavoro applicato, in tutto – da un anno a un anno e m ezzo per ciascun volum e – con successive scadenze di consegna per i saggi e per le voci di ciascun volum e. Le 10 cartelle da 20 0 0 battute del saggio più breve – che costituisce il form ato standard – non sono lontanissim e dalle 6 cartelle – nella tipologia delle voci, che non possono non essere di diversa entità – della voce più estesa. Per sfuggire alla deriva anagrafica im m anente, che alcune prim e stesure delle voci fanno trasparire – si chiarisce via via e infine si assum e espressam ente il nome di ‘Dizionario dei conflitti’: battaglie, scontri militari, certamente, m a anche personaggi, situazioni, nodi intrinsecam ente conflittuali, cioè scelti per questo fra altri possibili m om enti, e dati da scrivere privilegiando questa chiave 12 . 12 Che il Dizionario dei conflitti si sia venuto trasformando via via e, anche a seconda dell’approccio e dello stile degli autori coinvolti, mantenga due anime, è un dato di fatto che si decide alla fine di dichiarare senz’altro, in una avvertenza prelim inare: “(…) Le diverse voci sono state pensate per liberare i saggi da obblighi inform ativi; e però, nello stesso tem po, im maginate e scritte spesso esse stesse com e m icrosaggi, dei m inuscoli cam m ei che – se non ci illu-
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Sto ricostruendo in sintesi un itinerario m entale, una m essa a fuoco progressiva le cui tracce trovo ora archiviate e posso riandare al com puter. Constato che il ‘sì’ – reciproco, dell’editore e m io – consegue a pochi iniziali punti ferm i e precede quasi per intero la definizione della struttura dell’opera, cioè dell’organizzazione interna idonea a dar form a all’idea generale. Prim a di buttarm ici del tutto, c’è un m essaggio collettivo – uno squillo di richiam o! – che a questo punto m atura e che, costituendo un passaggio interno di rilievo, è bene riportare per intero 13 . Accanto alle tracce ancora affioranti della genesi editoriale, qui di decisivo c’è la scelta di non ergerm i in solitudine, fra casa editrice ed autori, m a di individuare una figura di coadiutore per ciascuno dei volum i in pectore; tutt’uno con questa scelta, che essi siano non già forza-lavoro esterna, m agari redattori m essi a disposizione da Torino 14 , m a i giovani studiosi che a Venezia m i stanno diamo – possono anche, singolarm ente e nell’insieme, andare oltre la dimensione strum entale originariam ente assegnata”. 13 In data 23 maggio 20 0 5, inviato a Alessandro Casellato, Giulia Albanese, Eva Cecchinato, Daniele Ceschin, Sim on Levis Sullam : “Cari amici, vi scrivo con soddisfazione. Sembra che le m ie insistenze presso gli editori sulla necessità di costruire una Enciclopedia italiana della GG stiano forse per andare a buon fine. Non è ancora detto, m a è venuto il momento che ve ne parli, poiché naturalmente il sottinteso che m i ha mosso in tutta questa ricerca, oltre alle im periose, ai m iei occhi, motivazioni d'ordine storiografico generale e di politica della cultura, è quello di costruire occasioni di lavoro interessanti per voi tutti. (Scrivo a voi cinque che costituite ora come ora la prim a linea, ma da fare a vario titolo ce ne sarebbe ovviam ente anche per altri, m olti altri, se la cosa andasse in porto). Succede che una casa editrice di peso nazionale ha addirittura rilanciato rispetto alla mia proposta; e ventilerebbe non uno, m a 4 grossi volum i su ‘Le guerre degli Italiani’. Il m io titolo lo fanno loro stessi e me lo propongono a modello nell'ideazione e strutturazione dell'opera. Quindi, non solo storia m ilitare, m a anche tutto il resto che sapete, in una m olteplicità di approcci e di competenze. Dal Risorgimento a....a loro piacerebbe all'oggi, m a mi par di capire che il punto d'arrivo sia trattabile. Io avevo detto che sia in Germania che in Francia i volumi sulla GG da poco usciti sono volumi unici di 1.0 0 0 pagine, composte di 30 0 pp. di saggi e 70 0 di schede. Sono in partenza terrificato dalle qualità di ordine, diligenza, precisione, assoluta affidabilità ecc. che richiederebbero queste 70 0 pagine m oltiplicato 4, qualità cioè che io stesso pretenderei da un'enciclopedia in quanto lettore, m a che non sono certo le m ie più precipue. Pensare, fare e far fare i saggi mi sem bra in certo senso molto più facile. Insom ma, ci devo pensare bene, prim a di dire no o sì. Sono fortem ente attratto dal sì, e nel comunicarvi il progetto in gestazione non posso non vederlo anche come un sorta di coronam ento delle cose che ci siamo detti in questi anni, m entre veniva intanto mutando il vostro rapporto con m e e crescendo l'autonom ia di studio di ciascuno. Che cosa vi chiedo, dunque, in questo mom ento? Niente di troppo preciso, in fondo. Vorrei m isurare la temperatura, diciam o così, delle vostre reazioni e il grado di interessam ento personale e di disponibilità a buttarsi nell'im presa da parte di ciascuno di voi. Andando alla trattativa con l'editore m i servirebbe anche questo. Tutto il resto – il com e, il cosa, il quanto – resta da decidere. Siamo appunto agli inizi di un percorso. Dimenticavo i tem pi. Si guarda, naturalmente, alla possibilità di sfruttare l'anniversario, nel 20 0 8, del 1918, anche se l'allargamento dello sguardo a tutte le guerre permetterebbe soluzioni diversificate. Non mi attendo, naturalmente una risposta di gruppo, m a personali, rispetto alle reazioni, al grado di im medesimazione, alle possibilità e alle voglie di ciascuno. Grazie e saluti. M.I.” 14 A Torino, a far da collettore, una redattrice c’è, Gabriella Vinciguerra, riferimento tecnico sicuro; e accanto a lei altro personale, esterno e interno, che – lo dico qui anticipando i tem pi –
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crescendo accanto 15. Il testo del m essaggio m i pare parli chiaro. E tutte le caselle vanno subito a posto agevolm ente: abbiam o in casa una risorgim entista, un ottocentista-novecentista, due novecentisti, dei quali uno lavora sulla Grande Guerra, l’altra sul fascism o 16 . Quanto al volume sull’ultimo sessantennio, nasce sin da principio com e almeno in parte distinto, per tem atiche, trattazione, carattere degli autori, tipologia delle fonti; a prendersene cura dovrà essere uno storico m ilitare 17, e le m ie funzioni di direttore saranno più m orbide e discrete 18 . C’è un program m a m inim o nell’identificazione dei m iei coadiutori: farm i aiutare, rendere possibile la cosa in tem pi relativam ente rapidi e certi; m a io coltivo anche fra me un sottinteso più am bizioso, e cioè che il lavoro quotidiano di fattura del volume possa esplicitare e corroborare una coesione, una unità del punto di vista, riattualizzata ogni volta a tu per tu fra direttore e coadiutore, in un m icrolaboratorio che si apre a triangolo e si rinnova ogni volta im mettendovi il singolo autore del singolo saggio. Operazione per niente ripetitiva, anche se pratica-
lavora via via ai saggi e alle voci approvati che, per blocchi, inoltriamo. Finché, a ogni volum e, si arriva alle strette degli ultimi giorni e, com e sem pre, ogni consegna va strappata agli ultimi e più riottosi. Ancora dopo si chiude la partita degli inserti di im magini a tema, che sono pensati come non semplicemente ornamentali, ma come piccoli saggi iconografici affidati ad esperti del ram o, da cui il direttore dell’opera intuisce di dover in gran parte ritrarsi, troppo circoscritto essendo il suo potere decisionale rispetto a quello tecnico e finanziario. 15 Avevo lavorato sott’acqua fino a condurre in porto la trattativa editoriale e ora potevo em ergere e annunciare che, in fondo, lo avevo fatto anche per loro. Ormai dottori di ricerca o in procinto di diventarlo, ciascuno di loro già con uno o più libri all’attivo, stava com inciando quel vuoto pneumatico in cui l’università attuale costringe i giovani m igliori. Non diversam ente da altri professori, non avevo ‘posti’ da elargire. Quello che potevo e avevo molta voglia di fare, anche per restare insiem e, era, pensando in grande, inventarm i un luogo di ricerca in cui mettersi alla prova e aver occasione di crescere. Mi chiedo se dovrei tacere, discretam ente, queste riflessioni. E mi risolvo per il no perché devo riferire sulla genesi dell’opera e su questa le circostanze citate hanno avuto un peso centrale e non sem plicemente aggiuntivo. 16 Facile riconoscervi i quattro co-curatori: in quell’anno 20 0 5, Eva Cecchinato aveva già pubblicato nella collana di Facoltà La rivoluzione restaurata. Il 1848-49 a Venezia fra m em oria e oblio, Padova, il Poligrafo, 20 0 3; Simon Levis Sullam, Una com unità im m aginata. Gli ebrei a Venezia (190 0 -1938), Milano, Unicopli, 20 0 1; Daniele Ceschin, La ‘voce’ di Venezia. Antonio Fradeletto e l’organizzazione della cultura tra Otto e Novecento, Padova, Il Poligrafo, 20 0 1 e Giulia Albanese, Alle origini del fascism o. La violenza politica a Venezia 1919-1922, Padova, Il Poligrafo, 20 0 1, anche loro due due nella collana della Facoltà di Lettere veneziana. I profughi di Caporetto di D. Ceschin, La Marcia su Rom a di G.Albanese, Cam icie rosse di E. Cecchinato, usciranno strada facendo, mentre si lavora alla m axi-opera. Com e si vede, fra i redattori, coadiutori, co-curatori – com e via via si chiam eranno, nell’intento di definire la loro figura in progress – m anca Casellato: il più ‘vecchio’ della com pagnia, e l’unico strutturato, è già troppo preso in proprio da tutta una serie di im pegni e incombenze. Sarà naturalm ente un autore, ma non uno dei preziosi uomini-macchina (e donne-macchina: due e senza ‘quote’ rosa) accanto a me. 17 Sarà Nicola Labanca, m entre il titolo alla fine assunto da quest’ultim o volum e sarà Le arm i della Repubblica. 18 Om etto di dirne altro, essendo quest’ultim o volum e in fase di allestimento nel m arzo 20 0 9, quando scrivo per gli atti, e a m aggior ragione al m omento del sem inario nel dicembre 20 0 8.
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ta, nel corso di m olti m esi, per centinaia di volte, un volum e dopo l’altro 19 . Un collaudo continuo della possibilità di riconoscersi in un lavoro com une che via via si concretizza. Sinergie delicate, poiché ognuno dei quattro diretti collaboratori ha i suoi talenti e si trova – negli intensi e decisivi anni che dividono il 20 0 5 dal 20 0 8-9 – in punti differenti di un suo personale processo di elaborazione; e – è sottinteso – di autonom izzazione. I m esi successivi, fra estate e autunno 20 0 5, servono a stabilire la periodizzazione e quindi la scansione in volum i; e un a griglia interna, che si ripeta di volum e in volume, assicurando l’unità concettuale e la leggibilità dell’opera. Facile prevedere che sarà più consultata che non letta com e un insiem e, di seguito e per intero; m a una im palcatura m odulare può prestarsi a tutt’ e due le letture. Strada facendo, le pagine aum entano, i volum i salgono di necessità da 5 a 7, con il doppio tom o per La Grande Guerra e per Il Ventennio fascista e questo non può che rendere ancor più realistica la previsione di una lettura m irata, per parti o per autori; e però, lavorandoci, cresce la fiducia che, per quanto affollata di voci e di autori, l’opera stia davvero venendo fuori com e ‘un libro’, coeso e caratterizzato. Mi ferm o qui, sull’orlo di un giudizio che com pete ad altri. Vediam ola, questa griglia, tutt’altro che uscita ‘arm ata’ dal capo di Giove, anzi, faticata e soppesata, per m oltiplicare gli approcci, le attenzioni, e farci star dentro ‘tutto’, con un ordine interno chiam ato a organizzare prim a la m ateria, poi la lettura. Ogni volume farà m assa critica distribuendo i saggi in 4 sezioni, che via via si chiarificano, si assestano e prendono questi nom i: ‘Attori sociali’; ‘Personaggi e figure’; ‘Luoghi’; ‘Im m agini, rappresentazioni, percorsi’; con una quinta sezione, breve, relativa al ‘Dopo’, che ha natura diversa a seconda di ciò che precede, e che d’altronde trova la sua naturale espansione nel volum e successivo. Nell’unità e om ogeneità – ricercata – non di una m iscellanea, m a di un’opera unica. La seconda sezione non ha bisogno di illustrazioni, il problem a è solo di selezionare accortamente le presenze, ragionando sulla taglia e la qualità, e cercando giusti equilibri fra chi c’è nei saggi e chi va tra le voci. La terza e la quarta sezione sono quelle congeniali e prevedibili in chi si occupa di luoghi della m em oria. È la prim a, sono quelli che chiamiam o gli ‘Attori sociali’ a ricoprire il ruolo più caratterizzante e precipuo nell’insiem e dell’opera: coloro che ‘fanno’ la storia, gli agenti e le forze di carattere collettivo, in particolare, visto che i protagonisti individuali hanno a parte una attenzione specifica. Ai due capi del volume, due aree di supporto, con contributi pensati e scritti diversam ente: negli ‘Scenari’, si ripetono ogni volta l’’Apertura’ del direttore dell’opera e un ‘Quadro degli avvenim enti’ del co-curatore del singolo volum e, m agari rinforzato da un secondo contributo, con gli avvenimenti visti più dall’esterno; e alla fine, in due-trecento pagine, il ‘Dizionario dei conflitti’, con voci – tutte firmate -, disposte in ordine alfabetico, lunghe da 10 0 0 a 60 0 0 battute: bibliografia all’osso. E qui, a (far) essere spartani ci 19 Fra 20 0 6 e 20 0 7 si lavora al terzo e al primo, che devono essere consegnati all’editore prim a uno, poi l’altro, ma per uscire insieme – nel 20 0 8: e così in effetti avviene, le prime copie saranno disponibili a m aggio.
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riusciam o, mentre ogni saggio – per quantità e tipologia delle note – fa alm eno in una certa m isura storia a sé. Su questo punto com e su altri, anche una direzione attiva e tendenzialmente ‘interventista’ deve gestire il rapporto con i diversi autori e tem i con una certa duttilità. Ci induce a qualche ‘sm agliatura’ il secondo volume. Gli fanno da cerniera due m om enti di conflittualità diversam ente m em orabili, evidenziati nel sottotitolo Dalla presa di Rom a alla Settim ana rossa, m a certo il periodo 1870 -1914 non può, in senso m ilitare, offrire una spina dorsale pari a quelle del prim o, terzo e quarto volum e. Strutturiam o Le tre Italie – oltre che attorno all’ idea-guida che nello spazio pubblico com une i grandi percorsi collettivi siano appunto tre, avviluppati e distinguibili – seguendo un doppio binario: accanto al conflitto esterno – che nell’arco temporale considerato è quello coloniale, della prim a guerra d’Africa e della guerra di Libia – la gabbia dell’indice fa riferimento al conflitto interno, sociale e ideologico – di istituzioni, neri, rossi – com partito dal ’98 e dal regicidio. Tutta la seconda m età del 20 0 5 è presa da questa attività preparatoria degli indici: lavoro a individuare i saggi – quale ‘attori sociali’? e quali ‘ luoghi’ e via così, con diversi gradi di im pellenza – e a quali autori affidati. Il lavorio com plesso di ogni opera che voglia parlare di m olte cose, coinvolgendo molti a parlarne. In astratto, bisogna anche com inciare da subito a gerarchizzare gli spazi: si farà se del caso più avanti, nel vivo dei rapporti con i singoli autori, la piccola ‘guerra’ per farli rispettare. Ognuno bada – è naturale – a ricavare il m assim o dal suo tem a, ed è logico che sia così; m a regia, scenografia, m ontaggio sono nella responsabilità di qualcuno che deve assem blare il tutto, far rispettare degli equilibri, garantire tem pi e priorità. Solo a fine 20 0 5 m i risolvo a far partire la m acchina, com inciando a scrivere agli autori designati del terzo e del prim o volum e: saranno infatti Grande Guerra e Risorgim ento ad andare avanti; il terzo volume – Dall’Intervento alla ‘vittoria m utilata’, suona volutam ente canonico il sottotitolo – ha il vincolo dell’anniversario del 1918, il primo è parso il più logico da affiancargli. Che al principio si debbano vedersi m aterializzare almeno due volum i, insieme, è una scelta editoriale indiscutibile – e infatti m ai messa in discussione -, legata al ‘far grande’ del genere rateale 20 . Do per scontato di dover ogni volta spiegare e intenderm i, per tutti i chiarim enti necessari, con ciascun autore. Ma decido che sia opportuno stringere il mio pensiero in una dichiarazione di intenzioni, proprio una scheda breve e, si spera, efficace e unificante, da inviare a tutti gli autori in pectore assieme alla richiesta di collaborazione. Ecco la scheda, è da20 E così entriamo in azione prim a io e Ceschin, e con una certa sfasatura io e Cecchinato, con tem pi serrati; e successivam ente io e Albanese, per una consegna dei testi del Ventennio fascista che si conclude con l’uscita di tipografia dei due tomi nel dicembre 20 0 8, a ridosso del sem inario di Padova; m entre l’elaborazione del secondo volume da parte mia e di Levis Sullam segue, nel corso del 20 0 8, in vista di una consegna alla redazione Utet tra fine 20 0 8 e inizio 20 0 9, che si è in effetti realizzata e che dovrebbe concludersi con il volum e a m aggio 20 0 9. Le previsioni sono che Le arm i della Repubblica, ultimo volume, tuttora in allestim ento, possa chiudere puntualmente l’opera a fine 20 0 9. [Previsione realizzata. Nel dicembre 20 0 9 l’opera è com pleta e stampata].
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tata dicembre 20 0 5. E con questa chiudo. Perché il resto è lavoro vivo, che orm ai si è trasform ato in pagine stam pate. I conflitti che – deplorevoli o no – sono stati com unque fondanti nella storia d’Italia. Guerre, m a non solo guerre, anche lotte sociali, scontri, rotture e separazioni d’ordine ideologico. E dunque Risorgim ento e Antirisorgimento, ghibellini e guelfi, Nord e Sud, m ovim ento operaio e stati d’assedio, Interventismo e Neutralism o, Grande guerra, Fascism o e Antifascism o... I dualism i, le contrapposizioni strutturali, la vituperata ‘divisività’ assunti per quello che sono stati, con la giusta pietas storica e senza postum i accom odam enti. Queste le dichiarate ragioni dei cinque volum i dell’opera. Ripercorrere passioni e ideologie senza intriderle con eccessi luttuosi; non correre subito ai disincanti om ettendo gli incanti; non retrodatare crisi attuali rendendo ex e post anche gli avi. Questa storia d’Italia nell’angolatura del conflitto si nutre – inutile nasconderlo – di una serie di assunzioni critiche e di anticorpi reattivi rispetto a m odi diffusi di fare storia, delle guerre e non solo. Qui le ideologie non sono m orte, continuano anzi ad essere il sale della terra; le grandi narrazioni vengono ripensate e descritte, senza effusioni né esercizi com m inatori; e non piangono solo vittim e – in una ‘universale vittim izzazione’ -, osano persino sventolare bandiere, di diversi colori; e la soggettività – cercata, posta al centro dell’agire um ano – non sarà però quella di un individualism o autocentrato. Vogliam o m isurarci, sì, con le emozioni degli ‘io’, m a anche con dei ‘noi’, dei ‘noi-voi’, e dei ‘noi-loro’. Dopo ogni guerra, è dopoguerra: che sono ‘guerre’ anch’essi, urti di m em orie, sfide fra m em oria ed oblio, concorrenza di racconti, rappresentazioni e politiche della mem oria. Ce ne occuperem o altrettanto. Nei 20 0 anni della nostra storia dell’Italia e degli Italiani, da inizio Ottocento ai giorni nostri, i dopoguerra non sono stati m eno estesi nè m olto m eno conflittuali delle guerre. Lo spazio dei volum i sarà diviso così: tot di saggi e tot di voci inform ative in form a di un dizionario. L’opera, da m e ideata e diretta, vedrà affiancati a m e com e coadiutori nella cura dei singoli volum i Eva Cecchinato, Simon Levis Sullam , Daniele Ceschin, Giulia Albanese; l’ultim o volume, dal secondo dopoguerra ai nostri giorni, sarà a cura di Nicola Labanca. (dicem bre 20 0 5, Mario Isnenghi)
NOTIZIE BIOGRAFICHE DEGLI AUTORI
P IERO DEL N EGRO. Insegna Storia m ilitare all'Università di Padova. È stato presidente del Centro interuniversitario di studi e ricerche storico-m ilitari dal 1989 al 20 0 1. Rappresenta dal 20 0 0 l'Italia nel Bureau della Com m issione internazionale di storia militare ed è il m em bro civile della Com missione italiana di storia m ilitare. Tra le sue opere di storia m ilitare si segnalano Esercito, Stato, società. Saggi di storia m ilitare (1979) e Guerra e eserciti da Machiavelli a Napoleone (20 0 1), nonché la curatela di una Guida alla storia m ilitare italiana (1997), di L’Am ante m ilitare di Carlo Goldoni (1999), degli atti dei sem inari su Lo spirito m ilitare degli Italiani (20 0 2) e La storiografia m ilitare in Francia e in Italia negli ultim i vent’anni. Due esperienze a confronto (20 0 3), del convegno Giuseppe Garibaldi tra guerra e pace (20 0 9), di Al di qua e al di là del Piave. L’ultim o anno della Grande Guerra (20 0 1) con Giam pietro Berti, di Militarizzazione e nazionalizzazione nella storia d’Italia (20 0 6) con Nicola Labanca e Alessandra Staderini e di Il gioco e la guerra nel secondo m illennio (20 0 9) con Gherardo Ortalli. GIULIA ALBANESE ha un dottorato di ricerca in Storia e Civilizzazione dell’Istituto universitario europeo. È attualmente assegnista di ricerca presso il Dipartim ento di Storia dell’Università di Padova con una ricerca intitolata Fascism i e autoritarism i. L’afferm azione della dittatura nell’Europa m eridionale degli anni Venti tra repressione e ‘consenso’. Tra i suoi lavori principali si segnalano La m arcia su Rom a (Laterza, 20 0 6); Alle origini del fascism o. La violenza politica a Venezia 1919-1922 (Il Poligrafo, 20 0 1). Con Mario Isnenghi ha curato Gli italiani in guerra. Conflitti, identità, m em orie dal Risorgim ento ai giorni nostri. IV. Il Ventennio fascista. Dall’im presa di Fium e alla Seconda guerra m ondiale (19191940 ), 2 tt., Utet, Torino 20 0 8. ALESSANDRO CASELLATO insegna Storia dell’Italia contem poranea e Storia orale all’Università Ca’ Foscari di Venezia. È condirettore dell'Istituto per la storia della Resistenza e della società contem poranea della Marca trevigiana e coordinatore della redazione della rivista "Venetica". È m embro della Giunta dell'Associazione Italiana di Storia Orale. Tra le sue pubblicazioni: Una "piccola Russia". Un
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quartiere popolare di Treviso tra fine Ottocento e secondo dopoguerra (1998), I sestieri popolari, in Storia di Venezia. L'Ottocento e il Novecento, a cura di Stuart J . Woolf e Mario Isnenghi (20 0 2), Giuseppe Gaddi. Storia di un rivoluzionario disciplinato (20 0 4), nonché la curatela dei volum i Mem oria della Resistenza. Una storia lunga sessant'anni (20 0 5) con Livio Vanzetto, Piero Calam andrei, Zona di guerra. Lettere, scritti e discorsi (1915-1924) (20 0 6) con Silvia Calam andrei, Piero e Franco Calam andrei, Una fam iglia in guerra. Lettere e scritti (1939-1956) (20 0 8), Operai in croce. Inchiesta sul lavoro m alato (20 0 8) con Gilda Zazzara. E VA CECCHINATO. Svolge attività didattica e di ricerca presso il Dipartim ento di Studi Storici dell’Università Ca’ Foscari di Venezia. Si è finora dedicata prevalentemente ai tem i della memoria, al contesto politico-culturale veneziano in età liberale, alle guerre e alle rivoluzioni del Risorgim ento, alla tradizione garibaldina nella fase postunitaria e nel Novecento. Ha ora in corso una ricerca sui volontari antifascisti italiani nella guerra di Spagna. Tra le sue pubblicazioni si segnalano La rivoluzione restaurata. Il 1848-1849 a Venezia fra m em oria e oblio (20 0 3), Cam icie rosse. I garibaldini dall’Unità alla Grande Guerra (20 0 7). Ha inoltre curato Da Milano a Capua. Diario di Ism aele Boga, garibaldino. 1860 -1861 (20 0 5) e con Mario Isnenghi Fare l’Italia: unità e disunità nel Risorgim ento (20 0 8). DANIELE CESCHIN . Svolge attività di ricerca all’Università Ca’ Foscari di Venezia e collabora con l’Istituto per la Storia della Resistenza di Treviso. Attualmente sta lavorando ad uno studio com plessivo sull’occupazione austro-ungarica e, per l’editore Laterza, ad un volum e sulle sconfitte italiane dal Risorgim ento alla Seconda guerra m ondiale. Sulla Prim a guerra m ondiale ha pubblicato, oltre a num erosi articoli, il libro Gli esuli di Caporetto. I profughi in Italia durante la Grande Guerra (20 0 6) e, assieme a Mario Isnenghi, ha curato il volume La Grande Guerra: dall’Intervento alla «vittoria m utilata» (20 0 8). Tra le altre pubblicazioni, La “voce” di Venezia. Antonio Fradeletto e l’organizzazione della cultura tra Otto e Novecento (20 0 1); Giuseppe Corazzin (20 0 1); La lunga estate del 1944 (20 0 6); In fuga da Hitler. Gli ebrei stranieri internati nel Trevigiano (1941-43) (20 0 8) E NRICO F RANCIA. È ricercatore di Storia contem poranea presso l’Università degli studi di Padova. Si è occupato di stampa periodica nell’Ottocento, di m ilizie e corpi di polizia nel Risorgim ento e della rivoluzione del 1848 in Italia. Tra le sue pubblicazioni di argom ento m ilitare: Le baionette intelligenti. La guardia nazionale nell'Italia liberale (1848-1876), Bologna, Il Mulino, 1999; Città insorte, in Conflitti, identità, m em orie, direzione di Mario Isnenghi, vol. I, Fare l'Italia. Unità e disunità nel Risorgim ento, a cura di Eva Cecchinato e Mario Isnenghi, Torino, UTET, 20 0 8.
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GIAN LUIGI GATTI è dottore di ricerca in Storia delle società contem poranee. Ha pubblicato il volum e Dopo Caporetto. Gli ufficiali P nella Grande Guerra: propaganda, assistenza, vigilanza (Gorizia, L.E.G., 20 0 0 ) e sta per ultim are per la casa editrice Laterza Cam icie nere di Mussolini. La m ilizia volontaria per la sicurezza nazionale 1922-1943. Ha partecipato a num erosi convegni in Italia e all’estero e ha pubblicato una dozzina di saggi sul ruolo degli intellettuali nelle guerre m ondiali, sul fascism o italiano, sulla guerra di Spagna. Cultore della m ateria di Storia contem poranea e di Storia delle istituzioni m ilitari presso le Facoltà di Scienze Politiche e di Scienze Strategiche (Scuola di Applicazione) di Torino, attualmente è borsista del Dipartimento di Storia di Torino. M ARIO I SNENGHI . Dopo un quindicennio nelle scuole m edie, ha insegnato nelle Università di Padova, Torino e Venezia. È presidente dell'Istituto Veneziano per la storia della Resistenza e della società contem poranea; condirettore e direttore delle riviste "Belfagor" e "Venetica". Ha anim ato e dirige collane per vari editori. Fra le sue opere Il m ito della Grande Guerra (1970 ) giunto alla 6° edizione con il Mulino nel 20 0 7. Diverse edizioni hanno avuto anche Le guerre degli Italiani. Parole im m agini ricordi 1848-1945 (1989), L'Italia in piazza. I luoghi della vita pubblica dal 1848 ai nostri giorni (1994), La tragedia necessaria (1997). I suoi due libri Ein audi e Cappelli del 1979 son o ripresi n el volum e Giunti del 1996, L'Italia del fascio. Sono ora tornati ad uscire, con arricchim enti, per Laterza, i tre volumi de I luoghi della m em oria (1996-97), raccolti nel 20 0 5 anche in francese. Dal 20 0 0 è uscito per tre volte La Grande Guerra 1914-1918, scritto con Giorgio Rochat e dal 20 0 8 al Mulino. Nel 20 0 2 l'Istituto dell'Enciclopedia Italiana ha com pletato la Storia di Venezia con i volum i sul Il Novecento affidati alla cura di Isnenghi. La successiva opera di m olti autori sono i 7 volum i stam pati fra 20 0 8 e 20 0 9 dalla Utet, nei quali ha via via avuto per coadiutori Eva Cecchinato, Sim on Levis Sullam , Daniele Ceschin, Giulia Albanese, oltre che Nicola Labanca: Gli Italiani in guerra. Conflitti identità m em orie dal Risorgim ento ai giorni nostri. N ICOLA LABANCA. È docente di Storia contem poranea presso l’Università degli studi di Siena. Si occupa di storia m ilitare e di storia dell’espansione coloniale. Fra le sue più recenti pubblicazioni, rispettivam ente, L’istituzione m ilitare in Italia. Politica e società, Milano, Unicopli, 20 0 2, Guerre contem poranee. Dal 1945 ad oggi, Firenze, Giunti, 20 0 8, e Guerre vecchie, guerre nuove. Com prendere i conflitti arm ati contem poranei, Milano, Bruno Mondadori, 20 0 9; e Oltrem are. Storia dell’espansione coloniale italiana, Bologna, il Mulino, 20 0 2 (ried. 20 0 7), Una guerra per l’im pero. Mem orie dei com battenti della cam pagna d’Etiopia 1935-36, Bologna, il Mulino, 20 0 5. È Presidente del Centro Interuniversitario di Studi e Ricerche Storico-Militari. SIMON LEVIS SULLAM è attualm ente Leverhulm e Research Fellow all’Università di Oxford. Di recente ha curato, con Mario Isnenghi, Le Tre Italie: dalla presa di
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Rom a alla Settim ana rossa (1870 -1914), vol. II de Gli Italiani in guerra, dir. M. Isnenghi (20 0 9). È autore di Una com unità im m aginata. Gli ebrei a Venezia (20 0 1); L’archivio antiebraico. Il linguaggio dell’antisem itism o m oderno (20 0 8); ha curato inoltre, con Marina Cattaruzza, Marcello Flores, Enzo Traverso, Storia della Shoah (20 0 5-20 0 6). Ha in corso di pubblicazione il volume L’apostolo a brandelli. L’eredità di Mazzini tra Risorgim ento e fascism o (20 10 ). M ARCO M ONDINI (1974). Ha studiato alla Scuola Norm ale Superiore di Pisa, dove si è diplom ato e poi perfezionato in storia contem poranea e dove ha appena concluso un assegno di ricerca. È stato borsista dell’Università di Padova e delle Fondazioni Salvatorelli ed Einaudi. Chercheur invité presso l’ENS di Parigi, ha insegnato presso la Facoltà di Scienze Politiche di Padova e presso l’università di Lille 3 “Charles de Gaulle”. È consigliere scientifico del Centro Interuniversitario di studi e ricerche storico m ilitari e dell’Istituto Storico della Resistenza di Vicenza, e redattore di “Laboratorio di storia contem poranea”. Tra le sue ultim e pubblicazioni di storia m ilitare: La politica delle arm i. Il ruolo dell’esercito nell’avvento del fascism o (Laterza 20 0 6), Dalla guerra alla pace. Pratiche e retoriche della sm obilitazione nell’Italia del N ovecento (Cierre, 20 0 7, con Guri Schwarz), Alpini. Parole e im m agini di un m ito guerriero (Laterza 20 0 8), e la cura di Arm i e politica. Esercito e società nell’Europa contem poranea (numero m onografico di “Mem oria e Ricerca”, 20 0 8, n. 28) e di Parole com e arm i. La propaganda verso il nem ico nell’Italia della Grande Guerra (Museo Storico Italiano della Guerra, 20 0 9). M ICHELE N ANI . Dottore di ricerca in Storia sociale europea (Università Ca’ Foscari di Venezia, 20 0 1). È assegnista di ricerca presso il Dipartimento di Storia dell’Università di Padova. Membro della redazione di “90 0 . Per una storia del tem po presente” e di “Storiografia”, ha svolto attività didattica e di ricerca presso gli atenei di Bologna, Torino, Pisa, Padova, Siena e Trieste e presso l’EHESS di Parigi. Ha pubblicato Ai confini della nazione. Stam pa e razzism o nell’Italia di fine Ottocento, Rom a, Carocci 20 0 6 e Il Quarto Stato di Pellizza da Volpedo tra cultura e politica. Un’im m agine e la sua fortuna, Torino, Angolo Manzoni 20 0 2 (con Liliana Ellena e Marco Scavino). Ha curato il fascicolo Im peri coloniali. Italia, Germ ania e la costruzione del "m ondo coloniale", “90 0 . Per una storia del tem po presente”, n. 1, 20 0 9 (con Vito Gironda e Stefano Petrungaro) e la raccolta di scritti di Riccardo Bonavita, Spettri dell'altro. Il razzism o nella letteratura italiana, Bologna, il Mulino 20 0 9 (con Giuliana Benvenuti), la riedizione di Angelo Mosso, La fatica [1891], Firenze, Giunti 20 0 1 e la raccolta di fonti Per una storia del ceto politico locale bolognese (1946-1970 ). Materiali sociografici sugli eletti nei Com uni e in Provincia, a cura di Michele Nani, Bologna, Archivio Storico della Provincia di Bologna – Istituto per la Storia della resistenza e della Società Contem poranea nella Provincia di Bologna 1999.
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GIORGIO R OCHAT (1936) è stato professore di Storia contem poranea a Milano (1969), a Ferrara (1976), a Torino (1980 ), poi di Storia delle istituzioni m ilitari fino al 20 0 5. Ha studiato e studia la storia m ilitare, coloniale e politica dell'Italia contem poranea. I suoi ultim i volumi sono: La Grande Guerra 1914-1918, con Mario Isnenghi, Milano, La Nuova Italia, 20 0 0 (poi Bologna, Il Mulino, 20 0 8); e Le guerre italiane 1935-1943, Torino, Einaudi, 20 0 5.
INDICE DEI NOMI DI PERSONA*
About, Ilsenn 112 Acerbo, Giacom o 159 Adam i, Maria Vittoria 138 Adorni, Daniela 86 Aglietti, Marcella 50 Albanese, Giulia 6, 14 1-152 , 153, 157, 162, 189, 20 6-20 7, 20 9-211, 213 Alberghi, Pietro 149 Albertini, Paolo 154 Alonge, Giaim e 113 Am ara, Michaël 130 -131 Am brosoli, Luigi 97 Andreini, Alessandro 185 Andreoli, Annam aria 89-90 Andreucci, Franco 10 7 Angeloni, Luigi 27 Angiolini, Franco 1, 225 Antonelli, Quinto 135 Antonielli, Livio 1, 225 Aquarone, Alberto 163 Arisi Rota, Arianna 68 Ascoli, Albert R. 39 Åselius, Gunnar 31 Audoin-Rouzeau, Stéphane 13-20, 22, 109110 , 114, 123-124, 141-142, 198 Avarna di Gualtieri, Carlo 160 , 162 Badoglio, Pietro 173, 182 Baioni, Massim o 86 Bakunin, Michail 10 1 Balbo, Cesare 28-29, 37, 43-44, 52-53, 5556, 58 Balduino, Arm ando 30 Balestra, Gian Luigi 2 Balzac, Honoré de 51
Balzani, Roberto 77 Banti, Alberto Mario 36-38, 40 -41, 61-66, 83-84, 114-115, 147 Baracca, Francesco 10 Baratieri, Oreste 86 Baravelli, Andrea 140 , 142 Barberis, Walter 26, 28, 36, 55-56, 59, 65, 83, 99-10 0 , 115, 142 Baris, Tom m aso 188 Barrès, Maurice 86 Bartalini, Ezio 10 5 Bartok, Bela 181 Bartoli, Dom enico 156 Bartov, Om er 19 Battaglia, Giacinto 45 Battaglia, Roberto 179, 183 Battisti, Cesare 137 Battistini, Andrea 88 Bayly, Christopher 98-99 Bazzoni, Giovanni Battista 40 -41 Beauharnais, Eugène de 29 Becker, Annette 13-14, 16-19, 22-23, 10 9110 , 114, 124, 129, 141 Becker, J ean-J acques 14, 17, 123, 141, 198 Bell, David A. 38 Beltram e, Achille 118 Benigno, Francesco 127 Benvenuti, Giuliana 214 Berchet, Giovanni 39-40 , 43 Bergam ini, Oliviero 117 Bergson, Henri 92-93 Berm ani, Cesare 185, 188 Bertelli, Sergio 54 Berti, Giam pietro 120 , 211 Bertolotti, Davide 52-53
* Sono indicate in neretto le pagine corrispondenti ai capitoli scritti dall’autore in questione.
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Indice dei nom i di persona
Bertolotti, Maurizio 79 Bettiol, Nicola 139 Beurier, J oelle 111-112 Beyrak, Nathan 194 Bianchi, Bruna 97, 129, 133, 137 Bianchi, Paola 29 Bianchi, Roberto 142, 149 Bianchi d’Adda, Marziale 31 Bianco di Saint Jorioz, Carlo 26, 35-36, 39, 46-47, 49 Bicocchi, Clem ente 195 Bidussa, David 195 Bilenchi, Rom ano 183 Blanch, Luigi 30 , 52 Blasi, Assunta 182 Bloch, Marc 66, 71, 183 Bocca, Giorgio 167, 185 Bocchini, Arturo 154, 164-166, 174 Bocconi, Ferdinando 10 1 Bock, Fabienne 126 Boga, Ism aele 212 Bonaiuti, Ernesto 20 4 Bonavita, Riccardo 214 Bonfanti, Filippo 31 Bonghi, Ruggiero 91 Bonini, Francesco 86 Boselli, Paolo 173 Bosio, Gianni 148, 185 Bosworth, Richard J . B. 167 Bourke, J oanna 15 Bovio, Giovanni 10 2 Bracco, Barbara 125, 139 Bradley, J am es 187 Brancaccio, Nicola 59 Bravo, Anna 191 Brice, Catherine 37, 115 Broers, Martin 39 Brunetta, Gian Piero 116-117 Budini, Giuseppe 47 Burgio, Alberto 99 Burgwyn, J am es 149 Buton, Philippe 112 Bruzzone, Anna Maria 191 Cadorna, Luigi 173, 182 Caffarelli, Augusto 25 Caffarena, Fabio 134 Caforio, Giuseppe 10 0 , 227 Caglieris, Giovanni Maria 46 Cairoli, Benedetto 90 Calam andrei, Franco 212 Calam andrei, Piero 180 , 212
Calam andrei, Silvia 180 , 212 Calandri, Michele 186 Calegari, Manlio 188 Calì, Vincenzo 112 Cam arda, Alessandro 97 Canal, Claudio 115 Canale Cama, Francesca 10 7 Canali, Mauro 153, 157, 164-165 Canosa, Rom ano 153 Cantù, Cesare 43, 45 Capdevila, Luc 119 Capogreco, Carlo Spartaco 128 Caponi, Matteo 125 Cappa, Alberto 150 Caravaglios, Cesare 180 -181, 183 Carcano, Giancarlo 158 Cardelli, Tullio 163 Cardini, Franco 44 Cardoza, Anthony L. 143 Carducci, Giosuè 86-91 Carlo Alberto 158 Carlo d’Angiò 41 Carlo Felice 54 Carlyle, Thom as 43 Caroncini, Alberto 85 Carpitella, Diego 183 Carrattieri, Mirco 126 Carta, Paolo 146 Carucci, Paola 153-154, 165 Casati, Elena 79 Casellato, Alessandro 148, 179 -19 6 , 20 620 7, 211 Castagnetti, Pier Luigi 20 4 Castelnuovo, Enrico 39-40 Castelnuovo Frigessi, Delia 44 Castronovo, Valerio 117, 171 Cattaruzza, Marina 214 Cattaneo, Carlo 44, 98 Cavaciocchi, Alberto 59 Cavallari, Pietro, 182 Cavallotti, Felice 82, 10 2 Caviglia, Enrico 182 Cazals, Rém y 124 Cecchinato, Eva 37, 6 1-8 0 , 82, 10 1, 10 5, 20 4, 20 6-20 7, 20 9-210 , 212-213 Ceccotto, Alessandro 79 Celestini, Ascanio 196 Cecotti, Franco 132 Cervi, Alcide 183 Ceschin, Daniele 84, 117, 12 3 -14 0 , 20 620 7, 20 9-210 , 212-213 Ceva, Lucio 160 , 225
Indice dei nom i di persona Chabod, Federico 82, 86 Chiesa, Dam iano 135 Chiurco, Giorgio Alberto 158 Ciccotti, Ettore 145 Ciuffoletti, Zeffiro 77 Clausewitz, Carl von 10 , 35 Clem ente, Piero 185 Cling, Maurice 194 Cochet, François 13-14 Colarizi, Sim ona 149, 155 Collotti, Enzo 19 Colom bo, Adolfo 29 Colom bo, Alberto 225 Colom bo, Arturo 77 Com isso, Giovanni 183 Com te, Auguste 12 Consiglio, Alberto 85 Conti, Giuseppe 1, 225 Contini, Giovanni 192 Corazzin, Giuseppe 212 Cordova, Ferdinando 154 Corradini, Enrico 92-93 Corsero, Mario 186 Cortesi, Luigi 99 Costa, Andrea 89, 99, 10 1-10 3 Crainz, Guido 149 Cravetto, Enrico 199-20 1 Cresti, Carlo 115-116 Crispi, Francesco 82, 84, 88, 10 3 Croce, Benedetto 30, 52, 81, 92-93, 95, 181182 Crociani, Piero 31, 161 Cru, Norton 18 Cubani, Francesco 39 Curcio, Carlo 46 D’Annunzio, Gabriele 85-87, 89-90 , 92, 118 D’Ayala, Mariano 56 D’Azeglio, Massim o 37, 40 -41, 43-44, 48 D’Orsi, Angelo 99, 154 Dallari, Ernesto 144 Davis, J ohn A. 66, 166 De Am icis, Edm ondo 83, 97 De Angelis, Rodolfo 182 De Bernardi, Alberto 167 De Bono, Em ilio 156-157 De Cillia, Antonio 134 De Felice, Renzo 167-168 De Gasperi, Alcide 20 4 De Grazia, Victoria 157 De Laugier, Cesare 50 -52
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De Leonardis, Massim o 1, 225 De Lorenzo, Renata 50 , 66 De Marco, Laura 10 6 De Martino, Ernesto 183 De Sim onis, Paolo 185 De Vecchi, Cesare 158 De’ Zerbi, Rocco 84-85 Degli Esposti, Fabio 125, 225 Degl’Innocenti, Maurizio 67, 76, 10 6, 150 Del Boca, Angelo 86, 10 2 Del Fante, Cosim o 50 Del Negro, Piero 1-5, 7-12, 2 5 -3 4 , 35-37, 52, 54, 59-60 , 75, 10 0 , 120 , 125, 168, 211, 225, 227-228 Delcroix, Carlo 182 Della Peruta, Franco 30 , 35-36, 47, 60 Derla, Luigi 34 Di Girolam o, Piero 97 Di Napoli, Mario 77 Di Nucci, Loreto 20 3 Di Rudinì, Antonio Starabba 84 Di Giovanni, Marco 225 Diaz, Arm ando 173, 182 Dirani, Ennio 86 Doegen, Wilhelm 181 Dogliani, Patrizia 135, 150 , 167 Dom enichelli, Mario 119 Dom inioni, Matteo 86 Donati, Claudio 225 Donati, Lorenzo 157-158 Donzelli, Carm ine 20 0 Douhet, Giulio 10 Dreyfus, Alfred 10 3 Droz, J acques 96 Duggan, Christopher 82 Durando, Giacom o 39, 57-58 Eastwood, Clint 187 Edison, Thom as A. 181 Einaudi, Luigi 158 Ellena, Liliana 214 Ellero, Elpidio 134 Elze, Reinhard 44 Em anuele Filiberto 55-56, 58 Emanuele Filiberto Duca d'Aosta 116, 182 Engels, Friedrich 97 Enia, Davide 195-196 Ericson, Lars 31 Erm acora, Matteo 97, 127, 133 Fabbri, Fabio 10 7 Fabre, Giorgio 154
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Indice dei nom i di persona
Farina, Rachele 191 Farneti, Paolo 227 Federico Barbarossa 43 Ferdinando di Savoia 59 Fergonzi, Flavio 116 Ferguson, Niall 17 Ferraboschi, Alberto 126 Ferrari, Giuseppe 10 1 Ferrero, Guglielm o 10 3 Ferruccio, Francesco 42-43 Fieram osca, Ettore 40 -41 Finelli, Michele 78 Finzi, Roberto 149 Flores, Marcello 214 Foderaro, Salvatore 156 Fogazzaro, Antonio 20 4 Fontana, Sandro 188 Forcella, Enzo 185, 189-190 Ford, Franklin L. 141 Foresti, Fabio 188 Foscolo, Ugo 25, 33-34, 53 Fossati, Paolo 20 0 Fournier Finocchiaro, Laura 87 Fradeletto, Antonio 20 7, 212 Francescangeli, Eros 142 Francia, Enrico 3, 5, 7, 3 5-6 0 , 212 Franco, Andrea 184 Franco, Francisco 11 Franzina, Em ilio 10 0 , 148, 185 Franzinelli, Mim m o 153, 164, 173 Frassati, Filippo 225 Freud, Sigm und 92, 10 9 Frezza, Daria 195 Fubini, Mario 43, 44 Fucci, Franco 153 Fussel, Paul 114 Gabriel, Pere 151 Gabriel, Richard A. 17 Gabrielli, Pietro 184 Gaddi, Giuseppe 212 Gagliani, Dianella 150 Galante Garrone, Alessandro 90 Galbiati, Enzo 163, 165-166 Gallerano, Nicola 190 Galli della Loggia, Ernesto 67, 20 3 Galli, Stefano B. 135 Gandolfo, Asclepia 162 Garbato, Sergio 79 Garibaldi, Ezio 77 Garibaldi, Giuseppe 2, 43, 59, 62, 67-80 , 98, 10 1, 168, 20 0 , 20 3, 211
Garibaldi, Ricciotti 77 Garibaldi J allet, Annita 77 Gatrell, Peter 134 Gatti, Gianluigi 6, 11, 153 -16 6 , 171, 213 Gauthier, Christophe 113 Gem elli, Agostino 180 Gentile, Emilio 109, 125, 147-148, 151, 153, 166 Gervereau, Laurent 112 Giacchi, Nicolò 31 Giacom ini, Ruggero 10 5 Giam m ichele, Florindo Silvio 159 Giannetto, Marina 153 Giardino, Gaetano 182 Gibelli, Antonio 13, 17, 110 , 120 , 123, 137, 142, 198 Giglio, Raffaele 85 Gilpin Faust, Catherine Drew 119 Gim m elli, Martino 59 Ginsborg, Paul 37, 61-63, 65 Giolitti, Giovanni 85, 92, 96-97, 10 2-10 4, 10 6, 148 Giorgetti, Niccolò 54 Gironda, Vito 214 Girouard, Mark 114 Giulio Cesare, Caio 28 Gobetti, Piero 160 Goebel, Stefan 114 Goldoni, Carlo 211 González Calleja, Eduardo 13, 151 Gram sci, Antonio 35, 96, 99, 10 1 Grandi, Dino 166 Grandi, Dom enico 145 Grassi, Giuseppe 55 Grayzel, Susan R. 119 Gregory, Adrian 119 Gribaudi, Gabriella 184, 188, 190 -191, 196 Griffith, David 113 Guarnieri, Silvio 188 Guelfi, Franca 78 Guerrazzi, Francesco Domenico 41-43, 45 Guerrini, Irene 139 Guidetti Serra, Bianca 191 Guspini, Ugo 153 Hagtvet, Bernt 151 Hanlon, Gregory 26 Hanson, Victor Davis 18, 110 Haupt, Georges 96 Hayez, Francesco 44 Henneberg, Krystyna von 39 Hindenburg, Paul von 126
Indice dei nom i di persona Hirschfeld, Gerhard 141 Hitler, Adolf 161, 170 , 174, 177, 212 Hobsbawm , Eric J . 68, 96, 141 Horne, J ohn 129, 134, 142 Ihring, Peter 40 , 43 Iko, Per 31 Ilari, Virgilio 1, 31, 50 , 53, 159, 225 Inglis, Ken 114 Ingrao, Christian 17 Isabella, Maurizio 37 Isnenghi, Mario 4-9, 11, 13, 15-16, 23, 61, 65, 67, 73, 78, 81-83, 87-88, 92, 97, 117, 123, 143, 146-147, 149, 151, 153, 185, 189, 19 7-2 10 , 211-215 Isola, Gianni 97, 115 Ivani, Mario 154 J ahier, Piero 180 J anz, Oliver 139 J auffret, J ean-Charles 18 J eism ann, Michael 113-114 Kant, Im m anuel 99 Keegan, J ohn 18, 10 9-110 Kim m el, Michael S. 119 King, Alex 114 Klinkham m er, Lutz 139 Korner, Axel 37 Koselleck, Reinhart 114 Kram er, Alan 120 , 124, 129, 134 Krum eich, Gerd 141 Kühne, Thom as 17 La Marm ora, Alberto 58 La Marm ora, Alfonso 60 La Masa, Giuseppe 60 Labanca, Nicola 1-2, 5, 8-9, 11, 13 -2 3 , 30, 38, 78, 82-84, 86, 88-89, 91-92, 102, 104, 124-125, 168, 20 7, 210 -211, 213, 225, 227-228 Lahoz Ortiz, Giuseppe 26 Lanaro, Silvio 85, 147 Larsen, Stein U. 151 Latini, Carlotta 127 Lawrence, J on 141 Lazzari, Costantino 10 7 Le Bon, Gustave 92 Lechi, Giuseppe 26 Lenin, Vladimir Il’ic Ul’janov detto 95-96, 158 Leoni, Diego 115
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Lerda, Giovanni 10 2 Leschi, Vittorio 33 Leto, Guido 153 Levi, Giovanni 150 Levis Sullam , Sim on 5, 8 1-9 4 , 143, 199, 20 6-20 7, 20 9-210 , 213 Lewis, Adrian 18 Liakos, Antonis 196 Liberovici, Sergio 185 Liberti, Egidio 35, 46 Liebknecht, Karl 98 Lissoni, Antonio 49-52 Liulevicius, Vejas Gabriel 134 Lom ax, Alan 183 Longanesi, Leo 183 Lotti, Luigi 144 Ludendorff, Erich 126 Lupo, Salvatore 167 Luzzatto, Sergio 99, 157 Lynn, J ohn A. 17, 58, 110 Lyttelton, Adrian 39, 44 MacGregor, Kn ox 170 Machiavelli, Niccolò 45-46, 53, 55, 98, 211 Macry, Paolo 63-64 Madrignani, Carlo A. 85 Magris, Claudio 193 Maldini Chiarito, Daniela 63-64 Malni, Paolo 134 Mam iani, Terenzio 43 Mangiavacchi, Maria 115 Mangoni, Luisa 86 Manzoni, Alessandro 42 Marco, Enric 193 Marinetti, Filippo Tom m aso 92, 182 Marpicati, Arturo 180 Marshall, George C. 174 Martin, Marc 32 Martini, Arturo 116 Martucci, Roberto 68 Mascilli Migliorini, Luigi 43, 51, 54 Masetti, Augusto 10 6 Massobrio, Giulio 35, 10 0 , 10 5, 160 Matteotti, Giacomo 153, 156-157, 160, 164, 20 5 Mattera, Paolo 140 Mattl, Siegfried 112 “Mauthausen” 185-186 Maurin, J ules 18 Mazzini, Giuseppe 36-37, 43-44, 46-48, 55, 60 , 62, 70 , 75-76, 78-80 , 98, 10 1, 214 Mazzonis, Filippo 75
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Indice dei nom i di persona
Mazzotta, Clem ente 88 Meccariello, Pier Paolo 154 Meli, Maria Teresa 20 4 Melograni, Piero 155 Menelik II 88, 10 3 Mengozzi, Dino 67-68, 70 -76 Meriggi, Marco 66 Micheletti, Luigi 227 Miccoli, Giovanni 66 Micheli, Silvio 183 Milanese, Isabella 99 Milocco, Giorgio 128 Milocco, Sara 128 Milza, Pierre 167 Mingone, Francesco 49 Minniti, Fortunato 1, 174, 177, 225 Miro Gori, Gianfranco 88 Molinelli, Raffaele 83-85 Mollia, Franco 20 0 Mom m sen, Wolfgang J . 141 Mondini, Marco 5, 15, 36, 84, 10 9 -12 1, 140 , 214 Monelli, Paolo 121 Monsagrati, Giuseppe 68, 77 Montale, Bianca 58 Montanelli, Giuseppe 37 Montecuccoli, Raim ondo 25, 33-34 Monteleone, Renato 10 2, 115 Montella, Fabio 126 Monticone, Alberto 185 Morante, Elsa 191 Morasso, Mario 93 Morgan, Sarah 188 Morgari, Oddino 99 Morisi, Paola 188 Moro, Aldo 20 5 Mosse, George L. 15, 19, 38, 83, 111, 116, 140 -141 Mosso, Angelo 214 Murat, Gioacchino 29-30 Murialdi, Paolo 117 Murri, Rom olo 125 Musso, Stefano 143 Mussolini, Benito 10, 85, 126, 146, 151, 153159, 161, 163-170, 173-177, 184, 205, 213 Myklebust, J an P. 151 Nani, Michele 5, 9 5-10 7, 147, 214 Napoleone I (Bonaparte, Napoleone) 2530 , 33-34, 38, 49, 51, 54, 69, 211 Nicolai, Renato 183 Nietzsche, Friedrich 92-93
Nivet, Philippe 130 Novello, Giuseppe 121 O'Connor, Anne 39 Oberdan (Oberdank), Guglielm o 85, 90 Occhipinti, Maria 189-190 Offenstadt, Nicolas 13 Oliva, Gianni 97-98, 100-101, 103-106, 154 Olivera, Philippe 13 Ong, Walter J . 189 Oriani, Alfredo 85-86 Orlando, Vittorio Em anuele 173, 182 Ortalli, Gherardo 211 Ortoleva, Peppino 182 Oudinot, Nicholas Charles Victor 54 Paganelli, Carlo 59 Paggi, Leonardo 192 Palla, Luciana 188 Palla, Marco 149, 153 Paloscia, Annibale 158 Paoletti, Ciro 31 Paolini, Marco 196 Papadia, Elena 144, 146, 151 Papini, Giovanni 85, 20 0 Paris, Michael 113 Pascoli, Giovanni 87-88, 92 Passerin D’Entrèves, Ettore 52 Passerini, Luisa 186, 188 Patriarca, Silvana 37-39 Pavan, Cam illo 134, 188 Pavone, Claudio 182 Pecori Giraldi, Guglielm o 182 Pécout, Gilles 135 Pedullà, Gabriele 196 Peli, Santo 97 Pellico, Silvio 43 Pellizza da Volpedo 97, 214 Pepe, Gabriele 50 Pepe, Guglielm o 29, 39, 56-59 Perticone, Giacom o 147 Petrungaro, Stefano 214 Pezzino, Paolo 192 Picard, Em m anuelle 13 Pick, Daniel 84, 10 9, 111 Pieretti, Maurizio 188 Pingaud, Albert 29-30 Pino, Dom enico 26 Pinto, Giuliano 43 Pironi, Tiziana 10 6 Pisacane, Carlo 26, 36, 39, 59-60 , 98, 10 1 Pistacchi, Maurizio 182
Indice dei nom i di persona Pitocco, Francesco 66 Piva, Giuseppe 154 Pivato, Stefano 78 Plastino, Goffredo 183 Pluviano, Marco 139 Pocock, J ohn 46 Poggio, Pier Paolo 2 Polanyi, Karl 95-96 Pom oni, Luciano 151 Portelli, Alessandro 180 , 188-189, 192 Powers, Ron 187 Pozzato, Paolo 118 Pregnolato, Monica 115 Prezzolini, Giuseppe 157 Procacci, Giovanna 1, 13, 15-16, 20, 97, 124, 126-127, 225 Prochasson, Christophe 18, 142 Prollius, Michael V. 17 Prost, Antoine 13, 16, 113 Provana, Giacinto 56 Quercioli, Alessio 135, 137 Quiliquini, Giuseppe 158 Rabito, Vincenzo 134 Ragioni, Rodolfo 26 Ragionieri, Ernesto 10 7, 148 Ragone, Giovanni 90 Rainero, Rom ain 87, 10 2, 154 Ranzato, Gabriele 1, 225 Rapone, Leonardo 99 Rasera, Fabrizio 137, 146 Rébérioux, Madeleine 96, 98 Resca, Maria 188 Revelli, Nuto 168, 185-186, 189 Riall, Lucy 37-38, 43, 67-70 , 75-76 Ribeiro de Menses, Francisco 142 Ricci, Laura 83 Ricci, Luca 134 Ricciardi, Giuseppe 47 55 Ricotti, Ercole 52 Ridolfi, Maurizio 78, 80 , 148 Rigoni, Chiara 115 Rivello, Pier Paolo 228 Rizzo, Mario 1, 225 Roberto, Maria Teresa 116 Rochat, Giorgio 1-2, 6, 9-11, 13, 23, 35, 100, 10 4-10 5, 124, 149, 160 -161, 16 7-177, 198, 213, 215, 225, 227 Rodano Franco 20 4 Rom ero Salvadó, Francisco J . 151 Roosevelt, Franklin D. 174
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Rossi, Andrea 173 Rossi, Lauro 34 Rossini, Daniela 10 7, 125 Rossini, Giuseppe 157 Rousseau, Frédéric 13, 18, 124 Roux, J ean-Pierre 14 Rugge, Fabio 225 Russi, Luciano 60 Sabbatucci, Giovanni 90 , 150 Sacchi, Achille 79 Salandra, Antonio 146, 148, 173 Salim beni, Leonardo 32-33 Saluzzo di Monesiglio, Alessandro 28 Saluzzo di Monesiglio, Cesare 28 Salvagnini, Gigi 115 Salvati, Mariuccia 147 Salvem ini, Gaetano 157-158 Sanga, Glauco 189 Santangelo, Evelina 134 Santarosa, Santorre Annibale De Rossi di Pom arolo di 28-29, 54, 56 Santini, Em ilio 34 Sarasini, Pino 115 Saunders, Nicholas J . 112 Saviano, Roberto 196 Sbordone, Giovanni 148 Scarfoglio, Carlo 85 Scarfoglio, Edoardo 84-85, 91 Scartabellati, Andrea 138 Scavino, Marco 214 Schiera, Pierangelo 44 Schm itt, J ean Claude 150 Schwarz, Angelo 117-118 Schwarz, Guri 214 Scipione (Scipio), Publio Corn elio 59 Scirocco, Alfonso 67 Scott, J am es C. 186 Scotti Douglas, Vittorio 29, 36, 46, 49-50 Scuccim arra, Luca 127 Scurati, Antonio 116 Secchiari, Lorenzo 78 Senise, Carm ine 153 Serao, Matilde 85 Sergi, Giuseppe 40 Serra, Renato 20 0 Sestan, Ernesto 43-44 Sirinelli, J ean-François 15 Sismondi, J ean Charles Leonard Simonde de 39, 42-43, 45 Sm ith, Angel 151 Sm ith, Leonard V. 13, 81
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Indice dei nom i di persona
Snowden, Frank M. 149, 157 Sofia, Francesca 32 Sogliani, Daniela 78 Soldani, Sim onetta 39, 44, 64 Sorbelli, Albano 90 Sorel, Georges 92 Spencer, Herbert 12 Spiazzi, Anna Maria 115 Spini, Giorgio 176 Spitzer, Leo 180 -181 Spriano, Paolo 10 5 Staderini, Alessandra 2, 30 , 125, 127, 211 Stalin, J osip Vissarionovic Dzhugashvili detto 11, 174 Sternhell, Zeev 86, 92 Stolberg-Gedern, Luisa contessa d’Albany 33 Straniero, Michele L. 185 Stuparich, Carlo 136 Stuparich, Giani 136 Sturani, Enrico 120 Sturzo, Luigi 20 4 Sum m ers, J ulie 195 Tabet, Xavier 46 Tasca, Angelo 143 Taylor, Philip M. 111, 119 Tellini, Gino 53 Terzolo, Luca 20 0 Tesoro, Marina 68 Teulié, Pietro 26 Thanassekos, Yannis 194 Thaon di Revel, Paolo 182 Thiers, Adolphe 84 Tibell, Gustaf Wilhelm af 31-32 Tilly, Charles 141-142 Tilly, Louise 141 Tilly, Richard 141 Tim eus, Ruggero 136 Tingsten, Lars 31 Tittoni, Tom maso 182 Tobia, Bruno 78, 115 Todero, Fabio 136-137 Tognarini, Ivan 54 Tom assini, Luigi 1-2, 16, 78, 225 Tom m asello, Giovanna 86 Tosatti, Giovanna 153 Traverso, Enzo 142, 214 Treves, Claudio 10 2 Treves, Em ilio 89-90
Trevisan, Giorgio 115 Trilussa (Carlo Alberto Sallustri) 182 Tropea, Mario 88, 90 Turati, Filippo 10 2-10 3 Turiello, Pasquale 83-85, 91 Um berto I 20 5 Urettini, Luigi 183 Vacani, Cam illo 49-50 , 52 Valeri, Nino 85 Valiani, Leo 97 Valori, Aldo 154 Van Creveld, Martin 14, 17 Van der Linden, Marcel 96 Van Hoolthon, Frits 96 Van Wees, Hans 110 Vanzetto, Livio 117-118, 212 Vattim o, Gianni 198 Ventrone, Angelo 125, 141-142, 146 Ventura, Angelo 153 Véray, Laurent 113 Vernassa, Maurizio 163 Viaggio, Stefano 112 Vian, Giovanni 66 Vigezzi, Brunello 148 Vigni, Laura 115 Villam arina, Em anuele Pes di 58 Vinciguerra, Gabriella 20 6 Virlogeux, Georges 40 Visintin, Angelo 10 0 Vittorio Em anuele I 54 Vittorio Em anuele II 62, 75 Vivarelli, Roberto 149, 157 Voltm er, Ernst 44 Vovelle, Michel 72, 114 Waley-Cohen, J oanna 17 Weber, Cornelia 181 Westheider, Rolf 113 Wieviorka, Annette 193-194 Winter, J ay 16, 113-114, 140 -141 Woolf, Stuart 63-64, 80 , 212 Zadra, Cam illo 115, 137, 146 Zaghi, Carlo 26 Zaghi, Valentino 153 Zangheri, Renato 10 1, 10 6-10 7 Zazzara, Gilda 212 Zem on Davis, Natalie 196
IL CENTRO INTERUNIVERSITARIO DI STUDI E RICERCHE STORICO-MILITARI (Università di Bologna-Ravenna, Milano Cattolica, Milano Statale, Modena, Padova, Pavia, Pisa, Rom a La Sapienza, Rom a Tre, Siena, Torino)
Il Centro interuniversitario di studi e ricerche storico-m ilitari sorse nel 1981, grazie ad una legge di riform a dell’Università (n. 382 dell’11 luglio 1980 ) che prevedeva la costituzione dei centri interuniversitari. Scopo del Centro è la prom ozione e lo sviluppo della storia m ilitare in tutte le sue com ponenti e in tutti i cam pi di ricerca utili all’approfondim ento della storia m ilitare nazionale e internazionale. Le m olteplici attività di ricerca e di studio del Centro si sono concretizzate in convegni internazionali e nazionali, sem inari di studio, prom ozione di rassegne e bibliografie, presentazioni di volum i, pubblicazioni. Proponenti furono docenti delle Università di Padova, Pisa e Torino (Piero Del Negro, Filippo Frassati, Giorgio Rochat). Nel 1992 hanno aderito docenti delle Università di Milano Cattolica e Pavia (rispettivam ente Virgilio Ilari, poi anche Massim o De Leonardis, e Lucio Ceva) e nel 20 0 2 di Siena (Nicola Labanca). Nel 20 0 2, cessati dal servizio i precedenti rappresentanti, sono subentrati per le Università di Pavia e Pisa rispettivam ente Alberto Colombo (poi Fabio Rugge), e Franco Angiolini e Gabriele Ranzato. Il 20 0 3 ha visto l’adesione di un num ero im portante di docenti delle Università di Bologna-Ravenna, Milano Statale, Modena, Rom a La Sapienza e Roma Tre (rispettivam ente Luigi Tom assini, Livio Antonielli e Claudio Donati, Giovanna Procacci, Giuseppe Conti e Fortunato Minniti). Più di recente, per ragioni legate al passaggio delle generazioni e agli avvicendamenti universitari si sono avute ulteriori sostituzioni e arricchim enti (Fabio Degli Esposti, Marco Di Giovanni, Mario Rizzo). Il Centro è stato presieduto da Giorgio Rochat (1981-1989), Piero Del Negro (1989-20 0 2) e ora da Nicola Labanca (20 0 2-). I sem inari annuali del Centro I SEMINARIO, 20 -22 ottobre 1988, Università di Padova: Gli studi sulla guerra italiana 1915-1918. II SEMINARIO, 19-20 ottobre 1989, Università di Torino: Forze arm ate e politica m ilitare in Italia 1920 -1940 . Lo stato degli studi.
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III SEMINARIO, 8-9 novem bre 1990 , Università di Firenze: Com battenti italiani nelle due guerre m ondiali. IV SEMINARIO, 7-9 novem bre 1991, Università di Padova: Storia m ilitare locale e storia m ilitare nazionale. Metodi, problem i, prospettive. V SEMINARIO, 29-31 ottobre 1992, Università di Torino: I sottufficiali e i soldati di m estiere in Italia. VI SEMINARIO, 11-13 novem bre 1993, Museo storico italiano della Guerra (Rovereto) e Museo dell’aria ‘G. Caproni’ (Trento): I m usei della Grande guerra dalla Val Cam onica al Carso. VII SEMINARIO, 3-4 novem bre 1994, Università di Firenze (in collaborazione con la Federazione provinciale fiorentina della Associazione Nazionale Com battenti e Reduci e con la Federazione provinciale fiorentina della Associazione Nazionale ex Internati): I m ilitari italiani prigionieri di guerra (dalle guerre napoleoniche alla seconda guerra m ondiale. VIII SEMINARIO, 16-17 novem bre 1995, Accadem ia m ilitare (Modena): La form azione degli ufficiali italiani nelle accadem ie m ilitari, ieri ed oggi. IX SEMINARIO, 27 novembre 1996, Scuola d’Applicazione (Torino): Università e forze arm ate italiane (secoli XVIII-XX. X SEMINARIO, 14-15 novem bre 1997, Ferrara (in collaborazione con l’Istituto di Storia Contem poranea di Ferrara): Guerra regolare e guerra di popolo in Italia dall’età napoleonica alla Resistenza. XI SEMINARIO, 16-17 ottobre 1998, Università di Siena, Certosa di Pontignano: Dalla guerra alla pace. Politiche, m entalità, didattiche. XII SEMINARIO, 18-19 novembre 1999, Ministero della Difesa (Rom a), (in collaborazione con l’Ufficio storico dello Stato Maggiore dell’Esercito): Media, opinione pubblica e im m agine delle forze arm ate in Italia tra Otto e N ovecento. XIII SEMINARIO, 16-18 novem bre 20 0 0 , Università di Padova (in collaborazione con la Com m issione italiana di storia m ilitare): Lo spirito m ilitare degli italiani. XIV SEMINARIO, 15-17 novembre 20 0 1, Accadem ia m ilitare (Modena), (in collaborazione con l’Accadem ia m ilitare di Modena): Guerre im m aginate. XV SEMINARIO, 12-14 dicembre 20 0 2, Università di Firenze-Istituto geografico m ilitare di Firenze (in collaborazione con l’Istituto geografico m ilitare di Firenze): Militari italiani in Africa. XVI SEMINARIO, 20 giugno 20 0 3, Scuola di Applicazione di Torino (in collaborazione con la Procura m ilitare di Torino e la Scuola di Applicazione di Torino): Fonti e problem i per la storia della giustizia m ilitare in Italia. XVII SEMINARIO, 11-13 dicembre 20 0 3, Università di Pisa (in collaborazione con la Società italiana di storia m ilitare): Tra coscrizione e volontariato. Il reclutam ento m ilitare nella storia d’Italia. XVIII SEMINARIO, 23-24 aprile 20 0 4, Fondazione Benetton (Treviso) (in collaborazione con la Fondazione Benetton), Il gioco e la guerra. XIX SEMINARIO, 25-27 novembre 20 0 4, Università di Firenze: Militarizzazione e nazionalizzazione nella storia d’Italia. Aspetti e problem i.
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XX SEMINARIO, 15 aprile 20 0 5, Consiglio regionale della Toscana (Firenze): Militari, Partigiani e Guerra di Liberazione. I Gruppi di com battim ento (19441945). Studi, fonti, m em orie. XXI SEMINARIO, 13-14 ottobre 20 0 6, Consiglio Regionale della ToscanaCircolo unificato di presidio (in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura della Regione Toscana): Le forze arm ate nella Repubblica italiana. Il reclutam ento XXII SEMINARIO, 5-7 dicem bre 20 0 6, Università degli studi di Bologna, sede di Ravenna: Forze arm ate e beni culturali. la dim ensione m ilitare nella tutela e conservazione del patrim onio. XXIII SEMINARIO, 8-10 novembre 20 0 7, Fondazione Luigi Micheletti, Brescia, Storie di arm i. XXIV SEMINARIO, 9-10 m aggio, Università degli studi di Siena (in collaborazione con ENS e EPHE di Parigi e Université de Lille – ‘projet A.N.R.’), Les occupations m ilitaires étrangères en Italie. My thes historiographiques, inventions polém iques, réalités de terrain. XXV SEMINARIO, 2-4 ottobre 20 0 8, Università degli studi di Torino (in collaborazione con Assessorato alla Cultura della Regione Piem onte, Centro Paolo Farneti e Scuola di applicazione), Storie di guerre e eserciti. XXVI SEMINARIO, 21 novembre 20 0 8, Università degli studi di Padova, Guerre e cultura di guerra nella storia d’Italia. XXVII SEMINARIO, 18-19 settem bre 20 0 9, Museo storico italiano della Guerra, Rovereto, Costruirsi un nem ico. La propaganda nella Grande guerra e nei conflitti del N ovecento. XXVIII SEMINARIO, 27-28 novem bre 20 0 9, Museo storico italiano della Guerra, Rovereto, e Fondazione Museo storico del Trentino, Contare i m orti. I caduti della Grande guerra. Principali pubblicazioni curate direttam ente dal Centro La storiografia m ilitare italiana negli ultim i venti anni, a cura di Giorgio Rochat, Milano, Franco Angeli, 1985, pp. 238. Bibliografia italiana di storia e studi m ilitari 1960 -1984, Milano, Franco Angeli, 1987, pp. XXVII-580 . Ufficiali e società. Interpretazioni e m odelli, a cura di Giuseppe Caforio e Piero Del Negro, Milano, Franco Angeli, 1988, pp. 571. Ufficiali italiani. Esercito politica e società, a cura di Nicola Labanca, in ‘Ricerche storiche’, a. XXIII (1993) n. 3, pp. 457-668. Guida alla storia m ilitare italiana, a cura di Piero Del Negro, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 1997, pp. V-282. Dalla guerra alla pace. Studi sulla sm obilitazione, a cura di Nicola Labanca, in ‘Ricerche storiche’, a. XXX (20 0 0 ) n. 3, pp. 227-320 . Lo spirito m ilitare degli italiani. Atti del sem inario (Padova 16-18 novem bre 20 0 0 ), a cura di Piero Del Negro, Padova, Università di Padova, 20 0 2.
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La storiografia m ilitare in Francia e in Italia negli ultim i vent’anni. Due esperienze a confronto. Atti del secondo incontro franco-italiano (Venezia, 27-28 aprile 20 0 1), in Società italiana di storia m ilitare, Quaderno 20 0 0 , a cura di Piero Del Negro, Napoli, Esi, 20 0 3, pp. 238. Militari italiani in Africa. Per una storia sociale e culturale dell’espansione coloniale, in Società italiana di storia m ilitare, Quaderno 20 0 1-20 0 2, a cura di Nicola Labanca, Napoli, Esi, 20 0 4, pp. 493. Fonti e problem i per la storia della giustizia m ilitare, a cura di Nicola Labanca e Pier Paolo Rivello, Torino, Giappichelli, 20 0 4, pp. 339. I Gruppi di com battim ento. Studi, fonti, m em orie (1944-1945), a cura di Nicola Labanca, Firenze, Carocci, 20 0 6, pp. 237.