STATO
MAGGIORE
DELL'ESERCITO
UFFICIO STORICO
STUDI STORICO-MILITARI 1987
ROMA 1988
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SlU.GRAFICA - V IA DELLA MOR1'ELI..A, 36 •
TE!..
438 8:2.00 • ROMA 1988
SOMMARIO PARTE PRIMA
SAGGI F. Botti: Il problema militare dal 1900 al 1914 riferito agli aspetti considerati all' epoca minori . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
pag.
D. Ferrari: La difesa della costa italiana nella 2a G.M. . . . . .
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109
V. Ilari: I tentativi di riforma dell'Esercito pontificio dal 1972 al 1798 - aspetti giuridici e sociali della vita militare .
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137
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243
7
S. Labonia: Gli Ufficiali dell'Esercito: reclutamento e carriera
(1950-1984) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . PARTE SECONDA
PROFILI BIOGRAFICI
O. Bovio: Il Generale Nicola Bellomo . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
pag. 363
A . Gennaro: Il Magg. Geo . Mariano cl' Ayala
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PARTE TERZA
TESTIMONIANZE
G. Amati: Grecia 1943-44. Dal presidio di Tembi della «Pinerolo> alla banda dei diciotto . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
pag. 501
F. Viglione: Tentativo di ricostruzione di un mattino di guerra
del 132° reggimento carri «Ariete> . . . . . . . . . . . .
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533
PARTE QUARTA
RICERCHE M. Montanari: Il progetto Africa Orientale e i suoi sviluppi
pag. 705
C. Rampioni: La branda ... . . . .. .. ... .... . .... .. .. .... .
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M. Saporiti: Elenco cronologico delle leggi, decreti, disposizioni e circolari relativi al rancio . . . . . . . . . . . . . . . . . .
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ORESTE Bovro
NICOLA BELLOMO La tragica vicenda del generale Nicola Bellomo, fucilato da un plotone d'esecuzione britannico l' 11 settembre 1945 in esecuzione di una sentenza capitale emessa da un tribunale inglese, ritorna periodicamente sulla stampa italiana ad opera di storici, di giornalisti ed anche di semplici lettori. Talvolta chi scrive sembr a mosso soltanto dal desiderio di ricordare un episodio triste accaduto in anni tristissimi e di riabilitare la fi gura del protagonista; talvolta appare spinto, invece, da un intento vagamente strumentale e scandalistico, desideroso non tanto di controllare la rispondenza della sentenza inglese ai fatti realmente accaduti quanto di accreditare l'ipotesi del «delitto di stato», lasciando persino intravedere negli anonimi e vili accusatori del generale Bellomo lo strumento di una vendetta concertata da a lcuni «gros bonnets» del regio esercito. Ad oltre quarant'anni dagli avvenimenti è possibi le ricostruire quella vicenda con sufficiente distacco, suffrugando il racconto con documenti ufficiali e non con fantasiose illazioni. Il mio doveroso ringraziamento perciò al Capo dell'Ufficio Stor ico dello Stato Maggiore dell'Esercito che mi ha permesso di consultare le carte relative al caso custodite nell'archivio dell'Ufficio (1). LA CARRIERA
Nicola Bellomo nacque a Bari il 2 febbraio 1881 da Andrea, armatore di una piccola flottiglia da pesca e poi commerciante, e da Isa beli.a Ungaro, casalinga. Ammesso a ll'Accademia Mil itare il 2 novembre 1901 fu promosso sottotenente d'artiglieria il 7 settembre 1903 e tenente, dopo la frequenza della Scuola d'Applicazione, il l O settembre 1906. (I) Nella primavera del 1971 l'Ufficio Storie-O si fece carico di raccogliere tutti gli ani relativi al processo del generale Bellomo ancora esistenti presso gli Enti militari. Fu così riunito un voluminoso dossier, composto per lo più da fotocopie in quanto gli Enti interessati spesso non inviarono all'Ufficio i documenti originali in loro possesso. Ritengo però che tali fotocopie siano assolutamente valide.
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Oreste Bovio
Dopo aver prestato servizio nel 3° reggimento artiglieria da costa e nel 12° reggimento artiglieria da campagna, nell'ottobre 1911 entrò alla Scuola di Guerra dalla quale uscì tre anni più tardi, 4 ° classificato su 53 frequentatori. Promosso capitano a scelta il 3 gennaio 1915, con anzianità però 31 dicembre 1913, Nicola Bellomo iniziò il suo servizio di stato maggiore presso il comando del VI Corpo d'Armata. All'apertura delle ostilità contro l'Austria - Ungheria, il capitano Bellomo ebbe subito modo di manifestare una spiccata attitudine per l'azione ed una certa impetuosità di carattere, qualità che accompagneranno sempre la sua carriera: inviato in prima linea con l'incarico di controllare e di osservare, così come era nella prassi del servizio di stato maggiore, le modalità adottate da un reggimento per l'apertura dei varchi nei reticolati Nicola Bellomo, evidentemente non soddisfatto di come andavano le cose nel reparto ispezionato, si sostituì d'impeto addirittura ad un graduato capo pattuglia, come dice la motivazione della medaglia d'argento al valor militare che gli fu concessa: « Ufficiale in servizio di Stato Maggiore incaricato di recarsi aUe trincee di prima linea per rendersi conto del modo col quale si provvedeva alla preparazione ed all'impiego dei tubi di gelatina per la rottura dei reticolati, allo scopo di dimostrare come tali operazioni si dovessero eseguire spontaneamente si assumeva il compito di caricare ed innescare i tubi e di condurre personalmente la pattuglia a collocarli sotto i cavalli di Frisia nemici, facendoli poi esplodere con buon esito - Podgora, 21 ottobre 1915». Nel maggio 1916 il capitano Bellomo fu comandato al Ministero della Guerra, dove mise a punto - giovandosi anche della collaborazione del fratello Antonio, sacerdote - il testo della legge che regolamentava in maniera più articolata la presenza dei cappellani militari nell'Esercito mobilitato. Promosso maggiore, Nicola Bellomo nel maggio 1917 ritornò, su sua richiesta, in zona d'operazioni come capo d i Stato Maggiore della 24 11 Divisione ed ancora si distinse. Alla fine del conflitto fu decorato, infatti, della croce di cavaliere dell'Ordine Militare d'Italia con questa lusinghiera motivazione: «Capo di S.M. di una divisione di fanteria durante un lungo periodo di operazioni offensive, prima nella organizzazione e difesa di nuovi settori poi con energia ed acume e dando frequenti prove di spiccato valore personale e di perizia milìtare, rese pregevoli servizi alla divisione ed al Paese contribuendo efficacemente ad assicurare risultati sempre molto importanti. Sella di Do!- Santa Caterina - Quota 100 -Grazigna - Quota 126 -Gorizia mag-
Nicola Bellomo
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gio- settembre 1917, Podgora- Versa - Torre - Codroipo ottobre 1917, Monte Grappa -Tomba Monfenera novembre 1917 - ottobre 1918». Dopo aver prestato servizio presso l'Intendenza truppe d'Albania e Macedon.ia, nel marzo 1919 Bellomo, ormai tenente colonnello, fu assegnato al comando della Divisione Militare di Bari presso il quale rimase fino all'agosto 1924, quando fu trasferito al 14° reg- · gimento artiglieria da campagna. Due anni dopo, compiuto il periodo di comando di gruppo, ritornò a lla Divisione Militare di Bari quale capo di Stato Maggiore. Promosso colonnello nel giugno 1927 Bellomo ebbe il comando del 9° reggimento artiglieria pesante campale che tenne per quasi tre anni. Successivamente ricoperse la carica di direttore di artiglieria del Corpo d'Armata di Napoli (giugno 1930 - settembre 1933), di comandante del Distretto Militare di Benevento (settembre 1933 - aprile 1935), di addetto al Corpo di Stato Maggiore (aprile 1935 - agosto 1936), di ispettore dell'istruzione pre e pos t militare presso il comando della Zona Militare di Bari, di addetto per incarichi speciali a l comando del Corpo d'Armata di Bari. Il 2 febbraio 1939, raggiunto dai limiti di età al compimento del cinquattottesimo anno, fu collocato in posizione ausiliaria con il grado di generale di brigata. Una carriera non brillante ma certamente onorevole. L'ottimo posto in classifica riportato da Bellomo alla Scuola di Guerra e, soprattutto, la sua valorosa condotta in guerra avrebbero meritato qualche cosa di più, almeno la promozione a generale di brigata in servizio attivo. Perché questo non avvenne? Non è facile oggi trovare una risposta soddisfacente. Nella «Relazione II», inviata da Bellomo (2) al Minis tero della Guerra il 18 aprile 1944 per rendere conto del suo operato dopo l'armist izio dell'8 settembre 1943, a lle pagine 20 e 21 si legge: «Nei giorni seguenti al 21/9 ricevetti in Bari una visita di S.A.R. il Principe di Piemonte il quale mi fissò una mattina appuntamento presso il Comando della 209a Div. Costiera (Gen. Amato) ed ivi si congratulò meco per le ferite r iportate nella difesa della città di Bari e ricordò nella Sua bontà l'episodio doloroso per cui nel 1936 la mi a carriera era stata stroncata dal Fascismo». La consorte del generale, s ignora Adele Bellomo Fische tti, nel corso di una lunga lettera indirizzata il 2 marzo 1944 alle più alte autorità italian e ed alleate (3) per ottenere la scarcerazione del ma(2) Il generale Bellomo fu richiamalo in servizio nel gennaio del 1941 come si dirà appresso. (3) L'elenco completo degli indirizzi è il seguente: Al Capo del Governo Maresciallo d'Italia Pietro Badoglio, al Principe di Piemonte, all'Aiutante in Campo di S.M.
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rito, molto esplicitamente affermò: « ........... La carriera fascista di mio marito si può riassumere brevemente ed è tutta documentata: 1) Napoli 1930-33 - Scontro con il Gen. Baistrocchi e le autorità fasciste per avere mio marito ripulito la Direzione di Artiglieria di Napoli, in particolare fu definitivamente liquidata la Ditta di trasporti Elefante e Mangili, nella quale era cointeressato, non certo alla luce del sole, lo stesso Gen. Baistrocchi. Per ricompensa il Gen. Baistrocchi, nominato Sottosegretario alla Guerra, trasferì mio marito al Distretto d i Benevento. I documenti sono al Corpo d'Armata di Napoli, ma possono testimoniare sull'incidente S.A.R. il Principe di Piemonte e S.E. il Gen. Gazzera. 2) Roma agosto 1935 - Scontro con Baistrocchi: mio marito dimostrò con documentata relazione che la difesa contraerei organizzata dalla Milizia era un b luff. Per ricompensa non fu promosso al grado superiore. I documenti sono a Roma ma fu testimone l'attuale Capo di Stato Maggiore del Regio Esercito Ecc. Berardi allora colonnello con mio marito allo Stato Maggiore ....... ». Giovanni Di Giovanni, autore di un volume sulle vicende del generale Bellomo (4) e che si è largamente servito di informazioni fornite dai familiari del generale, attribuisce l'arenamento della carriera dopo il comando di reggimento a due episodi: aspri contrasti di pensiero sul modo di realizzare la difesa aerea del territorio tra Bellomo ed il generale Federico Baistrocch i ed una quanto mai generica accusa di antifascismo. Sul primo' episodio, che sembra riferito a quanto affermato dallo stesso Bellomo nella sua relazione, non esistono elementi certi per giudicare, forse la lettura del libretto personale di Bellomo potrebbe chiarire la vicenda ma non mi è stato
il re d'Italia, al Presidente degli S.U.A., a l Capo del Governo Britannico Wiston Churchill, al Capo del Governo delle Repubbliche Sovietiche Maresciallo Stalin, al Capo della Commissione Alleata di Controllo per l'Italia, a l Capo di Stato Maggiore Generale Maresciallo d'Italia Messe, al Capo di Stato Maggiore del Regio Eser cito Gen. Berardi, al Ministro della Guer ra, al Ministro della Marina, al Ministro dell'Aeronautica, al Ministro degli Interni, al Ministro delle Comunicazioni, al Ministro di Grazia e Giustizia, al Ministro delle Finanze, al Minist ro dell'Educazione Nazionale, al Ministro dell'Industr ia Commercio e Lavoro, al Ministro dell'Agricoltura e Foreste, al Ministro dei Lavor i Pubblici, al Gener ale d'Armata Pirzio Biroli, ali' Alto Commissariato per la Epurazione Nazionale On. Zaniboni, a l Sindaco di New York sig. Fiorello La Guardia, a l Capo della Polizia Inglese per la Sicurezza Militare, al Capo della Polizia degli S.U.A., al Commissariato Provinciale di Bari della commissione Alleata di Controllo, al Capo del Psycological Warfare Branch (P.W.B.), alla Giunta Esecutiva del Congresso di Bari dei Par titi Antifascisti, ai Capi dei Partiti Antifascisti. (4) G. D1 GIOVANNI, Bellomo - Un delitto di Stato, Milano, Palazzi 1970.
Nicola Be/lom.o
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possibile consultare il documento. Quanto all'accusa di antifascismo riporto l'episodio così come è stato descritto dal Di Giovanni: «Nicola Bellomo lavorava intensamente, in torno al 1939, al perfezionamento d'una sua invenzione: un traguardo di puntamento automatico per il lancio di bombe dagli aeroplani. Chi, quindi, meglio di lui poteva esprimere un giudizio sull'efficienza della Milizia contraerei fascista? Ma, in un saggio di tecnica militare, l'oscuro ufficiale d'artiglieria osò affermare che l'idea di affidare la difesa contraerei alla Milizia era una follia. Naturalmente lo accusarono di aver «insultato la Milizia». Il «caso» fu devoluto al SIM che, però, archiviò subito la «pratica» perché l'autore non era un «disfattista», ma «dal suo osservatorio modesto, compiva uno sforzo di studio entro i limiti della fedeltà alla patria e al re». Il fatto, comunque, se accaduto veramente nel 1939, avvenne quando la carriera del Nostro era ormai già definita. Si può concludere, peraltro, che sono molti gli episodi nella vita militare del generale Bellomo dai quali emerge l'impressione, per non dire la certezza, che egli avesse un carattere intransigente e che questa sua caratteristica possa averlo messo qualche volta in contrasto con superiori ed inferiori.
IL RICHIAMO IN
SERVIZIO
Il 12 gennaio 1941 il Ministero della Guerra, con lettera a firma del Sottosegretario di Stato generale Alfredo Guzzoni, così scriveva al comando del IX Corpo d'Armata di Bari: «Col foglio sopra segnato codesto comando, dopo aver rappresentato l'impossibilità da parte del comandante della difesa territoriale di Bari di attendere ai compiti di presidio, propone che le funz ioni di comandante di presidio siano affidate al generale di brigata nella riserva BELLOMO Nicola, da richiamarsi dal congedo. Date le note disposizioni vigenti circa l'ufficiale cui spetta il comando di presidio (circ. 849 G.M. 1940), tale comando in codesta ci ttà deve essere assunto necessariamente dall'ufficiale generale che riveste la carica di comandante della difesa territoriale, carica che, come risulta da dispaccio a parte verrà assunta, dal 15 corrente, dal generale di div. ADAMI Enrico. Tuttavia, allo scopo di venire incontro alle esigenze prospettate da codesto comando, il Ministero dispone che il gen. di brig. nella ris. BELLOMO Nicola sia richiamato dal congedo ed assegnato al comando della difesa territoriale di Bari per incarichi speciali (collaborazione nelle funzioni di presidio).
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Il provvedimento avrà decorrenza dal 15 gennaio e.a .. Pregasi informare l'ufficiale interessato». Non era trascorso ancora un mese dal suo richiamo in servizio che al generale Bellomo si presentò l'occasione di dimostrare come gli anni non gli avessero tolto lo smalto e la voglia di fare. Nella notte tra il 10 e l' 11 febbraio 1941 un nucleo di paracadutisti sabotatori inglesi aveva distrutto un tratto del ponte-canale dell'Acquedotto Pugliese, in corrispondenza del torrente Tragino. Il Comandante della Difesa Territoriale di Bari, generale di divisione Enrico Adami-Rossi, incaricò Bellomo di dirigere le operazioni per la cattura dei sabotatori. L'episodio è narrato riportando alla lettera la relazione inviata dal generale Adami-Rossi allo Stato Maggiore per la Difesa del Territorio (5): « ......... Il generale BELLOMO partì da Bari verso le 11.30 del giorno 11 in autovettura con due porta ordini in motocicletta, dopo aver telefonato disposizioni preparatorie per l'impiego delle prime truppe affluenti nella zona e il funzionamento immediato di un centro provvisorio raccolta notizie a Melfi. Durante il viaggio, da Venosa, da Melfi, da Atella, il generale BELLOMO adottò e mi fece conoscere successive disposizioni più aderenti alle maggiori notizie che andava raccogliendo. E alle 18.30, raggiunto il ponte-canale sul Tragino, grazie alle predisposizioni, poté iniziare lo svolgimento effettivo delle operazioni, animandole fin dal principio con la sua dinamica azione personale, risolvendo innanzi tutto e con felice intuito il problema della scelta deJJa sede del suo comando e del centro definitivo raccolta notizie presso il cantiere dell'Acquedotto Pugliese in Calitri Scalo. I fatti hanno dimostrato come i ricchi mezzi, non militari, di collegamento e l'ubicazione centrale di quel cantiere, la sua prossimità immediata alla stazione ferroviaria di Calitri, le strade che vi affluiscono e defluiscono da e per tutte le direzioni rappresentarono facilitazioni notevoli per il fortunato esito delle operazioni. Sulla tenue e vaga trama delle informazioni e delle tracce raccolte fino a quel momento, e valendosi abilmente dei piccoli reparti e nuclei affluenti da ogni parte e delle unità della Scuola Allievi Ufficiali di Potenza e del 15° Btg. Carabinieri mobilitato già disponibili (eppoi di un Btg. del 226° Fanteria che giunse a Calitri il mattino del 12.2), il generale BELLOMO con prontezza ed energia realizzò dalla sera dell'l l, per tutta la notte 11-12 e per il giorno 12, due ben ispirati dispositivi: (5) All'inizio della guerra fu nominato un Sottocapo di SM incaricato di coordinare l'attività dell'Esercito nel territorio nazionale.
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- uno per la difesa in posto, con nuclei fissi, delle opere dell'Acquedotto Pugliese che avrebbero potuto essere oggetto di ulteriori colpi di mano dei paracadutisti inglesi, e per impedire a questi di ricuperare i materiali da guastatori e glì esplosivi lasciati in prossimità del ponte-canale; - l'altro per il rastrellamento a pettine di pattuglie partenti da un perimetro grosso modo circolare intorno al ponte-canale, con raggio di circa 10 Km., e convergenti verso questo. Questi due provvedimenti si dimostrarono alla fine di alto rendimento perché vietarono ai paracadutisti ingles i ogni ulteriore attentato contro le opere e li obbligarono a restare dapprima rintanati e poi a passare furtivamente di nascondiglio in nascondiglio per procurarsi acqua, cibo, informazioni; cioè a farsi vedere. Al generale BELLOMO va poi riconosciuto il merito di avere tesaurizzati i collegamenti e le informazioni in modo che il 12 mattino poté essere subito informato della apparizione di paracadutisti al limite orientale della zona rastrellata, verso Pescopagano; ma più che questo va riconosciuto il merito di avere rapidamente formulato ed attuato il concetto operativo di fnseguimento dei gruppi di paracadutisti messi in evidenza dal rastrellamento. Con instancabile attività, dopo avere percorso per tutta la notte 11-12 le zone rastrellate, alle ore 10.00 del 12 eglì lanciò tre pattuglioni di carabinieri in autocarro del 15° Btg. nella direzione, felicemente intuita, della Sella di Conza e si mise personalmente a coordinarne ed eccitarne l'azione, portandosi nella zona d'inseguimento e tenendosi in pari tempo allacciato con il suo centro raccolta notizie e col mio comando. Il risultato fu invero brillantissimo: premuti dai battaglioni d'inseguimento, avvistati e intralciati dalle pattuglie di carabinieri delle stazioni territor iali e da fascisti volontari, i principali gruppi di paracadutisti furono catturati il pomeriggio del 12: 7 a Laviano, 11 a Teora, 1 a Laviano più tardi. Nelle località di cattura il generale BELLOMO, grazie alla sua dinamica attività ed alle rapide informazioni, sopraggiunse quasi sempre immediatamente. Nella notte 12-13, ai pattuglioni di cc.rr. il generale BELLOMO aggiunse un pattuglione dell'81 ° Btg. Bersaglieri su autocarro per l'inseguimento verso Caposele e Calabritto, poiché i paracadutisti inglesi tendevano al mare per la valle del Sele. E questo portò alla cattura di altri 10 paracadutisti a Calabritto-Quaglietta nella stessa notte 12-13. L'ulteriore inseguimento, spinto per tutto il 13 ed il 14 nella vaUe
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del Sele a Contursi, Eboli e oltre, determinò la cattura dell'ultimo gruppo di 5 paracadutisti a Contursi nella notte 14-15. Continuo, per telefono, fu il coJJegamento del generale BELLOMO col mio comando, per cui fui sempre in condizione di adeguare rinforzi, provvidenze varie e direttive allo svolgimento delle operazioni. La sera del 15, ultimata l'operazione e riordinata su mie istruzioni la difesa delle opere, il generale BELLOMO rientrò a Bari ...... » Si trattò indubbiamente di una buona dimostrazione di capacità operativa da parte di Bellomo, premiata dal Ministero della Guerra con uno striminzito economio semplice: «Per l'eccezionale capacità dimostrata nella direzione delle operazioni per la cattura di paracadutisti nemici - discesi nella zona di Ruvo - Monte Rapone, nel febbraio u.s. - condotte attraverso difficoltà di ordine vario e sollecitamente conclusesi con la cattura di tutti gli avversari» (foglio n. 80269 in data 18 settembre 1941 del Ministero Guerra - Gabinetto). Per la verità lo Stato Maggiore era stato meno parsimonioso ed aveva proposto la concessione di un «encomio solenne all'ordine del giorno deJl'Esercito», ma il Sottosegretario di Stato, generale Antonio Squero, dopo aver richiesto la relazione in parte riportata, decise diversamente, forse a causa di un episodio collaterale. Alle truppe che inseguivano un nucleo di sabotatori si erano uniti presso Laviano due volontari del luogo, armati uno di pistola e l'altro di fucile da caccia. Il comandante del'nucleo nemico, sottotenente A.G. Jowett, con due scariche di Thompson, prima di arrendersi, uccise i due volontari. Al generale Bellomo fu subito chiesto dal federale di Potenza, che voleva dare una soddisfazione alle famiglie dei caduti, di far fucilare l'ufficiale inglese ma Bellomo ritenne che, essendo i due civili armati, il tenente Jowett non potesse essere ritenuto colpevole di aver violato la legge di guerra che non permette di sparare ai civili. Il giorno dopo fu il superiore diretto di Bellomo, il generale Adami-Rossi, a rinnovare la richiesta. Ma Bellomo fu irremovibile, avrebbe fucilato .Towett solo dopo aver ricevuto un ordine scritto. L'ordine non arrivò mai e così la vita dell'ufficiale inglese fu risparmiata. Il 1° luglio fu promosso generale di divisione, la promozione non provocò un nuovo incarico e così Nicola Bellomo proseguì fatalmente nel cammino che doveva costargli la vita. Qualche mese dopo si verificò, infatti, il tragico incidente di Torre Tresca, la cui dinamica è stata qui ricostruita consultando attentamente tutte le fonti disponibili.
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Nel pomeriggio cli d omenica 30 novembre 1941 nel campo prigionieri di guerra di Torre Tresca venne dato l'allarme: due ufficiali inglesi, il capitano Giorgio Playne ed il tenente Roy Rostron Cooke (in molti documenti italiani Cook), erano fuggiti attraverso un varco che si apriva nella siepe cli reticolato e si erano dileguati nella campagna. La loro libertà, tuttavia, non durò molto, dopo poche ore furono ripresi da una pattuglia al comando del sottotenente Stecconi, riportati al campo e rinchiusi in una baracchetta di legno. Il generale Bellomo, raggiunto da un ordine preciso del comandante del Presidio Militare di Bari mentre era a diporto con la moglie, si diresse subito alla propria abitazione, prese la pistola e partì immediatamente con l'automobile di servizio per Torre Tresca. Non deve per nulla stupire che Bellomo, pur nella fretta del momento che gli sconsigliò di vestire l'uniforme, abbia pensato ad armarsi: all'epoca un ufficiale italiano non avrebbe nemmeno potuto concepire l'idea di effettuare un'operazione di servizio disarmato; l'arma, sciabola o pistola che fosse, era parte integrante non dell'uniforme ma della sua stessa funzione di ufficiale. Come ha scritto il Di Giovanni nell'opera citata, Bellomo giunse all'imbrunire al campo di concentramento, indossava un abito di lana grigio, un soprabito leggero senza tasche e stringeva in mano una pistola «Colt» rinchiusa nella fondina, la pistola presa al maggiore inglese Pr itchar, il comandante dei sabotatori catturati a febbraio. Impaziente come sempre, chiese subito al comandante del campo, capitano Sommavilla, di parlare con i prigionieri per scoprire da dove fossero fuggiti e per accertare quali fossero le deficienze nel servizio di vigilanza del campo. Playne e Cooke vennero tirati fuori daUa loro prigione perché indicassero la strada percorsa per fuggire e, poiché indugiavano, furono spinti dai tre soldati della scorta con il calcio dei fucili verso i limiti del campo. Il sole era ormai calato e malgrado fossero state accese le luci azzurrate del campo la visibilità era molto ridotta. Bellomo, sempre accompagnato dal capitano Sommavilla e del sottotenente Stecconi, cominciò l'interrogatorio e, in un inglese molto stentato, chiese agli ufficiali di indicargli il varco da cui erano scappati. I due inglesi, spaventati, non capirono le sue domande e chiesero, a loro volta, un interprete, rifiutandosi di proseguire. I soldati di scorta ripresero a sospingerli, Bellomo sempre più impaziente ordinò di farli andare avanti. Seguiamo ancora quanto ha scritto il Di Giovanni : il generale si convinse che i due ufficiali inglesi volessero guadagnare tempo per approfittare dell'oscurità crescente, i prigionieri dal
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canto loro forse pensarono che la scorta volesse giustiziarli sommariamente. Ad un tratto, con un gran salto in avanti, Playne e Cooke si staccarono dalla scorta e si misero a correre disperatamente. Per Bellomo l'atto fu la conferma che i prigionieri volevano tentare una seconda evasione e, prima che le loro ombre scomparissero oltre la fila degli alberi, gridò concitamente: «Fuoco, fate fuoco» . Una scarica di fucilieria raggiunse i due fuggiaschi : Playne colpito alla nuca morì istantaneamente, mentre Cooke ferito alla natica sinistra fu subito medicato e poi trasportato all'ospedale militare di Bari. Tutto si svolse in pochi istanti, Bellomo non ebbe nemmeno il tempo di estrarre la pistola dal fodero. Il Comandante del IX Corpo d'Armata di Bari, generale Luigi De Biase, effettuò naturalmente un'inchiesta sul fatto e, sulla base delle testimonianze raccolte, scagionò completamente Bellomo, tanto che il Sottosegretario di Stato, generale Scuero, il 29 dicembre, comunicando l'accaduto al Ministero degli Affari Esteri perché ne desse partecipazione alla Pote nza protettrice degli interessi inglesi, affermava: «Su quanto è accaduto nessuna responsabilità è da imputare a carico del personale di vigilanza, il quale ha agito in base a precisi ordini ricevuti». L'episodio sembrava chiuso e il generale Bellomo ritornò ad occuparsi alacremente della routine presidiaria. Il 30 gennaio 1942 però il generale Luigi Jengo, ispettore dei campi di concentramento dei prigionieri di guerra, si recò nel campo di Torre Tresca e, occasionalmente, raccolse una versione dei fatti molto diversa: «l'uccisione del capitano inglese Playne Giorgio ed il ferimento del tenente p.g. Cooke Roy Rostron non erano avvenuti per il tempestivo intervento delle sentinelle, ma per mano del generale di divisione Bellomo, comandante del Presidio di Bari, nella cui giurisdizione trovasi il campo di Torre Tresca» e ne informò subito - lettera del 6 febbraio - lo Stato Maggiore del Regio Esercito. Il generale Ambrosia, Capo dello S.M.R.E., ordinò il 10 successivo una nuova inchiesta al Comandante del IX Corpo d'Armata, informandone contemporaneamente il Sottosegretario di Stato alla Guerra. Anche la n uova inchiesta scagionò completamente il generale Bellomo. In Appendice 1 si riportano: la relazione del generale Jengo, la lettera del generale Ambrosia e la relazione, in due mandate, del generale De Biase completa di allegati . La questione ebbe ancora un rigurgito. Il 7 marzo 1942 l'Addetto Mili tare svizzero si recò in visita al campo prigionieri di guerra n° 78 di Sulmona ed il tenente Cooke,
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che dopo una breve degenza all'ospedale militare di Bari era stato colà internato, gli consegnò un esposto con una versione molto drammatica del suo ferimento. Il Comandante del campo requisì l'esposto, in quanto non gli era stato preventivamente comunicato, e lo inviò allo S.M.R.E .. Conseguentemente nuova inchiesta, affidata ancora dal generale Ambrosia al generale De Biase, che nel frattempo aveva lasciato il comando del IX Corpo d'Armata. Anche questa inchiesta, la terza, si concluse senza che al generale Bellomo fosse constestato alcun addebito. In Appendice 2, lettera del generale Ambrosia con la traduzione dell'esposto del tenente Cooke e la relazione del generale De Biase completa di allegati. Il tenente Cooke, punito arbitrariamente (6) dal comandante del campo con un mese di arresti da trascorrere nella fortezza di L' Aquila, il 4 maggio presentò un secondo esposto, ribadendo la sostanziale verità di quanto già affermato, ma attenuando molto le vicende collaterali. Questa volta l'ufficio Prigionieri di Guerra non ritenne opportuno ordina re una quarta inchiesta ed archiviò la pratica dopo averne informato il Capo di Stato Maggiore dell'Esercito. In Appendice 3 il relativo promemoria. Il generale Bellomo, almeno apparentemente, non fu scosso dall'episodio di Torre Tresca né dalle successive inchieste. Continuò a lavorare con alacrità, occupandosi delle piccole, infinite questioni che il suo incarico di generale coordinatore degli Affari Civili del IX Corpo d'Armata giornalmente gli procurava. Nel novembre del 1942 fu incaricato di presiedere una speciale commissione che aveva il compito di rastrellare presso comandi, depositi e uffici i m ilitari fisicamente idonei che erano riusciti fino ad allora a non partecipare (6) Il Ministero degli Affari Esteri, con lettera n. 08096 del 13 aprile 1942, rilevò l'errore e non si peritò di richiamare il Ministero della Guerra: «Si ha il pregio di informare che il reclamo del prigioniero di guerra, Lenente Cook Roy Rostron, a llegato al foglio sopra citato, è stato trasmesso alla Legazione di Svizzera, alla quale sono state altresì comunicate le risultanze dell'inchiesta disposta sulle affermazioni del suddetto prigioniero si guerra. Si richiama però l'attenzione di codesto Ministero sul fatto che la punizione di trenta giorni di arresti di fortezza, inflitta al tenente Cook dal comandante del campo di pi·igionieri di guerra n° 78, è in contrasto con le disposizioni della Convenzione di Ginevra, la quale stabilisce che le richieste e i reclami dei prigioneri di guerra alla Potenza protettrice, anche se riconosciuti infondat i, non possono dar luogo ad alcuna punizione (art. 42, quarto capoverso). Pregasi pertanto codesto Ministero di voler cortesemente ricordare quanto precede alle nostre autorità mi litai·i preposte ai campi di prigionieri di guerra ».
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ad operazioni di guerra. Lo stesso Bellomo scrisse poi:« ... tra il novembre 1942 e l'aprile 1943, la commissione da me presiedu ta ha recuperato e mandato alle unità mobilitate circa 500 ufficiali e 6000 tra sottufficiali e soldati ... ». Quest'attività, non certo ideata né voluta dal generale, e che non era in se stessa altro che un atto di giustizia, contribuì naturalmente ad accrescere quella fama di ufficiale duro ed intransigente che Bellomo portava con sé in tutti gli incarichi, fama che in un Paese dal costume tollerante ed accomodante è sempre negativa. Nell'agosto 1943 Bellomo fu nominato comandante della XIP Zona della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale e si accinse al nuovo compito con la consueta energia, desideroso di elevare il tono d isciplinare ed il livello addestrativo delle molto mediocri unità poste alle sue dipendenze. L'ARMISTIZIO
L'annuncio dell'armistizio con gli Alleati colse di sorpresa anche il generale Nicola Bellomo, ma, a differenza di tanti, egli seppe reagire con deci.sione agli atti ostili delle truppe tedesche. Il fiero comportamento di Bellomo sarà narrato con le sue stesse parole (7), mai messe in dubbio anche a distanza di anni : «In obbedienza all'ordine contenutò nel foglio 884/0.P. odierno, riferisco: Alle ore 13.15 di ieri 9 corrente, mentre mi recavo a colazione, appresi da donne spaventate in fuga che reparti tedeschi stavano svolgendo un colpo di mano sul porto di Bari al probabile scopo di operare distruzione delle opere portuali e del naviglio per impossessarsi dei piroscafi e con questi salpare. Vaghe ma allarmanti notizie avute da motociclisti militari davano per soverchiati o messi in fuga i posti e nuclei militari della zona portuale (posti dalla R. Guardia di Finanza, della Milizia Portuale, della R. Marina, R. Capitaneria di Porto). Saputo sommariamente che codesto Comando si accingeva a far accorrere al porto reparti del Presidio per contrattaccare le formazioni germaniche, mi recai a lla caserma della Milizia al corso della
(7) f.n. 93/Ris. Pers. del 10 seLLembre 1943 indirizzato da Bellomo, in qualità di comandante della XII" Zona M.V.S.N., al Comando Territoriale del IX Corpo <l'Armata ed al Comando Generale della M.V.S.N .. Il documento è custodito in copia presso l'Ufficio Storico.
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Vittoria che è appunto affacciata al porto e, nel percorso, mi resi meglìo conto di guanto era accaduto e stava accadendo: le formazioni germaniche erano già padrone della zona portuale e spari di cannonate, di bombe a mano e di mitragliatrici, da parte loro senza alcuna reazione da parte nostra, dimostravano che era urgente intervenire per impedire lo svolgimento del colpo di mano. Recatomi in caserma, adunai sotto le armi i disponibili del comando XII. Zona, della 151 a Legione e della 554a Compagnia 0.P. (in primo tempo un plotone di circa 40 uomini, seguito dopo circa mezz'ora da altro plotone di altrettanti uomini) che, inquadrati con gli ufficiali sottomano ed armati di solo moschetto, avviai al porto per il lungomare della Vittoria. Precedendo i plotoni, sollecitai l'intervento di reparti alla porta della caserma della R. Guardia di Finanza ed a quella del Di staccamento R. Marina, nelle quali era raccolto parecchio personale armato. Ne ottenni in compenso un nucleo di circa 15 guardie di finanza armate di moschetto e bombe a mano e di 4 o 5 marinai armati di moschetto. Raggiunsi la caserma «Regina Elena» e mi resi subito conto della situazione: - i tedeschi occupavano la zona dei varchi, il caseggiato basso della R. Dogana, la «Casa del Marinaio», e, con nuclei bene appostati forniti di mitragliatrici e bombe a mano, battevano tutti gli accessi alla zona dei varchi, da Corso Trieste, dal Lungomare Cristoforo Colombo, da Piazza S. Pietro e da S. Chiara. Gruppi erano penetrati nel caseggiato dell'Ospedale Consorziale e nel fabbricato ad esso contiguo da ponente, sparando e gettando bombe da finestre e terrazze; - Nuclei e militari isolati nostri erano al riparo nella caserma «Regina Elena», nella caserma «S. Chiara», nei vicoli di Bari vecchia, fuori del raggio di ogni azione; qualche colpo di moschetto era sparato in modo palesemente inefficace da militari isolati; - il palazzo della Capitaneria era chiuso e mi r isultò poco dopo occupato da ufficiali e truppa in massima della R. Marina, in parte armati, barricatisi alla meglio nei locali del 1° piano e nei ricoveri sotterranei. Poiché si imponeva di impedire ai tedeschi di sviluppare il colpo di mano con la distruzione di opere portuali e di piroscafi, decisi di attaccarli subito con i primi elementi a disposizione. Raggiunto perciò dal 1° plotone di legionari, dal nucleo R. Guardia di Finanza e dai marinai e da un autocarro con artieri del 9° Genio con un fucile mitragliatore ed una mitragliatrice, stabilii (e diedi rapidamente ordini verbali) di: - far svolgere all'autocarro con la mitragliatrice un'azione di
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strattiva della piazzetta S . Pietro, ove Io avviai senz'altro, facendolo passare dal rovescio delle caserme «Regina Elena» e «S. Chiara»; - attaccare di sorpresa col plotone di legionari, con gli elementi di rinforzo della R.G.F., marinai e genieri, compreso il fucile mitragliatore di questi, la zona interna ai varchi, sfilando fra edificio della Capitaneria e banchina del porto, che appariva non vigilata dai tedeschi. In mancanza di ufficiali che dessero affidamento io stesso condussi questo nucleo misto. La sorpresa riuscì pienamente, in quanto con un gruppo dei più arditi raggiunsi l'estremo oriente del palazzo della Capitaneria risultando quasi a tergo del primo varco tenuto dai tedeschi, i quali erano appostati nel casotto delle guardie del varco. L'azione risultò però svolta da forze insufficienti. Infatti, appena affacciatici allo spiazzo, il gruppo di testa dovette sostenere un brevissimo combattimento, con sole bombe a mano a non più di 30 metri di distanza, in cui la nostra inferiorità per numero e disponibilità di bombe apparve palese. Dovetti rinunziare perciò all'assalto all'arma bianca che avrebbe dovuto concludere l'azione, tanto più che avevo già dei feriti ed io stesso ero tra questi, ancorché leggermente. Decisi subito di far seguire altro attacco più consistente dalla piazzetta S. Pietro. Ritirai il gruppo più avanzato su quelli più arretrati e disposi che rimanessero appostati in attesa di concorrere all'altro attacco di cui diedi indicazioni sommarie, stabilendo che la concomitanza si sarebbe ottenuta con la simultaneità del fuoco rispetto all'attacco da piazza S. Pietro. Tornato all'ingresso di ponente della Capitaneria, obbligai i barricati ad aprirmi, riconobbi rapidamente altro itinerario (quello dei ricoveri sotterranei), disponendo che una mezza squadra di legionari e genieri conducessero altro piccolo attacco concomitante sboccando all'ingresso di levante della stessa Capitaneria, da tenersi sbarrato e chiuso come era e da aprirsi per irrompere fuori soltanto al momento dell'attacco. Poscia mi recai ad organizzare in piazza S. Pietro il nuovo attacco principale che doveva svolgersi irrompendo dalla rampa contigua all'Ospedale Consorziale e che scende alla Casa del Marinaio ed al porto. Dovetti attraversare il Corso Trieste all'altezza della Caserma S. Chiara seguito a distanza da un gruppo di legionari e genieri col Sottotenente CHICCHI Michele il quale, come ho saputo dopo, purtroppo, rimase ucciso da pallottola di mitragliatrice in questo movimento allo scoperto. Passai sul rovescio delle caserme Regina Elena
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e S. Chiara, e trovai in sosta nei vicoli retrostanti reparti di truppa del Presidio in affluenza, alcuni con autocarri e mitragliatrici. Impartii rapidi ordini ad un comandante di reparto di fanteria munito di mitragliatrici e fucili mitragliatori perché concorresse all'attacco che intendevo sviluppare da Piazza S. Pietro ed organizzai tale attacco, costituendo un nucleo di assalto col secondo plotone di legionari che intanto mi aveva raggiunto, e con gruppi di fanti, genieri, metropolitani e carabinieri, parecchi forniti anche di bombe (totale circa 40 uomini). L'appoggio dell'attacco da parte dei fucili mitragliatori e delle mitragliatrici risultò scarsamente efficace, perché iniziative sbagliate dei comandanti fecero portare queste armi su terrazze arretrate, donde non potettero sviluppare o quasi azione. Tuttavia qualche arma meglio postata in alto sviluppò azione utile, tanto che durante la preparazione dell'irruzione, i tedeschi tentarono di ottenere interruzione del fuoco e di parlamentare; ma, non avendo io visto i segnali e diffidando della esattezza delle segnalazioni riferitemi e della lealtà dei tedeschi, ordinai che l'azione fosse proseguita. Solo un fucile mitragliatore ed una mitragliatrice furono impiegati dalla piazza S. Pietro per infilare la rampa discendente al porto ed il vicolo vicino ad essa parallelo; ma purtroppo la mitragliatrice si inceppò e per imperizia del personale non funzionò più. Importando di incatenare sempre più i tedeschi per impedir loro di svolgere azione di distruzione al porto, decisi di sviluppare l'attacco nonostante l'insufficiente appoggio. E perciò, essendo la piazza S. Pietro a distanza assai ravvicinata dalle posizioni dei tedeschi, ordinai la irruzione a baionette innestate con bombe a mano in pugno al nucleo d'assalto. L'effetto fu quello desiderato, perché l'irruzione, sviluppatasi fino al punto in cui la rampa piega ad angolo retto verso levante, richiamò da quella parte tutta l'attenzione ed il fuoco dei tedeschi, dei quali, alcuni gruppi, a ridosso del muro di scarpa della rampa, pur non potendo essere raggiunti dalle baionette, lo furono dal lancio efficace delle bombe a mano. Anche in questo attacco, per l'insufficiente tempra offensiva e la inomogeneità del nucleo di assalto, il raggiungimento della posizione nemica non fu conseguito. Il gruppo di testa del nucleo di assalto fu investito da raffiche di mitragliatrici e da colpi di bombe a mano e, poiché vi ero compreso, fui nuovamente colpito, e questa volta con ferite alquanto moleste che mi costrinsero a recarmi al posto di medicazione presso
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]'Ospedale Consorziale. Poiché un complesso di cinque ferite ed un dente spezzato non mi consentirono di tornare al combattimento, lasciai disposizione perché il nucleo d'assalto in cui si erano avuti altri fer iti si appostasse lungo i muri e gli scavi all'imbocco della rampa, in attesa della ripresa dell'azione che sarebbe stata svolta dalle colonne di truppe del Presidio e della Difesa Porto che stavano affluendo per ordine di codesto Comando. Complessivamente i due attacchi da me diretti si svilupparono dalle 13.43 alle 16.30. L'obbiettivo di impedire ai tedeschi di sviluppare il loro colpo di mano, con l'immediatezza della nostra r_e azione, mi sembrò raggiunto. Come da richiesta specifica di codesto Comando, allego: - Allegato n. 1: Elenco delle perdite subite dai legionari, compresi quelli della Milizia e.a.; I militari tedeschi catturati dai legionari durante episodi particolari che si inseriscono nell'azione furono quattro: essi vennero disarmati e consegnati poi, d'ordine di Codesto, al loro comando, allo scalo ferroviario di via Napoli, ieri sera stessa, scortati da due sottufficiali e da quattro legionari. Allegato n. 2: Elenco delle armi e materiale vario catturato dai legionari durante l'azione: tale materiale trovasi depositato presso il Comando XII 0 Zona Milizia. Nonostante le molte incertezze e titubanze, specialmente dovute alla improvvisazione delle formazioni ed alla promiscuità dei reparti, i legionari e gli altri gruppi che operarono sotto la mia direzione si comportarono in modo soddisfacente, specie considerando che essi si batterono contro truppe formidabilmente agguerrite ed armate. Propongo un elogio collettivo al: Reparto di 1° intervento del Comando XII 0 Zona M.V.S.N.; - 554° Reparto 0.P. della 151 a Legione; - Distaccamento autocarrato del battaglione artieri del 9° Reggimento Genio. Propongo una medaglia di bronzo alla memoria del Sottotenen-
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te CHICCHI Michele del 9° Genio, con la seguente motivazione: "Costretto a manovrare allo scoperto per impegnare formazioni nemiche potentemente armate ed appostate entro caseggiati, dava chiara prova di sprezzo del pericolo ed abnegazione, rimanendo colpito a morte alla fronte da una raffica di mitragliatrice, mentre compieva un necessario ma pericoloso movimento di fianco" BARI, Zona portuale 9 settembre 1943. Propongo, altresì, una croce di guerra al V.M. al Capo Manipolo nei quadri richiamato TURRISI Francesco del Comando 12 a Zona M.V.S.N., con la seguente motivazione: "Arditamente irrompeva allo scoperto con un nucleo di legionari, da distanza ravvicinata, contro nemico potentemente armato ed appostato entro caseggiati, fronteggiando bravamente la grave difficoltà dell'impresa, nella quale rimaneva ferito" BARI, Zona portuale 9 settembre 1943. IL GENERALE DI DIVISIONE COMANDANTE
f.to Nicola Be llomo» La relazione termina con il generale Bellomo ricoverato al pronto soccorso dell'Ospedale Consorziale, vi rimase però molto poco. Sofferente e zoppicante si fece accompagnare al Comando Presidio dove informò il comandante, generale Caruso, di quanto era accaduto sollecitandolo ad inviare qualche reparto nella zona portuale per concludere favorevolmente il combattimento (8) e, finalmente, si decise a farsi ricoverare all'Ospedale Militare. Anche in ospedale l'attività dell'anziano generale non ebbe soste. Già il giorno 10 era al lavoro per compilare la relazione sopra riportata; il giorno 11, preoccupato dal contegno poco combattivo di alcuni reparti della M.V.S.N. da lui constatato il giorno 9 e da talune voci che segnalavano atteggiamenti filotedeschi da parte di molti ufficiali, diramò a tutti i reparti della M.V.S.N. (9) un telegramma di esemplare chiarezza: «A scanso di equivocì o malintesi, avverto che i Comandi della Milizia V.S.N. Legiona.li e delle Milizie Speciali devono regolare la loro azione unicamente sulla base di ordini ricevuti da questo Comando o dai Comandi superiori delle Milizie Speciali o dai Coman(8) La situazione in effetto fu risolta permettendo ai Tedeschi di riti ra rsi indisturbati e restituendo loro persino i prigionieri catturati da Bellomo. (9) 148°, 150", 151 • , 152°, 153°, 154", 155", 156° Legione M.V.S.N., s• Legione Milizia Marittima, 7° Reparto Milizia Postelegrafica, 11 • Legione Milizia Ferroviaria, Reparto Milizia della Strada, 4 • Legione Milizia Portuaria, 15° Legione Mili:tia Forestale, 20° Legione Milizia artiglieria contro aerei, 8° Gruppo Legioni Milizia artiglieria contro aerei.
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di de] R. Esercito da cui dipendono per l'impiego. Vieto assolutamente di dare importanza e regolare l'azione su voci, dicerie, supposizioni, ecc. Ognuno stia al suo posto e consideri immutati l'inquadramento e la dipendenza disciplinare normale fino a quando non pervengono ordini per modificarli. In caso di interruzione di comunicazioni o di mancato arrivo di ordini, attenersi alle prescrizioni vigenti, alla consuetudine, alla tradizione, all'iniziativa sana, al sentimento dell'onore militare (peri.re con onore) all'amore profondo per la nostra Patria sfortunata. I militari tedeschi devono essere considerati d'ora innanzi nemici. I militari anglo-americani devono essere consider ati appartenenti a Forze Armate con cui siamo in regime di armistizio». Nei giorni successivi Bellomo si dedicò con grande passione al difficile compito di riprendere alla mano i reparti della M .V .S.N ., moralmente molto scossi dagli avvenimenti. Il metodo adottato dall'anziano generale fu quanto mai energico, come esempio emblematico riportiamo quanto da lui stesso scritto (10) in r iferimento all'ispezione effettuata il 13 settembre alla 20a Legione Milizia artiglieria contraerei: « . . . lamia ispezione fu assai proficua. Essa mise in luce una situazione spirituale ed un atteggiamento che considerai pericolosissimi. Alla passività che avevo già notato il giorno 9 fece riscontro una inammissibile inerzia di tutti al segnale di allarme suonato per mio ordine, dopo che ebbi annunziato al personale di guardia che i tedeschi stavano per arrivare. Dopo aver fatto ripetere il segnale di allarme e osservato che quasi nessuno accorreva a ll 'adunata dei numerosi ufficiali e truppa che si intravedevano attraverso porte e fines tre di uffici e camerate, pur col braccio sinistro al collo e zoppicante, mi portai nel cortile e nei corridoi ingiungendo a quanti incontravo o vedevo, di accorrere all'adunata. Di fronte a qualche evidente tentativo di sottrarsi all'esecuzione dell'ordine, non esitai ad impugnare la pistola ed a imporla con intimazioni perentorie, ed anche sferrando come potevo qualche calcio con la gamba ferita e qualche spintone con la mano destra disponibile ma anche essa ferita . ... »
(10) Re/azione I dettagliata circa il comportamento a seguito dell'armistizio (81911943) del generale Nicola Bellomo nella veste di comandante della XJ/ 0 Zon.a M. V.S.N., inviata il 15.1.1944 al Ministero della Guerra e conservata in copia presso l'Ufficio Storico dello SME.
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Il giorno 14 da Brindisi il capo di SMRE, generale Roatta, inviò per telefono quest'ordine: «D'ordine superiore, il comando militare ed i poteri civili di Bari sono affidati immediatamente al Generale BELLOMO Alt Il Prefetto venga informato che passa alle dipendenze del predetto Generale Alt Compito del Generale Bellomo: mantenere a qualunque costo l'ordine nella città e difenderla da imprese germaniche Alt» e Bellomo si accinse immediatamente e senza alcuna incertezza a mettere ordine nel presidio di Bari, così come aveva fatto nelle caserme della Milizia. Trasferì il suo comando nella sede del Comando Presidio al centro della città, vi convocò tutti i comandanti delle unità del Presidio, impartì drastiche disposizioni per contrastare con immediatezza possibili irruzioni di truppe tedesche nell'ambito del Presidio e per disciplinare la moltitudine di militari sbandati che affluivano in quei giorni a Bari anche dai Balcani. E, na~uralmente, curò di persona che ]e sue direttive fossero eseguite. In questa attività Bellomo era guidato, come sempre, da un austero concetto del dovere. Egli credeva con sincerità assoluta che in un momento di sbandamento generale solo un'energica azione disciplinare potesse contenere il fenomeno, che solo nell'ordine più assoluto la Nazione avrebbe potuto riprendersi dal gravissimo trauma e che l'Esercito dovesse rappresentare un punto di sicuro riferimento. Molto significativo al riguardo è il «comunicato stampa del Comando Piazza Militare di Bari», uscito sulla Gazzetta del Mezzogiorno del 15 settembre: «D'ordine del Comando Supremo ho assunto da ieri il comando militare ed i poteri civili di Bari. Sono già validamente assistito dalla cooperazione dei comandanti di unità e reparti dell'Esercito e delle altre Forze Armate e dalla preziosa collaborazione della Eccellenza il Prefetto e delle altre Autorità Civili e conto molto sul valore e l'abnegazione dei nostri soldati e sull'amor di Patria e il senso di responsabilità e di ordine dei cittadini. Ora più che mai: «VIVA L'ITALIA» - «VIVA IL RE»! BARI, 15 settembre 1943 IL GENERALE DI DIVISIONE COMANDANTE LA PIAZZA MILITARE Nicola Bellomo» Un attento storico di quei giorni burrascosi così descrive (11) l'operato di Bellomo: (11) A. Degli Espinosa, Il Regno del Sud, Roma, Migliaresi 1946, pag. 38.
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«Subito il Generale Bellomo entrò in funzione, e la sua figura, ancora segnata dalle bende, divenne centro di numerose speranze. Per Bari spirò un'aria nuova. Gli sbandati venivano raggruppati e messi nell'impossibilità di recare disordine e demoralizzazione; il ferreo pugno del generale faceva intanto sentire ai soldati della Piazza che la cadente disciplina sarebbe stata sostituita dall'implacabile volontà del comandante. Reparti in ordine, sebbene insufficientemente armati, giravano per la città a presidiare strade ed edifici; nuovi posti di blocco venivano organizzati alla periferia della città. Insomma si sentiva agire nell'organismo militare una nuova volontà. Se ne accorsero molti ufficiali, il pomeriggio dello stesso giorno 14. Ad un tratto, nelle prime ore pomeridiane, una macchina militare che percorreva Corso Vittorio si arrestò di scatto dinanzi ad un grande caffè. In un attimo il generale Bellomo fu in mezzo ai numerosi ufficiali intenti a sorbire bibite e parlò con l'abituale veemenza: «Signori ufficiali - disse - è una vergogna che in una piazza assediata, con il nemico a trenta chilometri, gli ufficiali ozino nei caffè, invece di dare l'esempio dell'impegno nella difesa. Signori ufficiali: adunata!». E balzando fuori del locale, li dispose a plotone; poi, dinanzi all'attonita attenzione dei passanti, dette il «march» ed il plotone si allontanò marciando dietro di lui, che segnava il tempo con voce dura, mentre l'automobile seguiva». Bellomo non limitò la sua attività agli atteggiamenti formali. Denunciò, infatti, alla Procura Militare numerosi ufficiali della M.V.S.N. per il loro deplorevole comportamento all'atto dell'armistizio, assunse il controllo e la direzione degli organi di informazione, imponendo l'anonimia degli articoli e soffocando le iniziative di vari gruppi politici che si andavano organizzando, prese tutte le disposizioni necessarie per l'inizio della collaborazione con le truppe alleate, giunte a Bari a partire dal giorno 16. Ma a Bari il 16 settembre si era pure trasferito il Comando del IX Corpo d'Armata e da quel giorno cominciarono per il Comandante della Piazza i guai più grossi. Il Comandante del Corpo d'Armata considerava il Comando Piazza alle sue dipendenze, si installò perciò nei locali del Comando Presidio e rispedì Bellomo, nonostante le sue fiere proteste, nei locali periferici e mal collegati del Comando XIP Zona M .V .S.N.; Bellomo riteneva, invece, di dover rispondere del suo operato solo al Comando Supremo; le Unità del Presidio, insofferenti del duro regime disciplinare imposto da Bellomo, cominciarono a presentare reclami. Alla fine il Comando Supremo, al quale tutti si appellavano per avere ragione, decise di sopprimere il Comando Piazza e di affidare a Bello-
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mo il comando di tutti i reparti della M.V.S.N. e delle Milizie Speciali dell'Italia meridionale. Amareggiato, ma sempre dignitoso e disciplinato, l'anziano generale fece pubblicare sulla Gazzetta del Mezzogiorno del 3 ottobre questo «comunicato del Comando Piazza Militare di Bari»: «Essendo cessate le ragioni che lo avevano richiesto, le Superiori Autorità Militari hanno disposto che da oggi cessi di funzionare il Comando della Piazza Militare di Bari a me affidato. Ringrazio le Autorità che mi hanno assistito con la loro valida collaborazione e la cittadinanza che ha dato così alte prove di amor di Patria e di disciplina, affiancando le nostre valorose Truppe. VIVA L'ITALIA! VIVA IL RE! IL GENERALE DI DIVISIONE COMANDANTE LA PIAZZA MILITARE Nicola Beilomo» Un giudizio complessivo sull'operato del generale Bellomo quale Comandante della Piazza Militare di Bari deve essere ne.c essariamente articolato: il suo comportamento, infatti, eccellente sotto il profilo dell'efficienza, della devozione alle istituzioni, del disinteresse personale non fu altrettanto lodevole per equilibrio e per comprensione. Il rigore di Bellomo nei riguardi del personale sbandato che affluiva a Bari in quei giorni fu giudicato - ed era - eccessivo e suscitò non pochi rancori, così come le sue puntigliose relazioni sugli avvenimenti sembrarono rivolte a mettere in luce più le gravi carenze nell'azione di comando palesate della 7a Armata e dell'XI Corpo d'Armata che la linearità del proprio operato. In effetto non era questo il proposito dell'anziano generale, ma l'onesta rivendicazione della assoluta coerenza del suo comportamento con i principi dell'onor militare non poteva non far risaltare, per contrasto, l'ambiguo contegno di quei comandanti che all'annuncio dell'armistizio avevano saputo soltanto tergiversare e defilarsi, ripresentandosi alla ribalta soltanto dopo lo sgombero delle truppe tedesche. E questo era stato in pratica l'atteggiamento del Comandante dell'XI Corpo d'Armata che, appena installatosi in Bari il 16 settembre, aveva proposto per Bellomo la concessione di una medaglia d'argento al valor militare, quasi a far intendere ai Comandi Superiori che il 9 settembre Bellomo aveva agito alle sue dipendenze e nel quadro delle sue direttive. La decorazione fu poi concessa nel 1951 (12), ad otto anni dagli av(12) D.P. dell'll aprile 1951 pubblicato sul B.U. 1951, pag. 2724.
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venimenti e sei anni dopo la morte del generale, con la seguente motivazione: «Avuto sentore che nuclei nemici avevano con azione fulminea attaccato gli impianti portuali per tentarne la distruzione, alla testa di pochi ardimentosi si lanciava all'attacco dell'avversario riuscendo a sconcertarne i piani. Ferito, organizzava un nuovo attacco. Lasciava poi il terreno della lotta, a seguito di nuove ferite e dopo il sopraggiungere dei rinforzi ». Bari, 9 settembre 1943. IL PROCESSO
La mattina del 28 gennaio 1944 un capitano della Polizia Militare inglese si presentò nell'ufficio di Bellomo (13) e con un banale pretesto accompagnò l'ignaro generale al comando inglese. Bellomo, accusato di aver «sparato o fatto sparare contro due ufficiali britannici, causando la morte di uno di essi, un capitano, e il ferimento dell'altro, un tenente» fu arrestato e rinchiuso nel campo di concentramento di Grumo Appula. Il tragico episodio del 30 novembre 1941 a Torre Tresca ritornava d'attualità, certamente per una denuncia anonima. I nomi degli informatori sono ancora sconosciuti e forse rimarranno per sempre nell'anonimato. Come ha osservato Santi Corvaja (14) gli inform atori «forse - non è né attenuante né giustificazione al loro operato - non avevano previsto l'epilogo tragico della scellerata delazione». È cer to comunque che di delazione si è trattato perché quando gli Inglesi fermarono il generale non erano ancora in possesso di valide prove contro di lui, tanto che fu loro necessario oltre un anno per istruire il processo, pur con l'aiuto delle autorità italiane, completamente sottoposte alla Military Mission Italian Army, l'onnipotente organismo alleato di controllo. Il tenente Cooke, nel frattempo promosso capitano, e r impatria to in Inghilterra, solo il 5 giugno 1945 sottoscrisse una dichiarazione rogatoria contro Bellomo. Il generale peraltro si dimostrava tranquillo e fiducioso nella giustizia britannica: già all'epoca dei fatti ben tre inchieste avevano ampiamente dimostrato la correttezza del s uo operato, egli riteneva per tanto di non aver nulla da temere. Trasferito nel campo per internati civili di Padula, Bellomo, dopo aver terminato il 18 aprile 1944 la «Relazione II» sul suo com(13) All'epoca Bellomo era a capo della Commissione Militare Scioglimento Milizia. (14) S. CORVAJA, Una medaglia d 'oro al generale Bellomo?, in «Storia Illustrata», n. 331 · giugno 1985.
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portamento nella veste di Comandante della Piazza Militare di Bari, scrisse tra l'agosto 1944 e la primavera - estate del 1945 una monografia Memoriale sull'armistizio e autodifesa, che sarà pubblicata, con una introduzione c ritica di Guido Quazza, solo nel 1978 (15). Nel Memoriale Bellomo narra gli avvenimenti dell'8 settembre 1943 e ne ricerca le cause vicine e lontane con serietà, con rigore, con modestia. Nella Premessa, che reca la data del 4 settembre J 945, così giudica il proprio lavoro: «Prevale la narrazione appoggiata talvolta a carteggio ufficiale, talaltra meno rigorosamente a dati di fatto e notizie non tutti controllati perché in prigionia mi è mancata la possibilità di soccorrere la memoria con la consultazione di archivi e persone. Si passa quindi dalla narrazione storica munita di sufficiente rigore formale, al racconto, alla cronaca. Onestamente considerandolo, il componimento che ne è scaturito costituisce nel suo insieme una storia soggettiva degli avvenimenti, cioè la storia di episodi, fenomeni, personaggi come io li ho veduti e giudicati. Sovente ebbi in aiuto elementi positivi e inoppugnabili; questo mi dà la persuasione di essermi accostato alla obiettività. Ma, devo dirlo, la mia storia ha visione soggettiva anche perché la lunga prigionia mi ha impedito di controllare e convalidare su altre fonti i fatti e gli avvenimenti che ho trattato e di vivere da vicino e conoscere gli ulteriori sviluppi della nostra catastrofe. Taluni giudizi su avvenimenti e persone potranno aver bisogno di essere rettificati o di essere posti meglio a fuoco. Inoltre la mia narrazione è all'evidenza pervasa di pessimismo; non ho potuto certo sottrarmi all'influsso della malvagità che s i è accanita contro di me e della deprimente prigionia». Indubbiamente l'analisi di Bellomo è viziata, come ha osservato il Quazza, dalla pregiudiziale monarchica per cui si riconoscono le colpe di Badoglio ma. non le manchevolezze del Sovrano. Quello che però perde lo storico lo acquista il patriota, si leggano al riguardo le ultime righe del Memoriale, traboccanti di fiducia nella possibilità del proprio Paese: «Fra poco l'Italia avrà il trattato di pace e le severissime clausole dell'armistizio, ancora segrete, saranno cancellate o almeno molto attenuate. Ma il resto dipende solo da noi. Espr imendo liberamente la sua volontà il popolo italiano saprà rientrare nel solco di civiltà democratica che per 74 anni, dal 1848 al 1922, ha guidato la nostra vita nazionale, la quale, se fu angusta (15) N.
BELLOMO,
Memoriale sull'armistizio e autodifesa, Mursia, Milano 1978.
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nei suoi primi passi, deve ancora essere ricordata con simpatia e rispetto. E saprà di nuovo esprimere gli uomini meritevoli di governare in umiltà di spirito non per raggiungere chimerici obiettivi ma semplicemente per ricostruire la compagine morale e la prosperità della nazione nel lavoro libero e fecondo di ognuno, per risolvere i problemi tradizionali e fondamentali di vita e di civiltà del paese nel progresso delle riforme sociali». Il 19 giugno 1945 gli Inglesi si accorsero che per processare Bellomo era necessario sistemare la sua posizione giuridica e così decisero di «catturare)> il generale e di trattenerlo come prigioniero di guerra. Bellomo scrisse alla moglie, con una certa dose di umorismo: «sono prigioniero di guerra. Non è stato difficile catturarmi». La guerra in Europa era finita da oltre un mese, il generale non poteva essere considerato prigioniero di guerra in quanto tra Italia e Inghilterra non sussisteva più uno stato di guerra fin dal 29 settembre 1943, anzi esisteva uno stato di cobelligeranza attiva, avendo il nostro Paese, su richiesta degli Alleati, dichiarato guerra alla Germania il 13 ottobre 1943. Nella nuova veste di prigioniero di guerra Bellomo fu trasferito al campo di Afragola, dove il 14 luglio gli fu data comunicazione scritta del suo deferimento ad una corte militare inglese sotto l'imputazione «di avere istigato e contribuito, con violazione delle leggi di guerra, alla uccisione di un ufficiale britannico, prigioniero di guerra, e al ferimento di un altro>) e gli fu pr-esentato il difensore d'ufficio, il capitano D.G. Carmichael. Durante i lunghi mesi della detenzione gli inquirenti inglesi erano riusciti a rintracciare il capitano Cooke ed a riunire, trasformandoli in testi a carico, i soldati italiani della scorta che avevano fatto fuoco contro i due prigionieri. Di tutta la documentazione italiana (16) fu ritenuta utile solo la lettera del generale Jenco al generale Ambrosio, riportata in Appendice 1. I verbali delle inchieste italiane, le perizie mediche e le testimonianze raccolte dalle autorità italiane all'epoca dei fatti non furono prese in considerazione. Il capitano Carmichael - se di proposito o per insipienza non posso affermare con sicurezza - ingannò Bellomo, dandogli la sensazione di avere in pugno il processo, tanto che il generale quando l'inglese gli domandò «Se intendeva farsi assistere anche da un avvocato italiano», gli rispose: «Per mio conto preferisco avvalermi solo di un le(16) Le autorità italiane consegnarono agli Inglesi tutta la documentazione sul caso in loro possesso, ma la negarono al Bellomo.
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gale britannico. Tuttavia non mi sento di proibire alla mia famiglia di sceglierne qualcuno... ». Carmichael gli promise che avrebbe telegrafato in proposito alla signora Bellomo. Il generale, nella sua Autodifesa ha scritto: «Dopo due giorni Carmichael venne a riferìrmi che mia moglie aveva risposto che essa desiderava che io fossi difeso dal solo avvocato inglese d'ufficio. Io espressi allora la mia soddisfazione. Carmichael volle allora scrivere, in mia presenza, una bella lettera a mia moglie, ringraziandola della fiducia che aveva dimostrato per lui. Da mia moglie ho poi saputo che non era stata interpellata da alcuno; che non aveva ricevuto la lettera di Carmichael; che, anzi, per suo conto aveva chiesto agli inglesi che l'avvocato Vittorio Russo-Frattasi intervenisse nel processo; ma che quando l'avvocato Russo-Frattasi si era presentato in udienza, era stato respinto». Il processo si svolse da lunedì 23 a sabato 28 luglio, nell'aula della Corte d'assisi del palazzo di Giustizia di Bari. La corte era costituita da un presidente, il generale N. Clowes, australiano; dai giudici militari: generale J. Calwell, colonnello L.C. Dracup e tenente colonnello H.F. Maymell e da un giudice-tecnico, C.R. Sterling, venuto da Londra. L'accusa era sostenuta dal tenente colonnello H. Gunning. Sul dibattimento lo stesso Bellomo ha scritto: <<Nel processo si produssero i seguenti gravi inconvenienti: la complicazione del dibattito bilingue; la mancata ricerca e ammissione di documenti e di testimoni che privò la difesa della possibilità di dimostrare talune falsità e contraddizioni. Difatti mancarono le testimonianze di molti militari inglesi da me nominativamente richiesti; del generale de Biase, perché malato. La sua dichiarazione resa a Roma fu ammessa a lettura ma non ebbe valore perché non autenticata; .del generale Adami-Rossi perché, fu spiegato, era prigioniero degli americani; del capitano Sommavilla che si riteneva morto; del personale di Torre Tresca. Mancò anche l'esame di quasi tutti i documenti richiesti, fra cui: il rapporto del tenente Cooke; un gruppo di documenti consegnati alla polizia inglese da mia moglie nel febbraio 1944 e le cartelle cliniche sulle ferì te riportate da Cooke e da Playne». Il fatto moralmente più riprovevole e processualmente più dannoso per il generale fu comunque la deposizione dei testimoni. Il sottotenente Stecconi dichiarò: «È stato Bellomo a sparare, senza dare preventivamente l'ordine di fare fuoco». Il soldato Curci confermò: «Bellomo gridò: "Fuoco", quindi sparò assieme al capitano Sommavilla». Il soldato Olivieri aggiunse un particolare: «Bellomo urlò agli
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Inglesi: «Prima di scappare, morirete». Stecconi e Gigante inoltre dichiararono di non aver sparato mentre Curci e Olivieri affermarono: «Noi sparammo per aria». Al proposito il Corvaja scrive: «Le dichiarazioni degli italiani, per il loro squallore umano, non meritano alcun commento. Si trattava di individui, chiaramente subordinati, usati dall'accusa - forse dopo una promessa d'impunità - per mettere al tappeto Bellomo» (17). Il fatto non passò inosservato ed il 15 ottobre 1945 il Ministro della Guerra scrisse al Comandante Militare Territoriale di Bologna la seguente lettera riservata: «Dagli acclusi resoconti qui pervenuti dal Comando Militare Territoriale di Bari, circa il processo recentemente chiusosi in Bari presso il Tribunale Militare britannico, nei riguardi del Generale Nicola BELLOMO, si rileva che il Sottotenente ftr.cpl. (in congedo) STECCONI Giuseppe di Oreste - classe 1918 - D.M. di Parma (residente a Fidenza) e altri due militari (ora in congedo), mentre alla Commissione Italiana per l'inchiesta eseguita nel 1941 avevano rilasciato una dichiarazione, dinanzi al Tribunale Militare Britannico hanno deposto precisando che il contenuto di tale dichiarazione era falso e fornendo una nuova versione circa le cause determinanti la morte di un ufficiale inglese prigioniero ed il ferimento di un altro ufficiale inglese, pure prigioniero di guerra. Particolari ragioni di riservatezza, data la delicatezza dell'argomento, consigliano almeno per ora, di evitare accertamenti che possano avere, qualche risonanza. D'altra parte non è possibile rinunciare ad un doveroso esame dell'ambiguo contegno tenuto dall'Ufficiale per i possibili provvedimenti, che potranno essere adottati a suo carico. Prego voler disporre in merito promuovendo senza alcuna formalità un'inchiesta a carico dello STECCONI, da affidarsi ad un ufficiale superiore particolarmente capace che V.S. vorrà opportunamente e preventivamente orientare. Gradirò essere informato di ogni possibile risultanza» (18). Naturalmente l'argomento era così delicato che lo stesso Ministro, poco dopo, decise di chiudere l'inchiesta e di non disturbare oltre il testimone. Bellomo comunque smentì categoricamente i testimoni e dichiarò ai giudici: «Io non sparai, neppure un colpo, non perché non ne avessi l'intenzione ma perché i due ufficiali caddero
(17) S. CoRVAJA, articolo citato. (18) Lettera conservata in fotocopia presso l'Ufficio Storico. Il Ministro in ar· gomento era il prof. Stefano Jacini, che resse il Dicastero della Guerra dal 21.6. al
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colpiti da l fuoco della scorta prima che io potessi caricare l'arma». Altra testimonianza molto negativa fu quella del capitano Cooke. In sintesi l'ufficia le inglese dichiarò che al momento in cui era stato colpito era rivolto verso i militari che sparavano, che era stato colpito nella par te anteriore del corpo, che si era buttato a terra fingendosi morto trascinandosi poi al riparo di un albero, che aveva visto il capitano Playne, ferito al braccio o alla mano, barcollare e poi cadere, che aveva visto Bellomo sparare con la pistola, che e ra stato soccorso dopo un'ora, che sia lui che Playne avevano le mani legate. Alcuni ufficiali italiani testimoniarono a favore di Bellomo, mettendo in chiaro che, al momento degli spari, i prigionie ri inglesi stavano fuggendo e che non avevano le m ani legate. Una contraddizione tra i testi appare del resto subito evidente: se i soldati Curci ed Olivieri avevano sparato in aria, se il sottotenente Stecconi ed il soldato Gigante non avevano sparato per nulla come mai il capitano Playne era stato colpito mortalmente alla nuca da una pa llottol a di fucil e e il tenente Cooke colpito, sempre da un colpo di fucile, ad una natica? Stranamente né l'avvocato difensore né la corte inglese ritennero di approfondire la questione. La requisitoria del pubblico accusatore Gunning fu molto dura ed aspra e s i concluse con l'affermazione della colpevolezza di Bellomo. Il difensore Carmichael sostenne che nel corso della discussione era mancata la pr ova certa della volontà omicida del generale e, pertanto, ne chiese l'assoluzione concludendo così l'arringa: «Certo, il generale Bellomo ordinò il fuoco; m a l'atto fu una conseguenza del suo ragionato timore che nell'oscurità i due ufficiali ~itentassero la fuga. Quindi il suo non fu un crimine commesso a sangue freddo, con calcolo. Se lo fos se stato, il capitano Cooke non avrebbe avuto salva la vita. Dunque, dovete giungere al convincimento che Bellomo agl lealmente. Nella peggiore delle ipotesi, potrete affermare che egli commise un errore di valutazione; oppure dovreste giungere alla conclusione che egli ha agito secondo le leggi di guerra. Per questo, quindi, vi chiedo di assolverlo». Dopo Carmichael parlò il giudice togato Stirling che, sostanzialmente, riassunse i fatti in ma niera sfavorevole a Bellomo, ponendo ai giudici questo quesito: «Che poi Bellomo abbia sparato o no, poco importa; egli comunque ha ammesso 9. 12.1945. Tra gli atti custoditi dall'Ufficio non figura no i risultati dell'inchies ta che forse non fu nem meno avvia ta.
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di aver ordinato il fuoco. A questo punto il quesito non è quello dell'omicidio diretto o meno, bensì quello di stabilire se l'ordine che lui ha dato di sparare sia ben motivato dalle particolari circostanze in cui egli si trovava o se, la sua azione ricade fra quelle dei criminali di guerra. La testimonianza di Cooke ha ribadito la responsabilità del generale Bellomo. Quanto agli italiani, io non dico che tutti gli italiani siano senza midollo, ma certo i testi che voi avete ascoltato hanno dato prova di una tale mancanza di carattere, che voi siete liberi di prestare ad essi la fede che più vi piaccia. Per emettere un giudizio occorre, quindi, tener presenti altri fatti e su questi decidere, in base all'attendibilità delle testimonianze ricevute dal tribunale. E i punti in questione sono: se effettivamente furono legate le braccia dei due prigionieri; se costoro fossero così pazzi da tentare una seconda fuga. Ora il momento è arrivato; il momento in cui, signori giudici, nessuno può aiutarvi più». La corte si ritirò in camera di consiglio e, dopo circa due ore, rientrò in aula per annunciare che il generale Bellomo era stato riconosciuto colpevole dei crimini ascritti. Il presidente Clowes chiese a Bellomo se avesse qualcosa da dire, il generale si limitò a dichiarare: «Elevo un pensiero di commossa ammirazione alla memoria del capitano Playne, rivolgo un saluto di compiacimento e congratulazione al valoroso capitano Cooke. Confermo che sono dolente dell'episodio del 30 novembre 1941, ma dichiaro sul mio onore di vecchio soldato che compii il mio dovere e sono tuttora nella persuasione di essermi trovato nella condizione di doverlo compiere». La corte si ritirò nuovamente e dopo un brevissimo intervallo rientrò in aula: Bellomo era stato «condannato a morte per fucilazione». Bellomo ascoltò la sentenza senza scomporsi e lasciò l'aula con passo fermo. Rientrato in cella vergò per i suoi familiari un testamento morale che, anche in assenza di qualsiasi altro elemento, è sufficiente per misurare la statura morale del condannato, di gran lunga superiore a quella dei suoi giudici: Bari, 28 luglio J 945 «O mia cara cara Lina, o miei diletti Andrea, Elisabetta, Antonio, Barbara. Nello scrivervi questo mio addio, sono calmo e sereno, aggiungerò forte. Ho la coscienza tranquilla. Mi presenterò all'Onnipotente col mio fardello di errori ed eccessi e di meriti, ed Egli mi giudicherà. Confido nella Sua misericordia. Tu, mia amatissima, voi, miei adorati figli, dimenticate il triste
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episodio finale di questa mia vivace esistenza, respingete e cancellate le recriminazioni e i rancori contro chicchessia. Ricordatemi soltanto per quello che di buono e di bello ho saputo compiere nella vita, per l'affetto profondo che ho avuto per voi e per le gioie e soddisfazioni con cui mi avete ricompensato. Ricordatemi soltanto per il mio grande amore di Patria e per il mio attaccamento al Dovere ed all'Onore militare. Ho molto operato e posso avere commesso errori; però in buona fede, credendo di far bene. Nel compimento dei miei doveri, ho avuto contrasti, ho lottato; più volte sono rimasto soccombente e sacrificato, ma ho sempre r eagito su me stesso, vincendo l'avvilimento, e mi sono sempre riavuto. Vi suggerisco di trarre ammaestramento dalle mie disavventure, con l'ispirare ogni vostro atto a tolleranza e bontà, di continuare a lavorare e studiare per una onesta vita come già avete dimostrato di saper fare. Vi ringrazio di tutte le cure e dell'affetto intenso che mi avete prodigato e vi chiedo perdono di qualche mio sgarbo, di qualche m io eccesso di rigidezza e severità. Pensate che la mia severità era diretta al vos tro bene. Io muoio, ma sopravvivo. Non indossate gramaglie per la mia morte, ve ne prego. Il buon Dio mi consentirà, io spero, di proteggervi ancora. Se vi trovere te in difficoltà gravi, in pericolo, invocatemi: «Babbo! »; ed io risponderò al vostro appello. Tumula te la mia salma nella Cappella della famiglia, nel Cimitero di Bari. Stringo te, Lina mia, stringo voi Andrea, EJisabetta, Antonio, Barbara, al mio cuore; e chiamo a r accolta in questo momento anche gli spiri ti angelici del p iccolo Lello e del l'indimen ticabile Franco che perdemmo prematuramente. Vi benedico! Addio! Perdono tutti e domando pe rdono a tutti. Ba bbo il Generale di Divisione dell'Esercito Ita liano Nicola Bellomo». La sentenza suscitò in Italia molta indignazione, all'epoca l'Inghilterra godeva di molta considerazione, gli ufficiali ed i funzionari inglesi erano considerati duri e forma listi ma sostanzialmente giusti e l'atteggiamento punitivo assunto dalla corte marziale fu una sorpresa per molti. Già il l O agos to 1945 Roberto Lucifero scriveva su Italia nuova: «Con sorpresa veramente dolorosa gli italiani hanno visto sedere sul banco dei c riminali di guerra un soldato che è risultato antifascista prova to e antico, buon servitore della patria, uomo coraggioso e integerrimo.[...] Noi non possiamo dimenticare
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che il Pubblico Ministero, in questo processo, ha manifestato il suo dubbio. Egli ha ricordato ai giudici che la giurisprudenza britannica prescrive che bisogna piuttosto assolvere novantanove colpevoli che correre il rischio di condannare un innocente. I giudici, tuttavia, hanno pronunciato contro il generale Bellomo sentenza di morte. Essi, evidentemente, sono rimasti persuasi che la giurisprudenza britannica sia valida solo per gli individui di sangue britannico». Il 7 agosto il Comando Generale dell'Arma dei Carabinieri Reali scriveva ai Ministri dell'Interno e della Guerra e, per conoscenza, al Presidente del Consiglio dei Ministri: «In Roma, la sentenza di morte, pronunciata dal Tribunale Alleato di Bari contro il generale BELLOMO, ha prodotto viva impressione anche fra gli appartenenti ai partiti di sinistra. Vien fatto rilevare che la condanna a morte di un valoroso ufficiale, riconosciuto tale dagli stessi giudici, reo soltanto di aver contributo all'uccisione di un prigioniero inglese, che aveva tentato di evadere, potrebbe incoraggiare le richieste del governo jugoslavo di ufficiali italiani considerati criminali di guerra. La procedura del dibattito e l'atteggiamento dei magistrati militari alleati non solo avevano fatto sperare in una sentenza meno grave, ma avevano anche avvalorato nel pubblico l'opinione di considerare gli inglesi amanti della giustizia. Il verdetto della Corte Alleata ha disilluso e ha contribuito a rafforzare la diffidenza del pubblico verso la politica britannica nei nostri riguardi». Un anno dopo Felice Chilanti scriveva: «La figura del generale Bellomo, col passare del tempo, si delinea sempre meglio quale simbolo del nostro paese, delle sue contraddizioni, del dramma che la nazione italiana ha vissuto, dibattendosi nel buio delle ingiustizie che contro di essa si sono consumate e si consumano con piena legalità, nell'ambito della «giusta legge» (19). Il dibattito processuale, come si è visto, non riuscì ad appurare in modo assolutamente certo come sì svolsero i fatti. La certezza assoluta che il generale Bellomo non sparò sui due prigionieri e che ordinò legittimamente il fuoco su due prigionieri in fuga non può essere raggiunta attraverso la lettura dei documenti ufficiali. Le deposizioni rese prima alle autorità italiane e succes(19) F. CHILANTI, La tragedia del Generale Bellomo, su «Il Tempo», a. III, n. 213 del 13 settembre 1946. L'articolo è integralmente riportato in Appendice 4.
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sivamente ai giudici inglesi dagli ufficiali e dai militari di truppa presenti a l fatto sono completamente diverse. È perciò certo che in una delle due circostanze i testimoni furono indotti a dichiarare il falso e, almeno sulla base dei documenti rintracciati, non è possibile stabilire con assoluta sicurezza quale delle due versioni sia quella veritiera. Sia le autorità italiane sia i giudici inglesi avevano un qualche interesse a presentare i fatti in un certo modo: i primi per salvaguardare il buon nome dell'Esercito, i secondi per colpire un avversario che disprezzavano e dal quale tuttavia avevano dovuto subire qualche colpo duro. Anche le successive versioni dell'accaduto fornite dal tenente Cooke non sono coerenti ed univoche, tanto da ingenerare sul carattere di questo ufficiale britannico molte perplessità. La verità deve essere ricercata, invece, nella personalità del generale Bellomo: uomo intransigente con gli altri ma più ancora con se stesso, talvolta anche duro, talvolta impulsivo ma - senza ombra alcuna di dubbio - di animo non crudele, di grandissima integrità e molto orgoglioso. Un uomo capace di prendere a calci gli ignavi militi di Bari che non corrono ad armarsi al suono dell'allarme, ma capace anche di opporsi risolutamente all'ordine del suo diretto superiore di far fucilare il sottotenente Jowett. Se Bellomo la sera del 30 novembre 1941 avesse sparato sui due prigionieri, o ne avesse ordinato l'esecuzione per punirli di aver tentato la fuga, lo avrebbe dichiarato senza alcuna esitazione. Non mi sembra coerente con il carattere del Nostro ritenerlo capace prima di sparare su individui con le mani legate e poi di mendicare presso superiori, o peggio ancora presso inferiori, una versione addomesticata dei fatti! Il suo contegno dopo l'iniquo verdetto rafforza questo convincimento. La sentenza per divenire esecutiva doveva, infatti, essere confermata dal comandante delle Forze Alleate nel Mediterraneo, Maresciallo Alexander e, come testimonia lo stesso Bellomo nella sua Autodifesa, l'avvocato difensore d'ufficio Carmichael lo «raggiunse subito dopo nella caserma del 57th Field Artillery rgt. e mi invitò, anzi mi esortò, a presentare per il suo tramite domanda di grazia diretta a l generale Alexander. Ma io avevo già riflettuto: non essendo consentito l'appello e cioè non potendosi aspirare al rifacimento meno arbitrario e unilaterale dell'intero processo, la domanda di grazia mi apparve avvilente in sommo grado, quasi riconoscimento·della giustezza della sentenza, e quindi della mia colpevolezza.
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Perciò, mi rifiutai di presentarla e scrissi al capitano Carmichael il 28 ed il 29 luglio due lettere dalle quali emergono chiaramente, io credo, le responsabilità morali connesse con la sentenza. Io morirò. Ma confermo solennemente che la tentata fuga degli ufficiali inglesi fu la sola causa del mio intervento ed il mio comportamento nel secondo tentativo di fuga potrà essere considerato energico, ma non delittuoso». Bellomo non aveva alcun dubbio che, in assenza di una domanda di grazia, la sentenza sarebbe stata confermata, tuttavia il suo senso dell'onore non gli permise di chiedere clemenza per una colpa che non aveva commesso. Nel chiudere l'Autodifesa, nell'agosto, egli ribadì infatti di volere soltanto giustizia: «Chiedo solennemente che dopo l'esecuzione della sentenza, si compia un atto di autentica giustizia e civiltà, ordinando il rifacimento del processo, facendo accogliere le mie richieste di testimoni e documenti. Lo chiedo per mia memoria, e per gli inglesi mi riporto alla conclusione di un recente studio di Harold Nicolson, il quale trattando del «prestigio» britannico finisce dichiarando che l'accresciuta potenza delle armi non basta ad assicurarne la vitalità: occorre mantenere scrupolosamente la reputazione fondata sopra il carattere nazionale che a sua volta è basato sulla onestà, sulla obiettività, sulla veridicità, sul candore, sulla generosità, sulla gentilezza, sul buon umore». E ancora il 4 settembre, nella Premessa al Memoriale sull'armistizio, l'anziano generale scrisse: «La solennità del momento in cui questo ultimo scritto è stato tracciato illumina di profonda speranza il desider io di concorrere alla rivalutazione della mia patria. Lo chiudo tuttavia in perfetta serenità di spirito, con la coscienza tranquilla, con la fiduci a che il mio sacrificio, placando la spiegabile volontà di vendetta del vincitore, possa giovare in qualche modo al mio paese. Questa stessa fatica offro agli italiani come contributo alla storia più completa e più serena che un giorno dovrà scrutare a fondo la grande tragedia» . Alexander ratificò la condanna e il generale Bellomo fu fucilato all'alba dell' 11 settembre 1945, nel penitenziario di Nisida, da un plotone d'esecuzione britannico. Fino all'ultimo il suo comportamento fu improntato a quei sentimenti di dignità e di onore dai quali si era fatto guidare in tutta la vita. In uniforme, con passo sicuro, si diresse al luogo dell'esecuzione senza alcuna esitazione, confortato dal cappellano, padre Au-
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relio Bensi, che nel suo diario ha lasciato una precisa testimonianza dell'avvenimento (20). L'unico rammarico di Bellomo fu quello di essere stato bendato e legato, nonostante le sue proteste. Dopo aver gridato« Viva l'Italia», comandò egli stesso il fuoco al plotone d'esecuzione. Oggi la sua salma, per lunghissimi anni tumulata a Nisida nell'area ove sono sepolti i reclusi morti nella vecchia colonia penale (21), riposa nel Sacrario Militare dei Caduti d'oltremare in Bari. Per la legge italiana, infatti, il generale Bellomo è considerato a tutti gli effetti «morto in servizio» in quanto la sentenza della corte marziale inglese non è stata recepita dall'ordinamento giudiziario del nostro Paese. FANTASTORIA E REALTÀ
«Il suo [del generale Bellomo] caso non poteva non colpire allora, e non può oggi non essere assunto ancora come un segno delle tragiche contraddizioni di quella che fu indubbiamente la più grave crisi della storia unitaria», afferma a ragione il Quazza nella prefazione al citato Memoriale sull'armistizio ed è quindi naturale che la tragica vicenda del generale Bellomo costituisca ancora oggi materia di indagine storica e non soltanto motivo di umano compianto. Non sembra altrettanto naturale, invece, che ancora oggi si accreditino, sia pure a livello giornalistico, storie fantasiose debitamente farcite di generali felloni e di servizi segreti deviati. Nel 1964 comparve un ponderoso lavoro di Ruggero Zangrandi, 1943: 25 luglio-8 settembre, nel quale la vicenda Bellomo è trattata a lungo (22) ma purtroppo in chiave romanzesca. Secondo questo autore, infatti, Bellomo fu arrestato a conclusione di «una lunga ed insidiosa azione ai [suoi] danni promossa dalle autorità militari italiane» e fu condannato e fucilato dagli Inglesi che «si prestarono, in quella occasione, a fungere da strumenti di facilmente individuabili ambienti militari italiani». Inutile dire che (20) Il 6 dicembre 1949 il Bensì pubblicò le pagine del diario riguardanti la fucilazione di Bellomo sul «Becco Giallo», sotto il titolo Come è caduto il generale Bellomo sollo i colpi della fucileria inglese. (21) Poiché il luogo era compreso nella giurisdiz.ione del Ministero di Grazia e Giustizia solo con l'autorizzazione di questo Ente i congiunti de l generale potevano visitarne la tomba una volta all'anno. (22) R. ZANGRANl)l, 1943: 25 luglio - 8 se/lembre, Feltrinelli, Milano 1964, pagg. 841-848 e 1078-1087.
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Zangrandi non adduce, a sostegno di accuse tanto gravi, una sola prova, ma soltanto sensazioni ed illazioni romanzesche. Molto più recentemente Santi Corvaja, nell'articolo già citato, ha nuovamente sostenuto la tesi che Bellomo sia stato volutamente abbandonato alla vendetta inglese dallo Stato Maggiore del Regio Esercito, affermando che: «si hanno esempi clamorosi (fra questi l'evasione nel marzo 1945 dell'ex-capo di Stato Maggiore dell'Esercito generale Mario Roatta) in cui si ebbero interventi pilotati dall'alto per salvare generali e ufficiali chiamati a rispondere di errori politici e militari. Si trattava di una sorta di «soccorso azzurro» che veniva gestito dai servizi segreti - il SIM - ricostituiti a Brindisi col governo Badoglio già nell'ottobre 1943, al comando del colonnello Pompeo Agrifoglio. Unica cnndizione per essere ammessi al godimento di quella speciale protezione era che il beneficiario s'impegnasse al silenzio ermetico nei confronti dei membri dello Stato Maggiore coinvolti nello sfacelo dell'8 settembre, secondo il vecchio principio patriarcale che i panni sporchi si lavano in famiglia. In questo senso, Bellomo non possedeva i requisiti richiesti avendo rotto da anni, per motivi ideologici e personali, ogni "liaison" con le cosiddette Aquile d'oro». L'accostamento del caso Roatta a quello Bellomo è quanto mai pretestuoso. Il generale Roatta era in mani italiane e si può affermare che la sua evasione dall'ospedale ' militare del Celio fu «agevolata» anche per le sollecitazioni di parte inglese. La recente pubblicazione delle memorie di Harold Mac Millan (23), all'epoca ministro residente britannico presso il Comando in Capo Alleato del Mediterraneo, non lascia possibilità di dubbio in materia. Si leggano con attenzione i seguenti passi: «Generai Roatta is to be tried in a week, and the tria} will perhaps reveal a lot of details surrounding the signing of the armistice in September 1943, as we!J as secret service papers covering 1934-9, probably very damaging to the U.S. and British Governments. It is even said that Roatta - who ran an excellent secret service which got all the telegrams to and from London and Washington, by suitable arrangements to obtain keys to the safes in Rome - has a document in which Chamberlain offers French colonies (e.g. Tunis) to
(23) H. MACMJLLAN, War Diaries. The Mediterranean 1943-1945, Mac Millan London Limited, Londra 1984.
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Mussolini!» a pag. 654, (24); «Left Naples 8 p.m. We settled the line to be taken about the Roatta trial. Stone will be told to ask Bonomi to arrange that no evidence shall be admitted, either by prosecution or defence, which involves (a) Allied operations, (b) documents belonging or alleged to belong to any Allied Government» a pag. 649, (25); «There is also a further development in the Roatta case rather satisfactory. Bonomi seems to think that the trial can take place without the awkward revelations which we feared», a pag. 651 (26); «The escape of General Roatta has made a great stir, (3) but the Government has survived. I think the Communists still feel it's better to wait. (3) Roatta escaped on 4 March from a Military Hospital (where he had been confined because of heart trouble)» a pag. 710, (27). Gli Alleati non gradivano una troppo analitica deposizione dell'ex capo del SIM, ed in quel periodo quello che gli Alleati gradivano diveniva, sia pure giocoforza, legge vincolante per il governo italiano! Bellomo era, invece, prigioniero degli Inglesi. Predisporne l'evasione avrebbe significato sfidare apertamente gli Alleati e questo non rientrava nelle possibilità né del governo italiano, né dello Stato Maggiore, né tantomeno del fantomatico «soccorso azzurro» di cui parla il Corvaja. Zangrandi denuncia anche il mancato interessamento delle autorità italiane presso il Comando Alleato per ottenere la liberazione (24) «Il Gen. Roatta sarà processato enlro una settimana e probabilmente dal processo verranno fuori molti particolari riguardanti l'armistizio filmato nel settembre 1943 e i documenti dei servizi segreti per il periodo 1934,1939, forse molto compro· mettenti per i governi statunitense e britannico. Si dice anche che Roatta - il quale diresse un eccellente servizio segreto che entrò in possesso di tutti i telegrammi da e per Londra e Washington grazie ad opportuni accorgimenti che consentirono di accedere ai codici di cifratura - sia in possesso di un documento in cui Chamberlain offre le colonie francesi (ad. es. Tunisi) a Mussolini!» (lraduzione dell'Autore). (25) «Siamo partiti da Napoli alle 20. Avevamo fissato la condolta da seguire per il processo Roalta. Era stato detto a Stone di «chiedere » a Bonomi di fare in modo che non fossero ammesse prove, sia per l'accusa sia per la difesa, che coinvolgessero (a) le operazioni delle Forze Alleate, (b) documenti appartenenti o ritenuti di pro· prielà dei Governi Alleati». (traduzione dell'Autore). (26) «C'è ancora un altro sviluppo sul caso Roatta, piuttosto soddisfacente. Sembra che Bonomi creda che il processo si terrà senza le imbarazzanti rivelazioni che temevano». (traduzione dell'Autore). (27) «La fuga del Gen. Roatta ha creato un grande lrambusto (3), ma il Governo ne è uscito salvo. Penso che i Comunisti ritengano sia meglio aspettare ancora. (3) Roatta scappò il 4.3.1945 da un Ospedale Militare dove era ricoverato per disturbi cardiaci». (traduzione dell'Autore).
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di Bellomo o, quanto meno, la sospensione della pena di morte: « .. . nulla prova che Badoglio si sia mai interessato presso il Comando alleato e, semmai, tutto lascia indurre che il suo interessamento sia stato di ben altra natura. Sta di fatto che non risulta, né da notizie di stampa del tempo, né da fonti memorialistiche, che le autorità governative e militari abbiano in alcun modo tentato di intercedere presso gli Alleati, almeno per ottenere clemenza, per un generale la cui sorte avrebbe dovuto star a cuore ai dirigenti italiani, per motivi nazionali prima ancora che umani». Naturalmente il mancato interessamento sarebbe dovuto al fatto che le relazioni redatte dal generale Bellomo «non collimavano con la faticosa opera di occultamento della verità iniziata a Brindisi fin dal settembre '43 da Badoglio e dai suoi complici e associati». In effetto non risultano passi ufficiali italiani presso gli Alleati a favore del generale Bellomo, ma non certo per i motivi addotti da Zangrandi. Del resto il maresciallo Badoglio lasciò il governo il 18 giugno 1944 ed i suoi successori, Jvanoe Bonomi fino al 21 giugno 1945 e Ferruccio Parri dopo tale data, non certo responsabili della stipulazione dell'armistizio, e quindi non toccati dalle critiche di Bellomo, avrebbero potuto intervenire. Non lo fecero per lo stesso motivo per il quale non lo aveva fatto Badoglio: non dare motivo agli Alleati di ritenere che il nuovo governo italiano fosse intenziato a difendere chi si era macchiato di colpe infamanti. È necessario, inoltre, ricordare ancora quanto prestigio godesse all'epoca in Italia la giustizia inglese. Era communis opinio che se Bellomo fosse stato innocente il tribunale britannico lo avrebbe scagionato. È altrettanto poco credibile l'ostilità dello Stato Maggiore nei confronti del generale Bellomo. Fin dal 18 novembre 1943 i generali Ambrosio e Roatta avevano lasciato le cariche di Capo di Stato Maggiore Generale e di Capo di Stato Maggiore dell'Esercito, sostituiti rispettivamente dal maresciallo Messe e dal generale Berardi, scelti dagli Alleati e appositamente liberati dalla prigionia. All'epoca del processo, inoltre, entrambi erano stati già sostituiti con il generale Trezzani e con il generale Cadorna. Non è quindi credibile che questi alti ufficiali, tutti aventi alle spalle un cristallino passato di combattenti valorosi e di comandanti avveduti, abbiano deliberatamente abbandonato Bellomo rifiutandosi di aiutarlo pur potendolo. La verità è che le più alte cariche delle Forze Armate, così come quelle dello Stato, non avevano alcuna possibilità di interferire nel-
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la durissima azione di governo della Commissione Alleata di Controllo. I vertici militari, poi, erano impegnati in un difficile quotidiano confronto con la Commissione per ottenere una maggiore partecipazione delle truppe italiane alla guerra contro i Tedeschi e per conseguire la disponibilità dei materiali italiani che gli Alleati, invece, preferivano inviare alle formazioni di Tito. Quanto ha scritto Salvatore Loi al riguardo, in un documentatissimo libro (28) edito di recente, rivela chiaramente l'ostilità e talvolta l'ottusità del comportamento degli Alleati: non erano certo quelH i tempi adatti per perorare atti di giustizia o di clemenza! Non è, infine, da sottovalutare l'ipotesi che qualche capo militare non fosse del tutto convinto dell'innocenza di Bellomo, atteggiamento già manifestato in epoca non sospetta dal generale Jengo, verosimilmente a causa della ben conosciuta impulsività del Nostro. Ritengo che questa mia ipotesi sia suffragrata da un'annotazione del maresciallo Messe. All'inizi del 1944 gli ufficiali furono sottoposti ad un esame disciplinare per accertare il loro comportamento all'atto e dopo la proclamazione dell'armistizio, ed a tale esame fu sottoposto anche il generale Bellomo. Il 6 maggio 1944 il Capo di SM del R. Esercito inviò al Comando Supremo l'esito dell'inchiesta: «STATO MAGGIORE REGIO ESERCITO Ufficio Inchieste 2118/In. di prot. P.M. 151, li 6 maggio 1944 OGGETTO: Comportamento degli ufficiali all'atto e dopo la proclamazione dell'armistizio: Generale di qivisione (riserva) BELLOMO Nicola. AL COMANDO SUPREMO P.M. 151/A
******** Il Generale della riserva BELLOMO Nicola all'atto dell'armistizio era comandante della XII Zona M.V.S.N. in Bari: in seguito è stato nominato Presidente della Commissione militare scioglimento milizia, alla dipendenza del Ministero della Guerra. (28) S. Loi, / rapporti fra Alleati e Italiani nella cobelligeranza, Ufficio Storico Stato Maggiore Esercito, Roma 1986.
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Il 9 settembre partecipò personalmente, alla testa di poche decine di militi e soldati, a sventare il tentativo tedesco di impadronirsi del porto di Bari e rimase ferito. Pur rilevando una certa esuberanza nel rappresentare il piccolo fatto d'arme, si deve dare atto al Generale BELLOMO di decisione e coraggio personale. Il Generale BELLOMO è un entusiasta nel senso più spinto della parola, quasi un esaltato, ma in quelle tragiche giornate sarebbero stati provvidenziali alcune migliaia di uomini come lui. In seguito ha agito con perfetta lealtà, grande iniziativa e decisa energia. Il Generale BELLOMO si è comportato secondo le leggi dell'onore militare e del dovere contingente e gli possono essere affidati incarichi di comando e di responsabilità. Per quanto riguarda il suo comportaroent all'atto e dopo la proclamazione dell'armistizio lo propongo, pertanto, per la assegnazione alla 1a categoria della circolare 3639 in data 8 dicembre 1943 di codesto Comando, salvo diverso apprezzamento che potesse risultare in avvenire da eventuali ulteriori testimonianze. IL CAPO DI S.M. DEL R. ESERCITO F.to (Paolo Berardi)» Il Capo di Stato Maggiore Generale credette però opportuno di sospendere il giudizio complessivo: «COMANDO SUPREMO ufficio affari vari
P.M. 135, il 17 maggio 1944 AL MINISTERO DELLA GUERRA - gabinettoP.M. 107
Prot. n° 393/RP Allegato: 1 fascicolo per lo S.M.R.E. ALLO STATO MAGGIORE R. ESERCITO (rif. 2118/ln., del 6 corrente) P.M. 151 OGGETTO: generale di divisione riserva Nicola BELLOMO.
******* Poiché il generale BELLOMO è attualmente in istato di accusa sotto gravi imputazioni, ritengo opportuno rimandare la conclusione
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degli accertamenti all'epoca in cui la sua posizione risulterà chiarita a tutti gli effetti. IL MARESCIALLO D'ITALIA CAPO DI STATO MAGGIORE GENERALE F.to (Giovanni Messe) Il più alto vertice militare, quindi, non riteneva di possedere elementi certi per considerare il generale Bellomo innocente e pensava che non fosse neppure conveniente, di conseguenza, riconoscergli la linearità del comportamento tenuto nei giorni dell'armistizio! Ed il ministro della Gerra non si discostò da tale prudentissima condotta. Solo il 16 maggio 1946, infatti, il capo di gabinetto comunicava all'ufficio dei generali, e per conoscenza allo Stato Maggiore Generale ed a quello del Regio Esercito (29), che il generale Bellomo era stato assegnato alla I categoria.
* * * A chiusura di queste pagine mi piace ricordare quanto ha scritto Indro Montanelli sul «Giornale» del 4 luglio 1985, nel rispondere ad un lettore che auspicava la concessione della medaglia d'oro al valer militare alla memoria al generale Bellomo: «l'iniquità della sentenza d'una Corte inglese che condannò a morte il generale Bellomo è da tempo dimostrata, e da tutti riconosciuta. Il generale Bellomo fu un valoroso combattente, che dopo 1'8 settembre 1943 si schierò in favore degli Alleati, ricambiato come sappiamo. La proposta che lei avanza di decorarlo di medaglia d'oro per il «sacrificio» che gli fu a torto imposto mi lascia tuttavia perplesso. Bellomo merita riconoscimento per ciò che fece, da leale e valoroso soldato, non per ciò che subì, a causa della cecità ottusa e spietata di una Corte marziale inglese. Il verdetto infame, e l'esecuzione, non hanno aggiunto nulla alle qualità militari del generale Bellomo. Hanno invece macchiato, in eterno, le qualità umane e morali dei suoi giudici».
(29) f.n. 9890/RP/Ill, custodito in fotocopia come i precedenti nell'archivio dell'Ufficio Storico.
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APPENDICE I Lettera del generale Ambrosio STATO MAGGIORE R. ESERCITO · Ufficio Servizi II N° 65990 di prot.
RISERVATA PERSONALE
P.M. 9, li 10 febbraio 1942 XX 0
OGGETTO: Nuova versione circa cause che deLerminarono la morLe del capilano p.g. PAYNE Georgie ed il ferimento del tenente p.g. COOK Roy Rostron al campo concentramento n° 75.
ALL'ECCELLENZA IL COMANDANTE DEL IX CORPO D'ARMATA POSTA MILITARE 67 (Allegato n° I) e, per conoscenza: ALL'ECCELLENZA IL SOTTOSEGRETARIO DI STATO ALLA GUERRA ROMA L'ispettore dei campi prigionieri cli guerra, Generale JENGO, in una recente ispezione compiuta, è venuto a conoscenza di una versione dei fatli che hanno portato ali.a uccisione di un ufficiale p.g. ed al ferimento dì un altro, diversa eia quella esposta da codesto comando con foglio 03/6963 del 3 dicembre u.s. Nel trasmettere in copia il rapporto all'uopo compilato dal prefato ufficiale generale, prego di compiere esaurienti indagini in merito e trasmeltermi le proposte conclusive del caso. IL CAPO DI S.M. DELL'ESERCITO f 0 Ambrosio Rapporto del generale Jengo li 6 febbraio 1942
ALLO STATO MAGGIORE R. ESERCITO - III REPARTO
Informo codesto Stato Maggiore di quanto appresso: Il 30 gennaio u.s. mi sono recato a ispezionare i campi p.g. di Gravina e Torre Tresca, accompagnato dal S. Ten. di compi. Sig. BRANDUARDI addetlo all'ufficio lavori del comando genio di Bari. Durante il viaggio detto ufficiale, credendo che ne fossi al corrente, fece un accenno al tentativo dì evasione da par te di due ufficiali p.g. inglesi avvenuto il 30 novembre u.s. dal campo di Torre Tresca. Pur non essendo a conoscenza dei particolari del fatto, dichiarai dì conoscere
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perfettamente quanto era avvenuto poiché ebbi l'impressione che l'ufficiale avesse qualche cosa da riferire. Infatti, il S. Ten. BRANDUARDI riferì che l'uccisione del capitano inglese PAYNE Giorgio ed il ferimento del tenente p.g. CooK RoY RosTRON non erano avvenut i per il tempestivo intervento delle sentinelle, ma per mano del Generale di divisione BEL, LOMO, comandante del presidio di Bari, nella cui giurisdizione t rovasi il campo di Torre Tresca. Aggiunse che i due ufficiali p.g. vennero tratti dalla prigione e condotti, con le mani legate dietro la schiena, presso il varco da dove, poco prima, erano riusciti ad evadere. Poiché i due ufficiali p.g. si most ravano titubant i nel recarsi verso il varco vennero chiamati tre uomini di guardia per spingerli avanti. Seguiva il gruppo il Gen. BELLOMO, in abito civile, impugnando la rivoltella. Appena i due p.g. oltrepassarono il reticolato il predetto generale fece fuoco. Richiesto del come fosse a conoscenza di tali particolari asserì di essersi trovato al campo poco dopo il fatto. Recatomi al campo di Torre Tresca, senza mostrare di dare soverchia importanza alla richiesta, domandai al comandante del campo Capitano Sig. SoMMAVlLl,.A notizie sulla uccisione del capitano p.g. PAYNE, e questi confermava quanto il Sottotenente BRANDUARO! aveva riferi to, aggiugendo che, dietro ordine del Generale BELLO· MO aveva spar ato anche lui. Richiesto se di ciò era stato fatto regolare rapporto, il capitano rispose che il p r imo rapporto da lui compilato era stato corretto e modificato, il mattino seguente, dal Generale BELLOMO. Richiesto ancora se conservava tale rapporto corretto r ispose affermativamente, ma non lo mostrò perché, disse che lo aveva conservato tra molte altre carte e che in que l momento non trovava. Aggiunse infine che, quando il nucleo degli ufficiali p.g. lasciò il campo perché trasferiti altrove, venne trovato un cartello scritto in inglese ove si diceva che in quel campo era stato assassinato un ufficiale inglese prigioniero di guerra. Tutte le domande rivolte al capitano vennero fatte in via del tutto confidenziale. La conversazione si svolse in presenza del Sottotenente BRANDUARDI stante che il comanda~te del campo non ignorava che dettO ufficiale era a per fetta conoscenza di quanto era avvenuto. IL GENERALE DI BRIGATA ISPETTORE CAMPI CONCENTRAMENTO P.G. f 0 Luigi Jengo Relazione generale De Biase COMANDO IX CORPO D'ARMATA Ufficio del Comandante N. 2 di prot. R.P.
P.M. (67) li 16 febbraio 1942 Anno XX
OGGETTO: «Evasione di prigionieri inglesi dal Campo di Torre Tresca del 30/11/41-XX» ALL'ECCELLENZA IL CAPO DI S.M. DEL R. ESERCITO
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Rispondo a l fog lio n . 65990 del 10 febbraio e.a. ricevuto il successivo giorno 11.
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Dalle indagini compiute secondo gli ordini di V.E., interrogando separatamente e di sorpresa gli interessati alla quistione in oggetto, presenti in Bari (come da indice agli allegati al presente foglio) risulta, in modo non dubbio, quanto ho riferito nel rapporto n. 03/6963 del 5 dicembre 1941. Infatti risulta: 1° I due ufficiali inglesi p.g. che già avevano tentato una prima fuga dal campo di Torre Tresca, catturati e ricondotti al campo, furono invitati dal Generale di Divisione Nicola Bellomo, addetto al comando del Presidio militare di Bari, giunto al campo quando già erano stati catturati i due prigionieri, a mostrare di dove fossero passati per fuggire. Il Gen. Bellomo era in abito civile anche perché nel pomeriggio di quel giorno - domenica 30 novembre - si era recato in più locali pubblici per rendersi conto, senza farsi notare, del contegno dei numerosi ufficiali in transito per Bari. Non credette di mettersi in uniforme per recarsi al campo di Torre Tresca appena avvertito della cattura dei due ufficiali p.g. per non perdere tempo. Era opportuno che il Gen. Bellomo si facesse indicare il punto dal quale erano fuggiti i due ufficiali p.g. per provvedere ad impedire ulteriori tentativi di fuga, dato che il campo di Torre Tresca era ancora in approntamento ed occorreva perciò perfezionare il servizio di vigilanza. 2° I due ufficiali p.g. dapprima riluttanti a mostrare di dove fossero fuggiti, si decisero poi a farlo in seguito alle insistenze del gen. Bellomo, che sa farsi capire in lingua inglese. 3° I due ufficiali p.g. di conseguenza, non legati ma completamente liberi, si diressero verso un varco esistente nel reticolato di recinsione del campo e malamente chiuso da un cavallo di Frisia, dal quale erano fuggiti. Fatti pochi passi i due ufficiali p.g. che camminavano innanzi alla scorta di 3 soldati armati, del Gen. Bellomo, del Cap. Sommavilla - Comandante del campo - e del S. Ten. Stecconi, si misero addirittura di corsa, dando a tutti la netla impressione che approfittando dell'incombente oscurità, del terreno fittamente alberato e deHa conoscenza già acquisita del posto, volessero ridarsi alla fuga. Dei due ufficiali p.g., il Cap. Payne sorpassò nella fuga il Ten. Cook e puntò dire ttamente al varco; il tenente poco dopo, sempre di corsa, invece di continuare a seguirlo, obliquò divergendo dalla direzione presa dal capitano. 4° Avuta nettamente la sensazione che i due ufficiali p.g. volessero senza al tro fuggire, i 3 militari di scorta e gli ufficiali presenti gridarono loro di fermarsi (ferma, ferma, alt). Poiché i due ufficiali non obbedirono all'intimazione e stavano per sottrarsi rapidamente alla vista data l'incomente oscurità, i 3 soldati di scorta aprirono il fuoco contro i fuggiaschi, secondo le istruzioni ricevute di aprire il fuoco contro chiunque non si fermasse all'intimazione di alt. 5° Al fuoco dei soldati partecipò, con fuoco di rivoltella, il cap. Sommavilla e forse anche il S. Ten. Stecconi, non potuto interrogare perché assente per servizio. Il Gcn. Bellomo afferma recisamente di non aver fatto fuoco con la sua rivoltella e di non averla neanche estratta dalla fondina: è uomo di tale serietà di carattere che ritengo non si possa mettere .in dubbio la sua affermazione. Del res to anche il cap. Sommavilla, r ipetutamente interrogato al riguardo, non è stato in grado di precisare, con piena coscienza, se il Gen. Bellomo abbia sparato o meno. 6° Nessun cartel lo con la scritta «Qui è stato assassinato un ufficiale inglese ,, è stato rinvenuto nel campo prigionieri. Invece, dopo la partenza degli ufficiali p.g.
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de l campo di Torre Tresca, già presenti in quel campo il 30 novembre 1941, fu trovata scritta in lapis sopra una parete della baracca di alloggio di detti ufficiali una frase presso a poco analoga a quella sopra r iferita, il cui traduttore (Ten. Sorrentino) che conosce un poco di inglese e la tradusse a l cap. SommavUla, non sa dire se fu adoperato il verbo uccidere o assassinare. Il cap. Somma villa fece cancellare detta frase e non la r iferì ai suoi superiori perché non attribuì ad essa alcuna importanza, data la sua convinzione della legalità del fatto. 7° Gli u fficiali p.g. al campo di Torre Tresca, venut i a conoscenza del fatto, per bocca del lo stesso Gen. Bellomo, non fecero a detto Generealc alcuna obiezione, né risulta che inseguito ne abbiano fatte ad a ltri. Nulla fu detto a me, né al Gen. AdamiRossi - Comandante del Presidio Militare di Bari - che separatamente visitammo il campo nei primi giorni di dicembre e parlammo con qualche ufficiale p.g .. 8° Anche il Ten. Cook, durante la sua degenza all'ospedale militare territoriale di Bari, non ebbe a muovere lagnanze sul fatto nel quale rimase ferito. 9° È mio convincimento che il S. Ten. Branduardi prima ed il Cap. Sommavilla poi, non abbiano saputo esporre a l Gen. Jengo il fatto accaduto nei sui veri particolari, dando al generale l'impressione che nel fatto vi fossero cose irregolari nascoste e da nascondere e traendolo perciò involontariamente in inganno sul vero svolgimento di esso. È mia impressione che il S. Ten. Branduardi sia un uomo di corta intelligenza, rimasto impressionato dal fatto di parlare con un ufficiale di grado elevato come il Gen. Jengo, non avendo capito ciò che gli disse il Cap. Sommavilla, né conoscendo i veri particolari di quanto riferiva. 10° Per quanto r iguarda la correzione del rapporto steso dal Cap. Somrnavilla ad opera del Gcn. Bellomo, ta li correzioni risultano dall'allegato n. 4, al quale è annesso l'originale del sopradetto rapporto con le sopradette correzion i. Non ho potu to interrogare , come già detto, il S. Tenente Stecconi, perché assente da Bari per servizio, né il terzo dei soldati che hanno fatto fuoco contro i p.g. perché trovasi in licenza di convalescenza. Gli interrogatori, fatti da me personalmente, si sono svolti dando agli interrogati ampia facoltà di parlare, alla presenza del Generale di Div isione Enrico Adarni-Rossi e del Capitano Ettore Vivani per gli interrogatori di cui agli allegati nn. I, 2, 3, 4 e 5 ed a lla presenza del tenente colonnello Pallotta e del Maggiore Ruscica Ezechia Paolo per gli interrogatori di cui ai nn. 6, 7 e 8. IL GENERALE DI CORPO D'ARMATA COMA NDANTE (Luigi De Biase) lndice degli interrogatori allegati al foglio n. 2 riservato personale del 16 febbraio 1942 -XXI O • Interrogatorio del soldato GTGANTE - allegato n° I; · allegato n° 2; 2° · Interrogator io del soldato OLIVIERI 3° - Interrogatorio del S . Tenente BRANDUARDI - allegato n° 3; 4° . Interrogatorio del Capitano SOMMAVILLA · allegato n° 4 · con annesso l'originale del rapporto steso da detto Capitano e corretto dal Generale Bellomo (I); 5° - Interrogatorio de l Tenente SoRRENT1NO · allegato n° 6; 6° - Interrogatorio del Ten. Colonnello medico CASSITTO · allegato n° 7;
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7° . Inter rogatorio del serg. di sanità ANTONELLI 8° . Interrogatorio della Suora CARMEI.LlNO
· allegato n° 7; · allegato n° 8.
(l) Alla presente, seconda copia della relazione, manca l'or iginale del rapporlo steso dal Capitano Sommavilla e corretto dal Generale Bellomo perché allegato alla prima copia. IL GENERALE DI CORPO D'ARMATA COMANDANTE (Luigi De Biase)
allegato n° 1 (uno) INTERROGATORIO del soldato GIGANTE Giovanni di Pietro, della classe 1910 del re· parto addetto al Campo Prigionieri di guerra di Torre Tresca, (48° fanteria). A.D.R. · I due ufficiali prigionieri inglesi furono invitali ad indicare da dove erano scappali. Da prima erano riluttanti ad aderire all' invito, poi si sono decisi e si sono diretti al varco dal quale erano scappati. Arrivati al detto varco si sono messi a correre dando l'impressione della fu. ga. Dei due ufficiali, uno - quello poi morto si è rapidamente distanziato più di una quarant ina di metri, correndo; l'altro è rimasto un pò indietro. Allora io cd i miei due compagni senz'altro abbiamo fatto fuoco contro i fuggitivi. Nessun altro dei presenti a l fatto ha sparato· per quanto ho visto io. A.D.R. · I due ufficiali prigionieri di guerra er ano stat i legati quando vennero catturati, ma quando vennero invitat i a moslrare da onde erano scappati, vennero slegati e quindi erano pienamente in libertà. A.D.R. · Noi abbiamo ordine di t rattare bene gli ufficiali p.g. ed infatti li trattiamo bene, ma non diamo loro confidenza. Bar i, 16 febbraio 1942 -XXF/to soldato Gigante Giovanni allegato n ° 2 (due) INTERROGATORIO del soldato OLIVIERI Paolo fu Francesco della classe 1903 del 48° fanteria, del reparto addet to al Campo prigionieri di guerra di Torre Tresca.
A.D.R. · Ricordo bene come avvenne il fatto che si riferisce alla fuga dei due ufficiali prigionieri di guerra avvenuta a Torre Tresca il 30 novembre 194 1. Invitati i due ufficiali p.g. ad indicare il punto dal quale erano scappati vi si diressero in piena libertà e cioè non legati in alcun modo. Dopo avere accelerato il passo presero addirittura a correre con evidente int.em:ione di ri· scappare; specialmente quello che andava avant i e che poi è morto, correva come ·un matto. Fu allora che i.o ed i miei compagni facemmo fuoco. Noi eravamo avanli agli ufficiali nostri che erano con noi· perciò se i nostri ufficiali avessero sparato avreb bero colpito noi.
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A.D.R. - Al momento in cui i prigionieri di guerra scappavano noi abbiamo gridato: ferma, ferma, alt, ma i due ufficiali prigionieri di guerra non si sono fermati; al momento in cui furono colpiti i due p.g. erano a circa 40 metri, specialmente quello che correva di più. A.D.R. - Al momento in cui facemmo fuoco ci si vedeva pochissimo perché avanzava la notte ed abbiamo dovuto far fuoco subito perché non sfuggissero alla vista. Bari, 16 febbraio 1942 -XXF/to soldato Olivieri Paolo allegato n° 3 (tre) INTERROGATORIO del S. Tenente di fanteria BRANDUARDI Francesco fu Carlo, addetto in qualità di geometra, all'Ufficio Lavori Genio del IX Corpo d'Armata.
A.D.R. - La sera del 30 novembre 1941 io non ero presente al campo di Torre Tresca; mi ci recai, per ragioni di lavoro, nel pomeriggio del giorno dopo, 1° dicembre. A.D.R. . Nel viaggio fatto da Bari a Gravina col Generale JENGO, si parlava di fuga di prigionieri di guerra ed io accennai a quella avvenuta a Torre Tresca il 30 novembre u.s.; soggiungo che non mi ricordavo neppure più la data precisa di tale fatto. Alle insistenze richieste del Generale di avere particolari, ri sposi che i due prigionieri scappati e poi ripresi, erano stati invitati a r ipete· re la fuga e durante tale nuovo tentativo erano stati sparati dal Generale Bellomo. Il Generale voleva sapere altri particolari a riguardo, ma io risposi di non conoscerne e di rivolgersi al Comandante del campo. Le voci riferite al Generale Jengo su quanto avvenuto a Torre Tresca le avevo raccolte dal Capitano Sommavi lla del Campo. A.D.R. - Da nessuno degli operai addetti ai lavori in corso, presso il campo di Torre Tresca, ho sentito parlare del fatto. Il Generale Jengo di ritorno a Bari si recò al campo di Torre Tresca dove effettuò, in mia presenza, l'interrogatorio del Capitano SOMMAVILLA. Bari, 16 febbraio 1942. -XXF/to S. Tenente Franco Branduardi allegato n° 4 (quattro) INTERROGATORIO del Capitano di fanteria di complemento Antonio SOMMAVILLA Comandante del campo P.G. di Torre Tresca. A.D.R. - In piena coscienza confermo quanto ho r ifer ito nel mio rapporto in data 30 novembre 1941, diretto al Comando del P residio Militare di Bari e confermo le deposizioni rese dai soldati Gigante e Olivieri, che ho personalmente lette, rilevando solo l'inesattezza che i due p .g. si dirigevano verso il varco, ma non vi erano ancora giunti, quando si misero di corsa. A.D.R. - La copia del rapporto detto sopra, già pronta per l'invio, mi fu corretta di pugno dal Gen. Bellomo; a richiesta unisco al presente verbale tale documento. Le correzioni apportate non modificano la sostanza del rapporto giacché in-
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vece come corretto dal Gen. Bellomo «per cui i t re militari di scorta si sono visti nella necessità di aprire il fuoco» io avevo scritto che ci eravamo t rovati nella necessità di far fuoco, alludendo al fatto che anch'io avevo sparato con la rivoltella. A.D.R. - Io ho sparato perché ho avuto la netta sensazione che i due p.g. intendessero evadere da capo. A.D.R. - Ho inteso altri colpi di pistola vicino a me, ma non sono in grado di precisare se sparati dal Gen. Bellomo o dal S. Tenente Stecconi a causa della oscurità e del t rambusto del momento. A.D.R. - Nessun cartello con la scritta «Qui venne assassinato un ufficiale inglese p.g.», venne trovato quando gli ufficiali p.g. vennero trasferiti ad altro campo. Invece, all' interno della baracca occupata dai p.g. fu t rovato sopra una parete, scritta a lapis, una frase la cui traduzione non so se risponda esattamente a quella sopra detta, perché io non conosco l'inglese ed assai poco lo conosce il S. Ten . Sorrent ino, che me la t r adusse. Non ho dato importanza alla cosa e non ne ho riferito ai miei superiori, provvedendo solo a far cancellare la scritta, in quanto sapevo benissimo che le cose si erano svolte più che legalmente. A.D.R. · Il giorno 8 dicembre u.s., i.I Gen. Bellomo commentò agli ufficiali p.g. i due tentativi di fuga commessi dai loro due colleghi, avvertendoli delle conseguenze alle quali vanno incontro coloro che tentano di scappare. A.D.R. · Nessun ufficiale inglese p.g., per quanto mi riguarda, ha commentato i fatti né in bene, né in male, né ha chiesto di conferire con autorità superiori e con membri della C.R.I. Nessuno ha presentato r eclami od espost i per iscritto. Anzi il Ten. Sorrentino potrà riferire che il Ten. Cook, rimasto ferito e condotto poi all'ospedale, ha lealmente riconosciu to l'errore del 2° tentativo di fuga, che ebbe le note conseguenze. A.D.R. · Al Gen. Jengo ho riferito frammentariamente quanto sopra esposto, dicendo fra l'altro che avevo sparato anch' io e che ritenevo che il Gen. Bellomo avesse sparato. Alla richiesta se tutto questo avessi detto nel rapporto, r isposi di si, ma che alla copia del mio rapporto erano state apportate delle varia:i:ioni dal Gen. Bellomo. Se il Gen. Jengo ha inteso diver samente, devo attribuirlo a l fatto di non essermi ben spiegato, anche perché avendomi detto il gen. che voleva sapere particolari più per sua curiosità, che per altro, non feci un racconto or ganico di tut to e la nostra breve conversazione fu spesso inter rotta da altri argomenti relativi all'approntamento del campo di Torre Tresca. A.D.R. · Al S. Ten. BRANOUAROl non ho mai detto che i due p.g. «erano stati sparati dal Gen. Bellomo,,. Avrò detto che avevano sparato un pò tutti i presenti al secondo tentativo di fuga e che fra i presenti era anche il gen. Bellomo. Bari, 16 febbraio 1942 -XX· F/to Capitano Sommavilla Antonio
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INTERROGATORIO del Tenente Gaetano Bruno Sorrentino di Alfonso, ufficiale Comandante all'Amministrazione del Campo P.G. di Torre Tresca.
A.D.R. - Al momento in cui nell'infermeria del campo medicavamo il tenente Cook, questi ebbe a dire: «Sono pentito di quello che ho fatto: è stato un momento di follia giustificato forse dalla grande noia». Aggiunse che non avrebbe dovuto fare quello che aveva fatto, perché egli ed i suoi colleghi erano sempre stati trattati umanamente. A.D.R. - La scritta trovata sopr a una parete nella baracca, diceva presso a poco che il cap. Playne era stato ucciso (Killed) in «questo campo il 30 novembre 1941 ». Bari, 16 febbraio 1942. -XXF/to tenente Sorrentino Gaetano Bruno allegato n° 6 (sei) INTERROGATORIO del tenente colonnello medico in p.a. CASSITIO Dott. Francesco fu Raffaele, capo reparto chirurgia dell' ospedale militare territoriale di Bari.
A.D.R.. Ho avuto in cura nel mio reparto il tenente inglese prigioniero di guerra Cooke Rau Rost ron di Robert dal 30 novembre a l 15 dicembre 1941 per ferita t ra spassa alla regione laterale esterna della coscia sinistra riportata in seguito a tentativo di evasione dal campo di concentramento di Torre Tresca. A.D.R. . Il ferito durante il periodo di cura non ha mai accennato ad eventuali maltrattamenti ricevuti al campo prigionieri, anzi si mostrava dispiaciuto dell'incidente occorsogli giacché a compiere un tale atto vi era stato costretto, più che consigliato, dal capitano inglese, suo compagno di p r igionia, morto nel tentativo di evasione. Il tenente è stato sgomberato su altro ospedale, probabilmente in quello di Piacenza, in via di guarigione. Bari, 14 febbraio 1942 -XXF/to Ten. Col. Francesco Cassitto allegato n° 7 (sette) INTERROGATORIOO del sergente d i sanità richiamato della classe 1902 ANTONELLI Carmine addetto al reparto chirurgia dell'ospedale militare territoriale di Bari.
A.D.R. . Siccome so parlare francese mi sono parecchie volte intrattenuto in conversazione col tenente prigioniero di guer ra Cooke Roy Rostron di Robert, il quale aveva p iacere di conver sare con me per far conoscere i suoi desideri. A.D.R. - Il predetto tenente nelle conversazioni avute con me non si è mai lamentato di maltrattamenti avuti al campo prigionieri di Torre Tresca. Si rammaricava di aver tentato di fuggire dando retta agli incitamenti del capitano ingle-
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se, suo intimo amico, del quale ha appreso la morte dopo alcuni giorni di permanenza all'ospedale. Aggiungo che al momento della partenza dall'ospedale di Bari, mi ha detto che era spiacente di lasciare nel personale dell'ospedale tanti buoni amici e che avrebbe serbato un gradito ricordo per le assistenze avute. A.D.R. - Non ha mai chiesto di parlare con un rappresentante della C.R.I .. Era di carattere gioviale ed esuberante di vii.a. Bari, 14 febbraio 1942. -XXF/to sergente Antonelli Carmine allegato n ° 8 (otto)
INTERROGATORIO di Suor Caterina Carmell ino addetta all'ospedale militare territoriale di Bai·i.
A.D.R. - Nelle lunghe e numerose conversazioni da me avute in lingua francese col tenente inglese prigioniero di guerra Cooke Roy Rostran di Robert, detto tenente, anche durante gli accessi febbrili, non si è mai lamentato di maltrattamenti subiti nel campo pr igionier i di guerra di Torre Tresca. Bari, 14 febbra io 1942 -XXF/to Suor Caterina Carmellino figlia della Carità Integrazione della relazione generale De Biase COMANDO IX CORPO D'ARMATA Ufficio del Comandante N. 3 di prot. R.P.
P.M. 67, 18 febbraio l 942 - Anno XX -
OGGETTO: Evasione di prigionier i inglesi dal campo di Torre Tresca del 30 novembre 1942. -XXALL'ECCELLENZA IL CAPO DI S.M. DEL R. ESERCITO
POSTA MILITARE 9
Faccio seguito al mio foglio n. 2 R.P. del 16 febbra io u.s. 1° Trasmetto l'interrogatorio del S. Tenente Francesco STECCONI non potuto effettuare il giorno 16 febbraio perché detto ufficiale er a assente da Bari per servizio. Da detto interrogatorio, che conferma nei suoi particolari lo svolgimento del fatto avvenuto a l campo p.g. di Torre Tresca il 30 novembre 1941-XX, r isultano in modo particolare: a. che anche il S. Tenente STECCONI fece uso della rivoltella; b. che i due p.g. non avevano le mani legate all'atto in cui furono invitati a most rare di dove fossero fuggiti e perciò erano completamente liberi nel secondo tentat ivo di fuga che effettuarono; c . che la scritta in lapis trovata sopra una parete della baracca di alloggio degli
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ufficiali p.g, non era cosa a sè stante ma faceva parte di un elenco di nomi e di indirizzi degli altri ufficiali p.g. dello stesso gruppo. Tale frase, ricopiata dal S. Tenente STECCONI in un foglio del suo libretto - foglio qui unito (allegato n. 2) - non costituisce una protesta né un'accusa ma conferma che il capitano Payne fu ucciso mentre tentava di fuggire. Il libretto del S. Tenente Stecconi dal quale è stato staccato il foglio allegato n. 2, mi è stato consegnato secondo quanto risulta dalla dichiarazione allegato n. 3. 2° Trasmesso un nuovo interrogatorio al quale ho sottoposto il S. Tenente BRAN· DUARDl. 3° Trasmetto un rapporto del generale di Divisione Nicola BELLOMO dal quale r isulta confermata l'opportunità di sapere da dove fossero fuggiti i due ufficiali p.g. nel primo loro tentativo. 4° Trasmetto uno schizzo topografico dal quale risultano i particolari del fatto in esame (I).
Propongo che al Sottotenente BRANDUARDI Francesco, siano infli tti tenuto conto dei suoi ottimi precedenti di condotta e di servizio e della sua mediocre intelligenza, 7 giorni A.R. così motivati: "Con estrema leggerezza narrava confidenzialmente ad un ufficiale generale qualche errato particolare di un fatto al quale non aveva assistito e del quale non conosceva che molto sommariamente lo svolgimento per aver mal capito quanto al riguardo gli era stato detto da altro ufficiale, traendo così involontariamente in inganno, sullo svolgimento del fatto stesso, il predetto Generale". Propongo che anche al Capitano Antonio SOMMAVILLA siano inflitti, tenuto conto dei suoi ottimi precedenti e dell'ottimo servizio finora prestato, giorni 5 A.R. così motivati: "Non afferrava la necessità di spiegare con chiarezza e precisione, a un ufficiale generale che gli faceva cadere confidenzialmente il discorso in proposito, i particolari di un fatto avvenuto alcuni mesi addietro e sul quale aveva riferito alle sue autorità superiori, facendo nascere nel detto generale il sospetto che il fatto si fosse svolto diversamente da quanto era stato ufficialmente riferi to". IL GENERALE DI CORPO D'ARMATA COMANDANTE F 0 Luigi De Biase
Annotazione di S.E. il Generale De Biase « In questa seconda copia mancano gli allegati n. 2 e n. 6 uniti soltanto alla p rima copia della presente relazione». Generale L. De Biase
(1) Lo schizzo non è stato ritrovato (nota dell'Autore)
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allegato n. I (uno) INTERROGATORIO del S. Tenente di fan teria complemento STECCONI Giuseppe, addetto al campo prigionieri di guerra n. 75
A.D.R. · Confermo le deposizioni dei soldati GIGANTE e OLIVIERI, che mi sono state lette, colle precisazioni già fatte dal capitano SOMMAVILLA, che mi è stata pure letta. A.D.R. · Sono io che ho catturato i due ufficiali p.g. dopo il primo tentativo di evasione. Per condurli dal punto di cattura fino al campo ho fatto loro legare le mani per evitare qualsiasi malsano tentantivo da parte loro. Arrivati al campo sono stati rinchiusi in un locale del campo stesso dopo essere stati debitamente slegati, cosicché al momento della seconda fuga erano perfettamente liberi. A.D. R. · Al momento della seconda fuga tentata dai due ufficiali p.g. anch'io ho sparato con la rivoltella dato che non vi era dubbio che i due ufficiali avessero senz'altro ripreso la fuga. Ho sentilo degli altri colpi di rivoltella alla mia sinistra dove si trovavano il Generale Be llomo e il Capitano Sommavi lla, ma non posso precisare chi dei due o se tutti e due abbiano sparato. Debbo precisa1·c che mentre in primo tempo eravamo dietro ai tre soldati della scorta, al momento della fuga dei due p.g. ci portammo instintivamente, il Generale Bellomo, il Capitano Sommavilla ed io, press'a poco sulla stessa linea dei detti soldati. A.D.R. · La vigilanza in quel giorno e ra stata disposta dal comandan te del campo, a mezzo di due sentinelle collocate nell'interno de l campo presso la baracca dove stavano i prigionieri e così era anche quando avvenne il secondo tentativo di fuga da parte dei due ufficiali p.g.. Quindi nessuno avrebbe potuto fermare i fuggiaschi lungo il reticolato che già avevano d imostrato di poter passare. A.D.R. - Tale servizio, come era stato disposto, non poteva sorvegliare bene il perimetro di tutto il reticolato e infatti le due sentinelle non videro di dove evasero nel primo tentativo i due p.g.. Mi risulta che si attendeva per disporre un completo servizio di sentinelle lungo il perimetro che il reticolato fosse messo in efficienza e l'illuminazione completata nei due lati rimasti a l buio. A.D.R. · Sono io che ho scoperto le scritte a lapis nell'interno della baracca alloggio ufficiali p.g.; ho ricopiato la detta scritta su di un pezzo di carta per darla al Capitano SOMMAVILLA ed io stesso ho poi piallato ilpezzo di parete nell'interno della baracca recante la scritta. Vi erano anche altre scritte recanti i nomi di altri uffi ciali p.g. con le date ed il luogo di cattura ed i loro indirizzi. Anzi preciso che la detta scritta era a seguito del detto elenco di nomi scritti uno sotto l'altro. A.D.R. · Credo di avere ancora il libretto sul quale ho ricopiato la scritta sopra detta. A.D.R. · Posso vedere di rintracciare il libretto che pochi giorni fa ho ancora rivisto fra le inie carte. A.D.R. · Chiarisco e preciso che la scritta la ricopiai d irettamente sul libretto rilevandola dall'origina le scritto da me rintracciato, come detto, nell'intemo della baracca p.g..
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A.D.R. - Le due sentinelle che vigilavano i pressi della baracca p.g. non hanno potuto assolutamente vedere lo svolgimento dei fatti riferiti perché lontane e data l'oscur ità ormai sopravvenuta. Bari, 18 febbraio 1942. -XXF/to S. Tenente Stecconi Giuseppe allegato n. 2 (due) Capit. George PLAYNE R.A.C. Killed at th is Camp. White attentmpft'ing F/to Sottotenente Stecconi Giuseppe Traduzione: " Ucciso in questo campo ment re tentava fuggire". Visto IL GENERALE DI CORPO D'ARMATA COMANDANTE F/to Luigi De Biase allegato n. 3 (tre) DICHIARAZIONE del tenente colonnello Vito Bavaro, Capo Ufficio Territoriale e Af. fari Var i del Comando del IX Corpo d'Armata.
Per ordine di V.E. ho accompagnato in autovettura al campo di Torre Tresca il S. Tenente STECCONI Giuseppe, incaricato d i rintraccia re nella bar acca in cui alloggia, un libretto sul quale ricopiò una scritta in lingua inglese, rilevata nell'interno della baracca del tempo predetto dove alloggiavano ufficiali p.g. e d i cui all'inter rogatorio allegato n. I (uno). Il S. Tenente, in mia presenza ha r intracciato il libretto ed è con me ritornato al Comando del Corpo d'Armata ed ha in mia presenza staccato dal libretto il foglietto sul quale è ripetuta la frase r ilevata nella baracca p.g. come sopra detto, consegnando il foglietto a Vostra Eccellenza. Bari, 18 febbraio 1942 -XXF/to Ten. Colonnello Vito Bavaro F/to S. Tenente Stecconi Giuseppe allegato n. 4 (qu attro) SECONDO INTERROGATORIO del S. Tenente BRANDUARDI Fr ancesco fu Carlo dell' ufficio lavori genio del IX Corpo d'Armata .
A.D.R. - Dalle contestazioni che mi sono mosse dopo aver saputo quanto ha dichiara-
to il Cap itano SoMMAVILLA, r itengo di aver evidentemente non capito bene
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quanto il Capitano stesso mi disse circa la fuga dei due ufficiali p.g. dal campo di Torre Tresca. Aggiungo che nel parlare col Generale JENGO io non ho inteso accusare nessuno di aver commesso un fatto men che legale, convinto che chiunque avesse sparato lo aveva certamente fatto per una legittima ragione. A.D.R. - li Generale BELLOMO l'ho conosciuto solo pochi giorni fa e ne feci il nome parlando col generale Jengo perché mi era rimasto impresso il suo nome quando chiacchierando, il Capitano Sommavilla mi accennò ai fatti in questione. Poiché la cosa non m i interessava in modo particolare, non prestai a suo tempo alle parole del Capitano Sommavilla speciale attenzione, tanto che alle insistenze del Generale Jengo per maggiori particolari, risposi che si rivolgesse al Capitano Sommavilla direttamente. A.D.R. - Non possono ricordare con esattezza quanto sull'argomento fu detto fra il Capitano SOMMAVILLA ed il Generale Jengo durante il loro colloquio a Torre Tresca, in quanto non fui presente sempre, essendomi aHontanato un paio di volte; ricordo che la conversazione era frammentaria ed inframezzata da altri argoment i inerenti a lavori in corso nel campo. Quanto riguarda la fuga dei due p.g. non aveva comunque l'aspetto di un interrogatorio, ma di u na semplice conversazione. A.D.R. · Non ho parlato con nessun altro dei fatti in questione; ne parlai occasionalmente col Generale Jengo perché la conversazione era caduta, durante il viaggio a Gravina, incidentalmente sui tentativi di fuga dei p.g. dai campi di concentramento. Bar i, 18 febbraio I 942 F/to S. Ten. Francesco Branduardi allegato n. 5 (ci nque) li 18 febbraio 1942 -XXLe condizioni. di vigilanza e sicurezza del piccolo campo ridotto al momento del mio arrivo la sera del 30 novembre, erano le seguenti: - soltanto lungo i due lati est e sud del rettangolo vi er a il reticolato robusto di cintura del vecchio grande campo, con la relativa illuminazione; invece lungo i lati ovest e nord erano in corso di progressivo ir robustimento due leggeri reticolati speditivi tracciati in quei giorni: ed il lavoro era all' inizio. - Quanto alla illuminazione, essa mancava ancora completamente lungo i lati ovest e nord anzidetti. - Il servizio di vigilanza non era effettuato da sentinelle collocate all'esterno lungo il reticolato, ma da due sole sent inelle collocate all'interno del campo r idotto e propriamente agli angoli nord ovest e sud est dell'unica baracca di legno (di metri 32 X 6) in cui erano contenuti i I O ufficiali e 171 truppa p.g. giunti il giorno 26 o 27. Tali sentinelle si trovavano perciò lontane dal ret icolato stesso e nell'impossibilità, di notte specialmente, di sorvegliarne i lati nord ed ovest tuttora senza illuminazione e non ancora pienamente efficienti. Per recarsi alla latrina esterna alla baracca, i p.g. bussavano dall'interno di essa ed il capo-posto, con altro uomo della guardia, accorreva dal corpo di guardia (localino dalla stessa baracca) e faceva scortare da detto uomo che si recava alla la t rina. Già nel primo tentat ivo di evasione, per quanto effettuato in piena luce, er a stato possibile ai due ufficiali p.g. sfuggire alla vigilanze delle sentinelle interne scappao-
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do attraverso il debole reticolato del lato nord; ed i punti dove il ret icolato fosse stato passato ed il come, non erano stati vist i dalle sentinelle collocate, come sopra detto, nell'interno del campo. - Risultò quindi subito importante determinare quali erano i punt i anzidetti che rendevano mal sicura la recinsione non vigilata e non illuminata, tanto più che dopo la prima evasione era mancato il tempo di accertare tutto ciò e porvi riparo dato l'impegno del personale per l'inseguimento dei fuggiaschi ed il sopraggiungere dell'oscurità. Ed apparve evidente che la seconda fuga verso lo stesso lato nord del reticolato fosse ispirata alla certezza di passare, col favore dell'oscurità, per gli stessi punti deboli che i due ufficiali p.g. sapevano incustoditi e vedevano immersi nella stessa densa oscurità che avrebbe sottratti loro due alla nostra vista. Infatti l'indomani mattina si costatò che lungo il lato nord del reticolato debole, là dove era stato lasciato un varco per eventuale necessità di servizio, il cavallo di Frisia, che avrebbe dovuto chiuderlo, era, oltre che leggero, corto, sicché la chiusura era incompleta e consentiva il passaggio specialmente perché il continuo paletto iniziale del reticolato era stato piegato in fuori. IL GENERALE DI DIVISIONE F/to Nicola Bellomo
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APPENDICE 2 Lettera del generale Ambrosio N° 3/24087 di prot.
P.M. 9, 10 marzo 1942. Anno XX
ALL'ECCELLENZA IL GENERALE DI CORPO D'ARMATA DE BJASE GRAND'UFF. LUIGI
BARI
OGGETTO: Evasione di p g. inglesi dal campo n. 75 del 30/11/1941: pretesa nuova versione circa le cause che determinarono la morte del p g. Capitano Playne Georgie ed il ferimento del p g. tenente Cook Roy Rost ron. N. 5 allegati (da restituire)
Il p g. tenente Cook, dimesso dall'ospedale ed attualmente internato nel campo n. 78, ha fatt.o pervenire, il 7 corrente, all'Addetto Militare svizzero, recatosi in visita al campo stesso, un esposto circa l'evasione in oggetto nonché circa i fatti a questa susseguiti e nei riguardi dei quali è stata da Voi compiuta la nota inchiesta. Tale esposto è stato dall'Addetto Militare consegnato, dietro richiesta, al comandante del campo. Poiché il tenente Cook - sebbene a distanza di tempo - afferma fatti e riferisce circostanze finora non affiorati, reputo opportuno che siano effettuati in proposito ulteriori accertamenti. Vi prego quindi, Eccellenza, di volere svolgere al riguardo un supplemento d'inchiesta. All'uopo, insieme all'esposto originale con re lativa traduzione, Vi invio tutti gli atti finora acquisiti. Data la delicatezza della questione gradirò che la nuova indagine venga svolta con cortese sollecitudine. Di quanto sopra ho informato il Comando del IX Corpo d'Armata. IL CAPO DI S.M. DELL'ESERCITO P.C.C. IL CAPO UFFICIO I (Col. F. FORMATO) Traduzione dell'esposto del tenente Cooke Allegato alle Jet. n. 3/24087 del 10.3.1942 Signore, ho l'onore di riferirvi quanto segue: come prigioniero di guerra caduto in Italia, fui mandato al campo di concentramento di Bari, ove arrivai verso il 28 novembre 1941 con altri 11 ufficiali. Il 31 novembre alle 17 circa, un capitano degli ussari di G LOVCESTER ed io (non ricordo il suo cognome, ma so il suo nome era George, circa 6 piedi e tre pollici di altezza, bruno, baffi bruni, naso aquilino rotto, uno di tre fratelli della stessa statura) lasciammo il campo in un tentativo di evasione. Alle ore 18.30 circa fummo r ipresi e ritornammo al campo, dove per alcuni minuti fummo rimessi insieme agli altri ufficiali britannici. Fin qui nessuna violenza
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c'era stata fatta. I dieci ufficiali britannici possono testimoniare che non eravamo in nessun modo armat i. Ricordo il nome di un ufficiale il Conte John De BRENOERN anche lui degli ussari di Gloucester. Ci trovavamo da circa due minuti cogli altri ufficia li quando arrivò il comandante del campo, il quale ci ordinò di uscire. Il comandante colpì entrambi nella faccia con la sua pistola . Fummo messi in una camera di punizione, dopo che ci furono legate le mani dietro la schiena con filo di ferro. Una volta legati fummo colpiti e calciati in faccia da un sergente italiano, mentre il comandante era presente. Eravamo neJla camera di punizione da circa un'ora quando arrivò il Generale addetto a l Comando di Bari; fummo tirati fuori dalla cella e il Generale sembrava molto eccitato. C'erano circa trenta soldati italiani ed alcuni ufficiali. A questo punto tutti gli ufficiali ed i soldati b ritannici dell'accantonamento furono rinchiusi nelle rispettive baracche in modo che non poterono assistere a ciò che seguì, per quanto tengo a dichiarare che ciò che accadde fu faci le a capirsi solamente sentendo. Dai gesti è dal poco italiano che conosco pareva che si fosse verificato un increscioso incidente. Cercadi di chiedere l'interprete (parlava francese) per apprendere che genere di punizione ci sarebbe stata inflitta, tutto ciò non fu concesso. Mi fu chiesto da l Generale da quale parte eravamo fuggiti ed io risposi «attraverso il filo spinato dell'accantonamento interno». Fummo portati nell'accan tonamento interno, circa 15 jarde di dis tanza dalla baracca dei prigionieri; tutti i presenti scguirnno. Il Generale aveva in mano la sua pistola au tomatica e ci intimò di mostrargli da che parte eravamo fuggiti. Mentre i solda ti presenti caricavano i loro fucili, chiesi ancora diverse volte il permesso di parlare con l'interprete per sapere c he cosa volevano fare. (Il francese del Generale lasciava molto a desiderare). Molto io chiedevo questo fummo spinti e scaraventati nel giardino. Per farci muovere più presto, poiché noi mostravamo una certa riluttanza, fummo colpiti alla testa e alle spalle con il calcio dei fucili. La combricola poi indietreggiò di circa 10 jarde e tutti cominciarono a sparare, incluso il Generale. Camminammo lungo il sentiero fino a che fummo colpiti. Fui colpito alla natica e mi buttai a terra fingendom i morto. Il mio compagno non fece lo stesso appena colpito al braccio, perciò fu colpito alla testa cd ucciso. Desidero dichiarare che mai durante questo temativo di fuga o durante il tempo che seguì, di cui ho riferito, né il capitano George né io facemmo uso della forza, oé facemmo alcun gesto di minaccia, né tentammo di sfuggire ai nostri detentori. Ci allontanammo quando incominciò il fuoco giacché non c'era altro da fare. Quando vennero a visitarmi mi fu ordinato di andare all'ospedale del campo. Fui portato a spalla da un soldato il quale mi prese con le braccia attorno alla testa. Ciò era molto doloroso ed io svenni; chiesi diverse vo.l te che mi liberassero i polsi ma ciò mi fu rifiutato. All'ospedale lo chiesi al dottore e fui liberato. I polsi risultarono segati in profondità. · Gli unici testimoni britannici furono il capitano George ed io, il capitano George è ora morto. Ho I'0no1·e di essere il vostro subordinato. F.to Roy R. Cooke Tenente della II Batteria del West Kent Reggimento della Regina Seconda Relazione del generale De Biase
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n. 3 di prot. R.P.
Bari, 17 marzo 1942 - XX -
OGGETTO: Evasione di p.g. inglesi da l campo di Torre Tresca del 30 novembre 1941. -XX-
ALL'ECCELLENZA IL CAPO DI S.M. DEL R. ESERCITO P.M. 9
Rispondo al foglio 3/24087 del 10/3 e.a. Dagli inlerrogatori allegati al presente foglio, da me personalmente falli in Bari il 16 marzo corrente, senza alcun preavviso agli interessati ed alla presenza del Generale di Divisione Adami-Rossi, comandanle della difesa territoriale di Bari, risu lta all'evidenza come le circostanze di fatto asserite dal tenente p.g. inglese Cook nel suo reclamo del 7 marzo e.a., siano assolutamente non vere. Infatti: a) dalle dichiarazioni concordi di tutti gli interrogati risulta che i due ufficiali p.g. in esame e cioè del capitano Playne ed il tenente Cook, non subirono alcun mallrattamento di percosse od altro. Gli ufficiali medici che visitarono il tenente Cook dopo che fu feri to non riscontrarono sul suo corpo alcun segno di percosse od altro. b) l'ufficiale medico del campo di Torre Tresca, che per primo raccolse il tenente Cook ferito, l'ufficiale medico che andò a rilevarlo al campo per trasportarlo in autoambulanza all'ospedale militare, l'ufficiale medico d i guar dia dell'ospedale che assistette alla medicazione fatta al ferito appena giunto all'ospedale a tu tti gli a ltri interrogati smentiscono nel modo più categorico che il tenente Cook ed il capitano Playne avessero le mani legate quando tentarono la seconda fuga; e) dalle dichiarazioni degli ufficiali medici già sopra indicat i risulta che il tenente . Cook, dopo che fu ferito, fu raccolto con ogni cura da un ufficiale medico ed un soldato per essere trasportato alla sala di medicazione del campo e fu poi trasferito con ogni cura in autoambulanza dal campo all'ospedale militare, con l'assistenza perfino di un ufficiale medico chirurgo che a richiesta del prigioniero gli offerse anche delle sigarette. Trattamento più umano non si sarebbe potuto fare ad alcun a llro ferito; d) risulta anche che i soldati presenti al momento della seconda fuga erano tre e non trenta e che avevano già le armi cariche e perciò non le caricarono alla presenza dei due ufficiali p.g.; e) risul ta ancora che nessun interprete di lingua francese venne richiesto giacché il generale Bellomo parla l'inglese tanto da farsi ben capire. Del resto gli ufficiali presenti erano in gr ado d i capire e di farsi capire in lingua francese; t) risulta infine che tutti i p.g. presenti al campo di Torre Tresca il 30 novembre, ufficiali compresi, furono chiusi nel loro baraccamento non appena fu scoperta la prima fuga dei due ufficiali p.g. Rest ituisco qui uniti gli allegati al foglio in principio citato. Gli originali degli inter rogatori, ,q ui allegati (nn. 1-2-3-4-5-6), e la minuta della presente mia relazione sono stati da me consegnate al comando de l corpo d'annata di Bari perché siano custoditi coi precedenti nella pra t ica relativa ai due ufficiali p.g ..
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Non ho proposte da fare. IL GENERALE DI CORPO D'ARMATA F/to Luigi De Biase Allegato n. 1 INTERROGATORIO DEL CAPITANO ANTONIO SOMMAVILLA, COMANDANTE DEL CAMPO PG. 75 A.D.R. - Escludo ne l modo più categorico che i due noti ufficiali p.g. dal momento in cui furono presi dopo il primo tentativo di fuga, fino al momento in cui tentarono la seconda fuga, siano stati sottoposti da chicchessia, né da me né da altri, a maltrattamenti come pugni calci od a.Itri mezzi. Furono trattati umanamente e furono solamente sottoposti ad una minuta perquisizione, senza recar loro nessun male. A.D.R. - Confermo quanto già fu detto nell'interrogatorio del 16 febbraio 1942 e cioè che i p.g. quando fu rono invitati a mostrare da dove erano scappati, non avevano legatura di sorta, né alle mani né alle gambe né altrove. A.D.R. - Confermo quanto già fu detto nell'interrogatorio del 16 febbraio 1942 e cioè che i p.g. quando furono invitati a mostrare da dove erano scappali, non avevano legatura di sorta, né alJe mani né alle gambe né altrove. A.D.R. - Quando furono portati fuori i p.g. per far da loro indicare da dove erano scappati, vi erano solo i tre soldati presi dal corpo di guardia per scortarli, oltre a me ed al Ten. Stecconi ed al generale Bellomo. Qualche altro soldato, probabilmente, nelle vicinanze, può essersi trovato, di r itorno dal servizio di rastrellamento che si era fatto. Però nessuno di questi seguì i p.g. che, come noi, entravamo nel campo. A.D.R. - La fuga dei due noti ufficiali p.g. avvenne mentre tutti gli ufficiali p.g. passeggiavano nell'interno del campo. Non appena fu conosciuta la fuga, tutti gli ufficiali p.g. vennero fatti rientrare nella baracca ove furono rinchiusi, né più vennero lasciati uscire per tutta la serata. Pertanto, durante il secondo tentativo di fuga, tutt i gli altri p.g. presenti al campo erano chiusi dentro la baracca, colle finestre chiuse e vigilati dalle due sentinelle poste agli angoli della baracca stessa. Bari 16/3/1942 -XXF/to Capitano Sommavilla Antonio A.D.R. · Preciso che i tre soldati che con noi accompagnavano i p.g.; mentre si dirigevano all'intern o del Campo, avevano già le armi cariche, in quanto di ritorno dal rastrellamento effettuato per la cattura dei due p.g. fuggiaschi. Bari, 16/3/1942 Filo Capitano Sornmavilla Antonio Allegato n. 2 INTERROGATORIO DEL SOTTOTENENTE STECCONI GIUSEPPE DEL CAMPO P.G. n. 75 A.D.R.. Ad analoghe domande a quelle oggi fatte al capitano Sommavilla, non ho che
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da ripetere le stesse risposte date dal capitano dopo averle lette integralmente, né ho altro da aggiungere o modificare. F/to Sottotenente Stecconi Giuseppe Bari, 16/3/1942 -XX-
INTERROGATORIO DEL SOTTOTENENTE MEDICO CARDILLO CARMELO ADDETTO AL CAMPO P.G. N. 75 A.D.R. - Premesso che andai io stesso a raccogliere il noto ufficiale p.g. ferito per trasportarl o alla sala di medicazione del campo, dichiaro categoricamente: a) che il ferito fu trasportato a spalla con ogni delicatezza da un soldato e da me, anzi ricordo che appoggiava la testa sulla mia spalla; b) aveva le mani completamente libere e nessun taglio ai polsi; c) all'infuori della ferita dovuta ad arma da fuoco non presentava echimosi alcuna per percosse ricevute. A.D.R. - Dopo la prima medicazione fatta da me al Campo, il ferito fu trasporta to all'Ospedale Militare Principale <li Bari a mezzo di autoambulanza. A.D.R. - Durante il tempo trascorso nella sala di medicazione sotto le mie cure, il ferito non ha mosso alcuna lagnanza; anzi, parlando con me in francese ha ringraziato ed ha soggiunto che lui ed il suo amico Playne erano stati dei pazzi a tentare la fuga una seconda volta. A.D.R. - Il p.g. Tenente Cook fu trasporta to a braccia non in barella, perché l' unica disponibile presso il Campo veniva usata per il p.g. capitano Plaync, che era molto più gravemente fer ito. Aggiungo anche che al capitano Playne vennero prestate tutte le cure possibili per tenta re di salvarlo. Anche il capitano Playne, come g ià detto pel tenente Cook, era assolutamente colle braccia libere e cioè senza alcuna legatura ai polsi e non p resentava segni di maltrattamenti di sorta. Bari, 16/3/1942 - XX App rovo due parole cancellate nella seconda riga della risposta alla prima domanda. Sottotenente medico F/to Cardillo Carmelo Allegato n. 4 INTERROGATORIO DEL SOTTOTENENTE MEDICO DI COMPLEMENTO L01ZZI ANGELO ADDETTO ALL'OSPEDALE MILITARE PRINCIPALE Dl BARI COME CHIRURGO DI SERVIZIO IL 30 NOVEMBRE 1941. · XX A.D.R. · Sono andato io al Campo p.g. di Torre Tresca con un'autoambulam:a, mandato dall'ospedale su richiesta de l Comandante del Presid io a rilevare il tenente inglese p.g. Cook, ferito da arma da fuoco alla coscia sinist ra. A.D.R. · Quando al campo di Torre Tresca ho caricato il feri to, questi aveva le mani e qualunque altra parte del corpo completamente libera, anzi mi ha chiesto delle sigarette ed io gliene ho offerte. A. D.R. - Appena arriva to all'ospedale ho proceduto alla medicazione del caso. In so-
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stituzione di quella d'urgenza fatta al Campo ed ho praticato anche l'iniezione ant itetanica. A.O.R. - Non aveva alcu na lesione dovuta a percosse od a ltro, in nessuna parte del corpo escl usi pure i polsi; non presentava, oltre la ferita, neppure delle semplici escoriazioni. A.O.R. - Non mosse, parlando con me in francese, alcuna lagnanza per maltrauamcnti subii i e anzi, avendog li io chiesto se oltre la fe rita avesse a ltri dolori per il corpo, rispose di no. F/to S. Ten. medico Angelo Loizzi Bari, 16/3/1942. XX -
Allegalo n. 5
CNTERROCATORIO DEL SOTTOTENE TE MEDICO DI COMPLEMENTO DR. APPIO DOMENICO, MEDICO DI GUARDIA ALL'OSPEDALE MILITARE PRI NCIPALE DI BARI, LA NOTTE DEL 30 NOVEMBRE 1941 ·XX. A.D.R. · Come medico di guardia ho assistito alla medicazione fatta dal collega dr. Loizzi Angelo e confermo quanto ha dichiarato il dottore nel suo interrogatori o. Confermo che il Te n. p.g. Cook è giunto all 'ospedale cogli ar ti comple tamente liberi, senza legature. F.to S. Ten. medico Domenico Appio Bari, 16/3/ 1942. XX Allegato n . 6
RISPOSTE A DOMANDE Bari, li 16 mano 1942 · XX I • · A domanda, rispondo: I due uffic ia li p.g. reduci dalla prima evasione erano, al momento del mio arrivo a l Campo r idotto, ne l c.:asollo presso t:ù esterno a ll' ingresso de l Campo ridotto stesso. fl Capitano comandante del campo, precedendomi, aveva fatto aprire la piccola prigione ed io trovai i due p.g. sulla portina, appena usc.:iti. Erano ritti custoditi dalla sentinella alla prigione e da due altri soldati della guardia chiamati de l sotto tenente S tecconi. Nessun segno perc.:epi i, né p rotes te mi furono l'a Lte da i due ufficiali p.g. di maltrattamenti subiti. Cli altri IO (o 9) ufficiali p.g. e i 71 uomini di truppa p.g. erano rinchiusi nella barac.:ca di legno c.:on tutte le porte e le finestre chi use, sotto la vigilanza delle due sentinelle ag li angoli N.0. e S.E. della baracca. Mi risultò c he vi erano sta ti rinchiusi non appena scopt:rla la prima fuga dei due noti p.g .. 2 • . A domanda rispondo: I due uffi ciali p.g. non erano legati. 3° - A domanda rispondo: Dal momento dell'uscita del casotto, s ino a l nuovo tentativo di fuga, i du e uffi-
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ciali p.g. furono scortati soltanto dai tre soldati della guardia sopra indicati e da me col capitano Sommavilla ed il S. Ten. Stecconi. Nessun altro militare seguì il gruppo così composto. Le due sentinelle agli angoli della baracca erano e rimasero al loro posto. 1 non molti militari del Campo erano parte ancora fuori in pattuglie di rastrel lamento ed i rimanenti nelle baracche sterne e lontane dal piccolo Campo ridotto. 4" - A domanda rispondo: Nessuna richiesta di interprete francese mi fu fatta dal tenente o dal capitano p.g., né aveva ragione di essermi fatta perché io domandai in inglese che i due ufficiali mi mostrassero, sul luogo, dove e come erano evasi la prima volta. Nessuna parola in lingua francese fu da me pronunziata. s• - A domanda, rispondo: I due ufficiali p.g. non furono affatto spinti e scaraventati ne l campo ridotto. Dopo la domanda darne rivolta, il tenente p.g. r ispose con brevi frasi in inglese serrato che non capii; ma siccome non accennava a muoversi col compagno, ingiunsi energicamente e ripetutamente ad entrambi, semp re in inglese e con gesti, di condurmi al luogo dell'evasione. Dalla loro riluttanza riportai il sospetto che non volessero per fini reconditi fornire le indicazioni richieste; ed insistetti ancora energicamente finché si decisero ad avviarsi verso il lato Nord del Campo ridotto, avanzando a cavallo del sentiero che dall'ingresso conduce a l lato anzidetto. Erano seguiti soltanto dai tre soldati ripetuti, eppoi da me col Comandante del Campo ed il S. Tenente Stecconi. 6" - domanda, rispondo: Il gruppo dei soldati che scortavano i due ufficiali non indietreggiò affatto per sparare, quado questi si decisero alla fuga; anzi cercò di raggiungere i fuggitivi, ma, non riusciendovi e l'oscurità minacciando sottrarli del tutto alla vista, i soldati fecero uso delle armi. Il Generale di Divisione F/to Nicola Bellomo
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APPENDICE 3 STATO MAGGIORE R. ESERCITO Ufficio Prigionieri di Guerra n . 3/30978 di prot.
P.M. (9), 30 maggio 1942
PROMEMORIA PER IL CAPO DI S.M. DELL'ESERCITO ALLEGATI: I In seguito all'inchiesta esperita su una pretesa nuova versione del tentativo di fuga dal campo di Torre Tresca (Bari) nel quale rimase ucciso il Cap.no p.g. inglese PL\YNE e il ferito il ten. inglese CooKE Roy Rostro,i, quest'ultimo venne punito con 30 gg. di A.F. per avere fatto pervenire direttamente al rappresentante della Potenza protettrice un rapporto sulle circostanze del fatto, risultante totalmente infondate. Il COOKE, internato nella fortezza di Aquila per scontare la punizione, ha ora presentato un altro esposto (allegato I - in traduzione) col quale chiede che sia compiuta sul faLto, da lui narrato - che riafferma vero - un'ulteriore inchiesta. I suoi ri lievi, lungi dal fornire clementi che valgono a giustificare una nuova indagine, costituiscono una conferma delle conclusioni alle quali giunge il Comandante di Corpo d'Armata, Ecc. De Biase, con la sua rigorosa ed accurata inchiesta. L'esposto del p.g. ten. CooKE contiene: - una ritrattazione, in quanto - a modificazione delle recise affermazioni del primo rapporto, nel quale era narrato che tutti i militari di truppa e tutti gli ufficiali presenti avevano fatto fuoco contro di lu i e contro il Cap.no Playne - dichiara come l'unico ufficiale a sparare sia stato il Gen. Bellomo: - una contraddizione, in quanto - dopo avere nel primo rapporto na rrato a forti tinte: di essere stato colpito in faccia con la pistola dall'ufficiale comandante di campo; di avere avuto le mani dietro la schiena con un filo di ferro, di essere stato «colpito ancora e calciato in faccia» ali.a presenza di detto comandan.te quando ancora non era sopraggiunto il generale, di essere stato «scaraventato» fuod dalla baracca e condotto sul posto attraverso il quale aveva tentato la fuga. a colpi alla testa ed alle spalle con il calcio dei fucili; di avere invano chiesto, dopo il suo ferimento, che gli fossero liberati i polsi; circostanze queste risultate tutte false, per dati obiettivi e per testimonianze concordi - dichiara ora che tutti gli ufficiali, all'infuori del Generale (quegli ufficiali che nel primo rapporto formavano «una combriccola») si comportarono «sempre in maniera correttissima». Anche la ritrattazione, in ogni modo: - si rivolse in un nuovo mendacio, poiché i due ufficiali presenti a l fatto, che stavano vicino al Generale - che non spai·ò - hanno dich.i arato, in sede d'inchiesta, di avere effettivamente sparato quando si accorsero che i due p.g. riprendevano la fuga; - serve a fare ancor più risaltare la slealtà della prima dichiarazione nella quale, in contrasto con la verità, il CooKE aveva tentato di coinvolgere in una comune azione, cui aveva cercato di attr.i bui re tutte le pervenze della illegalità, ufficiali che
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ora scagiona da ogni asserito precedente addebito. Né le inesatteae e le contraddizioni trovano giustificazione «nelle circostanze e nella fretta (invocate nel nuovo esposto) con cui il primo rapporto fu compilato», dacché, ta le rapporto fu presentalo dal COOKE a distanza di ben t re mesi dal fallo. Tutto ciò toglie qualsiasi credito alle incaute nuove asserzioni del p.g. suddetto. Questi, infine, nel chiedere la nuova inchiesta dice essere «questa l'occasione per fare onorevole ammenda». Non è chiaramente detto da parte di chi tale onorevole ammenda dovrebbe essere fatta: se, come parrebbe, egli osasse attenderla da parte dell'autorità militare italiana, che ha valutato il suo operato e l'ha punito fornirebbe una ulteriore prova di quella mancanza di comprensione della realtà, e della particolare situazione, che caratterizza la condotta sin qui tenuta dall'ufficiale a proposito dell'incidente toccatogli. L'esposto de l p.g. CooKE non sembra - per quanto precede - meriti di essere preso in considerazione; tenuto conto inoltre: - della non conoscenza da parte sua delle norme disciplinari vigenti presso il nostro esercito; - che non si potrebbe far altro che infliggergli una nuova punizione di arresti di dubbia efficacia; non si riterr ebbe proporre nuove misure disciplinari a suo carico. Ove crediate approvare quanto sopra esposto, sarà provveduto per le comunicazioni del caso disponendo che il comando interessato ammonisca severamente il p.g., invitandolo nel contempo a desistere da un atteggiamento del tutto inoppol'luno, pienamente in contrasto con la realtà dei fatti - ormai accertata da inoppugnabile inchiesta - e con la presente sua dichiarazione. Ecciò a scanso di nuovi e rigorosi provvedimenti a suo carico. P.C.C. IL CAPO UFFICIO 13 Colonnello Felice Fonnato
(allegato al foglio n. 3/30978 del 30/5/1942 dello Stato Maggiore R. Esercito)
4 maggio 1942
AL COMANDANTE IL CASTELLO DELL'AQUILA
AQUILA
Signore, Mi riferisco al fatto del mio internamento per punizione in questo Castello, per aver reso una falsa dichiarazione a l mio Superiore Militare di Sulmona. Tale frase si riverbera sul mio onore di Ufficiale Inglese. Prigioniero di guerra, trattato sempre con squisita cortesia ed irrep rensibile corretteaa da tutti i militari di ogni rango delle Forze Italiane (Esercito e Marina), con i quali sono stato in contatto dal giorno in cui fui catturalo, risento profondamente dell'accusa «di aver affermato una cosa falsa» che tornerebbe a discredito dell'Esercito Italiano,,. Una Compagine Nazionale così vasta quale è quella dell' Esercito Italiano non può sempre essere t utelata da lle azioni impulsive di un individuo. L' incidente ·di Bari da me rapportato è asso lutamente vero. In particolare, a causa delle circostanze e della fretta con cui il rapporto fu da me compilato, esso può essere ambiguo. lo d issi «TUTTI INCOMINCIARO NO ASPA-
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RARE» dando l'impressione che anche gli ufficiali presenti avessero sparato. Non fu così. L'un ico ufficiale che sparò fu il Generale che vestiva in borghese, e che te nne la pistola in mano per tulto il tempo dell'incidente. Gli ufficiali in sottordine a Bar i si comportarono sempre in maniera co rrettissima. Tutto ciò che fu riportato fu eseguito di ordini diretti dell'Ufficiale più elevato in grado, e nessun appunto può farsi a qualsiasi altra persona presente. E se il mio rapporto avesse causato un riflesso increscioso per altri ne faccio le scuse più sentite. Poiché io stò scontando una punizione per que l fotto, che io riaffermo essere assol utamente vero, spero che si voglia fare una ulteriore inchiesta, e qua lora vi fosse qualche dichiarazione contraria al mio asserto, io ne venga informato. Ho la sensazione sicura che questa sia l'occasione per fare una onorevole ammenda. Ho l'onore di rassegnarm i. Signore, Vos tro obbedientissimo Luogoten. Roy R. Cook Reale Regg. del Kent Occidentale - Propr/tà S.M. la Regina (Prigioniero di Guerra) P.C.C. I L CAPO UFFICIO 1° Ten. Col. L. Picozzi
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APPENDICE 4 LA T RAGEDIA DEL GENERALE BELLOMO VECCHIA ITALIA inchiodata a l suolo
Il vero dramma d i un soldato: egli non dubitò mai del contenuto di certe parole, come Patria, Onore, Dovere
È trascorso un anno dalla morte del generale italiano Bellomo sotto il piombo del plotone d'esecuzione inglese. Noi non andremo a rivedere il p rocesso che si è svolto indubbiamente secondo la legge e la sola giustizia che la legge consenta. È singolare tuttavia che giusto a un anno di distanza il generale tedesco Maelzer sia processato a Firenze sotto accusa d'aver fatto sfi lare per le vie di Roma del p rigionieri americani mentre il nostro cuore è pieno di ben al t re accuse e tornano uno ad uno i volti conosciuti dei morti di piombo naiista, di piombo fatto sparare dal generale Maelier contro inermi cospiratori, colpevoli solo di professare una fede o addirittura addosso a pacifici cittadini rastrellati lungo la st rada.
I morti « per niente» Ma quan ti sono ormai i nos tr i morti d imenticali dal mondo? I nost ri morti «per niente,, secondo la drammatica espressione d 'un oscuro marinaio tornato lo scorso mese dalla prigionia? Bianche croci nella Marma1'ka battute dal ghibli che le ricopre di sabbia; croci piantate nel sasso vivo dei monti con un nome partigiano intag lialo a punta di coltello: tale è il cimitero della nostra guerra. Non più tardi di ieri le autor ità britanniche hanno arrestato seicento Italiani che erano clandestinamente sbarcati sulla costa libica. Padri, madri, bambini. E rano famiglie italiane che volevano ritornare a i loro poderi, madri che andavano forse a portare una lacrima su que lle tombe dimenticate. In galera, dunque, haliani che torna le alla vostra terra, alla terra che avete strappala al deserto col vostro sudore, alla terra che ricopre i figli caduti. La figura del generale Bellomo col passare del tempo, si del inea sempre meglio quale simbolo del nostro paese, delle sue conlraddiiioni, del d ramma che la naiione italiana ha vissuto, dibattendosi nel bu io delle ingiustizie che contro di essa si sono consumate e si consumano con piena legalità nell'ambito del la «giusta legge». Il dramma di Bellomo, come quello di tutti g li a.Itri morti e dei vivi che hanno partecipato combattendo e soffrendo gli u ltimi cinque anni del la nostra storia, è una testimoniania della nostra reale con dizione di fuori legge, di ingiudicabili. Solo rimmciando a giudicarci si sarebbe resa giustizia agli llaliani. Quale legge può esistere o potrà mai formularsi, che possa contenere le nostre contraddizioni, il nostro dramma unico e sociale; che possa infine giudicare un qualunque Italiano? Chi ha assistito a l processo Bellomo, c hi ha visto coi suoi occhi il volto del capitano inglese Cooke, il sopravvissuto alla tragica fuga che costò la vita al suo collega Playne, segna to di lacrime dopo la senLenza, sa che non vi era legge che potesse giudicare il generale italiano.
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Era sicuro di sé Il petto di Bellomo era decorato di medaglie conquistate combattendo nella guerra '15-'18 ed anche nei giorni 8 e 9 settembre 1943, quando non esitò a puntare i cannoni contro i tedeschi salvando il porto di Bari per i suoi giudici, dalla distruzione dei guastatori nazisti. Ed alla famiglia che sbarrava gl i occhi atterriti dopo la condanna a morte, egli disse serenamente, forte di quella che fu la nostra vecchia vita: «Su, coraggio, morire è sopravvivere». Retorica. Certo, è retorica, non si può negarlo. Ma tutta la vita del generale Bellomo era cosi: vecchia Italia. Patria, onore, vila vissuta credendo che sia giusto l'ordine nel quale si lavora, generale o soldato, industriale od operaio, re o bifolco. Bellomo dunque rappresentava questo vecchio paese fermo nella sua realtà: egl i credeva di sapere come si educano i figli, a quali ideali si debba indirizzare la loro esistenza: era sicuro di se stesso, della sua coscienza. Bellomo credeva nel suo dovere, credeva nelle bandiere dei suoi reggimenti, nel giuramento prestato, nella parola data; credeva infine che si dovesse obbedire agli ordini ricevuti e che fosse giusto morire per quelli. Credeva anche che morire fosse sopravvivere: gli bastavano le belle parole perché egli non metteva in dubbio una loro aderenza alla realtà; il generale Bellomo non ha mai dubitato del contenuto di certe parole come Patria, Onore, Dovere; nella sua mente non s'è mai affacciato il sospetto che potessero un giorno svuotarsi d'ogni contenuto e diventare palloni pieni di ipocrisia agli occhi di generazioni smaliziate, tormentate da nuove esigenze, bisognose cioè di rivalutare quelle parole in un rapporto nuovo con la propria coscienza e con la propria vita di uomini. Una frana Il generale Bellomo era la vecchia Italia che si dibatteva di fronte all'assalto del mondo, la vecchia Italia che voleva sopravvivere, orgogliosamente, coraggiosamente e che andava incontro alla sua tragedia, al plotone d'esecuzione. Dopo la sentenza egli disse anche, al capitano Cooke che piangeva: « Elevo un pensiero di compianto e di commossa ammirazione alla memoria del capitano Playne; rivolgo un vivo, cordiale saluto di compiacimento e di congratulazione al capitano Cooke. Confermo che sono dolente dell'episodio del 30 novembre 1941, ma confermo anche sul mio onore di vecchio soldato che compii il mio dovere e sono tutlora persuaso d'essermi trovato nella necessità di doverlo compiere». Il giudice Stirling aveva già pronunciata la condanna e la vecchia Italia andava alla morte nella persuasione di aver compiuto il suo dovere. La vecchia Italia, impersonata dal generale Bellomo, rifiutò di firmare la domanda di grazia rivolta al maresciallo Alexander perché le bastavano le belle paro le: morire è sopravvivere. Retorica, non vi è dubbio. All'alba dcli' 11 settembre 1945 un plotone d'esecu1.ione britannico era schierato pronto a far fuoco sul vecchio soldato italiano. Quando vide che i fucili erano puntati Bellomo ordinò: «Fuoco» ma il plotone attese muto l'ordine del suo ufficiale. Nei pochi attimi che seguirono il grido, fino alla scarica, il generale Bellomo forse sentì che tutta la sua vita franava, che l'edificio tutto della vecchia Italia si sgretolava i_n que l silenzio tragico, dinanzi a quei soldati c he aspettavano un altro ordine impassibili. E fu quella forse, la vera, la grande tragedia del generale Bellomo. Gli inglesi certo non sapevano d'aver giustiziato col generale Bellomo la vecchia
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Italia. Che cercano ora in questo nostro Paese? Non incontreranno più l'Italia del ge· nerale Bellomo sul loro cammino. Di quella vita noi non potremo mai più vivere, su quei valori uccisi non sapremmo ricost ruire una vecchia coscienza. La vecchia Italia è rimasta là inchiodata a l suolo, con i nas trini azzurri arrossati del suo stesso sangue. E noi adesso non sentiamo più che i richiami del futuro. Felice Chilanti Articolo apparso su «Il Tempo», a. III, n. 213 de l 13.9.1946