STATO MAGGIORE DELL'ESERCITO UFFICIO STORICO
Guido ROMANELLI
NELL'UNGHERIA DI BÉLA KUN E DURANTE L'OCCUPAZIONE MILITARE ROMENA. LA MIA MISSIONE (maggio-novembre 1919) a cura di Antonello BIAGINI
ROMA, 2002
PROPRIETÀ LETTERARIA Tutti i diritti riservati. Vietata anche la riproduzione parziale senza autorizzazione © Ufficio Storico SME - Roma 2002 ISBN - 88-87940-35-5
Risguardo iniziale: Cartina dell' Ungheria fino alla Prima Guerra Mondiale. Risguardo finale: L'Ungheria attuale nel Bacino dei Carpazi.
NELL'UNGHERIA DI BÉLA KUN
PREFAZIONE
La dissoluzione dell'Unione Sovietica ha determinato, come noto, la fine della Guerra Fredda e del sistema bipolare. Per i Paesi dell'Europa centro-orientale e danubiano-balcanica, costretti sotto l'egemonia sovietica al termine della Seconda Guerra Mondiale, ciò ha significato non solo il ritorno a sistemi politici di piena rappresentatività popolare, ma anche l'occasione di poter «rientrare" nel quadro geopolitico del Vecchio Continente attraverso la formale adesione all'Unione Europea. Un importante obiettivo lungo tale cammino di riavvicinamento è rappresentato, senza dubbio, dall 'ingresso nell'Alleanza Atlantica, che nel prossimo futuro porterà all'allargamento dell'area di responsabilità della NATO fino ai Paesi baltici, gettando le basi per la costituzione di un vero e proprio sistema di difesa integrata tale da legare indissolubilmente l'Europa con il continente nord-americano. Se questa è la sfida per gli anni a venire è inevitabile, allora, che alle attività presenti si affianchi una rzflessione sul passato per la riscoperta e la valorizzazione di quegli elementi che, pur nelle intricate e spesso conflittuali vicende dei suoi popoli, rappresentano la radice comune della storia e della cultura dell'Europa. Riemergono, cos~ dalle pagine ingiallite dal tempo, figure di uomini politici, diplomatici e militari, spesso noti solo agli addetti ai lavori, che pure hanno contribuito in maniera determinante a scrivere la storia del nostro continente. Una recente visita in Ungheria mi ha permesso di avere la conferma dei profondi legami storici e culturali che esistono tra il nostro Paese e quella terra e che affondano le radici già nel secolo XIX, nelle battaglie per il conseguimento dell'indipendenza nazionale: gli italiani con le lotte per il Risorgimento e l'unificazione; gli ungheresi, già integrati nel "sistema" plurinazionale asburgico, per il recupero della specificità della corona di Santo Stefano. Volontari ungheresi ed italiani militarono insieme sotto i vessilli delle truppe garibaldine, sempre pronti ad entrare in azione contro quei poteri imperiali - in particolare l'asburgico, lo zarista e l'ottomano - considerati vere e proprie ((prigioni di popoli". I legami culturali che avevano unito i due popoli durante il Risorgimento si riproposero con grande evidenza dopo la fine della Prima Guerra Mondiale quando, con la Conferenza di Versailles, vennero istituite le Commissioni Interalleate di Controllo finalizzate alla verifica della piena attuazione delle decisioni assunte in seno alla Conferenza degli Ambasciatori. A dirigere la Missione militare italiana in una Budapest ormai "bolscevica" venne inviato il Tenente Colonnello Guido Romanelli. L'onestà intellettuale e la propensione al confronto dialettico portarono l'Ufficiale a stringere,
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PRE l-'AL I O:slE
pur con evidenti divergenze politico-ideologiche, un rapporto particolare di stima e rispetto reciproco con Bé/a Kun. E fu proprio quel rapporto a permettere al Tenente Colonnello Romanelli di entrare d,impeto nello studio di Bé/a Kun, sbattendo il frustino sul tavolo del Capo del Governo ungherese ed impedendogli di trucidare i cadetti dell'Accademia militare e un altro centinaio di militari, resisi colpevoli di avere tentato un 'insurrezione armata contro il suo «Governo dei Soviet». Nel 1922 il popolo ungherese volle tributare un tangibile ricordo a quel Colonnello italiano realizzando un busto da esporre nell'Accademia Militare "Ludovika I", poi distrutto nel 1952 per trarne il bronzo necessario ad innalzare un monumento a Stalin. Ma la memoria di quel gesto cavalleresco ed umanitario è ancora ben viva in Ungheria tanto che, circa cinque anni fa, si costituì un Comitato per il ripristino di quella statua e per rinverdire, presso le generazioni più giovani, il ricordo della coraggiosa opera del Romanelli. Nel gennaio 2001 ho avuto, cos~ l'alto onore di scoprire, durante una commovente cerimonia svoltasi presso la prestigiosa Scuola di Ingegneria militare di Budapest, alla presenza dell'Ambasciatore d'Italia in Ungheria, Giovanbattista Verderame, e delle massime autorità civili e militari magiare, il nuovo busto del Colonnello Romanelli. La riedizione integrale delle memorie del Colonnello italiano, curata dall'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell 'Esercito, si prefigge dunque lo scopo di divulgare anche al pubblico dei non addetti ai lavori il ruolo di primo piano svolto dal Romanelli nelle vicende politiche interne ed internazionali dell'Ungheria. Ma raccontando la straordinaria e coraggiosa esperienza di questo Ufficiale si vuole anche dare nuovo lustro alla chiara professionalità e all'integerrimo operato di tutti quegli Ufficiali italiani che, negli anni Venti del secolo scorso, furono chiamati a svolgere compiti di estrema rilevanz a in ambito europeo. Queste memorie possono costituire, oltre alla riscoperta degli indubbi legami esistenti tra la storia d'Italia e quella d'Ungheria, anche un proficuo insegnamento per i giovani delle nostre Forze Armate, impegnate a vario titolo, oggi più che mai, nelle aree più tribolate del mondo.
Il Capo di Stato Maggiore dell'Esercito Ten. Gen. Gianfranco Ottogalli
PRESENTAZIONE
Il decreto che istituiva nel 1853, il primo nucleo storico dell'Armata Sarda ripreso in buona parte in quello successivo che riguarda l'Ufficio Storico dell'Esercito individua nella conservazione dei documenti e nell'elaborazione di monografie alcuni dei compiti istituzionali dell'Ufficio sempre perseguiti con coerenza e costanza nelle pur complesse vicende che hanno caratterizzato la vita della Forza Armata dall'Unità d'Italia ai giorni nostri. Le monografie sulle guerre risorgimentali, la Relazione Ufficiale sulla Prima Guerra Mondiale, i volumi che ricostruiscono le vicende storiche delle guerre coloniali e quelli sui vari scacchieri della Seconda Guerra Mondiale, costituiscono un patrimonio storiografico di rilievo ancora oggi punto di riferimento per gli studiosi del settore. La solida tradizione culturale e intellettuale della storiografia militare italiana rappresentata da Marselli e Corsi, da Pallio e Fabbri, da Barone e Corbino, da Fabris e Cavaciocchi, da Alberti e Mondini, da Scala e Faldella si rinnova profondamente negli anni Settanta quando alcuni storici provenienti dal mondo accademico cominciano a studiare la storia militare collegandola sempre più a tematiche più vaste che attengono alla storia sociale, alla storia diplomatica, alla storia economica - dalla quale trae utilissimi suggerimenti per affrontare il settore dell'industria bellica - e a quella delle altre istituzioni governative come ha ben dimostrato il Generale Stefani nel suo poderoso lavoro sulla storia degli ordinamenti militari. Il problema della storia militare venne affrontato pubblicamente da Piero Fieri al convegno della Società degli Storici italiani (Perugia 1966) 1, ripreso, qualche anno dopo, nel convegno organizzato dal Ministero della Difesa (Ministro l'On. Luigi Gui) 2, da Raimondo Luraghi al Convegno della Società degli Storici italiani (Arezzo 1986) 3 e da Antonello Biagini al 2° Convegno di Storia militare (Roma 1999) ' . 1
P. PIER!, La storia militare, in La storiografia italiana negli ultimi venl 'anni, Marzorati , Milano 1970. Tra le relazioni principali cfr. quelle di S. LONGO, C. PALADI l e E. AURELIO sull 'apporto dei rispettivi Uffici storici (Esercito, Marina, Aeronautica) alla storiografia militare italiana e quelle cli L. SANDRI , Situaz ione degli Archivi, A. MONTICONE, L a storiografia militare italiana e i suoi problemi, P. PIER!, Orientamento per lo studio di una storia delle dottrine militari, L. DE ROSA, Incidenza delle Forze Armate sull'economia del Paese. Al convegno dell'Esercito parteciparono storici di rilievo che animarono il dibattito; cfr. Atti del 1° Convegno di Storia Militare, Ufficio Storico dell'Esercito, Roma 1969. ' R . LURAGHl, Storia militare, in La storiografia italiana degli ultimi venti anni, a cura cli L. DE ROSA , vol. III, Età contemporanea, Laterza, Roma -Bari 1989. 1 • A. BIAGINI, Bilancio di un trentennio , in 11 Convegno nazionale di Storia Militare, Acta , Commissione Italiana di Storia Militare, Roma 2001. 2
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PRF.SENTAZJONE
Nell'ambito dell'attività istituzionale già accennata, l'Ufficio Storico dell'Esercito si è fatto portatore, nel corso degli anni delle esigenze degli studiosi mettendo a disposizione il proprio patrimonio archivistico, promuovendo incontri di studio e la pubblicazione di monografie, saggi storici e fonti relative alla memorialistica. La pubblicazione che viene proposta, la cui realizzazione è stata possibile grazie alla concessione degli eredi di Guido Romanelli, appartiene all'ambito della memorialistica ma si inserisce anche in quella collana dell'Ufficio (I documenti per la storia d'Europa) finalizzata a far conoscere l'apporto dei militari italiani nelle vicende europee. Nel 1970 l'Autore del saggio storico introduttivo - oggi Professore ordinario di Storia dell'Europa Orientale presso l'Università di Roma "La Sapienza» e dottore "honoris causa" dell'Università di Szeged (Ungheria) - intuiva, per primo, l'alto valore documentario dei rapporti degli addetti militari e degli ufficiali impegnati in particolari missioni all'estero a partire dal Congresso di Berlino (1878) individuando una sorta di "diplomazia parallela" e il profondo legame tra politica estera e politica militare. Le ricerche lunghe, minuziose e articolate di Antonello Biagini sono raccolte in numerosi saggi, in alcune monografie edite dal!' Ufficio Storico 5 di sintesi di recente pubblicazione. La figura di Guido Romanelli che operò in Ungheria negli anni immediatamente successivi alla Prima Guerra Mondiale in virtù di un mandato internazionale si lega alla storia grandiosa e tragica che quel Paese dovette affrontare con la prima esperienza di un governo comunista - quello di Béla Kun - al di fuori della Russia sovietica. Se si tiene conto del complesso scenario che Biagini puntualmente ricostruisce è più facile comprendere, a distanza di decenni, anche alcuni degli atteggiamenti dell'ufficiale italiano che all'epoca non mancarono di suscitare alcune reazioni sia in Italia che all'estero, in particolare presso il governo romeno; il tutto va inquadrato, infatti, nello specifico momento storico, senza alcuna ostilità preconcetta soprattutto verso la Romania e il suo popolo.
Il Capo dell'Ufficio Storico Col. Massimo Multari
; Cfr. A. BTAGINI, Momenti di Storia Balcanica (7878-1914). Aspetti militari, USE, Roma 1981; ID., ln Russia ira guerra e rivoluzione. La Missione mificare italiana (1915-1918), USE, Roma 1983; ID., L'Italia e le guerre balcaniche, USE, Roma 1990.
INTRODUZIONE STORICA
Il "colpo di pistola udito in tutto il mondo" con il quale il serbo Gavrilo Princip uccide il 28 giugno 1914 l'arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo in una data decisamente simbolica - quella dell'anniversario dell'ultima, epica resistenza all'avanzata ottomana nei Balcani, la battaglia di Kosovo Polje del 28 giugno 1386, che i Serbi celebrano, ancora oggi come gloria nazionale - manifesta tutta la rabbia e la disperazione che le sofisticate alchimie politiche delle relazioni internazionali non erano riuscite a governare e indirizzare. Eppure i due grandi sistemi di alleanza (l'Intesa e la Triplice Alleanza) consolidatisi nell'ultimo trentennio del XIX secolo, vigilandosi reciprocamente come forze antitetiche sembrano garantire la stabilità del "sistema" internazionale che ha ormai assimilato l'unificazione italiana e quella tedesca. La guerra russo-giapponese appartiene ad uno scenario "lontano" e sembra non intaccare gli equilibri europei la crisi balcanica, con le due guerre del 1911 e del 1912 si è in qualche modo conclusa con trasformazioni profonde ma non radicali 2; le forze politiche interne ai vari Paesi, in particolare quelle di ispirazione democratica e socialista, sembrano animate da un autentico spirito di pace; l'economia, alla fine del primo decennio del secolo, è in una fase di generale espansione compresa quella immensa galassia, per lo più sconosciuta, che è la Russia zarista che si apre al capital e straniero - francese in particolare - iniziando un consistente processo di trasformazione economica (costruzione della rete ferroviaria, imprese industriali nell' area di San Pietroburgo, urbanizzazione delle masse provenienti dalla campagna, ecc.). Tutto, insomma, sembra favorire sul piano internazionale un lungo periodo di equilibrio e di stabilità. In realtà tutto ciò rappresenta solo l'aspetto visibile e ufficiale di una situazione politica dove si agitano forze contrapposte e giungono a maturazione processi il cui sbocco inevitabile sarà la crisi e la guerra. Le nazionalità che si ritengono - e lo sono - oppresse, prigioniere, premono per una radicale trasformazione del loro status giuridico e politico. Tutto ciò è particolarmente evidente nell'Impero Asburgico dove si è progressivamente fatta strada l'ipotesi di " associare " al vertice dell 'Impero l'altra grande componente interna, quella degli Slavi, ripetendo l'operazione già effettuata con successo con i Magiari (Compromesso del 1867) che aveva portato alla costituzione dell'Austria1
,
t Cfr. A. BIAGINl, Documenti italiani sulla guerra russo-giapp onese (1904-7905), Ufficio storico dell 'Esercito, Roma 1976. z Cfr. A. BIAGINI , L'Italia e le guerre balcaniche, Ufficio Storico dell'Eserci to, R oma 1990.
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INTRODUZI01 E STOR ICA
Ungheria: passare insomma dal dualismo al trialismo. Trasformarsi per sopravvivere, ma questo è solo uno degli elementi in campo. Le modifiche a un assetto consolidato, quello della duplice monarchia, costituiscono comunque un difficile "passaggio" perché intaccano privilegi, benefici, ruoli sociali e politki. A queste importanti motivazioni, tutte interne, si affianca anche una strisciante volontà di definire con le armi quelle questioni che il metodo della concertazione tra le Potenze, voluto da Bismarck, aveva accantonato ma non risolto. La reazione di Vienna agli avvenimenti di Sarajevo si concretizza nell'ormai famoso e inaccettabile ultimatum alla Serbia - ritenuta responsabile dell 'accaduto per non aver tempestivamente informato Vienna della preparazione dell'attentato - del 23 luglio, il 25 il governo serbo, presieduto da Pacié sicuro dell'appoggio francese e russo, lo respinge e il 28 si arriva alla dichiarazione di guerra. Il 1° agosto la Germania dichiara guerra alla Russia a seguito della mobilitazione generale decisa da Nicola Il, il 3 e il 4 Francia e Inghilterra dichiarano guerra alla Germania mentre Italia e Romania optano per la neutralità. Di colpo l'Europa si trova immersa in una guerra di vaste proporzioni e, contrariamente alle aspettative, di lunga durata con la partecipazione progressiva di tutti i Paesi e degli Stati Uniti d'America. L'assassinio di Francesco Ferdinando non provoca immediate ripercussioni nella vita politica ungherese, al contrario esso viene accolto con un certo sollievo da parte della classe dirigente che conosceva la determinazione, compreso l'uso della forza, con cui l' arciduca perseguiva il progetto del trialismo. Nonostante ciò Istvan Tisza teme che la guerra possa avere conseguenze catastrofiche per l'Ungheria e cerca dunque di opporsi al così detto partito militare che ruota intorno all'imperatore Francesco Giuseppe. Da buon politico ha registrato i profondi sentimenti di ostilità verso la monarchia da parte dei Paesi Slavi dei Balcani dopo l'annessione della Bosnia-Erzegovina (1908) ed è seriamente preoccupato circa un possibile attacco della Romania in Transilvania. L'entrata in guerra della Russia toglie a Tisza ogni possibilità di trattativa e per i meccanismi giuridici previsti dal Compromesso l'Ungheria non aveva potere di veto nei confronti della dichiarazione di guerra. Degli otto milioni di uomini reclutati da Vienna circa la metà provengono dal Regno d'Ungheria; l'entusiasmo iniziale subisce un duro colpo per le immediate sconfitte subite a causa della scarsa preparazione e in assenza di un piano organico di guerra. Gli eserciti della duplice monarchia vengono fermati in Serbia e arretrano sul fronte est dove le forze russe hanno superato i Carpazi; l'offensiva russa dell'inverno 19141915 viene frenata dall'intervento dell'esercito tedesco e costretta ad una guerra di trincea. Nel maggio 1914 l'esercito austro-ungarico riesce nondimeno a sfondare il fronte russo e a penetrare in Serbia ma l'effetto dei primi successi militari viene annullato dall'entrata in guerra dell'Italia e dall'apertura del nuovo fronte sulle montagne del sud ovest dei territori asburgici. Nel 1915 le Potenze centrali (Germania, Austria-Ungheria, Bulgaria e Impero Ottomano) ottengono considerevoli successi sul fronte est e nei Balcani ma l'assen-
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za di una grande piano strategico non consente di sfruttare appieno tali successi. L'anno seguente un nuovo attacco russo sposta il fronte sul territorio della monarchia e questa vittoria dell'esercito zarista spinge la Romania a entrare in guerra; le sue truppe, fresche di forze, penetrano decisamente in Transilvania (agosto 1916) e solo il consistente supporto delle truppe tedesche consente all 'esercito austro-ungarico di recuperare il terreno perduto e occupare una parte del Paese. Nel 1917, in seguito alla rivoluzione bolscevica e alla ritirata della Russia dalla guerra 3, la situazione delle Potenze Centrali migliora ma tale vantaggio viene compensato dall'entrata in guerra degli Stati Uniti d'America a fianco delle Potenze dell'Intesa. Invano Vienna e Berlino riportano qualche vittoria tattica sul fronte occidentale e in Italia ( Capo retto), la superiorità materiale e militare degli avversari non tarda a far sentire il suo peso decisivo 4 • Prima della fine della guerra subite pesanti perdite di uomini e di beni la duplice monarchia si trova in uno stato di completo esaurimento, il malcontento serpeggia nell 'esercito, aumentano le insubordinazioni e le diserzioni e le forze d'urto della difesa austroungarica declinano a vista d'occhio 5 • Il 21 novembre 1916 muore l'imperatore Francesco Giuseppe; i suoi funerali furono, come la sua vita, privi di ogni calore umano, quasi burocratici, i rintocchi funebri suonavano per tutto un Impero e per tutta un 'epoca. Il suo successore Carlo IV, dalla personalità mite e versatile, comprende che per salvare la struttura imperiale è ormai necessario realizzare profonde riforme e concludere rapidamente la pace. Le riforme rimangono allo stato ipotetico e i tentativi di pace non vanno a buon fine; l'allontanamento di Tisza - avverso ad ogni ipotesi di cambiamento - non risolve i problemi in quanto i successori del primo ministro proseguono la sua linea politica a favore della guerra e, fino al suo crollo definitivo, la monarchia non registra alcun significativo cambiamento. Tutto ciò, come vedremo, finirà per incidere pesantemente durante le trattative della Conferenza della Pace di Versailles dove l'Ungheria verrà trattata alla stregua dei grandi sconfitti Germania, Austria e Impero Ottomano. Ciascuno degli avvenimenti che accadono durante l'ultimo anno di guerra accelerano irrimediabilmente la fine della monarchia austo-ungarica; la situazione militare, la disgregazione interna, la politica condotta dalle potenze dell'Intesa, tutto sembra condurre a tale epilogo. L'8 gennaio 1918 il presidente degli Stati Uniti, T. Woodrow Wilson, indirizza al Congresso un messaggio nel quale definì-
·' Cfr. A. BlAG INI, In Russia tra guerra e rivoluz ione. La missione militare italiana (l 915-1918), Ufficio Storico Esercito, Roma 1983. 4 La storiografia e la memorialistica sulle difficili condizioni di vita interne all'esercito austro-ungarico come del resto per altri eserciti impegnati nel conflitto - risulta copiosa e non è possibile darne conto in queste note. Per equilibrio e serenità di giudizio si può però leggere la prima parte delle Memorie di un uomo senza qualità di E. SESTAN, uno dei maggiori storici italiani (Trento 1898 - Firenze 1986) pubblicate dalla Casa editrice Le Lettere (Firenze 1997) a cura di G. CHERUBINI e G. TURI. 5 11 bilancio in termini di vite umane per Vienna furono un milion e di morti, un milione e mezzo di prigionieri, due milioni fra feriti e invalidi; gli ungheresi ebbero oltre 660.000 morti e più di un milione e mezzo tra feriti e prigionieri (complessivamente il 56% dei mobilitati).
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LNT.ROOUZJONE STORICA
sce in quattordici punti tutti gli obiettivi di guerra degli alleati. Parlando dei "popoli dell'Austria-Ungheria" il messaggio precisa che devono essere garantite " tutte le libertà necessarie per assicurare il loro autonomo sviluppo. Vienna e Budapest invocano questi "quattordici punti" per assicurare la propria sopravvivenza e per ottenere una pace favorevole. Gli esponenti politici delle popolazioni non ungheresi si adoperano, a loro volta, con lo stesso vigore per favorire la fine della monarchia e per ingrandire i territori dei nuovi Stati; la differenza fra questi e gli Ungheresi è data dal fatto che le loro rivendicazioni erano garantite dai trattati segreti conclusi durante la guerra e dalle promesse fatte in tal senso agli Italiani, ai Cechi, ai Romeni e ai Serbi 0 • Nella Russia sovietica, il governo bolscevico presieduto da Lenin, ha concluso il 3 marzo 1918 una pace separata con i Tedeschi e dopo la rivoluzione alcune decine di migliaia di prigionieri di guerra ungheresi partecipano, dalla parte dei bolscevichi, alla guerra civile e alla lotta contro gli eserciti di occupazione e nel marzo 1918 si costituisce in Russia, sotto la guida di Béla Kun la sezione ungherese del partito comunista (bolscevico) che riesce a provocare, in Ungheria, manifestazioni, scioperi, ammutinamenti di soldati - tra i più noti quello dei marinai a Cattaro, represso con la forza dal comandante della flotta Mikl6s Horthy, e dei soldati di stanza nella città di Pécs - che insieme alle gravi sconfitte militari determinano una pesante situazione di ingovernabilità mentre Carlo IV rifiuta di affidare il potere all'opposizione riunita intorno al conte Mihaly Karolyi. Dopo la capitolazione della Bulgaria (fine settembre 1918) 7 quella parte dell'esercito dell'Intesa operante nei Balcani al comando del Generale francese Franchet d'Esperey avanza rapidamente verso nord, penetra in Bosnia-Erzegovina mentre sul fronte italiano, dopo una potente preparazione di artiglieria le forze italiane sfondano le difese austro-ungariche e i soldati ungheresi che sfuggono alla morte e alla prigionia si rifugiano nel proprio Paese. Vienna tenta di salvare il salvabile e il 16 ottobre Carlo IV promulga il decreto che trasforma l'Austria in uno Stato confederale, il 17 Istvan Tisza dichiara dinnanzi al Parlamento ungherese la storica frase: "abbiamo perduto la guerra" e il 25 ottobre, con considerevole ritardo rispetto ad altre nazionalità della monarchia, si forma un Consiglio Nazionale Ungherese sotto la presidenza di Karolyi con un programma di dodici punti che prevede, fra l'altro, l'indipendenza dell'Ungheria, la conclusione immediata di una pace separata, il suffragio universale a scrutinio segreto, la riforma agraria e il riconoscimento dei diritti delle altre nazionalità. L'adesione in massa al programma del Consiglio nazionale da parte di esponenti politici di varie fazioni e l'adesione della stessa polizia di Budapest non induce comunque re Car-
" Per una informazione più ampia su questi temi e su ll'intera storia dell 'Ungheria cfr. l'edizione italiana curata per la Fra ncoAngeli (Mila no-Roma 1996) eia G. MOTTA della Storia dell ' Ungheria cli P. HANAK. ' Si può sottol ineare un aspetto singolare e cioè che la guerra iniziata nei Balcani per l'irragionevole irrigidimento cli una grande potenza (l'Austria-Ungheria) nei confronti cli un piccolo Stato (la Serbia) si conclude in quella stessa penisola con la firma del primo di una serie di armistizi che pongono fine al conflitto armato e consentono poi l'inizio de ll e trattative di pace.
INTRODUZIONE STORICA
XIII
lo IV a nominare primo ministro il presidente del Consiglio Nazionale e la sua scelta cade sul conte J anos Hadik. Il 28 ottobre, appresa la notizia, la popolazione di Budapest organizza un'enorme manifestazione, il corteo si dirige verso il palazzo reale con l'intenzione di esigere la nomina di Karolyi e sul Ponte delle Catene si svolge una vera e propria battaglia campale tra manifestanti e forze dell'ordine. Lo stesso giorno a Praga viene proclamata la Repubblica cecoslovacca, il 29 la Croazia aderisce allo Stato serbo-croato-sloveno e il 30, a Vienna, un' Assemblea nazionale provvisoria proclama l'indipendenza dell'Austria; mentre l'esercito austro-ungarico continua a battersi contro gli italiani la monarchia imperiale è ormai solo un ricordo. Nella notte tra il 30 e il 31 ottobre una folla composta di soldati e civili invade le strade di Budapest e, dopo aver acclamato il Consiglio Nazionale - insediato su iniziativa del Consiglio Militare di recente costituzione - occupa gli edifici pubblici, impedisce il trasferimento in provincia delle unità militari che hanno prestato giuramento al conte Karolyi, arresta il comandante della guarnigione della città e libera - come già nel 1848 - i prigionieri politici. Nel pomeriggio di quello stesso giorno un gruppo di soldati e di operai penetra nella villa dell'ex premier Istvan Tisza uccidendolo. La nomina a primo ministro del conte Karolyi viene accolta con entusiasmo e con la speranza che questi - grazie ai suoi noti rapporti con le Potenze dell'Intesa - possa ottenere condizioni di pace più vantaggiose ma le potenze dell'Intesa trattano l'Ungheria come un Paese vinto ed è proprio durante il governo Karolyi che avviene lo smembramento territoriale del Paese con conseguenze gravissime per gli equilibri politici interni al punto da rendere difficile l'accettazione del trattato di pace. Il 3 novembre, a Padova, viene siglato un armistizio in nome di tutta la monarchia con modalità però che si riferivano solo al fronte italiano. L'Ungheria rimane dunque aperta all'avanzata di Franchet d'Esperey che attraversa la Sava e il Danubio mentre Budapest chiede all'Intesa di fermare tale avanzata. Una speciale convenzione completa quella di Padova e viene firmata dal nuovo governo ungherese il 13 novembre; la convenzione stabilisce che le unità dell'Intesa possono avanzare fino ai fiumi Drava e Maros e occupare la città di Pécs mentre la linea di demarcazione tra il Danubio e il Tisza viene tracciata a sud delle città di Baja e Szeged. Inizia così quell'occupazione dell'Ungheria che segna, come si è detto, la fine della millenaria Ungheria storica La fiducia del popolo nei confronti del nuovo governo viene seriamente scossa tanto più che i vincitori e la piccola Intesa - che riunisce i nuovi Stati di Cecoslovacchia, Romania e Regno dei serbi-croati-sloveni (SHS poi Jugoslavia) violano molto presto queste convenzioni e truppe cecoslovacche prima e romene poi varcano la linea di confine e, malgrado le proteste del governo e la sporadica resistenza delle truppe ungheresi, si arrestano solo verso la metà di gennaio 1919 su una linea di confine che corrisponde, grosso modo, con il tracciato delle future frontiere dei loro Stati. Un conflitto armato tra le truppe jugoslave e romene per il possesso del Banato consente alle truppe francesi di occupare
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1:-.ITKOO l.il l ONF STO RI CA
Szeged. Impossibile risulta al governo Karolyi procedere sulla strada delle riforme costituzionali a causa delle continue rivolte che scoppiano soprattutto in provincia dove vengono presi d'assalto gli edifici pubblici e uccisi sindaci e gendarmi. Per reprimere i moti il governo è costretto a ricorrere all'azione dei tribunalj speciali facendo indirettamente crescere tra gli operai, i disoccupati e i soldati smobilitati l'influenza del Partito dei comunisti d'Ungheria, fondato il 24 novembre 1918 sotto la guida di Béla Kun , che dichiara di voler trasformare la democrazia borghese in una dittatura del proletariato secondo il modello bolscevico applicato in Russia. Anche in seno al Partito socialdemocratico - il partito di massa della coalizione governativa - si rafforzano gli esponenti di sinistra che simpatizzano con i comunisti mentre alcuni sostenitori di Karolyi abbandonano il Partito dell'Indipendenza che non ha mostrato sufficiente fermezza nei confronti della sinistra rivoluzionaria. Gli antichi quadri dirigenti e gli elementi che compongono la classe media, radicalmente avversi a qualsiasi ipotesi di trasformazione, puntano ormai a trasformare la democrazia borghese in un regime conservatore e, sotto la direzione di Istvan Bethlen e di Gyula Gombos si organizzano allo scopo di rovesciare il governo Karolyi. L'l l gennaio 1919 il conte Karolyi viene eletto presidente della Repubblica (l'indipendenza e la nascita della Repubblica ungherese era stata proclamata il solennemente il 16 novembre 1918) e vengono promulgate leggi di rilevante importanza come il suffragio universale segreto, la libertà di stampa, di riunione e di associazione, la nazionalizzazione di alcune imprese e, finalmente, il 19 febbraio 1919 la legge agraria ma la distribuzione delle terre avviene solo nelle proprietà personali del conte Karolyi e ciò determina, come conseguenza, l'occupazione delle terre considerata dai contadini come il primo passo per la spartizione, in linea con i socialdemocratici e i comunisti che sostenevano il progetto di collettivizzazione dell'agricoltura. Il governo non è in grado di controllare nè i gruppi di potere che si oppongono alle sue riforme né, tanto meno, le masse che si muovono ormai sulla base di una idea rivoluzionaria il cui mito è rafforzato da quanto sta accadendo in Russia; la situazione è resa ancor più incandescente dai rifugiati che provengono dai territori occupati dalle truppe dell'Intesa sia dal punto di vista logistico (assistenza, cibo, ecc.) sia da quello psicologico in quanto testimonianza viva e concreta della mancata autorevolezza del governo sul piano internazionale. Fallisce, il governo Karolyi, anche nel progetto di trovare un accordo con le popolazioni non ungheresi secondo un progetto - affascinante ma poco particabile - di costituire una sorta di " Svizzera dell'est" creando una confederazione di Stati democratici nel bacino danubiano; il progetto è avversato dai nazionalisti ungheresi ma anche da quelli delle altre nazionalità i quali ritenendosi ormai liberi da ogni vincolo e appoggiati da alcune Potenze dell'Intesa (Stati U niti, Francia e Inghilterra) non ritengono di dover trattare la definizione del loro status con Budapest. Il governo tenta in tutti i modi di porre un freno alle rivendicazioni della destra e di eliminare l'ingombrante presenza del Partito comunista. Il 21 febbraio
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Béla Kun e 54 dirigenti comunisti vengono arrestati ma ciò provoca una ondata di proteste che costringe Karolyi a garantire particolari condizioni per la detenzione (carceri speciali, autorizzazione a ricevere visite senza autorizzazione ecc.); di fatto i detenuti possono continuare tranquillamente a dirigere il Partito progettando un rovesciamento del governo per il 23 marzo. Per uno dei tanti paradossi di cui è ricca la storia è invece la Conferenza della pace che si incarica di risolvere il problema; in previsione e nel timore di un attacco della Russia Sovietica i vincitori decidono di creare una zona neutrale lungo i confini romeno e ungherese arretrando di circa 50 chilometri. Il governo ungherese non può accettare questo vero e proprio vulnus alla propria sovranità e, non potendo opporre una resistenza armata, decide di dimettersi. I dirigenti socialdemocratici e comunisti, che nel frattempo hanno realizzato l'unione dei due partiti, prendono il potere e il 19 marzo 1919 entra in funzione il Consiglio Governativo Rivoluzionario e l'Ungheria viene proclamata Repubblica dei Consigli. Si apre, per l'Ungheria, una delle tante pagine drammatiche della sua storia nel XX secolo. Béla Kun, che aveva partecipato attivamente alla rivoluzione del 1917 in Russia, viene nominato commissario del popolo (ministro) per gli Affari Esteri ma di fatto è il vero capo del nuovo regime che stipula immediatamente un trattato di alleanza con la Russia Sovietica 8 e, similmente a quanto accade in quel Paese, gli operai vengono mobilitati per costituire un fronte comune contro le "potenze imperialiste e borghesi" in omaggio alla convinzione che tutta l'Europa centrale sarebbe divenuta un immenso teatro di rivoluzioni a catena. "È sulla rivoluzione internazionale - dichiar a Béla Kun il 27 marzo 1919 - che abbiamo fondato la nostra rivoluzione" e in quel momento i fatti sembrano assecondare questo disegno quando il 13 aprile successivo le rivolte in Baviera (movimento "spartachista") portano alla costituzione di un regime (provvisorio) dei Consigli mentre fermenti di questo genere - un esempio per tutti: il così detto "biennio rosso" (19191921) in Italia - percorrono tutta l'Europa. Non è solo il mito della rivoluzione bolscevica trionfante a complicare il quadro della politica europea. In realtà si è diffuso un sentimento di delusione rispetto alle speranze e alle attese maturate nell'opinione pubblica durante i difficili anni di guerra; si avverte che le regole della politica internazionale e la logica delle Potenze non è cambiata come dimostrano i primi provvedimenti della Conferenza di Versailles (1919). La dissoluzione dei grandi imperi plurinazionali, la fine del militarismo prussiano e dell'espansionismo ad esso collegato, le di8
Un lavoro specifico, tra i migliori per quanto riguarda questo periodo, è quello di P. FORNARO, L 'Unghe ria dei Consigli e l'Europa danubiana nel prùno dopoguerra, FrancoAngeli, Milano 1987; ID., Béfa Kun, professione rivoluz ionario, Rubbcttino editore, Saveria Mann e lli (Cata nzaro) 1980. La storiografia ungherese si è occupata con un certo interesse alle relazioni tra l'Italia e l'Ungheria ; tra i principali e più recenti lavori cfr. M. ORMOS, Padovat6l Trianonig (Da Padova al Trianon), Budapest 1983 e I. EORDÙGH, Alle origini de/l 'e spansionismo romeno in Transilvania (1916-1920) (il volume è stato poi tradotto in lingua tedesca e ungherese), Periferia, Cosenza 1993.
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chiarazioni programmatiche per presidente degli Stati Uniti Wilson, avrebbero dovuto aprire una nuova epoca caratterizzata dalla presenza di quelle nazionalità che finalmente divenivano soggetti di diritto internazionale con un proprio Stato sovrano, libero e indipendente. Se questo è lo sfondo generale, la tensione ideologica interna alle varie società civili produce effetti contrastanti e contradditori, aprendo un periodo di crisi e di instabilità lungo un ventennio 9 . Paradossalmente la pace e la ricostituzione di un "sistema" internazionale secondo un equilibrio stabile risulta impraticabile in quanto i risultati raggiuntj a Versailles altro non sono che la logica conseguenza dello spirito di crociata che ha animato le forze contrapposte durante la guerra w_ Per i vinti si apre la strada della disgregazione sociale e politica, aggravata dalle richieste - eccessive e dunque di difficile soddisfazione - di riparazioni economiche, ai vincitori si impone l'obbligo di "amministrare" una vittoria complessa avendo partecipato alla guerra con scopi e interessi diversi spesso non "registrati" con sufficiente chiarezza nei trattati internazionali; un esempio eclatante è costituito dal Patto di Londra con il quale l'Italia aderisce all'Intesa 11 • Alle complesse alchimie della diplomazia e della politica internazionale si sommano - anche nei Paesi vincitori - fenomeni di disgregazione sociale relativi al reinserimento degli ex combattenti, devastanti crisi economiche conseguenti alla inevitabile ristrutturazione del settore industriale ormai sovradimensionato, il timore che la rivoluzione bolscevica, vittoriosa in Russia, possa diffondersi in Europa proprio come sta accadendo in Ungheria dove - è interessante notarlo - la dittatura del proletariato viene accettata senza eccessive resistenze anche da coloro che non sono d'accordo sul programma di politica interna giudicandola come l'estremo rimedio contro le vessatorie disposizioni di Versailles. Rapidamente l'autorità amministrativa centrale e periferica viene assunta dai Consigli Operai, si procede alla nazionalizzazione di tutte le industrie, delle miniere, delle aziende di trasporto e comunicazione, delle banche, delle società finanziarie, delle imprese commerciali e delle scuole. Si decreta la netta separazione fra Stato e Chiesa, l'ordine pubblico e il rispetto delle nuove leggi è garantito dalle Guardie rosse mentre si comincia a costituire l'Armata Rossa. Il 4 aprile 1919 tutte le proprietà fondiarie medie e grandi diventano "proprietà dello Stato proletario" e, per impedire l'eventuale "riproduzione" della piccola borghesia contadina, si vieta la distribuzione delle terre organizzando, nel contempo, delle fattorie di Stato; un modello che verrà ripreso in pieno dal regime comuni-
9 Nel panorama degli studi intorno a queste vicende la migliore interpretazione storica e politica rimane quella di F. D' AMOJA, Declino e prime crisi del! ' Europa di Versailles. Srudio sulla diplomazia italiana ed europea (1931-1933), Giuffrè, Milano 1967. '" Per approfondire questo tema si può consultare F. GAETA , Democraz ie e /otalitarismi dalla prima alla seconda guerra mondiale, Il Mulino, Bologna 1982. 11 Ho affrontato questo tema - che non riguarda solo l' Italia - in occasion e di convegni e incontri di studio; cfr. A. BlAGINl , In Russia tra guerra e rivoluz ione. La missione militare italiana (1915-1918 ), Ufficio Storico Esercito, Roma 1983; ID., Tra le due guerre, in AA.VV., Oltremare. Le Missioni dell 'Esercito Italiano all'estero , Stato Maggiore Esercito, Roma 1992.
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sta dopo la Seconda Guerra Mondiale. Sicuramente questi provvedimenti sono alla base del malcontento delle classi rurali e dunque anche della perdita progressiva del consenso del governo di Béla Kun con manifestazioni eclatanti come quella del rifiuto di cedere le merci - assolutamente necessarie per i bisogni alimentari della popolazione cittadina - in cambio della nuova carta moneta emessa dal governo comunista che non raccoglie successi neppure sul piano internazionale. I partecipanti alla Conferenza della pace, superato l'iniziale sbigottimento per la piega presa dagli eventi - e questo dovrebbe far riflettere sull'insipienza politica dei rappresentanti delle grandi Potenze chiamate a gestire i destini del mondo 12 - , passano ad accusarsi reciprocamente circa le cause che avevano determinato la rivoluzione e il suo trionfo; gli Inglesi, soprattutto, ne attribuiscono la responsabilità alla politica che i Francesi stanno conducendo nell 'Europa Centrale dove lo Stato Maggiore Francese sta organizzando - con la sollecita collaborazione di Praga e Bucarest - una offensiva militare contro l'Ungheria motivata, a questo punto, anche dalla necessità di reprimere i moti rivoluzionari. Il 16 aprile le truppe romene passano all'attacco, seguite il 27 da quelle cecoslovacche, gli Ungheresi sono costratti ad arretrare e il 12° maggio i Romeni si fermano a Szolnok e quelle ceche a Miskolc. Segue un periodo convulso di trattative internazionali da parte di Béla Kun e di attività per organizzare, in qualche modo, l'Armata rossa ungherese i cui comandanti vogliono però evitare il contato diretto con l'Armata Rossa Sovietica. Il 6 giugno gli Ungheresi passano al contrattacco, entrano a Kassa e il 16 a Eperjes viene proclamata la Repubblica slovacca dei Consigli; successi di poco peso rispetto al contesto generale e le reazioni non tardano a farsi sentire. L'aristocrazia si riunisce a Vienna intorno al conte Istvan Bethlen mentre nelle città di Arad e Szeged si concentrano tutte le forze di opposizione con un governo provvisorio diretto da Gyula Karolyi, cugino del più noto Mihaly, con il conte Teleki come ministro degli esteri e l' Ammiraglio Mikl6s Horthy come ministro della guerra. Gyula Gombos ha intanto organizzato un "esercito nazionale" che affida al comando dell'ammiraglio Horthy
12 La lettura di centinaia e centinaia di rapporti di ambasciatori, esperti economici ecc., che contribuirono alla formazione delle grandi lince politiche che determinarono le decisioni finali mi hanno convinto del grave stato di impreparazione, superficialità e approssimazione con cui i gravi problemi posti dalla fine della guerra furono affrontati. Spirito di rivalsa , non conoscenza degli intricati problemi delle etnie e delle nazionalità, l'assenza di una visione politico-strategica d'insieme, lo stravolgimento del programma wil so niano - discutibile ma di alto profilo morale - so no indiscutibilmente alla base di quel mancato equilibri o europeo causa appena venti anni dopo dell a seconda guerra mondiale. Non è questa la sede per docum entare tali affermazioni ma un episodio per tutti può essere illuminante. Durante la rivoluzione di febbraio e di ottobre in Russia alcuni ambasciatori, tra cui quello inglese, sostenevano trattarsi di una delle tant e rivolte che sarebbero state represse, come tradizione dalle truppe fedeli allo za r. Il Gen erale Giovanni Romei, capo della Missione Militare Italiana presso il Gran Quartier Generale Russo prima e unico rappresentante occidentale rimasto in sede, aveva intuito e scritto fin dall'inizio che non si trattava della "solita" ribellione e che il regim e nato da lla rivoluzione era destinato a durare nel tempo. Sulle capacità cli analisi di questo ufficiale ital iano dalle grandi esperienze internazionali - a Costantinopoli durante la rivoluzione dei Giovani Turchi, in Russia e successivamente in Polonia durante la guerra russo-polacca cfr. A. BIAGINJ , Momenti di storia balcanica (1878-1914). Aspetti militari, Ufficio Storico Esercito, Roma 1981 (cap.Vl); ID. , ln Russia ... op.cii.
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mentre i francesi , che ancora occupano Szeged, sono sempre più in difficoltà in quanto le operazioni militari da loro messe in atto insieme ai Paesi della così detta Piccola Intesa non sono riusciti a rovesciare il governo comunista di Béla Kun. George Clemenceau assume allora l'iniziativa e decide di risolvere il problema per via diplomatica promuovendo una nota che il 13 giugno viene inviata a tutti gli interessati. Il documento precisa le nuove frontiere nazionali e intima a tutti i contendenti di ritirarsi al loro interno, il governo di Béla Kun è praticamente l'unico ad accettare tale nota e ad agire di conseguenza. Il risultato è decisamente negativo in quanto il ritiro delle truppe ungheresi non fa che aumentare esponenzialmente un malcontento peraltro già abbastanza diffuso e a nulla vale il tentativo di reagire con una offensiva, detta della Tisza, contro i Romeni che marciano direttamente contro Budapest dove entrano tra il 3 e 4 agosto mentre il Consiglio governativo rivoluzionario aveva presentato le proprie dimissioni i11 ° agosto 11 • È il socialdemocratico sindacalista Gyula Peidl a formare un nuovo gabinetto il cui ruolo viene decisamente messo in discussione dall 'iniziativa dell'ammiraglio Horthy che il 7 agosto trasferisce l'Alto comando da Szeged a Si6fok divenendo, di fatto, il vero centro di potere del Paese attraversato in quel periodo da una vera e propria guerra civile. Il 16 novembre 1919 Horthy e il suo esercito entrano in Budapest e nel gennaio del 1920 si svolgono le elezioni a suffragio universale segreto che registrano la vittoria del Partito dei piccoli proprietari, l'Assemblea nazionale decide di mantenere l'istituzione monarchica al fine di preservare la continuità giuridica dello Stato e ristabilire, un giorno, il regno di Santo Stefano. Le grandi Potenze e i Paesi confinanti premono affinchè il trono resti vacante nel timore che il ritorno di Carlo IV o l'elezione di un re nazionale possa creare una ulteriore turbativa nella già complicata situazione dell' Ungheria e dell'Europa danubiana in generale; l'Assemblea Nazionale, facendo ricorso a un precedente del secolo XV, istituisce la reggenza affidando questa carica proprio all'ammiraglio Horthy che nel corso degli anni diviene un vero e proprio mediatore tra le forze politiche per tutto il periodo tra le due guerre mondiali. La storiografia immediatamente successiva alla seconda guerra mondiale ha sbrigativamente collocato il governo Horthy tra quelli fascisti; in realtà l'ammiraglio non era ideologicamente fascista né abusa delle pur ampie deleghe che si era fatto attribuire. Il suo "sistema" di governo può però essere inquadrato in quel vasto fenomeno di autoritarismo che percorre l'Europa in quegli anni giustificato, almeno in parte, come reazione all'incombente minaccia della rivoluzione "bolscevica" . Horthy accetta di firmare il trattato di pace che era stato rigettato da Karolyi e dai comunisti ma la sua politica interna ed estera ha come principale obiettivo proprio la revisione di quel-
" Bé la Kun e i suoi più stretti collaboratori, dopo la definitiva caduta del regime, si rifugiano in Unione Sovi etica ma il destino che li attende risulta simile a qu ello di molti altri dirigenti comunisti russi ed europei. Entrano infatti ne l meccanismo delle ricorrenti "purghe" staliniane e nel 1937 il leader ungherese viene arrestato e nel 1939 muore in carcere.
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lo che viene considerato, non a torto, un vero e proprio diktat. È questa politica che lo porta ad avvicinarsi all'Italia di Mussolini prima e alla Germania Nazista poi. Portato al potere dalla classe dei grandi proprietari terrieri e dalla borghesia, Horthy cerca di conciliare la conservazione delle antiche strutture sociali con i processi di modernizzazione e industrializzazione in atto attraverso un sistema parlamentare a metà strada fra il suffragio censitario e quello universale. Il suo moderato anti-occidentalismo e anti-semitismo si trasforma più tardi, sotto la pressione dei nazisti e del movimento politico ungherese delle croci frecciate, in una adesione al programma hitleriano della "soluzion e finale": con rassegnata passività il reggente consente l'annientamento di oltre 400.000 ebrei ungheresi non residenti a Budapest. Il 7 luglio 1944, su pressione degli occidentali e dei neutrali, ordina invano la fine delle deportazioni che dopo la presa del potere da parte delle croci frecciate interessano anche gli ebrei della capitale. Il 15 ottobre 1944 Horthy chiede di negoziare un armistizio con gli anglo-americani e con l'Unione Sovietica - l'Armata Rossa è già entrata nell'Ungheria Meridionale occupando i distretti di Békés, di Csongrad e la città di Szeged - e il 17 viene arrestato e deportato, con la sua famiglia, in Germania (liberato dalle truppe angloamericane nel 1945 finisce i suoi giorni, nel 1957, in esilio in Portogallo). L'Ungheria è divisa in due e la parte mediana e occidentale (compresa Budapest) diviene un vero e proprio campo di battaglia per l'ultima, disperata difesa del Terzo Reich 14 • La delegazione ungherese alla Conferenza della pace, guidata da Albert Apponyi, sostiene, invano, che l'Ungheria era entrata nel conflitto a fianco dell'Austria per i meccanismi giuridici previsti dal Compromesso del 1867 e chiede di organizzare dei referendum nei territori oggetto di contrasto. Le richieste ungheresi vengono respinte in blocco in quanto le Potenze vincitrici, in particolare Francia e Gran Bretagna, considerano il regno d'Ungheria come uno Stato "indipendente e sovrano" e dunque alleato dell'Austria e della Germania. Il 4 giugno 1920 l'Ungheria è praticamente costretta a firmare, nel palazzo del Petit Trianon, un trattato di pace che peserà - come si è detto - nella vita politica interna come un macigno e condizionerà, in modo determinante, la politica estera compresa la scelta di campo nella Seconda Guerra Mondiale. La Conferenza della pace e i trattati conseguenti possono essere letti come la prima, grande occasione mancata nella storia d'Europa per la creazione di un equilibrio stabile e rispettoso, per quanto possibile, dei grandi principi ripetutamente conclamati dalle Potenze dell'Intesa e dagli Stati Uniti come l'autodeterminazione dei popoli, la sovranità nazionale, la fine della diplomazia "segreta" ecc. Prevale invece una logica di rivalsa radicale nei confronti dei vinti ancora oggi di difficile interpretazione! Alta Ungheria, Slovacchia e Rutenia passano al nascente Stato Cecoslovacco; Sirmio, Bacska e parte del Banato alla Jugoslavia; il Burgenland (Ungheria occi-
,_, Cfr. A. BIAGINI, Lectio magistralis, tenuta presso l'Università di Szegecl 1'11 novembre 2001 in occasione del conferimento della laurea cli dottore in Storia honoris causa.
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dentale) all'Austria; la Transilvania e il resto del Banato alla Romania. Gli avvenimenti dell'ultimo ventennio del XX secolo hanno dimostrato la fragilità di quelle scelte politiche e dei due Stati costruiti a tavolino - contro ogni logica nazionale, culturale ed etnica - come la Cecoslovacchia e la Jugoslavia rimane oggi solo il ricordo con una tragedia come quella balcanica ancora non risolta. Le scelte franco-inglesi a Versailles appaiono incomprensibili anche applicando la logica della politica di potenza; la soluzione per contenere o evitare il riproporsi dell'espansionismo tedesco - se questo era l'obiettivo che si voleva raggiungere consisteva proprio nel mantenere l'Ungheria storica come fattore di stabilità nell'Europa Centrale. È in questo complesso scenario interno e internazionale che si muove il colonnello Guido Romanelli le cui memorie - Nell'Ungheria di Béla Kun e durante l'occupazione romena. La mia missione (maggio-novembre 1919), pagine 563 vengono oggi riproposte, dall'Ufficio Storico dell'Esercito, all'attenzione del lettore. Il testo, scritto da Romanelli nel 1923, è stato pubblicato a Udine nel 1964 in una edizione praticamente introvabile al di fuori dei circuiti degli specialisti e delle biblioteche. Il lungo periodo intercorso tra la stesura e la pubblicazione può essere spiegato in molti modi, non ultimo quello dell'oppurtunità "politica" avendo il Romanelli stesso registrato impressioni ed espresso, senza mezzi termini, giudizi che potevano, negli anni tra le due guerre mondiali, provocare reazioni e problemi politici. Dopo la Seconda Guerra Mondiale, con il bipolarismo e la guerra fredda, cade - come ho già avuto occasione di sottolineare - l'interesse per lo studio di quegli anni, pure cruciali, della Conferenza della Pace e della "sistemazione" politica dell'Europa 5; è dunque plausibile che il testo di Romanelli non abbia incontrato l'interesse di quegli editori che debbono fare i conti con il "mercato". Guido Romanelli (Siena 1876 - S. Vito al Tagliamento 1973), entra nel Collegio Militare di Roma il 1° ottobre 1888 per frequentare poi l'Accademia Militare (1893). Nominato sottotenente di Artiglieria frequenta la Scuola di Applicazione (1896) , presta servizio in vari reparti partecipando alla guerra italo-turca e alla prima guerra mondiale fino a quando, il 6 maggio 1919, viene destinato alla missione militare in Ungheria. Un incarico delicato del quale egli stesso si meraviglia ma che accetta con entusiasmo per la novità che rappresenta inconsapevole di entrare in tal modo nella "grande" storia d 'Europa. La rappresentanza militare italiana negli organismi alleati era costituita dalla Sezione Italiana del Consiglio Supremo di Guerra Interalleato e dalla Sezione militare della Delegazione Italiana alla Conferenza della pace. Quest'ultima, presieduta nel 1919 dal generale Ugo Cavallero, ebbe anche le funzioni di Sezione italiana del Comitato militare alleato di Versailles e di Delegazione Militare Ita1
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Una degli elementi che possono spiegare questo atteggiamento della storiografia, non solo italiana, è rintracciabile nel fatto che questo particolare periodo era stato oggetto di numerose ricerche negli anni immediatamente successivi (anni 'lì-enta) e avevano costituito, in qualche modo, la base scientifica per l'el aborazione di quella linea di politica internazional e sinteticamente definita come "revisionista".
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liana della Commissione Permanente Consultiva della Società delle Nazioni. La Sezione Militare, che aveva il compito di informare il Comando Supremo Italiano dell'andamento dei lavori della Conferenza della Pace, rivesti un ruolo importante anche negli anni successivi in quanto partecipa ai lavori della Conferenza degli ambasciatori per la verifica della reale esecuzione delle clausole militari previste dai trattati di pace, ai lavori del Comitato Tecnico-Geografico incaricato di seguire le questioni territoriali e di altre commissioni di rilevante importanza come quella finanziaria. Strumenti operativi sul "campo" furono appunto le commissioni interalleate di controllo e le missioni militari che impegnarono, per vari anni, ufficiali italiani all'estero con risultati spesso eccellenti anche se non esenti da polemiche interne ed esterne. I documenti prodotti (rapporti, relazioni, note, ecc.) risultano particolarmente utili e interessanti per ricostruire molti aspetti della politica internazionale 16• Romanelli dunque arriva nell 'Ungheria ormai "bolscevica", a dirigere una Missione militare che finisce per essere l'unica rappresentante delle potenze dell'Intesa avendo tutte le altre lasciato Budapest; incontra Béla Kun e il colloquio tra i due, pur nella insanabile divergenza di carattere ideologico-politico, stabilisce una forma di rispetto reciproco che lo stesso Romanelli non manca di sottolineare cercando anche di capire le posizioni del rivoluzionario ungherese che in qualche caso trova anche fondate. I frequenti colloqui con Béla Kun per sistemare questioni che riguardano gli interessi italiani (pubblici e privati), la raccolta cli informazioni, i contatti con gli oppositori alla Repubblica dei Consigli amplificano il ruolo politico dell'ufficiale italiano che propone al deputato italiano Oddino Morgari, in Ungheria per portare al nuovo regime il saluto del Partito socialista italiano, di farsi mediatore presso Béla Kun di una proposta estremamente logica e che, se accettata, avrebbe risparmiato all'Ungheria nuovi lutti e ulteriori drammi: consentire la formazione di un governo democratico-borghese con alcune garanzie per tutte le forze politiche. Il fragile equilibrio formale si rompe mentre crescono i movimenti politici, appoggiati dall 'Intesa e dunque dallo stesso Romanelli, che si oppongono alla Repubblica dei Consigli. Dati questi presupposti si spiega l'appoggio fornito alla formazione del nuovo governo socialdemocratico di Gyula Peidl (agosto 1919) e la
'" Cfr. , oltre ai lavori già citati, A. BIAGINI, Gli archivi militari per la storia diplomatica, in Le fonti diplomatiche in età moderna e contemporanea, Ministero per i heni culturali e ambientali - Ufficio centrale per i beni archivistici, Roma 1995, atti del convegno intern azionale di Lucca (20-25 gennaio 1989) organizzato dal prof. Renato GR1SPO (dir. generale dei beni archivistici); per gli argomenti che qui interessa no cfr. le relazioni di E. DI NOLFO, I documenti diplomatici: metodologia e s1oriografia e F D 'AMOJA, Le fonti "non diplomatiche". Sempre su questi temi merita no di essere segna lati due ottimi lavori editi dall 'Ufficio Storico dell'Esercito: A. GIONFRIDA , Missioni e addelli militari i1a!iani in Polonia ( 791 9-1923). L e fon1i archivistiche dell' Ufficio sto rico (1966) e G. CAROLI , Rapp orti militari fra Italia e Romania dal 1918 al 1945. L e carte dell 'Ufficio storico (2000). U n vasto e arti cola to programma d i ricerca inizia a dare buoni risultati co n gl i elaborati delle tesi di giovani studiosi che frequentano il dottorato di Storia dell'Europa dell'Università di Roma "La Sapienza " coordinato da A. BIAGlNl e P. SIMONCELLI. La prima cli queste tesi già discussa, approvata e in corso di stampa si deve a E. PELLEGRINO e riguard a il ruolo svolto della Mission e militare italiana nei confronti dei tentativi dell'Ucraina di rendersi indipendente dalla Russia bolscevica.
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-XXII - - - - - - - - - - -- - INTRO D\.iZ IONE STORICA richiesta avanzata alla Conferenza della Pace affinché operi sul governo romeno per una immediata fine delle ostilità avendo il nuovo governo ungherese dichiarato la propria disponibibtà ad accettare senza riserve le condizioni previste dal Trattato di Pace con una netta cesura rispetto alla politica dei predecessori. L'ufficiale si trova ad affrontare una situazione per molti versi senza precedenti; in quanto rappresentante italiano è vincolato dagli impegni conseguenti l'alleanza della Romania con l'Italia nell 'Intesa ma nello stesso tempo è fortemente partecipe della situazione interna in un processo di identificazione compreso e apprezzato, allora e oggi, dagli Ungheresi. I tentativi per fermare l'avanzata e l'occupazione di Budapest da parte dei Romeni - nonostante l'intervento di Clemenceau e le pressioni delle altre potenze dell'Intesa - si rivelano inutili e lo stesso Romanelli viene coinvolto direttamente ricevendo da parte del ministro degli Esteri romeno la nota 17 contenente le rivendicazioni indiscutibili del proprio Comando Supremo. Romanelli suggerisce al governo ungherese di appellarsi all 'Intesa - che nel frattempo ha inviato a Budapest quattro generali come rappresentanti dell 'Italia, dell'Inghilterra, della Francia e degli Stati Uniti - in quanto esaudire le richieste romene avrebbe significato disattendere le clausole previste dall'armistizio e dal trattato di pace. La forbice si allarga dunque sempre più con l'ufficiale italiano che non manca di criticare con chiarezza l'atteggiamento e il comportamento degli alti ufficiali romeni che consentono alle truppe veri e propri abusi non giustificati da alcun precedente storico. Non è infondato sostenere che le polemiche sul suo operato e i procedimenti disciplinari che lo colpirono in seguito hanno inizio da queste prese di posizione coerenti e consequenziali. Nei primi giorni di agosto si incontra con l'ammiraglio Horthy che lo ringrazia per l'atteggiamento assunto a difesa degli interessi ungheresi ma non per questo evita di denunciare gli eccessi del governo di Istvan Friedrich, giudicato senza perifrasi come "uno scatenato terrorista" , impegnato a eliminare - anche con l'aiuto dei romeni - tutto ciò che rimaneva del precedente regime rivoluzionario, un atteggiamento umanitario che rispondeva anche ad una sorta di impegno d'onore contratto con Béla Kun; durante l'ultimo colloquio (il 31 luglio nel solito Hotel Hungaria) con il leader comunista l'ufficiale italiano, infatti, di fronte alla preoccupazione manifestata apertamente da Kun circa lo scatenarsi del "terrore bianco" garantendo che la Missione Militare Italiana si sarebbe imp gnata per evitare qualsiasi eccesso così come aveva fatto nei confronti del "terrore rosso" . Per mantenere questo impegno, sollecitato anche dalle pressanti richieste di cittadini e familiari, Romanelli visita personalmente le carceri di Budapest e non manca di regìstrare, nelle sue memorie, l'orrore per le tragiche condizioni dei detenuti sottoposti ad ogni tipo di tortura. Il 12 agosto la Commissione dei quattro " Sinteticamente si chiede la consegna di armi e materiali militari, il trasferimento delle macchine industriali, rimessa di materiale ferroviario, di autocarri e imbarcazioni, di bestiame e risorse agro-alimentari , la restituzione dei prigionieri e el ci disertori romeni e, infine, l'approvvigionamento e il trasporto delle truppe di occupazione.
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generali (Gordon per gli inglesi , Grazianì per i francesi , Bandholtz per gli Stati Uniti e Mombelli per l'Italia) inizia i suoi lavori e il ruolo di Romanelli viene ridimensionato al ruolo di consigliere. Sulla questione dell'occupazione romena la Commissione si divide su due posizioni contrastanti: quella del rappresentante statunitense e britannico che condividono le posizioni di Romanelli circa il necessario ridimensionamento delle pretese romene, soprattutto nei confronti di quella che non esitano a chiamare una vera e prorpia "spoliazione" dei beni ungheresi e quella del generale francese e di quello italiano - che in precedenza avevano rappresentato l'Intesa a Bucarest - decisamente su posizioni filoromene. Il contrasto, soprattutto fra i due italiani, è inevitabil con conflitti di competenze non secondari. Romanelli il cui grado è quello di tenente colonnello, viene incaricato di svolgere una inchiesta sulla situazione interna dell 'Ungheria, compito che l'ufficiale svolge con la consueta scrupolosità sottolinenado gli eccessi della polizia nei confronti dei comunisti e degli Ebrei tanto da indurre i quattro generali a sollecitare il governo Friedrich perché modifichi il proprio atteggiamento assumendo posizioni più moderate. Perfettamente inserito nell'ambiente politico di Budapest si può dire che Romanelli partecipa come attore non secondario alle trattative per la formazione del governo successore a quello di Friedrich nella persona dell'ammiraglio Horthy. Parallelamente i rapporti con gli esponenti romeni peggioravano di giorno in giorno alimentandosi di mille episodi, anche minori, che finirono tuttavia per creare intorno all'ufficiale italiano un clima di tensione alimentato anche dal contrasto con il Generale Mombelli e il nuovo incaricato d'affari italiano, Cerruti. La conclusione fu il richiamo di Romanelli a Roma che nelle sue memorie registra, con puntigliosità e con amarezza, l'assenza dei rappresentanti italiani alla festa data in suo onore dagli ungheresi al teatro dell'Opera di Budapest. Il 16 novembre l'ufficiale italiano parte da Budapest. Rientrato a Roma viene ricevuto dal ministro della Guerra, Albricci, dal pontefice Benedetto XV e, successivamente a Parigi, dal Generale Ugo Cavallero, vice capo della Delegazione italiana alla Conferenza della pace, con il quale ha un lungo e articolato scambio di opinioni sull'Ungheria. Nonostante un grave procedimento disciplinare promosso contro di lui dal generale Mombelli che lo accusa di comportamento "irresponsabile" per le iniziative assunte - siamo in pratica vicini all'accusa di insubordinazione - 18, riprende il normale servizio fino ad assumere la carica di direttore della Direzione di Artiglieria di Messina (1926) fino al collocamento a riposo con il grado di colonnello dal .1 ° gennaio 1929. In realtà Romanelli è stato al centro di una vicenda complessa che ha saputo gestire con energia, saggezza e dirittura morale suscitando, come spesso accade, reazioni contrastanti che vanno dalla riprovazione a sentimenti di profonda stima come quelli '" Lo Stato di Servizio non registra notizie in q ucs to senso. Per chiarire gli aspetti di questo spiacevole e ingiusto epilogo potrebbe essere interessante consu ltare il Libretto personale o addirittura gli atti del provvedimento disciplinare che, almeno sulla carta, prevede la cond anna a due mesi di fortezza . È interessante notare che lo Stato di servizio non menziona l'alta onorificenza ricevuta in Ungheria .
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INTRO DUZIONE STORICA
che gli consentirono di essere nominato Console Generale d'Italia a Barcellona (1927-1934) e, successivamente, presidente della banca ungaro-italiana che gli consentì di risiedere a Budapest dal 1938 al 1943. Nel 1922 il Parlamento Ungherese, riconoscendo i suoi alti meriti, gli conferisce, con una solenne cerimonia a Budapest, l'onorificenza Disz kard (la sciabola d'onore) , l'erezione di un busto a lui dedicato nel giardino della Ludovika Akadémia 19 mentre il cardinale Csernoch, primate d'Ungheria, gli esprime pubblicamente la gratitudine della Chiesa e del popolo ungherese per il comportamento e le attività svolte a favore del Paese. Le memorie che vengono ripubblicate a ottant'anni dalla loro stesura rappresentano dunque un documento vivo e palpitante di un testimone partecipe e appassionato alle vicende interne di un Paese con il quale finisce, in molti casi, per identificarsi senza per questo perdere lucidità politica e visione d'insieme dei grandi problemi che devastano l'Europa danubiano-balcanica. La notevole capacità critica che Romanelli esercita nell 'analisi degli avvenimenti e che non risparmia tutte le forze politiche che agiscono in Ungheria viene in parte appannata quando riflette sul comportamento dei Romeni con i quali evidentemente non riesce a stabilire un dialogo, pure fortemente perseguito, che avrebbe potuto alleviare, nell'immediato, l e sofferenze dell'Ungheria e, successivamente, dare una impronta diversa ai rapporti tra i due Paesi. Una prova ulteriore del ruolo svolto dall'ufficiale italiano si deve alla autorevole testimonianza di Leo Valiani che nelle sue Riflessioni vissute su due rivo luzioni scrive: " .. . A metà del giugno 1919 da Budapest tornammo a Fiume presidiata dal!' Esercito italiano sin dal precedente novembre. Il capo della Missione militare italiana a Budapest, colonnello Romanelli, che intratteneva dei rapporti utili a tutti con B éla Kun e se ne valse per salvare la vita a parecchi allievi ufficiali, arrestati per un tentativo controrivoluz ionario, riuscì a far allestire un treno speciale per il rimpatrio degli italiani, fra i quali incluse giustamente i fiumani. (La storia di quel treno venne narrata da Arnaldo Fraccaroli, corrispondente a Budapest del "Corriere della Sera ". Negli anni '50 io persuasi Romanelli a pubblicare le sue memorie, ma dovette farlo a proprie spese) ... ". La rivalutazione dell'operato di Romanelli, dopo la caduta del regime socialista, ha trovato una ulteriore conferma il 30 ottobre 2000 quando l'allora ministro della Difesa, Sergio Mattarella, e il suo omologo ungherese, Janos Szab6, hanno scoperto la targa ricordo a lui dedicata presso la Zrfnyi Mik16s Nemzetvédelrni Egyetem (Università di Difesa Nazionale intitolata all'eroe ungherese della lotta contro i turchi nel secolo XVII); dopo la manifestazione si è costituito un "Comitato Romanelli" per iniziativa di un gruppo di ex profughi ungheresi, il " Gruppo '56" , diretto dal prof. Géza Mihalyi - storico e biografo del Romanelli
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L'opera venne realizzata dallo scultore ungherese Lajos Strobl e una copia venduta dallo stesso Autore alla G alleria nazionale. Dopo la seconda guerra mondiale il busto venne fuso e util izzato per la statua bronzea dedica ta a Stalin . '
NE STOKI CA - - -- - - - - - - - - - -- -!NTRODCZIO -
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- che ha fattivamente operato per una ricollocazione del busto nella sede naturale, l'Accademia Militare 20 • In occasione del 125° anniversario della nascita gli è stata dedicata una "iscrizione" commemorativa in una vecchia strada di Pest 21• Nel concludere queste brevi note non posso non sottolineare un sentimento personale di vivo compiacimento nel momento in cui si restituisce al grande pubblico l'immagine e l'attività politica di un uomo e di un ufficiale di alto livello professionale e morale 2~ ma anche perché si confermano come valide quelle intuizioni che hanno guidato, da oltre trent'anni, buona parte della mia attività di ricerca, peraltro sempre condivisa, con apertura e lungimiranza, da coloro che hanno diretto l'Ufficio Storico dell'Esercito in questi anni.
Università di Roma "La Sapienza", luglio 2002
Antonello Biagini
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Per quanto riguarda la cerimonia svoltasi alla presenza del Capo di Stato maggiore dell'Esercito e le vicende legate al ritrovamento del busto dr. P. LAPORTA, Guido Romanelli. Ufficiale italiano nella storia dell'Ungheria, in "Rivista militare", Periodico dell 'Esercito Italiano, 2/2002, Roma . " L'intitolazion e di una strada vera e propria continua a far discutere come risulta da un articolo sul settimanale " Magyar F6rum" del 9 marzo 2000. Una ricerca sullo stradario riportato nel sito ufficiale della città di Budapest conferma che Romanelli urca venne rinominata Tllés 11tca mentre conferma le "iscrizioni'' di cui si è detto. 22 Ritengo che il settore della memorialistica, soprattutto per quanto riguarda questo periodo storico - fondamentale per comprendere molti degli avvenimenti che hanno caratterizzato il XX secolo - potrebbe arricchirsi con la riedizione di testimonianze di ufficiali impegnati nelle varie capitali europee potenziando, contemporaneamente la pubblicazione di monografi e sulle Missioni Militari nella collana i Documenti per la storia d'Europa.
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AVVERTENZA Il testo pubblicato riproduce fedelmente quello pubblicato dal colonnello Roman elli nel 1964 dalla tipografia Doretti di Udine. Gli interventi nel testo si sono limitati alla correzione dei refusi e all 'unificazione dei nomi di persona e di località tenuto conto che l'Autore - profondo conoscitore della lingua tedesca ma non di quella ungherese - utilizzava , spesso, una traslitterazione mista . Le note che compaiono in corsivo a pie' di pagina con l'asterisco sono state inserite per rendere più facile la lettura del testo, soprattutto per i nomi di quelle località che vengon o oggi nominate in modo diverso. La revisione del testo, le note e gli indici sono stati curati dal dott. Andrea Carteny, dottorando in Storia dell'Europa presso l'Università "La Sapienza " di Roma con una ricerca specifica sulla Missione militare italiana in Ungheria in quel periodo.
NELL'UNGHERIA DI BÉLA KUN E DURANTE L'OCCUPAZIONE MILITARE ROMENA. LA MIA MISSIONE (maggio-novembre 1919)
Alla sacra memoria di mio Padre che, abbracciandomi di ritorno dalla mia missione in Ungheria, ebbe a dirmi:
Molto si è parlato di te e di ciò che hai fatto, ma nulla lusingò tanto il mio orgoglio paterno quanto il giudizio che di te diede un giornale: "di uomo profondamente onesto ".
L'Autore
PREMESSA
La mia natura contraria a soffermarsi e a compiacersi sopra i cimenti superati, nella brama, non mai paga, di accingersi a darsi anima e corpo a qualche nuova impresa, non mi faceva neppure lontanamente passare per la mente l'idea di raccogli ere, e tanto meno di pubblicare, le mie memorie sulla avventurosa missione in Ungheria. Ma il caso ha voluto che, di ritorno da un'altra missione di diverso genere nell' America del Nord , fossi inviato di guarnigione a Osoppo. Qui, per quanto zelo ed assiduità mettessi nel mio servizio e per quanto mi applicassi non riuscivo mai a riempire tutte le ore della lunga giornata. Mi posi così ad ordinare quella parte del mio bagaglio personale che conteneva pressoché intatta una congerie di carte, di giornali, di fotografie e di appunti della mia missione in Ungheria. Ma lo feci più coll'intenzione di disfarmi di ciò che non aveva interesse che per riandare sul passato. Nel procedere a questo lavoro di cernita cominciai a ritagliare, ordinare e raccogliere delle pagine di giornali, degli scritti e degli appunti dispersi in diverse cartelle e documentazioni. Inavvertitamente venni così a mettere insieme una frammentaria cronistoria dei mesi trascorsi a Budapest, la quale, tuttavia , presentava delle lacune rappresentate precisamente dai periodi più densi di avvenimenti, dai momenti culminanti della missione, che, per essere essi stessi oggetto di rapporti ufficiali, avevano finito per lasciare minore traccia nelle mie note personali. Questo lavoro era molto avanti quando ebbero luogo a Budapest le cerimonie colle quali l'Ungheria volle onorare la Missione Militare Italiana. È nota la solennità conferita a queste cerimonie. Ne prese l'iniziativa un comitato presieduto dal Cardinale Primate d'Ungheria: la maggiore autorità costituzionale ungherese in periodo di trono vacante, formato da personalità che per veste e per rango poteva dirsi rappresentasse l'intera nazione. Il Governo per motivi diplomatici ne restò fuori, associandovisi solo officiosamente, come diede a divedere autorizzando che l'atto più importante e significativo si tenesse sotto la cupola del Parlamento. Queste cerimonie avevano luogo quattro anni dopo il termine della mia missione. Quattro anni durante i quali se non posso dire di avere cercato di farmi dimenticare, certo non avevo fatto nulla per richiamare alla memoria degli ungheresi l'operato della missione e la mia persona. Anche nelle relazioni epistolari mi ero contenuto a ciò che era stretto dovere di cortesia. Né per diverse ragioni, sulle quali è preferibile non soffermarsi, la stampa italiana s'era occupata dell ' argomento. Ognuno si può quindi immaginare come restassi confuso, commosso e pensoso quando tornando a Budapest ebbi la sensazione dell'aureola che si era venuta creando intorno al mio nome nella fantasia nazionale ungherese. Romanelli non era più una persona, ma un mito, una leggenda. Nella fastosa dimora del magnate magiaro come nell 'umile casa del povero, a Budapest come nelle città o nei vil-
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PR EMFS SA
]aggi della pusta ungherese, finanche oltre il confine politico, se popolato da genti magiare, il mio nome era diventato familiare a tutti , e tutti lo pronunziavano con la riverenza e lariconoscenza con cui si nomina un eroe nazionale, pur non possendo talvolta neppure una vaga idea di que11o che precisamente avessi fatto. Si fu in occasione di tali onoranze che molti sia italiani che ungheresi, ma soprattutto ungheresi, mi sollecitarono a scrivere le memorie della mia missione in Ungheria per pubblicarle. Ma come vincere la mia estrema riluttanza ad inscenare me stesso, a giocare la parte del miles gloriosus o qualcosa di consimile quando per educazione e per proposito si è cresciuti alla scuola dell'operare in silenzio, quando ci si è fatta un'abitudine ed a poco a poco un'incapacità a mettersi in vista? Tuttavia una considerazione superiore a qualsiasi motivo personale mi fece cambiare idea. Quella stessa considerazione che mi aveva fatto puntare i piedi nell 'esigere che insieme a me ed accanto a me fossero a Budapest nelle cerimonie di cui ho fatto cenno i due Ufficiali che avevano collaborato con me alla Missione per più lungo tempo: personificare il successo per attribuirlo - come era giusto - a quel pugno di uomini che mi era stato vicino nei giorni duri, penosi ed insidiosi del bolscevismo ungherese, prodigandosi con me e come me per disarmarlo ed addomesticarlo; personificare il successo per attribuirlo al Paese ed all 'lstituzione, che quel pugno di uomini rappresentava a Budapest: l'Italia e l'Esercito Italiano. Mi dissi cioè che era per me un dovere adoperarmi a mettere in luce come questa simbolica rappresentanza de1l ' ltalia e del suo Esercito, lasciata sola ed inerme nella capitale di uno dei più fieri e valorosi dei suoi avversari a salvaguardare i frutti morali e materiali di una vittoria aspramente contesa, riuscisse a compiere il prodigio di assolvere il suo difficile ed ingrato compito con soddisfazione dei vinti oltre che dei vincitori. Tornato perciò a Osoppo mi diedi a stendere queste memorie, a sussidio delle quali portavo meco parecchi altri appunti e copie di carteggio d'ufficio rintracciati a Budapest nell'archivio della Legazione e presso privati, ed al termine del mio soggiorno in quel nido d'aquila questo mio scritto poteva dirsi ultimato. Passandolo alla macchina da scrivere lo rilessi e corressi mantenendogli per quanto possibile l'impronta originale colla sua vivacità di giudizio ed impressioni. Ma frattanto ero passato a prestar servizio ad una nuova Amministrazione dello Stato, e non mancò chi mi facesse chiaramente intendere che l'Olimpo di essa non avrebbe visto di buon occhio l'eventuale pubblicazione di ricordi sulla mia missione. Così mi astenni ancora dal licenziarli alle stampe, benché sollecitato a farlo finanche da persona in alto loco. Altri vi penserà quando non sarò più - mi sono allora detto.
Barcellona, aprile 1928
I DA UNA CITTÀ DOVE LA PACE È TORNATA AD ALTRA DOVE LA GUERRA CONTINUA DA CATANIA A VIENNA
Maioris est gloriae ipsa bella verbo occidere, quam homines ferro ... ed ahtinere pacem pace non bello. S. Agostino
Da sei mesi l'armistizio di Villa Giusti aveva messo fine alla guerra e la sorte aveva sbalzato me ed il mio gruppo di quattro batterie dalle rive del Piave alle falde dell'Etna. Quivi, coll'avanzare rapido e deciso della primavera e quello più lento ed incerto delle trattative di pace, assistevo con un certo senso di tristezza al progressivo disciogliersi per congedamenti di quei reparti di truppa , coi quali avevo vissuto gli ultimi e i più aspri mesi della guerra, condividendone le fatiche, i pericoli, le ansie, le ore di tedio e di allegria, quelle di scoraggiamento e di entusiasmo culminante nello stupore e nell'indescrivibile sbalordimento e gioia dei giorni della vittoria e della fine delle ostilità. Per quanto lo scioglimento del gruppo fosse nella logica delle cose, e per quanto l'affetto stesso che portavo a quegli uomini non mi accecasse al punto da non farmi desiderare di vederli soddisfatti nel loro legittimo desiderio di tornare in seno alle loro famiglie, pure il loro dipartirsi m'era così doloroso, che mi sembrava che con la loro partenza cessasse anche ogni mia ragione di esistere, o meglio finisse la mia vita militare. Anche gli ultimi ufficiali studenti o non laureati ancora erano partiti per far ritorno alle loro università e riprendervi gli studi interrotti, e ricordo che avevo voluto accompagnarli fino a Messina, quasi per ritardare di qualche ora il mio distacco da loro ed aver modo di dar loro gli ultimi consigli per la nuova vita che stavano per intraprendere, proprio come avrebbe fatto un padre coi suoi figli. Era trascorsa una settimana da questo addio, quando un pomeriggio dei primi di maggio, recandomi in caserma, mi viene recapitato un telegramma urgente del Comando Supremo in cui mi si ordinava di presentarmi al più presto a Padova per ricevere istruzioni prima di raggiungere la nostra Commissione d'Armistizio a Vienna alla quale venivo assegnato. La lettura di questo telegramma ebbe sopra di me lo stesso effetto che produce un'aspirazione d'ossigeno ad un moribondo. Aprii nuovamente l'animo alla fiducia , guardai nuovamente innanzi come mi si fossero aperti nuovi orizzonti ed i pensieri tristi dei giorni precedenti si dileguarono. In ventiquattro ore fui pronto a partire. Non solo avevo riunito il mio farraginoso equipaggiamento di oltre quattro anni di vita zingaresca dall'altipiano etiopico alle Alpi, ma avevo perfino sbrigato tutte le formalità regolamentari di trasmissione di comando del gruppo e m'ero congedato dai miei soldati e dagli ufficiali: quasi tutti elementi incorporati di recente nelle mie batterie e coi quali mancava l'affratellamento della guerra.
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DI ll É Li\ KlJN F DC RANTE L'OCCUPA ZI O'.'JF MILITA RE RO J\-lENi\
Mentre il treno mi portava verso Roma, rileggevo ogni tanto il telegramma del Comando Supremo e quasi non riuscivo a persuadermi come in quell'ambiente esclusivo e geloso di tutte le prerogative che ha fatto sue, qualcuno si fosse ricordato di me per mandarmi in servizio all 'estero. Certo senz&. saperlo, avevano esaudito uno dei voti e delle aspirazioni maggiori di tutta la mia vita, in cui avevo tante volte accarezzato l'idea di essere inviato in missione all'estero. Ricordavo di averlo più volte chiesto e sperato prima della guerra, quando vedevo periodicamente partire per la Francia, per la Germania e per l'Inghilterra le commissioni per acquisti. Poi durante la guerra, quando all'ospedale del Belvedere a Genova , avevo saputo che a Roma si cercavano Ufficiali superiori convalescenti, che fossero disposti ad accettare la carica di Commissario di bordo sulle navi che facevano la spola con l'America per trasporto dei rifornimenti. Me l'ero perfino visto offrire più tardi quando, guarito, trovavo a Spezia per istruire un gruppo di nuova formazione. Fui allora sul punto di partire per Londra per incarico del Ministero delle Armi e Munizioni , e certo vi sarei andato se, all'ultimo momento, tutto non fosse andato in fumo per un'inchiesta disciplinare provocata da una volgare lettera anonima infarcita di pettegolezzi di provincia. Dopo d'allora mi ero dato pace ed avevo dimesso ogni speranza di essere mai comandato all'estero, nonostante fossi sempre incluso nelle frequenti e periodiche segnalazioni che si dovevano fare all 'autorità superiore degli ufficiali che avevano conoscenza di Paesi e lingue estere. Quante volte il mio nome aveva figurato in quelle liste sempre senza alcun risultato! Veramente c'era un po' d'ingenuità da parte mia per dare tanto credito a questo particolare specchio fra quella miriade di specchi burocratici che costituivano l'incubo periodico dei comandanti di reparto da quando era cominciata la guerra, e moltiplicatisi con la guerra per l'artata inflazione degli uffici. Ero tanto più ingenuo in quanto mi figuravo che la mia conoscenza delle lingue accoppiata ad una laurea in scienze sociali e coloniali potesse essere realmente un motivo di preferenza o un atout in mio favore per ottenere tal genere d'incarichi ambiti e ricercati. Dopo aver bazzicato per qualche anno i corridoi del Ministero della Guerra a Roma dovevo sapere di chi erano tali appannaggi! Meditando quindi sul quell'inatteso telegramma ciò che mi riusciva più inesplicabile era appunto la combinazione che questa volta non ci foss e stato qualche aspirante più prossimo di me cui dare quel posto. "È vero - mi dicevo - che da quando era stato firmato l'armistizio moltissimi erano gli ufficiali comandati all 'estero, ma per venire a cercare me, sperduto in quell 'angolo remoto di Sicilia , bisognava pur dire ch e fossero esauriti quelli che desideravano andare ". Insomma la cosa mi giungeva così di sorpresa, ed era talmente di mio gradimento ch e mi perdevo in un pelago di riflessioni senza altro scopo e costrutto che quello di convincermi che la mia non era un'illusione e solo temevo che non rischiasse di divenirlo prima di realizzarsi, come la volta precedente. Arzigogolavo poi su quello che sarebbe stato il mio compito a Vienna, di che cosa mi sarei dovuto particolarmente occupare: e con un certo tormento a questa interrogazione si susseguiva l'altra più imbarazzante: sarei stato in grado di disimpegnare bene le mie mansioni? Nelle ventiquattro ore che mi fermai a Roma fui interamente assorbito dalle cure di modificare e completare il mio equipaggiamento per attenuarne il carattere di guerra ed intonarlo alle esigenze di un soggiorno in una capitale straniera, sia pure nemica e tuttora in regime di occupazione, ma che tra le capitali d'Europa aveva sempre tenuto a contendere il primato a Parigi e a Londra nel dettar legge alla moda maschile come alla femminile. Mi portò via anche non poco tempo far ricerca nei miei scaffali dei libri che mi sarebbero potuti occorrere: parecchi di quelli che mi avevano seguito in guerra erano certo da
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mettersi da parte, ma non tutti; né ritenevo necessario aver con me tutta la biblioteca di scienze sociali dei corsi frequentati; c'era una cernita laboriosa e ponderata da farsi per non caricarsi di peso superfluo. Ad eccezione delle persone di famiglia, ed anche con queste in forma reticente, non mi confidai a nessuno sull'oggetto del telegramma. Quando proprio non potevo farne a meno mi traevo d'imbarazzo dicendo che andavo ad Abano per presentarmi al Comando Supremo perché dovevo essere adibito a qualche servizio in zona d'armistizio. Non che fossi tenuto a tanta discretezza dal tenore dell'ordine ricevuto che era riservato al personale, come tutte le comunicazioni anche le più banali che provenivano dagli alti comandi, ma ammaestrato dalla mia precedente esperienza e conoscendo l'ambiente di Roma ritenevo necessario parlarne il meno possibile ad evitare che qualcuno, cui facesse gola il mio posto, si servisse di qualche autorevole influenza per farmi lo sgambetto. Ad ogni buon conto mi affrettai a proseguire per Padova, e di lì per Abano. Quivi giunto non ebbi altro da fare che presentarmi ad un antico compagno d'accademia, che, in virtù della scuola di guerra, ritrovavo colonnello e Deus ex machina dell'ufficio personale del Comando Supremo, ed assicurarlo de visu che ero ancora di questo mondo ed ossequente all'ordine ricevuto mi disponevo a proseguire a destinazione. Istruzioni da darmi? Nessuna. Anzi nemmeno sapeva dirmi che cosa andassi a fare a Vienna o chi andassi a sostituire. Un po ' poco per un ufficio centrale! Ma con quell'ipersaturazione degli alti gradi voluta dagli speculatori della professione che avevano voluto approfittare della guerra per diventare ad ogni costo generali, cosa era mai un tenente colonnello se non "une quantité négiigeable!". Scambiate perciò poche parole per raccontard qualcosa della vita passata , il colonnello mi rimise ad un suo "tirapiedi" o meglio dipendente maggiore invitandolo a provvedermi e munirmi di tutti i documenti necessari e darmi le indicazioni occorrenti per raggiungere la mia destinazione per la via più facile e farmi seguire dal mio attendente, fedele e indivisibile compagno di quattro anni di vita peregrina e travagliata. A mezzogiorno ero libero. Aspettai nondimeno fino a sera per tornare a Padova , studiandomi d 'in gannare il tempo come potevo per vincere l'ansia e la trepidazione di quelle poche ore che mi separavano da un partenza che nella mia fantasia rivestivo di particolari attrattive. I treni per Vienna, via Tarvisio, non erano ancora giornalieri ed occorreva andarli a prendere a Udine, dove transitavano ad un 'ora insolitamente mattutina. Ne avevo giusto uno il giorno dopo e decisi di non lasciarmelo scappare, rinunziando ad aspettare Paschetta, il mio attendente, pel quale non ero riuscito ad avere subito il salvacondotto. Come era differente quel treno che mi portava a Vienna , dai tanti coi quali avevo viaggiato e varcato la nostra frontiera prima della guerra! Non tanto per l'attrezzatura, che pure non faceva misteri dell'abbandono nel quale era stata lasciata, ma particolarmente per l'elemento viaggiatori che ne popolavano le vetture. Molti italiani, parecchi americani ed inglesi , fra gli uni e gli altri potevano eguagliare i nostri, e pochi francesi. Signore, un paio in tutto il treno e alcune contadine in terza classe che rappresentavano il movimento locale. Quasi lo stesso colore unisessuale ed esasperante del fronte quando si entrava nel raggio d 'azione delle piccole artiglierie. Ma quello che pareva più strano, pensando che eravamo già oltre la nuova frontiera , gli è che non visse né in prima né in seconda nemmeno un tedesco. Se qualcuno ve n'era doveva essere certamente ben rannicchiato in qualche angolo remo to del treno e doveva essersi chi uso nel più stretto silenzio, perché le sole parole tedesche che giungevano di tanto in tanto all'orecchio provenivano dal personale del treno, che, egualmente impassibile come una volta, effett uava il controllo dei biglietti dei documenti di viaggio.
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l\ELL' llNGJ-lERIA DI ll É LA KUN E D U RANTE L' O CCUl'AZ IO'.'IE MILITAR E ROME'.'IA
A questo proposito ho rilevato con stupore come l'aspetto burbero del personale non si addolcisse, né assumesse nessuna di quelle sfumature cerimoniose che soleva riservare all'uniforme, nemmeno trattando con qualcuno dei tanti ufficiali dell'Intesa, i quali viaggiavano in divisa come me. Quando ricordavo l'istintivo ossequio alla forza ed ai galloni di questo mondo ufficiale e burocratico dei paesi tedeschi prima della guerra, non potevo non meravigliarmi di tale mutamento. Di più osservavo che non era un'ostentata indifferenza e tanto meno dell 'ostilità nel modo come si rivolgevano verso gli ufficiali delle nazioni vincitrici, ma piuttosto della stanchezza, della nausea , come provassero pena o contrarietà ad avvicinare dei militari di cui probabilmente ne avevano avuto abbastanza in quattro anni di guerra. E con qual risultato disastroso! Forse anche - riflettevo - la nostra vittoria non aveva prodotto sull'animo loro quella profonda impressione che avrebbe fatto se le truppe vincenti anziché arrestarsi timorose sulla soglia del territorio nemico, fossero passate trionfanti per le loro città e villaggi facendoli echeggiare dei loro inni festosi. Ma d'altra parte, mi dicevo, se noi stessi sentiamo così poco di avere vinto, se noi stessi abbiamo così poco l'atteggiamento di vincitori non è una pretesa esagerata la mia di aspettarmi che gli avversari di ieri riconoscano e mi dimostrino di essere sconfitti? Misi da parte tali riflessioni per pensare a qualcosa di più pratico: ai due pasti che dovevo fare prima di arrivare a Vienna abituato a viaggiare prima della guerra non mi ero preoccupato né punto ne poco di questo dettaglio, che aveva tuttavia la sua importanza. Fortunatamente venne a supplire la mia imprevidenza la cortesia di un nostro tenente di cavalleria, che viaggiava sullo stesso treno in servizio di corriere. Il tenente Chiavari - come mi disse chiamarsi - mi offerse senz'altro di dividere le sue provviste e con tale spontaneità e tale naturalezza, come si fosse tuttora in qualche parte del fronte, che a me non venne neppure in mente di schernirmi o di far complimenti: accettai e feci onore al suo abbondante lunch-basket. Ricambiai come meglio potevo le gentilezze del tenente e riconobbi la mia imperdonabile sventatezza di avere omesso d'informarmi prima sulla situazione alimentare del Paese che dovevo traversare, tanto più che sapevo bene quale essa fosse realmente all'epoca in cui l'Austria aveva firmato l'armistizio. Lo sapevo non solamente attraverso le narrazioni apparse sui giornali, ma per averlo constatato coi miei occhi in un sopra.luogo fatto nei ricoveri abbandonati dagli austriaci il giorno susseguente la ritirata dal Piave. Però debbo aggiungere che non avrei mai supposto che dopo oltre cinque mesi dalla conclusione di un armistizio, che infallantemente preludeva " alla pace definitiva", non si fosse ristabilito un relativo equilibrio di risorse particolarmente alimentari fra due regioni limitrofe come il Friuli e la Carinzia, traversate da un'importante e frequentata arteria dicomunicazione. Possibile che nemmeno il desiderio di soddisfare al più imperioso dei bisogni umani fosse riuscito a vincere le diffidenze, l'ingiustificata preoccupazione e soprattutto l'animosità fatta di rancori degli Stati dell'Intesa, nella loro miope politica di ostruzionismo alla ripresa dell e relazioni pacifiche con la Mittel Europa! Era già notte allorché il treno entrava sotto l'ampia tettoia della stazione di Vienna. Quantunque il tenente Chiavari avesse incaricato la sua ordinanza di sorvegliare il mio e il suo bagaglio accatastato da un facchino sopra uno dei soliti carrettini di stazione insieme a quello di altri viaggiatori, quando andammo per caricarlo sulla vettura avemmo la spiacevole sorpresa di constatate la sparizione della valigia più fiammante: una di quelle del tenente. Naturalmente il facchino dichiarava di non essersi accorto di nulla e si faceva forte della nostra omissione di prender nota del numero dei colli dati in consegna. In questo Pae-
DA UNA CITTÀ ll OVF. I. A PACE È TO R J\'ATA
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se dove un tempo si sarebbe detto che la polizia fosse novità dell ' ambiente che aveva visto ancora meno del facchino ; ed a lui almeno si poteva credere. Non restava che denunziare il furto alla polizia. Ma per quanto si cercasse non fu possibile trovare nemmeno un agente. Incredibile! In questo paese dove un tempo si sarebbe detto che la polizia fosse onnipresente! Dopo aver fatto la penosa riflessione che tutto considerato il furto di una valigia era ancora il meno che poteva capitare data la moralità dei tempi, il tenente pensò di disinteressarsi pel momento della cosa e invitammo il cocchiere ad accompagnarci rispettivamente lui all'hotel Imperiale e me al Metropol. Non sapendo se e dove la segreteria della Missione mi avesse prenotato una stanza, non esitai a tornare all'albergo dove ero stato prima della guerra, e non ebbi a lagnarmene perché anzitutto c'era una stanza vuota, e secondariamente era un 'ottima stanza, astrazione fatta dalla condizione pietosa di qualche capo di biancheria. La mattina dopo all'ora di prammatica andavo a presentarmi al Generale Segre.
II LA COMMISSIONE ITALIANA D'ARMISTIZIO
Ne avevo già sentito parlare e letto parecchio in Italia attraverso articoli e corrispondenze di giornali, ma ero ben lungi dall'essermi fatto un concetto dei suoi compiti, della sua azione, e della sua procedura da tali narrazioni aneddotiche, fatte piuttosto per ricreare il lettore frettoloso che per renderlo edotto di quanto altrimenti non ha modo di conoscere. Avevo così letto i particolari encomi prodigati all'attività ed all'energia del Generale Segre, capo della commissione, pel modo come aveva risolto talune questioni e rivendicato certi diritti italiani. Ma anche di questo non ne sapevo molto, perché non m'ero mai dato la pena di approfondire la sostanza di tali questioni, il loro nesso coll'armistizio ed i motivi che ne reclamavano la soluzione. Tutto sommato mi presentavo al Generale Segre abbastanza digiuno sull'argomento. Conoscevo il generale di persona per averlo avvicinato qualche rara volta a Roma, quando sia lui che io eravamo capitani;lui al comando del Corpo di Stato Maggiore, io alla Rivista d'Artiglieria e Genio, alla quale egli talvolta collaborava con qualche articolo. Poi Io avevo perduto di vista,né lo avevo incontrato più, ncmmeno durante le peregrinazioni di guerra. Mai,infine,mi era capitato di avere relazioni di servizio con lui. Ritenevo perciò di essergli quasi sconosciuto, anche pel fatto che, quando ero di guarnigione a Roma, pure essendo assiduo alle cacce a cavallo, alle corse e agli altri convegni sportivi, pur frequentando diversi salotti tra i migliori della capitale, pur essendo, in una parola, sufficientemente mondano o per essere più esatti, socievole,non brillavo né mi distinguevo per nessuna dote o qualità speciale in nessun campo e perciò dovevo passare inosservato a Roma in mezzo alla folla degli ufficiali. Restai perciò alquanto stupito quando sentii dirmi dal generale Segre che non solo mi conosceva, ma che rammentandosi la vita allegra e spensierata che conducevo a Roma, credeva suo dovere raccomandarmi di non farmi troppo sedurre dalla mondanità di Vienna, tanto più facile e prodiga di lusinghe per l'uniforme in generale e in particolar modo per quella di ufficiali stranieri. - Non le sto poi a dire la necessità di non essere troppo suscettibile ai vezzi delle Viennesi! Protestai contro questa fama dongiovannesca, che non corrispondeva affatto alla realtà. Poi conchiusi facendogli osservare, che ad ogni buon conto, gli anni erano passati per me come per gli altri e così anche l'età scusabile per certe leggerezze. Passando subito ad altro argomento, mi domandò quali lingue conoscessi e che viaggi all'estero avessi fatto prima della guerra. Quindi mi diede congedo soggiungendo che si riserbava di decidere come impiegarmi. Frattanto approfittai dell 'attesa per prendere contatto con l'ambiente e con i colleghi della missione. Lasciato libero uscii dall'Hotel lmperial, dove risiedeva e teneva il suo ufficio il generale, per recarmi alla sede della Commissione d'Armistizio o per meglio dire dove si trovavano la maggior parte dei suoi uffici: un edificio vis-à-vis dell'lmperial in Canovagasse. Come e perché si fosse prescelto quella brutta casa, dalle scale e dai corridoi trasandati e sporchi, dalle pareti interne scrostate e dai muri esterni scoloriti, per allogarvi la nostra Missio-
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NELL'U>IGHERIA DI BÉLA KUN E DURANTE L'OCCU PAZION E MILITARE RO:V! ENA
ne, non seppi spiegarmelo. Trovai però non confacente né dignitoso per la Missione e per il Paese nostro una simile sistemazione, che rammentava una delle tante nostre vecchie caserme del Mezzogiorno, tanto vecchie che nemmeno le congregazioni religiose sapevano più che farsene, quando le cedettero al Regno d'Italia per alloggiarvi le sue milizie. Che idea doveva farsi Vienna e l'Austria di un'Italia vittoriosa che venendo ad occupare la capitale nemica lo faceva quasi alla chetichella con alcuni ufficiali e alcuni soldati, che per soprappiù s'insediavano così umilmente, e direi quasi così poco decentemente. La cosa era tanto meno spiegabile in quanto c'era la palazzina dove risiedeva la nostra ambasciata prima della guerra, che era tuttora disoccupata . Non sarebbe stata sufficiente per allogarvi tutti gli uffici, è vero, ma tuttavia avrebbero potuto trovarvi posto i più rappresentativi. Ma forse nella mia ingenuità non tenevo nel debito conto che c'erano due diverse amministrazioni dello Stato che si sarebbero dovuto emettere d'accordo; e questa è sempre una cosa incredibilmente difficile. In questo casamento di Canovagasse trovai una serie di uffici , quanti e forse più di quelli che aveva in guerra un quartier generale di armata. Come fossero organizzati, come funzionassero e quali incombenze avesse ciascuno di essi rinunziai pel momento di indagare, ansioso come ero di avvicinare qualche collega di mia conoscenza, che mi risultava facesse parte della Missione, per farmi ambientare da lui. Finii per scoprirne di più di quelli che mi aspettavo. Chi per una ragione, chi per l'altra, c'era una turba di ufficiali di tutti i gradi che si era fatta assegnare e comandare temporaneamente alla Missione, e si godeva il soggiorno di Vienna, spesso senz'altro incarico o mansione che quella di divertirsi e di visitare la città. Come nei primi giorni dopo l'armistizio tutti si ritenevano in diritto di fare la loro corsa di ricognizione a Trento e Trieste, così adesso c'era chi trovava il modo di spingersi fino a Vienna ed oltre. Quando andai a colazione all'Hotel Imperia!, dove trovatasi la mensa della Missione, rimasi stupito di vedere che tra ufficiali dell'esercito, della marina ed impiegati civili, i commensali che facevano corona al Generale Segre superavano di molto il centinaio. Sedendo a tavola poco lungi dal generale mi avvenne di udire ad un certo momento ch'egli parlava dell'incarico da darmi; tesi perciò l'orecchio per riuscire a capire qualche frase rivelatrice sulla sorte che mi aspettava. Ma forse si avvide della mia attenzione e scivolò sull'argomento senza compromettersi. Quantunque trovassi che la vita di Vienna non fosse meno scapigliata ed allegra di una volta, io non mi ci ero mai annoiato tanto come in quei due giorni senza impiego. Non ero né in servizio né in licenza, ed a me non si confanno le situazioni incerte. Invano tutto l'ambiente della Missione e quello ancora più numeroso, che viveva in margine alla Missione, m'invitava e mi sforzava quasi, a gettarmi nei divertimenti ed a godere di quella vita isterica fatta per stordirsi e dimenticare; non la trovavo di mio gusto. Chissà, forse perché nuovo all'ambiente, o perché arrivato con idee differenti da quelle che prevalevano fra gli ufficiali della Missione, il fatto sta che non mi sentivo per nulla all'unisono con loro; e quell'allegria, quella spensieratezza, quella frenesia del piacere m'irritava e mi spingeva quasi ad isolarmi di più, cosicché, penso, dovevo riuscire ancora maggiormente estraneo agli altri, se io stesso avevo l'impressione di essere un pesce fuor d'acqua . Per darmi un'occupazione mi avventurai in qualche ricognizione per la città a scopo turistico, ma disgraziatamente proprio quelle cose che più mi avrebbe fatto piacere di rivedere o erano interdette al pubblico o si trovavano sottosopra perché invase da membri delle diverse Missioni. Così finivo per restarmene relegato nella mia camera d'albergo per non gironzolare continuamente negli uffici della Missione facendo perdere il tempo agli altri oltre che perderlo io stesso.
LA COMMISSIONE ITALIANA DI D'ARI'v1JSTIZI0 - - -- -- - - - -- -- -- ---
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Dopo due giorni di questa non desiderata sine-cura il generale, avendo incontrato il mio sguardo durante la colazione, mi disse di punto in bianco: -Ho poi deciso di mandarla a Budapest. Più tardi, passi da me in ufficio, che le darò istruzioni al riguardo. A Budapest? - rimuginai fra me, abbassando gli occhi sul piatto che avevo davanti, senza vederne più il contenuto,-in mezzo ai bolscevichi?! ... Che idea! Come c'intenderemo? ... Che Dio mi assista! Poi scacciai il pensiero e provai a darmi un'aria indifferente. Riassunte nella loro forma più concisa, le istruzioni che ebbi, sfrondate del serto delle parole superflue, non consistevano in nulla altro, che: prendere anzitutto cognizione della situazione politica dell'Ungheria e degli eventi che l'avevano determinata. - S'indirizzi, aggiunse concludendo,quest'oggi stesso all'ufficio informazione,ivi troverà un resoconto dettagliato dei fatti che si sono svolti in questi ultimi tempi. Si legga attentamente tutto l'incartamento sull'Ungheria e dia anche una scorsa ai riassunti della stampa per quanto almeno concernono l'Ungheria. Questa sera poi dopo il pranzo si abbocchi col marchese Taco li, nostro Commissario Politico per l'Ungheria per farsi meglio chiarire la situazione e le possibilità di avvantaggiarsene pel Paese. Si faccia anche mettere al corrente di quello ch'egli stesso ha incominciato ad imbastire in tal senso, per inquadrare la sua azione in modo d'andare d'accordo. Era più presto detto che fatto, come mi accorsi nel pomeriggio, allorché animato dalla mia migliore volontà mi diedi a scorrere i diversi rapporti e documenti contenuti nel dossier dell'Ungheria. Erano pagine su pagine dattilografate, senza nesso, né ordine cronologico, nelle quali troppo spesso si trovava ripetuto e ricuci nato lo stesso argomento senza considerazioni, le quali poi venivano fuori tutte in una volta, quando si erano perduti di vista o di memoria i fatti. Così confesso, le poche idee che mi potei fare, me le formai tutte attraverso i trafiletti della stampa. Per quanto invece concerneva i miei compiti di capo delegazione, la sola persona dalla quale ebbi - sia pure vagamente - qualche indicazione, fu il marchese Tacoli, nel colloquio che avemmo nel fumoir dell'Imperia], mentre gironzavano intorno un nuvolo di belle signore tutte intente ai loro flirts. Però anche egli, fuori della valorizzazione a scopi commerciali della nostra singolare posizione in Ungheria , si avventurò poco là, dove appunto le mie idee si confondevano ed avrei desiderato vivamente che qualcuno me le chiarisse; ed era questo: "Ho ancora per precipuo compito, quello di fare osservare le condizioni d'armistizio?" . La mia domanda era tutt'altro che oziosa, perché da quello che avevo letto sugli avvenimenti d'Ungheria risultava evidente che il nuovo governo di quella nazione riconosceva così poco l'autorità e i poteri delle Missioni dell'Intesa, che, in un primo tempo, aveva fatto il possibile o tollerato che si facesse il possibile, perché italiani e francesi se ne andassero fuori dai piedi. Il nostro Maggiore Pentimalli era stato perfino svillaneggiato, trattenuto sotto sequestro per qualche ora e privato della sua automobile. Poi gl'italiani erano tornati, il generale Segre aveva ripristinato a Budapest la nostra delegazione; ma questo si era verificato non come un atto unilaterale d'imposizione ma come conseguenza cli trattative ed accordi intervenuti col governo bolscevico. Implicitamente c'era quindi un consenso, un beneplacito di quest'ultimo, che nemmeno era detto si estendesse fino all'accettazione di tutte le condizioni d'armistizio. C'era anzi da metterlo molto in dubbio, dal momento che aveva levato in armi un esercito e si disponeva a battagliare coi vicini. Con queste incertezze su quello che dovevo e potevo fare e con una nozione molto generica sulle cose d 'Ungheria mi apprestai a partire il giorno seguente da Vienna per raggiungere la mia destinazione.
III DA VIENNA A BUDAPEST
Al mattino del 12 mi presentai al Generale Segre per congedarmi. Dopo avermi chiesto se avevo fatto ciò che mi aveva detto e se mi ero bene inteso col Commissario Politico, mi fece ancora qualche raccomandazione sulla serietà e terminò col dirmi con un certo tono solenne: "Soprattutto, ed in qualsiasi contingenza si trovi , abbia sempre presente che dietro di lei è l'Italia e che su di lei riposa il prestigio d'Italia in quel Paese! ". Con questo mi porse la mano e mi augurò buon viaggio. In segreteria mi si restituì il mio salvacondotto e presi accordi per l'automobile che doveva condurmi alla frontiera ungherese. Sentendo che ero già in partenza, il capitano Valdettaro mi fece rilevare che il salvacondotto mancava del visto dell' ufficio facente le funzioni di Legazione d'Ungheria. Avrei dovuto passarvi io stesso per farmelo apporre; ed ora mancava il tempo per farlo. Obbiettai che tale formalità mi sembrava non solo superflua ma contraria allo spirito del salvacondotto ed a quanto in esso era scritto: dava, cioè, la facoltà alla persona che ne era munito di transitare liberamente entro tutto il territorio dell'ex Impero Austro-ungarico. Aggiunsi che se lo avessi saputo prima mi sarei certo uniformato alle norme adottate dalla Missione, ma trovavo che l'aver consentito ad una simile pretesa dell ' Ungheria, equivaleva ad una diminuzione morale della nostra vittoria ed a legittimare un affronto al Generale Diaz, la cui firma figurava sotto il salvacondotto. Fatte le mie valigie, tornai ali ' Imperi al per la colazione e per farmi preparare qualcosa di freddo da portarmi pel pranzo ed alle 14 salii in automobile insieme ad un soldato del Genio, datomi come attendente provvisorio, e partii. Due ore dopo era a Bruck am Leitha (Kiralyhida* in magiaro), cioè alla frontiera fra l'Austria e l'Ungheria dopo la disgregazione del vecchio impero. Due grosse sbarre di legno, come quelle che si usano nei passaggi a livello delle ferrovie, piantonate da guardie armate stavano a rappresentare i confini dei due Stati. Tra una sbarra e l'altra uno spazio neutro di un centinaio di metri sembrava perpetuasse in pace il "no man's land " del fronte di guerra. I soldati della Volkswehr austriaca vedendo avvicinarsi l'automobile con un ufficiale in uniforme nell'interno della vettura e la bandierina italiana sul radiatore, senza indugio fecero girare la loro sbarra e lasciarono uscire l'automobile. Un graduato mi domandò di verificare il contenuto delle mie valigie, ma, dopo che gli ebbi mostrato il salvacondotto e detto che ero esente da tale visita , non osò insistere. Arrivato al secondo sbarramento altri soldati si avvicinarono all'automobile chiedendomi dove fossi diretto. Saputolo mi pregarono di passare ad un certo ufficio poco lungi di lì, dove fecero indirizzare la vettura dopo che due di essi , fucile a tracolla , erano saliti sui predellini, uno da una parte e l'altro dall 'altra a guisa di scorta. * Kircilyhida (ch e in ungherese significa "ponte del re"), in tedesco Bruckn eudo1j' (o più hrevemente Bruck), è una località sul fium e L eitha del Burgenlan.d austriaco.
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NtLL' UNGH ER IA Dl B ÉL A KU :-,/ E D U R ANTE L' OCClJ PA 7.IONE MILITARE R O \ ffN A
Ad eccezione del berretto e di qualche dettaglio questi soldati ungheresi non differivano gran che da quelli austriaci: la particolarità che però saltava subito agli occhi erano i bracciali rosso scarlatto che portavano. Entravo nella Repubblica proletaria d'Ungheria. L'automobile s'era fermata davanti ad una cascina bianca di apparenze molto modeste e le guardie rosse di scorta entrate dentro ne uscivano poco dopo in compagnia di un giovane sui trent'anni. Con cortesia non disgiunta da una certa semplicità e dignità di modi si avvicinò alla vettura, mi salutò ed in lingua tedesca mi rinnovò la domanda, dove fossi diretto, invitandomi al tempo stesso a mostrargli le mie carte. Mancavano due ore alla partenza del treno, come mi disse, e frattanto mi pregava di passare nel suo ufficio per accomodarmi, mentre avrebbe esaminato e preso nota delle mie carte. Mi aveva già offerto una poltrona, una sigaretta e del fuoco allorché mi fece osservare che mancando il salvacondotto del visto della Legazione d'Ungheria non poteva farmi proseguire il viaggio senza prima telefonare a Budapest e ottenere l'autorizzazione di Kun Béla. Mi pare - gli dissi - ci debba essere un malinteso a questo riguardo: un fondamentale d'importante equivoco "ein gruendliches und wichtiges Missverstaendnis". Il mio salvacondotto mi dà facoltà di transitare liberamente in Ungheria. Secondo la mia opinione lei deve limitarsi esclusivamente a controllare la mia identità. - Mi lascereste entrare in Italia senza il visto delle vostre autorità? - ribatté l'impiegato. - Certamente no - risposi io. - Ma lei mi consentirà di farle osservare che il paragone non regge. Comprendo quanto le possa riuscire doloroso ch'io le ricordi che la guerra è stata vinta dall 'ltalia e non dall'Ungheria, ma è così! Se reclamo di entrare e uscire liberamente dal suo Paese non reclamo che ciò ch e è scritto nelle condizioni d'armistizio. Tuttavia non ho nulla in contrario che lei telefoni a Budapest per farsi confermare. Doch habe ich nichts dagegen dass Sie nach Budapest telefonieren, um das bestaetigen zu lassen. Mentre finivo di fumare la mia sigaretta egli chiese al telefono la comunicazione con Budapest, ma , da quanto potevo arguire più dai gesti che dalle monche frasi d'una lingua a me completamente sconosciuta, non doveva riuscire a parlare con chi desiderava. Frattanto, senza che mi tenesse il broncio per quello che avevo detto, intavolammo una conversazione sopra altri argomenti. Mi raccontò che era stato diverso tempo in America, e così, avendogli detto che, se lo preferiva, parlasse pure inglese, il discorso proseguì in questa lingua, improntato sempre ad un tono così cortese che non si sarebbe detto che avevo da fare con uno di quei terribili bolscevichi, di cui avevo letto la descrizione sui giornali. Per quanto tormentato a più a più riprese, il telefono non aveva ancora consentito all'ispettore di frontiera di parlare con Kun Béla quando mancava una mezz'ora circa alla partenza del treno. Credetti perciò opportuno ritornare sull 'argomento per avvisarlo che non ero disposto a rimanere più a lungo nell'incertezza. Mi disse subito con o senza la risposta di Budapest se mi lasciava proseguire il viaggio, perché, in caso negativo, sarei tornato a Vienna. "Badi bene però a quello che fa - aggiunsi - perché il mio generale non più tardi di domani mi manderà di nuovo e certamente accompagnato da argomenti più persuasivi ". Avevo appena finito la mia frase che l'ispettore mi rassicurò dicendomi che aveva già comandato di riservare uno scompartimento nel treno e che in ogni caso prendeva su di sé la responsabilità di farmi proseguire il viaggio. Se credevo, potevo quindi rinviare pure l'automobile a Vienna. Questo non lo trattenne però dal persistere nella sua chiamata telefonica , forse per scrupolo di coscienza, oppure per crearsi una giustificazione di fronte ai superiori, e non si diede per vinto se non quando mancavano pochi minuti alla partenza del treno. Allora mi offrì un'ultima sigaretta e mi accompagnò alla stazione sulla sua automobile.
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Ivi trovai il mio attendente, Perotti, che aveva già preso posto in un mezzo vagone di terza classe con tutto il mio e il suo bagaglio. Tanto l'ispettore di polizia quanto il capostazione, che premurosamente m'era venuto incontro, si profusero in scuse per essere obbligati a farmi viaggiare in terza classe. Se fossero stati preavvisati , mi avrebbero fatto trovare una vettura salon, come già avevano provveduto altre volte. Però - aggiunsero - erano stati impartiti ordini a Gy6r* , dove occorreva cambiare treno, perché fosse approntato uno scompartimento di prima classe. Con l'abituale puntualità alle 18 precise il treno si mise in moto, mentre, per così dire, le autorità, cresciute di numero per aggiunta di personale ferroviario, facevano ala e salutavano come se fossi stato un loro ministro. Per quanto in regime sovietico certe consuetudini restavano. Non si distrugge in un giorno l'opera di secoli. Più che un treno il mio si sarebbe detto una tradotta di guerra: lento come una lumaca, sostava diecine di minuti a tutte le stazioni anche le più minuscole ed era letteralmente assalito da tanti viaggiatori quanti non si sarebbe mai immaginato ne potesse contenere nelle sue poche vetture. Capivo che negli altri scompartimenti dovevano essere pigiati come le acciughe, e tuttavia bastava una occhiata del capotreno a dissuadere anche i più audaci dall'entrare nel mezzo vagone di cui non occupavo col soldato che una minima parte. Alle 21, in perfetto orario, arrivammo a Gy6r, la Raab dei tedeschi. Mentre mi apprestavo a discendere, sapendo di dover cambiare treno e di avere tre ore di fermata , si avvicinò al predellino il capostazione accompagnato da un altro, che si qualificò per agente della polizia, per mettersi entrambi a mia disposizione. S'incaricarono di farmi portare il bagaglio in una sala d' aspetto arredata piuttosto semplicemente e che mi avevano riservata. Sentito poi che non mi occorreva nulla e che il pranzo lo avevo portato meco si allontanarono chiudendo a chiave la porta per impedire - come mi dissero - che la gente che affollava il corridoio vi si riversasse dentro. Passando avevo gettato uno sguardo in quel corridoio e ne avevo riportato l'impressione d'una bolgia dantesca: il pavimento cli pietra era letteralmente coperto di esseri umani, quali coricati, quali raggomitolati nei loro sacchi e fagotti, quali abbandonati con metà del corpo sui vicini, che sembrava non se ne infastidissero nemmeno, tale era lo stato di prostrazione, d'insensibilità e di avvilimento in cui parevano fossero caduti. Nemmeno nelle nostre stazioni di smistamento degli emigranti e sui ponti di terza classe dei più antiquati transatlantici m'era avvenuto di veder uno spettacolo così miserando. Pranzai dividendo col soldato le abbondanti provviste portate da Vienna, poi per ingannare il tempo mi misi a leggere alla luce dell'unico e scialbo lume che doveva illuminare tutta quella grande sala. Ma non era passata una mezz'ora quando venne a farmi compagnia l'agente di polizia che incominciò a far sfoggio del suo italiano raccontandomi le sue peripezie di guerra sul fronte italiano. Molto meno raffinato del suo collega di Kiralyhida tuttavia ci parlavo volentieri finché sì restava su quell'argomento, come avrei potuto fare con un nostro caporalmaggiore o sergente. Sia per offrirgli qualcosa, sia per soddisfare la mia sete e quella del soldato, avendo mangiato senza bere, pregai l'agente di polizia d'indicare al mio attendente dove avrebbe potuto comprare una bottiglia di birra, che avremmo bevuto insieme. - Birra?! ... Né birra, né vino, né liquori si possono ottenere senza uno speciale permesso. Se non fosse così tardi avrei telefonato a Kun Béla per farle avere l'autorizzazione.
* Gyor (in tedesco Raab, in latino Arrahona) è la città capoluogo dell' Ungheria nord-occidentale, situata a sud del Danubio tra Budapest e Vienna.
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Si è già dato qualche altro caso e posso dirle che agli stranieri di passaggio non è mai stato ricusato. Lo ringraziai, dicendogli che potevo farne a meno. Mi procurasse almeno dell'acqua, ed anche meglio dell'acqua minerale per averne anche pel viaggio. Frattanto dentro di me facevo una riflessione: quel Kun Béla doveva essere un uomo prodigioso se trovava veramente il tempo d'occuparsi anche di simili inezie. Ma, forse, pensavo, sarà solo un modo di dire, adottato dai funzionari per far cadere la cosa dall'alto. In definitiva , però, fui obbligato a contentarmi dell'acqua semplice perché c'era anche l'ordine che alle dieci di sera tutti i ristoranti, caffè, e spacci di bevande fossero chiusi. A mezzanotte, appena vennero ad avvisarci che il treno per Budapest era pronto, premurosamente mi accompagnò allo scompartimento di prima classe a me destinato dando incarico ad una guardia di portarvi il bagaglio. Per partire si aspettava la coincidenza di un altro treno. Appena arrivato, il nostro parve aggredito e sommerso dalla marea dei viaggiatori che intendevano proseguire. Per ogni scompartimento doveva esservi il doppio o il triplo del numero legale, se nei corridoi e sulle piattaforme, si accavallavano gli uni sugli altri e più di uno, per assoluta insufficienza di spazio, s'era adattato all 'esterno arrampicandosi sul cielo delle vetture. Vedendo questo mi mancò l'animo di tenere uno scompartimento tutto per me ed aperta la portiera lasciai che occupassero i posti vuoti. Come è possibile, mi domandavo, che in Ungheria dove si viaggiava più comodamente ed economicamente di tanti altri Paesi d'Europa si sono ridotti, dopo la guerra, in questo stato pietoso? Qualsiasi nostra tradotta più scalcinata si sarebbe detta un treno di lusso a paragone di quello dove mi trovavo. Eppure si trattava d'una linea importante e di una delle principali corse che restavano su quella linea. Pigiato e mezzo soffocato nell 'angolo che mi ero riserbato cercai di prendere sonno, tanto più che, per mancanza di luce, ero impossibilitato anche di leggere. Macché, fu molto se riuscii ad assopirmi per qualche diecina di minuti a rari intervalli. Nel corridoio, quantunque ridotto a una mortificazione completa di tutti i sensi e di tutti gli arti c'era qualcuno che aveva l'animo di suonare: è vero che quel violino sembrava che cantasse l'odissea di chi lo suonava e dei suoi compagni di viaggio tanto le note che emetteva erano tristi e strazianti come gemiti, ma era pur sempre straordinario come ne avesse la voglia e come riuscisse a maneggiare l'arco in quella ressa. Invece i miei vicini rimediato alla mancanza di luce con una candela piantata nel collo d'una delle numerose bottiglie di vino che stavano bevendo davano fondo ad un campionario di derrate alimentari, fumando sigarette su sigarette quando lasciavano di bere e mangiare, rammaricandosi ripetutamente perché non partecipavo alle loro gioie gastronomiche. Erano ungheresi e quand'anche non lo avessi detto loro, sapevano che ero italiano dall'uniforme che vestivo; in me dovevano vedere il nemico, e nella mia divisa quella aborrita del vincitore. Come mai questo non suscitava in loro nessuna antipatia, nessun disdegno, nessuna sfumatura di risentimento? Fra Tarvisio e Vienna ed anche Bruck non mi era sfuggita l'espressione astiosa, la parola che tradiva l'intimo rancore, il gesto che denotava un senso d'insofferenza di qualche persona, ma dacché ero entrato in Ungheria non vedevo che visi amichevoli, gente spontaneamente affabile che mi avrebbe fatto qualunque favore, se lo avessi chiesto, con la stessa grazia e semplicità come se fossi stato uno dei loro. Se non fosse stato per la strana loro favella , in certi momenti avrei creduto di trovarmi in viaggio attraverso qualcuna delle nostre province del Mezzogiorno d 'Italia.
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Quell'assenza assoluta di rancore di gente che, fino ad un anno prima, aveva combattuto contro di noi, e sapevamo per esperienza che erano i nostri più fieri e meno arrendevoli avversari, dico il vero, m'incuriosiva molto. Evidentemente, mi dicevo, non c'era inimicizia di razza: la politica, le arti di governo, una temporanea divergenza d'interessi erano riusciti ad aizzare questo popolo contro di noi, ed ora, che avevamo finito di scambiarci delle fucilate e delle cannonate, erano tornati buoni amici né più né meno come se non fosse avvenuto nulla. Per quanto tutto contribuisse a tener desta la mia attenzione, il viaggio mi parve incredibilmente lungo anche perché il treno oltre a procedere adagio si fermava a tutte le stazioni e spesso per diecine di minuti. Potevano essere le 8 allorché, oltrepassati i sobborghi di Budapest, questo mio treno stanco e stracarico entrava sotto la tettoia della stazione principale della città. Mentre il mio attendente seguiva il facchino che aveva caricato il bagaglio, mi diressi all'uscita per vedere se c'era l'automobile della nostra Missione, alla quale doveva essere stato preannunziato i] mio arrivo. Non avendolo visto ed essendo in un batter d'occhio sparite tutte le vetture che si trovavano sulla piazza, rientrai in stazione alla ricerca di un telefono per mettermi in comunicazione con qualcuno dei nostri. Fui indirizzato al comando militare di stazione; un ufficio che si distingueva assai prima di arrivarci perché davanti all 'ingresso sostavano numerosi soldati dal contegno e dall'aspetto poco dignitoso. Come primi campioni che mi occorreva di vedere d'un esercito basato sui sovieti non si può dire che facessero buona réclame al sistema. Tuttavia vedendomi avvicinare per un residuo di pudore militare si fecero premurosamente da parte e presero un atteggiamento più deferente. Nell'ufficio regnava ancora più confusione e meno disciplina che all'esterno: però notai anche lì un'immediata metamorfosi appena s'avvidero della presenza d'un ufficiale estero, quasi si vergognassero di farsi vedere così poco militari. Saputo il motivo che mi conduceva a loro, prima ancora che si facesse avanti l'ufficiale, fecero a gara nel prestarsi alla mia richiesta; uno di essi, che parlava anche l'italiano chiese la comunicazione coll 'hotel Ritz ed ottenuto che venisse all'apparecchio un nostro carabinieri, gli fece la mia ambasciata. Io intanto scambiavo qualche parola con ]'ufficiale, che si era venuto a presentare. Ufficiale? ... Ho supposto almeno che fosse tale, quantunque sulla uniforme non avesse alcun distintivo. Uscendo dall'ufficio si può dire che passassi fra due ali di soldati che si fossero messi in parata, ed astrazion fatta dalle uniformi, che erano piuttosto sciupate, non avrei avuto rilevanti motivi di osservazione se fossero stati i miei. Evidentemente la stoffa era ancora buona e forse quell'abbandono doveva attribuirsi in parte al veleno inoculato dal regime dei Consigli e in parte alla conseguenza della guerra, quando nei reparti si badava un po ' meno alla esteriorità della disciplina per essere intransigenti sulla sostanza. Se fossero stati più in età avrei ravvisato in quei soldati bolscevichi i miei richiamati: gli uomini delle classi anziane pronti e capaci a far di tutto, meno che a mettersi bene sull'attenti; ma definirli banditi e delinquenti, come si leggeva in qualche giornale nostro ed estero, non era giusto. Avviatomi all' uscita della stazione aspettai un poco la promessa automobile deila Missione, poi non vedendola mi decisi a prendere la prima vettura di ritorno sulla piazza ed a farmi condurre all'hotel Ritz.
IV LA DELEGAZIONE ITALIANA DI BUDAPEST
La Delegazione di Budapest della Commissione Militare Italiana d'Armistizio quale io la trovai al mio arrivo si componeva del Tenente Colonnello Murari , rientrato dopo un anno di prigionia trascorso in un campo di concentramento ungherese, dei Capitani Accame e Carbone, il primo di Cavalleria ed il secondo del Genio e di pochi carabinieri e scritturali, otto in tutto, che erano impiegati come corrieri e per i lavori d'ufficio. Ne faceva anche parte, quale Commissario Politico, il diplomatico marchese Tacoli, ma questi risiedeva per lo più a Vienna e soltanto saltuariamente veniva a passare un paio di giorni a Budapest, quando c'era qualcosa che doveva trattare personalmente. D 'altronde era allora opinione molto diffusa ed accreditata, ed il marchese Tacoli a sua volta ne conveniva , che le cose d'Ungheria si vedessero e si trattassero meglio a Vienna che a Budapest, forse perché a Vienna, tra le migliaia di fuoriusciti ungheresi che vi si contavano, erano anche le maggiori personalità politiche del cessato regime. Ma la ragione vera che tratteneva il marchese Tacoli dal trasferirsi a Budapest mi fece l'impressione si dovesse ricercare nel fatto che a Budapest si trovava un altro diplomatico: il principe Livio Borghese, che, pure non ufficialmente, tuttavia svolgeva un'attività politica. Il principe Borghese avrebbe dovuto trovarsi in realtà a Belgrado. Il Ministero degli Esteri almeno lo aveva inviato colà colle credenziali di Ministro Plenipotenziario, ma , chissà per quali ragioni, l'accreditamento era stato fatto presso la Serbia anziché presso la Jugoslavia, ed il nuovo Stato S.H.S., che lo aveva forse interpretato come un misconoscimento della sua nuova personalità giuridica e del suo ingrandimento territoriale, si era semplicemente rifiutato di accettarlo. Così il principe Borghese, cui non allettava molto il soggiorno senza impiego nella primordiale e disagiata capitale jugoslava aveva pensato che, in attesa che si escogitasse una formula , che conciliasse le riserve italiane con le premature suscettibilità serbo-croato-slovene, era preferibile stabilirsi nella vicina Budapest dove, oltre tutto, il comfort d'una delle città più progredite d'Europa , trovava l'accoglienza familiare di parenti stretti, che probabilmente non aveva più visto da quando era scoppiata la guerra. La parentela e il giustificabile desiderio di portare ad esse aiuto mentre imperversava la bufera livellatrice del comunismo erano stati causa che il principe Borghese avesse avvicinato qualcuno dei Commissari del Popolo e lo stesso Kun Béla. Di qui senza volerlo fu portato a fare della politica: politica di circostanza, con direttive - almeno inizialmente tutte personali. Aveva portato seco come segretario il principe Valerio Pignatelli, ex ufficiale negli Arditi, ferito più volte in guerra ed anche lui quindi come il Borghese in pratica facevano parte della Delegazione. Tutta la Delegazione era installata all 'hotel Ritz, con esclusi i soldati. Nello stesso albergo alcune stanze erano adibite ad uffici. lvi d'altronde risiedevano anche la Commissione del Danubio, rappresentata pel momento da un 'unica potenza, l'Inghilterra nella persona del Tenente di Vascello Freeman e l'americano Tenente Colonnello W.B. Causey della
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NEL L'UNU HERIA Dl ilÉLA KtJJ\ E DU RANTE L'OCCUPA Z IONE MILTTAKE ROME . ' A
Food Commission, istituzione che avrebbe dovuto avere più che altro carattere di beneficenza, prefiggendosi di sollevare le popolazioni affamante dalle conseguenze della guerra. A fianco di queste emanazioni dell'Intesa aveva il suo rappresentante anche la nascente Repubblica dell'Ucraina , che era riconosciuta tale soltanto dai due governi bolscevichi: la Russia e l'Ungheria. Del resto non escluderci che si trattasse d'una Missione temporanea perché come un giorno si seppe che c'era, un altro giorno venimmo a sapere che non c'era più, senza che ci fossimo nemmeno accorti che era partita. Il Colonnello Murari, non preavvisato, non solo non si aspettava di vedermi, ma restò sorpreso di sentire ch'io venivo per sostituirlo nel comando della Missione. Accolse anzi questa sostituzione con palese malcontento pur non avendo alcuna ragione d'interpretarla come una diminuzione di fiducia del Generale Segre, perché sapeva in precedenza d'essere a Budapest provvisoriamente. Però ci si era trovato bene e le mansioni che quivi disimpegnava gli riuscivano di gran lunga più gradite, interessanti e suscettibili di soddisfazione di quello che sapeva gli erano riservate a Vienna. Tuttavia prese la cosa filosoficamente ; m'accolse con molta cordialità e si mise a mia disposizione per istruirmi su tutto quanto aveva attinenza colla carica che stavo per assumere ed all 'ambiente nel quale dovevo espletarla. Convenuto che di servizio ne avremmo riparlato dopo colazione mi dedicai frattanto alla mia persona. Per quanto l'albergo fosse in mano comunista, il funzionamento interno restava quello di tutti i grandi alberghi e, con poche varianti , anche il personale serbava la consueta gerarchia . Perciò preso contatto col direttore, richiesi una camera che prospettasse il Danubio, restando d'accordo che alla partenza del Colonnello Murari mi sarei trasferito nella sua per essere attigua all'ufficio della Missione. Di prezzo non facemmo questione, dopo che mi fece osservare, che per ogni camera era già stabilito e indicato in ciascuna di esse ed i proventi andavano al governo: non era quindi in sua facoltà di fare dei forfait per quanto lungo fosse il soggiorno. Poco dopo mezzogiorno scesi al pianterreno per la colazione e m'incontrai con gli altri ufficiali della Missione dei quali feci la conoscenza. Nel salone da pranzo, che trovai più popolato di quanto mi aspettavo, la Missione s'era riservato, in un angolo presso le vetrate che affacciavano sul Duna Korso *, un ampio tavolo circ-o lare capace d'accogliere anche eventuali ospiti italiani di passaggio. Quel giorno però non eravamo che cinque: cioè i soli ufficiali della Missione, tutti in uniforme ad eccezione del Tenente Pignatelli. Il principe Borghese, sia perché spesso si tratteneva coi suoi parenti , sia perché fosse attaccato a certe sue abitudini e, come mi dissero, non fosse sempre d'umore per gradire la compagnia, quando era in hotel finiva per prendere i suoi pasti in camera, e soltanto eccezionalmente si associava alla mensa della Missione. In pratica la nostra poteva dirsi una mensa anziché una tavola di restaurant. Infatti non c'era né una lista di vivande, né un menu. Il méiitre d 'hotel si limitava a compilarla solo in quei giorni fortunati in cui aveva qualcosa di più consistente da offrire di quella mattina, in cui il cameriere si affrettò a dirci che lo poche porzioni di Rindfleisch erano esaurite e non rimaneva che un 'insalata russa e il dolce. Ma un ufficiale aveva già provveduto per noi e dopo un'attesa piuttosto lunga il cameriere si avvicinò con un grande vassoio di maccheroni conditi con il contenuto di un paio di scatolette militari di carne in conserva: viveri portati dalla Missione. Poi l'hotel ci fece grazia della sua insalata russa condita esclusivamente con aceto, e del dolce che consisteva in una broda di cioccolato, talmente impresentabile, che lo chef ritenne opportuno farci in precedenza le sue giustificazioni per averla dovuta preparare con acqua in mancanza di latte. * È la banchina lungo il fiume Danubio, in ungherese Duna.
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ITA LIANA A ll UOAPE ST
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Quel che non difettava era il vino: la lista che ci presentò il cameriere era abbastanza estesa e l'assortimento anche; né facevasi alcuna difficoltà a servirlo sia a noi quanto - almeno apparentemente - agli altri ad arguire dalle bottiglie che notai sui diversi tavoli. Non era una colazione luculliana la nostra , ma certo doveva esserlo a paragone di quella degli altri avventori, perché era seguita con sguardi invidiosi e desiosi da più di un vicino; quando qualcosa sovrabbondava era invalsa la abitudine di farne parte alle conoscenze. Così quella mattina gli avanzi del piatto di pasta asciutta andarono a due signore nel centro del salone, che mostrarono di gradirli tanto da profondersi in distinti gesti di ringraziamento indirizzati ai Capitano Accame e Carbone. Perfino la galletta di cui facevamo discreto consumo, perché il pane era immangiabile, trovava parecchi amatori. Purtroppo anche le provviste venute da Vienna erano per finire. L'olio ad esempio doveva essere già agli sgoccioli, perché vidi il Capitano Accame somministrarlo sulla nostra insalata con estrema parsimonia, tale, che il Tenente Pignatelli se ne uscì con la frase: - Ma lo hai preso per olio santo? -. Al caffè - altra gourmandise che ci regalammo a fine pasto - il nostro tavolo si animò della compagnia di alcuni corrispondenti di giornale alla questua di notizie ufficiali in ricambio di quelle di cronaca locale da loro raccolte girando la città . C'era tra loro Fraccaroli del "Corriere della Sera ", che ne sciorinava una più allegra dell'altra, raccontate con lo stesso brio con cui suole riassumerle nel giornale. Si passò così piacevolmente una mezz'ora, quanto occorse per servire a tutti il caffè, con una macchinetta a spirito che si preparava lì per lì per timore, come seppi, che il caffè genuino divenuto una rarità, fosse sostituito da "ersatz " d'orzo o di fichi. Uniformandomi a quello che facevano gli altri, chiesi il conto e pagai: 60 corone per la mezza bottiglia di vino ungherese, l'insalata, il dolce e la mia parte di confezionamento dei maccheroni; in moneta italiana potevano essere 10 lire; non molto, quindi, ma per gli ungheresi era da ritenersi già un conto salato. Dopo colazione il Colonnello Murari pensò bene, per darmi un primo orientamento sull'ambiente, di condurmi a fare un giro per la città. A Budapest era già stato alcuni anni prima della guerra, ma, non avendovi passato più d'una settimana, ne conservavo un vago ricordo, insufficiente ad orientarmi; d 'altronde ora la vedevo con occhi diversi da quelli del turista. La mattina andando dalla stazione all'hotel aveva già attratto particolarmente la mia attenzione la prodigalità di bandiere rosse e di addobbi dello stesso colore per la Rak6czi utca, di che avevo già letto nei giornali con la descrizione dei festeggiamenti bolscevichi pel primo maggio. Ma quello che avevo visto era irrisorio di fronte all'apparato scenico dell'Andrassy ut, del Lip6t koerut, della piazza del Parlamento e di altre strade* per le quali mi condusse nel pomeriggio il Colonnello Murari. Palazzi interi erano tappezzati di rosso dalla base alla sommità e così i chioschi ed i basamenti delle statue, mentre dalle finestre, dai balconi, sui tetti, dovunque era possibile inalberarne una , sventolavano bandiere e orifiamme e pavesi scarlatti . Gli occhi ne restavano talmente offesi ed irritati che mi davo per la prima volta una ragione dell'eccitamento alla ferocia che doveva produrre sulla gente. A completare l'apoteosi della rivoluzione sociale nei pressi del Parlamento giganteggiavano
* Via Rak6czi (R cikoczi urca), viale Andrassy (A ndrassy iil), il viale anulare o circonvallazione leopoldin.a (Lip6t konit) sono tra le p rincipali strade di Buda e Pest. Budapest, in.fatti, nacque nel 1873 dall'unione di 6buda e Buda (ad est del Danubio), e Pest (ad ovest del f iume) . Più in particolare, mentre Bu da conservava la collina del castello (Varhegy) e i m onumenti più antichi, la pianeggiante Pest (in tedesco Ofen), soprattuuo durante il Dualismo (1867-1918), si sviluppava come centro commerciale e industriale intorno all'impianto radiale dei "konlf". Dal 1950 la Grande Budapest ha aggregato alcuni centri e cittadine vicine, tra cui Csepel, Kispest ("piccola Pesi"), Ujpest ("nuova Pest") .
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NELL'lJNGHE RIA DI R ÉLA KlJ"l E DUR ANTE L'OCCUPAZ ION E MI LITA RE ROM EN,\
tre statue colossali in gesso degli apostoli del bolscevismo: Marx, Engels e Lenin. Così per sanare le sofferenze fisiche e morali di un popolo uscito esausto, avvilito e dissanguato da una lunga guerra, questo governo che si proclama amico del popolo incomincia col dilapidarne ancora più la residua fortuna per inebriarlo di fumo! Se non fosse stato per questo tripudio di rosso non si sarebbe detto certo che la città traversasse una crisi sociale ed economica così radicale come quella del bolscevismo. Nelle vie i marciapiedi erano affollati di gente che andava e sostava godendosi il passeggio; i tram si susseguivano regolarmente sovraccarichi di viaggiatori fino all'incredibile ed un discreto numero di vetture a cavalli e di automobili completavano il movimento solito d'una grande città moderna senza far risaltare a tutta prima alcunché di anormale. Non era che guardando le cose più davvicino che si vedeva che l'apparenza era una e la sostanza un'altra. La gente sembrava appartenesse ad un unico ceto; uomini e donne essendo tutti vestiti in modo estremamente dimesso e quasi compassionevole; non un signore od una signora elegante nemmeno in quelle strade dove un tempo si dava rendez- vous tutto il mondo chic della capitale ungherese; non uno di quei tanti giovanotti dal monocolo incastonato nel viso superbo e sdegnoso, che solevano squadrare la folla dei passanti con aria di superiorità, né una di quelle grandi dame che il pubblico riconosceva e circondava della sua ammirazione e deferenza annotandone ed imitandone i gesti e la foggia del vestire; non un equipaggio tra le vetture; non un 'automobile privata che avesse l'aria di condurre qualcuno a diporto: quelli che non erano di piazza sventolavano tutti una fiamma rossa a prua, e chauffeurs e passeggeri muniti di bracciali rossi indicavano chiaramente, che erano vetture requisite dal governo e che portavano in giro gli arbitri della situazione politica del momento. Perfino i negozi , osservati davvicino, costituivano una profonda delusione perché le vetrine non esponevano che oggetti di poco o nessun valore ed in numero così limitato che si sarebbe detto che fossero alla fine di qualche ben riuscita liquidazione delle loro mercanzie. Soltanto i fiorai ostentavano delle ricche decorazioni e pareva avessero una profusione di fiori superiore alla domanda dei clienti. Scesi dall'automobile alla Ferencz .!6zsef tér", il Colonnello Murari volle condurmi a far due passi a piedi sul corso del Danubio prima di rientrare a l'hotel. La passeggiata favorita dagli sfaccendati di Budapest cominciava già ad animarsi e ad affollarsi. I caffè erano aperti e largament frequentati e le doppie e triple file di sedie che s'allineavano sui Iati ciel corso e sulla piazzetta antistante la Ridotta erano già quasi tutte occupate. Anche qui però non era più il pubblico di una volta e, se era lo stesso, mancava per lo meno del drappeggiamento scenico, dell'aplomb , della cosciente sicurezza ed importanza che soleva ostentare indulgendo in una breve apparizione sui marciapiedi del Duna-Korso. Anche qui, come nelle maggiori strade del centro della città , gli abbigliamenti maschili e femminili richiamavano l'attenzione per la uguale sbiadita tinta e per la foggia e il taglio passati cli moda, come avviene di vedere negli ambienti di decaduta nobiltà e di piccola borghesia. Soprattutto però impressionava l'assenza assoluta di brio e di gaiezza di quella gente, che alla fin fine stava lì per godersi il cielo, l'aria ed il passaggio, per prendersi in una parola la sua ora giornaliera cli sollievo. Nemmeno in un chiostro si sarebbe vista tanta musoneria! Che dico, perfino i bambini sembravano mettere ai loro strilli il silenziatore. Io che ricordavo la vivacità, la spensieratezza e la folle allegria che caratterizzava i ritrovi mondani del vecchio mondo austro-ungarico, e che Vienna conservava a dispetto delle sorti infauste della guerra, mi domandavo che cosa era avvenuto per mutare così da un giorno al1'altro l'umore di questa gente, che aveva l'aria di essere sotto l'incubo di un brutto sogno,
* Ferenc .Tò zsef tér è la piazza intitolata all'Imp eratore d'Austria e R e d' Ungh eria Francesco Giuseppe d'Asburgo.
LA O ELEGA Z IONF: lTALlANA A B UDAP EST
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e terrificata dalla minaccia d'un vago pericolo che stroncasse il sorriso in sul nascere, avvelenasse il piacere di quell'innocente passeggiata e le impedisse comunque di distrarsi e di divertirsi. Si parla sottovoce, guardandosi intorno con un senso di diffidenza, e si notava quasi uno studio da parte delle persone di passare inosservate e di evitare in tutti i modi di attrarre l'attenzione altrui. D'altronde il Duna-Korso si sarebbe detto proprio il luogo meno adatto per dissipare quel velo di mestizia data dall'incerto domani che riserbava il regime bolscevico, perché giusto ad un capo della via all'altezza dell'hotel Hungaria una barricata di sedie e panchine accavallate l'una sull'altra interrompeva il transito e due guardi rosse col moschetto ad armacollo non si accontentavano soltanto d 'impedire che qualcuno la scavalcasse ma perfino che vi si soffermasse a curiosare: l'Hungaria era il sancta sanctorum della dittatura sovietica. Del resto fuori di qualche innocente ragazzo la gente mostrava tale ripugnanza ad avvicinarsi a quella barriera, che parecchi passi prima di raggiungerla soleva volgersi bruscamente indietro come se inaspettatamente le fosse apparso il diavolo o qualche terribile mostro. Rientrammo al1'hotel a pomeriggio alquanto inoltrato, cosicché per quel giorno finimmo d'occuparci ben poco di questioni d'ufficio, pur non avendo passato il tempo inutilmente, perché il Colonnello Murari, al corrente della situazione politica , dei rapporti che correvano fra la Missione e il governo rivoluzionario e dallo stato d'animo dell'ambiente, strada facendo, aveva preso occasione di tutto per farmi partecipe di quanto sapeva. La sera al restaurant dell 'hotel di tutti gli ufficiali della Missione non ci trovammo che in due: il Capitano Carbone ed io; ed è il caso di dire che più che un pranzo condividemmo le austerità di un digiuno, non attenuato nemmeno dal sussidio dei viveri di provenienza militare, perché il Capitano Accame che si era arrogato in certo modo le mansioni di direttore del1a nostra parca mensa , invitato a desinare fuori, si era regolato come se lo fossero anche gli altri. Come mi dissero, era infatti una cosa insolita che qualcuno della Missione pranzasse all'hotel, perché nessuno se la sentiva di morire d'inedia e quindi si dava da fare per compensare la spartana frugalità della colazione con un invito che promettesse le gioie di un buon pranzo. D 'altra parte contandosi sulle dita le persone che osavano avere aperti contatti con la Missione, e tra queste essendo ancora meno que11e che si potevano passare il lusso di una tavola copiosamente imbandita, così avveniva che gli inviti fossero generalmente cumulativi, s'intendessero e s'interpretassero tali, anche quando non lo erano. Dopo il pranzo il Capitano Carbone mi offerse di prendere il caffè nella sua camera. Capii dopo che il caffè assurgeva in quelle condizioni di vita a l'importanza d 'una cenetta destinata a colmare le ampie falle del pranzo. Aperto lo spazioso armadio laccato di bianco invece degli abiti si offerse alla mia vista una bene ordinata provvista d'ogni sorta di generi alimentari. Ma farei torto alla previdenza del Capitano Carbone se non aggiungessi che in quella guardaroba accanto alle sardine, ai biscotti ed al vino c'era anche del sapone, dei fiammiferi, del filo da cucire e del profumo e chissà quali altre cose. Vi era di che far fronte al più ostinato assedio o ad un 'avventurosa spedizione al centro d'Africa oppure ad un inverno in qualche osservatorio di batteria della zona di guerra del Cadore. Misure precauzionali contro le sorprese del regime bolscevico. Gradii qualcosa poi lo salutai per lasciarlo agli amici residenti nell 'hotel che egli aspettava, e me ne andai a far quattro passi lungo il Danubio. Quantunque non fossero ancora le dieci , le strade erano completamente deserte ed avvolte nella più fitta oscurità, come non erano Venezia, Padova e Verona, nelle notti, in cui trepidavano per qualche incursione di aeroplani austriaci. All 'imbocco del ponte delle Ca-
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NELL' UNGI-IERIA DI BÉ LA K UN E DlJ RA:-JTE L' O CCU PAZIONE \ 'f lLlTA RE ROM NA
tene* una scolta armata fermava i rari passanti che si dirigevano a Buda o ne venivano, avviandoli al corpo di guardia perché mostrassero le loro carte di libera circolazione dopo il coprifuoco. Si avvicinò anche a me la sentinella, ma appena riconobbe l'uniforme salu tò militarmente e mi lasciò passar senza far parola. A Buda eguale profondo silenzio, eguale penombra, non una voce, un rumore di vita né in strada, né che trapelasse dai fastosi palazzi, dalle cui finestre non traspariva un raggio di luce, quasi fossero disabitati. Si sarebbe detto di girare in una città di morti. Nella speranza d'incontrare qualcuno, sia pure delle guardie rosse, volsi i passi per la rampa che sale ai palazzi del governo, la parte della città che ricordavo meglio, ma anche qui non vidi nessuno. Soltanto quando arrivai su in alto alla Piazza delle Parate m'imbattei nella prima pattuglia di perlustrazione. Avrei continuato volentieri la mia esplorazione se non mi avesse trattenuto il fatto di conoscere troppo poco della città e nulla della lingua ungherese, ciò che poteva espormi a qualche incidente spiacevole con qualche zotico o troppo zelante poliziotto, quando ero appena arrivato e non ancora entrato in carica. Di più non avevo altra carta che il mio salvacondotto italiano che certamente non sarebbe stato capito da un semplice soldato. Preferii perciò tornare indietro e rimettere ad altro giorno la soddisfazione di appagare il mio desiderio di penetrare nei misteri della vita di Budapest in regime dittatura proletaria.
* Il ponte sul Danubio detto "delle catene " (in ungh erese Lane Hfd, originariamente Széchenyi lanchid) costituì il primo ponte di collegamento rra Pest e Buda. Realizzato p er iniz iativa del conte Istwin Széchenyi verso la metà del XIX secolo, rimane uno dei più suggestivi e famosi simboli della Capitale ungherese.
V
ESORDIO DI CAPO MISSIONE
Quantunque il regime instauratosi in Ungheria con la denominazione di Repubblica dei Consigli fosse avversato da tutte le potenze dell'Intesa e da nessuna, non esclusa l'Italia, fosse riconosciuta ufficialmente, fingendo in certo modo d 'ignorarne perfino l'esistenza, pure pel fatto che nella qualità di capo Missione avrei dovuto trattare con i capi di quel governo, occorreva bene che si trovasse la maniera d'informare Kun Béla che prendevo il posto del Colonnello Murari e mi facessi poi conoscere personalmente da lui con un pretesto qualsiasi, che tenesse luogo della consueta presentazione delle credenziali. Al mattino del giorno seguente al mio arrivo, mentre si faceva una corsa in automobile all'isola Margherita con lo scopo di vedere a che punto fossero i lavori per convogliare il motoscafo Grillo, l'audace imbarcazione che era servita al comandante Rizzo per silurare la Wien nel porto di Trieste, si parlò appunto col Colonnello Murari della procedura da adottare per la sopradetta formalità senza che assumesse il carattere di una presentazione ufficiale. Partendo dal punto di vista che la presenza della nostra Missione in Ungheria aveva il significato di un'occupazione militare del Paese per diritto di guerra, anche se invece di esservi con un corpo di 10.000 soldati vi fossimo con 10 scribacchini, ero d'opinione di non sottilizzare tanto e facendo astrazione dalla forma di governo e dalle persone che lo rappresentavano avrei scritto e sarei andato ad annunziare a voce il mutamento. Ma il Colonnello Murari mi fece osservare che aveva istruzioni di essere estremamente cauto particolarmente nello scrivere, per non dare appiglio a chi poteva avere interesse di far credere che noi riconoscevamo l'avvento del bolscevismo in Ungheria o peggio ancora, che non si aveva scrupoli di trattarlo amichevolmente. Per uniformarsi perciò a tali istruzioni s'era finora astenuto dall'intrattenere una corrispondenza col governo bolscevico, ricorrendo nei pochi casi in cui non aveva potuto farne a meno a redigere delle note verbali, come convenzionalmente si chiamano gli scrit6 timorosi di compromettere. Anche l'idea da me avanzata di prender pretesto da qualche pratica in corso di trattazione per andare insieme dal signor Kun Béla non garbava al Colonnello Murari, che finì per consigliarmi di andarvi da solo cogliendo l'occasione che mi si offriva subito di chiedere l'autorizzazione governativa per la sistemazione di talune pendenze finanziarie tra la Pester Kommerzial Bank e la sua filiale di Fiume, per cui delegati di quest'ultima erano appunto stati mandati a Budapest appoggiandoli alla nostra Missione. Per me ero propenso a farlo, come gli dissi, e m'era indifferente d'andarci solo od accompagnato, tuttavia non potevo fare a meno di rilevare, che, se eventualmente Kun, anche nella forma più garbata, m'avesse domandato chi ero e che veste avevo per trattare quella questione, io mi sarei trovato in un bell'imbarazzo a rispondere. Ad evitare che esordissi nella mia nuova carica e nelle mie totalmente nuove mansioni con un episodio così fanciullesco convenimmo che il Colonnello Murari per mezzo dell'ufficiale ungherese di collegamento avrebbe prevenuto Kun della mia visita e dello scopo della medesima.
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NE LL' UJ\ G H ERIA DI BÉL A KUN E D U RANT E L' OCUJPAZIO E MI L ITA RE ROMENA
Rientrati all'hotel Ritz dopo aver constatato che il Grillo non s'era mosso di un palmo, malgrado tutte le premure già fatte dalla missione perché fosse rimosso dalla riva del Danubio dove era stato abbandonato e fosse spedito in Italia, quale cimelio di guerra, e tangibile prova dell'audacia dei migliori elementi della nostra Marina , il Colonnello Murari incaricò senz'altro l'officier de liaison tenente Donath di prendere accordi col segretario di Kun per il mjo colloquio. Prima d 'abboccarmi con colui che nominalmente non era che il Commissario del Popolo per gli Affari Esteri, ma che in pratica era il capo, l'arbitro, l'animatore ed al tempo stesso la colonna più salda della Repubblica dei Consigli d 'Ungheria, cercai d ' informarmi sommariamente sull'uomo e sui suoi precedenti privati e politici. Seppi così che egli apparten eva ad una famiglia israelita di modestissime condizioni: il cognome di Kun non essendo altro che la traduzione locale del nostro Coen. Seppi che aveva fatto un corso regolare di studi, laureandosi in giurisprudenza all'università di Kolosvar* e che per breve tempo aveva pure esercitato l'avvocatura. Mi dissero che poi s'era dato alla politica ed al giornalismo militando nel socialismo e schierandosi e distinguendosi presto fra i più avanzati per dottrine e i più spregiudicati per mezzi d'azione: la sua propaganda e le sue prime armi come agitatore ed organizzatore di masse avevano avuto per teatro la Transilvania. Durante la guerra era stato ufficiale chi diceva di fanteria e chi di artiglieria. In ogni caso pareva che non avesse coperto grado più elevato di tenente, e come tale avesse tenuto il comando di una colonna di rifornimento munizioni, colla quale era stato catturato dai russi in una delle loro prime fortunate offensive. Evaso dalla prigionia allo scoppio della rivoluzione russa , il bolscevismo trovò in lui un fidato e convinto discepolo e un fervente apostolo pronto e capace d 'inquadrare e catechizzare le migliaia di prigionieri ungheresi dei campi di concentramento. Il successo conseguito con la sua propaganda gli valse l'amicizia e il favore di Lenin che lo prescelse prima a membro del comitato centrale di Mosca e poi come suo emissario in Ungheria. Rientrato di soppiatto insieme ad alcuni dei suoi più audaci connazionali si diede anima e corpo a sovvertire il suo Paese divulgando il verbo di Lenin, favorito dal malcontento generale e dall ' inettitudine e debolezza dell ' improvvisato governo Karolyi e sostenuto dai fondi di propaganda largheggiati dalla Russia. Seppi anche che di natura era piuttosto un collerico che un violento. Se era stato messo in prigione pochi giorni prima che salisse al potere lo doveva alla sua parola incendiaria non ai suoi atti, perché anzi era stato malmenato dalla polizia senza nemmeno reagire. Dal Colonnello Murari avevo poi appreso che nel tratto con membri della Missione era della massima cortesia non disgiunta da una certa deferenza, ma diffidava e si lasciava difficilmente persuadere, particolarmente se aveva già preso una decisione. Erano circa le 11 di quella stessa mattina allorché accompagnato dal Tenente Donath scendevo dall 'automobile davanti alla porta dell ' hotel Hungaria , tramutatosi in palazzo della presidenza del governo dei soviet. Ai due lati braccavano sui loro cavalletti due mitragliatrici ed altre due se ne vedevano ai due angoli dell'edifizio sulla Maria Valéria utca e sul Duna Korso. Entrai nel vestibolo passando fra due file di guardie con moschetto ad armacollo, revolver e un paio di bombe assicurate alla cintola, preceduto dall'ufficiale di collegamento, la cui parola era bastata per farmi largo e lasciarmi entrare liberamente. Mentre l 'ascensore mi conduceva al piano degli uffici domandavo a me stesso per quali motivi Kun s'era dovuto installare in un albergo che non aveva nemmeno il pregio di es-
* Kolo zsvfu ; in rom eno Cluj e più recentem ente Cluj-Nap oca (in tedesco Klausen.hurg), è un grande città situata all'incirca a metà strada tra Budapest e Bucarest, sul fium e Som e,> · Piccolo (in ungherese Sz am os). È capoluogo storico della Transil vania, regione f ino al 1918 ungherese, p oi romena (con la parentesi degli '40- '44, in cui è tornata all 'Un gheria in virtù del secondo arbitrato di Vienna).
ESORDIO DI CAPO i'v!ISSIONE
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sere convenientemente e sicuramente ubicato, quando avrebbe potuto disporre degli antichi e sontuosi palazzi governativi, che dominano Budapest come delle fortezze inespugnabili. Tale scelta era forse stata determinata da un senso di sfiducia e d'incertezza sulla propria autorità e sul diritto di esercitarla, ovvero inspiravasi ad un amore di semplicità, al desiderio di vivere più a contatto del popolo e dare all 'andamento degli affari di Stato un indirizzo improntato a maggiore spigliatezza? O piuttosto aveva influito su di lui un residuo di riverenza e di rispetto, che istintivamente permane anche negli uomini più spregiudicati verso quei segni materiali e tangibili coi quali si è contratta l'abitudine di associare l'idea del potere e le persone cui prestiamo obbedienza? Questa ipotesi mi sembrava in fondo la più attendibile riflettendo che qualcosa di simile era confermata dalla storia a proposito della preservazione di non pochi monumenti romani che i barbari rispettarono e non osarono manomettere soggiogati dal riverbero di quella potestà imperiale davanti alla quale avevano tremato per secoli i popoli. La sala dove mi si fece passare era un 'ordinaria stanza d'albergo arredata a guisa di ufficio: poche poltrone di cuoio, qualche sedia intorno a un tavolo centrale, ed una scrivania innanzi a una finestra riservata al giovanissimo segretario che mi aveva annunciato. Avevo avuto appena il tempo di gettare un rapido sguardo all'ambiente, che la porta per la quale era scomparso il segretario si riaprì bruscamente e comparve Béla Kun. A vederlo gli si sarebbero dati poco più di quaranta anni, nonostante la faccia tonda, fresca e adiposa di grasso borghese, che la volgarità di lineamenti, la sensualità di due labbra sovrabbondanti e la floscia consistenza delle guance sbarbate rendeva tutt'altro che attraente. Forse lo invecchiava alquanto il vestire trasandato e la poca cura che dava alle apparenze, come si rilevava subito di primo acchito. Non più alto di me, c'era tuttavia nella sua figura qualcosa del lottatore con quella sua testa troppo attaccata alle spalle, il corpo tozzo e squadrato coll'accetta e le gambe corte e robuste, ma del lottatore che avesse disertato il ring da qualche tempo e cominciasse a metter pancia. Mi venne incontro con franca e spontanea cordialità , stendendomi la mano ed invitandomi premurosamente ad accomodarmi in una poltrona, mentre mi rivolgeva le solite frasi di circostanze rallegrandosi di fare la mia conoscenza. Nel parlare e sorridere erasi fatto più piacente, tanto da cancellare completamente il primo, momentaneo senso di ripulsione, che mi aveva destato quell'insieme sgraziato di tipico bottegaio tedesco saturo di lardo e di birra. La questione che dovevo trattare non era molto complicata e la soluzione che chiedevo mi pareva logica e giusta sotto ogni aspetto, ma traducendosi praticamente in un esodo rilevante di denaro liquido dal Paese, non mi dissimulavo le difficoltà in cui si sarebbe trovato il governo di accedere alla mia domanda, perché già si facevano sentire i disastrosi effetti della politica antieconomica del regime comunista sulle finanze pubbliche. Si trattava infatti di permettere che la Pester Commerzial Bank restituisse alla sua filiale di Fiume la somma di 40.000.000 di corone, trasferite a Budapest durante la guerra per misura precauzionale. I delegati della filiale fiumana prima di chiedere l'intervento della Missione avevano conferito più volte coi direttori dell'istituto summenzionato per spiegare le ragioni e l'urgenza della richiesta , ma , per quanto fosse nell'interesse reciproco di aderirvi, non avevano osato prendere una decisione perché a norma delle nuove leggi non potevano più disporre dei capitali della banca, divenuti proprietà dello Stato. Sedutosi sul bordo della poltrona di fronte, prima ancora ch ' io parlassi , mi offerse delle sigarette e soltanto dopo essersi dato la pena di accendere la mia e la sua iniziammo la conversazione servendoci della lingua tedesca.
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NEL L'U NG HER TA Dl BÉLA KUN E DI JR Af\TE L'OCC UPAZION E MILITAR.E ROi'vfE NA
Era un tedesco, il mio, su cui ci sarebbe stato molto da ridire, tanto io stesso lo trovavo arrugginito; ma mi avvidi subito che il suo era anche più zoppicante del mio, tuttavia l'uno e l'altro sembravano servissero bene allo scopo perché c'intendevamo perfettamente. Soltanto saltuariamente Kun si rivolgeva all'ufficiale di collegamento, che, autorizzato, era rimasto presente, e si faceva ripetere in ungherese alcune frasi , delle quali non aveva afferrato la portata. Sia che fosse per farmi cosa grata in considerazione che era il mio primo colloquio e la mia prima richiesta e volesse così guadagnarsi la mia simpatia e predispormi favorevolmente per l'avvenire, sia che fosse persuaso immediatamente della legittimità della mia domanda, sta il fatto che, senza che mi dilungassi in troppe argomentazioni , convenne nel riconoscere l'obbligo da parte della banca di restituire e l'utilità di farlo. Come condussi il mio ragionamento non saprei dire oggi a diversi mesi di distanza, però ricordo che valse soprattutto a persuaderlo il fatto da me addotto che trattatasi d 'una restituzione, senza la quale la filiale di Fiume sarebbe stata obbligata a chiudere gli sportelli con evidente discredito dell 'istituto principale e per riflesso anche dell'Ungheria. Per quanto la decisione di massima pronunziata da Kun Béla fosse favorevole capii che ero ancora ben lontano dall'aver condotto la questione in porto, perché egli si affrettò a soggiungermi che, per tutto quanto concerneva le modalità pratiche dell'operazione, avrei dovuto intendermi col Commissario del Popolo alle Finanze. Esaurito questo soggetto non sapendo di qual altro argomento parlare, ignaro come ero ancora della situazione e dei rapporti tra Missione e governo, preferii metter fine alla conversazione. Prima però di congedarmi e ringraziarlo, mi rammento che gli raccomandai di prevenire il suo collega alle Finanze, il che aveva quasi un po ' l'aria di una scortesia, come m'a vvidi subito dopo. Ma non ci si trasforma da un giorno all'altro da militari in diplomatici; quella raccomandazione era un residuo di consuetudine contratta in servizio, da quando la guerra, offrendomi elementi dipendenti nuovi e sempre meno addestrati sui quali fare affidamento, m 'aveva fatto ritenere non superflua un'ultima esortazione che stimolasse anche la memoria. D'altronde non mi parve che ferisse in alcun modo la suscettibilità di Kun, che mi rispose che ci avrebbe pensato subito. Tornato all'hotel Ritz , seguendo il mio istinto ed obbedendo alla mia naturale impazienza, per cui debbo sempre portare presto a compimento una cosa incominciata e mi causa una specie di disagio il saperla in sospeso, pregai il signor Donath di chiedere ed ottenere un sollecito abboccamento col Commissario alle Finanze: signor Lengyel. Ebbi così l'occasione di avvicinare nella stessa giornata un altro membro del gabinetto comunista. Per arrivare più facilmente ad una definitiva soluzione della faccenda pensai bene di andare dal Lengyel accompagnato dai fiduciari della banca fiumana. li Ministro delle Finanze non aveva nessun apparato di forza come quello dell'hotel Hungaria, così che mi fece l'impressione di entrare in uno dei tanti uffici governativi dei nostri paesi. Fummo ricevuti in un salone evidentemente riservato per i colloqui del ministro ed ivi, dopo aver fatto menzione dell 'accordo intervenuto al mattino col signor Kun e chiesto se ne aveva avuta partecipazione, lasciai che la discussione continuasse tra il signor Lengyel ed i fiumani. Il Lengyel non parlava che ungherese, ma l'ufficiale di collegamento come mi aveva servito da interprete quando s'era parlato fra noi due, così seguitava a tenermi al corrente sull'andamento della discussione, riassumendone di tratto in tratto in italiano gli argomenti principali. In tal modo mi fu possibile intervenire saltuariamente nella conversazione per sventare i raggiri ai quali ricorreva questo esponente del regime per difendere come meglio
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poteva le casse delle sue banche e rinviare la soluzione alle calende greche, ciò che avrebbe conciliato la parola di Kun con la sua tentazione di sottrarvisi. A differenza di Kun che, parlandoci, rivelava una personalità, Lengyel si presentava insipido, teoretico, calcolatore. Come a prima vista lo si sarebbe scambiato per un impiegato 0 per un maestro di scuola, così era anche la sua mentalità quale traspariva dalle sue argomentazioni, con l'aggravante di un ' untuosità di modi ed una inflessione flebile e timorosa di voce, che confermava l'impressione, che si aveva subito, di trovarsi davanti ad un uomo finto e bugiardo. Falliti i suoi tentativi di rimandarci con delle buone parole, incominciò pian piano a capitolare, non senza aggrapparsi ad un 'altra tavola di salvezza: l'ammontare della somma da sborsare. Da buon israelita mercanteggiò; fece cioè una cifra, poi un 'altra contendendo il terreno milione per milione, senza per altro trovare mai una frase elevata, che lo trasportasse nella sfera della difesa d'un interesse superiore, non personale, come gli sarebbe stato facile per poco che fosse stato all'altezza della situazione. Fortunatamente i delegati fiumani ad un certo punto seppero accontentarsi e preferirono non compromettere i risultati ottenuti cercando di stravincere, tanto più che la cifra raggiunta superava le loro reali aspettative. Si passò quindi a trattare le modalità e la forma con cui si sarebbe effettuata la consegna della somma convenuta. Il signor Lengyel si riservò, e non gli parve vero di beneficiare d'una dilazione sulla quale non faceva più assegnamento e che poteva tramutarsi in un rinvio sine die, e colta la palla al balzo s'affrettò a mettere un termine alla conversazione, acconsentendo che l'operazione in banconote si facesse possibilmente in quel medesimo pomeriggio, secondo il desiderio ch 'io mi affrettai ad esprimere per tema di perdere il frutto del mio personale intervento. Uscendo dal Ministero non mi trattenni però dal dire ai delegati fiumani che a mio avviso di persona incompetente in questioni di banca, avrebbero dovuto assumersi la responsabilità della scelta dei titoli, riservan dosi magari la facoltà di considerarla come provvisoria fino ad approvazione dei loro principali e ciò in considerazione del particolare e precario stato di cose creatosi in Ungheria coll'avvento del regime comunista. - Intanto - dicevo loro - prevedo che quando si tratterà dei titoli la discussione di oggi e la decisione intervenuta non conterà nulla e saremo obbligati a ricominciare da capo avendo l'a pparenza d' essere perfino troppo esigenti. Se alla mattina dopo il colloquio col signor Kun avevo fretta di parlare con Lengyel, adesso che avevo conosciuto quest'ultimo non vedevo l'ora di andare alla Pester Commerzial Bank e tradurre in atto la cosa per timore di resipiscenze. Ci dirigemmo perciò alla banca e poche ore dopo, il numero convenuto cli milioni di corone era versato alla Missione ed impacchettato e sigillato davanti ai delegati di Fiume, la sera partiva da Budapest per la sua destinazio ne scortato da due carabinieri. Con lo stesso treno faceva ritorno a Vienna il Colonnello Murari lasciandomi troppo presto al mio destino, privo dei suoi ponderati consigli . Accompagnandolo alla stazione egl i si congratulava meco per il sollecito e fortunato disbrigo di quella piccola questione inerente agli interessi di Fiume, ed anch'io confesso che ne ero soddisfatto, soprattutto perché contribuiva a dissipare un po ' di quella sfiducia in me stesso che mi assillava come un incubo. Ma il successo maggiore di tale intervento della Missione fu un altro, che lì per lì, non apprezzammo neppure, e fu quello di essersi senz'altro arrogati il diritto di patrocinare gl'interessi di Fiume, che a Parigi ci contestavano, e per riflesso tentarono di contestarci in seguito anche in Ungheria. Ma oramai c'era un precedente ed io non mancai di farlo valere ogni qualvolta si osava metter in dubbio la autorità di parlare in nome della città del Quarnero.
VI ATTIVITÀ RAPPRESENTATIVA E MONDANITÀ
Pure avendo la dittatura proletaria diretto i suoi primi e pungenti strali contro quel ceto sociale che conduce in particolar modo la vita cosiddetta mondana, quale la intendiamo comunemente, tuttavia s'ingannerebbe chi credesse che a quell'epoca a Budapest fossero cessati i divertimenti, i teatri, le visite e le feste. Non c'era l'apparato scenico, né la regalità di prima, né il pubblico di prima , ma c'era sempre chi voleva e poteva passare il tempo allegramente. Fra tutti gli elementi saliti al potere, si contavano sulle punta delle dita coloro che concepivano il bolscevismo come un rivolgimento avente lo scopo di tornare ad una vita semplice, pura ed onesta in una società più equamente ordinata e governata. La maggior parte di essi erano mossi dall'apostolato del proprio tornaconto e il mutamento doveva essere mutamento di uomini ma non di metodi. Volevano quindi approfittare della fortuna capitata loro per fare come prima e peggio di prima. Una c6terie mondana era pertanto costituita dalla nuova classe dirigente e da tutti quelli che ne godevano la fiducia, la protezione, i favori. Era questa c6terie che riempiva i teatri, i music-halls ed affollava i restaurants e i caffè di moda. Accanto a questa si dava pure buon tempo l'altra , dei pochi artisti e principalmente artiste della ribalta in auge, che a Budapest vivevano di solito ai margini della grande e migliore società. Questa, invece, che prima dettava legge, s'era ora eclissata, sbandata e notevolmente assottigliata per l'esodo oltre frontiera , ed in ogni caso non osava mostrarsi nei locali pubblici e tanto meno aveva voglia e modo di dar feste o di scambiarsi delle visite, che avrebbero potuto destar sospetti e causare un inasprimento non desiderato di rigori. Per un motivo e per l'altro la Missione viveva fuori di tali c6teries e si sarebbe completamente estraniata dall 'ambiente se non avesse trovato ospitalità e non fosse stata ricercata e desiderata da talune enigmatiche figure di persone, che pure appartenendo alla classe detronizzata e magari al ceto più insaziabile del moderno capitalismo, si sarebbero dette tacitamente ignorate dai segugi e dai cerberi del regime: si trattava di signore disertate dal marito, messosi in salvo all'estero, nei primi giorni della rivoluzione, e di ricchi finanzieri, che direttamente o indirettamente s'erano comprati la tranquillità e l'immunità. Sia per naturale spirito di socievolezza , sia per l'utile che potevo ritrarne cercai di avvicinarmi a quest'unico ambiente che ci apriva le porte, procurandomi al tempo stesso il modo di passare la sera più piacevolmente della prima. Cominciai col far la conoscenza con qualcuno o qualcuna dei pochi assidui del ristorante del Ritz, che si disputavano - per così dire - le briciole della nostra magra mensa e con qualche altro che già beneficiava delle prime razionate elargizioni di viveri che si era in grado di fare. Nello stesso tempo fui presentato ad un 'ospite dell'hotel che, senza attingere alle nostre risorse, offriva invece ai componenti della Missione i soli pranzi meritevoli di tale denominazione. Quest'ospite era la baronessa Stefania Gutmann di Gelse e Belicse, che occupava con la figlia Eva, l'istitutrice e le persone di servizio uno spazioso appartamento d'angolo nell'al-
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bergo allo stesso piano della Missione. Quando arrivai a Budapest trovai che era già in amichevoli e confidenziali relazioni con tutti gli ufficiali, che ne frequentavano il salotto assiduamente sia di giorno che di sera, pel tè come pel pranzo, tanto che lei stessa soleva dire di considerarsi parte della Missione. Mi presentò il Colonnello Murari prima di partire ed ella mi accolse come un vecchio amico, regalandomi uno dei suoi bei sorrisi e stendendomi la mano senza abbandonare la sua posa di sultana adagiata sopra un divano fra una gazzarra di cuscini multicolori. Col suo tono carezzevole e sapientemente modulato e mettendo in opera l'arte e la potenza del suo fascino mi disse diverse parole amabili e lusinghi ere col fine precipuo di potermi annoverare da quel momento fra i suoi tanti cavalier serventi. Doveva essere stata una bellissima donna , a parte le proporzioni della figura, ed una donna, che la bellezza e ricchezza avevano avvezzato al comando ed alla sfida d'ogni resistenza; ed era, quantunque sul tramonto, sentiva di conservare ancora sufficienti attrattive per non mendicare né corteggiatori, né complimenti col vantaggio d' una scaltrezza ed esperienza del mondo e delle sue cose, tale da rimanere signora degli eventi e propiziarseli a soddisfazione della sua vanità e del suo egoismo. La figlia quantunque giovane ed apparentemente timida aveva un lampeggiare di occhi furbi e intelligenti , che denotavano a sufficienza che la sapeva più lunga di quanto poteva supporsi e certo più della sua istitutrice inglese. ll marito - il povero Arturo - come soleva menzionarlo la baronessa, quasi appartenesse già al mondo dei trapassati, si vedeva che doveva aver sempre contato poco in famiglia, ed ora meno che mai, come assente. Il bolscevismo ed il timore delle sue conseguenze, per un uomo che disponeva d'ingenti ricchezze, lo avevano indotto a pigliare il largo in tempo e s'era rifugiato a Vienna ad accrescere il numero dei fuorusciti ungherese. La baronessa era rimasta a Budapest per salvaguardare quanto poteva delle sue proprietà locali dall 'incameramento, che si proponevano di farne i comunisti. Però dava a divedere che non doveva essere assillata da molti fastidi al riguardo: nessuno le saccheggiava la sua dimora a Buda, né la sua casa di campagna nei dintorni, ed in barba a tutte le restrizioni annonarie, nel suo appartamento all'hotel si banchettava regolarmente tutte le sere, eccettuata la domenica, giorno in cui la riunione aveva luogo in casa dei vecchi Gutmann, alla salita di Buda. Mentre la città scarseggiava il latte a tal punto che moltissimi erano i bambini sotto i due anni che non ne ricevevano neppure una goccia, e gli ospedali non ne avevano abbastanza per i loro malati più gravi; ed io stesso per averne giornalmente due litri per la mia dieta di sofferente grave di stomaco, avevo dovuto ricorrere ad uno speciale permesso di Béla Kun, e sobbarcarmi a far fare all 'attendente ogni mattina due lunghissime corse in tram per ottenerlo, la baronessa Gutmann aveva tanto latte da concedersi la insolita raffinatezza di farvi il suo bagno quotidiano; raffinatezza peraltro di gusto assai discutibile. In una delle prime visite che feci alla baronessa, ella trovò modo di dirmi: "J'espère, man colone[, que vous serez envers moi aussi aimable que M.le colone[ Murari; mais je vous previens qu 'il a été toujours d'une telle bonté à mon égard qu'il vous faudra faire beaucoup pour cette pauvre et malheureuse dame que je suis en ce moment pour égaler votre prédécesseurl". "Spero, caro Colonnello, ch'ella sarà con me come lo era il Colonnello Murari; ma la prevengo ch'egli è stato sempre con me di una tal rara compiacenza che dovrà far molto per questa povera ed infelice signora quale io sono in questo momento per essere pari al suo predecessore" . Mi trassi di imbarazzo dicendole sul momento che mi proponevo di vincere il mio collega il questa gara di cavalleria, ma dopo qualche giorno diradai le mie visite e declinai qualcuno dei suoi frequenti inviti a pranzo, per non assumere verso di lei troppo obbligazioni, per cui mi riusciva poi difficile ricusarle tutti i favori che mi chiedeva con un crescendo impressionante, senza darsi pensiero né punto né poco dell'imbarazzo in cui mi met-
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teva per accontentarla, perché costringeva la Missione a mettere il naso dove non le spettava con rischio d'urtare le suscettibilità del governo. In apparenza però mi studiai di essere tanto più amabile e prodigo di belle e melate parole quanto più ero obbligato a irrigidirmi verso di lei in una cauta linea di condotta, sugo-eritami dagli ammonimenti ricevuti. e, Costretto dalla particolare condizione di cose ad aprire bene occhi ed orecchi, non mi era sfuggito un particolare narrato ingenuamente dal Tenente Pignatelli, che cioè la baronessa lo aveva aiutato un pomeriggio a cifrare o decifrare dei telegrammi. Invero né la baronessa, né Pignatelli facevano mistero della intimità di rapporti che correvano fra di loro; le loro camere erano attigue e la porta di comunicazione se si chiudeva a chiave da un lato, dall'altro Pignatelli ometteva intenzionalmente di farlo, come egli stesso diceva. Aggiungasi che la baronessa Gutmann, quantunque non divorziata, era riuscita non so con quale raggiro a farsi passare per jugoslava, optando per la sua nazionalità d'origine: la Slavonia, dove possedeva estesi latifondi. Con questi precedenti, quando qualcuno casualmente venne a sussurrarmi che la baronessa era una spia jugoslava, per quanto non avessi indizio che accreditasse quella voce, ed il delatore stesso non inspirasse molta fiducia , non potei a meno di essere portato a diffidare di lei. Il principe Borghese era pur sempre il ministro italiano accreditato presso la Serbia, e Pignatelli n'era il segretario; cosicché non era fatto per rassicurarmi quell'aiuto premuroso d'una signora estremamente indolente a disbrigare un lavoro uggioso e pedante come la cifratura di telegrammi . Eppoi non era forse nelle consuetudini delle vecchie corti d'Austria-Ungheria e della Russia di ricorrere per tal genere di servizi alle più seducenti dame della società? Confesso che era spiacevole ricambiare tanta prodigalità di cortesie e tanti pranzetti squisiti con una dissimulata ma sospettosa vigilanza, tuttavia credo che chiunque si sarebbe come me messo in guardia, nelle circostanze eccezionali in cui mi trovavo. Nulla, nemmeno in seguito, venne mai a confermare quei sospetti, dei quali m'ero fatto un dovere di far parte anche al principe Borghese, e la signora mi perdonerà di averli concepiti, ciò che d'altronde andò a tutto discapito mio perché mi privai del piacere di godere di più e meglio della sua ospitalità, tanto preziosa in quei giorni in cui le privazioni, le incertezze e le preoccupazioni del domani accomunavano e affratellavano le persone fino alla familiarità. Mentre nel salotto della giovane Gutmann la conversazione aveva un tono di allegria e spensieratezza e come soggetto il lato più frivolo del mondo elegante e viveur di Budapest e di Vienna d'una volta , senza mai, o quasi mai , un accenno alla situazione del in casa dei vecchi Gutmann, al lauto pranzo domenicale, che raccoglieva la stessa comitiva, non si parlava che delle malefatte degli scherani bolscevichi con un tono piagnucoloso e lamentevole che raggiungeva però l'effetto opposto che esso si proponeva, quello cioè di muoverci a compassione, perché si appropriava assai poco a quella dovizia di arredamento della loro ricca dimora ed a tutta quella grazia di Dio che si succedeva sulla tavola, signorilmente apparecchiata, scintillante di argenteria e di cristalleria finissima, si che ognuno in cuor suo doveva augurarsi che la vita gli riserbasse un 'infelicità tollerabile come la loro. È vero che i due vecchi parlavano ossessionati ancora dalla brutta sorpresa d'una delle prime notti di regime bolscevico, quando furono improvvisamente svegliati da pochi ceffi appartenenti ad una delle squadre che spargevano il terrore per la città, ed obbligati l'u no a vestirsi e l'altra a rimanersene quieta e silenziosa nel letto fino a tanto che il marito, più morto che vivo alla vista di tante pistole puntate su di lui, senza fare la minima protesta, acconsenti ad aprire la cassaforte ed a vuotarne parte del contenuto ai suoi indiscreti e poco rassicuranti visitatori, soddisfatto di cavarsela con una semplice per quanto terribile paura.
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Però dopo quell'episodio del quale tremavano ancora tutti e due al solo racconto, nessuno aveva nuovamente disturbato i vecchi baroni Gutmann, e nel loro palazzo, in luogo di alloggiare una numerosa e rumorosa famiglia proletaria, avevano la non piccola fortuna di ospitare un ufficiale dell 'esercito rosso, che non si sentiva e non si vedeva quasi mai, e che era pieno di riguardi per i suoi padroni di casa e quando alla domenica accettava di prendere il caffè in nostra compagnia, si comportava così a modo, da far capire che di rivoluzionario non aveva che la fascia rossa al braccio e l'insegna dei soviet sul berretto. Altro ospite dell'hotel Ritz, che teneva circolo ed invitava di quando in quando gli ufficiali della Missione di sua conoscenza era il signor Krausz, che occupava l'appartamento sottostante a quello della baronessa Gutmann. Il signor Sìmon Krausz , direttore generale della Un.garische Bank, per quanto spodestato dalle sue maggiori incombenze da una delle prime ordinanze della dittatura proletaria, che socializzava le banche, e metteva alla testa di tali istituti un fiduciario del governo, non era uomo, della cui alta competenza tecnica in tema di finanza , e della cui straordinaria conoscenza e influenza sull'importante mercato monetario di Vienna, la dittatura proletaria potesse facilmente fare a meno, dilapidando come faceva l'esausto erario dell'Ungheria. Perciò anche dietro le quinte ne restava pur sempre l'ascoltato consulente in parecchie questioni. A tale motivo, come per quella solidarietà che non viene mai meno tra israeliti, doveva forse attribuirsi che il signor Krausz fosse lasciato relativamente tranquillo dall'inquisitiva polizia bolscevica , non fosse oggetto dì rappresaglie quantunque rappresentasse uno dei maggiori esponenti dell 'odiato capitalismo del vecchio mondo, che il comunismo si proponeva di distruggere, e gli si permettesse infine di recarsi periodicamente a Vienna per due o tre giorni, ciò che era consentito a ben pochi e dipoi con un'ordinanza espressamente vietato agli altri. Il signor Krausz peccava di un certo quale snobismo per cui, mentre sollecitava l'onore di avere con sé a pranzo il principe Pignatelli, e se avesse potuto anche il principe Borghese, raramente estendeva i suoi inviti agli altri ufficiali della Missione, dei quali faceva una meticolosa selezione a suo criterio eccettuandone, ben s'intende, il capo Missione, come quegli che poteva in qualche evenienza essergli utile. Ero stato io stesso a cercare un'occasione per farmelo presentare, pensando che poteva giovarmi la conoscenza e la conversazione di quest'uomo, che indubbiamente doveva possedere un 'esperienza del mondo e delle cose d'Ungheria quale raramente si dissocia dai grandi successi negli affari. Ma non era facile far parlare il signor Krausz. Mi accorgevo che diffidava di me e abilmente lasciava cadere le questioni , per quanta arte usassi nel presentarle. Era così scaltro, che non mi riuscì nemmeno di farmi un'idea se e fino a qual punto egli fosse nelle grazie del governo bolscevico. A sentir lui egli era terribilmente perseguitato, ma, in tutta quella paura folle che in taluni momenti ostentava , ci si vedeva troppo la commedia per crederla sincera. Eppoi quando gli domandavo come si manifestava tale persecuzione non aveva mai un fatto positivo da addurmi. I suoi pranzi, a differenza di quelli della baronessa Gutmann, avevano quasi un 'intonazione familiare, nessuna ricercatezza di cucina, nessun apparato, nessuna preoccupazione di forma , ma di vivande sostanziose ed abbondanti non c'era difetto. Sedevano a tavola con i figli due donne, delle quali non potei capir mai quale fosse la moglie, perché né l'una né l'altra jouait le r6le di padrona di casa , ed entrambe erano ben poco tenute in considerazione dal signor Krausz. Era invece lui che si riserbava di fare gli onori della tavola, e lui che accentrava ed assorbiva l'intera conversazione, cosicché era perfino vano ogni tentativo di attingere qualche notizia o risapere qualcosa attraverso un'incauta parola femminile o un 'esuberante espressione dei giovani figli .
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Aggiungasi che quei pranzi difettavano anche di brio e di buon umore e si comprenderà come, tutto sommato, mi riuscissero piuttosto noiosetti e mi ci sobbarcassi come ad una corvée inerente alla mia carica. Né dovevano divertire molto gli altri, se il Tenente Pignatelli, nella sua caratteristica e talvolta un po ' spinta effronterie, una sera nella quale tardavano al dessert di comparire le solite bottiglie di champagne finissimo, di cui il signor Krausz menava gran vanto e riserbava gelosamente ai soli ospiti di riguardo, se ne uscì ridendo con questa frase pungente: - Mais, man cher ami, j'e.spère que vous n'oublierez pas de nous donner un verre de votre excellent champagne, si vous tenez que je ne regrette pas d'avoir renoncé à d'autres engagements pour accepter votre diner. - Spero, mio caro amico, che non vorrà dimenticarsi di offrirci un bicchiere del suo eccellente champagne, se tiene che io non rimpianga di avere rinunziato ad altri inviti per accettare il suo pranzo. Non fu che più tardi, negli ultimi tempi del bolscevismo, quando capii che aveva torto di diffidare di me, che i colloqui col signor Krausz cominciarono ad acquistare un ben diverso sapore ed a riuscirmi particolarmente preziosi, perché mi tenevano al corrente di tutti gli espedienti finanziari cui ricorreva la dittatura per far fronte ad una situazione che si faceva ogni giorno più critica e disperata. In un ambiente totalmente differente ci trovavamo quei pomeriggi, nei quali ci permettevamo la simpatica distrazione di andare a prendere il tè dalla contessa Fanny Karolyi, nel suo castello di Fot*. Cugina in primo grado del principe Livio Borghese, era bastato questo, perché la maggior parte dei componenti la Missione le venissero successivamente presentati, ed essa si facesse un piacere d'invitarli a farle qualche visita in questa sua villa di F6t, situata a sei o sette chilometri da Budapest, al centro di uno splendido parco, che le miriadi di lillà in fiore facevano in quella stagione una specie di giardino incantato. Quantunque la comunizzazione delle proprietà terriere non avesse risparmiato il possedimento di F6t, e nel vicino viJlaggio si fosse costituito un direttorio bolscevico, che a nome e nell'interesse dei contadini dovesse assicurare la continuità della coltivazione e sfruttamento della proprietà e con tale pretesto spadroneggiasse a torto ed a ragione, tuttavia la presenza del principe Borghese e la nostra aveva permesso alla contessa di non avere estranei nella villa e d 'essere lasciata libera di andare e venire nel parco a suo piacimento. Anche a F6t non erano rimaste che delle donne; e cioè la contessa Fanny con le sue due figliole, la madre di lei, contessa Apponyi e la sorella. Il conte Karolyi con il figlio avevano dovuto prendere il volo oltre frontiera , appena scoppiata la rivoluzione La contessa Fanny appariva subito, anche al più ottuso degli osservatori, che non era una di quelle donne che si giocano facilmente: intelligente, energica, audace, che sapeva quel che voleva e quello che voleva , intendeva ottenerlo; era una donna che valeva cento uomini. Decisa a salvaguardare la sua posizione e la sua fortuna , non le parve vero che le si desse l'insperata, felice occasione che suo cugino venisse a Budapest e potesse restarvi qualche tempo dandole il suo autorevole appoggio di diplomatico d'una grande Potenza vincitrice. Per lei pure la Missione italìana avrebbe dovuto essere un docile strumento sempre pronto ai suoi voleri, ma, a differenza della baronessa Gutmann, si guardava cautamente di darlo a divedere e non vi ricorreva che per questioni importanti, intenzionalmente spaziate nel tempo. Ma in quelle occasioni sapeva chiedere con tanta arte e diplomazia, che non si sapeva come difendersi e spesso dopo aver capitolato c'era da credere quasi che si fossero invertite le parti e fosse la Missione, la quale dovesse gloriarsi d'aver favorito una così bella, grande dama come lei.
* F6t è una cittadina situata a pochi chilornetri a no rd di Budapesl. Men z ionata gìà dall 'inizio del XV secolo, dall'Ottocento è nota per il castello dì proprietà dei conti Karolyi.
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Dr Rf'.:LA KUN E DURA\ITE L'O C:CU l'AZ!ONE :vlILITA RE ROME NA
In omaggio alla verità bisogna dire che questi due aggettivi se Ii meritava , perché si manteneva ancora attraente nella sua maschia robustezza, e nel riceverci era molto signora, nonostante che i rigori del regime appena temperati da qualche strappo, che la vita in campagna favoriva , imponess ero a lei ed alla famiglia una austerità di vita quasi soldatesca. Come ho detto, di solito si andava dalla contessa Karolyi nel pomeriggio per il tè e solo di rado a pranzo per non esporsi ad incidenti spiacevoli che reclamavano poi scuse e riparazioni , perché per andare a F6t occorreva una mezza ora circa d'automobile e si doveva passare vicino ad un sanatorio adibito a reclusorio degli ostaggi politici, guardato molto gelosamente da un nerbo di guardie rosse. In genere le sentinelle si limitavano a far fermare l'automobile ed un graduato identificava le persone che erano nell 'interno prima di lasciarlo proseguire. Ma s'era anche dato - particolarmente di sera nell 'oscurità - che soldati poco intelligenti sorpresi senza avere avuto il tempo di gridare l'alto-là avessero poi fatto segno la vettura di qualche colpo di fucile, fortunatamente andato a vuoto. L'ospitalità di F6t oltre ad essere improntata ad una amichevole cordialità aveva il pregio di offrirmi delle conversazioni interessanti e piacevoli ad un tempo. Ascoltando la vecchia contessa Apponyi non solo si penetrava nella vita e nella mentalità dell'aristocrazia ungherese, ma , avendo vissuto a contatto dell'ambiente politico prendendovi interesse e valutandolo con fine intuito, si potevano concatenare le vicende politiche del Paese ed intravedere le cause e gli errori che avevano condotto la sua adorata nazione al crollo militare prima ed a quello sociale poi . Quantunque appartenentesse ad una generazione passata, c'era più comprensione delle idee nuove in lei che nelle figlie, sebbene anch'esse fossero portate dai viaggi , dai lunghi soggiorni all'estero e dai contatti avuti con gente dei nostri Paesi a rendersi ragione che all'Ungheria necessitavano riforme in senso democratico e liberale, quali propugnava e si proponeva d'introdurre il bolscevismo, ma che, così deformate, camuffate e viziate da spirito di parte costituivano un rimedio peggiore del male. Sospinto dalla necessità di ambientarmi e persuaso che nelle imprevedibili evenienze cui poteva dar luogo quello stato di cose rivoluzionario, nulla mi sarebbe maggiormente giovato quanto l'essere al corrente delle idee e della disposizione d'animo della popolazione, trovai naturale di accodarmi una volta al giornalista Fraccaroli, corrispondente del nostro "Corriere della Sera". Andava a caccia particolarmente di episodi, che raccontava poi col suo stile brillante durante la colazione e, studiatone forse l'effetto su noi , ne infiorava in seguito gli articoli destinati ai suoi lettori. Ad ogni modo avevo notato che era sufficientemente bene informato, perciò non mi dispiacque l'idea di accompagnarlo una sera ad un familiare trattenimento musicale in casa delle signorine Németh. Tre sorelle sole, due delle quali calcavano con successo le scene dei teatri di varietà e d'operetta, e, tutte e tre, quella della vita in margine alla migliore società mondana. Estranee alla politica, non v'era ragione che fossero all'indice della polizia sovietica , dalla quale infatti non erano disturbate, se anche, dopo l'ora del coprifuoco, si permettevano di fare un po' di musica. Per loro il mutamento di regime non era stato grave di conseguenze, non tale in ogni caso da metterle in imbarazzi finanziari insuperabili , e in condizioni morali e materiali da abbandonarsi alla disperazione. Gli spettacoli teatrali - opportunamente anticipati - continuavano regolarmente e il pubblico non era meno suscettibile di prima ai virtuosismi dell'arte, e tra i nuovi habitués c' era sempre chi sapeva apprezzare e ripagare adeguatamente le grazie e i meriti d'una bella artista , anche se il governo ufficialme nte non faceva distinzioni ed inquadrava tutti in categorie da rimunerarsi secondo una rigida graduatoria. Dalle signorine Németh si davano convegno altri artisti, qualche musicista e dei collaboratori di giornali, tuttora tollerati: gente che poteva autorizzarsi qualche libertà anche in re-
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gime bolscevico, perché lo aveva accettato senza ribellioni e si adattava a servirlo, pur trovando che in pratica era più odioso, esoso ed ingiusto di quanti lo avevano preceduto. Andatoci una sera non mancai di tornarvi qualche altra volta, e, sebbene non vi trovassi sempre le stesse persone, notai che ogniqualvolta, il discorso cadeva sui fatti del giorno, tutti dal più al meno osavano pronunziare la loro fras e di disapprovazione pel governo, per le sue arti faziose e per la sua illimitata intolleranza . Dal modo come ne conversavano vedevasi chiaro che inavvertitamente si facevano interpreti delle idee e sentimenti della folla supina, quella che di solito non conta, ma fa sentire tutto il suo peso tremendo al momento critico. Fuori di questi contatti con un po' di mondo, la vita della Missione si esauriva tra le mura dell'hotel nella forma più semplice ed austera , come se n'era contratta l'abitudine negli anni di guerra. Non c'era che il Capitano Carbone, che avendo trascorso molti anni della sua gioventù a Budapest, e conservandovi delle relazioni , disertava talvolta la compagnia dei colleghi e avendo cura di spogliarsi in quelle occasioni della uniforme, si lasciava trascinare a baldorie notturne, di cui si guardava dal far menzione per non farmi dispiacere. Era infatti mio intendimento - come avevo detto subito agli ufficiali - che la Missione tenesse un contegno irreprensibile sotto tutti i riguardi, perché capivo che la serietà le avrebbe conferito tal forza e prestigio da imporsi anche alla canaglia. Eppoi , mi dicevo, se a Vienna, nella capitale allegra e gaudente per eccellenza , si criticava così apertamente la nostra Missione, perché nel centinaio dei suoi componenti ce n'erano alcuni che avevano troppa voglia di divertirsi, chissà quanto più severamente saremmo stati giudicati noi nell'ambiente bolscevico, dove facevasi uno studio speciale di denigrare le società borghesi dell'Europa occidentale e rappresentarle al popolo credulo come la sentina di tutti i vizi e la causa di tutte le sofferenze del proletariato.
VII PASSI RISCHIOSI
Non sufficientemente edotto sopra i miei incarichi e nuovo a quella funzione di capo d'una Missione politico-militare in uno Stato estero che mal conoscevo, pensai che il meglio che potessi fare fosse di non uscire dal seminato almeno per i primi tempi. Lasciai perciò che gli ufficiali miei dipendenti continuassero ad attendere ai lavoro per i quali avevano avuto istruzioni dal mio predecessore, ed io stesso, presa conoscenza dal carteggio scambiato con Vienna, del modo come esplicava la sua attività il Colonnello Murari, me ne servii da falsariga per seguirne strettamente le orme. Però di pari passo che prendevo dimestichezza col mio lavoro, era naturale che mi venissi facendo delle idee personali su molte cose, e conseguentemente mi sentissi invogliato a metterci qualcosa di mio, come capivo avesse diritto d'aspettarsi il Generale Segre, altrimenti non avrebbe preposto alla Missione un ufficiale superiore. Quanto più forte e più imperioso si faceva questo mio desiderio tanto più deploravo in cuor mio la mancanza di istruzioni e direttive chiare sugli scopi prossimi e lontani che la Missione si proponeva di realizzare, e l'assoluto silenzio sopra i mezzi, sui quali avrebbe potuto fare assegnamento per un'azione che andasse al di là di quella passiva e statica del controllo indulgente sulla osservanza delle condizioni d'armistizio. Mi fece quindi piacere quando un giorno il Generale Segre, che di solito nelle sue lettere si limitava a chiedermi informazioni ed apprezzamenti sulla situazione locale od a confutare quelle che già avevo date, mi consigliò di studiare il modo di approfittare della singolare e felice combinazione in cui si trovava la nostra Missione a Budapest, quasi sola, senza cioè rivali o concorrenti, per gettare le basi d'una penetrazione economica in quel Paese, che potesse riuscirci giovevole per l'avvenire allorché si fossero riaperte le comunicazioni internazionali lungo la valle del Danubio e con la Russia. Un'altra idea in forma assai più vaga mi dava qualche giorno dopo accennandomi che a Vienna si sarebbe vista volentieri un'abdicazione della dittatura proletaria, che mettesse fine all'esperimento comunista e permettesse d'instaurarsi in Ungheria ad un regime democratico capace di tener conto delle aspirazioni del popolo conciliandole con gl'interessi delle classi agiate e coi principi del rispetto alla proprietà. Si diceva nella stessa lettera che le eventuali resistenze che il signor Kun Béla avrebbe potuto incontrare nel partito che lo sosteneva si sarebbero potute signoreggiare con un contingente di truppe straniere, che l' Italia probabilmente non avrebbe ricusato, se le fosse stato diretto l'appello. Al conseguimento delle finalità economiche s'era particolarmente dedicato il marchese Tacoli, quindi per non intralciare l'opera sua mi astenni dal prendere iniziative al riguardo, accontentandomi di entrare nel suo ordine d'idee e di dargli la mia collaborazione ogniqualvolta veniva richiesta. Come fosse congegnato nei suo particolari il suo progetto non saprei dire e tanto meno potrei dire se avesse probabilità di condurre a quei risultati che se ne riprometteva nel
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duplice interesse di attivare una forte corrente di scambi commerciali fra l'Italia e l'U ngheria. Si trattava in complesso di fare affluire a Vienna dei quantitativi di svariate merci italiane, che sarebbero dovute entrare in Ungheria non appena fosse stato tolto il blocco. Siccome erano merci delle quali l'U ngheria difettava ed erano inoltre molto ricercate e di largo consumo, pare non vi potesse essere dubbio, che sarebbero state prontamente esitate ed a prezzi vantaggiosi, da saldarsi con l'esportazione verso l' Italia di prodotti ungheresi, acquistati quando il ristagno commerciale del Paese consentiva farlo con sicurezza di beneficio. Il fiduciario locale del Generale Segre e del marchese Tacoli per condurre le trattative senza dar loro carattere ufficiale, era un certo conte Basselet de la Roseraie, un faccendiere che sapeva abilmente insinuarsi ma che non inspirava alcuna fiducia a me, tanto che dovevo dominarmi per non rispondere con delle scortesie ai suoi sdolcinati complimenti. Era sempre lì tra i piedi della Missione millantando le sue relazioni confidenziali col Generale Segre, e, siccome da quello che raccontava, sembrava fosse da lui tenuto in grande considerazione, mi toccava sorbirmelo spesso delle buone mezz'ore senza poterlo mettere alla porta come avrei avuto tanto desiderio di fare, per tema di dispiacere a Vienna, a cui poteva realmente avere reso qualche importante servigio e poteva renderlo ancora. Come ho detto, faceva da intermediario officioso in questi pour-parlers tra un sindacato italiano e la Kriegsgetreidegesellschaft per giungere alla conclusione dell 'importante contratto commerciale summenzionato. Siccome sotto il nuovo regime il commercio era monopolizzato dal governo, il conte Basselet conduceva le sue trattative facendo la spola tra il Ministero degli Approvvigionamenti e quello delle Finanze, e, se anche a tal riguardo non vendeva fumo, sembrava avesse in pugno i più influenti commissari del popolo ed i loro fiduciari; ciò accresceva la mia diffidenza verso di lui e la mia contrarietà per la libertà che si prendeva di entrare in cancelleria a tutte le ore con un pretesto o l'altro e farvi delle lunghe soste. In tutta questa faccenda io rimasi estraneo, fino a quando si presentò alla Missione il signor Benedetti, rappresentante del sindacato italiano, che portava seco lo schema del contratto, di cui mi diede visione a solo titolo d'informazione. Il signor Benedetti dopo essersi fermato a Budapest un paio di giorni ed aver conferito coi ministri interessati, presentato dal conte Basselet, riuscì, senza mio intervento a far approvare il contratto, e datamene notizia , fece ritorno a Vienna. Trascorsi appena alcuni giorni, una mattina mi vidi ricomparire il conte Basselet tutto tronfio e gongolante di soddisfazione, che tornava da Vienna latore d'una lettera della nostra Missione, in cui mi si preveniva che lo stesso avrebbe chiesta una scorta per il trasporto di alcune casse contenenti dell'oro da trasportarsi alla stazione ferroviaria di Budapest e far partire poi col treno della sera per Vienna. Mi s'informava che quest'oro rappresentava un deposito della Kriegsgetreidegesellschaft a garanzia degli stocks di merci che sarebbero affluiti ed accantonati a Vienna dal sindacato italiano, per essere pronti ad inoltrarsi a Budapest subito che fosse tolto il blocco all'Ungheria. Poco prima di mezzogiorno le preziose cassette furono portate in cancelleria da personale di fiducia del conte, che senza tanti complimenti aveva mobilitato la metà dei miei scritturali e carabinieri per legare, sigillare e inventariare come fosse a casa sua. Lasciai fare limitandomi a dirgli che non mi distraesse dai loro compiti nessun altro fuori dei due che gli erano stati messi a disposizione e vietai che si apponessero alle casse i sigilli e le etichette della Missione non trattandosi di una spedizione ufficiale. Mi preoccupai nondimeno che quel discreto gruzzolo d'oro di alcune diecine di milioni arrivasse sicuramente alla stazione senza troppo apparato e partisse il più segretamente che
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fosse possibile, perché capivo che la minima indiscrezione poteva nuocere al buon esito della cosa. Ma il conte Basselet era troppo chiacchierone e millantatore perché non trapelasse nulla di tale spedizione, cosicché non mi stupì di sapere qualche giorno dopo che alla frontiera austriaca non avevano acconsentito a lasciare entrare le cassette senza conoscerne ed esaminarne il contenuto. Invano il conte protestò sostenendo che trattatasi di bagaglio appartenente alla Missione italiana, come dovevano comprovare le etichette delle quali s'era provveduto abusivamente, per applicarle durante il viaggio, le cassette furono aperte e constatato che contenevano dell'oro ne fu subito dato avviso alla nostra Missione . . Il Generale Segre dispose immediatamente perché un nostro ufficiale si recasse a Bruck per prendere le cassette e trasportarle a Canovagasse, alla sede della Missione. Ma oramai la cosa s'era divulgata e alla stampa non parve vero per menar scalpore di questo sensazionale escamotage di milioni in oro, che dalla Ungheria comunista, ciò che era quanto dire dal governo di Kun Béla, passavano nelle casseforti della Missione italiana. Ce n'era più di quanto occorreva perché il signor Allizé, alto commissario francese a Vienna, ravvivasse la campagna intrapresa contro l'Italia per accusarla senza sottintesi e apertamente di filobolscevismo e di doppiezza politica, supplendo di fantasia per attribuirci ogni sorta di loschi compromessi con Kun Béla. Per mia fortuna ero stato abbastanza muto e cauto in certe mie avances fatte nel frattempo in un'altra direzione per rispondere alla seconda direttiva suggeritami da Vienna e di cui ho detto innanzi, altrimenti chissà che putiferio si sarebbe scatenato. E , con ragione, ne saremmo potuti uscire malamente compromessi. Proveniente da Monaco di Baviera , dove aveva assistito alle brevi vicende di un altro governo bolscevico, l'on. Morgari era giunto alla seconda metà di maggio a Budapest, e quivi era stato accolto ed ospitato nell'hotel Hungaria, nel sancta sanctorum dei Soviet ungheresi. Quantunque viaggiasse all'estero senza la relativa autorizzazione e tutto inducesse acredere ch'egli svolgesse un'attività in contrasto coi principi di governo e con le autorità italiane ch'io rappresentavo, pure egli non mancò di farmi una visita di cortesia, appena seppe che ero arrivato, ed io mi affrettai a restituirgliela. Il fatto che l'on. Morgari trovandosi all'estero - a differenza di tanti altri nostri connazionali - si ricordasse d'essere anzitutto e soprattutto italiano, indipendentemente dalla sua fede politica, e trovasse doveroso di compiere un atto di riguardo verso colui che in quel momento e in quel luogo rappresentava la sua Patria, mi impressionò così favorevolmente che se anche fossi stato affetto dalle ordinarie pregiudiziali sul comunismo e sopra i suoi assertori avrei cercato di spogliarmene per l'occasione e nei confronti della persona. Perciò nel restituire la visita all'on. Morgari evitai di darvi quel carattere di freddezza compassata, che si accoppia coll'osservanza di una semplice formalità o di una cortesia obbligatoria, ma vi misi quel tanto di cordialità e spontanea semplicità che si addiceva ad una visita tra persone che non si conoscono ma che s'incontrano con piacere, così da dare al1' on. Morgari la sensazione che io, prescindendo dalle sue idee politiche, vedevo in lui il deputato al nostro Parlamento, l'eletto di una frazione del popolo italiano. Eppoi pensavo che il solo modo di procurarmi un'interessante ed istruttiva conversazione con quest'uomo, che aveva visto da vicino un altro esperimento bolscevico ed ora viveva nel retroscena del regime rivoluzionario ungherese, era quello di spazzare il cielo e l' atmosfera di quell'incontro da ogni convenzionalismo e artificiosità. Si parlò quindi francamente da una parte e dall 'altra della situazione locale passando in rassegna i più svariati argomenti, vivisezionando il fenomeno bolscevico nei suoi uomini e
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nelle sue manifestazioni, e discutendo sulla sua vitalità , conseguenze e ripercussioni locali e lontane. Sforzandoci entrambi di essere, quanto più possibile, obbiettivi ci avvenne che, pur vedendo i fatti da un punto di vista completamente opposti e dissentendo d 'opinioni, sovente ci trovammo d 'accordo nelle deduzioni. Certo è che al termine di quella conversazione io avevo confermato la mia impressione prima sull'individuo e cioè che egli perseguisse una finalità per convinzione, in buona fede ed onestamente, cercando o credendo di giovare alle classi diseredate e meno favorite dalla sorte senza nascosti ed inconfessabili scopi di lucro od ambizione personale. Perciò pur non condividendo le sue idee mi sentii portato a stimare quell'uomo e ad averne fiducia al punto da pensare di valermi dell 'ascendente e della familiarità di rapporti che aveva con Kun Béla e dell'interesse, che questi doveva avere di accattivarsi le simpatie di Morgari , per influire sul proletariato italiano, per fare un tentativo che conducesse l'Italia a intervenire nelle faccende interne d 'Ungheria . Per quanto Vienna fosse stata molto vaga nella direttiva che alludeva a questo intervento, a me sembrava lo si dovesse vedere come un mezzo per ristabilire in quel Paese un regime legale, che desse affidamento di ordine e stabilità, spogliandosi d 'ogni carattere di partigianeria, e per riflesso un onesto mezzo per vincolare a noi questo popolo ungherese, col quale avevamo fraternizzato nella nostra lotta per l'indipendenza. Prima però di avventurarmi sopra un terreno così infido e pericoloso pensai di consigliarmi tanto col marchese Tacoli quanto col principe Borghese, che il caso voleva fossero presenti ad un tempo a Budapest, perché sul punto di darsi il cambio nell'incarico di Commissario Politico, addetto alla Missione. Sia l'uno che l'altro pur mettendomi in guardia sui rischi, ai quali mi esponevo trattando un argomento tanto delicato con un deputato di opposizione ed appartenente al partito più inconciliabile con la nostra costituzione nazionale, e pur prevenendomi che non era da escludersi fossi poi messo in piazza in conseguenza di qualche dibattito parlamentare, non solo non mi dissuasero dal mio proposito ma mi confortarono del loro appoggio morale. Presa perciò qualche precauzione per dare meno pubblicità e meno importanza al nostro incontro, sollecitai un secondo abboccamento coll'on. Morgari, pregandolo di fare in modo che non fosse presente al nostro colloquio un certo giornalista tedesco che non si allontanava quasi mai dal suo fianco e che credo collaborasse per alcuni quotidiani e periodici di Germania. L'on. Morgari me lo accordò subito ed io potei esporgli quali fossero le idee e gli scopi di quella mia visita e dimostrargli come, a mio avviso egli pur servendo la sua causa politica, poteva ad un tempo giovare al suo Paese ed all'Ungheria. Per chiarire il mio pensiero, gli rappresentai come io vedevo la tragica situazione dell'Ungheria, del regime e del popolo: in guerra con quasi tutti i suoi vicini, in guerra intestina per aver voluto imporre la dittatura intransigente d'una classe sopra le altre, cosa mai poteva riserbare il futuro? Assumendo il potere Kun Béla doveva sentire di aver contratto in certo modo verso il proletariato l'obbligo di migliorarne praticamente e stabilmente le condizioni morali e materiali di vita, e invece rischiava di pervenire all'effetto opposto ostinandosi a salvare una situazione che già si palesava abbastanza disperata. Mi sembrava evidente che, comunque rovesciata la dittatura proletaria sia per insurrezione di popolo sia per la vittoria delle armi nemiche, ne sarebbe derivato un peggioramento nelle condizioni delle classi povere, e perciò la necessità di provvedere finché si era in tempo a mercanteggiare la resa con quella potenza che desse le maggiori garanzie di rispetto dell 'indipendenza nazionale e di fede ai principi democratici: l'Italia.
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Dissi anche all'on. Morgari di far rilevare a Kun come le clausole del trattato d'armistizio non escludevano, in fin dei conti, l'intervento dell'Intesa nei Paesi vinti e nel caso dell'Ungheria non v'era nemmeno bisogno di cercare dei pretesti per giustificare un intervento. Era soltanto per uno scrupoloso rispetto del sentimento nazionale ungherese che l'Italia avrebbe desiderato d'intervenire dopo esserne stata richiesta. Osservavo ancora come l'intermediario di cui mi servivo doveva essere garanzia sufficiente per Kun Béla, che la causa del proletariato sarebbe stata salvaguardata ed i benefizi acquisiti dall 'ultima rivoluzione non andrebbero interamente perduti, come lo sarebbero senza dubbio se il regime sovietico soccombesse nella lotta che gli aveva dichiarato L'ancien régime spalleggiato moralmente dalle potenze dell'Intesa e materialmente dalle armi della Romania, Cecoslovacchia e Jugoslavia non ancora sazie nei loro appetiti territoriali ed intente a cogliere qualsiasi favorevole opportunità per metter piede su qualche altro punto dell'Ungheria , e negoziarne poi l'assegnazione a Parigi, dove la pace non si sarebbe certo stipulata finché Kun fosse stato al potere come esponente del comunismo e del bolscevismo. L'on. Morgari mi parve veramente convinto e persuaso della bontà dei miei argomenti, come della mia sincerità, tanto più che ricordava la recente ingloriosa fine dell'esperimento bolscevico di Monaco di Baviera e le conseguenze disastrose che aveva avuto per quel proletariato. Dopo esser rimasto qualche minu to pensoso, mi promise d 'interessarsi della cosa e di prospettarla presso Kun Béla, riferendomi poscia su l'esito della sua iniziativa. Due giorni dopo infatti mi perveniva una chiamata al telefono con la quale l'on. Morgari mi pregava di passare da lui alle 15, se non ero altrimenti occupato. Vi andai ed allora mi raccontò d'essersi intrattenuto intimamente ed a lungo con Kun Béla sulla questione da me prospettata e di averlo trovato al riguardo così ragionevole e perfino arrendevole quale non avrebbe mai in precedenza sperato. Egli non era in massima affatto contrario dall'addivenire ad un compromesso, al punto che aveva creduto opportuno metterne a parte anche il Sottocommissario agli affari esteri, il Sig. Agoston, colui che di fatto reggeva quel Ministero, affinché studiasse in qual forma si potesse praticamente attuare o dovesse essere presentata la proposta per potere il governo accedervi. Tuttavia mi aggiunse che era da prevedersi che il Sig. Agoston avrebbe mosso diverse obiezioni e chiesto parecchie delucidazioni, alcune delle quali egli se le figurava già, e perciò mi chiedeva senz'altro come doveva rispondere per non lasciar cadere la cosa e facilitarne la riuscita. Ricordo che fra l'altro mi domandò anche se vi fosse un contingente italiano che fosse abbastanza vicino a Budapest da potervi giungere prima che altri potessero valersi dell 'eventuale abdicazione di poteri a scopi reazionari, e di che entità fosse tale contingente. Dal modo come fu formulata questa domanda capii che veniva piuttosto dal sig. Kun e indubbiamente si prefiggeva di indagare sulle nostre intenzioni. Perciò, sia perché realmente ignoravo un elemento di cotale importanza pel buon esito delle mie trattative, sia perché pensavo che in quella particolare situazione politica era preferibile millantare più che diminuirsi , così risposi con frasi generiche che non precisavano nulla ma potevansi interpretare a mio vantaggio. Questo colloquio, con le domande ed obiezioni che aveva suscitato, mi lasciò molto pensieroso e perplesso, temendo da un lato di avere oltrepassato le vaghe istruzioni ricevute e dall'altro lasciandomi intravedere delle possibilità a cui fino allora non avevo pensato. Naturalmente non avevo omesso di tenere informato personalmente e dettagliatamente il gen. Segre, ma questi s'era limitato a prendere atto della mia azione e raccomandarmi la massima prudenza, e ... basta!
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Fortunatamente per la mia tranquillità di spirito si diede il caso che appunto in quei giorni il Ministero degli Esteri provvedesse alla sostituzione ufficiale del marchese Tacoli col principe Borghese quale Commissario Politico della Missione. Questo mi mise in grado di trattare della questione col principe Borghese in una forma diversa di quanto avevo fatto precedentemente, cioè non in via amichevole ma da collaboratore che assumeva la sua parte di responsabilità. Ricordo che trovato il principe Borghese in uno dei suoi momenti migliori, quando cioè s'occupa con piacere e con fine discernimento della sua professione, gli feci una relazione esatta di come s'erano passate le cose, facendola seguire da una prospettiva delle eventualità cui poteva dare luogo, dei pericoli che correvamo e dei dubbi che mi si affacciavano nel caso più favorevole ed insperato che Kun Béla accedesse alle nostre proposte. Il principe Borghese mi rassicurò confermandomi che anche lui non si faceva alcuna illusione sull'esito, né se n'era mai fatta, altrimenti, dato il modo come avevo agito avrei certo finito per trovarmi in serio imbarazzo, perché - aggiunse - sapeva ormai per esperienza quale sorte trovassero simili iniziative capaci di suscitare dei vespai nei consessi delle potenze cosiddette amiche. All 'interno poi ci sarebbero state le polemiche dell 'opposizione cui facilmente si prestava un passo del genere. Concludemmo che, pur facendo ampio credito alla buona fede ed assoluta discrezione dell 'on. Morgari, era consigliabile di evitare anziché sollecitare nuovi colloquio su quel tema , tanto più che non sarebbero potuti restare inosservati , e, di conseguenza, malignamente commentati.
VIII AFFARI DI ORDINARIA AMMINISTRAZIONE
Quando si pensa che, arrivando a Budapest, avevo trovato la nostra Missione come accampata all 'hotel Ritz, ed obbligata quasi a mendicare i pranzi per saziarsi, si comprenderà anche perché facessi per primo oggetto di tutte le mie cure la sistemazione casalinga della Missione stessa. Oltre un certo limite i disagi personali non potevano che pregiudicare il rendimento dell 'ufficio. Di più, mi dicevo che quello stato rudimentale di cose, se risaputo, doveva necessariamente andare a tutto discapito della considerazione della Missione, perché: che credito poteva darsi ad una rappresentanza di Paese ed Esercito vincitore, che non era nemmeno in grado di provvedere a se stessa, pur essendo installata nella ricca e popolata capitale nemica? Come ho già accennato, il personale di cui disponeva la Missione al mio arrivo era scarsissimo e per giunta suscettibile piuttosto di diminuire che di aumentare, perché sia gli ufficiali che la truppa preferivano tutti ritornare a Vienna, che offriva loro comodità, larghezza di distrazioni e perfino la possibilità di fare qualche affaretto rimunerativo, piuttosto che restare a Budapest dove alle 21 cessava la vita cittadina, dove la gente non aveva né il desiderio di divertirsi, né l'animo disposto al divertimento, e dove il servizio, per necessità dicose, assumeva un carattere di serietà e d'importanza come quello di guerra. Era appena partito il Colonnello Murari, che già il Capitano Accame, addetto ai passaporti, affari civili e commerciali mi faceva istanza per lasciarlo tornare a Vienna. Saputo che non avrei mai consentito a farlo partire se prima non veniva qualche altro ufficiale a sostituirlo, mi avvidi che non ristava dal tormentare telefonicamente e giornalmente i colleghi della Missione di Vienna , perché rammentassero al Generale Segre di provvedere sollecitamente alla di lui sostituzione. Egualmente partivano i due migliori e più svelti scritturali, venuti a Budapest al seguito degli ufficiali e che vi si consideravano come addetti ai medesimi. Maggiore assegnamento avrei potuto fare sull'altro ufficiale Capitano Carbone, che non desiderava di meglio che restare a Budapest ed aveva il grandissimo pregio di parlare, intendere e scrivere la lingua ungherese in modo così perfetto da essere scambiato per un ungherese dalla stessa gente del luogo. Non so se fosse nato a Budapest, però vi aveva trascorso certamente diversi anni della sua gioventù e compiuto quasi tutti i suoi studi e vi conservava parecchie relazioni. Il Capitano Carbone sarebbe perciò potuto essermi particolarmente utile e rendermi segnalati servigi, senonché pel fatto che suo padre era stato impiegato nel teatro dell'Opera e su lui esercitavano troppa influenza le belle donnine, egli si era dato a bazzicare con eccessiva assiduità l'ambiente teatrale e tutto quel mondo poco serio che ci vive intorno in cerca di avventure galanti, trascurando interamente il servizio e ricordandosi della Missione nei ritagli di tempo che gli lasciava la sua vita alquanto dissipata. Nell'ufficio non era incaricato di nessuna particolare mansione. Forse il Colonnello Murari gliene aveva assegnata qualcuna, ma, come succede in simili casi, per non essersene oc-
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cupato, era successo che il Capitano Accame l'avesse avocata a sé insieme al resto del disbrigo giornaliero dell'andamento burocratico dell'ufficio stesso. Non volendo dapprincipio alterare nulla nel servizio della Missione trovando che il Capitano Accame per la sua capacità e attività era all'altezza del suo compito, lasciai che le cose continuassero nello stesso verso, tanto più che mi ripromettevo di utilizzare il Capitano Carbone per scopi investigativi, di cui sentivo tutta la necessità per non lasciarmi sorprendere dagli eventi. Riconosciuta infatti l'impossibilità di avere informazioni attendibili su quanto si pensava e passava nei diversi ambienti cittadini perché, per quanto disposto a pagare profumatamente delle spie, nessuno osava prestarsi a farlo, avevo dato incarico al Capitano Carbone di introdursi coi pretesti che riteneva maggiormente adatti nei più disparati circoli sociali e raccogliermi spunti di conversazioni, giudizi e recriminazioni. Lo avevo autorizzato a vestire permanentemente in borghese e ad assentarsi dall'ufficio a qualsiasi ora, nella speranza che trovasse il tempo pel servizio e per i divertimenti, ma dovetti presto constatare che non ne avrei mai tratto nulla di positivo. Anzi si dimostrò così poco adatto a tale delicato servizio, che poco mancò non mi compromettesse in un'occasione che avrebbe richiesto ancora più tatto del solito. Avendomi infatti messo a parte che era stato invitato da un amico ad accompagnarlo ad un convegno nel quale si tramava uno dei tanti complotti per rovesciare il governo bolscevico, lo autorizzai ad andarvi facendogli però obbligo di restare impassibile e silenzioso spettatore, così da far rendere, in ogni caso, che la sua presenza fosse imputabile ad un equivoco. Precauzione elementare, in quanto sarebbe stata un'ingenuità il supporre che il governo non sapesse di questo come di tanti altri tentativi di ordine delle congiure, cui partecipavano troppe persone e di cui si cominciava spesso a parlare nei corridoi stessi del Ritz per propiziarsi o mettersi sotto la protezione di qualcheduno, cui fosse salvaguardia la cittadinanza estera e meglio ancora se attinente od aggregato ad una missione. Per parte mia e degli appartenenti alla nostra Missione era stata adottata la direttiva di ascoltare tutte le confi denze del genere che ci venivano fatte, di promettere e mantenere il più assoluto silenzio al riguardo, ma dichiarando ad un tempo, nella forma più esplicita, che non si aspettassero alcun appoggio od incoraggiamento dalla Missione. Tutto ben considerato ero d'avviso che quello fosse il metodo migliore per non inasprire il regime, aumentarne le vittime e non porre la Missione in una situazione tanto più imbarazzante quanto più ambigua e sleale. Da quanto mi era stato riferito, risultava invece che il Comandante Freeman seguisse un criterio opposto al mio, ma questo non costituì motivo sufficiente a farmi cambiare indirizzo, pur mancando di precise istruzioni superiori in merito. Tornando al caso particolare segnalatomi dal Capitano Carbone, sembrava che questa nuova trama fosse di gran lunga più seria e più importante delle precedenti, sia pel numero che per le personalità degli aderenti, come per l'entità dei mezzi e degli appoggi che vantava. Perciò, pur declinando recisamente di esservi comunque coinvolto, acconsentii che il Carbone restasse in contatto con la persona che gliene aveva parlato. Se il Capitano Carbone presenziasse oppure no il predetto convegno non saprei dire, perché, per quanto mi dicesse di averlo fatto, le informazioni che fu in grado di darmi il giorno dopo erano talmente vaghe e reticenti che ebbi l'impressione che egli temesse di essere sconfessato da qualche spia che mi servisse meglio. Ma ciò che non gli seppi perdonare fu l'incredibile leggerezza e fatuità con la quale mi raccontò di pretesi accordi verbali passatisi tra lui ed uno dei capi della congiura - del quale non sapeva dirmi né il nome né i connotati - per cui egli dava quasi affidamento che, al momento dell'azione, io non avrei mancato di solidarizzare con gl 'insorti.
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Non gli dissi nulla per non apostrofarlo con qualche parola un po ' dura come si sarebbe realmente meritato, però, da quel momento, presi la decisione di provocare da Vienna il richiamo del Capitano Carbone pur rammaricandomi di dover così rinunziare ad un prezioso interprete. In quanto al complotto non ne ebbi più sentore, dalla qual cosa arguii che avesse abortito prima di maturarsi come tanti dei precedenti. Così in pochi giorni per un motivo o per l'altro cambiai entrambi gli ufficiali della Missione. Il Capitano Accame fu rimpiazzato dal Tenente Salem ed il Capitano Carbone dal Capitano Henssler. Erano entrambi ufficiali di complemento e di cavalleria: di Trieste il primo e di Milano il secondo. Sia l'uno che l'altro parlavano il tedesco correntemente, ma neppure una parola d'ungherese. Due tipi seri e di cuore, totalmente diversi e distinti. Henssler, di intuito pronto, intraprendente, risoluto, di poche parole e molti fatti; Salem, colto, buono come una pasta, era un attento e preciso esecutore di ordini, che non osava prendere iniziative di alcun genere per timore di sconfinare dalle proprie attribuzioni. Anche lui era parco di parole, e prima di dirle si sarebbe detto che ne pesasse minuziosamente il valore, tanto si susseguivano lentamente e ben scandite l'una dall 'altra. Nel ripartire il lavoro della Missione affidai all'Henssler la trattazione degli affari politici e commerciali, i contatti cogli uffici di Vienna, colle autorità locali ed un po ' tutte le questioni di cui mi occupavo io; ed al Salem la ricerca e rimpatrio dei prigionieri, i passaporti, i sussidi in viveri e denaro, l'amministrazione e disciplina del personale e minori incombenze. Mi preoccupai contemporaneamente di provvedermi di qualche buon graduato e di qualche soldato per evitare di trovarmi ogni momento senza uomini di truppa, perché assenti in servizio di corriere. Interessandomi di avere qualcuno di piena fiducia , affezionato ed affiatato con me, telegrafai senz 'altro a Catania a nome del Generale Segre, chiedendo a quel Comando di Divisione che facesse partire per Budapest come comandati a far parte della mia Missione un sottufficiale e tre graduati e soldati del mio vecchio 180° Gruppo di guerra, facendo il nome di due di essi: quello del sergente maggiore Cattaneo, che tanto mi era stato prezioso sul fronte del Piave e quello del caporale Bonaccorsi. Quest'ultimo oltre a diversi altri meriti, se non era propriamente un chef di cucina di primo ordine sapeva per lo meno preparare le vivande più comuni di una mensa ufficiali. Occorreva infatti sistemare anche questo indispensabile servizio della Missione, e tutto considerato, trovavo preferibile affidarlo ad un soldato. Grazie poi ad una serie di lettere e fonogrammi che non si stancavano di chiedere e sollecitare, ottenne dopo qualche tempo che arrivassero a Budapest almeno due vagoni di viveri, una vettura automobile ed un autocarro in efficienza ed un paio di carabinieri di più, oltre un brigadiere che potesse assumersi la vigilanza e la disciplina della truppa. Credetti poi opportuno di accordarmi con il gestore dell'hotel Ritz perché mi mettesse a disposizione quasi tutto il quarto piano dell'albergo per alloggiarvi gli uomini di truppa della Missione ed i prigionieri di guerra in transito per il rimpatrio, mentre riunivo gli uffici e pregavo gli ufficiali di installarsi al secondo piano. Mi proponevo così di tenere più raccolto il mio personale, poterne disporre sollecitamente ad ogni istante, anche fuori orario, e soprattutto sottrarlo unitamente ai prigionieri alle influenze ed ai contagi dell'ambiente. R iuscii anche a costituire e far funzionare due mense, una per gli ufficiali e l'altra per la truppa, che incontrarono subito il favore di tutti, perché non vi mancava nulla di ciò che era necessario, pur restando entrambe d'una semplicità e frugalità quali si acl dicevano alle infelici condizioni della città ed ai principi ai quali pretendeva informarsi il regime al governo. Però, anche non avendo nulla da rimproverarci sotto quest'ultimo aspetto, per mol-
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te ragioni mi sembrò consigliabile appartarla e perciò la tolsi dal restaurant e la installai in un salottini privato attiguo agli uffici. Metter su una mensa era cosa facile, non così provvederla di quanto le occorreva, perché il mercato di Budapest mancava quasi di tutto, ed il poco che vi compariva era talmente conteso dal pubblico, che avrebbe richiesto ore ed ore di coda per arrivare magari ad essere serviti quando il genere era esaurito. L'acquisto sul mercato era poi subordinato all'esibizione d'una speciale carta rilasciata dalle autorità municipali, che, secondo il colore, consentiva delle precedenze o trattamenti di favore, ed io non volevo assoggettare la Missione all'umiliazione di una richiesta. Pensai allora di valermi della facoltà di requisizione, che mi riservava il trattato di armistizio facendone l'applicazione che mi conveniva a quello scopo. Sapendo che nell e campagne v'era abbondanza di generi alimentari, che i contadini si astenevano dal portare al mercato, sia per timore di vederseli confiscare, sia per riluttanza a scambiarli con la carta moneta bolscevica di dubbio valore, diedi ordine che un graduato di truppa si recasse periodicamente in campagna con un autocarro portando seco un certo quantitativo delle derrate ricevute dall 'Italia e più apprezzate dai contadini come riso, caffè, sapone, fiammiferi ecc. e le mercanteggiasse con uova, burro, oche, galline, verdura ecc. L'esito di questo scambio in natura superò ogni più fantastica aspettativa che avessi potuto in antecedenza concepire: pochi chili di riso o caffè bastavano talvolta a provvedere le nostre mense di quarti interi di vitello, di centinaia di uova e diecine di capi di pollame, a tal punto che il graduato, pur essendo sempre lo stesso, mi confessava di non sapersi regolare nello spaziare le peregrinazioni dell 'autocarro e non di rado si trovava nella necessità di cedere ad altri una parte delle merci incettate per evitare che andassero a male. Per dare una idea come l'economia del Paese fosse sconvolta dopo l'avvento del bolscevismo, basti dire che sovente la sola possibilità di garanzia di trasporto dalla campagna alla città, che offriva il nostro camion ci faceva beneficiare della metà dei generi trasportati. Furono anzi fatto al graduato offerte anche più rimunerative, senonché, quando lo seppi, mi sembrò opportuno interessarmi un poco della cosa e non lasciarla interamente al criterio del caporale Bonaccorsi, affinché il servizio non degenerasse in una speculazione e l'esercizio di un nostro diritto non servisse ai privati per eludere la draconiana disposizione municipale che interdiva ai privati di approvvigionarsi individualmente dalla campagna. Prima di dar principio a questo servizio non avevo mancato di farne oggetto di comunicazione scritta al Governo Sovietico citando la clausola del Trattato d'armistizio di Villa Giusti, chiedendo che venissero dati ordini ai posti di guardia alla cinta della città affinché lasciassero liberamente entrare ed uscire i miei autocarri astenendosi da ogni perquisizione e tanto meno da ogni atto di sequestro del contenuto. Ad ogni buon conto per premunirmi dai consueti arbitri individuali di guardie insufficientemente edotte o troppo zelanti, come avevo prescritto al personale della Missione di essere sempre armati di pistola quando uscivano a passeggio, così ordinai al graduato ed al soldato di scorta del camion, che si recava in campagna , di portare a tracolla il loro fucile ed ai conducenti il loro moschetto carico. M'ero nondimeno fatto un dovere di dire loro che questa disposizione non era dettata da alcun vero e proprio pericolo al quale potessero essere esposti , ma semplicemente per premunirli e metterli in condizione di reagire se alcuno osasse contenersi meno che rispettosamente verso di loro e verso la nostra bandiera. Mentre sistemavo in tal modo la vita interna della Missione, tenni a organizzare e regolare il servizio di ripartizione e distribuzione viveri alla colonia italiana della città, nella quale cosa vedevo, non soltanto un mezzo per conoscere e venire in aiuto degli italiani vecchi e dei nuovi che venivamo di redimere, ma un'utile ed efficace forma di propaganda per guadagnare simpatia e prestigio alla Missione per poco che si largheggiasse non si fosse tan-
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to esclusivi nella concessione di soccorsi tanto cercati ed apprezzati in quell'epoca di carestia artificiale. Solo chi vedeva e sapeva a quali privazioni sottostava allora la maggior parte della popolazione di Budapest può farsi un'idea dell'importanza ed autorità che conferiva alla Missione il fatto di possedere un magazzino viveri ben guarnito, come lo fu sempre da quel momento, perché tempestivamente, o rivolgendomi a Vienna oppure direttamente a Trieste od Jnnsbruck, feci in modo che i rifornimenti affluissero a regolari intervalli. Quante persone che prima non sapevano nemmeno che esistessimo o preferivano ignorarci si facevano allora premura di cercarci ed offrirci la loro opera purché concedessimo loro un piccolo buono viveri! E si capiva; perché quel po' di riso, di maccheroni e quel paio di scatolette di carne in conserva costituivano per molte persone il solo companatico che riuscivano a procurarsi. Per la distribuzione di tali buoni avevo impartito istruzioni: che in linea di massima si rilasciassero ai soli connazionali, consentendo tuttavia che si largheggiasse in eccezioni per gli indigenti compatibilmente colle disponibilità di magazzino, senza però fare distinzioni di persone; cosa, che mi si riferì, essere stata apprezzata tra i fanatici del regime. Tra coloro che beneficiavano di questi buoni era il professore Zambra, un triestino adibito dalla Missione alla recensione della stampa ungherese. Una volta egli volle invitarmi a pranzo. Ora, pure essendo io di poco appetito ed obbligato dalla mia dieta ad essere piuttosto parco, ricordo che quando m'alzai da tavola avevo ancora fame. Eppure tutto dava a divedere che la signora aveva fatto l'impossibile per offrirmi quanto di più e di meglio poteva ottenersi. Debbo anche dire che l'invito era stato determinato dalla fortunata combinazione che il prof. Zambra in uno dei giorni antecedenti era riuscito a recarsi fuori di Budapest ed a foraggiarsi di contrabbando. Ciononostante ad eccezione di qualche verdura, in tavola non fece apparizione che quel che provvedeva il magazzino della Missione, più o meno sapientemente presentato. Dalla contessa Hoyos nata pr.ssa Borghese ebbi un pranzo che se non mi saziò mi lasciò con quel tanto d'appetito che consigliano gl'igienisti, però ebbi l'impressione che i figli di lei, assai più giovani di me, ed abituati ad un regime dietetico più ricco di quello che solitamente mi concedevo dovevano essere così poco soddisfatti che si sarebbero messi volentieri nuovamente a tavola. La contessa Hoyos Wenkheim come italiana di nascita, e sorella del principe Livio Borghese beneficiava anche lei dei viveri della Missione, quantunque, ad onor del vero, si facesse un mondo di scrupoli a chiederne, e, se offerti, li accettasse a malincuore per timore di privarne taluno più bisognoso di lei. Benché il marito sotto altra forma continuasse a prestare la sua opera nella banca, che precedentemente dirigeva ed avesse perciò diritto al trattamento dei lavoratori intellettuali, la sua famiglia avrebbe digiunato se la povera contessa non si fosse giornalmente industriata a procacciarsi delle uova, del burro e della carne, clandestinamente venduti da qualche speculatore del ghetto, in cambio di calze, fazzoletti, vestiti usati o coperte. A minori privazioni si andava incontro quando si era invitati dalla contesa Fanny Karolyi. Ritiratasi nella proprietà di F6t, comunizzata con discrezione per riguardo al cugino, principe Borghese, a lei riusciva un poco più facile farsi cedere dai contadini qualcosa di ciò che sarebbe stato suo. Il che non la sottraeva dalla necessità di pagare in natura, tanto che rammento come un giorno mi dicesse che se il bolscevismo fosse durato qualche settimana di più avrebbe esaurito tutto il corredo di lenzuola e biancheria da letto della sua villa, che pure aveva ospitato per diverso tempo l'intero stato maggiore di Mackensen. Per coloro invece cui non era consentito ricorrere a tali espedienti la fame assumeva aspetti tragici e pietosi simili a quello della nostra dattilografa, una vedova nativa di Pola, che per due volte trovammo svenuta d'inanizione davanti alla sua macchina da scrivere. Ep-
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pure per guadagnare di più si divideva fra un altro ufficio ed il nostro! Ma a che le serviva il denaro quando le mancava il tempo di far la coda al mercato e nessuno lo voleva fare per lei? La poveretta ci confessò che alla mattina prima di uscire di casa non aveva preso che un semplice caffè ed a mezzogiorno nulla, e, forse, tornando a casa non avrebbe trovato che una parvenza di cena, da ripartire con i genitori ed il figlio. Mi sono indugiato sopra questi episodi della vita di quei giorni per giustificare in certo modo il tempo e le cure che avevo dato all'organizzazione di questo servizio, e per spiegare la potenza della leva che con essa mi ero creato. Aggiungerò anzi che allora nemmeno io prevedevo che sviluppo avrebbe preso quest'opera di soccorso e che onere avrebbe importato alla Missione, mentre a quell'epoca erano tra le sue principali ed ordinarie attribuzioni: sottrarre gli italiani residenti in Ungheria all'imperio di certe leggi partigiane del governo bolscevico ed evitare che la loro fortuna ed i beni mobili ed immobili appartenenti a nostri connazionali presenti ed assenti fossero incamerati dallo Stato, come intendeva fare la dittatura proletaria. La tutela degl ' italiani che dimoravano a Budapest, per quanto pochi, non era cosa semplice, dati gli abusi ed arbitri individuali che si perpetravano sotto il pretesto politico, per cui chiunque non era trattenuto da imperiosi motivi si decideva mano a mano a partire. Ma anche l'andarsene implicava una serie di interventi della Missione, per evitare che i rimpatriandi invece di passare la frontiera passassero le porte della prigione. I più necessitavano anzitutto di passaporto in sostituzione dei documenti vecchi che possedevano e nel compilarlo occorreva andar cauti per non prestarsi a favorire l'esodo di sedicenti italiani o di italiani non desiderabili. Poi visto l'ostruzionismo che faceva la polizia rossa lungo il viaggio ed alla frontiera si addivenne alla formazione periodica di treni speciali scortati da nostri carabinieri, come solevasi fare nei primi giorni dopo l'armistizio, quando c'erano notevoli quantitativi di prigionieri da rimpatriare. In tal modo una volta sottoposta la lista dei partenti al capo di polizia di Budapest ed esaurite le sue obiezioni , nessuno poteva più essere trattenuto lungo la strada. Parecchi, prima di partire, desideravano ritirare dalle banche i loro risparmi, che costituivano spesso la loro unica sostanza; e questo non garbava al governo ed era in contrasto con una sua ordinanza che non consentiva il ritiro dei depositi, che limitatamente ad una certa somma e per soprappiù pagabile in corone bianche, di emissione bolscevica ed aventi corso forzoso. S'imponeva perciò anche a tal riguardo svolgere caso per caso prolisse pratiche col Commissario alle Finanze, ripetendo sempre le stesse richieste e le medesime lagnanze per giungere a delle soluzioni che divenivano di giorno in giorno meno soddisfacenti. La cosa anzi giunse a tal punto che mi vidi obbligato a trattarla personalmente col dott. Agoston, il Commissario degli Esteri , lusingandomi di definirla una volta per sempre. Il dott. Agoston non aveva nulla del bolscevico. Lo si sarebbe detto un professore od un funzionario ministeriale di carriera , di limitate vedute, ma corretto e preciso. Osservandolo si aveva l'impressione che egli non si trovasse più a suo agio nel comunismo, per essersi il regime rivelato in definitiva una peggiorata ed ignominiosa copia dei regimi borghesi. Il dott. Agoston convenne subito sulla legittimità della mia tesi e seduta stante mi di ede formale assicurazione, che non avrebbe mancato di confermarmi per iscritto, non appena io mi fossi accorciato anche col Commissario alle Finanze sulle modalità pratiche per l'esercizio di tale facoltà da parte degli italiani che la Missione rimpatriava. Il signor Lengyel saputa la decisione di massima presa dal Commissario agli Esteri, in luogo di accertarla così come era, ci si mise a lavorarci intorno, come faceva sempre, per ridurne la portata con artifizi e restrizioni sperando di mandarmi via sazio delle sue prolisse e sdolcinate parole ma senza nulla di concreto. Senonché ad un certo momento m'impa-
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zientii e, scattando un po ' troppo vivacemente, ricordo, che gli dissi: - E lei si dice commissario del popolo, difensore e sostenitore del proletario! Come concilia questa sua professione di fede con la politica di ostruzionismo che sta ora facendo per ostacolare ed impedire, che poveri ed onesti lavoratori portino via i pochi soldi guadagnati e messi da parte a prezzo di chissà quali privazioni e sacrifici! Si dovrà dunque dire che il governo proletario spoglia del suo denaro anche il proletario? Questo scatto che non riuscii a frenare e che si manifestò con un timbro di voce, che l'interprete non poté attenuare con la traduzione, mi diede causa vinta. Fu firmato un accordo, in virtù del quale la Missione avrebbe rilasciato ai rimpatriandi un benestare, presentando il quale le banche avrebbero concesso il rimborso dei depositi a risparmio fino alla concorrenza di diecimila corone per individuo in banconote azzurre. Ma tutto andò bene per un paio di settimane. Poi - rnore solito - tornammo da capo. Oggi una banca, domani un'altra contrariamente a quanto era stato convenuto, insinuarono nei pagamenti delle corone bianche, finché un giorno mi riferirono che tutte avevano dimezzato il rimborso a 5000 corone azzurre ed altrettante bianche, il che significava in pratica non rimborsare che la metà , perché oltre la frontiera, i biglietti di banca bolscevichi di color bianco non avevano alcun valore. Affrontai di nuovo uno sgradevole abboccamento col signor Lengyel, che, per la sua doppiezza ed esosa arte di spaccare il centesimo, mi riusciva uno dei più antipatici commissari con cui dovessi trattare. Ma questa volta non ottenni nulla per quanto intervenisse in mio appoggio anche Béla Kun. Mi si fece velatamente intendere, che non si poteva dare quello che non c'era. Infatti ogni giorno più sparivano dalla circolazione i biglietti buoni di un tempo e ognuno pretendeva spendere i bianchi facendosi forti dell'ordinanza governativa che costringeva chiunque ad accettarli, potevo quindi reputarmi contento dello speciale trattamento che ancora mi facevano le banche. Passando all 'esplicazione di un'altra attività della Missione dirò qualcosa sul modo come si effettuava il nostro intervento nei frequenti casi di violenze e soprusi perpetrati a danno di connazionali. Trattare col Commissariato agli Esteri o con quello agli Interni non ci avrebbe condotto a nulla di positivo oltre a mandarci alle calende greche per questioni che reclamavano la maggiore speditezza se non si voleva arrivare quando non c'era più rimedio. Perciò era invalso l'uso di rivolgerci direttamente al Comando di Polizia, chiedendo che, seduta stante, s'iniziassero le necessarie indagini per appurare la verità delle denunce e pretendendo che si procedesse senz'altro contro i colpevoli se ve ne erano. Ma la polizia non era sempre al corrente di tutto, e non era sempre nelle condizioni di mettere le mani sopra i veri autori, ufficiosi od extra legali delle molteplici malvagità che si commettevano in quei giorni, opponendovisi spesso ragioni di opportunità politica. D 'altronde anche la Missione doveva astenersi dal chiedere troppo od essere troppo esigente, perché, trascinata dalle eccezionali circostanze, si permetteva diversi strappi alle più elementari norme di diritto internazionale, e le sarebbe rincresciuto di farsi trovare in fallo. Si andava particolarmente per le spicce in materia di nazionalità, innumerevoli essendo le persone che, appigliandosi al più insignificante pretesto, chiedevano di mutarla. Tutti i nati o comunque aventi residenza a Fiume, chiedevano di essere considerati italiani, sebbene fosse tuttora incerta la questione se questa città facesse oppur no parte della nuova Italia. Maggiori e più atroci dubbi sussistevano sulle sorti della Dalmazia, di che non pochi dalmati, che invocavano la nostra protezione, non volevano in alcun modo sentir ragione. Che fare? Come respingerli? Cedendo alle preghiere, alle esigenze imposte dalla situazione, si adottarono criteri larghi, e pur non facendomi illusioni sui moventi egoistici, che inducevano gli otto decimi di quei disgraziati ad invocare l'italianità, si preferì accoglierli
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nel nostro grembo. D 'altronde non è stato sempre così? Da che mondo è mondo non cercano tutti di porsi sotto l'ala dei forti? Poveri noi se dovessimo ogni giorno condannare tutte le azioni umane che non hanno un movente ideale! Raramente ne accetteremmo una. Il principe Borghese al quale m'ero rivolto per consiglio prima di attenermi a quella larghezza cli criteri, m'aveva pure confortato della sua approvazione. Per dare un'idea degli accorgimenti, cui facevasi ricorso in questo campo della nazionalità, per servirsene di scappatoia dalle grinfie bolsceviche, basti dire, che c'erano giornalmente coniugi che divorziavano cli comune accordo per riprendere ciascuno temporaneamente la nazionalità di origine, tentare in tal modo cli evitare il sequestro dei beni e porsi in salvo oltre frontiera , per poi tornare a vivere insieme, consid rancio il divorzio come non avvenuto e annullato. Gherminella ch'ebbe fortuna per i primi che la escogitarono, inquantoché le autorità sovietiche se ne avvidero presto e corsero ai ripari. Sembrerà strano che dicendo degli affari di ordinaria amministrazione ometta interamente di far menzione del come si assolvevano quelli che avrebbero dovuto costituire i veri e principali compiti della Missione. Si è perché in pratica quelli erano i più trascurati. La dittatura proletaria volente o nolente aveva fatto cieli 'Ungheria un Paese in guerra con tutti gli Stati vicini eccettuata l'Austria, e per condurre la guerra andava richiamando alle armi classi di leva già congedate e classi nuove, mobilitava tutte le sue industrie di guerra, in un parola contravveniva alle più importanti ed essenziali clausol e d'armistizio. Ma bisognava finger e d 'ignorare, perché qualsiasi protesta sarebbe andata incontro ad un insuccesso, anche nel caso favorevole, che si fosse potuto comprovare che le ostilità partivano dall'Ungheria anziché dai suoi avversari, il che era e non era, perché sia i Rumeni che i Cechi davano a divedere di volersi appropriare di qualche fetta d'Ungheria. La nostra azione al riguardo si riduceva perciò a mantenersi informati meglio che si poteva su quel che si passava sui diversi fronti. Avremmo anche dovuto occuparci di rintracciare i prigionieri non ancora rimpatriati, fare indagini sui decessi nei campi di concentramento e ricercare macchinari ed oggetti d'arte trafugati dalle nostre province invase e tentarne il recupero. Ma per questo ci sarebbe occorsa almeno una remissiva o parziale collaborazione dei differenti Ministeri o dei loro vecchi impiegati, come della burocrazia provinciale, mentre i funzionari che non erano stati destituiti e rimpiazzati da uomini devoti al regime erano esautorati, ed i nuovi erano ignari od incapaci. Cosicché anche in questo campo l'opera della Missione era quasi nulla ed affidata più al caso di fortuite notizie che al risultato di indagini metodiche. Più fortunati avremmo dovuto essere nell'orbita della penetrazione commerciale per il fatto di non aver concorrenti. Ma per il blocco posto dall'Intesa, ogni commercio vero e proprio era interdetto, né conveniva affidarsi al contrabbando per quanto si effettuasse sufficientemente indisturbato e su larga scala. Non mancammo tuttavia di raccogliere informazioni, di studiare l'ambiente ed in qualche caso di gettare le basi per future trattative o riservarci magari dei diritti di prelazione secondo i suggerimenti che ci venivano da Vienna, dove questa partita era trattata con molta competenza dal Maggiore d'artiglieria Corni. Debbo anzi dire che si sarebbero potuti facilmente trarre maggiori frutti da questi nostri modesti e cauti tentativi di penetrazione commerciale, se fossero stati presi in qualche considerazione dalle nostre Autorità di Roma o di Parigi , alle quali occorreva pure fare appello quando le trattative intavolate giungevano al punto in cui dovevano tradursi in una forma più o meno vaga d'impegno scritto. Ma né il Ministero, né la Delegazione della Pace solevano pronunziarsi sulle questioni che loro si sottoponevano: non una parola d'incoraggiamento, non una di approvazione, quando pur si ricordavano di accusare ricevuta del nostro scritto.
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Dopo ciò è superfluo spiegare il perché parecchie di tali prelazioni furono lasciate cadere. Non senza una certa malinconia si veniva quindi a sapere che c'era stato chi l'aveva raccolta, ma non era italiano. Mi sono dilungato un poco a passare in rivista i cosiddetti affari d'ordinaria amministrazione, ai quali doveva attendere la nostra sparuta Missione per dare un'idea del fardello di cui era gravata e farle perdonare le sue omissioni ed imperfezioni 1•
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12 Luglio 1919 - La Missione tratta col Commissariato alla Guerra per avere i documenti, i crediti e gli oggetti appartenenti a nostri prigionieri di guerra deceduti nei campi di concentramento. Il loro numero ascendeva a 3.500. Il Commissariato alla Guerra ne prendeva mo tivo per chiedere il rimpatrio di prigionieri ungheresi per far fronte ai lavori agricoli. L'Italia ne computava 80.000, mentre il governo ungherese ne dava un numero inferiore giustificandolo col dire che una parte erano ruteni.
IX RIPUTAZIONE DELLA MISSIONE
Non tanto era grave il fardello delle sue molteplici incombenze che affliggeva i componenti della Missione, quanto l'ambiente ingrato nel quale era costretta a lavorare. Se anche non ci fosse giunto alle orecchie da diverse parti, non era difficile accorgersi di quale e quanta antipatia e profonda diffidenza fosse circondata la nostra Missione. Si sarebbe potuto dire di noi: spiacenti a Dio ed ai nemici suoi, perché eravamo mal visti tanto dal proletariato che sosteneva il regime quanto dalle classi che lo osteggiavano. Per quest'ultime era oramai un assioma che fossimo più bolscevichi degli stessi commissari del popolo, e che si dovesse quasi al nostro appoggio politico se il regime si sosteneva. Ricordo che allora non sapevo darmi pace né ragione del come fosse potuta nascere ed accreditarsi una diceria simile, quantunque, se avessi bene analizzato i fatti, trovo che non avrebbe dovuto stupirmi che fosse stata messa in circolazione una tale balordaggine e che l'opinione pubblica l'avesse fatta sua. L'Italia era quasi la sola nazione che avesse una Missione in Ungheria , e di più nessuno ignorava, perché non se ne faceva mistero, che questa Missione intratteneva relazioni col Governo dei Consigli. Che queste relazioni fossero tese e difficili , limitate ad una platonica vigilanza sull'osservanza delle condizioni d'armistizio e non approdassero a nulla non poteva sapersi che da pochi, tra cui parecchi interessati a misconoscerlo. È vero che anche l'Inghilterra aveva nel comandante Freeman un suo rappresentante, ma questi essendo solo con un segretario e vestendo solitamente in civile, era meno in vista. Eppoi lo si sapeva habitué dei salotti più irreconciliabili col nuovo regime e forse per questo non gli si faceva carico di mantenere con la dittatura proletaria i medesimi contatti che vi aveva la Missione italiana, e di esserne ricambiato dalle stesse attenzioni e dalle stesse premure. Certamente aveva influito moltissimo a creare questa pessima fama , l'essers i divulgata la notizia che sotto i nostri auspici erasi effettuata una spedizione di oro da Budapest a Vienna, e che detto oro aveva potuto sfuggire al sequestro soltanto per il pronto e diretto intervento della nostra Commissione d'Armistizio. Dato che quell 'oro non rappresentava che una semplice garanzia di contratto passato fra un ente italiano ed uno ungherese, entrambi privati, e che non vi era un trasferimento vero e proprio di valuta , solamente un 'immobilizzazione sotto forma di deposito, credo che a Vienna avrebbero fatto bene a dare la maggiore pubblicità ed un'esposizione franca e circostanziata della cosa , anziché trattarla e risolverla silenziosamente. Né ci si poteva accusare di mancare di fede ai patti del blocco perché l'esecuzione del contratto era stata differita al termine del blocco. Probabilmente il rimedio non sarebbe stato sufficiente a sanare il male, e la verità avrebbe trovato poco credito, perché c'era chi aveva interesse a screditare la nostra Missione di Vienna, del1a quale mal si vedeva la crescente influenza ed i notevoli successi.
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Fatto sta che dappertutto si mormorava, accusando l'Italia di fare affari coi bolscevichi e di accettarne in cambio del denaro proveniente da estorsioni a banche e privati, che perciò alla stregua della concezione sociale doveva considerarsi come refurtiva. Che scandalo!! si diceva allora. Oggi, che scrivo, si pensa già diversamente. I governi, non esclusi i più puritani, non si fanno scrupoli di manifestare le loro intenzioni di avvicinare e trattare coi bolscevichi di Russia, senza trovare nulla di disonorevole nell'intascare l'oro ed i gioielli, con cui paga Lenin, quantunque di provenienza non meno losca di quelli di Kun Béla. Così è: la morale nella vita internazionale al pari che nella vita privata, è quella che dettano le circostanze ed il beneplacito spregiudicato dei potenti! Tornando alle calunnia diffuse sulla Missione occorre far menzione di quella ancora più maligna della precedente, per cui ci si accusava di rifornire d'armi e di munizioni l'esercito rosso di Kuo Béla, ciò che doveva logicamente voltarci contro tutti gli Stati minacciati o in guerra con l'U ngheria. Per poco che la calunnia avesse trovato degli animi sereni per ponderarla, la si sarebbe scartata come stolta, perché si traduceva in pratica nel portare armi contro noi stessi, dato che le operazioni militari dell'esercito bolscevico erano dirette principalmente contro la Cecoslovacchia, le cui truppe erano tuttora inquadrate da nostri ufficiali. Ma nell'ambiente eccitato e pregno di odio di quella parte d'Europa , incontrava maggior successo e credito ogni voce suscettibile a riaccendere la guerra, anziché atta a ricondurre la pace. Anche la presenza di un deputato, di un membro del Parlamento italiano, l'on. Morgari, nella casa dei Soviet, intrattenuto, favorito e festeggiato come un desiderato ospite finiva per convertire anche i dubbiosi e gl'increduli, se osavano levare una parola in nostra difesa. D 'altronde era spiegabile e finanche giustificabile, se si considera che per la mentalità ungheres e era inconcepibile che un deputato potesse presiedere comizi, tenere conferenze o prendere parte a riunioni e sedute ufficiali del governo in uno Stato straniero per semplice dilettantismo personale senza che vi si ravvisasse un agente ufficioso del suo Paese. Allorché il principe Borghese rilevò il marchese Tacoli dalle funzioni di Commissario Politico, il nostro discredito era sceso ai suoi gradini più bassi. Da Parigi la nostra Delegazione alla Conferenza della Pace scriveva per chiederci informazioni su quanto c'era di vero particolarmente in merito al preteso contrabbando di armi, e, preoccupata delle proporzioni che assumeva la calunnia , suggeriva di smentire nella forma più perentoria e recisa , in guisa da non lasciare dubbi in proposito. Ma le smentite lasciavano il tempo che trovavano. Se le si pubblicavano a Vienna erano accolte con scetticismo, neutralizzate dai fuorusciti ungheresi e spesso non oltrepassavano nemmeno la frontiera; se lo si faceva in Ungheria , correvano l'alea di pervenire ai lettori talmente deformate dalla rigorosa e sospettosa censura bolscevica da prestarsi ad interpretazioni ed effetti totalmente opposti a quelli che ci si prefiggeva. Se a Parigi le voci malevoli sul nostro conto riuscivano fastidiose ai nostri Delegati per la Pace, lascio considerare a chi legge quale danno causassero a noi ed alla nostra azione, per cui incontravamo resistenza ed ostruzionismo da quella parte della popolazione, che avrebbe dovuto aiutarci, per la istintiva e giustificata diffidenza del proletariato imperante, al quale il nostro preteso filobolscevismo non era né poteva essere sufficiente a sanare e a dimenticare il vizio di origine: essere pur sempre la Missione la rappresentante di una nazione capitalista. Tuttavia per non lasciar nulla d'intentato pensai di cogliere l'occasione della ricorrenza della festa dello Statuto per riunire la Colonia italiana di Budapest e pronunziare un discorso, che sfatasse la leggenda del nostro idillio colla dittatura proletaria d'Ungheria.
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Ne feci la proposta al principe Borghese, pregandolo anche di assumersi lui l'incarico di tradurla in atto, posto che trattatasi di una manifestazione prettamente politica e che per grado, come funzionario, era superiore a me. Però egli pur convenendo ed approvando la mia idea e promettendomi che avrebbe presenziato la cerimonia declinò l'onore e la responsabilità del discorso. Mi sobbarcai perciò a farlo io stesso, però diffidando di avventurarmi da solo in questo campo per me nuovo, mi scrissi in precedenza le poche parole che intendevo pronunziare e le sottoposi al giudizio del principe Borghese. Convennero all 'hotel Ritz alla modesta cerimonia appena un centinaio di persone, quantunque se ne fosse dato annunzio per mezzo di tutti i giornali, che a quell'epoca si pubblicavano ancora a Budapest. Per forza delle circostanze riuscì assai semplice e dovemmo accontentarci per tutto .rinfresco di offrire soltanto un po ' di buon vino requisito a parecchie miglia dalla città. In compenso regnò fra quella assottigliata schiera d'italiani una fraterna cordialità accentuata da un senso di maggior fiducia e sicurezza per trovarsi insieme e sotto le ali protettrici dell'autorità patria. Il discorso fu pronunziato, ma senza che avesse alcuna eco o ripercussione, sia perché incompreso nella sua portata dai presenti, sia per la poca diffusione che questi erano in grado di dargli, e per la vita isolata che ciascuno conduceva, e sia infine perché la stampa si astenne completamente dal riportarne il testo, quantunque non avessimo omesso di trasmetterlo già tradotto tanto in tedesco quanto in ungherese. Ottenemmo che lo si pubblicasse a Vienna, dove destò così poco interesse che non ebbe l'onore nemmeno di un commento. Per nostra fortuna anche noi si viveva pressoché isolati da tutti , altrimenti sarebbe stato sommamente sgradevole sentirsi ripetere anche fuori dall 'ambiente di servizio certe sottili allusioni al nostro filobolscevismo o vedersi ripagate le nostre domande da prudenti reticenze e ben circospette risposte, che denotavano e tradivano l'intimo disprezzo e ripulsione che si nutriva per noi. Così precisamente in un'ora di dissoluzione nazionale, quando sarebbe occorso penetrare nell'anima e nella mentalità di un popolo e conoscerne i sentimenti mutevoli di fronte a quel regime di costrizione impostogli da una sparuta fazione di demagoghi fanatici, la nostra Missione si sentiva non solo materialmente debole, ma senza alcun prestigio ed autorità morale, che le desse quella forza che altrimenti le mancava.
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Per quanto di poc.o valore credo di qualche interesse raccontare la vicenda di uno dei treni cosiddetti italiani, anche perché la sua partenza diede luogo ad un primo contrasto tra la Missione e Kun Béla. Come si è già detto trattatasi di treni speciali, nei quali non era ammesso il pubblico, ma servivano per ricondurre in Italia i prigionieri rintracciati e gli altri connazionali che chiedevano di rimpatriare. Si organizzavano alla Missione d'accordo con la Direzione delle ferrovie ungheresi, la quale forniva tutto il personale e il materiale, studiava ]a composizione e li metteva poscia a nostra disposizione per un determinato giorno. Pel fatto che a differenza degli altri treni il nostro proseguiva con tutte le sue vetture indisturbato attraverso le due frontiere, sia che fossero quella austro-ungherese ed austroitaliana oppure la ungaro-jugoslava e la jugoslava-italiana, i loro posti erano molto ricercati anche da altre persone munite di regolare passaporto valido per l'ltalia, ed alle quali la Missione, nei limiti della disponibilità, riservava volentieri qualche posto. Dopo l'avvento del bolscevismo questi treni di carattere quasi militare, che viaggiavano scortati da nostri carabinieri, erano stati sospesi o lasciati cadere in dissuetudine, senza però che fosse intervenuta alcuna disposizione governativa al riguardo che li vietasse. Si pensò quindi di riattivarli, non tanto per rispondere ad una vera necessità , quanto per riaffermare, come meglio si poteva, la nostra autorità di vincitori. La cosa non fu così facile come credevo. Ora per un motivo ora per l'altro si dové differirne prima l'attuazione, poi la partenza, tanto che ci sembrò un avvenimento quando si poté annunziare con certezza che il 10 giugno sera - ricordo ancora la data - ci sarebbe stato un treno italiano per Trieste. Se in tempi normali, come ho detto sopra, le sollecitazioni per valersi del nostro treno erano molte, allora vuoi per la lunga interruzione, vuoi per riflesso della situazione politica, la Missione fu letteralmente assediata da postulanti che ci pregavano e supplicavano perché riservassimo loro magari un posto in piedi nel corridoio. Tra le persone non italiane che furono ammesse in quel treno si trovava la principessa Luisa del Belgio col suo seguito, le due giovani figlie del conte Alberto Apponyi che, raccomandate dal principe Borghese, sollecitavano di riunirsi ai genitori emigrati a Vienna fin dall'epoca del governo Karolyi. C'era anche il maestro Tango, direttore dell'opera di Budapest: italiano di nascita , nazionalizzatosi ungherese da parecchi anni ed optante adesso per la patria d'orìgine, sicuro rifugio contro un mutamento d' umore delle autorità bolsceviche a suo riguardo, dopo che lo avevano tollerato per due mesi lasciandolo in carica come direttore d'orchestra. E con lui s'accompagnava la signorina Németh , artista di canto, che disertava il suo Paese e la sua professione per seguire il corrispondente del "Corriere della Sera", Arnaldo Fraccaroli, che s'era perdutamente invaghito di lei. Avrebbero anche dovuto viaggiare con lo stesso treno due ungheresi: il barone Kornfeld e l'ing. Baumgarten della Società Ganz Danubius, entrambi invitati a recarsi in Italia per definire le trattative iniziate tra la predetta società e la Terni; trattative che sembrava
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stessero assai a cuore al nostro Governo, così da preavvisare telegraficamente la Missione che l'ing. Orlando si sarebbe trovato a Trieste per un determinato giorno appunto per incontrarsi con i rappresentanti o fiduciari della Ganz Danubius. Non trattandosi di connazionali la Missione s'era disinteressata del loro passaporto, e come si faceva con tutti gli stranieri che partivano per l'Italia coi treni giornalieri, ci eravamo limitati a rilasciare al barone Kornfeld ed all 'ing. Baumgarten due salvacondotti per attraversare la linea d'armistizio ed un permesso di soggiorno a Trieste. Peraltro in omaggio ad accordi presi col Commissariato del Popolo all'Interno non avevamo mancato di trasmettere alla mattina del 10 una rubrica coi nomi e le generalità di tutti i viaggiatori senza distinzione di nazionalità, inclusi quindi per loro, che sarebbero partiti col treno italiano, e, secondo quanto erasi convenuto, il Commissariato aveva restituito la seconda copia delle rubrica vistata senza obiezioni. Dovevo quindi presumere che all'atto pratico ogni difficoltà era oramai nmossa. Tuttavia allo scopo di accertarmi di persona sul modo come l'ufficio passaporti e la direzione delle ferrovie avessero provveduto a quel servizio, che si ripristinava dopo una lunga interruzione, tenni a trovarmi quella sera alla stazione ad assistere alla partenza del treno. D'altronde andare a salutare gente che partiva per l'Italia era ancora il miglior modo di occupare una delle nostre monotone serate. Quando entrai sotto la grande tettoia della Keleti Palyaudvar* il treno era pronto ed i viaggiatori, ansiosi come erano di sottrarsi alle delizie della rivoluzione ed all'ingenue esperienze sociali del comunismo, avevano già da tempo occupato i loro posti e, forse, mentalmente contavano i minuti che li separavano dalla partenza. Il Tenente Salem, che nei giorni precedenti s'era data tanta pena per addivenire all'organizzazione di questo treno e quella sera era alla stazione da almeno tre ore, appena mi vide si affrettò a venirmi incontro ed informarmi che all' ultimo momento due funzionari di polizia gli avevano chiesto di controllare i passaporti e le carte di tutti i viaggiatori ed in seguito a tale controllo avevano tratto in arresto e fatto discendere il barone Kornfeld e l'ing. Baumgarten, e pensavano di farlo lo stesso con tutti gli altri ungheresi che si trovavano sul treno. Fattomi indicare i funzionari dei quali mi riferiva , mi diressi verso il luogo dove tuttora confabulavano senza addivenire ad una decisione e cominciai a chiedere loro ragione dell'arresto dei due direttori della Ganz Danubius. Mi si rispose che la loro partenza non poteva essere che clandestina, perché sia l'uno che l'altro sapevano ch 'era loro interdetto di allontanarsi da Budapest, ed anzi il Kornfeld doveva essere tuttora sotto vigilanza perché uscito soltanto da pochi giorni dalla prigione, dove erano internati gli ostaggi. Replicai dicendo che non v'era nulla di clandestino in una partenza segnalata dalla stessa Missione al Commissariato degli Interni, e che d'altra parte la Missione era in grado di comprovare che i due signori presenti s'erano indotti a questo viaggio solamente per fare cosa gradita a noi, cui stava a cuore la conclusione di un affare. Se la polizia nutriva dei dubbi sulla temporaneità dell 'assenza , la Missione sarebbe stata anche disposta a farsi mallevadrice della parola data dal barone e dall'ingegnere di far ritorno in Ungheria allo scader di un determinato tempo. Mi avvidi subito dall'intonazione delle prime risposte, che mi diedero quei due agenti della polizia rossa , che non era né conveniente né dignitoso per me discutere con loro aprescindere pure dal fatto che non ne avrei ricavato alcun costrutto. Stavo quindi per troncare ogni conversazione quando notai che uno di loro teneva nella mano i salvacondotti rilasciati * Keleti Palyaudvar, "Stazione dell'Est ", era ed è una stazione monumentale di Pest, costruita come Nyugati (quella "dell'Ovest ") nella seconda metà del XIX secolo.
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dalla Missione al Kornfeld e al Baumgarten, per cui lo invitai a rimetterli immediatamente al Tenente Salem aggiungendo, che esorbitava dalle sue facoltà di trattenere un documento dato dalla Missione. Senonché la guardia pur dimostrando di aver capito quello che gli avevo detto nel mio imperfetto tedesco fece atto di voler conservare e porre in tasca i documenti. Allora perdei la calma e d'un gesto rapido gli tolsi di mano le carte e le passai io stesso all'ufficiale. Tanto bastò perché entrambi assumessero un atteggiamento più dimesso e cominciassero a scusarsi col dire che non avrebbero fatto difficoltà alla partenza degli altri ungheresi, ma che non potevano recedere dall'arresto del Kornfeld e del Baumgarten, tale essendo l'ordine esplicito ricevuto. Comprendendo di trovarmi davanti a due modesti esecutori, prima di darmi per vinto, ricordando i vivi solleciti che erano venuti da Roma affinché tanto il barone Kornfeld che l'ing. Baumgarten si trovassero per un certo giorno a Trieste, chiesi di essere messo in comunicazione con Kun Béla. Aspettavo la risposta quando qualcuno venne a dirmi che il capostazione con la consueta scrupolosa puntualità del vecchio funzionario aveva fatto partire il treno. Senza scompormi questa volta, diedi ordine al Tenente Salem che pregasse il capostazione di far fermare il treno appena fosse possibile e lo facesse poscia retrocedere alla Centrale. Frattanto dall'Hungaria mi telefonavano che Kun Béla era partito per Kassa * per festeggiare con l'esercìto la vittoria riportata sulla Cecoslovacchia e la conseguente rioccupazione di questa importante città ungherese, e che non sarebbe tornato a Budapest che a mezzanotte col treno in arrivo a quell'ora. Pazientemente mi accinsi ad aspettarlo passeggiando in lungo e in largo sotto la tettoia della stazione, dove frattanto aveva fatto ritorno il nostro treno, non senza una certa trepidazione dei viaggiatori ignari di quello che s'era passato. Mentre ingannavo il tempo con il mio uniforme andirivieni uno dei nostri viaggiatori, un fiumano, che aveva l'aria di conoscere bene oltre la lingua anche l'ambiente ungherese venne a informarmi, che la polizia si proponeva di creare contrarietà al nostro treno, dopo che fosse partito da Budapest, e ciò a titolo di rappresaglia pel rifiuto dato dalla Missione di unire al treno una vettura, dove avrebbero dovuto viaggiare una quindicina di sedicenti membri della Croce Rossa ungherese. La faccenda del rifiuto era infatti vera, ma non credevo mai sarebbe stata tolta a pretesto per farci delle rappresaglie, perché la Missione s'era dimostrata anche troppo proclive a chiudere un occhio a tal riguardo. Le cose stavano infatti così. Il Commissario Por, capo della propaganda bolscevica ci aveva richiesto di usufruire del treno italiano per far viaggiare una commissione della Croce Rossa, che doveva recarsi in Svizzera. Per quanto si sapesse che sotto questa veste e per questa via neutrale il signor Por si prefiggeva di mandare in giro per l'Europa una nuova schiera di propagandisti della rivoluzione proletaria, tuttavia si era risposto con un grazioso consenso, pregando però che si usasse verso di noi la cortesia reciproca di comunicarci i nomi e le generalità dei parenti. Sentito questo l'ufficio propaganda non s'insisté più sulla richiesta fino al momento della partenza, aspettando a rinnovarla al Tenente Salem quando era alla stazione, adducendo però una sequela di pretesti per non piegarsi alla condizione sopraddetta, per cui il tenente non poté che confermare il diniego. In assenza d'altro personale specializzato la scorta del treno era stata affidata al caporale Dunières e ad un carabiniere. Però dopo quanto mi era stato riferito giudicai opportu-
* In slovacco Kosice, è un'importante città della Slovacchia orientale.
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no affidarne il comando a qualcuno più autorevole ed esperto, per cui non potendo privarmi dell'opera del Tenente Salem mi rivolsi ad un ufficiale del Genio testé congedato, che casualmente viaggiava con quel treno e vestiva tuttora l'uniforme. Era questi il Tenente Silvio Giugni, che avevo visto e passabilmente conosciuto nei pochi giorni che si era fermato a Budapest, facendo vita in comune colla Missione, e del quale sapevo che prima di fare servizio nel Genio era stato graduato nei Carabinieri. Egli accettò di buon grado l'incarico di capo-convoglio e lo misi al corrente dei nuovi tiri che si premeditavano contro il libero inoltro del treno e dei suoi viaggiatori, consigliandogli come si doveva comportare. Poi perché potesse dar maggior valore a qualche sua eventuale protesta lo presentai ad un ufficiale inglese della Food Commission, il Capitano Fitzgerald, che fruiva anche lui del nostro treno insieme ad alcuni gregari, mettendolo in avviso delle probabili chicanes tramate dai bolscevichi. Segnalatomi che il treno proveniente da Kassa stava entrando in stazione mi affrettai a portarmi dall'altro lato della tettoia arrivando giusto in tempo a fermare il signor Kun Béla mentre s'apprestava a salire in automobile insieme all'on. Morgari. M'avvidi subito che era stato già informato dell 'arresto dei due direttori della Ganz Danubius, il che, se mi risparmiò ogni preambolo, rese immediatamente più arduo il mio compito, pel fatto che lo trovai malamente prevenuto sull'argomento e già deciso a non revocare ad alcun costo l'arresto. La nostra concitata conversazione aveva in un attimo radunato intorno all'automobile una discreta folla di curiosi, e questo, mentre da un lato m'avvedevo che rendeva Kun più nervoso, dall'altro capii ch e doveva naturalmente contribuire a farlo meno arrendevole, per cui col pretesto anche che piovigginava lo pregai di rientrare sotto l'atrio degli arrivi e quivi tornai ad insistere perché fosse permesso al Kornfeld e al Baumgarten di recarsi a Trieste assentandosi per lo stretto numero di giorni necessario. Esperimentate vane tutte le mie argomentazioni, reclamai come un riguardo alla Missione, che fosse almeno accordato ai due direttori di tornare alle loro abitazioni, affinché non pagassero con una prigionia il fatto d'essersi prestati gentilmente a seguire una proposta della Missione, impegnandomi da parte mia a dare a Kun Béla gli schiarimenti e spiegazioni ch'egli avrebbe chiesto per comprovare la loro e la nostra buona fede in quella faccenda. Con la promessa che la conversazione sarebbe perciò stata ripresa il giorno dopo nel suo ufficio, il signor Kun si decise finalmente a far cenno di avvicinarsi al più autorevole e dispettoso dei due poliziotti, che da lungi assistevano al nostro colloquio, ed in mia presenza gli ordinò che conducessero il Kornfeld e il Baumgarten alle rispettive case, ammonendoli di non uscirne. Ci separammo stringendoci la mano e salutandoci nuovamente mentre si allontanava con la sua automobile, ma, dietro lo scambio formale delle consuete cortesie, io restavo seccato e scontento per l'insuccesso e del pari irritato seppi che era rimasto Kun Béla, perché, come mi raccontò in seguito l'on. Morgari, lungo tutto il tragitto fino all 'hotel Hungaria non fece che ripetergli, intercalate con altre frasi: -Ach, diese Kontrabandisten! - alludendo, non si capiva bene, se ai suoi connazionali od alla Missione. Mancava poco all'una quando si poté finalmente lasciar partire il treno, e poi deciderci a rientrare al Ritz. Come era convenuto, al mattino dopo mi recai all 'hotel Hungaria, ed introdotto dal signor Kun gli esposi, come si erano passate le cose tra la Missione ed i signori della Ganz Danubius e come non fosse stato né nelle loro intenzioni e tanto meno nelle nostre di dare un carattere clandestino a tale partenza, prova ne sia che i nomi del Kornfeld e del Baumgarten figuravano sulla lista trasmessa al Commissariato degli Interni.
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Quando sentì questo notai che gli si rischiarò il viso e mise giù il broncio col quale mi aveva ricevuto. Però, quantunque persuaso, Kun mi disse che non poteva mettere subito in libertà i due direttori per altre ragioni indipendenti dalla sua volontà , il che in parole povere significava come la sua dittatura non potesse prescindere da certe imposizioni dei magnati del Partito. Nondimeno mi promise che di lì a pochissimi giorni i due sarebbero messi in libertà e di più mi lasciò sperare che avrebbe autorizzato almeno il Baumgarten ad andare in Italia per le accennate trattative con la Terni. Esaurita nella mattina una delle vertenze cui aveva dato luogo il nostro treno, ebbi nel tardo pomeriggio ad occuparmi di quelle altre sorte durante il viaggio e di cui ebbi notizia per telefono. Salvo molestie di poco conto il treno era arrivato felicemente alla stazione di confine di Kiralyhida, ma qui, col pretesto che la scorta potesse aver favorito l'esodo di qualche altro ungherese salito clandestinamente alle stazioni intermedie, la polizia di frontiera reclamò una nuova revisione dei passaporti. Il Tenente Giugni pur preoccupandosi dell 'ulteriore ritardo che questo avrebbe causato all'orario del treno non avrebbe opposto difficoltà a questa seconda revisione, se non vi avesse scorto un nuovo pretesto di fermare e rinviare indietro i rimanenti ungheresi che si trovavano nel treno. Avendo quindi intuito lo scopo della nuova vessazione si oppose energicamente alla richiesta. La disputa che ne originò ebbe il beneficio di svelare che la polizia si preoccupava principalmente di mettere le mani addosso alle due contessine Apponyi, per dare alla loro rappresaglia un colorito clamoroso. Il Tenente Giugni allora onde premunirsi da eventuali sorprese pensò bene anzitutto di porre a fianco delle due signorine il caporale Dunières. Poi adducendo la sua mancanza d'istruzioni al riguardo e l'impossibilità da parte sua di contravvenire agli ordini tassativi ricevuti dal capo-missione si recò a parlamentare con le autorità di stazione e quelle di polizia per vedere di farle recedere dai loro propositi, lasciando proseguire il treno con tutti i suoi viaggiatori . Poi visti inutili i suoi tentativi domandò di essere messo in comunicazione telefonica con Budapest. Ero a pranzo dalla baronessa Gutmann allorché mi vennero ad avvertire che mi chiamavano al telefono della stazione di Kiralyhida. Era il Tenente Giugni che mi raccontava come si erano svolti i fatti e domandava come si doveva comportare. - Dica alle autorità di frontiera che il treno deve proseguire con tutti i suoi viaggiatori. Se si vuole fare qualche eccezione dia l'ordine di non muoversi dalla stazione ed agiti , se lo crede utile, lo spauracchio di far intervenire la nostra Missione di Vienna , che frattanto avvertirò. Il giorno seguente un telegramma ed altre conversazioni telefoniche, parte interrotte e parte disturbate mi portarono la notizia che il disgraziato treno era tuttora fermo a Kiralyhida e che i viaggiatori erano anche disposti a restarvi più a lungo pur di non cedere alle arbitrarie vessazioni bolsceviche. Seppi pure che quattro guardie rosse a diverse riprese avevano tentato d'impadronirsi con la forza delle signorine Apponyi senza riuscirvi, e che infine la polizia aveva assicurato il Tenente Giugni che non avrebbe fatto del male a nessuno degli ungheresi purché rinunziassero a passare la frontiera e di buon grado se ne tornassero col primo treno a Budapest. Non avendo ricevuto da Vienna alcuna risposta che mi facesse capire l'atteggiamento che erano disposti a prendere al riguardo mi decisi dopo un poco a dare ordine al Tenente Giugni, che proseguisse pure il viaggio lasciando a terra quelle quattro o cinque persone incriminate, mettendo a guardia della loro incolumità pel viaggio di ritorno il caporale Dunières.
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Preavvisato dal caporale, la mattina susseguente andai personalmente alla stazione Keleti per condurre con me all'hot l le contessine Apponyi, che il principe Borghese mi aveva caldamente raccomandato come sue parenti. Malgrado le tre notti passate in treno e i disagi di un viaggio avventuroso, erano sveglie e piene di brio. Strada facendo mi raccontarono la loro odissea. Approfittando di una breve assenza del Tenente Giugni, che era andato al telefono per parlarmi, quattro brutti ceffi della polizia di Kiralyhida, sobillati da qualche arrabbiato bolscevico, erano saliti sul vagone dove sapevano che si trovavano le due Apponyi con l'intenzione di trarle in arresto. Senonché si videro sbarrato il passo dal caporale Dunières, il quale bravamente si lasciò appuntare sul petto le baionette di quattro fucili carichi senza scomporsi, senza indietreggiare di un passo e senza lasciarsi trascinare a metter mano alla pistola, che pendeva al suo fianco, evitando così col suo tatto e colla sua calma che si verificasse una tragedia e dando il tempo al Tenente Giugni di intervenire ed ottenere che il comando di polizia richiamasse alla moderazione i suoi troppo zelanti militi. Mi riferirono anche come, dopo aver suscitato tanto putiferio per trattenerle in Ungheria, una volta discese dal treno nessuno si curò di loro, e nelle poche ore che dovettero sostare a Kiralyhida per aspettare il treno di ritorno avrebbero potuto passare in Austria colla massima facilità, agevolate nella fuga dalle stesse guardie di frontiera , che si erano profferte di condurle attraverso la campagna mercé un compenso in denaro. Se non s'erano lasciate sedurre da tali lusinghe si è che diffidavano d 'un tranello e tenevano a dimostrare la loro buona fede oltre che sdegnavano di ricorrere a sotterfugi. Per rispetto al nome che portavano e per la dignità della nostra Missione, sotto la cui salvaguardia si erano messe, avevano perciò preferito tornare a Budapest, affrontando i disagi di un nuovo viaggio ed i rischi di nuove molestie bolsceviche. Per nulla rassicurate dalle promesse della polizia di lasciarle tranquille, appena salite sul treno per Budapest, s'erano date cura di confondersi nella ressa dei viaggiatori e di sottrarsi ad eventuali ricerche, epperciò non avevano trovato di meglio che rinunziare ai posti conquistati a fatica nello scompartimento per arrampicarsi con altri viaggiatori sul cielo scoperto della vettura dove erano rimaste per diverse ore sfidando il vento, la polvere ed il pericolo di sdrucciolare e sfracellarsi sulla massicciata, guardate premurosamente e direi quasi amorevolmente dal fedele caporale. Mentre le complimentavo per la non comune bravura dimostrata in quella contingenza, arrivammo all'hotel e quivi dovei preoccuparmi del fatto, che fra le tante peripezie passate da quelle due ragazze c'era anche quella di aver perduto tutto il loro bagaglio. Officiai allora la baronessa Gutmann a far loro da madre ed in attesa di condurle il giorno seguente da qualcuno dei loro parenti che stavano in campagna, feci loro assegnare una camera che potesse essere sorvegliata dalla guardia agli uffici della Missione e le lasciai che si ritirassero e s1 nposassero. Come epilogo di questo episodio e per soddisfare la curiosità dei compiacenti lettori aggiungerò che tanto le contessine Apponyi quanto i pochi altri viaggiatori respinti alla frontiera poterono partire tranquillamente per Vienna alcuni giorni più tardi, quali in treno quali in automobile, dopo che la Missione, forte di non essersi prestata a nessun escamotage, pretese ciò come riparazione insieme alla punizione del capo di polizia della stazione di Kiralyhida. Partì anche l'ing. Baumgarten, mentre il barone Kornfeld riuscì a svignarsela di contrabbando, come era facile fare a chiunque non rifuggiva da qualche disagio ed era disposto a sborsare parecchio denaro, quanto cioè ne occorreva per corrompere una o più guardie di frontiera.
XI IL BOLSCEVISMO UNGHERESE NEI SUOI GIORNI MENO TRISTI
Ad orientamento del benevolo lettore vissuto posteriormente credo opportuno fare un po' di storia della Repubblica dei Consigli d'Ungheria, quale essa si qualificava. A tale scopo riporto quasi integralmente parte di una conferenza sull'argomento, tenuta a Udine, nell'inverno 1922-23 al Circolo Ufficiali su invito del Com.te di Brigata (Generale Tacoli), anche se così facendo, cadrò in qualche ripetizione. "Dissoltosi l'impero austro-ungarico in conseguenza della guerra 1914-18 l'Ungheria si proclamò indipendente e si costituì in repubblica sotto la presidenza del conte Michele Karolyi (31 ottobre 1918). La repubblica di Karolyi fu per l'Ungheria quello che era stata per la Russia la repubblica di Kerenski: il preludio al bolscevismo. Una nota del Colonnello Vix, capo della Commissione Alleata d'Armistizio a Budapest al governo ungherese per intimargli di ritirare le proprie truppe entro i contorni di una determinata frontiera, interpretata dagli ungheresi come il futuro assetto territoriale dell'Ungheria, ne esasperò a tal punto il sentimento nazionale da indurre il Karolyi al gesto disperato di lasciare coi suoi colleghi di ministero il governo della repubblica e porlo, per rappresaglia, nelle mani dei comunisti. Capo di essi era Kun Béla, reduce dalla prigionia di guerra in Russia, e mandatario di quest'ultima per la realizzazione in Ungheria della parola d'ordine: "Proletari di tutto il mondo unitevi ". Questo avveniva il 21 marzo 1919. Il bolscevismo ungherese si presenta cioè come una delle tante forme di resistenza adottate dai vinti per sfuggire alle condizioni imposte loro dai vincitori. Per assumere il governo Béla Kun fu fatto uscire dalle prigioni di Budapest dove era detenuto quale istigatore principale di una recente dimostrazione. Egli appariva ancora pesto e malconcio per le percosse assestategli dagli agenti di polizia , che lo avevano arrestato, quando il colpo di testa di Karolyi improvvisamente ed inaspettatamente lo faceva signore dell'Ungheria. La cittadinanza di Budapest apprese al mattino seguente, 22 marzo, che alla testa dello Stato si era insediata la Dittatura del Proletariato, e, sorpresa dall'evento accettò il suo fatto senza uno scatto di ribellione. Fiduciari dei bolscevichi s'insediarono nei ministeri, negli uffici, nelle redazioni dei giornali, dovunque occorreva esercitare un controllo ed una censura, che sventasse e dissuadesse da ogni tentativo di resistenza. Altri si recarono nelle province, dove il mutamento non sollevò nemmeno molte proteste, né serie sommosse, e si attuò con la presa di possesso delle amministrazioni provinciali e comunali da parte di direttori. I contadini stanchi e delusi delle promesse di spartizione delle terre del governo Karolyi, fecero piuttosto buon viso al nuovo governo, tanto più che l'idea di bolscevismo si associava ad una tale spartizione.
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D'altronde errerebbe chi credesse che anche la massa della popolazione cittadina si dimostrasse a tutta prima contraria al mutamento avvenuto. Era talmente diffusa in tutti la sensazione che occorreva appigliarsi a qualche partito per uscire dalla sciagurata situazione postbellica, che fu accolta quasi come un sollievo l'idea dell'esperimento che si accingevano a compiere dei politicanti idealisti laddove avevano fallito i realisti della vecchia scuola. Anzi nell'elemento intellettuale più giovane, non pochi offrirono con entusiasmo la loro cooperazione al nuovo governo, che, ad onor del vero dovessi dire, si mise all'opera lavorando letteralmente giorno e notte con attività ed abnegazione quasi incredibili e senza a tutta prima lasciarsi prendere troppo la mano dagli elementi meno capaci e più violenti. Frutto di tale lavoro fu un pioggia di decreti da esaurire giornalmente le colonne dei giornali e tappezzare la città di manifesti. Si principiava dal comminare la pena di morte a chiunque facesse resistenza armata agli ordini della Repubblica dei Consigli, e si abbandonasse alla rapina e al saccheggio. Proibivansi la vendita di bevande alcoliche, gli assembramenti superiori a tre persone, e prescrivevasi la consegna immediata di tutte le armi ed il sequ stro di tutte le vetture automobili private. Procedevasi quindi ad attuare il collettivismo. Si comunizzarono le case; ciascuna di esse era amministrata da una commissione d'inquilini, che stabiliva ed esigeva i fitti, imponendoli anche ai proprietari, senza che questi ultimi potessero accampare alcun diritto ad indennizzo per la libera disposizione del loro immobile. Si passarono alla collettività le industrie minerarie, i trasporti, le banche e gli istituti di assicurazione, prescrivendo che nessuno potesse prelevare sui suoi conti correnti e sui depositi a risparmio una somma mensile superiore alle 3.000 corone, e che non gli fossero pagati premi oltre le 2.000 corone. Fiduciari comunisti furono messi a fianco dei direttori di tali istituti, ed altri inviati alle filiali in provincia per esercitare il controllo. I teatri e i locali di divertimento subirono la stessa sorte; solamente i due terzi dei biglietti fu prescritto fossero riservati agli operai, cedendoli a prezzi ridotti. La borsa fu chiusa , lo sconto degli effetti sospeso, i titoli nobiliari e professionali aboliti; riconosciuti i matrimoni ed i figli illegittimi e bandita la prostituzione. La giustizia fu riformata di sana pianta congedando giudici ed avvocati, ed istituendo quei tribunali rivoluzionari di due membri e un presidente, che sì triste fama lasciarono di loro. Ma tra i primi decreti , quello che incontrò maggiore ostilità e diede motivo a persecuzioni, fu quello relativo alla consegna dei gioielli di valore superiore alle 2.000 corone, al quale diversi tentarono sottrarsi nascondendo quanto avevano di maggior pregio nei condotti del gas, sotto i pavimenti, nelle stufe, non sempre con successo, perché traditi da domestici infedeli e da spie. Si videro dame della vecchia e superba nobiltà ungherese depositare con rassegnazione gioie di famiglia d'inestimabile valor, e signore della plutocrazia lasciare nelle mani del Commissario rivières di brillanti e collane magnifiche di perle, e modeste donne del popolo separarsi dal loro unico paio di orecchini od anello, chiedendo con l'animo sospeso se oltrepassava il valore stabilito, e note artiste di teatro, e cocottes, e uomini di ogni rango sociale susseguirsi sullo stesso calvario e senza osare far motto, consegnare oggetti preziosi, decorazioni, orologi, astucci e catene d'oro. Solo i gioielli vennero indennizzati per la merce che avevano nei magazzini, non adeguatamente però, e non in contanti, ma iscrivendo l'ammontare dell 'indennizzo sui loro conti correnti. Per addivenire alla socializzazione dei negozi si ordinò improvvisamente la loro chiusura e la sospensione di ogni contrattazione, comminando la pena di morte ai contravventori. Fu così possibile procedere ad un rigoroso inventario delle merci in magazzino, dopo di che si autorizzò la riapertura dell'esercizio, con l'obbligo di non vendere che dietro la presentazione di un certificato governativo che comprovasse la necessità per l'acquirente di provvedersi di quelle certe comodità. Era comico leggere su qualcuno di tali negozi da in-
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ventariare un cartello con la dicitura "Proprietà di tutti" con cui credevasi porre un freno morale ai malintenzionati dal comunizzare a titolo individuale: ciò che in lingua povera chiameremo furto. Va da sé che l'inventario dei magazzini diede facile pretesto al sequestro di molte merci, che si dicevano scientemente nascoste, e la occasione poi di soddisfare gli appetiti dei partigiani del regime rivendendole oro a prezzi irrisori, unitamente al superfluo di molte guardaroba signorili, che furono perquisite in seguito ad altra ordinanza, colla quale non si permetteva ad alcuno di possedere che un determinato numero di capi di biancheria e di vestiario. All'Arciduca Giuseppe fu tolto perfino l'uniforme di maresciallo e lasciato così a corto di tutto, per cui alla caduta del bolscevismo, quando i suoi amici vollero trarlo fuori dalla sua casa di campagna, occorse prima trovargli un abito e biancheria della sua misura. Tuttavia quello che più stupiva durante i primi giorni era lo spirito fanatico che informava i dirigenti e la loro ingenua fiducia che la natura umana fosse suscettibile da un giorno all'altro di mutamenti così profondi, da adattarsi ad una concezione di vita così agli antipoli con la precedente. Il governo era costituito da 17 Commissari del Popolo ed altrettanti Sotto-Commissari, con poteri e funzioni corrispondenti all'incirca a quelli dei ministri e sottosegretari. Presidente di questo Consiglio era Alessandro Garbai, un cattolico, prescelto a quel posto per essere un contadino egli stesso e rappresentante dei contadini socialisti ungheresi . Era un uomo che non aveva mai avuto una parte importante nella politica del partito, che non dava ombra, adatto quindi a lasciarsi condurre da colui che fin dal primo momento si rivelava il duce e l'anima della rivoluzione: Béla Kun Commissario del Popolo per gli affari esteri. Egli di fatto concentrava in sé tutti i poteri, e si riserbava di decidere soprattutto le questioni più importanti degli altri Commissariati, sia che concernessero la politica interna, la finanza , la difesa della repubblica , la propaganda. Egli incarnò il Lenin dell'Ungheria, e se non fu all 'altezza del suo maestro ed amico, certo fu la figura più rappresentativa delle tante emerse alla superficie della vita pubblica ungherese per effetto della rivoluzione, ed il solo uomo che dimostrasse di possedere qualche qualità per stare a capo di un popolo. Di età prossima ai 40 anni, di media statura, piuttosto tozzo e di un grasso floscio, con una testa pesante, quasi rasata, dalle labbra grosse e sensuali, senza un pelo in viso. Una fisionomia da eunuco, piuttosto sgradevole, che non attraeva l'attenzione se non per i suoi occhi grigio-verdi, piccoli, dallo sguardo vivace, penetrante e risoluto. Vestito modestamente di scuro, portava in permanenza alla bottoniera il distintivo dei comunisti russi: la stella rossa a cinque punte. A vederlo senza conoscerlo lo si sarebbe preso per un commesso di ufficio in abito domenicale, anziché un rivoluzionario e un dittatore. Béla Kun infatti non era un avventuriero politico: era un vero credente bolscevico, pel quale - a differenza di parecchi sui colleghi - la professione di fede comunista non era un pretesto a nascondere tristi ed inconfessabili moventi. Prescelto da Lenin - come si è già detto - a membro del comitato centrale di Mosca e adibito in Russia alla propaganda fra i prigionieri ungheresi, egli si guadagnò la fiducia e le simpatie del dittatore rosso a tal punto da essere inviato in Ungheria largamente provvisto di credito e di denaro. La deferenza di Béla Kun verso il suo maestro era tale, che particolarmente nei primi giorni di governo, ma anche dopo, egli si tenne sempre in comunicazione radiotelegrafica con Mosca, chiedendo consigli e direttive. A tale proposito desta interesse conoscere che Lenin, ammaestrato forse dalla propria esperienza, ammonì allora Béla Kun di attuare lentamente la socializzazione, di non privarsi e anzi di cercare la collaborazione delle classi intellettuali e di evitare, per quanto possibi-
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le gli spargimenti di sangue. Erano buoni consigli, ma per quanto dittatore, anche Béla Kun doveva esperimentare la verità del verso di Pascarella: "Per esse re so re non c'è questione ma mica posso fà quel che me pare" e tra i sedici colleghi del governo ce n'erano molti che la pensavano in modo affatto diverso, e dei quali non poteva fare a meno. Vi faccio grazia d'intrattenervi su tutti gli altri sedici Commissari del Popolo, tanto più che sia per i frequenti mutamenti, sia perché il loro numero andò continuamente crescendo col crescere dell'ingerenza governativa dovrei delinearvi delle figure di sconosciuti, la cui opera circoscritta a mansioni secondarie passò a me del tutto inosservata. Tra i più influenti e più colti citerò: Eugenio Varga, economista al Commissariato per la socializzazione; Giulio Hevesi, chimico e Giuseppe Kelen, ingegnere laureato a Berlino rispettivamente ai Commissariati per l'Industria, e per il Commercio; Eugenio Hamburger, noto chirurgo, al Commissariato per l'Agricoltura; Guglielmo Bohm, riparatore di macchine da scrivere al Commissariato per la Guerra e generale in capo. Questi che erano anche i più moderati non durarono a lungo nei loro posti. Ad essi si contrapponevano Giuseppe Pogany, Alberto Vag6 e Giulio Lengyel, tre opportunisti demagoghi che dei proletari si facevano sgabello per appagare le loro ambizioni ed i loro personali interessi ; Tiberio Szamuely, un maniaco sanguinario, un degenerato, una belva sotto sembianze umane; ed infine Sigismondo Kunfi , il più colto ed il più intelligente di tutti, ma anche il più perfido: un uomo senza fede né scrupoli, che ministro sotto il regime Karolyi aveva allora lavorato pel bolscevismo, e sotto Béla Kun lavorava per affrettarne la caduta. Accanto al governo ufficiale devesi far menzione di un altro potere costituito e irresponsabile, di cui la dittatura proletaria si servì, e fu poi obbligata a tollerare, quantunque così riottoso ed intransigente, che finì per essere più dannoso che utile al governo, il quale non riuscì mai a dominarlo completamente. Intendo alludere ai terroristi. Un ex marinaio della flotta austriaca, Giuseppe Csernyi, disertato in Russia durante la guerra e rientrato in Un.gheria sotto il governo Karolyi, fu l'organizzatore di una banda di 200 uomini circa, reclutata nei bassifondi della capitale tra gli evasi dalle prigioni e fra i soldati e marinai più ribelli. li primo nucleo erasi già saldamente costituito prima che scoppiasse la rivoluzione, e mercé l'oro di Béla Kun aveva potuto provvedersi largamente di armi e munizioni e perfino di un parco carreggio proveniente dal disarmo della armata di Mackensen. Appena proclamata la Repubblica dei Consigli Béla Kun fatto venire a sé Csernyi lo incaricò di completare la sua banda e ne fe ce una specie di guardia pretoriana. Ma se nei primi tempi ad eccezione di alcuni soprusi e bestiali violenze individualmente ed arbitrariamente commesse, la loro cattiva fama non andò lungi da quello splendido palazzo Batthyany, che era divenuto la loro fort ezza, in seguito la loro audacia e la loro licenza divennero tali che Béla Kun fu obbligato a decretare lo scioglimento della banda. Impresa difficile e pericolosa, trattandosi di espugnare questa nuova edizione del forte Chabrol, un edificio irto di bombarde e mitragliatrici e pieno di esplosivi situato nel centro più popolato ed elegante di Budapest, senza suscitare troppo scandalo. Chi ne venne a capo fu il sergente Haubrich, elevato dal bolscevismo al rango di comandante la guarnigione e la piazza di Budapest, uomo energico di cui la Missione non mancò di servirsi più tardi per mantenere l'ordine nella città nei giorni che corsero fra l'esodo dei bolscevichi e l'arrivo dei Romeni. I terroristi scacciati da un luogo tornarono a raggrupparsi altrove, ed il governo chiuse un occhio non potendo fare a meno nelle contingenze più difficili di Csernyi e della sua milizia, denominata: "I Figli di Lenin" .
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La costituzione, copiata fedelmente da quella russa prevedeva un controllo del potere dei Commissari del Popolo, per mezzo di un Congresso dei Consigli, avente funzioni analoghe alla nostra Camera dei Deputati e da parte di un grande Parlamento, specie di Costituente, destinato a formulare ed approvare una nuova costituzione. Ma né l'uno né l'altro esercitarono in Ungheria funzioni degne di rilievo e tanto meno una qualche influenza sul corso degli avvenimenti. Al Congresso si fece ricorso nei giorni più difficili per metterlo di fronte ai fatti compiuti ed ottenere l'approvazione delle misure prese. Più che altro servì da tribuna ai Commissari per porgere loro occasione di pronunziarsi sulle maggiori questioni del giorno e riferire sulla loro opera salvando ad un tempo le apparenze di una responsabilità amministrativa di fronte al popolo. Il Parlamento si convocò una sola volta , appena ultimate le elezioni, prima cioè che io arrivassi a Budapest. Tenne con gran pompa poche sedute nell'antico palazzo a tal fine destinato, più con lo scopo di scimmiottare i deprecati governi precedenti che per concludere qualche cosa, e fu poi aggiornato. Del resto chi ha esperimentato la verbosità e prolissità dei bolscevichi, la difficoltà che s'incontra per giungere con loro a qualche conclusione, comprende facilmente come il regime avrebbe naufragato non dopo 130 giorni, ma dopo una settimana se un compito così imponente, come quello di riformare la struttura politica ed economica di una società si fosse dovuto attuare attraverso progetti di legge elaborati dal Congresso dei Consigli. Tanto poco conto faceva Béla Kun di questo congresso, che quando nel giugno gli elementi più moderati per manifestare il loro malcontento, diedero un voto che significata disapprovazione della politica economica comunista, Kun prima si dimise, poi ... pensò bene di rimangiarsi le dimissioni. Il Congresso dei Consigli era composto di rappresentanti eletti dai diversi Consigli urbani e rurali delle categorie dei lavoratori: operai, contadini e soldati ammessi a costituire Consigli. Il Parlamento invece risultò formato dai rappresentanti del popolo eletti secondo la legge elettorale, che diceva: "Sono elettori ed eleggibili tutti gli individui d'ambo i sessi, che abbiano compiuto 18 anni, e siano occupati in un lavoro produttivo. Sono anche elettori ed eleggibili i soldati dell'esercito rosso, gl 'invalidi che già si guadagnavano la vita con un lavoro produttivo, e gli stranieri. Non hanno diritto al voto: a) coloro che lavorano per mezzo di operai retribuiti, b) coloro che vivevano di reddito, c) i commercianti, d) i ministri del culto, e) gl'infermi di mente e i delinquenti. Ho ritenuto opportuno riportare integralmente i principali articoli di questa legge elettorale che accomuna le classi più colte agli infelici ed ai degenerati della società, perché meglio d'ogni commento rivela l'esasperato odio di parte cui era improntata l'azione di governo, nonostante le millantate acclamazioni alla giustizia ed all 'eguaglianza sociale. L'amministrazione comunale e provinciale non era mutata, però agli organi precedenti si erano sostituiti dei direttori di elementi locali favorevoli al governo. L' aforisma eloquente che compendiava il credo bolscevico statuiva: "Solo chi lavora ha diritto di vivere". Una gran parte della borghesia adattandosi alle nuove esigenze, si diede allora alla ricerca di una occupazione. Signore che conoscevano qualche lingua si presentarono ad offrire il loro lavoro negli uffici, altre diedero lezioni o divennero cassiere, giornalaie, fioraie. Uomini che vivevano di rendita, avvocati, professori presero la scopa, il piccole e la vanga, ed altri ottennero di lavorare nella coltivazione degli ortaggi sui due ippodromi di Budapest: le corse dei cava11i essendo state soppresse, perché di sapore troppo aristocratico. Per avere diritto alla tessera dei viveri anche i professionisti si indussero a formare le loro associazioni e farsi iscrivere nella lista del partito comunista. Ciò avrebbe dovuto co-
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stituire motivo di soddisfazione per i fautori del regime, ed invece suscitò le più acerbe rimostranze da parte degli scalmanati del partito, che si vedevano defraudati dei diritti acquisiti col successo della rivoluzione, messi alla pari degli ultimi convertiti. Il malumore non cessò che quando fu prescritto che sulla tessera figurasse la data di ammissione al partito. Per accontentare vieppiù le masse operaie furono stabilite delle precedenze nella distribuzione dei viveri , emettendo tessere di 4 diversi colori: la prima, che conferiva i maggiori diritti, spettava ai lavoratori manuali , ai soldati ed agli invalidi, una seconda ai commessi ed agli impiegati, una terza ai professionisti e la quarta alla borghesia e all 'aristocrazia. Colla scarsezza di viveri che lamentò sempre Budapest sotto la dittatura proletaria è facile immaginare che alle due ultime categorie sovente il mercato non riservava che i rifiuti , e, talvolta , nemmeno ... questi. Ma un provvedimento che pel modo come fu escogitato ed attuato più d'ogni altro servì di pretesto ad inveire contro le vecchie classi sociali, fu quello degli alloggi. Szamuely, incaricato di regolare la questione vi rivelò tutta la sua anima perversa. Il decreto stabiliva che ogni adulto non aveva diritto che ad una sola stanza, convivendo però in famiglia , quest'ultima non era autorizzata ad occupare più di tre camere, qualunque fosse il numero delle persone che la componevano. Ai medici , agli scrittori ed ai professionisti si tollerava che avessero una stanza da studio in più. Gli ambienti restanti s'intendevano messi a disposizione del Commissariato, unitamente ai mobili che vi si trovavano. Come per tutti gli ordini emanati da Szamuely, per ogni violazione non si comminava altra pena che quella di morte. .Intere famiglie di proletari furono in conseguenza acquartierate nelle case, scegliendo di preferenza quelle dei ricchi signori e della borghesia. Fu inoltre stabilito che chiunque possedeva una stanza da bagno era obbligato a metterla a disposizione dei bambini proletari due volte la settimana , nella misura indicata dal rappresentante locale degli operai, restando a carico del proprietario le spese per acqua , sapone e riscaldamento. È facile capir che il decreto non rimediò che in minima misura alla penuria degli alloggi sia per evasioni giustificate o comprate sottomano, sia perché gli operai erano riluttanti ad abitare lontano dalle loro officine o fuori dai loro rioni, ed infine anch 'essi detestavano la promiscuità con famiglie sconosciute. Ma ciò che più importava era ottenuto; l'espediente serviva a meraviglia per alimentare l'odio di classe, far dell 'ambiente domestico un inferno e trasformare ogni proletario in una spia interessata alla delazione. Bisogna aver vissuto nei giorni più terribili del bolscevismo, ed aver visto e sentito i racconti di coloro che furono vittime di questa forzata ospitalità per avere una pallida idea delle scene incredibili che si svolgevano nell'interno delle famiglie, quando maggiore era sentito il bisogno di celare e sfogare nell'intimità della propria dimora tante sofferenze ed umiliazioni. Come ogni passo innanzi su questa strada di sistematica oppressione e persecuzione della borghesia ed esaltazione del proletariato precludeva sempre più la possibilità di una resipiscenza, così lo sconvolgimento iniziato nella struttura sociale non tollerava arresti, e di necessità invadeva tutti i campi della vita pubblica. Nelle amministrazioni statali, nelle banche, nelle industrie, generalmente dovunque sembrò necessario, si conservò dapprima il personale specializzato e tecnico già esistente, costringendo i ritrosi a servire il nuovo regime con la minaccia di togliere loro stipendio, pensione ed alloggio, e facendo ad altri condizioni di favore e che giungevano fino al massimo stipendio della scala mobile degli onorari e salari , 36.000 corone annue, eguale a quello dei Commissari del Popolo. Ma poi i fid uciari, messi a fianco dei competenti, cercarono ogni pretesto per allontanar le persone che davano loro soggezione od erano di ostacolo a commettere abusi, sostituendole con altre di loro gradimento, senza badare alla capacità ed alla moralità , ma alla fede politica.
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Così tutti i mestatori, i disonesti, le nullità, i naufraghi della società riuscirono a salire alla ribalta della vita pubblica, intellettuale ed economica della nuova Ungheria. Nessuna sfera ne restò immune, perché il governo dei Consigli sconvolta l'economia nazionale, nella sua mania riformatrice, prese di mira l'insegnamento, l'arte, la religione. Si abolirono gli studi classici e si adottò un solo tipo di scuola media sulla traccia delle nostre scuole d'arti e mestieri. Si stabilì che l'Università fosse gratuitamente riservata a pochi eletti inclini e portati allo studio per particolari doni di natura. I programmi e i testi scolastici furono riformati per adattarli ai principi del bolscevismo. Si prescrisse che i bambini e le bambine fossero iniziati nei misteri sessuali, e fosse invece soppresso l'insegnamento religioso di qualsiasi specie. Il livore proletario si sfogò perfino sull'aristocratico educandato Elisabetta dove si sostituì la direttrice con una donna di facili costumi. Eguale asservimento alla causa proletaria si pretese dalle arti. La pittura e la scultura furono impiegate per esaltare con manifesti e statue il trionfo della rivoluzione, irridere alla conferenza di Parigi, ed incoraggiare gli arruolamenti nell 'esercito rosso: colossali gessi dell'olimpo bolscevico raffiguranti Marx, Engels, Lenin troneggiavano nelle vie di Budapest. Le collezioni artistiche private furono requisite e raccolte in un museo pubblico. I teatri, i cinematografi furono obbligati a rivedere tutto il loro repertorio, escludendo dal programma le produzioni di gusto capitalista e gli spettacoli non aventi valore educativo: l'operetta e i varietà scongiurarono la minaccia per le rimostranze degli artisti e gli adescamenti delle artiste. Per estendere la scala mobile dei salari al mondo teatrale si cadeva nel ridicolo di pagare un attrezzista il doppio di un artista , ed un professore d'orchestra metà del suggeritore, ed alle prime donne dopo aver loro comunizzato le toilettes si addebitavano i danni che indossandole vi potevano accidentalmente causare. La letteratura tacque perché nessun libro poteva essere pubblicato senza autorizzazione. Gli scrittori che non volevano morire di fame furono obbligati a collaborare all 'ufficio di propaganda, ed alla volgarizzazione e traduzione delle opere di Marx. La religione, considerata acerrima nemica , doveva sradicarsi e scomparire. Ma non osando attaccarla di fronte, si proclamò che la fede è una questione personale, di cui il governo si disinteressava. Fu però tolta al ministro del culto ogni facoltà in materia di stato civile, ogni assegno e le proprietà, i tesori e parte degli arredi sacri furono confiscati. Eguale trattamento fu fatto agli ordini religiosi, prescrivendo inoltre che tutti i cittadini ungheresi ad essi appartenenti foss ero prosciolti dai loro voti e lasciati liberi di tornare alla vita civile. Né si fece distinzione tra un culto e l' altro; gli israeliti non meno che gli ortodossi furono trattati alla stessa stregua. In una delle prime interviste concesse ai giornalisti Béla Kun in materia di politica estera, si esprimeva in questi termini: la nostra politica cli pace, di vera pace ne] significato più esteso della parola. Noi non concepiamo frontiere economiche e conseguentemente anche sotto questo aspetto cessa ogni incentivo da parte nostra ad una politica imperialista. Parole ed aspirazioni che dovevano presto essere contraddette dai fatti . L'esercito concepito prima come un 'accolta di volontari e un mezzo per rimediare alla disoccupazione operaia divenne in breve oggetto delle maggiori premure da parte di Béla Kun . I Romeni avanzavano e le truppe bolsceviche coi loro ufficiali eletti dai Consigli dei soldati fuggivano in disordine ai primi colpi di fucile. Budapest era ancora mascherata di rosso da un estremo all 'altro, dai marciapiedi ai tetti, come l'avevano voluta i bolscevichi per festeggiare degnamente il primo maggio, e come la descrive bene Arnaldo Fraccaroli nelle sue "Corrispondenze " al "Corriere della Sera ", quando Béla Kun tratteggiava al Congresso dei Consigli la situazione della Repubblica e la qualificava come disperata.
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Gli eserciti romeno e ceco, armati di tutti i moderni mezzi di lotta, avanzavano e non erano più che a poche giornate di marcia dalla capitale, e nessuna forza degna di questo nome si frapponeva alla loro avanzata. La seduta, come può immaginarsi, fu tumultuosa e si pronunziarono perfino le parole dimissioni, ma furono soffocate da un appello caloroso di Béla Kun, che rianimò la fede vacillante e saldando le volontà di tutti diede vita come per incanto al nuovo esercito. Era il 2 maggio. Cinque settimane dopo l'avanzata romena era arginata , i Cechi costretti a ripiegare e sgombrare quasi tutta la Slovacchia, e le truppe ungheresi raggiungevano in qualche punto il vecchio confine. In 14 giorni il governo dei Consigli era riuscito a mobilitare 100.000 uomini, dotandoli di tutto l'antico equipaggiamento ed armamento della grande guerra, inquadrandoli coi suoi antichi ufficiali, e soprattutto ripristinando l'antica disciplina, ciò che bastò perché l'esercito si battesse con l'usato valore. Però questo esercito era così poco bolscevico, che anche in presenza di Béla Kun non si peritò di spiegare qualche bandiera tricolore accanto alle rosse. Come nel campo militare, così in quello civile, il governo dei Consigli doveva via via avvedersi che le aborrite istituzioni borghesi, passate al vaglio del tempo e dell'esperienza, se non erano immuni da pecche erano pur sempre migliori delle improvvisazioni bolsceviche. E per essere equanimi lasciamo anzitutto la parola ad uno dei Commissari del Popolo; così penetreremo anche nella mentalità di uno degli apostoli del bolscevismo. Diceva il Varga in una seduta del Congresso dei Consigli tenuta il 15 luglio: "Il rendimento del lavoro è in tutti i campi in diminuzione. Nelle miniere di carbone la produzione è del 10 al 30 per cento meno dell'epoca di Karolyi, nelle officine Lang del 30 per cento inferiore, nella fabbrica di ascensori del 75 per cento e così via. Se noi indaghiamo sulle cause di questa riduzione, noi troviamo che essa è dovuta non alla deficienza di carbone e di materie prime, bensì allo scarso rendimento del lavoro. E questo scarso rendimento dell 'operaio deve attribuirsi a due fattori: 1) che rovesciando la borghesia e la produzione capitalista non si è ancora sostituita alla vecchia disciplina qualcosa che ne facesse le veci; 2) che sopprimendo i cottimi e rimpiazzandoli coll'attuale scala di salari, l'operaio più abile e più attivo accorgendosi di essere rimunerato in egual misura od anche meno di quello incapace e svogliato, si domanda: perché debbo affaticarmi tanto? Soltanto fra una o due generazioni sarà possibile raggiungere quell'evoluzione della coscienza socialista per cui ognuno sentirà che possedere maggior vigore fisico e più vivace intelligente, impone il dovere cli rendere di più anche se non riceve una parte maggiore della produzione sociale. Così deve concepirsi il vero comunismo, la vera fratellanza! ''. L'oratore concludeva che nulla di buono poteva sperarsi dai sistemi adottati fintantoché l'operaio conservava la concezione capitalista del lavoro. Per dare una idea delle rovinose condizioni delle industrie sotto il bolscevismo basta dire che nella fabbrica Ganz i salari importavano un totale mensile di 28 milioni di corone e la produzione nello stesso periodo di tempo non raggiungeva il valore di 2 milioni. Nella fabbrica Chinoin (prodotti farmaceutici) i salari sommavano a 8 milioni e la produzione a 2, e così dicasi per le grandi officine metallurgiche Manfred Weiss. Del breve ciclo di vita della dittatura proletaria in Ungheria la prima quindicina di giugno può ritenersi il periodo della sua maggior potenza, il periodo in cui - compatibilmente coi suoi assurdi principi politici, sociali ed economici - raggiunse a sua fase migliore di assestamento. Questo era da ascriversi soprattutto al buon esito delle operazioni militari intraprese contro la Cecoslovacchia, viste con gioia perfino dagli avversari del regime. Inoltre le finanze dello Stato se erano tutt'altro che floride, non erano ancora stremate e pericolanti e
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la popolazione pure abbassando il proprio tenore di vita ad un livello non mai raggiunto neppure nell 'ultimo anno di guerra, non era ancora ridotta alla fame. Per quanto una serie numerosa d 'ordinanze governative avessero cercato di estendere e regolamentare la comunizzazione, tutte le forme di attività, singola o collettiva, che nel malato cervello bolscevico s'identificavano col capitalismo, in tre mesi, nella pratica, non era stato possibile applicarle se non sporadicamente qua e là con diverse limitazioni ed eccezioni, seguendo soprattutto dei criteri di opportunità politica e di partigianeria. In mancanza di ben studiati e ponderati regolamenti per procedere a questo generale incameramento di tutta la ricchezza e di tutte le fonti di produzione della ricchezza, qui era prevalso lo zelo e l'entusiasmo degli agenti esecutivi, là invece la mala fede d'istigatori ed altrove infine l' astuzia, l'intelligenza e l'audacia disperata di coloro che avrebbero dovuto sottostare a queste ordinanze, che avevano tutto il carattere e l'aspetto di spogliazioni, e che per conseguenza se ne premunivano e difendevano come potevano. Non c'era da stupirsi quindi che le riforme si fossero realizzate così lentamente, quando si pensa che, anche astrazione fatta dall'assurdità del principio cui s'informa il comunismo e dalla sua inconciliabilità con lo spirito della natura umana, il qual e non si rassegna a fare un lavoro di Sisifo, la trasformazione vagheggiata implicava tale un rivolgimento profondo e radicale della vita sociale odierna, che nemmeno una schiera di apostoli animati dalla fede più viva nelle loro credenze e dotati di virtù e poteri soprannaturali sarebbero riusciti a portarla a compimento in uno spazio di tempo immensamente più lungo. Dirò di più, che pel regime era una fortuna che così fosse, perché almeno in giugno non si risentivano che in misura tuttora tollerabile quegli effetti disastrosi, che a lungo andare la comunizzazione non avrebbe mancato di produrre sul complesso dell'economia del paese. Nelle campagne il mutamento di proprietà delle terre non aveva avuto tempo di ripercuotersi sulla coltivazione e sulla produzione. La carestia era quasi esclusivamente da attribuirsi alla paralisi intervenuta nel fenomeno della distribuzione. J contadini occultavano le derrate che possedevano per timore di vedersele requisire o tramutare in moneta dal valore oscillante e fittizio, con la quale non era loro possibile provvedersi di ciò che loro occorreva , sia personalmente, sia per la coltivazione. Per chi poteva tuttora pagare con biglietti di banca azzurri come i vecchi baroni Gutmann o la giovane nuora baronessa Stefania o con l'offrire in cambio altre merci come la nostra Missione non solo non c'era carestia ma abbondanza. Si verificava anzi questo strano quanto spiegabile fatto, che mentre in città i prezzi crescevano giornalmente con progressione fantastica, nelle campagne diminuivano per le difficoltà di realizzare il prodotto. Negli stabilimenti, nei cantieri e dovunque si raccoglievano parecchi operai per attendere a lavori di tipo industriale, il bolscevismo aveva portato ad una immediata disorganizzazione e se in diverse officine la produzione non era cessata, era però molto diminuita quantitativamente, e molto peggiorata qualitativamente sia per l'irrazionale impiego della mano d'opera, sia per l'allontanamento, retrocessione e inadeguata rimunerazione di quella specializzata e più esasperata. E se la produzione la si gabellava ancora di qualche rendimento, si era perché ome ttevasi di tener conto del prezzo delle materie prime, le cui scorte si andavano rapidamente esaurendo. Anche le ordinazioni erano diminuite ed il commercio si era ridotto a poche clandestine transazioni di privati ed al contrabbando attraverso le frontiere bloccate dall 'Intesa e dalle Potenze Associate. Nei grandi magazzini, nei negozi, nelle botteghe di Budapest, reputate un tempo per il loro vario e ricco assortimento, non si riusciva ad acquistare più nulla: le merci erano scomparse dalle vetrine come dall'interno. La comunizzazione aveva vuotato come per incanto quel centro fior ente di vita, dove si agglomeravano oltre un milione di abitanti e dove ancora un anno prima si riforniva tutta la popolazione della grande Un-
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gheria. A questa sparizione aveva contribuito sia l'inflazione sia la povertà artistica e tipografica della nuova carta moneta messa in circolazione. Accanto alle vecchie, azzurre e belle banconote austro-ungariche (stampigliate per circoscriverne la validità alla sola Ungheria) , circolavano sotto la repubblica dei Consigli dei biglietti di piccolo taglio, di fattura repellente come disegno come carta e come colorazione. La mancanza di carta erasi fatta in Ungheria così sensibile in conseguenza del blocco, che i tre giornali che ancora si pubblicavano a Budapest, uscivano stampati non solo in formato ridotto, ma su fogli di un colore ruggine e semitrasparenti da dar fastidio a11a vista a leggerli. Il susseguente rarefarsi degli inchiostri adatti aveva infine costretto il governo a semplificare la riproduzione tipografica della carta moneta di sua fabbricazione, lasciandone in bianco il retro. Queste cosiddette corone bianche pur valendo ufficialmente né più né meno delle altre verdi, avevano finito per avere corso forzoso, perché nessuno le accettava volentieri, anche per l'uso invalso di servirsi della facciata in bianco per scriverci ogni sorta d'improperi all'indirizzo del governo. Vi fu anzi un periodo in cui la maggior parte degli esercizi rimasero chiusi, perché - come si è detto - era occorso di procedere all 'inventario delle merci. Fatto sta che quando si riaprirono tutto ciò che v'era di meglio aveva preso il volo, e, a quel che mi riferirono i funzionari bolscevichi, avevano trovato assai poco da inventariare e comunizzare. Tuttavia sarebbe errato pensare che in regime bolscevico non si potesse trovare a Budapest tutto quel che uomo può desiderare, ma non alla luce del sole non a prezzo di concorrenza. Sottomano, assoggettandosi ad essere strozzato ed a pagare in valuta estera si aveva tutto. Questo stato lamentevole di cose non era fatto indubbiamente per appagare una popolazione e ci sarebbe stato da stupirsi che non vi fossero malcontenti e lagnanze contro il governo, che ne era la causa, tuttavia per essere le classi più numerose degli operai e dei cont_adini relativamente soddisfatte del trattamento di favore loro riservato e speranzose che i mali di cui soffrivano fossero una conseguenza transitoria del rivolgimento, potevasi allora dire che il regime avesse più fautori che oppositori. I salari degli operai fissati dal governo secondo la già menzionata scala mobile erano tutti altissimi, anche per la mano d'opera non specializzata e di più il lavoro non era né molto né gravoso. Oltracciò gli operai favoriti dalle tessere preferenziali per l'acquisto di generi alimentari, godevano di ribassi del 20 per cento sui fitti di casa e di molteplici altre agevolazioni, quali ad esempio quella di potersi scegliere un alloggio di loro gradimento in un palazzo vuoto od insufficientemente abitato, se eventualmente senza tetto o troppo a disagio. All'Opera come in tutti gli altri teatri e cinematografi i posti migliori era stato decretato che fossero riservati al proletariato, che poteva acquistarli ad un prezzo irrisorio, quando non li riceveva addirittura gratuitamente per generosa distribuzione di autorevoli membri dei Consigli. Per ragioni comprensibili oltre che per assoluta mancanza di tempo non andai mai al teatro in quell'epoca; feci soltanto un'eccezione per l'Opera in quanto il direttore d'orchestra era l'italiano maestro Tango, che si faceva un dovere di offrire giornalmente un palco alla Missione. Ebbi così occasione di vedere questo magnifico teatro affollato della sua nuova clientela modestamente vestita, impacciata e timida nei suoi movimenti, ed istintivamente, per aver fatto l'occhio ad associare quello sfarzo di decorazione, di luce e di colori con una corrispondente prodigalità e ricchezza di vesti e di gioielli, provai la sensazione come d 'una stonatura.
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A sipario abbassato c'era quasi da credere di trovarsi in un 'aula scolastica anziché in uno dei più eleganti ritrovi mondani del1a capitale ungherese. Però debbo anche dir che quando si alzava la tela e si spegnevano le luci dando principio allo spettacolo, difficilmente si sarebbe potuto trovare un uditorio più silenzioso e raccolto di quello offerto dai nuovi ed inusitati frequentatori del teatro. Nell'animo dei contadini , la gioia e soddisfazione di sentirsi proprietari di quelle terre che agognavano ed avevano fecondato del loro lavoro, prevalevano ancora su11e prime amarezze e disinganni derivanti dal crollo finanziario, dalla paralisi commerciale e dalle prime applicazioni di approvvigionamento coercitivo adottate dai nuovi governanti. Per allora infatti le requisizioni con le quali il governo bolscevico taglieggiava i contadini non erano né troppo frequenti né troppo onerose ed essi ammaestrati dagli anni di guerra conoscevano bene tutte le arti per sottrarvisi od attenuarne i danni. Devesi anche tener conto che le ordinanze emanate dal governo centrale avevano scarso potere esecutivo nelle campagne, sia per ]'interpretazione individuale ed opportunistica che ne facevano i soviet municipali sotto l'influsso d 'interessi locali o addirittura personali, sia per gli uomini che li capeggiavano. Ciononpertanto, come dicevo, la soddisfazione che provavano i contadini di rivalersi sul temuto ed odiato padrone, infliggendogli ogni sorta di umiliazioni e privazioni era a quell 'epoca ancora talmente forte, che, sia pure in misura diversissima secondo le località, la pluralità di essi sostenevano con convinzione il nuovo regime Fra le classi che si schieravano col proletariato nell'appoggiare il governo bolscevico, quelle più contaminate dal malcontento erano in quel momento i ferrovieri, che avrebbero preteso il pagamento dei loro salari in carta moneta azzurra. Coscienti della potenza della loro organizzazione e dell'indispensabilità del servizio, ai primi di giugno si misero in sciopero. Ma il governo senza indugio e senza esitare arrestò i capi dell'agitazione, guarnì le principali stazioni con pochi soldati armati di mitragliatrici, con l'ordine di farne uso contro i ribelli , che non cedessero alla prima intimazione, e, soffocato che fu lo sciopero, provvide ad accontentare parzialmente i ferrovieri nei loro desi deri. D 'altronde il fatto che un numero considerevole di ferrovieri si fosse pronunziato esplicitamente contrario al predetto sciopero, e non avesse voluto associarvisi, nonostante gli adescamenti e le intimidazioni di prammatica, basterebbe a dimostrare, che anche in questa classe il malcontento e l'opposizione al regime era tuttora poco diffuso. Dove invece il governo non trovava grazia ed era visto con cieco livore, era nel vecchio ambiente conservatore. L'aristocrazia, l'alto clero, la ricca borghesia e l'alta e media burocrazia, tutti gli spodestati da posizioni sociali ed economiche, cui erano annessi privilegi e vantaggi anche maggiori che altrove, fremevano di sdegno ed avvampavano d'odio contro i nuovi despoti venuti dalla plebe. I grandi signori, per quanto non sloggiati dai loro castelli, ma semplicemente, e non sempre, costretti a vivere in un 'ala della loro sontuosa magione, si ribellavano al pensiero di dovere giornalmente mendicare o pagare profumatamente quei prodotti e benefizi delle terre, che consideravano ancora di loro proprietà e soffrivano per le umiliazioni, che loro infliggevano contadini e domestici che fino a pochi giorni prima si curvavano davanti a loro. Così i magna ti dell'industria, del commercio e della finanza non potevano tollerare di vedersi messi fuori dalla direzione delle loro aziende o sentirsi esautorati al punto da essere dei meri fantocci nelle mani dei Consigli di fabbrica , quantunque in certo modo si consentisse loro di vivere tuttora di rendita , perché autorizzati a prelevare mensilmente dai loro depositi alla banca la irrisoria somma di 2.000 corone. Vivo risentimento covava anche nell ' alta burocrazia, sia per effetto delle privazioni materiali, che loro imponeva il nuovo regime, sia soprattutto per l'offesa inferta al suo amor
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proprio vedendosi posposta e subordinata ad elementi ignoranti ed improvvisati, che si erano andati insinuando qua e là in tutte le amministrazioni portandovi il disordine, l'incapacità e la più sfacciata corruzione. Al risentimento professionale s'aggiungeva poi per la burocrazia, come in generale per tutta la media borghesia, quello che derivava dalle continue persecuzioni ed angherie di cui erano giornalmente fatte oggetto da parte di elementi fanatici e facinorosi , che si abbandonavano ad ogni sorta di spedizioni punitive col pretesto d'inculcare la fede comunista ed il costume proletario. Così era frequente il caso che si aggredisse e malmenasse qualcuno, che se ne andava per le vie della città tranquillamente, pel solo fatto che portava il monocolo o camminava con quel sussiego caratteristico della gentry austro-ungarica. Ed eguale sorte rischiava chi s'avventurava in qualche luogo o passeggio pubblico vestito accuratamente od elegantemente, fosse esso uomo o donna. Ma per quanto forte fosse il rancore e l'odio della vecchia società contro la dittatura proletaria e vivo il fermento di rivolta contro quello stato di cose, tutti si guardavano bene dal far trapelare i sentimenti che nutrivano nell'intimità dell'animo loro, e tacevano o si sforzavano di mostrarsi indifferenti sentendosi impotenti a scuotere il giogo bolscevico. Bisogna infatti pensare che il governo, appena insediato, aveva avuto la precauzione di porre sotto sequestro tutte le armi di qualsiasi specie, minacciando di morte chiunque ne omettesse la denunzia o ne fosse trovato in possesso. Di più era ricorso al satanico espediente di decongestionare gli affollati quartieri popolari trasferendo intere famiglie proletarie nei palazzi dei ricchi, raggiungendo in tal modo automaticamente lo scopo di affiancarsi una corte interessata d'inquisitori, che vivendo alle costole dei suoi irreconciliabili nemici, scrutandone ogni movimento ed origliandone quasi ogni parola, lo mettevano in grado di sventare in tempo ogni trama, arrestando i cospiratori prima ancora che fosse loro possibile concertarsi. Vedendo - come più volte mi accade - taluna di queste prolifiche famigliole accampate con i loro cenci e le loro misere e sgangherate suppellettili, dalle quali non si erano volute separare, in qualcuna delle più fastose dimore di Budapest, pur provando un senso di pena per quella profanazione, cui s'accompagnava inevitabilmente qualche volontaria od involontaria distruzione, di saloni che potevano dirsi piccoli templi d'arte e di estetica, veniva fatto di lasciarsi facilmente sopraffare dalla pietà e dall'indulgenza. Povera gente, che sapeva essa del valore dei tesori che deturpava? Lo stesso governo era poi realment e così condannabile se tra due tesori da tutelare e salvaguardare: la vita preziosa di tanti esseri infelici chiamati a colmare i vuoti causati dalla guerra o quella di pregevoli ma inanimati capolavori d'arte, sacrificava quest'ultimi a quel.? 11. Senonché osservando le cose più davvicino e non soffermandosi al caso singolo ci si accorgeva che non tutti quei disgraziati erano così candidamente innocenti come volevano far credere. Accanto a qualche eccezione inoffensiva, ce n'erano molti che si limitavano a spiare la vita che conducevano i signori del palazzo, per riferirne con ingenua o malevola esagerazione i pochi agi e comodità che ancora si concedevano. Diversi altri, meno poveri e più malvagi, si studiavano in tutti i modi di molestarne, amareggiarne e tormentarne l'esistenza finanche a rendere loro insopportabili le tre o quattro camere, nelle quali si erano chiusi e donde cercavano di uscire più raramente possibile, per evitare ogni occasione di attriti con i loro ingrati ospiti e risparmiarsi il dolore di vedere lo scempio che si faceva di cose cui s'univano ricordi di affezione. Rammento ad esempio tra i casi consimili quello per cui venni pregato d'intervenire presso il Commissario agli alloggi due volte consecutive. Si trattava della vecchia contessa
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Banffy, rimasta sola ad abitare nella sua villa a ridosso del Gellért Hotel. Nemmeno i suoi capelli bianchi e la sua malferma salute avevano trovato considerazione e compassione agli occhi di certi sciagurati, che non contenti di adoperare un suo magnifico pianoforte a coda come lavabo, i suoi tappeti orientali per giaciglio dei loro bambini ed un arazzo distaccato dal muro come coperta da letto ed aver fatto in una parola di due dei suoi saloni più belli, due luride ed infette abitazioni , ricordo che la inquietavano a tutte le ore del giorno e della notte, pretenden do di spadroneggiare in ogni parte della casa, di prendersi quanto loro occorreva insultandola e picchiandola se protestava, e spingendo la loro impudenza fino a forzare l'ingresso de11a sua camera da letto mentre dormiva. La si voleva indurre in tal modo a sloggiare, ma siccome la contessa Banffy non si lasciava intimidire, i suoi graziosi ospiti con false denunce alla polizia avevano tentato di sbarazzarsi di lei facendola tradurre in prigione. Di qui il suo appello a11a Missione italiana. Nelle case borghesi dove non v'era dovizia d'ambienti,che consentissero il generoso regalo di tali ingrati ospiti, l'occhio sospettoso di Béla Kun aveva trovato egualmente il modo di penetrare servendosi dei portinai. L'improvvisata comunizzazione delle case facendo dei portinai gli esattori dello stabile, aveva finito per farne i veri e più spietati proprietari. Mentre prima bastava pagare puntualmente il proprio fitto, perché tra padrone e locatario corressero i migliori e più cordiali rapporti, in regime comunista bisognava fare i conti col maggiore o minore appetito del portinaio, che in luogo della mancia pretendeva una percentuale sulla somma che incassava, tanto perché gli restasse qualcosa di tutto quel denaro che gli passava per le mani per finire nelle casse dello Stato. Non piegarsi a questa estorsione, o soddisfarla con troppa liberalità, era egualmente pericoloso, perché non si sapeva mai in che modo lo avrebbe interpretato la mentalità proletaria dell 'i nquisitivo e diffidente portinaio. Chi da questi episodi volesse inferirne, che il governo bolscevico avesse fra le sue direttive la sistematica persecuzione delle vecchie classi dirigenti dico subito che errerebbe. Kun Béla ed i fanatici in buona fede del bolscevismo avrebbero fatto assai più buon viso come dicevano - ad una conversione di quelle classi alle loro idee. Questo però non faceva dimenticare loro l'elementare precauzione di disarmarle e scoraggiarle dal tentare alcunché di offensivo contro il regime. Prova ne sia il trattamento fatto agli ostaggi politici, ai quali non fu torto un capello, né minacciato alcun male, finché non ci furono tentativi per rovesciare il governo. Molti di questi ostaggi furono appunto rilasciati proprio nella prima quindicina di giugno, quando - come ho detto - il regime comunista si sentì più solido e più sicuro. A proposito degli ostaggi, la Missione ebbe frequenti occasioni di occuparsene, sollecitata dagli stessi, o dai loro parenti allo scopo di ottenere la loro liberazione od una mitigazione di trattamento; e debbo dire, che solamente per alcuni pochi trovai Kun sordo alle mie perorazioni, mentre per gli altri mi fu prodigo di maggiori o minori concessioni, secondo il caso. Fu così posto in libertà l'Arciduca Giuseppe Francesco, figlio dell'Arciduca Giuseppe, il quale - come ho già raccontato - era detenuto in ostaggio nello stesso hotel Ritz, dove risiedeva la Missione ed avevamo spesso occasione d'incontrarlo quando usciva accompagnato dall'inseparabile poliziotto, che gli aveva messo alle costole il governo o quando si prendeva l'unica e ben magra distrazione serale di ascoltare un po ' di fonografo nella camera del Capitano Carbone. Aveva l'aspetto, i modi di fare e la conversazione di un giovane sui diciassette anni appena uscito dall 'ambiente familiare, quantunque avesse qualche anno di più e fosse già ufficiale ed avesse partecipato alla guerra. Ignaro della politica, come lo era della vita, prendeva la sua semi-prigionia con molta indifferenza e dignitosa bonarietà, fingendo quasi di non avvedersi della guardia rossa che lo seguiva, come un'ombra, dovunque si recava.
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Lasciato l'hotel e tornato in seno alla famiglia lo rividi accanto al padre nel castello di Alcsut*, dove ebbi motivo di recarmi nel mese di luglio per assicurarmi personalmente sulle condizioni di vita fatte alla famiglia dell'Arciduca ed imporre colla mia presenza un certo ritegno e soggezione ai suoi contadini, che sembrava volessero prevalersi dell'appoggio governativo per molestarla. Fra gli ostaggi dei quali non si poteva fare il nome a Kun senza farlo inviperire, era il Generale Szurmay, riputato come uno dei migliori e più fortunati comandanti dell 'esercito austro-ungarico durante la guerra e già Ministro della Guerra sotto il precedente governo Karolyi. - Diesel Henker! - quell'impiccatore, mi rispondeva invariabilmente Kun Béla alle mie periodiche sollecitazioni; facendosi eco al rimprovero che i soldati muovevano al generale di estrema severità in guerra. Ed io allora cambiavo soggetto per non compromettere altre richieste, pur rammaricandomi, che si prolungasse il duro soggiorno del povero generale in quell'angusta celletta delle Gyujt6foghaz**, dove lo avevo visto. Per qualche altro invece era palese l'intenzione di Kun di procrastinarne la liberazione e guadagnare tempo con dei pretesti. Tale era il caso del Vescovo Mikes, anch'egli internato, ma in forma più mite del generale e cioè non in prigione ma in un sanatorio. - Non è affar mio! - mi rispondeva Kun. - Il provvedimento contro il Vescovo Mikes è stato preso dal governo Karolyi dietro accusa di malversazione di beni ecclesiastici, ed ora non tocca a me sebbene alla giustizia pronunziarsi. - Subodorando il pretesto, un giorno in cui ero tornato sull'argomento, finii per dire: - Voglia almeno impartire ordini perché s'istruisca la causa! Si farà il possibile. - mi rispose asciutto Kun, con quel tono di voce che riserbava alle mezze promesse, quelle che non avevano la più lontana probabilità di essere mantenute. A maggiore conferma di ciò che dicevo, che il governo bolscevico non intendeva, a quell'epoca, infierire con persecuzioni sta il fatto che vedeva con piacere ed incoraggiava le persone, tutt'altro che rare, che pure essendo state abituate a vivere di rendita, si adattavano ora ai tempi nuovi ed alle nuove circostanze dedicandosi ad una forma di lavoro consona alle proprie attitudini. La dattilografa che per prima aveva prestato servizio alla Missione e la giornalaia dello spaccio dell 'hotel Ritz erano signorine di nobil e famiglia, che qualche mese prima non avrebbero mai pensato a lavorar per guadagnarsi da vivere. Le due baronesse Eotvos, appassionate amazzoni, per non farsi requisire i loro cavalli e trovarsi unarimunerazione avevano avuto la felice idea di darsi all'insegnamento dell'equitazione. Nella cavallerizza di Eszterhazy utca istruivano giornalmente due o tre classi di giovani proletari; i figli dei nuovi privilegiati della rivoluzione, che istintivamente si preparavano a dimenticare le loro origini e farsi una nobiltà sollevandosi sul dorso di un signorile destriero. Anche nei riguardi della religione il governo bolscevico aveva av uto l'accortezza di non trascendere nelle angherie e nelle vessazioni, prendendo piuttosto delle misure di precauzione, come quella d'isolare e sorvegliare l'alto clero e gli ordini religiosi anziché offendere i sentimenti della popolazione. Il Cardinale Csernoch, Principe Primate d'Ungheria, quantunque conservasse se non l'intera disponibilità della sua imponente residenza di Esztergom*** , una discreta parte di essa, tuttavia pel fatto che non gli era consentito di uscirne, di ricevervi chi voleva, e perfino di comunicare per lettera con chicchessia, poteva dirsi che vi fosse quasi prigioniero. La
* Alcsiit è un 'antica cittadina della regione al di qua del Danubio e a sud-ovest rispetto alla Capitale. Men z ionata fin dal XIV secolo, dal XIX secolo è nota co,ne proprietà del principe e conte palatino Giuseppe d 'Asburgo, soprauutto per il suo castello estivo. ** Gyujtéffoghaz, è più semplicemente la prigione. *** Esztergom (in latino Strigonia, in tedesco Gran), era un 'antica fortezza e la prestigiosa sede del primate d'Ungheria. Si trova sul Danubio, a nord-ovest di Budapest.
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sua corrispondenza col Vaticano, se voleva godere delle guarentigie diplomatiche, occorreva che passasse per le mani della Missione. Più con lo scopo di assicurarmi del trattamento che gli riserbavano i bolscevichi locali che per fargli recapitare la predetta corrispondenza, mandai una volta ad Esztergom il Capitano Carbone, scortato da un carabinieri. Il capitano parlò con Sua Eminenza, gli consegnò una lettera di S.S. Benedetto XV, s'informò della sua salute e delle sue condizioni e dopo aver fatto colazione col cardinale si congedò assicurandolo che la Missione non avrebbe mancato d'intervenire se gli fosse fatto qualche male. Con gli ordini religiosi ed i conventi , per paralizzarne l'occulta e potente influenza e premunirsi che si convertissero in focolai di congiure, il governo cercò anzitutto di spopolarli fomentando le diserzioni di frati e monache particolarmente ungheresi ed obbligando gli uni e le altre a spogliarsi degli abiti religiosi quando uscivano dal convento. Pose poi dei fiduciari in tutte le case, senza riguardo né al sesso né alle regole dell 'ordine monastico, rimanendo però prudentemente estraneo per quanto concerneva le pratiche e cerimonie che si svolgevano nelle chiese. Rammento a tal proposito un episodio occorso ai primi di giugno del quale mi interessai personalmente. Una sera poco prima di lasciare l'ufficio e passare nella stanza della mensa, si presentò una signora per portarmi un messaggio della Superiora del convento delle Dame Inglesi, in cui mi si riferiva che mentre si celebrava una funzione religiosa alcuni agenti bolscevichi erano entrati nella loro chiesa intimidendo i fedeli con grida minacciose e colpi di pistola sparati in aria . Il parapiglia ed il fuggi fuggi generale, che si determinò , fu causa che vi furono diversi feriti e contusi e molte donne svennero. Siccome le monache che domandavano l'intervento della Missione erano in prevalenza di nazionalità inglese, pensai bene d informarne il Capitano Fitzgerald che, trovatasi temporaneamente a Budapest per conto della Food Commission e che in assenza del Comandante Freeman, mi sembrava potesse assumersi la parte di rappresentante della Gran Bretagna. Per aderire alle suppliche delle monache che nutrivano seri timori per quello che poteva succedere nella notte, qualora fosse mancato l'appoggio morale di un nostro immediato interessamento, avevo promesso di fare un sopralluogo la sera stessa. Il Capitano Fitzgerald accondiscese volentieri ad accompagnarmi in questa visita, declinando però di occuparsi ufficialmente della cosa , sia pel fatto di non esservi stato sollecitato, sia perché gli sembrava che una simile ingerenza esorbitasse dalle sue particolari mansioni. Arrivammo al convento che erano quasi le 22. La Superiora ci accolse con un palese senso di sollievo e ci fece un minuzioso racconto di quanto era occorso, invitandoci ad interrogare le educande per accertare la verità dei fatti. Chiamato il fiduciario sovietico installato nel convento e successivamente le tre guardie rosse che si alternavano di fazione nel vestibolo, procedemmo ad un interrogatorio e confronto con le educande stesse, donde apparve chiaro la losca figura dell'agente bolscevico, che approfittando della sua posizione fomentava torbidi e tafferugli per estorcere dei compensi o mettere le mani sopra oggetti sacri di valore, simulando poi degli ipotetici furti perpetrati durante la confusione. Le tre guardie rosse erano invece tre buoni diavoli, che montavano la sentinella al convento con la stessa serietà e buona fed e come se custodissero una polveriera od altro posto importante ed incoscientemente e ciecamente, senza beneficio, servivano di strumento a vessazioni e da complici ad un furfante della peggiore specie. Non potendo sul momento fare nulla di più ed essendo già passata la mezzanotte, pensammo fosse ora di tornare all 'hotel. Prima però di lasciare il convento, preso da parte il sedicente rappresentante proletario, lo ammonimmo di starsi tranquillo e smettere di molestare le povere suore. Però al mattino dopo mi affrettai ad informarne il Commissario Agoston ed il segretario particolare di Kun Béla e constatai con piacere che prima ancora ch 'io
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formulassi delle richieste, entrambi spontaneamente decisero di rimuovere da quel posto l'agente operaio ed impartirono subito gli ordini occorrenti per la di lui sostituzione. Se questa poi si effettuò o se invece prevalsero sul posto influenze e considerazioni locali più potenti del dittatore non saprei dire. Quel che è certo si è che le Dame Inglesi non tornarono a sollecitare l'intervento della Missione, e, per quel che mi ricordo, fu il solo caso di cui ebbi sentore di funzioni religiose impedite o comunque disturbate da elementi bolscevichi, e, per constatazione personale debbo anche dire, che le chiese erano frequentate come di consueto, né ebbi mai ad osservare che si esercitassero intimidazioni od esortazioni per allontanarne o distrarne i frequentatori. D 'altronde - come ho già detto - il regime bolscevico si era andato addolcendo a mano a mano che sentitasi più forte e meno esposto alle minacce degli oppositori sia interni che esterni. Anch 'esso, come qualsiasi governo d'uomini passato, presente e futuro, prescindendo nella pratica dalle finalità ideali e retoriche, s'era dato pena prima d'ogni altra cosa d'assidersi sopra la forza di una milizia sicura, obbediente e bene armata. Fin dai primi giorni tutte le risorse dell'arte reclamistica erano state sfruttate per redigere manifesti d'ogni colore e dimensione, e affissi a migliaia ad ogni svolto di strada, sulle facciate d'ogni palazzo, dovunque avessero la più tenue probabilità di colpire la vista ed affascinare la fantasia del più distratto e del più indifferente dei passanti. Erano appelli, esortazioni appassionate, che andavano dal tono della supplica a quello della minaccia, scritte a caratteri cubitali, sotto figure allegoriche piene di potenza suggestiva e rivoluzionaria. Con questi mezzi, con promesse di particolari benefizi e con sollecitazioni d 'indole più persuasiva anche la dittatura proletaria riuscì presto a darsi un esercito, che pel solo fatto che raccoglieva nei suoi ranghi ufficiali, sottufficiali e soldati del disperso esercito austroungarico, veterani di quattro anni di guerra e talmente assuefatti alla vita di trincea da non concepirne altra e da non sapersi adattare nuovamente ad altra, riuniva in sé pregi e qualità combattive di non trascurabile valore pur difettando di armamento ed equipaggiamento. Per dare occupazione a questo esercito, soddisfazione al sentimento nazionale profondamente mortificato dallo scempio che gli alleati intendevano fare dell'Ungheria nel nuovo assetto territoriale d'Europa , la dittatura non trovò di meglio che muovere guerra agli Stati limitrofi, i quali nella speranza di avvantaggiarsi della situazione ed espandersi a spese dell'Ungheria, avevano fatto avanzare le loro truppe verso Budapest. Mobilitate alcune classi congedate, anticipata la chiamata del contingente di leva, rimesse in efficienza - per quanto le circostanze del momento lo consentivano - le industrie belliche, Kun Béla finì per trovare in quell'esercito, che non aveva di rosso che l'etichetta, i suoi allori più popolari e meno discussi e qualche motivo di perdono e d'indulgenza finanche presso gli avversari politici più acerrimi. Quando si festeggiarono le vittorie sull'esercito ceco-slovacco e la rioccupazione di Kassa , vidi non pochi che nulla avevano e potevano avere di comune con la dittatura proletaria rallegrarsi come ai tempi di altri trionfi, e sentii altri far voti per nuovi e maggiori successi fosse anche a costo di rafforzare il regime detestato. Durante questa fase di apparente assestamento e relativa mitezza di governo della dittatura bolscevica, agli stranieri che venivano a Budapest col proposito di studiare la situazione pol itica ed economica del paese, quell 'andamento quasi normale della vita della città e l'ignoranza delle tragedie circoscritte alle pareti domestiche di innumerevoli famiglie, era motivo di apprezzamenti tanto più fallaci quanto meno essi sapevano spogliarsi da inveterati pregiudizi e da spirito di parte. Pochissimi soprattutto trovavano il coraggio di manifesta re francamente la loro opinione al dittatore rosso, cui dovevano la graziosa e difficile concessione d'un salvacondotto,
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senza del quale avrebbero corso il rischio di sparire insalutati ospiti, prima che si potesse fare qualcosa per loro. Tra i visitatori italiani che vidi in quei giorni a Budapest, ricordo che soltanto l'on. Maffi si espresse piuttosto rudemente con Kun Béla, dicendogli schietto il suo pensiero, che, cioè quella rivoluzione così condotta sarebbe riuscita più dannosa che benefica alla causa delle classi diseredate. Kun Béla ne rimase talmente offeso nel suo amor proprio che - a quanto mi dissero - ne fece oggetto di una comunicazione recriminatoria alla direzione del partito socialista italiano. D'altro canto io nutrii qualche timore per la sua incolumità durante i pochi giorni ch'egli ancora si trattenne a Budapest dopo il predetto colloquio, e quando seppi che partiva mi sentii sollevato da una .preoccupazione, forse esagerata ma per nulla ingiustificata. Fu pur in quel tempo che conobbi donna Stefania Tiirr, la figlia del generale ungherese che si batté per la nostra indipendenza nazionale*. Venne a Budapest accompagnata dal Tenente d'artiglieria Faralli. Era munita di commendatizie dell'autorità militare e da quello che mi disse, mi sembrò di capir che fosse incaricata di qualche particolare e delicata missione, che, per discrezione, mi guardai bene di penetrare. Ebbe anch'essa una lunga intervista con Kun Béla e le fu eccezionalmente permesso di recarsi al fronte di guerra ceco-slovacco. Avevo sconsigliato il Tenente Faralli di seguire la Tilrr in questa visita, per non sanzionare con la sua presenza in uniforme uno stato di cose in contrasto con le clausole d'armistizio. Ma egli non si ritenne autorizzato a separarsi dalla signora al seguito della quale era stato comandato. Fu una visita che costò poi al giovane ed inesperto tenente qualche dispiacere, perché al ritorno in Italia ebbe la leggerezza di mettersi a parlare con tale enfasi e in termini talmente lusinghieri dell'esercito rosso, che venuto ciò a conoscenza delle autorità militari, queste non poterono fare a meno di prendere a di lui carico dei severi provvedimenti. Ma tralasciando d'intrattenermi sopra analoghi aneddoti che si innestano nel racconto della vita di quei giorni, mi pare opportuno dire che se mi sono indugiato su questo quadro statale e sociale della Repubblica dei Consigli in quella prima quindicina di giugno, ciò ho fatto con lo scopo di rappresentare meglio quale era lo stato delle cose mentre occultamente preparatasi il moto controrivoluzionario del 24 giugno.
* Jstvan (in italiano Stefanoj Tiirr è stato un eroe del risorgim ento italiano. Ini zialmente ufficiale dell'esercito austriaco, in contatto con Ma zzini e Kossuth, partecipò dal 1849 alle guerre d 'indipendenza nell'esercito sabaudo poi nei Cacciatori delle Alpi, fino alla spediz ione dei Mille do ve fu aiutante di campo di Garibaldi. Aiutante onorario di camp o del re nel 1862, morì a Budapest nel 1908.
XII LA CONTRORIVOLUZIONE
Come ho già detto arrivando a Budapest avevo trovato installato all'hotel Ritz un sedicente Comando del Danubio, rappresentato dal Capitano di fregata Freeman della Marina britannica ed un ufficio della Food Commission, il cui rappresentante titolare era un capitano dell'esercito federale americano, solitamente assente e rimpiazzato da un sottufficiale, che serviva più che altro da recapito ai delegati viaggianti di quella provvidenziale e benefica istituzione irradiatasi per tutta Europa all'indomani dell 'armistizio col proposito di lenire le privazioni e la carestia delle popolazioni vinte. Col Comandante Freeman avevo occasione d'incontrarmi abbastanza frequentemente tanto nel salotto della baronessa Stefania Guttmann quanto nell'atrio e nelle sale di trattenimento dell'albergo, per cui personalmente correvano fra di noi le relazioni più cordiali. Invece come Missione e Comando Danubio ci ignoravamo, ma non per proposito o per altro motivo, quanto - forse - perché in apparenza ritenessimo differenti le nostre mansioni di servizio. Dico in apparenza dappoiché sotto un certo aspetto disimpegnavamo entrambi la parte di osservatori e tutori dei diritti acquisiti dalla coalizione vittoriosa sopra il Paese vinto. Il Danubio non era, né poteva essere che un pretesto, sia perché tuttora minato in diversi punti a monte ed a valle della città, sia perché, in conseguenza della guerra, aveva cessato di funzionare come via fluviale internazionale e sia infine perché, come tale, il suo controllo sarebbe in ogni caso spettato non alla sola Inghilterra ma a tutte le Nazioni alleate ed associate. Del resto debbo dire che il Comandante Freeman non ostentava al riguardo alcuna pretensione tanto più non disponendo sul fiume d'una imbarcazione che sventolasse la bandiera britannica. Volente o nolente non poteva anche lui che piegarsi allo stato di fatto che faceva dell'Ungheria un Paese in guerra coi confinanti. Di che s'occupava dunque? M'ero frequentemente domandato, vedendo che pure lui aveva frequenti conversazioni con i Commissari del Popolo e particolarmente con Kun Béla ed A.goston. Senza pretendere di saperlo credo che anch 'egli patrocinasse gl'interessi del suo Paese e si accaparrasse possibilità di future fortune economiche per il capitale inglese. Una sola volta avevo avuto occasione di accordarmi con lui per un passo collettivo presso il Governo dei Consigli, e questo si fu per il rimborso a connazionali in valuta legale di depositi bancari. Nonostante collaborassimo tanto poco insieme non mi aspettavo di apprendere per bocca di terze persone la partenza del Comandante Freeman e la chiusura definitiva del suo ufficio avvenuta nella prima quindicina di giugno. Non ricordo chi fu a darmene per primo la notizia , ma è certo che per alcuni giorni non vi diedi importanza credendo si trattasse di una breve e temporanea assenza come egli soleva farne di tanto in tanto. Ero indotto a pensare così anche dal fatto che le camere dell'hotel occupate dall'ufficio non erano state disdette, né era stato tolto dall'ingresso la targa.
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Tra le chiacchiere che commentavano questa improvvisa ed inesplicabile partenza c'era anche quella che il Comandante si fosse recato d 'urgenza in Inghilterra per farsi operare, ma né la baronessa Guttmann né la baronessa Christa Hatvanyi, con le quali parlai della cosa, perché in rapporti d'amicizia col Freeman, sapevano che questi soffrisse di qualche male o lamentasse alcuna particolare sofferenza. Debbo confessare che quando m'avvidi che l'assenza del Freeman si prolungava e si confermava in tal modo la chiusura dell'unico ufficio che tuttora restava a rappresentare un 'altra Potenza dell 'Intesa , ne provai un po' di smarrimento, venendo per di più a coincidere con un provvedimento del nostro Ministero degli Esteri, per cui perdevo l'ausilio del Commissario Politico, trasferito anche gli a Vienna. A proposito di questo dirò che tutto il lavorio da me svolto per mettere in efficienza la Missione aveva portato che a metà di giugno il nostro personale di truppa ascendeva a dodici uomini tra graduati, scritturali, corrieri, chauffeurs ed attendenti, della cui disciplina mi rispondeva il Serg. Maggiore Cattaneo, un ligure, che aveva fatto con me gli ultimi mesi della guerra. In luogo del Capitano Accame era stato inviato il Capitano Hennsler che proveniva dalla Missione di Lubiana ed al posto del Capitano Carbone era subentrato il Tenente Salem. Di più il Ministero degli Esteri aveva sostituito il principe Livio Borghese col cav. Vittorio Cerruti, però, mentre il primo soleva risiedere a Budapest, il secondo trovavasi tuttora in Italia, né avevasi sentore di quando sarebbe entrato in carica. Per quanto il principe Borghese facesse vita interamente a sé e periodicamente si eclissasse da Budapest per godere più a suo agio della piacevole compagnia delle contesse Apponyi, nella loro residenza di F6t, tuttavia non mi mancava modo di ricorrere, quando ne necessitavo, ai suoi preziosi consigli. Con la sua partenza perdevo perciò un vero, sia pure saltuario collaboratore della Missione oltre che un buono ed aperto amico, col quale mi potevo consultare, ed un trait-d 'union con l'amministrazione degli Esteri, dalla quale altrimenti sarei stato tagliato fuori non possedendo nemmeno un cifrario per tradurre i telegrammi. Il principe Borghese partì per Vienna molto malvolentieri e con tanto poco desiderio di restarvi che lasciò a Budapest il suo segretario principe Pignatelli di Cerchiara con l'embrione d'ufficio che si era impiantato. Partendo mi fece capire, che si sarebbe immediatamente adoperato per fare annullare la determinazione ministeriale. Per un paio di settimane anzi continuò a tenere un piede a Vienna ed un altro a Budapest sfruttando tutti i mezzi di locomozione dall'aeroplano al treno, per essere oggi qui e domani là , poi diradò le sue visite fino a non venire più, con soddisfazione del Tenente Pignatelli, il quale se prima faceva poco, dopo non faceva assolutamente più nulla. L'assenza di occupazioni in compenso gli consentiva di passare intere giornate bazzicando i più diversi ambienti di Budapest: dal salottino non requisito di qualche aristocratico fedele al vecchio regime, a quello tutt'altro che ortodosso e nonpertanto mal tollerato ed egualmente sorvegliato dei partigiani del conte Michele Karolyi . Quivi dando egli stesso lo spunto, con pungenti sarcasmi e fiere requisitorie all'indirizzo di Kun Béla e dei suoi satelliti, incoraggiava gli altri a dare libero sfogo all'animo esacerbato dalle tirannie del regime ed a mettere a parte di tutti le più sballate e paradossali combinazioni che si ventilavano per disfarsene. Così in certo modo la funzione del principe Pignatelli alla Missione si traduceva in un reportage di notizie fantastiche, fra cui sceverando, avveniva talvolta di aver sentore di fatti realmente accaduti, come l'ammutinamento di un reparto di truppa in una caserma eccentrica di Budapest verificatosi alla metà di giugno. Non potendo esercitare su di lui un 'ingerenza vera e propria di superiore ad inferiore, mi limitavo a raccomandargli una certa prudenza di linguaggio ed una certa neutralità d'atteggiamento, lasciando che vedesse e parlasse con chi credeva, tanto più che fra le sue conoscenze ed amicizie più intime erano il ba-
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rone Lodovico Hatvany e sua moglie la baronessa Christa, che di tanto in tanto riuscivano a fornirmi importanti informazioni sull'attività e gli intrighi orditi dall'ineffabile Bureau di propaganda internazionale diretto dal Commissario Por, installatosi fastosamente nel loro palazzo. Debbo credere ad ogni modo che il governo sovietico non desse molta importanza, né prendesse sul serio le blaterazioni e gli armeggi del Tenente Pignatelli ed apprezzasse invece la correttezza della nostra Missione, perché ci si accorgeva di essere ogni giorno più ascoltati e tenuti in considerazione nelle nostre frequenti e eteroclite richieste. Tra le altre, proprio a mezzo giugno, si ebbe occasione di intervenire presso il Commissario Haubrich, comandante la guarnigione di Budapest, per consigliargli l'opportunità di sciogliere o per le meno allontanare definitivamente dalla città i reparti di terroristi o cosiddetti Figli di Lenin, che in barba a tutti gli ordini dell'autorità centrale sovietica precedentemente emanati, si sbandavano e scomparivano da alcuni quartieri per riunirsi e ricomparire in altri, dove dar seguito alle loro gesta criminali, se non con la connivenza certo con la tacita acquiescenza della polizia. Quantunque avessi la sensazione di chiedere qualcosa che alla dittatura proletaria non era né facile né politico concedere, pure il Commissario Haubrich prima ancora ch'io terminassi di formulare la domanda, m'interruppe dicendo: - Herr Oberstleutnan, ich bin auch der selben Meinung. Diese Leninbuben sollen und muessen aufgeloest werden! Bald, werden. Sie nicht mehr darueber ho eren, Herr Oberstleutnant! - Signor Tenente Colonnello, sono anch 'io della sua opinione. Questi Figli di Lenin è necessario che siano disciolti. Presto non ne sentirà più parlare, signor Tenente Colonnello. - E posso dire che gli si leggeva sul viso franco ed energico di buon sottufficiale, ch'egli era ben deciso di venire a capo di quella peste che doveva dare non pochi grattacapi anche a lui. Ma più ancora che la condiscendenza di Haubrich mi sorprese e mi lasciò perplesso l'avance di Kun Béla, per una visita ufficiale alla Missione. Dopo tanto tempo che ero arrivato a Budapest non era più il caso d'interpretarla come una visita di cortesia in restituzione delle molte ch 'io gli avevo fatto per esigenze d'ufficio. Che aveva dunque di così importante da comunicare alla Missione Italiana? - mi domandavo. Aveva forse maturato in lui l'idea seminata per mezzo dell 'on . Morgari? È vero che dalle voci che circolavano ero venuto a conoscenza di uno scambio di telegrammi verificatosi tra Clémenceau, come Presidente della Conferenza della Pace e Kun Béla, e che questo scambio veniva interpretato al Commissariato agli Esteri come un implicito riconoscimento del Governo dei Consigli, ma questo non mi sembrava un motivo sufficiente per modificare la forma delle relazioni fra Missione e Dittatura Proletaria. Eppoi l'iniziativa sarebbe dovuta partire dalla Missione! Come al solito io ero all'oscuro di tutto quello che si passava negli ambienti diplomatici ed altrettanto doveva esserlo la Commissione d'Armistizio di Vienna , se lasciava insoluti i quesiti che ripetutamente le ponevo. Sul predetto scambio di telegrammi mi sarebbe interessato molto di sapere con precisione il contenuto ed i termini impiegati da una parte e dall'altra per valutarne la portata. Fu invece molto se riuscii a carpire dalla bocca stessa del Commissario degli Esteri, il quale riteneva ch 'io fossi informatissimo al riguardo, e io feci del mio meglio per lasciarlo in questa convinzione, che i telegrammi avevano avuto per oggetto la cosiddetta linea di demarcazione stabi lita dal Generale Smuts e la sua violazione da parte dell'Ungheria per effetto delle operazioni militari contro la Cecoslovacchia. Per quanto non trovassi un nesso tra quello che s'era passato tra Parigi e Budapest e l'insistenza con cui il segretario di Kun Béla mi preannunziava nuovamente pel 24 giugno la visita del dittatore proletario, pure m'ero fatto la idea ch'egli volesse servirsi della Mis-
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sione Italiana per ottenere diplomaticamente un qualsiasi successo che il governo dei Soviet potesse sfruttare a fine di consolidamento interno. Con una c rta giustificata curiosità aspettavo perciò nel pomeriggio del predetto giorno questa visita , non richiesta e non cercata , di Kun Béla. Saranno state le 16 quando il carabiniere di servizio alla porta dell 'hotel mi venne a dire che Kun era arrivato e s'era fatto condurre dall 'ascensore al piano superiore dopo aver domandato se il signor Zerkovitz, capo dell 'ufficio di liaison tra la Repubblica dei Soviet e le Missioni Estere, trovavasi in casa. La visita essendo stata convenuta per le 18, accolsi la comunicazione con indifferenza, poco importandomi di sapere come Kun Béla aveva impiegato il tempo precedente la nostra intervista . Senonché una ventina di minuti più tardi il signor Zerkovitz si fa annunciare per dirmi che scusassi nuovam ente e non dessi alcuna meno che cortese interpretazione al fatto che il signor Kun era obbligato a posporre la sua visita: affari di Stato importantissimi, che non consentivano dilazioni gli impedivano di procurarsi il piacere di quella visita da lui stesso sollecitata. 11 signor Zerkovitz era appena uscito ed è molto se egli aveva avuto il tempo di rientrare nella sua camera al piano di sopra, quando il sergente Cattaneo richiamò la mia attenzione sopra tre monitori, che in fila indiana battendo la bandiera nazionale ungherese risalivano il Danubio tenendosi al centro del fiume. Sul momento stavo per non dare peso alla cosa, senonché mi colpì il fatto di quel tricolore a poppa e subito pensai che non poteva trattarsi di navi da guerra a servizio della Repubblica dei Consigli, perché avrebbero dovuto inalberare la bandiera rossa come tutti i legni anche mercantili che stazionavano lungo le due rive del Danubio. Che avviene dunque? Non avevo ancora finito di formulare a me stesso questa domanda , che vedo uno sventolio di innumerevoli bandierin e tricolori: tutti i vapori e battelli ormeggiati davanti all'hotel Ritz, come obbedendo ad un segnale convenuto ammainavano la bandiera rossa ed issavano quella nazionale. Non c'era più dubbio: era il principio o lo sviluppo di un moto controrivoluzionario, di cui non avevasi avuto ancora sentore. Mentre chiamo nel mio ufficio il capitano Henssler, mando il carabiniere di servizio in portineria ad attingere informazioni. Mi ero da poco seduto nuovamente al tavolo quando sento il rombo vicinissimo di una salva di cannonate; mi affaccio al balcone e vedo ripassare i tre monitori uno dietro l'altro, a velocità sempre moderata, quasi eseguissero un 'impeccabile manovra di sfilamento in parata. - Dove hanno sparato? Contro chi? - domando al balcone vicino, già affollato dei graduati e scritturali della cancelleria. - Non si può dire con precisione, ma crediamo contro l'Hungaria - è la risposta che mi danno tutti. Rientro in Ufficio per abboccarmi a solo col Capitano Henssler e la frase mi resta interrotta dal tuono caratteristico e ben distinto di un altro colpo di cannone, che si direbbe sparato nei pressi del Palazzo del Parlamento. Torniamo ad affacciarci al balcone. I quais del Danubio si sono andati frattanto popolando di gente, spettatrice tuttora incerta e diffidente di quello che stava avvenendo. Per quanto essa sembri più curiosa che partecipante, pure alla vista delle tre snelle navi da guerra , che ritornando sui loro passi le sfilano davanti coi loro equipaggi muti e disciplinati ai loro posti di combattimento, parecchi si lasciano trascinare dall'emozione e molte mani si levano a salutare e non pochi fazzoletti bianchi si agitano festosamente in aria. Dalle antenne di qualche altro palazzo di Buda è scomparsa la bandiera rossa , senza però che l'altra abbia ancora osato sostituirla. Sulla fortezza e sul castello reale i colori sanguigni del bolscevismo ostentano sempre il loro predominio.
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In mancanza d'altre notizie concentro il mio sguardo e la mia attenzione sulle vicende di quei piccoli e significativi rettangoli di tela per trarne una qualche indicazione, che m'illumini sulla situazione e mi suggerisca il da fare. In portineria tutto quello che aveva potuto saper il carabiniere di servizio era la conferma d'una rivolta scoppiata ad un tempo in diversi punti della città, ma senza precisare né dove, né come, né con quale esito. Il Capitano Henssler che avevo inviato al piano di sopra per domandare informazioni al signor Zerkovitz, torna riferendomi che questi pretendeva essere all'oscuro di tutto ed essere rimasto altrettanto sorpreso quanto me di quella incursione dei monitori. Aggiungeva anzi che lo stesso Kun Béla , che si trovava ancora nel suo ufficio allorché i monitori erano per la prima volta passati davanti al Ritz, sembrò fosse stato colto impreparato dall'evento perché, senza attardarsi a chiedere schiarimenti tel efonici , era uscito precipitosamente dall'hotel per correre all 'Hungaria. Una cosa debbo frattanto constatare, e cioè, che le strade adiacenti all'albergo sono divenute intransitabili, perché da ogni angolo si sparano fucilate e revolverate e sui quais del Danubio come sul ponte delle Catene, crepitano ad intervalli le mitragliatrici. Dalle finestre si vede un fuggi fuggi di gente in tutte le direzioni e noi stessi siamo obbligati a ritirarci nell'interno delle stanze, perché anch'esse bersagliate dal tiro all'impazzata delle armi postate sulla riva opposta del fiume. Dato ordine al personale di passare negli uffici meno esposti, scendo in strada col Capitano Henssler, per farmi un 'idea più chiara di quello che avviene e trovo che l'automobile della Missione, rimasto casualmente da vanti all 'ingresso aveva finito per servir di parapetto di fortuna ad alcuni tiratori della guardia rossa , bersagliati da un tale che vedovasi appostato dietro lo spigolo d'una casa della Ferencz J6zsef tér. Senza aspettare che tra i due contendenti ne uscisse malconcia la nostra modesta ed unica vettura, feci dire ai tre bolscevichi che si scegliessero un altro riparo ed ordinai allo chauffeur di condurre la macchina al garage per la via più breve. Ricordandomi però dell'identità dei nostri colori con quelli ungheresi al momento che l'automobile stava per mettersi in marcia , diedi istruzioni perché fosse tolta dalla vettura la bandiera; e perché rientrasse al garage, per ogni buon conto, feci affiancare il conducente da un graduato. Quanto a me mi diressi col capitano verso l'hotel Hungaria, per vedere se ivi c'era qualche apparato speciale di forze. Facendosi buio, credemmo poi opportuno di non avventurarci più oltre nella città, già battuta da numerose pattuglie armate, che intimavano ai viandanti di rientrare alle loro case e di ritirarsi dalle finestre e spegnere le luci. Le mitragliatrici frattanto avevano cessato di funzionare, però ad intervalli risuonavano ancora i colpi secchi delle fucilate, molte delle quali dirette ciecamente contro quelle finestre che tardavano ad oscurarsi. Rientrato al Ritz, diedi ordine che il personale della Missione si considerasse consegnato all'hotel fino al mattino seguente e prima d'andare a pranzo passai in ufficio per sentire se c'era nessuna chiamata telefonica da parte di Vienna o del Commissariato degli Esteri. Ne ebbi in risposta che non solo non c'era nessuna chiamata, ma che invano si era cercato di ottenere una qualsiasi comunicazione, la Centrale sembrava muta. Ricordo che quella sera ero invitato a pranzo dal signor Krausz, dove si andava a tavola sempre piuttosto tardi, così mentre facevo toilette e cambiavo l'uniforme, mandai a dire al graduato di servizio di tentare di ottenere la comunicazione telefonica con Vienna, trovando doveroso di riferire l'accaduto, quand 'anche non ne sapessi più di quanto n'era stato fortuito testimonio oculare.
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Quantunque l'eventualità di una rivolta contro la dittatura dei Soviet entrasse nel novero dei fatti più probabili e più preveduti dalla Missione, debbo confessare che quella in corso mi prendeva un poco alla sprovvista per essere scoppiata in un momento di relativa bonaccia e relativo consolidamento del governo. Perciò mentre mi vestivo era naturale che mi prospettassi la situazione in cui venivo a trovarmi e mi domandassi come avrei dovuto comportarmi di fronte ad essa. Dovevo o non dovevo disinteressarmi? Che veste avevo per intervenire? Ed in che forma e soprattutto quando avrei dovuto intervenire? Finii per concludere che la migliore cosa che potevo per ora fare si era di aspettare e conoscere la piega che avrebbero preso gli eventi. Chissà che in quel momento la rivolta non fosse già stata completamente soffocata. Il pranzo del signor Krausz si rivelò subito un funerale tanta era la paura di tutti i commensali e specialmente dell'elemento maschile. Pignatelli invano si sforzava di fare dello spirito e di mettere dell'animazione: né papà Krausz né i figli trovavano più la forza di abbozzare un sorriso e ad ogni stormir di foglie impallidivano. Improvvisamente, non ricordo bene per quale rumore di voci provenienti dal corridoio, il signor Krausz vinto dal panico si levò d'un balzo, raccolse tutti i bicchieri di champagne ad eccezione di quelli davanti agli ufficiali della Missione per nasconderli dietro una libreria. Si era figurato che fossero le guardie rosse che informate venissero a fare un sopralluogo: occorse che lo assicurassi che non avrei permesso ci molestassero durante un pranzo strettamente familiare. Poco dopo le undici mi congedai dalla famiglia Krausz ed insieme al Capitano Henssler tornai ad occuparmi degli avvenimenti della città coll'immediato scopo di ottenere almeno qualche informazione ufficiale ed attendibile. Ma per quanti tentativi facessi non fu possibile mettermi in comunicazione con Kun Béla, e lo stesso sue segretario fu molto se mi diede un minuto di conversazione con una voce incerta, che mi fece perfino dubitare fosse la sua. Allora mi decisi a mandare il capitano all'hotel Hungaria coll'incarico di dire esplicitamente alla segreteria di Kun che il Capo della Missione italiana intendeva essere tenuto al corrente di avvenimenti di tale gravità come que11i della giornata, date le ripercussioni che potevano avere sull'intera situazione politica del paese e esigeva anzitutto che non si ostacolassero o s'interrompessero le sue comunicazioni telefoniche con Vienna. Aspettai a coricarmi il ritorno del capitano, che, come prevedevo, mi porta va delle belle e vaghe promesse del segretario di Kun ed un quadro ottimista della tranquillità cittadina. Ufficialmente tutto riducevasi ad un putsch insignificante e circoscritto, provocato dal fucile quanto innocuo raid dei monitori ungheresi asserviti alla cricca degli emigrati politici; putsch che a quell 'ora potevasi considerare come interamente abortito e soffocato. D 'altra fonte invece mi risultava che il colpo di cannone dei monitori fosse stato il segnale convenuto perché un reggimento d'artiglieria e l'accademia militare prendessero le armi e tentassero di sopraffare il comando rosso della città, ed impossessandosi della centrale telefonica e telegrafica, tagliarlo fuori dall'esercito. Dicevasi anche che il primo avesse fallito nel suo intento mentre la seconda non solo fosse riuscita ad insta11arsi nel palazzo delle poste e telegrafi, ma vi si fosse così bene asserragliata da tener testa alle forze bolsceviche. Lasciati ordini ch e nella notte vegliasse in ufficio, oltre al mio fido sergente Cattaneo, un uomo di più perché potesse chiamarci in caso di necessità , me ne andai a dormire.
XIII SCAMBIO DI NOTE DIPLOMATICHE
Al mattino del 25, informazioni ufficiali e private concordavano nel dare come totalmente represso e domato il moto controrivoluzionario. Come esso si fosse precisamente svolto, quali reparti di truppa vi avessero preso parte, quale estensione, quale successo, sia pure momentaneo, conseguisse nessuno di coloro con cui potei parlare fu in grado di dirmi. Però pel fatto stesso che tutte le narrazioni di veri o pretesi testimoni oculari s'imperniavano sull'episodio dell'occupazione della Centrale telefonica e telegrafica , m'ero fatto il concetto che la popolazione nella sua grande maggioranza doveva essere rimasta estranea al complotto ed all'azione, e pel rimanente tutto erasi limitato al gesto audace di un manipolo di cadetti dell'Accademia militare Ludovica, che guidati dal loro comandante, erano riusciti ad impossessarsi del servizio pubblico delle Co. . . mumcaz10m. Da quel che si diceva quei giovanotti s'erano comportati valorosamente e per parecchie ore avevano dato non poco filo da torcere alla polizia bolscevica tanto che soltanto alle due della notte e, facendo ricorso a raggiri e stratagemmi, ne aveva potuto aver ragione, obbligandoli alla resa e facendoli prigionieri. Uno dei monitori non mancò neppure quel giorno di fare una fugace apparizione su pel Danubio, probabilmente per darsi conto dell 'esito della controrivoluzione. Lo accolse un fuoco di fila di mitragliatrici, al quale non si curò nemmeno di rispondere, ma che dové provargli chiaramente che per quella volta il colpo era decisamen te fallito e il meglio che si potesse fare era di ritirarsi per non peggiorare la situazione locale con nuove ed inutili provocazioni. D'altronde il Comando militare della città dava a divedere di volersi premunire seriamente da ulteriori velleità sia interne che di provenienza esterna, perché, mentre per le strade aveva sguinzagliato uno stormo di pattuglie di guardie rosse ed alcune autoblinde, lungo i quais del Danubio si andavano schierando e mettendo in batteria artiglierie grosse e piccole, cannoni, mortai e bombarde d'ogni calibro, tutto un campionario del genere, in prevalenza dei ferrivecchi. Ma appunto perché tali, mentre da un lato suscitavano la nostra ilarità di spettatori neutrali, dall'altro ci facevano piuttosto aggrottare la fronte per le giustificate preoccupazioni, che veniva naturale di concepire pensando che se si verificasse una circostanza per cui quelle armi dovessero seriamente far fuoco, come sembrava ne avessero tutte le migliori intenzioni, noi ospiti del Ritz, saremmo stati i primi a provarne le sgradevoli conseguenze, quand'anche il personale raccogliticcio che le usava si fosse data la più benevola e sincera pena di risparmiarci. Grazie a Dio i monitori non si fecero più vedere, non saprei dire se intimoriti da questo spiegamento di forze o per il motivo precedentemente accennato e così quelle artiglierie non figurarono che quale ornamento e spauracchio degl'inoperosi quais del Danubio. Qualche rara fucilata si sentiva ancora sparare girando per la città , e per chi non poteva farne a meno non era né piacevole né sicuro transitare per le strade. Lo stesso Tenente
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Donath, l'ufficiale di collegamento della Missione ne fece un doloroso esperimento nella persona di sua cognata, la quale restò ferita all'addome proprio quella mattina e dovette essere ricoverata d'urgenza all'ospedale in gravi condizioni. Ed un'altra persona venne tutta sconvolta a raccontarmi, che nei presso dell'hotel Gellért aveva visto uccidere un certo dottore e trascinarne il cadavere verso il ponte come se si volesse sbarazzarsene gettandolo nel fiume. Con questi procedimenti era stata conseguita quella assoluta tranquillità ed ordine perfetto che dall'hotel Hungaria veniva ufficialmente comunicata alla Missione poco dopo le 10 del mattino. Né si lasciò attendere più oltre quella comunicazione telefonica con Vienna che reclamavo dalla sera innanzi, forse perché mi affrettassi a confermare il comunicato ufficiale bolscevico. Si ebbe anzi la sensazione che qualcuno stesse in ascolto della nostra conversazione e facesse il possibile di disturbarla con rumori e momentanee interruzioni q uando riferivasi qualcosa che doveva suonare sgradito alle sfere ufficiali, per cui ci limitammo a dare brevi e vaghi cenni sull'accaduto, riserbandoci di affidare le notizie di qualche importanza al corriere che sarebbe partito alla sera per Vienna. Mentre incaricavo il Tenente Pignatelli di visitare più d'una delle sue conoscenze, ancien régime, per raccogliere le impressioni di quell'ambiente sul fallito putsch, io dedicavo una parte del pomeriggio ad una passeggiata a piedi per la città ed una corsa in auto al castello di F6t per sentire dalla contessa Karolyi le ripercussioni che aveva avuto il moto controrivoluzionario sulla popolazione rurale di quei dintorni. Tornato all'hotel senza che mi capitasse alcun incidente degno di menzione, benché non avessi voluto rinunziare a sventolare sulla vettura la nostra bandiera, passai a prendere una tazza di tè dalla baronessa Guttmann per pescarvi qualche notizia o magari un pettegolezzo e farmi così tra una chiacchiera e l' altra un criterio di quel che pensava degli avvenimenti una persona come lei, indifferente a tutto ciò che non la toccava nel suo impareggiabile egoismo. Ciò che sembrava precisarsi dalle disparate informazioni avute e dalle dicerie più accreditate si era la fer ma intenzione del governo sovietico di procedere inesorabilmente con spietata energia non solo contro tutti coloro che avevano partecipato al putsch ed erano stati colti con le armi alla mano o che risultava lo avessero sobillato, ma finanche di colpire in forma pubblica ed esemplare tutti quei tali che si presumeva avessero interesse alla riuscita della rivolta o che per poco si fossero traditi con parole e gesti per essere di sentimenti avversi al regime proletario. Frattanto mi constava che nelle ultime ventiquattro ore le prigioni, già da tempo insolitamente affollate, si erano andate colmando di numerosi nuovo ospiti razziati per ogni dove, in strada come nei circoli ancora aperti, negli alberghi come nelle case private. Le prigioni esistenti non potendo contenere tanta gente, per quanto gettatavi alla rinfusa e senza riguardo alla normale capienza, erano state adibite a tale scopo diversi altri locali, fra cui i sotterranei del palazzo del Parlamento. Il peggio era che, tra la polizia ufficiale e quella arbitraria riapparsa nuovamente sulla scena, pareva si facesse a gara a chi picchiasse di più i veri o presunti colpevoli tratti in arresto. Un carabiniere della Missione che veniva dalla stazione di Nyugati*, mi raccontava d'essersi incontrato con una pattuglia di polizia nell'Alkotmany utca**, che spingeva innanzi a sé a calci di moschetto tre disgraziati, che appena si reggevano sulle gambe tanto erano contusi e malconci. * Nyugati Palyaudvar è la "stazione dell'Ovest", realizzata in vetro e ferro su progetto dell'ingegnere francese Eiffel, nella seconda metà del XIX secolo. ** Alkotmany utca significa via della Costituzione.
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Cosicché non doveva esservi troppa esagerazione nella frase che mi ripeteva un tale, cui raccomandavo di non esporsi a troppi rischi facendosi vedere sempre alla Missione: - mi reputerò già fortunato se arriverà a varcare la soglia d'una prigione senza una graffiatura! A dire il vero non erano molto rassicuranti nemmeno le voci che venivano dalle prigioni. Raccontatasi che quelle ufficiali fossero divenute delle bolgie infernali ed in quelle ufficiose o tollerate, gli elementi più violenti del bolscevismo frammisti ad avanzi di galera processavano, torturavano e condannavano a morte in forma sommaria e sbrigativa. Purtroppo ogni moto politico del genere fa le sue vittime ed ogni governo nelle stesse circostanze si abbandona a repressioni e rappresaglie tanto più insensate ed esagerate quanto maggiore è il pericolo corso e la paura che ha d'essere rovesciato. P er quanto perciò deplorassi l'accaduto e la brutale reazione cui assistevo, non mi sembrava né giusto né opportuno intervenire, perché mi sarebbe sembrato d'immischiarmi in un atto di politica interna, della quale a tenore del trattato d'armistizio, non avevo facoltà né veste d'occuparmi.
Eppoi quali prove possedevo degli abusi commessi dalla polizia, fuori dei racconti di persone interessate e spaurite, le quali in buona o mala fede erano tratte a travisare la verità? La scena alla quale aveva assistito il carabiniere era troppo poca cosa per raccomandare al governo di richiamare i suoi agenti a procedimenti più civili , inquantoché mi si sarebbe facilmente potuto rispondere che trattatasi d'una eccezione, d'un caso singolo, magari giustificabile o scusabile da particolari circostanze. M'ero fatto questo convincimento perché, nelle persone che mi avevano avvicinato in quel giorno, come dal reportage del Tenente Pigna telli, sentivo in certo modo insinuarsi una forma vaga d'invocazione alla Missione perché intervenisse, mentre entro di me sentivo che questo sarebbe stato un errore. Però alle 18 tornato in ufficio venni a sapere che era intenzion e dei più scalmanati Commissari del Popolo di procedere a delle esecuzioni in massa delle persone maggiormente compromesse nei fatti del 24 giugno, non esclusi i giovani imberbi dell 'Accademia Militare. Dicevasi anzi che, allo scopo di terrorizzare il pubblico ed ammonirlo con un esempio senza pari, era stato deciso che i caporioni fossero processati e condannati quella sera stessa e la sentenza di morte fosse mandata ad effetto in una delle piazze centrali e più frequentate della città: la Oktogon tér*. Questa notizia mi conturbò un poco. - È possibile? - mi domandai. - Non sarà una delle tante esagerazioni partorite dalla fantasia popolare? È possibile che la verità passando di bocca in bocca avesse potuto travisarsi al punto d 'inscenare uno spettacolo così macabro come quello che attribuivasi o volevasi attribuire al governo bolscevico? E se fosse purtroppo vero, potrei mai restare indifferente spettatore di tanta barbarie? Che figura vi farebbe il Paese che stavo lì a rappresentare? Lasciando fare, non rinnegherei tutto il passato e la tradizione di civiltà della mia Italia ? Per pochi minuti la mia mente fu sopraffatta da una ridda di simili domande, cui cercavo rispondere con tranquillità e freddezza , e prospettandomi la cosa sotto diversi punti di vista, incluso quello capitale di trovarmi a Budapest a salvaguardare l'armistizio imposto sul campo di battaglia. Frattanto, mi dissi, prima di prendere una qualsiasi decisione, era per me indispensabile appurare la verità delle notizie; e per questo non trovai di meglio che chiamare il caporale Dunières, del quale avevo sperimentato la serietà di giudizio, ed ordinargli di recarsi
* Oktogon tér è una nota piazz a del centro di Pest che prende il suo nome dalla sua particolare forma.
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NELL' UNGI-IERI.,\ DI BÉLA KU N E LJ UR A !\T E L' OCCUPA Z IONE MILITARE ROè\1ENA
subito alla Oktogon tér per vedere se c'erano degli spiegamenti di forza o dei preparativi, che lasciassero presumere l'imminente e sensazionale impiccagione di cui dicevasi. Il caporale capiva e parlava sufficientemente l'ungherese, ciò che mi permise di raccomandargli di non contentarsi soltanto di guardare, ma di sondare, con qualche opportuna e discreta domanda, quali fossero gli umori, impressioni ed i commenti della folla. Poi, mentre aspettavo il suo ritorno, volli consultarmi un po ' con gli ufficiali. La prima idea affacciatasi di recarmi io stesso a parlare a Kun Béla, la scartai senz'altro, non volendo trovarmi nuovamente nell'imbarazzante situazione di essere trascinato in un penoso battibecco come quello che avevo avuto alla stazione ferroviaria di Keleti alla partenza del treno italiano. Così pure mi sembrò conveniente e corretto mostrare che la Missione non raccoglieva né dava credito alle dicerie del popolino e perciò si fu d'avviso che l'ufficiale da me prescelto per questo delicato incarico, cioè il Capitano Henssler, si limitasse a chiedere al elvtars, o camerata Kun, se fosse vero che la dittatura proletaria divisasse di prendere a carico dei rivoltosi le gravi sanzioni di cui correva voce. Era quasi notte allorché il capitano fece ritorno all'albergo. Aveva trovato Kun Béla alla s de del Comando di Piazza anziché all'hotel Hungaria. Forse si era trasferito colà per mettersi alle costole del Commissario Haubrich, del quale si buccinava che avesse fornicato con i sobillatori del putsch o giocasse una partita doppia. Da quello che il capitano mi riferì del colloquio risultava chiaro che il governo bolscevico meditava una strage, che dissuadesse una volta per sempre dall'attuare come dal concepire qualsiasi nuovo tentativo di rovesciare la dittatura. Mentre questo confermava in parte le notizie pervenute, dall'altra veniva il caporale Dunières rassicurandoci che all Oktogon tér nulla era ancora predisposto per quella sera. La piazza e le adiacenze erano invero gremite di gente accorsavi, perché aveva avuto sentore della condanna da eseguirsi, ma la sua attitudine appariva così inquieta e minacciosa che poteva ben darsi che avesse indotto l'autorità a recedervi per non provocare qualche atto inconsulto con una giustizia sommaria e bestiale. Né vedevasi altro apparato di forza se non un piccolo reparto di truppa armato che stazionava addossato al palazzo Batthyany. Si era quindi ancora in tempo per far desistere il Governo dall'abbandonarsi ad esagerate repressioni, che inasprendo maggiormente gli animi, erano destinate ad ottenere l'effetto opposto che se ne riprometteva, dando luogo cioè ad altri torbidi e subbugli. D'altronde una volta fatto un primo passo avente carattere di intervento, perché non altrimenti poteva interpretarsi l'interessamento dimostrato dalla Missione per le sanzioni che la Dittatura riserbava agli individui compromessi nel moto controrivoluzionario, non restava più che continuare diritti e senza incertezze sulla stessa strada, buona o cattiva che fosse, occorreva cioè andare fino in fondo, non lasciandosi spaventare dai presumibili rischi e pericoli cui ci si esponeva. Terminato di pranzare, o meglio dire atteso che il capitano Henssler finisse di mangiare le poche vivande fredde che lo aspettavano di ritorno da Kun Béla, invitai gli ufficiali a riunirsi nella mia stanza, dove tenemmo alla buona un piccolo consiglio. Persuaso ormai che nulla poteva screditare di più la nostra Missione, tanto nell'opinione del Governo dei Soviet quanto all'estero, che accettare pacatamente e pavidamente le decisioni non più ignorate di Kun Béla , misi avanti agli ufficiali la proposta d'inviargli uno scritto per invitarlo a soprassedere dal tradurre in atto le deliberate condanne a morte, proposta che trovò tutti consenzienti. Si dissentiva però sulla forma da dare al testo. Per non perdere un tempo prezioso in vane discussioni pregai gli ufficiali di metter giù, ognuno per conto proprio, una nota e consegnarmela entro un'ora per riparlarne insieme.
SCA~llllO 01
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OTE DTPLOlvlATICHE
Il Tenente Salem ed il Tenente Pignatelli stesero una lunga memoria infarcita di termini e luoghi comuni giuridici, che non mi sembrò adattarsi affatto alle circostanze ed alla mentalità degli uomini ai quali andava diretta. Il Capitano Henssler ed io ci attenemmo piuttosto alla forma , brevità e tenore d'una comunicazione militare. Rimasto solo con quei quattro componimenti, dopo qualche minuto di riflessione redassi la seguente nota scrivendola senz'altro in francese ad eccezione di poche frasi o parole che sul momento mi sfuggivano. La scrissi in francese perché ricordavo che nel protocollo diplomatico era la lingua usualmente impiegata e credevo che la consuetudine perdurasse e non tollerasse eccezioni. COMANDO SUPREMO R. ESERCITO ITALIANO MISSIONE ITALIANA PER L'ARMISTIZIO Delegazione di Budapest Budapest le 26 Juin 1918 N. 398
A Monsieur le Commissarie du Peuple pour les Affaircs Etrangères BUDAPEST De l'entretien que mon Capitain a eu hier soir avec Vous, il a remporté l'impression que Vous avez l'intention d'achever la répression du mouvement insurrectionel, qui vient d 'échouer, avec la plus grande violence. Camme Chef de la Mission Militaire ltalienne, seul Répresentanl ici de mon Gouvernement et des Puissances Alliées et Associées, je Vous préviens que je ne peux pas me desintéresser de telles violences. Par conséquent je m 'adresse à Votre Gouvernemenl pour réclamer que la vie des òtages et des prisonniers politiques tombés dans Vas mains à la suite des derniers évenements, soit resp ectée sans exception méme de ceux qui ont été pris le armes à la maiI1. Ce sont des gens qui se sont battus pour des idées et des principes différents de ceux qui regissent Votre Gouvernement, et c'est tout justc qu'ils soient soumis au méme traitement qui est réservé par la Convention dc Génève aux prisonniers de guerre. Je rappeUe à cet égard à Vous et aux Membres de Votre Gouvern ement que Vous serez tenus responsables collectivement et individuellement des susdites violances. Le Lie utenant Colonel Chef de la Delegation de Budapest G. Romanelli
Al Signor Commissario del Popolo agli Affari Esteri BUDAPEST Dal colloquio che il mio Capitano ha avuto ieri con V.E. egli ha avuto la impressione che Ella ha intenzione di por termine alla repressione della fallita controrivoluzione con misure di estrema violenza. Come Capo della Missione Militare Italiana , solo Rappresentante del mio Governo e delle Potenze Alleate ed Associate, Vi prevengo che non posso disinteressarmi di tali violenze. M'indirizzo perciò al Vostro Governo per esigere che la vita degli ostaggi e dei prigionieri politici caduti nelle Vostre mani in seguito agli ultimi avvenimenti sia rispettata senza eccezioni, quand' anche siano stati presi colle armi alla mano. Essi si sono battuti per idee e principi differenti da quelli professati dal Vostro Governo, ed è pertanto giusto che si faccia loro il trattamento riservato dalla Convenzione di Ginevra ai prigionieri di guerra. A tal proposito attiro l'attenzione di V.E. e dei membri del Vostro Governo che Vi faremo responsabili individualmente e collettivamente delle summenzionate violenze. Il Ten. Colonnello Capo della Delegazione di Budapest G. Romanelli
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NELL'UNGHERIA DI BÉLA KUN E OURANTE L' OCC UPAZIONE MILITARE RO'.v!ENA
La Nota così come risultò , dopo alcune correzioni, fu affidata nelle prime ore del mattino del 26 al Capitano Henssler con l'incarico preciso di consegnarla a Kun Béla in persona e fargliene a voce una succinta ed immediata traduzione in tedesco. Per risparmiare in quanto era possibile la suscettibilità del dittatore rosso, suggerii al capitano Henssler d'invitare - come avevo fatto già altre volte io stesso, trattando questioni delicate - l'ufficiale di liaison. signor Donath ad uscire dalla stanza, dove aveva luogo il colloquio, non appena scambiati i convenevoli di circostanza . Il capitano assolse il suo ingrato incarico molto bene, accoppiando ad una impeccabile cortesia una severità di contegno, quale si addiceva all'importanza del passo. Invitato a sedersi ricusò ringraziando. Lasciò che Kun aprisse la busta e soltanto dopo che egli ebbe accennato che se la sarebbe fatta tradurre gliene riassunse il contenuto in tedesco, aggiungendo che il Capo Missione lo pregava di una urgente risposta. A11orché sentì di che si trattava, Kun manifestò viva irritazione e si provò a dissertare in merito col capitano, senonché questi, messo da me in guardia, in precedenza, correttamente fece osservare come il suo compito si limitasse all'atto materiale del recapito e traduzione e conseguentemente chiedeva il permesso di ritirarsi. - Bitte, dem Herrn Oberstleutnan.t Romanelli zu sagen dass ich die volle Veranwortlichkeit dafuer ubern.ehmen werden. Guten Tag, Herr Rittmeister! - aggiunse Kun Béla, stendendogli la mano e congedandolo. - Prego voler dire al signor Tenente Colonnello Romanelli che prendo l'intera responsabilità dei miei atti. Buongiorno signor Capitano. Con insolita e sorprendente sollecitudine, trascorso appena un paio d'ore, un messo dei Soviet si presentava alla Missione e fattosi annunziare mi rimetteva la seguente risposta:
RÉPUBLIQUE DES CONSEIL HONGROIS Commissariat des Affaires Étrangères À Mr. Le Lieutenant Colone! G. Romanelli Chef de la Mission Italienne à BUDAPEST A Votre lettre du 26 Juin j'ai l'honneur de Vous répondrc ce qui suit: Le Gouvernemcnt des Conseils de Hongrie repoussc toute menace dirige contre Jes membres du Gouvernement et proteste contre l'intention de !es rendre résponsables des affaires qui concernent uniquement la Hongrie. Je repousse avec indignation les menaces de Mr. Le Li cutenant Colone!. Je rappelle à Mr. Le Lieutenant Colone! qu'à Munich, à Riga, aussi que en differentes villes de la Ucraine et de Finland persone au nom des Gouvernements Alliées et Associées n'a élevé la voix pour protester contre l'assasinat de gens véritablement innocents. L'idée n'est pas venue à Mr. Le Lieutenant Colone! de s'indigner de ce que des hommes soudoycs ont tiré des coups de canon et de mitrailleuses sur !es faubourgs de Budapest, sur des h6pitaux et des maisons ou se trouvaient des femmes et des enfants et qu'ils ont promis camme leur premier fait aprés leur évenement au pouvoir, un pogrom de grande cnvergure. Je trouve donc nature! qu 'alors que cet atentant infame et barbare, fait pur restaurer l'ancien régime d'oppression et la tentative d 'assassinat et meme l'assassinat des femmes et des enfants ne remplissent pas d 'indignation le coeur de Mr.le Lieutenant Colone!, ce coeur ne peut nourrir que des sympathies pour ceux qui sei on Votre opinion, combattent pour des idées et des principes et en réalité pour de miserables salaircs en faveur de l'oppression des travailleurs et la restauration de leur ancienne existance faite dc féneantisme. Le Gouvernement des Conseils de Hongrie, meme alors qu 'il fait sentir son pouvoir avec un extrème rigueur sera toujours plus humain que ces Gouvernement qui ont accablé l'humanité avec les barbaries de la guerre, et qui veulent faire mourir de faim par leur blocus, des femmes et des enfants, et font tirer sur les masses sans armes, protestant contre l'oppression et l'exploitation.
SCAMRTO DI NOTE DIPLOMATICHE
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Enfin je ne crois pas qu 'il serait conforme aux intentions de Votre Gouvernement l'idée d'appliquer les clauses de la Convention de Génève aux bandits contrerévolutionnaires et de rendre par là possibile de nouvelles attaques contre des fcmmes et des enfants ainsi que des pogroms. L'attitude amicale de l'Italie pourrait reconnaitre come parties bélligerants des bandits à qui en faveur de la contrerévolution veulent tuer des femmes et des enfants et assassincr les Juifs. Le Gouvcrnement de la République des Conseils Hongroise aussi bien que les institutions judiciaires procedant d 'aprés leurs proprcs lois protestent contre toute ingérencc dans !es affaires intérieures du pays. Le Commissarie des Affaires Étrangeres Béla Kun
Budapest le 26 Juin 1919. Al Sig. Ten. Col. Guido RomanelJi Capo della Missione Italiana BUDAPEST Alla vostra lettera del 26 giugno ho l'onore di rispondere come segue: Il Governo dei Consigli d'Ungheria respinge ogni minaccia diretta ai membri del Governo e protesta contro l'intenzione di farli responsabili degli affari che concernono unicamente l'Ungheria. Respingo con indignazione le minacce del sig. Tenente Colonnello. Richiamo alla memoria del Sig. Ten. Col. come a Monaco, a Riga ed in vari altri luoghi dell'Ucraina e della Finlandia nessun rappresentante delle Potenze Alleate ed Associate si è levato a protestare contro l'assassinio di persone realmente innocenti. Al sig. Tenente Colonnello non è venuto in mente d 'indignarsi pel fatto che uomini prezzolati hanno sparato con cannoni e mitragliatrici sui sobborghi di Budapest, sugli ospedali e sulle case dove si trovavano donne e bambini, allettati dalla promessa di consentire loro un grande pogrom subito dopo il loro avvento al potere. Trovo quindi naturale che dal momento che un tale attentato infame e barbaro avente lo scopo di restaurare il passato regime d'oppressione e il tentativo d'assassinio e l'assassinio stesso di donne e bambini non susciti indignazione nel cuore del sig. Tenente Colonnello, questo cuore che simpatizza soltanto per color, che, secondo la vostra opinione, combattono per idee e principi, mentre lo fanno per meschini salari, per favorire l'oppressione dei lavoratori ed il ritorno all'oziosa esistenza d'un tempo. Il Governo dei Consigli quand 'anche eserciti il suo potere con estremo rigore sarà sempre più umano di quei governi che hanno martoriato l'umanità colJe barbarie d' una guerra, che affamano genti col blocco e sparano contro le inermi masse di popolo che protestano contro l'oppressione e lo sfruttamento. Infine non credo sia nelle intenzioni del vostro Governo che si applichino le clausole della Convenzione di Ginevra a dei banditi controrivoluzionari rendendo così possibile nuovi attacchi a donne e bambini e nuovi pogroms. L'amichevole disposizione dell'Italia non può prestarsi a riconoscere la figura di belligeranti a dei banditi che in grazia d 'una controrivoluzione mirano ad uccidere donne, bambini ed ebrei. Il Governo dei Consigli d'Ungheria non meno che la Magistratura protestano contro ogni ingerenza negli affari interni del paese. Il Commissario agli Affari Esteri Béla Kun
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NELL'UJ\:GH ERlA DI BÉ LA KUN E D UR AJ\: TE L'OCCU PAZIONE MILITARE ROMENA
Da una prima lettura trovai che il tono della Nota era abbastanza impertinente; però riflettendoci un poco fui portato a concludere, che era quanto di meglio potevo sentirmi rispondere. Probabilmente se io fossi stato al posto del Governo dei Soviet avrei scritto di peggio. Facendo quindi astrazione dal tono mi diedi a compulsare attentamente il contenuto della lettera. Alcune frasi soprattutto mi sconcertarono, non sapendo con precisione quanto ci fosse di vero nella denunzia di colpi di cannone e mitragliatrici tirati dai monitori sui quartieri operai di Budapest e sulla minaccia di pogroms, una volta rovesciata la dittatura proletaria. Altre mi mettevano in un certo imbarazzo, perché, per quanto sottilizzassi, non potevo sinceramente disconoscer che colpivano nel segno, come quella che accusava l'Intesa di inumanità, per essere ricorsa al blocco per soffocare il bolscevismo. Cionondimeno, l'ultimo periodo e l'insieme stesso della Nota, mi sembrò potesse dar adito a credere che il Governo dei Consigli era più sensibile di quanto non volesse dare a divedere all'ammonimento della Missione, e quindi non avrebbe in ogni caso mancato di circondare le sue misure di rigore di una forma più o meno larvata di procedimento legale. Tanto bastava per guadagnare tempo e risparmiare qualche vita. Non era un grande risultato, ma neppure - mi dicevo - così meschino, che non compensasse la pena del gesto e l'affronto d'una risposta impertinente. Senza contare il prestigio e la maggiore autorità, che cerco ne deriverebbe alla Missione per avere, se non altro, osato levare la sua voce. Mi posi infine il quesito: - Dovevo oppur no replicare a quella Nota? - Il rischio che correvo di vedermi trascinato in una polemica, mi consigliava di non dar seguito alla cosa, senonché quella frase sulla - attitude amicale de l'Italie - mi pareva si prestasse troppo ad essere fraintesa, ed ad avvalorare la leggenda di un ' Italia e d'una Missione filo-bolscevica, per lasciarla correre senza rintuzzarla e sfatarla con una dichiarazione esplicita. Perplesso, pensai di sentire l'opinione dei miei ufficiali e darmi il tempo di rifletterci meglio, tanto più che urgeva informare Vienna col corriere in partenza alla sera. Nel rapporto che feci al Generale Segre, gli delineai la situazione creatasi a Budapest in conseguenza degli avvenimenti, gli acclusi una copia della mia note e della risposta di Kun, non accompagnandole da nessun commento, spiegando però le ragioni che mi avevano spinto ad intervenire. Aggiungevo infine che, per quanto tuttora indeciso al riguardo, molto probabilmente mi sarei trovato obbligato da una più esatta valutazione di elementi circostanziali a non lasciare senza risposta la nota di Kun Béla, che dava adito a supporre che in Italia si vedesse con soverchia indulgenza un'Ungheria comunista e bolscevica e, cosa ancor più grave, poteva far credere che il nostro Governo non solidarizzasse con la mia iniziativa. Inviato il rapporto, tornai a ruminare dentro di me sull'opportunità di una contro-nota, rimettendone la decisione al giorno seguente. Ero solito al mattino d'intercalare fra la prima colazione e l'ufficio una breve passeggiata a piedi lungo il quai del Danubio, dall'hotel Ritz al palazzo del Parlamento. Essa mi serviva di distrazione e di meditazione ad un tempo. Fedele a tale abitudine il giorno dopo, ignaro ancora di quello che contenevano i giornali, che solevo sfogliare nella prima ora di ufficio, appena in strada mi vidi oggetto di una curiosità e di una attenzione indiscreta, molesta e quasi impertinente da parte dei passanti, che incontravo sul mio cammino. Taluni, deviando perfino dalla loro direzione, mi si avvicinavano sfiorandomi il gomito ed a mezza voce mi indirizzavano delle parole, delle quali non riuscivo a capire né il significato né il tono. Supponendo vi fosse qualcosa d'irregolare o di strano nella mia uniforme mi guardai ripetutamente indosso; poi seccato finii per disinte-
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ressarmi della cosa non senza ristare dal chiedermi il motivo di un contegno così strano dì gente dall'apparenza seria e distinta, che probabilmente m'incontrava tutti i giorni e mai, prima d'allora, mi aveva degnato di uno sguardo. Rientrato in hotel mi bastò un'occhiata ai giornali allineati sulla scrivania per spiegarmi quanto mi aveva fin'allora sorpreso ed infastidito. Tutti i giornali riportavano in prima pagina ed a caratteri cubitali lo scambio delle Note fra ]a Missione italiana ed il Governo dei Soviet, e la gente della strada - come molti si affrettarono a dirmi - teneva a dimostrarmi con sguardi e caute parola la sua solidarietà ed approvazione. Tuttavia quella clamorosa pubblicità intorno alla faccenda mi turbava e mi preoccupava. C'è sempre da diffidare dell 'opinione pubblica, particolarmente quando è montata da tanto scalpore di stampa. Agli sfavorevoli commenti con cui i giornali accompagnavano la riproduzione testuale delle note, non era naturalmente il caso di dare troppo peso. D'altronde i più criticavano il mio intervento, qualificandolo abusivo, trovando soprattutto impugnabile la pretesa di riserbare ai prigionieri politici il trattamento fatto ai prigionieri di guerra dalla Convenzione di Ginevra. Siccome quest'ultimo appunto mi venne poi ripetuto anche dal Generale Segre nella risposta concernente il mio rapporto, ho ragione di credere che la frase si prestasse a tale ambigua ed errata interpretazione. Non riuscirà perciò superflua una delucidazione del mio pensiero. A chiunque trovavasi in quell'epoca in Ungheria era noto a quali sevizie si sottoponessero i prigionieri, e, soprattutto quelli politici. Era quindi ovvio, che una volta venuto nella determinazione d'intervenire presso il Governo sovietico per stornarlo dalla sua intenzione di soffocare nel sangue il movimento controrivoluzionario, volessi anche premunirmi dal pericolo di essere raggirato da un'illusoria commutazione della pena capitale in una prigionia che, attraverso tormenti e sofferenze diabolicamente escogitate, raggiungesse in breve lo stesso intento. Di qui un accenno al trattam nto, che ravvisavo giusto fosse riservato agli implicati del putsch, compendiandolo per amor di concisione nella frase "riservato dalla Convenzione di Ginevra ai prigionieri di guerra". Se avessi voluto dire ciò che a torto mi venne attribuito, sarebbe bastato esprimermi "et pourtant ils doivent étre soumis ... " anziché "c'est tout just qu 'ils soient soumis" . La forma tendenziosa con la quale era stato portato a conoscenza del pubblico ungherese lo scambio di note, mi persuase ancora più della necessità di una contro-nota, opinione questa condivisa anche dai miei ufficiali. Ne avevo già redatto un abbozzo, quando si presentò alla Missione un certo Capitano Romiti dei bersaglieri, avvocato e giornalista di professione, collaboratore del "Popolo d'Italia", per conto del quale era venuto a Budapest a farvi acquisto di un linotype. Quantunque congedato vestiva l'uniforme ed a me non parve vero di trarne subito vantaggio chiedendogli un servizio ch'egli era in grado di farmi meglio che qualsiasi altro della Missione. Dopo averlo messo al corrente dello scambio di note e della mia intenzione di non lasciare l'ultima senza risposta , gli feci leggere l'abbozzo da me scritto invitandolo a redigerne una egli stesso che giuridicamente esaminata fosse più corretta. Sulla scorta delle due minute, stesi poi prima di sera, la contronota definitiva , che il Capitano Henssler si accingeva già a portare all'hotel Hungaria, quando mi vennero ad avvertire, che era arrivato in automobile da Vienna il nuovo Commissario Politico Cav. Cerruti. Al carabiniere che me lo annunziava non indugiai a dire che lo facesse passare immediatamente, tanto veniva a buon punto per sollevarmi da mansioni, per le quali avrei dovuto avere un collaboratore adatto. Credetti anzi corretto di proporgli di modificare la nota
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)!ELL'lJ)!GHERTA D I B ÉLA KUI\ E DURANTE L'O CCU PAZIO .E MILITAR E ROME A
secondo il suo criterio, qualora lo ritenesse necessario, e di apporvi anche la sua firma . Ma egli si schermì, facendomi giustamente osservare che, per quanto non potesse parlare di accreditamento con un governo non riconosciuto, come il bolscevico, pure occorreva una forma di presentazione che gli desse veste per parlare. Oltracciò gli sembrava preferibile che io stesso conducessi fino in fondo l'azione incominciata. Aderì nondimeno il Cav. Cerruti alla mia richiesta di leggere la nota ed accogliendo il suo suggerimento cambiai due parole dell'ultimo periodo per attenuarne il tono. La nota rimessa a Kun Béla riuscì perciò così concepita: Budapest le 27 Juin 1919 À Monsieur Kun Béla Commissarie du Peuple pour les Affaires Entrangères BUDAPEST Faisant suite à ma note précédent e t en réponse à la Votre, j'insiste sur mon droit e mon devoir de ne pas me désinteresser comme Chef de la Mission Militaire Italienne et seul répresentant cn ce moment des Puissance Alliées et Associ ées à Budapest, et en vertu de la seconde partie de l'art. IV du traité d 'Armistice du 3 Novembre 1918, aux questions de nature à porter attente au maintien de l'ordrc en Hongrie. Ma démarche a le but d 'évitcr que Vous et Vos collaborateurs dans le régirne actuel, aprés avoir opposé la force des armes à l'attaque d'une faction contraire à Votre Gouvernement Vous arrogiez le droit de procéder avec une excessive sévérité envers ces adversaires, qui sont tombés dans Vos mains. Votre Gouvern ement n 'a pas plus de droits de se considérer légitime que !es autres gouvernements qui se sont constitueés dans d'autres provinces de Hongrie paree qu'aueun d'eux répresente la libre expression de tout le Pays et de toutes les classes sociales. Vous ne répresentez donc qu ' un faction politique, en ce moment plus forte que les autres, et par conséquence incapable de juger libremcnt et légitimement des crirnes politiques. Pourtant si un respect scrupuleux de la liherté, tout en nous faisant déplorer !es pertcs de vies humaines quell es que soient !es classes sociales, auxquelles elles appartiennent, nous a retenus jusqu'ici d 'un ingérence direct dan s les luttes intérieures des differentes factions politiques, Nous ne pouvons cepedant pas perrnettre qu ' une d'elles prononce des condannations d'une rigueur exagéré au nom d'un droit que Nous ne pouvons lui reconnaltre. Pour ce qui concerne enfin l'attitude amicale et la sympathie de l' Italie que Vous mentionncz dans Votre note,je tiens à déclarer qu 'ellc concerne toute la Hongri e ainsi que son peuple, mais qu'elle ne peut pas etre invoquée pour ses propres buts par aucun des Gouvernement qui se contestent à préscnt la souvéraineté dc la Hongrie. Je ne peux pas par conséquent qu'attirer de nouveau to ute Votrc attention sur !es conséquences facheuses que pourraient avoir pour Vous et les autres Commissaires d u Peuple une attitude qui ne fùt pas entièrement conforme aux désirs et aux espoirs des Gouvernemcnts Alliés et Associés. Le Chef de la Mission Militaire Italienne G. Romanelli
Al Sig. Kun Béla Commissario del Popolo agli Affari Esteri BUDAPEST Facendo seguito alla mia precedente nota ed in risposta alla vostra insisto sul mio diritto e dovere di non disinteressarmi, quale Capo della Missione Militare Italiana, e solo rappresentante in questo momento delle Potenze Alleate ed Associate a Budapest, ed in virtù della seconda parte dell 'art. IV del Trattato d'Armistizio del 3 novembre 1918, delle questioni suscettibili di nuocere al mantenimento dell'ordine pubblico in Ungheria .
SCAMBIO DI NOTE DIPLotv!ATJ CHE
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Il mio passo si propone che Voi ed i Vostri collaboratori nel presente regime, dopo avere represso colla forza delle armi l'attacco d'una fazione contraria al Vostro Governo, Vi arroghiate il diritto di procedere con estrema severità nei confronti di quegli avversari caduti nelle Vostre mani. Il Vostro Governo non ha maggior diritto di considerarsi legittimo di quanto non abbiano altri governi costituitisi in altre province dell'Ungheria, in quanto nessuno di essi può dirsi essere la libera espressione di tutto il Paese e di tutte le classi sociali. Voi non rappresentate dunque che una fazione politica in questo momento più forte delle altre, e, di conseguenza, incapace di giudicare liberamente e legittimamente dei delitti politìci. Ragione per cui se per un rigoroso rispetto della libertà e deplorando il sacrificio di vite umane a qualsiasi classe sociale esse appartengano, ci ha finora trattenuto da ogni diretta ingerenza nelle lotte interne fra le varie fazioni politiche, noi non possiamo tuttavia permettere che una di esse pronunci dalle condanne di esagerato rigore in nome d'un diritto che Noi non le riconosciamo. Per quanto concerne infine l'atteggiamento amichevole e la simpatia di cui V.E. fa parola nella sua nota , tengo a dichiarare che essa concerne tutta l'Ungheria ed il suo popolo, ma essa non può essere invocata per i propri scopi da nessuno dei governi che oggi si contendono la sovranità dell'Ungheria. Di conseguenza non posso che attirare nuovamente la Vostra attenzione sulle spiacevoli conseguenze che potrebbero avere per V.E. e gli altri Commissari del Popolo l'assumere un atteggiamento non conforme ai desideri e speranze dei Governi Alleati ed Associati. Il Capo della Missione Militare Italiana G. Romanelli
Così concepita la Nota costituiva tale un colpo di mazza pel Governo dei Soviet, che difficilmente questi ne avrebbe permessa la pubblicazione senza accompagnarla da una rottura o da qualche procedimento violento, che per mio conto non ritenevo probabile. Pensai perciò di ottenerne la diffusione facendola pubblicare dalla stampa austriaca, che clandestinamente penetrava un po' dappertutto in Ungheria, inviandone la sera stessa diversi esemplari all'ufficio stampa della nostra missione a Vienna. Come avevo preveduto Kun Béla lasciò la nota senza risposta né di parole né di atti: le prime d'altronde avrebbero avuto ben poco valore se disgiunte da un energico atteggiamento, che non si sentiva abbastanza forte e sicuro di assumere. Di più era certo già a conoscenza dell'arrivo del nuovo Commissario politico, e, attraverso il servizio di spionaggio che intratteneva nei corridoi dell'hotel, poteva essergli giunta all'orecchio qualche frase vera od esagerata che attribuivasi al Cav. Cerruti, e che erano venuti a ripetere anche a me, suscettibile d'essere interpretata come una divergenza di vedute o di direttive, per cui poteva trovare conveniente e consigliabile tacersi. Non escludo però che quel prudente silenzio nel quale si chiuse il dittatore proletario fosse invece determinato dal tono deciso della nota e dall'esplicito richiamo al trattato d'armistizio in essa contenuto, per cui potevasi credere che la Missione italiana di Vienna andasse in cerca d'un pretesto per intervenire militarmente nelle cose d'Ungheria. L'esempio di provocare dei fatti compiuti era troppo frequente e troppo contagioso per non invogliare altri a rischiare, e Kun Béla sapeva che il generale Segre era uomo di polso e capace di assumersi le più audaci iniziative, per avventurarsi e metterlo alla prova!
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NELL'UNUH ERI A DI BÉ LA KlJ N E DURANTE L'OCCUPAZIONE MILI TARE ROMENA
Il Governo dei Soviet si dimostrò anzi nella sostanza assai più remissivo di quanto speravamo, perché prima delle 48 ore, diramava un comunicato nel quale diceva che soltanto undici caporioni e sobillatori del movimento controrivoluzionario sarebbero stati messi a morte, mentre i cadetti dell'Accademia Ludovica sarebbero inviati per punizione in un campo d'istruzione, avuto riguardo alla loro età ed inesperienza. Pel fine immediato che le note si proponevano non si può perciò disconoscere ch'esse furono efficaci e la Missione poteva reputarsi soddisfatta di avere obbedito ad un impulso generoso di solidarietà umana, senza lasciarsi intimorire né dai pregiudizi d'una vecchia diplomazia, né dalla minaccia d'una barbarie stupida e tracotante.
XIV LA CONSOLATRICE DEGLI AFFLITTI
Ma quello che non era preveduto e che maggiormente sorprese la Missione fu la ripercussione dello scambio cli note nella grande massa del popolo Ungherese. Non esagero dicendo che da un giorno all'altro nella infantile, mutevole e scossa fantasia popolare, questa sparuta e minuscola Missione italiana, tanto sospettata e calunniata fino allora, si trasformò in un nume tutelare, in una incarnazione del genio del Bene che si contrapponeva provvidenzialmente al genio del Male, in una mano amica cui potevasi ricorrere per aver consolazione di qualsiasi dolore, protezione da ogni minaccia, riparazione da tutti i torti. Tra gli episodi della mattina del 27, quella in cui i giornali di Budapest pubblicarono le due note della Missione e di Kun Béla , ho tralasciato di raccontarne uno molto significativo a riguardo di ciò che or ora scrivevo. Ero entrato in ufficio da pochi minuti e stavo scorrendo quei pochi giornali locali che potevo capire, quando dalla porta che dava in cancelleria si affacciò il carabiniere di servizio annunziandomi che c'era un signore, il quale chiedeva di vedermi subito nonostante l'ora mattutina e gli uffici fossero ancora chiusi. Indugiavo a rispondere non sapendo nemmeno di chi si trattasse allorché dietro il carabiniere si mostrò il viso rasato e rubicondo del signor Zerkovitz, pregandomi nel suo inglese dall'accento spiccatamente yankee di concedergli un brevissimo colloquio. Lo feci passare e con una certa e ben giustificata meraviglia, prima ancora di salutarmi, lo vidi girare uno sguardo inquisitorio e diffidente per la stanza, poi chiudere la finestra, scusarsi e domandare se nel camerino del bagno c'era nessuno, quindi, dubitando quasi della mia risposta negativa, serrare la porta del breve passaggio sul quale aprivasi l'ingresso del bagno ed infine dopo avere preso nervosamente tutte queste precauzioni avvicinarsi, buttarsi in ginocchio ed innondarmi di lacrime e di baci la mano. - God, bless you, Colone[, to dare raising your voice in support of our poor country! Thank you, Colone!. Save us from this awful, wreched situation! Let me kiss your hands, like would do ali Hungarian people if they were here! ... - Dio vi benedica, Colonnello, per avere osato levare la vostra voce a favore del nostro povero Paese. Grazie, Colonnello, salvateci da questa infelicissima situazione! Lasciatemi baciare le vostre mani, così come farebbe tutto il popolo ungherese se fosse qui in questo momento. Veder piangere quell 'uomo maturo e navigato della vita e del mondo come un bambino, sentirne le espressioni calde e sincere di profonda riconoscenza, scoprirlo così intensamente attaccato e devoto alla patria mentre lo credevo, fino a qualche giorno prima, un furbo exploiteur del bolscevismo, mi commosse e mi stupì a tal punto da non saper trovare una parola appropriata da rispondergli. Lo esortai ad alzarsi , a calmarsi, insistendo nel ripetergli che non si facesse illusioni sulla portata dell 'intervento della Missione, ed, appena lo vidi ritornato in sé, lo pregai di lasciarmi. Esitò un momento di fronte alla porta da scegliere tra le tre, che gli si offrivano per uscire, poi si decise in favore di quella stessa per la quale
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era entrato, attraverso alla cancelleria: la meno compromettente e quella relativamente meno spiata al mattino. Questo episodio fu per me non solo rivelazione di un uomo, ma quella dello stato d 'animo di un'intera popolazione e spiegherà a chi legge perché la Missione finisse poi per ingerirsi di tante cose e compiti cui avrebbe dovuto restare estranea e s'arrogasse certe facoltà e poteri che nessuno avrebbe mai potuto conferirle. Ma chi poteva far intendere a quella gente eterogenea, che si accalcava in massa nei corridoi dell 'hotel Ritz, antistante agli uffici della Missione, decisa ad aspettare il proprio turno per essere ricevuta dal colonnello, dal capitano o sia pure da uno scritturale o soldato qualsiasi, al quale potesse esporre la sua istanza e perorarne l'a utorevole benevolo interessamento, che quanto chiedeva esulava dalle nostre funzioni? Benché il lavoro della Missione incominciasse ufficialmente alle 9, già alle 7 del mattino si faceva coda alle tre porte del tenente, del capitano ed alla mia. Prevaleva di solito il sesso debole, quello che a dire il vero si dimostrava il più forte nell'affrontare il bolscevismo, e non mancavano le donne del popolo, quantunque il regime ostentasse la denominazione di dittatura proletaria. Quando arrivava mezzogiorno ed il carabiniere di servizio s'ingegnava a far capire a tutta quella gente tuttora lì, che le udienze erano finite, nessuno voleva darsi per vinto ed abituato come era a far coda per ore ed ore dappertutto e per ogni esigenza della vita quotidiana , non era né stanca né scoraggiata, per cui occorreva pazientemente persuaderla, esortarla e spesso ammonirla anche, allo scopo d'indurla ad andarsene. Ma non ci si riusciva quasi mai interamente, al punto che era cosa di tutti i giorni, che dopo aver continuato a ricevere fino alla una , capitasse poi d 'essere bloccati nel corridoio mentre s'andava a colazione, nonostante si prendessero mille precauzioni per uscire inosservati dagli uffici. Così , per quanto fosse detto e scritto a caratteri cubitali sulle porte che nel pomeriggio non si concedevano colloqui, ed i cartelli lo dicessero in diverse lingue, la gente rimandata al mattino, non di rado tornava alle 15 a porsi silenziosamente in riga, implorando periodicamente il carabiniere, perché intercedesse per lei, un minuto solo, quanto occorreva per affidare il suo caso alla Missione. Come ricusarlo, sapendo che novanta volte su cento trattavasi di questioni di vita o di morte? D'altronde non c'era consegna che valesse con persone fatte audaci dal dolore e dalla disperazione! Mi ricordo di aver visto più d'una testa affacciarsi indiscretamente alla porta di comunicazione del mio ufficio con la cancelleria a certe ore del mattino, quando ancora vestivo il costume da notte ed approfittavo della quiete per compilare qualche rapporto od abbozzare qualche corrispondenza di maggiore importanza. Era un tale o una tale, che aveva colto il momento in cui il carabiniere di guardia s'era allontanato, per riuscire nel suo intento di parlarmi e raccontarmi una pietosa storia che lo concerneva. Così pure ricordo altri, come la contessa Szveteney e sua figlia , due belle e gentili signore, che ricorsero al dott. Marcovic - medico della Missione - per farsi ricevere da me dopo la mezzanotte, correndo doppio pericolo: quello di farsi arrestare in strada dalle guardie rosse, perché in contravvenzione col coprifuoco, e l'altro di fare un viaggio inutile per incontrarmi già a letto e finanche addormentato. Le due signore imploravano l'intervento sollecito della Missione per un loro stretto parente arrestato improvvisamente e che doveva comparire il mattino dopo davanti al tribunale speciale rivoluzionario. Alle scuse, che quale preambolo mi rivolgevano per avermi molestato a quella ora veramente eccezionale, risposi scherzando che forse la colpa era in gran parte mia non avendo avuto l'avvertenza di far stampare sul cartello delle ore di ricevimento, l'indicazione sup-
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pletiva di antimeridiane. Preso in ridere il lato molesto della faccenda , le signore si fecero animo e senza intermezzi superflui di lacrime e sospiri mi misero al corrente della causa, che intendevano perorare e mi fornirono gli elementi necessari perché ce ne potessimo occupare il giorno seguente di buon mattino. A prescindere dall'ora , questa delle signore Szveteney era stata un'udienza facile e breve, come se ne sarebbero potuto sbrigare moltissime e senza stancarsi al mattino tra le 9 e mezzogiorno, se tutte le persone fossero state egualmente ragionevoli e capaci di dominare i loro sentimenti. Infatti più che il numero e la continuità di questi colloqui, quel che affaticava e metteva a dura prova la solidità dei nostri nervi era l'invariabile nota straziante del tema di tali interviste, l'accento patetico col quale le persone ci sgranavano giù dei racconti interminabili di scene pietose e l'imperativo disperato di certi appelli ai quali non potevamo rispondere se non con vaghe promesse. Quante volte avveniva che ]a persona, varcata appena la porta dell'ufficio, scoppiava in un pianto o si buttava in ginocchio alle prime parole con le quali s'accingeva a raccontare la sua storia! Esaurita dallo sforzo fatto per contenersi finché faceva anticamera cadeva poi preda di una crisi di dolore, alla quale non c'era altro rimedio che lo sfogo. Era molto se in questi casi si riusciva a capire tra un singhiozzo e l'altro, le indicazioni occorrenti per rintracciare l'individuo, che quella persona veniva a chiedere alla Missione di disputare alla condanna a morte ed alla tortura d'una prigionia senza processo. Ma se era faticoso e penoso questo susseguirsi di scene tragiche e commoventi, alle quali sovente occorreva porre bruscamente fine con modi burberi per disputare loro un tempo prezioso ed inestimabile, non lo era meno la visita inopportuna di una di quelle persone che non si peritavano d'invocare l'intervento della Missione per grette e banali questioni sociali o cose di tanto poco momento, che faceva stizza il prenderle soltanto in considerazione, mentre occorreva fare il viso gentile e premuroso di chi le prende in molto conto. Dato il carattere confidenziale e riservato della maggior parte di tali colloqui, si era obbligati a prendere nota noi stessi dell 'argomento trattato, scarabocchiando giù poche parole in fretta. Alla una , dopo che la porta degli uffici si era appena chiusa dietro l'ultimo visitatore, senza indugio si procedeva allo spoglio di tutti quegli appunti traendone nomi , luoghi e fatti finché la memoria ancora fresca poteva aiutarci a colmare le lacune e i molteplici errori determinati dalla poca familiarità colla lingua , dipendendo spesso da ore il riuscire o fallire in un salvataggio. Così non si andava a colazione che a spoglio ultimato e vi si arrivava talmente esauriti , che non bastava né il buonumore inesauribile del capitano Henssler né le arguzie di Fraccaroli, che pure conviveva alla nostra mensa , per farci tornare un sorriso bello e genuino sopra le nostre fisionomie rattristate dai racconti del mattino. Sedata la controrivoluzione, la Dittatura Proletaria aveva istituito una specie di corte marziale o tribunale rivoluzionario, che ho già avuto occasione di menzionare. Tante erano le condanne pronunziate da questo tribunale rivoluzionario, che ho già avuto occasione di menzionare. Tante erano le condanne pronunziate da questo tribunale e quasi altrettante erano i postulanti alla Missione al mattino seguente. Donde un egual numero di azioni da intentare dopo lo spoglio degli appunti del mattino, che per i nove decimi, si traduceva in andirivieni del tenente Salem o del capitano Henssler tra il Ritz ed il palazzo del Parlamento dove risiedeva il famigerato tribunale. E siccome non sempre una raccomandazione, un'esortazione e un benevolo quanto significativo ammonimento bastava, né d'altra parte la Missione intendeva prestarsi alla difesa di chi non lo meritava, così accadeva che l'ufficiale fosse obbligato ad assistere all'intera seduta, sia per rendersi parzialmente edotto del caso, sia per vincere la riluttanza del presidente del tribunale signor Kiss a mitigare, commutare o cancellare la condanna che stava per pronunziarsi.
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Ma s'ingannerebbe chi credesse che le cose si passassero così facilmente e rapidamente come sono raccontate, perché si dava talvolta il caso che giungessimo a sentenza pronunziata, anche per troppa fiducia dei parenti dell'arresto nella imparzialità del tribunale, ed allora tutto si complicava. Oppure, per scarsa conoscenza dei precedenti politici della persona di cui sostenevamo la causa , ci si trovava talvolta di fronte ad imprevedute o quasi insormontabili resistenze, magari velate da raggiri e belle promesse, aventi lo scopo di guadagnare tempo e metterci innanzi al fatto compiuto. Fatto compiuto che, per non pregiudicare le già tese relazioni fra il governo dei Soviet e la Missione, assumeva di frequente la forma di uno di quei tanti pretesi suicidi di cui era ricca la cronaca cittadina di Budapest bolscevica. Ma, affinato il fiuto con l'esperienza, quando gli ufficiali subodoravano un tal pericolo non si davano per vinti e tornati all'hotel mi chiedevano nuove istruzioni o mi proponevano altre vie, che come facile immaginare si risolvevano in altre corse per la città, nuovi abboccamenti fino a poterci dire che tutto il fattibile e tentabile era stato messo in opera e la coscienza non aveva nulla da rimproverarci. Ad aggravare il nostro compito si dava anche la ovvia circostanza che, la fallita controrivoluzione non aveva risvegliato soltanto la mania persecutrice del Governo ma quella di tutte le cricche irresponsabili che fiancheggiavano e prendevano le difese del regime, la cui caduta avrebbe significato per loro la fine di un periodo di cuccagna. Eppoi - ancora più che per il passato - si aveva da tener presente la nota comune a tutte le autorità bolsceviche in genere, quella cioè di trascinare in lungo ogni trattativa , di guadagnare tempo con ogni sorta di cavilli, e quella ineffabile facilità di cambiare le carte in tavola a trattative concluse, per cui non si era mai certi che quanto era stato promesso sarebbe poi stato mantenuto. A tal proposito merita che riferisca lo spassoso incidente cui diede luogo uno di tali mancamenti di parola. Sorpreso ed irritato un giorno nell 'apprendere, per via indiretta, che una promessa formalmente fattami e confermatami da Béla Kun in persona non era stata mantenuta, ed erasi fatto tutto l'opposto, pregai il Tenente Salem di chiedergli un abboccamento e di protestare vivacemente per l'accaduto. N 1 riassumergli concitatamente ciò che doveva dire a Béla Kun , mi venne fatto di esprimermi all'incirca così: - dica, che neppure in Africa fra i negri mi è accaduto di vedermi mancare di parola cosl spudoratamente. - Nel dirlo non mi passava neppure per la mente che il Tenente Salem una volta a colloquio con Béla Kun si sarebbe limitato a tradurre letteralmente in tedesco le mie stesse parole. La sconvenienza dell'espressione fece naturalmente andare in bestia il dittatore, che il giorno seguente chiese alla Missione l'immediato allontanamento di Salem, come persona non più grata al governo. Gli risposi che prendevo atto della comunicazione, ma mi guardai dal sacrificare Salem ad una intemperanza da parte mia e ad una troppo soldatesca semplicità da parte sua. Per gli ungheresi la vita materiale facendosi ogni giorno più difficile e maggiormente esposta a pericoli, cresceva il numero di coloro che si lasciavano tentare dal miraggio della fuga all'estero. Non potendo avere il passaporto ungherese, che rilasciatasi esclusivamente, ed anche con difficoltà, a coloro che servivano il regime, la gente studiava di cambiare temporaneamente nazionalità per potersi munire di un altro documento qualsiasi. Ma anche questo espediente era di esito problematico, per cui quando esso pure falliva ricorrevasi alla Missione dove era stata trovata la scappatoia dei fogli d'identificazione.
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Era questa una carta che a scopo di espatrio non avrebbe dovuto avere nessun valore, ma nelle particolari circostanze del momento poteva supplire il passaporto ed assumeva anzi maggior pregio, nel senso che difendendosi gli stati vicini da immigrazione bolscevica, le autorità di frontiera , facevano miglior viso alla carta rilasciata dalla Missione ed attestante, che la persona ivi descritta e fotografata era da noi conosciuta e se ne raccomandava il transito oltre confine, anziché al passaporto vero e proprio. Dapprincipio il foglio d'identificazione lo si rilasciava soltanto a uomini. I richiamati dal congedo che non volevano saperne d'inquadrarsi nell 'esercito rosso, disertavano verso la Jugoslavia e la Romania , sulle cui linee di demarcazione si schieravano delle truppe, che non potevano vedere se non con favore questo esodo che indeboliva l'esercito avversario. L'espediente dovette risultare così pratico, che in breve il Tenente Salem si trovò assediato dalle innumerevoli richieste di fogli d'identificazione e col precipitare della situazione politica si finì per estenderne la concessione anche alle donne. Last but not least, la Missione era assediata giornalmente da tutti coloro che soffrivano i tormenti della fame e che le parzialità del regime non consentivano di alleviare. Erasi adibita a magazzino viveri una cantina dell'albergo, alla quale si accedeva da una porticina attigua a quella di servizio dell 'hotel. Per difetto di personale non si era trovata persona più appropriata cui affidare il servizio di distribuzione, che il mio vecchio attendente, sulla cui incorruttibilità ed onestà avrei gi urato dopo quattro anni di conoscenza e quasi di convivenza nelle vicissitudini di guerra. Paschetta, tale è il suo nome, s'era fatto la persona più popolare del quartiere per questo fatto della distribuzione dei viveri. Non parlava che l'italiano infiorato di molte parole piemontesi, ma si faceva capire egualmente da tutti e tutti egualmente contentava senza che pervenisse mai una lagnanza od una protesta, malgrado che ognuno se lo contendesse ed ognuno lo chiamasse col suo primo nome: Domenico. Non aveva fatto che le classi elementari obbligatorie, eppure teneva senza errori una contabilità complicata di generi alimentari, suscettibile di diminuzioni naturali di peso, e di moneta fluttuante giornalmente di valore. Sopra un quaderno che portava le stigmate dell'uso cui serviva, il buon Domenico registrava le uscite dei viveri e le entrate in corone azzurre o bianche col corrispondente valore in lire italiane al cambio della giornata desunto chissà da quale suo particolare listino di borsa. Periodicamente poi attraverso un disordinato pandemonio di cifre, nel quale ci capiva lui solo, rende va i conti e versava il denaro al sergente maggiore Cattaneo, che benevolmente lo rimetteva in carreggiata e gli consigliava come regolarsi, se per caso nella settimana trascorsa, la cabala s'era risolta con qualche deficit troppo accentuato. Col crescere continuo delle persone che per un motivo o per ]'altro venivano a contatto della Mission e, aumentavano pure ed in proporzione fantastica la gente ch e s' appellava o piativa favori e servizi da questa nostra povera Missione, facendone gradatamente ed a sua insaputa un organo di collegamento tra l'Ungheria ed il resto del mondo, una valvola di sfogo alla duplice stretta, che soffocava e paralizzava la libertà di movimenti di una intera popolazione: la politica di accerchiamento dell'Intesa e la tirannia bolscevica. Era la naturale reazione e difesa contro coloro che dentro e fuori dell ' Ungheria credevano a1Ja possibilità d'isolare in pieno secolo ventesimo, collo sviluppo odierno delle comunicazioni e dell'irrequietezza umana , uno Stato ed una Nazione dal rimanente del civile consorzio. Utopia , conseguenze della cieca superbia e tracotanza umana! Tra i mobi1i della cancelleria v'era una mensola con cassetto sormontato da una specchiera. Era invalsa l'abitudine di riporre in quel cassetto le lettere ed i plichi da consegnarsi al corriere, senonché la corrispondenza limitata dapprima a quelJa d' ufficio ed a quella privata del personale della Missione, s'era andata gonfiando di quella degli amici del per-
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NE LL'U NGI-IERIA Df l3ÉLA KUN E DURANT E L' O CCU PAZIONE MILITAR E ROMENA
sonale della Missione, e poi di quella degli amici degli amici , finendo per assumere tali proporzioni da trasformarsi in un vero e proprio ufficio postale. Se tutti questi signori avessero almeno avuto la discrezione di non chiedere altro; ma no, dopo la lettera cominciò a fare apparizione il pacchettino e successivamente il pacchetto ed il pacco, senza che gli scritturali ed i piantoni d' ufficio, che avevano ordine di porre un freno a tale abuso ed invadenza, potessero riuscire sempre ad esercitarlo. Infatti il più delle volte la gente nella sua illimitata fiducia lasciava lì il pacco, al fondo del corridoio dell'hotel, provvisto del suo indirizzo e sicuro che con uno o l'altro corriere la Missione avrebbe finito per inviarlo a destinazione oltre la chiusa frontiera ungherese. Non esagero quindi nel dire che il servizio della posta era divenuto un altro non lieve fardello e preoccupazione della Missione, perché non si trattava soltanto di raccogliere ed impacchettare ogni due giorni fasci di corrispondenza che partiva e custodirne altrettanta in arrivo, fino a quando si presentasse il destinatario a ritirarla, ma implicava per noi l'obbligo di esercitare una certa censura, per non farsi involontariamente complici di propaganda politica all 'estero, o di macchinazioni fra i fuorusciti ungheresi ed i nemici interni del regime, né tanto meno prestarsi a favorire traffici illeciti, come poteva verificarsi collo scambio di pacchetti . Passarono così per le mani della Missione lettere di sovrani , di ministri e della segreteria del Vaticano e valori non indifferenti senza che mi ricordi di alcun reclamo o lamento e senza alcun disguido irreparabile. Dirò poi come, in seguito, a normalità ristabilita, mi si sia fatto appunto di avere affidato al corriere della Missione la trasmissione di lettere e valori appartenenti a privati. Non nego che imprigionandosi nei vecchi criteri c'era del sacrilegio in quest'uso del corriere diplomatico. Ma per giudicare occorre mettersi nella particolare situazione della nostra Missione e non dimenticare, che l'accanimento con cui era stata condotta la guerra era già stata causa di abusi ben più sacrileghi di questa istituzione, per cui non soltanto nessuno se ne scandalizzava ma ognuno si credeva in diritto di fare altrettanto. Ad ogni buon conto devesi aggiungere che si era molto circospetti nell'accettare pacchetti, dei quali sapevamo, per dichiarazione del mittente, che contenevano valori, ed in massima il favore era accordato ai connazionali delle terre redente venuti in Ungheria per ricuperare gioie o valuta lasciatevi in custodia, e che avrebbero rischiato la confisca se asportata altrimenti fuori frontiera. In caso diverso si spingeva anzi il nostro rigore fino a non dar corso a lettere e pacchetti che ad una sommaria censura risultassero contenere denaro o valori di una certa entità. La cosa più curiosa si è poi che quelle critiche alla Missione provenivano proprio da coloro, che avrebbero voluto isolare e stremare il bolscevismo, e che quindi per ovvia coerenza avrebbero dovuto desiderare e vedere di buon occhio esattamente il contrario, e cioè quanto contribuiva ad indebolirlo, quale l'esodo delle ricchezze. Ed a tal riguardo la Missione fece ben poco perché non incoraggiò né favorì questo esodo, limitandosi a non ostacolarlo quando ne era richiesta , e, di massima, soltanto ripeto ai connazionali. Riprendendo a narrare dell'opera soccorritrice della Missione desidero non omettere alcuni dettagli, che mi appaiono indispensabili a porre in luce la sua strenuous life di quei g10rn1. Se a Budapest la dittatura proletaria con tutti i suoi organi legali ed illegali, responsabili, ed irresponsabili, rendeva la vita della cosiddetta "borgh esia", cioè di quella parte della popolazione ch e, sulla base di criteri assai mal definiti e definibili, era esclusa dal proletariato, tormentata e penosa; le cose non andavano meglio nella campagna e nei piccoli centri di provincia. Ora siccome anche fuori di Budapest erasi andata diffondendo e accreditando l'esagerata fama che la Missione italiana, dopo l'atteggiamento assunto colle sue Note, potesse mol-
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to nel frenare gli eccessi bolscevichi e riuscisse sovente a stornarne le conseguenze, così non andò a lungo che agli appelli ed invocazioni locali si aggiungessero quelle epistolari di gente lontana, di gente sperduta nella puszta ungherese, che ci dava certi indirizzi complicati che non riuscivamo nemmeno ad individuare approssimativamente sulle carte del paese. Ci scrivevano per narrarci di soprusi, violenze, eccidi o sataniche giustizie sommarie, studiate e ferocemente eseguite per incrudelire sulle vittime e terrorizzare il pubblico spettatore; scene raccapriccianti sulla cui autenticità poco c'era da dubitare quando si addicevano nomi e indirizzi di testimoni oculari e le denunzie erano coraggiosamente firmate, magari da più persone, che in tal modo si esponevano a sicure e terribili rappresaglie, se Dio ne guardi, a lettera fosse stata intercettata dalle spie governative. Come è facile comprendere non poche di queste invocazioni finivano in un cassetto. Talvolta non si leggevano nemmeno interamente per non essere poi tormentati da qualche rimorso di coscienza. Ma come fare? Avremmo dovuto centuplicarci per numero e dinamismo per interessarci di tutti e di tutto. Il che non esclude che, se per poco vedevasi la possibilità di ottenere qualche risultato per via epistolare, non si ometteva di occuparsene. Però qui sorgevano spesso difficoltà quasi insuperabili, perché coll'avvento della dittatura proletaria, nelle province e nei distretti erano intervenuti dei mutamenti di autorità improntati a contingenze locali più che obbedienti a disposizioni e direttive centrali. Per conseguenza, accadeva che non solo non si sapesse a chi indirizzare la nostra domanda, esortazione o protesta , ma che questo non si potesse sapere nemmeno dal signor Donath, ufficiale di collegamento, il solo che ci potesse dare sicure indicazioni, in quanto il governo stesso ignorava tutte le persone che in suo nome si erano insediate a capo delle diverse suddivisioni amministrative, e fino a qual punto quelle che vi esercitavano il potere gli fossero ligie.
Come d'altronde prevedevasi, molte di queste lettere restarono senza risposta , né mi sarei troppo meravigliato se mi avessero detto che non sortivano effetto, pensando che i destinatari dovevano trovare ridicola la pretesa della Missione d'ingerirsi nelle loro cose locali. Ciononpertanto ci si diceva che se anche una sopra cento raggiungeva parzialmente il suo scopo, era nostro dovere non rinunziarvi. Sta per contro il fatto, che parecchie di quelle missive avevano trovato assai più considerazione di quanto erasi supposto, come - a bolscevismo tramontato - venni poi a sapere incontrandomi con alcuni di quegli enti o persone, che si erano indirizzati alla Missione. Taluno anzi mi disse, e, voglio supporre non per lusinga, che dove egli risiedeva nessuna autorità locale aveva mai osato prendere palesemente delle decisioni che fossero in contrasto con le richieste della Missione, neppure quando per essersi troppo compromessa con qualche decisione n'andava del suo prestigio, il mutar d'avviso. Ho cercato allora di spiegare a me stesso come era possibile che da un giorno all'altro la Missione si fosse acquistata un potere talmente sproporzionato alla sua figura ed ai suoi mezzi, e non sono riuscito a darmi altra ragione plausibile, che quella della grande impressione prodotta dalle Note sulla popolazione, per cui molti debbono essersi detti che per levarsi così audacemente contro la dittatura , la Missione dovesse sentir le sue spalle solidamente appoggiate a delle forze armate pronte ad intervenire. Ma , come ho già detto, noi stessi in principio ignoravamo di quale influenza ed autorità disponessimo, così che ci riuscivano inesplicabili dei fo_tterelli come quelli che vado a narrare per dare un 'idea dello strano ambiente di quei giorni. Il conte lmre Karolyi possedeva una ricca automobile miracolosamente sfuggita alle ripetute requisizioni bolsceviche, perché gelosamente nascosta sotto un pagliaio dei suoi possedimenti distanti alcune miglia da Budapest.
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Per opera probabilmente di qualche spia, la notizia venne a conoscenza del Commissario del Popolo e Comandante la Il Armata Giuseppe Pogany, il quale senza indugio diede incarico ad uno dei suoi più abili segugi di scovare la vettura ed impossessarsene. Senonché quando l'automobile stava per prendere il volo, il conte Karolyi si decise ad esibire una carta rilasciatagli dalla Missione Italiana, a tenore della quale egli passava per cittadino italiano. Il conte infatti approfittando della fortuita circostanza che era nato a Fiume, nell'intento di salvaguardare le sue estese proprietà e ricchezze, dalla voracità bolscevica, aveva iniziato pratiche per optare per la cittadinanza italiana non appena il futuro trattato di pace lo consentisse, e di conseguenza la Missione, anticipando il decorso degli avvenimenti in base ad istruzioni ricevute, lo aveva posto senz'altro sotto la sua protezione. Il messo di Pogany interdetto dall'esibizione della carta summenzionata, lasciò l'automobile e tornò a riferire al suo principale, che pare se ne uscisse con la frase: - Preferisco rinunziare alla vettura del conte Karolyi piuttosto di aver a che fare col Colonnello Romanelli! Qualcosa di analogo, ma con esito diverso, capitò ad un giovane che con ineffabile ingenuità andava esibendo un certificato della nostra Missione come fosse un talismano cui nessuno potesse resistere. Fu lui stesso a raccontarmi la cosa un giorno in cui casualmente mi trovavo in una delle province limitrofe alla frontiera jugoslava. Credo d'altronde che valga la pena di non omettere nemmeno il racconto del viaggio come pittura d'ambiente. Allo scopo di assicurarci de vi.su che fosse debitamente tutelata una delle più belle e vaste proprietà terriere italiane che fossero in Ungheria, avevamo deciso col Cav. Cerruti di fare una corsa a Kiszallas, piccolo villaggio a sud di Budapest nella direzione di Belgrado. Presi accordi con la direzione delle ferrovie ungheresi perché ponesse a nostra disposizione un vagone salon ed, avvisato l' amministratore della proprietà del nostro arrivo, partimmo per Kiszallas con un treno del mattino che in tre ore ci condusse sul luogo. Appena fuori della modesta stazione di campagna trovammo l'amministratore che ci era venuto incontro con una vettura tirata da due superbi campioni della razza equina ungherese e guidata da due cocchieri nel ricco e pittoresco costume locale. Si presentarono a noi anche un tenente ed un sottufficiale a cavallo che ci chiesero il permesso di scortarci fino alla villa. È superfluo dire che l'amministratore si profuse in cortesi e e proteste di devozione per i proprietari conte di San Martino di Valperga e principessa Boncompagni Ludovisi, malgrado ostentasse all'occhiello il distintivo sovietico e sapessimo ch'egli coprisse una carica direttiva nel locale Consiglio dei contadini. Ma si vedeva lontano un miglio che l'individuo era una volpe vecchia che sapeva il fatto suo e, con opportune e non troppo compromettenti parole, ci fece capire che, scoppiata la rivoluzione, non aveva esitato a camuffarsi da bolscevico per tutelare meglio gl'i nteressi suoi e quelli dei padroni. E ad onor del vero dovemmo constatare che per quanto concerneva la villa, dove ci prepararono la colazione, tutto era rimasto intatto come dovevano averlo lasciato i proprietari nel loro ultimo soggiorno anteriore alla guerra, e negli stabilimenti della complessa azienda agricola si lavorava dappertutto con lo stesso ordine e collo stesso ritmo dei tempi normali. Dopo colazione, arrendendomi alle reiterate istanze dell'ufficiale che ci aveva scortato all'arrivo, dovetti adattarmi a passare in rivista il battaglione rosso da lui comandato. Confesso che trovavo strano e paradossale questa mia rivista ad un reparto di truppa, che doveva essermi doppiamente nemico, si perché appartenente ad una nazione con la quale eravamo in stato di guerra , sia perché bolscevico, ma preferii non farci caso.
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Il battaglione rosso di Kiszallas non era né molto numeroso né molto ben armato ed equipaggiato, contando appena duecento uomini ed un paio di mitragliatrici someggiabili senza muli; però in compenso presentatasi ordinato e disciplinato, tanto da fare onore al suo giovane comandante. A quanto egli mi disse il battaglione aveva allora l'incarico di sorvegliare diversi chilometri di frontiera ungaro-jugoslava, fortunatamente poco guarnita anche dalla parte opposta. Terminata la parata il comandante mi pregò di concedergli ancora cinque minuti di tempo per espormi le contingenze nelle quali due suoi soldati erano stati catturati il giorno innanzi dalle truppe jugoslave. Malgrado la tacita intesa tra ungheresi e jugoslavi di non molestarsi e di astenersi da qualsiasi atto bellico i due soldati erano stati fatti prigionieri mentre si prestavano ad aiutare i contadini in qualche lavoro agricolo ed il tenente ora implorava ch'io m'interessassi per la loro liberazione. Per quanto mi dolesse di contraccambiare con un diniego la modesta e calda preghiera di questo bravo ufficiale, credetti conveniente non ingerirmi in una faccenda talmente estranea alle mi mansioni, e mi ricusai di scrivere le poche righe sopra una carta da visita, ch'egli con grande buona fede affermava sarebbero bastate per mettere in libertà i due soldati. Alle 16 preceduti dalla stessa scorta che ci aveva accompagnato alla mattina, il Cav. Cerruti ed io tornammo in vettura alla stazione. Mentre aspettavamo il treno che ci doveva ricondurre a Budapest si avvicinò a noi un giovane di 17 anni o 18 anni con una valigetta, il quale senza sapere chi fossimo, ma riconoscendo in me un ufficiale italiano, trasse fuori di tasca e ci mostrò una di quelle carte di legittimazione rilasciate dalla nostra Missione per facilitare il passaggio alla frontiera ai riluttanti al reclutamento bolscevico. In un tedesco condito di parecchie parole ungheresi e con una evidente ineffabile ingenuità, protestava indignato perché con un foglio che portava la firma del colonnello Romanelli non lo si fosse lasciato proseguire il suo viaggio in treno fino al punto d'interruzione della linea ferroviaria, donde avrebbe potuto raggiungere la frontiera jugoslava in venti minuti di cammino a piedi. Senza dirgli chi ero procurai di spiegargli, che quel lascia-passare non aveva altro pregio se non quello di raccomandarlo alla cortesia e benevolenza delle autorità Serbe, e, che poteva reputarsi già fortunato se nessuno lo aveva arrestato prima di arrivare alla frontiera , perché per la polizia ungherese quel foglio rappresentava piuttosto una denunzia che una protezione. Ma sia che mi spiegassi male o che la sua fede fosse tetragona a tali argomentazioni, mi avvidi che non riuscivo a persuaderlo. Frattanto il treno entrava in stazione e perciò feci atto di allontanarmi, ed egli, dopo essersi profuso in inchini e saluti pieni di deferenza, continuò a guardarsi e rigirarsi fra le mani quella carta con la mia povera firma, cui fino allora aveva dato il valore di un talismano.
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Come è facile immaginare, dopo lo scambio delle Note, le relazioni fra la Missione italiana e la dittatura proletaria si erano fatte piuttosto tese, ma non tali che, dal momento che erasi potuto evitare una rottura , non consentissero la trattazione di questioni di interesse reciproco. Debbo anzi dire che se nelle trattative si richiedeva aliora molto maggiore tatto di prima, non era meno vero che il compenso si aveva la sensazione di poter parlare con maggiore autorità e con più probabilità di essere ascoltati. Senonché la situazione del governo bolscevico si palesava ogni giorno più aggrovigliata e più difficile e nella sua compagine si accentuavano i dissensi, generati in non piccola parte dallo stesso atteggiamento assunto dalla nostra Missione col suo intervento, per cui non sempre la nostra azione conseguiva quei risultati che dovevano corrispondere a tale nuovo stato di cose. Kun Béla si vedeva oramai obbligato a destreggiarsi tra un gruppo di Commissari del Popolo che deplorava non avesse risposto alla Missione italiana con un semplice e netto fin de non recevoir e con un rincrudimento di repressioni e un altro contrario, che rifuggendo da ogni estremo e rendendosi conto dell'impossibilità di rimanere più a lungo tagliati fuori dal mondo avrebbero visto volentieri che Kun si fosse deciso a fare macchina indietro, liberandosi dei suoi consiglieri più arrabbiati e violenti per rientrare poco a poco nella legalità. Era tra i primi Szamuely Tibor, Commissario del Popolo per gli alloggi, che interpretando secondo la sua perversa natura , gli ordini ricevuti dalla Dittatura di ricercare nella provincia i favoreggiatori del fallito moto controrivoluzionario, si abbandonava a giustizie sommarie di una ferocia e barbarie più bestiale che umana. Le recriminazioni e le invocazion i, suffragate dalle più attendibili testimonianze, che mi giungevano dalle popolazioni del Basso Danubio, quelle cioè maggiormente prese di mira dalle selvagge rappresaglie di Szamuely, si erano fatte talmente numerose ed imperiose nella loro tragica eloquenza, che alla fine, esaurito ogni mezzo per provocare un intervento diretto di Kun Béla, mi decisi di affrontare direttamente la belva nella speranza di trovare una parola, un argomento che potesse ammansirla. Dall'ufficiale di liaison, Tenente Donath, feci perciò telefonare un giorno al Szamuely chiedendogli pel mattino dopo l'amabilità di un colloquio, ma ci venne risposto che il Commissario con suo grande rammarico non avrebbe potuto ricevermi l'indomani, perché costretto ad assentarsi e recarsi in provincia per urgenti ragioni di governo. Quali potessero essere queste urgenti ragioni di governo era facile immaginare: un'altra delle sue macabre spedizioni , che avrebbero fatto piovere sulla Missione nuovi disperati appelli, di popolazioni seviziate e terrorizzate! L'indomani nel pomeriggio insistei nella mia richiesta e questa volta n'ebbi in risposta, che mi avrebbe ricevuto con piacere il giorno dopo alle ore 11 . Per quanto non credessi che Szamuely e la schiera di forsennati, che costituivano la sua guardia del corpo, avrebbero osato trascendere ad atti di violenza contro di me, ciononper-
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tanto, dopo qualche momento di perplessità , pensai fosse prudente prendere una qualche precauzione personale nell'avvicinare questo tipo anormale e maniaco quale me lo avevano dipinto. Non volevo però darne l'impressione, perché pensavo avrebbe potuto peggiorare la mia situazione e quella della Missione mostrare, non dico del timore, ma puranche della diffidenza. Il caso volle che non potesse accompagnarmi nemmeno il tenente Donath e, non volendo differire il colloquio, mi avviai solo, disponendo però che sull'automobile prendesse posto accanto al conducente, il vicebrigadiere Ranocchia , un pezzo d'uomo alto, tarchiato e vigoroso, che c'era da domandarsi se la sorte s'era voluto beffare di lui appiccicandogli un cognome così antitetico colle sue proporzioni, nativo di Ronciglione era stato assegnato da poco alla Missione. A Vienna si era pensato, che ci poteva essere utile in quei frangenti ed io avevo finito per portarmelo meco sull'automobile al posto del meccanico ogni qualvolta mi allontanavo dalla città o mi recavo nei quartieri e sobborghi popolati prevalentemente da operai. Cinque minuti prima dell'ora convenuta mi trovai alla porta della temporanea sede di Szamuely. Dico temporanea, perché non corrispondeva affatto a quella che altre volte mi avevano indicato e che tenevo gelosamente registrata per ogni evenienza. La cosa non mi stupì, perché m 'era già stato riferito che Szamuely per precauzione soleva cambiare sede e domicilio improvvisamente e di frequente. Attraversai l'androne d'ingresso fra due file rispettose di guardie rosse, cui l'uniforme imponeva tale un'istintiva soggezione, che al mio passaggio si mettevano prontamente sull'attenti. Significato lo scopo della mia visita ad uno che aveva sembianze di sottufficiale o graduato, restai interdetto sentendomi dire che il Commissario Szamuely aveva lasciato detto che lo scusassi ed avessi la compiacenza di dargli un nuovo appuntamento, stante che un urgente motivo lo aveva obbligato ad uscire. Più forte di me ebbi una smorfia di dispetto, ma soffocai qualsiasi parola di rimostranza che pure avrei voluto dire e con un: Jawohl, che forse nel tono in cui fu pronunziato tradiva il mio risentimento feci dietro front e a passo studiatamente lento, squadrando distrattamente a caso qualcuno dei soldati e quel po' po' di arnesi di guerra, di cui facevano esibizione, uscii e rimontai sulla automobile ordinando di tornare al Ritz. Capii allora che a quel colloquio dovevo rinunziare e per tentare un'altra via che potesse condurmi allo stesso risultato feci avvisare Bohm, il generalissimo dell 'esercito bolscevico, che avrei avuto desiderio di parlargli. Decidendomi di andare al quartiere generale dell'esercito rosso mobilitato capivo di fare un passo molto arrischiato, in quanto finivo per ammett re ed in certo modo sanzionare uno stato di ostilità, che fino allora avevo preteso d'ignorare perché contrario alla principale e più importante clausola del nostro Trattato d'Armistizio. Ma dicevo a me stesso, come posso restare indifferente ed inerte di fronte al mart irio d'intere popolazioni ed alle efferatezze di un 'esigua banda di scellerati, per restare ligio ad una finzione politica e mascherarmi dietro la vuota apparenza di una formula che non inganna nessuno? Fingendo d'ignorare che l'Ungheria di Kun Béla era in guerra con gli Stati vicini, chi mai ingannavo se non me stesso? Fu così che la mattina del 5 luglio accompagnato dall 'ufficiale di collegamento tenente Donath mi recai in automobile a Godol16*.
* Godoll6 è una cittadina nei pressi di Budapest, in dire zione nord-est, nota per il suo castello settecentesco.
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Anche qui come a Budapest la dittatura proletaria non aveva osato insediarsi nelle antiche disertate residenze imperiali. Il magnifico castello di Godoll6, che aveva ospitato negli ultimi tempi del1a guerra l'Imperatrice Zita, sospettata d'intelligenza col nemico, era gelosamente chiuso. Nemmeno il generale in capo s'era concesso il lusso di trasferirvi la propria temporanea dimora per quanto nessuno avrebbe potuto impedirglielo, come nessuno impediva che si facessero giornalmente da parte dei soldati rossi delle abbondanti battute di caccia nell'estesa riserva annessa al castello servendosi perfino de11e mitragliatrici. Trovai invece il Generale Bohm col suo stato maggiore installato in un treno composto di alcune vetture-letto della Compagnie Internationale des Wagons-Lits, giacente sopra un binario di manovra poco lungi dalla stazione ferroviaria di Godol16. Bohm mi aspettava, per cui appena avvisato del mio arrivo da un ufficiale d'ordinanza uscì fuori dal1a sua vettura-ufficio, venendomi premurosamente incontro ed accogliendomi con una cordialità espansiva quale non prevedevo. Fattomi passare nello scompartimento che serviva da suo gabinetto di lavoro e congedato l'ufficiale d'ordinanza restammo soli ed entrammo subito in argomento parlando in tedesco. Senza darmi tempo di accennare allo scopo della mia visita, egli affrontò anzitutto lo scottante argomento della mancata evacuazione da parte dei Romeni del territorio ad ovest della Tisza*, che secondo il tracciato della linea di demarcazione Smuts, avrebbe dovuto appartenere all'Ungheria. Questo non mi sorprese, perché ero al corrente delle aspre polemiche, che dividevano le alte sfere bolsceviche, come pure sapevo in quale imbarazzante e difficile situazione si fosse venuto a trovare Kun Béla ed i suoi più fedeli sostenitori in conseguenza dell'infelice esito di certe trattative passate fra il governo ungherese e quelli degli Stati vincitori a tal riguardo. Di preciso o, per meglio dire, di ufficiale non sapevo veramente nulla, ma da informazioni private sufficientemente attendibili ero venuto a cognizione che il Consiglio di Pace per mezzo di radiogramma aveva proposto al Governo dei Soviet Ungheresi di prendere parte ad una conferenza a Presburgo** per convenire con la Cecoslovacchia e la Romania la reciproca evacuazione di quei territori occupati in conseguenza di azioni belliche posteriori all'armistizio. La proposta aveva lusingato Kun Béla lasciandogli intravedere la possibilità di un tacito riconoscimento della sua dittatura , per cui s'era affrettato ad aderirvi. Sempre secondo la stessa fonte d'informazioni, a Presburgo, i delegati cecoslovacchi, ungheresi e romeni avevano convenuto e preso impegno di ritirare entro un determinato tempo le loro truppe dietro la cosiddetta linea Smuts. Senonché mentre da un lato Kun Béla s'era dato premura di uniformarsi a tale accordo, disponendo che l'esercito rosso ungherese abbandonasse le province a settentrione del Danubio, riconquistate a prezzo di combattimenti, alla Cecoslovacchia cui intendevasi attribuire, la Romania non solo non aveva fatto altrettanto per quella parte di territorio che avrebbe dovuto rendere all'Ungheria, ma con speciosi pretesti aveva finito per dire chiaro e tondo a Kun Béla di non ritenersi impegnata dalla convenzione conchiusa a Presburgo.
,;, Tisza è il nome ungherese del fiume Tibisco che, dopo aver attraversato l'Ungheria orientale, confluisce nel Danubio tra Navi Sad (Ujvidék) e Belgrado. ** Presburgo è l'attuale capitale slovacca Bratisla va (che anticamente era detta in latino Posonium ed aveva come nome tedesco Pressburg e come nome ungherese Pozsony). È situata sul Danubio, nella prossimità orientale di Vienna .
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NE LL'UN GHERTA Dl IJÉLA KU
E D URANTE L'OCCUPA Z ION E MILITAR E ROi'vlENA
Naturalmente il Generale Bohm giudicando le cose dal suo punto di vista trovava ignobile e indegno d'una nazione civile il modo di comportarsi della Romania, e, soggiungeva che non tanto lo sorprendeva la mala fede romena quanto il fatto che l'Intesa suffragasse con la sua inazione e il suo silenzio una così sfacciata violazione d'un accordo concluso sotto i suoi auspici, e di cui erasi in certo modo resa garante. Divenendo per me sempre più imbarazzante l'ascoltare supinamente quel rosario di critiche e di accuse che il signor Bohm andava rivolgendo al consesso di Stati col quale l'Italia era solidale e dal quale emanava la mia autorità , mi decisi ad un certo momento d'interromperlo facendogli osservare come, essendo ufficialmente ignaro dei fatti che mi esponeva e nell'impossibilità quindi di giustificare l'operato dell'Intesa , l'indugiarsi sull'argomento era oltre che ozioso anche penoso per me. D'altronde non sarei stato alieno dal farmi interprete a Parigi della dolorosa impressione suscitata in Ungheria dalla inadempienza romena quando ne venissi richiesto dal Commissario degli Affari Esteri. Passai quindi ad esporgli il motivo della mia visita. Non dovevano essergli ignote le scelleratezze, che andava commettendo il Commissario Szamuely, scelleratezze che gettavano una luce sinistra sopra tutto il governo ed i membri che lo componevano. Come soldato gli dicevo - ero certo ch 'egli doveva riprovare e condannare non meno di me quell a campagna di brutali giustizie sommarie, non cautelate nemmeno da un 'apparenza qualsiasi di procedimento legale, con cui Szamuely terrorizzava l'inerme e pacifica popolazione rurale delle province del basso Danubio, e, perciò venivo a pregarlo d'intervenire e adoperare tutta la sua influenza di generale comandante in capo dell 'esercito ungherese, e di membro del Governo per proporre e propugnare una decisione governativa che vi mettesse termine. La conversazione avuta fino allora mi aveva già dato sensazione che avevo da trattare con un uomo d'animo sostanzialmente buono e mite. Era in fondo un ingenuo che aveva sposato la causa del bolscevismo per disgusto della politica precedente, per desiderio di sanare i mali e le piaghe, cioè per fede e per fatalità di eventi, tanto che gli si leggeva negli occhi che cominciava già ad essere stanco e disilluso dell'esperimento, votato - secondo lui - ad insuccesso più per colpa d 'uomini che di dottrina. La risposta , perciò, alla mia preghiera fu quale desideravo e mi aspettavo. Egli cioè non solo condannava le malefatte di Szamuely, ma si doleva anche della imperdonabile - come qualificava - tolleranza di Kun Béla, il quale - erano pure sue parole - per quanto politicamente imbarazzato e non poco esautorato per la mancata sistemazione territoriale, avrebbe dovuto e potuto disfarsi d'un uomo che disonorava la causa del proletariato. E qui preso da un improvviso slancio di confidenza e di fiducia nella mia persona, aperto un cassetto ne trasse fuori una carta dattiloscritta e me la passò. Era una copia di un ordine del giorno da lui emanato alla truppa , in cui si comandava di fare uso senz'altro delle armi contro qualsiasi emissario di Szamuely che fosse stato colto in flagrante reato di violenza contro la popolazione della cosiddetta zona di guerra. La mia sincera parola di approvazione incoraggiando il generale a proseguire nella via delle confidenze, non senza aver fatto precedente appello a tutta la mia discretezza, mi diede lettura e traduzione in tedesco d'una lettera venuta fuori dallo stesso cassetto. Era una bozza di quella che aveva inviato da pochi giorni a Kun Béla per manifestargli il suo dissenso dalla politica seguita dal governo negli ultimi tempi e la decisione presa di dimettersi da Commissario del Popolo se militavano ragioni che non consentivano modificarla. Poi divagando Bohm finì per somministrarmi una dissertazione sulle sue concezioni socialiste e comuniste, che concludeva con la constatazione - che si vedeva riuscirgli penosa di fare - che se c'era molto di buono e giusto nei principi, altrettanto in senso contrario era avvenuto nell'applicazione di quei principi. Spirito di parte, scarsa fede, poco senso di sacrificio in quelli che avrebbero dovuto essere gli apostoli delle nuove dottrine avevano fat-
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to sì che la realtà non corrispondesse alle speranze concepite. Però - secondo lui - molti mali e molti errori del regime si sarebbero potuti evitare e tempestivamente correggere se - come egli diceva - l'Intesa si fosse mostrata diversa, se cioè, invece di affamarci ed osteggiarci giocando di scaltrezza, ci avesse soccorso e magari rudemente ma onestamente dettato legge. È stato il comportamento dell'Intesa, che ha dato buon gioco agl'intransigenti ed agli estremisti proprio quando, noi elementi moderati , ci proponevano di tornare indietro col dare al governo un'impronta più socialista che comunista. Lo ascoltavo con interesse per quanto condividessi ben poche delle sue idee, non esclusa quella di un'evoluzione borghese del bolscevismo, perché per quanto doloroso, una rivoluzione non può avere né incertezze né tanto meno delle resipiscenze senza implicitamente confessarsi fallita ed· essere sopraffatta dai suoi av versari. Ma naturalmente mi guardavo bene dall 'interloquire e manifestare il mio pensiero sull'argomento, per cui obbligato a recitare dei monosillabi, accolsi con sollievo l'annunzio dato da un'ordinanza che la colazione era pronta. Passammo così al vagone restaurant, dove la conversazione prese un'altra piega. Mentre rilevavo la grande frugalità del pasto, il generale Bohm si diffondeva in elogi sulle qualità militari dei soldati ungheresi, elogi ai quali mi associavo, confortando il mio giudizio col racconto di quegli episodi ed esperienze personali di guerra , che l'animarsi della conversazione richiamava alla mia mente. Poi passando da un argomento all'altro Bohm mi parlò delle operazioni condotte contro i Cechi, dei grandi successi riportati, nonostante la disparità del numero e dei mezzi, del rammarico provato trovandosi a Kassa a battersi anche contro degli italiani, che inquadravano le truppe ceche, e finì per manifestarmi il senso di stanchezza e di disgusto per la vita pubblica dal quale era da qualche tempo sopraffatto anche in conseguenza delle sue precarie e malandate condizioni di salute, per cui anticipava col desiderio l'ora di ritirarsi a vivere in un luogo solitario, che gli consentisse di curare il suo stomaco ed i suoi poco solidi polmoni. Saranno state le 15 quando riuscii a prendere congedo dall'improvvisato generale bolscevico, che affabilmente volle accompagnarmi fino all 'automobile. M'ero attardato troppo, però partivo soddisfatto di quel colloquio, in quanto me ne ripromettevo dei pratici risultati per porre un freno alle barbarie di Szamuely. La mia fu però una soddisfazione di breve durata, perché non passarono molti giorni , che venni a sapere che Bohm si era dimesso da comandante dell'esercito rosso e finanche da Commissario del Popolo. Abdicava senza romperla con la dittatura di Béla Kun, il quale ne compensava la fedeltà ed i servigi resi, con l'onorifico e rimunerativo incarico d'assumere la reggenza della Legazione d'Ungheria a Vienna. Arguendo da tale mutamento nel comando delle truppe, come da altri diversi indizi e private informazioni, che Kun Béla soggiaceva sempre più agli elementi partigiani dell'intransigenza e della violenza; mentre dimetteva ogni pensiero di esercitare un'azione bonaria sugli uomini di governo, mi davo a tutt'anima ad organizzare e perfezionare un servizio di sicure e fidate informazioni, che mi tenesse indirettamente a contatto colle sfere dirigenti del bolscevismo. A questo proposito debbo ricordare che già dal giorno in cui la Missione italiana s'era levata contro la dittatura proletaria era finito il suo isolamento nel mondo ungherese. Non più guardata od avvicinata con diffidenza, si può dire che non passasse ora senza che le si offrissero persone disposte a darle informazioni a renderle delicati e rischiosi servizi, a lavorare per lei senza chiedere né accettare compenso di nessun genere. La situazione era talmente cambiata, che mentre prima occorreva rimunerare profumatamente poche ed inconcludenti notizie raggranellate con difficoltà , ora le informazioni af-
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fluivano copiose, sicure e preziose prima ancora che sia avesse tempo di formulare un desiderio, una richiesta. Così mentre da un lato m 'avvedevo e mi veniva confermato che Kun Béla stringeva la Missione, il suo personale ed i suoi uffici di spie e di agenti di sua fiducia, dall'altra , a sua insaputa, io trovavo persone che mi segnalavano ogni mossa, ogni suo progetto, ogni sua intenzione appena questa passava dal campo dell'idea a quello di pratica attuazione, per cui quasi non aveva il tempo di mettermi alle costole un nuovo angelo custode che riuscivo a sapere chi fosse e cosa si proponesse. Non era trascorsa una settimana dall 'alzata di scudi della Missione, che l'hotel Ritz era infestato di spie e di controspie bolsceviche; ve n'erano in portineria per sorvegliare e pedinare tutte le nostre relazioni coll'esterno; ve n 'erano in cantina ed in cucina per trarre illazioni dalla distribuzione dei viveri o dalle chiacchiere dei nostri cucinieri ed inservienti; v n 'erano al secondo piano per annotare i nomi delle persone che venivano a conferire con me e con i miei ufficiali, ed il tempo che restavano a colloquio, per arguire dalla durata , l'importanza di esso; ve n'erano ai piani superiori dove alloggiavano i corrieri, gli uomini di truppa ed i prigionieri in transito, per quello che eventualmente potesse attingersi nell'intimità delle abitazioni personali. Ma il pericolo maggiore si concentrava al secondo piano. Sapevasi che, nonostante le precauzioni prese e le giornaliere raccomandazioni fatte al personale, era tutt'altro che improbabile che nelle ore di sosta del lavoro d' ufficio od a tarda sera prima che entrasse in funzione la guardia notturna potesse offrirsi l'occasione favorevole per una spia attenta, audace ed intelligente, di entrare nei nostri uffici e mettere il naso nella nostra corrispondenza. C'era anzi stato qualcuno, che mi aveva messo in avviso che nella notte vi fosse chi entrasse nel mio ufficio per la porta ordinariamente chiusa dall'interno e sottraesse dalle carte della credenza dove conservavo il carteggio riservato per poi restituirle al loro posto al mattino mentre uscivo per fare la mia consueta passeggiata. Che questo fosse vero non potrei dire perché, non soltanto non ne ebbi mai le prove, ma neppure diedero dei risultati in proposito gli accorgimenti ai quali feci ricorso per accertarmi della verità dell'informazione. Ciò non esclude - come ho precedentemente detto - che la cosa fosse probabile e fattibile, perché la Missione non possedeva neanche una cassaforte e doveva per conseguenza servirsi degli armadi e cassettoni dell 'albergo per riporvi i propri documenti. Ora chi ci garantiva che le cameriere ed i domestici, che rassettavano le stanze, e che per questa bisogna s'avvantaggiavano appunto delle ore in cui solevo assentarmi, non avessero altre chiavi che convenissero alle serrature dei mobili del mio ufficio? Il carabiniere di servizio era istruito affinché non perdesse mai d 'occhio la servitù mentre attendeva alle giornaliere pulizie, ma sarebbe stato un farmi eccessive illusioni supporre che le arti e le moine d 'una cameriera civettuola non potessero talvolta avere il sopravvento sul senso del dovere di stretta osservanza ai miei ordini. Ad ogni buon conto una volta messo in guardia, mentre mi studiai di disporre artatamente talune pratiche per accorgermi se erano toccate da altre mani oltre che dalle mie, dall'altra raddoppiai di prudenza e di precauzioni controllando spesso di persona che la porta della stanza fosse chiusa, che nel bagno dell ' ufficio, di cui naturalmente nessuno faceva uso, non si acquattasse qualcuno, ed infine appigliandomi al più sicuro espediente di portare nella mia camera da letto le carte più compromettenti e chiuderle nel mio baule. Da ciò non vorrei che taluno arguisse che la Missione, abusando della sua posizione, trascendesse ad ingerirsi comunque a prender parte nella guerra sorda ed implacabile che si combatteva fra il governo ed i suoi nemici interni.
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Le tentazioni e gli adescamenti per certo non erano mancati, perché per l'astio e la disperazione di quei pochi, cui ancora reggeva l'animo di attaccare la dittatura , avveniva che non passasse giorno senza che alla Missione venissero rivelati piani, complotti e nomi di cospiratori, chiedendo consiglio ed invocando appoggio e protezione per propiziarsi l'esito e garantirsi la vita in caso d'insuccesso. Ma per correttezza e lealtà s'era adottato il sistema di declinare francamente e recisam nte ogni compartecipazione o forma di connivenza a tali tentativi. Di solito anzi, sapendo che questi tentativi erano votati a sicuro insuccesso, ci si dava premura di dissuadere i più infatuati nei loro divisamenti, per ricambiare in certo modo con una buona azione la grande, quasi incredibile fi ducia che questa gente ci dimostrava mettendoci a parte di segreti che, se risap uti, sarebbero bastati a relegare in galera per la vita le persone compromesse, anche con un governo assai meno corrivo del bolscevismo all'illegalità ed alla violenza. È superfluo dire che molti di questi piani e corrispondenti documenti non erano nemmeno letti alla Missione o tutt'al più si dava loro una scorsa per farsi un'idea di quello che eventualmente poteva accadere. Ma non si respingevano perché erano pur sempre un mezzo per rimanere in contatto coi diversi ambienti politici e per accattivarsene l'animo e la simpatia. Tra le persone che in questa fase del bolscevismo ungherese meglio giovarono alla Missione fornendone preziose informazioni e notizie, fu Padre Bonaventura Gallerani dell 'ordine dei Serviti. Lo avevo conosciuto frequentando la domenica, per la Messa, la chiesa della Szervitatér officiata quasi interamente da religiosi italiani. Padre Bonaventura era il più giovane di essi, e come tale era anche il più irrequieto, il più insofferente di una disciplina ecclesiastica; di vivace intelligenza, di indole battagliera, di maniere accattivanti s'era valso della sua perfetta conoscenza della lingua ungherese, che parlava e scriveva con molta facilità e del suo ministero per occuparsi assai più delle cose di questo mondo che di quelle dell 'altro. Il catechismo gli era servito per insinuarsi nella gioventù cattolica di Budapest e più specialmente nella gioventù di quel quartiere signorile che faceva capo alla chiesa dei Serviti, per cui, anche senza essere direttamente oggetto di vere e proprie persecuzioni da parte dei bolscevichi aveva finito per immedesimarsi e soffrire di quelle cui soggiacevano le famiglia di quei ragazzi che venivano a confortarsi nel suo insegnamento religioso. Comprovava in diverse occasioni l'esattezza delle notizie che mi riferiva , ed apprezzata la temerità quasi incosciente con la qual e si esponeva ai rischi di qualche giustizia sommaria che certo non gli avrebbero risparmiato gli agenti di Kun Béla se avessero saputo il valore delle informazioni che traeva , m'ero indotto a concedergli una forma di libero accesso alle mie stanze quasi ad ogni ora del giorno come della notte e ad affidargli qualche incarico di poca importanza prima, di maggiore delicatezza poi. In breve per la Missione Padre Bonaventura era diventato una specie di agente non autorizzato, una lunga mano, un tentacolo per frugare negli ambienti più riposti e più guardati della vita pubblica e privata della città. Data la sua infantile ed incosciente temerità oltre a prodigargli esortazioni e rabbuffi, perché fosse più prudente e non s'ingolfasse in avventure, come era anche troppo propenso a fare, mi studiavo di premunirmi con altri accorgimenti onde non lasciar supporre e tanto meno accreditare ch 'egli mi servisse da informatore, ciò che avrebbe compromesso la Missione e fattole perdere uno dei suoi più fidati e preziosi strumenti. D 'altronde il Padre Bonaventura non mi aveva fatto mistero che egli si valeva delle prestazioni volontari e dell'elemento cristiano sul quale aveva acquistato un grandissimo ascendente e godeva la fiducia più incondizionata. Per questi cristiani-sociali, come si denomina-
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NELL'U. 'GHE RIA DI BÉLA K UN E D U RA NTE L' O CCU PA Z ION E MILITARE ROMENA
vano, l'operare contro la dittatura bolscevica era divenuto sinonimo di crociata antisemitica , di crociata contro un governo avverso alla religione, per cui non sorprenderà il sapere che per mezzo loro Padre Bonaventura riuscisse a giungere col suo sguardo un po' in tutte le amministrazioni dello Stato non esclusa la posta ed il telegrafo. Venni così in possesso di telegrammi cifrati, provenienti da Roma e da Parigi e indirizzati al Cav. Cerruti ed a lui non recapitati dai fattorini sovietici che avevano avuto l'ordine di sequestrarli; come pure ne ebbi un altro con cui Costantino Lazzari a nome del partito socialista italiano dava istruzioni ed informazioni all'on. Morgari, movendogli anche delle critiche per la sua azione. Era un telegramma firmato da un certo Schweide di Vienna che sembrava fungesse da intermediario fra la direzione del partito italiano ed i suoi emissari in Ungheria. Più tardi, forse dopo messa alla prova la mia segretezza, le notizie e le carte che Padre Bonaventura poté portarmi e farmi pervenire si fecero sempre più interessanti, per quanto di qualcuna non mi fosse possibile penetrare il segreto, trattandosi di telegrammi cifrati diretta a Kun Béla stesso e provenienti da Mosca a mezzo della stazione radiotelegrafica di Csepel*. Si diede perfino il caso che potessi leggere dei documenti e dei telegrammi indirizzati a Commissari del Popolo prima ancora che venissero a conoscenza degli stessi destinatari. Benché a volte mi si proponesse di sopprimere a mia scelta taluno di quei documenti e corrispondenze, purché ne avessi espresso il desiderio, me ne astenni per non esporre troppo i miei ignoti collaboratori senza una vera e propria necessità. Non mi fu invece possibile, per quante sollecitazioni facessi, d'ottenere neppure per poche ore il cifrario bolscevico, né trovai chi sapesse o riuscisse a rivelarmene la chiave, per cui restarono per me senza valore diverse corrispondenze intercettate e delle quali avevo curato far fare una fotocopia . È probabile del resto che se anche avessi messo in chiaro quei documenti essi non mi avrebbero detto più di quanto già non supponessi sull 'attività della dittatura per procacciarsi dalla Russia quei rifornimenti ed aiuti, che ogni giorno più le necessitavano per fronteggiare una situazione interna, che dai miei informatori mi si dipingeva come estremamente critica e pericolante. Se in apparenza Kun Béla restava e figurava come l'arbitro del potere, di fatto egli era schiavo delle fazioni che lo sostenevano e quanto più facevasi critica la situazione tanto più egli era costretto a tollerare gli arbitri che quelle si prendevano. Soprattutto era il nocumento alla dittatura l'opera nefasta e criminosa dei cosiddetti Figli di Lenin, che agli ordini dell'ex marinaio Csernyi spargevano il terrore nei quartieri più signorili della città. La Missione per quanto fingesse d'ignorare tali fazioni pure pel fatto stesso d'intervenire giornalmente a difesa di numerosi disgraziati, oggetto d'ingiustificate ed inesplicabili sevizie, s'era trovata diverse volte ad attraversare la strada ed a mandare a vuoto le gesta di qualcuna di queste vere e proprie associazioni a delinquere, ciò che naturalmente le aveva creato nel seno di esse acerrimi nemici, come a più riprese m' era venuto informando Padre Bonaventura. Da altre parti d'altronde giungevano alla Missione esortazioni e consigli di premunirsi e stare in guardia, vociferandosi di complotti contro di essa. La triade Szamuely, Vago e Pogany si diceva ch e istigasse appunto il capo dei Figli di Lenin a procedere ad un atto di forza contro di noi , salvo a rigettarne poi la colpa sopra qualcuno dei suoi accoliti. Però ebbi ad accorgermi e sincerarmi ch e queste voci erano inconsistenti e finii per fare una gran tara sui pretesi pericoli che correva la Mission e, tanto più che nei nostri confronti il famige-
* Csepel era un centro autonomo poi conglobato nell'area della Capitale. Noto per il suo porto fluviale, si trova sull'omonima isola del Danubio.
ALLE PRESE COL'ESTREMISMO BOLSCEVI CO
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rato Csernyi s'era mostrato sempre d'un incredibile arrendevolezza e deferenza , accedendo perfino e prontamente alla nostra richiesta in favore del conte Hoyos, cognato del principe Borghese, improvvisamente arrestato dai suoi segugi, per un motivo - come ci fu detto - di mancata risposta alla chiamata delle autorità militari, che, a stretto rigore, non giustificava neppure il nostro intervento. Ad ogni buon conto non volendo peccare d'imprevidenza preso pretesto dalle mancanze disciplinari di alcuni soldati, ordinai che essi fossero alloggiati più raccolti, non consentendo loro che abusassero della condiscendenza della direzione dell'hotel per occupare un numero esagerato di camere scelte fra le migliori dei diversi piani, realizzando così anche una non indifferente economia nelle spese mensili della Missione. Prescrissi cioè al brigadiere Ranocchia ed al sergente maggiore Cattaneo di sistemare i loro uomini in un solo piano raggruppandoli a due o tre per camera. Trovando che le armi potevano costituire un incentivo a trascendere nelle inevitabili piccole risse che hanno luogo fra militari, disposi che fucili, moschetti e pistole fossero conservate riunite e insieme alle rispettive dotazioni di munizioni nella cancelleria della Missione in una apposito armadio. Accortomi, in questa circostanza, che non tutto il personale della Missione era armato, mentre avevo già altra volta ordinato che ognuno avesse l'arma che gli corrispondeva nel suo equipaggiamento di guerra, chiesi a Vienna , che mi si mandasse un certo numero di moschetti e pistole con le relative cartucce per averne eventualmente una scorta anche per quei pochi ex prigionieri in transito che tuttora affluivano alla Missione per essere rimpatriati . Infine impartii ordine perché a turno gli ufficiali od i sottufficiali effettuassero una specie di appello e controllo degli uomini per evitare che qualcuno pernottasse fuori dell'hotel e perché in cancelleria si alternasse di giorno e di notte un carabiniere di guardia. Tali disposizioni di sapore guerresco possono apparire esagerate e ad un tempo ridicole, guardate a distanza di tempo ed in ragione dell'esiguo numero di uomini che contava la Missione. Ma per apprezzarle come si conviene fa d'uopo riflettere e immedesimarsi dell'idea, ch'io m'ero fatto, che cioè la dittatura sovietica non avrebbe mai osato perpetrare un atto manifestamente e deliberatamente ostile alla Missione; non avrebbe cioè osato mai attaccarci di fronte - nel qual caso quand'anche avessi avuto una compagnia od un battaglione di scorta non avrei potuto opporre che una breve e vana resistenza - mentre era tutt'altro che improbabile che per sua istigazione una schiera di facinorosi , facente capo a qualcuna delle bande terroristiche suaccennate, o qualche testa calda tentasse con un colpo di sorpresa di sbarazzarsi della Missione. Era appunto quest'ultima eventualità quella dalla quale intendevo guardarmi con tali precauzioni, in quanto sarebbe stato davvero imperdonabile lasciarsi pigliare così scioccamente dopo tante insistenti e ripetute ammonizioni. Esteriormente diedi a dividere che tutto si riduceva ad una buona stretta di freni nella disciplina del personale, richiesta dalle particolari circostanze nelle quali ci trovavamo, per cui si può dire che non vi fosse né sosta né tregua nel nostro servizio e lavoro. Mi feci anzi uno studio di non lasciar trapelare in minimo modo neppure col capitano Henssler quali fossero le mie interne preoccupazioni, dicendomi che nulla avrebbe maggiormente giovato a dissuadere i malintenzionati dall'intraprendere un atto ostile contro di noi, quanto il vederci e saperci sicuri , fiducioso e scevri da ogni timore.
XVI A RAPPORTO A VIENNA
Quello che s'era piissato a Budapest nei giorni della controrivoluzione e la parte avutavi dalla Missione era stato oggetto - come è facile comprendere - di lunghi e circostanziati rapporti a Vienna. Cionondimeno il Generale Segre credé necessario avere con me un colloquio, pel quale m'invitò a recarmi a Vienna. Fu così che il 18 luglio, subito dopo la seconda colazione alle ore 14 circa , montai in automobile e partii a quella volta. Data la situazione politica, fui d'avviso che fosse preferibile non si divulgasse il fatto della mia partenza e perciò messone a parte il capitano Henssler mi recai con lui al garage a prendere l'automobile per evitare che alla porta dell'hotel vedendomi salire in vettura con la valigia capissero che non si trattava di una delle mie solite escursioni e domandassero dove ero diretto e saputolo ci almanaccassero sopra. Debbo confessare che partivo alquanto preoccupato per quelli che restavano, per quanto impartissi al capitano Henssler le istruzioni ed i consigli sul modo di comportarsi durante la mia assenza con la più olimpica indifferenza, e come se si fosse trattato di farmi sostituire per pochi giorni in un comando di guarnigione. Senonché il capitano, che pure mi aveva dato molteplici prove di avere i nervi a posto e di non lasciarsi facilmente sopraffare da vaghi timori, senza dirmelo francamente, dava a divedere d'essere piuttosto contrariato da tale mia improvvisa partenza, al punto da ripetermi con insistenza, che non d'indugiassi troppo tempo a Vienna e procurassi tornare al più presto possibile - "Se sapessero che Lei è andato via, chissà cosa penserebbero? e Lei si rende conto meglio di me del voltafaccia che potrebbero farci quei signori!" Cercai allora di rassicurarlo, tanto per ciò che concerneva la durata della mia assenza , che non intendevo prolungare un'ora più di quel che sarebbe stato indispensabile, quanto in materia di ripercussioni che mi sembrava pel momento di poter escludere. Non dirò che a tal riguardo fossi del tutto convinto, che anzi ripensandoci sopra con maggiore tranquillità, mentre l'automobile, lasciata Budapest, filava leggera sulla strada di Vienna, trovavo che era addirittura un'imprudenza lasciare il comando della Missione quando tutto in Ungheria pendeva da un tenue filo, che poteva spezzarsi da un istante all'altro e per la causa più futile, determinando chissà quali disordini e rivolgimenti nei quali sarebbe certo coinvolta la nostra sparuta rappresentanza per riflesso dell'atteggiamento assunto. Anche Kun Béla, pur essendo oramai da presumere che si fosse ricreduto in merito alla supposizione da lui formulata nella contronota, che cioè la mia azione venisse sconfessata a Roma perché in contrasto colle direttive del Governo, sapendomi chiamato a Vienna poteva ringalluzzirsi, figurandosi le cose diversamente da quello che in realtà erano ed appigliarsi a qualche fortunato espediente per sbarazzarsi della Missione. Ma a quel punto preferii non indugiarmi sopra pensieri molesti ed abbandonarmi al godimento del pittoresco paesaggio che si svolgeva sotto i miei occhi, al declinare di quella bella giornata estiva.
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NE LL' UNGHERTA DI BÉLA KUN E DURANTE L'OCCUPAZIONE MILITARE ROME NA
Avevo oltrepassato Esztergom e fantasticavo su quel magnifico ed imponente fiume Danubio, le cui acque, dopo essere in parte scaturite da località così vicine alla mia Italia, ora scendevano giù placide al mio fianco con tanta altra strada davanti a loro prima di arrivare a destinazione, allorché il conducente mi richiamò dalle mie divagazioni, facendomi osservare che c'era qualcosa nell 'automobile che non funzionava regolarmente. Si fermò, tentò qualche congegno, quindi proseguimmo. Dopo Komaron* le irregolarità si fecero più frequenti e bisognò fermarci diverse volte, prima per un motivo poi per l'altro, finché ci si misero pure le gomme a contrariare questo viaggio. Distavamo circa dieci chilometri da Gy6r quando risolsi di togliere le gomme alle due ruote anteriori e proseguire sia pure avanzando a passo d 'uomo ed a prezzo di massacrare anche le ruote, per sottrarmi alla prospettiva di passare la notte in mezzo alla strada. Già si face va buio ed i pochi contadini ai quali m'ero rivolto mi avevano fatto capire che non potevano far nulla per me. Saranno state le 21 quando raggiungemmo la città, e ci mettemmo subito alla ricerca di un garage. Però la macchina ad un esame un po ' accurato si palesò in condizioni di non essere riparata tanto presto e tanto facilmente: occorreva lasciarla lì e riprenderla fra qualche giorno. Mi accinsi perciò a continuare il viaggio in ferrovia. Mi diressi alla stazione e quivi chiesto del capo gli significai il mio nome e la mia qualità, manifestandogli ad un tempo la mia intenzione di essere a Vienna al mattino seguente. Siccome c'era un treno in partenza alla mezzanotte il capostazione mi profferse di partire con quello, disposto ad attaccarvi una vettura speciale per me se accettavo. Dissi di sì senz'altro, decidendomi infine di cercare un albergo o restaurant qualsiasi dove potessero servirmi qualcosa per cena. Ma avevo fatto i conti senza le delizie del regime! Scoccavano le 22 e per la città non si vedeva più né un locale pubblico aperto, né una persona a spasso. Al primo uomo che scantonava frettoloso per una viuzza chiesi dove avrei potuto mangiare un boccone, ma ne ebbi per risposta che dopo il coprifuoco avrei trovato difficoltà a farmi ammettere perfino all'albergo. Stavo per fargli altre domande, che m'interruppe: - per carità, lasciatemi andare a casa se non volete che finisca questa notte in prigione. Pare che oggi sia arrivato a Gy6r il Commissario Szamuely ... - aggiunse a bassissima voce, in una lingua che non era né francese né tedesco ma vi facevano capolino tutte due, intramezzandovi qualche residua parola ungherese. Provai a fargli animo dicendogli che fintantoché era con me nessuno avrebbe potuto torcergli un capello, e che dopo avermi accompagnato e fatto da guida ed interprete avrei provveduto a farlo ricondurre a casa dal mio soldato o mi sarei fatto io stesso mallevadore per lui. - Non insista, La prego mi lasci andare! Per attestarLe che per un ufficiale italiano so anche correre qualche rischio, Le porterò io stesso qualcosa da mangiare, prendendolo da quella miseria che ho in casa. - Così dicendo avviavasi, facendoci cenno di seguirlo, fino ad una certa porta. Poi bruscamente fermandosi ci disse: - Lo conoscete il Colonnello Romanelli? - Altro che! - gli feci io. S'era già lasciato andare a tessermene sperticati elogi ed il soldato, per quanto non capisse tutto, stentava a trattenere il riso, quando riuscii ad interromperlo col pretesto che si faceva tardi pel treno. Allora sparì dietro una porta, che si affrettò a rinchiudere dietro di sé, e, trascorsi pochi minuti, ricomparve con un piccolo involto.
* Cittadina sul Danubio ad est di Gy61; Komarom attualmente è la parte meridionale (ungherese) separata dalla rispettiva parte settentrionale (slovacca), Komarn.o.
A RAPPORTO A VIENNA
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Nel darmelo tenne anzi a dirmi ciò che conteneva quasi a farmi apprezzare di che rara e ricercata leccornia egli si privava, poi scongiurandomi perché mi allontanassi di lì al più presto e non facessi parola con chicchessia della sua offerta, salutò e disparve. Presa di nuovo la direzione della stazione non volendo in alcun modo mancare al treno, strada facendo, aprii l'involto dividendone il contenuto col soldato, al quale però feci regalo dell'intera fetta di lardo, che per quanto divenuto raro e prezioso non si confaceva assolutamente col mio stomaco sofferente, e di metà del pane, facendo della rimanente metà tutta la mia cena di quella serata avventurosa. Alla ferrovia, prima di prendere posto in uno dei due scompartimenti di prima classe riservati a me ed al soldato che mi accompagnava, chiesta la comunicazione telefonica con la Missione militare a Vienna, pregai e feci prendere nota che si mandasse un automobile alla stazione di Bruck, come solevasi fare per abbreviare di qualche ora la durata del viaggio. Ricevetti poi i convenevoli del premuroso capo-stazione e di un agente di polizia, che doveva aver saputo dal primo del mio passaggio e mentre stringevo loro la mano il treno si mise in moto. Nonostante l'assicurazione ricevuta sceso a Bruck non trovai l'automobile richiesta e fui obbligato a telefonare nuovamente ed aspettare che arrivasse. Questo non impedì che all'ora stabilita mi trovassi pronto per essere ricevuto dal Generale Segre. Desiderava un rapporto preciso e dettagliato della situazione politica in Ungheria, in base al quale si proponeva di darmi istruzioni prima di ripartire. Procurassi frattanto di vedere e parlare con alcune personalità delle missioni alleate e prendessi infine accordi con certi capi-servizio della nostra Missione per un maggiore affiatamento e per provvedermi di ciò che mi occorreva. Un colloquio breve, commisurato forse al mio aspetto stanco e assonnato, quale potevo avere dopo un viaggio ingrato ed un forzato digiuno che cominciava a protrarsi un po' troppo per non darmi fastidio, e non farmi impaziente di sedermi alla buona e ben provvista mensa ufficiali dell'hotel Imperia!. Concessomi un breve 'riposo nel pomeriggio mi misi subito al lavoro alternando la compilazione del rapporto con le visite al Generale Hallier, della Missione francese, al Colonnello Cunnigham, capo di quella inglese ed al Nunzio Apostolico, Monsignor Valfré di Bonzo. Tanto il generale francese quanto il colonnello inglese parvero interessarsi molto delle cose d'Ungheria sottoponendomi diversi quesiti e domandando parecchie informazioni, eh 'io cercai di fornire come meglio sapevo e potevo. Né mancai d'offrire sia all'uno che all'altro la mia opera d'ufficiale alleato in quanto la credessero o ritenessero utile. Mentre Cunningham mi accolse giovialmente e da camerata, apprezzando debitamente la mia visita, tenne a ringraziarmi per la tutela esercitata a Budapest in favore di sudditi ed interessi inglesi dopo la partenza del comandante Freeman, Hallier mi ricevette con una cortesia glaciale comportandosi con me in forma ancora più disobbligante che se fosse stato un mio superiore diretto, e sembrando di ignorare i casi del mio intervento per soccorrere e proteggere i suoi connazionali residenti in Ungheria e vessati dalle prepotenze bolsceviche. Così pure mentre il Colonnello Cunningham mostrò di gradire ed apprezzare l'offerta dei miei servigi ed anzi, fatte ricercare dal suo segretario alcune note, mi diede indicazioni sugli argomenti sui quali teneva maggiormente di essere informato, tra cui la portata dei preparativi militari che l'esercito rosso dicev.asi facesse contro i Romeni; il Generale Hallier mi ricambiò d'un grazie circonfuso di tale aria di degnazione come se volesse dire: - "Ma credi proprio che abbiamo bisogno delle tue informazioni!" - Ripensandoci , mentre scendevo le scale del palazzo dove aveva sede la missione francese, non potevo fare a meno di dire a me stesso: - è incredibile dove mai vada a mettersi l'amor proprio e il puntiglio nazionale!
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NE LL'UNG HERI A DI BÉLA KUN E DURANTE L'O CCUPAZION E MILITARE ROMEN A
E pensare che si presume di lavorare in pieno accordo, per lo stesso scopo, per la stessa grande finalità di dare una pace duratura all 'Europa!. .. È proprio vero che ognuno vuol darle la propria pace !... Una cosa che mi sorprese durante tale visita alla missione francese fu l'indisciplina di un po ' tutti quei militari che vi prestavano servizio, da quelli di guardia nel cortile a quelli facenti da piantoni e scritturali negli uffici, quantunque foss e da presumere che anche i comandi francesi usassero circondarsi, soprattutto in paese d'occupazione, degli elementi migliori, di quelli cioè che apparentemente potessero meglio deporre dell'efficienza e solidità del loro esercito. Ricordo fra l'altro di aver visto in portineria un ciclista inveire violentemente contro un sottufficiale, tanto che per poco l'alterco non trascendeva a vie di fatto, e sopra nelle anticamere del generale un caporale sostenere un battibecco con un ufficiale assumendo un tono così arrogante ed usando frasi così scorrette, quali presso di noi nessuno avrebbe mai tollerato nemmeno in quei reparti del fronte dove la disciplina era più rilassata. Con molta signorile affabilità mi venne incontro Monsignor Valfré di Bonzo, il Nunzio, dicendosi grato e lusingato della visita ; intendendo anzitutto approfittarne per ringraziarmi di ciò che avevo fatto e continuavo a fare per il clero e per i religiosi. Pur mostrandosi eccezionalmente bene informato di quello che si passava a Budapest ed in altre parti dell'Ungheria, mi manifestò il desiderio d'essere tenuto al corrente di qualche fatto che avesse potuto interessarlo e mi chiese notizie del Cardinale Csernoch, del Vescovo Mikes e d'un altro alto prelato di cui mi sfugge il nome. Disimpegnatomi dalle visite, tornai agli uffici della Missione a Canovastrasse a rivedere e correggere la minuta della mia relazione per darla nuovamente a dattilografare. Mi lusingavo infine di trovare un ritaglio di tempo per fare qualche compra o svagarmi con una corsa in città, ma ebbi a rinunziarvi perché mi vidi oggetto d'un sistematico assedio da parte di giornalisti e di personalità ungheresi, che mi sottoposero ad un fuoco di fila di domande da mettermi in serio imbarazzo a rispondere, ed a rispondere come si conveniva. Per fortuna alla sera quando si aspettava d'andare a pranzo ed i miei interlocutori crescevano invece di diminuire e si facevano troppo esigenti, venne in mio soccorso Fraccaroli con una delle sue frasi di spirito: - Ma non sapete che il colonnello è digiuno da ieri! Lasciate almeno che vada a pranzo! - Più tardi però, mentre si prendeva il caffè e la hall dell'lmperial sembrava accentrare e raccogliere quanto di mondanità offriva la Vienna d'allora, un po' per opera del generale Segre e molto in grazie dei fuorusciti ungheresi, tornai mio malgrado ad essere l'uomo del momento, la celebrità, la bestia rara e ... pazientemente mi ci assoggettai. Né mancò qualcuno il quale, non contento di trovarsi sano e salvo a Vienna mercé l'aiuto della Missione, sollecitava nuovi e più imbarazzanti favori o presentava amici che chiedevano altri favori , così che a volte si sarebbe detto fossi ancora nel mio ufficio di Budapest. Ho detto imbarazzanti favori in quanto m 'avevano già procurato delle ramanzine dal Generale Segre. S'era dato infatti ch'io avessi mandato d'ufficio a Vienna una somma di 40 o 50 corone per favorire la signora Marcel Nagel. Ma come negarsi, quando una donna dopo settimane di corse, di code ai differenti uffici e dopo esser passata chissà per quali prove per strappar un passaporto ed una autorizzazione a partire, viene a supplicarmi che non la esponga al rischio di arrivare a Vienna senza un centesimo, cosa che si sarebbe verificata se quella somma l'avesse portata seco, perché le sarebbe stata confiscata dalla polizia bolscevica? Così avevo ricevuta la somma, trasmettendola poi per corriere alla Missione di Vienna, senza darmi conto dell'imbarazzo in cui ponevo quest'ultima di fronte al governo austria-
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co, che aveva vietato ogni importazione di carta moneta austro-ungarica dai rimanenti Stati successori del caduto impero. Per fortuna della signora Nagel la cosa fu poi facilmente accomodata , grazie anche all'interessamento dello stesso generale Segre, che, soddisfatto delle mie spiegazioni, diede istruzioni a tal fine. Il mattino dopo, ultimata e riveduta la mia relazione, ne rimisi una copia al generale, chiesto se aveva altri ordini, ne presi congedo informandolo che nel pomeriggio avrei fatto ritorno a Budapest. Feci infatti colazione alla mensa dell'Imperia! e quindi, provvedutomi di che pranzare lungo la strada, montai sopra una buona automobile "Lancia", destinata a restare a mia disposizione in luogo di_quel mezzo catenaccio che avevo lasciato a Gy6r e mi misi in viaggio. Mi accompagnava la contessa Fanny Karolyi, che m'aveva pregato di ricondurla a Budapest. Per quanto imparentata al principe Borghese, non era meno un rischio per una donna del suo nome e rango tornare sotto le grinfie dei bolscevichi in un momento in cui l'estremismo minacciava di prendere il sopravvento e giornalmente cresceva il numero di coloro che scappavano per mettersi in salvo. - Voglio mostrare a Jancsic che dubitava della mia parola, che ciò che ho promesso mantengo! - rispondeva la contessa a chi si meravigliava di quel suo ritorno. Infatti il capo della polizia in via del tutto eccezionale e per un riguardo al principe Borghese aveva rilasciato alla contessa Karolyi un permesso di uscita dall'Ungheria valevole soltanto per pochi giorni, dietro impegno verbale di entrambi, che allo scadere di esso la contessa sarebbe rientrata a Budapest. Sembra però che nutrisse qualche dubbio in proposito perché una volta approntato il passaporto nel rimetterglielo sarcasticamente aveva soggiunto: - Già tutti dicono che tornano; ma poi una volta fuori ... ! Volle accompagnarci fino a Bruck il principe Borghese. Qui giunti ci salutammo, passammo oltre la stanga di legno che delimitava il confine, e, liquidate le consuete formalità con la guardia rossa , proseguimmo il nostro viaggio. Avevamo già oltrepassato Esztergom senza il più lieve incidente allorché una pattuglia di tre soldati armati di fucile che sostava al margine della strada sembrò farci cenno di fermarci. Cominciava ad imbrunire e le persone si distinguevano così male che non ero molto sicuro che avessero riconosciuto la mia uniforme, per cui, avendo sentito che ci avevano indirizzato delle parole a sufficiente alta voce, mi rivolsi alla contessa come per averne la traduzione e regolarmi in conseguenza. - Niente, niente! - Mi fece la contessa, lasciando intendere che si poteva continuare tranquillamente. Però non avevamo fatto più di cento metri che sentimmo due fucilate ed insieme il fischio di due pallottole che ci passavano molto vicino. Feci subito fermare l'automobile ed aspettai che la pattuglia si avvicinasse. Quando uno dei soldati fattosi avanti domandò le nostre carte di riconoscimento, prima ancora che terminasse di formulare la sua richiesta alzatomi in piedi: - Was ist los mit Ihnen? Haben Sie den Kopf verloren um an Damen zu schiessen! - Cosa c'è? Avete perduto la testa al punto da sparare sopra una donna? - gli dissi nel cattivo tedesco che in quel frangente mi veniva alle labbra. Poi trascorsa una brevissima pausa: - Jedenfall:i~ sollten Sie an die Luft feuern! Muss man dumm geworden sein um an ruhige Leute zu schiessen! Tuhn Sie nicht mehr! nicht mehr! Gut verstanden? Eh? - Comunque avreste prima dovuto sparare in aria. È da sciocchi sparare a gente tranquilla che va per la sua strada. Che questo non accada più. Mai più. Capito bene! - L'uniforme, il tono militare che non ammetteva repliche, col quale gli avevo diretto la parola erano bastate ad ammutolire il soldato e a pietrificare nella posizione d'attenti e di saluto lui ed il resto della pattuglia durante tutto il tempo che somministravo la paternale.
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NELL'UNGHER IA DI RÉLA KUN E DURANTE L'OCCUPAZI ONE MILITARE ROMENA
Frattanto la contessa aveva già tirato fuori il suo passaporto. Lo presi e lo porsi unitamente alla speciale carta rilasciata da Kun Béla a tutti gli ufficiali della Missione, in cui era detto in lingua ungherese, senza molte perifrasi, che era passibile di pena di morte chiunque mi torcesse un capello. Avvicinatosi al fanale dell'automobile il capo della pattuglia lesse il foglio e rinunziato ad esaminare il passaporto mi restituì l'uno e l'altro con un 'aria molto imbarazzata e profondendosi in scuse, dicendo fra l'altro - come mi tradusse la contessa - che uno dei colpi era partito involontariamente. Messa di nuovo in marcia la vettura continuammo il viaggio e senza che ci giocassero altri scherzi del genere od incontrassimo difficoltà presso nessuno dei successivi e frequenti posti di controllo per i quali dovemmo ancora passare prima d'entrare in città. Potevano essere suonate da poco le 23 quando scendevo all'hotel Ritz e davo ordine al conducente di accompagnare la contessa al castello di F6t, avendo ella insistito di rientrare a casa malgrado l'ora tarda e di rientravi da sola. Tanto il Capitano Henssler quanto il Tenente Salem preavvisati per telefono da Vienna del mio arrivo erano nella hall ad aspettarmi. Mi accolsero con evidente soddisfazione e non si astennero dal dirmelo più d'una volta pur ripetendomi che durante la mia assenza non era avvenuto nulla di particolare e nella città non sembrava ci fosse alcunché di nuovo. È superfluo aggiungere che anch'io, ora che il viaggio era compiuto, non mi rammaricavo di averlo fatto e ne vedevo e ne apprezzavo l'utilità, in quanto mi aveva dato modo di parlare e sentire come la pensava il Generale Segre, e con lui diverse altre persone che mi rappresentavano il giudizio e l'opinione di un grande ed autorevole ambiente quale era Vienna. Inoltre tornavo a Budapest con la fiducia che deriva dall'essersi sentiti esplicitamente approvare dal proprio superiore diretto, dal quale ero anzi stato incoraggiato a non deflettere dalla linea di condotta fino allora seguita. Nel tornare al lavoro mi sentivo acceso da quella feconda fiamma che suscita l'assenza di pastoie e quell'illimitata libertà, nell'ambito naturalmente delle mie mansioni, ch'io consideravo uno dei maggiori pregi nell 'arte di comando del Generale Segre.
XVII ULTIMA RATIO
Già alla metà di luglio le difficoltà politiche ed economiche, in cui si dibatteva la dittatura di Kun Béla, erano tali che lasciavano presagirne prossimo il tramonto. L'essere stata messa al bando dall'Intesa, l'interruzione quasi totale di scambi coll'estero, di cui l'Ungheria, decurtata di tante province, non poteva più fare a meno, l'esaurimento delle riserve monetarie del paese ed il discredito d'una valuta cartacea ripulsiva perfino dal punto di vista estetico, complicatasi con una divergenza radicale e sempre più insanabile fra i Commissari del Popolo in fatto di politica interna ed estera della dittatura. Ancora alcune settimane prima Béla Kun si sarebbe fatto beffe dell'opinione di molti dei suoi collaboratori, ma, dacché il suo prestigio s'era velato di più d' un insuccesso, anche la sua autorità n'aveva sofferto ed egli non poteva non tener conto dei colleghi. Nonpertanto con qualche arte di governo non sarebbe stato impossibile trovare un qualche palliativo o rimedio a tanti mali, che servisse a sbarcare il lunario e tirare avanti alla meglio procurando d'evitare i più pericolosi e temibili scogli. Ma c'era l'esercito che, per quanto comunista di etichetta, restava nazionalista di sentimenti, e per quanto a parole si dicesse stanco di cinque anni di guerra, non sapeva più vivere senza farla. Ufficiali e soldati erano troppo fieri magiari per digerire l'umiliazione che aveva fatto loro ingoiare Kun Béla coll'obbligarli a sgombrare e restituire alla Cecoslovacchia territori e città come Kassa etnicamente ungheresi* e recentemente riguadagnati a prezzo di sangue. L'esercito reclamava il corrispettivo che gli era stato lasciato intravedere: l'occupazione d'altre campagne e villaggi pur anche magiari lungo ed oltre il fiume Tibisco (Tisza), e che non c'era ungherese rosso o bianco che fosse, che non soffrisse di vedere profanati da truppe romene. A tale proposito conviene tornare indietro alla brillante offensiva rossa contro la Cecoslovacchia, che aveva addotto alla riconquista di Kassa (Cassovia) e di una estesa parte della Slovacchia. Mentre il Consiglio della Pace riunito a Parigi , pur dovendo essere a cognizione che la Cecoslovacchia e la Romania avvantaggiandosi del caos intervenuto in Ungheria coll'avvento al potere del bolscevismo, si erano arbitrate di avanzare colle loro truppe in territorio ungherese, non s'era fatto vivo finché le operazioni militari volgevano a favore dei due paesi associati, allorché però per la Cecoslovacchia le sorti cambiarono, credé venuto il momento di far valere la propria autorità. Il 9 giugno indirizzava al governo di Béla Kun una nota colla quale gli intimava di cessare le ostilità e di sgombrare Kassa e tutto il territorio rioccupato oltre la nota linea di demarcazione Smuts. Analogamente avrebbero dovuto fare i Romeni ritirandosi dalla Tisza
,;, KoJice, capoluogo della Slovacchia orientale (Kassa in ungherese, Cassovia in latino, Kaschau in tedesco), era prima del primo conflitto mondiale una città con una maggioranza ungherese ed una minoranza slovacca (e tedesca); in seguito, soprattutto dalla fine del secondo conflitto mondiale, la comunità slovacca è diventata nettamente maggioritaria.
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NE LL' -NG HER!i\ DI BÉLA KUK E DU R ANTE L' OCCUPAZIONE MILITA RE ROM NA
dietro il tracciato di detta linea; per cui l'Ungheria avrebbe guadagnato ad oriente ciò che perdeva in territorio a settentrione. La nota che - come ho già narrato - diede a Béla Kun l'illusione che l'Intesa riconoscesse, se non di diritto almeno di fatto, il governo da lui instaurato in Ungheria , era così concepita: "Le Potenze alleate ed associate sono sul punto d'invitare il rappresentante del governo ungherese a Parigi per stabilire le condizioni di pace ... ". Che la frase si prestasse ad una tale interpretazione non pare dubbio, per poco che ci si riporti alla situazione del momento e si tiene presente, che dopo le dimissioni del conte Michele Karolyi, il Consiglio dei Quattro Grandi aveva preteso d'ignorare Bèla Kun ed il suo governo, e si era limitato ad estendere all'Ungheria quel cordone sanitario già praticato nei confronti della Russia Sovietica. Comunque per chi ha fatto esperienza della mentalità bolscevica, sempre sensibilissima all'onore di trattare da pari a pari coi maggiori esponenti del regime borghese, pure ostentando nei loro riguardi il massimo disprezzo, è facile capire quanta presa dovesse fare su Béla Kun la prospettiva che gli si offriva di un prossimo esplicito riconoscimento del suo governo dall'areopago di Parigi. Egli pertanto si affrettò a sgombrare il territorio riconquistato malgrado la contrarietà di molti Commissari del Popolo ed il vivo risentimento nazionale. Non altrettanto fecero i Romeni per quanto concerneva loro. Raggiunto il suo scopo, Parigi non solo non parlò di riconoscimento dell'Ungheria sovietica, ma tenne a smentire ogni interpretazione in tal senso della nota summenzionata. Questo scacco, unito all 'altro sofferto per opera della nostra Missione, acconciandosi a rinunziare alle impiccagioni dei controrivoluzionari del 24 giugno, pose Béla Kun in tale stato d'inferiorità politica di fronte al triumvirato Szamuely, Vag6 , Pogany che per evitare una loro secessione e propiziarsi il popolo toccandone la corda patriottica, si trovò costretto ad annuire almeno in parte al programma estremista del triumvirato cioè di partire in guerra contro i Romeni per ottenere che si ritirassero dalla Tisza come era stato disposto da Parigi. Così sospinto da imperiosi e indifferibili problemi di politica interna ed estera Béla Kun non trovò di meglio che rimettere la sua sorte e quella della Dittatura Proletaria alla guerra: ultima ratio. I preparativi erano incominciati da quando Bohm aveva lasciato il Commissariato della Guerra e con lui il capo di stato maggiore colonnello Stromfeld. Se poche persone n'erano a cognizione si è perché tutti i preparativi si limitavano allo studio di piani di campagna presso il Ministero della Difesa, a sollecitazioni agli stabilimenti di produzione dei materiali a Csepel e nel mostrarsi più rigorosi e zelanti nelle operazioni di reclutamento. Sembra però che quest'ultime non dessero un sufficiente rendimento perché improvvisamente il governo emanò un decreto per chiamare alle armi diverse altre classi fino ad incorporare i giovani dai 17 anni in su e diramò categoriche lettere di richiamo in servizio per gli ufficiali, senza neppure sottilizzare troppo sopra le loro eventuali simpatie o contrarietà al regime pel quale avrebbero dovuto combattere. Questo atto di mobilitazione era troppo palese per non porgere il destro alla nostra Missione d'intervenire e sfruttare il prestigio e l'autorità che s'era acquistata. Fu perciò diretta al governo una nota verbale nella quale gli si chiedeva urgenti spiegazioni a giustifica di un atto con cui sembrava venir meno ad una delle più importanti ed essenziali clausole del Trattato di Villa Giusti. Come era da prevedersi la risposta del Governo dei Soviet fu evasiva e dilatoria ad un tempo con l'evidente intenzione di giungere al fatto compiuto, polemizzando attraverso un inutile carteggio. Ma non avendo altri e più efficaci mezzi per sostenere le nostre ragioni
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occorreva pur che mi adattassi a quella vana polemica, e pertanto cominciai dal contestargli i puerili argomenti con i quali intendeva far passare la chiamata di classi come una misura precauzionale d'ordine interno, omettendo di far cenno degli altri preparativi di cui ero a cognizione sia per non compromettere la schiera dei miei informatori, sia perché più difficilmente comprovabili. Alla testa del Commissariato della Guerra era frattanto stato chiamato un certo Landler, al cui fianco erasi messo un militare, un capo di stato maggiore, come ad latera di qualsiasi comandante da un certo grado in su erano posti dei fiduciari del governo, con la facoltà d'interdire l'esecuzione di quegli ordini che si presumeva oltrepassassero la sfera puramente tecnica o fossero ritenuti contrari e pregiudizievoli alle finalità politiche perseguite dal regime sovietico.. Però a differenza di Bohm, che teneva all'esercizio non meno che alla carica di Commissario alla Guerra, Landler si disinteressava completamente della parte militare inerente al suo posto, lasciandone la soluzione e il disbrigo al colonnello Jullier, che aveva rimpiazzato lo Stromfeld nelle funzioni di capo di stato maggiore. Non conobbi il Jullier, né potrei dire se valesse più o meno del suo predecessore. Certo non aveva al suo attivo i successi militari che conferivano al Colonnello Stromfeld un'autorità ed un particolare fascino tra gli ufficiali e la truppa dell 'esercito rosso. Di più il compito che egli si proponeva, si presentava notevolmente più arduo in quanto l'esercito romeno come numero, organizzazione, equipaggiamento e solidità superava l'improvvisato e raccogliticcio esercito cecoslovacco per quanto inquadrato con diversi ufficiali stranieri scelti ed esperimentati. Aggiungasi che l'armamento dei romeni erasi di recente avvantaggiato di molte artiglierie provenienti dall'armata della Macedonia e, per il lungo tempo trascorso sulle postazioni in cui trovatasi, poteva giovarsi dei rafforzamenti che vi aveva costruito. Per ripristinare una certa disciplina , non ricordo se già lo Stromfeld o il Jullier aveva rimesso in uso il distintivo del grado sull'uniforme tanto per gli ufficiali quanto per la truppa. Ma quando venne proposto a Kun Béla di autorizzare i corpi ad avere la loro vecchia bandiera tricolore ungherese n'ebbero un netto rifiuto, nonostante che la richiesta venisse giustificata con ragioni morali tutt'altro che trascurabili alla vigilia d' una guerra. Questo diniego - d'altronde spiegabilissimo - diffuse molto malumore nell 'esercito, contribuendo con molteplici altre cause a demoralizzarne lo spirito. Come non bastasse questo, tutto quanto concerneva l'ordinamento e lo schieramento delle truppe mobilitate era così poco gelosamente custodito, che alla Missione giornalmente venivano rimessi, da informatori quasi disinteressati , due eguali filze di notizie filtrate dal quartiere generale e dal commissariato della difesa, che consentivano perfino una specie di controllo. Spessissimo poi, per la natura stessa delle fonti alle quali le notizie erano attinte, si finiva per essere informati di molti fatti con qualche giorno d 'anticipo. Venni così a conoscenza di tutto il piano d'operazioni e successivamente degli ordini di movimento per tradurlo in atto: informazioni preziose che facevo in modo di mandare ogni sera a Vienna, coll'incarico di trasmetterle a sua volta al comando dell 'esercito romeno. Dirò di più che, vedendo con quale larghezza e generosità mi venivano confidati certi documenti, che presso qualsiasi quartier generale sono tenuti segreti, nonché la precisione e competenza con cui erano redatti mi posi il quesito: eh parte giocava lo stesso capo di stato maggiore Jullier in tutta questa faccenda? E come poteva farlo così apertamente? Era forse davvero un bianco, un antibolscevico come taluno mi diceva? Con mia grande sorpresa un informatore osò finanche chiedermi in maniera discreta se del materiale confidatomi facevo sufficiente divulgazione tra i rappresentanti dell'Intesa a Vienna si che si potesse essere certi che lo stato maggiore romeno ne venisse edotto. Pur avendolo rassicurato in proposito, accedendo al desiderio espressomi, diedi istruzioni, a co-
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minciare da quel giorno, che tutte le notizie concernenti le operazioni militari sul fronte romeno venissero trasmesse anche al Colonnello Cunningham della missione inglese di Vienna. Frustrata nel suo massimo fattore di successo, la sorpresa, l'offensiva ungherese poteva già dirsi compromessa prima che si sferrasse, quand'anche, a pregiudicarne vieppiù l'esito, non vi si fosse aggiunto l'assottigliamento diuturno del contingente sotto le armi per effetto d'innumerevoli diserzioni. La chiamata alle armi per molti porgeva anzi il mezzo per mettersi in salvo fuori della frontiera. Essendosi infatti risaputo della demarche della Missione contro l'incorporazione di nuovi contingenti di truppa , i richiamati alle armi , prima di raggiungere i corpi, cercavano di presentarsi ai nostri uffici e farsi rilasciare una specie di salvacondotto adottato dalla Missione per attestare alla polizia di frontiera degli stati finitimi , che il latore del documento era favorevolmente conosciuto e pregare, qualora non vi si opponessero particolari motivi, di consentirne l'espatrio. Quest'espediente, escogitato in un primo tempo per sfuggire all'imbarazzante dilemma di tutti coloro che per stanchezza di guerra o per ripugnanza a battersi per un regime che detestavano, reclamavano dalla Missione un appoggio, che logicamente poteva presumersi rientrasse nei suoi compiti di custode dello stato d'armistizio, si generalizzò tanto da darci un non lieve aumento di lavoro per contentare quanti si presentavano soltanto ed esclusivamente per questo scopo. Contribuì probabilmente alla generalizzazione del procedimento il valore che benevolmente presero la consuetudine di concedergli i comandanti di truppe di frontiera degli stati vincitori. Ma quel che poteva sembrare più strano si è che non fossero solo dei soldati ad invocare un simile inusitato documento, ma anche molti ufficiali. Senonché quest'ultimi per i maggiori rischi a cui si esponevano di rappresaglie governative, oltre a prendere molte precauzioni per non essere veduti nei corridoi della Missione avrebbero anche desiderato, che si facesse qualcosa di più in loro favore, ciò che ci avrebbe compromesso più di quanto era lecito anche con un governo che misconosceva le regole internazionali. Venne tra gli altri una mattina - facendosi precedere da un biglietto in cui mi pregava di riceverlo subito - il generale della gendarmeria Féry accompagnato dai tenenti colonnelli Borhy e Menkina. Anch'essi sollecitavano il mio intervento per non rispondere all 'ordine di mobilitazione, non volendo venire meno al giuramento di fedeltà a Re Carlo e ripugnando loro d'impugnare le armi per una causa che aborrivano. Il generale avrebbe voluto un intervento più formale della Missione, tale da sventare ogni tranello o minaccia della dittatura contro di lui ed i suoi aiutanti. Ma a parte il rischio di un 'insanabile rottura col governo cui si esponeva la Missione, che avrei potuto fare? Il generale lo capì tanto bene che ebbe la delicatezza di non insistere. Questa visita alla Missione doveva purtroppo riuscire fatale al povero generale che scuramente era stato pedinato da qualche agente bolscevico. Al pomeriggio dello stesso giorno ci fu chi venne a chiedere alla Missione notizie del generale, perché non era rientrato a casa. Qualche giorno dopo corse la voce che lui ed uno dei colonnelli fossero stati gettati nel Danubio. Certo scomparvero senza che nessuno sapesse dire come. Ma per quante misure e rigori si escogitassero per assicurare l'esito della mobilitazione allorché l'esercito ungherese prese l'offensiva mi risultò dalle informazioni più attendibili che non contasse se non sopra un complesso di 48 mila fucili, 713 mitragliatrici, 81 cannoni da campagna, 11 di medio e grosso calibro, mille cavalli, 23 aeroplani; il tutto raggruppato in 3 corpi d'armata , 2 divisioni e due brigate. Una ben povera cosa, e raccogliticcia per giunta, per affrontare un esercito regolarmente inquadrato come era allora il romeno.
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Senza lasciarsi interamente assorbire dai preparativi militari né intimorire delle imminenti ostilità, il Governo, perseguendo con tenacia degna di migliore causa le sue finalità economiche, dava nuovo e più alacre impulso alla socializzazione dei beni prendendo particolarmente di mira quelle aziende che per difficoltà pratiche incontrate o per corruttela politica erano riuscite a sottrarsene fino a quel momento. Un certo Faber, ex religioso che aveva gettato ai rovi la tonaca, e s'era fatto attribuire la soprintendenza degli affari ecclesiastici, ci teneva in principale modo a procedere subito all'incameramento dei patrimoni appartenenti agli ordini religiosi ed a tal fine aveva date istruzioni perché s'incominciasse ad inventariare quanto si trovava nelle chiese e nei conventi di Budapest. La Missione si vide allora fatta oggetto di un vero pellegrinaggio da parte di frati e monache d'ogni regola, non soltanto cattolici romani ma finanche ortodossi, che reclamavano e protestavano contro questo nuovo arbitrio del governo sovietico ed invocavano il nostro intervento per farne cessare l' applicazione od almeno per chiedere che ne fosse circondata l'esecuzione da qualche garanzia o formalità, per cui non si traducesse in un arraffa arraffa di troppo zelanti agenti della dittatura. Siccome l'ordinanza relativa escludeva dall 'applicazione i beni di proprietà di stranieri, cavillando e largheggiando il più possibile, si procurò d'includervi tutti gli ordini religiosi che avevano la sede centrale della loro amministrazione fuori d'Ungheria, ed a tutela di questi, feci passi presso il Commissario Agoston - l'elemento più temperato, ragionevole e conciliante della dittatura - perché conforme la mia interpretazione si sospendessero le operazioni d'inventario in certe chiese, conventi ed istituti filantropici, di cui mi riserbavo di trasmettere un elenco completo in sostituzione di quello sommario redatto sulla scorta delle prime e più urgenti lagnanze pervenutemi. Il signor Agoston convenne subito meco sulla sospensione delle operazioni senza però compromettersi sull'essenza della questione, per la quale mi promise il suo interessamento ed appoggio perché venisse esaminata col maggiore spirito di condiscendenza dal governo, in guisa da rimetterne la decisione dopo una trattazione esauriente tra un rappresentante dei Soviet, uno della Missione ed uno del Corpo Consolare accreditato a Budapest. Nonostante questa condiscendente promessa erano appena trascorsi tre giorni, che si presentarono al Ritz le suore del Buon Pastore e di S. Maria Riparatrice per segnalare alla Missione, che i soliti sedicenti agenti del fisco s'erano nuovamente installati nel primo istituto registrando e facendo man bassa su quanto aveva qualche valore, mentre per quanto concerneva il secondo, il pericolo era solo stato differito di ore, grazie all'energico e coraggioso diniego della madre superiora - una francese - ad aprire la porta del convento sfidando ogni intimazione e minaccia. Fatto esperto oramai della vanità di certi passi compiuti attraverso le consuete vie, mi rivolsi direttamente al commissario Faber inviandoci il capitano Henssler con l'incarico di chiedergli anzitutto se era a cognizione dell'accordo provvisorio intervenuto fra il Commissario per gli Esteri e la Missione, ed in caso negativo per pregarlo di mettersi seduta stante in comunicazione telefonica col signor Agoston per rendersene edotto, ed assicurarmi poscia in forma scritta, che avrebbe subito dopo impartite istruzioni ai suoi dipendenti perché sospendessero fino a nuovo ordine le loro operazioni in quei certi conventi la cui nazionalità si prestava ad interpretazioni diverse. Fu in conseguenza di tale questione che feci conoscenza dei Consoli che si trovavano in quel tempo a Budapest tutelando, come potevano, i sudditi e gli interessi di più nazioni allo stesso tempo secondo gli accentramenti che si erano venuti determinando durante la guerra, a mano a mano che nuovi Stati intervenivano nel conflitto.
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NELL' "NG HERI A DI BÉLA KUN E DURA NTE L' OCCUPAZIO NE lv!ILITARE ROMENA
Qualche console era già venuto a consultarmi per uniformarsi al mio atteggiamento nel protestare contro nuovi arbitrii del governo, ma visto il diverso effetto che sortivano le loro rimostranze in confronto a quelle presentate dalla Missione Italiana, credo che convenissero di aderire anch 'essi alla nostra Missione, perché appena si profilò all'orizzonte la minaccia della manomissione dei beni delle comunità religiose, uno dopo l'altro mi officiarono di farmi loro portavoce nelle trattative col governo. Mi trovai così investito di fatto del decanato d'un corpo consolare più tollerato che accreditato, tanto trovavasi paralizzato nell'esplicazione delle proprie mansioni e tenuto in non cale nelle sue prerogative. Per il precipitare degli eventi non ebbi che un paio di colloqui con i consoli riuniti, avendo agio d'osservare, che a taluno di essi non riusciva molto gradita la mia non sollecitata investitura. D'altronde se da un lato l'autorità della Missione era talmente cresciuta da non potere essere più trascurata dalla dittatura, dall'altra il governo era stretto da così gravi difficoltà, che nei contrasti che sorgevano non sempre potevo rimanere inflessibile su atteggiamenti e posizioni prese in un primo tempo. La necessità di far fronte alle spese di preparazione della guerra obbligò il Commissario delle Finanze a ricorrere a nuovi espedienti per procurarsi denaro. Si fecero nuove emissioni di carta moneta contro garanzia dei depositi giacenti nelle casse postali di risparmio. Furono messi in circolazione biglietti di piccolo taglio di colore verde sbiadito e con incisioni d'un'estetica molto discutibile, che ciononostante trovarono nel pubblico minore riluttanza delle banconote bianche. È però difficile dire se fu pel fatto che trovavano più credito, ovvero pel motivo che, a differenza delle bianche, si prestavano meno alla contraffazione. L'espediente non bastando ad alimentare adeguatamente le esauste casse dello Stato, il Commissariato alle Finanze propose al governo di tentare il trasferimento e la vendita sul mercato di Vienna di titoli appartenenti a privati custoditi nelle cassette di sicurezza delle banche o quivi depositati a loro nome. Il proposito pose in grave imbarazzo il personale direttivo delle banche, timoroso da un lato delle conseguenze penali e civili cui si esponevano obbedendo alle ingiunzioni governative e preoccupato dall 'altro delle immediate punizioni o rappresaglie della Dittatura in caso di opposizione all'ordinanza. Molti alti impiegati di banca penosamente perplessi a qual partito appigliarsi non trovavano di meglio che presentarsi alla Missione italiana sollecitando da essa un intervento nella forma di una diffida alle banche di obbedire all 'ordine governativo. Mi ci volle del bello e del buono per persuaderli che non avevo veste alcuna per intervenire nella questione. Tuttavia non mancai di dire che la Missione avrebbe fatto tutto il possibile per far naufragare i propositi del governo, ma che per riuscirvi le occorreva il concorso del personale delle banche, in quanto poteva giornalmente comunicarle quali e quanti titoli venissero sottratti alle casse per darne eventuale segnalazione ai mercati finanziari esteri. Venne così convenuto che quell 'impiegato di banca, che fosse in grado di farlo, avrebbe rimesso alla Missione un elenco in duplice copia dei titoli di cui si sarebbe appropriato il governo per realizzarli, e noi ne avremmo data giornaliera comunicazione a Vienna insieme alle denunzie private che ci venissero fatte allo stesso scopo, pregando la Commissione d'Armistizio di darvi la più larga diffusione, mettendo così in guardia il pubblico dall'acquisto di valori di tale illecita provenienza. A proposito di denunzie private di valori predestinati a probabile abusiva alienazione da parte della dittatura , fui in quei giorni informato e sollecitato dal console di Spagna perché m'interessassi dell'Arciduca Giuseppe e dell'Arciduchessa Augusta, i quali a prescindere dai danni patrimoniali per tali presunte vendite, dicevasi sottostassero a dure priva-
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zioni per il troppo zelo delle guardie che ne sorvegliavano la residenza e per le meschine rappresaglie dei loro vecchi coloni. Deciso d'andarvi di persona, una mattina partii pel castello di Alcsut, invitando ad accompagnarmi il Tenente Angelini e la sua fidanzata, per essere quest'ultima nipote del barone Libbits, fedele vicino e compagno di segregazione dell'Arciduca. Scesi dall'automobile alla casa di campagna del barone, dopo di che, come eravamo d'accordo, egl i mi precedé al castello per avvisare le L.L.A.A. della mia visita e dello scopo di essa. Un domestico, il solo che sembrava fosse ivi rimasto, fece strada a me ed al Tenente Salem attraverso i corridoi del castello conducendoci ad un piccolo e semplice salottino. L'Arciduca e l'Arciduchessa ci raggiunsero subito seguiti dal barone Libbits che s'incaricò delle presentazioni. Le Loro Altezze si mostrarono molto sensibili al nostro interessamento per loro e s'indugiarono a raccontarci la vita che conducevano da quando erano stati confinati in quel loro castello, dove, pure essendo strettamente sorvegliati, non erano affatto molestati soprattutto dopo che Kun Béla stesso, avuto sentore della libertà, che s'era preso in tal senso un contadino dei dintorni , lo aveva severamente punito. Poi, la conversazione facendosi rapidamente più spigliata venimmo a parlare della guerra . Quando seppe che avevo avuto le batterie postate a poco più di due chilometri dall'abbazia di Vidor e che dall 'osservatorio della villa Albricci potevo facilmente vedere le persone che vi andavano e venivano, l'Arciduchessa raccontò come ella avesse consuetudine di recarvisi per accompagnare suo marito nella sua ispezione alle prime linee. Era anzi solita sostare all'abbazia, mentre suo marito si spingeva assai più oltre verso la riva del Piave. L'Arciduca sentendo fare il nome del mio osservatorio mi disse che se ne rammentava benissimo, e che al comando austriaco era perfettamente noto che gli abbaini della villa Albricci funzionassero da osservatori per molti reparti d'artiglieria e di fanteria. Seguì una breve pausa, quasi ognuno di noi seguisse il corso dei suoi pensieri, finché l'Arciduca se ne uscì con questa riflessione: chi mi avrebbe detto allora, mentre ferveva la guerra, che la mia uniforme di maresciallo sarebbe stata, diciotto mesi dopo, indossata da un fabbricante di macchine da scrivere! Maresciallo di campo dell'esercito rosso! È davvero una cosa comica! - Poi tornando serio soggiunse: - Ma quello che è ancora più comico si è che, mentre il meccanico di macchine da scrivere può pavoneggiarsi in una fiammate uniforme di maresciallo, a me sono state sequestrate tutte le mie, per cui lei colonnello, riderà sentendo che la ragione per la quale ho dovuto farlo attendere prima di riceverla era che, per presentarm i a lei decorosamente, ho dovuto infilarmi quest'abito vecchio di flanella bianca appartenente a mio padre e, Dio sa come, sfuggito alle requisizioni proletarie! Stavo per alzarmi quando entrò il figlio primogenito, l'Arciduca Francesco, da pochi giorni restituito alla famiglia. Vedendolo mi felicitai con lui per la sua liberazione come ostaggio e insieme rievocammo qualcuno dei modesti trattenimenti offerti dal Capitano Carbone nella sua camera del Ritz, ciò che diede motivo al giovane Arciduca di chiedermi notizie tanto di lui quanto di altri ufficiali, coi quali s'era incontrato durante la sua detenzione nell'albergo. Infine al momento di congedarmi gli Arciduchi mi pregarono di curare l'inoltro a destinazione di alcune lettere che si riserbavano di farmi avere per mezzo del barone Libbits, mi rammentarono di conglobare i loro titoli nell'elenco di quelli da segnalare a Vienna per diffidarne l' acquisto e si dissero molto lieti e riconoscenti della visita, che m'ero preso la pena di far loro come di tutto quello che avrei fatto o tentato di fare per loro. Usciti dal castello ci fermammo a colazione dal barone Libbits, che si dolse di non poterci servire qualcuno dei più vecchi e riputati vini che popolavano la cantina del suo pa-
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lazzo a Budapest, e che - aggiunse - per quanto mi risulta non è stata ancora manomessa dai bolscevichi. Tornando agli eventi che si maturavano in quei giorni dirò che il governo dimostrandosi sempre più sospettoso verso tutto e verso tutti, faceva in certo modo palese a chiunque la sua crescen te debolezza ed instabilità. Benché dall'avvento della dittatura la stampa fosse stata imbavagliata e sottoposta a severa censura come fors e non lo era mai stata neppure sotto la monarchia e nei momenti più tragici della guerra, e Kun Béla non potesse certo lagnarsi della sua arrendevolezza e servilità , tuttavia per essersi pubblicato qualch e vago e blando commento inteso a sospingerlo ad un mutamento di ro tta in fatto di politica interna, Kun ne fu così irritato che improvvisamente ordinò l'arresto di diversi giornalisti. Il giorno dopo ecco presentarsi alla Missione Italiana una deputazione della stampa per protestare contro l'atto del governo e sollecitare il nostro intervento perché ne ottenessimo la libertà. Invano ci affaticammo a spiegare la nostra incompetenza ed a manifestare l'assoluta impossibilità in cui ci trovavamo d 'ingerirci in questioni d 'indole così strettamente interne come quella che ci si proponeva, niuno riusciva a persuadere quella brava gente per la quale la Missione pareva dovesse essere il toccasana per tutti i mali. Un caso analogo si presentò qualche giorno dopo con alcuni funzionari. Nei Ministeri, dopo l'avvento della dittatura rossa, s'erano andati insediando diversi elementi estranei alla carriera amministrativa favoriti dal governo d'un posto retribuito, soltanto perché di provata fede bolscevica e capaci pertanto di sventare complotti o macchinazioni burocratiche. Ignari come erano tali elementi della parte tecnica delle questioni che erano chiamati a trattare, mentre sentivano di non potere fare a meno dell'opera del vecchio personale, tuttavia lo guardavano con occhio sospetto e diffidavano sapendosi guardati come intrusi. A meglio premunirsi della presunta loro ostilità i bolscevichi di recente installati soffiarono all'orecchio di Kun Béla l'opportunità di far loro prestare un nuovo giuramento, che significasse non solo impegno di adempiere lealmente le proprie mansioni ma promessa che nella loro attuazione s'ispirerebbero alla finalità di favorire e consolidare il regime proletario. Emanata la relativa ordinanza, che prescriveva la prestazione di questo giuramento, si delineò subito un vivace movimento di protesta in seno alle divers e amministrazioni, assumendo particolare carattere d'intransigenza tra i funzionari del Commissariato degli Esteri, come quelli che, per tradizioni familiari ed incarichi diplomatici prestati, si sentivano tuttora legati alla monarchia ed alle vecchie usanze. Nell'inesorabile dilemma in cui molti si dibattevano di giurare o perdere l'impiego, un gruppo di questi funzionari non trovarono anch 'essi espediente migliore cui appigliarsi, che presentarsi alla Missione italiana, pregandola si schierasse in loro favore pronunziandosi comunque sull'illegittimità della ordinanza bolscevica come emariata da un governo senza base giuridica e non ancora riconosciuto all'estero. Evitando con cautela di avventurarmi sopra un terreno così pieno di trabocchetti come quello sul quale mi si voleva attrarre, ricordo che mi venne fatto di dir ai miei interlocutori: - Ma se vi ripugna di prestare un simile giuramento, chiedete d 'essere dispensati dal servizio, d'essere messi a disposizione! - Ma Lei non sa - mi risposero pronti - che non è l'allontanamento al servizio quella che ci preoccupa ed al quale siamo logicamente preparati, bensì la fa me e le sevizie alle quali rischiamo di essere esposti noi e le nostre fa miglie? Se non giuriamo entro la settimana saremo messi fuori dall'appartamento e ci verrà ritirata la tessera dei viveri: mancheremo di tetto e di pane, né troveremo aiuto nelle prevedibili ulteriori rappresaglie di cui saremo oggetto. -
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Era un dilemma inesorabile, ne convenivo. Ma che mai poteva fare la Missione, che avrebbe finanche dovuto ignorare, che si fossero impartite disposizioni del genere non inserite nella gazzetta ufficiale. Mentre la dittatura proletaria accentuava giornalmente la sua diffidenza e le misure di tirannia , venni a sapere che non aveva disdegnato d'intavolare delle trattative ufficiose con le missioni inglese ed italiana di Vienna per trovare una via di uscita all'imbarazzante situazione politico-militare in cui s'era messa. Come n'ebbi conferma dal principe Borghese, agli approcci fatti fare dal Colonnello Cunningham, Kun Béla aveva aderito, incaricando quattro dei maggiori esponenti del socialismo magiaro, tra cui erano il direttore del giornale Népszava, Jakab Weltner e Karl Peyer di recarsi a Vienna per un primo colloquio di orientamento. A questo ne fece seguito altro in prossimità della frontiera austro-ungherese, al quale parteciparono anche Kun Béla ed il Commissario agli Esteri, Agoston. Di quel che venisse trattato in questi colloqui non venne informata la Missione di Budapest, forse anche perché essi non condussero ad alcun risultato come potei arguire da fatti posteriori. Anch'io m'ero provato per mezzo di interposte persone d'indurre Kun Béla a cedere il potere ad un governo socialista, che consentisse agli altri Stati di riprendere le relazioni politiche e commerciali con l'Ungheria, e potesse poi a suo tempo essere invitato a Parigi per la conclusione della pace. Ma avevo dovuto persuadermi dell'inutilità di tali tentativi destinati a naufragare per un cumulo di circostanze più forti della volontà degli uomini. Forse Kun Béla e diversi altri Commissari sarebbero stati più che disposti a lasciare che altri restaurassero un ordine di cose più razionale e più consentaneo coi desideri del popolo, ma schiavi dei rimanenti colleghi e dei nuclei d 'azione sguinzagliati in città ed in campagna esitavano a prendere delle decisioni così radicali, che potevano travolgerli senza beneficio per la situazione. Comunque il presentimento d'una prossima fine della dittatura rossa si era talmente diffuso nella città che, essendomi recato al Park Sanatorium a visitare tre dei più cospicui ostaggi del regime: l'ex premier Wekerle, l'ex ministro Szterényi ed il vescovo Mikes delle cui condizioni d'animo e di salute s'interessavano personalità estere, la conversazione scivolò immediatamente sul probabile governo che si sarebbe insediato a Buda alla caduta del bolscevismo. Wekerle s'indugiava particolarmente sulla procedura da adottare per legittimare la nuova forma repubblicana a causa della mancata abdicazione di Re Carlo: una minuta disquisizione giuridico-costituzionale nella quale non riuscivo a seguirlo per non essere che assai imperfettamente edotto sulla costituzione della corona d'Ungheria. Szterényi invece delineava quale sarebbe stato il futuro orientamento europeo dell'Ungheria, pronunziandosi per un decisivo avvicinamento all'Italia, la vecchia amica e compagna nelle lotte contro il giogo austriaco. Mikes interloquiva saltuariamente nella conversazione, senza dimostrare di prendere soverchio interesse né ad un argomento né all'altro sembrando solo sollecito di una prossima fine di quella sua clausura in una clinica, godendo d'una salute e d'una cera veramente invidiabili. In questa atmosfera di sfiducia e di depressione morale, cui soggiaceva lo stesso governo, in mezzo alle già esposte difficoltà di ogni genere, politiche, economiche e militari, incominciarono le ostilità alla frontiera romena per opera degli ungheresi che presero l'offensiva. Si sarebbe detto il suicidio di un disperato, tanto faceva difetto lo slancio e la volontà di vincere e tanto poco si cercava di destare o provocare nella popolazione e nell 'esercito uno stato d'animo propizio alla vittoria. A differenza di quanto lo stesso governo aveva fatto precedentemente nelle operazioni militari contro la Cecoslovacchia, neppure tentò di far
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'OCC UPAZIONE JvllLJTA RE ROMENA
vibrare la corda patriottica con un proclama o con una campagna di stampa, benché nessuna guerra si prestasse meglio di questa ad essere presentata da un punto di vista nazionale, né difficilmente altra si sarebbe potuta dare che cumulasse come questa tanti argomenti per legittimare da parte ungherese il ricorso alla forza. Sembrava invece che il governo tenesse quasi a nascondere al paese che entrava in guerra: segno evidente del timore che si unissero le ostilità interne a quelle esterne. Così la notizia delle prime operazioni militari circolarono per Budapest quasi clandestinamente, accolte con indifferenza dai più e con trepidante aspettativa di tutti quelli - e non erano pochi - che se ne ripromettevano l' epilogo del1 'avventura bolscevica. La signora Stern, moglie del direttore tecnico delle grandi officine metallurgiche di Csepel, qualcosa come la Essen dell'Ungheria, per ripugnanza al regime rosso e per riconoscenza alla Missione italiana s'era assunta il rischioso incarico di tenermi al corrente degli umori che prevalevano nella maggiore organizzazione operaia di Budapest, che aveva appunto il suo fulcro negli stabilimenti di Csepel. Avevo così saputo, che proprio in quei giorni tutti i diversi Commissari del Popolo, recatisi ad arringare i metallurgici di Csepel per esortarli ad arruolarsi nell' esercito, erano stati talmente male accolti da essere obbligati a cambiare soggetto per non provocare una ribellione. Kun Béla stesso vi s'era provato ma , per quanto facess e appello al patriottismo ed alla causa del proletariato, non riuscì a commuovere e sedurre nessuno di questi operai beniamini del regime, i più accarezzati e favoriti durante la dittatura , costituendone il maggiore e sicuro sostegno. Raccontava la signora Stern che il silenzio e la freddezza con cui avevano corrisposto gli operai di Csepel all'appassionato e vibrante appello rivolto loro da Kun Béla, il quale era abituato a terminare i suoi discorsi in mezzo a scene d'irresistibile entusiasmo collettivo, furono veramente impressionanti. Nelle offic ine si nutrì nondimeno la speranza che gli operai benché restii a prendere le armi si sarebbero adoperati ad intensificarne la produzione prolungando l'orario di lavoro e traendo maggior partito di quello ordinario, ma avvenne proprio il contrario. Cifre non era usa farmene la signora Stern, le cui informazioni, avendo il pregio particolare di tutte quelle di fonte femminile della sincerità e dell 'intuizione, non avevano quella della precisione matematica. Ad alienare le residue simpatie che il proletariato potesse ancora nutrire per la dittatura bolscevica, avveniva che proprio in quei giorni, fors e anche in conseguenza della guerra , il mercato avesse visto scomparire una notevole quantità di derrate alimentari , che già in misura ridotta, vi solevano affluire, con giustificato allarme delle classi più povere, che non avevano altri mezzi ed altre vie per provvedersene. Alle massaie che protestavano e stavano per porre in subbuglio il mercato, abbandonandosi a rappresaglie contro i rivenditori , le guardie rosse accorse a calmarle andavano promettendo una prossima abbondanza di generi, appena l'esercito vincendo i Romeni sarebbe sboccato nella pianura ad est della Tisza. Che moltissime famiglie soffrissero letteralmente la fame n'ebbi una prova con la nuova dattilografa della Missione. Era stata assunta in servizio solo pel pomeriggio, avendo già la mattina occupata in un altro ufficio per cui cumulava due retribuzioni, una delle quali la nostra - in moneta buona. Ciononostante la signora Gemma Cocevar - come si chiamava la dattilografa - vedova di un arsenalotto di Pola , per far fronte alle necessità della famiglia e soprattutto per non far mancare nulla al suo bambino si sobbarcava ogni sera a protrarre il lavoro fino alle 21 ed anche più tardi per guadagnare alcune ore straordinarie. Ora si chiede che una sera la trovai svenuta sulla macchina da scrivere e seppi da un caporale che era già la seconda volta che le capitava. Indagata con discrezione la causa mi risultò che la povera donna era digiuna dalla mattina e per lo più la sua colazione si limita-
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va ad un surrogato di caffè ed un pezzetto di pane, insufficiente a soddisfare uno stomaco già imperfettamente contentato la sera innanzi con le poche provviste racimolate a stento dai suoi genitori a prezzo di innumerevoli andirivieni. Ricordo che allora la chiamai facendole come un rimprovero di averci tenute nascoste le sue privazioni e le sue sofferenze che per certo doveva causarle l'odore delle nostre vivande e il sentirci pranzare mentre lei digiuna continuava a battere a macchina nella stanza attigua, e disposi che, da quel giorno in poi, le servissero in ufficio quello che si serviva alla nostra mensa, la quale ad onor del vero, nuotava si può dire nell'abbondanza. Il caporale addetto agli approvvigionamenti, nella sua fertilità d'espedienti, era riuscito infatti a migliorare ancora le nostre condizioni, beneficiando delle più severe restrizioni adottate dal governo per ostacolare il traffico dei generi alimentari fuori dei mercati. Senza ricorrere nemmeno alla permuta , egli trovava contadini e gente della città, che andavano a raccomandarglisi a mani giunte perché agevolasse loro il trasporto e l'ingresso franco dentro Budapest di derrate, che altrimenti sarebbero andate guaste o invendute nella campagna, o non sarebbero giunte all'affamato consumatore cittadino, perché saccheggiate lungo la strada o sequestrate dalla polizia alle porte di Budapes t. Tornando agli avvenimenti militari, dirò che due giorni prima che s'iniziassero le ostilità la Missione fu esattamente informata dove le operazioni avrebbero avuto carattere dimostrativo, e dove invece l'esercito rosso doveva condurre l'azione in modo risolutivo forzando il passaggio del Tibisco; informazione preziosa, che mi affrettai a comunicare a Vienna pregando di trasmetterla al quartiere generale romeno. Ciononpertanto seppi che l'azione era riuscita e che qualche corpo di truppe ungheresi aveva potuto passare il fiume e continuando ad avanzare aveva avuto il sopravvento sopra gli elementi di copertura e di difesa romeni coi quali s'era scontrato. A Budapest ne corse la notizia come d'un significante trionfo per l'esito della campagna intrapresa. Per quanto, fatto accorto da tre anni di guerra sull'attendibilità di certi comunicati, restassi scettico su quello emanato da Kun Béla, pure cominciai a credere che vi fosse in esso qualcosa di vero, quando - singolare comicità delle circostanze - i miei migliori e più zelanti informatori, ufficiali dello stesso esercito belligerante annidati negli uffici del Ministero della Difesa ed in quelli dello stato maggiore, si vennero a rammaricare con me di questo inatteso e non desiderato successo militare, lasciandomi intendere che dubitavano ch'io avessi fatto l'uso che logicamente s'aspettavano delle loro tempestive informazioni. Ricordo che a queste mal dissimulate rimostranze, che naturalmente feci sembiante di non apprezzare come tali, risposi accennando in modo abbastanza chiaro al corso che facevano le informazioni confidate alla Missione. Ma non dovevo essere riuscito a persuaderli, perché seppi che, appena fuori del mio ufficio, si erano indugiati a lungo a confabulare col nostro facente funzione d'officier de liaison. Questi era allora il Tenente Tarnoki, che aveva preso il posto del Tenente Donath, da quando m'ero visto obbligato a consigliare io stesso a quest'ultimo di domandare d'essere dispensato dalla carica, non volendo ch'egli e la famiglia fatti oggetto di giornaliere chicanes da parte dei suoi superiori, avessero poi a sopportarne conseguenze più gravi, d'un servizio che al signor Donath ripugnava di prestare slealmente nei confronti del suo paese. Dopo il putsch di giugno il Tenente Donath - forse anche per riflesso delle violenze, cui in quell'occasione era stato fatto oggetto un suo parente - si era andato affezionando talmente alla Missione ed esplicava per la stessa una tal somma di lavoro prezioso che uno dei segretari del gabinetto di Béla Kun lo aveva terribilmente sul naso e coglieva ogni pretesto per amareggiargli l'esistenza col risultato che talvolta ne derivava pregiudizio alla Missione stessa. Evidentemente ciò era fatto col proposito di contrariare la Missione ed indurla a chiedere alla stessa la sostituzione di Donath, provvedimento che la segreteria di Kun rifuggiva
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di prendere d'ufficio. Le cose giunsero a tal punto, che convenne dar partita vinta , e, senza domandare al Commissario degli Esteri, che mi venisse assegnato un altro ufficiale di collegamento per non aprire le porte ad un cavallo di Troia, cominciai a servirmi del tenente Tarnoki, che ci aveva presentato il Donath e che già ci aveva reso qualche servizio prima dell'allontanamento del Donath. Non ci voleva molta perspicacia per capire, dopo pochi giorni, che il ten. Tarnoki doveva essere una creatura dell 'elemento bianco militare, di quell'elemento che pur obbedendo ed eseguendo fedelmente gli ordini della dittatura rossa , ne sabotava in pratica gli scopi per provocarne ed affrettarne la caduta. Ragione per cui non mi sorprese il sentire che, dopo le spiegazioni ch'io avevo date per le suaccennate mal dissimulate rimostranze, gli informatori si fermassero a parlare col Tarnoki, il quale per certo doveva avere rassicurato quei suoi complici dello stato maggiore della sollecitudine e precisione con cui la Missione curava l'inoltro a Vienna di tutte le notizie di qualche importanza. Non so se riuscisse a persuaderli, comunque non dovevano passare molte ore perché i fatti s'incaricassero essi stessi di comprovare che l'offensiva bolscevica trovava i romeni perfettamente preparati a rintuzzarla e convertirla in una disorganizzata difensiva , susseguita a breve intervallo di tempo da una irreparabile rotta. Come avvenne precisamente non mi venne riferito, seppi soltanto che i corpi ungheresi, che avevano avanzato oltre il Tibisco s'erano trovati improvvisamente attaccati da grandi forze romene sulle quali s'erano ripiegate le truppe di copertura che avevano loro offerta la prima resistenza. Sopraffatti avevano ripassato in fr etta il fiume incalzati così davvicino dal nemico da non avere il tempo di effettuare una valida difesa sull'altra sponda, e da essere pertanto costretti a mettersi in ritirata. A Budapest la popolazione fu tenuta all 'oscuro di tutto fino a quando un secondo rovescio patito dall'esercito rosso in ritirata non consentì più al Governo di nascondere la verità, che cioè non v'era più speranza di fermare l'esercito romeno in marcia verso la capitale ungherese.1 ' Composizione e dislocazione dell'esercito di Kun Béla al 10 luglio quale veniva comunicata dalla Mission e alla Commissione di Armistizio a Vienna con invito a portarla a conoscenza delle autorità romen e.
I Corpo Armata - 19 battaglioni; 19 reparti mitragliatrici; 1/2 squadrone ed 1/3 di cavalleria; 4 batterie da campagna; 2 batterie obici; 2 compagnie zappatori ; 1 reparto aviazion e. Totale: 1.355 fucili; 137 mitragliatrici; 16 cannoni campali; 3 cannoni da montagna; 8 obici campali ; l aeroplano. II Co,po Armata - 17 battaglioni; 16 reparti mitragliatrici; 1/2 squadrone cavalleria; 2 batterie montagna ; 2 batterie obici; 1 batteria medio calibro; 1/2 compagnia zappatori ; 2 reparti aviazione. Totale: 8.000 fucili; 123 mitragliatrici ; 468 cavalli; 8 cannoni da montagna; 4 obici campali; 2 cannoni medio calibro; 9 aeroplani. III Corpo Annata - 41 battaglioni; 36 reparti mitragliatrici; l squadrone cavalleria; 11 batterie da campagna; 1-1/2 batteria da montagna; 16 batterie obici campali; 4 batterie medio calibro; 3 compagnie zappatori ; 2 reparti aviazione. Totale: 16.000 fucili ; 247 mitragliatrici; 100 cavalli; 41 cannoni campali; 6 cannoni da montagna; 63 obici campali; 7 cannoni medio calibro; 8 aeroplani. Riserva - III Divisione; 15 battaglioni; 7 reparti mitragliatrici; 1-1/3 squadrone cavalleria; 3 batterie da campagna; 4 batterie obici campali; 1 batteria medio calibro ; 1 compagnia zappatori. Totale: 6215 fu cili; 46 mitragliatrici ; 76 cavalli; 12 cannoni; 8 obici campali; 2 cannoni di medio calibro.
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I Brigata - 7 battaglioni; 7 reparti mitragliatrici; 1/3 squadrone cavalleria; 1 batteria da campagna; 1 batteria obici campali; 1/2 compagnia zappatori. Totale: 5059 fucili ; 50 mitragliatrici; 30 cavalli; 4 cannoni campali; 4 obici campali. Il Brigata - 7 battaglioni; 6 reparti mitragliatrici ; l batteria da campagna; 1 batteria obici campali; 1 compagnia zappatori. Totale: 2172 fucili; 58 mitragliatrici; 4 cannoni campali; 4 obici campali. Forze complessive schierate contro i Romeni: 48 .116 fucili ; 713 mitragliatrici; 829 cavalli; 81 cannoni campali; 11 cannoni da montagna ; 107 obici campali; 11 cannoni medio calibro; 23 aeroplani. DISLOCAZIO E I II I II III IV VI VII VIII II III
Corpo Armata Corpo Armata Divisione Divisione Divisione Divisione Divisione Divisione Divisione Brigata Brigata
- Szolnok
- Mez6nyék - Ladhaza Szeged Kecskemét N 6gradveroce Kiskunhalas - Ujhazas - sul fiume Tisza - Hajmaskér - Szerencs - Satoraljaujhely.
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XVIII LA CADUTA DELLA REPUBBLICA DEI CONSIGLI
Alla sera del 30 luglio le notizie pervenute alla Missione segnalavano che l'esercito romeno, vinta ogni resistenza dei rossi, ne inseguiva i reparti sbandati che si andavano ritirando verso Budapest. Nella città si erano rinnovate dimostrazioni di popolo per protestare contro la scarsezza di derrate alimentari offerte dal mercato, dimostrazioni inscenate principalmente da donne e facilmente sedate dalla polizia. Alla mattina del 31 circolò improvvisamente la voce che l'assemblea dei soviet si sarebbe in giornata pronunziata per un cambiamento di governo, chiedendo le dimissioni di Kun Béla. Attinte più precise informazioni si venne a sapere che in effetti era stata convocate per quel giorno una riunione dei rappresentanti dei diversi consigli oprai, contadini e soldati per deliberare sulla condotta da tenere di fronte all'esito negativo delle trattative intavolate a Kiralyhida tra i fiduciari delle missioni italiana ed inglese ed i delegati ungheresi, tenuto conto dell'evenienza impreveduta dei gravi insuccessi militari al fronte che aprivano la strada ad un'invasione romena. Secondo tali informazioni si dava anche come convenuto che i consigli procederebbero ad emettere un voto di sfiducia pel governo di Kun, invitandolo a dimettersi e ritirarsi. Le dimissioni di Kun Béla ed il suo eclissarsi dalla scena si traducevano in un crollo di tutta l'impalcatura bolscevica. Non era infatti solo un governo che si ritirava, era la detronizzazione di molti principi e principotti sedicenti proletari, che approfittavano del lato debole del regime per spadroneggiare, ricattare e commettere violenze dando sfogo a tutti i loro più ignobili istinti, e pertanto era naturale che mi domandassi se era possibile che questo trapasso di potere si effettuasse tranquillamente e senza spargimento di sangue come una qualsiasi crisi di gabinetto parlamentare. Mi dicevo anche, si sarebbe Kun Béla sottomesso, sic et simp liciter ad un voto di sfiducia dei Soviet? E quand'anche egli vi si rassegnasse, che atteggiamento prenderebbero i Commissari del Popolo della tendenza estremista? Era risaputo infatti che nelle ultime settimane Kun era andato perdendo molto terreno ed autorità, al punto di essersi frequentemente dovuto piegare al volere dei colleghi partigiani d'un regime comunista integrale senza eccezione e senza pietà. Né si poteva escludere dalle previsioni un risveglio delle vecchie classi dominanti, non appena gli eventi avessero preso una piega tale da dare ]a sensazione che si poteva parlare ed agire senza correre l'alea d'un'immediata detenzione e d'una probabile soppressione secondo l'arbitrio di un dittatore. Sospinto da tali riflessioni pensai fosse della maggiore importanza per la Missione di seguire da vicino lo svolgersi degli avvenimenti per non farsi cogliere di sorpresa e, se del caso, poterli piuttosto indirizzare o guidare anziché seguirne il corso a rimorchio o lasciarsene sopraffare. La larghezza di criteri adottata dalla Missione nel venire in aiuto della popolazione bisognosa di Budapest senza far distinzioni né religiose, né politiche, né sociali, le aveva tra
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l'altro guadagnato la riconoscenza di alcuni degli ufficiali del comando della piazza, tra i più fidi e devoti confidenti del Commissario Haubrich, bolscevichi per esigenza di circostanze ma non per fede o convinzione politica. Ne veniva che questi ufficiali sempre che potevano facessero a gara per esserci utili, trincerandosi nel più discreto silenzio soltanto quando si trattava di questioni attinenti al loro ufficio, su di che neppure al Capitano Henssler, che ci viveva in termini di maggiore confidenza, riusciva mai di trarre da loro una notizia od indicazione. Senonché, dato il mutamento intervenuto nella situazione, e se - come mi si assicurava - l'assemblea dei Consigli si riuniva per mandare a spasso Kun Béla , pensai che qualcuno di quegli ufficiali non avrebbe avuto più motivo di tacere. Ma da una settimana circa avevo perduto il prezioso aiuto del Capitano Henssler perché richiamato a Vienna dal Generale Segre. Lo aveva rimpiazzato il Tenente Baricalla, giovane pieno di buon senso, discreto ed assai più cauto nell'eseguire di quanto fosse lecito aspettarsi per l'età che aveva. Disgraziatamente era del tutto nuovo dell'ambiente, né lo si poteva orientare così facilmente da un giorno all'altro, soprattutto quando per l'avvicendarsi rapido degli eventi riusciva difficile fissare delle impressioni e problematico trarne delle conseguenze. Ma, bene o male che fosse, occorreva che mi servissi del personale che disponevo, ed avendo avuto precedente esperienza che il Tenente Salem non conseguiva apprezzabili risultati allorché si trattava d'indurre qualcuno ad annuire alle nostre richieste od abbandonarsi a confidenze, né trovando opportuno valermi dell'ufficiale di collegamento o d'altro intermediario locale, comunque scelto e sicuro, così dovetti pure decidermi ad usufruire del Ten. Baricalla. Dopo avergli lumeggiato la persona del Tenente Lajos, col quale doveva abboccarsi e presentarsi a mio nome, rievocando all'occorrenza gli amichevoli rapporti col Capitano Henssler per entrare più presto nelle sue simpatie, gli spiegai quali erano le notizie che maggiormente importava di accertare e si studiasse in pari tempo di dare al Lajos la sensazione che poteva essere di reciproco interesse per lui e per la Missione di tenersi in stretto contatto in quel particolare momento. Il Ten. Baricalla, che parlava tedesco abbastanza correttamente, assolse questo suo primo incarico con molto successo. Dopo un'ora dacché s'era recato al Comando della Piazza ne tornò, dicendomi che il Ten. Lajos dava per certe le dimissioni in giornata - era il 1° agosto - di Kun Béla e degli altri Commissari del Popolo maggiormente compromessi per professione di fede bolscevica e la loro sostituzione con altri parteggianti del socialismo; mutamento che, secondo lui, avrebbe dovuto effettuarsi pacificamente perché quasi tutti concordi da una parte e dall'altra. Kun Béla almeno erasi già pronunziato nel senso di non frapporre ostacoli né suscitare tumulti. Nel dubbio che il Tenente Lajos non si sbottonasse con un ufficiale che vedeva per la prima volta e, ad ogni buon conto, per agire con la massima prudenza, credei bene di mandare a chiamare Padre Bonaventura e pregarlo di servirsi di chi voleva e di non lasciare nulla d'intentato per portarmi prima di colazione delle notizie, di ciò che si passava nelle sfere governative. Saranno state le 14 quando - salvo leggere varianti - mi vennero confermate le previsioni del Tenente Lajos. Ma chi poteva garantirmi del comportamento di Kun Béla e dei suoi più fidi? Nessun altro che lui, mi dissi. Presi pertanto la decisione di avvicinarlo e parlargli, per risalire alla fonte diretta ed eliminare ogni incertezza. Per telefono chiesi ed ottenni un'udienza per le 16. Mi ci recai accompagnato dal Tenente Baricalla e dall' ufficiale di collegamento. Occupava ancora lo stesso appartamento all'hotel Hungaria, dove ne avevo fatto la conoscenza due mesi prima. Non lo vedevo da qualche settimana, da quando cioè i rapporti tra la Missione e la dittatura s'erano fatti difficili
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ed imbarazzanti e mi parve molto mutato: lo trovavo stanco, accasciato, dall'insieme meno combattivo. Senza perdermi in preamboli gli chiesi se fosse vero che lui ed il governo erano dimissionari, ed a chi e quando si sarebbe effettuato il trapasso del potere. Pacatamente e succintamente Kun mi raccontò che quello che era avvenuto negli ultimi giorni, sia sotto l'aspetto militare che politico, la forza acquisita dai suoi oppositori in conseguenza degl'insuccessi militari e del mancato esito delle trattative intavolate coi delegati dell'Intesa e l'attacco mosso alla Dittatura, come la unica e principale causa di tutti i mali. - Non nego - diceva egli - che vi fossero molte imperfezioni nel regime, e, come ebbi a dire in uno dei miei ultimi discorsi, troppi proletari incorressero in quei medesimi abusi o si macchiassero di quelle stesse colpe, che rimproveravano agli esponenti del regime borghese e capitalista. Starei per dire che questi falsi apostoli del comunismo e del proletariato sovente superavano i più vergognosi esempi di arbitrio e di corruzione dati dagli uomini dei passati governi. Come lei avrà certo saputo sono stato obbligato a prendere non pochi provvedimenti radicali ed a ricorrere a severe sanzioni per allontanare dalle amministrazioni dello Stato parecchi di tali sedicenti lavoratori proletari, che in un primo tempo erano stati chiamati o s'erano auto-designati a posti d'importanza e di fiducia. Ancora oggi io sono certo che se la dittatura fosse riuscita a portare a compimento quest'opera di epurazione, e fosse così riuscita a circondarsi di autentici esponenti del proletariato, amanti del popolo e disinteressati, il comunismo non solo si sarebbe affermato in Ungheria come ha fatto in Russia , ma avrebbe presto rivelato ai suoi avversari in buona fede i suoi grandi pregi, la sua capacità di alleviare i mali della società odierna, esaurita dalle sofferenze d'una lunga guerra ed asservita al capitale ed alla finanza. Avrei voluto fargli osservare che qualsiasi teoria politica e qualsiasi governo è buono se gli uomini sui quali s'imperniano son buoni, ma non volevo entrare in polemiche ed il tempo era troppo prezioso per non tenere ad abbreviare, quanto più possibile, quel colloquio. Lo lasciai quindi continuare. - Avrei potuto oppormi - aggiunse - alla decisione di oggi, ma la mia opposizione, oltre che inutile ed insostenibile di fronte all'esercito romeno che avanza e che fra giorni sarà a Budapest, poteva travolgere l'Ungheria in una guerra fratricida che ripugna al mio amore pel popolo. Mi contrista però il pensiero, che dietro i romeni verranno i bianchi di Szeged * che spazzeranno via anche il nuovo governo ed allora ... - concluse, dopo una breve pausa, con aria sinceramente accorata e quasi scandendo le parole - al terrore rosso farà seguito il terrore bianco ... Mano a mano che così parlava Kun Béla si era andato animando, mettendo un calore ed una passione nelle sue parole, che mi portava a studiare ed a cercare di comprendere quell'uomo, che si sarebbe detto invasato dall 'idea di una incompresa missione redentrice della sua nazione, di essere un martire di teorie, alle quali restava fedele credente malgrado i disinganni provati. Ma come è mai possibile - dicevo fra me - ch'egli non veda la miseria, il malcontento, il caos che lascia dietro di sé? Simula od è sincero in queste sue manifestazioni di fede, di affezione, di amore alle classi diseredate? Stavo facendomi queste ed analoghe domande allorché Kun conchiudeva il suo dire agitando lo spauracchio di un sopravveniente terrore bianco. Lo interruppi allora bruscamente, dicendogli: - No, signor Kun, finché la Missione Italiana sarà a Budapest si opporrà al terrore bianco come si è opposta a quello rosso! - Poi levandomi per evitare che la mia in* Szeged (in italiano conosciuta anche come Seghedino) è una grande città del!' Ungheria meridionale, situata alla confluenza del fiume Maros con il Tihisco.
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terruzione riaccendesse il discorso, aggiunsi: - Perché non creda che i fatti possano essere diversi dalle parole. Le offro fin d'ora la protezione della Missione per sua moglie e per i suoi bambini, qualora ella nutra qualche timore per la loro incolumità! Con slancio mi stese la mano accompagnando il gesto con un semplice grazie, ma dagli occhi e dal tremito della mano compresi ch'era rimasto profondamente commosso dal mio accenno alla famiglia come dalla spontaneità della mia offerta. Rientrato all'hotel Ritz cercai anzitutto di pormi in comunicazione telefonica con Vienna per riferire quanto stava accadendo, benché avessi motivo di pensare che in parte vi avesse già provveduto il cav. Cerruti che aveva lasciato Budapest per Vienna il giorno innanzi. Me lo aveva annunziato un paio d'ore prima come un atto di mera cortesia. Qui mi conviene dire - per inciso - che dei tre funzionari del Ministero Esteri coi quali avevo avuto che fare fino allora il Cerruti era quegli che s'era dimostrato il meno accessibile ad una collaborazione. Non dico amichevole oltre che professionale quale mi avevano dato i suoi predecessori. Enigmatico, glaciale, elusivo, dava a divedere di mal tollerare la mia veste di capo missione. Avrebbe voluto esserlo lui. Ed è forse per questo che a Budapest non aveva fatto che delle fugaci apparizioni. Era appena arrivato che si recava a Parigi. N'era da poco tornato che - come ho detto - lasciava Budapest coll'intenzione di tornarvi senza darsi alcun pensiero di quel che era da presumersi potesse accader nel posto dove copriva la carica di Commissario politico. Mi lasciava solo a sbrigarmela colle evenienze, senza nessuno con cui consultarmi dopo che Henssler e Pignatelli erano partiti ed il Tenente Baricalla non erasi ancora ambientato. Mentre aspettavo la comunicazione con Vienna mi fu rimessa una nota del Commissariato degli Esteri a firma Agoston, con la quale mi si dava comunicazione ufficiale dell 'avvenuto cambiamento di governo e si faceva appello all'intervento della Missione per mettere a riparo da eventuali rappresaglie la vita delle mogli e bambini dei Commissari del Popolo dimissionari, favorendone il trasferimento per ferrovia a Vienna sotto salvacondotto italiano. Riflettei un poco, pensai all'impegno assunto con Kun, all'impossibilità di fare ad un commissario un trattamento diverso dall'altro, dopo di che dettai al Tenente Baricalla la risposta affermativa, invitando a mandarmi le precise generalità e fotografie delle persone, che avrebbero viaggiato in questo treno sotto la protezione della Missione e con suo salvacondotto. Frattanto riuscivo ad avere al telefono il principe Borghese e lo mettevo al corrente degl'avvenimenti e delJa concessione fatta a favore delle famiglie degli ex-Commissari confortandomi del suo parere che avevo fatto bene. Poi alludendo scherzosamente all'eventualità, che s'insinuasse nel treno qualcuno dei più compromessi bolscevichi, aggiunse: - dica al Tenente Salem che prima di lasciare partire il convoglio si assicuri personalmente del sesso dei viaggiatori, anche a costo di qualche offesa al pudore! In quanto agli uomini, si tirino d'imbarazzo come credono! Per molte ovvie ragioni la partenza di queste famiglie non poteva differirsi fino al giorno successivo. Esse stesse tremavano alla idea di protrarre più oltre la loro permanenza a Budapest. Perciò malgrado l'ora già tarda occorse darsi subito da fare per prendere accordi colla direzione delle ferrovie e per evidenti misure di precauzione, convenire che il treno si fermasse alla stazione suburbana di Kelenfold * anziché alla centrale, e potesse essere pronto per le 21.
* Kelenfold è una località nei pressi di Budapest. Menzionata già nel XII secolo, è rimasta inabitata fino al XIX secolo, quando inizia il suo sviluppo sul "Iungodanubio " e viene dotata di una stazione ferroviaria.
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La cosa era di competenza del Ten. Salem. Non essendo nuova per lui, mi limitai ad alcuni particolari raccomandazioni confacenti al caso e quindi lo lasciai al suo lavoro di redigere i diversi salvacondotti necessari, farli vistare dal consolato austriaco, identificare le persone, comandare la scorta di carabinieri, preavvisare l'ufficio trasporti della nostra Commissione d'Armistizio a Vienna dell'ora di partenza e di quella del probabile arrivo alla frontiera e curare tutti gli altri dettagli di quella spedizione alquanto diversa dal solito. A me premeva intanto mettermi in contatto col nuovo Governo, conoscerne i componenti - di cui non era cenno nella nota ufficiale ricevuta - e soprattutto le intenzioni, sia per ciò che concerneva la politica interna, ma principalmente nei rapporti col Consiglio Supremo della pace, rapporti praticamente rotti dalla dittatura bolscevica. Ero poi inquieto per le ripercussioni che poteva avere nella città l'annunzio della caduta di Kun Béla, che certo non poteva tardare a diffondersi e che rischiava di accompagnarsi al riflusso in Budapest delle truppe rosse in rotta. Ad un avance formulata per telefono, il signor Agoston si affrettò a rispondermi, che il nuovo governo mi pregava ufficialmente per suo mezzo di confortarlo del mio consiglio, intendendo in tal modo di volere uniformare la sua azione alla precisa volontà di Parigi, e che sarebbe perciò stato grato se avessi voluto intervenire al consiglio che stava per radunarsi nella sede del club social-democratico all'Andrassy ut. Senza stare a pensarci troppo, salii in automobile e mi feci condurre colà. Dalla premura, l'affabilità con la quale mi si venne incontro e mi si fece strada attraverso le sale per le quali fui obbligato a passare per giungere a quella dove tenevasi la riunione, dalla grandissima deferenza che quivi mi si dimostrò , come dalle parole lusinghiere ed espansive colle quali mi si accolse, capii che avevo fatto bene a venire. Dei presenti conoscevo già qualcuno, come Agoston e Haubrich, il comandante la guarnigione di Budapest, che pertanto s' incaricarono di presentarmi al capo del nuovo governo: Giulio Peidl , un uomo del popolo, dalle maniere naturalmente semplici, che ispirava fiducia al primo vederlo, e che mi fece ottima impressione in quanto gli si leggevano nel viso l'onestà e la bontà. Mi ringraziò d 'essere intervenuto a quello che poteva dirsi il primo Consiglio dei Ministri del nuovo governo, ciò che sperava poter essere interpreta to come un ritorno nelle grazie dell'Intesa o per lo meno il riaprirsi di rapporti con essa , autorizzandomi a significare a Parigi la ferma e sincera intenzione del governo di meritare la piena fiducia dell'Intesa. Gli risposi che apprezzavo come si conveniva le dichiarazioni che mi faceva, assicurandolo che mi sarei fatto premura di portare a conoscenza a chi dovevo e che frattanto desse alla mia presenza fra loro il significato d 'una iniziativa personale intesa a facilitare loro il compito che si proponevano. Preso posto nel circolo quasi familiare, che i ministri facevano intorno al signor Peidl, questi incominciò a farmi un quadro sintetico della situazione generale dell'Ungheria in quel momento, rappresentandomi in primo luogo la necessità urgente di provvedere alla sicurezza interna minacciata dai residui di quelle associazioni avverse a qualsiasi ordine costituito, che fino allora s'erano avvalse della compiacenza e debolezza della dittatura proletaria per terrorizzare la città e la campagna, e dalle frotte di soldati sbandati, che tornavano dal fronte armati , affamati e sdegnati per la nuova umiliante sconfitta alla quale erano stati esposti. C'era poi l'incognita delPesercito romeno, che oramai avendo spezzato ogni resistenza di truppe ungheresi non si sapeva se avrebbe rinunziato ad avanzare o proseguito invece la sua marcia , e con quale obiettivo. Secondo le incerte notizie che il governo aveva , i romeni dovevano trovarsi a due giornate scarse di marcia da Budapest, e sarebbe stata grave jattura e vergogna, oltre che motivo di complicazioni interne ed internazionali, se avessero messo piede nella città.
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A questo proposito il signor Peidl mi pregava già a nome del nuovo governo ungherese di telegrafare senza indugio al Presidente della Conferenza della Pace per invocare il suo autorevole intervento presso il governo romeno affinché venissero sospese le ostilità, dal momento che il nuovo regime instauratosi in Ungheria dichiarava di ripudiare la politica di quello precedente, e si pronunziava disposto a dare all'Intesa ogni garanzia del suo desiderio di sottomissione alle condizioni di pace, che sarebbero state dettate a suo tempo dal Consiglio Supremo. Feci osservare che per quanto concerneva le ostilità mi sembrava necessario che il nuovo governo ungherese s'intendesse in primo luogo direttamente con la Romania , la quale, fino ad ulteriore diversa comunicazione, aveva ogni ragione di considerarsi in stato di guerra con l'Ungheria e conseguentemente autorizzata a proseguire le operazioni militari. Tuttavia per facilitare il compito del nuovo governo aggiunsi, che, per parte mia , non avrei mancato di esaminare in qual modo potevo prestarmi per interpormi come mediatore di un armistizio tra i due eserciti combattenti, sempre che ne venissi richiesto in forma precisa ed ufficiale. Richiamandomi poi alla loro prima preoccupazione domandai d'essere informato quali misure di sicurezza sarebbero state prese per garantire l'ordi ne e la tranquillità interna, al ché il signor Peidl mi rispose di avere già impartite istruzioni, perché i battaglioni operai costituiti colle maestranze delle diverse officine industriali di Budapest prendessero le armi loro affidate e normalmente custodite nelle officine stesse e rinforzassero le poche truppe della guarnigione e la polizia con un ampio servizio di pattuglia, inteso a reprimere ogni principio di rivolta ed a prevenirla disarmando le bande tollerate dai bolscevichi, non meno che i soldati che tornavano dal fronte. Ad informare la popolazione, questo servizio era stato fatto precedere dalla pubblicazione d'una ordinanza , di cui mi diedero conoscenza traducendomene in tedesco i punti principali. Una legge marziale adatta alle circostanze, che comminava severe sanzioni imparzialmente a chiunque e, che con qualunque fine facesse opera di sedizione o provocasse o tentasse provocare disordini. Espressomi il desiderio che anche la Missione Jtaliana rivolgesse un appello alla cittadinanza, perché desse credito alla buona volontà del nuovo governo e offrisse spontanea la sua collaborazione per facilitarne i compiti in quel momento estremamente difficile, acconsentii e promisi che entro un 'ora ne avrei mandato il testo, potendo così essere stampato prima di notte, e trovarsi affisso al mattino seguente a fianco a quello del governo. Si voleva con ciò evitare l'opposizione palese ed occulta degli ambienti conservatori e liberali di un tempo, i quali si sarebbero arresi come tutti gli altri ad un appello della Missione, mentre quello del governo poteva lasciarli indifferenti. Giudicando opportuno non prolungare più oltre quel mio abboccamento mi congedai ed, accompagnato dallo stesso signor Peidl, traversai le diverse sale del club, che in quell'ora con tanta gente seduta davanti a tavole imbandite con boccali di birra e piatti di carne fredda rassomigliava più ad un ristorante che ad un circolo, uscii e tornai al Ritz. Strada facendo dopo aver messo giù mentalmente il testo dell'appello alla cittadinanza, come mi sembrava si addicesse al1a Missione, ripassavo in rivista nei suoi componenti e nel suo insieme quel nuovo ministero, al quale in certo modo avevo dato il placet dell'Intesa. Per quanto le circostanze giustificassero molte cose, pure dovevo convenire che non era e non poteva essere il governo capace di fronteggiare una situazione così grave come quella in cui si trovava allora l'Ungheria; quello che sarebbe stato appropriato una settimana prima, oggi era sorpassato dagli avvenimenti. Mi dicevo inoltre che quand'anche riuscisse a cavarsela da quel frangente, rischiava di naufragare a Parigi, supposto che, col vento che vi spirava e gli intrighi che vi s'intrecciavano quei di Parigi, si fossero degnati d 'invitare al
LA CAD UTA DELLA REPUBBLICA DEI CONSIGLI
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tavolo della pace un tal governo più rosso che rosa. Comunque finivo per concludere, che era già una fortuna che in quel momento, grazie alla preveggenza del principe Borghese e del Colonnello Cunningham, si fosse trovato un ministero così coraggioso da assumersi il potere. Il Ministero, come n'ebbi ufficiale notizia più tardi , era così costituito: Peidl presidenza, Agoston esteri, Haubrich guerra, Peyer interni, Garami giustizia, Docsak commercio, Miakits finanze, Szab6 lavoro, Takats agricoltura, Knaller nazionalità , Garbai istruzione. Ad accezione di qualcuno erano uomini di modesto passato politico, di modesta levatura e di poche pretese, che supplivano le loro manchevolezze colla buona volontà e con un estremo buon senso. Dei collaboratori di Béla Kun non restavano che Haubrich e Agoston. Rientrato all'hotel accanto al pranzo freddo che mi aspettava trovai pure i passaporti delle mogli e figli degli ex Commissari della dittatura da firmare, qualche questione da risolvere e qualche lettera urgente da leggere. Il Ten. Salem intanto mi metteva al corrente delle vicende del treno, del quale aveva ritardato la partenza e che prevedeva non si sarebbe effettuata prima della mezzanotte. Dettai al Tenente Baricalla il proclama per la popolazione, il cui testo limitato e corretto alla meglio diceva così: "Als einziger hier weilender Vertreter der Entente, mit der die gegenwaertige ungarischc Regierung freundschaftlieche Verhaeltnissc aufrechtzuerhalten wuenscht , ermahne ich die Bewonhnerschaft von Budapest und des ganzen Landes zur Rube und Ordnung. lch fordere sie auf, alle Verfuegungcn der gegenwaertigen Regierung strengstens cinzuhalten, damit die Ordnung sowie dic Sichrheit des Lebens und Eigentums in vollstandigem Masse aufrecht erhaltcn werden. Jederman enthalte sich allen Parteihasses, aller konfessioneller Unduldsamk cit und jeder Zwistingkeiten, damit nicht di e Lage derjenigen erschwert werde, auf deren Schultern in den jetzigen schwercn Augenblicken die Verantwortung der R egierung ruht. Insoferne es in meiner Macht liegt und ich die Moeglichkeit habe, werde ich bcstrebt sein, dass die Entente binnen kuerzcster Zeit durch partielle odcr vollstaendige Aufhebung der Blokadc und der Bewerkstelligung des notwendigen Friedens die derzeitige Lage Ungarn crlcichtere und es ermoegliche, damit das ungarisch e Volk durch Fleiss und Verstacndnis wieder emporbluehe ".
"Come unico rappresentante qui presente dell'Intesa, colla quale l'attuale Governo Ungherese desidera mantenere amichevoli relazioni, invito la popolazione di Budapest e dell'Ungheria alla tranquillità ed all'ordine. lo aspetto che siano rigorosamente osservate tutte le disposizioni emanate dall'attuale Governo per garantire l'ordine e il rispetto delle persone e della proprietà. Ognuno faccia tacere le proprie animosità di partito, confessionali e personali per non accrescere le molte difficoltà di coloro, sulle cui spalle riposa la responsabilità della presente ardua situazione. Per quanto è nelle mie possibilità e facoltà mi adopererò perché l'Intesa abbia a levare parzialmente o totalmente il blocco ed addivenire coll'Ungheria a quella pace di cui abbisogna perché grazie all'industrie ed intelligente lavoro del suo popolo ritrovi la prosperità". Molto più da pensare mi diede il telegramma da jndirizzare a Parigi. Anzitutto ero incerto se mandarlo proprio al Presidente della Conferenza della Pace, oppure a Tittoni come nostro delegato alla Conferenza e nostro Ministro degli Esteri. Come Missione Italiana la via da seguire era indiscutibilmente quest'ultima , senonché pensai, si sarebbe prestata all'errore d'interpretazione, che il mio passo rispondesse ad interessi italiani e non fosse quindi preso da tutti in quella considerazione che occorreva e meritava, dettato come era da una valutazione obiettiva ed europea della situazione. Di più - mi dicevo - perché avrei dovuto proprio io diminuire la figura della Missione, quando nella pratica passava già come la
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"ELL'U NGHERIA DI BÉLA KlJJ\ E DURANTE L' OCCUPAZIOJ\E MILITARE ROM EN A
rappresentante dell 'Intesa? Non aveva parlato ed operato sempre a nome dell'Intesa dal giorno della controrivoluzione in poi? Non aveva protetto ed aiutato sudditi inglesi, francesi ed americani senza fare distinzione di nazionalità? Non aveva distribuito viveri un po' a tutti con lo stesso largo criterio? Eppoi, nel frangente che traversava quell'angolo d'Europa , tutto mi consigliava ad arrogarmi quella maggiore autorità e prestigio che potevo. Superata perciò ogni esitazione optai per la via più diretta e pertanto la più breve, e presumibilmente, la più efficace. Contribuì a tale decisione anche il banale dettaglio - certo poco esplicabile e che faceva torto un po ' a tutti - che ero obbl igato a telegrafare in chiaro, non disponendo né di un cifrario militare, né d'altro qualsiasi. Allorché il Cav. Cerruti stava per partire gli feci osservare che la Missione non sarebbe stata in grado di tradurre i telegrammi, che in sua assenza, fossero venuti da Roma o da Parigi, ma egli mi allegò che non disponeva che di una copia di cifrario e ch e non aveva autorizzazione per lasciarmela. Come prevedevo, infatti ci fu in quei giorni una pioggia di telegrammi in cifra, indirizzati a Cerruti, i quali per la Missione rimasero lettera morta. Risolto il quesito dell 'indirizzo, s'affacciò quello più serio di redigere il testo. Doveva e poteva la Missione perorare la cessazione delle ostilità? A rigore di logica mi pareva di sì, perché convenuto coi due armistizi del novembre 1918 di deporre le armi , lo scopo che universalmente si perseguiva in quel momento era quello di ristabilire con la maggiore sollecitudine possibile l'ordin e e la pace in tutta Europa. Come la Missione perciò s'era prima adoperata per dissuadere Kun Béla dalla guerra , ora che il nuovo governo ungherese ne sconfessava l'operato e la politica ed accettava in massima le conseguenze dell'esito sfortunato della grande guerra, comunque dure potessero essere, la continuazione delle ostilità locali si traduceva in un controsenso, causa di nuovi rancori e risentimenti , di nuove inquietudini per un 'Europa stanca di emozioni belliche ed ansiosa di pace. Stracciato e rifatto un paio di volte, alla fine il telegramma, che m 'aveva fatto tanto pensare in quelle ore della sera, venne fuori così concepito: À S.E. Georges Clémenceau, President de la Confercnce de la Paix. " Le Gouvernement Hongrois de la Republique dcs Conseils a donné aujourdhui ses demissions et a été rcmplacé par un Gouvernement , qui a décl aré d 'accepter les propositions des Puissances Alliées, telle qu 'clles au t été arretées à Vienne le 25 juillet, par le prince Borghese, Ministre Plénipotentiaire d'Italie, et Monsieur le Colone! Cunningham, Chef de la Mission Militare Britannique à Vienne. Le nouveau Gouvernement vient de charter le soussigné, dans sa qualité de seul Répresentant des susdites puissances à Budapest, de remettre aux Comandants des armées opposées un e proposition d'armistice, qu'en attendant les décisions que Votre Excellence voudra bien prendre, je me suis permis de transmettre directment aux susdits Commandants dans le but d 'éviter toute ultéricure effu sion de sang. Les propositions avancées sont les suivantes: 1° En attendant les décisions du Consci! Supreme des Puissances Alliées et Associées, suspendre dans le délai le plus court possibile toutes hostilités entre les années alliécs et l'armée hongroise. 2° Arreter en conséqucnce tout mouvement en avant des troupcs alliées. 3° Concorder un armistice avec le Commandant de l' armée hongroise en arretant les lingnes provisoires d'occupation jusqu'ù ce que Monsieur le Président de la Conférence de la Paix ait fait connaitre ses décisions à ce sujet. Le G ouvernement Hon grois demande vivement que la li gne d 'armistice pour l'arméc roumaine soit fixée à la Tisza. Le Commandant de la Mission Militaire Italienne Lieutenant Colone] Romanelli
A S.E. Giorgio Clémenceau, Presidente della Conferenza di Pace
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DELLA RE PU Ul3LLCA DEI CONSTGU
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Il Governo Ungherese della Repubblica dei Consigli ha dato oggi le sue dimissioni ed è stato rimpiazzato da un governo che ha dichiarato di accettare le proposte delle Potenze Alleate così come sono state concordate a Vienna il 25 luglio dal principe Borghese, Ministro Plen. d'Italia ed il Colonnello Cunningham, capo della Missione Militare Britannica a Vienna. Il nuovo Governo incarica il sottoscritto nella sua veste di solo rappresentante delle citate potenze a Budapest di trasmettere ai comandanti dei due eserciti contrapposti una proposta d'armistizio, che, in attesa delle decisioni che V.E. vorrà prendere, mi sono permesso d'inviare direttamente ai predetti Comandanti allo scopo di evitare ogni ulteriore effusione di sangue. Le clausole di tale armistizio sono le seguenti : 1) In attesa delle decisioni del Consiglio Supremo delle Potenze Alleate ed Associate sospendere nel più breve tempo possibile le ostilità tra eserciti alleati ed esercito ungherese. 2) Sospendere in conseguenza ogni avanzata delle truppe. 3) Concordare un armistizio col Comandante dell'esercito ungherese stabilendo le posizioni provvisorie d'occupazione in attesa che il Preside nte della Conferenza della Pace faccia conoscere le sue decisioni al riguardo. li Governo Ungherese chiede vivamente che la linea d'armistizio per l'esercito romeno sia fissato al Tibisco. 11 Capo della Missione Militare Italiana G. Roman elli
Collo scopo sempre che il telegramma giungesse il più sollecitamente possibile a destinazione pregai il Ministero degli Esteri che lo facesse trasmettere dalla stazione radio di Csepel. Malgrado l'ora inconsueta era stata frattanto recapitata alla Missione una nota urgente dello stesso ministero, nella quale si facevano le più premurose istanze, perché c'interponessimo coll'esercito romeno per ottenere un'immediata cessazione delle ostilità ed un armistizio già richiesto direttamente dal comando delle truppe ungheresi. Qui conviene dire quello che a tutta prima sembrerà perfino inconcepibile: che cioè a Budapest si credeva d a ognuno che alle operazioni militari contro l' Ungheria partecipassero non soltanto i Romeni ma anche i Cecoslovacchi , gli Jugoslavi ed i nuclei di truppe ungheresi bianche concentrate a Szeged col favore e sotto la protezione del comando francese. Si era cioè convinti che alle ostilità aperte dagli ungheresi contro i romeni, l'Intesa avesse risposto con una crociata antibolscevica capitanata più o meno palesemente dal generale Franchet d'Esperey, dei piani del quale s'era molto fantasticato durante la dittatura di Kun Béla, aspettando da un giorno all'altro, che Parigi gli desse istruzioni di ridurre all'obbedienza questo impari ed incomodo emulo di Lenin. Quest'errata supposizione era talmente accreditata che il Bollettino di guerra giornaliero emanato dall'Ob erkornmando der roten Armee, accennava sempre ad un Jugoslavische Front e ad un Tschechische Front, dopo esse rsi diffuso sulla situazione militare in merito al conflitto ungaro-romeno. Né la nostra Missione era meglio informata, non essendo venuta da Vienna alcuna comunicazione e tanto meno direttiva in m erito al conflitto ungaro-romeno. Questo fu causa - non unica e neppure la più importante - che tutti gli sforzi fatti dalla Missione per impedire che quel conflitto assumesse proporzioni in disaccordo con le circostanze e con gl 'interessi dei vincitori non meno che dei vinti, non approdassero a nulla.
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'.'IELL' U KG HERTA DI l.l É LA KU'.'I E D URA NTE L' OC CL; PAZl O '.'IE MILI TAR E RO ME'.'IA
Ma prima di passare al racconto di tale infruttuosa azione tentata dalla Missione, con l' illusione che il Consiglio della Pace potesse e volesse darle tutto il suo appoggio come avrebbe dovuto fare, se fosse stato all'altezza del suo compito; seguendo l'ordine cronologico dirò di altri fatti occorsi anch'essi in quella notte, nella quale sembrava non si riuscisse a trovare più la via di andare a riposarsi. Mancava poco alla mezzanotte quando mi pervennero a breve distanza l'uno dall'altro uno scritto anonimo ed un biglietto confidenziale urgente di persona che conoscevo, per informarmi che alla stazione di Kelenfold era stato predisposto un secondo treno speciale, che avrebbe dovuto seguire quello italiano e nel quale avrebbero dovuto prendere posto i Commissari del Popolo, per cui mi si diceva che, volendo, avrei potuto facilmente arrestarli tutti alla stazione ferroviaria di X ... ; dove non mi sarebbe mancato l'aiuto di uno stuolo di animosi giovani, che avrebbero risposto al mio appello. Questa fuga non mi sorprendeva: ero sicuro che si sarebbero messi in salvo con un treno e in direzione della frontiera austriaca. Già di aeroplani al campo d'aviazione militare di Matyasfold* non ce n'era neppure più uno, dappoiché negli ultimi giorni della dittatura i migliori aviatori, senza aspettare permessi o licenza di autorità avevano pensato bene di prendere il volo portando seco anche la famiglia. Nell 'impossibilità perciò di arrivare a rifugiarsi in Russia, l'unico vicino che offrisse qualche probabilità di compiacente ospitalità in mezzo al ringhiare di tanti implacabili nemici era l'Austria. In quanto a me in quale veste e con quali mezzi avrei potuto impedirlo, dacché era evidente che la Missione non poteva prendere in considerazione la scapigliata offerta del generoso anonimo? Che partissero dunque! e che l'Austria si regolasse poi come meglio credeva! Però non mi ritenni esente dal dovere di darne immediata notizia alla Commissione d'Armistizio di Vienna, lasciando ad essa di giudicare l'opportunità di portarla a conoscenza del governo austriaco. - "Ebbene come è andata la partenza delle lupe e dei lumicini? Ha saputo nulla d'un treno di mariti, che sarebbe dovuto susseguire al nostro? - chiesi al Tenente Salem di ritorno da Kelenfold - Che ci fosse in programma un tal treno, mi rispose, ho potuto arguirlo da qualche frase raccolta, passando in rassegna lo strano mondo che popolava il nostro treno. Ho consegnato io stesso i passaporti alle mogli dei commissari del popolo, cosicché le ho conosciute tutte: s'erano tutte imbellettate e profumate per l'occasione, che, se non fosse stata per la presenza di tanti poveri e malvestiti ragazzi, si sarebbe detto un treno di cocottes da strapazzo. Ai carabinieri di scorta ripetei , ancora prima della partenza, che non dovevano permettere a chicchessia e sotto alcun pretesto di prendere posto nel treno durante il percorso. - Allora buona notte, credo sia bene l'ora di prendersi un po' di meritato riposo! - e in così dire salutai il Tenente Salem e mi ritirai nella camera da letto. Ma era detto ch e né quella notte, né per le due successive dovessi godermi più di due ore continuative di sonno. Il nuovo governo sembrava non volesse fare un passo senza consultarmi e per telefono e con note mi tempestava di domande, per cui fui obbligato a levarmi più d'una volta per dare un parere o formulare una risposta. Di più quella notte mi veniva istintivo di svegliarmi e di tenere l'orecchio ad ogni colpo di fucile che echeggiava nella strada, chiedendomi ansioso se resterebbe isolato o presagisse il principio di qualche rivolta o disordine. È vero che
* M{llyasfold è una località che prende il nom e dal re Maffia ("camp o di Mattia ") a sud-o vest della Capitale. Si sviluppa alla fine del XIX secolo com e campo estivo e vacan z iero, poi nel 1975 comincia a .funzionare una .fabbrica di p ez zi m eccanici per aerei. Quindi vien e predisposr.o un aeroporto, da cui parte il primo volo tra Budap est e Vienna nel 7918.
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CONS IG LI
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Haubrich mi aveva detto al club con accento fermo e sicuro: - L'ordine pubblico sarà mantenuto, ne garantisco colla mia persona! - ma in certi frangenti non si sa mai quel che possa giocare l'imprevisto. Per la verità la notte trascorse ancora più quieta e tranquilla di tante altre ed al mattino affacciandomi al balcone che prospettava sul Danubio ebbi la sorpresa di vedere sventolare qua e là , quasi incerte e timorose di spiegare i propri colori, le prime bandiere nazionali ungheresi. E le un e facendo coraggio alle altre, in breve ne furono pavesate tutte le case dell'una e dell'altra riva del Danubio, finché per ultima come a legittimare questa manifestazione venne ammainato il drappo rosso dall'antenna del palazzo reale e salì a sostituirlo il tricolore. Mentre respiravo così una boccata d'aria mattutina riandavo fra me e me a ciò che avevo fatto nella giornata precedente, sospinto dall'accavallarsi degli eventi, sia a titolo di autocritica, sia per ordinare nella mia mente il rapporto che dovevo mandare a Vienna. C'erano molte cose che non mi soddisfacevano. Trovavo particolarmente malaccorto ed ingenuo di aver menzionato nel telegramma a Clémenceau, un italiano ed un inglese, quali padrini del nuovo governo ungherese invece di generalizzare imputandone la paternità all'Intesa, quanto cioè sarebbe bastato a renderlo più gradito ad un orecchio francese. Per non discostarmi dalla verità avevo esposto i fatti, quali erano o quali mi risultavano facendo i nomi del principe Borghese e del Colonnello Cunningham, quando un minimo di riflessione e di avvedutezza doveva consigliarmi d 'impiegare la locuzione irreprensibile "i delegati dell 'Intesa a Vienna" . Non mi sapevo dar pace ch e non mi fosse venuta una simile ovvia espressione. Appena a Vienna se ne conobbe il testo, a Borghese non sfuggì la dizione poco felice della mia frase e con la sua am ichevole benevolenza me ne parlò al telefono. - Me ne sono accorto troppo tardi! - gli risposi. A Budapest si era troppo interessati sull'esito dei miei passi per essere altrettanto meticolosi nella critica: si guardava più alla sostanza che alla forma , senza magari darsi conto come quest'ultima poteva proprio compromettere l'esito. La pubblicazione del telegramma mi fruttò quindi una sequela di complimenti, parecchi dei quali accompagnati da mazzi di fiori, artistiche e ricche corbeilles con i fiocchi e nastri tricolori intrecciati, e perfino ghirlande d 'alloro. Fasci di lettere e biglietti mi furono recapitati, sovente concepiti con tanta spontaneità di frasi e soavità di sentimenti da sentirmi veramente commosso e vergognoso per tanti sperticati elogi e favorevoli apprezzamenti. Potevano essere le lJ, quando il Tenente Baricalla venne ad annunziarmi che c'erano due signori che mi pregavano di affacciarmi al balcone del mio ufficio per rispondere all'omaggio, che voleva tributarmi una turba di popolo raccoltasi come per incanto sul corso del Danubio sotto l'hotel Ritz. Sulle prime fui tentato di scusarmi ed esimermi, ma compresi subito che non era possibile: la mia ripugnanza all'esibizione si sarebbe prestata ad essere male interpretata. Mi alzai ed uscii sulla terrazza invitando il tenente Salem ed il tenente Baricalla ad affacciarsi insieme a me, dicendo ai graduati e rimanente personale della Missione di prendere posto sui balconi delle stanze vicine. Ma non uso a simili manifestazioni appena vidi quel mare di gente, che si accalcava sulla strada gesticolando, applaudendo e gridando mi mancò l'animo di giungere fino alla balaustra. Restai come impietrito poco oltre il vano della finestra, guardando confuso e senza credere ai miei occhi allo spettacolo indescrivibile di quella folla di donne, di uomini e di bambini di diverse classi sociali e di diversa età, che levava le mani e lo sguardo verso di noi , sollevando e tenendoci, come in un'offerta e dedizione di quanto avevano di più caro, i loro piccini in mezzo ad un frenetico sventolio di bandiere ed un succedersi ininterrotto di acclamazioni.
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NELL'UNGH ERIA DI BÉLA KlJ N E DURANTE L' O CClJ l'A/'JO NE MILITAR E ROMDJA
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Il pensare d 'essere oggetto di tanta e così profonda riconoscenza mi dava quasi le vertigini. Improvvisamente sopra l'affievolirsi delle acclamazioni si levò un canto cui a mano a mano, si associarono nuove voci ed infine quello di tutta quella miriade di persone. Sembrava un canto di chiesa nella lenta ed imponente cadenza dei suoi toni. È la prima volta che lo sento, e penso che debba essere qualche vecchio inno nazionale tanto viene religiosamente e perfettamente cantato. Quella musica finì di sconvolgermi e turbarmi interamente, ero emozionato, un senso di smarrimento s'impossessò di me mentre gli occhi mi si velavano. Terminato il canto, sentii che qualcuno dalla strada m' indirizzava un discorso, che per la lontananza e per la lingua mi riuscì totalmente incomprensibile. Dietro di me qualcuno s'incaricò di tradurmene le frasi più significative: si esaltava il valore della Missione italiana, il suo nobile ed efficace intervento a favore dell'Ungheria , mi si paragonava a Garibaldi, a Ti.in, e ad altri grandi, assicurandomi della profonda ed eterna riconoscenza del popolo ungherese. Con poche parole, quali mi vennero spontaneamente alle labbra risposi ch'ero molto commosso, e con me capivo dovevano esserlo non meno tutti i componenti della Missione per quella improvvisata, popolare, appassionata manifestazione di gratitudine, che una rappresentanza di Budapest ci aveva voluto tributare senza indugio, la prima mattina che si svegliava sollevata dall'incubo di una vita di privazioni, di sofferenze, d'insidie e di persecuzioni , e ne davo vive e sentite grazie, apprezzandola come la maggiore e più ambita ricompensa, che mai avremmo potuto aspirare per quel poco che avevamo fatto, obbedendo ad un senso di gentilezza italiana e di solidarietà umana. Volte in ungherese dallo stesso traduttore, le mie parole suscitarono nella folla nuove acclamazioni ed applausi, che non cessarono se non parecchi minuti dopo che insieme agli ufficiali m'ero ritirato dal balcone. Mi rimisi al lavoro con tutt'altro animo; non era soltanto il rigido impegno militare che mi spronava a fare, c'era adesso qualcosa di più che animava la mia volontà, qualcosa d'indefinito tra il bisogno di corrispondere all'altezza del premio che venivo di ricevere e quello di prodigarmi per esseri che mi erano divenuti cari. Sentivo che l'Ungheria ed il popolo ungherese avevano cessato di essere per me degli estranei e dei forestieri, un paese ed una gente come tante altre fuori dei confini della mia terra! A meno di non essere di marmo, a meno di non essere dei sistematici spregiatori d'ogni fattore psicologico e sentimentale, non era possibile restare insensibili ed indifferenti verso gente che con tanta soavità di sentimento mi aveva aperto il suo cuore, s'era prostrata davanti a me, attestandomi in uno slancio d'affetto il più grande, il più bello, il più commovente dei sentimenti: quello della gratitudine! Mancava poco a mezzogiorno quando con giustificata sorpresa vidi ammainare sul palazzo reale la bandiera tricolore senza però che venisse rimpiazzata da quella rossa. Che voleva dire? Pregai uno degli ufficiali d 'informarsi sui motivi di questa singolare resipiscenza e seppi che Haubrich aveva trovato intempestiva e pericolosa quella spontanea riapparizione dei colori nazionali. Era un particolare in apparenza insignificante, ma che bastava a tradire la soggezione del nuovo governo a quegli elementi operai, dai quali era scaturita la dittatura proletaria e che, pur ripudiando il verbo bolscevico, non restavano per questo meno ligi al suo programma di rinnovamento sociale e statale. Se erasi voluto farla finita con le illusorie formule e teorie demagogiche venute dalla Russia, e che non avevano fruttato nulla di buono per nessuno, non si voleva neppure dalla più gran parte di quegli operai, che il doloroso e tragico esperimento comunista si concludesse con qualcosa che rassomigliasse ad una restaurazio-
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ne, ad un ritorno al potere delle vecchie dinastie di latifondisti , di capitalisti, di alti funzionari, cui facevasi colpa d'aver voluto la guerra e di averla perduta. Che il nuovo governo si preoccupasse molto di procedere cauto nella marcia indietro, n'ebbi nuova e più palese conferma in quella stessa giornata quando ebbi a trattare con Haubrich ed A.goston del disarmo delle organizzazioni operaie, come logica conseguenza a mio parere - dell'ordine emanato dal governo di consegnare le armi che ciascuno possedesse. Haubrich vi era recisamente contrario, per cui trovai opportuno non insistere sul momento, pensando che dall 'oggi al domani non si poteva pretendere che si cambiasse tutto. Convenimmo però di riprendere in esame la questione appena la situazione interna si fosse un poco consolidata. D 'altronde il nuovo governo volente o nolente, esplicitamente o tacitamente in sole 24 ore, aveva già derogato od abrogato una serie di ordinanze bolsceviche e, se ristava dal procedere oltre, era, a ragione veduta, per timore di lasciarsi prendere la mano dai politicanti reazionari, che già cominciavano ad uscire dall 'ombra e dai nascondigli, dove s'erano fin allora prudentemente occultati. Nel pomeriggio mi fu recapitata la risposta di Clémenceau: Paris 2 Aout 1919 Le Président de la Conférence dc la Paix Au Lieutenant Colonel Romanelli Budapest J'ai l'honneur de vous accuser réceplion de votre radio d 'hier ou s'annoncent la démission du Gouvernement de la Républiquc des Conseils, la forma tion d'un nou veau Gouverncment hongrois et les déclarations faites par ce dernier qui ont été portées à la connaissance du Conseil Supreme. Le Conseil des Alliés estim e qu 'il n' a pas à intervenir dans la polilique interieure de la Républiquc hongroise et à ce ti tre n ' a pas à fairc état des propositions suggérées par deux Membrcs des Missions Alliées à Vienne. Les seules bases reconnues des rclations des Puissance Alliées et Associées et de la Hongrie sont: 1° l'annistice du 13 novembre 1918, dont les conditions doivent etre rcspectées par le nouveau Gouvernement hongrois, tout particulièremenl en ce qui concerne la démobilisation de l' armée; 2° la notification de la Conférence de la Paix en date du 13 juin pour la fixation de la lignc sur la quelle doivent ctre maintenues les troupes hongroises du coté des frontiéres tcheco-slovaques e t roumaines. Le Conseil des Alliés dem andera seulement au Gouvernement roumain d'arrèter ses trou pes sur les positions qu'elles occupenl actucllement à la suite de l'agression dont elles vienncn t d'etre l'objel du fait de l'arméc hongroise et ne le priera pas de les relirer junsqu'à la ligne fixée le l er juin avant que le nouveau Gouvernemcnt de Budapest ne se soit strictement soumis aux clauses de l' armistice. Les Puissances Aliées et Associées attendent le nouveau Gouvernement hongrois à ses actes, elles espèrent que l' avénement d'un Gouvernemcnt qui éxécutera ses engagcments et raprésentera le peuple hongrois hatera le moment du rétablissement de la Paix et de la reprise dc relations économiques régulières. Clémenccau
Il Presidente della Conferenza della Pace Al Tenente Colonnello Romanelli Budapest Ho l'onore di accusare ricevuta del vostro radio di ieri col quale s'annuncia le dimissioni del Governo della Repubblica dei Consigli, la formazione d'un nuovo Governo ungherese e la dichiarazione fatta da quest'ultimo che sono state portate a conoscenza del Consiglio Supremo.
'15-=--8'--_ -'-_ __N__c:Ec.ccL_L'_U_l)I_G_HERTA DI LIÉ LA K UN E D U XANTE L'O CCU PA ZIONE MIL!TARE_ f._W.:..._,'V_t_EN_ A_ _ _ _ _ _
Il Consiglio degli Alleati ritiene di non dovere intervenire nella politica interna della Repubblica ungherese e pertanto non può prendere atto delle proposte fatte da due membri delle Missioni Alleate a Vienna. Le sole basi riconosciute dalle Potenze Alleate ed Associate nelle loro relazioni colla Ungheria sono: l'armistizio del 13 Novembre 1918, le cui condizioni debbono essere rispettate dal nuovo Governo ungherese, soprattutto per quanto concerne la smobilitazione dell'esercito 2° la comunicazione della Conferenza della Pace in data 13 giugno che fissa la linea sulla quale le truppe ungheresi possono attestare sulla frontiera cecoslovacca e romena. Il Consiglio degli Alleati domanderà solamente al governo romeno di fermare le proprie truppe sulle posizioni ch 'esse occupano attualmente in conseguenza dell'aggressione di cui sono state oggetto da parte dell'esercito ungherese. Non le pregherà di ritirarsi sulla linea fissata il 1° giugno prima che il nuovo Governo ungherese non si sarà strettamente attenuto alle clausole dell'armistizio. Le Potenze Alleate ed Associate attendono il nuovo Governo ungherese ai suoi atti. Esse sperano che l'avvento al potere d 'un Governo che terrà i suoi impegni e rappresenterà il popolo ungherese affretterà il momento di restaurare la Pace e la ripresa di regolari relazioni economiche. Clémenceau
Stralciato di tutto il superfluo e di quanto altro restava subordinato a condizioni, il telegramma non aveva che un paragrafo momentaneamente importante, quello in cui era detto che il Consiglio degli Alleati chiederebbe al Governo rumeno di fermare le sue truppe sulle posizioni nelle quali si trovavano. Mi sembrò quindi che fosse della maggiore importanza che il testo di quel telegramma non tardasse a venire a conoscenza del quartiere generale dell'esercito operante, perché la provvida decisione di Parigi non venisse frustrata nei suoi invocati effetti dalla lentezza e molteplicità degli ingranaggi burocratici. Senza dubbio - mi dicevo - nella più favorevole delle ipotesi Clémenceau avrà fatto telegrafare a Bucarest il giorno stesso che dettava la risposta alla nostra Missione. Ma quanto tempo prezioso non sarebbe andato perduto perché il dispaccio filtrasse attraverso i gabinetti ministeriali competenti della capitale romena e i differenti comandi di truppa per arrivare infine ai reparti di prima linea? Quanto tempo prezioso pur non volendo tener conto di quello che sarebbe occorso al Governo romeno per decidere sull'accoglienza da fare alla sollecitazione degli Alleati? Comunque, nella mia ingenuità e totale ignoranza dei retroscena della politica internazionale di quei giorni, credevo fosse dovere della Missione di non lasciare nulla d' intentato, perché le istruzioni concertate in seno alla Conferenza della Pace ottenessero immediata esecuzione, e ciò nell'interesse generale di tutti i partecipanti alla coalizione che aveva vinto la guerra. Mi sarei cioè fatto imperdonabile colpa di negligenza nell'esercizio delle mie mansioni se, per aspettare che la pratica facesse il suo corso, l'esercito romeno avesse proseguito la sua marcia in avanti, dando luogo ad altri scontri colle truppe ungheresi e ritardando o complicando in ogni caso l'ardua opera di coloro che studiavano la maniera di ridonare la pace all'Europa. Vedendo inoltre gli avvenimenti da un punto di vista locale, non mi dissimulavo i pericoli cui andava esposto il nuovo Governo ungherese e la delicata situazione interna del paese qualora le truppe romene si avvicinassero troppo a Budapest o avessero tentato di occuparla.
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Perciò appena ebbi tra le mani il telegramma di Clémenceau, non esitai un momento per disporre perché ne fosse recapitata copia ai diversi comandi, che pensavo potessero avere competenza a fermare l'avanzata delle truppe. Fuorviato dall'idea - originata come ho precedentemente detto - che le operazioni militari romene s'inquadrassero in un piano combinato d'offensiva, cui partecipassero truppe jugoslave e cecoslovacche, obbedendo di fatto se non di forma al Generale Franchet d'Esperey che deteneva il comando dell'Armata di Oriente, indirizzai a lui ed ai quartieri generali dei tre eserciti un radio, col quale dicevo di farmi un dovere di trasmettere il testo integrale di un telegramma del Presidente della Conferenza di Pace, perché chi avesse la competenza di farlo potesse impartire istruzioni per uniformarsi alla decisione del Consiglio Supremo. Poi non volendo rimettere una comunicazione di tanta importanza all'incerta ricezione di un radio, pensai che sarebbe stato conveniente lo facessi seguire da un piego a mano, in cui fosse copia scritta autenticata dalla mia firma e sigillo della Missione. Mi diedi quindi da fare per trovare, in mezzo a tanta penuria di personale, a chi affidare il recapito di questi pieghi. Ufficiali di passaggio a Budapest non ne mancavano mai , taluni erano ancora in servizio, altri venivano dall 'essere appena congedati , e tutti beneficiavano della relativa facilità con la quale si rilasciavano permessi ed incarichi particolari per Vienna a Budapest per visitare le due capitali dell 'ex impero nemico, nello stesso modo come all'indomani dell'armistizio s'era verificato un viavai di militari di tutti i gradi e da tutte le parti del fronte in pellegrinaggio a Trento, a Trieste, a Bolzano e Fiume. Decisi di servirmi di loro e di provvedermi delle automobili occorrenti requisendole dallo stock delle vetture ex bolsceviche, che italianizzammo con altrettante bandierine tricolori e stimmate, regalate e ricamate dalle suore del Buon Pastore, che pareva si fossero attribuite il grazioso privilegio di rifornirne la Missione. Il Tenente d'artiglieria Marini, proveniente da un ufficio della I I I Armata per un servizio poco definito ed ancora meno urgente, ebbe l'incarico di recarsi a Szeged e di lì al Quartiere Generale di Franchet d'Esperey che, dicevasi risiedesse nei pressi di quella città. Affidai invece al Tenente Salem il compito di portarsi al Comando in capo dell 'esercito romeno oltre la Tisza, lasciando che lo accompagnasse il corrispondente della Stampa di Torino, signor Pettinato, che me ne aveva chiesto il permesso. Ma per timore che frattanto i corpi di truppa di avanguardia procedessero oltre, quando si diceva fossero già ad una giornata di marcia da Budapest, pregai il tenente del Genio Giugni di vestire nuovamente l'uniforme, benché da qualche mese congedato, incaricandolo di andare loro incontro e recapitare copia del messaggio di Clémenceau. Con tutto ciò non potrei dire che intimamente nutrissi molta fiducia in un felice esito di tanto zelo della Missione, per quanto scevro d'ogn i secondo fine ed inspirato esclusivamente ad un concetto personale ma imparziale dell 'interesse della compagine alleata. Ragionando colla mentalità, che per esperienza sapevo essere propria a tutti i militari di tutti gli eserciti passati, presenti e futuri , capivo quanto dovesse riuscire difficile, per non dire impossibile, fermare delle truppe vittoriose, e tanto più inebriate dal successo quanto meno sacrifici e perdite era loro costato. Fermarle poi in mezzo ad una campagna eguale, monotona e semidisabitata , allorché sentivano pulsare a breve distanza il cuore di una grande città, di una grande e bella capitale, che allettava colla sua vita comoda, piena di distrazioni e con la promessa di soddisfazione di tutti quei desideri e cupidigie, che sonnecchiano in fondo all'animo d'ogni soldato militante. Ci volevano altro che delle parole per contenere dei soldati, che vedevano la meta agognata a portata di mano! Quand'anche il governo di Bucarest - pensavo fra me - per ragioni politiche si fosse piegato ai voleri di Pa-
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rigi, difficilmente lo Stato Maggiore romeno si sarebbe lasciato sfuggire l'occasione di attribuirsi un così superbo trofeo di guerra, quale l'occupazione della capitale nemica! Chi avrebbe poi potuto trattenere noi e gl 'inglesi od i francesi dall'entrare a Vienna , a Budapest, a Berlino se per avventura un anno fa ci fossimo trovati alle porte di quelle capitali? E nondimeno trovavo che non fosse neppure da escludere a priori di riuscire nel nostro intento, potendosi far credito ai romeni della stessa discrezione di cui noi avevamo dato esempio astenendoci da ogni più estesa occupazione del territorio nemico oltre quella strettamente necessaria e garantire i confini reclamati, benché nessuna forza avversaria potesse contestarcelo. Soprattutto poi rifuggivo dal supporre o pensare quanto venni a sapere qualche tempo dopo, che cioè il governo romeno sorpreso e vivamente contrariato dalla sollecitazione di Parigi si fosse appigliato alla tattica di cavillare e guadagnare tempo per mettere il Consiglio Supremo di fronte al fatto compiuto. Non lo pensavo, in quanto non concepivo come un piccolo Stato come la Romania che - sia pure per circostanze avverse - aveva rappresentato una parte infelice nella guerra, e doveva la sua salvezza al successo dell'Intesa, potesse prendere ora a gabbo le determinazioni del Consiglio dell 'Intesa. I tre corrieri della Missione partiti a breve intervallo l' uno dall'altro frattanto non tornavano. La cosa incominciava ad inquietarmi, tanto più che qualcuno di essi aveva così breve distanza da percorrere per giungere a destino, che una mezza giornata ritenevo dovesse essere sufficiente per andare e tornare. Né contribuiva certamente a diminuire tale mia preoccupazione il fatto che da informazioni provenienti da diverse fonti e a mano a mano più precise e circostanziate, mi venivano segnalate pattuglie romene in località assai vicine a Budapest. Correva anche voce che truppe ungheresi bianche si fossero mosse da Szeged e procedessero a marce forzate verso Budapest per entrarvi e prenderne possesso sotto la protezione di truppe romene e serbe. Le voci non mi risultavano sufficientemente corredate di elementi da meritare molto credito, ma comunque fantastiche, sentii che rispondevano ad una eventualità che meritava d'essere presa in debita considerazione, soprattutto dopo la démarche fatta in confronto ai romem. Quale sorte potesse in tal caso essere riserbata al neo governo Peidl era facile prevedere. Come si sarebbero allora comportate le organizzazioni operaie tuttora armate che ne rappresentavano il sostegno? Avrebbero lasciato bonariamente insediarsi un governo reazionario o ci sarebbe stato il motivo ad una guerra civile? Ma era proprio quello che la nostra Missione si stava dando tanta pena di evitare! Che fare? Per interposta persona che non tradisse donde partiva il quesito feci sondare cosa ne pensasse il Governo di una simile eventualità. Le impressioni erano diverse pur concordando nell 'apprezzarla la più disgraziata di quante potevano capitare. Non mi sorprese perciò quando nel pomeriggio il ministro Àgoston mi telefonò, che il Presidente del Consiglio mi sarebbe stato grato se avessi assistito alla riunione dei ministri, indetta per la sera a Buda - la prima dopo il bolscevismo che si teneva nuovamente nel palazzo della presidenza. Mi si voleva appunto consultare in vista d'un evento, che oramai si prospettava imminente e quasi inevitabile: un'occupazione romena oppure di truppe ed elementi legittimisti spalleggiati dai romeni. A mio parere non vedevo altro modo di ritornare allo statu quo ante e ad una condizione di cose non lesiva degl'interessi dell ' Intesa ed al medesimo tempo rispettosa della politica interna del paese, che quello di una tutela interalleata, in condizioni morali e materiali da farsi ascoltare. Proponevo pertanto che il Governo mi autorizzasse a chiedere a suo nome al Consiglio della Pace d'inviare in Ungheria un contingente di truppe interalleate,
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cui fosse delegato il compito di rimanere fino a sistemazione interna raggiunta. La proposta raccolse l'approvazione unanime dei presenti. Conseguentemente trasmettevo a Parigi il telegramma: A Son Excellence CLEMENCEAU, President de la Confércnce de la Paix Paris En accusant réception de votre depeche, j' ai l'honneur de porter à votre connai ssance que le nouveau Gouvernement hongrois se declare bien disposé à accomplir dans le plus court délai possibile les conditions d 'armistice. D ans ce but, ayanl connaissance des difficultés intéricures resultantes de la crise récemment surmontée, le Gouvernement mc charge officiellement dc vous demander d'etre aidé par !es Puissances Alliées et Associées dans l'accomplissement des conditions d' armistice par un e représentation des troups de l'Entente dans la mesure d'un R égiment pour chaque ation, sans quc cela puisse avoir l'air d 'une intervention, mais seul ement celle d' une démarche qui pennette la libre manifestalion de la volonté du Pays. Lieutenant Colone! Romanelli 3 Aout 6h. 10 M.
A S.E. CLEMENCEAU Presidente della Conferenza della Pace Parigi Nell'accusare ricevuta del vostro telegramma ho l'onore di portare a vostra conoscenza che il nuovo Governo ungherese si dichiara ben disposto ad uniformarsi nel più breve tempo possibile alle condizioni d'armistizio. A tale scopo conscio delle difficoltà interne derivanti dalla crisi recentemente superata, il Governo m'incarica ufficialmente di chiedervi l'aiuto delle Potenze Alleate e Associate per ottemperare alle condizioni d'armistizio sotto la forma d'una rappresentanza delle truppe dell'Intesa nella misura d 'un reggimento per ciascuna nazione, senza che ciò possa dare l'im pressione d'un intervento, ma semplicemente d'un passo che permetta la libera manifestazione della volontà del Paese. Tenente Colonnello Romanelli
A mezzanotte mentre stavo ancora dettando delle lettere al Tenente Baricalla il susseguirsi di boati brevi e lontani mi tronca la parola e mi fa tendere l'orecchio, riconoscendo subito, per una dimestichezza di tanti anni che non poteva lasciare adito a dubbi , la voce del cannone. - Non sente questi colpi di cannone? - dissi al tenente. - Non c'è dubbio che sono artiglierie romene che bombardano le presunte ultime difese della città! Chieste notizie per telefono al Ministero della Difesa n'ebbi conferma , senza peraltro essere al momento in grado di darmi più ampli ragguagli. Fummo poi informati la mattina dopo, che i romeni s'erano limitati ad un cannoneggiamento dimostrativo avente probabilmente lo scopo di dissuadere o scoraggiare il Governo ungherese dall'organizzare ed opporre un'eventuale resistenza all'avanzata romena , benché per quanto mi constava nessuno s'era sognato di predisporre alcunché del genere, né prevedeva la necessità di farlo. Frattanto alla Missione seguitavamo a chiederci che n'era avvenuto dei nostri tre corrieri, che per tutta quella mattinata del 3 agosto non vedemmo di ritorno, mentre la dimo-
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straziane d'artiglieria della vigilia ci diceva anche troppo esplicitamente che i romeni erano vicini ed ignoravano o fingevano d'ignorare le decisioni di Parigi. Avevamo appena terminato di far colazione, quando ci vennero a dire che a Ujpest* era arrivata una divisione di cavalleria romena e che il generale che la comandava doveva in quel momento trovarsi a Gisella tér, in conferenza con Haubrich quale comandante della piazza e ministro della guerra. Quantunque non invitato decisi senz'altro di recarmi al comando della piazza, e pochi momenti dopo entravo nell'ufficio di Haubrich avendo avuto ad ogni buon conto la precauzione di farmi precedere da un avviso telefonico col quale facevo notare la mia decisione di intervenire a quei colloqui. L'incontro col Generale romeno Rurescu fu cordialissimo, quale mi aspettavo d'altronde, data la nostra veste di ufficiali di due eserciti che avevano militato nella guerra l'uno a fianco dell 'altro. Preso posto a lato del generale incominciai dal metterlo al corrente della situazione e dei cambiamenti intervenuti nella politica interna dell 'U ngheria e del conseguente scambio di telegrammi tra Budapest e Parigi, del cui tenore sembrava non essere informato. Egli a sua volta mi mise a parte delle istruzioni di massima ricevute dal suo Quartier Generale, dopo di ché convenimmo che, dal momento che le truppe romene erano giunte a Budapest, si ravvisava ovvio dar un 'appropriata interpretazione alle decisioni del Consiglio Supremo per attenersi allo spirito di esse anziché alla lettera. Le truppe dovevano pertanto astenersi dall 'occupare la città, procurando di evitare difficoltà d'ordine interno al Governo, il quale da parte sua si prestava volenterosamente - come già aveva significato Haubrich - ad acquartierare in modo conveniente la divisione di cavalleria nelle caserme della periferia. Si convenne ancora che allo scopo di non frapporre ostacoli alla ripresa dei traffici ed al vettovagliamento della città, le truppe si provvedessero di viveri incettandoli sulle loro retrovie cioè a dire dalle campagne ad est della capitale, e si astenessero dal servirsi di altre linee ferroviarie ad accezione di quelle ad oriente di Budapest. Contemplata infine l'eventualità di turbamenti dell'ordine interno si restò d'accordo che le truppe romene non sarebbero intervenute se non nel caso che il Governo si palesasse impari a sedarli, essendo inteso che tale intervento si effettuava col carattere di azione interalleata, nell'esplicazione cioè di quel mandato, che sarebbe stato di esclusiva e particolare competenza del contingente misto di forze richiesto a Parigi, salvo disposizioni diverse che il Consiglio Supremo credesse opportuno adottare. Mi riservavo in tal modo la facoltà di dare il mio parere e giudicare sulla necessità e convenienza dal punto di vista interalleato d 'un intervento militar romeno nelle faccende interne ungheresi. Su questo argomento ed altri di minore importanza il ministro Haubrich assunse un atteggiamento d'intransigenza, che s'appropriava talmente poco colla situazione, che mi diede molto da fare per indurlo a recedere da certe sue pretensioni e fargli apprezzare lo spirito di conciliazione cui s'informava il generale romeno ed io con lui, malgrado che entrambi si avesse pur sempre ragione di parlare come vincitori a vinti. - Dopo tutto, sia cinque anni fa che ora, siete stati voi a sparare il primo colpo di fucile! - dissi ad un certo momento e con vivacità a Haubrich, frase che lasciò sfuggire un gesto di troppo palese compiacenza ed approvazione al signor fraccaroli , che insieme a qualche altro giornalista s'erano insinuati abilmente nella sala dove tenevamo i nostri colloqui, assistendo così senza che nessuno se ne desse per inteso, a tutte le trattative.
* Detta "nuova Pest", Ujpest è una parte nuova ai margini di Pest, poi inglobata nell'area della Capì tale.
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Prima di separarci pregai il Generale Rurescu di venire con qualcuno dei suoi ufficiali a pranzo alla Missione per le ore 20 e, rientrato all'albergo dopo aver dato gli ordini al riguardo al caporale addetto alla mensa , mi diedi a sbrigare il lavoro d 'ufficio. Da due giorni se alla Missione non si poteva dire davvero che ci si riposasse, perché anzi c'era da fare più di prima, tuttavia non si viveva come pel passato sotto l'incubo della gente che implorava aiuto per sottrarre qualche persona cara dalle grinfie d' una polizia brutale o difenderla da una giustizia spietata ed inesorabile. Non c'era più da correre da una prigione ad un tribunale, giocando d'arte e d'energia per riuscire in un caso e fallire in parecchi. Il nostro orizzonte s'era improvvisamente allargato. Gli avvenimenti ci avevano sospinto a rappresentare una parte per la quale eravamo completamente impreparati e che sentivamo insidiata da molteplici seduzioni e pericoli. Ma che altro potevamo far se non accettarla? Evitare o rimanere inattivi avrebbe significato lasciarsi sorpassare, travolgere o cancellare dalla scena politica ungherese perdendo tutti i benefici d'una situazione di privilegio. Da due giorni la Missione, nel trascendere dalle sue originali , naturali attribuzioni, per adattarsi alle contingenze locali , aveva cessato d'essere un po' il monopolio del singolo per divenirlo del Governo. Dire che questo da quando s'era insediato non aveva mosso un passo o presa una decisione senza consultarsi colla Missione era né più né meno quanto era avvenuto dopo le impro vvise dimissioni di Kun Béla e della dittatura bolscevica . Di tale opera di collaborazione e di consiglio ho già raccontato quanto assunse maggiore importanza per non indugiarmi oltre. Dirò che l'indirizzarsi individualmente alla Missione era entrato talmente nelle abitudini e nella mentalità sociale e politica della popolazione di Budapest, che i corridoi del primo piano del Ritz permanevano affollati di postulanti di udienze come nelle ultime settimane del bolscevismo; benché ad un occhio esperto non sarebbe sfuggito che la clientela era diversa, se non precisamente diminuita. Fortunatamente il Generale Segre mi aveva mandato proprio in quei giorni un nuovo ufficiale nella persona del capitano d'artiglieria Supino, che, per i suoi studi, mi parve però più appropriato alla trattazione di questioni economiche che politiche. Preferii perciò continuare ad avvalermi del tenente Baricalla per il lavoro di segreteria, lasciando che il Supino mi sollevasse dal peso di numerose udi enze e mi disbrigasse una quantità di corrispondenza secondaria, lavoro pel quale si vedeva essere già assuefatto, prestando servizio col Generale Segre. Possedeva inoltre la forma e il tatto richiesti per tale servizio, una discreta conoscenza di varie lingue ed il non trascurabile pregio di rammentare fisionomie e conversazioni, così da potermi riferire in succinto e fe delmente l'oggetto di tutte le visite ricevute nella mia assenza o per mio incarico, suggerendomi con giusto discernimento quando era necessario ch'io prendessi diretto contatto colle persone. A proposito di cambiamento di clientela, questo si notava soprattutto nel corridoio, che dava accesso all'ufficio del tenente Salem. Quand'anche ciò mi fosse passato inosservato, si fecero premura di richiamarvi la mia attenzione più d'uno dei miei informatori, segnalandomi che parecchi comunisti si apprestavano a lasciare l'Ungheria e trasferirsi in Italia. Diedi perciò istruzioni al Tenente Salem di aprire bene gli occhi ed indagare sulle persone che chiedevano si facesse loro valido il passaporto per entrare in Italia, perché altrimenti si rischiava di far servire il nostro Paese di rifugio e centro di agitazione e di azione alle peggiori canaglie di mezza Europa, a tutti quei delinquenti o proclivi alla delinquenza che s'imbarcavano nella politica per pescare nelle sue acque più torbide e contaminarla. D eves i però dire, ad onor del vero, che se fosse dipeso esclusivamente dai nostro benestare si sarebbero contati sulle dita i bolscevichi passati in Italia dall'Ungheria perché il Tenente Salem era estremamente meticoloso nell 'esame dei passaporti; ma purtroppo in quel
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tempo si aveva a che fare a Budapest con una fioritura di fabbriche clandestine di passaporti falsi che per poche centinaia di corone soddisfacevano tutte le richieste anche le più esigenti. Un notevole numero di assidue visite alla Missione era pur sempre dato dai questuanti di buoni viveri , in quanto il cambio di regime non aveva cambiato affatto le critiche e deficienti condizioni di vettovagliamento della città. Anzi coll 'avanzarsi delle truppe romene, essendosi andata restringendo la zona agricola che soleva rifornir di derrate la capitale, la penuria di generi alimentari aveva sofferto un inasprimento. Nel duplice intento di attenuare questa penosa crisi e confortare l'opinione pubblica con un segno tangibile della nostra buona volontà di non tardare più oltre a riaprire le frontiere al traffico, sollecitai dal generale Segre l'invio di un convoglio di viveri , da ripartirsi fra le classi più indigenti e fra gli ospedali. La richiesta venne subito accolta e tradotta in atto con sì lodevole premura da fare onore all'organizzazione di questo servizio intendenza, che ci guadagnò a Vienna non poche e sincere simpatie. Ma riprendiamo la nostra narrazione. Alla sera, all'ora convenuta, la saletta del secondo piano dell'hotel, che da oltre un mese era stata adibita a mensa della Missione, se non faceva sufficiente sfoggio di luci, di fiori e di stoviglie, da dare l'impressione d'essere predisposta per un banchetto, e per un banchetto diplomatico per giunta, tuttavia si levava molto dalla semplicità austera degli altri giorni. Divenuta a poco a poco, per necessità di cose, la mensa di tutti gl'italiani di passaggio per Budapest con un incarico di carattere ufficiale o semi-ufficiale, il numero dei commensali era dei più fluttuanti, né si poteva escludere nessuno neppure quella sera, perché avrebbe significato condannare qualcuno ad un digiuno monastico. Non c'era hotel o trattoria che in quell'epoca fosse in grado di sfamare i propri clienti, incluso il Ritz, che pure per un verso o per l'altro traeva qualche beneficio dall'ospitare la Missione col suo magazzino viveri. Donna Stefania Ti.irr, ungherese, con un nome caro e riverito nel paese, con credenziali che dovevano appianare ogni difficoltà , dopo avere in un primo tempo declinato il mio invito di beneficiare della nostra mensa nella fiducia che l'hotel Bristol, dove alloggiava , sarebbe stato in grado di soddisfare le sue limitate esigenze, finì per partecipare regolarmente a tutti i pasti, perché - come ella diceva - al suo albergo il cibo era per qualità e quantità da eguagliarsi a quello di una casa d'infimo ordine. Come la presentazione così il pranzo, pur non uscendo dall'ordinaria frugalità, riuscì più elaborato e più accurato del solito, meritandosi ripetuti e benevoli commenti ed apprezzamenti del Generale Rurescu e degli ufficiali del suo seguito, disabituati dalle vicende di guerra, a certe raffinatezze. La parola è forse impropria, dato il suo ordinario significato, per quanto dovevasi convenire che grazie alla solerzia e fertilità d'espedienti del caporale Bonaccorsi e del carabiniere Nodello, incaricati della permuta dei generi e del vettovagliamento, come della vigilanza sulla cucina sia della truppa che degli ufficiali, fossimo arrivati ad offrirci delle vere rarità per la Budapest di quei giorni. Quanto ai nostri ospiti si palesarono dei commensali allegri e piacevoli che simpatizzarono e fraternizzarono con tutti fino dal primo istante, per cui il pranzo senza la più piccola stonatura passò improntato al più schietto cameratismo. Allo champagne mi alzai per dire in poche parole di nessuna pretesa, come fossimo lieti che gli ultimi guizzi del grande incendio che aveva consunto la vecchia Europa ci avessero dato occasione d 'incontrarci con i soldati di un popolo, che noi riguardavamo come uno dei più robusti e meravigliosi virgulti della latinità, così da serbarne profonde e palpitanti impronte nel nome, nella lingua e nei costumi, malgrado le tempestose vicende cui, nei molti secoli trascorsi, era stato esposto. Dalla cordialità di quest 'incontro bene auspicando per la collaborazione italo-romena al nuovo assetto d 'Europa , facevo voti perché dalla fratellanza d'armi determinata dalla
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guerra combattuta e vinta in comune, germogliassero più stretti vincoli fra l'Italia e la sua minor sorella orientale ed invitavo a bere alla prosperità della Romania ed alla salute delle Loro Maestà il Re e la Regina di Romania. Collo stesso calore parlò il Generale Rurescu rispondendo al mio brindisi intercalando con gentile pensiero un accenno all'aiuto ricevuto dall'Italia sia durante la guerra sa recentemente fornendo armi e materiali di cui le truppe romene erano rimaste quasi interamente sprovviste. Ci separammo in termini così amichevoli e cordiali, che sarebbe stato un peccare di pessimismo nutrire preoccupazioni per la piega inattesa e deprecata presa dagli eventi. Mi feci pertanto premura quella sera stessa di mettermi in comunicazione telefonica colla Missione di Vienna per informarla ad un tempo dell'arrivo a Budapest delle prime colonne dell'esercito romeno, dei contatti avuti, degli accordi presi e dell'ottime cordiali relazioni che si erano potute annodate fino dal primo incontro. Nella notte dal 3 al 4 agosto era intanto giunta notizia al Governo Ungherese che a Parigi era stato deciso di mandare a Budapest quattro generali, uno per ciascuna delle maggiori potenze dell'Intesa , accompagnati da una compagnia di scorta. Non era precisamente quella forma d'occupazione interalleata, di cui mi ero fatto promotore, ma, riflettendo bene, era il provvedimento più appropriato allo stato di cose creato dalla riluttanza romena a cessare le operazioni militari. Un maggiore contingente di forza poteva essere causa di nuovi confitti, mentre una commissione obbligata a servirsi esclusivamente di mezzi morali e di argomentazioni diplomatiche avrebbe forse dovuto sacrificare talvolta il diritto alla forza, ma alla fine, sarebbe riuscita a liquidare questa guerricciola rumeno-ungherese, senza che ne soffrisse il prestigio e l'autorità del grande consesso pangmo. In conformità degli accordi presi col comandante della cavalleria romena, ed allo scopo di eliminare ogni pretesto ad estendere l'occupazione militare della città, fino dalla sera innanzi avevo redatto ed invito al Governo la nota seguente: - Infolge des Umstandes, dass heute in Budapest rumaenische, also Entente Truppen, eingezogen sind, hat es die ungarische Regierung nicht mehr notwendig eine eigene grosse und bewaffnete Militacrmacht zu erhalte, um die Ruhe zu gewaehrleisten da fuer diesen Zweck die rurna enischen Truppcn zur Verfuegung stehen, ich halte es daher fuer notwcndig, in Wuerdigung der Waffenstillstandsbedingungen uncl um jeden, der die Absicht haette, Unruhcn zu stiften, zu warnen, cler ungarischen Regierung folgendes vorzuschlagen: 1) Das ungarische Herr muss auf einen Stand gebracht werden , welcher in den Waffenstillstandsbedingungen vom 4 Novcmber 1918 festgesetzt wurde, und zwar hat dieser reduzierte Stand nach den Friedensbedingungen aufgeteilt zu werden. 2) Die Zivilbevoelkerung der Stadt und des gesamten Gebietes muss aufgefordet werden, Waffen in kuerzester Zeit anzuliefern; es muessen alle Feuerwaffen, Munitionen, Handgranaten und Explosivstoffe ausgefolgt werden; ausgenommen sind Jagdgewehre. 3) Mit der Transformation und der Entwaffnung der roten Truppen muss unverzueglich begonncn werden. 4) Ich wuensche fortlaufend ueber diese Massnahmen und deren Ausfuehrung unterrichtct zu werden.
(Coll'avvenuta entrata a Budapest delle truppe romene - ovverosia dell'Entente - cessa pel Governo Ungherese la necessità di disporre di un grosso contingente di forze armate per mantenere l'ordine pubblico. Pertanto la Missione Militare Italiana ritiene necessario che sia in ottemperanza delle condizioni d'armistizio sia per stornare eventuali motivi di sommossa che il Governo Ungherese si uniformi a quanto segue:
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1) ridurre il contingente truppe regolari al quantitativo stabilito nell'armistizio del 4 Novembre 1918 ripartendolo come sul piede di pace; 2) ordinare alla popolazione civile della città e provincia a consegnare nel più breve tempo tutte le armi da fuoco, munizioni, granate a mano ed esplosivi in proprio possesso; 3) provvedere all'immediato disarmo e congedo delle truppe rosse; 4) tenere informata la Missione dell 'esecuzione delle misure di cui sopra). Dall'ufficiale di collegamento, per mezzo del quale feci recapitare al Ministero degli Esteri questa nota , ebbi notizia che anche Haubrich s'era persuaso, che neJle circostanze in cui si trovava la città, il disarmo immediato degli sbandati reparti dell'esercito rosso e quello delle organizzazioni operaie, fosse un provvedimento indispensabile ed indilazionabile. Nelle prime ore del pomeriggio del 4 agosto, quando stavo appunto impartendo disposizioni per fare una corsa in automobile per la città e periferia, allo scopo di rendermi conto dove erano acquartierate le truppe romene, mi vennero a dire, che proprio in quel momento incominciavano a sfilare per l'Andrassy ut, colonne di fanteria romena appartenenti al grosso del corpo di operazioni. Che significava ciò? Perché il comandante della cavalleria me ne aveva fatto mistero, quando il giorno avanti s'era parlato di astenersi dall 'occupazione di Budapest? Che necessità c'era di questa ostentazione di trionfo, dopo una parodia di guerra? La cosa m'irritava come un 'umiliazione inflitta all 'inerme, a chi non può respingere l'affronto. Tuttavia non potevo a meno di riflettere come la Romania fosse stata più furba e più decisa di noi, lasciando che Parigi pensasse e dicesse quello che credeva, mentre lei faceva quello che voleva e che meglio rispondeva, o che riteneva rispondesse meglio ai suoi interessi. Per una curiosa coincidenza proprio mentre le truppe romene sfilavano per l'Andrassy ut - l'imponente arteria centrale di Pest - una colonna d'autocarri battenti bandiera italiana con alla testa il Tenente Giorgio Diena, veniva su in senso inverso per la medesima strada. Si trattava di sei grossi camions di vettovaglie e medicinali partiti da Vienna alla mattina, che il Generale Segre, accedendo alla mia sollecitazione aveva inviato a Budapest per lenire in qualche modo i tormenti della popolazione affamata. Casualmente quelle due manifestazioni nel loro significato contrasto rivelavano due modi opposti di concepire la situazione politica contingente d'Europa: quello italiano, cavalleresco, generoso e senza rancori per i vinti e quello tuttora prevalente in molti altri popoli, del "vae victis". Quale accoglienza facessero la cittadinanza di Budapest e le autorità municipali all'inaspettato, provvidenziale dono fatto loro dall'Italia tramite la sua missione di Vienna è facile raffigurarselo. L'entusiasmo fu tale che il Diena, portato in trionfo all'hotel Ritz vi ci arrivò così malconcio da essere ricoverato in clinica per quattro giorni. Quanto a me, rinunziata alla progettata corsa informativa, pregai uno degli ufficiali che andasse a fare una passeggiata e mi raccogliesse informazioni. Un carabiniere venne intanto ad annunziarmi che era tornato il Tenente Morini, uno degli ufficiali incaricati del recapito della copia del telegramma di Clémenceau.11 Ten. Morini tornava da Szeged, dove però non aveva trovato il Generale Franchet. Aperto il plico da chi lo sostituiva si sentì dire, che il comando francese non aveva alcuna ingerenza nelle operazioni di guerra, cui si riferiva il messaggio del Consiglio Supremo. Ciò concordava anche con quello che aveva veduto e risaputo strada facendo, che cioè su quella parte di frontiera ungherese non si erano svolte azioni belliche di nessun genere, né da parte dei serbi, né da parte dei nuclei armati costituiti dai fuorusciti ungheresi.
LA CADU TA O E LI. A REPU BBLI CA DEI CO NSIGLI
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Ad intervallo di poche ore aveva fatto ritorno anche il Tenente Giugni, riferendo d'essersi incontrato con i romeni presso Czegled* , d'essere stato in un primo tempo fatto segno a nutrito fuoco di fucileria , per equivoco tra la bandierina italiana ed il tricolore nazionale ungherese. Accompagnato poi, come chiedeva, a diversi comandi di truppe di grado successivamente più elevato, tutti s'erano dimostrati riluttanti a prendere conoscenza del messaggio di Clémenceau quasi obbedissero ad una parola d'ordine. Palleggiato così da un comando all'altro, il Tenente Giugni raccontò d'essere infine giunto presso un comando, che disponeva d'una stazione radio, il quale dopo avere letto il messaggio presumeva scusarsi del seguito dato alle operazioni ed all'avanzata su Budapest, col fatto di non averne ricevuta tempestiva cognizione. - Dica signor Generale - osservò il Giugni - che le istruzioni di Parigi non si conciliano con i suoi piani o con quelli del Quartier Generale romeno, e che pertanto preferisce non prestarvi ascolto; perché, se io non arrivo che oggi, la sua stazione radio deve ben averle rimesso per tempo e la trasmissione diretta da Parigi e quella fatta dal capo della Missione italiana da Budapest! - È una piccola stazione capace di trasmettere, ma non di ricevere - si affrettò a rispondere il generale, seccato d'essersi lasciato sorprendere dal mio ufficiale in flagrante difetto di buona fede. - Le faccio osservare, mio generale, che sono ufficiale del Genio Telegrafisti - ribatté pronto il Tenente Giugni, con un leggero senso d'ironia , che senza trascendere alla impertinenza d'una lezione, doveva bastare a fargli capire che castronerie così grosse non gliele dava da bere. Del Tenente Salem e del suo compagno di viaggio, il giornalista Pettinato, non sapevo invece ancora nulla, ciò che, dopo tre giorni dalla loro partenza, cominciava a preoccuparmi seriamente, per quanto mi dicessi che se fosse avvenuta loro qualche disgrazia ne sarebbe trapelato cenno attraverso la stampa. Comunque mi proposi di chiederne notizia l'indomani al comando romeno, sollecitandone il concorso per la ricerca, qualora non fossero in grado di darmene. 1
* Czegléd, o m eglio Cegléd, è una cittadina a sud-est di Budap est. ' 5 agosto - Il Ministro degli Esteri Tittoni telegrafa da Parigi che il Consiglio Supremo delle Potenze Alleate ha disposto l'occupazione dell 'Ungheria Occidentale da parte di gendarmi aus triaci, per cui il territorio deve essere evacuato dalle truppe magiare che ancora vi restano.
XIX ESORDIO DELL'OCCUPAZIONE ROMENA
Già dal rapporto del tenente Giugni come da parecchi altri indizi, s'era andata facendo strada in me l'impressione che i romeni non dovessero essere così ben disposti verso la Missione Italiana come dapprima avevo supposto e come poteva aver lasciato adito a credere la cordialità del primo incontro con il Generale Rurescu. Da quello che avevo potuto capire, ai romeni era riuscito soprattutto sgradito che la Missione si fosse intromessa tra loro e gli ungheresi per tarpare le ali alla loro vittoria, e che si fosse fatta troppo zelante portavoce delle istruzioni impartite dal Consiglio Supremo coll'analogo intento di arrestare le ostilità nel momento in cui s'offriva l'occasione di concludere con tutti gli allori e prendendo un pegno che non aveva l'eguale per dettare a suo tempo le condizioni di pace. Questo prova una volta di più la fallacia di certi proverbi che vanno per la maggiore e sono accettati come massima, quale è quello che ambasciatore non porta pena. I romeni a quanto sembrava ce l'avevano più con me che con Clémenceau o con Parigi, che erano poi causa del loro disappunto. Ma, come ho detto, si trattava allora di semplici congetture ed in ogni caso ero ben lontano dall'immaginare fino a qual punto la Missione italiana e la mia modesta ed innocente persona si fossero rese invise al mondo politico e militare romeno, mancandomi informazioni da quella parte ed essendo da alcuni giorni sprovvisto dei giornali di Vienna, di Londra e di Parigi. Aggiungasi che, per essere divenuto da un giorno all'altro un personaggio di qualche importanza ed influenza, ero già vittima di quell 'isolamento, che colpisce chiunque ha la sorte di emergere. Le notizie sgradite o quelle che davano una versione malevola della mia opera, gli attacchi cui ero fatto segno mi venivano nascosti o soppressi da informatori ed amici rendendomi così un ben cattivo servizio, proprio il contrario di quanto sarebbe stato nelle loro intenzioni. Col grosso delle truppe romene era arrivato a Budapest il generale Holban, che mi riferirono essersi recato direttamente all'hotel Hungaria installando il suo quartiere generale negli appartamenti lasciti vuoti dal gabinetto di Kun. Toccava a me fargli visita, ma sarebbe stato suo dovere notificarmi prima il suo arrivo a mezzo di un ufficiale del suo seguito. Ebbi invece la sensazione che il comando romeno preferisse ignorare la presenza della Missione Italiana. Ma per tema d'ingannarmi , non volli omettere di fare qualche démarche per interposta persona perché il generale sapesse, come intendevo contenermi e quali riguardi pretendevo si usassero alla Missione. Dopo di ciò, aspettai fino al giorno seguente. Venuto allora a conoscenza, che il generale aveva convocato nel suo ufficio il comandante della guarnigione di Budapest, il Borgomastro della città ed un Delegato del governo ungherese, e che nella seduta si sarebbe trattato di nuove condizioni d'armistizio, dettate unilateralmente dalla Romania all 'Ungheria e si sarebbero impartite disposizioni concernenti le linee ferroviarie e gli altri mezzi di comunicazione del paese, condizioni e disposizioni che avrebbero potuto ledere le clausole
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NE LL't..; NGHERTA DI JJ É LA K UN E D U RA:-JTE L'O CCUPA Z LO!\E MILITAR.E R01v1E!\A
del nostro di Villa Giusti, la tutela del quale era il maggior compito della Missione, decisi di recarmi all'Hungaria e, col pretesto della visita, chiedere ad un tempo al Generale Holban di assistere alla riunione. Fattomi annunziare, l'ufficiale d'ordinanza tornò indietro colla riposta che il generale non poteva ricevermi in quel momento perché a colloquio colle autorità governative e cittadine ungheresi per questioni connesse colle operazioni di guerra. Feci allora dire all'ufficiale che si compiacesse significare al generale, che nella mia duplice veste di delegato italiano e di unico rappresentante sul luogo dell'Intesa non potevo, né dovevo disinteressarmi degli argomenti oggetto della seduta, per cui ritenevo indispensabile essere presente a quella conferenza. Volesse ricordare al generale che i trattati d'armistizio del 4 e del 13 novembre, come la convenzione di Belgrado per l'applicazione del trattato non cessavano di aver valore pel fatto delle ostilità rumeno-ungheresi. Di lì a poco eco di ritorno l'ufficiale confermando che il Generale Holban era in quel momento occupato in questioni, che non riguardavano né l'Intesa né l'Italia, ma esclusivamente la Romania e l'Ungheria; favorissi pertanto non insistere nella domanda di prender parte alla riunione. Della visita neanche una parola, non mi si dava neppure un'ora nella quale il generale avrebbe gradito ricevermi e sarebbe stato disposto ad ascoltare quanto credeva dovergli dire a nome dell'Intesa. Era davvero un modo un po ' troppo sbrigativo e umiliante di mettermi alla porta, che non conveniva lasciar passare senza reazione. Riflettei un istante, poi fatto un cenno significativo al tenente che mi accompagnava, con animo determinato mi diressi alla porta donde era uscito l'ufficiale d'ordinanza ed entrai nella sala dove aveva luogo la conferenza. [l Generale Holban sorpreso di vedermi, mi venne incontro in un atteggiamento piuttosto burbero e prevenendomi nella parola mi disse in francese, che era molto spiacente di non poter consentire ch'io partecipassi a quella seduta, in cui non si sarebbe trattato che di rapporti tra belligeranti, di questioni strettamente connesse con le operazioni di guerra, operazioni che non erano peranco cessate, e nelle quali egli era portato ad escludere ogni ingerenza di terzi, mi pregava quindi di non insistere nella mia pretesa. Capivo oramai che non potevo andare più oltre; feci nonpertanto sembiante di meravigliarmi per quanto mi diceva che continuavano le operazioni di guerra, quando, oss ervai, egli non poteva ignorare il radiogramma del Consiglio Supremo che disponeva la cessazione delle ostilità, soggiunsi quindi che rendevo atto di quanto mi aveva testé dichiarato riserbandomi di farne oggetto di comunicazione a Parigi ed al mio Governo, dopo di che mi ritirai. Da quel momento vidi chiaro che il comando in capo rumeno intendeva sottrarsi a qualsiasi controllo o limitazione del Consiglio della Pace per liquidare quell'appendice della guerra in modo da rifarsi moralmente e materialmente dell'infelice esito della sua partecipazione al gigantesco conflitto europeo. D i ritorno al Ritz e rimasto solo nel mio ufficio, presi a considerare, come mi è solito fare, la mia condotta, sia per chiedermi se per incomprensione od inavvertenza essa non fosse stata la più appropriata alle contingenze, e per riflettere sopra ciò che mi restava a fare dopo l'insuccesso del mio intervento della mattina. Che i romeni - mi dicevo - potessero concepire quell'avventura bellica come qualcosa che non riguardasse che loro e gli ungheresi non mi sembrava giusto. A parte il suo carattere inequivocabile di strascico della grande guerra, i romeni dovevano pure riconoscere che, soprattutto grazie all'Intesa, quell'avventura aveva potuto assicurarsi un esito cosl facile fortunato: grazie all'Intesa che aveva fatto il vuoto intorno all'Ungheria, le aveva in-
ESORDIO D ELL'O CCUPA_ Z l_O_N_·E_ RO _ M_ E_N _A_
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tercettato aiuti e rifornimenti ed inimicandole tutti i vicini l'aveva obbligata a premunirsi da minacce armate su tre fronti allo stesso tempo. Da parte sua la Missione italiana di Budapest aveva la coscienza di essersi compromessa anche più degli altri nel cooperare, per quanto stava in suo potere, perché i romeni riuscissero a sopraffare le ultime velleità di vita e di conquista della Dittatura Proletaria. Non potevo pertanto darmi pace dell 'accoglienza glaciale e quasi ostile incontrata presso il Generale Holban. Cercando il pelo nell'uovo mi veniva fatto di rimproverarmi l'inopportunità dell'ora prescelta per la mia visita. Come militare a me non dovevano sfuggire le difficoltà e responsabilità, che affronta un capo che ha l'ordine di occupare una capitale, sia pure indifesa ma non amica, della grandezza di Budapest! Questo tuttavia - soggiungevo a mio discarico non doveva dispensare il Generale Holban dall'invitarmi gentilmente a ripassare ad ora più conveniente, immedesimandosi nella mia delicata posizione di tutore di determinate condizioni d'armistizio, che cointeressavano la Romania non meno che tutte le altre potenze alleate nella guerra. Ed ora, che fare? - mi chiedevo infine - sprovvisto come ero d'istruzioni di qualsiasi genere, né vaghe né precise da nessuna parte e senza poterne chiedere? Anche Vienna, da quando avevo reso conto dell 'entrata dei rom eni , non si era fatta più viva. E d'altronde cosa avrebbero potuto suggerirmi il Generale Segre ed il principe Borghese in quelle circostanze? Tutto considerato pensavo che il miglior partito al quale potevo appigliarmi era ancora quello di sollecitare un nuovo colloquio col Generale Holban, passando sopra al risentimento provocato dalla sua mancanza di forma. Senonché d'ora in ora la situazione s'andava notevolmente complicando in conseguenza dei movimenti di truppe romene. All'occupazione della città aveva fatto seguito quella degli immediati dintorni, per cui Budapest nel pomeriggio di quel giorno, 5 agosto, risultava già completamente tagliata fuori dal resto del mondo. I romeni avevano intercettato le ferrovie e preso possesso delle stazioni telegrafiche e telefoniche, senza nemmeno usarmi il riguardo d'informarmene e di praticarmi un trattamento d'eccezione, quasi che la nostra Missione non esistesse o rappresentasse una nazione neutrale o nemica. Il corriere in partenza come di consuetudine per Vienna , mandato alla stazione per informarsi sul treno della sera, tornò indietro dicendo che ad eccezione di qualche treno locale e neppure in tutte le direzioni, gli altri treni erano sospesi. Quanto al telefono, dalla mattina ogni richiesta di conversazione con Vienna veniva ricambiata dalla centrale con la risposta che il filo era interrotto. Era davvero troppo! Una sollecita spiegazione col Comando romeno oramai s'imponeva, se non altro per protestare formalmente contro quella segregazione inammissibile ed intollerabile, che aveva tutta l'aria di dover durare qualche giorno, perché non si faceva alcun cenno che tali misure fossero di carattere eccezionale e provvisorio. Anzi da varie informazioni mi risultava che i romeni si apprestavano ad estendere la loro occupazione se non a tutta l'Ungheria certo a buona parte di essa. Mentre alla Missione si guardava con crescente pena e indignazione questo capovolgersi d'una situazione di fatto e di diritto, di cui beneficiavamo in virtù d' una lunga e vittoriosa guerra, per opera d'un compagno d' armi della vigilia, quegli, forse, che meno degli altri poteva accampare grandi pretese a indennizzi e compensi, dato il suo tardivo e poco fortunato intervento, e ci si chiedeva con ansia fino a qual punto questo discorde compagno d'armi stesse per defraudare l'Italia e l'Intesa della loro parte, il Governo ungherese ed il Municipio di Budapest non rinunciando a ravvisare nella nostra Missione il loro nume tutela-
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NELL'liNG HERIA DI BÉLA KUN E DlJRA'ITI:: L' OCCUPA ZTOI\E MILITARE RO ME I\A
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re, la loro infallibile ancora di salvezza, non facevano che accrescere il nostro cruccio, le nostre difficoltà ed i nostri imbarazzi. Messe alle strette dalle inesorabili taglie, che l'esercito occupante andava già imponendo nelle città e nelle campagne, le autorità governative e municipali ungheresi non sapendo a qual partito appigliarsi per scongiurare questa nuova imprevista jattura, invocavano disperati l'intervento della Missione Italiana. Ma, prescindendo anche dalla poca o nessuna probabilità che capivo potesse avere in quel momento un mio passo inteso a far desistere il Comando romeno dal procedere a requisizioni, facilmente giustificabili coi bisogni impellenti delle truppe mobilitate, un 'elementare considerazione di quelli che erano e dovevano restare i rapporti della Missione col Comando d'un esercito alleato da una parte e col Governo d'un Paese, col quale non era stato ancora firmata la pace, mi consigliava a non prestarmi ad atti che potessero interpretarsi come un voltafaccia. Se tra la Missione ed i romeni era sorto un malinteso, questo si doveva e volevo chiarire. Non avevo quindi dimesso l'idea di sollecitare un abboccamento pel giorno dopo col Generale Holban. Esortai pertanto i delegati del Governo e del Municipio di Budapest a fare di necessità virtù , soddisfacendo come meglio potevano le richieste dell'esercito occupante, quand'anche per loro, che non avevano avuto la guerra in casa, potessero a tutta prima sembrare esorbitanti, procurando di comporre direttamente col Comando le eventuali divergenze, e limitandosi per ogni buon conto a fare esplicite dichiarazioni nel senso che ciò che veniva ceduto doveva essere considerato come ceduto all'Intesa a titolo indennità e riparazioni per la grande guerra. Ero in procinto d 'abbozzare una nota al Generale Holban, quando mi vennero a dire che era arrivato il Colonnello Causey dell'esercito americano e che aveva preso stanza all'hotel Ritz, o per essere più precisi, che era rientrato nell'appartamento al piano inferiore al nostro, dove aveva già i suoi uffici, rimasti chiusi e deserti durante la parentesi bolscevica. Quantunque il Colonnello Causey non avesse mansioni di carattere militare e neppure politiche, facendo parte della cosiddetta Food Commission, la provvida istituzione americana, che agli ordini di Hoover, s'era assunta il non facile né lieve compito di mitigare le sofferenze della fame tra le popolazioni degli stati vinti, pure sentii come un sollievo di sapermi non più solo. Potevo associarmi a lui nell'indirizzarmi nuovamente al Comando romeno. Pensavo anzi che, pel fatto di personificare il Colonnello Causey la potenza belligerante relativamente ed apparentemente più disinteressata tra quelle vittoriose, di personificare cioè gli Stati Uniti d'America, la grande repubblica di Wilson, dell 'apostolo della giusta pace, l'associarmi a lui doveva conferire alla mia demarche un tal valore ed autorevolezza da garantirle il successo. Il Colonnello Causey si professò sensibilissimo alla mia visita e, venendomi incontro, m'accolse con quella rude e schietta cordialità caratteristica del good natured american. Poi fattomi sedere ed offertami una sigaretta prima ancora ch'io entrassi in argomento, si abbandonò ad uno sfogo di contumelie all'indirizzo dei romeni, cui rimproverava di paralizzare la sua missione benefica ed umanitaria colle loro intransigenti quanto ingiustificate misure militari. Prevenendo la mia proposta , fu egli stesso a chiedermi se fossi disposto a recarmi con lui dal General e Holban per indurlo a togliere il carattere di guerra alle operazioni tuttora in corso, dal momento che non c'era più traccia di esercito ungherese, né potevasi ragionevolmente nutrire timore di guerrigli o di resistenze singole e sporadiche da parte della popolazione cittadina o rurale, che qua e là aveva perfino accolto festosame nte i romeni, vedendo in loro i liberatori dell'Ungheria dall'inferno bolscevico.
ESORDIO DELL' OCCU PA Z IONE RO:V!El\A
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Preso animo dal vedere condivise le mie idee ed il mio apprezzamento sulla situazione dal sano buon senso di quest'americano, di fresco arrivato e pertanto non sospetto di partigianeria o preconcetti locali, pigliai accordi con lui per andare insieme al comando romeno, allo scopo di far valere in primo luogo il nostro diritto di alleati di non essere comunque ostacolati nell'esercizio delle nostre rispettive mansioni, ed in secondo luogo quello non meno legittimo di essere consultati prima di emettere qualsiasi ordinanza attinente alla politica ed all'economia dell'Ungheria. Siccome il Colonnello Causey mostrò desiderio di non aspettare fino al giorno dopo, ci recammo subito dal Generale Holban prevenendolo per telefono della nostra visita. Per non pregiudicare i risultati dell'abboccamento credei opportuno lasciar parlare il Colonnello Causey. Ma purtroppo questo non cambiò l'esito del nostro passo. Il Generale con parole misurate, che rivelavano lo studio di non lasciarsi fuorviare dalle istruzioni ricevute, confermò di non essere autorizzato a modificare le disposizioni prese e di voler considerare che, per trovarsi in stato di guerra, non poteva, con suo vivo rammarico, fare trattamenti d'eccezione per nessuno. Credetti allora venuto il momento di rompere il silenzio facendo osservare al generale, che in conseguenza delle deliberazioni del Consiglio della Pace, riassunte nel telegramma a firma Clémenceau, che la Missione italiana s'era data premura di portare a conoscenza del Quartiere Generale romeno, noi dovevamo ritenere che lo stato di guerra tra la Romania e l'Ungheria fosse già cessato da qualche giorno. Al che Holban replicò che nella sua qualità di militare, quand'anche edotto delle decisioni di Parigi, egli non poteva conformarvisi senza previ ordini dei suoi superiori; considerassi ch 'egli non era né un diplomatico né un politico ma un soldato, cui non incombeva che eseguire gli ordini del suo capo; tuttavia per compiacerci si sarebbe fatto premura di trasmettere le nostre rimostranze al Quartier Generale, che a sua volta non avrebbe mancato di chiedere istruzioni a Bucarest. Era lo stesso che dire: "fra una quindicina di giorni vi daremo una risposta". Era un prenderci graziosamente in giro. Ma il Generale Holban nel dirci così pareva tanto compreso di ripetere una lezione e tanto lontano dal voler condire d'ironia la sua rigidità militare, che mi astenni dal ribattergli che tutto questo avrebbe potuto farlo prima, quando i miei ufficiali gli avevano recapitato il telegramma di Clémenceau. Quella stessa sera arrivava il Brigadiere Generale Gorton, uno dei quattro designati a costituire la Commissione Interalleata incaricata di definire la vertenza ungaro-romena. Appena sceso all'hotel Ritz mi fece chiedere dal suo ufficiale d'ordinanza se potesse vedermi subito, e per quanto significassi il mio desiderio di recarmi io da lui, insistette per farmi visita pel primo. Scambiati i consueti convenevoli mi raccontò le peripezie dell'ultima parte del suo viaggio. Ad un certo punto infatti i romeni avevano fermato il treno e lo avevano obbligato a discendere. Indirizzatosi ad alcuni ufficiali per farsi conoscere e reclamare un mezzo per poter raggiungere la sua destinazione, n'era stato trattato in forma talmente poco riguardoso e scortese da farlo andare sulle furie. Soltanto mercé il tempestivo intervento d'un ufficiale di grado più elevato, l'incidente non aveva assunto proporzioni di una certa gravità. Lo si era poi provveduto di una automobile militare e d'un ufficiale di scorta, che non senza sottostare a varie ulteriori formalità, avevano condotto lui ed il suo ufficiale d'ordinanza all'hotel Ritz. D al modo come parlava si vedeva che era ancora vivamente irritato, come lo può essere un perfetto gentleman inglese che le circostanze abbiano portato ad uscire dai gangheri. Una mezz'ora più tardi gli restituivo la visita e coll'occasione lo mettevo al corrente della situazione. Poi riserbandoci di intrattenerci nuovamente sull'argomento nella serata lo pregai di pranzare coi suoi ufficiali alla mensa della Missione.
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NELL' UNGHERlA DI UÉ LA KUN E DURA NTE L'OCCUPAZIONE MILITARE R OME NA
La notizia dell'arrivo del Generale Gorton era frattanto arrivata anche al Governo ungherese e questo, negli imbarazzi in cui si trovava, fu molto se gli diede il tempo di togliersi di dosso la polvere del viaggio. Avevano appena fatto ritorno dal quartier generale romeno i due delegati incaricati dal Governo di convenire i termini dell'armistizio, e, contrariamente a quello che si presumeva dopo il premuroso per quanto vano intervento di Parigi, questi termini erano talmente esorbitanti e gravosi, che per attenuarne la portata o dilazionarne l'accettazione s'era fatto assegnamento sulla mediazione del Generale Gorton. Preceduto da un segretario, venuto a sentire se il generale avrebbe potuto ricevere subito il ministro degli esteri in persona per una comunicazione della massima urgenza, il signor Agoston scendeva all'hotel e veniva fatto passare nel salottino del generale, dove lo raggiungemmo appena servito il caffè. Oggetto dell'abboccamento, al quale il generale mi pregò di essere presente e volerlo consigliare, era appunto lo schema di convenzione presentato dai romeni per addivenire alla sospensione delle ostilità ed all'armistizio. Agoston ne aveva portato diverse copie, che ci rimise perché leggessimo. Il testo era all'incirca il seguente: A) Il Comando Supremo romeno s'impegna d'astenersi di occupare tutta l'Ungheria purché il Comando in Capo ungherese accetti di: 1) di consegnare: a) tutto il materiale di guerra ancora in possesso delle truppe e dello Stato ungherese. Si farà eccezione per quel quantitativo che sarà giudicato necessario per armare il contingente di forze armate accorrente per mantenere l'ordine nel paese dopo la conclusione della pace; contingente che in ogni caso dovrà non superare i 15.000 uomini ed essere ordinato ed equipaggiato nel modo che il Comando Supremo romeno si riserba di definire in seguito. b) tutti gli stabilimenti di produzione di armi e munizioni. Esperti romeni coadiuvati da operai ungheresi provvederanno al loro smontaggio e susseguente trasferimento in Romama. c) tutto l'equipaggiamento completo occorrente per un esercito di 300.000 uomini. d) il 50% di tutto il materiale mobile ferroviario, quand'anche non di proprietà dello stato ungherese. Così pure il 50% dei materiali e dei macchinari esistenti in Ungheria per la produzione, riparazione e manutenzione delle dotazioni ferroviarie. e) 200 automobili da turismo e 400 autocarri in buono stato. f) 30% di tutto il bestiame, che, secondo le statistiche, risulta esistente in Ungheria. g) 30% d'ogni genere di macchine agricole. h) 20.000 vagoni di cereali, 10.000 di granoturco e 5.000 d'orzo e di avena. i) tutti i natanti, di qualsiasi specie, originariamente di proprietà dello Stato romeno, o di compagnie, o di privati romeni e come preda bellica trasportati in Ungheria durante la guerra. j) 50% di qualsiasi specie d'imbarcazioni di proprietà dello Stato ungherese. k) tutti i prigionieri od ostaggi di nazionalità romena . 1) tutti i disertori romeni, quand 'anche d'altra nazionalità. Quest'incetta di materiali servirà a provvederne quei soldati che non poterono lavorare le loro terre sia per essere mobilizzati, sia per essere stati depredati durante la guerra dei mezzi loro occorrenti allo scopo.
ESORDIO IJ t. LL' OCCUf'AZlO>IE ROME>IA
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2) Lo Stato ungherese si obbliga di mantenere tutte le truppe romene, che alla firma del presente trattato si trovano nelle regioni ad occidente della Tisza e per tutto il tempo che durerà l'occupazione. 3) Lo Stato ungherese si obbliga di fornire il carbone necessario per i trasporti militari ad occidente della Tisza. B) Le truppe romene non saranno ritirare ad oriente della Tisza o per meglio precisare sulla riva sinistra del fiume, fino a quando il Comando ungherese non avrà soddisfatto tutte le condizioni elencate alla lettera A). C) D) davano disposizioni per l'esecuzione preponendovi una commissione residente a Budapest. E) Questa convenzione dovrà essere accettata o respinta integralmente. Non saranno pertanto prese in considerazione controproposte di sorta. La risposta dovrà essere data non più tardi del 5 Agosto 1919 alle ore 22. F) nel caso che le condizioni offerte non siano accettate, il Comando Supremo romeno farà requisizione ed asporterà dall 'Ungheria - senza riguardo a proporzioni - tutti quei materiali e scorte di bestiame, di cui necessita la Romania per risarcire almeno in parte i danni sofferti dall'occupazione nemica durante la guerra, e per effetto della pace di Bucarest. Siccome al termine fissato della scadenza mancavano pochi minuti, se già non era trascorso, quando il generale Gorton ebbe finito di leggere, si rivolse verso il ministro Agoston senza dir parola ma con l'atteggiamento caratteristico di chi chiede di sapere che seguito intende dare il Governo ungherese alla questione. Il signor Agoston riferì allora, che il Governo aveva deciso di rispondere al Comando Supremo rumeno che la convenzione era stata rimessa nelle mani del generale Gorton come capo della Commissione lnteralleta, e nel dire così trasse dalla busta di pelle che teneva sulle ginocchia un plico e lo consegnò al generale. In esso era detto che la Repubblica ungherese aveva ricevuto il 5 agosto dal Quartier Generale romeno le condizioni d'armistizio, di cui seguiva il testo. La Repubblica d'Ungheria aveva già firmato un armistizio con le potenze alleate ed associate dell 'Entente in da ta 13 novembre 1918. questo nuovo armistizio dettato separatamente da una delle summenzionate potenze, annulla le condizioni d'esistenza del paese e rende pertanto impossibile l'adempimento delle obbligazioni precedentemente accettate. La Repubblica d ' Ungheria in osservanza dei sui doveri rimetteva perciò la decisione di tale questione alle potenze dell'Entente. La nota concludeva pregando i rappresentanti delle potenze dell'Entente in Budapest di voler fare i passi, che crederanno necessari per rispondere alle proposte pervenute dal Quartier Generale romeno. Era firmata Agoston, a nome del Governo della Repubblica d'Ungheria. Era la unica soluzione logica che si prospettasse per vedere di uscire dalla incoerenza di quella situazione, come d 'altronde avevo già accennato il giorno avanti ai messi, che erano venuti a visitarmi per incarico di Agoston. Soprattutto logica dopo che il Governo ungherese, nell'assumere il potere, s'era affrettato a dichiarare a Parigi di riconoscere e voler mantenere fede alla convenzione d'armistizio.
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NELL' lJ KG HERIA D I BÉL A KU 'J E DU RA NTE L' OCCU PAZIO'JE MILI TAR E R OMEN A
Il Generale Gorton era anche della mia opinione, ma naturalmente si astenne dal manifestarlo in presenza di A.goston non volendo preventivamente impegnare il suo governo ed i colleghi della Commissione Interalleata. Si limitò a ricevere la nota ed a promettere di rispondere dopo averla studiata. Partito il signor Agoston, il Generale Gorton si preoccupò di darne immediata comunicazione cifrata al Foreing Office, ma all 'ufficio telegrafico occupato dai romeni militarmente, si ricusarono di accettarla e trasmetterla. Il Generale Gorton era fuori della grazia di Dio,for having dared such an unprecented effrontery - per avere osato fargli un simile affronto senza precedenti - , come si espresse, e se ne lagnava con me e col Colonnello Causey, quando questi si offerse di toglierlo d'imbarazzo dicendogli che avrebbe fatto inoltrare il telegramma per mezzo del filo speciale steso dalla Food lntemational Commission , filo che metteva capo direttamente nei suoi uffici. Confesso che fui molto sorpreso di scoprire soltanto allora l'esistenza di questo mezzo di trasmissione, che avrebbe potuto riuscirmi preziosissimo nelle contingenze trascorse, tanto più prezioso in quanto tutto induceva a credere che fosse ignorato anche da Kun Béla. E questo spiega perché passasse inosservato ai romeni e sfuggisse alla intercettazione della rete telegrafica. Se noi, rappresentanti di potenze amiche ed alleate, avevamo di che lamentarci dell' occupazione romena, è facile farsi un 'idea quanto di più e per motivi tanto meno facili a tollerarsi, dovesse querelarsi la popolazione di Budapest, per la quale tutte quelle legioni di soldati ed ufficiali e quelle orde di parassiti che si accodano ad ogni esercito invasore aveva avuto per primo risultato di depredare gli ultimi approvvigionamenti della città. I questuanti che facevano lacrimevole appello al magazzino viveri della Missione non si contavano più in quegli ultimi giorni, e con nostro rincrescimento dovevamo rimandarne indietro molti a mani vuote. Né si poteva indirizzarli alla Missione americana , perché, tagliata come era dai suoi centri di rifornimento, aveva visto presto esaurirsi quelle poche casse di alimenti in scatola di cui disponeva. Cresceva pertanto i numero di coloro che invocavano l'intervento della Missione Italiana e delle altre arrivate, perché ci prestassimo a favorirne l'esodo dalla città, per risparmiare loro gli orrori di una morte per inedia. Si convenne perciò tra i tre capi missione di fare un nuovo passo col Generale Holban, cui chiedemmo a che ora di quel giorno 6 agosto avrebbe potuto riceverci. Non conoscendo questi l'inglese ed il Generale Gorton ed il Colonnello Causey non sufficientemente la lingua francese fui obbligato ad assumermi la parte odiosa ed antipatica di sostenere io il colloquio, che, data l'irritazione d 'una delle parti e la ruvidezza del Generale Holban, doveva inevitabilmente accalorarsi e trascendere a qualche frase sgradevole. Come più elevato in grado prese a parlare il Generale Gorton a nome di tutti. In forma pacata, circostanziando bene i fatti che determinavano le nostre rimostranze, il generale disse che quello che accadeva non era di natura tale da darci l'impressione che noi e i romeni militassimo da una stessa parte e per un medesimo scopo. Egli da parte sua ed i colleghi per parte loro sentivano di non avere da rimproverarsi nessun atto, che avesse potuto dar luogo a risentimento od essere interpretato non amichevolmente da parte del comando romeno, mentre difficilmente avremmo potuto dire altrettanto di ciascuno di noi nei riguardi dei romeni . Continuando aggiunse ch'egli era venuto a Budapest inviato in seguito ad una deliberazione presa a Parigi dai delegati di tutte le Potenze Alleate ed Associate, e pertanto consenziente anche quello della Romania; ch 'egli era lì per adoperarsi di comune accordo coi romeni a liquidare quella nuova guerra e che perciò si proponeva con quel primo colloquio di dissipare qualsiasi eventuale malinteso potesse sussistere tra noi ed il Comando Rome-
FSO RDIO - - - - - - - - - -- - -- -
DE LL'OCCUPA Z IO NE ROMEN A
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no, dal quale aspettava anzitutto che non si pretendesse ignorare la nostra presenza a Budapest e la veste nella quale vi eravamo. Per essere quanto più possibile fed ele nella traduzione avevo approfittato d 'ogni pausa più lunga del generale per volgere in francese frase per frase. Quando ebbi finito, il Generale Holban rispose con evidente intenzione di mostrarsi gentile, che volessimo scusare, se, a causa dell' occupazione militare e dell'applicazione troppo rigorosa dello stato di guerra, eravamo andati incontro a qualche desagrément; ch'egli non aveva istruzioni, né qualità per trattare con noi, ma non per questo voleva darsi meno la pena perché, compatibilmente con la esatta osservanza delle misure militari, noi potessimo muoverci liberamente e non trovassimo ostacoli nell'esercizio delle nostre mansioni; malintesi non credeva che ce ne fossero, o ne potessero sorgere, per poco che anche noi volessimo adattarci alle speciali circostanze. A questo punto il Generale Gorton , che non sembrava disposto a restare nella imprecisione evidentemente intenzionale del suo interlocutore incominciò ad entrare in particolari, col risultato che il dialogo andò assumendo un tono tanto più duro quanto più povere si facevano le argomentazioni con cui il generale Holban giustificava il suo comportamento verso di noi e quanto più, sentendosi a corto di argomenti , cercava di trincerarsi in un atteggiamento rude e militaresco. Per l'ennesima volta protestava il Generale Holban la sua amichevole disposizione verso di noi e la sua buona volontà "de nous rendre service en tant qu'il pouvait", quando l'inglese perduta la pazienza, senza aspettare la traduzione d'una frase ormai troppe volte ripetuta, mi disse, mettendo nelle sue parole un indefinibile senso di sarcasmo: - will you ask then Generai Holban whether does he think a friendly disposition towards us, not to have yet returned our visit to nome of us? - Vuol domandare al signor Generale Holban se può interpretarsi come un amichevole atteggiamento nei nostri confronti il non avere ancora restituito a nessuno di noi la visita che gli abbiamo fa tto? - Confesso che ebbi qualche lungo secondo di esitazione prima di volgere il francese queste parole, cercando quelle che meglio si prestassero a dire la stessa cosa attenuandone la sferzante mordacità. Ma per quanto facessi non riuscii colla perifrasi a risparmiare al Generale Holban un boccone così amaro da agghiacciare repe ntinamente la conve rsazione. Il generale biascicò malvolentieri delle scuse imputando l'omissione alle eccezionali contingenze di guerra e l'intervista ebbe fine. Poche ore dopo a ciascuno di noi veniva rimessa da un cameriere dell'albergo una carta da visita inappuntabilmente piegata del Generale Holban. La sostanza restava quella che era , ma la forma era salva. Quel che non mi seppi spiegare fu il piccino rancore, che mi serbò il generale romeno per la m ia ingrata parte di traduttore, trascendendo fino a dimostrarmelo in una forma ben poco protocollare e cortese, perché il giorno dopo offrendo un pranzo agli ufficiali e diplomatici dell'Intesa più elevati in grado presenti a Budapest, io non fui invitato, mentre lo furono sia il Generale Gorton che il Colonnello Causey, quantunque per l'Italia fossi ancora il solo a rappresen tarla. È vero che non si trattava d'un pranzo ufficiale, e che ad ogni buon conto vi era stato invitato il principe Borghese venuto a Budapest un po ' col pretesto d ' informarsi sulla situazione e molto per far valere la sua influenza a protezione degl 'interessi dei suoi parenti, ma non per questo appariva meno evidente la sgarberia nei miei riguardi . Dal quartier gen erale romeno era frattanto giunta la conferma di applicare le sanzioni prevedute in caso di mancata accettazione delle condizioni di armistizio, e gli incaricati di tradurle in atto si erano data a far man bassa sopra quanto, utile o superfluo, in città o in campagna, poteva suscitare le insaziabili brame d 'un popolo affamato e depredato da una guerra, alla vista di una abbondanza, varietà e ricchezza per esso quasi sconosciuta.
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NELl.'UNGIIER I/\ DI BÉLA KUN E DURANTE L'O CClH'AZ IONE MILITAR F RO MENA
Più che di requisizioni poteva parlarsi di spogliazione del territorio occupato, e questo, come è facile capire, era motivo di lagnanze e proteste di una moltitudine di ungheresi, che non trovando facile ascolto presso i comandi romeni, le sporgevano alle diverse Missioni d'Intesa sollecitandone l'intervento. A rappresentare gli Stati Uniti era arrivato il Generale Bandholtz, che da buon americano s'era anzitutto preoccupato di mettersi in contatto con la stampa più autorevole di Budapest e di predisporla in suo favore. Dopo di ché, senza nemmeno ben premunirsi dalle imposture ed inevitabili esagerazioni di chi si sente toccato nella tasca , pigliava spunto da ogni notizia di vera o pretesa rapina romena per infuriarsi come se ne fosse stato vittima lui stesso e per farne un cancan sui giornali. Se non fossero intervenuti i colleghi a calmarlo e ricondurlo nei rigidi binari delle forme diplomatiche egli sarebbe andato ogni giorno a farne una questione personale col Generale Holban, perché ordinasse di smetterla con quel saccheggio arbitrario, sfrenato e senza criterio, cui si abbandonavano i suoi armigeri palleggiandosene la responsabilità tra gregari, ufficiali e comandi, deciso a procedere oltre presso Bucarest o Parigi, se si continuasse a prendersi gioco di lui. Ma è detto che, poco a poco, ci si abitua a tutto e così, col passare dei giorni, anche il Generale Bandholtz finì per scaldarsi meno e per adottare i procedimenti più ponderati e protocollari dell'amico Gorton, procedimenti che avevano il raro pregio di conciliarsi colla situazione, in quanto consentivano ai generali di far vedere che non restavano indifferenti e passivi spettatori di una spogliazione che non avrebbero dovuto tollerare, ed ai romeni lasciavano tutta la libertà di continuare a praticarla. La dittatura bolscevica aveva appena esalato il suo ultimo respiro che già si notava un aumento ed un mutamento nella clientela dell 'hotel Ritz. Di giorno in giorno le sale d'uso comune si facevano più impari a contenere la folla di affaristi, commercianti e giornalisti, che si erano riversati a Budapest facendo dell 'albergo il loro preferito luogo di convegno. Il risiedervi molti ufficiali delle missioni dell'Intesa , mentre aveva indotto i romeni a dargli l'ostracismo tanto da non incontrarvene mai uno sebbene popolassero quasi tutti gli alberghi principali della città , era forse il motivo che induceva parecchi a darvi la preferenza. Sebbene trovassi oltremodo interessante guardare e studiare quell 'accolta di gente tanto eterogenea, che conversava e s'intendeva usando promiscuamente lingue diverse, procuravo di soffermarmi quanto meno possibile nelle sale di riunione per sfuggire alle indiscrete richieste di persone in vedetta. Soprattutto mi davano soggezione i giornalisti a caccia d'interviste. Già con difficoltà ero riuscito a poco a poco a superare l'imbarazzo che mi dava i primi tempi il riceverli in ufficio, dove pure m'avvantaggiavo del fatto che m 'erano preannunziati e che potevo quindi darmi un contegno, e dove l'ambiente di per se stesso mi veniva in aiuto a contenerne la curiosità o la questione indiscreta. Malgrado questo, un po ' per diffidenza di me stesso un po ' per diffidenza dei giornalisti, dopo le prime non grate sorprese di vedere stampate cose, che non m'ero mai sognate di dire o di pensare, solevo premunirmi da errate od infelici espressioni del mio pensiero o da interpretazioni tendenziose d 'innocenti parole col porre come condizione a chi mi chiedeva interviste di rileggermi gli appunti presi, quando non chiedevo addirittura il testo integrale di ciò che sarebbe stato poi pubblica to. Ma diffidavo di espormi alle interviste carpite di sorpresa in una sosta di stanchezza nella hall dell'albergo, dove tutto sembrava concorresse ad accrescere la sfacciataggine ed indiscrezione del giornalista da un lato e la timidezza e l'imbarazzo da parte mia. Per quanto così novizio e timoroso di questa forma d'invadenza della stampa moderna, comprendendone l'utile che se ne poteva trarre, non esitai a tentare di servirmene, quando mi sembrò che potesse giovare a combattere parzialmente la campagna avversa alla Missione di quei giorni susseguenti la caduta di Kun Béla.
E SOJUJIO OELt ,' o ccu PA Z ION E XOME:--.IA
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Nella mia ingenuità ed inesperienza lo credevo una cosa facile, ma non mi ci volle molto a capire, che non soltanto era difficile, ma in parecchi casi pressoché impossibile. Troppi interessi concorrevano a determinare un atteggiamento: interessi politici ed economici usi a farsi strada e ad imporsi assai più della verità. Dai giornali esteri, ultimi arrivati, si desumeva chiaramente che l'avanzata ed occupazione di Budapest da parte dei romeni erasi potuta effettuare perché a Parigi la cosa non dispiaceva. Se non poteva dirsi , che la si fosse incoraggiata e favorita, neppure si era fatto o voluto fare quello che sarebbe stato necessario per impedirla, come per lealtà e coerenza colle intenzioni ufficiali espresse dal telegramma di Clémenceu, avrebbesi dovuto supporre. Pensare che m'ero dato tanta pena per dare diffusione a quel telegramma, che tutta la Missione italiana s'era mobilitata perché pervenisse a conoscenza del comando romeno! Provavo cruccio d 'essermi fatto sedurre tanto dalle apparenze, d'aver creduto che a Parigi prevalesse ancora una sola volontà e sopravvivesse ancora l'Intesa della Vittoria. Ma più che il cruccio personale mi pesava che, agendo imparzialmente ed obiettivamente come avevo fatto, avessi attirato sulla Missione una serqua di contumelie da parte di tutta la stampa romena e di quella europea che le teneva bordone, ed ottenuto che la si accusasse di partigianeria. Risalendo al Paese che rappresentavo, si finiva così per attribuire a torto all'Italia l'intenzione di avere voluto attraversare i disegni e le mire della Romania a profitto di un ex nemìco, o di farle colpa di venire meno agli obblighi impliciti di una amicizia di vecchia data come quella che ci lega alla Romania. Nell'intento di non lasciare accreditare una malignità simile avevo già fatto un tentativo scrivendo al Generale Holban una lettera, nella quale manifestavo il mio rammarico di desumere dall'atteggiamento poco amichevole del comando romeno, che questi fosse incorso nello stesso equivoco di certa stampa dando agli atti della Missione italiana un 'interpretazione opposta a quella cui essa aveva inteso informarsi nelle ultime vicende. Se le apparenze potevano prestarsi a far sorgere dei dubbi nel pensiero di coloro che ignoravano come stessero realmente le cose, ciò non poteva né doveva accadere nei nostri confronti. La lettera concludeva auspicando una cordiale e leale collaborazione, più consona con le tradizioni della nostra politica e più in armonia coll'interesse comune di assestare sollecitamente nelle nuove delimitazioni e nella pace quella parte dell'Europa. Ma la lettera non sortì nessun effetto. Il generale si limitò ad accusarne ricevuta, soggiungendo di averla trasmessa al comando in capo perché entrasse in merito alla questione. Il mancato esito di questo tentativo mi spinse a valermi della stampa per far luce sulla linea di condotta seguita dalla Missione andando incontro alla disillusione cui accennavo. Tra i giornalisti di recente arrivati a Budapest eravi il corrispondente di un quotidiano francese di larga diffusione. Avendomi ripetutamente chiesto che gli concedessi un'intervista , acconsentii a darla a condizione che fosse pubblicata integralmente quanto avrei detto non solo sui fatti, nei quali era stato spettatore ed attore, bensì anche sulle intenzioni e sullo spirito, cui si erano informati i nostri atti. Pensavo che quel giornale avrebbe dovuto reputarsi fortunato di poter dare ai suoi lettori un'i nformazione attinta alla sorgente ed estesa alla genesi dei fatti a cui si riferiva ed invero il giornalista si mostrò assai grato di trasmetterla fedelmente. Però il giornale si guardò bene dal farne neppure menzione. Osservai in quei giorni che mentre la stampa francese era tutta dal più al meno favorevole alla Romania e ne scusava l'avventura ungherese per quanto consumata in barba alle istruzioni di Clémenceau, quella americana sposava in pieno le parti dell'Ungheria ed era inesorabile nel bollare di banditismo l'esercito romeno. La più equa era l'inglese, cosicché mi pentii di non essermi servito di essa per divulgare un racconto fe dele del modo come la Missione si era condotta nei confronti della Romania. Ma riprendiamo ad esporre gli avvenimenti quali si svolsero.
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NELL'UNGHERIA DI BÉLA KUN E D URANTE L' OCCUPAZIONE lv!ILITARE ROlv!ENA
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Agli appelli reiterati dei Generali Gorton e Bandholtz per sapere come comportarsi in merito alle condizioni d'armistizio pretese dai romeni , venne finalmente la risposta da Parigi. Come era da prevedersi anche questo telegramma di Clémenceau, informandosi allo stesso criterio del primo, non riuscì gradito al comando romeno, che - saputo che la Missione dell'Intesa ne avevano sollecitato la pubblicazione sui giornali - fece loro divieto di farne il benché minimo cenno. L'atto equivaleva quasi ad un affronto alle nazioni che noi rappresentavamo ed uno sfregio all'autorità del Consiglio della Pace, dal cui prestigio dipendeva e la sistemazione di tre quarti degli Stati d'Europa e il ritorno della tranquillità nella loro vita interna ed esterna e la possibilità di sanare i mali della guerra. Era pertanto ovvio che a tale prestigio tutti dovevamo annettere la maggiore importanza, e tutti dovevamo contribuirvi, evitando per quanto si poteva di infirmarlo minimamente. Deciso a non tollerare supinamente, che il Comando romeno si arrogasse un diritto di censura sopra un nostro comunicato, pure accedendo alla proposta del collega inglese di fare un'energica protesta, suggerii ai due generali di provvedere noi stessi alla stampa e diffusione del telegramma di Parigi, mediante fogli volanti, lanciati da un aeroplano italiano che da pochi giorni stazionava al campo di aviazione di Matyasfold. Per mostrare che l'atto era stato deciso di comune accordo si dispose che per la circostanza l'aeroplano esibisse oltre la bandiera italiana anche quella inglese e quella americana, e che a bordo di esso prendesse posto accanto al pilota italiano un ufficiale della Missione inglese. Seccato il comando romeno sfogò le sue ire sulla tipografia che aveva riprodotto i manifesti, sequestrandone i macchinari e traendo in arresto il proprietario, facendosi forte della legge marziale. Come si desume da questo episodio, volente o nolente il Gran Consiglio di Parigi ed i generali suoi mandatari a Budapest, il corpo d'occupazione romeno si comportava in Ungheria come se non si sentisse vincolato in alcun modo al blocco delle potenze alleate ed associate, e senza darsi neppure la pena di salvare le apparenze, continuava inesorabile nel suo programma di spogliazione delle regioni occupate, affrettandolo piuttosto che attenuarlo, per timore di venire interrotto nel suo bottino. "Quel che è fatto è reso" - dicevano gli ufficiali superiori romeni - "ci dobbiamo bene indennizzare della tabula rasa fatta da Mackensen in Romania! Anch'egli non si è lasciato influenzare da alcuna considerazione o pietà per le popolazioni locali! " - E come si sarebbe potuto dar loro completamente torto, se presentatasi loro la fortunata combinazione di rivalersi su qualcuno dei vecchi nemici, oggi ne approfittavano venendo meno alla troppo cristiana virtù della rinunzia? Il peggio era che gl'incaricati dell'esecuzione di quelle incette, invece di procedere metodicamente ed osservando un senso di legalità, facevano man bassa sopra qualunque cosa piacesse loro, con quella stessa forma arrogante praticata dai tedeschi nella guerra, destinata a lasciare sempre un pesante strascico di odi e di rancori. Pur concedendo quindi a tal modo di procedere tutte le attenuanti suggerite dalla nostra esperienza di combattenti, in noi italiani veniva istintivo di provare un tal senso di disgusto per tanti soprusi e prepotenze, che pur non volendolo, ci portava, col passare dei giorni, a simpatizzare cogli ungheresi e ad osteggiare i romeni, per quel connaturale e generoso impulso di assumere piuttosto le parti e la difesa del debole, anziché quelle del sopraffattore. Sempre, come ho detto, col passare dei giorni, concorse a far perdere a me ed al personale della Missione un po' della nostra obiettività e rigorosa equanimità tanto il rude e scortese modo di comportarsi del Comando romeno nei miei confronti, su cui avevo fatto silenzio, quanto il racconto delle vessazioni inflitte al Tenente Salem ed al giornalista Petti-
ESORDIO D E LL' OCC UPAZIONE ROJvlENA
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nato al Quartiere Generale. Dopo diversi giorni, che ne mancavo di notizie tanto da indurmi a chiederne d'ufficio alle autorità militari romene, il Tenente Salem ed il signor Pettinato avevano finalmente fatto ritorno a Budapest e riferito che, senza tenere in alcun conto né la loro veste, né la loro nazionalità, né i salvacondotti di cui erano muniti, lo stato maggiore romeno dopo averli fermati e separati l'uno dall'altro aveva interdetto loro ogni comunicazione tra essi e l'esterno, e internati come fossero due prigionieri di guerra, ricusando perfino di dar loro una spiegazione o una vaga indicazione circa la presumibile durata d'un simile sleale ed ostile trattamento. Con tutta probabilità lo stesso Stato Maggiore dové poi rendersi conto dell'offesa inflittaci comportandosi in tal modo con un nostro ufficiale, perché dopo due giorni mostrarono di disinteressarsi dei due innocui prigionieri, ed il Tenente Salem ed il signor Pettinato approfittarono della rallentata vigilanza per tirare fuori la loro vettura, provvedersi di benzina e partire, insalutati ospiti. In questa disposizione d 'animo non più intonata a tanta simpatia verso i romeni, mi sorprese la visita del Generale Ferigo, nostro capo-missione a Bucarest. Era arrivato a Budapest per precedervi il comandante in capo dell'esercito romeno, Generale Mardarescu, atteso da un giorno all'altro, e, senza porre tempo in mezzo, era venuto a cercare di me all'hotel Ritz. Casualmente non mi trovò , cosa di cui mi rallegrai, quando seppi che nel colloquio che aveva avuto col Capitano Castagnola, ufficiale di fresco arrivato alla Missione, il generale s'era lasciato andare ad una virulenta requisitoria del mio operato, qualificando di poco assennato ed impolitico il modo come mi ero comportamento nei riguardi dei Romeni nel corso delle operazioni belliche contro l'Ungheria. Quando c'incontrammo poco più tardi, sbollita alquanto la passione sotto l'influsso della quale s'era prima espresso col capitano, il generale continuò meco argomentando di mostrarmi gli errori e l'imprevidenza della mia politica. - Non vede - mi diceva - che colla sua azione è andato sgretolando e demolendo un vecchio e solido edificio per costruire sulle sue rovine una meschina capanna! - Che valore può rappresentare per l'Italia la riconoscenza e l'amicizia infida di un vinto in confronto a quella sicura ed antica di un compagno d'armi? - Si vedeva chiaro che il generale non aveva sentito altre campana che quelle suonate dalla stampa romena o filo-romena, tanto che restò sorpreso e quasi incredulo quando gli raccontai nella loro semplicità come si erano effettivamente svolti i fatti, immuni da ogni sottigliezza o speculazione politica e tanto meno da predilezioni nazionali, al punto da parteggiare e favorire i romeni quando attaccati da Kun Béla e, una volta debellato il bolscevismo in Ungheria, quando assunsi il compito di equanime mediatore arrogatomi ed implicitamente conferitomi collo scambio di telegrammi con Clémenceau. A giustificare poi il mio susseguente graduale mutamento d'animo, pregavo il generale che prima di formulare un giudizio volesse attingere informazioni da qualunque persona estranea e disinteressata, appartenente oppure no alle missioni dell'Intesa e si sarebbe presto ricreduto sul conto dell'atteggiamento romeno verso di noi, convenendo meco nel qualificarlo di scortese ed offensivo, a prescindere dal trovare il loro procedere lesivo dei nostri interessi, come io lo apprezzavo. Il dibattito fra il Generale Ferigo e me si andava accalorando quando entrò in ufficio il Generale Mombelli, che era appena arrivato a Budapest per assumere il suo incarico di rappresentante d'Italia nella Commissione Interalleata. Scambiato con entrambi poche parole di saluto tenne a conoscere l'oggetto dell'animata conversazione che veniva ad interrompere, ed allora avvenne che Mombelli, il quale veniva direttamente dell'Italia e riportava l'impressione dei fatti , quali erano rappresentati dai giornali nostri e particolarmente da quelli triestini - gli ultimi acquistati durante il viaggio - prese subito le mie difese.
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"IELL'UNG!lE l{IA DI BÉLA K UN E DURANTE L'OCCUPAZION E MILITARE RO:V!ENA
Siccome nelle discussioni fra militari il torto o la ragione sono di solito rispettiva prerogativa dell'inferiore e del superiore, così alla fine prevalse l'approvazione del Mombelli sulla riprovazione del generale Ferigo e nel mio intimo mi persuasi una volta di più, che dovevo essermi comportato imparzialmente od almeno in conformità di quella che - errata o corretta - era stata la mia interpretazione delle direttive di Parigi. Al seguito del Generale Mombelli erano venuti anche il Maggiore Montù, ed il Tenente di cavalleria Giovinazzi; quest'ultimo quale ufficiale d'ordinanza del generale. Non saprei dire se, casualmente o con intenzione, quello stesso giorno capitò a Budapest il Generale Segre, venuto in volo da Vienna a bordo di un apparecchio Caproni, sul quale avevano preso posto altri tre nostri ufficiali. Eravamo troppi e con troppi galloni per segregarci ancora nella nostra disadorna mensa: così quella sera scendemmo a pranzo nel salone dell'hotel, che ormai aveva ripreso la sua fisionomia di ristorante di lusso internazionale ed un numeroso stuolo di uniformi italiane fece bello sfoggio di sé intorno ad una tavola sufficientemente in vista. Dopo il pranzo, mentre si prendeva il caffè nella hall il Generale Mombelli ed il Generale Segre, me presente, presero a considerare il modo migliore di sistemare il personale della vecchia missione, che - organicamente e gerarchicamente aveva finora figurato come una dipendenza o una delegazione di quella di Vienna - secondo la nuova situazione determinata dal costituirsi a Budapest di un altro e più importante ufficio militare italiano con alla testa un generale di grado più elevato. Mentre si studiava uno schema di proposta da sottoporre alla decisio ne di Roma ci fu recapitato un telegramma proveniente dalla capitale che disponeva che la Delegazione militare italiana di Budapest passasse alle dipendenze del Generale Mombelli e s'incorporasse all'ufficio da lui costituito. Il telegramma non riuscì molto gradito al Generale Segre, il quale sostenne non si applicasse anche alla mia persona ma solo al personale della delegazione fino allora ai miei ordini, e che pertanto, in attesa di schiarimenti al riguardo, io restassi a Budapest a titolo provvisorio, e per quel lasso di tempo strettamente necessario a mettere al corrente il Generale Mombelli ed il suo capo di stato maggiore degli uomini e delle cose d'Ungheria ed a curare la cessione dell'equipaggiamento e del carteggio d'ufficio. Dopo di ché il Generale Segre intendeva ch'io facessi ritorno a Vienna ripromettendosi di utilizzarmi per dirigere la delegazione di Varsavia o quella di Cracovia. Quantunque presente a tale discussione evitai attentamente d'intervenirvi e di apparire interessato ad una soluzione piuttosto che all'altra, per non alienarmi l'animo di quegli, che sarebbe stato il mio superiore prima ancora di cominciare a prestare servizio sotto di lui, e quando mi si domandò di esprimere il mio desiderio, risposi che preferivo metterlo da parte perché riuscisse loro più facile d'j mpiegarmi come e dove avrebbero creduto più rispondente all'interesse del servizio. Ma partito che fu il Generale Segre, m'avvidi subito che il Generale Mombelli non aveva alcuna intenzione d 'interpretare la mia permanenza a Budapest come provvisoria. Mi fece anzi capire che aveva animo di precisare con un foglio d'ordini le mansioni dei diversi ufficiali addetti al suo ufficio, includendovi anche me. Senonché questo foglio d'ordini sarebbe forse rimasto sempre allo stato d'intenzione, se i fatti che si susseguirono non avessero sospinto il generale a concretarlo ed emanarlo, apponendovi una data anteriore alla sua effettiva redazione.
Il conte Mihaly Karolyi tiene un discorso a K,1polna all ' atto della ripartizione dei terreni nel 1919.
Béla Kun .
Budapest - 1° Maggio 1919. I Commissari del Popolo Dezs6 Bokanyi e Jakab Weltner assistono al corteo davanti al monumento ciel millenario camuffato per la circostanza in forma allegorica .
Motivo decorativo per i festeggiamenti del 1° Maggio 1919.
Budapest - 1° Maggio ·1919 _Corteo celebra tivo per l'Anclrassy
Budapest - 1" Maggio 1919. Monumento celebrativo ciel 1° Maggio in Baross tér.
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Sàndor Garbayi. presidente del Consiglio dei Commissari del Popolo della Repubblica dei Soviel.
J6zscf Pogany.
Vilmos Bohm.
J6zsef Haubrich .
Tibor Szamucly.
Budapest - 1919. li Commissario del Popolo Dezso Bokanyi arringa la folla davanti al Parlamento .
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Budapest - Maggio 1919, Manifesti che annunciano la proiezione di film portati dalla Russia dal compagno Szamuely. Di fianco il soldato ammonisce: «1ì.t, controrivolu zionario che diffondi notiz ie allarmanti: trema i» .
Budapest - Giugno 1919. Manifesti inneggianti alla produzione socialista, ad esortare i validi alle armi e a costituire drappelli armati nelle fabbriche.
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Budapest - Giugno 1919. Manifesti che esortano il proletariato all'insurrezione. «Per vostra moglie e per i vostri fig li: Avanti! Bando all 'alcool, col quale gli oppressori capi1olis1i tiranneggiano la classe operaia, la stordiscono e la adducono all'assassinio. Frate/lii La pace assassina dell'Entente è il nostro allealO. Gli eroi della pirateria internazionale svegliano il proletariato del mondo. Fratelli! Prole/ari! Preparwevi per la rivolu z ione europ ea».
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Budapest - Giugno 1919. Sotto l'effigie di Lenin ma nifesti che imprecano contro i briganti internazionali della pace capitalista assassi na dei popoli e che invitano le donne proletarie ad essere all'altezza della sit uazione. « Evviva
il sovie1 mondiale, e l'alleanza mondiale dei prolerari».
Il Colonn el lo Aurél Stromfeld, capo cli Stato Maggiore dell'esercito rosso, artefice della vittoria di Kassa (Kosicc) .
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Budapest - Giugno 1919. «Soldati rossi avanti!»
Il Capitano Emilio Henssler.
Budapest - Maggio J919. Il Commissario del Popolo Tibor Szamucly parla in un comizio sul reclutamento di soldati per l'esercito rosso.
1919 - Csemyi in mezzo ai "fitti di L enin" (Didascalia del Colonnello Romanelli).
Budapest - Maggio 1919. 11 Commissario del Popolo J6zsef Haubrich, comandante la Piazza di Budapest , tiene un discorso nel cortile di una caserma.
Budapest - Giugno 1919. Il Commissario del Popolo Tibor Szamuely arringa una folla di operai in località Yérmez6 .
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Budapest - 26 Giugno 1919. Mitragliatrici dell'esercito rosso appos tate sul lungodanubio per opporsi ad un eventuale ritorno dei monitori della Marina fluviale ungherese.
Kalocsa - Luglio 1919. Una delle macabre dimostrazioni di giustizia sommaria del Commissario del Popolo Tibor Szamuely.
Padre Bonaventura Gallerani dell'Ordine dei Serviti, informatore della Missione militare italiana .
Il Generale di Divisione Ernes to Mombelli .
Budapest - 18 Novembre 1922. TI Colonnello Romanelli (in primo piano) con ufficiali italiani e ungheresi all ' uscita del Parlamento, dopo la solenne cerimonia a lui dedicata .
L'onorificenza della "sciabola d'onore " (Dis z kard) conferita al Col. Romanelli e il busto a lui dedicato nel 1922.
Particolare della sciabola d'onore consegnatagli dal Primate d' Ungheria Card. Janos Cscrnoch nel 1922.
Via Romanelli a Budapes t.
Medaglia ricor do dedicata a Romanelli.
BUDAPEST - 11 GENNAIO 2001 CERIMONIA PER LO SCOPRIMENTO DEL BUSTO COMMEMORATIVO.
IJ Tene nte Generale Gianfranco Ottogalli scopre il busto di Romanelli
presso la Scuola di Ingegneria Militare di Budapest.
Busto del Colonnello Romanelli.
L' Ambasciatore di Italia a Budapest, Giovanbattista Verderame.
Un momento della cerimonia commemorativa del Colonnello Guido Rom anelli
Il Capo di Stato Maggiore dell'Esercito, Tenente Generale Gianfranco Ottogalli, con l'Ambasciatore Giovanbattista Verderame, ha presenziato alla cerimonia tenutasi in Budapest.
xx TENTATIVO DI RESTAURAZIONE ASBURGICA
Che il governo costituitosi in seguito alle dimissioni di Kun Béla non soddisfacele le alte classi e la gentry ungherese era cosa notoria ed anche facilmente spiegabile. Se questo mondo già terrorizzato e disarmato dal bolscevismo si era quietamente assoggettato in un primo tempo, quando ancora temeva le bene inquadrate organizzazioni operaie ed il pugno fermo dell'ex commissario Haubrich, ora che sentiva e si rendeva conto, che il potere popolare era saldamente controllato da quello più forte dell'esercito occupante, che agli operai erano state confiscate le armi, e che i loro capi più audaci e temibili erano stati tratti in arresto dai romeni e confinati in un campo di concentramento lontano da Budapest, ora, questo mondo cominciava a alzare la testa. Non solo anzi non faceva più mistero della sua insofferenza a lasciarsi reggere da un governo nel quale sedevano due esponenti della deprecata dittatura proletaria, ma neppure si prendeva la pena di nascondere il determinato proposito di rovesciarlo per vie illegali nel caso non bastassero le pressioni morali e la esortazione ad indurlo a dimettersi. Per un riguardo alla mia persona che quel governo aveva in certo modo tenuto a battesimo, c'era molta gente che veniva a me a sporgere le sue lagnanze, esporre i suoi apprezzamenti e formulare le sue proposte e divisamenti. Invano m'affannavo a dire, che quel governo e quei ministri ex comunisti rappresentavano una soluzione transitoria, la sola che avesse potuto evitare mali maggiori nel momento in cui fu adottata; invano soggiungevo cli tenere da buona fonte, che i primi a rendersi conto dell'insostenibilità della loro posizione attuale, erano proprio quei certi due ministri, così dall'essere disposti a lasciarsi sostituire nel termine di pochi giorni; invano additavo loro i pericoli connessi con qualsiasi rivolgimento politico interno non sufficientemente ponderato, non gradito all'Intesa, dal punto di vista nazionale, macchiato della colpa d'essersi attuato all'ombra delle baionette nemiche; invano consigliavo a qualche altro di consultarsi con la Commissione Interalleata profferendomi di farmi finanche interprete dei desideri della popolazione, tutte le mie parole non conseguivano che un successo momentaneo. Partivano fiduciosi , persuasi , pieni di buone intenzioni a fare come loro dicevo, e poco dopo tornavano daccapo coi medesimi argomenti, ognora più insistenti ed impazienti. È superfluo dire, essendo sempre stato così, che i meno facili ad accogliere i miei consigli di moderazione, i meno disposti a transigere ed a tollerare indugi erano proprio coloro, che durante la dittatura proletaria si erano dimostrati i più pavidi, i più proni alle imposizioni del regime, i più solleciti e petulanti nell'invocare l'intervento della Missione, magari per futili questioni, quando non si trattava addirittura di coloro rientrati in Ungheria la vigilia , di coloro che durante la triste parentesi bolscevica avevano preferito la fuga alla lotta, o la facile e comoda parte del fuoruscito, compatito e questuante, anziché quella penosa e piena di rischi di chi era rimasto sulla breccia. Di che vil fango è plasmato questo nostro essere umano tanto incensato ed esaltato! Come pel passato, mi ero assicurato anche adesso delle buone e sicure fonti d'informazioni e d'impressioni, cercando quest'ultime particolarmente fra le persone semplici e non
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NE LL'U NGHERJ A D J UÉ LA Kl N E DU RA NTE L' OCCU PAZION E MILITA R E ROMENA
mescolate colla politica. Senonché per notizie trovavo ora più attendibili quelle raccolte nel ceto aristocratico o ricco borghese. - Ma le sembra concepibile che ci si acconci ad essere governati da bolscevichi e da scamiciati noi ungheresi , che ci facciamo un vanto di essere ancora un paese feudale? - mi diceva in quei giorni la bella moglie di un ufficiale titolato, appartenente ad uno dei reggimenti più hochnaesiger - col naso alto - dell'esercito ungherese. - Ma se chi governa di fatto sono i romeni, che vale se per qualche settimana, ancora figura nel governo un repubblicano bolscevico anziché un monarchico conservatore? Né questi né quegli è al caso di fare una propria politica, una politica nazionale al cento per cento. Perché assumervi la parte umiliante di obbedire ai Romeni - replicavo io. - Ascoltate a me, lasciate passare qualche settimana e poi ne riparleremo. - Qualche settimana, qualche settimana ... ma Lei non pensa che ogni giorno, ogni ora che passa in questa situazione ci brucia più d'uno schiaffo in pieno viso! Non avrei citato e tanto meno dato peso ad una simile conversazione se come ho detto - non fossi stato ad un tempo informato, che molti erano coloro che la pensavano così, e se non mi fosse risultato che c'era chi scaldava ed intrigava a ridosso di tale stato d'animo. Reputai perciò mio dovere renderne edotto il generale Mombelli, e sondare ciò che ne pensasse il generale Gorton, il quale sia pel fatto che contava qualche giorno di più di permanenza a Budapest dei suoi colleghi, sia per la maggiore considerazione che nel paese si attribuiva alla nazione che rappresentava , sia infine per i molti contatti che s'era affrettato a prendere col ministero in carica e con uomini politici di varie tendenze, mi sembrava la persona colla quale meglio ci si poteva intendere sulla questione. Di più mi constava che a Vienna, dove si faceva ancora molta della politica interna ungherese, il principe Borghese per la Missione Italiana ed il colonnello Cunningham per quella inglese continuavano a lavorare in perfetta identità di vedute. Era inteso che il ministero presieduto da Peidl non rappresentasse che un espediente per uscire senza sussulti dal bolscevismo, e pacifico quindi per chiunque, non esclusi il presidente del consiglio ed i ministri, che la loro permanenza al potere fosse transitoria ed il loro gabinetto una passerella per addurre appena possibile ad un governo di tendenza più moderata e che per ovvie ragion d'opportunità, si ravvisava saggio fosse un governo di coalizione, il solo adatto ad assumersi l'ingrato compito di liquidare il triste retaggio d'una lunga guerra perduta, d' una rivoluzione e per ultimo quello più scottante di una invasione militare per opera d'un nemico povero, affamato ed esasperato. Ma per addivenire ad un governo di coalizione sarebbe stato necessario dar tregua o tenere a bada ogni spirito di parte. Così mi ero espresso con parecchie persone del vecchio mondo politico, colle quali avevo avuto occasione d'intrattenermi nei giorni che precedettero l'apertura della conferenza dei generali, constatando che salvo rarissime eccezioni tutti condividevano il mio pensiero. Nello scambio d'idee determinato da tali interviste si era andati tanto in là nei dettagli da convenire finanche che nel governo da formarsi non avrebbe dovuto mancarvi qualcuno degli elementi più significativi del ministero costituito a Szeged dai fuorusciti , per quanto non ci si dissimulasse la difficoltà di addurre quel centro ultra conservatore e legittimista a collaborare con uomini di teorie avanzate, quand'anche lontane dall'utopia comunista o bolscevica, e definiti come comunisti all 'acqua di rose. Anzi a superare questa prevedibile imbarazzante riluttanza dei bianchi, vi fu perfino chi giunse a consigliarmi di sollecitare la mediazione del conte Bethlen, che non conoscevo, ma che mi veniva rappresentato come un abilissimo diplomatico, benvisto ed ascoltato negli ambienti legittimisti, e di valermi per sondarne le intenzioni della contessa Fanny Karolyi, cugina ad un tempo di Bethlen e di Borghese. Il conte Bethlen trovandosi però tuttora a Vien-
TENTATIVO OJ RESTAUR AZIO NE ASl!URGTCA
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na , cominciai dallo scrivere al principe Borghese, col quale mi mantenevo in corrispondenza e d'accordo nell'esplicare l'azione politica incominciata durante la dittatura di Kun Béla. Volle il caso che appunto in quei giorni rientrasse a Budapest l'ammiraglio Horty, braccio destro del governo fuoruscito di Szeged, e che di propria iniziativa mi riserbasse una delle sue prime visite, per esprimermi - come egli disse - la viva e profonda riconoscenza ch'egli, come qualsiasi ungherese devoto alla patria sua, dal contadino al magnate, professava per me, dopo quanto avevo fatto per l'Ungheria in una triste ora della sua storia. Dopo aver conversato insieme pochi minuti, durante i quali mi sembrò s' indu giasse più volentieri a rievocar reminiscenze di guerra ed a parlarmi come soldato a soldato, pensai di non lasciar sfuggire l'opportunità che mi si offriva di prospettargli questo punto di vista della Missione Italiana sulla situazione politica ungherese, condiviso - come m'affrettai a soggiungere - da molti ungheresi sensati ed avveduti , e l'interesse che il popolo magiaro avrebbe dovuto annettere a definire al più presto una tale questione per agevolare l'opera della Commissione Interalleata di dare all'occupazione romena. Dal tenore della risposta che l'Ammiraglio Horthy mi diede non potei capire se la mia domanda lo sorprendesse impreparato, o se come soldato volesse scoraggiarmi dal coinvolgerlo nella politica , o se infine preferisse piuttosto non compromettersi anzitempo, perché tornò a ripetermi che non s'era ancora abboccato con nessuno, per essere appena arrivato a Budapest. Così senza manifestarmi neppure una sua personale opinioni in proposito lasciò cadere l'argomento. Mentre ferveva quest'azione indirizzata a conciliare le più diverse ed opposte tendenze politiche, un'eterogenea camarilla di spostati e di politicanti mandava ad effetto un colpo di Stato, che nello stesso modo che doveva essere stato facile a tramare così doveva presumersi facile a tradursi in atto, assicurata che fosse la connivenza od almeno la tacita acquiescenza della guarnigione romena, perché il governo paralizzato dallo stato d' assedio era nella materiale impossibilità di opporre una qualsiasi apprezzabile resistenza. Potevano essere le 16 del pomeriggio, quando nella giornata del 6 una persona di solito bene informata mi venne a dire che tutto era predisposto per disfarsi prima di sera del ministero Peidl e rimpiazzarlo con un governo provvisorio impersonato dall'Arciduca Giuseppe, e che l'anima di questo imminente putsch era un certo Friedrich: uno di quelli che in quei giorni aveva più trafficato tra la Missione Inglese e la nostra palesandosi tra i più irragionevoli ed impazienti. Accolsi la notizia con una certa incredulità, tanto mi pareva assurdo che potesse pensarsi ad un putsch e tanto più attuarlo con le strade battute da pattuglie romene e con i comandi militari insediati nei centri vitali della città e dintorni. Invece la cosa era tanto vera che mentre ne venivo informato aveva già avuto un principio di esecuzione. Colto il momento in cui il gabinetto sedeva in consiglio alla palazzina presidenziale a Buda, quattro generali ed alti funzionari di quella vecchia ed onnipossente burocrazia militare e statale, sostegno del crollato impero, s'erano presentati nella sala delle sedute e con quel tono autoritario che non ammette repliche avevano intimato al ministero di dimettersi. Sulla piazza antistante la palazzina assisteva immobile a questa levata di scudi uno squadrone di cavalleria romeno appiedato, che evidentemente, non doveva trovarsi lì per puro caso, perché sulla stesa piazza c'era pure buon numero di ufficiali ed agenti di polizia ungherese convenuti lì per dare man forte ai quattro signori, che s'erano presi la briga di sfrattare dalla sua sede il ministero, qualora questi avesse osato opporre resistenza all'intimazione. Né - a quanto seppi più tardi - l'opera di questi agenti si limitò a quella passiva di comparse, perché obbedendo a precisi ordini loro impartiti, s'incaricarono di prendere in cu-
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NELL'UNGHERIA DI BÉLA KU!\ E DU RANTE L'OCClJPAZlOl\E MILITAJ{E R0I'v1ENA
stodia i ministri dimissionari e di accompagnarli alle rispettive case, consigliandoli a non uscirne per qualche giorno e soprattutto a non lasciarsi tentare da propositi di cospirazione se non volevano andare incontro a dispiaceri. Cautela d'altronde quasi superflua perché le cose erano state preordinate in modo da mettere le mani ad un tempo anche sulla direzione di polizia sbarazzandosi del capo e di quegl'elementi più ligi al regime rovesciato capaci di compromettere l'esito del colpo. Rimossi così i maggiori ostacoli e le più temibili opposizioni, ch e in quelle particolari contingenze di minorata sovranità erano a presumersi, i quattro promotori del facile ed incruento rivolgimento si recarono all 'hotel Bristol ad officiare l'Arciduca Giuseppe perché acconsentisse a prendere nelle sue mani il potere. L'Arciduca che - come poi mi dissero - era stato tempestivamente prevenuto e sollecitato a trasferirsi dalla sua residenza di campagna a Budapest fino dal mattino, volente o nolente, sembra si fosse già acconciato a rappresentare la parte che gl'istigatori del complotto gli chiedevano, per cui la visita al Bristol non ebbe altro scopo, che quello di dargli conto del buon esito della rivoluzione e di omologarla con la nomina di un governo provvisorio. Dopo di ché si pensò che, se i romeni con la loro passività avevano implicitamente accettato quel mutamento politico in apparenza innocuo, non era meno necessario farlo accogliere dalle Missioni dell'Intesa, che potevano trovarci parecchio da ridire. Ci fu allora uno scambio di telefonate tra l'hotel Bristol ed il Ritz, col risultato che tra le 21 e le 22 l'Arciduca con la sua improvvisata corte si presentò a noi. Lo ricevemmo nel salottino del generale Gorton, dove in assenza degli altri delegati alla Commissione Interalleata, s'erano date convegno le missioni inglese e la nostra, ed in rappresentanza di quella americana il colonnello Causey della Food Commision. L'Arciduca era accompagnato dai generali Tanczos e Schnetzer e dal signor Friedrich, gli stessi che facendosi forti del prestigio ed autorità , che godevano nella quasi immutata compagine delle diverse amministrazioni se n 'erano valsi per imporre al governo quelle dimissioni che rassomigliavano al licenziamento d'un domestico infedele. Ad eccezione di Friedrich, che aveva l'aspetto relativamente molto giovane, gli altri erano tutti uomini maturi, ai quali non si poteva certo dire che facessero difetto dignità di portamento, distinzione e consuetudine di tratto, per cui la cosa comica e più ridicola di quella farsa politica mi sembrò l'aria imbarazzata e compunta, e l'atteggiamento di scolaretti discoli che n'hanno fatta una delle loro, assunta da quei signori seri e di alto rango all'esordio di quella riunione, alla quale il generale Gorton diede subito un'impronta familiare e benevola, così in contrasto colla non ricercata gravità colla quale soleva portare e disporre all'occhio la sua caramella, quando si accingeva a trattare affari d'importanza. Non avevo visto e conosciuto l'Arciduca, che sotto la veste del generale in pensione e del gentiluomo di gran lignaggio che vive appartato nei suoi feudi, superiore alle meschine vessazioni di quattro villani bolscevizzati o bolscevizzanti delle sue terre, allorché mi ero recato ad Alcsut per sincerarmi del trattamento riservatogli da Kun Béla, e - come è facile capire - ora lo guardavo incuriosito nella sua brillante uniforme di maresciallo e nella parte volutamente incolore di Governatore dell 'Ungheria, che si era prestato ad assumere nella persuasione di fare cosa giovevole al paese ed al popolo magiaro cui appariva sinceramente affezionato. Esaurite le consuete frasi di prammatica destinate a predisporre simpaticamente l'ambiente, egli aveva lasciato la parola al signor Friedrich, che mal celava la sua impazienza di avocare a sé la condotta di quella conversazione. Senza espressamente dirlo Friedrich lasciava intendere di rivendicare a sé l'iniziativa e la responsabilità del movimento, ed ora, arbitro della situazione, dava a divedere d'essere
TENTATTVO DI RESTAURAZ IONE ASBURGI CA
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ben deciso a non cederne ad altri gli oneri e gli onori, allettato più da quest'ultimi di quanto non mostrasse d'essere consapevole dei primi. Il Friedrich era una delle figure della politica ungherese affacciatesi alla ribalta nell'immediato dopoguerra. Fautore in un primo tempo di una Ungheria indipendente e monarchica, con l'Arciduca Giuseppe per sovrano, aveva poi voltato bandiera, immolato idea ed idolo sull'altare del suo giovanile impetuoso arrivismo coll'accettare di far parte del governo repubblicano di Michele Karolyi. Non ricordo precisamente a qual proposito, se per detenzione o minaccia di detenzione, avevo avuto motivo d 'interessarmi di lui senza conoscerlo ancora se non di nome durante il bolscevismo. Tramontato Kun Béla il signor Friedrich dopo essere venuto alla Missione a manifestarmi la sua riconoscenza, v'era tornato altre volte nella speranza di trovare ascolto ed appoggio ai suoi progetti di avventure politiche. Scoraggiato dalla nostra accoglienza s'era rivolto alla missione inglese, ma - a quanto mi constava - con eguale infruttuoso successo. Preso Friedrich la parola, dopo aver fatto un quadro della triste e pietosa situazione dell'Ungheria imputandone tutta la colpa alle malefatte del bolscevismo, disse che l' Arciduca sollecitato da quanti avevano sinceramente a cuore le sorti del Paese, aveva considerato suo dovere romperla con uno stato di cose, che per essere una larvata continuazione del regime precedente ed essere imperniato su persone nuove ed inesperte al governo di uno Stato, non avrebbe potuto condurre l'Ungheria che alla rovina ed alla totale sparizione dalla carta d'Europa . A sentire lui non solo la prosperità, ma la vita stessa della nazione darebbe andata irreparabilmentè compromessa lasciando vivere un giorno di più quel modesto ministero di fortuna Peidl, che pure aveva il non piccolo merito di avere liquidato la dittatura sovietica senza spargimento di sangue. Sul fatto che frattanto il paese soffrisse la vergogna ed il peso d'una occupazione militare straniera, di cui non s'intravvedeva tuttora come e quando mettervi fine, neppure una parola trovò posto nell'infervorata filippica di Friedrich. Segno evidente, che pel momento non gli conveniva disgustarsi con quelle autorità militari romene, che nella circostanza s'erano mostrate piuttosto amiche che nemiche. Preso un po' di sorpresa tanto il Generale Mombelli che Gorton , dimostrarono di prendere l'avvenimento e le dichiarazioni di Friedrich con molta filosofia e di non annettervi importanza, consigliati ad assumere una tale attitudine dalla sensazione di non poter fare altrimenti e da insufficiente orientamento nelJa complessa ed arruffata matassa politica di quella parte d'Europa. Di più la presenza dell'Arciduca, malgrado la sua grande semplicità e bonarietà, mi pareva li mettesse tutti e due alquanto in soggezione. Comunque prima di metter fine alla riunione di Generale Gorton pesando bene le sue parole, fece riserva di riferire e chiedere istruzioni a Parigi ed egualmente si affrettò a ripetere Mombelli. Pure essendosi limitata la mia parte a fare da interprete ora all'uno ora all'altro degli interlocutori, e solo casualmente da consulente, non credei dovermi esimere di manifestare la mia opinione, quando se ne offerse l'occasione. Osservai cioè che in conseguenza dell'intervento avuto da alcune missioni della Intesa all'insediamento del ministero deposto e dell'avvenuto suo riconoscimento da parte del Consiglio Supremo, l'averne usurpato il potere senza previo accordo poteva costituire una pregiudiziale alla sanatoria, tanto più, aggiunsi, che il nuovo governo non si personificava con i primi venuti ma - come ha tenuto a sottolineare lo stesso signor Freidrich - con uomini fin troppo significativi. Quando po i, terminata la riunione, fui solo col Generale Mombelli, pensai fosse il caso di essere più esplicito. Gli dissi che a mio avviso occorreva farsi dichiarare ufficialmente dal nuovo governo che significato e quali funzioni intendevasi attribuire all'Arciduca, col proclamarlo Governatore. Non m'era infatti passato inosservato - gli seguitai a dire - che nel-
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)IELL'UJ\"GHERTA DI RÉ LA KU 'l" E D RANTE L' O CCU PAZIO)IE ]'vf!LIT AR E ROM E)JA
la riunione cui venivano d'assistere, qualcuno degli interlocutori ungheresi, parlando del-
1' Arciduca, era ricorso alla parola Reggente, ciò che logicamente traeva il concetto ch'egli fosse chiamato a reggere l'Ungheria in nome del sovrano legittimo, vale a dire dell'Impera tore Carlo. Se così fosse la nostra acquiescenza a quel governo equivaleva a prestarsi ad una restaurazione dello scomparso impero austro-ungarico in quanto la dinastia istintivamente sarebbe portata a rivendicare le province delle quali era stata spogliata. Diversa accoglienza, forse, si sarebbe per contro potuto riserbare - dicevo io - ad una mossa, che si prefiggesse di addurre l'Arciduca Giuseppe a Re d'Ungheria, come s'era intentato all'indomani di Vittorio Veneto, purché vi si accompagnasse una rinunzia spontanea, esplicita e formale ad ogni rivendicazione imperiale presente ed avvenire. Il Generale Mombelli trovò pienamente giustificate le mie preoccupazioni e tanto dimostrò di condividere il mio punto di vista, che separandoci mi manifestò l'intenzione di parlarne il giorno dopo col collega Gorton e - se d'accordo - farne oggetto di rapporto a Parigi o trattarne in seno alla Commissione Interalleata nella prima seduta plenaria che si fosse potuta tenere. Ma al 9 agosto si aspettava ancora la Missione francese che si diceva dovesse arrivare da un giorno all'altro, mentre era giunta quella americana col Generale Harry Hill Bandholtz. Senza essere invece preannunziata e, senza che ufficialmente od ufficiosamente risultassero chiare le ragioni per le quali veniva, un 'altra Missione inglese s'era affrettata a trasferirsi in quei giorni a Budapest: quella dell 'Ammiraglio Troubridge. Proveniva da Belgrado, dove dicevasi assolvesse l'incarico di Commissione del Danubio, e, come tale, si auto-accreditava anche a Budapest, dove prendeva residenza nella palazzina Hatvany ex centro di propaganda bolscevica. Dato il modo come Freidrich si era impadronito del potere avrebbe dovuto riuscirgli facile e spedito costituire un ministero, soprattutto essendo previsto - come era detto nel proclama diretto dall'Arciduca al popolo un gherese - "un governo definitivo verrà sostituito a questo ministero provvisorio fra qualche giorno, quando sarà possibile sentire l'opinione dei borghesi, dei lavoratori, e dei contadini". Ma il Friedrich ed i suoi satelliti mancavano talmente di autorevolezza e clientela negli ambienti politici presenti ed esiliati, e si dimostravano talmente impreparati all'arduo compito che s'erano assunti, che nonostante l'apporto di simpatie e di tradizionale prestigio rappresentato dall'Arciduca si videro obbligati a formare un ministero in famiglia, nel quale si sarebbe detta una dittatura, un triumvirato, anche perché l'Arciduca non vi faceva che una parte puramente decorativa, e l'indirizzo di governo aveva del poliziesco improntato alla più irragionevole intransigenza. A qualificarlo di ancien régime gli si sarebbe fatto torto di pregi che non aveva , come quelle sfumature di liberalismo autorizzate anche sotto la vecchia monarchia travolta dalla guerra, per cui entro certi limiti si usava tollerare e si usava vedere con piacere che i partiti d'opposizione esistessero e manifestassero le loro idee e si battessero per farle trionfare, o comunque non faceva difetto nelle alte classi un largo senso di comprensione e paterno interessamento per le classi povere ed ignoranti, il che era non trascurabile correttivo delle manchevolezze della caduta autocrazia; mentre ciò che sembrava caratterizzasse il nuovo governo era uno spirito di deliberata avversione, un sentimento d'irrefrenabile livore contro tutto quello che sapeva di proletario o proletariato, contro tutto quello che avesse attinenza col popolo, coi suoi bisogni e colle sue debolezze. A dare un'idea a quali ridicoli estremi arrivasse l'animosità di taluni contro tutti coloro che in un modo o l'altro - sovente per assoluta necessità - si erano adattati a continuare la loro arte o professione sotto Béla Kun, valga questo comico episodio, che ebbe per protagonista persona ben nota.
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ASl3URG1 CA
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Non ricordo più in qual teatro di prosa di Budapest doveva una sera ripresentarsi sulla scena l'attrice Elisabetta Paulay, la quale si era prestata in regime proletario ad interpretare la parte di prima donna nel "Napoleone", infelice parto delle velleità letterarie del Commissario Pogany. Pur trattandosi di un 'attrice di valore un gruppo di ufficiali e viveurs della capitale si erano accordati di accoglierne il ritorno sulla scena con fischi e torsi di cavolo in luogo di fiori. Saputolo per tempo da Cerruti, che, anche trovandosi a Parigi, circuiva di assidue e tenere attenzioni la Paulay, sua futura moglie, mi attaccai al telefono e in breve riuscii ad individuare i promotori della manifestazione, ma non altrettanto facilmente a farli desistere dal darvi seguito. Solo per un particolare riguardo alla mia persona - così mi dissero - si sarebbero astenuti dal dare alla Paulay la lezione che - secondo loro - meritava. Un'irragionevole paura di ricadere nel bolscevismo ed il proposito di spazzarne via le più innocue tracce rappresentavano tale un incubo ed una preoccupazione - quasi la sola dei nuovi governanti, che difficilmente potevasi far strada nell 'animo loro, che quanto era accaduto era meno da imputarsi a malizia e perversità di popolo quanto a colpe e deficienze di passati dirigenti, a collasso fisico e morale, e che pertanto quel popolo meritava più compassione che correzione, più amorevoli cure ed insegnamenti che persecuzioni. Quantunque allorché aveva assunto il potere l'opera di risanamento della città e delle campagne dal contagio bolscevico fosse già stato attuato con sufficiente rigore dai romeni che non avevano esitato a togliere di mezzo ed internare quanti risultavano avessero parteggiato troppo apertamente per Kun Béla e per la dittatura proletaria; quantunque a Budapest non meno che in provincia foss ero scomparsi i consigli d'operai, soldati e contadini e di armi in circolazione non fosse più il caso di parlarne dopo l'accurato rastrellamento fatto dall 'esercito occupante, pure il governo Friedrich una volta assunto il potere sembrò che istintivamente sospinto dalla sua stessa ragione di essere, non si desse altro pensiero che cercare, scoprire e gettare in prigione non solo quanti avevano avuto contatti o compiacenti debolezze pel passato regime, ma addirittura chiunque si diceva o si supponeva potesse nutrire sentimenti e simpatie pel bolscevismo, spingendo l'odio e l'accanimento fino a prendersela con tanti che della dittatura avevano sofferto materialmente e moralmente, ma che nondimeno non vedevano di buon occhio il nuovo governo e soprattutto ne deploravano la sua politica intollerante. Socialisti ed ebrei erano altrettanto invisi e presi di mira dalla polizia e dalle sue innumerevoli spie quanto i comunisti, eccezion fatta per coloro la cui situazione sociale o la cui notorietà imponeva un certo ritegno o reclamava una certa prudenza. Ragione per cui dopo un paio di giorni, che vigeva il nuovo stato di cose, alla Missione Italiana tornò a formarsi il corteo penoso della gente che invocava aiuto e protezione contro questa ripresa d 'insensate persecuzioni. Fortunatamente parecchi in luogo d' indirizzarsi a noi si avventuravano nei corridoi dell'albergo per andare a battere alle porte di altre missioni, altrimenti ci saremmo trovati a peggior partito delle ultime settimane di Kun Béla, tanto era cresciuto il numero dei postulanti, aggiungendosi ai seviziati dal regime quelli spogliati dai romeni. Uno dei primi ad esperimentare la poco benevola disposizione del nuovo governo verso i socialisti, teorici o praticanti, innocui o pericolosi che fossero, fu il deputato Oddino Morgari. Era ancora all'hotel Hungaria, ospite sperduto d'un albergo che in 24 ore aveva visto cambiare quasi tutta la sua clientela, quando due segugi della polizia incaricati d'un sopralluogo investigativo nel quartiere generale di Kun Béla, saputo chi era lo presero, lo
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"IELL' tJNGHE RTA DT flÉL A KUN E D URANTE L' OCCUPA ZTO"I E MI UTARE ROMEN,\
ammanettarono e noncuranti delle sue proteste lo condussero in prigione, dove fu trattenuto senza tener conto del fatto che era italiano e per soprappiù membro del Parlamento. La nostra Missione lo venne a sapere casualmente il pomeriggio del giorno dopo. Naturalmente non indugiai un minuto a spedire un capitano alla Direzione generale di polizia, e riserbandomi d'informarne la sera il generale, chiesi che il Morgari fosse immediatamente rilasciato; ciò che fu fatto subito con la migliore grazia ed accompagnando l'atto con premurose espressioni di rammarico pel troppo zelo degli agenti. Credevo che l'incidente fosse chiuso tanto più che avevo fatto dire all'on. Morgari, che era prudente che partisse, quando un paio di giorni più tardi giunge notizia alla Missione, che egli era stato nuovamente arrestato in un villaggio vicino alla frontiera austriaca e tradotto a Budapest. Incaricai il Capitano Supino di tornare dal Capo della polizia, che seduta stante dispose si esperissero indagini per accertare se veramente il deputato si trovasse in qualche cella delle stesse prigioni della prefettura come ci era stato riferito. Infatti Morgari era tornato proprio lì, ad insaputa della stessa direzione di polizia. Il Capitano Supino ne colse motivo per comunicare al capo della polizia - secondo le istruzioni da me impartite - che la Missione non era disposta a tollerare, che si procedesse informa così arbitraria ad arrestare sudditi italiani a carico dei quali non risultasse qualche imputazione precisa di reato comune, e che per ogni evenienza sollecitava ed aspettava di essere informata dei connazionali detenuti. Preso poi con sé l'on. Morgari lo condusse al Ritz, dove lo pregai di restare ospite della Missione fino al mattino dopo, quando col consenso del generale avrei potuto farlo accompagnare da un carabiniere fino a Vienna ed evitargli ulteriori molestie. Alla sera le poco allegre peripezie di Morgari fecero le spese della conversazione nel1'ambiente della Missione; i più facendone oggetto di facezia e mordaci commenti. Con l'arrivo del Generale Mombelli la Missione oltre ad essersi accresciuta di molte persone stabili o in transito aveva mutato anche intonazione, perdendo il suo carattere austero dei giorni difficili per assumere quello leggero, snob e mondano di tante altre missioni estere, per cui trovavasi non fosse proprio il caso di darsi tanta pena per un Morgari. Quello che mi sorprese fu che il Generale Mombelli mostrasse un'eguale incomprensione della cosa, al punto che se non trovò a ridire su quello che avevo fatto, pure mi lasciò capire che, a suo parere, avrei potuto risparmiarmi tanto zelo ed essere con la polizia un poco meno esigente. Per quanto non lo dicesse era chiaro che voleva farmi considerare che Morgari era un deputato estremista e non gli stava poi tanto male una lezione, concetto questo che non condividevo affatto, perché pensavo che si dovesse anzitutto ravvisare in lui l'italiano nei confronti d'una polizia straniera e poi il socialista, senza dimenticare in primo luogo, che quella polizia era quella di un paese col quale eravamo tuttora in regime d'armistizio. Siccome nel frattempo erano giunte alla Missione proteste e lagnanze di brutali maltrattamenti e crudeltà della polizia verso i detenuti tenni ad interrogare io stesso l'on. Morgari al riguardo. Mi rispose che si asteneva dal farne menzione perché non si supponesse che esagerava, poi soggiunse: - le dirò, colonnello, che io non ho simpatia per la polizia di nessun Paese, però dopo l'esperienza fatta trovo che quella ungherese è tra le più detestabili ch'io conosca. Vada e veda coi propri occhi, e poi mi dirà se ho ragione. Qui debbo dire che dopo le assicurazioni date a Kun Béla nella mia ultima intervista con lui, che mi sarei cioè adoperato perché la reazione non desse luogo a quelle stesse violenze e atrocità, che avevo condannato quando imperava la dittatura proletaria, sentivo come un impegno morale quello d'interessarsi dell'azione della polizia e dei procedimenti usati. Né mi sembrava che un tale interessamento esulasse interamente dai doveri e compiti della Missione rientrando nell 'opera di pacificazione degli animi e di consolidamento in-
T ENTAT IVO DI RESTAURAZIO NE ASBURGICA
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terno delle nazioni vinte. Per lo meno non trovavo logico che la Intesa dovesse spingere la sua non ingerenza nella politica interna dei paesi in regime d'armistizio fino a tollerare dei governi talmente faziosi e partigiani da non dare alcun affidamento di riassetto sociale ed economico. Perciò mi feci un obbligo di andare di persona a visitare quelle stesse carceri e penitenziari, dove ero stato od erano stati i miei ufficiali poche settimane prima. Il prefetto di polizia col quale sollecitai in precedenza un colloquio mi accolse con grande cortesia e premura prevenendomi, appena sentito lo scopo della mia visita, che c'era una manifesta tendenza ad esagerare n lle narrazioni e nelle voci che correvano negli ambienti popolari e che si aveva interesse a fare arrivare agli orecchi delle missioni estere, e pertanto vedeva con piaGere ch'io accertassi de visu come stavano le cose. Accompagnato da un ufficiale di polizia, che aveva avuto istruzioni di condurmi dove io avessi voluto, incomincia la mia ispezione dalle carceri annesse alla direzione di polizia, che per essere quelle dove si chiudevano promiscuamente i detenuti d'ogni specie in fase d'istruttoria, avevano reputazione che vi si trascendesse aJle peggiori sevizie. Passando dall'uno all'altro visitai un certo numero di stanzoni assai più piccoli delle ordinarie camerate di caserma , pieni zeppi di gente d 'ogni classe sociale. V'erano parecchi che contavano non meno di otto giorni di clausura in quei tetri e fetidi locali, senza essere ancora stati sottoposti neppure ad un sommario interrogatorio e senza che, a sentir loro, avessero nulla da rimproverarsi né penalmente, né politicamente, e senza che fossero stati trovati sull'atto di commettere qualcosa d 'illecito al momento dell'arresto, sovente verificatosi quando meno se lo aspettavano, mentre attendevano al lavoro od alle faccende domestiche, o a tarda notte mentre riposavano. In ogni stanza i prigionieri si stipavano così fitti che per coricarsi sulla nuda terra dovevano forzatamente giacere l'uno sull'altro, perché lo spazio si rilevava appena sufficiente a contenerli quando stavano in piedi. Nella calca di quell 'umanità prostrata ed avvilita non mancava neppure qualche donna a rendere più penoso il già triste spettacolo. L'ufficiale spiegava quella casuale promiscuità di sesso colla supposizione che si trattasse di coniugi arrestati insieme e messi lì temporaneamente per inavvertenza. I due interrogati mi dissero invece di non aver nessun nesso di parentela e di non conoscersi neppure e d 'essere lì da quarantotto ore. Preso animo dal mio interessamento taluni mi raccontarono di essere stati bastonati perché tardavano ad alzarsi dal letto al momento dell'arresto, e ne mostravano i segni sulle braccia e sulle gambe. Altri allora cercarono di farsi avanti per farmi vedere le loro lividure, le loro ecchimosi in viso, al collo e qualcuno più lontano si toglieva dei bendaggi improvvisati per richiamare la mia attenzione sopra piaghe e ferite ancora sanguinanti lasciando capire che erano della stessa provenienza, malgrado i dinieghi e le versioni diverse che si affannava a darmi l'ufficiale traducendomi in tedesco una minima parte dei racconti lamentosi che ad un coro mi facevano quei disgraziati. Le poche celle esistenti nell 'edificio, dove fui condotto in seguito, trovai che erano occupate dai più pericolosi detenuti politici, come mi dissero, benché in confronto dei precedenti locali sembrassero delle regge; regge senza aria , senza luce sprovviste di tutto finanche d' un giaciglio, d'una coperta, d'uno sgabello dove sedersi. Siccome parecchi s'erano lagnati di maltrattamenti anche da parte dei carcerieri, prima di uscire non mi feci ritegno di rivolgere una paternale al capo custode dicendogli ch'egli doveva compiere il suo dovere con tanta maggiore bontà ed assenza di animosità quanto più le circostanze politiche tendevano a sentimenti opposti. Pregai poi l' ufficiale che volesse dare immediate istruzioni al personale perché i detenuti piagati o feriti fossero condotti all'infermeria e medicati e che si provvedesse a mettere le donne nelle prigioni loro riservate, ciò che era quanto di più urgente occorreva e di meno inoffensivo per la sicurezza pub-
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blica. Poi, considerato che di altri argomenti sarebbe stato più opportuno farne oggetto di comunicazione d'ufficio dopo avere sentito il generale e qualche altro Capo Missione, lasciai quelle prigioni per recarmi al grande penitenziario o Gytijt6foghaz, dove ero già stato durante la tormenta bolscevica. Con mio stupore vi ritrovai lo stesso direttore, una brava ed onesta persona, di cui ho dimenticato il nome, un uomo che disimpegnava il suo ingrato dovere senza la minima partigianeria e riuscendo a conciliare la severità e fermezza con la bontà ed il buon senso. Capii che era contento di vedermi e pieno di premura mi guidò - forse anche con intenzione - a quelle stesse celle che poche settimane prima ospitavano nobili d'alto lignaggio, generali e figure note della politica e della finanza ungherese. Salvo qualche dettaglio d 'arredamento l'ambiente era pur sempre quello di prima, lindo ed accurato nella sua semplicità squallida; l'ospite invece tradiva già col suo contegno apatico e rassegnato l'uomo d'altro ceto. Mi soffermai ad interrogarne alcuni non tanto per conoscere i motivi che ne avevano determinato l'arresto quanto per sapere come era avvenuto e mi sentii ripetere quasi senza varianti lo stesso racconto di percosse e violenze e di stupide malvagità della polizia, che denota l'eccitamento ai più bestiali istinti, praticato come una norma direttiva dalle autorità che se ne servivano. Quasi tutti ne portavano ancora visibili i segni malgrado le cure mediche ricevute appena trasferiti a quella prigione. Questa mia specie d'ispezione volgeva al suo termine quando di punto in bianco chiesi al direttore, che avrei desiderato di vedere Korvin , l'uomo di sinistra fama al quale il Commissario Szamuely confidava l'esecuzione delle sue spietate rappresaglie politiche quando voleva essere certo che la vittima non avrebbe trovato grazia. Mi era stato dato per certo ch'egli fosse stato tradotto a quelle carceri e ch'egli fosse arrivato così malconcio da essere in fin di vita. Il direttore mi rispose che Korvin era ricoverato all'infermeria e senza indugio mi ci condusse. Segregato dagli altri Korvin occupava una stanza a due letti, uno dei quali era vuoto; quando entrai giaceva disteso su un fianco appoggiando la testa sopra un gomito, e pel caldo essendo scoperto lo si vedeva bendato e fasciato in parecchie parti del corpo. Contrariamente a quanto mi figuravo trovai un uomo di costituzione piccola e gracile, al quale si sarebbe data un'età sotto i trent 'anni, volgeva le spalle alla porta e non essendosi mosso al nostro entrare ci fu d'uopo portarsi dalla parte della finestra per scoprirne i lineamenti e riconoscervi senza timore di sbagliarsi l'ebreo dal naso lungo ed adunco. Gli indirizzai la parola in tedesco e poi, a mezzo interprete, in ungherese chiedendogli da quando era lì e come vi fosse arrivato in quelle tristi condizioni, se aveva qualche arto o parte del corpo seriamente lesa, se c'era qualcosa che potessi fare per lui, ma non solo non rispose, né il suo viso cambiò espressione e fu molto se mi rivolse lo sguardo. Rinnovai la mia domanda una seconda volta senza riuscire a trargli né una parola di bocca né un lamento, pure avendogli profferto di restare solo con lui qualora avesse voluto parlarmi o rimettermi qualche scritto senza testimoni. Per quanto acuita la mia curiosità da quella stoica, disdegnosa attitudine di una delle maggiori figure di secondo piano della tramontata dittatura bolscevica e desideroso di conoscerne qualche retroscena da chi doveva per certo saperne molti, pure, potendo apparire inopportuna ed illecita ogni mia ulteriore insistenza ed indagine mi ritirai e ringraziato il direttore delle prigioni per la sua cortesia, tornai all'hotel Ritz.
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LA COMMISSIONE INTERALLEATA DEI GENERALI
Soltanto al 12 agosto coll'arrivo del Generale Graziani, Capo della Missione francese, la Commissione fu jn grado di cominciare a tenere le sue sedute. Le riunioni avevano luogo in un'ala del palazzo reale di Buda, dove ogni generale aveva avuto riservato un gabinetto di lavoro e la Commissione la sua segreteria. La parte d 'interprete da me rappresentata nei colloqui precedentemente avvenuti fra i generali presenti ed il governo ungherese e fra quelli ed il comando romeno, più che quel poco di conoscenza della situazione politica locale acquisita per averla veduta crearsi, determinò la mia designazione a carattere temporaneo di Segretario della Commissione. Pel fatto inoltre che il Generale Mombelli non fosse stato ancora raggiunto dal Maggiore Montù, che lo seguiva come segretario già da qualche anno, io mi trovai momentaneamente incaricato anche dalle mansioni di Segretario del Generale. Cosicché coll'inizio delle sedute della Commissione mi vidi obbligato a passare la maggior parte della mia giornata tra gli ori e i damaschi di vaste sale e più vasti saloni, andando e venendo lungo interminabili corridoi, per cui avevo l'impressione di aggirarmi per un museo anziché quella di fare un serio e non facile lavoro d'ufficio. E siccome i tre o quattro ambienti assegnati a ciascun Generale a tale uso, in luogo di essere contigui, sj sarebbe detto fossero stati scelti col criterio della maggiore lontananza l' uno dall 'altro, avveniva che ogni qualvolta occorreva intendersi, fra le diverse segreterie o rifare il processo verbale d'una seduta conciliando le diverse tendenze ed i diversi gusti, dovevano acconciarmi a fare de11e vere e proprie passeggiate da un capo all 'altro del palazzo, per cui alla sera mi sentivo non meno stanco che se avessi visitato uno dei grandi musei d'oggigiorno. Il più elevato in grado dei generali era il francese, motivo per cui il Generale Graziani reclamò fino dal principio la presidenza della Commissione, ma gli altri componenti mancando d 'istruzioni in merito che disponessero in tal senso, si manifestarono contrari a riconoscere una disparità qualsiasi fra loro per effetto della differenza di grado, rivendicando quali rappresentanti in seno alla Commissione di Stati giuridicamente eguali, eguale diritto a presiedere la Commissione stessa. Intavolatasi una breve discussione sull'argomento fu convenuto che la presidenza sarebbe stata assunta a turno giornaliero da tutti i generali incominciando dal più elevato in grado. Il Generale Graziani non fece che un'opposizione di forma a tale deliberazione, palesandosi fino da quel momento come uno di quei pochi francesi, che non spingono lo chauvinismo al tanto antipatico estremo di fare una questione di dignità nazionale d'ogni piccineria di precedenza o di mancato sopravvento quando sono con stranieri. Con la quale cosa non voglio dire ch'egli fosse un uomo facile a trattarsi, e tanto meno facile ad arrendersi quando erano in gioco questioni di reale importanza; intelligente e scaltro possedeva però l'arte di saper cedere e di saperlo fare apprezzare, per cui più facilmente gli veniva fatto poi d'imporsi quando voleva. Valutati i suoi colleghi o competitori di Commissione dalle prime battute egli doveva subito essersi reso conto che pure rinunziando alla presidenza formale, in pratica nessuno era alla sua altezza ed abilità per contestargliela.
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NELL'UNG HE f{JA 01 BÉL A KU ; E D URA NT E L' OCCli PAZI O'<E MILI TAR E R O MEN A
Non so militarmente cosa valesse, per quanto avendo saputo che era lui che comandava la divisione francese, che a Vittorio Veneto si mosse dalle posizioni immediatamente a sinistra di quelle occupate dalle mie batterie, ed avendolo perciò visto manovrare quasi sotto i miei occhi sulle pendici che dalla sponda del Piave salgono dolcemente a Valdobbiadene, ero portato a tenerlo in concetto di altrettanto buon generale, quanto ora si rivelava abile e consumato politico e diplomatico al tavolo di quella conferenza interalleata. Si scorgeva il corso, l'italiano cioè di cuore e d'intelletto con quel tanto di vernice francese acquisita per influenza della scuola e dell'ambiente nel quale aveva vissuto; quel tanto di francese che, non passando la misura , non solo non riesce irritante e non dispiace ma esercita un fascino e predispone a simpatia. Il Generale Graziani dopo la battaglia di Vittorio Veneto era stato a Bucarest quale comandante l'armata francese del Danubio, e, per tal motivo era il generale della Commissione Interalleata più simpatizzante coi romeni. Risolta la formalità della presidenza, la Commissione affrontò subito la questione dell'occupazione romena. Se non che in luogo di essere posta sul tappeto debitamente inquadrata nei suoi termini vi si entrò a parlare di traverso pel fatto che uno dei Generali aveva protestato per le depredazioni degli occupanti ed un altro per la loro insolenza ed assoluta mancanza di considerazione verso la Commissione e che entrambi s'erano invano provati a trattarne col comando militare romeno, per essersi quest'ultimo professato incompetente ad entrare in merito. Ebbi così l'impressione che fin dal primo momento si trascurasse e si preferisse trascinare la questione essenziale e di principio lasciandosi sviare dai dettagli e dagli episodi, quali di volta involta venivano a conoscenza della Commissione per cui cominciai a domandanni se, come e quando sarebbe potuta venire a capo di quella situazione, procedendo di tal passo. Per me ero dell'avviso che un'esposizione chiara degli scopi che si proponeva la Commissione ed uno scambio di vedute sui mezzi da impiegare e sulle vie da seguire avrebbe dovuto precedere ogni discussione ed ogni lavoro singolo e collettivo dei generali, perché questo riuscisse proficuo ed intonato alle medesime finalità. Invece le prime sedute passarono, senza che nessuno sentisse il bisogno di dire una parola al riguardo, tanto che pensai che ognuno era imbarazzato da uno stato di fatto diverso da quello che si era figurato, e cercasse di guadagnar tempo in attesa di istruzioni supplementari dai propri governi e da Parigi. Il Generale Mombelli non tenendomi a giorno che di una parte di quello che faceva, era questa una semplice induzione mia personale formulata in base alle voci che raccoglievo ed alle notizie riportate dai diversi giornali tedeschi, francesi ed inglesi che riuscivo a procurarmi. Il fatto è che, o per una ragione o per l'altra, la Commissione fu tratta per diversi giorni a lasciarsi condurre dalle contingenze giornaliere e ad immeschinirsi nel circoscritto campo delle vertenze quotidiane tra ungheresi e romeni, vertenze inevitabili, cui dava motivo, l'applicazione sempre più inesorabile e sempre più ingorda delle sanzioni comminate per la mancata applicazione del proposto armistizio. Perdendosi così dietro ai dettagli e rifuggendo invece dall'afferrare il toro per le corna per addurlo un po' colle brusche, un po ' colle buone ad un'intesa , ad una formula conciliativa sulla questione capitale di quel nuovo armistizio che si sovrapponeva e interferiva col nostro, la Commissione nella sua figura di organo imperativo di alter ego del Consiglio Supremo a Budapest mi sembrò che si tagliasse le gambe prima ancora di usarle. Ma come aspettarsi di meglio - mi dicevo talvolta nei pochi momenti in cui m'era concesso di abbandonarmi a malinconiche riflessioni sugli uomini e sugli eventi del giorno?
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Perché la Commissione dei generali potesse essere all 'altezza dell'alto ed ingrato incarico affidatole avrebbe dovuto possedere o un'autorità materiale od un 'autorità morale. Limitata quella materiale ad una simbolica, assottigliata compagnia di scorta, chi poteva conferirle quella morale se non Parigi? Ma quale autorità morale poteva venirle da Parigi e dal sinedrio dei quattro, se anche a me lontano e nuovo agl'intrighi della politica quel sinedrio appariva singolarmente debole e discreditato? È strano, mi dicevo, che a Parigi, con tanta sapienza politica riunita, si possa pensare che una gigantesca lotta di quattro anni, combattuta con tutti i mezzi morali e materiali più micidiali concepibili, impegnando uomini e donne di quasi tutta Europa fino all 'esaurimento della loro resistenza fisica , possa ora liquidarsi con semplici procedure diplomatiche, rivelatesi sovente inefficaci anche prima della guerra, in un mondo ben diversamente ordinato e tranquillo. Data la parola al cannone ed al soldato era da prevedersi, che la sistemazione definitiva di tutte le controversie non si sarebbe potuta effettuare che sotto la minaccia degli stessi convincenti argomenti. La mia proposta a Clémenceau diceva d'inviare a Budapest un reggimento per ciascun Generale. Ma anche un reggimento che avrebbe potuto fare una volta intervenuta l'occupazione romena? Era questa occupazione che i Quattro Grandi avrebbero dovuto categoricamente interdire od impedire, sia pure contemplando un eventuale impiego di forze armate. Così dicendo sono ben lungi dal pensare che si dovessero ripudiare le vie conciliative e venir meno a quelle promesse di moderazione e di giustizia internazionale fatte durante la guerra, ma si sa bene che anche l'osservanza della giustizia sarebbe parola vuota di senso se non ci fosse la polizia e la forza; non per nulla la si rappresenta colla bilancia e colla spada. Figuriamoci quindi se poteva farsi a meno della forza allorché trattavasi d'imporre ai vinti delle condizioni di pace come quelle già dettate alla Germania , che per certo, non differiranno molto da quelle che saranno imposte all'Austria ed all'Ungheria! C'era una divis ione italiana a Villach, c'era in Ungheria un governo rivoluzionario che violava la prima condizione d'armistizio muovendo guerra ai vicini, sembra dunque logico che si facesse intervenire quella divisione per far intendere all'Ungheria di Kun Béla che pur non contestandogli la sua pur discutibile legittimità di governare il paese, l'Intesa non era minimamente disposta a transigere sulla più stretta osservanza delle condizioni d'armistizio. Che se poi, per comprensibili suscettibilità nazionali, a questa operazione di carattere bellico si fosse voluto dare carattere interalleato, nulla impediva che truppe di altra na zionalità, tratte dall'ex armata di Macedonia, vi si fossero associate. In ogni caso non una commissione di generali senza i loro soldati poteva dare una soluzione che rispondesse al diritto ed all'interesse generale, soprattutto quando pel fatto dell'intervenuta occupazione romena, la situazione erasi complicata e la guerra, che si cercava di cacciare dalla porta minacciava di rientrare per la finestra. Tornando ai lavori della Commissione dei generali, un 'altra cosa che a me divenutone suo modesto segretario od interprete - le mansioni permanevano indefinite per diffidenza generalizia e gelosia nazionalistica - appariva come necessaria ed indifferibile, per non edificare sulla sabbia, era quella di chiarire con le autorità romene, quale di esse avesse la facoltà di entrare in contatto colla Commissione e condurre delle trattative. Dal momento che la Commissione doveva lavorare in quella strana e contraddittoria situazione per cui di fatto comandava l'esercito occupante e teoricamente o di diritto la Conferenza della Pace, non c'era che fare di necessità virtù senza attardarsi in non confacenti ed umilianti compromessi, nella illusoria speranza che Parigi potesse fare qualcosa di più e di meglio.
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Dopo gli attriti verificatisi tra i diversi rappresentanti dell'Intesa ed il Comando romeno, incominciando da me che per primo n'ero venuto a contatto, le relazioni tra gli uni e l'altro erano tanto poco migliorate da qualificarsi appena tollerabili, comunque non tali da favorire una mutua comprensione e l'apertura di trattative, benché non fosse mancato da ambe le parti la parvenza, decorata da una certa ostentazione, ad appianarle attraverso scambi di cortesie formali. Portato dalla mia contrarietà alle situazioni confuse, avevo ripetutamente perorato col Generale Mombelli la convenienza della Commissione a rompere decisament il ghiaccio con un'iniziativa franca e coraggiosa, quale ad esempio quella d'invitare il Comando romeno a partecipare alle sedute. Il Generale Graziani, come ultimo arrivato e meno sospetto all'ambiente militare romeno - dicevo - si raccomandava come il più indicato ad avanzare la proposta con probabilità di successo. Da molti indizi avevo la sensazione che il Comando romeno sarebbe stato lusingato dall 'offerta e si sarebbe in ogni caso guardato bene dal farle cattiva accoglienza. Tale sensazione era desunta in parte anche dalle conversazioni avute col Generale Ferigo nei pochi giorni che si trattenne a Budapest. Per la sua vita in comune col Comando romeno e per la attestazione che mi aveva dato di averne sposato le idee, avevo creduto opportuno ricercare ogni giustificabile occasione per avvicinarlo, allo scopo di giungere attraverso di lui a persuadere i romeni quanto fossero in errore attribuendomi sentimenti m no che amichevoli nei loro riguardi. Che il modo come erano state ricambiate le mie cortesie e le susseguenti avances non avessero provocato in me un momentaneo risentimento questo non potevo dirlo, e penso che a volere essere onesto il Comando romeno doveva riconoscere che me ne aveva dato sufficiente motivo, ma il risentimento era lungi sia dall'intiepidire in me un 'amicizia che per qualsiasi italiano è tradizionale, sia dal farmi perdere di vista la funzione romena nel quadro della nostra politica post bellica. Nulla mi crucciava di più dell'errata interpretazione del movente a cui aveva obbedito la Missione proponendosi di fermare l'avanzata romena. Tenevo perciò che i romeni capissero che poco più, poco meno io non mi sarei comportato differentemente se in Ungheria in luogo dell'esercito romeno fosse entrato il francese, o l'americano, sempre che l'uno e l'altro di essi vi fossero entrati di loro unilaterale iniziativa anziché per mandato dell'Intesa. Per me le truppe tuttora in armi erano da considerarsi, fino a pace conclusa come parti di un tutto, obbedienti ad un'unica volontà e disposte a subordinare ogni loro interesse nazionale a quello generale od europeo. Ahimé, ero nel campo della poesia! Di questo m'ero andato gradatamente rendendo conto, ma resistevo a discostarmene, perché pensavo che per addivenire ad un riassetto stabile e pacifico d'Europa convenisse più lasciarsi guidare dai motivi ideali che obbedire a divergenti interessi nazionali. Credo che il Generale Mombelli, quantunque personalmente non propenso alla mia proposta d'invitare i romeni ad una seduta della Commissione che servisse di chiarimento dei reciproci rapporti, ne facesse tuttavia parola con qualche collega , perché al mattino dopo, quando scendevamo già da Buda per andare a pranzo, ebbe a dirmi con aria soddisfatta che non era più il caso d'innovare nulla nel funzionamento della Commissione perché Parigi aveva preannunziato l'arrivo a Budapest del ministro Diamandi, uno degli assi della diplomazia rom na, coll'incarico di traint-d'union tra Commissione e Comando romeno. Frattanto i generali fuorviati dalla meta e saltando di palo in frasca erano andati abbordando anche delle questioni che esulavano un poco dalla loro competenza. Tale era quello delle requisizioni romene pel vettovagliamento delle truppe accantona te a Budapest e dintorni, requisizioni che pel modo come venivano effettuate compromettevano l'approvvigionamento giornaliero della popolazione. La cosa avrebbe forse potuto interessarci se le
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autorità militari romene avessero posto ostacoli alle Missioni dell'Intesa all'incetta di viveri cui queste ricorrevano direttamente o per mezzo di fornitori per provvedere a loro stesse ed alle loro compagnie di scorta; ma dal momento che questo non si verificava il nostro interessamento assumeva il significato d' una ingerenza nei rapporti tra autorità municipali ungheresi e militari romene, e come tale suscettibile d'inasprire anziché smussare l'angolosità ombrosa del Comando romeno verso la Commissione. Non con gli stessi occhi potevasi invece guardare dai rappresentanti delle quattro maggiori potenze dell'Intesa la manomissione disordinata , senza criterio tecnico né economico della ricchezza del Paese, un vero e proprio saccheggio che pretendevasi legittimare come un diritto di vincitore, in quanto era ovvio che la vittoria romena non era che un corollario di quella dell'Intesa. Ma qui sarebbe occorso porre il quesito sotto il suo aspetto giuridico, chiedendo ai romeni se riconoscevano oppure no la preesistenza d'una ipoteca collettiva dell'Intesa sulla ricchezza dell'Ungheria determinata dalla vittoria riportata in comune, piuttosto che giocare d'espedienti e di meschina furberia da un lato e dall 'altro: i romeni attenuando o correggendo qualche requisizione troppo contraria ad ogni uso di guerra o troppo appariscente o suscettibile di sollevare un coro di proteste e la Commissione Interalleata ingegnandosi a creare ostacoli al sequestro ed asportazione dei materiali requisiti , col risultato umiliante, che avvedutasi dopo qualche settimana dell 'impossibilità di contrastare i romeni dal tradurre in atto il loro piano, convertì alcuni dei suoi ufficiali, in guardie doganali mandandoli alla frontiera ungaro-romena a controllare e inventariare questo pingue bottino di guerra, che prendeva il volo 1• Il generale che più di ogni altro non si poteva dar pace di questa facile appropriazione di prodotti agricoli, di bestiame, di materiali greggi e lavorati, di macchine ed interi impianti ind ustriali, in una parola di valori che rappresentavano un'ingente somma di lavoro e di capitale, era il Generale Bandholtz. Ogni locomotiva ed ogni vagone di merce che prendeva il volo verso la Romania lo faceva insorgere e battersi a spada tratta contro tutti i suoi colleghi, come se si fosse trattato di denaro della sua tasca carpitogli da un borsaiolo, e nulla sembrava lo amareggiasse tanto quanto il fatto di non poter obbligare i romeni a ritornare al proprietario ciò che gli avevano tolto. Ruvido e spregiudicato nella forma, simpaticamente espansivo, bonario e cordiale, come lo sono in generale gli americani migliori, il Generale Bandholtz, era un idealista come il suo Wilson, e, come lui, ignaro ed impreparato a destreggiarsi nel vespaio degli intrighi politici europei, per cui era solito afferrarsi alle questioni con un rigido senso di moralità mercantile ed individuale. Si vedeva in lui il vecchio funzionario di polizia, quale era stato nel Messico e nelle Filippine, prima di assumere il suo rango militare coll'esercito americano in Francia. Come facesse Bandholtz ad essere così minutamente informato di quello che veniva incettato a parecchi chilometri da Budapest era un mistero per tutti. Certo, doveva avere organizzato qualche buon servizio d'osservazione, che lo teneva al corrente dei movimenti e sopralluoghi delle principali Commissioni romene di requisizione, perché non passava giorno che all'aprirsi della seduta egli non sciorinasse davanti la Commissione una lunga filza di fattorie e stabilimenti spogliati o messi a soqquadro; lettura che terminava infallantemente con un poderoso pugno sul tavolo ed uno scroscio d'invettive, che avrebbe dovuto, nelle sue intenzioni, suscitare nei colleghi il suo stesso diapason d'indignazione per averli
' Posti di controllo creati dalla Commissione Interalleata dei Generali: sulla Tisza (Tibisco ): Ponte di Tokaj - Tiszafiired - Havos - Szolnok - Szentes. Soltanto a Szolnok ed a Szentes era incluso tra gli ufficiali del posto un italiano.
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solidali nella decisione di indirizzare qualche nuova e fiera nota alle autorità romene, mentre per lo più era accolta con dissimulata ilarità soprattutto nei banchi dei segretari. 11 Generale Gorton pur prendendo la cosa con britannica flemma e signorile distinzione era di solito il più pronto ed il più proclive ad associarsi alle appassionate requisitorie del suo cugino d 'oltre Atlantico, un po' per quel senso di puritanismo anglosassone istintivamente avverso ad ogni brutalità o rapina non rivestite d'apparenze legali o non consumate a maggior gloria del proprio impero, un po ' anche perché trasportato da una passione che si manifestava nella sua lingua. Se prendeva la parola si limitava però a poche frasi misurate od a circostanziare con dati alla mano qualche altro capo d'accusa venuto a cognizione della Missione inglese. Graziani invece ascoltava le filippiche di Bandholtz assumendo un 'espressione tra il rassegnato e l'olimpico, con un sorriso che voleva essere di cortese camaraderie ma che forse nell'intimo inclinava all'ironia, e quando vedeva che il temporale era passato e nessuno accennava più ad interloquire allora prendeva lui la parola e procurava di dare ai fatti un'interpretazione che scusasse se non proprio giustificasse i romeni. Quando poi accadeva che tutte le apparenze deponessero contro quest'ultimi e non poteva fare a meno di convenirne, allora si adoperava perché la nota conclusiva della discussione venisse almeno redatta con parole così studiatamente blande che il contesto si poteva poi dire che rassomigliasse allo sfogo del Generale Bandholtz come la lava solidificata rassomiglia al fluido incandescente e sterminatore eruttato dal vulcano in attività. Anche il Generale Mombelli non si può dire che si scomponesse molto quando il collega americano portava quegli attacchi a fondo, ma non per partito preso, quanto perché non afferrava neppure il senso generale di ciò che era detto in inglese come invece era il caso di Graziani: la traduzione arrivava sempre in ritardo, non poteva mai riprodurre fedelmente la vivacità di certe espressioni e difettava infine di quell 'inflessione di voce che danno tutto un altro colorito alle parole. Cosicché quando le discussioni si accaloravano e quando sarebbe stata più necessaria la appropriata e tempestiva battuta per ribattere l'argomentazione d'un collega, Mombelli finiva per essere pressoché assente. Beneficiava per contro del vantaggio di soffermarsi esclusivamente sopra i capisaldi delle questioni e di potersi infine adoperare all'avvicinamento degli opposti punti di vista di Bandholtz e di Graziani: un ottimo trait-d'union del quale in definitiva Graziani traeva sempre maggior partito che Bandholtz. Più obiettivo e spassionato degli altri Mombelli dopo aver ascoltato attentamente le versioni dell 'interprete ed avere annotato quanto gli appariva d'interesse portava il suo contributo alla discussione con dei ragionamenti apprezzabili per la rigorosa logica e la più assoluta imparzialità; così assoluta da chiedersi se rappresentava in seno alla Commissione uno Stato neutrale anziché uno interessato; il che a me, personalmente, non sarebbe dispiaciuta, se gli altri generali invece di tirare l' acqua al loro mulino avessero fatto egualmente. Quanto alla forma si notava in Mombelli lo studio per non uscire da un'impeccabile correttezza e per non venirvi mai meno; per cui quel tanto di manierato ne sminuiva il pregio e ne monotonizzava l'esposizione. Quali particolari istruzioni avesse ricevuto o gli pervenissero durante quei primi giorni di vita della Commissione non saprei dire perché allora come per tutti i rimanenti mesi che restai a Budapest alla sua dipendenza sembrò non trovasse necessario di darmene conoscenza neppure in succinto. Intuivo non pertanto dai suoi atteggiamenti e dalla scrupolosa cura ch'egli era uso porre nell'interpretare ed osservare alla lettera le direttive che riceveva dall'alto che sia Roma che Parigi, facessero con lui come Vienna faceva con me, lo lasciassero cioè digiuno d'ogni norma o criterio.
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Il guaio era che in mancanza di istruzioni il Generale Mombelli si peritasse a tracciarsi una propria linea di condotta cercando di orientarsi su quello stato di cose. Avveniva così che difettando di un criterio personale, della sua obiettività non beneficiava né l'Italia né la comune causa della pace, mentre se ne avvantaggiava in definitiva ora la tesi inglese ora quella francese, quand ' anche era evidente che il punto di vista di Gorton e quello di Graziani non collimavano affatto con quello più rispondente all'interesse italiano. Non nascondo che certi giorni ne soffrivo di vedere Mombelli così freddo e compassato di fronte a certe argomentazioni , quasi che esse concernessero uno staterello sud americano o comunque situato in un altro emisfero, anziché la Romania e l'Ungheria, Paesi a noi vicinissimi e ineluttabilmente chiamati a giocare una parte nella nostra politica e nella nostra economia statale, quando lo stesso Bandholtz, al quale, come delegato dell'America, dovevano interessare infinitamente meno, ci si accalorava tanto, e nel tener testa sulle sue posizioni poneva altrettanta fede quanta ne poneva il suo Wilson nel trionfo dei quattordici punti. Ricordo ad esempio quando da Parigi vennero istruzioni che sconfessavano chiaramente il colpo di Stato, che aveva ricondotto a capo dell'Ungheria un Asburgo, istruzioni che in certo modo discordavano con un principio di riconoscimento de] governo di fatto, implicito nella comunicazione precedentemente pervenuta al governo di Peid] con cui il Consiglio dei Quattro si diceva disposto ad aprire le trattative di pace. Portato l'argomento in Commissione per deliberare sull'interpretazione da darsi a tali istruzioni e sul modo di contenersi per metterle in atto, i pareri furono sensibilmente discordi. L'inglese propendeva per una semplice trasmissione al governo ungherese del testo delle istruzioni senza aggiungervi alcun commento o delucidazione, lasciando quindi arbitro di conformarvisi nel modo che riteneva migliore. Il francese discriminando tra governo ed Asburgo era d'avviso si redigesse una cortese ma perentoria nota all'Arciduca per pregarlo di rinunziare alla reggenza della quale era stato investito, mentre Bandholtz trovava che l'esatta interpretazione da darsi alle istruzioni non era né poteva essere altra che un ripudio in blocco di tutto il regime costituitosi in conseguenza del colpo di Stato. Doversi quindi invitare a dimettersi anche il gabinetto Friedrich, perché a nulla sarebbe valso il relegare la figura del]' Arciduca Giuseppe fra le quinte, se gli uomini che restavano sulla scena fossero gli stessi che lo avevano investito della Reggenza e che pertanto si sarebbero sempre adoperati per fare rientrare dalla finestra quel che era stato cacciato dalla porta. La proposta di Bandholtz oltre ad essere la più logica, pareva a me, fosse anche la più conveniente per noi, che eravamo i primi e maggiori interessati a tagliare corto con ogni parvenza di restaurazione asburgica. Non poca fu quindi la mia sorpresa in tale occasione, quando Mombelli dopo avere ondeggiato fra la proposta Gorton e quella Graziani , vidi che si metteva a rimorchio di questo ultimo senza nemmeno formulare delle riserve, senza nemmeno quella sfumatura di diffidenza che pure avrebbe dovuto provare davanti ad una soluzione caldeggiata da chi, per la natura stessa delle cose, era da presumersi perseguisse finalità politiche divergenti dalle nostre. Ma c'è di più. Bisogna cioè osservare che per quanto i giornali esteri arrivassero a Budapest con notevole ritardo e selezionati, già eravamo tutti a conoscenza della campagna scatenata dalla stampa di mezza Europa contro questa inattesa ricomparsa d'un Asburgo. Soprattutto ne menavano scalpore e si agitavano gli impazienti e non ancora ben sicuri eredi del vecchio impero austro-ungarico, i quali nell'irragionevole paura di vedere risuscitare il morto farneticavano di trame ed intrighi anche laddove si può dire fosse mancato il tempo per ordirne. Gli strali maggiori si appuntavano contro l'Inghilterra, alla quale si attribuivano mene indirizzate a restituire allo spodestato imperatore Carlo almeno una delle due corone del-
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le quali era stato spogliato, ma non mancavano accuse che additassero la Francia e finanche la nostra Missione come conniventi del colpo di stato ungherese. Della Francia si diceva che nella sua grande preoccupazione di arginare il propagarsi del bolscevismo e soffocarne ogni germe si fosse adoperata a silurare il gabinetto Peidl per cancellare fin le vestigia di quello ungherese. Quanto ci fosse di vero in queste ed altre dicerie raccolte dalla stampa di quei giorni era difficile accertare, ma pensando che come dice il proverbio, non muove foglia senza vento, saggezza consigliava di assumere quelle ipotesi almeno come indizi di tendenze diverse da controllarsi poi alla luce dei fatti. Ora è certo che nella seduta di cui fo cenno, fosse per suggestione delle polemiche citate o fosse invece per vere e proprie particolari direttive venute da Londra e da Parigi, i Generali Gorton e Graziani avevano data l'impressione di attenersi a quella condotta politica attribuita ai loro rispettivi governi, donde un motivo di più perché il Generale Mombelli si mettesse in guardia e si consultasse prima d'impegnarsi. Coll'associarsi di Mombelli e Graziani e la discrepanza più di forma che di sostanza fra la tesi loro e quella di Gorton, la deliberazione della Commissione si poteva dire già parzialmente compromessa, quando incoraggiato da un ultimo debole tentativo di Bandholtz per avere ragione delle sofistiche interpretazioni dei colleghi mi sentii trascinato ad intervenire nella discussione. Un po' impacciato dalla coscienza d'interloquire indebitamente procurai di tenermi quanto più possibile nella sfera delle mie funzioni di segretario, suggerendo si rileggessero le istruzioni telegrafiche venute da Parigi nell'illusione che un nuovo commento di un testo, che a me pareva chiarissimo, la Commissione o si ricredesse o trovasse prudente rinviare ad altra seduta la decisione. Ma avevo appena finito di parlare che il generale Graziani intuito il secondo fine della mia mossa si affrettò ad osservare, che era superfluo soffermarsi a sottilizzare sopra le parole di un telegramma a tutti noto, e nel tagliare corto alla mia intromissione pure usandomi una cortesia commista a benevola simpatia, alzò di tanto il tono e l'inflessione della voce da farmi intendere che se me la mandava buona una volta non avrebbe mai consentito per l'avvenire che uscissi dalle mie incombenze di passivo cronista dei dibattiti. I Generali Gorton e Bandholtz per il fatto che mi ero espresso in francese senza avere avuto il tempo di far seguire la versione inglese non rilevarono l'irregolarità del mio intervento né il significato di esso. Mombelli per contro aggrottò le ciglia, mi lanciò un'occhiata burbera piena di muti rimproveri , nel malcelato dispetto provato di essermi arrogato la facoltà di metter bocca quando non dovevo, non afferrò né sul momento, né dopo le parole di Graziani, la buona intenzione nei di lui riguardi della mia voluta gaffe, e neppure lo scopo che si proponeva. Senza dire parola annuì del capo alla risposta di Graziani e l'incidente si diede per chiuso. Incidentalmente conviene qui dire che nel colpo di Stato Friedrich c'erano tal i contraddizioni che anche a me aveva dato motivo di lambiccarmi il cervello e desiderio di approfondirne i retroscena. Che il governo Peidl fosse stato rovesciato se non proprio per istigazione certo col consenso e la piena approvazione romena, era cosa fuori di dubbio. Ma che interesse potevano avere i romeni a favorire il ritorno al potere di uomini, che non si davano neppure la pena di mascherare o procrastinare i loro propositi legittimisti? Non erano i romeni tra i maggiori e più direttamente interessati a tagliare i ponti ad ogni tentativo di restaurazione asburgica? Eppure per quanto illogica apparisse la condotta romena in questo episodio, da tutte le indagini e induzioni che feci in quei giorni finii per trarne la conclusione che effettivamen-
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te il Comando romeno suggestionato da influenze di casta, non sordo a suggerimenti di consiglieri francesi, e pregiudizialmente avverso ad un governo tenuto a battesimo dalla Missione italiana e riconoscente alla stessa per l'appoggio avutone nel muovere i primi passi, aveva trovato naturalissimo adottarla senza lontanamente darsi conto dei riflessi politici connessi con la mossa. Tornando alla deliberazione votata di dissociare l'Arciduca Giuseppe dal governo, la Commissione interalleata quantunque costituita da militari e chiamata ad agire in una fase bellica, quando si trattò della procedura da adottarsi per tradurla in atto, fu pressoché unanime di attenersi alla più ortodossa forma diplomatica. Anche qui soltanto il Generale Bandholtz fu d'opinione di non mostrarsi deboli per volere essere troppo concilianti, ma contrariamente al suo avviso si decise di chiedere a Friedrich di consigliare ali' Arciduca di ritirarsi ed appartarsi dalla vita politica ungherese. Come era da prevedersi data la forma estremamente riguardosa della demarche, essa non fu presa sul serio da Friedrich, che si diede a giocare di scaltrezza per non arrendersi speculando sull'illusione che la tormenta antiasburgica si calmasse e che Parigi discorde e frastornata da mille altre questioni dimenticasse o finisse per lasciar correre. Per trovare il modo di venire a capo della cosa malgrado le resistenze di Friedrich, si pensò di trattarla direttamente coli ' Arciduca ed a tale scopo ci furono diversi colloqui privati tra questi ed i Capi-Missione. Uno di tali colloqui ebbe luogo al Ritz presso la nostra Missione e si svolse in parte col Generale ed in parte con me, incaricato dal Generale di parlare ali' Arciduca piuttosto a titolo personale ed amichevole per convincerlo a cedere di fronte ad un movimento di protesta dell 'opinione pubblica europea troppo serio e troppo esteso per supporre od illudersi di quietarlo o padroneggiarlo: lasciandogli intendere che l'eclissarsi bonariamente oggi non solo non comprometteva l'avvenire nei suoi riguardi ma gli conferiva delle maggiori chances di successo quando l'Ungheria avrebbe potuto pronunziarsi liberamente sull'ordinamento da darsi . Sul tema di un ritorno degli Asburgo si era parlato piuttosto a lungo tra il Generale Mombelli e me, dopo ed a seguito della seduta della Commissione di cui ho riferito. Blandita la passeggera contrarietà il Generale discostandosi dalla sua ordinaria riservatezza mi aveva sollecitato a manifestargli diffusamente ed in tutta sincerità cosa ne pensassi sull'argomento. Ebbi così opportunità di dirgli che nell'audace pretesa di certi esponenti della vecchia Ungheria monarchica, di avventurarsi a farcela risorgere sotto il naso, allorché per diritto d'armistizio siamo o dovremmo essere arbitri del Paese, equivaleva un po' ad un affronto e ad un mezzo siluramento della nostra vittoria. Se con un esercito nemico tuttora accampato nella capitale e con il controllo de1le missioni militari dei quattro maggiori Stati vincitori lasciamo che l' Ungheria assesti un tal colpo al nostro prestigio ed autorità, che ci riserberà mai l'avvenire a smobilitazione ultimata e ad armi deposte? Forse alle origini del colpo di Stato - soggiungevo - c'era nei promotori più ingenuità e corte vedute che perfidia e lungimiranti machiavellici progetti , ma è nell 'ordine naturale delle cose, che il coraggio e l'appetito a concepire e formulare maggiori aspirazioni sorgano in un secondo tempo, e traggano alimento dalla misura della nostra tolleranza e dall'acquisita coscienza di non aver ceduto di fronte all'opposizione e contrarietà di mezza Europa. A mio parere dunque - dicevo al Generale - la Commissione d'accordo col Comando romeno non dovrebbe esitare un momento a sbarazzarsi subito sia dell'Arciduca, sia di Friedrich , di questi ancora prima di quegli, non fosse altro per far sentire la propria autorità. In avvenire - soggiungevo - non è poi da escludere che si possano guardare le cose differentemente, soprattutto dal punto di vista italiano. Se la piega degli avvenimenti e l'orientamento della politica di questa parte d'Europa oggi in ebollizione lo consiglierà, nessun ci
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vieta di ritornare sulla questione. A mio parere non ravviserei alcunché di allarmante né suscettibile di serie preoccupazioni per la nuova Italia, che in Ungheria si acclami a Re Giuseppe, come già faceva avantieri in certi manifestini diffusi da un aeroplano in volo. Dopotutto l'Arciduca Giuseppe è più magiaro che austriaco, più soldato che politico ambizioso ed intrigante, più incline a tenersi pago della corona di S. Stefano che portato a sposare le rivendicazioni della scomparsa dinastia , vis-à-vis della quale egli si sarebbe già compromesso accettando di diventare il monarca d 'una Ungheria indipendente. Eppoi ci sarebbero gli stati eredi della corona d'Austria che gli farebbero buona guardia e penserebbero a dissuaderlo dal nutrire ambizioni maggiori. Le proteste e le dimostrazioni avvenute in questi giorni a Vienna ed a Praga sono abbastanza eloquenti perché un ipotetico futuro Re Giuseppe si renda conto che un 'U ngheria imperialista o tesa verso una revanche troverebbe solidali e coalizzati contro di lei tutti gli stati limitrofi, non esclusa neppure l'Austria , che logicamente non si adatterebbe ad un'inversione delle parti. Per contro ad un'Italia ormai forte e sicura dietro le sue frontiere alpine sarebbe fattore politico di vantaggio tutt'altro che trascurabile il poter fare assegnamento sopra una Ungheria forte, stabilmente retta a monarchia, portata da ragioni geografiche, razziali e tradizionali ad essere simpatizzante con noi, anti-slava ed antitedesca. Ma pel momento, concludevo, ogni debolezza , ogni transigenza andrebbe a discapito nostro come dell'Intes a. Infine per la pace in gestazione è di sommo interesse che si ponga un termine alle avventure individuali, che sono come le fiammate sporadiche di un grande incendio che si va estinguendo. Per poco che ci si decida a parlare il linguaggio fermo ed imperativo che ci spetta come vincitori , non sarà difficile padroneggiare le divergenti tendenze delle fazioni generate dalle circostanze, e riuscire a preporre alla cosa pubblica di questo paese un governo disposto ad accettare le conseguenze d 'una guerra perduta ed a considerare più proficuo il dedicarsi anima e corpo ad una graduale rinascita della nazione, anziché agitarsi in postume recriminazioni e nostalgie. Il generale Mombelli pur concordando con me su molti punti dissentiva sostanzialmente sulla procedura da seguirsi per addivenire ad una soluzione. Egli trovava che esorbitasse dai compiti della Commissione un intervento così drastico nella politica interna ungherese e s'indugiava a rappresentarmi le difficoltà cui sarebbe andata incontro la Commissione a volere risolvere di autorità una situazione sulla quale ogni generale avrebbe avuto delle viste differenti per simpatia degli esponenti politici locali più affini alle tendenze del proprio governo, ed aventi maggior seguito nel suo paese. Per parte mia replicavo, convenendo con lui su quelle difficoltà ma propendendo a riscontrarle sormontabili per poco che in precedenza la Commissione ed i romeni si accordassero di lasciare piena libertà ad un ristretto numero di personalità di differente partito di deliberare e darsi un governo provvisorio da rimanere in carica fino a quando fosse possibile una consultazione popolare ordinata e tranquilla di tutta la nuova Ungheria quale risulterebbe delimitata dal trattato di pace. Oltretutto il governo Friedrich era al potere da così breve tempo, che non poteva aver messo radici molto profonde nel paese per cui le sue forzate dimissioni sarebbero passate senza contrasti da parte dell'opinione pubblica ungherese, appena appena che si fosse presa la precauzione di catechizzarla attraverso qualch e giornale diffuso. Mi sono soffermato sopra questo scambio d 'ide e tra il generale Mombelli e me, perché avendo esso preceduto il colloquio coll'Arciduca ne chiarisca i concetti che lo informarono. Col pretesto di rispondere ad una chiamata telefonica di Vienna , il Generale Mombelli interruppe la conversazione che si stava tenendo nel suo salottino coll'Arciduca Giuseppe e mi lasciò solo con lui. Quasi continuando l'argomento incominciato dissi all'Arciduca che non volevo perdere la fortunata combinazione di quei pochi minuti di amichevole téte-à-téte per parlargli da persona, che non rivestendo più la carica di capo Missione poteva espri-
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mersi liberamente obbedendo più alle proprie simpatie ed alle proprie vedute che ad istruzioni dall 'alto. Dissi che m'immedesimavo nei suoi sentimenti di generale appassionato alla vita militare particolarmente dopo aver vissuto le dure e fortunose vicende della guerra in mezzo a truppe così prodighe di sé stesse e così valorose come le ungheresi, e che ora sentiva come un dovere il rendere loro il prezioso, incommensurabile servigio di assumersi il governo di quel popolo generoso per ricondurlo sulla via della concordia e della pace riparatrice di esauste energie e produttrice di rinascente prosperità; che come soldato anch'io ero sensibile a quella sua maniera militare di concepire il dovere, non esitando ad assumersi un pesante fardello nell'interesse del suo paese; ma le cose si erano messe in modo che sia a Parigi che nel resto d'Europa si esigeva ch'egli si sacrificasse una seconda volta tornando nel suo ritiro di Alcsut e rinunziando almeno per ora alla politica. Che non si lasciasse lusingare da chi gli consigliava diversamente, perché l'opinione pubblica internazionale parevasi talmente eccitata, da far credere che in Europa si andrebbe piuttosto incontro ad una nuova guerra che tollerare il ritorno di un Asburgo sulla scena politica. Mombelli non mi aveva dato che cinque minuti per cavarmi come meglio potevo da quell'ingrato compito, per cui senza usare troppe perifrasi e rinunziando ad indorare comunque la amara pillola era andato diritto allo scopo. Tuttavia dalle rassegnate mezze risposte che mi diede l'Arciduca ebbi la sensazione d'essermi tratto d'impiccio senza causargli troppo dispiacere e senza offenderlo o mortificarlo, forse perché le mie parole erano state improntate ad una non ostentata dose di comprensione e simpatia. L'affetto col quale mi aveva parlato dei suoi soldati e le espressioni di schietta ammirazione ed apprezzamento avute per i nostri quando c'eravamo incontrati per la prima volta al castello di Alcsut, avevano fatto tanta breccia nel mio animo, che debbo confessare che quella simpatia era realmente sentita ed in certo modo la sua sfortuna non mi lasciava indifferente. Per aiutarlo a vincere le ultime perplessità m'indussi a prospettargli le molte probabilità ch'io vedevo in un avvenire non troppo lontano, di div nire R e d'Ungheria anziché Reggente e ciò senza ricorrere a sotterfugi umilianti come quello di accettare il titolo di governatore incompatibile col suo rango e privo di significato per la Ungheria. Quando il Paese fosse libero di darsi al governo che voleva, la sua remissività di oggi avrebbe certo predisposto l'Intesa ad una maggiore condiscendenza verso un Asburgo sinceramente ed esclusivamente magiaro. Allorché il Generale Mombelli rientrò, scusandosi per la intempestiva telefonata, nel congedarmi dall'Arciduca non avevo più dubbi di averlo persuaso, benché non mi avesse detto in forma esplicita di esser pronto al gran rifiuto; avevo però anche l'impressione che un'ora dopo quel colloquio, altri potevano colla stessa facilità fargli prendere una decisione del tutto opposta. Del medesimo parere sembrò essere il generale al termine del suo abboccamento. I fatti si incaricarono poi di confermare questa nostra impressione. Le opposizioni ed i contrasti che incontrava il Friedrich a colmare le diverse lacune del suo improvvisato ministero penso fosse il motivo, che trattenne la Commissione Interalleata dal sollecitare unarisposta alla sua nota. Ma quando il 15 agosto il ministero riuscì finalmente a comporsi, si credeva che l'Arciduca, già catechizzato oltre che da noi anche da altri generali, e se non bastava, istruito dall'eco di un'imponente dimostrazione antiasburgica effettuatasi a Vienna in quei giorni, non avrebbe esitato un minuto di più a ritirarsi. Il presumerlo era tanto più giustificato in quanto non solo i rapporti tra Commissione interalleata e Comando romeno erano andati progressivamente migliorando, così da precludere di giocare sui loro dissensi, ma perfino lo stesso Arciduca aveva trovato modo di dichiarare - "mi ritirerò appena costituitosi un governo stabile, senza aspettare che venga eletta l'assemblea costituente. Quanto ai sospetti espressi a mio riguardo, tengo a dire che so-
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no intervenuto come un ungherese e non come un Asburgo. L'essere un Asburgo non è colpa mia"-. Ma tra il dire e il fare c'è di mezzo un mare; e l'eclissarsi costa fatica a tutti, qualunque sia la posizione o la professione: figuriamoci poi per chi si vedeva sulla soglia d'un trono! Così occorse che Parigi stringesse la Commissione, e questa a sua volta mettesse un po' colle spalle al muro il buon Arciduca, perché questi non potendo più tergiversare di fronte ad una decisione che appariva irrevocabile, ed abbandonato da Friedrich , ch e fiutava vento minaccioso anche per lui, abdicasse da governatore e, colla persona il governo rinunziasse anche alla escogitata carica equivalente. A mio parere con o senza Arciduca la situazione non era mutata, ma la Commissione dei Generali appagata nella sua richiesta si trovava oramai compromessa ad accettarla. In attesa pertanto di nuove istruzioni da Parigi tornò a rivolgere la sua attenzione all'inesorabile metodica spogliazione, che le autorità militari romene continuavano ad applicare sul territorio ungherese occupato, ed affrontando infine il suo quesito capitale prese a considerare come ed in qual modo condursi per mettere termine all'occupazione. Frattanto era arrivato alla nostra Missione il Maggiore Montù, un valoroso ufficiale alpino che era già stato a fianco del Generale Mombelli durante la campagna in Macedonia: un lavoratore serio, silenzioso, capace di restare al tavolino un numero incredibil e di ore sia di giorno che di notte, preciso nelle sue cose, ed ammirevole per la filosofica rassegnazione con cui accettava i frequenti e non sempre giustificati rabbuffi del suo superiore, il quale per l'esperienza che ne avevo fatto in quel paio di settimane, oltre ad essere di una meticolosa pedanteria e rigidezza era uomo esigente ed estremamente difficile a contentarsi, forse anche perché incerto egli stesso in ciò che voleva. La mia designazione a segretario ed interprete della Commissione Interalleata essendo stata motivata dall'assenza del Maggiore Montù , non appena questi ebbe assunto servizio, chiesi d'essere esonerato da quell'incarico, che non si confaceva al mio temperamento. Se almeno avessi potuto essere al generale di qualche utile esprimendogli liberamente il mio pensiero, forse mi sarei anche assoggettato a quella parte insipid a di minutante e traduttore, tanto più che familiarizzatomi con il compito m'era possibile talvolta con un 'avveduta versione dei dibattimenti di avvicinare lontani punti di vista ed anche in qualche misura esercitare una piccola influenza sulle deliberazioni della Commissione. Ma l'esperienza di quella decina di giorni m'era bastata per capire che Mombelli accoglieva malvolentieri ogni mia inframettenza. Mi parve perciò miglior cosa tornare ad occuparmi di tutta quella parte degli originali compiti della Missione, conciliabili colla nuova situazione, accresciuti dalla necessità di curare la disciplina e l'amministrazione di un personale triplicato, e dalla presenza di una compagnia di scorta e di qualche minuscolo servizio tecnico. Al Generale Mombelli non dovevano essere sfuggite le ragioni che mi avevano indotto a chiedere di essere esonerato dall 'intervenire alle sedute della Commissione Interalleata, e la mia contrarietà ad un lavoro di pedestre sforzo di memoria rigorosamente tracciato e inquadrato, perché nell'atto stesso con cui disponeva per la mia sostituzione stese col Maggiore Montù un ordine di servizio nel quale stabiliva le mansioni dei diversi Ufficiali componenti la nostra Missione precisando particolarmente le mie. Non ne conservo, né sono riuscito a ritrovarne il testo, che ricordo redatto abilmente per quanto mi concerneva, perché si prestava ad attribuirmi tutta la responsabilità di ogni iniziativa personale, che esorbitasse dalla ristretta sfera di un qualcosa più del caporale di giornata della Missione. Agli antipodi coi criteri del Generale Segre, Mombelli si premuniva dalle eventuali spiacevoli conseguenze di qualsiasi mio atto compiuto senza prima sentirlo, benché disposto, e neppure scontento di lasciar fare e lasciar correre se tutto andava a gonfie vele, rendendosi perfettamente conto dell 'impossibilità materiale in cui si trovava
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di seguire ad un tempo i lavori della Commissione, tenersi informato della mutevole situazione politica interna dell'Ungheria e di quella internazionale e scendere poi nel vivo di un'infinità di questioni anche secondarie, suscettibili anche di noie, che si presentavano giornalmente alla Missione. Lasciato il mio incarico di segretario interprete alla Commissione dei generali perdei un poco il contatto con il lato interessante dei suoi dibattiti a cui supplivo tenendomi al corrente dei suoi lavori. L'esserne fuori mi conferiva anzi una visione più obiettiva degli argomenti in esame, dei quali era di solito lo stesso Generale Mombelli a parlarmi ed a chiedermi un giudizio. Per darlo avevo il vantaggio su di lui di essere infinitamente meglio informato, perché la Missione continuava ad essere meta di una quantità di gente che pativa, sollecitava appoggi ed aveva proposte da fare, e se sapeva che ero in ufficio, avrebbe tutta preteso di vedermi e parlarmi, per cui anche a non volerlo m'era facile trarre dalla conversazione una messe di notizie e di impressioni . Di più non omettevo mai di leggere o dare una scorsa ai più importanti giornali sia ungheresi che italiani e stranieri oltre ad un riassunto della stampa locale in lingua magiara, mentre Mombelli appena a tarda sera od in qualche ritaglio di tempo dopo colazione s'indugiava nella lettura di qualche quotidiano italiano e francese. Non era pertanto frutto di particolare acume se ero in condizioni di privilegio nel valutare quanto avveniva dentro e fuori dell'Ungheria, come nell'arguire o presagire i rapporti di causa ed effetto. Malgrado non facessi più parte della Commissione Interalleata questa facendomi credito della familiarità acquisita dell'ambiente locale, ed, ho ragione di credere, anche della mia scrupolosa imparzialità, volJe affidarmi un'inchiesta ufficiale per accertare quello che ci fosse di vero nelle continue e crescenti lagnanze e proteste di persone di classi sociali diverse sugli abusi della polizia, le sevizie e torture ai detenuti politici e le persecuzioni d'ogni specie di cui si diceva fossero oggetto tutti coloro, piccoli borghesi ed operai presunti partecipi della dittatura proletaria o presunti simpatizzanti col bolscevismo, persecuzioni che per secolare insanabile livore di razza consentiva di prendere di mira senza pietà quanti più ebrei fosse possibile. Mi occorse così di tornare una seconda volta a visitare le prigioni, le carceri ed i luoghi dove erano chiusi o segregati tanti disgraziati , solo in minima parte rei o indiziati seriamente di delitti , gli altri - i più - vittime di antipatie, ritorsioni , provocazioni , rancori e gelosie di mestiere, fatti passare o denunziati come sospetti d'ipotetiche mene politiche. Nel rapporto che feci al termine dell'inchiesta mi trovai nella ingrata contingenza di dovere confermare quanto avevo già osservato e risaputo nella mia prima visita alle prigioni , e che purtroppo non era mutato nonostante le mi raccomandazioni e le promesse delle autorità competenti di tenerne conto. Riferii sullo stato d'animo delle masse operaie per i metodi d'intimidazione, costrizione ed arbitrarie vessazioni instaurato nelle officine, dopo aver controllato ed essermi assicurato della verità dei racconti che m'erano stati fatti e delle denunzie pervenute alla Missione. Feci menzione poi di tutti i casi, già di per se st essi numerosi, nei quali soltanto grazie all'intervento tempestivo della nostra Missione o di qualche altra autorità romena od interalleata erasi potuto conseguire che la spietata caccia al bolscevismo ed all'ebreo lasciata alla discrezione di agenti e spie di mestiere costasse la vita a qualche innocente o portasse la disperazione e la miseria in una povera famiglia senza colpa né peccato. Osservavo nel citato rapporto come la reazione spiegata dal governo, ossessionata dalla folata comunista e libertaria abbattutasi sul paese in un istante di smarrimento, doveva solo al freno e soggezione esercitata dalla presenza delle Missioni dell'Intesa e del corpo d'occupazione romeno se fino allora non aveva fatto più vittime e commesso più delitti di quanti ne avevano sulla coscienza i sedicenti dittatori del proletariato.
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Ricordo che il rapporto fece molta impressione sui generali, che non avevano la più pallida idea che si potesse trascendere ad atti di così raffinate brutalità in un ambiente che all'occhio rivaleggiava colle più belle e progredite città d 'Europa occidentale. Tutti convennero sulla necessità di ammonire ed esortare il governo ungherese a fare una politica interna più tollerante e conciliativa, senza lasciarsi trasportare da livori di parte o confessionali. Ma la risposta - come è consuetudine in simili circostanze - dopo aver contestato anche quello che era irrefutabile, non avrà mancato di profondersi in promesse; i fatti però non corrisposero precisamente alle parole. Piuttosto col passare del tempo ebbi ad avvedermi di un accentuarsi di misure preventive e repressive poliziesche, anziché un graduale ritorno ad un regime di moderazione. Né poteva essere diversamente, perché a mano a mano che Friedrich vedeva crescere la probabilità che l'Intesa volente o nolente gli lasciasse quel potere ghermito con scaltrezza e fortuna in un momento di confusione e smarrimento politico, più si accaniva senza scrupolo di mezzi contro le moltiplicatesi opposizioni che sorgevano e maturavano nell'ambiente politico locale, alimentate e fa vorite dagli stessi contrasti d'idee e d'interessi delle potenze dell'Intesa. Si buccinava anche di un pogrom, così mi riferiva il Padre Bonaventura, riportandomi gli umori dei più incorreggibili antisemiti. Benché non credessi la cosa possibile, per un eccesso di scrupolo, pensai di farne oggetto di colloquio col Primate d 'Ungheria, Cardinale Csernoch e questi dispose che nella ricorrenza della Madonna di Settembre in ogni chiesa si esortasse i fedeli a non fare ingiusto carico agli israeliti dalla deprecata parentesi comunista.
XXII
INFRUTTUOSE CONSULTAZIONI POLITICHE
Durante il bolscevismo e più precisamente un paio di settimane dopo l'abortito moto controrivoluzionario, vennero a vedermi nella sede della Missione un certo professore Feldman, uomo di età, dalla barba bianca fluente, che presentatomi come giornalista, insieme al conte Fursteoberg, console di Germania, che non avevo avuto prima d'allora occasione alcuna di conoscere. Scopo della loro visita era stato quello d'interessarmi all'incerta sorte di tre personalità loro amici: i ministri Wekerle, Szterényi ed il vescovo Mikes, ricoverati per provvedimento di favore nel Park Sanatorium, una clinica delle più confortevoli di Budapest, ma quivi detenuti e guardati a vista come ostaggi dalla dittatura proletaria. A favore di quest'ultimo avevo già fatto una démarche per corrispondere ad una sollecitazione personale del Nunzio a Vienna , Monsignore Valfrè di Bonzo: démarche con esito negativo. Tanto il Commissario Agoston quanto in un secondo tempo Kun Béla si erano mostrati inflessibili ad acconsentire che il vescovo Mikes potesse tornare alla sua diocesi ed ancora meno che gli fosse permesso di espatriare. Non ero stato messo bene a giorno della di lui situazione, di guisa, che quando mi sentii dire che la detenzione di Mikes era un provvedimento preso sotto il governo Karolyi e mantenuto dalla dittatura proletaria , che c'era un'istruttoria aperta ed un processo che doveva avere il suo corso mi trovai interdetto ed in condizione di non potere insistere. D'altronde non si poteva misconoscere che dato il rigore dimostrato dal regime verso tutti i maggiori esponenti politici e sociali del vecchio stato di cose e le vessazioni usa te al clero, la dimora anche coatta al Park Sanatorium, dove se non commettevano imprudenze godevano di non comuni agi e non correvano alcun pericolo, era quanto di meglio e di più privilegiato potesse desiderare Mikes e con lui l'ex presidente dei Ministri Wekerle e l'ex Ministro Szterényi, tanto più che soltanto lo stato cagionevole di salute del Wekerle giustificava il ricovero in una clinica. Il professore Feldman ed il conte Furstenberg, che probabilmente non ignorava i miei precedenti passi in favore di Mikes e comunque non si dissimulavano quanta poca probabilità di riuscita potessero avere altri tentativi del genere quando proprio correvano le voci più sinistre sulle sorti riservate agli ostaggi dagli arrabbiati e fanatici del regime, null'altro mi chiedevano, se non che mi recassi a fare una visita ai loro tre amici. Sarebbe bastata la mia visita e l'interessamento personale da me dimostrato per le tre personalità per trattenere i peggio intenzionati bolscevichi dal torcere loro un capello, soprattutto, mi soggiungeva il console tedesco, - se lei signor colonnello vorrà essere così amabile dall'ammonire appropriatamente il fiduciario rosso di guardia alla clinica. Secondo il Feldman e il Furstenberg il colloquio sarebbe riuscito anche per me, quale capo della Missione italiana, un prezioso scambio d'idee data la competenza politica e tecnica di uomini di stato di tanta altezza come Wekerle e Szterényi. Così un pomeriggio in compagnia dei due sollecitanti mi diressi al Park Sanatorium fermandomi a conversare con i tre predetti eminenti ostaggi durante quasi due ore.
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La mia attenzione si portò soprattutto su Wekerle, del quale se non avrei saputo dire precisamente la parte rappresentata nella politica del crollato impero austro-ungarico ricordavo essere egli stato per diversi anni figura di primo piano di quella politica. Doveva aver passato la settimana, ma l'aspetto, il portamento e la lucidità di mente lo rivelavano piuttosto come una quercia annosa e robusta che come un uomo in malandate condizioni di salute, benché si lagnasse che non stava bene. Effettuate le presentazioni e preso posto in giro ad un 'ampia finestra che affacciava sui giardini pubblici (Varosliget), il discorso si avviò in francese. Wekerle parlava lentamente pesando bene le sue parole, mentre Szterényi sospinto da una maggiore vivacità di temperamento interrompeva ed interveniva di frequente nel discorso per sciorinare una dopo l'altra tumultuariamente una serie di argomentazioni, che risentivano un po' troppo dell'intenzione e preoccupazione di accattivarsi la simpatia del mio Paese e la mia personale, coll'infarcirmi la testa di belle parole e di fantastiche cifre. Il vescovo Mikes dopo essersi avvalso di una pausa della conversazione per chiedermi in forma discreta delle probabilità di riuscita di un eventuale mio passo presso il governo per consentirgli di tornare nella sua diocesi, sembrò estraniarsi totalmente dai nostri ragionamenti. Argomento prevalente dei nostri discorsi fu quello delle relazioni fra l'Italia e l'Ungheria a pace conclusa. Argomento di tale interesse che mi trovò subito disposto a non perdere una sillaba delle parole meditate con cui lentamente Wekerle veniva esponendolo. Dal modo come ne parlava si vedeva chiaramente che la questione doveva aver fatto oggetto di profondo studio e lunghe riflessioni, come pure di ripetute ed accalorate discussioni con Szterényi, ma soprattutto si aveva la sensazione della grande lucidità di vedute e della fredda valutazione politica degli interessi nazionali dell'uomo di Stato uso a trattare tali problemi. Apprezzai la nessuna cura che Wekerle si diede di nascondere, che prima della guerra egli era stato d'idee diametralmente opposte ed il suo atteggiamento nei confronti dell 'Italia avrebbe potuto qualificarsi piuttosto ostile che amichevole, come pure trovai naturale che non s'indugiasse in spiegazioni o giustificazioni cortesi e di cattivo gusto quando già traspariva chiaro da tutto il suo modo di ragionare che mi trovavo davanti ad un uomo rigidamente positivo pel quale non vi sono deviazioni sentimentali nei rapporti fra le nazioni , ma solo e null'altro che motivi dettati da interessi e per conseguenza a situazione politica diversa era logico e ragionevole adottare una soluzione diversa, logico e ragionevole l'assumere un atteggiamento differente. Anche Szterényi era d'opinione che la nuova Ungheria sarebbe stata portata per necessità di cose ad orientarsi verso l'Italia sia nel suo interesse politico che economico: tutti i suoi vicini, ad eccezione forse dell'Austria, un po ' per contrasto d'interessi le sarebbero stati ostili, la Germana vinta era destinata per molti anni a fare da comparsa, la Francia dall'accoglienza riservata alle avances di Karolyi aveva già dato a divedere di non simpatizzare affatto con l'Ungheria, e l'Inghilterra la sola grande potenza europea che presumibilmente per tradizioni e vincoli familiari le sarebbe stata favorevole per la sua lontananza come pel suo egoismo e mercantilismo difficilmente avrebbe potuto rappresentare per l'Ungheria più d'una graziosa platonica amicizia. Qui Szterényi - ex ministro del commercio - inseriva una lunga dissertazione sull'argomento che gli era più famigliare, per provarmi la convenienza per l'economia italiana e per quella ungherese di collegarsi e favorirsi, non lasciandomi però del tutto persuaso, abituato - come sono - a diffidare davanti ad una ridda di cifre citate a memoria. Wekerle invece aspettava che Szterényi avesse finito per sviluppare interamente il lato politico della questione. Secondo lui l'Italia doveva avere interesse ad attrarre l'Ungheria nel suo gioco per
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controbilanciare in quella parte d'Europa quello delle sue alleate, che sembrava avessero piuttosto preso di mira gli Stati limitrofi dell 'U ngheria stessa, ad eccezione dell'Austria, la cui ingenita debolezza non faceva gola a nessuna delle due. La storia stava ad attestare la vitalità di quel ceppo magiaro assiso a cavallo del Danubio. Perché nel gioco non foss e un peso od una comparsa occorreva astenersi dal mutilarlo troppo territorialmente. Soltanto quando mi disponevo a congedarmi Wekerle, tornò ad accennarmi ai suoi acciacchi e mi pregò di adoperarmi per ottenergli dalle autorità sovietiche un passaporto per lasciare l'Ungheria e recarsi a fare una cura di acque, non ricordo più in quale stazione termale all'estero. Quantunque sollecitato caldamente dai tre di tornare a fare loro qualche visita, finché durò il bolscevismo non ravvisai opportuno avere altri colloqui con Wekerle ed i suoi compagni di prigionia. A parte il fatto che non avevo letteralmente un istante di respiro in tutta la mia pur lunga giornata di lavoro, sapevo troppo bene di essere sorvegliato in ciascuno dei miei movimenti, perché non dovessi guardarmi dal dare ai nemici della Missione un così giustificabile appiglio a scagliarsi contro di essa, quale sarebbe stato quello di avere frequenti contatti con i maggiori esponenti del vecchio regime. Non omisi tuttavia di chiedere saltuariamente notizie dei tre internati e d'informarmi pel tramite di loro stessi se le guardie rosse di servizio al Park Sanatorium si comportassero correttamente. Effettuatosi il colpo di stato di Friedrich e più propriamente in quei giorni nei quali si aspettava che l'Arciduca si arrendesse alle pressioni di Parigi ed a quelle di mezza Europa, che voleva che si ritirasse, mi venne in mente di fare ricerca di Wekerle, pensando che nessuno meglio di lui sarebbe stato in grado di orientarmi ed illuminarmi in quell'intricato gioco di persone e di tendenze, moventesi nell'ombra di molteplici e multiformi retroscena che era il mondo politico ungherese di quei giorni. Valendomi del barone Szterényi, che dopo la caduta del regime di Kun Béla soleva farmi frequenti visite alla Missione nell'intento di trovarvi appoggio ad iniziative dirette a promuovere una forte corrente di scambi tra l'Italia e l'Ungheria, sollecitai un incontro con Wekerle. Uscito dal Park Sanatorium egli si era trasferito in una casa di campagna. Aspettai perciò che facesse ritorno in città ed un pomeriggio in compagnia di Szterényi e del conte Karolyi hnre andai a trovarlo nella su quieta ed appartata dimora a Buda. Erasi frattanto verificata l'abdicazione dell'Arciduca Giuseppe e le dimissioni del gabinetto Friedrich, un gabinetto che non contava che pochi giorni di vita e molti gravi scacchi: uno stato d'assedio annullato dalle autorità militari romene ed una esplicita fin de non recevoir da parte dell'Intesa. A Parigi infatti travolti dall'onda d'indignazione pubblica i componenti del Consiglio della Pace si erano finalmente fatti animo decidendosi a prendere posizione esplicita contro gli Asburgo con una nota , che per arrivare così in ri tardo aveva l'aria di uccidere un uomo morto. Da qualche frase sfuggita al generale Bandholtz ed al colonnello Causey, entrambi non dovevano essere stati estranei coi loro rapporti meno involuti e meno dosati di quelli dei colleghi all'atteggiamento più energico assunto dall 'Intesa. La nota di cui conviene che riporti il testo perché spiega la mia susseguente azione diceva così: " Le Potenze alleate ed associate considerate ulteriormente le informazioni derivanti dai vostri rapporti e da altre fonti sui recenti avvenimenti a Budapest, le loro conclusioni sono le seguenti: esse sono molto ansiose di concludere una pace durevole col popolo ungherese, ma sentono che ciò non può essere fatto mentre è al potere l'attuale Governo ungherese. Tale Governo è stato costituito non con la volontà del popolo, ma con un colpo di stato organizzato da un piccolo corpo di polizia sotto la protezione, se non sotto l'istigazione, d'un esercito straniero. Esso ha a capo un membro della Casa degli Asburgo, la
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cui politica e ambizione furono largamente responsabili delle calamità per le quali il mondo soffre e soffrirà a lungo. Una pace negoziata da un tale Governo non potrà verosimilmente durare a lungo, se i governi alleati ed associati non possono dare l'aiuto economico di cui l'Ungheria ha tanto bisogno. Se si risponde che l'Arciduca Giuseppe è pronto, prima di avvicinare gli Alleati e il governo associato, a sottometter le sue richieste alle elezioni popolari, noi dobbiamo rispondere che questa procedura non può essere soddisfacente, se l'elezione è fatta sotto gli auspici di un'amministrazione controllata dallo stesso Arciduca. Le difficoltà di ottenere per mezzo delle elezioni un riflesso fedele della volontà popolare sono nelle attuali infelici condizioni dell 'Ungheria molto serie. Esse sarebbero insuperabili se le elezioni fossero fatte sotto l'influenza degli Asburgo. Anche se l'Assemblea eletta in tali condizioni fosse realmente rappresentativa, nessuno penserebbe così. Nell'interesse pertanto della pace europea, i Governi alleati e associati devono insistere, che i presenti aspiranti alla direzione dello Stato ungherese dovrebbero dimettersi e che un governo in cui tutti i partiti fossero rappresentati dovrebbe appellarsi al popolo ungherese. Le Potenze alleate e associate sarebbero pronte a negoziare con qualunque governo che possedesse la fiducia d'una Assemblea così eletta. Sarebbe opportuno pubblicare questo messaggio costì". Da quello che seppi i generali si limitarono a consegnare la nota al dimissionario governo ungherese astenendosi da ogni commento, sebbene fosse impolitico che la Commissione Interalleata dei generali avrebbero dovuto avocare a sé, previ accordi coi romeni, le consultazioni per la formazione del nuovo ministero perché la direzione dello Stato ungherese venisse assunta da un Governo nel quale figurassero già i maggiori partiti politici, quand 'anche in proporzioni non perfettamente corrispondenti alla loro consistenza ed autorità effettive nella nazione. Di tale avviso erano pure diversi dei più accreditati uomini politici coi quali avevo avuto occasione di parlare in quei giorn i. Tutti senza distinzione di parte convenivano nell'urgenza e necessità di costringere il Friedrich a ritirarsi per far posto ad un governo di transizione e di solidarietà nazionale, che lasciando pel momento insolute le questioni interne spinose e maggiormente controverse si imitasse ad acquietare gli animi e le passioni ed a porre fine all'occupazione romena, imprescindibile premessa d'una qualsiasi consultazione popolare per eleggere un'Assemblea che fosse un riflesso fedele del paese. Trovavano anzi strano, che la Commissione militare Interalleata si desse così poca pena di una questione tanto intimamente connessa col compito affidatole, ed impazienti e scorati per non incontrare sempre e dovunque chi fosse disposto ad ascoltare e prendere i simpatizzante considerazione le loro invocazioni mi assediavano e tormentavano perché mi prendessi io la briga di affrontare e superare le difficoltà che si opponevano ad una soluzione in tal senso. Da Vienna anche il principe Borghese m'incoraggiava a tentare qualcosa del genere, soggiungendo che nessuno era più indicato di me per le simpatie che godevo in tutte le classi sociali, dalle più alte alle più umili, e per debito personale di riconoscenza a carpire degli assensi o disarmare certe inflessibili intransigenze. Chi ha qualche esperienza del mondo politico ungherese, dell'accanimento col quale uomini e partiti si combattono, delle piccinerie per le quali sovente militano in campo diverso facendone insormontabile motivo di dissenso quasi ne fosse in gioco la causa nazionale, della passionalità esuberante ed incontenibile che pongono in ogni loro manifestazione di vita pubblica e privata, e pertanto delle difficoltà connesse con ogni tentativo di composizione o conciliazione di vedute, quand'anche invocato facendo appello a quel magnifico patriottismo così superlativamente sentito da tutti gli ungheresi senza distinzione, penserà presuntuoso oltre che ingiustificato da parte mia l'essermi voluto immischiare in simili beghe. La verità è che quand 'anche avessi voluto esimermene, difficilmente vi sarei riuscito, tanto ero circuito da pressioni e sollecitazioni d'ogni genere. Fare il sordo equivaleva alie-
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narsi l'animo dei migliori elementi, estraniarsi dall'ambiente, mortificare un 'aspirazione popolare. Un mio eventuale disinteressamento in quelle contingenze, capivo che sarebbe stato interpretato come un voltafaccia della nazione che fino allora avevo personificato, una terribile doccia fredda sulle speranze concepite da un'Ungheria desemparée di aver trovato in mezzo ad una moltitudine d'insospettati nemici almeno una mano fraterna ed amica nell'Italia. Per facilità colla quale la gente magiara passa dall'entusiasmo allo scoramento e dall'amore all'avversione un mio diverso modo di comportarmi avrebbe significato per l'Italia e per la Missione perdere d'un colpo tutto quello che per fortuite circostanze si era guadagnato di favore e considerazione. Eppoi - perché non confessarlo? - per essere sordo a tante sollecitazioni avrei dovuto essere d'un 'altra natura , di un 'altra pasta di quella che effettivamente sono. È nel mio carattere di sposare completamente una causa o di ripudiarla in pieno. Ora dopo la parte avuta negli avvenimenti d'Ungheria, mi sarebbe sembrato di venire meno ad un dovere, ad un impegno d'onore contratto verso le sue genti, se non avessi fatto tutto quanto era in me per ricondurla ad un assetto di ordine e relativa tranquillità interna e di tollerabile convivenza coi paesi limitrofi oltre che con gli avversari della vigilia. Per me estraneo e au dessous de La melée, per me che non chiudevo la porta a nessuno appariva ancora più evidente di quanto non potesse vedersi a Parigi che il governo di Friedrich, quello dimissionario o l'altro qualsiasi che sotto i di lui auspici lo avesse rimpiazzato, non era né poteva essere mai il governo adatto per fare giusta opera di riconciliazione fra quelle classi alte ed agiate, contro le quali s'erano scagliate le ire indiscriminate del bolscevismo per avvilirle e spogliarle della loro ricchezza e privilegi, e le classi borghesi ed indigenti della campagna e de]la città, che alle prime facevano risalire la responsabil{tà ed il pesante fardello di una lunga e sanguinosa guerra perduta. Da quale parte fossero i maggiori torti e le maggiori colpe non è qui il caso d'indagare, per quanto sia ovvio che non si possa fare eguale carico di avvenimenti nazionali incresciosi a chi detiene il potere e ricchezza ed a chi per un ordinamento statale di natura semi feudale, non ha nessuna voce in capitolo ed altro scampo che obbedire. Avesse avuto almeno quale governo l'accortezza ed il buon senso di dosare le sue sopraffazioni e rappresaglie così che non venisse fatto di istituire dei raffronti, e dir che si stava meglio quando si stava peggio. Né, debbo dire, m'ero trattenuto dal manifestare a Friedrich come la pensavo. Allorch é una sera per ragioni d'ufficio m 'ero recato da lui alla palazzina della Presidenza, avendomi egli chiesto perché non gli dimostrassi maggiore benevolenza, non esitai a rispondergli presso a poco in questi termini: - Non vi accorgete che comportandovi come voi fate, vi degradate al disotto degli stessi bolscevichi? Non discuto se abbiate più diritto a governare questo vostro paese degli uomini che avete deposto; datevi almeno la pena di legittimarlo moralmente con superiorità di concetti e di procedura nell'amministrare la giustizia, con una prova di forza come quella che non va esente da una certa generosità. Spiegato il come ed il perché mi decidessi a cimentarmi in una azione tanto ardua e delicata, prima di narrarne le peripezie, le disillusioni e l'insuccesso tengo a dire che non soltanto non feci mistero al generale Mombelli di quanto mi proponevo ma lo tenni minutamente al corrente dell'andamento delle trattative, e che consultatomi con Borghese, questi mi rispose da Vienna incoraggiandomi. Recandomi da Wekerle era mio intendimento approfondire in primo luogo fino a qual punto fossero attendibili e sincere le sue vedute politiche di un mese prima, allorché ostaggio della dittatura proletaria mi significava la convenienza o meglio la necessità per la nuova Ungheria di appoggiarsi all'Italia. In secondo luogo mi occorreva conoscere che pensasse degli eventi posteriori alla caduta di Kun Béla e della situazione che n'era scaturita. Una
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volta rassicurato su primo punto e ben certo della sua contrarietà a qualsiasi palese o camuffata restaurazione d ' un regime monarchico-feudale, che pretendesse passare una spugna su tutto quanto era accaduto dal 1914 al '19, allora con garbo mi proponevo di chiedergli se sarebbe disposto a dare la sua autorità , la sua competenza, le residue energie della sua sofferente costituzione fisica all'ingrato compito di formare e capeggiare un governo di coalizione, trattare la pace e ricondurre nell'ordine e nella legalità la vita nazionale dell'Ungheria. Contrariamente all'opinione di taluni tra cui lo stesso conte Karolyi Imre ed il barone Sigismondo P erényi, i quali non ravvisavano altra via di salvezza in quella caotica situazione che una temporanea dittatura militar dell'Intesa, io sostenevo che l'Ungheria doveva trovare in se stessa e nei suoi uomini la forza ed i mezzi per riaversi , ordinarsi e governarsi, sia perché ogni assetto conseguito colla propria energia sarebbe stato vitale e benefico, sia perché era ormai fin troppo evidente che l'Intesa rifuggiva da un tale intervento, che avrebbe potuto crearle nuovi e più gravi imbarazzi con la Romania, e compromettere la sua già pericolante coesione con altri pomi di discordia e motivi di rivalità. Partendo da tale premessa formulavo l'idea che appunto in ragione della difficoltà dei problemi nazionali sul tappeto: evacuazione del territorio da un invasore, conclusione d'una pace a condizioni presumibilmente dure, ordinamento dello Stato, liquidazione della grave crisi sociale ed economica, il governo fosse affidato ad un consesso di uomini prescelti tra le personalità, di maggiore esperienza politica ed aventi fama di grande competenza, integrità ed attività prescindendo per quanto possibile dai criteri di partito e di credo religioso, purché rappresentativo di opposte tendenze. A presiedere un tal governo era logico pensare si dovesse fare appello a qualcuno dei più eminenti statisti ungheresi. Mi ricordai così di Wekerle, il quale dopo Tisza campeggiava fra le maggiori figure dell'orizzonte politico dell'Ungheria. Un Giolitti magiaro, conoscitore d'uomini, destro, autoritario, mi sembrava il più adatto a pilotare fra le acque torbide ed agitate del momento l' avariata nave della neo repubblica ungherese. Uomo in età avanzata e non così vegeto da suscitare ombra e gelosia nella generazione dei giovani ed ambiziosi politicanti che si affacciavano impazienti alla ribalta , uomo che per avere una fama già acquisita poteva per carità di patria essere disposto ad affrontare l'i mpopolarità connessa con un incarico altrettanto arduo quanto penoso ed ingrato. Nei sondaggi fatti in precedenza avevo anche tratto l'impressione che il nome di Wekerle quale probabile capo di governo raccoglieva notevoli adesioni e consensi anche tra quegli uomini e partiti, che nel passato erano stati inconciliabili nemici del vecchio uomo di Stato. Ma avrebbe egli accettato? Ed avrebbe anche accettato di parlare chiaro agli ungheresi perché si rassegnassero a quella diminuzione di prestigio e di sovranità territoriale che avrebbe comportato il trattato di pace, comunque abilmente negoziato? E, supposto, che accettasse, si sarebbe egli sentito forte e combattivo abbastanza da affrontare le alte classi e persuaderle o piegarle a sopportare la loro parte delle conseguenze di una guerra che avevano voluto e perduto. Wekerle mi accolse con la stessa cordialità che mi aveva dimostrato nella mia visita al Park Sanatorium. Dopo qualche accenno alla triste parentesi del bolscevismo ed al grande debito di riconoscenza che l'Ungheria aveva contratto verso la Missione Italiana per un'opera - ch'egli diceva - avere meravigliato e soggiogato tutti per nobiltà di sentimenti, avvedutezza e prodigiosa attività (wunderbare Taetigkeit) entrammo in discorso sul motivo della mia visita. Il barone Szterényi doveva averlo già prevenuto dello scopo che perseguivo, sebbene fino allora non ne avessi fatto con lui e col conte Karolyi che una vaga allusione, perché pri-
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ma ancora ch'io prendessi la parola sull'argomento, Wekerle tenne ad anticiparmi la sua volenterosa disposizione a partecipare in qualunque forma di vita politica del paese, se ciò si riteneva potesse servire a chiarificarla e ricondurla più rapidamente nella legalità. Sentiva di non avere davanti a sé che pochi anni di vita e sarebbe stato ben felice di consacrarli al servizio della patria. Anch'egli conveniva dovesse preferirsi che l'Ungheria superasse la crisi da sé stessa, e per questo era anche d'accordo che non s'indugiasse oltre nel fare appello diretto o personale ai migliori e più autorevoli esponenti dei maggiori partiti, nella fiducia che tutti rispondessero a tale appello e si dimostrassero pronti a dare il loro pieno e disinteressato contributo all'opera di restaurazione del paese, acconciandosi a concepirla momentaneamente indipendente dalla forma di governo e dagli uomini. "Risolveremo in seguito questi problemi col concorso e d'accordo con tutti i magiari che il trattato di pace lascerà uniti alla madre-patria". Colta la palla al balzo volli sentire che linea di condotta avrebbe dovuto adottare un siffatto governo nelle imminenti trattative di pace, e che previsioni si facesse sul loro esito. Wekerle doveva aspettarsi una simile domanda, perché non avevo ancora finito di formularla che mi rispose, dicendo che dopo la inopportuna e disgraziata comunicazione del colonnello Vix, l'Ungheria non poteva nutrire illusioni sul genere di pace che l'Intesa si preparava a dettarle. Come con la Germania e con l'Austria cosl anche per l'Ungheria si sarebbe passato oltre ogni sana considerazione geografica, storica, etnografica ed economica pur di stroncare ed annichilire i vinti sotto l'ossessione che potessero maturare idee di rivincita. Quand'anche si facesse strada qualche concetto di moderazione, capisco - soggiunse Wekerle - che per noi ancora più che per la Germania e per l'Austria, tale concetto sarebbe sopraffatto dagli appetiti insaziabili dei nuovi e vecchi Stati confinanti. A mio parere - continuò a dire - l'Intesa cadrebbe in un gravissimo errore se dopo un ' accanita guerra impostata soprattutto nei confronti dell'Impero Austro-Ungarico, sul principio di nazionalità, dovesse poi offendere e calpestare tale principio nei riguardi dell'Ungheria, come si verificherebbe se confermasse nel trattato di pace il distacco di tanti milioni di magiari quanti ne popolano quei distretti, che secondo la linea di demarcazione si vorrebbero attribuire ai nostri vicini. Questo mortificherebbe il sentimento nazionale di un popolo unito, omogeneo, cosciente della sua forza per un 'avventurosa storia millenaria a beneficio di genti etnologicamente meno omogenee, con poche e scarse tradizioni nazionali. Si spegnerebbero delle innocue faville d'irredentismo per accendere una fiamma di gran lunga più pericolosa e difficile a soffocarsi. Guardando poi le cose da un punto di vista italiano, che convenienza può avere l'Italia a fare dell'Ungheria uno staterello senza significato politico e militare? Che interesse può avere a sgretolare e indebolire eccessivamente questo blocco magiaro che fa argine all'espansione slava ed a quella germanica, e rivelatisi per secoli non suscettibile d'assimilazione? Oggi i tedeschi sono a terra, e forse, per qualche tempo l'Europa non ne sarà molestata, ma è un popolo che non è stato vinto che a metà in quanto è venuto a patti, per cui non è da escludere un eventuale risveglio di pangermanesimo in un non lontano avvenire. Ora l'avere combattuto questa volta a fianco della Germania non infirma la funzione etnica dell'Ungheria di fare da barriera ai tedeschi non meno che agli slavi. Costituire un governo provvisorio solido e trovare nell'Italia e nella sua delegazione alla Conferenza della Pace una potenza vincitrice che per comune interesse ci spalleggi nelle trattative di pace: ecco quello che ci dovremmo proporre oggi lasciando nell'ombra ogni questione interna. Di queste ultime quella che - a suo parere - era da risolvere per prima era la riforma della costituzione ungherese, per la quale s'imponeva l'osservanza di una elaborata proce-
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dura per non venire meno alla legalità. Occorreva risolvere dei quesiti imbarazzanti quali la composizione della Camera dei Magnati, que11a del1a nuova Camera dei Deputati, come appigliarsi per la nomina del Capo dello Stato, che egli era d'opinione di fare seguire al responso dei comizi elettorali , essendo contemplata già dalla vecchia costituzione la reggenza del Primate d'Ungheria, ed altri problemi che non capivo che imperfettamente, impreparato com'ero all'argomento. Da tutta questa dissertazione, che mi guardai bene dall'interrompere per cogliere meglio il fondo dei suoi pensieri, trassi l'impressione di un esagerato attaccamento alla forma e alla procedura giuridica dell'evoluzione, che stonava un poco colla realtà emergente di un caos determinato da due successive rivoluzioni , ma mi compiacqui di render mentalmente atto della ben decisa intenzione a svincolarsi dagli Asburgo ed a rassegnarsi al presumibile nuovo assetto politico dell'Europa orientale. A questo punto si cominciò a fare dei nomi delle persone che avrebbero potuto far parte di un tale governo nazionale d 'emergenza o ministero di coalizione, come correntemente lo si denominava. Sapevo già i candidati in pectore del barone Szterényi e del conte Karolyi Imre, ma m'interessava conoscere cosa ne pensasse Wekerle quali suoi eventuali collaboratori. Mi proponevo poi di farne altri io stesso, di personalità di cui finora non erasi fatta parola nelle conversazioni preliminari con loro due, volendo conoscere il primo apprezzamento di ciascuno designandolo di sorpresa. Il primo di cui fecero parola i miei interlocutori fu il barone Sigismondo Perényi, uno dei più perseguitati dal bolscevismo: ministro già in carica nel ministero Friedrich. Con giudizio unanime lo si qualificava uomo di gran buon senso ed equanime, d'animo mite ma portato dalla mitezza e dalla salute piuttosto sofferente a scarsa risoluzione ed energia, qualità indispensabili in quel momento. A lui si contrapponeva Heinrich come uomo di maggiore polso e capace pertanto di dirigere la politica interna meglio di Perényi, senonché gli si faceva appunto di minore imparzialità tra i diversi partiti in lotta. Grande competenza tecnica e non inferiore abilità politica erano tutti d'accordo si dovessero richiedere a colui cui intendevasi affidare le dissestate finanze ungheresi. Nella sua grande competenza in materia Wekerle ne faceva un quadro molto nero pure palesando un certo ottimismo pel futuro, data la solida struttura economica del paese e lo spirito d'intraprendenza della popolazione. Egli trovava che Gustavo Gratz sarebbe stato l'uomo adatto a quel posto, riconoscendogli anche attitudini per negoziare e liquidare importanti e difficili questioni monetarie finanziarie con gli Stati successori dello scomparso impero austrounganco. Pure avendomene parlato molti come di un economista di primo ordine e di notorietà europea, pel fatto di non conoscerlo che di nome, io affacciai il nome di Hegedtis Orlando, che parecchi portavano in palma di mano e che avevo avuto agio di apprezzare per essermene interessato durante il bolscevismo, quando era tratto in arresto, internato nei sotterranei del palazzo del Parlamento e terrorizzato con parodie di fucilazioni. Wekerle e Szterényi mi fecero osservare che Hegedi.is non era raccomandabile per quelle stesse doti per le quali emergeva: la sua genialità ed originalità di idee in materia finanziaria lo avrebbe facilmente portato ad esperimenti di innovazioni incompatibili con un erario esausto e sull'orlo del fallimento. Per equilibrare e tenere ad un tempo conto delle opposte tendenze politiche in contesa furono messi in discussione le persone di Huszar Carlo, esponente del1'elemento cristiano sociale più intransigente, Garami Ernest e Peidl rappresentanti del socialismo avanzato, non dissimulandosi però le difficoltà di addurli a sedere allo stesso banco, soprattutto il primo coll' ultimo. Se a Peidl si rimproverava il suo connubio ministeriale con dei ci-devant commissari del popolo, di Garami si vociferava di prezzolati patteggiamenti con Kun Béla,
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il quale per non averlo incomodo testimone e critico della sua dittatura gli avesse pagato una gradevole villeggiatura in Svizzera. Quanto alle amministrazioni da affidare loro tutti concordavano nell'indicare Huszar per l'Istruzione Pubblica, mentre Garami al Commercio non trovava favore in Szterényi, e Peidl pel momento restava senza portafoglio. Per la difesa nazionale le maggiori simpatie dei tre andavano per l'ammiraglio Horthy, valoroso soldato, ben noto anche in Italia, per essere stato durante la guerra l'avversario più temibile ed apprezzato della nostra Marina. Includendo Horthy nel ministero intendevasi in tal modo di fare cospicuo posto al disciolto governo contro-rivoluzionario di Szeged ed al minuscolo esercito bianco intorno al quale si andavano raccogliendo i dispersi elementi militari sfuggiti al reclutamento bolscevico od al rastrellamento ed internamento romeno. Ma contro tale designazione facevo osservare che a quanto mi risultava la Commissione dei generali s'era già pronunziata per affidare a Horthy la ricostruzione ed ordinamento dell'esercito ungherese nelle province non invase dai romeni incarico dal quale non conveniva distoglierlo e pel quale era incompatibile una residenza a Budapest ed una partecipazione ad un governo a discrezione dello stato maggiore romeno. Fu fatto allora il nome di Friedrich e di qualche generale, nella supposizione molto verosimile che quegli difficilmente si sarebbe prestato a giocare un ruolo secondario od annuendovi sarebbe stato sempre un elemento troppo ambizioso ed irrequieto per un ministero essenzialmente costruttivo ed apolitico. Del gabinetto in carica erano tutti d'accordo di conservare il ministro alla Agricoltura Szab6 Stefano di Nagyatad, come il più indicato a preparare la riforma agraria, benché Wekerle, contrariamente all 'opinione dei suoi amici pensasse che una riforma di tanta importanza attinente alla massima sorgente di ricchezza dell'Ungheria dovesse lasciarsi risolvere da un ministro che potesse giovarsi della consultazione del Parlamento. Le soluzioni demagogiche di Karolyi Michele e di Kun Béla in fatto di riforma agraria avevano fatto nascere troppe speranze e messo troppo in fermento le popolazioni rurali per non consigliare a chi assumesse il potere in quel momento già abbastanza difficile e critico di complicarlo con agitazioni del ceto più numeroso e più vitale nella struttura del paese. Continuando in questa rassegna di uomini fra i meglio qualificati a prendere il timone dello Stato ungherese alla vigilia di ricostituirsi come tale cadde finalmente la conversazione sulla persona che avrebbe potuto raccogliere più credito e parlare con maggior autorità e probabilità d 'essere ascoltato presso l'aeropago di Parigi. La scelta di un ministro degli esteri non si presentava affatto facile. Gli uomini che dal punto di vista ungherese si palesavano i più indicati perché di provata competenza ed abilità diplomatica conoscitori dei colleghi esteri coi quali erano chiamati a trattare, erano pure gli uomini che meno si sapevano rassegnare ad un'Ungheria non monarchica, non feudale, non dissimile per valore politico da quegli Stati circonvicini guardati fino allora con arie di grande superiorità. Tra questi primeggiava il conte Apponyi Alberto, ben noto ed altamente apprezzato in tutte le capitali europee, dove oltre a numerose simpatie ed amicizie contava ragguardevoli ed influenti parentele. Di Apponyi avevo sentito parlare molto bene anche in ambienti politici e sociali avversi ai principi ch'egli poteva prestarsi a simbolizzare per la nobiltà del suo lignaggio e per le cariche coperte. Si diceva che probabilmente il meno difficile sotto certi aspetti a fare di necessità virtù, nel senso di rendersi conto e ad adattarsi alle mutate contingenze politiche determinate dalla guerra. Tuttavia per quanto di mente aperta a qualsiasi idea e scevro da pregiudizi di casta sia Wekerle che gli altri erano d'opinione che Apponyi mal si sarebbe arreso ad un programma ministeriale agnostico in fatto di futura forma costituzionale del paese. Lo si rappresentava come intransigentemente ligio alla Corona ed alla caduta dinastia per aderire alla eventualità d' una Ungheria repubblicana.
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Qualcosa di analogo fu detto del conte Bethlen Stefano, a riguardo del quale il conte Karolyi Imre fece anche osservare come difficilmente si potesse pensare di valersi di lui fino a tanto che i romeni spadroneggiavano a Budapest perché possedendo il conte Bethlen estese proprietà nella Transilvania c'era da presumere si sarebbe trovato imbarazzato ad agire nei loro confronti sotto l'esclusivo punto di vista nazionale. Prima che si facessero altri nomi o si passasse oltre feci osservare che per quanto mi risultava la persona che in quel momento l'Italia avrebbe visto più volentieri assumere il portafoglio degli Esteri ungherese era il conte Stefano Csaky. Debbo dire che personalmente non sapevo null 'altro del conte Csaky, se non la parte, in sottordine, ma singolarmente attiva avuta a Szeged nel governo fuoruscito. Il suo nome veniva d'essermi segnalato dal principe Borghese in previsione di questa mia démarche con Wekerle, e, naturalmente m 'era mancato il tempo di assumere qualche circospetta notizia. Nella sua lettera il principe Borghese qualificata Csaky come uno dei giovani diplomatici ungheresi meno schiavo di pregiudizi dinastici e di casta e più disposto pel suo modo di vedere la situazione e concepire l'interesse del suo paese a liquidare sollecitamente la disavventura della guerra concludendo come meglio potevasi la pace, per poscia accingersi senza indugio all 'opera di risorgimento nazionale sotto gli auspici e coll'appoggio di quella delle nazioni vincitrici che considerava politicamente più utile oltre che sentimentalmente più accogliente, cioè l'Italia. La mia designazione non incontrò opposizione di sorta soprattutto perché - come fu osservato - era logico che nella delicata fase di trattative internazionali imminente la persona del ministro degli esteri fosse di pieno gradimento della potenza sulla quale l'Ungheria si decideva ad appoggiarsi ed impegnarsi. A completare questo ipotetico ministero si ventilarono anche altri nomi passando un po ' in rassegna le maggiori personalità del mondo politico ungherese: Luka.cs Ladislao, Balogh Eugenio, V azsonyi ed altri, che per me ignaro di quel mondo e costretto dalle circostanze a familiarmici nello spazio di giorni attraverso un caleidoscopio di visite e conversazioni non lasciarono traccia né sui frammenti e disordinati appunti d'ufficio, né nella memoria così da ricordarmene oggi a due anni di tempo. Rammento invece perfettamente che era inteso dovesse entrare nella combinazione Szterényi quale ministro possibilmente del commercio, mentre Karolyi lmre disinteressatamente si escludeva pur dicendosi disposto ad accettare un portafoglio, fosse anche quello degli Interni se la sua persona potesse servire a condurre in porto il tentativo. Così pure rammento che soltanto qualche giorno dopo questo convegno in casa Wekerle, cominciai ad apprezzare le enormi difficoltà dell'impresa, nella quale m 'ero ingolfato ed a rendermi conto della pochezza dei mezzi e delle leve di comando di cui potevo valermi per manovrare e conseguire dei risultati. Se il ministro Borghese da Vienna mi consigliava e m'incoraggiava a perseverare, il Generale Mombelli lasciandomi fare senza approvarmi né disapprovarmi mi disanimava. Ma per quanto sconcertato da questo venirmi meno del necessario appoggio laddove era da presumersi non mi sarebbe mai mancato, non volli darmi per vinto ai primi disinganni. Mi confortava a perseguire la purezza delle mie intenzioni e la persuasione di rendere un grande servizio alla causa di tutti facendo quanto era umanamente possibile per ricondurre quella nazione a governarsi ordinatamente e saggiamente facendo momentaneo olocausto d'ogni altra passione a quella fortissima e propria ad ogni magiaro d'attaccamento alla sua patria. Ometto di riferire come si svolsero i susseguenti convegni, sette od otto in t utto, eh si tennero per lo più in casa del conte Karolyi Imre, e le diverse personalità che volta a volta vi parteciparono. Il primo grave scoglio che ci occorse rimuovere fu la riluttanza di Huszar
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ad incontrarsi col socialista Garami, accentuata dal fatto, che questi non era neppure facilmente e sempre reperibile perché in moto perpetuo tra Budapest e Vienna per tessere le sue reti politiche. Non pertanto dopo un poco ne venimmo a capo. Ma tutti e due appena sentirono parlare di Wekerle s'alberarono. Né l'uno né l'altro erano disposti a prestare la loro opera in una combinazione ministeriale presieduta da Wekerle. Si movevano al vecchio uomo di Stato una quantità di rimproveri per la sua condotta politica precedente: incostanza di direttive, mala fede nelle promesse, assenza di principi, opportunismo del più sfacciato e vergognoso ed in numerevoli altre colpe del genere, che per essere comuni in misura maggiore o minore a tutti gli uomini di governo un po' navigati, mi pareva strano che persone intelligenti e già rotte alla politica ne facessero un motivo così grave d'incompatibilità. Accuse di carattere specifico non essendovene, mi diedi anch'io da fare per trovare argomenti per attenuare e vincere una ripugnanza , che non poteva essere realmente sentita a meno di non volerla attribuire ad altre ragioni meno obiettive, meno patriottiche e meno encomiabili che non conveniva palesare. Mi dava occasione di parlare in tal senso il carico stesso che gli si faceva di essere troppo vecchio e di salute troppo malandata per governare, in un momento tanto difficile, mentre tutto sembrava dovesse consigliare di fare appello ad un uomo giovane avente l'energia fisica e mentale per affrontare e risolvere quest 'ultima fase d'una guerra nazionale e di una guerra civile. Garami osservava inoltre che Wekerle rischiava di trovare poco favore negli ambienti dell'Intesa perché troppo compromesso dai suoi orientamenti politici di anteguerra: che l'ingraziarsi Parigi con un capo di governo meno definitivo dal suo passato e pertanto meno sospetto era in quel momento di capitale importanza. Concorrevo anch'io a ribattere tali argomentazioni col dire che l'età e la malferma salute di Wekerle apparivano piuttosto motivi che peroravano in favore della sua candidatura anziché contro: l'età perché si associava ad una grande esperienza e ad una certa quale garanzia di non troppo radicali innovazioni da perturbare la vita del paese; l'età e la poca salute insieme perché consentivano di addossare ad un morituro tutta l'impopolarità di concludere una pace onerosa e di levare le gravi imposte necessarie per risanare le dissestate finanze pubbliche, lasciando a chi sarebbe chiamato presto a succedergli di assumere il potere quando il compito più ingrato e penoso sarebbe stato risolto. Quanto all'accoglienza che l'Intesa avrebbe potuto riserbare ad un gabinetto Wekerle mi dicevo in grado di dare sufficiente affidamento, che sarebbe stata di più che benevola aspettativa. Ma se Huszar, compreso della necessità di passare sopra a molte cose per non compromettere maggiormen te la causa nazionale, appariva infine disposto ad arrendersi alle nostre argomentazioni, Garami restava irremovibile nel suo atteggiamento, voltando e ripresentando sotto altra forma le poco persuasive ragioni addotte all'inizio delle conversazioni, così da dare l'impressione di non volere recedere per partito preso anziché per intima convinzione delle proprie idee. Il conte Karolyi Imre, uomo politico e di quadrato buon senso, conoscitore abbastanza fino degli uomini e dell 'ambiente nel quale operavamo, era di una insuperabile prontezza e di una inesauribile fertilità di espedienti per venirmi in aiuto e riallacciare le conversazioni quando le trattative arrivavano ad un punto morto o stavano addirittura per rompersi, tanto che debbo indubbiamente a lui non meno che al volenteroso ed amichevole interessamento del barone Perényi se la difficile impresa nella quale m'ero avventurato poté essere condotta così innanzi per cui sarebbe bastato l'assenso di Garami, o la sua rinunzia ad opporsi che il ministero si costituisse all 'infuori di lui, per offrire alla Commissione dei Generali una soluzione atta ad uscire dall 'eq uivoco nel quale si dibatteva per attenersi alle istruzioni di Parigi e conciliarle colla sua avidità e riluttanza e prendere un atteggiamento energico e risoluto nei confronti di Friedrich .
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Le cose erano state maturate con tanta ponderazione e senso di realtà da capire perfino, per interposta persona, un condizionale impegno di Friedrich ad abbandonare le redini del potere in cambio di qualche incarico che ne soddisfacesse le ambizioni politiche e l'amor proprio. Il convegno, che presumevo decisivo per essersi potuto ottenere che vi partecipassero i più irriducibili avversari, quando fu al dunque si sciolse senza che si trovasse il modo di fare recedere Garami da certe sue pretese, alle quali il giorno innanzi sembrava che avesse rinunziato. A seduta ultimata mi risolsi perciò a dire al conte Karolyi che allo stato delle cose non si confaceva più alla mia persona di partecipare al seguito delle loro conversazioni e trattative. Soggiungevo che né lui né gli altri volessero interpretare tale mia decisione come un disinteressamento, perché credevo poterli fino da allora assicurare, che il giorno in cui l'accordo fra loro fosse stato raggiunto mi sarei volentieri prestato a farmene intermediario con la Commissione dei Generali. Così naufragò la combinazione Wekerle, della quale a poco a poco cominciarono a disinteressarsi anche coloro che maggiormente la caldeggiavano, incoraggiati a non occuparsene dallo stesso Wekerle, il quale vi si era prestato col solo intento di facilitarne l'esito. Venni in seguito a conoscenza dei retroscena per i quali i nostri sforzi non riuscirono. Seppi cioè che Garami consultatosi prima della ultima riunione col Generale Bandholtz od altri per lui della missione americana ne trasse la impressione che l'Intesa non avrebbe visto con piacere altro ministero se non orientato verso sinistra, donde il miraggio di poterlo capeggiare egli stesso. D'altro canto in casa dell'ammiraglio Troubridge i fiduciari dell'Arciduca erano state e continuavano ad essere incoraggiati a fare i sordi alle note di Parigi ed a quelle dei generali contro il ministero Friedrich per consigliare a questi di tenere duro e non dimettersi. Quanto vi fosse di vero in quelle informazioni che mi si davano come assolutamente attendibili sarebbe difficile dirlo, tuttavia era evidente che a Budapest come nel resto dell'Ungheria si contendevano ormai troppo influenze estranee perché l'esito di un qualsiasi tentativo amichevolmente negoziato non dovesse naufragare. Non valeva che il fine si palesasse utile al paese non meno che agli alleati, non valeva che risultasse evidente ogni assenza di parzialità e di secondi fini, non valeva che si conducessero le cose alla luce del sole, nulla serviva a sottrarre il tentativo di un singolo dall 'ostilità aperta od occulta delle numerose missioni straniere militari o tecniche, ufficiali od ufficiose insediatesi in Ungheria in quel breve torno di tempo, tutte dimostrandosi per principio o partito preso solidale contro l'iniziativa partente da altri. Erano bastate tre settimane per fare di Budapest un centro d'intrighi e di meschine e puerili rivalità tra politici, militari ed affaristi d'Europa e d'oltre oceano, una seconda Parigi, con gli inevitabili peggioramenti di tutte le imitazioni . Aggiungasi che quasi si fosse passata una parola d'ordine fra quelle diverse missioni, i loro occhi si concentravano particolarmente sulla Missione italiana per gelosia della grande popolarità che godeva e per timore che se ne dovesse troppo avvantaggiare. Pareva che si dicessero: coùte que coùte occorre precluderle che si acquisti nuove benemerenze e simpatie; - come era naturale invece che avvenisse perché l'intuito delle folle è istintivamente portato a prediligere chi pone più idealità e disinteresse nelle sue concezioni e nella sua opera. Contro l'impresa alla quale volli cimentarmi s'erano pertanto venute ad accumulare tante e sì gravi difficoltà, che non può stupire che fallisse. Per me ne rimasi non poco crucciato e mortificato. Il ricordo mi coceva ancora, quando un paio di mesi dopo ebbi la soddi-
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stazione di sapere che il problema di farla finita col governo Friedrich e rimpiazzarlo con altro che facesse posto a personalità dei maggiori partiti era talmente nelle intenzioni e propositi di Parigi, che il Consiglio della Pace per conseguirlo aveva infine deciso di mandare a Budapest un suo delegato nella persona di Sir George Clark. D'altronde anche lui per quanto investito di ben altra autorità della mia, e come consumato diplomatico certamente più rotto a tali negoziazioni di me, ebbe parecchio filo da torcere per giungere a capo della sua missione, riuscendovi a stento, e dopo essersi spesso ritrovato dall'oggi al domani al punto di partenza, a condurla felicemente in porto solo quando l'esercito d'occupazione romeno ebbe evacuato Budapest e l'ammiraglio Horthy vi era entrato colle sue truppe: movimento predisposto e disciplinato dalla Commissione Interalleata dei Generali , che pertanto trovava nell 'ammiraglio - almeno in un primo tempo - un interprete dei suoi desideri, dotato di argomenti più persuasivi delle chiacchiere. A tal proposito e perché chi legge possa valutare la disparità di condizioni nelle quali mi trovai rispetto a Sir George Clark nell 'affrontare lo stesso problema non è superfluo ch'io dica che pure avendo tenuto al corrente giornalmente il generale Mombelli dell'andamento delle mie trattative, non solo non potei mai sapere cosa ne pensasse esattamente, se cioè le approvasse o le disapprovasse ma ignorai anche se la Commissione Intera11eata ne fosse continuamente informata come era logico che fosse. Riserbo sconcertante, che fui portato ad interpretare come un'intenzione ben precisa del generale di non essere comunque coinvolto in qualcosa che potesse comprometterlo di fronte ai superiori ed ai colleghi di commissione.
XXIII LA VERITÀ SUI MIEI RAPPORTI COI ROMENI
Per quanto - come ho già accennato - non tralasciassi alcun mezzo per dissipare i malintesi originatisi fra il Comando romeno e me in conseguenza dei primi contatti e che allo scopo trovassi nell'addetto militare inglese presso il Quartiere Generale romeno un avvocato più simpatizzante colla mia causa del generale Ferigo, pure non mi riuscì mai di fare entrare in testa ai gros-bonnets dell'esercito romeno, che la mia azione durante la marcia su Budapest non solo non era stata ispirata a sentimenti di ostilità ma neppure a poca o tiepida amicizia. L'accoglienza cordiale e fraterna da me fatta ai primi ufficiali e reparti dell 'esercito amico coi quali m'incontrai, sta d'altronde a comprovarlo, come la schietta camaraderie che caratterizzò quell'incontro dà a divedere che nei ranghi romeni non si nutriva alcuna prevenzione nei miei riguardi. Per contro nelle alte sfere politiche e militari romene non mi si perdonava il tentativo di avere voluto fermare l'avanzata delle loro truppe. La proposta era partita da me, è vero; né credo, che si potesse aspettare o pretendere da me una proposta diversa senza tradire la mia figura di delegato locale d'una commissione d'armistizio; d'una tregua d 'anni che vincolava tutti gli stati combattenti. Ma quando cominciai ad adoperarmi di tradurla in atto la proposta s'era cambiata in una chiara istruzione del Consiglio Supremo, per cui non ero più che un semplice esecutore di deliberazioni di una autorità che presumevasi parlasse a nome di tutte le potenze alleate ed associate. Personalmente potevo anche essere d'opinione che l'esercito romeno nell'interesse della causa comune e pertanto in quello dello stesso suo paese avrebbe fatto meglio ad attenersi alle istruzioni di Parigi fermandosi ad alcune giornate di marcia da Budapest; personalmente e razionalmente era comprensibile che provassi un risentimento per la mancanza di considerazione prestata ai miei ufficiali ed ai messaggi che ess i recapitavano, soprattutto quando tale difetto di considerazione era trasceso dalla sconvenienza ed all'offesa usata nei confronti del Tenente Salem detenendolo e piantonando come un ostaggio o un prigioniero di guerra; tuttavia lontano le mille miglia dall'idea che dei romeni potessero nutrire sentimenti meno che amichevoli con degli italiani m 'ero sforzato di non lasciarmi andare a parole o gesti, che accrescendo il malumore ed il dispetto del personale della Missione potessero poi compromettere o pregiudicare la tradizionale amicizia dei due paesi. Ma quando a distanza di pochi giorni vidi oggetto me stesso e la Missione di un trattamento più che scortese, ostile da parte del Generale Holban allora associando questo inesplicabile modo di procedere di un alto ufficiale con quello altrettanto ingiustificabile praticato dal Gran Quartiere Generale, dall'organo maggiormente edotto della politica, al Tenente Salem dovei venirne alla conclusione che effettivamente ci fosse qualcosa di più che un equivoco od un malinteso tra noi ed i romeni, ed in me subentrò un naturale raffreddamento nei loro riguardi. Non volendo tuttavia peggiorare le cose, visto che il mio collega inglese pur mettendovi del suo meglio, non aveva né più facile ascolto, né migliore accoglienza, appena mi si pre-
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sentò l'occasione di farlo senza discapito per la nostra Missione mi adoperai per giungere ad una spiegazione. Ma con mio dispiacere dovei constatare che dall'altra parte non solo non si faceva nulla per venirmi incontro ma si coglieva ogni occasione per ignorarmi od usarmi delle piccole banali scortesie, che acquistavano tanto maggiore rilievo nell'ambiente in quanto i componenti delle altre missioni, nessuno eccettuato mi facevano oggetto di particolari attenzioni e mi dimostravano una considerazione superiore a quella che mi sarebbe corrisposta per il mio grado e per la mia carica. Ora per quanto alieno dall 'annettere una grande importanza a talune formalità ed in guardia contro la malia e la seduzione delle lusinghe, come contro debolezze di vanità, era inevitabile che un siffatto atteggiamento influisse a raffreddare la mia predisposizione ad un leal e componimento. Riusciti perciò vani i diversi passi iniziati al fine accennato, trovai che la cosa migliore che potevo fare fosse quello di chiudermi in un contegno di glaciale indifferenza limitando i miei rapporti coi romeni allo stretto indispensabile reclamato da esigenze d'ufficio, sorvegliandomi però perché la freddezza non degenerasse in malvolere e tanto meno in cattiveria nella definizione delle questioni da trattare. D 'altronde non avrei avuto nemmeno frequenti occasioni di contatti con le autorità romene, se ogni giorno non si fossero indirizzate alla Missione diecine e diecine di ungheresi a sollecitare il nostro intervento per gli abusi e le spogliazioni che sotto pretesto della legge di guerra si perpetravano dalle truppe occupanti. Mi trovavo allora nell' imbarazzante situazione di scegliere tra l'obbedire al mio istintivo senso di prendere le difese del debole o soffocarlo per dovere d'amicizia vero i] forte, che abusava della sua forza. Ora a prescindere dalla virtù - che è di pochi e non la mia - d'incassare sgarberie e di ricambiarle con grazie e favori, nel fattispecie una mia tacita acquiescenza a vere e proprie estorsioni e ruberie, che di bellico non avevano che l'uniforme di coloro che le commettevano sarebbe stato per la mia coscienza come un farmene complice, il che mi ripugnava. Avrei invece potuto lasciar correre quando le lagnanze concernevano spogliazioni rivestite da una certa parvenza di legalità bellica, se i romeni non avessero trasceso a far tabula rasa di tutto quanto capitasse loro sott'occhio: fattorie, cantieri, imprese, ecc. senza darsi nessun pensiero dei diritti che gli Stati dell'Intesa vantavano in precedenza sul patrimonio dell'Ungheria, per averla vinta e reso così possibile la loro incontrastata invasione. D 'altronde, supposto che mi fossi acconciato per opportunità ad una così poco onorevole complicità, cosa ne avrei guadagnato se non di allontanare dalla nostra Missione quell'aliquota di ungheresi che ancora le erano fedeli, inducendoli a gettarsi nelle braccia delle altre rappresentanze dell'Intesa. Avrei contribuito ad accreditare il concetto già in germe, che le altre missioni contassero e potessero più della nostra nell'imbrogliata partita che si giocava. Alle altre Missioni affluivano infatti un numero di gran lunga superiore di istanze di tal genere, e questo a causa non esclusivamente di quel concetto quanto del compiacente orecchio che vi trovavano come delle lusinghiere promesse che vi ricevevano. Soprattutto la Missione americana e le due inglesi del Brigadiere Gorton e dell'Ammiraglio Troubridge, la prima con scalpore, le altre con ossequio alla forma , non si facevano il minimo scrupolo di sposare e patrocinare ogni lamento o recriminazione ungherese ponendosi in traverso delle commissioni di requisizione romena nell'atto di eseguire le loro incette, col risultato cli obbligarle a desistere e mettere giù la presa per non dare luogo con un atteggiamento differente a spiacevoli incidenti. Come ho già detto parlando de11e questioni dibattute in seno alla Commissione Interalleata dei Generali, il tema delle requisizioni romene oltre a sollevare accalorate discussioni quasi in ogni seduta aveva finito per divenire se non l'unico motivo, certo il maggiore
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e più frequente delle divergenze tra l'Intesa ed i romeni a proposito dell'Ungheria. In conseguenza di tale stato di cose a Budapest s'era quasi scavato un abisso tra le missioni, le loro scorte militari e l'esercito occupante, per cui era raro che un ufficiale od un soldato dell'Intesa si accompagnasse o familiarizzasse con un romeno. La tensione si attenuava un poco tra francesi e romeni per quanto in pubblico anche i francesi non osassero sfidare troppo apertamente que1l'atmosfera di ostilità e di antipatia creatasi intorno ai romeni. D 'altronde neppure tra francesi e romeni si poteva parlare di rapporti effettivamente cordiali, in quanto questi ultimi mal tolleravano l'aria di degnazione e di ostentata superiorità che quelli mettevano nell'avvicinarli. La presunzione francese di considerare un po' tutti i suoi alleati di guerra come degli ausiliari o degli alunni riusciva ostica ai romeni, pur noti per adorare tutto quanto fosse francese. Ho già accennato come i romeni giustificassero quel loro saccheggio che aveva del vandalico tanto poco faceva distinzione tra proprietà privata e pubblica, col fatto che l'armata tedesca di Mackensen fosse passata sopra Bucarest e sulle province romene invase come uno sciame di cavallette. Ma come accettare era buona una simile giustificazione che si ritorceva contro il presupposto ideale della nostra guerra? Non era appunto pel dispregio d'ogni procedimento civile e d 'ogni legge cavalleresca, che avevamo qualificato barbari i tedeschi, paragonandoli agli Unni e chiamato tutto il mondo a scagliarsi contro di essi? Adottandone i metodi, copiando proprio ciò che avevamo trovato di più abominevole in loro, cosa facevamo se non scendere al loro livello! I tedeschi potevano ancora invocare a loro parziale discarico l'essere impegnati in una lotta nella quale erano in gioco i destini della patria, l'essere arrivati agli estremi delle loro risorse, ma quali attenuanti potevano concedersi ai romeni impegnati in una operazione che poteva piuttosto considerarsi come un 'impresa di polizia internazionale anziché come un 'impresa di guerra? Così dicendo non vorrei che si pensasse che in cuor mio fossi tanto severo coi romeni? La mia esperienza militare mi faceva passare sopra a molte cose in quanto proprie a qualsiasi esercito antico e moderno portato dalle circostanze ad accamparsi in mezzo alla ricchezza ed all'abbondanza. Ma , come ebbi a dire al generale romeno preposto all'intendenza del corpo di occupazione perché appropriarsi di cose che portate altrove perdevano ogni valore, appropriarsi di materie prime che in Romania non potevano essere trasformate per mancanza di attrezzature industriali; perché non appropriarsene con un criterio discriminativi di misura e qualità, sia pure discutibile ma con un criterio; perché non rivestire le requisizioni di un minimo di procedura legale per contenere qualcuno degli abusi più palesi e più gravi? Come è noto la nostra Missione pel suo sostentamento dipendeva in gran parte dai rifornimenti di derrate diverse provenienti dai magazzini militari di Trieste e di Innsbruck. Queste derrate caricate su vagoni delle ferrovie italiane erano sempre arrivate regolarmente sia che fossero scortate o non lo fossero, anche durante i giorni più tristi ed agitati del bolscevismo. Venuta l'occupazione militare romena e lasciati passare i primi giorni di sospensione del traffico ferroviario era da presumersi che qualsiasi spedizione indirizzata alla Missione italiana arriverebbe regolarmente ed integralmente a destinazione. Invece nello spazio di una settimana due vagoni di viveri inoltrati per due diverse linee ferroviarie furono per metà saccheggiati ed alleggeriti del loro carico più pregiato da reparti di truppa romena acquartierati a pochi chilometri da Budapest. Eguale sorte toccò a parecchi vagoni che rifornivano il mercato di Budapest delle prime e più indispensabili merci di cui mancava. Per quanto concerneva la Missione si protestò a voce e per iscritto, ma senza aspettare l'esito sempre problematico di queste recriminazioni postume presi le misure necessarie perché inconvenienti del genere non si ripetessero. Questo accadeva prima che arrivassero tut-
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ti i generali colle loro compagnie di scorta. A me premeva di dare subito la sensazione che noi occupavamo militarmente l'Ungheria non meno dei romeni anche se non vi disponevamo di un esercito. Impartii perciò telegraficamente istruzioni a Vienna , Trieste ed Innsbruck perché sopra ogni vagone diretto alla Missione viaggiasse uno o due soldati armati in accompagnamento, che servisse a mettere bene in evidenza il carattere militare della spedizion e. Il provvedimento avendo sortito l'effetto cui mirava provai ad estenderlo al traffico esercitato dai primi intraprendenti connazionali, che si avventuravano a vendere e comprare in Ungheria avvalendomi a tal fine dei soldati venuti di scorta quanto dei vagoni italiani di ritorno a vuoto al luogo di partenza. Ma perché non si creda che mi arbitrassi di fare qualcosa del tutto fuori dell'ordinario, dirò che così praticatasi già da tempo a Vienna, sui percorsi di Varsavia , Cracovia e Graz; e non esclusivamente dalla nostra Missione. L'espediente aveva il pregio di servire in pratica di stimolo alla ripresa normale degli scambi; sotto questo aspetto, pertanto, poteva dirsi che rientrasse nello spirito dell'assetto di pace in gestazione. Senonché colla procedura adottata dai romeni di appropriarsi di qualsiasi prodotto ungherese per trasferirlo in Romania, il commerciante correva il rischio che venisse improvvisamente a mancare l'oggetto di scambio convenuto e la merce importata restasse senza contropartita. Così si ricorse ad altri espedienti per mettere al sicuro dalla rapacità romena quanto sembrava o ci veniva segnalato da acquirenti nazionali come suscettibile d'interesse pel nostro mercato. Si addussero ad esempio ipotetiche trattative già intercorse fra enti e cittadini italiani ed ungheresi prima dell'occupazione romena, e prelazioni a nostro favore su questa o quella azienda, su questo o quello stock di merci. Talvolta quando era in gioco un acquisto di particolare importanza, esposto quindi a trovare le autorità romene meno propense a disinteressarsene, si arrivò al punto di stipulare dei veri e propri contratti di compra-vendita fittizi e retrodatati, in base ai quali la proprietà della cosa risultando passata ad un connazionale, la Missione invocata aveva appiglio ad intervenire ed opporsi alla requisizione romena. Ho detto la Missione invocata perché, sia pure in diverse proporzioni, gli americani, i francesi e gli inglesi trovarono opportuno appigliarsi allo stesso metodo. Ad onor del vero occorre riconoscere che se - col generalizzarsi - il metodo ebbe fortuna fu tutta bontà dei romeni, i quali per molteplici ragioni preferirono non sottilizzare ogniqualvolta si trovarono davanti a tal genere di contestazioni. Le Commissioni di requisizione avevano già troppo da fare per prendersi tutto quello che il paese offriva e convogliarlo rapidamente ed alla chetichella verso la Romania, e preferivano passare oltre ogniqualvolta si vedevano presentare una carta con qualche timbro di missione, senza nemmeno darsi la pena di decifrarne il contenuto, anche perché redatto di solito in una lingua sconosciuta a molti ufficiali in sott'ordine. Non dirò che grazie a questo trucco gli affari realmente condotti a termine fossero molti. Limitati che fossero, essi sarebbero tuttavia continuati, se ad un certo punto non mi fossi avveduto che cominciavano ad inserirvisi delle poco lecite speculazioni ed a dar luogo ad abusi. Allora tagliai corto, e tenni fermo malgrado le vivaci rimostranze al generale di coloro toccati nella tasca, che sindacavano il provvedimento dicendo che equivaleva a mettere ogni sorta di bastoni fra le ruote ai nostri connazionali, anziché favorirli come facevano le altre missioni dell'Intesa. Salvaguardando il buon nome della Missione, conservando quella reputazione di rettitudine, d'imparzialità, di superiorità intenzionale sentivo di fare quanto in quel momento
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era più propizio a dare autorità e forza a noi ed al nostro Paese, anche se nell'immediato presente si palesava meno vantaggioso e redditizio. Me ne facevo soprattutto un punto d'onore nei confronti dei romeni per essere poi più libero e spregiudicato nel contrastarne quello che non era giusto e per ottenere che si ricredessero nei miei riguardi. A tal proposito conviene ora che mi soffermi a tratteggiare il seguito dei miei rapporti personali coi romeni, perché danno a divedere che anche fra loro c'era chi aveva interpretato correttamente la mia azione. Voglio con questo alludere al signor Diamandi, l'Alto Commissario Politico romeno, inviato a Budapest per condurre le trattative con la Commissione Interalleata e col governo ungherese. Credo che -facesse parte in certo modo dello Stato Maggiore del Generale Mardarescu, benché arrivasse a Budapest alcuni giorni dopo l'ingresso del Generale nella città, e provenisse allora da Parigi. Un giorno nella seconda metà d'agosto rientrando alla Missione ebbi la sorpresa di trovare una carta da visita del signor Diamandi. Informatomi seppi che l'Alto Commissario romeno dopo essersi intrattenuto col Generale Mombelli era passato al mio ufficio deponendo la detta carta. Mi feci allora un dovere di recarmi un paio di giorni più tardi all'hotel Gellért per restituire la cortese quanto inaspettata visita, la prima che un'autorità romena si degnasse di farmi dopo l'amichevole e cordiale incontro col Generale Rurescu , il Comandante della prima unità di cavalleria arrivata a Budapest. Il signor Diamandi era in albergo e si dimostrò contento di vedermi e parlarmi. Sul momento interpretai la frase come una delle consuete formule di circostanza, ma a mano a mano che la conversazione perdeva il suo tono freddo e compassato col quale era incominciata venni a capire che effettivamente gli avesse fatto piacere ch 'io fossi andato a trovarlo. C'era un soggetto, un'esperienza personale comune che aveva contribuito a porci subito sopra un piede confidenziale; egli s'era trovato in Russia all'avvento del bolscevismo. Lo seppi allora da lui stesso ed era naturale che mi venisse fatto di chiedergli che mi raccontasse qualcosa delle sue esperienze a Pietroburgo, e di rimando sembrò interessarsi delle mie a Budapest. Mi si diede così opportunità di parlargli dell'ultima fase della dittatura di Béla Kun, del conflitto impegnato coi romeni come diversivo della insostenibili situazione interna, dell 'azione allora intrapresa dalla Missione italiana per crearsi delle intelligenze nello stato maggiore bolscevico, farne fallire le operazioni prevenendone tempestivamente quello romeno e fomentare le diserzioni nell'esercito rosso, esponendosi a tutti i rischi connessi ad un 'azione del genere con un governo spregiudicato ed uso alle giustizie sommarie. Notai a questo punto che Diamandi mi ascoltava con un misto di sorpresa ed incredulità , per cui mi affrettai a soggiungergli che ero in grado di trarre dal carteggio della Missione le prove scritte di quanto gli dicevo. Poi per non guastare l'effetto prodotto dalla sorpresa di quanto ero andato raccontando, evitai di soffermarmici lasciando ch'egli stesso nel suo intimo ne deducesse tutta l'ingiustizia delle interpretazioni romene nei riguardi miei e della Missione italiana. Diamandi portò allora il discorso sulla situazione creatasi in Ungheria per effetto - diceva lui - che apertamente nessuno né la Commissione dei Generali né i romeni pretendevano ingerirsi della politica del Paese, mentre poi di fatto appariva evidente che più di uno vi teneva lo zampino. Lo lasciai dire senza affermare né contraddire finché ad un certo momento gli feci: - Non le pare che in proposito l'Italia e la Romania potrebbero trovare vantaggio ad avere le stesse vedute? -
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- Lo penso anch'io - fu la risposta di Diamandi; e dopo una impercettibile pausa soggiunse: - ma, ritorneremo sull'argomento fra qualche giorno. M'interessa conoscere il suo punto di vista, e ... peccherei di poca cortesia se tardassi a ricambiare così amabile e piacevole visita. Non trascorsero infatti più di tre o quattro giorni che dopo essersi assicurato per telefono che ero in ufficio il signor Diamandi venne a trovarmi. La Missione veniva appena dall 'installarsi nel palazzo Karolyi per cui il ministro Diamandi per prima cosa si sciolse in complimenti per la signorilità della nostra sede e per la centralità della sua ubicazione. Poi in tono scherzoso e senza intenzione di volercene fare alcun carico, soggiunse: - Si dice che l'abbiate soffiata a noi?! M 'è stato riferito che c'è stata una corsa tra la Missione italiana e non so quale dei nostri comandi militari per accaparrarsi questo palazzo e che voi ci avete battuti per una testa; - è possibile - riposi, ma non mi consta, ricordo è vero che quando mi condussero a vedere questo palazzo, incontrai degli ufficiali romeni che ne stavano uscendo, ma ... non sapevo che si proponessero di stabilirvisi. Poi facendosi più cauto nel parlare il signor Diamandi portò la conversazione sulla situazione politica a Budapest qualificandola di paradossale, in quanto osservava che la Commissione dei Generali espressione di tutti gli eserciti che avevano fatto causa comune durante la guerra si mostrava più tenera verso un nemico che verso un compagno d'armi della vigilia. - Ma chi l'ha creata questa paradossale situazione se non i vostri generali? - Mi venne naturale di ribattergli - Lasciamo da parte la mia persona , verso la quale, ammettiamo pure, si potessero essere ingenerate, a torto od a ragione, delle prevenzioni nelle autorità militari, e piglìamo il Generale Gorton e il Colonnello Causey arrivati a Budapest quando la città era già occupata e sottomessa; ebbene, domandate loro che accoglienza hanno fatto loro i vostri generali! Scusate la mia franchezza, mi affrettai a soggiungere, ma a me pare che siete stati voi a determinare questo stato di cose, che molto giustamente voi trovate paradossale. Diamandi non si aspettava una replica così brusca per cui tardò alquanto prima di riprendere la parola; poi, non volendo e non potendo convenire che io avessi un po' di ragione, finì per attribuire l'accaduto a reciproca incomprensione. Nessuno meglio di un soldato, soggiungeva, può rendersi conto della riluttanza dello Stato Maggiore romeno ad impaniarsi nella politica quando sono ancora in corso operazioni di guerra. Tutto considerato mi sembrò di intendere che Diamandi non condivideva né approvava le direttive dell'autorità militare, e che fosse nei suoi progetti di saggiare attraverso di me, in via non ufficiale, le probabilità di riuscita di qualche sua combinazione ancora in pectore. Questo m'indusse ad esporre alcune mie idee, premettendo che da quando il Generale Mombelli era arrivato a Budapest, egli e non altri aveva veste per trattare questioni politiche ed io ero tornato il semplice soldato che assolve mansioni di carattere tecnico ed amministrativo per incarico e delega del suo superiore. Parlando pertanto accademicamente ed a titolo personale potevo dispensarmi da molti sottintesi e reticenze, e sottolineando che parlavo animato dalle maggiori e più sincere simpatie per la Romania lo pregavo volesse essere indulgente se nella mia rude franchezza avessi detto qualcosa che a lui romeno non suonasse del tutto gradito. Trascrivo qui il sunto della mia conversazione quale è riportato nell'agenda dove prendevo nota per sommi capi dei colloqui di maggiore importanza. - Pongo in evidenza gli errori di quella politica negativa senza capo né coda che tutti noi dal più al meno si stava facendo in quei giorni in Ungheria: negativa perché senza nessun costrutto per nessuno. Perché non ci mettiamo d'accordo almeno noi due Italia e Romania sopra una politica costruttiva? Non vi sembra che siamo i più interessati alla cosa e
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che sarebbe conveniente associar la alla nostra vecchia e tradizionale amicizia? - Fare un ponte fra le nostre due nazioni. - Per quanto Diamandi cerchi di restare impassibile e non compromettersi con nessuna parola o cenno di assenso o diniego, dà a divedere che è anche lui in quell'ordine d'idee. - Non vedete tutti i pericoli ai quali si espone il vostro paese lasciando in Ungheria uno strascico di odii e di rancori; quando vi sarebbe così facile farvi perdonare l'occupazione e guadagnarne la riconoscenza? Continuate a liberarla e guarirla dal bolscevismo e spogliatela con più misura e gentilezza e ve ne farete un'amica. - Come è possibile per la Romania prosperare e vivere tranquilla essendo circondata da tutte le parti da Stati ostili? - L'Ungheria dopo avere esperimentato il bolscevismo resterà per lungo tempo la più accanita ed irreconciliabile nemica d'ogni governo sovietico o filosovietico ; ma questo non deve illudere la Romania al punto da farle credere che in un suo eventuale conflitto con la Russia per la questione della Bessarabia , l'Ungheria esiterebbe un istante a schierarsi a fianco della Russia sovietica, fosse anche al potere un governo più realista e reazionario di quello di Friedrich, se oggi la trattate come terra di conquista e la umiliate! - Sopra quali aiuti potrà fare affidamento la Romania in una simile eventualità? Non sulla Bulgaria che ha le sue rivendicazioni e partite vecchie e nuove da regolare; forse sulla Jugoslavia e la Cecoslovacchia; forse ... Però, quegli Stati sono prevalentemente slavi, cosicché per solidarietà di razza o per timore di porsi in conflitto con una nazione della grandezza e potenza della Russia potrebbero limitarsi all'atto pratico a restare neutrali benevoli. Sulle grandi potenze occidentali? Queste, state certo, che se non è in gioco qualche loro interesse vitale non si muoveranno per nessuno. Parole e promesse ve ne daranno molte, ma aiuti ... pochi. - Oggi qui a Budapest ed in questa parte d'Europa voi siete i più forti, siete gli arbitri della situazione, potreste guadagnarvi la riconoscenza , il rispetto dell'Ungheria, di questa vecchia razza guerriera, molto a buon mercato. - Voi credete dunque alla solidità della riconoscenza? Non trovate arrischiato costruire sopra fondamenta così incerte e mutevoli le sorti di un popolo? - Osserva improvvisamente Diamandi, continuando a ricamare sull'argomento in forma scherzosa ed accademica perché fossi attratto a chiarire maggiormente il mio pensiero ed a fargli delle proposte concrete. - Anche la riconoscenza, mio caro ministro, ha il suo valore nelle relazioni dei popoli, come ne ha fra quelle degli individui! Forse io propendo a dargliene troppa , e voi ... troppo poca. Non saremmo in disaccordo che sulla misura. D 'altronde, come vi ho detto principiando questa conversazione, io non sono né un politico né un diplomatico ma un soldato che parla con la mentalità semplice ed emozionale del soldato. Le mie incursioni in un campo che non mi appartiene peccheranno pertanto d'ingenuità, il che non elude che elaborate e messe a punto tra voi ed un diplomatico nostro autorizzato possano addurre a risultati più positivi di quelli che stiamo attualmente raccogliendo qui in U ngheria voi e noi. Un punto sul quale dovremmo frattanto essere d'accordo è quello di sbarazzarsi subito del governo retrogrado di Friedrich. Se - come dite - non deve a voi il suo insediamento al potere, perché non prestare man forte alla Commissione dei Generali nell'obbligarlo a dimettersi? Vi dà pensiero la successione? Non credo. Alla Commissione dei Generali potrà essere difficile il mettersi d'accordo sul colore ed orientamento del ministero da patrocinare, ma non a voi che occupate militarmente il Paese. La nostra intesa, la nostra politica per un avvenire di collaborazione italo-romeno-ungherese dovrebbe cominciare da qui: favorire l'avvento al potere di un Gabinetto di nostra comune fiducia. In un secondo tempo potremmo poi far giocare gli atouts dell'occupazione, e quello del nazionalismo ungherese per ottenere coll 'appoggio della Delegazione italiana a Parigi che
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il futuro assetto territoriale dell'Ungheria si faccia con arrendevolezza nei riguardi della Romania e con intransigenza verso gli altri suoi vicini, il cui apporto all 'esito della guerra è molto discutibile, ed in ogni caso non paragonabile neppure lontanamente a quello delle nazioni come la sua e la mia , che vi hanno impegnato tutte le loro risorse umane ed economiche, e posta in gioco la loro stessa esistenza. - Per meglio apprezzare la vostra idea non potreste, mio caro Colonnello, chiarirmi in modo più preciso come intendereste questa arrendevolezza nei confronti del mio Paese ed intransigenza verso gli altri Stati confinanti con l'Ungheria - mi domandò Diamandi - dopo avermi lasciato parlare senza interrompermi e senza una smorfia che venisse ad animarmi nella conversazione. - Non mi nascondo - soggiunsi subito dopo - che le parole arrendevolezza ed intransigenza suonano un poco incomprensibili parlando d ' una Ungheria vinta due volte ed in vostre mani per due terzi della sua estensione! - Voi sapete meglio di me, mo caro Ministro, che la situazione attuale è del tutto transitoria. La Commissione dei Generali è appunto qui per far cessare questo stato di cose che nell 'interesse di tutti, Romania inclusa, sarebbe forse stato meglio non creare. Ora non ci resta che liquidarlo di comune accordo. Come qualsiasi accordo anche questo presuppone delle negoziazioni, e come qualsiasi negoziazione anche questa sarà condotta da ciascuno di noi col miraggio di qualche combinazione politica conforme ai propri interessi nazionali. Ora come vi ho già detto, io sono dell 'opinione che l'Italia e la Romania abbiano interesse a continuare una politica di stretta collaborazione e che tale politica per essere feconda di risultati ed in grado di controbilanciare quella dei nuovi e vecchi Stati in questa parte di Europa occorre sia fatta a tre associandovi l'Ungheria. Supposto che si sia d'accordo sopra questa premessa, è evidente che tanto voi quanto noi abbiamo tutto l'interesse che l'Ungheria non sia troppo malmenata dal futuro trattato di pace, che non se ne faccia cioè una espressione geografica. Per essere più esplicito la mia proposta sarebbe che la Romania cercasse di essere più moderata possibile nelle sue richieste d 'ingrandimento territoriale e d 'indennizzi, che l'Italia si adoperasse perché a Parigi le richieste romene trovassero più favorevole accoglienza di quelle cecoslovacche e di quelle jugoslave sempre che sufficientemente legittimabili etnicamente, economicamente e storicamente. Trascorse forse un buon minuto prima che Diamandi, il quale sembrava assorto e lontano dall 'ascoltarmi, soggiungesse: - È a vostra cognizione che tra i Quattro ci siano altri in favore di questa tesi? ... - Vi ripeto ch'io parlo accademicamente. Cosa pensino a Parigi non lo so; però sarei portato a credere che il concetto da me esposto non dovrebbe trovare opposizioni in Inghilterra ... ; ed anche Wilson sarebbe in obbligo di farci buon viso. La nostra conversazione si può dire che finì qui, perché Diamandi si diede premura di divagare e parlarmi di cose insignificanti prima di salutarmi ed andarsene. Per quanto avessi insistito nel dichiarare che si trattava d 'idee del tutto personali ebbi l' impressione che il Ministro Diamandi le interpretasse come abbozzi di eventuali futur e proposte e desse valore di scandagli alla mia piuttosto lunga digressione sopra un tema di tanta delicatezza. Mi lasciò invece incerto e completamente all'oscuro se ed in quale misura egli - a prescindere dalla sua veste diplomatica - condividesse il mio modo di vedere. Sul momento tanta riservatezza mi parve eccessiva, ma alla sera sintetizzando in poche righe il contenuto del mio colloquio per riferirne come feci al Generale Mombelli trovai naturale che Diamandi messo improvvisamente di fronte ad un'incursione avventata più che ardita nel campo delle direttive maestre della politica del suo paese si chiudesse in un cauto rigoroso mutismo. In seguito né lui, né io tornammo più sull 'argomento.
LA VER ITÀ SUT l'vfTET RA PPORT I COl R0.1E, T
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A Mombelli non piacque che mi fossi lanciato in tal genere di suggestioni senza sapere che cosa ne pensassero a Parigi i nostri delegati alla Pace. Alla mia osservazione che l'avere parlato a titolo personale e senza alcuna veste per trattare simili argomenti , non comprometteva nulla , egli rispose che non era di tale parere, perché col mio grado e colla mia posizione alla Missione, chiunque era portato a dare un non trascurabile valore alle mie parole. Debbo riconoscere che Mombelli aveva ragione. Occorre tuttavia che dica a giustificazione di tale mia iniziativa che durante la dittatura di Kun Béla ero venuto a conoscenza di un telegramma proveniente da Bucarest e rinviato da Parigi a Cerruti in cui Martin Franklin, il nostro ministro in Romania suggeriva e raccomandava una politica d'intesa italo-romeno-ungherese. Se a_Parigi la cosa non fosse piaciuta, evidentemente il telegramma sarebbe morto lì. Tornando alle mie relazioni coi romeni debbo dire che mentre col ministro Diamandi furono sempre cordiali ed intonate ad un reciproco senso di considerazione, per cui quando occasionalmente c'incontravamo si trovava sempre modo di scambiare qualche parola di più dei semplici convenevoli anche senza abbordare il tema politico, invece colle autorità militari perdurarono fredde e intonate ad una malcelata diffidenza ed ostilità. Siccome da parte mia facevo il possibile per correggere questo stato d'animo sono portato a credere che contribuisse a tener desto il contrasto il fatto che per dovere d'ufficio toccava sempre a me l'integrato compito di protestare ed appianare gli inevitabili e frequenti attriti tra Missione e Comandi della truppa d 'occupazione o tra militari italiani e militari romeni. Anche la requisizione ed occupazione dell'edificio, che avevo prescelto per trasferirvi la residenza della Missione italiana diede motivo a controversie e risentimento. Dopo che l'hotel Ritz per effetto del cambiamento di regime aveva riacquistato la sua clientela il permanervi più a lungo rappresentava per la Missione un disagio ed una causa d'indiscrezioni, per cui si era convenuto col Generale Mombelli di seguire l'esempio delle altre rappresentanze estere trasportando i nostri penati in qualche palazzo signorile dove la bandiera d'Italia potesse sventolare senza figurare da meno di quelle delle sue maggiori alleate e dove gli ufficiali potessero lavorare appartati e col dovuto decoro. Ora volle il caso che la mattina in cui trovai finalmente il tempo di visitare alcuni degli edifizi che ci erano stati proposti m 'incontrai con un comandante romeno ed il suo seguito che presumibilmente colle stesse intenzioni uscivano dal palazzo Karolyi in Eszterhazy ùt. Siccome di tutte le residenza che ci avevano fatto vedere come disponibili ed occupabili quella Karolyi appariva indiscutibi lmente la migliore, sentito il Generale Mombelli, decidemmo nella giornata medesima di precettare lo stabilimento e darne avviso al fiduciario del conte Karolyi che ne aveva la custodia . Quando il comando romeno, che veniva di prendere la stessa decisione, si presentò per insediarvisi, si seccò di sapervisi preceduto, e nella supposizione che avessimo fermato il palazzo non per occuparlo per la missione si risentì e mi ci volle del bello e del buono per spiegarsi che se avessimo saputo della sua intenzione noi avremmo scelto un altro palazzo, fra tanti che ci erano stati profferti. A dire il vero il proposito di fare la cavalletta ai romeni c'era stato, ma non da parte mia. Chi s'era fatto parte zelante ad affrettare la nostra decisione ed a combinare col personale in sott'ordine il modo di fare apparire che la Missione italiana ne aveva già preso possesso, fu il fiduciario del conte Karolyi d'accordo col domestico di quest 'ultimo. Sia l' uno che l'altro vista inevitabile una requisizione dello stabile si erano dati un gran da fare perché lo prendesse la Missione italiana, anziché i romeni nella presunzione che quest'ultima avrebbe corrisposto al proprietario un fitto, mentre il Comando Romeno si sarebbe creduto in diritto di considerare l'uso del palazzo come un a contribuzione di guerra.
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Principiavo comunque a sperare in una détente quando un banale episodio contribuì a peggiorare i miei rapporti coi romeni, non tanto per la natura ed importanza dell'incidente in sé stesso, quanto per il modo infelice come venne risolto. Mi ci soffermo perché - purtroppo - non ebbe soltanto quell 'effetto, ma fu causa d'un serio screzio col Generale Mombelli ed ebbe infine un disgraziato, penoso strascico personale ad ultimata mia missione. Fra i tanti ufficiali che con un pretesto qualsiasi ottenevano dal Comando dell 'Ottava Armata di farsi - come allora si soleva dire - un viaggetto di servizio a Vienna e Budapest per visitare le capitali dell'ex nemico, capitò a fine settembre il Colonnello d'artiglieria Papalardo, da me conosciuto all'inizio della mia carriera militare. Egli era stato incaricato - così diceva - di ricercare alcuni oggetti d'arte asportati dal museo di Udine da un tale Tenente Rubin dell'esercito austro-ungarico e d'esperire indagini ad Arad 8 atte a rintracciare delle armi antiche di particolare pregio appartenenti ad una famiglia patrizia veneta e sparite dalla villa in Friuli dove era stato acquartierato un ufficiale superiore ungherese col suo seguito. Il Colonnello Papalardo tenne tuttavia a mettermi confidenzialmente a parte della sua intenzione di approfittare di questo suo viaggio per cercarsi un 'occupazione sufficientemente rimunerativa che gli consentisse di lasciare il servizio militare. Mi pregava perciò di valermi di lui per protrarre il suo soggiorno in Ungheria. Pur dicendogli di non farsi illusioni sopra una simile prospettiva, non mi parve vero di appagare il suo desiderio di far qualcosa per la Missione. Per recenti istruzioni pervenute da Trieste occorrevano notizie morali e professionali sopra un ungherese che da Fiume s'era trasferito a Temesvar*"'. Avutone benestare dal generale furono presi accordi colle autorità ungheresi e con quelle romene facendosi rilasciare da queste ultime un salvacondotto sia pel colonnello che pel carabiniere Di Leo che gli avrebbero fatto da scorta. L'essere la prima volta che la Missione faceva partire un corriere per quella fetta della vecchia Ungheria tagliata fuori dal resto per effetto delle operazioni militari indusse più d'uno a domandarci il favore d'inoltrargli della corrispondenza a destinazione Tra essi il conte Karolyi Imre che pareva avesse particolare interesse a far recapitare al fratello Giuseppe, residente a Arad e capo della famiglia due plichi di qualche importanza. Non ignorando che il conte Giuseppe era il massimo esponente del legittimismo, cioè di quella corrente politica osteggiata sia da Roma che da Parigi ed, in quel momento, vista come il fumo agli occhi dai limitrofi Stati successori del crollato impero asburgico pregai il conte lmre d'intrattenerne in precedenza il generale, che - d'altronde - sapeva della pratica in corso al Governatorato di Trieste pel riconoscimento della di lui cittadinanza italiana. Sentito il mio parere Mombelli annuì che i plichi fossero associati ad una delle due valigie piombate coi sigilli della Missione. Ciò che fu fatto sotto la consueta personale sorveglianza del Capitano Castagnola. Non erano passate 48 ore dacché il Colonnello Papalardo ed il carabiniere Di Leo erano partiti, che alla Missione pervenne notizia che essi erano stati fermati alla frontiera romena e trattenuti in arresto dalla gendarmeria di Arad.
,., Denominata Arad anche in romeno, è una città della Romania sul fiume MureJ (in ungherese Maros) vicina al confine con l'Ungheria, che presenta una comunità minoritaria ungherese. ** Temesvar, in romeno Timi.yoara, è il capoluogo del Banato romeno. Tradizionalmente centro agricolo e commerciale della regione storica del Banato (attualmente diviso tra più Stati), ha avuto nella storia l'attiva presenza della comunità svevo-tedesca.
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Sebbene la cosa mi sembrasse incredibile, tuttavia mi diedi immediatamente premura di mandare il Tenente Baricalla al Comando del Corpo d'Occupazione per chiedere quello che ad esso risultasse al riguardo. N'ebbi in risposta che effettivamente il colonnello e la scorta erano stati fermati dalla polizia di frontiera, che doveva già aver loro permesso di tornare a Budapest e che il Comando si riserbava di trasmettere un rapporto sull'accaduto. Infatti la mattina susseguente - era 1'8 ottobre - Papalardo era nel mio ufficio ad espormi le sue assai spiacevoli disavventure, determinate da un contrabbando di valuta al quale erasi prestato. Dal rapporto scritto che lo pregai di stendermi risultava che quando stava per partire gli era venuto incontro il signor Hegedtis da lui conosciuto nei corridoi della Missione offrendosi di accompagnarlo e fargli da interprete anche oltre Arad, dove era diretto pure lui. Una volta in viaggio l'Hegedtis allettato il colonnello col miraggio di spartire un cospicuo guadagno ch 'egli si riprometteva di fare col cambio di valuta cartacea austro-ungarica contenuta nella sua valigia, lo pregò di aiutarlo a sottrarre quest'ultima alla revisione doganale facendola passare come sua personale. Gherminella di uso corrente che aveva novanta probabilità su cento di riuscire. Ma sia che l'Hegedi.is pel suo contegno poco riservato e ciarliero o per altra imprudenza avesse dato nell'occhio a qualche militare romeno che viaggiava collo stesso treno, fatto sta che alla stazione di Mez6berény* un gendarme lo perquisì e trovatolo in possesso di certa carta moneta d'interdetta smercio oltre frontiera lo dichiarò in arresto. Era da poco disceso dal treno quando lo stesso gendarme tornato a reclamare la valigia dell'Hegedi.is ed una volta riscontratone il contenuto pregò il colonnello ed il carabiniere di scendere anch'essi dal treno per fornire spiegazioni al comando di polizia locale. Al che il colonnello si limitò a fare più un 'opposizione di forma che di sostanza. Una probabile discrepa nza tra la deposizione che doveva avere rese l'Hegedi..is e quella che il Papalardo s'era lasciato indurre a concedere, fece così ardito il locale comandante la polizia da accampare la pretesa di vedere il contenuto delle valigie piombate. Al fer mo e reciso rifiuto del colonnello, questi infine acconsentì a farne questione col superiore Kararescu residente a Arad , che seduta stante era stato informato telefonicamente dal suo dipendente. Ivi giunto il colonnello si trovò a che fare con una polizia tanto più esigente ed intransigente quanto egli si era in precedenza dimostrato remissivo credendo di far bene. Il Maggiore romeno Kararescu dopo essersi quasi " degnato di dar la mano " - così diceva il Colonnello Papalardo nel suo rapporto, con tono altezzoso e senza tante circonlocuzioni faceva noto che dopo quanto gli risultava dalle deposizioni rese a Mez6berény non avrebbe lasciato libero il nostro corriere di proseguire il suo viaggio senza accertarsi del contenuto dei due colli piombati. Nelle accalorate discussioni che ne seguirono l'uno insistendo e l'altro opponendosi e protestando un troppo zelante milite romeno ivi presente tentò d'impossessarsi della più vistosa delle valigie, quella personale del colonnello. Pronto il carabiniere Di Leo gliela strappò di mano, ma con tale violenza da far saltare serratura e sigilli per cui si rovesciarono a terra degli oggetti di vestiario ed i due plichi Karolyi. A questa visita il colonnello uscì un po' dai gangheri e finì per dire al maggiore romeno che lo lasciasse tornare a Budapest col primo treno e frattanto si verbalizzasse l'accaduto e gli fossero restituiti i plichi rinunziando al loro r capito. * Mezoberény è un'antica cittadina, situata nella regione tra i fiumi Maros e Koro~; nota anche in quanto nel 1849 qui Sandor Petofi ha scritto i suoi ultimi versi.
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Tutto inutile. Egli si dové acconciare a partire senza il verbale e senza i plichi. Allorché il Colonnello Papalardo ed il carabiniere Di Leo erano di ritorno, il Generale Mombelli era assenti. Era partito da due giorni per Vienna allo scopo d'incontrarvi la famiglia senza lasciar detto quanto vi si sarebbe trattenuto. Toccò quindi a me l'ingrato compito di liquidare questa incresciosa faccenda. Dispiaciutomi col colonnello per aver così mal ripagato il favore che gli avevo fatto soggiunsi che lasciavo al generale di pronunziarsi nei suoi riguardi. Poi stimato fosse buona tattica non mettere tempo in mezzo a fare le rimostranze della nostra Missione al Comando del Corpo d 'Occupazione m'affrettai a scrivergli una lettera alquanto risentita nella quale dopo avere esposto i fatti quali erano venuti a mia conoscenza, deploravo che il colonnello non avesse potuto assolvere l'incarico che la Missione gli aveva affidato e pel quale erasi ottenuto in precedenza un permesso delle autorità romene, e ciò per essere stato oggetto di atti arbitrari, scortesi e contrari alle vigenti consuetudini internazionali da parte di graduati di truppa ed ufficiali di grado inferiore d'un esercito alleato. Lamentavo che il comando in sott'ordine si fosse ricusato di verbalizzare l'accaduto come n'era stato richiesto e si fosse infine fatto lecito di trattenere della corrispondenza che viaggiava sotto la salvaguardia della Missione nonostante il corriere si fosse dichiarato disposto a ritornarla al mittente. Concludevo chiedendomi formali scuse per l'accaduto, che se ne muovesse rimprovero agli ufficiali di Mez6berény e di Arad e la restituzione di quella parte del contenuto della valigia incamerato dalla polizia di Arad. A questa lettera il comando romeno rispondeva pretendendo di avere rilasciato al Colonnello Papalardo un semplice foglio di via per affari privati per recarsi a Temesvar, di ignorare gli altri incarichi a lui affidati dalla Missione per cui egli si sarebbe dovuto recare anche a Arad, ed infine che egli ed il carabiniere viaggiassero nella veste di corriere. Che, a parere del comando dovevasi attribuire a tale omissione se il colonnello era andato incontro "à des désagrements" e se le autorità doganali si erano ritenute in facoltà di confiscare la valigia ed il contenuto. Quanto alla restituzione dell 'una e dell'altra la Missione si compiacesse indirizzarsi al Ministero delle Finanze di Bucarest. " In cauda venemum" il comando romeno prendeva occasione dal caso per chiedere la Generale Mombelli se la lettera alla quale rispondeva era stata portata a sua conoscenza prima di essere inoltrata. Domanda superflua perché al comando romeno era nota l'assenza di Mombelli. Senonché ponendola si voleva attizzare fuoco fra il generale e me. Frattanto dalle indagini esperite era emerso che dell'agevolazione accordata al conte lmre Karolyi altri si erano voluti avvantaggiare per speculare sulla differenza di cambio delle vecchie banconote austro-ungariche tra l' Ungheria e quella parte del territorio ungherese passato sotto l'amministrazione romena. Se non mi formalizzai troppo delle spiacevoli risultanze di dette indagini, è perché ero a conoscenza come quell'illecito e riprovevole traffico fosse allora all'ordine del giorno, e si effettuasse ai danni di un po ' tutti gli Stati successori dell'ex impero, non esclusa l'Italia, e per lo più colla connivenza del personale delle diverse missioni estere. A me bastò per dire a me stesso che occorreva aprire ancora meglio gli occhi per l'avvenire, ed ammonire il Capitano Castagnola di essere più stretto osservante delle istruzioni, che gli prescrivevano di accertare personalmente il contenuto dei plichi privati accettati dal corriere.
LA VE RITÀ SU MIEI R APPO RTI CO I R0\ 1EKI
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Mi apprestavo comunque a confutare le molte inesatte asserzioni della lettera del comando romeno, ed a rinnovare con maggiore vivacità la richiesta di scuse e della valigia confiscata quando il Generale Mombelli rientrò a Budapest. Messo al corrente dei fatti , egli trovò fuor di luogo la mia protesta ed inconsulta la mia fretta. Egli avrebbe desiderato che in sua assenza mi fossi astenuto dall'occuparmene, benché - gli facessi osservare - non sapessi con precisione quanti giorni sarebbe rimasto fuori, e che esitando nel reagire avrei dato a divedere e supporre che la Missione si sentisse in difetto e pertanto propendesse alla tolleranza. - Perché non mi ha telefonato? - obiettò il generale. - Perché non mi è sembrata cosa che non potessi disbri_gar io stesso. Né avrebbe giovato alla cosa che la comunicazione venisse intercettata dalla censura militare romena - soggiunsi io. Avocata a sé la questione Mombelli diede seguito alla nota del comando romeno con uno scritto sdolcinato, col quale - anche senza dirlo esplicitamente - conveniva che i torti erano in gran parte della Missione; e - ciò che sembra perfino incredibile, - terminava con una frase tanto infelice, che equivaleva a significare essermi io preso una libertà non concessami inviando la prima nota di protesta. Mombelli per evitare che ne facessi uno scandalo mi tenne all'oscuro del tenore del suo scritto, affidandone la redazione e la copia tra i suoi più fidati segretari. Il che però non impedì che uno di essi ne restasse talmente disgustato dal farmene confidenza. Quando lo seppi, confesso che provai un senso di indignazione verso il generale, per cui se non mi avesse trattenuto il riguardo che dovevo al confidente avrei fatto una scena e rinunziato a restare alla Missione un giorno di più. Obbligato invece ad ignorare finii per compatire spiegandomi quella sua remissività burocratica colla preoccupazione di scansare "grane", all 'abito acquisito dal generale negli uffici da lui precedentemente coperti, quasi tutti dal più al meno intonati "à l'horreur des responsbilités". Il fatto che il Generale Mardarescu avesse rimesso la questione della valuta al Ministero della Finanza e che Bucarest potesse riferirne a Roma lo teneva sulle spine. I plichi tornarono infine intatti nell e nostre mani, ed il contenuto andò alla sua destinazione. Chi n'andò di mezzo fui io, perché - come era da prevedersi - i romeni si valsero della sconfessione del mio superiore per accreditare maggiormente la diceria della mia animosità verso di loro. Non mi sorprese perciò di risapere poi da fonte solitamente bene informata che il Quartiere Generale romeno aveva sollecitato il ministero degli esteri tramite il nostro ministro a Bucarest perché venissi allontanato da Budapest. Chi mi diede questa informazione mi fece anche il nome di un certo colonnello o generale romeno Maurocordato, che tra l'altro credo di non avere mai né conosciuto né avvicinato, come la persona dalla quale partisse tale iniziativa. Mi venne anche detto che l'offensiva contro di me venisse condotta da due parti, grazie al marchese de Troismont, addetto alla Missione francese, il quale per suggestione del Maurocordato si valeva delle sue reazioni personali ed influenze a Parigi per mettermi in cattiva luce presso la nostra Delegazione alla Conferenza della Pace.
XXIV
L'ITALIA METTE SU CASA A BUDAPEST
Dopo molte ricerche e dopo aver vagliato parecchie offerte di ville e palazzi da servire come residenza della Missione finii per proporre al Generale Mombelli di dare la sua preferenza ad un bell 'edificio situato dietro il Museo, nell 'Eszterhazy utca in un quartiere tra i meglio abitati di Pest. Il palazzo era di proprietà di un conte Karolyi, solito a non dimorarvi che pochi mesi dell'anno e stabilmente residente a Presburgo. Alla fine di agosto la Missione poté così lasciare l'hotel Ritz e trasferirsi in quella che doveva poi divenire la futura sede della Legazione d'Italia a Budapest. Per quanto il palazzo fosse occupato per diritto di requisizione non fu sollevata alcuna difficoltà al desiderio espresso dall'amministrazione del conte Karolyi di conservare un piccolo appartamento in un angolo del primo piano con facoltà di valersi della cucina limitatamente a lui ed alla contessa ed ai due domestici personali durante i brevi soggiorni che si proponevano di farvi. Steso l'inventario delle suppellettili ed oggetti d'arte esistenti si convenne anche che un domestico di fiducia dei conti restasse nella casa disimpegnando ad un tempo funzioni di tutela del mobilio e di servizio alla Missione. Gli ambienti furono poi ripartiti come segue: il generale con la famiglia , il suo ufficio e la sua segretaria occuparono il primo piano; la cancelleria , il mio ufficio e tutti gli altri uffici della Missione furono disposti al pianterreno. Quivi in una grande sala tappezzata da arazzi era anche la mensa ufficiali e due sale per ricevimenti normalmente chiuse. Contiguo al mio ufficio era il mio appartamento privato costituito da una camera da letto, una stanza da bagno ed un piccolo vano di servizi, al quale si poteva accedere da una scala secondaria che mi permetteva di uscire dall'ingresso della meno frequenta ta Museum utca. Nel piano seminterrato si erano potuti sistemare i magazzini viveri, allogandoli in modo che la popolazione la quale tuttora beneficiava di nostre distribuzioni potesse arrivarvi dalla stessa entrata della Museum utca, riservata anche al pubblico che in certe ore di ufficio prestabilite si indirizzava alla Missione per passaporti, informazioni, sussidi, pagamenti, ecc. Il personale di servizio gli attendenti del generale e mio, come pure alcuni militari di truppa in dipendenza dello speciale servizio al quale erano adibiti trovarono egualmente alloggio nel palazzo, i più nel piano superiore e qualche altro nel seminterrato. Come si è detto il palazzo era interamente arredato, ed arredato con lusso, motivo questo di non poca preoccupazione per chi si proponeva di adibirlo ad abitazione ed ufficio di una Missione militare formata di elementi provenienti dal fronte, abituati dopo tre anni di guerra a non annettere alcun valore a certi abbellimenti e comodità della vita ed a danneggiare e distruggere badando solo all' utile immediato, senza commisurare l'entità dell'atto a quella dello scopo. Occorse perciò fare un attento e minuto sopralluogo dalla cantina alla soffitta per decidere locale per locale a seconda dell 'uso che avrebbe avuto di spogliarlo di alcuni mobili e sopramobili ovvero completarlo di tutti quegli arredi di cui si usa sguarnire una casa solitamente disabitata e non in efficienza.
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Mentre si ottemperava alle mie istruzioni a tale riguardo mi dovei porre il quesito di come provvedere all'andamento di casa avendo presente che anche sotto l'aspetto rappresentativo la nostra Missione non fosse in nulla inferiore alle altre. Budapest aveva già ripreso una certa vita e se era ben lungi da quella fastosa ed allegra capitale di anteguerra, della quale conservavo vivo il ricordo non era neppure più quella città dimessa , misera e spaurita del regime bolscevico, quando passando per la V a.ci utca* e pel Duna Quai non si vedevano che pezzenti e scamiciati invece del mondo elegante solito a darvisi rendez-vous. Bisognava pertanto mettersi in condizione di ricevere come già facevano le altre missioni alleate. Il Generale Mombelli occupato altrimenti mi aveva fatto capire di non volersi interessare della cosa. Aveva dato il suo placet alla scelta del palazzo prima ancora di conoscerne l'ubicazione e di vederlo e si era poi limitato a dirmi ch'egli non vi si sarebbe trasferito se non quando la residenza e gli uffici fossero in ordine. Soltanto desiderava che non s'indugiasse troppo nell'apprestamento affinché potesse affrettare l'arrivo della famiglia. Ufficiale scapolo, abituato fino dalla prima gioventù ad errare da una guarnigione all'altra senza mai pensare a mettere su una casa, abituato ad accomodarmi alle risorse del posto accontentandomi di una camera e salotto ammobiliati oppure di una stanza d'albergo, la mia esperienza in materia d' installazioni e funzionamento di un ménage di un certo stile era nulla. Né avevo alcuno che mi potesse consigliare, dal momento che il generale se ne lavava le mani. Tuttavia non mi persi d'animo sorridendomi l'idea di cimentarmi con un problema nuovo. Come ho già detto incominciai dall'assumere a nostro servizio il domestico di fiducia del conte Karolyi. La cosa aveva il suo pro ed il suo contro, ma pensai di non poterne fare a meno, se non altro in un primo tempo, occorrendomi chi conoscesse i più reconditi cantucci del palazzo e tutte le sue risorse per armonizzarlo alle sue nuove funzioni. Oltracciò egli sarebbe stato il primo interessato a segnalarmi gli eventuali abusi, danno od altri inconvenienti derivanti da ignoranza, poca cura o cattiva volontà dei nuovi ospiti. Come maestra di casa e guardarobiera credei opportuno esperimentare la dattilografa della Missione la signora Cocevar, la vedova di un funzionario dell'arsenale di Pola, istriana di nascita e per matrimonio. Era un modo di migliorare la sua posizione economica e compensarla di tutte le privazioni sofferte durante il bolscevismo, con una austerità che rasentava l'indigenza e tuttavia con una dignità che deponeva a favore della sua condizione sociale e della sua educazione. Capivo che col dare tale incarico ad una neofita in materia mi accollavo un lavoro ed una responsabilità di più perché avrei dovuto starle dietro e darle qualche direttiva e consiglio, ma in compenso non mi esponevo al rischio di mettere nell'intimità della Missione una sconosciuta e tanto meno una straniera. Nel proporle il posto non potei fare a meno di dire alla signora Cocevar, che accettandolo bisognava che rinunziasse a convivere col suo bambino, e forse anche a vederlo tutti i giorni, perché il buon andamento della casa avrebbe richiesto una grande attività e vigilanza da parte sua. D'altronde ella sapeva di non lasciarlo in mani estranee in quanto - come ho detto - conviveva coi genitori. Tra i diversi cuochi che mi furono proposti e raccomandati, la mia scelta cadde sull'ex chef del conte Michele Karolyi , colui che aveva dato l'Ungheria in mano ai bolscevichi. Non tutte le informazioni assunte erano a lui favorevoli, ma le sole favorevoli erano quelle, che me lo dipingevano come un comunista arrabbiato. Forse lo era stato, o forse si era fatto pas-
* Via Vaci è la strada centrale di Budapest per antonomasia.
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sare per tale od atteggiato a tale per compiacere e scimmiottare il suo padrone, anziché per vera e propria persuasione o per reazione all 'alterigia di certi aristocratici in quanto si diceva che fosse molto nelle grazie del conte Karolyi. Non credei di dovermi formalizzare oltre misura su questo punto quando per giudizio concorde era eccellente nella sua arte e dicevasi si fosse sempre comportato onestamente e correttamente. Comunque per precauzione, lo assunsi in esperimento e dopo quindici giorni in modo stabile. L'esito fu ottimo perché tutti ne furono contenti e fece fare bella figura alla Missione; i suoi pranzi essendo a detta di tutti senza raffronti con quelli delle altre Missioni estere. Né ricordo alcun ospite ungherese che facesse meno onore ai nostri manicaretti pur sapendo che erano fattura del cuoco del loro connazionale più detestato. Il bravo uomo mi-restò così grato di avere scisso le sue sorti da quelle del suo ex padrone e di averlo in certo modo riabilitato della sua parentesi bolscevica , che quando più tardi il ministro Cerruti , dando vita alla prima Legazione d'Italia in Ungheria, lo licenziò per prendersi un altro di suo gradimento egli mi scrisse e mi supplicò insistentemente per venire a Roma a mio servizio personale con qualunque irrisorio salario non potendosi persuadere che io declinassi la sua generosa profferta. Pei rimanenti servizi oltre a valermi del personale militare che già impiegavamo all 'hotel Ritz per la cucina e per la mensa , trassi dalla compagnia di scorta un paio di soldati adatti mettendo loro a fianco un buon maìtre-d'hotel ungherese assunto sul posto. Per le faccende di casa diedi facoltà alla signora Cocevar di cercarsi due brave donne dopo avermele fatte vedere e fatte precedere delle loro referenze. Con tanti soldati in giro per l'edificio due ragazze avvenenti potevano essere un giornaliero incentivo di disordine. C'era poi sempre il magazzino viveri o la cambusa come lo avevo battezzato prendendo a prestito un termine marinaro, da far funzionare; un 'amministrazione che s'era andata facendo sempre più complessa e difficile coll'aumentare delle derrate in entrata ed in uscita richieste dall'accresciuto organico della Missione, della quale faceva parte anche la compagnia di scorta, e per le maggiori esigenze di tavola imposte dal nuovo tenore di vita della Missione stessa mentre il mercato locale continuava a difettare di moltissimi generi e la permuta restava ancora il mezzo migliore per provvedersene. Preposi alla gestione del magazzino viveri il caporale Bonaccorsi che avevo fatto venire dal mio 180° Gruppo d'Artiglieria di guerra, mettendo alla sua dipendenza una corvée di due uomini della compagnia e incaricai il carabiniere Nodello, che ci aveva fatto da cuoco durante il bolscevismo a funger e di collegamento tra la cucina ed il magazzino perché non si trascendesse in abusi nei prelevamenti per la mensa del generale e per quella degli ufficiali. In complesso fra personale militare e civile, inclusi i piantoni di ufficio cercai che non si andasse oltre le sedici o diciotto persone facendo resistenze anche al generale, quando con un motivo o l'altro se ne voleva accrescere il numero, ben sapendo che non ci si guadagnava nulla né nell 'ordine né nella disciplina. Non so se fosse merito della cura messa nella scelta di questo personale oppure dei pochi minuti che ogni giorno dedicavo all'andamento di casa della Missione, sta comunque il fatto che nei tre mesi che rimasi ancora a Budapest, dopo il trasferimento al palazzo Karolyi non ebbi nessun grosso fastidio per il servizio e soltanto una domestica non fece buona riuscita dimostrandosi troppo arrendevole all'intraprendenza dei militari. Occorse pure pensare alla compagnia di scorta affinché fosse acquartierata non troppo lontana da Eszterhazy utca, sia per poterne prontamente disporre in caso di bisogni , sia per vigilarne l'amministrazione e la disciplina. Fu così allogata nei locali di una scuola che non distava più di una diecina di minuti a piedi dalla Missione, per cui era raro che nella setti-
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mana non trovassi il tempo di farci un paio di ispezioni talvolta telefonando in precedenza al capitano e qualche volta arrivandoci senza preavviso alcuno. Già durante il regime bolscevico avevo fatto pratiche con Vienna per ottenere che la Missione fosse provvista di una stazione radiotelegrafica che le permettesse di comunicare con chi desiderava senza essere alla discrezione del governo di Béla Kun, ma per quanto la richiesta portasse l'indicazione di urgenza gli apparti ed il personale per il loro impianto e funzionamento arrivarono a Budapest appena alla metà di agosto, due settimane dopo che la dittatura proletaria con tutto il suo strascico di utopie ed aberrazioni era stata spazzata via e la situazione locale era talmente mutata che col generale ci si chiese se convenisse trattenere la stazione ed installarla affrontando le chicanerie e che avrebbero fatto i romeni oppure rinviarla in Italia. Dal momento che c'era fui d'opinione di tenerla potendo esserci molto utile e darci una indipendenza dalle due autorità che controllavano le comunicazioni, quella ungherese e quella romena ed un vantaggio sulle altre missioni dell'Intesa. Quasi alla chetichella senza che la Missione apparisse e facendo passare l'installazione come una delle più innocenti esercitazioni della compagnia di scorta ottenni dopo pochi giorni dall'arrivo che sulla collina dove si erge la vecchia fortezza di Buda e nell'interno della stessa i nostri radiotelegrafisti trasmettessero e ricevessero messaggi direttamente con le stazioni italiane, e intercettassero parte di quelli emessi da stazioni straniere. Quanto all'ubicazione prescelta per l'impianto debbo dire ch'essa non fu dettata esclusivamente dal criterio di conseguire un buon funzionamento della stazione ma di situarla in località eccentrica, meno esposta alle vicende di una situazione politica tuttora incerta. Con un corpo d'occupazione romeno che per obbedire alle ingiunzioni di Parigi diminuiva quotidianamente di effettivi, un esercito ungherese che per contro cresceva di numero e di audacia sotto lo stimolo del sentimento patriottico e l'incoraggiamento della Commissione dei Generali, una popolazione nuovamente in fermento per una forsennata e sproporzionata reazione del ceto perseguitato e mortificato dal bolscevismo non si sa mai - mi dicevo - cosa può prepararci l'avvenire. Premuniamoci quindi quanto più è possibile per essere all 'occorrenza in condizioni di far sentire la nostra voce e padroneggiare gli eventi. C'era evidentemente dell'esagerazione e della pretesa nelle mie cautele perché il cielo non era così nero e minaccioso come sembrava e perché era puerile pensare che un sergente con di.eci uomini per essere installati nell'acrocoro di Buda, potessero esercitare un peso risolutivo sulla situazione. Non bisogna tuttavia disconoscere che in casi di emergenza unarisorsa in più non guasta mai. D'altronde in me è stato sempre un po ' istintivo - istinto accentuatosi colla guerra - il proposito di provvedere, prevedere e premunirmi contro la cattiva sorte raffigurandomela piuttosto in peggio che in meglio. L'ottimismo me lo riserbavo per l'esteriorità per comunicarlo intorno a me, trovando utile che i dipendenti fossero animati da fiducia in un corso propizio di eventi. Non mi sono mai pentito di eccedere in previdenza , quantunque debba convenire che le cautele costituiscono spesso un dispendio inutile di energie, in quanto si finisce per avere lavorato per contingenze ipotetiche che poi non si verificano. Ma anche qui è questione di misura come in qualsiasi altra occorrenza della vita. Altro servizio che aveva assunto un certo sviluppo coll'arrivo del Generale Mombelli e della compagnia di scorta era quello automobilistico. La Missione non era più la cenerentola dei giorni del bolscevismo in cui disponeva solo di una Lancia frusta dall'uso, ma aveva nel suo garage quattro vetture e tre autocarri in ottime condizioni e largamente provviste di gomme e parti di ricambio oltre che di un personale di guida ed un sergente specia-
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lista. La petulanza delle mie passate richieste e lagnanze all'Intendenza di Trieste e l'apporto del generale avevano addotto a quella quasi esuberanza di mezzi. Per coordinare l'opera di tutto quest'insieme eterogeneo di elementi dal quale dipendeva il buon andamento della Missione sarebbe bastato in condizioni normali un qualsiasi ufficiale inferiore, ma per un complesso di circostanze il Generale Mombelli aveva desiderato rimettere a me la responsabilità, malgrado che sulle mie spalle pesassero già le molteplici incombenze della Missione come organo di controllo dell'armistizio, come agenzia diplomatica e consolare per tutti quegli atti che il protrarsi dell'armistizio cominciava ad esigere ed infine come organo esecutivo di molte deliberazioni della Commissione dei Generali. La mia giornata di lavoro cominciava perciò assai per tempo, volendo smaltire quanto concerneva l'andamento della Missione e della casa prima che si aprissero gli uffici. Alle 7 mentre aspettavo che mi servissero la colazione incominciavano ad avvicendarsi nella mia stanza il sergente automobilista , quello della stazione radio, la signora Cocevar, il caporale addetto alla distribuzione viveri e spesso anche il cuoco. Passato poi in ufficio alle otto e mezza tenevo rapporto agli ufficiali incaricati dei diversi servizi incluso il comandante la compagnia di scorta ed il tenente medico. Non vi intervenivano gli ufficiali addetti alla segreteria del generale. Con queste regole tutta la Missione era al suo posto ed in piena efficienza fino dalle nove, cosicché anche lasciando una certa libertà di movimenti ad ognuno durante il resto della giornata c'era sempre bastante tempo perché le questioni fossero attentamente studiate e trattate, e chiunque s'indirizzasse alla Missione trovasse chi gli dava udienza e prendesse in considerazione le sue richieste o proposte per poco che fossero serie. Questo aveva in quel momento una grande importanza perché da quando era terminato il bolscevismo Budapest pareva invasata da una febbre di vita economica e politica cui occorreva tenere dietro per scegliervi e tenervi le nostre posizioni di fronte ad una concorrenza vivacissima alimentata ed appoggiata dalle altre missioni. Sulla scia di queste erano venuti in Ungheria affaristi di tutto il mondo, e tutti cercavano di speculare sulla confusione e lo smarrimento determinato nel paese dalla rapacità dell'invasore, il dissenso tra Intesa e Comando romeno e l'incerto domani. Né esagero dicendo che vuoi per un motivo vuoi per l'altro la nostra giornata di lavoro si sapeva quando cominciava ma non quando finiva. Alle 12 si sarebbe dovuta sospendere, perché alla una era la colazione: tuttavia non ero il solo che molte mattine arrivasse in ritardo alla mensa, perché assediato da qualche visitatore indiscreto o trattenuto fuori da altra incombenza. Così alla sera dovevo spesso fermarmi in ufficio oltre le 19 quando tutti se n'erano andati per redigere un rapporto o studiato qualche questione più importante. Questo orario aveva significato per me la rinunzia alla mia consueta passeggiata mattutina, quella che solevo fare tra la prima colazione ed il rapporto, passeggiata che trovavo benefica non soltanto fisicamente ma professionalmente in quanto mi permetteva di riprendere in considerazione ciò che avevo fatto o deciso, di valutarne le possibili conseguenze, come di predispormi il programma della mia giornata di lavoro. Quale esercizio fisico mi proposi di sostituire la passeggiata coll'equitazione approfittando della fortunata circostanza che c'era una cavallerizza coperta proprio a due passi dal palazzo Karolyi. Ma a prescindere che quello sport praticato vivacemente nello spazio soffocato da quattro pareti non favoriva le riflessioni e le escursioni mentali, presentava l'inconveniente di doversi conciliare coll'uso di un locale frequentato da altri clienti e con gli imprevisti del servizio. Mi accadeva quindi di non poterne beneficiare regolarmente tutti i g1orm.
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Per soddisfare il bisogno di fare due passi a piedi avrei potuto forse scegliere qualche altra ora della giornata, ma allora andavo incontro ad un nuovo inconveniente determinato dalla ubicazione della sede della Missione, per cui a meno di non internarsi in un ginepraio di viuzze come quello che conduceva all'accantonamento della compagnia dovevo passare per arterie tra le più affollate della città e soffrire il peso della gente che mi guardava, che mi additava agli altri passanti cui ero sfuggito inosservato, o si voltava indietro o tornava ad incrociarmi per vedermi più davvicino o studiarmi nelle mie mosse. Perfino i ragazzi e le bambine che andavano e tornavano dalla scuola mi conoscevano e appuntavano i loro sguardi curiosi addosso a me per cui mi sentivo penosamente imbarazzato fino a risentirne sulla spontaneità e naturalezza dei movimenti e dei gesti, nella supposizione - certamente sciocca - che la gente vi desse chissà quale valore o significato. Soprattutto mi preoccupava che i due passi fatti in queste condizioni finisse per influire sinistramente sulla mia natura avversa alla posa e desiderosa di conservare la sua semplicità anche ne11e apparenze. Non si può essere veramente sinceri e leali quando si è falsi nelle espressioni e nelle movenze. Altra mia occupazione era quella di non montarmi la testa. 1 fiumi della popolarità potevano farmi credere di avere fatto chissà quale azione sovrumana ed eccezionale ed ingenerare in me la presunzione di possedere tale superiorità d'ingegno e di virtù da affrontare con leggerezza le difficoltà avvenire ed io volevo premunirmi da quello stato d'animo più propizio al fallimento che al successo. La presunzione offusca sempre le idee e le cose grandi sgorgano sempre dalla naturalezza e mai dall'artificiosità. Mi risolsi perciò a sottrarmi da questa diuturna ed obbligata esibizione della mia persona e per unire l'utile al dilettevole mi sottoposi ad un corso di guida d'automobile prendendo lezione dal nostro sottufficiale, che mi conduceva in precedenza fuori della città. Una volta in campagna prendevo il volante e quando ne avevo abbastanza c'intercalavo una passeggiata a piedi meditando sulle mie cose. Altra distrazione che prendevo qualche mattina era quella di recarmi molto per tempo al campo di corse di Alag* , a "lavorare" qualche puro sangue sulla pista d'allenamento. Dato il mio peso leggero tutti facevano a gare per darmi un soggetto a montare. Spazzato il bolscevismo e scrollata quella cappa di folle terrore che aveva fino a poche settimane prima paralizzata ogni vita mondana, per gli ufficiali della Missione era venuta a cessare quella vita di clausura che si era condotta fino a poche settimane prima. Tra la fine di agosto ed i primi di settembre molti di coloro che erano riusciti a prendere il largo rifugian dosi a Vienna o in Svizzera avevano fatto ritorno a Budapest ed un poco per abitudine un poco per necessità di entrare in amichevoli rapporti con i diversi padroni del momento, si erano affrettati ad aprire i loro salotti e a darvi convegno a chi meglio poteva tutelare i loro interessi o favorire le proprie aspirazioni. Così avemmo notizia una mattina che anche il conte e la contessa Karolyi proprietari del palazzo occupato dalla nostra Missione erano arrivati a Budapest coll'intenzione di passarvi una quindicina di giorni, vedere come stavano le cose e tornarsene poi alla loro residenza a Presburgo o Bratislava come si cominciava allora a denominare quell'importante città che comanda il medio bacino danubiano. Secondo era stato convenuto essi occupavano un appartamento d'angolo del primo piano. Le requ_isizioni bolsceviche e quelle romene avendo di molto ridotta la disponibilità di vett ure pubbliche della città, proposi al Generale di usare ai Karolyi la partecipare cortesia di far trovare alla stazione al loro arrivo una nostra automobile per condurli a casa. Così
* Alag è una cittadina posta nella regione della Capitale. Dal I 860 è nota per l'ippodromo e la conseguente organizzazione di corse di cavallo.
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pure fu offerto loro di farsi servire i pasti dalla nostra cucina scegliendo le vivande fra quelle che erano preparate pel generale o per la mensa degli ufficiali. Che queste attenzioni riuscissero apprezzate e gradite ci si aspettava che ce lo dicessero subito i conti Karolyi stessi con una visita o con uno scritto, invece di farcelo sapere come fecero - attraverso l'amministratore. Per quanto si occupasse il palazzo per diritto di guerra, questo eccessivo riserbo o sostenutezza fu interpretata tanto dal generale che da me come una sgarberia. Tuttavia credemmo più dignitoso non farvi caso e regolarsi poi in conseguenza. Trascorsero alcuni giorni durante i quali quasi non ci accorgemmo che i Karolyi vivessero sotto lo stesso tetto, poi si decisero a fare visita al generale. Mi resi allora conto ch'essi avrebbero preteso che la prima visita fosse stata fatta da noi: aspettativa spiegabile se si pensa all 'alterigia del vecchio ambiente di corte austro-ungarico ed a quello scarso senso di riguardo dimostrato all'italiano da quell'ambiente prima della guerra. Il capovolgimento della situazione politica era troppo fresco per essere e ntrato nella mente di tutti ed in particolar modo delle persone attempate che erano lontane dai campi di battaglia. La visita fu loro restituita e venuto meno l'imbarazzo reciproco determinato da quel malinteso, pure continuando a vivere estranei gli uni agli altri tanto da parte nostra che da parte dei Karolyi si notò l'intenzione d'improntare i nostri rapporti ad una cortese cordialità. Quanto all'andamento di casa della Missione ebbi il piacere di constatare che senza ritocchi poteva benissimo prestarsi ad accogliere un doppio numero di ospiti purché non accampassero tutti le pretese della contessa Karolyi , che qualche volta pareva davvero incontentabile. Non che vi mettesse alcuna cattiva intenzione, ma senza avvedersene ordinava ed esigeva come se tutti foss ero lì esclusivamente per lei. Comunque nessuno avrebbe mai previsto che in ricambio di tante gentilezze ed attenzioni usate dalla Missione la contessa, venuto il giorno di lasciare Budapest, con una disinvoltura più unica che rara si portasse via uno dei nostri migliori domestici, il cameriere della tavola, assumendolo a suo servizio. Quando me lo vennero a dire non volevo crederlo. Desiderai andare bene a fondo della cosa per accertarmi che fosse stata proprio la contessa a fare offerta del posto. Chiarito ogni dubbio al riguardo le scrissi senz'altro una lettera nella quale in forma cortese ma abbastanza esplicita esprimevo il risentimento della Missione per la sconvenienza di cui era stata oggetto aggiungendo fra l'altro che nella società italiana, la quale è stata sempre maestra a tutte le altre di Europa in fatto di signorilità di maniere e di delicatezza di sentire, un tal genere di azioni si usano mettere all'indice e che così avevo ragione di credere si usasse in Ungheria. La contessa stessa o il marito - non riuscii a sapere - pensò di mandare la mia lettera al Generale Mombelli accompagnandola da un'altra di rimostranze e spiegazioni. Senza neppure farmela leggere il generale fece credito a quello che vi si diceva e mi diede una lavata di testa per essermi permesso - come si espresse - di scrivere un'impertinenza a nome della Missione omettendo di consultarlo. Né valsero a renderlo più giusto nei miei riguardi le mie giustificazioni ché, dopo tutto, si trattava di un'ordinaria bega di ménage per la quale non avevo creduto meritasse informarlo ed in secondo luogo che, dal momento che sul fatto non c'erano dubbi, meglio lasciargli il carattere di una sconvenienza alla quale non si era dato peso anziché quello di cosa grave per cui il generale aveva trovato motivo d'intervenire. Argomenti questi che avrebbero potuto far presa sul Generale se egli si fosse veduto nel posto come mi ci vedevo io, cioè per diritto di guerra , nella fase di armistizio, cioè più come militare che come diplomatico. Il Generale Mombelli invece, un po' per essere stato
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alcuni anni addetto militare ad Atene, un po' per essere venuto a Budapest con una particolare missione che per necessità di cose doveva negoziare e risolvere diplomaticamente una situazione non altrimenti solubile che colle armi, era portato a dimenticarsi che la piccola originaria rappresentanza militare formata da me e dai miei pochi ufficiali e soldati simboleggiavano l'esercito di Vittorio Veneto ed il diritto di dettare legge ai vinti fino a conclusione della pace e ristabilimento dei rapporti amichevoli coll'Ungheria. Quanto egli fosse lontano da questa concezione non me ne resi conto che in seguito.. Dirò anzi che mi sorprese la sua percezione e sensibilità di fronte a talune mal dissimulate sgarberie di cui fu oggetto da parte di alcuni elementi delle vecchie caste dirigenti ungheresi , che mettevano il loro orgoglio e patriottismo nel fare distinzione tra la signora Mombelli e figlia e il generale negli inviti alle loro riunioni mondane. Suscitò infatti commenti poco benevoli nella Missione il fatto che questi consentisse che la moglie e la figlia si recassero ad una seratina in casa di una signora dell'alta nobiltà ungherese, alla quale egli non era stato invitato pel motivo - come gli era stato detto da un ufficiale di liaison - che avrebbe causato imbarazzo la presenza di un ufficiale dell'esercito avversario. Era preannunziato l'intervento a quella festicciola, del giovane Arciduca Francesco d'Asburgo, oggetto di convoitise da parte di parecchie delle signorine da marito più altolocate e la Paulette Mombelli non voleva mancare, perché uno degli ufficiali ungheresi di collegamento le aveva fatto credere che l'Arciduca si fosse invaghito di lei ed avesse qualche seria intenzione matrimoniale. Così madre e figlia accettarono l'invito ed il generale restò a casa. Come era da prevedersi la cosa ebbe a ripetersi, ed a ripetersi con qualche frequenza, in quella ed altra forma, per la piccineria di quattro bellimbusti della ristretta mondanità del momento, i quali pretendevano di fare del nazionalismo escludendo gli ufficiali dell'Intesa dai loro circoli ed accogliendovi invece le loro donne, anziché - come sarebbe stato eventualmente comprensibile - tenersi lontani dagli uni e dalle altre. Tornando all'andamento della Missione ed al non poco da fare che mi causava, conviene che racconti come coll'arrivo della famiglia del generale la nostra improvvisata maestra di casa signora Cocevar ebbe frequenti occasioni - come è facile comprendere - di avvicinare la signora e signorina Mombelli. A differenza di me, esse usavano modi femminili e familiari nel chiamare l'attenzione della signora Cocevar sulle diverse manchevolezze della casa, e conoscendo le vicende per le quali ella ora occupava quel posto, non mancavano di farla oggetto di un trattamento particolarmente gentile e benevolo. Questa familiarità finì per fare perdere alla Cocevar il concetto della sua posizione nella Missione al punto che un giorno restai trasecolato sentendola avanzare la pretesa di avere un salottino a sua disposizione ed un pianoforte come lo aveva la signora Mombelli. Le dissi che la sua richiesta mi sorprendeva molto e che si contentasse e ringraziasse che le cose si fossero messe così bene per lei da sollevarla da ogni preoccupazione materiale per suo figlio e per i genitori. Ma quello di cui non mi ero avveduto e su di che fu il generale a chiamare la mia attenzione era la stravagante ambizione della Cocevar di rivaleggiare in vestiti e cappelli colle due Mombelli. Il generale mi pregò di prendere da parte la direttrice della casa e di farle notare la sconvenienza e la inopportunità di un tale contegno ed incomprensione di rapporti . Naturalmente non mancai di fare una nuova ramanzina alla signora Cocevar pur rendendomi conto che chi aveva contribuito a far girare la testa alla Cocevar erano proprio le Mombelli coll'eccedere nel metterla alla pari. Dovetti perciò trovare ad un tempo il modo e l'arte di catechizzare le signore, affinché distanziassero un poco la maestra di casa e non si servissero di lei se non per quelli che erano i suoi incarichi nella Missione.
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Altra ruota dell'andamento della Missione difficile ad ingranare dopo l'arrivo della famiglia del generale fu quella del servizio di cucina, perché la signora Mombelli avrebbe voluto che il cuoco si acconciasse a dei mutamenti improvvisi nel numero delle persone a tavola e nei menus dei pasti per corrispondere ad inviti fatti all'ultimo momento o preavvisati un paio di ore prima. La cosa finì poi un giorno per fare perdere la pazienza al cuoco, il quale mi fece comunicare che si licenziava per l'indomani, ciò che avrebbe messo la Missione in serio imbarazzo. Ma tutto si risolse in una sfuriata che si acquietò come un incanto coll'invitarlo apresentarsi a me ad espormi le sue lagnanze. Ogni pranzo o colazione presentata o riuscita male nuoceva alla sua riputazione oltre che lo addolorava toccandolo nel culto del suo mestiere; argomentazione alla quale rispondevo facendogli osservare che egli doveva considerare la cucina della Missione come la cucina di un comando di guerra e non come quella della residenza del conte Michele Karolyi in tempo di pace. Assai più filo da torcere mi diede invece il domestico di fiducia dei Karolyi. Questo domestico - come ho detto - si trovava già in casa quando vi entrammo, ed io stesso gli avevo fatto offrire di restare alla Missione, per avere qualcuno che fosse familiare con tutti gli angoli più reconditi della casa e che conoscendone l'ammobiliamento e la decorazione potesse essere in grado di segnalare tempestivamente alla maestra di casa od anche a me stesso - come lo avevo autorizzato a fare - gli eventuali danni accidentali o per vandalismo che il personale potesse causare, e le eventuali sottrazioni di oggetti che potessero avverarsi, eventualità da non escludersi con quel nostro servizio improvvisato e promiscuo di civili e militari. Questo domestico era stato addetto alla famiglia del generale e per tali mansioni finiva per sottrarsi parecchio alla vigilanza dei miei organi di controllo. Come avviene quasi sempre colle persone di servizio più a contatto dei padroni, anche questo domestico aveva preso a spadroneggiare ed a considerarsi un secondo conte Karolyi, un secondo amministratore della casa ed un secondo generale, per cui cominciavo ad avere la sensazione che per diritto o per traverso non ci fosse cosa delle nostre faccende di casa in cui egli non entrasse o si facesse senza il suo tacito od esplicito consenso. La prima volta che diede motivo ad un mio intervento fu in occasione del primo pranzo di una certa importanza offerto dal generale. A mezza mattinata la signora Cocevar si fece annunziare in ufficio per riferirmi che il domestico dei Karolyi si ricusava di mettere fuori il vasellame e la cristalleria fina della casa. Tagliai corto dicendole che facesse intendere al domestico che obbedisse. Qualche tempo dopo furono il generale e la signora Mombelli che m'intrattennero sul poco assegnamento che potevano fare sopra detto domestico e sul suo contegno poco deferente. Lo feci allora richiamare all'ordine dal Capitano Castagnola. Ma il rimprovero non doveva avere sortito il suo effetto, perché qualche giorno dopo, non ricordo bene a proposito di che, al momento di servire il tè alle signore Mombelli nel loro salottino al piano superiore fece sapere che era indisposto, mandandolo a dire in una forma dalla quale risultava evidente la ripicca per sottrarsi agli ordini ricevuti dalla famiglia del generale. Per l'appunto quella sera la signora Mombelli aveva ospiti a pranzo ed il non potere disporre dell ' unico domestico di stile rimasto alla Missione dopo che la contessa Karolyi ci aveva fatto il regalo di capirci l'altro, la contrariava molto. Pel modo che si erano passate le cose ebbi subito l'impressione che la malattia del domestico non era che una rappresaglia, alla quale questi aveva fatto ricorso per mostrare alla signora Mombelli il suo malumore senza andare incontro a strapazzate o punizioni. Volli tuttavia dargli a divedere che la sua malattia era presa sul serio e perciò diedi disposizioni al dottore che lo visitasse di urgenza, prevenendolo che nel caso riscontrasse conferma-
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ta la mia supposizione essere la malattia un pretesto, prescrivesse al domestico l'immediato ricovero in un ospedale. Questa prescrizione ebbe il potere di guarirlo di colpo e di fargli perdere la voglia per l'avvenire di certe gherminelle. Di un'altra incombenza debbo pure fare cenno; incombenza nella quale il generale mi era avaro di qualsiasi consiglio, direttiva ed appoggio, data la sua tendenza ad estraniarsi dall'ambiente della Missione ed a considerarsi più come membro della Commissione Interalleata che capo ad un tempo di quella. La vigilanza sulla vita privata degli ufficiali e del personale militare della Missione. Questo personale era andato continuamente aumentando da quando Budapest aveva riacquistato le sue attrattive e la fama di capitale tra le più allegre e gaudenti, ed a lasciargli le redini sul collo c'era il rischio di farlo facile preda delle molte distrazioni e tentazioni che offriva. Mosso da concetto che ad una Missione all'estero si convenga ostentare un massimo di virtù perché meglio si giudichi del paese che rappresenta , facevo il possibile per attrarre e legare gli ufficiali preferibilmente ai salotti anziché alle case di piacere ed i tabarins. Mi davo pertanto molta pena di presentarli alle mie amicizie e conoscenze, di farli invitare e talvolta di condurli senz'altro con me quando il genere di trattenimento mondano lo consentiva. Pure allo stesso fine non mancavo di unirmi di quando in quando a taluno dei divertimenti da loro progettati, sempre ben inteso che me ne facessero proposta; ciò che si verificava più spesso, di quanto avrei desiderato perché la mia presenza dischiudeva loro molte porte e facilitava loro molte cose. La direzione dell'Opera benché mettesse già a disposizione di ciascuno dei capi missione un palco a tutte le rappresentazioni, aveva tenuto ad usarmi la particolare cortesia di conservarmi anche quello che mi era stato riservato durante i mesi del bolscevismo ed io me ne valevo per condurvi seralmente qualcuno degli ufficiali o per metterlo a turno a loro disposizione. Con questi ed altri accorgimenti se non riuscii ad evitare interamente taluni incidenti ed inconvenienti ebbi nonpertanto la soddisfazione che fino a tanto che feci parte della Missione essa non diede luogo a pettegolezzi , maldicenze e neppure ad apprezzamenti meno che rispettosi a differenza di quanto avvenne, in misura maggiore o minore delle altre. Chi mi dava più da fare sotto questo aspetto era il capitano Castagnola. Egli era venuto al seguito del generale dal Comando del Corpo di occupazione della Macedonia. Molto giovane, viziato da troppo affetto materno e dalle troppe indulgenze di tutti i superiori sotto ai quali aveva prestato servizio, e che trattandolo con particolare favore sapevano di accattivarsi l'animo del Generale Castagnola, padre del capitano. Questi era incapace di porre un freno alla naturale esuberanza della sua età. Aggiungasi che pel fatto della guerra egli era anche più immaturo di quello che si suole essere a quell 'età, per cui avevo in lui più un bambino da condurre anziché un capo ufficio segreteria. Sapendolo ammogliato e con prole non trascuravo occasione per consigliarlo di far venire a Budapest anche la famiglia pensando potesse essere di remora alla sua tendenza verso certe compagnie, e certi ambienti sentine di dissipazione e di libertinaggio. Ma egli mi obiettava con un certo fondamento che la Missione aveva carattere transitorio, che la vita di albergo colla famiglia gli sarebbe risultata molto dispendiosa mentre a Roma beneficiava della combinazione di tenerla presso i suoceri, ed io dovevo tacermi a corto di altri motivi e dell'appoggio che cercavo a questo proposito nel Generale Mombelli, il quale lo teneva e lo trattava come un figlio. Lasciato a se stesso, come più tardi si verificò colla mia partenza da Budapest, egli finì per mettersi tra donne e debiti in un mare di guai, e dare non pochi grattacapi alla Missione.
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A rendermi più difficile e più ingrata questa azione di vigilanza contribuivano diversi ufficiali ungheresi appartenenti alla migliore società, comandati in servizio alla Missione per fare da collegamento tra essa e le autorità militari e civili locali. Fare servizio ad una delle missioni estere equivale in pratica a non avere nulla da fare ed a beneficiare di molti privilegi di inestimabile valore in quella fase transitoria tra la guerra e la pace, epperciò era intervenuta una specie di gara da parte dei giovani ufficiali ungheresi per farvisi assegnare. Veniva poi di per sé che per difetto di più proficua occupazione si assumessero il compito di iniziare e pilotare i loro colleghi italiani nella vita spensierata di Budapest, rendendo al generale ed a me un cattivo servizio, del quale tuttavia poteva talvolta apparire di cattivo gusto il non esser loro grati. Quanto a me continuavo a valermi particolarmente dei Capitani Sibelka e Tarnoki susseguitisi al Tenente Donath, che le autorità militari sovietiche mi avevano tolto qualche settimana prima del crollo di Kun Béla, come ho già narrato. Intorno al generale oltre al Tenente Just ed al Tenente Szterényi si avvicendavano altri ufficiali ungheresi di cui mi sfugge il nome, per cui a poco a poco ciascuna delle quattro missioni dei generali tra il personale venuto dai loro rispettivi paesi e quello acquisito localmente aveva preso l'aria di ambasciata. Benché socievole per natura avevo trovato opportuno di tenermi fuori da questo circolo di mondanità ufficiale costituitosi intorno alle Missioni, in primo luogo perché nella situazione creatasi colla occupazione romena se ne ritraeva poco utile per il servizio; in secondo luogo perché mettevo in imbarazzo chi mi ospitava e di malumore diversi miei colleghi delle altre missioni. Accadeva che per età e per anzianità di soggiorno a Budapest mi spettasse la precedenza sopra tutti i colleghi del mio grado, e questo accoppiato alla popolarità acquisita eclissava un poco troppo gli altri, ciò che capivo non riuscisse loro sempre gradevole. Non potendo poi accettare gli inviti degli uni e non quelli degli altri, così preferivo restare nel circolo di quelle conoscenze ed amicizie fatte durante il tempo precedente all'arrivo della Commissione dei generali, e tra esse ed il teatro dell'Opera avevo già più distrazioni di quanto avrei desiderato per non sottrarre al disimpegno delle mie mansioni il meglio della mia energia fisica e della mia capacità intellettuale. La singolare situazione conferitami dalle evenienze e quel fascino che esercita di solito la notorietà nel sesso femminino, mi aveva esposto a non poche e serie tentazioni in una città come Budapest, dove non c'è davvero penuria di belle donn e e di donne cli vivace tem peramento. Nella rifioritura di vita mondana susseguente al comunismo si era andato perfino diffondendo ed accreditando la voce che meditassi un matrimonio con una ungherese; si facevano i nomi di due signorine entrambe appartenenti a vecchie famiglie dell'aristocrazia magiara, una delle quali già legata da parentela colla migliore nobiltà piemontese. Mi si sapeva celibe e senza vincoli femminili extra coniugali né a Budapest né in 1talia, e tanto bastava perché in certi salotti più frivoli se ne prendesse motivo per ricamare dei romanzi intorno alla mia vita privata. Debbo tuttavia confessare che anche io non ero passato incolume da quell 'insieme di circostanze propizio all'avventura. Una di quelle tante donne che era venuta piangente ad invocare il mio intervento perché le salvassi un congiunto imprigionato e seviziato dagli sbirri comunisti, m'intenerì e mi commosse tanto colla sua semplice ed illimitata riconoscenza per vedersi insperatamente esaudita, che senza avvedersene e senza volerlo né da una parte né dall'altra ingenerò in entrambi un profondo reciproco affetto. Tuttavia sapemmo guardarlo e nasconderlo gelosamente agli altri, pure rammaricandoci che questo ci obbligasse ad incontrarci raramente ed alla sfuggita. Concordavamo nel con-
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cetto che la fiamma del nostro sentimento ne guadagnasse in bellezza ed intensità avvolgendola nella poesia del mistero e difendendola da indiscrezioni. Quest'affetto che si manifestava con una devota adorazione e col godimento che si prova nel circondare chi ci è caro di mille attenzioni e sollecitudini era per me un riposo ed al tempo stesso uno stimolo di energie. Ne traevo ispirazione a pensieri elevati e volontà di perfezionamento a tal punto, che mi sembrava di non essere meritevole di incontrare di nuovo quella donna, se non avevo alJ'attivo dei giorni intercorsi, la coscienza di avere fatto tutto intero il mio dovere di uomo, di italiano e di soldato. La tentazione di trovare o creare pretesti per incontrarmi più sovente con quell'essere squisitamente femminile per tenerezza e devozione era d'altra parte combattuta dal doppio obbligo che sentivo di non compromettere la donna di fronte ai suoi familiari e conoscenti e di controllare severamente la mia condotta privata affinché apparisse quanto più possibile irreprensibile ed austera agli occhi del personale dipendente della Missione ed a quelli del pubblico portato inevitabilmente a giudicare la Nazione e l'Esercito che rappresentavo dalla maniera come si comporta uno dei suoi esponenti. Questo insieme di circostanze fece della mia passione ungherese di quei giorni, un fiore che non venne mai meno di profumo, di colore e di freschezza, un fiore che stentò alquanto ad appassire, e non reclinò il capo così presto come fecero tutte quelle povere e magnifiche rose colle quali l' oggetto della mia passione fece un giardino dell'automobile che mi conduceva via da Budapest al termine della missione. Come dalla riconoscenza era nato questo amore così dalla riconoscenza mi vennero in questo tempo parecchie gioi e, tra le più belle, le più grandi e le più pure che Dio possa concedere ad essere umano. Persone da me direttamente o indirettamente favorite e beneficate chiedevano e talvolta imploravano di vedermi e parlarmi per esprimermi colle parole e gli accenti della semplicità e della sincerità tutta la infinita loro gratitudine per quello che la Missione aveva fatto per loro senza conoscerle, senza intercessioni, senza umiliazioni ... senza pretendere od aspettarsi neppure un cenno o gesto di ringraziamento. "Ogni sera ed ogni mattina nelle mie preghiere si confondono i nomi della Regina Maria di Romania ed il suo, che, per ispirazione divina, mi fecero la grazia di riavere il mio unico figlio". Mi diceva un giorno una vecchietta con voce da commuovere un sasso, mentre m'inondava la mano di lacrime. Più si allontanava nel tempo il periodo della tormenta bolscevica, più apprezzavo e mi riuscivano di indicibile soddisfazione queste saltuarie spontanee espansioni di singoli che mi rivelavano la sincerità e profondità dei sentimenti che le determinavano. È invero così raro il caso di coloro che sanno imporsi la gratitudine ed il culto della gratitudine per puro ed esclusivo debito di coscienza, che ci si può reputare fortunati, quando la sorte ci regala parecchi di questi casi. Si fa talmente l'abitudine alla cosiddetta regola rappresentata dai più che dimenticano o preferiscono dimenticare i benefici ricevuti, ovvero li rammentano soltanto per un secondo fine o, rammentandoli , rifuggono dal manifestarvene riconoscenza per superbia od alterigia, che è comprensibile quanto debba commuoverci l'imbattersi con chi si comporta differentemente.
xxv COMINCIO AD ESSERE DI TROPPO PER L'ITALIA E PER L'UNGHERIA
Col decorrere delle settimane mi appariva sempre più evidente il poco costrutto del lavoro della Commissione Interalleata dei Generali. Come ho già detto il suo primo e specifico incarico era quello di conseguire che i romeni sgomberassero l'Ungheria del loro esercito di occupazione e non la depredassero. In quale conto le autorità politiche e militari romene tenessero gli ordini che venivano loro da Parigi erasi già visto dopo la rotta della armata rossa di Kun Béla, quando tutte le ingiunzioni di Clémenceau non erano riuscite né a fermare la marcia su Budapest, né a sospendere l' applicazione di un arbitrario ed unilaterale trattato di pace ungaro-romeno che infirmava una situazione avente carattere di priorità e si traduceva in pratica in una spogliazione incivile del vinto. La Commissione Interalleata dei Generali era perciò esautorata prima ancora di insediarsi. Perché avesse potuto assolvere il suo mandato, Parigi avrebbe dovuto conferirle moralmente se non materialmente una autorità ed un potere prevalente sopra ogni altro. Che valore poteva avere quella piccola compagnia di scorta armata, data per lustro a ciascun generale? Con questo non voglio dire che si fosse fatto male a conferire una certa pompa ai rappresentanti degli eserciti vincitori, ma le circostanze comportavano sostanza oltre che forma. Soprattutto in questa parte d'Europa da poco sgomberata dalle truppe tedesche educate ad una scuola maestra nel soggiogare le masse con i simboli e le manifestazioni della forza, e di fresco uscita da un governo dittatoriale impostasi soltan to colla violenza e col terrore. Il caso della Commissione Interalleata dei Generali si presentava poi diverso da quello delle nostre missioni di armistizio in quanto a Budapest per causa dell'azione militare romena contro il bolscevismo si era di nuovo determinato uno stato di guerra. C'era tutto un esercito in armi ancora infatuato da una facile vittoria , al quale i generali avrebbero dovuto imporre una linea di condotta, e c'era uno Stato messo sossopra da guerre e rivolgimenti interni che aspettava di essere guidato ed aiutato a riordinarsi. Nell'impossibilità di fare altrimenti i quattro generali nella loro buona volontà di assolvere il mandato ricevuto e di assolverlo senza che in Ungheria si riaccendesse qualche nuovo conflitto o rivoluzione si adattarono a lasciare andare le cose un po' per la loro china, contentandosi d'interporre i loro buoni uffici, la loro mediazione e di invocare quella di Parigi quando le cose minacciavano d'imbrogliarsi, appigliandosi cioè a quella che non di rado è la più saggia via da seguire. Intorno al governo fuoruscito di Szeged erasi andata raccogliendo una milizia volontaria formata prevalentemente di ex ufficiali dell'esercito austro-ungarico. Crollato il fronte bolscevico e Kun Béla in fuga , il governo di Szeged pensò fosse il momento di porre la sua candidatura alla successione e si avventurò a spingere avanti quella sua milizia. Ma la piega presa dagli eventi gli consigliò prudenza. Senza lasciarsi intimorire dalle imponenti forze dell'invasore si tenne in osservazione ed in atteggiamento non provocante.
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Quella milizia si trovò così a funzionare da centro di attrazione e di raccolta di molti reparti di truppe sbandati che si ritiravano inseguiti dai romeni. Senza poter dire che anche così ingrossata quella milizia fosse tale da imporre soggezione ai romeni, sta il fatto che questi preferirono astenersi dal farle una qualsiasi intimazione rinunziando ad invadere il territorio dove stanziava, indotti a ciò anche dal non sapere quale appoggio godesse il governo di Szeged presso il Generale Franchet d'Esperey. Allorché quindi si pose il problema di come effettuare il graduale ritiro delle truppe romene evitando incidenti e conflitti locali la Commissione Interalleata si reputò fortunata di trovare nella milizia di Szeged - accresciutasi frattanto di numero e di mezzi - un embrione di esercito nazionale. Per quanto possa sembrare incredibile la Commissione Interalleata dei Generali per diverso tempo si era disinteressata di quanto concerneva l'ammassamento, la composizione, il comando e lo spirito di queste truppe, che pure stanziavano a poco più di un centinaio di chilometri da Budapest. Fu necessario che si verificassero degli incidenti e conflitti locali tra soldati magiari e soldati romeni perché l'argomento si inserisse nel programma di discussioni di una delle sedute dei generali. A me ne avevano dato saltuarie e vaghe notizie diversi informatori finché un giorno Padre Bonaventura fu in grado di riferirmene qualcosa di più. Alla fine di agosto queste truppe pareva sommassero a poche migliaia di uomini dislocate ad oriente del Balaton* ed a cavallo del basso Danubio: ma quanti uomini precisamente fossero, come si ripartissero fra le diverse specialità di arma , quali mezzi disponessero lo ignoravo. Nell'idea che fosse assai importante per noi di sapere esattamente come stessero le cose, proposi al Generale Mombelli di sollevare l'argomento in Commissione consigliando ai colleghi la decisione di delegare uno o due ufficiali delle Missioni a vigilare dappresso laricostituzione di questo esercito. Rappresentavo al Generale Mombelli, che, per ciò che mirisultava, presiedeva a tale riorganizzazione l'Ammiraglio Horthy, un uomo di valore, che avevo conosciuto ed aveva lasciato in me l'impressione di un tipo di soldato leale ed energico col quale ci saremmo subito intesi. Tuttavia occorreva rammentare che l'Ammiraglio Horthy e le sue truppe erano tutt'uno con gli uomini del governo di Szeged e pertanto con uomini che potevano aiutarci od ostacolarci nella soluzione voluta da Parigi di gettare a mare il governo Friedrich. Non nascosi al Generale Mombelli che avvalendomi della conoscenza personale fattane nei giorni susseguenti alla caduta del bolscevismo avevo cercato di entrare in contatto epistolare coll'Ammiraglio Horthy e col suo Stato Maggiore ma le mie lettere erano rimaste senza risposta. Era assai probabile che esse non fossero giunte a destinazione, ma non era neppure da escludere che il destinatario o il suo entourage avessero preferito di sottrarsi ad una risposta suscettibile di stabilire un contatto in un primo tempo ed una ingerenza non desiderata delle Missioni in un secondo tempo. Per parte mia propendevo per questa ultima ipotesi. Avevo anzi la sensazione che così foss e, epperciò trovavo che la Commissione veniva meno al suo compito disinteressandosi di una questione così capitale. Al generale facevo poi osservare che noi italiani eravamo e dovevamo essere i più interessati nel seguire davvicino ed in certo modo presiedere alla rinascita di un esercito ungherese, per l'influenza che i sentimenti da cui esso sarebbe stato animato avrebbero avuto sulla politica della nuova Ungheria. Questo motivo non convenendo accennarlo esplicitamente in Commissione per non accreditare delle mire nazionali ancora inesistenti, dicevo al generale che sarebbe bastato rappresentare alla Commissione l'opportunità di abbinare la questione dell 'esercito a quella at* li grande lago Balaton è nella parte occidentale dell'Ungheria, detta Dunantul, "oltredanubio ".
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tualmente sul tappeto della gendarmeria, l'una e l'altra connettendosi allo sgombro delle truppe romene. Ma per quanto insistessi non mi fu possibile indurre il Generale Mombelli a prendere quell'iniziativa e neppure di ottenere - quando poi a suo tempo la questione fu sollevata che egli rivendicasse alla Missione italiana il diritto di porre a capo della sottocommissione di organizzazione dell'esercito uno dei suoi ufficiali. Siccome si voleva che detto capo avesse il grado di colonnello, così avevo detto al generale che disponesse pure di me per tale funzione, se riteneva che potessi essere persona appropriata e gradita. Distratto da altre incombenze venni poi a sapere che a capo di quella sottocommissione era stato posto il Tenente Colonnello Berthon, francese. Quando lo seppi non potei trattenermi dal significare al generale che non avendo egli creduto o potuto sostenere la mia candidatura alla testa di quella sottocommissione, si sarebbe almeno dovuto battere perché la sottocommissione fosse presieduta da un ufficiale americano anziché da un francese, perché non era nella nostra convenienza che le sfere militari francesi pigliassero piede in Ungheria oltre che nella penisola balcanica, in Cecoslovacchia ed in Polonia. Tale soluzione appariva anche facile ad ottenersi in quanto la Missione americana doveva sentirsi menomata pel fatto che uno dei suoi ufficiali , il Colonnello Horowitz, di grado superiore al Berthon, sedesse in quella sottocommissione alla dipendenza di quest'ultimo. Taciturno per natura , il generale diveniva addirittura muto quando gli tenevo queste conversazioni che non gli piacevano; ed è raro che desse la soddisfazione di una parola a queste mie recriminazioni . Che pensava? Era la domanda che spesso mi ponevo. Certo anche egli doveva accorgersi che collo scarso senso di obiettività ed equanimità che caratterizzava il consesso di Parigi e la palese tendenza dei suoi maggiori esponenti a fare sempre meno sacrificio dei propri interessi e delle proprie particolari aspirazioni sul1' altare della comune causa, la Conferenza della Pace lavorava a preparare nuove guerre anziché a porre le basi di una era relativamente lunga e feconda di pace. Necessitava quindi premunirsi e non lasciarsi soffiare delle posizioni suscettibili di equilibrare la potenza degli alleati di ieri e probabili nemici di domani, quand 'anche nel mio intimo discordassi in peno con questi concetti. Certo anche egli doveva avere presente le vicende di Fiume e probabilmente passando da Roma si era sicuramente incontrato col Generale Graziali che gliene aveva fatto conoscere il retroscena e la parte odiosa giocatavi dai nostri amici della vigilia! Persuaso che il generale la pensasse in fondo come me, e che, per prudenza, tenesse a non rivelarsi, era mia abitudine di non darmi per vinto pel suo mutismo soprattutto se la questione mi pareva importante. Perciò anche dopo che l'incarico di soprassedere alla riorganizzazione dell'es rcito ungherese era stato affidato al Tenente Colonnello Berthon, tornai a sollecitare il generale perché cogliesse ogni occasione accidentale o voluta per prendere e mantenersi in contatto coli ' Ammiraglio Horthy e col suo Stato Maggiore, facendo se non altro come faceva , più a scopo di diporto che altro, il Generale inglese Gorton. Curioso di sapere qualcosa di questo esercito ungherese in formazione che non fosse di seconda mano, e desideroso ad un tempo di non fare alcunché che potesse interpretarsi dal generale come un mio arbitrario seguito alle proposte che egli aveva lasciato cadere, provocai un invito a caccia nelle vicinanze di Si6fok*, dove sapevo che risiedeva l' Ammiraglio Horthy e dove pochi giorni prima sapevo che questi aveva presentato una parte delle sue truppe al Generale Gorton. * Si6fok è un centro sulla riva meridionale del lago Balaton.
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Ebbi così modo di incontrarmi con qualche reparto che faceva delle esercitazioni e con diversi drappelli che transitavano e sostavano qua e là attendendo ai loro servizi e di ammirarne il contegno, la disciplina, lo spirito marziale, la cura dell'uniforme e l'armamento quest 'ultimo limitatamente alle poche forze venutemi sott'occhio. Non si sarebbe mai detto che quelle truppe uscivano vinte da due guerre e che fossero passate attraverso il disgregamento di una rivoluzione. Confesso che potevano dare dei punti alle nostre! Ciò fa ceva onore a chi presiedeva dall 'addestramento di quelle milizie e deponeva a favore dell'elemento uomo fornito dalla Nazione. Mancai invece di incontrarmi casualmente, come avrei voluto, con qualcuno del comando, per cui restai all'oscuro di molti aspetti importanti. Mi era stato riferito che il nuovo esercito aveva potuto provvedersi di un ottimo armamento rimasto celato durante gli ultimi rivolgimenti politici. Ma in quale misura? Di che genere? Non poteva trattarsi di quello dell'armata di Mackensen, perché mi risultava che la Commissione dei Generali ad un quesito dei romeni aveva risposto riservandosene la disponibilità. Mi era stato pure riferito che nell'esercito spirasse e si fomentasse uno spirito di acceso nazionalismo e di rivincita. Era vero? E quale era l'avversario? Che si nutrissero sentimenti vivamente ostili ai romeni non era un mistero per nessuno, perché non passava giorno che non si avessero a registrare degli scontri tra soldati ungheresi e soldati romeni. La Commissione dei Generali poteva bene avere avuto la previdenza di frapporre fra truppe romene che andavano sgombrando il territorio occupato e truppe ungheresi che avanzavano una distanza di trenta chilometri, gl 'incidenti continuavano ed erano episodio giornaliero. Per contro mi pareva doversi escludere che l'ambiente militare ungherese fosse ostile agli Stati dell'Intesa , sia singolarmente considerati, sia collettivamente. Lo desumevo anche dal rispetto senza ostentazione col quale ufficiali e soldati si contenevano nei confronti del personale delle Missioni. Bastava che uno di loro vedesse un automobile contraddistinto dalla bandierina di una delle quattro nazioni dell 'Intesa perché si mettesse pronto sull'attenti e facesse il saluto. Altro punto che mi sarebbe interessato conoscere, e che doveva interessare anche la Commissione dei Generali era il sapere fino dove il comando di questo esercito solidarizzasse col governo di Friedrich e colle sue tendenze reazionarie. Venuta a mancarmi la possibilità di essere investito del controllo del riordinamento dell'Honvéd, mi auguravo che il Generale Mombelli mi utilizzasse almeno come un capo di stato maggiore della Missione. Mi mettesse cioè a parte del suo pensiero e delle istruzioni superiori alle quali era chiamato ad uniformarsi perché potessi esplicar con lui la mia parte di collaboratore. Ma fosse natura o partito preso il generale restava per me un compartimento stagno, una sfinge. Di qui la necessità di operare e muovermi di mia iniziativa affidandomi esclusivamente al mio criterio assillato continuamente dal dubbio che il lavoro non dovesse risultare di alcun profitto per il Paese, per non pensare addirittura al peggio e cioè che pregiudicasse quanto altri facevano nella direzione voluta dai nostri interessi. Confesso tuttavia che questo mi doleva assai meno che il vedere a volte la Commissione dei Generali con una inattesa deliberazione contrariare o demolire qualche mia iniziativa, senza che Mombelli che n'era a conoscenza avesse speso una parola od un gesto per opporsi, proporre qualcosa che si potesse conciliare con essa. Non era neppure raro che venissi a sapere che mi affannavo inutilmente in una determinata direzione o per un determinato scopo perché la Commissione aveva disposto differentemente, e che lo venissi a sapere non da Mombelli, ma da altri o casualmente, pel fatto che egli mi teneva all'oscuro dei lavori della Commissione.
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Quando questo avveniva non esitavo a dolermene col generale prendendone anzi spunto per significargli il mio apprezzamento sulla poco proficuità del lavoro compiuto senza una piena comunione di pensiero e di azione fra chi comanda e chi obbedisce, e senza una grande fiducia ed una ininterrotta continuità di rapporti fra i due. Domandavo che l'ufficio del generale, se non voleva farlo lui stesso, mi desse visione dei verbali delle sedute della Commissione e mi comunicasse o mostrasse il carteggio giornaliero che non fosse di assoluta confidenzialità, che facesse insomma quanto faceva il mio ufficio nei confronti della di lui segreteria. A volte mi rimproveravo di essere stato io stesso a mettermi fuori della Commissione dei Generali, pensando che qualora vi fossi rimasto anche sotto la veste di interprete avrei sempre potuto esercitare una qualche influenza sulle sue deliberazioni, e quand'anche questo non mi fosse riuscito vi avrei sempre guadagnato coll 'essere a giorno delle questioni trattate, dell 'interesse che a ciascuna di esse vi annettevano le diverse missioni ed infine per meglio valutare i vantaggi o danni nei confronti dell'Italia e regolarmi di conseguenza. Ma poi tranquillizzavo la mia coscienza dicendomi che la Commissione non avrebbe mai tollerato un interprete che non avesse circoscritto la sua attività alla semplice funzione a lui affidata, e che fuori o dentro della Commissione il Generale Mombe11i avrebbe potuto trarre diverso partito di me per poco che lo avesse voluto. Così come stavano le cose non c'eravamo che noi italiani che a Budapest giocassimo una partita a carte scoperte e non facessimo nulla o quasi nulla per prepararci in Ungheria un terreno di relazioni utili oltre che platonicamente amichevoli. Senza entrare a questo proposito in particolari, che per essere desunti da indizi potrebbero avere sapore di pettegolezzi, bastava osservare come esplicava la sua azione l'Inghilterra. Col pretesto del Danubio insieme al Generale Gorton aveva inviato a Budapest l' Ammiraglio Troubridge con tutto un suo particolare stato maggiore, facendogli attribuire la presidenza della Commissione del Danubio, ciò che lo poneva in condizioni di intervenire e dettare legge sopra un numero indefinito di questioni di capitale importanza per tutti gli Stati da Vienna a Bucarest. Così senza parere l'Inghilterra tirava i fili dei principali personaggi che si movevano sulla cena di Budapest ed era occulta o palese arbitra di ogni combinazione od evento che si verificava. Concorrere e tanto meno equilibrare una tale potenza non era neppure concepibile per noi italiani obbedienti alla timida consegna di farci più piccoli ancora di quello che siamo, ma quello che avrei voluto era di non stare colle mani in mano, di farci cioè largo nella misura che le circostanze e le mie stesse relazioni permettevano. Ma questo entrava tanto poco nell'ordine di idee del generale che mentre nelle prime settimane di collaborazione egli mi lasciava una relativa libertà di azione ed accettava qualche mia proposta, dopo avvenuto l'incidente Papalardo pareva si studiasse di mettermi le pastoie circoscrivendo sempre più le mie facoltà e si dimostrava restio, per evidente partito preso, a prendere in considerazione qualunque mia veduta o suggerimento. Come è facile supporre ciò non serviva ad avvicinarmi al generale come era nei miei desideri , perché nell'urto si accentuavano i contrasti fra i nostri due temperamenti. Eravamo troppo agli antipodi: lui compassato, attento e quasi preoccupato di non fare qualcosa che non fosse esplicitamente contemplato dalle istruzioni ricevute, timoroso e istintivamente riluttante di assumere maggiori responsabilità di quelle strettamente connesse colla carica, complimentoso e premuroso oltre il necessario colle persone estranee alla Missione sembrava vivesse sotto l'incubo dell 'etichetta e del protocollo. Io per contro ero spregiudicato ed abituato a guardare quasi esclusivamente al fine da raggiungere, nella persuasione che quando lo si persegue con personale disinteresse e lo si pone in elevate sfere si può anche, entro certi limiti, offendere il manierismo e le consuetudini del mondo.
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Pel generale si sarebbe detto che subordinasse la sostanza alla forma tanto si dimostrava schiavo di questa ultima , mentre io pure apprezzando il valore della forma ero sempre un po ' propenso a calpestarla quando la trovavo di impaccio a conseguire uno scopo. Quando a primi di ottobre venni a conoscenza che era arrivato a Budapest Sir George Clark, col particolare incarico del Consiglio della Pace di risolvere il governo Friedrich a dimissionare e dargli una successione gradita a Parigi, non mi peritai di dire al Generale Mombelli che questo messo straordinario non sarebbe stato necessario se la Commissione dei Generali non si fosse lasciata menare pel naso da Friedrich e dai legittimisti, che ancora credevano in lui nonostante la disinvoltura colla quale si era servito dell'Arciduca Giuseppe. Tornai in tale occasione a ripetergli con rude franchezza che per dipanare quell'arruffata matassa di partiti, di ambizioni e d'interessi personali che si agitavano ed intorbidavano in quel momento il mondo politico ungherese non c'era che appigliarsi al partito di patrocinare un governo incolore ed imporlo con un atto di autorità opportunamente rivestito di forme impeccabili. Nella sostanza l'atto sarebbe stato pienamente giustificato, e per certo gradito alla maggioranza degli ungheresi, per poco che il governo venisse sostituito con uomini di fede, capaci ed apolitici quali potevano essere scelti da chi, come noi, era fuori delle lotte e passioni locali, un governo capitanato da un nocchiero vecchio ed esperto a navigare fra gli scogli parlamentari come quello al quale io mi ero rivolto, ma che poteva benissimo essere un altro del medesimo stampo. Se la Commissione Interalleata dei Generali si fosse messa di accordo col Comando romeno di risolvere per primo questo quesito, che non solo era di comune interesse, ma che si presentava logicamente come la premessa per appianare e risolvere le altre, anche il termine dell'occupazione ne sarebbe stato affrettato. Io stesso - dicevo al generale - mi sarei impegnato di riuscirvi. Oggi - soggiungevo - non mi sentirei più di assumermi un tale impegno, perché messo poco a poco in disparte dal mio stesso capo missione, la mia autorità e prestigio erano andati scadendo ed il mondo ungherese non mi avrebbe seguito così facilmente come due mesi fa. Nella missione di Sir George Clark vedevo presentarsi una occasione suscettibile di essere sfruttata per quotare meglio le nostre azioni in Ungheria. Occorreva però che avessimo una parte, sia pure secondaria, nella costituzione del nuovo governo ungherese cioè nel buon esito della di lui missione. A Sir George doveva logicamente sorridere l'idea di riuscire nel suo incarico, di tornare cioè a Parigi avendo lasciato a Budapest un governo che non rappresentasse una reazione alla vittoria delle nostre armi. Poteva quindi interessargli la cooperazione di chi per essersi avventurato prima di lui a risolvere quello stesso problema e per il credito che godeva nell 'ambiente politico avrebbe avuto la possibilità di giovargli. Il mettermi in vista presso di lui sarebbe stato per Mombelli un gioco di strema facilità , perché a lui era noto come per essermi tenuto in disparte e per avere evitato di menar vanto delle mie vicende ungheresi, incontravo molte simpatie fra i generali della Commissione, includendo Graziani, il quale benché rappresentante della nostra poco benevola consorella latina, si dimostrava scevro da quel pregiudizio di antitalianità comune a tre quarti dei francesi. L'ammiraglio Troubridge mi portava poi ancora più in palma di mano del Generale Bandholtz, il quale aveva pure un debole per me. Bisognava trovare il modo di far fare il mio nome da qualcuno di loro, ed il Troubridge sarebbe stato il più appropriato ed ascoltato.
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Ad una mia collaborazione nella cosa avrebbero forse potuto opporsi i romeni, sebbene dopo le conversazioni col ministro Diamandi, una qualche distensione di animi nella sfera non militare fosse intervenuta. Ma come riuscire a mettere in testa a Mombel1i l'idea di affacciare una simile proposta? La cosa non era facile. Come ho detto questo sarebbe stato un facile gioco se il Generale Mombelli ed io avessimo ragionato e pensato nel medesimo modo. Ma il generale quando entrava in simili argomenti era molto se mi concedeva una paziente rassegnazione nell'ascoltarmi . Prima ancora di sapere di cosa si trattava egli era deciso a lasciar cadere la cosa. Perché doveva egli ingerirsi di ciò che non rientrava strettamente nelle istruzioni ricevute? Che interesse personale aveva che Sir Clark riuscisse o non nel compito suo? Che importava a lui che l'Ungheria trovasse oppure no un assetto politico tranquillo e di una qualche stabilità? Quando di ciò non si davano pensiero le autorità superiori dalle quali dipendeva? Perché spingere l'interpretazione del suo dovere fino al punto di prospettare a quelle un aspetto personale della situazione desunto da scambi di vedute ed osservazioni locali od una proposta? Così si sarà detto fra sé il generale. Il Generale Mombelli avendo lasciato cadere tale mia idea e non convenendo d'altra parte a me l'esibirmi a Sir George per consigli non cercati, continuai a tenermi in disparte seguendo attentamente attraverso informazioni ufficiose e confidenziali la clemarches del nuovo Messia dell' Intesa. Sir George Clark diplomatico della vecchia scuola e per soprappiù inglese era insuperabile come attaccamento alla forma ed alle tradizioni. Bastava vederlo come portava all'occhio la caramella, come ci si baloccava, come parlava e gestiva sapendo dare alle sue parole ed ai sui gesti una grande importanza anche quando non diceva nulla e probabilmente teneva a non dir nulla. Ciononostante debbo riconoscere che riusciva simpatico, perché quel suo modo di fare era naturalissimo, senza la minima ostentazione. Eppoi lo riservava all'esercizio delle sue funzioni professionali, perché quando lo si incontrava in un restaurant alla moda oppure in un cabaret notturno davanti ad un bicchiere di whisky in compagnia di persone del suo rango sociale la sua giovane età riprendeva il sopravvento e sapeva divertirsi. Lo conobbi ad una colazione offerta dall 'ammiraglio Troubridge, dove evidentemente ero stato incluso allo scopo di farmici incontrare perché mi accompagnavo poco con i rimanenti ospiti. Prima di colazione scambiammo poche parole di convenevoli, tra le quali egli trovò modo d'insinuare un lusinghiero apprezzamento per l'opera da me svolta; apprezzamento espresso con un accento che mi sembrò sincero e spontaneo. Tornammo poi a parlare un poco più a lungo dopo colazione per arte di Troubridge che ci aveva riavvicinati e condotti in disparte, ma toccando appena di sfuggita delle cose ungheresi. Senonché nel separarci ebbe a dirmi che si riprometteva d 'incontrarmi di nuovo. L' spressione essendo di uso corrente mi limitai a lasciargli una carta da visita, che dopo essermi stata ricambiata fu seguita da un invito ad uno dei suoi pranzi. Al caffè egli mi si avvicinò ed attiratomi in un angolo con molta abilità mi chiese cosa ne pensassi della situazione politica in Ungheria, del seguito che avevano i diversi partiti ed i diversi uomini più in vista. Pure usandom i la delicatezza di non farne cenno capii ch'egli era minutamente informato dei miei tentativi di condurre detti partiti ad un temporaneo accordo sopra un governo di coalizione, e sull'infelice esito sortito. Di ciò che egli aveva fatto o si proponeva di fare ad analogo fine per discrezione non volli chiedere ed egli preferì tacere. Tuttavia ebbi l'impressione che anche lui pel momento fosse ad un punto morto.
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Perciò e perché d'altro canto non c'era motivo di farne mistero gli raccontai il corso avuto dalle mie conversazioni, il concetto al quale esse erano state informate, quello di consentire l'accesso al potere di elementi del popolo, ed infine le difficoltà di fronte alle quali mi ero urtato. Gli dissi che auguravo a lui maggiore fortuna soggiungendogli che a mio parere questa non gli sarebbe mancata se l'investitura di Parigi fosse così estesa da consentirgli di fare atto di autorità. Sperare che tante diverse tendenze e particolarismi riuscissero a conciliarsi tra loro senza un intervento capace di tagliar corto colle tergiversazioni equivaleva sperare l'impossibile. D 'altronde - ricordo che soggiunsi - io sono del parere che quando i diritti del vincitore o del più forte sono fatti valere con onesta comprensione e rispetto degli interessi del vinto nessuno potrà accusarlo di avere abusato della forza, di avere gettato sulla bilancia la spada di Brenno. Noi ci troviamo davanti - continuai - ad un popolo, il quale per riflesso di vicende interne è oggi incapace di comprendere o scorgere la via più sicura da battere nel proprio interesse nazionale e per quello della convivenza pacifica della nuova Europa generata dalla guerra e noi artefici di essa, abbiamo il dovere di additargliela, di prenderlo per mano incamminarcelo ed esortarlo a seguirla. Mi avvidi subito però che Sir George pure ascoltandomi con qualche interesse dissentiva dal mio ordine di idee. I miei concetti offendevano tutto un insieme di principi di diritto internazionale ai quali egli era più saldamente legato che ad una religione. Un intervento nella politica interna dell'Ungheria imposto battendo sul suolo la sciabola come prediligeva Guglielmo II era o sembrava esser per Sir George un sacrilegio inconcepibile ecomunque inconciliabile colla sua veste di rappresentante d'una Gran Bretagna, pervenuta all'egemonia. Come per tanti diplomatici ed uomini politici la guerra era passata per Sir George senza modificarne in nulla la mentalità e le vecchie concezioni di liberismo. Egli vedeva l'Europa con gli stessi occhi di cinque anni prima, quasi che la bufera fosse passata senza abbattere oltreché degli uomini anche diverse istituzioni, e non si rendeva conto che dopo aver distrutto bisognava riedificare e che l'onere e l'onore di tal dovere incombeva sui vincitori. Alla vigila della mia partenza da Budapest, il 14 novembre, Sir George era ancora in completo alto mare colla sua missione; Friedrich continuava a trovare pretesti per non lasciare il potere, Garami si ricusava di entrare in qualsiasi combinazione che non fosse abbastanza di sinistra e le combinazioni che in quel momento davano garanzia di vita meno effimera mal tolleravano di avere quest'ultimo nella loro compagine. Non fu che dopo qualche giorno che ero tornato a Roma che dai giornali appresi che in Ungheria si era insediato un nuovo governo. Non era più presieduto da Friedrich, ma questi era tuttavia riuscito a conservarvi un posto, e dentro di me pensavo chissà quanta parte doveva avere avuto nel tagliare corto ai dissensi ed alle discussioni il fatto che dal 15 novembre a fianco di Sir George c'era l'ammiraglio Horthy, un soldato rientrato a Budapest alla testa di un esercito da lui inquadrato ed a lui devoto. Persuasione, sì, è una dote indispensabile per guidare degli uomini, ma perché sia efficace occorre sia suffragata da una grande dose di autorità. Mentre, come ho detto, l'ambiente interno della Missione e quello politico ungherese si faceva sempre meno propizio ad una qualsiasi proficua esplicazione della mia attività, una sera all'ora della firma , il Generale Mombelli mi comunicò che stava per tornare a Budapest il comm. Cerruti, il funzionario del Ministero Esteri facente funzione di commissario politico. La notizia mi sembrò non gli facesse molto piacere e destasse in lui una certa mal celata apprensione, benché fosse chiaro che perdurando tra Italia e Ungheria i rapporti di ar-
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mistizio, Cerruti venisse alla Missione in sottordine al generale e per essere segretario di Legazione anche come grado venisse perfino dietro di me. Mombelli che era di solito poco discorsivo, quella sera trovò modo di chiedermi che opinione avessi di Cerruti, che uomo fosse nella vita professionale ed in quella privata e come convenisse prenderlo, e da parte sua si lasciò sfuggire che per quello che già ne aveva sentito dire da colleghi di Stato Maggiore e da qualcuno dello stesso Ministero degli Esteri Cerruti era un funzionario estremamente difficile a trattarsi perch é cavilloso, insofferente di dipendenza, sospettoso, geloso. L'impressione che ne conservavo desunta di pochi giorni di collaborazione avuta durante il bolscevismo era che fosse un inferiore poco comodo in quanto presumeva di non essere tale in nessun campo, e quindi era facile alla critica. Trovava tutto male e risibile quello che facevano gli altri, pronto ad attribuirsi tutti i meriti di quello che riusciva ed a riversare su altri le responsabilità di ciò che falliva. Bisognava tuttavia riconoscergli una operosità ammirevole, una estesa ed eclettica cultura ed un'arte non comune di farsi strada, celando gelosamente i suoi disegni, ma non perdendoli un istante di vista. Come diplomatico dissi al Generale Mombelli che non potevo pronunziarmi, essendo mancata occasione di apprezzarlo; ma talune doti del diplomatico, quelle in certo modo meno simpatiche, perché scostano più che attraggono, le possiede in sommo grado. Le mie informazioni non parvero rassicurare molto il generale, quantunque concludessi col dargli il consiglio che, a mio parere, il miglior modo, e forse il solo, per andare d'accordo col comm. Cerruti era quello di non tollerare assolutamente che uscisse dalla sua posizione in sott'ordine e astenersi dalla troppa familiarità. Se non se ne attenuavano così tutte le asperità, si aveva almeno il benefizio di obbligarlo a riversare il suo fiele sopra se stesso e coll'amareggiarsi la propria vita quotidiana c'era la probabilità che se ne andasse via una terza volta. Chiusa questa indagine il generale passò a discorrere delle mie mansioni una volta che Cerruti fosse presente. Era ovvio che tutto quanto concerneva i passaporti, gli affari civili e quelli commerciali dovevano logicamente devolversi al comm. Cerruti - diceva il generale - e pertanto vorrei sapere se lei sarebbe disposto ad assumere un altro incarico, pur continuando a far parte della Missione. Gli risposi che io gli avevo dato prova di non avere nulla in contrario ad essere adibito diversamente, ma che, a mio parere, il comm. Cerruti avrebbe dovuto essere il consulente politico del Capo Missione e non dirigente di uno degli uffici. Comunque - soggiunsi - se egli considerava incompatibile la mia permanenza alla Missione insieme al comm. Cerruti per la notorietà che godevo nell'ambiente locale, volesse dirmelo francamente in quanto non sarei stato alieno dal fare ritorno alla Missione di Vienna, come il Generale Segre ne aveva manifestato desiderio. L'idea di essere mandato a Varsavia mi sorrideva. Ma Mombelli si mostrò così contrario ad una simile soluzione, che non mi lasciò neppure proseguire, sottolineando la su ben decisa intenzione di non volersi privare della mia opera, che - come mi disse - apprezzava molto e trovava utile al Paese. Ho spesso ripensato a tale conversazione dopo che i fatti che vado a raccontare attestarono il contrario. Sono tuttavia restato del pensiero che nel momento in cui il generale mi parlava egli era sincero ed avrebbe effettivamente desiderato trattenermi con lui, avesse questo garbato o non garbato a Cerruti. Senonché egli faceva troppo affidamento sulla sua fermezza e valutava troppo poco le arti e la volontà d'imporsi di quest'ultimo. Fu agli ultimi di ottobre che Cerruti arrivò a Budapest. Non ricordo il giorno esatto, avendolo omesso di annotare nel mio diario. È una mia deficienza quella di non annettere importanza a certi eventi di corridoio, che pure ne hanno tanta nella vita, come avrei dovuto arguire dal fatto che il di lui arrivo fosse argomento di molte chiacchiere nel salotto privato della famiglia Mombelli: la signora e la signorina Paola dimostrando di non ralle-
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grarsene molto, mentre mi aspettavo il contrario in quanto come celibe e diplomatico, potevo rappresentare per la figlia un ottimo partito matrimoniale. Tanto dal generale quanto da me Cerruti fu accolto molto amabilmente; Mombelli vedendolo per la prima volta ed io non avendo motivo dai precedenti rapporti avuti a .Budapest di avvicinarlo con prevenzione pel solo fatto che non avesse trovato di suo gusto l'essere alla mia dipendenza. La sola cosa della quale avrei potuto fargli rimprovero era la poca franchezza ed una malcelata gelosia di mestiere, per cui in luogo di ricambiare le notizie e la collaborazione ch'io gli davo con altrettanta onestà professionale da parte sua, egli teneva tutto per sé o per i suoi telegrammi al Ministero, privandomi di utili elementi di giudizio per assolvere meglio il mio dovere. Peccati veniali tutt'al più, quando non si vogliano qualificare come merita trattandosi di un diplomatico sopraffatto dall'ambizione. Ebbi però ad avvedermi subito che la cordialità della mia accoglienza era ricambiata solo in apparenza. C'era qualcosa di gelido e di sibillino nel riso che increspava il suo largo viso e nel suono delle sue parole, che non poteva passare inosservato nemmeno ad un occhio benevolmente predisposto come il mio e per naturale istinto non diffidente. Facendo assegnamento sulla promessa del generale di adibirmi ad altro incarico, probabilmente anche fuori di Budapest, come poteva essere quello d'ispezione dei nostri servizi di controllo alla linea di demarcazione colla Romania - servizio che se pure modesto avrebbe appagato la mia passione di muovermi e conoscere nuove contrade - mi rallegravo di potere passare presto a Cerruti le mie incombenze di carattere civile e commerciale e di potermi ritirare dal campo della politica che oramai mi dava più disillusioni che soddisfazioni. Sentivo di essere impari al gioco di intrighi che si conduceva nelle anticamere delle Missioni estere e nei corridoi dei vari ministeri da cricche di politicanti ansiosi di tornare alla ribalta e fatti audaci dall'esperimento bolscevico a tentare la loro sorte, che non vedevo quasi l'ora che mi si offrisse un pretesto per appartarmi definitivamente, senza che questo mi alienasse le simpatie di tutti coloro che continuavano a vedere in me l'uomo dei miracoli; miracoli che non potevo e non sapevo fare. Con Cerruti era giunto anche il cav. Pittalis, altro funzionario degli Esteri, per assumere le funzioni di console se non in forma ancora ufficiale perché tuttora non conclusa la pace tra l'Italia e l'Ungheria, almeno nella pratica corrente già esercitata dalla Missione dacché era a Budapest; a nessun italiano venendo in mente di continuazione ad indirizzarsi al Consolato svizzero dal momento che era sul luogo una rappresentanza nazionale. Come era stato convenuto in una riunione tenuta nell'ufficio del generale non posi tempo in mezzo nel mettere al corrente Cerruti delle questioni trattate e delle conversazioni in corso ed a mano a mano che se ne dava l'occasione mi feci dovere di presentargli le personalità del mondo politico ed economico, colle quali la Missione aveva relazioni d'affari od io di amicizia. Per evitare incresciosi imbarazzi nel personale dipendente mi ero dato cura di ordinare al Capitano Supino, che trattava le questioni commerciali, di indirizzarsi per l'avvenire al comm. Cerruti continuando tuttavia ad informarmi del seguito delle pratiche che avevano avuto con me un principio di esecuzione, non per semplice curiosità, ma perché possibilmente si armonizzassero i criteri nuovi con i vecchi; ed al Tenente Scioldo addetto all' ufficio Passaporti di mettersi senz'altro alla diretta ed esclusiva dipendenza del cav. Pittalis. Con me restava soltanto il Capitano Castagnola e con lui la direzione e vigilanza del personale, del lavoro di cancelleria e quello di amministrare la Missione. Si capisce che questo nuovo ordine di cose non potevasi attuare dall'oggi al domani come un movimento di un reparto di truppa, ed era pertanto inevitabile che malgrado la buona volontà di ciascuno si verificassero per qualche giorno delle incertezze e delle interfe-
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ESSERE DI TROPPO PE K L'IIALIA E PER L'UNGIIE Kl A
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renze, soprattutto pel fatto che il mondo ungherese, sebbene informato dalla stampa dell'arrivo di Cerruti e della sua carica di R. Commissario politico addetto alla Missione ne ignorava le effettive incombenze e facoltà. Bisognava inoltre tenere presente che per tanti ungheresi era invalsa la consuetudine di rìcorrere a me colle più varie ed eteroclite petizioni e neppure la presenza del generale aveva servito a far loro comprendere, che io non avevo più la stessa voce in capitolo come per il passato, benché i galloni potessero molto sopra gente cresciuta nell 'orbita e sotto l'influsso germamco. Per la verità debbo aggiungere che sia per senso di leale collaborazione, sia per disarmare la sospettosa diffidenza di Cerruti mi ero fatto un punto d'onore di non nascondergli nulla di quanto facevo ad eccezione delle pratiche di indole amministrativa militare. M'ero proposto di essere con lui altrettanto aperto, quanto egli era stato abbottonato con me nei mesi passati. Nel mio desiderio di giovargli mi feci anzi un dovere di condurgli e presentargli io stesso quelle personalità di maggiore rango e distinzione colle quali ero in rapporti, pregando talune che avevano diradato le loro visite di permettermi di porle in contatto col Commissario politico. Uso ad altri ambienti il comm. Cerruti s'insospettì maggiormente di tale mia lealtà soldatesca, perché con mia sorpresa mi venne riferito che i migliori e più disinteressati miei informatori dopo qualche giorno che gli avevano offerto i loro servizi, erano stati ringraziati ed allontanati. La cosa mi dispiacque più nei loro confronti che nei miei, perché avendo ceduto a Cerruti anche il servizio di recensione stampa e la conseguente compilazione del notiziario, finivo per essere io stesso insufficientemente informato. Era appena trascorsa una settimana da quando Cerruti s'era insediato nel suo posto, allorché una mattina me lo vidi entrare nel mio ufficio e quasi omettendo un qualsiasi preambolo di saluto, in tono brusco ed irritato mi fa: bisogna che lei rinunci a ricevere tanta gente ed a occuparsi di politica ... Urtato ed offeso da questo tono mi levai in piedi e troncandogli la parola in bocca lo invitai a considerare che io non ero alle sue dipendenze e pertanto non tolleravo ch'egli si rivolgesse a me in quella forma , né ero disposto ad accettare ordini da lui. Tolto di mezzo questo capitale malinteso nelle nostre relazioni , nell'interesse del buon andamento della Missione, lo pregavo di credere alla mia lealtà nel tenere l'impegno preso di non ingerirmi più di politica ed avrei gradito che mi dicesse, ciò che gli aveva dato motivo di supporre il contrario affinché potessi dissipare ogni suo dubbio. Aggiunsi che avrei ritenuto disonorevole il comportarmi diversamente, oltre che sciocca presunzione da parte mia il mettermi a fare senza necessità il mestiere di un altro. Ero lì per servire il mio paese, e lo avrei servito assai male se avessi preteso di occuparmi di ciò che non era di mia competenza ed ignorando le direttive da seguire. La calma quasi ostentata colla quale gli avevo parlato, più ancora delle parole ebbero l'effetto di una doccia fredda sopra Cerruti, il quale realizzando allora di essersi lasciato trasportare da un irragionevole ed ingiustificato risentimento e di avere fatto un passo falso cambiò tono e soggetto per uscire elegantemente dalla conversazione e ritirarsi. Ma dall'accenno a mezza voce che egli fece di riserbarsi d'intrattenerne il generale ebbi la se nsazione che l'incidente lo lasciava mio irreconciliabile nemico e che era inutile fatica lo sforzarmi a persuaderlo di essere disposto ad una qualsias i collaborazione amichevole e fattiva . All'ora della firma mi chiesi se avessi oppure no a parlarne al generale decidendo infine di astenermene nell'idea di non dare all'incidente maggiore peso di quello che personalmente gli attribuivo ed avendo fi ducia che il generale stesso me ne avrebbe fatto parola se Cerruti gliene avesse riferito. Ciò che non avvenne.
XXVI ORDINE DI RIENTRARE IN ITALIA
Erano trascorsi alcuni giorni dall 'incidente già narrato, allorché un pomeriggio della prima settimana di novembre il G enerale Mombelli chiamatomi nel suo ufficio mi diede visione di un telegramma da Roma, il cui testo diceva pressappoco così: "Pure approvando l'opera del Tenente Colonnello Romanelli pregasi disporre che egli rientri al più presto a Roma per presentarsi al Comando del Corpo di Stato Maggiore". Per rispondere allo sguardo di sorpresa e di interrogazione che io gli rivolgevo dopo terminata la lettura del telegramma il generale manifestando un analogo stupore disse che non sapeva darsi lui stesso spiegazione di tale improvviso richiamo che gli giungeva inaspettato. Poi soggiunse che gli rincresceva molto di doversi privare della mia apprezzata collaborazione ed interpretava comunque il richiamo come una evidente intenzione del comando di affidarmi un nuovo incarico più importante di quello che avrei oramai avuto rimanendo alla Missione. Siccome la decifrazione del telegramma non riusciva del tutto chiara aggiunse che avrebbe chiesto la ripetizione. Da parte mia trovando inesplicabile che per coerenza colle sue espressioni di rincrescimento non domandasse di annullare la decisione, mi venne naturale di fargli presente come chiedendo la ripetizione del telegramma gli si offriva una facile opportunità di proporre che egli aveva già un altro incarico fuori di Budapest da affidarmi, in quanto avrei potuto far parte di una certa commissione interalleata di ufficiali superiori, che per accordi intervenuti nella conferenza dei generali doveva costituirsi e risiedere alla frontiera ungaro-romena e per la quale egli era in procinto di domandare che fosse destinato alla Missione un altro tenente colonnello. La risposta del generale fu evasiva. Come era facil e da prevedere la ripetizione del telegramma non servì che a integrare qualche parola o mutilata o storpia, che non cambiava nulla al contenuto di esso. Nella giornata trascorsa tra la prima e la seconda trasmissione l'oggetto del telegramma suscitò animati commenti tra gli ufficiali della Missione, molti dei quali si palesavano vivamente dispiacenti della mia prossima partenza. Fu attraverso alcuni di tali commenti che venni a sapere che il mio allontanamento dalla Missione era stato provocato dal generale stesso, con telegramma passato in cifra al Sottotenente Corsi come questi imprudentemente si lasciò sfuggire di bocca in mia presenza. Pensai non fosse il caso di dare peso alla rivelazione e feci sembiante di esserne in certo modo a conoscenza, per risparmiare al generale gli apprezzamenti poco simpatici ai quali gli ufficiali si sarebbero abbandonati se avessero saputo l'ipocrita contegno tenuto con me. La notizia mi servì invece a raffigurarmi come le cose a un dipresso erano andate. Cerruti doveva avere preso pretesto dalla fallita intimidazione alla quale era ricorso la settimana prima per porre a Mombelli il dilemma di optare per la sua o per la mia permanenza alla Missione in quanto a suo parere le due erano incompatibili. Con molta probabilità egli doveva avere anche fatto intendere che in ultima istanza si sarebbe indirizzato al Ministero degli Esteri ed il semplice spauracchio di una possibile bega fra quella amministrazione e quella a cui Mombelli faceva capo era bastata per quest'ultimo ad immolarmi.
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Così per una questione personale, per una sciocca ambizione di precedenza si rinunziava all'inestimabile e più unico che raro vantaggio per il Paese di riallacciare le relazioni politico-economiche con uno Stato della coalizione avversaria della vigilia sotto gli auspici di un grande debito di riconoscenza che cancellava ogni rancore o senso di inimicizia. Ma ci sarebbe voluto al posto di Mombelli un generale di altro stampo, di altra individualità, un uomo combattivo desideroso e non timoroso di assumere delle responsabilità , perché soltanto appellandosi a motivi di ordine superiore egli avrebbe potuto rintuzzare le pretese di Cerruti e mortificarne le suscettibilità ed eccessi di amor proprio. Ma a prescindere da ogni altra considerazione, come soldato, il maggiore rimprovero che facevo al generale era che egli, dopo avere sentito le recriminazioni o lagnanze di Cerruti, avesse mancato di convocarci insieme nel suo ufficio per farsi un suo proprio giudizio sul preteso dissenso prima di prendere una decisione, e che le circostanze gli dettavano di sacrificarmi senza ascoltarmi non si fosse almeno data la pena di convenire con me il modo di farmi partire avendo ottenuto in precedenza la mia designazione ad altro incarico, che suonasse implicita approvazione del mio operato. Ho tuttavia ragione di credere che qualcosa in tal senso avesse proposto, altrimenti si sarebbe astenuto dal farmi ripetutamente luccicare la prospettiva di un nuovo posto all'estero, né al mio arrivo a Roma mi sarebbero state fatte quelle lusinghiere profferte di cui narrerò in seguito. Per attenersi al testo del telegramma di richiamo il Generale Mombelli avrebbe desiderato che lasciassi Budapest entro quattro o cinque giorni al massimo. Senonché io gli feci osservare che anche facendo astrazione da ogni altra considerazione, non sarei mai riuscito in così breve spazio di tempo ad effettuare la consegna del carteggio e dell'amministrazione della Missione in modo che chi mi sostituiva fosse poi in grado di raccapezzarcisi dato che gli uffici avevano sempre difettato di archivisti e mancato di un contabile. Oltracciò feci presente che non ero affatto disposto ad accettare che nell'ambiente estraneo alla Missione si potesse interpretare la mia partenza come una fuga, quando per contro non c'era nulla da rimproverarmi e non volevo infine mancare alle più elementari norme di cortesia trascurando di congedarmi da tutti coloro coi quali avevo avuto relazioni d'ufficio e di amicizia. Accortosi della mia intransigenza su questo punto, Mombelli finì per accogliere la data da me stabilita della metà di novembre. La notizia della mia prossima partenza si propagò come un lampo per Budapest e se in taluni circoli di gente più navigata se ne intuivano le cause, altri vi ricamavano le più strampalate fantasie. Una di esse quella forse maggiormente diffusa ed accreditata, era che il Governo italiano mi avesse richiamato coll'intenzione di mandarmi in Russia. Lo pensavano anche persone serie e di elevata situazione professionale, che venivano a chiedermene conferma e ad esternarmi le loro ansie e preoccupazioni per i nuovi pericoli cui sarei andato incontro. Forse nella mentalità di parecchi ravvisavasi in me un medico del bolscevismo, uno che possedesse lo specifico per guarire i popoli da questa paurosa malattia. Se casualmente e scherzosamente osservavo loro che non conoscevo alcun rimedio infallibile, e che non sempre il buon volere, l' imparzialità ed un sincero senso di umanità sono destinati al successo, vedevo che essi mi guardavano trasognati come se mi beffassi di loro, talché mi replicavano pronti, che nello stesso modo che avevo soggiogato Kun Béla avrei pure avuto ragione di Lenin. Quanto a me anche senza farmi molte illusioni sopra quello che mi riserbava l'avvenire, dopo il dispetto provatone sul primo momento ero piuttosto contento dell 'accaduto, perché avevo il sentimento che la mia missione terminava quando non aveva nulla da guada-
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gnare dal prolungarsi, e nella forma più appropriata per conferirle maggior valore nell'opinione pubblica. Tutto considerato il partire era di gran lunga preferibile al rimanere sotto una veste sminuita come si sarebbe verificato qualora fossi stato messo a capo di una sottocommissione di controllo della frontiera provvisoria tra l'Ungheria e la Romania, coll'ingrata mansione di regolare l'esodo del bottino romeno secondo gli alti e bassi della politica, scontentando sia Budapest che Bucarest, in quanto l' uno qualificava rapina ciò che l'altro denominava preda bellica. Dirò di più e cioè che ragionando spassionatamente finivo quasi per ringraziare nel mio intimo Cerruti ed il generale della determinazione alla quale erano venuti nei miei confronti. Ero perciò nello stato d'animo più propizio per passare lietamente i pochi giorni che mi separavano dalla partenza: essi mi furono invece amareggiati dall'affetto e dalla gelosia. Come era facile prevedere, tra gli ungheresi, oltre coloro che si dispiacevano di vedermi lasciare la Missione, vi erano quelli che non si sapevano rassegnare all'idea di un 'Ungheria ancora agitata da mille passioni senza la presenza di una persona che aveva saputo mettersi al di sopra di ogni partito, di ogni credo politico e religioso e di ogni casta sociale e che, pertanto, avrebbero voluto trattenermi od almeno dimostrare palesemente la loro contrarietà pel mio allontanamento. Cominciarono a piovermi lettere, telegrammi e indirizzi collettivi dalla città e da località di provincia dove non ero mai stato e che talvolta non conoscevo neppure di nome, e dalla mattina alla sera ogni giorno fu un pellegrinaggio di visite o di persone che si contentavano di lasciare una carta, un fiore, un dono modesto colla semplice dicitura: una madre, una sposa, un figlio. Sulle vetrine dei negozi, sulle facciate di taluni edifici e sugli schermi di qualche cinematografo tornarono a fare apparizione le mie fotografie e tutti i giornali in misura maggiore o minore tornarono ad occuparsi di me. Per quanto poco proclive a prendere per oro colato quello che si pubblica sulle gazzette quotidiane, dovetti convenire che la stampa non è quella grande bugiarda che si dice quando la si lascia scrivere come sente e ci si astiene dal catechizzarla od influenzarla con un mezzo o l'altro. Ora io mi ero sempre guardato dall'accarezzarla e dal comprarla pur facendomi un dovere di essere sempre cortese e servizievole con tutti i suoi rappresentanti e collaboratori specialmente se appartenenti a giornali avversari, epperciò sentivo che potevo far credito a parecchie delle espressioni pubblicate e considerare sincera quell'ondata di rimpianto che si manifestava per la mia partenza. Non mi sorprese quindi che, oltre questi sfoghi retorici, si costituissero poi dei comitati per organizzare delle manifestazioni collettive o che delle deputazioni si recassero dal Generale Mombelli per chiedere che facesse revocar l'ordine del mio richiamo in Italia. Tutto ciò mi metteva già in discreto imbarazzo quando venni a sapere che il più autorevole dei suddetti comitati stava promuovendo dei festeggiamenti in mio onore per attestarmi la gratitudine dell'Ungheria per tutto quello che avevo potuto fare per lei quale capo della Missione. A coloro che me ne vennero a fare parola, quasi aspettando che io mi pronunziassi sopra i diversi programmi in discussione o che almeno incoraggiassi con un gesto l'in iziativa, risposi ringraziando, dicendomi sinceramente commosso - e lo ero in realtà - da così significativa testimonianza di ammirazione, ma pregai caldamente ed insistei ripetutamente perché ne dimettessero l'idea, suggerendo che contenessero almeno la cosa , anche per non farmi dispiacere in quanto alieno per natura dall'essere oggetto di simili manifestazioni. Ma per quanto mi adoperassi e mi dessi da fare per dissuadere i promotori di questo programma di cerimonie, tra i quali figuravano eminenti personalità come il ministro
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Giulio Pekar e il signor Barczy ex borgomastro di Budapest, ebbi a persuadermi che la mia fatica e fiato sprecato. Padre Bonaventura veniva appena da ricevere un mio no, che un istante dopo era alla Missione per pregarmi a nome del comitato che mi prestassi a questa od a quella manifestazione, ed ogni mia riluttanza o contrarietà non aveva altro effetto che quello di dare nuova esca alla fiamma. Come era suo naturale quando si fissava sopra una idea, Padre Bonaventura non aveva più testa e gambe che per combinare queste onoranze, e si affliggeva molto di trovare in me chi in un luogo di secondarlo lo scoraggiava e lo ostacolava. - Non mi metta i bastoni fra le ruote - continuava a dire - Trascuri la sua persona e pensi che festeggiando lei la manifestazione va all'Italia! - Allora se è così, faccia lei, faccia il comitato ciò che vuole, ma io non posso, non voglio e non son fatto per animarvi o darvi suggerimenti in questo genere di cose, soprattutto in questi giorni antecedenti alla partenza. Tutto considerato mi pareva di essere stato già poco gentile, e l'andare oltre sarebbe stato un passare la misura, un ricambiare una cortesia con una villania. Ciononostante secondo Mombelli non avevo fatto abbastanza. Non appena aveva saputo di queste progettate manifestazioni il generale si mostrò talmente seccato e contrariato dall 'arrivare a convocarmi nel suo ufficio fino a quattro volte nella stessa giornata esortandomi e pregandomi in tutti i modi perché desistessi dal montare l'opinione pubblica a mio favore. Invano protestavo dicendo ch'egli mi faceva torto e mi offendeva supponendo che io mi prestassi ad un simile gioco, nessuno gli toglieva dalla testa che fosse altrimenti. Il primo abboccamento a questo proposito si svolse in forma piuttosto blanda. Ma come era facile accorgersi dietro a Mombelli c'era Cerruti, che soffiava e si preoccupava di eventuali incidenti diplomatici all 'inizio della sua missione, per cui al primo si susseguirono altri colloqui sempre più vivaci e sempre più stringenti, finché il generale arrivò ad ordinarmi nettamente e tassativamente di comunicare al comitato di onoranze di rinunziare ad ogni manifestazione pubblica di qualsiasi genere. A questo punto persi anch 'io la pazienza e lì per lì risposi reciso che non avrei mai fatto una simile comunicazione verbale, né tanto meno scritta. Poi calmandomi e per attenuare la portata della mia insubordinazione, ripresi la parola studiandomi di persuadere il generale che l'esperienza di quei giorni mi aveva appreso che ogni mio sforzo in tal senso non avrebbe addotto a nulla. - Crede o non crede, signor generale, che non ho detto verbo né mosso dito per suscitare quanto avviene? Crede non crede, signor Generale, che ho già fatto quanto era in me per indurre i promotori di questa iniziativa a non farne più nulla? Se vi crede, ciò che non posso, né debbo mettere in dubbio, perché darmi un ordine, che Lei sa che non sono in grado di eseguire? - Parli lei, signor generale, ai signori del comitato. Si assuma questo ingrato compito! Se poi a lei, come mi dice, la cosa non si conviene, lasci Cerruti a sbrigarsela. Questo è in fon do mestier suo! Il generale finse di non sentire e per tagliar corto soggiunse: - allora non resta altro da fare se non che lei si sottragga e non compaia a questa manifestazione! Senza che io sia obbligato a spiegarmi più chiaramente, lei comprende che se le parlo così, è perché ragioni politiche si oppongono a queste manifestazioni. Quest' ultimo colloquio aveva luogo la mattina del giorno nel quale dovevasi dare all'Opera uno spettacolo di gala in mio onore. Ora il Generale Mombelli esprimendosi come ho riportato avrebbe voluto o che io mi fossi opposto all'effettuazione dello spettacolo benché il relativo annunzio fosse già di pubblica ragione - oppure che mi astenessi dall'intervenirvi.
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Era evidente che io non potevo fare né l' una né l'altra cosa senza commettere una grossolana sgarberia. Stavo perciò ribellandomi nuovamente all 'ingiunzione del generale, quando ebbi l'idea di proporgli un modo di conseguire lo scopo che desiderava evitando di mancare di riguardo al comitato promotore e senza che egli - generale italiano - si assumesse la parte odiosa e antinazionale di far cancellare una dimostrazione che nell'onorare un italiano mirava implicitamente ad onorare l'Italia. - Posso figurarmi, signor generale, i motivi che la costringono a darmi l'ordine che mi ha dato, ma anche lei deve rendersi conto che pretende da me quello che non posso né debbo fare, e che domani sarebbe il primo a deplorare se la cosa desse luogo ad uno scandalo. Lasci che qualcun altro si prenda l'ingrato incarico di dare istruzioni per cancellare queste onoranze. Se non erro. questa mattina la Commissione Interalleata tiene seduta: la circostanza si presta per suggerire alla Commissione che col pretesto di presumibili interpretazioni ostili che potrebbero darvi i romeni, i quali sono in procinto di sgombrare Budapest, deliberi di vietare la rappresentazione, in quanto suscettibile di dar luogo ad incresciosi incidenti. - Vedrà, signor generale, che la proposta incontrerà sicuramente il consenso di tutti ed a lei nessuno potrà rimproverare il gesto antipatico di essersi intromesso. Non nascondo che mi sapeva di fiaba l'essere stato io stesso obbligato ad escogitare un espediente per salvare il generale da una figura infelice, e privare me stesso di una soddisfazione morale, tanto più apprezzata quanto meno l'avevo pensata e sollecitata. Quantunque la Commissione dei Generali si trovasse concorde nel far sua la proposta di Mombelli, tuttavia essa restò lettera morta perché quando fu notificata all'Opera era troppo tardi per alterare il programma e molte persone inclusi parecchi ufficiali delle diverse missioni estere, avevano già prenotato e pagato i posti e non garbava loro di rinunziarvi. Avvenne perciò quello che non avrebbe mai dovuto avvenire, che cioè i soli palchi vuoti furono quelli che la direzione del teatro aveva fatto omaggio alla Missione italiana. Si applaudiva all'Italia, e l'Italia pudicamente si eclissava, timorosa perfino degli applausi, sgomenta finanche di suscitare qualche malumore nelle compagne d'a rmi della vigilia o di far dispiacere alla Romania, un piccolo Stato, che avevamo parzialmente armato, equipaggiato ed aiutato a liberarsi dall'occupazione tedesca! Non par neppure credibile! Che pena! Quasi che non ci fossimo battuti altrettanto valorosa mente degli altri; quasi che non avessimo contribuito alla guerra in misura eguale se non proporzionalmente maggiore degli altri e riportato allori non inferiori agli altri; quasi che non si dovesse a noi l'ultima e decisiva vittoria! Che pena il constatare con quale mentalità di ancella, con quale animo di cenerentola ci assidevamo accanto ai nostri alleati nei consigli, commissioni e conferenze in cui si gettavano le basi dell'assetto futuro d'Europa e di gran parte del mondo, assetto dal quale pur dipendeva la nostra tranquillità e la nostra prosperità avvenire! È questa una digressione generica che mi sfugge dove forse è meno appropriata, perché per quanto concerneva l'insignificante mio caso personale debbo dire che, se qualche singolo componente delle missioni alleate ebbe forse a rallegrarsi che i festeggiamenti in mio onore si sopprimessero, esso costituì una eccezione, in quanto ebbi invece l' impressione che, a prescindere dalle autorità militari romene, le missioni dell'Intesa erano o del tutto indifferenti alla cosa o piuttosto la vedevano simpaticamente, convenendo nella naturalezza e spontaneità di essa. Ne avevo l'impressione anche attraverso le visite di congedo che anelavo facendo in quei giorni; visite ai capi ed ai camerati delle missioni alleate, che ebbero quasi tutti per me qualche parola di lusinghiero apprezzamento ed espressioni di rammarico di sapermi di partenza, parole che andavano oltre le consuete frasi cli convenienza . Anche nell'ambiente militare è frequente imbattersi con persone che sanno simulare e nascondere dietro le apparenze più amabili i loro veri sentimenti, soprattutto quando ci si
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muove tra i comandi, le missioni e gli uffici anziché nelle caserme e nei campi, ma sarei ingiusto se dicessi che le cortesie ed attenzioni che mi furono usate in quei giorni da molte persone di nazionalità diversa dall'ungherese fossero di pura forma. Più d'uno, credendomi più giovane di quello che realmente non fossi, mi presagì un avvenire ed una carriera delle più brillanti. - You did very well and . .I think Hungary owes you much. If your government will take advantage of you. I believe you will do better stili in the future. I am sure I shall hear of you again some day! - mi disse l'ammiraglio Troubridge nel serrarmi la mano con effusione eccezionale per un britannico allorché mi accomiatavo da lui. "Lei si è comportato molto bene; l'Ungheria deve molto a lei. Se il suo governo vorrà trar partito di lei, penso che lei farà ancora meglio in avvenire. Sono certo che un giorno o l'altro sentirò di nuovo fare il suo nome". Anche tra le autorità romene ne trovai più d'una che all'atto di congedarmi seppero uscire dalla glaciale correttezza osservata da altre. Né potei sottrarmi in quel breve spazio di giorni intercedenti tra il richiamo e la partenza ad un fuoco di fila d'inviti a pranzo e colazione, che nonostante tutte le precauzioni per assistervi più in apparenza che di fatto misero a dura prova il mio stomaco e non giovarono alla mia salute che già risentiva un poco dello sforzo al quale l'avevo sottoposta durante la mia permanenza a Budapest. Dicevo talvolta per scherzo alludendo al tormento fisico e morale di quei giorni che quasi quasi era meglio aver che fare col bolscevismo che colle cerimonie, e che era meno esigente il nemico che l'amico. Lo stringere del tempo e l'avvertimento della Commissione dei Generali, alle autorità ungheresi, operò il miracolo che non si parlasse più di festeggiamenti ed a me risparmiò altri fastid i ed altre penose discussioni e divergenze con Mombelli. Mi si voleva offrire una spada d'onore, ma occorreva farvi incidere una dedica e lo stemma d'Ungheria per cui non poteva essere approntata tanto presto. Si desiderava dare il mio nome ad una strada della città: ma c'era disaccordo nella scelta della via o della piazza da ribattezzare; chi opinava per la Maria Valéria utca, perché durante il bolscevismo ivi era stata la residenza della Missione Italiana ; chi invece trovava che l'Oktogon tér vantava i maggiori titoli a portare il nome di Romanelli, perché il mio primo intervento a favore dell'Ungheria aveva avuto per risultato di non contaminare quella bella piazza con un incivile e raccapricciante spettacolo e collo spargimento di sangue fraterno : v'era anzi una mozione a tal fine sottoscritta da tutti coloro che affacciavano sull'Oktogon tér od abitavano in quei pressi. Ma sia per dissenso sull'ubicazione, sia perché per addivenire al cambiamento di denominazione di una strada necessitava una deliberazione municipale, la cosa fu facile metterla momentaneamente a dormire. Non altrettanto avvenne dell'idea di tramandare ai posteri la mia effigie per cui dovei accondiscendere a posare per il noto scultore Kisfaludy Strobl A lajos. Vi andai tre volte, sedendo non più di un 'ora ogni volta, ricreandomi lo spirito e riposando i miei nervi. Era un diletto seguire il lavoro di quell'abile artista ed un'estasi vedere a poco a poco uscire fuori da un informe blocco di creta i lineamenti della mia persona. Ogni tocco, ogni raschiatura dava vita ad un nuovo tratto ed accresceva la rassomiglianza della copia col modello: alla terza seduta non restò che perfezionare quello che a me profano sembrava già perfetto. È strano quanto maggiore interesse e piacere provai ravvisandomi in questo busto di quello che non mi diede vedendomi dipinto, benché anche il quadro nel quale il noto artista Endrey Sandor si è graziosamente prestato a rappresentarmi a mezza figura in grandezza naturale, fosse riuscito opera pregevolissima per la tecnica e la rassomiglianza.
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Forse perché la scultura mi era più nuova che la pittura; mentre infatti avevo visto spesso lavorare intorno a quadri non rammentavo che un precedente nella scultura, quello di Fontana che in un angolo della Caserma Macao riproduceva la mia cavalla per comporre una delle quadrighe del monumento a Vittorio Emanuele. La fusione del bronzo del mio busto non potendo effettuarsi sul momento per scarsità di materia prima, e d'altro canto il comita to non avendo ancora stabilito in quale edificio pubblico conveniva piazzarlo, la cerimonia relativa cessava di essere di attualità. Quanto poco il comitato fosse disposto a sacrificare il suo programma di onoranze alle ragioni diplomatiche, sta a provarlo l'insistenza colla quale il barone Pékar richiese dal Generale Mombelli una formale promessa, che non appena detto programma sarebbe stato definito in tutti i suoi particolari egli avrebbe fatto pratiche presso il governo italiano perché io potessi tornare a Budapest per ricevere il premio decretatomi dalla riconoscenza ungherese. Benché tutto questo insieme di cose si conciliasse poco con quella forma metodica e continuativa di applicazione che richiede la cessione di un ufficio, nato e vissuto in modo tumultuario, con mansioni generiche, originariamente e teoricamente circoscritte, in pregresso di tempo ed in pratica estesissime, disparate ed eclettiche, mancante perciò di un carteggio ordinato e classificato con criteri obiettivi tuttavia mi riuscì di trovare il tempo per dedicarmici e per condurlo a termine. Coll'aiuto di uno dei caporali più anziani della Missione passai in rassegna gl'incartamenti di maggiore importanza catalogandoli per oggetto: pratiche di carattere politico, d'indole privata, questioni economiche e commerciali, denunzie di patrimoni di connazionali, referti di ricerche fatte per rintracciare opere d'arte e macchinari asportati da1le province invase e da quelle redente, questioni inerenti i prigionieri di guerra italiani e ungheresi, argomenti diversi di genere riservato e confidenziale, per modo che i vari uffici della Missione che oramai andavano ripartendosi il mio lavoro del passato potessero facilmente orientarvisi e rintracciarvi i precedenti della questione. Di pari passo curai la consegna dell'amministrazione. Incominciai dalla chiusura della gestione del magazzino viveri , cioè della contabilità che richiese parecchio tempo e pazienza, perché tenuta in forma rudimentale da soldati o graduati di truppa a seconda del personale che avevo avuto disponibile: uomini di una onestà a tutta prova, ma che non andavano oltre i cosiddetti conti della serva, e mancavano d 'ogni pratica di conservazione e smercio di commestibili, suscettibili di calo nel peso e di deperimento. A complicare il loro già difficile compito giocavano le fluttuazioni dei cambi e la varietà di monete circolanti, le quali di per sé sole avrebbero fatto perdere la bussola anche ad un provetto contabile. Quasi non bastasse questo, interveniva ad ingarbugliare maggiormente i conti l'avere il magazzino viveri ceduto derrate non esclusivamente contro denaro, ma ricorrendo spesso a permute per provvedere, quanto occorreva alla mensa ufficia li ed a quella del generale. Queste derrate ci provenivano, come ho già detto, dall 'Italia a vagoni completi e piombati fino a Vienna , dove si vuotavano di quella parte del carico destinato a quella Mission e e ripiombati continuavano colla rimanenza per Budapest. Soltanto qualche spedizione perveniva direttamente ed interamente a Budapest. Non c'era pertanto da stupirsi se con la fame di cui soffrivano le province attraversate da quei vagoni per venire da Innsbruck e da Trieste a Vienna e Budapest, il carico giungesse talvolta a destinazione alquanto alleggerito. Quando la differenza era sensibile si reclamava o protestava , altrimenti si chiudeva un occhio, anche perché i reclami e le proteste, oltre a far perdere un tempo prezioso non sortivano nessun effetto stante le diverse ed improvvisate amministrazioni implicate nel trasporto.
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NELL' U'-IGf-IE Rl A D l l.! É LA KUN E D R ANTE L' OCCU PA ZI O NE MTLl TARE ROM E NA
Quando si tiene conto di tali piccole sottrazioni, degli ordinari cali ai quali sono soggetti i generi alimentari ed i quantitativi perduti per deperimento, si può capire come provassi una certa quale soddisfazione quando arrivando alla chiusura di quella lunga e faticosa contabilità riscontrai che, anche deprezzando due partite di farina gialla e bianca che avevano sofferto del calore emanato dall'impianto di riscaldamento dell'edificio della Missione, c'era pur sempre un margine utile di poche migliaia di corone, mentre sapevo che a Vienna si davano da fare per sanare un grosso deficit. Secondo le disposizioni impartite dalle superiori autorità la gestione dei viveri inviati alle missioni in Germania ed in Austria-Ungheria doveva essere condotta in modo che non vi fossero né utili né perdite, e le piccole percentuali di aumento sui prezzi ai quali i generi dovevano essere ceduti dovevano essere computate in misura tale da compensare la perdita per distribuzioni gratuite. Ora la nostra Missione essendo stata eccezionalmente larga in tali distribuzioni, in particolare modo quando imperava il comunismo, apparirà facilmente comprensibile perché mi rallegrassi coi miei umili collaboratori pel modo esemplare come avevano assolto questo servizio, sul quale non avevo portato che una sporadica e fugace attenzione. Portata a termine la contabilità più fastidiosa mi accinsi a chiudere quella in denaro che era cosa assai semplice dato il modesto movimento di fondi della Missione e l'opera di un provetto sottufficiale. Ciò mi diede motivo di pensare ad una destinazione del modesto fondo di beneficenza, residuo del primo tempo della Missione, quando ne ero ancora il capo. Come erasi creato questo fondo? Esso si era andato formando con denaro che nessuno di noi aveva cercato e che avremmo volentieri respinto, essendovi implicitamente annesso un significato ignobile dell 'opera della Missione. Tra le migliaia di persone che per un motivo o per l'altro si erano rivolte a noi soprattutto durante il regime di Kun Béla, ve n'erano state di quelle che avevano creduto disobbligarsi offrendo od inviando del denaro. Particolarmente presi di mira da questa forma di bassa e ripugnante corruzione erano i militari di truppa adibiti al servizio di corriere ed i graduati addetti ai passaporti, ma in qualche raro caso non eravamo stati risparmiati neppure noi ufficiali. Avevo perciò ordinato e ripetutamente raccomandato al personale di respingere recisamente queste offerte, senza tuttavia riuscire ad evitare che qualcosa restasse o perché non si sapeva da chi proveniva o perché lasciato all 'insaputa del destinatario oricorrendo a sotterfugi. Amministrato da un ufficiale questo fondo casuale era stato impiegato per soccorrere qualche civile, rimediare a qualche inatteso caso pietoso, ovvero per premiare qualche soldato meritevole. L'ammontare di esso non avendo mai raggiunto la cifra di 150 mila corone, meno di 150 lire al cambio di quei tempi , ed il poco conto in cui conveniva tenessi questa somma, mi suggerì di liquidarla colla mia partenza. Erano in cassa 50000 corone, che pregai il Tenente Scioldo di ripartire in modo che la metà andasse ai poveri ricoverati in un ospedale della città, 1500 fossero divise tra i migliori caporali e soldati della primitiva missione e le rimanenti 10 mila venissero consegnate al console Pittalis per continuare a sussidiare gli italiani indigenti che rimpatriavano. L'aliquota trasmessa all'ospedale l'accompagnai con poche righe, che dettai al Capitano Castagnola senza stillarmi il cervello sulle parole tanto mi pareva oblazione trascurabile quella di approssimative 500 lire italiane. Non rammento quindi oggi il testo di quello scritto, ma debbo ritenere, per quanto racconterò in seguito, che esso fosse redatto in forma troppo personale, ciò che si spiega col fatto che nella situazione in cui allora mi trovavo non potevo più arrogarmi il diritto di parlare a nome della Missione o a nome dell'Italia , rappresentata da altri, e che sarebbe parsa ridicola l'entità della somma annettendole una provenienza così elevata.
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Mi sono indugiato alquanto sopra questo dettaglio inerente al mio richiamo perché purtroppo anch'esso figurò a mio carico in un meschino, penoso strascico di cui farò cenno. Come è naturale anch'io commisi i miei sbagli, e, come è probabile, ne avrò commessi tanti di più, e tanti di pjù grossi, in quanto le circostanze m'imposero l'alternativa di fare troppo o troppo poco ed io prescelsi quella di fare tutto quanto mi sembrò fattibile. Ma è anche vero che sugli errori di chi emerge ed è favorito dalla fortuna, molti sono gli astronomi che appuntano curiosi o malevoli i loro cannocchiali per scoprirli e vederli ingigantiti. Quando oggi ricordo tutta la pena che mi diedi in quegli ultimi giorni di permanenza a Budapest per rimpicciolirmi, per evitare che si portasse troppo alle stelle la mia persona ed il mio operato, che il mio nome corresse sulle bocche di tutti e la mia fotografia troneggiasse nel centro di tutte le vetrine dei negozi, appunto perché presentivo gli agguati ed i pericoli da parte dei nemici che sono sempre in agguato della fama; quando ricordo, dico, la pena che mi diedi sono portato a sorridere di compassione per me stesso. Povero ingenuo che sei! Perché preoccuparti tanto? A rimpicciolire e svalorizzare l'opera altrui si trova s mpre chi ci pensa! Cancellate o rinviate le manifestazioni progettate dalla cittadinanza di Budapest restava pur sempre a turbare i sonni di Mombelli l'addio popolare e clamoroso, che quella si apprestava a danni il giorno della partenza. Dopo tante rinunzie alle quali mi ero sottoposto mi avvidi che il generale parlandomi, come fece, del modo di evitare anche quest'ultima manifestazione lo faceva con evidente riluttanza e dispiacere. Capii che ne avrebbe volentieri fatto a meno, e senza dirlo lasciava intendere ch'egli obbediva alle istruzioni di qualcuno al quale non poteva dire di no. Quest'uno era il commissario Cerruti, il quale di giorno in giorno era andato assumendo la figura del vero capo della Missione italiana ed allegando pretese istruzioni del proprio ministero autorizzava o vietava ciò che meglio gli garbava. Benché alieno da pubblicità e da affettate od ostentate dimostrazioni confesso che mi sorrideva e lusingava il pensiero di essere oggetto di un addio di popolo, nella città dalla quale mi dipartivo con rammarico dopo averci speso quanto di meglio potevo esplicare dalle mie energie fisiche, morali ed intellettuali, dove mi ero prodigato fino all'esaurimento. Che quell 'addio fosse spontaneo ne avevo l'assoluta certezza, perché anche a tal riguardo mi ero astenuto gelosamente da allusioni, incoraggiamenti o taciti consensi, e perciò era naturale fossi portato a dare a quel saluto il significato di un apprezzamento od approvazione popolare dell'opera svolta dalla Missione, ed a misurare dalla maggiore o minore cordialità del saluto la profondità e sincerità della riconoscenza per tale opera. Tutto considerato debbo dire che tenevo a quell'addio, più che ad ogni altra manifestazione. Non escludo che in questo sentimento non vi giocasse anche un briciolo di vanità: ero anch'io un uomo della stessa pasta degli altri non esente dalle comuni debolezze. Commosso e impietosito dal tono di preghiera amorevole col quale il generale mi parlava e mi scongiurava di trovare una soluzione mi decisi infine con uno slancio di arrendevolezza a fargli sacrifizio di quella mia ultima morale soddisfazione. - Ebbene, signor generale, sia come vuole. Anticiperò la partenza di un giorno, ed in luogo di prendere il treno viaggerò in automobile fino a Vienna così nessuno saprà della mia partenza che quando è avvenuta! Valga almeno questo a provarle, signor Generale, quanto sia estraneo alle " montature macchinate da me stesso" per esprimermi con gli stessi termini offensivi da lei usati giorni fa. - Ed ora spero, signor generale, che non si avrà proprio più nulla da chiedermi! - Così si concluse quell'ultima penosa discussione sul tema che aveva letteralmente avvelenato l'epilogo della mia missione.
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NELL'UNUI ERlA Dl BÉ LA KUN E OUKA TE L'OCCUPAZlOI\E MlLlTA RE ROt>I ENA
Rientrato nel mio appartamento al piano terra della sede della Missione ebbi un tardo pentimento d'essermi nuovamente arreso alle suppliche del generale, non tanto per la rinunzia in sé stessa quanto per la sensazione che Mombelli non meritava che Io ricambiassi così bene dopo il trattamento fattomi. Mi riusciva duro il pensare di essermi lasciato andare a tante concessioni per sollevarlo dalle sue esagerate preoccupazioni d'incorrere in disgrazia col ministero degli esteri, pel quale professava un feticismo irragionevole. Ligio alla mia promessa non feci noto a nessuno fuori di qualche intimo la decisione di anticipare la partenza, per cui alla missione stessa molti ufficiali non lo seppero che alla vigilia, senza tuttavia conoscere l'ora precisa in cui avrei lasciato Budapest. Quand'anche fosse stata conosciuta facevo affidamento per partire egualmente tranquillo ed insalutato ospite sul fatto che proprio il giorno 16, fissato per la partenza, doveva avere luogo l'entrata a Budapest delle truppe ungheresi con l'Ammiraglio Horthy alla testa. Le truppe romene avevano infatti sgombrato la città ventiquattro ore prima e secondo gli accordi intervenuti tra la Commissione dei Generali ed il comando romeno l'esercito ungherese era autorizzato a riprendere possesso della capitale. Era stato annunziato dai giornali che l'evento sarebbe stato festeggiato con una solenne cerimon ia religiosa e militare da tenersi sulla piazza del Parlamento. Vi sarebbero intervenuti gli alti dignitari e le alte cariche dello Stato col Principe Cardinale Primate d'Ungheria, l'Arciduca Giuseppe d'Asburgo ed il Governo. Due giorni prima della partenza gli ufficiali della Missione vollero offrirmi una colazione di addio ed un astuccio per sigarette in oro colle firme di tutti i donatori, ed alla sera fu il generale che mi volle a pranzo. Al termine di esso m'indirizzò alcune parole di saluto, quali non avrei potuto aspettarmi di più laudatorie ed affettuose, che sarei ingiusto se dicessi che non erano sincere e corrispondenti ai di lui sentimenti di persona di cuore ed affettiva, come egli era sempre quando si spogliava del grado e degli incubi della carica. Volle anche farmi dono di una sua fotografia con una dedica estremamente lusinghiera, che mali si concilia con quanto scriveva di me in un rapporto, odioso, che quale freccia del parto mi scagliava dietro una decina di giorni più tardi, se non si tenesse presente il suo terrore d'incorrere in responsabilità e rischiare un infortunio professionale. Passai il sabato antecedente alla partenza tranquillamente senza visite, né pranzi godendomi nel pomeriggio una interessante giornata di corse all'ippodromo di Alag, dove la signora Reeves, appassionata trainer della scuderia Rotschild mi chiese amabilmente il permesso di dare il mio nome ad un crack di due anni della predetta scuderia. Poi alla sera accettai di passare un'ora nell 'intimità familiare di casa Baitz, un rendez-vous di ufficiali, dove solevano intrattenerci con della buona musica il Capitano degli usseri Papp Mikl6s, ferito di guerra , e le signore di casa. La cordialità che regnava in quell'insieme di ufficiali italiani ed ungheresi era così schietta e priva di formalismi che pareva davvero incredibile che soltanto un anno prima fossimo stati accaniti nemici gli uni degli altri . L'amicizia con i Baitz era nata durante il bolscevismo quando per necessità di cose l'ospitalità ch'essi ci potevano offrire era della più estrema semplicità e tale era rimasta malgrado il graduale miglioramento subentrato nel tenore della vita. In compenso tutti erano estremamente affabili con noi e ci usavano le maggiori cortesie. Sebbene desideroso d'assistere alla sfilata delle truppe ungheresi avendo stabilito di partire non più tardi delle 12 per non farmi sorprendere dal buio sulla strada di Vienna, che era in pessime condizioni, vi rinunziai. Come solevo fare la altre domeniche mi recai alla Messa alla chiesa dei francescani, poi a piedi tornai alla sede della Missione a Eszterhazy u. e dopo aver mangiato un boccone mi accinsi alla partenza.
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Era da poco passato mezzogiorno allorché il sottufficiale addetto al servizio automobilistico venne a dirmi che la vettura era pronta. Solo un piccolo crocchio di persone arniche s'erano date convegno nell'hall della Missione per darmi l'addio, ma benché poche, mi facevano tale ressa attorno che feci fatica ad avviarmi al portone. Quivi strinsi ancora le diverse mani che mi venivano tese, raccolsi insieme un fascio di fiori che una gentile mano di donna mi porgeva commossa, ringraziai tutti degli auguri che mi facevano per un felice viaggio e prossimo ritorno, quindi preceduto dal mio cane irrequieto salii nella vettura e partimmo. All'angolo del Museo quando l'automobile stava per attraversare il Korut c'incontrammo con un reparto di truppe che tornava dalla cerimonia, obbligandoci a fermare. Erano i cadetti dell 'Accademia Ludovika. Quantunque mezzo nascosto dai bagagli che si accatastavano sopra un lato della vettura, mi avvidi subito che ero stato riconosciuto perché il comandante diede un ordine che doveva significare attenti a sinistra. Mi alzai per rispondere al saluto e mentre portavo la mano alla visiera vidi la bandiera inclinarsi e sostare un momento in posizione di omaggio, quale da noi è riservato al sovrano. Così senza predisposizione alcuna e casualmente, con un gesto semplice e più significativo di qualsiasi dimostrazione, l'Ungheria e per essa una schiera di giovani mi diceva colla franchezza propria di quella età tutto il pregio e la considerazione in cui teneva l'opera mia d'italiano e soldato, assurta , per eccezionali circostanze, ad autorità e potere a volte quasi illimitati. Avevo lasciato Budapest da appena mezz'ora quando il tempo già incerto fino dal mattino si mise decisamente al brutto. Un nevischio reso più sgradevole in quanto accompagnato da raffiche di vento m 'investiva di fronte bagnandomi da capo a piedi ed infliggeva al viso il tormento di una pioggia di aghi. Per quanto bene intabarrato e provvisto di una coperta cerata che riparava le mie gambe ed i bagagli, l'acqua scolava sul fondo della vettura aggiungendo al freddo il fastidio e il disagio di sentire i piedi nella guazza. Costretti a rallentare l'andatura, non arrivai a Gy6r che poco prima delle cinque. Per rianimarmi un poco feci accostare l'automobile al primo caffè che incontrammo sulla strada. Era affollato dal solito pubblico domenicale delle città di provincia ed una orchestrina suonava dei ballabili di operette viennesi. Quantunque in divisa straniera, dato il transito frequente di ufficiali esteri, nessuno badò a me ed io rni andai a sedere in un angolo nella penombra di una delle sale attigue a quella principale. Volendo proseguire al più presto il rnio viaggio bevvi in fretta il tè che avevo ordinato e feci cenno al cameriere di voler pagare. Qualche indiscrezione dei due soldati che viaggiavano con me doveva però avere già diffuso il mio nome attraverso le sale del caffè perché in men che non si dica divenni oggetto della curiosità generale e l'orchestrina tralasciando il pezzo che suonava, attaccò una nota melodia di Verdi. Poi dietro l'oberkellner che veniva a riscuotere il prezzo della consumazione si presentò il padrone del caffè e con lui tre altre persone, che dal comportamento capii essere tre notabili di Gy6r, le maggiori che casualmente si trovassero in quell 'ora al caffè, per cornplimentanni con un breve indirizzo in francese. Risposi ringraziando e preso spunto dall'episodio della mia precedente sosta nella città, quando uno sconosciuto con rischio della vita aveva tenuto a rifocillarmi corne meglio poteva, mi dissi lieto di constatare che anche in provincia la mia missione avesse servito a ripristinare tra l'Italia e l'Ungheria la reciproca secolare amicizia. Quindi salutai e mi diressi all'uscita del locale accompagnato da un coro di "éljen"* del pubblico levatosi in piedi e dalle battute della marcia reale italiana intonata dall'orchestrina.
* in ungherese "éljen" corrisponde all'italiano "evviva ".
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NELL'UNGHERlA Dl ll ÉLA KUN E DURANTE L'O CCUPAZION
MILITA RE ROMENA
Poco fuori di Gy6r la strada trasformata dalla poca neve caduta in una pista di fango impaniava talmente la vettura da ridurre di molto la velocità di marcia, per cui non arrivai alla frontiera austriaca che dopo le otto. Le formalità, nonostante i diversi bagagli che avevo meco, furono effettivamente così formali da trattenermi pochi minuti permettendomi di essere a Vienna alle nove. Entrai al Grand Hotel dove mi ero fatto riservare una camera, in così pietose condizioni da apparire al pubblico come un animale antidiluviano, tanto ero anchilosato ed irrigidito dal freddo e zuppo di pioggia.
XXVII FINE DELLA MISSIONE
Mi fermai a Vienna cinque giorni dedicati quasi interamente a visite ufficiali, commissioni ed obblighi mondani. Vidi per primo il Generale Segre, che m'intrattenne a lungo nel desiderio di essere minutamente informato della situazione politico-economica in Ungheria e del lavoro compiuto dalla Commissione .Interalleata dei Generali. Mi recai dopo da Monsignor Valfré di Bonzo, nunzi apostolico per tutto il vecchio impero austro-ungarico, col qual ero stato in rapporti occasionali durante la mia permanenza a Budapest. Si parlò con lui di diverse cose ungheresi avvedendomi subito ch'egli era estremamente bene informato di quanto concerneva la parentesi bolscevica ungherese e le vicende passate dal clero e dagli istituti religiosi. Da prudente diplomatico mantenne la conversazione sul generico senza esprimere opinioni di sorta neppure per condannare o pronunziarsi comunque sul regime di Kun Béla, benché facessi uno studio di condurlo a manifestarsi come la pensava sopra due o tre questioni. Per suggerimento del Generale Segre feci anche visita al Generale Hallier, capo della Missione francese a Vienna, benché il ricordo dell'accoglienza disobbligante riserbatami nel primo incontro m'avrebbe volentieri indotto a rinunziarvi. Alla vecchia sede della nostra Ambasciata a Rennweg ero già stato, mancando per una combinazione di trovarvi il marchese Della Torretta, che veniva allora d'insediarvisi come ministro accreditato presso la neo-repubblica d'Austria. Preceduto da un colpo di telefono vi tornai ed ebbi allora il piacere d'incontrarmi con Della Torretta, che trovai simpatico e di piacevole conversazione. Mi raccontò qualcuna delle sue esperienze del bolscevismo in Russia e s'interessò molto alla narrazione di episodi della vita quotidiana a Budapest durante la rivoluzione, perché gli richiamavano alla memoria analoghe scene di Pietrogrado, ma - con non poca mia sorpresa - non mi chiese né informazioni, né apprezzamenti di carattere politico-economico sull'Ungheria, sui suoi sentimenti nei nostri riguardi o sull'indirizzo e colore del governo in carica, cose tutte che pensavo dovessero interessarlo. Pur non mettendo minimamente in dubbio che, quale nostra rappresentanza diplomatica, la Legazione fosse già esaurientemente informata da Roma e da Budapest, dal Ministero cioè e da Cerruti e che per giunta disponesse di molteplici altre fonti di notizie, mi riusciva incomprensibile ch'essa rinunziasse ad una occasione di più che le si offriva di sapere che ne pensava di uno Stato limitrofo uno che ne veniva, anche se non era del mestiere. Di tale avviso doveva essere anche il capo della Missione inglese, Colonnello Cunningham; il quale dopo avere avuto la delicatezza di premettere che lasciassi pure senza risposta tutte le domande che mi apparissero indiscrete, mi assalì con una infinità di richieste, nessuna delle quali - ad onor del vero - che potessero pormi in imbarazzo, per avere attinenza al mio Paese od alle relazioni tra esso e l'Ungheria. Mostrò invece di interessarsi della consistenza politica ed economica di questo paese, delle condizioni sociali ivi esistenti, dell'orientamento ed intenzioni del governo in carica, delle prospettive di ritorno degliAsbur-
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NELL' UNGHERI A DI 13ÉLA KUN E DU RANTE L' OCCU PAZIO NE MTLTTARE ROMENA
go, dell'occupazione romena senza nascondermi le sue vedute in proposito, sia pure in forma così generica da prestarsi a più di una interpretazione. Non aveva tuttavia l'aria di voler fare il misterioso, epperciò anch'io tenni ad appagare la mia curiosità chiedendogli, quando se ne presentò l'opportunità, se concepisse possibile che la vecchia corona di S. Stefano si posasse sopra la mutevole testa di un presidente d'una repubblica d'U ngheria. La domanda mirava ad accertare quanto vi era di vero nelle voci correnti in Ungheria che gli elementi legittimisti trovassero i loro più forti appoggi presso la Missione inglese di Vienna e soprattutto in casa del Colonnello Cunningham. A tal riguardo si diceva ancora che il colonnello sottostesse all'azione ed influenza di lady Cunningham. Ritornai sull'argomento con più agio e più successo la mattina dopo, quando il colonnello molto amabilmente mi volle a colazione con lui e con sua moglie. La verità era che sia lui che lei pel fatto di personali relazioni con i vecchi ambienti di Corte e con gli esponenti maggiori dell'aristocrazia dell'impero austro-ungarico ne subivano le idee ed anche senza un preciso proposito finivano per esserne docili strumenti nella propaganda e forse anche in qualche atto di carattere mondano interpretabile come simpatizzante per la forma monarchica. Sbrigate quelle poche mie faccende professionali e personali che costituivano il programma del mio breve soggiorno a Vienna il 21 a11a sera partii per l'Italia. Col pretesto di porlo a mia disposizione la Missione del Generale Segre aveva ottenuto dal governo ultra socialista austriaco un vagone salone, che sarebbe stato invece rifiutato se fosse stato chiesto per l'Arciduchessa Elvira di Baviera, alla quale era effettivamente destinato. Mi avvantaggiai così di una compagnia e di un lusso inatteso e fuori dell'ordinario. L' Arciduchessa viaggiava con una dama di compagnia e con un ufficiale della nostra Missione, quale gentiluomo di servizio, il Tenente marchese Chiavari e si recava in Piemonte al castello d'Agliè , ospite della sorella Isabella, duchessa di Genova. Conoscevo già bene il Tenente Chiavari per essersi data la combinazione di viaggiare insieme sette mesi prima allorché ero stato comandato a far parte della Missione di Vienna , ed egli mi presentò alla partenza alle mie due compagne di viaggio. L'Arciduchessa non più giovane né bella si dimostrò subito una compagna di viaggio particolarmente simpatica e piacevole. Mentre l'acconciatura denotava un attento studio per nascondere e correggere i segni dell'età, in tutto i] resto si rivelava semplicissima, conversando senza sussiego né pretensioni e prendendo con molto spirito di adattamento le manchevolezze e gli imprevisti cui non era abituata. Né lei, né la dama di compagnia avevano pensato a provvedersi di vettovaglie per supplire l'ass enza di vagone restaurant, per cui quando fu ]'ora del pranzo offrimmo loro di dividere il contenuto dei due panierini preparatici dalla mensa della Missione, ciò che entrambe accolsero con piacere facendo onore ed elogi a11a nostra cucina. L'Arciduchessa non disdegnò neppure una tazza di caffè preparata e servita dal Tenente Chiavari così alla meglio come si poteva far con i mezzi di fortuna della valigia di uno scapolo. La mattina dopo all 'arrivo a Innsbruck avemmo la sgradita sorpresa che tutti i nostri bauli, un complesso di trenta colli contraddistinti dall'etichetta della Missione non si trovavano più nel bagagliaio del nostro treno, benché ci fossimo assicurati alla partenza che venissero caricati. Un ufficiale italiano addetto al comando di stazione si assunse l'incarico di farne immediata ricerca e giungendo a Bolzano sapemmo che per errore i bauli erano stati fatti proseguire per Bregenz e Zurigo con quella parte del treno che andava a Parigi.
FINE DELLA MISSIONE
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Mi offersi allora di fermarmi a Trento per curarne e sollecitarne il ricupero. Presi congedo dall'Arciduchessa Elvira e dal Tenente Chiavari dai quali avrei dovuto in ogni caso separarmi poco più tardi a Verona ed augurato buon proseguimento restai a Trento. Malgrado iniziassi senza por tempo in mezzo le mie ricerche e mi mettesse in comunicazione telefonica col comando militare di stazione di Innsbruck e colla stazione svizzera di confine m 'occorsero quattro giorni prima di rivedere i nostri bagagli. Ingannai quel tempo facendo delle escursioni nei dintorni, favorite da un seguito di belle giornate e di comodi mezzi di locomozione offertimi dal Presidio, il quale dal suo comandante Generale Ghersi al più giovane tenente mi furono larghi d'ogni specie di attenzioni e cortesie, spiegabili soltanto come un apprezzamento dell 'ambiente militare per l'operato della mia missione. Quando arrivai a Roma era già novembre avanzato, e solo il giorno 29 ebbi modo di presentarmi al Comando di Stato Maggiore. Vi trovai un'accoglienza estremamente lusinghiera e per la prima volta nella mia già lunga vita militare mi sentii invitato a manifestare dove desiderassi essere destinato, premettendo che si sarebbe fatto il possibile per accontentarmi. Risposi che ero grato di questa buona disposizione e pregavo pertanto che prima di farmi rientrare ad un reggimento, mi si inviasse nuovamente all'estero - sia pure per un tempo relativamente breve - perché il mio richiamo da Budapest non avesse per gli altri e per me l'aria d 'una punizione. Dalle assicurazioni che mi furono date e dalle calde e buone parole che superiori e colleghi mi prodigarono ebbi l'impressione che avrei potuto chiedere molto di più e che comunque quello che avevo chiesto mi sarebbe stato accorato sicuramente e subito, tanto che fui invitato a ripresentarmi entro una settimana non appena ultimate le visite che mi si consigliava di fare. Tra queste la prima fu al Ministro della Guerra. Mi ci presentò il Colonnello Cadetti, mia vecchia conoscenza e collega al Comando dell'Intendenza della Libia. Una presentazione di forma più che di sostanza perché avevo avuto già amichevoli rapporti col Generale Albricci allorché egli era maggiore dei granatieri ed io capitano d'artiglieria entrambi di guarnigione a Roma . M'intrattenne una buona mezz'ora facendomi parecchie e svariate domande, dalle quali s'intuiva il desiderio di essere ampiamente informato sulla situazione interna in U ngheria e sopra quello che sarebbe potuto essere il suo futuro contorno territoriale per conciliare le pretese degli Stati limitrofi ed il rispetto della nazionalità magiara. Teneva che gli esprimessi il mio parere sopra le singole questioni accorgen domi dal modo come conduceva la conversazione ch 'egli era edotto degli avvenimenti e li aveva seguiti con perspicacia e competenza. Contribuiva certamente a ciò il fatto che egli era stato addetto militare a Vienna prima della guerra e gli era perciò familiare l'ambiente politico e militare dell 'ex impero austro-ungarico di Francesco Giuseppe. Mi congedò facendomi le più vive e franche felicitazioni per l'azione esplicata nella mia breve missione, soggiungendo che avrebbe saputo tenerne il debito conto a momento opportuno. A dire il vero quest'ultima frase mi parve detta senza un ' intenzione precisa di attestarmi in modo tangibile la superiore approvazione ed in qual modo. Uscito dal gabinetto del Ministro il Colonnello Cadetti mi disse di mantenermi nei giorni susseguenti in contatto con lui perché era probabile che anche il Presidente del Consiglio volesse vedermi. La seconda visita in programma avrebbe dovuta essere per Tittoni, quale ministro degli Esteri. Ma siccome questi in quel tempo era a Parigi mi presentai per essere ricevuto dal
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NE LL'UNGHE RTA DI BÉLA KUN E DURA NTE L' OCCUPAZIONE MILITAR E R OM NA
conte Sforza, che quale Sottosegretario di Stato ne faceva le veci. Ma il suo Capo di Gabinetto, marchese di Paternò, al quale fui invece introdotto, mi spiegò che il suo superiore era talmente occupato, che difficilmente avrebbe potuto vedermi né quel giorno, né uno dei prossimi, lasciandomi cortesemente intendere che potevo considerarmi prosciolto dall'obbligo di quella visita. Per reciproco riguardo la conversazione col marchese di Paternò si protrasse per un quarto d'ora, durante il quale però ebbi l'impressione che egli si studiasse d'indirizzare il discorso sopra argomenti di nessuna importanza o di importanza molto secondaria. Tra l' altro mi parlò della lagnanza pervenutagli da un certo signor Székely, il quale avrebbe preteso avvantaggiarsi di una carta che la Missione di Budapest gli aveva rilasciato allo scopo limitato di presentarlo alle autorità militari italiane della nostra frontiera per carpire al ministero una licenza d'importazione od esportazione di articoli vietati. Con grande serietà e con una particolare aria di sufficienza prese poi motivo dalla predetta carta per dirmi in forma garbata, come convenga andare molto cauti nel concedere visti, lasciapassare od altre documentazioni traendone tante deduzioni e digressioni che sembrava ripetesse una lezione mandata bene a memoria. Lo lasciai dire senza interromperlo mettendo a carico della di lui giovane età e poca esperienza quel sentenziare in tono cattedratico sopra una incombenza di segreteria. Tuttavia quando mostrò di non avere più nulla da aggiungere, presi la parola per rappresentargli che tra la nostra Missione ed una ordinaria rappresentanza diplomatica passava una differenza come dal giorno alla notte, state l'eccezionalità delle circostanze nelle quali la Missione era venuta a trovarsi, la sua figura militare ed il carattere bellico delle sue mansioni. Uscii dalla Consulta domandandomi se quello era realmente un ministero degli affari esteri o se io avevo avuto la disavventura d'imbattermi colle persone che ne comprendevano meno le funzioni. Era questa l'accoglienza che vi si riserbava a coloro che tornavano dall'estero ed il profitto che se ne traeva? Per quanto io avessi rappresentato anzitutto l'autorità militare mi aspettavo che soprattutto al ministero degli estri dove vasi nutrire interesse per una Missione che a torto od a ragione aveva fatto parlare di sé in tutta Europa ed anche oltre. A dire il vero mi aspettavo di essere ricevuto non soltanto dal titolare dell'amministrazione, ma pensavo che questi dopo avermi sommariamente sentito mi avesse pregato di passare al direttore degli affari politici per essere interrogato ed ascoltato finanche a stancarmi per spremere tutto il frutto della mia esperienza ed osservazione, fosse esso arido o succoso. Così ricordo di aver letto si usasse fare nei tempi d'oro dell'antica Roma ed in quelli della grande Repubblica Veneta. Eppure il conte Sforza passava nel mondo politico come uno dei nostri più abili ed intelligenti diplomatici! Non escludo ch'egli potesse essere in quei giorni molto occupato, ma questo non impediva, né lo esonerava dal trovare il modo di darmi almeno l'apparenza dell'io teressamento. Ripensandoci finii per dirmi che quell'insensibilità, quella noncuranza così esagerata fosse intenzionale, dovesse cioè attribuirsi a malintesa gelosia professionale, a preoccupazione di vedersi invadere il campo da un'altra amministrazione. Infatti durante tutto il tempo che ero rimasto solo alla testa della Missione a Budapest il Ministero degli Esteri solo eccezionalmente si era indirizzato a me pel disbrigo di pratiche, benché non dovessero mancarne, perché il marchese Tacoli quanto il principe Borghese in diversi casi me ne avevano fatto partecipe. Non mi si era fatto credito di un cifrario per corrispondere direttamente e riservatamente con gli Esteri quando se ne presentasse la necessità. Ci fu - nondimeno - qualcuno che tenne a farmi incontrare col conte Sforza. Non saprei dire se per appagare una di lui curiosità o per esclusiva propria iniziativa.
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Un amico, socio del Circolo della Caccia dove era uso desinare, m'invitò una sera a pranzo con lui. Poi - come apparisse casuale - mi presentò a Sforza, che scomodamente seduto sull'angolo d'un tavolinetto del corridoio teneva cattedra ad una cerchia di ammiratori. Senza darsi la pena di mutare posa mi stese la mano accompagnando il gesto dalle consuete frasi di convenienza. Poi con un accento tra il faceto ed il sarcastico: - Lei è l'eroe dell'Ungheria. - Che rispondere? Restai muto. Nel ciclo delle mie visite era inteso dovessi includere anche il Vaticano. Pensai perciò di prenderne motivo per chiedere una udienza familiare al Santo Padre, tenendo a ringraziarlo di un dono fatto a mia madre in relazione al mio operato in Ungheria. Poco tempo prima infatti del mio ritorno in Italia, S.S. Benedetto XV aveva fatto pervenire a mia madre pèl tramite della Segreteria di Stato un prezioso rosario di agate montato in oro accompagnato da un gentile e benevolo autografo col quale si felicitava con lei per il bene fatto dal figlio a pro delle istituzioni religiose durate il bolscevismo. La genesi di questo dono mi fu confidata tre anni dopo da S.E. il cardinale Csernoch venuto a Roma pel conclave della successione di Benedetto XV, e siccome mi pare abbia qualche interesse, apro una parentesi per riferirla. Tra le manifestazioni di riconoscenza ungherese poste sul tappeto a Budapest quando si seppe della mia partenza ve ne fu una che la curia del Cardinale Primate ritenne di far sua: proporre al Sommo Pontefice di nominarmi conte palatino in riconoscimento della difesa ed appoggio, che, quale capo della Missione italiana, avevo dato alla Chiesa ed al clero. Senonché il Vaticano dati i rapporti fra Stato e Chiesa in Italia trovò che non poteva dar corso alla cosa e tradusse la proposta in un dono a mia madre. L'udienza privata dal Santo Padre, che, come desideravo, avevo chiesto per me e per tutta la mia famiglia ebbe luogo nel pomeriggio della prima domenica di dicembre. Benedetto XV ci accolse con molta affabilità e dopo la genuflessione di rito c'invitò a sedere e rivolse la parola un po' a tutti interessandosi e chiedendo a ciascuno qualcosa appropriata all'età, al sesso ed alla professione di quello di noi al quale s'indirizzava. Caduto il discorso sull'estendersi della città accennò con nostalgia a qualche quartiere di Roma come Porta Metronia, di cui ricordava l'aspetto in anni passati e del quale egli avrebbe avuto desiderio di conoscerne il raggiunto sviluppo edilizio. Soltanto al termine dell 'udienza entrò meco a discorrere degli avvenimenti d'Ungheria, ma appena uscii dall'esposizione aneddotica per sfiorare il tema dell'antisemitismo e con esso feci menzione del valido aiuto che mi aveva prestato l'eminentissimo Cardinale Csernoch per smorzarne le più aspre manifestazioni, Sua Santità si tacque come d'incanto ed il suo atteggiamento ed il suo sguardo assunsero un'immobilità disanimata per cui compresi subito il significato di tacito invito ad abbandonare ogni soggetto di magistero ecclesiastico. Quello stesso giorno mi recai poi da solo a visitare S.E. il Cardinale Gasparri, Segretario di Stato e dopo di lui Monsignor Cerretti. Scarpe grosse e cervello fino, si sarebbe pensato fosse un detto creato per individuare proprio il Cardinale Gasparri, un robusto campagnolo romano rivestito dell'abito cardinalizio, al quale non toglieva tuttavia nulla della sua dignità pure portandolo con molta semplicità. Del romano genuino, quale avevo conosciuto attraverso i soldati che reclutava la brigata d'artiglieria di Capua, dava a divedere di possedere anche le doti di esteso buon senso, di rude e franca energia ed equilibrato concetto della propria personalità. Quando entrai nella sua spaziosa sala di lavoro si levò dal tavolo e mi venne incontro stendendomi giovialmente la mano senza darmi tempo di baciargli l'anello. Mi fece poi sedere accanto a lui e presa pel primo la parola mi disse che la Segreteria di Stato era assai
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riconoscente alla Missione militare pei suoi interventi a favore delle istituzioni religiose come pure d'essersi saltuariamente prestata a mantenerla in contatto epistolare colle diocesi ungheresi. Poi la conversazione si volse ad argomenti diversi protraendosi per un quarto d'ora, durante il quale si parlò relativamente poco dell'Ungheria e sempre in forma generica ed estranea alla politica. Quantunque mi mancasse tempo e modo di rendermene conto, uscii dall 'udienza coll'impressione - che potrebbe anche essere errata - d'un uomo fortemente volitivo, di cultura più solida che vasta, donde la sua semplicità e la linea chiara e ferma delle sue idee. Ma si vede che la visita al Cardinale Gasparri fosse uso dovesse completarsi con quella del suo alter ego Monsignor Cerretti, perché uscendo da lui fui accompagnato da questi. Monsignor Cerretti con quella maniera suasiva caratteristica del sacerdote mi portò a parlare sull'opera della Missione e sulle impressioni che riportavo dell'Ungheria e delle cose ungheresi. Mentre col Santo Padre e col Cardinale Gasparri avevo dovuto andar cauto a on parlare, con Monsignor Cerretti bisognava essere cauti per non dire troppo. Quel che più mi sorprese fu d'avvedermi come egli fosse più abbondantemente ed esattamente informato di quello che non fossi io stesso, anche sopra avvenimenti dei quali ero stato spettatore. Quell 'uomo sembrava sapesse tutto quello che s'era passato in Ungheria: fatti, persone, retroscena e perfino dettagli, che a me erano passati di mente od inosservati. Mi stupiva perché sapevo che attraverso la stampa non poteva essere venuto a cognizione neppure della millesima parte di ciò che mi raccontava. Pur volendomi astenere dal fare dei paragoni dovevo riconoscere che la diplomazia vaticana si palesava di gran lunga meglio edotta e meglio guidata della nostra. Il binomio Gasparri-Cerretti: questi, mente vasta , capace di spaziare ed inquadrare ad un tempo molti fatti, penetrarne le cause, anticiparne le probabili conseguenze, trarne delle illazioni, suscettibile forse di restare perplesso al momento di decidere in un modo piuttosto che in altro; quegli uomo delle risoluzioni e di ferma volontà nel tradurle in atto. Ma passiamo oltre, tanto più che è difficile formulare giudizi sopra una sola osservazione ed anche il Vaticano dopo tutto accoglie uomini colle loro virtù e colle loro pecche e debolezze. Secondo le istruzioni ricevute, qualche giorno prima della visita ora narrata mi ero nuovamente presentato al Comando del Corpo di Stato Maggiore per chiedere quali decisioni fossero state prese in merito alla mia prossima destinazione. Con mio grande stupore mi avvidi subito che l'ambiente si era molto cambiato nei miei confronti: tutti mi facevano un viso lungo ed un 'accoglienza glaciale. Alle mie insistenti richieste di una nuova destinazione all'estero, sia pure - come dissi - di breve durata, per semplice soddisfazione morale mi si davano risposte evasive e dilatorie, adducendomi un'infinità di pretesti. Non sapendomi spiegare che cosa fosse nel frattempo avvenuto, mi provai ad investigare, ma nella supposizione d'ingannarmi non credei opportuno domandare delle spiegazioni e cominciai a prestare favorevole orecchio al consiglio datomi dal Colonnello Grossi di prendermi una lunga licenza e godermi - come egli diceva - un ben meritato riposo. In tal modo - aggiungeva - nulla veniva pregiudicato sulla mia disponibilità per una nuova missione. Accolsi il suggerimento ed avendo motivo di tornare dal Colonnello Carletti ne approfittai per pregare il Gabinetto della Guerra di farmi rilasciare l'autorizzazione per recarmi in Francia ed in Inghilterra. Carletti, col quale ero in termini di vecchia e cordiale amicizia , si mostrò con me dello stesso umore di pochi giorni prima, benché al primo rivedermi mi dicesse che per conto del
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suo Capo egli aveva un rimprovero da farmi per essermi lasciato intervistare da un giornale, ciò che è contrario ai regolamenti militari. Senza darvi molta importanza, mi chiese come la cosa fosse andata, aggiungendo che essa sarebbe anche passata inosservata se il "Giornale d'Italia" non le avesse dato particolare rilievo pubblicandola in rima pagina e con intestazione a caratteri di scatola. Gli raccontai come la detta intervista non l'avessi né cercata, né provocata ma fosse scaturita dalla fortuita circostanza che invitato a pranzo del conte Cantucci m'ero incontrato col conte Stelluti Scala, collaboratore del "Giornale d'Italia", il quale per propria , legittima curiosità dopo il pranzo era venuto facendomi una quantità di domande su11e vicende comuniste in Ungheria. Gli aneddoti e quelle poche cose di nessuna importanza politica, che gli avevo riferito, parvero al conte Stelluti Scala adattatissimi per farne oggetto di una intervista pel suo giornale ed allora molto correttamente mi chiese il permesso di presentarla come tale. Avevo già esplicitamente respinto la richiesta giustificandola appunto con le prescrizioni militari regolamentari , quando il conte Stelluti Scala il giorno dopo tornò ad insistere mettendo avanti l'argomento che il dare al pubblico un quadretto sereno e palpitante della vita in Ungheria sotto il regime di Kun Béla avrebbe potuto giovare al popolo italiano, il quale in quel momento pareva trasportato da una ventata di filo-bolscevismo ed a11ora mi decisi ad acconsentire sicuro di fare cosa gradita anche alle autorità politiche in carica. Sulla mia decisione - dissi a Cadetti - aveva anche influito il pensiero, che in quella od altra forma, il conte Stelluti Scala, trasportato da passione professionale avrebbe ugualmente trovato modo di pubblicare la mia conversazione ed in tal caso poteva avvenire che si svisassero taluni miei apprezzamenti o si rendesse noto qualcosa che era preferibile tacere, ciò che certamente evitavo annuendo all'intervista e ponendo come condizione di contro11arne il testo prima di pubblicarla, come effettivamente avevo fatto. Le mie giustificazioni non dovettero apparire sufficienti, perché quando andai a salutare Cadetti prima di mettermi in viaggio, gli mi disse che il Generale Albricci non era rimasto soddisfatto delle mie giustificazioni ed aveva mantenuto il rimprovero, del quale avrei ricevuto a casa la comunicazione. Bisognava convenire che la punizione era giusta perché è logico aspettarsi e pretendere che i funzionari governativi non si permettano la più piccola indiscrezione sopra ciò di cui sono a conoscenza per effetto del loro servizio. Tuttavia ne fui contrariato sia perché è nella natura umana di dispiacersi dei rimproveri, sia perché in quella contingenza facevo assegnamento sopra una certa indulgenza ed anche infine perché non riconoscevo al Generale Albricci quella purezza e rigidità nell'osservanza dei regolamenti che fa accettabile il rigore nei propri confronti. Non mi trattenni perciò dal dire a Cadetti scherzosamente che il suo capo vedendo quel paginone di roba sopra uno dei giornali più diffusi della capitale doveva aver pensato che gli volessi far concorrenza nel servirmi della stampa per scopi ed ambizioni personali anziché attribuirmi una finalità meno individuale e più nobile. Cadetti sorrise e senza accettare né respingere la mia frecciata prudentemente indirizzò il discorso sopra i nostri incontri di guerra rievocando insieme i primi giorni di guerra a Tripoli e le insidiose fucilate dei cecchini nella tarda primavera del ' 17 quando ci si spostava sulle linee di fanteria del Sogi e della Lora sul monte Pasubio, io per osservare davvicino i colpi di saggio coi quali le diverse batterie che avevano aggregato al mio gruppo appostato nei pressi di Camposilvano in Vallarsa andavano inquadrando il terreno occupato dal nemico e lui studiando gli approcci delle posizioni avversarie per concretare i dispositivi di una azione offensiva pel Boale Zocchi sul Corno del Pasubio, progettata dal suo ottimo capo Generale Ghersi.
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Quando potei finalmente mettermi in treno e lasciare dietro di me quel gretto, infido e miope ambiente burocratico dei ministeri confesso che mi sentii più allegro e più leggero. Prima di passare la frontiera feci tappa a Bologna, a Milano e a Genova , delle quali faccio cenno in quanto connesse in certo modo colla mia missione in Ungheria. Mi proponevo di adoperarmi perché qualcuna delle amministrazioni comunali che avevano già preso la bella e nobile iniziativa di alleviare le misere condizioni dei bambini di Vienna, estendessero la loro opera benefica ad un proporzionale aliquota di fanciulli di Budapest, i quali non stavano molto meglio dei loro coetanei della vecchia capitale vicina. A Bologna parlai coll'assessore Scota ed a Milano coll'assessore Fiaberti i primi coi quali mi fu possibile entrare in contatto nel breve tempo di permanenza in quelle città. Ma mi avvidi subito che la mia proposta incontrava un'accoglienza tutta retorica di forma, senza speranza di successo né nel senso che gli assessori volessero farsi patrocinatori della proposta in consiglio, né nel senso di trovare benevolo e consenziente ascolto in seno all'amministrazione. Puerile ingenuità era la mia, che mi aveva fatto vedere nell'iniziativa presa da alcuni Comuni d'Italia uno spontaneo e sincero atto umanitario degno di una nazione come la nostra, che si può, a giusto titolo, vantare delle maggiori e più pure tradizioni di civiltà. L'idea era forse sbocciata in qualche animo gentile e sensibile a concezioni di solidarietà umana, in qualche discepolo non degenere dei nostri Garibaldi e Mazzini, ma poi di essa doveva essersi impossessato qualche furbo, il quale non aveva esitato a servirsene per speculazioni di partito col tradurla in atto secondo un colore politico. L'infanzia, la sola frazione dell'umanità veramente ed interamente innocente di tante sciagure; l'infanzia, questa depositaria della nostra immortalità spirituale, quest'erede diretta ed indiretta di tutte le nostre buone e cattive azioni, perché coinvolgerla anzitempo in quanto di peggio è capace la natura umana? È incredibile fino a qual punto accechi la passione politica! Perorando la causa dei bambini poveri e deperiti di Budapest, - dicevo a questi speculatori della carità - peroro la sorte della prole di un proletariato non meno meritevole di compassione di quello di Vienna e che per un complesso di circostanze trovasi oggi in condizioni non meno misere dell'altra: se in Austria il governo è di colore rosso e in Ungheria bianco, mi pare questa una ragione di più per soccorrere i bambini del ceto operaio ungherese in quanto, per livore politico, è probabile siano oggetto di minori provvidenze dei loro coetanei austriaci. Fiato buttato al vento! A Genova esposi la stessa proposta al sindaco, Generale Massone, che mi parve disposto a considerare la cosa con maggiore obiettività passandola subito in studio ad un funzionario dipendente con parole scevre da formalità. A Genova l'amministrazione comunale era di tinta politica diversa da Milano e Bologna, tuttavia per ragioni d'indole economica - come mi parve di capire - lasciò cadere la proposta. Del mio soggiorno a Milano cercai di valermi per interessare la Banca Commerciale Italiana ad un affare che mi pareva suscettibile di proficue conseguenze politiche ed economiche, e pel quale a Roma mi era stato detto che soltanto la Commerciale fosse in condizioni finanziarie da effettuarlo. Si trattava di rilevare la maggioranza del capitale azionario di una società di trasporti fluviali sul Danubio. Nella ripresa della vita commerciale ungherese susseguitasi alla caduta del bolscevismo avevo osservato che la nostra bandiera era totalmente assente sulle acque del Danubio, mentre tornavano a sventolarvi i colori di tanti Stati rivieraschi e non rivieraschi del fiume, al-
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cuni dei quali certamente meno interessati e sensibili dell'Italia al traffico e alle vicende dell'Europa sud-orientale. La stessa osservazione aveva fatto anche il Capitano di Vascello Dentice di Frasso, venuto a Budapest a fine ottobre per rappresentare l'Italia nella Commissione Internazionale del Danubio personificata fino a qualche giorno prima dal solo delegato inglese, ed insieme ne avevamo fatto oggetto di melanconiche riflessioni rincrescendoci di constatare che proprio noi italiani che siamo stati sempre tra i primi a spingere i nostri tentacoli in mari e fiumi lontani ed inesplorati trascurassimo il Danubio per mezzo del quale navi nostre avrebbero potuto da Genova , Trieste e Napoli penetrare fino a Vienna ed oltre d acquistarvi o vendervi merci con molto maggiore vantaggio che trasportandole per ferrovia. Si diceva con Frasso che forse quello che traversavamo era un momento felicissimo per portare rimedio alla nostra passata omissione, in quanto per un complesso di cause, non ultima il dissesto intervenuto nell'economia dei paesi vinti in conseguenza della guerra, sia a Budapest come a Vienna tutto era oggetto di accaparramento, tutto pareva portasse il cartello "to be let or sold" offrendosi a chi pagava di più. Si fu perciò che - a suo tempo - non avevo esitato ad entrare in trattative coi dirigenti della Società Anonima Ungherese di Navigazione Fluviale e Marittima (Magyar Kiraly Foly6 és Tengerhaj6zasi Részvénytarsasag) * per riservare ad un ente italiano fino ad una certa data il diritto di acquisto della maggioranza del capitale azionario della società. Le conversazioni essendosi intavolate quando era già in procinto di lasciare Budapest ed esigendo la cosa rapidità di disbrigo mi ero assunto di trattarla personalmente. Mi presenti ai dirigenti della Banca Commerciale senza farmi precedere né da una lettera di presentazione, né da una telefonata affidandomi alla riputazione di gente estremamente pratica e spiccia quali i due fratelli Toplitz. Passata una carta da visita il segretario che mi accolse mi fece presente che l'Amministratore Delegato non poteva ricevermi perché occupato in una seduta. Osservai al segretario che quanto mi proponevo di comunicare all'Amministratore Delegato ritenevo dovesse interessare la Banca, che personalmente non avevo nulla da chiedere e che non avevo tempo di fermarmi a Milano oltre la giornata. Due minuti dopo il Comm. Giuseppe Toplitz era da me ad ascoltarmi colla maggiore grazia ed attenzione. Sapendo con chi avevo da fare fui di una laconicità quasi insuperabile perché il nostro colloquio passò di poco i cinque minuti. Fui ascoltato senza batter ciglio, senza darmi a divedere nemmeno lontanamente se l'argomento sul quale lo intrattenevo lo interessasse oppure no, e senza gratificarmi di molte parole. Tuttavia dato l'uomo dovei ritenermi soddisfatto della richiesta che egli mi fece al termine della conversazione di mandargli il bilancio ultimo della compagnia di navigazione in questione, indirizzandoglielo personalmente, ciò che permisi di fare prima di partire da Milano. Dopo di che mi alzai e lo salutai ricevendone un ringraziamento molto cortese, ma nulla più che cortese. Evidentemente nella sua quotidiana consuetudine di trattare con persone d'affari tutti intenti a fare il loro interesse, dove vasi essere detto che anche io per darmi tanta pena cercavo di trarne un benefici pecuniario anziché la semplice soddisfazione morale di riuscire a fare cosa utile al mio Paese. Evidentemente egli non sapeva che non c'è uomo meno sollecito della sua tasca, del militare appassionato alla sua professione! Né sapeva o poteva concepire che più si è ignudi e più si disdegnano vesti per coprirsi!
* Magyar Kiraly Foly6 és Tengerhaj6zasi Részvénytarsastig si traduce più precisamente come "anonima società reale ungherese di navigazione fluviale e marittima".
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Con questa segnalazione alla Banca Commerciale, la quale se ebbe il risultato di un'interessenza preponderante dell'Istituto nella Società U ngherese di Navigazione Fluviale e Marittima non conseguì per contro quello maggiore che mi proponevo, di prendere cioè un adeguato posto nel tonnellaggio fluviale del Danubio, la narrazione della mia missione in Ungheria potrebbe chiudersi. Ma pensando che certe osservazioni e conversazioni ch'ebbi modo di fare nel corso dei miei immediati soggiorni a Parigi e Londra sono in diretta relazione colla Missione, ne faccio parola qui di seguito.
XXVIII A PARIGI ED A LONDRA
Avevo divisato di_passare la mia licenza a Parigi ed a Londra sia per rivedere e riprendere contatto con amici e conoscenti francesi ed inglesi, sia per farmi una idea delle ripercussioni della guerra in quei paesi e di ciò che pensasse il pubblico. Di più mi interessava di sapere come si sarebbe risolta la questione delle frontiere ungheresi e come fosse stata interpretata la mia azione negli ambienti politici della Conferenza di Pace. Arrivai a Parigi in un tardo pomeriggio dei primi giorni di dicembre, senza sapere dove sarei andato ad alloggiare perché avevo omesso di informarmi quali alberghi non fossero requisiti, e quale di essi potesse darmi una camera. Ma facevo affidamento sul fatto che la nostra Delegazione aveva l'intera disponibilità dell'Hotel Edoardo VII, per rassicurarmi che per male che andasse vi avrei trovato tetto ed ospitalità per un paio di giorni, quanti ne sarebbero occorsi per trovarmi un'altra sistemaz10ne. Dal taxi mi feci pertanto condurre direttamente all'Edoardo VII. Avevo con me due buone commendatizie, una per il nostro Ministro degli Esteri Scialoia e la seconda pel conte Pagliano, che mi avevano detto avesse molta voce nella nostra Delegazione. Entrando nel1'hall dell'albergo ebbi l'impressione di essere tornato nelle retrovie della zona di guerra: ai banchi della portineria si affaccendavano soldati e graduati di truppa di diverse armi e di diversi eserciti ed ufficiali nelle più svariate uniformi entravano ed uscivano dal vestilo in tal numero da far passare nell'ombra le poche persone in abito civile. Tanto il sottufficiale quanto l'ufficiale ai quali m'indirizzai mi confermarono quanto già mi era stato detto a Roma, che cioè camere non occupate non ne mancavano, e così pure che non era infrequente che si ospitassero estranei alla Delegazione, la concessione non essendo fatta a titolo gratuito. Non ricordo da chi venni condotto per farmi assegnare una stanza, ma mi avvidi subito che la cosa non andava così liscia come mi aspettavo. Si sollevavano ogni genere di difficoltà, di pretesti con quello spirito di cattivo gusto e quella mentalità del burocrate pedante, che se esaspera sempre, tanto più è suscettibile di ottenere questo effetto sopra qualcuno che è stanco, sporco e irritato da quindici ore di viaggio in un treno affollato. Rimandandomi da Erode a Pilato, come se si trattasse di decidere chissà quale affare di Stato ed o fossi il primo venuto, perdendo e facendo perdere mio malgrado, un tempo che mi sembrava dovesse essere prezioso per il personale di una Delegazione, sulla quale ricadeva il peso e la responsabilità grave di dare pace a mezzo mondo, finii per essere introdotto dal conte Pagliano. Avrei tenuto a presentarmi a lui ed a tanti altri funzionari dopo avere avuto la possibilità di rimettere un poco d'ordine nell'abito e nella persona, non per vanità ma perché è istintivo che non si faccia buon viso a chi si presenta trasandato. In questo anche noi uomini siamo un poco come i cani che abbaiano e s'avventano sugli straccioni ed i mendicanti e scodinzolano e fanno la festa alle persone ben vestite. Ma chi presupponeva di dover
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passare per una trafila tale, e di non potervisi sottrarre per non rispondere con una compiacenza all'ufficiale che cortesemente s'era offerto di condurmi, e che di stupiva e si vergognava egli stesso di sottopormi a quel calvario. L' accoglienza che mi riserbò Pagliano rassomigliava molto a que11a che come ho detto sopra è connaturale ai cani. Credei opportuno lasciarlo svuotare un poco di parole e poi gli passai la più autorevole delle lettere di presentazione che per fortuna avevo con me. La lesse o meglio ne guardò la firma e d'incanto abbassò il tono e rivestendosi di meno importanza incominciò ad inquadrare il tema pedestre dell'assegnazione di una camera d'albergo nell 'umile rango che nell'andamento di una Delegazione rappresentativa degli interessi del paese in un congresso internazionale gli competeva. Il verdetto finì così per essere quello che col suo buon senso aveva previsto l'ufficiale, che mi aveva accompagnato e cioè che in via eccezionale e stante che il mio soggiorno non sarebbe stato di lunga durata potevo accomodarmi nell'albergo. Quando più tardi, dopo essermi ripulito e cambiato d'abito, scesi pel pranzo nelle sale del pianterreno e m'incontrai con diversi ufficiali amici e conoscenti di lunga data mi si rinfrancò l'animo per la buona e cordiale accoglienza che quasi tutti mi fecero, sia que11i di pari grado che quelli di grado superiore. Molti ebbero anche parole di simpatico apprezzamento era l'azione esplicata in Ungheria e chi mi volle a pranzo con lui quella sera e chi mi accaparrò per qualche colazione o pranzo dei giorni successivi. Alla sera soffermandosi nelle sale di riunione osservai che l'albergo perdeva un poco della sua apparenza giornaliera di comando militare o di ministero. A volte si aveva anzi l'impressione di trovarsi in un qualsiasi grande hotel adibito alle sue ordinarie funzioni e dove accidentalmente si fossero dati rendez-vous parecchi più uomini che signore. Nell'aspetto della città, per quanto si può apprezzare andando a zonzo per le vie centrali e più frequentate, non osservavo nulla di cambiato per cui se non mi fossi imbattuto ad ogni passo con militari in uniforme americana, inglese ed italiana, quasi non mi sarei accorto e rammentato che c'era stata una lunga guerra e che Parigi ne aveva quasi udito l'alternarsi delle vicende e rischiato di provarne la furia di struggitrice. Una strana impressione mi faceva soprattutto di trovarmi in giro per Parigi, dove ero stato tante altre volte, vestito nella mia uniforme d'ufficiale. Sotto un altro aspetto, e non di poca importanza, osservavo che non c'era pure nulla di mutato nella scarsa considerazione in cui ci tenevano i nostri fratelli latini. Attraenti, simpatici, spiritosi e piacevoli nella conversazione, anche per la stessa maniera di pensare e vedere le cose, i francesi non si accorgono quanto dispiacciano e feriscano l'italiano colla loro ingiustificata aria di superiorità. A me questo è sempre andato così poco a genio che più di una volta ho abbreviato i miei soggiorni in Francia ed ho preferito trasferirmi e trattenermi maggiormente in Inghilterra per trovarmi tra gente, sia pure meno affine ma che mi apprezzava per quel che valevo e mi trattava alla pari. Tornando a Parigi come ufficiale d'un esercito alleato m'illudevo di trovarvi un'accoglienza diversa dal passato, se non altro ne11 'ambiente militare. Invece dovunque mi accadeva d'incontrarmi con un cerchio di ufficiali alleati vedevo che i francesi si mostravano espansivi, premurosi e prodighi di affabilità e sorrisi con i camerati inglesi ed americani ed ostentatamente freddi e sostenuti con noi. Si sarebbe detto che per loro rappresentasse una degnazione l'avvicinarci. Mi stupì l'osservare che anche in confronto dei belgi, i francesi tenessero lo stesso atteggiamento. Eppure avrebbero dovuto elevare una statua al piccolo Belgio, che coraggiosamente s'era assunto il compito di sostenere il primo urto della macchina bellica tedesca e s' era fatto scudo della Francia all'impeto iniziale del "furor tenutonicus".
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Ma ancora più mi sorpresi quando scoprii dalla conversazioni e dai discorsi che tenevano questi ufficiali francesi, con qualche toupet essi parlavano e si davano l'aria come se la guerra non l'avessero fatta che loro e non fosse stata vinta che per merito loro. A sentir loro essi possedevano tutti i segreti dell'arte militare, e senza i loro insegnamenti nessuno degli eserciti alleati avrebbe combinato nulla di buono ed avrebbe vinto la guerra. A volte mi sembrava di ritrovarmi negli ambienti militari e nei salotti di Berlino anteguerra: la stessa presunzione, lo stesso tono di condiscendenza e commiserazione, la stessa aria di superuomini che sputano sentenze. Ma se i Prussiani potevano essersi montati la testa pel facile e rapido trionfo del '70 che non dovevano che a loro stessi, non capivo di che cosa potevano inorgoglirsi i francesi. Senza la nostra compiacente neutralità prima, e la nostra tempestiva entrata in guerra dopo, veniva voglia di dir loro, oggi a Parigi si parlerebbe più tedesco che frances e come effetto di quattro anni di occupazione militare, e senza la fiumana d'uomini rovesciata dall'America sul fronte esaurito ed estenuato della Senna e Mosa avreste forse conosciuto la sconfitta anziché la vittoria. Ma passiamo oltre queste generiche impressioni sulle quali mi sono indugiato perché mi bruciarono e mi mortificarono come soldato e come italiano. Dopo aver fatto la visita d'obbligo all 'Addetto Militare della nostra Ambasciata, passai a deporre una carta all'Ambasciatore e in attesa che facesse ritorno a Parigi il nostro Ministro degli Esteri Scialoia per rimettergli la commendatizia portata meco, mi presentai al Generale Cavallero, che era l'ufficiale più levato in grado della nostra Delegazione e quello che vi rappresentava il nostro Stato Maggiore. Avevo sentito parlare di lui come persona di fiducia di Cadorna nella Segreteria del Comando Supremo e n'avevo visto la conferma nel fatto di aver seguito il Maresciallo a Parigi allorché venne designato a far parte di quel Consiglio Militare Interalleato che pareva fosse stato istituito per trovare una forma appropriata di allontanarlo dal comando in capo dell'esercito combattente senza sminuirne la figura . Cavallero era uno dei pochi ufficiali di Stato Maggiore di grado elevato che non conoscessi e non avessi avuto come collega di pari grado durante la mia permanenza a Roma o nella campagna libica, allorché io stesso per un certo tempo avevo prestato servizio di Stato Maggiore. Egli mi accolse tuttavia senza farmi pesare la differenza di grado ed appena iniziata la conversazione m'invitò a darci del tu, pregandomi di riferirgli estesamente della mia azione in Ungheria e di fargli un quadro della situazione interna di quel paese, come dei suoi rapporti con quelli limitrofi. Dalle questioni che mi pose, dal modo di presentarmele, come dal corso dato alla conversazione ebbi l'impressione di trovarmi davanti ad un ufficiale di doti non comuni, vivacissimo d'intelligenza, spregiudicato e pronto a farsi un concetto delle cose più disparate, quand 'anche da lui ignorate fino a quel momento. Si vedeva l'uomo astuto, ambizioso, d'inesauribili risorse, ed in agguato di occasioni per avvantaggiarsene. Nell'insieme aveva l'arte di rendersi avvincente e simpatico, ma non persuadeva, non ispirava fiducia, come quando ci s'incontra con un autentico soldato. Seppi da lui che l'Ungheria era stata finalmente invitata a Parigi per le trattative di pace, ed era appunto in vista di tale evenienza che egli aveva interesse gli facessi per iscritto una breve relazione dalla quale apparissero le aspettative ungheresi massime e quelle, che a mio parere trovavano giustificazione ed interesse da parte dell 'Italia a sostenerle, e come apprezzassi i sentimenti delle classi dirigenti e del governo nei nostri riguardi e quelli delle sfere militari.
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Nel congedarmi mi disse che avrebbe avuto piacere di avermi una sera a pranzo. Ne conobbi così la signora ed un paio di ufficiali francesi di pari grado, dei quali non afferrai il nome, invitati insieme a me. Tra gli ufficiali che prestavano servizio alla nostra Delegazione per la pace era il Tenente di artiglieria di complemento Jacomoni, col quale ero in rapporti di grande familiarità, per essere cognato di mio fratello, e per averlo visto, come si suol dire, crescere e formars1. Sempre perciò che non avevo altri impegni ed egli non era legato dal suo servizio io lo trattenevo e lo conducevo con me o mi accompagnavo io a lui, in quanto m'e ro avveduto che ormai conosceva Parigi assai meglio di me, e già vi conosceva più gente di me. Per suo mezzo trovai così modo di ambientarmi un poco in quel mondo cosmopolita di uomini politici e di politicanti, di diplomatici, di ufficiali, di uomini d'affari, di giornalisti e d'intriganti provenienti dalle cinque parti del mondo, un piccolo mondo internazionale sovrappostosi a quello schiettamente parigino e francese, che lasciava nella penombra quest'ultimo con discapito dell'originale fascino della Ville Lumière, tramutatasi in un babelico mercato di tutto quanto è suscettibile di negozio, inclusa - non prima, né ultima - la pace. Troppa gente - dicevo tra me - perché ne esca qualcosa di sostanzialmente buono! Come metterla tutta d'accordo od accontentarla tutta? Gente che s'intendeva già male per parlare un linguaggio diverso e che pur proponendosi - nella migliore delle ipotesi - di lavorare in buona fede per un medesimo e nobile fine, non potevano non essere portati a vederlo sotto un angolo di vista assai differente! Se la nostra Delegazione si sarebbe detta un ministero in miniatura per il numero di persone che raccoglieva , essa scompariva in confronto alla delegazione inglese e soprattutto a quella americana. La francese, per essere a casa sua, passava invece inosservata sotto questo aspetto, benché non si potesse fare un passo per i corridoi e scale delle sedi di queste Delegazioni e delle molte e svariate commissioni tecniche cresciutevi intorno senza imbattersi in più francesi di quanto poteva apparire naturale. Di Delegazioni degli ex-nemici non mi si diede occasione di vederne nessuna: quella austriaca era già partita da due mesi col suo trattato di pace, battezzato di Neuilly e quella ungherese doveva ancora arrivare. Debbo dire che la procedura adottata di condurre le negoziazioni della pace separatamente e successivamente con i singoli Stati avversari la trovavo dannosa e contraria allo scopo ed agli interessi di ciascuno, dei vincitori e dei vinti. Mi avventurai ad esporre questa mia opinione a più di una persona notando che non ero affatto il solo a pensarla così: ma sul perché la si fosse prescelta soltanto un francese me ne diede una spiegazione attendibile, che in parole povere, voleva dire che si sarebbe rischiato di ricominciare una guerra dentro Parigi. A chi mi diede questa spiegazione non seppi sul momento rispondere altro che dopo tutto era ancora preferibile battagliare oggi intorno ad un tavolo, che ricominciare a massacrarci a vicenda sui campi di battaglia fra qualche anno, omettendo di aggiungere il frutto di una riflessione postuma che quel rischio non risiedeva nella procedura, ma nell'animosità che taluni continuavano a nutrire per i nemici della vigili. Una volta messe giù le armi le conversazioni tra vincitori e vinti ci avrebbero guadagnato improntandosi ad un tono più diplomatico che soldatesco. In una parola noi militari avremmo fatto meglio a lasciare il passo ai diplomatici mettendoci in seconda fila , perché noi militari parteggiamo un po' sempre per la resa e discrezion e, che quand 'anche conseguibile, non è mai consigliabile.
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Ma dopo avere esercitato per quattro lunghi anni un potere quasi dittatoriale i militari si adattavano malvolentieri alla rinuncia, mentre le circostanze si prestavano perché essi continuassero a dettar legge. Bisognava tener conto che le negoziazioni di pace si conducevano in Francia ed a Parigi che aveva visto il nemico alle porte; a Parigi che aveva sofferto l'oltraggio d'essere colpita dal cannone e corso il rischio d'essere occupata come nel '70. I francesi non solo non si erano riavuti dello spavento di essere nuovamente sopraffatti dai tedeschi, ma la Germania anche vinta incuteva loro uno sconfinato timore. Né poteva essere altrimenti perché la Francia doveva avere la sensazione di non essere stata lei colla sua superiorità a vincerla e le faceva perciò difetto quella generosità che si accompagna sempre alla vera forza. Più ancora però di questa prevalente ingerenza militare, trovavano nocivo al buon esito della Conferenza della Pace lo spezzettamento e la diluizione nel tempo delle negoziaz1om. Trattare prima colla Germania, poi coli' Austria, quindi coll'Ungheria e così via doveva inevitabilmente far perdere al consesso che presiedeva alla conferenza la visione d'insieme e l'interferenza dei problemi politici ed economici connessi col nuovo assetto territoriale che si voleva dare all'Europa e nel tracciare e definire detto assetto s'interdiceva la possibilità di vagliarlo al fuoco d'insieme delle rivalità degli ex-nemici, e ci si privava del beneficio di trarre partito del «divide et impera". Pare persino incredibile come uomini di Stato aventi esperienza di amministrazione pubblica, che come tali non sarebbero mai caduti nell'errore di considerare una loro provincia o regione separatamente dal resto del territorio nazionale non si siano resi conto che non c'era questione etnica, politica, economica e sociale che si esaurisse nell'ambito dei confini di uno Stato e che non avesse riflessi e ripercussioni ben oltre quel perimetro convenzionale. Oggi guardando le cose a distanza di tempo viene spontaneo domandarsi chissà in quale misura fu proprio questa errata procedura a fare dell 'Europa post-bellica una serie di compartimenti stagni! Il Tenente Jacomoni prestava servizio all'ufficio, che sotto la dipendenza del Consigliere di Legazione conte Vannutelli Rey si occupava delle questioni dell'Europa Orientale e pertanto anche dell'Ungheria. Era anzi questo l'argomento allora di attualità, perché imminente l'apertura delle trattative d pace nei suoi riguardi. Vannutelli avendo risaputo da Jacomoni che Cavallero mi aveva richiesto di compilargli una breve memoria sull'Ungheria ne fu in qualche modo geloso come in materia che fosse di sua esclusiva competenza, e per non esserne meno edotto dell'ufficio militare si diede da fare per conoscermi ed avvicinarm i. Al termine di una colazione alla quale Jacomoni ci aveva riunito, egli mi pregò di recarmi una mattina nel suo ufficio per avere insieme una conversazione sopra questioni concernenti l'Ungheria; richiesta alla quale aderii di buon grado, contento di poter mettere la mia poca scienza a disposizione di chi poteva trarne un utile per il Paese. Due giorni dopo m'intrattenni così col conte Vannutelli una buona mezz'ora sull'argomento, ma in forma talmente superficiale ed episodica che dubito assai possa essergli stata di grande profitto. Non essendosi preparato a pormi dei quesiti sopra q uan to maggiormente lo interessava mi provai ad esporgli con un certo ordine quelle che erano le aspirazioni ungheresi in fatto di delimitazione di frontiere e la mia opinione sulla legittimità e convenienza politica a soddisfare dette aspirazioni, ma interrotto di frequente in questa mia espo-
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sizione in una forma che pareva volesse significare che sopra questo egli la sapeva già lunga, finii per discorrere del più e del meno. Tuttavia dal modo come egli per due volte ebbe a farmi allusione alla memoria che stavo redigendo pel Generale Cavallero, a chiedermela per non diminuirsi davanti ai miei occhi ed io mi astenni dall'offrirgliela perché mi pareva presuntuoso da parte mia dare valore ad una semplice nota informativa. Egli ne venne tuttavia egualmente in possesso avendomela fatta domandare da Jacomoni . A proposito di questo colloquio conviene che dica che mi lasciò disilluso perché me ne ripromettevo di trarne io stesso informazione generica sopra i concetti ai quali si sarebbe inspirata la nostra diplomazia nel concludere la pace coll'Ungheria. Allorché nel corso della conversazione se ne offerse l'opportunità, feci al conte Vannutelli un paio di domande a tale scopo, ma dal modo come egli rispose capii che non era in condizioni di dirmi nulla e non per non cadere in indiscrezioni, ma per non esserne edotto egli stesso. M'intrattenni invece cli nuovo col Generale Cavallero quando andai a presentargli la mia relazione. Dopo averle dato una rapida scorsa in mia presenza egli mostrò interesse al concetto da me esposto che l'Italia doveva vedere l'Ungheria con occhi assai diversi del crollato impero austro-ungarico. Coll'Ungheria era difficile pensare o trovare dei motivi di conflitto mentre se ne intravedevano molti per averla sicura ed interessata amica. A prescindere perciò dai sentimenti e dalle tendenza politiche delle classi al potere e le loro maggiori o minori simpatie, noi avevamo convenienza e conservare nel bacino danubiano un'Ungheria sufficientemente integra e forte razionalmente da tenere in rispetto gli Stati vicini anche se territorialmente più grandi di lei. Occorreva cioè non demolire né prestarsi a mortificare troppo questa unità etnica magiara che attraverso i secoli aveva saputo validamente difendersi e preservarsi da turchi, tedeschi e slavi senza lasciarsi assimilare da nessuno dei tre. - Ma tu sai - osservò Cavallero - che l'avversario che ci ha dato più filo da torcere dopo la Germania è stata proprio l'Ungheria; questo è il motivo di rancore che peserà sulle conversazioni. - Male - risposi - coi rancori non si conclude un conflitto e non si fa la pace! In Italia comunque questo rancore per l'Ungheria non mi pare ci sia; segno che siamo fatti più per intenderci che per combatterci. Se non presto interamente fede alla versione che l'Ungheria fosse assolutamente contraria alla guerra ed in particolare modo contro l'Italia, qualcosa di vero c'è in questa versione e risponde alla logica geografica. - Secondo te, come vedresti i confini dell'Ungheria? Ti senti di tracciarli approssimativamente sopra questa carta? - additandomene una appesa alla parete. - Caro generale, quel che mi chiedi va oltre la mia scienza e forse anche di molti eruditi geografi. Eppoi prima di prendere in mano la matita occorrerebbe che tu mi dicessi se vuoi una frontiera etnica, oppure una economica, ovvero una storico-politica; l'una divergendo tanto dall'altra che qualunque tracciato può trovare giustificazione. In pratica intervenendo sempre un criterio di momentanea opportunità, penso che basti l'averti espresso genericamente il mio parere, che a noi italiani oggi conviene di farsi un po' avvocati delle pretese ungheresi, per salvaguardarne, per quanto sarà possibile, la compagine nazionale; in quanto per tradizioni e per interessi l'Ungheria scissa dall'Austria dovrà fare una po litica filo-italiana. Assolto così l'impegno che avevo assunto con Cavallero mi predisposi a partire per l'Inghilterra, tanto più che si avvicinavano le feste di Natale ed io ero invitato a passarle da amici a Bath, dove non volevo recarmi senza prima incontrarmi con Scialoia, che sapevo essere in quei giorni a Londra. Pensai di viaggiare in uniforme, come allora facevano molti ufficiali, per beneficiare della considerazione e facilità che conferiva la divisa nelle formalità di frontiera.
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Ma se ne trassi vantaggio sotto questo aspetto, essa entrò per non poco nel causarmi un increscioso incidente. Vi diede motivo l'offensivo e provocante contegno dello chauffeur del taxi che mi aveva condotto alla Gare du Nord. Avevo già affidato baule e valigie ad un paio di facchini che si erano presentati all'arrivo del taxi, allorché rivoltomi allo chauffeur per sapere quanto gli dovevo, questi prima ancora che formulassi la domanda mi chiese in tono che pareva non ammettesse replica un prezzo notoriamente quadruplo o quintuplo di quello che avrei dovuto pagare. La mia lunga esperienza di viaggi m'aveva insegnato una certa rassegnazione a questo genere di ricatti, praticati un po ' dappertutto in ogni paese del mondo, particolarmente nei confronti dei forestieri, ma quello al quale mi poneva di fronte lo chauffeur andava tanto oltre le ordinarie misure ed era presentato con tanta alterigia che non potei digerirlo. Pacatamente feci io stesso allo chauffeur il computo di quanto gli spettava secondo tariffa , lo raddoppiai e per giunta lo arrotondai tirando fuori il denaro corrispondente. A questo gesto egli cominciò a dare in escandescenze, ad intimare ai facchini di non rimuovere i bagagli dal marciapiede dove li avevano posati, pretendendo che gli dessi la somma che aveva chiesto pure ammettendo che non aveva nessun rapporto colla tariffa, di cui egli diceva d'infischiarsene. Controllandomi feci per un pezzo il sordo alle volgarità e contumelie che vomitava quell'energumeno di autista in un gergo del quale non afferravo il significato che a frammenti, poi quando la ressa delle vetture e dei viaggiatori andò crescendo per l'approssimarsi della partenza del treno mi decisi a chiedere l'assistenza di una guardia di polizia. Evidentemente l'autista doveva essere un elemento riottoso e camorrista noto e temuto anche negli ambienti polizieschi perché l'agente prima si mostrò riluttante ad intervenire, poi si appigliò al partito di assicurarmi due altri facchini che provvedessero al mio bagaglio consigliandomi di aumentare ancora di un poco il compenso all' autista , deponendoglielo sul sedile e lasciandolo che continuasse il suo rosario di maledizioni, malgrado in ultimo non risparmiasse neppure il conciliante custode dell'ordine. Associando quest'episodio ad altri consimili di cui avevo sentito od ero stato spettatore partii da Parigi colla sensazione che la guerra aveva ingenerato od acuito in modo pericoloso lo spirito di insofferenza e d'indisciplina del popolo francese: qualche prima avrebbe potuto denominarsi socialismo stava tramutandosi in sovversivismo. Confesso che appena a bordo del piroscafo inglese che mi conduceva attraverso la Manica mi sono sentito meglio come se mi fossi trovati in una atmosfera più consona alla mia natura. Sia a bordo, sia allo sbarco mi sorprese di trovare in Inghilterra tanta formalità e tanta rigidità nel controllo delle persone, dei loro documenti e dei loro bagagli, mentre prima della guerra pareva che non ci fosse frontiera più facile a transitare di quella inglese: si entrava e si usciva coll'impressione che l'autorità si disinteressasse totalmente del vostro va e vieni e di ciò che portavate con voi. Per avere subito la possibilità di consegnare la mia lettera di presentazione al Ministro Scialoia e per avere un più interessante campo di osservazione scesi all'hotel Claridge. Ora dopo avervi soggiornato mi rendo conto perché raccolga tanto le simpatie delle alte classi inglesi. A prescindere dalla sua ubicazione nel quartiere del più vecchio e formale tradizionalismo inglese, anche l'ospitalità dell 'albergo è intonata come due gocce d'acqua a quella cronometrata e riposante quiete ed a quella accogliente, premurosa e simpatica atmosfera domestica che avevo trovato nelle residenze di campagna allorché in visita da antiche famiglie di genuino sangue britannico.
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Confesso che a volte credevo perfino di non essere in un albergo, tanto mi sentivo oggetto di molteplici dissimulate attenzioni, in un ambiente senza fasto ma di una signorile naturalezza. R icordo che quando ero giovane mi avveniva spesso nei miei viaggi fuori dalle vie battute di avere trovato ancora diversi di questi alberghi, che nella decorazione della casa e nel trattamento si adattavano ai gusti ed alla vita della speciale clientela alla quale si dedicavano. Chiesto al mio arrivo di Scialoia, mi dissero che era partito da un giorno, riposi perciò la mia lettera adattandomi all 'idea di perdere un incontro a cui tenevo molto. La mattina dopo m 'indirizzai alla nostra Ambasciata. Non per un colloquio coll'ambasciatore, ma per nazionale ossequienza. Dopo una lunga anticamera, che dovette apparire eccessiva anche all'usciere, perché avvedutosi ad un certo momento ch'ero ancora nel salottino, di sua iniziativa tornò negli uffici a segnalare la mia presenza, comparve un segretario scusandosi di avermi fatto aspettare. Quando ebbi confermato che la mia visita non voleva essere che un atto di doverosa cortesia verso la rappresentanza del mio Paese, il mio interlocutore assunse per incanto un atteggiamento accogliente e si palesò disposto a scambiare qualche parola di pura convenienza. Siccome poi aveva trovato modo di dirmi che era così sovraccarico di lavoro d'ufficio da mancargli il tempo di leggere un giornale italiano e per lo più i soli titoli di un inglese, mi sembrò discrezione contenere la mia visita negli stretti limiti di tempo del protocollo. Nel congedarmi lo pregai di farmi conoscere l'indirizzo del nostro Addetto militare Generale Mola e quello del Generale Riggi, entrambi miei vecchi compagni di reggimento. Quest'ultimo faceva parte di una missione tecnica composta di parecchi ufficiali di artiglieria e della quale avrei dovuto far parte anch'io fino dal 1917 dopo Caporetto, se per una fortuita circostanza non fossi stato impedito di accettare il posto allorché mi era stato offerto. L'incontro con questi colleghi di arma fu quanto mai cordiale e festoso e fu per me motivo di intima soddisfazione, entrambi avendo avuto parole di ammirazione per la mia azione in Ungheria. Evidentemente era questo un episodio modesto nel quadro della movimentata politica internazionale del momento, tuttavia era singolare ch'esso non avesse fermato l'attenzione d'un funzionario di carriera della nostra Ambasciata, non fosse altro per essere stato protagonista un connazionale. Anche Londra aveva cambiato qualche poco della sua fisionomia colla guerra , ma era difficile avvedersene in quei giorni che precedono il Natale, quando tutti gl'inglesi vivono in uno stato di euforia e di distacco da ogni altro pensiero che non sia il Natale. Facendo anch'io come gli altri pensai bene di preannunziarmi agli amici che mi avevano offerto ospitalità e fattomi condurre ala stazione di Paddington mi recai a Bath a passare le feste, abbandonandomi come tutti alle innocenti estasi dei "Christmas trees" e dei "plum pudclings". Tornai a Londra dopo l'Epifania prendendo dimora in una pensione di South Kensington che mi consentisse un prolungato soggiorno con meno dispendio dell'albergo. Grazie a diverse buone e vecchie amicizie ero appena arrivato che mi trovai preso nel giro del mondo politico e diplomatico londinese più di quanto comportava il mio tempo e il mio gusto. Chi mi voleva a colazione, chi a pranzo, chi al tè, chi m'invitava a casa, chi al club, chi ad un restaurant conosciuto, sempre con una spontaneità ed una cordialità per cui
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l'invito era un piacere per colui che lo riceveva come sembrava che fosse per colui che lo faceva. Sembrava che tutti fossero d'intesa per allietarmi quella mia permanenza in Inghilterra, e tutti tenessero a riversare su di me le loro simpatie e considerazioni per l'Italia e per gli italiani. A differenza di Parigi non si vedevano per Londra molte uniformi militari né inglesi, né di alleati. Ragione per cui anch'io non la indossai che un paio di volte quando non avrei potuto farne a meno. Né il vestirla - osservai - era motivo perché l'accoglienza fosse più attenta o più cordiale. Presentato come colonnello dell'esercito italiano, per gl'inglesi che avvicinavo non lo ero meno in abito civile di quanto lo sarei stato in uniforme. L'attenzione e la considerazione erano favori che occorreva guadagnarsi colle maniere, col tono e contenuto della propria conversazione, più che sfoggiando galloni. Mentre a Parigi si respirava ancora una atmosfera di guerra e sovraccarica di elettricità bellica, mi fece impressione che Londra non si parlasse di guerra. Anche nei club militari se ne discorreva casualmente e prevalentemente in forma episodica come reminiscenza personale senza indugiarsi in apprezzamenti o critiche e tanto meno ingolfarsi in accese discussioni militari o politiche come accadeva da noi. La guerra era per gl'inglesi un evento passato e come tale poteva interessare lo storico, ma cessava d'interessare gli ambienti della vita pubblica. Alla gente pareva ozioso occuparsene più a lungo. Neppure si notava la gioia od una particolare gioia di averla vinta; come se il vincerla fosse stata "a matter of course", una cosa sulla quale non c'era dubbio. Invece sia che mi trovassi con uomini politici che con uomini di affari nessun argomento destava maggiore interesse od animava la conversazione di quello della pace e della futura sistemazione dell'Europa. Siccome nel popolo inglese la guerra non aveva lasciato strascichi di pregiudizi o rancori né verso un paese né verso un altro, così esso avrebbe desiderato che anche gli altri popoli del continente avessero trovato modo di comporre e liquidare i loro dissensi e fossero tornati ad occupazioni più proficue di quelle rappresentate dal crearsi reciproci imbarazzi o farsi ogni sorta di dispetti. Neppure della Germania si parlava più come di un nemico. Erano anzi parecchi che deploravano le dure condizioni di pace che le erano state fatte a Parigi. Soprattutto due questioni trovavano orecchi pronti ad ascoltare e voci pronte ad intervenire e manifestare una diversa opinione: il bolscevismo e la Società delle Nazioni. La rivoluzione russa ed il regime che in conseguenza di essa si era instaurato nel vecchio impero degli Czar turbava profondamente la ordinaria e tradizionale flemma inglese. Preoccupava politicamente per la grande estensione di questo impero, per la sua situazione geografica, che da un lato lo portava a penetrare fino al centro d'Europa, dall'altro fino all'estremità dell'Asia giungendo alle porte dell'India, in condizioni quindi di dare fastidi dovunque la Gran Bretagna aveva ricchezze e posizioni di vitale importanza da custodire; preoccupava perché non si vedeva come far presa sopra il governo di questo impero, che dogmaticamente pareva volerla rompere con tutto e con tutti. Preoccupava inoltre economicamente perché quel regime si faceva araldo di teorie e pratiche che contrastavano violentemente con le concezioni inglesi in questo campo, e rappresentavano una minaccia alle fondamenta sulle quali si reggeva l'edificio della potenza britannica. Chi pertanto veniva a sapere che mi ero trovato in Ungheria durante la tormenta bolscevica non ristava dal pormi dei quesiti e dal chiedermi che pensassi in proposito, che pro-
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spettive vedessi per l'avvenire di queste nuove idee e delle sue applicazioni e che cosa ravvisassi utile di fare per premunirsene. Erano domande imbarazzanti, alle quali non trovavo facile rispondere. A mio parere dicevo - occorre anzitutto non avere prevenzioni contro questo movimento di idee e contro gli uomini che se ne sono fatti interpreti; né bisogna farsi illusione di sopraffare il movimento colla forza. Coll'incoraggiare ed aiutare moralmente e materialmente - dicevo - quei paladini o difensori di una causa persa come i Yudenitch, i Denikin e i Wrangel come si è fatto finora nei confronti della Russia, non si fa che irrobustire questa infantile creatura che si è voluto denominare: dittatura del proletariato; non si fa che consolidarne la difettosa struttura. Conviene invece lasciare il regime a sé stesso; conviene che si discrediti e si demolisca per i suoi errori che lentamente se ne ravveda tornando a persuadersi dell'utopia di certi sogni di felicità collettiva. Noi possiamo seguirlo in questo processo, e standogli benevolmente vicini, adoperarsi per disarmarlo, disintossicarlo e ricondurlo più presto alla ragione. Bisogna dare al popolo la sensazione che si può fare per lui più e meglio del bolscevismo con infiniti meno dolori e privazioni morali e materiali. Si fu in seguito ad una mia conversazione del genere che il noto, apprezzato pubblicista ed esponente politico Harold Spender indirizzò al Times una lettera apparsa su quel magno organo della stampa britannica, il 27 gennaio 1920. In essa - facendo il mio nome e la mia esperienza ungherese - egli sollecitava il governo del suo paese a decidersi per una politica combattiva o conciliativa nei confronti della Russia Sovietica, vagliando e proprie possibilità ed avendo presente - proporzioni a parte - quel che aveva fatto l'Italia coll'Ungheria di Béla Kun con soli 18 soldati. Egli vi faceva sue talune delle mie idee applicandole alla Gran Bretagna ancora incerta a quell'epoca sul come appigliarsi colla nuova Russia di Lenin, un colosso che era risibile continuare ad ignorare o - peggio ancora - punzecchiare. Diversa açcoglienza trovavano negli ambienti londinesi le mie idee sulla Società delle Nazioni, che, così come la si concepiva, dicevo impotente ad assolvere il compito che le genti se ne spettavano. Che valore avranno le sue deliberazioni, i suoi verdetti, senza un potere esecutivo che ne imponga il rispetto e l'osservanza? Certo che sarebbe preferibile e desiderabile che questo potesse avvenire per forza morale. Ma questa è il corollario di una autorità esercitata imparzialmente da lunghissimo tempo. Non la si acquista in virtù di una Magna Carta. Neppure il Papato nei suoi periodi più fulgidi è riuscito mai ad imporsi a tutti gli Stati della Cristianità per esclusiva forza morale. Come aspettarselo o pretenderlo da un 'assemblea eterogenea di persone in sottordine, portavoce di autorità effimere e d'interessi momentanei e contrastanti? Che peso avrà sulle deliberazioni il parere di ogni singolo Stato? Non si può dare lo stesso valore al voto di una repubblica di San Marino o di Andorra ed a quello della Gran Bretagna; né il voto della Gran Bretagna può pesare come quello dell'Argentina o del Giappone allorché è in gioco una questione od una vertenza che interessa l'America o l'Asia anziché l'Europa. Dalle risposte disparate che a questi ed altri quesiti mi venivano date dai più ardenti sostenitori dell' istituzione coi quali m'imbattevo - anche non tenendo conto dei parecchi avvocati più opportunisti che sinceri - ebbi la sensazione che in Inghilterra la gente si faceva sul serio e in buona fede molte illusioni sopra la nascente Società delle Nazioni. Mentre in Francia la cosa era guardata dai più con palese scetticismo ed in certi ambienti come un comodo organo di speculazione politica, in Inghilterra tutti n 'erano infatuati, ravvisandovi davvero una trovata geniale per risparmiare almeno per due o tre generazio-
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ni ed anche più a lungo un'altra micidiale e rovinosa guerra come quella dalla quale uscivamo. Questo m'indusse a gettare giù un articolo sull 'argomento. Prima però di presentarlo pensai bene di farlo leggere, così come era potuto uscire dalla penna di un forestiero, al signor Harold Spender, per conoscere quale accoglienza avrebbe potuto incontrare nel pubblico inglese. - If you allow me to be absolutely frank , l must say that I don't think you will find anybody in England to share your idea. Se mi permette d'essere franco, debbo dire che a mio parere, lei non troverà nessuno in Inghilterra che condivida le sue idee. - Nessuna idea - soggiungeva - urta tanto la mentalità inglese quanto quella di cui li si fa sostenitore con questo articolo: mettere a disposizione della Società delle Nazioni una forza di composizione internazionale sia pure con opportune cautele e garanzie. Il mio articolo veniva infatti a questa conclusione. Vi veniva - è vero - dopo avere in precedenza suggerito di circoscrivere i compiti della Società delle Nazioni per evitarle di assumere la figura di Corte d 'Assise e di Tribunale Internazionale, per non esporsi in pratica al ridicolo ed alla derisione di emettere delle sentenze destinate a rimanere lettera morta. Dicevo pure che l'istituzione non perdeva per questo ragione di essere, in quanto avrebbe potuto fare opera di pace non meno proficua adoperandosi ad eliminare od attenuare tante cause di conflitto derivanti da innumerevoli questioni sociali, economiche e di diritto privato e pubblico diversamente sentite e tradotte in atto dalle singole nazioni. Rinunziai perciò a tentarne la pubblicazione, tanto più che meditandoci sopra ebbi a riconoscere che l'Inghilterra, avversa alla coscrizione ed all 'esercito permanente, era proprio il paese meno disposto ad accettare l'ingerenza d ' un organo internazionale nelle sue faccende. Benché il barone Bartouch Lehn, consigliere alla Legazione di Danimarca, col quale ero in buone relazioni di amicizia da quando egli era in posto a Roma, mi allettasse col miraggio d'introdurmi in qualcuno degli ambienti mondani più chiusi, al termine di gennaio venni nella decisione di prendere la via del ritorno. A Parigi era allora già arrivata la Delegazione ungherese per le trattative di pace, ma all 'Edoardo VII , dove mi ero fatto vedere pur senza tornarci come ospite, mi si fece intendere che era desiderabile che non segnalassi ai componenti di essa la mia presenza nella capitale francese per evitare inframmettenze imbarazzanti. Ritenni perciò opportuno abbreviarvi la mia sosta in modo da sottrarmi ad incontri con coloro che conoscevo o potevano conoscermi. Confesso d' altronde che anche a me non sorrideva l'idea di entrare in contatto colla Delegazione ungherese sapendo di non potere esplicare nessuna opera di conciliazione fra le e noi non garbandomi affatto di assumermi l'ingrato compito di gettare acqua sul fuoco delle molte illusioni ch 'essa si faceva sull'esito delle trattative. Per la classe dirigente ungherese che aveva parentele ed amicizie nelle più alte sfere sociali dell'Europa occidentale e che era avvezza alle molte compiacenze della Corte d' Austria non passava e non poteva neppure passare per la mente l'idea di vedersi posposta e sacrificata agli insaziabili appetiti degli Stati successori del crollato impero asburgico, appetiti di paesi considerati fino alla vigilia "quantités négligeables" . Delle quattro maggiori potenze arbitre delle negoziazioni la sola che avrebbe potuto ed avrebbe dovuto trovare convenienza a sostenere l' Ungheria era l'Italia, se non altro per contrapporsi all 'invadenza o troppo estesa influenza di quei suoi alleati che stavano dietro e patrocinavano le pretese degli altri Stati confinanti coll'Ungheria.
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NEL L'UNG J-IERIA DI BÉLA KUN E DURANTE L'O CCUPA ZIOKE MILITAR E ROMENA
Ma purtroppo anche da questa parte la Delegazione ungherese doveva trovare delle disillusioni, perché la nostra delegazione sembrava impreparata alla risoluzione del problema postosi coll'imprevisto crollo del secolare impero austro-ungarico ed impreparata a giocarvi una parte di primo piano. Credo di non errare dicendo che si aveva l'impressione che i nostri delegati affrontassero le questioni senza previe direttive, loro articolari, esaminate e discusse collegialmente da competenti in seno al ministero degli esteri. Dal modo stesso come si davano da fare i nostri funzionari ed i nostri ufficiali più intraprendenti e zelanti appariva evidente che, anche nel gioco di mezze parole, di conversazioni e d'intrighi che si conduceva dietro le quinte, mancavano d'iniziativa. Per meglio dire, pure avendone od avendone magari più di altri, lasciavamo che le Delegazioni alleate se ne appropriassero la paternità e il merito. Che ci dovessimo accordare ora all'una ora all'altra di esse in molte questioni era naturale, ma vuoi difetto di gioco, vuoi difetto di personalità sembrava non si desse mai il caso che le altre fossero a rimorchio della nostra, neppure quando si poneva sul tappeto qualche nostro capitale interesse. Soprattutto trovai singolare che il nostro personale in missione a Parigi avesse relativamente pochi contatti coi colleghi americani, e quelli che aveva fossero superficiali, per cui fossero destinati a pesare poco nelle deliberazioni della Conferenza. Si aveva cioè l'impressione che non si fosse adeguatamente apprezzato l'atout americano e le possibilità di conciliarcelo attraverso il milione ed oltre di italiani residenti negli Stati Uniti e fortemente affezionati alla patria d'origine non meno che a quella d'adozione. In Italia si è poi andato diffondendo d accreditando la voce che a Parigi noi fossimo mal compensati o non lo fossimo in proporzione del nostro apporto alla guerra ed alla vittoria. Ora rammentando le impressioni che riportai da Parigi e da Londra debbo dire che se i nostri alleati mancarono di comprensione e peccarono di nera ingratitudine verso di noi, noi pure non sapemmo presentarci, fummo piccini ed impacciati e soprattutto difettammo di un concetto, di pretta marca italiana. Ma di quale altra moneta potevamo aspettarci di essere ripagati da quella orgia di sfrenato egoismo nazionale ed individuale in cui degenerò la Conferenza della Pace, se non in quella stessa che invocammo e divinizzammo al momento di entrare in guerra? L'infelice espressione sfuggita a Calandra aveva col tempo fatto strada! Sono trascorsi cinque anni da quel giorno di fine gennaio nel quale traversavo Parigi per recarmi alla Gare de Lyon a prendere il treno che mi doveva ricondurre in Italia. Non ero solo nella vettura, ma mi accompagnava alla stazione un collega d'artiglieria , che dopo essere stato sbalestrato dalla guerra sul fronte francese mi diceva di volersi fissare a Parigi o in Riviera. Conversando, il discorso era caduto su quello che ci riservava l'avvenire come ufficiali dell'esercito ed entrambi concordavamo nel desolante pronostico che c'era poco da sperare di appendere l'uniforme e la sciabola ad un chiodo e dedicarsi ad altro meno avventuroso mestiere, perché appunto tutta quella caterva di delegati piovuti a Parigi col lodevole proposito e le migliori intenzioni di restituire all'Europa la pace parevano fatalmente ed inconsapevolmente portati a farne un fecondo vivaio di guerre. - Chi di loro - dicevo il mio amico - rammenta più le molte e belle promesse che hanno fatto a noi soldati quando eravamo al fronte perché tenessimo duro nelle trincee? Eppure se ce le fecero si è perché sapevano che trovavano favorevole eco nell 'animo dei combattenti. Era questa sensata osservazione che mi dava motivo a ruminare i pensieri precedentemente esposti mentre il treno prendeva le mosse per avviarsi alla sua meta.
XXIX
EPILOGO
Quando nel febbraio fui di ritorno a Roma ed il mio permesso era prossimo a scadere, fattomi parte diligente per conoscere la mia nuova destinazione, n'ebbi in risposta che con un bollettino in corso di pubblicazione ero stato assegnato al reggimento di artiglieria pesante di stanza a Roma. Il perché non mi si facesse allora neppure allusione ad un eventuale nuovo incarico al!' estero lo seppi qualche settimana dopo nel modo che vado ad esporre. Venivo appena dall'insediarmi nel1 'ufficio di comandante del deposito e relatore del reggimento menzionato, allorché un giorno fui invitato a presentarmi al Generale Conso, e questi mi diede visione di un rapporto a mio carico steso dal Generale Mombelli pochi giorni dopo la mia partenza da Budapest, dicendosi investito dalla superiore autorità di una inchiesta al riguardo. In questo rapporto il Generale Mombelli mi faceva carico 1) di essermi prestato a qualche abuso del corriere diplomatico per favorire talune persone (caso conte Imre Karolyi ed altro della baronessa Collion Ghetaldi, italiana residente in Italia, che aveva beneficiato del trasferimento in franchigia delle sue gioie personali da Budapest a Trieste), 2) di avere tollerato la costituzione di un fondo di beneficenza e di averne disposto in forma personale, 3) della sommaria gestione di questo fondo, 4) di spirito esageratamente intraprendente. Per quanto - concludeva a un dipresso il rapporto - dai fatti imputati nulla risulti che leda menomamente l'onorabilità e la rettitudine del Romanelli, e le irregolarità e leggerezze nelle quali è caduto trovino eccezionali attenuanti nelle circostanze, lo si ritiene passibile di una punizione disciplinare; 60 giorni di arresti in fortezza, e si consigli che non sia più inviato in missione all'estero fino a quando - rimanendo al reggimento - non abbia riacquistato quelle qualità militari, che oggi gli fanno sicuramente difetto. Mi sembrò come se una voragine mi si aprisse sotto i piedi. Una vampa di sdegno e di rivolta mi salì alla testa dall'animo in tumulto. Ma mi contenni, e non dissi parola. Canaglie! ... avrei detto, se le mie labbra si fossero dissuggellate. Ma , come dico, mi contenni. Mi contenni per quella grande forza che in certi momenti si attinge dalla coscienza serena del dover compiuto, dalla coscienza di chi si sente superiore e ben fuori da tutta la melma ed il letame di questo basso mondo. Piegai in quattro il foglio con ostentata lentezza, e lo restituii al generale, continuando a restare muto. Dopo qualche istante, il Generale Conso, che doveva essersi reso conto della intima mia tragedia ruppe il silenzio e parlandomi più come un padre ad un figlio mi disse di trattenere il foglio e preparargli entro alcuni giorni la risposta. - No, signor generale, non mi avvilirò al punto da rispondere ad una simile manciata di fango. Piuttosto preferisco che le superiori autorità diano corso alla punizione proposta. Occorse qualche mese, la parola suasiva del Generale Conso e la simpatia e comprensione che mi dimostrò , per indurmi a mutare parere.
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NELL'UI\GHER!A DI BÉLA KUN E D URANT
L' OCCU PAZIONE MILITAR E ROMENA
Per quanto il rapporto si rivelasse una montatura per discarico di eventuali responsabilità - come il Generale Conso mi diceva con parole meno esplicite - tuttavia - egli aggiungeva - di fronte ad un terzo chiamato a pronunziare un giudizio, colui che non si difende pone di per sé una presunzione di colpa che va a suo danno. Quest'assennata osservazione e la riflessione che ne traevo ruminandovi sopra, che cioè anche la verità per farsi strada nel mondo ha bisogno d'essere presentata con quasi altrettanta arte ed abilità della menzogna , mi decise a stendere una giustificazione. Avrei anzi fatto bene a valermi dell'opera di un legale, invece di riporre troppa fiducia nella mia innocenza. Dopo 18 mesi l'inchiesta si chiuse con un salomonico verdetto del Comando del Corpo d'Armata di Roma che mi comminava un mese di arresti in fortezza, da non scontrarsi materialmente, dato il tempo trascorso. Sporsi reclamo contro la punizione, ma mi si fece osservare che per effetto d'una recente amnistia la punizione sarebbe stata cancellata anche dal libretto personale e con tal presto si trovò modo di mettere a dormire la vergognosa faccenda. Tanto vergognosa che m'ero proposto di non farne neppure menzione in questi miei ricordi . Ma dopo la pubblicazione fatta dal Generale Segre "La missione militare italiana per l'armistizio", Ed. Zanichelli*, mi sento sciolto dall'obbligo di stendere un velo sopra questo epilogo, solo e singolare premio aggiudicatomi dall'Italia e dall'Esercito per averne tenuto alto il nome e le secolari civili tradizioni. L'averne fatto cenno richiede anche che dica ciò che ne penso di questo atto del Mombelli: vera freccia del Parto, perché scoccata appena venti giorni dopo l'amichevole e lusinghiero saluto riserbatomi alla mia partenza da Budapest (il rapporto è dato 7 dicembre 1919. Quello che faccio carico - e grave carico - al Generale Mombelli si è che egli abbia omesso di scrivermi e chiedermi delle franche spiegazioni prima di redigere il rapporto; di avermi cioè condannato prima di ascoltarmi, il che è contrario alle più elementari norme di procedura disciplinare e penale. Ad attenuare quanto appare di cattivo nell'azione di Mombelli è mio dovere dire quel che mi risulta sul movente e sull'istigazione a compierla. Per mia disavventura quando lasciai Budapest nel novembre 1919 correva già la voce che la Commissione d'Armistizio di Vienna stesse per essere disciolta e che non fosse estraneo al provvedimento il proposito del nostro Governo di far luce sopra le imputazioni di affarismo personale e di gravi irregolarità amministrative che le si facevano pubblicamente sia a Vienna ed ancora più a Roma. Secondo quanto aveva riferito Cerruti venendo da Parigi la cosa erasi andata differendo di mese in mese per l'opposizione fatta dal Comando Supremo. Ma non poteva andare molto che anch'esso avrebbe dovuto cedere di fronte al crescente accreditarsi nel pubblico di quelle imputazioni, nelle quali si coinvolgeva in primo luogo il Generale Segre ed il suo immediato "entourage". Queste notizie e qualche malevola insinuazione a mio riguardo, che certamente non sarò mancata dopo la mia partenza da Budapest, erano più di quanto occorreva per una natura burocratica, pavida e riluttante da responsabilità come quella del Generale Mombelli per deciderlo a discaricar se stesso da taluni atti della Missione, che avevano dato luogo a proteste o reclami come il fermo del Colonnello Papalardo da parte delle autorità di frontiera romene, o qualche altra facilitazione da me accordata interpretando i regolamenti e gli usi con quella elasticità reclamata dalle circostanze. Bisogna inoltre aggiungere a discarico di Mombelli ch'egli sapeva o doveva aver capito che quand'anche egli avesse taciuto, Roma sarebbe stata informata dal Cerruti di tutti gli strappi al* Roberto Segre, "La missione militare italiana per l'armistizio", Zanichelli, B ologna 1928.
EPILOGO
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l'ortodossia diplomatica commessi dalla Missione Militare. Aveva perciò preferito prevenire il Comando Supremo prima che questi venisse a cognizione delle stesse cose dal Ministero degli Esteri nella forma tendenziosa in cui a quest'ultimo sarebbero state presentate. La persona alla quale perciò avrei dovuto serbare rancore se la mia missione in Ungheria si chiudeva in passivo anziché in attivo, era Cerruti che vedeva noi ufficiali come degli intrusi e dei sacrileghi allorché insediati in posti disputati alla amministrazione cui apparteneva. In realtà fu lui che tese l'arco che lanciò la freccia; Mombelli non fece che scoccarla. Cerruti evitò così anche di scoprirsi. Lasciamogli la sua "Schadenfreude", e passiamo oltre. Per dimenticare e farmi dimenticare avevo accettato di andare a prestare servizio nella piccola ed isolata fortezza di Osoppo, dove era distaccato un reparto del reggimento, quando nel novembre 1922 veniva a trarmi dalla solitudine e dalla rimunerativa comunione spirituale e professionale del comandante coi suoi soldati, una insolita lettera d'ufficio, che m'invitava a partire per Budapest, allo scopo di ricevervi l'omaggio di una spada di onore a ricordo e premio per la mia missione. Come ho già detto in altro punto di questi miei ricordi l'invito non riguardava che la mia persona ed occorse che ne facessi condizione "sine qua non" ad accettarlo se in definitiva ottenni che fosse esteso ad almeno due ufficiali del personale che aveva fatto parte della Missione nei suoi giorni più difficili, obbedendo al concetto che il plauso e l'onore che mi si voleva tributare andasse alla Missione Militare Italiana ed all'Esercito Italiano anziché a me; alla Istituzione anziché alla persona. Come è noto, la consegna di detta spada rivestì la forma di una grande e solenne cerimonia compiuta nella cornice imponente e fastosa , che è consuetudine dare in Ungheria agli eventi nazionali. La si volle tenuta nel Palazzo del Parlamento e sotto la cupola centrale, laddove hanno luogo le più importanti manifestazioni pubbliche della vita ungherese. L'atto fu presieduto la Sua Eminenza il Cardinale Csernoch, Primate d'Ungheria, la personalità che a tenore della vecchia costituzione dello Stato tiene il primo posto allorché il trono è vacante. Ad eccezione del Capo dello Stato, astenutosi per motivi politici e protocollari , vi erano presenti i più alti dignitari ed esponenti di tutta la Nazione: S.A.R. l'Arciduca Giuseppe d'Asburgo, il custode della Corona barone Sigmund Peranti, rappresentanti del Governo in carica, e rappresentanti del Parlamento, vescovi delle diverse Chiese, il Rabbino maggiore oltre ad una folla di gente d 'ogni classe e condizione della capitale e della provincia. Accompagnati dal Ministro d'Italia, principe Caracciolo di Castagneto, io ed i miei ufficiali salimmo i gradini d'accesso all'edifizio ed entrammo al Parlamento accolti lungo tutto il percorso da ovazioni ed acclamazioni dei presenti, che malgrado il tempo piovoso, si assiepavano sulla piazza e di quelli che facevano ala internamente al palazzo dallo scalone fino alla grande hall sottostante la cupola. Prima di consegnarmi la detta spada d'onore il Cardinale Primate pronunziò il seguente discorso: Nobile Signor Colonnello, per noi ungheresi è oggi duro celebrare delle feste. Ulcerate bruciano le nostre membra mutilate, e l'ombra buia di un avvenire incerto offusca la nostra anima. Anche in queste sontuose sale il doloroso presente ed il ricordo triste del passato opprimono i nostri animi intonati a festa. Ma sospinto da riconoscenza il popolo ungherese è qui affluito per festeggiare in voi, nobile signor colonnello, l'uomo che diede prova alla nazione ungherese della sua generosità e del suo coraggio in un tempo in cui un feroce governo trionfava della prostrata nazione ungherese.
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NELL'UN GI-IERIA DI BÉLA KUN E DURANTE L' O CCUPAZIO, E MILITARE ROMENA
Quale segno della nostra gratitudine ed a eterno ricordo di essa noi abbiamo eletto di offrirvi una spada d'onore di vecchia foggia ungherese. La spada, la sciabola, la daga, nobile signor colonnello, fin da quel tempo fu sempre il simbolo del diritto di vita e di morte. Come e perché può dunque una nazione tenuta per vinta offrire al figlio di una nazione vincente il contrassegno del diritto di vita e di morte? E il mondo che ha notizia della nostra festa di oggi non si domanderà: come, la valorosa Ungheria può dare la sua spada in mani straniere? E tuttavia noi offriamo una spada in ricordo, poiché noi sappiamo bene che la rimettiamo in una mano nobile ed amica. Nella mano di un uomo che un tempo salvò la vita a molti ungheresi, quando il loro braccio era paralizzato. Questa spada è il regalo che una nazione caval leresca fa ad un uomo cavalleresco, signor colonnello! Come rappresentante di una potenza, come capo della Missione italiana a Budapest, voi vi ergeste a custode della porta della vita e della morte degli ungheresi, allorché un nemico interno si accingeva a strangolarlo. Il vostro braccio, nobile signor colonnello, fu la spada che roteando luccicante fermò il potere della dittatura del proletariati sitibondo di sangue civile. Voi, nobile signor colo nnello foste quell'eroe, la cui parola impose alle schiere incendiarie ed omicide di arrestarsi. Il nom e Romanelli significava nei giorni del terrore il diritto di vita e di morte. I cittadini minacciati nei bei e nella vita accorrevano a voi. L'edificio della missione era come il tempio romano di Vesta divenuto il tetto dove i perseguitati potevano trovare il "jus asili". Io stesso fu soltanto in grazia della protezione accordata da questo diritto di asilo se potei esercitare tra i miei fedeli i doveri della mia missione vescovile. Chi incarcerato si torturava al pensiero di sapere quando la morte si sarebbe abbattuta su di lui, riponeva piena fiducia e speranza nell 'essere a cognizione che sopra di lui vegliava Romanelli. Dell'angoscia dei predestinati alla morte e della loro fiducia nel nome di Romanelli quanto non potrebbero raccontare anche le mura di questo edificio! Giusto è perciò che oggi echeggino delle onoranze che gli tributiamo. Questo fastoso palazzo sede del legislatore tramutato in orribile casa di pena, nelle cui cantine e sotterranei i più eletti e devoti figli della nazione languivano e contavano i minuti della vita che loro restava. Tra coloro che qui vi festeggiano, parecchi sono coloro che soffrirono lo spasimo raccapricciante di quella attesa, e se oggi essi sono qui, lo debbono a voi, signor colonnello. Dopo la controrivoluzione anche la spada della vendetta fu fermata dalla vostra mano. In questa mano noi deponiamo oggi una spada d 'onore. Quando i soviet rivoluzionari soffocata che ebbero la controrivoluzione avevano deciso che i tribunali rivoluzionari pronunziassero inappellabili sentenze di morte e che le sentenze avessero immediata esecuzione, e quando la folla eccitata aspettava nella piazza Octogon che i condannati fossero impiccati foste voi, signor colonnello che indirizzaste a Béla Kun la nota che segue: "io esigo che la vita degli ostaggi e dei prigionieri politici, che, in conseguenza dei recenti avvenimenti, sono caduti nelle vostre mani, siano risparmiati tutti senza eccezione, quand'anche colti colle armi alla mano. Ricordo a voi ed a tutti i componenti il vostro governo che vi riterrò responsabili individualmente e collettivamente delle condanne che venissero effettivamente eseguite". Chi può dir di quante vite ungheresi segnarono il destino queste vostre parole da voi gridate valorosamente ai rappresentanti d'un potere assetato di sangue, ammonendolo che sconterebbero colla propria vita quella d'ogni singolo ungherese messo a morte! A noi basta pensare agli audaci cadetti della Ludovica ed ai loro bravi ufficiali. Quando voi, signor colonnello, scriveste quelle parole voi eravate l'uomo dell'Apocalisse, del quale la Sacra Scrittura dice: "ex ore eius gladius utroque parte actus, exibat" (e dalla sua bocca sortì una tagliente spada a doppio taglio). Con uno dei tagli voi donavate la vita recidendo la corda dell'impiccagione. Coll 'altro comminavate la morte ferendo così a morte l'intera dittatura
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del proletariato e paralizzandola nella sua furia vendicativa. Fu questo il colpo di grazia per un regime che si fondava esclusivamente sulla violenza e sulla vendetta. A giusto titolo perciò, signor colonnello, noi conferiamo a voi in segno della nostra gratitudine l' emblema che decide della vita e della morte: la spada. Possa a voi ricordare, come noi ricorderemo con riconoscenza, che voi quale buon amico, leale cavaliere ed eroe avete salvato le vite di tanti ungheresi. La riconoscente memoria di coloro rimasti in vita e dell'intera gente ungherese s'intreccia coll'acciaio di questa spada. Possa essa costituire il simbolo dell'amicizia fra due nazioni cavalleresche. Un ungherese consegna questa spada ad un italiano. Possa questo atto venire suggellato da secolari buone relazioni fra l'Italia e l'Ungheria. La nazione italiana e quella ungherese possano anche in avvenire procedere mano nella mano verso i loro ideali e verso le loro mete. Leghiamo il riconoscente ricordo di questa festa con tale speranza e voi accettatela , signor colonnello, come pegno della gente ungherese. A detto discorso risposi all'incirca come segue, desumendolo dal resoconto della cerimonia fattone dai giornali di Budapest. Eminenza Sono profondamente commosso per le elette e lusinghiere parole colle quali Vostra Eminenza ha voluto accompagnare il prezioso dono che mi ha voluto offrire. E con me ne sono certamente altrettanto commossi i miei ufficiali qui presenti e tutti gli altri camerati facenti un tempo parte della Missione Militare Italiana. Grazie di cuore per me e per loro a Vostra Eminenza ed alla nobile Nazione Ungherese per questa attestazione di riconoscenza che avete voluto dare alla Missione, rivestendo la manifestazione d' una particolare solennità, di cui non si cancellerà il ricordo né in chi vi era presente, né in chi vi era assente. Dalla vivacità e spontaneità delle ovazioni ed acclamazioni colle quali ci avete accolto al nostro ingresso in questo fastoso palazzo, sede della rappres entanza nazionale ungherese, da quelle non meno calorose delle quali ci ha fatto oggetto la gente che affollava la piazza prima che qui entrassimo, così come dal fa tto ch e l' iniziativa di questa manifestazione è stata presa da un comitato nel quale sono personalità rappresentative di tutte le classi sociali, di tutti i partiti politici e delle diverse religioni, e che questo comitato sia presieduto da Vostra Eminenza, che è a più elevata autorità morale del paese è eloquente segno che la Missione Italiana nell'assolvere il suo dovere seppe essere quanto più possibile imparziale e giusta con Tutti; e che del pari la cordiale, commovente attestazione di riconoscenza di cui ci avete oggi onorato sgorga dall'animo dell 'intero popolo ungherese, come Vostra Eminenza ha tenuto a porre in rilievo. Dio è stato davvero prodigo della sua grazia verso la Missione, perché a qual maggiore e più ambito premio poteva aspirare di quello espresso dalla riconoscenza d' un popolo prode, forte e cavalleresco qual e è riputato l'ungherese? Di questo premio di per sé stesso superiore ad ogni aspettativa l'Ungheria ha tenuto a darmene perpetuo ricordo coll'offrirmi una spada di antico, finissimo lavoro magiaro sul cui ferro è inciso: "al Colonnello Romanelli i grati ungheresi". Questa spada sarà per me un caro e prezioso ricordo del quale andrò altero pel rimanente della mia vita, perché connesso colla memoria di quel poco di bene che quale capo della Missione e momentaneo rappresentante dell'Esercito italiano potei rendere all'Ungheria, e di questa indimenticabile cerimonia di quest'oggi. Questa spada non sarà per voi, ungheresi, né per noi italiani, un simbolo di guerra, bensì di eterna amicizia fra l'Italia e l'Ungheria; fra l'Italia ch e la mia Missione ha rappresentato a Budapest e l'Ungheria, dove la Missione ha esplicato la sua opera di vera e genuina pace.
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Vostra Eminenza si è compiaciuta ricordare l'atto col quale la Missione intervenne durante una torbida e triste parentesi della vita nazionale ungherese per evitare che, per effetto di una giustizia sommaria, spietata ed illegalmente amministrata si stroncasse la vita al fior fiore della vostra gioventù. Atto che sorprese, conquistò ed affascinò l'animo cavalleresco ungherese in quanto compiuto da una Missione che a Budapest simboleggiava il nemico della vigilia, le armi della coalizione vincitrice. Ma questa missione pur rappresentando in quel momento l'Intesa, era italiana, italiana per sentimenti e tradizioni, e come tale non doveva stupirvi che in quella determinata contingenza essa fosse istintivamente portata ad obbedire alle più alte e più pure caratteristiche dell'Italia , di questa grande madre e maestra al mondo di civiltà. All'Italia vada dunque questa attestazione di riconoscenza e questo ringraziamento del magnanimo popolo ungherese; all'Italia che qui in Ungheria come dovunque in Europa dal giorno dell 'armistizio svolse opera di moderazione e generosità per tutti i popoli. L'Italia sentirà in questo ringraziamento dell'Ungheria che la pace fra i nostri due popoli non è più soltanto nelle parole dei Trattati ma è scesa nel cuore delle genti delle due Nazioni. Con elevato senso d'italianità e fin e discernimento diplomatico il nostro ministro ed incaricato d'affari a Budapest, principe Caracciolo di Castagneto tenne a prendere spunto dall'evento per offrire un pranzo e ricevimento ufficiale nella sede della Legazione e perché vi intervenisse S.A.S. il Reggente d'Ungheria Ammiraglio Mikl6s Horthy, quale Capo dello Stato, colse la ricorrenza del genetliaco di S.M. la Regina Madre Margherita. Era questa la prima volta dopo la conclusione della Pace che il Reggente d'Ungheria come tale metteva piede alla nostra Legazione. Al termine del pranzo vi furono perciò dei brindisi dal testo precedentemente convenuto, in ambedue dei quali si esaltò l'opera della Missione Militare Italiana ed il mio nome entrò ufficialmente nella storia dell'amicizia tra l'Italia e l'Ungheria. Con questo atto ufficiale, date per concluse le manifestazioni di giubilo e riconoscenza di cui gli ungheresi avevano voluto farci segno a me ed ai miei due ufficiali, tutti e tre lasciammo Budapest per l'Italia col medesimo treno, salutati alla stazione da un folla plaudente. Rientrato quindi a Osoppo nell'ombra e nel silenzio di questo storico, glorioso bastione d'Italia per condividere di nuovo la rude, austera e sana vita dei miei soldati e viverla per loro per farne dei validi difensori della Patria e dei buoni cittadini, era umano che mi accadesse talvolta di riandare col pensiero alle passate mie vicende. Allora mi veniva fatto di domandarmi perché fossi stato portato tanto alle stelle da un Paese che non era il mio e da gente che non era la mia, e tanto messo da parte e perfino biasimato e punito dal mio, da quello che nell'operare come meglio avevo saputo e potuto fare, era stato sempre in cima ai miei pensieri. Eppure mi pareva - facendo un rigoroso esame di coscienza - di non essere venuto meno al primo dovere di chi si trova all 'estero a rappresentare il proprio Paese ed una delle sue maggiori e più nobili istruzioni: l'Esercito. Mi pareva di non avermi a rimproverare di non aver fatto sufficientemente onore al nome, al costume ed alle tradizioni di civiltà ed umanismo d'Italia. Mi pareva di non essermi troppo discostate dalle orme di nostre personalità che all'estero lasciarono una loro memorabile impronta. Conscio di ciò, qual migliore chiusa dare a questa mia disadorna narrazione d'una delle più brevi pagine della mia vita professionale se non dicendomi come Edmondo De Amicis: "L'Italia madre, la quale non promette - e ci basta - che il conforto altero di averla servita ed amata".
xxx POST SCRIPTUM
Nell'atto di pubblicare questi miei ricordi stesi parecchi anni or sono, mi pare convenga riportare la chiusa della mia conferenza sul "Comunismo in Ungheria" tenuta agli ufficiali del Presidio di Udine, su invito del comandante la Divisione Generale Paolo Tacoli. Conferenza della quale riporto alcune pagine nel corso della mia narrazione, in quanto in detta chiusa espongo cosa pensassi del comunismo nell'inverno 1922-23 all'esordio del fascismo, qualche mese dopo le fastose onoranze tributate alla Missione dall'Ungheria. "Dopo quanto ho narrato della vita privata e pubblica, sociale ed economica dell'Ungheria di Béla Kun, e dopo quanto è noto a tutti delle tristissime vicende della Russia Sovietica, parrebbe non si debba esitare a formulare un giudizio sul comunismo che suoni esplicita ed inappellabile condanna. Per quante attenuanti si vogliano addurre, come è possibile far grazia a dottrine insensate che dovunque hanno avuto applicazione hanno seminato miseria, dolori e distruzioni? Tuttavia lo studio e l'osservazione di uno sconvolgimento umano di bicontinentale estensione non deve arrestarsi alle sue iniziali manifestazioni esteriori per eccessive che siano, allorché se ne vuole scoprire il recondito contenuto. Come già ho detto il comunismo è stato determinato da un concomitante disagio sentimentale, economico e sociale delle genti d'un impero d'eccezionale vastità. Conseguentemente le sue dottrine dovevano avere il quadruplice contenuto: spirituale, economico, sociale e politico. Devesi inoltre tener conto che lo sconvolgimento si presenta col carattere d'una ribellione e pertanto di sfogo dei più bassi e perversi istinti umani. È pertanto comprensibile che in ciascuno di quei campi si esplichi inizialmente con riforme radicali e con programmi in antitesi col passato, applicabili soltanto col terrore e colla violenza , abbattendo spietatamente ogni ostacolo o tentativo di resistenza. Vediamo infatti che alla religione si oppone l'ateismo; all'eccessivo accentramento della ricchezza si reagisce col comunismo; all'esaltato militarismo e nazionalismo istigatore di guerre si contrappone il pacifismo e l'internazionalismo sintetizzato nel motto: "Proletari di tutto il mondo unitevi"; ed infine all'assolutismo zarista si risponde colla licenza e l'anarchia dei Consigli o Soviet. Ma tutto questo fa parte dell'improvvisato programma combattivo; della messa in scena allo scopo di sobillare, sedurre e trascinare le masse ed indurle a romperla colle passate credenze e tradizioni; fa parte degli eccessi d'ogni specie che caratterizzano lo scoppio di qualsiasi rivoluzione. Che sotto la superficie agitata e sconvolta di questo cratere umano in attività; dietro le cortine delle utopie e delle più bestiali violenze che erompono da incontrollati istinti ed incomposte passioni debba esservi il germe di nuove forme ed ordinamenti di convivenza collettiva tali da correggere quanto coll'andar del tempo, per diminuite virtù della classe dirigente, insipienza di governanti, abusi di privilegiati è andato degenerando e perdendo d'at-
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NELL'U KGHERI A DI BÉLA KUN E DU R ANTE L'OCCUPAZl O NE MILITA RE ROME. A
tualità di dottrine etiche, economiche, sociali e politiche già in auge, a me pare certo debba scaturire anche dal comunismo. Quali queste nuove forme ed ordinamenti possano essere è pel momento impossibile discernere. Occorre che la face eroica, passionale di quella rivoluzione cessi d'essere incandescente e dia luogo ad una graduale evoluzione. Conferma tale mia ipotesi il pronto e rapido dilagare d'idee comuniste oltre le frontiere della Russia e come possano esservi Stati che per disintossicare quelle idee ed opporsi al loro contagio si studino di appropriarsene ed adattarle a loro stessi. Così sta accadendo da noi che virando di bordo in tempo abbiamo oggi la sensazione d'avere avuto la incomparabile ventura di affrontar nuove vie risparmiando al Paese quel cumulo di avvilimenti fisici e morali e di raccapriccianti tragedie d'ogni genere che chissà per quanto tempo ancora sarà il pane quotidiano delle buone e rassegnate genti soggette alla sedicente Dittatura del Proletariato in Russia. Forse la grande guerra condotta senza esclusione di colpi, la rivoluzione comunista, la odierna parodia di Pace, viziata dell'esasperazione di vecchi e nuovi nazionalismi e da tante aberrazioni d'egoismo individuale, di classe e di popolo non sono che prodromi d 'una frase iniziale d'una evoluzione di umana convivenza; una tappa del calvario che deve addurci ad un progresso". Udine, inverno 1922-23
INDICE DEI NOMI PROPRI E DI PERSONA*
Accame (cap.),Guido,23,25 ,27, 49,50, 51 , 88 Agostino (sa nt ' A.) , 7 agoston,Péter,47,54,83,87, 135, 139, 148, 149, 151, 157, 160, 174, 175, 176, 207 Alberti, Adriano, VII Albricci, 137 Albricci , Alberico, XXJII, 273, 277 Allizé, 45 Andrassy (ut, viale) 25 , 25n, l 49, 166 Angelini (ten.), 137 A pponyi (conte), Albert (Alberto) , XIX, 63 , 215 Apponyi (contessa, contessine) , 40, 67, 68,88 Arturo (v. Guttmann) , 36 Asburgo, V, 199, 201 , 203 , 204, 209,210, 214,271 Augusta (arciduchessa), 136 Aurelio, E., VIIn Baitz, 268 Balogh, Jem (Eugenio) , 216 Bandholtz (gen.), H arry Hill, XXIII , 178,180,188, 197, 198, 199, 200,201,209,218,252 Banffy (contessa), 81 Barczy, Istvan , 262 Baricalla (ten.), Guido, 146,148, 151, 155,162,163,231 Barone, Enrico, VII Bartouch Lehn (barone) , 291 Basselet de la Roseraie (conte), 44,45
Batthyany, 72, 96 Baumgarten , 63, 64, 65, 66, 67, 68 Benedetti, 44 Benedetto XV (papa, Giacomo D ella Chiesa), XXIII, 83,275 Berthon (ten. col.) , 249 Bethlen (conte), Istvan (Stefano) , XIV, XVII, 184, 216 Biagini, Antonello, VII , Vlln, VIII, VIIln , IX, Xln, XVIn, XVIJn , XIXn , XXIn, XXV Bismarck, Otto von, X Bohm, Vilmos (Guglielmo), 72, 116, 117, 118, 119,132, 133 Bonaccorsi (capora le), 51. , 52, 164,237 Bonaventura (Padre, v. Gallerani), 122,146,206,248, 262 Boncompagni Ludovisi (pr.ssa) , Arduina, 112 Borghese (pr.ssa , v. Hoyos), 53 Borghese (principe) , Livio, 23, 24, 37, 38 , 39, 46, 48, 53 , 56, 60, 61,63, 68,88,129,139, 148, 151, 152, 153, 155, 1.71, 177, 184, 185, 210, 211 , 216,274 Borhy (tcn. col.), 134 Brenno, 254 Bristol (hotel), 164, 186 Cadorna, Luigi, 283 Calandra, 292 Canova (-gasse o -strasse, via), 13, 14, 45, 128 Cantucci (conte), 277 Caproni (velivoli), 182 Caracciolo di Castagneto (principe) , 295 , 298
Carbone (cap.), 23, 25, 27, 41 , 49, 50, 51. , 81 , 83 , 88, 137 Cad etti (col.) , Ottorino, 273,276, 277 Carlo IV d'Asburgo, XI, XII, XVIII, 134, 139, 188, 199 Caroli, Giulio, XXIn Carteny, Andrea , XXVI Castagnola (cap.), Alessandro, 181, 230, 232, 243, 244, 256 , 266 Cattaneo (serg. magg.) , 51 , 88, 90, 92, 109,123 Causey (ten. col.) , W. B., 23, 172, 173, 176, 177,186,209,226 Cavaciocchi, Alberto, VII Cavallero (gen.) , Ugo, XX, XXIII , 283,285 , 286 Cerretti (mons.) , Bonaventura , 275,276 Cerruti (cav.), Vittorio, XXIII, 88, 102,1 12, 113, 122, 148, 152, 189,229,237,254,255,256, 257,259,260, 261 , 262, 267, 271,294,295 Chabrol ("forte C.", via), 72 Cherubini, G., XI Chiavari (ten.), Gian Girolamo, 10,272, 273 Ch inoin (fabbrica) , 76 Christa (v. Hatvany, baronessa) , 89 Claridge (hotel), 287 Clark (sir), Georgc, 219,252,253 Clémcnceau , George, XVI II, XXII, 89, 152, 155, 157, 158, 159, 161, 166, 167, 169, 173,
* Il numero di pagina seguito da "n" indica la presenza del nome in nota. Non sono riportati nell'indice i nomi propri relativi alle case editrici dei riferimenti bibliografici. Di seguito indichiamo le abbreviazioni utilizzate per meglio specificare alcuni nomi riportati nell 'indice: " gen." Generale ; ·'col." Colonnello; "magg." Maggiore; "cap." Capitano; "ten." Tenente; "s.ten" Sottotenente; "serg. magg." Sergente Maggiore; "amm." Ammiraglio; "cap. vasc." Capitano di Vascello; " ten. vasc." Tenente di Vascello; "e.te" Comandante; " cav." Cavaliere; "min." Ministro; "pr.ssa" Principessa ; "mons." Monsignore ; "card." Cardinale.
302 179, 180, 181 , 195, 247 Cocevar, Gemma, 140, 236, 237 , 239, 242 , 243 Coen, 30 Collion Ghetaldi (baronessa), 293 Conso (gen. ), 293,294 Corbino, Vll Corni (magg.), 56 Corsi (s.ten.) , 259 Corsi, Carlo, VII Csaky, Istvan (Stefano) , 216 Csernoch (card.) , Janos, XXIV, 82, 128,206,275, 295 Csernyi, J6zsef (Giuseppe) , 72, 122, 123 Cumlingham (col.), Thomas, 127, 134, 139, 151, 152, 153 , 155, 184, 271,272 Cunningham (signora), 272 D 'Amoja, Fulvio, XVIn, XXln De Amicis, Edmondo, 298 De Rosa, Luigi, VIIn Della Torretta (marchese) , 271 D enikin (gen.) , Anton I., 290 Dentice di Frasso (cap. vasc.), Alfredo, 279 Di Leo (carabiniere) , 230, 231 , 232 Di Nolfo, Ennio, XXIn Diamandi (min.) , 196, 225 , 226, 227, 228, 229, 253 Diaz (gen.), Armando, 17 Diena (ten.), Giorgio, 166, 167 Docsak , 151 Domenico (v. Paschetta), 109 D onath (ten.), Le6, 30, 32, 94, 98,lll , 115, 116,141,142, 245 Doretti (tipografia) , XXVI Dunières (caporale) , 65, 67, 68, 95 , 96 Edoardo VII (hotel) , 281 , 291 Eiffel, Gustave, 94n Elisabetta (educandato), 75 Elvira di Baviera (arciduchessa), 272, 273 Endrey Sandor, 264 Engels, Friedrich, 26, 75 Eordogh, Istvan , XVn Eotvos (baronesse) , 82 Erode, 281 Eszterhazy (utca, via), 82, 229, 235, 237, 268 Eva (v. Guttmann), 35
Fabbri, Augusto, VII Faber, Oszkar, 135 Fabris, Cecilio, V Faldella, Emilio, V Faralli (ten.), 85 Feldman, 207 Ferenc J 6zsef ( v. Francesco Giuseppe d 'Asburgo) , 91 Ferenc(z) J6zsef (tér, piazza), 26, 26n Ferigo (geo.), Luciano, 181 ,182, 196, 221 Féry (gen .), 134 Fiaberti, 278 Fitzgerald (cap.) , 66, 83 Fontana, Carlo, 265 Fornaro, Pasquale, XVn Fraccaroli , Arnaldo, XXIV, 25, 40, 63 , 75, 107,128, 162 Francesco d'Asburgo ( arciduca) , 137, 242 Francesco Ferdinando d' Asburgo (arciduca), IX, X Francesco Giuseppe d'Asburgo (imperatore) , X , XI , 26n, 273 Franchet d 'Esperey, Louis-F.M.-F. , XII, XIII, 153,159, 166, 248 Franklin , Martin, 229 Freeman (ten. vasc.), 23 , 50, 59, 83 , 87 ,88, 127 Friedrich, Istvan, XXII, XXIII, 185, 186, 187, 188, 189, 199, 200, 201 , 202, 203 , 204, 206, 209, 210, 211 , 214, 215, 217 , 218, 219, 227, 248, 250, 252, 254 Fiirstenberg (conte) , 207 Gaeta, F., XVIn Gallerani (padre), Bonaventura, 121 Ganz (fabbrica) , 76 Ganz Danubius (società), 63, 64, 66, 76 Garami, Erno (o Ernest), 151, 214, 215 , 217 , 218, 254 Garbai, Sandor (Alessandro) , 71 , 151 Garibaldi, Giuseppe, 85n, 156, 278 Gasparri (card.), Pietro, 275, 276 Gellért (hotel) , 81, 94, 225 George (sir, v. Clark), 252, 253 , 254 Ghersi (gen.), 273, 277
Giolitti, Giovanni, 212 Gionfrida, Alessandro, XXIn Giovinazzi (ten .), 182 Gisella (tér, piazza) , 162 Giugni (ten.), Silvio, 66, 67, 68, 159, 167, 169 Giuseppe d'Asburgo (arciduca) , 71 , 81,82n , 136, 185, 186,187, 188, 199, 201, 202, 209 , 210, 252, 268, 295 Giuseppe Francesco d' Asburgo (arciduca) , 81 Gombos, Gyula, XIV, XVII Gordon (gen.) , Reginald George, XXIII Gorton (v. Gordon) , 173, 174, 175, 176, 177, 178, 180, 184, 186, 187, 188, 198, 199, 200, 222, 226, 249 , 251 Gratz, Gustav, 214 Graziani (v. Grazianì), 193, 194, 196,198, 199,200,252 Grazianì (gen.) , Jan César, XXIII Graziali (gen.), Francesco Saverio, 249 Grispo, Renato, XXIn Grossi (col.), Camillo, 276 Guglielmo II di Hohenzollern, 254 Gui, Luigi , VII Guttmann (baronessa di Gelse e Belicse), Stefania , 35, 36, 37, 38, 39, 67, 68, 77,87 , 88, 94 Guttmann (baroni) , 36, 37, 38, 77 Hadik (conte) , J anos, XIII Hallier (gen.), 127, 271 Hamburger, Jen6 (Eugenio), 72 Hanak, Péter, XII Hatvany (barone), Lajos (Ludovico) , 89 Hatvany, 188 Hatvany, Christa , 88, 89 Haubrich, J6zsef, 72, 89, 96, 146, 149, 151, 155, 156, 157, 162, 166 , 183 Hegediis, L6rant (Orlando) , 214, 231 Heinrich, Ferenc, 214 Henssler (cap.), Emilio, 51 , 88, 90,91, 92,96, 97,98,101 , 107, 123, 125,1 30,1 35, 146,148 Hevesi, Gyula (Giuli o) , 72 Holban (gen .), 169, 170,171 , 172, 173, 176,177,178, 179, 221
1ND1CE O
Holyos Wenkheirn (conte) , 123 Holyos Wenkheim (contessa), Paola, 53 Hoover, Herbert, 172 Horowitz (col.) , 249 Horthy, Mikl6s (Nicola) , XII, XVII, XVIII, XXII, XXIII , 185,215,219,248,249,254, 268,298 Hungaria (hotel), XXII , 27, 30, 32, 45 , 65 , 66, 90, 91 , 92, 94, 96, 101 , 146,169,170,189 Huszar,Karoly (Carlo) ,214, 215, 216, 217 lllés (utca, via), XXVn Imperia! (hotel) , 13, 14, 15, 18, 127, 128, 129 Isabella (duchessa di Genova) , 272
Jacomoni (ten.) , Franco, 284, 285,286 Jancsic, 129 Julier (col.), Ferenc, 133 Just (ten.), 245 Kararescu (magg.), 231 Karolyi (conte) , Imre, 111, 112, 209, 212, 214, 216, 217, 218, 229, 230,232, 293 Karolyi (conte), Mihaly (Michele), Xll, XIII , XIV, XV, XVII, XVIII , 30, 63, 69, 72, 76, 82, 88,132,187,207,208,215,236, 237, 243 Karolyi (contessa),Fanny,39 ,40, 53 Karolyi ( contessa, contessine) , 94,129 , 184, 240, 241 , 243 Karolyi, 39n, 226, 229, 231 , 235, 237, 239, 240,241 , 243 Karolyi, Gyula (Giulio), XVII Karolyi, J6zsef (Giuseppe), 230 Kelen, J6zsef (Giuseppe), 72 Kerenski, Aleksandr F. , 69 Kisfaludy Strobl (v. Strobl) , Alajos, 264 Kiss, 107 Knaller, Gy6z6, 151 Kornfeld (barone), P al, 63 , 64, 65, 66,68 Korvin, Ott6, 192 Kossuth, Lajos, 85n Krausz, Sirnon, 38, 39, 91 , 92 Kun, Béla, VIII, XII, XIV, XV,
.1
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I\OMl PROPRI E DI PERSONA
XVn , XVII , XVIII , XVIIIn, XX, XXI,XXII, XXIV, 18, 19, 20, 23, 29, 30, 31 , 32, 33 , 36, 43, 45, 46, 47, 48, 55 , 60, 63, 65, 66, 67, 69, 71, 72, 73 , 75 , 76, 81, 82, 83, 84, 85, 87, 88 , 89, 90,91 , 92,96, 98,99, 100, 102, 103, 105, 108, 115, 116, 117, 118, 119, 120, 121 , 122, 125, 130, 131 , 132, 133, 137, 138, 139, 140, 141 , 142n, 145, 146, 147, 148, 149, 151, 152, 153, 163, 169, 176, 178, 181, 183, 185, 186 187, 188, 189, 190, 195, 207, 209, 211, 214, 215, 225, 229, 238, 245, 247, 260, 266, 271 , 277, 290, 296, 299 Kunfi, Zsigrnond (Sigismondo) 72
Lajos (ten.), 146 Lancia (automobili), 129,238 Landler, Jen6, 133 Lang (officine), 76 Laporta, Piero, XXVn Lazzari, Costantino, 122 Lengyel, Gyula (Giulio), 32, 33, 54, 55 , 72 Lenin, Nikolaj , XII, 26, 30, 60, 71, 72, 75 , 89,122, 153,260, 290 Libbits (barone), 137 Lip6t (kon1t, viale) , 25, 25n Longo, S. , Vlln Ludovica o Ludovika (accademia) , XXIV, 93,104,269, 296 Luisa del Belgio (pr.ssa), 63 Lukacs, Laszl6 (Ladislao) , 216 Luraghi, R aimondo, VII, Vlln Mackensen, August von, 53, 72, 180,223,250 Matti, Fabrizio, 85 Marcovic, 106 Mardarescu (gen.), 1.81, 225,233 Margherita di Savoia (regina madre) , 298 Maria (santa M.) Ripara trice, 135 Maria di Romania (regina), 246 Maria Valéria (utca, via) , 30,264 Marselli, icola , VII Marx, Karl, 26, 75 Mattarella, Sergio, XXIV Mattia (re M. Corvino) , 154n
Maurocordato (e.te), 233 Mazzini, Giuseppe, 85n, 278 Menkina (ten. col.), 134 Miakits, Ferenc, 151 Mihalyi, Géza, XXIV Mikes ( conte, vescovo), Janos, 82, 128,139,207,208 Mola (gen.), 288 Mombelli (gen.), Ernesto, XXIII , 181, 182,184,187,188, 190, 193, 194, 196, 198, 199, 200, 201, 202, 203, 204, 205 , 211, 216, 219, 225, 226, 228 , 229,230,232,233,235,236, 238, 239 , 241, 242, 243, 244, 248, 249 , 250, 251, 252, 253 , 254,255,256,259,260, 261 , 262, 263 , 264, 265, 267, 268, 293, 294,295 Mombelli (signora), 242, 243 Mombelli, 255 Mombelli, Paulette (o Paola) , 242, 255 Mondini, VII Monticone, A., VIIn Montù (mag.), Giorgio, 182,193, 204 Morgari, Oddino, XXI , 45, 46, 47 , 48, 60,66,89, 122, 189, 190 Marini (ten.), 159,166 Motta , Giovanna, XII Multari, Massimo, VIII Murari (ten. col.) , 23 , 24, 25, 26, 27,29, 30, 33,36,43,49 Mussolini, Benito, XIX Nagel, Marcel, 128, 129 Németh (signorine) , 40, 63 Nicola II di Romanov, X Nodello (cara biniere), 164, 237 Orlando, 64 Ormos, Maria, XVn Ottogalli, Gianfranco, VI Pacié, X Pagliano (conte), 281, 282 Paladini, Cesare, Vlln Papalarclo (col.) , 230, 231, 232, 251,294 Papp (cap.), Mikl6s, 268 Pascarella , 72 Paschetta (attendente), Domenico, 9, 109 Paternò (marchese di), 274 Paulay, Erzsi (Elisabetta), 189
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NE LL'UNGHERTA DJ LIÉLA KlJN E DU RANTE L'O CCU PAZIONE MILITARE RmvtENA
Peidl, Gyula (Giulio), XVIU, XXI , 149, 150, 151, 160, 184, 185,187,199, 200,214, 215 Pekar (barone), Gyula (Giulio), 262,265 Pellegrino, Emanuela, XXIn Pentimalli (magg.) , 15 Peranti, Sigmund, 295 Perényi (barone), Zsigmond (Sigismondo), 212,214, 217 Perotti (attendente), Giuseppe, 19 Pet6fi, Sandor, 231 Pettinato, 159, 167,180, 181 Peyer, Karoly (Karl) , 139, 151 Pieri, Piero, VII, Vlln Pignatel\i (principe di Cerchiara, ten.), Valerio, 23, 24, 25 , 37, 38, 39, 88, 89, 92, 94, 95 , 97 , 148 Pilato, 281 Pittalis (cav.),Francesco,256,266 Pogany, J6zsef (Giuseppe), 72, 112, 122, 132, 189 Pollio, Alberto VII Por, Erno, 65, 89 Princip, Gavrilo, IX Rak6czi (utca, via) , 25, 25n Ranocchia (vicebrigadiere), 116, 123 Reeves, 268 Riggi (gen.) , Virginio, 288 Ritz (hotel) , 21, 23 , 30, 32, 35, 38, 49, 50, 51, 61 , 66, 81, 82, 87, 90, 91 , 93,100, 106, 107, 116, 120, 130, 135, 137, 148, 150, 155, 163, 164, 166, 170, 172, 173, 178, 181, 186, 190, 192, 201,229,235,237 Rizzo ( c. te), Luigi, 29 Romanelli (col.) , Guido, VI , VIII ,XX,XXI,XXII,XXIII, XXIV, XXVn, XXVI , 5, 97, 98,99,102, 103, 112,113, 126, 152, 153, 157, 161, 259, 264, 293,296,297 Romei, (gen.) Giovanni, XVIIn Romiti (cap.), 101 Rotschild, 268 Rubin (ten.), 230 Rurescu (gen.), 162, 163, 164, 165,169,225
Salem (ten.), Renato, 51 , 64, 65, 66,88, 97,107 , 108, 109, 130, 137, 146, 148, 149, 151, 154, 155, 159, 163 167, 180, 181, 221 San Martino di Valperga (conte di) , Enrico, 112 Sandri, L. , VIIn Scala , Edoardo, VII Schnetzer (gen.), 186 Schweide, 122 Scialoia, Vittorio, 281, 283, 286, 287,288 Scioldo (ten.) , 256, 266 Scota, 278 Segre (gen.) , Roberto, 11, 13, 14, 15, 17, 24, 43, 44, 45, 47, 49, 51 , 100, 101,103, 125,127,128, 129, 130, 146, 163, 164, 166, 171, 182, 255, 271 , 272, 294, 294n Sestan, Ernesto, Xln Sforza (conte) , Carlo, 274, 275 Sibelka (cap.), 245 Simoncelli, Paolo, XXIn Sisifo, 77 Smuts (gen.), Jan Christiaan, 89, 117, 131 Spender, Harold, 290, 291 Stalin, Josif V. , XXIVn Stefani (gen.) , VII Stefano (santo S.), V, XVIII, 202, 272 Stellati Scala (conte) , 277 Stern, 140 Strobl,Alajos (o Lajos ), XXIVn , 264 Stromfeld (col.), Aurél, 132, 133 Supino (cap.), 163, 190, 256 Szab6,151 Szab6, Istvan (Stefano), 215 Szab6, Janos, XXIV Szamuely, Tibor (Tiberio), 72, 74, 115, 116, 118, 119, 122, 126, 132,192 Széchenyi (conte) , Is tvan, 28n Székely, 274 Szterényi ( o Stern, barone) , J 6zsef, 139, 207 , 208, 209, 212, 214,215,216 Szterényi (ten.), 245 Szurmay (gen.), 82 Szveteney (contessa) , 106, 107
Tacoli (gen .), Paolo, 69, 299 Tacoli (marchese) ,Arrigo, 15,23, 43,44, 46, 48, 60, 274 Takacs, 151 Tanczos (gen.), 186 Tango, 63, 78 Tarnoki (ten.) , 141,142,245 Teleki, Pal, XVII Terni (società), 63, 67 Tisza , Istvan, X, XI , XII, XIII, 212 Tittoni, Tommaso, 151, 167n, 273 Toplitz, 279 Toplitz, Giuseppe, 279 Troismont (marchese de T.), Charles, 233 Troubridge (amm.) , 188, 218 , 222, 251 , 252, 253, 264 Turi, G. , XIn Ttirr, Istvan (Stefano), 85n , 156 Tiirr, Stefania, 85, 164 Vag6, Béla (nel testo Alberto) , 72, 122,132 Valdettaro (cap.) , 17 Valfré di Bonzo (mons.) , 127, 128, 207,271 Valiani, Leo, XXIV Vannuttelli Rey (conte), Luigi, 285,286 Varga, Jen6 (Eugenio), 72, 76 Vazsonyi, Vilmos, 216 Verdi, Giuseppe, 269 Vesta (tempio) , 296 Vittorio Emanuele di Savoia, 265 V.ix (col.), 69, 212 Weiss, Manfred ( officina), 76 Wekerle, Sandor, 139, 207, 208, 209, 211 , 212, 213, 214, 215, 216,217 , 218 Weltner, Jakab, 139 Wilson, T. Woodrow, XI , XVI, 172, 197,199,228 Wrangel (gen.) Piotr N. , 290 Yudenitch ( o Judenic, gen.) , 290 Zambra, 53 Zerkovits, Emi!, 90, 91 , 105 Zita d ' Asburgo (imperatrice), 117 Zrfnyi, Mikl6s, XXIV
INDICE DEI NOMI DI LUOGO *
Abano, 9 Africa, 27 , 108 Agliè, 272 Alag,240, 24011, 268 Alcsut, 82, 82n, 137, 186, 203 Alpi (monti), 7, 85n America,X,XI, 5,8, 18,172, 199, 283,290 Andorra, 290 Arad , XVII, 230, 230n, 231 , 232 Arezzo, VII Argentina, 290 Arrabona (v. Gy6r) , 19n Asia, 289, 290 Atene, 242 Atlantico (oceano), 198 Austria , XI , XIX, XX, 10, 14, 17, 26n,56,68, 154, 195,202, 208, 209,213, 271 , 278,285,286, 291 Austria-Ungheria, IX , X , X II , XIIn, XIlI , 37,266 Bacska, XIX Baja (in rom. Baia Mare) , XIII Baia ton (lago), 248, 248n, 249n B alcani, IX, X , XII , XIIn Banato, XIII, XIX, XX , 230n Barcellona, XXIV, 6
Bath, 286, 288 Baviera, XV Békés, XIX Belgio, 63 , 282 Belgrado, 23, 112, 117n, 170, 188 Berlino, VIII, XI , 72, 160, 283 Bessarabi a, 227 Boale Zocchi, 277 Bologna, 278 Bolzano, 159, 272 Bosnia-Erzegovina, X, XII
Bratislava (in ted. Pressburg, in ung. Pozsony, in lal. Posonium), 117n, 240 Bregenz,272 Bruck o Bruckneud orf (nel testo anche Bruck am Leitha , in ung. Kiralyhida) 17, 17n, 20,45, 127, 129 Bucarest, XVII , XXIII, 30n, 158, 159, 173 , 175, 178, 181 , 194, 223, 229, 232, 233, 251, 261 Buda, 25n , 28, 28n, 36, 90, 139, 60, 185, 193, 196, 209 , 238 Budapest, XII , XIII, XVIII, XIX , XXII , XXIII , XXIV, XXVn, 5, 6, 15, 17, 18, 1911,
20, 21 , 23,24, 25 , 2511, 26, 28, 29 30n, 31, 33, 35, 36, 37, 39, 39n,41, 43, 44, 45, 46, 47, 49, 51 , 52, 53 , 54, 59 , 60, 61 , 63 , 64, 65, 66, 67, 68, 69, 72, 73, 74, 75 , 77, 78,80,8211, 83,84, 85, 85n, 87, 88, 89, 95, 97, 98, 99,100, 101 ,102,105 , 108,110, 111, 112,113, 116n, 117, 121, 125, 127, 128, 129, 130, 135, 138, 139, 140, 141 , 142, 145, 147, 148, 149, 150, 151, 152, 153, 154n, 155, 156, 157, 158, 159, 160, 162, 163, 164, 165, 166, 166n, 167, 169,171 , 172, 175, 176, 177, 178, 179, 180, 181, 182, 183, 184, 185, 186, 188, 189, 190, 194, 195, 196, 197, 198, 199, 207, 209, 215, 216, 217 , 218, 219, 221, 223, 225 , 226, 227 , 230, 231 , 233, 235 , 236, 236n, 237 , 238 , 239, 240, 241 , 242, 244, 245, 246, 247, 248, 251 , 252, 254, 255,
256, 259,260 , 261,262,263, 264, 265 , 267, 268, 269, 271 , 273, 274, 275, 278, 279, 293 , 294,295,296, 297,298 Bulgaria, X, Xli, 227 Burgenland, XIX, 17 Cadore, 27 Camposilvano in Vallarsa, 277 Caporetto, Xl, 288 Capua, 275 Carinzia , 10 Carpazi (monti), X Cassovia (v. Kosice), 131 , 131n Catania, 7, 51 Cattaro, XII Cechia, V Cecoslovacchia, XIII, XX, 47 , 60, 65, 76,89, 117, 131 , 139, 227 , 249 Cegl éd, 16711 Cluj o Cluj-Napoca (in ung. Kolozsvar, in ted. Klausenburg), 30n Corno (B attisti , monte) del Pasubio, 277 Costantinopoli, XVIIn Cracovia, 182, 224 Croazia, XIII Csepel, 25n, 122, 12211, 132, 140, 153 Csongrad, XIX Czegléd (v. Cegléd) , 16711, 167 Dalmazia , 55 D animarca, 291 D anubio (i n ung. Duna, fiume), XIII, 19n, 23 , 24, 24n, 25n, 26, 27, 28n, 30, 43 , 82n, 87, 90, 91, 93, 100, 115, 117, 117n, 118,
* TI numero di pagina seguito da "n" indica la presenza del nome in nota. Non sono riportati nell'indice i nomi di città relativi al luogo di stampa e dì edizione dei riferimenti bibliografici. Le abbreviazioni di seguito indicate si riferiscono a termini indicanti lo stesso to ponimo in differenti lingue: " it." italiano; "lat." latino; "rom ." romeno; "slov." slovacco; " ted." tedesco; "ung." ungherese.
306
NELL'UNGHERIA DI BÉLA KUN E DURANTE L'OCCUPAZIONE MILI TARE ROMENA
122n,126,126n,134,155,188, 194, 209, 248, 251 , 278, 279, 280 Drava (fiume) , XIII Duna (v. D anubio, fiume), 24, 24n, 26, 27,30, 236 England (v. Inghilterra), 291 Eperjes, XVII Essen, 140 Esztergom (in ted. Gran, in lat. Strigonia), 82, 82n, 83, 126, 129 Etna , 7 Europa, V, VIII, X , XV, XVn, XVI , XVIn, XVII, XVIII , XIX , XX, XXIn, XXIV, XXVn, XXVI, 8, 10, 20, 23,
41, 60, 65, 84, 87,128,152,158, 163, 164, 166, 179, 180, 187, 195, 196, 199, 201, 203, 206, 209, 213, 214, 218, 227, 228, 241, 247, 254, 263, 274, 279, 285,289, 290,291 , 292,298 Filippine, 197 Finland (v. Finlandia) , 98 Finlandia, 99 Firenze, XIn Fiume (Rijeka), XXIV, 29, 31, 32, 33, 55, 112, 159, 230, 249 F6t, 39, 39o, 40, 53, 88, 94, 130 Francia , X, XIV, XIX, XXII, 8, 197,200, 208,276,282,285, 290 Friuli, 10, 230 Génève (v. Ginevra), 97, 99 Genova , 8,278,279 Germania,X ,XI,XIX,8,46, 195, 207, 208, 213, 266, 285, 286, 289 Giappone, 290 Ginevra,99, 101,102 Godollo, 116, 116n, 117 Gran (v. Esztergom) , 82n Gran Bretagna, XIX, 83, 254, 289,290 Graz, 224 Gy6r (in ted. Raab, in lat. Arrabona) , 19, 19n, 126, 126n, 129, 269,270 Hajmaskér, 143n Havos, 197n Hongrie (v. Ungheria) , 98, 102, 103,157
Hungary (v. Ungheria), 264 India, 289 Inghilterra, X XIV, XXII, 8, 23 , 59, 87, 88, 199,208,228,251, 276, 282, 286, 287, 289, 290, 291 Innsbruck,53,223,224,265,272, 273 Italia, VI, VII , VIII, VIlln, IX, IXn, X, X I, XV, XVn, XVI, XVIn, XIX, XXI, XXII, XXIII, XXIV, 6, 13, 14, 17, 18,
20, 29, 30, 43, 44, 45, 46, 47, 52,55, 57n , 59, 60,63,64,67, 85, 88, 95, 99, 100, 101, 118, 126, 139, 153, 163, 165, 166, 170, 171, 177, 179, 181, 199, 202, 208, 209, 211, 213, 216, 225, 226, 228, 229, 232, 235, 237, 238, 245, 247, 251, 254, 256, 259, 261 , 262, 263 , 265, 266, 269, 272, 275, 277, 278, 279, 283, 286, 289, 290, 291, 292,293 , 294, 295,297 ,298 ltalie (v. Italia), 99,100, 102, 103, 152 Jugoslavia, XIII , XIX, XX, 23, 47, 109, 227 Kaschau (v. Kosice) , 131n Kassa (v. Kosice), XVII, 65 , 66, 84, 119, 131, 131n Kecskemét, 143n Kelenfold, 148, 148n, 154 Kiralyhida (v. Bruckneudorf), 17, 17n, 67 , 68, 145 Kiskunhalas, 143n, Kispest, 25n Kiszallas, 112, 113 Klausenburg (v. Cluj) , 30n Kolozsvar (v. Cluj), 30, 30n Komarno (v. Komarom) , 126n Komarom (in slov. Komarno), 126, 126n Kosovo Polj e, IX Kosice (in ung. Kassa, in ted. Kaschau, in lat. Cassovia), 65n, 131n Ladhaza, 143n Leitha (fiume), 17n Libia, 273 Londra , XVI, 8, 169, 200, 280, 281,286,288,289, 292 Lora , 277
Lubiana, 88 Lucca, XXI Macedonia, 133, 195, 204, 244 Manica (stretto della M.) , 287 Margherita (in ung. Margit szi get, i~ola M.) , 29 Maros (in rom. Mure$, fiume) , XIII, 147n, 230n, 231n Martino (San M.) di Valperga, 112 Matyasfold, 154, 154n, 180 Messico, 197 Messina, XXIII , 7 Mez6berény, 231, 231 n, 232 Mezonyék, 143n Mi lano, 51, 278, 279 Miskolc, XVII Monaco di Baviera, 45, 47, 99 Mosa (fiume) , 283 Mosca, 30, 71,122 Munich (v. Monaco) , 98 Mure~ (in ung. Maros), 230n N agyatad, 215 Napoli, 279 Neui lly, 284 N6gradveroce, 243n Novi Sad (in ung. Ojvidék), 117n Òbuda, 25n Ofen (v. Pest), 25n Osoppo,5,6,295,298 Paddington, 288 Padova, XIII, XVn, 7, 9, 27 Parigi , XXIII, 8, 33, 47 , 56, 60, 75 , 89, 118, 122, 131, 132, 139, 148, 149, 150, 151, 152, 153, 158, 160, 161, 162, 165, 166, 167, 167n, 169,170,173,174, 175, 176, 178, 179, 180, 182, 187, 188, 189, 194, 195, 196, 198, 199, 200, 201, 203, 204, 209, 215, 217, 218, 219, 221, 225, 227, 228, 229, 230, 233, 238, 247, 248, 249, 252, 254, 272 , 273, 280, 281, 282, 283, 284, 285 , 287, 289, 291, 292, 294 Paris (v. Parigi) , 157, 161 Pasubio (monte), 277 Pécs, XII, XIII Perugia, VII Pest (in ted. Ofen), XXV, 25n, 28n,64n, 95n, 162n, 166,235 Piave (fiume), 7, 10, 51 , 137,194
307
I'lDI CE DEI NOMI DI LUOGO
Piemonte, 272 Pietroburgo (San P.), IX , 225 Pietrogrado (v. Pietroburgo), 271 Pola, 53, 140, 236 Polonia, V, XVIIn , XXIn , 249 Portogallo, XIX Posonium (v. Bratislava) , 117n Pozsony (v. Bratislava) , 117n Praga, XIII , XVII , 202 Presburgo (v. Bratislava) , 117, 117n,235,240 Pressburg (v. Bratislava) , 117n Quarnero (golfo), 33 Raab (v. Gy6r), 19, 19n Rennweg, 271 Riga, 98, 99 Roma , VII, VIII , XX, XXln , XXIII, XXV, XXVI , 8, 9, 13, 56,65, 122, 125, 152,182, 198, 230,233,237,244,249, 254, 259, 260, 271, 273, 274, 275, 278, 281 , 283, 291 , 293 , 294 Romania, X, XI , XIII , XX, XXI11, XXII,47, 109, 117,118, 131, 150, 160, 165, 166, 169, 170, 171, 173, 174, 175, 176, 179, 180, 197, 199, 224, 225 , 226, 227,228, 229, 230n, 256, 261 , 263 Ronciglione, 116 Russia, VIII, VIII11, IX, X, XI, XIn, XII, XIV, XV, XVI, XV In, XVII, XXI, 24, 30, 37, 43 ,60, 69,71 ,72,122,132,147, 154, 156, 225, 227 , 260, 271 , 290, 299,300 Rutenia , XIX San Marino, 290 San Vito al Tagliamento, XX Sarajevo, IX, X Satoraljaujhely, 14311 Sava (fiume), XIII Seghedino (v. Szeged), 14711 Senna (fiume) , 283 Serbia, X , 23 , 37 Sicilia, 8 Siena, XX Si6fok, XVIII, 249, 249n Sirmio, XIX Slavonia, 37 Slovacchia, XIX , 65n , 76 , 131 Sogi, 277
Some~ (in ung. Szamos, fiume), 30n South Kensington, 288 Spagna, 136 Spezia (La S.) , 8 Strigonia (v. Esztergom) , 82n Svizzera, XIV, 65, 215, 240 Szamos (v. Some~), 30n Szeged (in it. anche Seghedino ), VIII, XIII, XIV, XVII, XVI Il , XIX, XIXn, 14311, 147, 147n, 153, 159, 160, 166, 167, 184, 185,215,216,247,248 Szentes, 197n Szerencs, 143n Szolnok, XV, 142n, 197n Tarvisio, 9, 20 Temesvar (v. Timi~oara), 230, 230n,232 Terni, 63 Tibisco (v. Tisza), 117n, 131, 141 , 142, 147n, 153 Timi~oara (in ung. Temesvar), 230n Tisza (in it. Tibisco, fi um e), XIII , XVIII, 117, 117n, 131 , 132, 140,143n, 152,159, 175,1 97n Tiszafiired, 19711 Tokaj , 197n Torino, 159 Transilvania, X , XI , XVn , XX, 30,3011,216 Trento,XIn, 14, 159, 273 Trieste, 14, 29, 51 , 53 , 63, 64, 65 , 66,159,223, 224,230,265,279, 293 Tripoli, 277 Troia, 142 Ucraina, XXIn, 24, 99 Ucraine (v. Ucraina) , 98, 99 Udine, XX, XXVI, 9, 69, 230, 299,300 Ujhazas, 143n Ujpest, 25n, 162, 16211 Ujvidék (v. Novi Sad) , 117n Ungarn (v. Ungheria) , 151 Ungheria , V, VI, VIII, X, XI, XII , XIIn , XIII, XIV, XV, XVn, XVI , XVII,XVIII, XIX, XX, XXI, XXIII, XXIIIn, XXIV, XXV n, XXVI , 5, 6, 15, 17 18, 19n , 20, 23 , 24, 26n, 29 , 30,
3011, 32, 33, 38, 40, 43 , 44,45 , 46, 47, 54, 56, 59, 60, 64, 68, 69, 71 , 72, 73, 75, 76, 77, 78, 82,82n,84, 87,89 ,99,100, 101, 102, 103, 109, 110, 112, 116, 117, 11711, 118, 119, 122, 125, 127, 128, 129, 131, 132, 135, 139, 140,147, 14711, 149, 150, 151, 153, 156, 158, 160, 162, 163, 167n, 169,170,1 71, 17~ 173, 174, 175, 179, 180, 181 , 182, 183, 185, 186, 187, 188, 195, 196, 197, 199, 201 , 202, 203 , 205 ,206,208 , 209, 210, 211 , 212, 213, 214, 215 , 216, 218 , 222,223,224,225,226, 227, 228, 230, 230n, 232, 236, 237, 239, 241, 242, 247, 248, 248n, 249, 251 , 252, 253 , 254, 256, 261, 264, 268, 269, 271 , 272, 273, 275 , 276, 277, 278, 280, 282, 283, 285, 286, 288, 289, 290, 291, 295, 297, 298, 299 Valdobbiadene, 194 Varsavia , 182, 224, 255 Venezia, 27 Verona, 27, 273 Versailles, V, XI, XV, XVI, XVIn,
xx
Vidor, 137 Vienna, X , XI, Xln, XII , XIII, XVII , 7, 8, 9, 10, 13, 14, 15, 17, 18, 19, 19n,20,23, 24, 25 , 26, 30n, 33, 36, 37, 38, 41 , 43 ,44, 45, 46, 49 , 51 , 53 , 56, 59, 60, 61 , 63, 67, 68, 88, 89, 91, 92, 94, 100, 101, 103, 116, 11711 , 119,122,123,125,126, 127, 128, 130, 133, 134, 136, 137,139,141,142, 14211, 146, 148, 149, 153, 154, 155, 158, 159, 160, 164, 165, 166, 169, 171, 182, 184, 190, 198, 202 , 203, 207 , 210, 211, 216, 217 , 224, 230, 232, 238, 240, 251, 255, 265, 266, 267, 268, 270, 271, 272 , 273 , 278, 279, 294 Vienne (v. Vienna), 152, 157 Villach, 195 Vittorio Veneto, 194, 242 Zurigo, 272
INDICE GENERALE
Presentazione
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Introduzione storica
>>
Premessa
»
V VII IX 5
Da una città dove la pace è tornata ad altra dove la guerra continua. Da Catania a Vienna . . . . . .. . .. . .. . . . ... .... .
»
7 13
pag.
Prefazione
I
II III IV
La Commissione Italiana d'Armistizio .
>>
Da Vienna a Budapest .
))
La Delegazione Italiana di Budapest
»
V
Esordio di capo Missione
»
VI
Attività rappresentativa e mondanità
»
VII VIII
Passi rischiosi
))
Affari di ordinaria amministrazione
»
Riputazione della missione ... .... ... ..... ... .. ............ ........ .... .............. . .
))
IX X XI
Prima collisione ..
»
Il bolscevismo ungherese nei suoi giorni meno tristi .
»
X II
La controrivoluzione ....
»
XIII
Scambio di note diplomatiche
»
XIV
La consolatrice degli afflitti ..
»
17 23 29 35 43 49 59 63 69 87 93 105
xv
Alle prese coll 'estremismo bolscevico .
>>
115
XVI
A rapporto a Vienna ............... ....... .
»
XVII
Ultima ratio
»
XVIII
La caduta della Repubblica dei Consigli .... .... . .. ... .... .. . .. .. .. ..... . ... .. ... . .
»
XIX
Esordio dell 'occupazione romena .... ... . .
»
xx
Tentativo di restaurazione asburgica
>>
XXI
La Commissione Interalleata dei generali
»
XXII XXIII
Infruttuose consultazioni politiche .. . .. .
»
La verità sui miei rapporti coi romeni
»
XXIV
L'Italia mette su casa a Budapest
))
xxv
Comincio ad essere di troppo per l'Italia e per l'Ungheria .
>>
XXVI XXVII XXVIII XXIX
Ordine di rientrare in Italia
))
Fine della Missione ..
»
A Parigi ed a Londra
»
E pilogo .....
»
125 131 145 169 183 193 207 221 235 247 259 271 281 293 299 301 305
XXX
Post scriptum .
.
......
»
Indice dei nomi propri e di persona
))
Indice dei nomi di luogo ..
»