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MISSIONI MILITARI ITALIANE ALL’ESTERO IN TEMPO DI PACE 1946-1989

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MISSIONI MILITARI ITALIANE ALL'ESTERO IN TEMPO DI PACE (1946-1989)

Arti dél Corwegno di Srudi tenuto

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AGENZIA INDUSTRIE DIFESA Stabilimento Grafico Milltare - GAETA


COMMISSIONE ITALIANA DI STORIA MILITARE

MISSIONI MILITARI ITALIANE ALL'ESTERO IN TEMPO DI PACE (1946 -1989)

Atti d el Convegn o di Studi te nuto a Napoli presso l'Università "Fe de rico II" e l'Accade mia Ae ro n a uti ca il 27-28 nove mbre 2001

a cura di

Matteo Pizzigallo Paolo Alberini

Roma, 2002


III

PRESENTAZIONE

Sono lieto di presentare gli Atti del Convegno di Studi dedicato al tema "Missioni militari italiane all'estero in tempo di pace (1946-1989)", che si è tenuto a Napoli nei giorni 27 e 28 novembre 2001, nella prestigiosa Sala Vanvitelliana della Facoltà di Scienze Politiche dell'Università "Federico II" e nella bella sede dell'Accademia Aeronautica di Pozzuoli. Il tema trattato, per il livello e la qualità degli interoenti, ha riscosso il più vivo interesse del pubblico che ha presenziato ai favori. Mi augura che altrettanto favorevole attenzione riscuotano questi atti. Roma, settembre 2002

IL PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE Capitano di vascello Alessandro VALENTIN!


v

LA COMMISSIONE ITALIANA DI STORIA MillTARE

La Commissione !tatiana di Storia Militare, istituita con decreto del Ministro

della Difesa n. 1120 in data 21 novembre 1986, è una istituzione del Ministero della Difesa affiliata alla Commissione Internazionale di Storia Militare Comparata, cui aderiscono circa trenta paesi. La Commissione è costituita al fine di "promuovere iniziative utili a migliorare

la conoscenza della storia militare italiana e comparata, valendosi del contributo di rappresentanti di istituzioni che si dedicano allo studio dei vari aspetti della disciplina". La Commissione è composta dai capi degli U.ffici Storici degli Stati Maggiori

dell'Esercito, della Marina, dell'Aeronautica, e per i suoi favori si avvale di un esperto civile nominato da! capo di Stato Maggiore della Difesa e di una Consulta nominata con decreto del Ministro; è presieduta da! più anziano dei capi U.fficio. Attuale presidente è il capo dell'U.fficio Storico della Marina. La Commissione ha sede in Via dell'Acqua Traversa, 151- 00135 Roma.


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COMITATO D'ONORE

On. Antonio MARTINO Ministro della Difesa

Gen. Rolando MOSCA MOSCHINI Capo di Stato Maggiore della Difesa

Gen. Gianfranco OTIOGALLI Capo di Stato Maggiore dell'Esercito

Amm. Marcello DE DONNO Capo di Stato Maggiore della Marina

Gen. Sandro FERRACUTI Capo di Stato Maggiore dell'Aeronautica

Amm. Gian Paolo DI PAOLA Segretario Generale della Difesa

Gen. Sergio SIRACUSA Comandante Generale dell'Arma dei Carabinieri

Gen. Alberto ZIGNANI Comandante Generale della Guardia di Finanza

Gen. Daniele TEl Comandante dell'Accademia Aeronautica

On. Antonio BASSOLINO Presidente della Regione Campania

Dott. Amato LAMBERT! Presidente della Provincia di Napoli

On. Rosa RUSSO IERVOLINO Sindaco di Napoli

Dott. Carlo FERRIGNO Prefetto di Napoli

Prof. Guido TROMBETII Magnifico Rettore dell'Università di Napoli "Federico II"

Prof. Tullio D'APONTE Preside della Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Napoli "Federico II"


VIII

COMITATO SCIENTIFICO

Cap. Vase. Alessandro VALENTINI Presidente CISM Capo Ufficio Storico dello Stato Maggiore Marina

Col. Massimo MULTARI Capo Ufficio Storico dello Stato Maggiore Esercito

Col. Antonio SASSO Capo Ufficio Storico dello Stato Maggiore Aeronautica

Ten. Col. Vincenzo PEZZOLET Capo Ufficio Storico deli'Anna de i CarJbinieri

Prof. Matteo PIZZIGALLO Università di Napoli "Federico Il"

Prof. Romain H. RAINERO Università degli Studi di Milano

Prof. Antonello BIAGINI Unive rsità "La Sapienza" di Roma

Amm. Paolo ALBERINI Commissione Italiana di Storia Militare


IX

SOMMARIO

Introduzione ai lavori

Attività dei Carabinieri nell'ambito

Cap. Vase. Alessandro Valentini,

delle missioni internazionali,

Presidente della Commissione Italiana

Ten. Col. Vincenzo Pezzolet, capo

di Storia Militare (C.I.S.M.)

dell'Ufficio Storico dell'Arma dei

p.

Carabinieri Relazione di apertura

La Guardia di Finanza ne/le mis-

L'!ta lia e il quadro internazionale,

sioni a/l'estero,

Prof. Matteo Pizzigallo, Università

Gen. Vinorio Alvino, Accademia della

di Napoli "Federico II"

p. 69

5

Guardia di Finanza

73

L 'adeguamento formativo, addestrativo e logistico delle Forze Armate

Parte PRIMA

alle nuove esigenze delle missioni Condizioni generali di riferimento

internazionali, Col. Ferruccio Botti, collaboratore

Il elima politico interna, Prof. Mariano Gabriele, Università "La Sapienza" di Roma

degli Uffici Storici delle FF.AA.

13 Parte SECONDA

Real politik e valori democratici

negli interventi internazionali per la sicurezza e la pace durante la gu erra fredda,

Carattere delle operazioni

Le Forze Armate e le missioni di osservazione dell 'ONU, di interposizio-

Prof. Massimo de Leonardis, Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano

79

27

ne armata, di intervento umanitario, di amicizia e sicurezza,

Le Forze Armate repubblicane ed i

Ten. Col. Antonio Capponi, Comanclo

nuovi compiti internazionali,

Operativo di Vertice lnterforze

. 105

Dott. Giorgio Giorgerini, direttore Forum di Relazioni internazionali

43

L 'amministrazione fiduciaria italiana della Somalia (1950-1960).

La Sanità Militare nelle missioni

Il Co1po di Sicurezza,

internazionali,

Col. Massimo Multari, capo dell'Uffi-

Amm. Vincenzo Martines, ispettore

cio Storico dello Stato Maggiore

di Sanità della Marina

53

deli'Esercito

. 137


x

L'amministrazione fiduciaria italiana della Somalia (1950-1960).

Malta: l'accorda di assistenza tecnico-

La Marina,

Ten. Col. Matteo Paesano, Ufficio

Amm. Giuliano Manzari, collabo-

Storico S.M.E.

militare, p. 267

ratore dell'Ufficio Storico dello Stato Maggiore della Marina

p. 165

Mar della Cina meridionale (1979), soccorso ai profughi vietnamiti,

L 'amministrazione fiduciaria italiana della Somalia (1950-1960). L'Aeronautica, Gen. Silvano Bronchini, collaboratore dell'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Aero na u tica

Amm. Pier Paolo Ramoino, consulente S.M.M.

Libano 1979-1984:

. 177

degli Studi di Milano

- la politica mediterranea deii'Ita/ia, Prof. Salvatore Minardi, Università di Catania

La Croce Rossa Militare italiana in

Corea (1951-1955), Prof. Romain H. Rainero, Università

questione libanese,

. 209

Gen. Nicola Della Volpe, Ufficio

Studi di Milano

Golfo Persico: operazioni di scorta al

.

223

1988), Arnm. Mario Buracchia, consulente

C.I.S.M.

. 229

il crollo del muro di Berlino: nuovi obiettivi e nuovi compiti perle Forze

italiana in Zambia (1969-1973),

Armate europee,

C.I.S.M.

. 261

. 333

La situazione internazionale dopa

La Missione dell'Aeronautica Militare

Gen. Sebastiano Licheri, consulente

. 313

tra.ffico mercantile italiano (1987-

- l'eccidio di Kindu ne/le reazioni dell'opinione pubblica italiana, Dott. Marco Cuzzi, Università degli

. 283

- gli interventi militari italiani ne/la

Storico S.M.E.

Congo 1960-1961: - la Missione deii'Aeronautica Milita re, Gen. Antonio Pelliccia, consulente C.I.S.M.

. 275

Prof. Antonello Biagini, Università "La Sapienza" di Roma

. 343


INTRODUZIONE AI LAVORI DEL PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE ITAL/ANA DI STORIA MIL/TARE ALESSANDRO VALENTIN!

Desidero innanzitutto ringraziare il professor Tullio D'Aponte, preside della Faco/tà di Scienze Po/itiche dell'Università di Napoli "Federico II" perla disponibilità e l'ospitalità concessa alla Commissione !tatiana di Storia Militare in questa prestigiosa e storica Università, che puà vantare tra i suai accademici l'abate Antonio Genovesi, docente della prima cattedra di economia politica d'Europa istituita ne/ lontanissimo 1754. E un particolare ringraziamento, naturalmente, va al Magnifico Rettore, professor Guido Trombetti. Ringrazio le autorità civili e militari che hanna voluto presenziare all'inaugurazione del nostro convegno, con riguardo peril generale Bruno Loi, comandante della Regione Militare Sud, e per il generale Daniele Tei, comandante dell'Accademia Aeronautica. Sono infatti particolarmente /ieto che sia stato possibile organizzare questo convegno a Napoli, ospiti, il primo giorno, di una storica Università e poi, ne/la giornata di domani, dell'Accademia Aeronautica di Pozzuoli, altra storica istituzione di questa città. La nostra scella di tenere il convegno in due sedi distinte, l'una civile e /'a/tra militare, cosi prontamente accolta, è stata dettata ancora una volta da/ nostro sforza teso a confermare rapporti sempre più stretti tra gli studiosi civili e militari. Il convegno di oggi da/ tema "Missioni militari italiane a/l'estero in tempo di pace (1946-1989)" è la naturale prosecuzione di quello tenutosi a Mi/a no nell'ottobre de/l'anno scorso, dedicato alle missioni militari italiane a/l'estero in tempo di pace ne/ periodo 1861-1939. Questo convegno, come del resto quello di Milano, è stato organizzato dalla CISM, cioè dalla Commissione !tafia na di Storia Milita re di cui vorrei dire due parole; per informazione generale essa è stata istituita ne/ 1986 con decreta del Ministero della Difesa ed è composta dai capi degli U.ffici Storici dell'Esercito, della Marina, dell'Aeronautica e dei Carabinieri. La presidenza della Commissione è a.ffidata al più


ALESSANDRO VALENTIN!

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anziano dei quattro. Il fine della Commissione è quello di promuovere iniziative utili a migliorare la conoscenza della Storia Militare italiana, e a questo scopo ogni anno organizza un convegno per approfondire i più svariati aspetti di un periodo storico ben definito. La Commissione partecipa anche ai convegni della Commissione Internazionale di Storia Militare organizzati ogni anno da uno dei Paesi aderenti. Net 2001 il convegno internazionale si è tenuto ad Atene e aveva come tema "Conflitti e geopolitiche del XX secolo ". Net 2002 il con vegno si terrà negli Stati Uniti, a Norfolk in Virginia, sul tema "Impatto militare delle incursioni europee ed asiatiche sulla sviluppo dell'emisfero occidentale". La Commissione promuove la conoscenza della storia militare anche con la partecipazione alle Mostre del libro di Torino e qui a Napoli, dove viene presentata la produzione libraria delle Forze Armate. Essa si prefigge di stabilire un contatto reale con le Università. In questa ottica si stan no sempre più ampliando i con tatti e la col/aborazione con il Centra Interuniversitario di Studi e Ricerche (CISRSM), al quale aderiscono le Università di Padova, Pisa, Milano, Cattolica, Torino e Pa via, e con la Società di Storia Milita re, il cui presidente tra breve avrà la cattedra di Storia Militare, recentemente istituita pressa la Sapienza di Roma. La Commissione si è fatta recentemente carico di un importante progetto, approvato dai ministro della Difesa: quello della redazione del/'opera Le Forze Armate italiane nella seconda guerra mondiale che si rial/accia ad una analoga

opera sulla prima guerra mondiale. Si stanno definendo impostazione, strutturazione e li nee guida di un 'opera certamente complessa. È stato creato un camitata di redazione e sono stati individuati professori ed esperti di storia militare ai quali affidare la stesura dei singoli volumi, e avviati i primi passi amministrativi per giungere allafase attuativa. Si tratta certamente di un progetto ambizioso che richiederà un notevole impegno (di tempo e di denaro), ma si ritiene che l'Italia debba produrre, al pari degli a/tri paesi, un 'opera ufficiale, sintetica ma completa, di un periodo fondamentale della sua storia. Ma è bene ritornare al presente. Il tema di questo convegno, cioè "Le Missioni militari italiane a/l'estero in tempo di pace", già nef titolo richiama illegame tra due realtà: le missioni militari ci riportano immediatamente l'immagine del soldato armato, mentre le parole in tempo di pace fan no pensa re ad un contesta prettamente civile.


INTRODUZIONE Al LAVORI

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Ed è proprio in questo legame che si evidenzia la de/icatezza e attualità del tema del convegno, che si svolge mentre song in corso le note operazioni in Ajganistan anche diforze italiane. Il convegno si riferisce pero alle Forze Armate che, terminata laguerra, diventate repubblicane, inserite nell'ONU e ne/la NATO, incominciano le /oro missioni in campo internazionale in un elima politico interna particolare avendo nuo~i compiti da eseguire. La prima parte della giornata di studi qui al/'Università tratterà proprio queste grandi prob/ematiche, precipuamente politiche, per poi trattare dell'attività della Sanità Milita re, dei Carabinieri, della Guardia di Finanza e del necessario adeguamento addestrativo e logistico delle forze. Domani, all'Accademia, si tratteranno argomenti operativi più specifici riferiti agli interventi in Somalia, Corea, Congo, Zambia, Vietnam, Libano e Golfo Persico, per terminare con una panoramica sulla situazione conseguente al crollo del muro di Ber/ino e sui nuovi compiti delle Forze Armate europee. Lascio ora la parafa al projessor Matteo Pizzigallo, docente straordinario di Storia delle Relazioni Internazionali di questa Facoltà di Scienze Politiche nonché docente dell'Accademia Milita re Aeronautica, che ha cu rata gli aspetti scientifici di questo convegno per conto della Commissione. Per i suai incarichi, in campo civile e militare, il professor Pizzigallo è un ottimo testimone delle finalità perseguite dalla Commissione che ho l'onore di presiedere eco/go l'occasione per ringraziarlo per /'impegno projuso ne! diffondere tra gli studenti universitari e dell'Accademia un a!>petto della storia, tra le tante storie, che ci sta molto a cuore. La para/a al professor Pizzigal/o


RELAZIONE DI APERTURA


L'ITALIA E IL QUADRO INTERNAZIONALE MATTEO PIZZIGALLO

Desidero innanzi tutto ringraziare il presidente della Commissione Italiana di Storia Militare, Alessandro Valentini, per il gradito invita a tenere la relazione di apertura a questo importante Convegno di studi sulle Missioni militari all 'estero qui , a Napoli, nella Facoltà di Scienze Politiche in cui ho l'onore di insegnare; al mio preside, professor Tullio D'Aponte ed ai miei colleghi, che non mi hanna fatto mai mancare il sostegno della !oro ambita stima e della !oro cara amicizia . Desidero aitres! ringraziare il professor Antonello Biagini in primo luogo perché, come i veri maestri di un tempo , mi ha insegnato ad utilizzare i preziosi archivi militari per arricchire i miei studi di storia delle relazioni internazionali attraverso proficue contaminazioni interdisciplinari ed in seconda luogo perché ha sostenuto l'idea di tenere a Napoli il nostro convegno, peraltro subito ·adottato• dai comandante dell'Accademia Aeronautica , generale Daniele Tei e dai comandante Nicola Lanza nel quadro della intensa collaborazione fra la nostra Facoltà e l'Accademia che mi augura passa continuare a lunga. Nella mia relazione di apertura , senza avere ovviamente la pretesa di trattare in maniera esaustiva nel breve tempo a disposizione la politica estera italiana dalla nascita della Repubblica al crollo del muro di Berlino, per la quale forse non basterebbe il tempo di un intero corso universitario , tenterà invece di descrivere, nei suai tratti essenziali, il ruolo svolto dall'Italia nella storia internazionale del periodo in esame, tenendo canto degli elementi di continuità e di mutamento e, soprattutto, del peso che i fattori economici nel vitale comparto degli approvvigionamenti petroliferi , di importanza strategica in un Paese come il nostro priva di materie prime, hanna avuto sulla nostra azione internazionale, facendole assumere configurazioni e geometria variabile che spesso disorientavano se non addirittura in alcuni casi irritavano le diplomazie dei paesi stranieri. Ma prima di entra re nel vivo della mi a relazione di a pertura al nostro con vegno, dedicato alle Missioni militari all'estero dai 1946 al 1989, non posso non pensare a chi, proprio in questi stessi giorni , in queste stesse ore, è in missione. Per questo , senza alcuna retorica militarista peraltro molto lontana dalla mia formazione culturale e politica, ma solo con tanta affetto, desidero mandare un caro e solidale saluto ai marinai della Garibaldi e delle altre unità partite da Taranto, la mia terra di origine, ed impegnati in una delicata e insidiosa missione internazionale contra uno strano nemico tanta pericoloso quanta inafferrabile.


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MAITEO PIZZIGALLO

Il punto di partenza del nostro percorso finalizzato a collocare nella giusta prospettiva storica l'azione italiana sulla scena internazionale è il Trattato di Pace con l'Italia, oggetto di un bel libro di Romain Rainera. Infatti, con la nascita della Repubblica ne! 1946 e le elezioni dell'Assemblea Costituente, l'Italia aveva ripreso il suo cammino verso la normalità che imponeva anche il passaggio auraverso la porta stretta del Trattato di Pace, di fatto percepito dalla nuova classe dirigente nazionale come una sorte di ultima rata liberatoria della pesante eredità del passato. Tutto questo era ben chiara al presidente Alcide De Gasperi che, pero, il 10 agosto 1946, voile comunque far sentire all'affollata quanta fredda e silenziosamente ostile aula di Palazzo Lussemburgo, ove erano riuniti i delegati degli Stati grandi e piccoli che avevano combattuto contra l'Asse, la voce della nuova Italia che protestava contra l'ingiusto trattato. «Prendendo la parola in questo consesso mondiale- disse fra l'altro De Gasperi in quel celebre discorso - sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contra di me. Questo trattato è nei confronti dell'Italia estremamente duro. Vi chiedo solo di inquadrare la nostra pace nella pace ampiamente attesa dagli uomini e dalle donne di ogni Paese•. Ma nonostante i disperati tentativi esperiti dai nostri diplomatici volti ad attenuare la durezza del Trattato, a parte qualche piccola concessione, non fu possibile modificare le dolorose clausole territoriali sul confine orientale, e in particolare la questione di Trieste, .. una ferita insopportabile perla coscienza nazionale italiana•. Ma il progressivo cleteriorarsi clell'atmosfera internazionale e, soprattutto, i continui e reiterati contrasti fra gli Alleati occidentali ela un lato e l'Unione Sovietica dall'altro, ormai divisi su tutto, sconsigliavano di modificare il Trattato italiano, rimettendo in discussione il faticoso compromesso a suo tempo raggiunto su Trieste con il rischio di complicare ulteriormente la questione. E cos!, ultimati i lavori di preparazione dei vari documenti ufficiali, i Quattro Grandi fissavano per il 10 febbraio 1947 a Parigi la firma del Trattato di Pace. Lo sdegno dell'opinione pubblica italiana fu grande. Da più parti si chiese con forza di non firmare il Trattato di Pace. Ma alla fine, sullo sclegno e la rabbia prevalsera considerazioni di carattere pil:1 generale legate alla necessità di chiudere per sempre con il passato e, al tempo stesso, di voltare pagina per conferire stabilità alla politica estera italiana ed iniziare un nuovo cammino internazionale dislocanclosi, sia pure non senza contrasti dentro e fuori le aule parlamentari ed anche all'interno del partito di maggioranza relativa, a fianco delle potenze occiclentali ne! quadro di una ritrovata solidarietà, come lasciava ben sperare il promettente viaggio americano di De Gasperi ne! 1947. E cos! la martina del lunedl 10 febbraio 1947 a Parigi, nella comice di una cerimonia senza parole, l'ambasciatore Meli Lupi di Soragna firmava per l'Italia il Trattato di Pace.


L'ITALIA E IL QUADHO INTEHNAZIONALE

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Alle ore 11,00 di quello stesso lunedl, al segnale convenuto dato dai suono delle sirene delle fabbriche e delle navi nei porri, I'Italia intera si fermava per protestare con un lungo silenzio contro un trattato da dimenticare. La scelta occidentale anche se non condivisa all'epoca, anzi osteggiata da larga parte dello schieramento politico, produsse ben presto i primi risultati positivi sotto il profila dello smaltimento della pesante eredità della sconfitta e della riammissione deii'Italia nella comunità internazionale, ·uguale fra ug~Iali· per usare le parole del ministro degli Esteri Carlo Sforza. L'ltalia partecipà a tutte le fasi relative all'attuazione del Piano Marshall e, nell'aprile del 1948, firmà la convenzione costitutiva deli'OECE, Organizzazione Europea per la Cooperazione Economica. Nelluglio 1948 la Vespucci con a bordo i cadetti riprendeva ancora una volta il mare, mostrando nel Mediterraneo la bandiera della Repubblica italiana. La nave, precisano le cronache del tempo, fu accolta nei porti del Mediterraneo con manifestazioni di simpatia. Era una bella testimonianza della volontà di rinascita dell'ltalia con spirito di amicizia e di pace. La scelta occidentale deii'Italia si rafforzà, con l'ingresso (favorito dalla Francia per motivi Iegati aii'Aigeria) in qualità di membro fondatore, nel Patto Atlantico (4 aprile 1949) e negli organismi operativi dell'alleanza NATO che, quasi automaticamente, di fatto fecero cadere tutte le vecchie limitazioni militari imposte dai Trattato di Pace. Nel 1954 Trieste ritornava aii'Italia che, l'anno seguente, veniva finalmente ammessa ali'ONU, al cui interna il nostro Paese si sarebbe poi sempre impegnato con grande lealtà e coerenza, senza mai sottrarsi a doveri e responsabilità. Quasi contemporaneamente in quegli anni mentre si sviluppava la solidarietà atlantica cominciava anche il grande cammino per la costruzione deii'Europa unira, cui la classe politica e la diplomazia italiana diedero sin dall'inizio un grande contributo sulla base dei valori ed ideali largamente condivisi da lunga tempo, come peraltro dimostra l'alto magistero democratico dell 'illustre europeista cui è dedicata questa stessa Aula in cui si svolgono i nostri Javari. Ne! 1949 I'Italia partecipà alla fondazione del Consiglio d'Europa, ader! al Piano Schuman che poi, ne! 1951, diede vira alla Comunità Europea del Carbone e deii'Acciaio e, ne! 1952 firmà Jo sfortunato trattato istitutivo della Comunità Europea di Difesa, CED. Ma soprattutto, grazie al tenace impegno del ministro degli Esteri Gaetano Martino, I'Italia diede una nuova spinta al processo di integrazione europea culminato poi nella firma, il 25 marzo 1957, dei Trattati di Roma istitutivi della Comunità Economica Europea. Atlantismo ed Europeismo dunque come costanti della politica estera italiana. Per usare una felice immagine utilizzata dai professor Massimo De Leonardis nella sua relazione di apertura al convegno organizzato giovedl scorso dai prestigioso Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, accanto aii'Atlantismo e


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MATTEO PIZZIGALLO

all'Europeismo, c'era, per la politica estera italiana del seconda dopoguerra un terza cerchio, quello del Mediterraneo, ove era possibile per l'Italia tentare di svolgere un'azione autonoma che il rigido impatto della guerra fredda impediva di realizzare in altri scacchieri. La spinta ad un'autonoma azione era favorita non solo dalla forte vocazione mediterranea del nostro Paese derivante, per cosl dire, in maniera naturale dalla sua posizione geografica, ma anche e soprattutto dalla necessità di stabilire intese dirette con i paesi arabi ne! tentativo di risolvere la fondamentale esigenza dell'approvviggionamento del nostro Paese liberandolo dai forte condizionamento delle grandi multinazionali, che controllavano il 90% delle risorse petrolifere (al di fuori di USA e URSS) e il 75% della capacità di raffinazione, e fornivano circa il 90% del petrolio trattato sui mercati internazionali. Favorita dall'elezione alla suprema carica di presidente della Repubblica di Giovanni Gronchi, cominciava gradualmente a prendere consistenza quello che fu definito il neoatlantismo, ossia quell'atteggiamento tendente a promuovere (senza mai raggiungere il punta di rottura, né tentare di incrinare il rapporta con gli USA come è stato erroneamente scritto talvolta) un graduale sganciamento dalla remissiva acquiescenza ai disegni degli Stati Uniti, per ritagliarsi un autonomo spazio di manovre nello scacchiere mediterraneo e nordafricano, dave si potevano stabilire rapporti economici privilegiati con i paesi produttori di petrolio di nuova indipendenza. Punta avanzata di questo schieramento, come si è detto benedetto dai Quirinale, fu Enrico Mattei che, fino alla sua tragica ed oscura morte, sviluppè> un'intensa diplomazia parallela finalizzata a ricercare autonome fonti di petrolio, cercando di stabilire rapporti diretti con i paesi arabi. E cosl per l'ENI e per Enrico Mattei l'unico modo possibile per avvicinarsi al frutto proibito, al petrolio del Media Oriente gelosamente custodito dalle grandi compagnie del cartello era quello di utilizzare, assecondandola, la spinta dei movimenti nazionalisti arabi; che cercavano di liberarsi delle presenze neocolonialiste e puntavano ad emanciparsi dalla sfruttamento delle risorse del proprio sottosuolo a beneficia di pochi privilegiati asserviti agli stranieri, per riappropriarsi collettivamente di tali risorse e destinarle invece, in piena libertà, alla crescita economico-sociale della intera comunità nazionale. La rivoluzione di Nasser aveva sprigionato una forte carica liberatoria in larghissima parte del monda arabo (ancora divisa ed alla ricerca di modelli ispiratori) ove le presenze straniere, peraltro in moiti casi ancorate a vecchi schemi, venivano percepite, a torto o a ragione, quasi esclusivamente in termini di oppressione, di diritti violati e di speranze negate. La fioritura dei movimenti nazionalisti stava rimettendo in gioco i destini dei popoli e l'ordine petrolifero deciso ne! seconda dopoguerra. Si aprivano dunque nuovi spazi per la diplomazia parallela dell'ENI che si intrecciava con una serie di spinte legate ai movimenti interni al partita di maggioranza relativa, che si ripercuotevano sull'azione complessiva del governo stesso e naturalmente sulla sua politica estera.


L'ITALIA E IL QUADRO INTERNAZIONALE

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Il lento tramonto dell'esperienza centrista, infatti, metteva in gioco una nuova classe politica desiderosa di accelerare il ricambio al vertice del governo e del partita di maggioranza relativa e sperimentare cos! nuove formule politiche. Le motivazioni di ordine economico, che spingevano l'ENI a stabilire rapporti economici privilegiati con i paesi produttori di petrolio desiderosi di liberarsi di tutte le forme di condizionamento diretto o indiretto delle vecchie potenze colonialiste, si intrecciavano con motivazioni di ordine politico generale volte a ritagliare all'Italia una politica di più ampio respira nell'area mediterranea ispirata alla cultura universalista, che animava la nuova maggioranza dopa l'apertura a sinistra ed incentrata ne! dialogo e sulla cooperazione con i paesi arabi. Questa linea venne di fatto mantenuta e progressivamente affinata ne! corso degli anni Sessanta sia da Fanfani che da Moro. In particolare Aldo Moro, pur in un quadro di sostanziale fedeltà all'Alleanza Atlantica mai messa in discussione (malgrado quello che continuano a scrivere alcuni sulla base di interessati rapporti dei diplomatici americani molto diffidenti della apertura a sinistra e degli equilibri democratici più avanzati) - ripeto - pur in un quadro di sostanziale fedeltà all'Alleanza Atlantica ed alle scelte europee, Moro, per ragioni delicate e complesse derivanti dall'esigenza di garantire e proteggere meglio la sicurezza del Paese, puntava a conferire una maggiore dimensione mediterranea alla politica estera dell'Italia impegnata a dialogare costantemente con tutti i paesi del Media Oriente e del Nord Africa, nella prospettiva di favorire la ricerca dell'equilibrio e della pace messa a dura prova dalla guerra arabo-israeliana. Esemplare sotta questo profila il discorso, venato di toni profetici, pronunciato dai ministro degli Esteri Moro al Senato il 17 ottobre 1973, pochi giorni dopo la drammatica ripresa del conflitto. ·Sappiamo - disse Moro - che la forza non puà risolvere alcun conflitto. Possono vincere alla lunga la ragione e la giustizia. E la ragione e la giustizia vogliono che i popoli del Media Oriente, e naturalmente Israele, abbiano una esistenza sicura e dignitosa nell'ambito dei confini presidiati dal consenso e, ove occorra, da una solida garanzia internazionale•. E mi pare che questa idea proposta dall'Italia circa trent'anni fa abbia finalmente fatto moita strada e sia largamente condivisa da quasi tutti i paesi dell'Unione Europea, che si stanno adoperando in questa direzione anche se la soluzione appare ancora lontana da venire. A questo punta, riprendendo il filo di questa mia relazione dedicata a ricostruire nei suai tratti essenziali le linee di fonda della politica estera italiana, che fanno da comice alle Missioni internazionali delle Forze Armate al centra delle relazioni di settore che seguiranno e che costituiscono l'essenza del nostro convegno, dirà che, negli anni Settanta, il nostro Paese fu caratterizzato da una forte crisi economica e da una persistente instabilità politica acuita dai terrorismo, che indubbiamente rallentavano e rendevono molto più incerta e poco


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MAITEO PIZZIGALLO

credibile la sua azione sulla scena internazionale, attraversata da forti tensioni che rendevano ancor più dura il confronta bipolare. La caduta di Saigon del 1975, che poneva fine alla guerra del Vietnam che tante Jacerazioni aveva creato, la cacciata dello Scià ne! 1979 con il conseguente sganciamento deli'Iran dalla schieramento fila occidentale, la conquista sovietica dell'Afghanistan contribuivano a rendere ancora più complesso il quadro internazionale, inserendo pericolose reazioni a catena in altre aree, come in Libano e in Iraq. La fase di assestamento e di riconquista dell 'influenza perduta dali'Occidente su alcune aree geografiche, iniziata con l'elezione di Reagan , fu lunga e difficile e mise a dura prova i rapporti internazionali. "Pazienza e prudenza" furono i caratteri più salienti dell'azione diplomatica del nostro Paese nei confronti del riemergere di una nuova guerra fredda che questa volta si svolgeva anche e soprattutto nel Mediterraneo. Nei primi anni Ottanta una certa ripresa economica ed una ritrovata stabilità politica, sia pure all'interno della litigiosa coalizione di pentapar~ tito, consentirono ai governi guidati da Spadolini prima e da Craxi poi, di rilanciare l'iniziativa italiana sulla scena internazionale. Ricardo, tra l'altro, l'impegno profuso al vertice europeo di Milano del 1985 che, attraverso la Conferenza intergovernativa avrebbe poi spianato la via, l'anno successivo, ali'Atto Unico Europeo. Al tempo stesso riprese slancio la politica mediterranea che, in alcuni casi, implicava anche il ricorso alla forza per il mantenimento della pace, cui il nostro Paese (come nel casa del Libano e in altri scacchieri che saranno esaminati ne! corso dei Javari di questo convegno) non si sottrasse fornendo una buona prova. Inoltre, e mi sembra opportuno sottolinearlo, proprio per rimarcare la forte continuità della nostra politica mediterranea ampiamente condivisa da larghi settori dello schieramento politico, negli anni Ottanta, l'Italia, in contesti diversi, pur operando sempre lealmente a fianco degli Alleati nelle missioni multinazionali, fu sempre molto attenta a diversificare la propria posizione mantenendo, in coerenza con la propria storia, una autonoma capacità di giudizio e di valutazione, sia in ordine alla questione dei rapporti con i paesi arabi, sia in ordine alla questione palestinese ed alle sue possibili soluzioni, in una comice di dialogo e di comprensione dei diritti di tutti. Al tempo stesso l'Italia cercà di non appiattirsi sulle rigide posizioni altrui, come pe raltro dimostrano la ben nota vicenda di Sigonella del 1985 e, l'anno segue nte quella dei nostri rapporti con la Libia all'indomani della cosiddetta battaglia del golfo della Sirte e del bombardamento americano di Tripoli. Frattanto, con l'avvento al potere di Gorbacev, iniziava una nuova fase culminata poi con la precipitosa fine dell'ordine internazionale bipola re. Il crollo del muro di Berlino e le sue conseguenze in scacchieri a noi più vicini aprivano nuove prospe ttive all'azione internazionale dell'Italia. Ma questa è un'altra storia e, forse, potrebbe essere il tema del prossimo convegno.


PARTE PRIMA

CONDIZIONI GENERAL! DI RIFERIMENTO


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Il 10 febbraio 1947, con la firma del Trattato di Pace, l'Italia conclude formalmente la vicenda della guerra. È un paese deluso , amareggiato e divisa. Cessioni territoriali e di navi da guerra, clausole militari limitative, problemi internazionali insoluti, difficile situazione interna , tutto confluisce in un'atmosfera di scontento; alla positiva constatazione che , dopo tutto , la guerra è finita, si oppongono moiti aspetti negativi. Con le unghie spuntate, frustrata dai nessun consenso raccolto alle proprie richieste di particolare attenzione, l'opinione pubblica è disorientata , qualcuno ha tentazioni neutraliste en, mentre per contro una polarizzazione rapida fa scomparire i partiti intermedi e indurrà l'elettorato italiano, il 18 aprile 1948, ad una scelta netta . La rottura tra Est ed Ovest, che conduce alla firma del trattato della NATO il 4 aprile 1949, pone fine al primo dopo guerra italia no e fissa ne! lunghissimo periodo, insieme agli impegni europei, la posizione internazionale dell'Italia . Tutto cio non è indolore, poiché si verifica contra una forte oppostztone interna, che ha una base attiva nella parte più militante della popolazione e del Sindacato. Se da una parte le abitudini correnti prenderanno la deriva americana , dall'altra parte si risponde col sovietismo, favorito dalla consapevolezza storica dell 'apporto determinante dell'Armata Rossa alla vittoria sul nazismo e del forte impegno dei comunisti nella Resistenza europea (2). Il sovietismo è cosa diversa dai marxismo. Vive e si nutre del mito della grande Unione Sovietica, acriticamente accettando il teorema della vita sovietica come categoria esemplare dell'esistenza . Si afferma, a livello popolare, un'ingenua trasfigurazione della realtà che , quando è sovietica, non puo che essere perfetta . La lontananza e la sconoscenza fanno il resto . Fermandoci alle minime cose, è un tempo nel quale pellicole noiosissime come "La giovane guardia" o "La canzone della terra siberiana", assurgono a livello di leggenda, come la scalinata di Odessa nella "Corazzata Potemkine" . Ma la guerra fredda ha implicazioni che vanna al di là del colore. Nuove frontiere ideologiche si stabiliscono tra i cittadini all'interno del medesimo Stato, incrinando l'identità nazionale. In una temperie simile ogni proposta del governo è sospettata di nascondere bocconi avvelenati . Si dichiara di remere che il vero obiettivo sia un recupera dell'imperialismo nazionale, quando non del fa scismo. Verranno i "combattenti della pace", peri quali essa è insidiata solo dagli "amerikani", col k e dai !oro accoliti , tutti chiamati "fascisti" C3\ Jo stesso concerto di libertà


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suscita diffidenza. Cresce, accanto, una seconda fonte critica, tipicamente borghese e più raffinata. Laica, antimilitarista, radical-chic, denuncia continuamente crimini e tradimenti; è maestra di dietrologia, di cui si serve per rendere più incisive le ostilità, che conduce contra alcuni bersagli costanti, come la Chiesa e le Forze Armate, che forse i filo-sovietici non avrebbero neanche considerato primari. Per tutti i quarant'anni di cui ci occupiamo, bisogna tener canto anche di questi aspetti della vita italiana. Le missioni all'estero interesseranno tutte le Forze Annate. Più frequentemente la Marina, come da tradizione; la tolda delle navi è territorio nazionale, un territorio mobile che puà realizzare la contiguità con la terra di missione e interromperla, consentendo la massima flessibilità compatibile con la presenza: è corrente la valutazione che "le Marine offrono ai governi mezzi senza eguali ne! campo delle relazioni internazionali" C4). L'intervento dell'Esercito è più complesso perché si svolge in territorio altrui ed ha esigenze logistiche rilevanti, specie quando è attuato in zone non contigue al territorio nazionale; dai punta di vista dell'immagine, poi, impegna più a fonda Jo Stato. Ne! casa dell'Aeronautica, infine, non si puà prescindere dalla disponibilità di una base fissa a terra o mobile in mare. La durata delle missioni varia da pochi giorni ad anni. Esse possono essere condotte totalmente a scala nazionale od in cooperazione internazionale. Le !oro fattispecie, perà, sono cos! diverse che è difficile identificare caratteri comuni, salvo, naturalmente, lo "spirito di servizio" che trova nell'etica militare la capacità di obbedire ad ordini Iegittimi fino in fonda, senza nulla concedere al "elima". Questa fedeltà ha i suai costi, perché una casa è avere alle spalle il consenso concorde del popolo, altra casa è subire l'impatto della malevolenza ideologica e dei media sensazionalisti. Sul piano fattuale va anche notato che disporre di tutti gli strumenti idonei per agire è diverso che doversi arrangiare. Sarà infatti comune alle missioni di essere condotte fino ai limiti del possibile con risorse normali di bilancio, senza che a causa !oro la spesa militare italiana registri impennate significative: il sua livello, scontata la ricostruzione, resterà sostanzialmente modesto C5), tanta che il 3,87% del PIL destinato alla Difesa ne! 1952 non sarà raggiunto mai pil:1. Il 21 novembre 1949 la competente Commissione ONU propane che la Somalia raggiunga l'indipendenza dopa dieci anni di amministrazione fiduciaria affidata all'Italia. Di conseguenza il governo italiano propane al Parlamento un disegno di legge che sarà approvato in pochi giorni. Ma presenta interesse avere almeno un'idea della discussione parlamentare perché le si puà riconoscere un valore paradigmatico ne! lunga periodo, fungendo da modello ripetitivo per moiti altri dibattiti.


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Alla Camera dei Deputati il primo giorno - 2 febbraio 1950 - va perduto nella proposizione di ostacoli preliminari di natura giuridica, con cui l'opposizione tenta di far saltare la discussione stessa, ma è battuta 259 a 168 a scrutinio segreto sull'ordine del giorno del Governo che chiede l'urgenza. Il merita del provvedimento, che prevede la copertura finanziaria perla missione in Somalia, viene affrontato daii'Aula il 3 pomeriggio. Conclusi gli interventi dei relatori di maggioranza, onorevoli Ambrosini e Castelli Avolio, comincia un fuoco di fila dalla Sinistra, che preannuncia vota negativo. Inutilmente il ministro degli Esteri Sforza dichiara che i somali hanna un ricardo buono dell'amministrazione italiana, "che gli italiani sono brava gente e che essi nulla hanna a temere da noi". Tutto il passato coloniale italiano è rievocato e reinterpretato negativamente, si richiama l'incuba dell'eccidio di cinquantotto italiani avvenuto 1'11 gennaio 1948 a Mogadiscio, sorvolando magari sugli autori. L'onorevole Gian Carlo Pajetta parla di "rischiosa avventura", demonizza il generale Nasi, il cui nome circolava all'inizio come capo missione, e accusa la maggioranza di nefandezze: essa vuole "disperdere il denaro degli italiani nell'interesse di qualche profittatore, mettere a rischio la vi ta dei solda ti ... rendere più grave e peri co losa la situazione internazionale del nostro paese". Di rimando l'onorevole Giuseppe Bettiol gli risponde che ha parlato "cos! come poteva parlare un fitaurari o un deggiac del negus abissino per colpire nel cuore gli interessi fondamentali del nostro paese e fare sempre la politica dello straniero". La bagarre aumenta e il presidente Gronchi richiama Pajetta; Bettiol prosegue e mentre sostiene che accettare l'amministrazione fiduciaria è realistico e responsabile, coglie un sorriso di Nenni. Scatta: "E l'onorevole Nenni ride, poveretto! ... Se ci fosse stato lei a Palazzo Chigi, oggi l'Italia sarebbe una provincia moscovita, non sarebbe una nazione indipendente, non sarebbe una nazione sovrana, garantita contra le aggressioni e contra i pericoli dall'interno e dall'esterno". E afferma più oltre che all'accettazione del mandata si oppongono non soltanto colora che sognano il fez, ma anche colora che sognano di mettersi sulla testa il colbacco, anche se poi portano la paglietta dei borghesi. La seduta finisce in tano acceso, con uno scambio di ingiurie. La mattina dopa - 4 febbraio - l'atmosfera è più calma. Qualcuno preferirebbe spendere ne! Mezzogiorno piuttosto che per la Somalia, qualcuno chiede una politica di raccoglimento, ad altri sfugge qualche tano di nostalgia. De Gasperi taglia corto, annunciando che il Ministero deii'Africa italiana, da lui retto ad interim, sarà soppresso. Il disegno di legge è approvato a scrutinio segreto (277 si, 153 no), dopo l'esaurimento degli ultimi tentativi di affossarla <6). In Senato, il 7 ed 8 febbraio, il dibattito ricalca i motivi già intesi alla Camera, ma con maggiore pacatezza e qualche manifestazione di indipendenza personale ris petto al partita. Aleu ni lamentano - non hanna torto - che l' Assemblea sia presa alla gala dall'urgenza perché le navi devono raggiungere gli scali somali prima dei monsoni: le truppe sarebbero già a bardo nel porto di Augusta; al


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Parlamento, dunque, si chiede solo "uno spolverino da mettere sugli atti del governo". Allora - deduce il senatore Pastore - non si potranno mandare rinforzi durante il monsone e cio configura un'imprudenza assai grave; poi pero chiederà provocatoriamente alla maggioranza se si prepara "a fare la guerra" con i 6000 uomini in partenza (?)_ Scoccimarro minaccia: "sei nostri soldati saranno massacrati, andremo a dire al po polo italiano che voi si ete responsabili di questo massacra" . L'8 febbraio, il provvedimento è approvato senza cambiamenti anche dai Senato CS)_ Argomentazioni e toni della discussione si ritrovano puntualmente nella stampa referente. Af.fiora qualche pulsione di nostalgia coloniale, ma è inevitabile cos! a ridosso del passato. Nel complesso, pubblico e stampa non militanti reagiscono favorevolmente: l'incarico deii'ONU, da cui I'Italia è sempre fuori, potrà forse aiutare anche il processo di recupera del Paese. Cosl nel marzo la ex-colonia passa daii'Amministrazione britannica a quella italiana, precedendo anche il perfezionamento del mandata che arriva a dicembre. Rimando alla relazione specifica la trattazione d e lla missione, che avrà esito positivo e migliorerà le condizioni della Somalia, portandola all'indipendenza con un buon livello di vita. Per I'Italia sarà positiva anche la ricaduta politica, pur se forse meno dello sperato. Vorrei ricordare ancora la lunga intervista fatta da Pietro Petrucci, inviato di "Paese Sera", a Mohamed Aden Sheikh nel 1972. Il somalo, dirigente nazionalista vissuto in Italia con borse di studio tra il 1955 e il 1961 , dichiara non essere vero che il colonialismo italiano sia stato meno pesante di altri e afferma che per l'italiano è come l'etiopico, un nemico per i somali, i quali rifiutano le tre rn: missionari, mercanti, militari. Anche I'Amministrazione Fiduciaria è un regime di occupazione, che usa Carabinieri e Celere e considera tribali gli indigeni, provocando tensioni coi "Giovani Somali". Riconosce tuttavia merita per il trasferimento pacifico della sovranità al diplomatico Anzilotti, posto a capo deii'AFIS nel 1955. Il personaggio Sheikh, assolto in un processo dall'accusa di vilipendio alla nazione italiana perché il fatto non costituisce reato, è definito da un interlocutore "figlio del PCI"; lui nega , pur apprezzando: una vera critica anticolonialista si trova suii'"Unità" e su "Paese Sera" , che comunque non legge per opzione ideologica, ma perché sono giornali più vivi (9)_ È il punto di vista di un dirigente d e lla "Somali Youth League", che sarà forse rivoluzionaria, ma è certo imperialista quando vorrà affermare la "Grande Somalia" a spese del Kenya e deii'Etiopia.

Esprime un diverso modo di sentire, il Primo ministro somalo Abdi Rasid Ali Scermarche il13 agosto 1960, quando annuncia aii'Assemblea appena eletta il proposito di mantenere i rapporti, in primo luogo, con I'Italia cui esprime "gratitudine, a nche per l'impegno generoso e disinte ressato assunta" di co ntinuare l'assiste nza finanziaria e tecnica a favore della Somalia ( IO) _


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Non è il caso di mettersi a discutere di padri e di figli , di ragioni e di torti. Constatata la radicale divergenza di queste opinioni e considerato che ciascuna ha una sponda italiana, da ritorni simili abbiamo la conferma del carattere irriducibile e totale della contrapposizione che si è determinata ne! nostro Paese . È tutto quello che in sede storica preme notare. Poi, ciascuno puà dare i giudizi di valore che crede. Durante la missione in Somalia, un violenta terremoto provoca vittime e danni nelle isole Ionie e subito il ct. Artigliere vie ne fano partire per porta re i primi soccorsi. L'episodio apre una serie di interventi diretti ad "assolvere il compito di macroemergenza, sia in caso di calamità naturali sia in quello di evacuazione in mare , o via mare , di gruppi di persane anche di consistente numero" Ot). Naturalmente in questa sede richiamerà solo casi di missioni umanitarie svolte all'estero , come quella del ct. Indomito ne! marzo 1960. Un terremoto ha semidistrutto la città di Agadir e l' Indomito, già in mare per esercitazioni, imbarca a La Spezia viveri, vestiario e medicinali, tocca Livorno per caricare tende da campo e materiale ospedaliero, e il 5 marzo entra ne! porto di Casablanca. Di là, immediatamente, partono per Agadir squadre di personale che istituiscono un centra di raccolta e montana un ospedale da campo. Il 9 il cacciatorpediniere puà lasciare Casablanca. Va detto che dinanzi agli eventi ca tastrofici ed alla sofferenza umana, generalmente, l'opinione pubblica non si divide. Da ogni parte, in questi cas i, si sollecitano e si approvano gli interventi di soccorso, spesso già in via di attuazione da parte deli'Autorità militare, ben consapevole del valore del tempo in frangenti simili. Ma ne! 1955 l'Italia è divenuta membro dell'ONU, ed alle Forze Armate vengono richiesti nuovi impegni . L'Aeronautica affronta una lunga missione in Congo, dove la situazione è precipitata ne! caos subito dopo la proclamazione dell'indipendenza. Altri ne parleranno, quindi mi limita a ricordare che l'interventa militare dell'ONU incomincia nell'agosto 1960 e che l'Aeronautica italiana ha compiti di trasporto per il corpo di spedizione delle Nazioni Unite e per soccorrere la popolazione. Il Governo pensa cos! di avere scelto la via giusta , dopo un dibattito parlamentare nel quale dai monarchici è venuta la proposta di fa r partire un contingente armato , ma da sinistra è venuto l'invita a fermarsi ed a non coinvolgere le Forze Armate; il PCI è contrario ravvisando nell'azione proposta una sottile forma di imperialismo mascherato. Quando tredici aviatori italiani sono trucidati a Kindu , 1'11 novembre 1961 , l'eccidio suscita una forte eco in ltalia . 1 militari sono caduti nell'adempimento del !oro dovere al servizio dell 'ONU e dell'umanità: i !oro apparecchi trasportavano materiale per il corpo di spedizione delle Nazioni Unite e quantitativi di viveri e medicinali per la popolazione civile . Lo sdegno è massimo , i media cavalcano il risentimento popolare, si parla di violenza selvaggia e barbara .


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L'opinione pubblica è talmente irritata che il tentativo di sfruttare l'accaduto contra le forze politiche di governo ha un successo modesto. Tuttavia, quando l'opposizione di sinistra ricarda in Parlamento di essere stata contraria e chiede che in avvenire si tragga insegnamento dall'accaduto, ottiene udienza. Ne! partita di maggioranza relativa l'aJa più religiosa che politica frana. Passeranno dodici anni prima che una nuova missione militare italiana si diriga all'estero. Si ricomincerà col soccorso navale in occasione di disastro. Esso "puà essere considera ta come una forma di aiuto milita re al potere civile", difficile da rifiutare perché esiste da secoli, a livello internazionale, una "forte tradizione navale di provvedere aiuto d'emergenza al di fuori del territorio nazionale, che ha frequentemente coinvolto casi di cooperazione internazionale" OZ). Piogge torrenziali flagellano la Tunisia verso la fine di marzo 1973; il fiume Mejerdah straripa con effetti disastrosi, distruggendo case e raccolti e provocando un centinaio di morti e 24.000 senza tetto. Il 29 marzo l'incrociatore Andrea Doria è già nel porto di Goletta; a Cartagine fanno base tre elicotteri imbarcati e tre altre macchine del 3° Gruppo Elicotteri, giunti in volo da Catania. Sono i primi ad arrivare: nei primi cruciali due giorni salvano 700 persane e trasportano 20 t. di materiali di prima necessità. Il 31 marzo il Doria è rilevato da un Gruppo Navale, composta dall'incrociatore Vittorio Veneto e dai ct. !mpetuoso e !ndomito, che continua l'opera di soccorso fino al 4 aprile. In novanta missioni , condotte fino a località distanti 160 km, è stato salvato un migliaio di persane e sono state distribuite 44 t. di viveri, oltre a medicinali e vestiario. Il presidente tunisino Bourghiba aggiunge ai ringraziamenti, con una iniziativa personale, alte onorificenze al merita della Repubblica tunisina; in Italia il ministro della Difesa esprime apprezzamento e gratitudine a nome del Paese, l'opinione pubblica accoglie con favore il successo dell'intervento. Perà, tra le parole e le righe delle vestali dell'antimperialismo si avvertono perplessità: cosa fanno queste navi, tutte queste navi, a Tunisi, obiettivo storico di invadenza italiana? Anche l'onorevole Napoleone Colajanni, nell'aprile 1897, aveva deplorato che l'Italia fosse intervenuta a Creta "con tanto lusso di na vi". Solo che Colajanni aveva fatto riferimento a considerazioni di poli ti ca internazionale- il Mediterraneo era e rimaneva un lago inglese- che gli avevano fatto ritenere sovradimensionato l'impegno, mentre ne! 1973 parrebbe che i motivi di critica verso una settimana di soccorso umanitario apparissero francamente di ben più modesto spessore. Oltretutto, il Gruppo Navale si era mosso nel quadro delle visite già programmate per la Squadra. Nell'aprile 1979 c'è un nuovo intervento in Adriatico, a causa di un terremoto che ha devastato il Montenegro. La nave da sbarco Caorle porta da Brindisi a Ragusa (Dubrovnik) 700 tende da otto posti ciascuna e 800 letti completi di materassi, lenzuoli, coperte e guanciali 03). Reazioni positive, oppure nessuna reazione: la notizia e basta.


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La prima missione in acque Jontane ha natura umanitaria e carattere nazionale. Dai 1978 i tentativi di fuga dei profughi vietnamiti commuovono il monda e si chiede al Governo di fare qualcosa; già altri paesi hanna accolto fuggiaschi, ma il !oro numero è talmente aumentato che armai sono respinti dai punti di approdo e rigettati in mare . 1 mezzi di comunicazione di massa evidenziano una tragedia cosi grave che l'opinione pubblica italiana non si divide: anche gli amici di Hanoi si associano all'idea di un intervento umanitario , pur diffidando da "strumentalizzazioni interessate " perché in "decenni di aggressioni imperialistiche al Vietnam" si deve riconoscere la colpa di tutto. Viene scelto di soccorrere in mare profughi in pericolo di vita ed a tai fine il 21 luglio 1'8° Gruppo Navale giunge a Singapore. Ne! dibattito alla Camera Forlani, ministro degli Esteri , e l'onorevole Zamberletti che parte con le navi, hanna cercato un consenso generale, precisando che si tratta "di aiutare con viveri , medicinali ed altro materiale i profughi su barche precarie, nonché di accogliere sulle navi un migliaio di persane che desiderassero trasferirsi in Italia" . La grande attenzione crea ta nell'opinione pubblica favorisee la convergenza generale sulla missione, pur non potendosi dubitare che la vicenda mostri al monda un aspetto poco presentabile del Vietnam. Qualcuno infatti coglie l'occasione per chiedere la rottura delle relazioni diplomatiche con Hanoi , dave l'organo del partita comunista Nhan Dan ha definito l'iniziativa italiana criminale e provocatoria . Altri sospettano che il ricorso alla Marina militare nasconda propositi militaristi e forse anche quello di andare a rinforzare la VII Flotta degli Stati Uniti, presente nei mari ad est dell'Indocina. Salutando i partenti a Taranto, il capo di Stato Maggiore della Marina dice che "la fiducia e l'affetto ... di tutto il popolo italiano" Ji accompagnano. È vero. La missione ha il sostegno dei media e la massima eco. Il salvataggio in mare colpisce la fantasia: da Singapore ne parlano tutte le TV del monda; Joan Baez compone una canzone: "Three ca ravels'', perché, appunto , sono tre le na vi italiane. In Italia tutta l'operazione è seguita con interesse e affetto; la gente sa che si tratta di un'azione umanitaria soltanto italiana , sa che i marinai hanna rinunciato alle !oro Jicenze per faria, sa che si tratta di un successo nazionale e ne è orgogliosa. In questo elima il 26 settembre l'onorevole Calamandrei, parlando per l'opposizione di sinistra, dichiara: "Sulla missione effettuata dalle navi resta, da parte nostra, l'apprezzamento che dichiarammo in Parlamento al momento in cui la missione venne avviata e fu in corso, apprezzamento peril suo contenuto umanitario e per il sua esito, non solo per l'opera di salvataggio cui ha adempiuto, ma anche per il fatto che il suo svolgimento e la sua conclusione rapida sono riusciti ad evitare - come da parte nostra avevamo insistentemente raccomandato - i rischi reali che vi erano di collegamenti estranei allo scopo umanitario".


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Minore concordia vi sarà invece sui modesti interventi italiani nell'area egiziana successivi alla pace tra Egitto ed Israele 0 4 ). Nell'agosto 1981 viene costituita la Multinational Force and Observes, una forza di pace schierata sul lata egiziano della frontiera con Israele per garantire il confine. Si pensa in Italia di mandare il battaglione bersaglieri "Governolo", preparato e addestrato da tempo, ma problemi finanziari inducono il Governo a controffrire navi pattuglia. È il 10° Gruppo Navale Costiero, composta da quattro dragamine trasformati in navi pattuglia, con una forza di novanta uomini tra personale imbarcato e no. Avrà il compito di controllare gli stretti di Tiran e il golfo di Aqaba per garantire la libera navigazione. Emerge poi una seconda esigenza: Suez e adiacenze sono stati bonificati dopa la guerra del Kippur, ma nell'estate 1984 mine e torpedini di provenienza ignora bloccano di nuovo il Canale. L'Italia partecipa all'operazione col 14° Gruppo Navale (tre cacciamine ed una nave appoggio), che lascia La Spezia il 22 agosto e il 19 ottobre è di ritorno. L'Italia è molto interessata alla sicurezza della navigazione attraverso il Canale perché circa un terza del traffico che passa di là è destinato ai suai parti. Ma già ne! novembre 1981, ogni intenzione d'intervento è stara defini ta "oltremodo grave" da un'interpellanza comunista. Inutilmente il ministro degli Esteri, Emilio Colombo, spiega che la MFO deve solo mantenere la pace durante il trasferimento dagli israeliani agli egiziani e assicurare la libertà di navigazione, come previsto dai trattato di pace. Gli si replica rilevando "nella politica estera italiana la tendenza ad una crescente militarizzazione". Poi viene fuori il rospo: non si vuole una pax americana e il Governo è invitato a promuovere l'ingresso dell'Unione Sovietica nelle trattative. Quanto al seconda intervento, si parla poco di traffico marittime nelle aule parlamentari, dave invece si esprimono dubbi sui veri autori della posa di mine e il Governo viene tacciato di raptus pelasgicum per aver massa i cacciamine, una scelta di tipo imperialista che fa sospettare il ritorno di sogni antichi e pericolosi sul mare nostrum. I mezzi di comunicazioni danno scarso rilievo alle due missioni, anche perché maggiori problemi si affacciano in Libano, dave nell'estate 1982 la nave Caor/e riesce a salvare 450 persane che fuggono da Beirut, dave arrivano gli israeliani. Il governo libanese chiede una forza internazionale d'interposizione, çui anche l'Italia contribuisce con 800 uomini del 2° battaglione bersaglieri "Governolo" e supporti. Opera no anche elicotteri nazionali inquadrati nell'UNIFIL (United Nations

International Force in Lebanon). Questo pero non piace ad una parte del Parlamento e della stampa. Un'avaria capitata in navigazione alla nave Grado diventa motiva di scherno; il Governo è accusato di leggerezza, i militari di improvvisazione e si chiede con insistenza il ritiro del contingente italiano. Il 12 settembre le truppe, che hanna un mandata limitato nel tempo, si reimbarcano, ma subito dopo avvengono le stragi nei


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campi palestinesi di Sabra e Chatila. L'opposizione di smJstra insorge, questa volta perché il Governo ha ritirato i solda ti, "lasciando via libera al genocidio", come bellamente afferma una interrogazione del 21 settembre 05 ). È un momento di disorientamento. Stampa e TV non ri.sparmiano pennellate d'orrore sugli avvenimenti; le forze politiche si accusano a vicenda; l'opinione pubblica è confusa: non vuole allinearsi fino in fondo con nessuna posizione politica gridata, temendo tranelli. perà solidarizza umanamente con le vittime e chiede di agire per evitare nuovi eccidi. Si promuove l'intervento di una nuova Forza multinazionale, cui l'Italia partecipa con un contingente piü robusta deli'Esercito, integrato da reparti del "San Marco", agli ordini del generale Angioni. La proiezione a terra è sostenuta da un dispositivo aeronavale. L'informazione è puntuale e continua: giorno per giorno porta nelle case degli italiani riprese e notizie. Dietro agli uomini impegnati in Libano si manifesta in patria un livello di attenzione e di partecipazione notevole.

Ben presto perà la Sinistra riprende a reclamare con toni accesi il reimbarco delle truppe, rinnovando al Governo le accuse di bellicismo e di asservimento 0 6). Gli attentati dell'ottobre 1983, che fanno tante vittime tra i soldati francesi e americani, alzano ulteriormente il tono della polemica, provocando un intervenlo duro del presidente del Consiglio Craxi Ol)_ La missione proseguirà fino all'esaurimento. Ma l'effetto della partecipazione popolare, meglio informata che in altre circostanze, non si esaurisce col reimbarco del corpo di spedizione. Le forze italiane hanno avuto un morto e dei feriti, ma nelle difficoltà gravi del disordine libanese si sono comportate molto bene. La gente Jo sa e il 27 febbraio 1984 a Livorno, sono la pioggia battente, l'accoglienza è particolarmente calorosa: Livorno è una città "rossa" , ma nell a percezione della massa non esiste nessuna polemica verso i soldati; c'è il popolo, c'è il presidente della Repubblica. Il 4 aprile si replica a Brindisi, dove migliaia di persone salutano il ritorno d e l "San Marco". Due avvenimenti clamorosi scuoteranno l'Italia: il dirottamento dell'Achille Laura nell'ottobre 1985 e il lancio dei missili libici a Lampedusa nell'aprile 1986.

Per l'opinione pubblica nazionale, occupata a rincorrere i fatti propri, sono casi tipici di "sindrome del Trasimeno": bruschi richiami a realtà sgradevoli. Tra lo stupore e l'indignazione, allora, un grido percorre la società e i media, in un elima di sconcerto per la sorpresa. Non meno sgradevoli appaiono i due episodi al mondo politico, specie a quella parte che teme la squalificazione dinanzi all'opinione pubblica dei guerriglieri e del proprio schieramento politico. Cos! all'atto d'accusa di La Malfa che definisce "atto di barbarie" il sequestro, si contrappone una raffica di interrogazioni dirette a conoscere non tanto i p a rticolari sull'accaduto, quanta se per avventura il Governo si sia permesso di


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allertare le Forze Armate. Il Governo in realtà si permette, anche se non lo sbandiera ai quattro venti, tanta più che l'inseguimento della nave da crociera non sortisce effetti decisivi e il sequestra è seguito da vicende confuse. Per i missili di Lampedusa qualcuno dubiterà, in Parlamento e sulla stampa, della loro vera provenienza - è forse disinformazione america na? - e si cerca di spostare l'attenzione sul precedente, "criminoso e assurdo", bombardamento di Tripoli; l'autorevole senatore Pajetta liquida la faccenda sostenendo che se nell'isola è presente un solo operatore radio statunitense, essa va considerata territorio americano. Vengono i tempi del Golfo, con la guerra iraniano-irachena che minaccia la navigazione neutrale. L'ONU chiede l'embargo contro l'Iran e gli Stati Uniti sollecitano il concorso di altre Marine per l'attività di sminamento. Ma nell'estate 1987 in Italia c'è un governo di transizione postelettorale che ostenta una posizione di equidistanza assoluta tra i contendenti, consistente ne! rifiuto di assumere iniziative. Confidando che non sarebbero mai venute, si resta in attesa di decisioni deli'ONU e deli'UEO. Questa posizione contraddice gli interessi energetici del Paese, che dipende per il 30o/o del suo fabbisogno dalle ratte del Golfo, ma è in sintonia con la maggioranza delle forze politiche e dell'opinione pubblica, la quale - scrive Giorgerini - esce "da un quarantennio trascorso all'ombra di un antimilitarismo strisciante, di una politica militare timida e modesta , appena sopportata dalla classe politica, in un disarmo morale e conoscitivo nei riguardi della difesa nazionale e dei suai strumenti" wn. Si realizza infatti una convergenza rra forze animate da antimilitarismo ideologico ed altre motivate da antimilitarismo strumentale. Le prime, di matrice cattolica ed ambientale, sono sempre e comunque contro agni manifestazione militare. Le altre, di matrice comunista, sono contrarie alla cooperazione con gli Stati Uniti e ad agni azione che si proponga in dissonanza con la politica sovietica. In una si mile atmosfera il mercantile italiano ]ally Rubina subisce un attacco iraniano nella natte tra il 2 e il 3 settembre 1987. Il nuovo governo Goria ordina alla Marina di prepararsi, sebbene pochi giorni prima un sondaggio giornalistico abbia evidenziato una maggioranza contraria nell'opinione pubblica. Sull'invio delle navi il Governo pane la fiducia, costringendo cos! anche i parlamentari riottosi della maggioranza, col voto palese, a pronunciarsi a favore : quanta abbia avuto ragione a faria si vedrà dalla mancata conversione in legge del Decreta Legge che reca le norme finanziarie di copertura della missione, che la Camera respingerà il 19 novembre a scrutinio segreto. Il 18° Gruppo Navale, al comando dell'ammiraglio Mariani, prende il mare a metà settembre, salutato dai ministro della Difesa Zanone, dalle autorità militari, da qualche migliaio di persane e da un gruppo di contestatori. I mezzi d'informazione non offrono un pieno ed unanime sostegno: c'è perfino qualche invita alla diserzione. Perà Zanone, uscendo il 24 settembre dai Consiglio dei ministri di ce che dietro ai marinai c'è ora "un paese solidale".


IL CUMA POLITICO INTERNO

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Il 14 ottobre i comunisti presentano un ordine del giorno "per esaminare l'opportunità del rientro delle navi", e cosl via rinnovando ad agni piè sospinto la richiesta, fino a raggiungere il diapason ne! Juglio 1988, dopa l'abbattimento di un aereo civile iraniano da parte di un incrociatore americano. Ma il 20 agosto cessano le ostilità e il 18° Gruppo Navale rientra a Taranto, accolto festosamente dalla popolazione. Per il Governo c'è solo il ministro della Difesa. Ne! complesso, niente male. C'è di peggio al mondo: Martin Gilbert racconta che il 25 aprile 1919 "quando l'ex transatlantico tedesco Leviathan attraccà a New York , il generale Mac Arthur, che aveva comandato la divisione "Rainbow" nelle ultime settimane di guerra, rimase sconcertato ne! vedere che davanti alla passerella della nave c'era, anziché una falla di dignitari venuti ad accoglierli con tutti gli onori, soltanto un ragazzo che gli chiese chi fossero. 'Siamo quelli della famosa 42 ~ ', rispose. Allora il ragazzo gli ùomandà se erano stati in Francia". "In un silenzio doloroso" - scriverà poi Mac Arthur - "scendemmo dalla banchina per sparpagliarci ai quattro venti" ORJ.

NOTE (1) Vedi H.H. Rainero , Le tentazioni neutraliste dell'Italia, in L '! tafia del dopoguerra . Le scelle internazionali dell'Ita/ia, Roma, Commissione Italiana di Storia Militare, 1999, p. 7-29. (2) Non per nulla in Francia il l'CF è detto "partito dei fucilati" . Per la guerra, cfr. il recente e molto significativo volume di D.M. Glantz e]. House, When Titans clashed, Edinhurgh,

Birlinn, 2000. (3) Cfr. R. Luraghi, L '!tafia e le origini della terza gu erra mondiale, in L '!tafia del dopagu erra, ecc., cit., 2000, p. 169-77. (4) Vedi P.P. Ramoino, Nuovi termini della strategia marittima, in "Ri vista Marittima", CXXXI, 19HH, dicembre, p . 245; Id., Fondamenti di strategia navale, Roma, Forum di Relazioni Internazionali, 1999, p. 59-64; M. De Leonardis, Politica estera e polit ica militare, in II Convegno Nazionale di Storia Militare, Atti, Roma, Commissione Italiana di Storia Militare, 2001, p. 161. Per aspetti più generali vedi anche AA.VV., La d(fesa della pace e gli mpetti marittimi, Roma, Forum di Relazioni Internazionali, 2000. (5) Anche la legge navale ottenuta dall'ammiraglio De Giorgi, che ha comportato un finanziamento straordinario di 1000 miliardi in dieci anni perla Marina, se ha evitato un degrado definitivo della flotta, non poteva rilanciarla a livelli ottimali, pur scontando un forte ridimensionamento ·ris petto al passato. Di qui l'applicazione obhligata della reoria della qualità, che l'esperienza dimostra essere caratterizzata, in sede di attuazione, da un grado di incertezza assai piLI elevato di quello quantitativo. (6) Atti Parlamentari, Camera dei Deputati, Discussioni, 1950, p. 14936-960 (2 febhraio), 14988-15021 (3 fehhraio), 15026-071 (4 febbraio). (7) "Secondo i dati forniti dalla Commissione della Difesa, inviamo 315 ufficiali, 627 sottufficiali, 3796 uomini di truppa, 24 civili, totale 4762 uomini dell'esercito; p e rla marina, 34 ufficiali, 64 sottufficiali, 322 marinai, 6 civili, totale 426 uomini; per l'aviazione 69 ufficiali, 1HH sottufficiali, 361 uomini di truppa e 65 civili, totale 683: abbiamo quindi un totale generale di 5871 uomini". Atti Parlamentari , Senato, Discussioni, p. 13384.


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(8) Vedi, per la discussione al Senato, ibidem, p. 1339-373 (7 febbraio) e 13378-426 (8 febbraio).

(9) Mohamed Aden Sheikh, Arrivederci a Mogadiscio, Homa, Edizioni Associate, 1991. (10) L'AHS (Amministrazione Fiduciaria Jtaliana in Somalia) e i rapporti dell'Jtalia con la Repuhh/ica Soma/a, Homa, Ministero degli Affari Esteri, ottobre 1961. (11) O. Miozzi, La Marina !tafia na ne/ soccorso in maree ne/le puhhliche calamità, in "Bollettino d'Archivio deii'Ufficio Storico della Marina Militare", III, 1989, marzo-giugno, p. 212-13.

(12) H. l'ugh e F. Gregory, Funzioni di polizia marittima perla sicurezza non milita re, in AA. W., La difesa della pace, ecc., cit., p. 147. A livello nazionale la cosa è ovvia, come mostrano gli interventi delle Forze Annate in occasione dell'alluvione di Firenze (1966) e dei terremoti del Belice 0968), di Ancona 0972), del Friuli (1976) e deii'Irpinia (1980). 03) Notiziario della Marina, 1973, aprile, p . 6-9; Miozzi, cil., p. 215-16. (14) All'inizio del 1972 I'Unione Sovietica puo apparire ancora agli osservatori "come la potenza dominante" nell'area, ma già ne! numero di giugno-luglio 1972 di ·al Abram· il consigliere di Sadat, M. Haykal, fa sapere che I'Egitto non ha interesse a continuare nello stato di no peace. È la crisi del nasserismo dopo la morte di Nasser, ma l'elemento fondamentale che ha cambiato la situazione è che dopo Camp David né I'Egillo, né Israele sono in grado di sostenere l'arresto dello sviluppo per mantenersi sul piede di guerra. La scansione degli avvenimenti è eloquente: il 27 maggio 1971 viene firmato il trattato di amicizia e cooperazione sovieticoegiziano, ma nel 1972 i consiglieri sovietici sono espulsi daii'Egitto e ne! 1978 lo stesso trattato sarà denunciato. E nel 1975 anche la Siria accena, con la mediazione di Kissinger, un accordo di disimpegno con Israele. Cosl nel corso degli anni Settanta il ruolo deii'UHSS ne! Medio Oriente è scaduto da cogestore delle crisi a spettatore attento e critico, mentre quello degli USA è cresciuto. Cfr. Ilen-Chok Pinchuk, Soviet Penetration into the Middle East in Historical Perspective e H. Kolkowicz, The Soviet Po!icy in the Middle East, l'uno e l'altro in AA. W., The URSS mzd the Middle East, New York-Toronto-jerusalem, Wiley & Sons e Israeli Universities Press, 1979; M. Gabriele, Mediterraneo anni atlanta, in Rivista Marittim~, CXII, 1979, febbraio, p. 15. (15) Atti l'arlamentari, Senato, VIII Legislatura, Assemhlea, resoconto stenograjico, 21 settembre 1982, p. 25799. (16) Come nell'interrogazione del senatore l'asti del 17 marzo 1983, nella quale chiede "che vengano subito ritirati i contingenti italiani inviati nel Libano e nel Mar Hosso (si riferisce ai dragamine, n.d.a.) a seguito di precisi ordini americani intesi a sostenere il furore bellicistico di Israele, e non degli ebrei che hanna condannato in massa questo furore, promosso e sostenuto dall'imperialismo militare americano al quale il governo italiano è sottomesso". (17) Disse: "È con particolare energia che respingo l'incredibile accusa che viene rivolta al governo italiano ne! testo di una delle interrogazioni prescntate in quest'aula e che del resto è riecheggiata fuori di qui e cioè di 'fomentare il riarmo e la guerra'. Non lavora per la pace chi avvelena deliberatamente l'atmosfera e gli animi. Il governo italiano è un governo pacifico di una nazione pacifica, che è impegnato e che puù impegnarsi solo in azioni di pace, a sostegno della pace e per l'organizzazione della pace ... Di fronte al massacra dei soldati amcricani e francesi ho subito comunicato al presidente Reagan ed al presidente Mitterrand che I'Italia confermava il suo impegno nel Libano. Venir meno ad un dovere di solidarietà in un momento cosl tragico, di fronte ad una più grande paura e ad una piLt grande minaccia, sarebbe equivalso ed equivarrebbe a disonorare I'Italia di fronte alle nazioni amiche ed al mondo". (18) M. Gilbert, La grande storia della p1ima gue1Ta mo11diale, Milano, Mondadori, Le Scie, 1998, p . 617.


REALPOLITIK E VALORI DEMOCRATICI NEGLI

INTERVENTI INTERNAZIONALI PER LA SICUREZZA E LA PACE DURANTE LA GUERRA FREDDA MASSIMO DE LEONAHDIS

Parlando di interventi inte rnazionali , intendiamo oggi riferirci soprattutto ad interventi della comunità internazionale, o di gruppi di Stati, che dichiarano di agire a nome di essa e a sostegno di cause ritenute da essa condivise, come nel caso dei membri della NATO in Kosovo. In altre parole il peacekeeping, in tutte le sue molteplici forme , popolarissimo, o l'"ingerenza umanitaria", assai pii:I controversa e credo colpita a morte dagli effetti collaterali di quanto è avvenuto lo scorso 11 settembre. Gli scopi conclamati di questi interventi riguardano l'affe rmazio ne di valori e principi, il rispetto del diritto internazio nale o pii:I in ge ne rale il mantenimento/ripristino della pace; spesso perà dietro ad essi vi sono ben precise e classiche motivazioni di politica di potenza, in nome della regola che might is right. Infatti, in epoca maderna e contemporanea ..gJi Stati non combattano per valori , ma per interessi: combattono per i valori soltanto quando essi sono funzionali ai !oro interessi· m. Un esempio di cià è la dichiarazione del presidente Clinton, il 24 ma rzo 1999, p e r spiegare, con la miscela di moralità e potenza tipica della politica estera americana , le ragioni della "guerra" del Kosovo: si agiva per •sostenere i nostri valori, proteggere i nostri interessi·, per un .. imperativo morale , importante per gli interessi nazionali deii'America•(2). Anche ammettendo che si combatta veramente perla democrazia , cià avviene in base ad una procedura che non è quasi mai democratica. La comunità inrernazionale non vota; né una maggioranza di stati, né un nume ro di stati i cui abitanti rappresentassero la maggioranza della popolazione mondiale si è espressa , ad esempio, a favore dell'intervento contro la Serbia. Diciamo che il governo del mondo è nello stadio del liberalismo ottocentesco: conta solo il voto di un numero ristretto di elettori, i più ricchi e potenti, che, tra l'altro, agiscono forzando le regale non solo deii'ONU, ma anche del !oro stesso club ristretto; nulla infatti nella ca rta di San Francisco o nel trattato di Washington autorizzava la "guerra" contra la Serbia. Vorrei chiarire che Jo spirito di queste mie considerazioni è opposto a que llo che potrebbe animare analoghe valutazioni di un militante antiglobalizzazione: mi limito a constatare che le cose stanno cos! e aggiungo, in nome di una concezione realista delle relazioni internazionali, che una gestione de mocratica de l mondo è impossibile e che se , per assurdo, gli interventi internaziona li (ma anche altre misure, come ad ese mpio le regole de l comme rcio) ve nissero de cisi a maggioranza, il piane ta , da un ordine imperfe tto qua le l'attua le , piomberebbe ne ! caos.


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In quello che si usa definire il sistema westfaliano, basato cioè sulla sovranità degli stati e sulla scomparsa di un magistero morale da tutti rispettato, quale poteva essere quello del Papa nella respublica christiana medievale, non sostituito da una organizzazione internazionale dotata di un potere riconosciuto, l'essenza della politica internazionale sta nella lotta per il potere. Per i realisti estremi le ideologie sono solo maschere delle aspirazioni di dominio dei singoli stati; per i realisti moderati, come Raymond Aron, un'altra componente della politica internazionale, che condiziona le dinamiche di potenza, è la volontà di affermare il proprio universo di valori, la propria visione dell'·ordine politico equo,(3)_ La "temperatura ideologica" dei rapporti tra le potenze puà essere più o meno alta. Se i maggiori attori internazionali condividono gli stessi valori e le stesse istituzioni politiche il sistema è omogeneo, la politica di potenza regna sovrana, non esistono nemici da distruggere, ma solo rivali e avversari, che oggi sono tali, ma domani potranno divenire alleati. Cos! fu nell'epoca della "diplomazia classica", la seconda metà del XVII ed il XVIII secolo, e per gran parte del XIX. Se invece gli attori principali si rifanno a diverse weltanschaungen religiose, ideologiche e politiche, queste ultime condizioneranno piü fortemente la politica di potenza, senza peraltro riuscire mai a prevalere del tutto. Cos! all'epoca delle guerre di religione e di Lepanto la Francia, pur guida ta da un "Re Cristianissimo", non esità ad allearsi con i turchi o i protestanti in funzione antiasburgica. Il conservatore Nixon non esità ad "aprire" alla Cina, ricambiato dai dirigenti di Pechino, comunisti si, ma in rottura con Mosca. Dai punto di vista della distribuzione del potere, un sistema internazionale puà essere multipolare (come fu per secoli) o bipolare (come è sostanzialmente stato durante la guerra fredda). Nel periodo oggetto del convegno il sistema internazionale era allo stesso tempo bipolare e non omogeneo. Il mondo era diviso in due blocchi, contrapposti per ragioni non solo di potere, ma anche ideologiche. Un corollario necessario alla sovranità degli stati è quello della non ingerenza negli affari interni. Va sottolineato che il principio di sovranità implica l'uguaglianza di fronte al diritto internazionale di tutti gli stati, grandi o piccoli; il 1o capoverso dell'articolo 2 della Carra deii'ONU afferma che quest'ultima "è fondata sul principio della sovrana uguaglianza di tutti i suai membri· e questo principio, precisa il capoverso 7 dello stesso articolo, comporta la proibizione ·d'ingerenza dell'Organizzazione nelle questioni interne di ciascuno Stato•. È chiaro che l'"ingerenza umanitaria" puà avvenire solo contra i piccoli o i deboli, generando una situazione di disuguaglianza. Accettato il principio di limitare le sovranità, resta comunque il problema, non da poco, di stabilire chi ha il potere di decidere l'intervento e di garantire che la decisione sia dettata da principi universali e non da interessi di potenza. Tra il congresso di Vienna del 1815 e la Grande Guerra l'organo, informale, che dirigeva la politica internazionale (del tutto eurocentrica) era il "concerto europeo". Le preoccupazioni morali non erano assenti, ma erano nettamente subordinate alla politica di potenza e di equilibrio; la differenza con oggi è che allora Jo si ammetteva piü apertamente. Al congresso di Berlino del 1878 Bismarck esclamà: ..siamo qui per garantire la pace dell'Europa, non la felicità dei bulgari•.


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Sorprenderà qualche progressista ignaro della storia, ma la politica della Santa Alleanza e del Principe di Metternich fu quella più simile, nella forma, a quella odierna di "ingerenza umanitaria" e di peacekeeping. Infatti Jo statista austriaco sosteneva l'esistenza di uno stretto nesso tra ordine politico e sociale interno ai singoli stati e stabilità internazionale. Se vi era una situazione di disordine all'interno di uno stato, il "concerto europeo" doveva subito intervenire per evitare che potesse turbare l'ordine internazionale. La differenza èche per Metternich l'ordine interno si identificava con l"'assolutismo" (uso il termine tra virgolette, perché per moiti aspetti controversa), i cui principi ed istituzioni erano dominanti in Europa, mentre oggi si ritiene che solo sulla democrazia liberale, i cui valori sono universalmente accettati in Occidente, possano fondarsi un ordine interno ed una pace internazionale stabili. Fonte di disordine era per Metternich il liberalismo, per i governanti occidentali di .oggi lo è la violazione dei principi democratici e dei "diritti umani". Un'altra differenza non da poco è che Metternich sosteneva l'intervento del "concerto europeo" a sostegno dei sovrani legittimi minacciati da rivoluzioni; tali interventi avvenivano su richiesta del monarca stesso, come nel caso di Ferdinando II , re delle Due Sicilie, alla conferenza di Lubiana. Il principio di sovranità era quindi salvo. 1 sostenitori dell"'ingerenza umanitaria" invece lo violano, perché in genere tali interventi - vedi il Kosovo - avverrebbero contro un governo in cari ca che non rispetti i "diritti umani". All'epoca di Metternich, I'Inghilterra si dissocia da interventi in questioni interne di altri paesi finché esse non fossero diventate a tutti gli effetti un problema internazionale. In un importante documenta di Gabinetto del 5 maggio 1820, che esaminava la situazione rivoluzionaria della Spagna, il visconte Castlereagh, ministro degli Esteri britannico, sottolineà che I'Alleanza tra le potenze europee non era mai stata ·intesa come un'Unione per il Governo del Mondo, o per il controllo degli affari interni di altri Stati...II principio in base al quale uno Stato interferisce tramite l'uso della forza negli affari interni di un altro Stato ... è da sempre una questione della massima delicatezza morale e politica.C4). Londra sostenne quindi il "principio di non intervento", provocando la crisi della diplomacy by conference, attraverso la quale I'Austria voleva mettere in pratica i principi della Santa Alleanza. Ma, in campo internazionale, la coerenza ideologica è quasi sem pre subordinata agli interessi di potenza. Cos1, al congresso di Parigi dell856, dopo la guerra di Crimea, Gran Bretagna, Francia e Regna di Sardegna pretesero di porre come problema internazionale la situazione interna degli stati italiani, appuntando le !oro critiche soprattutto sul "malgoverno" del Regno delle Due Sicilie e dello Stato Pontificio. Replicà il rappresentante austriaco conte Buol che gli era ·impossibile intrattenersi ... sulla situazione interna di Stati indipendenti che non si trovano rappresentati al Congresso,(5). Si potrebbe continuare a lungo con esempi di come i principi di "intervento" o di "non intervento" venissero alternativamente invocati dalle potenze a seconda della convenienza del momento. Del resto proprio un ministro degli Esteri britannico piuttosto dottrinario, lord John Russell, che ebbe un ruolo importante nelle vicende dell'unità d'Italia, ne lle quali i principi di "intervento" e di "non intervento"


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giocarono appunto una parte rilevante, ammise che in politica estera "è molto difficile porre un qualche principio dai quale non ci si scosti frequentemente,C 6). Più utile sembra vedere quale sistema succedette al "concerto europeo", identificando il quadro di riferimento sistemico del periodo della guerra fredda. Un cambiamento drastico rispetto al passato parve profilarsi dopa la prima guerra mondiale. La "nuova cliplomazia" wilsoniana intendeva sostituire la community ofpower alla balance of power, la sicurezza collettiva alle alleanze, in prospettiva ban elire l'uso della forza come strumento di politica estera clegli stati. Lo strumento nuovo cloveva essere la Società delle Nazioni e, nella stessa linea di pensiero, il patto Kellogg-Briand del 1928, firmato da tutti gli stati del moncla tranne cinque (Arabia Sauclita, Argentina, Bolivia, Brasile e Yemen), mise ingenuamente "fuorilegge" la guerra; il resto dell'articolo 1 di tale trattato recitava infatti: "Le Alte Parti contraenti dichiarano solennemente in nome dei !oro popoli rispettivi che esse conclannano il ricorso alla guerra per il regolamento delle controversie internazionali, e vi rinunciano in quanta strumento di politica nazionale nelle lora relazioni reciproche", ammettenclo quindi solo la guerra clichiarata dalla comunità internazionale contra un paese riconosciuto aggressore dalla Società delle Nazioni. Non vanno spiegate qui le ragioni del fallimento di quest'ultimam, essendo state materia di discussione al convegno dello scorso anno. Vorrei solo ricordare che non scomparvero le guerre, ma solo, progressivamente, le dichiarazioni di guerra e che già nel 1932 Carl Schmitt smascherava la realtà nascosta dietro i principi: .. se uno Stato combatte il suo nemico politien in nome dell'umanità , la sua non è una guerra dell'umanità, ma una guerra per la quale un determinato Stato cerca di impadronirsi, contra il suo avversario, di un concerto universale per potersi identificare (a spese del suo nemico) ... L'umanità è uno strumento particolarmente idoneo alle espansioni imperialistiche ed è, nella sua forma etico-umanitaria, un veicolo specifico dell'imperialismo economico. A questo proposito vale, pur con una modifica necessaria, una massima di Proudhon: .. chi parla di umanità, vuol trarvi in inganno,un. Il presidente Franklin Roosevelt "innestà uno schema di sicurezza collettiva in un concerto delle potenze, (9) e .. mutuà dai congresso di Vienna del 1815 la nozione di una responsabilità oligarchica della gestione del sistema internaziona]e,10, cercando di porre l'Organizzazione delle Nazioni Unite su basi allo stesso tempo più ambiziose e più realistiche. Da un lato, nell'ambito dell'ONU o a latere di essa, ma comunque sem pre come parte integrante dello stesso disegno, sorsero molteplici organizzazioni, come la FAO, l'UNESCO, l'UNCTAD, l'OMS, l'UNICEF, l'UNIDO, l'ITO , il FMI, la BIRS, per affrontare tutta una serie di problemi, innanzi tutto quello dello sviluppo economico, ignorati dalla Società delle Nazioni, legata ad una visione strettamente diplomatica della sicurezza. Inoltre mentre il Covenant della Società delle Nazioni non menzionava i "diritti umani", il preambolo della carra deli'ONU afferma .. ]a fede nei diritti fondamentali dell'uomo,~ l'articolo 1 indica tra i fini dell'organizzazione "promuovere ecl incoraggiare il rispetto dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali".


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D'altro canto Roosevelt comprese perfettamente la necessità di conciliare uno schema di sicurezza collettivo con il concerto delle Grandi Potenze, delle quali occorreva riconoscere formalmente la preminenza , concedendo !oro il cosiddetto "diritto di veto". Senza di esso, l'ONU non sarebbe probabilmente nemmeno sorta. Il Premier britannico Churchill ed il leader sovietico Stalin consideravano assolutamente prioritaria la definizione degli equilibri postbellici , attraverso una chiara definizione delle rispettive zone di influenza . Il dittatore georgiano era consapevole che , in quel momento, in una organizzazione internazionale l'URSS si sarebbe trovata in minoranza rispetto ad una maggioranza di stati non comunisti o addirittura legati strettamente a Washington . Percià, ne! settembre-ottobre 1944 alla conferenza di Dumbarton Oaks, Mosca aveva chiesto che ad ogni repubblica dell'URSS venisse riconosciuto un seggio ed un vota nella futura Assemblea generale dell 'ONU . Il compromesso raggiunto a ]alta concedette a Mosca tre seggi e tre voti , per l'URSS stessa , per l'Ucraina e per la I3ielorussia ; ma soprattutto l'URSS ouenne un seggio permanente ed il "diritto di veto" ne! Consiglio di Sicurezza, vero organo dirigente dell 'ONU. In realtà , il "diritto di veto" era in fonda desiderata anche dalla Gran Bretagna, per difendere i propri interessi imperiali , e dagli stessi Stati Uniti , preoccupati che l'ONU potesse obbligarli ad interventi militari da essi non condivisi o intervenisse contra la !oro volontà ne! continente americano, riservato alle cure di Washington , seconda la dottrina Monroe ed il "corollario Roosevelt" (Teodoro, naturalmente in questo casa). L'ONU poteva quincli nascere e funzionare solo sul presupposto della continuazione clell'intesa fra i tre Grandi. Questa resurrezione in forme nuove ciel direttorio delle grandi potenze era un compromesso che non contrastava necessariamente con l'universalismo di stampo wilsoniano; Roosevelt era più un wilsoniano realista che un "wilsoniano rinnegato" , come qualcuno l'ha bollato. Pur con le concessioni fatte agli equilibri di potenza , il disegno universalistico di un monda unico (one world) poteva essere salvato. Da un punta di vista idealistico, vincolando i tre Grandi a rispettare un codice di regale e di valori, dalla Dichiarazione sull'Europa liberata approvata a ]alta, alla Carra dell'ONU, alla futura Dichiarazione sui diritti dell'uomo , espressione di una "cliploma zia declaratoria" che l'URSS sottoscrisse senza eccessivi problemi e dando a parole come democrazia , libertà, progressa, dialogo, significati profondamente diversi da quelli dell'Occidente . Nell'ottica della realpolitik, Roosevelt contava sulla posizione di indubbia preminenza degli Stati Uniti, non solo economica ma anche militare, grazie al monopolio dell 'arma atomica . La Gran I3retagna era un junior partner di Washington, Fr~mcia e Ci na (non ancora comunista) erano grandi potenze solo per convenzione, la stessa URSS aveva vinto la guerra grazie alle armi ed agli aiuti della "legge affitti e prestiti" e in un open world il sistema democratico e capitalista americano non avrebbe tardato a manifestare la sua superiorità e ad esercitare la sua capacità di attrazione. Alla conferenza istitutiva dell 'ONU, svoltasi a San Francisco dai 25 aprile al 25 giugno 1945, vennero tra l'altro prese due importanti decisioni . Gli articoli dai


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43 al 47 della Carta, restati a tutt'oggi Jettera morta, previdero che ogni paese membro tenesse costantemente a disposizione dell'organizzazione contingenti speciali delle proprie Forze Armate, da utilizzare seconda le delibere del Consiglio di sicurezza e agli ordini di un Comitato di Stato Maggiore deii'ONU . L'altra importante decisione, presa sull'onda dell'irrigidimento della nuova amministrazione Truman nei confronti deii'URSS , fu quella di reintrodurre , in nuove forme e pur con un aggancio aii'ONU , la politica delle sfere d'influenza e dei patti regionali di difesa. Fu infatti su richiesta della delegazione statunitense che vennero approvati sia gli articoli del capitolo VIII , relativo agli .. Accordi regionali•, esplicitamente consentiti ed incoraggiati come strumenti per il mantenimento della pace e della sicurezza, sia soprattutto l'articolo 51, ultimo del capitolo VII , dedicato alla .. Azione rispetto alle minacce alla pace , alle violazioni della pace ed agli atti di aggressione• . Come è nota tale articolo 51, che riconosce ad ogni stato, "il diritto naturale di autotutela individuale o collettiva, nel caso che abbia luogo un attacco armato contra un Membro delle Nazioni Unite• (Il), fu destina ta ad un grande futuro , perché basandosi su di esso sarebbero state costruite tutte le alleanze militari del periodo della guerra fredda , che lo citarono esplicitamente, come l'AIIeanza Atlantica , il Patta di Varsavia e la CENTO, o si riferirono comunque al suo contenuto, come l'ANZUS e la SEATO. È appunto significativo che nel elima della guerra fredda rimasero Jettera morta il gruppo di articoli pill innovativi , mentre trovarono attuazione quelli che permettevano di scavalcare l'ONU e di ricostituire, sotta la maschera dell'autodifesa collettiva , alleanze contrapposte. Fu il Foreign Office britannico a discutere per primo, a cavallo tra il 1947 ed il 1948, l'opportunità di organizzare la sicurezza collettiva basandosi sull'articolo 51 , .. vale a dire - recita il verbale di una riunione del 18 dicembre 1947 al di fuori della carra delle Nazioni Unite•. È da notare questa affermazione curiosamente contraddittoria: come puà una organizzazione basarsi sull'articolo di uno statuto ed essere perà .. al di fuori· di quello stesso statuto? In successivi documenti l'outside, J' .. al di fuori•, venne messo tra virgolette, finché nel1949 si sostenne che il nuovo trattato era .. compatibile· con la carra deii'ONU0 2 ). In effetti, .. l'unico articolo del Capitolo VII che fu ampiamente utilizzato negli anni tra il 1945 e il 1988 fu l'articolo 51, che ... era in qualche modo in contraddizione con lo spirito della sicurezza collettiva della Carra. L'ONU era impotente di fronte a questa lotta bipolare, e cià che inizialmente fu considerato come un'eccezione - l'articolo 51 - divenne rapidamente la regola.03) . Nel caso dell'Alleanza Atlantica si ricorse all'articolo 51 e non , come avrebbero preferito gli americani , agli articoli del titolo VIII, seconda il modello del Trattato interamericano di assistenza reciproca firmato a Rio de janeiro il 2 settembre 1947, che , oltre a rifarsi all'articolo 51 , si presentava come un accorda regionale. Infatti ricorrere al titolo VIII comportava un grosso rischio , perché l'articolo 53 recitava tra l'altro: "Nessuna azione coercitiva potrà venire intrapresa in base ad accordi regionali o da parte di organizzazioni regionali senza l'autorizzazione del Consiglio di Sicurezza . ..-< 14 >. Si sarebbe cos! ricaduti sotta il potere di veto dell 'URSS,


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esercitato ben trenta volte nei primi quattro anni di vita dell'ONU(lS), alla cui paralisi si voleva appunto sfuggire. In quella che pub essere considerata la pubblica dichiarazione americana della guerra fredda - la "dottrina Truman" del 12 marzo 1947- il presidente, facendo riferimento alla situazione della Turchia, minacciata dall'URSS, e della Grecia, travagliata dalla guerriglia comunista sostenuta dall'esterno da Jugoslavia e Bulgaria, osservo appunto che l'ONU era impotente ad agire nei due casi, perché l'aggressore, diretto o indiretto, era proprio una delle grandi potenze. L'URSS, che Roosevelt aveva indicato, insieme alla Gran Bretagna, alla Cina ed agli stessi Stati Uniti, come uno dei "quattro poliziotti" della pace mondiale, si era rivelata invece un "fuorilegge". Fu quindi chiaro da quelle prime crisi in Grecia e in Turchia (in verità anche da quella concomitante o di poco precedente dell'Iran) che non vi era alcuna possibilità di una azione solidale della comunità internazionale, in situazioni di pericolo per la pace che vedessero coinvolti gli interessi dei due blocchi nei quali si stava dividendo il monda. Per i successivi quarant' anni la pace mondiale fu salvaguardata dall'esistenza delle alleanze contrapposte e dall'equilibrio del terrore, non dall'ONU, che, con l'eccezione peculiare della guerra di Corea, fu spettatrice e non protagonista 0 6 ) delle maggiori crisi internazionali: blocco di l3erlino, invasione dell'Ungheria, Suez, Quemoy e Matsu, muro di Berlino, Cuba, invasione della Cecoslovacchia, Vietnam, invasione dell'Afghanistan, nonché della corsa agli armamenti e dei negoziati per il !oro controllo e riduzione. La stessa sopravvivenza dell'ONU fu resa possibile dai suo superamento attraverso il ricorso all 'articolo 51, che permise di creare I'Alleanza Atlantica. Come ha scritto lan Clark, .. iJ funzionamento effettivo di un sistema di sicurezza davvero collettivo dipende soprattutto dalla collaborazione fra le grandi potenze, ma l'organizzazione era abbastanza accorta da rendersi conto che in mancanza di una siffatta collaborazione era meglio rendere il sistema incapace di funzionare.,<m. Tra l'altro la guerra fredda pregiudico per diversi anni la stessa universalità deii'ONU, perché il gioco dei veti incrociati impedl fino al dicembre 1955 l'ammissione di moiti paesi, tra i quali la democraticissima Italia, mentre la Cina comunista ne fu esclusa fi no al 1971, quando una assurdità fu sana ta a prezzo di una nuova ingiustizia, l'espulsione della Cina nazionalista. L'ONU non fu pero del tutto inutile. Meritano di essere riportati i giudizi e le impressioni suii'ONU di chi vi rappresento in maniera eccellente I'Italia dalla fine del 1958 alla primavera del 1961, l'ambasciatore Egidio Ortona. Una prima osservazione, dopo sei mesi di incarico, era improntata ad ironia: .. L'attività dell'ONU si pub scomporre in tre parti principali: 1. svolgiamo un gran lavoro per eleggerci a vicenda nelle varie commissioni; 2. ci preoccupiamo di portare all'indipendenza popoli che non appena l'avranno raggiunta si rivolteranno contra di noi; 3. aspettiamo ansiosamente crisi che giustifichino la nostra presenza e eliano un contenuto alla nostra attività, ma non appena una crisi si profila facciamo di tutto perché essa non emerga in superficie·0 8 ).


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Al termine della sua missione a New York , Ortona pubblico09) un'analisi del ruolo delle Nazioni Unite, che stavano in quel momento ·attraversando una fase di ridimensionamento e si trova[va]no, per cos! dire, ad un banco di prova"; in particolare egli voleva valutare come le potenze occidentali poteva no far fronte alla minaccia profilatasi fin dalla XV Assemblea ·di non poter piü riuscire a raccogliere sempre una maggioranza•, a causa dell'ingresso dei nuovi membri del terza monda. Seconda il nostro ambasciatore non bisognava scoraggiarsi, prendendo esempio dai blocco sovietico, che all'ONU aveva gareggiato per quindici anni in posizione sfavorevole. Bisognava innanzi tutto opporsi alle modifiche dello statuto dell'ONU richieste ela Mosca per impo rre al suo apparato il controllo di una troika ed appoggiare invece il segretario generale Hammarskiold, che aveva clato nuovo impulsa alla segreteria generale e si era attirato l'ostilità dei sovietici. In questo senso in futuro occorreva considerare l'ONU non più solo •una statica arena di clibattiti•, come sembrava desiderare l'URSS, ma ·come uno strumento dinamico e attivo con il quale non soltanto tentare la riconciliazione tra i membri in caso di dissidio, ma anche sviluppare forme di azioni esecutive ed operative, svolte per conta di tutti i membri•. L'Occidente difficilmente avrebbe potuto vincere se avesse cercato di conservare intatte le sue posizioni di fronte alla sficla dei nuovi stati indipenclenti, mentre la via da perseguire era quella dell 'aiuto, innanzi tutto multilaterale, al !oro sviluppo. Piü di vent'anni dopo, ne! quarantesimo anniversario dell'ONU , Ortona ne dava<ZO) un giudizio positivo per quattro orclini di motivi . 1. L'ONU è un punta d'incontro di tutti i paesi del monda •e anche se spesso tali incontri si tramutano in scontri, è pur sempre innegabile che le Nazioni Unite offrono possibilità di dialoghi che altrimenti non potrebbero aversi•. 2. ·Anche se non puà dirsi che le Nazioni Unite abbiano offerto, o reso possibile, soluzioni di crisi politiche, sta di fatto che uno scopo clifensivo esse hanna sovente perseguito e anche con successo•. 3. L'ONU "è un punto focale dai quale possono emana re iniziative di ordine tecnico, giuridico e politico ... o intorno al quale gravitano istituzioni o "agenzie specializzate" che pur sempre perseguono lodevoli scopi di collaborazione internazionale nei campi umanitario, sociale, culturale". 4. Mentre l'ONU "poco potrà fare per intervenire a dirimere scontri tra le superpotenze e fra i gruppi di paesi che gravitano intorno ad esse, importante sarà invece il suo contributo, come cl'altra parte è avvenuto in passato, per spegnere focolai di g uerre locali e per attenuare o sopprimere motivi di clissidio·. Una visione dell'ONU quindi equilibrata e realistica, né utopistica né liquidatoria. Più dura il giudizio di Carlo Maria Santoro, che, in occasione del cinquantenario clell'ONU, ha ricordato l'«assemblearismo terzomondista di un'Assemblea Generale composta in maggioranza di Stati nuovi , privi di consistenza politica e legittimità nazionale•, che approvava risoluzioni di conclanna , ad esempio di Israele e Sudafrica , con maggioranze indignate composte ela attori altrettanto se non più colpevoli delle stesse malefatte clenunciate<Zl)_


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Non è esatto dire che le operazioni di peacekeeping .. non sono state previste dalla Carta dell'ONU·CZZ). Ad esse è dedicato infatti tutto il capitolo VII; in particolare l'articolo 42 recita: .... .il Consiglio di Sicurezza ... puà intraprendere, con forze aeree, navali o terrestri, ogni azione che sia necessaria per mantenere o ristabilire la pace e la sicurezza internazionale. Tale azione puà comprendere dimostrazioni , blocchi ed altre operazioni mediante forze aeree , navali o terrestri di Membri delle Nazioni Unite". Se tali norme hanno avuto scarsa applicazione durante la guerra fredda è per le ragioni già indicate. Anche la possibilità, indicata ne! 1995 dai segretario generale Boutros-Ghali come fatto nuovo, di inviare i "caschi blu" senza il consenso delle parti in conflitto<Z3), prima considerato indispensabile, deriva in ultima analisi dai fatto che i conflitti locali non sono piü inquadrati ne] contesta globale bipolare e da esso condizionati. La guerra fredda creà due riserve di caccia, nelle quali le superpotenze esercitarono la !oro egemonia ed il !oro diritto di intervento, l'URSS - cela va sans dire - in maniera molto piü brutale degli Stati Uniti. La "dottrina Breznev" teorizzo la "sovranità limitata" dei paesi del blocco comunista; dai punto di vista sovietico il ferreo controllo delle Forze Armate polacche (nelle quali alla fine del 1952 quarantaquattro generali, il 78% del totale, compreso il ministro della Difesa, erano sovietici)C24 ), l"'aiuto fraterno" prestato con i carri armati a Budapest del 1956 ed a Praga ne! 1968 erano forme di peacekeeping e di "ingerenza umanitaria ". In un sistema bipolare ogni superpotenza è talmente forte .. da non temere le sanzioni collettive, almeno nell'ambito della propria sfera di interessi. Quando l'Unione Sovietica intervenne in Ungheria ne! 1956, o quando le truppe statunitensi entrarono nella Repubblica Dominicana ne! 1965, sarebbe stato praticamente impossibile fermarle, salvo che con una guerra nucleare•. Inoltre .. ciascuna delle due parti - per evitare di compromettere la sua posizione strategica - deve rispondere ad ogni mossa della parte avversaria, anche se questa è effettuata in regioni lontanissime. La sicurezza collettiva è dunque ostacolata, in questa situazione, non solo dai desiderio di risparmiare risorse perla competizione bipolare, ma anche dalla paura che l'altra parte possa sfruttare gli interventi multilaterali a proprio vantaggio. Non dovrebbe dunque sorprendere che, nel1973, Washington reagisse con un allarme nucleare alla prospettiva di truppe sovietiche in Medio Oriente - pur se sotta la bandiera dell'Onu - quando Mosca offrl alle Nazioni Unite una divisione avioportata sovietica per "missioni di pace" durante la guerra dello Yom Kippur tra Israele e i vicini paesi arabi·CZ5) . In pratica, dai 1945 al 1987, l'ONU attuo tredici missioni di mantenimento della pace CZ 6) di ti po classico, il cosiddetto "peacekeeping di prima generazione", dette anche missioni del tipo "Capitolo Sei e Mezzo", con riferimento al capitolo VI della Carta relativo alla .. soluzione pacifica delle controversie•: invio di contingenti di osservatori e di forze di interposizione, non in grado di imporre una tregua ma solo di mantenerla se già decretata, giungendo nell'unico casa della


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crisi del Congo assai vicino ad un impegno di peace enforcement (proprio l'attivismo nella crisi congolese del segretario generale Hammarskiold gli attirà l'ostilità del leader sovietico Kruscev). Sembra che dalla fine della seconda guerra mondiale all'inizio del1997 siano stati registrati ben 376 conflittP7). Seconda altri calcoli più restrittivi (vi è ad esempio un criteria che considera solo quelli che provocano almeno mille marti) da! 1951 al 1985 vi è stato un totale di 174 conflitti, con una durata media di cinque anni ed una percentuale molto più alta, rispetto al passato, di guerre civili, (sia pure in certi casi con una partecipazione straniera), rispetto ai conflitti tra statiC28 ). Lo scontro bipolare costrinse, in moiti casi, l'Occidente a subordinare i valori della propria tradizione liberale alla necessità di evitare una escalation verso uno scontro globale ed alle esigenze della sicurezza. Obbligà quindi l'Occidente da un lato a restare inerte di fronte ad aggressioni clamorose come quelle perpetrate dall'URSS a Budapest ne! 1956 ed a Praga ne! 1968, dall'altro a tollerare violazioni della democrazia in paesi schierati ne! proprio campo. In America Latina il paradigma della politica estera americana potrebbe essere sintetizzato in questo modo: l'optimum era avere governi amici, democratici, ed anticomunisti, ma se per bloccare infiltrazioni comuniste occorreva addomesticare o sospendere le regale democratiche la realpolitik prevaleva sugli ideali, perché una dittatura di destra non rappresentava una minaccia strategica e veniva vista come un fatto temporaneo (come in Argentina ed in Cile), a differenza di un regime comunista (vedi Cuba). Washington clavette annacquare il suo anticolonialismo e poi privilegiare, rispetto alla democrazia, la stabilità, che, spesso, ne! terzo mondo, poteva essere garantira, insieme ad una certa modernizzazione, solo da élites militari educate in Occidente. Quando cere() di promuovere la democratizzazione, non comprendendo che non bastano le istituzioni democratiche per produrre democrazia in culture che, qualunque siano i !oro meriti, non hanno una società civile di modello occidentale, provocèl la caduta di alleati fidati, come lo shah clell'Iran o il presidente del Vietnam del sud Ngo Dinh Diem, e aprl le porte a regimi ostili ed ancora più autoritari. Stati Uniti ed URSS sostennero con armi, aiuti ed assistenza tecnica governi del terzo mondo per assicurarsene la fedeltà anche se i !oro sistemi politici erano lontani dai modello rispettivamente liberaldemocratico o comunista. Moiti leader del terzo mondo fecero le !oro scelte di campo più per interesse che per preferenza ideologica e in alcuni casi le ribaltarono secondo la !oro convenienza. Ad esempio quando l'Etiopia del Negus era schierata con l'Occidente, la Somalia di Siad Barre era filosovietica; rovesciato Hailé Selassié ed andato al potere ad Addis Abeba Menghistu, amico di Mosca, il leader somalo passà all'Occidente. Come si è già rilevato, i governi utilizzano i principi in ragione dei !oro interessi. Percià durante la guerra fredda "i grandi remi dei diritti umani e del Nuovo


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Ordine Morale furono quasi sempre subordinati agli imperativi del realismo politico• C29), divenendo terre no di ma navra nel quadro dello scontro politico-ideologico generale. Cià fu chiara fin dai pracesso di NorimbergaC3°), dave i sovietici imposera di evitare qualunque riferimento al massacra a Katyn di piü di 15.000 ufficiali, sottufficiali e soldati polacchi prigionieri. Era chiara fin dall'epoca che il massacra era opera dei sovietici , che Jo attribuirano perà ai tedeschi e colsera come pretesto per rompere le relazioni diplomatiche con il governo polacco in esilio a Londra il fatto che esso rifiutasse di aderire acriticamente a tale versione, avallata alla Camera dei Comuni dai ministra degli Esteri britannico Eden . È perà significativo che Mosca non chiese che il massacra venisse elencato a Norimberga tra i capi dïmputazione a carico dei tedeschi. Scoppiata la guerra fredda gli occidentali ritravarano il coraggio di accusare i sovietici, ma naturalmente i comunisti di tutto il monda considerarano cià una volgare calunnia prapagandistica, finché la Russia postsovietica non ammise le sue responsabilità. Sempre a praposito della punizione delle atrocità naziste, va ricordato che il concetto di "crimine contra l'umanità" fu utilizzato dai vincitori per punire i vin ti C31); ma poi si prefer1 accantonare il diritto di Norimberga anche per i limiti che esso poteva imporre alla sovranità assoluta degli stati. Quindi I'Assemblea Generale deii'ONU non appravà il pragetto di "Codice dei crimini contra l'umanità" redatto nel 1951 da una commissione internazionale sulla base dei principi di Norimberga, mentre aveva invece ratificato la convenzione sul genocidio del 9 dicembre 1948 C3 2). Il giorno successivo fu appravata la "Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo", che perà non aveva va lore di trattato e non era vincolante dai punta di vista del diritto internazionale , rimanendo un tipico casa di diplomazia declaratoria. ·Nella seconda metà degli anni '50 la Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite, che era sotta il controllo occidentale (USA) dibattè sul diritto alla libertà di informazione (un diritto violato sistematicamente dai sovietici) ma ignorà completamente tutti i diritti economici e sociali, come pure la maggior parte di altri particolari diritti civili e politici. Viceversa, i sovietici cercarano di incentrare l'attenzione sulla discriminazione razziale negli Stati Uniti e sulla disoccupazione in tutto I'Occidente capitalista•. Seconda Jo stesso au tore, riguardo alla questione dei "diritti umani" , la politica estera americana del dopoguerra ha conosciuto quattra fasi ·1945-1948: entusiasmo iniziale, culminante nell'adozione della Dichiarazione Universale dei Diritti deii'Uomo; 1949-1973: le preoccupazioni relative ai diritti umani sono subordinate all'anticomunismo ed alla rivalità con l'Unione Sovietica; 1974-1980: i diritti umani emergono come elemento di primo piano nella diplomazia pubblica degli Stati Uniti, prima nel Congresso e poi durante la presidenza Carter; 1981-1988: tentativo (in ultima analisi fallito) di Reagan di subordinare nuovamente i diritti umani alla (nuova) guerra fredda.C33).


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In occasione della conferenza di Helsinki del 1975 sulla cooperazione e la sicurezza in Europa l'URSS ottenne il riconoscimento de jure dei proprio dominio su larga parte dell'Europa centrorientaie<34>, attraverso le clausole che sancivano l'inviolabilità delle frontiere emerse dalla seconda guerra mondiale ...J sovietici incassarono le clausole sui confini e sottoscrissero con un'alzata di spalle quelle sui diritti umani", contenute ne! noto "terzo cesto". Una parte della storiografia ritiene che il tema dei "diritti umani" abbia avuto intluenza determinante ne! provocare il crollo dell'URSS; ma per Sergio Romano fu ..solo una banderilla da piantare ogni tanto sulla schiena del toro comunista .. <35>. Si puà da ultimo vedere piü da vicino il ruolo dell'ONU in occasione di due importanti momenti di crisi del dopoguerra, il primo, la guerra di Corea, in cui l'organizzazione ebbe "successo", il secondo, gli even ti dell'ottobre-novembre 1956, che la videro spettatrice impotente. È noto che gli Stati Uniti poterono onenere un mandato dell'ONU per respingere l'aggressione in Corea grazie al fatto che il rappresentante sovietico si asteneva dai partecipare alle riunioni in segno di protesta per la questione del seggio cinese. Avere l'avallo dell'ONU fu utile agli Stati Uniti sul piano dell'immagine, per calmare la !oro coscienza e per allargare la coalizione degli alleati; aveva perà il risvolto della medaglia che Washington doveva accettare i !oro consigli di moderazione. Comunque una risposta militare americana ci sarebbe stata in agni caso. Paradossalmente si potrebbe sostenere che i comunisti aggredirono la Corea del Sud proprio perché ne! famoso "discorso del perimetro" il segretario di Stato Acheson aveva specificato che gli Stati Uniti non avrebbero difeso direttamente la Corea del Sud, per cui in caso di attacco si sarebbe dovuto ..fare affidamento in primo luogo sulla resistenza del popolo attaccato, e poi sugli impegni di tutto il mondo civilizzato, in base alla Carta delle Nazioni Unite", il che evidentemente non aveva impressionato l'aggressore06>. Riguardo all'invasione sovietica dell'Ungheria <37>, l'amministrazione Eisenhower rinnegà la sua precedente politica volta a favorire la "liberazione" delle "nazioni prigioniere" - i satelliti dell'URSS - che si era spinta fino ad incitare apertamente quei popoli a ribellarsi al giogo sovietico. Quando Mosca intervenne a reprimere la rivolta ungherese, il governo di Washington restà inerte, fino al punto di non accentuare i toni polemici verso l'URSS, per non compromettere il elima di distensione. Quando il governo italiano presentà all'Assemblea generale dell'ONU una risoluzione nella quale si parlava di "intollerabile intervento straniero in Ungheria•, di violazione della carta dell 'Onu e del trattato di pace con I'Ungheria , e si chiedeva il ritiro delle truppe sovietiche, libere elezioni sotto gli auspici dell'Onu, un'inchiesta ed un rapporto da parte del segretario generale, tale linguaggio fu considerato né "costruttivo•, né .. "rispondente" al problema" dagli Stati Uniti, che avevano proposto una risoluzione di tono assai piü moclerato<38 >. Le discussioni e le iniziative dell'ONU non ebbero alcuna conseguenza pratica. Il governo di Kaclar, installato dai carri armati sovietici, si trince rà ne lla posizione, formalmente ineccepibile, che la situazione in Ungheria era un affare


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puramente interno, come pure Jo era la presenza nel paese, con il suo consenso, delle truppe sovietiche e rifiutè> quindi l'ingresso ad osservatori deii'ONU, che comunque nominè> una commissione d 'inchiesta, il cui rapporto fu pubblicato il 20 giugno 1957. Il vice segretario deii'ONU Dragon Protitch spiegè> efficacemente perché l'organizzazione poteva fare ben poco: ·Una cosa era contare sul Segretarie Generale in una questione come quella mediorientale in cui le Nazioni Unite avevano a che fare con gente per bene sensibile alle pressioni dell'opinione pubblica ed un'altra contare su di lui in una situazione come quella ungherese che coinvolgeva I'Unione Sovietica ... Come è noto, URSS e Stati Uniti si trovarono negli stessi giorni affiancate nel condannare l'intervento anglo-francese a Suez. La questione del Medio Oriente venne considerata da Eisenhower e dai segretario di Stato Dulles più importante di quella ungherese. Dulles arrivè> a paragonare l'intervento anglofrancese .. ai metodi del totalitarisme sovietico in Ungheria .. e, quando Francia e Inghilterra lamentarono che l'ONU le condannava con moita enfasi mentre si dimostrava esitante verso l'Urss, sembra sbottasse: .. questa gente si rende ridicola quando, mentre le loro bombe continuano a cadere suii'Egitto, condanna l'URSS per un atto forse meno condannabiJe ... I governanti americani vollero presentare il !oro comportamento nella crisi di Suez come ispirato ad alti criteri morali, che impedivano loro di accettare l'uso della forza anche da parte dei loro maggiori alleati; non va dimenticato pero che gli Stati Uniti aspettavano la prima occasione propizia per sostituire completamente la )oro influenza a quella europea in Medio Oriente. Nel caso della rivolta d'Ungheria Washington si ispirè> invece apertamente ad una cinica realpolitik. L'Europa orientale rientrava nella sfera di influenza sovietica e non si voleva rischiare una guerra per difendere gli ungheresi che si battevano per la libertà, mentre il Medio Oriente stava diventando terreno di manovra delle superpotenze, la partita era aperta e gli Stati Uniti pensarono di giocare meglio le loro carte prendendo le distanze dalle potenze coloniali. Nel gennaio 1957 il presidente americano garanti l'appoggio di Washington ai paesi del Medio Oriente minacciati da un'aggressione comunista mascherata sotto le spoglie del nazionalismo arabo estremista e fu necessario sottolineare esplicitamente che tale "dottrina Eisenhower" si applicava solo a quella regione, non comportava la concessione di aiuto contro un'aggressione comunista a qualunque nazione Jo richiedesse e non era assolutamente estendibile aii'Europa orientale. Da entrambe le crisi del 1956 il prestigio di Washington usd scosso: .. L'Unione Sovietica non perse la propria influenza fra i non-allineati; mentre gli Stati Uniti non ricavarono alcun profitto presso gli stessi stati nonostante la posizione assunta su Suez•. Prestissimo gli americani si trovarono alle prese con gli stessi problemi che francesi ed inglesi non avevano potuto risolvere e dovettero confrontarsi con la dura urealtà del pote re mondia)e.C39).


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In conclusione vorrei qui ricordare che all'indomani della crisi di Suez inizià per I'Italia l'esperienza della partecipazione alle operazioni di peacekeeping<40). All'inizio del novembre 1956 il Dipartimento di Stato americano sollecità la partecipazione italiana alla polizia internazionale per l'Egitto, subito approvata dai ministro degli Esteri Gaetano Martino. L'Italia collabora al trasporto aereo in Egitto di truppe canadesi, scandinave e colombiane, ottenendo i ringraziamenti ed il caloroso compiacimento del segretario generale Hammarskiold per la rapidità e l'efficienza dimostrate. Era l'inizio di un impegno vivamente apprezzato dai vertici deli'ONU e destinato a intensificarsi negli anni seguenti per culminare tragicamente nell'eccidio di Kindu. "Risulta chiara da richieste rivolteci", telegrafava ad esempio il 15 giugno 1958 il consigliere Eugenio Plaja, vice capo della rappresentanza permanente italiana all'ONU, ..che Hammarskiold fa assegnamento sull'Italia come uno degli elementi principali dell'operazione [il gruppo di osservatori dell'ONU in Libano) e uno dei Paesi più suscettibili di apportare sostanziale e rapida collaborazione. Quanto faremo avrà quindi moita importanza per quel che concerne il nostro peso in generale alle Nazioni Unite". Tre mesi dopo l'ambasciatore Vitetti, trasmettendo la richiesta di altri cinquanta ufficiali, riferiva: ·Segretario Generale tiene molto ad una larga partecipazione italiana, anche in considerazione del fatto che ufficiali italiani hanno dato una eccellente prova e si sono dimostrati all'altezza del compito.. <41l.

NOTE (1) C. Jean, La rivoluzionegeopolitica del dopoguerrafredda, in "AITari Esteri", Inverno 1997, p. 122. (2) Statement hy the President ta the Nation, http://www.whitehouse.gov. (3) Cfr. R. Aron, Pace e guerra tra le nazioni, Milano, Comunità, 1970, p. 74. (4) Puhbl. in O. Barié, M. de Leonardis, A.G. de' Hobertis, G. Rossi (a cura di), Storia delle relazioni internazionali: testi e documenti (1815-2000), Bologna , Monduzzi 2002, cap. 1, n. 6. (5) Ibidem, cap. IV, n. 3. (6) Cit. in H . J. Morgenthau, Politica tra le nazioni. La lotta per il potere e la pace, Bologna, Il Mulino, 1997, p. 249-50. (7) Per una sintesi di esse cfr. F. Andreatta, Istituzioni perla pace. Teoria e pratica della sicurezza collettiva da Versailles alla ex]ugoslavia, llologna, il Mulino, 2000, p. 62, n. 10 e 101-19. (H) C. Schmitt, JI concetto di 'politico', in Id., Le categorie del 'poli ti co', Bologna, Il Mu lino, 1972, p. 139 (9) J. G. Ruggi e, The Past as Prologue? Interests, Jdemity, and American Foreig n Policy, in "International Security", Spring 1997, vol. 21, n. 4, p . 100-1. Sulla visione rooseveltiana del dopoguerra dr. A. G. M. de' Robertis, Le Grandi Potenze ela ricostruz ione poli/ica dell'Europa, 1942-1943: il miraggio dell'azione congiunta, Bari 1988 e L 'amministrazione Roosevelt e la sicurezza collettiva: il pmhlema dell 'enforcement, 1942-1945, Bari 1994. (lü) A. Legault, Le maintien de la paix de 1815 à aujourd'hui, in Aa. Vv., Peacekeeping

1815 ta today. Proceedings of the XX!st Colloquium of the Intematiorzal Commission of Military History, s .l., Canadian Commission of Military History, 1995, p. 15. (11) Il termine "autotutela", utilizzato nella traduzione pubbl. in Naziorzi Unite. Statuto e regolamenti, Padova, Ceda m, 1952, p. 20, sembra in realtà una pudica attenuazione dei più incisivi"sel.f-defense" e "légitime défense", utilizzati rispettivame nte negli originali inglese e francese.


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(12) Al riguardo cfr. M. de Leonardis, Sicurezza e pace dell'Europa divisa: l'AI/eanza Atlantica, in "Gii orizzonti della pace. La pace ela costruzione deii'Europa (1713-1995)", a cura di M.G. Bottaro Palumbo e R. Repetti, Genova 1996, p. 253-62. (13) Andreatta, op. cit., p. 127; sul tema in ~enerale cfr. ibidem, p. 119-35. (14) Va peraltro osservato che il trattato di Rio contemplava forme di aggressione non militare che non erano previste dai Patto Atlantico. Il suo anicolo 6 recitava infatti: "Se l'inviolabilità o l'integrità o la sovranità o l'indipendenza politica di uno Stato americano fosse oggetto di una aggressione che non fosse un attacco armato o da un conflitto extracontinentale o intemo al continente, o da qualunque altro fatto o situazione che potesse mettere in pericolo la pace deii'America, I'Organo Consultivo si riunirà immediatamente per concordare le misure che devono essere prese nel caso dell'aggressione per assistere la vittima dell'aggressione o, in ogni caso, le misure che dovrehhero essere prese per la difesa comune cd il mantenimento della pace e della sicurezza del Continente". (15) Dai 1945 al 1956 l'URSS utilizzù il veto 75 volte; tra il 1946 ed il 1990 il "diritto di veto" fu utilizzato, dai cinque membri permanenti, 279 volte in relazione a 67 questioni, secondo uno studio specifico citato da Luigi Bonanate, che commenta: -non incapparono in alcun veto soltanto quelle questioni che vedevano concordi le grandi potenze (sia perché già si erano intese prima, sia perché la questione non era importante)· (Democrazia Ira le nazioni, Milano, Bruno Mondadari, 2001, p. 88). (16) ·Le decisioni piü importanti della storia politica inrernazionale degli ultimi cinquant'anni non sono mai state prese nel suo ambito, ma al di fuori, tra Stati Uniti e Unione Sovietica·; dai Consiglio di sicurezza ·mai dipesero le sorti della pace mondiale· (Ibidem, p. 87 c 89). (17) !. Clark, Globcûizzazione eframmentazione. Le relazioni internazionali net XX secolo, Bologna, JI Mulino, 2001, p. 233. (lH) E. Ortona, An ni d'America . La diplomazia: 1953-1961, Bologna, Il Mulino, 1986, p. 343. 09) E. Ortona, Sono le Nazioni Unite in crisi?, in "Rivista di Studi Politici lnternazionali", luglio-settembre 1961, p. 329-53. (20) Ortona, Anni... , cit., p. 420-23. (21) Relazione dattiloscritta presentata ad un convegno presso l'lstituto per gli Studi di Politica lnternazionale. (22) E. Magnani, Il mantenimento della pace dai XIX al XXI secolo, supplemento a Rivista Marittima, a. CXXXI, n. 4 (aprile 1998), p. 55. ln generale si pub dire che se "la guerra risulta essere vecchia quanto l'umanità, ma la pace è un'invenzione moderna" (frase del giurista Sir Henry Maine [1822-1888], cit. in esergo a M. Howard, The Invention of Peace. Re.flections on War and International Order, New Haven & London, Yale University Press, 2000), le operazioni di peacekeeping sono ancora piü recenti. (23) 13. Boutros-Ghali, An agenda for peace, New York, United Nations, 1995, p. 45. (24) Non a caso la relazione di un russo (ma forse è ancora un sovietico!) in cui si esalta tale ruolo di Mosca in Polonia è stata presentata ad un convegno internazionale dedicato al peacekeeping: A. Amosov, Soviet Military Personnel in Creation and Development of the Armed Forces of Po/and, in Peacekeeping 1815 to today ... , cit., p . 273-77. (25) Andreatta, op. cil., p. 56-57. (26) Boutros-Ghali, op. cit., n. 47. Secondo altri calcoli, dai 1948 al 1988 l'ONU svolse quindici •missioni principali• (Magnani, op. cit., p. 54-211, con un'ampia descrizione di esse); di quindici missioni ·durante la guerra fredda· parla Andreatta, op. cil., p. 132). A seguito del mutato elima internazionale l'ONU ne iniziù pill di venti nuove dai 1987 al 1995; tale sviluppo è derivato soprattutto da un crescente coinvolgimento deii'ONU, nove missioni sulle undici intraprese dai 1992 al 1995, in conflitti civili (cfr. M. R. llerdal, Peacekeeping, Enforcement: Wbere Do We Go From Here?, in Peacekeeping 1815 to today ... , cit., p. 568). (27) M. Coccia, Potere po/itico e strumento militare ne/le relazioni internazionali, relazione alla giornata di studi Forza e "incultura" militare. Gli studi strategici in !tatia, Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano, 9-2-98, testo dattiloscritto, p. 4. Da allora la cifra ha continuato ad aumentare.


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(28) Su un totale di 278 guerre combattute tra il 1480 ed il 1941, 78, ovvero il 28'Yt, furono guerre civili; tra il 1800 ed il 1941 le guerre civili, 2H a fronte di 85 internazionali, furono esattamente un terzo del totale; cfr. Legault, op. cil., p. 17-18 e Q. Wright, A Study ofWar, Chicago, Chicago University Press, 1942, vol. 1, p. 651. (29) S. Romano, La pace perdu ta, Milano, Longanesi, 2001, p. 85. (30) Chiaro esempio di giustizia dei vincitori: ·Rare volte nella storia mondiale la spada aveva tracciato una cos! netta linea di divisione fra vincitori e vinti• affermo Pio XII (Ailocuzione al Sacro Collegio del 24 dicembre 1946, in Discorsi e Radiomessaggi, vol. VIII, p. 351). l'er una critica del processo di Norimberga, cfr. O. Zolo, Chi dice umanità. Guerra, diritto e ordine globale, Torino, Einaudi, 2000, p. 12H-34 e la bibliografia a p. 164, n. 16. (31) Ben presto comunque scienziati tedeschi, militari, uomini delle SS vennero impiegari dai due blocchi. (32) Cfr. R. de Mattei, La sovranità necessaria. Rijlessioni sulla crisi dello Stato maderno, Roma, Il Minotauro, 2001, p. 145, n. 65; Y. Ternon, Lo Stato criminale. 1 genocidi nef XX secolo, Milano, Corhaccio, 1999. (33) ]. Donnelly, International Human Rights, Boulder (Co), Westview Press, 1993, p. 7-8 e 99. (34) Mosca aveva già ottenuto il riconoscimcnto de facto nel 1955, quando gli americani avevano dovuto rinunciare a sollevare al vertice di Ginevra la questione degli stati satelliti deii'URSS. Lo "spirito di Ginevra" aveva in un primo tempo illuso gli oppositori dei regimi comunisti, ma ben presto li aveva fatti piombare nella disperazione, quando si erano resi conto che il risultato della distensione non era un allentamento dell'oppressione sovietica, hensl la consacrazione del suo carattere definitivo, un segnale del quale era anche l'ammissione aii'Onu, avvenuta il 14 dicembre 1955, di Alhania, Ungheria, Bulgaria e Romania. (35) Romano, op. cit., p. 84. (36) Cfr. Andreatta, op. cit., cap. VI. (37) Questo paragrafo si basa su M. de Leonardis, La rivolta d'Ungheria ela situazione internazionale, in AA. VV., La crepa nef muro: Ungheria 1956, Roma, Fondazione Ugo Spirito, 1999, p. 83-114, al quale rinvio per le fonti. (38) La dichiarazione più ispirata ad una cinica realpolitik fu comunque rilasciata il 26 ottobre 1956 dai ministro degli Esteri francese Pineau: ·Il governo sovietico ha commesso un grave errore facendo intervenire il suo esercito per annientare i contadini e gli operai ungheresi. Tuttavia non bisogna abusare della presente situazione. Se la storia e la geografia costringono paesi come la Francia a mantenere una solidarietà con I'Occidente, sarehbe pericoloso volere recidere i legami che altri paesi come I'Ungheria, la Polonia e la Cecoslovacchia hanno con l'URSS ... Sarehbe pericoloso porre troppo presto il problema delle relazioni tra I'Occidente ed i paesi orientali. La Francia non vuole prendere posizione su cio che deve succedere nei paesi orientali·. Queste incredibili parole, oltre che ispirate ad una tradizione di realismo che aveva un famoso precedente ne ·l'ordine regna a Varsavia· del generale Sebastiani, predecessore di Pineau, erano probabilmente dettate anche dalla speranza che l'URSS ricambiasse il favore della non interferenza quando, di n a pochi giorni, la Francia, con Gran Bretagna ed lsraele, sarebbe intervenuta in Egitto. (39) H. Kissinger, L'a rte della diplomazia, tr. it., Mi lano, 1996, p. 436 e 425. (40) l'er un quadro generale della partecipazione italiana alle operazioni ed alle attività deii'ONU, cfr. L. Tosi, Momenti e problemi della presenza italiana alle Nazioni Unite (19551989), in La Comunità Internazionale, III/2000, p. 401-38 e G. Venturini, Riforma strutturale e funzionale del consigfio di sicurezza, in A. Bedeschi Magrini (a cura di), L '/tafia e l'ONU. Esperienze e prospettive, Padova, Cedam, 1997, p. 107-10. (41) l'er tutti i riferimenti archivistici relativi ai telegrammi citati in questo paragrafo conclusiva cfr. M. de Leonardis, La politica estera italiana, la NATO e l'ONU negli anni del neoatlantismo (1955-1960), in L'/tafia e le organ izzazion i internazionali, a cura di L. Tosi, Padova, Cedam, 1999, p. 219-20.


LE FORZE ARMATE REPUBBLICANE ED 1 NUOVI COMPITI INTERNAZIONALI GIORGIO GIORGERINI

La guerra perduta, la fratricida guerra civile , l'occupazione militare angloamericana , la smobilitazione e quindi le pesanti clausole militari del Trattato di Pace, il disinteresse se non talvolta il risentimento dell'opinione pubblica verso le Forze Armate e le sue gerarchie per la sfortunata condotta del conflitto, ridussero nell'immediato dopoguerra lo strumento militare italiano a una mera espressione di esistenza istituzionale. Si aggiunse l'ulteriore lacerazione, pur contenuta, provocata dall'esito del referendum istituzionale del 2 giugno 1946 che segnà l'avvento della Repubblica. Le prime misure di politica militare assunte dai governi di unità antifascista puntarono ad alcuni semplici e pochi obiettivi: - abolire i precedenti tre ministeri militari e sostituirli con un unico Ministero della Difesa, decisione che, per diversi anni, rimase più un fatto nominale e formate che sostanziale; diminuire i poteri, già limitati, dello Stato Maggiore Generale, poi trasformato in Stato Maggiore della Difesa che è riuscito ad assumere la sua reale funzione solo quasi all'inizio del XXI secolo grazie all'ancora recente legge sulla riforma dei Vertici militari, cioè dopo oltre mezzo secolo; tagliare ogni rapporto tra le Forze Armate e il precedente regime e la monarchia; mantenere il servizio di leva e ricostruire l'organizzazione addestrativa; ristrutturare l'Esercito in funzione dell'ordine pubblico, trasformando ne! contempo l'ordinamento dell'Arma dei Carabinieri e aumentandone gli effettivi, lasciando indifferenziate nelle !oro ristrettezze la Marina e I'Aeronautica; subordinare strettamente i vertici militari all'autorità politica di governo, privandoli di ogni delega in fatto di politica militare. Nell'immediato dopoguerra I'Aeronautica, con qualche aereo superstite del conflitto e altri residuati degli arsenali alleati, svolse attività ridotta, quasi simbolica, dedicandosi al recupera di materiali e di basi. La Marina concentra il suo impegno nella manutenzione del naviglio esistente e ne! ripristino di attrezzature e impianti, pero essa ebbe un compito immediato e fondamentale da svolgere: lo sminamento dei porti, delle acque e delle rotte attorno alla penisola; attività che la vide impegnata per anni, parimenti ali'Arma dei Carabinieri che, in terra, svolse per anni un quasi analogo lavoro di rastrellamento di armi e munizioni su tutto il territorio nazionale.


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L'Esercito, derivato essenzialmente dai Gruppi di Combattimento del periodo della cobelligeranza, fu considerato solo adatto per la difesa dell'ordine pubblico e per fronteggiare, per breve tempo, qualche limitata azione di difesa dei confini. In pratica l'Esercito si collocava nello schieramento di sicurezza interna dopa l'Arma dei Carabinieri , che stava gradualmente potenziandosi, e dopo le stesse forze di polizia. In altri termini, una situazione che all'inverso si ripete oggi nelle Peace Support Operations (PSO) dove le forze di proiezione clell'Esercito includono sempre più di frequente e in consistenze crescenti reparti di Carabinieri. Divenuti oggi essi quarta Forza Armata, si è portati a riflettere, specie per il peacekeeping, su un !oro ruolo primario in questo tipo di missioni all'e~ero, Jasciando all'Esercito l'intervento nelle situazioni di "imposizione della pace, e dove fosse aperto o probabile l'evento dello scontro armato e di condizioni di combattimento. La situazione interna ed esterna di quegli anni non consentiva certo di pensare a ruoli diversi e più significativi per le Forze Armate italiane. La !oro sopravvivenza, piuttosto stentata , interessava forse piü il Ministero dell'Interno che quello degli Affari Esteri e di quello stesso della Difesa. Intanto la giovane Repubblica si dava la sua Carta Costituzionale dove i principi ispiratori di una nuova condizione militare erano se non ignorati, limitati a tre punti essenziali e ristrettivi per la condotta militare del Paese. Il pilastro costituzionale in proposito è rappresentato dall'articolo 11: .. L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà di altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie nazionali ... ": un enunciato che nell a sua interpretazione immediata vieta al Paese l'iniziativa e la partecipazione bellica, aprendo inoltre la Repubblica alle organizzazioni internazionali intese come sole e uniche sedi per dirimere le crisi tra paesi diversi, assicurando pace e giustizia senza il ricorso alle armi. Per questo fine, la Costituzione arrivà già a quel tempo a offrire limitazioni alla sovranità nazionale. Un enunciato costituzionale addirittura preveggente delle situazioni che oggi viviamo, col proponimento tacito e sottointeso di impiegare i nostri figli in armi solo ed esclusivamente per assicurare pace e giustizia dave ve ne fosse bisogno. Una concezione in nuee della nostra attuale partecipazione al peacekeeping e alle PSO. Una scelta costituzionale che bene si accompagna alla odierna visione oleografica che vede e definisce i nostri militari, come "operatori di pace", "soldati della pace" o in qualsiasi altro modo purché vi compaia la parola pace. Il ripudio della guerra non fa perà venire meno il diritto all'autodifesa, d'altra parte riconosciuto dall'allora ancor fresca Carta delle Nazioni Unite, e cosl l'articolo 52 della Costituzione si apre con la secca affermazione che "la difesa della patria è sacra .dovere del cittadino. Il servizio militare è obbligatorio nei limiti e modi stabiliti dalla legge ... ". A parte l'obbligatorietà del servizio militare che nel


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tempo è stato fatto diventare un optional e un terreno di pastura del pacifismo e della militanza sociale di varia etichettatura, il dettato costituzionale lascià un ampio spazio grigio di indeterminatezza: cosa si intendeva per "difesa della patria"? Quella dei confini e del territorio dall'aggressione straniera? Quella dei principi ispiratori propri e condivisi della convivenza internazionale? Limitata al solo perimetro nazionale o portata anche verso l'esterno? Se si rifiutava l'ipotesi conflittuale (art. 11) facendone uno dei punti fermi della Costituzione, si sarebbe dovuto definire quali fossero i limiti e la natura dell'enunciato ..difesa della patria". All'epoca nessuno si pose problemi del genere, la situazione internazionale era tale e in pugno alle grandi potenze vincitrici della seconda guerra mondiale che nessuno si sarebbe mosso anche se Jo avesse voluto, e d'altra parte l'impegno del momento era volto all'opera di ricostruzione. Chi avrebbe mai potuto immaginare o ancor meno pensare alla possibilità dell'invio di forze armate italiane all'estero o di impegnarle in nuove guerre e guerricciole? Il terzo punto costituzionale di rilievo militare è rappresentato dall'articolo 87 .. [il presidente della Repubblica] ha il comando delle Forze Annate ... dichiara lo stato di guerra deliberato dalle Camere" (vd. art. 78). Rimase latitante ne! dettato costituzionale la precisazione di chi avrebbe esercitato il comando supremo in guerra e/o comunque in una condizione di crisi militare: il presidente della Repubblica o quello del Consiglio, il ministro della Difesa o il capo di Stato Maggiore della Difesa? Sorgeva anche il dubbio sulla coerenza fra la dichiarazione dello stato di guerra e il ripudio costituzionale di quest'ultima. Al di là dei dettati istituzionali, a partire dai 1948 la situazione politica interna ed esterna si modificà ampiamente a cominciare dalla fine dei governi di coalizione antifascista e le scelte centriste all'interno e occidentali e poi atlantiche (ne! 1949) nella politica estera. Tutto questo porto le Forze Armate al superamento della fase critica di transizione per avviarsi a quello del riarmo e del potenziamento. L'entrata in vigore del Patto del Nord Atlantico e l'avvio della costruzione della NATO modificarono radicalmente le situazioni. L'Italia dovette provvedere, coll'aiuto americano e con stanziamenti straordinari di bilancio, al riarmo delle forze di campagna e alla costituzione delle forze per la difesa interna, entrando in quella che fu la terza guerr:.t mondiale o guerra fredda. L'organizzazione militare italiana si avvià a vivere, sotta l'amministrazione del ministro Pacciardi, uno dei periodi migliori della sua esistenza: ne goclettero in particolare l'Esercito e l'Aeronautica - fu l'epoca dei carri M-47, dei reattori F-86 e F-84, degli aerei da trasporto C-19 -, mentre la Marina si dovette accontentare della porzione minore della torta. Sullo sfondo, l'obiettivo di una rapida revisione delle restrittive clausole militari del Trattato di Pace che era stato firmato a Parigi il 10 febbraio 1947. Fu il perioclo in cui il ministro della Difesa fu in grado di affermare che mai, nella !oro storia, le Forze Armate italiane erano state cosl potenti.


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Proprio il Trattato di Pace chiamo in causa l'esigenza della proiezione di forze armate italiane oltremare. Per lenire la durezza del Trattato e blandire certi risentimenti italiani perla perdita dei vecchi territori coloniali, fu affidata all'Italia, su mandato quinquennale delle Nazioni Unite, l'amministrazione fiduciaria della Somalia che, avviata all'indipendenza, usciva dall'amministrazione militare britannica d'occupazione. Tra il febbraio e l'aprile 1950 sbarcarono in Somalia oltre 5.700 militari italiani delle tre Forze Armate e dell'Arma (presente con un battaglione blindato, quattro compagnie e due nuclei motorizzati). Gli effettivi diminuirono gradualmente nel tempo sostituiti da reparti somali addestrati e formati dagli italiani e che ripresero la tradizione del nostro Regio Corpo delle truppe coloniali. La missione del Corpo di sicurezza in Somalia si concluse all'inizio di gennaio 1956, mentre le forze di polizia somale furono addestrate e inquadrate dall'Arma e dalla Guardia di Finanza. Questa prima uscita postbellica all'estero di militari italiani avvenne su delibera parlamentare facendo riferimento al dettato costituzionale che prevecle agli articoli 80 e 81 che i trattati che comportano obblighi milita ri debbano essere approvati dai Parlamento e che la copertura finanziaria per le singole missioni debba ricevere uguale ratifica parlamentare quando siano superate le disponibilità dei fondi già stanziati nei capitoli di bilancio. In Parlamento votarono contro la missione le sinistre ed anche il partito liberale, l'autorizzazione passo con la maggioranza di centro-destra. Da a llo ra è invalso l'uso, anche quando non si presentino le condizioni previste dalla Carta costituzionale, di sottoporre a preventivo dibattito parlamentare ogni decisione relativa alla partecipazione delle Forze Armate a missioni all'estero. Questo pure nel caso che queste avvengano nel quadro NATO, ONU, UE o quant'altro. Difficile dire se questo comportamento sia un punto di debolezza della nostra politica militare ed estera, specie di fronte a urgenti situazioni di crisi. Talvolta sarebbe forse sufficiente una comunicazione del Governo alle Camere. Tuttavia, forse più per esigenze politiche interne che per interpretazione costituzionale, si vuole un pronunciamento parlamentare che accompagni la missione, anche se l'esperienza ci dice quanto possa essere dilaniante per gli schieramenti parlamentari, di maggioranza e di minoranza, prendere posizioni a favore o contrarie. Abbiamo esempi recenti dall'Albania al Kosovo e ora al mare Arabico, dove stiamo andando, e aii'Afghanistan o al Medio Oriente se mai vi andremo. Il fatto è che il voto maggioritario parlamentare favorevole non elimina le reazioni sfavorevoli della piazza e di parte deli'opinione pubblica che reagisce con un atteggiamento di disaccordo sull'impegno militare per arrivare all'estremo degli inviti alla diserzione e agli atti di vilipenclio della bandiera e dei valori nazionali. Cos! i solda ti, ancorché sem pre clefiniti "della pace", partono lasciando alle spalle un Paese diviso e discorde, che non è cerro il meglio delle condizioni in cui si deve muovere una spedizione militare.


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L'operazione Somalia era in pieno svolgimento, quando ne! giugno 1950 inizià la guerra di Corea. La reazione militare americana fu accompagnata da una pressante azione politica per mobilitare l'ONU e porre la sua bandiera alla testa delle forze multinazionali d 'intervento sul suolo coreano. L'Italia, che non faceva ancora parte delle Nazioni Unite , ma aveva aderito alla NATO, teneva molto all'epoca e per moite ragioni interne ed esterne, ad uno stretto rapporta bilaterale con gli Stati Uniti , quindi non mancarono pensieri sull'opportunità di inviare un corpo di spedizione in Corea a combattere a fianco dei reparti ONU. Erano passati appena cinque anni dalla fine della guerra , l'opposizione social-comunista era feroce , le Forze Armate non erano a un livello tale di preparazione e di armamento da farle arrischiare in un conflitto dura e dall'esito incerta , con la Cina comunista e l'Unione Sovietica alle spalle delle armate nord-coreane . 1 pochi bellicosi propositi furono riposti e fu scelta una soluzione che sembrà andare bene a tutti: nell 'ottobre 1950 fu inviato in Corea, dove rimase sino al 1955, l'ospedale da campo n. 62 del Corpo militare della Croce Rossa ltaliana . L'Italia cominciava a scoprire una sua vocazione militar-umanitaria che è divenuta una costante delle nostre missioni all'estero, sul filone popolare di ·solclati boni 'taliani·! Somalia e Corea: clestinazioni che cial 1950 segnarono il ritorno delle Forze Armate italiane in missioni all'estero. Per riveclere reparti terrestri su territori oltre confine si clovranno comunque attendere gli anni Settanta. Cos! non fu per la Marina e l'Aeronautica che più volte furono chiamate a effettuare missioni all'estero , al di là di quella che era la normale attività adclestrativa durante le frequenti campagne navali e Je crociere e i rischieramenti aerei all'estero. Le missioni della Marina e clell'Aeronautica assunsero sin clall'inizio un chiara inclirizzo di politica d 'intervento umanitario , che si climostrerà come la natura preponderante delle missioni italiane all'estero. Inizià ne! 1953 il cacciatorpecliniere Artigliere trasportando materiali di soccorso e prestanclo assistenza alle popolazioni terremotate delle isole jonie. Ne! 1960 fu la volta del caccia Jndomito effettuanclo un'analoga missi one di soccorso ad Agadir in Marocco e ne! 1973 , quando la Tunisia fu colpita da una catastrofica alluvione , la Marina italiana accorse per prestare a iuto e assistenza, invianclo sul posto un intero gruppo navale con clue incrociatori , due caccia e un reparto elicotteri. Il 1979 fu un anno significativo per le missioni all 'estero della Marina: prececluta da un intervento a Dubrovnik in occasione del terremoto in Montenegro, fu effettuata la missione nelle acque del mar Cinese meridionale per la ricerca e il soccorso dei boat-people vietnamiti in fuga cial Vietnam dopo la conclusione della guerra . La missione non rivestiva alcun carattere militare, essa fu sollecitata da movimenti umanitari che inclussero il Governo a decidere l'invio delle navi, in un'area


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certamente lontana, non solo geograficamente, ma anche politicamente, dagli interessi nazionali ne! tempo. All'estero fu usata la parola "interferenza" e non tutti i paesi furono felici di questa iniziativa italiana (Stati Uniti inclusi). L'Aeronautica Militare non fu da mena: la sua prima missione umanitaria risale all'ottobre 1954 peril trasporto di soccorsi all'Algeria terremotata; nel 1956 partecipà ad un ponte aereo coll'Austria peril trasporto di generi di prima necessità destinati ai profughi della rivolta ungherese, e subito dopa, per canto delle Nazioni Unite, si assunse l'onere di un pesante cielo operativo creando un ponce aereo fra Napoli e Suez per il trasporto di materiali ONU in occasione della guerra arabo-israeliana del 1956: la missione durà sino al marzo 1957. Un anno dopo, sempre nella stessa area, i nostri aviatori tornarono sempre per conta dell'ONU per evacuare i "caschi bJu., scandinavi d'interposizione a Gaza, che venivano avvicendati. Ne! marzo 1960, terremoto di Agadir: gli aerei da trasporto C- 119 dell'Aeronautica, non solo trasportarono soccorsi, ma stabilirono un ponte aereo tra Agadir e Casablanca per trasferire feriti, materiali e approvvigionamenti. Gli anni 1961-62 videra la nostra Aeronautica fortemente impegnata sul territorio dell'ex Congo belga per conto delle Nazioni Unite, in un paese straziato da crudeli contlitti e fermenti locali, da scontro di interessi internazionali e da faide tribali. Ci sarà nel nostro Convegno, chi meglio e pii:1 a fonda esaminerà questa importante pagina degli interventi umanitari all'estero della nostra Aeronautica, pagina marcata a fuoco dai massacra di Kindu dove 1' 11 novembre 1961, furono trucidati tredici nostri aviatori. Ricordo che in quella missione, non militare per parte nostra, si persero tre velivoli e ventuno militari non tornarono in patria. L'elenco degli interventi aerei italiani all'estero per fini umanitari è troppo denso per poter ricordare ogni missione: si puà dire che questo tipo d'intervento non è mai cessato, gravando naturalmente sulle nostre capacità di trasporto aereo militare. Dai 1960 ad oggi il personale e i mezzi della nostra Aeronautica hanna volato dall'Europa all'Asia, dall'Americ:.t centrale all'Africa mediterranea, a quella orientale, centrale e occidentale. Quasi sempre missioni um:.tnitarie, quasi sempre sotta insegne ONU, quasi sem pre nel peacekeeping e sempre nell'azione di sostegno all'Esercito e alla Marina dovunque queste fossero impegnate. Operazioni belliche vere e proprie sono state quella della guerra del Golfo ne! 1990-91 su mandato dell'ONU per la liberazione del Kuwait, e quella più recente della missione di peace-enjorcement nel Kosovo. Dagli anni Ottanta, pur presentandosi ancora moite occasioni di missioni umanitarie all'estero, le Forze Armate italiane cominciarono a trovarsi impegnate in missioni multinazionali a carattere piü propriamente militare seppure in


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operazioni a sostegno del ristabilimento dell a pace e dell'ordine internazionale in moite situazioni di conflitti locali e di crisi d'instabilità. La guerra fredda era armai incamminata al sua fatale scadere e anche le situazioni interne risentivano di un elima d'incertezza ft1tura: l'impiego della forza militare al di là dei confini per ristabilire o mantenere condizioni di pace cominciava ad essere accettata, mentre ritrovava posto il convincimento politico che per difendere buone cause si potesse anche fare ricorso alle armi o , almeno, alla pressione militare. Tornavano a emergere gli interessi nazionali, tenuti in buona parte repressi per un quarantennio davanti alla minaccia della guerra nucleare e sottomessi a quelli del grande alleato protettore. Si comincià a parlare di brushfire operation, cioè di eliminazione di tutti i focolai di crisi che potessero turbare l'equilibrio bipolare raggiunto e disturbare quel che di indefinito si andava rivelando di giorno in giorno e che avrebbe infatti poi condotto alla soluzione del contrasto Est-Ovest. Era l'introduzione alle situazioni degli anni Novanta e di inizio del nuovo secolo: le PSO del dopoguerra fredda sono derivate da quelle esperienze , sono state le premesse sul campo del peacekeeping e del peace-enforcement del nostro immediato. L'Italia, riconosciamolo, fu sempre presente, spesso anche in modo significativo. Inizià nef luglio 1979, e ancora continua con un contingente elicotteristico interforze a Naqoura , nel Libano meridionale. ITALAIR, questo il nome del contingente, è inquadrato nef dispositivo UNIFIL deii 'ONU colà rischierato. Ma furono le due missioni in Libano, durate dai 1982 al 1984, che videra perla prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale, I'Esercito italiano schierato oltremare . ITALCON-1 e ITALCON-2 affrontarono situazioni oggettivamente complesse: si alternarono in quella missione 8.300 soldati, di cui moiti di leva, prima che nef Paese si scoprisse che il militare di leva non si puà impiegare nei compiti per cui è pur stato arruolato, o almeno avrebbe dovuto esserlo, come se le guerre non fossero state sempre combattute ela una stragrande maggioranza di militari di leva . Accanto ai reparti deii'Esercito, che facevano parte della forza multinazionale d'interposizione costituita da Stati Uniti, Regna Unito , Francia e Italia, si schierarono fucilieri di marina del Reggimento San Marco. L'intervento della Marina si completà sia coll'appoggio logistico navale, sia col sostegno di forze navali dislocate lunga le coste libanesi in appoggio ai reparti italiani sul terreno. L'Aeronautica assicurà il sua supporta logistico. L'Esercito è stato fatto tornare in campo dopo la fine della guerra fredcla, assumendo ormai uno schieramento quasi permanente fuori dei confini, con poco mena di 10.000 uomini dislocati in paesi diversi. Nel 1992-94 la missione in Somalia, partita come umanitaria e di peacekeeping, si rivelà una vera e


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propria campagna militare con situazioni di combattimento e di crisi nei rapporti politico-militari fra ONU e paesi partecipanti all'operazione e fra questi stessi, che resero anche critiche le relazioni fra Italia e Stati Uniti, tanta da far richiedere la rimozione del comandante del contingente italiano. Con 232 azioni di fuoco e 318 di rastrellamento, il prezzo pagato dall'Esercito fu di undici caduti e di centosette feriti. Tuttavia, anche in questa missione, furono messi in luce più i comportamenti e gli interventi umanitari che non quelli di pura natura militare. La Marina dette un suo sostanzioso contributo in navi, aeromobili e fan ti di Marina del "San Marco" . Fortunatamente le numerose altre missioni contemporanee o che seguirono la Somalia, non hanna comportato confronti armati: tutti all'insegna del soccorso umanitario e del peacekeeping. Cià è valsa ne! 1991 con le missioni "Provide Comfort" e "Airone 1 e 2" nella regione del Kurdistan; in Albania ne! 1991-93 coll'operazione "Pellicano" e ancora nel 1997 coll'operazione "Alba"; in Mozambico ne! 1993-94 con la missione "Albatros", quindi in Bosnia-Erzegovina e in Kosovo, oltre a interventi e presenze minori in attre aree. Hicordiamo che il peace-enjorcement in Kosovo si limitb ad attacchi aerei e non richiese nella fase caleta l'intervento di truppe sul territorio. Marina e Aeronautica parteciparono, in misura diversa, alle stesse operazioni accennate con un contributo non trascurabile in fatto di interventi umanitari e di sostegno, pero nell'arco del tempo affrontarono crisi e situazioni conllittuali anche sul piano dell'impegno militare. Dai 1980 la Marina pattuglia nelle acque del Sinai lo stretto di Tiran in seguito al trattato di pace fra Israele ed Egitto e la missione MFO continua coll'impiego permanente di tre unità navali. Ne! 1984 la Marina intervenne con tre cacciamine e una nave appoggio a sud del canale di Suez per operazioni di sminamento in seguito a un'operazione terroristica di minamento di quelle acque. Ne! 1987-88, nel quadro della lunga guerra in corso fra l'Iran e l'Iraq, la Marina italiana dovette intervenire ne! golfo Persico, insieme alle navi di altre Marine, per difendere la libertà di navigazione e proteggere le navi mercantili italiane messe a rischio dagli attacchi navali iraniani. La lunga permanenza in quelle acque chiese alla Marina l'impegno di ventinove unità navali e qualche decina di elicotteri. Da poco terminata questa missione, si aprl ne! 1991-92 la seconda crisi del Golfo coll'invasione irachena del Kuwait e la conseguente guerra contra l'Iraq. L'Italia schierà aerei ·Tornado· che parteciparono alle azioni di guerra, mentre la Marina integrà una sua forza navale nello schieramento alleato, partecipando alle missioni di guerra con la presenza di un caccia , di sei fregate, tre cacciamine, due navi rifornitrici, due altre unità per l'appoggio logistico.


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Le crisi adriatiche, oltre al contributo umanitario e di peacekeeping dato da consistenti forze dell'Esercito e dell' Arma dei Carabinieri, cui si aggiunsero in alcuni teatri - quale quello dell'Albania e del Danubio - anche aliquote della Guardia di Finanza e della Polizia di Stato - hanna vista, a crisi in atto, un lunga, logorante e permanente impegno di forze navali in Adriatico per il controllo delle misure di embargo e di pressione sulle parti in conflitto e quindi di sostegno ai reparti a terra quando questi erano schierati in condizioni di peacekeeping. La crisi kosovara acquis) i caratteri di guerra guerreggiata limitatamente all'offesa aerea della NATO: l'Aeronautica italiana, alla sua seconda esperienza bellica dopo il Golfo, Vi ha partecipato assieme alle altre forze aeree dell'Alleanza. La Marina stessa ha impegnato la sua aviazione imbarcata nell'offensiva aerea contra obiettivi serbi, mentre il naviglio ha mantenuto il controllo delle acque adriatiche. Lo sviluppo dell'attuale situazione, mentre un nostro gruppo navale si dirige verso il mare Arabica e forze aeree e terrestri si preparano per un possibile interventa, ci dirà in quale tipo di missione le nostre Forze Armate potranno essere coinvolte. L'intervento all'estero delle Forze Armate italiane dai 1946 ad oggi, calcolato in circa 160 missioni in quaranta paesi diversi , fortunatamente con poche occasioni di confronta bellico, è stato dunque e sempre caratterizzato da operazioni a sfondo umanitario, per la conservazione e il mantenimento della pace e della buona convivenza interna e internazionale. Un adempimento puntuale alla Jettera della Carta Costituzionale della Repubblica, una configurazione di funzioni da cui discendono i nuovi ruoli affidati alle Forze Armate nazionali e ripetutamente confermati nei documenti ufficiali della Difesa quali libri bianchi, note aggiuntive al bilancio, audizioni parlamentari dei vertici militari, ecc .. Concludendo, due rilievi. Il primo è la constatazione che il continuo modificarsi degli scenari di crisi, senza inte rruzione e coll'impegno di una permanenza pressoché permanente nelle aree critiche, richiede forze armate flessibili e rapidamente pronte per essere proiettate ovunque se ne richieda l'intervento. Questo ha comportato e comporta un logoramento e un'usura di uomini e mezzi che va al di là del prevedibile e del pianificato, per cui occorrono misure di ammodernamento e di rimpiazzo dei mezzi in tempi pil! brevi di quelli calcolati a sua tempo. Lo stesso dicasi per il nume ro, la qualità e l'addestramento del personale. Misure che impongono una disponibilità di risorse maggiori di quelle attuali, che possono solo venire dalla definizione di un modello globale di strategia nazionale che integri in un tutt'uno coerente gli obiettivi di politica estera e di relazioni internazionali con quelli conseguenti di politica militare e di pianificazione delle forze, nonché con quelli della politica economico-finanziaria; tene ndo inoltre e comunque presenti le opzioni aperte dall'appartenenza dell'Italia all'Unione Europea e all'alleanza della NATO.


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GIOI!GIO GIORGERINI

Il seconda e conclusivo rilievo è di natura politica . Si è constatato che tutte le missioni umanitarie sono state condotte in un regime di tiepido assenso ela parte della politica, delle istituzioni e dell'opinione pubblica, mentre interventi quali quelli ne! golfo Persico e in Kosovo, ma anche in Somalia e in Bosnia, sono stati molto osteggiati da un nutrito schieramento di partiti politici e di movimenti pacifisti o antagonisti di cliversa etichettatura, ela quella cattolica a quella anarchica con larga cliffusione fra gli strati della popolazione giovanile. Non estranea a cio, talvolta, se non spesso, l'influenza di autorevolissime sedi religiose quale il Vaticano. Stessa storia si sta ripetenclo nelle attuali critiche circostanze in Asia centrale e chissà mai altro dave ancora , al di là dei voti parlamentari di approvazione o di autorizzazione. Occorre essere accorti in proposito quanclo si decide la partecipazione a operazioni militari all'estero. Un cedimento del fronte interno - abbiamo significativi esempi del passato riguardo cio - si ripercuote negativamente sullo spirito e sulle convinzioni dei militari impegnati nelle missioni, col rischio di conseguenze gravi fuori e dentro il Paese. È un problema politico ed etico-sociale d'accorda, ma travo che il richiamo alla coesione del fronte interna sia cloveroso in qualsiasi occasione di confronta politico e culturale: starà poi alle istituzioni trovare il giusto indirizzo, se Jo vorranno, perché le missioni all'estero delle Forze Armate nell'adempimento dei lora nuovi ruoli, siano sostenute, se non dai favore, almeno dalla comprensione dei connazionali.


LA SANITÀ MILITARE NELLE MISSIONI INTERNAZIONALI ViNCENZO MARTINES

Il secondo conflitto mondiale ha costituito una delle pili immani tragedie per lïntera umanità, nulla rimane uguale nella vecchia Europa come ne! resto del mondo: nuovi assetti politici e quindi nuovi confini, una profonda crisi economica, la migra;;.ione di milioni di uomini, la clivisione del mondo in blocchi, la cortina di ferro, la fine degli imperi coloniali con l'acquisizione spesso cruenta dell'imlipendenza di tanti stati specie in Africa e in Oriente che nascono perèJ tra tensioni interne, con fragili democrazie e quindi particolarmente instahili. ln qut:sto quadro geopolitico cos! difficile e fosco tutti i sistemi e i valori vengono messi in discussione ' 1 l, ma una vexe autorevole si alza pcr difendere i diritti fondamentali dell'uomo troppo spesso cluramente calpestati e cii'J a prescindere dalla razza , ela! sesso, ela! credo politico (~>. Questa voce proviene dai massimo consesso del globo e ciol: dall'Organizzazione delle Nazioni Unite sorta ne! clopoguerra sulle ceneri della Societ~l delle Nazioni.

f·:

una risoluzione aclottata il 10 dicemhre del 194H ed i'..· nota come la

"Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo". lnsieme alle norme del diritto internazionale ed umanitario costituiri't la han(liera e il fondamento giuridico su cui si mobiliteranno tante nazioni, compresa la nostra , per portare soccorso e solidariet;l in paesi lontani. ~: il vento felice di una glohalizzazione ante /i//era/11 che trova in letteratura

un riscontro nella celebre frase del poeta inglese John Donne che ebbe grande risonanza quando Hemingway lo voile come titolo di un suo celebre romanzo, tradotto alcuni anni dopo in un altrettanto fanwso film:

" ... NES.SlJN llOf\1Q>.kllN'!SdLA .... QÇNI MORTE D'U0[\10 Ml DlMlNUISCE; PERCHÉ 10 l'ARTECIPO DÊLL'UMANITÀ. E C()SI NON MANDARE MAI A CHIEDERE PER CHI SUONA LA CAMPANA. ESSA SUONAPER TE ... " lftedital ion 17 -

flmn1 /Jeuolions upun h'mel:r~enl Occasions ( 1623!

( 1J ''()uandu di nulle alzo gli occhi al ci elo e con(emplo l''ll'lll<>nia clc-1 creai<> mi chic·do perché· nwi gli uontini la turh,mo con i !oro contlitti" , l'rase pronunciata cbll'impe<·at<n·l· lliro llito nell'ult imo consiglio di guerra. (2l Anche se ogni generazione ripe!<: gli errori dl'ile generazioni prcccdcn(i prcndl'ndoli pcr clan1orose novit~l.


VI NCENZO MARTI NES

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La Sanità Militare che peraltro si rifà all'etica ippocratica ha interpretato sempre nelle missioni svolte in pace e in guerra, tra i confini nazionali come all'estero, questi principi di solidarietà in difesa dell'uomo e a salvaguardia della vita di tutti: basti ricorclare l'esempio del medico clell'esercito horbonico Ferdinando Palasciano che ne! 1848 all'assedio di Messina, venne sottoposto al giudizio della Corte Marziale perché aveva curato alcuni ribelli. Suddividerà la mia relazione in tre parti distribuendole equamente tra le missioni svolte dalle Sanità Militari delle tre Forze Annate e, in ossequio all'anzianit~l, comincero con quelle deii'Esercito. PRINCIPALI MISSIONI DELL'ESERCITO ITALIANO · IN TEMPO DI PACE (1946-1989)

1950

Soma lia

1979

Li ha no

lJNFIL - ln corso

Namihia

lJNTAG

19H9-1990 19H2-H4

Lihano 1

l'

Lihano 2

Il primo impegno fuori area della Saniti't Militare italiana inizia ne! 194:) ma si sviluppa dopo il secondo Conflitto Mondiale e viene affidato al maggiore chimico-farmacista Giulio Audisio, capo di una m issione sanitaria nello Yemen, il quale dirige il laboratorio dell'ospedale Mutuakilita di Sana'a. Ne! corso di una grave epidemia cli malaria verificatasi ne! giugno-settembre 1946 studia alcuni tipi di zanzare anophe les e dimostra (contrariamente a quanto ritenuto in passato) che l'altipiano di Sana \ 1 era da considerarsi zona maLtrica . Un altro lavoro interessante di Audisio è quello dello studio sulla composizione chimica di alcune acque naturali di quel paese ed in p :trticolare della sorgente di !-!amman Ail situata sulla strada che porta da llodeida a Sana\1 e le cui acqu e caldissime sgorgano in alcune grotte (dove si

.~prigiona n o

vapori caldi

che consentono i cosickle tti bagni turchi) e deflu iscono in rig agnoli che formano un terreno fangoso e odorante di zolfo. Queste acque termali sono meta continua degli ahitanti delluogo che vi a cceclono fiducios i di poter gua rire dal le pii:1 svariate patologie quali lue , dermopatie , gotta , lehbra , tu b ercolosi. Il 20 febbraio 1950 g li italiani ritornarono in Somalia in virti:1 d e l mandato confe rito all'Ttalia clall'ONU di assiste re questo paese n e l suo ca mm ino verso l'inclipendenza, , verrà cosl attivato a Mogadisc io un Ospedal e Militare.


I.A SAN ITJI rvl ll.lï'A HE N EI.I.E MISSIO N ! INTERNAZIONA I.I

')')

el 1963 u n uffi cia le m edico, il ten en re colo nne ll o M assimo Ciro n e partec ipa all a specliz io n e sci e nti f ica ital iana i n G roen lanclia clu rante la quale ven go n o scope rte ne ll ' iso la d i K utd le k an ti ch e tombe esqu i mcs i co nte n e n t i cl eg li sch e letri su cui ve ngon o esegui ti ri li ev i sc ientifi c i e n e] 1969 un a ltro uffi c ia lc dell a Scuola Nlilitare Alp in a parrecipa all a Specl i zi o n e Artica Inte rna zio n ale in G roe n lancl ia. Ma la prim a missione all 'estero che vecle u na larga pa rtecipaz io n e dell a Sa nit~t M ilitare deii 'Es rcito è q uell a in Libano ne! 1982 qu anclo il Govern o d i quel paese ridliede l'aiuto delle Nazio ni U nite per tute lare sia i pa lesrin esi ch e partivan o da Bei rut, che g li stessi ab itanti della regio ne della ca p itale e mirava ne Uo stesso tempo a favorire il ri sta biJi m ento cle! Ja pie na sovra n ità ci e l legittimo governo. Il Lihano con sic.lerato fino agli anni Setta n ta la Svi zzera d e l Meclio O ri e nte aveva v isto rapicla mente deteri ora re la su a s tab ilit~t interna a ca usa della forte em.igrazio ne pa lestinese e siriana ch e aveva ribal tato la composi zi o n e numerica d ell a popola zio ne p rim a a preva lenza cristianomaronita e poi a maggio ran za musulman:t. Un p r im o contingente iralian o (2° hattagl io n e b e rsagli eri " Governo lo'') pa rte il 23 agosto p er B eirut e ri e ntra in pa tl·ia 1' 11 settem b re; ma poc hi g iorni clopo si ve r i fica ro no i terri b ili m assacri dei campi pal estines i d i Sa bra e Ch atila e q uind i fu n ecessa ri o 1' interve nto cl i un a fo rza multi na z iona le, tra c ui un co ntingente ita lian o co manclato cia l general e Fran co An g io ni c h e si attestà in un a zo n a v ic ina a ll 'aeroporto d ell a ca pi tale lib a ne se . E co m e su ppo rto san i ta ri o ven ne a ll esrito I'Ospecla le ela campo n. 1 dell a briga ta "Friuli " costituito su rre fil e d i tend e : la p rim a fila late ral e comprencleva il pronto soccorso co n ann essa sez io n e o rto p ecl ica e raclio logica, cl ue baracchetre operatorie, una tenda am bu lato ri o d i m eclicina; la f il a centra le l a D ir ezio n e e Magg i o r it~l , la Fa rm ac ia ecl il Deposito m ate ri ale sa nitario; la te rza era com posta d i tre tende ri cove ro c.l i c ui un a acl ib i ta ad iso lamento. L 'Ospecla le era dota to i n o ltre cl i J 8 te nd e p e r i 1 co rp o di g u a rel ia, i 1 re fettori o , la c u ci na m a la t i, i m aga zz ini cl e ii 'Os p ec.la le, la Sez ione D i sin fez ione e in f in -' l'a ll oggio tru ppa. A co m p leta mento e ra stata anch e in se rita una am bu Janza o d ontoia trica.


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VINCENZO MARTINES

Non appena completato l'impianto dell'Ospedale cominciarono ad affluire uomini, donnee bambini di ogni et~t, razza e religione, che chiedevano assistenza sanitaria ambulatoriale e di ptimo soccorso. L'aftluenza dei malati aumento gradualmente sino ad arrivare a punte massime di 200 al giorno e le patologie da trattare divennero sempre pii:t complesse e di tipo specialistico. La fiducia e la stima che rapidamente si diffusero tra la popolazione - sia per il livello professionale, che per l'impronta di umanit~l con cui veniva praticata la consulenza ambulatoriale l 'O;pedale da ca111po 11. 1- Reinll 198.) e l'attività di pronto soccorso qualificarono fin dagli inizi I'Ospedale quale struttura sanitaria di primo piano nell a società loc a le. Fu necessario, quindi , potenziare alcuni settori ed ampliare l'organico e stabilire una linea politica per l'assistenza dei civili: I'Ospeclale avrehhe prestato alla popolazione civile assistenza ambulatoriale ed assistenza in casi di emergenza. senza perô effettuare ricoveri, se non per il tempo strettamente necessario a rendere trasportabili i casi pii:J gravi in altri ospedali. Con l'arrivo ela messa in opera del gruppo chirurgico "Dogliotti", una delle due baracchette operatorie venne aclibita metà ad ambiente pre-operatorio e l'altra metà a sezione racliologica.

PRINCIPAIJ ArnviTÀ SVOLlE NEll'OSPEDALE DA CAMPO

L'organico medico e paramedico dell'Ospedale - inizialmente composto di undici ufficiali medici, dieci sottufficiali, dieci infenniere volontarie della C.R.I., quar:mtasette soldati - venne completato da un ufficiale medico laboratorista, un pediatra, un dermatologo ecl un ostetrico-ginecologo. La lunga permanenza delle nostre tntppe in zona di operazioni in paese straniero, suggerl la costituzione di un servizio medico-psicologico di supporta.

-

SUI'PORTO SANITARIO AL CONTINGENTE E Al MILITARI BRITANNICI

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SUPPORTO ODONTOIATRICO Al MILITARI FRAN CES!

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SUl'PORTO SANITAlHO ALLA POPOLAZlONE CIVILE

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INVIO PERIODICO DI UNITÀ SANITARIE NE! CAMPI PROFUGIII

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VACCINAZIONE ANTIPOLIOMIELITICA Dl MASSA


LA SAN ITÀ M ILITA I<E NELLE I\II ISS IONI INTE imAZIONA LI

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Sin da ll'ini zio l'azio ne d e l Se rv izio Sa nita rio mi l ita re ita liano n o n s i Jimità a ll 'a rea osp e dalie ra, ma venne estesa a i clue ca mpi pa lestin esi con l' in v io gu otidia n o di clu e a mbu la nze, p a rti colarme nte attrezzate, ognuna con un ufficiale meclico, una infe rmi e ra volo nta ria d e ll a C. R.I. e cl un sottufficia le infe rmie r e, per l'assiste nza co mple ta in loco a ll a popolazio ne ch e, pe r mo ti vi va ri, no n poteva raggiungere l'Osped a le. Ne ll a zona assegn a ta a l Contingente e ra attiva un a Sezio n e Dis infez io ne impegnata ad assolvere complessi compiti di bonifi ca dell 'amb ie nte, o pe ra nclo in zone gene ra lme nte a d a lto risc hi o d i contaminazione . Il Ministero della Sanità liban ese, attraverso l'a mbasciata d 'Ita lia a Beirut, richiese l'inte rvento del nostro pe rsonale meclico ne lla campagna pe r la vaccinazio ne antipoliomielitica di massa. La complessa e clelica ta a ttività d ei sanita ri m ilitari è tes ti mo nia ta da ll'e levato num e ro de ll e prestaz io ni e ffe ttu a te in fa vore d ella popolazio n e civ il e e d e i militari co n o ltre 60.000 c ivili vis ita ti (di c ui 46.000 ba mb ini ) di circa 600 m il ita ri ri cove ra ti (co n circa 4.000 g io rn ate di d ege n za) e di 7J milita ri o p era ti in an estesia gen e rale, di cui 48 p e r fe rite da a rmi el a fuoco; inte rven ti co mp iuti spesso in conclizio ni dramma ti c he e sotto l'infuriare d e i ca nn o neggiamenti. Gli esami racl io log ic i eseg uiti ne l 1982 s'on o stat i 470, 1376 ne l 1983 e 220 ne l 1984 La qualità clell'ass iste n za è testimoniata dai tanti riconoscime nti d e lle a uto rità libanesi, stranie r e naz io n ali , ne vorre i citare clu e; il primo è un commenta d e l q uo ticlian o "Times-": "Se q u alc uno m a i d ovesse attribuire o n o ri m ili tari ai solclati de lla Forza mu ltinazio nale giunti in Liban o due


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V INCENZO MA RT INES

a nni fa p e r d ife nde re la p ace q uesti on ori cl ov re bbero anclare ag li Ita li an i, alla Folgo re , al San Ma rco, a ll e Fo r ze Sp ec ia li ". I l seco ndo, sono a lc un e fr as i ci e l gen e r a le Um be rto Ca ppuzzo p ro n unciate il 1o marzo d e l 1984 a l m o m e n to d e l rie n tr o ci e l continge nte in Ita li a : "U ffi c iali , Sot tuffi c ia li , G ra du a t i, Ca ra bin ie ri , So lcl ati. Do p o qu as i un a nno e mezzo di a tti vo e q ua lifi can te im peg no in te rra di Lib a no, il Co ntin ge n te ita lia no è rie nt rato in Pau·ia , co nsa pevo le d i ave re a sso lto i co m p iti. ass egna ti co n amm i revole se nso d i res po nsa b ili tà e cl e lev ata pr o fess i o n a li t ~l. Ne i ra ng hi dei re part i, c he h an no viss uto q ues ta incomp a rab il e es p e rie n za, s i so no avv ice n d a ti o ltre 6 .000 g iova n i d i ogn i pa rte d 'Ita lia , esp ress io ne assa i co n vin cen te d e ll e qu ali tà e d ell e as p iraz io n i ci e l nos tro po po lo. T utti - indi stintame nte tu tti - ha n no f01·n ito una b e ll a p ro va d i cl e cl iz io ne e d i c apa c i t ~l , impon encl os i al ri sp e tto e cl all a con sid e raz io n e d e ll 'a mb ie nte n e l q u ale han no o p e ra to e d e i tan ti osse rva to ri , ita lia n i e s tra ni e ri , ch e n e hann o segu ito l'azio ne .. So no es pressio ni c he es te ncl o, con pa ri se ntim e nto , a ll e So re ll e ci el Cor p o d e ll e Infe r mi e re Vo lo nta ri e d e ll a Croce Rossa Ira lia na , c he con stup e ncl a abn egazio n e h anno condiviso clisag i e p e rico lo, svo lge ndo n e ll 'a m bi to d e ii 'O sp edale el a Camp o - la loro ope ra altam e nte uman itaria .. Il 12 fe bbra io 1984 ve nn e fi rm a to l'a tto d i donazione del nostro ospecla le alle a utorità liban es i.


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LA SAN ITÀ MILITAHE NELL!' MISSION! INTE RNA Z IONALI

E veniamo ora a lle missioni della Marina Militare che hanna coinvo lto in modo significativo gli ufficia li del Corpo Sanitario. PRINCIPALI MISSIONI DELLA M.M. IN TEMPO DI PACE (1946-1989)

1953

Terremoto iso le Ionich e

ct Artigliere

1960

Terremoto di Agadir

ct !ndomito

1973

Alluvione in Tunisia

In cr. T/eneto Incr. Doria

1979

Terremoto in Montenegro

N. Cao rle

1979

Soccorso profughi vietnamiti Mar Cinese meridional e

In cr. T/enetu Incr. Doria N. Stro mboli

1982

Libano 1 e Libano 2

Grado, Caorle, Veneto, Perseo etc.

1982

MFO stretto di Tiran

Dragamine

1987

Golfo Persico 1

lH 0 Gruppo Nava le

Metterà a fuoco la missione che per la complessità clell'impegno, il coinvolgimento clegli equipaggi, lo sforzo orga nizzativo in me zz i, uomini e mate ri a li , in particolare per il settore sanitario ha avuto maggiore risonanza ne t nostro paese e cioè que ll a in soccorso dei Boat p eople del 1979. Ritengo opportuno ricorda re che con la caduta di Saigon avvenuta il 30 aprile del 1975 e la riunificazione d e l Vietnam sotto il governo di Hanoi iniziava una fase travagliata per quella. popolazione ; furon o moiti i vietnamiti del Su d che non accettarono il nuovo sistema politico e tentarono in ogni modo di lasc iare il paese. Basta clare un 'occhiata a ll a carta geografica della regi one per cap ire la difficoltà di una simile fuga; impossibili quelle terre stri, la frontiera ca mbog iana era di fatto chiusa. peraltro il regime crudele di Pol Pot avrebbe reso assai precaria la vita ai profughi. Rima neva quella via mare: il mar Cinese meridionale pieno di insi di e con due mete possibili anche se molto lontane : la penisola della Malacca, parte tailandese e parte malaisiana e la grande isola del Borneo. Uno scenario geografi co che ci riporta alle imprese dei tigrotti di Mompracen descritti da Salgari e colloca te temp o ralmente alla fine dell'800.


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VINCENZO MARTINES

Ma la pirateria (e non quella di Sandokan che seguiva regole quasi cavalleresche, come quella del rispetto per le donne) esiste ancora come testimoniato dai racconti dei profughi. Già cial 1975 tutta la stampa internazionale riportava il dramma di questi profughi che su vecchie e fragili imbarcazioni subivano srwsso la violenza dei pirati, con epiloghi che spesso si concludevano con l'affondamento dei battelli e la morte degli occupanti. Negli anni successivi gli episodi si moltiplicarono per cui nel nostro paese i mass-media suscitarono un diffuso senso di solidariet~t nei confronti dei poveri vietnamiti, tanto che il Governo recepl subito queste istanze dando mandata allo Stato Maggiore della Marina di approntare delle unit~l navali che potessero portare soccorso ai profughi (3)

Naue Ospeda/e Gradisca

Venne cos! formata 1'8° Gruppo Navale costituito dagli incrociatori V. Veneto e A. Doria e dalla rifornitrice Stromboli, il Comando venne afficlato all'ammira glio di divisione Sergio Agostinelli.

-,

Il 27 giugno il Veneto è a Tolone, il Doria a Barcellona solo lo 5,'/romboli è in patria. Gli equipaggi effettuano l'ultima franchigia e le navi rientrano subito per le modifiche slrutturali e l'imbarco del personale di supporto.

Jncmcia/ore Vittorio Veneto

(3) J)opo l'ultimo conllitto, l'ltalia per mutivi di opportuniü1 cd l'Conumici, non h:1 navi o...;pedale. La prima nave n--'pedale italian:1 risale al IH(J(l e d~1 quelb data sun() state numeros~ le unit~! di trasport n malati allestile .sia per soccorso

in zone non raggiungihili d;1 terra. sia rer il tra:,porto degli ammabti

t'

l{:riti ed il recupero dl'i naufraghi. Nella ~econd~1

guerra IlHJI1diale funm(> l1en dici<>ll<> le navi <lSpl'dali (>pl:ranti, una Vl.'ra ll<llla bianca.


LA SA N ITÀ M I LITARF. NF. LLF. IVI ISS IO N I INTEH \IAZ IO

61

A LI

I l Doria aii'Arse na le d i La Spez ia, i l Ven eto a Ta ran to. So no o p eraz io n i eseg u ite p erfetta m ente e ce le rm e nt e da ll e ma es t r an ze d eg li arse na l i . U n o d e i prob le m i pi i:.1 imp o rt a nti è q u e l l o d i

lu cruc iature A nd rea Doria.

c rea re nuovi p ost i le tt o: 1 l oca li h a n ga r se mbra n o i p i i:.l ap pro p r iat i e cosl si si ste man o i letti a cas te ll o d ed icab il i ovv i amente ai p rofu g hi in bu ona sa l u te; p er q u e ll i abh isog n evol i di c u re m ecl ic h e si uti li z za i l quadrato so tturfl cia li c h e co m e è n o to o sp i t a , i n caso d i con f l itto , l'o sp edale d i co mh attim e nt o.

Na ue Stro mboli

Ve n n e p o te n z iat:o i l nu m e ro d ei m ed i c i d i b o rcl o co n del le eq ui p e sp ec ialist ic he ch e co pr ir o n o t ut t e l e p oss i b ili es ig en ze. in pa rt ico lare q ue ll e di tipo c h i r u rg ico -o rt o p ed ico e fu imbarca to un co n g r u o num e ro d i so tt uff ic ia li infe rmi c r i .

r llleslim eulu d ei le/li ill hang ar

I' O-;TI LI T l\ l

NAVE

NAVE

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VI NC ENZO MARTI N ES

COMPOS IZ ION E DEL SERVIZIO SAN ITAIUO

i\II I ~ I ) I CI

V. VENETO

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2 i n tc rni sti

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1

1

-

Tea 111 SU! ! ilario

di nave Vittorio Ve u et o

Le n av i p arto n o i l 5 l ug li o sa l utate el a un a fo ll a co mm o ssa. Tra

messagg i e

l 'a ug u ri o ri p o rti a m o q u e ll o d e ll 'o no revo le Za mhe rl etLi : ·Tr(' 11:11 i dd l:t t\ l ari n a i\ l i l it:tre s:li p o no p e r i tn:tri d (·lla Cin:t 1\ kridionak· nd ll' nt :llil t> di s:~ il · : tr(' L1 1 it:1 l k'i pro fug hi \ ïetnamit i. ~ ~ un :~ mi ss iot1l' di pa ce. di so lid :tr iet:l um:tn :t tr:t

l:lll!(' 1 oc i di p ersL'cu zio n i .._. di tn:tssani c lw L"OITo n o il nH>mlo. L:1 1 ira è· SL'm pr(' il p.llrinm nio p iü p rl'Zio(' nu i in t.._·ml i:uno ri : q> p rop ri e~rcnw (('11Lkmlo un:t

~o

m ano J c hi sotlrt' e su JX'r sOL"l"Oillh(Tl'. \ ki

\mm iug l io ,\ gost in L· ll i .•1g l i equ i p:1ggi. :t i

nwdiL·i 1.1 i l nos tro :llt g u rit> L' q uc ll o del l ':tL'~l'. :-.i.lill() l"l'rt i

d 1l'

Ja .\J:t rin:t d"Jt .tii.l

j)l>lll'J':I :1 [L' Il l1i i1L'

l.t su .t m i ~sio n e cont ro l:t ci(T'I d i.st ru ltil it,t che inn>mhL· su una u m:mit:1 in l"L'I'l., l d i ~ I X'r:lt 1/: 1 ·· (ln. ( ;,li 'L"J'I"' /..uni>l'rl c·ttt

Lo Z UIICI de/le U}JCI"C!Z iOIIi di SUCC() I ~\0


63

LA SAN ITÀ i\ IJLI TAHE \JE LLE i\ IJ SSJO N I 1 1TERN A Z IO N AI.I

Dura nt e la n av igaz i o n e e pri ma cl ell 'a rri vo a Sin ga p o re (2 1 lu g li o) ve nn e con tro ll ato lo stato vacc in al e cl eg li e quipa gg i i nteg rancl o lo co n alcune vaccin az io ni sp ec ific he q u ali la febb re g iall a. Da Singapore d iresse ro ve rso il m ar Cin ese m e r id io n a le, zo n a d e l le pro b ab il i ro Lte d ell e imba rcaz io ni de i pro fug h i, se mpre resta nd o in acq u e in t e rn az i o na li . È n ave Vittorio Vene l o ad avv ista re (25 Co rliuo rlellïtillf'ra rio JNrco t~>o da lle Un i!ù Na11ali lu g li o) la prim a imha rcaz io n e c h e p rove ni va da ll e sp iagge de ll a fVJales ia, ed c ra stata res p inta d all a po li zia di q uell a n azio ne; rip o rti amo a q u esto propos ito il pe nsie ro d el co lo nnc ll o m ed ico Cip o ll a:··Trc ntasc i tr:t d o nn e. u o mini c h:t mh i n i r:tnni cc hi ;!l i un o acc:mt o :tl l'al tro : sc n e st:t v; tno ammu to liti c no n manifcst:1ro no n é gioia né c n tus ia.-. m o. fo rsc p erc hé non :1vcv ano piil 1:1 fo rza, o p c r pau ra. rcs i di iTi dc nti c ra-.scg n:lti dalle \ icc nd e di ogni spcc ic c n;1tura suhi tc o di cui c ran o stat i res tim o ni . O ltrc alla L<>mpos tL'ZZ:I o ind iiTcre n za di q uc ll a gente. mi co lp1 l:1 pre., en za a pru :1 dc llïmha rcaz io n e di un hra<; icre acceso c fumant e. uni c 1 cosa c:tl da i n quc l l:1 barc 1 d i dispc r:tti . Ci spi eg amm o p o i che d m e\·:1 essLTe l'unico segnalc d e lla loro prese n za, du ran te le no tti. nel l 'immcnsi t:t d el ma rc".

La va lu taz io n e clini ca (triage) d e i profug hi al m o m ento d el recu p e ra avveni va al ce ntro cl ri tta o sul p o nte d i vo lo; e ran o po i sotto p os ti ad un a d occ ia, ri v estiti , si co mp il a va un a sch ed a co nte n e nL e i d a Li a n ag ra fi c i , p o i se g ui va u na v isita m ecli ca ge n e ra le, la foto e la co n seg n a di un vadem ec um . I pro fughi si prese n tavano in ge n e re d e nutriLi , ter ro ri zza ti e st re m at i da ll e lun g he n av igaz io ni , da ll a es p os i zio n e ai ra ggi so lar i e da ll e ru b er ie dei p i rati . Ma rit o rna va lo ro i l sotTiso p e r l 'accog li en za ge n erosa ed u mana da pa rte d eg li equipa gg i . Le pato log ie d e rm ato log ic h e c t·a no num er ose cosl co m e q u e ll e pa rassitari e, p er cui fu il lavoro d ei barbi e ri d i h o rd o e m o i te le c hi o m e d e ll e ragazz e c h e ve nn ero sac ri fi ca te . Si ve rifica ro n o a n c h e du e infart i e la na sc it a di un hamhino su l Doria c h e ve nn e natura lm ente c hiamato A ndrea ma c h e sopravv isse so l ta nto per un g io rn o n o n os tan te le cure premurose d el g in eco logo di b o rd o Se rri e d e ll' an este sisLa B lo ncl a . l p ro fu g hi racco l t.i furo n o co mp less iSaluatag,gio d i a leu/li nmtji-agh i

v ame nLe 902.


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V INCENZO t\ IARTI N I-: S

DA TI CONCERNENTI 1 PROFUGHI DATA

V. VENETO

A. DORIA

STROMBOLI

TOTALE

26/ 7

128

-

-

12H

27/7

-

68

-

6H

31/7

165

lOS

·17

320

31/7

190

129

67

3il6

483

305

104

902

La n ave r ientrà a Ve nez ia il 20 d i agosto <-lcco lto cia l ministro d e ll a D ifes a, Huffini, da i capo d i Stato Magg io re d e ll a Difesa, ge n e rale Cava lera , d a i ca po d i Stato Maggi o r e d e ll a M ar i n a amrnirag l io Tor r isi e cla ll 'orcl in ar io mi l it are p e r I 'Italia m o nsig n o r Schi e ran o.

Alcu ui momeuti delle opemz ioui di

socco1~'o


LA SANITÀ MII.ITAIIE NELI.E MISS ION! I NTERN AZIONALI

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L'Aeronautica Militare nel dopoguerra compie numerose missioni di pace che vengono riassunte nella tahella. Tra queste quella che ha colpito di più l'opinione pubblica è quella che dette luogo all'eccidio di Kindu . PRINCIPALI MISSIONI DELL' AERONAUTICA MILITARE IN TEMPO DI PACE (1946-1989)

1954

Terremoto di Algeri

1956

Terremoto di Vienna, ponte aereo per i profughi ungheresi

1956

Egitto, crisi di Suez

1959

Libreville (Gabon) Medicinali per A. Schwe itzer

1960

Agadir , trasporto ospedale da campo , trasporto feriti a Casablanca

1961

Ex Congo Belga , salvaraggio italiani , rifornimento e presidi UN

1962

Terremoto in Iran

1962

Terremoto in Yemen

1963

Terremoto in Macedonia

1966

Terre moto in Turchia

1969

Terremoto in C roazia

1970

Terremoto in Roma nia

1970

Terremoto in Turc hia

Nel 1960 il Congo ex-helga ottiene l'indipendenza ma l'unità politica stenta a decollare; il governo centrale è presieduto da Kasavubu con il suo capo di Stato Maggiore, generale Mobutu ; la provincia orientale è in mano a Gizenga; in Katanga c'è l' uomo forte Ciombe . capo di una agguerrita gendarmeria. La situazione puo esplodere da un momento all 'altro . Una guerriglia insidiosa compie massacri e impedisce Jo svolgimento di una normale vita civile, cosi l'Onu invia un contingente multinazional e che si disloca in diverse località del paese. L'Italia, insieme ad altri paesi, assicura attraverso un ponte aereo, i riforni menti logistici alle truppe ONU. L'll novembre 1961 clue C119 decollano da


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V INCENZO MAWiïNES

Léo p o ld v ill e , fa nn o sos ta a Ka mina e ripa rto no pe r Kindu p e r assic ura re d e i rifo rnim e nti logistici p e r la g u a rnig io n e di 200 cascbi blu m ales i di stan za ali 'aeroporto . Tra g li eq u ip aggi il te ne nte m edico Fran cesco Pao lo Re m o tti. G li it a li a ni ve n go n o accomp ag n a ti a ll a me nsa d e li 'O NUK sistem a ta a circa 2 Km dall 'aero po rto . Poco dopo il p as to, la p a lazz in a vie n e c irco nda ta el a membri cle ll 'ANC (Arm a ta Naz io nale Congolese) c he pre ncl e pri g ion ie ri tre dici avia to ri , ritene ncloli paraca clutis ti be lg i. Ve n go n o co ncl o tti s ul piazza le clin a nz i a ll a pri g io ne d e ll a città dove, dava nti ad un a l'all a in tumulto, vengon o uccisi a colpi di mitra e mutil ati cl eg li a rti. In Ita li a, la noti z ia ci e l sequ estra ve rrà solame nte il 16 n ovembre, no n s i aveva pi e na con osce nza dell a tragica so rte occorsa ai nostri aviato ri. Le sa lm e ve rra nn o 1·itrovate in clu e fosse comuni a i m argin i cle!J a boscaglia ela! p e rsona le de ll a Commiss io n e ci 'In chiesta no minata cla ll'ONUK tra cui cl ue m e clici de ll a Croce Rossa a ustri aca: Fink e n e Osc hm u ll e r. Le sa lm e fu rono trasla te a Pi sa 1'11 ma rzo co n la sco rta d 'o no re de i F86K cie l 23 ° G ruppo COT. Il giorno su ccess ivo , ne l D uomo e a ll a presen za d elle pi l.1 alte c;ui c he d e ll o Stato , ve nne cele bra to un s o le nn e rita fun e bre.


LA SANITÀ MILITARE NELLE MISSION! INTERNAZIONALI

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Riportiamo di seguito la foto e la motivazione conferita al tenente C.SA Francesco Paolo Remotti: "Ufficiale medico incaricato dell'assistenza sanitaria al personale militare impiegato ne! quadro della partecipazione italiana all 'inte rvento di intermediazione delle Forze dell'O.N.U. nell 'Ex-Congo, al fine di verificare le condizioni sanitarie in cui operavano gli equipaggi di volo, chiedeva ed otteneva di partecipare ad una missione di trasporto aereo, pur consapevole dei pericoli cui andava incontro, ma fiducioso nei simboli deii'Organismo lnternazionale e convinto della necessità di anteporre la costruzione della nascente Nazione all'incolumit;t pcrsonale, sopraffatto da un'orda di solc.lati sfuggiti al controllo delle forze regolari , percosso gravemente sotto la minaccia delle armi. pur protestando la nazionalità italiana e la neutralità dalle parti, preso in ostaggio. veniva fatto oggetto di continue nùove violenze e barbaramente trucidato, offrendo la propria vita per la pacificazione dei popoli e destanc.lo vivissima commozione ne! mondo intero. Luminoso esempio di estrema abnegazione e di silenzioso coraggio fino al martirio". Kin du, 11 novembre 1961


ATTIVITÀ DEI CARABINIERI NELL' AMBITO DELLE MISSIONI INTERNAZIONALI VINCENZO PEZZOLET

Nell'ambito delle missioni militari italiane all'estero, l'Arma dei Carabinieri ha sempre inviato proprio personale cui sono storicamente affidati compiti sia di carattere operativo, in quanta componenti di un'Arma combattente deli'Esercito (oggi Forza Armata autonoma), sia specifici in quanta forza di polizia a statuto militare, ossia: polizia militare, tutela dell'ordine pubblico, polizia giudiziaria e addestramento di forze di polizia locali. Per quanta riguarda l'assolvimento dei primi, vengono inviati già dai 1982 elementi del Battaglione/Reggimento Carabinieri paracadutisti "Tuscania" di stanza a Livorno, i quali per addestramento tecnico e preparazione fisica sono in grado di concorrere al meglio in attività tipicamente militari; per i secondi in genere ci si serve sempre dei paracadutisti e qualche volta di personale dei battaglioni mobili per la polizia militare, dei territoriali e di unità dei battaglioni per le altre incombenze riconducibili alle attività svolte da UNCIVPOL. Di recente (1998) è stato individuato un altro settore specializzato ne! campo della sicurezza pubblica che è stato affidato ad un'unità a livello Reggimento deli'Arma con il concorso anche di personale di altre nazioni, detta MSU (Unità Multinazionale Specializzata) con compiti che potremo definire di "mediazione, ossia assistenza al ritorno alle località d'origine di profughi e rifugiati, facilitazione dell'insediamento di governi locali eletti dalle minoranze; gestione di situazioni di crisi dell'ordine pubblico e attività di intelligence contra la criminalità più o mena organizzata.

Somalia Tornando al tema del Convegno: le missioni militari italiane all'estero in tempo di pace; ne! periodo esaminato (1946-1989), i Carabinieri sono stati presenti nell'Amministrazione Fiduciaria Italiana in Somalia dai 1950 al 1960, nelle missioni Libano 1 e 2 tra il 1982 e il 1984, nell'UNIFIL sempre in Libano ne! 1986 e con UNTAG in Namibia negli anni 1989-1990. Esaminando, sia pure brevemente ma in dettaglio queste missioni, vediamo riguardo ali'AFIS,


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VINCENZO PEZZOLET

che tra i compiti affidati all'Italia nell'ambito dell'avvio all'indipendenza della Somalia c'erano: garantire l'ordine e la sicurezza pubblica; costituire una Forza Armata e un Corpo di Polizia somali. In questo quadro i Carabinieri inviarono in Africa un Battaglione Motoblindato inserito ne! Corpo di spedizione detto Corpo di Sicurezza, con doppia funzione militare e di polizia ed un Gruppo Territoriale con specifici compiti di polizia. Quest'ultimo reparto, a sua volta, doveva assorbire la Somalia Police Force costituita dall'amministrazione britannica, per organizzare ed addestrare una nuova Forza di Polizia per la futura Somalia indipendente. Quindi, in sostanza, il Gruppo Carabinieri della Somalia mentre collaborava con la Polizia locale per l'esecuzione dei mandati dell'autoritĂ giudiziaria e per il mantenimento dell'ordine pubblico, ne curava contestualmente l'inquadramento e il governo del personale oltre, ovviamente, all'addestramento, in ossequio al processo di somalizzazione. Questi ultimi non furono compiti agevoli in quanto la precedente amministrazione britannica aveva istituito ne! 1945 una Somalia Gendarmery, Corpo militare divenuto ne! 1948

Somalia Police Force, che aveva ricevuto un addestramento di chiara impronta anti-italiana; ed è con questa Forza che i Carabinieri del Gruppo Territoriale si trovarono appunto non solo a dover collaborare ne! servizio di polizia, ma anche a svolgere mansioni di inquadramento, addestramento ed in generale di organizzazione. In piß gli inglesi avevano tenuto i salari bassi per cui si poneva anche un problema economico non indifferente ne! quadro del bilancio complessivo dell'AFIS tuttaltro che floriclo. Comunque si riuscl a quadruplicare le paghe e venne riorganizzata in brevissimo tempo la Scuola di Polizia di Mogadiscio, mentre sul territorio i reparti venivano clisposti secundo i modelli orclinativi territoriali dell' Armat In ottemperanza al processo di somalizzazione, i Carabinieri furono ritirati progressivamente: per primo il Battaglione inserito ne! Corpo di Sicurezza, resto tuttavia uno Squadrone Carabinieri blindo-corazzato forte di circa 300 uomini che fu interamente somalizzato entro il 1957; poi via via aliquote di militari del Gruppo, il quale si ridusse dagli originari 521 uomini del 1950 a 51 ne! 1958, al momento della cessione del comando ai somali. Fino al 30 giugno 1960, scadenza del Mandato Fiduciario italiano, resto con funzioni amministrative e di assistenza tecnica la Compagnia Comando Carabinieri della Forza di Polizia, trasformata in Compagnia Autonoma Carabinieri Italiani in Somalia: in tutto 60 militari.


AITIVITÀ DEI CARAlllNIERI NELL'AMBITO DELLE MISSIONI INTEHNAZIONALI

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Libano Ne! 1978 a seguito dell'invasione israeliana del Libano meridionale, quel Governo richiese l'intervento dell'ONU che invià i "caschi blu" come forza di interposizione tra palestinesi (di stanza in Libano), libanesi ed israeliani per consentire il ritiro di questi ultimi dalle zone occupate ed il ristabilimento dell'autorità governativa libanese. In questa missione tutt'ora in atto, denominata UNIFIL, l'Italia partecipà nel1979 con un reparto interforze di cui faceva parte uno Squadrone Elicotteri dell'ALE, cui erano aggregati quattro carabinieri elicotteristi con compiti anche di polizia militare. Successivamente, com'è nato , ne! gennaio 1982 l'esercito israeliano, per tentare di distruggere le basi palestinesi in Libano, ne occupa la parte meridionale con l'operazione "Pace in Galilea". Poiché la missione UNIFIL non riusciva a gestire la crisi, le Nazioni Unite determinarono l'invio di una forza Multinazionale per garantire l'evacuazione dei militari dell'OLP da Beirut, circondata dalle forze israeliane. Fu stipulato un accorda tra il Libano, gli USA, la Francia e l'Italia che invià il 2° Battaglione Bersaglieri "Governolo" con un plotone del 3° Battaglione Carabinieri "Lombardia" con compiti di polizia militare e polizia giudiziaria e due Compagnie del "Tuscania" per attività prettamente operative. La missione si protrasse dai 26 agosto all'11 settembre 1982. Il 24 settembre di quell'anno di nuovo venne inviata una missione italiana (ITALCON), di cui faceva parte, oltre al plotone di Polizia Militare anche una Compagnia di carabinieri paracadutisti con compiti operativi. La missione ebbe termine il 6 marzo 1984. Più in dettaglio: nella missione ·Libano 1· , i Carabinieri furono presenti con una forza complessiva media non inferiore a 160 uomini ed hanna operato per quanta riguarda i militari del Battaglione paracadutisti "Tuscania" in situazioni e con modalità analoghe a quelle degli altri soldati italiani del contingente, non esclusi gli interventi preventivi e repressivi dello spaccio di droga; i militari del "Lombardia" hanna assolto compiti di polizia giudiziaria milita re, infortunistica stradale, scorte ad autocolonne e personalità, vigilanza e sicurezza delle strutture logistiche e della sede del Comando del contingente. Nella missione ·Libano 2·, quando la città di Beirut era divisa in due parti dalla cos! detta "Linea Verde" che separava le comunità cristiana e musulmana, ai carabinieri paracadutisti furono assegnati la vigilanza del campo profughi palestinesi di Burj el Baraj ed il pattuglia mento in genere di Beirut su itinerari prefissati.


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VINCENZO PEZZOLET

Namibia Dopo un iter per l'indipendenza della Namibia dalla Repubblica Sudafricana, iniziato ne! settembre del 1978 ed affidato alla sorveglianza dell'ONU, solo ne! febbraio del 1989 potĂŠ avviarsi la missione UNTAG con l'invio dei caschi blu a Windhoek, capitale appunto della Namibia. L'ltalia ha concorso alla missione con ottantasette uomini dello Squadrone Elicotteri dell'ALE schierato a l confine con l'Angola, cui erano aggregati otto militari del "Tuscania" inquadrati nella Co mpagnia di Polizia Militare Multinazionale che fecero rientro in Italia con il rispettivo contingente nell'aprile 1990.


lA GUARDIA DI FINANZA NELLE MISSIONI ALL'ESTERO VITTORIO ALVINO

Premessa Desta perplessità il parlare di missioni all'estero della Guardia di Finanza, ove si tengano presenti le auliche parole con le quali la sua immagine viene presentata all'esterno: "vedette insonni del confine, le più avanzate, le più sole perché questo è il comando, il giuramento, il premio". 111946 peraltro chiudeva un'epoca. Il mondo era in pezzi. Le nazioni del vecchio continente già presentivano che un futuro di progressa avrebbe sicuramente avuto dimensioni almeno europee. Le Fiamme Gialle note per la !oro estrema flessibilità la quale aveva consentito durante il conflitto pronta aderenza alle più varie mansioni affidate in sede nazionale, adeguarono prontamente il proprio dispositivo. Da un lato erano necessari tecniche e mezzi moderni per fronteggiare la pericolosità delle correnti contrabbandiere ormai operanti su dimensione internazionale. Dall'altra, utilizzando esperienze del passato, adeguare l'azione di vigilanza proprio su tale dimensione. Ma vi è un episodio che ritengo possa inquadrarsi nell'argomento della conferenza, anche se relativo ad una data anteriore al 1946. L'Inghilterra nel 1941 in piena guerra con il nostro paese, ritenne dopo l'occupazione dell'Eritrea, di affidare il controllo economico della zona ad elementi di elevata esperienza e cioè alle Fiamme Gialle. Sarà il primo argomento della conferenza che si svilupperà sul seguente schema: Brevi cenni sulla azione della Guardia di Finanza in Somalia dopo l'istituzione della Amministrazione Fiduciaria dell'Italia. - Istituzione di Centri occulti del Servizio Informazioni del Corpo all'Estero (1951). Opera di soccorso degli elicotteri della Guardia di Finanza in Somalia (1961-1962). Contatti diretti con gli organi di vigilanza fiscale USA (Narcotic Bureau, Customs Office, Guardia Costiera) e missione ufficiale (maggio 1973) per il potenziamento delle strutture operative del Corpo.

Azione della Guardia di Finanza in Eritrea dopo l'occupazione inglese Nel maggio 1941, le forze inglesi avvertirono la necessità di affidare ad elementi di provata esperienza il controllo economico-fiscale dell'Eritrea. Vennero cos! restituiti al servizio d'istituto 2 ufficiali, 37 sottufficiali e 262 finanzieri, dislocati inizialmente nelle sedi di Asmara, Decamerè, Cheren e Adi Caiè.


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VIITOlliO ALVINO

Il funzionamento del servizio viene ripristinato in condizioni precarie ed in un ambiente poco favorevole. Con pazienza e tenacia i finanzieri ricominciarono da capo e, superando difficoltà di agni genere, ricostituirono un adeguato ed efficiente organismo. La legislazione tributaria rimase salva, a parte qualche modifica apportata da alcuni proclami dell'Autorità Militare britannica, quella italiana anteriore al 1941. Ne! frattempo, mentre all'ONU si discute della sorte delle colonie italiane, in Eritrea si sviluppa il fenomeno del banditismo, che ben presto assume proporzioni sempre più preoccupanti. Sorgono, infatti, bande numerose e ben armate cui si uniscono elementi indigeni che disertano dalle forze di polizia, capaci di assalire persino caserme e convogli isolati della polizia stessa. Contra tali bande, manca inizialmente una decisa reazione delle autorità. Ma dopa alcuni sanguinosi episodi, durante i quali trovano la morte un centinaio di italiani, è costituito uno speciale organismo di polizia (Field Force Police), forte di 2000 uomini che, con l'appoggio dell'aviazione, inizia una efficacia azione repressiva. Anche un reparto di finanzieri viene impiegato in tale azione ed il suo comportamento è più volte elogiato dalle autorità eritree. Intanto, in attesa delle decisioni dell'ONU, ferve l'attività politica dei partiti e l'ambiente diventa sempre più ostile alla Guardia di Finanza, a causa soprattutto della propaganda speculativa di alcune fazioni. La sera del 5 marzo 1949, un gruppo di finanzieri all'uscita della caserma di Senafè viene improvvisamente attaccato con bombe a mano e fuoco di fucileria da una banda di fuorilegge appostata dietro una siepe. Nell'attentato lasciano la vita i finanzieri Antonio di Stasio e Alfredo Tramacere; alla memoria di quest'ultimo è concessa la medaglia di Bronza al V.M .. Malgrado i numerosi attentati successivi alla predetta data, i finanzieri continuano coraggiosamente ad assolvere i !oro compiti, pagando spesso con il sangue il !oro attaccamento al dovere. Il 4 giugno 1949 un automezzo diretto a Asmara con alcune persane a borda, tra cui il finanziere Ermanno Vessella, è costretto a fermarsi per uno sbarramento stradale predisposto dai banditi ed è fatto improvvisamente segno ad un nutrito fuoco. Il finanziere, benché colpito al petto e ad una gamba, impegna con il proprio fucile gli assalitori riuscendo a metterli in fuga. Viene decorato alla medaglia di Bronza al V.M. Decisa finalmente dall'ONU la sorte delle colonie italiane, l'Eritrea diveniva - com'è nota - uno stato indipendente, federato all'Impero Etiopico. L'ONU assegnava, pero, un termine di due anni per l'esecuzione della sua decisione, perla redazione della costituzione eritrea e la conclusione degli accordi


lA GUARDIA Dl FINANZA NE!l.E MISSION! All'BIEHO

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tra l'Etiopia, quale futuro stato federato, l'Inghilterra, quale potenza occupante e l'Italia, quale nazione che pur avendo rinunciato alla sua sovranità in quel territorio, vi conservava pur sempre interessi non trascurabili. Placatasi gradualmente gli animi arroventati dalla lotta politica ed entrato in funzione il nuovo stato federale, la Guardia di Finanza italiana viene ridotta, nella sua consistenza numerica, ad un nucleo composta da un capitano, otto sottufficiali ed un finanziere, cui è affidato dai .. comitato Esecutivo dell'Assemblea Legislativa Eritrea· il compito di organizzare i servizi tributari del nuovo Stato. Il sistema tributario rimane sostanzialmente quello già disciplinato dalla legislazione italiana. Il nucleo della Guardia di Finanza provvede subito ad istituire nuovi uffici, ad arruolare il personale da impiegare negli istituendi servizi ed a curare il funzionamento di appositi corsi di addestramento. Il contingente è ripartito in tante divisioni quante sono le province. Ne! 1952 anche gli ultimi finanzieri lasciano l'Eritrea, ma l'opera civilizzatrice italiana continua a sopravvivere nelle leggi e nelle istituzioni divenute ormai parte insopprimibile della vita civile e del costume eritreo, opera vivamente elogiata dai presidente del Consiglio e ministro degli Esteri dell'epoca.

La Guardia di Finanza in Somalia do po l'istituzione dell' Amministrazione Fiduciaria dell'Italia Con il ritorno dell'Italia in Somalia, ne! 1950, quale Autorità incaricata dall'ONU di tenerne l'Amministrazione Fiduciaria per un periodo di dieci anni, anche la Guardia di Finanza ritorna in questo territorio unitamente agli altri organi indispensabili per l'adempimento del mandata. Il 9 agosto 1950 giunge cosl a Mogadiscio un contingente di trentacinque militari della Guardia di Finanza, comprendente quattro ufficiali, quindici sottufficiali e sedici militari di truppa. Si trattava, invero, di un nucleo di uomini molto esiguo rispetto al difficile compito da assolvere, quale la creazione di un'organizzazione capace di svolgere un'efficace tutela delle norme di carattere fiscale ed economico, in cui avrebbero dovuto progressivamente immettersi elementi somali adeguatamente inquadrati ed istruiti attraverso corsi di qualificazione per finanzieri, sottufficiali ed ufficiali. Superando difficoltà di ogni genere, il contingente della Guardia di Finanza inizia alacremente la sua opera, rivolta, in un primo tempo, solo alla divulgazione della legislazione tributaria ed all'assistenza dei contribuenti. Gli anni successivi segnano uno sviluppo sempre più intenso dell'attività della Guardia di Finanza e, ne! 1956, si conclude il seconda cielo d'istruzione di sei allievi ufficiali somali, che vengono avviat1 m Italia per frequentare un corso professionale integrativo pressa l'Accademia e Scuola di Applicazione del Corpo in Roma.


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V!TIOH!O ALV!NO

Il 5 luglio dello stesso anno, in occasione della festa annuale della Guardia di Finanza, il segretario generale deii'Amministrazione Fiduciaria, in riconoscimento dei meriti acquisiti, concede alla Guardia di Finanza della Somalia il seguente encomio solenne: ..Attraverso sei anni di assidua ininterrotta scrupolosa azione di servizio perla tutela degli interessi tributari ed economici del territorio, mediante costante ed appassionata opera, superando molteplici difficoltà ambientali, contribuiva notevolmente alla formazione di una disciplina economica e fiscale in Somalia, base indispensabile per la costituzione del futuro Stato somalo•. Nei primi mesi del 1957, gli allievi ufficiali somali concludono a Roma il corso integrativo conseguendo la promozione a sottotenente e, dopo il ritorno a Mogadiscio, vengono investiti delle funzioni inerenti al nuovo grado. L'opera della Guardia di Finanza puà cos! considerarsi giunta al traguardo assegnatole.

Istituzione ali' estero dei centri occulti del servizio Informazione del Corpo Gli anni del dopoguerra videra un pericoloso intensificarsi del fenomeno contrabbandiero, che approfittando della crisi delle strutture di contrasta dei principali paesi europei, effettuà un vero salto di qualità sfruttando anche il elima di permissivismo e di Iassismo proprio delle conseguenze di ogni periodo di natura eccezionale. Non mancava peraltro la possibilità di ricorrere ad una vasta manovalanza relativa a personale che in guerra era stato impiegato in missioni di rischio particolare. Le coste del nostro paese divennero cos! la meta di veloci motovedette residuati di guerra con carichi tra i 3500 e 5000 Kg. di T.L.E. condotti da ex appartenenti a mezzi di assalto, elementi di provato coraggio e di brillanti capacità marinaresche. A fronte di tale offensiva la Guardia di Finanza seppe reagire con prontezza , aderenza e flessibilità. Yenne effettuato l'ammodernamento del servizio navale e delle autovetture di inseguimento, fu istituito il servizio Aereo. Ma soprattutto nel ricardo di quanta durante le operazioni fossero state valide le notizie sull'avversario, venne realizzata una centrale operativa con la responsabilità unificata dell'azione di contrasta. Nel quadro del continuo perfezionamento tecnico si poté constatare che le operazioni repressive avrebbero potuto essere grandemente facilitate ove fossero iniziate con una intelligence informativa condotta negli stessi centri di preparazione delle missioni contrabbandiere. Vennero quindi inviati in Marocco (particolarmente a Tangeri) ed in Algeria, ufficiali del Corpo con palesi incarichi di copertura non ufficiale. Questi in breve riuscirono a segnalare con sufficiente anticipa la partenza ed il carico delle unità contrabbandiere.


LA GUARDIA DI FINANZA NEll.E MISSION! ALL'ESTERO

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Con pazienza certosina propria della italica inventiva che tante volte in passato aveva superato situazioni di difficoltà e con l'aiuto dei goniometri armai _superati della Regia Marina era possibile localizzare con largo margine i mezzi in arriva, farli scoprire dai mezzi aerei e porli in contatto radar con le unità del naviglio ai limiti della zona di vigilanza doganale. 1 sequestri di unità e carico segnarono, negli anni Cinquanta-Sessanta un deciso aumento ed in pratica la fine del sistema di frode utilizzato.

Opera di soccorso degli elicotteri della Guardia di Finanza in Somalia 1961-62 Verso la fine del 1961, in Soma lia si verificarono gravi inondazioni provoca te dai fiumi Giuba e Uebi Sceseli. Ancora una volta, i finanzieri italiani - questa volta piloti e specialisti d'elicottero - furono tra i primi a portare soccorso alle popolazioni colpite dalle avversità della natura. Il 9 dicembre 1961 arrivano a Mogadiscio da Ciampino, aviotrasportati, due elicotteri del Servizio Aereo del Corpo con i relativi equipaggi. Per quattro mesi, superando difficoltà di ogni genere, creando dai nulla il supporta organizzativo indispensabile perché i mezzi potessero operare, le Fiamme Gialle dell'aria compirono decine e decine di missioni, sempre al limite delle prestazioni dei velivoli, sempre sapendo di poter contare solo su stessi durante i lunghi voli sulla boscaglia o in zone desertiche. La !oro opera ottenne il vivo apprezzamento delle autorità della giovane Repubblica e della nostra rappresentanza diplomatica, suscitando la calda riconoscenza delle popolazioni per le quali gli elicotteri significarono, in più di un'occasione, l'unica possibilità di coordinamento con il monda civile.

1 con tatti diretti con gli uomini di vigilanza fiscale USA (Narcotic Bureau, Customs Office, Guardia Costiera) ela missione ufficiale (maggio 1973) per il potenziamento delle strutture operative del Corpo All'inizio degli anni Settanta venne avvertita la necessità di intensificare i contatti già in atto con le principali polizie fiscali-doganali europee, estendendoli alla organizzazione americana particolarmente all'avanguardia ne! settore della vigilanza anticontrabbando ed antistupefacenti. Già ne! 1972 un gruppo di dieci qualificati ufficiali superiori venne inviato negli USA per un viaggio di contatto con i principali organismi di settore. All'epoca la vigilanza in tale paese oltre che sulle polizie locali era organizzata sul Narcotic Bureau (stupefacenti), Customs Office (servizio doganale) e sulla Guardia Costiera, brillante organismo di supporta essendole, come compito primario, affidata la prima difesa armata delle coste americane.


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Anche gli USA tendevano ad un perfezionamento delle proprie strutture difensive, particolarmente in relazione al continuo aggravarsi del fenomeno .. stupefacenti• ed era prevista la istituzione di nuovi organi a livello centrale. La opportunità di un attenta studio di tali progetti in modo da adattarli , nei limiti delle possibilità di bilancio, alle strutture nazionali determinà l'invio di una qualificata missione negli USA, ne! maggio 1973, sotto la direzione del comandante generale della Guardia di Finanza dell'epoca , generale di Corpo d'Armata Vittorio Emanuele Borsi di Parma . Della stessa, quale comandante del Gruppo interna di Roma con responsabilità sul controllo degli aeroporti della capitale , fece parte anche Jo scrivente . Reso omaggio al cimitero di Harlington, dopo i contatti con le principali autorità americane, la Commissione inizià il giro dei principali punti caldi del paese (frontiera marittima dei Caraibi , frontiera con il Messico-S . Isidro) e delle fabbriche produttrici dei più sofisticati mezzi tecnici di contrasta. In particolare: Sulla frontiera marittima la brillante operatività della Guardia di Finanza Costiera , dotata di mezzi aeronavali di avanguardia, assicurava una costante impermeabilità estesa anche al traffico clandestino di persane; corollario brillante della attività repressiva era il rapido smistamento dei fermati e delle cose sequestra te ai singoli uffici incaricati delle successive operazioni di denunzia , nonché la immediata espulsione degli immigrati clandestini . Al punto di confine di S. Isidro (frontiera USA-Messico) ove ne! corso della visita furono fermati alcuni carichi di stupefacenti , era in funzione il sistema del controllo precedenti a livello centrale in tempo reale , sistema sin dagli anni Novanta in uso pressa la Guardia di Finanza. Per quanto concerne le fabbriche, particolare interesse destà quella produttrice degli elicotteri YUKS , successivamente adottati dalla Guardia di Finanza , soprattutto in funzione della silenziosità del motore. I risultati della missione , con una permanenza di oltre venti giorni negli USA , furono pubblicamente elogiati dagli ambienti governativi nazionali dell 'epoca .


L'ADEGUAMENTO FORMATIVO, ADDESTRATIVO E LOGISTICO

DELLE FORZE ARMATE ALLE NUOVE ESIGENZE DELLE MISSIONI INTERNAZIONALI FERRUCCIO BOTTI

Premessa e indicazioni metodologiche In un saggio del 1934, Benedetto Croce contrapponeva alla "storia filologica" e a quella "oratoria" una "vera storia", nella qua le "Il presente rischiara il passa ta e il passato il presente, reciprocamente convertendosi e identificandosi [. .. ). Conoscenza, dunque, non di un passato morta (che in quanta tale sarebbe irriconoscibile) ma di un passato vivo, di un passato-presente, donde la definizione che la vera storia è sempre storia "contemporanea"; e anzi è la sola a cui si addice questo nome [. .. ]. Il che mostra quanta siano superficiali le accuse, masse alla storia, di "inutilità", laddove la riflessione storica, ne! sua piccolo e nel sua grande, interviene sempre in agni nostra deliberazione e forma il transita a agni nostro operare; e le altre accuse, che essa culli Jo spirito nell 'inerzia della contemplazione ... "Cl) Scegliendo le missioni di pace fino al 1989 quale argomento dell'odierno Convegno, la Commissione Italiana di Storia militare ha senza dubbio reso indiretto omaggio, nella sua città, al grande filosofo italiano oltre che napoletano. Conoscere la storia delle missioni di pace non è puro esercizio accademico o sforza di ricerca lodevole ma almeno all'apparenza fine a se stesso; è piuttosto viva e palpabile esigenza - di porta ta insieme teorica e pratica - de l momento particolarmente difficile che stiamo vivendo. Anche sotta il profila della nuova - o meglio vecchia - sfida del terrorismo, infatti, noi possiamo trovare nelle prime missioni di pace del seconda dopoguerra - e in particolare in quelle del Libano - i prodràmi, le coordinate del principale problema strategico di oggi, che si riassume nell'ennesima sfida alla capacità delle forze regolari di far fronte alle mutevoli esigenze di sicurezza, a lora volta scaturite dai mutamenti del contesta politico-sociale. I risvolti pratici e di attualità dell'argomento sono forse un limite? Per Croce, evidentemente no. In una più larga prospettiva , la materia oggi trattata è anche non indubbio segno della rinnovata importanza militare della storia ; pare ovvio che l'ufficiale di Stato Maggiore di oggi, una volta ricevuto l'incarico di pianificare un'operazione di pace, si preoccupi anzitutto di cercare dei precedenti, di individuare gli inconvenienti emersi nelle missioni già compiute e di studiare i rimedi, faccia insomma un'operazione storica net senso indicato dai Croce, il quale non fa che


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dare veste teorica a un'esigenza pratica elementare. Dai punta di vista metodologico, dobbiamo anche renderci ben canto che prendendo in esame avvenimenti cosl recenti noi operiamo ne! campo di quella che Jean Lacouture chiama "storia immediata" , identificabile con un quid che sta tra il bu on giornalismo e la ricerca storica propriamente detta ed è contraddistinto dalla prossimità temporale della redazione dell'opera ai fatti esaminati, oltre che dalla vicinanza materiale dell 'autore ai fatti stessi CZ). Seconda Lacouture, "l'immediatezza di certa storia che si scrive oggi (col conforta di alcuni esempi illustri sui quali ritorneremo in seguito, ma con mezzi specifici che attenuano quel che c'è d'avventuroso nell'impresa) si basa più che sulla sua istantaneità (gli americani parlano di Instant History, concetto piü limitativo), sul rapporta affettivo tra l'autore e l'oggetto della ricerca" Œ . In tai modo la "storia immediata" si presta senza dubbio ad accuse di soggettività , approssimazione, unilateralità e uso strumentale alle quali peraltro non sfugge, specie oggi, anche la storia che dovrebbe essere, per cosl dire , "a boccejerme" . Ma essa puà avere anche lati positivi ben messi in luce dallo stesso Lacouture , se non altro perché è l'unica a rendere il pathos con il quale i contemporanei sentono l'eventa storico, che è di per sé un dato storico di primaria importanza. Senza diffondersi ulteriormente sull'argomento, si puà semplicemente dire che, ne! casa della "storia immediata" , come di tutte le "storie", c'è storia e storia, c'è la buona storia e la cattiva storia . Lacouture cita giustamente, come esempio di efficace "storia immediata", La guerra del Peloponneso di Trucidide, La Storia della Rivoluzione russa di Trotzky, certi reportages della guerra d'Algeria , ecc.. Si potrebbero aggiungere moiti al tri esempi tratti dalle nostre "storie", a cominciare dalle interpretazioni delle guerre del Risorgimento dovute ad autori coevi, che sono tuttora un riferimento di primaria importanza per chi voglia fare della storia non retorica e non strumentale di quel periodoC 4); né si puà dimenticare che gli scritti di "storia delle idee" di Clausewitz e Jomini , due protagonisti delle guerre napoleoniche, pur facendo riferimento a tali guerre rimangono tuttora alla base degli studi strategici. Venendo all'argomento specifico che debbo esaminare, si potrebbe osservare che il limite superiore di tempo (1989) coïncide con la caduta del muro di Berlino, quindi segna anche il termine della guerra fredda e l'inizio degli adeguamenti dello strumento militare (NATO e nazionale) che sono tuttora in corso, mentre specie in Italia prima del 1989 quello che potremmo chiamare riformismo militare è stato ne! complesso molto debole , a causa dei perduranti condizionamenti strategici tipici della stessa guerra fredda e del difficile contesta politicosociale interna. A fronte di questa Jegittima obiezione, si deve pero constatare che le missioni di pace oggi in esame, coincidenti con l'ultima fase della guerra fredda , ad una lettura attenta e aliena da retoriche di maniera già fanno emergere


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tutte le peculiarità e le nuove esigenze ordinative, logistiche, ne! campo delle armi e materiali ecc. che poi renderanno necessarie le riforme dell'ultimo decennio del secolo XX, da ritenere le più incisive della nostra ancor giovane storia nazionale e militare. Per identificare e inquadrare bene le peculiarità e le nuove esigenze che emergono dalle missioni di pace fino al 1989, non c'è altra via che quella di un approccio storico e insieme comparativo agli eventi, tale da farne emergere la "filosofia" e le interfacce comuni che poi influiranno maggiormente sui mutamenti in campo militare, stabilendo una volta per tutte che casa c'è di autenticamente nuovo in queste missioni di pace e che casa, invece, puà essere vista come una semplice riedizione e un adattamento dell'antico al nuovo contesta internazionale. Il carattere necessariamente sommario della presente analisi non consente certamente di raggiungere gli obiettivi prima indicati. Essa va interpretata solo come un primo tentativo di sgrossare la vasta materia, con l'auspicio che passa almeno servire a ridimensionare taluni luoghi comuni diffusi dai mass media, con l'unico risultato di amplificare gli effetti psicologici del barbara atto terroristico dell'11 settembre 2001, assegnandogli un significato epocale che in realtà alla luce dell'esperienza storica si stenta ad attribuirgli.

Le missioni di pace: precedenti storici e lineamenti generali Come il terrorismo tema saliente dei nostri giorni (e tra l'altro causa immediata della prima guerra mondiale), Je missioni di pace oltremare e/o oltreconfine non sono certo un fenomeno nuovo: il Convegno dello scorso anno e - per quanta riguarda l'Esercito - un recente libro dello Stato Maggiore Esercito, hanno già dimostrato che esse hanna radici pii:l che secolari (5). È perà meno nota che già all'inizio del secolo XX e grazie alla pax europea (o meglio britannica), si stava sviluppando un processo di globalizzazione economica poi disastrosamente interrotto dalle due guerre mondiali <6), e che dopo la battaglia navale di Navarino (1827) e la conseguente fine della secolare potenza navale deli'Impero ottomano, i principali stati europei (a cominciare dali'Inghilterra e dalla Francia) hanna mantenuto in oriente cospicue forze navali "di pace", cioè con il compito di tutelare la stabilità, la sicurezza e la pace nell'area, compromesse da! progressivo sfacelo dell'Impero turco m. Non sono state rare, già allora, le operazioni che oggi definiremmo "a bassa intensità" delle predette forze navali, con bombardamenti costieri e sbarchi a carattere limitato e temporaneo che hanno reso il !oro ruolo analogo a quello svolto nei nostri giorni dall'Arma aerea; al tempo, infatti, la Marina era la Forza Armata tecnologicamente più avanzata e con personale numericamente più esiguo, alla quale l'Inghilterra affidava da sempre il compito di mantenere la stabilità e l'ordine internazionale conformemente ai suoi interessi.


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Comunque, pur agenda di concerto tra di !oro e con obiettivi - e interessi comuni, le potenze europee fino allo scoppio della prima guerra mondiale non hanna cessato di essere divise tra di !oro e di armarsi l'una contra l'altra. Le missioni di pace delle Forze Armate - che allora non si chiamavano cosl - hanna pertanto avuto carattere meramente marginale e sussidiario rispetto ai !oro compiti fondamentali, attinenti alla preparazione e condotta della guerra classica . Lo stesso è avvenuto per le missioni di pace fino al 1989, che hanna attraversato, si puà dire, la !oro prima fase. È indubbio che dopo la fine della guerra fredda esse hanna assunta un rilievo ben maggiore, fino ad accreditare un nuovo approccio alla problematica milita re che pu à essere definito "politicamente e militarmente corretto", seconda il quale mentre in passato le Forze Armate erano uno strumento di guerra e di aggressione, oggi sono destinate a tutelare la pace e a soccorrere le popolazioni civili. Stereotipo gratificante per la pubblica opinione e abbastanza diffusa anche all'interno delle Forze Armate, vista che pochi militari italiani inviati all'estero oggi rinunciano a farsi fotografare con un bambino in braccio, immagine che del resto le stesse riviste militari riportano più che volentieri.

Bisognerebbe, invece, ricordare che il rassicurante termine "missioni di pace" vale solo per testimoniare che queste missioni hanna Jo scopo di pacificare qualcuna delle tante aree inquiete del pianeta, dove purtroppo prosperano innumerevoli contrasti, violenze, scontri armati tra fazioni e gruppi più o meno organizzati. Si potrebbe anche osservare che la stessa guerra ha come fine una pace di pieno gradimento per il vincitore, ma non altrettanto peril vinto; ne consegue l'ambiguità di un'espressione, che testimonia anzitutto la riluttanza (specie europea) a usare il termine •guerra• o altre parole che potrebbero richiamarla. In realtà fin dalle !oro lontane origini (ricordiamo, ad esempio, i caduti di Creta tra il 1896 e il 1906), le missioni di pace non sono state affatto tali per colora che le hanna compiute e per le !oro famiglie, vista che hanna sempre richiesto , dai 1950 (Somalia) in poi, un doloroso prezzo in giovani vite umane. L'immagine troppo edulcorata delle missioni di pace, nata negli anni ottanta, proprio perché molto gradita ai mass media è durata fino allo scorso 11 settembre, che con la tragica evidenza dei fatti ha richiamato almeno l'attenzione su un concetto strategico di base peraltro da sempre valida, che cioè la sicurezza è il fine primario delle Forze Armate e il solo a giustificarne l'esistenza, mentre tutti gli altri sono compiti sussidiari (compresi gli interventi in caso di calamità naturali ora sanciti per legge, che sono sempre stati meritoriamente svolti, rendendo le nostre Forze Armate protagoniste principali del soccorso alle popolazioni colpite).


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Gli americani hanno giustamente chiamato le missioni di pace "operazioni diverse dalla guerra", sottintendendo il fatto che una compagine milita re giustifica la sua esistenza solo con l'attitudine a combattere; ma proprio per questo, per l'attitudine a operare in condizioni difficili e di pericolo, le unità militari sono una preziosa forza organizzata in grado di svolgere anche quelle missioni di pace, che fin dalla guerra fredda specie per l'Italia hanno rappresentato un !oro impiego importante, anche se episodico e sussidiario. Dobbiamo renderci conto che da allora in poi nulla è cambiato, visto che le missioni di pace oggi servono se mai a garantire un assetto, che spesso viene ottenuto solo con una guerra limitata. Per altro verso, tra le missioni di pace e certe forme di colonialismo esiste un oggettivo rapporta di contiguità, anche se non di identità. La "pacificazione", la "civilizzazione", il soccorso anche sanitario alle popolazioni indigene rientrano nelle tradizioni dichiarate specie del colonialismo francese e italiano (che, per inciso, sono stati cosa ben diversa da! colonialismo tipicamente di sfruttamento di altre potenze europee, a cominciare dall'Inghilterra) (Hl . Non per nulla, a torto o a ragione, oggi taluni parlano di forme di neo-colonialismo quale unico, concreto rimedio per garantire la stabilità e la pace in certe aree dell'Africa, dove la decolonizzazione non ha portato affatto progressa e benessere, ma ha avuto come unico risultato di aumentare la conflittualità, le violenze, le sofferenze della popolazione civile, il predominio e le prepotenze di governanti corrotti, la spinta disordinata a!l'emigrazione verso il mondo sviluppato (ne! secolo XIX, è avvenuto il contrario). In sintesi, le missioni di pace del seconda dopoguerra non segnano affatto una rottura con il passato ma se mai un (almeno parziale) ritorno al passato. Senza alcun scandalo si deve constatare che esse mutantis mutandis corrispondono all'interesse storico delle nazioni occidentali più sviluppate, dei beati possidentes di tutelare un assetto internazionale di !oro gradimento e tale da assicurare il pacifico sviluppo delle rispettive economie e dei !oro commerci. Posto che la difesa dell'interesse nazionale (o se vogliamo di quello europeo o occidentale) non puè> essere di per sé demonizzata, non c'è alcuna dicotomia, alcuna contrapposizione tra questo legittimo e precisa interesse e i dichiarati aspetti umanitari o politici (ivi compresi i diritti umani) di queste missioni. Evidentemente l'alleviamento delle sofferenze delle popolazioni civili , il rispetto dei diritti umani, la cessazione dei conflitti e delle violenze, sono il presupposto indispensabile per la sicurezza, l'ordine e la stabilità di un'area. Sono pertanto gratuite le critiche di certe correnti d'opinione, che accusano le principali potenze occidentali di inviare militari a!l'estero solo per tutelare precisi interessi e non per aiutare le popolazioni. Altrettanto gratuite sono le accuse di


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selezionare gli interventi a seconda del grado d'importanza strategica delle aree coinvolte, anziché intervenire (cosa materialmente impossibile) ovunque sia necessario ristabilire la pace e assicurare il rispetto dei diritti umani (ecco rinascere forme di "interventismo" proprio nell'area antimilitarista, irrazionali come quelle del passato). L'invio di contingenti militari armati all'estero è un atto politico, che come tale implica delle scelte e degli scopi politici piü che legittimi; questo è un primo, corretto modo di lettura delle missioni di pace. Un seconda corretto modo di lettura è che gli odierni criteri d'impiego delle forze militari non posso no essere giudicati partendo dai prindpi della guerra classica, napoleonica e quindi clausewitziana, nella sostanza validi anche per tutta la guerra freclda. Non c'è un nemico da abbattere; ci sono solo dei principî di convivenza da far rispettare , facendo appello soprattutto alla persuasione e prevenzione. Né la pace di per sé è un obiettivo sufficiente: quel che piü importa è assicurare in una data area l'ordine, la sicurezza, il rispetto dei diritti di ognuno, le condizioni per la ripresa dell'economia , obiettivi questi che giustificano anche l'usa della forza, peraltro oggi reso poco praticabile dalla tendenza a evitare perdite. Tendenza, quest'ultima, anch'essa non nuova, perché applicata - sia pur su scala minore e nei limiti del possibile - dalla superpotenza di ieri, I'Inghilterra , che ha mantenuto un ridotto esercito e fatto leva soprattutto sulla flotta o su guerre terrestri per procura, non sulle masse annate terrestri come le grandi potenze del continente. Questa linea di tendenza si è consolidata nella seconda guerra mondiale, quando le forze alleate, dali 'Africa settentrionale in poi, hanna fatto ricorso all 'esteso impiego dell'Arma aerea e del fuoco in genere per risparmiare le fanterie .

Le missioni di pace fino al 1989: aspetti particolari e riflessi sul caso italiano Le caratteristiche generali prima indicate, a maggior ragione valgono per quelle in esame. Si puà dire , anzi, che esse non sono estranee alla logica strategica della guerra fredda , mirante ad evitare lo scontro europeo senza perà escludere contlitti convenzionali oltremare. A sua volta, la stessa guerra freclcla non puà dirsi un fenomeno nuovo. Dimostra tutto questo un articolo del 1939 del generale Beaufre (paclre dellajorcedejrappenucleare francese) , ne! quale acquista risalto l'esigenza di evitare la guerra totale in Europa ricorrendo ad altri mezzi per risolvere i contrasti, ivi compresa una forza di pronto intervento per impieghi oltremare in un quadro strategico definito da llo stesso Beaufre di "paix/guerre", proprio come potrebbe essere chiamato anche quello di oggi <9).


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In questo quadro, le missioni di pace degli anni Ottanta vanno viste come un momento di transizione, una prima avvisaglia che l'asse strategico del secondo dopoguerra stava spostandosi dai centro Europa (da sempre baricentro delle guerre europee) a quello che gli scrittori navali oggi chiamano "Mediterraneo allargato". Per l'Italia, cio ha significato anche la rinuncia - al momento non ancora ben definita ma tuttavia percettibile - a un esclusivismo continentalista basato sulla difesa aeroterrestre di una ristretta fascia del confine di nord-est e in particolare della soglia di Gorizia, per tendere a un'impostazione strategica più nazionale e quindi mediterranea (anche se non ancora prevalentemente mediterranea),, della quale già troviamo un primo accenno negli Indirizzi di politica militare (1980) del ministro della Difesa Lelio Lagorio (JO) _ Si tratta di un documenta ufficiale importante, ove per la prima volta si riconosce la necessità di "introdurre una sottolineatura di interesse nazionale ne! campo della polit ica estera", si ritengono possibili impegni corrispondenti a tale interesse nazionale anche al di fuori dell'area coperta dalla NATO e si rifiuta un appiattimento della politica estera e di sicurezza nazionale su quelle della Superpotenza, rivendicando un rapporto di pari dignità nell'ambito delle alleanze, alle quali si intende pur dare una Ieale e ferma adesione on. Il nuovo orientamento degli anni Ottanta ha avuto evidenti riflessi sia sulla politica mediterranea dell'Italia sia sul forte nostro impegno ne lle prime missioni di pace, che hanno giovato prima di tutto alla stabilità nella stessa area del Mediterraneo. In particolare, nei citati Indirizzi di politica militare il ministro Lagorio afferma che: "La frontiera alpina dai Brennero a Trieste impegna a fondo l'Esercito che deve pure porsi il problema di accentuare quanto meno la propria agilità per fronteggiare ipotesi di offesa in altre parti del Paese, ipotesi che hanno perduto ogni carattere di fantascientificità a seguito di recenti e riuscite esperienze internazionali di eccezionale mobilità militare e a seguito di situazioni di instabilità politica ne! bacino del Mediterraneo" OZ)_ Questa linea di tendenza riceve una formulazione ancor più chiara nei successivi Libri bianchi della Difesa 1977 e 1985. ln particolare, ne! 1977 si riscontra la necessità di accentuare la proiezione mediterranea della comunità europea, nella convinzione che: "Un'attiva presenza europea ne! Mediterraneo non possa non avere benefici effetti per un più stabile assetto di quest'area, consentendo alla Comunità (europea] di recare un responsabile contributo anche alla soluzione delle diverse crisi medio-orientali. Questa direttiva è dunque riferita a una strategia di pace, perché è intesa a realizzare e mantenere la stabilità nell'area critica del Mediterraneo" 03)_


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Ne! 1977, dunque, già è comparsa la nuova prospettiva della politica di sicurezza che di Il a poco tempo ispirerà gli interventi in Libano e in Media Oriente. Le missioni di pace hanna ricevuto pero, perla prima volta , una collocazione definitiva nella politica di sicurezza con il Libro Bianco 1985, ne! quale si riconosce che: "Il complicarsi della situazione internazionale in particolare nell'area mediterranea potrebbe richiedere all'Italia, come già accaduto in passato, un contributo al mantenimento della pace, con compiti di interposizione armistiziale, di garanzia dei diritti umani ai gruppi minoritari, di protezione e sgombero di cittadini italiani all'estero gravemente e direttamente minacciati. Per far fronte a queste eventuali esigenze, come per quelle connesse alla difesa territoriale della penisola, la soluzione ottimale già adottata da altri Paesi europei è quella di uno strumento interforze di intervento rapido, con alta prontezza operativa" (l4)_ Sia a livello NATO che nazionale, da allora in poi ci siamo mossi - e continueremo a muoverci anche dopa 1'11 settembre - in questa prospettiva, che, come testimonia Jo scritto del Beaufre, sotta certi aspetti è nata ancor prima della seconda guerra mondiale. Viene perciè> da chiedersi: che rapporta esiste tra le missioni di pace e guerre limitate come quella del Golfo, avvenuta subito dopa il periodo in esame? e che casa c'è di veramente nuovo nelle stesse missioni di pace? Al primo interrogativo si puè> rispondere che sussiste una netta differenza tra le missioni di conservazione della pace (peacekeeping) e le guerre limitate; ma che questa differenza si attenua, anzi in pratica scompare nel casa delle missioni di imposizione con la forza della pace (peace enforcing), nelle quali bisogna combattere, sia pur il mena possibile e comunque entrando ne! campo dei "conflitti a bassa intensità". Riguardo al seconda interrogativo, si è già dimostrato ampiamente che la problematica relativa ad ambedue i tipi di missione non è affatto nuova; tuttavia non vi mancano elementi di novità emersi già nelle prime missioni di pace, che notoriamente non sempre hanna raggiunto i lora scopi o non li hanna raggiunti pienamente. Perché? Bisogna anzitutto rendersi conta che specie dopa la seconda guerra mondiale il prestigio non solo europeo, ma occidentale in genere ha avuto una caduta verticale. Di conseguenza le missioni di pace dopa il 1945 si sono svolte in un elima di maggiore difficoltà rispetto al secolo XIX, quando - come notava ne! 1895 il generale tedesco Von der Golz - l'invio di un corpo di truppa europeo anche numericamente esiguo "aveva grande peso nei conflitti con paesi meno sviluppati" . Questo peso già verso la fine del secolo XIX è sempre più diminuito, fino a far ritenere allo stesso Von der Golz che "con la gu erra cino-gia pponese [1894-1895] dovrebbe es sere definitivamente passato il


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tempo in cui poche migliaia di francesi e inglesi accompagnati da una squadra navale potevano, come in passato nell 'Asia orientale, costringere regni grandi e popolosi ad obbedire alla !oro volontà" OSl . Evidentemente, specie (ma non solo) dopo il 1945 il terrorismo , la guerriglia (che da sempre è innescata e accompagnata dai terrorismo stesso) , la mobilitazione totalitaria e con metodi barbari delle popolazioni locali , la condotta di operazioni senza riguardo alla vita umana hanno dimostrato - e stanno dimostrando -che la superiorità degli armamenti accidenta li pu à esse re quanta meno contrastata . Questo fatto , unito alle contingenze internazionali , ha segnato già negli anni Ottanta l'inizio della crisi della guerra di eserciti regolari e tra le nazioni più sviluppate di stampo napoleonico , basata sulla massima utilizzazione della potenza per distruggere le forze nemiche , alla qua le mutatis ·mutandis ha continua ta ad ispirarsi anche la guerra fredda , vista che tra la minaccia di distruzione e la distruzione effettiva c'è un evidente legame, tale da rendere il massimo livello di capacità nucleare e convenzionale l'elemento di base anche per guerre non combattute, e/o per scongiurare l'impiego effettivo della stessa arma nucleare . Con la caduta del muro di Berlino ne! 1989 la crisi degli anni Ottanta ha trovato Jo sbocco finale, segnando l'accantonamento - non si sa se definitivo o meno - della guerra tra Forze Armate regolari delle nazioni più sviluppate e aprendo una nuova fase che si potrebbe chiamare di dissimmetria strategica , nella quale la lotta al terrorismo, troppo enfatizzata dai mass media dopo 1'11 settembre, non è che un aspetto particolare. Per altro verso, nella fase storica che stiamo vivendo l'impiego e l'ordinamento delle forze militari segna, ancora una volta , un ritorno all'antico, cioè alle guerre pre-napoleoniche del secolo XVIII condotte da piccoli e costosi eserciti volontari che si tendeva percià a risparmiare , con scopi politici limitati e cercando non di distruggere l'avversario ma di indurlo alla trattativa . Si potrebbe obiettare che, in realtà, oggi le forze regolari , concepite e organizzate per la guerra classica , devono condurre una guerra invisibile contra un nemico inafferrabile , contra forze irregolari ecc .. Ma a parte il fatto che almeno in parte cià è già avvenuto, per esempio nelle missioni di pace in Libano, da sempre- fin dalla guerra di indipendenza americana 1775-1783 - le forze regolari, concepite per guerre di tipo europeo, hanna trovato difficoltà non di rado mal superate ne! combattere la guerriglia , le insurrezioni popolari specie nelle città , o comunque forze che operavano in modo , per cos! dire , non ortodosso. Un fano è certo: la fisionomia per cos! dire antinapoleonica gradualmente assunta dalla strumento militare occidentale, ne! particolare contesta italiano degli anni Ottanta ha vieppiù favorito due importantissime ricadute delle prime missioni di pace, di carattere sia "interna" che "esterno" .


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PRIMO. Nonostante il perdurante - anche se declinante - elima della guerra fredda, esse sono state un decisivo fattore di legittimazione agli occhi di una pubblica opinione italiana fino a quel momento diffidente e prevenuta quando non apertamente ostile, che continuava a risentire pesantemente dei postumi della sconfitta , della guerra civile 1943-1945 e della spaccatura politica della Nazione. Finalmente anche i più scettici hanno cominciato ad ammettere che le Forze Armate servivano; finalmente i nomi dei capi militari alla testa delle missioni sono diventati noti in senso positivo. Finalmente ha cominciato a crescere, all'interno stesso delle Forze armate, un processo di autostima senza il quale non vi puà essere vera efficienza , e a diminuire proporzionalmente il culto preconcetto delle soluzioni straniere. In altre parole, proprio negli anni Ottanta ha cominciato il suo lungo e non facile cammino quel processo di legittimazione che nei giorni scorsi (novembre 2001) ha indotto il 90% del Parlamento italiano ad approvare l'invio di forze militari per la guerra in Afghanistan. Né si puà trascurare che le missioni degli anni Ottanta hanno portato quadri e truppe italiani a operare gomito a gomito e per periodi prolungati con forze di altri paesi, anche in questo caso contribuendo a far scomparire o almeno a ridurre consolidati pregiudizi e tenaci stereotipi nei riguardi delle doti e delle capacità militari italiane: cosa, anche questa, della quale c'era e c'è estremo bisogno. SECONDO. Dopo l'ingresso dell'Italia nella NATO ne! 1949, che ha rappresentato un forte incentivo al progresso, alla razionalizzazione e alla modernizzazione specie sotto l'aspetto ordinativo e logistico, le missioni di pace hanno rappresentato un incentivo ancor più forte (e anzi almeno in taluni campi , decisivo) a risolvere finalmente antichi nodi operativi , organici e logistici , rendendo necessari e urgenti anche ob torto colla dei concreti mutamenti dei quali da molto tempo si sentiva gran bisogno, visto che le Forze Armate del dopoguerra hanno riprodotto sotto moiti aspetti la struttura dell'anteguerra, spesso senza eliminare quei difetti che hanno fortemente contribuito alle sconfitte del 1940-1943.

Esigenze di riforme a livello interforze e di Forza Armata Dalle numerose e complesse interfaccia prima indicate discendono esigenze di riforma altrettanto numerose e complesse, il cui pieno soddisfacimento, pur essendo iniziato fin dagli anni Ottanta è tuttora in itinere. Riassumiamo molto sinteticamente i criteri base delle riforme stesse.

A livello interforze Crisi crescente della formula dottrinale che rendeva le forze convenzionali subalterne a quelle nucleari e rivalutazione della !oro operatività reale , corrispondente alla graduale perdita di peso operativo delle forze nucleari e , per contro, alle accresciute prospettive d'impiego effettivo delle forze convenzionali.


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Esaltazione della mobilità delle forze e peso crescente delle prospettive d'impiego oltremare, durante la guerra fredda decisamente accantonate perché "politicamente Ce quindi militarmente) scorrette" e in contrasta con la strategia difensiva NATO. Conseguente necessità di riconsiderare la tradizionale articolazione delle forze del dopoguerra, basata sulla difesa aeroterrestre della ristretta fascia di confine del nord-est e sulla sua alimentazione anche dai mare. Questa esigenza ha reso necessaria una graduale ridislocazione delle forze in funzione più mediterranea e meno continentalista, che è stata già sancita, come si è vista , dai documenti della Difesa degli anni Ottanta. - Riproposizione in termini pressanti dell'antica esigenza (già emersa nella seconda metà del secolo XIX) di uno stretto coordinamento operativo e logistico interforze 0 6), che peraltro ha potuto finalmente essere soddisfatta ne! modo migliore solo con la recente legge del febbraio 1997 sui vertici militari. Una legge che testimonia, tra l'altro , il recupera del valore dell 'efficienza delle strutture militari , dopo quasi mezzo secolo di marginalità dell'efficienza stessa in nome di più o meno palesi istanze politico-sociali, che aveva portato a ridurre i poteri dei vertici militari legittimando una nuova separatezza tra le tre Forze Armate e facendo dell'inefficienza militare quasi un segno di (distorto) pacifismo. Nuova fisionomia organica delle forze sia a livello NATO che nazionale, con soluzioni del ti po "lancia e scudo" , basa te cioè sulla costituzione integra ta a livello NATO di un'aliquota di forze con capacità di pronto intervento prima di tutto oltremare e/o oltre confine, e su restanti forze mantenute a un minor livello di approntamento operativo, con compiti di riserva e di presidio del territorio. Forte impatto delle nuove esigenze operative sulla logistica di distribuzione, che da "territoriale" o prevalentemente territoriale (cioè basata sulla massima utilizzazione delle risorse e delle infrastrutture esistenti nell'area di territorio nazionale dove avve.nivano le operazioni e sui rifornimenti specie via terra dall'interno stesso del territorio nazionale) ha dovuto diventare, almeno incerta misura, anche "di proiezione", con caratteristiche di mobilità e autonomia degli organi esecutivi dei Servizi logistici prima meno necessarie, che le hanna fatto assumere una fisionomia analoga a quella della logistica delle guerre coloniali, anche per la necessità di salvaguardare la salute delle truppe con particolari prov.:vedimenti di carattere preventivo specie ne! campo della sanità, dell'alimentazione e dell'equipaggiamento. Necessità di adottare nuovi criteri per la definizione delle caratteristiche delle armi, dei sistemi d'arma, dei mezzi e dei materiali, da rendere impiegabili in diversi teatri d'operazioni e in ambienti naturali generalmente mena favorevoli


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di quelli nazionali (problema difficile che si è già posta, senza essere per nulla risolto, ne! 1940-1943). Necessità- perla prima volta dopa le guerre napoleoniche- di porre un limite non solo e non tanta al pieno esercizio della violenza bellica (opzione strategica già prevista da Clausewitz) ma allo stesso ricorso alle armi, con le cosiddette "regale d'ingaggio" valevoli per tutte e tre le Forze Armate, che da una parte hanna limitato la libertà d'azione dei quadri inferiori e dall'altra li hanna gravati di maggiori responsabilità, per la frequente necessità di agire con piccoli nuclei di forze garantendo la sicurezza del personale e dei mezzi ma evitando, al tempo stesso, un ricorso intempestivo o non strettamente necessario alle armi, che avrebbe pesanti conseguenze anche a livello internazionale. Va considerato, in proposito, che da circa due secoli la necessità di sviluppare Jo spirito d'iniziativa dei quadri inferiori e di "fare il più male possibile" al nemico è un topos della Jettera tura militare, che ha sempre avuto come riferimento di gran lunga prevalente l'azione di unità inquadrate in una guerra tra eserciti regolari. Nelle missioni di pace la prospettiva è capovolta: a parte il fatto che "il nemico" non è sempre ben distinguibile, in tutti i casi si tratta, se non altro per ragioni d'immagine, di fargli "il mena male possibile", il che comporta perà il pericolo di non tutelare a sufficienza la propria sicurezza, o di confondere "il mena male possibile" con il mancato intervento in situazioni ove una delle parti in causa è sottoposta a violenze ingiustificate e arbitrarie , oppure quando si commettono crimini anche contro la popolazione civile. Ne consegue una perdita di credibilità che a sua volta ha ripercussioni negative sul successo delle missioni, togliendo alle forze occidentali proprio quella capacità di deterrenza che è il primo fattore sul quale contare, per non ricorrere alle armi. Il particolare contesta operativo e logistico prima descritto rende necessario "ripensare" i requisiti delle armi portatili, dei sistemi d'arma, dei mezzi e materiali, fino a tutta la guerra fredda - e anche dopa - incentrati sulla necessità di sviluppare la massima potenza di fuoco, il massimo rendimento anche a scapito di altri requisiti. Fin dalle prime missioni di pace, invece, è chiaramente emersa l'esigenza di diminuire, anche a scapito della potenza, la vulnerabilità dei sistemi d'arma, dei mezzi e degli stessi ordinamenti, con una diversa filosofia che 1'11 settembre ha reso ancor più pressante e che mette l'accento anche sulla flessibilità , precisione e mobilità dei sistemi di arma stessi, che devono adattarsi - come tutto il sistema militare regolare - al particolare contesto delle guerre irregolari o - casa ancor piü difficile - alle situazioni sfumate, né di guerra né di pace. Questa diversa filosofia è resa ancor più necessaria anche dalla necessità di sviluppare l'attitudine dei reparti a interventi di carattere umanitario e/o per


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il ripristino di infrastrutture civili, onde favorire il ritorno al normale funzionamento delle istituzioni e infrastrutture locali. Qui va sottolineato che, in merita, il nostro esercito ha una secolare tradizione, iniziata fin dai secolo XIX con interventi decisivi in caso di calamità naturali e in parte proseguita , checché se ne dica, anche nel corso delle guerre d'Etiopia, di Grecia e di Russia. Esigenza- non ancora pienamente soddisfatta specie per l'Italia- di rimodulare le norme di diritto internazionale e la legge di guerra italiana del 1938 (tuttora vigente insieme con i Codici penali militari di guerra del 1940-1943, fatta eccezione per la pena di morte). Si tratta di norme ancora basate sulla guerra regolarmente dichiarata tra Stati e quindi tra Forze Armate regolari, che purtroppo è ormai un anacronismo. Basti ricordare, ad esempio, che l'attuale "ingerenza umanitaria" si presta ad arbitri e comunque non è in armonia con le norme di diritto internazionale (niente affatto sorpassate) che tuttora tutelano la sovranità degli Stati, mentre solo la dichiarazione dello stato di guerra puè> tuttora consentire l'adozione di determinate misure disciplinari necessarie in operazioni, o delle doverose provvidenze per il personale caduto, ferito o ammalato durante le cosiddette operazioni di pace (che, ad esempio non è stato possibile adottare per i familiari dei caduti a Kindu). Questo stato di guerra finora non è mai stato dichiarato, non solo per le forze italiane partecipanti alla guerra del Golfo ma anche per tutte le missioni di pace finora svolte . In prima approssimazione, più che liquidare affrettatamente certi prindpi giuridici che tutelano nei limiti del possibile l'ordine internazionale e il rispetto per i non combattenti, occorrerebbe studiare sul modello del codice militare americano nuove norme valevoli sia per il tempo di pace che per il tempo di guerra , e tali da garantire - senza vari escamotages e senza leggi-tampone - i giusti diritti del personale, l'assiste nza ai familiari e insieme la disciplina delle unità impiegate (che non puè> essere per inte ro quella che ora si dice "di pace"). Infine, le diverse esigenze d'impiego stanno sempre più facendo emergere la necessità di un nuovo iter formativo - e si direbbe di una nuova mentalità dei quadri, che devono possedere una specifica preparazione e grande attitudine ai rapporti umani per affrontare nel modo migliore i contatti quotidiani con altre Forze Armate, con le popolazioni locali e a nche con la stampa (che non perdona mai !oro nulla, nemmeno la più piccola gaffe). Tutto questo - non è affatto facile - deve essere accompagnato da una rinnovata, flessibile mentalità operativa, che è in radicale contrasta con il profila occupazionale e impiegatizio di fatto sviluppato e favorito nel contesta politico-sociale e dottrinale della guerra fredda, oltretutto perché l'impiego effettivo delle forze convenzionali sarebbe stato presumibilmente accompagnato dai ricorso alle armi nucleari , con tutto cio che ne sarebbe preve dibilme nte conseguito. Con questi presupposti strategici, gli stessi militari nella guerra fredda si addestravano senza particolari


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entusiasmi, perché l'attività addestrativa non mirava tanto a un probabile impiego effettivo, ma se mai a scongiurare tale impiego dimostrando- a scopo dissuasivo - all'avversario di essere ben preparati. Oggi non è più cos!: si è tornati, come in passato, ad addestrarsi in vista di un possibile impiego effettivo, con un ventaglio di opzioni sempre più vasto e impegnativo che mette come non mai alla frusta quadri e truppe. Per ultimo, anche nel campo della tutela del benessere morale e materiale del personale (non solo di truppa) e delle famiglie si sono gradualmente imposte nuove esigenze, come l'assistenza alle famiglie del personale inviato oltremare, l'assistenza psicologica e la possibilità di frequenti contatti telefonici con i famigliari ecc .. Esigenze da tempo soddisfatte in altri eserciti abituati ad operare oltremare e/ o oltre confine, ma del tutto nuove per le nostre Forze Armate. Rimane solo un interrogativo: determinate provvidenze potrebbero essere mantenute anche quando si rendesse necessario impiegare oltremare, in guerre limitate, contingenti assai più numerosi, oppure tutelare comunque il segreto militare?

Esercito Per la stessa natura delle sue forze, è la Forza Armata più toccata - negli ordinamenti, nei sistemi d'arma, nei mezzi e materiali, nella riqualificazione operativa delle forze- dalle nuove esigenze: ne riassumiamo solo le più importanti. L'aspetto piü eclatante è anch'esso non nuovo: l'impiego nelle missioni di pace di personale volontario o, per cosl dire, semi-volontario (cioè di leva, ma che accetti di partecipare alla missione). Un siffatto impiego prelude chiaramente alla graduale abolizione del servizio di leva decisa a fine secolo XX, peraltro suggerita anche da un contesto politico-sociale, che già negli anni della contestazione ·post-sessantottarda" (1868-1971) rendeva sempre più impopolare il servizio di leva, da moiti giovani - e ancor più dalle !oro famiglie concepito come un danno, come una perdita di tempo ecc .. Va comunque tenuto presente che l'esercito inglese - esercito coloniale e per impieghi oltremare per eccellenza - è sempre stato volontario, mentre anche la Francia (Legione Straniera) e la Spagna (Tercio) hanno sem pre impiegato il meno possibile personale di leva nelle guerre d'oltremare e ne! "mantenimento della pace" nelle colonie. Gli stessi ridotti contingenti militari che in tempo di pace hanno presidiato le nostre colonie sono stati a base volontaria (si veda, ad esempio, il Regio Decreta dell'11 settembre 1913, che istituisce un corpo volontari italiano in Libia). Sotto questo profila la stessa nostra guerra di Libia 1911-1912, e ancor più la successiva guerra d'Etiopia 1935-1936, condotte con grossi corpi di spedizione di leva, sono state un'eccezione che non si riscontra - o non si riscontra in pari misura - nelle imprese coloniali di altri stati. Per contro, già nelle prime missioni di pace è emersa l'opportunità di non inviare oltremare reparti di formazione (cioè costituiti per l'occasione con


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personale volontario tratto dai vari corpi rimasti in Patria), che perranto non potevano aver raggiunto i livelli di omogeneità addestrativa, affiatamento, coesione ecc. che sono necessari in operazioni. Ennesimo, vecchio inconveniente, già emerso nelle prime campagne d'Eritrea 0 7). - Un seconda as petto non meno vistoso è la progressiva contrazione numerica delle unità operative e la !oro progressiva ridislocazione verso il centra-sud, che ha avuto inizio con la ristrutturazione del 1975 ed è proseguita negli anni Ottanta e Novanta fino ad oggi. Le esigenze connesse con le missioni di pace, pur non essendo preminenti, non sono state del tutto estranee a questi mutamenti, che di fatto hanno portato a sguarnire il confine di nord-est, prima massicciamente presidiato anche dalla Guardia di Finanza e pattugliato con continuità (non è stato certo un vantaggio perla lotta all'immigrazione clandestina e ai traffici illeciti). Per l'Esercito ha acquistato rilievo ancor maggiore l'articolazione in unità a diversi livelli di prontezza operativa, con la punta di lancia costituita da unità a reclutamento volontario, semivolontario o di fanteria speciale e tutto il resto da reparti ancora di leva. - L'incrementa della mobilità e della prontezza operativa ha portato a una rivalutazione delle unità blindate e ruotate (autoblindo) a discapito di quelle corazzate privilegiate nella guerra fredda. L'elicottero - da trasporto e da esplorazione prima ancor che da combattimento - ha acquistato maggiore importanza. Anche le unità del genio sono diventate una pedina importante specie sotto il profilo del ripristino delle comunicazioni ferroviarie e delle infrastrutture, oltre che della predisposizione delle basi dei contingenti militari. - Le preminenti esigenze di protezione diretta e indiretta del personale hanno portato all'adozione di materiali speciali (giubbotti protettivi, ecc.) peraltro già proposti sulla "Rivista Militare" all'inizio del secolo, alla frequente utilizzazione di mezzi corazzati come scudi protettivi mobili e, persino, di colori o contrassegni speciali per facilitare il riconoscimento immediato da parte della popolazione, lanciando al tempo stesso un messaggio pacifico e rassicurante (ad esempio gli automezzi italiani della missione in Libano, dipinti di bianco, ben simboleggiano il mutamento radicale di filosofia tattica rispetto alle operazioni classiche, nelle quali si ricorre, al contrario , al mascheramento e occultamento). Più in generale l'attività informativa militare, da sempre importante, è diventata un presupposto indispensabile per la sicurezza e il buon esito delle operazioni. Per la prima volta nella storia militare, sono stati introdotti materiali (come il munizionamento non letale o, addirittura, armi non letali) che hanno ridotto l'efficacia delle armi da fuoco , avvicinando peraltro anche sotto questo aspetto le unità dell'esercito a reparti di polizia, come più o meno erano ne! periodo della Restaurazione (1815-1848).


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L'addestramento individuale ha acquistato maggior rilievo, a discapito di quello - anche a fuoco - di unità inquadrate, tipico della guerra fredda. È un errore ritenere che l'addestramento non sia piü importante nelle missioni di pace, vista che esse sono tali: solo un soldato a lunga addestrato, in condizioni psicofisiche ottimali, con piena fiducia nella sua arma, nei suai mezzi e nei superiori puà conservare il grado di autocontrollo necessario per difendersi senza eccessi e aprire il fuoco solo quando è indispensabile. Rimane, perà, il fatto che nessuna regala d'ingaggio sarà mai in grado di prevedere l'infinita serie di situazioni che si potranno presentare, e che è difficile stabilire quando e come, per proteggere la propria incolumità, un soldato o un piccolo reparto sono autorizzati ad aprire il fuoco. Sotta questo profila, piü delle altre Forze Armate le unità dell'Esercito sono soggette a pericoli ed eccessi in un senso o nell'altro che tuttavia non dovrebbero essere enfatizzati dai mass media. La logistica delle spedizioni oltremare, totalmente accantonata e anzi dimenticata nella guerra fredda, già negli anni Ottanta ha cominciato a tornare d'attualità. Si è reso necessario rispolverare e adattare le vecchie e spesso insufficienti norme sui trasporti via mare di unità dell'Esercito, e soprattutto sulla vita, sulla salute e sul benessere delle truppe nei paesi oltremare e nei paesi caldi, a cominciare dalle norme di prevenzione sanitaria, dall'igiene e dall'alimentazione. Ovviamente, specie per gli organi logistici di sanità e commissariato e per le riparazioni dei mezzi si è reso necessario raggiungere un elevato grado di autonomia e autosufficienza.

Marina Sono tornati di attualità - e hanna acquistato preminenza dopa il 1989 compiti già tipici della seconda metà del secolo XIX, come trasporto di carpi di spedizione, scorta diretta dei relativi convogli, controlli di area e del traffico mercantile, e "proiezioni di potenza" dai mare verso terra, soprattutto con il fuoco aereo e in minor misura con lo sbarco di fanterie. Ad essi si è aggiunto un altro compito già largamente svolto nella guerra marittima 1940-1943, come Jo sminamento. Per ultimo si è riproposto un altro compito tradizionale: Jo sgombero via mare- o meglio il salvataggio- di profughi OR). L'importanza crescente assunta da queste attività, prima ritenute marginali, prelude all'accantonamento dopa il 1989 della gu erra di squadra e del "navalismo", ufficialmente san cita dai Rapporta 1995 della Marina, ne! quale si afferma che "il fu tura è cominciato con il passaggio da una concezione "navalista" pu ra ad una "marittima" e con la concreta predisposizione della Marina a svolgere le proprie funzioni nella visione integrata del Modello di difesa e in generale con l'impegno ad operare a largo raggio, in sintonia con scelte di politica internazionale che possono richiedere in qualsiasi momento la mobilitazione di unità navali" 09).


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Sono questi i compiti particolari che solo la Marina puo svolgere: la flessibilità, la capacità di pronto intervento, la mobilità ecc., indicate da taluni scrittori navali come "caratteristiche atipiche", sono richieste anche ad altre Forze Armate. L'impiego effettivo delle forze navali negli anni Ottanta ha invece non poco contribuito a esaltare le esigenze di supporta aereo autonomo delle forze navali, creando i presupposti perla nascita dell'aviazione navale (legge 26 gennaio 1989, n. 36), che ha reso possibile alla Marina disporre della prima nave con aerei imbarcati ad ala fissa, inizialmente concepita come portaelicotteri con spiccata attitudine antisom. Va ricordato, in proposito, che l'opposizione dell'Aeronautica a questo tipo di nave negli anni Ottanta era motivata soprattutto dalla sua preminente attitudine a "proiezioni di potenza" allora politicamente inammissibili, mentre per il resto le forze aeree basate a terra erano in grado - seconda gli esponenti dell'Aeronautica - di assicurare interventi tempestivi e efficaci, senza bisogno di un'aviazione antieconomica. Una vecchia querelle, già iniziata negli anni Venti ... Alla fine degli anni Ottanta nel golfo Persico è pero emerso un elemento autenticamente nuovo, che non sembra finora aver ricevuto la dovuta attenzione: la comparsa dei primi segni di una guerriglia e di un terrorismo marittimi con le stesse caratteristiche di quelli terrestri, cioè di una forma di lotta non condotta da forze navali Jeggere per cos! dire regolari, ma da piccoli e non sempre visibili nuclei irregolari, difficilmente riconoscibili, con azioni aggressive improntate a tluidità, rapidità e sorpresa, tendenti a logorare il morale e le forze dell'avversario o a turbare la regolarità del traffico mercantile (e specialmente dei rifornimenti di petrolio, vitali per l'Occidente). Il successivo attacco suicida dell'ottobre 2000 al cacciatorpediniere americano Cole, gravemente danneggiato nel porto di Aden, ha confermato l'immanenza di questa minaccia che già si era delineata negli anni Ottanta e ammonisce a non trascurare, anche per le forze navali, le misure antiterrorismo e Je capacità antiguerriglia e antimine <20 ). Oltretutto, oggi occorre chiedersi: il grado di sicurezza delle basi navali in "pace" è sufficiente?

Aeronautica Le forze aeree, imbarcate o basate a terra, hanna in certo senso ereditato dalle forze nucleari un ruolo dissuasivo, di pressione psicologica e di sostituzione almeno parziale di forze terrestri già caldeggiato senza successo dai generale dell'Aeronautica Amedeo Mecozzi negli anni Venti e Trenta <21), sintetizzabile come segue: coordinamento dell'attività operativa con quella delle forze di superficie, peraltro senza sudditanze e impieghi antieconomici; maggiore importanza assunta dai compiti di trasporto ed esplorazione, quest'ultimi con particolare riguardo alla ricerca, e determinazione di obiettivi paganti e al controllo di attività civili e militari locali; bombardamenti "chirurgici· su aree/obiettivo militari o di diretto interesse militare di ridotte dimensioni (e non a zone e contra obiettivi civili a scopo soprattutto morale, come prevedevano le teorie douhetiane);


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capacità di rapida proiezione campale dell'assistenza a terra, conseguente alla necessità sia di creare in tempi ristretti nuove basi aeree militari, sia di riattivare infrastrutture civili (come è stato fatto fin dai 1950 in Somalia). Il generale Mecozzi negli anni Venti sosteneva che, per colpire con sicurezza gli obiettivi, gli aerei dovevano agire a bassa quota; fino a oggi nulla è mutato, nonostante l'impiego di sempre più perfezionati congegni di puntamento e di munizionamento intelligente. Con questi criteri d 'impiego, ben diversi da quelli della guerra fredda, l'aviazione fin dagli anni Ottanta ha cominciato a dimostrare quel ruolo fondamentale nelle missioni di pace che oggi nessuno mette in discussione e che tuttavia - come il fuoco navale - ha anche limiti oggettivi, emersi già ne! dicembre 1983 in Libano, con la perdita di due velivoli della portaerei Independence ad opera della contraerea siriana e la cattura di un pilota, senza risultati apprezzabili ma anzi con evidente perdita d'immagine. Tali limiti si riassumono nella persistente dipendenza dalle condizioni meteo e nella persistente vulnerabilità alla contraerea, che costringe tuttora gli aerei ad operare ad alta quota diminuendo - come sempre - la precisione ed efficacia degli interventi e per contra aumentando le probabilità di danni collaterali. Ne è conseguito un sistematico, intenso sfruttamento dei predetti danni collaterali (e a maggior ragione dell'abbattimento di aeroplani o elicotteri) da parte della propaganda nemica che specie dalla guerra del Golfo in poi, ha spinto a ricorrere sempre più a missili a media gittata (anche imbarcati) tipo "Cruise/ Tomahawk"; queste armi non risentono come gli aerei delle condizioni meteo, sono assai precise e soprattutto non sono pilotate. L'intense impiego dell'Arma aerea nelle missioni di pace lascia, infine, un interrogativo irrisolto: quale sarebbe il suo rendimento se dovesse affrontare forze aeree e difese aeree competitive e tecnologicamente avanzate, e il tutto da basi anch'esse soggette all'offesa nemica? A questo punto, ci si potrebbe chiedere quale Forza Armata nelle missioni di pace è diventata più importante. Sarebbe un interrogativo mal posto ed ozioso, anche se suscettibile di giustificazioni teoriche almeno apparente mente logiche nell'uno come nell'altro senso. Qualsivoglia risposta si presterebbe- come avviene da oltre un secolo- a strumentalizzazioni e interminabili e inconcludenri querelles, con sulla sfondo ben concreti problemi di ripartizione del (sempre scarso) bilancio. Inconcludenti, perché- ricordando l'antica parabola di Menenio Agrippa tesa a dimostrare a lla ple be ro mana in rivolta che tutte le parti del corpo umano hanno una !oro funzione e sono indispensabili p e r le altre - bisogna semplicemente dire che agni Forza Armata ha una sua funzione insostituibile, che gli apriorismi teorici e dottrinali tesi a sottolineare il costante ruolo decisivo di questo o quell'elemento (il mare, l'aria, Jo spazio ... ) sono sempre meno ammissibili, e che - a maggior ragione per l'Italia - la dosatura fra le tre Forze Armate e / o tra i dive rsi siste mi d'arma non puà che va riare a seconda d e lle situazioni, delle minacce da affrontare ecc ..


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Orientamento, questo, già valida durante la guerra fredda, sempre confermato dalle missioni di pace e anche oggi di particolare attualità. Ma anche ammesso - e non concesso - che sia ritenuto possibile e necessario individuare a priori !"'arma decisiva" (costante, eterna grande illusione del pensiero militare), bisogna chiedersi: per chi? Le stesse missioni di pace, infatti, dimostrano che non sempre gli orientamenti d'impiego (e le relative scelte) della Superpotenza possono essere interamente validi anche per le medie potenze come l'Italia. Non Jo possono essere prima di tutto per le stesse, reali esigenze di concorso della Superpotenza, che ad esempio anche nelle missioni di pace tende a impiegare soprattutto le proprie forze aeronavali, chiedendo agli alleati di preferenza un concorso di forze terrestri, specie per "operazioni diverse dalla gu erra". In seconda luogo, oggi ciascuna media potenza conserva proprie peculiarità geopolitiche e geostrategiche, che puà e deve soddisfare da sola nei limiti del possibile, senza per questo venir meno ai doveri nei riguardi delle alleanze e/o della Comunità Europea.

Eventuali inconvenienti e possibili pericoli: un as petto da non trascurare Gli aspetti positivi delle missioni di pace, ai quali si è prima accennato, vanna adeguatamente valorizzati e fatti conoscere a cura del vertice politico-militare; ma se si vuol rimanere ne! solco della storia crociana, se si vuole che il passato aiuti a meglio capire e gestire il presente, anche gli aspetti mena positivi di ciascuna, gli eventuali (e, data il particolare contesta, difficilmente evitabili) inconvenienti ed errori organizzativi o tecnico-militari devono ricevere la giusta attenzione, affinché più non si ripetano. Spetta alla politica (non solo e non tanta italiana) valutare perché gli scopi politici di determinate missioni di pace (ad esempio, il Libano 1 e 2 e, negli anni Novanta, la Somalia) non sono stati raggiunti o sono stati raggiunti solo in parte, cos! come devono essere anche valutati i riflessi del chiara, costante e fin troppo sbandierato intenta occidentale di evitare la trasformazione delle missioni di conservazione della pace in missioni di imposizione della pace, che in pratica equivale al rifiuto preventivo di impiegare le armi per far prevalere ad ogni costa le finalità della missione (rifiuto purtroppo ben percepito dalle parti locali in causa, con tutte le negative conseguenze del casa sul !oro atteggiamento). Compete, invece, agli organi tecnico-militari la valutazione del grado di rispondenza alle caratteristiche della missione degli ordinamenti, della logistica, dei sistemi d'arma, degli equipaggiamenti, dei materiali, dei mezzi di trasporto e da combattimento, partendo dalla constatazione che l'organizzazione militare è stata studiata - e deve ancora essere studiata - per esigenze ben diverse da quelle delle missioni di pace. I dilemmi delle missioni di pace sono numerosi. Mary Kaldor ha acutamente osservato c he da una parte la pacificazione forzata è impossibile, dall'altra


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"un consenso assoluto è impossibile, altrimenti non ci sarebbe alcun bisogno delle forze di pace 1. .. 1. L'esigenza di truppe dipende proprio dai fatto che non c'è il consenso di tutti e che potrebbe essere necessario usare la forza ... " (22 ). Inoltre "moiti dei termini impiegati - 'intervento', 'azione di pace', 'sovranità ' 'guerra civile' - derivano da concezioni dello Stato nazionale e della guerra maderna che non solo sono difficili da applicare al contesta attuale , ma possono costituire di fatto un ostacolo per azioni appropriate" (2 3), proprio perché mai come in questo caso il linguaggio maschera la realtà anziché faria emergere come dato strategico di base. Sempre seconda la Kaldor, un'analisi spassionata riveta un quadro estremamente complesso di "privatizzazione delle forze militari" con diversi tipi di unità combattenti, nel quale le forze regolari occidentali si muovono con estremo disagio, spesso senza saper (o poter) scegliere tra un impiego massivo della forza o l'inerzia assoluta anche di fronte a palesi violazioni di patti o trattati e ai più efferati crimini perpetrati sotta i loro occhi, con conseguente perdita di prestigio, di capacità dissuasiva e del consenso iniziale. Che fare, dunque? Anche l'azione , l'impegno diuturno possono non essere sufficienti, o addirittura controproducenti. Accade infatti che: "moiti dei volonterosi sforzi di diversi attori internazionali, basati su concezioni tradizionali della guerra, possono di fatto risultare controproducenti: la risoluzione dall'alto dei conflitti puà semplicemente accrescere la legittimità delle parti in guerra e dar !oro il tempo di rifornirsi; l'assistenza umanitaria puà contribuire al funzionamento dell'economia di guerra; le truppe di pace possono perdere qualsiasi legittimità astenendosi dall'intervenire mentre si commettono crimini terribili oppure schierandosi al fianco di gruppi che li commettono. !. .. ) Gli interventi umanitari non solo hanna fallito ne! prevenire i conflitti, ma di fatto hanna anche aiutato a perpetuarli in va ri modi" ... C24) Risulta estremamente difficile anche l'attività informativa e di intervento diretto per stroncare le attività illegali che prosperano proprio grazie ai conflitti, a cominciare dai traffico della droga, dai contrabbando e dai traffico di armi , vista che, sempre seconda la Kaldor, "si possono vedere le nuove guerre come una sorta di riciclaggio dei rifiuti militari: un modo di utilizzare armi in eccedenza generate dalla guerra fredda, la più grande accumulazione militare della storia" (25). Per questa ragione i contingenti militari all'estero, oltre a svolgere compiti umanitari, dovrebbero essere in grado di essere impiegati anche come forza di polizia, con conseguente forte rilievo dell'attività informativa: il tutto accanto ai compiti tradizionali che da sempre svolgono le Forze Armate. Non è un po' troppo? Per quanta specificamente riguarda la problematica militare italiana, ai possibili inconvenienti o pericoli di carattere generale se ne aggiungono diversi altri. a. Tendenza a concepire di fatto le missioni di pace come l'unico scopo o lo scopo prevalente delle Forze Armate , destinandovi - in un quadro di scarsità


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di risorse - gli sforzi maggiori, a detrimento dell'indispensabile potenziamento e della preparazione generale delle forze. Sotta questo profila, accentuando le esigenze di si cu rezza in senso lata, l' 11 settembre suona come ammonimento e richiamo al vero scopo della forza militare e alle priorità che ne discendono. b. Sempre in relazione a un quadro di scarsità di risorse, sussiste il pericolo di un numero eccessivo di interventi "a pioggia" in varie parti del monda, con un "presenzialismo" fine a se stesso che aggraverebbe la carenza di risorse senza alcun reale ritorno né politico né militare. Di qui l'esigenza di selezionare gli interventi dai punta di vista dell'interesse nazionale, valutandone attentamente, a priori, i costi anche umani. Solo se è in gioco un vitale interesse nazionale, infatti, si puo affrontare anche il pericolo di perdite di giovani vite. c. L'atmosfera di eccessivo "buonismo" e di eccessiva retorica con la quale i mass media italiani sogliono circondare Je missioni di pace potrebbe indurre gli stessi militari a lasciarsi disarmare moralmente, concependo come !oro missione fondamentale non la sicurezza e la difesa nazionale, ma gli interventi di carattere umanitario oltremare e/o oltre confine. "Pace" e "guerra" sono prima di tutto categorie politico-sociali, non militari. Il militare non è né "uomo di pace" né "uomo di guerra", ma un operatore della sicurezza, della quale fanno parte le stesse missioni di pace. La sua missione è sempre più ardua, proprio perché ai vecchi compiti se ne sono aggiunti altri, senza elidere i precedenti. È tutto. d . Il carattere multinazionale delle missioni potrebbe indurre i partecipanti italiani a sentirsi più "europei" o "membri della NATO" che italiani. Abbiamo invece estremo bisogno di accrescere sempre di più il prestigio, l'immagine anche militare dell'Italia. Percio agni singolo membro dei nostri contingenti inviati all'estero dovrebbe sentirsi, in agni momento, anzitutto rappresentante dell'Italia e sua difensore nel senso più lata del termine. Cos! fanno, del resto, i soldati di tutte le nazioni (in qualche paese NATO, questo è anche scritto nei Vademecum per i militari all'estero). Gli stessi mass media nazionali sono estremamente severi se vengono a conoscenza di inconvenienti, inefficienze, episodi non positivi, lacune: il miglior modo di tutelare l'immagine delle nostre Forze Armate è dunque quello di fare della tutela dell'immagine stessa il seconda obiettivo, dopa il perseguimento dello scopo della missione. Per citare un esempio concreto, l'invio in Corea (1950-1951) di un ospedale da campo senza un medico chirurgo e con equipaggiamenti non adatti, al quale ha oggi accennato un relatore, non ha certo tutelato l'immagine nazionale, oltre a far ricordare a chi conosce la storia della logistica che certe lacune storiche si sono ripetute troppo spesso. Se ne puo trarre un pregnante e sicuro insegnamento: meglio non inviare all'estero contingenti militari, piuttosto che- per ragioni di economia - inviare reparti, organi logistici e mezzi non competitivi, prima di tutto rispetto ai contingenti di altre nazioni.


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Conclusione Le diffidenze non del tutto ingiustificate verso la "storia immediata", fatta senza archivi o documentazione varia (o con il !oro incompleto ausilio), almeno nel casa militare non si pongono; anche sul piano scientifico generale, comunque, bisognerebbe ricordare che Jacques Le Goff, nella voce Documento/Monumento dell'Enciclopedia Einaudi, ha indicato i limiti degli archivi stessi e la necessità di tenerne conta. Di più: proprio il casa particolare delle missioni di pace sottolinea con moita efficacia la rinnovata utilità non solo della storia e della storia militare, ma anche della geografia e della geografia militare. Due discipline cadute in disuso dopa il 1945 non solo sotta la nuova prospettiva della guerra nucleare, ma anche perché almeno fino alla guerra 1939-1945 hanna preteso di fornire- non solo in Italia - principî immutabili e assoluti e regale di condotta o dogmi che poi la realtà della guerra e le mutevoli circostanze hanna finito troppo spesso con Jo smentire, accreditando invece il detto napoleonico - fatto proprio da Clausewitz - che l'imprévu domine à la guerre, e che quindi cio che vale è l'ispirazione strategica dei capi e/o del vertice politico-militare in genere. Come già accennato, cio che vale è il «modo di fare storia•. Si tratta di cercare ne! passato non dogmi e una guida rigida, ma delle idee e il surrogato dell'esperienza diretta. A nulla serve una storia degli eventi asettica e fabbricata solo sui documenti d'archivio, che tra l'altro non puo mai essere veramente tale; serve invece, anche in campo militare, la .. storia delle idee", cioè la capacità di trarre dagli eventi stessi dei corretti ammaestramenti, delle idee che contribuiscano a formare i quadri, li spingano alla meditazione e a personali ritlessioni, e insegnino !oro almeno a evitare gli stessi errori del passato. È questo tipo di storia, non la solita histoire évènementielle, l'unico modo di fare storia militare oggi: che casa possono ancora elire gli archivi, già ampiamente esplorati? In seconda luogo, anche la geografia - la geografia umana prima ancor che quella puramente militare<ZG) - si è rivelata indispensabile. L'invio di forze militari ne! Libano o ne! golfo Persico ha richiesto, infatti, l'attenta studio di tutti i dati geografici di aree le cui peculiarità non erano e non potevano essere conosciute; e anche la distribuzione della popolazione, le attività, l'indole e la storia delle popolazioni stesse, i parti, aeroporti e comunicazioni sono stati elementi preziosi per la pianificazione delle attività militari oltremare/oltreconfine e per affrontare nel modo giusto i rapporti con le realtà locali. Ne consegue la necessità di reintrodurre con la dovuta priorità nelle scuole di reclutamento dei quadri -fin dalle Accademie - l'insegnamento di materie che non possono essere più ritenute complementari e sussidiarie, perché sono la base della professionalità dei quadri. In vista di questi obiettivi, è necessaria la massima attenzione degli archivi militari e degli Uffici Storici per la raccolta di documenti, carteggio, fotografie,


L'ADEGUAMENTO FORMATIVO, ADDESTRATIVO E LOGISTICO DELLE FORZE ARMATE .....

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documentari, pubblicazioni, testimonianze anche verbali che riguardino le missioni di pace e soprattutto il modo con cui se ne sono affrontati e discussi tutti gli aspetti tecnico-militari da parte degli Stati Maggiori , anche in sede di consuntivo. Sotta questo profila, la documentazione riguardante le attività degli Stati Maggiori in pace- o meglio ne! periodo di pace/guerra che stiamo vivendo fin dalla guerra fredda - è importante almeno quanta l'attività del tempo di guerra. Accantonare e classificare con cura i documenti di oggi significa , percià, preparare ne! miglior modo l'avvenire delle Forze Armate. Dai punta di vista teorico le missioni di pace consentono di chiarire una questione di notevole rilievo riguardante il rapporta dell'arte militare sia con il contesta politico-sociale , sia con le innovazioni tecnologiche. Sotta questo profila, bisogna chiedersi se esse segnano un'evoluzione , un'involuzione , una rivoluzione militare o un mutamento. 1 termini "evoluzione" e "involuzione" fanno riferimento a un'idea sempre incerta e scientificamente discutibile di progressa o regressa , idea che non pare applicabile ali' a rte, quale (seconda Clausewitz e altri) è fondamentalmente quella militare o strategica: quindi vanna scartati. Né è il casa di parlare di "rivoluzione", perché si è dimostrato a sufficienza sia la complementarietà delle missioni di pace - che non hanna mai riassunto in sé l'intero concetto di sicurezza - sia le lora profonde radici storiche, legate al semplice fatto che i popoli soddisfatti del lora status sono sem pre stati fondamentalmente pacifisti, mentre quelli insoddisfatti hanna spesso fatto ricorso alla violenza per migliorare le lora condizioni . È quindi la parola "mutamenta. la più adatta a questi e altri specifici impieghi dello strumento militare: si parla troppo spesso di rivoluzioni militari , che in realtà non sono tali. La crescente importanza delle missioni di pace ne! dopoguerra induce anche a smentire un diffusa luogo comune, seconda il quale sarebbe il progressa delle tecnologie belliche il principale fattore di mutamento nell'impiego strategico e tattico delle forze militari; sono, invece, le condizioni politico-sociali a determinare i mutamenti più importanti. Ne consegue che una civiltà industriale, fondata sulle macchine, in guerra, tende inevitabilmente a fare il massimo affidamento possibile sulle macchine stesse, nonostante i !oro limiti. È percià pleonastico, criticare, come fanno moiti, questa o quest'altra modalità d'impiego Co non impiego) delle forze occidentali nelle missioni di pace e nelle guerre limitate: le nazioni occidentali hanna fatto, fanno e faranno, semplicemente, il solo tipo di guerra che possono fare, sempre e ovunque con malte macchine, malta aviazione, molto fuoco e pochi uomini che si ha cura di esporre al pericolo il mena possibile, facendo se mai leva su milizie locali (come è sempre avvenuto e avviene anche oggi in Afghanistan). La frequente dissimmetria strategica che in tai modo si crea tra forze regolari occidentali e forze irregolari di varia genere, cos! come Jo scarso rendimento dei


102

FERRUCCIO llOTII

più potenti sistemi d'arma in certi ambienti naturali e in certe contingenze devono indurre alla ricerca di espedienti e misure di varia ordine almeno per ridurla, se non per azzerarla. Queste palesi difficoltà non devono perà far ritenere armai anacronistica la missione delle forze regolari, espressione della violenza organizzata, disciplinata e giuridicamente e moralmente legittima, quale puà essere solo quella da )oro esercitata. All'obiezione che tale violenza già nelle prime missioni di pace si è rivelata non di rado insufficiente o impari al compito che le forze occidentali avrebbero dovuto svolgere, si puà replicare che risultati ancor peggiori ha ottenuto esta ottenendo la violenza arbitraria, privata , irregolare dei vari gruppi armati; senza contare che- come diceva Clausewitz della campagna napoleonica di Russia - vi sono anche guerre, conflitti, crisi che non si possono vincere o risolvere con le armi (noi aggiungiamo: e nemmeno si possono risolvere senza armi). Senza dubbio lo Stato-nazione e le forze militari regolari che esprime, di fronte a cerre situazioni hanna rivelato e rivelano dei limiti e una capacità risolutrice decisamente inadeguata alle circostanze: tuttavia nulla e nessuno li puà ancora sostituire come unico fondamento cerro per beni tuttora preziosi come l'ordine, la legalità, la sicurezza internazionali. Non si tratta, dunque, di accantonare o umiliare il sistema-Stato, ma di modificarlo e aggiornarlo per metterlo in grado di reggere alle nuove sfide: è questo il principale insegnamento delle missioni di pace, che allo strumento militare hanna sempre richiesto ·di più" (cioè la capacità di uscire dalla dialettica manichea amico/ nemico, di svolgere le missioni in situazioni estremamente fluide) e non ·di meno" (tutti amici, siamo solo uomini di pace, i fiori sulle canne dei fucili). Per questo la storia militare, per la quale la ricerca di un'utilità, di chiavi interpretative, non puà essere condannata ma anzi va favorita, dovrebbe in futuro prendere in esame anche le guerre non ortodosse, che dai secolo XVIII in poi hanno spesso messo in difficoltà gli eserciti regolari. Per una sorta di nemesi storica, è stata proprio la guerra d'indipendenza americana 1775-1783 a segnare la sconfitta - di fronte a schiere di coloni male addestrati e poco amanti della disciplina tradizionale- di quell'esercito volontario e d'élite inglese, che nel 1815 avrebbe battuta Napoleone sul campo di battaglia di Waterloo. Rispetto a tali guerre non ortodosse, le missioni di pace sono solo una variante con tasso di violenza auspicabilmente tendente al minima possibile; non un'alternativa storica e il simbolo di un pa c ifismo, da sempre auspicabile ma mai possibile. Dopo tutto, la buona leadership militare non è mai stara quella grossolanamente dipinta dalla vulgata antimilitarista, ma si è rivelata tale soprattutto per la flessibilità mentale e la capacit~t di rapide decisioni con le quali ha diminuito il margine dell'imprevisto e ha saputo affrontare contingenze nuove, eccezionali, diverse quali sono quelle dei giorni nostri.


L'ADEGUAMENTO FORMATIVO, ADDESTRATIVO E LOGISTICO DELLE FORZE ARMATE .....

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NOTE (1) Benedetto Croce, Gli studi storici ne/la varietà delle !oro formee i /oro doveri presenti (in Ultimi saggi, Bari, Laterza 1935, p. 312-322). (2) jean Lacouture, La storia immediata (in AA.VV., La nuova storia, 1979 - a cura di Jacques Le Goff, Milano, Mondadori 2000, p. 207-234). (3) lvi, p. 211.

(4) Cfr. Ferruccio Boni, Il pensiero militare e navale italiano dalla Rivoluzione Francese alla prima guerra mondiale- Vol. II (1848-1870), Roma, SME- Ufficio Storico 2000, parte prima. (5) Cfr. Stato Maggiore Esercito, 0/tremare: le missioni dell'Esercito Italiano a/l'estero (a cura di Enrico Magnani), Roma 1992. (6) Cfr. Cristoforo Manfredi, Gli scambi via mare, in "Rivista Marittima" 1901, III Trim. fasc. 1. (7) Cfr. Camillo Manfroni, La Marina ne/ secolo XIX, in "Rivista Marittima" 1901, I Trim. fasc. l, p. 47-80. (8) Cfr. ad esempio generale Gallieni, Madagascar de 1896 à 1905, Tananarive, Imprimerie Officielle 1906, 2 Vol. (recensito su "Rivista Militare Italiana" Vol. III luglio 1906, p. 1380-1384). (9) Tenente colonnello Beaufre, Une forme nouvelle des conflits internazionaux: la paix-guerre, in "Revue des Deux Mondes" agosto 1939, p. 766-789. L'articolo non è firmato, ma lo stesso Beaufre se ne attribuisce la paternità nella celebre Introduction à la stratégie del dopoguerra. (10) Cfr. Lelio Lagorio, Jndirizzi di politica militare- Relazione alle Commissioni permanenti per la Difesa della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica, Roma, a cura Servizio Pubblica Informazione della Difesa, giugno-luglio 1980. (11) lvi, p . 88-92. (12) lvi, p. 13. (13) Ministero della Difesa, Libro Bianco della Difesa- la sicurezza deii'Italia e i problemi delle sue Forze Armate, Roma 1977, p. 33. (14) Ministero della Difesa, La Difesa- Libro Bianco 1985, Roma 1985, p. 57. (15) Generale Colmar Von der Golz, Condotta della guerra (1895), traduz. it. a cura del cap. Pasquale Meomartino, Benevento, Tip. De Martini 1896, p. 23. (16) Cfr., ad esempio, Domenico Bonamico, Scritti sul potere marittimo 1879-1905 (a cura di Ferruccio Boni), Roma, Ufficio Storico Marina Militare 1998, e Lodovico Cisotti, Le grandi manovre, in "Rivista Militare Italiana" 1901, Tomo III. Secondo il Cisotti, "il problema della difesa del Paese è uno solo: i fattori che concorrono a risolverlo devono essere coordinati di lunga mano". Fano dimenticato fi no ai nos tri giorni. (17) Cfr., in merito, Ferruccio Botti, La /ogistica dell'Esercito Ita/iano- Vol. II (1861-1918), Roma, SME- Ufficio Storico 1991, capo Xl. (18) La prima missione di salvataggio profughi della nostra storia nazionale è stata quella del 26 novembre 1873, quando la corazzata Roma e l'avviso a ruote Authion, inviati a Cartagena (Spagna), hanno coraggiosamente imbarcato uomini, donne e fanciulli sotto il fuoco della flotta degli insorti (Encic/opedia Militare, li, 737).


FERRUCCIO BOTII

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(19) Marina Militare Italiana, Rapporta 1995, Roma 1995, p. 21. (20) Sul "Corriere della Sera " del 26 novembre 2001 si accenna, ad esempio, alla minaccia di attenta ti terroristici alle petroliere e ai porti (Cfr. Guido Olimpio, Le petroliere e i parti ne! mirino dei terroristz). (21) Sulle teorie di Amedeo Mecozzi, tuttora mal conosciute o erroneamente interpretate, Cfr. specialmente Antonio Duma, Douhet e Mecozzi oggi, in "Rivista Aeronautica" n. 8-9/1968; Antonio Pelliccia , L'ultimo assalto, in "Rivista Aeronautica" n. 9/1970; ID., Amedeo Mecozzi e la dottrina della guerra aerea, in "Rivista Aeronautica" n. 10/1972; ID., Far giustizia a Mecozzi, in "Rivista Aeronautica" n. 5-6/1974; Ferruccio Botti, Il pensiero di Amedeo Mecozzi (in "Rivista Aeronautica" n. 6/ 1986, n. 1/1989, n. 4/ 1989, n. 2/1991) e ID., Amedeo Mecozzi (in Actes du Colloque International "Précurseurs et Prophètes de l'Aviation Militare", 8-10 ottobre 1990, Paris, Service Historique de l'Armée de l'Air 1992). (22) Mary Kaldor, Le nuove guerre- la violenza organizzata nell'età globale (1999), 2• Ed. it. Roma, Carocci 2001, p. 143. (23) lvi, p. 108. (24) lvi, p. 19 e lOR (25) lvi, p. 113. (26) Si veda, in merito, la voce Geografia umana (Paul Clavai) in "Enciclopedia delle Scienze Sociali ", Roma, Istituto Enciclopedia Italiana 1994, Vol. IV, p. 265-275.


PARTE SECONDA

CARATTERE DELLE OPERAZIONI


LE FOI\ZE ARMATE E LE MISSION ! 01 OSSEI\VAZIONE OELL'ONU. Dl INTEI\POSIZIONE .

107

Sig n o re e Sign o ri b u o n g io rn o , so n o il tenen te col o nn ello A nto ni o Cap p o ni , ca p o uffic io del ca p o di Stato Maggi o re del Comanclo Op era ti vo cli ve rti ce Inte rforze . I l tem a cl e ll 'i nte r ve n to è : " le Fo rze AnnaLe e l e mi ss io ni di osse rvaz io n e cl e ll 'ONU, di inte r p os i z io n e a rma t a, cli in te r ve nto um a nit a ri o, cl i ami c i z ia e si cu rezza n e l pe ri o d o 1946- 1989''. Inna n z i tutto d esid c ro p o n are i l sa l uto d el ge n eral e di B r igata Ae rea L u c ian o M asse tti c h e av rebbe d ovuto t n ere q u es ta conferenza, m a g l i impegni con segu e nti ai trag i c i fatti d e ll 'l l se tte mbre n o n gli h anna co n se nti to d i all o ntanarsi d a i Comand o . lnfatt i il CO l , in qu es to p e ri od o, sta p ian i l ican do l ' inte rve nto d e lle Fo r ze Naz.i o nal i n e ll a lo tta al terrori sm o inte rn az io n a le.


AN T O N I O CA I'PON I

108

Tipologia degli inlef'flettti.1946 -1989 Le nlissioni ali'estero delle F. A.

Cottclusioni L'esp os izione sa rà in centrata s ug li aspe tti o pe rativi degli interventi de ll e Forze Arm ate , an che all a lu ce d e ll a s itu azio ne attu a le. In p a rticola re , nell' es ame di gu es te o pe razio ni, a prirà , di vo lta in volta, una fin es tra s u guelli c he so no gli impegni attu a li in mo do ela ve d e re l'evo lu z io ne d e ll e o p e raz ioni cial pe rio d o post be lli co ad ogg i. Prima di tutto indich e rà la tipo logia di g uesti inte rve nti , pe r il peri od o 1946-1989 e tratterà quindi de ll e cos idclette "m iss io ni all 'este ro " pe r tra1Te le relati ve conclu sioni.


109

LE FORZE ARNIATE E LE MISS ION ! D l OSSERVAZIONE DELL'ONLI. Dl INTEI<I'OSIZIONF

MINISTRO DELLA DIFESA

~] -----

tt,.UJ Ca.SMD [

rxt:m

r;tUi1

C:m.SWAL

C:fl.SMA

~====~~====~ ~---

F.A.

F.A.

F.A.

IESE!RCITO

MARINA

AERONAUTICA

Arnm CARAIHNŒRI

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Direzioni Genera li

Cre do c he sia di particolare inte resse vis ualizzare l'o rgani zzaz io ne d ella D if e sa n e l per io d o in esame. In s intes i, se n za sos ta n z ia li va rianti , s in o a l marzo 1997 il ca p o di Sta to Ma ggiore d e ll a D ifes a , i ca p i d i Stato Maggiore d i Forza Armata, il seg re tario ge ne rale e i dici annov e di re tto ri ge ne rali ha nn o av uto la coll ocaz io ne indi ca ta ne ll 'immagine all e dire tte dipe nde nze d e l ministro de lla Difesa . Le diffi coltà rela ti ve a ll ' indirizzo e co ntro llo di ventiqu attro e le me nti d i ve rti ce, tutti dip encl e nti dal la s tessa Autori tà, son o imm ag ina bili


llO

ANTON IO CA I' I'ON I

MINISTRO DELLA DIFESA ,

allribu::}oui tecuico ope.ratil'e

Segreta rio Generale della Difesa

IF' Il

'?.A.

Direzioni

!E.;;JE~~CID'Tro

JVJ/U':~NA

Geoerali

-1

Da i marzo 1997 la s itu az io ne è profoncla m e nte mutata, co n il capo di Sta to Maggio re dell a D ifesa ch e è s ta to posto in p os izio n e sov rao rcl inata ri s p e tto ai ca p i d i Sta to Maggio re cU Forza Arma ta e cl a n c he a l seg re ta ri o gen e ra le de ll a D ifesa , p e r le attrib uz ioni te c n ico o pe rati ve. Pe r quanta qui pu à esse re d 'inte resse, il ca p o cli Stato Maggiore d e lla Difesa ha ass u nto anc he le fu n zion i cl i coma nd ante in Ca p o (Commander in Chief- CINC) d i ogni s in go la o p e raz ione Qu incl i, cia l 1997 il co mancla n te cli ogni inte rve nto è in e q uivoca hilm e nte s ta-b ili to e p e r s vo lge re ta le fun z ione s i avva le ci e l prop ri o Co mando ( il COl).


LE FORZE ARJ\ lATE E LE J\ JISSJO N J J) J OSSER\'AZIO E JlE LL'ONll. Ill INTERPOSJZ JONE .

1.,

I

•

C<JJ.~~-:h .r;J'"'.'

C(l/fJO cli Stato M1tggiore

IEsercilo

.l0E'I'

\'l!U ;e.rl!~ J14lib..rfJr&

l~a

di Stato Maggiore

Ill

1

Marina

..--------.

D a i 1999 co m e s i pu èl ve cl e r e n e l l 'imm ag in e, l ' impi eg o d e ll e Fo r ze è g aran t ito el a un unico Co m ;lllcl o f nte rlo r ze a ca p o d e l q u a le v i è il cap o cl i Su to 1\!l agg io re ci el l a Difesa. Le Fo rze Arm ate pro ,·ve d o n o so lo a p re p ara re le u nità e cl a alim e ntarl e ne ! corso cl ell 'o pera zio n e .


ANTO N IO CAI'I'O N I

112

1

Antimmigrazione j Marina e U di l':

---

UNMOGlP

UNI FIL Tt·uce Organization UNTSO

Observer Interim Force Presence in Hebron Referendum W-Sahara Nell ' immagin e son o in c.l ica t:e le attu ali o p e raz io ni i n atto ec.l il relat ivo im p eg no di pe rso n al e (8472 un it3) . Tra q u este si p osso no n o ta re le qu attr o ch e so no n ate duran te il p er io d o in esa m e (UNMO G IP - UNTFTL- UNT SO - MTO) I n qu esti g i o rn i , co m e noto , si è agg iu nta I'O p e raz io n e End uring Freedom che h a p o rtato i l tota le d ell e u n i t~! impeg n ate a 9955 un i tà. O ltr e a qu es te, c he so no d e f inibi li co m e o p eraz ion i di forze al d i fu o r i d el te rrito ri o n az io n ale, v i so no altri du e i n terventi in atto di coo p eraz io ne b ilate ral e i n te rn azi on ale ( M I ATM e D I E) c he p o rtan o il to tale a 9997 un ità


LE FO IW' AlĂšviAT E E LE i\IISSION I D l OSSERVAZIO 1E m:LL'ON U. D l JNTERI'OSI ZION E ..

11 3

PSO Peace Support Operations Thtte le operazioni che non riguardano la Difesa del territorio e dello spazio aereo nazionale

CR (Crisis Response) Risposta alla crisi Pe r quanta co n ce rn e la tip o log ia cl eg li in terve nti , ogg i le o p e raz io ni c h e n o n ri g u arcJan o la clifesa d el territ o ri o e d e ll o spaz io aereo n az io nale e n o n so n o di ca ratte re be lli co di chiarato, ve ngo n o i ncl ica te in ambito inte rn az io n a le co m e Peace

Support Operations. ln ambito NAT O qu esto te rmin e te nd e ac! esse re sos Lituito con qu e ll o di ri s p osta all e c ri si ( Crisis Re:,ponse), termin e che comp rend e tutte le ini ziative p oss ib ili di ri sp os ta all e cri si , co mpr so l' interve nto m ilitare.


11 4

ANTON I O CAI'I' O N I

F

0 R

z E

fPlEAICJE K!EE!PlfNG

PEAC!E M AKlfNcr.!

Le o p e ra zio ni d i Peace Support Operatio n s p e r il p e rseg uime n to e ma nte ni me nto d e ll a p ace in a re e ov e s i sv ilu ppa no o vi son o situ a zio ni cli "cr is i" va ri a n o ela inte r ve nti cli pea ce mctl>?.ing e p ea ce hui/ding in c ui l'impie go di Forze mili ta ri è molto limitato e d a lt iss imo il co nse nso c he acco mpagn a l'o pe razio ne, a ve ri e pro pri conflitti , ti p ic i cleg li in te rve nti di "imp o sizio n e d e lla p ace, o p ea ce e J~fo r­ cem ent in c ui è n ecess a ri o un impi e g o ma ss icc io di Fo rze m il ita ri e il co ns e n so cl e ll 'o pinio n e p ubbli ca a ll 'ope raz ion e ragg iu nge il s u o minimo .


LE FORZE ARMATE E LE MISS ION ! D l OSSEI<VAZIONE DE LL'ONU , Dl INT ERPO SIZIONE ..

11 5

L'impegno ita li a no in inte rve nti d i Peace Support Operations è n o te vo lmente va ri ato con la ca cluta ci e l mu ro di Be rlin o (incli ca to ne ll 'imm ag in e co n una freccia gia lla) . Negli anni Ottanta l'im pegn o ita li a no e ra limi tato a lla p a rtec ipaz io ne di p oc he decine di uo mini in o p e raz io ni a ca rat te re multinaz io n ale . Co n la fin e d e ll a g ue n·a fre cl cla e l'e merge re d i una se ri e d i mi cro conflitti regio na li , l'impeg no inte rn azio n a le è n o tevolme nte cresciuto e la pa rtecipaz io ne ita liana è g iunta ag li o ltre cl iecimil a uo mini im p iega ti in ve ntiqu a ttro o p e razioni conte mpo ran eam e n te. Il trend, co me vedi a mo n e ll 'imm agine è sicu ra me nte c resce nte.


116

ANTON IO CAI' I'ON I

1946-1989

RESI>ONSABILIT A' DIRETTA <ei Ca.SM di F.A.

Pass iam o o ra all 'es am e d eg l i inte rv e nti d e ll e Fo r ze A rm ate n el p e ri o d o 1946- 1989 , ten e ncl o co munqu e prese nte ch e so n o state o p e ra z io ni in cui v i e ra la res p o n sa bilitĂ cliretta cli ca p i d i Stato M agg io re cl i Fo rza A rm ata ed il coo rdi nam ento ( non se mpre n ec ssa r io) d e l cap o cl i Staro Ma gg io re de ll a Difesa .


LE FORZE t\R!VIt\TE E LE

~ II SS I ON I

1) 1 OSSERVAZIONE I)ELL"ONU. Ill INTF iœOS IZIOf\'E .

117

deOa missiione

A..c;;S &"TENZA TECNICO-:MI TARE altr-o paese (no è

! ~O...,..Ik"'>ll~n

La t i p o l og ia d eg li in te r ve nti è mutata cia l dopogue rr a ad ogg i . I n part ico lare, ogg i , la cl o ttri n a d e ll a Difesa preved e le seg u e n ti ca ratter i zzaz io ni : -

p er "m iss io n e" si i nte ncl e il co mpito e lo sco po c h e v ie n e afficl ato ad un com an cla n te (t ra q u es te son o ela i ncli viclu are le mi ss io ni ONU , ci oè i l co mp ito ch e l 'ONL afficl a per l ' int e rve nto in un a dete rminala a rea);

-

per " o p eraz ione '' si in ten cl e l 'attiv ità di p e rso na le o uni tà m il itari c he ag iscono p er l 'as so lv im en to d e l la mi ss i o n e;

-

per "ass isten za tec n ico- mi li ta re" si i nte ncl o n o le att i v ità d i ai uto ad u n altro pa ese n ell 'amb i to di un a coo p eraz io n e bil ate ra le o mu l til atera le d i ca ratte re intern az io n ale Ce n o n so no ela co n sicle rare de ll e ope razi o ni).


ANTON IO CAI' I'ON I

11 8

iYJi.;wiwtl rlislr:m·et;{,a intJ::J·m1âoJJale - SuJfHl li~J - smltrullo t!:r . B ~u'-l titu:llow: PollzÎ!l (1 Y'lY-1:\Ieiu) - Llb~Jno - nq tl. di ~utt::rln::Jb UUIFlL tlld 15 g.lu .1 y~;y - LHJ!IJW · op. "JHmrw l" dl!J :!.G l!f;;O. H112 :;~::L 15J i.l1 "L1bH1J 'J - up. " llblllJIJ 'J/' llld '.1-G !:H l.f101 rd 1(; J'~b . :J110tJ - I'Tnw il:..JH - -'H,Jtl. :;ll%tttri IltllH Ui !TAO llld 1110li nJ 111!10 JilJ::::ifJJ!! rli v.neoœr.icJJ!i

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Ne ll 'imm agin e ecl in q uell a seg u ente so no in clicati g li interventi cl eii 'Ese rcito itali an o, cl e ll a Marina Mili tare e cleii 'Aeronauti ca Mi litare, ch e si riferi scono al p eri o cl o in esa m e. Ogni inte rvento sa rà trattato singolarm ente.


LI:: FO RZE ARNIATE E LE MISSION I D l OSSERVAZIONE DELL'ONU. D l INTEIWOSIZJONE .

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119


120

Af\TONJO CAI'i'ON J

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Le mi ss io ni d i sic urezza in ternazionale dell'Es erc i to co mprendono gl i interve n ti i n So ma li a, i n Lib an o e in Na mib ia . Pe r la So m ali a, le ca r a tt eri sti ch e de ll ï nter ve nt o sa ranno i Il u st ra te cia l p ros sim a co n fer en z ier e e cos! p e r i tre inter ve nti i n Libano, m a vo rre i comunqu e fare d e ll e osse rvaz i o ni di ca rattere strettame nte o p e rati vo su qua nto è acca cluto in Liban o, p e rc h é g li amm aestram enti tratt i han n o cos tituito un elem ento fo ndam entale n ell 'evo lu z io n e d ell e capa c i tà o p erati ve nazio n ali .


LE FO ilZE AR\ IX Il ' E LE ,\ IISS IOf\ 1 Dl üS~EII\ ' AZiü:\E DEILOM ·. Dl 1:\TERPOSIZIOi\E ..

l2J

1949 Ou'· ·e:rvazf/O!I'i

I p rimi .~s i mi impeg ni de ll e Fo rze A rm ate italian e n e ll e mi ss io ni in su p pmto d ell a p ace risal gon o al 1949 q u an do p e r la prim a vo lta I'Iu li a :tuto ri zzà lï n v io c.li q u alch e osservato re per con tro l lare il risp eno della rreg u :1 lra arab i ecl isr:J e l ian i . Tuttav ia pe r la p r ima PSO c he ha v isto l ïmpi ego d i re p <Hti e sistem i d 'arm a. occorre attend ere sin o al 1979 qu:m do f u auto riz zata cla ii 'O U la mi ss io n e UNl FIL

( United Nations Jn teJposition F o r ce in Lebnnon). c.li in te rposi z ione rra le fo rze p alestines i e le fo rze israe l iane ne l Libano m erid iona le . D o po o l t re ve n t i :1n n i l'l ta li a co ntrihu isce t u ttora co n un o squacl rone c.l i e li cotte ri c.l eli 'Ese rc ito. p i LI el em en ti in te rfo rze, pe r un imp eg n o to ta le di q u arantac i n q ue u o mini.


122

AN TON IO CAI'I'O 1

Ed è p rop ri o in Liban o c he ne l 1982-84, ve di am o sc hi erarsi p er la prim a vo lta un a ro rza italiana o rga ni zzata ed art ico lata sin o al li ve l lo Bri ga ta co n un imp eg n o to tale di c irca 2000 uo rnini . L'O pe raz io n e er a certam ente ad alto rischio in quanto ave va le caratte ri sti c h e cli un a p rese n za militare im p os it i va p er ga r anti re il cessa te il fu oco ecl il ripristin o d i un m ini m o di sicu rezza . Le q uattro n azio ni prmagon iste ( SA , FH , UK ecl IT) cl iecl ero v ira acl una ini ziativa m ultin az io nale senza p ero il supporta di una risol11z ione de/l 'ONU e sen za una sol ida co nce rta zio ne p o litico-militare tra le pa rti . Per d i p iü , la co ndo tta cl ell 'o perazio ne n o n fu cara tteri zza ta da ll 'unicità di inten ti e d i com and o e ciasc una nazio ne si trovo a dec icl ere ed o perare p er· co nto p ro pri o e sp esso con ob ietti v i e compo rtam enti anc he di ve rgenti. In ta le occas io n e si ebbe, c red o p erl a prim a vo lta, la rea le se n sa zio n e di q u anto fosse im po rta nte osse rva re i mp a r z i a li t ~l e il min i m o uso d e ll a fo r za. Parall elam ente, si senti l 'es ige n za d i app li ca re sia cr ite ri d i Force Protection , sia rego le d 'ingagg io co mun i p er tutti i contin ge nti. Ne l camr o cl ei m ezz i e cl e i m ateri ali si ra vv iso sin da ll 'iniz io l 'impo rt an za cli ave re a cl isp os iz io n e m ezz i legge ri , mo l to m o bi l i, m a pro te tti ecl in g rado d i o p e rare n egli ambienti t i pi c i d eg l i in secl iamenti ci v ili . Per !'!ta li a fu ce r ta m ente un successo . in qua n to la m iss io n e fu asso ira, alm eno p er cio c he ri g uarda l 'a rea di n os rra co mpete n za , cl i mostra ndo un hu o n g rad o di fl ess ibil it{t ed adatta ni e nto all a situ az io n e , uni tam e nte a capacità o r e rati ve soddi sfa ce nt i .

L'impiego de!lostrllmento milita re si è riuelato com ll rtqll e idoneo per raggiu ngere importanli ohiettiui di politica estera e tale im p iego sa r~r anco ra p i Cr esteso negli anni success ivi.


LE FORZE AIUvJA'T'J ' E LE MISSION ! D l OSSE INAZIONE DELL'ONLI, Dl INTEHPOS IZIONE ...

123

.Hissitmi di :>icurez:;a int..nw:.umak Somali;J controllo ter. c co~titiiZLOllt' PoliJ:iu (191') 1%11) - Lib:Hlo - s•1 d. l'lkolteri nell a l NI FJL dai 2 5 g111 1 () ,'1) - Li ba no- op. "Jibano 1 " ùal 26 agu. a Ill ~ct 1 1J!l! Libano- op. "libano 2ft clnl2(o ~ct. l'J82 al26 fch. 1 l!l4 - 'iamihia- sqrl. elicul!e:-J·i nell.t 1 ,.., fA<; d,tl1989 i.!11990

N.~_'T

f{)N AS..;JS1'A

- sgomberi sanitari di civili - ricerca e soccorso (SAR) - trasporti tattici

Per qu anta rigu arda l ' inter vento i n Na mibi a ci a l 1989 a l 1990, l 'Ita li a ha pa rtec ip ato co n uno sq uadro ne di e li co tteri ne ll a UNTAG (UN- TRANSJ770N

ASSISTA NCE CRO UP NAMIB/A) c he è stato impi egato per sgo mbe ri sa nitari di civ ili , p e r attività di rice rca e socco rso (SAR) e p er tras p o rti tatti ci .


ANTON IO CAPPO NI

12-l

j\fissioni di osservazioui ONU - Palestin a - UNTSO dal1958 - Libano- UNOGIL dal19 al26 giu . 1958 - India-Pa kistan (Kashmir)- UNMOGIP da l1 949 - Yemen - UNYOM dal1963 al1964 - India-Pakistan UNIPOM dal1965 al1 966 - Iran-Iraq UNIIMOG dal1988 al 1991

ancora in atto

U itet Nations ruee Supervisio

z¡

10

- controllo del cessate il fuoco tra le parti in causa (Israele, Libano, Giordania, Egitto e Siria)

- sette ufficiali_ osservato.ri italiani - agiscono disarmati

l a pa rtecipa zio ne alle mi ss io ni d i osse rvazion e ONU fu am p ia e cl ive rsificata. la pr i ma partecipa zio n e ri sa le al 1958 , q u ancl o g l i u ffici ali osse rva to ri entraro n o ~~ far pa rt e d ell a UNTSO (United Na tio ns Tn 1ce Superuisio n Organiz ation) in Pales rina ch e è an co ra in atto ecl ha il co mpito cli con rro ll are il cessa re il fuoco rra l e parti in ca usa (Is rael e, liban o, G io rd ani a, Egi tto e Sir ia) . l1ta 1ia part ec i pa con se tte U ffi c ia 1i ch e ag isco n o d isa rm a ti .


LE FORZE AllJ\ IATE E LE M lSS ION I Ill OSS I' I{\AZION E DELL'ONU. Dl 11\TERl'OS IZIONE .

125

'Mi.:.~rinnÎ di osservazinni ONU -Pales tina- UNTSO dal1958 • Libano- UNOGlL dall9 al 26 giu. 1958 - 1nclill-Pakistan (Kashmh")- UNlVIOGIP dal1949 - Yemcn - LJNYOJ\11 dlll1963 all964 - In dia-Pakistan fJNIPOl\lf dal1965 al1966 - Iran-Ir:1q UNJIMOG dall988 a11991

UNITED NATIONS OBSEUVATION GR0t1P IN LElb\NON

Controllo delle aree del confine libanese-siriano p·e r · evitate l'inflltrazione di personale ed il contrabh ando

La UNOG IL (UNITED NA TIO NS OBSERVA TIO N GROUP IN LEBANON) s i è svo lta in Libano tra il 19 e il 26 g iu g no 1958 co n il compito cli co ntro ll a re le aree cie l co nfin e lib anese-s iri a no p e r ev ira re lïnfi lt raz io n e cli persona le e cl il co n trabba ncl o .


126

ANTONIO CAPPONI

.3.fissitmi di (1 路ser!Ylzioni ONU 路- P~l es tin a- UNTSO dal1958 '- Libano - UNOGIL dnl1 9 al 26 g iu. :1958 - India-Palds lan (Kashmlr) - l!NMOGlP dn.l l949 - Yemcn - Ui -YOl\1 dal J963 al .1964 - ludi:a-Pali:L tan UNIPOJ\ l !1~11 J 965 al :1966 - Inm -I r a(j {1:"\l liJVIOC dal1988 al1991

an<.路o,路a

ill <l tto

- controllo d ella tregua nel c onflit to indo -pak istano per

la questione Jammu -Kashmir {risp etto

dei

trattato di Karachi) sett e ufficiali osservatori italiani schierati in Pakist an (dai 1961)

In Indi a-Pakistan vie n e is tituita nel 1949 la missione UNMOGIP (Gruppo Osservatori Militari Inclia Pak ista n) con il compito di controllare la treg ua ne ! co nflitto indo-pakistano p e r la questione J am mu -Kas hmir ( rispe tto del trattato di Karachi). L'Italia partecipa cial 196 1, co n se tte ufficiali osse rvato ri sc hi erati in Pakistan.


LE FORZE Ai{I\IIAT E E LE MISSIO N! Dl OSSERVA ZIONE DELL'ONU. Dl INTEI<POSIZIO E .

127

f

},fissùmi di osse-n•a;ioni ONU - Pa lest in a - UN TSO dal 19'58 - Libanu - UNOG IL da1 19 al 26 g lu. 1958 - lndia-Paldstan (Kashmir)- { fNi\IOGIJl da l1 949 - Yenwn- UNY0:\1 dall963 a 11964 - ludia-Pakistau lJNIPOl\ 1 dai 1965 :111966 - Iran-Iraq ITNlli\10G da l 1988 ~~~ 1991

lUl' l

f . vM

Osservazione e c ertificazione dell'implementazione dell'accordo di s e parazione tra Saudi Arabia e United Arab Republic

Ne ll o Ye rn e n , da i 1963 a l 1964, la mi ss io n e UNYOM (UNITED NATTONS YEMEN OBSERVER MISSION) ha avuto il comp ito di osse rvare e ce rt ifica re l'imp leme ntaz io ne d e ll 'accorclo d i sepa raz io ne tra Arab ia Sauclita e Re pubb li ca Araba Unira.


ANTON IO CAPPO:-.J I

128

1'l issioni di osservazioni ONU - Pa lcstin a- UNTSO da l 1958 ~ Liba no - HNOGJL dn l1 9 nl26 giu . 1958 - lnd ia-Pakis ta ll (Kas hm ir)- UNMOGIP clal l949 - Yemen- UNYOM cl nl1 963 a l 196-l 1 1- lnrli a-Pnkistan UN fPOM dal1965 al1966 -Iran-Ir aq UNJIMOG da l 1988 all991

UN- INDIA PAKllSTAN OBSE_ VATION MISSION - controllo della tregua d'armi nel conflitto indo pakistano lungo il confine tra i due paesi ad eccezione dell'area di J ammu -Kashmir - controllo del ritiro delle truppe armate dalle posizioni tenute prima del 5 ago . 1965

In Inclia - Pakistan , la m iss ione UNIP OM (UN - INDIA PAKISTAN OBSERVA TION MISSION) , cia l 1965 a l 1966 , h a avuto il co m pito di cont rollare la tregua d 'arm i ne! conflitto ind o-pak ista n o lunga il co nfin e rra i clu e p aes i ad eccezion e cl e ll'are a di J ammu -Kash mir , e d i co ntroll are a lt resl il riti ro d e ll e truppe a rm ate dalle pos izioni te nure prima del 5 agosto 1965.


LE FORZE AR,\L-\ TE E LE .\IISSI0:'-11 Dl OSSER\ "A Z\0:\E DEI.I.O:\U . Dl l\IERPOSIZ\0'-IE

129

lvfissioni di osservazioni ONU -Pales tina- UNTSO dal1958 - Libano- flNOGJL dall9 al 26 giu . 1958 - ludia-Pakistan (Kaslnuir)- UNMOGIP dall949 ~ Yemen-lJNYO!VI dall963 al1964 -lnrlia-Pakistan UNIPOM dal1965 al1966 -Iran-Iraq UNIIl\lfOG dal1988 all991

UN - GRUPPO OSSERV ATOR MILITARI IRAN--IRAQ Verifica, conferma e supervisione del cessate il fuoco e del ritiro delle forze contrapposte dalla linea di contatto al termine del conflitto Iran-Iraq

Infin e, cia l 1988 a l 199 1 , I'It a li a ha parr ec i pato a ll a mi ss io n e UN IJNJO G (G ru ppo Osservato ri Mi li ta ri Ira n Iraq) in Iran-Iraq co n il co mpito cl i ve rifi ca, co nfe rm a e s upe rv isione ciel cessa te il fu oco a l termine ci e l conflitto rra i clu e paes i


130

ANTON I O CAPPO N I

J fiçsioni tli assiHen;.a tecnico-militare - 1\ Ia lta - MI A Tl\[ da ll 'a go. 1973 - Ma rocco - Dl A. T M dai gen. 1977 - Somali a - DIATM da1 1983 al 1990

MIATM MALTA

l\IISSIONE ITALIANA DI ASSISTENZA TECNICO 1\DLITARE

- fornire assistenza all'addestramento m ilitare di personale malte s e; - fornire servizio di ricerca e soccorso (SAR) - Personale (U. e SU.) dell'E.I., della M. M. e dell'A.M. - 2 Elicotteri AB 212 e 50 automezz i vari

Pe r quanto rig ua rcl a le mi ss io ni di assiste n za tec nico militare c he no n so no oggi co nsiclerate o pe raz io ni , ab biamo la MIATM (M iss io ne Ita li ana di Ass is te n za Tecnico Militare) a Ma lta, d a ll 'agosto 1973 , il cui co mpito ri g ua rda l'assis ten za all 'aclcl estra mento milita re di pe rsonale maltese e attività d i ricerca e socco rso . L'Italia partec ip a co n pe rson a le d e lle tre F.A. , clu e e lico tte ri e cinquanta a utom ezzi va ri.


I.E FO RZE ARMAll·: E LE MISSION J J) J OSSERVAZIONE J)ELI.'O NLI . J) J JNT EH J>OSIZJON E ...

Jfissimzi di

lL~'!>hten:;a

J3l

tecnico-militare

- l\Ialta - JVJIA Tl\ I da li 'a go. 1 973 - Ma rocco - DI ATM da i gen. 1977 - Somalia - DI ATM da l l983 a l 1990

DIA TM MA ROCCO

DEl,EGAZIONE ITALL\NA DT ASSJ STJ<:t~ZA TF.CNJCO

cooperazione

tecnica bilaterale

per

J\fil~ITARE

l'assist enza

ali' Aeronautica m i lit are locale

D al ge nn a io 1977, è stara istitui ta in M arocco la mi ss io ne D!ATM ( D e legazio n e Itali an a di Assiste n za T ec ni co M ilitare) c he si occ up a d e ll a co ope razio ne tec ni ca b il ate rale pe r J'ass iste n za aii'A e ro nauti ca m il i ta re loca le.


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ANTO N IO CAPPON I

;l/issioni di assisten~a tecnico-militare - Malta - MIATM dall'ago. 1973 - !VIarocco- DIA TM dai gcn. 1977 - Somalia- DlATl\1 dal1983 al1990

DIA TM SOMA LIA

DELEGAZIONE ITALLI\.NA DI ASSlSTENZA TECNICO J\tllLITARE

consulenza a militari somali sull'impiego di mezzi (1

e materiaU ceduti alla Somalia dall'ltalia - formazione di personale destinato alla riparazione e manutenzione dei mezzi e materiaU

An al oga mi ss io n e in So m al ia ha av uto l uogo ci a l 1983 al 1990. La mi ss io n e DTATM ( D elegaz io n e ltali an a d i Ass iste n za Tecn i co M ili tare) h a av uro comp iti di co n su len za a militari so m a l i sull 'impi ego di m ezzi e m ate riali ceclu ti cla ll 'Itali a all a som ali a e c.li fo rm azi o n e c.l i pe rso nale cl es tinato all a ri p araz io n e e m anuten zi o n e cle i m ezz i e m ateri ali .


LE FO RZE AR,\IATE F. LE !\ IISS IONI DI OSSER\ 'AZ IOi'iE DELL'Oi\l. DI I'JTEI\J>OSIZIOi'\ ë .

133

tatn1iUi Ùi t:OIIfestJ multiJttdtmttli ~

Sinni ~ MF'û tontro llo dello stretto tH Th·un d.tl198l

- golfo Persico - thtll987 i\11988 ~ Sottotso n tn-ofugh i suppjJf'to vpr7'nllvtl

elo.gistioo

~tlSftl:nte ai

ttmfbtgl!ltti deii'Ii.seréilv

Multinational Force Observer - circa 80 uomini della M.M.

- tre unità navali - osservare e verificare la libertà di navigazione nello stretto di Tiran (golfo di Aqaba - mar Rosso) riportando eventuali infrazioni

Le o pe raz io ni d e ll a Ma rin a, n 1 pe ri o do in esa m e, son o state mo lte p\ic i e sa rann o illu srrate d ai rel ato ri c h e segu irann o. I l su pporta o p e rati vo e log isti co ai co ntinge nti d e ll 'Ese rc it o e il cos tante socco rso ai profu g h i i nd i ca n o la co n tin u ità d e ll ï m p eg n o. 0 \t re a c io , la Ma rin a J\llilit a re è int e r ve nuta n e \ go lfo Pe rs ico dai 1987 al 1988 e, cia l 1982, p art ec ip a in sie m e ad altri pa es i e uro p e i e d e ll 'ar ea d el M edi.te rr an eo ad ass ic urare la li b e rt ~I c.li na v iga zi o ne attrav e rso Jo su·en o di Tiran.


134

ANTONIO CAP PO N I

interventisotto egüla ONU - crisi d i Suez 1955 - Libano - C ipro - Congo (eccîdio di Kindu) inter11enti persgombero connaûonali a/l'estero sup[nJrto opra·({dvo e logi:>tico costaute ai cotttittgeuti dell' Esercito

[ff"umerosi

interve~ti in varie parti dd Afond.o 1

An ch e l'Ae ro n a uti ca Milita re ha effe ttua to nume rosi inte rve nti in varie pa rti d e l m o ndo. Sotto l'eg id a d e ll 'O NU h a pa rte c i pa to a cl a ttiv it à o p e ra ti ve i ne re n ti all a c ri s i di Suez n e l 1955 , è inte rve nuta in Li ba no, a Cipro e d in Co ngo ove vi fu il trag ico ecc ic.li o di Kinclu (c h e sa rà tra tt a to el a un a ltro re la to re) . L'Ae ro nau tica Milita re ino ltre, ha svolto o p e raz io ni n azion a li di sgombro d i co nn az io n ali all 'es te ro in di ve rse aree geog ra fi c h e .


I.E FO RZE

;\1 ~\ I ATE

E LE

~ II SS IO N I

Dl OSSFR\'AZIONE I)EI.J.'ONU, Dl I:-.1TERI'OSIZIONE

13'5

In co n c l usi o n e si pu Ă affe rm a re c h e, n el p e ri o d o in esa m e, le Fo r ze Arm ate itali ane si so n o se mpre d im os trate a ll 'a lt ezza del co mp ito afficlato da ll e autoritĂ gove rn ative parte cip a nd o, co n o ttimi ri sulta ti , a ll e ope r azion i PSO , co n un a progress iva cr esc ita di p rofess ionalit3 ed un a m agg io re effi cac ia cl ' interve n to . L 'ana lisi e la va lu taz i one di qu eg li in te rventi so n o stati l 'e l m ento fo n da m en ta le p r appo rt a re i n ecessa ri co rre tti v i e mi g l io ra re lo strum e nto o p e rati vo.


L' AMMINISTRAZIONE FIDUCIARIA ITALIANA DELLA SOMALIA (1950-1960) Cenni storici La Somalia entrà ne/l'orbita degli interessi italiani a partire da! J885, allorché, a scopi commerciali,furono presi in a.ffitto da! Su/ta nato di Zanzibar alcuni degli approdi del Benadir. Ne! J889 furono istituiti i protettorati italiani sul Sultanato di Obbia, su quel/a dei Migiurtini e sul territorio del Nogal, tutti situati ne/la parte più settentrionale del Corna d'Africa . Ne/ 1905 fu decisa l'occupazione militare del Benadir, su cui fu stabilito un protettorato. Fra il 1925 e ilJ927l'occupazione militarefu estesa ag li a/tri protettorati. Infine, in base ag li impegni assunti per/'ingresso ne/la prima guerra mondiale, ne/1925 la Gran Bretagna cedette all'Italia il territorio dell 'Oltre Giuba, situato ne/la parte meridionale del paese. Istituita la Colonia della Somalia Italiana, essa si sviluppà con la consueta lentezza e attraverso notevoli difficoltà, fino a raggiungere il sua assetto definitivo. I Governatori militari furono sostituiti da un Governatore civile che esercitava la sua azione avvalendosi di otto Commissariati regionali, di Residenti e Vice-residenti. Durante la campagna di Etiopia (1935-36), la Soma lia fu utilizzata come base delle operazioni e dei rifornimenti del fronte Sud (generale Rodolfo Graziani). All'atto della proclamazione dell'Impero, alla Somaliafurono aggregati a/cuni dei territori recentemente conquistati: Ogaden, media valle dell 'Uebi Scebeli, basse va/li dell 'Uebi Gestro e del Canale Doria. Ne/la seconda guerra mondiale, ad un 'iniziale conquis ta del Somali/and britannico, segui una doppia o.ffensiva britannica dall'Etiopia e dai Kenya. Nonostante una disperata resistenza italiana, scarsamente sostenuta dalla madrepatria, ne/ marzo 1941 la Somalia italiana cadde in mano britannica. Dopa un 'inizia/e dipendenza dalle Middle East Forces, la colonia passà a/l 'East Africa Forces. Il trattato di pace, firmato a Parigi il JO febbraio 1947, dichiarava decaduta la sovranità italiana su/le ex-colonie e, la Somalia passava alla British Military Administration (BMA). Il J 0 aprile J949 la BMA fu trasformata in British Administration (BA Somalia), alle dipendenze del Foreign Office di Land ra. Il mancato accorda fra le Grandi Potenze sull'assetto e la sovranità delle ex colonie italiane, in parte rivendicata dall'Unione Sovietica, porto il casa all'esame dell'Assemblea Generale delle neo costituite Nazioni Unite, che ritenne necessario concedere l'indipendenza alla Somalia e sottoporla, per un periodo di dieci an ni, ad una amministrazione fiduciaria che sarebbe stata esercitata, in nome de/l'ONU, da una nazione opportunamente designata.

*** IL CORPO DI SICUREZZA MASSIMO MULTARI

All 'indomani del secondo conflitto mondiale, le Forze Armate risultavano contratte e condizionate dalle pesanti imposizioni del trattato di pace. L'Esercito, in particolare, aveva assunto la fisionomia di una forza territoriale (1), destinata


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MASSIMO MULTARI

a mala pena a garantire soltanto la difesa interna; a mala pena perché fra ipotesi di separatismo, risveglio della criminalità organizzata e sommasse di piazza, fu privilegiato il potenziame nro delle forze di polizia, che sommate raggiunsero organici quasi pari a quello dell'Esercito. Pesavano sulle possibilità di ripresa militare della nazione, inoltre, altri fattori negativi, legati al pesante disavanzo economico e all'atteggiamento mentale, di natura politica, di quanti ipotizzavano di delegare ad altri la difesa dello Stato italiano, oppure sostenevano una improbabile neutralità disarmata sul modello svizzero. Erano, in sostanza, tutte ipotesi poco realistiche, in un monda che si andava separando e catalizzando su due poli, ma che avevano sull'Esercito e sulle Forze Armate effetti deleteri. La scelta di aderire all'Alleanza Atlantica (2), presa dai Gabinetto De Gasperi, consenti di uscire dalla difficile situazione di stallo, poiché permise di superare non solo i condizionamenti politici ed economici interni, ma anche quelli internazionali legati ai vincoli imposti dai trattato di pace. Fa r parte deli'Alleanza, infatti, significava in pratica ricevere assistenza militare, con prospettive di sviluppo delle forze e di ammodernamento dei materiali, casa che la stessa alleanza richieeleva. Allo stesso tempo, il potenziamento avrebbe consentito una più efficace autonomia nella difesa dello Stato e della sovranità nazionale. Il 12 aprile 1949, a pochi giorni dalla firma del Patta, venivano delineati gli indirizzi di sviluppo de lle Forze Armate; i successivi, drammatici avvenimenti in Corea, indussero il Governo ad aumentare sostanzialmente il bilancio della Difesa, con una prima assegnazione straordinaria di 12 miliardi (3). Una decisione che mesi dopa, il 21 novembre 1949, pesà sulle determinazioni dell'Assemblea Generale deli'ONU che, riunita in seduta plenaria, si pronuncià all'unanimità (Risoluzione n. 289.IV), perché l'amministrazione fiduciaria della Somalia fosse affidata all'Italia. Mentre tali avvenimenti consentivano il potenziamento delle Forze Armate, e mentre diplomazia e politica internazionale decidevano le sorti delle ex colonie italiane, gli Stati Maggiori, ancor prima della delibera dell'ONU relativa alla Somalia, prendevano in esame la possibilità di un ritorno degli italiani in Africa, sotta qualsiasi veste. A partire dall'aprile del 1948, sulla base degli sviluppi della situazione politica internazionale, si manifestà, in ltalia, l'idea di una possibile ed eve ntuale rioccupazione, a prevalente carattere logistico-a mministrativo, d elle ex-colonie italiane (Libia, Eritrea e Somalia). Gli Stati Maggiori avevano comindata ad approntare studi e progetti in tai senso e, nell'ambito della preparazione e del potenziamento delle Forze Armate, tenevano canto di predisposizioni adatte all'eventuale invio di un contingente in Africa. Il piano prevedeva un fabbisogno di 4.500 uomini. Un compito non facile, considerate le scarse risorse disponibili e l'incertezza dell'intervento.


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Ridimensionate le aspettative italiane su più realistici obiettivi politici, che prevedevano il solo invio di un contingente di civili e militari nell'ambito di una Amministrazione Fiduciaria della Somalia, la Marina fu inizialmente interessata alla scelta dei mezzi navali necessari al trasporto del personale e del materiale (Esigenza KJ) e nella individuazione degli apprestamenti (edifici, segnalamenti marittimi, stazioni radio) che essa aveva in Somalia all'inizio delle operazioni belliche. In tale ambito la Marina fu interessata alla messa a punta del piano di trasporto del contingente ed al reperimento delle navi mercantili necessarie. Fu quindi costituita una apposita Commissione mista, interministeriale e interforze, presieduta dai contrammiraglio Federico Vicedomini, che esaminà le varie possibilità di impiego delle navi mercantili (requisizione, precettazione, noleggio) e, in base alle diverse e spesso contrastanti esigenze degli armatori e dello Stato, alle ripercussioni ne! campo politico-sociale, ai costi e alle disponibilità , optà per un contralto di noleggio a tempo delle navi mercantili. La ricostruzione nazionale, sul piano militare, fu segnata definitivamente dagli accordi bilaterali, firmati il 27 gennaio 1950 dagli Stati Uniti e da otto Paesi europei, fra cui l'ltalia. Tali accordi, finalizzati alla mutua assistenza difensiva (M.A.P. Military Assistance Program), consentirono all'Esercito di beneficiare, in parte, del miliardo di dollari stanziato in materiale bellico. Fu avviata anche la ripresa industriale, poiché il .M.A.P. prevedeva commesse per l'industria meccanica nazionale, chiamata a produrre armi e munizioni per l'Italia e per altri paesi dell'Alleanza; ripresa che investi anche altre attività industriali (tessile, manifatturiera, alimentare ecc.), per l'indotto dovuto alla crescita dello strumento militare. Nell'estate del 1949, quando si profila la sostituzione delle forze britanniche con quelle italiane in Somalia, inizià la costituzione del Corpo di Sicurezza . La preparazione fu minuziosa e il Ministero della Difesa, Stato Maggiore dell'Esercito, provvide, fra il 1° settembre e il 15 dicembre 1949, a dare le necessarie direttive C4> con una serie di circolari: • N. 6100/Serv, in data 1o settembre 1949, Direttive per l'Organizzazione efunzionamento dei Servizi in Somalia; • N. 1200/0p, in data 1° novembre 1949, Direttive per l'impiego delle truppe metropolitane in Somalia; • N. 6200/Serv, in data 29 _novembre 1949, Norme tecniche per ilfunzionamento dei servizi in Somalia; • N. 1300/S.M., in data 15 dicembre 1949, Norme peril trasporto del Corpo di spedizione in Somalia, costituito in pari data. Il 14 settembre 1949 fu finalmente reso nato il Piano Caesar per il trasferimento della Somalia ad una Nazione curatrice, messo a punta dalle autorità britanniche. La composizione del corpo fu inizialmente attagliata al Piano Caesar, che


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le autorità britanniche avevano preventivamente approntato nei minimi particolari per l'attuazione dello band over, ossia del cambio delle truppe britanniche con quelle della potenza che sarebbe stata designata per l'amministrazione fiduciaria della Somalia. (L'esigenza prevedeva l'impiego di 6.500 uomini per sostituire il contingente britannico). Il piano fu modificato e perfezionato durante riunioni a Roma tra rappresentanti dello Stato Maggiore dell'Esercito, del Ministero degli Esteri e delle autorità britanniche, e verificato in Somalia da una missione mista (civili e militari), denominata Missione Italiana di Collegamento. Alla fine, presi in esame compiti ed esigenze, il Corpo di Sicurezza fu cos! ordinato nel settembre del 1949: • un Comando del Corpo, con alle dipendenze un Comando Truppe Esercito, un Comando Marina ed un Comando Aeronautica CS); • 7 battaglioni motoblindati (4 di fanteria e 3 di carabinieri); • 1 batteria di artiglieria da 100/17, su quattro" pezzi; • 1 compagnia genio pionieri (artieri); • 1 compagnia genio collegamenti; • reparti e servizi vari; • un nucleo ufficiali per il primo inquadramento dei reparti somali, dei quali già si prevedeva la costituzione. Successivamente, per motivi politici ed economici, prima della partenza, il contingente fu ridotto di due battaglioni ca rabinieri, e la forza risultà essere di 5.827 uomini. Particolare cura fu posta nella scelta degli uomini, volontari e selezionati fra quanti offrivano garanzie professionali, tecniche e morali; la maggioranza dei quadri fu tratta da quanti avevano già pregresse esperienze in Somalia o in Africa. Le unità italiane cos! formate non avevano ancora mentalità e atteggiamenti di truppe da caserma, poiché capi é gregari - anche se inviati in una missione con funzioni di sicurezza e di addestramento ai fini della pace - avevano esperienze ancora "fresche" della guerra, dirette e indirette, e in alcuni casi la conoscenza dei territori - o meglio, del terreno - in cui erano destinati ad operare. Fattori non trascurabili, poichè davano garanzia di adeguati comportamenti e di reazioni commisurate ad eventuali minacce, senza rischio di incorrere in eccessi. Il trattamento economico fu adeguato e idoneo ad assicurare l'afflusso degli elementi migliori, specialmente degli specialisti. L'armamento e l'equipaggiamento fu scelto fra i più moderni e adatti all'ambiente operativo reale.

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Con l'assunzione dell'Amministrazione Fiduciaria della Somalia il Governo Italiano si impegnava ad aumentare il grado di civiltà delle popolazioni indigene fino a metterle in condizioni di pote rsi amministrare in piena autonomia.


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Principali presupposti per raggiungere gli scopi che l'Amministrazione Fiduciaria imponeva, erano: la sicurezza dei confini e dell'ordine interna; la tutela del libera esercizio dei diritti delle popolazioni. Il compito del Corpo di Spedizione fu ben definito dalle parole rivolte dai generale Efisio Marras, Capo di Stato Maggiore dell'Esercito, il 16 dicembre 1949, agli ufficiali dei battaglioni motoblindati: " ... Questa sarà la prima prova che le risorte Forze Arma te /ta liane daranno fuori dai confini della Pa tria per un 'opera di pacificazione e di civiltà; occorre assolutamente che essa riesca bene... ". E dai discorso che il 27 febbraio 1950 il Presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, tenne a Caserta, a truppe in partenza: " ... Non è questa una spedizione di conquista, non è una impresa milita re, è una missione di pace e di civiltà. Voi, ufficiali, sottufficiali e soldati, presidierete l'ordine, la libertà e la sicurezza in un Paese nef quale non ci accampiamo come estranei, ma ove siamo chiamati da un mandata del supremo consesso internazionale che è impegnato a garantire la pace ela collaborazione fraterna di tutte le Nazioni ... ". Era quindi molto chiara il concerto che Je forze annate italiane si apprestavano a portare a termine una 'missione di pace e di civiltà. Le predisposizioni esecutive furono attuate a Mogadiscio dalla cennata Missione Italiana di Collegamento, che svolse i Javari preparatori dall'8 gennaio al 20 febbraio. Il compito fu delicato ed importante, e si rivelo prezioso per il suceessiva buon esito delle attività di sbarco e di insediamento. La missione, infatti, esamino con i britannici tutti i minuti particolari del passaggio dei poteri, studio a fondo i siti dell'insediamento italiano e avvio le trattative per i contatti con i militari somali. Durante Je ricognizioni, anche aeree, apparve particolarmente precaria la situazione delle strutture per accogliere le truppe, da adibire a magazzini e degli impianti aeroportuali. Gli elementi di situazione raccolti furono oltremodo utili per predisporre una sistemazione campale alle prime truppe che sarebbero sbarcate. Un problema che comunque resto in parte irrisolto, soprattutto per le scarse risorse finanziarie assegnate al Corpo, destinate a diminuire sempre più ne! tempo, e che costrinse gli uomini ad "arrangiarsi" in località particolarmente ostili per condizioni climatiche. Contemporaneamente, ne! corso della missione furono raccolti gli elementi di informazione sulla situazione e l'atteggiamento delle popolazioni somale nei confronti degli italiani, che inizialmente non apparivano facili e promettenti per instaurare rapporti di collaborazione. Nonostante, infatti, la fiducia riposta nell'Italia dalle stesse autorità somale per l'amministrazione e la ricostruzione del !oro nascente stato, la propaganda avversa, condotta in Somalia negli anni della guerra a danno dell' "occupante italiano", non aveva certamente ben disposto gli animi delle masse indigene.


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All'atto dell'insediamento, moite manifestazioni di affetto si ebbero dai vecchi ascari, che si presentarono agli italiani per chiedere un nuovo arruolamento. In seguito, il Corpo di Sicurezza guadagno anche le simpatie della seragrande maggioranza delle popolazioni autoctone, perla disponibilità, la serenità, l'imparzialità e la fermezza dimostrata. Ma la presenza italiana fu comunque, sia all'inizio che in seguito, oggetto di manifestazioni ostili, soprattutto da parte di organizzazioni politiche somale di opposizione. Inoltre, difficoltà politiche interne esistenti in Italia, non avevano inizialmente facilitato il lavoro della Missione di collegamento, con conseguenti ripercussioni negative e perdite di credibilità nei confronti degli inglesi e dei somali. Anche se la Missione era stara inviata in Somalia 1'8 gennaio 1950, essa non fu, in grado , per settimane, di indicare la data dell'avvicendamento. Il Trasporto del Corpo di Sicurezza previde 6 viaggi di navi passeggeri e 4 di navi trasporto. Furono impiegate 5 navi passeggeri (di cui una, l'Auriga effettuo due viaggi) e 4 Liberty, sull'itinerario Napoli-Mogadiscio. Su agni nave mercantile furono destinati: • un Comandante militare coadiuvato da un sottufficiale di Marina, che aveva il compito di controllare i consumi di combustibili; • un Commissario militare, ufficiale di artiglieria per le navi che trasportavano esplosivi, coadiuvato da sottufficiali artificieri. Il trasporto ebbe inizio il 6 febbraio e termino il 2 aprile 1950, con solo minori inconvenienti. In allegato 1 il resoconto dei trasporti effettuati C6). I movimenti delle colonne per i presidi dell'interno furono avviati il 17 marzo e terminarono il 29 marzo. Con l'ufficiale assunzione dell'Amministrazione Fiduciaria provvisoria (alle ga ta 2), il 1° aprile 1950, in Mogadiscio festante di tricolori (vi risiedevano ancora moiti italiani), avvenne la cerimonia del passaggio dei poteri tra la Gran Bretagna, (rappresentata dai generale Arthur Dowler, comandante dell'East Africa, e dai generale Gambier, Amministratore fiduciario) e I'Italia (rappresentata da Pompeo Gorini, vice Amministratore fiduciario e dai generale di brigata Arturo Ferrara, comandante del Corpo di Sicurezza). Il 2 aprile giunse la fregata britannica Loch Quoik. Il 3 aprile, alle 08,30, il comandante inglese lascio Mogadiscio a bardo di una dieselbarca italiana, prendendo imbarco sulla fregata. Alle 10,00 tutte le navi da trasporto lasciarono Mogadiscio mena la Heligolan Queen che imbarco dalla motozattera Z-56 il residuo materi-ale. Alle 15,30 anche l'ultimo trasporto inglese salpava m. Il 4 aprile, da Mombasa giunse il rimorchiatore d'altomare Empire Dolly. Il 5 aprile, mattina, un plotone di marinai rese gli onori militari al generale Dowler, comandante dell'East Africa, che lasciava la Somalia. Il 6 il rimorchiatore Empire Dolly, prese a rimorchio le motozattere Z-56 e Z-59 parti per Porto Said. Il pomeriggio giunse in aereo l'Amministratore della Somalia, S.E. Fornari.


1.1\J\ I ~ II N ISTI(JIZIONE FII)L 'CIAHJA ITAI.Ii\ 1\ A DELLA SO ~ Ii\l.l i\ 1 I ~S0- 1 %01 - Il. C:ORPO Dl SICLI RFZZA ...

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Ebbero cos! termin e le operazion i di sost itu z io ne. Tni ziava, a pa rtire da i L0 ap ril e, l 'am mi n istraz i o ne p rovv iso ri a, ch e sa rebbe termin ata il 22 d ice mbre 195 1, q u and o suben trà ad essa il pi en o fun zio n am e nto cl e ll 'Amm i ni straz io n e F idu c iari a I ta lian a in Soma li a (A.F. I. S.) . Le cli re tti ve, p r eparat e d a i ge n e ra l e Fe rra r a p e r il Co rp o, e r a n o se mp li c i : ~11 - l ' in se cl i am e nt o, pro vved e re al l a d i fesa d e ll e truppe e all a si c urezza d e i n az io-

n al i p rese n t i n e i p r es icli occ up ati ; subiro cl o p o, o rgan i zza r e l e atti v i tà d e ll e tr upp e, all o sco p o di agevo l a re il co mpit o de i fu n z i o na ri c i v ili , co n se nti r e il m a nt e nim e nt o cl e ll 'o rd i ne e prov ve d e re all 'add es tram ento de ll e na sce nti fo r ze ar m ate so m a l e. Pa rti co l a re ane n z io n e cl oveva esse re p os ta n ei r a pp o rti co n l e p o p o l az i o ni loGIIi: co rdi al it ~t e r i sp e tt o, so pra t-

· ~ .·

tutt o ve rso l e donn e , ma a ll o st esso tempo f e rm ezza . 1 mi n u z i os i s u gge rim e nt i da Li d <t Ferr ar a in q u es to ca mp o , e cl in parti co Ltre sul co nteg n o ela ass um er e, sp az iava n o da i d iffere nte uso ci e l " tu " e d e l " l ei ", a l m o d o di co mp o rtars i ne ] caso d i sc amb i o di don i . Il Co r p o d i Sic u rezza , n e ! p e r i o d o 1 ap ri le-28 se tt e mbre riu scl a po rr e in esse re un g r an num e ro d i att i v it à a cli m os tra zi o n e d e ll a fa tt i va o p er a svo l t a i n te rri -

DISTI NTIVO PEil I MILITA.RI DEL COHPO D I SICUREZZA I N SOMAI.Ii\

to ri o so m a l o ( a ll egato 3 ) In c id en ti si e bb er o n ei mesi di ap r il e e m aggi o in di ve rse l oca lit ~t cl e ll 'a l to e ci e l b asso C iu ba, n ell a Mip,iurtinia, e n e ! Mudup,h O ri en tale, so pratt u tto p e r l ' a tti v it ~t

os til e d e ll a Lega d ei G i ova ni So mali , ri vo lta sia ve rso i m embri d e ll a

Co nfere n za sia ve 1·so i pres icl i ital iani . !VIa l a fe rm ezza n eg li inte r ve nti , la cos tante prese n za ov un qu e n asceva n o in ci d e nti ,

l ' imp a r z i a li L ~t

e l a sa lda d isc i p lin a dim o-

strata d all e tru ppe ch e m ai cadde in ecces;; i rep ress i v i , f uga ron o p resto ogn i ti m o re d i co nflittu al i tà co ntinu a e rece ro acqu ista re al co ntin ge nte m o i ta st ima presso le p o pol azion i . In o l tre, l'o p e ra cos tante e co n·eu a d e i ca rab ini e r i , c h e n e ll 'acJcJestrare la p o li zi a so ma la cli ed e ro un incliri zzo cl i ve rso a ll a lot ta co n t ro la

c rimin a liL ~t ,

eb b e b e ne f ic i r is vo l ti an c he sul! 'orel in e p u bbli co e ne i contatti co n g l i i nd igen i . l carab i n ie r i , i nfa tt i , co n a zio n e co ntin u a, d eb e ll aro n o la mi c ro co rru z io ne cl i ffu sa Lra g l i age nti d i p o li z i a i ndi ge n a , c o n so lli evo d e i so m ali , cos tre tt i sp esso a paga re p er t ute lare i p r o p ri diri tt i. I l p esa n te o ne re c h e sos ten eva i l Paese imp ose , g ià ad o tto bre, un a riclu zio n e d e l Co rp o d i Spedi zio n e. La d im inu z io n e ci e l co n t in ge nte e ra con sid e rata po ss ib il e g raz i e all a g r adu a l e sost itu z i o n e de ll e u nit ~l n az i o n a li co n r epart i so m ali . Ne ! m ese di g iu g no ci el 1950 e p o i a d ice mbre, furo n o e ffe tt u ate d ell e


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riduzioni sostanziali delle spese militari, con l'inevitabile caduta sulle risorse assegnate al Corpo. Il contingente venne cosl ridotto a 2.250 nazionali, poi a 2.000 uomini (allegato 4). Al generale Ferrara toccà l'ingrato compito di preparare un piano, in termini riduttivi, per economizzare le spese, che ebbe ripercussioni su un obiettivo primario della missione, quello cioè della preparazione delle truppe somale. Da un lata, infatti, contraendo le forze egli avrebbe dovuto privarsi soprattutto di specialisti, la maggioranza dei qua li era pre posta proprio ail 'addestramento dei somali; dall'altro, la scarsa preparazione dimostrata dai nuovi volontari, ma anche dai vecchi ascari che risentivano di una sorta di analfabetismo militare di ritorno, richiedeva tempi di addestramento più lunghi del previsto, con l'istituzione di corsi e scuole sempre più numerosi, soprattutto per i quadri ufficiali e sottufficiali. Una contraddizione lampante: si riducevano le attività, per motivi economici, quando sarebbe stato necessario incrementarle. In verità, il problema delle spese militari del Corpo non toccava esclusivamente il versante italiano; gli oneri, infatti, dovevano comunque essere calibrati anche sulle scarse possibilità finanziarie della Somalia, il cui strumento militare non poteva quindi essere sovradimensionato. Dopa ulteriori riduzioni avvenute durante il 1951 (allegato 5), ne! corso del 1952, il Corpo fu costretto a congedare (allegato 6), in più riprese, oltre 1.000 militari somali, che aveva arruolato dopa moite selezioni. Il congedamento di elementi, scrupolosamente selezionati e sicuramente fidati, faceva nascere problemi di sicurezza nelle unità; è da annotare che le contrazioni organiche non toccarono la polizia somala, arruolata dai britannici ed "educata", per ironia della sorte, da propaganda antitaliana. Il generale Ferrara segnalava il sorgere di concreti problemi di ordine pubblico; perché, se era vero che la polizia somala aveva dismesso, per opera dei carabinieri, deleterie usanze, era altrettanto vero che in casa di crisi non avrebbe data alcun affidamento. Ferrara ricordava anche come, al contrario dei battaglioni somali, la polizia avesse più volte minacciato scioperi per ottenere aumenti di paga. Alla questione dell'affidabilità, si aggiungeva un lieve regressa fra i futuri quadri dell'esercito somalo; regressa che poneva seri interrogativi sui passaggi di poteri alle forze armate somale: stretti tra la propaganda dell'opposizione politica e da quella condotta da agenti provocatori, che si infiltravano nei battaglioni arruolandosi di proposito per seminare discordia (erano peraltro elementi scaltri e difficili da individuare, perché all'atto dell'arruolamento dimostravano disciplina, zelo ed efficienza), futuri ufficiali somali erano più propensi a immaginare un esercito nazionale comandato dagli italiani che non da un esercito del quale erano destinati a diventare i capi. E Ferrara annotava come fosse necessario "smantellare quelle credenze" di delega, a favore della nascita di uno spirito nazionale somalo.


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Ne! corso del1952, inoltre, nuove agitazioni politiche con incidenti ed aggressioni erano state provocate dalla Lega dei Giovani Somali; forse la più grave fu quella del 1o agosto ai danni di altre organizzazioni politiche a Chisimaio, in quella occasione restarono uccisi un maresciallo dei carabinieri ed un carabiniere. Non erano mancate, inoltre, razzie e rivalità (fra le cabile) ne! corso dell'anno, dovute alle conseguenze che le scarse precipitazioni ebbero sull'agricoltura e sui terreni da pascolo. In Somalia l'organizzazione e il legame tribale era ancora forte e rendeva difficile l'opera degli italiani, che tendeva a dare ai somali un'identità nazionale. Gli italiani, infatti, stavano operando in un territorio di centinaia di migliaia di chilometri quadrati, dove erano disseminati poco meno di 1.250.000 abitanti, divisi in etnie e tribù, con una economia di sopravvivenza vincolata al pascolo, all'agricoltura e ai legami tribali in cui si stringevano le famiglie. Sulla situazione politica e sull'ordine pubblico pesarono sempre, di conseguenza, le rivalità tribali, che spesso mascheravano o si traducevano in violenta intolleranza politica; come l'uccisione ne! maggio del 1953, per mano di terroristi estremisti, del consigliere territoriale Osman Mohamed, in partenza per l'ONU quale rappresentante di alcuni partiti, che si erano dimostrati filo-italiani. Gli interventi del Corpo furono comunque e sempre limitati ad operazioni di polizia, e mai ad interventi di forze militari . Dopo le contrazioni subite negli anni precedenti, il contingente contava ormai 740 italiani e 2.402 somali. Un decreto del giugno 1953 conferiva un nuovo ordinamento al Corpo di Sicurezza, che risultà complessivamente articolato su Comandi e un solo battaglione nazionale e su reparti somali, pari a 692 italiani e 1.348 somali: Comando del Corpo di Sicurezza; - Comando Base della Marina Militare; Comando Aeronautica Militare; compagnia carri armati M3A3 nazionale; squadrone cavalleria blindata nazionale; compagnia mista genio Pionieri e Collegamenti; centro addestramento per militari somali; 3 battaglioni somali; compagnia polizia militare somala; compagnia presidiaria somala; sezione artiglieria da posizione somala con pezzi da 100/17; autoreparto misto; tribunale militare; officina riparazioni automobilistiche, artiglieria e genio CS); sezione affari finanziari militari; elementi del servizio di sanità e di commissariato.


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I ridimensionamenti e le trasformazioni avvenute a partire già dai 1950 rispondevano, oltre che ai criteri di economia già accennati, anche al compito che il Corpo di Sicurezza aveva ricevuto; quello, cioè dei progressivi avvicendamenti dei reparti nazionali con reparti somali. Tanto che ne! 1954 pochi reparti nazionali restarono a far parte del Corpo, e l'anno successivo i tempi furono ritenuti maturi e favorevoli per compiere il passo definitivo dello scioglimento del Corpo di Sicurezza. Progetti in tai senso furono presentati dai comando del corpo e dall'autorità politica. L'esame congiunto fatto a Roma, dai dicasteri degli Esteri e della Difesa, dei molteplici aspetti dei progetti, porto a direttive che consentirono all'amministratore Lanzillotti di emanare i relativi decreti. Questi disponevano, alla data del 1o gennaio 1956, lo scioglimento del Corpo di Sicurezza, l'istituzione di un nuovo organismo denominato Esercito Somalia, il riordinamento del Corpo di Polizia della Somalia. In pratica, con Jo scioglimento del corpo restavano in Somalia, composti da elementi nazionali, soltanto uno squadrone blindo-corazzato e distaccamenti della Marina e dell'Aeronautica, alle dirette dipendenze dell 'amministratore fiduciario. L' Esercito Soma lia ave va il compito di raggruppare le forze del disciolto corpo, fatta eccezione di quelle dell'Aeronautica, disciplinandone l'impiego e attuandone la graduale trasformazione per il !oro inserimento nelle forze di polizia; esaurito tale compito, esso si sarebbe trasformato in Ufficio Stralcio. Il Corpo di Polizia della Somalia, invece, assumeva la denominazione di Forze di Polizia della Somalia, costituite da un comando centrale, da una organizzazione territoriale ordinata su comandi regionali e comandi distrettuali di polizia, da una organizzazione mobile ordinata su un comando di gruppo e compagnie mobili. Il 1 o giugno tutte le forze del Comando Esercito passarono alle dipendenze delle Forze di Polizia, come previsto, ed il comando, diventato Ufficio Stralcio, resto in vita fino al 31 dicembre 1956, data di scioglimento. Considerazioni esaurienti e, forse, definitive sulla Amministrazione Fiduciaria dalla Somalia e sul Corpo di Sicurezza, saranno possibili fra qualche anno, allorché l'apertura totale dei fondi archivistici consentirà la completa escussione delle carte. Qui limitiamo le nostre osservazioni ad alcune considerazioni di carattere generale, e militare, della missione. 1 compiti del Corpo di Sicurezza furono molteplici, complessi e spesso difficili. A dimostrare l'asserto basterebbe annotare, in proposito, le difficoltà politiche, sociali, ambientali affrontate ed i numerosi incidenti in cui il Corpo fu coinvolto. Ma, come già accennato, la tutela dell'ordine pubblico fu affrontata senza mai sconfinare oltre i limiti delle normali operazioni di polizia e senza tentazioni di eccessi repressivi, nonostante le perdite in incidenti, in ossequio al dettato della missione, che doveva essere di pace e di civiltà.


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L'attività lavorativa ed organizzativa svolta dai militari italiani richiese un enorme sforza: per garantire un minima di condizioni di vita possibili ai nomerosi presidi dislocati su tutto il territorio, l'efficienza dei reparti, nell'assenza completa di qualsiasi risorsa locale, assicurare le comunicazioni ed i collegamenti, anche fra popolazioni isolate, furono ripristinate o costruite migliaia di chilometri di piste e strade, e fu realizzata una rete di collegamenti radio ed una a filo di oltre 80.000 chilometri. Tutte queste attività, ovviamente, andarono a beneficia anche dei somali, poiché diedero il via ad un ammodernamento vitale per il futuro sviluppo della Somalia. lnnumerevoli gli interventi compiuti in campo sanitario a favore della popolazione. Per questi motivi, le opere compiute ed i miglioramenti apportati ebbero influenza determinante per stabilire rapporti di fiducia con gli indigeni e per eliminare diffidenze. Non solo in campo militare, dave i numerosi istituti di formazione sorti per l'addestramento di sottufficiali e specialisti ebbero riflessi notevoli anche sul rilancio dell'istruzione e della cultura del nascente stato. Anche in campo economico e sociale la presenza italiana fu, infatti, di grande utilità, in ogni senso. Si pensi, ad esempio, alla realizzazione dell'Azienda Agricola di Hortacoro, alle scuole impiantate per i figli dei militari somali, alla istituzione della Scuola Professionale Marittimi e Pesca. Tutti contributi che ebbero influenza sull'istruzione e sull'avvio delle attività economiche in Somalia. La partecipazione alla ricostruzione della Somalia non ebbe, perà, risvolti positivi soltanto per Jo stato africano. Abbiamo già sommariamente annotato, in apertura, come l'amministrazione fiduciaria della Somalia sia stata traînante anche per l'Italia, dai punta di vista militare. Ma ancora maggiori benefici doveva ricavare l'Italia, da quella missione, in ambito politico e diplomatico a livello internazionale. Quanta sia stato importante e determinante in tai senso ricevere dai consesso delle nazioni, da quelle Nazioni Unite di cui Jo stato italiano ancora non faceva parte, il mandata per l'amministrazione fiduciaria della Somalia, è oltremodo evidente. Ma ancora più significativo fu per l'Italia il fatto che a segnare il passaggio della Somalia dai colonialismo ed a garantirne la nascita, l'autonomia, la libertà e l'indipendenza di stato sovrano fosse chiamato, ed accettato, il suo ex colonizzatore. Un riconoscimento che è sintomatico e la dice lunga sull'operato degli italiani in Africa ne! periodo di occupazione, nonostante feroci critiche avanzate da alcune parti, e che non sarebbe toccata a nessuna altra potenza della terra, occidentale o orientale. Un riconoscimento che, seguito dalla capacità e dall'abilità con ·cui il compito fu condotto e portato a termine, certamente fu determinante: amministrazione durante, a far entrare a pieno diritto l'Italia nell'ONU; a missione ultimata, a confermare le qualità militari, politiche e diplomatiche degli italiani, tanta da far guadagnare !oro un binario privilegiato nei rapporti con alcuni stati africani, durato fino ad oggi.


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MASSIMO MULTARI

NOTE (1) L'art. 61 del Trattato limitava la forza dell'Esercito italiano ad una forza complessiva di 250.000 uomini, compresi 65.000 Carabinieri. Le restrizioni per la Marina consentivano 67.000 tonnellate di naviglio e 25.000 uomini e per l'Aeronautica imponevano di non superare i 200 apparecchi da combattimento e da ricognizione, 150 da trasporto, da salvataggio e da istruzione e 25.000 uomini.

(2) La richiesta fu avanzata il JO marzo 1949 e, il successivo 8, l'Italia ricevette l'invita ad aderire. Il Patto Atlantico fu firmato il 4 aprile 1949. (3) L'esercizio finanziario 1948-1949 fu pari a 130 miliardi e non consenti di portare a termine l'attuazione del programma del 1948. (4) La documentazione relativa è conservata presso l'Archivio dell'Ufficio Storico dello SME e dello SMM. (5) Marina e Aeronautica dipendevano dai rispettivi Stati Maggiori di Forza Armata.

(6) Complessivamente furono trasportati: 404 ufficiali, 915 sottufficiali, 4330 truppa, 142 (dagli iniziali 69) civili dell'AFIS. In totale 5791 uomini. 679 automezzi; 114 mezzi corazzati e cingolati. 4 pezzi di artiglieria; 4 aerei, 6 imbarcazioni a motore. 6.890 tonnellate di materiale, fra cui 1.077 di esplosivi. (7) L'evacuazione britannica fu attuata fra il 28 marzo e il 5 aprile. 28 marzo: il piroscafo da carico A/fias imbarcà i materiali già stivati a bordo di motozattere e maone e diresse, quindi, verso Nord. 29 marzo: la nave da carico Heligonian Queen caricà automezzi e materiali e diresse per Sud. 1 aprile: giunsero i trasporto truppe Empire Pride e Empire Ken che diressero, rispettivamente, per Nord e Sud. (8) O.R.A.A.G.


L'AMMINISTRAZIONE FIDUCIARIA ITALIANA DELLA SOMALIA 0950-1960) - IL CORPO Dl SICUREZZA ...

149

ELENCO DEGLI ALLEGATI Allegato 1

Trasporto del Corpo di sicurezza della Somalia

Allegato 2

Proclama di assunzione dell'Amministrazione Fiduciaria

Allegato 3

Prospetto sintetico dell'attivitĂ svolta dai Corpo di Sicurezza della Somalia fino al 28 settembre 1950

Allegato 4

Riepilogo dei provvedimenti attuati per effetto dei programmi di riduzione (dicembre 1950)

Allegato 5

Situazione organica del Corpo di Sicurezza (luglio 1951)

Allegato 6

Provvedimenti di riduzione (luglio 1952)


L'AMMINISTRAZIONE FIOUCIARIA ITALIANA DELLA SOMALIA 0950-1960)- IL CORPO DI SICUREZZA.

151

Allegato 1 Trasporto del Corpo di Sicurezza della Somalia Numero del trasporto

Data arrivo Data partenza NAPOLI MOGADISCiO

NAVE

Tiro

Nome

Pl

passeggeri

Au riga

Cl

cari co

C2

cari co

C3

cari co

1'2

Note

7 febbraio

20 febbraio

Scaglione avanzato

Assiria

7 febbraio

23 febbraio

"

Saron no

12 febbra io

28 febbra io

"

Andrea C.

16 febb raio

3 marzo

S. Giorgio

27 febbraio

13 marzc

1'3

passcggeri passeggeri

Urania Il

1 marzo

15 marzc

In rartenza ebbe una lieve avaria al timone, rer cui rientrb a Napoli e ripart1 doro roche ore

P4

passeggeri

Giovanna C.

4 marzo

18 marzo

Dai 14 al 15 sbarca, con il solo ausilio delle imbarcazioni della nave e due rontonetti della Marina , un battaglione CC a Bender Kassim

1'5

passeggeri

Genova

6 marzo

20 marzo

1'6

passeggeri

Au riga

11 marzo

25 marzo

C4

cari co

Mi/a no

14 marzo

2 arrile

2° viaggio; la nave dovette sostare a Suez un giorno e mezzo rer la rirara zione a un mo tore

Fu comrlessivamente realizzata una rata di scarico sureriore del 34% a quella pianificata


152

MASSIMO MULTARI

segue

Allegato 1

Piano di carico per nave PERSONALE 1 1 1 1 Ufficiali 1 Sottufficiali 1 Truppa 1Totale 1 automezzi 1 Materiali 1 imbarcazioni

Nave Auriga Esercito

68

1

82

1

542

1

692

25

1

1

403

1

1

61

1

Marina

5

1

14

1

74

1

93

15

1

4

Aeronautica

18

1

73

1

110

1

201

104 18 1 Nave Assiria

1

1

Esercito

1

1

2

1

24

1

27

163

1

443

1

1

196

1

26 385 1 Nave Saronno

1

1

Marina 1

1

1

1

Aeronautica 1

1

1

3

J

5

l

1

27

1 31

6

Aerei

1

Esercito 1

1

4 Esplosivi

167

1

300

1

456

1

196

1

7

1

49

Marina 1

1

3

1

3

1

7

Aeronautica 1

1

2

1

27

1

2

1

32

8 54 1 1 Nave Andrea C. Esercito

2

1

3

170

1

669

1

1

196

1

12 246 1 1 Nave S. Giorgio

1

1

Marina 1

1

3

1

3

1

3

Aeronautica 1

1

2

1

2

1

621

1

H02

Esercito

76

1

105

1

24

1

105

1

1

1

Acronautica 1

3

J

7

1

10

1

1

Nave Urania II Esercito

35

1

82

1

506

1

623

1

16

1

70

1

Marina

5

1

6

1

20

1

31

1

2

1

1

7


153

L'AMMINISTRAZIONE FIDUC!AIUA ITALIANA DELLA SOMALIA (1950-1960)- IL CORPO Dl SICUREZZA ...

segue

A /legato 1

Aeronautica

6

1

60

1

30

1

96

1

1

32

l

1

1

1

1

1

1

1

1

1

1

1

1

1

1

1

1

1

1

1

Nave Giova11na C. Esercito

51

1

127

1

877

1

1055

1

18

227

1

11

Marina 1

1

1

1

1

1

2

Aeronautica

4

1

20

1

36

1

60

1

1

Nave Genova Esercito

56

1

105

1

594

1

755

1

30

1

79

9

Marina

5

1

12

1

56

1

73

1

1

A er o n autica

9

1

10

1

40

1

59

1

1

33

Nave Auriga Esercito

48 7

1

1

153 10

l 1

572

1 773 J

1

18 M arina

40

1

57

1

L 1

124 3

1

Artigliere

4

1

l

1

1

1

1

1

J

1

1

14

Aeron autica

6

1

33

1

97

1

136

1

1

Nave Milano Esercito

1

1

5

1

10

1

16

1

39

1

2111

1

1

1

1

46

1

1

1

18

1

1

1

503

M arina 1

2

1

1

2

1

A eronautica 1

3

1

6

1

9

1

23

1

28


MASS!MO Mlll.TARI

154

A/legato 2

BOLLETTINO caUf fiCIALE DELL' AMMIMISTRAZIDftE FIDUCIARIA ITALIAMA DELLA SDMALIA (Pubblicazione mensile)

Mogadiscio, 1• Aprile 1950

Anno I.

N.

I

S 0 JM:l\::I:A RI 0

3

PROCLAMA di assunzione dell'Amministrazione Fiduciaria DISPOSIZIONE n. 7118 AA. FF.: Tariffe di veudita al pubblico dei bacchi e dei fiammiferi

ta~

4

DISPOSIZIONE n. 7119 AA. FF.: lntioduzione dei nuovi tipi di valori bol-

5

~

DISPOSIZIONE n . 7122 AA. FF.: Tariffe postali e telegrafiche .

6

INSERZIONI

. 17

Estratto di sentenza fallimentare

./

STATO

MAG.;JO~E

ESERCITO

Operazioni .,• Se ·cione

t-.• Prol.

1 /

Data

!) .

' .

.., '·. [· i

:;-


L'AMMINISTRAZIONE FIDUCIAHIA ITALIANA DELLA SOMALIA (1950-1960) - IL COHI'O Dl SICUIŒZZA .

155

segue A/legato 2

-

3-

REPUBBLlCA lTALlANA

Amministrazione Fiduciaria ltaliana della Somalia PROCLAMA di assunzione dell' Amministrazione Fiduciaria. POPOLAZIONI DELLA SOMALIA! L'Organizzazione delle Nazioni Unite ha affidato all'Jtalia l' Amministrazione Fiduciaria délia Somalia per il periodo di dieci anni, con il compito di avviare le popolazioni all'indipendenza e di favorirne il benessere ed il progresso . . In conforinità a tale decisione ed agli accordi intervenuti con le Autorità Britanniche, il Governo Italiano assume alla data di oggi l' Amministrazione del territorio e si impegna di eserdtarla secondo le norme e confonne ai principi ed allo spirito. della Carta delle Nazioni Unite. I diritti dell'uomo e le libertà fondamentali, conformemente ai principi sanciti nella Costituzione e nella legislazione della Repubblica Italiana, s01io assicurati in Somalia, Ii.onchè la piena eguaglianza dinanzi alla legge senza distinzione di razza, di sesso, di lingua, d'opinione politica e di religione. Fino all'emanazione di nuove disposizioni resta in vigore nel territorio la legislazione attuale, in quanto compatibile con i principi dell' Amministrazione Fiducia·ria. POPOLAZIONI DELLA SOMALIA_! A nome del Governo Italiano che rappresento rivolgo a voi il mio più fervide saluto, sicuro di poter contare· sull'attiva e leale collaboirazione di .tutti nell'adempimento dei compiti che mi sono affidati, per il benessere vostro e del vostro paese. Mogadiscio, 1• aprile 1950. GORINI


MASSIMO MULTAI!I

156

Allegato 3

AMMINISTRAZIONE FIDUCIARIA ITALIANA DELLA SOMALIA COMANDO CORPO DI SICUREZZA

- Stato Maggiore - Ufficio Op. Add. Ord. -

N. 01/4890 di prot.

Mogadiscio, li 28 settembre 1950

ÜGGETTO: Prospetto sintetico dell'attività svolta fino ad oggi dai Corpo di

Sicurezza della Somalia.

A S.E. L'AMMINISTRATORE DELLA SOMALIA (rif. foglio 1905 del 16-9-50 Gabinetto) MOGADISCIO Le principali realizzazioni compiute dai Corpo di sicurezza dai 1o aprile ad oggi sono le seguenti: 1°. -

Mantenimento dell'ordine e della sicurezza nell'interno Territorio.

2°. -

Elevamento culturale dei somali attraverso insegnamenti militari e civili (scuole serali, corsi vari e di specializzazioni).

3°. -

Salvataggio dell'equipaggio e passeggeri dell'aereo americano ETT 30 avvenuto il 12-6-50.

4°. -

Salvataggio del piroscafo francese "Doba" avvenuto il 24 luglio u.s. con a bordo n. 548 persane.

5°. -

Salvataggio da incendia dell'intero paese di Belet Uen il 17 luglio u.s ..

6°. -

Forte contributo all'alleviamento della disoccupazione con l'arruolamento di personale militare e l'impiego di personale civile (prestanti servizio al tra passo dei poteri: 2000; prestanti servizio attualmente - compresa polizia e civili: 4500).

7°. -

Fondazione di un "Collegio per figli dei militari somali", (offerto dai militari nazionali.

8°. -

Istituzione di una scuola di perfezionamento per marescialli somali (da cui usciranno a suo tempo i futuri sottotenenti somali).


L'AMMINISTRAZIONE FIDUCIARIA !TALIANA DELLA SOMALIA 0950-1960) - IL COIU'O Dl S!CUREZZA ...

segue

157

A/legato 3

9°. -

Campagna antiacridica nel Mudugh e Migiurtinia.

10°. -

Assistenza medica alla popolazione civile da parte dei medici militari : trasporto di ammalati ai luoghi di cura con automezzi militari e con aerei. Impianto di n . 13 infermerie militari nel Territorio dirette da medici militari.

11°. -

Servizio di trasporto gratuito di somali a mezzo di automezzi militari, in speciali circostanze.

12°. -

Lavori:

costruzioni varie in muratura nei vari presidi per m3 5000 circa (con mano d'opera militare; rimessa in efficienza del porto di Mogadiscio: (disinsabbiamento- miglioramento mezzi sollevamento - costruzione di una pensilina); sistemazione fabbricati nei vari presidi , ripristino impianti elettrici, idrici, telefonici , impiegando 400 tonn. di materiale varia: lavori progettati per ripristino fabbricati danneggiati, per una spesa pari a due milioni di somali ; impianto di 2 motopompe, 56 pompe irroratrici , 4 pozzi Northon , nei vari presidi anche per usi civili; scavati n . 20 pozzi per usi militari e civili; costruzione di un edificio scuola per creare tra i somali degli specialisti d'Aeronautica (offerta del personale dell'Aeronautica); miglioramento e costruzione piste per complessivi Km. 30; costruzione campi sportivi, attrezzature igieniche ecc ..

13°. -

Telecomunicazioni:

a) - Potenziamento della rete radio civile con estensione del servizio telegrafico a numero 5 nuove località. Totale stazioni al trasporto dei poteri n. 47. Totale stazioni attualmente in servizio n. 62. b) - Impianto di una stazione r.t. per servizio intercontinentale a Mogadiscio e per servizio marittimo commerciale a Mogadiscio, Chisimaio, Alula. c) - Collegamento per il traffico aereo tra Mogadiscio e Nairobi , Aden , Gibuti, Roma. d) - Collegamento tra Mogadiscio e gli aerei in vola. e) - Ricezione, trasmissione e diffusione bollettini meteorologici.


158

MASS!MO MULTAHI

segue

14°. -

Allegato 3

Servizio fa rie segnalazioni marittimi: a) - Impianto di stazioni semaforiche a Mogadiscio, Chisimaio ed Alula. b) - Impianto di fari, fanali e boe: al trapasso dei poteri esistevano 6 fari o fanali parzialmente efficienti. Attualmente la situazione è: - Impiantati

5 fanali 1 faro 1 boa luminosa

- Revisicnati:

4 fari 1 fanale

- Sostituiti 15°. -

1 faro

Servizio antincendi: Svolto con mezzi moderni delle tre Forze Annate in aggiunta a quelli più vecchi, municipali.

16°. -

Attività aeronautica: a) - Riorganizzazione dell 'aeroporto di Mogadiscio e di dieci campi di atterraggio nell'interno del Territorio; b) - Organizzazione servizio assistenza al volo (radio fari e meteorologico); c) - Organizzazione di una rete di campi di fortuna; d) - Servizio aereo postale militare e civile tra i più importanti centri (un trasporto settimanale con due aerei); e) - Attrezzamento di un aereo per concorso campagna antiacridica; f) -

Trasporti aerei di personale civile (oltre a quello militare) .

IL GENERALE Dl BHIGATA COMANDANTE

(Arturo Ferrara)


L'AMMINISTRAZIONE FIDUCIARIA ITALIANA DELLA SOMALIA (1950-1960) - IL COIU'O DI SICUIĹ&#x2019;ZZA ...

159

A/legato 4

RIEPILOGO dei provvedimenti organici attuati in Somalia per effetto dei programmi di riduzione della forza nazionale e trasformazione del Corpo da nazionale in somalo (fine 1950 e inizi 1951). a) -

COSTITUZIONE Dl:

- 4 Btg. somali (3 giĂ approntati ed impiegati - 1 in avanzata costituzione); 1 Cp. Territoriale Somala; - 1 Cp. Polizia Militare Somala ; b)

TRASFORMAZIONE della Batteria di Artiglieria da nazionale in Somala;

c) -

SCJOGLIMENTO E RIMPATRIO:

de l 1 Btg. Carabinieri Motoblindato; de lla 1~ e

2~

Compagnia Carabinieri Autoportate;

del 1 Battaglione Fanteria Motoblindato; - del II Battaglione Fanteria Motoblindato; - del III Battaglione Fanteria Motoblindato; - di 1 Compagnia del IV Battaglione Motoblindato; - del Comando Truppe Esercito; - del Comando e Servizio Artiglieria del Comando Corpo Sicurezza; del Comando e Servizio Genio del Comando Corpo Sicurezza ; della Sezione Ippica e Veterinaria del Comando Corpo Sicurezza; dell'Ospedale da Campo n. 521; d) -

SOPPRESSIONE:

dei Presidi militari di Alula - Villabruzzi - Uarsceik; - della carica di Sottocapo di S.M. del Comando Corpo Sicurezza; - della cu-ica di Ufficiale Superiore di colleg. Marina del C.S.S.; - della carica di Ufficiale Superiore di colleg. Aeronautica del C.S.S.; e) - CONTRAZIONE:

- della Compagnia Deposito e Quartiere Generale in unico reparto "Compagnia Deposito e Quartier Generale"; - del Reparto carburanti e Magazzino ricambi auto- assorbiti dall'O .R.A.A.G.; dell'Infermeria Quadrupedi Presidiaria e Magazzino Materiale Veterinario e Mascalcia in unico Ente; dell'Ufficio del Distretto Militare per la Somalia in Sezione Distrettuale presso Cp. Deposito e Quartier Generale.


160

MASSIMO MULTARI

Allegato 5

AMMINISTRAZIONE FIDUCIARIA ITALIANA DELLA SOMALIA COMANDO CORPO DI SICUREZZA - Stato Maggiore - Uificio Op. Add. Ord. -

N. 01/3570 di prot.

Mogadiscio, li 9 luglio 1951

ÜGGETTO: Situazione organica del Corpo di Sicurezza.

Allo STATO MAGGIORE ESERCITO - Ufficio Operazioni - Ufficio Ordinamento

Sulla base delle direttive contenute ne! noto verbale di massima redatto a Roma in data 13.3.1951, il Corpo di Sicurezza ha effettuato la maggior parte delle necessarie trasformazioni ed ha attualmente la seguente costituzione organica. I. - COMANDO CORPO Dl SICUREZZA II. - ESERCITO

a) - Reparti ed enti nazionali: 1 - P Compagnia Carri Armati M3A3 2 - 1o Squadrone Cavalleria Blindata 3 - 2° Squadrone Cavalleria Blindata 4 - Sezione Lavori Genio

}

(stanno completando le !oro organizzazioni)

b) - Reparti ed enti misti: 5 - Deposito Misto con Compagnia Deposito e Quartier Generale

6 - Compagnia Genio Collegamenti 7 - Compagnia Genio Pionieri (compresa la Sezione Militare Antincendi 8 - Autoreparto Misto 9 - O.R.A.A.G. Ospedale Militare Territoriale 10 11 Sezione Disinfezione e Nucleo Bagni 12 Compagnia Sussistenza 13 - Magazzino Materiali Artiglieria 14 - Magazzino Materiali Genio


L'AMMINISTRAZIONE FIDCCIARIA ITALIANA DELLA SOMALIA (1950-I%0) - IL CORPO DI SICUREZZA ...

segue

161

A/legato 5

c) - Reparti somali (con inquadramento nazionale): 15 I Battaglione Somalo 16 II Battaglione Somalo 17 III Battaglione Somalo 18 IV Battaglione Somalo 19 Compagnia Polizia Militare 20 Batteria da 100/17 21 Compagnia Somala Territoriale. III. -MARINA

Comando Base della Marina in Somalia (1) (denominata ancora "Comando della Marina in Somalia") con: • Servizi Telecomunicazioni Somalia • Direzione e Compamare Mogadiscio • Locamare Merca • Locamare Chisimaio • Locamare Bender Cassim • Platane Marinai Somali . IV. - AERONAUTICA 1 Comando Aeronautica con: • Reparto Operazioni • Reparto Tecnico • Reparto Logistico 2 Squadriglia Mista Trasporti e collegamenti (su 3 Dakota e 2 Beech Craft. Questi ultimi non ancora giunti). 3 Compagnia Mista Aeroportuale.

(1) Questa denominazione era stata, come noto, suggerita dai Sig. Capo di Stato Maggiore della Marina.

IL GENERALE DI BRIGATA COMANDANTE

- fto Arturo Ferrara P. C. C. IL CAPO UFFICIO 4• SEZIONE - Ten. Col. V. Specioso -


162

MASS!MO MULTARI

Allegato 6

AMMINISTRAZIONE FIDUCIARIA ITALIANA DELLA SOMALIA COMANDO CORPO DI SICUREZZA - Sezione Op. Add. Ord. N. 01/2943 di prat. ÜGGETTO:

Mogadiscio, li 23 giugno 1952

Provvedimenti di riduzione. Al SIGNOR SEGRETARIO GENERALE DELL'A.F.I.S

MOGADISCIO

e per informaz ione:

Allo STATO MAGGIORE ESERCITO - Uff. Operaz. - ROMA

1. - A seguito del foglio 01/2814 del 14 giugno 1952 desidero riepilogare i prin-

cipali provvedimenti organici , operativi, di funzionamento e di carattere vario che sono stati disposti sino ad oggi per l'ulteriore riduzione delle spese entra i noti limiti. 2. - ORGANICI ESt.ï<CI1D

a) - Fusione del IV Battaglione Somalo e del Centro Addestramento e Scuole per Militari Somali e costituzione del "IV Battaglione Somalo Scuola"; b) - Trasformazione della Batteria da 100/ 17 in "Sezione Artiglieria Somala" da 110/17 da pasizione; c) - Sciaglimento della Sezione Lavori Genia e costituzione di un "Nucleo di collegame nto" presso questo Comando con funzioni anche di stralcio; d) - Scioglimento dell'Ospedale Militare della Somalia e costituzione di una "Sezione Sanità" con alle dipendenze: • 2 reparti sanitari (presso l'Osped. De Martino); • 1 platane autonomo di sanità (pressa il Deposita); • 1 deposito materiali sanitari e farmaceutici (pressa il Deposito); e) - Fusione della Compagnia Genio Collegamenti con la Compagnia Gen io Pionieri e costituzione della "Compagnia Speciale Genio della Somalia". MARINA RiduJione della forza Ufficiali di 2 unità e di quella sottufficiali di 4 unità. Allo studio la riduzione di quella della truppa. AERONA UT/CA Nessuna riduzione è per ora prevista passa essere effettuata .


L'AMMINISTRAZIONE FIDUCIARIA ITALIANA DELLA SOMALIA (1950-1960) - IL CORPO DI SICUIŒZZA ...

segue

163

A/legato 6

3.- OPERATIVI E DI FUNZIONAMENTO a) - Eliminazione dei presidi di CARIM e UEGIT, già avvenuta; b) - Ulteriore riduzione del presidio di DANANE (rimarrà un solo platane al pasto di mezzo battaglione); c) - Riduzione della forza dei presicli di BARDERA e LUGH FERRAND!, in attesa di 'poterli eliminare come già proposto; cl) Ricluzione di 3/4 dei natanti militari della Marina; e) - Ricluzione clell'attività del servizio r.t. militare appoggiandolo, alle stazioni r.t. civili ove esistono, per le stazioni periferiche non sedi di Comandi di Zona Militare e che non abbiano necessità di carattere aeronautico; f) - Inizio dell'accentramento di taluni magazzini e depositi , onde diminuire le guardie; g) - Abbinamento di incarichi, ove possibile .

4.- VARIE a) - Sospensione della venuta di nuove famiglie per tutti; graduale rimpatrio senza rientro di quelle degli ufficiali inferiori e sottufficiali attualmente esistenti in Somalia; b) - Sostituzione, ove possibile, del persona le rimpatriato con nuovi elementi, soltanto ad ultimazione della licenza di rimpatrio.

5.- ECONOMIE REALIZZATE FINO AD OGGI NEL PERSONALE: • Ufficiali Sottufficiali nazion.

n . 18 12

14 (oltre quelli allo studio della Marina)

• Truppa nazionale • Civili • Somali

5 »

275 IL GENERALE DI BRIGATA COMANDANTE

fto Arturo Fen-ara

MINISTERO DELLA DIFESA STATO MAGGIOHE DELL'ESERCITO - UFF/C/0 OPERAZION/ SEZ. IV-

Roma, li 28 giugno 1952

N. 4/0730/0p. di prot.

All'UFFICIO ORDINAMENTO SEDE

Per informazione. IL CAPO UFFICIO OPERAZIONI Colonnello in s.S.M.

(Ettore Musco)


L'AMMINISTRAZIONE FIDUCIARIA ITALIANA DELLA SOMALIA (1950-1960) - LA MARINA GIULIANO MANZARI

Nel quadro dell'idea iniziale di rioccupazione delle ex-colonie africane, il 26 maggio 1948, la Marina elabora un piano che prevedeva di impiegare: a terra 91 ufficiali 184 sottufficiali 683 sottocapi e comuni (di cui 300 sostituibili con 450 indigeni)

968 e Je seguenti navi: • • • •

• • • •

una torpediniera tipo Orione (in Tripolitania) nave Azio (in Eritrea) nave Cherso (in Somalia) 3 corvette (due in Eritrea e una in Tripolitania) 4 rimorchiatori (uno grande e due piccoli da inviare in Libia; uno oceanico da acquistare o requisire in Eritrea) una cisterna tipo Bormida (in Eritrea) una cisterna tipo Jdria (in Libia) 3 cisterne G.G.S. (in Libia) 2 cisterne nafta G.R.S. (in Libia e in Eritrea)

armate con 38 ufficiali 117 sottufficiali (in seguito 78) 708 sottocapi e comuni (in seguito 560, di cui 150 sostituibili, eventualmente, con 200 marinai indigeni) . Complessivamente e ra previsto l'impiego di 129 ufficiali, 273 sottufficiali e 1253 sottocapi e comuni per un totale di 1655 uomini. Il ridimensionamento delle aspettative italiane porto a successivi adattamenti del contingente. Fu messo a punto un nuovo organico, molto piü ridotto, e fu costituito il Comando della Marina in Somalia, affidato a l capitano di vascello, Medaglia d'Oro al Valor Militare, Salvatore Pelosi, cha aveva già prestato servizio in Africa Orientale, al comando del sommergibile Torricelli, durante la guerra.


166

GIULIANO MANZAHI

La nuova tabella organica (25 settembre 1949) prevedeva: - 24 ufficiali (di cui 2 addetti allo Stato Maggiore del Comando Forze Armate Soma lia) 43 sottufficiali 242 sottocapi e comuni - 12 civili (5 del Genio Marina e 7 dei Fari e Fanali) per un totale di 321 uomini da destinare: 263 a Mogadiscio, 22 a Chisimaio, 20 a Alula, 8 a Dante e 8 a Merca. Il contingente Marina si attestava, quindi, su 22 ufficiali , 45 sottufficiali e 195 sottocapi e comuni, per un totale di 262 persane. Le modifiche e i ridimensionamenti non erano ancora terminati. Il 24 gennaio 1950 gli specialisti da adibire al funzionamento dei docks furono ridotti da 95 a 60 unità e furono anche ridotti ad un'unica persona (ufficiale superiore di collegamento della Marina e dell'Aeronautica) gli ufficiali di Marina presso il Comando del Corpo di Spedizione. Alle ore 06,00 del 20 febhraio 1950 una diesel barca e una motolancia della Marina Militare misero a terra , a Mogadiscio, il Nucleo Avanzato della Marina, giunto in rada con il piroscafo Auriga. Dopo nove anni un nucleo della Marina rientrava, armato, nella ex-colonia. Il personale imbarcô su tre autocarri e, scortato da una jeep della Polizia inglese, giunse al Campo Bald Raad, già parzialmente occupato da unità dell'Esercito e dei Carabinieri. Il comando del campo venne assunta dai capitano dei granatieri Gianfranco Chiti. Durante la prima settimana i problemi furono essenzialmente logistici: mancanza di viveri freschi (il primo pranzo caldo fu confezionato solo il 24) e di materiale lettereccio. Entro il 22 fu installata la radio e, la sera, venne effettuato il primo collegamento diretto con Roma . Il 27 febbraio si sviluppo un incendio a bardo di un autocarro italiano parcheggiato nei pressi dei baraccamenti; intervenne il comandante Chiti con un drappello di uomini che riusc1 ad avere ragione delle fiamme, ma Chiti rimase seriamente ferito ad un braccio e dovette essere trasportato all'ospedale dove fu ricoverato. Il comando interin;.de del campo fu assunta dai capitano del Cemm (s.f.) Fabrizio Antonelli. Il 2B il comandante del Corpo di Sicurezza, generale di brigata Arturo Ferrara , visita il campo. Lo stesso giorno giunse in rada il piroscafo Saronno, carico di materiale. Si proceclette alla costruzione degli alloggiamenti peril personale di prossimo arriva e si reperirono alloggi perla sistemazione degli Ufficiali del Comanclo Marina. Il 13 marzo giunse il piroscafo S. Giorgio da cui sbarco la bandiera del 75° reggimento fanteria e il capitano Messina. Nel pomeriggio, il generale Ferrara effettuo una nuova visita al campo, inviando, quindi, un elogio scritto per l'opera svolta dai Nucleo Avanzato. Il 15 marzo fu ultimata la sistemazione delle tende e dei lettini del personale del 1o Nu cleo, imbarcato sul piroscafo Urania II che giunse la sera. Il mattino successivo, alle 09,30,


L'AMMINISTRAZIONE FmUCIARIA ITALIANA DELLA SOMALIA 0950-1960) - LA MARINA

167

giunse a terra il capitano di vascello Salvatore Pelosi, comandante della Marina Militare in Somalia, con il personale suddetto. Il 20 marzo, con il piroscafo Genova, giunse il zo Nucleo di personale; il 24 fu la volta del piroscafo Auriga, al sua seconda viaggio, sul quale era il 3° Nucleo con il Comandante in seconda della Marina Militare in Somalia, capitano di fregata Luca Patané, che assunse il comando del campo. Il 29 marzo, con un'autocolonna dell'esercito, partirono i clue ufficiali e i due sottufficiali destinati alle capitanerie di porto di Merca e Chisimaio. Il 1o aprile 1950, al Palazzo del Governo, ebbe luogo la cerimonia del cambio bandiera: fu ammainata quella britannica e alzata quella italiana. Contemporaneamente, al Campo Balad, venne alzata la bandiera della Marina Militare. Personale della Marina occupa la Capitaneria di Porto ed ebbero inizio i normali servizi. Un platane armato per ordine pubblico venne messo a disposizione del Comando del Corpo di Sicurezza. Ne! pomeriggio, il maggiore De Gasperis del Genio perla Marina (Marigenimil) prese in consegna l'ex Palazzo del Governatore assegnato quale sede definitiva al Comando Marina. Un picchetto armato fu posto a presidio clell'edificio. La Stazione radio della Marina inizio il servizio pubblico mentre continuava il lavoro di approntamento delle apparecchiature radio da inviare alla Stazione di Chisimaio. Il 2 aprile giunse l'ultimo dei trasporti dall'Italia il liberty Milano. Il 4 mattina giunse la Nave trasporto militare Cherso (capitano di fregata Mario Signorini)<l). * * *

Alla Marina furono assegnati: • l'ex Palazzo del Governatore; • il Campo di Balad Raad, distante poco piti di un chilometro dai suddetto Palazzo e a circa 500 metri dalla Capitaneria di Porto; • la Capitaneria di Porto di Mogadiscio e le sue adiacenze; • la parte superiore del Torrione del Genio Civile, anch'esso nelle vicinanze del Palazzo. •

• • • •

Ne! Palazzo del Governatore furono installati, in tempi successivi: il Comando della Marina in Somalia, con compiti operativi, di Telecomunicazioni (tenente di vascello Corrado Vittori), de l Genio Navale (colonnello del G.N. Gregorio Marini), Sa nitario (tenente colonnello medico Regolo Moise), del Ge nio Militare pe r la Marina (maggio re del G .M. De Gasperis) e Amministrativi (maggiore commissario Guido Lacovara); gli alloggi del Comandante e del comanclante in seconda , e quelli degli ufficiali, dei sottufficiali e di due terzi dei marinai; la Stazione Radiotelegrafica ricevente; l'Inferme ria con annesso il Centra Studi di Pato logia e d'Igiene tropicale in Somalia; la Sala d'armi e il deposito munizioni;


168

• • • •

GIULIANO MANZAHI

i Magazzini; il Circolo e la Mensa ufficiali; il Circolo e la Mensa sottufficiali; il Circolo Marinai e la Mensa Equipaggio.

Ne! Campo Balad furono installati la Stazione Radio-trasmittente, un'infermeria con un capitano medico della Marina e l'autoreparto. Nella Capitaneria di Porto si installarono la Direzione delle Capitanerie di Porto (maggiore delle capitanerie di porto Salvatore Batori) e la Capitaneria di Porto di Mogadiscio. Nel Torrione del Genio Civile fu installata la Stazione Segnali. 1 compiti assegnati alla Marina erano: • ripristino delle installazioni relative al controllo del traffico marittimo e portuale con installazioni di Capitanerie di Porto a Mogadiscio, Chisimaio e Merca; • ripristino delle installazioni e delle Stazioni Radio per il servizio radio-telegrafico pubblico e privato, con le Stazioni Radio di Mogadiscio , Chisimaio e Alula; • ripristino delle installazioni e funzionamento del servizio dei Fari , Fanali e Segnalamenti marittimi. In dotazione vi er<tno due diesel barche (ND 82 e ND 84) ela metri 12,25 , una motolancia (lAN 1240) ela 10,5 metri ecl un battello (ID 6559) ela metri 4,50. Furono organizzate ed effettuate ricognizioni e ispezioni ai vari fari.

••• L'll aprile inizio Jo sbarco del materiale imbarcato sulla Cherso. Dai 12 al 26 automezzi trasportarono materiale di Marigenimil ai magazzini di Afgoi e a Merca per ripristinare la Capitaneria di porto.

Il 15 aprile fu costituita la Compagnia Somala Territoriale cos! costituita : • Comanclo; • 2 Plotoni Servizi dell'Esercito; • 1 Plotone marinai somali con 2 ufficiali e un sottufficiale italiani; un sottufficiale somalo ; 3 sergenti, 6 sottocapi e 45 marinai somali, costituenti tre squaclre: Servizi generali; Servizi specialistici radio telegrafici e stazioni semaforiche; Servizi imbarcazioni; • 1 Plotone servizi aeronautici; • un reparto mutilati, invalidi e veterani (già ascari). Il 27 aprile il comanclante Pelosi imbarco sul Cberso e salpo per ispezionare Chisimaio. A borclo personale, materiale e tecnici per la Stazione radiotelegrafica e tecnici di Marifari. Il 30 aprile un'autocolonna lascio Mogadiscio con il materiale radio telegrafico per Chisimaio che venne installata entra il 2 maggio.


L'AMMINISTHAZIONE FIDUCIAHIA ITALIANA DELLA SOMALIA 0950-1960) - LA MARINA

169

Inizià il reclutamento del personale somalo con il quale doveva essere costituito il plotone marinai. L'8 maggio si svolse a Mogadiscio la cerimonia di resa degli onori alla bandiera del Regio Corpo Truppe Coloniali della Somalia , recuperata dopo essere stata seppellita ne! 1941. Il 9 maggio iniziarono i collegamenti radiotelegrafici fra Mogadiscio e Chisimaio. A Mogadiscio era pronto il materiale e il personale da inviare a Alula a mezzo della nave Cherso. Il 20 maggio l'Amministratore, S.E. Fornari, effettuà una visita al Comando Marina , al Campo Balad e al porto. Il 25 giunse in visita dall'Italia del Sottosegretario di Stato agli Affari Esteri onorevole 13rusasca. Il 2 giugno, in occasione della Festa della Repubblica Italiana fu svolta una Rivista Militare cui parteciparono una Compagnia di formazione della Marina su 4 autocarri, 3 jeep, i motofurgone e la sezione pompieri su una jeep e 2 autoboni. Il 6 giugno l'onorevole Brusasca visità le installazioni della Marina. L'8 luglio inizià il servizio dei marinai somali (un sottufficiale, 3 sergenti, 6 sottocapi e 69 comuni). Il 21 luglio fu effettuato il salvataggio del piroscafo francese Doba incagliatosi a sud della penisola di Ras Hafun. A bordo vi erano circa 600 militari della Legione Straniera. Il personale fu recuperato dalla nave italiana Diana. Il 25 luglio il tenente generale di porto Fiore visità le installazioni della Marina. Il 31 luglio il comandante Pelosi salutà i Capi della Cabile da cui provenivano i marinai somali reclutati. Il 1o agosto il Plotone marinai somali passà alle dirette dipendenze del Comando Marina. Il 17 agosto furono decisi primi rientri di personale a seguito delle riduzioni imposte al Corpo di Sicurezza (eliminazione dell'ufficiale di collegamento presso il Comando del Corpo di Sicurezza; eliminazione dei marinai addetti al funzionamento dei docks; rientro della nave Cherso, dimostratasi poco idonea per la 'vetustà (funzionamento ancora a carbone, elevato pescaggio). Il 18 agosto sul piroscafo Tripolitania, imbarcarono un 2° capo, un sergente, 4 sottocapi e 50 marinai. Dopo il rientro rimasero 22 ufficiali, 51 sottufficiali e 150 sottocapi e comuni, per un totale di 223 uomini, più 3 civili di Marifari e 2 di Marigenimil. In totale di 228 persane. Il 12 settembre il generale Ferrara visità il Comando Marina. Il 15 settembre il tenente colonnello medico Moise si recà d'urgenza a Chisimaio per visitare il


GIULIANO MANZARI

170

sottotenente di vascello A... G ... per un'occlusione intestinale; G. fu portato a Mogadiscio e ricoverato in Ospedale. Il 7 ottobre la nave Cherso trasportà il materiale rt ad Alula che inizià i collegamenti radiotelegrafici militari, di Stato e civili con le stazioni di Bender Kessim (gestita dai Genio collegamenti) e di Mogadiscio. Dai 23 ottobre al 25 furono condotte esercitazioni a fuoco con il plotone marinai somali. Dai 28 ottobre al 3 novembre il tenente di vascello Maurizio Carpani effettuà una ispezione. Il 4 novembre fu inaugurata la Mensa Ufficiali del Comar Marina. Decise ulteriori riduzioni di personale, il 2 dicembre, con il piroscafo Gerusalemme, partirono 3 ufficiali, 4 sottufficiali, 17 sergenti, sottocapi e comuni. Il 1o dicembre imbarcarono sul piroscafo Gerusalemme, per rimpatriare il tenente di vascello Gaspare Castagna, il capitano servizi macchina Francesco Ravera, 6 sottufficiali e 14 sottocapi e comuni. Il 25 dicembre fu inaugurato il Circolo Sottufficiali.

••• La nave Cherso visità Alula (251020 - 260715 marzo). Qui il comandante incontrà il Residente dottor Piras, il comandante del Presidio S. Ten. CC Tellarini e un Medico italiano governativo. Non esistevano mezzi da sbarco, in compensa esisteva il collegamento con il Faro di Capo Guardafui. Tra il 261130 e il 271150 furono visitate Damo e il Capo Guardafui. Tohen 271330 271430. Hoadis (280710-290755) dove non esistevano più mede. Dante (291023-302120) dove non esistevano più né segnali, né fanali, né la stazione rt. Quindi furono visitati Bender Beila, Eil; Itala dove le mede erano a pasto; Obbia. Il 7 agosto alle 08,30, il Cherso salpà da Chisimaio diretta a Mombasa, ma per un 'avaria fu costretta a rientrare a Chisimaio. Il 12 agosto il Cherso salpà per Mombasa dove giunse il 15. Il 23 agosto la nave andà da Mombasa a Mogadiscio dove giunse il 25 agosto. Il 26 agosto il Cherso salpà per Chisimaio dove ebbe un'avaria, e vi giunse il 28. Il 20 settembre il Cherso lascià Chisimaio diretto a Mogadiscio, dove giunse il 21 settembre. Il 1o ottobre la Cherso diresse per Alula dove inizià a scaricare il materiale per la stazione rt. Il 7 fu messo in opera il fanale di Alula, quindi la nave Cherso diresse per Bender Kessim. Il 10 la nave salpà per Aden.

•••


L'AMMINISTRAZIONE FIDUCIAIUA ITALIANA DELLA SOMALIA (1950-1960) - LA MARINA

171

Il 23 marzo 1951 fu decretata una seconda riduzione consistente del personale che doveva essere portato, progressivamente a 11 ufficiali e 148 uomini, per un totale di 159 uominL La Marina decise di trasformare il Comando Marina della Somalia in Comando Base della Marina Militare in Somalia affidandone il Comando ad un capitano di fregata. Il 31 marzo fu soppressa la carica di ufficiale superiore di collegamento della Marina e deli'Aeronautica pressa il Comando del Corpo di Sicurezza. La situazione del personale al 10 luglio 1951 era la seguente: Personale nazionale Ca pi di 1â&#x20AC;˘, 2' e 3' classe

Ta bella

Esistenza

19

20

Secondi capi

15

16

Sottocapi e comuni

99

H9

133

125

Totale

Personale somalo Capi di P, 2' e 3' classe

1

1

Secondi capi o sergenti

3

1

Sottocapi

6

7

Comuni

69

62

Totale

79

71

Il 21luglio fu effettuato il saluto al comandante PelosL Il 22 giunse il maggiore delle capitanerie di porto Livia Trambusti che sostitul Batori. 1'11 agosto avvenne il passaggio di consegne fra Pelosi e il capitano di fregata Vittorio de Bernardo. Pelosi parti il 18 con il piroscafo Sistiana. A Mogadiscio, quale comandante in seconda, giunse il capitano di corvetta Massimo Adrower. Giunse anche il tenente di vascello Angelo Amicarelli in sostituzione del parigrado Vittori. La nuova tabella prevedeva: Capitano di fregata

Comandante

Un Tenente di vascello Ufficiale superiore meclico Maggiore commissario Capitano delle Capitanerie di Porto

Comandante della Capitaneria di porto di Mogadiscio

Capitano del CREM (servizi macchinisti) Ca pi l ' classe

1

Capi di 2' e 3' classe

2

Seconcli ca pi

3

Sottocapi

4

Comuni

15


172

GIULIANO MANZARI

Ripresero i rimpatri del personale (2 ufficiali, 7 sottufficiali, 14 sottocapi e comuni, 2 civili). In particolare furono ridotti il personale destinato alle radio di Alula (da 2 sottufficiali, 4 secondi capi, 4 sergenti 10 sottocapi e comuni) rimasera 1 graduato e 2 operatori rt somali. A Chisimaio, dave erano destinati 2 sottufficiali, 2 secondi capi, 4 sergenti e 8 comuni, rimasero 7 uomini. Anche il personale delle capitanerie di porto furono ridotti e furono arruolati 20 marinai portuali somali. Tra il 20 maggio e il 13 giugno il tenente di vascello Vittori effettuà una missione al fanale di Ras Hafun. Tra il 6 e il 21 settembre lo stesso ufficiale effettuà una missione ai segnalamenti della rada di Chisimaio.

NOTE (1) La nave era salpata da Napoli e, seguendo l'itinerario Port Said-Suez-Aden aveva effettuato

varie soste per scaricare materiali: a Bender Kassim (241330-242032 marzo). Il materiale fu sbarcato con J'ausilio dei due pontoni di ferro della portata di circa 10 tonnellate rimorchiati vicino a terra dalla motolancia della Giovanna C. Furono anche impiegati cinque battelli di gomma grandi (7 x 2 merri) e 5 piccoli (l'irca metà dei precedenti). Dalla ricognizione fatta risultà che non esisteva pili la stazione radiotelegrafica della Marina, che il telegrafo era stato asportato e l'ufficio postale era stato chiuso; non vi erano pitJ segnalamenti marittimi e fanali. Il presidio italiano disponeva di una Stazione rt campalc. La situazione politica era tranquilla.


173

L'AMMINISTRAZIONE FIDUCIARIA ITALIANA [)ELLA SOMALIA (1950-1960) - LA MARINA

A/legato 1

Diminuzione della forza del Corpo di Sicurezza della Somalia al 25 febbraio 1951 1o aprile 1950

Arma

25 febbraio 1951

Ufficiali

Sottuff.

Truppa

Ufficiali

Sottuff.

Truppa

Esercito

308

SOI

3436

269

339

2124

Marina

36

109

306

22

65

96

Aeronautica

63

179

324

56

135

194

Carabinieri

28

161

376

28

156

330

Totale

435

950

4442

375

695 3814

2744

Totale generale

5827

Rimpatriati, congedati in Somalia, deceduti ne) periodo 1.4.50-1.2.51

1

NOTE Esercito

39

162

1312

Marina

14

44

210

194 scarso rendimento o motivi disciplinari

Aeronautica

7

44

130

222 menomate condizioni fisiche

Carabinieri

~

Totale

60

5

46

255

2013

1361 per riduzione organica

82 fine ferma 18 mesi 65 a domanda 17 per congedamento in Somalia 3 fine servizio continuativo 52 per frequenza corsi in Italia 6 a disposi zione dell'autorità giudi ziaria 11 deceduti

2013

Totale generale

1

1

Rimpatri già predisposti Esercito

2

6

17

Marina Aeronautica

2

Carabinieri

18

Totale

2

6

Totale generale

2107

Marina

22

Aeronautica

56

135

192

Carabinieri

28

156

312

Totale

373

689 3769

2709

1

1

5 per motivi disciplinari

Riduzione già effettuata o predisposta: 205il

333 65

Totale generale

1

37

45 267

1

40 per riduzione organica, com presi 2 congedati in Somalia

Forza che rimarrà Ese rcito

1

96

1

1

1


174

GIULIANO MANZAHI

Allegato 2 Comando della Marina in Somalia grado

ta bella

riduzioni

Incarico

COMANDO MARINA Capitano di vascello

1

Capitano di fregata o tenente colonnello

4

Capitano di fregata• Capitano di fregata• Ten. Col. commissario Ten . Col. medico

l'

Comandante in 2' Add. Corn. C. Sic Add AFIS liqu. Ascari coServ. sanitario

Maggiore

2

Maggiore comm Maggiore Genio Mil.

1

Tenente di vascello o capitano

5

T.V.* T.V.* Capitano G.N. Capitano Com Capitano medico

1.

co Ser. amministrativo coServ. Genio militare coUfficio Operativo

Tenente Cemm

1

Sottotenente Cemm

1

. .

Capi 1'/3'

2°

c

1 1

1•

Uff. Addetto e Helatore coServ. Genio Navale Addetto Corpo di Sic. Addetto Servizio sanitario Ufficiale pagatore Aiutante Maggiore

14

Totale Uff. Ce mm

comandante

6 sgt

Sottocapi e comuni

Totale

Segreteria Comando

1

1 1

1/1/1 ~3

1

Segreteria dettaglio

1

1

1/1~2

1 Segreteria amministrativa

1

1

1/1 /2~4

2

lnfermeria

1

1

4

6

4

Ufficio l'orto e gestione magazzini

1

2

2

9

14

6

22

2

Autoreparto

1

2

1

Hl Servizi vari

3

2

7

46

TOTALE

58

27

123

47

SEHVIZI I'OHTUALI Direzione e Compamare Mogadiscio

1

Maggiore di Porto

1

Capitano di Porto

1

1

Tenente di Porto

1

1

3

2

3

3

11

1

Direttore Marittimo e Comandante Compamare Mogadiscio Ufficiale in 2• Compamare Ufficiale addetto

2


L'AMMINISTHAZIONE FIDUCIARIA ITALIANA DELLA SOMALIA (1950-1960) - LA MARINA

175

segue

Allegato 2

Circomare Merca 1

1 1

Comandante Circomare

4

3

Circomare Chisimaio 1

Capitano di Porto

3

1

Comandante Circomare

4

SERVIZIO TELECOMUNICAZIONI Tenente di vascello

1

Capitani Cenun

2

coServizio 1

Ufficiale Dirigente Centro HT Centro Radio montatore

Totale

3

1

Stazione Radiotelegrafica Mogadiscio (ricevente) 1

4

3

13

21

Stazione Radiotelegr.1fica Mogadiscio (trJsmittente) 1

4

1

6

5

Servizio telecomunicazioni e semaforico Mogadiscio 2

2

1

6

11

Stazione Radiotelegrafica Chisimaio 2

2

2

6

12

2

Stazione Segnali Chisimaio 1

1

4

2

Stazione Hadiotelegrafica Alula (Tr..!smittente e Ricevente) 4

11

2

TOTALE

215

60

TOTALE GenerJie

218

2

4

1

3 60

Di cui : 8 ufficiali 13 sottufficiali 39 Sottocapi e comuni

Personale civile salariato

6

TOTALE

224

60

Nuovi organici: 164


176

G I ULIA NO MANZAHI

segue A/legato 2

Personale

Tal:Jella Novembre 1950

Nuova Tal:>ella Aprile 1951

DifTerc:nza

MAHINA SOMALIA Ufficiali Capitano di vascello

1

1

Ctpitano di fregata

1

1

Capitano di corvetta

1

1

Maggiore d i Marigenimil

1

Tenente di vascello

1

Capitano G.N.

1

Capitano di Commissario

1

1

1 1 1

Tenente Medico

1

Ufficiale del CEMM

5

4

1

1

TOTALE

13

H

-5

Maggiore

1

Capitano

2

Tenente

1

SERVlZI PORTUALI 1

2 1

TOT AL E

4

2

-2

TOTALE GENEH.ALE

17

10

-7

Personale del CEMM MAHISO MALIA Capi di l' Classe

5

4

1

Capi di 2' o 3' Classe

13

Il

2

Secondi Capi

21

13

H 11

Sottocapi

38

27

comuni

85

67

18

T O TALE

123

94

-29

SERVlZI POHTUALI Ca pi di 1'

Clas.~e

Capi di 2' o 3' Classe

=

1

1

3

3

=

2

=

Secondi Capi

2

Sottocapi

3

2

1

comuni

8

3

5

TOTAL E

17

11

-6

TOTALE GENERALE

140

105

-35

TOTALE COMI'LESSIVO

196

143

-53

NO T E


L'AMMINISTRAZIONE FIDUCIARIA ITALIANA DELLA SOMALIA (1950-1960) - L'AERONAUTICA SILVANO BRONCHINI

Costituzione Sulla base delle direttive ricevute dai ministero della Difesa, Jo Stato Maggiore dell'Aeronautica (SMA)- nella sempre più concreta "evenienza che l'amministrazione fiduciaria della Somalia sia affidata ali'Italia"- disponeva che dai 15 settembre 1949 fosse costituito il "Comando Aeronautica della Somalia" ed elencava le modalità della sua costituzione e le prime direttive generali per la scelta ed il trasferimento al Presidio Aeronautico Regionale (PAR) di Napoli-Capodichino del personale militare e civile da inviare in Somalia; l'afflusso in località prestabilite dei materiali necessari al funzionamento del reparto e all'equipaggiamento del personale; la costituzione, pressa l'aeroporto di Capodichino, dell'Ufficio Tappa Oltre Mare; le modalità relative ai turni d'imbarco degli uomini e dei mezzi. Il 9 settembre 1949 giungevano a Napoli il comandante designato deli'Aeronautica della Somalia, colonnello pilota Michele Palmiotti e quattro ufficiali per iniziare il lavoro di costituzione del nuovo ente. Il 16 settembre veniva poi costituito a Capodichino il Reparto operazioni dell'Aeronautica della Somalia composta da: Ufficio operazioni e addestramento (dai quale dipendeva il costituendo Gruppo misto comprendente una Squadriglia trasporti ed una Squadriglia caccia); Ufficio collegamenti; Ufficio cifra e informazioni; Ufficio mereorologico; Ufficio fotocartografico. Da questo primo nucleo si sviluppà poi, come vedremo, il Comando Aeronautica della Somalia. Il 4 febbraio 1950 il capo di SMA, generale Mario Ajmone-Cat, arrivà a Na poli per salutare i partenti e re car !oro il saluto di tutta la Forza Arma ta. Le prime partenze relative al contingente dell'AM ebbero luogo tra il 5 e il 6 febbraio da Napoli quando si imbarcà sulle navi il primo scaglione (il cosiddetto "scaglione avanzato") di personale e materiale inviato a Mogadiscio per la sistemazione e l'approntamento di quell'aeroporto. Il seconda scaglione fu inviato in Somalia in turni successivi fino al 2 aprile, data di arriva delle ultime unità assegnate all'Aeronautica della Somalia. Parte del personale e del materiale giunse invece per via aerea il 30 marzo con i sei velivoli Douglas della Squadriglia trasporti che erano partiti da Napoli Capodichino, salutati dai sottocapo di Stato Maggiore AM generale Ferdinando Raffaelli, il giorno 23.


SILVANO BRONCHI NI

178

Personale, mezzi e materiaU AM trasportati in Somalia dal6.2 al30.4.1950 Via mare

Personale: Ufficiali Sottufficiali e civili Truppa Aeroplani: North America n P-510 "Mustang" Stinson L-5 "Sentine!" Douglas C-47 /C-53 Automezzi Materiali (t)

In volo

Totali

15

43 203

23

58 226

335

3

338 13

4 3 6 87 1.350

87 12

1.362

La costituzione del Comando Aeronautica della Somalia, che rivestiva funzioni di Zona Aerea Territoriale (ZAT), fu portata a termine in tempi eccezionalmente brevi nonostante le numerose difficoltĂ tra le quali erano i motivi di urgenza , la scarsa conoscenza delle attrezzature logistiche e operative esistenti sugli aeroporri della Somalia in genere e su quello di Mogadiscio in particolare e la poco chiara situazione politico-militare di quel paese in tale periodo. Non si dimentichi , infine, che l'Aeronautica Militare veniva impegnata in una lunga, difficile e ardua missione a soli 52 mesi dalla fine del secondo conflitto mondiale ne! quale si era prodigata con ogni energia e dopo il quale era rimasta con pochi mezzi e con il personale tragicamente ridotto per le pesanti perdite subite. In quel momento di ferma volontĂ di ripresa e di riorganizzazione dei propri reparti di volo , dunque , all'Arma Azzurra venne richiesto di partecipare fattivamente all 'amministrazione fiduciaria della Somalia, destinandovi uomini e mezzi che essa era costretta a sottrarre alle sue giĂ limitate forze. E gli aviatori italiani, come sempre, furono pienamente all 'altezza dei nuovi compiti !oro affidati e superarono brillantemente tutte le innumerevoli difficoltĂ legate al nuovo impegno. Il 31 marzo 1950 il Comando Aeronautica della Somalia (Aerosomalia , come divenne presto nota dalla sua abbreviazione telegrafica tra quanti vi hanno prestato servizio) era organicamente completato nei suoi reparti essenziali ed era pronto, rispettando i tempi fissati , a quella missione che dai giorno dopo, data del passaggio dell 'amministrazione "di fatto " dai britannici agli italiani , gli era stata affidata .


L'AMMINISTRAZIONE FIDUCIAHIA ITALIANA DELLA SOMALIA (1950-1960) - L'AERONAUTICA

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L'ordinamento Lo SMA si travo a dover elaborare le tabelle ordinative ed organiche (TOO) del Comando Aeronautica della Somalia attraverso particolari difficoltà dovute alle immediate e continue riduzioni imposte dalle esigenze di bilancio. All'inizio della sua attività sull'aeroporto di Mogadiscio (P aprile 1950) esso era cos! ordinato: - Comandante; - Ufficio Comando, personale e cifra; - Reparto Operazioni (da cui dipendeva il Gruppo misto sulle Squadriglie Trasporti, Caccia e Collegamento); - Reparto tecnico (con Sezione efficienza linea; SRAM; Servizio TLC, meteo e AV; Servizio MSA); - Reparto Logistico (costituito dai Servizi Sanitario, Trasporti, Demanio, Commissariato, Armamento, dalla Compagnia mista avieri e dall'Ufficio benessere e sport). Il 1° aprile 1951 avvenne il rimpatrio della Squadriglia caccia, ritenuta non più necessaria sul territorio, ma l'ordinamento dell'Ente non cambio sostanzialmente tranne che per la costituzione dell'Ufficio somalizzazione (composto da una Compagnia somala ed una Direzione corsi della Scuola specialisti somala) che dai 1o luglio 1956 ebbe il compito di "attuare, ordinare e incrementare, per quanta concerne la materia aeronautica, l'azione politico-sociale dell'AFIS relativa alla Somalizzazione". Il 2 agosto 1955, a seguito di lunghe trattative, veniva decisa la soppressione del Comando Corpo di Sicurezza in Somalia a decorrere dai P gennaio 1956 e l'istituzione di un Presidio Militare Italiano che prevedeva una riorganizzazione degli appartenenti alle Forze Armate italiane ancora sul territorio. Nella stessa occasione veniva anche deciso Jo scioglimento del Comando Aeronautica della Somalia ela sua sostituzione con una Aviazione civile somala, ancora da crearsi, dalla quale sarebbero dipesi tutti i servizi aerei del territorio, servizi da affidare ad una compagnia aerea civile. Tale decisione venne pero revocata per motivi di prestigio, politico-militari, economici e sociali ed anche in considerazione del fatto che l'Aeronautica della Somalia svolgeva compiti particolari (ricognizione, polizia aerea, aviotrasporti militari) non espletabili da civili. Le forze militari dell'Aeronautica già facenti parte del Corpo di Sicurezza rimasera pertanto inquadrate autonomamente ne! Comando Aeronautica della Somalia che passo alle dirette dipendenze dell'amministratore. Concludiamo queste note sull'ordinamento col dire che il 30 giugno 1960 (data di scioglimento dell'AS) i pochi servizi che rimasero sul territorio perché richiesti dai governo somalo presero la denominazione di "Nucleo di assistenza tecnica".


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SILVANO BRONCHINI

Gli organici Come abbiamo giĂ avuto occasione di scrivere, gli organici dell'Aerosomalia furono oggetto di profonde modificazioni fin dalla fase della lora elaborazione iniziale a causa delle esigenze di bilancio. Nella tabella che segue sono indicati, per il personale militare e civile che, lo ricordiamo, doveva avere carattere di "volontarietĂ ", gli organici stabiliti dalla SMA in varie date e che dimostrano le sensibili riduzioni apportate in brevissimo tempo agli organici stessi:

24.8.49

7.1.50

21.2.50

19.11.50

1.4.51

Ufficiali

88

67

58

46

18

Sottuff/li

230

188

164

128

52

Truppa

381

361

338

142

54

Ci viii

70

65

62

53

12

Totali

769

681

622

369

136

146

146

515

282

Categorie

Truppa somala Totali generali

681

769

622

A seguito di una nuova riduzione degli organici del Corpo di Sicurezza e che interessava anche l'Aeronautica venivano stabiliti i seguenti quadri: Nazionali

Somali

Ufficiali

13

Aspirante Ufficiale

Sottufficiali

38

Sottufficiali

Truppa Specialista

58

Militari di truppa

Civili

12

Civili

56

Operai assunti in Somalia

16

Totale

137

Totale

216

per un totale complessivo di 353 unitĂ .

1 13 146


L'AMMINISTRAZIONE FIDUCIARIA ITALIANA DELLA SOMALIA 0950-1960) - L'AERONAUTICA

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Ulteriori riduzioni di personale furono in seguito apportate agli organici dell'AS , anche in funzione dell'immissione di elementi somali nei vari settori , come risulta nella tabella che segue: 31.12.1957

31.12.1958

14

11

10

9

6

37

35 11

34

35

24

5

5

-

11

11

6

6

16

16

12

6

-

128

84

72

61

31.12.1955

Nazionali Ufficiali Sottufficia 1i Specialisti Truppa Ci viii Operai locali Tata li

Somali Ufficiali Sottufficiali Truppa Civili Tata li

49 12

1

1

13 146

31.12.1959

30.6.1960

36

13 146

3 52

3 51

5 60

146

143

145

56

56

56

56

56

216

216

257

253

266

Il 1o luglio 1960 resta va no quindi in Somalia, tra militari e civili dell'AM, 36 unitĂ che subito dopa si ridussero a 20 (quattro ufficiali , 12 sottufficiali e quattro civili) per costituire, entro il 30 ottobre 1960, il "Nucleo AM per la assistenza tecnica alla Somalia".

La linea di volo La scelta degli aeroplani per l'Aeronautica della Somalia fu operata dopo lunghi e laboriosi studi condotti dalla SMA, studi che tennero sopratutto canto dei compiti che i mezzi avrebbero dovuto assolvere , distanze alle quali avrebbero dovuto operare, stato degli aeroporti di utilizzazione e climatologia dell'ambiente ne! quale si sarebbe svolta l'attivitĂ di vola. Per la Squadriglia Caccia venne prescelto l'ancora valida North American P-51D "Mustang", peril servizio di collegamento a brevi distanze il robusta Stinson L-5 "Sentine!" e per il compito maggiore, quello del trasporto aereo, il bimotore Douglas nelle sue versioni militari C-47 e C-53 .


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SILVANO l3RONCHJNJ

La dotazione dei velivoli subi anch'essa profonde modifiche già in sede di preparazione delle TOO dell'AS e ne! prospetto che segue riportiamo l'originaria assegnazione del materiale di volo e, limitatamente all'anno 1950, le successive modificazioni. Tipo di velivolo

7.1.1950

21.2.1950

24.10.1950

10

6

6

North American P-51

6

4

-

Stinson L-5

3

3

3

19

13

9

Douglas (C-47 e C-53)

Totali

L'ultima dotazione riportata è quella stabilita dallo SMA dopo che era stato deciso di far rientrare in patria la Squadriglia caccia ed all'aprile 1951 la dotazione dei velivoli veniva stabilita in due Douglas C-53 e due Beechcraft C-45. Il 1o dicembre 1953, infine, il numero e il ti po di aeroplani per il Comando Aeronautica della Somalia venne fissato in: - n. 2 Douglas C-53 - n. 1 Douglas C-47 (da acquistare con fondi AFIS) - n. 2 Beechcraft C-45 (per i collegamenti e per il trasporto di autorità) - n. 2 North American T-6H (per l'addestramento alla navigazione ed al volo senza visibilità). Tale dotazione fu completata prima della fine del 1954. Nello stesso anno l'Aeronautica Militare cedette all'Aero Club della Somalia, da poco costituitosi, 2 velivoli L-5 che, con matricola civile, furono inviati via mare a Mogadiscio ed assegnati all'AS per le esigenze dello stesso Aero Club. Terminate le ore di volo gli L-5 ed un T-6 (l'altro era andato distrutto per un incidente), furono radia ti dalla linea che, al 1o gennaio 1959, risultà formata da un C-53, due C-47 e due C-45 e tale situazione, a parte le sostituzioni dei velivoli inviati - come per il passato- alla revisione periodica presso le Ditte specializzate italiane (Fiat Aviazione e poi Aeritalia di Torino, Aeronavali di Venezia e SIAI di Vergiate) non subi più variazioni fino alla data di scioglimento dell'AS quando, per accordi con il governo locale, i velivoli in dotazione furono ceduti a titolo gratuito all'aviazione somala. 1 velivoli dell'Aeronautica della Somalia avevano, all'inizio, solo un numero distintivo progressivo dipinto sui fianchi, a sinistra della coccarda tricolore. Successivamente vennero contrassegnati con le lettere AS a sinistra della coccarda sulla


L'AMMINISTRAZIONE FIDUCIARIA ITALIANA DELLA SOMALIA (1950-1960) - L'AEI{ONAUTICA

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fusa liera e da un numero progressivo, a partire dall'1, a destra della stessa coccarda ad eccezione dei T-6 che conservarono solo il numero (7 e 8) a sinistra del distintivo di nazionalità. 1 C-45 recavano sulle derive anche il distintivo deli'Aeronautica della Somalia sormontato dall'aquila turrita. Il nominativo radio dei velivoli era la parata "Boso" seguita dai numero distintivo del velivolo stesso. La colorazione dei Douglas e dei C-45 era quella naturale (alluminio) con la parte superiore della fusoliera dipinta in bianco-ghiaccio. Quella dei T-61-1 la classica bruno-arancione.

1 materiaU 1 materiali forniti dalle Direzioni generali competenti del ministero della DifesaAeronautica per il funzionamento dell'Aerosomalia furono i seguenti (in lire): - D.G. Servizi - D.G. Demanio

334.647.691 36.989.904

- D.G. Costruzioni

762.776.521

- D.G. Armi e Munizioni

194.548.830

- D.G. Commissariato

166.910.451

- D.G. Telecomunicazioni e A.V.

281.756.441

- D.G. Sanità per un totale complessivo di

10.300.053 1.787.929.891

Ricordiamo che gli inventari relativi al Materiale speciale aeronautico (MSA) e al Materiale ordinario (MO) consistevano di oltre 12.000 voci di elencazione. Una parte del suddetto materiale fu rimpatriato a seguito dei ridimensionamenti iniziali degli organici e delle dotazioni ed al 30 giugno 1960, al termine dell'AFIS, il materiale efficiente ancora in carico in canto giudiziale, tolto quindi quello dichiarato "fuori usa", riel otto a 1/3 di va lore per lunga utilizzazione, e quello consumato, impiegato o ceduto per ragioni varie o andato perduto per cause diverse naturali nei dieci anni di attività , risultava di (in lire): 15.421.875 - Materiale Ordinario - Materiale Speciale Aeronautico 551.812.625 per un totale di 567.234.500 lire (escluso il valore degli immobili, dei carburanti e dei lubrificanti, delle attrezzature, della centrale elettrica, del demanio, degli impianti fissi, ecc.), materiali che a quella data venivano considerati ceduti a titolo gratuito al governo somalo, compresi i velivoli, per i quali lo SMA aveva peraltro proposto, perché conveniente, il rimpatrio, escluso un C-47 che era di proprietà dell'AFIS.


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SILVANO BRON CII INI

La bandiera dell'Aeronautica della Somalia A IJ 'atto d ell a su a cos tituzion e i l Coma n do A ero n auti ca d ell a So mali a non ebbe la pro p ri a b a nclier a di g u e rra. Essa fu co ncessa e co nsegn ata, insiem e ad al t re cl i eci band ie re p er altrettanti repa rti cl eli 'A erona u tica Mili ta re, n el corso d i una so lerm e ce rim on ia svoltasi sull 'ae rop orto di Ce ntoce ll e il 28 marzo 1954 alla prese n za d el ca p o dello Stara Lui g i Ei naud i. G iunta poi in vo lo a Mogad i sc io 1'8 gi ug n o 1954 co n un C-53 cle ll 'AS in rientro da ll a revi sio n e, f u c u sto clita n ell ' uff i ci o d el co m andante e prese n zià a tutte le cer imoni e c he si svo lse ro nella cap ital e so m ala f in o all a fin e d e ii 'AFl S. Il 28 giu g n o 1960, n e! corso d i una ce ri m o ni a presen ziata clall 'ammini st rato re ambasc iato re Mario D e Ste fan o ed all a qu a le ass isl e tte co mm ossa l a co mu ni tà ita li ana di Mogad isc io, la bandi era d e ii 'A ero n auti ca d ell a So m ali a lasc iava il te rri tori o cl e ll 'ex co lo ni a co n un vo la d i linea c ivi le, ultima b ancl ie ra militare ita li ana a lasc iare l a terra d 'Afri ca , per esse re d e p osta e con se r vata al Sac rari o d ell e ba ncli ere d ei repart i m ili tari di sc io lti istitui to p ressa il V i ttorian o a Roma .

Il distintivo Com e tutti i rep arti cl eJI 'Ae ro naut ica M ilitare an ch e l 'Ae rosoma li a seg ul le tracl i zio ni ad otta nd o un proprio cl istinti vo cos titu ito el a un ca mp o azz urro ne l qu ale un 'ala cl'aqu il a sti li zza ta d i co lo re bianco sov rastava q u attro stell e anch 'esse bian c h e rapp resentanti la cos tell az io n e austr ale d ell a Croce d e l Sud . Veniva cos! id ea l m e nt e r ico rdat o il vecc hio m o Lt o cle li ' Av iaz io n e So maJ a d e l 1930: " Austral! Suh Cmce" . È an c he ela ri co rcl are, a p ropos ito di di stinti v i , c he U persona le mi 1itare dell.Ae rona ut ica i n se r v i zio in Soma ! ia fu in o lt re autori zza to all 'uso, a nche se in prati ca m ai avvenuto, cl e.IJ o sc ucl etto prev isto pe r g li appa rt e n e nti al Co rpo di Sic urezza in So m a l ia ( un leo p arcl o g iall o su fo nd a rosso- bl u) d a p o rtarsi sulla ma ni ca sinistra d e ll ' unifo rm e.

Lo scioglimento d e ll'Aet·osomalia Ne l 1955 si era entrati in un a d eli ca ta e d i ffic il e Fase d el nostro m ancl ato in So mali a: q u ell a relati va al gracl u ale trapasso cle i pote ri ai soma li e c h e ve n ne gen e ri ca m ente d efi n ira " so m a li zz~r z i o n e " . Tn orcl in e a tale fa se ri co rcli amo c h e l 'AS , c h e av rebbe cl ov uto sc iog li ersi cl i Il a poco pe r essere sos tituita ela un Ente ci vi le, restà i nve e in So ma li a per continuarv i la su a a tti v it ~l , e so lo il 24 febbr aio 1959 ve nn e ini ziata la prati ca rel ativa a l su a sc iog li m ent o ecl a l rimpaLri o d i tutto il p e rso n a le cl e ll 'AM ecce ttuato un p icco lo nu cleo d i tec ni c i pe r affian care g li av iato ri so m ali - già in cor so cli q u alifi caz io ne- n eJ prim o p eri o do di auto no mia.


L'AMM!N!STRAZ!ONE FlDUClARlA !TAL!ANA DELLA SOMAL!A 0950-1960) - L'AERONAUT!CA

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Il 30 giugno, in anticipo di sei mesi sulla data prevista per l'indipendenza della Somalia e cessato il mandato deli'AFIS, avveniva il passaggio delle consegne tra il comandante dell'Aeronautica della Somalia, tenente colonnello pilota Girolamo Rosati e il comandante della nascente aviazione militare somala, capitano pilota Ahmed Scek Mao, mentre il distintivo di tale forza aerea (disco azzurro con stella bianca a cinque punte al centra) sostituiva la coccarda tricolore sulle ali e sulle fusoliere degli aeroplani. Il Comando dell'Aeronautica della Somalia , avendo terminato i suoi compiti , veniva soppresso con circolare n. 2408/252 datata 12 luglio -1960 dello Stato Maggiore Aeronautica .

L'ATTIVITÀ OPERATIVA DELL'AERONAUTICA DELLA SOMALIA Prima di esaminare l'attività operativa deli'Aeronautica della Somalia ricordiamo brevemente quelle che furono le prime azioni condotte in Somalia . Il Comando fu costituito sull'aeroporto di Mogadiscio, situato in località Hamar Geb-Geb, a circa due chilometri a Sud Ovest del capoluogo dell'ex colonia , aeroporto già intitolato a Enrico Petrella, pilota aviatore del 3° Raggruppamento aeroplani in Somalia deceduto ne! 1921 per incidente di volo con uno SVA. Inizialmente, in attesa del trapasso dei poteri dai britannici , il Comando fu situato in attendamenti in fondo al campo e, in seguito, in una delle poche palazzine in muratura esistenti in quella base aerea . Mentre veniva provveduto, dai primo nucleo di personale inviato in Somalia per l'approntamento dell 'aeroporto, ai numerosi lavori necessari alla sistemazione del comando, degli uffici, degli alloggi, delle mense ecc. , si procedeva alla programmazione dell 'attività di volo , alla riattivazione progressiva degli aeroporti dell 'interno, all'impianto delle prime radioassistenze , alla compilazione dei manuali di volo, alla pianificazione dei corrieri aeropostali , il tutto in vista dell'arrivo del seconda scaglione di personale e dei mezzi di volo. Apposite direttive emanate dallo SMA ne! febbraio 1950 stabilivano che l'impiego dell'Aviazione della Somalia (come si continuo per un certo tempo a chiamarla) doveva essere svolto "a protezione delle frontiere , a tutela del prestigio delle Autorità ed in cooperazione con le Forze di superficie" attraverso compiti di Soccorso aereo, Sicurezza interna, Cooperazione con l'Esercito, Trasporto aereo. In particolare, il Trasporto aereo, oltre all'eventuale traslazione di personale e materiali i? operazioni di sicurezza interna, doveva far fronte a esigenze non altrimenti soddisfabili dell 'amministrazione civile e delle Forze Armate ed assumeva le caratteristiche di "Corriere aereo" (o "aeropostale") quando svolto periodicamente . L'attuazione pratica di tali direttive comporta una notevole mole di lavoro per la creazione di nuovi servizi e la compilazione di piani operativi, manuali di volo , programmi per gli aeropostali ecc.


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SILVANO BRONCHINI

Dei 54 aeroporti esistenti in Somalia al termine della campagna dell'Africa Orientale e successivamente usati dalla Regia Aeronautica durante il seconda conflitto mondiale, gli inglesi ne avevano utilizzati soltanto alcuni durante la !oro occupazione (1941-49) trascurando completamente gli altri che, in oltre otto anni di totale abbandono , si erano ridotti a semplici estensioni di terreno invase da sterpi e arbusti e piene di buche. Oltre all'aeroporto di Mogadiscio (l'unico dotato di pista in 'macadam' e di attrezzature logistiche in gran parte inutilizzabili) il reparto poté inizialmente avvalersi solo delle piste in terra battuta degli aeroporti di Baidoa, Belet Uen , Galcaio (Rocca Littorio), Garda, Bender Cassim (Bosaso), Alula, Scusciuban, Lugh Ferrandi , Bardera e Chisimaio. La direzione di tali aeroporti fu affidata al comandante del Presidio militare ivi esistente che ne avrebbe curato la manutenzione e l'agibilità. Oltre che a Mogadiscio furono collocate in alcune località dell'interno delle stazioni di radio-fari, meteorologiche e di rifornimento al cui reintegra delle scorte di carburanti e lubrificanti veniva provveduto periodicamente con trasporti per via terrestre o marittima . Con l'arriva del seconda scaglione di personale e di buona parte del materiale fu poi possibile completare nella sua quasi totalità l'organizzazione tecnicologistica dell' Aerosomalia. È da sottolineare che il Reparto operazioni dispose subito per il montaggio ed il collaudo in volo degli aeroplani P-51 e L-5 giunti a Mogadiscio per via marittima e che il 14 marzo 1950, ne! cielo della Somalia, tornarono a volare , dopo nove anni, aerei con le insegne della nostra Aeronautica . Quel giorno, infatti, i primi due P-51 dell'Aerosomalia eseguirono il volo di collaudo sfrecciando su Mogadiscio, esibendosi in evoluzioni acrobatiche e suscitando il commosso entusiasmo della numerosa comunità italiana che accorse in massa all'aeroporto per festeggiare gli aviatori con una serie di spontanee e calorose manifestazioni di simpatia e di affetto. Da quella data i voli di collaudo e di allenamento si succedettero con ritmo sempre crescente. Purtroppo il 20 marzo si verificà un incidente di volo ad un P-51 che, a causa di un'improvvisa perdita di velocità in configurazione acrobatica, precipità al suolo poco lontano dall'aeroporto provocando la morte del pilota, sergente maggiore Bruno Munarin. Il 30 marzo il Gruppo misto - completata la sua dotazione organica con l'arriva in formazione a Mogadiscio dei sei Douglas (cinque C-53 ed un C-47) dall'Italia - risultava éomposto nella sua linea di volo da cinque C-53, un C-47, tre P-51 e tre L-5. L'attività operativa di volo ebbe subito inizio con una missione di soccorso effettuata il 13 aprile 1950 ad Alula, da un C-53 per trasportare a Mogadiscio un ammalato in condizioni gravissime.


I.'AMMINISTRAï. JONE FIDUCIAI{JA ITAI.IANA DELLA SOMALI A ( 1')~0- J')(JUJ - J.'AJ;HONA IITJCA

IH7

!

Mogadiscio: Celehmzione dellaji•stiuità della ;Hadmmo di Loreto il /0 diœmhre l'J'iN.

L 'amministratore amhasciatore Mu rio D i Stefc/IHJ, dai collltllldante tenentc culunnello pilota (;imlmno Rosati, ricere p,fi un uri dai C:apitt/1/IJ Ce/su ,Y/orel/tl cul//l./lldc/1/te del reparto diformazioll<' accoiii/Jtl,~llato

V<'liuo/i C-47 e C-53 snl/'aeroporto di MoMadiscio

---E


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SILVANO BRONCHINI

Seguirono subito altri voli per missioni di soccorso, per il trasporto di feriti e ammalati dai Presidi dell'interno, per il trasporto di autorità militari e civili in visite di ispezione, per il trasporto di materiali, posta e personale in avvicendamento, oltre ai numerosi voli di addestramento che avevano Jo scopo di familiarizzare il personale navigante con il nuovo ambiente. ln particolare tale addestramento fu rivolto: per i piloti della Squadriglia caccia, alle esercitazioni di aerocooperazione con l'Esercito, al vola in pattuglia e alla navigazione; per i piloti della Squadriglia trasporti e collegamento, alla navigazione strumentale, ai sistemi e metodi di navigazione, alle procedure di vola e al vola notturno. Studiati e adottati alcuni accorgimenti tecnici per migliorare le prestazioni dei velivoli in quel particolare ambiente climatologico fu quasi subito avanzata la proposta di sostituire gli L-5 "Sentine!" adibiti ai collegamenti a breve raggio ed al trasporto sanitario (gli ~-5 erano stati modificati in modo da poterli utilizzare, con una rapida operazione, anche come "aeroambulanza") e la cui autonomia era alquanto limitata, con bimotori leggeri idonei ad effettuare percorsi di una certa importanza. In considerazione della calma che regnava ne! territorio, dell'assenza di disordini e dell'improbabilità di incidenti politici alle frontiere il Comando dell'Aerosomalia stabill che la presenza dei P-51 non era più necessaria e fu quindi inoltrata la proposta per il !oro rimpatrio. Il 2 giugno 1950, in occasione dell'anniversario della costituzione della Repubblica italiana, fu effettuata su Mogadiscio una parata aerea alla quale presero parte quasi tutti i velivoli in dotazione all'Aerosomalia e che fu lungamente applaudira dagli spettatori. Da un primo esame dell'attività di volo compiuta dagli aeroplani Douglas '(oltre 350 ore in tre mesi), risultà che la scelta dei C-53 e del C-47 come velivoli base della linea trasporti era stata quanta mai felice e indovinata. La bontà del velivolo nelle missioni di corriere aereo militare, di postale, di sgombero feriti e ammalati, di ricerca e soccorso a navi, apparve in tutta la sua evidenza quando furono tracciati i consuntivi del suo impiego. Nonostante i forti venti monsonici, le piogge equatoriali, le tempeste di sabbia, l'umidità del elima, i moiti decolli e atterraggi su terreni appena battuti e quasi sempre al massimo del carico consentito (e qualche volta anche di più), i Douglas confermarono le !oro eccezionali doti di robustezza, sicurezza, versatilità d'impiego, doti del resto già dimostrate ampiamente in tutto il monda, ma delle quali gli aviatori militari italiani avevano avuto fino a poco prima solo una limitata conoscenza diretta. Completato l'addestramento e i passaggi sul velivolo di tutti i piloti, fu affrontata la riorganizzazione di alcuni aeroporti dell'interno che all'atto del passaggio di consegne tra britannici e italiani, come abbiamo già detto, si trovavano in stato di completa abbandono, come ad esempio quelli di El Bur,


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Candala, Scusciuban , Bender Beila, Eil e Obbia, tutti situati nella parte settentrionale del Paese. Particolare impulsa fu data al potenziamento della rete dei collegamenti tra gli aeroporti del territorio, di quella delle radioassistenze e del Servizio meteorologico. Con l'entrata in funzione della Stazione radio da 5 Kw avvenuta a Mogadiscio il 21 luglio 1950 dopa ben 800 ore di lavoro per la sua installazione , venivano assicurati numerosi collegamenti di primaria importanza oltre a quello, indispensabile, con Roma. Poiché l'AFIS aveva in anima di organizzare una campagna di lotta antiacridica rivolta in particolare contra le locuste, fu data incarico al Reparto tecnico di studiare e realizzare un impianto di irrorazione per il velivolo L-5 . Con il passare del tempo e l'ambientamento del personale furono notati un ancor più elevato rendimento ne! lavoro e Jo stabilizzarsi dei valori dell 'efficienza media del materiale di vola , il che stava a dimostrare una regolare normalizzazione dei servizi ed una sempre maggiore crescente dedizione al lavoro da parte di tutto il personale assegnato all'Aerosomalia . Un velivolo L-5 venne attrezzato per esercitazioni di vola senza visibilità, in tendina, per incrementare il livello di addestramento dei piloti che furono poi in grado di portare a termine anche le più difficili missioni con precisione assoluta. Il personale specialista , duramente provato, dette una costante dimostrazione di competenza e preparazione professionale garantendo sempre la massima efficienza del materiale affidatogli. Su richiesta delle autorità sanitarie civili preoccupa te per un notevole aumento di casi di pertosse nei bambini, alla fine del 1950 furono organizzati ed effettuati settimanalmente dei voli straordinari per la terapia ipobarica. All'inizio del 1951 l'attività di vola dei P-51 fu limitata al solo tempo necessario per l'allenamento minima prescritto per i piloti della Squadriglia caccia e una notevole limitazione venne disposta anche sull'impiego degli altri velivoli in dotazione a causa della deficienza di parti di ricambio che cominciavano a scarseggiare. Questi velivoli furono quindi mandati in vola solo per le missioni di aeropostale, di soccorso e per i voli sanitari. Il 10 febbraio 1951 l'aeroporto di Scusciuban veniva aperto al traffico aereo. Il 1° aprile dello stesso anno i P-51 e gli L-5 sospesero la !oro attività di vola per essere smontati, imballati ed imbarcati su un mercantile per il rimpatrio via mare. Il 28 maggio tre C-53 decollarono da Mogadiscio per ritornare definitivamente in Italia a seguito delle diminuzioni di organici disposte dalla Stato Maggiore della forza armata. Chi ne risentl fu naturalmente l'attività di vola , che subi un notevole ribasso, mentre contemporaneamente si ebbe un forte aumento di lavoro per il personale rimasto in Somalia.


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Si andava intanto progressivamente aggravando il problema costituito dalla sempre maggiore scarsità di materiale speciale aeronautico di ricambio, materiale che era stato da tempo richiesto con urgenza, ma che non era ancora pervenuto. Tale stato di cose era soprattutto dovuto alla particolare situazione in cui si trovava il Comando Aeronautica della Somalia che, inserito nell'organizzazione dell'Amministrazione Fiduciaria, ne dipendeva anche per la parte finanziaria. Ne! quadro di un intense programma di stretta economia e di fronte a tanti problemi amministrativo-finanziari, le pressanti richieste dell'AS per ottenere adeguati stanziamenti di foncli per gli inclispensabili acquisti di materiali e parti di ricambio assolutamente necessari peril suo funzionamento, venivano posposte alle esigenze di altri settori o, quando accolte, ridotte al minima sufficiente per non fermare del tutto l'attività di vola che, per contra, avrebbe invece dovuto aumentare per soddisfare tune le richieste di interventi aerei che venivano continuamente avanzate dai vari organismi dell'AFIS stessa. Siamo fermamente convinti che solo l'appassionata opera direttiva dei comandanti e quella esecutiva, alacre e solerte, dei tecnici e degli specialisti (impegnati quotidianamente nel recuperare pezzi di ricambio considerati armai fuori uso e rimessi in efficienza con certosina pazienza, ingegnosità e - diciamolo pure con una estrosa inventiva che pochi oggi, possono forse comprendere e giustificare) abbia permesso al reparto di superare quel difficile momento e di continuare nella sua attività. Il contributo dell'Aeronautica in quel primo periodo del nostro mandato fidu ciario veniva particolarmente elogiato dai generale Arturo Ferrara, comandante del Corpo di Sicurezza in Somalia, in un messaggio diretto a tutti gli aviatori. Con il rimpatrio della Squadriglia caccia, il Gruppo misto si articolo su una Squadriglia trasporti ed una Squadriglia collegamento, considerata quest'ultima "quadro". Successivamente, il 28 agosto 1951, il Gruppo fu disciolto e trasformato in "Squadriglia trasporti e collegamenti" ricevendo in volo dall'Italia, per il potenziamento della propria linea, due aerei C-45. In considerazione delle !oro caratteristiche di volo e della minore autonomia rispetto ai Douglas, furono accelerati i Javari per la riattivazione degli aeroporti di El I3ur e di Obbia quali hasi di appoggio per i C-45. Il 10 febbraio 1952 fu collaudato e riaperto il campo di El Bur menu·e, sempre all'inizio del 1952, fu dato corso metodicamente e sistematicamente all'esecuzione delle aerofotoplanimetrie di tutti gli aeroporti della Somalia per la compilazione delle relative monografie. Il 10 gennaio 1953 fu invece aperto al traffico l'aeroporto di Eil. Ne! quarto trimestre del 1953 si ebbero le prime sostituzioni degli aeroplani che, abbisognevoli· della grande revisione in ditta, venivano periodicamente portati in volo in Italia .


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Il 30 dicembre 1953 giungeva in vola in Somalia con un aereo del Reparto Vola dello Stato Maggiore il generale Aldo Urbani, capo di Stato Maggiore dell'Aeronautica, per una visita all'Aerosomalia al termine della quale espresse il sua vivo apprezzamento ed il sua compiacimento a tutto il personale per l'eccellente lavoro compiuto e per i lusinghieri risultafi ottenuti. Il 3 marzo 1954 veniva aperto al traffico l'aeroporto di Obbia ed il suceessiva 13 luglio 1954 quello di Garoé. Con l'arriva via mare dei velivoli T-6H (aprile 1954) i piloti deii'Aerosomalia iniziarono un corso di vola senza visibilità, proseguito in seguito sui C-45, per il conseguimento della "carta strumentale". Il 15 marzo 1955 un C-53 decollato da Nairobi e diretto a Mogadiscio dopo una missione per trasporto di autorità, effettuà un atterraggio fuori campo per una grave avaria al motore sinistro. 15 minuti dopa il decolla dall'aeroporto di Nairobi Eastleigh, infatti, l'arresto del motore sinistro dovuto alla rottura delle bronzine delle bielle madri, costrinse il pilota a dichiarare emergenza ed a manovrare per rientrare all'aeroporto di partenza. A circa tre miglia dalla pista, per un rapido avvicinarsi alla velocità di stallo, il pilota decise di effettuare un atterraggio forzato fuori campo. con carrello retratto. Dopa essersi arrestato l'aereo prende fuoco, ma i passeggeri, aiutati dall'equipaggio, si misera tutti in salvo. Il 26 ottobre 1955 fu collaudato e aperto al traffico l'aeroporto di Candala, seguito il 22 gennaio 1956 da quello di Bender Beila. La mancanza di parti di ricambio essenziali provocà in questo periodo alcune inefficienze agli aeroplani che perà, grazie all'abilità del personale specialista, poterono essere rapidamente riparati e messi in grado di continuare le !oro missioni. Fu inevitabile, d'altronde , che qualche volta, durante i voli nell'interno, gli aeroplani accusassero lievi guasti non riparabili con la piccola scorta di ricambi e utensili che recavano sempre a bordo. Era allora necessario inviare sull'aeroporto dove il velivolo era forzatamente in sosta un altro aereo con specialisti e il particolare da sostituire o con le attrezzature occorrenti per le riparazioni. Quando tali riparazioni richiedevano del tempo, generalmente accadeva che la missione veniva proseguita - dopa il trasbordo dei passeggeri e del carico dai velivolo che aveva recato il soccorso, mentre l'altro aeroplano, appena reso di nuovo efficiente, rientrava a Mogadiscio con il proprio equipaggio e con il personale che aveva lavorato all'eliminazione delle avarie. Accadde anche, per fortuna raramente, che al momento dell'atterraggio su una delle basi dell'interno, il pilota -a causa di un'improvvisa e violenta tempesta di sabbia che aveva ricoperto i ''pettini" delimitatori della pista - uscisse dalla pista stessa e finisse con una o entrambe le ruote sul terreno sabbioso affondandovi fino al mozzo. Sotto un sole cocente e nelle ore più calde della giornata, l'equipaggio era allora costretto ad un lavoro estenuante per scaricare tutto cià che era a borda per alleggerire

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il velivole che poi, con i motori al massimo, riusciva di solito a rientrare sul terreno solide dove tutto quanta era stato scaricato veniva nuovamente stivato a bardo ed il volo poteva proseguire. Ne! programma relative al miglioramento degli aeroporti dell'interno venne organizzata ad Alula, ne! 1956, una confortevole base Jogistica perla sosta ed il pernottamento degli equipaggi durante gli aeropostali del Nord-Est. Il pomeriggio del 15 maggie 1956, ne! cielo di Alula, perdeva la vita il comandante dell'Aeronautica della Somalia, tenente colonnello pilota Dino Mazzei. Subito dopo il decolla il T-6H con il quale egli si era recato ne! Nord per una visita ispettiva a quelle basi impattava il terreno durante l'esecuzione di un passaggio a bassissima quota causando la morte del pilota. Il motorista che era con lui, 1o aviere Antonio Petriccione, rimase gravemente ferito, ma dopo una lunga degenza in ospedale, poté guarire e riprendere servizio in Somalia. Proseguivano intanto i voli per il trasporto di autorità e di commissioni dell'ONU che periodicamente venivano inviate in Somalia con compiti di controllo sull'AFIS. Tali voli, per un totale di 95, vennero svolti nell'ambito del territorio e nei Paesi vicini per il disbrigo di questioni diplomatiche e si intensificarono mano a mano che si avvicinava la data fissata per l'indipendenza della nostra ex colonia. Ne! 3° trimestre del 1957 il T-6 rimasto in linea di vola terminava il periode di permanenza ed utilizzazione ne! territorio e ne veniva quindi sospesa l'attività. Successivamente radiato dalla linea tale aereo, do po il tra ttamento anticorrosione, fu accantonato in una aviorimessa dave rimase fino al giorno del passaggio delle consegne all'Aviazione somala. A partire dai 1957, nonostante una nuova crisi dovuta alla mancanza di parti di ricambio, gli aeropostali continuarono ad assicurare il servizio di collegamento con frequenza settimanale fino al termine del mandata fiduciario. L'ultimo aeropostale ebbe luogo il 21 giugno 1960 con un C-53 mentre l'ultimo volo d ell'Aerosomalia fu effettuato il 30 giugno 1960 con un C-47 peril trasporto dell'amministratore a Nairobi. In tale volo l'aeree effettuà, per un'emergenza, un atterraggio fuori campo a Chisimaio e, dopa l'eliminazione dell 'avaria, un eccezionale decolla notturno dalla stessa pianura non preparata, e ovviamente priva di qualsiasi illuminazione, sulla quale era atterrato. 1 "corrieri aerei militari" (aeropostali)

In considerazione delle grandi distanze da percorrere la pianificazione dei collegamenti interni periodici da effettuarsi con i velivoli "Douglas" fu fatta in modo da prevedere due linee: la prima diretta verso le località del Nord (chiamata "aeropostale del Nord-Est") e la seconda verso quelle del Sud (chiamata "aeropostale del Sud-Ovest") da effe ttuarsi, in ge nere, il giorno dopa l'arriva in Somalia de l collegame nto se ttimanale Roma-Mogadiscio ge stito dall'Alitalia.


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1 due collegamenti interni ebbero i seguenti percorsi iniziali:

Aeropostale del Nord-Est: Mogadiscio-Galcaio (km 575), Galcaio-Gardo (540), Garda-Bender Cassim (200), Bender Cassim-Alula (185), Alula-Mogadiscio (1.245) per un totale di 2.745 km e 11h10' di vola. Questo aeropostale durava due giorni con una sosta notturna sull'aeroporto di Bender Cassim. Aeropostale del Sud-Ovest_-0) Mogadiscio-Belet Uen (300), Belet Uen-Lugh Ferrandi (320), Lugh FerrandiBardera (165), Bardera-Chisimaio (290), Chisimaio-Mogadiscio (400) per un totale di 1.475 km e circa 6h di vola. Anche questo postale, inizialmente, veniva effettuato in due giorni con sosta notturna a Chisimaio. Esisteva inoltre un terza collegamento (chiamato "postalino") tra Mogadiscio e Iscia Baidoa (km 222 per circa 2 ore di vola tra andata e ritorno) da effettuarsi con frequenza media settimanale. A partire dai marzo 1950 e fino al marzo 1951 quest'ultimo collegamento fu assicurato dagli L-5- Dopa il rimpatrio di questi velivoli alcuni cambiamenti furono apportati ai percorsi degli aeropostali del Sud-Ovest. Poiché Belet Uen era collegata alla capitale da una strada asfaltata (un tratto della Via Imperiale Mogadiscio-Addis Abeba) percorribile in agni stagione da automezzi, essa fu esclusa dai predetto aeropostale che ve nne pertanto cosi modificato: Mogadiscio-Baidoa-Lugh Ferrandi-Bardera-Chisimaio-Mogadiscio per complessivi 1.215 km e 5h di vola da effettuarsi in una sola giornata. Via via che altri aeroporti dell'interno venivano aperti al traffico anche il percorso dell'aeropostale del Nord-Est subi delle modifiche in funzione del nuovo tratto da percorrere. Ne! 1953, ad esempio, il percorso tipico di questo collegamento era: Mogadiscio-El Bur-Galcaio-Gardo-Bende r Cassim-sorvolo di Candala per aviolancio posta- Alula-Scusciuban-Eil-Mogadiscio per complessivi 2.790 km. e 11h20' di vola, sempre con sosta notturna a Bender Cassim. Nel1956 invece, quando furono aperti anche tutti gli altri aeroporti, il percorso normale dell'aeropostale del Nord-Est (che non varià più fino allo scioglimento dell'Aerosomalia) fu il seguente: Mogadiscio - Galcaio - sorvolo di El Bur per il lancio dei sacchi postali Garda - sorvolo di Garoé per il lancio dei sacchi postali - Garda - Bender Cassim - Candala - Alula - Scusciuban - Bender Beila - Eil - Obbia - Mogadiscio per un totale di 2.855 km. e poco meno di 12h di vola con sosta notturna sulla nuova base di Alula. Oltre ad alcune avarie, piantate motori o altri inconvenienti tipici nel settore aeronautico, ricordiamo che altre emergenze, non strettamente tecniche, "vivacizzarono" gli aeropostali come gli incontri in quota con "nuvole" di cavallette, uragani, tempeste di sabbia, collisioni con vola tili cui devono aggiungersi i non


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rari e lunghi giri intorno al campo che moiti piloti furono costretti ad effettuare in attesa che zebù o capre venissero fatti allontanare dalla pista di atterraggio. Quando gli aeroporti scala delle linee aeropostali non erano agibili perché troppo fangosi a causa delle piogge, veniva effettuato su di essi il lancio della posta e di quei materiali di cui era riconosciuto urgente l'invio. Tali lanci , spesso, avvenivano anche per le località sedi di Presidi militari e vicine alle rotte seguite dagli aeropostali , località che per ragioni varie non potevano essere raggiunte dai mezzi stradali. In questi casi, ovviamente, il percorso e la durata del volo aumentavano sensibilmente rispetto alle distanze e tempi previsti per i collegamenti normalmente programmati . Ogni aeropostale veniva sempre preceduto da un volo prova del velivolo (in genere ne! pomeriggio del giorno prima) denominato "prova pre-postale". L'equipaggio "tipo" di un aeropostale effettuato con il velivolo Douglas era composta da: 1o pilota, zo pilota, motorista, marconista, monta tore , elettromeccanico di bardo. In materia degli aeropostali eseguiti dall'Aerosomalia è da precisare che , oltre a quelli specificamente programmati come tali , anche in altri voli (come , ad esempio, quelli per trasporto di autorità , per soccorso, per ispezioni o per ricognizioni) venivano imbarcati passeggeri, materiali, merci e posta per o dalle località previste da questi voli e che alcuni rari aeropostali furono iniziati , ma non condotti completamente a termine per cause dipendenti da e ccezionali p e rturbazioni atmosferiche o per l'improvvisa impraticabilità di uno o più aeroporti dell'interno. In questo ultimo caso si provvedeva al lancio dei sacchi postali e allo sbarco di passeggeri e cose sull'aeroporto praticabile più vicino a quello inagibile o se richiesto- riportandoli a Mogadiscio. Moite volte , infine , durante l'esecuzione della missione , l'aeropostale dovette, per urgenti esigenze comunicate via radio e di solito connesse con operazioni di soccorso, cambiare itinerario o rifare tratti di percorso già effettuati.

Il soccorso aereo Da parte dell'Aerosomalia l'organizzazione del serviZIO di soccorso fu una delle prime ad essere completata con l'approvvigionamento di tutto il materiale indispensabile per gli aerorifornitori da lanciare nelle zone eventualmente sinistrate e con la creazione , nei limiti dei mezzi a disposizione , di un servizio di soccorso per i mezzi aerei e navali in difficoltà e per il trasporto aereo a Mogadiscio di feriti e ammalati gravi dalle località raggiungibili con i propri velivoli . In totale l'Aerosomalia effettuà 76 missioni di soccorso per motivi vari (per un totale di 142 voli e 377h15' complessive) ma numerosi trasporti di ammalati e feriti ebbero luogo durante l'esecuzione degli aeropostali o delle altre missioni di volo con il trasferimento a Mogadiscio di persane che necessitavano di ospe dalizzazione ;


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Nelle missioni di soccorso per il trasporto di feriti o ammalati prendeva posta a bardo del velivole anche l'ufficiale medico dell'Aerosomalia o un sanitario civile dell'AFIS accompagnati da un aiutante di sanità dell'Infermeria aeroportuale di Mogadiscio e veniva imbarcato uno speciale "cofano sanitario" contenente quanta necessario per un primo intervento.

L'attività di volo dell'Aerosomalia Ri portia mo ora l'attività di vola svolta dall'Aerosomalia nell'ex-colonia dai 1o aprile 1950 al 30 giugno 1960 senza considerare quella addestrativa compiuta dai piloti in Italia fino al 31 marzo 1950 con gli aeroplani assegnati al Gruppo misto e quella per il trasporto dei Douglas in Somalia. Specie dei voli 0)

N°VOli

a) Istruzioni, abilitazioni, allenamento e addestramento

1.609

1.143,30

b) Prove velivoli, motori e impianti - Collaudi

1.225

995,25

106

250,10

9

8,15

273

807,15

96

69,25

4.983

7.095,00

142

377,15

8.443

10.746,15

c) Ricognizioni a vista e fotografiche d) Cooperazione aero-terrestre e) Voli all'estero e per trasporto velivoli in revisione f) Voli sanitari e di propaganda

g) Aeropostali, collegamenti e trasporti vari h) Ricerca e Soccorso Aereo Totali

Ore di volo

Nota: Nei voli di cui al punto g) furono complessivamente trasportati n. 28.522 passeggeri, 306.316 quintali di posta e 1.162.521 quintali di mercie materiali.

(1)

Sono esclusi i voli compiuti con gli L-5 dell'Aero Club della Somalia a favore di questo sodalizio cos! come sono esclusi i voli eseguiti dai piloti dell'AS con l'aereo Piper Super Cub del ministero dell'Agricoltura per la disinfestazione delle coltivazioni agricole.

Considerando l'esiguo numero di velivoli mediamente in dotazione all'Aeronautica della Somalia e del personale navigante in forza organica, appare evidente -in special modo se rapportata all'epoca in cui ebbe luogo -l'imponenza dell'attività svolta in quel decennio e che, suddivisa per tutti i giorni del periodo considerato, offre statisticamente i seguenti valori: n. 2,25 voli al giorno corrispondenti a oltre 2,45' ore quotidiane!


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ALTRE ATTIVITÀ L'attività didattica Non essendo possibile inviare in Italia i sergenti ed i primi avieri, in quadro per l'avanzamento al grado superiore, alla frequenza dei prescritti corsi di perfezionamento e complementari per non pregiudicare l'attività del reparto, fu interessato in proposito l'Ispettorato delle Scuole AM per ottenere l'autorizzazione a svolgere tali corsi sull'aeroporto di Mogadiscio. La proposta fu accettata e, quindi, traendo gli insegnanti dai personale militare dell'Aerosomalia, furono iniziati i corsi citati che proseguirono per diversi anni e sempre con il conseguimento dell'idoneità da parte dei frequentatori. Veniva svolto intanto nello stesso periodo l'insegnamento di materie professionali alla Scuola specialisti somali d'Aeronautica cos! come furono indetti corsi di meteorologia aeronautica e di "aerologia" per frequentatori autoctoni. Nell'interno dell'aeroporto fu istituita verso la fine del 1953 una scuola per l'istruzione elementare degli avieri somali. Nell'attività didattica dobbiamo ricordare l'insegnamento teorico e pratico svolto per il conseguimento del brevetto di pilota civile da parte degli allievi dell'Aero Club di Mogadiscio. È doveroso mettere in evidenza che tutta la parte didattica fu disimpegnata dai personale dell'Aerosomalia nelle ore libere dai servizio, in genere ne! pomeriggio, con notevoli disagi e sacrifici che solo l'entusiasmo ed una sentita partecipazione attiva alla vita del reparto consentirono di superare. Dai 1956 si svolsero anche due corsi per marconisti-fonisti somali che poi furono affiancati agli specialisti italiani impiegati in Torre controllo. Con la conclusione di questi cicli istruzionali ebbe termine l'attività didattica, intesa come tale, del comando dell'Aerosomalia anche se, in pratica la Scuola specialisti somali, sempre attivata con personale docente dell'AS, continuà la sua funzione di prima preparazione degli allievi autoctoni che avevano ne! frattempo cominciato ad essere inviati con regolarità ed in numero sempre crescente in Italia per la !oro formazione pressa le Scuole specialisti deli'Aeronautica Militare.

L'Aero Club della Somalia Ne! 1953 veniva costituito a Mogadiscio l'Aero Club della Somalia al quale veniva concessa dai competente ente di Roma la licenza per la gestione della scuola di volo su L-5 ed il relativo disciplinare , affidando a piloti militari del comando Aerosomalia il compito di istruttori professionali. Il primo corso, iniziato ne! primo trimestre 1955 e che rimase anche l'unico per una serie di circostanze soprattutto legate alla mancanza di una disponibilità


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continuativa di istruttori di vola, ebbe termine ne! febbraio 1956. Dei numerosi allievi iniziali (una ventina italiani e cinque somali tratti dalla truppa locale con la prospettiva di avviarli poi alle scuole di vola militari italiane per farli diventare piloti della fu tura aviazione milita re soma la) conseguirono il brevetto di 1° grado 11 allievi italiani e due somali e quello di seconda grado un altro italiano già in possesso del primo. Le ore di vola compiute dagli L-5 dell' Aero Club della Somalia furono complessivamente 295 ,15' per complessivi 1.013 voli.

Attività varie Tra le malte altre attività che l'Aeronautica della Somalia svolse nell'ex colonia durante il decennio di amministrazione fiduciaria va innanzi tutto ricordata quella per la realizzazione della Scuola specialisti somali d'aviazione la cui costruzione fu avviata alla fine del 1950 alla periferia della capitale con il lavoro materiale di tutto il personale AM . L'edificio, terminato in pochi mesi, fu consegnato all'amministrazione nell 'agosto 1951 "per la preparazione e l'addestramento degli specialisti somali d'aviazione". Insieme alla partecipazione dell'AS alle cinque edizioni della Fiera internazionale della Somalia che ebbero luogo a Mogadiscio- e nelle quali furono esposti aerei, numerosi grafici relativi agli aspetti più significativi dell'attività svolta ed esemplari del materiale utilizzato - sono da ricordare i voli di propaganda effettuati in occasione delle celebrazioni delle festività nazionali e di quelle dell'AM e, infine, i voli per il lancio di manifestini contenenti avvisi particolari alla popolazione della capitale somala.

La "somalizzazione" La "somalizzazione" ne! settore militare ed in quello dell'aeronautica in particolare inizià subito con l'avvio dei corsi di preparazione e qualificazione per il personale autoctono destinato alle varie strutture militari aeronautiche, preparazione che avvenne inizialmente in loco nella Scuola specialisti somali d'aviazione (perle categorie motoristi, marconisti operatori, radio montatori, montatori e aerologisti) e successivamente negli istituti di formazione dell'AM in Italia anche per le altre categorie. Si ritiene sufficientemente indicativo ricordare che al 30 dicembre 1959 il personale somalo, dipendente peril solo impiego dall'Aeronautica della Somalia, era costituito da: 1 ufficiale pilota; 2 ufficiali di altri ruoli (assistenti tecnici); - 51 sottufficiali (26 specialisti e 25 di altre categorie); - 197 uomini di truppa addetti ai servizi generali aeroportuali;


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mentre erano in istruzione in Italia un ufficiale e tre sottufficiali per la frequenza di un corso di pilotaggio e, per conseguire la qualifica di specialista nelle diverse categorie, numerasi altri allievi somali. A proposito della somalizzazione dei servizi aeronautici è anche da dire che per porre il personale somalo in grado di esplicare Je funzioni ad essi inerenti era stato pravveduto anche a lasciare lora una certa autonomia di Javora e cio per far nascere un indispensabile senso di responsabilità e conferire sicurezza operativa. Nel 1959 il comando dell'Aeronautica della Somalia prepara un decreta di costituzione dell'aeronautica militare somala che pero non fu perfezionato prima della scadenza del mandata fiduciario cosl che, al 30 giugno 1960, i militari somali d'aeranautica erano ancora considerati appartenenti alle forze di Polizia della Somalia, forze dave era stato tuttavia istituito il primo nucleo dell'esercito nazionale somalo del quale l'aviazione divenne in seguito parte. Alla stessa data il comando dell'AS aveva anche proposto l'ulteriore formazione pressa le scuole AM di un ufficiale radiotecnico, di un ufficiale contrallore del traffico aereo, di due ufficiali assistenti di meteorologia e di altri cinque sottufficiali specialisti, personale questo giudicato complessivamente sufficiente a completare l'organico iniziale della costituenda aviazione militare somala e garantire, con la collaborazione del personale italiano del previsto Nucleo di assistenza tecnica da Jasciare in Somalia, la sua completa funzionalità. A proposito della somalizzazione è anche da ricordare che la bandiera somala, istituita con un decreta del 6 settembre 1954 e costituita da un rettangolo azzurra con al centra una stella bianca a cinque punte, fu inaugurata con una solenne cerimonia che ebbe Juogo su tutto il territorio il 12 ottobre 1954 e da quella data affianco anche negli aeraporti quella italiana a significare la fraterna e comune opera di elevazione umana e politica. Resta infine da dire che l'avvio dell'attività della neo costituita aviazione militare della Somalia non fu purtrappo fortunato. La sera dell'll Juglio 1960, infatti, il C-45 ceduto dall'Italia alla Somalia e pilotato dai comandante dell'aviazione somala capitano Ahmed Scek Mao, nel corso del vola da Mogadiscio all'Italia per la revisione pressa la SIAI, scompariva in mare nel tratto tra Hargheisa, da dave era partita, e Aden. L'aereo, oltre al seconda pilota e al motorista, aveva a bardo cinque passeggeri. Alle Iunghe ricerche del velivolo e dei suai occupanti, rimaste senza esito, oltre ad un C-53 dell'aviazione somala, parteciparano anche velivoli francesi e britannici, rispettivamente decollati da Gibuti e Aden, e in tale soccorso un quadrimotore Shackleton della RAF precipita anch'esso in mare con la morte di tutto l'equipaggio. Ed ora alcuni brevi note sulle attività degli altri reparti dell'Aeranautica della Somalia, attività significativamente sintetizzata da alcuni dati ad essi relativi.


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IL REPARTO TECNICO Il Reparto tecnico inizià a funzionare a Capodichino affrontando l'intenso Iavoro di studio relativo alle attrezzature generali e particolari necessarie all'attività di un Reparto di volo dislocato ad oltre 6.000 chilometri dall'Italia. Elencati i compiti attribuiti ai tre enti tecnici dipendenti (Officina, Squadra riparazione aeromobili e motori e Nucleo tecnico di gruppo), furono compilati gli elenchi dei ricambi e dei materiali di scorta e fu provveduto al loro approvvigionamento e successivo invio in Somalia insieme ai velivoli L-5 e P-51 ed alle macchine utensili.

Il Servizio efficienza linea- La SRAM (Squadra riparazione aeromobili e motori) Il 14 marzo 1950 cominciarono a Mogadiscio i collaudi in volo degli aeropiani e i lavori per la loro manutenzione superando tutte le difficoltà tecniche relative al loro impiego nel elima e nell'ambiente tropicale con l'adozione anche di sistemi e accorgimenti geniali suggeriti dalla preziosa esperienza e competenza del personale tecnico. Il 1o giugno 1950 il Reparto tecnico poteva considerarsi definitivamente e perfettamente funzionante per effettuare le previste ispezioni periodiche degli aeroplani delle 25 - 50 - 75 - 100 - 200 e 400 ore e per continuare a soddisfare I'esecuzione dei lavori più vari, ma tutti necessari al miglior funzionamento delle altre strutture dell'Aerosomalia. Quando, alla fine del 1952, la situazione del materiale di scorta e delle parti di ricambio comincià a diventare critica fu provveduto a sopperire alle deficienze con ogni soluzione possibile rimettendo in efficienza con ingegnosità particolari ormai fuori uso. Ricordiamo anche l'assistenza prestata a vari velivoli militari e commerciali, anche stranieri, in avaria a Mogadiscio e tra essi il quadrimotore BZ.308 del Reparto Volo Stato Maggiore che, incidentatosi nel febbraio 1954 fu mantenuto periodicamente fino alla sua demolizione. Analoghi lavori di manutenzione e revisione furono periodicamente eseguiti sul Piper "Super Cub" del ministero dell'Agricoltura dell'AFIS e sui due L-5 dell'Aero Club di Mogadiscio. La sintesi dell'eccezionale attività del Reparto tecnico appare evidente dalle cifre che si riferiscono all'efficienza media dei velivoli assicurata nel decennio dai Reparto stesso: 77,1% - L-5 - P-51 79,3 % 72,3% - C-45 - C-47 e C-53 68,8 % - T-6 88,1 %


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Il servizio telecomunicazioni, meteorologico e di assistenza al volo Il ~ompetente Ufficio si attivà subito per creare una efficiente rete di collegamen'ti per il servizio di assistenza al vola e quello meteorologico che poterono ben presto assicurare il soddisfacimento di agni richiesta o esigenza del traffico aereo civile e militare, nazionale e internazionale. In particolare fu riorganizzata la rete meteo e l'assistenza terra-borda-terra militare anche con i due radiofari a Galcaio e Garda. E a proposito di personale riteniamo doveroso ricordare i notevoli sacrifici ai quali erano costretti gli specialisti marconisti italiani delle stazioni radio dislocate nell'interno, ne! periodo in cui, a turno , dovevano prestarvi servizio. Generalmente senza la vicinanza di altri connazionali (specie dopa la somalizzazione dei Presidi militari) e senza alcuna possibilità di svago, sistemati in tende o piccoli edifici che nelle ore più calde della giornata si trasformavano in autentici forni, riforniti di viveri una volta alla settimana in genere, in occasione degli aeropostali, questi preziosi elementi dell'Aeronautica della Somalia seppero assicurare il delicato servizio in agni circostanza. Improvvisandosi meccanici quando i generatori a nafta accusavano rioie al . funzionamento, sarti e falegnami quando le tende o i tetti abbisognavano di riparazioni, infermieri quando i nativi si ferivano o si ammalavano, esposti a pericoli che andavano dai marsa del serpente alla visita della iena nella tenda, qualche volta minacciati da malviventi locali, vivendo come eremiti e tra disagi di agni genere in lande desertee prive di vegetazione, sempre puntuali agli appuntamenti radio, questi giovani entusiasti e dotati di un altissimo senso del dovere, seppero degnamente rappresentare l'Italia e l'Aeronautica Militare anche nelle più sperdute località. Ed ecco, in sintesi, quanta fu compiuto nei dieci anni di attività dai Servizio telecomunicazioni, meteo e di assistenza al vola dell'Aerosomalia: - Messaggi ricevuti e trasmessi dalle stazioni radio di Mogadiscio, Baidoa, Galcaio, Garda ed El Bur 0) n . 410.215 n. 7.057 - Aerei assistiti dai radiofari (1)

Funzionè> solo negli anni 1952-53-54.

- Centra Meteo di Mogadiscio (emissione di): Bollettini Sjnop e Aero Carte sinottiche e analisi elaborate Previsioni varie Previsioni in codice ROMET (1) Previsioni in cadi ce T AMET (Z) (1)

Dopo il 1954 divennero RAFAT e dopo il 1955 ROFOR

(2) Dopo il 1954 divennero TAFAT e dopo il 1955 TAFOR

506.349 11.784 7.611 9.364 21.987


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Il Servizio rifornimenti e il Magazzino materiale speciale Il Magazzino MSA travo sistemazione definitiva in sei baracche di legna e metallo che erano state lasciate in pessime condizioni dai militari britannici e che furono rapidamente pavimentate, aggiustate, ricoperte e verniciate e dove fu sistemato su scaffalature tutto quel materiale arrivato in Somalia in oltre 5.000 casse e che era stato provvisoriamente accantonato in un'aviorimessa. Fu inoltre costituito un Deposito carburanti, in fusti da 200 litri, sotto una tettoia costruita in una zona scelta ne! rispetto delle norme di sicurezza e nello stesso tempo non troppo lontana dalla linea di volo; tale deposito veniva rifornito periodicamente, su base contrattuale, da societĂ private. Ne! novembre 1952, in applicazione delle nuove norme organiche, il Servizio rifornimenti e il Magazzino MSA, lasciavano il Reparte tecnico per passare alle dipendenze del Reparte logistico. Da quel memento e fino al termine del mandata fiduciario, quando tutto il materiale dell'Aerosomalia come giĂ notato, fu ceduto a titolo gratuite al governo somalo, il Servizio in esame continuo l'attivitĂ di competenza assicurandone in ogni circostanza il regolare funzionamento.

IL REPARTO LOGISTICO A Capodichino, in attesa del trasferimento "oltre mare", il personale dipendente si impegno nello studio preventive dei fabbisogni di Materiale Ordinario (viveri, vestiario, casermaggio e sanitario) e delle relative scorte procedendo successivamente a tutte le operazioni per il !oro approvvigionamento, imballo e spedizione. Il Reparte logistico, a Mogadisico, dovette affrontare, come prima cosa, la sistemazione "ex-novo" degli uomini e dei materiali: gli alloggiamenti vennero predisposti in tende portate dali'Italia mentre gli impianti igienici, la rete idraulica e quella elettrica dovettero essere integralmente costruiti. Fu provveduto all'installazione di una cucina campale ed all'allestimento di un'infermeria da campo, organizzato il servizio viveri e furono effettuati numerosi lavori indispensabili per assicurare un minima di confortevolezza al personale in attesa di poter disporre delle infrastrutture ancora utilizzate dai britannici. Il periodo trascorso in attesa del trapasso dei poteri fu particolarmente denso di lavoro per gli uomini di questo Reparte, impegnatissimi nell'assicurare l'organizzazione e il funzionamento dell'accampamento e , contemporaneamente, nelle operazioni di scarico delle navi, ne! trasporto dei materiali dai porto di Mogadiscio alla base aerea e nella !oro sistemazione provvisoria in un'aviorimessa e, successivamente, in locali a cio definitivamente adibiti.


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L'improbo lavoro egregiamente svolto dai personale in questione puà essere riassunto nelle seguenti cifre relative al materiale di competenza pervenuto in 40 giorni dai 20 febbraio al 30 marzo 1950: oltre 8 .000 colli di varie dimensioni per un peso complessivo di 1.300 tonnellate e 6.000 mc di volume!

La Compagnia avieri Con la sua Compagnia avieri il Reparto logistico assicurà fin dai primi giorni di attività tutti i servizi generali di aeroporto e la sistemazione del materiale ordinario e speciale. Furono arruolati anche 146 avieri somali che, entrati a far parte di una "compagnia mista" di avieri italiani e locali, furono impiegati nei servizi di vigilanza ma anche come attendenti, all'autoreparto, al servizio impianti e quali inservienti alle mense e ai circoli, operatori antincendio, centralinisti telefonici ecc. Rimpatriati gli avieri italiani, il 1° luglio 1956 tutti i militari somali già inquadrati in una Compagnia somala, vennero trasferiti alle dirette dipendenze del costituito Ufficio somalizzazione dell'Aerosomalia. Ill o aprile 1958 la Compagnia somala, divenuta Reparto, passà in forza amministrativa e disciplinare al comando delle Forze di Polizia della Somalia.

Il Servizio sanitario Oltre all'assistenza quotidiana alla linea di volo, questo servizio imparti e applicà numerose norme igieniche e sanitarie eseguendo periodiche disinfezioni e disinfestazioni in tutti i locali aeroportuali. Per collaborare anche alle attività delle autorità sanitarie civili dell'AFIS fu attuato un piano perla terapia ipobarica della pertosse da effettuarsi con gli aeroplani della Squadriglia trasporti i cui voli iniziarono e continuarono per diverso tempo sotto il controllo e con la partecipazione del personale sanitario dell'Aerosomalia. Poiché il Comando Marina e quello della Guardia di Finanza erano privi di un proprio medico, il dirigente del Servizio sanitario AM prestà la sua opera anche presso tali enti. L'attività dei medici e degli infermieri dell'Aerosomalia fu sempre imp,rontata a un vivo senso del dovere e svolta con cura scrupolosa e meticolosa attenzione: ne fanno fede i brillanti risultati conseguiti e l'eccezionale livello di efficienza fisica mantenuto dai personale in forza.

Il Servizio trasporti La consistenza iniziale dei mezzi a disposizione, quasi tutti pervenuti dall'Italia meno i pochissimi ancora utilizzabili lasciati dai britannici, era di 96 automezzi tra autobus, autovetture, ambulanze, autocarri, autocisterne, autobotti , e mezzi speciali per linea di volo.


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-Insieme al pareo macchine vennero costituiti un Magazzino parti di ricambio, un'Officina riparazione autoveicoli (ORA) completa di attrezzature e di impianti speciali e due stazioni di servizio per il rifornimento. A partire dalla fine del 1950 iniziarono, anche per canto del Comando Corpo di Sicurezza e in supporta a quelli aerei, i servizi di trasporto di materiali per i Presidi e gli aeroporti dislocati nell'intemo del territorio, attività che ne! solo quarto trimestre 1950 fece percorrere circa 75.000 chilometri- perla quasi totalità su piste sabbiose e spesso sconnesse - senza peraltro lamentare il benché minima incidente. Particolari cure furono poste nell'istruzione tecnico-professionale degli elementi autoctoni allo scapa di renderli sempre più abili e capaci.

Il Servizio demanio Il Demanio, ricevuta dai britannici la graduale consegna degli immobili e degli impianti, moiti dei quali in condizioni di completa abbandono, dovette ripristinarli con un lavoro addirittura massacrante provvedendo nel contempo, tra l'altro, all'adeguamento della rete idrica aeroportuale, installazione delle cucine, costruzione di nuove linee elettriche, revisione completa della Centrale elettrica funzionante con motori marini "diesel", ricostruzione della recinzione intorno all'aeroporto; edificazione e sistemazione dello stabilimento balneare al lido di Mogadiscio. Nessuna cifra potrà mai mettere nella dovuta evidenza l'enorme e faticosa mole di lavoro svolta dai personale del Demanio al quale si affiancavano, nelle ore libere dalla specifico servizio, gli specialisti del Reparto tecnico, quelli dell'Autoreparto, il personale degli uffici senza distinzione di grado e di categoria. Da ricordare in questo periodo il notevole impegno che il personale del Demanio, affiancatosi a quello degli altri servizi anche con funzioni di direzione dei Javari, profuse nella costruzione, a spese e con l'apporta materiale di tutti gli aviatori italiani, della citata.Scuola specialisti somali d'aviazione.

Il Servizio di commissariato Dopa una prima provvisoria sistemazione del materiale ordinario in una aviorimessa e degli uffici dipendenti in tende, il Servizio di commissariato si organizzà stabilmente in edifici in muratura e in baracche-magazzino e , a parte la deficienza del personale in forza e alla quale fu ovviato con un aumento delle ore di lavoro, non furono incontrate particolari difficoltà nell'assolvimento dei compiti assegnati. All'inizio del 1960, avvicinandosi la data di chiusura del mandata fiduciario e quella di scioglimento deii'Aerosomalia, il Servizio di commissariato provvedette alla non indifferente trattazione e definizione delle pratiche riguardanti il materiale da cedere al governo somalo, alla chiusura della contabilità giudiziale del MO ed alla definizione di tutte le pratiche amministrative dei" personale.


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Il Servizio armamento Il materiale di armamento, per la mancanza di un Deposito munizioni sull'aeroporto, fu temporaneamente accantonato in parte pressa il deposito dell'Esercito di "Campo Bottego" e in parte - specialmente il munizionamento di caduta per i velivoli - pressa il Deposito munizioni del Corpo di Sicurezza a circa 25 km dall'aeroporto. Con la costituzione dell'Armeria aeroportuale iniziarono le operazioni di revisione e manutenzione delle armi leggere, del munizionamento e degli altri materiali in dotazione. Escludendo l'armamento di bardo dei P-51, le altre armi in dotazione all'Aerosomalia erano costituite da mitragliatrici SAFAT e Browning cal. 12,7 e 7,7, mortaio "Brixia" da 45 mm, lanciafiamme Mod. 35, moschetti automatici "Thompson" cal. 0.45 Mod. Ml/Al, fucili Mod. 91/38 cal. 6,5 mm con baionetta staccabile, pistole automatiche Beretta cal. 9 corto Mod. 34, bombe a mano dei tipi OTO "Balilla", SRCM e Breda. Ogni militare in forza all'AS ebbe in dotazione personale una pistoia e, per quelli con famiglia e quelli dislocati nell'interno, anche un mitra Thompson. Con tale armamento venivano periodicamente eseguite, a scopo addestrativo, le esercitazioni di tiro da parte di tutto il personale dell'AS in un apposito poligono ricavato in una zona Sud dell'aeroporto, qualche volta utilizzato per lo stesso scopo anche dai personale dell'Esercito e della Marina. Le armi in dotazione, fortunatamente, non vennero mai usate per le necessità di difesa per le quali esse erano state assegnate all'Ente tranne che nella stazione radio di Galcaio quando il marconista che vi era in servizio fu costretto a far fuoco contra un indigeno, colpendolo a morte, dopa che questi lo aveva aggredito di natte nella stazione stessa presumibilmente a scopo di furto. . Vennero invece usate agni tanta dai personale in servizio isolato nell'interno, per integrare - con qualche colpo fortunato sparato ad una gazzella o a un facocero - i viveri in scatola che il personale stesso aveva a disposizione.

Il Servizio antincendi Appena preso possesso dell'aeroporto di Mogadiscio il comando AS organizzà una "Centrale antincendio" dotata di mezzi efficienti e di personale che nelle esercitazioni periodicamente condotte per valutarne la preparazione dette sempre prova di capacità e di completa affidabilità. Dalla fine del 1950 fu provveduto alla graduale sostituzione degli avieri nazionali addetti a questo importante servizio con avieri somali ben presto ne assunsero la piena responsabilità. Nessun casa di "allarme reale" si verificà nei dieci anni di attività dell'Aerosomalia per merita dell'assidua opera di prevenzione posta da! Servizio a tutela degli edifici, dei depositi e delle infrastrutture dell'aeroporto.


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Assistenza al personale Il servizio fu costituito essenzialmente su tre settori: assistenza spirituale, benessere del personale e attività sportive. Tutti i locali di ritrovo comuni del personale furono dotati di giochi ricreativi, di sale di lettura e di scrittura, di radio e grammofoni, di sale per tennis da tavolo e di biliardi.

Campi di palla a vola, tennis e pallacanestro furono impiantati in aeroporto e convenientemente illuminati per permettere Jo svolgimento delle partite nelle ore serali e notturne più fresche di quelle diurne. Fu anche completamente rimesso a nuovo e ripristinato Jo stabilimento balneare del lido di Mogadiscio e in aeroporto fu allestito un piccolo zoo che ospitè>, fino al 1955, numerosi esemplari della faLma somala. Dai maggio 1951 ebbe anche inizio un regolare servizio trisettimanale di proiezioni cinematografiche all'aperto che si svolgevano ne! cortile posteriore della palazzina Comando. Tra le moite iniziative promosse dai servizio, e alla realizzazione delle quali molto spesso contribul tutto il personale italiano con offerte volontarie, è da ricordare quella relativa alla costituzione, ne! 1956 e su un terreno demaniale prospicente l'ingresso principale dell'aeroporto, del Villaggio per gli avieri somali con famiglia dei cui alloggi beneficiarono 126 militari autoctoni.

Conclusione A chi ritenga di giudicare modesto quanta fatto nell'ex colonia dall'Aeronautica della Somalia a fronte delle similari attività svolte nello stesso periodo in Italia da altri consimili reparti è da precisare che le condizioni esistenti in quel territorio, le enormi difficoltà che quasi quotidianamente bisognava affrontare e superare, la costante penuria di uomini e mezzi che imponeva una consuetudinaria applicazione di notevoli sforzi e di sofferti sacrifici personali, danno senza bisogno di altri commenti l'eccezionale misura dei rilevanti risultati conseguiti nell'opera svolta ne! contesta delle azioni intraprese per condurre la Somalia alla piena indipendenza e sovranità nazionale. E non v'è dubbio che nello specifico settore militare aeronautico molto fu fatto per la costituzione di una forza aerea nuova ed efficiente e per gettare le basi di un sistema di trasporto aereo suscettibile di conseguire ancora maggiori risultati futuri. Oltre alla preparazione del personale autoctono, infatti e in sintesi, regolari collegamenti aerei erano stati stabiliti tra Mogadiscio e sedici località dell'interno (Bosaso, Candala, Alula, Scusciuban, Bender Beila, Garda, Eil, Dusa Mareb, Galcaio, Obbia, Belet Uen, Baidoa, El Bur, Lugh Ferrandi, Bardera e Chisimaio), era stata


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costituita un'efficiente rete di stazioni meteorologiche, era stato attivato un servizio di sicurezza della navigazione aerea nazionale e internazionale, erano stati attivati tutti i possibili servizi radioelettrici per Je esigenze del controllo, per l'assistenza al volo e per le attività di soccorso aereo in caso di necessità. A testimonianza e quale significativa sintesi dell'opera svolta dall'Aerosomalia durante l'AFIS, basti quanto si Jegge nel seconda volume di "Somalia", opera edita dall'ufficio storico dell'Esercito, là dove - riferendosi appunto all'Aeronautica della Somalia- è scritto che essa "in questo quadro di specifica attività, mentre potenziava tutte quelle strutture che sono base essenziale e indispensabile perché un paese possa evolvere verso forme di civilizzazione maderna, curava la preparazione tecnica di personale locale, si da creare specializzati idonei a costituire un nocciolo per i futuri sviluppi della Somalia una volta assunti la piena sovranità e l'autogoverno" e, ancora, che "l'efficienza spirituale e materiale di questo organismo militare creato in un periodo nel quale la crisi della guerra recente non era del tutto superata; la sua compattezza disciplinare; Jo spiccato senso del dovere dimostrato dai personale anche nelle più avverse condizioni di tempo e luogo; l'intelligente attività esplicata con slancio ed entusiasmo" "furono e sono elementi che tornano a vanto e prestigio delle Forze Armate italiane". 0000


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DURANTE LA GUERRA (1951-1954) ROMAIN

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Mentre l'intera qUestione politica e militare relativa alla guerra di Corea è stata più volte oggetto di narrazioni e di rievocazioni da parte degli storici ed i suoi vari aspetti risultano cos! evidenziati, non è molto noto un fatto che ne ha costituito l'elemento italiano e cioè la partecipazione ufficiale di forze armate della Repubblica italiana alla mobilitazione delle Nazioni Unite in favore dell'intervento a difesa della Corea del Sud aggredita il 15 giugno 1950 dalla Corea del Nord. Si tratta del primo impegno di elementi militari italiani in operazioni all'estero in tempo di pace, dopo la fine della seconda guerra mondiale, operazioni che sono avvenute sotta l'egida della Croce Rossa Militare dell'Italia ma che non sono finora mai stato oggetto di una vera ricognizione storica. Esse hanna un !oro valore specifico e vanno ricordate in quanto esse costituirono il primo elemento di un reale reinserimento della nuova Italia ne! consesso internazionale delle nazioni impegnate a sostenere gli sforzi e le decisioni dell'Organizzazione delle Nazioni Unite sulla Corea. È il caso della missione della Croce Rossa Militare in Corea che avvenne sotto l'egida dell'ONU pur non essendo ancora l'Italia membro dell'Organizzazione. La vicenda ha inizio con l'approvazione da parte del Consiglio di Sicurezza in data 25 giugno 1950 di una speciale risoluzione che condannava l'aggressione della Corea del Nord contra la Corea del Sud e. rivolgeva agli Stati membri deli'ONU l'invito ad assistere la nazione coreana del Sud con tutti i mezzi atti ad affrontare la crisi sorta dalla stato di guerra. In sostanza si richiedeva assistenza e solidarietà nei confronti della Corea aggredita e tale assistenza si tramutà per alcuni stati membri nell'invio di contingenti militari sotta la guida degli Stati Uniti e negli aiuti alle popolazioni coreane vittime delle operazioni militari. Il governo italiano benché l'Italia non facesse ancora parte dell'ONU fu oggetto di pressioni in vista di aderire a questa posizione ma il Governo, alle prese con vari pareri politici, si limità ad approvare, Jo stesso 25 giugno, una risoluzione abbastanza generica a sostegno delle decisioni delle Nazioni Unite: "Il governo italiano ha comunicato ai governi membri del Consiglio di Sicurezza il sua vivo auspicio che le decisioni adottate dai Consiglio stesso valgano ad arrestare l'aggressore della Corea del Sud ed a salvaguardare la pace. 1 rappresentanti italiani hanno anche avuto l'ordine di trasmettere ai governi stessi l'espressione dei sentimenti solidali dell'Italia perla difesa della libertà e dell'indipendenza contra l'aggressione" m. Non era una dichiarazione impegnativa ma traduceva la posizione prevalente del Governo di Roma e dell'opinione pubblica italiana.


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Al riguardo chiariva un autorevole commentatore che l'Italia "ancora assente dalle Nazioni Unite, indirettamente chiamata per la questione delle nostre ex-colonie a svolgere una propria politica in sena alle Nazioni Unite, ha agita come se fosse già membro dell'ONU. Pur non dovendo assumere direttamente gli obblighi derivanti ai membri dell'ONU dalle decisioni del Consiglio di Sicurezza, l'Italia si è associata spiritualmente e psicologicamente a queste decisioni ... " <2). D'altra parte ci si poteva anche interrogare circa la possibilità di una 'crisi coreana' che potesse investire l'Italia e tale prospettiva accelerava ulteriormente l'evocazione e l'ubbidienza a quella legge morale alla quale il dibattito politico italiano non mancà di fare eco. "L'importanza degli avvenimenti coreani è grandissima: si tratta di vedere se l'aggressione attuata e non dichiarata debba avere o mena un premio .... Dai punta di vista della morale internazionale, la Corea rappresenta quello che gli anglo-sassoni chiamano un test-case, una pietra di paragone di tutto cià che potrebbe avvenire domani, o oggi stesso, in altre parti del monda, ai danni della Persia, o della Turchia, o della Jugoslavia, ecc ... " (3)_ Dopa la decisione del 25 giugno, il Consiglio di Sicurezza ribadl la sua posizione con una risoluzione an cora più forte, vota ta il 27, ne lia quale il ri corso collettivo alle armi era ritenuto necessario per rispondere all'attacco dei coreani del nord e dei lora alleati. Ed in questa risoluzione vi era anche la richiesta agli stati membri "di fornire alla repubblica della Corea del Sud quanta si rive!asse necessario per respingere l'attacco armato e per ristabilire la pace e la sicurezza internazionale in quella regione". Gli aspetti politici relativi alla posizione italiana furono assai bene chiariti dai presidente del Consiglio italiano, Alcide de Gasperi e dai ministro degli Affari Esteri, Carlo Sforza, nel corso di un dibattito che ebbe luogo alla Camera dei deputati da! 6 all'll luglio 1950. In questa occasione, i due uomini di governo precisarono al Paese gli intenti italiani a questo riguardo, intenti che richiamavano la sostanza del dibattito e delle decisioni delle Nazioni Unite a tale riguardo, e cià malgrado l'opposizione dei socialisti e dei comunisti che voilera confermare la versione dei fatti coreani sulla base delle dichiarazioni della Corea del Nord, della Cina comunista e dell'Unione Sovietica, che accusavano di aggressione la Corea del Sud nei confronti della Corea del Nord, suscitando da parte di quest'ultima una reazione ritenuta legittima. Pietro Nenni, a nome del partita socialista italiano non esità ad accusare il governo italiano di essere a rimorchio delle decisioni americane e giunse persino ad affermare che se la Corea del Nord aveva mosso un attacco a quella del Sud Jo aveva fatto per porre fine al dramma di una nazione spaccata e tenne a legittimare questa azione armata ricordando il nostro Risorgimento: "Era dunque un aggressore Garibaldi? Era dunque aggressore il Piemonte? Erano aggressori i nostri partigiani nelle recenti gesta de lla Liberazione? Nella nostra storia nazionale il Piemonte ha avuto la stessa


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funzione della Corea del Nord e perle medesime ragioni . .. .1 sudisti non combattano per le stesse ragioni per cui non combattevano qui da noi i papalini , i borbonici o i soldati del granduca di Toscana non appena mancasse !oro il braccio secolare dell'Austria o della Francia , perché sono una polizia e non un esercito .. . ". Piü o mena della stessa tesi si mostrà, a nome del partita comunista italiano, Palmira Togliatti che ribadl la tesi della legittimità dell'azione della Corea del Nord deprecando la posizione del governo italiano, vittima , seconda lui, del sua anticomunismo viscerale: "Le decisioni americane hanna pasto il problema con tutta chiarezza . Si tratta di una dichiarazione di guerra al movimento di liberazione dei popoli di quella parte del monda .. .". Solo il tempo trascorso da allora puà mettere in luce quanta queste dichiarazioni cervellotiche, da parte socialista come da quella comunista , fossero irreali ed inconsistenti ma il !oro impatto fu notevole ed esse mobilitarono non poco l'opinione pubblica italiana. Pressa le Nazioni Unite, la discussione della vicenda coreana era stata invece impostata , fin dall'inizio, su di una realtà opposta con la condanna della Corea del Nord per la sua aggressione nei confronti della Corea del Sud e con la richiesta di una generale assistenza allo Stato aggredito. La risoluzione del 25 giugno 1950 non si prestava ad equivoci, stabilendo le responsabilità dei nord-coreani ed invitando immediatamente "tutti gli Stati membri a dare agni possibile aiuto alle Nazioni Unite" in guerra, in applicazione della suddetta risoluzione <4). Appariva chiara che l'Italia non essendo membro dell'Organizzazione poteva ritenersi estranea alla vicenda e non raccogliere la sostanza della risoluzione: invece il governo italiano fece sua la preoccupazione dell'ONU eben illustrà questa posizione Carlo Sforza allorquando affermà , 1'11 luglio alla Camera, che l'appello non poteva non suscitare l'adesione dell'Italia dichiarando: "L'Italia non fa parte dell'ONU , e tutti ne conosciamo le ragioni; ma per il suo passato ideale, essa fa parte, vorrei quasi dire , a titolo di eternità , di agni concerto umano che riunisca le libere nazioni a difesa della pace e della sicurezza. Per questa ragione il governo italiano ha espresso il sua plauso ed ha formulato il sua augurio perché la decisione presa dai Consiglio di Sicurezza valga a ristabilire la pace. L'Italia deve essere prudente, e sarà anzi prudentissima. D'altronde noi non siamo nell'ONU , benché possediamo tutti i requisiti per esservi. Ma vi è prudenza e prudenza: vi è la prudenza di chi sente che si puà identificare con la causa della giustizia, e la prudenza dello struzzo, che nasconde la testa nella sabbia. L'Italia e gli italiani non hanna che da guadagnare nella stima del monda perla dichiarazione che abbiamo deciso di fare ... " (5) . Sforza andà anche oltre la questione coreana per investire l'intero e generale problema delle aggressioni delle quali anche l'Italia poteva diventare vittima : " ... Le ragioni che ci hanna spinto a fare la dichiarazione di simpatica solidarietà: Primo: perché l'Italia, sicura come è nei limiti posti dai Patta Atlantico, poteva, senza assumere nuovi impegni, esprimere il suo avviso a favore di un 'azione di


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pace. Seconda: perché un tentativo analogo di aggressione puà, un giorno, verificarsi vicino a noi, e quel giorno potrebbe essere prezioso per noi di avere esposto, con immediata e disinteressata franchezza, i nostri sentimenti. Sarebbe un delitto non a ver tutto fatto perché un giorno, non si sa quando- che Dio disperda l'augurio - Trieste potrebbe diventare un'altra Corea. Quando si pongono dei problemi concernenti la dignità ed il prestigio di un grande paese come l'Italia, il fatto che questo paese risponda alla sua missione storica, significa già molto di guadagnato ne! rispetto del monda, e questo è quello che si guadagna. Queste cose non si giudicano con la mentalità dei prestiti alla settimana ... ". Per il presidente del Consiglio, Alcide de Gasperi, la questione coreana doveva interessare l'Italia proprio perché l'insorgere di un conflitto ·periferico• evidentemente legato al complesso sistema della guerra fredda ed alla politica reciprocamente aggressiva dei due blocchi non poteva non avere ripercussioni sul resto del monda. E di questo monda fragile ne! suo instabile equilibrio ben faceva parte l'ltalia appena uscita da un travaglio economico, politico, istituzionale ed ideologico. Pertanto questo intervento degasperiano si incentrà su questi aspetti; e ri bad! nella stessa seduta questo suo pensiero: " ... Per noi il problema è quello della pace, della procedura seguita prima della guerra, e quindi il problema ha carattere soprattutto internazionale ... Se la sicurezza sociale è un grande cementa, la sicurezza esterna della Patria è un cementa ancora più forte ... " C6)_ Ne! frattempo l'ONU non perdeva tempo ed il suo segretario generale, Trigve Lie, lanciava, il 22 luglio, un accorato appello ufficiale agli stati membri affinché volessero mobilitare risorse, uomini e mezzi per rendere l'intervento in Corea rapidamente efficace. Alcuni stati risposero dando soccorsi ed uomini; sull'Italia le pressioni statunitensi non mancarono, in modo informale, tramite il consulente giuridico dell'ambasciata degli Stati Uniti a Roma, molto vicino al Dipartimento alla Difesa, Oscar Cox e Jo stesso ambasciatore, James C. Dunn, affinché fossero inviati da Roma aiuti per il conflitto in corso. Nelle vicende militari poco sorridenti per gli americani la richiesta all'Italia ed a tutti gli alleati europei degli Stati Uniti si fece pressante e venne evocata persino l'invio di una divisione italiana in Corea. In questa fase Egidio Ortona da Washington si faceva portavoce delle esigenze che Jo stesso Cox aveva espresso: "Quando abbonderanno feriti e marti americani, l'opinione pubblica negli Stati Uniti si chiederà perché l'abbandono dell'isolazionismo in America debba condurre all'isolazionismo degli europei" m. Il problema relativo alla posizione italiana superava la questione coreana ed investiva il mantenimento con l'alleato americano di buone relazioni che si ripercuotevano sia sul piano generale italiano sia sul piano degli aiuti economici, specie quelli dell'European Recovery Program o ERP, necessari all'economia generale dell'Italia. Il sostegno italiano alla politica coreana degli Stati Uniti pareva implicare il mantenimento, o magari l'accrescimento, dell'assistenza americana.


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L'autorevole membro della prima missione economica italiana negli Stati Uniti, Egidio Ortona ben Jo ricorda nelle sue Memorie: "Fu in quel mese di luglio che clall'ambasciata (americana) parti una proposta al presidente de Gasperi e al ministro Sforza che aveva moita somiglianza con quella a suo tempo avanzata ne! 1945 per una dichiarazione di nostra entrata in guerra contro il Giappone. Questa volta l'ambasciata mirava a ottenere un atto di solidarietà con gli Stati Uniti che avrebbe assunto particolare importanza sia perché l'Italia non era, e non certo per colpa nostra, membro delle Nazioni Unite sotto la cui egida formalmente si svolgeva l'intervento americano in Corea, e sia perché in quei giorni gli Stati Uniti si trovavano duramente impegnati militarmente. Insomma un gesto del genere avrebbe avuto un carattere di spontaneità che non avrebbe potuto non essere apprezzato ... " un. E sotto la data del 20 luglio, evocando un colloquio con Oscar Cox, consigliere giuridico dell'ambasciata italiana, già vice capo della Foreign Economie Administration, a nota re "... Oscar Cox insiste, come ha già fatto giorni fa, perché l'Italia compia un gesto soprattutto offrendo truppe. Mi parla di una divisione ... ". A questo proposito, l'ambasciatore italiano a Washington, Umberto Tarchiani, aveva già fatto notare al ministro degli Esteri Sforza, che in definitiva questo sostegno poteva anche sostanziarsi con modeste decisioni quali "l'invio di una nave ospedale o di un os pedale da campo" <9 >. Il governo italiano pareva incerto sul da farsi e la testimonianza del consigliere Egidio Ortona ci appare inte~es­ sante allorquando ricordanclo il netto rifiuto di de Gasperi a tale decisione Jo clefiniva "ingenuo" (lO)_ r timori espressi dai presidente del Consiglio al riguardo si fondavano sulla campagna antiatomica e pseudo-pacifista dei social-comunisti che aveva trovato moite adesioni ne! Paese. Il desiderio di non prendere posizioni troppo nette dominavano la visione di de Gasperi che, ben ricordando gli aspri contrasti nati ne! Parlamento e fuori in occasione del dibattito sull'ingresso italiano nell 'alleanza atlantica , ne voleva evitare la ripresa. L'ambasciatore Tarchiani clovette insistere nella versione interventista specie quando, a metà agosto,

lina veduta generale de/l"uspedale della Once Rossa !tatiana. Sulla sfundu /'edificio scolastica dis/ru llo da

lill

incendio il 30 novembre 1952


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gli Stati Uniti fecero un passa ufficiale pressa il governo italiano ne) quale si "consigliava" l'invio in Corea di una nave scorta o di una unità di combattimento. Tarchiani caldeggiava l'adesione al progetto orientando pero la decisione verso un aspetto "sanitario" come aveva già espresso nel luglio. Finalmente il governo italiano chiarlla propria posizione anche in termini pratici: il 27 settembre 1950 le autorità politiche militari italiane diedero notizia al segretario generale deli'ONU della decisione italiana di prestare un aiuto sanitario affidato alla Croce Rossa Militare italiana con l'invio di una unità sanitaria in Corea a disposizione delle autorità militari delle Nazioni Unite e della Corea del Sud. Molto sobriamente I'Annuario deii 'ONU relativo al 1950 annovera nella sua tabella Assistance offered to the Republic of Korea during 1950 sotta la voce dell'assistenza degli stati non membri, l'unica presenza dell'Italia la quale in data 27 settembre 1950 aveva offerto un'unità ospedaliera (Field Hospital Unit) che l'ONU aveva accettato0 1). La decisione italiana rientrava pienamente nei parametri di assistenza indicati dalle Nazioni Unite nel paragrafo C (Procedure for Coordination of Relief Activities) della decisione dai titolo Relief and Rehabilitation of Korea successiva all'adozione della risoluzione del 27 giugno che I'Assemblea Generale aveva ribadita con la risoluzione del 18 maggio 1951. La composizione dell'unità ospedaliera venne decisa dalle autorità militari italiane che attribuirono all'ospedale n . 68 il necessa rio sostegno tecnico e di personale. Il 16 agosto 1951 il ministro della Difesa, Randolfo Pacciardi, mobilito con dispaccio n. 3961/U. L. l'ospedale da campo del Corpo Militare della Croce Rossa italiana e ne voile informare anche il governo della Corea del Nord anche allo scopo di definire non aggressiva la presenza militare italiana. Ma questo governo nego il proprio gradimento a questa iniziativa anche se era stato sottolineato il ruolo di puro sostegno sanitario ed annuncio che, se del caso, i suoi membri sarebbero stati espulsi o internati. Per contra l'offerta italiana fu gradita dalle autorità della Corea del Sud dove l'unità sanitaria doveva stanziarsi. Uno storico è giunta persino ad affermare, e per conta nostro con lieve esagerazione, anche perché sembrerebbe che il giudizio negativo investa l'intera missione, che "la partenza dell'unità fu alquanto travagliata e l'esito della missi one non molto felice ... " (12). L'unità ospedaliera italia na n. 68 poté partire per la Corea il 16 ottobre 1951 dove arrivo a Pusan il 16 novembre; alla fine di dicembre essa fu stanziata a Jang Dung Po, nei sobborghi della capitale Seul dove rimase fino al 31 dicembre 1954. Composta dai settanta membri del personale medico con 150 letti, l'unità , sotto la direzione del capitano medico Luigi Coia, doveva offrire ai combattenti ed alla popolazione locale un'assistenza che non manco di efficacia. Sulle prime tuttavia essa ebbe quei già ricordati aspetti negativi che la documentazione diplomatica aiuta a rilevare, pur non dovendo dare a questi rilievi di critica una definitiva importanza. Prima di tutto l'equipaggiamento tecnico appariva antiquato e quindi non


I.A CllOCE ROSSA MILITARI'. ITALIANA IN COHEA Ill !HANTE I.A CUEJŒA ( l')'il -i'}'i4)

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all'altezza delle analoghe unit~t ospedaliere statunitensi; inoltre il vestiario dei militari italiani era di tipo estivo: si rivelô non adatto al elima locale che era particolarmente rigido raggiungendo i 15 gradi sotto zero. Pertanto solo l'attribuzione da parte americana di divise adeguate poté evitare conseguenze negative: ben lo doveva scrivere Indro Montanelli, inviato cial "Corriere della Sera·· a visitare il fronte di Corea: "L'ospedale 6H è sistemato in una scuola , uno dei pochissimi solidi e ahhastanza vasti edifici in muratura di Jang Dung Po. Ed è st:.tto questo che ha .~alvaro da sicura morte per assideramento i settanta disgraziati che ne fanno parte. Perché da Roma li si era fatti partire col proposito di attendarli: qui dovc la temperatura medi:t invernale oscilla fra i dieci e i quindici sotto zero ... " !!3>. Al riguarclo una testimonianza attenclibile ci offre una versione di conferma affermanclo "o che gli ufficiali di S. M. del servizio logistico non leggessero i giornali con articoli riguarclanti la Corea o confondessero la Corea col Vietnam, fornirono i militari mohilitati di uniformi analoghe ai militari inviati in Somali a a clisposizione dcll'Amministrazion<~ Fiduciari:1 ... " 04 ) Altro aspetto negativo, seconda la versione di Montanelli, riguarcla il fatto che nessun ufficiale parlasse inglese e quincli i rapporti con le autorità dell'VIII Arm:1ta americ:ma alla quale enmo collegati non erano dei più facili. Tale versione di Montanelli. che forse cecleva ad impressioni del momento, si trova smentita dalla recente testimonianza di un illustre reduce, il tenente colonnello Gian Luigi Ragazzoni , allora sottotenente addetto alla Farmacia clell'uniü't, che scrive: "t: falso che tra il p e rsonale italiano nessuno sapessc lïnglese: l'interprete ufficiale, Giovanni Rovai, caporale, il sottot~nente llgo Puntieri, il sottotenentc Gian Luigi Rag;Jzzoni, il caporale Savino Dantone e tutte le infermiere volontarie ... "<J~>. Un'altra osservazione del Montanelli trova invece una conferma: non fu compreso nel novero dei militari della Croce Hossa Militare italiana neppure un chirurgo, ma solo nella prim:1 fase: in un secondo tempo, a metit del 19'52 , ne giunsero ben due col grado di capitano. L'insieme di questa situazione doveva indurre, il 13 giugno 1952, il capo della missione diplomatica italiana a Tokio, ambasciatore Blasco Lanza J)'Ajeta, a fare pervenire al segretario

!hw l'isita medica ne/la corsia deJ<Ii udu!ti


2l(Î

HOMAIN H. RAINERO

generale del Ministero degli Affari Esteri, ambasciatore Vittorio Zoppi, un duro messaggio d'accusa. Il documento è importante poiché rivela aspetti poco noti e poco edificanti connessi agli inizi dell'attività dell'unit~J italiana. In esso D'Ajeta non si sentiva di smentire le gravi accuse che la stampa lanciava al riguardo: mercato nero, vita licenziosa ("un bordello da cui non sarebhe stata immune nemmeno qualche crocerossina"), l'incompetenza e la codardia del comandante "uscito da una guardia medica di basso porto". Infine la scarsezza delle attrezzature che sconsigliava chiunque di andare solo a "farsi tagliare le unghie" nell'ospedale italiano< 16) Tali osservazioni ci sembrano eccessive ed al massimo. possono riguardare le situazioni iniziali e alcuni casi modesti. Per le crocerossint: risulta che cinque di !oro si allontanarono per alcuni giorni, senza permesso, ed in compagnia di alcuni ufficiali amt:ricani, per recarsi a Tokio, ma furono poco dopo rimpatriate. Ma dan a parlare di "vita licenziosa" e addiritlura di "bordello" ci sembra realmente esagerato. La nora dell'ambasciatore D'Ajela indusse tuttavia il Ministero degli Affari Esteri, cl'intesa con il Governo, ad inviare. nel giugno 1952, il sottosegretario agli Esteri, senatore Giuseppe Brusasca, per ispezionare l'unità italiana. Dopo questa visita il capitano meclico Luigi Coia, che aveva diretto l'ospedale venne rimpatriato e sostituito dai maggiore medico Fabio Pennacchi, e due chirurghi furono aggregati all'unit~t sanitaria. A parte queste osservazioni, le quali si riferiscono proprio agli iniz i della missione, conviene ricordare che l'attivit~t dell'unit ~t fu intensa a favore della popolazione della regione con i suoi 120 posti-k:tto. L'ospedale ebbe anche una fase eroica, allorquando, il 17 settembre 19'52, in occasione di un disastro ferroviario avvenuto sulla linea Inchon-Seul, il pcrsonale dell 'ospecble ira lia no accorso subito sul luogo dell'incidente , t ras porto con i propri tnL'ZZi tutti i 160 infortunati procedendo a lavorart: in e me rgenza . in sala ope ra loria, per quarantotto ore consecutive. Altra vicencla grave si verificù , il 30 no vembre 1952, allorquando per Il minislm coreano della D!fi'sa U!IJSeg ml lu seconda decomzione l'azione di sabotatori ulla handiem del/'ospeda/e i/30 dice/1/hre 1954


LA CROCE ROSSA MILITARE ITALIANA IN COREA DURANTE LA GUERRA 0951-1954)

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nordcoreani, l'intero edificio andà a fuoco e risultà completamente distrutto_ Un nuovo edificio venne costruito, a spese del governo italiano, ela sua rapida costruzione permise all'ospedale italiano, allargato a 200 posti-letto, di non interrompere la sua attività prevalentemente a favore della popolazione locale e dei profughi dalla zona di guerra_ In un altro incidente ferroviario, verificatosi il 31 gennaio 1954, tutti gli infortunati furono ricoverati d'urgenza pressa l'unità sanitaria italiana e ivi curatL Fino al rimpatrio dell'intero personale nel gennaio 19550 7) il bilancio statistico appare eloquente: a) Prestazioni ambulatoriali nei reparti di medicina, chirurgia, oculistica, antitubercolare e pronto soccorso

n.

229.885

b) Prestazioni gabinetto odontoiatrico

n.

1.155

scopie

n.

4.124

grafie

n.

12.991

d) Prestazioni gabinetto analisi

n.

8.444

e) Interventi chirurgici

n.

3.297

f) Giornate di degenza

n.

131.513

g) Numero dei pazienti ricoveràti

n.

7.041

c) Prestazioni gabinetto radiologico

{

L'attività dell'unità ospedaliera italiana venne ripetutamente lodata, sia dalle autorità coreane, sia dalle autorità militari statunitensi. Il 18 agosto 1954 venne concessa al direttore dell'ospedale e alla capogruppo delle infermiere l'onorificenza coreana Chungmu, rispettivamente con stella d'oro e d 'argenta. Il presidente della Corea del Sud Syngman Rhee voile premiare, il 6 ottobre 1952, l'attività umanitaria dell'ospedale italiano con la Presidential Unit Citation ed il 30 dicembre 1954 veniva concessa, per la seconda volta, la stessa onorificenza. Le autorità americane non furono da mena: esse voilera, a riconoscimento di questa presenza, che alla cerimonia della firma dell'armistizio il 27 luglio 1953 che pose fine al conflitto assistesse, in veste ufficiale, anche il comandante dell'ospedale italiano. I~fine il presidente della Repubblica italiana ha concesso, in data 26 luglio 2000, la Medaglia d'Argenta al Merita Civile all'Ospedale da campo n. 68 in riconoscimento dei suai alti meriti OB). La vicenda dell'ospedale italiano si concluse nel 1955 allorquando l'intero patrimonio tecnico in dotazione fu donato alle autorità coreane. Sul piano internazionale questa presenza ci appare importante. E senza voler affermare che questa generosa partecipazione italiana fu all'origine dell'ingresso dell'Italia all'ONU, il 14 dicembre 1955, essa ne costitul certamente un elemento di notevole interesse sul piano generale di questa decisione.


HOMAIN H. RAINEHO

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NOTE (1) Testo in "Relazioni Internazionali", 8 luglio 1950, p. 439. (2) 13(asilio) C(ialdea), L'atteggiamento dell'Italia, in "Relazioni Internazionali", 8 luglio 1950, p. 426. (3) Una sola legge morale, Editoriale di "Relazioni Internazionali", 15 luglio 1950, p. 443. (4) Risoluzione S/1501 approvata con nove voti favorevoli (USA, Francia, Gran 13retagna, Cina, Ecuador, Cuba, Egitto, India, Norvegia), uno contrario Qugoslavia) ed uno assente (URSS). (5) Si veda l'opuscolo Il colpo sulla Corea. Discorsi pronunziati alla Camera dei Deputati /'11/ug/io 1950, Roma, G. Menaglia, 1950, p. 12. (6) Opuscolo cit. p. 39; e in "Relazioni Internazionali", cit. p. 453-456. (7) E. Ortona, Anni d'America, vol. 1: La ricostruzione: 1944-1951, Balogna, Il Mulino, 1984, p. 345. (8) E. Ortona, op. cit., p. 347. (9) Tarchiani a Roma, 13 luglio 1950, Crisi coreana: Piani americani di mobilitazione: posizione dell'Italia, in ASMAE, AP, Corea, busta 2. (10) E. Ortona, op. cit., p. 347. (11) Yearhook of the United Nations, cit., p. 228. ( 12) G. A. Campana, Governo e diplomazia italiana di.fronte alla crisi di Co rea, in E. Di Nol foR. H. Rainero-11. Vigezzi, L 'Jtalia ela poli!ica di potenza in Europa (1950-1960), Milano, Marzorati, 1992, p. 95. (13) I. Montanelli, Dietro il.fronte di Corea. 1 paisà al 38° parallelo, in "Corriere della Sera", 22 febbraio 1952. (14) Lettera del tenente colonnello G. L. Ragazzoni, Bolzano, del 10 die. 2001 allo scrivente. (15) Lettera cit. del tenente colonnello G. L." Ragazzoni. (16) D'Ajeta a Zoppi, 13 giugno 1952, in ASMAE, AP Uff. V, 1409. (17) In questa mia attività di ricerca vada il mio caldo ringraziamento al tenente colonnello farmacista Gian Luigi Ragazzoni di Collalbo sul Reno, già in missione in Corea, il quale mi è stato largo di aiuti e di documenti ed oggi è presidente italiano della Korean War Veterans Association. Sull 'insieme della missione si vedano La Croce Rossa !tatiana nella guerra di Corea, Roma, Associazione per I'Amicizia ltalo-Coreana, 1980, p . 28, e G. L. Ragazzoni, L 'ospedale C. R. !. 68 nella Corea distrutta dalla Guen·a 1951-1955, Bolzano, Fogolar Furlan, 1999, p. 48. (18) Si veda il testo di alcuni di questi riconoscimenti in appendice.


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LA CROCE ROSSA MILITAHE ITALIANA IN COREA DURANTE LA GUEI\RA 0951-1954)

Appendice DOCUMENTI DI RICONOSCIMENTI DELL'ATTIVITÀ DELL'OSPEDALE ITALIANO N. 68

Traduzione REPUBBLICA DI COREA 6 ottobre 1952

Ufficio del Presidente ENCOMIO PRESIDENZIALE ALL'UNITÀ

Il Presidente della Repubblica di Corea con somma piacere encomia per l'insigne ed eccellente adempimento del dovere duran te il periodo dai 16 dicembre 1951 ad oggi L'OSPEDALE N. 68 DELLA CROCE ROSSA ITALIANA L'Ospedale n. 68 della Croce Rossa Italiana si è distinto per la condotta eccezionalmente meritoria tenuta nell'adempimento di straordinari servizi svolti a sostegno del lavoro delle Nazioni Unite in Corea. Durante il periodo di servizio qui svolto, l'unità ha assistito sia il personale militare delle Nazioni Unite , che la popolazione coreana. L'unità ha portato a termine il lavoro assegnatole con un basso tasso di mortalità, indice dell'efficienza con la quale sia gli ufficiali che il personale hanno svolto i !oro compiti. Lo spirito di corpo dell'unità è rimasto alto durante l'intera operazione e questo primato riflette il più alto livello di comando e di abilità amministrativa del personale dell'unità, l'eccellente disciplina, l'attaccamento al dovere e l'abilità di tutto il personale dell'organizzazione. L'unità ha data mostra di un eccellente grado di efficienza ne! portare a termine la missione assegnatale. La sua attività ha contribuito materialmente al benessere fisico dei mutilati e dei feriti delle Forze delle Nazioni Unite. I servizi sanitari al personale coreano furono resi senza alcuna ricompensa. La Croce Rossa Italiana ha sovvenzionato completamente le spese della propria unità. Anche se a volte l'unità è stata costretta ad operare in situazioni difficilissime, il suo servizio umanitario ne! portare soccorso ai malati, ai feriti e ai mutila ti, è continuato senza proteste. L'attività dell'Ospedale ha portato un grande contributo per il raggiungimento dell'obiettivo (che ci siamo proposti), che è quello di vincere questa guerra e salvare vite umane, sia delle Nazioni Unite, che della Repubblica di Corea, e riflette anche i grandi meriti dell'unità ospedaliera, della Croce Rossa Italiana, del Governo Italiano e degli Italiani stessi. Questo encomio dà il diritto ad ogni membro dell'Ospedale n. 68 della Croce Rossa Italiana , che ha prestato servizio in Corea ne! suddetto periodo, di portare il nastro decorativo presidenziale. Firmato:

Syngman Rhee


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ROMAIN H. RA!NERO

Traduzione

REPUBBLICA DI COREA Ufficio del Ministro della Difesa Nazionale

10 giugno 1954

ENCOMIO Ho il piacere di conferire, in conformità ai poteri a me delegati dall'Ordine Presidenziale n. 2, L'ORDINE DEL MERITO MILITARE CHUNGMU CON STELLA D'ORO al Maggiore FABIO PENNACCHI 744/IV, Corpo Sanitario, Esercito Italiano, in riconoscimento ed apprezzamento del suo servizio eccezionalmente meritorio. Il Maggiore Fabio Pennacchi è qui encomiato per la condotta eccezionalmente meritoria tenuta nell'adempimento di straordinari servizi in relazione all'attività sanitaria in Corea durante il periodo 16 novembre 1951-31 maggio 1954. Per tutto il periodo egli si è costantemente adoperato come direttore del 68° Ospedale della Croce Rossa Italiana per migliorare il funzionamento dell'ospedale con insolita abilità professionale, ampia conoscenza medica, ammirevole comando, pur nelle più avverse condizioni. Il suo instancabile sforzo e il suo attaccamento disinteressato ai propri nobili doveri hanno contribuito moltissimo all'ampliamento dell'ospedale con un maggior numero di servizi e di letti, cosa che ha quindi permesso all'unità di offrire una grande quantità di cure mediche ad un innumerevole numero di feriti. Specialmente in occasione dell'incidente ferroviario di Kurori del 17 settembre 1952, uno dei più tragici ne! suo genere nella storia mondiale, della famosa catastrofica collisione di Osan del 31 gennaio 1954 e di altri innumerevoli incidenti, tutto il personale, sotto il suo abile comando, ha contribuito, con un aiuto d'emergenza disinteressato, a far guarire moiti feriti . 1 servizi meritori resi dai Maggiore Pennacchi per il benessere del popolo coreano gli hanno meritato il profondo rispetto di quest'ultimo e riflettono su di lui e sull'Esercito Italiano grandi meriti. Ministro della Difesa Won Yi! Sohn


LA CROCE ROSSA MILITARE ITALIANA IN COREA DURANTE LA GUERRA 0951-1954)

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Copia Decreta di Concessione della Medal of Freedom concessa dai presidente U.S.A. al capitano medico Coia Dott. Luigi:

Traduzione "Il Presidente degli Stati Uniti d'America, autorizzato dall'ordine esecutivo del 6 luglio 1945, ha assegnato la medaglia della libertà al Cap. Luigi Coia della Croce Rossa Italiana per meritevoli servizi. Il Cap. Luigi Coia della C.R.I. si è distinto per meritevoli servizi in Korea dai 16 novembre 1951 al 15 agosto 1952. Come direttore e chirurgo dell'Ospedale da Campo 68 è stato responsabile sia dai lata amministrativo che dai lata professionale. Con grande abilità , pazienza e tatto ha saputo rende re efficiente l'Ospedale di Seoul-Yang-Dung-Po in cooperazione con le forze mediche delle Nazioni Unite. La sua missione all'Ospedale è stata diretta alle cure sanitarie della popolazione civile Coreana pavera e molto bisognevole di ricovero ospedaliero. La sua guida , il sua zelo verso il dovere sono state molto evidenti in tutte Je occasioni. Sotta la direzione del Cap. medico Coia l'Ospedale della C.R.I. ha compiuto la sua missione superiore alle sue possibilità fornendo cosl molto onore sia a lui sia alla C.R.I. che alle Nazioni Unite". Napoli, 17 marzo 1953 dai Comando Sud Europa

Motivazione della decorazione americana Medal of Freedom concessa dai governo degli Stati Uniti d'America al maggiore Fabio Pennacchi e consegnata in Roma dall'ambasciatore Clara Boothe Luce il 18 maggio 1955: "Il Presidente degli Stati Uniti d'America, in virtù dei poteri attribuitigli dalla Legge 6 luglio 1945, ha conferito la "Medal of Freedom" al Dott. Fabio Pennacchi, Maggiore della Croce Rossa Italiana, per il servizio altamente encomiabile. Il Maggiore Pennacchi del Corpo Militare della Croce Rossa Italiana si è distinto per gli eccezionali servizi resi in Corea 'come Direttore dell'Ospedale da Campo n. 68 della Croce Rossa Italiana tra il 1° agosto 1952 e il 31 dicembre 1954. Il Maggiore Pennacchi, dimostrando doti non comuni di energia e di pronta decisione ne! comando ha portato l'Ospedale a diventare un centra di assistenza di primo ordine a favore di oltre 175.000 civili del territorio Yang Dong Po, i quali hanna potuto beneficiare di un ottimo servizio medico-chirurgico. Il sua spirito organizzativo, le innovazioni ne! campo amministrativo, l'attribuzione a ciascuno delle varie responsabilità e la efficace utilizzazione dell'abilità e della perizia individuale, hanna avuto per risultato la creazione di una magnifica assistenza medica e ospedaliera, a profitto di profughi e di rifugiati bisognosi di cure. L'ammirevole contributo fornito dalla sforza devoto del Maggiore Pennacchi ha alleviato la sofferenza e ha facilitato sostanzialmente il compito del Comando per l'Assistenza Civile in Corea , il che toma ad onore sua e del suo Corpo".


ROMAIN H. RAINERO

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18-8-2000

GAZZElTA UFFICIALE DELLA REPUBBLICA ITALIANA

Serie generale- n. 192

Medaglia d'argenta

Con decreta del Presidente della Repubblica del 26 luglio 2000 è stata conferita la medaglia d'argenta merita civile, All'ospedale da campo n . 68 del Corpo militare della Croce rossa italiana medaglia d 'argenta al merita civile , con la seguente motivazione : «Ne! corso della guerra di Corea, i volontari dell 'ospedale da campo del Corpo militare della Croce rossa italiana , alle dipendenze delle Nazioni Unite , si prodigarono insta ncabilmente tra immani difficoltà , nella cura delle vittime del conflitto e della popolazione locale priva di assistenza sanitaria. L'impegno, la professionalità e Jo spirito di abnegazione profusi nella generosa attività meritarono la gratitudine e l'apprezzamento di moiti organismi internazionali , contribuendo ad accrescere la fiducia nella Nazione». - 1951-1955 - Corea.


CONGO 1960-1961 LA MISSIONE DELL'AERONAUTICA MILITARE ANTONIO PELLICCIA

L'intervento umanitario dell'Aeronautica militare ne! Congo negli anni Sessanta non è molto conosciuto dall'opinione pubblica, anche perché i mass media del tempo non se ne occuparono molto, a eccezione dell 'eccidio di Kindu che ebbe ampia risonanza nel mondo. Il convegno odierno del CISM è un'ottima occasione per far conoscere l'opera silenziosa, meritoria e talvolta eroica svolta nel cuore dell'Africa, a circa 7000 chilometri dall'Italia, da un pugno di piloti e specialisti deli'Aeronautica Militare. Il Congo, con una superficie di 2.345.409 chilometri quadrati e con un'estensione di 2000 chilometri nel senso della longitudine e altrettanti in quello della latitudine, è coperto da foresta vergine per circa il 40% e per quasi altrettanto da savana. Ha uno sviluppo costiero di 65 chilometri ed è attraversato dai fiume Congo lungo 4650 Km . e da una rete ferroviaria per complessivi 5850 chilometri , costruita e gestita da grandi gruppi finanziari europei e americani che consente di trasportare i prodotti minerari della ricca regione del Katanga sull'Atlantico e sul Pacifico. Gli aeroporti nelle principali città distano tra !oro di sei-settecento chilometri e sono situati a quote diverse. L'equatore divide in due il Congo, esposto a venti sahariani e a piogge torrenziali che lo rendono poco salubre a causa dell'alto tasso d'umidità e della malaria. Colonia belga dalla fine dell'Ortocento, divenne una zona dove confluirono giganteschi interessi fina nziari ed economici. Dopo una lunga e spesso sanguinosa lotta, i congolesi ottennero l'indipendenza dai governo belga il 30 giugno 1960, ma i gruppi di potere economico dei colonizzatori bianchi ostacolarono con tutti i mezzi il passaggio dei poteri dall'amministrazione belga a quella congolese, provocando la rivolta del popolo, a cominciare dai bassa Congo. Inizià subito l'esodo della popolazione belga ed europea e il conseguente invio nella regione delle truppe belghe per proteggerle, senza chiedere l'autorizzazione al ministro della Difesa congolese, prevista dai Trattato d'Amicizia stipulato il 29 giugno. Comincià cos! la corsa all'armamento dei civili belgi e l'azione dei congolesi per disarmarli e per impedirgli di lasciare il Paese. Circa diecimila soldati belgi , dai 10 al 24 luglio 1960, furono impegnati per la protezione dei connazionali in Congo.


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ANTONIO PELL!CC!A

All'ammutinamento della Force Publique, una polizia costituita da 24.000 congolesi inquadrati militarmente da mille tra ufficiali e sottufficiali belgi, segul la fuga dei diecimila funzionari che il governo belga aveva messo a disposizione di quello congolese per formare la Pubblica Amministrazione. Si sgretolarono cos! i due pilastri dell'organizzazione statale congolese. A tutto cià si aggiunse la secessione del Katanga che contribul a provocare uno stato d'anarchia che inclusse il governo congolese a far appello all'ONU. Intanto il governo italiano aveva ordinato all'Aeronautica Militare di volare in soccorso dei cinquemila italiani ne! Congo e cos! due velivoli C.119G della 46~ Aerobrigata erano stati predisposti per compiere quella difficile missione. Non era la prima volta che i piloti italiani compivano un vola di circa ottomila chilometri in precarie condizioni atmosferiche e in zone nelle quali non esistevano assistenze al vola, con un velivolo di trasporto media con autonomia chilometrica di duemila chilometri. Ne! 1959, infatti, un velivolo C.119, in varie tappe, siera spintd fino a Libreville, nell'Africa equatoriale, su ordine del Governo, per rispondere all'appello che il famoso dottor Albert Schweitzer aveva rivolto al monda civile per il sua ospedale di Lambaréné. L'Il luglio 1960 i due C.119G del 2° e del 96° Gruppo decollarono all'alba dall'aeroporto di Pisa alla volta di Elisabethville, dave atterrarono il giorno suceessiva dopa un lunghissimo vola in condizioni meteorologiche avverse. Contrariamente al previsto, trovarono una situazione quasi normale perché, ne! frattempo, due compagnie di paracadutisti belgi, aerotrasportati dall'aeroporto di Kamina, erano intervenuti a sedare i disordini, scoppiati il 9 luglio, che avevano fatto temere il peggio per gli europei. Gli equipaggi dei velivoli italiani ebbero l'ordine di mettere in salvo i residenti di Luluabourg. Le operazioni di salvataggio furono eseguite in cinque giorni, dall'alba al tramonto, sotta il costante pericolo delle reazioni dei ribelli, sfruttando piste d'atterraggio di fortuna e, a volte, in condizioni atmosferiche proibitive che limitavano la visibilità a poche decine di metri. Come accadde il 17 luglio in seguito alla richiesta di soccorso del centra minerario di Kolwezi, a 270 chilometri da Elisabethville. 1 velivoli atterrarono sull'aeroporto locale sotta una pioggia torrenziale e portarono in salvo venti italiani trasportandoli all'aeroporto di N'Dolo in Rodesia, a 425 chilometri a sud-est. In precedenza, il 14 luglio, un C.119 con a bardo duemila libbre di viveri offerti dalla Pontificia Commissione d'Assistenza, era giunta a Brazzaville dopa


CONGO (1960-1961): !A MISSIONE DELL'AERONAlJTICA MILITARE

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un volo pieno d'imprevisti, trovando una situazione caotica nella città. Centinaia di profughi bivaccavano per le strade e nei pressi dell'aeroporto in attesa di un velivolo che li portasse in salvo. Dopo la prescritta revisione delle venticinque ore compiuta dall'equipaggio con mezzi di fortuna, furono definite le modalità per l'imbarco di diciannove profughi italiani, belgi e greci. Il 20 luglio all'alba il velivolo decollà alla volta di Entebbe, Kartoum e Il Cairo e atterrà a Ciampino (Roma) il giorno successivo. Il 30 luglio 1960, altri tre velivoli trasportarono viveri per la popolazione congolese e rientrarono con novantacinque profughi; il 22 agosto altri quattro velivoli trasportarono in Congo viveri e medicinali. Fino a quel momento le operazioni deli'Aeronautica Militare erano state determinate da situazioni contingenti verificatesi nelle prime settimane successive alla dichiarazione d'indipendenza del Congo. In questa fase i velivoli italiani effettuarono 516 ore di volo, evacuarono 429 profughi e trasportarono 57.350 libbre di materiale vario. Successivamente l'ONU si rivolse aii'Italia e agli altri paesi europei per avere una fattiva ed efficace collaborazione per soddisfare la richiesta del governo congolese. Fu costituito I'ONUC (Organizzazione Nazioni Unite Congo) con un contingente di 19.000 militari di paesi africani ed europei per assicurare i mezzi essenziali per la sopravvivenza del Paese e per mantenere l'ordine pubblico. Il governo italiano ordinà alla 46~ Aerobrigata di mettere a disposizione del Comando ONUC un contingente di velivoli C.119G . Comincià cos!, il 26 agosto 1960, la seconda fase dell'intervento umanitario deii 'Aeronautica Militare in Congo. Il contingente, composte di dieci velivoli C.119G, un centinaio tra piloti, specialisti e a vie ri della VAM , assunse il nome di ·Distaccamento Congo 46~ A/B•. Un ufficiale superiore italiano fu nominato vice comandante del Quartier Generale del comando ONUC e un altro, in dicembre, comandante dell'aeroporto di N'Djili: un riconoscimento dell'opera svolta daii'Aeronautica Militare in Congo. Il primo nucleo di quattro velivoli arrivà all'aeroporto di N'Djili il 28 agosto 1960 dove trovà una situazione imprevista. Dieci giorni prima il governo congolese aveva proclamato Jo stato d'emergenza e questa decisione aveva creato a Léopoldville un'atmosfera esplosiva gravida di conseguenze. Sobillati da una violenta campagna dei mezzi di comunicazione, alcuni soldati congolesi avevano aggredito quattordici Caschi blu canadesi. Inoltre vi era il pericolo peri militari italiani d'essere scambiati per militari belgi che usavano Jo stesso tipo di velivolo per i !oro rifornimenti: cosa che accadde in moite occasioni, per fortuna senza conseguenze.


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L'equipaggio italiano si sistemà alla meglio in alcune villette requisite dall'ONUC ed inizià le operazioni due giorni dopo il suo arriva provvedendo al su pporto Jogistico delle guarnigioni di caschi blu dislocate sugli aeroporti delle sei province congolesi. Alle difficoltà tecniche si aggiunsero il elima torrido, Je continue piogge tipiche dell'Africa equatoriale, l'orografia, l'altimetria degli aeroporti ela mancanza di assistenza alla navigazione, d 'informazioni sulle condizioni degli aeroporti (atterrabilità delle piste) e se erano presidiati da truppe ONUC o da ribelli congolesi. Un gruppo di una ventina di specialisti fu dislocato sulla base aerea di Kamina , a circa 1200 chilometri da Léopoldville, per effettuare Je ispezioni e le riparazioni dei velivoli. La base, una delle più grandi ed attrezzate dell'Africa , era stara utilizzata dall'aviazione belga come scuola di volo di primo periodo ed aveva tutte Je attrezzature per Je operazioni tecniche sui C.119. Per questo motiva era stata scelta dovendo i velivoli italiani eseguire Je prescritte ispezioni ai velivoli, dopo centocinquanta ore di volo, che solitamente si facevano a Pisa, sede dell'Aerobrigata. Purtroppo, dopo due mesi, l'ONUC ordinà alle forze armate belghe di abbandonare il territorio in ottemperanza ad una risoluzione del Consiglio di Sicurezza. Era accaduto che il governo congolese aveva chiesto un aiuto militare al segretario generale dell'ONU a causa dell'ingresso in Congo di truppe metropolitane belghe. Tra l'altro il governo congolese aveva accusato quello belga di aver preparato la secessione del Katanga. In un successivo telegramma erano state precisate le modalità dell'aiuto militare richiesto e iJ Consiglio di Sicurezza, riunito d'urgenza, aveva decretato il ritiro dai Congo delle truppe belghe. La conseguente smobilitazione della base costrinse il comando italiano a trasferire il gruppo a Léopoldville e a riprendere l'invio in Italia dei velivoli per Je ispezioni. Nel frattempo gli specialisti si erano affrettati a ispezionare quattro C.119, a sostituire tre motori , due eliche ed altri pezzi importanti. La conseguenza fu che per assicurare le trecento ore di volo operative mensili richieste dai comando dell 'ONUC occorsero ottocentocinquanta ore di vola, dei tre velivali mediamente impegnati, da e per l'Italia per le ispeziani. Il 2 febbraio 1961 un C.ll9, per un'avaria ad un'elica , fu castretto a eseguire un atterraggio sull'aeroporto di fortuna di Kwamauth: il velivolo andà distrutta e l'equipaggio si salvà. Due giorni dopo un altro velivola, per una simile avaria , fu costretta ad atterrare a Luluabourg; riparata l'avaria l'aereo precipità al suala durante il decolla e tutta l'equipaggia perl. In settembre tre C.119, durante le operaziani di scarico del personale e del materiale dell'ONUC , furona mitragliati da un Fouga Magister katanghese danneggiandane uno e ferendo uno specialista.


CONGO 0960-1960: LA MISSIONE DELL'AREONAUTICA MILITAIŒ

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L'Il novembre i tredici membri degli equipaggi di due velivoli italiani furono catturati dai ribelli congolesi e barbaramente trucidati a Kindu. Sei giorni dopo un altro equipaggio perl durante il volo di trasferimento dall'Italia al Congo, in un atterraggio di fortuna nei pressi del lago Tanganika . Ne! mese di luglio del 1962 la ·Sezione Congo• della 46~ A/B rientro in Italia "do po a ver reso brillantemente servizio continuativo per quasi due anni", scrisse il segretario generale dell'ONU U' Thant, esprimendo al governo italiano la profonda gratitudine delle Nazioni Unite "per il servizio eccezionale reso dall'Aeronautica italiana in circostanze particolarmente difficili con alto senso del dovere e della solidarietà internazionale. Parimenti desidera ricordare la memoria di quei Membri del contingente italiano che sono caduti mentre stavano valorosamente compiendo il !oro dovere ne! Congo".

BIBLIOGRAFIA AA.VV. - Il contributo dell'Aeronautica Militare !tatiana alle cause delle Nazioni

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1962; RocK POTRE - L 'Aeronautica Militare !tatiana ne !l'ex Congo helga- Cenciarelli Roma 1969.


ANTONIO PELLICCIA

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Appendice A7TIVITÀ SVOLTA DALL'11 LUGLIO AL 26 AGOSTO 1960

Velivoli C.ll9G impiegati

n.

Ore di vola effettuate

n.

516,35

Durata missione

G.

104

Profughi evacuati

n.

429

Materiale trasportato

10

LBS

57 .350

Velivoli impiegati

n.

58

Ore di vola

n.

7.400

Missi ani

n.

660

Voli

n.

2.035

A7TIVITÀ SVOLTA DAL 26/8/1960 AL 19/6/1962

Materiale trasportato

LBS . 9.201.630

PERD/TE SUBITE

Velivoli C.ll9G

n.

3

Personale deceduto

n.

21

Personale ferito

n.

6


CONGO 1960-1961 L'ECCIDIO DI KINDU NELLE REAZIONI DELL'OPINIONE PUBBLICA ITALIANA MARCO CUZZI

Le prime inquietanti notlzte dalla provincia congolese del Kivu giunsero nelle redazioni dei giornali italiani tra la tarda notte della domenica 12 e Je prime ore di lunedl 13 novembre 1961 co. Si trattava di corrispondenze alquanto frammentarie e purtroppo parzialmente sbagliate, seconda le quali i tredici aviatori italiani erano stati soltanto rapiti da un non meglio identificato distaccamento di truppe congolesi. La situazione appariva diffidle ma in qualche modo rientrante nella complessa realtà di un paese che aveva conquistato l'emancipazione dai colonialismo dilaniandosi in fazioni politiche e tribali. Il fatto stesso che moiti quotidiani riportassero la notizia nelle pagine interne suggeriva la scarsa preoccupazione che l'opinione pubblica nutriva verso quella che sembrava una delle tante vertenze provenienti da quel lontano paese, le cui cronache erano state lentamente relegate ai trafiletti di spalla delle prime pagine se non addirittura nelle rubriche "varie dall'estero" di moiti quotidiani nazionali. In un monda che stava vivendo il biennio più rovente della guerra fredda, Je vicende legate alla decolonizzazione apparivano vetuste, obsolete e forse persino noiose. Nonostante non fossero mancati i segnali circa la pericolosità della dirompente situazione per tutti gli stranieri residenti nell'ex colonia belga, e in particolare per gli stessi italiani (2), la stampa accolse dunque la notizia del "rapimento" con generici articoli interni di tre o quattro colonne. "L'inesplicabile manifestazione di ostilità nei confronti degli aviatori italiani," si leggeva sul "Corriere della sera" del 14 novembre "preoccupa evidentemente, e con ragione, il governo di Léopoldville": il "rapimento" era stato opera di soldati congolesi ammutinati e schierati con il vice primo ministro Antoine Gizenga , leader dell'ultrasinistra lumumbista (3)_ Per "Il Giorno" gli italiani erano stati "arrestati e malmenati" C4), per "L'Italia" gli aviatori erano stati "arrestati e maltrattati" (5), mentre seconda il "Corriere Lombardo" gli sventurati erano stati semplicemente "aggrediti" CG)_ La vicenda, nonostante col pisse sia le Nazioni Unite che l'Italia, sembrava essere relegata in un certo senso ne i tanti incidenti che stavano costellando il lunga e travagliato percorso dell'indipendenza congolese. Tuttavia ne! corso della giornata del 14 novembre il susseguirsi delle notizie, frammentarie, contraddittorie e parzialmente inesatte, fece percepire la gravità di quanto era accaduto. Anzi , per certi aspe tti le reticenze del governo di Léopoldville e la confusione di comunicati emanati da diversi uomini politici congolesi


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suggerivano che quello che avrebbe dovuto essere un grave incidente politicodiplomatico stava assumendo - ma in realtà aveva già assunta da tre giorni - i contorni di una terribile tragedia umana. Il fatto che uno dei tredici sventurati fosse stato "ferito gravemente" durante l'aggressione lasciava suggerire il più cu po degli scenari (7): un esempio della regnante inquietudine Jo dava il titolo de "Il Messaggero": "Oscura la sorte ne! Congo dei 13 aviatori italiani" cs>. L'aspetto più sconcertante di questa prima fase è forse la discrasia tra notizie e realtà: i giornali continuarono per altri due giorni a pubblicare reportage sull'"incidente del Congo" o l'"anarchia militare ne! Kivu" descrivendo lunghe ed estenuanti trattative tra ONU, governo di Léopoldville e truppe di Gizenga per il rilascio di militari, in realtà trucidati il giorno stesso delloro rapimento. 1115 novembre le notizie da Kindu e dalla provincia del Kivu ottennero l'attenzione della prima pagina dei principali quotidiani italiani: "1 soldati congolesi si rifiutano di rilasciare i tredici italiani" (9). Il giorno dopo si evocava la più alta autorità , nella speranza di giungere a una rapida risoluzione di quella che continuava, inspiegabilmente, a ritenersi una semplice vertenza di un rapimento: "Ordinato dalle Nazioni Unite il rilascio dei tredici italiani" si leggeva sul "Corriere della sera" (JO). Dopo quattro giorni nessun giornale e, almeno ufficialmente, nessuna autorità politica e diplomatica aveva compreso cià che era successo intorno al mezzogiorno dell'11 novembre a Kindu ai nostri tredici connazionali, colà inviati ne! settembre 1960 come supporta logistico della missione internazionale delle Nazioni Unite. Un eclatante esempio dell'abbaglio preso dalla stampa italiana, e forse dalla stessa diplomazia, fu l'articolo di fon do del direttore del "Giorno", Halo Pietra, il quale, definito l'episodio "angoscioso e tuttora oscuro" lo inquadrà nella più ampia analisi della funzione dell'ONU in Congo, della politica dello scomparso Dag Hammarskjold e dei sostegni che Moisé Tschombé e i katanghesi riscuotevano tra le destre francese e belga: seguendo una linea chiaramente ispirata dall'editore del quotidiano (l'ENI di Mattei) l'articolo si concludeva con un netto attacco a De Gaulle e alla sua grandeur interpretata come l'origine dei drammi dell'Africa nera e del Congo in particolare on. Tradizionalmente filo-lumumbista, l"'Avanti!" pubblicà le notizie provenienti da Kindu negli stessi spazi dedicati alle inchieste sull'assassinio dell'ex primo ministro congolese, dando maggiore risalto ai rapporti dell'ONU sul coinvolgimento belga e katanghese nell'omicidio che alla drammatica vicenda degli aviatori italiani OZ) . Di stampo ancora più radicale, e utilizzando il "rapimento" come pretesto per un'analisi di più ampio respira, "L'Unità" respingeva l'ipotesi del coinvolgimento del filo-sovietico Gizenga, il quale era diventato il bersaglio dei neocolonialisti. Il quotidiano comunista giungeva quindi a supporre una strumentalizzazione orchestrata dagli "amici del Katanga": "Gli aviatori italiani, e questo sarebbe un fatto che dovrebbe richiamare alle sue responsabilità il governo italiano, potrebbero quindi essere inconsapevolmente e pericolosamente coinvolti in una nuova grave provocazione colonialista" 03). Ignara di quanto era accaduto,


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la stampa italiana - come aveva già fatto un anno prima - si divideva ripercorrendo la dialettica congolese e utilizzava il pretesto di un "incidente" considerato grave ma sostanzialmente risolvibile , per sostenere tesi e produrre antitesi. Il 16 novembre giunse in Italia la notizia che pose fine al curioso e sorprendente equivoco: era una notizia che chiudeva la fantomatica vertenza su un altrettanto effimero "rapimento" e apriva la dolorosa storia dei tredici caduti di Kindu. Ne! pomeriggio prese la parola alla Camera il presidente del Consiglio Amintore Fanfani: "(. .. ). È purtroppo confermata la notizia che tredici valorosi ufficiali e sottufficiali dell'Aeronautica in servizio nelle forze dell'ONU sono stati furiosamente trucidati ne! Congo, mentre adempivano il !oro alto compito umanitario (. ..) . Ad essi va il pensiero reverente e commosso del Governo, non solo come appartenenti alle Forze Armate italiane, ma come caduti per la causa della pace di tutti i popoli, al servizio delle Nazioni Unite (. .. ). Alla memoria dei nostri valorosi connazionali si rivolge l'omaggio commosso del Governo e di tutti gli italiani, con l'augurio che il !oro sacrificio serva alla causa della pace e della libertà di tutti i popoli del monda. Naturalmente alle famiglie dei caduti va tutta la profonda solidarietà del Governo• 0 4) . Il presidente della Camera , Leone, invita quindi i deputati ad alzarsi in piedi insieme ai membri del Governo e ad osservare un minuta di silenzio. Tuttavia, al termine della celebrazione, mentre ci si accingeva a riprendere i Javari ordinari previsti dall'ordine del giorno, il deputato missino Caradonna esclamà: "In quest'aula si è commemorato Lumumba! È una vergogna! ". Il riferimento era alla seduta del 14 febbraio 1961, quando i deputati di PCI e PSI si erano alzati dai lora scranni in ricardo del leader africano scomparso 05)_ "Venduti! Assassini!" , gridà l'esponente d'estrema destra indicando i deputati comunisti e scatenando conseguentemente il caos. In seguito il democristiano Gui avrebbe commentato: "Il rispetto dei marti dovrebbe indurre tutti al raccoglimento e non a chiassate di questo genere" 0 6). Il capogruppo del MSI Roberti riuscl a riportare un minima di ordine chiedendo che le interrogazioni presentate da vari gruppi fossero al più presto accolte in un dibattito alla Camera . Il Governo, per bocca di Fanfani , acconsentl 0 7). Le interrogazioni sull'argomento erano in totale dodici. Di queste , solo quella di alcuni deputati democristiani appariva purtroppo superata , in quantaessendo stata presentata prima del 16 novembre - chiedeva quale azioni voleva intraprendere il Governo a "tutela della vita" degli aviatori italiani catturati e che "correrebbero pericolo di essere uccisi" OB)_ Le altre interrogazioni si riferivano alle più recenti e tragiche notizie, e accomunandosi ne! richiedere informazioni e chiarimenti sulle circostanze che avevano portato all'eccidio, si differenziavano su tutto il resto. L'interrogazione dei deputati comunisti chiedeva informazioni sulla situazione in Congo e "sulla politica che il Governo italiano intende seguire per favorire la soluzione pacifica delle attuali difficoltà di quelle popolazioni e assecondare la lora aspirazione ad una piena indipendenza" 09)_ Più stemperato


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e con un riferimento all'ONU, assente nell'interrogazione del PCI, appariva il documenta presentato dai socialisti, con il quale il PSI si augurava che il Governo intraprendesse iniziative "per aiutare ne! Congo una soluzione conforme al diritto nazionale di quel popolo" <20). Il socialista indipendente Bonfantini e il socialdemocratico Orlandi presentarono due interrogazioni simili che in pratica si appellavano a un maggiore raccorda tra Italia e Nazioni Unite, chiedendo che il Governo italiano si adoperasse attraverso la sua delegazione a New York, guidata in quel momento dai titolare degli Esteri Antonio Segni, per un più energico intervento dei caschi blu in Congo. I repubblicani chiesero un intervento del Governo sia a New York che a Léopoldville per ottenere garanzie circa l'incolumità degli italiani residenti in Congo e la punizione dei colpevoli. Il Partita Liberale ribadiva anch'esso un più decisivo intervento italiano alle Nazioni Unite, aggiungendo perà una richiesta per l'eventuale futuro impiego di altri militari italiani: "siano predisposti gli opportuni provvedimenti, onde consentire adeguare possibilità di difesa e di reazione a qualsiasi tentativo di violenza da parte di forze armate operanti nelle province congolesi" <21 ). Ben più drastica apparve la natura delle interrogazioni della destra. Se i monarchici si limitarono a chiedere quale atteggiamento intendesse assumere il Governo nei confronti dei "responsabili del barbara eccidio consumato ai danni di militari italiani" <22 ), il Movimento Sociale scatenà un attacco articolato su ben tre interrogazioni. La prima, "istituzionale" poiché firmata da tutto il gruppo parlamentare, si domandava anzitutto "in quale precisa veste e quindi con quale garanzia di ordine istituzionale e con quale tutela di ordine militare" fosse stata autorizzata la missione in Congo. Inoltre, i deputati missini chiedevano di conoscere i motivi per cui il Governo non avesse predisposto "con i mezzi militari a disposizione dello Stato ed a prescindere dalle iniziative dell'ONU, alla difesa materiale dei nostri aviatori, appena pervenuta la notizia della !oro cattura da parte delle selvagge orde congolesi". L'attacco dell'estrema destra proseguiva chiedendo al Governo quale proteste avesse sollevato nei confronti di quelle Nazioni Unite definite dall'interrogazione "assenteiste e carenti" in quella circostanza tragica. Infine, il gruppo del Movimento Sociale domandava quali azioni avesse programmato il Governo nei confronti dei responsabili della strage e per difendere i cittadini italiani colà residenti <23>. La seconda interrogazione del MSI, presentata da Romualdi , chieeleva informazioni "tecniche" sulle condizioni logistiche, gerarchiche e di sicurezza in cui operavano i militari italiani uccisi e quali misure aveva preso il Governo per riparare le famiglie dei caduti. Ben più drastico, e esplicitamente filo-katanghese, fu il documenta del missino Caradonna: egli si chiedeva "se il Governo italiano non ritenga opportuno ritirare il nostro contingente dai Congo, considerando che l'azione deli'ONU si svolge unicamente a favore della fazione comunista e contra i congolesi che sostengono una politica di cooperazione con


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l'Europa" C24). Alle dodici interrogazioni si aggiunse quella dei democristiani Scalia e Sinesio, che chiedeva la concessione della Medaglia d'Oro al Valore per i caduti. Analoghe interrogazioni furono presentate al Senato, dove il presidente Merzagora, dopo che il ministro della Difesa Andreotti aveva esposto i fatti, aveva invitato senatori e pubblico al minuto di raccoglimento in piedi. Rispetto alla Camera, l'austera aula di Palazzo Madama aveva mantenuto un contegno più accorto. Mentre gli schieramenti politici si stavano preparando a un'ennesima seduta incandescente, i giornali ricevettero tra il 16 e il 17 novembre la terribile notizia. Tra i primi a pubblicare la cronaca del massacro, il cattolico "L'Italia", che ebbe quasi fortuitamente la comunicazione dai suo inviato al Palazzo di Vetro. Il titolo del quotidiano diretto da Giuseppe Lazzati era Iapidario e quasi incolore: "Soppressi ne! Congo i tredici aviatori italiani" C25). Ma con il passare delle ore i dettagli dell'eccidio animarono le colonne dei giornali: "Il massacro dei tredici italiani nella barbara piazza di Kindu", fu il titolo pubblicato in prima pagina, a nove colonne, dai "Corriere della sera" <21i) e sulla stessa falsariga uscirono tutti i principali giornali nazionali, sia inclipendenti che di partito. Basandosi sulle stesse agenzie e non avendo ancora inviato dei reporter, le ricostruzioni di tutti i giornali non potevano che essere simili. Tuttavia sin dai 16 novembre si ebbero commenti alle notizie assai diversi, spesso contrapposti e esplicitamente ripercorrenti divisioni antiche circa il ruolo e la collocazione deli'Italia nef contesta internazionale. Utilizzando la tragedia come facile pretesto, le fazioni reduci da dodici anni di guerra fredda e dalla più recente vertenza sui "nuovi equilibri" prodromi dell'atteso e discusso centro-sinistra, si scontrarono in una breve ma violenta campagna di stampa che coinvolse l'analisi del processo di decolonizzazione, il ruolo delle Nazioni Unite e guello internazionale dell'Italia. Il commenta più provocatorio fu quello di Augusto Guerriero, al quale il direttore del "Corriere della sera", Alfio Russo, diede l'incarico di redigere l'articolo di fondo sul numero del 16 novembre. Sotto il ti tolo "Errori e orrori", l'esperto di politica internazionale del quotidiano milanese sferro un violenta attacco contro le Nazioni Unite e - in sintonia con le scelte politiche del "Corriere" - contro il governo Fanfani e la sua politica internazionale, non risparmiando in ultimo le sinistre italiane "complici" del massacra. L'articolo appariva energico e dirompente sin dalle prime battute, che riassumevano il fatto senza lasciare spazio ad alcun dubbio: "Tredici aviatori italiani, tredici figli di madri italiane sono stati trucidati dalla soldataglia del comunista Gizenga . Per una causa che non li riguardava affatto, e che non riguardava la !oro Patria, per una politica che è stata dai principio alla fine insensata - la politica delle Nazioni Unite al Congo - abbiamo mandata a morire tredici nostri fratelli in quel Paese di barbarie e di orrori". In poche frasi, evocanclo le similitudini tra nazione e famiglia tipiche di antiche


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retoriche nazionaliste (i figli , le madri , i fratelli), l'autore si era scagliato contra le Nazioni Unite, il governo italiano, il Congo "barbara" e il "comunista" Gizenga. Guerriero proseguiva riassumendo a grandi linee la situazione in Congo, da un lato i lumumbisti, favorevoli a uno Stato centralizzato, dall'altro i katanghesi, vessilliferi di una soluzione federale: "Ora , di questo, al pubblico occidentale, non importa ni ente (. .. ). È affare !oro, dei congolesi, e se la sb righi no i congolesi fra !oro. Abbiamo o non abbiamo proclamato il principio dell'autodeterminazione? ". L'autore proseguiva descrivendo i passaggi che, da lla morte di Lumumba a quella di Hammarskjold ("vittima di quella follia dei suoi dipendenti ", e cioè di sostenere una fazione contra l'altra) avevano visto il paese dividersi tra l'erede di Lumumba , Antoine Gizenga appoggiato dall'Urss , il governo centrale (la triade Kasabuvu, Adoula e Mobutu) appoggiata dall'Occidente e dali'ONU , e i katanghesi di Tschombé sostenuti dai belgi e dagli altri colonialisti. "1 nostri aviatori sono capitati al centra di questa lotta fra cannibali", concludeva Guerriera. Ma , al di là della scelta generale di inviare l'aerabrigata tra quei "selvaggi ", il giornalista del "Corriere" , ponendosi quesiti sulla dinamica dell'eccidio, estendeva implicitamente un sos petto sulla guarnigione di caschi blu malesi presenti all'aeroporto di Kindu, che non avevano saputo né prevenire la cattura né impedire il massacra dei !oro commilitoni italiani. Essa "si rese complice dei massacratori". La conclusione dell 'articolo era dedicata infine a quell'Antoine Gizenga considerato il diretto mandante dell 'eccidio. "Coloro che in Africa predicano l'odio razziale e gli europei che li incoraggiano" concludeva Guerriero con un riferimento forse più all'"erede di Lumumba" e ai suoi sostenitori nelle sinistre italiane , che a Tschombé "non dicano: non volevamo questo. Questo che è accaduto è la conseguenza fatale della !oro predicazione: Che il popolo italiano capisca a chi è debitore di questi orrori. E se ne ricordi " <27 ). Di ben altra tenore apparve l'articolo di fonda del principale concorrente milanese (anche dai punto di vista politico) del "Corriere", ovvera "Il Giorno" . Simpatizzante verso il nascente centro-sinistra, il quotidiano di Mattei aveva abbracciato - sulla falsariga dei partiti centristi - una posizione favorevole alle iniziative delle Nazioni Unite , e quindi duramente contraria alla politica belga e katanghese. Il direttore Italo Pietra, dopo essersi associato al cordoglio unanime , elencava i punti principali emersi dai dibattito che i fatti di Kindu avevano immediatamente innescato. Da un lato emergevano le responsabilità delle classi dirigenti belghe, sostenitrici del "governo-fantoccio" di Tschombé e della sua secessione: "(. .. ) Alla base dello squilibrio e delle lotte incessanti dell 'Africa Nera di oggi (e del Medio Oriente di ieri) è molto facile trovare gli interessi , le manovre e le lotte di grandi gruppi europei (. .. ) . A proposito delle pagine di sangue che vanno da Lumumba ad Hammarskjoeld e ai tredici ragazzi di casa nostra , non è azzardato osservare che se i grossi gruppi di Bruxelles (e di Londra) si fossero rassegnati a


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perdere il controllo delle ricchezze del Katanga e ad ammettere il 'controllo' deli'ONU sul Congo, le cose non sarebbero arrivate a questo punta; e quella terra non costituirebbe una tremenda incognita e un pericolo perla pace ne! mondo". Seconda il direttore del giornale deii'Eni quindi , le "atroci pagine di sangue" di cui era piena la storia africana - ivi compresa la tragedia di Kindu - trovavano una !oro origine ne! "( .. .) dura esempio dello sfruttamento, della violenza tipo Legione Straniera, del razzismo, dell'indifferenza al dolore dell'indigeno" C28l. Al "Corriere" rispondeva indirettamente anche l'organo del Partito comunista, che partiva dalle stesse considerazioni di Pietra ma giungendo a conclusioni diametralmente opposte circa il ruolo dell'ONU: "Barbarie e inciviltà", scriveva "l'Unità", "hanna an cora diritto di cittadinanza nella giovane Repubblica africana. Ma ci vorrebbe un'ipocrisia e un cinismo a tutta prova per fame responsabile chi civile non è dopa ottanta anni di schiavitù e di saccheggio coloniale e dopo che, da quindici mesi, il civile e illuminato Occidente mobilita tutte le sue soverchianti risorse- corruzione, inganno, delitto, affamamento- per sbarrare al Congo la via di uno sviluppo indipendente e ribadire alla caviglia dei congolesi le catene dell'oppressione coloniale". Anche il quotidiano del PCI individuava nelle morti di Lumumba e Hammarskjoeld i prodromi della tragedia di Kindu ("una tragica catena"). Ma i responsabili di questi lutti non erano soltanto i mercenari di Tschombé o l'Union Minière: "Che cosa ha fatto l'ONU per impedire tutto questo? Nulla. Essa è rimasta tranquillamente alla finestra mentre le risoluzioni che rappresentano il suo mandato ne! Congo venivano sfacciatamente violate; o peggio, ha dato mano alla !oro violazione". Ovvero, le Nazioni Unite avevano nei fatti aiutato il Katanga e con esso gli interessi coloniali europei: in quell'azione a metà tra l'ignavia e la complicità attiva stava la pesante responsabilità deii'ONU ne! massacra degli italiani a Kindu (29l. A sostegno di queste tesi "L'Unità" pubblicava Jo stesso giorno una lunga intervista al leader deli'Unione nazionale lavoratori congolesi, un sindacato collegato al partito di Antoine Gizenga . "La tragica morte dei tredici soldati italiani nella regione di Kindu", aveva dichiarato l'esponente sindacale africano, "è un segno pauroso del terrore, dell'ira, della paura ed anche dell'odio che la secessione katanghese, i crimini dei colonialisti che sostengono Tschombé e l'incapacità e i cedimenti deii'ONU hanno generato e fano di la gare ne! Congo". L'intervista proseguiva con un a lunga serie di attacchi contra le Nazioni Unite, il Katanga, il governo di Léopoldville e il colonialismo, evitando accuratamente riferimenti alla tragedia. In conclusione dell'articolo veniva ribadito che l'unica speranza per la pace nella martoriata regione africana era rappresentata dagli "eredi di Lumumba" ovvero Gizenga e i suoi referenti militari ne! Kivu, implicitamente scagionandoli dalle pesanti accuse di essere coinvolti o addirittura mandanti dell'eccidio OOl.


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Anche l"'Avanti!" si affiancava al quotidiano comunista nel pubblicare le posizioni del sindacalista e quindi ne! difendere i leader lumumbisti dalle accuse lanciategli sia dall'Occidente che dalla stesso governo congolese. Nell'articolo di fonda, il direttore del quotidiano socialista Pieraccini si discostava tuttavia dall"'Unità", riducendo le cri tiche alle Nazioni Unite e soprattutto distinguendone la natura e i ruoli rispetto al vetero colonialismo belga e alla secessione katanghese: "I nostri tredici aviatori erano al servizio deli'ONU, non dell'Union Minière, né erano certamente i responsabili delle incertezze deli'ONU nella sua politica congolese. Erano in missione di pace. Nessuno puà giustificare il massacra di tredici uomini inermi ( ... )" <30. Dai fronte opposto, il "Corriere Lombardo" di Egidio Sterpa, oltre a pubblicare una serie di cruenti articoli che ricostruivano l'agghiac~iante efferatezza del crimine C3Z), riportà un lunga commenta di Italo Zingarelli. L'opinionista del quotidiano milanese della sera, riprendendo un commenta del parigino "Le Figaro" affermava che "( ... ) non si passa dall'età neolitica, che è l'età materiale e mentale di certi popoli deli'Africa nera, alla democrazia di tipo occidentale". Il Congo, in sostanza, era e rimaneva una terra selvaggia. Il Belgio aveva certamente delle responsabilità, tuttavia "si sarebbe ingiusti dimenticando quale materiale umano i belgi dovessero plasmare". Per Zingarelli la classe dirigente congolese ("pseudointellettuale") aveva ereditato un paese tribale dai riti ancestrali e inumani (l'antropofagia) popolato da "analfabeti, primitivi e selvaggi". In tutto ci à si erano inseriti da un lato "la propaganda comunista" dell'Unione Sovietica e dall'altro l'imbelle ONU, incapace di ristabilire l'ordine. Al centra di questa realtà poliedrica erano stati gettati i tredici aviatori italiani, vittime di un gioco che - concludeva implicitamente il giornalista- non avrebbe dovuto appartenergli <33). Riassumeva la posizione del quotidiano milanese una vignetta del disegnatore Manca: in una radura africana, una donna rappresentante l'Italia turrita e recante in dono un cesto di vivande veniva brutalmente accoltellata alle spalle da una mano nera e irsuta. Il titolo del disegno era alquanto esplicativo: "Gratitudine" <3 4). Il dibattito alla Camera si tenne il 17 novembre, presenti il presidente del Consiglio, numerosi ministri, tra cui il titolare della Difesa Giulio Andreotti, in procinto di partire alla volta di Léopoldville. Il elima era teso, anche perché in piazza Montecitorio un gruppo di aderenti all'organizzazione giovanile missina "Giovane Italia" provenienti da un comizio tenuto in mattinata a Santa Maiia degli Angeli, aveva inscenato un~ manifestazione di protesta contra il Governo: i manifestanti innalzavano cartelli con scritte tipo "I cannibali di Gizenga hanna imparato dai comunisti", oppure "L'ONU - Organizzazione Negroidi Uniti" (35). Di natura ancora più radicale ma sempre contra le Nazioni Unite risultarono i volantini gettati successivamente da militanti di "Ordine Nuovo" nelle vie del centra della Capitale. Tafferugli tra militanti di sinistra e aderenti all'organizzazione universitaria del MSI si ebbero pressa la sede della "Sapienza".


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In assenza del titolare degli Esteri, Antonio Segni, che si trovava ancora al Palazzo di Vetro, fu il sottosegretario Russo a rispondere alle dodici interrogazioni presentate il giorno prima dai diversi gruppi parlamentari. Russo inizià ricostruendo i passaggi politici e diplomatici che avevano portato all'invio del "Distaccamento Congo" della 46a aerobrigata di San Giusto di Pisa e all'ospedale da campo della Croce Rossa militare nella martoriata terra africana: rispondendo implicitamente a Romualdi, il sottosegretario ribadiva il mandata del Consiglio di Sicurezza e le corrispondenti dipendenze gerarchiche del contingente italiano. Inoltre Russo riassunse i compiti dei sei aerei C.119 da trasporto (i cosiddetti "vagoni volanti") e, per rispondere stavolta ai dubbi sollevati da alcuni esponenti di sinistra circa l'involontaria complicità degli italiani nelle logiche colonialiste, sottolineà "( ... ) come le forze italiane ne! Congo abbiano compiuto, ne! periodo della !oro permanenza, in modo esemplare la !oro missione umanitaria , assicurando il rifornimento di viveri per la popolazione civile e per i contingenti militari delle Nazioni Unite, il trasporto dei profughi e dei contingenti militari, per un totale di ore di volo 6.659 e 30 minuti; attività che ha riscosso il riconoscimento unanime da parte delle Nazioni Unite e della stessa popolazione congolese". Esaurita la ricostruzione - invero piuttosto affrettata - dei prodromi della tragedia, Russo passà a descrivere, per quanta le notizie fino a quel momento giuntegli Jo permettessero, la dinamica del massacra. 1 due C.119 erano giunti all'aeroporto di Kindu 1'11 novembre, con lo scopo di fornire di materiale logistico e bellico le truppe dell'ONU colà dislocate , e di viveri le locali popolazioni. Gli equipaggi erano stati catturati da "soldati delle forze armate congolesi improvvisamente ammutinatisi" che avevano scambiato gli italiani per mercenari o paracadutisti belgi al servizio del Katanga. Da quel momento sia il comando dei caschi blu di Kindu che le ambasciate italiane di Léopoldville e all'ONU avevano tentato una difficile trattativa con i capi dei "rapitori". Allo scopo di rafforzare la mediazione, il 15 novembre era stato inviato in Congo il generale di brigata aerea Alessandro Cerutti. L'ufficiale tuttavia più che da mediatore dovette trasformarsi in investigatore, poiché il 16 martina l'ambasciata italiana comunicà la tragica e immediata fine dei tredici sventurati. Esaurita la fase ricostruttiva del lontano e recente passato, il sottosegretario agli Esteri rispose direttamente alle principali interpellanze. "Il Governo italiano ( ... ) assicura di essere intervenuto ne! modo più deciso pressa le Nazioni Unite e pressa il governo congolese per ottenere l'identificazione e la esemplare punizione dei responsabili del brutale eccidio, che non puà essere spiegato né giustificato in alcuna maniera, e perché sia garantira l'incolumità e la sicurezza dei nostri connazionali, militari e civili, ancora trovantisi ne! Congo". A questo proposito, e per tacitare in modo particolare le opposizioni di destra, Russo cità la dichiarazione fatta da Segni a New


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York il giorno prima: "Le forze delle Nazioni Unite debbono ara agire contra i colpevoli, senza più quelle precauzioni che finora erano state suggerite dalla necessità di evitare rappresaglie contra i nostri uomini, che si sperava fossero an cora in vi ta". Infine il sottosegretario rispondendo esplicitamente a Romualdi, elencà quali onori verso i caduti il Governo si era ripromesso di celebrare: in segno di lutta nazionale sarebbero state esposte bandiere a mezz'asta su tutti gli edifici pubblici pertre giorni, mentre, in attesa del ritorno delle salme- che sarebbero state recuperate "con agni sforza" e riportate in Patria - sarebbe stato celebrato un solenne ufficio funebre alla presenza del Capo dello Stato. Alle famiglie sarebbe stato concesso sia un indennizzo privilegiato aeronautico che una pensione di guerra o, in subordine, una pensione "privilegiata ordinaria". L'esponente del Governo si congedà tra i mormorii di disapprovazione della platea e financo del pubblico <36). Un giovane del MSI, dai palco riservato al pubblico, gridà verso i banchi del Governo: "Date le dimissioni, invece di clare le pensioni. Avete lasciato ammazzare tredici italiani!", costringendo il vice presidente Bucciarelli Ducci- che presiedeva la seduta- a fare intervenire i commessi <37). In un elima reso in tai modo rovente, il compito di rispondere politicamente alle critiche insite nelle interrogazioni venne assunta dai democristiano Gui, presentatore dell'interrogazione superata dagli eventi. L'esponente del partita di maggioranza, dopa avere espresso "costernazione, raccapriccio , sdegno, protesta" per quanta accaduto in Congo, chiese anzitutto il pronto e ra pi do recupero dei res ti degli aviatori e la "punizione senza dilazione dei responsabili". Accanto alla punizione si rendeva tuttavia necessaria anche un'indagine per comprendere "l'antefatto": perché le truppe dell'ONU a Kindu non erano intervenute in difesa degli italiani? "Non riusciamo, cioè, a comprendere il comportamento dei contingenti delle Nazioni Unite n presenti (. .. ) , giacché troppi giorni , a nostro giudizio, sono passati senza che l'individuazione ela punizione dei responsabili siano avvenute". Partendo dall'ignavia e dalla latitanza dei Caschi blu di Kivu e del Congo, Gui estendeva l'analisi alla funzione, alla forza e alle capacità delle Nazioni Unite. 1 Caschi blu erano una forza troppo debole e "raccogliticcia" , e deboli erano tutte le strutture collegate all'ONU operanti in Congo. L'inefficacia dell'azione delle Nazioni Unite, dichiarà l'espone nte della DC, "(...) risale anche alla responsabilità dell'Unione Sovietica, che di quella organizzazione vuole mantenere la cronica e permanente debolezza": l'affermazione ebbe la prevedibile reazione del gruppo comunista, che si intensificà quando il deputato democristiano inizià ad accennare alle responsabilità nella strage dei lumumbisti. Il missino Caradonna, inconte nibile, indicando gli scranni dell'estrema sinistra gridà "Cannibali!", scatenando un nuovo putiferio. Gui rincarà la dose, accusando dire ttamente Gizenga "noto per essere comunista e per essersi fatto erede di un sentimento di odio cieco, incontrollato


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ed assoluto nei confronti dei bianchi" (3S), di essere il principale responsabile diretto del massacro. Dietro il leader congolese, Gui individuava infine i "mandanti morali": "gli ispiratori ideali di questo massacro, che sono la predicazione dell'odio assoluto verso tutto cià che è bianco, tutto cià che è europeo, tutto cià che è occidentale; predicazione che è stata ispirata ed alimentata nei paesi di colore particolarmente dai comunismo mondiale". Quindi, alla richiesta di sepoltura dei resti delle vittime, di individuazione e punizione dei colpevoli, di indagine verso le responsabilità dell'ONU e di condanna della cultura antieuropea dei lumumbisti, l'esponente democristiano aggiungeva "(. .. ) la denuncia ferma, ripetuta, assoluta da parte nostra dei metodi di violenza che il comunismo mondiale predica e porta nei popoli che si affacciano all'indipendenza in Africa e in Asia" (39)_ Il comunista Giuliano Pajetta intervenne immediatamente dopa e rispose anzitutto agli attacchi del Movimento sociale: "Non ci vogliamo soffermare sui rigurgiti di razzismo che sono espressi dagli eredi di Graziani, di colora che hanna massacrato decine di migliaia di arabi in Cirenaica, da quelli che non hanna il coraggio di arruolarsi nella Legione Straniera, perché troppo pericoloso, e sono pagati per fare la Legione Straniera in Italia" C40 l. Nuovamente si scatenà il caos di pochi minuti prima: "Mascalzone!" gridà Caraclonna a Pajetta; "Siete gli amici di Salazar" rispose il deputato comunista Nicosia rivolgenclosi ai banchi del centro e della destra C41) . Giuliano Pajetta accusà i deputati del MSI di essere "vigliacchi" perché non avevano trovato il coraggio di "schierarsi con Tschombé". "Dall'una e dall'altra sponda", scrisse il "Corriere della sera", "si è notato un movimento di cleputati che volevano scendere nell'emiciclo per impegnarsi in uno scontro fisico . Ma gli energici richiami del presidente e la barriera immediatamente distesa ela due cordoni di commessi hanno evitato fortunatamente che si venisse alle mani" C42 l. Ritornata faticosamente la calma, il deputato comunista criticà l'intervento di Gui, il quale a detta di Pajetta attaccava la sinistra congolese ma si guardava bene dai criticare il colonialismo belga o di altri stati europei. Quincli delineà le posizioni del suo partito, rihadenclo quanto espresso dalla stampa del PCI: la clebolezza deii'ONU, che avrebbe dovuto controllare l'aeroporto di Kindu, la tragica sequenza di morti (Lumumba, Hammarskjoeld) quale prodromo clell'eccidio, la responsabilità dei colonialisti e dei "grandi monopoli" che stavano finanziando i mercenari e i katanghesi. Era necessario un rapiclo ritorno alla normalità in Congo, affinché tragedie come Kindu potessero essere evitate: ed era necessario concedere l'autogoverno al Paese, escluclendo l'Europa non solo come "padrone" ma neppure come guida o modello: "Noi europei non abbiamo più tanto ela vantarci con i negri, quando abbiamo Franco e Salazar, quanclo abbiamo i fascisti greci e tanta altra gente in circolazione a casa nostra, per elire che siamo più ci viii di !oro". Nuovamente es pl ose la


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protesta dei gruppi di destra, con numerosi interventi di esponenti del MSI: "Basta, la finisca!" urla Filippo Anfuso; e Pajetta rispose: "Il Presidente perdonerà se non rispondo a quel signore che era ambasciatore pressa Hitler quando io ero a Mauthausen". "Ci parli di Stalin e dei suai delitti!" gli grida il deputato Cruciani; "Complici degli assassini! Complici di Eichmann!", ribattè il comunista Caprara <43)_ Nuovamente il presidente della Camera fatica per riportare l'ordine in aula. I socialisti dimostrarono nuovamente posizioni simili a quelle del PCI ma con minori spunti polemici. Targetti condanna le nostalgie colonialiste di alcuni e le contraddizioni di altri, specie tra gli scanni del Governo. Il gruppo del PSI si dichiara insoddisfatto delle risposte avute, ribadendo la richiesta di una clelucidazione sulle future iniziative congolesi del Governo: tali iniziative avrebbero clovuto indirizzarsi verso la più radicale e completa indipendenza dell'ex colonia helga. Pertanto, condannata la nota astensione italiana sulla proposta di moiti paesi afroasiatici presentata tempo prima all'Assemblea dell'ONU circa il ritiro dei mercenari dai Katanga, Targetti invitava l'esecutivo a compiere una svolta di politica estera nettamente in favore della libertà del popolo congolese. Il breve intervento si conclueleva con una promessa che purtroppo non sarebbe stata completamente mantenuta: "Di una casa possiamo essere certi: nonostante il passare del tempo che tanti ricordi fa impallidire, ogniqualvolta il nostro pensiero sarà ricondotto all'eccidio dei tredici di Kindu, vi sarà negli animi nostri per quelle vittime Jo stesso commosso rimpianto, Jo stesso compianto di cui oggi siamo tutti compresi" <44 ). Favorevoli alle Nazioni Unite, anche se con moite differenze, apparvero le prese di posizione dei gruppi laici minori. Bonfantini, socialista indipenclente fuoriuscito ne! 1958 dai PSDI, concentra il sua intervento sull'azione italiana pressa l'ONU, affinché l'organizzazione internazionale potesse riacquistare prestigio ed efficienza. Il deputato non risparmia critiche all'operato della delegazione italiana alle Nazioni Unite, definita di "mentalità sorpassata e retriva". Yenne criticata nuovamente la "famigerata" astensione italiana alle Nazioni Unite sul ritiro dei mercenari katanghesi. Bonfantini ricorda le voci ufficiose che motivavano tale inattesa astensione nella ricerca italiana di appoggi franco-belgi sulla vertenza per l'Alto Adige: "Ora , mi rifiuto di credere", commenta l'esponente socialista indipendente, "che si sia inteso compiere baratti in un campo tanta delicato, quando sono in gioco ideali cos! alti e Jo stesso prestigio dell'ltalia" <45). Si rendeva dunque necessario un intervento del Governo sulla delegazione all'ONU e, implicitamente, si chiedeva una sua sostituzione. Infine, Bonfantini respingeva la posizione del "Corriere della sera" e di altri quotidiani circa il disimpegno italiano in Congo. Era viceversa importante elaborare una "politica congolese" che facesse perno su due direttive: il sempre più ampio impegno dell'ONU e il graduale coinvolgimento "politico e militare" degli Stati africani e asiatici in sostituzione di tutti gli europei


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colà impegnati per canto delle Nazioni Unite. Dello stesso tenore fu l'intervento dell'interragante del PSDI, Flavio Orlandi, seconda il quale solo una ristabilita autorità delle Nazioni Unite in tutto il Congo avrebbe impedito in futuro massacri come quello di Kindu, originato dai vecchio colonialismo belga e dai "neo-colonialismo" sovietico. Il liberale Bignardi respinse le analisi colonialiste e postcolonialiste che, seppure con sfumature diverse, erano state evocate sia dalla sinistra socialista e comunista che dai socialdemocratici, preferendo un'analisi antrapologica e culturale: "Il caos odierno del Congo è frutto semmai di una trappo repentina liberazione di tribù primitive e selvagge, l'orribile delitto viene dall'esplosione di una specie di colonialismo alla rovescia, dell'odio razzistico contra l'accidente, contra il bianco" <46)_ Anche l'esponente del PLI si appellava al Governo affinché intercedesse con energia alle Nazioni Unite per una "ferma e decisa" punizione dei responsabili, che Bignardi individuava anzitutto in Gizenga. Per i repubblicani, fu Ugo La Malfa a intervenire, con un richiamo storico che fe ce innervas ire i missini: "1 tredici italiani (. .. ) non mi fanno dimenticare i caduti della guerra antinazista ed antifascista, i caduti della guerra di Spagna , i caduti dell'oppressione portoghese sull'Angola, le vittime dello stalinismo, i 140 algerini gettati nelle acque della Senna: cioè non mi fanno dimenticare l'enorme schiera di vittime della faziosità, dell'odio, della violenza, del razzismo, dei contrasti portati fino all'estreme conseguenze". Compiendo una ampia e contestata digressione, il leader del PRI evocà sia i crimini staliniani che gli orrori del nazismo, ricordando che il concetto di "civiltà" era molto relativo e al contempo che il colonialismo aveva suscitato in certi settori congolesi quel "razzismo al contrario" già citato da Bignardi: "Come devo esprimere la mia angoscia", concluse La Malfa "per il fatto che un sentimento razzista abbia potuto condannare al massacra tredici italiani innocenti, nel contempo devo esprimere la mia avversione, a nome dei repubblicani, per quei bianchi che hanno condotto al massacro, per decenni , popoli di diverso colore" <4 7). Di ben altro tenore fu l'intervento del capogruppo missino alla Camera, Roberti, il quale prese la parala anche a nome degli altri due interraganti del suo partito (Romualdi e Caradonna), temporaneamente assenti. L'esponente d'estrema destra, da un lata attaccà senza mezzi termini sia il Governo che le Nazioni Unite, entrambi responsabili principali di quanta accaduto ne! Congo; dall'altra ribadl l'opinione di moiti esponenti di destra circa l"'inciviltà" africana. Innanzitutto, Roberti si domandà perché i militari italiani fossera stati mandati in una regione quale il Kivu, contrallata dai "( ... ) secessionisti di Gizenga (se si puà parlare di secessionisti riferendosi a dei capitribù , i quali non hanna alcuno degli attributi della civiltà umana, prima ancora che della civiltà politica). Ci meraviglia il fatto di sentire parlare ancora oggi di civiltà del Congo che sarebbe stata offesa da questo triste episodio, dai momento che coloro che avrebbera offeso


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la civiltà sono notoriamente dei cannibali, rimasti in questo stato, come dimostra Jo strazio che è stato fatto dei poveri resti dei nostri aviatori". Perché dunque gli italiani erano stati mandati in quelle regione selvagge? "Sono interrogativi tragici", afferma Roberti rivolgendosi al ministro della Difesa Andreotti, "poiché si tratta di soldati italiani che sono stati mandati n ad essere assassinati" C48). 1 militari infatti erano giunti a Kindu "disarmati", alla "mercé di autentici cannibali animati dai pii:I feroce odio contra i bianchi" . Il seconda interrogativo del gruppo missino riguardava quindi il motiva per cui il Governo non avesse predisposto immediatamente, e cioè 1'11 novembre , all'invio di forze militari con Jo scopo di tentare la liberazione degli aviatori ritenuti prigionieri: "( ... ) fare anche case che potevano ritenersi magari inutili, perché forse i disgraziati aviatori erano già marti, ma che una nazione ha sempre il dovere di compiere" C49). L'invio di un contingente italiano era motivato anche cial sospetto, ventilato dai deputato di destra , di una complicità della guarnigione malese dell'ONU con le "selvagge orde congolesi". "Quando i marinai italiani morirono in Cina in a ltre circostanze", aggiunse Roberti compiendo un ardito parallelismo storico "quando vi fu la rivolta dei boxers, si adottarono misure militari. Non si è mai verificato nella storia italiana un episodio pari a questo. Percià l'opinione pubblica è rimasta scossa profondamente". lnfine, per il Movimento sociale, le iniziative italiane all'ONU promesse dai sottosegretario Russo ed evocate da diversi interventi erano completamente inadeguate: "Il Governo italiano doveva accusare il comando dell'ONU di essersi reso responsabile di questo massacra e di questa carneficina, perché il comando dell'aeroporto di Kindu era un comando dell'ONU e il comandante doveva rispondere all'ONU!": i malesi non erano intervenuti contra "selvaggi armati di scuri e di lance" e avevano lasciato che Jo scempio si compisse. Inoltre, il comando centrale delle Nazioni Unite di Léopoldville, pur essendo dotato di aerei ela caccia e bombardieri, non aveva fatto nulla né per salvare i presunti prigionieri né per punire i colpevoli. 1 probabili motivi della "criminale" inadempienza clell'ONU vennero fatti risalire da Roberti alla particolare simpatia nutrita dall'organizzazione internazionale per Gizenga, oppure perché "( ...) essendo birmano, il segretario delle Nazioni Unite, signor U-Thant, non aveva alcuna sensibilità per intervenire a tutela di questi bianchi mandati al macello". In conclusione, "il Governo è responsabile per la sua parte, come responsabile è l'ONU". L'unica soluzione era per Roberti e il suo gruppo parlamentare il ritiro del contingente italiano in Congo, interrompendo il concorso del Paese a una spedizione che cercava di "seclare una lotta tra cannibali". "Non è che noi si a mo affidati per mandata all'ONU", aggiungeva Roberti per risponclere a chi ricordava gli impegni internazionali sottoscritti "per la tutela della nostra sovranità e della nostra autonomia. Esiste ancora una nazione italiana". L'appello conclusivo del deputato missino e ra a un intervento punitivo contra gli assassini da parte


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delle Forze Armate italiane. Per cancellare l'opinione, anche del "più rozzo dei neri, del più primordiale degli zulù" che mentre era pericoloso uccidere un bianco "( ... ) si possono ammazzare, straziare, divorare, offendere in modo inenarrabile tredici soldati d'Italia in divisa, con i Caschi blu deli 'ONU ed il distintivo della Nazione italiana, che questo si puà fare impunemente, perché al di là del mare c'è una Nazione che puà piangere su questi caduti (. .. ) ma che non avrà la capacità, il coraggio, la volontà di tutelare la propria dignità , l'onore della sua bandiera, il prestigio delle proprie Forze Armate, l'incolumità dei suai cittadini e soprattutto dei suai soldati" (50)_ Il leader monarchico Covelli attaccà la RAI perché in un servizio del giorno prima il giornalista che intervistava telefonicamente l'ambasciatore italiano a Léopoldville insisteva nel definire "ribelli" gli assassini degli aviatori: "Non sono fuorilegge", controbatté Covelli, "ma elementi delle truppe regolari del cosiddetto governo congo lese col oro che han no trucida ta i tredici aviatori italiani". In Italia, e forse non solo, si cercava di assolvere Gizenga e la "penetrazione sovietica" in Congo, responsabile invece secondo l'esponente monarchico di avere "avvelenato" la situazione e di essere l'origine del dramma di Kindu. Covelli si avvià alla conclusione ricordando I'Italia coloniale e delle amministrazioni fiduciarie come esempio di "liberalità, democrazia, disinteresse, eroismo e patriottismo". Le Nazioni Unite- che il leader del PDIUM non attaccava come aveva fano Roberti - avrebbero dovuto fare il !oro compito per reprimere le iniziative filosovietiche. Ma per il futuro del Congo, "( ... ) da! momento che l'Italia ha dato prove non dubbie di solidarietà umana e sociale, abbia il coraggio il nostro Governo di chiedere che il Congo sia pasto sotto amministrazione fiduciaria. 13asta con le vittime che il Congo ha già sacrificato; basta con questi delitti, con questa pi aga purulenta" (51). Al termine del dibattito prese la parola il presidente de l Consiglio Fanfani. Nella sua breve replica il capo del governo riassunse le "due grandi lezioni" che avevano data all 'Italia i martiri di Kindu. Anzitutto, "al popolo congolese, che esita, tergiversa , si tormenta nella ricerca della propria indipendenza e della propria libertà, attraverso giornate tragiche e sempre difficili, questi uomini con il !oro accorrere e con il !oro sacrificio dicono che noi n on intendiamo, dopa i gravi fatti, negare il nostro aiuto, né circoscriverlo con richieste e con condizioni impossibili". lnoltre, "questi marti ( ... ) ci dicono che noi dobbiamo essere più esigenti e nei confronti del comando delle Nazioni Unite e nei confronti del governo congolese" csz>. L'Italia non aveva chiesto un intervento militare delle Nazioni Unite nei giorni immediatamente successivi all'll nove mbre soltanto per evitare che i presunti prigionieri potessero essere uccisi per ritorsione. Fanfani non voile rispondere a chi da destra pretendeva una rappresaglia militare


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prescindente dalle Nazioni Unite. In compensa, si rivolse ai suoi futuri alleati di governo, i socialisti, e ribadl il legame tra Italia e ONU promettendo che, non appena passato il "momento di raccolto dolore" (per evitare di apparire come "forzatrice di una particolare situazione") l'Italia avrebbe richiesto all'ONU di porre nuovamente e sotta nuova luce la questione del Congo all'ordine del giorno di una successiva seduta dell 'Assemblea generale, riesaminando la politica sino ad allora condotta dall'organizzazione internazionale. Contemporaneamente, concluse il presidente del Consiglio "( ... ) additeremo i nostri caduti non come dei bianchi che opprimono, ma come dei bianchi che muoiono generosamente per la libertà e la sicurezza degli altri popoli" (53). Il 20 novembre, in una riunione tenutasi a Palazzo Chigi tra Fanfani, Andreotti , il capo di Stato maggiore dell'aeronautica Remondino, il sottosegretario Russo e il segretario generale degli Esteri Cattani , venne deciso il mantenimento della 46a aerobrigata in Congo: "Non è previsto nessun ritiro del contingente militare" avrebbe dichiarato il presidente del Consiglio ai giornalisti al termine dell'incontro "e questo Jo abbiamo già affermato. JI popolo italiano e le Forze Armate non apprezzerebbero una decisione cosi clrastica e contraria alle tradizioni del nostro esercito e del nostro popolo" <54 l. Nella successiva riunione del Consiglio dei ministri si decise di inviare una missione in Congo guidata dai ministro Andreotti e dai generale Remondino, i quali raggiunsero Léopoldville il 23 novembre. Dopo una serie di colloqui con le principali autorità locali, durante i quali i delegati del Governo poterono constatare "la confusione e la carenza di potere esistenti nella capitale congolese" , il 27 novembre Andreotti rientrè> a Roma con l'impegno solenne del Congo circa la punizione dei responsabili dell 'eccidio (55) . Contemporaneamente il ministro degli Esteri Segni tentè> di impostare in seno alle Nazioni Unite un riesame della crisi congolese; tuttavia l'iniziativa itali a na fu superata il 24 novembre dalla risoluzione del Consiglio di sicurezza che apriva le ostilità tra Caschi blu e Katanga . In ogni caso, il giorno dopo, la delegazione italiana votè> a favore della risoluzione presentata alla XVI assemblea delle Nazioni Unite da alcune nazioni afro-asiatiche richieclente la concessione dell 'indipendenza ai paesi ancora non autonomi entro un decennio e l'istituzione di una commissione che avrebbe studiato le situazioni scaturite dal processo di decolonizzazione . Era questa una concessione a quei gruppi parlamentari, a cominci are dal sempre più blandito PSI , che avevano chiesto un'inversione di tendenza della politica africana dell'Italia. Sin dai 17 novembre si ebbero nel Paese numerose manifestazioni di sdegno, protesta o solidarietà. A Pisa un gruppo di paracadutisti organizzè> una manifestazione nel pomeriggio - mentre il dibattito alla Camera entrava nella fase più accesa - chiedendo di partire immediatamente per il Congo con Jo scopo di fare una inchiesta e "mettere tutto a posto in una giornata" <5 6 l. Tra le


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varie città d'Italia, tutte mobilitate in iniziative dei singoli partiti o delle amministrazioni comunali coincidenti con i tre giorni di lutto, Pisa fu senz'altro la più attiva , in quanta sede del comando della 46a aerobrigata e residenza di sei dei tredici aviatori caduti. Tutte le forze politiche della città esposero manifesti di solidarietà e condanna . Il 18 novembre, ne! Duomo, furono organizzate le solenni onoranze funebri, alle quali parteciparono oltre ventimila persone, alla presenza del ministro Andreotti, del generale Remondino, e di numerose autorità locali militari e civili . Alla cerimonia parteciparono inoltre il comandante della vicina sezione U.n.e.f. dell'ONU , e i comandanti statunitensi del Logistical command di Pisa e di Camp Darby. Sul catafalco era stato posto un simbolico elmetto azzurro delle Nazioni Unite. Talvolta le manifestazioni, complici le organizzazioni estremiste di destra, assunsero - come già accaduto il 17 novembre - contorni più scomposti . Clamorosa , più per le implicazioni razzistiche che per le conseguenze effettive, fu il 18 novembre l'aggressione a Roma di tre giovani di colore da parte di attivisti neofascisti. La stampa , soprattutto di sinistra, stigmatizzo l'episodio come esempio del elima che le destre avevano innescato ne! Paese <57 l. Il 23 novembre , nella basilica di Santa Maria degli Angeli si tenne una messa a suffragio delle vittime, alla presenza del presidente Gronchi , del presidente del Senato Merzagora e di numerose autorità militari e civili . In moite città i consigli comunali deliberarono di intitolare strade e piazze ai caduti di Kindu . La RAI in disse una "ca te na della solidarietà ", con lo scopo di raccogliere i fondi perla costruzione di una cappella votiva a Pisa in memoria dei caduti. Tra i moiti sottoscrittori, "Il Giorno" e il "Corriere della Sera" , l'aurice statunitense Liz Taylor, il produttore Dina De Laurentis. Altre sottoscrizioni, anche cospicue, giunsero dall'Assemblea regionale siciliana, dai casino di Sanremo, dalle compagnie teatrali Fantoni-Occhini e Modugno-Scala, addirittura da navi mercantili in crociera e dai carcere di Molfetta <58l. La sottoscrizione raggiunse quasi i 265 milioni di lire. L'iniziativa non manco di suscitare critiche, soprattutto ne! mondo laico. Particolarmente interessante , e come al solito diretto e pungente , fu il commenta di Indro Montanelli sulla "Domenica del Corriere": insieme al "raccapriccio" per la notizia del massacra "(. ..) quasi altrettanto raccapriccio ha suscitato in me la proposta che ho vista adombrata in certe dichiarazioni di personaggi rappresentativi, di devolvere alcune centinaia di milioni all'erezione di un monumento con cappella votiva consacrato alla memoria di quelle povere vittime. (. .. ) Un Paese serio e un governo cosciente dei propri compiti non si pongono il problema del monumento. Si pongono quello delle vedove , degli orfani , dei genitori rimasti senza appoggio . Ed è a !oro, non a delle pietre inutili anche se scolpite bene , che ci si preoccupa di devolvere il denaro. (. .. ) Davanti a questi tredici morti , (. .. ) abbiamo sentito il bisogno di aureolarli di un eroismo che non c'entra nulla e che non è affatto necessario per giustificare il nostro rispetto, la nostra pietà e la nostra solidarietà. Noi ci inchiniamo a questi uomini non perché


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erano degli esseri eccezionali, ma perché erano come noi, solo più sfortunati di noi, e quindi meritevoli di tutta la nostra compassione" (59). Ana logo fu il commenta del "Monda": "(. .. ) Nessuno si chiede se questo generoso impulsa di fraternità determinato dalla commozione perla sorte dei poveri tredici aviatori italiani, non potesse venire orientato a un fine meno stolto della costruzione di un tempio, di un monumento, di un baraccone che per essere votivo non sarà comunque meno inutile di tutte le consimili trovate vacuamente retoriche". Per il settimanale di Pannunzio il denaro raccolto avrebbe dovuto essere destinato in primo luogo alle famiglie dei caduti e quindi in opere di pubblica utilità, come aule scolastiche, barse di studio, sale operatorie da intitolare ai cadüti C6o). Una proposta simile la sollevà anche "L'Espresso" <6 n. Il "Tempio votivo-Mausoleo", intitolato alla Madonna di Loreto, patrona degli aviatori, venne comunque eretto in tempi record pressa l'aeroporto di San Giusto di Pisa, con "tredici inginocchiatoi su ciascuno dei quali è incisa il nome di uno dei tredici caduti di Kindu" <62) . Un altro monumento marmoreo fu eretto pressa un villaggio scolastica a San Marcello Pistoiese, e in seguito altri cippi e lapidi vennero posti pressa vari aeroporti militari e civili, tra i quali il "Leonardo da Vinci" di Fiumicino. Nel frattempo, la polemica politica sulla vicenda di Kinclu sembrava che stesse assumendo sempre più i contorni di uno scontro tra tre posizioni facilmente affiancabili alle tre principali fazioni congolesi: le sinistre con Gizenga e il lumumbismo, i partiti di centra al fianco clell'ONU e, di conseguenza, del governo di Léopoldville, le destre favorevoli a un clisimpegno in Congo e, in alcune frange, acldirittura al sostegno a Tschombé <6 3). In realtà, soprattutto a sinistra, si ebbero delle distinzioni di non secondaria importanza. PCI e PSI si trovarono naturalmente in sintonia nella condanna delle destre sia conservatrici che neo fasciste. "L'Unità" cità alcuni quotidiani di destra e di estrema destra ("Il Secolo d'ltalia" , "Telesera", "Il Tempo" , "Il Giornale d 'Italia", "La Notte"), definendoli "seguaci di Graziani e di Hitler, di Salazar e di Franco", ed epigoni di quei fascisti che si erano clistinti come "massacratori non solo di arabi, di somali e di etiopici, ma anche di donne e bambini italiani" <64). "L'Avanti!" aggiunse alla lista il "Roma" del monarchico Achille Lauro (che in un commenta aveva evocato nientemeno che Gabriele D'Annunzio) e il "Resto del Carlino", oltre a condannare gli "schiamazzi" dei giovani missini davanti a Montecitorio <65). Più articolata e con clifferenze tra i clue partiti della sinistra storica, risultava la dialettica con l'area governativa. L'organo del PCI riprese l'intervento alla Camera di Gui e una dichiarazione del leader del PSDI Giuseppe Saragat <66), sostenendo che si trattava di segnali di una "manovra politica molto precisa", ovvero "(. .. ) dimostrare che il Congo non è capace di governarsi da sé e che quindi i 'bianchi' debbono rioccuparlo per porre fine al disordine (. .. ). Piangono sulla morte degli aviatori, i portavoce della borghesia italiana, ma in realtà raccolgono i frutti di una polirica freddamente elaborata. E di tali frutti sanguinosi, da essi stessi provocati, si


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fanno oggi forti con smisurato cinismo per tentare d'imporre al dramma congolese la loro soluzione: che è quella di riaffermare con le armi, il 'diritto' dei capitalisti 'bianchi' a sfruttare le ricchezze del continente nero ed il lavoro e la vita delle sterminate masse africane" <67 ). Ma il manifesta riassuntivo le posizioni comuniste sui fatti di Kindu fu l'articolo che Maurizio Ferrara, sotto la forma di una lettera aperta al figlio Giuliano, pubblicà sul quotidiano del PCI il 22 novembre. "Perché sono morti i nostri tredici aviatori nel Congo?", si domandava il dirigente comunista "( ... ) Se pure è vero che gli esecutori materiali della strage di Kindu sono stati soldati negri, a noi ( .. .)eleve essere chiaro che i responsabili morali dell'assassinio non sono i negri, ma sono alcuni bianchi. Sono cioè quei 'bianchi', che, ottanta anni fa, invasero il Congo e, per ridurlo in loro potere, introdussero metodi di governo e dominio che solo a pensarli, fanno inorridire". Anziché portare la civiltà, come seconda Ferrara avevano fatto i sovietici in Kazakistan o Kirgizistan, i belgi avevano lasciato il Congo nella barbarie, e forse lo avevano ulteriormente imbarbarito. "Sono certi colonialisti (belgi, portoghesi , olandesi, inglesi e purtroppo, anche italiani) che hanno introdotto nei paesi sottosviluppati la ferrea regola dell'obbedienza alla 'razza superiore"'. Tuttavia "(. .. ) dappertutto i famosi 'selvaggi', i famosi 'popoli inferiori ' stanno cacciando i ]oro padroni. (. .. ) E se in questi paesi talvolta accadono tragedie violente che ci stringono il cuore, quando si va a vedere di chi è la colpa, si scopre che se 11 'l'odio contro il bianco' è cos! irruento che travolge anche gli innocenti, la colpa più grave non è sempre di chi uccide, ma di chi ha insegnato a ucciclere ( ... ). Finché esisterà un solo colonialista sulla terra, la tragedia di Kindu si ripeterà" <68 ). Il Partito comunista, comunque, non si limità all'individuazione del "mandante morale" del massacro. Attraverso moiti reportage e inchieste "L'Unità" ribadll'estraneità di Antoine Gizenga e dei lumumbisti, indivicluando di volta in volta vari colpevoli "diretti" o comunque responsabili di quanto accaduto. Il 22 novembre il quoticliano del PCI accredità la notizia del partito della tribù baluba ("Baluhakat"), alleato di Gizenga, secondo la quale l'eccidio era stato orchestrato dallo stesso governo di Léopoldville "con la tacita connivenza delle Nazioni Unite" per provocare e giustificare una repressione contro i baluba e i lumumbisti <69). Ma già il giorno dopo l'organo comunista accreditava un'altra tesi, quella dell'errore umano: "Gli aviatori italiani", si leggeva in un occhiello, "sarebbero stati scambiati per mercenari di Tschombé in quanta i numeri di matricola dell'aereo risultavano diversi da quelli trasmessi dall'ONU al comando della guarnigione malese" (70). Alcuni giorni dopo lo stesso quotidiano citava il primo ministro di Léopoldville, Cyrille Adoula - sospettato soltanto due giorni prima di essere un possibile mandante - che accusava a sua volta il comando deii'ONU in Congo di avere protetto e di proteggere ancora gli introvabili assassini degli italiani (71). Le diverse letture compiute dai PCI trovavano un riassunto ne] resoconto di un


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militante comunista capitato in Congo per motivi di studio. Nell'articolo da un lato si assolveva Gizenga e il movimento lumumbista, dall'altro si accusavano le autorità italiane e delle Nazioni Unite di completa disorganizzazione <72 ). Meno categorico, in sintonia con le posizioni di PSDI e PRI e aperto al confronta "costruttivo" appariva l'organo socialista: "Spetta ora al governo italiano trarre da questa realtà le giuste conseguenze. Spetta al governo far sl che i nostri rappresentanti all'ONU non schierino piü l'Italia - come trappe volte è accaduto - accanto al Sud Africa, al Belgio, alla Francia e a tutti quei Paesi che cercano di arrestare il corso della storia ( ... ). Bisogna tener presente che se la responsabilità penale di questo eccidio spetta a un gruppo di soldati avvinazzati sconvolti dall'odio, la responsabilità storica è tutta quanta di chi ha alimentato per secoli quest'odio, con Jo sfruttamento, con la fame, col sangue. Anche di costoro, soprattutto di costoro, bisogna chiedere la condanna, perché sia eseguita subito. C'è un organismo che puà fare questo. È l'ONU" <73). Ancora più esplicito fu l'articolo che Pietro Nenni pubblicà il 19 novembre, e che rappresentà la posizione ufficiale del Partita. Dopo essersi unito al cordoglio per l'"orribile massacra", il leader storico del socialismo italiano passà a descrivere la situazione congolese. Tre risultavano essere i "fattori di decomposizione" del giovane Stato africano. Anzitutto, la secessione katanghese voluta dall' Union Minière belga. Quindi le "influenze di potenze, occidentali e orientali, che hanna sfruttato gli antichi odi tribali e soffiato sulle rivalità di generali e ministri improvvisati". Per la prima volta, in modo esplicito, il PSI dichiarava l'equidistanza tra USA e URSS anche sui fatti del Congo, distaccandosi dalla lettura del PCI. Il terza fattore risultava essere l'impotenza in cui si era venuta a trovare l'ONU. Era necessario che le Nazioni Unite ribadissero la !oro autorità suprema sul Congo, attraverso anzitutto le forze militari che ogni paese avrebbe dovuto mettere a disposizione e quindi una maggiore libertà di movimento rispetto alle superpotenze del segretario generale. "Se il drammatico sacrificio dei nostri tredici connazionali e delle !oro famiglie", concludeva Nenni, "potrà concorrere ad avviare a soluzione uno dei grandi problemi del nostro tempo, cià non attenuerà né il dolore né l'orrore, ma cià farà si che il monumento che la Nazione s'appresta ad erigere non solo ne tramandi il nome e la memoria ma esalti illoro sacrificio come foriero di un passo innanzi dell'Africa e dell'umanità sull'accidentato cammino della civiltà" <74 ). Al di là delle sfumature, le posizioni del PSI apparivano simili a quelle espresse dai giornali più vicini all'area governativa. Per il cattolico "L'Italia", era necessario "disarmare il Congo", ovvero sottrarre il pote re milita re a tutte le forze delle diverse fazioni colà operanti, perché "non c'è fazione che non sia coperta da responsabilità". L'unica autorità possibile era l'ONU, la quale "deve rapidamente porsi in grado di svolgere efficacemente e senza rischi questa operazione di rastrellamento: è dovere dei Paesi membri porre a disposizione delle autorità dell'ONU


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forze adeguate" C7 5). L'estremismo del MSI e dei monarchici spinsero alcuni giornali della destra conservatrice a distinguersi. Il "Corriere Lombardo", ad esempio, pubblicà un fondo del direttore Sterpa, che si domandava: "Cosa pub fare l'ltalia? Certo non deve limitarsi a piangere i suoi tredici Caduti. E pero non pub, d'altro canto, spedire aerei o cannoniere. Sarebbe assurdo. Pub fare una cosa, questo si: avvalersi della propria presenza ali'ONU e chiedere che il problema del Congo venga discusso, questa volta seriamente" C76). Ma se sulle azioni da intraprendere i coriservatori preferirono avvicinarsi a Fanfani e quindi sostenere il collegamento con le Nazioni Unite, sulle cause della tragedia essi si dimostrarono naturalmente su posizioni totalmente contrapposte a quelle delle sinistre e in modo particolare del Partito comunista: "Volta e gira", scriveva Sterpa in risposta agli articoli dell'"Unità" sopra citati "(. .. ) quei nostri tredici aviatori (che noi, più che martiri, consideriamo soldati caduti nell'adempimento di una nobile missione) finiranno per essere iscritti nell'albo nero delle squadracce dei colonialisti. Questa è l'aria che tira". Certo, sosteneva il direttore del "Corriere Lombardo", la colpa era "in parte" dei "colonizzatori belgi". "Ma (. .. ) i bianchi di oggi non hanno più la frusta né vanno più a caccia di schiavi. Oggi i bianchi sono ne! Congo per impedire che i baluba e i pigmei si uccidano e mangino a vicenda. E per impedire i massacri, corrano il rischio di essere uccisi e mangiati. Questa è la verità. Ma, evidentemente, il gioco di chi difende oggi i congolesi è un altro: gettare discredita sulle potenze occidentali e aiutare Mosca a conquistare dall'interno l'Africa. In perfetta malafede" C77 ). Tra le numerose prese di posizione del ftonte conservatore, una delle piü nette e radicali fu nuovamente quella del "Corriere della sera", il quale ribadl le sue tesi con un nuovo articolo di Guerriero. "Io domando se c'è senso comune a esporre a cos! grave pericolo vite di nostri fratelli per un po polo selvaggio". Il corsivista del quotidiano milanese prendeva , spunto dalla discussa proiezione del film antimilitarista "Non uccidere" del francese Autant-Lara, avvenuta nella Firenze del sindaco democristiano La Pira: "Cosicché, la Democrazia cristiana ha due morali: quella di Firenze (o di La Pira) per cui il cittadino che si rifiuti di andare a combattere per la patria, è giustificato; e quella di Roma Co di Fanfani), per cui il militare che riceve l'ordine di arrischiar la vita per gli antropofagi del Congo, deve obbedire, e, se si rifiutasse, sarebbe passibile di condanna penale. Morire per l'Italia , no! Morire per il Congo, si!". Guerriero si scaglià contro Fanfani, contestandone la solidarietà espressa verso il popolo congolese, cioè verso coloro che avevano ucciso, smembrato e forse sbranato gli aviatori: "Quale 'solidarietà' possiamo mai avere per un popolo simile?", si domandava retoricamente il giornalista. Infine il confronta fano da Fanfani tra la situazione congolese del 1961 e l'Italia pre unitaria veniva respinto con sdegno da Guerriero: "Quello che assolutamente non possiamo accettare è che si paragoni il popolo italiano di qualsivoglia periodo o epoca storica al popolo


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congolese. È una offesa alla nostra civiltà e alla nostra storia" <78 ). In un suceessiva articolo, Guerriero ribadiva la sua posizione circa l'estraneità delle Nazioni Unite nei fatti del Congo: "La questione se il Congo debba essere Stato unitario o Stato federale è affare interna del Congo. E il governo italiano non dovrebbe collaborare a una politica delle Nazioni Unite di intervento negli affari interni del Congo che non è mai stata autorizzata dai Consiglio di sicurezza (. ..). Ritengo , anzi, che il governo italiano abbia l'obbligo di non fare rischiare la vita a cittadini italiani per una politica delle Nazioni Unite che è giuridicamente ingiustificata e ingiustificabile" <7 9)_ Una delle risposte a Guerriero giunse dalle colonne dello stesso quotidiano, per firma di Manlio Lupinacci. Seconda il giornalista i tredici di Kin du erano morti "(. ..) ne llo svolgimento di un a missi one di altissima civiltà , pionieri della costruzione ardua, logorante, ma necessaria, di un mondo nuovo (. .. ). Grazie a quelle nobili vittime, gli italiani hanno ormai, ne! mondo che nasce, un primato e un titolo che non si tratta di rivendicare con superbia, ma di rammentare con fierezza". L'eccidio di Kindu per Lupinacci aveva inoltre dimostrato come il concetto di Patria e l'idea nazionale si dimostrassero ormai insufficienti per "colmare l'orizzonte del cittadino". Con un ragionamento invero assai in anticipa sui tempi, Lupinacci descriveva un mondo che stava rapidamente trasformandosi, sorpassando le frontiere tradizionali: "1 confini del patriottismo si allungano quali li traccia l'angoscia dei pericoli comuni: e anche il più acceso particolarismo nazionale avverte che la sua combustione si va facendo sempre meno vivace, il che, a moiti, dà freddo all'anima: ma senza speranza di ritrovare più l'antico calore" <80 ). Più energica fu la risposta del principale avversario del "Corriere", "Il Giorno". Il direttore, Italo Pietra, considerava le posizioni di Guerriero "reazionarie" con "accenti addirittura precristiani": non a caso venivano citate le prese di posizione del quotidiano cattolico "L'Italia", della Curia milanese, di Enrico Mattei contro il "superato nazionalismo" del "Corriere della sera": "È comodo", aggiungeva Pietra, "dare del selvaggio al popolo del Congo: ma dove porta questa strada? E quali sono i pulpiti adatti ad una tale predica?". Di certo, si rispondeva il direttore del "Giorno", non l'Europa di Leopoldo II, Hitler, Stalin e della repressione algerina. Questa anzi "(. ..) deve guardarsi bene dallo scagliare la prima pietra contro la barbarie del Congo se non è disposta a fare i passi e i sacrifici necessari per la lotta contro la violenza e la fame. E non c'è modo migliore per onorare i nostri caduti dell'atroce giornata di Kindu che quello di portare l'Italia in primo luogo tra i Paesi impegnati e decisi ad impegnarsi a fonda su quella strada, per la rinascita deii'Africa" <81 ). Quanta alla specifica situazione congolese, aggiungeva Pietra in un altro editoriale, questa poteva risolversi soltanto attraverso la liquidazione ad opera deii 'ONU di quel Katanga di Tschombé sostenuto da potenti lobby europee e individuato dai direttore del quotidiano milanese come causa indiretta del massacra di Kindu <SZ). Su posizioni analoghe si


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collocà anche "La Stampa" di Torino. Un drastico attacco al "Corriere della sera" fu scagliato dall"'Espresso": "Non si tratta affatto d'andare a morire per gli antropofagi e tanto meno di andare ad ammazzarli. Si devono invece correggere errori d'un passato vicinissimo, i quali sono più vistosi dove l'Europa si recà senza quello spirito missionario civile che oggi, come sempre, la destra italiana irride" C83l. Per quanto concerneva i responsabili, il settimanale ribadiva le posizioni espresse in sede politica dalla sinistra laica (socialdemocratici e repubblicani) , e cioè i colpevoli dell'eccidio erano sia Gizenga che Tschombé CS 4l. L'orrore di Kindu entrà nelle case degli italiani attraverso i servizi del telegiornale RAI, che si avvalse di due ottimi inviati , Carlo Bonciani e Sergio Zavoli. Il servizio del 17 novembre, il primo sul massacra di cinque giorni prima, rimarcava la costernazione e Jo sgomento: "La difficile pace del Congo" fu il memorabile commenta di Zavoli mentre sullo schermo scorrevano le immagini dell'ambasciata d 'Italia a Léopoldville con la bandiera a mezz'asta "è costata la vita di tredici italiani ( ... ) . Non fu possibile salvarli .. . ". Il servizio proseguiva con le esequie a feretro vuoto avvenute nella cattedrale cattolica della capitale congolese, alla presenza di Kasavubu, Mobutu, Adoula, dei rappresentanti ONU e delle autorità diplomatiche italiane: "Non ci saranno croci per i tredici italiani caduti a settemila chilometri dalle )oro case. Il massacra di Kindu, nella provincia del Kivu, è finito nelle acque del fiume Congo CS5) . 1.e acque' diceva Tagàre 'portano al mare le nostre storie'. Ma una croce c'è , piantata nel cuore di Léopoldville, sul tetto di Notre Dame du Congo. Sono morti tredici soldati per la quiete di questo Paese:" aggiungeva l'inviato della RAI mentre venivano ripresi dei ragazzi coadiuvanti gli uffici della cerimonia , "che senso ha cià per questi bambini? Il presidente Kasavubu dirà: 'Io mi augura che nel cuore dei ragazzi già ci sia la pace di un Congo non disperatamente lontano da noi '. Non è facile in questo Paese capire una realtà che si maschera dovunque" ; le immagini passavano sul plotone d'onore delle forze armate congolesi che presentava le armi al feretro: "Gua rda te que ste mani e questi vol ti", fu l'ispirato commenta del giornalista italiano, "appartengono a uomini che rendono omaggio alla memoria di tredici bianchi uccisi, si direbbe, dalle stesse mani e che furono visti per l'ultima volta dagli stessi occhi. Sono schierati insieme agli italiani della brigata aerea cui appartenevano le vittime di questa dolorosissima terra. ( ... ) Sul vuoto catafalco due bandiere: una nostra , l'altra di un intero mondo che cerca di saldare in una remota parte del mondo gli anelli di una difficile solidarietà. Montano la guardia ad un palco nero, che ha dentro soltanto l'idea della morte, i compagni dei tredici caduti: sono italiani, indiani , svedesi, brasiliani, malesi, somali e danesi. Un'intera famiglia intorno ad un valore comune. Il Capo di questo Stato ha davanti a sé la storia di un popolo intero e dietro di sé tredici storie italiane. Quando gli aviatori della 46a brigata aere a di Pisa lasceranno il sagrato", fu il commenta


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conclusivo di Zavoli mentre Kasavubu e le altre autorità congolesi uscivano dalla cattedrale "si inchineranno moite bandiere ... e moiti sguardi" C8 6)_ Se il mesto commenta degli inviati RAI commosse il Paese, le immagini delluogo del massacra andate inonda nei giorni successivi sconvolsero i telespettatori. Un effetto analogo Jo fecera i servizi giornalistici dei primi inviati della stampa che raggiunsera la pravincia del Kivu dopo il 20 novembre. Pino ]osca del "Corriere della sera" , trasmise le prime ricostruzioni sulla base delle interviste semi clandestine con gli ufficiali e i soldati malesi della guarnigione di Kindu: dai primi resoconti emergevano gli agghiaccianti particolari dello scempio dei cadaveri CS?) _ Ancora più sconcertante furano i servizi dell 'inviato del "Giorno" Bernardo Valli , e soprattutto le foto che li accompagnavano. Particolare sensazione fece il lungo reportage di Luigi Romersa per "Tempo settimanale" , che per primo riuscl a leggere i rapporti deii'ONU , dave i soldati fedeli a Gizenga venivano inchiodati alle loro responsabilità (88). Dell'eccidio di Kindu e delle indagini successive i giornali italiani si occuparono fino ai primi giorni di dicembre . Il 10 dicembre la notizia dell'attacco dell'aviazione deii'ONU al Katanga riporto temporaneamente in primo piano il Congo, ma non Kindu . "Non vi è dubbio", si leggeva su "Relazioni Internazionali" , "che l'inasprirsi dei rapporti tra il Governo secessionista di Elisabethville e le Nazioni Unite abbia influito considerevolmente a diluire l'ansia legittima del Governo e dell'opinione politica italiani perla punizione dei responsabili dell'eccidio di Kindu e per garanzie di sicurezza effettive nell 'esercizio della missione dei contingenti deii 'Aeranautica e della Croce Rossa italiane impegnati nel Congo, nella generale preoccupazione perle sorti di quel disgraziato paese e perle conseguenze della lotta impegnata dai 'caschi blu' nella pravincia secessionista" C8 9)_ Anche la Camera non aveva più travato il tempo per discutere dell'eccidio , dopo la tesa seduta del 17 novembre. Il 21 novembre 1961 il deputato Spadazzi aveva presentato un'interragazione per conoscere la natura delle pravvidenze disposte dai Governo ai famigliari dei caduti , chiedendo inoltre di supplire alla carenza giuridica instaurando "una perentoria certezza del diritto pensionistico per tutti i militari italiani che divengano invalidi o soccombano al servizio della Patria o deii'ONU" C90) _ Lo stesso giorno Roberti e l'intera gruppo del MSI avevano depositato una mozione di deplorazione verso l'ONU, che a dieci giorni dalla strage, non "aveva ancora mosso né un aereo né un carro armato per tentare di sottrarre gli aviatori italiani al barbara massacra, non ha ancora iniziato nessuna azione per punire i responsabili, restaurare l'onore delle bandiere deii'ONU e deii'Italia tanto sanguinosamente offese, e neppure per recuperare quello che ancora puo restare delle spoglie straziate dei nostri aviatori". Inoltre, nel preambolo il gruppo missino stigmatizzava sia l'"inattività" del Governo italiano che la "bizantina" pracedura d'inchiesta deii'ONU. Veniva quindi richiesta al governo un'azione


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articolata in quattro direttive: "immediatamente sospendere agni impiego di militari e civili italiani ne! Congo al servizio dell'ONU, ritirando gli elementi colà esistenti; (. .. ) a richiedere formalmente al comando dell'ONU l'applicazione di concrete immediate misure, necessarie a restaurare, con l'ordine civile, l'onore e la dignità dell'ONU e dell'Italia nella provincia del Kivu, punendo esemplarmente gli esecutori dell'eccidio ed i veri responsabili di essi, che notoriamente fanno capo al comunista Gizenga; ( ... ) a proporre all'Assemblea dell'ONU una nuova più idonea e responsabile politica nei confronti dello Stato del Congo; ( ... ) ad intervenire comunque con le Forze Armate italiane per la tutela dei nostri connazionali e degli altri europei residenti nel Congo, per il recupera dei resti dei nostri caduti, perla punizione dei colpevoli dell'eccidio, perla tutela dell'onore della Nazione italiana" C9l). La discussione sulla mozione del MSI venne rinviata in attesa del ritorno del ministro Andreotti da! Congo. Il 5 dicembre Roberti ne sollecità lo svolgimento, datosi che il ministro era tornato, ma venne informato che il titolare della Difesa doveva prima esporre i risultati dei suai colloqui congolesi al Consiglio dei ministri. Il 6 dicembre si ebbe la riunione del Governo durante la quale si decise di affrontare il dibattito parlamentare sulla mozione del MSI "solo quando il Governo sarà in possesso di maggiori elementi" C9Z). Un nuovo sollecito di Roberti, il 13 dicembre, venne completamente ignorato C93), anche perché ormai la situazione congolese - con il bombardamento ONU di Elisabethville - si era radicalmente trasformata. La pausa natalizia e la successiva crisi di governo fecero definitivamente arenare l'iniziativa missina. Dinanzi alle nuove prove alle quali venne chiamato il monda, dalla crisi di Cuba al confronta USA-URSS a Berlino sino alle prime fasi della guerra in Vietnam, l'opinione pubblica italiana attenuà l'attenzione. L'ascesa del futuro dittatore Mobutu e l'uscita di scena dei due principali accusati - diretti o indiretti - della strage di Kindu, Gizenga e Tschombé, sembrà mettere la parola fine alla triste storia dei tredici aviatori italiani. Nel febbraio 1962 giunse da Léopoldville la notizia che i resti degli italiani non erano stati gettati nel fiume Congo ma erano stali seppelliti pressa Kindu da un anonimo sottufficiale congolese. Le salme dei tredici aviatori furono riesumate e trasportate il 23 febbraio a Léopoldville. La notizia fu pubblicata da alcuni giornali, nelle pagine interne <94). Ricevuto l'omaggio delle autorità congolesi, i feretri furono trasferiti in Italia da un "Globemaster" dell'aviazione statunitense. Alla presenza delle più alte cariche politiche, militari e religiose, si tenne nel Duomo di Pisa la cerimonia funebre conclusiva. In seguito undici salme furono tumulate nel mausoleo di San Giusto; i resti del tenente medico Remotti e del sergente maggiore Stigliano vennero seppelliti nei luoghi d'origine per espresso desiderio delle famiglie. Il mausoleo, una robusta e un po' fredda costruzione in cementa armato, ha pilastri e capriate che la fanno sembrare un hangar. Un'apertura sopra


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l'altare permette di osservare gli aere1 In partenza e in arriva ne! vJCmo aeroporto. All 'esterno, tredici blocchi di marmo grezzo donato dai cavatori di Carrara, sistemati a semicerchio, ricordano i tredici marti. In un campanile sono state poste tre campane di bronza donate dalla RAI-TV. Il mausoleo riporta due scritte. La prima ricarda: "Fraternità ha nome questo tempio che gli italiani hanna dedicato alla memoria dei tredici aviatori caduti in missione di pace nell'eccidio di Kindu, ne! Congo , ne! 1961. Qui per sempre tornati, dinanzi al chiara cielo d'Italia, con ete rna voce ammoniscono: fraternità". Un'altra scritta ri porta al tri nove caduti italiani, periti per incidenti diversi o per malattia ne! Congo e in Tanganika tra il 1960 e il 1961 durante la missione delle Nazioni Unite. La tragedia di Kindu ebbe il merita, se di meriti si puà parlare per un massacra di quelle dimensioni, di fare avvicinare l'opinione pubblica italiana a concetti fino ad allora assolutamente inediti e sconosciuti. Anzitutto il processo di decolonizzazione in atto ne! Terza monda, che entrà dirompente ne! dibattito politico nazionale e giunse a investire le coscienze, sino ad allora piuttosto refrattarie, degli ex colonialisti italiani. Al di là delle facili semplificazioni, forse anche giustificate dall'agghiacciante resoconto di Kindu, seconda le quali l'Africa era popolata da selvaggi antropofagi, perla prima volta il popolo italiano lesse attentamente degli orrori del colonialismo, della barbarie di una guerra civile attivata dagli interessi di nuove superpotenze o vecchie e cadenti nazioni coloniali. Kindu spinse conseguentemente l'Italia a schierarsi con convinzione per l'emancipazione dei popoli afro-asiatici, abbandonando le vecchie direttive sostanzialmente solidali con le potenze coloniali europee. Kindu fu anche il primo, seria e doloroso banco di prova dell'Italia membro da sei anni dell'Organizzazione delle Nazioni Unite: gli italiani scoprirono che al vecchio concetto di patriottismo, legato alle singole specificità nazionali, si stava affiancando un nuovo "patriottismo multinazionale" dove ogni singolo Stato avrebbe dovuto concorrere in misura proporzionale alle sue capacità peril raggiungimento del comune benessere. Cià che oggi puà sembrare quasi ovvio, e cioè che un'organizzazione internazionale abbia un'autorità perlomeno morale superiore ai singoli paesi, fu provato in Italia per la prima volta con Kindu . Ma la strage dei tredici aviatori permise anche di avvicinare l'opinione pubblica italiana a una nuova, davvero inedita concezione dell'impegno militare. La civiltà che i soldati italiani portavano ne! contesta delle missioni internazionali non era quella di un popolo superiore e conquistatore, ma quella di un popolo semplicemente più fortunato e solidale con le sofferenze altrui. Anche se la missione ONU in Congo più che umanitaria fu principalmente una missione di polizia, per la prima volta l'Italia si confrontà con il nuovo ruolo che un monda in trasformazione stava riservando alle sue Forze Armate.


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"Erano andati laggiù non per dominare o ammazzare" aveva scritto in un bell'articolo Dino Buzzati "ma per mettere la pace, avevano portato laggiü non armi e distruzione ma roba da mangiare e medicine. Erano nel senso meno colonialista e meno retorico della espressione i messaggeri della civiltà. E li hanno accoppati come cani. ( ... ) Ebbene, è orribile a dirsi, puà sembrare una bestemmia, ma la tragedia di Kindu non sarà spesa inutilmente. ( ... ) Benché oggi i classici patriottismi siano in declino, benché si cominci a intravedere all'orizzonte una solidarietà piü vasta e generosa, nel momento stesso che tredici dei nostri vengono uccisi, non per il Paese, ma per il Mondo libero, sia lecito, magari per l'ultima volta, ricordare agli amici deii'ONU chi sono gli italiani: con tutti i loro tremendi difetti, debolezze, vanità e sconfitte fin troppo noti in tutto il mondo. Eppure, quando c'è da pagare, e magari pagare per gli altri, qualcuno di sicuro ne trovate sul posto" (95). Un commento, questo dell'indimenticabile scrittore e giornalista, che forse valeva tutte le commemorazioni e gli epitaffi per i tredici aviatori di Kindu.

NOTE (1) Il Kivu era una delle sei province del Congo, ex colonia belga divenuta indipendente il 30 giugno 1960. Ai vertici del nuovo stato erano stati prodamati inizialmente Joseph Kasavubu come presidente della repubblica e come primo ministro Patrice Lumumba. L'Il luglio 1960 Moisé K. Tschombé, uomo d'affari e leader politico congolese legato alla compagnia belga Union Minière, aveva proclama ta dalla capitale Elisabethville l'indipendenza della ricca provincia del Katanga. Era quindi scoppiata una sanguinosa guerra civile tra il governo di Léopoldville, sostenuto dalle Nazioni Unite, e lo stato secessionista, appoggiato dalle multinazionali minerarie franco-belghe, dai portoghesi (presenti nella vicina Angola) e dai Sud Africa segregazionista. In aiuto di Tschombé erano giunti inoltre numerosi mercenari e paracadutisti belgi. Lumumba, appoggiato daii'URSS ed energicamente contrario a agni compromesso federalista, si era scontrato con il ben più moderato e filo occidentale Kasavubu . Il 14 settembre il generale Sese Seko "Joseph" Mobutu, capo di Stato maggiore e alleato di Kasavubu, con un colpo di Stato aveva deposto Lumumba, il quale in seguito fu consegnato al suo acerrimo nemico Tschombé che lo fece uccidere (17 gennaio 1961). Conseguentemente, il succes.sore di Lumumba, Antoine Gizenga, aveva proclamato la secessione della regione del Kivu. L'ONU, orfana del suo segretario generale Dag Hammarskjold (vittima di un attentato aereo in Congo) aveva inviato un contingente internazionale per separare i contendenti e ricomporre l'unità congolese. Si giunse quindi a un fragile governo di coalizione con Cyrille Adoula primo ministro e Gizenga suo vice, sotta la riconfermata presidenza di Kasavubu e la leadership militare di Mobutu (2 agosto 1961). Mai dissidi tra Gizenga, che voleva attaccare immediatamente il Katanga, e Adoula, che tergiversava, portarono a una nuova minaccia di secessione del Kivu da parte del suceessore di Lumumba. Per maggiori dettagli sulla travagliata storia dell'indipendenza del Congo si veda: Giovanni Buccianti, Il Congo: cronaca di un anno, Milano, Giuffré, 1963.


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(2) L'Il luglio 1960 il viceconsole d'Italia a Elisabethville, Tito Spoglia , era stato falciato da una raffica di mitra mentre si accingeva a proteggere alcuni civili congolesi dall'attacco di bande annate. (3) Tredici aviatori italiani arrestati da truppe congolesi, "Corriere della sera", 14 novembre 1961, p . 14. (4) Aviatori ita/iani (13) catturati dai congolesi, "Il Giorno", 14 novembre 1961, p . 1. (5) 13 aviatori italiani de/l'ONU arrestati e rnaltrattati ne/ Congo, "L'Italia" , 14 novembre 1961, p. 1. (6) Aggrediti alla mensa i 13 aviatori ita/iani, "Corriere Lombardo", 14-15 novembre 1961, p. 10. (7) In realtà, il tenente medico Francesco Paolo Remotti era stato ucciso durante la cattura . (8) Oscura la sorte ne! Congo dei 13 aviatori italiani, "Il Messaggero", 15 novembre 1961, p. 1. (9) 1 soldati congolesi si rifiutano di rilasciare i tredici italiani, "Corriere della sera", 15 novembre 1961, p . 1. (lü) Ordinato dalle Nazioni Unite il ri/ascio dei tredici italiani, "Corriere della sera", 16 novembre 1961, p. 1. (11) Il digiuno e i gari/la, di Italo Pietra, "Il Giorno", 16 novembre 1961, p. 1. Il "digiuno" era quello, definito "lungo e nobile" dell'algerino Ben Bella; i "gorilla" era no i mercenari bianchi che combattevano per Tschombé. (12) Confermato dal/'inchiesta /'assassinio di Lumumba, "Avanti!", 15 novembre 1961, p . 7. "Ancora prigionieri i 13 italianf', si legge alla fine del sottotitolo. (13) Ultimatum dell 'ONU ai ri belli congolesi per ottenere il rilascio dei 13 italiani, "L'Unità", 16 novembre 1961, p. 10. (14) Atti parlamentari, Camera dei deputa ti, Discussioni, Seduta del 16 novembre 1961, Intervento di Fanfani, presidente del Consiglio dei ministri, p. 26106. (15) Anche in quel caso fu Caradonna ad intervenire scatenando un putiferio: "È con profondo rammarico che si deve notare che una parte di questa Assemblea abbia sentito la premura di esaltare la figura di Lumumba, mentre a suo tempo non ha sentito viceversa il dovere di levare la voce per protestare .. . (rumori all'estrema sinistra) .. . per protestare contro le sevizie inflitte alle donne bianche, alle missionarie, agli italiani che ne! Congo avevano profuso lavoro e ricchezze" . Lo scontro degenera in una rissa verbale tra comunisti e missini: Giorgio Amendola accusè> i missini di essere "traditori", mentre Giancarlo Pajetta defini Romualdi "lustrascarpe di Hitler". Lo scontro si trasformè> in una rievocazione storica di vicende estranee al Congo: vennero citati in ordine Graziani, Menelik, Matteotti, Lenin. Il deputato comunista Caprara defini Caradonna "boia" e infine si ebbe un ultimo scontro tra il deputato missino e l'onorevole Pisastru : "Servo di tutti i servi" gridè> Pisastru all'indirizzo di Caradonna "adesso dei belgi!"; e Caradonna, di rimando: "E tu, dei negri!". (Atti parlamentari, Camera dei deputati, Discussioni, Seduta del 14 febbraio 1961, p. 19356-7). (16) Incidenti alla Camera, "Il Giorno", 17 novembre 1961, p . 2. (17) Alti parlarnentari, Camera dei deputati, Discussioni, Seduta del 16 novembre 1961, Interventi di Roberti e Fanfani, presidente del Consiglio dei ministri, p. 26106-7. (18) Atti parlarnentari, Camera dei deputati, Discussioni, Seduta del 16 novembre 1961, Interrogazione a risposta orale presentata da Gui e altri, p . 26131. (19) Atti parlarnentari, Camera dei deputati, Discussioni, Seduta del 16 novembre 1961, lnterrogazione a risposta orale presentata da Pajetta Giuliano e altri, p. 26132.


CONGO 1960-1961: L'ECCIDIO DI KINDU NELLE REAZIONI DELL'OPINIONE PUBBLICA ITALIANA

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(20) Alti parlamentari, Camera dei deputati, Discussioni, Seduta del 16 novembre 1961, Interrogazione a risposta orale presentata da Targetti e altri, p. 26132. (21) Atti parlamentari, Camera dei deputati, Discussioni, Seduta del 16 novembre 1961, Interrogazione a risposta orale presentata da Bignardi e altri, p. 26133. (22) Alti parlamentari, Camera dei deputati, Discussioni, Seduta del 16 novembre 1961, Interrogazione a risposta orale presentata da Covelli e altri , p . 26132. (23) Atti par/amen tari, Camera dei deputati, Discussioni, Seduta del 16 novembre 1961, Interrogazione a risposta orale presentata da Roberti e altri, p . 26132. (24) Atti parlamentari, Camera dei deputa ti, Discussioni, Seduta del 16 novembre 1961, Interrogazione a risposta orale presentata da Caradonna, p . 26133. (25) Soppressi ne/ Congo i 13 aviatori italiani, "L'Italia", 16 novembre 1961 , p. 1. (26) Il massacra dei tredici italiani nella barbara piazza di Kindu, "Corriere della sera", 17 novembre 1961, p. 1. L'occhiello era emblema(ico: "Un rigurgito di antica ferocia africana". (27) Errori e orrori, di Augusto Guerriero, "Corriere della sera", 17 novembre 1961, p. 1. (28) Il sangue dei nostri e le colpe degli a/tri, di Italo Pietra, "Il Giorno", p. 1-2. (29) Tragica catena, "L'UnitĂ ", 17 novembre 1961, p . 1. (30) Sindacalisti congolesi accusano l'ONU, di Franco Bertone "L'UnitĂ ", 17 novembre 1961,

p. 1. (31) Omaggio a tredici caduti, "Avanti!", 17 novembre 1961, p. 1. (32) Gettarono alla falla impazzita i resti straziati dei 13 aviatori, "Corriere Lombardo", 17-18 novembre 1961, p . 1. (33) La terra di Lumumba, di Italo Zingarelli, "Corriere Lombardo", 17-18 novembre 1961,

p. 3. (34) Gratitudine, di Manca, "Corriere Lombardo", 17-18 novembre 1961, p. 2. (35) Chiassata missina davanti a Montecitorio, "Il Giorno", 18 novembre 1961, p . 3. (36) Atti parlamentari, Camera dei deputati, Discussion;, Seduta del 17 novembre 1961, Intervento di Russo, sottosegretario di Stato agli affari esteri, pp. 26144-5. (37) Scontro fra le est re me alla Camera ne/la discussione sulla strage ne/ Congo, "Corriere della sera", 18 novembre 1961, p. 1. (38) Alti parlamentari, Camera dei deputati, Discussioni, Seduta del 17 novembre 1961, Intervento di Gui, p. 24146. (39) Atti parlamentari, Camera dei deputati, Discussioni, Seduta del 17 novembre 1961, Intervento di Gui, p. 26147. "L'on. Gui si schiera con i colonialisti", fu il commenta del quotidiano comunisw ("L'UnitĂ ", 18 novembre 1961, p. 1). (40) Alti parlamentari, Camera dei deputati, Discussioni, Seduta del 17 novembre 1961, lntervento di Pajetta Giuliano, p. 26147. ( 41) L '!tafia cbiede a/l'ONU di riesaminare il problema del Congo, "Il Giorno", 18 novembre 1961, p. 2. ( 42) Scontro fra le estreme alla Camera ne/la discussione sulla strage nef Congo, "Corriere della sera", 18 novembre 1961, p. 1. (43) Alti parlamentari, Camera dei deputati, Discussioni, Seduta del 17 novembre 1961, Intervento di Pajetta Giuliano, p. 26149. (44) Alti parlamentari, Camera dei deputati, Discussioni, Seduta del 17 novembre 1961, Intervento di Targetti, p. 26157.


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(45) Alti parlamentari, Camera dei deputati, Discussioni, Seduta del 17 novembre 1961, lntervento di 13onfantini, p. 26151. (46) Alti parlamentari, Camera dei deputati, Discussioni, Seduta del 17 novembre 1961, lntervento di 13ignardi, p. 26161. (47) Alti parlamentari, Camera dei deputati, Discussioni, Seduta del 17 novembre 1961, Intervento di La Malfa, p. 26162. (48) Atti par/amen tari, Camera dei deputa ti, Discussioni, Seduta del 17 novembre 1961, Interventa di Hoberti, p. 26152. (49) Atti parlamentari, Camera dei deputati, Discussioni, Seduta del 17 novembre 1961 , Intervento di Roberti, p. 26153. (50) Alti parlamentari, Camera dei deputati, Discussioni, Seduta del 17 novembre 1961, Intervento di Roberti, p. 26155. (51) Atti parlamentari, Camera dei deputati, Discussioni, Seduta del 17 novembre 1961, lntervento di Covelli, p. 26158. La posizione del leader monarchico circa l'amministrazione fiduciaria venne sostenuta anche da Giovanni Spadolini, direttore de "La Nazione" di Firenze. (52) Alti parlamentari, Camera dei deputati, Discussioni, Seduta del 17 novembre 1961, Intervento di Fanfani, presidente del Consiglio dei ministri, p. 26163. (53) Alti parlamentari, Camera dei deputati, Discussioni, Seduta del 17 novembre 1961, Intervento di Fanfani, presidente del Consiglio dei ministri, p. 26164. (54) Il contingente italiano non verrà ritirato da! Congo, "Corriere della sera", 21 novembre 1961, p. 1. (55) 1 risultati della missione Andreotti a Léopoldville, "Helazioni Internazionali", anno XXV, n. 48, 2 dicembre 1961. (56) Un gruppo di paracadutisti va/eva pm·tire subito peril Congo, "Corriere della sera", 18 novembre 1961, p. 7. (57) Tre negri aggrediti daifascisti a Roma, "L'Unità", 19 novembre 1961, p. 12. (58) Mario Malan, Kindu: Nuova pagina di gloria dell'aeronautica militare italiana, Prefazione del generale di Divisione Aerea Haffaele Di Maio, presidente Opera Nazionale Figli degli Aviatori, Tip. S.T.E.V., Roma, 1962, p. 34. Si tratta di un pamphlet piuttosto retorico che ricorda, più che gli avvenimenti, le figure dei tredici di Kindu e le diverse fasi della !oro tumulazione in Italia. (59) Macché monumental Pensate alle famiglie, di Indro Montanelli, "La Domenica del Corriere", anno '63, n. 50, 10 dicembre 1961, p. 3. (60) Un altro monumento, "Il Mondo", anno XIII, n. 48, 28 novembre 1961, p. 2. (61) Speculazioni intorno a un eccidio, "L'Espresso", anno VII, n. 48, 26 novembre 1961,

p. 1. (62) Mario Malan, Kindu ... , cil., p. 35. (63) La tensione era aumentata con l'arriva della notJZia di un altro "vagone volante" C.119 scomparso in Africa. L'aereo, diretto a Léopoldville con viveri e medicinali, era caduto il 17 novembre presso Kigoma, vicino al lago Tanganika e quattro membri dell'equipaggio avevano perso la vita. Pur trattandosi di un tragico incidente, l'episodio venne affiancato al massacra di Kindu, e i morti del Tanganika (insieme ad altri morti italiani della stessa missione ONU, periti per incidenti o malattie) furonc) aggiunti ai tredici assassinati nel triste computo del tribut<> italiano all'impegno internazionale nel Congo martoriato. (64) Chi sono i re;ponsabili?, "L'Unità", 18 novembre 1961, p. 1.


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(65) 1 razzisti sono soli, di Nicola lladalucco, "Avanti!", 18 novembre 1961, p. 1; lgnobile campagna razzistica della stampafascista e di destra, "Avantil", 1H novembre 1961, p. 2. (66) Saragat aveva ripetuto quanta sostenuto dai suo compagno di partito Orlandi, e cioè che l'origine dell'eccidio era da attribuirsi sia al vetero colonialismo belga che al neo colonialismo sovietico. (67) Chi sono i responsahili?, "L'Unità", 18 novembre 1961, p. 1. (68) Lettera a miofiglio, di Maurizio Ferrara, "L'Unità", 22 novembre 1961, p. 1. (69) L'eccidio degli italiani a Kindufmtto di una provocazione?, "L'Unità", 22 novembre 1961,

p. 1. (70) Un tragico errore delle Nazioni Unite sm·ebhe fra le cause del massacra, "L'Unità", 23 novembre 1961, p. 1. La posi zione deii '" Unità" venne smentita dai "Corriere del la sera" che pubblicà un'intervista con un pilota civile brasiliano che lavorava a Kindu, seconda il quale la torre di controllo dell'aeroporto era in funzione 1'11 novembre, e quindi aveva ricevuto le esatte segnalazioni ci rea la nazionalità dei due C.119 (Perché è impossibile che gli italiani siano stati scambiati per belgi, "Corriere della sera", 29 novembre 1961, p. 1). (71) Gravissime accuse ai 'caschi azzurri 'peri sangu inosi fatti avvenuti a Kindu, "L'Unità", 25 novembre 1961, p. 1. (72) Da/ taglio della mano agli scbiavi ai massacri in massa dei 'paras', di Maurizio Milan, "L'Unità", 24 novembre 1961, p. 9. (73) 1 razzisti sono soli, di Nicola Badalucco, "Avanti!", 18 novembre 1961, p. 1. (74) L'eccidio di Kindu, di Pietro Nenni, "Avanti!", 19 novembre 1961, p. 1. (75) Bisogno di pace, di E. Ranci Ortigosa, "L'Italia", 18 novembre 1961, p. 1. (76) Col cuore e col cervello, di Egidio Sterpa, "Corriere Lombardo", 18-19 novembre 1961, p. 1. Il "cuore" era quello dei giovani missini che avevano manifestato a Roma il 18 e avevano aggredito i tre neri: il "cervello" era quello di un'Italia responsabile e inserita ne! contesto inte rnazionale. (77) Razzisti?, di Egidio Sterpa, "Corriere Lombardo", 24 novembre 1961, p. 1. (78) Due morali, di Augusto Guerriero, "Corriere della sera", 21 novembre 1961, p . 1. (79) Le Nazioni Unite, il Congo e l 'ltalia, di Augusto Guerriero, "Corriere della sera", 25 novembre 1961, p. 1. (80) La Pa tria non hasta più e l'ideologia non ancora, di Manlio Lupinacci, "Corriere della sera", 26 novembre 1961, p . 3. (81) Il chiada del "Corriere", di Italo Pietra, "Il Giorno", 23 novembre 1961, p. 1. (82) Basta coi gari/la, di ltalo Pietra, "Il Giorno", 28 novembre 1961. Con il termine "gorilla" si intendeva indicare i mercenari bianchi che combattevano al fianco di Tschombé e della sua gendarmeria katanghese. (83) Speculazioni intorno a un eccidio, "L'Espresso", anno VII, n . 48, 26 novembre 1961,

p. 1. (84) 1 moiti assassini dei 13 italiani, "L'Espresso", anno VII, n. 48, 26 novembre 1961 , p. 10. (H5) Inizialmente si riteneva erroneamente che i corpi straziati dei tredici aviatori fossero stati gettati ne! principale fiume del paese, che scorreva nei pressi di Kindu. (86) Dalla videoregistrazione originale del servizio di Sergio Zavoli da Léopoldville, amlato inonda durante il telegiornale d e lla RAI-TV la sera del 17 novembre 1961. Archivio RAI, Radiotelevisione italiana. (87) Ho parlato a Kindu con quelli che hanna vista, di Pino Josca, "Corriere della sera", 28 novembre 1961, p . 1.


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(88) Il servizio era accompagnato da alcune fotografie. Una in particolare fece inorridire l'Italia: era stata scattata da un testimone oculare e ritraeva i resti delle vittime dopo lo scempio. (cfr. Ho visto i documenti proibiti della strage di Kindu, di Luigi Hom ersa, "Tempo", anno XXIII, n. 48, 2 dicembre 1961).

(89) L'Italia ela crisi del Congo, "Relazioni Internazionali", anno XXV, n. 50, 16 dicembre 1961. (90) Atti parlamentari, Camera dei deputati, Discussioni, Seduta del 21 novembre 1961, Interrogazione a risposta scritta del deputato Spadazzi, p . 26199. (91) Atti parlamentari, Camera dei deputati, Discussioni, Seduta del 21 novembre 1961, Mozione presentata da Roherti e altri, p. 26205. (92) L'ltalia ela crisi del Congo, "Relazioni Internazionali", anno XXV, n. 50, 16 dicembre 1961. (93) "Noi attendiamo ancora questa precisazione, perchĂŠ riteniamo che, fra tutti gli argomenti di cui abbiamo sentito sollecitare la discussione, finora non ve ne sia alcuno pili importante per l'opinione puhblica italiana e per gli interessi vitali della nazione di questo che torno a proporre all'attenzione della Camera" (Atti parlamentari, Camera dei deputati, Discussioni, Seduta del 13 dicembre 1961, Intervento di Roberti, p . 26910 ) . (94) A LĂŠopoldville le sa/me degli aviatori uccisi a Kindu, "Corriere della sera", 25 febbraio 1962, p. 11. (95) PerchĂŠ?, di Dino Buzzati, "Corriere della sera ", 17 novembre 1961, p. 5.


LA MISSI ONE DELL' AERONAUTICA MILITARE ITALIANA IN ZAMBIA (1969-1973) SEBASTIANO LICHER!

Premessa Innanzitutto, pensa che bisognerebbe esplorare le condizioni politiche ed economiche dello Zambia dai momento dell'indipendenza (1964), fino all'arrivo e alla permanenza della nostra DICTMA (Delegazione Italiana per la Cooperazione Tecnico Militare Aeronautica 1969-1973). E ricordarne i problemi derivati dalla dichiarazione unilaterale di indipendenza (non concordata con il Regna Unito) dalla Rodesia del Sud, Jo Zambia era la Rodesia del Nord. Come pure Jo sconfinamento di gruppi di guerriglieri anti jan Smith, il quasi collasso economico deriva ta dalla caduta del prezzo del rame allo Stock Exchange di Londra e alla ridotta produzione mineraria , passata troppo presto da mani britanniche a mani zambiane. Ma com'era Jo Zambia di quegli anni? Capitale: Lusaka (151.800 ab .); Superficie - 746.254 Kmq ; Popolazione - 3.947.000 ab. ne! 1967; Lingua - Inglese; Religione - Animista; Unità monetaria - Kwacha ( = 875 Lit.); Risorse economiche- Agricoltura (ne! 1966: mais 3.050.000 q, arachidi 360.000 q, manioca 1.550.000 q, tabacco 8.000 q, patate, frumento, legname 3.840.000 mc ne! 1965). Allevamento e pesca. Risorse minerarie (1966): rame 619.200 t di Cu contenuto, zinco 63.480 t di Zn contenuto, piombo 21.300 t di Pb contenuto, manganese 14.400 t di Mn contenuto, argenta 26 .400 Kg, stagna, oro, cobalto e carbone. Per capire meglio il significato della missione in argomento bisognerebbe leggere il protocollo d'accorda italo-zambiano (24 settembre 1969-23 settembre 1973) almeno nelle sue linee fondamentali , il Force Agreement, i contratti con le industrie italiane etc. Nonché dare un'occhiata ai rapporti "di funzionamento" che la DICTMA - Zambia faceva pervenire al 5° Reparto SMA dell'Aeronautica Militare con il canto delle ore volate, degli allievi brevettati, delle abilitazioni conseguite, degli specialisti formati etc .. Illavoro degli aviatori italiani, specie all'arrivo, a Lusaka ed a Livingstone non avvenne senza difficoltà, anche per una resistenza sorda della RAF (Aeronautica Militare Britannica), in specie a Lusaka. Gli inglesi, con i quali gli italiani hanna


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lavorato sempre molto bene in sede NATO, n, in Zambia, se la presero un po', perché si sentivano in effetti estromessi. D'altra parte la !oro sorte era segnata perché non avevano fatto moiti sforzi per "produrre" piloti e specialisti, seconda le nuove necessità zambiane. D'altra parte il governo zambiano era in contatto con sovietici, cinesi, jugoslavi ed italiani. Per gli inglesi era solo questione di tempo. Inoltre gli zambiani volevano, in agni casa, sbarazzarsi degli antichi padroni. A Lusaka, il primo capo delegazione, colonnello pilota deli'A .M. Mario Galletti, vinse resistenze, piegà opposizioni, ricercà abilmente soluzioni che soddisfacessero le necessità di colora che stavano per giungere. Nell'aeroporto di Livingstone, sede del locale Centra di addestramento, l'inserimento fu complicato. Il tenente colonnello pilota Cesare Fazzino, primo comandante del Centra, fu in grado di identificare e risolvere una quantità di problemi logistici, amministrativi ed anche disciplinari, oltre a quelli di natura operativa. Egli riorganizzà l'intero sistema addestrativo zambiano, stabill i programmi di vola, revisionà ed in parte cambio le zone di volo scegliendole in funzione del terreno sottostante, quando adatto ad atterraggi di emergenza (che, in effetti, si verificarono). Il regolamento di disciplina delle Forze Armate zambiane era quello britannico, molto rigido e precisa. Il lavoro del colonnello Fazzino venne continuato e consolidato ela! successore, tenente colonnello pilota Guglielmo Cahnam, cui molto debbo per questa mia ricerca storica. Il personale militare italiano era autorizzato a portare l'armamento individuale per la propria sicurezza. Tutte le comunicazioni avvenivano in inglese, lingua ufficiale dello Zambia. A proposito di incidenti, va ricordato il sacrificio del tenente pilota Colajacovo che, nel corso di una prova-velivolo, entrà in vite e sbattè per terra dopo quattordici giri. Non mor! all'impatto, ma subito dopa. Si salvà invece l'ufficiale tecnico, il tenente Felice Scocciamarro di Trieste, che ritengo sia l'unico uomo al monda ad essere sopravvissuto all'impatto sul terreno clopo quattordici giri di vite.

Nascita della delegazione italiana perla cooperazione tecnico-militare aeronautica in Zambia La DICTMA - Zambia venne istituita ne! 1969 attraverso il protocollo italozambiano, un trattato diplomatico abbastanza complesso. Trattato che prevedeva anche un Force -Agreement: clislocazione di un reparto militare armato italiano con status e protezione diplomatica. Il trattato prevedeva una durata di quattro anni. Alla DICTMA - Zambia erano devoluti compiti di organizzazione e di addestramento all'uso dei mezzi aerei forniti dalle industrie nazionali, compreso il supporta tecnico relativo alle operazioni di manutenzione di primo e seconda livello dei velivoli.


LA MISSIONE DELL'AERONAUTICA MILITARE ITALIANA IN ZAMBIA 0969-1973)

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La DICTMA - Zambia doveva sostituire un'analoga organizzazione della Royal Air Force (RAF) che non soddisfaceva più il Comando della Zambia Air Force (ZAF). La ZAF, comunque, intendeva diversificare le fonti del proprio potenziamento (miglioramento qualitativo e quantitativo). Oltre che al materiale di volo italiano, era infatti in via di acquisizione un certo numero di ·Galeb· e di ·Jastreb· di produzione jugoslava. Su aeroporti diversi da quelli utilizzati dall'Aeronautica Militare avrebbe poi operato un'organizzazione aeronautica di Belgrado con compiti simili a quelli degli aviatori italiani.

Organizzazione e operazioni della DICTMA

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La DICTMA - Zambia ha operato con proprio personale: pressa il Ministero della Difesa zambiano, a Lusaka, con propri uffici; sull'aeroporto internazionale di Lusaka, nella zona riservata alla ZAF; sull'aeroporto militare e civile di Livingstone; sull'aeroporto militare di Mongum.

Le necessità logistiche nazionali (mensa/circolo misto per ufficiali e sottufficiali, alloggi peril personale scapolo (recreationaljacilities) venivano soddisfatte da un edificio ed alcune dipendenze su un ampio terreno a giardino, poco a nord di Lusaka. Le famiglie erano alloggiate in alcune villette nella località Chelston o in appartamenti nella città di Lusaka. A Livingstone, le famiglie erano sistemate in modo analogo. Facilities riservate al Comando ed alle attività didattiche erano disponibili a Livingstone, in via esclusiva. Per il personale scapolo, vennero inizialmente utilizzati mense e circoli ex RAF ed ex ZAF, con intervento diretto nella !oro amministrazione (poi cessato dopo la "zambianizzazione" delle attività). Alloggi furono reperiti nella jacility di Chandamali e poi usando risorse locali. Per trattato erano previsti quattro anni rinnovabili. ln effetti, la DICTMA Zambia ha iniziato la propria esistenza nell'autunno del 1969, concludendola nell'autunno del 1973. Dopo tale periodo operà a Lusaka un "ufficio stralcio", per un paio di mesi.

Personale e velivoli L'organico della DICTMA- Zambia era basato su novantuno militari dell'A.M., quaranta dei quali dislocati a Lusaka e cinquantuno a Livingstone. Tale numero comprendeva i comandanti ai vari livelli, i piloti istruttori (inizialmente tre per gli elicotteri, tre per gli aviogetti, dieci per la Scuola di primo periodo), gli insegnanti della Scuola Specialisti (Trade School), i manutentori, il personale degli uffici.


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Il personale, tutto militare dell'A.M., dipendeva dai 5° Reparto SMA (collegamenti con il SIOS). La linea di volo schierata a Lusaka era costituita da: - quattro elicotteri AB47 G4 operativi (costruiti in Italia su licenza della BELL statunitense), forniti dall'ltalia ne! 1969; quattro elicotteri AB206 e AB205; sei aviogetti MB 326 GB (biposto progettato e costruito in Italia con motore britannico), che si aggiunsero nella primavera del 1971; in data successiva, posteriore all'ottobre 1972, si materializzo l'opzione contrattuale per altri sei velivoli della Macchi. Questi vennero assegnati al 6° Squadrone ZAF, che li condivideva con la Sezione addestramento perle necessità addestrative nell'aeroporto di Livingstone; sei velivoli convenzionali SF 260 MZ, operativi dalla primavera del 1971. Tale velivolo (monorotore leggero biposto), di costruzione interamente italiana nell'allestimento previsto perla ZAF, a parte le difficoltà per allievi di 1o periodo ad usare velivoli ad elevato carico alare, ed a qualche problema di mancata tropicalizzazione, diede buona prova. Fino alla primavera del1971, il Centro addestramento Livingstone opero anche su sei vecchi aeroplani di costruzione britannica Chipmunk(2), di cui in linea non si ebbero mai più di quattro. I Chipmunk dettero luogo ad alcuni incidenti e/o inconvenienti (un incidente fu mortale a causa dalla vetustà dei motori).

Programmi e corsi La Scuola specialisti accoglieva un buon numero di allievi in maggioranza sottufficiali zambiani e svolgeva un programma teorico-pratico per motoristi, montatori, elettromeccanici, armieri ed elettronici. Al termine del corso teorico pratico (nove mesi), veniva condotto un on the job training sui velivoli del reparto di assegnazione. Il Flight Training: (scuola di volo). Sul SIAI SF 260 MZ il programma di volo era stato concepito in Zambia dalla DICTMA (con approvazione SMA), un programma grading di 21-22 ore, dedicato alla individuazione delle potenzialità ed alla selezione degli allievi. Il programma era limitato al volo a vista fondamentale, ma comprendeva anche acrobazia e voli da solista. Gli allievi che superavano il grading eseguivano poi un programma completo (sempre su SIAI SF 260, quale interim) di volo a vista normale ed acrobatica, strumentale, di navigazione e in formazione anche notturno, il tutto per 110 o 120 ore di volo circa. Al termine del corso aveva luogo una pass-out ceremany presieduta dai residente dello Zambia, Kaunda. 1 nuovi piloti seguivano poi un periodo di addestramento su velivolo MB 326 GB (versione armata deii'MB 326, allora in dotazione alle Scuole di volo di Lecce) a Lusaka, o sul "Galeb,Œ con gli jugoslavi (a questo proposito moite furono


LA MISSIONE DELL'AEI\ONAUTICA MILITARE ITALIANA IN ZAMBIA 0969-I9ï3)

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le resistenze da parte italiana). Su MB 326 GB era previsto un corso di una quarantina di ore di vola a vista, a doppio comando e da solista, di formazione, strumentale e notturno per l'abilitazione finale. Era previsto pure un corso di tiro aria-terra con razzi (erano state fornite le razziere SIMPRES) e con mitragliatrici da 12.7 mm (montabili in Pods), tutto materiale fornito dall'Italia.

Personale zambiano La ZAF, oltre che di personale proprio (di modesto livello professionale), si avvaleva di personale a contratto, ex ufficiali o sottufficiali delle forze aeree dei vari paesi del Commonwealth. Ad essi, quasi sempre, veniva attribuito il grado che rivestivano ne! paese di origine. Erano, in particolare, britannici (tale era, ad esempio, il comandante della ZAF, group captain della RAF in congedo, fino a metà 1972). Tali erano altri ufficiali dello Stato Maggiore a Lusaka , indiani, nepalesi , irlandesi del Nord etc .. Tale persona le, a ferma quadriennale, venne gradualmente sostituito da personale zambiano, cià provocà un generale decadimento del livello di efficienze delle Forze Aeree zambiane. Gli Allievi piloti venivano selezionati da apposita commissione di cui facevano talvolta parte ufficiali A.M. (in Lusaka). In tale contesta veniva tenuto accuratamente canto della proporzione percentuale tra le varie etnie che compongono la popolazione zambiana. Il titolo di studio richiesto, tanta per i piloti quanto per gli specialisti, era il Cambridge Certificate o Leve/ (equivalente all'incirca al diploma di scuola media superiore italiano). Il gruppo degli arruolati non superava mai i 40/50 elementi per volta. Fa eccezione un gruppo di "futuri elicotteristi" della Polizia, limitato a sei. Dopa un primissimo sgrossamento, gli arruolati giungevano a Livingstone e venivano immessi nella sezione inquadramento e disciplina comandata dai flying officer Mike Bird, ex RAF (ZAF a contratto) e due staff sergent, uno ex RAF e l'altro ex India Air Force (IAF). L'attitudine al vola degli zambiani non era alta, ma neanche negativa. Il rateo di eliminazione non si è rivelato molto diverso da quello degli allievi europei. Citando luci ed ombre, si puà ricordare che essi erano bravi in navigazione a vista, in quanta dotati di un senso dell'orientamento molto sviluppato. Erano un po' sotto la media ne! volo strumentale, decisamente non brillanti nelle manovre acrobatiche e di finta caccia. Il personale tecnico della linea di volo era di varie provenienze. Alcuni ufficiali tecnici erano stati formati in Italia (Caserta, Lecce ecc.). 1 risultati forniti in genere dai personale zambiano di terra erano buoni. Fra il personale della linea di volo (piloti e specialisti) italiani e zambiani, venne raggiunto un notevole grado di cooperazione e di interattività.


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SEBASTIANO LICHER!

Conclusioni La missione dell'Aeronautica Militare in Zambia ne! quadrienno che va dai 1969 al 1973 fu molto positiva per l'Italia, per le sue Forze Armate e per l'industria aeronautica nazionale. Lo fu soprattutto per Jo Zambia, che aveva da poco (1964) ottenuto l'indipendenza, e per l'Aeronautica zambiana che muoveva i suoi primi passi. Non ho trovato sufficiente documentazione, ma ho buoni motivi per ritenere che le difficoltà economiche dello Stato zambiano non permisero di rinnovare il trattato con l'Italia peri successivi quattro anni; trattato bilaterale che stava aprendo nuove possibilità di espansione per l'Aeronautica italiana e per la nostra industria aerospaziale con notevoli vantaggi per entrambi i paesi. Certamente la fornitura alla ZAF di un buon numero di velivoli (12 MACCHI 326 G.B., altrettanti SIAI 260 e 6 elicotteri Agusta Bell, AB 47 G4, AB 206 e AB 205), con relativi pezzi di ricambio fu un buon affare per l'Italia e non solo dai punta di vista economico. Soprattutto, non va sottovalutato e ignorato il notevole contributo dell'Aeronautica Militare dello S.M.A., in particolare di tutto il personale italiano schierato in Zambia (ufficiali e sottufficiali, pilori, tecnici, specialisti di tutti i ruoli e specialità, compreso quello medico) dato alla formazione dei nuovi quadri della ZAF. L'attività di volo in comune unisce in modo duraturo gli aviatori di tutti i paesi e di tutti i tempi. Ottimi rapporti interpersonali di stima e amicizia si sono venuti a creare tra zambiani e italiani. Gli zambiani, tra l'altro, si sono dimostrati molto intelligenti e molto responsabili. Dalla missione dell'A.M.I. in Zambia è scaturita cos! una reciproca conoscenza ed un arricchimento dei rispettivi paesi. Per l'Italia è stara ed è una grande soddisfazione e un grande merita l'avere contribuito concretamente allo sviluppo e all'ammodernamento dello Zambia, paese dell'Africa meridionale, molto bello e molto ricco di risorse naturali di ogni genere. È questo un capitolo della storia dell'Italia e dello Zambia ancora tutto da scrivere, che molto onore ha fatto all'Aeronautica Militare e all'Italia.

NOTE (1) Nulla posso dire di Mongu (non ho trovato sufficiente documentazione).

(2) Il nome deriva da una specie di scoiattolo striato che vive in Inghilterra. (3) Il ·Galeb· era un aviogetto da addestramento tipo MB 326, ma di caratteristiche inferiori.


MALTA: L'ACCORDO DI ASSISTENZA TECNICO-MILITARE MATTEO PAESANO

Cenni storici I fenici la chiamavano Malet (traduzione di "paradiso•), i romani Melita, gli arabi Malta: la sua bandiera bianca e rossa nacque durante la dominazione normanna. Divenne il simbolo della lotta contro gli infedeli musulmani: gli inglesi la giudicarono indispensabile per il controllo delle rotte ne! Mediterraneo prima, e per la difesa dell'Egitto e del canale di Suez poi; Napoleone la considerà perno necessario e indispensabile sul quale costruire una strategia ne! Mediterraneo; durante la seconda guerra mondiale rappresentà la chiave nelle battaglie per le vie di comunicazione con il Nordafrica. L'arcipelago di Malta si trova all'imbocco del Mediterraneo orientale ed è composta di cinque isole: Malta , Gozo, Comino e le disabitate Cominotto e Filfla. Si estende su una superficie di 290 Km quadrati ed è situato 93 Km a sud della Sicilia, 350 Km a nord della Libia e 290 Km a est della Tunisia. Malta è posta all'imbocco del canale di Sicilia, che collega il Mediterraneo occidentale con quello orientale. La sua posizione ne ha a lungo definito il significato geopolitico, permettendole nei secoli di muoversi con sicurezza e, a volte, con spregiudicatezza all'interno della dimensione geonavale mediterranea. Altri fattori, quali le dimensioni, la natura delle sue risorse, la configurazione dei rilievi, e in particolar modo delle coste (che offrivano la possibilità di accogliere navi di grosso tonnellaggio) sono stati ugualmente determinanti. Le qualità geomorfologiche sarebbero apparse di limitato valore se non fossero intervenute le giuste condizioni politiche: Malta è salita nelle gerarchie geonavali sul Mediterraneo, quando a possederla è stata una potenza diversa e ostile a quella che controllava la Sicilia. Solo in questo caso l'interesse strategico di Malta è stato riconosciuto. Se Malta e la Sicilia fossero state controllate dalla medesima potenza, o dai medesima gruppo di potenze, la prima avrebbe perso gran parte del suo valore, divenendo probabilmente una base ausiliare della seconda, essendo sufficiente, in quel caso, mantenere il controllo dell'isola minore. Infatti, gli strateghi dell'Alleanza Atlantica mentre rilevavano il limitato valore di una base militare a Malta , ritenevano, nello stesso tempo, che gli interessi dell'Occidente sarebbero stati severamente danneggiati qualora l'isola fosse stata asservita ad una potenza ostile. In definitiva, il limitato impegno da parte di una potenza riduceva l'interesse dell'altra, che non sentiva minacciato il controllo sull'isola. Di qui la peculiarità maltese, di avere una valenza geostrategica negativa: l'importante è c.he non cada in mani nemiche.


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Il valore di Malta nella strategia britannica del Mediterraneo non era stato invece mai sottovalutato dalle Forze Armate del regno d'Italia. La questione delle "Operazioni contra Malta" fu affrontata per la prima volta nel 1936, nel documenta "Zero" della Regia Marina. Si consigliava ivi "l'occupazione delle isole maltesi come punto strategico che avrebbe rafforzato in modo considerevole Jo sbarramento del Canale e risolto la questione della base operativa nello jonio· (!). Nonostante cio Malta non fu conquistata e neanche si provo mai a farlo. I primi anni del dopoguerra videro declinare il valore geostrategico di Malta e la sua utilità come base militare. L'integrazione deii'Italia nella struttura difensiva occidentale e Jo sviluppo della tecnologia delle armi moderne resero l'isola rispettivamente meno importante e particolarmente vulnerabile. Il 21 settembre 1964, Malta divenne indipendente. Il sistema di sicurezza costruito dalla Gran Bretagna non scomparve allo~;a, ma venne in larga parte manteouro grazie ad un accorda difensivo stipulato con la ex madrepatria in quei mesi. Nel 1971 il Partita laburista vinse le elezioni e Dominic Mintoff divenne primo ministro. Era un leader dotato di grande spregiudicatezza e capacità politiche. "A causa di inopportuni commenti dopo la vittoria di misura del laburista Dom Mintoff alle elezioni del 16 giugno 1971, l'ambasciatore italiano e il terzo titolare di Comnavsouth (Comando Navale alleato del Sud Europa), Amm. Birindelli, furono dichiarate persane non grate dai governo ma~tese (Malta era indipendente dai 21 settembre 1964, e da allora negoziava autonomamente con la NATO la permanenza delle basi aeronavali deli'Alleanza)• - da "Storia Militare della la Repubblica"- V. 1/ari. Le scelte operate dai governo laburista nell'esercizio della politica estera in quegli anni, più che parti di un precisa disegno geostrategico, appaiono dettate da ragioni e valutazioni di carattere economico. Ogni iniziativa mirava a ottenere un'attenzione internazionale tale, da una parte, da assicurargli una maggiore forza contrattuale (necessaria, visto il ridimensionamento dell 'interesse che le potenze nutrivano per l'isola) e , dall'altra, da distogliere l'attenzione dai problemi interni dell'isola, primo tra tulti quello delle proprietà economiche della Chiesa, che era il perno del potere di Dom Mintoff. Cosl fu nel 1971, con la rottura dell'accordo con la Gran Bretagna, per poi giungere, l'anno successivo, ad un'intesa maggiormente vantaggiosa: Dom Mintoff, nel porre in termini perentori il problema delle basi militari a Malta, aveva lanciato un ultimatum alla Gran Bretagna, chledendo il pagamento immediato di venti milioni di sterline. L'Italia e gli Stati Uniti si prodigarono e mediarono per evitare una rottura tra l'isola e la Gran Bretagna e si dissero pronti a contribuire economicamente ad un riallineamento. Un palese avvicinamento dell'isola alla sfera sovietica avrebbe messo in crisi


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la struttura difensiva costruita dalla Nato, oltre a costituire un rafforzamento importante della presenza dell'Urss nel Mediterraneo, che già dai 1964, ma soprattutto dai 1968, si era incrementata sia quantitativamente sia qualitativamente cz>. Un accorda del 27 dicembre 1971, che poneva i cantieri dell'isola a disposizione deii'Unione Sovietica per costruzioni di navi e opere di riparazione , fu interpretato come il possibile preludio a più vaste intese di La Valletta con Mosca. Si ritenne dunque imprudente abbandonare basi che, pur non più di rilevante interesse strategico, sarebbero potute essere utilizzate da altre potenze, mutando radicalmente i rapporti di forza nel Mediterraneo. Il 26 marzo fu stipulato un accorda settennale: il controvalore annuo delle concessioni alla Nato fu stabilito in quattordici milioni di sterline. La mediazione italiana fu giudicata essenziale. L'amicizia con la Libia e con I'Italia, l'una produttrice di petrolio e detentrice di petrodollari, l'altra membro della Nato e della Cee, rappresentà il maggiore successo della politica estera del premier Dom Mintoff. Malta poteva disporre di consistenti finanziamenti libici, mentre I'Italia era interessata ai progetti di sviluppo tecnico e industriale dell'isola, soprattutto nel settore delle infrastrutture, delle opere civili e delle telecomunicazioni. AII'IRI era stato affidato lo studio di progetti specifici. Nell'agosto 1973 fu inviata una Missione di Cooperazione Tecnico Militare (MICTM). Nel 1976 Malta rilancià con forza la propria politica neutralista annunciando l'intenzione di chiedere entro il 1979 la chiusura di tutte le basi straniere dell'isola (3)_ Nell'agosto del1980 vi fu perà una svolta nei rapporti tra Malta ela Nato, causata da un incidente con la Libia: il 21 una fregata lanciamissili libica intimà alla ..saipem Il· (piattaforma galleggiante della flotta ENI) di interrompere i lavori di trivellazione a 68 miglia dalle coste maltesi. La TEXACO, compagnia che aveva affidato le rilevazioni alla «Saipem Il·, decise di sospendere i Javari. Questo avvenimento apparve come l'ultimo atto di un deterioramento delle relazioni libico-maltesi che da tempo si andava manifestando e che ebbe come sbocco l'accorda con I'Italia. Il 15 settembre 1980, I'Italia raggiunse con Malta un'intesa destinata non solo a garantire il riconoscimento italiano dello status di neutralità dell'isola, ma anche ad invitare tutti gli altri stati a rispettarla C4>. L'Italia aveva ottenuto in cambio che nessun'altra forza militare varcasse i confini dell'arcipelago. A tali impegni vennero connesse misure a favore dello sviluppo economico di una Malta neutrale: furono inviate due missioni tecnico-militari (la MICTM, Missione Italiana di cooperazione tecnica a Malta ela DIATM, Delegazione italiana assistenza tecnico-militare a Malta); un protocollo allegato all'accordo garantiva anche assistenza economica all'isola.


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Come era nello stile di Dom Mintoff, appena un anno dopo, Malta firmà un trattato con l'Unione Sovietica. Questo ridusse la credibilità dell'accordo stipulato con l'Italia, tanto più che, da quel momento, l'isola si trovà a condividere e ad appoggiare, in tutti i fori internazionali, ogni singola iniziativa sovietica nel Mediterraneo. Da allora Je relazioni con I'Italia andarono deteriorandosi e quelle con la Libia migliorando. Un accorda con questa fu firmato il 19 novembre 1984. Si difendeva questo accorda richiamando la continuità geografica , i legami culturali, le necessità economiche (tutti aspetti che avrebbero forse avvalorato maggiormente il trattato con l'Italia). In realtà la grande influenza esercitata dalla Libia su Malta poteva essere spiegata attraverso la complementarità delle visioni geopolitiche dei due leader, Gheddafi e Mintoff. Quest'ultimo utilizzava l'amicizia quasi come un' arma ricattatoria contra l'Occidente, e la Libia, da parte sua, non aveva mai fatto mistero della volontà di fare di Malta un avamposto per la raccolta di informazioni, tanto più che poteva costituire anche una solida base di partenza per le rivendicazioni sulle acque del golfo della Sirte. Dai canto suo l'Italia aveva tenuto in quegli anni una posizione apparentemente poco lineare, determinata dalla necessità che la nostra politica estera compisse una sintesi tra due tensioni storiche che andavano in senso opposto: da un lato l'appartenenza alla CEE, alla NATO - e dunque allo schieramento occidentale - imponeva all'Italia di essere interprete della volontà politica comunitaria ne! bacino mediterraneo, dall'altro abbiamo sempre risentito di una vocazione particolare, che ci portava a essere portavoce dei problemi specifici dell'area. Inoltre, la necessità di garantire l'approvvigionamento di petrolio e gas, la presenza della Libia tra gli azionisti FIAT e, in generale, l'interesse a mantenere in gioco la figura stabilizzatrice di Gheddafi, ponevano seri limiti all'azione della diplomazia italiana. È tuttavia, il nostro ancoraggio all'Occidente fini per prevalere, nella vicenda maltese come in quella libica. Nel dicembre 1984, Dom Mintoff annuncià di volersi climettere. Il sua suceessore, Karmenu Mifsud Bonnici, "Dott. Zero", come veniva soprannominato a Malta perla sua asserita mancanza di personalità, si limità a smorzare i toni, mantenendo relazioni con la Libia e l'Unione Sovietica. Con la scomparsa di Dom Mintoff dalla scena internazionale, anche il ruolo di Malta si modificà profondamente, ritornando ad un profila più realistico. La svolta nella politica di Malta e il suo riallineamento alle posJZJoni occidentali risale alle elezioni del maggio 1987, quando il Partita nazionalista conquistà 34 dei 65 seggi in parlamento. Il suo leader, Edward Fenech Adami divenne primo ministro. Nella sua campagna elettorale, Adami aveva insistito sulla necessità per Malta di riavvicinarsi alla politica dell'Europa occidentale e di chiedere, dunque, l'ingresso a pieno titolo nella Comunità europea. "Noi rifiutiamo la politica estera


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basata sul ricatto: essa deve esser lineare, cercare i suoi alleati dove ci sono affinità poli tiche e culturali. Cioè in Occidente", dichiarà in una delle prime apparizioni pubbliche (5)_ Adami ha inoltre più volte richiesto l'appoggio italiano per un ingresso nell'Unione europea, che non appare più cos! lontano. Il 14 luglio 1988, con la ratifica di un Memorandum d'intesa, fu costituita la Missione Italiana di Assistenza Tecnico Militare (MIATM).

L'accordo di Assistenza tecnico-militare la Fase

La cooperazione delle Forze Armate italiane in favore della Repubblica di Malta fu avviata il 1o agosto 1973, quando la Repubblica di Malta non aveva ancora conseguito la piena indipendenza, con la costituzione della Missione italiana di Cooperazione Tecnico Militare. L'organismo era composta da otto ufficiali e trentadue sottufficiali ed aveva compiti di: • addestramento del personale delle Armed Forces of Malta e del costituendo Pioneer Corps (Corpo pionieri-lavoratori), per Javari di pubblica utilità; • potenziamento dei collegamenti telefonici e telegrafici interni ed internazionali; • riordinamento del sistema di manutenzione e riparazione dei veicoli di proprietà dello stato. In quegli anni, la Missione collaborà alla costruzione della pista principale dell'aeroporto di Luqua, alla realizzazione di un ponte radio tra Malta e la Sicilia e di un altro ponte tra Malta e Gozo. Il 28 marzo 1979, la Missione fu ritirata su richiesta del governo maltese nell'ambito del rilancio della propria politica neutralista iniziata ne! 1976.

:za Fase A seguito di nuovi accordi tra i governi conseguenti alla ratifica di un protocolla finanziario, ne! 1981 vennero costituiti due nuovi organismi: • Delegazione italiana di Assistenza tecnico militare (DIA TM - luglio 1981), con il compito di fornire assistenza al personale militare maltese (Fanteria, Artiglieria c/a, Genio e Trasmissioni) e di collaborare con la Missione ai Javari di genio civile (compito aggiunto ne! 1982); • Missione italiana di Cooperazione tecnico militare (MICTM- settembre 1981), con il compito di svolgere il servizio di ricerca e soccorso (SAR) e di aclclestrare personale tecnico (piloti e meccanici di elicottero, motoristi navali, palombari sommozzatori , capi officina, operatori di macchine da cantiere, esperti di fotogrammetria e cartografia, istruttori di educazione fisica).


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Per gli aspetti disciplinari normativi e giuridici entrambi gli organismi dipendevano dai capo del III Reparto dello SME. Per l'impiego, la DIATM dipendeva cial capo del III Reparto di SME, la MICTM dall'ambasciata d'Italia in Malta. Infine, per gli aspetti amministrativi la DIATM dipendeva dall'Amministrazione Difesa, mentre la MICTM dai Ministero degli Affari Esteri. Pur essendo formalmente scaduti i rispettivi protocolli (1983 per la MICTM e 1984 per la DIATM) i clue organismi svolsero il proprio lavoro fino al luglio del 1988. La toro attività fu sospesa soltanto nel perioclo di crisi delle relazioni italo-maltesi (4 dicembre 1984 - 16 settembre 1985), fatta eccezione per il servizio SAR che fu svolto ininterrottamente.

3a Fase Il 14 luglio 1988, con la ratifica di un nuovo "Memorandum d'intesa" (clocumento in annesso 1) tra il Ministero degli Affari Esteri maltese ed il Ministero della Difesa italiano, fu costituita la Missione Italiana di Assistenza Tecnico Militare (MIATM), unico organismo interforze all'estero con a Comando un ufficiale dell'Esercito (col. s.SM) alle dirette clipendenze di SMD 1 Reparto fino al 30 aprile 1995. Dai 1o maggio 1995 alle dipendenze del III Reparto di SMD. Il concorso fornito alla Repubblica Maltese si materializza nell'assistenza all'acldestramento del personale maltese nei settori e specializzazioni deii'Esercito, Marina e Aeronautica, oltre al concorso in interventi di genio civile acloperando materiali e mezzi militari in clotazione propria della MIATM. La Missione assicura inoltre un Servizio di Ricerca e Soccorso (SAR), inclusa la formazione del relativo personale pilota e specialistico. In base aWarticolo 6 del "Memorandum", i componenti della Missione italiana, nel numero massimo di dodici ufficiali e trenracinque sottufficiali, nell'espletamento dei compiti assegnati, non possono prendere parte in nessun caso alla esecuzione di operazioni connesse direttamente o inclirettamente a situazioni conflittuali con paesi stranieri e/o al mantenimento dell'ordine pubblico o ad ogni altra attività di carattere operativo militare. Nell'esercizio delle sue funzioni, la Missione italiana non puo subire interferenze da parte di carpi militari e/o civili di altri paesi stranieri. Nel quaclro della cooperazione militare italo-maltese sono stati forniti al governo de La Valletta materiali d'armamento ed equipaggiamenti clismessi cial servizio operativo nelle Forze Armate italiane , come elicotteri ed artiglieria contraerei.

Punto di situazione (eventuale) Con gli incontri tra le autorità maltesi e quelle italiane, in ottobre ed in dicembre 2000, è stata esaminata la possibilità di inserire un plotone di fanteria


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maltese ne lia formazione italiana da assegnare ali' Headline Goal (obiettivo prima rio della multinazionalità espressa dalla policy NATO), in particolare, sono stati discussi, tra l'altro, gli aspetti tecnici connessi con: • il tipo di unità nella quale verrà integrato il platane maltese (G.U. in Albania o Bosnia?); • Jo status con il quale il Platane verrà assegnato alle F.A. italiane; • l'anno di inizio dell'impegno (2002); • le spese da sostenere (a cura di RPGF-Uf. Pro.fi.bi.sta.); • le caratteristiche del documenta Iegalmente vincolante (SOFA , MoU, altro). La MIATM, su richiesta delle autorità militari maltesi, ha addestrato due plotoni maltesi per l'impiego in una comice di PKO. Un platane maltese, inserito nella Brigata "Garibaldi", ha partecipato dai 25 settembre all'8 ottobre scorso, all'esercitazione "Terraferma" ne! poligono di Persano. Il prossimo 4 dicembre si riunirà il Gruppo di Lavoro (costituito per I'esigenza), con i rappresentanti di SME e COMFOTER per trattare I'organizzazione di comando e controllo, il sostegno Iogistico, la capacità operativa.

Conclusione La Missione ha avuto con le autorità maltesi civili e militari relazioni sempre ottimali, se si eccettuano - nel lunga periodo Iaburista - alcuni momenti di tensione, dovuti a cause estranee alla Missione di per sé ed al sua operato, e riferiti ad un contesta internazionale di rapporti politici nel Mediterraneo. Essa ha quindi potuto svolgere i propri compiti sempre in modo efficace, con piena e reciproca soddisfazione. Malta ha conservato per intero il sua valore geopolitico, fintanto che il sua controllo procurava un vantaggio diretto, "attivo". La caduta del muro di Berlino e Jo sviluppo delle armi moderne, con l'ampliamento del raggio d'azione degli aerei e la comparsa dei satelliti da ricognizione, le hanna fatto perdere molto del sua valore geopolitico e ridotto fortemente il ruolo della "portaerei inaffondabile".


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BIBLIOGRAFIA Per la storia di Malta cfr. B. BLOUET, The History of Malta, London 1967, Faber. E. Cox, ·Britain's Withdrawal from Malta•, in RUSI, Defence Yearbook, London 1978-1979, Braasey's. E.M. GRAY, Le nostre terre ri/ornano ... Malta, Corsica, Nizza, Novara 1940, Istituto Geografico de Agostini. Intervista a A. PoUT!, esperto di strategia, lAI, 16/12/1993. Ufficio Storico Marina Militare, La difesa del traffico con l'Africa Orientale, tomo 1, vol. II, Roma 1958. L.D. LISTEH - M.P. BRUCE GEOHGE, •Malta•, in Watson B.W. & S., (edited by), The Soviet Naval Threat to Europe, The West view Press, Colorado 1989, Boulder. M.L. DUMAS, ·Security and Cooperation in the Mediterranean Area: A New Step•, in 11 1h Workshop of the Pugwash Study Group on Conventional Forces in Europe, 11-12 October 1991, Paris. A. CAGIATI, ·L'equilibrio politico strategico ne! Mediterraneo•, in Relazioni lnternazionali, 12/2/1972.

NOTE (1) F. Mattesini, ·Gli studi perla conquista di Malta·, in Rivista Man'ttirna, aprile 1991, p. 95.

(2) Nato, Fifteen Nations, April-May 1972, Supplement 129, p. 151. (3) P.C. Mifsud- T.O. Greenlee, ·Maltese Neutrality and Non-Alignment: A Maltese-American Perspective·, in Malta and the Security of the Mediterranean Regien, International Security Council, Milan 1986, November 23-25, p. 13. Cfr. anche C.I3. jones, ·Malta after 25 Years of Independence•, in Conternporary Review, vol. 255, novembre 1989, p. 262. (4) La ratifica della Camera dei Deputati e dell'll marzo 1981, que lla del Senato de l 9 aprile 1981. Per un'analisi di questo accordo si veda N. Ronzitti, ·Malta's Permanent Neutrality•, in The Italian Yearbook of International Law, vol. V, 1980-1981, Na poli 1982, Editoriale Scientifica; peril testo dell'accordo si veda: L 'Ita/ia nelia Politica Internazionale, lstituto Affa ri lnternazionali, 1980-1981, Appendice, p. 533-540. (5) H. Sola, ·Malte et l'Europe: les retrouvailles. Entretien avec Eddie Fenech Adami·, in Politique internationale, n. 37, 1987, p. 223. Un'associazione con la Cee era già stata costituita ne! 1971. Cfr. Malta and the EEC: Prospect and Pitfal/s. A Chamber of Commerce Pubblication, Malta 1971.


MAR DELLA CINA MERIDIONALE (1979), SOCCORSO AI PROFUGHI VIETNAMITI PIER PAOLO RAMOINO

Antefatto Il 23 a prile 1975 il presidente americano Ford, in un discorso a New Orleans, dichiara "finita" la guerra in Vietnam, il 29 aprile inizia la cosiddetta "Operazione 4" con cui si evacu a no da Saigon le ultime truppe statunitensi e gli impiegati civili delle varie organizzazioni ruotanti attorno all 'Ambasciata americana . Con un elicottero parte anche l'ambasciatore Martin, mentre le forze nordvietnamite del colonnello Bui stanno occupando l'intera capitale . Il Sud Vietnam cessa d'esistere come stato indipendente , la stessa Saigon cambia nome in Ho Chi Minh Ville , è oramai avvenuta l'unificazione del Paese sotto il regime comunista di Hanoi, come i dirigenti marxisti volevano sin dai 1945, quando la Francia era rientrata in possesso dell'Indocina occupata dai giapponesi. Si instaura su tutto il territorio vietnamita un regime dura , che vuole la "rieducazione" di tutta la borghesia del Sud ed una epurazione esemplare per chi ha collaborato con gli americani. Alcuni si adattano al nuovo regime, di questi moiti sperano in tempi migliori, una certa parte si impegna con entusiasmo e patriottismo alla ricostruzione del Paese, prostrato da oltre venti anni di guerra , ma altri vedono solo nella fuga dalla !oro Patria e ne! raggiungimento dei paesi deli'Occidente democratico una reale speranza di sopravvivenza . Il Vietnam è molto cresciuto militarmente e politicamente, è, dopo la vittoria, da considerarsi una "media potenza regionale" che incute un certo timore a tutti i suoi vicini, si deteriorano subito le relazioni con la Cambogia e la Cina , mentre nella logica dell 'equilibrio di potenza si allacciano rapporti sempre piü stretti con l'URSS. Nuove situazioni conflittuali sono alle porte: ne! novembre 1978 il Vietnam sigla un patta di collaborazione con l'URSS, che i cinesi definiscono "una minaccia alla sicurezza del Sud-Est asiatico". Questo atteggiamento di Pechino inasprisce le misure governative di Hanoi contro la minoranza cinese , migliaia di elementi di questa etnia iniziano la fuga dai Paese. Il 25 dicembre 1978 il Vietnam invade la Cambogia , dimostrando una vitalità ed un'efficienza militare straordinaria. Agli inizi del febbraio 1979 è la Cina ad invadere il Vietnam con operazioni limitate al nord del paese, ma per questo non meno impegnative e sanguinose.


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PIER PAOLO RAMOI NO

La situazione interna , le guerre locali , l'epurazione al sud, la crisi economica spingono moite famiglie a lasciare le !oro case ed a cercare nell'emigrazione la soluzione ai !oro problemi. 1 confini del Paese sono perà sigillati, per fuggire non resta che il mare: inizia cos! il tragico esodo del cosiddetto boat people.

Il "popolo del mare" Le famiglie vietnamite che presero la difficile decisione di abbandonare per mare e clandestinamente il proprio focolare , erano spinte da moiti sentimenti , tra cui principalmente la paura per l'avvenire ed il desiderio di ricostruirsi una vita in un paese democratico. Non si trattava certo di gruppi omogenei per cultura , stato sociale , capacità economiche e credo religioso o politico , tutti perà avevano il coraggio dei disperati e barattavano le !oro poche ricchezze con l'acquisto di un passaggio per mare verso un avvenire nebuloso ed incerta . Le giunche od i barconi che affittavano o compravano erano mezzi adatti ai traffici costieri o alla pesca , non certo dotati di attrezzature ed autonomie in grado di far !oro attraversare il tempestoso mare Cinese meridionale. Questa pacifica invasione marittima preoccupava non poco gli stati costieri, specialmente quelli più ricchi, quale la Malaysia e Singapore , che assai spesso scacciavano o chiudevano in campi profughi i sopravvissuti alle traversie marittime. Le televisioni di tutto il monda mostravano le pietose condizioni degli emigranti clandestini, spesso i !oro naufragi, la !oro morte d'inedia, e si aveva notizia delle azioni di pirati che depredavano le imbarcazioni togliendo agli esuli le poche ricchezze sopravvissute agli esosi prezzi di acquisto del passaggio per m are ed alle "mance" pretese da i funzionari statali per chiudere un occhio sulla !oro partenza. Si parlava sulla stampa di migliaia di persane affamate ed assetate che vagavano sul mare in attesa di soccorsi che arrivavano solo occasionalmente ed erano dovuti ad incontri con mercantili o navi da guerra naviganti in quei mari. Spesso queste unità incontravano barche armai vuote , testimoni di tragedie di intere famiglie. Il monda occidentale si interrogava armai sulla necessità di un intervento. L'Italia nella sua opinione pubblica e ne! sua Governo , sentiva di dover dare una risposta a questi interrogativi, ma oltre 6500 miglia separavano i nos~ri parti dalla zona interessata e quindi solo un 'organizzazione ben strutturata ed efficiente poteva intervenire: la nostra Marina Militare.

La Marina italiana nel 1979 La Marina Militare era in quegli anni ne! difficile momento del cambiamento dei mezzi previsto dalla Legge Navale del 1974-75 , era quindi ancora prevalentemente


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composta dalle unità costruite negli anni Sessanta per le operazioni di sea-control in Mediterraneo nell'ambito della strategia NATO di contenimento dell'URSS. Si trattava di una Marina indubbiamente efficiente, ma addestrata ad agire in un teatro operativo ristretto con le sue navi antisommergibili, i suoi dragamine e le sue corvette a difesa dei traffici e delle tinee di comunicazione marittime. Alcune lunghe crociere, specialmente delle navi Scuola , non l'avevano pero privata di un'esperienza oceanica, ma certamente non si parlava allora di "Mediterraneo Allargato" ne d'interventi umanitari in "Oceani Lontani" . Le unità maggiori erano di fano i tre incrociatori (Veneto, Doria e Duilio) progettati come unità antiaeree ed antisom , integrabili in Forze navali alleate , adatte a sedi di comando, ma indiscutibilmente abbastanza limitate nella !oro autonomia. Gli Almanacchi Navali del tempo riportano questa caratteristica in 6000 miglia a venti o sedici nodi. Le altre unità d'altura , caccia e fregate , non si presentavano idonee, per spazi interni e sistemazioni logistiche, ad imbarcare decine o centinaia di boat people. Lo Stato Maggiore pero, già da qualche tempo, aveva individuato questa carenza dello strumento navale ed aveva emesso specifiche per unità di rifornimento d'altura , ne era nato un tipo di unità assai flessibile, il tipo .. stromboli•, che entrata in servizio ne! 1975, dimostrava una buona capacità di rifornimento in mare, soprattutto di combustibile , riuscendo un "moltiplicatore" di autonomia per una piccola Forza navale. Gli incrociatori , tutti dotati di ponte di volo e di elicotteri , potevano impiegare questi mezzi aerei per l'esplorazione di vaste zone di mare , moltiplicando la !oro capacità di sorveglianza e di scoperta. Tutto cio portava alla considerazione che un 'eventuale missione in mari lontani dovesse essere affidata agli incrociatori accompagnati da un rifornitore di squadra.

La decisione e l'organizzazione di base All'inizio dell 'estate del 1979 il governo italiano decise di far intervenire la Marina Militare in una grande operazione di soccorso ne! mar Cinese meridionale a favore dei profughi vietnamiti . Fu deciso di ricercare per mare le piccole imbarcazioni, di prelevarne gli imbarcati che ne facessero richiesta, nutrirli e curarli e, se consenzienti, riportarli in Italia per rinserirli nella comunità internazionale. Tutti gli organi di governo furono interessati, specialmente , oltre il Ministero della Difesa, quello degli Esteri, degli Interni e la Croce Rossa Italiana. Ad un sottosegretario di Stato, onorevole Zamberletti , fu affidato il coordinamento delle attività .


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La Marina designa le navi per la missione: gli incrociatori Veneto e Doria e la rifornitrice StrombofiO). ln quel periodo le unità si trovavano all'estero in porti mediterranei per la consueta crociera estiva delle unità della Squadra. Furono rapidamente richiamate in patria nelle basi di normale gravitazione, rispettivamente Veneto e Stromboli a Taranto e Duilio a La Spezia, e sottoposte a un rapido cielo di favori di adattamento per la missione di soccorso. 1 due Arsenali furono veramente eccezionali nella rapidità dei favori, nelle soluzioni tecniche adottate, nell'entusiasmo delle maestranze; gli equipaggi delle tre navi, rinunciando alla meritata licenza estiva, contribuirono con orgoglio e tenacia alla perfetta messa a punto di tutti i mezzi. Sugli incrociatori si organizzarono vasti spazi con letti a castello per ospitare centinaia di persane, furono potenziate le cucine e le infermerie, imbarcati viveri in quantità eccezionali e creata un'organizzazione di bordo con nuovi servizi igienici prefabbricati e montati in poco tempo dagli arsenali. Al termine dei pochi intensissimi giorni di sosta nelle due basi navali il Veneto poteva accogliere 423 profughi (di cui 308 nell'hangar), più 26 in infermeria, il Doria 252 (di cui 174 nell'hangar) più 18 in infermeria e lo Stromboli 100 più 12 in infermeria, per un complesso di 831 sistemazioni in letti fissi, a cui potevano aggiungersi circa 150 brande volanti, che portavano la capacità totale ad un migliaio di posti. Molto potenziati in vista del tipo di attività furono i servizi sanitari con cinque medici militari per ogni incrociatore e due sulla rifornitrice, sostenuti da gruppi di medici e paramedici, moiti dei quali laureati e specializzati in pediatria od ostetricia. L'attività sanitaria. fu coordinata imbarcando un capitano di vascello medico sul Veneto. È certamente interessante dare anche qualche dato sul carico logistico

imbarcato sulle tre unità: - 360 tonnellate di viveri (tra cui 33000 litri di acqua minerale) 8000 capi di vestiario - 7000 oggetti di pulizia personale - un migliaio di materassi e di effetti letterecci - migliaia di dosi di vaccini (antivaiolo, anticolera, ecc.) Tutto il personale di bordo fu sottoposto a vaccinazione preventiva e particolari precauzioni furono prese per migliorare l'igiene complessiva della vita di bordo. Il JO luglio 1979 fu costituito l'Ottavo Gruppo Navale (CoMGRVPNAV Orro) agli ordini dell'ammiraglio di divisione Sergio Agostinelli, già comandante della P Divisione Navale, che alzo l'insegna su nave VenetoC2).


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Un ufficiale superiore fu inviato a Singapore (capitano di vascello Castelletti) per compiti di coordinamento e collegamento con le autorità locali e con le ambasciate d'ltalia in Malaysia ed a Singapore. Lo Stato Maggiore Marina emanà l'ordine d'operazione in cui la missione era chiaramente indicata come "missione di soccorso a profughi e naufraghi in pericalo a bordo di natanti incapaci di te nere ulteriormente il mare", chiarendo che dovevano essere recuperati "tutti coloro che non rifiutano esplicitamente il !oro trasporto in Italia anche come paese di transita". Il 6 luglio le unità lasciavano i porri di approntamento per iniziare la missione di soccorso.

Svolgimento della missione Riunitesi in gruppo a sud di capo Matapan le unità dell'8° Gruppo Navale transitarono per Suez 1'8 luglio ed entrarono nell'oceano Indiana il successivo 11 , il giorno 19 passavano lo stretto di Malacca e nel pomeriggio del 21 si ormeggiavano a Singapore nell'antica base britannica. La traversata era stara compiuta in soli sedici giorni senza scali intermedi con quarantotto ore d'anticipa sulle previsioni. La sosta a Singapore fu utilizzata per gli indispensabili contatti con le autorità locali e per pianificare, con le informazioni raccolte in loco, l'attività in mare. Venne infatti messo a punto un buon piano di ricerca, che prevedeva il pattugliamento delle acque antistanti la costa malese ad almeno cento miglia dalle coste vietnamite e sempre ad di fuori delle acque territoriali degli stati rivieraschi. Gli elicotteri furono usati di giorno in modo continuo e di notte occasionalmente per integrare ed allargare il raggio di scoperta dei mezzi di localizzazione di bordo. I tre interpreti vietnamiti (due religiosi ed un civile), imbarcati in Italia, furono utilizzati per la redazione di chiari messaggi da leggere con i megafoni alle imbarcazioni incontrate, specificando l'azione umanitaria che si voleva compiere. Il mattino del 26 luglio si ebbe il primo emozionante incontro con i profughi, prontamente imbarcati sul Veneto e trovati in condizioni veramente penose, soprattutto le donne ed i bambini, come la penna di Giuliano Zincone del ..corriere della Sera•, imbarcato sulla nave, racconta con maestria. Il giorno successivo è il Doria con mare poco maneggevole a recuperare altri naufraghi , che raccontano della !oro vera odissea, altri profughi vengono raccolti da imbarcazioni a rimorchio di piccole motovedette della Marina di Singapore, che data la lora dimensione non possono assicurare adeguate cure. La relazione sanitaria indica che tutti i raccolti "presentavano un grave stato di disidratazione e di denutrizione con numerose patologie in atto•. Tra i recuperati non mancavano neonati e donne in avanzato stato di gravidanza che tennero molto occupati i team sanitari di bordo.


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Le operazioni continuarono nei giorni seguenti e complessivamente furono imbarcati 508 uomini e 394 donne, di cui rispettivamente otto e tre preferirono rimanere a Singapore, mentre tutti gli altri (891) furono condotti in Italia. Il 2 agosto il Gruppo navale lasciava Singapore, ove era stato visitato dall'onorevole Zamberletti che portava il plauso del Governo ed il saluto dell'Italia tutta, e dirigeva per rientrare in Patria. Gli equipaggi si prodigarono per rendere confortevole la vita dei profughi a bardo, che ebbero un comportamento sempre collaborativo dimostrando grande riconoscenza. Peri più piccoli a Singapore erano stati acquistati dai marinai italiani moiti giocattoli, che contribuirono a far riacquistare il sorriso a bambini cos! provati dagli avvenimenti. Per tutti, espresse ai nostri equipaggi un caloroso ringraziamento il professore Kram, ex docente dell'Università di Saigon, anche lui salvato dai mare. Una ragazza vietnamita tenne un diario a bordo, in cui si sottolinea la tradizionale umanità e bonomia dei nostri marinai di ogni età e grado, il diario si conclude con le parole: "Cari nostri amici, conservate per sempre nella vostra mente il ricardo di questi giorni". Giunta a Venezia il Gruppo Navale iniziè> lo sbarco del personale recuperato, che trovè> una prima sistemazione in campi attrezzati del Veneto per poi disperdersi per tutta l'Europa in cerca di una nuova vita degna di essere vissuta. Il 21 Agosto 1'8° gruppo è sciolto e le unità rientrano nei porti di normale gravitazione, si smontano le attrezzature provvisorie e si riprende l'attività addestrativa consueta.

Conclusioni La missione di soccorso dell'8° Gruppo Navale rappresenta per la Marina italiana qualcosa di più di un a "impresa umanitaria", del cui risultato eccellente non si puè> certo dubitare. Ha infatti rappresentato una prima attività operativa in mari lontani di una maderna Task Force nazionale, che si è svolta in un difficile elima internazionale, dando prova di che cosa sia oggi la Naval Diplomacy attiva. Ha richiesto la prova effettiva della flessibilità dello strumento navale, la rapidità con cui si deve rispondere ad un'esigenza politica espressa dal Governo, l'organizzazione di strutture di bardo non previste con una sinergia ottimale tra equipaggi e maestranze arsenalizie, la capacità di operare per tempi considerevoU lontano dalle proprie basi. In una parola è stata la prima vera dimostrazione di una "Marina a braccio lunga" come oggi è armai considerata la nostra Forza armata, dopo le successive esperienze del Golfo, della Somalia e di Timor Est.


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BIBLIOGRAFIA A.

BRAUZZI -

La missione di soccorso del/'8° Gruppo Navale- Rivista Marittima -

Nov. 1979.

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Da Matapan al Golfo Persico- Mondadori 1989.

Interviste dell'autore ad alcuni ufficiali partecipanti alla missione. In particolare si ringrazia l'ammiraglio di divisione Magarelli per aver messo a disposizione dell'autore il materiale di sua proprietà relativo al suo incarico di "Ufficiale addetto al persona le imbarcato" di nave Veneto durante la missione di soccorso.

NOTE (1) Per le caratteristiche delle unità vedi Annesso.

(2) Il gruppo navale risultava composta da nave Veneto (comandante capitano di vascello Franco Mariotti), nave Doria (capitano di vascello Mario Strigini), nave Stromboli (CV William Zanasi).


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Annesso

CARATTERISTICHE DELLE UNITÀ DELL'8° GRUPPO NAVALE NAVE " VITTORIO VENETO" Anno di costruzione: 1969 Dislocamento: 8850

t.

Dimensioni: 180 x 19,4 x 6 m. Armamento: 1 lanciamissili Aster, 8 76/62, 6 tls. Antisom, 9 elicotteri Velocità massima: 32 nodi Autonomia: 6000 mg! a 20 nodi Equipaggio normale: 560 uomini NAVE "ANDREA DORIA" Anno di costruzione: 1964 Dislocamento: 6500

t.

Dimensioni: 149 x 17 x 5 m. Armamento: 1 lanciamissili Terrier, 8 76/62, 6 tls . Antisom, 4 elicotteri Velocità massima: 31 nodi Autonomia: 6000 mg! a 16 nodi Equipaggio normale: 500 NAVE "STROMBOLI' Anno di costruzione: 1975 Dislocamento: 8700

t.

Dimensioni: 129 x 18 x 6, 5 m. Armamento: 1 76/62 Velocità massima : 18 nodi Autonomia : 4000 mg! a 19 nodi Equipaggio normale: 124 (da ti da Almanacco Storico delle Navi Militari !ta liane- 1861-1995- Uff. Storico M.M. 1996).


LIBANO 1979-1984 LA POLITICA MEDITERRANEA DELL'ITALIA SALVATORE MINARDI

Il panorama politico mediterraneo in cui si colloca l'azione internazionale dell'Italia, presa qui in esame ai fini del presente dibattito, è quello de i rapporti bilaterali con i paesi deli'Africa settentrionale e del Medio Oriente, con i due più importanti teatri di crisi in quest'ultimo scacchiere: il Libano, sullo sfondo del contrasta arabo-israeliano, e il golfo Persico. Prima di analizzare pero l'azione diplomatica italiana nelle suddette aree geopolitiche, occorre accennare a talune scelte di politica estera del nostro Paese e al contesto storico in cui si inquaclra la politi ca mediterranea clell'Italia negli anni a cavallo tra la fine degli anni Settanta e i primi anni Ottanta del secolo appena concluso. Nell'ambito della contrapposizione bipolare del sistema internazionale, emerso all'indomani della seconda guerra mondiale, si sciolsero alcuni nodi storici della politica estera dell'Italia , in relazione allo status internazionale e al ruolo da svolgere in Europa e ne! Mediterraneo Cl). Un mare identificato fino allora con l'appellativo fatale di mare nostrum, in una prospettiva d'autoesaltazione che aveva indotto moiti italiani a credere in un diritto naturale dell 'Italia ad avere un ruolo preminente in questo mare. L'esito della guerra mondiale, che proiettava sullo sfondo uno scenario di mutamenti radicali, l'insorgere e l'acuirsi della guerra fredda delinearono il contesto internazionale di riferimento della politica estera italiana. In una Europa marginalizzata di fronte agli Stati Uniti e all'Unione Sovietica, usciti dai conflitto come superpotenze mondiali, mentre l'Inghilterra si avviava sul viale del tramonto imperiale, la situazione del Mediterraneo mutava coordinate. In un quadro internazionale non più eurocentrico e multipolare e in una Europa divisa da una cortina di ferro di là dalla quale Mosca satellizzava pressoché interamente i Balcani e l'Europa orientale, l'Italia di De Gasperi prendeva il suo posta tra le componenti storiche essenziali d'Europa . Scelta atlantica e scelta europea, l'una e l'altra !egare all'esigenza di libertà, di progressa e di sicurezza <Z), una volta adottate sono cliventate i caposalcli della politica estera deli'Italia (3) che non ha disclegnato, pero, in certi momenti, di assumere tra i clue blocchi contrapposti posizioni di equiclistanza e atteggiamenti microgollisti. Accanto alle due aree dell'azione internazionale dell'Italia, caratterizzata cial multilateralismo delle re lazioni nell'ambito dell 'Alleanza Atlantica e in quello


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della CEE, una terza area è rappresentata dall"'insieme" mediterraneo. Yale a dire i paesi rivieraschi del Mediterraneo e delle sue aree di rispetto, in particolare golfo Persico e Corno d'Africa. In questa vasta regione, che si puà definire l'area della "diplomazia bilaterale" della politica estera italiana perché non coperta da accordi di qualsivoglia natura, l'azione internazionale dell'Italia è stata per moiti anni pressoché irrilevante, sia per il perdurare del colonialismo, per cui il bilateralismo si sviluppava tra madrepatria e colonia, sia per la mancanza di un ben definito programma di politica estera che l'Italia avrebbe dovuto darsi e perseguire per la salvaguardia e il consolidamento dei suoi interessi in un contesta specificamente regionale C4). Infatti , non solo l'Italia non ha avuto in questi anni una politica mediterranea ma non ha fatto neppure una politica araba coerente, dacché vi sono state in realtà diverse e contraddittorie politiche mediterranee. Basti pensare che, mentre consentiva agli aerei francesi di sorvolare Jo sp?.zio aereo italiano per l'impresa di Suez, il governo di Roma cercava di mantenere rapporti cordiali con i ribelli algerini. E cosi, da un lato, si mostrava comprensivo verso il nazionalismo arabo nasseriano e, dall'altro, appoggiava la politica conservatrice senussita in Libia (5). La peculiarità della sua posizione geografica, al centra del Mediterraneo, e la grande estensione delle sue coste conferiscono all'Italia una naturale funzione separatrice e mediatrice fra i due bacini di questo mare, secondo le circostanze e i tempi, che rappresenta il campo d'azione dell'Italia come nazione europea. Dopo la fine del secondo conflitto mondiale, che ha mutato i fattori politici e militari dell'Italia, al pari di quelli di tutti gli altri stati, vincitori e vinti, il contrasta sorto tra Washington e Mosca spingeva l'una e l'altra a ricercare nuove posizioni nel Mediterraneo e a consolidarle. Qui, di fronte alla declinante potenza britannica, era venuta affermandosi sempre di più quella degli Stati Uniti per controbilanciare le posizioni che l'Unione Sovietica siera assicurata nell'Europa orientale. Ovviamente, tutto cià avvenne per gradi e attraverso tre momenti decisivi: la collaborazione militare ispano-americana; la Dottrina Truman, mediante la quale Washington si sostitui a Londra a difesa della Grecia e della Turchia, e da cui originà il loro ingresso nella NATO ne! 1952; l'intervento statunitense per bloccare l'azione anglo-francese contro l'Egitto di Nasser che aveva osato sfidare l'Occidente, nazionalizzando la Compagnia del canale di SuezC6). D'allora in poi le vicende mediterranee vedono Washington in prima linea per difendere Israele minacciato dagli arabi, spinti e riforniti dall'URSS, e successivamente, per garantire uno spazio di pace fondata sulla coesistenza arabo-israeliana in Medio Oriente. Sebbene l'Europa abbia cessato di essere il centro e il motore della storia del monda, divenendo da soggetto oggetto della politica altrui, il Mediterraneo rappresenta tuttavia, ancor più che in passato, un pilastro fondamentale per la sua


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sicurezza, la sua stabilità e il suo progressa ma in uno scenario in cui diversi sono i protagonisti venuti alla ribalta dopo il declino delle potenze europee, l'emergere degli stati arabie di Israele nonché l'affermarsi di una bipolarità sovietico-americana. Come in altre aree geografiche, negli anni Settanta poteva inoltre scorgersi nel Mediterraneo "un nuovo tipo di conflitto che passava insieme ai livelli interni e a quelli internazionali". Era in atto un processo di cambiamento dell"'equilibrio centrato sulla guerra fredda" in quanto allo schema Est-Ovest veniva affiancandosi, con il passare degli anni, uno schema Nord-Sud m. L'Italia ha interessi antichi e attuali, materiali e spirituali, in Medio Oriente, oltreché un sommo interesse alla pace nel Mediterraneo. Di qui l'esigenza espressa da Aldo Moro di considerare unicamente la situazione globale nel Mediterraneo. E tuttavia, prima la tragedia dei palestinesi, sfruttata da alcuni stati arabi per i !oro particolari fini , e poi l'Unione Sovietica , la cui accresciuta presenza ne! Mediterraneo - come dichiarà Moro al Consiglio atlantico di Roma il 26 maggio 1970 - dava "motivi di riflessione" e poneva "certamente dei problemi" CS) , Unione Sovietica che ha sfruttato in un piano più ampio sia i contrasti mediorientali sia il nazionalismo arabo, utilizzato come grimaldello per penetrare nella regione e stringere accordi con i governi arabi antimperialisti, hanno trasformato il Mediterraneo in un teatro permanente di tensioni e di contrasti. Nel deteriorato elima inte rnazionale della fine degli anni Settanta, alla controversia tra i due blocchi per le armi di teatro in Europa, si aggiungeva il vuoto politico lasciato dall'evolversi della situazione in Medio Oriente che divenne il punto focale della crisi della distensione, e i cui conflitti furono in parte condizionati dai confronta tra Mosca e Washington. Intanto l'Europa comunitaria - le cui componenti, alleate degli Stati Uni~i a diverso titolo e aventi bisogni diversi e diverse p o ssibilità - , era incapace di elaborare una efficace azione internazionale comune, attribuendosi un ruolo di contenimento, comple mentare a quello americano, nei confronti deii'Unione Sovietica e di sensibilità verso le crisi locali. In concreto l'Europa, inesistente come potenza , non fa nulla per bloccare le convulsioni interne del Libano che minacciano di distruggerlo; per porre fine alla guerra tra arabi e israeliani; per far cessare la tensione greco-turca e il conflitto di Ci pro C9)_ Dopo la crisi di Sue z, la crescente influenza sovietica ne i paesi arabi del Mediterraneo, faceva di quest'area la più instabile delle frontiere della NATO, imperniata sull'Italia, la Grecia e la Turchia. Nel Mediterraneo l'Unione Sovietica vedeva la via per aggirare a sud la NATO e finlandizzare l'Europa, realizzando cio che Stalin aveva invano cercato brutalmente di ottenere, premendo sulla Grecia e sulla Turchia (lo). Solo il coraggio di Anwar Sadat consentiva di riportare l'equilibrio nel fianco meridionale della NATO che l'Egitto di Nasser aveva inve ce


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turbato, destabilizzando permanentemente il monda arabo e ponendo ipoteche di lunga periodo sugli approvvigionamenti energetici nonché sulla preservazione dello status quo dell'intera area compresa tra i Dardanelli e Gibilterra 01). Il ruolo dell'Italia nell'Alleanza Atlantica rimane condizionato dalla sua proiezione ne! Mediterraneo, divenuto, con il trascorrere del tempo, una regione politicamente instabile e incerta dai punto di vista della sicurezza (12), proprio per la manovra di aggiramento dell 'Unione Sovietica al sud del sistema atlantico 03\ e che con la sua presenza, diretta o indiretta, cioè servendosi di Cuba e della Germania orientale, estendeva la sua influenza in Africa ed esercitava una pressione politica crescente sui punti nevralgici delle difese dell'Occidente e dell'Europa, in particolare, mercé il suo spiegamento offensivo. Cio rivelava nell'Unione Sovietica una percezione del proprio ruolo nella politica mondiale fortemente condizionato dalla su:.t potenza militare 04). Un furore eversivo attraversava la Turchia, l'Afghanistan, l'Iran. In Turchia cambiamenti radicali ne! sistema politico avrebbero potuto metterne in discussione la partecipazione alla NATO, creando verosimilmente uno squilibrio geopolitico ne! Mediterraneo orientale e ne! Media Oriente05), con la prospettiva di una destabilizzazione dannosa per la sicurezza e il benessere generale e, soprattutto, dell'Europa. Nell'autunno 1980, quando un governo militare prese il potere in Turchia, fu subito evidente, sia in Italia che ne! resto dei paesi della Comunità europea, la gravità della situazione politica che era venuta a crearsi. Questa situazione modificava in una certa misura i precedenti rapporti italo-turchi. Considerato poi il ruolo della Turchia come fattore di equilibrio del Mediterraneo e come pilastro dell'Alleanza Atl:.tntica verso l'est, diveniva poco agevole l'approccio con Ankara per la necessità di mantenere con la Turchia un rapporto volta ad assicurarne la funzione di bastione della NATO senza clare nel contempo la sensazione che l'Italia potesse accettare come clefinitivo il nuovo regime militare insediatosi ad Ankara 0 6). Dietro le pressioni dell'Italia e degli altri paesi comunitari, il governo dei militari si impegnava a ripristinare sollecitamente il regime parlamentare, pur senza indicarne la data che sarebbe dipesa probabilmente dalla soluzione definitiva dei due principali problemi della Turchia: il terrorismo e la crisi economica . Unitamente agli altri partners europei, l'Italia non intendeva far mancare alla Turchia, in un momento cosl difficile , la disponibilità a partecipare alla ristrutturazione del debita pubblico cm. Anche nella delicata questione di Cipro, che turbava i rapporti tra la Turchia e la Grecia, l'Italia non trascurava di intervenire per cercare di favorire il raggiungimento di un componimento amichevole e appoggiava contestualmente le intese tra Cipro e la CEE, per favorire nell 'Isola il sorgere di condizioni atte a


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superare i contrasti politici in terni OHJ. Conformemente ai principi che ispiravano la sua politica mediterranea, l'Italia si offrl di svolgere un ruolo di mediazione in ambito comunitario e all'interno dell 'ONU: le due istanze internazionali in cui si discuteva il contenzioso greco-turco concernente Cipro 0 9J, che era un focolaio acceso proprio nell'area nevralgica del Mediterraneo orientale. A Roma si stimava che, per la soluzione della crisi cipriota , occorresse "un generale impegno di buona volontà" delle due parti contrapposte oltreché della Grecia e della Turchia <20 l. Fin dai primo momento I'Italia disapprovo la creazione della "Repubblica turca di Cipro Nord" , riconosciuta dalla Turchia. Nella prospettiva della tendenza alla normalizzazione in Turchia , dopo le elezioni del novembre 1983 che posera fine alla dittatura militare, l'Italia ag! poi in favore della riammissione dei parlamentari turchi ne! Consiglio cl'Europa <21 l. Alla fine degli anni Settanta, la rivolta khomeinista in Iran , la cacciata dello shah Reza Palhevi , l'occupazione dell'ambasciata degli Stati Uniti a Teheran e la cattura di cinquantadue ostaggi americani , la guerra tra i due Yemen e l'invasione sovietica deli 'Afghanistan mettevano in crisi il ruolo degli Stati Uniti in una regione ritenuta la vena giugulare dell'Occidente. La minaccia dei missili sovietici e l'invasione clell'Afghanistan , che neutralizzava il valore strategico del Pakistan e preludeva al ritorno dell'India sotta l'influenza sovietica, procurarono un brusco risveglio dell'Europa in particolare, cullatasi all'ombra della distensione che aveva scambiato, non senza illusioni , per un sintomo di sicurezza e ne preoccuparono le cancellerie, specialmente per i risvolti della crisi ne! golfo Persico <Z 2l . Ne! 1979, superando le incertezze e l'ambiguità che ne avevano caratterizzato l'azione diplomatica, l'Italia fece alcune significative scelte di politica estera. Si chiudeva allora una fase dell'azione internazionale dell'Italia apparsa marginale e priva d 'iniziative, ancorata a una visione eurocentrica , mentre la politica interna offriva, per contro , un quadro dinamico e creativo entro il quale si consumavano diverse esperienze politiche<Z3J. Poiché l'Unione Sovietica rese operativi, rra il 1978 e il 1979, nell'Europa orientale gli SS-20, una nuova serie di missili a media gittata , dotati di testate nucleari multiple, determinando una situazione che metteva in dubbio l'intera strate gia atlantica <24 l, la NATO decise di clispiegare in Euro pa missili Pershing 2 e Cruise senza rinunciare pero al dialogo con Mosca. Tale circostanza doveva offrire all'Italia l'occasione di allinearsi ai partners occidentali , sia pure dietro la spinta della minaccia sovietica, che costituiva il fattore decisivo di frcmte a cui Roma piegava gli altri suoi interessi , abbandonanclo certi vagheggiamenti neutralisti e terzomondisti per ridiventare atlantica. In ogni caso, pero, decidendo di ospitare sul suo territorio le basi missilistiche per tali vettori, l'Italia clava quella prova di lealtà in cui si riassumeva il coefficiente della sua politica atlantica , spazzando via le incomprensioni del passato originate da una sorta di eterodossia diplomatica in direzione dell'Unione Sovietica e dei paesi arabi C2 5l .


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La presa di posizione dell 'Italia, che rappresentava un salto di qualità dovuto in una certa misura alla iniziativa del presidente del Consiglio Cossiga <26), era quindi un chiara sintomo di inversione di tendenza della condotta internazionale dell'Italia che si allineava ara , nel momento del pericolo, alle posizioni degli Stati Uniti sugli euromissili, sulla crisi iraniana (ancorché con qualche distinguo a questo riguardo) e sull'invasione dell'Afghanistan. Questa evoluzione era resa possibile dai ridimensionamento elettorale del Partita comunista e dai sua ritorno all 'opposizione parlamentare, una volta constatata l'impossibilità di entrare direttamente ne! governo del Paese. Due circostanze che, di qua e di là dall'Atlantico, furono accolte con sollievo in una delicata congiuntura internazionale che investiva direttamente l'Europa occidentale. Qui si avvertiva una crescente sensazione di vulnerabilità e insicurezza per i mutamenti intervenuti nella realtà internazionale. Mutamenti che mettevano in discussione alcuni aspetti del rapporta dell 'Europa con Washington dave il nuovo inquilino della Casa Bianca , Ronald Reagan, era deciso a ridare agli Stati Uniti la leardership mondiale , rovesciando la tendenza al decadimento della potenza militare americana <27 ) e ripensando in termini nuovi i rapporti tra Stati Uniti e Unione Sovietica dopa la crisi dell'assetto bipolare <28) . Cosicché, nel complesso e incerta panorama internazionale degli albori degli anni Ottanta, l'Italia riaffermava i criteri che erano alla base della sua politica estera, svolgendo una intensa attività diplomatica sia sul piano multilaterale che su quello bilaterale. Tra il 1979 e il 1984, infatti, pur stentando a costruire sulla sua sostanziale stabilità una più incisiva linea di politica estera, l'Italia rivendicava un sua ruolo e si allineava agli altri paesi europei, dimostrando di valere perseguire una politica di maggiore presenza nella vita internazionate< 29). Si assisteva percià a una ripresa della politica mediterranea dell'ltalia, in connessione con l'allargamento della CEE ma con alcune caratteristiche proprie (gasdotto dali'Algeria, garanzia della neutralità di Malta, ricerca di stabilire rapporti con la Spagna , la Jugoslavia, l'Egitto, l'Algeria, ecc.) . L'attivismo diplomatico deli 'Italia coglieva di sorpresa un po' tutti , soprattutto quanti erano abituati al grigiore e alla subalternità della sua politica estera mostratasi fino ad allora priva di credibilità e di realismo (30). In questa prospettiva si rafforzano alcuni strumenti di politica estera , come un incrementa del bilancio della difesa, in relazione anche ai crescenti armamenti della Libia e alla indeterminatezza della politica estera libica , e rilevanti fondi per la cooperazione e lo sviluppo C3l) . In un contesta internazionale che presentava diversi problemi aperti in tutti i campi e in tutte le aree - i problemi interni della CEE; il deterioramento dei rapporti Est-Ovest ; l'arca delle gravi crisi dai Media Oriente all'Afghanistan e fino al Sud-Est asiatico; e i non mena complessi e pressanti problemi


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dell'economia mondiale, dalla lotta all'inflazione alla questione energetica e al divario Nord-Sud -, la politica bilaterale dell'Italia oscillava dai rafforzamento della sua partecipazione aii'AIIeanza Atlantica e dei suoi Iegami con gli alleati, principalmente con gli Stati Uniti, al mantenimento di buone relazioni con i paesi produttori di petrolio e con quelli deii'Europa orientale per evidenti interessi di carattere economico. Ora, se l'area cruciale da cui dipendeva la sicurezza dell'Italia era di là dalle Alpi, dove essa doveva stare attenta ai passi degli altri partners della Comunità europea e nel cui ambito poteva muoversi con stretti margini di autonomia, alla portata dei suoi mezzi e non priva di prospettive era al contrario la situazione ne! Mediterraneo e ne! Medio Oriente. In queste aree geografiche l'Italia poteva far sentire la sua influenza e ritagliarsi un ruolo importante, compensando in tai modo la subalternità a nord delle Alpi con una specie di "primato" italiano nel Mediterraneo che era, e rimane pur sempre, un fattore essenziale nella definizione della sua identità nazionale. Avvenne cos! che Gronchi cercasse di usare il fallimento della spedizione anglo-francese in Egitto, per sostituire nel Mediterraneo, con l'avallo degli Stati Uniti, all'Inghilterra e alla Francia, I'Italia che in quest'area avrebbe potuto svolgere una politica di progressa nell'interesse generale. Dai canto suo, al tempo della guerra dei sei giorni, Fanfani magnificà la politica estera italiana presso il mondo arabo, evidenziandone i caratteri che la distinguevano da quella degli alleati occidentali. L'una e l'altra iniziativa erano indubbiamente manifestazioni di un anacronistico ritorno di fiamma nazionalistica che la decolonizzazione e l'insuccesso della spedizione di Suez avevano riacceso e alimentato, come dimostrava peraltro la richiesta di poter conservare la Tripolitania , per farne la testa di ponte della futura politica mediterranea deii'Italia <3 2). Come già ne! passato, alcuni settori nazionalistici italiani meditavano di volgere verso il Mediterraneo la prua della navicella delle illusioni imperiali allorché temevano di non potere stare al passo con gli altri paesi europei. Tuttavia, pur premendo per accelerare il processo dell'unificazione politica e dell'integrazione economica deli'Europa e collocandosi alla testa delle forze europeiste, I'Italia trovava ne! Mediterraneo, nel Medio Oriente e anche neii'Africa subsahariana il teatro principale della sua nuova politica estera in quanto in tali scacchieri , non essendovi norme codificate, la competizione internazionale poteva svolgersi pressoché libera mente (33). Insomma I'Italia è un Paese che guarda in direzione delle Alpi nell'intento di valicarle idealmente, per integrarsi nella comunità degli stati d'Europa non già per mero idealismo europeistico bensl invece per la profonda convinzione che solo in un contesto europeo essa puà perseguire il proprio interesse nazionale.


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Ora, benché il sua avvenire sia in Europa, per la sua posizione geografica, - il "sito" di Guicciardini, sito che, pur nella sua mutevole incidenza, è uno dei fattori che contribuiscono alla formazione della politica estera -, contemporaneamente I'Italia svolge un ruolo centrale ne! Mediterraneo. Ma, si badi bene, come componente mediterranea dell'Europa. Il ruolo europeo dell'Italia è la vera condizione per il sua recupera nazionale e internazionale, allo scopo di superare definitivamente i suai problemi interni e di non dimenticare sia la lezione del Risorgimento che quella della sua storia recente, l'una e l'altra impostate sul sua reinserimento neii'Europa con l'assunzione dei propri compiti di grande nazione europea anche in un suo tradizionale campo d'azione, il Mediterraneo. Era stato Enrico Mattei, presidente deli'ENI, a concepire il disegno strategico di un ambizioso programma di sviluppo economico imperniato sui paesi produttori di petrolio deii'Africa e del Medio Oriente, i quali avrebbero fornito ali'Italia petrolio in cambio di piani di sviluppo, assistenza economica e, compatibilmente con le risorse finanziarie disponibili, anche capitali. Due fattori che, combinandosi sinergicamente, avrebbero creato un'area di comune prosperità per quelle regioni e per l'ltalia meridionale. A tale impostazione, dai canto suo, un intellettuale cattolico, Giorgio La Pira, siciliano di Pozzallo, una cittadina bagnata dai mare africano, fornl le motivazioni culturali e ideali per fare del Mediterraneo un luogo d'incontri ecumenici tra Cristianesimo e Islam. La strategia economica di Mattei e le sperimentazioni universalistiche di La Pira trovarono favorevole eco in alcuni esponenti di primo piano della politica nazionale, come Fanfani, Moro e altri, e costituirono l'assunta a cui ispirarono la !oro azione diplomatica pressoché tutti i ministri avvicendatisi alla Farnesina sino alla fine degli anni Ottanta . Sebbene non tutti condividessero l'afflato nazionalistico di Mattei e di Gronchi e non tutti vedessero nella politica mediterranea una manifestazione di autonomia politica e culturale dell'Italia nell'ambito deli'Alleanza Atlantica, comunque quasi tutti i responsabili della nostra politica estera ritenevano "che il Mediterraneo fosse la 'specificità' italiana e che I'Italia potesse servirsi della sua collocazione geopolitica per meglio valorizzare il proprio status internazionale" (3 4>. Sicché, con tali premesse pragmatiche e ideali, il dinamismo cliplomatico italiano verso gli stati deli'Africa mecliterranea e del Medio Oriente mirava a consolidare i rapporti con i paesi che, per motivi di carattere politico-economico oltreché strategico, rappresentavano Jo snodo principale delle relazioni internazionali deli'Italia in queste aree geografiche. Roma intendeva intensificare i rapporti bilaterali con i paesi del Nord Africa- da millenni profondamente legati ali'Europa benché permeati clali'Islam e da una particolare civiltà millenaria -, caratterizzati da una comune matrice mediterranea, rendendoli più stretti e fruttuosi. La complementarietà tra il sistema economico italiano e quelli della Libia e dei paesi del


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Maghreb permetteva di approfondire ed espandere la cooperazione economica e tecnica con tali paesi. E tuttavia i risultati conseguiti furono modesti per diverse ragioni. L'Italia guardava inoltre verso Malta cui era proclive a fornire assistenza economica e finanziaria oltreché a garantirne la neutralità. In Media Oriente l'Italia perseguiva una politica di consolidamento dei rapporti d'amicizia con il monda arabo , riflettente i tradizionali vincoli d'amicizia che essa manteneva con quei paesi. Una politica che a Roma si cercava di arricchire e sviluppare sia per finalità economiche sia per contribuire a evitare nuove guerre, in un'area attraversata da gravi conflitti , sia anche in considerazione delle inquietudini suscitate dai tentativo dell 'Unione Sovietica di strumentalizzare la questione palestinese per ampliare la sua sfera d 'influenza nei paesi arabi C35). Cioè l'Italia non lesina va le manifestazioni di amicizia e comprensione verso il nazionalismo arabo e il fondamentalismo islamico, cos! come clava pure chiari segni di amicizia e comprensione ai paesi del blocco comunista in Europa , attribuendosi il ruolo dell ' honest broker0 6 ). Quella del volonteroso paciere , quella di mediare era una delle tante smanie tradizionali della politica estera italiana, cos! diffusa nella nostra storia da diventare una costante <37) . Questo ruolo di "Paese amante della pace" ha fatto s'i che l'Italia , favorita dalla guerra fredda , coltivasse un suo orticello nelle aree in cui era maggiormente in giuoco l'interesse nazionale . Come si è già accennato , fin dalla metà degli anni '50, l'Italia si è incuneata tra i due blocchi contrapposti sfruttandone Jo stallo, e ha sempre ribadito la sua volontà di dialogo. Inquieta per il elima d'intesa instauratosi tra l'Occidente e la Cina, l'Unione Sovietica estendeva l'ombra minacciosa della sua potenza militare anche verso il golfo Persico alla ricerca di spazi d'influenza politica. Dai golfo Persico dipendevano in larga mis ura gli approvvigionamenti energetici, l'economia dei paesi occidentali e in particolar modo dell'Europa e del Giappone. Ora , in una situazione cos! determinante per la collaborazione internazionale e , in definitiva, per il mantenimento della pace , si poneva il problema della definizione degli interessi prioritari dell'Italia , come democrazia industriale e, conseguentemente , degli obiettivi cui ispirare l'azione internazionale italiana. Si trattava cioè di concorrere , unitamente agli altri paesi europei , a delineare la proiezione dell'Italia verso i paesi del golfo Persico, come complesso di relazioni reciprocamente vantaggiose, per assicurare all'Italia un'adeguata sicurezza dei suai approvvigionamenti energetici in cambio della stabilità e dello sviluppo delle forniture italiane nei diversi settori industriali e tecnologici . Ne! perseguire tale obiettivo, l'Italia stava ora attenta a non discostarsi plU di tanta dalla linea di solidarietà e dalla esigenza di coordina mento, da cui anche in quello scacchiere gli stati europei non intendevano allontanarsi, con gli altri


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paesi occidentali, e segnatamente con gli Stati Uniti. Tanto più evidente era questa esigenza in quanto andava scongiurato il rischio di una crescente pressione dell'Unione Sovietica su una regione di vitale importanza per la sopravvivenza dell'Europa C3B). Percià l'ltalia intendeva "perseguire un'azione che non fosse intesa solamente a corrispondere a singole esigenze economiche e commerciali del momento, per quanto importanti" queste potessero essere. "È nostra ferma determinazione - dichiarà il ministro degli Esteri Colombo alla Camera - in questo momento che giudichiamo propizio per noi come per i Paesi del Golfo, dare vita ad iniziative organiche di contatto, testimoniando la nostra volontà di contribuire alla pace e allo sviluppo dei popoli" (39). Ali 'inizio degli an ni Ottanta, in effetti, poteva scorgersi un maggiore coinvolgimento europeo nelle questioni mediorientali che comportavano una più attenta considerazione degli sviluppi dei negoziati tra Egitto e Israele sulla autonomia delle zone della riva occidentale del Giordano. L'Italia seguiva l'evolversi della situazione in Medio Oriente, le cui tensioni, per i dissensi interarabi e i contrasti perla presenza di Israele, si scaricavano pesantemente nel Mediterraneo. La ricerca di una soluzione soddisfacente al conflitto arabo-israeliano, per assicurare un'era di pace, stabilità e sicurezza a quella regione, incontrava pero una serie di ostacoli che rendevano particolarmente difficile l'avvio di un processo di pace sulla linea delle risoluzioni delle Nazioni Unite. Ne! tentativo di sbloccare la crisi arabo-israeliana, il presidente americano Carter prese l'iniziativa di un accorda tra Egitto e Israele, garantito dagli Stati Uniti. Nella seconda metà degli anni Settanta, la politica di Washington per il Medio Oriente aveva acquistato un grado di complessità molto più elevato di quello dei due decenni precedenti. L'appoggio tradizionale a Israele doveva ora essere temperato dai bisogno di adattare l'accresciuta importanza dei rifornimenti energetici dagli stati arabi <40). Si giunse cosl agli accordi di Camp David del settembre 1978 cui segul ne! marzo dell'anno dopo la firma del trattato di pace israelo-egiziano, considerato a Roma come un primo passo sulla via di negoziati e di soluzioni globali che salvaguardassero- come dichiarà il presidente del Consiglio Andreotti al termine di un colloquio con il vicepresidente egiziano Mubarak il 21 marzo 1979 - "le giuste aspirazioni del popolo palestinese", e a cui partecipassero tutti gli interessati sulla base delle risoluzioni dell'ONU. "A questi sforzi - concluse - per una giusta e durevole pace ne! Medio Oriente, l'Italia continuerà a dare in ogni modo possibile il suo appoggio" C41). Circa le intese di Camp David, il consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Carter, Brzezinski, spiegà ad Andreotti che questa era l'unica via da seguire. La sola che avrebbe potuto consentire al presidente Sadat di avviare una politica favorevole ai palestinesi. Al fine di favorire questo processo di pace,


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prima Carter e poi anche Sadat suggerirono al capo del governo italiano di compiere una missione esplorativa in alcune capitali arabe. Di qui il pellegrinaggio diplomatico di Andreotti e del suo ministro degli Esteri Forlani in Africa settentrionale e in Medio Oriente. Prima tappa l'Egitto. Al Cairo Andreotti e Sadat proclamarono "la teoria del 'primo capitolo' di un libro di pace" del Medio Oriente, del quale si sarebbero scritti in seguito altri capitoli. Dalla terra dei Faraoni Andreotti e Forlani si recarono, nell'ordine, in Libia, Giordania e Iraq dove ebbero modo di constatare come le reazioni di quei governi fossero assai diverse da quelle ipotizzate alla Casa Bianca . Qui si riteneva, infatti , erroneamente, sulla scorta di informazioni superficiali , che ci sarebbe stata soltanto "qualche protesta e nulla più" . Viceversa i due uomini di governo italiani riscontrarono ovunque un 'atmosfera ostile per quello che consideravano il "tradimento" di Sadat, il quale, assicurandosi il Sinaï, aveva indebolito il fronte comune. La Farnesina comunicà subito a Washington i risultati della missione diplomatica italiana a Tripoli, Amman e Baghdad, insieme con il suggerimento di riprendere le relazioni con l'Iraq, il cui governo si era mostrato desideroso di avvicinarsi agli Stati Uniti <42 >. La posizione dell'ltalia sul Medio Oriente era quella dei paesi della Comunità europea. Essa non era in contrasta con le intese di Camp David ma andava oltre poiché Roma, stimando tali intese limitate nei loro obiettivi, riteneva necessaria una soluzione globale, al fine di pervenire a una vera pace, attraverso il coinvolgimento dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) e il reciproco riconoscimento dei palestinesi e di Israele <43>. Nel 1980, alla riunione del Consiglio europeo di Venezia il capo del governo Cossiga assumeva l'impegno di patrocinare l'apertura dei negoziati di pace tra palestinesi e israeliani, coniando per l'Europa il titolo di "soggetto politico specifico". Il che procurà qualche irrigidimento negli ambienti polit ici italiani più filoamericani, i quali temevano che tale specificità sottolineasse un distinguo da Washington <44 >. Paradossalmente gli accordi di Camp David determinarono il momento più tempestoso della divaricazione nel campo arabo ma aprirono la strada a un limitato processo negoziale dinamico nel mondo arabo che da decenni si rivelava incapace di eliminare anche uno solo dei conflitti interni che lo travagliavano. Egitto e Libia, Siria e Iraq, Giordania e Siria, Algeria e Marocco avevano offerto un lungo campionario di voltafaccia e rivoluzioni e guerre civili e tradimenti e assassinii. E in questo sfondo di laceranti contrasti l'unico denominatore comune che quel mondo ribollente di odii era riuscito a trovare era la presenza di lsraele nella regione. In questa comice vanno inquadrate la questione palestinese e il


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collegamento dei diritti dei palestinesi al conflitto arabo-israelianoC 45)_ Il processo di pace, iniziato con Jo storico viaggio di Sadat a Gerusalemme ne! novembre 1977, proseguito l'anno dopa a Camp David e reso solenne ne! 1979 con la firma del trattato di pace tra Egitto e Israele, provocà una montante ostilità da parte degli stati arabi della cosiddetta "fermezza" verso l'Egitto, di cui disapprovavano il principio della pace separata con Tel Aviv. Sadat compiva un gesto autenticamente rivoluzionario ne! monda arabo. Ma, per comprendere la politica israeliana inaugurata dai presidente egiziano, occorre collocarla ne! piü ampio contesta del sua disegno strategico. L'avvicinamento di Sadat a Israele non era dovuto soltanto al recupera del Sinaï , certamente importante per l'Egitto, ma secondario rispetto all 'obiettivo primario che intendeva conseguire . Il rats egiziano si era infatti convinto che il pericolo piü grave per il Media Oriente non fosse il conflitto arabo-israeliano ma il tentativo di manomissione dell'Unione Sovietica che aveva in diversi paesi arabi, specialmente nella Libia di Gheddafi , le pedine da manovrare per il giuoco di clestabilizzazione che stava conducenclo nello scacchiere mediterraneo. Sadat era consapevole della minaccia rappresentata ela Ghedclafi per l'equilibrio del Media Oriente . Con il trattato del marzo 1979 con Israele, l'Egitto si copriva le spalle a est, per poter concentrare tutto il sua peso a tener testa ai tentativi della Libia , definita la "Cuba del Media Oriente" , di clestabilizzare quella regione e l'Africa C46) . Ne! sua complesso l'atteggiamento clell'Europa comunitaria e quincli anche clell 'Italia circa il Media Oriente aveva cause immediate e cause profonde . Quanta alle prime occorre elire che l'Arabia Sauclita sebbene conducesse una gu erra ideologica contra Israele e finanziasse l'OLP, era ritenuta "modera ta" dai suai partners commerciali europei, di cui controllava una parte del lora fabbisogno di petrolio e pressa i quali aveva investito buona parte dei suai 150 miliarcli di dollari. Di conseguenza l'Arabia Sauclita esercitava un peso non indifferente sulle economie e sulle finanze di tali paesi che peraltro avevano bisogno dei mercati arabi per le lora industrie di armamenti. L'Europa , e piü in generale, l'Occidente, temendo di perdere il petrolio arabo e i mercati di sbocco per le lora industrie belliche, poco a poco avevano mutato il lora atteggiamento nei confronti di Israele a cui non andava piü la simpatia che ne aveva accompagnato la nascita all'indomani dell'Olocausto e guardavano con sempre maggiore favore gli altri pretendenti della terra di Palestina, gli arabi palestinesi, per non turbare il mercato dei !oro affari con il monda arabo. Di qui Jo spettacolo di capi di Stato, primi ministri, ministri degli Esteri e del Commercio Estero impegnati a rincorrersi nelle diverse capitali arabe, moderate e radicali, per collocare nelle posizioni migliori i !oro paesi C47 ).


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Queste considerazioni erano alla base della dichiarazione del 6 novembre 1973 con cui i Nove, di fronte alla crisi petrolifera che aveva fatto seguito alla guerra dei sei giorni, chiedevano a lsraele di ritirarsi entro le precedenti tinee armistiziali e affermavano inoltre che il problema palestinese era anche un problema politico oltreché umanitario C48). Non meno evidenti erano le cause profonde dell'atteggiamento europeo circa il conflitto arabo-israeliano. L'Europa occidentale viveva sotto la minaccia di Mosca, della quale ricercava la benevolenza, attraverso una politica di appeacement, il cui esito sarebbe stato, prima o poi, la sua finlandizzazione. L'Unione Sovietica teneva in fibrillazione il Medio Oriente e I'Africa e tendeva a espandere la sua egemonia sull'intera Europa, destabilizzandola con il terrorismo C49)_ Tutto cio si riverberava in modo perverso sul Libano, divenuto teatro di scontri tra le opposizioni in sena al mondo arabo, i calcoli delle grandi potenze mondiali e gli interessi degli stati regionali C5ü)_ Nel microcosmo libanese finivano infatti tutti i contrasti, le contraddizioni e i rischi della questione mediorientale che acquistavano una valenza paradigmatica nonché emblematica del truismo , seconda cui in Medio Oriente tutto si tiene. Fragilità interna, disomogeneità sociale, conflitti politico-religiosi , presenza di truppe siriane e di guerriglieri palestinesi portarono alla delegittimazione dello Stato libanese , che si reggeva su un delicato equilibrio costituzionale, trasformando lo in una pericolosa polveriera capace di incendiare tutto il Medio Oriente. Dai 1975 vi si combatteva una sanguinosa guerra civile. 1 combattenti dell'OLP, rifugiatisi in Libano dopo essere stati cacciati dalla Giordania, insediarono le toro strutture militari a sud del paese e da n condussero le loro operazioni di guerriglia contra Israele che rispose colpo su colpo, con dure rappresaglie in territorio libanese. Il Paese d e i cedri divenne cos! il campo di battaglia del conflitto arabo-israeliano, ne lla cui spirale esso fu attratto per esserne devastato materialmente e annientato politicamente. Da una di tali rappresaglie prese il via la prima missione militare di pace italiana in Libano. Ne! marzo 1978, come reazione a un grave attentato palestinese contra un autobus di turisti ebrei, tra cui si contarono diverse decine di marti e feriti, le forze arma te israeliane invasero il Libano meridionale, per una profondità di circa 40 km , fino al fiume Litani. Subito dopo l'ONU decise di inviare un contingente di Caschi blu, denominato UNIFIL - United Nations Interim Force in Lebanon -, con il compito di sovrintendere al ritiro delle tn1ppe ebraiche dai Libano e di assicurare la tranquillità nella fascia di terriloria libanese confinante con Israele. Nel luglio 1979, in sostituzione di quello norvegese, I'Italia invio in Liba no uno Squadrone interforze di quattro elicotteri AB-204 , denominato ITALAIR, che nel 1984 furono portati a sei e sostituiti con i più moderni AB-205 csn.


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Nel quadro di una politica di consolidamento dei rapporti con i paesi dell'Africa settentrionale, nella prima metà degli anni Ottanta, si ebbero frequenti incontri tra le massime autorità governative italiane e arabe aventi a oggetto non solo i rapporti tra i rispettivi paesi ma anche la questione palestinese nel più ampio contesta del dissidio arabo-israeliano. Con la Libia , la Tunisia , l'Algeria e l'Egitto, l'Italia manteneva intensi rapporti. Le relazioni tra l'Italia e la Libia si articolavano in una molteplicità di iniziative che si estendevano a diversi settori e assumevano un carattere particolarmente delicato e complesso. Esse erano intense sul piano economico e della cooperazione tecnica, il che comportava la presenza di circa 20.000 italiani in massima parte tecnici e maestranze delle nostre imprese operanti in diversi settori. Dalla Libia l'Italia importava petrolio e gas liquida. E tuttavia, nonostante l'intensità delle relazioni economiche, il contenzioso diplomatico tra l'Italia e l'ex colonia era assai nutrito C5Z) . Ne i rapporti con Tripoli, l'Italia doveva tener canto della presenza di tanti italiani in Libia, un elemento ritenuto ben più importante degli stessi rifornimenti energetici, e che agiva come motiva sulla volontà del governo di Roma di intrattenere con questo Paese relazioni improntate alla reciproca comprensione (53). Senonché le accuse di complicità con il terrorismo italiano rivolte al regime libico, e sem pre smentite da Gheddafi <5 4); oppure di responsabilità libiche in atti terroristici in campo internazionale; l'assassinio di esuli libici in Italia; le frequenti controversie marittime corredate di arresti e detenzioni di pescatori e altri cittadini italiani; l'accordo italo-maltese sulla neutralità di Malta oltreché le mire e le manifestazioni dell'espansionismo libico in Africa erano tutti ostacoli disseminati sulla via di una normalizzazione dei rapporti tra Italia e Libia. E ne mettevano in luce le crepe che rivelavano l'usura delle passate intese benché non mancassero gli sforzi per mantenerle in vita. Nella prima metà degli anni Ottanta, per una serie di iniziative di Tripoli, i rapporti italo-libici divennero tempestosi C55). A tai proposito occorre sottolineare che l'atteggiamento conciliante e remissivo dell'Italia, di fronte ai colpi di testa e alle punture di spillo di Ghedclafi, non era motivato soltanto dalla considerazione degli interessi economici italiani e della nutrita presenza di nostri connazionali in Libia. A questo riguardo è estremamente illuminante cio che Colombo ebbe a dichiarare in Parlamento subito dopo l'attentato mortale a Sadat. Premesso che il Governo non poteva prendere in considerazione le voci e i sospetti di responsabilità libiche nell'assassinio del presidente egiziano e che esso doveva invece manifestare a Tripoli "il proprio dissenso su cio che non riteneva di poter "condividere", come "la politica li bi ca in Africa e ne! Mediterraneo", il ministro degli Este ri ammon!: "Ma bisogna essere attenti a non spingere quel Paese verso alleanze che


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porterebbero ulteriori tensioni nef Mediterraneo, compromettendo la posizione dei Paesi che vi si ajjacciano. Il governo intende condurre la propria linea politica con forza e prudenza evitando posizioni esagerate e di rottura" (56). In sostanza bisognava stare attenti a non spingere la Libia ad abbandonare il campo dei non allineati e a schierarsi a fianco dell'Unione Sovietica. Percio Italia e Libia erano costrette a continuare i !oro rapporti dalla considerazione dell'interesse reciproco che, se per Tripoli questo consisteva nella necessità di poter contare sul mercato italiano per il suo petrolio e sulla tecnologia dell'Italia per il suo sviluppo, per Roma tale interesse assumeva un duplice aspetto: economico e politico. Cioè il bisogno del petrolio e delle commesse della Libia - erano in giuoco 60.000 miliardi di lire di investimenti del piano quinquennale 1981-1985, al quale l'Italia poteva concorrere validamente- e l'esigenza di impedire una deriva

filosovietica di questo Paese cosi importante per la preservazione dell'equilibrio politico-strategico nello scacchiere mediterraneo<57 ). Le intese economiche con la Libia, come quelle con i paesi del Maghreb, rientravano ne! quadro di una politica volta a consolidare la stabilità ne! Mediterraneo, il cui equilibrio, per la centralità geografica e politica , nonché la diversità dei paesi rivieraschi, rendevano sensibile a ogni tensione e a ogni crisi internazionale. Con questo scopo venne anche stipulato, il 15 settembre 1980, l'accorda italo-maltese sulla neutralità di Malta. Tale accorda rappresentava la più importante iniziativa portata a termine dalla cliplomazia italiana ne! 1980. Era una delle manifestazioni della presenza dell'Italia ne! Mediterraneo espressa con un atto concreto che garantiva una posizione che era in relazione all'equilibrio e al mantenimento della pace in questo mare. L'accorda sulla neutralità di Malta non era una manifestazione della politica mecliterranea vecchio stile. Ossia la politica mediterranea che aveva "sempre, in qualche modo, inquinato" e/o reso contraddittoria la politica estera del nostro Paese. In sostanza non si trattava di una "scelta mediterranea in contrasta con quella europea" ma - come spiego il ministro degli Esteri Colombo in Parlamento - essa era, "attraverso l'Italia, la proiezione dell 'Europa ne! Mediterraneo". Come confermava anche la dichiarazione rilasciata al riguardo dai segretario generale della NATO Luns, seconclo cui "la responsabilità assunta dall'Italia era un fatto positivo per la garanzia degli equilibri ne! Mediterraneo" C5B)_ 1 rapporti con l'Algeria erano legati in particolare alla politica clell'energia. L'Italia tendeva tuttavia a favorire con Algeri una più stretta collaborazione in tutti i settori delle relazioni internazionali. Superate talune difficoltà di carattere economico e politico (59) , il 27 aprile 1983 fu firmato ad Algeri il contratto per l'importazione in Italia di gas algerino. Esso prevedeva l'importazione, attraverso


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il gasdotto transmediterraneo costruito dalle società dell'ENI, di oltre dodici miliardi di metri cubi di metano all'anno per un periodo di venticinque anni. Gasdotto che il presidente della Repubblica Pertini, insieme con il presidente algerino Benjedid Chadli e il presidente tunisino Habib Boughiba, inaugurava a capo Bon il 18 maggio seguente <60). 1 rapporti deli'Italia con il Marocco si limitavano in larga misura alla cooperazione sul piano economico. A tai proposito Italia e Marocco firmarono il 15 aprile 1982 un accorda di navigazione che prevedeva un trattamento paritario alle !oro flotte, assistenza in casa di incidenti in mare nonché facilitazioni al transita delle merci e alla circolazione dei marittimi all'interno dei !oro rispettivi territori <6 1). Di fronte alle turbolenze che caratterizzavano la vita dei paesi arabi, la Tunisia dava prova di lungimiranza e di saggezza, conquistandosi, ne! contesta internazionale, un ruolo che a Roma si teneva ne lia giusta considerazione <62 ). Italia e Tunisia avevano le stesse preoccupazioni e le stesse speranze. Entrambe erano consapevoli della necessità di procedere unite, in una prospettiva responsabile, e fare quanta era in !oro potere affinché il Mediterraneo diventasse una regione di stabilità e di pace <63). Nei confronti di Tunisi, l'Italia era impegnata in sena alla CEE per aiutarla a salvaguardare gli interessi tunisini nell'eventualità dell'allargamento della Comunità alla Spagna e al Portogallo, le cui produzioni agricole sarebbero state privilegiate rispetto a quelle analoghe della Tunisia C64). Ne! elima di convergenze delle politiche dei due Paesi furono gettate le basi per una partecipazione deli'Italia ai progetti di sviluppo della Tunisia in campo industriale, in campo agricola e in quello della pesca. Ne! settembre 1981 il ministro degli Esteri Colombo e il sua omologo tunisino firmarono alla Farnesina tre accordi, uno dei quali prevedeva prestiti alla Tunisia per un valore di cento miliardi di lire. Gli altri due riguardavano la doppia imposizione e le relazioni culturali mentre, per quanta concerneva il settore marittimo, era previsto di rimuoverne gli ostacoli mediante la costituzione di società miste <65). Il 21 dicembre 1982 fu firmato a Tunisi l'atto costitutivo della prima società mista italo-tunisina per la pesca che chiudeva finalmente il contenzioso aperto ne! 1980 <66). Di notevole impegno è stata l'azione internazionale dell'Italia in Egitto e in Media Oriente, con tutti i protagonisti dei drammi in atto in uno scacchiere di enorme importanza sotta diversi profili. Con I'Egitto, l'Italia intratteneva intensi rapporti che cercava di rendere ancora più stretti e fruttuosi, in relazione anche alle vicende del Media Oriente, le cui prospettive di pace costituivano il tema dominante dei rapporti italo-egiziani. Cio soprattutto dopa la posizione assunta dalla Comunità europea al vertice di Venezia del 12-13 giugno 1980. Fautrice della dichiarazione europea, tesa a integrare gli accordi di Camp David, che il


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governo egrzrano considerava un "punta fermo " <67) , era stata l'Italia nella sua qualità di presidente di turno del Consiglio dei ministri comunitario (6R) _ E tuttavia l'iniziativa politica europea sul Media Oriente venne respinta dai governo Begin che la ritenne completamente negativa <69)_ Ebbene, se i negoziati tra Egitto e Israele avevano portato al ritiro israeliano dai Sinai , non ne era seguito perà un analogo progressa circa l'autonomia dei palestinesi in Cisgiordania e a Gaza <70 ) . Camp David minacciava di arenarsi perché Carter mostrava di non aver saputo o voluto gettare sulla bilancia tutto il peso degli Stati Uniti, la sola potenza in grado di imporre una pace vera in tutta la regione compresa tra il canale di Suez e l'antico Sangiaccato di Alessandretta, esercitando le opportune pressioni su Israele e mostrando maggiore fermezza e decisione nell'azione di contrasta delle manovre messe in atto dall 'Unione Sovietica nella regione, tramite la Siria, l'OLP e la Libia. Contemporaneamente alla sua partecipazione alla Forza multinazionale di pace in Libano e ne] Sinai , l'Italia svolgeva un'azione politica particolarmente attiva nelle relazioni bilaterali con gli stati della regione senza trascurare perà di tenere i contatti anche con uno dei principali attori presenti sulla scena mediorientale , il movimento palestinese di Arafat , seconda un piano mirante a stabilizzare quella regione in una prospettiva di pace giusta e durevole . Pace che si sarebbe dovuta raggiungere sia attraverso l'indipendenza e l'integrità territoriale del Libano che attraverso il riconoscimento del ruolo e dell'importa nza della Siria ne) contesta della crisi libanese. A Roma si riteneva opportuno infatti che Damasco venisse inserita attivamene nella comice dei negoziati di pace. In quest'azione l'Italia non era massa soltanto da vaghezza di protagonismo nazionale ma anche da un pragmatismo contingente, essendo spinta soprattutto dai proposito di perseguire precisi obiettivi, commisurati alle sue capacità , di paese mediterraneo interessato alla stabilità e alla pace nelle aree contigue ai suai precipui interessi . Il rigore mostrato dai governo Begin e talune sue decisioni erano alla base dell'affievolimento dei rapporti tra Italia e Israe]e< 7 I) _ Essi erano sempre stati ancorati all'assunto che qt1alunque intesa Roma avesse potuto raggiungere con altri stati , ne era sicura premessa , assolutamente irrinunciabile , il riconoscimento dell'esistenza dello Stato di Israele. Per conseguire un equilibrio di pace in Media Oriente, perà, occorreva superare la situazione di stallo determinata dai rifiuto degli israeliani di riconoscere, diversamente dall 'OLP, la risoluzione di Venezia che consideravano filoaraba in quanta stimavano che essa diminuisse il peso contrattuale di lsraele ne) negoziato con gli stati arabi. La dichiarazione di Venezia del 13 giugno 1980 riconosceva il diritto all 'esistenza e alla sicurezza di tutti gli stati della regione, Israele compreso, e la giustizia per tutti <n)_ Cià implicava il


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riconoscimento del diritto dei palestinesi all'autodeterminazione e il coinvolgimento dell 'OLP nelle trattative di pace in Medio Oriente avviato con le intese di Camp David. Restava quindi ancora lontano il riconoscimento reciproco tra Israele e l'OLP, necessario al raggiungimento di una soluzione duratura alla disputa araboisraeliana (73). Oopo il bombardamento e la distruzione della centrale nucleare di Tamuz, nei pressi di Baghdad, da parte dell'aviazione israeliana il 7 giugno 1981, la polemica tra Roma e Tel Aviv si fece rovente. Israele defini "vergognosa" la politica dell'Italia e della Francia, accusate di voler aiutare l'Iraq a dotarsi della bomba atomica per a verne in cambio petrolio C74 ). L'Italia riconosceva un ruolo politico all'OtP e considerava questa Organizzazione largamente rappresentativa della realtà palestinese, con la quale manteneva continui contatti ad alto livello che stimava utili e di reciproco interesse05). A Roma si considerava l'OLP come un potenziale fattore di stabilità ancorché non si ignorassero tutte le contraddizioni e le tentazioni militaristiche insite ne! movimento di ArafatC 76). I buoni rapporti tra il governo italiano e l'OLP venivano perà inficiati dai sospetti di connivenza con il terrorismo in Italia C77 ) e a cui l'OLP si dichiarava estranea C78). Eppure, benché certe responsabilità fossero assodate, temendo di danneggiare interessi più o meno grandi, il governo italiano chiudeva un occhio, se non tutt'e due , con i terroristi palestinesi anche quando erano colti sul fatto e condannati (79). L'Italia riaffermava comunque il suo interesse a preservare il ruolo politico dell 'OLP , per associarla al negoziato sulla controversia tra arabi e israeliani (80 ). Nei circoli governativi romani si era sempre sottolineato il vantaggio di far maturare ed emergere la posizione politica dell 'OLP, vale a dire la sua capacità di dialogo fino a giungere a una disponibilità al riconoscimento reciproco con Israele csn. Dopo il ritiro da Beirut, per il suo carisma, Arafat sembrava capace di favorire questa evoluzione. Di qui l'invita rivoltogli da Andreotti, come presidente dell'Unione interparlamentare, alla Conferenza che questa tenne a Roma ne! settembre 1982 C8 2 ) . In Medio Oriente , perà, a turbare la tranquillità non c'era soltanto l'annoso dissidio tra Israele e il mondo arabo , dacché, come si è già accennato, nuovi ' fattori di destabilizzazione erano emersi anche nell'area del golfo Persico. Con le sue truppe attestate lungo il confine occidentale del Pakistan e quello orientale dell'Iran, l'Unione Sovietica avrebbe potuto esercitare pressioni crescenti verso il golfo Persico e l'oceano Indiana, mettendo in pericolo la via dei rifornimenti energetici necessari alla vita dei popoli, non solo occidentali. All'Assemblea generale straordinaria delle Nazioni Unite, l'Italia votà la riso,luzione di condanna


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dell'intervento sovietico in Afghanistan mentre il governo italiano reiterà in Parlamento la richiesta all'Unione Sovietica di ritiro delle sue truppe dall'Afghanistan e ribadl la condanna dell'intervento militare <8 3). Quanto all'Iran, dove l'Italia cercava di svolgere un ruolo più attivo per assicurarsi i rifornimenti di petrolio, dopo la cacciata dello shah, Roma si guardava bene dall'interferire nella sfera sovrana di quel Paese con valutazioni o manifestazioni di opinioni che potessero essere o apparire irriguardose verso la sua religione, la sua cultura, il suo retaggio storico. Allorché il rapido succedersi degli eventi politici sul proscenio iraniano portà all'avvento di una teocrazia che manifestava l'intenzione di instaurare uno stato islamico, il governo italiano istrul l'ambasciatore a Teheran "di proseguire con esso normali rapporti diplomatici, nello spirito di amicizia e collaborazione che 'caratterizzava' tradizionalmente le relazioni fra i due Paesi" <84). Roma manifestà inoltre a Teheran il proposito di approfondire i già buoni rapporti con l'Iran, continuando a contribuire allo sviluppo economico e all'ammodernamento di esso. L'Iran apprezzà gli intenti italiani e-· si dichiarà disposto a proseguire con l'Italia sulla via di una politica di amicizia e di collaborazione che era nell' interesse comune dei due Paesi ŒS). Dinanzi alle complesse vicende iraniane, l'Italia manteneva quindi un contegno neutrale, di assoluta inerzia, e auspicava che l'Iran potesse costituire comunque un elemento di equilibrio in una regione percorsa da moite tensioni <86). Il mantenimento del flusso del petrolio diretto ai mercati occidentali nonché la preservazione e Jo sviluppo dei rapporti economici dipendevano dalla stabilità dell'intera regione. Come gli altri paesi industrializzati, anche l'Italia era attratta dalle possibilità commerciali offerte dalla ricchezza dei paesi arabi produttori di petrolio. In un contesta politico strategico punteggiato da diverse e gravi incognite in aree geografiche contigue, l'Iran era un importante fattore per l'equilibrio internazionale e per la pace nel mondo. L'esame delle tensioni rivelava talune obiettive connessioni, dall'Afghanistan allo Yemen, dalla crisi del Corna d'Africa, riflettentesi immediatamente sulla situazione del mar Rosso e ne! golfo Persico, fino all'evolversi del conflitto arabo-israeliano. Questo intreccio di tensioni e di conflitti, con effetti destabilizzanti reciproci in una vasta regione essenziale alla vita dell'Europa, non poteva non preoccupare direttamente l'Italia che risentiva subito i contraccolpi della instabilità in quelle regioni. Ma, mentre Teheran continuava a violare il diritto internazionale e a ignorare le richieste del Consiglio di Sicurezza dell'ONU e della Corte Internazionale di Giustizia, in ordine alla liberazione degli ostaggi americani, ne! settembre 1980, l'Iraq scatenava un nuovo conflitto, aggredendo l'Iran, allo scopo di impossessarsi dei giacimenti di petrolio nelle regioni di confluenza del Tigri e dell'Eufrate e di assumere il controllo delle rotte del petrolio C87). All'Assemblea generale


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dell'ONU, l'Italia sollevà immediatamente il problema del conflitto Iran-Iraq, invocando un immediato "cessate il fuoco" e sostenendo la necessità di una sistemazione negoziata del conflitto, seconda le norme dello Statuto delle Nazioni Unite. Tale impostazione fu fatta propria dagli altri partners europei che dichiararono di fare affidamento sulla non ingerenza di tutti gli altri paesi, specialmente delle due grandi potenze mondiali. I paesi europei individuarono nella Conferenza islamica la strada per giungere a un accomodamento pacifico del conflitto. Con entrambi i Paesi in guerra l'Italia svolse, nei limiti delle sue possibilità, un'azione di chiarimento e di esortazione alla pace giacché il conflitto creava qualche difficoltà soprattutto nei suoi rapporti con l'Iran (88). E tuttavia pregiudiziali come quella di Teheran dell'abbattimento del regime di Saddam Hussein bloccavano ogni possibilità di uno sbocco negoziale del conflitto ne! golfo PersicoC89). Anche in Iraq, l'Italia aveva rilevanti interessi economici e vi si trovavano inoltre moiti italiani che pres ta va no la !oro opera. L'interscambio italo-iracheno era nettamente in passivo per l'Italia che intendeva colmare il deficit attraverso una forte presenza di aziende italiane in campo economico. Non solo. Ma in campo militare e in quello nucleare l'Italia si affiancava alla Francia come partner privilegiato di Baghdad C9°>. Con la liberazione degli ostaggi americani ne! gennaio 1981, cui segul la revoca delle sanzioni decreate dalla CEE l'anno prima, Italia e Iran ripresero i !oro rapporti diplomatici ed economici i quali, in realtà, non erano stati mai interrotti completamente ma, a causa della guerra iraco-iraniana, avevano incontrato qualche difficoltà (91). A proposito degli ostaggi, poi, occorre dire che, pur dicendosi solidale con il popolo americano, tuttavia il governo italiano mostrava contemporaneamente comprensione per le vicende iraniane e si preoccupava "di non introdui-re altri elementi di turbamento in una cos! difficile situazione" oltreché "di salvaguardare anche legittimi interessi reali e personaJi"C9Z). Insomma l'Italia clava un colpo al cerchio e uno alla botte per non scontentare né Washington né Teheran. Le nubi che si addensavano minacciosamente sulle rotte del petrolio costituivano altrettanti segnali inquietanti peril futuro di libere nazioni dell'Occidente industrializzato. Occorreva un notevole sforza di fantasia per comprendere e interpretare il senso delle trasformazioni in atto in quell'area geografica . Il mutamento di regime in Iran, dove si affermava un integralismo religioso sciita destinato a estendersi negli altri paesi del Golfo in cui vi era una larga presenza di popolazione sciita, e la guerra tra l'Iran sciita e l'Iraq sunnita dovevano trasformare l'insieme degli stati della penisola arabica affacciantisi sul Golfo in un'area politica interdipendente che interagiva con l'interdipendenza delle regioni di cui quell'insieme di stati faceva già parte. L'interdipendenza delle regioni gravitanti sul golfo Persico poteva cogliersi nell'invasione sovietica dell'Afghanistan e ne!


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coinvolgimento di Damasco nella guerra civile libanese. La Siria, governata da sciiti, aspirando a svolgere un ruolo centrale nella regione, si avvicinava all'Iran per un duplice scopo: danneggiare l'Iraq, aspirante anch'esso alla centralità, ed esercitare la sua influenza sulla fazione sciita in Libano C93l, che intendeva accupare permanentemente, come Jo stesso governo siriano dichiaro agli altri stati arabi, per mettere in atto un processo di "arabizzazione" del Paese dei cedri, auraverso l'esclusione dei cristiano-maroniti dalla !oro parte di potere politico- spettantegli seconda il compromesso che attribuiva a costoro la presidenza della Repubblica C94l -, per incorporarlo nella struttura difensiva siriana C95l. Damasco perseguiva quindi l'annientamento dell'agguerrita comunità cristiano-maronita perché questa costituiva un serio ostacolo all'assorbimento del Libano da parte della Siria e all'accerchiamento di Israele. Indipendentemente dai !oro riflessi sulle relazioni tra Roma e Teheran, l'esame degli eventi iraniani portava a prendere in considerazione le ripercussioni che tali eventi avevano sull'andamento dei negoziati arabo-israeliani. Al solco creatosi ne! mondo arabo, dopo le intese di Camp David tra l'Egitto e i paesi arabi oltranzisti, si erano aggiunti, con il passare del tempo, nuovi elementi che non consentivano alla controversia con Israele di uscire dalla situazione di stallo, come la legge israeliana che sanciva di fatto l'annessione della parte orientale di Gerusalemme; il mancato statuto di autonomia per i palestinesi della Cisgiordania e di Gaza oltreché l'enunciazione egiziana del principio dell'autodeterminazione del popolo palestinese che Israele considerava pero inaccettabile. A questo riguardo l'Italia sosteneva, dopa l'enunciazione del piano Reagan, sia il diritto del popolo palestinese all'autodeterminazione che la creazione di uno Stato palestinese se esso si fosse es pressa in tai senso C96l. Ora, ad aggravare la situazione ne! Mediterraneo orientale si aggiungeva la drammaticità degli scontri lunga il confine libanese con Israele e il bombardamento aereo israeliano di Beirut che provoco centinaia di vittime tra la popolazione civile, e che il governo italiano condanno formalmente C97l. Il Libano era una polveriera che minacciava di esplodere da un momento all'altro. Tenendo fede alla parola data, il 25 aprile 1982 Israele restitul il Sinai all'Egitto mentre sul Libano stava per scatenarsi una nuova ondata di violenza bellica. Dalla cessazione delle ostilità risalente all'estate 1981 , la violazione dell'accordo da parte dell'OLP era costata diversi uomini a Israele che, ove ci fossero stati nuovi incidenti, era pronto ad attaccare i palestinesi in Libano per distruggerne l'organizzazione militare, dandole un colpo mortale. Mentre il ministro della Difesa Sharon visitava a Beirut gli alleati falangisti, la diplomazia americana , nell'imminenza dello scontro, si metteva in moto per cercare di scongiurarlo. Inutilmente, pero. Il 3 giugno 1982 fu assassinato a Londra l'ambasciatore israeliano per mano palestinese. Era il casus belli che gli israeliani aspettavano per sferrare l'attacco mortale all'OLP (98).


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Tre giorni dopo, lsraele diede il via all'operazione "Pace in Galilea". Con un attacco fulmineo, le sue truppe giunsero in pochi giorni a Beirut ovest, accerchiando i guerriglieri palestinesi ela brigata siriana. L'11 giugno il governo italiano condannà in Parlamento l'aggressione israeliana del Libano, considerata una violazione del diritto internazionale e della convivenza dei popoli, e chiese inoltre il ritiro immediato e senza condizioni delle truppe ebraiche dai Libano C99). Poco dopo il governo degli Stati Uniti comunicava a Roma di essere disposto a partecipare direttamente, insieme con la Francia, a una Forza Multinazionale di pace in Libano ooo), con il compito di interporsi tra israeliani e palestinesi, per salvare Beirut dalla distruzione totale oon. Comunque, ne! frattempo, preso dalla paura per la sicura distruzione che attendeva l'OLP, Arafat firmà un accordo con il governo di Beirut, mediante il quale si impegnava a lasciare con le sue forze combattenti il Libano in una nuova diaspora, mentre Israele accettava il cessate il fuoco e l'accorda per l'invio a Beirut di un contingente multinazionale che avrebbe dovuto coabitare con il contingente deii'ONU. L'UNIFIL si era infatti dimostrata incapace di gestire la complessa situazione lungo il confine meridionale del Libano, rendendo in tai modo necessaria l'istituzione di una nuova Forza Multinazionale di pace (MNF 1) Cl OZ). L'Italia partecipà all'operazione "Li ba no 1" con 530 uomini che sbarcarono a Beirut il 26 agosto 1982003). Raggiunto l'obiettivo di scortare e fare sgombrare dai Libano tutte le forze combattenti palestinesi e siriane, il 12 settembre successivo il contingente italiano lascià la capitale libanese per rientrare in ltalia. Intanto la diaspora palestinese, resa ancora più grave dai fatto che i fuggiaschi dai Libano non trovavano asilo nei paesi arabi vicini ma erano costretti a rifugiarsi in paesi lontani, determinà a Washington un mutamento di linea riguardo alla questione palestinese, che apparve in tutta la sua drammaticità. In un discorso pronunciato il 1o settembre, il presidente Reagan lancià un piano di pace per il Medio Oriente, basato non più sull'esigenza del riconoscimento di Israele per garantire la pace bens1 invece sulla necessità di riconoscere il diritto dei palestinesi ad avere una patria come premessa per la pace tra arabi e israeliani. Seconda Reagan, l'autogoverno dei palestinesi della Cisgiordania e di Gaza, ne! quadro di una confederazione con la Giordania, era la migliore garanzia per assicurare una pace duratura. Quanta al futuro di Gerusalemme, questo spettava alle parti in causa deciderlo in sede di trattative0°4 ). Circa un anno dopa, il presidente della Repubblica Pertini in visita in Giordania intervenne sulla questione, affermando esplicitamente tra l'altro: "Il popolo di Israele, per il quale l'Italia ha sentimenti di amicizia, dopa secoli di persecuzioni, ha avuto una terra e una Patria. Oggi una terra e una Patria spettano anche al popolo palestinese" CI05). Ma tanta Arafat che Begin trovarono inaccettabile il piano Reagan che fini ne! limbo delle buone intenzioni al pari del piano Fahd 006 ).


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Il nostro contingente della Forza Multinazionale aveva appena messo piede sul suolo italiano quando in Libano riesplose la violenza. Il 14 settembre venne assassinato il presidente della Repubblica Bashir Gemayel. Il che riaprl le ostilità a Beirut e ne! resto del Paese. Fra il 16 e il 18 settembre, forti dell'appoggio dell'esercito israeliano che alcune ore dopa l'assassinio di Gemayel era rientrato a Beirut, i cristiano-maroniti della Falange penetrarono nei campi profughi palestinesi di Sabra e Chatila e massacrarono migliaia di civili . La responsabilità morale di questo eccidio, che scosse l'opinione pubblica mondiale , non poteva non ricadere su Israele - le cui truppe controllavano quei luoghi -, che non valle o non seppe evitare 007 ). L'Italia condannà all'ONU "con sdegno e orrore" il massacra di Sabra e Chatila , sollecità l'adozione di adeguate misure e chiese di rafforzare immediatamente il gruppo di osservatori a Beirut, con il compito di accertare fatti e responsabilità di quanta accaduto (lOS) . Non era tutto , perà. Poiché l'Italia non poteva parlare di un suo ruolo internazionale senza assumersene anche le responsabilità, propose agli Stati Uniti e alla Francia che accettarono, di inviare di nuovo in Libano una Forza di interposizione per svolgervi compiti di garanzia nei riguardi della popolazione civile e per aiutare, nello stesso tempo, il governo libanese a ripristinare la sua autorità 009). Tra il 24 e il 26 settembre giunsero a Beirut i diversi distaccamenti della MNF 2. All'operazione "Libano 2" l'Italia prese parte con un contingente di 1.200 uomini 0!0). A Roma si riteneva una mera illusione pensare di potere risolvere la questione libanese indipendentemente dalla Siria . La divisione del Libano appariva inevitabile , ove esso non fosse riuscito a trovare la via di una graduale ripresa della coesione nazionale. L'Italia guardava con preoccupazione a una tale eventualità e faceva tutto cià che era nelle sue possibilità per scongiurarla (lll) _ Come gli altri paesi partecipanti alla Forza Multinazionale, anche l'Italia valle sottolineare il sua interesse per la Conferenza di Ginevra sulla riconciliazione nazionale fra le diverse fazioni libanesi , mandando nella città svizzera un proprio inviato speciale 012) . Dopa essersi consultato con i suai omologhi americano, inglese e francese durante la riunione di La Celle St. Cloud il 27 ottobre 1983, il ministro degli Esteri Andreotti si recà a Damasco per tastare il polso al presidente siriano . Assad smentl di perseguire l'obiettivo di valere smembrare il Libano. La Siria - disse - sapeva guardare abbastanza lontano per rendersi canto che , se ne! breve periodo il Libano divisa parzialmente sotta suo stretto controllo, avrebbe potuto anche farle comodo, ne! lunga periodo invece l'assenza nella regione di uno Stato libanese, stabile e capace di esprimersi come tale, sarebbe stato un fattore di debolezza e una causa di ulteriori problemi nella regione e nella già complessa situazione del Media Oriente 013) .


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Per l'Italia l'operazione "Libano 2" si concluse il 3 aprile 1984, dopa avere presidiato un settore di circa 8 kmq, curato oltre 60.000 persane tra i civili, disinnescato più di 10.000 bombe e donato alla popolazione locale l'ospedale da campo che alcuni giorni dopo, pero, fu completamente distrutto da un attentato terroristico 0 14 ). Il contingente italiano, sia per la sua assoluta non ingerenza negli affari interni libanesi sia anche per la capacità di porre in essere efficacemente iniziative di carattere umanitario, fu quello che seppe guadagnarsi il consenso maggiore per il comportamento esemplare tenuto, e che gli valse l'apprezzamento del governo libanese , dei governi arabi interessati e, soprattutto, della popolazione di Beirut. E che proprio in considerazione del ruolo politico primario che la Forza Multinazionale adempiva per il Libano e per la pace in Media Oriente, è da ritenere che essa potesse essere stata individuata come astacola ai disegni eversivi e di destabilizzazione dell'assetto libanese. Di qui gli attacchi che ne! marzo 1983 coinvolsero militari del contingente italiano a Beirut e dei contingenti americano e francese che costituivano la comice di sostegno internazionale che era di vitale importanza per il governo di Beirut. Sulle prospettive di un superamento della crisi libanese , che l'Italia seguiva non senza preoccupazione, vi era una valutazione positiva dell'inizio dei negoziati di Naqoura fra le delegazioni militari libanese e israeliana riguardo alle modalità dello sgombero delle zone che l'esercito israeliano continuava ancora a occupare. Pur con tutte le difficoltà che ostacolavano una rapida e favorevole conclusione delle trattative, non mancavano tuttavia elementi di segno positivo che lasciavano bene sperare: come la convinzione israeliana della necessità di ritirarsi dai Libano , cui faceva riscontro l'interesse sia libanese che siriano affinché il governo di Beirut recuperasse la sovranità sull'intero territorio nazionale. Questa era la condizione essenziale perché le diverse anime libanesi potessera raggiungere quella intesa nazionale capace di sanare le lacerazioni di quello sfortunato Paese. È interessante notare che come sede delle trattative fra libanesi e israeliani, che si svolgevano sotto l'egida delle Nazioni Unite, le due parti avevano scelto il Quartiere Generale del contingente italiano che fin dai luglio 1979 faceva parte delle forze dell'ONU ne! Libano meridionale 0 15). Nel 1984, ne! monda arabo moderato si manifestavano impazienze e frustrazioni a causa del mancato progressa verso una soluzione politica della questione palestinese peril timore di nuove tentazioni di conflitto. Nell'autunno di quell'anno, all'orizzonte del Media Oriente veniva delineandosi l'evoluzione di una linea araba moderata. Si poteva osservare infatti un lento processo di aggregazione fra alcuni degli attori principali della regione: Egitto, Giordania e OLP. Dall'altra parte, Israele mandava segnali di disponibilità verso la riapertura di un dialogo, vuoi per le difficoltà economiche interne, vuoi per la pressione internazionale circa l'evacuazione del Libano e vuoi infine per il crescente disagio della popolazione


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araba dei territori occupati 0I 6). In dicembre il governo italiano - seconda cui, per uscire dai labirinto di contrasti in cui si logoravano ebrei e palestinesi, occorreva affrontare con sguardo lungimirante il riconoscimento reciproco, lo sgombero dei territori occupati e i Iegami confederativi tra Giordania e palestinesi si apparecchiava ad approfondire tali questioni con i governi di Siria , Giordania e Israele. La Farnesina intanto, mentre preparava il ritorno di Andreotti ad Amman, invitava a Roma il primo ministro israeliano Peres e il sua ministro degli Esteri Shamir017l. Cio era da mettere cerro in relazione con la perdurante crisi mediadentale ma rivelava, nello stesso tempo, l'esistenza di un certo velleitarismo polirico e diplomatico che di tanta in tanta riaffiorava sulle rive del Tevere. Ai primi di dicembre, a Tunisi, Craxi e Andreotti si abboccarono con Arafat. In quella occasione, il leader dell'OLP pose l'accento sull'influenza stabilizzatrice che la soluzione del problema palestinese avrebbe potuto avere nell'area mediorientale che era allora "pericolosamente attraversata da spinte integraliste e da estremismi" . E conclu se la perorazione della causa del sua popolo con queste significative parole: "Dateci una seria prû!>pettiva di avere una Patria come l'hanna gli altri popoli, e sarema anche noi partecipi di un più vasto assetto politico da proteggere e dtfendere" 0 18). A conclusione di queste brevi note si puà affermare che i risultati della polirica mediterranea dell'Italia furono, tutto sommato, modesti. Siccome le risorse finanziarie dei paesi produttori di petrolio non furono destinate dai governi al benessere delle masse popolari, essendo viceversa utilizzate, in genere, per il potenziamento abnorme degli armamenti e/o per sfarzose dimore e Rails Rayee d'oro, la ricchezza procurata dall'esportazione delle risorse energetiche incentivà le tensioni rivoluzionarie, riaccese le ambizioni e il velleitarismo delle dittature militari e diede nuova linfa al movimento palestinese Ol9)_ Gli oligarchi e i dittatori arabi e musulmani, fallendo l'obiettivo della modernizzazione perché incapaci di creare istituzioni democratiche e di diffondere il benessere, gettarono semi di malcontento da cui germoglià il radicalismo fondamentalista ne! mondo islamico. Le oligarchie al potere, ebbre di nuova ricchezza, anziché gettare le basi di un virtuoso processo di sviluppo economico, contestualmente all'allargamento delle basi democratiche della vita dei !oro paesi e di creare benessere sociale, generarono nuovi conflitti e nuove ineguaglianze mentre al malessere delle popolazioni rispondevano, alimentandone il risentimento verso l'Occidente e verso lsraele additati come i soli responsabili della lora miseria e arretratezza. D'altro canto, il capitale finanziario italiano necessario a contribuire al decolla dei piani di sviluppo economico in quelle aree geopolitiche fu inadeguato, mentre la mancanza di una maderna politica energetica alternativa al petrolio, per non soggiacere ai ricatti dei paesi produttori, indeboll la capacità contrattuale dell'Italia, lasciando la ostaggio di emiri e dittatori.


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NOTE (1) Carlo Maria San toro, La politi ca estera di una media potenza. L 'Jta/ia dall'UnitĂ ad oggi, Balogna, Il Mulino, 1991, p . 177-80; cfr. anche Ennio Di Nolfo, Storia delle relazioni internazionali 1918-1999, Roma-Bari, Laterza, 2000, p. 505 sg .. (2) Cfr. Brunello Vigezzi , De Gasperi, Sforza, la diplomazia ita/iana e la percezione della politica di potenza da/ trattato di pace al Patta Atlantico, in "Storia contemporanea", n. 4, 1985, p . 661-85; Giulio Andreotti, De Gasperi vista da vicino, Milano, Rizzoli, 1986, p. 21 e 171-75; Pietro Pastorelli, La politica estera ita/iana del dopoguerra, Balogna, Il Mulino, 1987, p. 209 sg.; Antonio Varsori, La scella occidentale deli'Ita/ia, 1948-1949, in "Storia delle relazioni internazionali", n. 1, 1985, p . 95-159 . (3) Christophe r Seton-Watson , La politica estera della Repuhb/ica ita/iana, in Richard]. B. Bosworth e Sergio Romano (a cura di), La politica estera italiana (1860-1965), Balogna , Il Mulino, 1991, p. 348. (4) Cfr. Santoro, op. cit., p . 184 sg .. (5) Roberto Gaja, L 'Ita/ia ne/ monda bipolare. Per una storia della poli ti ca estera italiana (1943-1991), 13ologna, Il Mulino, 1995, p. 130-31. (6) Cfr. Giuseppe Vedovato, Il Mediterraneo e l'Italia, in "Rivista di studi politici internazionali", n. 2, 1977, p. 225. (7) Stefano Silvestri, Introduzione, Istituto Affari Internazionali (da o ra indicati come I.A.!.), Mediterraneo: politica, economia e strategia. 1: Lo scenario ela crisi, 13ologna, Il Mu lino, 1975, p. 10. (8) Giovanni Di Ca pua (a cura di), Moro ela politica internazionale, in "Appunti ", n. 30, 1980, p . 40. (9) Cfr. Vedovato, art. cit., p . 232; Id ., Europa e Mediterraneo, in "Rivista di studi politici internazionali", n . 2, 1977, p . 276-77 . (10) Cfr. Sergio Romano (a cura di), La crisi del bipolarismo, Milano, Angeli, 1996, p . 138. (li) Giuseppe Vedovato, I problemi posti alla NATO dalla penetrazione sovietica in Africa, in "Rivista di studi politici internazionali", n. 3, 1979, p . 393. (12) Cfr. Angelo Portinaro, Interesse naziona/e e interesse globale. L'etĂ della competizione geoeconomica, Milano, Angeli, 1996, p . 138. (13) Cfr. john C. Campbell , La presenza degli Stati Uniti, in AA .VV., Conflitti e sviluppo ne/ Mediterraneo, Balogna, Il Mulino, 1970, p . 13-15. (14) Cfr. Piero Ostellino, Gli USA, l 'URSS, la Gina, /'Europa e la distensione, in "Affari Esteri", n. 51, 1981, p . 270. (15) Cfr. Ciro Elliot Zoppo, La Turchia ela NATO: una grossa crisi, in "Affari Esteri", n . 44, 1979, p. 46. (16) Colombo al Senato, 9 aprile, Ministero degli Affari Esteri (da ora in poi indicati come M.A.E.), Testi e documenti sulla politica estera deli'Italia 1981, p. 89. (17) Colombo alla Camera dei deputati, Il marzo 1981, ibidem, p . 77. (18) Ibidem, p . 77-78. (19) I.A.!., L'Ita/ia nella politica internazionale 1982-1983, p. 416-17. (20) Andreotti alla Camera dei deputati, 3 ottobre, M.A.E., Testi e documenti sulla politica estera deli'Italia 1983, p . 127.


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(21) Si veda l'appunto sulla visita di Vahit Haletlglu, (Roma), 3-4 luglio, M.A.E., Testi e docurnenti sulla politica estera dell'Italia 1984, p . 376. (22) Cfr. Franco Barbolini, Considerazioni sulla sicurezza europea, in "Affari Esteri", n. 46, 1980, p. 205. (23) Cfr. Santoro, op. cit., p. 199 sg.; Antonio Varsori, L '!tafia ne/le relazioni internazionali dai 1943 al 1992, Roma-Bari, Latenza, 1988, p. 50 sg .. (24) Cfr. Giuseppe Vedovato, Euromissili e distensione, in "Rivista di studi politici internazionali", n. 1, 1980, p. 113. (25) Cfr. Romano, op. cit., p . 16-17. (26) Cfr. Francesco Cossiga, La passione ela politi ca, a cura di Francesco Testoni, Milano, Rizzoli, 2000, p. 259-60. (27) J.A.l., L'Italia ne/la politica intemazionale 1980-1981, p. 1. (28) Ennio Di Nolfo, La politica estera di Reagan, in "Nuove questioni di storia contemporanea", Milano, Marzorati, 1988, vol. III, p. 321. (29) I.A.l., L'Italia nella politica internazionale 1980-1981, p. 32-34 e 187. (30) Ibidem, p. 1 e 449. (31) Cfr. Varsori, L'Italia nelle relazioni internazionali 1943 al 1992, ciL, p. 210; Colombo alla Camera dei deputa ti, 1o dicembre, M.A.E., Tes ti e documenti sulla polit ica estera dell'Italia 1981, p. 220 e 232. (32) Sergio Romano, Guida alla politica estera italiana. Dai crollo del fascisrno al crollo del cornunisrno, Mil a no, Rizzoli, 1993, p. 182 sg.; Id., L '!ta lia non è un paese rnediterraneo, in Dan Vittorio Segre (a cura di), Società civile e processo di pace in Medio Oriente, Mi lano, Angeli, 1996, p. 63-64. (33) Cfr. Carlo Maria Santoro, L '!ta lia e il Mediterraneo, Milano, Ange li, 1988, p. 13. (34) Ibidem, p. 64-65. (35) Cfr. Co lombo al Senato, 29 aprile, M.A.E., Testi e docurnenti sulla politica estera dell'Italia 1980, p. 153. (36) Sergio Romano, Corn 'è morta la polit ica estera ita/iana, in "Il Mulino", n. 4, 1992, p. 718. (37) Cfr. Enrico Serra, Politica estera italiana e am bien te storico-politico, in "Nuova Antologia", n. 2143, p. 136. (38) Cfr. Giuseppe Are, Le democrazie industriali e gli anni ottanta, in "Affari Esteri", n. 47, 1980, p. 294-95. (39) Colombo alla Camera dei deputa ti, 7 maggio, M.A.E., Testi e documenti sulla politica estera dell 'Italia 1980, p. 154-55. (40) Cfr. George !rani e Gunnar P. Nelson, American Middle East policy issues in the 1980 presidential carnpaign, in "Rivista di studi politici internazionali", n. 4, 1980, p. 547. (41) Appunto sulla visita del vicepresidente Mubarak, Roma, 21 marzo, M.A.E., Testi e documenti sulla politica estera dell'Italia 1979, p. 155. (42) Giulio Andreotti, Gli USA visti da vicino. Da/ Patta Atlantico a Bush, Milano, Rizzoli, 1989, p. 120. (43) Colombo alla Camera dei d e putati, 2 ottobre, M.A.E., Testi e documenti sulla politica estera dell'Italia 1981, p. 193.


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(44) Cossiga, op. cit., p . 260. ( 45) Max Varadi, Le cbiavi della pace in Media Oriente, in "Rivista di studi politici internazionali", n . 3, 1979, p . 446. (46) Paul Giniewski, Le Liban dans la tragédie globale de la Libye et les initiatives de l'Europe, in "Rivista di studi politici internazionali", n. 1, 1982, p. 31. (47) Ibidem, p. 33. ( 48) Cfr. Edoardo Vitta, L'accorda tra la Comunità Economica Europea e la Stato di Jsraele, in "Rivista di studi politici inte rnazionali ", n . 1, 1981, p . 64. (49) Cfr. Giniewski, art. cit. , p . 34. (50) Cfr. Susanna Bacci, Il prohlema del Libano ne/le relazioni internazionali: Fattori di destabilizzazione interni efattori di destabilizzazione regionali, in Alessandro Migliazza (a cura di), Le Forze multinazionali ne! Libano e ne/ Sinai, Milano, Giuffrè, 1998, p. 16-17; Giovanni Rulli, Libano. Dalla crisi alla "Pax si ria na ", Torino, S.E.!., 1996, p. 37-45. (51) Antonello Biagini e Leopoldo Nu ti, Note sulla partecipazione italiana ai corpi di spedizione internazionali, in "Studi storici milita ri", 1994, p. 523-24; "Ri vista Militare", L 'Aviazione dell 'Esercito . Dalle origini ai nostri giorni, 1996, p . 142-44; Enrico Magnani (a cura di), 0/tremare. Le missioni dell'Esercito italiano a/l'estero, Stato Maggiore Esercito, Roma, 1992, p . 124 . (52) I.A.!., L '! tatia nella politica internazionale 1980-1981, p . 493-94. (53) Cfr. Colombo alla Camera dei deputati, 10 marzo, e al Senato, 9 aprile, M.A.E., Testi e documenti sulla poli/ica estera de!l'Italia 1981, p. 78 e 90. (54) Cfr. Angelo Del Boca, Gli italiani in Libia . Dalfascismo a Gbeddafi, Milano, Mondadari, 1994, p . 496-97. (55) Cfr. ibidem, p. 498-99; I.A.!., L'Jta!ia nellapolitica internazionale 1980-1981, p. 496-97. (56) Colombo alla Camera dei deputati, 8 ottobre, M.A.E., Testi e documenti sulla poli!ica estera dell'Italia 1981, p . 198-99. Il corsivo è nostro. (57) I.A.!., L'Jtalia nella politica internazionale 1980-1981, p. 499-500. (58) Colombo al Senato, 9 aprile, 1981, cit. , p. 87 e 90-91. (59) Cfr. I.A.!., L '!ta lia ne/la poli tic a internazionale 1980-1981, p. 501-4. (60) Cfr. l'appunto sulla firma del contratto perla fornitura di gas algerino all'Italia, Algeri, 27 aprile; nonché l'appunto sulla inaugurazione del gasdotto Algeria-Tunisia-Italia, Capo Bon, 18 maggio, M.A.E, Testi e documenti sulla poli/ica estera dell 'Jtalia 1983, p . 201-2. (61) Cfr. l'appunto sulla visita di Mannino, Rabat, 15 aprile, M.A.E. , Testi e documenti sulla politica estera dell 'Italia 1982, p. 259-60. (62) Si veda l'appunto sulla visita del presidente del Consiglio Craxi, Tunisi, 6-7 dicembre, M.A.E., Testi e documenti sulla politica estera de/l 'Italia 1984, p. 273-75 . (63) Cfr. l'appunto sulla visita di Forlani, Tunisi, 16-17 maggio, M.A.E. , Testi e documenti sulla politica estera dell'Italia 1979, p . 223-24. (64) Appunto sulla visita di Colombo, Tunisi, 9-12 dicembre 1979, ibidem, p. 330-31. (65) Appunto s ulla visita del ministro degli Esteri Beji Caid Essebsi, Roma , 16-18 settembre, M.A.E., Testi e documenti sulla politica estera dell 'Italia 1981, p . 385-90. (66) Cfr. l'appunto sulla visita di Colombo, Tunisi, 21-22 dicembre, M.A.E., Testi e documenti sulla politica estera dèll'Jtalia 1982, p. 316.


LIBANO 1979-1984: LA POLITICA MEDITERRANEA DELL'ITALIA

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(67) Cfr. I.A.!., L'Italia ne/la politica internazionale 1980-1981, p. 449; L'Italia ne/la poli/ica internazionale 1981-1982, p. 413; L'Jtalia nellapolitica internazionale 1982-1983, p. 393; l'appunto sulla visita del vicepresidente Hosni Mubarak, Roma, 5-7 settembre, M.A.E., Testi e documenti sulla politica estera dell'Italia 1980, p. 252-53. (68) I.A.!. , L '! ta lia ne/la poli ti ca internazionale 1980-1981, p. 505 . (69) Paul Giniewski, La politique suicidaire de l'Occident au Moyen Orient, in "Rivista di studi politici internazionali", n . 3, 1981, p. 354 . (70) Si veda l'appunto sulla visita del principe ereditario Hassan Ben Talai, Roma, 26-27 novembre, M.A.E., Testi e documenti sulla politica estera dell'Italia 1979, p . 163-64. (71) I.A.I., L '!ta lia nella politica internazionale 1980-1981, p. 505. (72) Colombo al Se nato, 9 aprile 1981, cit., p . 85. (73) Ibidem, p . 85. (74) Si veda il comunicato della Farnesina in merito al bombardamento israeliano della centrale nucleare di Tamuz, Roma, 10 giugno, M.A.E., Testi e documenti sulla politica estera dell'Italia 1981, p. 320-21. (75) Cfr. l'appunto sulla visita del responsabile dell 'Ufficio Politico dell'OLP Farouk Kaddoumi, Roma, 15-18 marzo, M.A.E ., Testi e documenti sulla politica estera dell'Italia 1982, p. 259; Andreotti alla Camera dei deputati, 6 settembre, Testi e documenti sulla politica estera dell'Italia 1983, p. 109. (76) Cfr. Andreotti alla Camera dei deputati , 3 novembre 1983, ibidem, p . 142. (77) I.A.!., L'ltalia nellapolitica internazionale 1980-1981, p . 516. (78) Cfr. l'appunto sulla visita del responsabile dell'Ufficio Politien dell'OLP Farouk Kaddoumi, cit. (79) Si veda Giuseppe Vedovato, Destahilizzazione mediterranea, in "Rivista di studi politici internazionali", n. 2, p. 259. (80) Colombo alla Camera dei deputati, 7 luglio, M.A.E. , Testi e documenti sulla politica estera dell 'Italia 1981, p. 169-70. (81) Andreotti alla Camera dei deputa ti, Il novembre, M.A.E., Testi e documenti sulla politica estera deli'Italia 1983, p . 160-61; cfr. anche Andreotti, Gli USA visti da vicino, cit. , p . 137. (82) Andreotti, Gli USA visti da vicino, cit., p . 137; cfr. anche Andreotti alla Camera dei deputati, Il novembre 1983, cit., p. 160. (83) Ruffini al Senato, 24 gennaio, M.A.E., Testi e documenti sulla politica estera dell 'Italia 1980, p. 65-67. (84) Forlani alla Camera dei deputati, 1o marzo, M.A.E., Tes ti e documenti sulla politica estera dell'Italia 1979, p. 52-53. (85) Ibidem, p. 54. (86) Ruffini al Senato, 24 gennaio 1980, cit., p. 70. (87) Cfr. Scipione Guarracino, Storia degli ultimi cinquant'anni. Sistema internazionale e sviluppo economico dai 1945 a oggi, Milano, Mondadori, 1999, p. 301-2. (88) Cfr. I.A.!., L'ltalia ne/la politica internazionale 1980-1981, p. 512. (89) Andreotti alla Camera dei deputati, 16 maggio, M.A.E., Testi e documenti sulla polirica estera dell'Italia 1984, p . 125.


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(90) I.A.I., L'Italia nellapolitica internazionale 1980-1981, p. 510. (91) Ibidem, p. 512. (92) Cossiga alla Camera dei deputati, 14 aprile, M.A.E., Testi e documenti sulla politica estera dell'Italia 1980, p. 122. (93) Si veda Fulvio Attinà , La politica internazionale contempomnea, Milano, Angeli, 1989, p. 268-69. (94) Cfr. Germa na Tappero Merlo, Media Orientee Jarze di pace. Cinquant 'an ni di guerre e interventi multinazionali in Israele, Libano eGo/jo Persico, Milano, Angeli, 1997, p. 118. (95) Alexander Haig, Alla corte cU Reagan, Milano, SugarCo, 1984, p. 291. (96) Cfr. Colombo alla Camera dei deputati, 17 settembre, M.A.E., Testi e documenti sulla politica estera dell'Italia 1981, p. 169. (97) Cfr. C0lombo alla Camera dei deputati, 23 luglio 1981, ibidem, p. 126. (98) Haig, op. cit., p. 220-25. (99) Colombo alla Camera dei deputati, 7 luglio, M.A.E., Testi e documenti sulla politica estera dell'Italia 1982, p. 94-95. (100) I.A.!., L'Jtalia nella politica internazionale 1982-1983, p. 396. (101) Colombo alla Camera dei deputati, 7 luglio 1982, cit., p. 95-98. (102) Haig, op. cil., p. 306-7. (103) Magnani, op. cit., p. 101. (104) "Helazioni internazionali", 18 settembre 1982, p. 814-17. (105) Appunto sulla visita del Presidente della Repubblica Pertini, (Amman), 26-28 novembre, M.A.E., Testi e documenti sulla politica estera dell'Italia 1983, p. 229-32. (106) Cfr. Michel G. Fry, Of Palestine and pessimism, in "Rivista di studi politici internazionali", n. 3, 1983, p. 382. (107) Tappero Merlo, op. cil., p. 252-57; Bacci, op. cit., p. 23. (108) Colombo al Senato, 22 settembre, M.A.E., Testi e documenti sulla politica estera dell'Italia 1982, p. 139. (109) Colombo al Senato, 19 settembre 1982, ibidem, p. 141-42. (110) Leonardo Prizzi, Le operazioni militari di sostegno della pace (1982-1997). Il ruolo dell'Italia e dell'Esercito, in "Rivista Militare", 2000, p. 55. (111) Andreotti alla Camera dei deputa ti, 3 novembre, M.A.E., Testi e documenti sulla politica estera dell'Italia 1983, p. 221. (112) Ibidem, p. 156-57. (113) Andreotti alla Camera dei deputa ti, 11 novembre, M.A.E., Testi e documenti sulla politica estera dell'Italia 1983, p. 156-57. (114) Prizzi, op. cit., p. 56. (115) Cfr. Andreotti alla Camera dei deputati, 12 dicembre 1984, cit., p. 222-23. (116) Ibidem, p. 215-16. (117) Ibidem, p. 221. (118) Ibidem, p. 218-19. Il corsivo è nostro. (119) Cfr. Romano, L '!tafia non è un paese mediterraneo, cit., p . 66-67.


GLI INTERVENTI MILITARI ITALIANI NELLA QUESTIONE LIBANESE NICOLA DELLA VOLPE

Apro il mio intervento con alcune precisazioni. La prima riguarda il taglio del contributo; esso, per maggiore chiarezza, sarà articolato in quattro punti: 1. Lineamenti storici del problema libanese; 2. Note sintetiche sulle missioni; 3. Problematiche incontrate e novità introdotte; 4. Alcune considerazioni e primo bilancio. La seconda precisazione è relativa alle ricerche condotte. Le carte del Libano non sono ancora del tutto disponibili, a causa delle leggi sugli archivi che pongono limiti temporali all'accesso delle documentazioni di carattere riservato e personale. Lo studio risulterà, pertanto, necessariamente carente in alcuni aspetti, in aderenza al principio che, laddove non è possibile consultare o trovare riscontro dei fatti nelle fonti documentali, è preferibile il silenzio a ricostruzioni ipotetiche o, peggio ancora, artefatte. Affrontare in un'ottica storiografica avvenimenti vicini nel tempo, non ancora del tutto "storicizzati", è sempre problematico per chi non vuole limitare le sue ricerche alle fonti cronachistiche e bibliografiche, secondarie e talvolta pericolose, quando sono ricostruzioni divulgate su affrettati instant books. Soltanto lo studio delle carte di archivio, fonti primarie indiscusse per analisi, comparazioni, letture asettiche, è il momento più importante della ricerca storica e determinante ai fini dell'oggettività della descrizione degli avvenimenti, ovvero della ricerca della verità. In definitiva, ritengo che un'analisi storiografica completa ed esauriente degli avvenimenti in Libano sarà possibile soltanto quando si avrà la completa disponibilità delle fonti primarie, custodite negli archivi militari e diplomatici. Allora si potrà anche passare dalla fase delle "lezioni apprese", conferenze diffuse fra i quadri militari alla fine di ogni missione e utili negli studi di pianificazione di even tu ali ulteriori interventi militari all'estero, agli "ammaestramenti", di valenza maggiore perché incidono (o almeno dovrebbero incidere) sull'elaborazione e sull'evoluzione della stessa dottrina militare, in quanto ricavati non soltanto dall'esperienza immediata, ma anche da valutazioni sedimentate, ovvero storiche, analitiche e critiche, degli avvenimenti. La terza, è una osservazione di carattere generale sul risultato delle missioni, che mi ha anche convinto a cambiare il titolo iniziale del mio contributo.


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Ho preferito, infatti, sostituire il primo "Libano 1979-1984. Il contributo italiano al ristabilimento della pace", con quello più aderente in epigrafe, perchè di fatto la pace in Libano non fu mai ristabilita, ed è esistita - come esiste ancora oggi - una questione libanese. Va perà subito detto che il momento militare degli interventi in Libano niente ha in comune, nei risultati, con quello politico-diplomatico; se infatti gli sforzi politici e diplomatici per ristabilire la pace in Libano alla fine risultarono fallimentari, quelli militari - nell'arco di tempo in cui furono messi in atto raggiunsero gli obiettivi assegnati e furono portati a termine con successo. Fatte tali precisazioni, passo alla trattazione dei quattro punti del mio saggio.

Lineamenti storici del problema libanese Il problema libanese è strettamente lega}o e conseguente alla questione ebreopalestinese, ancora oggi fonte di gravi conflittualità e gravissime preoccupazioni per l'assetto del Medio Oriente, apparentemente irrisolvibile al momento Cll. Di tale questione, è opportuno ripercorrere le tappe principali. Alla fine deli'Ottocento, specialmente in Germania e Russia, si ebbe una recrudescenza dell'antisemitismo. La Palestina, dave fin dai seconda secolo dopa Cristo si erano stabilite alcune comunità giudaiche (2), fu individuata come il naturale rifugio per quanti, ebrei, si sentirono maggiormente minacciati dalle persecuzioni. In pochi anni, in quei territori del Media Oriente si insediarono migliaia di profughi, che fondarono alcune decine di colonie agricole. Nel 1917 veniva riconosciuta (dichiarazione di Balfour) la nascita di un Centro Nazionale Ebraico in Palestina, che provocava una nuova massiccia immigrazione di ebrei. La soluzione allora auspicata dalle grandi potenze era quella della fondazione di uno stato ebreo-arabo, integrato. Un'altra tappa determinante sugli avvenimenti in Media Oriente fu quella dell'avvento del nazismo in Germania ne] 1933, che provocà ancora una volta un nuovo forte afflusso di ebrei in Palestina. Cià determinà violente reazioni degli arabi, che costrinsero I'Inghilterra, stato mandatario per canto delle potenze europee, a vietare le immigrazioni ebraiche. Gli avvenimenti della seconda guerra mondiale e gli stermini subiti nei campi di concentramento nazisti, portarono gli ebrei a organizzare l'immigrazione clandestina e a darsi una struttura militare, l'Hagana, a protezione degli insediamenti. Nel 1947 l'ONU si pronuncià a favore della spartizione deila Palestina in due stati, uno palestirtese e l'altro ebraico. La decisione provocà una guerra civile e fece scoppiare la prima guerra arabo-israeliana. Ne! 1948, gli israeliani, a seguito delle vittorie ottenute contro palestinesi e stati arabi, con il tacito consenso delle potenze occidentali cacciarono gli arabi dalla Palestina. Da questa data, quello che per secoli era stato il problema ebraico, diventà il problema palestinese. ·


GLI INTERVENTI MILITARI ITALIANI NELLA QUESTIONE LIBANESE

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Bernard Lewis, professore emerito a Princeton ed uno degli accademici più importanti ed accreditati tra gli studiosi del Media Oriente, ha fornito nei suai studi aleu ne precisazioni su Ile origini del problema palestinese (3), da cui è scaturito quello, di più stretto nostro interesse, libanese. È vero - egli ha affermato che gli israeliani ne! 1948 cacciarono via gli arabi da alcune zone strategiche (Lod e Ramie), ma è altrettanto vero che moita parte di essi (circa 500.000 persane) fuggl terrorizzata quando si rese canto che i numerosi eserciti arabi non riuscivano a tener testa alle milizie ebraiche. E moiti lasciarono i territori su invita dei !oro stessi capi. I paesi arabi che accolsero i profughi non trovarono !oro una sistemazione, né tantomeno consentirono la !oro integrazione fra la propria gente. I fuggiaschi furono tenuti in una condizione di profughi permanenti, aggravata dai fatto che erano alloggiati in campi a dir poco precari, e con l'unica prospettiva di un rientro, in un giorno molto lontano e molto ipotetico, in Palestina. Succedeva cos! che, mentre nelle nazioni occidentali dove erano accolti, i figli dei profughi venivano naturalizzati, in Siria ed in Iraq, stati arabi fratelli dove erano rifugiati, i palestinesi restarono nella !oro condizione di profughi permanenti e di stranieri per generazioni. In tale situazione si veniva a confezionare una pericolosa bomba socio-politica, il cui detonatore era costituito dall'agognato, naturale e legittimo diritto al ritorno, bomba pronta ad esplodere specialmerite per le miserrime condizioni di vita in cui sopravvivevano i profughi palestinesi. Nascevano, in tale situazione, le organizzazioni clandestine e la guerriglia palestinese. Con il passar del tempo, le sconfitte continue subite dai paesi arabi (seconda e terza guerra arabo-israeliana, 1956 e 1967) ed il conseguente rafforzamento dell'antisemitismo nel monda islamico, la situazione si deteriora completamente- qualora ve ne fosse stato ancora bisogno- nell'intera area media orientale. Dopa la terza guerra arabo-israeliana del 1967, nell'affare palestinese fu coinvolta direttamente e pesantemente il Libano, già instabile per motivi interni, politici e religiosi. Nasceva cosl la questione libanese. A partire da quell'anno, infatti, ogni attività dello stato libanese, politica, economica, militare, fu fortemente condizionata dalla presenza sul suo territorio, di centinaia di migliaia di profughi palestinesi provenienti dai territori occupati da Israele. Moiti profughi andarono ad alimentare le organizzazioni combattenti e si spinsero sulla strada del terrorismo: essi avrebbero ridotto il Libano (come pure la Giordania, da cui avevano ricevuto pari ospitalità) , da paese ospitante a base di partenza, non solo delle nomerose azioni di guerriglia condotte contra Israele, ma anche delle infiltrazioni e degli atti di terrorismo compiuti all 'estero. I fedayn, guerriglieri e terroristi palestinesi, scoprirono e inaugurarono, nella circostanza, la triste pratica degli attacchi e della pirateria aerea <4). Dure, puntuali e puntigliose furono le rappresaglie di Israele contra il Libano; Jo stato ebraico riteneva infatti la Terra dei cedri il principale responsabile dei raid e degli attentati terroristici compiuti dai palestinesi, perché li ospitava e proteggeva.


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Il Libano conobbe allora, sulla propria pelle, il problema palestinese che si rivela subito irrisolvibile, nonostante i ripetuti tentativi di chiuderlo definitivamente anche con la forza, sulla scia di quanto attuato giĂ dalla Giordania nel settembre 1970. Infatti, i libanesi pensarono di poter chiudere la vicenda manu militari, ma l'attacco che essi portarono nel maggio del 1973, ed i successivi, violenti scontri armati del 1974 e 1975, non sortirono gli effetti desiderati. Al contrario, invalidarono i tentativi politici per una soluzione del problema, tentativi in cui si cimentarono i vari governi che si succedettero ne! martoriato Libano, oscillanti tra la destra maronita e la sinistra musulmana. L'intervento della Siria nel conflitto interno libanese e in quello libanese-palestinese, naturalmente non disinteressato, complica ancora di piĂš la situazione. Tanto da provocare nell'ottobre del 1976 (accordi di Ryad e del Cairo) l'intervento di una Forza Araba di dissuasione che avrebbe dovuto far rispettare una tregua tra i contendenti in campo, per evitare un allargamento del conflitto ad altri paesi arabi. Nel 1978 l'ulteriore deterioramento della situazione, causato anche dagli attacchi condotti dai guerriglieri di al-Fatah nei territori di Israele, fornl a questo Stato il pretesto per occupare, nella notte tra il 14 ed il 15 marzo, parte, del Libano meridionale. Il Consiglio di Sicurezza dell'ONU delibera allora l'invio immediato di un contingente di 4.000 uomini, con il compito di interporsi tra israeliani e palestinesi. 1 primi, termina ta "l'azione dimostrativa", arretrarono verso il proprio confine, presidiando comunque una fascia cuscinetto di circa 10 Km. a salvaguardia di eventuali sorprese. A seguito di tali avvenimenti, nel luglio del 1979 iniziava per l'Italia la missione UNIFIL-ITALAIR. Le azioni terroristiche e gli attacchi israeliani di ritorsione in Libano, contro libanesi e palestinesi, non cessarono negli anni successivi; culminarono, il 6 giugno 1982, nell'operazione condotta nel Libano meridionale da Israele e denominata "Pace in Ga !ile a", un'offensiva in grande stile che si ripropone va di neutralizzare una volta per tutte le basi della guerriglia palestinese, di distruggere le basi missilistiche siriane, di installare un governo libanese filo-israeliano. L' ll giugno l'ONU richiedeva ed otteneva una tregua, arrestando in parte i successi di Israele. A Beirut ovest, dove l'esercito israeliano comunque penetra per annie ntare i 10.000 palestinesi ed i 3.000 siriani che vi si erano arrocca ti, la lotta si protrasse fino al 12 agosto, giorno in cui i pale stine si dell'OLP incominciarono ad evacuare la cittĂ ormai distrutta. Il fallimento di ogni tentativo di intermediazione perla pace da parte dell'ONU, unito al pericolo di un coinvolgimento diretto di altri stati arabi nella crisi e nella guerra, indusse israeliani, libanesi, palestinesi e siriani ad accettare la mediazione e la presenza di una fo rza multinazionale di pace, formata da contingenti francesi, italiani e statunitensi. Pe r l'Italia, iniziava la missione "Liba no 1".


GLI INTERVENT! MILITARI lTALIANl NELLA

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Il compito della missione internazionale di pace sembrava essere stato portato a buon fine. Ma, prima l'assassinio del neo-eletto presidente libanese Bechir Gemayel (fu assassinato il 14 settembre, era stato eletto il 23 agosto), filo israeliano, e poi le stragi compiute da unità di falangisti libanesi nei campi palestinesi di Sabra e Chatila (5), indussero Stati Uniti, Francia e Italia ad inviare di nuovo nella martoriata Beirut una forza multinazionale, ne! tentativo di ristabilire le condizioni che consentissero il ristabilimento della pace nell'area media orientale. Con il ritorno in Libano, iniziava per gli italiani la missione "Libano 2". Note sintetiche sulle missioni UNIFIL-ITALAIR. Nelluglio 1979 l'Italia fece il suo ingresso in Libano, rappresentata nell'UNIFIL (United Nations Interim Forces in Lebanon) da un contin-

gente su base interforze (Esercito, Marina, Aeronautica); il contributo dell'Esercito fu costituito da uno Squadrone Elicotteri, denominato "ltalair", tratto dai 1° Reggimento ALE "Antares", con trentaquattro uomini e quattro elicotteri AB 205. Compiti dell'unità furono quelli di ricognizione, ricerca e soccorso, trasporto sanitario e collegamento. L'impiego del contingente italiano, pur modesto nei numeri, sollevà numerosi problemi, non solo di natura operativa e logistica, ma anche giuridica ed economica, discussi prima in ambito Difesa e poi dai Governo. Occorreva infatti definire chiaramente tutti gli aspetti relativi: alla liceità della partecipazione ad operazioni in ambito ONU; all'espatrio di personale e mezzi al di fuori degli impegni NATO e dei paesi NATO; - al trasferimento dei materiali e al risarcimento per usura, danni , perdite; al trattamento economico del personale, da regolare con strumenti legislativi e in maniera non difforme dagli altri paesi; - alla posizione giuridica del personale inquadrato in un reparto ONU; ai criteri di ripartizione degli oneri logistici fra ONU e i vari paesi partecipanti alle missioni; - ai tempi di preavviso per la selezione del personale, i provvedimenti sanitari, l'adeguamento dei mezzi e dei materiali; ai criteri di precettazione del personale, non-esistendo al tempo un servizio militare di tipo volontario. Problemi che in parte furono risolti sul tamburo dagli Stati Maggiori, in parte progressivamente, in parte con espedienti temporanei; ad esempio, per risolvere il problema dell'espatrio del personale, a ciascun militare fu data un passaporto di servizio individuale; per risolvere il problema della volontarietà della partecipazione, fu deciso di utilizzare il termine "gradimento", che dovevano esprimere quanti volessero essere impiegati in ta li missioni <6). La questione amministrativa,


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in parte risolta con il trattamento mensile di missione all'estero e da una assicurazione, risultava ancora carente fino all'ottobre 1983, per l'insufficienza delle disposizioni legislative e gli ostacoli burocratici frapposti dai Tesoro e dalla Corte dei Conti m. L'opera di ITALAIR fu meno clamorosa, eclatante e nota di altre missioni all'estero, diventate famose non solo nella pubblicistica, ma anche nella memoria collettiva. Nei primi dieci anni di attività, contava al suo attivo 16.522 ore di volo, con 15.114 missioni comprensive di 878 trasporti sanitari e il trasporto di 71.496 passeggeri. Ancora oggi, dopo oltre ventidue anni di operatività, pur svolgendo attività altamente meritoria a favore della pace e delle popolazioni locali , e pur essendo ancora in corso, ITALAIR è la cenerentola delle missioni, ignorata dai mass-media e sconosciuta a moiti. LIBANO 1. Abbiamo già accennato come nell'estate del 1982, il fallimento di ogni tentativo di intermediazione per la pace da parte dell'ONU, unito al pericalo di un coinvolgimento diretto di altri stati nella crisi e nella guerra, avesse indotto israeliani, libanesi, palestinesi e siriani ad accettare la mediazione e la presenza di una forza multinazionale di pace, formata da contingenti francesi, italiani e statunitensi, con il compito di consentire il disimpegno delle forze belligeranti nella città di Beirut.

Il contingente italiano fu costituito sulla base del 2° battaglione bersaglieri "Governolo", della Brigata Meccanizzata "Legnano", e denominato "Italcon Governolo". Era il primo massiccio intervento di reparti dell'Esercito e delle Forze Armate italiane, fuori dai territorio nazionale ed in uno scenario di guerra, anche se in una situazione di tregua. Fatta eccezione perla limita ta- ma attivissima- missione in corso di ITALAIR, infatti, e per la spa ru ta partecipazione di nuclei di osservatori per l'ONU, in più occasioni il governo italiano non aveva mai accettato ri chi este di intervento (8). Il 21 luglio 1982, mentre era in viaggio per il cielo addestrativo di routine verso capo Teulada, il 2° bersaglieri fu fatto rientrare in sede. Il contingente da inviare in Libano fu ordinato su: comandante e ufficio comando; una compagnia comando e servizi, rinforzata da una sezione sussistenza; - due compagnie fucilieri, su un plotone comando e servizi e due plotoni fucilieri; - un plotone carabinieri, con compiti di polizia militare; - un plotone genio rinforzato. In totale, esso fu costituito da 39 ufficiali, 81 sottufficiali, 389 uomini di truppa selezionati fra i volontari della Brigata "Legnano", che disponevano di cento automezzi, ventisei VITe VCC-2, due carri "Leopard", un_soccorso e un pioniere. Trasportato in gran parte ·a Brindisi da velivoli dell'Aeronautica Militare, il contingente fu inibarcato a scaglio_ni sulle navi Perseo, Grado, Caorle della Marina Militare, e sulla


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Buona Speranza della Marina Mercantile. Il nucleo avanzato parti da Taranto con la Perseo e sbarcà a Beirut il 23 agosto 1982; tre giorni dopo, il 26, vi giunse il

grosso del contingente. Al "Governolo" fu assegnato il compito di costituire forza di interposizione, di controllare il disimpegno delle parti combattenti, di garantire il deflusso e la sicurezza dei siriani e dei palestinesi che stavano lasciando i quartieri occidentali di Beirut, di tutelare la sicurezza della popolazione e di porre fine alle violenze, di favorire il reinsediamento delle legittime autorità libanesi ne! settore di competenza (9). In particolare, esso dovette presidiare il tratto di strada dalla chiesa di St. Michel al bivio Hazmiye, punta di partenza per la strada di Damasco, e di scortare sulla stessa strada, fino al confine siriano, le colonne dei palestinesi del PLA (Palestinian Liberation Army). Nei giorni dai 27 al 31 agosto, i bersaglieri del "Governolo" scortarono fino alla frontiera siriana presso Masna, 6.509 uomini e 952 mezzi corazzati ed automezzi. L'intera operazione "Libano l" fu portata felicemente a termine in sedici giorni; 1'11 settembre il contingente fu imbarcato e trasportato a Cipro, con le navi Caorlee Buona Speranza, e ca ricato all'aeroporto di Lanarka su aerei C.130 dell'Aeronautica Militare, il 12 settembre giunse a Cameri (Novara). Le navi, cariche di materiali e di mezzi, fecero rotta su Genova, dove giunsero il 17 ed il 18 settembre. Pochi giorni dopa, il 21 settembre, materiali e mezzi del "Governolo" sarebbero stati nuovamente caricati sulle stesse navi che li avevano appena fatti rientrare in Italia; il 26 settembre il personale fece Jo stesso percorso inversa del rientro (Lanarka- Beirut) su C.130 dell'Aeronautica Militare e sulla nave Canguro Bianco. LIBANO 2. L'assassinio del neo-eletto presidente libanese Bechir Gemayel,

fila israeliano, e Je successive stragi compiute dai falangisti libanesi nei campi palestinesi di Sabra e Chatila, come già detto, indussero Stati Uniti, Francia e Italia ad inviare di nuovo, nella martoriata Beirut , una forza multinazionale ne! tentativo di ristabilire le condizioni che consentissero il ristabilimento della pace nell'area media orientale. L'operazione fu definita "Libano 2", per distinguerla dalla precedente. Questa volta, per le aspre difficoltà che si prospettavano e la maggiore pericolosità della missione , il contingente multinazionale fu notevolmente rinforzato; per l'Italia , il complesso ITALCON fu portato a livello di raggruppamento, con forza iniziale di 1.100 uomini, inquadrati in: - battaglione bersaglieri "Governolo"; - battaglione di formazione paracadutisti "Folgore"; - battaglione "San Marco" della Marina Militare; - un plotone carabinieri con funzioni di polizia militare; - una squadra di disinfezione.


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Ne! contingente furono poi, man mano, inserite unità complementari che avevano compiti specifici: un plotone di esploratori tratto dai "Cavalleggeri di Lodi", un plotone del genio, un reparto comando e trasmissioni, un battaglione logistico, un ospedale da campo. Oltre ai reparti citati, si alternarono in Libano il 10° battaglione bersaglieri "Bezzecca", il 67° battaglione meccanizzato "Montelunga", il 3° battaglione bersaglieri "Cernaia", il zo battaglione paracadutisti "Tarquinia", ill 0 battaglione carabinieri paracadutisti "Tuscania", il 5° battaglione paracadutisti "El Alamein", il 9° battaglione d'assalto "Col. Moschin". Il contingente raggiunse, con i rinforzi ricevuti, il totale di 2.300 uomini, dei quali 1.550 destinati ad attività operative e 750 a quelle logistiche. Alla fine, risultarono impiegati in Libano 595 ufficiali (di cui 100 medici), 1.150 sottufficiali, 6.470 truppa, 130 infermiere volontarie, per un totale di 8.345 unità. Il comando e controllo nazionale del contingente fu cos! articolato: - il comando operativo - autorità incaricata di assegnare compiti e forze sulla base delle direttive impartite dai ministro della Difesa - fu tenuto dai capo di Stato Maggiore della Difesa; - il controllo operativo - autorità addetta all'impiego delle forze per l'assolvimento di uno specifico compito - fu tenuto dai III Reparto dello Stato Maggiore dell'Esercito per delega del capo di Stato Maggiore della Difesa; il controllo tattico - autorità responsabile dello sviluppo degli atti tattici - fu esercitato cial comanclante del contingente italiano.

ITALCON, come dettato dall'accordo bilaterale dei governi italiano e libanese, ebbe il compito di assistere il governo libanese a ristabilire l'ordine e la propria sovranità, costituire forza di interposizione nell'area di competenza, tutelare la sicurezza della popolazione e porre fine alle violenze. Le regole d'ingaggio si dimostrarono valide per il raggiungimento di tali fini e non furono mai moclificate. L'uso delle armi fu previsto, e programmato secondo priorità legate all'autoclifesa, al rispetto degli accordi, al ristabilimento dell'ordine, alla tutela dei diritti e alla clifesa e alla protezione dei deboli. Sulla base clegli accordi presi in loco, agli italiani fu assegnata la zona centrale di Beirut ovest, quella più calda della città, dove erano ubicati i campi palestinesi. Il dispositivo per l'assolvimento dei compiti fu pertanto, man mano, rinforzato e perfezionato, fino ad orientare Jo sforzo principale difensivo nella zona dei campi palestinesi di Sabra, Shatila e Borj el Brajne; qui il dispositivo fu ulteriormente potenziato con appostamenti, mezzi blindati in postazione, pattuglie operanti sia all'interno sia sulle strade perimetrali del dispositivo stesso. Come forza di interposizione, il contingente italiano rinforzè> il margine orientale del proprio settore, realizzando un sistema di avvistamento e di allarme, disponendo check-point, impiegando pattuglie e preclisponendo una riserva di pronto impiego.


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Nell'assistenza al governo e alle Forze Armate libanesi, oltre alle misure adottate a protezione del proprio settore, il comando italiano costitui nei pressi di Galerie Semaan due posti di sbarramento affiancati da una riserva, a sostegno dei check-point libanesi, e accetto inoltre il compito di pattugliare anche la parte orientale della città di Beirut. Nel settore di propria competenza il comando italiano impedi ai civili di girare armati, pur non avendo compiti di polizia , e garanti l'incolumità della popolazione civile imponendosi, in malte circostanze, sulle fazioni in lotta. Non è il casa di descrivere in dettaglio tutto quanta avvenne durante la missione. Mi limitero ad alcune annotazioni. In prima battuta, si puo affermare che nello sviluppo delle operazioni a Beirut, il rapporta fra azioni di vigilanza e azioni di forza fu a favore delle prime. Il contingente italiano non manco di reagire tempestivamente con il fuoco delle armi portatili, a offese portate nei suai confronti; ma mai - ed è da sottolineare a sua onore- supero il labile confine fra l'autodifesa e la rappresaglia . Le azioni , condotte con estrema correttezza , e l'assistenza fornita alla popolazione, senza differenze e particolarismi, fece si che le forze italiane in Libano non diventassero mai obiettivo dichiarato di nessuna delle fazioni in lotta. Anche se gli italiani subirono, durante la missione, numerosi atti ostili, quali bombardamenti e tiri di cecchini; fino ad una imboscata, il 15 marzo 1983 OO)_ Tali attacchi pero furono più simili ad azioni di disturbo, condotte da chi aveva interesse a mantenere alta la tensione fra i militari dei contingenti, che non ad attacchi preordinati tendenti a raggiungere obiettivi. Tanta è vero che il comando giocà spesso la carta dell'ultimatum, la quale risulto vincente perché ottenne sempre la scapa di far cessare l'offesa. Come si rivelo vincente la tattica del dialogo e dei contatti continui tenuti con rappresentanti delle varie comunità e delle varie fazioni in lotta, che consentirono di fornire informazioni alla popolazione inerme sù possibili minacce e, ai soldati italiani, di transitare anche in luoghi dave la comunità musulmana non tollerava estranei. 1 rapporti con gli israeliani, difficili nei primi tempi, man mano rientrarono in un elima di rispetto e collaborazione reciproca. La missione procedette ancora per mesi tra alti e bassi operativi e tentativi di mediazioni e conciliazioni. Ma, dopa l'attentato del 23 ottobre costato la vita a 315 soldati statunitensi e francesi, sia per la spirale di violenza innescatasi, sia per la palese impossibilità di porre fine alle lotte intestine libanesi che non riuscivano a sfociare in patteggiamenti e soluzioni politiche, fu chiara come la presenza internazionale non avesse più senso: non era possibile continuare a restare in Libano a tempo indeterminato, né fu possibile la soluzione di sostituire la forza multinazionale con truppe dell'ONU, per il veto pasto dalla Russia.


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In tale situazione, il ritiro doveva avvenire di n a pochi mesi. I laboriosi tentativi di conciliazione, che comunque gli italiani mettevano in atto, cozzarono contro le profonde rivalità delle parti; l'estremismo radicalizzato portà, in ottobre, a sanguinosi scontri tra le fazioni in lotta. Tra la fine del 1983 ed i primi del 1984 la situazione precipità del tutto (11). Ne! gennaio del 1984 i drusi avviarono un'offensiva partendo dai rilievi dello Chouf; a febbraio le milizie sciite di AMAL aprirono il fuoco a Beirut per porre sotto controllo posizioni nevralgiche nella zona di St. Michel tenute dall'esercito libanese; allo stesso tempo, l'autorità religiosa lanciava con successo un appello ai soldati sciiti, che costituivano la maggioranza nei reparti , a non sparare sui propri correligionari. Il 6 febbraio a Beirut veniva ripristinata la famigerata "linea verde", che spaccava la città in una zona orientale, controllata da reparti dell'esercito fedeli al governo e dalle milizie cristiane; ed in una zona occidentale, controllata dalle milizie musulmane di varia confessione. In tale frangente , il contingente italiano veniva a trovarsi in una posizione estremamente critica, con le aree logistiche nella zona musulmana della città; e con unità ne! porto, situato nell'area cristiana in prossimità della linea verde e battuta dai fuoco delle armi automatiche. La stessa linea verde era di difficile attraversamento, anche nei temporanei cessate il fuoco stabiliti dai contendenti, per l'attività incontrollabile di cecchini isolati. I violenti combattimenti sviluppatisi a Beirut nei giorni 6 e 7 febbraio, pur non coinvolgendo direttamente le unità italiane, portarono al ferimento di undici nostri militari. La recrudescenza degli scontri ed il notevole incrementa dei colpi sparati veniva inevitabilmente ad interessare le aree tenute da ITALCON, con rischi altissimi, nonostante la massima attenzione posta al dispositivo di sicurezza dei reparti. Dopo la fase relativamente calma dei giorni precedenti, per le aspe ttative suscitate dalla preparazione della Conferenza di Ginevra, la situazione era nuovamente precipitata a causa del rigido atteggiamento di drusi e sciiti, teso a sovvertire il precario equilibrio politico del governo libanese, in crisi per le dimissioni dei ministri musulmani. Mentre gli altri stati impegnati nella missione erano prossimi a ritirare i propri contingenti, e me ntre ITALCON pianificava il presumibile rientro, il 16 febbraio il ministro della Difesa italiano, onorevole Giovanni Spadolini, giunse a Beirut con i vertici militari, per rendersi conto personalmente della situazione. Accertatane la gravità, dispose l'immediato ritiro, entra il 20 febbraio , del grosso del contingente; sul posto, per "motivi politici" e con il pretesto di sorvegliare i containers dei materiali da lasciare temporaneamente in loco, sarebbe rimasta un'aliquota operativa de l b attaglione "S. Marco", imbarcato sul Caorle in rada , e della compagnia carabinieri paracadutisti.


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Le operazioni per il rientro furono effettuate a ritmo accelerato ed in situazione di elevato pericolo (un sottufficiale dei carabinieri, il maresciallo Rosas, il 19 febbraio fu ferito da colpi d'arma da fuoco). La pericolosità della situazione divento sempre più preoccupante, perché fra le opposte fazioni libanesi si intensificarono i tiri di armi automatiche e di artiglierie anche nella zona dove era accampato il distaccamento rimasto. Poiché dall'Italia Jo Stato Maggiore deli'Esercito non riusciva più ad esercitare comando e controllo sul distaccamento, e sempre più era messa a repentaglio la stessa incolumità del personale - mentre l'ONU non riusciva a mandare sul posta proprie forze - i militari italiani dell'aliquota operativa rimasta nel porto furono ritirati da Beirut, lasciando sul posto una notevole quantità di materiali di sanità , di commissariato, di armamento e della motorizzazione OZ)_ Problematiche incontrate e novità introdotte

Ne! descrivere le note relative a UNIFIL, sono già stati accennati ad alcuni problemi sorti nell'approntamento dell'unità . Ci soffermiamo, ora, ad annotarne aleu ni, più complessi , relativi alle missioni "Li ba no 1 ", e soprattutto "Libano 2". Queste ebbero caratteristiche operative completamente diverse. Nella prima, si trattava di pianificare l'impiego di un battaglione di fanteria meccanizzato ne! contesta di una forza di intervento dell'ONU , con compiti di interposizione e scorta, in una situazione di tregua. Nella seconda, si dovette approntare uno strumento, della forza di un raggruppamento, gestito autonomamente e direttamente dall'Esercito con il supporta, logistico ed operativo, delle altre forze armate , Marina ed Aeronautica. Si trattava, cioè, di predisporre, rendere operativo ed alimentare un corpo di spedizione a circa 3.000 chilometri dall'Italia, in uno scenario di guerra e non solo con compiti di interposizione. Ed è principalmente di questa seconda missione che tratteremo. Il primo problema fu rappresentato dalla selezione degli uomini e dalle unità da inviare. Anche se all'inizio della missione fu chiesta l'adesione volontafia dei militari di leva, non era pensabile, perla pericolosità dell'ambiente operativo, approntare unità "raccogliticce" sulla base della volontarietà o del gradimento, come era successo per la prima spedizione. La scelta fu comunque orientata verso unità che garantivano standard addestrativi elevati, forte spirito di corpo, maggiore saldezza morale di altre . Fu deciso che i militari da impiegare per l'esigenza, dovessero avere almeno quattro mesi di servizio, periodo ritenuto idoneo sia per il completamento dell'addestramento di base, sia per il superamento, sotto il profilo psicologico, della "psicosi da caserma".


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In previsione dell'impiego, gli uomini furono sottoposti ad addestramenti intensivi (che via via furono normalizzati in otto settimane delle quali le ultime tre da trascorrere fuori secte), a specifici addestramenti al combattimento, al maneggio di varie armi, alla guida di mezzi ruotati e cingolati, all 'istruzione sanitaria, a nozioni su ordigni esplosivi, all'impiego di particolari strumenti quali i visori notturni, ecc .. Fu possibile, in seguito, immettere nell'attività operativa vera e propria i soldati che giungevano a Beirut dopa un altro mese di ulteriori impegni addestrativi in ambiente - questa volta - reale e non più fittizio. Gli uomini dovevano restare a Beirut per quattro mesi, ma fu poi dimostrato che era necessaria una permanenza di sei-sette mesi per il massimo rendimento; alcuni di essi, impiegati in incarichi chiave o in mansioni particolari, non venivano sostituiti. I militari con incarichi operativi venivano avvicendati per unità organiche. Cio costrinse, con il passar dei mesi, ad impiegare anche personale di leva non "vol ontario", fi no a raggiungere una percentuale del 75o/o nell a composizione del contingente, poiché l'amalgama nelle unità operative era fattore determinante per l'efficienza operativa stessa delle unità. Una necessità mena avvertita nelle strutture logistiche, nelle quali si continuo ad impiegare personale che aveva espresso il proprio gradimento. La scelta dell'armamento sollevo pari problemi di quella degli uomini; il dibattito era se portare al seguito armi pesanti (artiglierie, carri armati e missili a media e lunga gittata) o mena, fermo restando che sarebbero state portate non solo le armi individuali, ma anche quelle di reparto (mitragliatrici, mortai, cannoni senza rinculo), tipiche della difesa. Con le armi pesanti non sarebbe cambiato soltanto l'assetto organico del contingente, ma ovviamente anche la tipologia dello strumento, che avrebbe assunta caratteristiche offensive. La decisione finale fu di escludere l'armamento pesante, che non fu richiesto neanche nel periodo più caldo (settembre-ottobre 1983) culminato con i sanguinosi attentati ai contingenti statunitense e francese (23 ottobre 1983). Anche se, per l'occasione, furono attuate alcune predisposizioni, come l'approntamento di una compagnia carri M 60, di una batteria di artiglieria M 109, di alcuni velivoli F 109. Comunque, nelle acque libanesi gravitarono navi da battaglia della Marina· Militare, con il compito di aprire fuoco di autodifesa a favore del contingente in caso di necessità. Poiché la forza multinazionale in Libano non ebbe un comando unificato, né poteva averlo in quanta approdata in terra libanese sulla base di accordi bilaterali, ma fu avvertita la necessità di un coordinamento politico-militare, furono costituiti sul pasto due Comitati, uno politico-militare con i libanesi ed uno tecnico militare con gli altri contingenti, che si riunivano due volte la settimana, per affrontare i problemi di comune interesse e concordare le opportune soluzioni, sempre in sintonia con gli indirizzi politici e militari dei propri paesi.


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Quanta all'organizzazione logistica, fu costituito un battaglione logistico che, con i mezzi e servizi a disposizione, fu in grado di assicurare un'autonomia di sessanta giorni per il vettovagliamento, di trenta giorni per i pezzi di ricambio, di agni tipo di munizionamento commisurato alla vita tecnica delle armi , di ricambi per la riparazione dei circa 600 mezzi di varia tipo, del necessario a gestire e potenziare gli immobili utilizzati per l'accantonamento del contingente. L'assistenza sanitaria fu garantira da un ospedale da campo ridotto, in grado di fornire ogni tipo di assistenza (medicina generale, chirurgia, radiologia, ortopedia, odontoiatria , psicologia). È da annotare che esso era stato calibrato per fornire un surplus di prestazioni al contingente, per cui restava in gran parte inutilizzato per le scarse esigenze del contingente stesso; di fronte alle ingenti necessità della popolazione civile libanese , fini per essere impiegato in gran parte per essa , fornendo prestazioni a 64.000 libanesi, senza distinzioni di sesso, di età, di ceto, di religione , di appartenenza tribale e/o politica 03) _ Furono curati anche aspetti non operativi per il benessere del personale , quali: l'invio di materiale informativo a stampa, video e cinematografico; l'organizzazione di attività ricreative, come spettacoli, visite turistiche e attività sportive ; il potenziamento di linee telefoniche privilegiate e un servizio postale rapido , per i contatti con le famiglie. E, in proposito, fu costituito un Centra informazioni famiglie pressa lo Stato Maggiore Esercito, per fornire ogni tipo di notizie ai familiari dei militari, laddove risultavano insufficienti o carenti le comunicazioni dirette o le novità apprese dai mass media. A proposito della stampa e dei mezzi di comunicazione di massa, la collaborazione con i giornalisti fu trasparente ed apertissima, tanto che in moite occasioni i pubblicisti dei giornali e delle reti televisive vissera in pratica gli avvenimenti in cui furono coinvolti gli uomini del contingente. Forse in qualche caso la libertà di informazione fu mal interpretata per eccesso, considerate le visite al contingente trasformate in gite spettacolo, che si protrassero ne! periodo della missione, e l'enorme quantità di materiale, video e a stampa, prodotto. Spesso, inoltre, si dimenticà negli articoli e nelle immagini il compito primario per cui i militari italiani erano in Libano, quello cioè di porre freni ad una guerra in atto fatta soprattutto di eccidi , e si privilegiarono alcuni aspetti che con la guerra e la militarità poco avevano a che fare, ma che erano di indubbia efficacia comunicativa . In altre parole e senza ipocriti mezzi termini , spesso si dimenticà che le unità italiane erano intervenute ed erano impegnate in una guerra, che i soldati rischiavano continuamente la propria vita, che non erano in Libano per tenere in braccia bambini . Certamente, quest'ultima , un'opera umanitaria di altissimo valore morale: ma di scadente strumentalismo comunicativo se si considera che i soldati italiani, dietro il sipario e fuori scena, rischiavano , come già detto, la pelle e tenere quei bambini davanti agli obiettivi serviva soltanto a chi invece stava dietro l'obiettivo.


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Mettendo da parte tali poco gradevoli divagazioni, è opportuno ara clare qualche cenno su una attività, apparentemente nuova nelle Forze Armate italiane 0 4), che fu di rilievo per il contingente. Essa fu l'istituzione di un "Servizio di supporta psicologico", affidato al Servizio Sanitario di ITALCON. Attraverso scheele di rilevamento, distribuite ai militari, fu infatti possibile monitorare lo stato d'anima dei militari, il gradiente e le motivazioni che li avevano spinti a partecipare alla missione, i problemi di natura assistenziale e logistici sorti durante la missione. Premesso che il 96% del persona le si definiva "volontario" OS), quanto alle motivazioni che avevano spinto alla partecipazione, il 40% affermava di averlo fatto per arricchire la propria personalità, il 29% per il compensa economico, 1'11% per spirito di avventura, il 18% per motivi vari (esperienza militare, curiosità, ecc.), e soltanto il 2% per motivi umanitari. Una prima analisi di questi dati conduce a considerazioni ben diverse da quelle divulgate e accreclitate dai mezzi di comunicazione e dalla pubblicistica coeva alla missione. Non fu vero, ad esempio, - come fu insinuato più volte che i militari italiani furono in gran parte attratti dalle alte remunerazioni date ai partecipanti alla missione; meno di un terza di essi (29%) dichiarà di averlo fatto per soldi. Ma non fu altrettanto vero che i soldati italiani anclarono in Libano per motivi umanitari, come più volte si voile accreclitare attraverso le interviste e le immagini televisive, se si tiene canto del moclestissimo 2% espresso in tale direzione. Stupiscono, invece, se si fa riferimento allo stereotipo della gioventù italiana che circolava in Patria, le percentuali alte delle motivazioni relative all'arricchimento della personalità e allo spirito di avventura. Ricordiamo, infatti, che in Italia nei primi anni Ottanta i giovani erano consiclerati apatici , iperprotetti e incapaci di crescere, quindi con scarsa voglia di arricchirsi e tantomeno, in una percentuale cos) significativa come appare dalle scheele, protesi all 'avventura, al rischio. Aspetti e motivazioni che, pur costituendo un totale del 51 o/o, non furono rilevati al tempo né sotta il profila sociologico, né dagli esperti di comunicazione, né nei dati statistici. Le lamentele riscontrate nei rilevamenti avevano, invece, un sa pore di vecchia data e moite erano comuni a quelle della caserma: gli alloggiamenti erano appena sufficientemente adeguati alle esigenze o in qualche casa scaclenti; i servizi igienici appena decenti e inesistenti ai check-point; il rancio lasciava a desiderare (69%), mentre era sufficiente il sacchetto viveri (72%) ma inadeguata la razione K (70%); scadenti risultavano essere i servizi della lavanderia, del calzolaio, del sarto e del barbiere. Ottimo, invece, fu ritenuto il servizio sanitario (80%), anche se in qualche unità, laddove prestava servizio un solo ufficiale medico, vi erano lamentele perché si prestava più assistenza alla popolazione civile che non ai militari del reparto.


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Altre lamentele erano strettamente legate all'impiego. ln alcuni reparti si lamentava una eccessiva attenzione dei quadri all'aspetto formale, i turni di riposo erano ritenuti insufficienti dopo 12-13 ore di servizio e portavano all'uso eccessivo di sostanze eccitanti, come caffè e sigarette. Era ancora richiesta la possibilità di comunicare via telefono con più frequenza - e non due volte al mese - e di avere un servizio postale più efficiente. Si richiedeva, inoltre, il rispetto delle promesse, come l'invio in licenza ogni quarantacinque giorni. Non mancarono segnalazioni di carenze che si riflettevano sull'operatività dei reparti, come un insufficiente addestramento, un equipaggiamento inadeguato e un armamento che a volte si rivelava inefficiente. Tutti, infine, chiedevano di essere informati per tempo e aggiornati sull'evolversi degli avvenimenti politici e militari in Libano. Se alcune lamentele avevano fondamento - ad esempio, dopo qualche mese non fu più oggettivamente possibile la distribuzione di pane caldo per la colazione del mattino - ad altre si cercè> di ovviare con attività di benessere, come l'impianto di "ITALCON RADIO" per la diffusione di notizie e di musica pressa le zone di dislocazione dei reparti, l'allestimento di una tenda ritrovo perla proiezione di filma ti e le funzioni religiose, quello di uno spaccio, e l'invio di quotidiani nazionali vari. Chi, fra qualche anno, avrà la fortuna di poter studiare a fonda tutte le relazioni ed i documenti del "Servizio di supporta psicologico", potrà certamente avere una completa visione sui problemi del personale impiegato nella missione, e ricavarne statistiche e considerazioni certamente più approfondite di quelle accennate.

Alcune considerazioni e primo bilancio Di recente un opinionista ha scritto: "Il tempo corrode le decisioni difficili e rende rapidamente impopolare que llo che all'inizio si fa a furor di popolo" 0 6). Non ce ne voile molto di tempo, durante la missione "Libano 2", per far ricredere moiti della bontà della difficile decisione presa di comune accorda, almeno dalla maggioranza dei politici. Già nell'ottobre 1982 incominciè> la stura delle interrogazioni parlamentari sui compiti del contingente, sulla volontarietà dei militari di leva, su incidenti verificatisi a Beirut; con degenerazioni spinte ad indagare presunti favoritismi concessi a personalità dello spettacolo e dell'informazione durante alcune visite pressa il contingente 07). Fino al mese di agosto del 1983, comunque, le critiche non affondarono sulla liceità, sulla necessità e sull'opportunità dell'intervento italiano. Neanche l'imboscata del 15 marzo di quell'anno aveva mosso ripensamenti e rivisitazioni, suscitato reazioni emotive rilevanti, provocato seri attacchi dei mass-media o feroci strumentalizzazioni politiche. Le stoccate erano di fioretto e rientravano ne! gioco delle parti.


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NJCOLA DELLA VOLPE

A incominciare dal 28 agosto pero, data in cui l'esercito libanese inizio a prendere il controllo della città di Beirut, la "decisione difficile" incomincio ad essere sottoposta a severa revisione di giudizi, serrate critiche e pesanti a pprezzamenti. La presenza del contingente italiano, seconda alcuni mezzi mediatici che riportavano affermazioni anche di "fonti autorevoli", non sarebbe servita a riportare la pace, ma soltanto ad acquisire peso politico in campo internazionale e a fare sfoggio di capacità militari. Tutte le nobili motivazioni che avevano spinto all'intervento venivano ridotte a pesanti accuse di inutile protagonismo. Premesso che avere importanza politica in campo internazionale è fine lecito della politica internazionale che agni stato non solo conduce, ma ha il dovere di cori.durre, per "l'indotto" che ne riceve, in agni senso e in tutti i campi, non ci sembra che fosse realistica e accettabile l'altra critica, ovvero che l'Italia fosse in Libano per fare sfoggio delle proprie capacità militari. Non ci sembra di ricordare che l'Italia, fino al Libano, fosse accreditata come potenza militare in grado di fare sfoggio delle proprie virtù guerriere. Al contrario, le Forze Armate italiane erano oggetto di pesanti accuse di inefficienza e di incapacità. Fu proprio quella missione a dare credibilità allo strumento militare italiano. Basterebbe ricordare che le perdite subite durante le missioni, pur sempre dolorose, furono limitatissime per il contingente italiano, ed elevate per gli altri. Davvero si voleva rendere impopolare quello che all'inizio era stato richiesto "a furor di popolo". Di fronte alle continue accuse, più volte ma soprattutto alla fine del 1983, l'autorità militare0 8 ) non manco di sottolineare come fosse presente a Beirut non per volontà propria - l'Italia era una repubblica democratica e non uno stato golpista retto da militari -, né per i motivi tirati in balla, ma soltanto in vista del vero ed unico mandata del proprio Governo, per cui era stato approntato il contingente, e dell'obiettivo che era stato indicato: il ripristino ed il mantenimento della pace a Beirut, per scongiurare una sanguinosa guerra civile che si andava configurando come guerra di sterminio di popoli e di minoranze. Né mancava di ricordare come l'Italia, terra strategicamente proiettata nel Mediterraneo, non potesse ignorare una situazione esplosiva che metteva in pericolo interessi vitali della nazione e la stessa pace nell'intero bacino della regione . Era invece da mettere in evidenza che, pur essendo ~ambiate alcune situazioni in Libano, restava il problema di fonda: la pace, purtroppo, non era stata ancora raggiunta. L'obiettivo politico per cui gli italiani erano presenti a Beirut, quindi, doveva ancora essere raggiunto; pertanto, se non si voleva vanificare il lavoro di quattordici mesi, fatto di costi e di sacrifici, in termini umani e materiali, non restava altro che continuare la missione, e non per motivi di grandezza o per mostrare i muscoli. Tanta sarebbe valsa non andare proprio in Libano.


GLI INTERVENTI MILITARI ITALIANI NELI.A QUESTIONE LIBANESE

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L'autorità militare respingeva anche un'altra accusa, quella di essere in Libano a rimorchio della potenza statunitense; per questa accusa, essa precisava che i soldati italiani erano presenti neli'UNIFIL e nella MFO, dave non c'era un soldato o una divisa americana, e che a Beirut erano insieme a francesi, britannici e statunitensi a seguito di accordi bilaterali con i libanesi ed in condizione di assoluta parità, tanta che, se per il raggiungimento del fine - la pace - venivano armonizzati i comportamenti tra i contingenti, modalità e decisioni operative venivano prese da ciascun contingente autonomamente. Si verificava cosl l'assurdo che, mentre dalla nazione, o megliQ dai mezzi di comunicazione e da alcuni rappresentanti della nazione italiana partivano accuse di servilismo, il governo ed il popolo libanese, come in genere i paesi arabi, non solo riconoscevano ai militari italiani completa autonomia , ma addirittura individuavano !oro come gli interlocutori principali per l'affidabilità e per la credibilità dimostrata. Restava da prendere in esame il nodo principale di tutta la quaestio, sollevata ne! Paese dalla stampa ed anche essa avallata da esponenti autorevoli della politica e della cultura: se, cioè, fosse stato utile o inutile andare in Libano. Pur avendo anticipato che la pace in Libano non poteva certamente essere considerata raggiunta, cio non significava affatto che la presenza italiana, e quella delle altre nazioni, fosse stata inutile. La presenza del contingente multinazionale aveva certamente evitato, pur nei limiti temporali dello svolgimento della missione, una lunga serie di redproche ritorsioni, un devastante "crescendo" della guerra civile e, grazie al parziale ritiro cui Israele era stata costretta , una spietata e sanguinosa guerra senza quartiere fra le parti in lotta. La presenza della forza multinazionale aveva infatti convinto drusi, falangisti, seguaci di AMAL, a desistere dai reciproci tentativi di sopraffarsi per sostituire ille gittimo governo libanese, sostenuto dai contingente. Questi risultati positivi avevano portato ad una quasi normalità della vita, o almeno a condizioni accettabili di essa, soprattutto ne! settore di competenza degli italiani. L'aver costretto le parti in lotta a sedersi al tavolo della discussione non era soltanto da considerarsi un successo, perché aveva interrotto la spirale di violenza e di sangue, ma anche perché aveva consentito ai responsabili riuniti a Ginevra di negoziare Ùna tregua e di cercare vie definitive alla pace. In tale ottica, ai vertici militari non appariva pertanto opportuno ritirare il contingente nazionale ed abbandonare il Libano, come alcuni sostenevano, perché certamente gli scontri, già violenti, si sarebbero trasformati in esecuzioni di massa , in eccidi, e la situazione sarebbe precipitata nell'anarchia totale. Forte era il rischio, inoltre, che si innescasse una re azione a catena fra i popoli confinanti, a partire da Israele e Siria, che avrebbero coinvolto certamente altre nazioni.


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NICOLA DELLA VOLPE

In definitiva, ritirarsi da Beirut significava mandare all'aria tUtti gli sforzi fino ad allora fatti e far precipitare la situazione ad un punta di non ritorno. Come sarebbe in seguito puntualmente avvenuto. A parte le difese cui furono costrette la autorità militari del tempo e le giuste letture che esse davano dell'intervento e della situazione in Libano, oggi noi possiamo annotare altre sintetiche considerazioni, e fare un primo provvisorio bilancio. Le missioni, ed in particolare "Li ba no 2", misera in chiara come moiti giudizi sulle Forze Armate italiane fossero affettati e strumentali. A partire dai funzionamento dell'organizzazione di vertice che, accusata fino ad allora di eccessiva burocratizzazione e di scarso coordinamento, dimostrà un'alta valenza operativa; gli Stati Maggiori, infatti, agirono in sintonia, con la massima disponibilità, e gli addetti ai lavori operarono in perfetto coordinamento. Le necessità operative e la rapidità delle decisioni da adottare trovarono riscontro in una macchina ben oleata e approntata. Se vi fu qualche dubbio e dibattito iniziale sul tipo di approntamento, oltre a immancabili nei dovuti al particolare tipo d'impiego, agli imprevisti e alla mancanza di "precedenti", l'esperienza maturata fece comprendere come fosse necessario preparare in anticipa una pianificazione molto duttile per tali interventi, da limare soltanto con piccoli adeguamenti ne! caso di ulteriori, prevedibili interventi. Cosa che sarà poi fatta. Ne! campo del personale, fu sperimentato come, contra ogni semplicistica previsione della !oro efficienza, i militari di leva fossero all'altezza dei militari di mestiere, reggendo il confronta per serietà, impegno e capacità professionale: caddero, anche su questo versante, moiti miti su forze armate fatte di reclute mammone, "burbe", imbranate, spaghettari e - grazie a certe attuali e discutibili speculazioni cinematografiche che si ammantano di storia - mandolinisti. Le ricadute in campo addestrativo e logistico dell'esperienza fatta furono impagabili: si pensi non solo alle lezioni apprese, ricavate da uno scenario di guerra e dai combattimenti, ma anche al funzionamento di settori vitali come l'allestimento di ospedali da campo in ambiente reale, la bonifica delle mine, la costruzione di ricoveri campali; o all'alimentazione logistica, eseguita a circa 3.000 chilometri di distanza e con le stesse strutture utilizzate in Madre Patria. Possiamo senza meno concludere, come a dimostrazione dell'asserto in apertura, che le missioni in Libano furono, dai punta di vista militare, pur con qualche neo, un indiscutibile successo, che le altre nazioni partecipanti non potranno vantare neanche sotta questo profila.


GLI INTERVENTI MILITARJ ITALIANI NELLA QUESTIONE LIBANESE

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NOTE (1) Gli avvenimenti di questi giorni (novembre 2001) non portano, purtroppo, a previsioni rosee sul processo di pace. (2) Nel 145-147 d.C. vi fu una ultima rivolta degli ebrei contro i romani, a causa della decisione dell'imperatore Adriano di ridurre Gerusalemme a colonia romana. Completamente distrutti dalla macchina da guerra romana, anche se mostrarono elevate qualità militari, gli ebrei si avviarono alla diaspora che sarebbe durata circa diciassette secoli. (3) Si veda, in proposito, una recente intervista di Bernard Lewis sul settimanale "Panorama" del 12 aprile 2001.

(4) Anche l'Italia fu terreno di scontro in questa specifica e triste attività terroristica; ricordiamo che il 17 dicembre 1973, a Fiumicino un commando palestinese attaccà un aereo della Panam, uccidendo un finanziere italiano e trentadue passeggeri del velivolo.

CS) A proposito delle stragi di Sabra e Chatila, addebitate all'attuale premier israeliano Ariel Sharon, definito il "macellaio", è opportuna una precisazione. La commissione d'inchiesta lo trovà colpevole, quale ministro della Difesa israeliano, per non essere stato capace di impedire il massacro. Ma del responsabile materiale del massacro, colui che guidà l'eccidio, il cristiano Elie Hobeike, capo delle milizie che penetrarono nei campi palestinesi, nessuno si occupa. Per cronaca, annotiamo che egli passà prima ai siriani e poi diventà ministro libanese. Per lo stesso dovere di cronaca, ricordiamo che nessuno si "è occupato" anche di un altro attore primario, con Sharon, della politica e degli avvenimenti nel Medio Oriente, ritenuto responsabile di altri massacri (Fiumicino, Monaco, Achille Lauro ecc.). (6) In previsioni di ulteriori impieghi in mandati internazionali, ed in attesa che a livello politico fosse decisa tutta la problematica sulla natura giuridica di tali interventi all'estero, divenne obbligatorio per i coscritti esprimere il gradimento di un eventuale impiego all'estero fin dai momento delle visite di leva, in analogia a quanto già avveniva con l'arruolamento delle truppe paracadutiste. (7) Archivio dell'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito (d'ora in poi AUSSME), fondo Libano, busta 40, promemoria 794/ 083490 in data 18 ottobre 1983. (8) Anche se , di fatto, le Forze Armate italiane ave vano già pagato, in proporzione alla !oro partecipazione, un elevato contributo di sangue alla pace. È stato ricordato il massacro che nel novembre 1961 a Kindu, nel Congo, costà la vita a tredici militari dell'Aeronautica militare, in missione umanitaria per conto dell 'ONU; ricordiamo ancora che, durante la quarta guerra arabo-israeliana del1973, fu ucciso il capitano Olivieri, osservatore dell'ONU al confine egiziano.

(9) AUSSME, busta 12, Ordine di operazione n. 1. (10) Il 15 marzo, alle ore 22,10 una pattug lia composta da due ARe dodici militari (un ufficii!le, un sottufficiale , dieci marà) fu attaccata a colpi di bombe da fucile e raffiche di armi automatiche. Restà ferito il sottufficiale e quattro marà; a seguito delle ferite riportate uno di essi, il marà Filippo Montesi, dopo qualche giorno decedeva. Tra le unità di rinforzo, giunte sul posto in soccorso, il nucleo incursori, mentre rastrellava la zona, fu a sua volta fatto a segno di colpi di granate e raffic he di armi automatiche. Restarono feriti un ufficiale, un sottufficiale, un graduato del nucleo (AUSSME, fondo Libano , busta 56, diari storici ITALCON). (11) AUSSME, fondo Liba no, busta 39/2.


NICOLA DELLA VOLPE

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(12) 1 materiali andarono in seguito persi, nell'impossibilità di recuperarli per la recrudescenza dei combattimenti; la faccenda costrinse, nella sana tradizione burocratica italiana, I'Ufficio Stralcio di ITALCON a raccogliere onerosi e lunghi incartamenti e relazioni che giustificassero la perdita dei materiali e ne consentissero lo scarico amministrativo. (13) Lasciato sul posto al termine della missione, poco dopa la partenza del contingente italiano fu fatto saltare in aria da un attentato terroristico. (14) Apparentemente nuova, perché già nella prima guerra mondiale esisteva un Servizio di Assistenza e Propaganda che di fatto serviva a monitorare lo stato d'anima dei soldati e il grado di adesione alla guerra. 05) Il rilevamento è alla data del dicembre 1983, e in alcuni punti i dati relativi al "volontariato" contrastano con quanta affermato in altri documenti del fondo. È un aspetto, quello dell'adesione volontaria dei militari, che va certamente approfondito, anche perché fin dall'inizio della missione fu materia di dibattiti parlamentari e di strumentazioni politiche. (16) Giuliano Ferrara in "Panorama" del 4 ottobre 2001. (17) AUSSME, fondo Libano, busta 56, interrogazioni parlamentari. (18) AUSSME, fonda Libano, busta 12/1. Alcune considerazioni riportate sono state riprese da un documenta anonimo, ma verosimilmente stilato dai generale Angioni per il vertice politico-militare.


GOLFO PERSICO: OPERAZIONI DI SCORTA AL TRAFFICO MERCANTILE ITALIANO (1987-1988) MARI O B URACCHTA

No n vorrei fare una ve ra e prop ri a re laz ione ma solo racco nta re casa riman e, do pa poco più di un d ece nni o, d e lla mi ssio ne "Go lfo 1°" e cl ev icl e nziare ale u ni as pe tti sa li e nti della ope raz io ne. Sen za voler ripe rco rre re le ta ppe po liti che e milita ri de ll a g ue n·a del Golfo -ca mp o di battaglia d i n o n m in o re imp o rtan za di que llo te rrestre ne ll a sa ngui nosa g ue n·a infuri ata tra Iran e Iraq de l se tte mbre 1980 all 'agosto 1988- è op po rtuno ri co rclare la cri si sopravvenuta ne ll 'esta te d e l 1987, co n il molti plica rsi cleg li attacc hi a i m ercantili n e utra li e con la m inaccia d e ll a li be rtà di n av igazione da ll a stre tto d i Hormuz fino all a zo na se tte ntri o na le de l Go lfo . Per qu e l ch e riguarda l'Ira li a, l'attacco portato a ll a ] olly Rubina, la natte rra il 2 e il 3 sette mbre 1987, e bbe com e consegue nza q ue lla di acce lle ra re i te mpi , pe r l'invio di un Gruppo ava le a rti co lato su fregate, un ità log isti c he e cacc iamin e . Pr ncleva cos! corp o cl o po un d iba ttito po li ti co e gove rnati vo acceso e cl un a dec isio ne soffe rta , un impegno o perati vo, tec ni co e log isti co se r1Za precede nti per la Ma rin a a partire cia l 1945. Il 18° Gruppo Nava le (tre Fr·ega te , tre Cacciam in e, una nave rifo rni tri ce di squadra ed una nave a ppoggio) sa lpato il 15 settembre d a ll e basi d i Taranto e di Augusta , ri s u lto in fatti il re p a rto p ii:r co ns iste nte ap1 ro ntato ne ll e acq u e me tro po li tane e cl in viato da ll a Marin a in acque lontane d a ll a con clusione del seco nd a conflitto m o ndi a le.

Le fregate ciel 18° G ruppo Nava le lasc iano TaranlO il 15 sette mbre .1987


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MA ll1 0

La nave rifo rni tri ce Stromboli in usc ita cia l ca nale n avigabil e d i T orin o

Il Golfo pe rsico , zo na cli ope raz ion i d ell e Uni tà ciel 18° Gruppo navale

BURACCHI A


GOLFO PERS ICO: OPERAZ ION I Dl SCORTA Al TRJ\FFI CO MERCANTILE !TA Ll ANO (1987- 1988)

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Il 18° Gruppo Na va le aveva il co mpi to di ass ic urare: - la pro tezio n e d e ll e u nità me rca ntili ba tte nti band ie ra ita lia na ne ll e acqu e d e l go lfo Pe rsico ; la sco rta d i mass im a cloveva esse re e ffe ttu a ta in manie ra clire tta pe r c iasc un mercantil e, ri s pe tta ncl o p e r q ua nta p oss ibil e g li im p eg ni co mme rc ia li deg li armato ri; la bo nifica dalle mine de i tra tti di ro tta e d e lle zo ne d i magg ior rischi o , in re laz io ne a lle ro tte seg uite ci al traffi co mercantil e di bancli e ra . Le regale d i ingagg io che e rano state fo rnite ai comancl a nti , prev ia approvazio ne cle ll 'a uto rità politie<\, p revecl eva no un compo rtamen to di assoluta eq uidistanza fra le o pposte forze in guerra ecl il cl ivie to d i co ndurre azio ni pro voca to rie e d esca latorie . Si e ra anche fatto ri ferim e nto alla Di chia raz io ne d i Lonclra, dove agli articoli 61 e 62 cita ch le unità mercantili scortate non possono essere sotto poste a visita da pa rte d i uni tà ela gu erra di altra nazio ne . I mercantili italiani ve niva no ispe zio nati , prima clell 'assun zione della scorta , da un ufficia le cl e lega to ci al coma ncla nte della sc01·ta . L sco rte, effettu a te dall e unità co m ba tte nti , iniziava no e te rminavan o ne l golfo d i Oman a ll 'a ltezza de l p arall e lo 25° 30 ', zon a ch e e ra sta ta cons id e ra ta, a nc he ne i p e riodi p ili ca lcli d e ll a g ue n·a de l Go lfo, ab basta nza s iCL11·a. 1 me rca ntili ve niv a n o sco rta ti in a cqu e inte rn az io na li fi no a l porto d i cl es tin azio ne e la sc01·ta te rmin a va a ll'i ng resso d e l me rca nti le ne il e acqu e te rri to ri a li . Infa tti le fre ga te , c he esse ncl o nav i mili ta ri n o n po teva no e ntrare se nza a ut ri zzaz io ne form a le ne ll e ac qu e te rrito ri a li , a tte ncl eva no a ll a fonda ch e il me rca ntile ave sse te rm ina to le o p e ra zio n i co mme rciali e qu incli in us cita n e ria ss um eva n o la scorta e Jo accomp agnava no al po rto s uccess ivo .

La fregat:a Huro in sco rta ravv ic in ata a un n1e rca ntil e i t~lli a n o


J\I A n i O BLI RACC III A

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l' rega ta ind ica la roua a un mc rcanril c

Srruro di 1-lormu z


GO LFO I' EI\SICO: O PERAZIONI Dl SCO I\TA AL TRAFFI CO MEI\CANTILE !TALlA N O 1 19H7- 19HH)

A ltr e acq u e ch e so n o sune evitate n e ll 'ambi to d ell a ope r az io n e Go l fo so n o state Je zo n e di g u e t-ra d ic hi ara te d ai d ue b elligeranti e ch e anda va n o

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te rritori ali . Tal e compo rta m e nto dell e unit ~!

d e l 18° G ru pp o h a av uto un

va l o re so lam e nte ca ute lat i vo e n o n ha cos tituito in alc un m o d o un ri co n osc im ento forma l e ela parte ital ian a di qua l si as i

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d i c hi a r az i o n e

pubb li ca ra in m erito . Ne l pe ri odo d i p e r man e n za so n o sta te e ffe ttuate o tta ntacl u e sco rt e a m er cant i li che h a nno traspo r ta to pii:t d i c in qu e m ili o ni d i tonn e ll a t e di m e rc i . Le atti v ità di CMM ini zi aro n o ill 4 ottob re co n il cl ragagg io esp l o rat i vo d i u n 'a r ea i n v i cin an z a d i K h aw r Fak k an e vi si protrasse ro f in o al 21 no ve mbre .

Cacc ian1in e \liesle

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MARJO BURACCH I A

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D irettri ci ciel traffico nel Golf'o persico ce ntro- meri cl io nal e

Il re parto CMM ve nne trasfe rito su ccess ivamente all 'inte rn o d e l Go lfo clave effettu à le segue nti operazio ni:

Route Su rvey di circa 80 mg , larghezza 1000Ycls, s ull a rotta costiera clegli Emirat i, ini zialm e nte la so la rotta p e rco rsa ela i me rca ntili italia ni ; Route Sumey agli accessi d e i pa rti di Sharj a h , Dubai j aba l Ali , Abu Dhabi ; Dragaggio esplorativo ne ll 'a rea a NE d el Qatar (cattura cle ii 'Jranian Ajr); Dragagg io s ul ca mpo min a to di Sh ah Allum (incidente d e ll a fre gata Roberts) in coop e razione con le marine all eate; Dragaggio esplorativo in un a zo na in vic inanza cle ll 'iso la di Das su richiesta dell 'emirato di Abu Dh a bi ; D ragaggio es plorativo di un 'area di 2 m g quaclrate a p o ne nte d e l campo petrolife ro di Al Fate h in coope raz io ne co n unità britanni ch e, belghe e o la nd es i; D ragaggio es p lo ra tivo, con co ntro ll o meccani co, su un a rotta di circa 80 m g , la rga 2000Ycls, megli o icle ntifi ca ta co m e rotta UEO, cl ' int esa co n le m arin e e uro pee . Nell e ope razioni di CMM è stata messa in lu ce con p a rti co la re e vide n za, la necess ità d i con siclerare queste attività in un contesta parti co la re . Le peculi a ri esige nze della bonifica di campi m in ati re ndo no infa tti part ico la rmente rischiosa la presenza ne lla stessa zon a di clragaggio di unità non stre ttamente coo rdin ate .


GOLI'O PERSICO: OPERAZIONI Dl SCO RTA AL TRAFFJCO MERCANTILE ITALIANO(!Wl7-19llll)

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L'attività di bonifica delle acque del Golfo, da parte delle marine europee ha prodotto un'altra conseguenza di rilevante significato politico, oltre che militare. I reparti cacciamine ita lia ni , inglesi, francesi, belgi e olandesi, per la prima volta, hanno operato d'intesa nell'ambito UEO (Unione Europea Occidentale) ridimensionando le critiche iniziali circa l'ordine sparso assunto dai gove rni europei, e di conseguenza dalle !oro marine , nell'estate 1987, all'inizio dello spiegarhento delle Forze Navali occidentali ne! Golfo dove americani, inglesi e fra ncesi erano già presenti. Si dimentica spe sso che gli ame rica ni gravitano neHa zona da anni, che i'Armilla Patrol inglese ha compiti sta zionari ne! Golfo dalla me tà de ll'Otto cento e che i francesi sono dislocati dietro l'angolo, a Gibuti dove dispongono di forze stazionarie. "Rotta UEO" è stara infatti chi a mata quella lunga 220 miglia - s ulle 550 miglia complessive che se parano Jo stretto di Ho rmuz dallo Sha tt al Arab, confluenza d e l Tigri e d e ll'Eufrate - e che è s tata bonifica ta d al le marin e europee e percorsa sop rattutto dall e navi ciste rna al largo d e ll e c oste del sultanato di Oman, degli Emirati Arabi Uniti e del Qatar, su fondali relativamente alti rispetto alla media del Golfo, minabile non Jo si dimentichi, per tutta la sua estens ione. Questa rivitalizzazione ope rativa deii'UEO va segnalata come una d e ll e ricadure positive d e lla missi o ne . A questo punto il qu adro è completo o q uasi. La missione affidata alla Marina nell'area del golfo Persico si è svolta al di fuori degli schemi dassici operativi e addestrativi dell 'area mediterranea. L'ambiente operativo di riferimento è stato caratte rizzato dalle ristrette dimensioni de l ba cino in cui hanno ope ra to un e leva tissimo numero di un i t ~\ milit:tri appa rtenenti a diverse nazioni , con un inte re sse comun e di ma nte nere/assi c urare il liber<) transito alle unità di hancHera. In particolare, le unit~! del 18° Gruppo Navale si sono trovate ad operare in un ambiente geografico del t~ltto sconosciuto, in aree dense di traffico, in situazioni di assoluta n e utralit ~l tra du e pa esi prima in gu e rra e succe ssiva me nte in uno stato di te n s'ione conseguente a ll a cessa z io n e de ll e o stilit ~t a pe rte e d a contrastare una minacc ia che è a ndata va riando man ma no e ce rta me nte dive rsa dai canoni conosciuti me ssi a lla base de ll 'adde stramento. Un altro aspetto vorrei sottolinea re. Nel golfo Persico, le unità del 18° Gruppo Navale non hanno fatto solo scorte a l traffico na zionale o dragato le mine lungo le rotte solcate d a i n ostri me rcantili . Si puô conside ra re pie name nte conseguito anche il tradizio na le ohie ttivo, uno dei com p iti princ ipali de lla Ma rina nel tempo di pace , di presentare una immagine positiva d e l Pa ese in una p arte de l mo ndo d o ve appare assa i p oco co nosciuto .


MAR IO ll li i(A CC HIA

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QCi t<lr: Autori tit locCil i in v isi ta a b orclo

Alla assoluta e quiclista nza ma nte nuta tra i du e b e lli ge ra nti e cl a l co mp o rtame nto imp ecca bil e, qu as i sco nta to, cl eg li e quip aggi, va ascritta la prog ress iva a p e rtura d e lle na zio ni d e l Go lfo ne i nostr i ri g uardi e la co n cessio ne di se mpre maggior i auto ri zza zio ni a ll e sos te d e i pa rti Al di là di ogni re torica e d i q ua ls ias i g iucli zio inte ressa to e "di co1-po" s ull 'o pe razio ne Golfo, si è tra tta to di un seve ro co ll a ucl o p e r le navi , p e r i coma nda nti e p e r gli e quip aggi, sostenuti certo ela tu tta la Ma rin a , in tutt e le s ue co m po ne nti ope ra ti ve, tecni ch e e logisti c h e. Prova "cia l ve ro " in una zo na di g ue tTa, tra mill e rischi reali s ul m a re , so tto il ma ree da ll 'a ri a . Il fa tto ch e "l'Ope raz io ne Go lfo " si sia svo lta p e r quinclici m es i di con tinu o ava nti e indie tro n e l Golfo e n e i passaggi di Ho rmu z, se n za in cid e nti d i rili evo p er le n avi scorta, i caccia min e, il "tre no logistico" e p e ri rne rca ntili sco rta ti e il fa tto, ino ltre, ch e ta nto i ma rin a i q u a nto i ma rittimi italia ni s ia n o usc iti èla ll a prova se nza un g raffi o p e r offese es te rn e, no n s ig nifica a ffa tto ch e no n s i s ia tra tta to di una missio n e "a risch io" . Tutt'altro . A' p a rte gli in c icle nti e g li a tti cli g ue rra ch e b a nno rig uarclato g Ji a me ri ca ni , el a 1 grave in cid e nte alla frega ta Sta r!'!, co lpi ta p e r e rro re da un missi le irach e n o,


GOLFO PEI\SJCO OPEHAZ JON I J)J SCOllTA AL T RAF FI CO J\ 11-:RCANTILE !TALlANO (

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19flï ~ I YHH)

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Unirj navali in manovra d 'o rn1 eggio

a ll a min a presa dal la frega t3 Robe rts, con co nseg ue nte rito rs ione d e ll a US Nàuy co ntrai res p o nsa h ili d e l miname nto , all' a bh a ttim e nto de ll ' Airbu s ira nian o ela p a rte de l Virzcermes , ne l co nto bisogn 3 mette re g li in c icl e nti n e i qua li so n o in co rse le a ltre marin e a lle a te . P e rfin o la Royal Nauy ing lese h 3 avuto 13 frega ta So uthampton, in ves tira p e r e n·ore da un me rca ntil e, g raveme nte

dan n egg i a t ~l

in c hi g li a e ri po rtata in p a u· ia

su un ba cin o ga ll egg ia nte , p e r esse re so tto posta a gra ndi lavori. Qu es to, p e r sottolineare ch e a nch e ma rin e più p o te nti de ll a no stra e pil:1 dotate di m ezzi, e c Hi ch e di tracliz io ne, posson o inca pp a re ne ll ' imprev is lO , nell ' in c idente, co me sa be n e c hi va re alm e nte pe r mare. Ne l golfo Pe rsico, il 18° Gruppo Nava le ha ce name nte contribuito a raggiunge re un ob ie tti vo c he se mbrava imp oss ibil e : que ll o di fa r to rnare la pace in un se tto re , t ea u~o d e ll a più lunga g u erra co mbattuta ne l Me di o Or ie nte - co nfe rmand a come lo strum e nto n ava le , inteso co me e le me nto po li ti co e clipl o ma ti co stab ili zza nte - rifu gge ncl o dai vecc hi sc he mi del la politi ca d ell e ca nn o ni e re si a va lid o <li1COr oggi.


LA SITUAZIONE INTERNAZIONALE DOPO IL CROLLO DEL MURO DI BERLINO: NUOVI OBIETTIVI E NUOVI COMPITI PER LE FORZE ARMATE EUROPEE ANTONELLO BIAGINI

Il Convegno ha esaminato moite delle situazioni che hanna vista impegnate le Forze Armate sul piano internazionale, in relazione alla politica estera italiana , com'è stato ben delineato dalle relazioni di ieri mattina, ivi compresi l'analisi degli aspetti giuridico-costituzionali, dell'opinione pubblica, della stampa, del Parlamento, ecc .. Prima di individuare alcune linee di prospettiva del futuro , poiché ci ascoltano allievi d i una generazione che certi avvenimenti non hanna vissuto (e i colleghi non me ne voglia no) vorrei brevissimamente riepiloga re alcuni fatti. È invalso - e per alcuni versi giustamente - prendere come data di cesura il 1989, la caduta del Muro, la fine dei regimi comunisti, di quel "sistema" politico-economico che, affermatosi neii'Europa che già aveva conosciuto gravi contrapposizioni, l'assolutismo regio, la teocrazia, ma anche le grandi modernizzazioni (la rivoluzione industriale, la rivoluzione francese), porto ad un nuovo "sistema" internazionale vivacemente diale ttico. Un siste ma di contrapposizio ne , fino all'implosione dei grandi Imperi plurinazionali (austro-ungarico, ottomano, zarista), sulla spinta anche di un'autentica idea di nazione, simbolo di democrazia , di stato nazionale e sulla base di un riconoscimento del diritto soggettivo dei popoli ad essere rappresentati dall'istituzione Stato con la conseguente sovranità nazio nale contraria all'assolutismo regio. La prima guerra mondiale sembra portare a compimento, a realizzazione delle grandi idee, dei progetti sofferti ed elaborati. Con la Conferenza di Versailles le Potenze vincitrici tentano, in maniera non concorde, di disegnare un nuovo assetto europeo e internazionale, avente come obiettivo la costituzione di un nuovo sistema di re la zioni internaziona li che vanificasse in maniera definitiva l'usa dello strumento bellico quale e lemento risolutore dei conflitti politici. Si trattava - in altri termini - di dare concreta attuazione alle speranze e alle attese maturate nell'opinione pubblica durante i difficili anni della guerra. La dissoluzione dei grandi imperi plurinazionali, la fine del militarismo prussiano e dell'espansionismo ad esso collegato, avrebbero dovuto aprire una nuova epoca caratte rizzata d alla prese nza di quelle nazionalità che finalme nte divenivano soggetti di diritto inte rnazionale con il proprio Stato sovrano, libe ra e indipe nde nte.


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Se questo era Jo sfondo generale, la tensione ideologica interna alle varie società produsse effetti contrastanti e contraddittori, aprendo un periodo di crisi e di instabilità lunga un ventennio. Paradossalmente la pace e quindi la ricostituzione di un sistema internazionale era impraticabile perché i risultati raggiunti a Versailles altro non erano che la logica conseguenza dello spirito di crociata che aveva caratterizzato le forze contrapposte durante la guerra. Per gli stati vinti si era aperta la strada della disgregazione sociale e politica, aggravata dalle richieste (per lo più senza una reale consistenza) di riparazioni economiche; gli stati dell'Intesa dovevano amministrare una vittoria più formale che sostanziale, avendo partecipato alla guerra con interessi e scopi diversi e registrando - al proprio interna - gli stessi sintomi di disgregazione sociale e di crisi economica. Non a casa prendono corpo soluzioni istituzionali di tipo autoritario (Italia, Germania, Ungheria, Romania, Jugoslavia) non contrastate - nella fase iniziale - dalle democrazie di più antica data (Inghilterra , Stati Uniti, Francia), nella speranza di contenere ed eliminare lo spettro della rivoluzione sociale conseguente alla affermazione della rivoluzione bolscevica in Russia. L'Unione Sovietica si propose come un sistema politico-economico-istituzionale completamente nuovo, fondato sul Partita unico, sull'economia pianificata o di comando, sull'industria pesante (militare), i piani quinquennali, nessun rapporta tra costi e ricavi; a livello istituzionale il sistema politico, dipendendo dai partita, porto ad un sistema ideocratico, alla staticità e non riformabilità del sistema, alla militarizzazione della società, dave tutto viene finalizzato alla realizzazione della "grande potenza", cui si aggiungeva verso l'esterno la possente arma della "predicazione" ideologica. La domanda che a questo punta ci si pane è: quando nasce la grande potenza sovietica? Sicuramente dopa la seconda guerra mondiale, in conseguenza dell'alleanza con gli Stati Uniti e con l'Inghilterra in funzione antinazista e antifascista. Ne! periodo precedente, tra la prima e la seconda guerra mondiale, le democrazie si sono limitate a tentativi di isolare quello che con felice intuizione il grande giornalista Luigi Barzini indicava, ai primi anni Trenta, come "l'Impero del lavoro forzato" . Per il resto, l'Armata Rossa non aveva data - salvo nella guerra civile contra i Bianchi, gli zaristi- grandi prove: sconfitta dai polacchi ne! 1921, bloccata dai finlandesi ne! 1939, devastata dall'invasione tedesca fino a ritirarsi aldilà degli Urali, essa si riprese grazie al determinante sostegno degli Stati Uniti. Riflettendo su questi elementi si potrebbe dunque rovesciare la questione dell'origine della grande potenza deii'Unione Sovietica, come ho già fatto in alcuni dibattiti con colleghi prove nienti dagli Stati Uniti. Non è solo una provocazione.


LA SITUAZIONE !NTERNAZIONALE DOPO IL CHOLLO DEL MURO Dl BEHLINO

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L'intera politica di Roosevelt fu sottoposta - proprio negli Stati Uniti - ad una serrata critica, soprattutto dopo che fu a tutti chiara che le concessioni fatte a Stalin avevano determinato la realizzazione dell'egemonia sovietica su una buona metà deii'Europa, dai Baltico ai Balcani, con la costituzione di democrazie popolari e di sistemi politici di tipo sovietico. La successiva politica di contenimento degli Stati Uniti e la volontà di bloccare l'espansionismo sovietico, furono alla base di quel lunga conflitto che prese il nome di guerra fredda, terminata simbolicamente nel 1989 con la caduta del muro di Berlino. Con essa si conclude anche l'esperienza del sistema bipolare che aveva garantito per un verso l'equilibrio tra i blocchi, ma non l'eliminazione dei conflitti come hanna ricordato precedentemente i colleghi De Leonardis e Rainera. Vi accorgerete allora che le missioni di cui abbiamo parlato , in maggioranza, sono e furono missioni compiute nell'ambito internazionale, inserite in un contesta di alleanze, appartenenti comunque a momenti di conflitto. Il 1989 sembra aprire prospettive nuove - e in parte cià è vero solo per il ricongiungimento deii'Europa non più divisa - ma determina anche un sistema multipolare e sbilanciato, con una sola grande potenza - soprattutto militare - e il susseguirsi di grandi crisi come quella balcanica e dell'ex Jugoslavia o l'aggravarsi di quelle esistenti. Tra queste ricordiamo il "non equilibrio" in Media Oriente, il problema del controllo delle fonti energetiche in assenza di fonti innovative, il conflitto israelo-palestinese. Inoltre, dopo il 1989, da un lata prevale un atteggiamento di sociologia politica, che porta a modificare il Jessica e a non esprimersi più in termini di "sistema internazionale" ma di "comunità internazionale", cos! come i "conflitti" non vengono più chiamati come tali ma come "problemi di ordine di polizia". Dall'altro lata si denota una particolare enfatizzazione dei diritti umani: su questo punta si dovrebbe aprire una lunga parentesi . Sinteticamente porto all 'attenzione il fatto che la cultura dei cosiddetti "diritti umani universali" derivi piuttosto da una elaborazione tutta occidentale , fondata sulla concezione dello Stato maderno - che va dai costituzionalismo teorico del Settecento alla rivoluzione americana e alla rivoluzione francese - che, con una certa superficialità e in omaggio a certa sociologia nordamericana, stiamo demolendo. L'effetto impropriamente epocale del 1989 si collega con la fine del secolo e la fine del Millennio. In questa prospettiva, dunque, tutto viene enfatizzato sotto il segno di utopie, come Jo sviluppo economico senza limiti, la globalizzazione, la diffusione della democrazia, l'omologazione e quant'altro. Al di fuori di specifici riferimenti ai fatti dell'11 settembre, scioccanti e retoricamente strumentalizzati, si è comunque perduta la capacità di fare analisi in profondità, al fine di elaborare risposte politiche di cui Jo strumento militare sia parte e non fine .


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Dopo la seconda guerra mondiale, invece, gli Stati Uniti furono in grado di sottoporre la politica estera ad una analisi critica cosl approfondira da portare a contromisure efficaci e ponderate, si pensi al Piano Marshall, all'Alleanza Atlantica, fino alle raffinate analisi politiche di un Kissinger, tese alla stabilizzazione del sistema bipolare. Diversamente, dopo la caduta del muro di Berlino, a fronte di contlitti anomali (si pensi alla crisi balcanica) le risposte sono state insufficienti, quando non dannose. Negli anni della crisi bosniaca e, successivamente, di quella del Kossovo - essendo stato più volte chiamato per pareri e consulenze pressa istituzioni, tra cui il Ministero degli Affari Esteri- affermavo che l'appoggio (confermato dai pessimi accordi di Dayton) alla costituzione della Repubblica mosulmana di Izetbegovic significava creare uno Stato islamico testa di ponte del partita fondamentalista, aldilà di qualsiasi valenza religiosa. Questo problema è, invece, assente in Albania, ove pure la presenza islamica è consistente. Ed ancora nei confronti dei bombardamenti in Serbia, dove - inutilmente e a prescindere dai giudizi morali su Milosevic - non sarebbe stato saggio umiliare i serbi, unico vero baluardo nei confronti dei progetti politici, e sottolineo non religiosi, dei fondamentalisti. Contlitti anomali, dunque, con risposte inadeguate. Una sorta di distrazione o di smarrimento, anche per fini economici, della grande potenza USA nella gestione della politica mondiale. L'Unione Europea, come è noto, è politicamente in ritardo; nella crisi balcanica è stata assente, ma di fatto ha lasciato tutto in mano agli Stati Uniti. Le Forze Armate, a causa delle trasformazioni necessarie peri nuovi compiti, risentono del ritardo circa l'elaborazione della linea politica. Ma quali sono i nuovi compiti per le Forze Armate? Paradossalmente sul piano militare sono sempre gli stessi, se avete ascoltato e penetrato il vero senso anche delle missioni cosiddette umanitarie.


FINITO Dl STAMPARE NEL MESE Dl MAGGIO 2003

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MISSIONI MILITARI ITALIANE ALL’ESTERO IN TEMPO DI PACE 1946-1989 by Biblioteca Militare - Issuu