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MEMORIE STORICHE 1981

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STATO

MAGGIORE

DELL' ESERCITO

UFFICIO STORICO

MEMORIE STORICHE MILITARI 1981

ROMA 1982


PROPRIETA' LETTERARIA Tutti i diritti riservati. Vi e la ta la riproduzione a nche parziale senza a uto rizzazione

© Ufficio Storico SME - Roma 1982.


SOMMARIO PARTE PRIMA

SAGGI /

Oreste Bovio: l'apporto dell'Ufficio Storico dello SME alla storiografia militare italiana Piero Del Negro: guerra partigiana e guerra di popolo nel Risorgimento . Salvatore Loi: l'azione dell'Esercito a favore delle popolazioni civili in Albania durante la prima guerra mondiale . Fortunato Minniti: poiitica militare e politica estera nella Triplice alleanza. Dietro le trattative del 1882 . Alberto Santoni: il duello tra le risorse informative italo-tedesche e l'Ultra Secret britannico durante la guerra nel Mediterraneo.

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PARTE SECONDA

PROFILI

BIOGRAFICI

Pasquale Amato: il generale Domenico Grandi . Giuliano Floridi: in memoria del generale Ottone . Tournon , Vincenzo Calabrese: il generale L. Federico Menabrea

Pag. 215 » 253 » 261

PARTE TERZA

T EST IMONIANZE Giorgio Calderini: relazione sulle azioni svolte dal II/27° rgt. f. in Africa Settentrionale dal 20 al 23 novembre 1941

Pag. 323

PARTE QUARTA

RICERCHE Carlo Mazzaccara: l'evoluzione del Corpo di Stato Maggiore nei regni di Sardegna e d'Italia . Pag. 349 D'Onofrio - Frattolillo: l'encomio solenne nell'Esercito italiano » 387 \. A. T errone: il rancio nene comunità militari della storia . .. . » 405 Marcello Paolini: i fatti di Ancona e 1'11° bersaglieri . » 445 Biagini Antonello M.: Russia (1915-1916); politica interna e politica estera nel carteggio della missione militare italiana. » 465


PARTE PRIMA

SAGGI


COLONNELW ORESTE BOVIO

L'APPORTO DELL'UFFICIO STORICO DELLO SME ALLA STORIOGRAFIA MILITARE ITALIANA

I L'UFFICIO STORICO DELLO STATO MAGGIORE DELL'ESERCITO

ORIGINI E SUCCESSIVO SVILUPPO

T.'Ufficio Militare del Corpo Reale dello Stato Maggiore dell'Esercito del Regno di Sardegna, da cui trae le proprie origini l'attuale Ufficio Storico deUo Stato Maggiore dell'Esercito, fu istituito dal Comandante Generale del Corpo il 16 luglio 1856. Ciò risulta dall'ordine del giorno n . 712, dal titolo « Istruzione sull'Ufficio Militare del Reale Corpo di Stato Maggiore e sull'ordinamento dell'Archivio del medesimo». Tale documento, a firma del Comandante Generale del Corpo, fu redatto in Torino il 1° luglio 1856. Quanto in esso disposto conserva, a distanza di oltre 125 anni e nonostante modifiche e vicissitudini di ogni genere, la sua piena attualità. Il primo dei dieci articoli dell'« Istruzione » stabilisce infatti che le attribuzioni dell'Ufficio sono quelle di « raccogliere ed ordinare i documenti e le notizie atte a presentare una conoscenza esatta e completa dello stato dell'Armata e delle istituzioni militari del Regno » e di « compilare dietro documenti autentici raccolti nell'archivio del Corpo od altrove la storia delle campagne e degli avvenimenti militari del Paese, oppure anche memorie relative alle guerre contemporanee». Al particolare compito era destinata la Sezione « Storia militare », terza delle quattro in cui l'Ufficio era articolato. Il materiale documentario di competenza era costituito essenzialmente dai carteggi relativi alle campagne del 1848-1849 e alla guerra d'Oriente (Crimea), dai rapporti che i vari Comandanti compilavano dopo i


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diversi campi d'istruzione, da un certo numero di monografie redatte da ufficiali incaricati di studiare le varie regioni d 'I talia ed infine da tutti quei periodici ai quali era abbonato il Reale Corpo di Stato Maggiore. L'Ufficio, come si vede, nasceva « moderno». Se d i marca sentimentale era il proponimento di acquisire testimonianze destinate a collocarsi nelle migliori trad izioni patrie, si inquadrava invece nella logica del positivismo filosofico l'esigenza, n uova, d i preparare testi rispondenti ai canoni della scienza storiogra fica, non solo per puntualizzare, e ove il caso ristabilire, Ja verità, ma anche per consentire che dagli avvenimenti trascorsi potesset·o ricavarsi ammaestramenti per l'avvenire. Si era ancora , giova rilevarlo, nel clima della prima guerra d'ind ipendenza, la cui conclusione infausta, ma non certo d isonorevole, aveva pur in segnato che l'uni tà di I talia era un disegno tutt'altro che irrealizzabile, solo che agli entusiasmi si accompagnasse un severo realismo in ogni campo: politico, militare, diplomatico, ideologico, cospirativo. A capo dell'Ufficio fu destinato il colonnello di Stato Maggiore Enrico Giustiniani , autore di pregevoli pubblicazioni di carattere tattico (1). L'ordinamento dell'Ufficio, che in realtà accentrava con vantaggio degli studi tecnici e storici un materiale così importante, rimase però in vigore quattro anni soltanto perché il 25 marzo 1860 furono istituiti i cinque Grandi Comandi di rnpartimento i quali ebbero rispettivamente sede a Torino, Alessandria, Brescia, Parma e Bologna; e presso ciascuna di queste sedi si costituirono particolari Archivi , indipendenti da quello militare principale. Così a Torino, presso l'Archivio dell'Uffi cio militare del Reale Corpo di Stato Maggiore, rimase quel tanto che era stato fino allora raccolto, accresciuto da una parte del carteggio riguardante la campagna del 1859, ma vennero a mancare i documenti di quel periodo interessantissimo della nostra storia militare che si riferivano al 1860-61 , cioè i rapporti, le relazioni, gli ordini de] giorno, le corrispondenze dell'esercito toscano e dell'esercito della Lega dell'Italia Centrale. Nel 1861 fu istituito il VI G ran Comando a Napoli e nel 1862 il VII , a Palermo, e nei rispettivi Archivi fu custodito il carteggio dell'esercito meridionale . ( 1) Le princip ali opere del Giustiniani sono: Essai sur tactique des trois armes, Considérations sur les retraites des armées, Mémoires sur la guerre des montagnes, Statistique militaire des États Sards, Nozioni elementari di strategia.


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In Roma capitale l'Ufficio poté centralizzare la documentazione che si trovava sparsa in sette dipartimenti e procedere alla sua razionale sistemazione (2) . I carteggi manoscritti, iconografici, a stampa si sono arricchiti nel tempo con incessanti acquisizioni di Memorie Storiche e Diari Storici, compilati dai reparti dell'Esercito rispettivamente in pace ed in guerra, ed anche grazie al dono di molti «fondi»: si è costituito in tal modo un Archivio prezioso ed irripetibile nei contenuti, oltre che imponente nelle dimensioni: oltre 30.000 raccoglitori. In questo archivio vi sono però dei « vuoti», in parte perché durante il secondo conflitto mondiale non sempre le Grandi Unità fecero giungere i dfari storici all'Ufficio, in parte per le vicissitudini del periodo 1943-1945. Nel 1943, infatti, in relazione all'andamento della guerra e all'intenzione del Governo di dichiarare Roma « città aperta », venne adottato il provvedimento di sfollare dalla città numerosi enti militari. Fra questi fu compreso anche l'Ufficio Storico che, destinato alla « sede di campagna » di Orvieto, vi si trasferl nel mese di maggio, al completo del suo personale e del suo archivio che costituiva un carico di circa 120 tonnellate. La ripartizione dello ufficio in Orvieto non fu facile. L'archivio fu sistemato nel Museo del Duomo, l'Ufficio e la biblioteca interna, fra il palazzo Faina, il Circolo Momicchiòli ed altri locali. Al voluminoso carico del materiale portato da Roma si aggiunsero poi i continui arrivi mensili della documentazione di guerra. In questa situazione sopraggiunse l'armistizio dell'8 settembre. Fu allora cura immediata del personale dell'Ufficio, prima di darsi alla clandestinità, di impedire che si disperdesse o cadesse in mano dei Tedeschi il materiale storico. Fu provveduto ad una rapida selezione di documenti di particolare riservatezza e più delicati come quelli riguardanti le campagne in Africa settentrionale e in Russia che vennero riportati a Roma ed occultati, per tutto il periodo dell'occupazione tedesca, nel Vittoriano grazie al coraggi.o ed al patriottismo dei professori Alberto M. Ghisalberti e Emilia Morelli. (2) In effetto la sistemazione dell'archivio non è stata opera di poco conto. 11 lettore tenga presente che la dislocazione dell'archivio dal 1872 al 1962 è mutata ben nove volte (Palazzo Cini, Palazzo Giustiniani, Pilotta, dipendenza di Palazzo Salviati, Palazzo Esercito, Palazzo Baracchini, Orvieto, Palazzo Esercito, caserma Nazario Sauro).


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Altro materiale che poteva destare specifico interesse nell'ex alleato (carteggio relativo ai fronti comuni nell'ultima guerra mondiale; carteggio del Comando Supremo relativo a determinati even6 della ia guerra mondiale; carteggio dell'inchiesta su Caporetto) fu murato, chiuso in casse, nei sotterranei del Duomo di Orvieto ove venne ricuperato, intatto, dopo la Liberazione. Nel novembre 1943 un esponente dell'esercito della Repubblica di Salò costitul un nuovo ufficio storico che ebbe per prima dotazione il materiale reperibile in Orvieto stessa. Il nuovo ufficio nel gennaio 1944 fu trasferito da Orvieto a Trescore (Bergamo) con un viaggio, in pane per ferrov ia in parte per via ordinaria, disastroso per i documenti che giunsero danneggiati e in condizioni di profonda disordine per manomissione o rottura degli imbalIaggi. Vicende varie fecero sì che nel novembre 1944 un'aliquota di materiale, notevole per mole e per importanza poiché si trattava in grande prevalenza di carteggio del Comando Supremo relativo alla guerra in corso, fosse trasferita d a Trescore a Villa Novara-Ardizzano (Verona). Malauguratamente questa aliquota di carteggio fu danneggiata da un incendio che ne distrusse una parte rilevante, mentre altri documenti furono dispersi dall'inesperienza e dall'incuria di chi intervenne a sedare il fuoco. Non è facile determinare quale dei due danni sia stato il più grave, sta di fatto che sono andate perdute, tra l'altro, anche copiose raccolte di allegati al diano storico del Comando Supremo. Parte del materi ale, inoltre, fu preso dai Tedeschi . Contemporaneamente, nel sud, e precisamente a Lecce, era stato ricostituito presso lo S.M. dell'Esercito un Ufficio Storico, che se pure molto ridotto come organici e possibilità, era comunque tale da permettere la raccolta delle documentazioni riguardanti le Forze Armate regolari e - soprattutto - il Corpo I taliano di Liberazione, nonché di garantire una continuità del servizio storico. Roma fu liberata dagli Anglo-americani il 4 giugno 1944 ed il personale dell'Ufficio Storico primitivo riprese senza indugio il suo posto. Non era possibile, per forza di cose, esplicare una intensa attività: il personale era scarso, mancavano i locali, vi erano ostacoli amministrativi e procedurali, ma l'Ufficio riprese ad esistere ed a riordinarsi con alacrità. La situazione ebbe un notevole miglioramento nel luglio 1944 quando lo S.M. dell'Esercito da Lecce si trasferl a Roma e quelle


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che praticamente erano due « sezioni » storiche, si fusero, restituendo all'Ufficio gran parte della sua fisionomia e la sua normale attività . Nel 1967 il Governo degli Stati Uniti d 'America restitul al nostro Paese dopo averlo filmato e fotocopiato, tutto il materiale catturato dai T edeschi che era stato, a sua volta, catturato dalle truppe statunitensi in Germania nel 1945. Ecco perché nelle pubblicazioni dell'Ufficio non vengono citati i microfilms della Collection of Italian Military Records custoditi nel National Archives di Washington. Il materiale restituito è citato, infatti, nello stesso modo di quello che mai ha lasciato l'Ufficio. E ' necessario però segnalare che l'archivio dell'Ufficio Storico non è il depositario di tutti i carteggi ed i documenti del Ministero della Guerra, ma sedo del materiale documentario che si riferisce alle unità dell'Esercito in pace ed in guerra. Ne sono pertanto escluse le documentzioni di carattere politico, amministrativo e matricolare. Anche per quanto riguarda il carteggio degli addetti militari, prc=ssu l'Ufficio ne è archiviata solo una parte, quella di più stretto e contingente interesse militare e, di massima, anteriore al 1925. I Jimiti di consultabilità della documentazione esistente nello archivio sono quellì previsti dalle leggi vigenti (L. n. 1863 del 17-12-1962 - D .P.R. n. 1409 del 30-9-1963). La richiesta di autorizzazione alla consultazione dei documenti deve essere inoltrata allo Ufficio e contenere, oltre all'indicazione del materiale da visionare, anche gli scopi della ricerca.

CoMPITI E STRUTTURA

I compiti che l'Ufficio è chiamato a disimpegnare implicano un triplice ordine di attività, che in molti casi richiedono un coordinamento esecutivo. Si deve provvedere alla tenuta e all'aggiornamento del materiale documentario, sulla cui importanza e delicatezza è perfino superfluo soffermarsi. Di non minor rilievo, per j suoi aspetti congiuntamente programmatici e creativi, è la preparazione di opere storiche, sempre preceduta da attente ricerche, anche comparate. V anno infine considerati i rapporti esterni tanto con enti militari, accademici e culturali, quanto con privati, siano essi autori o docenti universitari, oppure semplici studiosi che attendono alla stesura di testi e articoli, e che ricevono assistenza in tema di repe-


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rimenti bibliografici e di accesso a fonti consultabili. L'Ufficio aderisce inoltre a prestigiose Istituzioni di studi storici, ed interviene a Congressi e Convegni anche internazionali con rappresentanti, relazioni e comunicazioni. E' anche compito dell'Ufficio procedere, in seconda istanza, agli accertamenti relativi all'attività operativa degli ex combattenti ai fini della concessione dei benefici previsti dalle leggi. Conseguentemente l'Ufficio è articolato in tre sezioni: una per la pianificazione e lo sviluppo dell'attività editoriale nonché per la partecipazione ai Congressi; una pet le ricerche e la documentazione comprendente l'archivio ; una terza infine pe r i benefici d i. guerra. Fanno parte dell'Ufficio Storico, inoltre, anche due grosse biblioteche spedalizzate, sulle quali si forn iscono alcu ni cenni sommari. La prima è la Bibl ioteca Militare Centrale, ricca di circa 200.000 volumi, che trae la sua denominazione dal decreto del Ministro del· la Guerra gen. Pelloux in data 27 settembre 1891. Ma sarebbe un errore considerare questo decreto come l'atto di fondazione della biblioteca, la cui storia è più lunga e va fatta risalire al 1814, anno in cui il governo del Re di Sardegna istituì a Torino la « Biblioteca del Corpo Reale dello Stato Maggiore e della Topografia». Nel 1854 La Marmara dispose la fusione della Biblioteca dello Stato Maggiore con quelle dei Regi Corpi di Artiglieria e Genio: il nuovo istituto fu denominato « Biblioteca delle armi speciali », poi (nel 1859) « Biblioteca Militare ». Il decreto Pelloux del 1891 dispose, infatti, solamente l'unificazione della « Biblioteca Militare » con quella del Ministero della Guerra e con quella del Distretto Militare di Roma. Il nuovo istituto ebbe la denominazione, che conserva ancora oggi, di « Biblioteca Militare Centrale». Successivamente, con decreto del 31 gennaio 1893, vi fu annessa la biblioteca dell'Ispettorato di Sanità Militare. Questa aggregazione di opere a carattere specialistico e di opere a carattere generale si riflette nell'ordinamento in « categorie», dovuto inizialmente a Temistocle Mariotti, che fu direttore della biblioteca dal 1887 al 1896. Tutto il materiale librario è infatti collocato in venticinque sezioni: I - Arte Militare, Strategia; II - Organica, Disciplina, Uniformi, Servizio informazioni; III - Fanteria e suo armamento; IV Artiglieria, Balistica; V - Genio, Fortificazioni; VI - Cavalleria, Carri armati, Motorizzazione; VII · Aeronautica, Guerra nucleare, Mis-


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silistica; VIII - Marina; IX - Geografia, Esplorazioni, Guide; X Diritto; XI - Politica, Economia, Statistica e Finanza; XII - Scienze e tecnica, XIII - Medicina, Farmacia; XIV - Arte, Archeologia; XV - Letteratura; XVI - MisceJJanea; XVII - Enciclopedie e Dizionari; XVIII - Periodici; XIX - Storia Generale; XX - Storia Mi litare; XXI - Colonie; XXII - Filosofia, Religione, Psicologia, Pedagogia; XXIII - Libri scolastici; XXIV - Sport, Giochi; XXV - Atti parlamentari. Ogni sezione ha una propria classificazione interna. Ad esempio, la sezione I (Arte Militare, Strategia) è cosi articolata: 1) Arte militare in generale. Insegnamenti di guerre e campagne. Guerra _(~ti~ evoluzione, principi, forme). Guerra futura- Guerre immaginarie. nottrina militare. Strategia. Strategia e politica. Piani operativi. Tattica (storia, evoluzione, regolamenti). Logistica (storia, evoluzione, regolamenti, organizzazione e funzionamento dei servizi di campagna ). 2) Difesa nazionale in genere. Difesa dei diversi stati. Teatri di operazione. 3) Addestramento (esercitazioni con i Quadri e con le truppe, manovre, campi di istruzione, regolamenti). Stato Maggiore (storia, servizio di S.M.). Manuali per ufficiali e sottufficiali . La Biblioteca è anche ricca di periodici: comprende oltre 1000 testate per un totale di circa 25 .000 volumi. Si tratta di una consistenza notevole che in parte trascende il campo specialistico. E' possibile individuare alcuni gruppi fondamentali: 1) riviste militari: tra quelle italiane sono da ricordare Antologia Militare (Napoli, 1835-1854), e Astrea (Torino, poi Roma, 1863-1876); tra quelle straniere (numerosissime): Journal Militaire Officiel (Parigi, 17901918), Armee Verordnungsblatt (Berlino, 1868-1920), Organ des Wiener Militarische Zeitschrift (Vienna, 1808-1914), Jahrbiicher fiir die deutsche Armee und Marine (Berlino, 1871-1919); 2) riviste storiche (quasi esclusivamente italiane); 3) riviste di economia e statistica; 4) riviste geografiche ( tra cui Mitteilungen aus J ustus Perthes' geographischer Anstalt, Gotha, 1857-1922); 5) riviste mediche); 6) riviste illustrate (notevoli geograficamente quelle inglesi, americane e francesi del 1915-1930). Tra i gruppi meno consistenti è utile far menzione delle riviste italiane sulle colonie. La seconda biblioteca dell'Ufficio Storico è quella denominata di Artiglieria e Genio, perché originata dalla « Biblioteca d'artiglieria e fortificazione» formatasi a partire dal 1729 in Torino, in concomitanza con le « Scuole tecniche di artiglieria e di fortificazione » istituite da Carlo Emanuele III.


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Tra i molti volumi di pregio che vi figurano citiamo: le opere fondamentali del grande matematico Niccolò T attaglia (Della Nova Scientia, edizione del 15 3 7; Quesiti et I nventioni diverse; edizione 1537; La travagliata inventione, edizione 1551; Ragionamenti sopra la travagliata inventione, edizione 1551 e due opere del Vauban (Traité de l'attaque et de la défense des places e Traité des sièges). Anche questa Biblioteca suddivide il materiale librario (60 .000 volumi circa) in sezioni, per l'esattezza 29. A titolo esemplificativo si riportano i dati relativi a due di esse: IX Sezione: Artiglieria. Si suddivide a sua volta in sei sottosezioni: istruzioni, regolamenti ed opere riflettenti !'artiglieri.a italiana in generale; id. dell'artiglieria dei principali eserciti. stranieri; balistica, tiro, armamento, tattica e storia dell 'a rtiglieria; materali; polveri, esplosivi, stabilimenti di artiglieria ; mi scellanea di. artiglieria.

X Sezione: Genio. E' suddivisa nelle seguenti sottosezioni: istruzioni, regolamenti ed opere riflettenti il genio militare , l'automobilismo e l'aviazione italiani; id. per gli eserciti stranieri; storia, ordinamento del genio militare, composti esplosivi, esperienze; costruzione e stabilità degli edifici militari; stabilimenti del genio militare; Entrambe le Biblioteche, fornite di cataloghi per autore e per materia, possono essere frequentate anche dagli studiosi civili.

LA

PRODUZIONE EDITORIALE

La prima pubblicazione redatta dall'Ufficio Storico dell'Esercito fu la Relazione della campagna del 1866, opera del colonnello Carlo Corsi, che resse l'Ufficio fino all'anno 1877. La relazione fu scritta negli anni 1868-69 ma fu stampata assai più tardi (il primo volume nel 1875, il secondo nel 1895). Nuovi studi e nuovi documenti portarono successivamente alla pubblicazione, avvenuta nel 1909, di due altri volumi, ad integrazione dei due precedenti, sotto il titolo di Complemento alla storia del 1866 in Italia. Altre opere frattanto erano state impostate a partire dal 1877, anno in cui al colonnello Corsi era succeduto nella direzione dell'Ufficio Storico il ten. colonnello Niccola Marselli. Gli studi si protrassero per molti anni, parallelamente alle ricerche condotte negli archivi pubblici e privati allo scopo di accrescere il patrimonio documentario. Tra il 1898 e il 1912 videro la luce le relazioni ufficiali su Gli avvenimenti militari del 1848 (in 3 volumi: due ad opera del co-


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lonnello Cecilio Fabris e il terzo a cura del col. Enrico Barone): Relazioni e rapporti finali sulla campagna del 1848 (3 volumi); Rapporti finali della campagna del 1849 nell'Alta Italia (1 volume); La guerra del 1849, in sei volumi (due di narrazione, due di documenti e due di schizzi cartografici). A queste opere, fondamentali per la storia delle guerre risorgimentali, altre ne seguirono di non minore interesse fra le quali quelle riguardanti gli eserciti degli Stati preunitari, il concorso delle Armi italiane alle campagne napoleoniche, gli avvenimenti memorabili del passato militare italiano. Al riguardo sono da segnalare: L'esercito del vecchio Piemonte (1560-1859) del generale Brancaccio, Le Armi Toscane e le occupazioni straniere dal 1537 al 1860 del generale Giorgetti; La fine dell'esercito pontificio del colonnello Vigevano; Le milizie estensi del colonnello Cesari, la Relazione della guerra di Crimea del colonnello Manfredi, Milizie dello Stato Romano (1600-1797) di Andrea da Mosto. Appartiene, infine, alla produzione degna di menzione del periodo anteriore alla prima guerra mondiale, una serie di varie monografie raccolte sotto forma di fascicoli trimestrali che presero il nome di Memorie storiche militari. Lo scopo di tali Memorie fu espresso nella prefazione del 1° fascicolo: « Impedire la dispersione di notizie e di documenti che, non trovando un posto conveniente nella compilazione delle opere dell'Ufficio, risultassero interessanti per la storia e per la cultura degli ufficiali, sì da costituire materia di nuovi studi e di più ampie ricerche ». La pubblicazione ebbe inizio nel gennaio 1909. Allorché fu sospesa, alla fine del 1914, l'intera collezione aveva raggiunto l'entità di 23 fascicoli raccolti in 11 volumi e contenenti in totale 82 monografie, redatte da valenti studiosi militari e civili, e che si possono dividere in tre gruppi a seconda degli argomenti trattati. Al primo gruppo appartengono gli studi relativi al periodo napoleonico ed a qualche avvenime!}to anteriore e meno noto della nostra storia militare; al secondo gruppo quelli sul Risorgimento, ed al terzo i saggi sulla nostra espansione coloniale. Fra i vari testi meritano di essere ricordati: Gli Italiani in Russia nel 1812, Gli Italiani in Germania nel 1813, Gli Italiani in Spagna dal 1808 al 1813, e la storia dei Corpi volontari irregolari (oltre 350) sorti durante le guerre nazionali e che tanto concorsero alle insurrezioni, alle annessioni ed in genere all'opera dell'esercito regolare. Dopo l'interruzione dovuta alla prima guerra mondiale, per

2. - Memorie


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l'Ufficio iniziò un periodo di intenso lavoro per documentare l'operato dell'Esercito nel corso del conflitto, lavoro di cui riferiremo esaurientemente nel capitolo successivo. Contemporaneamente l 'Ufficio dette vita anche ad altre iniziative di notevole valore. Il colonnello Adami realizzò una imponente Storia documentata dei confini del Regno d'I talia in cinque volumi, opera ancora oggi di fondamentale importanza nonostante le dolorose mutilazioni imposte al territorio nazionale dal trattato di pace di Parigi del 1947. Dal 1922 al 1927 fu pubblicata in cinque volumi La campagna di Libia, opera fondamentale per uno studio di carattere militare su quella guerra; nel 1926 vide la luce La spedizione italiana in Cina (1900-1901), agile e precisa monografia dovuta ad Ainedeo Tosti; nel 1935-1936 furono pubblicati i due volumi della Storia militare della Colonia Eritrea; nel 1938, infine, uscl Somalia, vol. I: dalle origini al 1914, opera completata nel 1960 con il secondo volume Dal 1914 al 1934. Nel periodo tra la prima e la seconda guerra mondiale fu anche ripresa la tradizione affermatasi con le Memorie storiche militart dell'anteguerra, la cui formula tuttavia fu modificata, essendo sorti frattanto due nuovi periodici: la nuova Rivista Militare e Esercito e Nazione. Ebbe perciò inizio la regolare pubblicazione del Bollettino dell'Ufficio Storico, bimestrale, con carattere più spiccatamente d'attualità, tale da fornite agli studiosi una serie di elementi bibliografici, riflettenti soprattutto gli ultimi avvenimenti, e inteso a promuovere quei rapporti culturali che l'Ufficio aveva già avviato in passato con gli Enti storici nazionali e stranieri. Delle opere riguardanti la seconda guerra mondiale si parlerà diffusamente più avanti. Per concludere questo breve accenno alla produzione editoriale dell'Ufficio, è opportuno ricordare che nel corso degli anni sono stati pubblicati anche volumi non strettamente legati ai conflitti sostenuti dall'Esercito italiano, ma rientranti comunque nel grande tema della storia militare. Tra essi si possono citare: Waterloo di Alberto Pallio; Cesare dice ... , una piacevole rilettura del De bello gallico dovuta al gen. Moscardelli; nuove edizioni di Scipione Africano di B.H. Liddell Hart e del Che cosa sia la guerra di Carlo de Cristoforis; la magistrale traduzione del Vom Kriege di Karl von Clausewitz, riapparsa una decina di anni or sono su licenza dell'Ufficio negli Oscar mondadoriani; Un'immagine insolita del Risorgimento a cura di Luigi Mondini.


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Una menzione del tutto particolare per un volume altrettanto particolare: L'Esercito italiano nell'arte, dovuto a Giovanni Floris. Scartata di proposito l'idea di preparare un'antologia iconografica di capolavori ispirati all'Esercito, l'Autore ha scavato a fondo in una realtà spirituale vigorosa e intrisa di notazioni umane; in una prospettiva del tutto nuova e originale ha saputo evidenziare l'esistenza di un mondo artistico in gran parte ancora da scoprire, le cui occasioni creative sono collegate agli innumerevoli aspetti dei quaH è fatta la vita del soldato. Non solamente, quindi, rievocazioni solenni di battaglie, di eroismi, di sacrifici, ma anche rappresentazione di momenti apparentemente modesti del servizio militare. L'opera è soprattutto rivelatrice di una verità che a troppi sfugge: quella del rapporto, intenso ed esaltante, che è costantemente in atto tra soldati e società, tra cittadini e Forze Armate. Le più recenti sciagure del Friuli e dell'Italia meridionale hanno reso popolare la figura del militare di ogni età, grado e specializzazione, impegnato in opere di soccorso nelle zone colpite da gravi calamità naturali. L'opera dell'Esercito per il Paese conta però numerosi precedenti a partire dall'epoca dell'Unità nazionale. L'Ufficio ha perciò pubblicato L'Esercito per il Paese (1861-1 975), che presenta una panoramica completa di tale attività. Almeno un accenno merita una nuova iniziativa dell'Ufficio, tendente a valorizzare la partecipazione militare a vicende di carattere politico-diplomatico. Negli anni che vanno dal Congresso di Berlino alla prima guerra mondiale gli Ufficiali italiani furono particolarmente presenti come addetti militari, membri di commissioni internazionali, delegati a convegni, in servizio presso eserciti stranieri sulla base di precisi accordi internazionali - in quell'area danubiano-balcanica verso la quale maggiormente si indirizzava la politica estera italiana. Alla ricostruzione di questa vasta e non secondaria attività lo Ufficio ha già dedicato tre volumi - Note e relazioni di viaggio nei Balcani, Documenti italiani sulla guerra russo-giapponese (19041905 ), Momenti di storia balcanica - tutti corredati di saggio introduttivo e di note critiche a cura del professore Antonello F .M. Biagini. Dal 1977 è stata ripresa , con cadenza annuale, la pubblicazione delle Memorie storiche militari, rinnovate però nell'impostazione. Suddivise, infatti, in saggi, profili biografici, testimonianze, ricerche, queste nuove Memorie vogliono offrire un ampio panora-


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ma degli studi in corso e sono pertanto apertissime anche a contributi di studiosi, italiani e stranieri, estranei all'Ufficio. Sempre con l'intento di contribuire ad una più diffusa conoscenza della storiografia militare, nel 1980 è stato pubblicato il volume collettaneo L'Esercito italiano dall'Unità alla grande guerra (1861-1918) che raccoglie quattordici saggi, alcuni inediti ed alcuni già apparsi in riviste specializzate, di dodici diversi autori (otto civili e quattro militari) e che rappresenta un concreto esempio cli effettiva collaborazione tra l'Ufficio e gli storici militari civili. Attualmente sono in approntamento alcune ristampe di opere di storia militare non più reperibili sul mercato e che rivestono notevole interesse sia per gli argomenti trattati sia per il valore degli autori. Le prime ristampe riguarderanno seri tti di Edoardo Scala, Pietro Maravigna, Enrico Barone. L'Ufficio ha pubblicato, inoltre, nel 1951 il n. 10 e nel 1978 il n. 39 della « Revue Internationale d 'Histoire Militaire » e cura, per quanto riguarda l'Italia, la « Bibliographie Internationale d'Histoire Militaire » edita dal Comité International des Sciences Historiques. In quanto agli Autori, citati o meno, delle opere va detto che si è sempre trattato di specialisti, militari o civili, che hanno lavorato, isolatamente o in équipe, con risultati spesso eccellenti. Si citano alcuni nomi: Corsi, Marselli, Barone, Chiala, Bollati, Brancaccio, Corselli, Canevari, Tosti, Scala, Mancinelli, di Lauro, Mon-

dini. Nell'Appendice A sono elencati i titoli delle opere più significative edite dall'Ufficio, con esclusione di quelle relative al primo ed al secondo conflitto mondiale, elencate in modo completo nelle Appendici B e C.


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II PRIMA GUERRA MONDIALE

IL

LAVORO PREPARATORIO

L'impegnativo lavoro di ricerca, raccolta e riordinamento delle fonti - soprattutto per quanto riguarda quelle austro-ungariche - iniziò subito dopo l'armistizio di Villa Giusti. In un primo tempo fu raccolto e ordinato il materiale documentario originale p roveniente dai comandi e dalle unità dello Esercito. Parallelamente, ad opera della Missione militare italiana a Vienna, si poté trarre da quell'Archivio di Guerra i documenti più importanti per la storia delle nostre operazioni. A una prima acquisizione di materiale documentario relativo alla battaglia del Piave, si aggiunse negli anni successivi altra non meno importante documentazione, fra cui la Relazione austro-ungarica sulle operazioni del secondo semestre del 191 7. In seguito, in esecuzione del trattato di Saint-Getmain, fu stipulata nell'aprile 1922 in Roma una convenzione, divenuta operante nel 1924, per la quale all'Ufficio Storico furono assicurati gli atti del Comando Supremo austro-ungarico relativi alle operazioni svoltesi sul fronte italiano e quelli delle unità fronteggianti il nostro Esercito (diari, carte, schizzi, fotografie del teatro d'operazione, schiarimenti e apprestamenti difensivi, relazioni sulle principali battaglie, i rapporti giornalieri del Comando Supremo all'Imperatore). Vennero anche in nostro possesso i diari delle unità ungheresi e germaniche che avevano operato sul nostro fronte. Sulla base di tali documenti, fu possibile procedere quindi alla ricostruzione degli avvenimenti e di tale attività l'opera cardine è la relazione ufficiale L'Esercito italiano nella grande guerra 1915-1918. Nel corso della sua elaborazione, si sono ad essa affiancate numerose altre pubblicazioni di carattere sussidiario e integrativo. Si tratta complessivamente di 120 volumi (1). ( 1) Cfr. elenco in appendice B.


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ORESTE BOVIO

LA PRODUZIONE EDITORIALE

1. L'ESERCITO ITALIANO NELLA GRANDE GUERRA 1915-1918

(Relazione ufficiale). Sugli scopi che la Relazione si ripromette è sufficiente riportare quanto scrisse il Maresciallo Pietro Badoglio nella Premessa: « L'Ufficio Storico, dopo aver vagliato con il pit1 coscienzioso rigore tutti i documenti, si limita qui a narrare i fatti, allegando però alla sua esposizione i documenti stessi. Narra, dicemmo, e non commenta. Lascia, cioè, ai cultori delle discipline storiche l 'arduo compito del commento: pago di aver potuto forn ire ad essi questa preziosa raccolta di materiali , scelti cd ordinati con la cura più scrupolosa». La materia è ripartita in 7 volumi , di cui il primo tratta dd precedenti del conflitto, i successivi quattro sono dedicati alle campagne di guerra 1915, 1916, 1917 e 1918, gli altri due comprendono le operazion i fuori del territorio nazionale e le direttive tatticooperative del Comando Supremo. I volumi sono suddivisi in tomi, contenenti rispettivamente, di massima, la parte espositiva, i documenti e la cartografia illustrativa. Dei 7 volumi, articolati in 37 tomi, previsti dal piano editoriale, sono stati fìnora pubblicati 31 tomi.

a.

LE FORZE BELLIGERANTI

Voi. I (Narrazione: pagine 316 e 14 carte). Voi. I bis (Allegati: n. 71). Sono esposti l'evoluzione ordinativa dei due eserc1t1; gli avvenimenti bellici dell'esercito austro-ungarico che precedettero la nostra entrata in guerra; le caratteristiche del teatro delle operaz1oru. In particolare sono molto interessanti i cenni sulle istituzioni militari italiane dal 1861 alla vigilia della guerra 1915-18, sull'organizzazione difensiva della frontiera orientale e sulla mobilitazione e radunata del nostro Esercito. b.

LE OPERAZIONI DEL

1915.

Vol. II (Narrazione: pagine 614 con 14 schizzi entro testo). Voi. II bis (Documenti: n. 252). Voi. II ter (Carte e schizzi: n. 45).


APPORTO DELL'UFFICIO STORICO DELLO SME

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Tratta dell'evoluzione dei piani di guerra formulati dal nostro Stato Maggiore dal 1866 al 1915 e delle operazioni belliche svoltesi durante il primo balzo offensivo su tutto il fronte e durante le prime quattro battaglie dell'Isonzo. I modesti risultati territoriali non corrisposero ai sacrifici compiuti, ma l'azione militare dell'Italia portò, nel quadro generale della guerra, un contributo di valore considerevole alla causa della Intesa, vincolando alla nostra fronte gran parte dell'esercito austriaco. C.

LE OPERAZIONI DEL

1916.

Voi. III - Tomo 1°: Gli avvenimenti invernali (Narrazione: pagme 4 32 con n. 42 schizzi e tavole). Vol. III - Tomo 1° bis (Documenti: n. 263). Avvenimento di rilievo la quinta battaglia dell'Isonzo, mirante a impedire l'eventuale concorso di forze austriache in Francia, ove era in atto la poderosa offensiva tedesca contro Verdun. I violenti combattimenti svoltisi anche sul fronte montano raggiunsero l'intento di tenere agganciato il nemico. Voi. III - Tomo 2°: Offensiva austriaca e controffensiva italiana in Trentino. Contemporanee operazioni sul resto della fronte (maggio-luglio 1916) (Narrazione: pagine 334 con 3 schizzi entro testo). Voi. III - Tomo 2° bis (Documenti: n. 115). Voi. III - Tomo 2° ter (Carte, panorami e schizzi: n. 58). Dura, cruenta battaglia nella quale si prodigò il meglio delle forze di entrambi gli eserciti. Sotto l'impeto avversario le truppe italiane furono costrette a ripiegare, ma ben presto l'offensiva fu contenuta, costringendo gli Austriaci a ritirarsi sotto la pressione della nostra controffensiva. Con ampia disamina è dimostrato che non fu l'offensiva di Brusilov in Galizia a causare l'arresto dell'offensiva austriaca in Galizia conseguente al concentramento di forze e di mezzi nel Tren· tino. Voi. III - Tomo 3°: La battaglia di Gorizia. L'offensiva autunnale. contemporanee azioni sul resto della fronte (agosto-dicembre 1916) (Narrazione: pagine 318 con 6 schizzi entro testo).


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ORESTE BOVIO

Voi. III - Tomo 3° bis (Documenti: n. 249). Voi. III - Tomo 3° ter (Carte, panorami e schizzi: n. 54). Sorpresa pienamente riuscita per la rapida, abile e tempestiva manovra per linee interne concepita dal Cadorna mentre l'offensiva austriaca nel Trentino agonizzava. In tre giorni (6-9 agosto) la testa di ponte di Gorizia fu eliminata e le nostre truppe, varcato l'Isonzo, occuparono la città; sull'altipiano carsico il nemico, perduto il San Michele, fu costretto a ripiegare oltre il Vallone di Doberdò. Durante l'offensiva autunnale - 7a battaglia dell'Isonzo (14-16 settembre), sa (9-12 ottobre) e 9" (31 ottobre - 4 novembre) ulteriori progressi furono conseguiti sul Carso e nella zona tridentina.

d.

LE OPERAZIONI DEL

1917.

Voi. IV - Tomo 1°: L'ampliamento dell'Esercito nell'anno 1917. Gli avvenimenti dal gennaio al maggio (Narrazione: pagine 324 con 32 schizzi entro testo). Vol. IV - Tomo 1° bis (Documenti: n. 344). Voi. IV - Tomo 1° ter (Carte, panorami e schizzi: n. 41) . I principali provvedimenti tendenti a conferire maggiore efficienza all'Esercito trovano larga esposizione unitamente alle vicende operative. Avvenimento preminente di questo periodo la 103 battaglia dell'Isonzo che ebbe il duplice obiettivo, in fasi successive, di espugnare il sistema difensivo a nord e ad est di Gorizia e di conquistare, sull'altipiano carsico, il bastione dell'Hermada. Tangibili i successi conseguiti nel settore di Gorizia, ove venne conquistata la cortina Kuk-Vodice, non cosl sul Carso, perché i notevoli progressi compiuti a Hudi-Log, a Castagnevizza, a Fiondar e sull'Hermada furono annullati dal nemico in seguito ad un poderoso contrattacco. Questo tomo offre, infine, un quadro generale dell'attività politico-militare interalJeata, mirante a definire, mediante le conferenze e i convegni susseguitisi dal novembre 1916 all'aprile 1917, una più coordinata ed efficace condotta della guerra.

Voi. IV - Tomo 2°: Gli avvenimenti! dal giugno al settembre 1917 (Narrazione: pagine 460).


APPORTO DELL'UFFICIO STORICO DELLO SME

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Vol. IV - Tomo 2° bis (Documenti: n. 366). Vol. IV - Tomo 2° ter (Carte, panorami e schizzi: n. 37) . E' dedicato alla battaglia dell'Ortigara (10-26 giugno) ed a quella della Bainsizza, 11 • battaglia dell'Isonzo (17 agosto - 12 settembre). L'attacco sull'Ortigara ebbe inizialmente successo con la conquista del monte (1 9 giugno), sul quale le nostre truppe si mantennero per più giorni respingendo contrattacchi e subendo gravi perdite. Il 25 il nemico, ricevuti rinforzi, prevalse, impossessandosi nuovamente della contesa posizione. Maggiore fortuna si ebbe sulla Bainsizza. Superato d'impeto l'Isonzo, le truppe italiane infransero le prime linee di difesa dello avversario e poi, con abile manovra, abbatterono i capisaldi difensivi sull'altopiano, spiegandosi fin quasi sull'orlo di esso dominante il Vallone di Chlapovano. La mancata azione della nostra ala sinistra, la stanchezza delle truppe, Ja scarsezza di riserve permisero al nemico, che aveva ricevuto rinforzi, di arrestare la nostra avanzata. Anche in questo tomo sono riportate le conferenze e i convegni interalleati tenuti nel periodo dal giugno al settembre 1917. Vol. IV - Tomo 3°: Gli avvenimenti dall'ottobre al dicembre (Narrazione: pagine 748). Vol. IV - Tomo 3° bis (Documenti: n. 248). Voi. IV - Tomo 3° ter (Carte e panorami: n. 32). E' dedicato all'offensiva austro-tedesca, alla manovra di ripiegamento al Piave ed alla prima battaglia d'arresto. L'attacco austrotedesco iniziò il 24 ottobre 1917 e nelle prime ore del mattino la 12a Divisione germanica, sboccata da Tolmino, sfondò la linea italiana. L'attacco, condotto con metodi nuovi e con grande spregiudicatezza, fece cadere rapidamente le difese italiane ed il 27 ottobre il Comando Supremo ordinò il ripiegamento generale prima al Tagliamento e poi al Piave, ripiegamento che si concluse il 9 novembre. Già il giorno successivo il Comando austriaco decise di proseguire ulteriormente l'offensiva . Iniziò così la vittoriosa battaglia di arresto italiana, . sviluppata in due fasi: dal 10 al 26 novembre e dal 4 al 30 dicembre. Su un fronte notevolmente ridotto, l'Esercito italiano potè riprendersi con rapidità e fermare definitivamente lo avversario. Anche in questo tomo sono riportate le conferenze ed i convegni interalleati.


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e.

ORESTE BOVIO

LE OPERAZIONI DEL

1918.

Voi. V - Tomo l°: Gli avvenimenti dal gennaio al giugno (Narrazione: pagine 803). Vol. V - Tomo 1° bis (Documenti: n . 212). Vol. V - Tomo 1° ter (Carte: n. 39).

In questo volume sono trattate: la situazione alla fronte italiana agli inizi dell'anno; l'opera di riorgani zzazione e di potenziamento dell'Esercito; la battaglia del Piave. La narrazione degli avvenimenti precedenti la battaglia e della battaglia stessa costituisce il nucleo centrale del volume. L'offensiva austro-ungarica si scatenò il 15 giugno con grande violenza, ma trovò la d ifesa italiana ben p reparata a ricevere l'urto. La lotta fu violentissima , ma il nostro dispositivo - profondo, elastico, sostenuto da una forte ri serva e da un potente e tempestivo fuoco di artiglieria - ebbe ragione del nemico che fu costretto a retrocedere e riportarsi in fre tta oltre il Piave là dove il fiume, al primo impeto, era stato superato. La battaglia era vin ta ed il Comando Supremo ordinò alcuni combattimenti con troffensivi locali , tendenti alla conquista di posizioni tali da rafforzare il nostro dispositivo in vista di una successiva offensiva generale. La narrazione degli avvenimenu e, come sempre, suffragata da un'ampia documentazione raccolta nei tomi: 1° bis (Documenti) ed 1° ter (Carte).

f.

LE ISTRUZIONI TATTICHE DEL CAPO DT

S.M.

DELL'ESERCITO.

Vol. VI - Tomo 1°: Anni 1914-1 9 15-1916 (pagine 354). Voi. VI - Tomo 2°: Anni 191 7-1918 (pagine 515). Agli studiosi di discipline militari non sfugge l 'importanza di questo volume che consente, grazie alla copiosa documentazione riportata, di seguire nella sua progressiva evoluzione la linea di sviluppo della nostra dottrina tattica dall'immediato anteguerra fino a tutto il 1918. Si offre così agli studiosi la possibilità di una migliore intelligenza, sotto il profilo tecnico, degli avvenimenti operativi che costituiscono oggetto della relazione ufficiale .


APPORTO DELL'UFFICIO S1'0RICO DELLO SME

g.

27

LE OPERAZIONI FUORI DEL TERRITORIO NAZIONALE.

Vol. VII - Tomo 1°: Il corpo di spedizione italiano in Estremo Oriente (pagine 138 con 28 allegati e 22 schizzi e tavole). Alle vicende del nostro piccolo Corpo di spedizione in Estremo Oriente (luglio 1918 - aprile 1920) si è ritenuto di dedicare un tomo per meglio inserire la partecipazione militare italiana nel più vasto quadro della comune azione interalleata. Sono poste ampiamente in luce le finalità politico-militari che indussero l'Intesa alla costituzione di un nuovo fronte orientale contro le Potenze Centrali, soprattutto per opporsi all'opera di penetrazione tedesca in Russia e in Siberia, che dopo la pace di BrestLitowski segnava un ritmo accelerato destando gravi e giustificate inquietudini. E' messa altresì in rilievo l'opera di soccorso prestata alle truppe ceche in Siberia. Vol. VII - Tomo 2°: Soldati d'Italia in terra di Francia. (Narrazione: pagine 419). Vol. VII - Tomo 2° bis (Documenti: n. 243).

Voi. VII - Tomo 2° ter (Tabelle, carte e schizzi: n. 51). Il concorso del nostro Esercito in terra di Francia è ampiamente illustrato in questo tomo. Alle operazioni condotte dal II Corpo d'Armata (40.000 uomini) dal luglio al novembre 1918 nella valle dell'Ardre, nella Argonne, nella zona dell'Aisne, allo Chemin des Dames, nela zona di Sissonne e sulla sinistra della Mosa si assomma il contributo dato dalle T.A.I.F. (Truppe Ausiliarie Italiane in Francia - 60.000 uomini) che in massima ;,arte attesero ai molteplici lavori di sistemazione difensiva al fronte e delle quali aliquote furono spesso anche impiegate come unità combattenti. 2. MONOGRAFIE RELATIVE A PARTICOLARI OPERAZIONI (1).

Si tratta di pubblicazioni complementari della relazione ufficiale, miranti a illustrare aspetti ed episodi particolari della guerra nonché lo sforzo sostenuto dal Paese. Un gruppo di monografie riguarda singoli avvenimenti scelti fra i più importanti e significativi dal punto di vista operativo (Go(1) Cfr. elenco in appendice B.


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ORESTE BOVIO

rlZla, Col di Lana, Flava, Sabotino, Pasubio, ecc.) oppure aventi particolari caratteri di difficoltà ambientali o di speciali condizioni d'impiego delle unità (operazioni in alta montagna, invernali, ecc.). Altre monografie pongono in rilievo il cospicuo apporto dato dall'Italia alla comune vittoria dell'Intesa e correggono anche alcuni giudizi erronei e talora non obiettivi di scrittori stranieri sull'azione del nostro Esercito. Fra questo offrono particolare interesse L'azione militare italiana nella prima guerra mondiale e le due monografie L'Italia e la fine della guerra mondiale e La lotta sul Grappa, le quali combattono criticamente la tesi che a Vittorio Veneto sia stato battuto un esercito già disfatto e che comunque scarsa influenza per l'Intesa avesse esercitato in quei giorni la nostra azione.

3.

DATI ORDINATIVI SULLE GRANDI CORPI (1).

UNITÀ E

CENNI STORICI

SUI

I due volumi sulle Grandi Unità contengono i dati riguardanti le successive formazioni e trasformazioni degli Alti Comandi e delle Grandi Unità (costituzione della Casa Militare del Re, del Comando Supremo, dei Comandi d'armata, di corpo d'armata, dei corpi speciali, dei corpi di spedizione, delle divisioni di fanteria, delle divisioni speciali, delle divisioni di cavalleria, delle divisioni d'assalto e delle forze alleate in Italia). Particolare ricchezza di dati offre il secondo, che riporta la struttura ordinativa delle nostre divisioni durante la guerra. Gli undici volumi riguardanti i Corpi contengono copiose notizie sulle brigate e sui reggimenti di fanteria, sulle unità bersaglieri e alpini, illustrandone l'attività operativa e riportandone le ricompense collettive e individuali. Contengono inoltre l'elenco degli ufficiali caduti in combattimento e di quelli deceduti per ferite o in prigionia; dei decorati di medaglia d'oro al valor militare e dei decorati dell'Ordine militare d'Italia con relativa motivazione; dei comandanti di brigata, di reggimento, di battaglione. Per ciascuna unità è indicativo il periodo di attività combattiva in linea e di permanenza nelle retrovie nonché il riepilogo delle perdite.

4. I

DECORATI DI MEDAGLIA D'ORO AL VALOR MILITARE

(1).

L'opera, Guerra italo-austriaca 1915-1918 - Le medaglie d'oro, comprende quattro volumi, uno per ciascun anno di guerra, ri(1) Cfr. elenco in appendice B.


APPORTO DELL'UFFICIO STORICO DELLO SME

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portanti le fotografie di tutti i decorati. Carte, schizzi e vedute panoramiche delle zone più importanti illustrano il teatro delle operazioni. I singoli atti di valore che hanno dato origine alla concessione della massima ricompensa sono stati inquadrati in una sintetica narrazione dei principali avvenimenti svoltisi sulla nostra fronte sl da costituire una vera e propria storia della guerra.

5.

RELAZIONI UFFICIALI ED OPERE STRANIERE SULLA PRIMA GUERRA MONDIALE

(1).

Per una più larga conoscenza degli avvenimenti della prima guerra mondiale si ritenne utile di tradurre e pubblicare le relazioni ufficiali austriaca e tedesca oltre alla parziale pubblicazione di quella ungherese e britannica, nonché alcune opere di condottieri degli eserciti in lotta (Hindenburg, Falkenhayn, Gurko), proponendo a queste ultime un profilo degli autori. Nella relazione ufficiale austriaca la materia è trattata oltre che con criterio « puramente tecnico», anche, per una migliore intelligenza degli avvenimenti militari, con riferimenti politici, economici e sociali. Quella tedesca ricostruisce gli avvenimenti essenzialmente su documenti ufficiali e si avvale anche di altre fonti (personalità private, uffici governativi, letteratura di guerra). Gli avvenimenti militari sono esposti a grandi linee e a parte sono trattati la mobilitazione, l'incidenza delle condizioni economiche sulla condotta della guerra, il concorso della tecnica alle operazioni, l'apporto dei civili allo sforzo bellico. Trattata a parte, e in modo riassuntivo, è anche l'opera del Comando Supremo. Di non minore importanza sono le opere dei condottieri, il contenuto delle quali offre larga messe di esempi di condotta operativa, di considerazioni relative alla dottrina militare, all'azione di comando, alla situazione politico-militare.

6.

OPERE VARIE (1).

Le relazioni dei Capi di S.M. della Triplice. II volume, dovuto al generale Adriano Albetti ha la sua genesi nelle Convenzioni militari con la Germania e particolarmente nell'errata ipotesi, formu(1) Cfr. elenco in appendice B.


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ORESTE BOVIO

lata dal gen. Falkenhayn, circa l'asserita promessa del gen. Pollio di inviare in caso di guerra un'armata sul Reno. La campagna austro-serba del 1914 (agosto-dicembre 1914). Saggio critico dovuto al generale Carlo Geloso che analizza con grande rigore la campagna austro-serba del secondo semestre del 1914, campagna che ebbe carattere di guerra di movimento.

Riassunto della relazione ufficiale austriaca sulla guerra 19141918 e Riassunto dei primi otto volumi della relazione sulla guerra mondiale 1914-1918 dell'Archivio di Stato germanico. Trattasi di due opere di grande utilità soprattutto per ca.lo ro che, non conoscendo il tedesco, non avrebbero Ja poss ibi lità d i. consultare le relazioni originali. La mobilitazione e lo sviluppo dell'esercito germanico durante la guerra mondiale 1914-1918. L'opera ha finalità strettamente tecniche e met te in evidenza gli ordinamenti di un esercito ricco di secolare esperienza. Testimonianze straniere sulla guerra italiana 1914-1918. Nel volume sono raccolti giudizi di grande intetesse - espressi da capi militari, personali tà politiche, giornalisti ex alleati ed ex nemici sulla condotta delle operazioni italiane e sul comportamento di Quadri e gregari. Il generale Falkenhayn, svelto, ma accurato profilo biografico del condottiero tedesco. L'esercito italiano nel primo dopoguerra 1918-1920. Il volume, opera di Vincenzo Gallinari, esamina Ja smobilitazione dello esercito italiano dopo la guerra e le soluzioni o rdin ative adottate nel periodo immediatamente successivo . Tratlasi di LIII saggio che conclude logicamente, pur non facendone parte, 1a Relazione Ufficiale. In particolare i nuovi e più vasti compiti imposti all'Esercito dalla mutata realtà per promuovere la ripresa della vita sociale ed economica nelle zone liberate e per mantenere gli impegni internazionali, derivanti dalle clausole armistiziali o da precisi accordi, son ben delineati. L'occupazione della Dalmazia, delle isole adriatiche e di Fiume, l'intervento in Carinzia e nella penisola Balcanica, l'occupazione dell'Albania e del Montenegro, gli sbarchi in Anatolia e il progettato intervento nel Caucaso vengono attentamente studiati dall'A. che non manca di sottolineare la crescente e indiscutibile divaricazione fra compiti e ampiezza dello strumento militare.


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L'esigenza di ridurre nel 1920 il bilancio determinò, nei vari ministri della Guerra (Caviglia, Albricci, Bonomi, Rodinò) e nei vertici militari, la ricerca di un nuovo e più adeguato equilibrio che contemperasse le due esigenze di efficienza e di economicità. L'analisi dei contemporanei progetti di riordinamento dell'Esercito e dei due ordinamenti Albricci (regio decreto 21 novembre 1919, n. 2143) e Bonomi (regio decreto 20 aprile 1920, n. 431), pubblicati in Appendice consente all'A. di dimostrare come, in conclusione, abbia finito allora per prevalere l'immagine e l'intelaiatura dell'esercito pre-bellico.

L'industria italiana nella grande guerra. La pubblicazione è un documentato contributo ad una più approfondita conoscenza degli aspetti sia organizzativi sia produttivi dello sforzo industriale ' 1'-' ~ italiano. L'autore, Massimo Mazzetti, sulla base di una documentazione in gran parte inedita, esamina anche Je ragioni del repentino smantellamento dell'industria di guerra dopo la fine delle ostilità. L'esercito italiano nella prima Guerra Mondiale - Immagini. Volume di fotografie molto interessante perché volto soprattutto a documentare l'ambiente della guerra e lo stato d'animo dei combattenti. Le truppe _italiane in Albania (1914-1920 e 1939). L'opera, uscita qualche anno fa in attesa del volume della Relazione Ufficiale dedicato alla Macedonia, apporta un interessante contributo alla conoscenza di vicende diplomatico-militari ancora poco note e chiarisce alcuni aspetti della nostra politica balcanica. Infine: nel volume Memorie Storiche Militari 1977 è apparso il saggio di Vincenzo Gallinari: Il Generale Alfredo Dallolio nella prima guerra mondiale; nel volume Memorie Storiche Militari 1979 Massimo Mazzetti ha scritto Note all'interpretazione interventista della grande guerra, Umberto Corsini si è occupato di Guglielmo Pecori-Giraldi Governatore Militare del Trentino, Ampezzano e Alto-Adige; Antonello F.M. Biagini ha trattato La Missione Militare Italiana in Russia e il rimpatrio dei prigionieri di guerra (1915-191 8). Lo stesso autore nelle Memorie Storiche Militari 1980 si è occupato della propaganda a nostro favore svolta in Russia durante la guerra dalla Missione Militare Italiana.


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III SECONDA GUERRA MONDIALE

GENERALITA'

Al termine della seconda guerra mondiale l'Ufficio venne a trovarsi in condizioni di naturale d isagio a causa dei danni sofferti dal patrimonio documentario già in suo possesso, della dispersione dei carteggi di guerra delle unità combattenti e della totale assenza di ogni documentazione ufficiale per taluni periodi del conflitto. Non si poteva però tardare ad informare il pubblico italiano e straniero sull'operato dell'Esercito nei vari fronti. Fu necessario, pertanto, rinunciare alla pubblicazione della relazione ufficiale, che avrebbe richiesto almeno un decennio di lavoro preparatorio ed altri due per la redazione dei vari volumi, e si ritenne più rispondente all'esigenza di una sollecita e documentata informazione pubblicare separate monografie per ogni ciclo operativo, ultimando nel contempo la Relazione ufficiale sulla prima Guerra Mondiale e continuando a pubblicare altre opere dedicate ad altri argomenti, come il già citato secondo volume sulla storia militare della Somalia. Per quanto, come apparirà più chiaramente in seguito, le varie monografie siano di taglio, ampiezza e valore non uniformi, la loro impostazione generale è però comune: una prima parte narrativa ed una seconda documentaria. Nella prima sono analizzate tutte le tematiche concernenti le operazioni militari: precedenti della campagna, analisi dell'ambiente operativo e delle forze contrapposte, svolgimento delle operazioni, perdite, ecc. NeJla seconda sono riportati integralmente, o in ampio stralcio: ordini di operazione, quadri di battaglia, verbali di conferenze tra alti comandanti, direttive del Governo o del Comando Supremo. Naturalmente non tutti gli studiosi approvano questo metodo di lavoro. Qualcuno, infatti, ha osservato che la riproduzione dei documenti, non potendo ovviamente essere totale, implica una scelta a monte che svuoterebbe in gran parte l'apparente garanzia di obiettività, tanto più che i lettori non conoscono la consistenza


APPORTO DELL'UFFICIO STORICO DELLO SME

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reale dei fondi ed i criteri posti a base della selezione. L'obiezione è valida in linea di principio, purché naturalmente non venga rivolta soltanto alle pubblicazioni dell'Ufficio Storico ma estesa anche alle raccolte di documenti diplomatici curate dai Ministeri degli Affari Esteri di tutte le Nazioni più importanti. L'opinione dell'Ufficio, comunque, è che la pubblicazione anche parziale di documenti costituisca un notevole contributo alla migliore comprensione dei temi trattati ed un utilissimo strumento di Javoro per coloro che desiderano approfondire ulteriormente qualche particolare problema. Altri appunti, meno pretestuosi, sono stati mossi relativamente all'aspetto formale ed all'impostazione generale di alcuni lavori nei quali si è rilevata la mancanza di indici analitici e di organiche bibliografie. Per antico costume l'Ufficio non ha mai replicato alle critiche ed ai rilievi, recepiti anzi con serenità e giudicati uno stimolo necessario per fare sempre meglio e così le più recenti pubblicazioni sono completate con estese bibliografie, indici dei nomi di persona e di località, elenchi analitici dei reparti operanti e comprendono anche un'ampia documentazione fotografica, quasi sempre inedita. Tutte le monografie sono poi corredate di un'abbondante cartografia che permette anche ai « non addetti ai lavori » la visualizzazione degli schieramenti e dei movimenti delle unità. Prima di esaminarle nel dettaglio, occorre accennare ad alcune opere edite dall'Ufficio nello stesso periodo, molto utili per un inquadramento generale sul tema: Cronologia della seconda guerra mondiale, pubblicata nel 1948; comprende anche gli avvenimenti politici e militari precedenti al conflitto che in qualche modo lo determinarono ed è completata dagli indici dei nomi geografici, dei nomi di persona e di quello analitico per materia, nonché da 27 schizzi cartografici che illustrano gli avvenimenti militari più importanti; Bollettini di guerra del Comando Supremo (1940-1943) edita nel 1970; raccoglie tutti i 1201 bollettini emanati dal 12 giugno 1940 all'8 settembre 1943 dal Comando Supremo; comprende lo indice analitico, quello dei nomi geografici e un repertorio delle unità, dei complessi di forze dell'Esercito, delle unità navali ed aeree, delle persone;

3. - Memorie


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Saggio bibliografico sulla seconda guerra mondiale, in sette volumi, il primo dei quali edito nel 1949, esteso a partire dal quinto volume anche ai conflitti sorti nel dopoguerra; Bibliografia della seconda Guerra Mondiale, pubblicata nel 1980, comprende tutte le opere di una qualche importanza pubblicate in tutto il mondo sull'argomento dal 1945 al 1975; L'Esercito italiano tra la prima e la seconda guerra mondiale novembre 1918 - giugno 1940, edita nel 1954. L'opera fissa i vari ordinamenti e le norme d'impiego adottate dall'Esercito fo un ventennio, parallelamente allo sviluppo degli armamenti cd al mutare della politica dello Stato; L'Esercito italiano alla vigilia della seconda Guerra Mondiale, edita nel 1982, pagg. 350 di narrazione, 58 allega li , 8 o rgnnigramm i. Il volume esamina la situazione dell'Escrci1¡0 alla vigilia del conflitto mondiale e durante il primo anno di guerra durante il quale l'Italia mantenne la non belligeranza. La materia è trattata sotto tutte le angolazioni possibili - struttura orJin:1Liva del comando e delle truppe, materiali, dottrina d'impiego, dirc11ivc di governo, apprestamenti difensivi nel territorio metropolitano e nelle colonie, piano di guerra - ed il quadro che ne risulta è veramente completo. L'opera costituisce quindi la premessa essenziale per tutte le monografie di carattere operativo dedicate ai vari fronti. L'Esercito italiano nella seconda Guerra Mondiale - I mmagini, edito nel 1976, ampia galleria di fotografie che offrono una vigorosa testimonianza delle condizioni ambientali cd umane nelle quali operarono i nostri reparti. Le immagini sono suddivise per fronti (Africa Settentrionale, Russia, Balcani, ecc.) accompagnate da sobrie ma precise didascalie in cinque lingue: italiana, inglese, francese, tedesca e spagnola.

FRONTE OCCIDENTALE

La battaglia delle Alpi Occidentali - giugno 1940, pagg. 123 di narrazione, 66 allegati, 16 carte topografiche. Ed. 1947. Trattasi di un lavoro d'indagine, coscienzioso ed obiettivo, di utile consultazione anche oggi, ad oltre trent'anni dalla redazione, ma limitato all'esame della documentazione italiana.


APPORTO DELL'UFFICIO STORICO DELLO SME

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Le operazioni del giugno 1940 sulle Alpi Occidentali, pagg. 250, 28 allegati, 5 carte topografiche, 28 fotografie, Ed. 1981. Il volume è frutto di un più ampio spoglio di documenti e del confronto di pubblicazioni italiane e straniere. Alla narrazione completa e critica del breve ciclo operativo, si accompagnano l'analisi del ruolo avuto dalla frontiera occidentale nel quadro della strategia italiana e l'esame dei preparativi al conflitto di entrambi i contendenti. AFRICA ORIENTALE

Sull'argomento nel 1951 è stata pubblicata la monografia La guerra in Africa Orientale, pagg. 358. Basato sulla documentazione italiana e sui rapporti dei comandanti inglesi (Wavell, Platt, Cunningham) il volume è suddiviso in tre parti: la prima si riferisce al periodo tra la conquista dell'Etiopia e l'inizio della seconda guerra mondiale ; la seconda alle operazioni del 1940, cioè alle operazioni di frontiera ed all'occupazione del SomaJiland britannico; la terza, che è la più consistente, è dedicata all'offensiva britannica dal gennaio al novembre 1941 ed è articolata in capitoli relativi alle operazioni nei vari settori. L'opera, ricca di allegati, è corredata di 36 schizzi cartografici e due carte topografiche. AFRICA SETTENTRIONALE

Dal 1949 al 1974 sono state pubblicate sulle operazioni condotte in Africa Settentrionale otto monografie, per un totale di 3069 pagine, 206 schizzi cartografici, 472 documenti riportati integralmente. Come già segnalato in precedenza, le otto monografie non costituiscono otto volumi di una sola opera, ma sono otto diverse opere scritte da otto diversi Autori e quindi, pur tratteggiando neJ loro complesso la storia documentata e pressoché completa di quel lungo ciclo operativo, non costituiscono un'organica trattazione dell'argomento. L'Ufficio Storico pertanto ha già dato avvio alla loro rielaborazione ma, -al momento, non esistono pubblicazioni più complete sulla materia. Accenneremo ora alle singole monografie seguendo l'ordine cronologico degli avvenimenti trattati e non quello di pubblicazione.


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ORESTE BOVIO

In Africa Settentrionale - La preparazione al conflitto. L'avanzata su Sidi el Barrani (ottobre 1935 - settembre 1940) - Pagg. 260, 55 allegati, 14 schizzi cartografici. Ed. 1955. Redatto sulla base dei Diari del Comando Supremo e del Comando Superiore Forze Armate Africa Settentrionale Italiana, il volume tiene anche conto del memoriale difensivo di Graziani e della relazione Wavell. Dopo una parte generale sulla preparazione del conflitto, il volum illustra la genesi e lo svolgimento dell'avanzata su Sidi el Barrani. La prima offensiva britannica in Africa settentrionale (ottobre 1940 - febbraio 1941). Tomo I , narrazione e allegati, pagg. 398, 32 allegati - Tomo II, 24 schizzi cartografici. Ed. 1964. Anche questa monografia utilizza fonti italiane e straniere, soprattutto britanniche. Le vicende operative, incentrate su quattro ben distinti episodi: Sidi el Barrani, Bardia, Tobruk e Beda Fomm, sono accuratamente narrate . I ,a prima controffensiva italo - tedesca in Africa settentrionale (15 febbraio - 18 novembre 1941) - Pagg. 407, 32 allegati, 22 schizzi cartografici. Ed. 1974. Il volume illustra con grande equilibrio di giudizi la brillante offensiva italo-tedesca, inquadrandola sempre nelle vicende generali della guerra. Da rilevare la documentata partecipazione italiana alle operazioni, non sempre riconosciuta da ex alleati ed ex nemici e l'interessante capitolo su Malta ed i problemi del trasporto navale.

Seconda offensiva britannica in Africa Settentrionale e ripiegamento italo-tedesco nella Sirtica Orientale (18 novembre 194117 gennaio 1942) - Pagg. 247, 35 allegati, 24 schizzi cartografici. Ed. 1949. Nel volume sono prese in esame le operazioni dall'inizio dell'offensiva britannica in Marmarica fino al raggiungimento della linea di massimo ripiegamento delle truppe italo-tedesche ed alla caduta dei capisaldi dell'Halfaya, presidiati dalle truppe della Divisione « Savona ». Seconda controffensiva italo-tedesca in Africa Settentrionale da El Agheila a El Alamein (gennaio-novembre 1942) - Pagg. 432, 70 allegati, 26 schizzi, cartografici. Ed. 1951. L'opera esamina il periodo più complesso e più favorevole, sotto il profilo militare, della campagna in A.S. L'importanza e la complessità delle operazioni, le divergenze di vedute ed i conseguenti


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contrasti tra comandi italiani e germanici, le frequenti interferenze politiche ed i personali interventi di Mussolini e di Hitler, conferiscono al volume un particolare interesse specialmente in relazione a taluni affrettati e spesso tendenziosi apprezzamenti sulle operazioni condotte da parte italiana.

Terza offensiva britannica in Africa settentrionale. La battaglia di El Alamein e il ripiegamento in Tunisia (6 settembre 19424 febbraio 1943). Tomo I° narrazione - Pagg. 518, 53 allegati, tomo 2°, 53 schizzi cartografici. Ed. 1961. Argomento della monografia sono gli avvenimenti riguardanti la preparazione della battaglia di El Alamein, lo sviluppo della battaglia stessa ed il successivo ripiegamento delle unità italo-tedesche fino a Mareth. Basato su fonti documentarie non sempre complete - il sistema del Maresciallo Rommel di far ricorso ad ordini « sul tamburo » non ha sempre permesso di ricostruirli con sicurezza il volume si segnala per l'assoluta obiettività dell'esposizione e per la scrupolosa aderenza ai fatti. Operazioni italo-tedesche in Tunisia (11 novembre 1942 - 13 maggio 1943), in due tomi. Tomo 1°: « La ia Armata italiana in Tunisia», pagg. 484, 42 allegati, 27 schizzi cartografici nel testo e 13 carte in busta allegata. Tomo 2°: « Il XXX Corpo d'armata italiano in Tunisia», pagg. 31 O, 34 allegati, 8 schizzi cartografici nel testo e 19 carte in busta allegata. I due tomi non sono monografie vere e proprie, ma riportano le relazioni sugli avvenimenti redatte dai rispettivi comandanti, Maresciallo Giovanni Messe e generale Vittorio Sogno. Tali atti, ben dotati di carte e di schizzi topografici, costituiscono un serio e documentato contributo, non limitato agli avvenimenti militati. Le varie controversie sorte tra italiani, francesi e tedeschi, i rapporti tra i comandanti, le diverse valutazioni sugli scopi da conseguire attraverso i combattimenti difensivi sono infatti trattati con molta chiarezza. FRONTE BALCANICO

Le operazioni delle Unità Italiane in Jugoslavia (1941-1943), pagg. 510, 109 allegati, 20 schizzi topografici, 38 fotografie. Ed. 1978. Il volume documenta le operazioni di invasione della Jugoslavia (aprile 1941) e quelle per il presidio del1e zone occupate fino al settembre 1943. L'opera, basata su lunghe ed accurate ricerche d'ar-


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cHrnsTe novro

d ,ivi P 1· s 11 ,,,, 1111 t· n1 0 confronto delle testimonianze, nonché di p11 hhl irn 1u :ill 'cstcro, rappresenta la prima ricostruzione di 11vv1·11 i111t· n1i 1111Ho controversi, mai però finora esaminati con obiet11 v11 ~ e co 111ple tezza .

qw1111 11

L,1 rnmpagna di Grecia, Tomo 1°, narrazione; Tomo 2°, do965, 336 allegati, 176 schizzi cartografici, 51 fotografie. Ed. 1980. Il tomo relativo alla narrazione si articola su tre parti: i precedenti (prodromi del conflitto, scacchiere operativo, piano operativo italiano, piano operativo greco); la guerra (offensiva italiana, controffensiva greca, battaglia d'arresto, battaglia di Berat, battaglia di Tepeleni, controffensiva italiana in val Deshnices); la conclusione (operazioni sul fronte albanese-jugoslavo, battaglia dell'Epiro, sforzo logistico, attività dei tribunali di guerra, considerazioni conclusive). Trattasi di un'opera rigorosamente documentata che interpreta con obiettività e completezza una delle pagine più amare della storia militare italiana. c111111:n1i ; Tomo 3°, schizzi topografici. Pagg.

FRONTE RUSSO

Alle operazioni delle Unità italiane sul fronte russo l'Ufficio

ha dedicato negli anni 1946 e 1947 due brevi monografie, sostanzialmente precise nella descrizione e nella valutazione dei fatti , anche se necessariamente incomplete in quanto all'epoca l'Ufficio non disponeva della documentazione relativa alle forze tedesche, russe, romene ed ungheresi.

L'8a Armata italiana nella seconda battaglia di fensiva del Don (11 dicembre 1942 - 31 gennaio 1943), pagg. 70, 2 allegati, 15 schizzi cartografici. Ed. 1946. Le operazioni del C.S.I.R. e dell'A.R.M.I.R. dal giugno 1941 all'ottobre 1942, pagg. 211, 5 allegati, 37 schizzi cartografici. Ed. 1947.

In tempi più recenti, 1975-1978, l'Ufficio ha ripreso l'argomento su più ampie basi documentarie, fornendo agli studiosi una versione dei fatti ineccepibile e completa con la pubblicazione dei volumi qui menzionati:

I servizi logistici delle Unità Italiane al fronte russo (19411943), pagg. 436, 108 allegati, 31 schizzi cartografici, 47 fotografie, 10 grafici. Ed. 1975.


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L'opera descrive compiutamente l'organizzazione, l'impianto e il funzionamento dei servizi logistici nello scacchiere operativo. Il volume è di particolare interesse perché la presenza delle forze italiane su quel fronte richiese un impegno logistico particolarmente complesso e delicato. Lo imponevano una serie di circostanze, quali la lontananza dalla madrepatria, la necessità di inserirsi in altri dispositivi, la saltuarietà e la irregolarità delle comunicazioni, l'ampiezza del teatro operativo, che sono accuratamente documentate.

Le operazioni delle Unità Italiane al fronte russo (19411943), pagg. 746, 126 allegati, 43 schizzi cartografici, 32 fotografie. Ed. 1977. Un'esauriente sintesi della guerra combattuta sul fronte orientale apre la monografia e consente <li collocare nella giusta luce e nella reale incidenza il ruolo che in quello scacchiere svolsero le Unità dell'Esercito italiano. Il testo si articola quindi in cinque parti. Nella prima vengono tratteggiati i fattori di indole politica che determinarono l'invio in Russia di nostre truppe; poi è descritto il terreno operativo e sono delineate le caratteristiche delle forze avversarie. La seconda e la terza parte sono dedicate ai grandi fatti d'arme - i balzi offensivi, le battaglie d'arresto, il ripiegamento - che videro impegnati dapprima il C.S.I.R. e successivamente l'A.R.M.I.R. Nella quarta parte viene affrontato un argomento inedito: la attività dei Tribunali militari di guerra istituiti dai nostri Comandi nelle zone occupate; quindi viene illustrata l'assistenza religiosa prestata anche a favore delle popolazioni del luogo in quei territori. La quinta parte tratta le perdite sofferte dalle Unità italiane e le considerazioni conclusive. L'Italia nella relazione ufficiale sovietica sulla seconda guerra mondiale, pagg. 453, 8 schizzi cartografici, 21 fotografie. Ed. 1978. Trattasi della traduzione dal russo per scopi di critica, di parti della « Storia della Grande Guerra Patriottica dell'Unione Sovieti· ca 1941-1945 », edita a Mosca in sei volumi dal 1963 al 1965. Sono stati tradotti i brani che riguardano la presenza di nostre Unità sul fronte :russo, il nostro Paese, ed altri sono stati riassunti in modo più o meno esteso ma tale da delineare lo sviluppo concettuale di tutta l'opera. A questo riguardo in appendice al volume è riportato l'intero indice analitico.


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GUERRA DI LIBE RAZIONE

Le vicende dell'Esercito dopo l'armistizio non sono state oggetto di una sola organica opera, ma narrate in più monografie, a mano a mano che la documentazione acquisita permetteva la trattazione sufficientemente approfondita di un argomento. Per quanto l'Ufficio non consideri terminato il proprio lavoro nel settore, ed anzi abbia in elaborazione parecchi altri volumi per colmare lacune e chiarire punti controversi, è possibile tuttavia affermare che l'apporto determinante dell'Esercito alla guerra di Liberazione sia stato, almeno in una prima analisi, sufficientemente documentato. Esso si svolse attraverso quattro attività di base: - reazioni opposte dalle Forze Armate alle intimazioni e aggressioni tedesche subito dopo la proclamazione dell'armistizio, nel territorio metropolitano e all'estero; - partecipazione di unità delle Forze Armate alla guerra in Italia, a fianco delle Armate alleate operanti sul suolo della Penisola, e impiego di unità ausiliarie italiane a favore degli anglo-americani; - partecipazione alle azioni della resistenza italiana con le formazioni partigiane; resistenza degli internati militari nei campi tedeschi di prigionia. Nell'attività operativa delle unità regolati ed in quella delle formazioni partigiane, va inserita poi la silenziosa e poco conosciuta, ma non per questo meno importante, azione dello Stato Maggiore Generale italiano per lo sviluppo del movimento di liberazione. Di seguito qualche cenno sulle singole monografie. Cefalonia. Pagg. 128, 1 schizzo geotopografico. Ed. 1945.

Il secondo conflitto mondiale non era ancor terminato quando l'Ufficio Storico dette alle stampe questo volumetto per offrire al pubblico una prima informazione sulle drammatiche vicende della Divisione fanteria « Acqui » che nel tragico settembre 1943 presidiava le isole di Cefalonia e di · Corfù. L'importanza dell'episodio, come testimonianza di totale adesione del soldato italiano ai sacri principi dell'onor militare e dell'ubbidienza, è grandissima. Questi principi sono, infatti, la quintessenza del costume morale di ogni Soldato ed assurgono a virtù quando, pur di non tradirli, si è disposti


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ad affrontare una lotta senza scampo ed a pagare il prezzo più alto, quello della propria vita.

La riscossa dell'Esercito. Pagg. 357, 10 schizzi cartografici Ed. 1948. Pubblicazione a carattere divulgativo, ma rispettosa nella sostanza della realtà, che l'Ufficio pubblicò per dare al Paese una prima informazione sulle vicende dell'Esercito prima dell'armistizio e durante la Guerra di Liberazione. Nel volume, coerentemente con il titolo, è sostenuta la tesi che l '8 settembre 1943 segnò il punto finale di una catastrofe dalla quale l'Esercito seppe rinascere a diretta difesa del territorio nazionale e del diritto del popolo italiano di esistere. Le operazioni delle Unità Italiane nel settembre-ottobre 1943, pagg. 765, 34 schizzi cartografici. Ed. 1975. Il volume, che si apre con una trattazione degli antecedenti e reca, in chiusura, una densa appendice documentale, è articolato in tre parti. Nella prima sono narrate le operazioni svoltesi sul territorio nazionale , nella seconda quelle avvenute al di fuori, dalla Slovenia al Montenegro, dalla Corsica alla Grecia. Ogni parte è suddi. visa in capitoli, intitolati ciascuno alle vicende di una Armata o di un Comando autonomo. La terza parte è dedicata agli internati, alle perdite, alle ricompense, al contributo che il risorgente Esercito, in concomitanza col suo impegno nella Guerra di Liberazione, diede al movimento clandestino della Resistenza.

L'azione dello Stato Maggiore Generale per lo sviluppo del Movimento di Liberazione, pagg. 191, 24 tavole f. t. Ed. 1975 . Nel maggio 194 5, pochi giorni dopo la conclusione della guerra in Italia, l'Ufficio Informazioni dello Stato Maggiore Generale riassunse in una relazione densa di fatti e di cifre l'attività che il nostro massimo organo militare aveva svolto a sostegno del movimento partigiano nei territori occupati dai tedeschi. La relazione, pubblicata dall'Ufficio nel trentennale della Liberazione, documenta un'attività poco conosciuta e che servì a sostenere materialmente e moralmente le formazioni partigiane che agivano nell'Italia occupata. Essa si concretò nell'invio di ufficiali di collegamento, di istruttori, di esperti di sabotaggio e di telecomunicazioni, e nel rifornimento accuratamente programmato di armi, munizioni, vestiario, medicinali, mezzi finanziari e di propaganda.


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Il I Raggruppamento Motorizzato italiano (1943 - 1944), pagg. 211 , 56 allegati, II schizzi cartografici, 5 fotografie. Ed. 1949. E' la storia, ampiamente documentata, della prima unità regolare dell'Esercito entrata in linea contro i tedeschi. L'attività operativa del Raggruppamento si può sintetizzare e riassumere in due nomi: Monte Lungo e Monte Marrone, combattimenti minori se visti nel quadro della seconda guerra mondiale, ma di grandissima importanza per la ripresa morale dell'Esercito e della Nazione. Il Corpo Italiano di Liberazione (aprile-settembre 1944), pagg. 340, 68 allegati, 22 schizzi cartografici, 8 fotografie. Ed. 1950. Anche questo volume è la storia rigorosamente documentata di un corpo di truppe italiane, il C.I.L., che operò con successo a fianco degli Alleati e che scrisse a Filottrano una bella pagina di storia militare. Le vicende del C.I.L., narrate sempre con obiettività, chiariscono bene il clima di incertezza dell'epoca e forniscono un contributo determinante aJla conoscenza del periodo. I Gruppi di Combattimento, pagg. 548, 82 allegati, 24 schizzi cartografici, 3 3 fotografie. Ed. 1951. Nella monografia è contenuta la narrazione delle vicende di cui furono protagonisti i Gruppi di Combattimento (Cremona, Friuli, Folgore, Legnano, Mantova, Piceno) che l'Esercito potè mettere in campo contro i tedeschi solo dopo tenaci insistenze e laboriose discussioni con gli Alleati. Dopo alcune note introduttive sulla genesi dei reparti, la narrazione prosegue articolata in sei parti, ognuna delle quali è dedicata ad un Gruppo di Combattimento. Opera molto accurata e scrupolosamente documentata, è fondamentale ai fini di una sicura informazione sull'attiva partecipazione delle truppe italiane alla Guerra di Liberazione. Le unità ausiliarie dell'Esercito italiano nella Guerra di Liberazione, pagg. 307, 54 allegati, 20 fotografie . Ed. 1977. Il volume tratta delle Unità ausiliarie del nostro Esercito che vennero impegnate nella guerra di Liberazione. Se ne descrive la opera apparentemente oscura, ma il cui rilievo si manifesta in tutta la sua evidenza sol che si rifletta sul peso che nel contesto delle guerre moderne ha il fattore logistico. Nel caso particolare poi la attività delle Unità ausiliarie -- che ripararono strade e ferrovie, porti ed aeroporti, comunicazioni telegrafiche e telefoniche, ripristinarono servizi sociali, bonificarono vaste zone minate - agevolò


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pure la ripresa e la normalizzazione della vita civile, con benefici notevoli per l'intera popolazione. La Guerra di Liberazione - Scritti nel trentennale, pagg. 223, 25 tavole f. t. Ed. 1976. La pubblicazione riunisce gli articoli apparsi sulla Rivista Militare nel 1975, opportunamente completati con stralci degli interventi effettuati dall'Ufficio a vari Convegni di studio sulla Resistenza. La narrazione inizia rievocando la cronaca dei contatti che culminarono nell'armistizio di Cassibile e mettendo in evidenza, con riferimenti ad una vasta documentazione, la gravità dell'equivoco sulla data dell'armistizio. Il volume procede in seguito con l'esame dell'apporto delle Forze Armate alla lotta per la Liberazione, incentrando l'indagine su quattro argomenti: reazione opposta alle intimidazioni ed alle aggressioni tedesche, immediatamente dopo l'armistizio, nel territorio metropolitano ed all'estero; partecipazione delle nostre Unità alla guerra in Italia a fianco degli Alleati; contributo dello Stato Maggiore Generale e partecipazione dei singo.li militari alla resistenza nell 'ambito delle formazioni partigiane; resi stenza degli internati nei campi di prigionia tedeschi. L'armistizio con l'Italia in base alle relazioni ufficiali angloamericane, pagg. 107. Trattasi di un ampio saggio di Massimo Mazzetti, inserito nelle « Memorie storiche militari 1978 », che analizza con grande rigore, sulla base di pubblicazioni ufficiali anglo-americane spesso sconosciute in Italia, la genesi delle dure clausole dell'armistizio.


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Appendice A

ELENCO DELLE PUBBLICAZIONI PRINCIPALI RELATIVE AL RISORGIMENTO, ALLE GUERRE COLONIALI E AD ARGOMENTI VARI

I. OPERE RELATIVE AL RISORGIMENTO

Gli avvenimenti militari del 1848-49. Relazioni e rapporti finali sulla campagna del 1848 nell'Alta Italia:

Vol. I, II e III. Relazioni e rapporti finali sulla campagna del 1849 nell'Alta Italia. La cam paf!.na del 1849 nell'Alta Italia. La spedizione sarda in Crimea nel 1855-56. 1859 - L'armata sarda a San Martino. La guerra del 1859 per l'indipendenza d'Italia: Vol. I e II. La campagna di Garibaldi nell'Italia meridionale (1860). L'assedio di Gaeta e gli avvenimenti del 1860-1861 nell'Italia meridionale. La battaglia di Castelfidardo (18 settembre 1860). Castelfidardo e la campagna delle Marche e dell'Umbria. La campagna delle Marche e dell'Umbria. La campagna del 1866 in Italia: Vol. I e II. Complemento alla storia della campagna del 1866. Custoza (1866). La Legione Ungherese in Italia (1859-1867). Garibaldi condottiero. Il primo passo verso l'unitĂ d'Italia. 1848-1948 - nel Centenario. Scritti sul 1860 nel Centenario. Un'immagine insolita del Risorgimento. Manfredo Fanti. La battaglia del V o/turno.


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2. OPERE RELATIVE ALLE GUERRE COWNIALI

L'azione dell'Esercito italiano nella guerra italo-turca. Campagna di Libia (1911-1912): Vol. I, II, III, IV e V. Manuale di storia politico-militare delle colonie italiane. Guerre coloniali - Medaglie d'oro del R. Esercito. Storia militare della Colonia Eritrea: Voi. I, Il, e II bis. Adua. Relazione sull'attivitĂ svolta per l'esigenza A.O .. Somalia: - Voi. I - Dalle origini al 1914; - Voi. II - Dal 1914 al 1934 (con appendice sul Corpo di di Sicurezza italiano nell'ambito dell'A.F.I.S.).

La campagna 1935-36 in A.O.: Vol. I - La preparazione militare.

3. OPERE STORICHE VARIE

Momenti di storia balcanica. Gli italiani in Russia nel 1812. Documenti italiani sulla guerra russo-giapponese (1904 -1905). Note e relazioni di viaggio nei Balcani. Gli italiani in Germania nel 1813. Le armi toscane e le occupazioni straniere in Toscana (1537-1860):

Vol. I, II

e

III.

I confini di Stato nella legislazione internazionale. Storia documentata dei confini del Regno d'Italia: Voi. I - Confine italo-francese; Voi. II - Confine italo-svizzero; Voi. III - Confine italo-austriaco; Vol. IV - Confine italo-jugoslavo. L'organica militare tra le due guerre mondiali 1814-1914. L'esercito del vecchio Piemonte 1560-1859. Sunti storici dei principali corpi. L'esercito del vecchio Piemonte. Ordinamenti: Parte I 1560-1814, Parte II 1814-1859. Raimondo Montecuccoli capitano e scrittore.


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La manovra napoleonica di Ulm (1805). La spedizione italiana in Cina (1900-1901). Saggi di storia etico-militare. Fotografie militari. L'Esercito nell'arte. Le prime uniformi dell'Esercito italiano. Gli italiani in Illiria e nella Venezia (1813-1814). Guida bibliografica di cultura militare. L 'Esercito per il Paese. Cronache militari e marittime del Golfo di Napoli e delle isole pontine durante il decennio francese (1806-1815). Gli ufficiali di SM caduti in guerra. L 'Esercit o italiano dal I Tricolore al I Centenario. Cesare dice ... Storir, dell'osservazione aerea d ell'Esercito. L' l:.rcrcilo italiano dall'UnitĂ alta grande guerra (1861-1 918). '/'ril)(/11ale Speciale per la di/esa dello Stato - Decisioni emesse nel / 927. L<' de{'()razioni al valore dei regni di Sardegna e d 'Italia. Le d ecorazioni al valore della repubblica italiana.


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Appendice B

ELENCO DELLE PUBBLICAZIONI RELATIVE ALLA PRIMA GUERRA MONDIALE

1. L'ESERCITO ITALIANO NELLA GRANDE GUERRA 1915-1918

RELAZIONE UFFICIALE

Vol. I. - Le forze belligeranti (Narrazione). Vol. I. bis - Le forze belligeranti (Allegati). Vol. II . - Le operazioni del 1915 (Narrazione). Vol. II. bis. - Le operazioni del 1915 (Documenti). Vol. II tet . - L e operazioni del 1915 (Carte e schizzi) .

Voi. ll1. Tomo Tomo Tomo

Le operazioni del 1916. 1 ° Gli avvenimenti invernali (Narrazione). 1° bis: Gli avvenimenti invernali (Documenti).

2°: Offensiva austriaca e controffensiva italiana in Trentino. Contemporanee operazioni sul resto della fronte (maggio-luglio 1916) (Narrazione). Tomo 2° bis: Offensiva austriaca e controffensiva italiana in Trentino. Contemporanee operazioni sul resto della fronte (maggio-luglio 1916) (Documenti). Tomo 2° ter: Offensiva austriaca e controffensiva italiana in Trentino. Contemporanee operazioni sul resto della fronte (maggio-luglio 1916) (Carte, panorami e schizzi).

Tomo 3°: La battaglia di Gorizia. L'offensiva autunnale. Contemporanee azioni sul resto della fronte (agosto-dicembre 1916) (Narrazione). Tomo 3° bis: La battaglia di Gorizia. L'offensiva autunnale. Contemporanee azioni sul resto della fronte (agosto-dicembre 1916)" (Documenti). Tomo 3° ter: La battaglia di Gorizia. L'offensiva autunnale. Contemporanee azioni sul resto della fronte (agosto-dicembre 1916) (Carte, panorami e schizzi).

4. • Memorie


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Vol. IV. - Le operazioni del 1917. Tomo 1°: L'ampliamento dell'Esercito nell'anno 1917. Gli avvenimenti dal gennaio al maggio (Narrazione). Tomo 1° bis: L'ampliamento dell'Esercito nell'anno 1917. Gli avvenimenti dal gennaio al maggio (Documenti). Tomo 1° ter: L'ampliamento dell'Esercito nell'anno 1917. Gli avvenimenti dal gennaio al maggio (Carte, panorami e schizzi). Tomo 2°: Gli avvenimenti dal giugno al settembre 1917 (Narrazione). Tomo 2° bis: Gli avvenimenti dal giugno al settembre 1917 (Documenti). Tomo 2° ter: Gli avvenimenti dal giugno al settembre 1917 (Carte, panorami e schizzi). Tomo 3°: Gli avvenimenti dall'ottobre al dicembre 1917 (Narrazione). Tomo 3° bis: Gli avvenimenti dall'ottobre al dicembre 1917 (Documenti). Tomo 3° ter: Gli avvenimenti dall'ottobre al dicembre 1917 (Carte, panorami e schizzi).

Vol. V. - Le operazioni del 1918. Tomo 1 °: Gli avvenimenti dal gennaio al giugno 1918 (Narrazione). Tomo 2°: Gli avvenimenti dal gennaio al giugno 1918 (Documenti). Tomo 1 ° ter: Gli avvenimenti dal gennaio al giugno 1918 (Carte).

Vol. VI. - Le istruzioni tattiche del Capo di S.M. dell'Esercito. Tomo 1°: Le istruzioni tattiche del Capo di S.M. dell'Esercito negli anni 1914, 1915, 1916. Tomo 2°: Le istruzioni tattiche del Capo di S.M. dell'Esercito negli anni 1917 e 1918.

Vol. VII - Le operazioni fuori del territorio nazionale. Tomo 1°: Il Corpo di spedizione italiano in Estremo Oriente. Tomo 2°: Soldati d'Italia in terra di Francia (Narrazione).


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Tomo 2° bis: Soldati d'Italia in terra di Francia (Documenti). Tomo 2° ter: Soldati d'Italia in terra di Francia (Tabelle, carte e schizzi). 2. MONOGRAFIE RELATIVE A PARTICOLARI OPERAZIONI

La conquista del Monte Nero. La conquista di Gorizia. La conquista del Col di Lana. La difesa del Pasubio e del Corno Battisti. La conquista del Passo della Sentinella. Come si giunse a Monte Nero. La conquista di Plava. Sabotino. Monte Pasubio. La guerra sul ghiacciaio (1). L, ht1llnglit1 d'arresto sull'Altipiano di Asiago. C:011 la 4" /Innata alla prima difesa del Grappa. La 65" divisione ( 15 luglio - 31 ottobre 1917). La conquista delle Alpi di Fassa. Dal piede alla cima del Col di Lana. La lotta sul Grappa. L'Italia e la fine della guerra mondiale (Villa Giusti). L'azione militare italiane nella guerra mondiale. Esame critico di giudizi stranieri. Deus et su Re (2). D'inverno in trincea (3) La brigata Tevere dal Carso al Piave. Davanti a San Martino del Carso con la Brigata Pisa (4). ( 1) Riporta esempi di operazioni in alta montagna con particolare riferimento ai combattimenti sull'Adamello (dal 1915 al 1918) e alla conquista del Corno di Cavento ( 15 giugno 1917 ). (2) Riguarda l'attività operativa della Brigata « Sassari» durante i quattro anni della prima guerra mondiale. (3) Tratteggia episodi caratteristici della guerra di trincea nella zona isontina, da Plava a Gorizia. (4) Riguarda l'a ttacco austriaco del 29 giugno 1916 condotto con l'impiego di gas asfissianti.


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Coi legionari italiani al fronte italiano e tn Slovacchia. Con 1'82° fanteria sul Piave. La sorte di una bandiera (l). Dalla Bainsizza al Piave al comando del XIV Gruppo cannoni da 105. 3. DATI ORDINATIVI SUI CORPI

SULLE GRANDI

UNITA'

E

CENNI

STORICI

Le grandi unità nella guerra italo-austriaca 1915-1918.

Vol. I: Casa militare di S.M. il Re - Comando Supremo - Armate · Corpi d'armata - Corpi speciali - Corpi di spedizione.

V01. II: Divisioni di fanteria - Divisioni speciali - Divisioni di cavalleria - Truppe alleate in Italia. Riassunti storici dei Corpi e Comandi nella guerra 1915-1918.

Vol. l. - Brigata granatieri - Brigate di fanteria: Re, Piemonte, Aosta, Cuneo, Regina, Casale, Pinerolo, Savona, Acqui.

Vol. II. - Brigate di fanteria: Brescia, Cremona, Como, Bergamo, Pavia, Pisa, Siena, Livorno, Pistoia, Ravenna, Bologna, Modena, Forlì.

Vol. III. - Brigate di fanteria: Reggio, Ferrara, Parma, Alpi, Umbria, Marche, Abruzzi, Calabria, Sicilia, Cagliari, Valtellina, Palermo, Ancona, Puglie.

Vol. IV. - Brigate di fanteria: Lombardia, Napoli, Toscana, Roma, Torino, Venezia, V erona, Friuli, Salerno, Basilicata, Messina, Sassari, Liguria, Arezzo, Avellino.

Vol. V. - Brigate di fanteria: Udine, Genova, Piacenza, Mantova, Treviso, Padova, Emilia, Macerata, Chieti, Spezia, Firenze, Perugia, Lazio, Benevento, Campania, Barletta.

Voi. VI. - Brigate di fanteria: Bari, Catanzaro, Taranto, Catania, Caltanissetta, Trapani, Novara, Alessandria, M ilano, Ivrea, Lucca, Sesia, Tanaro, Lambro, Taro e 165a reggimen~o fanteria. ( 1) Si riferisce alla partecipazione della Brigata « Reggio» alle operazioni sul Piave e ricorda le fortuose vicende dell?. bandiera del 46° reggimento fanteria durante il ripiegamento dell'autunno 1917.


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Vol. VII - Brigate di fanteria: Bisagno, Pescara, Arno, Tevere, Volturno, Sele, Jonio, Etna, Rovigo, Campobasso, Lario, Piceno, Grosseto, Pesaro, Teramo, Cosenza, Siracusa. Vol. VIII. - Brigate di fanteria: Girgenti, Pallanza, Massa Carrara, Porto Maurizio, Veneto, Tortona, Murge, Elba, Gaeta, Lecce, Caserta, Aquila, Potenza, Belluno, Vicenza, Foggia e 313° reggimento Fanteria. Vol. IX. - Bersaglieri (divisioni, brigate, reggimenti, battaglioni). Vol. X. - Alpini. Parte I: Divisioni, raggruppamenti, gruppi. Parte II: Reggimenti e battaglioni. 4. I DECORATI DI MEDAGLIA D'ORO AL VALOR MILITARE

G uerra italo-austriaca 1915-1918 - Le Medaglie d'Oro. Le Le Le Le Le

Medal!,lic Mcdap/ie Medaglie Medaglie Medaglie

d'Oro d'Oro d'Oro d'Oro d'Oro

-

Volume primo: 1915. Volume secondo: 1916. Volume terzo: 1917. Volume quarto: 1918. Appendice.

5 . RELAZIONI UFFICIALI ED OPERE STRANIERE

Archivio di Stato germanico: La guerra mondiale 1914-1918. Vol. I. - Le battaglie di frontiera nell'Ovest. Vol. II. - La liberazione della Prussia Orientale. Vol. III. - La campagna della Marna. Dalla Sambra alla Marna. Voi. IV. La campagna della Marna. La battaglia. Voi. V. - La campagna autunnale (I parte). Voi. VL - La campagna autunnale (Il parte). Voi. VII. - Gli avvenimenti dell'inverno 191 4-1915 e della primavera 1915.


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ORESTE BOVIO

Vol. VIII. - Gli avvenimenti dell'Ovest in primavera e nell'estate 1915. Nell'Est dalla primavera sino alla fine del 1915.

Vol. IX. - Le operazioni del 1915. Gli avvenimenti nell'Ovest e nei Balcani dall'estate sino alla fin e detl'anno . Vol. X. - Le operazioni dell'anno 1916 fino al cambiamento del Comando Supremo. Archivio di guerra di Vienna: L 'ultima J!.uerra dell'Austria-Ungheria 1914-1918.

Vol. I e I bis. - L'anno di p,uerra 19 14. Voi. II e II bis. - L'a11110 di guerra 19 15, smo alla fine dell'estate. Vol. III e III bis. - L'anno di 11.11crra 19 15, dalla fine dell'estate alla fine dell'anno . Vol. IV e IV bis. - L'anno di p..11crra 1916. Gli avvenimenti dal gennaio alla fine di lug,lin . Archivio Storico ungherese: La guerra mondiale 191 4-1918 con particolare riguardo all'Unf!,hcria cd all 'azione svolta dalle truppe ungheresi Âť. Vol. I. - Sguardo retrospettivo. Lo scoppio della guerra mondiale. Avvenimenti al fro nte rus.w fino al 20 agosto .1914.

Ufficio Storico britannico: Storia delta f!.Ytmde guerra sulla base dt documenti ufficiali e sotto la direzione d ell'U /licio Storico del Comitato per la difesa imperiale. Vol. I e I bis. - Le operazioni militari in Egitto e Palestina dall'apertura delle ostilitĂ con la G ermania fino al giugno 1917. Gen. Gurko: Memorie della guerra e della rivoluzione russa. Gen. Hindenburg: Dalla mia vita. Gen. Falkenhayn: Il Comando S upremo tedesco dal 1914 al 1916 nelle sue decisioni piĂš importanti. Gen. Falkenhayn: La campagna della 9" armata contro i Romeni ed i Russi (1916-1917).


APPORTO DELL'UFFICIO STORICO DELLO SME

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6. OPERE VARIE

Le relazioni tra i Capi di S.M. della Triplice. La campagna austro-serba del 1914 (agosto-dicembre 1914). La mobilitazione e lo sviluppo dell'esercito germanico durante la guerra mondiale 1914-1918. Il generale Falkenhayn (Profilo). Testimonianze straniere sulla guerra italiana 1915-1918. L'Esercito italiano nel primo dopoguerra 1918-1926. L'industria italiana nella grande guerra. L'Esercito italiano nella prima guerra mondiale. Immagini. Le truppe indiane in Albania (1914-1920 e 1939). Riassunto della relazione ufficiale austriaca sulla guerra 1914-1918. Riassunto dei primi otto volumi della relazione sulla guerra mondiale 1914-1918 dell'Archivio di Stato germanico. 19 16: Stra/cxpedition (1). ( 11 hat111gJia di Gorizia ( 1) . I 9 17: l/11 sop,t10: Carzano (1) . / ,',111110 di Caporetto (1). V itlorio Veneto. Valore e significato ( 1). Il Generale Alfredo Dallo/io nella prima guerra mondiale (2). Note all'interpretazione interventista della !!,rande guerra (3 ). Guglielmo Pecori-Giraldi Governatore Militare del Trentino, Ampezzano e Alto Adige (4). La missione militare italiana in Russia e il rimpatrio dei prigionieri di guerra (5).

(1) Saggio, pubblicato nel volume Saggi di Storia etico-militare, del Gen. Ferdinando di Lauro. (2) Saggio di Vincenzo Gallinari pubblicato nel volume miscellaneo Memorie storiche militari 1977. (3) Saggio di Massimo Mazzetti pubblicato nel volume miscellaneo Memorie storiche militari 1979. (4) Saggio di Umberto Corsini pubblicano nel volume miscellaneo Memorie storiche militari 1979. (5) Saggio di Antonello F.M. Biagini pubblicato nel volume miscellaneo Memorie storiche militari 1979.


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APPORTO DllLL'UFFICIO STORICO DELLO SME

Appendice C

ELENCO DELLE PUBBLICAZIONI RELATIVE ALLA SECONDA GUERRA MONDIALE

1. OPERE DI CARATIERE GENERALE

Cronologia della seconda Guerra Mondiale. Saggio bibliografico sulla seconda Guerra Mondiale - Volumi I, II,

III e IV. Saggio bibliografico sulla seconda Guerra Mondiale e conflitti successivi - Volumi V, VI e VII. Bibliografia della seconda Guerra Mondiale. Bollettini di guerra d el Comando Supremo (1940-1943) . I .a riscnssa dell'Esercito. /,' Eçercito italùmo tra la prima e la seconda Guerra Mondiale. l, ' /~·seffil o italiano alla viyjlia della seconda Guerra Mondiale. Gli ufficiali di Stato Maggiore caduti in guerra. L'Esercito e i suoi Corpi - Volumi I , II e III, tomo I. Storia dell'osservazione aerea dell'Esercito. La guerra italiana in Africa Settentrionale (1940-1943). Saggio bibliografico ( 1). Condizioni d'impiego delle forze sul fronte russo (2). Il potere aereo nella seconda Guerra Mondiale (3). L'Esercito italiano di fronte alle persecuzioni razziali (4) . L'Italia e la Corsica nella seconda Guerra Mondiale (5) . (1) Saggio di Lucio Ceva, pubblicato nel n. 39/1978 della Revue Inter. nationale d'Histoire Militaire. ' (2) Saggio di G iuseppe Inaudi, pubblicato nel n. 39/1978 della Revue Intemationale d'Histoire Militaire. (3) Saggio di Sebastiano Licheri, pubblicato nel n. 39/1978 della Revue Internationale d'Histoire Militaire. (4) Saggio di Salvatore Loi, pubblicato nel n. 39/1978 della Revue Internationale d'Histoire Militaire. (5) Saggio di Rinaldo Cruccu, pubblicato nel volume miscellaneo « Memorie Storiche Militari 1977 ».


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-......

ORESTE BOVIO

La Divisione Fanteria « D'Africa >> ( 6). Ricordi d'Albania (7). L'armistiz.ìo con l'Italia in base alle relazioni ufficiali anglo-americane (8). Il Generale Umberto Utili nella Guerra di Liberazione (9). Sardegna, settembre 1943 (10). Errori strategici tedeschi nel secondo conflitto mondiale (10). L'ideologia della guerra industriale (11). La notte più lunga.

2. MONOGRAFIE

La battaglia delle Alpi Occidentali. Le operazioni del giugno 1940 sulle Alpi Occidentali. In Africa Settentrionale - La preparazione al conflitto. L'avanzata su Sidi el Barrani (ottobre 1935 - settembre 1940). La prima offensiva britannica in Africa Settentrionale (ottobre 1940 febbraio 1941). La prima controffensiva italo-tedesca in Africa Settentrionale (15 febbraio - 18 novembre 1941). Seconda offensiva britannica in Africa Settentrionale e ripiegamento italo-tedesco nella Sirtica Orientale (18 novembre 1941 17 gennaio 1942). Seconda controffensiva italo-tedesca in Africa Settentrionale da El Agheila a El Alamein (gennaio - novembre 1942).

( 6) Saggio di Franco dell'Uomo, pubblicato nel volume miscellaneo « Memorie Storiche Militari 1977 ». (7) Saggio di Ugo Branca, pubblicato nel volumé miscellaneo « Memorie Storiche Militari 1977 ». (8) Saggio di Massimo Mazzetti, pubblicato nel volume miscellaneo « Memorie Storiche Militari 1978 ». (9) Saggio di Gabrio Lombardi, pubblicato nel volume miscellaneo « Memorie Storiche Militari 1978 ». ( 10) Saggio, pubblicato nel volume « Saggi di storia etico-militare » del gen. Ferdinando di Lauro. ( 11) Saggio di Raimondo Luraghi, pubblicato nel volume miscellaneo « Memorie Storiche Militari 1980 ».


APPORTO DELL'UFFICIO STORICO DELLO SME

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Terza offensiva britannica in Africa Settentrionale. La battaglia di El Alamein e il ripiegamento in Tunisia (6 settem bre 1942 4 febbraio 1943). Operazioni italo-tedesche in Tunisia (11 novembre 1942 - 13 maggio 1943). L e operazioni delle Unità italiane in Jugoslavia (1941-1943) . La campagna di Grecia. L '8a Armata italiana nella seconda battaglia difensiva del Don (11 dicembre 1942 - 31 gennaio 1943). L e operazioni del C.S.I.R. e dell'A.R.M.I.R. dal giugno 1941 all'ottobre 1942). I servizi logistici delle Unità italiane al fronte russo (1941-1943 ). Le operazioni delle Unità italiane al fronte russo (1941-1943). L'Italia nella R elazione ufficiale sovietica sulla seconda Guerra Mondiale. Cc/alonia. L,· 0J1crt1zio11i ddlc Unità italiane nel settem bre-ottobre 1943. I .'rn.i1111c ddlo Staio Maggiore G enerale per lo svilu ppo del Moviwc11/o di Liberazione. Il I Rt1J!.J!.ruppamento Motorizzato italiano (1943-1944) . Il Corpo I taliano di Liberazione (aprile-settembre 1944). I Gruppi di Combattimento. Le unità ausiliarie dell'Esercito italiano nella Guerra di Liberazione. La Guerra di Liberazione - Scritti nel Trentennale.


PIERO DEL NEGRO

GUERRA PARTIGIANA E GUERRA DI POPOLO NEL RISORGIMENTO

La lotta di liberazione dell'Italia dal nazifascismo è stata spesso battezzata, soprattutto prima che s'imponesse il termine, di matrice francese, di Resistenza, ~econdo Risorgimento (1). La diffu. sione di quest'ultima etichetta, se appare per un verso una conferma della tesi di Edgar L. Doctorow che la storia non è che <:< una progressiva sofisticazione di metafore» (2), ha d'altra parte favoi-itu l'i11clinazione a misnrare il primo Risorgimento con il metro dc..· I sn:u11du. Si muove in questa ditezione il libro di un ex-partigiano, Egid io Liberti , sulle 'l'ecniche della guerra partigiana nel Risorgimento (3). Il volume ripropone quattro testi sulla guerriglia, cui è attribuita, nel sottotitolo, la qualifica di mazziniani. In realtà si tratta di scritti che devono essere riferiti ad uno schieramento politico meno parrocchiale. Indiscutibilmente mazziniano è il conte Carlo Bianco di Saint-Jorioz, autore del Manuale pratico del rivoluzionario italiano (1833), ma altrettanto indiscutibilmente fuori dell'area mazziniana va collocato l'anonimo ufficiale, che aveva combattuto in Spagna sotto le bandiere napoleoniche e che nel 1821 fece pervenire alla rivista « La Minerva Napolitana » un saggio sulla guerra dei· « Parteggiani ». Quanto al patriota che si nascon. deva dietro la sigla C.C. e che pubblicò sull'« Amico del popolo italiano», un periodico dell'emigrazione che uscì a Marsiglia nel 1832, l'articolo Ristrettissimi mezzi grandiosi risultamenti, nulla indica una sua qualche relazione con Mazzini. Infine, con Enrico (1) ROBERTO BATTAGLIA, Primo e secondo Risorgimento, in Risorgimento e Resistenza, a rura di ERNESTO RAGIONIERI, Roma 1964, pp. 21-32. (2) « La Repubblica », 22 aprile 1976. (3) EGIDIO LIBER'fl, Tecniche della guerra partigiana nel Risorgimento. Testi di autori mazziniani raccolti e pubblicati con uno studio introduttivo, Firenze 1972 (d'ora in poi: LIBERTI, Tecniche cit.).


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Gentilini, del quale Liberi i ri stampa la Guerra degli stracorridori o guerra guerriata (1 848), ci si inoltra nel campo del socialismo utopistico, un terreno che confina, ma non si confonde con il radicalismo piccolo-borghese d<.:I ligure. Precede la pari e documentaria di Tecniche della guerra partigiana nel Risorp,i111e11to uno « studio introduttivo », che calamita altri e ben pi L1 sos Lanziali rilievi. Liberti dapprima isola la guerra partig iana come tecnica strettamente militare-operativa praticata da corpi irregolari o da di staccamenti tratti da eserciti convenzionali (è il tema della prima de lle cinque sezioni, nelle quali si suddivide lo studio introduttivo) e successivamente segue la pista che lo conduce ad inserire la gue rra partigiana nella guerra di popolo. Lungo tale percorso Liberti impiega due p arametri metodologici alquanto discutibili : I ) se si esclude la prima sezione, le altre sono costruite mediante blocchi crono logici privi di una qualche base unitaria, sia essa tecnico-militare o ideologica ; 2) Liberti agita ndlo stesso shaker pensiero e azione, senza rendersi conto del fatto che i due piani procedono generalmente ciascuno per proprio conto. Ad esempio nel blocco crono logico 1775-1813 sono insaccate, sotto l'etichetta La tecnica della guerra partigiana verso la guerra di popolo, la gue rra d 'indipendenza americana, la Vandea e gli Chouans, la insurrezione polacca del 1794 , le insorgenze popolari dell'Italia meridionale del 1799 e Jel 1806-J 807 e, infine, la guerra d'indipendenza spagnola del 1808-1813. In tal modo episodi trono-e-altare sono affianca ti a episodi ri voluzionari, vicende contrassegnate da una guerra partigiana « pura » (pri va cioè delJ 'a iu to di eserciti tradizionali) sono poste accanto a vicende, che v ide ro le bande partigiane appoggiate da truppe regolari. La commistione di pensiero e di azione induce Liberti a non attribuire molta attenzione ad un fotto tanto importante quanto paradossale: dopo i] 1815 i rivoluzio nari italiani di scussero spesso e volentieri di guerra p artigiana, ma, salvo in alcune circostanze del tutto eccezionali, non furono mai in grado di condurre una vera e propria guerra per bande. Al contrario i reazionari , mentre non si preoccuparono di offrire analisi teoriche della guerra partigiana , la monopolizzarono sul piano della prassi. Un chassé-croisé che, da un angolo diverso e per un periodo più circoscritto, è stato sottolineato da Eric. J. Hobsbawm: « è significativo il fatto che la tattica militare, che nel nostro secolo ha assunto tutte le caratteristiche di un'attività rivoluzionaria la guerriglia o lotta partigiana - fosse tra il 1792 e il 1815 una prerogativa pressoché esclusiva


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della fazione antifrancese. Nella Francia stessa gli chouans della Vandea e della Bretagna continuarono la loro guerriglia realista, con qualche interruzione, dal 1793 al 1802. All'estero, nel 1798-99, i briganti dell'Italia meridionale furono probabilmente i pionieri della guerriglia popolare antifrancese » ( 4). Che il discorso dei patrioti italiani sulla guerra partigiana si sia esaurito in analisi e progetti destinati ad esercitare un'influenza quanto mai limitata sulla prassi rivoluzionaria, risulta del resto chiaro, qualora si cerchi di collocare gli scritti dei teorici della guerriglia nel loro contesto politico. L'articolo apparso sulla « Minerva Napolitana », lanciando un progetto di difesa ad oltranza del regno delle Due Sicilie e del suo assetto politico liberale, si faceva portavoce di esigenze strategiche che il governo napoletano del 1821, un governo dominato dai carbonari moderati e dagli ex-funzionari murattiani e che, per di più, stava conducendo per proprio conto una gue rra repressiva contro la Sicilia, non poteva in alcun modo accoglic rc. fou il fallimento delle rivoluzioni del 1820-21, fallimento militar<.: 0 11 re che politico, che convinse Bianco deJla necessità di 1111:1 1111ovn impostnzionc politico-militare del problema della gueri-:1 cl 'incli1wndcnza. Del pari l'esito negativo dei moti del 1831 fu all'o riginc dei tenta tivi di rilanciare la guerriglia promossi da C.C e da Nicola Fabrizi, da Mazzini e da Bianco. Tuttavia quando, nel 1834, Mazzini e Bianco ritennero giunto il momento di passare all 'azione, il loro progetto fu di fatto una riedizione di quel modello giacobino della guerra di liberazione, che aveva avuto come suo incunabolo il piano Buonarroti del 1796 e che puntava su una spedizione appoggiata, all'interno del paese da affrancare, da una quinta colonna di patrioti. A ben vedere, soltanto Fabrizi riuscì a saldare, negli anni intorno al 1843, analisi teorica e programmi politici: ma gli episodi insurrezionali che ispirò o diresse, in particolar modo nelle Romagne, non ebbero molta fortuna e le bande, alquanto atipiche, che vi si formarono, in qualche caso sotto la guida della nobiltà locale, furono disperse senza alcuna difficoltà dal governo pontificio. La contrapposizione tra un dibattito sulla guerriglia spesso suggestivo e una prassi largamente fallimentare venne meno dopo il 1848-49, ma nel senso che, come ha giustamente sottolineato Dou-

(4) ERic p. 119.

J.

HoBSBAWM,

Le rivoluzioni borghesi 1789-1848, Milano 1963,


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PIERO DEL NEGRO

glas Scotti (5), i teonc1 militari progressisti accantonarono la tesi, fino allora prevalente, che affermava la coincidenza tra guerra di popolo e guerra partigiana. Dopo le esaltanti « giornate » quarantottesche, in campo democratico si ritenne, in linea generale, che lo obbiettivo della guerra di popolo potesse essere raggiunto sulla base dei nuovi rapporti tra esercito e società, che costituivano il nocciolo del progetto della Nazione Armata (Cattaneo, Pisacane, Macchi, Allemandi, Garibaldi seguirono, secondo prospettive e in ambiti diversi, questa linea; all'elenco si può forse aggiungere anche il D'Ayala di Degli eserciti nazionali e, per un certo verso, perfino De Cristoforis), mentre i moderati più aperti si limitarono ad attribuire alle bande una funzione ausiliaria nei confronti dell'esercito regolare (La Masa). Soltanto Mazzini continuò a lanciare la parola d'ordine della guerra per bande: peraltro, quando si trattò, nel 1853 e nel 1857, di passare dagli slogans ai progetti rivoluzionari, il partito d'azione puntò soprattutto sulle insurrezioni urbane, vale a dire su una riproposta dei moti che avevano caratterizzato il biennio rivoluzionario. D'altra parte lo stesso Liberti, includendo nella sua antologia quattro testi che coprono l'arco 182148 , riconosce implicitamente che dopo quest'ultima data il dibattito sulla guerra partigiana proseguì, se e quando proseguì, in forme più stanche e ripetitive. Infine, che il termine ad quem del dibattito sia il 1848, può essere confermato da un'attenta lettura della Guerra degli stracorridori di Gentilini. A detta di Liberti, « il Gentilini non prospetta alcuna collaborazione delle formazioni partigiane con forze armate regolari del proprio paese o con quelle di paesi amici. Egli non parla mai di eserciti regolari. Nel quadro strategico nel quale implicitamente si muove e combatte la sua forza armata di stracorridori questa è del tutto autonoma» (6). In (5) VITTORIO DouGLAS ScoTTI, Là guerriglia negli scrittori risorgimentali « Il Risorgimento», XXVII (1975), n. 3, pp. 93-122 (un saggio molto importante, soprattutto per la riscoperta del pensiero di Nicola Fabrizi sulla guerriglia). (6) LIBERTI, Tecniche cit., p. 197. Un'altra lettura non pertinente di Liberti riguarda Pisacane. Dopo aver deplorato l'avversione dell'ufficiale napoletano nei confronti della guerriglia, Liberti ritiene di scorgere una contraddizione tra le proposte della relazione Sul momentaneo ordinamento dell'esercito Lombardo in aprile 1848 e le tesi della Guerra combattuta in Italia negli anni I 848-49. Nella relazione, secondo Liberti, Pisacane, « lungi dall'affermare la inutilità e la dannosità dei corpi volontari, postulava, razionalmente, la necessità di riorganizzarli per il meglio» (T ecniche cit., p. 321). Un'affermazione che non tiene conto di due da ti fondamentali: 1) i corpi di volon-

italiani prima e dopo il 1848-49, in


GUERRA PARTIGIANA E DI POPOLO NEL RISORGIMENTO

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realtà Gentilini afferma che le « piccole schiere » protagoniste della « guerra guerriata » devono tuttavia avere un Capo Generale, affinché indirizzi le più rilevanti operazioni. Il quale dovrà corrispondere direttamente col capo della milizia stanziale, per indettarsi in diverse circostanze del modo d'agire, e tenersi scambievolmente ragguagliati di quanto viene scoperto degli andamenti del nemico». Va inoltre sottolineato che l'unico esempio storico, che si può trovare nel manuale di Gentilini, riguarda la lotta condotta nel 1688 dai Barbetti, una milizia reclutata dai Savoia in alcune vallate alpine, contro i francesi, vale a dire un episodio di guerriglia combattuto da miliziani appoggiati da un esercito regolare (7). La Guerra degli stracorridori, che non a caso fu stampata, oltre che a Capolago, anche a Torino, non codifica la guerra partigiana « pura», ma si limita ad illustrare, in termini idilliaci, un versante della difficile, ma inevitabile, collaborazione quarantottesca tra corpi franchi e truppe regolari, tra volontari e « stanziali ». Se il di scorso suUa guerra partigiana appartiene alla stagione che w1 dal crollo del sistema napoleonico al 1848, bisogna poi tenere presente che esso rispecchia fin dalle prime testimonianze una problematica ad un tempo politica e militare. E' vero che dal punto di vista etimologico sia partisan (che deriva da partis, bande o distaccamenti) che guerrilla rinviano ad un contesto, che vede la competente politica rimanere sullo sfondo, ma è altrettanto vero che la « verità » semantica non è data una volta per tutte in occasione della nascita di una parola, ma va colta di volta in volta all'interno di strutture sincroniche. Come avverte lo stesso Bianco, « il· condottiero delle bande di Patriotti è ben differente da quello dei secoli scorsi detti medio evo [ ... ] : il nostro condottiero non tari del 1848 non vanno identificati con le bande auspicate da Bianco, Mazzini e Fabrizi, in quanto impiegarono, di regola, tecniche militari « classiche» e non ricorsero alla guerriglia; 2) il Pisacane del 1848 propone che « tutti i corpi di volontari dipendenti dal governo Lombardo, [debbano] riunirsi sotto un solo capo ed in un punto solo del teatro della guerra, onde procedere alla detta organizzazione che si renderà speditissima a fronte al nemico»: non si tratta di una mera razionalizzazione dei corpi franchi, ma, al contrario, della loro fusione in un esercito lombardo che combatta facendo massa e cioè realizzi il principio politico-militare che ispirerà la Guerra combattuta in Italia. (7) ENRICO GENTILTNI, Guerra degli stracorridori cit., in LIBERTI, Tecniche cit., pp. 582 e 628-29. Che milizia stanziale designi, in Gentili come in altri autori, l'esercito permanente, appare chiaro dalle pp. 585-87.

5. - Memorie


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è condotto agli stipendi, ma è duce di pattiotti che vogliono liberare la patria» (8). Come è già stato sottolineato, la guerra partigiana si risolve di regola, per gli scrittori risorgimentali che la propugnano, nella guerra di popolo. « La guerra di parte », è la tesi dell'« uffiziale che si [era] distinto nelle guerre di Spagna», « è la più antica, la più naturale, e la sola che sia sempre giusta. Essa è quella del debole contro il forte: essa non può farsi senza il concorso di tutta la nazione: essa dipende dalla opinione generale, non dalla volontà di un tiranno, o d ' un conqui statore» (9 ). Sulla stessa linea si muove Bianco: « Questa non è gue rra di Re, ma di Popolo, di masse divise in tante regolate frazioni contro uno o più eserciti tattici » (10 ). Tuttavia anche in ca mpo « democratico» non sempre guerra per bande e gue rra di popo lo fini scono per coincidere. E' ques to il caso, ad esempio, dell 'inte rvento, intitolato Della piccola guerra, dell 'ex-uffi cia le na poleonico Olimpiade Racani, un testo che Liberti non prende in considerazione. Racani, pur dedicando il Jibretlo, apparso a Roma nel 1847, all 'Italia, della quale s i proclamava « amantissirno fi gli o» , non usciva <lai limiti di una analisi tecnico-mi li tare: i « partiggiani » e le «guerriglie» evocati dalla Piccola g,uerra ri1nanevano ancora , alla vigilia della grande rivoluzione europea, nd soku <lella tradizione settecentesca. Qualora si escl uda Racani , s i deve amme ttere che a monte del discorso risorgimentale sulla guerra partigiana si colloca non tanto la tecnica militare impiegala dagli antichi partisans, quanto un fenomeno politico-militare, le guerriglie :1n1i(rancesi dell 'età della rivoluzione e dell'impero e, prima fr:1 1u1 te, l'esperienza spagnola (11). Si sfogli, ad esempio, il Dizionario delle vori guaste o nuove e più de' francesismi introdotti nelle lin.e.ue militari d' ftalia, che Mariano D'Ayala, un esule del regno de lle Due Sicilie che s i c r;-1 guadagnato una certa notorietà per i suoi nume rosi scri1 ti d 'a rgomento militare e per gli incarichi ricoperti a Napoli e a Fi renze dur;inte il biennio rivoluzionario, pubblicò a Torino nel 18 53. Sotto la voce Partitante si potrà trovare: « Partigiano, fazioso, fazion~nte, condottiero. La guerra delle Spagne fu tutta di partitanti (pa rtigiani) »; più avanti, nell'appendice dedicata alle « voci italiane corrispondenti alle gua(8)

CARLO BIANCO,

Manuale cit., in

LIBERTI,

Tecniche cit., p. 476.

(9) Della guerra di Parteggiani, in LIBERTI, Tecniche cit., p . 375.

(10) C.

Manuale cit., in LIBERTI, Tecniche cit., p. 427. Mito e realtà della Spagna nelle rivoluzioni italiane del 1820-21, Roma 1950 . (11)

BIANCO,

G10RG10 SP1NT,


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ste o nuove », Partigiano viene reso con Partitante, capoguerriglia » (12). Mentre affronta con una diligenza talvolta ridondante le questioni tecnico-militari, Liberti dedica minor attenzione ai problemi ideologici posti dal dibattito sulla guerra partigiana; in particolare lascia nell'ombra il problema del quadro ideologico, che permise di rinchiudere il reazionario episodio iberico all'interno dei progetti rivoluzionari italiani. Una lacuna che è possibile colmare Lenendo conto di quanto scrive Salvo Mastellone a proposito della opportunità di distinguere la leggenda dalla lezione politica napoleonica (13). La lezione di Bonaparte poteva essere applicata alla situazione italiana sia nel suo versante « positivo » (che insisteva sul ruolo decisivo che spettava all'esercito nei momenti di crisi: di qui i pronunciamentos del 1820-21) , sia nel suo versante « negativo », chiamando in causa, in caso di fallimento dei putsch militari, lludle energie popolari , di cui la guerriglia spagnola aveva sottolincnto t111t:1 l'importanz;:i. Una seconda idea-ponte che consentì di suldarc il passato spagnolo al futuro italiano fu l'ambigua idea di p11pnlo l.'rnli1a1a dalla 1radiziu nc alfie riana, una tradizione che eser1•i11 111111 11011:volc.: infl11cnz:.1 sugli intellettuali italiani (14). Il « po( 12) MAR IANO D 'AYALA , Dizionario cit., Torino 1853, pp. 210 e 380. Di /Ja11d11 D'Ayala offre invece una definizione tradizionale (frona, truppa: p. 54; dis taccamento: p. 313 ). I dizionari militari italiani, compilati per lo più in base a criteri rigidamente puristici (alla « purità di nostra soave risonante fa. vella » si richiama anche D' Ayala: ibid., p. VI) accolsero con estrema difficoltà il campo semantico guerra partigiana· guerriglia ecc.: si veda, ad esempio il classico GIUSEPPE GRASSI, Dizionario militare italiano, 2 voli., Torino 1833, che pure ammette tra gli autori canonici Carlo Botta, lo storico della guerra d'indipendenza americana. In Grassi si ha, ad esempio, Guerra guerreggiata, Guerra guerriata, Guerra minuta, che rinviano tutte a petite guerre e significano « un combattere senza ordinanza ed alla spicciolata, che si fa per lo più nei paesi di montagna » (ibid., I , pp. 269-70), ma mancano guerra partigiana, guerriglia e partigiano. Invece Banda presenta, accanto all'accezione « tradizionale » di « una mano di soldati separata dal grosso del corpo, e che opera da sè » (in francese détachement), anche un significato «aperto» alla guerra per bande dei democratici: se « bande chiamansi in Toscana le Milizie paesane descritte pcl servigio pubblico », tuttavia, citando in margine Botta ( « le bande raunaticcie degli Americani » opposte alle truppe regolari inglesi), Grassi lasciava intravvedere la possibilità di un nesso tra le bande e la guerra di popolo (ibid., I, p.' 209). (13) SALVO MA.STELLONE, Storia ideologica d'Europa da Sieyès a Marx (1789-1848) , Firenze 1974, p. 180. (14) STUART J. WooLF, La storia politica e sociale, in Storia d'Italia, III (Dal primo Settecento all'Unità), Torino 1973, p. 272.


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pulismo » di marca alfieriana postulava un radicale rifiuto della plebe cittadina, della plebe protagonista delle giornate rivoluzionarie parigine: « Ma nel dire io un popolo, non intendo la feccia oziosa e necessitosa di un'immensa Città; intendo bensì una moltitudine, e quasi una totalità di onesti abitanti sì della Città, che del contado, promiscuosamente composta di tutti i ceti; la quale non istigata, non prezzolata, ma per naturale sublime impeto, dalle ricevute ingiurie commossa a sdegno e furore, agisce all'improvviso con entusiasmo, energia e schietto coraggio » (15). « Populismo » alfieriano e lezione napoleonica aiutano a decifrare il messaggio di colui che appare la figura di maggior spicco tra i teorici della guerra partigiana: Carlo Bianco di Saint-Jorioz. Usualmente Bianco è presentato come il tipico patriota romantico che, pur invocando incessantemente il popolo, in realtà non fa la minima breccia in quelle masse rurali, che costituivano la stragrande maggioranza della popolazione italiana (16). In tal modo si trascura il fatto che Bianco attribuisce un ruolo ben preciso ai contadini, nei quali individua, in linea generale, non i protagonisti deldella guerriglia, ma dei servizievoli ausiliari: « il cuore dei contadini essendo come deve propenso pel difensore del loro paese » (il « difensore del loro paese» è il condottiero, il capobanda), « lo terranno sempre informato dei movimenti del nemico, cd al primo sentore di pericolo se quello s'avanza si caricheranno sulle spalle gli ammalati, ed i feriti dello spedale, e si porteranno in dirupi scoscesi dentro luoghi inaccessibili» (17). Tale atteggiamento nei confronti delle masse rurali, mentre da un lato sottolinea la distanza che separa la guerriglia teorizzata da Bianco dalle guerre partigiane del XX secolo, dall'altro appare il frutto di un'alfieriana repulsione per la « feccia oziosa e necessitosa ». Al posto del mob cittadino, della classica giornata rivoluzionaria modello 14 luglio 1789, Bianco lanciava la proposta di una guerra partigiana condotta nelle campagne: tuttavia, se respingeva la feccia delle città, non per questo

(15) VITTORIO ALFIERI, Misogallo, in Opere, IV, Torino 1903, p. 130. (16) LIBERTI, Tecniche cit., pp. 135-37 (Liberti riprende alcune osservazioni di PIERO PIERI, Storia militare del Risorgimento, Torino 1962, pp. 107-17). (17) C. BIANCO, Manuale cit., in LIBER'l'I, Tecniche dt., p. 485. Altrove (p. 432) Bianco parla di « volontarii guerreggianti in abito da contadino» e di « volontarii a cavallo in abito da contadino». Tuttavia più avanti (p. 440) i contadini vengono presentati, oltre che in veste di informatori, anche in quella di combattenti.


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era disposto a concedere molto credito a quella del contado. La soluzione del problema andava ricercata tenendo conto della lezione napoleonica. Per Bianco i moti del 1820-21 avevano segnato il fallimento della classe militare « tradizionale », per una buona parte di matrice bonapartista: ma l'ossatura della nuova guerra di popolo era individuata in una classe di militari rivoluzionari, i condottieri (nel Manuale il capitolo dedicato al condottiero è quattro volte più lungo di quello che si occupa del « comune » volontario), che finiva per riproporre una versione « giacobina » del militarismo bonapartista. Se nel Manuale il condottiero supremo viene ad essere subordinato alla congrega suprema, nel precedente libro Della guerra nazionale d'insurrezione per bande applicata all'Italia, un testo del 1830 che riflette una posizione non ancora modificata dall'influenza di Buonarroti e di Mazzini, era stata avanzata l'idea che, una volta conquistato il potere, esso fosse affidato, durante la fase transiLo ri a necessaria per consolidare la vittoria, ad « un condottiero, d'11n cuore duro, e inaccessibile a qualunque grido di pietà» (18). L 'nsse delle proposte di Bianco, soprattutto del primo Bianco, appare in lut·g:1 misu ra puntato verso una sorta di bonapartismo di sinistrn , verso una d ittatura mili tare rivoluzionaria e un processo di riconversione della classe militare ereditata dal regime napoleonico, di quella classe militare che, in effetti, offrirà gran parte dei quadri alle agitazioni rivoluzionarie, che si susseguiranno fino al 1848. Se l'eterodosso Bianco non può certamente essere considerato un accreditato portavoce degli ambienti militari sabaudi, questo ruolo può essere invece assegnato, sia pure, come vedremo, entro certi limiti, ad un altro autore piemontese studiato da Liberti, Cesare Balbo. Negli Studii sulla guerra d'indipendenza di Spagna e di Portogallo con applicazioni alle attuali contingenze politiche e militari dell'Italia il Balbo del 1847 commentava e chiosava in chiave attuale quanto aveva scritto trent'anni prima con un taglio prevalentemente tecnico-militare e cronachistico. Balbo non approdava ad una vera e propria revisione delle posizioni ideologiche giovanili: al pari di Bianco, nel 1817 come nel 1847 si muoveva sempre all'interno della lezione napoleonica, ma, nel suo caso, riflettendo l'ostilità dei moderati nei confronti del militarismo bonapartista.

(18) ALESSANDRO GALANTE GARRONE, Filippo Buona"oti e i rivoluzionari dell'Ottocento, Torino 1951, pp. 337-38.


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Di qui, da un lato, l'insistenza sulla categoria, che non aveva avuto corso, fino alla svolta del febbraio-marzo 1848, tra le file dell'armata sarda, della « guerra d'indipendenza » e, dall'altro, una scelta militare «moderata». Una guerra d'indipendenza richiedeva lo impiego di « tre grandi mezzi»: « città, guerriglie o campagne sollevate, ed esercito»; sbagliavano quei democratici che credevano che la guerra p artigiana fosse sufficiente a liberare l'Italia (19). Quando Carlo Alberto varcò nel 1848 il Ticino per soccorrere i « fratelli» lombardi, la linea di Balbo divenne la linea « ufficiale » del regime sabaudo: ma si trattò di una conversione troppo rapida e per più aspetti superficiale e poco convinta. La mag~ior parte dell'ufficialità piemontese continuò a rimanere fedele alle idee-guida, che avevano regnato prima della dichiarazione di guerra all'Austria in un'armata di caserma profondamente imbevuta del clima della Restaurazione (20). Benché i contributi teoric i dell'ortodossia militare piemontese prequarantottesca appaiano trascurabili sotto il profilo teorico (del resto lo stesso Balbo denunciava, su un piano più generale, la netta superiorità ciel reeno delle Due Sicilie e della Lombardia sul Piemonte in tema di studi militari), nondimeno l'egemonia militare « effettuale » dell'ufficialità piemontese prima e dodo la nascita del regno d'Italia induce a non trascurare le prese di posizione e gli atteggiamenti d i pi-ovenienza tori nese, ancorché ripetitivi e privi di originalità. Una testimonianza sui J!.eneris, ma sem pre suggestiva e, se si vuole, alla luce della successiva esperienza del brigantaggio meridionale, premonitrice, circa .l 'atteggiamento dei piemontesi nei confronti della guerriglia è offerta da una relazione d i Alfon so La Marmara, il futuro «padre» dell'armata sarda e italiana degli an ni 1850 e 1860, una relazione datata 2 marzo 1845 e 1-ela t iva alle operazioni

(19) CESARE BALBO, Studii cit., Torino 1848, pi,. J02-03. Tra l'altro il Balbo del 1847 rimproverava al Halho del 1817 di aver sottovalutato la guerriglia: tra le «deficienze» degli Studii annoverava infatti « quell a d'un capitolo sulle guerriglie» (ibid., p. 199). (20) Un clima che ci è restituito dai Ricordi militari degli Stati Sardi estratti da parecchie opere sì stampate che manoscritte da CESARE DI SALUZzo, Torino 1858, una raccolta <li esempi militari riunite in rubriche (religione, pietà, amore della giustizia, probità, amore della pau-ia ecc.). Anche nella redazione post-quarantottesca il più recente episodio che illustra l'amor di patria è di segno antirivoluzionario: riguarda infatti i contadini sardi che nel 1792 erano riusciti ad opporsi ad un tentativo d'invasione dei giacobini francesi.


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condotte l'anno precedente dai francesi in Algeria (21). Nel suo scritto La Marmara accoglieva senza la minima esitazione una prospe ttiva ad un tempo colonialistica ed impregnata d'esprit militaire: il suo disprezzo accomunava i miliziani francesi d'Algeria (erano « indisciplinati», facevano il servizio con un'affettazione antimilitare ») agli « arabi » (in realtà gli avversari dei francesi erano in primo luogo le tribù berbere della Kabilia) , i quali non avevano « idea di subordinazione né di altra patte della disciplina » . Certo, iI « primitivismo » degli indigeni comportava anche dei vantaggi sul piano militare: « tutti indistintamente gli Arabi maschi si riguardarono come militari. Dai 15 fino agli 80 anni tutti, all'occorrenza, affrontano i pericoli di una guerra generale »; bisognava riconoscere che erano spesso dotati di « ottime qualità guerriere ». Ma erano pur sempre popolazioni prive di « ordine, regolarità e puli zia », che conducevano una « vita oziosa e errante». Di conseg11cnza i I loro modo d i guerreggiare era, al di là di qualche successo pnrzialc , larg:trnent c infc t·i orc a quello europeo. L'occupazione dl'I te rri torio 11ord:1rric:1no eh parte dei francesi doveva essere con:-.idl'1'1ll :1 dl'l ini ti va: « chC' coll 'armata, che la Francia tiene attual1111·11t l' i11 Algeria gli J\rabi non f siano ] più in grado di scuotere il 1•.ingn , lo credo massime dopo che da vicino ho veduto la loro ig11ur:111z:1 1· la lo ro miseria» (22). « N azione armata» e guerriglia, gli urdi 11a11H.:nt i e la tecnica militare degli « arabi» (e dei democratici) potevano apparire, alla luce dell'esperienza coloniale, forme primitive , incivili, di lotta armata.

In realtà l'interpretazione lamarmoriana del caso algerino non era altro che un aggiornamento dei paradigmi indicati settant'anni prima da Adam Smith. L'economista scozzese aveva salutato la creazione e il consolidamento degli eserciti permanenti come un frutto de11a divisione del lavoro . Erano i popoli collocati in '< the lowest and rudest state of society », i cacciatori e i pastori , che non conoscevano forme di « specializzazione » militare. La milizia, l 'ordinamen to militare che raccoglieva le « masse » nell'Europa dell'antico regime, era un relitto dei tempi barbari. Ed era ovvio che la milizia fosse giudicata « inferior to a well-disciplined and well-exercised

(21) La relazione di Alfonso La Marmora è riportata in G . FERRAR!, Una memoria inedita di Alfonso La Marmora sull'Algeria r.el 1844, in « Me.morie storiche militari », VI (19 12), pp. 556-607. (22) I bid., pp . 590-91 , 593, 600, 603 e 605.


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standing-army » (tuttavia Io scozzese Smith trovava che gli highlanders rappresentassero un'eccezione alla regola). I popoli arretrati erano in possesso delle virtù militari tradizionali, « dexterity and skill », ma, ignorando la rivoluzione tecnologica, che in Europa aveva condotto alla proliferazione delle armi da fuoco, erano conseguentemente privi delle « nuove » virtù del soldato: « regularity, order and prompt obedience to command ». L'esercito permanente era ad un tempo un prodotto di uno stadio avanzato della civiltà e Io strumento principale dell'affermazione della civiltà sulla barbarie: « it is only by means of a standing army, therefore, that the civilization of any country can be perpetuated » (23). La versione lamarmoriana, accentuatamente colonialista, della linea Smith riemergerà non a caso quando l'esercito italiano, proprio sotto la guida di La Marmara, dovrà scendere in campo contro i « briganti » del meridione e della Sicilia. Il figlio di Carlo Bianco, Alessandro, che aveva militato nel sud in qualità di ufficiale dello stato maggiore del generale Giuseppe Govone, scriverà nel Il brigantaggio alla frontiera pontificia dal 1860 al 1863. Studio storico-politicostatistico-morale-militare, un'opera che pure rivelava una spiccata attenzione per gli aspetti socio-economici della questione meridionale, che « qui siamo fra una popolazione che, sebbene in Italia e nata italiana, sembra appartenere alle tribù primitive dell'Africa, ai Noueri, ai Dinkas, ai Malesi di Pula-Penango» (24). Le vicende del 1848-49 non incoraggiarono certamente una revisione dei giudizi e dei pregiudizi degli ufficiali di carriera piemontesi nei riguardi della guerra partigiana. I corpi franchi e i soldati di leva (i « provinciali ») divennero i capri espiatori delle sconfitte patite nel biennio rivoluzionario. Lo stesso Ferdinando Augusto Pinelli, uno dei più severi critici delle riforme promosse da La Marmora, in qualità di ministro della guerra, negli anni 1850, (lo accusava, tra l'altro, di conservare una mascherata « predilezione per le caste nobili » e di non aver saputo trasformare interamente

(23) ADAM SMITH, An I nquiry into the Nature and Causes of the W ealth of Nations, Edimburgh 1841, pp. 311 , 313, 315-16 e 318 (tuttavia più avanti, a p. 352, Smith ammetteva, accogliendo una prospettiva « democratica », che « where every citizen had the spirit of a soldier, a smaller standing army would surely be requisite » ). (24) ALES SANDRO BIANCO Dr SAINT-JORIOZ, Il brigantaggio cit., Milano 1864, p. 12.


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l'armata sarda in un esercito nazionale) (25), se la prese con coloro che credevano che « bast[asse ] indossate una divisa ed impugnar lo schioppo per essere capaci di far guerra alla spicciolata »: in realtà « per se stessa questa guerra è molto più difficile da farsi che la guerra strategica ». Nulla da obiettare circa l'impiego, specie in una guerra di nazionalità, dei corpi franchi: ma era opportuno che i partigiani fossero destinati ad operare in ambiti geografici particolari (erano « acconci per le guerre di montagna ») e, soprattutto, fossero reclutati, « in massima parte almeno», tra gli « uomini nati nei luogi ove si agita la questione» : riprendendo un suggerimento avanzato da altri tecnici militari, Pinelli consigliava l'arruolamento dei contrabbandieri e dei cacciatori di professione . Q uanto ai volontari cittadini, vale a dire coloro che nel 1848-49 avevano ingrossato i corpi franchi , eta preferibile che fossero destinati alla fanteria di linea, dove la loro naturale propensione all'indisciplina sarebbe stata saggiamente contenuta (26). Il « progressista » Pinelli amme tteva in ogni caso che « in una sollevazione in massa un popolo p111\ opprimere un 'armata regolare»: tuttavia, qualora una parte d ·Il I ruppe nemiche fosse riuscita a sottrarsi alla morsa dell'insurrcziom:, il co lpo di grazia non potevano certamente darlo delle « hnndc indisciplinate ed inesperte», ma era necessario ricorrere nd un esercito «stanziale» (27). Il clamoroso successo della spedizione di Garibaldi contro il regno delle Due Sicilie suonò come un'imprevedibile smentita delle savie considerazioni di Pinelli. Benché la strategia militare garibaldina avesse concesso alla vera e propria guerra per bande un ruòlo assai modesto, le sconfitte dell'esercito borbonico misero in ogni caso in discussione una prospettiva nutrita di ostilità e di disprezzo nei confronti della guerra di popolo, una prospettiva che nel 1859 aveva reso assai difficili i rapporti tra la classe militare piemontese e Garibaldi. Soltanto l'abile mediazione di Cavour e lo (25) FERDINANDO AUGUSTO PINELLI, Storia militare del Piemonte in continuazione di quella del Saluuo cioè dalla Pace d'Aquisgrana sino ai dì nostri con carte e piani, III (Dal 1831 al 1850), Torino 1855, pp. 1066 e 1068-69. Altrove Pinelli sottolineava la « poca sollecitudine dei rappresentanti della nazione per l'esercito nazionale abbandonato al cieco arbitrio di un sol uomo » e « le prove tutte che potentemente dimostrano come per l'armata lo Statuto altro non sia che una parola vuota di senso» (ibid. , p. 81). (26) F.A. PINELLI, Elementi di tattica, Ivrea 1851, pp. 61-65 (un paragrafo dedicato ai « Partigiani e Corpi Franchi » ). (27) F.A. PlNELLI, Storia militare cit., III, p. 224.


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appoggio di alcuni alti ufficiali, primo fra tutti Enrico Cialdini, che avevano alle spalle un passato di « irregolari », avevano permesso il varo dei Cacciatori delle Alpi. Ma nel 1859 Garibaldi, pur riuscendo a segnare, nonostante tutto, non pochi punti al suo attivo, aveva in fin dei conti accettato un ruolo subalterno, mentre era stato l'alleato francese che aveva figurato in primo piano. Se è vero che nel 1860-61 Cavour e l'establishment militare del nuovo regno erano riusciti a ricuperare un pieno controllo, politico e militare, della situazione venutasi a creare nel sud, non si poteva certamente, alla luce del forzato approdo moderato deU'esperienza garibaldina, ignorare l'epopea dei Mille. Di qui alcune prese di posizione, più o meno aperte, da parte degli stessi ufficiali di carriera n ei confronti della guerra partigiana. Il capitano di Stato Maggiore Agostino Ricci, colui che sarebbe diventato, qualche anno più tardi, il comandante in seconda della Scuola di guerra e, con Niccola Marselli, uno dei più influenti ma'itres à penser in campo militare, pubblicò nel 1863 un'Introduzione allo studio d ell'arte militare, che fu nei decenni seguenti accolta come « una vera pietra miliare nella letteratura nostra » (28). Nel paragrafo del!' f ntroduzione dedicato alla « guerra di partigiani » Ricci esaltava Garibald i pe r il suo « potente spirito d'iniziativa » e per la fede « nei mezzi morali d'azione sopra i materiali ». Il patriota nizzardo e ra presenta to come un genio militare, un genio della guerra partigiana, innanzitutto, ma, aggiungeva Ricci, non era lecito considerarlo « semplicemente un capo guerillas ». Aderendo toto corde alla linea promossa d a Balbo nel 1847, il capitano sosteneva con vigore !:i tesi che « nelle guerre nazionali» i partigian i erano « se mpr oppo rtun i »: tuttavia, non mancava di avvertire che bisognava attribuire loro unicamente « un valore ausiliario, potentissimo se si vuole, ma sempre au siJjario in una lotta contro una nazione fortemente organizzata come l'Austria o qualunque altra delle grandi potenze europee » (29). Se nel 1866 la collaborazione di. Garibaldi all a guerra contro l'Austria sembrò rilanciare un 'intesa , di cu i l'epi sodio di Aspromonte aveva denunciato la precarietà, l'anno seguente Mentana incrinò definitivamente i rapporti tra l'esercito e i volon tari. Naturalmente queste vicende contribuirono a ridimensionare gli spazi , che i militari di carriera avevano in precedenza concesso alla guerra di (28) GIUSEPPE STICCA, Gli scrittori militari italiani, Torino 1912, p. 232 (su A. Ricci le pp. 286-89). (29) AGOSTINO R1cc1, Introduzione cit., Torino 1863, pp. 430-34 .


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popolo (30), ma il «superamento» delle tecniche militari dei democratici fu decretato principalmente dalle vittorie prussiane di Sadowa e di Sedan. Quando, sul finire del 1865, il maggiore di Stato Maggiore Carlo Corsi, il futuro storico ufficiale della guerra del 1866 ed uno dei più informati cronisti delle peripezie politicomilitari dell'Italia dal Risorgimento ad Adua, aveva iniziato un ciclo di conferenze d'arte militare, tra i temi da affrontare aveva incluso le « operazioni secondarie della guerra: le scorrerie e le operazioni proprie delle bande armate, Corpi franchi o milizie volonLarie che dir si voglia» (31). Ma la schiacciante vittoria della Prussia sull'Austria lo convinse a tralasciare il topos della guerra di popolo a favore di un'analisi particolareggiata delle cause della superi orità del modello militare prussiano. All'indomani di Sedan appatvcto Gli avvenimenti del 1870-71. Studio politico-militare di Marselli , un libro che contribuì in misura rilevante all'adozione, da pnrt c del ministro della guerra Cesare Ricotti Magnani, di una serie cli riforme ispirate al sistema prussiano. AlJ'esercito di caserma i111li11nn f11 indic:1to q11:1lc ohhiettivo (un a meta mai raggiunta, in l'l'll lt :ì ) l'l'st:rcito popolare regio di Guglielmo I , un esercito di mass11. il mi controllo rimaneva tuttavia ben stretto nelle mani di 11n 'f./1tc cli signo ri della guerra e del potere monarchico. Il modello prussiano. ,innullando il dualismo tra la guerra regia e la guerra di popolo, restituiva alla guerriglia una dimensione tecnico-militare. La guerra partigiana non era più il prodotto « naturale » dell'impegno militare dei democratici, ma l'esito di un rigoroso addestramento individuale, di un « decentramento » reso possibile dal solido assetto politico-militare dell'esercito popolare regio. Fu questa la lezione sviluppata, sia pure in maniera superficiale, da Giuseppe Dal Pozzo, « un uffiziale del 2° reggimento granatieri», nelle Conferenze sulla scuola di f!.Uerriglia apparse nel 1871: attingendo ai regolamenti prussiano e belga , Dal Pozzo cercava anche di colmare una lacuna dell'ordinamento militare italiano, vale a dire la mancanza di disposizioni circa il « contegno contro i tumulti di piazza » (32). Con le Conferenze sulla scuola di guerriglia s'affacciava anche la controguerriglia. (30) La testimonianza più significativa è probabilmente costituita da FAMBRI, Volontari e regolari, Firenze 1870'. (31) CARLO CoRSI, Conferenze d'arte militare, Milano 1866 (1868), p.· 8. (32) [GIUSEPPE DAL Pozzo], Conferenze sulla scuola di guerriglia per un uffiziale del 2° reggimento granatieri, Torino 1871, pp. 120-22.

PAULO


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Al di là dei confini del discorso « soggettivo » sulla guerra partigiana si estendono le più vaste terre « oggettive » della guerra di popolo. Liberti le esplora alla luce di una definizione non del tutto soddisfacente: la guerra di popolo è una guerra condotta da collettività (un soggetto qui opposto a elementi militari o paramilitari) « per conseguire obiettivi caratterizzati sul piano ideologico, o politico o sociale» (33). Secondo l'autore di Tecniche della guerra partigiana « ancor pochi e incerti sono i fermenti di consapevolezza che animano il soggetto combattente prima dell'affermazione piena dei nuovi principi nazionali e, in seguito, socialistici » (34). A quest'ultima tesi si potrebbe replicare che, al di. fuori del recinto nazionalista e/ o socialista, si collocano altre ideologie, dall'anarchia a quella trono-e-altare, che hanno promosso e sostenuto ]e guerre di popolo. Ma contro la definizione di Liberti possono essere avanzate riserve più generali. La guerra, come qualsiasi altra attività umana, presuppone sempre un sistema d'idee-guida. L'ideologia non è mai assente; il crociato come il mercenario, il brigante al pari di chi combatte pro aris focisque, sono tutti costretti a riferite le loro azioni ad un qualche universo ideologico, che le razionalizzi e le legittimi. Bisogna inoltre ricordare che la formula dell'« ideologia attiva », che Liberti mutua dalia letteratura della controguertiglia (Tecniche della guerra rivoluzionaria di G uido Giannettini è una delle fonti citate), è, più che uno strumento d'analisi scientifica, un'arma della polemica reazionaria. L'ideologia attiva presuppone un'ideologia passiva, che si ritiene, ovviamente, condivisa dai benpensanti che rifiutano, ma senza darsi troppo da fare, le prospettive dei rivoluzionari. In altre parole, l'ideologia passiva si coniuga con la maggioranza silenziosa: entrambe punti di riferimento di trame e manovre « controterroristiche », che mirano a restituire ]a parola alla maggioranza silenziosa e a galvanizzare i benpensanti « passivi ». Quando indica nella « coJlettività » il soggetto della guerra di popolo, Liberti si rivela un epigono della linea democratica risorgimentale, in quanto « collettività » non è altro che una riedizione, ricoperta da una patina scientifica, del popolo caro ai romantici. Ma gli slo7,ans del tipo popolo in armi, nazione armata o guerra di popolo non devono far dimenticare che 1a guerra divide sempre, in un modo o nell'altro, il popolo, che le armi non appartengono mai, (33)

LIBERTI,

Tecniche cit., p. 37.

(34) Ibid., p. 33.


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se non altro per motivi anagrafici, a tutti. La guerra di popolo non è tale perché elegge a protagonista il popolo, ma in quanto si fonda su particolari rapporti che intercorrono tra il popolo e la frazione armata. Rapporti che vanno colti su piani diversi: quantitativo, senza dubbio, ma anche ideologico, sociale, politico, istituzio. nale e cosi via. Il pluralismo delle tecniche di guerra, che Liberti giudica caratteristico della guerra di popolo, non è altro che la manifestazione, sul piano militare, delle diverse « combinazioni», nelle quali la partecipazione popolare può essere incanalata a seconda del retrotrera socio-economico e dei rapporti di classe che la condizionano e la strutturano. Liberti condivide la tesi di Clausewitz che « la guerra di popolo, quella cioè nella quale la popolazione civile impugna le armi, nell'Europa civilizzata è un fenomeno del XIX secolo ». Ma, se è vero che, « sfondando » quello che il teorico mi li tare prussiano chiamava « il sistema militare circoscritto di 11n tempo», le guerre della rivoluzione francese e dell'impero napoleonico avevano cnusato « una estensione ed un rinvigorimento del processo di fermentazione che denominiamo "guerra"» (35), si deve nnchc ricordare che nella stessa Europa prima della rivolu'l.io11 · 111 ili1arc u lanJcsc alluala da Maurizio di Nassau e della nascila degli eserciti permanenti « le métier militaire [était] toujours cn quclquc sorte le métier de tous », « on ne [pouvait] vraiment distinguer entre "civils" et militaires » e « il n'y [avait] pas à vrai dire de carrière militaire, mais de passages plus ou moins longs sous les armes » (36). Nel lungo periodo, al di qua e al di là della parentesi ·sei-settecentesca, la guerra di popolo costituisce, sia pure in forme e con caratteristiche diverse, la regola e la guerra di élites di professionisti l'eccezione. Tra i segmenti cronotopologici ritagliati da Liberti (l'insurrezione polacca del 1794 ... ) e le categorie, eccessivamente asettiche e schematiche, che discendono da una conce· zione della guerra di popolo che ignora le radici storiche del fenomeno (l'insurrezione urbana, la rivolta delle campagne, il nucleo operativo ... ) sarebbe opportuno introdurre una tipologia che tenga conto delle costanti storiche più significatiche, avanzare, cioè, nella direzione indicata da Hobsbawm ne I ribelli (37). (35)

KARL

VoN

CLAUSEWITZ,

Della guerra, II, Milano 1970, p. 630.

(36) ANDRE' CoRVISIER, Le métier militaire en France aux époques de grandes transformations sociales (rapport de synthèse), in A.A. V.V., Le mé-

tier militaire en France, Vincennes 1980, p. 4. (37) E.J. HoBSBAWM, I ribelli. Forme primitive di rivolta sociale, Torino 1966.


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E' indubbio che un'analisi del mob cittadino nel Risorgimento sia d'una estrema importanza non soltanto per il meridione e la Sicilia ,i ben noti casi di Napoli e di Palermo), ma anche per le meno arretrate Italia settentrionale (Milano, che nel 1814 conosce tumulti di segno tradizionalista, nel 1848 si muove sotto la direzione dei liberali) e centrale (Firenze nel 1849 insorge a favore del granduca e nel 1859 inscena manifestazioni contro i Lorena). Quanto alla guerra partigiana, essa chiama direttamente in causa il banditismo sociale, un altro fenomeno « primitivo » d estinato a recitare un ruolo di primo piano nel Risorgimento. « Le azioni di guerriglia », ha scritto Hobsbawm , « no n sono affatto nuove. Tutte le società contadine hanno avuto il lo ro nobile bandito o il loro Robin Hood che " prende ai ricchi per da re ai pove ri" e sfugge alle goffe trappole dei soldati e delle guardie finché non viene tradito ». Mentre Liberti si preoccupa della continuità tecnico-militare ed insiste sulla peculiarità dei singoli contribu ti teorici in tema di guerriglia, Hobsbawm si limita ad anno tare con molta disinvoltura che « non c'è nulla nelle pagine puramente militari cli Mao , di Vo Ngu-yengiap, di Che G uevara o di altri manuali di guerriglia, di ·diverso da ciò che un guerriitero tradizionale o il capo di una banda armata considera semplicemente comune ·buo n senso ». Parallelamente lo storico inglese soltolinea che « l'arma più im portante del guerrigliero, t che: rapprtsc11La Lull a la sua forza , 11011 l: <li tipo militare: egli deve avere la simpatia c l'appoggio, alli vo c passivo , Jella popolazione locale » (38). Ne l L{.isorgimcnto il banditismo sociale non fu soltanto la forma « normale.: » d i reazione Jcl le masse contadine dell'Italia meridionale e delle isole contro i padroni e le autorità statali , ma fornl anche parte dei q uadri e della << base» delle jacqueries legittimiste dell 'età napoleonica e degli ann i dopo il 1860. « I briganti del Sud dei primi anni dopo il 1860, come quelli del periodo 1799-1815, si consideravano campioni del popolo con tro i ceti superiori e i 'forestie~·i '. Forse l 'Italia m<.:ridionale in ques te due epoche offre l'immagine più prossima a uria ri voluzione di. massa e a una guerra di liberazione guidata da band iti sociali » (39) . « Nel 1860-61 le unità di guerriglieri contad ini si form arono intorno, e a imitazione, delle bande dei briganti: i capi locali Iurono il polo di attrazione di un flusso massiccio di soldati borbonici sbandati , di (38) E .J. HoBS BAWM, Il Viet nam e la dinamica della guerriglia, in I rivoluzionari, Torino 1975, pp. 200-02. (39) E.J. HoBSBAWM, I ribelli cit., p. 42.


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disertori, di renitenti alla leva, di prigionieri evasi, di gente che temeva di essete perseguitata per atti di protesta sociale al tempo d ella liberazione garibaldina, di contadini e di montanari in cerca di libertà, di vendetta, di bottino, o di un po' di tutte queste cose assieme » ( 40). Certo, riconoscere nel brigantaggio meridionale una variante dell a guerra partigiana vuol <lire andare contro tutta una tradizion<.: , il cui incipit è, con ogni probabilità, lo studio « storico-politico » ecc. sopra ricordato di Alessandro Bianco di Saint-Jorioz. « Una cosa che singolarmente colpisce nella lettura dei fasti brigan1eschi », era la tesi di Bianco, « è la mancanza assoluta e perenne d i un piano di operazioni, un concetto militare, un'idea generale di regolare e ragionato invadimento, una logica tattica nell'operare, 1111a connessione finalmente nei criterj militari e nella applicazione dei principj i pii1 elementari della guerra piccola, o per bande, o dei pari igiani che si voglia dire». Come riassumeva più avanti, i bri1:11111i dt.:I sud t:rano « masnade e non partigiani»: per di più, sen 11ul11 l'11frir i:1k· pic moni-csc, il brigantaggio politico non era che In p11l' l t' l' ll tt:rsa e da 1111 1·cmpo il masche ramento dell 'iceberg del 111 ig11111 11ggio «com une ». Mn lo stesso Bi anco doveva ammettere dt\' « k turbe b rigantesche se fossero coordinate, disciplinate e guidn lt.: con scnno militare ed intelligente energia, potrebbero diventare di qualche pensie ro al nostro governo ed ai nostri capitani»: se il brigantaggio « come fatto militare » era « ben poca cosa », ciò dipendeva non dalla sua natura «criminale » e « primitiva», ma dalle carenze della leadership politica borbonica. I generali rimasti fedeli a Francesco II, i Bosco, gli Statella, i Clary, s'erano guardati bene dall'assumere la direzione delle bande: la guida della guerriglia era stata affidata a quadri locali, che non conoscevano altra tattica partigiana se non quella del mordi-e-fuggi, e ad avventurieri legittimisti, in qualche caso scarsamente meritevoli di fiducia e in gènere privi di esperienza e di qualità militari. Un'eccezione era individuata in José Borjés, un'antico cabeçilla nella guerra di succes(40) E.J. HoBSBAWM, I banditi. Il banditismo sociale nell'età moderna, Torino 1971 , p. 92. Tra i più recenti contributi sul brigantaggio: FRANCO M oLFESE, Storia del brigantaggio dopo l'unità, Milano 1964; Atti del IV Convegno nazionale di storiografia lucana (Pietragalla, 26-29 settembre 1974), in « Archivio storico per la Calabria e la Lucania», XLII (1975), pp. 7-257 (relazioni di Gaetano Cingari, Franco Molfese, Alfonso Scirocco, Giorgio Rumi e Sergio Romagnoli); GAETANO CINGARI, Brigantaggio, proprietari e contadini del Sud (1799-1900), Reggio Calabria 1976.


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sione in Ispagna, che aveva « capitan[ato] con onore parecchie guerriglie carliste contro i cristinos »: con la cattura del legittimista spagnolo il brigantinaggio aveva perso, secondo Bianco, l'occasione di compiere un salto di qualità, di trasformarsi in una vera e propria guerra partigiana. D 'altra parte, così come, sul versante militare, l'equazione tra briganti e masnade finiva per perdere la propria rigidità, facendo intravvedere una situazione molto più complessa e comunque caratterizzata, per lo meno, dalla possibilità di un'evoluzione nella direzione di un'« autentica» guerriglia (Bianco adoperava quale pietra di paragone, in parte nella scia del padre, i « celeberrimi partigiani » spagnoli del 1809-14 e delle guerre civili tra cristinos e carlisti), anche sul versante ideologico l'etichetto del brigantaggio « comune», della criminalità pura e semplice dei « primitivi », ricopriva con estrema difficoltà un contesto, del quale il capitano piemontese non ignorava le aspre tensioni e i feroci contrasti sociali. Nel meridione tutto favoriva il brigantaggio: « la povertà dei coloni agricoli, la rapacità e la protervia dei nobili e dei signori [ . .. J, l'influenza deleteria del prete», « la plebe [era ] manomessa in ogni maniera»: non erano le mene dei borbonici la causa prima del brigantaggio, ma « fame e atroce miseria» (41). In effetti, al di là delle semplificazioni polemiche, Bianco presentava un quad ro del brigantaggio nell'Italia meridionale, la cui chiave poteva essere offerta unica1m:nte dalla categoria, allora ignota, del banditismo sociale. Liberti, più attento alle proposte scritte sui margini della storia che alla storia effettuale, dedic~, alle « insorgenze popolari » del 1799 e del 1806-1807 cinque pagine, mentre accenna soltanto en passant al brigantaggio degli anni 1860 . L'approccio di tipo tradizionale al tema della guerriglia co n1ndin:1 impedisce a Liberti di porsi il problema, per ~n certo ve rso fondamentale, J ei rapporti tra il movimento liberal-nazionale e il banditismo sociale. E' noto che i « giacobini» napoletani del 1799 idealizzarono Angiolillo, il più celebre e il più conseguente tra i Robin Hood che si diedero alla macchia nell'Italia meridionale del secondo Settecento. Dopo la Restaurazione talvolta i carbonari e i b anditi tramarono insieme contro il governo borbonico. Il tentativo più notevole ebbe luogo nel 1828 nel cuore del Cilento: è interessante ricordare, a questo proposito, che la tattica adottata dai settari meridionali per conquistare il potere (insurrezione in provincia seguita da una marcia a (41) A.

BIANCO,

Il brigantaggio cit., pp. 10-13, 18, 31, 33-34, 36-37 e 183.


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valanga sulla capitale), vale a dire il tentativo di riutilizzare il copione che nel 1820 aveva condotto al successo, non solo si rivelò fallimentare per i congiurati, ma significò anche il rigetto dell'esperienza partigiana dei banditi a favore di un modello di difficile attuazione in mancanza dell'appoggio di frazioni consistenti delle truppe regolari. Una volta represso il moto, i rivoluzionari si dispersero senza riuscire a ricostituire le bande, che avevano fornito gli uomini al tentativo insurrezionale. I limiti dell'analisi di Liberti emergono ancora più chiaramente in sede di valutazione della spedizione di Garibaldi contro il regno delle Due Sicilie. Secondo Liberti, « la liberazione del mezzogiorno d'Italia, nel fatidico 1860, fu realizzata con il felice integrarsi di vari essenziali elementi di guerra di popolo: l'insurrezione popolare, nelle città e nelle campagne; un forte nucleo operativo che si co llega ed agisce con bande armate locali; il nucleo, con il progredi rt: della guerra, senza mu tare le sue caratteristiche di forza armata di volonl:ui , animati da una loro particolare consapevolezza ideolog k-11 i: dn una viv:1 volontà combattiva, diventa un esercito capace d i impt.:gnnrsi e di concludere vittoriosamente una battaglia camp11 l · coni ro una for1c (e anche <led sa in quell 'occasione) armata ne111k n » (42). Mn Lra le bande armate che appoggiarono i garibaldini è opportuno distinguere le squadre dirette dai possidenti, che erano in grado di mobilitare i picciotti facendo leva, oltre che sulla dif· fusa ostilità contro i «forestieri» , su rapporti di tipo feudale (bande che di li a pochi mesi si trasformarono nella guardia nazionale, che appoggerà le truppe italiane nell'opera di repressione del brigantaggio), dalle squadre contadine, che si muovevano con propositi di rivoluzione sociale e che finiranno per ingrossare le file dei banditi filoborbonici . Il « felice reciproco integrarsi di vari essenziali elementi di guerra di popolo » fu in realtà una precaria alleanza, · cementata da una delle ricorrenti ondate antiborboniche, tra forze del tutto incapaci di una qualche integrazione: lo stesso « nucleo operativo » , pur avanzando con estrema abilità tattica, si comportò come ia tipica spedizione rivoluzionaria paracadutata dallo esterno e non solo non fornì i quadri al movimento delle campagne, ma a Bronte e altrove fece del suo meglio per arginarlo e distruggerlo. L'instabilità degli aggregati rivoluzionari è esemplarmente documentata dalla « carriera » di Salvatore Miceli, il capo ma-

(42)

LIBERTI,

6. - Memorie

Tecniche cit., p. 352.


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fioso di Monreale, « che portò le sue squadre armate a combattere contro i Borboni a Palermo nel 1848, poi fu perdonato e nominato capitano dell'esercito borbonico intorno al 1850 (tratto davvero caratteristico), portò i suoi uomini in aiuto a Garibald i nel 1860 e fu ucciso mentre combatteva i piemontesi nella rivolta palermitana del 1866 » (43). La liberazione del mezzogiorno fu favorita d alla area di ambiguità che circondava la spedi zione e, in particolare, Garibaldi, nel quale le masse contadine furono pronte a riconoscere, sulla base della loro ideologia << primitiva » , l'Angiolillo dei due mondi e i ceti possidenti il capo dell 'ava ngua rdia piemontese, il ga· rante del nuovo o rdine liberale che doveva sube ntrare, senza tuttavia infirm are le tradizionali stratificazioni sociali , al decrepito ordine borbonico . Dal punto di vista tecn ico-mi li ta re Garibaldi non appare il protago nista di una for ma ava nzata e « integra ta » di guerra di popolo, ma piu1tosto un fo rtu nato epigono del modello giacobino del la gue rra di li berazio ne. L'asse d elle ricerche di Liber t i è individuato dallo stesso autun:: i11 una « lim;a evolutiva, iJe utificala in relaziolle alla estensione del nume ro e dell a rappresentatività sociale del soggetto combattente e al rin vigorimento in esso della consapevolezza e aderenza ideologica ai fini dell a guerra » (44). Ma se si cerca di tracciare, utilizzando i parametri indica ti da L iberti , una « linea evolutiva , ci si accorge che, sul fronte ri sorg imen tale, ta le linea risulta quanto mai tortuosa. Se .il moh cii-radino (Napoli compresa, dove nel 1860 camorra e libe rali si allea rono pe r sostene re Ga ribald i ; la stessa Palermo si sollevò nel 1866 contro i « piemo ntes i » al g rido di viva Santa Rosalia e Gari ba ldi ) passò, gene ralmente negli anni · intorno al 1850, sotto le bandiere de lla « s inistrn », il bnnd iti smo sociale, il braccio armato del ~ovversivismo rurale, continuò a militare, anche dopo l'unità, per il Re e per la Chiesa (tuttavin nel 1863 il brigante Croceo lanciava manifesti apert i a sinist ra : « Fuori dunque i traditori, fuori i pezzenti, viva il b el regno d i N apoli col suo religiosissimo sovrano, viva il vicario di C risto Pio JX e vivano pure i nostri ardenti repubblicani fratelli ») . L 'unificazione della penisola comportò, tra l'altro, un sensibile incremen to del tasso di « militarizzazione » delle masse, costrette a prestare un servizio militare, al quale, in precedenza, erano riuscite a sottrarsi vaste aree

(43) E.J. HonSBAWM, I ribelli cit., pp. 61-62. (44 ) LIBERTI, Tecniche cit. , p. 214.


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del paese (45). Ma questo fenomeno nçn è certo sufficiente a fare proclamare, ad esempio, la guerra del 1866 più «popolare» e maggiormente sentita dalle masse di quella del 1859. D'altra parte gli aspetti contraddittori della questione della guerra di popolo furono messi in luce dal dibattito, divampato sopra tutto all'indomani del 1866 (46), sui regolari e i volontari, un dibattito che era in notevole misura una prosecuzione del confronto quarantottesco tra i fautori della guerra regia e i partigiani della guerra di popolo. Uno dei protagonisti della discussion,:., il moderato Paulo Fambri, ebbe modo di sottolineare che « !·esercito stanziale [ ... ] prepara le centinaia di migliaia reclutate in gran parte tra quella gente appunto che nessuna forza umana strapperebbe dai proprii focolari nell'ora del pericolo nazionale», mentre i volontari, provenendo da un retroterra urbano, sarebbero accorsi in ogni caso a combattere in difesa della patria (4 7). In altre parole, l'incremento quantitativo della p:1r1 cci pnzione popolare poteva essere garantito soltanto da strut1111\: idcologicamente arretrate, contrassegnate da una rigida discipl i 1111 e, par:1llelamente, da quella scarsa o nulla « consapevolezza e 11dc.:rcnza ideologica ni fini della guerra», che era ampiamente dornmcntata dall'dcva10 numero di renitenti alla leva e di disertori. La correlazione.: negativa, che troviamo in molte pagine della sLoria risorgimentale, tra i due parametri (soggetto e consapevolezza ideologica) indicati da Liberti, invita a definire la guerra di popolo non in termini assoluti, che riguardino esclusivamente il popolo, ma in termini relativi ai rapporti che connettono i dirigenti alle masse. Si approda, per questa rotta, alla problematica gramsciana della direzione politico-militare e del consenso. Non vi è dubbio che i sanfedisti del 1799 godessero, rispetto ai loro avversari « giacobini », di un seguito maggiore tra le masse e che fossero spinti da un'intensa consapevolezza ideologica: ma, se ciò consente di incasellare la crociata del cardinale Ruffo nella categoria delle guerre di popolo, non permette tuttavia quella valutazione storica del fenomeno, che può essere invece raggiunta mediante un'analisi che (45) PIERO Dm. NEGRO, La leva m;litare in Italia dall'unità alla grande guerra, in EserciJo, stato, società. Saggi di storia militare, Bologna 1979, pp. 176-89. . (46) P. D EL NEGRO, De Amicis versus Tarchetti. Letteratura e militari al tramonto del Risorgimento, in Esercito, stato, società cit., pp. 125-66. (47) P. FAMBRI, Questioni di guerra e di finanza. Memoria, Milano 1866, p. 19.


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tenga conto della direzione politico-militare e del tipo di consenso, che la crociata gestiva. In base a questi ultimi elementi non è difficile riconoscere nell'episodio sanfedista uno dei consueti copioni dell'ancien régime recitati da un blocco reazionario, che vedeva schierati dalla stessa parte la chiesa, la monarchia, una buona parte della clsse dirigente, il mob cittadino (i lazzaroni napoletani) e i banditi delle campagne. Alcuni anni fa Gérard Chaliand ha spezzato una lancia, in Mythes révolutionnaires du Tiers Monde. Guérillas et socialisme (48), contro una diffusa adesione acritica alla mitologia della guerriglia e ha tentato di definire le condizioni sto riche de i successi della rivoluzione nel Te rzo Mondo. Si possono o meno condividere le conclusioni, tipiche di una fase di riflusso e di ripensamento, cui giunge il noto studioso francese, ma è cer to che esse gettano un'utile luce anche sul fenomeno risorgimentale e sulle contraddizioni che lo contrassegnarono. T ra i fa tto ri che Chaliand giudica necessari ad un successo della guerra partigiana figura una tradizione che non sia ostile agii obiettivi nazionali e ad un'ideologia rivoluzionaria modernizzatrice. Nell'ambito risorgimentale una tradizione siffatta era quanto mai esile: faglie linguistiche e culturali, sociali ed economiche attraversavano da un capo all'altro il paese. Di qui il particolarismo di molte iniziative rivoluzionarie e le difficoltà che la stessa ala democratica incontrò nel 1848-49, all'apogeo della sua fortuna, quando volle darsi una linea unitaria. La guerra di popolo poteva essere invocata e teorizzata dai ri voluzionari più conseguenti, ma, nei fatti, anche la soluzione politico-militare più favorevole ai democratici avrebbe sempre avuto , come dimostra rono nel 1860 episodi come Bronte, una forte impron ta autori tari a.

(48) Paris 1976


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L'AZIONE A FAVORE DELLA POPOLAZIONE CIVILE SVOLTA DALL'ESERCITO ITALIANO IN ALBANIA DURANTE LA PRIMA GUERRA MONDIALE

In Italia gli albanesi hanno sempre goduto di simpatia e di ammirazione nel sentimento popolare. I numerosi loro insediamenti, costituiti nel nostro paese a partire dal 1448 - anno in cui giunse in Calabria Demetrio Reres con un largo seguito di uomini d'arme e delle rispettive famiglie, per porsi al servizio dei monarchi di Aragona - si sono caratterizzati per l'operosità oltre che per la correttezza dei costumi. Nel tempo se ne formarono nelle zone di Avellino, Campobasso, Teramo, Catanzaro, Foggia, Lecce, Potenza e Palermo. Le vicende che tormentarono l'Albania dopo il Congresso di Berlino del 1878 non fasciarono insensibile l'opinione pubblica italiana e in particolare i circoli mazziniani. Furono questi ambienti a promuovere ogni possibile appoggio, non soltanto morale, alla causa degli albanesi. E' noto che Ricciotti Garibaldi, ancora circonfuso della gloria di D omokos, si accinse nel 1911 a varcare l'Adriatico con una legione di camicie rosse per bat tersi per la libertà di quel popolo. · Ne fu impedito dal governo dell'epoca, ma riusd nel suo intento l'anno seguente. Gli eventi della prima guerra mondiale indussero l'Italia ad occupare l'Albani a. Di quel periodo è nostro proposito ricordare alcuni aspetti, collaterali alle vicende strettamente operative.

In primo luogo descriviamo l'opera di assistenza sanitaria e di altra natura che vi attuarono i nostri Comandi, e che arrecò benefici all'intero tessuto sociale. Illustriamo anche l'impulso che fu dato all'agricoltura e allo allevamento del bestiame, nel solco di una vocazione fortemente av-


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vertita dagli albanesi, che aveva la sua testimonianza lirica nel suggestivo poemetto didascalico di matrice virgiliana « I campi e i pascoli », di Naim Frasheri. Alla attività di tecnici qualificati si aggiunse l'impegno, sovente spontaneo, e sempre disinteressato, di soldati italiani che affiancarono i lavoratori del luogo . Nel quadro delle iniziative ado ttate ebbe un posto di rilievo il potenziamento delle strutture scolastiche: fu avviata in tal modo la « ripresa » culturale di quel popolo che contava solo scarsi, anche se eccellenti, documenti le tterari nelle opere di P ie tro Bogdani, Nicola Figlia, Giulio Variboba, G regorio di Argirocastro e pochi altri. Furono rispettate le tradizioni arti stiche, educa tive e religiose delle diverse aggregazioni etniche. Ed infine, non tacciamo che nel riordinamento dell 'apparato normativo e giudiziario si lasciò largo spazio agli usi e alle consuetudini loca1i: fu un provvedi mento saggio reso però possibile dal senso del diritto presente nella coscienza di ogni albanese. Quella che ricostrui amo è una « pagina » lontana negli anni, ma forse non del tutto dimenticata. 0ROTNA M F.NTO DF.T TERRTTORT OCCUPATI

L'intervento italiano in Albania, che rispondeva a finalità primariamente politiche e strategiche nel quadro del conflitto in atto, comportò per le nostre Autorità un impegno molto severo sotto il profilo civile. Una Missione Sanitaria de ll a R. Marina era sbarcat:1 a Valona il 30 ottobre 1914 per prestare la sua opera di soccorso alla massa dei dodicimila profughi dell 'Albania mei-idionale, che vi erano af. fluiti sottraendosi alJe persecuzioni delle hande irrer,ol:iri epirote. Un consistente distaccamento italiano occupò Valona il 28 dicembre 1914. In seguito la nostra presenza in Albani a fu notevolmente estesa, con l'impiego di forze che superarono il Corpo d 'Armata. Le condizioni di vita dell'Albania sotto il regime ottomano, ne] turbinoso periodo delle guerre balcaniche e duran te l'effimero regno del principe Guglielmo di Wied avevano toccato il fondo di una spaventosa degradazione. Malaria, tubercolosi , tifo e sifilide mietevano vittime tra la popolazione, in massima parte acquartierata in tuguri antigienici, priva di assistenza medica, nutrita di cibi scarsi e malsani. Difettavano strade e scuole, e mancando i rapporti con altre comunità gli Albanesi erano costretti ad una sorta di isolamento fisico e spirituale che aveva determinato il fallimento, su]


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nascere, dei vari tentativi autonomistici pur appoggiati con larghezza di mezzi (e non senza calcoli più o meno occulti di influenza) d a alcune grandi Cancellerie. Si pagavano gravi tributi ai governanti; l'amministrazione della giustizia si basava sull'arbitrio e sul favoriLismo. Scarsi erano i prodotti dell'agricoltura, sull'allevamento del bestiame incombeva lo spettro delle requisizioni o delle razzie brigantesche. La gente praticava un commercio attivo, ma di povere cose; molti vivevano di espedienti, non sempre leciti. Il non poter pa rlare e scrivere in una propria lingua - stante la generalizzata ignoranza - conferiva un crisma primordiale a quella già tragica situazione . I Comandi italiani , allo scopo di ripristinare nella regione un dignitoso livello socio-culturale, diedero vita ad un organismo burocratico effici ente, il Segretariato per gli affari civili d'Albania, per il cui tramite instau rarono e coordinarono i più disparati servizi, a v:1111:iggio sopraltu llo dei ceti più umili. A reggerlo fu chiamato un 1•.iovant:, valcnt · funzionario di Prefettura, il dottor Ugo Capialbi (1). 11 tnri1n rio progressivamente occupato dalle nostre truppe era 1ip:1r1i111 in d11C.: province, Valona e Argirocastro, a loro volta sudd ivi~l· ri~pt· 11 iv:11rn:nt e in tre e sei circondari. In grandi linee si confl· r111 uv:1110 le circoscrizioni amministrative preesistenti al nostro inscdian1c nto armato, che ricalcavano la divisione territoriale già in vigore du ra nte il regime ottomano. Rispettando quella tradizione si facevano salvi gli interessi, i legami, le consuetudini d elle popolazioni indigene. Peraltro si tenne conto, nel determinare in ogni aspetto il nuovo ordinamento, di necessità nel frattempo maturate. Per quel che concerneva le vie di comunicazione, durante il primo triennio del nostro presidio si ebbe un netto miglioramento. Si costruirono ponti e nuove strade, si migliorarono le rotabili già esistenti: ciò permise il sorgere di nuovi rapporti d'interessi, e l'instaurarsi di nuovi vincoli fra territori e fra centri abitati, dapprima segregati gli uni dagli altri a causa di insormontabili difficoltà materiali. A siffatti criteri s1 ispirarono talune modifiche apportate alla precedente ripartizione del territorio, come il ripristino del circondario di Tepeleni, e l'aggregazione di quello di Chimara, già autonomo, alla provincia di Valona. (1) Ugo Capialbi (1880-1930) operò in maniera eccellente. Destinato ad una brillante carriera nell'Amministrazione dell'Interno, morì prematuramente a cinquant'anni, dopo aver raggiunto il grado di Vice Prefetto vicario .


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A ciascuna circoscrizione territoriale fu preposto un organo amministrativo: alla provincia ]a Prefettura, con giurisdizione su tutto il territorio di competenza; al circondario la Sottoprefettura, esercitante le sue mansioni. sotto il controllo della Prefettura di appartenenza. Per la provincia di Argirocastro fu disposta - ed attuata nel 1918 - la suddivisione dei circondari in distretti. I diversi uffici territoriali facevano capo - come si è detto al Segretariato per gli affari civili d'Albania , istituito in Valona presso il Comando del XVI Corpo d'Armata il 9 marzo 1916, con l'approvazione del Comando Supremo e dei Ministeri della Guerra e degli Affari esteri. Tale organismo aveva il compito di dirigere, promuovere e vigilare l'azione amministrativa di tutti gli enti locali, nonché que11o di proporre al Comando del XVI Corpo d'Armata i provvedimenti riguardanti la vita sociale ed economica delle zone occupate. Il Segretariato si articolav~1 in varie sezioni, alcune delle quali aventi mansioni di carattere tecnico: sanità, istruzione, consumi, poste e telegrafi. E' evidente che il Segretariato poté esercitare una proficua ingerenza in tutti i campi della vita civile. Rispetto ai cittadini italiani, esso esercitava le attribuzioni tipiche dei Consolati. Le Prefetture possedevano nei territori occupati una fisionomia in parte differente da quella degli analoghi uffici del Regno. Infatti non soltanto erano rappresentanti di un potere centrale, ma avevano anche una più precisa personalità giuridica, con beni da amministrare secondo un regolare bilancio: tra l'altro provvedevano alla esazione delle rendite e dei tributi, ed al loro reimpiego in ordine ai servizi sociali. Curavano la pubblicazione degli atti ufficiali e la tenuta dei registri dello stato civile e del catasto, adottavano misure di polizia sanitaria, mortuaria , stradale e forestale. Esse operavano per mezzo di un Consiglio amministrativo , presieduto dal Prefetto, investito di poteri decisionali in materia di gestione del patrimonio, conservazione del Demanio , costruzione e manutenzione di strade, scuole e ospedali, annona, beneficenza, ripartizione e riscossione di imposte e tasse, comprese quelle doganali e telegrafiche, nonché dei monopoli, affidati ai funzionari del Debito Pubblico Ottomano. A loro carico erano alcune spese dei servizi di Pubblica Sicurezza. comprese quelle per il mantenimento della gendarmeria e, in parte, delle milizie albanesi. Le Sottoprefetture, cui erano preposte personalità indigene, svolgevano identici compiti nell'ambito delle rispettive giurisdizioni, con l'ausilio anch'esse di Consigli amministrativi: questi erano un se-


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gno della facoltà deliberativa accordata ai cittadini del luogo, per avviarli al libero esercizio di tutti i poteri civili. Nella provincia di Valona, campo trincerato, i membri dei Consigli amministrativi venivano nominati per decreto; in quella di Argirocastro, consentendolo la situazione ambientale, essi erano in parte designati, ed in parte eletti col sistema « per gradi », onde assicurare il massimo concorso di votanti. Delicati problemi poneva la appartenenza dei cittadini a diverse confessioni religiose: pertanto nei Consigli amministrativi sia provinciali che circondariali si inclusero, come membri di diritto, il Cadl per i musulmani e un rappresentante del Metropolita per gli ortodossi. A Valona all'epoca dello sbarco dei nostri contingenti esisteva una sia pure embrionale struttura burocratica con a capo un Prefetto. Quell'organismo venne confermato, sottoponendolo però alla vigilanza di un Commissario italiano, che operava da tramite tra il Prefetto ed il Segretariato per gli Affari civili. La provincia di Argirocastro era invece retta da un ufficiale dell'Esercito italiano, stante le difficoltà incontrate nella scelta di una persona idonea a ricoprire la carica di Prefetto. Commissari italiani affiancavano, con compiti di controllo e di collaborazione, pure i sottoprefetti dei circondari.

* * * La occupazione italiana trovò l'Albania in piena cr1s1 economica. In una relazione ufficiale del Segretariato per gli Affari civili

si legge: « Dopo la caduta del regime ottomano, impotente a dare aJ paese alcuna prosperità, per gli avvenimenti politici susseguitisi, che avevano portati governi instabili e senza autorità e peggiorato grandemente le condizioni della sicurezza pubblica, l'agricoltura e l'industria armentizia, principali fonti della ricchezza privata e quindi della finanza pubblica in quei territori, subirono un duro colpo che si ripercosse - com'è naturale - sul commercio del luogo ». Dovunque regnava una situazione difficile. Si dovette procedere alla ricostituzione degli apparati fiscali, specialmente nell'Albania meridionale dove, essendo stati asportati dalle autorità greche i registri ed i carteggi degli uffici, si rese necessario anche un faticoso lavoro di accertamento dei redditi tassabili, ed in genere delle fonti contributive. Non essendosi nemmeno rinvenuti i registri catastali, fu impossibile porre in riscossione la imposta fondiaria, denominata « verghi ».


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Nei territori occupati fu mantenuto in vigore il sistema fiscale esistente (che era quello instaurato dai governi ottomani): si rispettarono quindi le consuetudini e le convenzioni internazionali. Non era d 'altra parte consigliabile, perdurando lo stato di guerra, sostituire o soltanto modificare un ordinamento tributario che, per quanto empirico, aveva il vantaggio di una lunga applicazione e rispecchiava quindi un assetto al quale i contribuenti che pagavano e le Amministrazioni che riscuotevano avevano conformato la propria attività economica e finanziaria da lungo tempo. Per ragioni di opportunità politica, ed allo scopo di non pregiudicare le linee di un futuro e meglio studiato riordinamento, si ritenne di non abolire i privilegi fiscali di cui qualche regione godeva da epoca praticamente immemorabile. Ad esempio, si consenti ai sette villaggi della Chimara di continuare a versare, come in passato, un contributo fisso ben inferiore alla obiettiva potenzialità ccononomica degli abitanti. A beneficio esclusivo dei bilanci degli enti locali era riversato l'intero prodotto delle imposte e tasse applicate in Albania, come la già ricordata imposta fondiaria, quella sui redditi immobiliari, chiamata « temettu », la tassa bestiame, i proventi doganali, le decime e le altre molteplici tasse, comprese que11e stradali e per il rilascio di pubbliche certificazioni. Nella provincia di Valona , dove la amministrazione italiana si insediò fin dal 1915, il gettito di tali contributi andò progressivamente aumentando, a riprova di nna rinata operosità, di una maggiore produzione malgrado la difficoltà degli scambi. Il risveglio di molte energie latenti ebbe inizio non appena, con una rigorosa tutela del diritto , si ristabilirono le condi zioni indispensabili per assicurare al lavoro nei campi; all'industria armentizia, al commercio ed in genere a tutte le attvità, il giusto compenso. Al citato incremento delle pubbliche entrate contribuivano una retta amministrazione, ed i miglioramenti introdotti nella proceduta di riscossione. Alla provincia di Argirocastro si estese il principio della cointeressanza alle esazioni degli agenti riscuotitori, già adottato nel territorio di Valona; le partite in mora od inesigibili si ridussero ad una entità normale, mentre in precedenza superavano un quarto delle entrate effettive. Venne notevolmente migliorato il sistema di appalto per la riscossione delle decime sui prodotti agricoli, problema molto importante in quanto collegato a quello della proprietà terriera. Si giudicò opportuno non applicare la tassa sulle riparazioni degli


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stabili e l'altra sulle nuove costruzioni: tali imposizioni parevano infatti essere in contrasto con l'opera rivolta a migliorare le condizioni cli vita delle popolazioni, specialmente dove tra il 1913 ed il 1915 incontrollate bande epirote avevano imperversato distruggendo interi villaggi, gradualmente poi ricostruiti a cura delle autorità italiane. Si cercò di ottenere dai beni demaniali un utile maggiore che in passato. Si erano verificate molte usurpazioni, favorite non solo dal disinteresse del governo, ma anche dallo speciale ordinamento della proprietà e dalla mancanza di catasti efficienti. Erano ancora in atto numerose contestazioni tra Pref.ettura e privati: notevole tra ie altre quelle riguardanti il bosco di Logora. Naturalmente le incertezze sul proprietario non potevano costituire ostacolo allo sfruttamento per necessità militari. Cons·eguentemente fu stabilito il principio che nei casi controversi il prodotto dei tagli effettuati per ordine delle nostre autorità di occupazione venisse versato alle Prefetture, e da queste accantonato nei bilanci in attesa di disporne la corretta destinazione. Speciali attenzioni furono dedicate alla gestione della peschiera cli Butrinto, che nel 1917 venne concessa in affitto per il canone cli Lire 4.000 mensili, ed in seguito amministrata in economia. Furono progettati lavori di miglioria e venne disposto l'acquisto di macchinari ed attrezzature occorrenti per un più razionale sfruttamento del vivaio, destinato ad assicurare in tal modo un ricavo superiore a Lire 150.000 annue. Si riesaminò pure il problema dell'impiego del pesce pescato per l'approvvigionamento dei centri marittimi viciniori, anziché di Corfù, dove da tempo veniva fatto affluire. La Prefettura di Valona percepiva la tassa cli monopolio sui prodotti della salina di Arta, lasciata in amministrazione ai funzionari del Debito Pubblico ottomano. Introitava inoltre, tra le varie tasse, quelle sul bollo, sulla pesca, sulla caccia, sull'alcool, in riscossione già all'epoca che precedette il nostro sbarco. Venne studiata la istituzione della tassa di fabbricazione sui tabacchi di produzione indigena. Una simile tassa era stata applicata dal governo turco in misura variabile; soppressa di fatto dopo le guerre balcanich~, era stata ripristinata dalla amministrazione greca, nel tempo in cui si insediò a nord del confine di Londra. Un quadro ancorché sommario della gestione finanziaria delle due province, e della attenzione con cui le nostre autorità procedevano ai controlli, Io offrono gli accertamenti delle entrate che, in


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conto competenza, si verificarono nell'esercizio 1917. Ne presentiamo, qui di seguito, le voci analitiche e le cifre pertinenti. Entrate Rendite patrimoniali Imposta fondiaria e decime Dazio doganale Tassa esercizio e vendita Tassa armentizia Varie (tasse giudiziarie, multe, gestioni speciali) Monopolio (sa]ine, bollo, spiriti ecc.) Totali: Lire

Valona

Argirocastro

56.758,51 2.022.940,99 1.122.551,40 48.944,60 84.735,40

108,417,77 1.462.512,78 275.147,17 58.842,44 320.949,46

365.901 ,41 295.781,00

425.629 ,31

3.997 .613,31

2.651.198,93

Al 31 dicembre 191 7 le due Province accertarono un cospicuo avanzo <li gestione: Valona in Lire 1.950.841,61; Argirocastro in Lire 1.778.662,99. E' di tutta evidenza che si era raggiunta una confortante solidità finanziaria della Amministrazione pubblica, premessa alla soluzione dei molti problemi postulanti opportuni mterventi. Anteriormente alla nostra occupazione, nessuna indagine riflettente la popolazione di quei territori era stata mai compiuta: mancava qualsiasi dato serio sul numero degli abitanti sia dei centri maggiori che dei minori, come pure di que11i residenti nelle campagne. Si provvide pertanto senza indugio a far eseguire il censimento generale della popolazione della provincia di Valona. Al raggiungimento delTo scopo si frapposero non poche né lievi difficoltà; grazie tuttavia al valido concorso delle autorità locali, dei capi villaggio, dei maestri indigeni, dei sacerdoti, quel primo esperimento venne condotto a termine con risu1tato soddisfacente. Successivamente si procedette al censimento generale della popolazione nella provincia di Argirocastro, per accertarne pure la consistenza prima del trasferimento, nel luogo, delle comunità epirote. Si rilevò anche la appartenenza alle distinte religioni, e si acquisirono i nomi dei numerosi villaggi distrutti dalle bande greche. Si intese raccogliere notizie esatte ed esaurienti per realizzare la conoscenza storica delle circostanze che avevano caratterizzato drammaticamente il periodo delle devastazioni. Fu possibile de-


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lineare una più che approssimativa suddivisione degli abitanti secondo i nuclei etnici (albanesi, slavi, cutzovalacchi, greci, zingari) e secondo la lingua parlata. Si fece una ricognizione degli usi locali, e fra questi delle feste pubbliche e familiari e delle rispettive origini; altrettanto si dispose in ordine alle leggende, alle condizioni climatiche, alle industrie ed ai commerci. Condotto con tali criteri, il censimento consentì di acquisite elementi esaurienti sulla storia e sull'anima di quelle popolazioni. I Municipi albanesi - denominati Katundaria - svolgevano una attività molto limitata. La nostra occupazione trovò detti enti costituiti solo in dieci centri, tutti gli altri villaggi essendo privi cli una propria amministrazione, perché riuniti in diritto, e non sempre in fatto, in « circoli » e « mutidiati », investiti di attribuzioni quasi esclusivamente fiscali, da esercitare nell'interesse del governo. Quanto all'azione positiva da svolgere per il soddisfacimento dei pubblici bisogni da parte dei Municipi, gli antichi ordinamenti lasciavano libero campo alle iniziative locali. Quindi le attività si erano sempre conformate alle proprie risorse, di norma assai esigue dal momento che l 'intero gettito tributario doveva essere devoluto allo Stato. Restavano a disposizione dei Municipi entrate sussidiarie di scarso rilievo, ed assolutamente inadeguate alle effettive esigenze. Il Segretariato per gli Affari civili istituito dall'Italia diede un conveniente sviluppo a tali enti locali, ammettendo la trasformazione in Municipi di quei villaggi, o raggruppamenti di villaggi, che non ne possedevano la veste giuridica perché privi di una adeguata consistenza patrimoniale. Furono allargate le attribuzioni dd Consigli municipali, in ordine alla compilazione e amministrazione dei propri bilanci, alla sanità, all'annona, alla viabilità, all'edilizia, alla polizia mortuaria, alla nettezza urbana, alla pubblica illuminazione, alla beneficienza. Poiché la quasi totalità dei Municipi non potevan fare fronte con le entrate di pertinenza alle spese derivanti dai compiti accennati, al pareggio dei bilanci provvedeva la Prefettura alla cui vigilanza erano sottoposti. D'altra parte il notevole incremento delle entrate fu segno evidente dell'intensificazione della vita civile in quet territori. In molte località fu attuata un'opera di autentica rigenerazione della attività sociale, grazie anche all'apporto lavorativo dei nostri soldati, e dai prestiti accordati dal Governo italiano con tassi di interesse particolarmente modesti.


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SANITA' E IGIENE

La sorveglianza sanitaria della popolazione, come pure quella igienica, era accentrata nel Segretariato per gli Affari civili, che vi provvedeva a mezzo di un apposito Ufficio. Secondo le direttive impartite da questo organismo, i medici provinciali e circondariali esercitavano la vigilanza igienico-sanitaria nella rispettiva circoscrizione, ed attuavano la profilassi delle malattie infettive. Per mantenere il necessario contatto con la Sanità militare, venne istituita una Commissione Sanitaria formata da elementi militati e borghesi, funzionante come organo consultivo delle Autorità civili. Nelle città più importanti l'assistenza sanitaria fu praticata su larga scala, per la adeguata disponibilità di personale qualificato. Inoltre, data la presenza di numerosi liberi professionisti, fu sufficiente nominarvi per la cura gratuita degli indigenti un medico condotto al quale vennero di norma affidate pure le mansioni di ufficiale sanitario. L'assistenza domiciliare era validamente integrata dagli ambulatori, dove ufficiali medici, e in qualche caso anche sanitari borghesi, prestavano la loro opera disinteressatamente e col massimo impegno. Il modello era rappresentato dalla Poliambulanza medica di Valona, istituita dalla Missione sanitaria della R. Marina, e potenziata con le disponibilità del bilancio municipale. Dotata di attrezzature moderne, si articolava in quattro reparti: medicina, chirurgia, oculistica, odontoiatria. Due piccole infermerie, per uomini e per donne, consentivano di trattenere in osservazione qualche malato sospetto, e di praticare interventi chirurgici anche di una certa importanza, ~vitando il ricovero dei pazienti in ospedale. Vi era annessa una stazione entomo-parassitaria provvista del materiale occorrente, ed una farmacia che assicurava le forniture per i servizi ambulatoriali, e distribuiva gratuitamente i medicinali ai non abbienti della Provincia. Altri ambulatori dall'ottimo funzionamento erano quelli di Argirocastro, Delvino, Premeti. Per l'assistenza ospedaliera la popolazione di Valona poteva contare inizialmente su dieci letti dell'infermeria della Base Navale, e sull'opera degli ufficiali medici della nostra Marina. Il Genio militare italiano costruì, su invito e per conto della Prefettura, un Ospedale con cento posti letto, che comprendeva quattro distinti padiglioni, ciascuno dei quali fornito di stanze di isolamento, ed


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appositi edifici per Ja direzione, la amministrazione, la sala anatomica, i bagni e disinfezione, la lavanderia, gli alloggi del personale, i vari servizi. Disponeva di illuminazione elettrica, acqua di conduttura, accurato sistema di ventilazione, e dei più aggiornati strumenti tecnico-professionali. Un Ospedale di dimensioni più modeste fu impiantato ad Argirocastro, e ne vennero allestiti anche nelle città di Delvino e Premeti. Per la difesa del patrimonio zootecnico furono emanate ordinanze che imponevano la denunzia delle malattie degli animali, e dettavano tutte le norme profilattiche: dichiarazione di zona infetta, sequestro, accantonamento, abbattimento degli animali, disinfezioni ecc. Allo scopo di combattere le frequenti epidemie di carbonchio ematico vennero introdotte le vaccinazioni preventive; si praticarono inoltre continue ispezioni per l'accertamento di malattie spesso occultate per ignoranza o trascuratezza. A tali incombenze la Prefettura e il Municipio di Valona provvedevano con personale borghese, mentre nel resto del territorio erano i veterinari militari, compatibilmente con le loro specifiche attribuzioni, a venire in aiuto degli allevatori e delle Amministrazioni pubbliche. La Commissione sanitaria mista emanò il Regolamento di igiene locale, in cui si fissava tra l'altro un piano organico di sorveglianza annonaria. Con apposite ordinanze si provvide a dare il dovuto risalto alle disposizioni di maggiore interesse e urgenza, a facilitare il passaggio alle nuove norme, a rendere più diffusa la conoscenza di esse. Venne imposta la osservanza di severe regole igieniche nella conduzione dei negozi di commestibili; fu vietato il commercio girovago dei generi alimentari, fonte oltre tutto di numerosi abusi; vennero impartite precise norme sulla nomenclatura e la qualità dei generi, nonché sulla loro protezione <lagli insetti; furono infine sottoposte a controlli sistematici di laboratorio le importazioni e le vendite di d errate alimentari e di bevande. Ad evitare i danni della macellazione libera, nelle principali città fu costruito un pubblico macello, sottoposto alla vigilanza del veterinario e dell'ufficiale sanitario; a Valona fu anche edificato un mercato coperto, nel quale le vendite si compivano in buone condizioni igieniche. Il rispetto delle norme vigenti era controllato dovunque dal medico municipale assistito oltre che dal veterinario, se presente,


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da due vigili sanitari. In talune località, difettando gli elementi borghesi, il Comando delle truppe destinò a quei servizi militari idonei, in possesso dei requisiti necessari. Gli esami bromatologici delle merci sospette erano effettuati nei laboratori dell'Esercito e della Marina. L'attuazione di un piano profilattico generale era ostacolato, nel territorio albanese, dalla mancanza di medici nei villaggi rurali, e soprattutto dalla ritrosia connaturata nella popolazione a rivelare quanto avveniva nell'ambito familiare. Il Comando rese perciò obbligatoria la denunzia delle malattie, e costitui presso il Segretariato per gli affari civili un ufficio di profilassi, con un deposito di materiale per ogni evenienza. Stabili inoltre che P refetture, Sottoprefetture e Municipi tenessero pronti i mezzi, di locali e d i personale, per fronteggiare possibili epidemie fin dal loro sorgere. Nelle principali città furono allestiti centri di isolamento e contumaciali, e a disposizione dei medici provinciali furono poste squadre di disinfezione sufficientemente addestrate, ed in grado di operare con il sistema chimico e con quello a vapore. Per i villaggi rurali tale servizio veniva eseguito sotto la direzione di un medico che vi accorreva alla prima segnalazione, e che si avvaleva delle risorse del luogo. Determinante fu, in numerose circostanze, l'opera dei medici militari dei presidi sparsi nella regione. Speciali misure reclamarono alcune malattie, sia per l'insita gravità che per la grande diffusione: prima tra esse la malaria, che per il numero dei colpiti era da considerarsi pure come un fattore demografico di straordinaria importanza. La lotta antimalarica venne iniziativa dalla ~fissione sanitaria della R. Marina, che mise in rilievo l'estensione della endemia; le misure da essa adottate in Valona furono generalizzate all'intero territorio a cura della Sanità militare. Nei riguardi della popolazione civile la iniziativa in argomento ricevette un organico impulso ad opera della Commissione sanitaria mista, che intraprese pure il censimento delle persone af. fette dalla malattia, e provvide a curare energicamente i recidivi. Qualche cifra: vennero distribuiti 1.700.000 tabloidi di chinino, mezzo milione di cioccolatini al tannato, e furono praticate 14.200 iniezioni di bicloruro di chinino. Nella sola Valona non meno di 13.000 malarici civili fruirono della assistenza medica, domiciliare o ospedaliera.


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Mai segnalato in precedenza, il tifo esantematico venne riconosciuto per la prima volta nel febbraio 1917, per merito dei medici militati, fra gli indigeni dei villaggi d'oltre Vojussa che attra¡ versavano il fiume per procurarsi il cibo nelle zone occupate dagli italiani. Si provvide anzi tutto a soffocare prontamente i singoli focolai con queste misure: isolamento degli ammalati, contumacia dei sospetti, disinfezioni, lotta antiparassitaria alle persone, agli indumenti, agli alloggi, scrupolosa nettezza degli abitati. Per limitare il contagio e difendere le località immuni, fu necessario porre in atto disposizioni di indole generale, come una oculata sorveglianza dei viaggiatori, l'fatituzione di campi di raccolta ove trattenere e disinfestare i vagabondi e i senza tetto, la vigilanza sanitaria con case contumaciali nei centri di transito, le frequenti ispezioni dei han e delle locande. Con grande impegno si provvide, sempre a questo fine, al miglioramento dell'igiene nelle carceri, assicurandovi adeguati servizi, ispezionando i detenuti, sottoponendo ad un congruo periodo di contumacia i nuovi arrivati prima di immetterli nei cameroni comuni. A difesa del traffico marittimo, fu vietato l'imbarco di chiunque, provenendo da località colpite, non fosse stato sottoposto ad osservazione e non avesse compiuto le pratiche di profilassi prescritte sulla persona e negli indumenti. Nei periodi sospetti le navi furono invitate a ridurre al minimo i contatti con la terra ferma, e i servizi di carico e scarico vennero effettuati a mezzo di squadre i cui componenti erano mantenuti isolati dal resto della popolazione. Con le disposizioni accennate l'infezione fu contenuta in limiti assai ristretti, anche se riusci impossibile debellarla del tutto. Un apposito servizio di vigilanza e di profilassi venne istituito per combattere la sifilide, allora molto diffusa nella regione, come pure le altre malattie celtiche alimentate dal meretricio clandestino. Per scongiurare il pericolo delle epidemie di vaiolo, fu introdotto l'obbligo della relativa vaccinazione, svolgendo una intensa propaganda per indurre gli abitanti a sottoporvisi. Analoghe misure vennero adottate per combattere la trasmissione della rabbia all'uomo e agli animali domestici , molto diffusa per l'impressionante numero dei cani randagi presenti in quei territori. Mancando ogni traccia di statistica sanitaria riguardante il passato, riesce difficile documentare nelle esatte proporzioni i benefici

7. ¡ Memorie


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sica) la lingua in uso era l'italiana: ciò al duplice fine di dotare gli insegnanti albanesi di un essenziale strumento di cultura, e determinare un sempre maggiore loro affiatamento con i maestri italiani. Invero già prima degli accennati provvedimenti, l'opera di questi ultimi aveva concorso ad elevare il livello intellettuale dei colleghi albanesi ed a formare in essi una coscienza professionale. Ne derivò una collaborazione cordiale e fattiva, rispondente agli interessi della scuola. La distribuzione degli insegnamenti fra i maestri albanesi e i maestri italiani, ai quali era normalmente affidata la direzione della scuola, veniva regolata a seconda delle es igenze didattiche e delle particolari attitudini degli interessati. P resso ogni scuola era stato impiantato un campicello per lo studio delle materie agrarie; il maestro militare, nei picco li villaggi, curava pure la profilassi della malaria nei confronti degJi alunni, e dove mancavano medici e ambulatori anche nei riguardi degli adulti. A proposito dei maestri albanesi e dell'insegnamento della lingua locale, è necessario fare una precisazione. In alcuni villaggi del circondario di Premeti e di quello di Delvino si parlavano varietà dialettali della lingua rumena; in altri del circondario di Argirocastro la propaganda filellenica aveva reso di uso pressoché comune la lingua greca. In essi, nello spirito dei criteri cui si uniformarono costantemente i nostri Comandi, sensibili alle esigenze locali, fu consentito l'insegnamento di quelle lingue. I maestri greci impartivano al loro insegnamento un indirizzo spiccatamente religioso: la azione italiana determinò tuttavia un deciso orientamento verso la laicità della scuola, sia per motivi ideali, sia perché soltanto con essa si poteva giungere nei villaggi con popolazione mista a diffondere il sentimento nazionale, disperdendo i negativi riflessi delle lotte etniche e di confessione che fino a qualche tempo prima avevano seminato lutti e rovine nella regione. Comunque fu favorito l'insegnamento della religione al di fuori della scuola, coordinandone il calendario e gli orari. Meritano almeno un cenno le diverse opere di assistenza scolastica attuate in Albania, ad iniziativa dei Comandi, del Segretariato, dei Patronati. Oltre che di chinino (per prevenire e combattere, come si è già riferito, la malaria) si fecero ampie distribuzioni gratuite di libri di testo e di indumenti, nonché di doni provenienti dall'Italia per gli alunni più bisognosi. Vennero anche organizzate refezioni scolastiche, sia pure in una forma molto modesta, di cui beneficiarono sopratt11tto le popolazioni rurali.


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L'opera di assistenza spiegata nelle scuole albanesi contribuì non poco al loro sviluppo. Le statistiche indicavano, al termine del secondo anno di funzionamento (1916-17), un totale di 133 scuole e 6.123 alunni. In seguito, pur essendosi provveduto alla soppressione di quelle unità di cui lo scarsissimo numero di allievi non giustificava la esistenza, esse salirono complessivamente a 184, con 346 classi, dislocate in 161 differenti centri. Gli alunni, secondo rigorosi accertamenti, nel 1917-18 erano 8.453, di cui 6.219 maschi e 2. 234 femmine. Alla fine del 1918 funzionavano 200 scuole, frequentate da circa 10.000 alunni, di cui un terzo femmine. La sproporzione tra i due sessi era giustificata dai precedenti: considerando come dapprima, quasi dovunque e specialmente presso le popolazioni musulmane , l'istruzione della donna fosse del tutto trascurata, si deve convenire che in quegli anni la scuola albanese fece a tale riguardo apprezzabili progressi. Anche nei villaggi più restii, i maestri militari italiani fecero ottima prova sia nelle scuole miste che in quelle femminili. I dati sopra riportati si riferiscono alla istruzione elementare. Furono però organizzate anche scuole di altro grado nei maggiori centri. Istituti superiori provinciali ad indirizzo tecnico commerciale vennero creati a Valona e ad Argirocastro. I programmi erano analoghi a quelli delle scuole tecniche italiane, con opportune modifiche che privilegiavano un orientamento più spiccatamente scientifico e pratico, e naturalmente con l'aggiunta dello studio della lingua albanese. L'insegnamento era affidato a docenti albanesi di particolare preparazione, e a militari italiani in possesso dei diplomi e lauree per le singole materie. A Valona funzionava pure un corso serale professionale: vi si studiavano l'albanese, l'italiano , la geografia, la aritmetica e computisteria, il disegno. Lo frequentavano impiegati e commercianti medi, con accertato profitto. Corsi serali vennero organizzati anche ad Argirocastro, Kimara e Drimades e perfino a Karbonara, nelle immediate vi~inanze della linea di combattimento. Nel 1918 furono istituite una scuola di arti e mestieri e una scuola agraria ad Argirocastro, e una scuola agraria con annesso convitto a Babizza piccola, nella tenuta sperimentale dell'Ufficio di consulenza agraria. Nello stesso anno fu inaugurata a Valona una grande palestraricreatorio. Tutte le scuole furono dotate di piccole biblioteche; una biblioteca circolante fu istituita a Valona. a cura della locale Prefet-


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nelle zone della occupazione italiana, implicherebbe un discorso lungo e dettagliato. Ma anche da pochi accenni si può ricavare una immagine esauriente di quella attività. Il Genio militare, le compagnie di milizia territoriale, i singoli reparti si adoperarono in una complessa serie di lavori, aprendo e sistemando strade, costruendo ponti, viadotti e fontane, riparando vecchie case e costruendone nuove: diedero alla regione un aspetto più moderno e vi apportarono un innegabile benessere. I lavori pubblici che non avevano una stretta attinenza con i servizi dipendenti dall'Amministrazione civile, in un primo tempo furono affidati alla iniziativa delle Prefetture e di reparti faolati; in seguito si ravvisò la necessità di costituire, nell'ambito del Comando Genio del Corpo d'Armata, una apposita Sezione. Molti dei lavori condotti a termine o studiati da quella Sezione avevano diretto riferimento col miglioramento igienico della regione, e specialmente dei singoli centri abitati. Particolarmente interessante fu a tale riguardo il progetto di bonifica della piana di Valona, basato sul principio di portare tutta la zona impaludata al livello medio di un metro circa sopra quello della laguna di Arta, luogo di sbocco di un collettore per il deflusso delle acque. Altri progetti analoghi furono studiati per il risanamento della vaUata del Drino e della pianura di Delvino. Fin dai primi tempi si era dato avvio ad opere cosiddette « di piccola bonifica » per combattere radicalmente la malaria: vi concorse in misura notevole la Sanità militare a mezzo di apposite squadre di disinfestazione antianofelica. Una ordinanza del Comando superiore chiamò tutti i cittadini a contribuire direttamente a quella lotta, comtninando multe ai proprietari che tollerassero ristagni d'acqua nelle proprie dipendenze, e fissando premi in danaro per i coltivatori che apportassero miglioramenti igienici ai propri fondi. L'Ufficio di consulenza agraria indicava la disposizione dei drenaggi, suggeriva le colture più adatte a sottrarre umidità al terreno, forniva le piante necessarie per il rimboschimento. In Albania mancava qualunque sistema di fognatura, e si ricorreva a sistemi primordiali. Furono studiati progetti per la soluzione del delicato problema, che aveva comprensibili risvolti igienici, e nell'attesa si procedette alla riparazione e sistemazione dei vetusti canali di scolo. Una grande cura fu posta nel riassetto dei complessi urbani, abbattendo casupole e sostituendole con fabbricati nuovi, aprendo


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vie e rifacendo la pavimentazione di quelle esistenti, dando ana e luce ai quartieri dove l'agglomerato era maggiore. Particolare attenzione si dedicò all'approvvigionamento idrico: ne erano prova le numerose fontane costmite talora con criterio artistico, e sempre nell'assoluto rispetto delle norme igieniche. Quasi tutti i centri furono alJacciati a vicine sorgenti, e si pose fine al trasporto dell'acqua con recipienti. E' superfluo sottolineare la importanza dei menzionati provvedimenti. Dei lavori eseguiti dal Genio militare ricordiamo: l'acquedotto, la fognatura, la centrale elettrica, gli edifici della Dogana e dell'Orfanotrofio oltre al già citato Ospedale, a Valona; il carcere di Ciafa Babitza; l'ospedale, le scuole, l'acquedotto ad Argirocastro. Va pure menzionato il perfetto restauro delle moschee a Delvino. Meritano infine un cenno alcuni lavori pubblici gestiti direttamente dalle amministrazioni locali, secondo le direttive del Comando italiano: tali furono ad esempio le ricostruzioni dei villaggi e quartieri distrutti dalle bande epirote. Si trattava di un problema essenzfole per b stessa esistenza di molti abitanti che avevano perso i focolari ed i beni: ad essi fu ridato un tetto e un centro di vita sociale, dapprima con adattamenti di fortuna e in seguito stabilmente: vi concorsero nostri soldati operai specializzati, che dirigevano e sorvegliavano le prestazioni dei lavoratori indigeni. Di notevole importanza fu la sistemazione del porto di Valona, che ne ebbe in tal modo moltiplicate la efficienza e la potenzialità con vantaggio primario, ma non esclusivo, delle esigenze di carattere militare. L'unico e vetusto pontile che vi esisteva venne in breve tempo sostituito da sei nuovi, lunghi circa cento metri ciascuno, e di larghezza tale da consentire massicce operazioni di carico e scarico. I pontili erano raccordati da una camionabile sufficientemente ampia, e collegati da un fitto intreccio di decauvilles. L'aspetto di maggior significato nel campo dei lavori pubblici fu rappresentato senza dubbio dalla realizzazione di una buona rete stradale: questa rispondeva - è vero - alle necessità belliche dell'epoca, ma fu anche fattore non ultimo della successiva evoluzione socio-economica della regione. Si costruirono nuove arterie e si procedette alla sistemazione delle poche preesistenti. Valona era il punto di p arten za di quattro rotabili che - con uno sviluppo complessivo di 400 km - raggiungevano rispettivamente Fieri, Argirocastro, Kanina, Santi Quaranta. Le ultime due avevano comportato la soluzione di difficili problemi di tracciato , l'apertura di gallerie, la costruzione di ponti in cemento armato. Il G enio militare realizzò,


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gere locali, con vantaggio della Amministrazione militare, e con profitto finanziario dei proprietari. Vennero pure reperiti dati informativi stat1st1c1; si iniziarono le rilevazioni sistemiche di botanica, zoologia, geologia, entomologia, fitografologia, per poi procedere alla indagine scientifica delle condizioni e dei bisogni della regione, con l'apporto di studiosi italiani.

APPROVVIGIONAMENTI E CONSUMI TRASPORTI E

COMUNICAZIONI

Il Comando italiano, sin dai p rimi tempi della occupazione, si rese conto della necessità di organizzare un razionale vettovagliamento della popolazione civile, al quale, specialmente in quel difficile periodo, gJi scarsi prodotti del luogo potevano sopperire solo in parte. A tale deficienza provvide in buona misura l'Ufficio di consulenza agraria, la cui attività venne integrata con la creazione di un organo speciale presso il Segretariato per gli affari civili, denominato Ufficio approvvigionamento e consumi. Si poté regolare razionalmente il vettovagliamento, sottraendo i generi di prima necessità ad ogni tentativo di incetta e di speculazione; venne assicurata la importazione tempestiva dei quantitativi di generi alimentari che, aggiunti a quanto, secondo periodici accertamenti e controlli disposti d al Comando, poteva ricavarsi dalla produzione locale, rispondessero alle esigenze della popolazione civile. A tale intento si vietò ogni esportazione di generi alimentari, specialmente della carne, tranne che per l'Italia; si proibl il commercio dei cereali; si sottopose a razionamento la popolazione, istituendo un registro per ogni vill aggio, con l'elenco delle famiglie e della rispettiva composizione. Fu anche disposto l'inventario dei prodotti locali, ordinando che le eccedenze fossero messe a disposizione del Commissario circondariale che ne curava l'amministrazione. Poiché in pratica nessun circondario poteva provvedere al proprio fabbisogno di cereali, fu necessario distribuire una parte delle derrate che provenivano dall'Italia in relazione alle esigenze determinate di anno in anno. Ad esempio, dal giugno 1917 al mag-


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gio 1918 furono importati dall'Italia, per la sola popolazione civile: 69.000 quintali di granone, 7.000 quintali di grano, 1.000 quintali di riso, 1.300 quintali di zucchero. La corretta distribuzione dei generi tra le diverse circoscrizioni amministrative veniva vigilata dal Comando militare; questo provvedeva anche al trasporto organizzando apposite carovane che, muovendo dagli scali di Valona e di Santi Quaranta, percorrevano la vasta zona occupata. Anche l'importazione e l'esportazione degli altri generi veniva regolata in base alle necessità del traffico, ed era diretta al fine di inregolata in base alle necessità del traffico, ed era diretta al fine di normalizzare e incrementare il commercio. Senza uno speciale permesso non era consentito il passaggio delle merci da un circondario all'altro, e ciò allo scopo di controllare la giusta ripartizione dei beni di consumo. Le importazioni erano in genere libere, ad eccezione di quelle del vino e dei liquori. Per le importazioni sia dei cereali che delle altre merci, un problema che presentava gravi difficoltà era quello dei trasporti marittimi. Nel 1915 esisteva a Valona un apprl,do settimanale della linea commerciale Taranto-Gallipoli-Valona, in grado di accogliere oltre 1.500 tonnellate di merci. Accresciute le esigenze militari, lo approdo divenne quindicinale, e i trasporti furono ridotti a 600 tonnellate, mentre la esportazione dei prodotti del luogo era limitata a 60. La linea diretta Gallipoli-Santi Quaranta, istituita per la Albania meridionale, funzionava in maniera saltuaria e irregolare; così pure quella Valona-Porto Palermo-Santi Quaranta-Butrinto-Corfù per merci e passeggeri, che sostituendo il precedente traffico di velieri collegava i principali scali delle zone occupate. Nonostante le difficoltà che ne impedivano il regolare svolgimento, quei servizi di comunicazione favorirono un certo incremento dei commerci, con beneficio per l'economia della regione. Per quel che concerne il regime doganale, durante la occupazione militare fu mantenuta in vigore la legislazione ottomana, che aveva per base la tassazione ad valorem preferibile, mancando una apprezzabile attività industriale, al sistema delle tariffe per voci. Il servizio era disimpegnato da ufficiali e militari della R. Guardia di Finanza, coadiuvati da impiegati ed agenti albnaesi scelti tra qudli che davano maggior affidamento. Con opportune disposizioni si ridussero al minimo gli inconvenienti e gli abusi che si erano resi possibili in passato; si migliorò la preparazione del personale albanese; si fissarono pene per i contrabbandieri, favoriti specialmente lungo la frontiera greco-epirota dalla natura montana


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conda della religione professata dalle parti in causa; da quattro giudici, due per ognuna delle confessioni, per le controversie tra musulmani e cristiani. Le cause riguardanti nostri connazionali residenti in Albania, non potendo costoro essere sottratti ai loro giudici naturali, erano di competenza di un Tribunale ordinario, formato dal Presidente, dal G iudice istruttore e dal Pretore, tutti magistrati italiani. In materia di diritto civile privato, le autorità giudiziarie applicavano le Jcggi ottomane, e rispettavano le norme e le consuetudini locali; in materia penale invece, che interessava l'ordine pubblico e la sovranità dello Stato, si applicava il codice vigente in Italia: i giudici tuttavia avevano la facoltà di richiamarsi agli usi ed alJe tradizioni del luogo al fine della eventuale concessione delle attenuanti. Un esempio tipico lo rappresentava la prassi seguita per l'omicidio commesso in nome della vendetta di famiglia, punibile secondo la legge italiana con l'ergastolo: essendo la vendetta del sangue quasi un impegno d'onore per gli albanesi, i giudici italiani solevano irrogare pene meno gravi di quella a vita. Nei territori occupati funzionarono due tribunali ordinari (Valona e Argirocastro) , sei preture(Valona, Argirocastro, Kimara, Delvino, Premeti e Liaskoviki) , e uffici di conciliazione in ogni comune. Il territorio di Descnica-Scrapari, trovandosi nell'immediata vicinanza della linea di combattimento, era soggetto alla giurisdizione del tribunale militare. Le Preture, rette da magistrati italiani sotto le armi, giudicavano per controversie non superiori a 1.500 lire, mentre le conciliature erano competenti per quelle non superiori alle 300 lire. In materia penale i Pretori giudicavano dei delitti comuni che comportavano una condanna restrittiva della libertà personale non superiore a sei mesi, ed una pena pecuniaria non superiore alle 2.000 lire, nonché delle contravvenzioni ai bandi delle Autorità militari punibili con non più di due anni di detenzione. I reati più gravi etano di competenza dei tribunali, presso i quali funzionavano gli uffici del Pubblico ministero e del Giudice istruttore. Ai tribunali e alle preture erano addetti cancellieri e ufficiali giudiziari italiani, ed interpreti ed amanuensi albanesi. Dopo la riorganizzazione della Giustizia, occorreva risolvere la grave questione se i reati commessi in quei territori antecedentemente alla nostra occupazione dovevano perseguirsi o meno. Numerose erano le denuncie e le querele per delitti perpetrati prima dello sbarco italiano, specialmente da bande armate. La questione fu risolta nel senso della perseguibilità di detti reati a norma del-


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l'art. 2 del codice penale italiano, salva peraltro la facoltà del Comando di concedere o negare l'autorizzazione a procedere. In pratica si incontrarono enormi difficoltà tanto nella ricerca che nello esame delle prove, non sempre attendibili in una situazione dominata dal rancore e dall'odio religioso. Dopo un periodo di alcuni mesi, allo scopo di instaurare la certezza del diritto, il Comando italiano emanò norme secondo le quali i delitti in questione, anche se di azione pubblica, divennero perseguibili solo a querela di parte, per la cui presentazione si fissò il termine perentorio del 30 settembre 191 7. I notai e gli avvocati erano nominati dal Segretariato per gli affari civili, sentiti il Presidente del Tribunale ed il Procuratore del Re . In breve tempo si raggiunsero risultati soddisfacenti: la popolazione avvertì gradatamente il senso della Giustizia e prese a nutrire piena fiducia in quanti erano chiamati ad amministrarla. Ne derivarono no tevoli benefici alla tranquillità sociale.

L 'OPERA DE! ( AKAIHNlERl

Assunto fin dal1o sbarco del dicembre 1914 il serv1210 di sicurezza pubblica, l'Arma dei carabinieri espletò la delicatissima opera in mezzo a difficoltà d'ogni specie, derivanti dall'inveterato regime di arbitri, vendette, rapine, sovente favorite e commesse dagli stessi funzionari e gendarmi del posto, nonché dalla diffidenza e dalla ostilità degli abitanti. Si dovette procedere, con cautela non dissociata da decisione, a ristabilire l'ordine e la sicurezza dove da tempo dilagavano l'anarchia, la miseria e le epidemie. Mentre si estendeva l'occupazione, fu aumentato l'organico dei Carabinieri, e sotto la guida di ufficiali e di sottufficiali delJ'Arma vennero riorganizzati il corpo della gendarmeria e quello di polizia albanesi, epurandoli degli elementi non idonei moralmente e professionalmente. La popolazione, dapprima sospettosa, incominciò a riporre una incondizionata fiducia nell'azione di giustizia delle autorità militari italiane, rappresentate sotto quel profilo fin nei più remoti villaggi dai Carabinieri. Esistevano: un Comando CC.RR. presso il XVI Corpo d'Armata, retto da un ufficiale superiore, dal quale dipendevano due altri ufficiali superiori, reggenti rispettivamente il Comando Cara-

8 . . Memorie


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binieri di Valona e quello dell'Albania meridionale; sei comandi di raggruppamento (compagnie); 25 sezioni e 13 7 stazioni. In totale: 37 ufficiali e 1.366 sottufficiali e truppa. Prima dello sbarco italiano funzionavano quattro direzioni di polizia, che vennero ridotte a due: Valona e Argirocastro. Poste sotto la direzione di ufficiali dell'Arma, comprendevano ognuna una cinquantina di agenti albanesi di provata preparazione e moralità , che godevano di un trattamento adeguato ed erano bene accasermati. Come si è detto la gendarmeria locale, formata di elementi indisciplinati, venne riorganizzata, previ a rigorosa selezione del personale (solo 52 su 338 che vi appartenevano in precedenza furono mantenuti in servizio). Quel corpo, opportunamente ristrutturato, raggiunse la forza organica di 240 militari di truppa (190 per la provincia di Valona e 50 per quella di Argirocastro) sottoposti ad assiduo addestramento. L'opera dei Carabinieri si articolava in un complesso di compiti , i principali dei quali erano: disarmo d ella popolazione, esecuzione dei mandati Ji cattura, repressione del brigantaggio e dei reati comuni; servizio informazioni; collaborazione nella riscossione delle tasse; rilascio e controllo dei passaporti da un circondario all'altro. Le Direzioni di polizia si occuparono sovente di conciliare controversie, e di giudicare reati non punibili dal Tribunale militare. Inoltre impiantarono il casellario giudiziario per le rispettive province. Con decreto 11 maggio 1918 fu affidata alla Direzione di polizia di Valona la disciplina del servizio di manodopera locale assunta dall'Amministrazione militare, dalla R. Marina , dalle Amministrazioni civili e da imprese private. Ad ogni lavoratore veniva rilasciato un libretto personale, in modo da rendere possibile il controllo della fluttuazione della mano d 'opera , nell'interesse dell'ordine e della sicurezza, all'interno del campo trincerato. L'accennato decreto regolava pure i diritti e i doveri dei lavoratori, stabilendo tra l'altro che in caso di infortunio venisse loro corrisposta per tutto il periodo di degenza in ospedale la metà della paga percepita al1'atto dell'incidente.

Abbiamo tracciato un quadro pur sommario della attivitĂ svolta o predisposta o controllata dal Comando militare italiano nel contesto sociale albanese, pur in concomitanza di gravi e pressanti im-


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pegni di indole operativa. La popolazione del luogo ne derivò innegabili benefici, ed una prova della gratitudine che essa intese manifestare all'Italia è il concorso al prestito nazionale del 1918. La somma sottoscritta fu modesta, ma non priva di significato, se si considera che la propaganda fu condotta con grande moderazione, che le risorse economiche locali erano molto scarse, e che in genere vi era una grande difidenza verso nuove forme di investimento di danaro. Possiamo concludere affermando che l'opera della Autorità militare italiana ebbe una positiva influenza nella rinascita civile della regione albanese.


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POLITICA MILITARE E POLITICA ESTERA NELLA TRIPLICE ALLEANZA. DIETRO LE TRATTATIVE DEL 1882 *.

1 - Il 26 novembre 1881 il ministro della Guerra, generale Emilio Ferrero~ pr~senta alla Camera un disegno di legge che si propone di ingrandire l'esercito, portando da 20 a 24 le divisioni permanenti di fanteria e da 480.000 a 610.000 gli uomini di pr~a e seconda linea schierabili in caso di guerra. « Il nostro esercito, qual'è ora costituito - scrive il ministro nella relazione - non è sufficiente di numero per assicurarci pienamente contro ogni e qualunque attacco da parte di una nazione forte per terra e per mare». Ma l'ampliamento comporta un incremento non proporzionale della cavalleria solo di 12 squadroni, mentre i reggimenti passano da 20 a 33) e squilibra anche il rapporto fra artiglieria (malgrado 20 batterie da campagna in più) e fanteria, la forza delle cui compagnie, se passa da 200 a 225 uomini in guerra scende da 100 a 90 in tempo di pace (e sino a poco più di 50 nei mesi invernali, per effetto dei congedi anticipati). Il progetto prevede inoltre il trasferimento di ufficiali in servizio permanente alla seconda linea (dei cui reparti assumono tutti i comandi) all'atto della mobilitazione e la creazione di uno Stato Maggiore generale ( 1). Lo scopo finale è rendere l'esercito schierato nel centro sud del paese capace di fronteggiare eventuali sbarchi francesi senza chiedere aiuti alle forze principali, schierate lungo la frontiera terrestre. Il ministro Ferrero afferma del resto con estrema chiarezza durante la discussione alla Camera che è un rafforzamento strategico che intende ottenere (2), come suggerisce anche il proposto aumento del 65 * L'accesso a parte delle fonti delle quali questa ricerca si avvale mi è stato grandemente facilitato, come sempre con cortese sollecitudine, dal prof. Ruggero Moscati, alla cui memoria questo lavoro è dedicato. 1) CAMERA DEI DEPUTATI, Atti, Sessione 1880-81, n . 256, 26 novembre 1881. 2) Ivi, Discussioni, Sessione 1880-81, vol. X, 1 maggio 1882, p. 10373.


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per cento dei reggimenti di cavalleria (contro il solo 10 per cento degli squadroni) al fine di formare due o tre divisioni autonome. Alla fine di dicembre dello stesso 1881 il ministro degli Affari Esteri, Pasquale Stanislao Mancini, avvia, com'è noto, l'azione diplomatica tesa a stringere una intesa politica con gli imperi d'AustriaUngheria e di Germania (3). Al di là deJl'jmpegno nella ricerca dell'alleanza mostrato da Mancini e di queUo (certo minore) sentito dal presidente del consiglio, Agostino Depretis, ha importanza rilevantissima l'appassionata azione svolta dal segretario generale della Consulta, barone Alberto Blanc (4) resa nota pochi anni dopo da Luigi Chiala per il quale il ministro « sperava di dirigere l'opera e di frenare gli ardori di questo suo antico a1lievo » ma la « finezza di Depretis e l'abilità di Mancini dovevano essere vinte dalla risolutezza e dall'audacia del giovane diplomatico » (5). Ancora oggi però non si conoscono le fasi e le dimensioni della sua manovra, il contributo degli uomini mobilitati a tale scopo, gli argomenti utilizzati: tutti elementi che saranno oggetto della nostra ricerca. 2 - « Savoiardo e cresciuto su alla scuola diretta del Cavour; poi sempre kgato con gli uomini della Destra, capo di gabinetto di La Marmara, segretario generale di Visconti Venosta » poco più che trentenne nel 1869-70, Blanc si orienta sin da allora « verso nuovi ideali, e non di sola politica spicciola , bensl di vita morale. Bando agli ideali sentimentali, e viva le sole cose 'solide e sicure', la scienza, la produzione, la forza: non era ancora la parola, ma era già il concetto della Realpolitik di gran moda poi, cioè Ja valutazione delle pure forze tangibili e percepibili, con l'occhio fisico e il calcolo matematico [ ... ] . Politica come pura forza, quantitativamente precisabile ». Si tratta insomma, secondo Federico Chabod, cui dobbiamo questo giudizio, di « un modo di prospettare i problemi poJitici che doveva trovare il suo logico coronamento in una propensione di carattere morale e dottrinario verso la nuova . Germania » (6) . 3) Sulla triplice si veda LUIGI SALVATORELLI, La Triplice Alleanza. Storia diplomatica (1877-1912), Milano, 1940, pp. 60-72. 4) Sul quale si veda RENATO MORI, Alberto Blanc, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 10, Roma, 1966, p. 757. 5) Lurcr CHIALA, Pagine di storia contemporanea, Torino-Roma, 1893, vol. III, p. 15. 6) FEDERICO CttABOD, Storia della politica estera italiana dal 1870 al 1896, Bari, 1965, vol. I, pp. 24-26.


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Qu~sta propensione ha modo di tradursi in azione politica nella seconda metà dell'81. Nominato da Mancini di nuovo segretario generale nel giugno di quell'anno, sollecita immediatamente il ministro a prendere in considerazione una alleanza scrivendogli: « Nessuno tra gli statisti euopei ha più dottrina di Lei e questa è una grande forza quando la si collega con quell'istinto diplomatico tanto simile all'istinto militare, pronto a cogliere il momento opportuno a regolarsi non tanto secondo la teoria corretta della piazza d 'armi come invece secondo le subitanee occasioni della battaglia, pronto insomma a sagrificare tutto quel che è secondario a quel che è lo scopo essenziale ».

E secondaria è certo per B]anc la volontà del parlamento . cui Mancini dovrebbe imporre, grazie alla autorità riconosciutagli, il proprio indirizzo in quanto le « assemblee non furono mai buone dire ttrici in diplomazia né in gue rra, e amano di essere talvolta un poco vio lentate per su periori .i nteressi patrii» (7). Quali siano tali in1 c:rcssi è detto in una lettera a Sidney Sonnino: condurre l'Ita1111 « dnlln rnsc di indipendenza di esistenza » a quella di « indipend l' tm 1 di r1zio11e nll 'estero » (8), il che vuol dire fare dell'ancor giovn 11c t cg11u un p l"ùt.tgoni sta della politica europea, strappandolo alla rn11dizio n • subalterna (e di isolamento) in cui si trova. A fianco di q uesta aspirazio ne agisce in lui, potentissima, la preoccupazione 11011 tanto di rafforzare quanto di difendere la monarchia minacciata o ltre che daJla politica, dalla stessa esistenza della repubblica francese . « Man cher comte - scrive all'ambasciatore italiano a Vienna , di Robilant - , sauvez le Roi. Mettez au pied du mur les pauvres misérables parlamentaires. Forcez les à se couvrir de gloire m algré eux, à assurer l'inviolabilité de l'Italie et de la Dynastie » (9). Ma perché questi mesi sono per Blanc il momento opportuno? Nelle elezioni politiche del 1882 l'allargamento del suffragio (il numero degli elettori sarà più che triplicato) potrebbe mutare gli equilibri politici del nuovo parlamento, aggravando l'acquiescenza del p artito di governo a quelle che il diplomatico definisce le idee « franco-républicaines ». Dunque « il n'y a pas de temps à perdre 7) Archivio del Museo Centrale del Risorgimento (AMCR), Carte Mancini, b. 866, n. 12 (3); Blanc a Mancini, Viareggio, 26 luglio 1881. 8) Archivio storico del ministero degli Affari Esteri (ASMAE), Carte Blanc, f. 23, Blanc a Sonnino, s.1., s,d. [1883?] (minuta). Corsivi nostri. 9) ASMAE, Carte di Robilant, b. 16, Blanc a di Robilant, Roma, 15 dicembre 1881.


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pour river à grands coups de martel le clou planté a Vienne » con la visita dei sovrani italiani (della quale è stato sostenitore). Per questo scopo, cioé per favorire l'apertura dei colloqui, è pronto anche a dimettersi con tanto clamore da provocare una crisi ministeriale (10). La strada che seguirà sarà invece quella di impostare e svolgere una politica propria, prima parallela, poi divergente da quella di Mancini, facendo appello a uomini che ne condividono il fine. Uno di questi uomini gli appare appunto il generale Carlo Felice Nicolis conte di Robilant, ambasciatore nella capitale austriaca, il quale, ha scritto sempre Chabod, sta a sé, personalità di forte rilievo, la più forte della diplomazia di allora che pur comprendeva un Nigra. Dotato di grande risolutezza, è capace di cogliere l'essenziale ne1le cose. Militare di educazione, è anch'egli come Blanc contrario alla lotta parlamentare ma non perché sia un autoritario. Liberale moderato alla ricerca di una posizione centrista, ostile al Bismarck ed ai suoi metodi, non è uomo di partito ed è ad essa, perciò, estraneo. Nutre poi, pur non essendo un nazionalista, un vivissimo e geloso senso della dignità nazionale (11). E' facendo appello a questo senso che Blanc gli suggerisce il 15 dicembre di prendere l 'iniziativa per provocare un chiarimento delle intenzioni <li Mancini (12). L'appello a di Robilant viene dopo che, alla fine di novembre, attraverso il « fidato amico » Michele Torraca, direttore de Il Diritto, quotidiano ispirato da Mancini, e l'autorevole La Rassegna settimanale, di cui è proprietario e ispiratore Sydney Sonnino, giovane esponente di un gruppo di centro, Blanc ha compiuto il primo passo, cercando di «convincere» Mancini e Depretis non solo della opportunità che al viaggio reale a Vienna seguano accordi politici concreti, quanto della pericolosità del contrario (13) . Il 6 dicembre Sonnino ha sostenuto la stessa tesi alla Camera (14). Non vi è fra Sonnino e Blanc una completa identità di vedute. Il primo è alla ricerca di un partito liberale indipendente dall'appoggio governativo e capace di una azione riformatrice, partito da costruire attraverso un sistema elettorale basato su un largo suf10) Ibidem. 11) Cfr. F. CHABOD, op. cit., vol. II, pp. 687-702. 12) Doc. cit. alla n. 9. 13) Cfr. L. CmALA, op. cit., pp. 158, 164. 14) Discorsi parlamentari di Sidney Sonnino, Roma, 1925, vol. I, p. 68.


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fragio e la proporzionale. Solo nella critica delle istituzioni parlamentari a favore della necessità di un rafforzamento dell'esecutivo, dipendente dalla Corona a garanzia degli interessi generali del paese (15), scopriamo un comune indirizzo, come, del resto, nella richiesta di una indispensabile, immediata e sicura scelta di campo a favore dell'Austria-Ungheria e della Germania che la Sinistra è riluttante a compiere (16). Il 31 dicembre il chiarimento auspicato è avvenuto nella direzione sperata e Blanc ne scrive con senso di sollievo (17) che si trasforma in delusione alcuni giorni dopo, quando riassume così la posizione di Depretis: « Rapprochement avec l'Auttiche oui, avec l'Allemagne meme oui, mais engagements qui puissent impliquer un conflit quelconque avec la France, non. C'est ainsi que nous denonçons et répudions l'alliance austro allemande camme le commencement d'une coalition contre la France. Comme l'est habile! Je suis désolé » (18). Migliorare le relazioni con Austria-Ungheria e Germania è infatti l'obiettivo del presidente del consiglio come del ministro degli esteri ma mentre quest'ultimo non esclude la possibilità di giungere ad un accordo formale con i due imperi, Depretis lo teme perché vuole evitare sia influenze conservatrici sulla politica interna, sia un contrasto con la Francia, seguito magari da gravi ripercussioni di carattere economico (19) . Ora l'indirizzo depretisino è inadeguato, secondo Blanc, in un periodo nel quale vi sono concreti pericoli di guerra. Ed è tempo di mostrarsi capaci di proteggere con le nostre sole forze i nostri interessi invece di « aller mendier à droit et à gauche de la bénignité d'autrui des apparences de succès » (20) guadagnando così la fiducia dei futuri alleati. A proposito di forze, la legge di riordinamento dell'esercito consente, si chiede Blanc scrivendo a di Robilant, di rafforzarlo in 15) Su Sonnino si veda PAOLO RmoLA, Sonnino e la crisi delle istituzioni parlamentari in Italia, in « Critica storica», 1974, pp. 267-277 e GIAMPIERO CAR.occ1, Storia d'Italia dall'Unità ad oggi, Milano, 19784, pp. 84-85. 16) Cfr. L. CttIALA, op. cit., pp. 19, 21. 17) ASMAE, Carte di Robilant, b. 16, Blanc a di Robilant, Roma, 31 dicembre 1881. 18) ASMAE, Carte di Robilant, b. 17, Blanc a di Robilant, Roma, 13 gennaio 1882. 19) Cfr. L. CHIALA, op. cit., pp. 13-15. 20) Doc. cit. alla n. 18. Stessa espressione s1 ritrova ne La Rassegna settimanale, 15 gennaio 1882, « La nostra politica estera ».


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breve tempo? I 300.000 uomini di prima linea che possiamo schierare oggi sono preparati per altro che non sia una guerra di difesa? E se dovessimo cooperare con una azione offensiva - la quale è talvolta il solo modo di difendersi - sarà possibile farlo? E se non è possibile quanto tempo e quanto denaro occorreranno per preparare i 300.000 uomini attuali a operare oltre il confine? Su questioni così gravi, nota Blanc, a Roma non si è molto attenti; e si domanda: quale influenza ha sulla freddezza di Berlino e Vienna la nostra inerzia in campo militate? Tanto più che una fonte sicura gli assicura che il Maresciallo van Moltke (la personalità di più grande fama e di maggior prestigio in campo militare) considera l'esercito italiano eccellente ma ritiene sia organizzato soltanto per la difesa del territorio, mentre per le sue condizioni geografiche e la sua debole marina l'Italia non può essere difesa che portando la guerra presso il nemico (21). Già il 6 dicembre Sonnino ha sottolineato alla Camera l'importanza di una più adeguata preparazione militare a sostegno della politica estera da lui auspicata (22) e tre giorni dopo Il Diritto ha scritto: « E' naturale dunque l'interesse onde all'estero ed a Berlino specialmente, si seguono i nostri propositi ed i nostri progetti per un più proporzionato ed efficace sviluppo del nostro esercito. La misura del nostro valore è lì, e lì dunque l'apprezzamento dell'utilità che noi potremo apportare » (23). Problemi militati e problemi di politica estera appaiono dunque già legati da un nodo che si rinforzerà via via che sulla scena compariranno nuovi personaggi. I contenuti della legge di riordinamento dell'esercito e, con essi, in pratica tutto l'apparato militare italiano, saranno determinanti per il raggiungimento della intesa con i due imperi e, successivamente, per la sua portata. Poiché proprio questo è uno degli obiettivi dei fautori italiani della Triplice di cui ci occupiamo: raggiungere subito non solo una intesa politica ma anche stringere contestualmente quell'accordo militare che solo può definire esattamente e concretamente l'impegno di ciascuna parte verso le altre e fare dell'Italia, come abbiamo detto, una protagonista della politica internazionale, cioè una potenza. « E senza buone armi, l'Italia potrà rimanere una nazione - si legge ne La Rassegna settimanale - non una potenza d'Europa )> (24). 21) Ibidem.

22) Discorsi cit., p. 74. 23) Il Diritto, 9 dicembre 1881, « I pericoli». 24) La Rassegna settimanale, 8 gennaio 1882, « Armare».


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3 - Il legame fra trattative e legge di riordinamento è stato suggerito a Blanc da qualcuno cui evidentemente preme una rapida preparazione dell'esercito che contrasta con i tempi (e le scelte) imposti dal disegno di legge. Chi è la bonne source di Blanc? Due giorni dopo questi scrive al direttore generale degli affari poJi tici, Giacomo Malvano (che si affretta ad informare Mancini): « Un diplomatico mi ha detto di sapere che una delle ragioni principali della freddezza di Vienna e di Berlino verso di noi è che non si crede che abbiamo un esercito capace di prendere l'offensiva, locché sarebbe considerato in Germania come il solo mezzo di difesa nelle attuali condizioni delle nostre coste» (25). In tal senso si è sicuramente espresso con Blanc (prima del 12 gennaio) il maggiore von Villaume, addetto militare tedesco a Roma, se il primo ne ha scritto subito, chiedendo forse un parere, ad un amico personale e politico, il colonnello Annibale Ferrero, direttore in seconda dell'Istituto Topografico Militare di Firenze (26) . Questi non esita a dichiararsi d'accordo con von Villaume in quanto « chez 0011s on parie to11jo11ts r1e guerre défensive et jamais de prendre !'offensive. C'est ainsi que l'on a raisonné dans l'organisation de l'armée (Ricotti) , dans les principes de la mobilisation, dans l'armement, dans la proportion de l'attillerie et de la cavalerie par rapport a l'infanterie, dans la proportion de l'artillerie de petit calibre vis-à-vis de celle de gros calibre, etc. etc. » (27). A. Ferrero è animato, come il suo amico Blanc, da forte spirito antifrancese, da una viva aspirazione al raggiungimento da parte dell'Italia di una posizione di prestigio. Privo di una precisa connotazione politica, ritiene, e lo scrive a Blanc, che paese ed esercito dovrebbero essere « jetés à l'eau pour qu'ils apprennent à nager » (28). E subito, poiché Je guerre già combattute non sono state di quelle che rinnovano un paese da cima a fondo. Mancano poi 25) AMCR, Carte Mancini , b. 695, n. 17 (3), Blanc a Malvano (e Malvano a Mancini), Roma 15 gennaio 1882. 26) Nato a Torino 1'8 dicembre 1839 , sottotenente del G enio nel 1859 e capitano nella stessa arma nel 1861. Transitato nel Corpo di Stato Maggiore ( 1866) fu direttore in seconda e poi direttore dell'Istituto Geografico Militare di Firenze. Comandò la divisione militare di Bologna (1893) e fu poi nominato ambasciatore a Londra (1895-1898). Successivamente comandò i corpi di armata di Alessandria e di Milano sino al 1902. Morì a Roma nell'agosto di quell'anno. 27) ASMAE, Carte Blanc, f. 22, A. Ferrero a Blanc, Firenze, 12 gennaio 1882. 28) Ibidem.


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tradizione e spmto militare nelle popolazioni dell'Italia centrale e meridionale (29). Ferrero vede dunque la guerra contro la Francia come drastica cura ricostituente per la debole fibra della giovane nazione. Non è il solo a pensare in questi termini, del resto neanche troppo recenti (30), (e si consideri poi che l'impiego della guerra come metodo per la risoluzione dei conflitti politici non ha assunto ancora il volto demoniaco con cui si presenta oggi ai nostri occhi). Anche Il Diritto titola quello stesso 15 gennaio « La necessità d'esser forti» un pezzo nel quale riconosce che si deve essere capaci di portare 300.000 uomini oltre i confini mentre al momento se ne potrebbero portare solo 200 .000 dei quali scrive: « Ebbene ciò è troppo poco per le amicizie e pochissimo ed insufficiente per la difesa » (31). Del parere di von Villaume Blanc scrive lo stesso giorno 15 al colonnello Luigi Pe1loux, deputato e segretario generale del ministero della Guerra, sottoJineando come un sistema militare errato possa danneggiare sia una politica di neutralità che una di alleanze. Ora, secondo von Moltke, la costituzione delle quattro nuove divisioni finirebbe con l'indebolire l'esercito e il ministero degli Affari Esteri preferirebbe, di conseguenza, il rafforzamento di prima e seconda lin~a sulla base dell'ordinamento attuale (32). Pelloux, savoiardo come Blanc, allora agli inizi della sua carriera politica, è chiamato in causa nel tentativo di arruolare un qualificato sostenitore del disegno politico di questi e, contemporaneamente, stabilire un contatto col ministro della Guerra, E. Ferrero 29) ASMAE, Carte Blanc, f. 22, A. Ferrero a Blanc, s.l. [Firenze], s.d. [ 1882 J. 30) Come nota F. CHAROD, op. cit., voi. I , pp. 30-32. 31) Il Diritto, 15 gennaio 1882, « La necessità d'essere forti». 32) Lo si legge in una memoria inviata da Blanc a Depretis il 15 febbraio 1882 e pubblicata in SIDNEY SoNNINO, Diario 1866-1912, Bari, 1972, vol. I, Appendice, p. 518. Il testo è frutto di un rimaneggiamento effettuato da Blanc undici anni dopo, per essere inviato a Sonnino (3 1 Marzo 1893), di cui è rimasta traccia in ASMAE, Carte Blanc, f. 43, ove è conservata una copia dattiloscritta, con modifiche di pugno di Blanc. Nel gennaio del 1894 Blanc, ministro degli esteri, la fece pervenire anche al presidente del consiglio, Crispi, ed al ministro della guerra, Mocenni; nel settembre del 1895 ancora a Sonnino (cfr. S. Sonnino, Carteggio 1891-1913, Roma-Bari, 1981, pp. 146-148) in appoggio alla sua richiesta, ancora attuale dieci anni dopo (cfr. Camera dei Senatori, Discussioni, I sessione 1892, vol. I, 30 maggio 1893, pp. 1198-1199), del rafforzamento dell'esercito attraverso la riduzione del numero delle grandi unità. 33) Doc. cit. alla n. 27.


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del quale è l'apprezzato collaboratore. Grande è, per il momento, la stima che per lui mostra anche A. Ferrero (33), pari alla irritazione çhe questi manifesta quando il tentativo fallisce (34) . Pieno appoggio oltre che ne Il Diritto, Blanc trova ne La Rassegna settimanale. Già ai primi di novembre dell'81 il periodico ha prospettato un indirizzo di politica militare capace di tutelare gli interessi nazionali - che vanno ben al di là della difesa del territorio - ed ha rilevato come l'ordinamento dell'esercito progettato dal ministero non sia conforme a tale indirizzo (35). Il 15 gennaio La Rassegna si dichiara per una irrimandabile alleanza con gli imperi e, in ogni caso, per il rafforzamento immediato dell'esercito (36). Una settimana dopo avanza addirittura un progetto alternativo a quello del ministero: denunciato il carattere difensivo dell'ordinamento Ferrero, un anonimo articolista (sicuramente militare) propone un sostanziale rafforzamento di cavalleria e artiglieria e la preparazione di una più pronta e sicura mobilitazione che consentirebbe di riservare 300.000 uomini alla guerra offensiva senza trascurare la d.ifesa del territorio (3 7) . Due giorni dopo il legame fra politica militare e politica estera è esplicitamente ribadito alla Camera dal generale Ricotti, il quale chiede che venga reso noto lo stato delle relazioni internazionali dell'Italia, affinché i deputati possano orientarsi nel giudizio sui provvedimenti militari che sono stati sottoposti al loro esame. Egli coglie l'occasione, pur giudicandoli « in complesso, lodevolissimi », per attaccare a fondo i tempi lunghi richiesti dalla loro attuazione e contrapporre un progetto che si articola in più interventi: chiamata di contingenti di seconda e terza categoria; rapida provvista dell'armamento occorrente; immediato avvio della formazione di 2.500 ufficiali di complemento; acceleramento della costruzione delle corazzate Italia e Lepanto. Il ministro Ferrero respinge le proposte e Mancini sottolinea che il disegno qi legge non intende soddisfare una esigenza imprevista ma è una fase del programma militare intrapreso sin dal '76 (38). 34) ASMAE, Carte Blanc, f. 22, A. Ferrero a Blanc, s.l. [Firenze], s.d. [1882?]. 35) La Rassegna settimanale, 6 novembre 1881, « La difesa d 'Italia» e 13 novembre 1881, « Il nuovo disegno di ordinamento militare». 36) Ivi, « La nostra politica estera» cit. 37) Ivi, 22 gennaio 1882, « Le necessità militari». 38) CAMERA DEI DEPUTAT I, Discussioni, Sessione 1880-81, vol. IX, 24 gennaio 1882, pp. 8441-8455.


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E' proprio in virtù della stretta relazione esistente fra le due politiche che Blanc, in una lettera a di Robilant del 31 gennaio, (ricordato il parere di Moltke che « soit pour notre défense, soit pour nos alliances, nous ne pouvons rien si nous ne pouvons pas faire la guerre») sostiene che si deve sottrarre alla influenza del Parlamento, la quale paralizza l 'esecutivo, la politica militare così come si è riusciti a sottrargli la politica estera, in quanto le condizioni dell'esercito devono facilitare e non ostacolare le alleanze. Tanto più in quanto con Berlino non vi sono stati ancora contatti che vincolino il governo ed il partito di cui è espressione (39). Il motivo delle influenze parlamentari non resta confinato alla corrispondenza privata dei protagonisti della vicenda. Il nuovo quotidiano La Rassegna - che eredita la testata e porta avanti il programma del settimanale (diretto dal Torraca che ha abbandonato Il Diritto) (40) - «debutta» pubblicando una lettera da Berlino che anche Chiala - solitamente bene informato - assicura scritta « da un ragguardevole diplomatico, perfettamente a giorno nelle relazioni esistenti fra l'Italia e la Germania» (41) e nella quale sl attribuisce la freddezza tedesca alla impossibilità di condurre una « azione diplomatica seria, segreta, sicura e durevole », coordinandola con una politica militare adeguata, proprio a causa delle influenze parlamentari sull'esecutivo. Inoltre la lettera rileva che il ministero « apre la porta nelle elezioni alla propaganda repubblicana francese (e Blanc ha scritto che in quella occasione « l' or français sera répandu aussi largement qu'il le faudra pour assurer l 'existence tout au moins d'une forte minorité républicaine et gallophile dans la future chambre ») (42). Infine assicura che il progettato riordinamento « coll'allargare l'esercito numericamente, senza dar~ gli capacità offensiva, fa dei vostri eccellenti soldati e dei vostri uf. fidali, così pieni di scienza e di abnegazione, una specie di guardia 39) ASMAE, Carte di Robilant, b. 17, Blanc a di Robilant, Roma, 31 gennaio 1882. 40) L. CHIALA, op. cit., p. 250, scrive che sin da dicembre Mancini e Depretis cercano di allontanarlo dalla direzione del quotidiano. Su questa vicenda e su q uelle della stampa di questo periodo cfr. anche VALERIO CASTRONOVO, Per la storia della stampa italiana (1870-1890), in « Nuova Rivista Storica», 1963, pp. 149-150 e Id., La stampa italiana dall'Unità al fascismo, Roma-Bari, 1973, pp. 86-95. 41) L. CttrALA, op. cit., p. 274. 42) Doc. cit. alla n. 9.


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nazionale, sprovvista di cavalleria e di artiglieria e di treno, un corpo senza gambe, condannato a non uscire di casa, una forza che cesserebbe di essere forza quando cessasse di essere locale e territoriale, diretta da un comando di Stato Maggiore che non ha nessuno dei poteri necessarii ad una mobilitazione e ad una spedizione all'estero» (43). Sia pure in forma esageratamente polemica, tale pensiero non è lontano, come sappiamo, da quello del Segretario generale della Consulta. La campagna de La Rassegna continua ribadendo il pericolo che l'apparato militare venga indebolito (44) in un momento particolare che invece consiglia di rimandare a « tempi più calmi » la formazione delle quattro divisioni (45). E mentre Il Diritto minimizza i contrasti sorti fra Commissione parlamentare e ministro J ella Guerra (46) il quotidiano di Sonnino esce con una corrispondenza da Vienna che rilancia il motivo delle critiche straniere allo ordinamento Fcrrcro (mobilitazione troppo lenta, scarsa cavalleria, poca artiglieria e di calibro troppo piccolo, quadri per la seconda linea insufficienti ) e delJ 'ostaculo che ciò costituisce per l'alleanza (47). Il giorno seguente cita un giornale berlinese e critica i lavori della Commissione che vanno per le lunghe : « Sono questi i fatti - scrive - i quali fanno dire a Berlino che le nostre condizioni parlamentari c'impediscono di avere un vero esercito e veri alleati, ed a Vienna, che si ha nulla da temere, nulla da aspettare da noi» (48). Ma un primo ostacolo a Vienna, sia pur momentaneo, è rappresentato non dalle reazioni austriache ma da quelle dell'ambasciatore italiano. Che il rafforzamento militare dell'Italia sia indispensabile - e, anzi, condizione necessaria per poter discutere alla pari con i governi imperiali - di Robilant è più che convinto, tanto da farne - e qui la sua politica si allontana da quella di Blanc e di Mancini - un obiettivo addirittura preliminare a quello dell'accordo con le due potenze per il quale il momento più opportuno 43) La Rassegna, 2 febbraio 1882, « La Germania e l'Italia» e 3 febbraio 1882, « L'Italia all'estero ». 44) Ivi, 1 febbraio 1882, « I provvedimenti militari ». 45) Ivi, 3 febbraio 1882, « Il Ministero e l'ordinamento dell'Esercito». 46) Il Diritto, 6 febbraio 1882, « L'ordinamento dell'esercito innanzi alla Camera». 47) La Rassegna, 8 febbraio 1882, « I provvedimenti militari». 48) Ivi, 9 febbraio 1882, « La politica italiana e gli armamenti».


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non è, a suo avviso, ancora giunto; cosicché egli tarda ad entrare in argomento con il ministro degli esteti austriaco (49). Tra la fine di gennaio ed i primi di febbraio è dunque salito in superficie attraverso la stampa e la discussione parlamentare il nodo della questione e Blanc ha trovato alcuni uomini che può in tutto (A. Ferrero, Sonnino, Torraca) o in parte (di Robilant) considerare alleati, altri non è riuscito ad agganciare (Pelloux), altri ancora ne cerca e ne trova. 4 - Dal momento che una fonte delle sue informazioni è l'addetto militare tedesco, un comprensibile senso di opportunità lo spinge a verificarla a Berlino, dove c'è chi è in grado di farlo e, cosa ancora più importante, anche di immettere la questione sul binario sicuro della diplomazia ufficiale . « Da alcuni giorni S.E. il Conte de Launay mi aveva espresso desiderio di conoscere quale fosse il giudizio portato qui nelle alte sfere officiali militari, e possibilmente dal Maresciallo stesso, sul nostro esercito ». Così scrive il 13 febbraio al comandante del Corpo di Stato Maggiore, generale Edoardo Driquet, l'addetto militare italiano a Berlino, maggiore Luigi Bisesti (50), dopo aver girato la domanda al tenente generale conte von Waldersee, quartiermastro generale del Grande Stato Maggiore e, come tale, successore designato del vecchio von Moltke. Un precedente tentativo di Bisesti di raccogliere giudizi e pareri al ministero della Guerra non ha avuto infatti buon esito e l'ambasciatore a Berlino, conte Edoardo de Launay, lo ha autorizzato a chiedere esplicitamente un parere sul progetto di riordinamento. « E a questo proposito scrive Bisesti - , gli dissi [ a van Waldersee ] , che in Italia si attribuisce al Maresciallo Moltke l'opinione che il nostro esercito sia 49) Sulla posizione del di Robilant si veda L. CmALA , op. cit., pp. 273-274, 279-280; L. SALVATORELLI, op. cit., pp. 64-65; CARLO MoRANDI, La politica estera dell'Italia da Porta Pia all'età giolittiana, Firenze 19722, p. 175. 50) Nato a Milano il 28 marzo 1842. Soldato volontario e poi sergente di amministrazione nei Cacciatoti delle Alpi (1859) fu nominato sottotenente nei Granatieri di Lombardia ( 1861) e poi capitano nel corpo di Stato Maggiore (1874). Addetto militare a Berlino dal giugno 1881 al dicembre 1885, divenne colonnello comandante 1'86° Reggimento di fanteria (1888) e poi aiutante di campo del Principe di Napoli (1890). Nominato maggior generale comandante la Brigata Aosta (1896), comandò come tenente generale le divisioni militari di Chieti (1901 ) e poi di Verona (1902). Collocato in posizione ausiliaria nel 1908 ed a riposo nel 1912, mori a Milano il 7 luglio di quell'anno.


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organizzato puramente per la difensiva, e che nelle varie questioni attinenti alla sua organizzazione non si tenga calcolo della eventualità di una guerra oltre confine ». Qualora fosse confermato che la opinione del Maresciallo è veramente tale, ha aggiunto Bisesti, ogni opposizione al progetto ministeriale verrebbe a cadere (51). Il che ci sorprende, poiché sappiamo già essere vero il contrario e dobbiamo chiederci se Bisesti crede davvero che l'aumento del numero delle divisioni faciliti l'impiego oltre i confini di una parte dell'esercito, come sostiene il ministero, oppure si esprime cosl per convenienza nei confronti dello stesso ministero o dei tedeschi. La risposta a questo interrogativo sta nelle istruzioni (che non conosciamo) date a Bisesti da de Launay, informato da Blanc fra il 31 gennaio ed il 12 febbraio. « Savoiardo di origine, egli continuava in ciò fedelmente la tradizione politica della sua terra, che aveva rappresentato l'estrema destra nel complesso dello Stato sabaudo; vissuto, come diplomatico, alle corti d i Pietroburgo e di Berlino, aveva avuta raffor%Ula daU 'espcrienza, la nalurale prima tendenza autoritaria. Alla lilx :ri ìl anteponeva l'aut0rità , anche se talora il ricordo del conte di C11vo11r si opponesse, persino in lui , 'all 'utilitarismo' del principe di Bismarck e lo convogliasse verso gli stessi lidi dei liberali italiani ». Il ritratto di de Launay che ci ha dato Chabod è insomma quello di un conservatore « risoluto, accanito, insistente fino alla monotonia nel sostenere la necessità della alleanza con la Prussia », portatore di « idee simili a quelle di Blanc, espresse con più forza e perentorietà e, anche, continuità » e di un antifrancesismo « poco vario di elementi, spoglio di valori culturali e morali, circoscritto unicamente al più immediato ed elementare dei problemi, quello politico ». L'Italia unita appare anche a lui, estraneo alla tradizione insurrezionale e popolare del Risorgimento, scarsa di gloria militare, stato vassallo della Francia, bisognosa quindi di riscattare la lunga soggezione mediante una guerra. Di qui la sua soddisfazione per il crollo della egemonia francese e l'ammirazione per l'opera di Bismarck, capace di cercare la sicurezza della Germania non nelle disposizioni del popolo francese , ma in precise garanzie materiali, Alsazia-Lorena e indennità di guerra schiacciante» (52). A Ber51) Archivio dell'Ufficio storico dello Stato Maggiore dell'Esercito (AUSSME), Addetti militari (AM), Germania, r. 2, f . 2, Bisesti a Driquet, Berlino, 13 febbraio 1882. 52) F . CHABOD, op. cit., vol. I , pp. 26-30, 33-35; voi. II, pp. 683-686.

9. · Memorie


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lino, del resto, de Launay ha passato 31 dei suoi 40 anni di carriera; altro non poteva nascerne che un politico « realista», carattere, convinzioni e funzioni del quale sono nell'82 tali da farne la persona più indicata per il compito che Blanc gli affida e per il quale egli si serve del maggiore Bisesti , al momento, probabilmente, inconsapevole di tanto disegno. Von Waldersee promette a quest'ultimo una risposta per il 15 febbraio (« al ballo del Principe Imperiale ») ma Bisesti riesce ad ottenerne intanto una anche dal collega capo della sezione Italia del Grande Stato Maggiore, che gli elenca tutte le critiche all'ordinamento italiano mosse dagli ambienti tedeschi. E' sotto accusa in primo luogo la mobilitazione troppo lenta (la Germania può essere in territorio francese in 14 giorni, l'Italia in 40/50, dunque « quale accordo sperare?»). Subito dopo viene il ridotto organico di pace della compagnia di fanteria (una settantina di uomini sono troppo pochi per addestrare il comandante - privo per di più di cavallo - a muoverne oltre duecento in guerra) determinato dall'eccessivo numero <li unità. In terzo luogo la cavalleria è ritenuta sufficiente solo in caso di guerra entro i confini e se l'artiglieria è giudicata più favorevolmente non altrettanto lo è il treno (« pel caso di una guerra offensiva»). Ma, più in generale, - conclude l'ufficiale tedesco - preoccupa « lo spirito militare portato unicamente alla difensiva » ed è questo che impedisce di prendere in considerazione l'Italia come alleato (<< Che ci può importare a noi di un esercito buono solamente a combattere nel proprio paese? »). A queste opinioni Bisesti attribuisce « maggior valore che non a semplici opinioni personali » e le ritiene capaci di influenzare la politica condotta nei confronti d ell'Italia (53) e cita a questo proposito un passo di un suo rapporto precedente (del maggio 1881) nel quale ha seri tto: « Essa (la Germania) non si abbandona certo ad una politica sentimentale: l'interesse è l'unica sua guida. E quindi non considera gli altri Stati che, o come nemici temibili, o come alleati desiderabili. Riguardo agli Stati che non si dimostrano abbastanza forti per essere classificati in una di queste categorie, una ostentata indifferenza è la moneta onde sono da essa pagati: De minimis non

curat praetor » (54). 53) Doc. cit. alla n. 51. 54) Ibidem. L'originale in AUSSME, AM, Germania, r. 2, f. 2, Bisesti a Bertolé Viale, Berlino, 26 maggio 1881.


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Dopo Blanc, A. Ferrero e de Launay anche Bisesti si rivela un « realista », sensibile ai segni della scarsa considerazione nella qua-

le l'Italia è tenuta in Germania (55). Non a caso gode della stima « c'est un homme très sùr - scriverà di lui a Blanc - qui pense comme vous et moi » (56). De Launay, cui Bisesti legge il proprio rapporto, si affretta n comunicarne il contenuto a Mancini e, privatamente, a Blanc e a di Robilant. Nel suo dispaccio, oltre ad assumersi la paternità del sondaggio effettuato presso gli ambienti militari tedeschi, inserisce un accenno alla questione delle quattro divisioni che nel rapporto non è trattata esplicitamente e ribadisce che l'alleanza italiana non sarà .ricercata se l'esercito non sarà ritenuto capace che di difendere il territo rio nazionale. Deve perciò essere messo in grado di condurre l'offens iva al di là della frontiera. « Négliger cet intéret et n: dc: voi r serait un cri mc dc lèse-nation. Les éléments de la défense 1·1 ck l'n1 1:1q11L· s<.: p :nètr<.: nt si intimcment qu'on ne saurait les desjoind1·e suns t:ncm 11·ir 11ne gra ve rcsponsabilité ». Certo , scrive, le spese 111 ili111 1i 1111111c:11t1: ra111 10 ma di fronle a lln in tegrità del.la nazione ogni p1 1·1111 1q 111zi1111l' L'l'onomirn passa in secondo piano; e conclude: •< l'rn,r s'11nir :111 x fon s, il faut ètre armé jusqu' aux dents; autre11 11·111 or , m· dcvi<.: nt que de simples auxiliai.res, en subissant tous lt:s 1111:1.:1J111pt1.:s d k s inconvénients <le cette position » (57). L'esposiziun1.: del suo pensiero non può essere più netta e decisa. De Launay no n è davvero, come ha notato Chabod, incline a « sostenere la parte del diplomatico muto» (58); favorevole all'alleanza e ad un assetto sia difensivo che offensivo dell'esercito, anch'egli mette tuttavia in guardia il ministro contro i pericoli di una posizione subalterna. A Blanc comunica il primo passo di Bisesti con un telegramma lo stesso giorno ed una lettera privata il giorno seguente, dalla

di un uomo difficile come de Launay il quale

55) Nella lettera ora citata scrive che « S.M. l'Imperatore, nel circolo che tiene giornalmente in piazza d'armc dopo l'ispezione che sta passando ai vari corpi della Guardia, si trattiene immancabilmente a discorrere, o coll'addetto francese, o col russo, o coll'austriaco, o coll'inglese, ma specialmente coi primi tre. A me dice ordinariamente qualche parola ,:n passant come fa di solito collo spagnuolo, col giapponese, e col chinese ... ». 56) ASMAE, Carte Blanc, f. 30, de Launay a Blanc, Berlino, 19 mar· zo 1882. 57) ASMAE, Germania, Serie politica, b. 1336, de Launay a Mancini, Berlino, 14 febbraio 1882. 58) F. CHABOD, op. cit., vol. II, p. 684.


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quale apprendiamo che il segretario generale può agire « après de qui de raison » (59) il che avviene puntualmente, il 15, quando Blanc scrive a Depretis, con l'assenso di Mancini, ribadendo le considerazioni espresse a Pelloux un mese prima. Dopo avere affermato che una alleanza con l'Italia rientrava nei piani della Germania sino al 1875 e che dopo quella data la incapacità dell'esercito di condurre una offensiva oltre i confini ha contribuito a farla escludere, il segretario generale della Consu lta nota, in accordo con de Launay, come sia « pericolosa un'alleani:1 nella quale l'Italia non rechi una forza praticamente disponibile colla quale possa far valere anche in pace le sue ragioni, bensì una debolezza ed un bisogno di aiuto eventuale che la storia insegna pagarsi caro sul mercato diplomatico ove si distribuiscono influenza ed acquisti territoriali » . Stringe poi in un rapporto cli causa ed effetto orientamento difensivo dell'esercito e paralisi di ogni iniziativa fruttuosa in politica estera, confortato, afferma, dal parere di « autorevolissime fonti», garantite dagli ambasciatori a Vienna e Berlino (?). Il giudizio tedesco viene riferito a Depretis nella maniera più netta: la creazione delle quattro divisioni « aumenterebbe ancora, secondo il Mar,~ciallo Moltke, sproporzione fra artiglieria e cavalleria, indebolirebbe l'istruzione ed il materiale, ed accrescerebbe la durata e le difficoltà della mobilitazione [ ... ] . Ora le prime autorità militari in Germania, asseriscono che è un'illusione la nostra di voler persuadere chicchessia della possibilità per noi <li esercitare una seria azione militare utile o ai nostri alleati, o semplicemente alla difesa della nostra penisola dovunque aperta, con un esercito che è lungi dall'avere la media di quattro cannoni per mille uomini; che quasi non ha cavalleria in paragone degli altri eserciti; che coi congedi anticipati indebolisce ancora la solidità e l'istruzione degli effettivi; che ha i magazzeni mal provvisti e mezzi di mobilitazione affatto inadeguati alla rapidità delle prime operazioni che sono decisive nelle guerre moderne » (60). Il Diritto pubblica, lo stesso giorno, con l'invito a tenerla nel debito conto, la traduzione di una corrispondenza da Roma (del 3 febbraio) comparsa sulla National Zeitung di Berlino, nella quale si commenta l'ordinamento in discussione alla Commissione della Camera. A Roma si crede negli eserciti numerosi, nota il giornale 59) ASMAE, Carte Blanc, f. 30, de Launay 1882. 60) ar. la memoria cit. alla n. 32.

a

Blanc, Berlino, 14 febbraio


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tedesco, ma per questioni finanziarie si preferisce accrescere l'arma meno costosa, la fanteria, a scapito della artiglieria, della cavalleria e del treno. Inoltre si crede che l'esercito debba essere organizzato soltanto per la difesa del paese malgrado van Moltke abbia detto nel '75 che l'unica difesa per l'Italia sta in una offensiva in territorio nemico. Purtroppo solo gli ufficiali più giovani (« sino al grado di maggiore») credono a questa impostazione (61). L'articolo prova come Blanc e Mancini procedano tuttora d 'accordo e non solo perché dopo l'uscita di Torraca il quotidiano è sicuramente ispirato dal ministro degli esteri, ma anche perché il giornale berlinese non è un giornale qualunque. Nel comunicare al ministro la spesa (che ammonta a 14.000 lire) sostenuta dalla Consulta nel secondo semestre dell'81 per sovvenzioni alla stampa austriaca e tedesca, Blanc ha infatti aggiunto che per il 1882 « per la stampa tedesca 1.000 lire al mese potrebbe ro assicurarci non un diritto di controllo, ma la facoltà di far fnrc inscri ioni di articoli , notizie, smentite, in un buon giornale ì."O llH.: ( 111:1 ciò è riscrv:,tissimo e dovrebbe essere tenuto segreto) la N11 tio11 al 7.cilllng » (62). L'nnicolo è dunque, probabilmente, « pi10 111 10 » d:1 Roma. Tutto sembra perciò procedere secondo i piani d i Ulnnc. Ma quello stesso giorno a Berlino il sondaggio di Bisesti lrn 111 1 csito inaspettato. 5 - Van Waldersee riferisce all'addetto militare che il Maresciallo « s'è dichiarato in favore dell'aumento delle quattro divisioni ed ha ripetuto che, anche per i compiti che l'Italia si prefigge, u n aumento dell'esercito italiano è non solo utile, ma sicuramente desiderabile, giacché, tornò a dire, il miglior mezzo di difendersi è quello di attaccare » . Se il parere non entra nei particolari - nota Bisesti - è « assai più esplicito di quanto fosse d ato attendere »; è certo , inoltre , che la Germania cerca di spingere l'Italia verso un ordinamen to di tipo offensivo; solo questo può spiegare perché i militari tedeschi abbiano abbandonato la loro tradizionale estrema riservatezza; gli è stata persino letta parte di un rapporto dell'addetto militare a Roma, che ritiene ispirato dall'ambasciatore, Robert von Keudell, e il cui tenore gli ricorda subito l'articolo della National Zeitung. Ferma è la sua convinzione che l'articolo sia stato 6 1) Il Diritto, 15 febbraio 1882, « I consigli Jella Germania ed il nostro esercito ». 62) AMCR, Car te Mancini, b. 695, n . 16 (20), Blanc a Mancini, s.l. [Roma] , 30 dicembre 1881.


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scritto dallo stesso van Villaume. Il valore attribuito alla forza militare italiana influenza l'atteggiamento tedesco in virtù della sicura revanche francese e nella misura dell'aiuto che potrà dare all'esercito tedesco (63). De Launay, riferendo a Mancini il contenuto del rapporto di Bisesti ribadisce che von Moltke h a detto tuttavia abbastanza per spingerci a « combiner » difesa ed attacco, il che vuol dire prepararsi anche a comb attete il nem ico nel suo territorio. Se la Francia consegnerà il proprio destino « à des tètes folles ou aventureuses » la difesa della pace europea dipenderà anche dalla capacità offensiva italiana (64). Il sostanziale favore per le quattro divisioni espresso da von Moltke annulla di colpo il punto di appoggi o su cui fa leva la politica di Blanc per un concreto sviluppo delle trattative. Egli non può fare a meno di annotare in margine al dispaccio di de Launay: « Keudel e Villaume ritenendo che né vorremo, né potremo fare per 24 divisioni gli aumenti di cavalleria, artiglieria, treno, parchi di assedio ecc. indispensabili, credono che di fatto la creazione di 4 nuove divisioni indebolirà per più anni l'esercito coll'accrescere J'inferiorità già eccessiva delle proporzioni d'artiglieria e di cavalleria e col rendere la mobilitazione più lenta e più difficile. Essi raccomanderebbero vivamente, se consultati, di cominciare dal porre sul piede d'offensiva le 20 divisioni ora esistenti» (65).

La bonne source del segretario generale è costituita dunque dall'ambasciatore e dall'addetto militare di Germania. Se il loro giudizio non corrisponde a quello di von Moltke non è, per questo, da tenere in minor conto quando si sa che von Keudell è uomo di Bismarck (66). Se Blanc vede sicuramente la situazione in questi termini, lo stesso non si può dire di Mancini. E' a questo punto ch e si d etermina un completo distacco fra la politica del segretario generale e quella del ministro. Mentre quest'ultimo si allinea con le posizioni del ministero della Guerra e difende dunque l'ordinamen63) febbraio 64) Berlino,

AUSSME, AM, Germania, r. 2, f. 2, Bisesti a Driquet, Berlino, 16 1882. ASMAE, German ia, Serie politica, b. 1336, de Launay a Mancini, 16 febbraio 1882.

65) Ibidem.

66) Per questo particolare cfr. Documenti diplomatici italiani (DDI), Serie seconda 1870-1896, vol. V, doe. n. 100, Appunto del Presidente del Consiglio e Ministro delle finanze, Minghetti, s.d. [settembre 187 3].


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to Ferrero (67), Blanc non cessa di combatterlo e continua la sua campagna da solo. I ministeri degli Affari Esteri e della Guerra si stanno scambiando documenti sul problema (68) quando il 24 febbraio esce sul Militar-W ochenblatt, organo del Grande Stato Maggiore, un articolo dedicato al progetto di riordinamento. Ricollegandosi esplicitamente a La Rassegna settimanale, il periodico tedesco ribadisce le critiche che già conosciamo e giudica opportuna una rinuncia alla costituzione delle nuove quattro divisioni (69). Bisesti rileva immediatamente la contraddizione fra questi giudizi e quelli di von Moltke ed il giorno seguente ne chiede spiegazione a von Waldersee. Questi nega ogni carattere ufficiale o ufficioso all'articolo; riconfei-ma che la risposta di von Moltke è stata formulata in termini molto generali; giunge persino ad affermare che « il talento del Man:sciallo non è talento di organizzatore; eg1i non sarebbe un buon Mi11i s1l'u d ·Ila C 11c rrn . Egli è maestro nel condurre le truppe, e colll l' n 111d1111 nn· d \:scrci ti , nsll':Htamente, dà la preferenza a quelli 11·1111iv1 1111 l' lll l ' piì, fo r i i ; 1111mc.:ri c11me nte meglio un esercito di 12 1111 p1 d '/\ 11i1:11 11 d w n o 11 11110 Ji IO corpi d 'Armata solamente». Se 1 '11 11ul1 1 :-.01 111 q11:tl i1:1t ivnmente e quantitativamente sufficienti, ag111111 11'.l" i11u l1re von Wa ldersce, meglio costituite subito le quattro d1 v1s1u11 i. M:1 in un col1oquio con ]'ufficiale a capo della sezione cl Il' si ocn1ra del teatro di guerra che comprende l'Italia, Bisesti npprcndc che il quartiermastro non è ancora « sufficientemente o ricnt:110 » . All'Italia, dice il tenente colonnello Vogel von Falkenstein sottoscrivendo le tesi del Militar-Wochenblatt, conviene, ferma restando l'utilità ovvia di aumentare il numero delle grandi unità, perfezionare prima l'ordinamento sulla base di quelle esistenti (70). Che alcune perplessità permangano nei militari tedeschi sulla effettiva capacità militare italiana è evidente, così come il fatto che 67) Il Diritto, 21 febbraio 1882, « I progetti del generale Ferrero e la discussione parlamentare». 68) ASMAE, Copialettere, Germania, n . 1158, ministero degli Affari Esteri al ministero della Guerra, 22 febbraio 1882 e Serie politica, Germania, b. 1336, ministero della Guerra al ministero degli Affari Esteri, 25 febbraio 1882. 69) Militar-Wnchenhlatt, 25. Fehtuat 1882, « Zur Reorganisation der ltalienischen Armee ». 70) AUSSME, AM, Germania, r. 2, f. 2, Bisesti a Driquet, Berlino 25 febbraio 1882.


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queste abbiano un peso politico; ma è anche evidente che tale peso non è eccessivo. Lo prova un dispaccio del ministero degli esteri tedesco per il quale, malgrado la debolezza militare e la capacità limitata di agire al di là della frontiera dell'Italia, la sua alleanza è ritenuta utile in quanto rende disponibili le truppe austriache che altrimenti dovrebbero fronteggiarla (71). Ciò definisce esattamente l'incidenza della capacità militare italiana sul ruolo dell'Italia nella alleanza, segnando però un limite che Blanc cerca, come può, di superare. Per farlo, mentre Il Diritto si sforza di minimizzare la portata delle obiezioni del Militar-Wochenblatt (72), egli potrebbe servirsi di A. Ferrero il quale prepara un promemoria che purtroppo non ci è giunto ma del cui argomento sappiamo abbastanza: si tratta di un piano per un congiungimento immediato di una armata italiana con le forze tedesche redatto per mettere in grado gli ambasciatori a Vienna e Berlino di « prouver aux intéressés l'utilité, l'importance, l'efficacité de notre alliance ». Per questo Ferrero consiglia Blanc di parlarne, con tatto e prudenza, col solito maggiore von Villaume. Inoltre ha inviato il piano al generale Enrico Cosenz ( « le Moltke breveté de l'Italie ») (73) ma senza troppe speranze (74). L'articolo del Militar-Wochenblatt gli conferma poi l'opportunità di comunicarlo a de Launay e lo spinge ad auspicate che il governo tedesco faccia pressione (?) sullo Stato Maggiore italiano per fargli preparare la mobilitazione in modo che in due settimane al massimo sei corpi d'Armata siano concentrati nei pressi di Strasburgo. Preliminare dovrebbe essere la dislocazione di tutta la cavalleria e di gran parte della artiglieria nella valle de] Po. Verona dovrebbe essere il « gran magazzino » nell'ipotesi di una spedizione sul Reno attraverso Tirolo e Baviera. Se la guerra non scoppia entro 1'82 - scrive Ferrero - è meglio, perché vi sarà tempo per acquistare cannoni e cavalli prima dell'inverno (75). Cosenz gli 71) Die Grosse Politik der Europiiischen Kabinette 187.1-1914 (GP), Berlin, 1927, 3. Band, Nr. 548. Busch a von Reuss, Berlino 28 febbraio 1882. 72) Il Diritto, 28 febbraio 1882, « Il Militiir-Wochenblatt di Berlino» e 1 marzo 1882, « L'articolo del Militiir-W ochenblatt ». 73) ASMAE, Carte Blanc, f. 22, A. Ferrero a Blanc, s.1. [Firenze], s.d. [25 febbraio 1882]. 74) ASMAE, Carte Blanc, f. 22, A. Ferrero a Blanc. s.l. [Firenze], s.d. [26 febbraio 1882]. 75) ASMAE, Carte Blanc, f. 22, A. Ferrero a Blanc, s.I. [Firenze], 1 marzo 1882.


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risponde promettendo l'utilizzazione del piano « pour certaines éventualités », escludendo quindi la possibilità di utilizzarlo subito come moneta di scambio nelle trattative in corso. Ferrero è deluso, prega Blanc di non farne parola a Vienna e Berlino senza aver prima discusso con 1ui e di accennarne soltanto a van Villaume per sottolineare che condizione del congiungimento è l'allenza austriaca (76). Come si vede, messo in dubbio alla fine di febbraio il valore condizionante della riforma dell'ordinamento, Blanc non può ricorrere neanche ad un argomento ancora più convincente quale la sicura, rapida e consistente collaborazione militare diretta italotedesca. Il che non vuol dire però che abbandoni la partita. 6 - Il Ministero della Guerra dal canto suo non rimane inattivo. Rende infatti nota la sua posizione sia riservatamente, ttasmette nendo una apposita memoria al ministero degli Affari Esteri per lo ambasciatore a Ber1ino (77), che pubblicando sul suo organo, L'Ita1iff Militare, la traduzione de li 'articolo del Militi:ir-Wochenblatt acm rnpngnata da un te ntativo di sminuirne la portata critica - lo inI l'rp rcl:1 infatti come 1111 semplice pezzo di informazione sul progc 11 0 ministeri ale e sulle reazioni suscitate in Italia - (78). Suc1·1·s:-iv11111en1 c p11hblica gli argomenti contenuti nella memoria, cri1i<:r111do sopr:illulto la pretesa di costruire un ordinamento esclusivamcnl c in vista di una alleanza. Ribadisce ]a capacità dell 'esercito di effeLLuare una controffensiva e la necessità di avere più grandi unità per motivi strategici, vale a dire per assicurare la difesa del centro-sud (79). Il Ministero infine consente la pubblicazione di un opuscolo « che raccoglie le idee del nostro Stato Maggiore » (80) nel quale si cerca di chiarire ad un pubblico di addetti ai lavori che non si confonde la difensiva politica con la difensiva militare ; che si ritene « il miglior modo di difendere una nazione consistere nell'attaccare 76) ASMAE, Carte Blanc, f. 22, A. Ferrero a Blanc, s.l. [Firenze] , s.d. [7 marzo 1882). 77) Non ritrovata. La lettera di trasmissione in ASMAE, Germania, Serie politica, b. 1336, ministero della Guerra al ministero degli Affari Esteri, 3 marzo 1882. 78) L'Italia militare, 3 mat7.o 1882, « Il riordinamento dell'esercito italiano». · 79) Ivi, 8 marzo 1882, « Le nostre osservazioni al Militiir-Wochenblatt ed alla Rassegna ». 80) Come assicura Il Diritto, 5 marzo 1882, « Difensiva politica e offensiva militare».


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quella che si prepara o sta per assalirla »; che il corpo d'Armata è la vera « base delle combinazioni strategiche » e dunque che il numero dei corpi è fattore di potenza molto più di qualunque altro rafforzamento di indole tattica (81). Approfittando dell'invio a de Launay della memoria del ministero della Guerra, Blanc riprende la sua azione; chiede all'ambasciatore di chiarire le perplessità sorte circa la discordanza di pareri negli ambienti militari tedeschi (82) . De Launay non gli nasconde la difficoltà di questo ulteriore passo (8 3). L'attenzione dell'opinione pubblica romana è intanto tenuta ben desta; La Rassegna riapre infatti le ostilità contro il ministero della Guerra ed il suo progetto scrivendo il 12 marzo che questo renderà onerosa, e quindi inutile, per la Germania l'alleanza itaHana (84). La ragione immediata è forse da individuare nel fatto che Blanc pensa ch e gli articoli dell'Italia Militare possano convincere von Keudell e von Villaume che la Germania non può attendersi alcuna collaborazione dall'ltaJia - e lo comunica lo stesso giorno a dc Launay - (85) in quanto il ministero della Guerra, in polemica - come sottolinea La Rassegna - con i militari tedeschi, non può e non vuole offrire « una cooperazione volenterosa ed efficace ai piani eventuali di azione comune» (86). Intanto a Berlino de Launay ha lavorato bene, dando in lettura per evitare ogni equivoco, attraverso Bisesti, a von Waldersee e a von Moltke la memoria inviatagli da Roma i cui contenuti sono stati, del resto, già resi noti. Quando il 14 marzo lo avvicina (al pranzo dell'ambasciatore di Russia) il Maresciallo gli ripete con cognizione di causa che in linea generale l'aumento delle quattro divisioni è auspicabile. Un parere definitivo deve però tenere conto di molti elementi, giudici dei quali non possono essere, conclude, che gli italiani stessi, ma non nasconde una preferenza per il rafforzamento qualitativo. Inoltre, pur esprimendosi esplicitamente « le 81) Alcune quistioni militari, Roma, 1882, pp. 5-24. 82) ASMAE, Telegrammi in partenza, vol. n. 106, Blanc a de Launay, Roma, 6 marzo 1882. 83) ASMAE, Telegrammi in arrivo, voi. n. 32, de Launay a Mancini, Berlino, 7 marzo 1882. 84) La Rassegna, 12 marzo 1882, « La risposta all'Italia militare ». 85) ASMAE, Telegrammi in partenza, vol. n. 106, Blanc a de Launay, Roma, 12 marzo 1882. 86) La Rassegna, 14 marzo 1882, « Il Ministero e la politica estera».


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Maréchal - commenta de Launay - me semblait toutefois pas admettre que le projet de nouvelle organisation constituerait, au point de vue militaire, un obstacle au rapprochement désiré avec l'Allemagne ». L'impressione dell'ambasciatore è che von Moltke non sia favorevole all'aumento delle divisioni se non nell'ambito di un sistema militare sia difensivo che offensivo (87). Al telegramma con cui comunica l'esito del suo colloquio, de Launay non fa seguire subito, come gli è solito, un dispaccio; un paio di giorni gli occorrono perché la sua interpretazione della opinione del Maresciallo ottenga l'imprimatur di von Waldersee (88). E per escludere ogni possibilità di fraintendimento affida il compito di riferire in modo più articolato e convincente su tutta la questione al maggiore Bisesti, di cui consiglia e ottiene il richiamo a Roma (89). In risposta all'Italia Militare (90), La Rassegna espone intanto con chiarezza la posizione del gruppo sonniniano e di Blanc. Alleanza e assetto militare offensivo sono inscindibili e necessari perché l'Italia « non può essere neutrale senza diventar preda e oggetto cli compenso tra i contendenti» (91). La reazione del Il Diritto è pronta, vivace e risentita; è incomprensibile che da parte degli avversari del ministero e dell'onorevole Mancini « per raggiungere uno scopo politico, del quale noi, quanto loro, riconosciamo l'alta importanza, si portino in campo argomenti, che da esso ci allontanano, imperocché non è vivaddio! col ripetere cento volte al giorno che l'esercito italiano è impotente, che si possono raffermare le amicizie o le alleanze! ». Non si devono « accettare per vere infondate asserzioni degli stranieri » e si deve invece ricordare che agli alleati « naturalmente piacerebbe più un esercito che distogliendo gran parte del comune nemico, giungesse ad un insuccesso come quello di Custoza, anziché un esercito atto a riportare decise vittorie che fornirebbero maggiori diritti alla conclusione della pace ed eleverebbero grandemente il prestigio dell'Italia » (92). Il che è par87) ASMAE, Telegrammi in attivo, vol. n. 32, de Launay a Mancini, Berlino 15 marzo 1882. 88) ASMAE, Germania, Serie politica, b. 1336, Bisesti a de Launay, Berlino, 18 marzo 1882. 89) ASMAE, Telegrammi in arrivo, vol. n . 32, de Launay a Mancini, Berlino; 16 marzo 1882 e Telegrammi in partenza, vol. n. 106, Mancini a de Launay, Roma, 18 marzo 1882. 90) L'Italia militare, 16 marzo 1882, « Una risposta alla Rassegna». 91) La Rassegna, 17 marzo 1882, « L'Italia e la pace europea». 92) Il Diritto, 18 marzo 1882, « Armi ed alleanze ».


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lare chiaro, ma andando oltre il segno per un ministro impegnato in trattative avanzate con chi accusa di gradire una riedizione del '66, anche se Io spettro di Custoza è evocato ad uso interno. La dolorosa carica di umiliazione e rabbia, del resto mai sopite, di cui è dotato è l'arma cui nel dibattito politico di questi anni ancora si ricorre per cauterizzare situazioni di acuto contrasto come è quella che alla metà di marzo divide la sinistra e il gruppo di centro. Prima di partire, Bisesti consegna a de Launay un lungo, interessante e importante rapporto che ripercorre tutte le tappe della vicenda, ci illustra le conclusioni cui è giunto e, in pratica le informazioni che darà a Roma. Dopo avere chiaramente espresso il disagio provato nel chiedere, ripetutamente, il giudizio tedesco sui provvedimenti in questione, l'addetto militare mostra di avere cambiato parere circa la rappresentatività delle opinioni degli ufficiali con i quali ha parlato: queste sono esclusivamente personali, solo di quelle di von Moltke e del suo portavoce autorizzato, von Waldersee, si deve tenere conto. E nella misura indicata dalla sicura non incidenza <lei provvedimenti sui rapporti politico-militari dell'Italia con la Germania. « Si va troppo lontano» gli ha detto von Waldersee che ha soggiunto: « Alla Germania interessa contare su un alleato che possa disporre di un buon esercito, tanto più forte sarà, tanto meglio. Nella discussione dei particolari della organizzazione non si può entrare; questo è affare dell'Italia, nessun miglior giudice, nessun miglior consigliere di essa ». Sorpreso l'addetto militare si dichiara della opinione di von Keudell e von Villaume che Blanc ha reso nota e se pure è propenso ad attribuirle valore puramente personale (93) si mostra preoccupato delle conseguenze che può avere influenzando negativamente gli ambienti di Berlino. Attribuendo le proprie idee « a un gruppo di uomini politici nostri, e alla pubblica opinione in Italia» costoro possono far credere che il ministero della Guerra organizzi l'esercito esclusivamente in funzione difensiva, il che non è vero (94). Possono insomma, teme Bisesti, far apparire poco affidabile l'intero sistema militare italiano e ciò non può non condizionare la decisione tedesca a proposito della alleanza. In 93) Sulle ragioni della posizione presa dall'ambasciatore e dall'addetto militare non è possibile formulare alcuna ipotesi (ma escluderemmo che si tratti di iniziativa individuale) per la quale occorre attendere uno studio condotto su fonti tedesche. 94) Doc. cit. alla n. 88.


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definitiva Bisesti si reca a Roma latore di una interpretazione dei fatti contraria a quella che Blanc cerca in ogni modo di accreditare. E de Launay si allinea sulle stesse posizioni dell'addetto. Letto il suo rapporto ne scrive a Mancini approvandolo. Ricorda inoltre lo incontro con von Moltke: « A deux reprises je faisais allusion à certaines appréciations - je n'en ai pas cité les auteurs - d'après lesquelles notre projet pourrait au point de vue militaire, constituer quelque obstacle au rapprochement intime désiré avec l'Allemagne. Sans répondre aussi nettement que je l'eusse voulu, le Maréchal ne semblait pas admettre une semblable supposition ». E aggiunge qualche considerazione personale: le capacità militari non ci mancano e non vi è dubbio che in caso di complicazioni europee il ministro degli esteri è meglio servito da un esercito « dont les ressorts solides peuvent jouer dans les différents directions »; c'è solo da sperare che sia messo al più presto in grado di essere impiegato sia senso in difensivo che offensivo (95). Scrivendo a Blanc, enunciata la sua preferenza per una decisione autonoma circa l'ordinamento, dà sfogo ad un certo pessimismo. « Le simple bon sens -

afferma - indique assez que nos troupes ne marcheraient que sur les béquilles, tant qu'elles ne seraient pas organisées au double point de vue de l'attaque et de la défense. Ce le fait tomber les bras, après tant d'année d'études, de voir que nous en sommes encore à examiner une semblable question, et que meme nous avions besoin d'une impulsion de l'étranger ».

La teoria gioca un ruolo troppo grande presso i nostri militari i quali danno anche troppo spazio a rivalità e ambizioni personali. E' tempo di finirla. Quanto a von Keudell e a von Villaume sono andati al di là della mancanza di tatto esprimendo in quella forma la loro opinione (96). A questo punto della vicenda il bilancio di Blanc è negativo. Ha infatti bruciato le sue fonti, attirando per di più su di loro il biasimo e la diffidenza persino di de Launay. Ha visto sfuggirgli l'arma migliore, il giudizio di una autorità prestigiosa come von Moltke, senza poter impiegare quella sostitutiva di un accordo militare per l'invio di ùn corpo di spedizione anche se ha attirato su 95) ASMAE, Serie politica, b. 1336, de Launay a Mancini, Berlino, 19 marzo 1882.

96) Doc. cit. alla n. 56.


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questa ipotesi l'attenzione dello Stato Maggiore. E il suo obiettivo inoltre si allontana sempre più. 7 - Il 31 marzo Bisesti è sulla strada del ritorno verso Berlino; de Launay ne annuncia la visita a di Robilant, avvertendolo che avrà suo tramite notizie recenti e « très intéressantes ». L'addetto militare ha visto il re e i ministri della guerra e degli esteri (97). Nulla sappiamo delle decisioni prese a Roma, possiamo però indovinarle seguendo le vicende parlamentari dell'ordinamento Ferrero. Dieci giorni prima la Commissione della Camera ha pubblicato Ja sua relazione, nella quale sono confermate sostanzialmente le proposte del ministro che ha però accettato alcune modifiche, come quella di costituire subito due Corpi d'Armata e di formare con i dodici squadroni solo due reggimenti (98). In attesa de]Ja discussione parlamentare La Rassegna riassume gli obiettivi della campagna condotta contro « la neutralità e l'isolamento» e la « semplice difensiva territoriale », campagna vista come « appello al paese, perché, invece di impegnarsi in riforme militari a lunga scadenza, venga completato al più presto il nostro armamento ». Poiché il principio della neutralità è stato sicuramente abbandonato dalla maggioranza della classe politica, v'è ora il rischio di subire l'iniziativa di Austria-Ungheria e Germania se, in caso di necessità, l'Italia dovesse chiedere il loro aiuto. Per evitarlo deve possedere una forza militare sufficiente a salvaguardare la sua autonomia (99). Questo ultimo elemento, già presente nell'atteggiamento filotriplicista di Blanc e di de Launay come del Diritto, è qui espresso con forza. E' un momento, più che di ravvicinamento, di sospensione della polemica che Il Diritto sa cogliere e cerca di sfruttare (100), ma questa, cli 11 a poco, si riaccenderà. Una attenta e vivace discussione del disegno di legge, cominciata alla Camera il 27 aprile e conclusa il 18 maggio, vede svilupparsi una dura e tenace opposizione all 'aumento del numero delle 97) ASMAE, Carte di Robilant, b. 17, dc Launay a di Robilant, Berlino, 31 marzo 1882. 98) CAMERA DEI DEPUTATI, Atti, Sessione 1880-81, n. 256 - A, 21 marzo 1882. 99) La Rassegna, 6 aprile 1882, « Le due politiche» e 23 aprile 1882, « La passata e la futura alleanza ». 100) Il Diritto, 8 aprile 1882, « L 'aumento dell'esercito ».


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grandi unità guidata da Ricotti e dal marchese di Rudinì. La Rassegna la fiancheggia con una serie di articoli nei quali stabilisce esplicitamente il legame fra politica militare e politica estera: « Perché le potenze amiche, si chiede, si curerebbero di prestarci un effettivo appoggio, quando, con un Parlamento pronto ad ogni sagrifizio pet armare il paese, il Ministero dimostra di volere differito a più anni il completamento di apparecchi navali e militari, che dovrebbero effettuarsi in pochi mesi, se volessimo esercitare davvero un'azione in avvenimenti i quali si preparano hic et nunc e possono sorprenderci da un momento all'altro? Vero è che il progetto è stato preparato in un periodo nel quale bastava rassegnarsi all'umiliazione di Tunisi per non avere a temere il peggio», per cui il ministro ha fatto bene a predisporre un piano a lunga scadenza ma ora egli deve profittare della disponibilità della Camera, anche se le responsabilità maggiori non sono tanto sue quanto di Depretis e di Mancini (101). A discussione conclusa La Rassegna ribadisce che il « Ministero poteva agevolmente rinforzare l'esercito attuale qual'è e porlo in condizioni di azione immediata; abbiamo sempre sostenuto che ciò sarebbe bastato per esercitare l'influenza che ci compete nelle presenti circostanze europee» (102). Circostanze di grande importanza : mancano infatti sei giorni alla stipulazione della alleanza, il momento è quanto mai delicato. Il Dirillo interviene ed è esplicito quanto può, forse troppo (103): anche con l'esercito attuale si possono mandare 300.000 uomini al di là della frontiera. Dubbi in proposito non devono essere manifestati quando « si è sul punto di ravvicinamenti forieri di alleanza fra le potenze » ( 104). Nel frattempo Blanc non è rimasto inerte e, con l'aiuto di A. Ferrero, ha predisposto un altro tentativo, da mettere in atto contemporaneamente alla discussione del provvedimento al Senato. Ferrero propone di « commencer le feu » subito dopo l'approvazione da parte della Camera con una serie di articoli di cui fornisce gli argomenti e, in pratica, il testo. Il primo avrebbe dovuto stabilire che, pur nato sotto l'assillo di preoccupazioni finanziarie e frutto di un compromesso fra Commissione e ministro, il nuovo ordina101) La Rassegna, ·2 maggio 1882, « La discussione alla Camera e la politica ·estera». 102) Ivi, 14 maggio 1882, « L'Italia è pronta? » . 103) Cfr. L. CHIALA, op. cit., p. 339. 104) Il Diritto, 18 maggio 1882, « Il peso dell'Italia nelle alleanze».


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mento comporta tuttavia qualche progresso rispetto all'attuale. Il ministro ha assunto però con essç la responsabilità di mantenere quanto ha promesso « au pays et à l'Europe ». A tale articolo avrebbero dovuto seguirne altri, contenenti domande al ministro e al capo di stato maggiore formulate in modo da risultare imbarazzanti poiché tali da costringerli o a mentire o a rivelare le deficienze esistenti (« Ils auront bien de la démangeaison, je te l'assure ») (105). Le domande preparate da Ferrero sono le seguenti: 1) Sono state predisposte misure di emergenza nel caso che una guerra a carattere offensivo scoppi prima che la riforma dell'ordinamento abbia avuto compimento? 2) E' stata predisposta una mobilitazione rapida ed efficace? E a questo proposito quali incombenze avranno i comandanti di corpo d'Armata? Le linee ferroviarie a doppio binario ed il materiale rotabile saranno sufficienti? I magazzini funzioneranno a dovere? Saranno pronti i 500.000 fucili \XTetterli necessari? Cavalli, artiglierie e carri saranno pronti in tre settimane? Avremo i quadri per la Milizia mobile? E questa sarà pronta in un mese? 3) Avremo le artiglierie da assedio necessarie per assalire le fortezze avversarie? 4) Si è pensato a pubblicare i nuovi regolamenti di servizio? 5) Gli uffici del ministero e dello Stato Maggiore saranno all'altezza della situazione? (106). Blanc non esita a passare a La Rassegna le note di Ferrero in tempo perché i quesiti siano resi pubblici prima che il Senato si pronunci. Il generale Cosenz, senatore, non potrà non replicare (107). Il 19 maggio - il giorno in cui il progetto è presentato al Senato - il quotidiano pubblica il primo articolo (108) ed il 21 un secondo (109). Tra le due date cade, come si sa, la firma del trattato. La relazione ministeriale che accompagna il testo approvato dalla Camera non nasconde la gradualità della sua attuazione; alla costituzione dei due nuovi corpi d'Armata non si provvederà che alla fine dell'84 e l'ordinamento non potrà dirsi completamente 105) ASMAE, Carte Blanc, f. 22, A. Ferrero a Blanc, s.l., [Firenze], s.d. [maggio 1882). 106) ASMAE, Carte Blanc, f. 43 , « Note militari >>, s.l. [Firenze], s.d . [maggio 1882] (non firmata ma di pugno di Ferrero). 107) ASMAE, Carte Blanc, f. 22, A. Ferrero a B!anc, s.l. [Firenze], s.d. [maggio 1882]. 108) La Rassegna, 19 maggio 1882, « Le leggi militari». 109) Ivi , 21 maggio 1882, « Dubbi e quesiti all'Amministrazione della Guerra».


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realizzato che nella primavera dell'85 (110). Il giudizio del relatore è, con molte riserve, favorevole alla approvazione dal momento che non vi è tempo, prima dello scioglimento della Camera, per sottoporlo a modifiche. Anche uno dei commissari della Sinistra, il generale Luigi Mezzacapo, in un proprio documento riconosce alla legge due difetti: « 1) pretendere molto con spese inadeguate allo scopo; 2) fare a fidanza col tempo» ma l'approva perché sanziona il principio che « un esercito di dieci corpi d'Armata non è adeguato ai bisogni dell'Italia e all'alta posizione che ha il diritto e il dovere di prendere nel consesso delle nazioni » ( 11 1) . Poco prima che l'assemblea inizi la discussione La Rassegna pubblica il suo ultimo contributo a favore di una politica militare capace di sostenere una diversa posizione dell'Italia nel quadro della alleanza. Sorprendentemente esplicite le argomentazioni: giornali austriaci e tedeschi « accennano ad una alleanza non più desiderata ma inviolabilmente conclusa ». Poiché i ministri militari sembrano non tenerne conto sorge il dubbio che il ministro Mancini « lasci taluno dei suoi colleghi nell'ignoranza della vera nostra situazione estera; e che egli raccolga per suo conto, gli allori della annunciata alleanza senza pensare ai doveri che l'alleanza stessa impone ai suoi colleghi. Noi non possiamo tuttavia supporre - prosegue il quotidiano - che il presidente del consiglio il quale è responsabile della comune azione di tutto il Gabinetto verso un unico indirizzo pratico della nostra politica, lasci l'onorevole Mancini impegnare il Paese in una politica di alleanze positive coll'illusione di ottenerne j benefici mantenendo il sistema di economie e di lente riforme militari che si addiceva alla politica della neutralità e della libertà di azione. Ciò equivarrebbe a metterci in una totale dipendenza dai nostri alleati, coll'incapacità di raccogliere la nostra parte di benefici che eventualmente dall'alleanza potessero derivare; oltreché si andrebbe incontro ad una nuova Custoza e ad una nuova Lissa» (112). La consueta evocazione delle sventure nazionali non distoglie la nostra attenzione dall'inconsueto richiamo ad alleanze concluse e positive. Ma anche un osservatore contemporaneo capace di cogliere il clima politico che si è creato in quei mesi, può 110) SENATO DEL REGNO, Atti, Sessione 1880-82, n. 202, 19 maggio 1882. 111) Ivi, n. 202 - A, 12 giugno 1882. 112) La Rassegna, 13 giugno 1882, « La nostra politica estera».

10. - Memorie


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porsi sulla base di questo articolo interrogativi precisi sui rapporti che legano l'Italia ai due imperi. Il quotidiano si spinge sino alla soglia della denuncia· dell'esistenza del trattato pur di rafforzare subito la credibilità militare del paese in funzione della sua posizione nella alleanza, esercitando una pressione violentissima sul governo cui contribuiscono gli attacchi personali a Mancini e Depretis e « l'invito » ad assumere, in caso di necessità, iniziative in materia militare anche dopo lo scioglimento della Camera. Ma ogni sforzo si dimostra inutile. In Senato l'opposizione dei gene rali Bertolé-Viale e Bruzzo è nell'intervento del primo che si colgono in particolare gli echi delle domande formulate da Ferrero, nonché il tentativo, fallito, di far intervenire Cosenz nella discussione (113) - non impedisce una approvazione della legge con larghissima maggioranza il 27 giugno. 8 - Da questo momento Blanc ritiene esaurito il proprio compito e insiste per lasciare il Segretariato generale. Non è riuscito nel suo intento, pure perseguito con tenacia ed energia attraverso l'appello alla opinione pubblica ed i passi segreti compiuti a Roma e Berlino. La sua azione si è articolata in quattro fasi. Dopo aver esercitato pressioni perché si effettui la visita ufficiale a Vienna e insistito perché ne segua l'avvio di trattative, egli cerca dapprima di facilitare il loro svolgimento favorendo un ordinamento militare che gli risulta gradito ai tedeschi. Ma se all'inizio di gennaio teme davvero che il raggiungimento dell'obiettivo possa essere impedito da una semplice legge di riordinamento dall'attuazione troppo lenta, dall'inizio di marzo un altro timore, piì1 sottile e più inquietante, finisce col prevalere in lui {e non solo in lui) : quello che l'Italia, mancando di capacità militare in senso offensivo, sia costretta ad unirsi alla intesa austro-tedesca in posizione subalterna. E' contro questo pericolo che Blanc indirizza da ultimo la sua azione. Firmato il trattato e approvata la legge, oltre che deluso, appare sfiduciato (114). Per di più, una parte dell'azione da lui svolta nelle vicende che stanno dietro le trattative comincia a trapelare. Quando a dicembre la Kolnische Zeitung sembra voler riaprire la polemica sulle insufficienze - le solite - dell'ordinamento 113) CAMERA DEI SENATORI, Discussioni, Sessione 1880-82, vol. V, 1920 giugno 1882, pp. 3114, 3144, 3148, 3153. 114) Doc. cit. alla n. 8.


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italiano ( 115) ma poi l'iniziativa si rivela un « incidente tecnico» (116) e Bisesti ha occasione di ritornare sull'argomento con lo Stato Maggiore generale, il ruolo del segretario della Consulta risulta evidente, anche se l'addetto militare non gli attribuisce quello effettivo, di centro motore cioè di tutta la manovra. Sia l'articolo del Militar-Wochenblatt che quello della National Zeitung, pur nella diversità dei toni adoperati, sono stati scritti, secondo Bisesti, obbedendo ad una stessa fonte di ispirazione, il maggiore von Villaume. « che si faceva portavoce (fors'anco per riflesso un pochino istiga-

tore) di un gruppetto parlamentare, le cui idee erano svolte e propugnate nella Rassegna settimanale, ripetute qui e a Vienna in qualche giornale per cura del Sig. Gro(e)ner(t) Go(er)cke (117), e trovavano, in piena buona fede, eco benevola in qualche ufficio del nostro Ministero degli esteri. Come si vede, movimento e interessamento molto artificiali, e per riguardo alla Germania e all'Austria, giudizi importativi 'dal nostro stesso paese». Pe rché von Villaume è anche « istigatore »? « Buon ufficiale, simpatico di figura, e di modi insinuanti, il Maggiore Villaume a Roma non poteva certamente dire che fosse duro calle 'Lo scendere e il salir per l'altrui scale'. Egli aveva saputo farsi largo non meno nella società che dirò privata, che nella militare e nella politica; aveva relazioni con uffj. ciali d 'ogni grado, e con deputati d'ogni parte della Camera, con facile accesso al Ministero della Guerra non solo, ma anche (e forse · più) a quello degli esteri, valendosi dell'amabilità del Segretario Generale di cui frequentava la società».

Raccolte in questi ambienti opinioni e obiezioni, von Villaume non ha esitato, secondo Bisesti, a farle proprie, accreditandoie presso la stampa come giudizi degli ambienti militari tedeschi (118). 115) L'Esercito italiano, 13 dicemhte 1882 « L'articolo della Kolnische Zeitung » e L'Italia militare, 13 dicembre 1882, « Un articolo della Kolnische Zeitung ». 116) L'articolo era. stato scritto in aprile e fu pubblicato « fuori tempo». 117) Corrispondente de Il Diritto, fece da tramite in un tentativo di ravvicinamento all'.Austria effettuato dal predecessore di Blanc, Maffei, nell'autunno del 1880. 118) AUSSME, AM, Germania, r. 4, f.l., Bisesti a Ricci, Berlino, 27 dicembre 1882.


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I legami di Blanc con l'addetto militate tedesco ed il gruppo politico di centro cui si appoggia, chiaramente indicati da Bisesti, non possono del resto essere sfuggiti all'attenzione degli ambienti politici romani e il successo, malgrado la forte opposizione incontrata, della politica militare del governo non può non rendere ora impossibile la continuazione della collaborazione del segretario generale della Consulta con esso. Alla politica militare della Sinistra, che ha preferito puntare su un ordinamento che avrà pieno sviluppo e darà maggiori garanzie da un punto di vista strategico solo di lì a qualche anno stabilendo così una sostanziale continuità con la linea fondata sulla gradualità delle riforme seguita dalla Destra - può senz'altro essere attribuita una delle ragioni che spiegano la mancanza di accordi militari contestuali o immediatamente seguenti il trattato del maggio dell'82 . Per il momento, infatti, questo prevede (art. 5) che si giunga in tempo utile - in caso di attacco francese alla Germania o all'Italia - ad un accordo per una collaborazione che non si realizza attraverso il congiungimento di una armata italiana con quelle tedesche - suggerito da A. Ferrero e pure proposto da Cosenz nell'83 (119) - ma prende la via dell'azione offensiva attraverso le Alpi la quale, date le difficoltà che presenta il terreno, ad altro non può servire che ad alleggerire la pressione francese sul fronte principale, cioè a svolgere un compito ausiliario (120). Del resto sin dai primi anni settanta i tedeschi hanno visto la collaborazione militare con l'Italia fondata su operazioni indipendenti dei due eserciti, che solo dopo l'esito favorevole di un primo ciclo prevede il congiungimento nella regione di Lione. Per questo piano, ha detto van Moltke a Marco Minghetti nel settembre del 1873, bastano 200.000 uomini ma è essenziale dare carattere riso-lutamente offensivo alle operazioni (121). Dopo il '75 poi, è stata presa in considerazione una possibilità di aiuto diretto all'Italia soltanto in caso di pericolo per Roma ( 122). Quali le ragioni di questo atteggiamento? I tedeschi tengono conto innanzi tutto del-

119) Cfr. MASSIMO MAzZET'rr, L'esercito italiano nella triplice alleanza. Aspetti di politica estera 1870-1914, Napoli , 1974, p. 34. 120) Ivi, pp. 35-36. 121) DDI, II, V, doc. n. 99, Appunto del Presidente del Consiglio e Ministro delle Finanze, Minghetti, s.d. (settembre 1873]. 122) Cfr. la memoria cit. alla n . 32.


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la lentezza della mobilitazione italiana (123) e quindi temono che all'alleato sia impossibile giungere sul fronte principale in tempo per adeguarsi al ritmo rapido da loro impresso alle operazioni. Inoltre si tratta di un alleato che è - e secondo von Moltke soprattutto si sente (124) - particolarmente vulnerabile in quanto fortemente esposto alla minaccia di uno sbarco. Nella visione strategica italiana infatti primeggia dal '70 in poi la irrinunciabile difesa del territorio, vista quale obiettivo non solo, e non tanto, di carattere militare, quanto politico; come unica garanzia cioè della unità del paese. E di conseguenza alla difesa diretta del territorio vengono riservati: una armata, gli alpini, tutta la Milizia territoriale e un sistema di fortificazi~ni che certo si vorrebbe più vasto. Accordi militari non vengono cercati e raggiunti nell'82 perché il governo Depretis non ritiene dunque opportuno orientare in senso esclusivamente triplicista e antifrancese l'ordinamento (e la preparazione) dell'esercito: In tale decisione, nella quale si mescolano prudenza e realismo, il governo mostra anche un alto grado di indipendenza di giudizio e di autonomia nell'azione nei confronti degli alleati, e dei tedeschi in particolare. Ad essa va attribuito il merito di seguire con coerenza un ordine di priorità che favorisce, col porre le basi di una più ampia e flessibile articolazione delle grandi unità, un provvedimento politicamente più significativo e tecnicamente più qualificante del semplice irrobustimento dei corpi d'armata esistenti. In un esercito strategicamente più duttile il governo individua infatti un fattore capace di garantire all'Italia anche se solo in un futuro prossimo - il giusto peso militare sia nella alleanza che nell'intero sistema politico europeo. Cosa che sarebbe difficile ottenere col rafforzamento dei corpi esistenti, tutto sommato non indispensabile per svolgere compiti di alleggerimento del fronte principale, o con la jmmediata predisposizione di un corpo di spedizione per il teatro di guerra franco-tedesco in quanto non esistono ancora le condizioni perché l'Austria conceda l'uso del1e proprie linee ferroviarie (125), indispensabili, una volta 123) Cfr. M. MAZZETI'I, op. cit., p. 35 e doc. cit. alla n. 51. 124) Se von Moltke ritiene effettiva la minaccia di sbarco, non giudica questo, una volta avvenuto, molto pericoloso. Né sembra mutar parere fra il '72 (AUSSME, AM, Germania, r. L f. 5 Mocenni a Parodi, Berlino, 15 febbraio 1872) e 1'87 (G.P., 6. Band, Nr. 1295, Promemoria di von Moltke, novembre 1887). 125) E difficoltà sorgeranno ancora nell'88: cfr. M. MAZZEITI, op. cit., pp. 72-76.


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esclusa la violazione della neutralità svizzera (126), per l'arrivo in Germania di una armata italiana. Nessuna occasione perduta quindi, questa dell'82. Tanto più che anche senza particolari accordi militari la prima triplice rappresenta un successo non solo politico, per il riconoscimento implicito della capacità dell'esercito dell'Italia unita (127). In questi termini ci sembra vada interpretato il rapporto fra nuove leggi (e spese) militari e triplice alleanza. Tra l'altro, la legge dell'82 non può non costituire l'efficace premessa di quel mutamento di ruolo e di impegni che deriverà dal rinnovo dell'alleanza negoziato nell'87 , ad ulteriore conferma del convincimento di Blanc, enunciato nell'82 ma ribadito dieci anni dopo, e ampiamente condiviso dalla classe politica, che « le quistioni militari appariscono inseparabili per l'Italia dalle quistioni di politica estera dal 1866 in poi» (128).

126) Ivi, p. 38. 127) Come notano

GIORGIO RocHAT e GIULIO MAssoBRIO in Breve storia dell'esercito italiano dal 1861 al 1943, Torino, 1978, pp. 109-110. 128) Cfr. la memoria cit. alla n. 32.


APPENDICE

Abbreviazioni adoperate: ASMAE-Archivio storico del ministero degli Affari Esteri AUSSME-Archivio dell'Ufficio storico dello Stato Maggiore dell'Esercito b - busta f - fascicolo

L.p. - lettera privata P - promemoria r - raccoglitore R - rapporto T - telegramma I corsivi corrispondono a sottolineature nel testo.


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N. 1 Il direttore in seconda dell'Istituto topografico militare, Colonnello Ferrero, al segretario generale del ministero degli A/fari Esteri, Blanc (ASMAE, Carte Blanc, f. 22) Florence le 12-1-82 L.p. Très cher ami.

Ce que le major Villaume vient de te dire coincide parfaitement avec ce que je te disais il y'a deux mois: c'est à dire que chez nous l'on parie toujours de guerre défensive et jamais de prendre }'offensive. C'est ainsi que l'on a raisonné dans l'organisation de l'armée (Ricotti), dans les principes de la mobilisation, dans l'armement, dans la proportion de l'artillerie e de la cavalerie par rapport à l'infanterie, dans la proportion de l'artillerie de petit calibre vis à vis de celle de gros calibre, etc. etc. Le major Villaume a mille fois raison!. .. Mais tu me demandes: « que doit etre le remède? )> • • •Si tu tr:: rappelles une de nos conversations à la Consulta, je te disais que la question militaire aussi bien que la politique est une question de génération. Tous ceux qui appartiennent à la génération dominante ne peuvent pas comprendre qu' une nation de 28 millions n'a rien de commun avec les petits états dans lesquels ils ont formé leurs idées. L'ouverture du compas dont ils se servent pour mesurer les situations n'est pas en rapport avec les conditions d'une nation de premier ordre et d'une grande armée. Il faut clone reven ir à ceci: changer les hommes. Si les circumstances ne nous délivrent pas de ces restes d'une autre époque il sera impossible de changer les conditions matérielles et morales de l'armée. Je ne fais pas de distinctions, parle avec le général Ricotti qui est un homme de talent ou avec cent autres généraux qui n'ont pas de talent du tout, parie avec )es professeurs et les élèves de l'ecole de guerre, sonde les idées de tout notre état-major, et tout le monde dira que l'Italie doit se contenter d'ètre organisée pour la défensive, tous les projects d'organisation et tous les plans militaires et politiques seront entachés de cette fausse maxime. Je crois que parmi nos officiers généraux il n'y'a que Mezzacapo qui ait des idées hardies et par conséquent pratiques. Peut-etre aussi le général Mattei. Mais malheureusement le prémier est l'objet de beacoup de haines, il est victime des préjugés du régionalisme, il sera difficile de le revoir ministre ... Mais faut il désespérer pour tout cela? ... Non, mille fois non! Tu as bien fait de causer de ces choses avec Pelloux, il est des notres, c'est à dire de notte école et de notre génération, il a de talent, de la volonté, de J'energie et je pense aussi qu'il voudrait bien rentrer en Savoye à la tete d'une brigade, par exemple la brigade qui a dù changer le nom à cause de l'annexion. Notre pays aussi bien que notre arrnée doivent etre cornpromis, jetés à l'eau pour qu'ils apprennent à nager; Mais en attendant que faire de ces arlequins politiques comrne le grand D(epretis)? Je viendrai bientot à Rome, en attendant je te serre la main. Tout à toi A( nnibale) F( errero)


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N. 2 L'addetto militare a Berlino, maggiore Bi.resti, al comandante del corpo di Stato Maggiore, generale Driquet (AUSSME, AM, Germania, r. 2, f. 2) R. N. 6 Riservato Berlino, 13 febbraio 1882 Da alcuni giorni S.E. il Conte de Launay mi aveva espresso desiderio di conoscere quale fosse il giudizio portato qui nelle alte sfere officiali militari, e possibilmente dal Maresciallo stesso, sul nostro esercito. Chi conosce l'estrema riservatezza di questi Signori può facilmente farsi un'idea delle difficoltà di ottenere una risposta di qualche valore su tale questione. Mi recai al Ministero della Guerra e al Grande Stato Maggiore, e mostrando interesse a conoscere l'impressione del Generale Schlichting sulle ultime grandi manovre nel Veneto, e discorrendo dei progetti militari che stanno dinanzi al nostro Parlamento, cercai di attirare la conversazione sull'argomento desiderato. Ma pressoché senza frutto giacché le risposte vagavano in dichiarazioni stereotipate di simpatia, ed elogi a mezza voce, senza costrutto. Senonché, avendomi S.E. il Conte de Launay fatte nuove premure, incoraggiandomi anche a parlare senza troppe reticenze, mi recai stamane dal Generale Conte di Waldersee, il predestinato successore del Maresciallo e ch'è secolui in giornalieri rapporti di servizio. Egli mi accolse com'è sua abitudine con molta benevolenza, ed io, prendendo le mosse dai progetti militari che sono allo studio delle speciali Commissioni parlamentari e dalle probabili opposizioni che incontreranno, gli chiesi cosa se ne pensasse nei circoli militari tedeschi. « E a questo proposito, gli dissi, in Italia si attribuisce al Maresciallo Moltke l'opinione che il nostro esercito sia organizzato puramente per la difensiva, e che nelle varie questioni attinenti alla sua organizzazione non si tenga calcolo della eventualità di una guerra oltre confine». « Mi par difficile, interruppe il Waldersee, che il Maresciallo possa avere esternato una opinione tanto recisa in una questione tanto delicata ». « Tuttavia, io soggiunsi, il Conte de Launay ricorda perfettamente che nel 1875 a Milano, dopo la rivista, il Maresciallo gli ebbe a dire: Ecco un Corpo d'Armata che potrebbe entrare in campagna. Gli italiani, però, non devono dimenticare che il miglior modo di difendersi è quello di attaccare. La relazione fra queste parole del Maresciallo e l'opinione che gli si attribuisce è evidente. E, del resto, molti anche in Italia sono dello stesso avviso. Ad ogni modo è certo che, quando in Italia si sapesse essere realmente t ale la opinione del Maresciallo sul nostro esercito, e tanto più quando si potesse ottenerne da Lui la conferma, molte delle opposizioni suscitate dal progettato aumento dell'esercito si ridurrebbero di per se stesse al silenzio, e la parola autorevole del Maresciallo non mancherebbe d'esercitare benefica influenza sulle risoluzioni imminenti. Ed io spero che Egli, che si è sempre dimostrato amico del mio Paese, non ci vorrà negare il suo valido appoggio in una que-


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stione di tanto interesse per noi, e che non n'è priva anche per la Germania, a cui l'Italia è vincolata da comunanza d'interessi e sinceri sentimenti di amicizia». « Ne parlerò al Maresciallo, mi disse il Conte di Waldersee, e non mancherò di comunicarle la risposta che sarò per averne». E avendolo io pregato di una certa sollecitudine, Egli soggiunse: « Spero fra un paio di giorni. Ci vedremo al ballo del Principe Imperiale e ne parleremo». Con queste parole mi congedò, stringendomi amichevolmente la mano. Il ballo del Principe Imperiale ha luogo posdomani, Mercoledl. Passai poscia dal Maggiore capo della Sezione Italia al Grande Stato Maggiore, col quale sono in ottime e intime relazioni, e col quale avevo già scambiato qualche parola sull'argomento mentre attendevo d'essere ammesso dal Generale di W aldérsee, a cui mi ero fatto annunciare. Gli ripetei, su per giù, quello che avevo detto al Generale. Quanto alla opinione attribuita al Maresciallo sul nostro esercito, questo ufficiale molto s timaLO, e professore:: d 'an e militare all'Accademia di Guerra, mi disse le seguen1 i testua li parole: « Francamente, ma in tutta confidenza fra noi, tale è rcal111r·11t1· /'01,i11io11e del M11resciallo ».

« 1-:ll n deve sape rl o di sicuro, io soggiunsi, giacché il Maresciallo non ha

s111dia1 0 personalment e nei suoi particolari l'organamento dell'esercito i111 li11110 ; 11u1 nel suo gi udizio si affiderà agli studi fatti qui alla di Lei sezione. I•: r lln M l cer1 :1mente quali siano gli appunti che si fanno al nostro ordinamento ,,,ili111re, c forse potrebbe in questa circostanza essere chiamato a dare schiari1nc11 1i. Li dica a me in anticipazione».

ceri\>

E d Egli, premettendo cli non esporre che le sue vedute personali, mi disse: Che la nostra mobilitazione si effettua troppo lentamente. Al Grande Stato Maggiore si calcola che vi occorrano 20 giorni per radunare le truppe alla frontiera francese, e non meno di 3 o 4 settimane per poterle schierare al di là delle Alpi pronte ad agire. La Germania, invece, conta di potere già al 14° giorno dare battaglia sul territorio francese. Quale accordo sperarne? Ciò dipende in gran parte dalla configurazione stessa del vostro Paese, dalle difficoltà di una marcia dell'esercito attraverso le Alpi, ma moltissimo alttesì da una rete ferroviaria che, quantunque in questi ultimi tempi migliorata con tratti di allacciamento, è pur sempre sotto l'aspetto militare molto imperfetta, giacché e nel tracciato e nella costruzione non si è sempre dato il voluto peso alle considerazioni . militari, senza dire che le due linee litoranee, cosi esposte come sono, potrebbero compromettere addirittura anche la prima adunata. Da noi le esigenze militari hanno· sempre il sopravvento in siffatte questioni. Che la forza di pace delle nostre compagnie di fanteria è eccessivamente piccola, il che è sommamente nocivo all'istruzione degli ufficiali e della truppa.


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Alle vostre grandi manovre, mi disse, si vedono compagnie con 72 uomini presenti; quand'è che i capitani acquisteranno occhio e pratica al maneggio di compagnie di 200-250 uomini come in guerra? Posta l'alternativa fra l'aumentare il numero delle unità di fanteria, e rinforzare le attuali in tempo di pace, non vi può essere dubbio. Quest'ultima è necessità stringente. Quanto alla forza di guerra delle compagnie, ciò dipende anche dalle riserve e dai quadri di ufficiali e sottufficiali che si hanno a disposizione. Avete abbondanza d'ufficiali e sottufficiali, compagnie relativamente più numerose e meno forti. Avete scarsezza d'ufficiali e sottuffici ali, compagnie relativamente meno numerose e più forti. Quando la scelta fosse libera io (è la mia opinione personale, ripetè) sarei per le compagnie di 200 uomini. Ma l'essenziale si è che la forza di pace delle vostre compagnie non sia così esigua.

Che la nostra Cavalleria è assolutamente deficiente per numero. La proporzione della Cavalleria rispetto alla fanteria di 1a linea è in Germania di 1 : 8 » l : 12,5 Francia » 1 : 16 Italia E la vostra Commissione parlamentare adesso trasforma l'organizzazione della Cavalleria, ma non ne aumenta il numero degli squadroni. Anche questo aumento è necessità assoluta, com'è necessità esercitare la Cavalleria a manovrare per grosse masse, il che non fate che da pochi anni. Ma, si dice in Italia, nei nostri terreni non potremo che eccezionalmente far largo impiego di Cavalleria, massime in grosse masse. E coerentemente a questo concetto la organizzate in vista di una guerra all'interno.

Non è altrettanto imperioso l'aumento dell'artiglieria, finché le altre armi si mantengono nelle proporzioni attuali. Aumentando la forza di queste, è necessità aumentare il numero delle batterie. Quanto alle batterie a cavallo, mia opinione personale è ch'essc non siano di assoluta necessità; batterie leggiere possono benissimo appoggiare anche divisioni di cavalleria. Il treno è troppo imperfettamente organizzato e insufficiente per numero pel caso di una guerra offensiva. E' certamente bene che l'Artiglieria e il Genio abbiano il proprio treno per i loro speciali servizi. Ma per tutti gli altri servizi ... Via, non voglio adesso fare una discussione ... ma il vostro treno è assolutamente insufficiente e imperfettamente organizzato per una guerra offensiva. E del resto, soggiunse a modo di chiusa, quello che colpisce, a.;trazion fatta dall'ordinamento dell'esercito, è lo spirito militare portato unicamente per la difensiva come si rivela in tutte le pubblicazioni che trattano della difesa dell'Italia. Come dovremo aspettare il nemico? Ammesso che il nemico sbocchi dalle Alpi quale sarà la nostra posizione? Dove ci schiereremo? In caso d'una prima battaglia perduta dove ripiegheremo, quali saranno i nostri


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punti di appoggio? Questi e simiglianti sono i quesiti che gli studiosi militari si propongono costantemente in Italia, né mai, mai, fanno l'ipotesi d'una guerra al di là del confine. Che ci può importare a noi d'un esercito buono solamente a combattere nel proprio paese? Il proclamare che l'Italia non aspira che a difendersi potrà essere politicamente opportuno; ma, militarmente, non bisogna lasciarsi travolgere da questo concetto. L'esercito tedesco, invece, ha carattere eminentemente offensivo, e nessuno dubita in Europa che, in caso di guerra, non istaremo ad aspettare l'avversario sul nostro territorio. In nessuna delle nostre pubblicazioni militari troverete formulata una simile ipotesi. Tali sono le opinioni esternatemi da questo ufficiale superiore, che, come già ebbi a dire, è molto stimato, Capo della Sezione Italia, e Professore all 'Accademia di Guerra. Ad esse, per conto mio, attribuisco maggior valore che non a semplici opinioni personali, giacché è a queste sezioni Statistica che fanno capo tutti i rapporti degli addetti militari e degli ufficiali che si recano in missione al.I 'estero. Ad es~e certamente attinge anche il Maresciallo le informazioni che gli occorrono per forma rsi un concetto sul valore dei varii eserciti. Io credo, in una pnro la, che mie sia l'opinione che al Grande Stato Maggiore tedesco si hn cl ·I 11<>8lro eserc ito. Qunlu1K1uc, poi, possa essere i.I parere intorno a talune delle considera'.l.ion i ma rifcrilc, appare da esse ch iaramente come le nostre questioni militari Ni1111t> tpr i s1udiate con d iligenza e vero interesse, e si può comprendete di legHic-ri cn111c· l' indirizzo dato all 'ordinamento delle nostre forze militari debba, in rrn pncse tanto calcolatore come la Germania, influire anche sull'indirizzo tk lln w ndotta politica a nostro riguardo. Nel mio rapporto n . 46 riservato del 26 maggio scrivevo: « Essa (la Germania) non si abbandona certo ad una politica sentimentale: l'interesse è l'unica sua guida. E quindi non considera gli altri stati che, o come nemici temibili, o come alleati desiderabili. Riguardo agli stati che non si dimostrano abbastanza forti per essere classificati in una di queste categorie, una ostentata ind ifferenza è la moneta onde sono da essa pagati ».

Questo ripeto oggi, sicuro d'essere nel vero. Devotissimo subordinato Maggiore Bisesti P.S. S.E. il Conte de Launay al quale ho d ato lettura del presente rapporto, m'incarica di pregare la S.V. a volerlo trasmettere, per tramite del Ministero della Guerra, anche al Ministero degli Affari Esteri, quale appendice ad altro rapporto ch'egli invia collo stesso Corriere latore del presente. Berlino, 14 febbraio 1882

B.


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N. 3 L'ambasciatore a Berlino, de Launay, al ministro per gli Affari Esteri, Mancini (ASMAE, Serie politica, Germania, b. 1336) R. N. 2970 Confindentielle

Berlin, 14 Février 1882

Monsieur le Ministre, il me semblait utile au moment surtout où nous nous occupons de la réorganisation ou du dévcloppcmcnt de nos institutions militaires, de chercher à connaitre l'opinion qu ' ici Ies cercl es compétents portent sur notre armée. Je me souvenais d'ailleuts d 'avoir eu en 1875 et à d'auttes époques entendu émettre par le Maréchal de Moltke un jugemen t favorable, à cela près que l'armée italienne était organisée bien plus pour la <léfense territoriale que pour agir au delà des frontières. Il importait de vérifier si cette manière de voir plus ou moins fondée avait toujours cours ici. J'ai clone invité l'Attaché militai re à cette Ambassade de procéder à quelques investigations. En voici le premier résultat qui est déjà assez complet, car les données suivantcs ont été fournies en voie confidentielle par un officier supérieur du Grand Etat Major, Chef dc la Scction chargé plus spécialement d'étudier notre organisation. A son avis, notre mobilisation serait trop lente, ce qui provient en grande partie des conditions de notte réseau de chemins de fer dont l'établissement a été souvent influcncé par des considérations qui ne répondent pas aux nécessités militaires. D'après ses calculs, il nous faudrait vingL jours pour concenLrer nos troupes, et trois ou quatre scmaines pour que l'armée fut au delà des frontières; tandis que l'Allemagne serait prete à livrer bataille le quatorzième jour. Notte cavalerie ser~it insuffisante camme nombre, surtout, proportion gardée avec la France. Nos cadres d'infanterie sont trop faibles en tetnps de paix, ce que ne permet pas de donner à l'instruction des officiers et des soldats le développement voulu. Les trains ont une organisation imparfaite pour une guerre hors de notre territoire. Enfin dans !'alternative d'augmenter le chiffre de nos divisions, ou d'ajouter d'abord plus de solidité et de capacité offensive aux dix corps d'armée déjà existants, le second parti serait indubitablement de beaucoup préférable. Ce qui frappe bcaucoup ici, c'est le fait qu' en Italie les différentes publications, quoique non-officielles, qui ont traité des problèmes de guerre possible, se sont toujours placées sur le terrain de la défense, sans envisager le cas d'une lutte offensive, ce qui laisserait supposer que l'esprit militaire chez nous n'aurait pas saisi toute l'importance de la connexité entre la défense et l'attaque. Ces impressions formées d'après les rapports élaborés par des attachés militaires allemands ou par des officiers envoyés en mission spéciale en ltalie, sont évidemment aujourd'hui encore celles du Comte de Moltke. Son ad latus, le Général Comte de Waldcrsce, auqucl Mr. le Chcv. Bisesti a aussi fait visite pour constater la chose, s'est réservé de préssentir sur ce point le Maréchal et de communiquer demain soir sa réponse. J'aurai soin de la faire connaitre à Votre Excellence.


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Notre attaché militaire m'a lu son très intéressant rapport dont le mien ne reproduit que la substance. D'après mon désir, il priera le Bureau de notre Etat Major de vous cn donner connaissance par l'entremise du Ministère de la Guerre. Il n'est pas besoin de faire ressortir, puisque nous nous sommes engagés à nous ranger du coté de l'Autriche et de l'Allemagne, que notte alliance leur servirait bien peu et ne serait pas mème recherchée, si nos conditions militaires ne nous permettraient qu' une défense à l'intérieur, si on ne pouvait compter, en cas donné, sur notre concours au delà de nos frontières. Meme pour remplir sérieusement un role pacifiquc et avoir parité de voix au chapitre, notte intérèt et notre devoir nous prescrivent de nous mcttre sans tarder en mesure de contribuer à empecher la guerre, et a imposer la paix a qui voudrait la troubler. Si les deux Puissanccs hésitent à entrer dans nos vues, c'est qu'elles tiennent à nous voir davantagc à l'oeuvre avant de lier elles-memes pattie avec nous, un des motifs, èt le principal à coup sur, c'est parce que, malgré tous nos progrés militaires, nous n'avons pas encore un ensemble de forces suffi. santes pour fournir l'appoint matériel de rigueur dans une alliance. Négliger cet intérèt et ce devoir scrait un crime de lése-nation. Les éléments de la défense et de l'attaque se pénètrent si intimement qu' on ne saurait les disjoindre sans encourir une grave responsabilité. Sans doute ce système combiné exige de grandes dépenses. Mais quand il s'agit de la sécurité du Pays, d'éventualités où son existence pourrait étre cn jeu, on ne saurait songer à des économies que nous risquierons de payer un jour ai.i centuple. Ce ne sera que par le déploiement de nos forces de terre et de mer que nous serons respectés en temps de paix, sauf à les faire valoir, et à en profìter en temps dc guerre. Notre ceterum censeo . .. doit ètre de pousser aux armements dans la proportion requise. C'est la meilleure voie pour arriver avec profit à l'alliance désirée. Pour s'unir aux forts, il faut ètre armé jusq'aux dents; autrement on ne devient que de simples auxiliaires, en subissant tous les mécomptes et les inconvénients de cette position. Je saisis l'oçcasion, Monsieur le Ministre, de vous offrir l'assurance de ma haute considération. Launay


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N. 4 L'addetto militare a Berlino, maggiore Bisesti, al comandante del corpo di Stato Maggiore, generale Driquet (AUSSME, AM, Germania, r. 2, f. 2) R. N.7 Riservato

Berlino, 16 febbraio 1882

Facendo seguito al mio Rapporto N. 6 riservato del 13 corrente, spedito per me1.zo <li un Corriere di Gabinetto, mi onoro riferire alla S.V. che iersera al ballo di S.A. il Principe Imperiale ebbi il preannunciato colloquio col Generale v(on) Waldersee. « Il Maresciallo, egli mi disse, col quale ho discorso, si è astenuto dal pronunciarsi in modo preciso in merito ai nuovi progetti militari che stanno attualmente innami al vostro Parlamento. Egli, però, s'è dichiarato in favore dell'aumento delle quattro divisioni ed ha ripetuto che, anche per i compiti che l'Italia si prefigge, un aumento dell'esercito italiano è non solo utile, ma sommamente desiderabile, giacché, tornò a dire, il miglior mezzo di difendersi è quello <li attaccare». Tentai d'insistere col Generale v(on) Waldersee intorno a qualche particolare dei progetti in questione, come l'ordinamento della cavalleria e dell'artiglieria ecc., ma Egli mi ripetè testualmente le parole or ora citate. « Posso, gli domandai poi, riferire intorno a questa opinione del Maresciallo? » « Si, mi rispose, purché se ne faccia uso colla massima discrezione, acciò essa non trapeli nei circoli diplomatici, ove non mancherebbe di provocare commenti che bisogna assolutamente evitare ». E cosi ci separammo. Per quanto sulle generali il giudizio del Maresciallo è assai più esplicito di quanto fosse dato attendere. S.E. il Conte de Launay, infatti, quando gli resi conto della mia visita al Generale Waldersee m'aveva detto: « Vedrà che il Maresciallo si asterrà dal pronunciarsi nettamente, e dal ripetere motto sull'opinione che gli si attribuisce». L'averlo fatto è per me una riprova dell'interesse col quale qui si segue lo sviluppo e l'ordinamento delle nostre forze militari. E, d'altronde, è lecito e razionale supporre che il discorso fra il Waldersee e il Maresciallo non brillasse per sallustiana concisione come la risposta datami ; è, però, facile altresl capire da quali considerazioni per quest'ultima essa fosse consigliata. Ciò che a me pare assolutamente certo si è ch e la Germania è sommamente interessata all'aumento del nostro esercito, e si sforzi di spingerci verso un ordinamento militare che, come il suo, abbia carattere offensivo. Dirò, anzi, che dalla minore riservatezza colla quale mi si discorre sull'argomento, arguisco che qui si speri di vederci incamminati sulla via da essi giudicata migliore, o meglio, la sola buona per noi ... e per loro. Al Grande Stato Maggiore ho visto una lettera scritta di costi dall'Addetto militare tedesco Maggiore v(on) Villaume, lettera alla compilazione della quale non fu certamente estraneo S.E. l'Ambasciatore v(on) Keudell. Non me la si è data a leggere, ma me se ne sono letti alcuni periodi. Questi che seguono sono testuali:


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« Qui si comincia a capire che solo un'Italia che abbia valore militare, è desiderabile (nur ein militiirisch verwerthbares Italien begriissenswerth ist) e si sa perfettamente il perché della freddezza mostra[ ta] finora a Berlino ». Questi periodi garantisco testuali, e ripeto che l'Ambasciatore tedesco presso la nostra corte non fu certamente estraneo alla compilazione di quella lettera. Egli vi è più di una volta nominato. Noterò anche che, a tutta prima, non mi si disse chi l'aveva scritta, e che mi si rispose affermativamente quando domandai: E' il Maggiore Villaume che scrive, nevvero? Ne riconosco perfettamente i caratteri. Il poco che ho udito di quella lettera mi ha fatto risovvenire di una corrispondenza da Roma alla National Zeitung. La compiego qui unita nel caso che codesto Comando non possieda tale giornale, e pel caso ch'essa sia passata inosservata ( 1 ). Mia personale convinzione è ch'essa sia scritta dal Maggiore v(on) Villaume. Seppi finalmente, che fra breve sarà pubblicato nel Militiir-Wochenblatt un articolo sul nostro esercito. Esso sotto forma d'analisi di alcuni articoli sullo stesso argomento della Rassegna settimanale (che sono spiacente di non conoscere) esporrà i concetti del Grande Stato Maggiore, presso cui è redatto, e si può ben essere certi a priori che essi non saranno che una illustrazione dell'opinione del Maresciallo. Da ciò ch'ebbi l'onore di esporre, appare evidente come per questa nazione la questione militare e la questione politica si rannodino e formino una unica questione, e come il valore che si attribuisce al nostro assetto militare possa forse esercitare decisiva influenza sull'indirizzo politico a nostro riguardo. La Germania non desidera una nuova guerra colla Francia, ma essa sente di non potervisi sottrarre; essa la riguarda come inevitabile, e la considera come una cambiale di cui non sia stata fissata la scadenza. Gambetta al potere era la spada di Damocle; con lui c'era anche il pericolo dell'improvviso poich'egli è ritenuto la personificazione dell'idea della rivincita. Ma quantunque il Ministero Freycinet offra relative garanzie di pace, si sente e si sa troppo bene che la Francia non può acquietarsi alle sconfitte e alle umiliazioni dell'ultima guerra. E nulla qui si trascura perché l'esercito sia sempre in tutto punto preparato, e, certo, nessuna alleanza che valga a rinforzarlo sarà dispregiata. Devotissimo subordinato Maggiore Bisesti P.S. S.E. il Conte de Launay desidera che, anche del presente rapporto, sia data comunicazione al Ministero degli esteri. Nota. Nella corrispondenza che trasmetto si accenna alla necessità di dare il cavallo ai capitani di fanteria. Tale necessità m'era già stata indicata qui allo Stato Maggiore, e fu per pura dimenticanza ch'io non ne parlai nel precedente rapporto.

(1) Nota a marglile: « Ne ho trovato ora la traduzione nel N. 46 del Diritto».

11. - Memorie


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N. 5 L'ambasciatore a Berlino, de Launay, al ministro degli Affari Esteri, Mancini

(ASMAE, Serie politica, Germania, b. 1336) R. N. 2972 Confindenticlle

Berlin, 16 Février 1882

Monsieur le Ministre, Je fais suite à mon rapport n. 2970 du 14 février. Le Comte <le Moltke a été interpcllé par le Quartier-Maitre Général, Comte de Waldersee, sur l'opinion auribuée au Maréchal à l'égard de notre armée, et sur les projets d'augmentation J ernièrement présentés au Parlement par le Ministre de la Guerre. Le Comte <le Moltke s'abstenait d'aborder une discussion de détails. Il se bornait à déclarer qu' une a ugmentation de nos divisions était, meme en vue de la tache que nous nous proposions, non-seulement utile, mais très désirable (1). Quant au jugement qu'il aurait porté sur le caractère défensif de notte organisation militaire, il affirmait de nouveau très-péremptoirement que le meilleur moyen de se défendre, c'est d'attaquer. Le Lieutenant-Général de Waldersee a donné très-confidentiellement ces indications au Chev. Bisesti. Notrc Attaché militaire ayant dit qu'il les communiquerait à Rome, son interlocuteur répondait qu'il n 'y voyait pas d'inconvénient pourvu qu' on en fit usage avec toute le discrétion voluc, afin quc la chose ne fut pas ébruitée dans les cercles diplomatiques. Autrement il en résulterait des commentaires qu'il convenait absolument <l'éviter. Si le Maréchal, cornrne il fallait s'y attendre, n'a pas discuté à fond sur l'argument dont il s'agit, ou du rnoins si ses appréciations ont été rapportées d'une manière si concise, il en a pourtant dit assez pour nous faire bien comprendre la nécessité de combiner nos moyens d'attaque et de défense, de ne pas nous contenter de couvrir nos frontières, mais de nous mettre promptement en mesure, le cas échéant, de combattre l 'ennemi sur son propre territoire. Cet ennemi n'a pas été autrement désigné. Il est évident qu'il voulait parler d'une France, qui, allant à la dérive si elle confiait jamais son sort à des tetes folles ou aventureuses, voudrait troubler la tranquillité générale de l'Europe. (1) Nota a margine di pugno di Alberto Blanc: « Keudell e Villaume, ritenendo che nè vorremo nè potremo fare per 24 divisioni gli aumenti di cavalleria, artiglieria, treno, parchi d'assedio, ecc. indispensabili, credono che di fatto la creazione di 4 nuove divisioni indebolirà per più anni l'esercito coll'accrescere l'inferiorità già eccessiva de!Je proporzioni d'artiglieria e di cavalleria e col rendere la mobilitazione più lenta e più difficile. Essi raccomanderebbero vivamente, se consultati, di cominciare dal porre sul piede d'offensiva le 20 divisioni ora esistenti ». A. Blanc


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En me prévalant d'une autorité devant laquelle chacun s'inchine, je ne puis que confirmer les considérations contenues dans mon rapport précité et qui avaient pour objet essentiel de pousser aux armements de manière à rendre à la fois utile à nous-memes et à l'Allemagne ainsi qu'à l'Autriche, une alliance entre les trois Etats. Avec des forces militaires simplement défensives, nous ne remplirions pas un role digne de l'Italie, dans le cas où nous devrions concourir à sauvegarder la paix européenne. A cet effet il nous faut un armement tota! et non partiel. Il me revient que très-prochainement le « Militar-Wochenblatt », journal très-estimé et qui a des attaches avec le Grand Etat Major, publiera sur notte armée un article rédigé dans le sens des observations summentionnées du Maréchal de Moltkc. Cet article contiendra un examen de publications récentes faites par la « Rassegna settimanale » sur l'organisation de notre armée. De son coté, Mr. le Major Bisesti écrit aujourd'hui un noveau rapport au Commandant de notte Etat Major, en le priant d'en donner aussi connaissance à Votre Excellence. Je saisis l'occasion, Monsieur le Ministre, de vous offrir l'assurance de ma haute considération. Launay


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N. 6 L'addetto militare a Berlino, maggiore Bisesti, al comandante del corpo di Stato Maggiore, generale Driquet (AUSSME, AM, Germania, r. 2, f. 2) R. N. 8 Riservato

Berlino, 25 febbraio 1882

Il N . 16 del Militar-Wochenblatt pubblicato qui iersera, contiene l'articolo già da me preannunciato sulla riorganizzazione dell'esercito italiano. Nel complesso, vi sono ripetute le stesse idee espostemi sull'argomento in precedenti conversazioni da ufficiali del Grande Stato Maggiore, e che già ebbi l'onore di riferire alla S.V. nei rapporti riservati N. 6, e N. 7 del 13 e del 16 corrente. E siccome al giungere di questa mia sarà giunto costl anche il giornale, giu<lico superfluo dare qui la traduzione, o il riassunto dell'articolo in questione. Il concetto al quale s'inspira l'autore e al quale egli accenna ripetutamente è formulato nelle seguenti testuali parole: « E' di maggiore importanza un aumento <lell'effettivo di pace delle compagnie, che non im aumento <lell'effettivo di guerra delle medesime, e che un aumento nel numero delle Divisioni, per quanto quest'ultimo possa parere desiderabile». Ma, si deve realmen te ritenere l'articolo come ispiralo <lal Maresciallo, o quanto meno, ritenere che esso ne esprima esattamente Je idee? Non si è il Maresciallo, a quanto disse il Generale v(on) Waldersee, pronunciato in favore della creazione <li quattro nuove Divisioni? Tali le domande ch'io rivolsi a me stesso dopo letto l'articolo, e, anziché accontentarmi d'una· risposta basata su sempl ici congetture, pensai interpellare nuovamente il Conte v( on) W aldersee.

E stamane stessa mi recai da lui. Il Generale, che già aveva letto l'articolo, premise non doverglisi attribuire alcuna importanza ufficiale, né ufficiosa, e soggiunse ch'esso non era stato certamente redatto al Grande Stato Maggiore. Ciò affermando, egli credeva certamente d'essere nel vero, giacché sono convinto ch'egli non ispingerebbe la prudenza e la riservatezza fino ad affermare scientemente una cosa contraria alla verità. Per quan to m'è dato giudicarne, ciò non è nel suo carattere franco e militare, e il suo discorrere semplice e tronco ha una impronta di sincerità che mal potrebbesi simulare. Ma questa volta egli e.ra in errore. L'articolo è naturalmente scritto da un ufficiale del Gran<le Stato Maggiore, il Maggiore Meckel, il cui nome è favorevolmente conosciuto anche in Italia per le sue pubblicazioni di tattica. - Cred'Ella nondimeno, domandai al Generale, che le idee del Maresciallo siano conformi a quelle espresse nell'articolo, e ch'egli pure giudichi ora più opportuno per l'esercito italiano aumentare l'effettivo di pace delle compa-


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gnie mantenendo per la fanteria l'organizzazione attuale, anziché aumentare il numero delle Divisioni? Il Maresciallo, mi rispose, si è astenuto dall'entrare in simile discussione, ed ha anzi dimostrato una certa ripugnanza ad esprimersi recisamente anche sulla questione generale, giacché gli sarebbe troppo spiacevole che il suo giudizio venisse portato nel dominio del pubblico. Egli crede necessario un aumento dell'esercito italiano, crede utile la creazione delle quattro nuove divisioni. ma bicogna aver presente ch'egli non poteva, 1l per Il, conoscere e ricordare le condizioni organiche dell'esercito italiano ne: loro particolari, e non poteva quindi pronunciarsi in modo assoluto sul sistema più conveniente per tradurre in atto il progettato e necessario aumento. E bisogna, inoltre, aver presente che il talento del Maresciallo non è un talento da organizzatore. Egli non sarebbe un buon Ministro della Guerra. Egli è maestro nel condurre le truppe, e come conduttore d'eserciti, astrattamente, dà la preferenza a quelli relativamente più forti numericamente. Meglio un esercito di 12 Corpi d'Armata che non uno di 10 Corpi d'Armata solamente. E il di Lei parere, Generale? Quanto alla forza di pace delle compagnie, mi rispose il Waldersee, io osservo che nell'esercito francese è ancora minore di quel che non sia nello esercito italiano, e non mi voglio esagerare gli svantaggi di un sistema siffatto. Se avete numero sufficiente di buoni ufficiali e sottufficiali, e numero sufficiente di uomini istrutti per passare poi in caso di mobilitazione dagli effettivi di pace a quelli di guerra, io sono per la costituzione immediata delle quattro nuove Divisioni. E' indiscutibilment e vantaggioso avere quadri numerosi dal tempo di pace - . Questo il dialogo avuto col Generale v(on) Waldersee. Il suo parere è senza dubhio conforme a quello del Maresciallo, ed è anzi, a credere che ne risente l'inti... ~nza. Vero è però, altresì, che le osservazioni svolte dapprincipio dal Generale stesso a proposito del Maresciallo, danno al suo parere sulla questione un valore soltanto relativo. Avrei voluto discutere della cosa col Maggiore Meckel, ma egli non era nell'ufficio. Ne parlai invece lungamente col Tenente colonnello Voge! v(on) Falkenstein Capo della 2a Sezione (Teatro di guerra centrale. Germania-ItaliaSvizzera) al Grande Stato Maggiore. Gli raccontai del colloquio col Generale Waldersee. Egli mi disse che aveva letto l'articolo prima ancora che fosse stampato e che condivideva pienamente la opinione del Maggiore Meckel. « E sono sicuro, soggiunse, che se avessi potuto parlare sull'argomento col Generale v(on) Waldersee, si sarebbe egli pure schierato con noi. Egli è qui da troppo poco tempo, e non si è ancora sufficientemente orientato. Certo che lo scopo definitivo che gli organizzatori dell'esercito italiano si devono prefiggere si è l'aumento del numero attuale delle Divisioni. I 12 Corpi di Armata vi occorrono anche in caso di guerra puramente difensiva. Ma potete procedere senz'altro a questo aumento, senza che il numero torni a scapito della solidità? Chi è al fatto delle reali condizioni organiche attuali dell'esercito italiano, chi ne conosce la povertà dei quadri, la scarsità di cavalli, l'estrema insuffi-


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denza in materiale d'assedio e di difesa; - chi legge annualmente ripetuto nei rapporti degli ufficiali che assistono alle vostre grandi manovre quanto perniciosa influenza eserciti l'esiguità degli effettivi sulla istruzione tattica della truppa e degli ufficiali - deve necessariamente essere della convinzione che anzitutto, vi si convenga perfezionare il vasto ordinamento militare sulla base delle formazioni già esistenti. Il paragone coll'esercito francese, a mio avviso, qui non calza. La Francia non è così povera in cavalli e materiale di artiglieria e, in tesi generale, l'Italia non può certo competere con essa in fatto di risorse e in caso di guerra si troverebbe in ben maggiori imbarazzi per mobilitare le proprie forze. Quanto all'osservazione, poi, sull'esiguità dell'effettivo di pace della compagnia in Francia, essa scema molto di valore quando si ponga mente alla diversità della ferma della fanteria nei due paesi. Rinforzate prima le attuali compagnie in tempo di pace; - aumentate fin dal tempo di pace il numero dei cavalli negli squadroni e nelle batterie; provvedete al materiale d'assedio e di difesa; - corteggete l'attuale proporzione fra le varie armi - . E quando ciò sia fatto, potrete senza scosse provvedere alla formazione delle nuove Divisioni, nello stesso modo come noi abbiamo lo scorso anno aumenta to il numero delle batterie e dei Reggimenti di fanteria, via via, senza avvedercene. Ripeto: sulla convenienza di creare quattro nuove Divisioni l'accordo è unanime. La questione è sulla conveniema di procedere dapprima a queste uuove formazioni e correggere poi i difetti già fin d'ora palesi nell'organizzazione attuale, ovvero procedere in senso inverso. Io sono del parere del Mag· giore Meckel: H secondo sistema è da preferirsi». Da quanto venni esponendo appare come i pareri, concordi sulla utilità di un aumento delle nostre forze militari, siano divisi intorno al modo più efficace per attuarlo. Li ho riferiti, per quanto mi fu possibile, testualmente, e, va sans dire, con tutta imparzialità, non mettendo di mio che le poche osservazioni che possono contribuire a ridurre i pareri stessi al loro vero valore. Non mi sono preoccupato ch'essi potessero essere in opposizione L-Olle vedute del Ministero della Guerra e contrari al mio personale interesse. Tale parmi, il dover mio. Devotissimo subordinato Maggiore Bisesti

P.S. Il Conte de Launay prega nuovamente di comunicare il rapporto al Ministero degli esteri.


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N. 7 Il direttore in seconda dell'Istituto topografico militare, colonnello Ferrero, al segretario generale del ministero degli Affari Esteri, Blanc (ASMAE, Carte Blanc, f. 22)

L.p.

Samedi (1)

Mon dìer ami. Dans mes lettres précedentes je t'ai indiqué les inconvénients de notte système militaire. Pour rémédier à ces inconvénients il faut du temps et la situation générale de l'Europe n'accordera pas le temps nécessaire. Cela ne veut pas dire que nous ne pouvons pas jouer un ròle magnifique dans la guerre qui va éclater. Au contraire! Je te prie de lire la relation que je viens de rédiger pour prouver la possibilité immédiate de notte jonction avec l'armée allemande et pour indiquer les moyens de la réaliser. Les idées sont si simples et sont si clairement expliquées qu'il n'est pas nécessaire d'etre militaire pour !es comprendre. Tu les comprendras et les adopteras avec enthousiasme et tu po urras t'en servir auprès de nos ambassadeurs à Vienne et à Dcdin pou r prouvcr aux intércssés l'utilité, l'importnnce, l'efficncité de notre rdliancc, :-tinsi q ue le meiUeur muyen pour la rendre profitable. Je viens cl'cnvoycr confindentiellement au général Coscnz, le Moltke breveté de l'ltalie, 1111c copie clu mcme rappott dan s l'espoi r d 'etre indirectement utile à mon pays. Est-ce à dire qu'on m'écoutera? Ou plus tòt ne m'accuserà-t-on pas d 'insolence? Nous sommes reduits à l'état de mendiants pour la gloire de notre roi; si l'on ne veut pas nous écouter, tant pis! Enfin mets ensemble l'idée de disposer des millions du cours forcé et le plan de campagne que tu trouverais ébauché dans le rapport d-joint et tu pourras espérer avec moi que l'étoile d'ltalie peut encore briller. Je t'expédie deux exemplaires du m&ne rapport afin que tu puisse en envoyer un au général Robilant si tu le crois convenable et en parler avec tacte et prodence avec le major Villaume comme d'une chose quelconque. Demain je t'expédirai le rapport, aujourd'bui contentetoi de ce billet, car il est tard. Mille amitiés. A(nnihale) F(errero)

( 1) Firenze, 25 febbraio 1882


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N. 8 Il direttore in seconda dell'Istituto t opografico militare, colonnello Ferrcro, al segretario generale del ministero degli Affari Esteri, Blanc (ASMAE, Carte Blanc, f. 22) L.p.

Mercredi 1 Mars 1882 (1)

Mon cher ami. Un récent article du Militar-Wochenblatt de Berlin s'exprime vis-à-vis de notte armée et de notre alliance de manière à donner la plus grande opportunité au rapport que je viens de t'envoyer. Il est clone utile que tu convertise ce rapport en une lettre de toi au Comte de Launay en lui disant tout au plus que le contenu de la lettre est le résultat d 'une conversation avec moi. Tu peux lui dire que ces considérations peuvent aplanir toutes les difficultés pour une alliance. Cependant il serait nécessaire que d'une manière quelconque le gouvernement allemand fit pn::ssion sur notte état-major pour lui faire étudier la mobilisation de manière à ce que dans l'espace de deux semaines au plus six corps d'armée italicns fussent concentrés aux environs de Strasbourg. Je crois qu'en faisant de forts sacrifices d'argent on pourrait réaliser ce désideratum. Si par hasard tu voulais fairc lire au Comte de Launay mon mémoire, sous la plus grande réserve, je n'ai aucune difficulté à cela. Seulement ce que je voudrais éviter ce serait l'apparence d'un manque d'égard au général Cosenz. C'est clone toute une question de tacte que j'abandonne à ton jugernent. Je t'expede l'autre copie de mon mémoire. - Quoi qu' il en soit, je crois que le noeud de la question je l'ai tranché. Ce qui est important est d'en finir avec le platonisme et de faire des commandes à Krupp parce que le canon est le Dieu des batailles. Il faudrait aussi faire accepter à notre ministère de la Guerre une dislocation de l'armée en temps de paix de manière que deux cents mille hommes avec tout le nécessaire fussent prets à passer la frontière en peu de ;ours. Tottte le cavalerie et la plus grande partie de l'artillerie doit etre constamment dans la vallée du Po. V erone doit etre le grand magazin dans l'hypothèse d'une expédition par le Tyrol et la Bavière sur le Rhin. Si la guerre n 'a pas Jieu cctte année nous avions le temps d'achetcr encore 300 canons et dix mille chevaux avant l'hiver prochain. Je dis l'hiver parce que une campagne d 'hiver étant possible en France et impossible à la frontière russe il y' aurait avantage à écraser les français au moment où les russes seraient paralisés par la mauvaise saison. Dans une campagne d'hiver notte défensive sur les Alpes serait favorisée par l e plus grandes difficultés que les français auraient à surmonter, notte défensivc du coté de la mer favorisée par les difficultés des débarquements pendant la mauvaise saison, tandis que le passage du Brenner et notre dislocation vers le Danube et le Rhin seraient toujours possibles. Ceci nous permettait d 'envoyer un plus

(1) Firenze


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grand nombre de corps d'armée sur ]es Vosges. Je crois aussi qu'en hiver l'insurrection de la Bosnie et de l'Herzégovine serait en repos ce qui paraliserait moins )es forces de l'Autriche. Assez pour aujourd'hui. Mille amitiés. A( nnibale) F( errero)

J'oubliais de te dire qu'il faudrait doubler le nombre de fusils de notre armée avant le mais d'octobre prochain.


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N. 9 Il direttore in seconda dell'Istituto topografico militare, colonnello Ferrero, al segretario generale del ministero degli Affari Esteri, Blanc

(ASMAE, Carte Blanc, f. 22) L.p.

Marcii (1)

Mon cher ami. Le général Cosenz vient de m'écrire un aimable billet qui accepte pour certaines éventualités mes « intéressantes » propositions. Ceci m'ohlige <le te prier de ne ri.e n faire ni à Vienne ni a Bcrlin avam d'avoir causé un peu avec moi. Tu comprends que puisque mon ordrc d'idées n'est plus étranger à notte Moltke italien il' n'y'a plus rien a désirer. Seulement tu pourrais avec les allemands est rendue possible par l 'alliance autrichienne qui nous permettrait de passer par le Tyrol et la Bavière. Je me félicite de l'heureuse inspiration que je viens d'avoir. Écris-moi deux mots tout de suite. Il y'a bien longtemps que je n'ai plus de tes nouvelles. Mille amitiés. Tout à toi

A. Penero

(1) Firenze, 7 marzo 1882


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N.10 L'ambasciatore a Berlino, de Launay, al ministro per gli Affari Esteri, Mancini (ASMAE, Telegrammi in arrivo, vol. 32)

T. N. 357

Berlino, 15 marzo 1882, ore 4,33 s.

J'ai rencontré hier Moltke, jc lui rappelais l'avis qu'il émettait récemment sur le projet de reorganisation de notre armée. Il répéta que l'augmentation de 4 divisions était desirable, mais avant de se prononcer en perfaite connaissance, il faudrait se livrer ici sur nos conditions à un long examen que nous sommes compétents à faire nous mcmes. Nous sommes en effet le meilleur juge. Le Maréchal disait cepen<lant, qu 'en thèse générale le qualitative aussi bien que le quantitative devraient entrer en ligne de comptes, car une armée inférieure en nombre, mais composée d 'éléments ayant acquis le degré voulu de solidité et d'instruction, est en état de rcndre soit à l'interieur, soit à l'extérieur, des services plus uLi les, que des troupes d'un chiffre superieur, mais qui n 'auraient pns cncorc aucint le développement nécessaire; en d'autres termes avant de crfr r Ics nouvcllcs divisions ne nous conviendrnit-il pas de consolider d'abord l'dfcctif actucl ? C'cst ?t nous sculs d'en décider. Il est une autre considéra1io11 : 1111 nccro isscmcnt de cenl mille hommes de notre armée de première ligm: 11éccs~ i1 crn i1 un nombre proportionnel d'officiers, qui ne se trouve pas fnci lcmcnl e t promptcment. Il resterait d 'ailleurs à démontrer si, avec des a lliés <.: I dans une guerre offensive, nous aurions vraimcnt besoin de porter :lu J elil de nos frontières 300 mille hommes. Sans s'exprimcr d'une manière positive le Maréchal me semblait toute fois pas admettre que le projet de nouvelle organisation constituerait, au point de vue militaire, un obstacle au rapprochement désiré avec l'Allemagne. Il allait de soi, ajoutait-il pourtant, que plus nous serions forts plus nous serons appréciés et recherchés. J'ai eu la meme impression dejà manifestée dans un précédent rapport, que le Maréchal n 'est favorable au projet de 4 divisions, que si cette augmentation se reliait à un système combiné au double point de vue, de l'attaque et de la défense.

de Launay


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N. 11 L'addetto militare, Bisesti, all'ambasciatore a Berlino, de Launay (ASMAE, Serie politica, Germania, b. 1336) P., allegato al R. N. 2991 del 19 marzo 1882 Berlino, 18 marzo 1882

Già prima che fosse a mm conoscenza il telegramma col quale il Ministero degli Affari esteri riferisce l'opinione manifestata da S.E. l'Ambasciatore v(on) Keudell e dall'addetto militare Maggiore v(on) Villaume intorno alla riorganizzazione del nostro esercito, io avevo cercato, in ottemperanza al desiderio espressomi dalla S. V. di riattaccare nuovamente discorso con ufficiali de] Grande Stato Maggiore sul medesimo argomento. Lo feci, infatti, ma in modo puramente accademico poiché (mi si consenta una militare franchezza) io non ritengo che altri possa essere miglior giudice di noi stessi Italiani su tale questione, e sul metodo più acconcio a ben risolverla. L'insistere per conoscere il giudizio altrui, quasi ad averne consigli e suggerimenti, parmi debba fare poco buona impressione anche su coloro stessi ai quali ci rivolgiamo. Nei rapporti indirizzati al Comando del Corpo di Stato Maggiore e che mi feci dovere partecipare in precedenza a V.E., io mi sono ·limitato a riferire testualmente e con tutta imparzialità i dialoghi avuti col Generale v(on) Waldersee, col T. Colonnello Vogel v(on) Fal.kenstein e col Maggiore Meckel. Parmi ora opportuno esporre alla E.V. talune considerazioni che varranno, se non altro, a restringere la questione nei limiti che le si convengono, mentre parmi siasene allontanata. Mi rifaccio al punto in cui essa stava prima che l'E.V. ne discorresse col Maresciallo. Nell'ultimo dei miei rapporti sull'argomento scrissi che i pareri concordi sulla utilità di un aumento delle nostre forze militari, erano qui divisi intorno al modo più efficace per attuarlo. Non sarebbe, però, esatto il dire che siavi contraddizione fra il parere del Maresciallo e quello del Grande Stato Maggiore. Sarebbe dare soverchia importanza, sia all'articolo del Militiir-Wochenblatt che, come disse il Waldersee, non può essere risgu ardato che come la espressione di apprezzamenti individuali; sia al parere dei due ufficiali superiori sunnominati, personificando quasi in essi le idee del grande stato maggiore. Evidentemente, invece, nel solo Moltkc può essere riconosciuta tale personificazione. Che in singole questioni, talvolta, ufficiali del Corpo possano dissentire anche da Lui non parmi debba recar meraviglia. Molto meno, poi, che ciò sia a proposito del riordinamento di un esercito estero, e nel caso particolare attuale, a proposito del riordinamento del nostro esercito. Basti por mente che lo stesso succede precisamente anche in I talia dove dissentono nella presente questione uomini compctcntissimi che l'hanno studiata a fondo, e che conoscono la nostra organizzazione militare indubitatamente e incomparabilmente meglio di quel che la si possa conoscere all'estero anche dagli ufficiali che, per speciale mansione devono occuparsene.


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Il parere del Maresciallo quale mi fu riferito la prima volta dal Generale Waldersee era esplicito. Dopo essersi dichiarato favorevole all'aumento delle quattro divisioni, avrebbe soggiunto che, anche per il compito che l'Italia si prefigge (e voleva certamente dire la difesa) un aumento dell'esercito italiano è non solo utile, ma sommamente desiderabile (Auch fi.ir die eigene Aufgabe Italiens, eine Vermehrung der italienischen Armee ist nicht nur nutzbar, sondern auch sehr wiinschenswerth). Sono le parole testuali e le ricordo esattamente. Quando parlai più tardi col Generale v(on) W aldersee a proposito dello articolo del Militiir-Wochenhlatt, egli disse che il Maresciallo non era entrato in una discussione dei particolari, ma che si era pronunciato soltanto, e anche con una certa titubanza, sulla questione generale dell'aumento. E richiesto del suo parere il Waldersee mi disse: « Se avete numero sufficiente di buoni ufficia.li e sottufficiali, e numero sufficiente di uomini istruiti per passare dagli effettivi di pace a quelli di guerra, io sono per la costituzione immediata delle quattro divisioni. E' incontestabilmente vantaggioso avere quadri numerosi fin dal tempo di pace». L'impressione che ne ho riceuto allora, e che conservo oggi, è che questa sia in fondo l'opinione del Maresciallo. Se cosl non fosse, il Waldersee non l'nv rebbe es pressa. Ciò nonostante, e per le ragioni già accennate, io sono be n lo n 1r1110 da l cbrle una impo rtanza assoluta. E' vero che la questione 111i li111re per <Jll l"S IO paese è strettamente legata alla politica; ma ciò non va in1es" 11cl s1:11so minuto e di dettaglio come taluni fanno. A nessuno può venire in 1t·~10, p. es. che l'avere l'Italia alcuni squadroni , e alcune batterie di più o di 111cno, l'avere le compagnie su 200 o 250 uomini ecc. ecc. possa costituire 11 11 os1.1colo qualunque alla stipulazione di una alleanza con la Germania. Sarebbe davvero rimpicciolire una cosl alta questione. Oie il nostro esercito su 10 o su 12 Corpi d'Armata sia buono e solido per qualità intrinseche. Questa è la fiducia che bisogna ispirare, soprattutto col dare il maggiore sviluppo possibile alla istruzione della truppa. A ciò si annette q ui vera impo rtanza, e devo dire che, dai frequenti discorsi avuti con ufficiali, mi sono formato il concetto che, mentre questa istruzione è giudicata sufficiente e buona per gli uomini sotto le armi è reputata troppo scarsa per le classi in congedo, per gli uomini di 2 3 categoria ecc. ecc.; per gli uomini, insomma, che sarebbero chiamati alle armi all'atto della mobilitazione. E, a questo riguardo, tutti anche in Italia sono convinti che molto ci rimanga a fare, quantunque incamminati a farlo. Sgraziatamente non potremo mai arrivare alla perfezione tedesca, giacché non potremo mai arrivare ad un sist ema di reclutamento e di dislocamento così strettamente territoriale come il germanico, che offre vantaggi evidenti ed immensi per la istruzione delle truppe. La speciale configurazione del nostro paese è ostacolo insormontabile. Ho riparlato col Maggiore Meckel dopo ch'ebbe letto l'articolo dell'Italia Militare, ch'è una traduzione della memoria indirizzata dal Ministero della Guerra a quello degli Esteri. Egli riconosceva che le recenti disposizioni ministeriali si informano al concetto di dare un maggiore sviluppo all'istruzione; ma si mostrò, quanto al resto, che non tutti gli argomenti dell'Italia militare lo hanno persuaso.


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Egli mi tornò ad osservare che, aumentando nei Corpi d'Armata la sola fanteria, la sproporzione a danno della artiglieria e delle cavalleria diventa ancora più grande. Non dimostrò molta fiducia nel sussidio di tali armi che, in caso di guerra oltre confine, potrebbero dare ai corpi che entrano in campagna quelli lasciati nella penisola. Non si dimostrò partigiano della formazione della Cavalleria a Reggimenti su quattro squadroni, e mi ripeté ch'egli non riteneva indispensabile la creazione delle batterie a cavallo. Cosi via, via; e i suoi apprezzamenti erano, su per giù, una ripetizione di quelli già espressi da lui nel Militar-\Xlochenblatt. Essi hanno, però, carattere esclusivamente individuale, e l'E.V. ben comprende come sui particolari di una organizzazione qualsiasi, militare o non militare, le opinioni non possano essere tutte d'uno stampo. Ebbi anche occasione di parlare in questi giorni col Generale Schlichting, che fu quest'anno alle grandi manovre nel Veneto. Egli mi disse di non essere in grado di discorrere con fondati criteri intorno alla nostra organizzazione militare non avendola studiata particolarmente e non potendo bastare una permanenza di poche settimane in Italia per formarsene un concetto preciso. Limitò, pertanto, il suo dire alle Manovre alle quali aveva assistito, e le sue osservazioni non hanno speciale attinenza all'argomento qui trattato. Non so, però, astenermi dal riportare il giudizio da lui espressomi sulla nostra Fanteria: « Della Fanteria non potrei essere meglio impressionato. Ho seguito per tre giorni con ispeciale interesse un Battaglione dell'8° Bersaglieri e ne sono rimasto veramente edificato. Resistenza alle fatiche, disciplina, uso appropriato della specie dei fuochi , scelta della linea di mira, ... tutto, insomma, mi parve ottimo e indizio sicuro del buon indirizzo dato alla istruzione tattica della vostra Fanteria. Il vostro soldato è più intelligente del nostro, e io ritengo la vostra Fanteria migliore della francese ».

Questo giudizio il Generale Schlichting me lo ripeté più volte nel discorso, e col tono di chi è veramente convinto di quel che dice. Ed io ho riferito questo giudizio, un pò per un certo sentimento di soddisfazione che V.E. certamente comprende e condivide, e un pò anche perché dopo il tanto dire che si è fatto in questi ultimi tempi sui giornali (specialmente italiani) che il nostro esercito ha valore solamente difensivo, e che la sua organizzazione influisce perniciosamente anche sulla sua istruzione è bene e conforta il sapere che la nostra Fanteria è tenuta anche all'estero, (dovrei, anzi, dire specialmente all'estero) altamente in onore e ch'è reputata per qualità non inferiore ad alcuna altra. Ed essa è pur sempre, e più che mai, il nerbo degli eserciti, la regina delle battaglie. Torno all'argomento. Dopo averne tanto parlato con ufficiali, credevo proprio che nulla ptu vi fosse ad aggiungere e che non s'avesse ad invocare ulteriormente l'intervento straniero nella discussione di una questione, in cui noi stessi siamo i giudici più competenti. Ma ecco che giunge il telegramma del Ministero degli Esteri, nel quale, accennando alla convinzione che S.E. v(on ) Keudell e il Maggiore v(on) Villaume avrebbero acquistato in seguito alla pubblicazione dell'articolo del-


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l'Italia Militare (che, cioè, la Germania non può aspettarsi veruna cooperazione dall'Italia finché tali idee prevalgono) si chiede se il loro giudizio sia condiviso a Berlino. Nell'apprendere tale telegramma provai un vero senso di stupore, e davvero ancora adesso non mi so capacitare che S.E. v(on) Keudell e il Maggiore v(on) Villaume abbiano potuto esprimere una opinione tanto grave e recisa, e dove essi abbiano potuto attingere quella loro convinzione. Ella sa, Signor Conte, per lunga e giornaliera esperienza di quale circospezione e riservatezza si facciano qui un dovere anche nelle più piccole questioni, e troverà, quindi, naturale il mio stupore e la mia convinzione che l'Ambasciatore e l'Addetto militare a Roma non abbiano espresso che un parere meramente personale, e destituito di qualsiasi fondamento. La cosa è, secondo me, spiacevole nel senso che, se SE. il Barone v(on) Keudell ed il maggiore v(on) Villaume esternano nei loro rapporti quelle loro idee attribuendole per di più a un gruppo di uomini politici nostri, e alla pubblica opinione in Italia, potrebbero produrre una certa impressione e ingenerare in chi li legge la credenza che il nostro Ministero della Guerra voglia organizzare l'esercito solamente in vista di una difensiva, il che si può con sicurezza afferm are non ve ro. Non si citi più l'articolo del Milit1ir-Wochenblatt: esso 110 11 esisterebbe se il Maggiore v( on ) Villau me non avesse, per lettera, consipJi(lto a scriverlo. 11 giudizio. t ut ta via, rirerito nel telegramma del Ministero degli affari <·s1n i. n~sumc un:i certa gravità pel carattere onde sono rivestite le persone r lic lo h:,nno pronunciato, ed era necessario perciò, ridurlo al suo vero valore, 1ssic11 r:1ndoci che q ui nelle sfere militari non fosse condiviso. Obbedendo p ertanto all'invito della E.V ., mi recai nuovamente dal Gene rale v(on) Waldersee e datagli da leggere la memoria del Ministero della G uerra, gli chiesi se fosse presumibile, come alcuni vorrebbero, che la prevalenza delle idee ivi espresse potesse costituire un ostacolo alla stipulazione di una alleanza con la Germania per parte dell'Italia. « S.E. il Conte de Launay, soggiunsi, desidererebbe conoscere la di Lei opinione in proposito, e s'è possibile anche quella del Maresciallo. Anzi, se il Maresciallo potesse leggere questa Memoria, oggi stesso potrehhe discorrerne con S.E. il Conte de Launay al pranzo di S.E. l'Ambasciatore di Russia». Si rimase in questa intelligenza e gli lasciai lo scritto. « Si va troppo lontano (Man geht zu weit), disse il Waldersee. Alla Germania interessa contare su un alleato che possa disporre di un buon esercito; tanto più forte sarà, tanto meglio. Nella Jiscussione dei particolari della organizzazione non si può entrare; questo è affare dell'Italia, nessun miglior giudice, nessun miglior consigliere di essa». Tornai da lui ancora una volta il giorno dopo per riferirgli il parere espresso alla E .V. dal Maresciallo, e, come l'E.V. m'aveva consigliato anche pel caso ch'egli vi trovasse qu alcosa ad aggiungere o rettificare, gli mostrai la copia inviata al riguardo al Ministero degli esteri. Mi disse che quant'era detto nel telegramma era esattissimo. Mi ripeté ancora quello che aveva detto il giorno innanzi, e nelle presenti conversazioni, ed io già l'ho citato testualmente troppe volte perché occorra riscriverlo ancora.


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Licenziatomi da Lui, mi scontrai col Colonnello de Claer, ch'è già da molti anni il 1° Aiutante del Maresciallo. M'introdusse nella sua camera e mi chiese qual buon vento m'avesse guidato allo Stato Maggiore. «

Dovevo parlate col Generale v(on) Waldersee » gli risposi.

Egli si mostrò subito al fatto di tutta la questione, ond'io feci leggere anche a lui la risposta che il Maresciallo aveva data alle E.V. Nel discorso ch'ebbi poi non disse cose nuove. Disse solo che nel 1875 a Milano, avendo il Maresciallo chiesto ed ottenuto un'udienza da S.M. Vittorio Emanuele per ringraziarlo del busto di marmo che questi gli aveva donato, s'era trattenuto secoLui in colloquio per ben tre quarti d'ora. E più tardi il Maresciallo disse al Colonnello de Claer che aveva discorso a lungo con S.M. sull'ipotesi di una alleanza fra le due nazioni e com'egli avesse manifestato a S.M. che per la Germania ciò non aveva valore se non dal punto di vista dell'esercito che, in caso di guerra colla Francia, l'Italia avrebbe potuto portare al di là delle Alpi per attirare a sè parte delle truppe francesi e facilitare il compito alle tedesche. Gli domandai s'era vero cht: il Maresciallo avesse espresso il concetto che l'esercito italiano ha valore solamente di/ensivo e non olfensivo. «

No, no. Questo non l'ha detto e non lo poteva dire ». >

Finisco, Signor Conte, con questa frase molto espressiva. Come succede sempre quando i giudizi passano per molte bocche, che assumono da ultimo proporzioni ed espressione che non corrispondono coll'intenzione di chi li emise, cosl parmi sia succeduto anche questa volta col giudizio del Matesciallo. « Ecco un Corpo d'Armata, Egli avrebbe detto, pronto ad entrare in campagna. Ma l'Italia deve ricordarsi che il miglior mezzo per difendersi è quello d'attaccare ».

Insomma, ha lodato quel Corpo d'Armata, e ci ha raccomandato l'offensiva strategica. Ecco tutto. E' egli supponibile che, in quella occasione volesse indirizzarci una sgarberia? Bisogna convenite che Man geht zu weit. Perdoni, Signor Conte, se mi sono forse dilungato un pò troppo; accolga l'espressione del mio profondo ossequio e mi creda: della E.V. Devotissimo Maggiore Bisesti Addetto militare


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N. 12

L'ambasciatore a Berlino, de Launay, al ministro per gli Affari Esteri, Mancini (ASMAE, Serie politica, Germania, b. 1336)

R. N. 2991 Confidentielle

Berlin, le 19 Mars 1882

Monsieur le Ministre, je remercie Votre Execellence de m'avoir communiqué par sa dépeche n. 1259 du 6 Mars l'intércssant mémoire de son honorablc Collègue le Ministre dc la Guerre, sur le projet de réorganisation de notte armée. J'ai invité Monsieur le Chevalier Bisesti à tacher <l'éclairir avec le tact voulu et avec l'aide de ce mémoite, l'équivoque prétendue entre l'opinion du Maréchal de Moltke favorable à la formation des quatte nouvelles divisions et celle attribuée au Grand Etat Major allemand, à savoir qu'il conviendrait peut-etre davantage dc songer d'abord à renforcer ce qui existe pour lui donner les facultés offensives qui lui manquei-aient, sauf à pourvoir plus tard à augmen1cr le nombtc des comb:tttants. l e Militiir-Wochenblatt penchait pour cette dc rnièrc opinion. No1re Àltaché mi li1 :1i rc s'cst appligué, dans la mesure requise, à remplir 111<·s ins1ructions. TI y avait eu déjà quelque chose d'inusité dans les pn:n1ic.:rs pourp:1tlc rs sur un sujct où, cn définitive, nous restons les meilleurs j11gcs. Il ne pouvait clone revenir à la charge que d'une manière indirecte et c n quclquc sorte académique. Vérification faite, il résulte qu'il ne serait pas exact d'établir une contradiction entre le Comte dc Moltke et le Bureau dont il est le Chef éminent. Le jugement éinis par le Maréchal ne varie pas, et équivaut à un mot d'ordre donné au Grand Etat Major pris dans son ensemble. Quelque officier super1eur a pu énoncer des idécs qui ne semblaient pas cadrer entièrement avec cette manière de voir. Le Militiir-Wochenblatt paraissait aussi en quelque désaccord. Mais du moment où il lui est dénié tout caractére officiel ou officieux, il ne représentait plus des lors que des opinions individuelles. Et méme, d'après !es impressions reçues par Monsieur le Major Bisesti, l'auteur de l'article y inséré aurait peut-étre écrit dans un sens moins accentué, s'il avait eu connaissance prélable du mémoire-précité. Sur cet argument où mon compétence fait défaut, je craindrais de dire des hérésies et je dois m'en remettre aux rapports de notre actif et intelligent attaché militaire. Ayant appris néammoins que le Comte de Moltke assisterait à un cliner chez l'Ambassadeur de Russie pour la fete de l'Empereur Alexandre III, cliner où le Corps diplomatigue avait été convié, je ne voulais pas laisser échapper cette occasion de parler moi-meme au Maréchal, e t je le fis prévenir de mon intention et dux sujet sur le quel je porterais l'entretien. Un des officiers de son Bureau, déjà instruit par le Major Bisesti, avait été chargé de lui donner lecture du mémoire susdit. J'y voyais d'autant moins d'inconvénient que l'Italia Militare l'avait déjà à peu près intégralement reproduit.

12. - Memorie


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, Quand nous nous sommes rencontrés, je rappelais au Maréchal l'avis qu'il émettait récemment sur le projct de réorganisation de notre armée. Il déclarait nouvellement que l'augrnentation des quatre divisions était désirable. Il ne voulait pas néammoins se prononcer d'une manière trop catégorique. Pour procéder en parfaite connaissance, il devrait se livrer sur nos conditions à un exarnen approfondi que nous somrnes plus compétents à faire nous-memes. Nous somrnes en effet le meilleurs juges. Il disait toutefois qu'en thèse générale le · qualitatif aussi bien que le quantitatif ne pouvaient à moins que d'entrer en Jigne de compte; car une armée inférieure en nombre, mais composée d'éléments ayant acquis le dcgré voulu de solidité et d'instruction, est en état de rendre, soit à l'in térieur, soit à l'extérieur, des services plus utiles que des troupes d'une chiffre s upérieur, mais qui n 'auraient pas encore attein t le développement nécessaire. En d'autre termes, avant de créer de nouvclles divisions, ne nous conviendrait-il pas de consolider d'abord l'effectif actuel? C'est a nous seuls qu 'il appartient d'en décider. Il est une autre considération. Une augmen tation d'une centaine de mille hommes dans notte armée de première ligne nécessiterait un nombre proportionnel d 'officiers et de sous-officiers qui ne se trouvent ni facilement, ni promptement. Il restera it d 'ailleurs à démontrer si avec dcs alliés et dans une guerre offensive, nous aurions vraiment besoin de porter au delà de nos frontières 300.000 combattant s. A deux reprises, jc faisais allusion à certaines appréciations - je n'en d'après lesquelles notte p rojct pourrait au point de vue Inilitaire, constituer quelque obstacle au rapprochement intime désiré avec l'Allemagne. Sans répondre aussi nettement que je l'eusse voulu, le Maréchal ne semblait pas admettre une scmblable supposition. Il allait de soi, ajoutait-il pourtant, que plus n ous serions forts, et plus nous serions appréciés et recherchés. Ainsi que je l'ai télégraphié à Votre Excellence le 15 mars, j'ai rapporté de cet entretien la meme impression déjà manifestée dans un précédent rapport, à savoir que le Maréchal se <lit favorablc au projet des quatte divis1ons, pour autant que cet accroissement se relie à un système combiné au double point de vue de l'attaque et de la défense.

ai pas cité les auteurs -

Tout ce dont je rend compte a pris du temps. D ans l'intervalle je télégraphiai à Votre Excellence pour demander que notre attaché militaire fut autorisé à se rendre à Rome, parce que je croyais très-utile qu'il donnat de vive voix des explications, et comuniquat Inieux qu'on n e peut le faire par écrit, les impressions qu'il a recueillies sur un sujet qui nous intéresse à si juste titre. Je me suis empressé de lui remettre hier au soir le télégramme du Ministre de la Guerre qui lui donne l'ordre de venir conférer avec Son Excellence. Il partita demain. Je lui confie ce rapport auquel est annexée une lettre que, selon mon désir, il m'a adressée et contenant le très-intéressant récit de ses conversations au Bureau du Grand Etat Major etc. etc. Je partage entièrement l'avis que nous ne saurions insister davantage pour pressentir quelles sont les vues à l'étranger sur une question que nous sommes parfaitement aptes à résordre nous-memes pour le mieux des intérets du Roi et du Pays. Certes les capacités Inilitaires ne nous font pas défaut. C'est à elles à s'entendre, en ne consultant que leur patriotisme, sur


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une organisation autant que possible à la hauteur de toutes les exigences. Un Ministre des Affaires Etrangères ne peut établir des calculs de probabilité pour le succès d'une politique militante en cas de complications europeénnes, qu'avec l'arrière-garde d'une armée dont les ressorts solides peuvent jouer dans les différentes directions. La moindre illusion est fatale. Les revers de la Russie en 1854, de l'Autriche en 1859 et 1866, et de la France en 1870 sont des enseignements d'une date trop récente pour ne pas servir de serieux avertissements. Il ne reste qu'à former des vocux pour que notre armée soit mise, le plus tot que faire se pourra, en état de répondre au double but de la défense et de l'attaque, afin de rendre toujours plus utile et appréciable l'action de l'Italie, soit pour soutenir ses intérèts particuliers, soit pour remplir un ròle digne d'elle dans la sauvegarde des intérèts généraux. L'ennemi sera plus aisément tenu en respect quand, loin de lui laisser barre sur notte ternt01re, il saura que nous pourrions aller au devant de lui pour le repousset et le rechercher au besoin. Je saisis l'occasion, Monsieur le Ministre, de vous offrir l'assurance de ma haute considération. ùaunay


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N. 13 Il direttore in seconda dell'Istituto topografico militare, colonnello Ferrero, al segretario generale del ministero degli Alfari Esteri, Blanc (ASMAE, Carte Blanc, f. 22)

L.p. (1)

Mon cher ami.

J'ai été longtemps sans t'éctire: c'est un mauvais signe: cela te prouve que j'étais occupé, de très mauvais humeur, enfin malade. J'ai fait aujourd'hui par la première fois une course en voiture, mais une petite course d 'une heure. Ne crois pas que j'aye abandonné ton idée de te communiquer des notes militaires pour l'usage que tu veux en fai re. Cependant il faudrà commencer le feu au moment où les nouvelles lois miJitaires seront approuvées. On doit commencer par un article qui prenne pour point de départ l'approbation de la loi. Établir que cette loi n 'est pas un modéle dans son espèce, parce que, née sous l'influence d 'un ministre de la guerre finander elle pechait par insuffisance. Le péché origine! a été aggravé par la Commission de la chambre, en face de laquelle le ministre n 'a montré ni énergie, ni fermeté <lt: cunvictiuns, ni compétence. On ne subir pas les changements <lans nos projets lorsque ceux-ci sont le fruit de notte propre travail et sont le résultat de )ongues méditations. Quoi qu'il en soit, la nouvelle organisation est passée, elle représent-: quelque progrès par rapport à l'actuelle, ne soyons pas difficiles. Seulement il est bon de rappeler au ministre F(errero) que désonnais il a sur lui la responsabilité de tous les ministres qui l'ont précédé, qu'il a la responsabilité des résultats d'une organisation faite ou acceptée par lui. Il a clone tout l'intéret que ce qui a été promis au pays et à l'Europe ne soit pas une mystification. Il est beaucoup plus facile de façonner une loi que de la convertir en chair et os, que de la transformer en quelque chose d'efficace et de palpitant. Que le ministre ne se réjouisse pas trOp du demi-succès qu' il a obtenu: c'est a présent que commence sa besogne. Il est un architecte <.lont on a approuvé Ics dessins, il faut voir s'il saura avec talent et énergie surveiller la construction d'un tel édifice. Quelque chose de semblable pourrait ètre dit au commencement. Ensuite viendraient des articles en forme de questions au ministre et au chef d'état-major général: questions très embarassantes parce qu'elles seraient faites de manière qu'on ne pouvrait répondre sans mentir ou sans avouer ce qui manque. Que de choses ne sont pas faites, qui devraient l'etre depuis longtemps; et qui cependant pouvaient etre faites sans dépense!. .. Ils auront bien de la démangeaison, je te l'assure. Lorsque l'on pense qu'une demi-douzaine de petits intringants sont les colonnes du ministère de la guerre et de l'état-major, il n'y'a pas de quoi espérer grande chose. Mais nous verrons! ... Rappelle toi de ce que tu m'as dit pour cet été. Mille amitiès à toi et à M.me la Baronnc. ( Illegibile) (1) Firenze, maggio 1882


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N. 14 Il direttore in seconda dell'Istituto topografico militare, colonnello Ferrero, al segretario generale del ministero degli Affari Esteri, Blanc (ASMAE, Carte Blanc, f. 43)

NOTE MILITARI (1) La serietà del Ministro della Guerra e del Capo dello Stato Maggiore Generale è troppo nota per poter dubitare un sol momento che tutto procederà perfettamente in caso di guerra, la preparazione come le operazioni. Ma siccome il Capo dello Stato Maggiore è stato messo da poco t.empo al posto alto e difficile in cui si trova, cosl potrebbe darsi benissimo che quell'illustre e coscenzioso generale non avesse avuto ancora il tempo di aggiustare l'eredità ricevuta. Se dunque ci permettiamo esprimere qualche dubbio sulla esistenza di questo o quell'altro elemento di buon successo, è lungi da noi il pensiero di fare una cri tica qualsiasi, ben sapendo dove incomincia e dove finisce la responsabi Iità della pe rsona . Sarebbe ozioso il riandare il periodo, invero non sempre felice per lo ordini1mcnto dell'escrci 10, trascorso dal 1870 al 1882. Alcuni ministri hanno fono e disfatto forse I roppo; ma la maggior parte non lasciarono traccia posiI iva del loro passaggio . Si sono considerate le condizioni finanziarie come cagione dell'inerzia, ma noi reputiamo che non tutti quei perfezionamenti che si potevano ottenere senza denaro venissero compiuti. Cosicché al m(r mento in cui il Ministro Ferrere assunse l'Amministrazione della Guerra non poche cose rimanevano a fare per il perfezionamento degli ordinamenti esistenti. Oramai è un fatto inconcusso che l'ordinamento dell'esercito quale è stato finora lo rendesse atto alla difesa del proprio territorio, ma non capace di una iniziativa in paese nemico. Sembra che a rimediare a tale inconveniente risponda il nuovo ordinamento che è attualmente in discussione. Ma siccome tale ordinamento non può essere di esecuzione immediata, cosl nasce il dubbio se nel periodo di trasformazione si siano disposte le cose in modo da poter realizzare il concetto di una guerra offensiva. Noi lo speriamo ma non lo sappiamo. Una delle cose che preoccupano maggiormente i militari di ogni grado è la questione di sapere come riuscirà la mobilitazione. I timori su tal punto sono tanto più giustificati inquantoché due grandi stati nostri vicini, con mezzi superiori ai nostri, non hanno offerto buoni risultati in una parzialissima mobilitazione. E' noto altresl che nel 1859 lo stesso esercito prussiano, malgrado la semplicità inerente al sistema territoriale, mancasse la mobilitazione. Questi esempi dimostrano che certi meccanismi molto vasti e complicati riescono raramente alla prima mossa. I timori sono dunque giustificati, tanto più da noi, per il sistema eccessivamente accenttativo che caratterizza l'amministrazione del.la Guerra. Qui vorremmo domandare al Ministro ( 1) Firenze, maggio 1882


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della guerra quali sono le incombenze dei comandanti dei corpi d'armata nella preparazione della guerra, nella sorveglianza e nella esecuzione della mobilitazione. Vorremmo sapere come sono ripartite le responsabilità nella grande operazione di cui si tratta. Il nostro sistema ferroviario non è tale da ispirare confidenza: la forma geografica della penisola era abbastanza sfavorevole da obbligare lo Stato Maggiore a preoccuparsi del modo di rimediarvi con un buon sistema ferroviario. Che cosa ha fatto il Ministero della Guerra per ottenere che si facesse il doppio binario nelle linee ferroviarie di grande interesse militare? E' sicuro il capo dello Stato Maggiore che il materiale mobile delle ferrovie sia in quantità sufficiente? Ecco una seconda sorgente di dubbi sulla rapidità della mobilitazione. Vogliamo credere che i magazzini militari possano in una o due setti. mane vestire pit1 di 400 mila uomini; ma l'esperienza del 59 e del 66 ci fa temere il contrario. Vorremmo sentirci affermare che, se nell'anno presente o nel prossimo anno ci fosse una guerra, si sarebbe in grado di armare 400 mila uomini con fucili Wetterli ed avere ancora più che altrettanti fucili in riserva per rifornimento. Vorremmo ancora essere sicuri che in tre settimane cavalli, cannoni, carreggio, fossero al completo e sulla linea. Dubitiamo anche un poco riguardo al munizionamento; ma rispetto a questo è più facile riguadagnare il tempo perduto. Ammessa anche la massima perfezione in qualità e quantità nei quadri dell'esercito di prima linea, può il ministro della guerra dare la sua parola che non sieno deficienti j quadri della milizia mobile? E' sicuro il capo di Stato Maggiore di poter disporre di questa milizia nel primo mese di campagna? E se ciò non è sicuro, come si può azzardare una campagna in paese nemico? Nell'ipotesi di una invasione in territorio straniero si presenta subito alla mente la necessità di cingere d'assedio alcune piazze forti. Per esempio in caso <li una invasione della Francia si avrebbe da fare con Grenoble e con Lione. Può darsi che esistano i parchi di assedio necessari, o per lo meno gli elementi occorrenti a costituirli; ma non abbiamo il coraggio di crederlo, ammaestrati agli esempi del 1859 e del 1866. Come saremmo felici se questa volta si facesse una eccezione alla regola della imprevidenza! Domandiamo anche, se dopo tanti cambiamenti nell'arte di combattere, negli ordinamenti, nei regolamenti, nelle istruzioni e persino ( ohimé!) nel vocabolario militare, si è pensato alla pubblicazione di un nuovo regolamento sul servizio delle truppe in campagna e di un regolamento del servizio di piazza. Non ci farebbe meraviglia che tali regolamenti fossero già compilati, ma che comparissero soltanto per essere imparati al momento della guerra. Queste e centinaia di altre domande simili si potrebbero fare; ma abbiamo già detto abbastanza per poter giungere a qualche conclusione pratica. Per noi sta il fatto, che senza una maggior distribuzione del lavoro il Ministro della guerra non può assicurarsi della perfetta esecuzione dei propri ordini; che senza le ispirazioni dell'iniziativa individuale nei capi di


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servizio l'amministrazione centrale non può tutto vedere e indovinare; per noi sta che non si possa più perseverare nel sistema attuale di congestione che caratterizza il ministero della guerra. Le tabelle, i registri, i quadri sinottici e tutte le altre cose che si presenteranno al Ministro ed al Capo di Stato Maggiore non proveranno nulla dal punto di vista della guerra. L'uno e lo altro, e specialmente il capo dello Stato Maggiore, devono al più presto, per mezzo dei migliori uffiziali generali, assistiti dai migliori ufficiali di Stato Maggiore far constatare lo stato attuale di tutti i servizi in rapporto con le esigenze di una guerra a breve scadenza. Soltanto in tal modo il Capo dello Stato Maggiore potrà assumere sopra di sé, con perfetta conoscenza di causa, la responsabilità enorme che gli incombe in faccia alla storia. La benevolenza con la quale il paese ha accolto la nomina dell'illustre generale Cosenz a Capo dello Stato Maggiore Generale è di ottimo augurio, e noi che partecipiamo alla simpatia universale per questo egregio ufficiale abbiamo creduto <li dargliene una prova attirando la sua attenzione su alcuni punti, dubbiosi rispetto al pronto impiego della nostra forza militare. In quanto al Ministro della Guerra, ora che egli ha ottenuto ciò che ha domandato, la sua responsabilità è piena ed intiera.


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N. 15 Il comandante in seconda dell'Istituto topografico militare, colonnello Ferrero, al segretario generale del ministero degli Af/ari Esteri, Blanc

(ASMAE, Carte Blanc, f. 22) (1)

L.p.

Très cher ami. Tu as raison de commencer le feu dès à présent. Il n 'y'a pas d'inconvénient meme à publier le contenu de la deuxième lettre en bloc, car le tout y forme un système et a plus d'efficacité que chaque chose pris séparément. Si les réponses des adversaircs ne seront pas satisfaisantes, je pourrai t'envoyer encore autre chose. Il faut éspérer que dans le Sénat on puisera dans La Rassegna des objections au ministre de la Guerre, et comme Cosenz est sénateur, il sera lui-meme obligé de se prononcer. Il serait très heureux qu'un sénateur influent et respecté fit des rémontrances au ministre dc la Guerre dans le sens indiqué. Cela conduirait au résultat de corriger un peu la légèreté qui caractérise les nullités présomptueuses. Tu auras remarqué que j'ai été très douceux à l'adresse de Cosenz: cda produira un excellent effect. Dimanche j'espére arriver à Rome vers 4 heures du soir. Mille amitiés, (Illeggibile)

P.S. Là où j'ai écrit 400 mille fusils Wetterli mets 500 mille à la place de 400.

(1) Firenze, maggio 1882


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N. 16 L'addetto militare a Berlino, maggiore Bisesti, al comandante m seconda il Corpo di Stato MaJ?,giore, generale Ricci (AUSSME, AM, Germania, r. 4, f. 1) R. N. 64 Riservato Berlino, 27 dicembre 1882

Il Giornale l'Esercito Italiano nei suoi numeri 146 e 147 ha pubblicato alcune dichiarazioni del Dr. Mohr, autore della corrispondenza inserta recentemente nella Kolnische Zeitung intorno al[le] condizioni militari attuali dell'Italia, riducendo con esse la corrispondenza stessa al suo giusto valore, molto al di sotto di quello attribuitole da una gran parte della nostra [stam ]pa tanto proclive ad accogliere come oro [buo]no qualsiasi giudizio venutoci d'oltra[ lpe). Il Dr. Mohr dice, fra l 'altro, che [Ja corri)spondenza in parola era stata spi cclitn nlln] Kolnische Zeittmf!. fin dall'aprile [ ... ] pubblicata adesso per In solo rngion Le che non l si era potuto farlo prima. J\rrrs111ndomi n qucst,1 dichiaraz[ione ri)cordo come, agli ultimi dello srnrsn F(·hhl riiio , I il Militar-Wochenblatt pubblicava, a proposito dei progcui mi li rnri che stavano innanzi al nostro parlamento, un articolo che da noi menò pur esso il campo a rumore, e che esponeva, su per giù, le stesse idee, e movcva alla nostra organizzazione militare le stesse critiche che si trovano nella corrispondenza alla Gazzetta di Colonia. La vicinanza rispettiva delle epoche nelle quali i due articoli furono scritti, e l'ora detta comunanza di idee mi fanno pensare ch'essi possano avere altresì comunanza d'origine, e che siano stati scritti entrambi seguendo le traccie dell'istessa falsariga. Il tor.o non è in entrambe lo stesso, e nel Militiir-Wochenblatt è meno rigido e meno assoluto; ma non fu la stessa persona che materialmente li scrisse e diversi per indole i giornali che dovevano pubblicarli, e li pubblicarono. La falsariga, per quello del Militiir-Wochenblatt, di sicuro, ed io ritengo anche per quello della Gazzetta di Colonia, fu data dal Maggiore Villaume, in allora Addetto militare all'Ambasciata di Germania, e che si faceva portavoce ( e fors'anco per riflesso un pochino istigatore) di un gruppetto parlamentare, le cui idee erano svolte e propugnate nella Rassegna settimanale, ripetute qui e a Vienna in qualche giornale per cura del Sig. Gro(e)ner(t) Go(er)ke e trovavano, in piena buona fede, eco benevola in qualche Ufficio del nostro Ministero degli esteri. Come si vede, movimento e interessamento molto artificiali, e, per riguardo alla Germania e all'Austria, giudizi importativi dal nostro stesso paese. Ho detto del Maggiore Villaume: fors'anco per riflesso un pochino istigatore. La frase ha bisogno di un pò di spiegazione:


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FORTUNATO MINNITI

Buon ufficiale, simpatico di figura, e di modi insinuanti, il Maggiore Villaume a Roma non poteva certamente dire che fosse duro calle « Lo scendere e il salir per l'altrui scale ».

Egli aveva saputo farsi largo non meno nell a società che dirò privata, che nella militare e nella politica; aveva relazioni con Ufficiali d'ogni grado, e con deputati <l 'ogni parte della Camera, con facile accesso al Ministero deUa Guerra non solo, ma anche (e forse più) a quello degli esteri, valendosi dell'amabilità del Segretario Generale di cui frequentava la società. Tutto ciò irI un paese, come il nostro, <love, quasi quasi, non si sa cosa sia riservatezza, e dove questioni delicatissime si trattano ad alta voce nei clubs, nei caffè, ... e magari in piazza. Figurarsi se il Maggiore Villaume non avrà sentito chi, a proposito dei nostri ordiriamenti militari, diceva ad un modo, e chi diceva ad un altro! Chi propugnava i 12 Corpi d'Armata secondo il progetto ministeriale, e chi preferiva i 10 colle compagnie più grosse in tempo di pace, con maggior numero di cavalleria e d 'artiglieria ecc. ecc. E neppure lui avrà mancato di dire la propria opinione personale, non foss'altro per ravvivare il discorso altrui, e avrà escogitato la frase riprodotta dal Militiir-Wochenblatt, e dalla Rassegna, e dalla Kolnische Zeitung, e che ha fatto fortuna: avere l'esercito italiano carattere esclusivamente difensivo. Le sue parole, naturalmente, non saranno cadult: 11d vuoto, come non cadevano nel vuoto quelle che gli altri iridirizzavano a Jui, e i giornali avranno riportati i suoi giudizi attribuendoli ai circoli militari tedeschi, o alte sfere militari, o al Grande Stato Maggiore, o al Maresciallo Moltke irI persona. Ed ecco come, per riflesso, egli esercitava una certa influenza su una parte della stampa della Capitale. Questa certa influenza, e la naturale sua facilità d'irisiriuarsi nei crocchi della società egli non avrà mancato di farle risaltare nei suoi rapporti a S.M. l'Imperatore, al Ministro e al Capo dello Stato Maggiore e, confermate da S.E. l'Ambasciatore, gli fruttarono il trasferimento a Parigi, quale 1° Addetto militare, posto per la Germania reputato, a buon diritto, più importante di quello di Roma. Ma là non troverà certamente la via cosl piana come da noi, e come non la trovano gli Addetti militari qui a Berlino, dove gli ufficiali hanno ordirie formale (lo confidava anche giorni sono u no di essi al Conte Jacirii Add.to a questa Ambasciata) di non entrare irI molta relazione cogli ufficiali stranieri. Ho cosl implicitamente risposto alla lettera di V.S. che ho citato a margirie nella prima pagina. La lunga digressione non mi sembra superflua per due motivi: 1) Perché non si dia troppo valore a certi articoli che, manipolati in Italia, sono a quando a quando stampati sui giornali tedeschi sul conto del nostro esercito, e non si creda che qui facciano grande impressione. In questi giorni, discorrendo con ufficiali di grado elevato, ho cercato di tirare in argomento la corrispon<lenza della Kolnische Zeitung. . . Nessuno l'aveva letta.

A proposito di certi giudizi , poi, ripeterò qui le parole del Generale v(on) Waldersee che ho riferite in una lettera a S.E . Il Conte de Launay del


POLIT. MIL. E POLIT. EST. NELLA TRIPLICE ALLEANZA

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17 scorso marzo, che fu allora comunicata, per mezzo del Ministero degli esteri e della Guerra a codesto Comando: « Alla Germania interessa contare su un alleato che possa disporre di un buon esercito; tanto più forte sarà tanto meglio. Nella discussione dei particolari della organizzazione noi non possiamo entrarci, questo è affare dell'Italia; nessun miglior giudice, nessun miglior consigliere di essa stessa ». Queste sono testuali, e cosl autorevoli, che mi pare valgano una volta per sempre. 2) Perché mi piacerebbe che la massima riservatezza verso gli ufficiali stranieri fosse regola anche presso di noi, e che discorrendo secoloro delle nostre istituzioni se ne mettessero in evidenza i pregi, lasciandone in ombra le parti difettose. Fare, insomma, ch'essi se ne formino un buon concetto, perché lo possano esprimere nei loro rapporti. Ciò gioverà sempre. A questo riguardo dirò, per finire, che le impressioni riportate questo anno dagli ufficiali che assistettero alle nostre Manovre furono, a quanto mi si disse, veramente ottime, e tanto il Generale v(on) Gottberg, quanto il T. Colonnello v(on)Linke nei loro rapporti si sono espressi nei termini più lusinghieri pel nostro esercito, non solo per quanto riguarda il soldato, le cui doti eccellen ti riconobbero ampiamente anche lo scorso anno il Generale v(on) Schilchting e il T. Colonnello v(on) Marwitz, ma anche, e marcatamente, per quanto si riferisce alla direzione ed ai comandi superiori, che il Generale Schlichting aveva, invece, criticato. Questi sono i documenti che hanno valore, perché letti da S.M. l'Imperatore, e al Ministero, e al Grande Stato Maggiore e lasciano impronta di sé nella mente del lettore. Quanto agli articoli dei giorni. . . chi lo voglia può farne stampare a piacimento anche qui e su tutti i toni. Ma qui non d si annette mai grande importanza. Il Maggiore Addetto militare Bisesti


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IL DUELLO TRA LE RISORSE INFORMATIVE ITALOTEDESCHE EL'« ULTRA SECRET» BRITANNICO DURANTE LA GUERRA DEL MEDITERRANEO

Nella storiografia sulla seconda guerra mondiale molto si è discusso a proposito della guerra segreta, di quella dei codici e delle spie, nonché delle fortunate missioni di animosi agenti in territorio nemico. Sempre però è mancato in tali resoconti il riscontro del compottamento avversario e soprattutto l'indagine sulla consapevolezza o meno di queste iniziative informative da patte della vittima designata. Chi scrive ha da poco pubblicato un volume sull'ULTRA InteUigence britannico, cioè sulla decrittazione inglese dei radiomessaggi operativi delle Forze Armate dell'Asse e in particolare su quelli della Marina italiana in guerra, frutto di un fortunatissimo reperimento presso il Public Record Office di Londra di scottanti e finora mai consultati documenti (1). Grazie a tali fonti, rimaste segrete per oltre quarant'anni, ci è stato possibile evidenziare non soltanto la straordinaria efficacia della criptoanalisi britannica in funzione offensiva, ma anche la sua non minore capacità come strumento di contro-spionaggio. Ed è su quest'ultima veste assunta dall'« ULTRA Secret » che intendiamo richiamare l'attenzione dei lettori di queste memorie storiche, anche per sottolineare che dal1'altra parte della barricata, cioè in campo italo-tedesco, i successi informativi non furono né pochi né marginali, malgrado i due Paesi dell'Asse europeo non disponessero di un'attrezzatura così sofisticata come quella inglese operante sulle trasmissioni radio in codice e impiantata nella residenza di campagna di Bletchley Park. ( 1) A. SANTONI, Il vero traditore. Il ruolo documentato di ULTRA nella guerra del Mediterraneo, Mursia Editore, Milano 1981.


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Alcune vittorie dell'Intelligence italo-tedesco rievocate in queste pagine non risulteranno del tutto nuove al lettore più consapevole, mentre altre sono emerse dal nostro lavoro di ricerca ed hanno pertanto il carattere dell'assoluta novità. Fino ad ora sconosciuta era comunque la reazione o solo il comportamento inglese di fronte a siffatti episodi della guerra segreta. Il Regno Unito subi alcune di tali iniziative nemiche senza avvedersi della loro efficacia per lungo tempo, nonostante il possesso dell'ULTRA, mentre quest'ultimo strumento riuscì in altre occasioni a svelare il lavoro del servizio informativo avversario ai danni delle Forze Armate di Sua Maestà e quindi a neutralizzarlo con opportune variazioni dei progetti già pianificati ed interpretati dall'Asse. Alla fine la vittoria arrise alla più avanzata organizzazione del Servizio Segreto britannico, ma il duello fu a lungo indeciso e sempre appassionante. E' certo comunque che il successo finale deli'ULTRA sull'Intelligence italo-tedesco nulla toglie all'abilità palesala da 4ut:st'ultimo t: al va1ort: ddlt: informazioni da t:sso procurate, anche se spesso rese vane dalla consapevolezza inglese.

*** Per sviluppare il tema del presente studio dobbiamo innanzi tutto ricordare brevemente la nascita e la maturazione del citato « ULTRA Secret». Questo argomento preliminare è stato in verità affrontato a partire dal 1974 da alcuni autori inglesi, americani, francesi e polacchi, ma sempre senza il supporto delle prove documentarie e sull'esclusiva base dei ricordi personali di alcuni protagonisti, solitamente inattendibi1i a causa del decorso del tempo, dell'umana sopravvalutazione dei proprio operato, o della più innocente deformazione professionale. Prima di ogni cosa occorre dire che l'intercettamento e l'interpretazione dei messaggi in codice nemici non era, all'inizio della seconda guerra mondiale, un sistema di acquisizione delle informazioni del tutto nuovo, né fu - come vedremo - una prerogativa di un'unica Nazione. Tuttavia il progresso dei sistemi di codificazione e soprattutto l'adozione di apposite macchine cifranti da parte dei diversi Stati Maggiori richiese tra i due conflitti mondiali più idonee contromisure che permettessero di seguire passo passo la sofisticata variabilità delle « chiavi », interpretandole con continuità e non episodicamente.


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Nel 1923, al Congresso Internazionale dcll'Unione Postale di Berlino un ingegnere civile tedesco, ç,_<lottore Scherbius) espose u~ macc~ina cifra~te dattilografica da l u ~ s s ~amata( E_NIGM~j alcuni esemplari della quale vennero acquistati da grandhmprentl1tori privati, timorosi del nascente fenomeno dello spionaggio industriale, e tra il 1926 e il 1927 dagli Stati Maggiori delle Forze Armate germaniche. Il fatto che la macchina ENIGMA sia stata posta in commercio alla luce del sole non deve far sorgere il sospetto che l'interpretazione del suo prodotto anagrammato fosse una cosa scontata per ogni acquirente. Infatti le chiavi cifranti in essa introducibili erano da principio dell'ordine di centinaia di milioni, grazie all'accoppiamento di tre rotori ad ingranaggi su cui erano impresse le lettere dell'alfabeto e di diversi allacciamenti elettrici a spina che fornivano l'energia per il movimento meccanico. Più tardi il numero dei rotori fu elevato a quattro , poi a cinque e infine a dieci e vennero moltiplicati anche gli allacciamenti a spina, portando le combinazioni cifranti all 'astronomica cifra di 160 trilioni! Si può comprende re pertanto che se anche tutti gli Stati Maggiori del mondo i1v<.:ssc:ro avuto in dotazione l'ENJGMA essi avrebbero potuto tranqui ll:i mcnlc usarla, senza timore di produrre come risultato messaggi vicendevolmente comprensibili. Il rebus proposto dall'ENIGMA poteva essere quindi risolto soltanto affrontando un calcolo di probabilità talmente elevato da scoraggiare chiunque. Non così però la pensavano in Gran Bretagna, dove già dalla prima guerra mondiale si era segnalato un efficiente organismo di criptoanalisi, la famosa « Stanza 40 » dell'Ammiragliato, che dall'aprile 1919 assunse la più appropriata denominazione di Code and Cipher School. Questa « scuola» passò poi nel dicembre 1923 sotto 1!1 direzione operativa del capo del Servizio Segreto (SIS) e alle dipendenze amministrative del Foreign Office, pur garantendo all'Ammiragliato - suo vero e proprio « padrino » che la sezione di crittografia navale sarebbe stata ritrasferita alle dirette dipendenze della Royal Navy in caso di guerra, come in effetti avvenne. Infine nel settembre 1939 tale organismo, di fronte alla cui denominazione era stato aggiunto il termine « Government » (sigla G.C. & C.S.), venne trasferito per motivi di sicurezza da Londra, e precisamente dal n. 1 Watergate House di Adelphi, alla spaziosa residenza di campagna di Bktchley Park, a circa cinquanta miglia a nord de1la capitale britannica, - lungo la ferrovia


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per Coventry (2). Chi scrive ha potuto visitare nel marzo 1979 tale località, ora adibita a centro addestramento del Ministero delle Poste, e grazie alla benevolenza del custode è riuscito a scattare alcune foto, certamente tra le pochissime, se non le uniche, di prima mano oggi disponibili. I sistemi cifranti tedeschi meccanizzati erano contemporaneamente studiati e controllati anche dai Servizi informativi di Polonia e Francia; ma dopo il croHo di quest'ultima Nazione sotto l'incalzare delle truppe corazzate germaniche, la Government Code and Cipher School di Bletchley Park (località abbreviata in BP) rimase sola a cercare uno strumento che le permettesse di tenere a fuoco con continuità le mutevoli chiavi codifican ti dell'ENIGMA, nonché le sue numerose varianti introdotte ai differenti livelli militari. Nella G.C. & C.S. confluirono pertanto col tempo i maggiori esponenti inglesi delle scienze esatte, che si avvalsero di sofisticati calcolatori elettromeccanici, nati dal perfezionamento di meccanismi generosamente forniti dai polacchi e chiamati in gergo « bombes », il primo dei quali divenne operativo alla fine di maggio 1940. Molto pJiL.t.a.r.."4, e precisamente nel dicembre 1943, a BP fu installato il « colosso >>} la prima vera e propria macchina pensante e primo comp~ 1ettronico ad essere utilizzato in guerra, che sostitui o integrò le « bombes » elettromeccaniche. Quando l'impegno dei criptoanalisti svolto nella Government Code and Cipher School veniva coronato da successo, forniva come risultato le cosiddette MSS o « Most Secret Sources » informative, chiamate dall'ottobre 1940 anche « ULTRA Information ». Non si deve però pensare, a differenza di guanto sostengono superficialmente e senza prove il Winterbotham e almeno tre scrittori suoi discepoli, che tale sistema fornisse sempre e con t empestività assoluta tutte le notizie utili sul nemico (3). L'ULTRA aveva in realtà gravi limiti, dovuti soprattutto ai tempi di decrittazione di quei messaggi intercettati dalle apposite stazioni di ascolto « Y » (che (2) Per tutto quanto concerne la nascita e il primo sviluppo della G.C. & C.S. cfr. Public Record Office (d'ora in poi siglato P.R.0.), fondo ADM 1, cartella 8637 /55: « Formation of the Code and Cipher School and its subsequent housing. Placed under the direction of the Chief of the Secret Service, December 1923 ». (3) Cfr. F .W . WINTERBOTHAM, The Ultra Secret, Londra 1974; W. STEVENSON, A man ca/led Intrepid, Londra 1976; A. CAVE BROWN, Bodyguard of lies, Londra 1977; R. LEWIN, Ultra goes to war, Londra 1978.


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erano già di per sé stessi una minima parte del tutto) e che richiedevano nella migliore delle ipotesi 24-48 ore e nei casi più sfortunati fino a quarantacinque giorni. A quest'ultimo riguardo valga lo esempio di un dispaccio dell'ammiraglio Dèinitz al suo gruppo sommergibili « Goeben » in rotta di trasferimento verso il Mediterraneo, che diramato il 23 settembre 1941 fu decrittato completamente da Bletchley Park soltanto 1'8 novembre successivo! (4). Oltre a dover fare i conti con il giornaliero cambio delle « chiavi» dell'ENIGMA, la G.C. & C.S. si imbatté in una proliferazione di codici adottati dai vari organismi militari nemici. Basti pensare al proposito che la sola Kriegsmarine usò in guerra ben tredici codici su altrettante varianti della macchina, dei quali il « Triton » rese totalmente sorda e cieca la scuola di BP in materia di guerra sottomarina tra il febbraio e il dicembre 1942. Più facile invece si dimostrò il lavoro dei criptoanalisti inglesi contro il traffico radio della Luftwaffe e della Marina italiana, anch'essa dotata in misura crescente di macchine cifranti della ditta Hagelin.

Esaminiamo ora fin almente i principali successi informativi dell'Asse durante la guerra del Mediterraneo , il più importante dei quali - come vedremo - sfuggì all'osservazione dell'ULTRA, capace invece di rivelare prima o poi negli altri casi la penetrazione nemica del sistema britannico preposto a tutela del segreto. Ciò servirà anche per dimensionare comparativamente il ruolo recitato da Bletchley Park nel corso dell'intero conflitto. Omettiamo in questa sede di riferirci alla lontana guerra nel Pacifico, nella quale comunque vengono di norma ricordati i soli successi informativi americani, come quelli che condussero alla vittoria di Midway e all'uccisione dell'ammiraglio Yamamoto, ed è invece regolarmente trascurato il fatto che anche i giapponesi per un certo periodo di tempo furono in grado di decrittare il codice della Marina statunitense, grazie all'attività del comandante Wachi, nonché il codice aereo-meteorologico, giovandosene ampiamente per lo attacco a Pearl Harbor (5). (4) Cfr. P.R.O., fondo DEFE 3, cartella 66: « Radiomessaggi navali tedeschi decrittati da BP tra il 2 e il 10 novembre 1941 » . (5) Cfr. A. SANTONI, Storia generale della guerra in Asia e nel Pacifico 1937-1945, 3 volumi, Stem Mucchi editore, Modena 1977-1979, vol. I pag. 129 e vol. II pagg. 44-45.

13. - Memorie

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Ci limiteremo pertanto alla sola sintesi di alcuni illuminanti episodi che videro come attivi protagonisti i Servizi Informativi italiano e tedesco. Innanzi tutto non possiamo trascurare le numerose affermazioni di Ciano, Ministro degli Esteri dell'epoca, relative a ripetute nostre « intercettazioni » d'anteguerra a danno dell'ambasciata britannica a Roma e soprattutto il seguente esplicito brano del suo diario alla data del 25 dicembre 1937: « Ho preparato un telegramma di ragguaglio per Auriti (ambascia-

tore italiano a Tokio, n.d.a.); ma non ho ancora osato spedirlo. Con la cifra, non si sa mai. Noi leggiamo tutto degli inglesi: vogliamo proprio credere che gli altri siano meno di noi? Poi, anche se lo fossero, bisogna sempre diffidare. Svetonio ammonisce di considerare l'avversario un elefante anche quando si è certi che è soltanto una pulce » { 6 ).

Sacrosanta avvertenza, da cui però né Ciano né altri in Italia trassero allora il dovuto insegnamento. In un'altra occasione prebellica, e precisamente il 16 dicembre 1938, il Ministro degli Esteri fascista ci ha fornito questa significativa rivelazione: « ... Pensare che Perth (ambasciatore britannico a Roma, n.d.a. ) era diventato cosi amico nostro da telegrafare al suo governo ed ho il testo decifrato - il giorno del mio discorso alla Camera che le grida dei deputati per Tunisi e Corsica non erano giunte fino alla tribuna diplomatica ... » (7).

Del resto è provato che già nell'anteguerra il Servizio Informazioni Segrete della Marina italiana (S.J .S.) era particolarmente efficace sia nell'organizzare lo spionaggio « offensivo » all'estero, affidato alla Prima Sezione del comandante Max Ponzo, sia proprio in materia di intercettazioni radio e di decrittazioni, di cui si interessava la Quinta Sezione del capitano di vascello Mario D e Monte, poi denominata nel 1942 Ufficio « B ». In particolare a quest'ultimo efficiente reparto del S.I.S. competeva lo studio delle procedure di radiotrasmissione e l'interpretazione dei codici e dei sistemi di cifratura di Gran Bretagna, Francia, Jugoslavia, Turchia e Unione Sovietica. (6) G.

CIANO,

Diario 1937-1943, Rizzoli editore, Milano 1980, pag. 73.

(7) Ibidem, pag. 225.


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Sull'attività, sull'articolazione e sui responsabili dell'intero S.I.S. si dilunga un inedito rapporto britannico custodito oggi nel Public Record Office e frutto delle rivelazioni post armistiziali de] comandante Max Ponzo, divenuto direttore del ricostituito Servizio Informazioni Segrete della Marina (8). L'efficacia informativa della Quinta Sezione del S.I.S. è inoltre documentata proprio dal suo dirigente, comandante De Monte, che nel 1955 pubblicò un volume, consacrato pure in un film dal medesimo titolo, nel quale è narrata l'acquisizione delle « più importanti e disparate notizie: attività di spie, rotte dei convogli, svolgimento di azioni navali, notizie politiche, avarie e perdite di unità nemiche» (9). Tra l'altro la Quinta Sezione decifrò con cinque giorni di anticipo l 'ordine operativo della Mediterranean Fleet per quella che poi fu la battaglia di Punta Stilo del 9 luglio 1940, conclusasi purtuttavia in modo insoddisfacente per le armi italiane ( 10). La capacità dei decrittatori della Regia Marina di interpretare alcuni progetti britannici perdurò nei mesi successivi, nonostante lo scrittore inglese Ronald Lewin affermi che dal 1940 le comunicazioni operative della Royal Navy erano da considerarsi sicure (11). Tutto ciò non mancò di impensierite l'Ammiragliato inglese, che pl;rò, in possesso dell'assai pitl avanzato strumento ULTRA, fu spesso in grado sia di venire a conoscenza di tali successi informativi avversari, sia di neutralizzar1i quando possibile con un'alterazione dei programmi e sia infine cli porre riparo all'eventuale falla nel proprio sistema di sicurezza. Ecco alcuni esempi di quanto detto, che tuttavia nulla tolgono all'abilità della Quinta Sezione del Servizio Informazioni Segrete della Marina italiana. Il 26 dicembre 1940 l'Ammiragliato britannico informò la Mediterranean Fleet che alle 12.55 del giorno 23 Roma aveva potuto (8) L'interessantissimo e sorprendente documento di diciotto pagine, datato 17 dicembre 1943 e firmato Max Ponzo, è nel P.R.0., fondo ADM 1, cartella 16229 sotto il titolo « Italian Intelligence Services: rcport on organization of Intelligence Division of the Italian Navy and activities of Italian Secret Service during thc war 1940-1943 ». (9) M. DE MONTE, Uomini ombra. Ricordi di un addetto al Servizio Segreto navale, Roma 1955, pag. 27. (10) Ibidem, pagg. 31-32 e C. DE R1sm, La verità su Punta Stilo, battaglia navale mancata: Supermarina conobbe in anticipo i movimenti della flotta inglese, sul quotidiano « Il Tempo », Roma 30 giugno 1980. (11) R. LEWIN, Ultra goes to war, op. cit., pag. 125 nota.


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preavvertire i comandi dell'Africa settentrionale dell'arrivo di un trasporto inglese a Marsa Matruh alle 06.00 del 24, ora italiana, e che alle 10.43 del giorno 26 ancora Supetmarina aveva segnalato a Tobruk l'ordine dato ad un'unità britannica non identificata di procedere per Sollum per trasportare materiale contraereo. Il dispaccio di Londra chiedeva quindi preoccupatamente se i suddetti movimenti erano stati ordinati per radio e con quale codice (12). La risposta di Alessandria a « questa e ad altre apparenti fughe di notizie durante recenti operazioni» fu data 1'8 gennaio 1941 ed in essa si riconobbe che responsabili dell'accadu to erano stati quasi sicuramente i servizi di comunicazioni segrete ,:!ella Marina e della RAF (13).

Il 23 gennaio 1941 ci fu ancora un 'indispettita reazione dello Ammiragliato britannico, costretto ad ammettere in un messaggio diretto ad Alessandria che « Roma aveva informato Tobruk alle ore 09.50 del giorno 21 circa la predisposizione inglese di un bombardamento navale notturno di quella base, tempo permettendo» (14) . E anche in tale occasione ci si chiese a Londra quale fosse stata la

causa della fuga di notizie , dal momento che il bombardamento di Tobruk era stato effettivamente eseguito la notte dello stesso 21 gennaio in appoggio alla 6a divisione di fanteria australiana, che il giorno seguente conquistò la città cirenaica. Sei giorni dopo l'Ammiragliato, evidentemente sempre più stupito, anche se sollevato nel suo compito di controspionaggio dalle risorse di BP, comunicò a<l Alessandria che « alle 22.50 del 28 Roma aveva avvertito Bengasi dell'arrivo di un'unità a Bardia alle 14.00 del 29 » (15) e « il 29 gennaio dell 'arrivo ad Alessandria alle ore 14.45 di quel giorno di alcune navi inglesi che avrebbero proseguito poi per I3ardia tra le 17.00 del 29 e le 07.00 del 30 » (16)

(12) P.R.O., fondo ADM 223, cartella 75: « Admiralty signal messages F series, 14th July 1940-4th March 1941 », documento F. 123, allegato n. 1. (13) Ibidem, messaggio 1345 delle ore 11.13 dell'8 gennaio 1941, allegato n. 2. (14) Ibidem, documento F. 139, dispaccio delle ore 13.38 del 23 gennaio 1941, allegato n. 3. (15) Ibidem, documento F. 151, dispaccio delle ore 01.58 del 29 gennaio 1941. (16) Ibidem, documento F. 153, dispaccio delle ore 18.02 del 29 gennaio 1941, allegato n. 4.


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Il 18 febbraio 1941 Londra fu costretta a lamentare ancora una volta che da Roma era stato comunicato a Rodi in quella stessa mattinata « l'arrivo al Pireo di due incrociatori del tipo Ajax e Leander (che comunque erano della stessa classe, n.d.a.), ad Eleusis del quattordicesimo piroscafo inglese con materiale per divisioni corazzate e a Salonicco di alcuni mercantili con vario equipaggiamento bellico » (17). Cinque giorni più tardi un'altra sconcertante rivelazione dello Ammiragliato: « Roma aveva informato Rodi il 21 febbraio dello arrivo al Pireo di un convoglio e della partenza di un altro, fornendo in entrambi i casi il numero approssimativamente esatto dei piroscafi, nonché il nome del mercantile Ulster Monarch giunto con equipaggi d'aviazione a bordo » ( 18) . Infine il 24 febbraio 1941 l'Ammiragliato segnalò genericamente ad Alessandria che « i movimenti di navi e convogli diretti al Pirco e ad Eleusis erano stati riferiti da Roma a Rodi» (19). F.ntrn la seconda metà di maggio del 1941 gli inglesi scopri rono nltl"i tre casi di evidente penetrazione avversaria dei loro sistemi di trnsmissione in cifra. Nella prima occasione, verificatasi il 4 arrile, Londra comunicò a Gibilterra che « da informazioni radio il nemico aveva dedotto che la Jocale Forza H era ancora nella base alle 16.45 del 2 e che aveva lasciato Gibilterra alle ore 19.00 di quel giorno » (20). Nel secondo caso sempre l'Ammiragliato avvertì il comando in capo della Mediterranean Fleet il 10 maggio che « gli italiani erano consapevoli dell'esatto contenuto del rapporto inviato dall'ufficiale di collegamento navale presso l'Esercito britannico alle ore 23 .00 del 9 maggio » (21).

(17) Ibidem, documento F. 181, dispaccio delle ore 16.30 del 18 febbraio 1941 , allegalo n. 5. (18) Ibidem, documento F.184, dispaccio delle ore 20.50 del 23 febbraio 1941 , allegato n. 6. ( 19) Ibidem, documento F.185, dispaccio delle ore 18.59 del 24 febbraio 1941. (20) P .R.O., fondo ADM 223, cartella 76: « Admiralty signal messages F. series, 1st March-5th May 1941 », dispaccio delle ore 23.43 del 4 aprile 1941. (21) P.R.O., fondo ADM 223, cartella 77: « Admiralty signal messages F series, 5 th May-22nd July 1941 », documento F. 430, dispaccio delle ore 18.01 del 10 maggio 1941, allegato n. 7.


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Il 23 maggio, nella terza occasione di questo periodo, Londra segnalò ancora ad Alessandria che « il testo del messaggio diramato da Alessandria alle 23 .16 del 21 era stato ritrasmesso parola per parola dal servizio di intercettazioni radio germanico alle 02.20 del 22 maggio» e che « alle 22.40 e alle 23.25 del 21 altri due dispacci inglesi inviati da Heraklion, intercettati dai tedeschi alle 19 .53 e alle 15 .20, erano stati ritrasmessi decodificati » (22). Il 4 luglio 1941 , proseguendo nel suo lavoro di controspionaggio, la Sezione navale di Bletchley Park segnalò globalmente alcuni casi in cui era evidente la decrittazione italo-tedesca di radiosegnali aerei e navali britannici (23) . In particolare si richiamava l'attenzione delle autorità sui seguenti episodi: la caccia alla nave da battaglia germanica Bismarck del maggio precedente, gli attacchi alla corazzata tascabile Lutzow del giugno, sette azioni antisommergibili nell'Atlantico tra il giugno e i primi di luglio e sei casi di avvistamenti di unità italiane nel Mediterraneo. Il 7 agosto seguente sempre la Sezione navale di BP lamentò ancora una volta che sia i tedeschi che gli italiani erano in grado di interpretare spesso il traffico radio inglese e propose alcune contromisure (24). Anche in questo d ocumento furono elencati quelli che vennero definiti « solo alcuni esempi delle informazioni che il nemico ha ottenuto attraverso la radio intelligence ». Essi erano testualmente: a) i movimenti della Forza H da Gibilterra il 12 febbraio 1941; b) il fatto che la 4" flottiglia cacciatorpediniere fosse presente all'inizio dell'azione della Bismarck; c) il fatto che il comando in capo del Mediterraneo fosse m mare il 9 luglio e in porto il 13 luglio 1941; d) la conosciuta presenza di speciali pa ttuglie da ricognizione il 14 e il 21 luglio 1941 nel canale di Sicilia;

(22) Ibidem, dispaccio delle ore 01.22 del 23 maggio 1941, allegato n. 8. (23) P.R.O., fondo ADM 223, cartella 2, dispaccio ZIP/ZG/25 del 4 luglio 1941: « Inforrnation derived by the Gerrnans from deciphered British aircraft signal and tactical signals from ships ». (24) P.R.O. fondo ADM 223, cartella 2, messaggio ZIP/ZG/50 del 7 agosto 1941 : « Enemy wireless telegraphy intelligence ».


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e) la possibilità ventilata dagli italiani il 19 luglio 1941 di un'operazione combinata tra la Mediterranean Fleet e la Forza H di Gibilterra (operazione « Substance »); f) l'aumentata presenza di sommergibili inglesi nel Mediterraneo centrale il 20 luglio;

g) notizie sulle intenzioni del comando in capo del Mediterraneo e del comando della Forza H il 22 luglio riguardanti la copertura al convoglio diretto a Malta; h) notizie sui movimenti dello stesso convoglio britannico diretto da Gibilterra a Malta il 22 luglio. Proprio in occasione dell'operazione « Substance », che pur condotta felicemente a termine fece parlare a Londra di « una evidente fuga di notizie a favore del nemico», scoppiò in Gran Bretagna uno scandalo senza precedenti. Tutto iniziò il 13 agosto 1941 con un 'inchies ta dell 'Inter Service Securty Board, cui segui addi1·i11ura la presentazione di un 'interpellanza in Parlamento da parte del n,nlt: di Co1·k e Orrery. La risposta fornita nel settembre 1942 :111 :1 C nmcrn dei Lord dal Ministro dei Trasporti di guerra, Lord I .c:11hc rs, non soddisfece l'interpellante e la questione lievitò in un di hai Lito pa rlamentare svolto il 14 ottobre 1942. Di fronte a queste diatribe anche a livello politico, che minacciavano di compromettere il prestigio della Royal Navy, l'Ammiragliato stimò opportuno prendere un provvedimento qualunque che calmasse le acque, disponendo che fossero adottati nomi in codice per le merci con destinazione Malta. All'interno dello stesso Ammiragliato comunque non si nascose che « a1tre soluzioni non potevano essere prese perché non si conosceva esattamente quale fosse la fonte delle informazioni nemiche » (25). La consapevolezza inglese delle possibilità conoscitive avversarie riguardanti i movimenti della Mediterranean Fleet e della Forza H di Gibilterra emerge infine anche dal diario di guerra delle forze britanniche nel Medio Oriente. Infatti in un documento che faceva il punto della situazione sulla decrittazione dei codici italiani nell'agosto 1941 si legge fra l'altro che la cifra italiana GG/ZZ, allora interpretabile in Gran Bretagna, dava « utili informazioni (25) Tutta la significativa vicenda è compresa nel P .R.O., fondo ADM 116, cartella 4840: « Leakage of information and security measures to be adopted 1941-1943 ».


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sulla conoscenza nemica dei nostri movimenti navali nel Mediterraneo » (26).

*** Tra i tanti successi informativi dell'Asse nel corso del secondo conflitto mondiale, il più spettacolare fu forse que1lo ottenuto dal Servizio Informazioni Militari (S.I.M.) del Comando Supremo italiano. Nell'agosto 1941, rinverdendo i fasti del Servizio Segreto della prima guerra mondiale, cinque uomfoi del S.I.M., guidati dal capo della Sezione P, tenente colonnello Talamo (poi fucilato alle Fosse Ardeatine), penetrarono negli uffici dell'addetto militare americano a Roma, colonnello Norman E. Fiske, situati nella palazzina isolata di Palazzo Margherita, dove attualmente è ubicato il consolato U.S.A. in via Veneto, trafugarono il « codice nero» usato a livello diplomatico, lo portarono in un vicino appartamento già predisposto, lo fotografarono e dopo due ore lo riposero nuovamente nella cassaforte dell'ambasciata statunitense . Questa operazium: nutturna fu resa pussibile dalla precedente riproduzione delle chiavi degli uffici e della cassaforte, ricavata da impronte su un blocchetto di sostanza plastica effettuate da due uscieri della delegazione, che in realtà erano uomini del S.I.M. Tra gli intuibili benefici che il suddetto « colpo » garantl all'Asse sono da ricordare particolarmente le accurate e abbondanti notizie fornite a Rommel fino al luglio 1942 sull'entità e la dislocazione delle forze e sui piani operativi dell'Armata britannica in Egitto. Infatti il colonnello Fellers, osservatore militare americano al Cairo, che era solito inviare periodicamente a Washington, tramite il non modificato « codice nero », dettagliatissimi rapporti concernenti la situazione militare inglese nel Medio Oriente, finì per diventare inconsapevolmente una tale preziosa fonte di informazioni per Rommel da legittimare la necessità di un notevole ridimensionamento storico della famosa « volpe del deserto» (27) . (26) P.R.0., fondo WO 169, cartella 2578: « War diaries: n. 5 Intelligence School Middle East, January-December 1941 », appendice I al diario di guerra dell'agosto 1941, punto 3. (27) Sulle operazioni nel Medio Oriente, compresa la caduta di Tobruk, cfr. P.R.O., fondo ADM 199, cartella 114: « Naval Air operations in support of North Africa campaign and in Eastern Mediterranean. Reports 1941-1943 »; cartella 799: « Middle East operations: reports including the fall of Tobruk 1940-1942 »; cartella 836: « North African campaign 1942-1943 »; fondo


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Il possesso del « codice nero » da parte dell'Asse fu scoperto soltanto il 10 luglio 1942, quando una compagnia della 9a divisione di fanteria australiana, penetrata di sorpresa nel centro comunica· zioni di Rommel a Tel el Eisa, catturò la comprovante documentazione. Caddero in quella stessa occasione in mano dell'VIII Armata britannica anche le prove di un complotto ordito al Cairo dalla cosiddetta missione « Kondor » germanica, che aveva p reso contat· to con i locali esponenti del movimento anti-britannico, tra cui i giovani ufficiali Gamal Abdel Nasser e Anwar el Sadat, ambedue futuri presidentidell'Egitto. Il 10 agosto pertanto un pianificato raid della polizia di sicurezza inglese condusse alla cattura dei due capi della missione « Kondor », i tedeschi Eppler e Monkaster, e subito dopo al~esto dello ~tesso Sadac_ Ancora una volta è possibile riscontrare i punti salienti della vicenda del « codice nero » dal diario di Ciano, sottolineando da parte nostra il fatto che la pur palese divulgazione di tali verità non è stata finora recepita pienamente dagli storici a causa della · mnncanza di probanti dati di riscontro, ora invece disponibili. Sotto la data del 30 settembre 1941 infatti il nostro Ministro degli Estni rivelò quanto segue: << Phillips (ambasciatore americano a Roma, n.d.a.) sta per partire e con un pretesto viene a prendere congedo da me. Fa un lungo discorso sullo stato d'animo depresso degli italiani e conclude ripetendo le simpatie dell'America per il nostro Paese, simpatia che ci sarà d'indispensabile aiuto il giorno della ricostruzione. Non ho fatto alcun commento, soprattutto perché il S.IM. è venuto in possesso del cifrario segreto americano e tutto quanto Phillips telegrafa viene letto dai nostri uffici di decrittazione e può prestarsi ad interpretazioni malevole» (28).

AIR 23, cartella 1210: « Enemy naval forces: intelligence reports RAF Middle East 1942-1943 »; cartella 1293 : « RAF Middle East. Signals and ciphers organization 1941-1944 »; cartella 1343: « RAF Middle East, Balkans, Crete and Greece 1941-1942 »; cartella 6798: « Conferences, minutes and agenda 201 ° Group RAF Middle East »; fondo WO 106, cartella 2109: « Directorate of military operations and intelligence: Middle East Commaod. Mediterranean area, October 1940 - May 1941 » . Inoltre esiste l'apposito fondo WO 169 riguardante i diari di guerra del comando del Medio Oriente. (28) G. CIANO, Diario 1937-1943, op. cit., pag. 540 .

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Quindi il 2 febbraio 1942 Ciano annotò nel suo diario questa significativa frase: « Mussolini è molto felice per l'andamento delle operazioni in

Libia: vuole che vengano spinte a fondo tanto più che da alcune intercettazioni americane risulta che le forze inglesi sono piuttosto squinternate » (29). Ancora più esplicito sulla questione Fellers fu infine il Ministro degli Esteri italiano il 23 giugno 1942 quando riferl: « Da alcuni telegrammi intercettati dall'osservatore americano al Cairo, Fellers, risulta che gli inglesi sono a terra e che se i Rommel vuole continuare l'azione ha molte possibilità di arrivarli: alla zona del canale. Naturalmente Mussolini spinge per la prosecuzione dell'attacco» (30). /

Con il che viene anche spiegato il principale moth;o che indusse i capi dell'Asse ad anteporre l'azione offensiva di Rommel verso il Cairo rispetto al già pianificato sbarco su Malta (Esigenza C 3), fonte di infinite discussioni tra gli storici, protrattesi fino ai giorni nostri. Ciò che soprattutto però ci interessa evidenziare è che la rilevante vicenda del colonnello Fellers segnò una grave sconfitta dell'ULTRA, incapace così a lungo di segnalare il successo informativo italo-tedesco, che venne interrotto dopo un anno, soltanto dalla fatalità.

*** Da parte sua la Marina tedesca aveva costituito frattanto un eccellente Servizio di decrittazione, il B. Dienst, di livello addirittura superiore all'organizzazione di Bletchley Park se non fosse stato per i modernissimi strumenti (« bombes >> e « colosso ») di cui, come è noto, potè giovarsi in successione la Government Code and Cipher School (31). E' stato accertato che il B. Dienst fu in grado, durante le crisi di Etiopia e di Spagna, di controbattere il parallelo e analogo sforzo pag. 586. pagg. 632-633. Dienst è l'abbrevazione di Beobachter Dienst, cioè di Servizio

(29) Ibìdem, (30) Ibidem, (31) B.

Osservazione.


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britannico, interpretando i messaggi navali inglesi che in quel periodo erano cifrati a mano ed erano pertanto di più semplice penetrazione. E' altresì dimostrato che fino al giugno 1943 il B. Dienst lesse regolarmente il codice dei traffici marittimi britannici e americani, cioè il cifrario « Bams », ergendosi quale principale protagonista delle vittorie dei sommergibili tedeschi nella sanguinosa battaglia dell'Atlantico. Solo nel'] 943 inoltrato infatti gli inglesi, messi in allarme proprio dalle notizie loro fornite dall'ULTRA sull'attività degli U-boote, si convinsero che occorreva mutare i codici riguardanti i convogli; cambiamento realizzato appunto a partire dal giugno di quell'anno, ciò che costituì la prima diretta vittoria dell'ULTRA sul B. Dienst germanico. La suddetta vicenda è ricordata in un documento delle « Naval Intelligence papers » dell'Ammiragliato, in cui tra l'altro si conferma che fino al 10 giugno 1943, allorquando fu adottata dagli inglesi la macchina cifrante navale n. 5, i tedeschi leggevano regolarmente i dispacci riguardanti il traffico anglo-americano in Atlantico c.:rn11pilati con le ci(re n . 3 e n. 4. In questo rapporlo si aggiunge inolLre, del tu tto inaspettatamente, che nello stesso periodo di tempo :1nche i rr1d iomessaggi della RAF erano decrittati dalla Luftwaffe (32). Come ultima dimostrazione delle non indifferenti risorse dei servizi informativi dell'Asse e nello stesso tempo del provvidenziale intervento sanatorio dell'ULTRA, ricordiamo il dispaccio con cui l'Ammiragliato segnalò al comando della Home Fleet di essere « a conoscenza della capacità nemica di leggere i codici aerei e navali sovietici » (3 3). Fu forse proprio in seguito ai riscontrati numerosi episodi di penetrazione dei suoi codici che la Royal Navy si decise ad adottare entro il maggio 1941 per le sue comunicazioni operative (esclusa quindi la protezione del traffico atlantico per la quale, come abbiamo visto, fu preso un analogo provvedimento nel giugno 1943) una nuova macchina cifrante, sperimentata dalla RAF e funzionante sugli stessi principi dell'ENIGMA tedesca. Tale congegno tuttavia (32) P.R.0., fondo ADM 223, cartella 5: « German Navy 'Y' organization », dispaccio della sezione navale di Bletchley Park ZIP/ ZG/ 252 del 26 ottobre 1943. (33) P.R.0., fondo ADM 223, cartella 78: « Admiralty signal messages H series, 12th July 1940-lOth September 1941 », dispaccio delle ore 18.02 del 22 luglio 1941.


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denunciò all'inizio molti inconvenienti e necessitò di una laboriosa messa a punto (34).

*** A conclusione di questa nostra indagine si può sostenere che l'impegno italo-tedesco nel campo informativo ed in particolar modo nella guerra ai codici avversari fu assai intenso e del tutto paragonabile a quello sviluppato nello stesso settore dagli inglesi. Questi ultimi però si avvalevano di un'organizzazione, 1 quale i'ULTRA, dal rendimento non episodico ma continuativo, stppure spesso inceppato e condizionato da impreviste difficoltà. Era fatale quindi che tale guerra di cervelli e di tecnologie terminasse con la vittoria di chi aveva non tanto una maggiore disponibilità materiale, quanto il convinto supporto dell'intera compagine governativa, con Churchill in testa, sempre pronto ad incoraggiare quelle iniziative che il suo vulcanico cervello reputava degne di considerazione. Del resto non fu difficile al premier britannico rendersi conto della generale affidabilità del sistema ULTRA dopo le buone prove date da quest'ultimo in occasione della battaglia d'Inghilterra. Quanto sopra va ricordato soprattutto per non indurre i lettori nell'errore di considerare l'organizzazione di Bletchley Park come un dono divino piovuto dal cielo, anziché come il frutto di un impegno scientifico che ogni Nazione , soprattutto in guerra, è tenuta a sviluppare. Ignorare questo significa non soltanto voler chiudere gli occhi di fronte ad una verità documentata, ma porterebbe ad alimentare la pericolosissima tendenza, funesta per noi durante il secondo conflitto mondiale, di trascurate le proprie energie intellettive e di sottovalutare quelle del prevedibile avversario.

(34) P.R.O., fondo ADM 1, cartella 11770: « Cipher (coding) machines RAF Type 'X', Mark Il. Adoption by the Navy ».


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At 1255/23 December Rome informed 9 L N that a British transport would arrive Marsa Matruh at 0600 Italian time Decembcr 24th. At 1043 G.M.T. 26th December Rome informed Tobmk LhaL an unidentified naval unit ha<l been ordered to proceed Sollum to carry out anti-aircraft defence duties. Request information whether such movements were ordered by signal, and if so in what code or cypher. 1804/26 D.D.I.C. (Green Line 3) I st S.L. V.C.N.S. A.C.N.S. (F) D.0.D. (F) D. of P. D.N.I. D.D.I.C.

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AIDAC Your 1804/26 to C. in. C. Mediterranean. Inter service conference investigating these and other apparent leakages of information in recent operations and came to following conclusion. Telephone communication though far from secure (? channel is) physically unlikely to have caused this leakage. SYKO ~th Naval and R.A.F. both implicated and probably cause. I.D. 8 implicated but considered unlikely though not above suspicion.

1113/8. 1804/ 26/ 12 intended. 1st S.L. V.C.N.S. A.C.N.S. (F).

o.on.

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From Admiralty (D.N.I.) AIDAC. Rome informed Tobruk at 0950 21st January that British Navy had arranged for night bombardment of Tobruk by Naval Units weather permitting. Request early report. What is considered to be the source of leakage? 1338/23 for D.D.I.C. (Green Line 3.) 1st S.L. V.C.N.S. A.C.N.S. (F) D.O.D. (F) D. of P. D.N.I. D.D.I.C.

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1st S.L. V.CN.S. A.C.N.S. (F ). D.0.D. (F).

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Naval Cypher (D) From Admiralty. AIDAC. On February 21st Rome informed Rhodes of arrivai of a convoy at Piraeus on 19th February and departure of one on the 20th. In both cases the number of ships was approximately correct. Also reported arrivai of ULSTER MONARCH with airmen. 2050/23 D.D.I.C. (Green Line 3) 1st S.L. V.C.N.S. A.C.N.S. (F) D.O.D. (F)

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IMPORTANT.

Text of your 2316/21 was broadcast verbatim by German Y Service at 0220/22 May. At 2240/21 and 2325/21 two other British messages from HERAKLION intercepted by Germans at 1953 and 1520 respectively were passed on decoded. 0122/23

D.D.I.C. Note. These messages were made in R.A.F. Syko. D.N.I. PERSONAL D.D.I.C. PERSONAL


PARTE SECONDA

PROFILI BIOGRAFICI


PASQUALE AMATO

IL GENERALE DOMENICO GRANDI

Per quanto nato a Roma il 14 Novembre del 1849, Domenico Grandi apparteneva ad una famiglia marchigiana, divenne quindi italiano fin dal 1860 con l'annessione della sua regione al neonato regno. Fu senza dubbio l'entusiasmo delle vicende di quegli anni che indusse il giovane Domenico, proveniente da una fa. migli a che non aveva tradizioni militari, il padre era notaio, ad abbracciare la carriera delle armi. Frequentati i corsi della Scuola Militare, nel 1869 conseguì il grado di Sottotenente dell'Arma di Fanteria riuscendo così a prendere parte alla campagna per la presa di Roma nell'anno successivo. Il 28 e 29 Dicembre di quell'anno il Tevere straripò e il Sottotenente Grandi si prodigò nei soccorsi tanto da meritare la medaglia di bronzo al valor civile. Nel 1871 fu ammesso a frequentare la Scuola di Guerra, cli cui completò i corsi regolarmente due anni dopo. Il 1° Dicembre del 1875 fu promosso Tenente; più importante per gli sviluppi della sua carriera fu però, senza dubbio, il trasferimento nel corpo di Stato Maggiore avvenuto il 26 Agosto 1877. D'allora in poi il Grandi, tranne brevi periodi, presterà il suo servizio all'interno del prestigioso corpo. Il 21 Aprile del 1879 il nostro fu promosso Capitano e sette anni dopo, esattamente il 31 Marzo 1886, divenne Maggiore dell'Arma di Fanteria. Il Maggiore Grandi doveva godere; senza dubbio, della stima e della fiducia dei suoi superiori visto che già nel Settembre del 1888 fu incaricato delle funzioni di capo sezione presso il Ministero della Guerra venendo di li a quat· tro mesi di nuovo trasferito nel corpo di Stato Maggiore. Si pensi a tal proposito che in quel periodo l'ufficio del Capo di Stato Maggiore dell'Esercito aveva funzioni meramente consultive e che


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tutte le funzioni non solo amministrative, ma anche organiche e operative erano accentrate presso il Ministero della Guerra, per cui affidare un incarico di notevole importanza come quello di capo sezione ad un ufficiale così giovane era indubbiamente prova di una notevole stima e considerazione. Tale apprezzamento è confermato dal fatto che sul finire del 1889 proprio il Grandi venne scelto per svolgere una delicata missione politico-militare. In quel1'anno, infatti, la politica scioana de) Crispi sembrava aver ottenuto pieno successo, a conferma di ciò, non solo era stato firmato il Trattato di Uccialli, ma il principi le artefice di questa operazione, il conte Antonelli, era rientrato in Italia in compagnia del più fido fra i sostenitori del negus, Makonnen, accompagnato da altri sette capi. Il compito affidato a Grandi era quello di accompagnare la comitiva etiopica sulla via del ritorno, consegnate ad essa i fucili e le munizioni, come era convenuto, e riscuoterne il prezzo. L'inviato del Ministero doveva altresi approfittare del viaggio per visitare i possedimenti italiani del mar Rosso e riferimt: a Roma. La comitiva partita da Roma il 2 Dicembre 1889 prese imbarco a Napoli sulla nave Volta. La delegazione etiopica non fece una grande impressione al Grandi, ad eccezione di Makonnen, che a detta del nostro si dimostrava: « pei modi e pei sentimenti, uomo superiore, per quanto notevolmente diffidente » ( 1 ). Il programma del viaggio prevedeva una sosta a Giaffa per permettere all'ospite di visitare G erusalemme. La visita della Palestina si protrasse fino al 22 Dicembre, durante questo soggiorno Grandi, attento osservatore della situazione circostante e soprattutto della organizzazione militare, ebbe una penosa impressione. Già il 12 di Dicembre al termine della sua intensa prima giornata palestinese, il nostro annotava nel suo diario: « Da tutto quello che ho veduto oggi non so comprendere come possa esistere una Turchia e un governo turco» (2). E i giorni seguenti non avevano fatto che confermate questa primitiva impressione, che però, non si trasforma in una sorta di disprezzo razziale, come sarebbe stato facile, dati i tempi. Sotto la data del 22 Dicembre si legge, infatti, fra le altre annotazioni: « attendo al carico del mio bagaglio e m'imbarco sulla lancia a vapore (1) A.C.S., Carte Grandi, b. 2; f . 6. (2) Ibidem.


Generale Domenico GRANDI


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del Volta e dico così addio all'Asia, il cui ricordo è grato per la soddisfazione del viaggio compiuto, delle cose vedute ed imparate, ma la mia impressione non è certamente grande. Mi convinco sem/ pre più della sacrosanta verità del proverbio: tutto il mondo è pae/ se. Ovunque gli stessi uomini, gli stessi visi, le stesse passioni, solo la forma è un pò diversa » (3 ). • L'arrivo della nave Porto Said rituffa il giovane ufficiale nella politica africana, ~i cui per altro si è già fatta una propria idea, del tutto person~e, alquanto diversa da quella del Governo: « Dai discorsi fatti co1 console Leoni mi convinco sempre più che la politica che noi facciamo neJlo Scioa è sbagliata e che un giorno ce ne dovremo pentire e che come fu uno sbaglio quello di dare cannoni e mitragliere è un errore ben grave quello di portare a Massaua la missione Scioana ». ( 4) Massaua fece a Grandi, certo anche per contrasto con quanto aveva visto in Palestina, una ottima impressione. Nonostante ciò, per le notizie che trova sul posto, il Grandi non si mostra per nulla entu:;iasta dei destini coloniali del paese, nota infatti, sotto la data del 29 Dicembre: « Da tutto l'insieme mi convinco sempre più che gli africanisti sono una gran piaga ». (5) Né le vicende dei giorni successivi provocarono un mutamento del giudizio. Infatti, mentre Grandi visitò le installazioni militari della città e dei dintorni, ricavandone nel complesso una impressione positiva, la delegazione Scioana indignata per la mancanza di accoglienze, non esitò a far sapere che se « con le accoglienze da essa ricevute in Italia noi avevamo guadagnato un'unghia, con quella fattagli a Masssaua abbiamo perduto un brac» ( 6) così scrisse Grandi alla data del 2 Gennaio 1890 comcio / mentando: « Il contegno per altro del conte Salimbeni, che non si fa mai vedere da nessuno, che non pensa a nulla e forse è quello che mette olio pel fuoco, non mi pare fatto per conciliare le cose. La colpa è tutta del Ministero Esteri che non si è degnato di fare una comunicazione a quello della Guerra e prendere i necessari accordi pel •ricevimento qui. Del resto la venuta a Massaua della Missione è stato il massimo degli errori in tutta la politica

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(3) Ibidem.

(4) Ibidem, 23 Dicembre 1889. (5) Ibidem, 29 Dicembre 1889. (6) Ibidem.


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Scioana. Vedremo cosa dirà il gran conte Antonelli quando arriverà». (7) Sistemato in qualche modo le cose con Makonnen e riscosso il pattuito prezzo per i materiali forniti, Grandi partl alla volta dell'interno, dove fu spettatore assai poco convinto dell'inutile marcia del Generale Orero su Adua. Sotto la data del 16 Gennaio scriveva infatti: « Il Generale sentendo la fanfara dei bersaglieri si elettrizzava; a me faceva un senso di mestizia perché non vedo lo scopo di questo armeggio inutile». Il 1° Febbraio quando ]e truppe, dopo aver occupato la città, sono già sulla strada del ritorno e i dirigenti romani hanno già cominciato a protestare nota: « Il Generale non mi pare se ne prenda troppo di questi a tu (sic.) e mi dice che torni presto a Roma per chiarire le idee, cosa che mi secca molto anche perché non lo potrei difendere essendo tutte le sue azioni improntate a soverchia precipitazione come la marcia in dtirata di domani » (8). Dopo di ciò visitò il forte di Keren che gli fece ottima impressione e che lo riconciliò un pò con l'Africa» (9). Successivame11Le ispezionò anche la base di A ssab che trovò

anch'essa in ordine dal punto di vista militare. Non intravvide, però, possibilità di uno sviluppo economico. Notava infatti il 18 Febbraio: « anche qui qualche tentativo di orto, ma come sempre a spese grandissime. Insomma questa Africa è ovunque pessima per ) noi, perché non mi pare opportuno fare tante spese per un posto / che ci renderà poco o niente» (10). Come ultima tappa del suo viaggio africano, Grandi visitò il possedimento britannico di Aden, che gli fece una fortissima impressione, sia per l'ordine e la pulizia che vi regnava, sia per la prestanza delle truppe britannkhe, sia per la cura meticolosa con cui quest'ultime erano addestrate, equipaggiate e nutrite. Talché Grandi notò sul suo diario la propria ammirazione per « un popolo di gran lunga a noi superiore, come l'Inglese e del quale abbiamo molto, ma molto da apprendere se vogliamo fare qualche cosa sul serio di coloniale » (11 ). Come abbiamo visto Domenico Grandi era tutt'altro che entusiasta delle avventure africane, eppure paradossalmente il suo (7) Ibidem. (8) Ibidem.

(9) Ibidem, 16 Febbraio 1890. (10) Ibidem. (11) Ibidem, 20 Febbraio 1890.


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viaggio in Erit-rea costituì per lui una sorta di esordio nella vita pubblica del paese. Una parte della sua relazione sulla missione venne, infatti, letta da Crispi alla Camera dei Deputati, nella seduta del 6 Maggio 1890 e il Grandi fu poi invitato ad organizzare una esposizione nazionale sull'Eritrea nel Novembre 1890 a Palermo, che ottenne un notevole successo. Tutto ciò procurò una certa notorietà al nostro, che decise di presentarsi candidato al Parlamento nel collegio di/Ancona, nelle elezioni del Novembre 1890. L'esito non fu felice, /ma servì a fornire una prima esperienza all'ancor giovane ufficiale, che aveva cominciato attivamente ad interessarsi della politita. In ottobre del 1892 il Grandi, promosso Tenente colonnello nell'agosto dell'anno precedente, figura nello elenco del comitato elettorale della Unione Monarchica Costituzionale per il collegio di Ostia, per la quale tenne anche un discorso. In Ottobre del 1895, infine, si presenta candidato nel collegio di Senigallia e viene eletto. Grandi entra così in Parlamento, nel quale oltre che degli interessi del proprio collegio elettorale, si preoccuperà principamente del settore che più gli stava a cuore e di cui aveva la maggiore conoscenza: le Forze Armate. I suoi interventi sono quasi esclusivamente dedicati ai problemi militari e sono sempre estremamente tecnici e puntuali, senza sbavature retoriche, come era nella natura dell'uomo. Intanto la carriera del Grandi si svolge con notevole rapidità, specie in considerazione dei tempi, caratterizzati da un grande ristagno delle carriere. Il 18 Agosto 1895, egli venne infatti promosso Colonnello e il 16 Gennaio dell'anno seguente assume il comando del 12° Reggimento Fanteria « Casale». Il 10 Agosto Grandi venne nuovamente trasferito nel corpo di Stato Maggiore e inviato a Firenze presso il comando dell' VIII Corpo d'Armata, quale capo di Stato Maggiore, e il 21 Ottobre 1900 venne promosso Maggior Generale e inviato a comandare la Brigata «Lombardia». Domenico Grandi aveva allora cinquant'un anni, un'età eccezionalmente giovane a quell'epoca per un generale. La promozione dové consolarlo ampiamente del fatto della perdita del seggio parlamentare. Infatti, rieletto nelle elezioni del 1897 nel collegio di SenigaJlia, presentatosi candidato nel 1900 nel collegio di Foligno, non era stato eletto. Grandi tenne il comando, della « Lombardia » fino al 1908, quando promosso Tenente Generale fu inviato a comandare la Divisione di Ravenna per poi passare l'anno successivo a comandare quella di Padova e infine, dal 31 Marzo 1910 la Divisione di Roma. Nel 1911, il nostro venne nominato comandante del X Corpo d'Armata con sede a Na-


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poli, in tale veste partecipò come rappresentante dello Stato Maggiore italiano alle grandi manovre svizzere di quell'anno, di cui scrisse un interessante relazione, dalla quale appariva evidente che i rapporti fra gli Stati Maggiori svizzero e tedesco, già buoni, tendevano a consolidarsi prefigurando quasi una nuova alleanza (12). Nel 1914, alla costituzione del Governo Salandra, com'è noto fu invitato il Generale Porro ad assumere il portafoglio della Guerra. Egli pose come condizione, però, uno stanziamento straordinario di 600 milioni. Il Presidente del Consiglio designato si rivolse allora al Generale Dallolio ottenendone un nuovo rifiuto ( 13 ). Così il 21 Marzo 1914, il Ministero Salandra fu costituito senza Ministro della Guerra. In questo frangente avvenne la designazione di Grandi. L'avvenimento fu così descritto dal protagonista alla commissione di Caporetto, nella seduta del 9 Maggio 1918: « La seta del 23 Marzo il Primo aiutante di Campo di S.M. il Re mi invitava a presentarmi il mattino successivo a Roma a S.M.; Sua Maestà mi esprimeva il desiderio che io accettassi il portafoglio della Guerra » ( 14 ). In effetti si era ripetuto uno schema non nuovo nelle vicende politico-militari italiane; di fronte al ·rifiuto dei generali di assumersi la responsabilità del Ministero della Guerra, senza nuovi congrui stanziamenti, il Re si era assunto l'onere di sopperire a questa carenza. Quanto al motivo della designazione di Grandi, il Generale nella sua già citata deposizione accennò al fatto che durante la sua attività parlamentare aveva fatto parte della giunta generale del Bilancio e in tale veste era stato più volle relatore sul Bilancio della Guerra e su alcune importanti leggi militari. Probabilmente ancor più di questi precedenti, pesarono il fatto che il Grandi, data la sua lunga permanenza al Ministero, conosceva perfettamente il funzionamentu della macchina amministrativa e la sua salda amicizia con il generale Ugo Brusati, ascoltatissimo Primo aiutante di Campo di Vittorio Emanuele III. Quanto al Grandi non si deve credere che, per quanto pienamente disposto ad assecondare i desideri del Re, abbia accettato a scatola chiusa la nuova carica che gli veniva offerta; riferì infatti lo stesso Grandi alla commissione d'in(12) A.C.S., Carte Grandi, b. 4, f. 11. ( 13) L'episodio dell'offerta della carica al Dallolio, invero poco noto,

è però attestato dalle carte contenute in; A.C.S. Archivio Brusati, b . 10; in A.M.C.R., Carte Dallo/io, b. 949. (14) A .C.S., Carte Grandi, b. 5, f. 18.

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chiesta: « Era allora capo di Stato Maggiore il Generale Pallio. Prima di accettate il portafoglio, io conferii immediatamente con lui per conoscere quali fossero le condizioni minime necessarie per assumere una simile responsabilità. In tale colloquio che avvenne la mattina del 24 Marzo si convenne che per tenere in limiti il più quantitativamente ristretti il Bilancio della Guerra sarebbero stati per il momento \sufficienti 200 milioni di spese straordinarie, in luogo dei 600 chç! chiedeva il generale Pollio. Io dichiarai anche a S.M. che non vold~o che l'accettazione del portafoglio da parte mia potesse venire attribuita ad ambizione, dal momento che vi era stato un altro generale che aveva posto delle condizioni così diverse dalle mie; ina che a tale accettazione mi sobbarcavo anche perché il Presidente del Consiglio di allora dichiarò che, se io non avessi accettato il portafoglio della Guerra, egli avrebbe rinunciato all'incarico ». Salandra evidentemente cercava di drammatizzare la situazione, per forzare la mano all'interlocutore, per di più la sera stessa Vittorio Emanuele III doveva partire per Venezia dove si sarebbe incontrato con Guglielmo II. Si sarebbe assunto la responsabilità il Generale Grandi di mandare il suo Re all'incontro col potente monarca alleato, come capo di un paese che non riusciva a completare il Governo? Evidentemente Grandi non si sentiva di assumersi un simile onere. Ma con l'accettazione del generale non venivano meno le preoccupazioni di Salandra, bisognava infatti ora convincere il ferreo custode del Bilancio, il Ministro del Tesoro Rubini, a concedere i 200 milioni richiesti dal Grandi. Non si dové trattare di una impresa facile, ma Rubini messo alle strette non poté sottrarsi al clima di emergenza nazionale, creato forse un po' strumentalmente da Salandra e non ritenne di potersi assumere la responsabilità di provocare una nuova crisi di Governo, con immancabili riflessi internazionali e « finalmente acconsentì », dichiarò Grandi, a darmi questi 200 milioni di opere straordinarie meno alcuni ritocchi, per pochi milioni, che io avrei dovuto portare al Bilancio ordinario della Guerra » ( 15). Solo dopo aver ricevuto assicurazioni anche dal Ministro del Tesoro, il Generale Grandi alle 7 di sera di quello stesso giorno si recò a giurare nelle mani del Re, che due ore dopo poteva final· mente partire per Venezia ( 16 ).

(15) A.C.S., Carte Grandi, b. 5, f. 11. (16) Ibidem.


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Di tutto il lavoro di questa giornata, che come abbiamo visto assume anche toni drammatici, non restò traccia nelle memorie di Salandra, il quale riferisce così gli avvenimenti successivi al rifiuto del Porro: « Mi •rivolsi al Generale Grandi, che ho conosciuto alla Camera nelle precedenti legislature. Grandi accettò dopo essersi accordato col capo di Stato Maggiore, sopra un programma di 20 milioni di aumento nella spesa ordinaria e di circa 200 per le straordinarie» (17). Descrizione come ciascun vede parziale e imprecisa degli avvenimenti, visto che prima di rivolgersi al Grandi si era pensato al Dallolio e che la designazione del comandante del X Corpo all'alta carica non fu un'idea sua. Né meno significativa appare la reticenza circa le resistenze opposte dal Ministro del Tesoro ai nuovi stanziapienti. Secondo quanto affermò il generale Grandi alla commissione d'inchiesta, i suoi rapporti con Pallio: « procedettero con la maggiore serenità e la più perfetta armonia» ( 18 ); purtroppo alla fine del Giugno 1914, il Generale Pallio morl a Torino nel corso di una ispezione. Si poneva quindi, il problema della successione. Grandi nella sua deposizione davanti alla commissione richiamò un articolo della legge di ordinamento del Regio Esercito, secondo cui: « 11 Ministro fa le designazioni delle alte cariche dell'esercito (Comandanti di Armata, Comandante generale dei Carabinieri, Ispettori generali di Cavalleria, Artiglieria, Genio, Presidente del Tribunale supremo di guerra e Marina) dopo aver sentito il parere consultivo della commissione centrale, composta dal capo di Stato Maggiore dell'esercito e dai generali designati per il comando di una Armata» ( 19). Come si vede, l'articolo citato non si riferisce alla nomina del ) r capo di Stato Maggiore dell'Esercito, che ai termini dello Statuto j / era prerogativa del Re. Prerogativa della quale Vittorio Emanuele era gelosissimo (20). Eppure in questa circostanza fu proprio adottata una simile prassi. Per comprendere tutto ciò è necessario rifarsi alle vicende relative alla sostituzione del Generale Saletta con Pollio come capo di Stato Maggiore dell'Esercito nel 1908. A quell'epoca la candi(17) A. Salandra, La neutralità italiana, Milano, 1928, p. 257. (18) Ibidem. (19) .Ibidem. (20) M. Mazzetti, L'esercito italiano nella triplice alleanza, Napoli, 1974, p. 183, ss.


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datura di Cadorna fu presa in seria considerazione come prova la lettera che l'influentissimo generale Ugo Brusati, molto amico del Cadorna a quell'epoca, gli scrisse per chiedergli se era vero che per accettare la carica intendeva porre due condizioni: « 1) che fossero di molto allargate le attribuzioni, che in base a recente Decreto Reale, sono date al titolare dell'altissima carica; 2) che in caso di guerra, il Re non doveva per nessun motivo assumere il comando in Cap,9- dell'Esercito» (21). Al che Cadorna replicava sostenendo che il Decreto rispondeva abbastahza bene alle esigenze del tempo di pace. Per quanto riguardava la condotta delle operazioni in un eventuale conflitto, Cadorna sosteneva che il Re era statutariamente il Comandante Supremo, ma era anche dichiarato dallo stesso Statuto inresponsabile, per cui essendo responsabile il solo capo di Stato Maggiore, doveva avere piena libertà d'azione nella condotta delle operazioni. Dato che Vittorio Emanuele III la pensava diversamente, fu scelto il generale Pallio. Poiché dopo la morte di quest'ultimo, la candidatura di Cadorna sembrava quasi inevitabile, fu scelta l'insolita procedura, per sentire evidentemente quali erano gli orientamenti delle massime autorità militari. Ecco come Jo stesso Cadoma descrisse le vicende della sua nomina: « Alla morte del Generale Pollio si radunò a Roma la commissione dei comandanti di Armata, che insieme con il Ministro della Guerra, dovevano proporre il nuovo capo di Stato Maggiore. Eravamo in quella riunione, tre generali t:l'Armata: Zuccari, Brusati e io, e il Ministro Grandi. Al principio della seduta il Generale Brusati si alzò e tenne questo discorso: « Se vogliamo nominare capo di Stato Maggiore un Generale anziano, che goda molta autorità, propongo che questo sia il Generale Cadorna. Se ne vogliamo nominare uno di anzianità media propongo che sia il Generale Ragni, se invece vogliamo che sia giovane come era il Generale Pallio, propongo il Generale Settimio Piacentini ». Io non lo conoscevo. Il Generale Zuccari dichiarò subito che avrebbe votato per un Generale giovane, poiché egli credeva che l'ufficio di capo di Stato Maggiore dovesse essere tenuto per molto tempo. Messi ai voti i nomi, quello del Generale Ragni non fu votato; quello del Generale Piacentini ottenne due voti, e due voti ottenne anche il mio. Alla fine della seduta io andai nd gabinetto del Ministro Grandi e gli dissi queste parole: « Poiché (21) L. Cadorna, Lettere Familiari a cura di R. Cadorna, Milano, 1967, p. 89.


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sono in bilancio col Genei·ale Piacentini ti prego di non insistere più sul mio nome. Tu sai che io non ero in perfetto accordo co) Generale Pollio: eravamo due nature del tutto diverse, eppure sti· mandolo, il mio pensiero era diverso dal suo. Se io fossi nominato capo di Stato Maggiore, tutto ciò che egli ha fatto, o gran parte, dovrebbe essere cambiato o modificato. Q1.1esto porterebbe un perturbamento gravissimo all'esercito, si potrebbe dire che la mia azione è stata fatta in odio al predecessore » . Ma il .M inistro mi rispose: « Comprendo ciò che dici, ma l'interesse dell'esercito va innanzi a qualunque considerazione personale: domattina andrò dal Re e secondo le sue decisioni, ti avvertirò ». La mattina seguente mi fece chiamare, e mi annunziò che il Re mi aveva nominato capo Ji Stato Maggiore» (22). In definitiva fu quindi per le pressioni di Grandi, che Cadorna divenne capo di Stato Maggiore dell'Esercito. Un'azione questa che il protagonista di questa vicenda avrebbe in seguito amaramente rimpianto. L'inizio dell'attività ministeriale del Grandi non fu facile, infatti oltre al Pallio scomparvero ]'Ispettore generale dell'artiglieria e il Direttore generale dei servizi amministrativi: Scio, a proposito del quale e della famosa questione se e in che misura fossero state reintegrate le dotazioni consumate nella campagna di Libia, Grandi ricordò nella sua deposizione alla commissione d'inchiesta di aver ricevuto un documento a firma di Scio in cui si affermava che le deficienze erano state ripianate, il che aveva indotto a fare dichiarazioni non proprio precise. Il Grandi però subito dopo si preoccupa di chiarire che la deficienza non era tanto grave rispetto alle dotazioni stabilite, ma erano le dotazioni di allora che non erano tali da soddisfare le esigenze di un conflitto delle dimensioni poi assunte dalla prima guerra mondiale. Non cercò cioè di scaricare, come sarebbe stato comodo, le responsabilità della impreparazione militare sul suo predecessore Generale Spingardi. Ciò è tanto più no tevole, perché come vedremo la vicenda delle dotazioni avrà una importanza capitale nel breve e tormentato ultimo periodo del ministero Grandi. Cadorna si era insediato nel suo nuovo ufficio da qualche settimana, allorché gli eventi precipitarono verso la fatale conclusione, che determinò lo scoppio del primo conflitto europeo. In quel momento i rapporti fra il Ministro e il capo di Stato Maggiore erano cordiali, se non ottimi.

(22) A. Gatti, Un italiano a V ersailles, Milano, 1958, pp. 294, 295.

15 . · Memorie


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Il 29 Luglio Cadorna inviò a Grandi un promemoria sui: « provvedimenti militari d'urgenza imposti dalla situazione internazionale », in cui oltre ad alcune misure specifiche si chiedeva di attuare le misure previste per il caso di mobilitazione occulta contro la Francia (23 ). Alla quasi totalità delle misure richieste il Grandi dava immediata attuazione (24 ). Il 2 Ag96to venne proclamata la neutralità italiana mentre i preparativi .militari continuarono fino al giorno 5, data in cui la decisione di non marciare con gli imperi centrali divenne definitiva (25). Per Cadorna il non entrare in guerra a fianco degli alleati significava fatalmente fare la guerra contro di loro o almeno contro l'Austria, per di più per ragioni tecniche era decisamente contrario al richiamo di sole <lue classi, come aveva stabilito il Governo. Il richiamo di due classi non aumentava granché l'efficienza dell'esercito ed aveva più che altro un valore propagandistico; per di più la situazione strategica complessiva italiana veniva progressivamente compromessa dalla mobilitazione generale dei paesi vicini. Solo la mobilitazione generale, secondo Cadorna, poteva garantire convenientemente il paese (26). Diversa era l'opinione del Governo. Scrisse Salandra: « Neutralità e mobilitazione erano, nel sentimento generale, termini contraddittori. Mobilitazione significava guerra» (27). In questa vicenda è possibile cogliere se non un vero e proprio contrasto, una diversa collocazione fra il capo di Stato Maggiore e il Ministro della Guerra. Infatti, Cadorna scrisse 1'8 Agosto a Grandi, per sollecitare ancora una volta la mobilitazione generale e Grandi rispondendogli il giorno dopo faceva rilevare che era vincolato al rispetto delle delibere prese dal Consiglio dei Ministri, ma di aver comunque inviato copia della lettera al Presidente (23) M. Mazzetti, L'esercito italiano nella triplice alleanza, cit., pp. 559, 561. (24) A.C.S., Carte Grandi, b. 4, Provvedimenti di maggiore importanza ordinati in compenso della situazione internazionale. (25) M. Mazzetti, L'esercito italiano nella triplice alleanza, cit., pp. 440, 444. (26) L. Cadorna, La guerra alla fronte italiana, Milano, 1921, Vol. 1°, pp. 41, 42. (27) A. Salandra, op., cit., p. 261.


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del Consiglio (28). Mentre il Governo era ancora incerto e titubante sulle vie da seguire, Cadorna ormai convintissimo della necessità di « schiacciare l'Austria-Ungheria», presentava in un incontro avvenuto il 19 Agosto con i dirigenti politici il primo abbozzo di quello che poi sarà il suo piano di guerra contro l'Austria (29). Grandi invece in una serie d'incontri con il capo di Stato Maggiore avvenuti tra il 23 e il 28 Agosto si mostra estremamente cauto resistendo a tutte le pressioni di Cadorna per la mobilitazione generale. Secondo il Cadorna questo atteggiamento era dovuto in parte alle contemporanee vittorie francesi sul fronte occidentale e in parte alla necessità del Ministro di attenersi alle deliberazioni prese dal Consiglio dei Ministri (30). Il Grandi aveva preparato un proprio piano di mobilitazione ridotto, esso prevedeva la mobilitazione e la radunata dei 12 Corpi d'Armata dell'Esercito permanente, in valle del Po tra Alessandria e Bologna, mentre si sarebbero costituiti gli organi più vitali delle unità complementari (milizia mobile). Questa operazione non avendo carattere aggressivo nei confronti di alcuno, avrebbe potuto essere compiuta ]asciando impregiudicate le possibilità del Governo di intervenire ad ovest o ad est, mettendo al contempo a portata delle frontiere un buon nerbo di truppe. Salandra, che non appare particolarmente dotto nei problemi militari, nel suo più volte citato volume, non capisce che i tre provvedimenti proposti dal Grandi costituivano un tutto unico e organico di cui mobilitazione dell'esercito permanente, suo concentramento nella valle del Po, costituzione degli elementi per un rapido inquadramento della milizia mobile, non erano che tre momenti fra loro inscindibili e tende a presentarli come tre provvedimenti separati, forse anche per giustificare il fatto di non aver dato seguito alla proposta (31). In realtà il Grandi ha sempre affermato l'unità e l'organicità della sua proposta (32). Il Cadorna respinse il piano presentato dal Ministro adducendo una serie di ragioni tecniche, che apparvero valide ancora molti (28) Cfr. G. Rochat, L'esercito italiano nell'estate del 1914, in « Nuova rivista storica », 1961, Vol. 45, pp. 328, 329. (29) Ibidem, pp. 330, 331. (30) Ibidem, pp. 332, 333. (31) A. Salandra, op. cit., pp. 265, 266; in analogo errore cade il Rochat in, art. cit., pp. 334, 335. (32) Vedi dichiata7.ione alla Commissione d 'Inchiesta, cit.


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anni dopo, quando il Rochat lo prese in esame. In realtà la mobilitazione dell'esercito permanente avrebbe presentato scarse difficoltà, infatti se è vero che l'esercito italiano aveva un reclutamento nazionale, la mobilitazione sarebbe avvenuta non con lo stesso sistema, come sostiene il Rochat, bensl con quello territoriale, per cui mobilitando le sole classi dell'esercito permanente non si sarebbero verificati gravi inconvenienti, come non ne avrebbe previsto la costituzione dei nuclei per la milizia mobile. Più interessanti appaiono le ragioni tecniche, per cui Cadorna si oppose alla mobilitazione parziale. Infatti secondo uno studio dell'ufficio trasporti dello Stato Maggiore, concentrare l'esercito nella V:tlle Padana, spostarlo poi verso la frontiera austriaca e completarlo con i restanti elementi avrebbe richiesto, tenuto conto degli sconvolgimenti che questa misura avrebbe comportato nei rigidi piani di mobilitazione predisposti, 55 giorni, mentre i piani di mobilitazione verso l'Austria potevano essere completati in soli 23 giorni (33 ). In effetti Cadorna, che in quei giorni stava premendo per la mobilitazione generale, considerava questi provvedimenti inutili e dannosi: inutili perché per la dislocazione che avrebbero assunti i reparti, essi avrebbero potuto essere impiegati, sia verso l'Austria, che verso la Francia, oppure non essere impiegati affatto; e dannosi perché allungando i tempi di mobilitazione avrebbero ritardato l'entrata in campagna dell'esercito, che non avrebbe potuto conseguire alcun risultato utile entro l'anno. Infatti, in un colloquio avvenuto il 13 Agosto con Salandra Cadorna, come egli stesso scrisse, fece osservare: « che, per ragioni di clima, dalla fine di ottobre in poi, non si potrebbero più oltrepassare le Alpi giulie e perciò tenuto conto che ci vuole un mese per la mobi1itazione, questa dovrebbe essere indetta, al più tardi, ai fini di Settembre per avere il mese di Ottobre disponibile per le operazioni » (34 ). In effetti l'attuazione della mobilitazione parziale avrebbe compromesso la possibilità di entrare in campagna in tempo utile per il 1914. Di qui la decisa ostilità di Cadorna alla attuazione del progetto sostenuto dal Generale Grandi. Questo atteggiamento del capo di Stato Maggiore dell'esercito era perfettamente coerente con la sua proclamata convinzione della necessità di « schiacciare l'Au(33) Cfr. G. Rochat, art., cit., p. 335. (34) Cfr. G. Rochat, art., cit., p. 330.


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stria-Ungheria ». E qui sta il nocciolo del dissidio Grandi-Cadorna, poiché il Ministro della Guerra di questa necessità non era affatto convinto. La posizione del Grandi può essere riassunta nella frase: « Prepararsi al massimo per la guerra, per non farla ». Egli cioè era convinto che gran parte delle aspirazioni adriatiche dell,Italia potessero essere egualmente soddisfatte per mezzo di trattative. Lo esercito in questa ottica aveva principalmente la funzione di un mezzo di pressione atto a favorire l'attività diplomatica. La visione de] Grandi in sostanza era assai simile a quella espressa dal Giolitti nella celebre lettera del « parecchio», si trattava di un importante punto di convergenza che varrà in seguito al nostro la fama di « giolittiano », mentre invece è quasi certo che fino alla data di allora Grandi non aveva avuto alcun rapporto con lo statista piemontese. I motivi di questo atteggiamento sono solo in parte riscontrabili sulla base della scarsissima documentazione reperibile. Può darsi che egli ritenesse sconveniente rivolgersi contro i vecchi alleati, anche se ciò dalla documentazione non risulta, quello che è certo, è che non riteneva che le rivendicazioni adriatiche esaurissero tu tti gli interessi italiani; uno dei pochissimi articoli di quel periodo conservati dal Generale è appunto dedicato all'affermazione della necessità per l'Italia di tutelare i propri interessi adriatici e il Grandi vi scrisse a margine: « e il Mediterraneo? » (35). Né nutriva alcuna fiducia sulla possibilità di una intesa permanente con la Francia, infatti parlando in quel periodo con il figlio ebbe ad affermare: « Cadorna vorrebbe che noi sfasciassimo l'Austria. Non è una cosa semplice e anche se riuscisse, sarebbe come consegnarci mani e piedi legati alla Francia » (36 ). Evidentemente suJl'atteggiamento dell,allora Ministro della Guerra pesava tutta l'esperienza dei rapporti italo-francesi che dal 1870 in poi tranne per brevi periodi non erano stati dei più cordiali. Le vicende immediatamente successive alla prima guerra mondiale dimostrano abbondantemente come il Grandi fosse stato un buon profeta. Per altro risulta sia dai documenti, per la verità scarsi, conservati dalla famiglia Grandi, sia da alcuni provvedimenti da lui adottati come Ministro, che non era affatto convinto che la guerra sarebbe stata di breve durata o che, come riteneva i] Cadorna, ]'intervento italiano sarebbe bastato da solo a determi(35) A.C.S. Carte Grandi, b., 3. (36) Lettera del 3 Maggio 1920 di Luigi Grandi al padre Domenico, che rievoca l'episodio conservata dalla famiglia Grandi.

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nate la decisione. I termini del contrasto Grandi-Cadorna possono essere così riassunti: per il capo di Stato Maggiore dell'esercito, la decisione di non entrare con la Triplice implicava fatalmente la necessità di scendere in campo contro l'Austria, poiché se gli imperi centrali venivano sconfitti si sarebbe persa un'ottima occasione per annettere le province irredente, se invece avessero trionfato, l'Austria avrebbe potuto facilmente travolgere la debole e isolata Italia. Non si tratta di un ragionamento privo di fondamento, infatti, scrivendo al suo col1ega austriaco Conrad il 5 Agosto, dopo la confenfa1. della neutralità italiana, il Generale van Moltke, capo di Stato 1Maggiore germanico, così si esprimeva: « La fellonia dell'Italia avrà vendetta nella storia. Dio conceda a Lei ora la vittoria, cosl che Ella possa più tardi saldare i conti con questi mascalzoni » (37). Tuttavia anche le ragioni del Ministro della Guerra sono tutto altro che inconsistenti. Grandi, infatti, era, come si è detto, convinto che la guerra sarebbe stata lunga, il che, quale ne fosse stato il risultato, avrebbe tolto all'Austria-Ungheria altre velleità di gettarsi in avventure per molto tempo. La stessa lunghezza della guerra avrebbe messo sempre più in valore la neutralità italiana, specie se sostenuta da un esercito sempre meglio armato ed equipaggiato. Di qui la convinzione di poter ottenere per vie diplomatiche buona parte di ciò che Cadorna intendeva prendere per vie militari. E' improbabile che il Grandi avesse preso in considerazione l'ipotesi di una scomparsa dell'Austria-Ungheria, alla quale in quel momento nessuno pensava, però è certo che egli aveva ben presente la vastità e la complessità degli interessi italiani, che rendevano nenecessario il non rompere definitivamente con l'Austria e trovarsi quindi isolati di fronte agli appetiti francesi. Come si vede la visione del Grandi era nel complesso più lungimirante di quella di I Cadorna. Ha ben ragione Salandra, quando, nel suo più volte citato libro, sottolinea la profonda frattura creatasi tra il Ministro della guerra e il capo di Stato Maggiore dell'esercito (38). Resta da esaminare se questa frattura era conseguenza, oltre che delle diverse visioni complessive delle vicende, dell'orientamento assunto in quel periodo di tempo dal Governo italiano. Si hanno sufficienti elementi per valutare con esattezza quali erano gli (37) Cfr. R. Segre, Le manovre iniziali in Alsazia e Lorena (agosto-settembre 1914), Bologna, 1928, p. 360. (38) A. Salandra, op., cit., p. 267.


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orientamenti dei principali uomini politici italiani in quel periodo:

il Ministro degli Esteri di San Giuliano e il Presidente del Consiglio Salandra che erano anche gli unici uomini politici tenuti costantemente informati degli sviluppi della preparazione militare. Scriveva il 7 Agosto di San Giuliano a Salandra: « Secondo me qualunque decistone diversa dalla neutralità sarebbe pericolosa per ora e per qualche tempo ancora, finché non si possono fare previsioni fondate sul probabile esito della grande guerra» (39). Lo stesso Sa- ( landra scrisse, col senno di poi, che la battaglia della Marna ebbe sui suoi orientamenti: « influenza pressoché decisiva » (40). Per la verità la decisione del Presidente del Consiglio di scendere in campo a fianco dell'Intesa avvenne alcuni mesi dopo, comunque questa ammissione è importante perché prova che l'orientamento di Salandra non era sostanzialmente dissimile da quello di San Giuliano. Vi è quindi una sostanziale divergenza di veduta tra Grandi e i due suoi influenti colleghi di Gabinetto. Per Salandra e di San Giuliano, infatti, la neutralità non era che un atteggiamento provvisorio da mantenere fin tanto che non si fosse chiaramente delineato l'esito del conflitto. Il Ministro della Guerra invece riteneva che in prospettiva la neutralità sarebbe .stata la soluzione di gran lunga più conveniente per l'Italia. Per quanto ciò possa sembrare strano era il militare e ncn i politici a preoccuparsi delle conseguenze che a lunga scadenza avrebbe fatalmente avuto la partecipazione italiana al conflitto. Chiarito ciò, è importante analizzare se queste divergenze di orientamento abbiano avuto un qualche peso sulle vicende politico-militari dell'estate 1914. Poiché come si è detto sia Salandra che il di San Giuliano intendevano avere indicazioni sufficientemente precise circa le sorti de] conflitto prima di impegnarsi in alcun modo, è fuor di dubbio che queste divergenze di orientamento non ebbero alcuna incidenza sulle vicende di quella drammatica estate. Resta da delineare la posizione di Salandra nei confronti del piano di mobilitazione parziale di Grandi. Lo statista pugliese nelle sue memorie scrisse: « A me codesto proposito, vagheggiato da parecchi uomini politici, di un ammassamento di forze senza dire contro e verso chi, pareva un

(39) Documenti Diplomatici Italiani serie 58, vol. l 0 , Roma, 1954, doc., 119. (40) A. Salandra, op., cit., p. 185.


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atteggiamento odioso quanto infantile e di ,r icatto . Fui contento che i tecnici lo scartassero » ( 41 ). C'è da domandarsi chi potessero mai essere i « parecchi uomini politici » di cui parla Salandra, visto che solo lui e il Ministro degli esteri erano a conoscenza delle proposte del Ministro della Gue!'ra? Senza dubbio la presenza di consistenti forze italiane con l'arma al piede nella pianura padana poteva costituire un potente elemento di sostegno al delicato gioco diplomatico che il Ministro degli esteri si prqponeva di svolgere, talché possiamo senza dubbio annoverare il dY San Giuliano fra i sostenitori del progetto di Grandi. Tuttavµi non vi è dubbio che il Ministro degli esteri non poteva divenite d'incanto « parecchi uomini politici ». A questo proposito è senza dubbio illuminante quanto dichiarò il Grandi alla già citata commissione d'inchiesta, a proposito del suo progetto di mobilitazione parziale: « Questa idea da principio piacque ma poi il Cadorna prese il sopravvento e cominciò a radunare l'Esercito verso la frontiera austriaca>> (42). Non vi è dubbio quindi che aU'inizio l'idea del Grandi, contrariamente a quanto lo statista pugliese scrisse nelle sue memorie, piacque senz'altro al Salandra; è probabile invece che a determinare l'abbandono siano state oltre che la ostilità del Cadorna, ragioni finanziarie. Infatti, benché il Presidente del Consiglio avesse scritto al Sonnino il 7 Agosto in relazione all'effettuato richiamo di due classi: « La mia tendenza è in genere di armare; e anche nel dubbio chiamare un'alt-ra classe (o due secondo le circostanze). Costerà un po' di denaro nell'ipotesi che tutto vada liscio, ma nel caso contrario sarà tutto lavoro fatto verso la mobilitazione generale » ( 43 ). Nonostante questo orientamento dello statista pugliese, fra lo Agosto e il Settembre le somme stanziate per la preparazione dell'esercito all'entrata in campagna furono in tutto 148.512.000 lire di cui 30.712.000 lire imputate alle spese ordinarie principalmente per mantenere le due classi di richiamati e 117 .800.000 lire per le dotazioni di materiale vero e proprio (44 ). ( 4 I) A. Salandra, op., cit., p. 266. ( 42) Dichiarazione alla Commissione, cit. (43) Carteggio, Salandra-Sonnino, a cura di A. SoLni, in: « La Nuova Antologia», 16 Febbraio 1935. ( 44) Ministero della Guerra, L'esercito italiano nella grande guerra (1915-18), Vol. l" bis, allegato 20.


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Si tratta come si vede di somme modestissime specie se confrontate con i miliardi che venivano contemporaneamente stanziati dalle nazioni belligeranti. Poiché per attuare il piano di mobilitazione ridotta di Grandi si sarebbero dovute richiamare tutte le classi costituenti il complemen to dell'esercito permanente e alcuni elementi delJa milizia mobile è quindi quasi certo che un simile disegno avrebbe incontrato la più ferma opposizione del Ministro de] Tesoro Rubini, che come abbiamo già visto, si ergeva a ferreo custode del bilancio dello Stato. Non è, quindi , da escludere che anche ragioni di ordine economico abbiano fatto determinare Salandra a scartare, dopo una prima valutazione favorevole, il piano de1 Grandi. Prima di procedere oltre, è necessario fare il punto su un'altra importante questione relativa a questo periodo, quella cioè delle dotazioni di mobilitazione. Come si è già accennato, a seguito della campagna di Libia vi era stato un consumo superiore al previsto di alcuni elementi costituenti le serie di vestiario, necessario per la mobilitazione. Poiché sia Salandra ( 45) che Ferdinando Mattini , all'epnrn Ministro ~elle Colonie, drammatizzano alquanto nelle loro memorie ( 46 ), questo fotto, quasi che l'Italia non avesse potuto scendere in guerra a causa di ciò, non sarà inutile definire compiutamente questa questione. Secondo la relazione ufficiale sulla prima guerra mon<lia1e, la deficienza era di 220.000 serie di vestiario, va precisato che « quest'ultima cifra, però, non rappresenta che un dato convenzionale, in quanto non si tratta di serie completamente mancanti, ma di deficienze, più o meno importanti, dei singoli elementi costitutivi » ( 47). Evidentemente vi erano per alcuni materiali delle carenze minori di quelle indicate per altre deficienze ancora maggiori. Quanto poteva incidere tu tto ciò sulla efficienza complessiva dell'esercito? Secondo il generale Adriano Alberti , che fu capo dell'Ufficio Storico dell'esercito all'epoca in cui fu compilata la relazione, queste carenze non erano molto rilevanti: « Nel 1914 l'Italia aveva sotto le armi le due classi 1892 e 1893, le più numerose che essa avesse mai chiamato, in complesso 235 mila uomini, oltre 41 mila tra raffermati e carabinieri. Inoltre, per fortunata combinazione, erano stati chiamati l'l l Luglio per esigenze di pubblica sicurezza 76 mila uomini della classe 1891 , da poco congedati, in totale 3 52 mila (45 ) A. Salandra, op., cit., pp. 260-261. (46) F. Martini, Diario 1914-19 18, Milano, 1966, p. 91. (47) Ministero della Guerra, op., cit., Vol. 1°, p. 141.


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uomini di truppa perfettamente istruiti, 50 mila dei quali in Libia. Vi erano poi sotto le armi 33 mila reclute della seconda categoria del 1893. Mai l'Esercito italiano era stato in pace più forte. Tuttavia il Salandra afferma che noi, prima del 2 Agosto, avevamo soltanto due classi sotto le armi e soggiunse che, al dire del Ministro della Guerra, « Ci trovavamo pressoché disarmati». Come si pu9 affermare la pretesa nostra debolezza se si er,ra perfino nel numero di classi sotto le armi? I nostri 350 mila uomini erano in /roporzione assai favorevoli coi 400 mila dell'Austria a quella stessa epoca. Il 2 Agosto il Ministro chiamò altre classi, due istruite, una di reclute, il che fece salire la forza dell'esercito a 628 mila uomini. La recente guerra di Libia aveva prodoto naturalmente un consumo nelJe dotazioni di mobilitazione, le quali erano però reintegrate ad eccezione del fabbisogno per una classe all'incirca, per il quale erano stati richiesti i fondi al Parlamento, in totale una ventina di milioni! La deficienza più impressionante consisteva in 260 mila gavette, alla quale del resto si poteva supplire, perché le dotazioni di mobilitazione erano previste per vestire ed equipaggiare a nuovo tutti gli uomini mobilitati, compresi quelli già sotto le armi, mentre non vi era inconveniente alcuno che questi partissero con la gavetta o colla mantellina usata » (48). Si potrà pensare che le considerazioni dell'Alberti siano fotte a posteriori e quindi frutto del senno del poi, mentre invece ciò che è determinante ai fini di questa indagine è la valutazione che al momento facevano le massime autorità militari. A questo proposito non è privo di interesse quanto ha recentemente scritto un altro capo dell'Ufficio Storico dell'esercito: « Il nuovo Capo di Stato Maggiore generale Cadorna appena fu chiara la minaccia dello scoppio del conflitto, inviò una memoria al Re per chiedere la autorizzazione e inviare sul Reno oltre ai tre Corpi d'Armata concordati con lo Stato Magigore tedesco, anche tutte le altre forze che si rendessero disponibili . Contemporaneamente fece studiare lo approntamento di ben sette (su dodici) Corpi di Armata e di tutte le quatt•r o Divisioni di CavalJeria che avrebbero dovuto essere inviate in Germania. Il 30 Luglio veniva presentato al Capo di Stato Maggiore un prospetto in cui venivano indicate dettagliatamente le carenze delle dotazioni di mobilitazione di ogni singola unità. Le condizioni complesssive erano però rassicuranti: « La mo(48) A. Alberti, T estimonianze straniere nella guerra italiana 19151918, Roma, 1936, p. 10.


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bilitazione avrebbe avuto luogo con un ritardo di circa dieci giorni al massimo ». Poiché le carenze maggiori erano relative alle unità che dovevano essere inviate in Germania in un secondo momento, si può ritenere che la mobilitazione si sarebbe svolta regolarmente come previsto ( 49). Le dotazioni, quindi, nonostante le carenze rilevate, erano tali da permettere, anche secondo i capi militari dell'epoca, un'entirata in campagna dell'esercito italiano, come dimostra il fatto che Grandi e Cadorna in pieno accordo presero tutte le misure relative alla mobilitazione occulta contro la Francia. Quanto alle deficienze che si aggravarono all'inizio di Agosto sia per la chiamata anticipata di una classe, sia per l'invio in Libia di altro materiale, fino a raggiungere la cifra di 33 milioni (50), esse furono ripianate compatibilmente con le assai parche assegnazioni finanziarie fatte al Grandi. Talché il 10 Settembre il Reparto Intendenza dello Stato Maggiore poteva assicurare che nella seconda quindicina di Ottobre tutte le dotazioni sarebbero state reintegrate. Il problema delle dotazioni di mobilitazione va tenuto distinto da quello delle dotazioni invernali. A tal proposito il Generale Roberto Bencivenga che fu ne1la prima fa se della guerra in timo collaboratore di Cadorna ha scritto: « Data l'opinione corrente che la guerra sarebbe scoppiata nella primavera o tutt'al più nell'estate, era tacitamente ammesso che alle dotazioni invernali si sarebbe provveduto all'atto della mobilitazione generale o quando la situazione generale avesse lasciato prevedere l'inevitabile conflitto armato» (51). Commentando questo brano il Rochat scrive: « Questa convinzione diffusa presso tutti gli Stati Maggiori (e non smentita dai fatti), era tanto più valida per l'Italia, dato l'imponente ostacolo che le Alpi rappresentavano durante i sei-sette mesi invernali: un esercito non sarebbe riuscito a varcarle» (52). Anche in questo orientamento le ragioni finanziarie ebbero il loro peso, visto che l'approntamento di questo materiale avreb( 49) R . Cruccu, L'esercito italiano nel periodo .~iolittiano seconda parte (1908-1914), in AAVV, I stituzioni e metodi politici nell'età giolittiana, Torino, 1979, pp. 178 , 179. (50) Ministero della Guerra, Statistica dello sforw militare italiano nella Guerra Mondiale : I servizi log,istici, Roma, 1929, Vol. 1°, p . 7. (51) R. Bencivenga, Saggio critico sulla nostra guerra, Vol. 1°, Il periodo della neutralità, Roma, 1930, pp, 152, 153. (52) G. Rochat, art. cit., p. 340.


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be richiesto ingenti somme. Salandra nel suo libro dopo aver ignorato le ragioni di questa scelta ed essersi scandalizzato per le assenze di dotazioni invernali scrisse: « Lo Stato Maggiore insisteva affinché si provvedesse d'urgenza. Il Ministro della Guerra, come sempre, si opponeva e prospettava difficoltà, pure riconoscendo che « l'allestimento del vestiario era stato fatto in base ai dati prestabiliti per una campagna del tempo di estate »; come se l'inizio e la durata di una eventuale guerra dovessero dipendere dalla esclusiva nostra volontà» (53). L'ultima affermazione di Salandra appare alquanto peregrina, visto come si è detto che le Alpi erano intransitabili in forze nei m~si invernali. L'intera vicenda è -stata accuratamente ricostruita dal Rochat. Il 12 Agosto Cadorna in considerazione del fatto che una eventuale campagna si sarebbe svolta in autunno, chiese al Ministro della Guerra di provvedere a che tutti i reparti mobilitati disponessero di indumenti di panno. Il 19, il Ministro Grandi lo rassicurò. Il 28 Agosto il capo di Stato Maggiore, in considerazione che la gue1,ra -si sarebbe protratta ormai oltre l'autunno, chiese che venisse data attuazione allo studio effettuato dal Pallio per permettere a parte delle truppe di operare anche d'inverno o in alta montagna. Il 6 Settembre Grandi rispondeva che qualora vi fosse stata una possibilità di intervento av:rebbe dato le necessarie disposizioni. Riteneva però che ciò fosse per il momento da escludere, richiedeva comunque un più dettagliato preventivo di spese, per poterlo all'occorrenza presentare al Governo, per le necessarie deliberazioni. Quindi, il Ministro della Guerra non si « opponeva» come sostiene Salandra, ma richiedeva per prendere i provvedimenti che il Governo modificasse la posizione assunta di assoluta neutralità e deliberasse i necessari stanziamenti. A questo proposito, si è già detto che le modeste assegnazioni straordinarie ottenute fino a quel momento erano state in gran parte già impegnate. Oltre a ciò va detto che la lettera di Grandi fu scritta allo inizio della battaglia della Marna, cioè quando i tedeschi erano davanti a Parigi. Il 9 Settembre iniziò la ritirata germanica, il giorno seguente Cadorna inviò il preventivo ,richiesto: 46 milioni per estendere a tutto l'esercito le predisposizioni previste da PolJio. precisando che, se non veniva approntata subito la spesa, « Nes-

(53) A. Salandra, op., cit., p. 292.


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suna operazione militare di qualsiasi genere potrebbe essere intrapresa da oggi fino a primavera inoltrata » (54 ). Le notizie della ritirata tedesca in Francia infiammarono il volitivo capo di Stato Maggiore, che l'll Settembre con il Re ritornava ad insistere con tanta vivacità per l'intervento che l'indomani il Sovrano gli faceva inviare dal suo Aiutante di campo « Una lettera calmante» , secondo la definizione dello stesso Cadorna (55) . Ma ancora il 22 Settembre in un colloquio col Presidente del Consiglio e in una lettera al Ministro della Guerra, Cadorna insisteva nuovamente per l'intervento immediato (56). Secondo Salandra soltanto la mancanza delle necessarie dotazioni invernali e l'impreparazione complessiva dell'esercito gli impedirono di entrare in guerra nel Settembre del 1914. Ma non vale dilungarsi in accenni saltuari e incompleti. A partecipare alla grande guerra in forma e in misura degne dell'Italia, degli alleati e dei nemici, occorreva apprestare un esercito ampliato, rafforzato, dotato, ravvivato » (57 ). Da quanto notato in questo capitolo, risulta che fin dal terzo mese di guerra generale, l'intervento parve a noi indispensabile, ma parve pure necessario, per la preparazione delle armi, il rinvio alla futura primavera (58). Il motivo di questa affermazione è da ricercare nella seguente considerazione dell'Albettini: « La storia della guerra ed i documenti austriaci e tedeschi stanno a dimostrare che mai avremmo potuto scendere in campo in momento così opportuno e propizio come nel Settembre del 1914. Le condizioni dell'Austria e della Germania erano tali che un apporto anche piccolo dell'Italia alle forze della Intesa avrebbe potuto avere conseguenze incalcolabili» (59). Le considerazioni formulate dall'Albertini sono senza dubbio attendibili, resta d a controllare se lo sono altrettanto le affermazioni di Salandra. Infatti, dall'appunto steso dal Cadorna sul col(54) p. 341. (55) (56) (57)

Cfr. G. Rochat, art., cit., p. 342. Per l'intera vicenda vedi anche

Ibidem, p. 344. I bidem, p. 343. A. Salandra, op., cit., pp. 293, 294. (58) Ibidem, p. 297. (59) A. Albcrtini, Venti anni di vita politica, Voi. 2° parte seconda, Bologna, 1951, p. 259.

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loquio del 22 Settembre col Presidente del Consiglio non sembra che quest'ultimo si sia mostrato particolarmente proclive ad intraprendere immediatamente le operazioni. E' pur vero che due giorni dopo fu tenuta una riunione ufficiale allargata alla partecipazione del Ministro della Guerra e dei comandanti delle Armate, per esaminare le possibilità di una campagna invernale (60), ma come nota giustamente il Rochat, la discussione avvenne su un piano generale senza nessuno particolare stimolo dettato dall'urgenza di agire ( 61), come sarebbe stato necessario nel caso che la risoluzione di intervenire fosse già stata presa. E' sì che se si fosse voluto veramente entrare in campo bisognava farlo con estrema rapidità, poiché occorrendo ventitré giorni per la mobilitazione, sarebbero stati disponibili al massimo gli ultimi dieci giorni di ottobre per attraversare il Carso. I tempi erano quindi ristrettissimi tanto che il piano di ingrandimento e potenziamento dell'esercito elaborato dal Generale Zupelli e approvato dal Cadorna 1'11 Ottobre, affermava testualmente: « data l'attuale situazione internazionale, le condizioni climatiche attuali o prossime venture, la struttura delle zone di frontiera, grandi operazioni con grandi mezzi non sono possibili per l'esercito italiano fino alla ventura primavera: occorre perciò approfittare dei cinque mesi e mezzo che ancora abbiamo disponibili» (62). Tutto considerato la vicenda appare quindi alquanto strana. Non vi è dubbio, che la decisione di non intervenire, non sia da mettere in relazione con la situazione complessiva dell'esercito. Infatti, se sia Grandi che Cadorna ritenevano che nonostante le accennate deficienze, l'esercito poteva essere impiegato in Agosto, non si vede perché non sarebbe stato possibile impiegarlo in Ottobre, quando le deficienze erano state in gran parte ripianate e quando si trattava di intervenire non in una situazione incerta e imprevedibile, ma dalla parte che appariva come quella vincente. Può aver avuto una qualche influenza su questa decisione la carenza delle dotazioni invernali? A prima vista senz'altro sì, ma anche quj ci si imbatte in una strana incongruenza. Infatti, Salandra afferma che non appena avuto notizia della necessità di dotazioni invernali convocò « Il Consiglio dei Ministri che decise si provvedesse senza altro. Furono subito ordinati gli acquisti e la fabbricazione di oltre (60) Sui due incontri vedi, G. Rochat, art. cit., p. 343. (61) Ibidem, p. 344. (62) Cfr., A. Salandra, op. cit., pp. 296, 297.


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un milione di metri di panno, le cui consegne non avrebbero potuto essere compiute prima di Dicembre » ( 63 ). Ora la lettera di Cadorna a Grandi fornente il preventivo di spesa è del 10 Settembre. E' poco probabile che il Minist,ro della Guerra non abbia informato della richiesta del capo di Stato Maggiore il Presidente del Consiglio; ma anche volendo credere per ipotesi ad una simile eventualità, è indubbio che dopo il colloquio con Cadorna del 22 Settembre Salandra era perfettamente al corrente della questione. Allora perché mai attendere fino all'll Ottobre per far stanziare le somme occorrenti per le dotazioni invernali? (64) Non si può certo dire che egli abbia agito con tempestività in un momento in cui ogni istante era prezioso. In realtà a differenza di quanto afferma nelle memorie, Salandra era ben lungi da aver preso la decisione dell'intervento. Egli aveva considerato solo la possibilità di un'azione comune con le potenze dell'Intesa, a patto però che fin dall'inizio fossero ben chiari i compensi che sarebbero spettati all'Italia. A questo scopo in pieno accordo con il di San Giuliano aveva fatto iniziare a Londra alla fine di Settembre contatti per un possibile intervento. Questo tentativo non si mostrò fruttuoso, perché le potenze dell'Intesa che s'illudevano di poter concludere in breve il conflitto, non sentivano la necessità del concorso italiano. Non vi era quindi solo il contrasto fra Grandi e Cadorna, cioè fra il capo di Stato Maggiore bellicista e il Ministro della Guerra neutralista, ma anche fra Salandra e Cadorna. Infatti, se il Presidente del Consiglio prima di orientarsi per l'intervento intendeva avere precise garanzie dagli alleati circa le aspirazioni italiane, il capo di Stato Maggiore riteneva che un'azione risoluta e decisiva dell'Italia che provocasse la sconfitta delle Potenze Centrali, avrebbe valso di più di qualsiasi garanzia. Ciò si evince chiarissimamente dall'appunto stilato dal Cadorna dopo il convegno al palazzo Braschi il 15 Settembre con Salandra, di San Giuliano e Grandi. In esso dopo aver rilevato che il Governo in caso di guelra mkava a far occupare ,il Trentino e Trieste per averli già in mano in caso di pace, osservava che i dirigenti italiani non avevano « alcuna idea della convenienza di fare (63) A. Salandra, op., cit., p. 292. (64) Cfr. Ministero della Guerra: Statistica dello sforzo militare italiano nella guerra mondiale, cit., p. 14.


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la grande guerra nell'intento di andare a<l impor,re la cessione delle province irredente nel cuore della monarchia austro-ungarica d 'accordo con gli alleati». Il capo di Stato Maggiore concludeva · / questo appunto commentando: « Nessun pensiero di risoluzione audace! piccole idee, piccoli uomini » ( 65). Per la verità le vicende successive alla prima guerra mondiale dimostrano ampiamente, che la cautela del Governo non era certo ingiustificata, e in questo caso non si può non convenire che Cadorna era stato mal servito dal suo desiderio di scendere in carnpo provocato, come si è già detto, dalla preoccupazione che l'Italia non si trovasse isolata e abbandonala alle vendet te degli Imperi Centrali in caso di vittoria di questi ultimi. Quanto alle posizioni del capo di Stato Maggiore, attorno alla metà di Settembre non è che egli non si rendesse conto, sia delle ,ristrettezze dei tempi, sia delle oggettive difficoltà derivate dalle carenze di equipaggiamento adatto ad operare <l'inverno ed in montagna. Egli però intendeva operare inizialmente solo con una parte delle forze, probabilmente colle sole unità dell'esercito permanente. Ciò avrebbe ridotto i tempi di mobilitazione ed avrebbe consentito di risolvere nel più breve tempo la questione degli equipaggiamenti invernali. Data la estrema debolezza delle forze austro-ungariche che si trovavano in quel momento alle frontiere italiane, un simile progetto avrebbe avuto buone probabilità di successo, tutto ciò spiega le insistenze del capo di Stato Maggiore protratte fin quasi alla fine di Settembre. Ciò spiega anche l'aumento d ei contrasti con il Ministro ddla Guerra che come si è detto non aveva alcuna intenzione di scendere in campo. Per esempio, all'inizio <li Settembre, mentre Cadorna insisteva ancora per la mobilitazione, Grandi scioglieva i comandi di frontiera già costituiti (66 ). Con l'evolversi degli avvenimenti, ed il conseguente mutare degli orientamenti all'interno del Governo italiano, la posizione di Grandi veniva inevitabilmente scossa. Infatti, il 30 Settembre Salandra scrisse un memoriale al Re per chiedere la sostituzione dei ministri degli Esteri e della Guerra, scrivendo tra l'altro: « Nonostante la sua 1abo.riosità, la sua rettitudine, il suo nobile carattere militare, il generale Grandi non è riuscito a padroneggiare il suo Ministero e a rialzare il prestigio,

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(65) Cfr. G. Rochat, art., cit., p. 331. (66) Cfr. G. Rochat, art. cit., p. 336.


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assai scosso dinanzi alla pubblica opinione, dell'Amministrazione Militare» (67). Ma il Re, che aveva grande stima del di San Giuliano e che aveva con ogni probabilità apprezzato l'opera di Grandi come ministro, fece orecchie da mercante. Per sbarazzarsi dell'incomodo Ministro della Guerra fu quindi necessario ricorrere ad altri mezzi. A dimettesi fu, infatti, il sottosegretario Giulio Cesare Tassoni le cui dimissioni diedero l'avvio a una campagna di stampa condotta da organi molto vicini al Governo quali il Corriere della Sera e Il Giornale d'Italia contro il Grandi. Data la provenienza degli attacchi non dovè sfuggire al Ministro da chi essi fossero ispirati, ne trasse quindi la ovvia conseguenza di essere divenuto sg;radito non solo al Capo di Stato Magigore, ma anche al Presidente del Consiglio e diede le dimissioni (68 ). Fu sostituito 1'11 Ottobre dal Generale Vittorio Zupelli, all'epoca strenuo sostenitore del Cadorna. Dopo le dimissioni Grandi tornò il 1° Novembre a Napoli a comandare il X Corpo di Armata preparandolo disciplinatamente a quella guerra che non aveva voluto. Al momento della mobilitazione il X Corpo non poté prendere parte alle prime operazioni di guerra, il comando della grande unità giunse infatti a Codroipo solo il 7 Giugno, il giorno seguente fu assegnato alla 3" Armata anziché alla 2a come era stato originariamente stabilito. Il cambio di dipendenza non piacque al Grandi, il quale fin dal suo primo periodo napoletano era entrato in intimità con il nuovo comandante di Armata: Emanuele Filiberto di Savoia duca di Aosta. Dopo alcune operazioni preliminari il Corpo di Armata prese parte alla prima battaglia dell'Isonzo impiegando in prima schiera la 19a Divisione mentre la 20a rimaneva in riserva di Armata. Il 23 Giugno le truppe del Grandi superarono il Canale dei Dottori e nonostante fossero ostacolate sia dal fuoco che dai reticolati ,riuscirono a procedere per un buon tratto. In considerazione della resistenza nemica fu fatta entrare in linea anche la 20• Divisione. Il Corpo di armata, conquistato Castelnuovo il giorno 25 continuò ad avanzare lentamente, contrastato dal fuoco avversario, ed ancor più dai robusti reticolati nemici conlto cui si di(67) Cfr. A. Salandra op., cit., pp. 338, 339. (68) Non vi è dubbio che questi attacchi fossero ispirati dallo stesso Salandra (vedi B. Vigezzi l'Italia di fronte alla 1· gue"a mondiale volume 1, Milano - Napoli 1964, pag. 721). Più improbabile che in essa abbia avuto una qualche parte il Cadorna il quale però deve avere influito sulla decisione del generale Tassoni di dimettersi.

16. - Memorie


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mostrarono scarsamente efficaci sia le pinze tagliafilo che gli stessi tubi di gelatina, chiamati pittorescamente nel diario del X corpo: « pertiche alla giapponese » ( 69 ), con evidente richiamo alla guerra russo-giapponese in cui furono per la prima volta impiegati. Comunque entro il giorno 27 Giugno le truppe di Grandi erano riuscite a portarsi sul ciglione del Carso a contatto con le linee principali di resistenza nemica. Queste prime operazioni furono così commentate dal Generale Geloso: « La conquista degli speroni del Carso fra Redipuglia e Sagrado permetteva di schierare batterie in posizione più avanzate, con maggiore efficacia su le difese nemiche, ed organizzare osservatori sull'Altopiano fino all'ora inosservabile. Rappresentava perciò un importante risultato che, insieme col passaggio dell'Isonzo da parte della 21 a Divisione, permetteva di investire in pieno il San Michele » ( 70 ). Il 30 Giugno, spostate in avanti le artiglierie, la Y Armata riprese l'azione. Nonostante il valoroso slancio dei reparti non si riuscì ad ottenere successi di rilievo. Il 2 Luglio Grandi decide di impiegare la 20a Divisione per un'azione risolutiva, mentre alla 19a è affidato solo un compito dimostrativo. « L'azione, si legge nel diario storico del X Corpo di armata, conduce a favorevoli risultati giacché la compagnia del genio, riuscendo, con grande valore ad abbattere i reticolati già sconvolti dal fuoco dell'artiglieria, consentì alla fanteria di avanzare contro l'ostacolo e di attaccare direttamente e decisamente i trinceramenti nemici » ( 71 ). Le operazioni seguenti furono così descritte nella già citata opera del Generale Geloso: « La 20a Divisione cercò di sfruttare il successo. La breccia era di un migliaio di metri; intatta la linea sul rimanente fronte. Tutta l'artiglieria a.u. del Carso si rivolse contro le colonne della Divisione italiana. Le riserve della 19a Divisione e della 29a Brigata mont. contrattaccavano senza tregua. Non riconquistarono il terreno perduto, ma contennero l'avanzata della Divisione italiana, la quale non avendo truppe fresche né potendone ricevere, poiché Corpo d'armata e Armata non ne disponevano, dovette contentarsi di mantenere le posizioni conquistate» (72). (69) A.C.S. Carte Grandi, b, 5, f. 16, Diario storico-militare della campagna di guerra italo-austriaca, redatto dal Comando del X Corpo d'Armata, per il Tenente Generale Domenico Grandi, p. 21. (70) G. Geloso, Il primo anno di guerra, Milano, 1934, p. 231. (71) A.C.S., Carte Grandi, b. 5 ,f. 6, Diario cit., p. 25. (72) G. Geloso, Il primo anno di guerra, Milano, 1934, pp. 233, 234.


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A questo punto, il Comando Supremo, dietro le ripetute insistenze del Duca d'Aosta, si rese conto che a differenza di quanto era stato previsto nel settore della 2• Armata, non era possibile conseguire successi; mentre invece le truppe austriache contrapposte alla 3\ energicamente premute, davano chiari segni di cedimento. Il 2 Luglio Cadorna decise, quindi, di rinforzare la 3a Armata con due Divisioni di fanteria e alcune batterie di medio calibro. Troppo poco e troppo tardi per sfruttare la crisi che il valoroso slancio dei soldati del Duca d'Aosta e in particolare del X corpo d'Armata, aveva provocato negli avversari. Furono, infatti, lasciate alla 2a Armata numerose batterie di medio calibro che sarebbero state ben più utili sul Carso. Mentre bisognò spendere alcuni preziosi giorni per fare affluire le due Divisioni di rinforzo, il che permise agli austriaci di ,rafforzare le loro posizioni vacillanti. La battaglia riprese il 4 Luglio, con grande accanimento da entrambe le parti, benché le truppe fossero stanchissime, e si protrasse fino al 7 Luglio, con la conquista di qualche trincea, ma senza nessun altro vantaggio di qualche rilievo. Il Comando austro-ungarico, gettando in linea tutte le sue magre riserve, era riuscito a contenere la pressione italiana. Si chludeva così la prima battaglia dell'Isonzo. Quanto alle impressioni del Grandi, esse sono desumibili da quanto affermò alla commissione d'inchiesta: « Noi credevamo dover combattere una guerra di manovra ed è per questo che trovare dei reticolati, trovare delle caverne nella zona del Carso fu per noi una 1rivelazione, poiché nessuna notizia era giunta fino a noi di questi preparativi austriaci, nè potevamo quindi supporre di dover fare un assedio in piena regola di fortezze ter,ribilmente organizzate. Con tutto ciò il mio corpo d'Armata, devo dichiararlo ad onor del vero, si comportò meravigliosamente, tanto che l'allora Presidente del Consiglio, dopo le prime azioni di guerra, poiché il mio corpo di Armata era reclutato nelle province del napoletano, credette opportuno andare a Napoli a fare un discorso nel quale elogiava la condotta di questi bravi giovani, che io fui orgoglioso di portare al combattimento, malgrado il grande sacrificio di essi » (73 ). Questa dichlarazione mette in luce alcuni tratti carattenst1c1 della personalità del Grandi, in primo luogo: la sincerità. Egli in(73) A.C.S., Carte Grandi, b. 5, f. 11, <leposizione davanti alla Commissione d 'Inchiesta, cit.


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fatti, non tace la sorpresa provocata dalla presa di contatto con la munitissima linea difensiva nemica. Secondariamente, non tenta di attribuirsi il merito del successo riportato, che costituiva praticamente la quasi totalità dei modesti risultati conseguiti dall'esercito italiano nella prima battaglia dell'Isonzo, per affermare che esso era stato conseguito principalmente per il valore dimostrato dai suoi soldati. Tutto ciò lascia intravvedere una notevole tempra di comandante. In effetti, l'azione del Comando di Grandi in questa prima fase si svolse in condizioni straordinariamente difficili, poiché non solo egli si dové misurare con un nemico saldamente fortificato, a differenza di quanto si era creduto e sperato, ma si trovò ad operare in condizioni particolarmente difficili. Narrò, infatti, il Grandi alla commissione di Inchiesta: « Il mio corpo di Armata fu il primo che passò sulla sinistra dell'Isonzo e vi rimase anche quando non c'era che un solo ponte per passare, quello di Pieris, sottoposto continuamente al fuoco delle artiglierie nemiche, tanto che io credetti mio dovere invocare la costruzione di un altro ponte a Cassegliano, ponte che le difficoltà burocratiche del Comando non mi dettero. Allora io dichiarai che lo avrei costruito coi miei zappatori e di fatti in trenta giorni riuscii a costruire un ponte sull'Isonzo » ( 7 4 ). Questo ponte non era ancora ultimato, che fu ripresa l'azione offensiva; questa volta Cadorna, resosi conto della difficoltà di procedere oltre con la 2a Armata, concentrò lo sforzo principale sul Carso, affidando alla 3" la quasi totalità dei pezzi di medio e di grosso calibro. Lo schieramento delle riserve, invece, lasciava alquanto a desiderare, i tre corpi in linea non ne avevano quasi e la 3a Armata aveva una sola Divisione di riserva. La battaglia ini1lò il 18 Luglio e nel settore di attacco, il fuoco d 'artiglieria italiana, meglio pianificato, più accuratamente diretto, per il possesso del ciglione del Carso, molto più abbondante, per la aumentata disponibilità dei pezzi di medio calibro, si dimostrò di gran lunga più efficace che nella precedente battaglia. Nel pomeriggio del 18 le fanterie mossero all'attacco; a destra il VII corpo tendeva al monte Sei Busi e a sinistra l'XI doveva conquistare il San Michele, al centro il X corpo, il più avanzato f.ra le unità italiane, aveva il compito di mantenere i collegamenti e di vincolare strettamente lo avversario. Nella prima giornata di lotta, il nemico perse qualche (74) Ibidem.


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trincea, ma soprattutto impegnò buona parte delle sue riserve. Anche nel secondo giorno di combattimento gli attacchi e contrattacchi si alternarono e a sera l'unico successo di rilievo era la conquista da parte della 19a Divisione di un profondo tratto di terreno davanti Castelnuovo. Il Comando della 3a Armata buttò allora nella mischia le ultime riserve disponibili, il 20 dopo asprissimi combattimenti, la 21 8 Divisione dell'XI Corpo, riusd a conquistare il San Michele. Ma le riserve italiane erano pressoché esaurite e i rinforzi, finalmente concessi dal Comando Supremo, erano ancora lontani, così che gli austriaci concentrarono 15 Battaglioni contro i 6 italiani e poterono riconquistare il monte. Quando però il 22 cercarono di rigettare gli italiani nell'Isonzo, furono a loro volta contrattaccati ai fianchi e costretti a ripiegare rapidamente. L'azione dopo due giorni di pausa per fare affluire i rinforzi da una parte e dall'altra si riaccese il 24 e tre giorni dopo l'XI Corpo riconquistava il San Michele, ma fu prontamente ricacciato da un attacco austriaco. Più fortunata l'ala destra italiana riusd, finalmente a prendere il Sei Busi, mentre al centro il corpo d'armata di Grandi combattendo ininterrottamente fino al 6 Agosto pervenne, non senza sforzo a penetrare per un buon tratto nel dispositivo avversario, riuscendo a conquistare il ciglio della conca di Doberdò, il che permetteva di poterla battere efficacemente con l'artiglieria. Aveva così termine la seconda battaglia dell'Isonzo, nella quale i difensori subirono, contrariamente al solito, maggiori perdite che non gli attaccanti ; in cui la linea austriaca fu ulteriormente intaccata, ma nella quale il risultato strategico assegnato alla 3a Armata non fu conseguito, nonostante il vafore dei reparti, essenzialmente per la mancanza di riserve, che, anche questa volta, giunsero troppo in ritardo per consentire lo sfru<rnmento del successo. Il 10 Agosto, il X Corpo d'Armata fu ritirato dalla linea e dal giorno seguente fino al 5 Settembre rimase nelle retrovie, per organizzarsi e riposare. Dopo di che tornò in linea nel tratto di fronte precedentemente tenuto, attendendo ai lavori necessari per effettuare la prevista ripresa offensiva. I lavori di rafforzamento e di sistemazione delle posizioni conquistate, furono ostacolati, oltre che daJl'avversario, dalla natura del t erreno e dalle cattive condizioni de] tempo. Tutte queste contrarietà non turbarono né Grandi né il suo Comando come dimostra questa testimonianza di un ufficiale che entrò a far pa,r te in quei giorni del corpo di Armata : « I tre battaglioni coi quali dovevo formare il reggimento erano in riposo, e in ricostituzione a Campolongo.


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Io vi arrivai il 24 Settembre, in una giornata piovosa, ma che era andata man mano rischiarandosi. A Campolongo aveva anche sede il Comando del X corpo d'Armata, dove andai subito a presentarmi. Conoscevo il generale, ero amico da tempo del Capo di Stato Maggiore. Vi ho trovato un ambiente sereno che, per la vecchia praticaccia mi diede subito il senso che uguale serenità si sarebbe riversata sui comandi sottoposti e che aveva essenzialmente la ragione dalla saldezza di nervi dei componenti il comando superiore: quello della 3a Armata. Il generale, affabilissimo. volle da me una notizia sull'andamento delle operazioni nello scacchiere della Armata alla quale avevo appartenuto fino ad allora. Dissi quel che sapevo e, invitatone, arrischiai anche qualche considerazione che, mi pare venne presa dal lato giusto. Fui licenziato con molta cordialità sentendomi dire che egli metteva su di me ed il mio costituendo reggimento il più grande affidamento e che il giorno della prova non sarebbe stato lontano » (75). Ovviamente questa accoglienza impressionò il nuovo arrivato: « Rimasi molto lusingato di ciò. Il proponimento e la volontà di far bene erano assoluti in me» (76). Questo episodio è rivelatore dei metodi di comando e del tatto umano del Grandi._.,. . L\tn0 -e l'altr~ non furono senza risultati, almeno nel caso del ~onnell~e Bono i cui bersaglieri conquistarono poi il saliente cte1la trincea « delle frasche ». All'inizio di Ottobre in collegamento coll'offensiva approntata dal comando Supremo francese e allo scopo di alleggerire la pressione austro-tedesca sulla Serbia, Cadorna preparò una offensiva mirante alla conquista del campo trincerato di Gorizia, mediante due attacchi l'uno a sud con l'obiettivo monte San Michele, l'altro a nord tendente alla conquista dell'Altopiano della Bainsizza, del Sabotino e del Monte Santo. Il nemico doveva altresì essere tenuto in dubbio circa i reali intendimenti italiani, con una pressione su vasto fronte. Il difetto di questo piano consisteva nel fatto, che si tendeva ancora una volta a conseguire risultati troppo vasti dato l'aumento delle contrapposte forze austriache e la grande estensione assunta nel frattempo dalle sistemazioni difensive. Nel quadro delle operazioni generali, il compito del X Corpo d'armata era quello di penetrare nel vallone del Carso e di conquistare in un secondo momento le alture, che costituivano l'opposto versante. Alle ore 12 (75) E. De Bono, La guerra come e dove l'ho vista e combattuta io, Milano, 1935, p. 77. (76) Ibidem.


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del 18 Ottobre iniziò il fuoco di preparazione di artiglieria, che continuò con breve pausa fino al giorno seguente. Il 19 sul fronte del corpo d'Armata di Grandi fu constatato che il tiro era stato efficace contro i trinceramenti, ma non contro i reticolati (77); poiché analoga situazione si era verificata sul resto del fronte (78), il Comando Supremo decise di protrarre la preparazione ancora per un giorno; alle ore 10 del 21 Ottobre, il X corpo passa all'azione. Durante il corso della giornata attacchi italiani e contrattacchi austriaci si alternarono, al termine i vantaggi più sensibili si ottennero nel settore della 20a Divisione. Nei giorni seguenti, non senza difficoltà, anche la 19a Divisione riuscì a conquistare quasi tutta la contrapposta linea austriaca. La battaglia fra il 24 e il 28 subisce una ç>ausa, nel corso della quale la 31 a Divisione entra a far parte del corpo d'Armata. Ripresa l'offensiva il 28, mentre la 31a e la 20n Divisione continuano a guadagnare terreno, la 19° non riesce ad avanzare a causa della munitissima posizione nemica della « trincea delle frasche », tratti della quale vengono alternativamente presi e perduti. Il 30 Ottobre l'avanzata della 20" e della 3P si arresta davanti al poderoso sistema difensivo, organizzato dagli austriaci nella seconda linea. Intanto, nel settore della 19" infuria la lotta e il 2 Novembre il ,reggimento bersaglieri del colonnello De Bono, riesce ad impadronirsi del saliente della trincea delle frasche, chiave <le1la posizione. Il 5 l'unità molto logorata viene sostituita in linea dalla Brigata « Sassari » con la quale il Comr--lo del corpo d'Armata intendeva conquistare definitivamente la cc,ntesa posizione. Ciò non fu possibile, unicamente perché il X corpo fu sostituito dal XIII che incorporò parte delle truppe in linea, tra cui i fanti della Sassari, che in quattro giorni di accanitissimi combattimenti tra l'll e il 14 Novembre riuscirono a prendere e a mantenere la contesa posizione e la retrostante « trincea dei razzi». Frattanto il comando del X corpo è passato in seconda linea e rieeve oltre il compito di riorganizzare le proprie forze, quello non molto gradito di sovraintendere alla costituzione di nuove unità. Questa attività durò fino a Maggio del 1916, il 19 di quel mese, il X Corpo venne assegnato a1la 1" Armata e il 23 la grande unità trasportata con ogni mezzo; Grandi ricorda: « Partimmo in ferrovia, in automobili, in autocarri» (79) era già sul nuovo teatro di opera (77) A.C.S., Carte Grandi, Diario, cit. (78} G. Geloso, op., cit., p. 301. (79) A.C.S., Carte Grandi, b. 5, f. 11, depos., cit.


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zioni, col compito di proteggere una eventuale ritirata delle truppe dall'Altopiano di Asiago. Le forze del Corpo d'Armata sono pe-

rò ridotte alla metà, avendo ceduto la 19a Divisione; entro il 1° Giugno, però gli venne assegnata la 32a Divisione sostituita il giorno seguente dalla 98; questo continuo avvicendarsi d'unità era dovuto alla situazione determinata dai progressi dell'avversario e dai continui spostamenti imposti al X Corpo dal modificarsi delle possibilità operative conseguenti alla iniziativa nemica. All'inizio di Giugno la grande unità era schierata a sbarramento della val d'Astico, qui si verificò l'urto con l'avversario che da prima respinto, rinnovò la sua azione, fino a ottenere qualche successo sul fronte della 20a Divisione. Il 4 Giugno il Grandi ordina un robusto contrattacco che permette di riconquistare gran parte delle posizioni perdute. Il 5, il gravitare delle forze avversarie verso l'altra ala dello schieramento del Corpo d'Armata induce il comandante a rimaneggiare il dispositivo su quest'u1timo tratto di fronte. Il temuto attacco nemico non si verifica, l'avversario invece nei giorni seguenti concentra i suoi sforzi contro i Corpi d'Armata XX e XIV; viene allora ordinato al X Corpo di attaccare per attirare su di sé forze nemiche e dare sollievo alle unità fortemente premute. Il 9 Giugno, dopo una breve preparazione di artiglieria tutto il Corpo d'Armata passa all'azione conseguendo qualche risultato ne] settore della 20a Divisione. Il giorno seguente dopo una nuova preparazione di artiglieria l'attacco tiprende permettendo il conseguimento di alcuni successi locali, dopo di che il Comando d'armata , essendosi pienamente conseguito l'intento di vincolare le contrapposte forze avversarie, impedendone lo spostamento nel settore d'attacco principale, ordina la sospensione dell'offensiva. Il Generale Pecori Giraldi, comandante de1Ja 1a Armata, aveva deciso di intraprendere una controffensiva generale, che sarebbe iniziata il giotno 16, nel quadro della quale il X corpo doveva essenzialmente svolgere una serie di azioni dimostrative per impegnare le contrapposte forze avversarie, ma proprio sulla sua linea nelle prime ore del 25 Giugno vengono notati i segni dell'inizio della ritirata avversaria; Grandi ordinò immediatamente che le unità dipendenti mantenessero il più stretto contatto col nemico, approfittando di ogni occasione per incalzarlo. Nella sera di quello stesso giorno, la 9a Divisione, comandata dal ferrigno Generale Gonzaga, rioccupò Arsiero. Grandi spinse bravamente avanti i suoi reparti non esitando ad impiegare la poca cavalleria disponibile, che a detta dello stesso Generale, eseguì un « brillantissimo » inseguimento finché non fu costretta ad


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arrestarsi davanti ai reticolati della retrostante linea avversaria. Il Corpo di Armata spinto rapidamente avanti prende contatto il 27 con i posti avanzati della linea di resistenza nemica, nei due giorni seguenti realizza ancora qualche progresso, ma viene infine arrestato presso la p rincipale linea avversaria sul fondo della val d'Astico e del Cimone. Fino al 10 Luglio le truppe di Grandi cercarono in più riprese di forzare le posizioni nemiche, ma vengono sempre fermate dalle difficoltà del terreno e dalla resistenza avversaria. Il comandante del X Corpo decide quindi di rimaneggiare lo schieramento per investire il monte Cimone dalla sinistra. Avendo ottenuto il 18 Luglio l 'assenso dal generale Pecori Giraldi e con esso un massiccio rinforzo di artiglieria , il Grandi preparò l'azione che, condotta con grande decisione, il 23 portò alla conquista dell'importante posizione. Dopo questa fortunata operazione sul fronte del Corpo d'Armata, che aveva dovuto cedere parte dei suoi uomini e una notevole quantità di artiglieria alle unità schierate sull'Isonzo, subentrò la calma, che fu rotta il 23 Settembre dallo scoppio clelb mina con cui gli austriaci riuscirono a far saltare la vetta del Cimone e a riconqu istare la contesa montagna. Dopo di ciò la lotta si cristallizzò nuovamente, nella logorante guerra di posizione. Durante il ciclo operativo svolto nel Trentino, la 20a Divisione era stata comandata d al generale Zupelli, successore del Grandi al Ministero della Guerra. Data la precedente relazione fra i due , Zupelli era stato uno zelante sostenitore del Cadorna nel 1914, era d'attendersi un riaccendersi dei contrasti, ciò invece non avvenne; lo stesso Grandi riassume l'intera vicenda dinanzi. aUa commissione d'Inchiesta in questi terrmm: « Intanto era avvenuto che anche il mio successore al Ministero della Guerra, il generale Zupelli, essendosi trovato in contrasto col Capo di Stato Maggiore dell'esercito, rassegnò ]e proprie dimissioni e venne ad assumere il Comando di una delle mie Divisioni. Non so, né voglio indagare, le ragioni per le quali il Generale Cadorna pose un ex Ministro alle dipendenze di un'altra ex Ministro , entrambi senatori, l'uno comandante di Corpo d'Armata l'altro di Divisione: certo è che tra noi due corsero le più cordiali relazioni ed io non ebbi che a lodarmi del concorso efficace prestatomi dal Generale Zupelli, tanto che io stesso quando fui chiamato a fare le proposte per avanzamenti lo dichiarai idoneo al Comando di un Corpo d'Armata )> ( 80 ).

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(80) A.C.S., Carte Grandi, b. 5, f. 11 , depos., cìt.


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Episodio che contribuisce ulteriormente a mettere a fuoco la personalità del Grandi. Egli, come molti militari della sua generazione, era pronto a mettere da parte ogni sentimento e risentimento personale di fronte al preminente interesse del paese. Alla fine del 1916 Grandi fu improvvisamente trasferito dal Comando del X a quello del XIV Corpo. Ecco come lo stesso protagonista ricordò le modalità di questo trasferimento: « La vigilia di Natale ricevetti un telegramma di S.A.R. il Duca d'Aosta che mi scrive press'a poco così: « Felice di riaverlo con me, esulto rivederla presto ecc. » un telegramma insomma affettuosissimo data la Persona che me lo dirigeva. Io credetti che con tutto il mio Corpo d'Armata dovessi ritornare sulla fronte della 3a Armata, della quale aveva fatto parte per più d'un anno e perciò telefonai al Comando Supremo mettendomi in comunicazione col Generale Porro al quale chiesi che avendo ricevuto quel telegramma da S.A. desideravo sapere se effettivamente, come ritenevo, dovevo trasferirmi alla 3a Armata con tutto il mio Corpo d'Armata. « No, no, mi rispose, la sola tua persona deve trasferirsi». Questa fu per me un colpo mortale, ma mi rassegnai. Lasciai letteralmente affranto il Comando del X Corpo d'Armata e mi trasferii al Comando del XIV Corpo che era in riserva alla 3a Armata. Non potei conoscere Je ragioni per le quali io fui cambiato di Corpo d'Armata, tanto più che proprio in quella occasione mi veniva conferita la commenda dell'Ordine Militare di Savoia con quella motivazione alla quale ho prima accennato. Vecchio soldato, non indagai di più, addolorato, ma sereno, presi il Comando del XIV Corpo d'Armata e mi studiai subito di rendermelo bene alla mano » ( 81 ). Le cause del dolore provato dal Grandi nel lasciare il X Corpo, sono così chiaramente indicate dallo stesso Generale alla commissione d'Inchiesta: « Le Loro Eccellenze ben comprenderanno quale affetto si porti ad un reparto di truppe quando si è avuto lo onore di portarlo al fuoco» (82). La nuova destinazione de] Grandi non era particolarmente impegnativa, infatti, benché il settore tenuto dalla 3a Armata fosse il più difficile del teatro di guerra italiano si era allora nel periodo invernale nel quale né da una parte né dall'altra si intraprendevano operazioni di grande portata, per di più, più il XIV Corpo era in riserva d'Armata. (81) Ibidem. (82) Ibidem.


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Il compito più impegnativo a cui attese il generale in questo periodo fu la costituzione di nuove unità, incarico tutt'altro che facile. Ricordò infatti lo stesso Grandi: « Nelle poche settimane che io fui al XIV Corpo d'Armata si crearono 4 reggimenti; cioè una Divisione di nuova formazione. Come si procedeva a queste formazioni? Si mandava un colonnello o tenente colonnello a formare il reggimento, col suo attendente e null'altro, senza uno scritturale né un ufficiale di amministrazione. Come si formavano i nuovi reggimenti? Alcuni determinati reggimenti antichi dovevano dare una compagnia ciascuno. Era umano che gli elementi che questi reggimenti dovevano fornire fossero scarti, se non moralmente per lo meno fisicamente; tanto che io tutti i giorni mi recavo presso i colonnelli comandanti dei reggimenti di nuova formazione per animarli e sostenerli. E quale coesione potevano avere i reggimenti formati di questa maniera? » (83) In questo frangente giunse la notizia dell'esonero dal Comando del Grandi. Ecco come lo stesso protagonista ricordò l'avvenimento davanti alla commissione d'Inchiesta: « Tenni il comando del XIV Corpo d'Armata dalla fine di Dicembre 1916 ai primi di Marzo 1917. Durante questo tempo comandai anche interinalmente la Y Armata per quindici giorni durante l'assenza di S.A.R. il quale mi dimostrò sempre una grande benevolenza e me ne diede le più larghe prove. Un bel giorno S.A.R. mi telefonò annunziandomi che sarebbe venuto da me col suo Aiutante di campo. Compresi subito che non si trattava di un affare di servizio, ma di una questione personale. S.A.R. mi diede comunicazione della seguente lettera colla quale mi si annunziava che ero esonerato dal comando del XIV Corpo d'Armata e destinato al comando del Corpo di Armata territoriale di Verona. Il Duca mi abbracciò e mi baciò dicendomi: « Povero vecchio, è un dolore che non meritavi! » (84) I motivi dell'esonero del Grandi appaiono oscuri, in primo luogo è evidente che si tratta di una misura adottata direttamente dal Comando Supremo. E' difficile per altro stabilire un collegamento fra questo fatto e gli avvenimenti nel Trentino, sia perché la riconquista austriaca del Cimone, largamente imprevedibile per il modo con cui fu attuata, (gli austriaci utilizzarono per collocare la mina una galleria, il cui ingresso era rimasto in loro possesso e che si spingeva fin sotto le posizioni italiane) costituiva l'unico scacco (83) Ibidem. (84) Ibidem.


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riportato dal X Corpo d'Armata in sedici mesi di campagna. Dall'altro canto una simile conclusione contrasta singolarmente con la successiva concessione della commedia dell'Ordine Militare di Savoia. In definitiva l'intera vicenda appare alquanto misteriosa. Grandi, raggiunta la sua nuova destinazione, si adoperò per la formazione dei complementi e successivamente, dopo il disastro di Caporetto, per la riorganizzazione dei reparti sbandati. Per quanto attiene alle cause del disastro, interrogato dalla commissione d'Inchiesta, Grandi disse di non ritenere determinanti le cause politiche e indicò invece una serie di cause militari a suo giudizio ben più influenti quali: eccessivo logoramento delle truppe, improvvisazione nella creazio· ne dei nuovi ufficiali, scarsa omogeneità delle unità di nuova costituzione, continuo movimento delle Brigate di fanteria all'interno delle Divisioni, H che impediva il necessario affiatamento fra i vari reparti e le varie armi. Il generale Grandi l'll Novembre 1917 fu collocato in ausiliaria per raggiunti limiti di età, ma richiamato immediatamente in servizio con lo stesso incarico che tenne fino al 26 Maggio 1918. Successivamente fu richiamato temporaneamente in servizio fra il 1° Novembre 1921 e il 29 Aprile 1922. In questo periodo egli partecipò alle sedute del Senato, interessandosi principalmente dei problemi militari. All'inizio del 1925 fu con il suo vecchio nemico Cadorna e col suo vecchio amico Brusati fra i generali senatori contrari al progetto di riordinamento dell'esercito approntato dal Ministro Di Giorgio, la cui discussione rischiò di far naufragare il non consolidato regime di Mussolini. Quanto al regime fascista egli non manifestò né entusiasmo né espressa avversione, limitandosi a -cancellare ostinatamente il fascio littorio dalla copertina del1'annuario del Senato, perché come disse a suo figlio: « Il Senato essendo del Regno non può identificarsi in una fazione ». Atteggiamento non dissimile da quello di molti militari della sua generazione, si pensi per esempio a quell'organizzatore della mobilitazione industriale durante la grande guerra generale Alfredo Dallolio, per cui collettività nazionale, la Patri.a, esprimevano realtà ed interessi collettivi superiori che nessuna formula di Governo poteva compiutamente esprimere. Tutto ciò in pratica si tramutava in un rifiuto più o meno espresso della pretesa totalitaria del regime fascista. Domenico Grandi si spense a Roma il 23 Gennaio 193 7. Il suo nome non ebbe ampissima risonanza nelle cronache militari italiane. Ciò nonostante egli dimostrò come si è visto, in pace e in guerra notevoli qualità di soldato e di comandante.


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IN MEMORIA DEL GENERALE OTTONE TOURNON (1833-1915)

Sono in corso di perfezionamento gli atti, mediante i quali verrà trasferita alla città di Crescentino la casa avita dei Tournon, sita nella zona settentrionale di quella città. La civica amministrazione, in conformità ai patti che regoleranno il trasferimento stabilirà nella villa Tournon un centro culturale intitolato alla memoria del conte Ottone Tournon, Tenente Generale Comandante di Corpo d'Armata e Senatore del Regno. In questa occasione sembra opportuno tracciare un breve profilo biografico del generale crescentinese.

*** Ottone Tournon nacque a Crescentino il 14 Novembre 1833, secondo dei tre figli maschi dell'avvocato e assessore Giovanni e di Luigia Tadini, nipote questa « ex fratre » del Cardinale Placido Maria Tadini, Arcivescovo di Genova. La famiglia paterna, di antico ceppo lorenese, insediatasi a Crescentino a mezzo il secolo XVII, era fra le ottime dell'antica provincia di Vercelli, e primeggiava nella sua città per le cariche ricoperte e per il cospicuo censo. Il padre Giovanni (Crescentino 1797 - Casale 1870) è :ricordato per alcuni scritti politici e per i sentimenti liberali che informarono la sua vita. Quando morì a Casale nel febbraio 1870, molti dei giornali piemontesi ne pubblicarono il necrologio, e in particolare la « Gazzetta del Popolo» di Torino lo ricordò come un antesignano delle riforme politiche del 1847-1848. Mentre il primogenito Adriano (1832-1909) era entrato nel 1846 nell'Accademia Militare di Torino, dove si preparò ad una brillante carriera militare (fu Maggior Generale e medaglia d'argento al v.m.), Ottone si iscrisse giovanissimo alla scuola di ingegneria di Torino, ed ivi conseguì con onore la laurea di Ingegnere Idraulico ed architetto civile nel luglio 1855 (diploma 30-7-1855).


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La guerra di Crimea aveva riacceso le speranze politiche e lo ardore militare del piccolo Regno Sardo, e in quel clima di amor patrio e di assidua ricostruzione dell'Esercito Subalpino, il giovane Ottone chiese e subito ottenne di far parte del Corpo del Genio, e il 28 settembre 1855, prima di compiere 22 anni, fu nominato con Regio Decreto sottotenente nello Stato Maggiore di quel Corpo, dove avrebbe messo a frutto i suoi studi di ingegnere. Giurò il 14 Ottobre 1855. Cominciava così una carriera che si sarebbe conclusa con il suo collocamento a riposo per anzianità di servizio il 29 dicembre 1904.

In quei tempi di cristallino rigore e di anzianità non convenzionali, i quarantanove anni di servizio del G enerale Ottone Tournon non gli consentirono di ottenere (e se ne rammaricava con la consorte e con il figlio) la medaglia mauriziana per dieci lustri di servizio, l'unica che gli mancava tra le più alte decorazioni nazionali. Luogotenente nel Reggimento Zappatori ( 17 luglio 1858), tornò nello Stato Maggiore del Genio nel 1859 e partecipò alla guerra di quell'anno, occupandosi, tra l'altro, dei servizi telegrafici; fu nominato capitano nello stesso Stato Maggiore il 23 febbraio 1860. Passato al Comitato del Genio nel 1862, fu nominato Maggiore il 31 marzo 1864, e con determinazione ministeriale destinato allo Stato Maggiore del Genio. Col grado di maggiore prese parte alla guerra del 1866. E' di quegli anni l'assidua collaborazione di Ottone Tournon con Luigi Federico Menabrea per progetti e impianti, cui era interessato il Corpo del Genio; fu anche collaboratore del Senatore Carlo Matteucci per gli impianti telegrafici, di cui progressivamente si dotava l'Esercito. Nell'autunno del 1872 rese « segnalati servizi » durante l'inondazione del Po. Purtroppo la distruzione dell'archivio personale di Ottone Tournon, di cui si farà cenno al termine di questa breve nota, non consente a chi scrive precisazione alcuna su questi argomenti. Saranno necessarie ricerche negli archivi del Ministero della Difesa per avere forse notizie precise su tali temi. Passato al II Reggimento del Genio il 1° gennaio 1874, fu nominato tenente colonnello, avendo da poco compmt1 1 quaranta anni, nel maggio 1874. Il 30 maggio 1878 fu nominato colonnello comandante il I Reggimento del Genio. L'll gennaio 1883 Ottone Tournon conduceva in moglie Adele Camerana, di antica famiglia radicata in Costigliole d'Asti e poi in Torino, figlia del Consigliere di Cassazione Giuseppe ( + 1869)


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(fratello questi del Generale Carlo ( + 1869 ), che aveva ricoperto la insigne carica di Ispettore Generale dell'Esercito), sorella di Emilio (1840-1887), Capitano nei granatieri di Sardegna, raccolto sul campo di battaglia a Custoza crivellato di proiettili austriaci, Medaglia d'argento. Da questo matrimonio nacque un unico figlio, Adriano (Pavia 20 Ottobre 1883 - Torino 13 Settembre 1978). Il Colonnello Ottone Tournon, che aveva avuto nel 1884 il comando della brigata « Friuli», fu nominato il 5 Aprile 1885 Maggior Generale; nel marzo 1887, gli fu conferito il prestigioso comando della scuola militare di Modena, che resse per tre anni con polso fermo, ma guadagnandosi le simpatie degli allievi. Tra gli ufficiali che lo ricordavano non mancava un nipote del Re: Vittorio Emanuele, Conte di Torino ( 1870-1946). Al giovane principe, valoroso soldato, ma non amante dello studio, il Maggior Generale Tournon non aveva lesinato energiche reprimende, e il Re Umberto, incontrando O. Tournon, se ne era seco lui compiaciuto. L'episodio fu narrato alla vigilia della seconda guerra mondiale al Senatore Adriano Tournon dal Conte di Torino, che ricordava con affettuosa simpatia il suo antico comandante. Con Regio Decreto 1° Novembre 1890 Ottone Tournon fu nominato comandante la Divisione militare di Ravenna. L'anno dopo, (19 aprile 1891) conseguì la nomina a tenente generale e, nel dicembre 1892, fu chiamato al comando della Divisione militare di Firenze. Dopo un breve intervallo (marzo-dicembre 1894 ), durante il quale coprì la carica di Ispettore Generale dell'Arma del Genio, il generale Tournon fu nominato Comandante dell'XI Corpo d'Armata con sede a Bari ( 10 gennaio 1895). Passò poi al comando del V Corpo d'Armata con sede a Verona (16 settembre 1896) e, due anni dopo (10 agosto 1898), al comando del IX Corpo d'Armata con sede a Roma. In una carriera cosi folta di incarichi e cosi dinamica, manca totalmente l'esperienza africana, che pure coinvolse non pochi coetanei del generale Tournon. Si è che questi manifestò sempre le più ampie riserve per imprese, di cui misurava con occhio sicuro oltre che i rischi e gli imprevisti, l'enorme costo di energie e di denaro. Buon conoscitore di ogni parte d'Italia, esperto ingegnere ed agricoltore, Ottone Tournon riteneva che le risorse disponibili dovessero essere impiegate all'interno di un paese, che presentava rile-


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vanti ritardi rispetto ai modelli allora prevalenti (Francia, Gran Bretagna, Germania), in tema di ferrovie, strade, bonifiche, porti, opere civili in genere.

*** A Roma si concluse la lunga brillante carriera del Generale Tournon. Ma una dolorosa prova turbò il penultimo anno del suo servizio attivo. II 29 Luglio 1900 una mano omicida spegneva in Monza la vita del secondo Re d'Italia, che per Ottone Tournon aveva sempre dimostrato la più viva considerazione e la più grande stima. II Generale Tournon, come Comandante del IX Corpo d'Armata, organizzò gli ultimi onori a Umberto I , condotto in Roma al sepolcro scelto dagli Italiani per i Re d'Italia. Furono giorni di grande tensione e profonde emozioni, che il figlio allora diciassettenne di Ottone Tournon ricordava limpidamente ancora nella sua ultima età (1977-1978). Solo un mese prima, il generale Tournon dalla fid ucia del Governo e del Sovrano era stato chiamato a far parte del Senato vitalizio (R.D. 14 Giugno 1900). Si avvicinava rapidamente la fine per limiti di età del servizio attivo di Ottone Tournon; allora per i tenenti generali il limite di età era fissato a sessanlotto anni. Pertanto li 16 Novembre 1901 il generale Tournon lasciò il servizio attivo; cinque giorni prima, in occasione del trentaduesimo genetliaco del nuovo Re, aveva comandato la rivista militare e, cavalcando con giovanile vigore, aveva passato in rivista i reparti schierati. Il 16 novembre 1901 il generale Tournon fu collocato in posizione ausiliaria e poco dopo si trasferl in Piemonte, dove, tra Crescentino e Torino, trascorse gli ultimi quattordici anni della sua vita, pur passando lunghi periodi a Roma per le sedute del Senato. Finiva cosl in un momento di tranquillità e di progresso per l 'Italia la lunga carriera militare di Ottone Tournon, consacrata con assoluta dedizione al servizio della Patria. Il suo stato di servizio è fra i più lusinghieri; e chi studia il suo fascicolo trova una abbondante messe di giudizi tutti improntati alla più alta considerazione delle sue attitudini di comandante e di organizzatore. Per brevità vengono riferiti due soli giudizi, alquanto spaziati nel tempo. Cesare Ricotti cosl si esprimeva su Ottone Tournon nel dicembre 1879: « Ritengo il Colonnello Toumon capacissimo pel comando di una Brigata di fanteria o per un comando territoriale del Genio e meritevole d'avanzamento anche in modo straordinario » .

17. - Memorie


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Nel febbraio 1892 la Commissione Suprema per l'avanzamento nel Regio Esercito esprimeva i seguenti voti sul Tenente Generale Ottone Tournon, comandante la Divisione militare di Ravenna. Sul quesito: « se idoneo alla carica attuale » i quattordici componenti la Commissione Suprema risposero alla unanimità: sì; sul quesito: « se idoneo al comando di una Divisione in guerra » la risposta unanime fu ugualmente affermativa. Le figure dei quattordici generali sono fra le più prestigiose dell'esercito italiano di quel tempo, e si desidera qui trascriverne i nomi a onore del votato e dei votanti: Giuseppe Pianell, presidente, Alessandro Asinari di San Marzano, Luigi Avogadro di Quaregna, Ettore Bertolé Viale, Annibale Boni, Giovanni Bruzzo, Giuseppe Dezza, Edoardo Driquet, Roberto Morra di Lavriano, Paolo d'Oncieu de la Batie, Domenico Primerano, Agostino Ricci, Cesare Ricotti Magnani, Giuseppe de Sonnaz.

*** Tornato in Piemonte nel 1901, Ottone Tournon si dedicò alla amministrazione del suo patrimonio agricolo e ad ampie letture, soprattutto militari. Riprese allora assidui contatti col mondo vercellese, che aveva dovuto alquanto trascurare per le vicende della sua carriera, la quale lo aveva portato nelle più disparate parti della penisola (Pavia, Modena, Ravenna, Firenze, Bari, Verona, Roma e altre città ancora). Seguì con attenzione il miglioramento morale e materiale della sua città natale, Crescentino. Già si era adoperato per la costruzione del grande ponte sul Po che unisce Crescentino al Monferrato. Ora ogni questione del progresso crescentinese trovava in lui un attento e caldo promotore. Coli.ocato a riposo il 29 Dicembre 1904, ebbe in quella occasione la nomina a Cavaliere di Gran Croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro, unica onorificenza che gli mancasse tra le molte solite a conseguirsi dai più alti gradi delle forze armate. A settantotto anni, « conservando il grado con la relativa uniforme», cessava di appartenere alla riserva (12 Novembre 1911). La guerra di Libia, e poi lo scoppio della guerra mondiale, suscitarono nel Senatore Tournon il vivo interesse del soldato e ]'ardore dell'antico patriota. Dall'agosto del 1914 al maggio del 1915 Ottone Tournon fu combattuto da opposti sentimenti. La sua ostilità alla terza Repubblica francese e la sua amicizia per molti fra i


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grandi generali della Germania guglielmina, <love si era recato in miss.ione nel 1885, contribuivano a fargli sembrare non scevra di pericoli e <li gravi rischi politici la guerra all'Austria; e molti degli avvenimenti tra il 1918 e il 1945 confermarono la saviezza di tale valutazione. Scoppiata la guerra, ogni energia spirituale di Ottone Tournon fu spesa nella meditazione assidua del nuovo grande evento e della prova suprema che la Patria aveva affrontato. Ma fu tolto al generale Tournon di assistere alla fine vittoriosa della guerra. Il 16 agosto un male improvviso stroncava la sua forte fibra, mentre si trovava a Cuorgnè (Torino), dove trascorreva le sue brevi vacanze estive. Nonostante lo stato di guerra, furono tributati al conte Ottone Tournon imponenti onori funebri, e tutta la stampa italiana ne ricordò la eletta figura. Le sue spoglie riposano nella tomba famigliare nel cimitero <li Crescentino. Il suo ritratto e le sue decorazioni sono conservate a Roma nel M useo del Genio. N el 19 3 7 la Enciclopedia Italiana Treccani gli d edicò una breve voce biografica CXXXIV, 121). Purtroppo nel settembre 1944, in seguito a crudele rappresaglia tedesca, un furioso incendio distruggeva completamente gli interni della villa Tournon in Crescentino. Andarono distrutti nel rogo, insieme con preziosi oggetti, il diario di Ottone Tournon in ben quarantacinque volumi, tutti i suoi libri, documenti, ricordi, privando i famigliari e gli studiosi di una interessante fonte per la storia dell'Esercito italiano e particolarmente del Corpo del Genio dopo l'Unità, nonché per la storia di Crescentino, con riferimento ai documenti che concernevano i sempre assidui contatti che il conte Tournon aveva conservato con la sua città natale, e con riferimento alla documentazione relativa ai suoi fondi agricoli.

*** La proprietà della villa Tournon, restaurata dopo la guerra, sarà tra breve tempo trasferita alla città di Crescentino, come si è detto negli esordi di questa nota. E il Senatore Ottone Tournon, nella casa che lungamente abitò durante gli anni dell'operoso riposo, sarà onorato dalla città di


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Crescentino con una lapide già predisposta, che cosl ne tramanderà il ricordo alle venture generazioni crescentinesi:

IL CONTE OTTONE TOURNON COMANDANTE DI CORPO D'ARMATA SENATORE DEL REGNO NATO A CRESCENTINO IL 1833 MORTO A CUORGNE' IL 1915 SI PRODIGO' PER IL RISORGIMENTO D'ITALIA DEDICO' LA VITA INTEMERATA AL PROGRESSO DELLA PATRIA REDENTA E DELLA CITTA' NATALE SULLA CASA AVITA LA CITTA' DI CRESCENTINO POSE A. D. 1980


COLONNELW VINCENZO CALABRESE

LUIGI FEDERICO MENABREA

Luigi Federico Menabrea, ultimo di tre figli (gli altri due erano Leone ed Elisa), nacque il 4 settembre 1809 nel castello paterno di Lambert, nei pressi di Chambéry in Savoia. Il padre OtLavio Antonio, un magistrato valdostano originario di Chatillon, giì\ u((iciale dell'armata sarda, nella quale seppe farsi apprezzare per gli eminenti servigi resi, si era stabilito in Savoia dopo la rivolu zion<: f rnnccsc. U aveva conosciuto e sposato Margherita Pillet, 11 pp111·tt·nt·n1t· nd una delle fa migJie locali più in vista, ed era divc 111110, dopo l'nvvcnto di Napoleone, un alto funzionario dello 1111pcro . Poco dopo la nascita dell'ultimo figlio, fu inviato per ragioni ck-1 suo ufficio in Dalmazia, passata nel frattempo sotto il dominio nnpolcon ico, mentre la famiglia lasciò il castello per trasferirsi in una più modesta ma bella casa di campagna che possedeva a Bostens, nelle vicinanze di Chambéry. La madre, che Menabrea ricorda nelle sue memorie con grande ammirazione, dovette provvedere da sola all'educazione dei figli sino al rientro del marito, che avvenne dopo la caduta di Napoleone (1814). Naturalmente egli dovette sottostare, come di solito accade in simili circostanze, ai rigori dell'epurazione ed assoggettarsi con In famiglia a qualche comprensibile disagio. Di quel periodo, Menabrea conservò vivo nella memoria il ricordo delle truppe francesi ed austriache che, per le vicende belliche, si alternarono nella occupazione della loro casa di campagna.

LA

GIOVINEZZA

Seguendo le consuetudini della borghesia del tempo, che considerava più confacenti alla propria condizione sociale gli studi


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classici, ma anche perché il piccolo capoluogo savoiardo non offriva allora altre concrete possibilità, il giovane Menabrea fu avviato agli studi umanistici, come già era avvenuto per il fratello maggiore Leone, più grande di lui di sei anni, il quale divenne in seguito magistrato, letterato e storico di un certo valore ( 1 ). Egli studiò nel collegio di Chambéry, retto da ecclesiastici, del quale serbò un ricordo tutt'altro che gradevole, sia perché le punizioni corporali (Menabrea usa il termine « brutalitè ») rappresentavano uno dei mezzi più efficaci di persuasione, sia perché la maggior parte degli insegnanti, costituita da modesti sacerdoti di campagna, non brillava per vastità di orizzonti culturali. Tuttavia non mancavano insegnanti colti e di buone maniere (normalmente le due qualità coesistono) e Menabrea ricorda in particolare l'abate Rendu, docente di fisica e prefetto degli studi, il quale divenne successivamente direttore del collegio e vescovo di Annecy. L'abate Rendu era uno studioso di problemi geografici e geologici, nei quali acquisì una certa notorietà; pmbabilmente fu il primo a suscitare in Menabrea l'interesse e la passione per la matematica e la fisica , discipline verso le quali il ragazzo, benché seguisse con serietà e profitto lo studio delle materie letterarie, rivelò ben presto una spontanea e decisa propensione. La permanenza nel collegio di Chambéry può quasi certamente spiegare la formazione spirituale e religiosa del giovane Menabrea e la sua condizione di cattolico praticante, alla quale egli si mantenne costantemente fedele e che gli procurò in seguito non poche avversioni e qualche aperta accusa di clericalismo, specialmente nei periodi di maggiore tensione dei rapporti fra lo Stato (piemontese prima ed italiano dopo) e la Chiesa. Gli impegni scolastici in collegio non impedirono a Menabrea di seguire con un certo interesse i movimenti intellettuali e letterari del momento, agevolato in ciò dalle favorevoli condizioni del proprio ambiente familiare nel quale, secondo quanto egli stesso (1) Leone Menabrea si fece apprezzare per le ricerche storiche, in particolare su casa Savoia, e per altri suoi studi di giurisprudenza. Fu autore, fra l'altro, di una Histoire municipale et politique de Chambéry (pubblicata a Chambéry nel 1846) e di una Histoire des négociations qui ont précédé le traité de paix conclu le 6 aout 1849 entre S.M. le Roi de Sardaigne et S.M. l'Empereur d'Autriche (pubblicata a Torino per conto del governo nel 1849), relativa ai preliminari di pace del 1849 tra il Piemonte e l'Austria, ai quali partecipò in qualità di consigliere.


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riferisce nelle sue memorie (2), la sorella Elisa si distingueva per la sua istruzione e per il suo talento artistico, ereditato dalla madre, mentre il fratello Leone radunava spesso i suoi amici più colti per animate discussioni sui prob]emi cu1turali e politici di attualità, alle quali egli assisteva con attenzione. Anche i libri cominciarono a suscitare presto in lui la più viva curiosità (3 ). Ebbe pertanto l'opportunità di accostarsi, oltre che ad argomenti di carattere scientifico, anche ad opere di autori che esercitavano allora una grande suggestione sui giovani, come i poeti Lamartine e Byron, il romanziere storico Walter Scott, il filosofo Cousin ed i sansimonisti. Luigi Bulferetti, neJla sua « Introduzione » alle memorie del Menabrea, afferma a questo proposito: « La precoce vocazione agli studi di matematica e, soprattutto, a quelli di ingegneria, può anzi ricondursi facilmente agli entusiasmi suscitati dal Saint-Simon e dai suoi discepoli, i quali mescolarono émpiti romantici ai prindpi razionali e utilitari che scaturivano dall'illuminismo » ( 4 ). Poiché in campo politico i sansimonisti auspicavano, fra l'altro, un sistema fondato sul riconoscimento dell'importanza fondamentale dell'industria, con un governo ed un parlamento aventi finalità e competenze economiche, il giudizio di Bulferetti appare illuminante per spiegare e intendere anche i presupposti dell'azione politica prima e quella di governo poi condotta da Menabrea nelle sue attività di parlamentare, di ministro e di presidente del consiglio, nelle quali appaiono ricorrenti le questioni legate allo sviluppo industriale ed al progresso economico. Quando nel 1828 giunse alle soglie dell'università, dopo avere completato con profitto i suoi studi nel collegio di Chambéry, si (2) LUIGI FEDERICO MENABREA, Memorie, a cura di Letterio Briguglio e di Luigi Bulferetti, Giunti - Firenze, 1971. (3) AMEDEO MoscATI, nella sua opera « I ministri del regno d'Italia», Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, Edizione del Comitato Napoletano, 1955, Vol. I, pag. 315, racconta che « la passione p er la scienza e il desiderio di poterla appagare arrivavano al punto di farlo andare in giro per Torino durante un rigido inverno in abbigliamento quasi estivo, avendo venduti un pesante cappotto ed abiti più adeguati al clima della stagione e della città, per poter comprare alcune pubblicazioni scientifiche, fra cui un vistoso atlante di geometria descrittiva». (4) L.F.M., Memorie (op. cit.), Introduzione, pagg. VII - VIII.


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recò a Torino per sostenere presso quell'ateneo gli esami di ammissione alla facoltà di matematica, nella quale era compreso, allora, il corso di laurea in ingegneria . Fu quello il suo primo viaggio attraverso le Alpi, naturalmente lungo e disagevole, che Menabrea compl insieme con altri ~tudenti universitari savoiardi diretti a Torino (una quindicina di ragazzi in tutto, ripartiti in due diligenze che viaggiavano in convoglio). Sul valico del Moncenisio, la visione del versante italiano gli procurò la più viva emozione. Era il 15 ottobre 1828. Egli non poteva immaginare che, per una curiosa coincidenza, in quello stesso giorno nasceva a Villanova d'Asti la sua futura moglie, Carlotta (o Charlotte, come egli la chiamava) Richetta, figlia dell'avvocato Richetta, che poi sposò, diciottenne, nel 1846; né, tanto meno, poteva prevedere che proprio lui, ventisei anni dopo, al termine di una lunga ed estenuante battaglia, nvrcbbe fatto trionfare in parlamento, superando notevoli difficolt ~ cd opposizioni , la legge per il traforo del Moncenisio. Quanto possano avere influito le sensazioni ed i ricordi di quel fatidico viaggio nell'appassionato impegno con il quale portò avanti la suddetta campagna è difficile dire, ma è innegabile che egli si sia reso conto allora della necessità di rompere quel diaframma che isolava la sua Savoia dall'Italia e l'Italia dal resto d'Europa.

UN

PROMETTENTE ESORDIO

Prima dello svolgimento degli esami di ammissione all'università, Menabrea si presentò ai membri della commissione, come le buone regole di allora prescrivevano. L'abate Bianchi, che divenne in seguito suo insegnante di algebra, quando conobbe la sua provenienza lo sconsigliò di iscriversi ad una facoltà scientifica perché, a suo parere, i giovani deUa Savoia « non avevano la testa per le matematiche ». Su cosa basasse questa sua tesi è difficile comprendere. Menabrea però aveva già dovuto superare, in conseguenza della sua decisione di seguire gli studi matematici, qualche opposizione da parte della famiglia e le anacronistiche prevenzioni piccolo-borghesi (nelle sue memorie sottolinea le arie di sufficienza


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assunte da un suo conoscente, studente in legge, il quale tenne a rassicurarlo sull'immutabilità dei propri sentimenti di amicizia, malgrado la scelta di una carriera ben inferiore per dignità alla sua). E' ovvio che non si lasciasse quindi disarmare o intimidire dall'atteggiamento paradigmatico dell'abate Bianchi che poi, durante gli esami, dovette ricrede,rsi e fu il primo a felicitarsi con Menabrea, il quale ricordò quell'episodio come il primo successo della propria carriera. Un amico di famiglia, riferendo l'esito degli esami, superati a pieni voti e con la lode, scrisse in quella occasione al cognato di Menabrea (il conte Gaspare Brunet, marito della sorella Elisa): « Votre beau-frère a surpassè !'attente, a étonné les professeurs; il fera parler de lui » (5). Menabrea iniziò quindi regolarmente e con impegno la frequenza del corso, alJievo - fra gli altri - dell'illustre matematico ed astronomo vogherese Giovanni Antonio Amedeo Plana, insegnante di calcolo differenziale e integrale nonché spauracchio dei propri discepoli, coi quali era severissimo. Del carattere e dei metodi del grande matematico ci ha lasciato una vivace descrizione il conte Eugenio de Roussy de Sales: « I corsi dell'università erano pubblici cd io non mancavo alle lezioni dell'illustre professore. Insegnava calcolo differenziale e integrale ai suoi allievi e li trattava come cani. Anzitutto dava loro del tu e questo non sarebbe stato tanto male se non avesse accompagnato le sue unghiate con epiteti tutt'altro che parlamentari. Quando aveva un allievo alla lavagna ( ... ) se andava bene, nessun complimento, non aveva fatto che il suo dovere. Se andava male ( ... ) partiva con tirate appropriate alle circostanze, in latino, in francese, in italiano ( ... ). Nel mio angolo mi sentivo rivoltato dalle mortificazioni che infliggeva ai suoi allievi e mi domandavo se un giorno o l'altro qualcuno non gli avrebbe tirato un calamaio in testa. Non avvenne mai, tutti subivano passivamente le sue bordate, ne andava del loro avvenire e sapevano che il grande uomo non era cattivo, ma molto giusto agli esami. Chi sapeva era promosso, quelli che non sapevano, respinti senza pietà » ( 6 ).

1

(5) Leone Carpi, Risorgimento Italiano, Vol. I - Milano, Vallardi, 1884. (6) Una immagine insolita del Risorgimento, S.M.E ., Ufficio Storico, Roma, 1977, a cura di Luigi Mondini, pagg. 85-86.


LUlGl FEDERICO MENABREA

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Menabrea si dimostrò all'altezza della situazione. « La sua mano, precorsa e sospinta dal pensiero, correva sulla lavagna rapida come la spola del tessitore, mentre la memoria, altra ancella dell'intelletto, e non meno obbediente, serviva cosi pronta, cosl indipendente da sussidi esterni, che le tavole dei logaritmi nonché i formulari , restavano abbandonati sul tavolo quasi roba di soverchio, dacché fino le quarte decimali scaturivano dal cervello » (7 ). Se il prof. Plana era così burbero con tutti, è probabile che almeno inizialmente non abbia rivolto molti complimenti neanche a Menabrea, malgrado le qualità descritte con tanta enfatica ammirazione dal Carpi. E' certo tuttavia che la prontezza e la perspicacia del giovane furono notate dal maestro, il quale affermò in seguito di non aver mai avuto altri allievi che potessern stare innanzi a lui. In quel periodo il professore, che Menabrea ricorderà poi sempre per l'abilità e l'eleganza dell'insegnamento, stava lavorando ad una sua impor tante teoria del moto d ella luna e voleva definire la legge di tale movimento in maniera analitica, con interminabili ca lco li nume rici, nei quali compa rivano coefficienti frazionari di cinque o sei cifre sia al numeratore che al denominatore . Menabrea aveva dimostrato una certa attitudine per tale genere di esercizi ed il prof. Plana affidò a lui lo sviluppo dei calcoli, che richiesero un lavoro di due anni. Egli divenne pertanto un diretto collaboratore del prof. Plana e poté seguire privatamente le sue lezioni anche quando, negli anni 1830-31, l'università fu temporaneamente chiusa per timore che i disordini causati dalla rivoluzione francese di luglio potessero propagarsi a Torino. Quando le lezioni furono riprese regolarmente, presso l'università c'era un nuovo insegnante di analisi, giunto esule politico dalla Francia, il famoso matematico A .L. Cauchy, noto per approfonditi studi matematici ed in particolare per un criterio di convergenza che porta il suo nome, relativo alle funzioni e a11e successioni. Benché il suo corso non fosse obbligatorio ed il suo insegnamento non altrettanto elegante quanto quello del Plana, Menabrea seguì anche le lezioni di questa « nube oscura talvolta illuminata da lampi di geruo », come lo definì nelle sue memorie , e si trovò I

(7 ) L EONE C ARPI, op. cit ..


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alla fine dell'anno accademico ad essere l'unico allievo su trenta ad averlo frequentato regolarmente e con profitto. In quel periodo capitò di passaggio a Torino il noto matematico fiorentino Guglielmo Libri, membro dell'accademia delle scienze dell'Istituto di Francia, autore negli anni seguenti (1838-41) di una monumentale Histoire des Sciences Mathématiques en Italie, depuis la renaissance des lettres jusq'à la fin du dix-septième siècle, pubblicata a Parigi in quattro volumi. Egli stava studiando le possibilità di risoluzione delle equazioni di quinto grado ed aveva bisogno di sviluppare una serie che ·richiedeva un notevole impegno. Si rivolse allora per un aiuto al Plana che affidò l'incarico a Menabrea e ad un suo compagno, i quali si misero subito all'opera. Il lavoro risultò massacrante e ad un certo punto, quando non era stato calcolato ancora che un numero limitato di termini, occupava già un rotolo di carta lungo ben venticinque metri. I calcoli potevano continuare indefinitamente e Libri si convinse dell'impossibilità di pervenire alla soluzione. Nel 1834 pubblicò a Parigi un suo lavoro nel quale dimostrò l'insolubi1ità delle equazioni algebriche generali di grado superiore al quarto. Un altro docente che Menabrea ricorda nelle sue memorie è il professore Giorgio Bidone, noto per le sue ricerche teoriche e sperimentali sul movimento e sulla distribuzione delle acque, argomento che Menabrea considerava della massima importanza specialmente per il Piemonte e la Lombardia, dove il progresso era dovuto in gran parte alla irrigazione. Il professore Bidone insegnava geometria descrittiva e idraulica e quest'ultimo corso comprendeva anche una serie di esercitazioni pratiche, della durata di una ventina di giorni, presso un attrezzato laboratorio idraulico situato alla Parella, nelle vicinanze di Torino. Menabrea seguì con grande interesse questo corso (i cui insegnamenti applicò poi con successo nel corso della carriera militare e di que11a politica, oltre che nelle sue ricerche scientifiche) ed ebbe la più grande ammirazione per il professor Bidone al quale dedicò, dopo la sua morte avvenuta nel 1839, una «memoria» presentata · all'accademia delle scienze di Torino. Ma l'insegnante che considerò per tutta la vita come il suo maestro fu il professor Plana. Questi era un ammiratore di Eulero, il quale aveva rinnovato la meccanica e le matematiche riallacciandosi a Cartesio, l'inventore delle coordinate cartesiane e fondatore della geometria analitica.


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A Menabrea piaceva ricordare uno slogan che il professor Plana ripeteva spesso: « Studiate Eulero e diventerete i maestri della scienza ». Dopo Eulero, le simpatie del Piana andavano al grande matematico torinese Lagrange, che era stato suo maestro e del quale aveva sposato una nipote. Lagrange, profondo studioso della meccanica, della quale aveva dato nella sua opera Mécanique Analytique una definitiva formulazione analitica, aveva ricercato come Cartesio una rappresentazione simbolica capace di trasformare la meccanica in un ramo delle matematiche ed era stato un assertore della semplicità del metodo che, predicata ed applicata dal Plana e condivisa senza riserve dal Menabrea, veniva da essi contrapposta a quelle che consideravano storture della nuova analisi, la quale conduceva agli stessi risultati seguendo però un cammino elaborato e tortuoso. Questa esigenza della semplificazione, pur nel rigore della precisione scientifica, può essere considerata alla base della formazione culturale di Menabrea ed essa traspare non soltanto nelle sue ricerche scientifiche (un esempio può riscontrarsi nel suo teorema del minimo lavoro), ma anche nei suoi comportamenti e nel suo modo di affrontare e risolvere i problemi.

LA CARRIERA MILITARE ED UNIVERSITARIA

Menabrea si dedicò agli studi universitari con dedizione ed impegno. Superò tutti gli esami con il massimo dei voti e la lode e riuscl con altri quattro compagni di corso, rispetto ai quaranta allievi originariamente iscritti al primo anno, a conseguire la laurea in ingegneria idraulica nel termine minimo dei quattro anni previsto dal piano degli studi. La discussione della sua tesi di laurea ottenne un lusinghiero successo, la cui eco giunse negli ambienti di corte, probabilmente portata dal Plana il quale, fra i suoi numerosi incarichi, aveva anche quello di direttore generale degli studi nella Regia militare accademia di Torino ed, in tale veste, aveva la possibilità di vedere spesso il re Carlo Alberto, presso il quale godeva di grande considerazione. Fu certamente dovuto a qualche sua iniziativa se l'anno successivo, quando conseguì anche la laurea in architettura (ingegneria civile), Menabrea si vide recapitare un dispaccio del ministro


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della guerra che gli rimetteva un brevetto reale di nomina a « luogotenente (tenente) nello Stato Maggiore del Genio », subordinatamente al superamento di un esame di arte militare presso l'accademia. Menabrea attribul la sua insolita nomina ad ufficiale al nuovo ordine di idee instaurato dal giovane re Carlo Alberto. Il decreto ufficiale della sua nomina, datato 26 marzo 1833, gli fu notificato unitamente al dispaccio di impiego. Così, dopo aver prestato il giuramento di fedeltà nelle mani del generale del genio Barabino, nel corso di una cerimonia svoltasi 1'8 aprile successivo nella chiesa dell'Annunziata di Torino, raggiunse la sua prima destinazione di Bard, in Val d 'Aosta, dove il genio aveva iniziato sin dal 1830, sotto la direzione del capitano, poi maggiore, Francesco Oliveto, la ricostruzione del celebre forte, eretto dai Sa·, voia nel XV secolo e distrutto da Napoleone nel 1800, durante la / sua marcia attraverso il Gran S. Bernardo per portarsi alla piana di Marengo. A Bard aveva già prestato servizio l'ex luogotenente del genio ! Camilla Benso di Cavour, il futuro grande statista il quale, trasferito il 5 maggio 1831 in quella località per punizione, aveva dato le dimissioni dall'esercito nel novembre dello stesso anno. Il forte di Bard costituì, quindi, il primo punto di contatto, sia pure indiretto, fra i due personaggi, che ancora non si conoscevano e, per ambedue, il «momento» dal quale presero concretamente avvìo le rispettive carriere. Il tenente Menabrea rimase a Bard sino al novembre successivo, partecipando ai lavori del forte ed occupandosi di qualche progetto relativo alla sua ricostruzione. Nei ritagli di tempo, approfondl i suoi studi di meccanica applicata, con l'ausilio di una importante pubblicazione del Coriolis apparsa in quel periodo (Calcul de l'effet des machines). Fu quindi chiamato a Torino, unitamente ad altri colleghi, per la frequenza di un corso sperimentale che aveva lo scopo di aggiornare la preparazione tecnico-professionale dei giovani ufficiali in servizio permanente, nel quadro delle misure predisposte da Carlo Alberto per il potenziamento dell'esercito. I risultati positivi di quegli esperimen ti portarono poi alla istituzione di una apposita Scuola complementare, trasformatasi nel 1839 in Scuola di applicazione delle A rmi speciali e, successivamente, in Scuola di applicazione d'Arma, denominazione in vigore ancora oggi, con corsi biennali da frequentare dopo l'accademia.

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Per la sua preparazione e le sue capacità didattiche, l'allievo Menabrea si trasformò in insegnante: ebbe infatti l'incarico di impartite ai propri colleghi le lezioni di matematica superiore, iniziando in tal modo la sua lunga attività di docente. Dopo il corso, fu trasferito alla direzione genio di Genova, città nella quale il cognato, conte Brunet, svolgeva le funzioni di in1cndente generale (sottoprefetto). Questa circostanza gli diede la opportunità di essere introdotto nei migliori ambienti della città e di allacciare buoni e durevoli rapporti di amicizia con molte persone. Conobbe in quel periodo il maggiore del genio Ignazio Porro, un appassionato ed eclettico studioso di topografia originario di Pinerolo, il quale aveva introdotto nel cannocchiale astronomico i prismi per il raddrizzamento delle immagini, che prima venivano vis rc capovolte, ed ideato un nuovo sistema di rilevamento topografico simi le all a moderna telemetria, che suscitò l'interesse di Me1111hrrn , il qu:,lt.: lo fl:cl: ndow1rc in epoca successiva nei rilevamenti l'II IIISIHli , h, q11 i11di tr11:dni1 0 a Torino (compiendo a ritroso il percorso 1,q1,11i111, 11 1a 111 ll·111po , da Cavou r) dove, pur rimanendo effettivo al111 d 11 <'1 i111 1t· genio , f II cl, i:1111:110, su segna lazione di G iovanni Plana, 11d 111sc·g1111l'l' 1111:n.:a11ic1 applicata e, successivamente, geometria deHu1i11i v11 l:d 1111alisi matematica agli allievi dell'accademia e della srnolu <li applicazione. Un suo a llievo, il Gianotti, ricorda che Menabrea « esponeva elegantemente ed era generalmente chiarissimo, salvo quando, infervorandosi nelle dimostrazioni, dimenticava la distanza che correva tra la sua altissima intelligenza ed il povero comprendonio degli allievi ». Menabrea vide passate dalle sue aule la maggior parte degli ufficiali in servizio permanente che avrebbe preso p arte alle guerre di indipendenza, alcuni dei quali divennero poi ministri, come: I ·:fisio Cugia, Carlo Felice Nicolis di Robilant, Cesare Borrelli, GiuSl:ppe Govone e Cesate Ricotti-Magnani, i] quale fu anche un ot1imo istruttore in accademia. Intanto, nel dicembre 1835, era stato nominato dottore collegiato (libero docente) in matematica presso l'università di Torino, dove ebbe altri eminenti allievi : Germano Sommelier, Severino Grattoni e Sebastiano Grandis, i progettisti del traforo de] Monceni si.o; Quintino Sella, il famoso ministro delle :finanze; Benedetto Brin, il ministro della marina istitutore dell'accademia navale di Li-


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vorno e progettista della corazzata « Duilio », l 'unità che rappresentò una ardita evoluzione della tecnica navale; l'ing. Edoardo Gioia, che fu per diversi anni segretario della Compagnia del Canale di Suez e direttore dei lavori in uno dei tratti più ardui, al Senil d'El Guisr. Non ancora trentenne, agli inizi del 1839, Menabrea è « Capitano del genio militare, membro della reale accademia delle scienze di Torino e della reale società accademica della Savoia, dottore presso la facoltà di matematica ed insegnante di meccanica presso la scuola di applicazione delle armi speciali », come si legge sul frontespizio di un suo lavoro, pubblicato con il titolo di Calcolo della densità della terra e custodito nelle M emorie dell'accademia delle scienze di Torino. Questo lavoro è anche il primo di una serie di memorie che egli presentò in varie accademie scientifiche italiane e straniere. Come si vede, gli impegni di Menabrea erano già allora abbastanza numerosi. Nello stesso anno 1839, l'accademia delle scienze di Torino gli affida l'incarico di relatore sia per le « memorie » presentate dagli studiosi di matematica sia per le invenzioni ed i ritt·ovati, per i quali il governo richiedeva il parere dell'accademia stessa, prima della concessione dei « privilegi » (brevetti). Nel periodo 1839-1858 Menabrea esaminò non meno di 115 richieste di brevetti, per molti dei quali espresse parere negativo od interlocutorio. Egli notò nelle sue memorie che molte persone avevano la mania, « difficile da guarire », di studiare la quadratura del cerchio o il moto perpetuo. Nell'elenco dei richiedenti figurano due volte i nomi di Germano Sommeiller e dei suoi collaboratori (con relativo parere positivo), i quali presentarono, fra l'altro, un « nuovo sistema di utilizzare la forza motrice dell'acqua mediante la compressione dell'aria», che fu poi impiegato nei lavori per il traforo del Moncenisio. Una riprova della serietà professionale di Menabrea e di come egli non si lasciasse influenzare dalle amicizie personali, si può rilevare dal parere « parzialmente positivo » concesso ad una richiesta presentata dal maggiore Porro, del quale aveva apprezzato la preparazione e lo spirito di inventiva durante la sua permanenza a Genova e che, abbandonata per un attimo la topografia, si era cimentato nell'invenzione di un « nuovo sistema di strade ferrate ». La sua severità gli procurò qualche inimicizia anche in questo campo.


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Appartiene a quel periodo l'inizio di una interminabile polemica, originata da una « memoria » presentata all'accademia delle scienze di Torino dal giovane e promettente matematico Felice Chio, il quale aveva ritenuto di dimostrare l'infondatezza della celebre serie di Lagrange. Naturalmente Lagrange, per Menabrea, non si poteva toccare ed egli fu, in quella occasione, particolarmente drastico: « Prima di attaccare Lagrange, bisogna pensare due volte ed avere profondamente studiato! ». Negli anni 1840 e 1846 si svolsero due importanti congressi scientifici, rispettivamente a Torino (uno dei primi organizzato in Italia) ed a G enova, durante i quali Menabrea ebbe l 'opportunità di conoscere personalmente i maggiori esponenti della cultura scientifica dell'epoca e di partecipare a discussioni e scambi di idee su diverse questioni. In particolare egli ricorda nelle sue memorie l'inglese Charles Babbage, membr o d ella Royale I nstitution di Londra, filosofo positivista, economista, matematico ed inventore di una macchina calcolatrice analitica, considerata la progenitrice storica dei moderni calcolatori eletbronici. Babbage avrebbe voluto divulgare e discutere i principi costrutti vi e funzionali dell a sua macchina, non ancora perfettamente a punto , ma le difficoltà della lingu a non glielo consentirono. Menabrea fu subito interessato dalla nuova invenzione, probabilmente ricordando i massacranti calcoli manuali sviluppati per il professor Plana e per il professor Libri nel periodo dell'università, e qualche anno più tardi pubblicò in una rivista di Ginevra un suo studio divulgativo sulla predetta macchina. Ne inviò copia a Babbage il quale si complimentò con lui e fece effettuare la traduzione in inglese dalla figlia di lord Byron, la bella Ada, resa immortale dai versi del p11d re nell'opera Childe-Harold, che Menabrea aveva letto da ragazzo. Q uando fu nominato ambasciatore a Londra, nel 1876, egli si rico rdò di questo episodio e rk-ercò lady Ada, anche in considerazior1<,; dell a sua ammirazione giovanile per le opere del padre, ma conobbe solo il marito, lord Lovelace, perché la donna nel frattempo era morta. li 1846 è un anno importante per Menabrea: in maggio è n omi nato presso l'università di Torino assistente alla cattedra di costruzioni e geometria pratica (della quale d ivenne titolare il 10 ottobre dello stesso anno); ciò gli consentì di focalizzare l'interesse

18. - Memorie


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sulle costruzioni ferroviarie, le quali erano in rapido sviluppo negli Stati Uniti, in Inghilterra e in Francia e rappresentavano un sicuro avvenire per i nostri giovani ingegneri; il 5 luglio, un pò prima dello svolgimento del congresso scientifico di Genova, sposò la signorina Carlotta Richetta, nata lo stesso giorno del suo primo viaggio attraverso le Alpi, dalla quale ebbe tre figli (due maschi e una femmina). Menabrea annotò scherzosamente che era ormai tempo di sposarsi (aveva 35 anni), in quanto la sorella Elisa non aveva avuto figli ed il fratello Leone aveva preferito rimanere scapolo.

PRODROMI DEL QUARANTOTTO -

1a

GUERRA D'INDIPENDENZA

Il 1846 è anche l'anno della elezione al soglio pontificio di Giovanni Maria Mastai Ferretti, divenuto papa Pio IX il 16 giugno e subito assurto a fama di « papa liberale » per le coraggiose iniziative che contrassegnarono l'inizio del suo pontificato. Attento lettore del Primato morale e civile degli Italiani di Gioberti, il quale auspicava una federazione degli Stati italiani capeggiata dal papa, Pio IX suscitò il primo impulso al moto riformistico italiano concedendo {16 luglio) una amnistia per i reati politici, abituale nelle elezioni pontificie ma, in quella occasione, di proporzioni inconsuete, ed attuando una serie di audaci riforme: attenuazione della censura ed apertura alla libertà di stampa (marzo 1847); creazione di una Consulta di Stato con la partecipazione di elementi laici; istituzione della Guardia Civica (5 luglio). Tali riforme, giungendo nel momento di massima diffusione delle idee del Gioberti, suscitarono in Italia molti entusiasmi, con manifestazioni di patriottismo anche nei territori occupati. Sotto la spinta dell'opinione pubblica, le riforme furono concesse anche dal granduca di Toscana Leopoldo II (maggio 1847). Sorpresa da questi clamori liberali, l'Austria reagì precipitosamente occupando per ritorsione, in agosto, la città di Ferrara, situata in territorio pontificio; e questo non fece che accrescere la indignazione popolare. Carlo Alberto si disse pronto a scendere in campo con il suo esercito e in ottobre preannunciò la concessione della libertà di stampa e lo studio delle riforme. I disordini esplosi


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in gennaio a Palermo e nel Cilento e le manifestazioni di Napoli spinsero alla concessione delle riforme anche Ferdinando II il quale però, inaspettatamente, sopravanzò tutti gli altri Stati d'Italia concedendo la costituzione (29 gennaio 1848). Come contraccolpo, 1'8 febbraio Carlo Alberto dovette promettere a sua volta la costituzione, che venne promulgata il 4 marzo (8). Il 17 febbraio seguiva la stessa via il granduca di Toscana ed, infine, il 14 marzo Pio IX. Per quanto oggi possa apparire, alla luce degli avvenimenti successivi, una contraddizione in termini, era stata sufficiente una scintilla, fatta scoccare da quello che allora si era preannunciato come un pontificato liberale, per mettere in moto il complesso meccanismo che avrebbe dato l'avvio concreto al risorgimento italinno e che segnò il trapasso dalle piccole rivolte organizzate cland ·si innmcn1c alla JoLta armata di masse. 1.'ondutn d ei formcnLi nazionalistici, all'alba del 1848, scuoteva rn1111111quc lu i t II I 'Eu ropn : Francia, Svincra, Germania, Ungheria, ll11<·111 i11; c:r1111i.in, A11s1ria. (.)11111 1du il 17 111:1rzu giunse a Vcnczia la notizia dell'insurrez1rn1C· v1c1111csc del 1.3 11rn rzo, che aveva costretto il primo ministro Mt.·11t·111 ic:l1 a lla f ug:1 c .l 'imperatore a concedere la costituzione, la pupul:1ziut1l' insorse cos tringendo i due governatori austriaci, civile e mil i1:1rc, ac.l abbandonare la città e proclamò la Repubblica di S. Marco con un governo provvisorio sotto Daniele Manin. Anche la popolazione milanese, nelle famose Cinque giornate (18-23 marw), costrinse il presidio austriaco, forte di 20.000 uomini, a sgombrare la città. Carlo Alberto, muovendo con il suo esercito per J)ortare « quell'a iuto che il fratello aspetta dal fratello», annunziò nel suo proclnma del 23 marzo l 'adozione della bandiera tricolore italiana, al posto dell'antica coccarda azzurra di casa Savoia ed aprì la campagna che è poi passata alla storia come 1a guerra di indipendenza italiana. Il capitano Menabrea lascia in quella occasione definitivamente l'accademia. Mentre si appresta a raggiungere il comando del I corpo d 'armata del generale Eusebio Bava, presso il quale era stato destinato in vista delle imminenti operazioni belliche, il 24 marzo viene convocato d 'urgenza dal governo di Cesare Balbo che gli

(8) Rimase in vigore per tutta la durata del regno d'Italia.


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affida a nome del ,re una missione politico-militare nei ducati di Parma e Modena dove le popolazioni, sulla scia degli entusiasmi anti-austriaci suscitati dagli avvenimenti di Venezia e Milano, avevano costretto alla fuga i rispettivi sovrani ( Carlo Lodovico di Borbone e Francesco V, ambedue gravitanti nell'orbita di Vienna), dando vita ai governi provvisori di Parma e di Piacenza, nel ducato di Parma, e di Reggio Emilia e di Modena in quello di Modena. Questi quattro governi si erano costituiti indipendentemente l'uno dall'altro contrastandosi a vicenda, specialmente quelli delle città che in precedenza facevano parte degli stessi ducati. I compiti di Menabrea, definiti verbalmente e in maniera sommaria, data l'esigenza di realizzarli nel più breve tempo possibile (parti infatti l'indomani mattina 25 marzo e si fermò in quei territori sino al 20 luglio), prevedevano un'azione di pacificazione e di coordinamento fra i vari governi provvisori, allo scopo di farli concorrere alla guerra canoro l'Austria, così come già stava avvenendo per contingenti pontifici, napoletani e toscani ed, inoltre, di orientare i governi stessi e l 'opinione pubblica verso lo svolgimento di plebisciti per l'annessione al Piemonte, in vista della creazione di un vasto Stato sabaudo dell'Italia settentrionale, secondo i programmi .del federalismo moderato giobertiano. l A Menabrea fu anche assegnato l'incarico di commissario del re presso l'armata pontificia, comandata dal generale Giovanni Du/ rando, il quale aveva come proprio capo di stato maggiore Massimo d'Azeglio, che egli conobbe per la prima volta in quella ~ ~ il quale nutirì poi sempre sentimenti di viva ammirazione. Un compito particolare assegnato a Menabrea a nome del re fu quello di garantire l 'incolumità della duchessa di Parma (figlia di Vittorio Emanuele I), che si ostinava a rimanere nel palazzo ducale con una sua figlia in stato interessante, e di provvedere alla loro partenza. Menabrea svolse una intensa attività, facendo la spola fra una città e l'altra, pacificando le varie fazioni (notevole l'accordo fatto sottoscrivere fra le città di Reggio e di Modena), orientandole secondo le diirettive ricevute a Torino e riuscendo ad avviare in Lombardia un corpo militare di 2.200 regolari ed uno di 1.000 volontari. Il suo compito non fu molto facile né a Parma dove, superando molte difficoltà , riuscì finalmente a convincere le due principesse a partire, né a Modena, per l'attivismo degli elementi « du-


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chisti »; in quest'ultima città il granduca di Toscana stava tentando con spregiudicatezza di giocare la carta dell'annessione al granducato. Dell'opera compiuta giornalmente da Menabrea nei ducati rimane traccia in una copiosa corrispondenza da lui inviata sotto forma di lunghi e dettagliati rapporti (circa 60) al ministro degli esteri Pareto ed al segretario particolare di Carlo Alberto, conte di Castagne tta; il predetto carteggio è attualmene custodito p resso l'Archivio di Stato di T orino (9) ed è molto interessante per conoscere .l 'ambiente e le vicissitudini che fecero da sfondo e da contorno al nostro risveglio nazionale. U n episodio che merita di essere ricordato e che può forse aiu1nrci a comprende re meglio la personalità di Menabrea, il quale 11 0 11 c;sirnva ad assu me,rsi pesanti responsabilità se le riteneva confnl'l11i 11110 spiri1 0 d elle direttive ricevute, è quello che si riferisce ud 11n 1-,110 in11: rvcn 10 presso il comandante del contingente toscano, il q1111lc- 11wv11 :1vvi n10 in :wna di opetazioni i battaglioni di volon1111 I, ii 111111 ll1111dn -ii c11n il grosso delle lrnppc regolati a Modena, I~, 11h11h il 111rn Ie p l· t 11-isl'rnndn re iI cl isegno annessionistico del grand11111 1,: 1,o 111c·1111 l' srhil'l':1mcn 10 cli Cn rlo Alberto, attestato sul M1111 1 111•1•1111 v11 i11 111111 1-i1w11.io 11t: multo t:riLica perché scoperto pe111 , il 11>11111 H·11 11· ,1 ill11 <les1rn .

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11 ,

M1·1111l>rrn si recò dnl comandante toscano e gli trasmise l'ord, w , 11 11P111t· di C:iirlo J\lbcno , di mette rsi immediatamente in mar1·i11 , 11 11, nvnsa rc il P o e coprire la destra dello schieramento pie111t 111 tL'Sl' , lascinndogli la responsabilità di eventuali inadempienze o riI nrcli .

TI comandante toscano rimase colpito dalla perentorietà dell'ordine e Menabrea, intuendo le possibili conseguenze del suo ges10, partì fo sera stessa per il quartier generale di Carlo Alberto dov,· gi11nse all 'alba. MenLrc conferiva con il re, che approvò l'iniziativa, un commaggiore del contingente di Roma, il quale veniva 110111<: del suo comandante a chiedere conferma dell'ordine.

11 11·sso annunciò la visita del capo di stato 1o ~rn 110 , il principe Carlo Corradini Chigi 11

Carlo Alberto rassicurò il suo intraprendente capitano: « State 1rnnqui llo, non avete fatto che interpretare le mie intenzioni». (9) Archivio di Stato, Torino: Carte politiche diverse: Missioni straorcl inn ri c, c:1nclla 5. Missione del capitano Menabrea ne11'Emilia. Marzo 25-Lu,:lio 20.


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Qualche giorno dopo, il 29 maggio, quelle stesse truppe, che avevano nel frattempo attraversato il Po, si scontrarono con gli austriaci a Curtatone e Montanara, nel noto e sanguinoso combattimento che vide l'eroismo ed il sacrificio degli studenti e dei professori toscani. Esso servl a sventare una manowa di aggiramento del maresciallo Radetzky contro lo schieramento piemontese il quale, il giorno successivo, poté conseguire la significativa vittoria di Goito, mentre in serata l'opera veniva completata con la caduta della fortezza di Peschiera. Nella stessa giornata di Curtatone e Montanara, il 29 maggio, Parma e Piacenza votavano, insieme a Milano, l'annessione al Piemonte. Carlo Alberto dovette essere molto soddisfatto dell'operato del capitano Menabrea se, convocatolo a rapporto il 5 luglio presso il suo quartier generale di Roverbella, lo decorò personalmente con la croce di cavaliere dei SS. Maurizio e Lazzaro. Questa fu la prima di moltissime decorazioni, italiane e straniere, concesse nel corso della sua lunga carriera a Menabrea, il cui medagliere fu, dopo la sua morte, donato dalla figlia al museo dell'arma del genio di Roma dove è attualmente custodito. Intanto, il 15 luglio, rientrato a Modena, egli apprese di essere stato eletto, a sua insaputa, deputato al parlamento nel collegio di Verrès, in Val d'Aosta.

L'ONOREVOLE MENABREA

Dopo la promulgazione dello statuto albertino (4 marzo 1848), le elezioni generali per quella che divenne la prima legislatura « nazionale» furono organizzate e indette in tempi brevissimi, malgrado le incombenze della guerra. Esse si svolsero il 27 aprile nelle circoscrizioni del regno e vennero estese il 20 giugno ai collegi di Piacenza ed il 15 luglio a quelli di Parma, avendo nel frattempo tali territori, come già si è visto, votato ]a propria annessione al Piemonte (10). Le votazioni si effettuarono a scrutinio uninominale a suffragio ristiretto (in relazione al censo), con l'elezione di un solo deputato

(10) Annullata poi dal trattato di pace di Milano.


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in ciascuno dei 222 collegi nei quali furono ripartite le circoscrizioni territoriali ( 11 ). Nel collegio di Verrès (Aosta), dove era stato presentato candidato a sua insaputa, come qualche volta avveniva in quei tempi ( 12), risultò eletto il capitano Menabrea, il quale iniziò in tal modo la propria carriera parlamentare. Egli aveva debuttato in politica agli inizi dell'anno, scrivendo p er il giornale La Concordia di Lorenzo Valerio, organo del libera1ismo di sinistra ( 13 ); si trovò presto però in disaccordo con le linee programmatiche sostenute da quel giornale (che qualcuno ribattezzò fronicamente « La D iscordia ») e modificò gradatamente in senso moderato le proprie idee divenendo, insieme con il Revel, tra i pi Lt cospicui rappresentanti dei moderati di destra. G li a u i pa rlamentari della I legislatura registrano due volte il giut·t11rn.:11Lo dd l'onorcvole Menab rea. Ciò è dovuto al fatto che, do po In N\Hl clc:%ion · n dcputnto, il 29 luglio 1848 (a qualche giorno d 11 ll11 1-m1 il it1n d i C:11i;1c1zn) egli crn stnto nominato « primo ufficiale» (11111t t1:w1•,11·1111io) prl'sso il ministero della guerra, « conservando la q1111ll1 1 di p1nfc-:1~nrt· ntl ln H. U niversità, nella Scuola di Applica11 1 ot w r 1wl11 1 H. 111 ili1 nrc Accademia », come si legge nel suo stato d i •11·1vizio . l'cr l' ffc t1 0 di tfl lc nomina, che qualcuno ritenne er1111 11·111111·111 · :1 vvc11 uLa prima della sna elezione a deputato, fu didd11rn 10 clcr 11cl111 0 dalla carica parlamentare, secondo la legge di 11 llor11 . Dopo meno di un mese gli giunse la promozione a maggiore cd il 23 settembre il trasferimento dal ministero della guerra. Cessati pertanto i motivi di impedimento, l'elezione di Menabrea fu definitivamente convalidata il 30 settembre. Durante Ja sua permanenza al ministero della guerra, nel periodo armistiziale, fu alle dirette dipendenze dei ministri Provana di Collegno prima e di Dabormida dopo, coi quali collaborò attivamente nel tentativo di riordinare l'armata. (11) FRANCESCO BARTOLOTTA, Parlamenti e governi d'Italia, Vito Bianco editore, Voi. I. (12) Cfr. un episodio analogo descritto in Una immagine insolita del rirorf!.imento, op. cit., pag. 250 e seg.. ( 13 ) La Concordia iniziò le pubblicazioni il 1° gennaio 1848, sostenuta d agli ambienti intellettualistici della borghesia, seguendo di quindici giorni Il Risorgimento di Cavour, attorno al quale si erano invece raccolti gli esponenti liberali della vecchia aristocrazia.


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Le prospettive della guerra apparivano però ormai aleatorie e l'impazienza e le imprevidenze degli « avvocati strategici del ministero » e dei « petulanti delle riscosse », come egli li chiamava, avrebbero portato alla nuova più cocente sconfitta di Novara. Intanto era stato trasferito al ministero degli esteri, sempre come primo ufficiale, con le funzioni di segretario generale, carica che detenne sino al 14 marzo 1850, con una interruzione dal 30 dicembre 1848 al 30 marzo 1849 durante i ministeri « democratici » di Gioberti e Chiodo, quando se ne allontanò volontariamente per dissensi circa gli orientamenti politici. Oltre alla crisi di governo ed ai rimpasti ministeriali che si susseguirono a ritmo serrato, in quel periodo si dovettero indire anche nuove elezioni (22 gennaio 1849). Nel clima arroventato delle polemiche relative alla guerra, Menabrea (come tanti altri moderati, compreso il Cavour) cadde clamorosamente, battuto nel collegio di Verrès da un antagonista radicale, ma fu subito rieletto nelle elezioni suppletive del 20 marzo successivo, presentandosi nel collegio di S. Giovanni di Mariana (l'attuale Saint Jean de Maurienne) nella nat1a Savoia. Egli riprese in quel pericxlo il proprio posto di segretario generale presso il ministero degli esteri, alle dirette dipendenze del nuovo presidente del consiglio e ministro degli esteri, generale De Launay. Nel corso della II legislatura ci fu il trapasso dei poteri a Vittorio Emanuele II, a seguito dell'abdicazione di Carlo Alberto (23 marzo 1849) dopo la sconfitta di Novara (14). Il giovane Vittorio Emanuele II (29 anni), firmato l'armistizio di Vignale, si trovò anche lui in difficoltà nei rapporti con il parlamento subalpino nel quale, prevalendo le correnti democratiche su quelle moderate, la maggioranza era decisamente contraria all'accettazione della pace. Così il re fu costretto ad indire le elezioni per la III legislatura, che si svolsero in luglio; e, poiché la connotazione politica della nuova camera non subì modificazioni sostanziali, dopo aver rivolto al Paese il famoso Proclama di Moncalieri (20 novembre), (14) Menabrea ricorda nelle sue memorie che il re Carlo Alberto, dal suo esilio cli Oporto, ebbe il pensiero cli inviare alcune casse di Porto a De Launay, il quale ne regalò qualcuna a lui, che le conservò per il matrimonio della figlia.


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sciolse nuovamente la camera ed indisse, in dicembre, le elezioni per la IV legislatura. Menabrea continuò ad essere rieletto a S. Giovanni di Mariana, che gli riconfermò puntualmente la fiducia sino alla VI legislatura, nel corso della quale, il 29 febbraio 1860 (alla vigilia della cessione della Savoia alla Francia), fu nominato senatore del regno. Nel 1849 Menabrea eta stato eletto anche consigliere comunale di Torino. Tale incarico, che esercitò ininterrottamente per oltre quindici anni, « lo aveva reso studioso delle questioni attinenti alJa finanza locale ed all'autonomia degli enti amministrativi e le conclusioni, che egli ne aveva tratte erano, se mai, troppo avanzate e forse non soltanto in relazione ai tempi dei quali parliamo » ( 15). Questa esperienza gli fu molto utile quale tirocinio per le attività politiche cd amministrati ve che poi esercitò a livello statale. Sempre nel 1849, Mcnabrea fu nominato membro straordinario del Consig lio d el genio e, il 10 agosto, promosso colonnello. o nic dcput:11 0, prese nttivamcnre parte ai lavori parlamen111 ri sin d:ill:1 I legish111r:1 che, benché di durata limitata (sette me11i ,. 11t{'ZZC1, dall 'R maggio nl 30 dicembre 1848 ), registrò ben 28 H11111 i111nvt·n1i1 ( 16), mentre essi furono circa 350 negli undici 11 1111i l" 1m·zzo durante i quali esercitò il mandato parlamentare alla 1·1111wr:1 . T11t lo ciò, senza considerare i suoi altiri numerosi intervcn1 i alla came ra ed al senato come ministro della marina, ministro dei lavori pubblici, senatore, min.i stro degli affari esteri e presidente d el consiglio, sembra contJraddire una affermazione di Denis Mack Smith secondo cui Menabrea « non si trovasse tanto a suo agio nei dibattiti parlamentari » ( 17). Scorrendo gli atti parlamentati della camera , si può notare come egli intervenisse sugli argomenti più disparati, spesso per illustrare rapporti o relazioni, o per proporre originali sistemi per la soluzione di problemi tecnici. Menabrea trattò non solo questioni militari (addestramento, fortificazioni , avanzamento, studi idrografici, problemi del personale, pensioni, trasferimento deHa marina militare da G enova a La Spezia, ecc.) e relative al proprio collegio elettorale, come era natu(15) AMEDEO pag. 320.

MoscATI, I ministri del regno d'I talia, op. cit., Vol. I ,

(16) Atti parlamentari del 1848. (17) DENIS M.ACK SMTTH, Vittorio Emanuele II, Ed. Laterza 1975, pag. 298.


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raie; ma anche questioni tecniche (ferrovie, sistemi stradali, arginamento di fiumi e torrenti, collegamenti telegrafici elettrici di superficie e sottomarini, classificazione delle strade nazionali, trascrizione delle reti trigonometriche catastali, ecc.), finanziarie (bilanci dei vari ministeri ed enti statali, ordinamento dell'amministrazione centrale e della contabilità generale dello Stato, tariffe daziarie, ecc.), religiose, scolastiche, sociali, sanitarie, diplomatiche, giudiziarie, politiche. Come ci si può rendere conto anche senza entrare nei dettagli, si tratta di argomenti riguardanti tutti gli aspetti ordinativi, strutturali e funzionali dello Stato, che Menabrea trattò sempre con una modernità ed un'ampiezza di vedute che trascendevano i limiti angusti dei singoli problemi, in una equilibrata visione d'insieme che si proiettava nel futuro e che potrebbe confermare, ad un tempo, le reminiscenze sansimonistiche adombrate dal Bulferetti ed il giudizio sulle sue concezioni, troppo avanzate rispetto ai tempi, espresso da Amedeo Moscati. Una iniziativa che prese molto a cuore sin dal 1850, e per la quale si batté instancabilmente con scritti e discorsi, fu quella relativa al traforo alpino del Moncenisio ( progettato dai suoi ex allievi Germano Sommeiller, Severino Grattoni e Sebastiano Grandis), per la realizzazione della galleria ferroviaria del Fréjus, un'opera per quei tempi arditissima, che avrebbe dovuto mettere in comunicazione, come poi avvenne, la Val di Susa (Dora Riparia) con la Val Moriana (Are), tira Bardonecchia e Fourneaux (Modane), sui due versanti alpini italiano e francese. Egli intuì l'enorme importanza che un'opera del genere poteva rappresentare per l'incremento dei rapporti umani, culturali e commerciali con la vicina nazione francese. E quando, otto anni più tardi, nel 1858, si diede finalmente il via ai lavori, ma mancava ancora un anno per l'inizio di quelli per il taglio dell'istmo di Suez, abbinò le due opere sullo stesso piano degli interessi nazionali ed europei, affermando in una sua nota del 21 giugno 1858 all'accademia delle scienze dell'istituto imperiale francese: « le percement des Alpes est en correlation avec le canal de l'isthme de Suez, qui se fera necessairement, malgre les obstacles qui s'y opposent. Par ces deux grandes operations, un nouvel avenir s'ouvre à l'Europe » (18). (18) Gli italiani e il Canale di Suez, Regio Istituto per la Storia del Risorgimento italiano, Biblioteca scientifica, II serie: fonti, Voi. XIV, a cura di Antonio Monti, Roma - Vittoriano - 1937, pag. 33.


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E , dimostrando che non si trattava di semplici enunciazioni accademiche, fu tra i primi sottoscrittori italiani di azioni (per la prccis.ione: una da lire cinquecento, di allora) della Compagnia universale del Canale marittimo di Suez, nello stesso anno 1858.

In campo religioso fu condizionato dalle proprie convinzioni Ji cattolico praticante, che lo videro schierato quasi sempre contro

le iniziative ~endenti a limitare il potere temporale della chiesa. Quando si discussero le leggi Siccardi (1850), con le quali si abolivnno i privileg1 dei tribunali ecclesiastici, anche allo scopo di eliminare le anacronistiche discriminazioni dei cittadini di fronte alla k AA ·, egli votò contro. E non soltanto per una questione di coel't·nzu rnn le,; proprie credenze religiose o perché fosse contrario al111 11t·ccssi1 ÌI di quella abolizione. A s110 p111T 1T ( 110n hisognn d imenticare il suo incarico di fun:t.i<1n111·io pn·siio il 111i11is1no degli nffori esteri), poiché la questione t' l'II n·gol11 1,1 1wl 1 1111 1·om pk-sso da un Concordato, si doveva quanto 11 w110 1ir,1rn11· 111111 1rnnsnzionl' con h Snnta Sede ed evitare iniziail w 1111il11 11·111 li -.: 11sn·11ihili di snedi1:1re lo Stato nel campo delle 11 li11 l111il dlpl11111111irhc. 1:,~11 111pp1c·sc· nt c) il suo pun10 di vista in una lettera che inviò 1d 1111 ·1dd1•111 1· ,lt-1 consiglio D'Azeglio, il quale era anche titolate del 111l1iln1i•11; ,l,·gli ·ste ri e quindi suo supe riore diretto. I )' Azenlio manifestò la sua comprensione per gli scrupoli di Mc-n11hrl·11 (i due si stimavano a vicenda), lasciandolo libero di votare 11ec(mdo In propria coscienza. Ma il fatto che un funzionario gov1:rnrtti vo votasse contro una iniziativa ministeriale suscitò non poco sc:,lporc.: e M·enabrea, alla fine, fu costretto a presentare le r,ropric dimi ss ioni dal ministero degli esteri.

Egli fu attaccato sulla stampa e in pairlamento e l'episodio, ·nta1izzato da i suoi avversari in quella ed in altre occasioni, conLribu) a diffondere un'immagine deformata dei motivi che lo :i vcv:1110 realmente ispirato.

si rum

A questo proposito, sarà opportuno ricordare come nel 1867, quando di venne presidente del consiglio, egli sostenne lealmente il punto di vista del governo italiano rispetto alla « questione romnna ». Ciò gli valse un duro attacco della Civiltà Cattolica, che scrisse: « nnchc il Menabrea, altra volta sì generoso in rifiutarsi a manomc.:t tcrc i diritti della Chiesa, ora si gloria di voler al tutto spo-


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gliare il Papa e compiere l'assassinio iniziato da Garibaldi!» (19). Nelle discussioni per le leggi Siccardi si era trovato schierato su posizioni opposte rispetto a quelle di Cavour, il quale proprio in quella occasione riportò un grande successo personale, che gli aprì le porte verso il primo incarico di ministro. Si ritrovò ancora una volta in aperto contrasto con Cavour, capo gruppo della destra liberale, al quale aveva sin Il fornito il proprio appoggio e quello del suo gruppo, quando questi si accordò con la sinistra moderata guidata da Urbano Rattazzi (il famoso « connubio », secondo una espressione usata dal Revel) che diede luogo, nel novembre 1852, al1a formazione del suo primo governo, il cosiddetto « grande ministero» . Tali accordi erano già stati conclusi segretamente e Cavour cercava un motivo di contrasto con la destra per dare il via alla sua operazione politica. L'occasione gli fu offerta dalla discussione sul progetto di modifica alla legge sulla stampa. Egli si servì della sua consumata abilità dialettica per sovrastare Menabrea, intervenuto nel dibattito, e farlo passare unitamente al suo gruppo come un reazionario che voleva spingere il governo verso posizioni autoritarie. Anche quest'episodio fu abbondantemente strumentalizzato. Il presidente del consiglio D'Azeglio, all'oscuro delle manovre politiche di Cavour, fu sorpreso per questo attacco a Menabrea, iJ quale capì l'antifona e disse in un suo intervento alla camera: « Se il signor ministro vuol far vela verso altri lidi parlamentari e abbordare altre rive, è ben padrone di farlo ». Menabrea assunse allora il ruolo di leader della destra anticavouriana {il Fournier lo definirà quakhe anno pii1 tardi, molto argutamente e forse anche in maniera più appropriata, « il Rattazzi di destra »). Malgrado questi contrasti, Menabrea ebbe la più grande stima di Cavour e lo definì nelle sue memorie « il più grande ministro della nostra epoca»; e, d'altra parte, <lopo la campagna di Ancona e della Bassa Italia, sarà proprio Cavour, pochi giorni prima della sua repentina scomparsa, a proporre al sovrano la nomina di Menabrea a ministro della marina, incarico che deteneva egli stesso, e che non avrebbe certamente ceduto a un « reazionario » o ad una persona che non stimasse per le sue qualità, specialmente in un ( 19) FEDE RICO CHABOD, Storia della politica estera italiana dal 1870 al 1896, editori Laterza - Bari 1962, pag. 412, Nota 2.


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momento in cm, conseguita l'unità, l'Italia s1 avviava a divenire una potenza marittima. Il suo successore Bettino Ricasoli rispettò tale indicazione e, il 12 giugno 1861 - alla formazione del proprio governo, dopo la morte di Cavour - lo nominò ministro della marina. Un'altra occasione di contrasto con Cavour e con la posizione ufficiale del governo, Menabrea ebbe agli inizi del 18 5 5, in occasione della discussione alla camera sulle convenzioni militare e finanziaria annesse al trattato di alleanza con la Francia e l'Inghilterra per la guerra di Crimea (20). Egli si sforzò di dimostrare come tali convenzioni non garantissero al regno di Sardegna una posizione militare paritetica rispetto a quella delle altre potenze e come il trattato non offrisse alcuna garanzia per la dignità del nostro esercito. « La discussione nelle aule parlamentari fu lunga, viva, memorabile per la nota elevata e patriottica, e per le buone ragioni che non mancavano né da una parte né dall'altra» (21). Menabrea dichiarò di non poter votare contro il t.rattato ma che, per i motivi addotti, si asteneva dal prendere parte alla votazione, suscitando con ciò il risentimento del ministro della guerra, generale Lamarmora, che sarebbe stato pronto a sanzionare qualche provvedimento disciplinare nei suoi riguardi se non ne fosse stato impedito dal Cavour il quale, comprendendo lo spirito costruttivo delle critiche, ne tenne il dovuto conto ed impartì opportune disposizioni al riguardo, che consentirono poi allo stesso generale Lamarmora, nominato comandante del corpo di spedizione in Crimea, di sottrarsi dignitosamente alla tutela che il comandante inglese, lord Raglan, aveva cercato di imporre. Il generale Lamarmora gli dimostrò in seguito i migliori sentimenti, ma allora escluse il recalcitrante e anticonformista colonnello dall'elenco degli ufficiali destinati in Crimea e ciò ebbe qualche ripercussione sulla carriera militare di Menabrea che, anche per gli altri precedenti, dovette attendere dieci anni per passare dal grado di colonnello a quello di generale. Dopo le sue dimissioni dal ministero degli esteri del marzo 1850, Menabrea aveva continuato a dedicarsi all'insegnamento ed ai (20) Atti parlamentari della Camera - V Legislatura - 1a Sessione (19 dicembre 1853 - 29 maggio 1855), pagg. 2758, 2766, 28 11, 2817. (21) Stato Maggiore Esercito - Ufficio Storico, La spedizione sarda in Crimea nel 1855-56, ristampa 1956, pag. 18.

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lavori parlamentari, oltre che alle attività del Consiglio del genio ed ebbe inoltre l'opportunità di compiere un viaggio a Londra nel 1851, in occasione dell'esposizione universale. Egli si fermò a visitare diverse città della Svizzera, dell'Austria, della Germania e della Francia e, nonostante si trattasse di un viaggio privato, al termine dello stesso compilò una relazione con interessanti annotazioni relative ad argomenti ed aspetti particolari che avevano richiamato la sua attenzione. Tranne una missione speciale in Belgio nel 1854, non ebbe altri incarichi ministeriali sino al maggio 1858, quando fu inviato a Parigi in qualità di membro della commissione internazionale incaricata di esaminare e definire i progetti ed i piani relativi alla regolamentazione della libera navigazione sul Danubio, in adempimento al disposto dell'art. 16 del trattato di Parigi del 30 maggio 1856, susseguente alla guerra di Crimea. Benché alla conferenza fossero presenti autorevoli rappresentanti delle grandi potenze, l'incarico di relatore fu affidato a Menabrea, il quale godeva di una vasta reputazione scientifica anche in campo internazionale; il suo progetto fu approvato all'unanimità. L'anno precedente Menabrea aveva potuto concretare in Italia il suo lungo ed estenuante impegno relativo al progetto per il traforo del Moncenisio, vincendo molte opposizioni, comprese quelle di qualche superstizioso (ce ne sono sempre), che magari temeva chissà quali sventure dallo smembramento delle Alpi. Ma le opposizioni maggiori erano venute dai tecnici, sia italiani che francesi, molti dei quali erano scettici sulla riuscita della impresa, sulla convenienza economica di effettuarla e sui mezzi tecnici da impiegare, malgrado fossero stati messi a punto i nuovi compressori ad aria per l'azionamento a distanza delle apparecchiature per la perforazione. Un autorevole appoggio venne invece dal primo ministro, con il quale ormai Menabrea cominciava a in tendersi. Quando il progetto di legge per il finanziamento delle esperienze preliminari arrivò finalmente alla camera, Cavour gli chiese se l'opera fosse sicuramente realizzabile e, avutane risposta affermativa, gli disse: « Ebbene, poiché questa è la vostra opinione, io l'accetto per buona e andrò avanti; se la camera mi accorda i fondi per le esperienze, noi le intraprenderemo; se invece rifiuta, io le farò fare a mie spese! » (22). Il 26 giugno 1857 Menabrea presentò alla camera il progetto, esponendo l'intera questione sotto l'aspetto economico, scientifico (22) L.F.M., Memorie, op. cit., pag. 128.


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e politico in un memorabile discorso con il quale riuscì a vincere le ultime opposizioni. Così che il 29 giugno successivo, quando il progetto fu messo ai voti, ottenne una larga maggioranza (98 voti favorevoli e 28 contrari). Approfittando poi della sua presenza a Parigi durante i lavori della commissione interalleata, Menabrea poté illustrare personalmente il progetto ai membri dell'accademia delle scienze di Parigi, nella seduta del 21 giugno 1858, rendendo noti gli esperimenti effettuati ed i nuovi mezzi tecnici approntati per il buon esito dell'impresa. Riuscì in tal modo a vincere anche le riluttanze francesi ed i lavori poterono finalmente cominciare in quello stesso anno 1858.

L'ATTIVITA' SCIENTIF ICA

In campo scientifico Mcnabrea è noto soprattutto per il suo l f·m·<·ma del minimo lavoro (detto anche, dal suo nome, teorema di M('//ahrea, oppure principio di elasticità) che si studia tuttora in sc.:i~nzn delle costruzioni, con estese possibilità di applicazioni. Egli iniziò la sua atLività scientifica già durante il periodo universitario quando, allievo del prof. Plana, divenne suo collaboratore « nei più ardui e laboriosi computi» delle ricerche astronomiche. Certamente perfezionò in tale periodo, sotto la guida del suo maestro, il proprio metodo di ricerca; appena sei anni dopo il conseguimento della laurea, non ancora trentenne, gli fu conferito il titolo di « accademico residente della Accademia reale delle scienze di Torino, per la classe delle scienze fisiche e matematiche», come da diploma rilasciato il 17 febbraio 18.39. In tale occasione presentò una sua interessante memoria alla quale è già stato fatto cenno, letta nella seduta del .3 febbraio 1839, sul Calcolo della densità della terra, pubblicata l'anno successivo in volume, unitamente ad una Memoria su un caso particolare di movimento di un pendolo, presentata nella seduta de 3 marzo 1839. Due anni dopo (1841) presentò un Discorso sulla vita e sulle opere del cavalier Giorgio Bidone, suo maestro all'università di Torino, morto nel 1839. E ancora: una Memoria sulla serie di Lagrange (seduta del 30 luglio 1843 ), argomento ripreso dopo qualche tempo in un altro


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lavoro intitolato Osservazioni sulla vera interpretazione della serie di Lagrange ( 13 dicembre 1846 ), in cui polemizza con il suo vecchio maestro dell'università di Torino, prof. Cauchy, membro dell'accademia delle scienze di Parigi. Questi, che si era occupato della predetta serie ed aveva espresso analiticamente la condizione di convergenza alla quale essa doveva soddisfare, aveva accettato presso l'accademia di Parigi una memoria, rielaborata sulla base di precedenti studi sistematicamente bocciati da Menabrea presso l'accademia delle scienze di Torino, presentata dal giovane matematico Chio, il quale sosteneva l'inesattezza del teorema di Lagrange, opponendogli la nuova teoria di Cauchy. Menabrea dimostra nel suo lavoro che le due formule di Lagrange e di Cauchy sono ugualmente valide perché ambedue portano agli stessi risultati e che, pertanto, ciò che si riteneva sbagliato era semplicemente interpretato in senso sbagliato. La polemica si riaccese qualche anno più tardi quando il prof. Angelo Genocchi, dopo la scomparsa di Chio, col pretesto di fa.re l'elogio del defunto, attaccò l'accademia delle scienze di Torino e, di conseguenza, il suo relatore Menabrea, il quale intervenne ancora nella polemica con diversi scritti, sino a troncarla con Un'ultima lettera sulle peripezie della serie di Lagrange, in risposta al prof. Angelo Genocchi nella quale dimostrò l'assoluta identità delle formule di convergenza trovate da Lagrange e da Cauchy, non mancando di sottolineare le sue simpatie per il procedimento diretto usato dal primo, ispirato dalla lucidità della concezione che gli era propria, in contrapposizione alla via « oscura e tortuosa » della nuova analisi seguita dal Cauchy. Troviamo quindi, fra gli altri lavori presentati all'accademia delle scienze di Torino: una .Memoria sulle quadrature (21 aprile 1844 ); uno Studio sulla teoria delle vibrazioni (12 giugno 1853 ); una Memoria sulle equazioni delle differenze parziali lineari applicata a problemi come le vibrazioni e la propagazione del calore ( 15 aprile 1855); una Nota sopra un nuovo sistema di macchine motrici ad aria calda, comunicata in sunto anche all'accademia delle scienze di Parigi nella seduta del 21 giugno 1858 dedicata al traforo delle Alpi; una Nota sull'effetto dell'urto dell'acqua nei condotti (7 marzo 1858), anche questa presentata in riassunto a Parigi, nella seduta del 2 aprile 1858. Nel 1857 Menabrea annunciò per la prima volta all'accademia delle scienze di Torino il suo famoso teorema con il titolo di Prin-


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cipio di elasticità, al quale fece seguire, l'anno successivo il Nouveau principe sur la distribution des tensions dans les systèmes elastiques, presentano all'accademia delle scienze di Parigi, nel quale enunciava il suo principio, la cui formulazione definitiva è espressa in questi termini: « In un sistema iperstatico a vincoli rigidi, soggetto soltanto a forze esterne aventi valori dati, le reazioni sovrabbondanti assumono valori tali da ,rendere minimo il lavoro di deformazione». Menabrea dimostrò tale principio, utilizzato per il calcolo delle reazioni e delle tensioni nei sistemi elastici, in diversi modi e definì una formula generale da applicare in tutti i casi, mentre in precedenza, nel periodo in cui insegnava all'università di Torino meccanica applicata all'equilibrio delle costruzioni, venivano adottati procedimenti speciali di autori diversi, validi in genere per ciascun caso particolare. Questo lavoro fu accolto sin dal suo apparire in maniera contrastante, con d iscussioni e polemiche che durarono molto più a lungo di qualunque altra polemica (anche dopo la morte dell'auton.: ), originate sopra ttutto dall'enunciato originario che appariva non ancora ben definito e dalle accuse di plagio, che qualcuno avanzò elencando gli altri studiosi che si erano già dedicati al problema ( senza risolverlo) e che Menabrea stesso aveva citato nei suoi lavori. Qualche studioso interpretò in maniera arbitraria il significato fisico del suo teorema, ritenendolo una semplice trasposizione dei princìpi di economia che vigono in natura, la quale in molti campi tende a conseguire le proprie finalità con il minimo mezzo; altri studiosi obiettarono che in una struttura a vincoli ,rigidi, soggetta a forze esterne aventi determinati valori, il lavoro di deformazione ha un valore definito, per cui non ha senso parlare di lavoro minimo, non potendo esso assumere valori diversi. Menabrea volle quindi precisare meglio il suo pensiero e tornò a più riprese sull'argomento, pubblicando presso l'accademia delle scienze di Torino un lavoro intitolato Sul principio di elasticità, dilucidazioni e successivamente un Etude de statique physique. Principe général pour déterminer les pressions et les tensions dans un système i lastique, a cui fece seguire altri studi presentati alle accademie di Torino, di Parigi e dei Lincei. Anche per intervento di altri eminenti studiosi, come L. Donati, G. Colonnetti e S. Timoshenko (il quale nella sua Theory of elasticity estese il principio allo studio della distribuzione delle ten-

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sioni in tipi speciali di lastre, ossia negli elementi strutturali piani), fu definitivamente chiarito che tale minimo è il valore assunto dal lavoro di deformazione nell'unica configurazione equilibrata e possibile del sistema, rispetto ai valori che assumerebbe tra le altre infinite configurazioni equilibrate ma non congruenti, cioè impossibili. Il teorema di Menabrea rappresenta quindi un principio fisico generale semplice e spontaneo applicabile in un gran numero di casi e suscettibile di notevoli estensioni, come gli studiosi successivi hanno dimostrato. Esso, da solo, sarebbe stato sufficiente a dare fama al suo autore, ment,r e non rappresentò che un aspetto, sia pure non marginale, dei suoi molteplici interessi culturali e scientifici nei campi più diversi. Menabrea ebbe occasione di applicare le sue conoscenze scientifiche anche nella sua attività di parlamentare, presentando alla camera studi, relazioni e proposte tecniche su vari argomenti, ai quali abbiamo già fatto cenno, ed anche, naturalmente, nelle sue attività militari.

Gli furono tributati molti riconoscimenti ed, in particolare, ben undici importanti accademie scientifiche, delle quali sei italiane e cinque straniere lo annoverarono tra i propri membri, mentre le università di Oxford e di Cambridge gli conferirono la laurea honoris causa, rispettivamente negli anni 1872 e 1874.

VERSO L'UNITA' D'ITALIA

Dopo la guerra di Crimea, alla quale il Piemonte riuscì a partecipare in qualità <li « alleato » della Francia e dell'Inghilterra, pur senza la prospettiva di guadagni territoriali, e dopo il successo, unicamente morale, ottenuto al congresso di Parigi, dove poté illustrare la situazione italiana e la politica piemontese, Cavour stringeva i tempi per una soluzione del problema italiano. Il convegno segreto di Plombières con Napoleone III rappresentò il coronamento dei suoi sforzi. In pratica l'accordo tendeva all'affrancamento dal predominio austriaco sulla penisola; e poiché, almeno formalmente, esso era di carattere difensivo, occor.reva provocare una aggressione austriaca al Piemonte, ]asciandone ad essa l'iniziativa e la responsabilità, in maniera da giustificare l'intervento della Francia, che avrebbe partecipato alla guerra con un corpo


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di spedizione di 200.000 uomini da affiancare ai 100.000 che avrebbe messo in campo il Piemonte. In caso di vittoria, sarebbero stati costituiti: un regno sabau- I do dell'Alta Italia comprendente, oltre al Piemonte, il LombardoVeneto, i ducati e le legazioni; uno Stato dell'Italia Centrale, com- I prendente Toscana, Umbria e Ma,rche, da assegnare eventualmente ad un altro principe italiano; uno Stato dell'Italia Meridionale. Il Lazio sarebbe rimasto al papa che, in compenso dei territori perJ duti, avrebbe ricevuto la presidenza dei quatt,ro Stati italiani. Questa soluzione, coincidente grosso modo con le proposte avanzate dal Gioberti nel suo Primato degli italiani, sembrava costituire allora un obiettivo soddisfacente ed adeguato alle possibilità contingenti del momento, anche se Mazzini, Garibaldi ed i democrat1c1 premevano per l'unificazione d'Italia. Non bisogna meravigliarsi se, nelle condizioni storiche del momento, emincnli statisli come Cavour o, in genere, i cosiddetti hc11pc 11s:in1i . lrn i quali collochiamo anche Menabrea, ritenessero pn·1n11 111rn l' 11011 pe nsassero :iffnno alla sol.uzione integrale del prol ,k 11 111 i111 li1ìt111, ci11t· nlla unifkazione di lutta la penisola. < :ic'. :-.v111l 1l':1 11u v:in.: una implicala conferma nelle lettere scritl l' d11I C:nvo11 r in quel periodo, e nelle finalità stabilite con gli accordi di Plombièrcs. Occorre d'altronde non dimenticare le secolari condizioni dell'asscuu lcrtiloriale italiano nel quadro dei contrastanti interessi delle grandi potenze di allora e le limitate possibilità di manovra del « piccolo » Piemonte. ) Essere poi riuscito a compiere l'unificazione dell'Italia nel gi- \ ro di poco più di un anno, è indubbiamente un grande merito di Cavour, il quale seppe sapientemente utilizzare a tal fine tutte le favorevoli condizioni che ne consentirono la realizzazione e che erano, prima di allora, imprevedibili. Come contropartita, la Francia chiedeva la cessione di Nizza e della Savoia per giustificare di fronte all'opinione pubblica francese il proprio intervento, e la mano della figlia sedicenne di Vittorio Emanuele, principessa Clotilde, per il figlio dell'ex-re di Westfalia, il principe Gerolamo Napoleone, allo scopo di rompere lo ostracismo che le altre dinastie europee avevano decretato nei riguardi dei napoleonidi. Il Piemonte affrettò quindi la sua preparazione alla guerra. Il 22 aprile 1859, alla vigilia dello sferzante (ma, dai piemontesi, an-

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siosamente atteso) ultimatum austriaco che diede l'avvlo alla II guerra di indipendenza, Menabrea fu promosso maggior generale e nominato comandante superiore del genio mobilitato. Ebbe l'incarico di provvedere alle fortificazioni della Dora Baltea e, in collaborazione con l'ingegnere capo del genio civile, cav. Carlo Noè, all'allagamento artificiale della valle omonima, in corrispondenza delle campagne vercellesi e della Lomellina, allo scopo di sbar.rare la strada di Torino alle truppe austriache del maresciallo Gyulai, in attesa dell'arrivo dei francesi. Tale compito fu assolto tempestivamente e con grande abilità, determinando l'impantanamento delle truppe avversarie, che furono fermate per il tempo sufficiente a consentire il previsto congiungimento dei due eserciti alleati, i quali forzarono poi il Sesia, puntando su Montebello e Palestro, oltrepassarono il Ticino ed ebbero le fulgide giornate di Magenta, Solferino e S. Martino, alle quali prese parte anche Menabrea. Diversi anni dopo, nel 1875, in ricordo di questa impresa e di altre benemerenze, gli fu conferito da Vittorio Emanuele il titolo di marchese di Val Dora. Nel corso della stessa campagna, Menabrea ,realizzò le fortificazioni di Piacenza e progettò un elaborato campo trincerato per la difesa di Bologna, che fu, successivamente, oggetto di studi. Davanti a Peschiera, inoltre, provvide con i suoi genieri a costruire le opere per l'assedio della fortezza. In considerazione dei servizi prestati nel corso della suddetta campagna, a Menabrea furono concesse le insegne di commendatore dell'ordine militare di Savoia e quelle dell'ordine della legione d'onore francese. Nel settembre 1859 fu nominato membro del consiglio superiore ed ispettore del genio ed il 29 febbraio 1860, alla vigilia della cessione di Nizza e della Savoia alla Francia, Vittorio Emanuele II lo nominò senatore. Dopo la pace di Villafranca optò per la nazionalità italiana. Questa circostanza non deve essere sottovalutata considerando che, scegliendo la nazionalità francese, avrebbe conservato il proprio grado in quell'esercito, considerato allora fra i migliori del mondo; nel giugno 1860 divenne membro del comitato del genio. Come noto, il Piemonte acquistò solo una parte dei territori previsti dagli accordi di Plombières. Ma gli obiettivi stabiliti in quella occasione, benché fossero apparsi ambiziosi in relazione alle possibilità del momento, venivano superati dagli eventi, che volgevano decisamente in favore del Piemonte. La fortunata spedizione dei Mille faceva tramontare definitivamente i progetti giobertiani di federazione papale ed avviava ver-


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so una fase concreta il processo di unificazione. Cavour, dopo la necessaria preparazione diplomatica, l'll settembre 1860 dava ordine all'esercito, posto al comando del generale Fanti, di muovere verso il sud attraverso gli stati pontifici, per quelle che furono chiamate le campagne di Ancona e della Bassa Italia. Qualche giorno prima, il 7 settembre, il maggior generale Menabrea era stato promosso tenente generale e nominato comandante superiore del genio presso il corpo d'operazione. Quest'ultimo fu articolato in due corpi d'armata: il IV (Cialdini) a Rimini ed il V (Della Rocca) ad Arezzo. Il piano di operazione del Fanti prevedeva l'avanzata del IV corpo su Ancona per attirarvi il nemico e l'avanzata del V corpo lungo la valle del Tevere, per precludergli la ritirata verso Roma. Le due colonne avanzarono sui due versanti opposti dell'Appennino, collegate al centro dalla 13a Divisione del IV corpo (Cadorna). T.c fasi ::.alicnti di questa campagna furono l'espugnazione di Prsn ro e di fo no, la batt:igUa di Castelfidardo, l'assalto di Perugia (dovl· si dis1i nsc il sergente Ruggia, prima medaglia d'oro al valor ,,, 111 ili111n· ro nfc-ritn nel un militare del genio ), l'attacco al forte di S. L l'o l' l'assedio di Ancona, che si arrese il 29 settembre. Nci 18 giorn i della campagna, il genio ebbe modo di distingue rsi non solo negli speciali lavori di espugnazione, ma anche in gueJli per focilitare il movimento durante le marce. Inoltre funzionò per la prima volta il servizio telegrafico campale, sia nelle marce che nell'assedio di Ancona. Il generale Menabrea meritò in questa fase della campagna la croce di grande ufficiale dell'ordine militare di Savoia « per l'intelligenza ed il sangue freddo con cui diresse le operazioni dell'assedio di Ancona, recandosi nei punti più avversati ed esposti». Il corpo d'operazione fu quindi avviato, tra il 7 ed il 9 ottobre, verso il meridione, incontro all'esercito borbonico attestato sul Volturno è fronteggiato dalle truppe di Garibaldi. Il generale Menabrea impiegò le truppe alle sue dipendenze in tutti quei lavori necessari per agevolare il movimento ( viabilità, sgomberi, costruzione e ripristino di ponti, allestimento di zattere per i traghetti, ecc.), che poté svolgersi senza il minimo intoppo. All'occorrenza le truppe del genio presero parte attiva ai combattimenti, come avvenne il 20 ottobre al Macerone, quando l'avanguardia del IV corpo dovette superare una resistenza avversaria. In quella occasione la 6a compagnia, che procedeva con l'avanguardia,


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caricò alla baionetta l'avversario e lo pose in fuga, meritando in blocco la menzione onorevole, corrispondente all'attuale medaglia di bronzo. Il 28 ottobre fu iniziato da parte del V corpo d'armata l'investimento della città di Capua, che capitolò il 2 novembre. Il comando superiore del genio e le sue truppe lavorarono alacremente notte e giorno, provvedendo all'impianto delle opere di attacco. In considerazione del decisivo contributo per il rapido epilogo dell'assedio, al generale Menabrea fu assegnata la medaglia d'oro al valor militare che, insieme a quella del sergente Ruggia, furono le uniche due concesse durante l'intera campagna all'arma del genio.

L'ASSEDIO DI GAETA

Caduta Capua, il comando superiore del genio ebbe l'ordine di raggiungere il IV corpo d'armata che, nel frattempo, superato il Garigliano, aveva occupato Mola di Gaeta (l'attuale Formia). Giunse a destinazione 1'8 novembre e vi rimase per tutto il periodo dell'assedio (13 novembre 1860 - 13 febbraio 1861). Il generale Menabrea si mise subito all'opera. Il 9 novembre scelse personalmente le posizioni da assegnare ai parchi del genio e dell'artiglieria (dietro M. Conca, in una zona protetta alla vista ed al tiro avversari ed agevolmente collegata con le truppe d'assedio e con il porto di Castellane), compl una prima ricognizione generale del terreno e predispose le ,ricognizioni particolareggiate, che fece effettuare a partire dal giorno successivo. Intanto 1'11 novembre, due ufficiali del genio che si erano recati a Napoli per altri scopi, reperirono presso l 'ex ufficio topografico del genio borbonico due carte topografiche di Gaeta e dintorni (alle scale, rispettivamente, di 1 : 4.800 e 1 : 20.000), le quali risultarono di grande ausilio nello studio del te11reno e che il generale Menabrea utilizzò immediatamente per formare il piano direttore dei lavori per l'assedio. Lo stesso giorno 11 novembre si diede inizio ai lavori, compresi quelli stradali, per i quali furono impiegate inizialmente sette compagnie del genio ( tre del 2° reggimento, addette alle divisioni del IV corpo e quattro del 1° reggimento, già con il V corpo all'assedio di Capua e destinate quindi all'assedio di Gaeta), alle quali furono aggiunte, tra la fine di no-


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vembre e gli inizi di dicembre, altre sei compagnie del 1° reggimento, richieste dal generale Menabrea e fatte affluire dal Nord. Il totale fu di circa 50 ufficiali e 1.700 soldati del genio, ai quali furono aggiunti di volta in volta i rinforzi ed i concorsi necessari, forniti dalla fanteria. Il personale fu ordinato in due battaglioni di formazione, in ciascuno dei quali confluirono rispettivamente le compagnie del 1° e del 2° reggimento (rispettando in un certo modo i vincoli organici); ciascun battaglione fu assegnato ad una delle due sezioni (di destra e di sinistra) nelle quali fu articolata una apposita direzione esecutiva dei lavori, costituita per l'occasione, che aveva la responsabilità di tutti i lavori campali, mentre le altre lavorazioni e l'approntamento dei materiali rientravano nelle competenze del parco. Per la prima volta il genio veniva impiegato in maniera massiccin cd ebbe l'opportunità , nei tre mesi dell'assedio, abilmente g11id:110 dal generale Mcnabrcn, di int.raprendere e condurre a ter111i1w 111ù·norm(' q11nn1i1~ cli lavori. dimostrando di essere uno strun11·1110 dn11110 di vt: rs:11 il i 1:ì , nmalga111a , pru11tezza operativa ed ef11, Ìc lli'.11 . 111 pnr1iml111·1·, nllr<' :i lio schieramento del proprio parco ed 11 11 11 re11liz;,.11;,.inn1.: di un sisi-cma di trasmissioni per il comando (nel q1111k furono impicgntc per Ja prima volta in maniera organica linee ll: h.:grnfichc ckltrichc campali) {23 ), le truppe del genio provvickro n costruire: cinque importanti batterie (due su M. Lombone, una nll a Schiappa, una blindata nella casa Albano, una sull'Atratino per obici Cavalli, più una su M. Cristo, poi disarmata) coi relativi magazzini da polvere; 22 km di strade ,rotabili, oltre al ripristino o rifacimento di altri 6 km di vecchie strade, comprese le opere accessorie (20 ponti, piazzali, piazzuole di scambio, acquedotti, cunette, canali di scolo) (24); più di 20 manufatti; 2 km di trincee o camminamenti protetti; un approdo sulla spiaggia di S. Agostino per lo sbarco dei materiali e delle ramaglie tagliate nel vicino bosco di Fondi; 1200 metri di scale a congegno, cavalli di Frisia, petardi, stoppini incendiari, due apparati foto-elettrici alimentati con grosse batterie di pile e con portata utile di 1.500 metri (che però non si fece in tempo ad impiegate); scavò e riempì (23)

Vds. VINCENZO CALABRESE,

I collegamenti telegrafici a Gaeta, in

« Gazzetta di Gaeta» (Anno VII, n. 5, 25 maggio 1979). (24) Vds. VINCENZO CALABRESE, Le strade nell'assedio di Gaeta, in « Gazzetta di Gaeta» (Anno VIII, n. 6 , 25 giugno 1980).


2%

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392.700 sacchi di terra per le opere di protezione, ed altri 114 mila ne mise a disposizione dell'artiglieria; tagliò 60 mila fasci ordinari di rami nei boschi di Fondi e confezionò circa 25 mila gabbioni e fascinoni per i lavori di trincea e di rivestimento; effettuò il blindamento delle piro-cannoniere Confienza e Curtatone ridotte a brulotti minatori (battelli esplosivi) (25), veri e propri precursori dei mezzi d'assalto deJla marina ( 26); provvide al servizio dei trasporti per via ordinaria. Queste cifre, anche se schematiche, danno un'idea del lavoro compiuto in soli tre mesi e, in considerazione dell'impegno profuso e dei risultati ottenuti, il genio assunse per oltre un sessantennio (sino alla fine della prima guerra mondiale, dura te...!! uale si prodigò con ben maggiori sacrifici), la giornata del 13 febbraio giorno della resa di Gaeta, uale ric~ rrenza per ~a festa e 'atma:-Per il suo contributo personale, esemplare e determinante nel!'assecondare il disegno operativo del comandante de!Passedio, generale Cialdini, al generale Meaabrea furono conferiti la gran croce dell'ordine militare di Savoia ed il titolo ereditario di conte. Al termine della campagna, il ministro della guerra diede incarico al generale Menabrea di provvedere alla compilazione di un rapporto generale sul servizio svolto dal genio. Il lavoro, molto particolareggiato e minuzioso, fu eseguito in meno di un anno e mezzo ed il 29 ottobre 1862 il generale Menabrea ne poteva annunciare il completamento allo stesso ministro della guerra Petitti. Nel rapporto, al quale fu dato il titolo di « Il Genio nella Campagna d'Ancona e della Bassa Italia (1860-61) », fu seguito i1 criterio di tracciare anzitutto un quadro sintetico della campagna e dei principali avvenimenti ai quali prese parte il genio, allegando i rapporti originali riguardanti i singoli assedi (Ancona, Capua, Gaeta, Cittadella di Messina, Civitella del Tronto), corredati ciascuno dei disegni relativi alle opere eseguite. Poiché l'espugnazione della piazzaforte di G aeta rappresentò l'operazione più importante della campagna, il rapporto - nella (25) Vds.: VINCENZO CALABRESE, I brulotti minatori di Gaeta, in « Gazzetta di Gaeta » (Anno VIII, n. 1, 25 gennaio 1980). (26) Per una coincidenza storica, tra gli ufficiali del comando superiore del genio, anche se non ebbe parte diretta nell'impresa, si trovava l'allora capitano del genio Luigi Durand de la Penne, avo dell'omonimo eroe dei mezzi d'assalto della II guerra mondiale.


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parte relativa ad essa - fu completato con un dettagliato « Giornale delle operazioni del genio nell'assedio di Gaeta», documento di grande valore nel quale furono annotate giorno per giorno le attività svolte e l'andamento delle operazioni. A parte, ed a corredo del testo, un atlante di grandi dimensioni, che comprende disegni geometrici (desunti dai documenti raccolti dagli ufficiali) e vedute pittoriche di notevole pregio artistico, fa minutamente conoscere i lavori eseguiti nei vari assedi ed alcuni episodi ad essi relativi. Tale atlante costituisce oggi una autentica rarità bibliografica (27). L'opera, nel suo complesso, rappresenta un razionale esempio di relazione ufficiale sullo svolgimento di una campagna, limitatamente in questo caso all'impiego dell'arma del genio, esaminata nel quadro generale delle operazioni. Non mancano i riferimenti ai precedenti sLorici ed a11e analoghe operazioni del passato, con utili raffront i q11nnti tntivi e qu alitativi, e l'inquadramento topografico delIn 1.ono. Dnlln descrizione delle attività operative, è possibile ricava1·1· 1111 rlw int eress:-inti notizie riguardanti gli ordinamenti organici e 111 11 id. k 1•1·11l'cdme , k mo(h,lità di impiego ed i procedimenti tec11 ici . I clisc~ni in scala delle varie opere, contenuti nell'atlante, co~1l111iscono poi un complemento della parte descrittiva di straordinnri n importnnza. Da essi è stato possibile, per esempio, riprodurre fedelmente i modellini esposti nella sala dedicata all'assedio di Gaeta presso il museo dell'istituto storico e di cultura dell'arma del genio. Il tutto costituisce quindi una valida testimonianza degli avvenimenti ed un sicuro riferimento storico e documentario. Nelle pagine di presentazione, Menabrea scrisse fra l'altro: « Io mi lrndngo che ciò servirà a tramandare quelle nobili tradizioni che danno forza e vita ai corpi militari ».

GLI

INCARICHI GOVERNATIVI

Terminato l'assedio di Gaeta (13 febbraio 1861) e completata sul posto la raccolta della documentazione tecnica ed operativa, (27)

Vds. :

VINCENZO CAJ..AnRESE,

Le vedute dell'Atlante del J!.enio, in

« Gazzetta di G aeta», Anno VI, n. 11 , 25 novembre 1978.


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il comando supe.tiore del genio -

che era stato costituito il 12 settembre precedente, all'inizio della campagna - fu trasferito a Torino dove, espletate le ultime formalità ( compilazione delle relazioni, resa dei conti, ecc.), venne sciolto in data 16 maggio 1861. Tutto il carteggio fu rimesso all'archivio dell'arma presso il Comitato del genio, del quale il generale Menabrea nel frattempo (28 febbraio) era stato nominato presidente. Nel nuovo incarico egli poté, sulla scorta delle esperienze e degli ammaestramenti tratti nel corso delle attività belliche, avviare gli studi per definire un nuovo e più rispondente ordinamento dell'arma del genio, sancito poi da apposita istruzione approvata dal ministero della guerra il 20 maggio 1864, e per assegnare alla arma stessa il servizio telegrafico militare, la cui importanza era apparsa evidente nelle recenti campagne, durante le quali era stato espletato da ufficiali telegrafici civili militarizzati, distaccati di volta in volta presso i reparti dal servizio dei telegrafi di stato. A tale scopo, in data 12 ottobre 1862, fu approvato il primo Regolamento per il servizio telegrafico in campagna mentre, nel settembre dell'anno successivo, furono fatti compiere importanti esperimenti da parte di una compagnia del genio, a seguito dei quali poté essere approntata una Istruzione sul maneggio del materiale telegrafico da campo. A completamento di tutto ciò, il 19 novembre 1864 fu istituita presso la sottodirezione dei parchi di Alessandria la prima « Scuola telegrafica per le truppe del genio » che segnò la nascita, nell'esercito italiano, della nuova importante specialità dei « telegrafisti ». Al suo rientro a Torino, Menabrea era stato accolto con grandi onori e si era reso conto di quanto gli eminenti servigi da lui resi in guerra avessero aumentato la considerazione della quale godeva. In particolare, i suoi ex allievi gli tributarono solenni festeggiamenti e gli fecero dono di una medaglia-ricordo ( attualmente custodita presso il museo nazionale del risorgimento di Torino), con la seguente dedica: « A L. FEDERICO MENABREA / LE SCIENZE MATEMATICHE - DALLA CATTEDRA - DOTTAMENTE ESPOSTE - APPLICO' - A DIFESA DELLA PATRIA - AD ESPUGNAZIONE - DI ANCONA E GAETA/ I DISCEPOLI ANNO 1861 ». Oltre alla nomina a presidente del Comitato del genio ed alle decorazioni militari, egli ottenne altri importanti riconoscimenti:


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Vittorio Emanuele II lo nominò suo « Aiutante di campo onorario » ( 9 giugno 1861 ) mentre si accingeva a firmargli il decreto di concessione del titolo ereditario di conte (9 novembre) ed, inoltre, Cavour lo propose al sovrano per una nomina ministeriale. Come abbiamo già avuto modo di vedere, la proposta di Cavour precedette di qualche giorno la sua inattesa scomparsa ed il barone Bettino Ricasoli, succedutogli nell'incarico il 12 giugno 1861, volle rispettare l'indicazione del grande statista assegnando a Menabrea il ministero della marina, tenuto sino a pochi giorni prima d a Cavour stesso unitamente alla presidenza del consiglio. L'iniziativa di maggiore spicco che contraddistinse questo primo incarico governativo cli Menabrea fu la legge istitutiva dell'arsernilc militare marittimo di Spezia, una città della quale si era già interessato durante la sua attività parlamentare alla camera, quando aveva sostenut o il disegno di legge presentato da Cavour per il traskrinwnt o della mnrina militare in quel golfo e precisamente nel111 i11se1111 tm:1 d<.:I V:uignano (28). Ml'nnhrL·11 a nno i:, con soddisfazione questo avvenimento nelle :11 ,,. m,· mw'i(' ( 29) ricorda ndo, ::i questo proposito, « un fatto di trat Pt1111~11 \, d11 part e: del noto uomo politico francese Thiers che, nel I H'>H, q1111nclo egli si trovava a Parigi per i lavori della commissione i11rnrk11 1:1 cli studiare la navigazione sul Danubio, appreso del progi: tt o cnvo11ri:1no, gli aveva detto che la Francia non avtebbe acconsenti Lo alla creazione di una marina da guerra sarda. Menabrea si era inchinato, dando una risposta semplice e dignitosa: « Eh! bien sachez, monsieur, que nous nous passerons de votre permission ». E nelle memorie aggiunse: « La sorte volle che tre anni dopo, cioè nel 1861 , essendo ministro della Marina, feci allestire il progetto per l'arsenale marittimo militare non più nel piccolo seno di Varignano, ma per il grande arsenale attuale di Spezia, ne feci approvare il progetto dal Parlamento ed io ebbi la fortuna di poterlo inaugurare come presidente del consiglio nel 1869, posando sopra sede salda l'avvenire della nostra Marina da Guerra ». Il governo Ricasoli durò appena nove mesi e questo potrebbe dimostrare le concrete capacità realizzatrici nella soluzione dei grandi problemi da parte di Menabrea che, dopo una parentesi altret(28) Atti parlamentari della camera, V Legislatura, 3a Sessione, pag. 1770. (29) L.F.M., Mem orie, op. cit., pagg. 195-196.


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tanto breve di un ministero Rattazzi, durante il quale si verificarono i noti fatti di Aspromonte, tornò al governo nei gabinetti Parini e Minghetti (8 dicembre 1862 - 28 settembre 1864) in qualità di ministro dei lavori pubblici. Si interessò subito del potenziamento delle ferrovie, altro settore al quale aveva rivolto molte attenzioni durante la sua precedente attività parlamentare, facendo approvare la costruzione di 2.000 km di nuove strade ferrate; provvide nel contempo al riordinamento dei porti di Ancona, Livorno, Messina, Napoli e Palermo ed alla creazione del porto marittimo di Brindisi. E' da notare la prevalenza degli interventi nel Mezzogiorno che, probabilmente, nella mente di Menabrea rappresentavano gli anelli di una catena comprendente il canale di Suez, i porti dell'Italia meridionale, le linee fermviarie ed i trafori alpini che, nel loro insieme, potevano costituire la base per un grandioso sviluppo industriale e commerciale nazionale. Può in tal modo spiegarsi il motivo del copioso carteggio epistolare scambiato in quel periodo con l'ing. Edoardo Gioia che, nella sua qualità di segretario gene,rale dell'impresa del canale di Suez, gli inviava frequenti e dettagliati rapporti sull'andamento dei lavori. L'ing. Gioia era stato discepolo di Menabrea all'università di Torino e dovette a lui la nomina a cavaliere dei SS. Maurizio e Lazzaro (30). Il servizio delle poste e telegrafi dipendeva allora dal ministero dei lavori pubblici ( 31) e ciò diede occasione a Menabrea di intervenire in quel settore e di acquisire notorietà anche in campo postale e filatelico. L'Italia era diventata una grande nazione da oltre due anni, ma aveva francobolli scadenti dal punto di vista stilistico e per di più facilmente falsificabili (molto note le imitazioni di Napoli e dell'Aquila). Menabrea non trascurò questi aspetti e, dopo lo studio di numerosi saggi approntati in Italia e all'estero, si rivolse alla prestigiosa casa londinese Thomas De La Rue & Co., predisponendo la emissione di una serie organica di francobolli di posta ordinaria, la prima con la dicitura « Poste italiane » e la prima stampata su carta filigranata (per l'esattezza la cosiddetta filigrana « corona », (30) Gli italiani e il Canale di Suez, op. cit., pag. 118. (31) La prima Direzione Generale delle poste fu istituita nel periodo in cui Menabrea fu presidente del consiglio.


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usata poi ininterrottamente per tutto il periodo del regno d'Italia). Tali francobolli comprendevano anche un elaborato fondo di sicurezza che rendeva estremamente improbabili le possibilità di falsificazione, che infatti non ci furono, con indubbio vantaggio per le casse dell'erario. La serie, disegnata da L.C. Wyon e perforata presso la stamperia di stato inglese di Somerset House di Londra, fu emessa il 1° dicembre 1863 e comprendeva inizialmente otto valori (cent. 1, 5, 10, 15, 30, 40, 60, lire 2, corrispondenti alle varie tariffe dell 'epoca, ai quali fu aggiunto successivamente il 2 cent.) che, anche se ,recentemente criticati (32), sono considerati fra i più bei francobolli classici italiani e sono universalmente noti in campo filatelico come « emissio ne di Londra » oppure « emissione De La Rue ». O tto dei nove valori emessi ( tutti meno il 2 cent. ), con sovrastampa « SAGGIO » eseguita tipograficamente a Londra, furono applicati con i mat"gini ri filati su un foglietto che porta in alto, su due righe, la indicazio ne « FRANCOBOLLI POSTALI/ 1863 » ed in basso a dcstrn, su altre due ·tighe: « Il M inistro dei Lavori Pubhlici/ L.F. MENABREA ». 11 foglietto, denominato « Saggi Menalm:11 i11 foglio d i emissione » o, più semplicemente, « Foglietto Me1111 hre 11 », fu distribuito insieme con il decreto di emissione e può l"Sse r c rnnsiderato il primo foglietto filatelico d'Italia. Dopo q uesta emissione, che rappresentò un punto di riferi111c n 10 stilistico per quelle successive, lo Stato italiano si attrezzò in proprio per la produzione dei francobolli e delle altre carte valori . In particolare per quanto riguarda i francobolli della serie De La Rue, furono acquistate macchine da stampa identiche a quelle di Londra e, utilizzando sino al loro logoramento le tavole originali, le tirature furono poi proseguite a Torino ( « emissione di Torino » ), dove nel 1866 fu istituita l'Officina Carte Valori, la quale provvide successivamente a stampare la maggior parte dei francobolli italiani sino alla creazione dell'Istituto Poligrafico dello Stato in Roma. I problemi che più agitavano l'Italia in quel periodo erano la questione romana e l'annessione del Veneto, tenuti sempre vivi da G aribaldi e da Mazzini.

(32) Storia dell'arte italiana, Parte III / Situazioni momenti indagini a cura di Federico Zeri, Vol. II / Grafica e immagine - 1. Scrittura Miniatura Disegno, G iulio E inaudi editore, Torino, 1980.

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Gli accordi italo-francesi del 15 settembre 1864, noti come « Convenzione di settembre » risolsero temporaneamente e parzialmente la prima, in quanto Napoleone acconsentiva al ritiro delle proprie truppe da Roma purché il governo italiano garantisse l'inviolabilità dei confini pontifici. La contropartita che si richiedeva all'Italia era il trasferimento della capitale da Torino in un'altra città dell'Italia centrale o meridionale che non fosse, ovviamente, Roma (come noto, fu poi prescelta Firenze), allo scopo di tranquillizzare il papa sulle effettive intenzioni italiane. Le trattative con l'imperatore francese furono condotte da diversi plenipotenziari italiani, ma concluse e sottoscritte da Menabrea, inviato a Parigi da Vittorio Emanuele, il quale voleva almeno evitare il trasferimento della capitale da Torino, da lui considerata « la culla della monarchia, il focolare naturale dell'idea dello ordine». Tali accordi, benché segreti, furono subito risaputi e suscitarono la più viva indignazione specialmente in Torino, dove ci furono i sanguinosi tumulti del 21 e 22 settembre, che determinarono la caduta del governo Minghetti. Le polemiche coinvolsero naturalmente anche Menabrea, il quale subì le critiche con ,rassegnazione ma anche con grande forza d'animo, convinto che la partenza delle truppe francesi dall'Italia fosse di per sè un evento favorevole che avrebbe facilitato in seguito il completamento dell'unità nazionale. Cessato dall'incarico di ministro e presentate contemporaneamente, per gravi dissensi sullo stesso argomento, le dimissioni da consigliere dell'amministrazione comunale di Torino, funzioni che aveva assolto per ben quindici anni, Menabrea rientrò il 2 ottobre nel disimpegno effettivo della carica di presidente del Comitato del genio, occupandosi più assiduamente dei problemi propriamente militari. . '. Mentre la questione romana era stata cloroformizzata ·dalla' « Convenzione di settembre », l'Italia guardava alla possibilità di risolvere la questione veneta. Il governo, presieduto dal nuovo presidente del consiglio Alfonso Lamarmora, concluse con queste finalità una alleanza con la Prussia. Approssimandosi la guerra contro l'Austria, il 27 maggio 1866 il generale Menabrea fu nominato comandante superiore del genio mobilitato, con il compito di provvedere alle fortificazioni delle linee dell'Adda, di Cremona e del Polesine.


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Le ostilità cominciarono verso la fine di giugno e furono brevi ma sanguinose ed anche sfortunate, almeno inizialmente, per le ars del mi italiane. Le trattative di pace, dopo l'a_nni@~di ~ 12 agosto si trascinarono invece sino ad ottobre e furono condotte, per conto del governo italiano, ancora una volta dal generale Menabrea. Egli firmò per l'Italia il 3 ottobre a Vienna il trattato di pace, in forza del quale il Veneto poté unirsi plebiscitariamente alla Italia. Il 4 novembre successivo, Menabrea guidò la deputazione incaricata di comunicare ufficialmente a Vittorio Emanuele l'esito del plebiscito (che fu trionfale: soltanto 60 voti contrari). Consegnò anche al sovrano la « Corona ferrea» (33) che gli austriaci avevano trafugato da Monza nel 1859 e che egli era riuscito nelle trattative cli pace a far restituire all'Italia. In quella occasione gli fu conferito il coll nrc del la SS. Annunziata ed inoltre Vittorio Emanuele lo volle: al sc:guit o quando pi t1 tardi si recò a Venezia per il suo ing,·L·ssu trio nfn lc: nella ci tL:1. 11 /~l'l l l 'l'nl • Mc:11nbrc:a godc:va ormai l'incondizionata fiducia del 1,11v 1·111 u1 il q1 1all- , il I " gc:11111,io 1867, lo nominò suo « primo aiuln111 c di r:1111pu gem:ralc ».

M l·'. NAH IH'.A PRES IDENTE DEL CONSIGLIO

L'Italia riusciva sia pure faticosamente, e non senza umiliazioni, a perseguire i suoi obiettivi risorgimentali ed unitari. La questione istituzionale e quelle sociali che, con apprezzabile senso di responsabilità, venivano temporaneamente accantonate durante le campagne militari, riprendevano immediatamente corpo e con maggiore virulenza al termine delle stesse, riportando alla ribalta tutte le inquietudini che travagliano il giovane Stato. Risolta la questione dell'annessione del Veneto, ,ricominciarono infatti le agitazioni mazziniane e le iniziative garibaldine per li(33) La Corona ferrea o Corona del regno d'Italia, costituita internamente Ja una lamina Ji fetro (secondo la leggenda uno dei chiodi della crocifissione) ed esternamente J a un cerchio d 'oro ornato di gemme, fu inviata da S. Elena a Costantino, poi Jonata Jall'imperatore d'oriente a S. Gregorio Magno e da questi a Teodolinda che la donò, a sua volta, alla basilica di S. Giovanni in Monza. Servì all'incoronazione dei re d'Italia da Ottone I a Carlo V (1530).

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berare Roma. Tutto c10 mentre il malcontento popolare contro il centralismo burocratico, che non riusciva a risolvere i problemi locali, si manifestava con nuovi disordini nel meridione ed in particolare a Palermo, dove ci furono in settembre agitazioni di notevole gravità che furono represse duramente. Anche il problema religioso creava notevoli intralci al funzionamento della macchina statale specialmente per l'inttansigente rifiuto del papa di riconoscere il nuovo Stato italiano, con il conseguente divieto ai vescovi di nuova nomina di prestare il giuramento di fedeltà al re, come previsto dalla legislazione italiana. Caduto il ministero Ricasoli dopo le elezioni del marzo 1867, Vittorio Emanuele affidò l'incarico esplorativo per la formazione del nuovo governo a Menabrea, la cui presenza veniva considerata come una garanzia di ordine. Egli però dovette rinunciare al mandato per il grave lutto che lo colpì e lo turbò profondamente per la morte del figlio primogenito Ottavio, avvenuta a Firenze il 6 aprile 1867. Si formò quindi un nuovo ministero Rattazzi, il quale provviùe alla liquida:done <ldlt: corporazioni religiost: t: si illuse per la seconda volta (era stato dimissionario dopo i fatti di Aspromonte del 1862), lasciando una certa libertà d'azione a Garibaldi, di creare l'occasione per l'intervento delle truppe governative nel territorio pontificio con il pretesto di ristabilire l'ordine e di risolvere così la questione romana. Ma le energiche proteste di Napoleone III che reclamava il rispetto della Convenzione del settembre 1864, lo indussero ad ordinare l'arresto di Garibaldi a Sinalunga (24 settembre 1867), il suo internamento nella cittadella di Alessandria ed il successivo invio a Caprera, dove fu tenuto sotto stretta sorveglianza da ben nove navi da guerra. Il 19 ottobre, due giorni dopo la decisione francese di inviare un nuovo corpo di spedizione a Roma al Comando del generale De Failly, Vittorio Emanuele costringeva Rattazzi a dimettersi, mentre Garibaldi, ,riuscito su una barchetta ad allontanarsi rocambolescamente dall'isola eludendo il controllo navale, ricompariva il 20 ottobre a Firenze ed il 23 a Terni, dove assumeva il comando dei volontari per la conquista di Roma. La situazione diventava incandescente mentre era in corso la crisi di governo. In questa situazione, falliti diversi tentativi cli comporre un nuovo ministero, l'ultimo dei quali tentato dal generale Cialdini, il sovrano affidava l'incarico o, meglio, ordina.va al


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generale Menabrea di costituire il nuovo governo, che fu formato in poche ore (27 ottobre) (34). Menabrea stesso confidò più tardi ad un giornalista i particolari della sua designazione, durante una riunione a Palazzo Pitti, dopo che gli altri candidati avevano declinato l'invito: Vi fu allora

un momento di silenzio. «Dunque», riprese il re amaramente, e con quel cipiglio che a tutti ispirava timore, ma senza collera però, « nessuno vuole assumere di costituire un ministero? ». A un tratto, volgendo la sua sedia e fissando su me il fulmineo suo sguardo: « E chiel », disse in piemontese, « anca lù el m'abbandona?». Io non sapevo veramente ciò che potevano significare queste parole del Re, non essendo titolare che di un portafoglio non politico. Mi inchinai e mi limitai a rispondere: « Sono agli ordini di Vostra Maestà! ». « Ebbene! Ecco i miei ordini: la incarico di fare un ministero ». « Io! ». « Si, lei; gliene dò l'ordine formale; bisogna che domattina la "Gazzetta Ufficiale" esca con la lista del nuovo gabinetto ». « Cercherò di obbedire », risposi semplicemente (35). 11 giorno d opo il governo era fatto e in un proclama, Vittorio l·:111:,nuclc - d a ta Ja gravissima situazione - era costretto a de1111nci:11·c l'imcrvcmo di Garibaldi. Uno dei primi atti di governo che il generale Menabrea dovetl l.! nHroruarc fu dunque quello di stroncare il tentativo di Garibaldi, già sconfinato in territorio pontificio. Non abbiamo difficoltà a credere che fu una dura necessità quella di far prevalere la ragion di Stato, mentre i primi contingenti francesi partiti il 26 ottobre da Tolone sbarcavano a Civitavecchia il 30. Dopo la giornata di Mentana (3 novembre), dove i francesi usarono i nuovi fucili a retrocarica Chassepots che potevano tirare sino a 12 colpi al minuto e che, secondo il rapporto del comandante francese, « fecero meraviglie », Garibaldi dovette ritirarsi; in transito dalla stazione di Figline Valdarno, nei pressi di Firenze, fu fermato dal tenente colonnello dei carabinieri Camosso il quale, a nome del governo, dovette trarlo in arresto. Fu condotto nella vecchia fortezza del Varignano alla Spezia, dove era già stato rinchiuso dopo ·Aspromonte.

(34) I governi Menabrea furono tre e durarono complessivamente dal 27 ottobre 1867 al 14 dicembre 1869, con due rimpasti ministeriali rispettivamente il 5 gennaio 1868 ed il 13 maggio 1869. (35 ) G. CAPONI , Ricordi di Folchetto, Torino 1908.

20, • Memorie


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Essersi dovuto assumere la responsabilità personale dell'arresto di Garibaldi, che rappresentava ed era un mito vivente per la maggioranza degli italiani, testimonia del radicato senso di responsabilità da parte di Menabrea e della sua fedeltà alle istituzioni, con assoluta noncuranza delle implicazioni di carattere negativo che gliene derivavano in quel momento di profonde emozioni. Se egli aveva l'animo di mettere a repentaglio d'un colpo solo tutta la sua reputazione, non altrettanto sentiva di poter fare per quella della nazione. Ed ecco allora la sua decisione, azzardata ma meditata, ed accortamente condotta, di inviare le truppe governative in territorio pontificio nella stessa giornata in cui vi mettevano piede i francesi, e ciò non solo per ricondurre alla ragione i volontari, farli rientrare nei confini ed imporre il rispetto della legge, ma anche per una affermazione, sia pure platonica, di parità con la Francia. Menabrea riuscì a<l ottenere una dichiarazione ufficiale da parte del governo francese, il quale diede assicurazione di essere pronto al reimbarco del proprio contingente di truppe. Anche se tale dichiarazione non trovò poi rispondenza nei fatti, servl nelle difficili contingenze del momento a salvare le apparenze e, almeno formalmente, la dignità nazionale. Un altro episodio poco noto connesso con la vicenda e che merita di essere ricordato riguarda il famoso « jamais » all'ingresso delle truppe italiane in Roma, pronunciato il 5 dicembre successivo nell'assemblea d'oltralpe dal ministro di stato f.rancese Rouher, il quale aggiunse nell'occasione alcune parole irriverenti nei riguardi di Vittorio Emanuele. Menabrea pretese in via ufficiale, ed ottenne, la presentazione delle scuse da parte dell'interessato. Garibaldi definì in seguito Menabrea « un uomo dai tempi borgiani », ma il nuovo governo, istruito a suo carico un processo formale per « usurpazione di potere», il 26 novembre lo amnistiò e consentì che dopo qualche giorno una nave messa a sua disposizione lo riconducesse a Caprera. Nelle discussioni parlamentari che seguirono, iniziate il 7 dicembre e continuate fino al giorno 22, Menabrea attaccò con veemenza quanti, a cominciare da Rattazzi, cercavano pretestuosamente di scaricare sul suo governo la responsabilità di quanto accaduto nei giorni precedenti. Egli annota nelle sue memorie: « Il Rattazzi, per fare la propria difesa, aggredì violentemente il Ministero, ma non seppe rispondere quando gli dissi che egli aveva lasciato sul


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lastrico il potere di cui nessuno voleva raccogliere la sua successione in quei momenti di crisi spaventevole e che si doveva essere grati agli uomini che avevano avuto il coraggio di raccoglierlo. Il Sella, che mi si diceva amico e si vantava di essere stato mio allievo, volle anche lui unirsi al Rattazzi in quel violento attacco e mi rimproverò di essere nato al di là delle Alpi e di non potere perciò nutrire sentimenti patriottici. Al Sella diedi una risposta la più fulminante che io abbia pronunziata in vita mia» (36). Egli rispose, fra l'altro, come risulta dagli atti parlamentari: « Io credo che, se vi fosse qualche dubbio sui miei sentimenti, le dichiarazioni che ho fatte al Parlamento ( ... ) dovrebbero essere sufficienti. Ma, signori, se questo a voi non basta (con molta forza) vi è la mia vita. Io ho rinw12iato al mio suolo nativo per seguire le sorti d'Italia. (Bravo! Bene! a destra) . E credete voi che un tal sacrificio non valga Lullc le dichia ra2ioni che domandava il deputato Sella? (Applausi a d estra. /~umori a sinistra )». Nel corso del dibaLtiLo egli pronunciò la famosa frase: « chi 11p 11 ;:; cu11 noi '- c<111Lro di noi», che poteva sembrare e forse era 1111 '1 d r1: n1111zio1 1e a11torit :1ria, ma che Lcndeva ad eliminare le incert1·zz1· 1· k 1.,111t· d 'o mhra in un mo mento in cui bisognava dire apert 11111c11t t· sc :-.i SLH va col governo o contro. l•:gli 11 0 11 nascose Ja necessità di riunire Roma all'Italia ma aff n111ù d1c <.: iò si doveva ottenere coi « mezzi morali» al di fuori di qualunque pe ricolosa avventura. Nelle discussioni che seguirono riaffiorarono le vecchie accuse di clericalismo che sottointendevano l'incapacità da parte di Menabrea di una decisa politica governativa contro il potere temporale della chiesa e, nelle conseguenti votazioni per la fiducia, il governo fu messo in minoranza per due soli voti. Il commento di Amedeo Moscati è molto eloquente: « Il Ministero rassegnò le dimissioni; e giova notare qui che per la prima volta, non solo da che s'era costituito il Regno d'Italia, ma da che Vittorio Emanuele II era salito al trono - proprio quando alla presidenza del Consiglio era questo generale, passato nella comune opinione quale .rappresentante di un deplorevole conservatorismo reazionario - si ebbe il caso di una crisi mini steriale determinata da un voto del Parlamento, c10e con ossequio pieno a11e forme costituzionali. Alle dimissioni seguì il reincarico al Menabrea, che doveva poi ,r imanere a capo (36) L.f.M., Memorie, op. cit., pag. 179.

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del governo, anche attraverso una terza formazione ministeriale, sino al 13 dicembre 1869 » (37).

L'AZIONE DI GOVERNO

Non vi è dubbio che il momento politico nel quale Menabrea, considerato l'uomo di fiducia del re, fu costretto ad assumere la responsabilità di governo, fu tra i più difficili dalla costituzione del regno d'Italia. Dopo le delusioni e le accese polemiche per la condotta della campagna del 1866, i fatti di Mentana ed il ritorno delle truppe di occupazione francesi in territorio italiano avevano inferto un nuovo duro contraccolpo al morale della nazione, di cui ,si era fatta eco il parlamento con le sue vibranti discussioni del dicembre. Anche le condizioni materiali, in particolare quella delle finanze, erano preoccupanti: dopo la guerra del 1866 il disavanzo era salito a 739,83 milioni (38), una cifra notevole per quei tempi, mai raggiunta prima di allora. Il governo, che doveva essere w1 ministero di emergenza o d'affari, dimostrò subito che non voleva occuparsi semplicemente del disbrigo delle pratiche correnti, ma fare qualcosa di concreto per il paese, entro i limiti delle proprie possibilità: cercò quindi di sistemare nella migliore maniera possibile i garibaldini feriti a Mentana e le famiglie dei caduti, dopo aver approvato un decreto di amnistia per i volontari, ed avviò una politica finanziaria drasticamente volta al risanamento del bilancio, che rappresentava in quel momento - a parere di Bismarck e di Napoleone III l'unico obiettivo possibile per l'Italia, mentre per Menabrea costituiva il presupposto indispensabile, unitamente al rafforzamento della difesa, per la soluzione della questione ,romana, da attuare - secondo le sue vedute - coi famosi « mezzi morali». Si cominciò con l'adozione del corso forzoso, che imponeva l'accettazione in pagamento della carta moneta senza che gli istituti di emissione fossero obbligati a convertirla in oro o in monete (37) AMEDEO MoscATI, op. cit., pag. 331.

(38) G. PARRAVICINI, La politica fiscale e le entrate effettive del Regno d'Italia 1860-1890, in Archivio economico dell'unificazione italiana, serie II, Vol. I, Torino 1958, pag. 67.


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pregiate; si aumentò la pressione fiscale, incrementando progressivamente, però, la percentuale delle imposte dirette; si introdusse nel marzo del 1868, sfidando apertamente l'impopolarità, la famosa tassa sul macinato, che provocò gravi tumulti di piazza e violente polemiche in parlamento, sotto la spinta emozionale di una « tassa sulla povertà » in quanto colpiva i ceti meno abbienti della popolazione. C'è da osservare a questo riguardo che tale tassa, che provocò molte critiche al governo Menabrea perché ritenuta iniqua, era in discussione già negli anni 1865 e 1866, come è possibile rilevare dalla stampa dell'epoca (39), e che - mantenuta anche sotto i governi successivi - non fu abolita completamente che il 1° gennaio 1884, cioè otto anni dopo l'ascesa al potere della sini,stra, che era stata naturalmente la sua maggiore oppositrice. Menabrea ,r ilevò l'inconsistenza e l'infondatezza delle critiche in quanto le tasse in genere e quelle alimentari in particolare non possono che colpire in maggior misura le classi più povere e const:11 ò CJ11 :1lchc Anno pit1 tardi come l 'abolizione dell'imposta, mentre :1vcv n c:igionn ro grnvi disagi alle finanze, fosse tornata ad esclusivo v:1111 :1ggio dei mngnni i qm1li avevano mantenuto per la maci11:1zi(l1)t' gli stessi prezzi d i pi-ima. Un altro importante provvedi111t·n10 dd governo fu la privAtizzazione del monopolio dei tabacchi, l:i c11siddct ta « Regh1 cointeressata dei tabacchi », che affidava per quindici anni quella amministrazione, ritenuta un ramo secr.o dell'org;in i:>::>:azione statale, ad una società cointeressata con il gover. no , la quale si impe~nava a fornire allo Stato una consistente anticipazione, una rendita fissa determinata ed una partecipazione ai maggiori proventi, che sfiorarono in alcuni anni il tetto dei 108 (39) In Gazzetta di Cuneo del 17 gennaio 1866 si può leggere il se. guente dispaccio di agenzia, ripreso dal r,iornale Italia di Napoli : « T ASSA SUL MACINATO. Se non siamo male informati, la nuova tassa sul macinato, ch e verrà quanto prima sottoposta all'approvazione del Parlamento, colpirebbe il frumento e gli altri cereali di un 7 per 100 circa sul loro valore e di un 5 per 100 la meliga. La relazione che precede al progetto di tassa ci si dice di essere lunghissima e molto elaborata dal lato storico ed economico. Del resto il perno della tassa sarebbe appunto quello dei contatori meccanici, cui accennavamo tempo fa ; i quali verrebbero a spesa dello Stato applicati ai molini. La tassa sarebbe fissata a un tanto per ogni 100 giri della macina! Le farine fuori del mulino sarebbero libere di ogni fiscalità. Si applicherebbe una tariffa per le farine estere».

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milioni di lire. Il governo accelerò inoltre le vendite dei beni ecclesiastici, che fruttarono 57 milioni nel 1867 e 162 nel 1868. Come si vede, una politica finanziaria decisa ed inflessibile (di fronte alla frenetica attività del governo in campo economico, l'onorevole Minghetti commentò: « A lasciarli fare, questi vendono anche noi! » ), che però diede l'avvìo al completo risanamento del bilancio. Il disavanzo scese, secondo dati forniti successivamente alla camera dallo stesso Minghetti ( 40 ), a 338 milioni nel 1868 ed ' a 216 nel 1869, mentre secondo le stime di Parravicini (41) il disavanzo si ridusse in quegli anni rispettivamente a 266,11 ed a 195,10 milioni. In politica interna, oltre al perseguimento del risanamento finanziario, il governo Menabrea registrò un certo successo nel mantenimento dell'ordine pubblico; la piaga del brigantaggio che ave- . va conosciuto i periodi di maggiore recrudescenza negli anni 1863 e 1866 poté considerarsi praticamente sanata, salvo sporadiche operazioni di repressione condotte in tono minore sotto la denominazione di « azioni militati per l'ordine pubblico», contro gli ultimi focolai di rivolta. Anche la ribellione dei contadini contro la tassa sul macinato, in molti casi fomentata e strumentalizzata dalla propaganda antigovernativa, fu tenuta sotto controllo; ed è curioso notare come qualche giornale della sinistra sopravanzasse il governo chiedendo l'applicazione di leggi repressive contro i rivoltosi ( 42). Il governo riuscì tuttavia pochi giorni prima della sua caduta, in occasione della nascita del principe di Napoli (il futuro re Vit torio Emanuele III), a concedere il condono per le pene relative ai reati connessi all'attuazione della predetta tassa. Sfogliando la raccolta delle leggi promulgate nel periodo del governo Menabrea è possibile valutare lo sforzo veramente imponente compiuto, dopo l'avvìo della politica finanziaria, per dotare lo Stato di un minimo ài c.rganizzazione infrastrutturale degna di una società moderna e or<linc. '.à. Si cominciò con l'unificazione legisla(40) Relazione finanziaria del 27 novembre 1873 alla camera (atti parlamentari). (41) G. PARRAVICINI, op. cit., pag. 67. ( 42) VALERIO CASTRONOVO, « La Stampa » di Torino e la politica interna italiana (1867-1903) », S.T.EM., Mucchi - Modena (Collez. storica del Risorgimento e dell'Unità d'Italia - Vol. LVIII - Serie IV).


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tiva, tributaria, dei sistemi monetati e dei sistemi metrici che, dopo la recente unificazione, costituivano un coacervo inestricabile da amalgamare al più presto, per evitare il caos nell'apparato burocratico ed in quello commerciale, ma anche per una questione di uguaglianza dei cittadini appartenenti ormai ad un unico Stato. Si prosegui istituendo le Intendenze di Finanza e la Ragione- } / ria Generale dello Stato ed emanando una serie di leggi e regolamenti per l'amministrazione del patrimonio e per la contabilità generale dello Stato, che rappresentarono una pietra miliare nell'ordinamento finanziario. Menabrea scrisse a questo proposito: « Allorché il Ministero assunse il potere nel 186 7, da più anni non vi erano rendiconti delle entrate e delle spese dello Stato; ogni giorno le confusioni crescevano. Si pose immediatamente rimedio a quella pericolosa condizione anormale ed il nostro Ministero ebbe il vanto, prima di lasciare il potete, di presentare al Parlamento i] primo rendicon to generale della gestione finanziaria dello Stato. E da qucll 'cpoc:l, mcrcè le disposizioni amministrative introdotte, 0µ 11i nnno si può presentare al Parlame nto il rendiconto delle en1n1tc e dclk :-pt·st·. Quc:,;to è un fotto della massima importanza e d,l' f:i 11 l1 ;11n1.·n1 c 0 11 0 1-c al nostro paese». Frn le altre leggi approvate dal governo, si possono ricordare: i n11ov i orgnni ci per i vari ministeri, per il Corpo delle guardie di pubblica sicurezza c per i più importanti enti statali; i] riordinamento delle università e delJe biblioteche governative; i regolamenti di polizia stradale ( un vero e proprio codice della strada per la circolazione di allora) e per le segnalazioni marittime; la riorganizzazione dell'amministrazione delle poste e dei telegrafi, inquadrata sino ad allora, come già si è visto, nel ministero dei lavori pubblici, con la creazione di una apposita direzione generale. Il governo varò, inoltre, un vasto programma di opere pubbliche, riguardanti: le ferrovie (ferrovia ligure, ferrovie calabro-sicule, stazione ferroviaria marittima di Venezfa, gallerie, raccordi) ; la rete stradale (in particolare un programma settennale per la costruzione e sistemazione della rete viaria nelle ex-province napoletane e la strada nazionale del Piccolo S. Bernardo tra Aosta e la Francia); le paludi (bonifica d el lago di Agnano di Napoli , trasferimento dei relativi servizi tecnici dal ministero deH'agricoltura a quello dei lavori pubblici); l'ampliamento degli arsenali militari (Venezia e Spezia) e dei porti (Napoli, Salerno, Castellammare di Stabia, Gallipoli, Viareggio , Licata) ; i magazzini generali del porto di Genova; un b acino di carenaggio nel porto di Palermo; ecc.. Interessanti anche


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gli interventi in favore dell'istruzione pubblica, con l'istituzione di apposite commissioni per la distribuzione di sussidi scolastici e per il conferimento di posti gratuiti e semigratuiti nei convitti nazionali. In campo militare, le gravi deficienze emerse nella campagna del 1866, che aveva visto radunato un esercito « immenso per quei tempi e per noi italiani, che non ne avevamo mai veduto l'eguale », come scrisse il generale Pollio nella sua opera « Custoza », imposero la revisione dell'intero ordinamento dell'esercito il quale rappresentava, oltre a quello economico e finanziario, un cardine della politica governativa. Il ministro della guerra, generale Bertolè Viale (vecchio compagno d'armi di Menabrea) vi si dedicò con impegno approntando diversi disegni di legge ( servizio militare personale obbligatorio ed eliminazione o riduzione delle troppo facili e dannose « surrogazioni»; riduzione della durata della ferma per aumentare il contingente annuo della forza bilanciata; arruolamento volontario; ecc.) che, anche se non fu possibile attuare subito integralmente, miravano ad affrontare realisticamente l'esigenza di un risanamento morale delle forze armate, questione che peraltro trovava un preciso limite imposto dalle economie di bilancio; tanto è vero che, caduto il governo Menabrea, uno dei primi provvedimenti del nuovo ministro della guerra, generale Govone, fu quello di ridurre il contingente annuo di leva da 40.000 a 30.000 unità (43 ). Certamente il governo Menabrea non risolse, come d'altronde non sarebbe stato possibile a nessuno in quelle circostanze, tutti i problemi del nuovo Stato italiano, soprattutto quelli derivanti dalla miseria e dall'arretratezza, ma è certo che guidò con mano ferma la nazione, esausta moralmente e materialmente dopo le guerre di indipendenza, non solo verso il contenimento del debito pubblico ed il risanamento del bilancio, ma anche verso una organizzazione del territorio che favorisse lo sviluppo delle attività commerciali ed industriali. Allo scopo, poi, di inserire l'Italia nel circuito dei grandi traffici internazionali, furono stipulati negli anni 1868 e 1869 trattati di amicizia e di commercio e convenzioni consolari con molte nazioni straniere ed, in particolare, con l'Uruguay, il Giappone, la Cina, agli Stati Uniti d'America, l'Argentina, la Tunisia, la Germania, la Svizzera ed il Portogallo. Fu inoltre sottoscritta fra Italia, (43) L'Esercito Italiano, Ufficio Storico dello Stato Maggiore Esercito, Roma 1961, pagg. 113-114.


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Brasile, Francia, Haiti e Portogallo con l'aggiunta, subito dopo, del- / la Danimarca, una convenzione internazionale per la posa di un { cavo telegrafico transatlantico. Prevedendo lo sviluppo che la nazione avrebbe potuto assumere, si gettarono le basi di quella che sarebbe stata successivamente la politica coloniale italiana, facendo stipulare dall'esploratore Giuseppe Sapeto nel novembre 1869, cioè nello stesso mese dell'inaugurazione del Canale di Suez, il contratto di acquisto della baia di Assab, in Eritrea, per conto dell'armatore genovese Raffaele Rubattino, lasciato figurare come acquirente privato ma con l'intesa che la base venisse utilizzata a vantaggio de1l'economia nazionale. Essa fu poi, come noto, ceduta all'Italia, nell'anno 1882. L'Italia era fatta, o quasi, ed ora si trattava di avviarla sulla strada del progresso e di tentare il recupero del ritardo che aveva rispetto alle altre grandi nazioni.. Occorreva anche so1lecitare i cittadini a!Ja colJ aborazione e stimolarne l'iniziativa. Ecco allora una ci rcolare di. Menabrea , nella sun qualità di ministro degli esteri, ca- / ri ca che deteneva un itamente a quella di presidente del consiglio, inviata in data 17 dicembre 1867, cioè nei primi mesi del suo governo, :ii consoli iLa li an i nll 'estero, perché raccogliessero cenni biografici « intorno agli italiani che onestamente arricchfrono in codeste contrnde, accennando segnatamente agli ostacoli della loro prima vita, agli sforzi ed ai mezzi da essi adoperati per superarli » ( 44 ). I predetti esempi, raccolti in una pubblicazione e propagandati in patria, dovevano invogliare i cittadini all'emulazione e spronarli verso quella intraprendenza che molti connazionali riuscivano così bene ad esprimere all'estero. L'iniziativa appare interessante per i suoi risvolti psicologici. Menabrea è stato etichettato come un conservatore. Parlando di un suo intervento al senato (25 aprile 1871) in favore della legge delle guarentigie, Federico Ch~bod scrive: « Il Menabrea era, notoriamente, se non un uomo dai tempi borgiani come aveva detto Garibaldi, e neppure proprio il torvo reazionario combattuto dalla stampa di sinistra, un conservatore deciso, che nel '50 aveva votato contro la legge Siccardi; ma questo non toglieva importanza alle sue parole, accolte - dice il resoconto parlamentare - da vivissimi segni di approvazione » ( 4 5). (44) FEDERICO CttABOD, op. cit., pag. 349. (45) Idem, pag. 450.


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Può quindi benissimo darsi che Menabrea sia stato un deciso conservatore. Egli non lo nega. Anzi, afferma a questo proposito: « ... si sa che quando un uomo, anche radicale, purché non ostinato, ha toccato il potere, egli diventa tosto relativamente conservatore ed anche amante dell'ordine » ( 46 ). Bisogna naturalmente intendersi sul significato delle parole. E' certo però che non può essere accusato di essere stato un immobilista. In politica estera, l'Italia fu interessata da Napoleone III fin dal dicembre 1867 a prendere in considerazione la proposta per una alleanza segreta. Non erano ancora passati due mesi da Mentana e Vittorio Emanuele rispose: « L'alleanza con la Francia non è più nelle mani del Governo: il fucile Chassepot, a Mentana, l'ha ferita / mortalmente». L'Italia stava crescendo e tendeva a prendere coscienza di sè ed a scrollarsi di dosso la tradizionale tutela della Francia, la quale - specialmente per le pressioni esercitate dai circoli cattolici guardava ormai con una certa diffidenza verso la vicina nazione italiana. A ciò non doveva essere estranea probabilmente la circostanza dei troppo rapidi ingrandimenti territoriali che, naturalmente, non potevano essere riguardati con eccessiva simpatia negli ambienti nazionalistici e xenofobi transalpini. Tuttavia le trattative furono ugualmente intavolate, inizialmente con contatti diretti e personali fra Napoleone e Vittorio Emanuele, dei quali solo Menabrea, fra gli uomini politici italiani, era tenuto al corrente. In considerazione dell'atteggiamento benevolo assunto nei riguardi della questione romana dal governo di Vienna , capeggiato dopo la sconfitta del 1866 dal nuovo primo ministro conte von Beust, discussioni furono avviate anche con l'Austria in vista di una triplice franco-austro-italiana. ma anche. da patte italiana, per non avere un secondo nemico ad oriente nel caso di un deterioramento dei rapporti con la Francia. Le trattative furono lunghe e laboriose e si trascinarono per tutto il 1868 e tutto il 1869, sia per 1a differenziazione degli obiettivi (in funzione essenzialmente antiprnssiana da parte franco-austriaca; prevalentemente proiettata verso la soluzione della guest1one romana da parte italiana) , sia per Ja pregiudiziale francese allo -sgombero dei territori pontifici. (46) L.F.M., Memorie, op. cit., pag. 188.


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Anche se pieno di scrupoli, data la sua condizione di cattolico praticante, nei riguardi della questione romana, Menabrea affrontò il problema dell'alleanza in termini chiarissimi ponendo alla Francia come base delJe trattative il seguente quesito: « Acconsentendo, l'Italia, a stipulare un'alleanza difensiva con la Francia e con l'Austria che, secondo i casi, potrebbe anche trasformarsi in alleanza offensiva acconsentirebbe, l'Imperatore dei francesi, a ritirare i suoi soldati dal territorio romano, lasciando all'Italia piena libertà di proteggere il Pontefice ed assicurare l'ordine senza intervento stra• ;> nzero. ». La formulazione del quesito era limpida e non conteneva alcun infingimento o sottinteso letterario o diplomatico e rivelava lo intendimento del governo di risolvere la questione di Roma entro i binari della più corretta ortodossìa politica. L'in transigenza francese su tale questione non consentì di giungere ad 11n accordo e la Francia, come noto, si trovò poi sola conI ro In Pruss ia nel 1870. O l1 rc a quelle di presidente del consiglio, Menabrea esercitò r o111t·111por:1nc:1mcnte, come già detto, anche le funzioni di ministro 1 k gli csll:f"i : 1r;ttl ò qu indi personalmente tutte le questioni di poliiica cs1cr:1 , agevolato in ciò dalla sua perfetta conoscenza del francese, che ern allora la Jingua ufficiale usata in diplomazia. Questo spicgn nnche i numerosi incarichi di plenipotenziario che egli svolse così frequentemente e soddisfacentemente. Il novembre 1869 fu per Menabrea un mese difficile, denso di impegni e di imprevisti, tra i quali l'inattesa caduta del suo governo. Innanzi tutto dovette accorrere d'urgenza nella tenuta reale di S. Rossore. dove fu trattenuto diversi giorni in conseguenza di una imorovvisa malattia polmonare del re che aveva fatto temere per la sua vita, tanto ch e si dovette chiamare il confessore. Tutto ciò mentre si attendeva che a Naoo1i la principessa Ma,rgherita, moglie di Umberto portasse a termine la sua prima maternità dalla auale nacqtie l'l l novembre il piccolo Vittorio Emanuele (47). Jnoltre il 18 era _prevista la riaoertura del parlamento; per cui Men:ibrea. nel dare notizia di tutti questi impegni all'inC!. Giofa ( 47) Me n::ibrea ebbe una parte importante anche nel matrimonio del principe ered itario, in quanto fu lui a proporre a Vittorio Emanuele II la principessa Margherita quale sposa per Umberto.


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che si trovava in Egitto, gli comunicava di essere nella assoluta impossibilità di partecipare alla cerimonia per l'inaugurazione del Canale di Suez, programmata per il giorno 17, un'opera della quale era stato, come sappiamo, un convinto assertore. Durante la sua permanenza a S. Rossore si verificò un episodio sbalorditivo con il confessore del re, il sacerdote don Renai, il quale, approfittando delle circostanze, aveva tentato di estorcere al sovrano, in cambio dell'assoluzione, una dichiarazione di pentimento per l'azione politica condotta contro la chiesa. Menabrea, messo sull'avviso da tentativi analoghi compiuti in precedenza nei riguardi di altri alti personaggi in punto di morte, ed accortosi dell'inqualificabile manovra, si precipitò nella stanza di Vittorio Emanuele e, minacciando di far arrestare l'incauto sacerdote, lo richiamò energicamente alla ragione. Certamente gli sarà stata risparmiata, almeno in quella occasione, la ricorrente accusa di « clericalismo ». L'ultima ora per Vittorio Emanuele non era però ancora arrivata e, nei giorni successivi, egli si riprese con la stessa rapidità con la quale si era ammalato ; il giorno 18, tuttavia, perdurando la sua convalescenza, non poté presenziare alla riapertura del parlamento ed il discorso della corona fu letto in aula dal ministro guardasigilli. « In quella occasione», dice Menabrea nelle sue memorie, « dall'atteggiamento della Camera, si poteva prevedere che tra il Ministero ed essa l'accordo non poteva stabilirsi tante erano le ambizioni in ebollizione! ». Menabrea non si sbagliava: si trovò infatti in contrasto con la maggioranza parlamentare che, già contraria aJ suo intendimento di non procedere a riduzioni delle spese militari e contro il parere del governo che aveva posto la questione di fiducia , elesse presidente della camera Giovanni Lanza, con aperto significato di onnosi:done al governo. Per una manovra di corridoio. quindi, e malgrado l'incondizionato appoggio del re, il quale affermò ch e avrebbe abdicato piuttosto che tradire l'impegno di sostenere il suo fedele primo ministro , Menabrea fu costretto il 19 novembre a presentare le dimissioni del suo gabinetto. La crisi di governo ebbe un codicillo amaro per Menabrea in quanto la prima condizione che il nuovo presidente del consiglio incaricato, Giovanni Lanza, appo!!Qlato da Quintino Selk pose al sovrano fu quella di esonerare dalle cariche di corte i ministri dimissionari. compreso l'ex presidente del consiglio che fu infatti dispensato dalla carica effettiva di primo aiutante di campo del re, il quale però la surrogò, a dimostrazione della propria benevolenza,


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con quella onoraria. Sia il Sella che il Lanza riconobbero più tardi il torto di aver agito in quel modo nei riguardi di Menabrea. Amedeo Mos<:ati ha scritto: « Il periodo della presidenza Menabrea è tra i più degni <li ricordo, quantunque dei meno studiati della storia politica del nostro Paese... Furono circa ventisette mesi nei quali, in mezzo ad attacchi di Sinistra e di Destra, tra vicende in qualche momento addirittura drammatiche, la vita del Ministero presieduto, nelle diverse· sue trasformazioni ed aggiornamenti, dal gen. Menabrea - che pure si ispirava al proposito di voler rabbonire l'impeto della lotta delle parti - apparve continuamente legata ad un tenuissimo filo . Ed è veramente notevole e va ricordato come pure in mezzo a questa lotta serrata delle parti, il Ministero riuscisse a condurre in porto riforme veramente essenziali e notevoli nel campo dell'ordinamento amministrativo dello Stato, che in gran parte furono riconosciute così appropriate da durare ancora immutate. E tra le onde agitate, sempre freddo e sereno, il Menabrc.: a dimostrò quali.Là di navigatore politico di tempra veramenl l'

:-.upi..:r iorc ... » (48).

11 gOvl'rno cadcv,1 mentre i giornali annunziavano a grandi ti- 1 1nli l'i11nugur.1zio11e del Canale.: d i Suez ed il completamento, dalla parte italiana, <lc:I traforo del Moncenisio, le due grandi opere nelli..: quali Me11ab1·ea aveva creduto sin dall'inizio e per il trionfo delle quali aveva speso tante energie, nella convinzione che esse avrebbero rappresentato una importante conquista del progresso per la umanità in genere e per l'Italia in particolare; esso rimase ancora in carica per il disbrigo degli affari correnti sino alla formazione del nuovo ministero presieduto da Giovanni Lanza, avvenuta il 14 dicembre 1869. Lungi dall'essere un semplice ministero di transizione, come si era configurato nelle torbide giornate del lontano ottobre 1867, il governo Menabrea prese saldame.nte nelle mani sin dall'inizio la guida del paese e riuscì a definire ed a portare avanti una politica coraggiosa che, pur prefiggendosi le più rigorose economie di bilancio, riuscì nello stesso tempo a rinnovare profondamente ed a svecchiare molte strutture dello Stato con un lavoro accorto, paziente, metodico e scevro da qualunque tentazione demagogica ma, se mai, ispirato ad una condotta prudenziale che derivava anche dal rispetto per le istituzioni e per le regole di convivenza internazionale. (48)

AMEDEO

MoscATT, op. cit., pagg. 331-333.


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Due progetti che il governo non riuscì a portare a termine, e che il governo successivo trascurò, riguardavano lo stabilimento di una stazione commerciale nella Nuova Guinea, dopo che una apposita commissione <li studio ne aveva accertato la convenienza e la fattibilità e dopo avere scartato altre ipotesi di colonizzazione ritenute contrastanti con gli interesi di altre potenze ed, inoltre, i preliminari condotti con Napoleone III per la revisione dei confini sul nizzardo che, a suo tempo, erano stati stabiliti frettolosamente senza seguire la linea geografica naturale dei displuvi, creando difficoltà di varia natura nelle zone di frontiera . Cessato dall'incarico governativo, Menabrea rientrò nelle funzioni <li presidente del comitato del genio e successivamente di quello delle armi di artiglieria e genio. Partecipò naturalmente anche alle discussioni parlamentari, nelle quali la sua parola era seguita con molto interesse, auspicando la collaborazione con la chiesa, necessaria a suo parere non solo per sanare i dissidi delle coscienze, ma anche per costituire una solida barriera contro la minaccia dei nuovi movimenti rivoluzionari (49). Alternava a queste attività i suoi studi prediletti, che continuava a presentare regolarmente alle varie accademie scientifiche. Continuò inoltre ad essere impiegato in importanti missioni straordinarie: nel 1870 a Vienna, nel quadro delle ottime relazioni che si erano stabilite con quella nazione; nel 1873 a Stoccolma, quale rappresentante del re, in occasione dell'incoronazione di Oscar II di Svezia; nel 1874 a Venezia per ricevere, a nome di Vittorio Emanuele, l'imperatore d'Austria Francesco Giuseppe che veniva in Italia a rendergli visita. Il 14 aprile 1876, quando già si era costituito il primo governo della sinistra, fu inviato ambasciatore a Londra, dove rimase sino al 1882 (ricevette in quel periodo, come già ricordato, le lauree honoris causa dalle università di O xford e di Cambridge). L'll novembre di quell'anno, sostituito a Londra da Costantino Nigra, divenne titolare dell'ambasciata di Parigi, in un momento delicato delle relazioni con ]'Italia dopo l'occupazione francese della Tunisia.

(49) In un discorso al senato disse: « Invece di continuare la guerra ad un ceto che oramai non può più essere pericoloso, uniamoci per scongiurare il comune pericolo, e per ridonare 1a pace alle nostre popolazioni che non domandano altro che di vivere sicure e tranquille sotto la protezione delle leggi » - (Atti parlamentari 1871, pp. 825-27).


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Dopo ben dieci anni di permanenza nella capitale francese, durante i quali con il suo prestigio personale contribuì ad attenuare i contrasti ufficiali fra le due nazioni, Menabrea chiese ed ottenne di ritirarsi a vita privata. Era il 1892 ed aveva ormai 83 anni. Aveva già iniziato la stesura delle sue memorie nelle quali riviveva i momenti più significativi della sua esistenza, mentre tutto intorno vedeva crollare gli ideali per i quali aveva condotto tante battaglie appassionate. Il dolore più grande gli venne da una situazione incresciosa del figlio Carlo che, per ottenere dalla moglie Susanna Crowert il divorzio (neanche immaginabile in quei tempi in una famiglia cattolica), chiese ed ottenne la cittadinanza francese. In un solo colpo la sua coscienza di padre, di cattolico e di iLnlinno veniva ferita a morte. Si ri1ir\> :1marcggiato nella n alìa Savoia, dove lo raggiunse la l ' W dl' I d h,asl rn di /\du a dd l marzo 1896. l.:1 L11 icns:1 cos i ruzio111.: uniL:1ri:1 del nostro risorgimento, alla q11nl1· nveva cblie:11 0 lull a la sua esistenza, scricchiolava sotto il pes11 di n:spons:1hil i1:'1 <.x l imptev idenze . Fuori dal f rnstuono e dal clamore delle polemiche, immancabili dopo ogni avversità, Luigi Federico Menabrea si spegneva in silenzio a Sain t-Cassin , presso la sua Chambéry, il 25 maggio 1896. In Italia se ne accorsero in pochi e in ritardo. P ersino la data della sua morte, come era avvenuto in vita per molte sue attività, è indicata in maniera errata in molte pubblicazioni ed in tutte le enciclopedie. Per ristabilirla, abbiamo dovuto scrivere al sindaco di SaintCassin che, dopo aver controllato . nei registri anagrafici, ce l'ha precisata. Almeno quella, si potrà finalmente dire nel rispetto della verità. O

I


PARTE TERZA

TESTIMONIANZE


MAGGIORE L. GIORGIO CALDERINI

Vivendo ho imparato che tra quante approvazioni può ottenere l'uomo, una è la vera, la buona, la sola da cercarsi, quella che mantiene dolce la bocca e fa trovare soffice il capezzale; ed è l'approvazione che portiamo tutti nel cuore quando ci dice « Hai fatto il tuo dovere».

India, Marzo 1942

0PE RAZ CONI DEL MIO BATTAGLIONE NEL NOVEMBRE

1941.

Mi sono spesso chiesto se avrei dovuto morire con le armi m pugno. G iudica ndo obiettivamente penso che avrei dovuto farlo, poichc:; un combau cnte non dovrebbe arrendersi vivo: tuttavia penso che ci<'> no n può essere vero nel caso che tale risoluzione causi la moi-1 e di altri . 1 pochi e malconci superstiti del caposaldo non e rano pi ù in grado di lottare per vincere, e lottare solo per morire sarebbe stato perfe ttamente inutile. In tre giorni di aspra lotta avevo richiesto ai miei uomini tutto quanto era in nostro potere. Tutti hanno risposto, molti pagando con la vita e, tra questi, tutti i comandanti di compagnia. Le norme di guerra mi davano la possibilità di salvare delle vite umane e confesso che, in caso analogo, tornerei ad agire come feci allora. Arrendersi è sempre stato un triste affare; il meglio che si possa dire di ciò è che, talvolta, dopo aver tutto tentato, sia un atto di buon senso, nella certezza che dinanzi ad un pericolo, non vi sia altro modo decente di regolarsi che quello di affrontarlo. Relazione sulle azioni svolte dal II/27° f . nei giorni 20-2122-23 novembre 1941.

Prigionia - Umanità presa in massa, sgradevole alla vista, allo udito e all'odorato. Yol 8-9-1943. Sono pronto ad accettare per buona qualsiasi accusa verso la guerra ed i mestatori che l'anno voluta, anche verso di me che vi ho preso parte, ma non sopporto il rimprovero verso gli uomini che hanno pagato di persona (i morti « senza gloria » ).


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GIORGIO CALDERINI

PREMESSA

Il giorno 9 novembre 1941, trovandosi il 27° rgt. f. da soli 10 giorni in zona di riposo a Sidi Meinum, il Sig. Generale Franceschini, comandante della Divisione «Pavia», mi informava che il giorno 16 sarei dovuto tornare in linea ( cinta di Tobruk) per sostituirvi, entro il giorno 17, elementi della Divisione « Bologna » che dovevano essere ritirati. In conseguenza avrei dovuto prendere diretti accordi, nella giornata stessa, con il Comando della Divisione predetta e c~m il Comando del 39° rgt. f. Avrei dovuto occupare i caposaldi di estrema sinistra nel settore assegnato al 39° f. (21-13-14) nella zona di Bir-bu-asateu, precedendo di alquanti giorni il mio reggimento in quella che avrebbe dovuto essere la « base di partenza » del 27° f. per la nota operazione di attacco alla piazzaforte di Tobruk. Nella giornata stessa mi recai presso il Comando della « Bologna» dove mi veniva confermato l'ordine con alcune varianti, e cioè non dovevo occuparmi del caposaldo 14, che rimaneva alla Divisione « Bologna » e dovevo mettere il comando del Battaglione all'ex caposaldo 4 (situato in posizione centrale ed arretrata rispetto ai caposaldi 21 e 13) provvedendo nel contempo all'impianto dei collegamenti necessari. Il successivo giorno 10 effettuai, con i miei comandanti cli compagnia, la ,ricognizione della località assegnatami e mi recai anche presso il Col. Lorenzon, comandante del .39° f., per ricevere ordini e prendere accordi circa collegamenti, servizi ecc. Per quanto concerne gli ordini mi furono confermati quelli dati dal Comando della Divisione «Bologna» con l'aggiunta della proibizione di impiegare esplosivi, far saltare mine ecc. In quanto agli accordi mi fu detto di provvedere personalmente a tutto quanto poteva essere necessario rivolgendomi, se del caso, al Comando della mia Divisione; e poiché il Col. Lorenzon dichiarò subito di non potermi fornire nulla di quanto mi occorreva ( e cioè filo telefonico, materiale da lavoro, reticolati, ambulanza, ecc.) fu convenuto che anche per l'acqua ed i viveri avrei fatto capo alla mia Divisione. Nei giorni 15 e 16 fu effettuato regolarmente il cambio e già la sera del 16, grazie ad una preventiva organizzazione, tutti i collegamenti erano in atto, eccettuato queUo con il comando della Di-


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visione « Pavia », che riuscii a completare entro il giorno 18, attraverso il P.A.M. divisionale (complessivamente 15 km di linea). Le truppe da me sostituite appartenevano al VI Gruppo Cavalleggeri « Aosta » (comandato dal Cap. Cerere) dipendenti tatticamente dal 30° rgt. f. La dislocazione assunta dal Battaglione ai miei ordini era la seguente: (v. schizzo). Caposaldo 21 (collegato a sm1stra con elementi della Divisione «Trento»; a destra con il caposaldo 13 ). 7a compagnia fucilieri (Comandante Ten. spe Remo Viola) con mezzi di rinforzo, costituiva un caposaldo con 9 centri di fuoco, sviluppo m 1900 x 300.

Armamento: quello speciale previsto per le Divisioni motorizzate A.S. con organici ridotti ed in giornaliera diminuzione per una forma epidemica di febbri reumatiche e sub ittero. Caposaldo 13 ( collegato a sinistra con il caposaldo 21 a destta con il caposaldo 14 ).

6a compagnia fucilieri (il comandante Cap. Devoti era stato ricoverato all'Ospedale, perciò il comando del caposaldo fu da me affidato al Cap. cpl. Sergio Falletti, comandante la compagnia A.A.A.e.e. del battaglione; il comando di compagnia fu assunto interinalmente dal S. Ten. cpl. Placido Aloi) con mezzi di rinforzo; costituzione del caposaldo con 9 centri di fuoco; sviluppo m 1300 x 200 circa). Armamento ed organici: c.s. Ex caposaldo 4 (in posizione arretrata rispetto ai precedenti e collegato con questi nonché con il caposaldo 10 (Divisione « Bologna » a destra), con il comando tattico del 39° rgt. f. e con il comando della Divisione « Pavia ». Comando del battaglione, con base logistica e elementi della compagnia comando (collegamenti e servizi). Il plotone esploratori al completo era stato trattenuto presso il comando di reggimento per la costituzione di una compagnia arditi.

5a compagnia fucilieri (comandante Ten. spe Cesare Passanisi) con mezzi di rinforzo armamento e organici c.s.


DISLOCAZIONE DEL IU27 ° - Scala I : 25000

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A tale compagnia avevo dato una sistemazione tattica appropriata a difesa del caposaldo sul quale io mi trovavo e che non offriva che scarse possibilità di resistenza, trattandosi di caposaldo abbandonato e in disarmo. Postazioni, ricoveri o camminamenti erano stati demoliti ed interrati (evidentemente allo scopo di non costituire pericolosi appigli in caso di infiltrazioni assai probabili nella zona). Il reticolato, completamente divelto, era stato in parte impiegato nei caposaldi avanzati; il rimanente fu da me inviato, nei giorni successivi, al caposaldo 21 che, inizialmente costituito a triangolo su soli 3 centri di fuoco, aveva avuto da me e per ordine del Sig. Gen. Franceschini un maggiore sviluppo frontale tale da impedire infiltrazioni ai fianchi largamente intervallati sia dalla « Trento » (a sinistra) che dal caposaldo 14 (a destra). Nei pressi del caposaldo stesso era sistemata la base logistica dd 44° G rup po da 105 del 16° rgt. C.A., in posizione sul rovescio del cn posnldo J 4. Ne i giorni che seguirono 1111a avvenuta occupazione dei caposnidi i11trnsificn i i lavori di difesa passiva, essendo in verità assai Sl'11r1,i q11clli prccsist<.; nti per le ragioni sopraindicate, e detti inizio 11 1111 rns t ruzionc di. un posto di medicazione, sfruttando ed adattando. con Of)portuni lavori di mine, il pozzo esistente a Bu Araten sull 'immed iato rovescio del caposaldo 13, nella certezza che il posto avrebbe ottimamente servito nella progettata prossima azione su Tobruk. Mentre davo impulso a questi lavori (non tutti e sempre possibili durante le ore diurne per la molteplicità degli osservatori e conseguente disturbo di artiglieria fatto dal nemico, quanto mai prod igo nc11'impiego di quest'arma), ebbi l'ordine dal Colonnello Marnn o (27° rgt.) di provvedere anche aU'impianto del comando tatti co del reggimento in località che· mi fu indicata, nonché alla cosi ruzio ne di un osservatorio avanzato; tutto ciò in relazione alla progettota azione di cui sopra. Dovevo inoltre provvedere a spostare nella predetta località (2 km circa ad ovest dal punto in cui mi trovavo) anche H comando del battaglione e annes·sa base per lasciare libero il settore destina to al 28° rgt. f .. P er l'e::.ecuzione di tali lavori il ,reggimento mi assegnava un Sergente Maggiore e due fanti zappatori; i rimanenti uomini occorrenti erano forniti a turno dalla 5"' compagnia. Come di norma


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GIORGIO CALDERINI

non esisteva alcun materiale di rafforzamento eccettuato il limitatissimo numero di sacchetti a terra il cui impiego, peraltro, mi era stato rigorosamente limitato.

20-XI

Avevo già dato inizio ai lavori di cui sopra, provveduto all'impianto di nuove cucine e allo spostamento di buona parte di materiali delle compagnie ne1la nuova località, allorché (si era al 20 novembre) ebbi la sensazione che qualcosa si stava svolgendo alle mie spalle in direzione Sud. Notai alte nubi di fumo al di là della strada dell'Asse e grande movimento di automezzi sulla strada stessa. Contemporaneamente squadriglie di aviazione, mai viste prima di allora, sorvolavano ripetutamente il cielo del caposaldo. Non ebbi alcuna comunicazione di quanto si stava svolgendo a Sud, ma intenso movimento di automezzi uscenti da Tobruk con direzioni Nord-Est mi confermarono il sospetto che il nemico tentasse un'azione in forze, sul mio fianco destro, per rompere il cerchio che lo assediava. Dal giorno 18 il comando del settore era passato dal Col. Lorenzon (39° f.) al Col. Vinay (40° f.). Nel caposaldo 14 i cavalleggeri del VI Gruppo « Aosta » erano stati sostituiti da un reparto del 40° f. il quale, a sua volta, avrebbe dovuto ricevere il cambio da un reparto del 28° rgt. f. i cui ufficiali ( al comando del Maggiore Priano) avevano già effettuata la ricognizione la sera precedente.

21-XI

Al mattino del giorno 21 gli eventi prec1p1tarono. Il Col. Vinay, al quale mi rivolgevo per avere informazioni e chiarimenti che da nessuna parte mi venivano, mi comunicava che alcuni caposaldi della Divisione Tedesca sulla destra del settore avevano ceduto e che si erano verificate delle infiltrazioni. Disse di non essere in grado di darmi altre informazioni perché non ne aveva. Nella mattinata stessa, dopo rapida e intensa preparazione di artiglieria, veniva attaccato il caposaldo 14 ( 40° f.) ed alcuni ele-


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menti del caposaldo 13 (Cap. Falletti) alle mie dipendenze. L'attacco fu contenuto da entrambi i caposaldi, ma un successivo attacco, sferrato alle ore 14 circa, determinava il crollo del caposaldo 14. Il nemico, installatosi in quest'ultimo, costituiva una seria minaccia al fianco del caposaldo 13 che, investito da carri armati e da violento tiro di mortai da 81, riusciva a tenere a prezzo di non lievi sacrifici. L'artiglieria non intervenne sebbene ripetutamente chiamata, oltre che da me, anche dal Cap. Falletti di cui distinguevo chiaramente le reiterate segnalazioni di -richiesta di intervento. In tale occasione si distingueva per serena calma ed ardimento, oltre al comandante de] caposaldo, anche il cap. magg. Fischietti della 103a compagnia pezzi da 47 /32 che, benché gravemente ferito alla testa, riusciva con il tiro preciso del suo pezzo a bloccare tre carri armati e un autocarro nemico. Per l'intera giornata il caposaldo 13 tenne testa all'avversario con i suoi mezzi, e, all'imbrunire, con riuscito colpo di mano, riusc:ivn a catturare un bren-gun-cartier carico di materiali di collegarnc:n1 0 con l'equipaggio costituito da un ufficiale e da due soldati i11gltsi, uno dei quali rimase ucciso. f n tale azione emergevano per arditezza di contegno il S. Ten. Plnciclo Alai, comandante interinale della 6° compagnia ed il suo attendente che cadeva sul campo. Sempre nelle prime ore del pomeriggio del 21 il Col. Vinay, al quale avevo ripetutamente segnalato l'intenso movimento degli autom ezzi nemici, mi informava che non avrei dovuto fare più alcun assegnamento sull'appoggio delle artiglierie, già a disposizione del settore, in quanto la Divisione « Bologna» non ne aveva più. Riuscii, attraverso il collegamento con la mia divisione, a rivolg<'rrni al comando della Divisione «Trento» (Magg. in s. SM Mosco) nlla quale richiesi il concorso di quella artiglieria, concorso che mi fu immediatamnete e cameratescamente dato, ma al quale, puri roppo, dovetti ben presto rinunciare per la impossibilità di pote r segnalare tempestivamente e direttamente bersagli e correzioni di tiro a gruppi e batterie con i quali non esistevano accordi preventivi e conseguentemente non conoscevano esattamente le mie posizioni , né avevano il tiro precedentemente preparato. Infatti molti colpi caddero sul mio caposaldo e sul caposaldo 13 che io mi ero sforzato di aiutare.


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Mentre questo avveniva al caposaldo 13, sul mio caposaldo (alle ore 17 circa), si riversavano gli sbandati di 2 gruppi del XVI rgt. a. C.A. (gruppi 44-19-49) comandati dal Magg. Battaglia (Cap. Renna, Ten. Corona, Ten. Zurco) e dal Magg. Albarella. Non vidi il Magg. Corrado Solofra comandante del terzo gruppo. Identico episodio si svolgeva sul -rovescio del caposaldo 21 da parte di un gruppo da 149 che il Ten. Viola, comandante del caposaldo, tentò invano di fermare. Il Capitano comandante del gruppo asserì di agire in conseguenza di ordini ricevuti. Inoltre si presentava al mio caposaldo anche il S. Ten. Mascolo del 40° f. con otto soldati, provenienti tutti dal di dietro e che io segnalai al Col. Vinay, comandante del settore, come sbandati del caposaldo 14. L'abbandono dei pezzi, avvenuto senza una ragione plausibile ed i provvedimenti da me adottati furono prontamente segnalati al comandante della Divisione « Pavia » prima, e successivamente al comandante l'Artiglieria di C.A., Signor Generale Niccolini il quale, mentre in un primo tempo ebbe per me parole di incoraggiamento e di elogio, in una successiva comunicazione telefonica si sforzò di mettere in dubbio la verità delle mie asserzioni, suffragate, peraltro, dal fatto che il gruppo Battaglia si trovava ancora nel mio caposaldo dove aveva ricevuto l'ordine di assumervi sistemazione difensiva a protezione del mio fianco destro. Premessa così l'esposizione di incresciosi avvenimenti, che non hanno altro scopo che quello di lumeggiare la precisa situazione del momento, mi corre l'obbligo, per contro, di segnalare in questa mia relazione, per la verità dei fatti, anche il valoroso contegno del S. Ten. Otello Barretta, del 44° gruppo, ufficiale osservatore presso il caposaldo 13, il quale, avendo intercettata una comunicazione telefonica del ,suo comandante di gruppo (Magg. Battaglia) ai comandanti le batterie con la quale ordinava il ripiegamento perché gli inglesi avanzavano ed avendo successivamente osservato che i pezzi venivano abbandonati, non sotto la pressione del nemico, chiedeva di essere autorizzato a rimanere nel caposaldo per combattervi a fianco dei fanti del Capitano Falletti, cosa che egli ottenne e fece fino al momento in cui , colpito a morte il Capitano Falletti e resa impossibile ogni ulteriore resistenza egli cadde prigioniero degli inglesi. Segnalo altresì il comportamento del Serg. Magg. a. Forti del 44° Gruppo (fratello del Serg. Magg. Armando Forti in servizio


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presso il Comando della Divisione « Pavia » ). Questo sottufficiale, profondamente addolorato per il comportamento dei suoi camerati, presentatosi immediatamente a me (che coadiuvato dal mio A.M. ero uscito dal caposaldo incontro agli sbandati per fermarli e intimare ai loro ufficiali di riorganizzare i reparti e passare a mia disposizione) chiese ed ottenne di assumere il comando di un centro di fuoco presso il mio caposaldo, per « sostituire » come egli si espresse « il proprio fratello assente sulla linea di combattimento ». Inoltre 7 artiglieri delle batterie da 149, già in postazione su] ,rovescio del caposaldo 21, si presentarono al Tenente Viola, comandante del caposaldo stesso, e chiesero di essere autorizzati a rimanere nel caposaldo per combattervi tra i fanti, mentre i loro compagni, lasciati i pezzi, si ritirarono in disordine non sotto la pressione del nemico. Deploro che i nomi di questi valorosi siano andati distrutti con le carte che dovetti incendiare il mattino del 23. Alle ore 2 0 circa si presentava al mio caposaldo il Maggiore Il ip:, (3° gru ppo <lei 3° Articd ere) il quale dichiarava di aver rin·v 1,10 l'ordine dal suo comandante di reggimento Colonnello Rug11ni l .adcrd1i . di mc l tersi n min di sposizione con gli uomini della l l! ISl' logis1ic:1 dt:I gruppo (una trentina circa) che si trovava un lun II ov ·s1 circ , dal mio caposaldo. Tale ordine, però, fu poco dopo rcvuc:1Lo telefonicamente dal Colonnello Ruggeri stesso, il quale o rdinava al Maggiore Ripa di ripiegare con uomini e materiali. Mi addolorò e mi meravigliò il fatto che il predetto ufficiale intendesse di ripiegare anche la linea che mi allacciava al Comando della Divisione « Pavia » perché « i telefoni erano i suoi ». Mi dovetti imporre contro questa assurda pretesa che tendeva a tagliarmi fuori anche dalla Divisione « Trento » che avrebbe potuto eventualmente aiutarmi con le sue artiglierie. Comunque furono sostituiti qegli apparati che resero quanto mni laboriose le comunicazioni finché un soldato del genio, di proprin iniziativa, partitosi dal P.A.M., non raggiunse il mio capos:1ldo, sostituendovi l'apparecchio con altro di maggiore potenza. T tre subalterni del gruppo Ripa (che con lui si trovavano) dettero prova di alto sentimento del dovere manifestando la loro gioia :-1llorché appresero di dover rimanere al caposaldo e furono CorLemcnte delusi per il successivo contrordine che non nascondeva, in certo qual modo, l'abbandono del caposaldo alla sua sorte. Il Maggiore Ripa, messo da me al corrente di quanto era avvenuto nei gruppi del XVI rgt., ebbe severe parole di biasimo per


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il Maggiore Battaglia (l'Albarella, con gli uomini del suo gruppo, aveva ritenuto opportuno di sottrarsi al mio controllo al calar della sera) e assisté all'ordine da me dato al Battaglia di riunire i suoi uomini per raggiungere immediatamente le postazioni dei pezzi che, a quanto ero riuscito a sapere da alcuni dei suoi artiglieri, erano tuttora efficienti ed adeguatamente provvisti di munizioni. Provvidi nella notte stessa ad allacciare telefonicamente il mio comando con il Battaglia e ordinai al Tenente Guidi, M.M.A. del gruppo che risiedeva alla base, situata nei pressi del mio caposaldo, di tenersi a mia disposizione con gli uomini presenti alla base stessa (circa 40 ). Gli ordinai di lasciare in permanenza, presso il mio comando, 2 delle sue staffette. Comunicai, tra l'altro, al comandante del settore (Colonnello Vinay) che avrei tenuto presso di me, ed a sua disposizione, il S. Tenente Mascolo con gli 8 soldati (già appartenenti al 14° caposaldo) e dei quali ho fatto cenno più sopra. La notte passò relativamente tranquilla e mi fu possibile provvedere a mezzo di uno S.P.A. allo sgombero dei morti e dei feriti, per i quali non ero riuscito ad ottenere l'ambulanza né dal Comando della « Bologna » né da quello della « Pavia ».

22-XI La situazione al mattino del 22 era la seguente: - i miei 3 caposaldi tuttora saldamente in posto con elevatissimo spirito combattivo, come ne facevano fede i fonogrammi dei rispettivi comandi e i sopralluoghi da me effettuati; - tutti i collegamenti in atto attraverso un instancabile, continuo lavoro di tutti i guardafili e le staffette del battaglione;

- il fianco sinistro del mio schieramento solidamente appoggiato alla Divisione « Trento »; il fianco destro completamente scoperto, come pure il terzo largamente intervallato dallo Schifet El Adem. Poiché i guardafili che erano stati sulla linea mi avevano assicurato che il terreno interposto tra me ed il comando del settore era sgombro dal nemico, presi gli ordini dal Colonnello Vinay, in-


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viai colà il S. Tenente Mascolo con i suoi uomini che costituivano per me più un ingombro che altro. Stavo provvedendo alla riorganizzazione del caposaldo migliorandone le difese e modificandone lo schieramento ( vedasi schizzo allegato), allorché giunse sul posto l'Eccellenza Navarrini, comandante del XXI C.A.; lo misi al corrente di quanto era accaduto nel giorno precedente e feci vedere quanto era stato fatto e si stava facendo per rendere più efficace la difesa del caposaldo. Non gli nascosi la mia preoccupazione di essere completamente scoperto su1 lato destro, preoccupazione aggravata dal fatto di non poter disporre di alcuna artiglieria; gli chiesi di farmi giungere, attraverso il km 25 della strada dell'Asse, la batteria da 65/17 del mio reggimento. Egli non aderì (rispose che « dovevo ritenermi fortunato di non avere artiglierie che noi fanti non sapevamo aàoperare ») e soggiunse « essendosi le cose ristabilite al Sud, io potevo considernrini in una bo tte di ferro ». Non mi accennò nulla di quanto era avvcnu Lo o stava avvenendo sul resto del fronte e particolarmente 1111 c mie spaJle, ma mi assicurò che nella nottata sarebbero giunti 1111.: zzi W l'HZZa Li <li « Rommel » che avrebbero decisa la situazione i1 1 11usLro favore. Dopo avermi elogiato per quanto era stato fatto nella giornata precedente per le disposizioni da me attuate, prese In via del ri LOrno no n senza avenni raccomandato <li usare con parsimonia i sacchetti a terra e di recuperare, appena possibile, quelli già impiegati che sarebbero dovuti servire per la nostra azione su Tobruk. Pochi minuti prima delle ore 13 una ventina di apparecchi inglesi sorvolò il cielo del caposaldo, lasciando sulla verticale di questo un razzo rosso a paracadute; subito dopo iniziò un violento e preciso tiro di preparazione che ebbe la durata di 1 ora e 15 primi. Le perdite in uomini furono re]ativamente lievi (5 morti e una quindicina di feriti) ma non altrettanto quelle dei materiali e specialmente quelle delle armi che subirono una precisa falcidiazione. Con assoluta aderenza al tiro di preparazione gli inglesi attaccavano il caposaldo con numerose pattuglie di fanteria in formazioni rade, protette da una decina di carri armati di tipo medio. Al fuoco di artiglieria subentrò il fuoco delle mitragliatrici e dei cannoni dei carri, ma il preciso ed intenso tiro dei due pezzi a.e. da 37 /45 riuscì ad immobilizzare 3 carri (il fuoco della mitragliera da 20 non si dimostrò efficace contro questi), mentre il fuoco delle mitragliatrici e dei fucili riusciva a mettere in rotta gli elementi ap-


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piedati che, da tre lati, si erano spinti arditamente a contatto delle difese del caposaldo. Il nemico desisteva dall'impresa e il morale dei fanti era fortemente rafforzato. Ogni tentativo di · riallacciarmi telefonicamente con il Comando del settore non riuscì perché i guardafili inviati in parte non tornarono, gli altri, di cui uno ferito (soldato Spaccialberto), dichiararono essere il terreno frapposto tra me ed il comando del settore occupato dagli inglesi. Avevo appena provveduto a sostituire, con opportuni spostamenti, in alcuni centri di fuoco le armi deteriorate ( 1 pezzo da 37 /45 colpito in pieno, 2 Soluthurn, alcuni mitragliatori) che si iniziava, da parte del nemico, un nuovo tiro di preparazione più lento ma non meno preciso del precedente che ebbe la durata di un'ora. Sotto il tiro stesso, carri armati inglesi del tipo Mark II, protetti anche nei cingoli, serrarono sul caposaldo, presi immediatamente sotto il fuoco <leJle armi a.e .. L'efficacia di queste, purtroppo, non si dimostrò pari al compito, poiché si vedevano nitidamente i proiettili traccianti da 3 7, <lei Soluthurn e della mitragliera da 20, urtare contro le corazze dei carri e svettare in alto senza che i carri stessi potessero essere fermati. Improvvisamente una densa cortina fumogena s'interpose tra noi e l'avversario; quando essa si diradò i carri erano scomparsi e con essi anche i tre che erano stati immobilizzati nell'attacco precedente e che inutilmente avevamo tentato di incendiare, perché difesi da intenso fuoco di mitragliatrici appostate nelle vicinanze. La situazione del caposaldo, che nei due attacchi non aveva ricevuto alcun concorso di artiglieria, cominciava a divenire preoccupante non tanto per le perdite umane, sempre relativamente lievi, quanto per la inefficienza del materiale e la scarsezza delle munizioni. Alcune postazioni , in seguito al tiro dell'artiglieria, erano state sconvolte ed incendiate, poiché le bottiglie a.e., di cui erano dotati tutti i centri, avevano appiccato il fuoco ai sacchetti a terra e ad alcune casse di munizioni, le cui esplosioni rendevano precaria l'occupazione del centro. Anche un trattore ed un autocarro della base del 44° gruppo 105 erano in fiamme. I caposaldi 21-13 , tenuti sotto il fuoco dell'artiglieria, non erano stati attaccati. I loro comandanti, immediatamente informati da me di quanto stava accadendo ed esortati ad aumentare la vigilanza nella notte sopraggiungente, mi inviarono a mezzo staffetta


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il seguente fonogramma, prezioso documento anch'esso distrutto dal fuoco, sufficiente da solo a lumeggiare l 'eroica figura di questi due bravi ufficiali eroicamente caduti sul campo (Capitano complemento Falletti Sergio e Tenente spe Viola Remo): « Abbiamo temuto per voi, ma la vostra staffetta ci ha ridato la fede e la speranza. Intenso tiro di artiglieria; non siamo stati attaccati, ma attendiamo da un momento all'altro di mostrare agli in' glesi che di qui non ·si passa. Morale ottimo. Viva l'Italia - Falletti Viola».

Frattanto ero riuscito a ristabilire il collegamento con il comando di settore (Colonnello Vinay), cosa del tutto insperata. Dopo essere stato messo al corrente della situazione, egli mi dichiarava di non poter fare assolutamente nulla per me, in quanto egli si trovava chiuso al suo posto di comando e circondato da carri che scorrazzavano nella zona. Inoltre, ritenendo che il caposaldo 14 fosse stato sgombrato dagli inglesi, me ne proponeva la rioccupazione con elementi della compagnia che presidiava il mio caposaldo. Ordinai al Capitano Falletti (caposaldo 13) ed al Maggiore Battaglia del 44° gruppo di inviare, ciascuno dalla propria posizione, una pattuglia tendente ad accertare la verità di quanto sopra. Il Falletti mi telefonava poco dopo che la pattuglia era rientrata dopo aver provocato intenso fuoco di mortai sulla 1Sua posizione. I colpi provenivano dal caposaldo 14 il quale, evidentemente, era tuttora occupato, ed il Maggiore Battaglia mi rispondeva che dalle posizioni dei suoi pezzi si vedevano chiaramente due carri armati fermi sul caposaldo 14. Questa circostanza mi meravigliò e chiesi al Battaglia, che mi aveva precedentemente dichiarato di aver solo cinque pezzi su 12 in condizioni di far fuoco, perché non sparasse sui carri. Egli, che evidentemente persisteva nel non volersi rendere conto della situazione, mi rispose che « se fosse stato autorizzato?! a far questo lo avrebbe fatto ». Ebbe da me la « necessaria autorizzazione » e sparò, credo due o tre colpi, informandomi subito dopo che la reazione del nemico era stata immediata e violenta ( il che era vero) tanto che aveva dovuto cessare il fuoco. Da quel momento il telefono non funzionò più, né seppi più nulla del Battaglia, e la pattuglia guardafili, da me inviata in serata per ricercare sue notizie, rientrò comunicandomi che, giunta nei pressi delle postazioni, era stata fatta segno a


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fuoco di mitragliatrici inglesi che, evidentemente, erano state avanzate sulle piazzole dei pezzi. In tal modo anche il caposaldo 13 veniva ad essere sopravvanzato dal nemico sul fianco destro. Ricordando che il mattino l'Eccellenza Navarrini mi aveva comunicato che alle mie spalle, sulle pendici dello Agiach-Eb-Aden doveva riunirsi il VI gruppo squadroni «Aosta» al comando del Capitano Cerete (il S. Tenente Marconi del predetto gruppo si era presentato a me nel tardo mattino per dirmi che il gruppo era già in posto) inviai al predetto ufficiale un motociclista con un biglietto mediante il quale lo mettevo al corrente della situazione e lo pregavo di esaminare la possibilità di intervenire in mio favore per chiudere una parte del varco esistente tra il mio caposaldo e lo Sghifet-el-Aden, onde avere migliori probabilità di contenere l'avversario, del quale prevedevo imminente un nuovo attacco. Egli mi rispose: « essere spiacente non poter aderire al mio desiderio trovandosi là a disposizione del Comando XXI C. d'Armata per altro incarico e, d'altra parte non avere egli armi idonee alla lotta da me intrapresa » ( ! ? ) Urgendomi rifornire il caposaldo di munizioni inviai due autocarri al P .A.M. divisionale (posto « Mare » ). Questi tornarono portandomi solo un certo numero di granate per mortaio da 81 e vari colpi per l'a.c. da 37. Gli autisti mi comunicarono, nel contempo, che il P.A.M. stava ripiegando in seguito agli ordini ricevuti. Tale notizia mi parve in contraddizione con il preannunciato ar.rivo dei mezzi tedeschi previsto per la nottata; ciò non pertanto mi assicurai che i centri di fuoco ancora efficienti si mettessero nelle condizioni di resistere nel miglior modo e rimasi in attesa degli eventi. A tarda ora della sera comunicai telefonicamente la situazione direttamente al Signor Generale F1:anceschini, prima, ed al Signor Generale Lombardo della Divisione «Pavia». Il primo mi esternò il suo compiacimento per il comportamento dei caposaldi del battaglione, invitandomi a resistere ancora perché « nella notte sarebbero maturati gli eventi ». In considerazione della ridotta efficienza della difesa, del mio fianco completamente scoperto ad Est ed a Sud, della risposta avuta dal Cap. Cerete (risposta che il sig. Generale mi ordinò di conservare), io avanzavo la proposta di ripiegare i caposaldi 4-13-21 in modo da appoggiarmi al ciglione, facendo perno sulla « Trento » a sinistra, così da chiudere la Sghifet-el-Aden e raccorciare notevol-

22. - Memorie


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mente il fronte dello schieramento. Il Sig. Gen. mi rispondeva essere il mio « compito di resistenza ad oltranza», e che, peraltro, la situazione si sarebbe favorevolmente risolta nella nottata. Mi preavvisò di aver dato disposizione perché il Tenente Colonnello del genio Marchetti collocasse, nella nottata, un campo minato in località che io avrei dovuto indicare a protezione del caposaldo; la scarsa disponibilità di mine non consentiva di poter cingere con queste l'intero elemento difensivo. Durante la notte feci partire il Sergente Morigi con uno S.P .A. sul quale caricai morti e feriti gravi ( tra essi due cranici e due addominali), mentre i feriti leggeri rimasero al caposaldo; il Sergente Fini con uno S.P.A. e due carrette per i rifornimenti di acqua e viveri. Con i feriti inviai al Comando della Divisione « Pavia » anche un altro ufficiale ed un altro soldato inglesi, catturati al caposaldo 13 mentre si stava svolgendo il secondo attacco contro il mio caposaldo.

23-XI

Alle prime ore della notte sul 23 arrivò al mio Comando il Ten. Colonnello Marchetti e con intenso lavoro mettemmo a sito circa 150 mine tedesche coprendo un arco di cerchio di circa 200 metri. Durante il lavoro si presentò al caposaldo il Ten. Colonnello Mario Montozzi (Comandante il XVI Rgt. a. C.A.) il quale mi chiese notizie del gruppo Battaglia. Gli dissi quello che sapevo e lo ufficiale se ne andò. La posa delle mine terminò alle prime luci dell'alba, tanto che ebbi la possibilità di far osservare al Ten. Colonnello Marchetti un grande numero di bandiere bleu che si profilavano all'orizzonte sul lato Est del caposaldo; erano carri armati inglesi già schierati sulle cui intenzioni non poteva esservi dubbio . Immediatamente dopo la partenza del T en. Colonnello Marchetti si verificava, nel luogo stesso in cui erano stati segnalati i carri, un intenso afflusso di camionette trasportanti truppe che scendevano rapidamente e scomparivano alla vista occultandosi nelle ondulazioni del terreno. Tutti gli uomini del caposaldo, feriti compresi, erano ai loro posti ed anche le poche armi tutt'ora efficienti.


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Mentre impartivo le ultime disposizioni ai vari centri di fuoco, il Maggiore Donato della Divisione « Pavia » mi chiamò al telefono; ,gli feci rispondere dall'A.M. S. Tenente Turrini che un nuovo e più forte attacco si stava sviluppando contro il caposaldo e che cercasse di farmi aiutare in qualche modo dall'artiglieria. Purtroppo la preparazione dell'attacco nemico, che aveva avuto la durata di 40', e che doveva essere visibilissima anche dall'Osservatorio « Zara » situato sul ciglione, non era stata per niente disturbata dal tiro delle nostre artiglierie. Alle 7 un violentissimo tiro di preparazione si abbatté sul caposaldo, troncando, dopo pochi minuti, tutte le comunicazioni telefoniche rimaste in atto fino a quel momento. Lo stesso tiro investì il caposaldo 13 che, come venni a sapere a mezzo staffetta più tardi, era stato attaccato contemporaneamente. Tutti i guardafili erano fuori del caposaldo ma nessuno di essi vi rientrò all'infuori di due che vi fecero ritorno feriti. Fino alle ore 8.30 durò il tiro di preparazione senza diminuire di intensità e di precisione, tanto che alcuni centri di fuoco furono sconvolti, alcune postazioni in fiamme ed il fuoco, propagatosi ai sacchetti a terra ed alle casse di munizioni che si incendiarono scoppiettando, rese quanto mai precaria la loro occupazione. Frattanto raffiche violentissime di mitragliatrici da parte degli attaccanti, che avevano iniziato il movimento, investirono da ogni parte il caposaldo. Cadde colpito a morte il S. Tenente Alessiadi della Y compagnia, rimase ferito il S. Tenente Pierini comandante del plotone pezzi. Nella materiale impossibilità constatata di poter fermare i carri che avanzavano in fuori ed al largo, ordinai di concentrare il fuoco sulle fanterie che si presentavano in formazioni lineari, marciando erette speditamente e con rapido movimento avvolgente. Con pochi uomini effettuai una rapida sortita all'arma bianca che allentò la pressione sul fianco sinistro più minacciato e l 'effetto si fcce immediatamente sentire. I fanti entusiasmati accolsero con grida di gioia l'inizio di un ripiegamento che, per taluni, si risolse in fuga. Ma i carri, puntando sul caposaldo, scatenarono il violento fuoco dei Joro cannoni e delle mitragliatrici. Il Tenente P assanisi, comandante la Y compagnia, cadde ferito presso la mia postazione. La situazion~ apparve critica quando « finalmente », in seguto a reiterati lanci di razzi rossi, intervenne l'artiglieria del ciglione ( 149 e una batteria tedesca) che fulminò con tiro preciso carri e fanteria


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inglesi. Senonché la intempestività dell'intervento e la scarsa efficacia del colpo sui carri non impedì a questi, che erano molti e del tipo Mark II, di iniziare l'avvolgimento del caposaldo; alcune postazioni di armi furono direttamente investite e gli uomini letteralmente schiacciati dai carri; le staffette inviate dal Tenente Guidi (A.M. del 46" gruppo) perché portasse avanti gli uomini disponibili presso di lui non ritornarono (più tardi, ed in prigionia seppi dallo stesso Tenente Guidi che i suoi uomini si erano sbandati verso lo Sghifet e che egli non aveva « potuto » trattenerli); intanto, con il riavvicinarsi dei gruppi attaccanti nemici, si approssimò al caposaldo anche il violento tiro di sbarramento delle nostre batterie che, incuranti della necessità della difesa del caposaldo, si preoccuparono solo di tirare sul nemico incalzante. Non conoscevo le segnalazioni per le artiglierie in questione e, d'altra parte, la situazione era disperata e non vi era altra alternativa. Lanciai più serie di razzi rossi, verdi e bianchi nell'intento di richiedere aumento di fuoco in massa e celerità sulla zona del caposaldo, che era ormai avviluppato dai carri. Non mi feci soverchie illusioni, ma ebbi la certezza che il tiro di « repressione », se non altro, avrebbe fatto pagare caro al nemico il vantaggio ottenuto. Cosl fu, infatti, e resomi conto che la partita era ormai perduta senza speranza, dopo averli cosparsi di petrolio, feci incendiare tutti i documenti e tutte le carte, riservate o no, di pertinenza del battaglione. Il fumo, il polverone e gli incendi finirono con l'impedire nel modo più assoluto la visibilità e, in mezzo a rade schiarite, era possibile vedere gruppi inglesi che si trovavano già nell'interno del caposaldo. Contro questi gruppi armati di tommi-gunners si cercò di lottare isolatamente con il fuoco dei soli fucili, mentre, sul rovescio del caposaldo, alcuni fanti tentavano di rompere il cerchio dei carri lanciando alcune bottiglie incendiarie, il cui effetto era alquanto aleatorio; da un solo carro balzò a terra l'equipaggio, mentre un altro carro saltò sul campo minato rimanendovi immobilizzato. Frattanto il tiro di repressione non diminul di intensità e scorsi dalla mia postazione una trentina di uomini, superstiti dei centri di fuoco, che vennero affrettatamente avviati verso Nord-Est da soldati inglesi. Contemporaneamente alle mie spalle un gruppo di soldati armati di pistole mitragliatrici tommi-gunners mi intimarono la resa chiedendo a gran voce e con insistenza dove fosse il medico.


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Ogni ulteriore resistenza sarebbe stata inutile sacrificio dei pochi e malconci superstiti del caposaldo. Le perdite subite dal nemico (soldati inglesi del XVII e XXI Rgt. Cavalleggeri riuniti in Brigata Corazzata) non furono inferiori alle nostre già gravi, come mi fu confermato in Tobruk da un ufficiale interprete dell'Intelligence Service il quale, di ritorno dal caposaldo dove si era recato per ricercarvi documenti (che naturalmente non trovò) si espresse così: « Vedendo il vostro caposaldo mi è venuto di pensare che non esista più Iddio! ». Sono ateo in p_olitica e non sarò mai convertito. Sento predizioni che non si compiono mai, professioni di fede delle quali non si fa caso, spiegazioni che altro scopo non hanno fuorché quello di ingannare. Non credo ai programmi parlamentari, alle ciarle dei fa. ciii riformnto ri , ma alla virtt1 operosa del popolo, riunito alla forza nohi li1an1 c de l lavoro. La democrazia sarà libera e grande se tratnì gioi a dnlln fn1irn q1101idi~ina, dal dovere compiuto, se instaurerà ) il rn lr o ,k lln famig li:1 e degli ideali umani. La politica non ci salvn :ì pn r h(- b poli1i c:i si ri volge solo alle passioni e agli odi degli 111,111i11i , ·ssu ci di vidl.! e non riformerà mai il mondo. Per le grandi 111:,sse del popo lo non è mai sufficiente un'idea la quale si proponga com me la so lo il benessere comune; nelle nature mediocri anche l.'odio accampa i suoi foschi diritti accanto all'amore, e l'egoismo del singo lo esige che da ogni idea derivi anche un rapido profitto personale. La massa sarà sempre più accessibile a ciò che è concreto e immediato che non all'astratto; sempre perciò nella vita politica avrà maggiore successo e seguito una parola d'ordine che proclami, invece di un ideale, una opposizione, una antitesi chiara e precisa, che si svolga contro un'altra classe, un'altra razza e un'altra religione, giacché il / fanatismo trova nell'odio l'esca pfo facile al suo sciagurato ardore. Avranno sempre, quindi, il compito più facile gli spiriti partigiani che sospingono l'eterno malcontento degli uomini in una ben determinata direzione. Da ogni parte riformatori che non sanno riformarsi, credenti nella universale fratellanza che odiano mezzo mondo, denunciatori della tirannia che domandano la forza per i loro avversari, assetati di sangue che predicano la pace, moralisti che giustificano ogni torto con la ragione del fine, molti sordi ad ogni appello di pietà che praticano la giustizia. Lo spirito brancola cieco in un bailamme di voci tumultuose. La salvezza è soltanto in noi, nella nostra vita interiore che è fatta di verità, di giustizia, di pietà.


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Queste le cose solide ed eterne che dobbiamo servire con il corpo e con l'anima.

YoL 1.4.44 Ho fatto il soldato non per ambizioni né per interessi, ma per passione e per amore delJa Patria. Ho combattuto riportando attestati, ferite e prigionia. Nondimeno, facendo il soldato, ho sempre creduto di salire non di scendere; non cerco pietà ma giustizia. Mi mancherà il pane, forse, ma non mai l'onore; ed io reputo venerabile e magnifica la povertà di colui che non ha mai prostituito il suo impegno al potere, né la sua anima alla sventura. (dai campi di prigionia di Yol).


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QUARTA PARTE

RICERCHE


COLONNELLO CARLO MAZZACCARA

L'EVOLUZIONE DEL CORPO DI STATO MAGGIORE NEI REGNI DI SARDEGNA E D'ITALIA PARTE PRIMA: 1796 - 1881

1. PREMESSA

Esaminare la storia dello Stato Maggiore dell'Esercito italiano significa affrontare numerosi problemi particolari, quali l'individuazione delle sue origini, i modelli organizzativi a cui si ispirò, le condizioni storiche, politiche, culturali, economiche che ne determina rono Jo sviluppo. Trn Lutti questi , l'individuazione delle origini è il problema di pnrlcnza di ogni ricerca in questo campo, in quanto solo avendo cliinrc le caratteristiche peculiari dell'organizzazione che lo originò è pos~ibilc comprendere lo sviluppo ed il funzionamento dello Stato Maggiore dell 'Esercito . Queste origini vanno individuate nelle istituzioni militari del vecchio Piemonte. Infatti l'Armata Sarda, per la sua preminente ed insostituibile azione nel periodo risorgimentale, rappresentò il nucleo di cristallizzazione attorno al quale si venne formando, gradualmente e faticosamente, l'Esercito italiano. Gli Stati Maggiori degli eserciti italiani preunitari, pur contribuendo con notevoli personalità alla formazione del Corpo di Stato Maggiore nazionale, non furono in grado di fornire modelli che fossero sperimentati ed accertati come quello piemontese. Di conseguenza il presente studio, proponendosi lo scopo di illustrare l'evoluzione ordinativa del nostro Stato Maggiore, deve necessariamente prendere le mosse da quello del Regno di Sardegna. Poiché il periodo abbracciato è assai vasto (dal 1796 al 1944), lo studio è stato suddiviso in due parti: - la prima, dalla formazione nell'Armata Sarda di un regolare Corpo di Stato Maggiore (1796) al 1881, anno precedente a quello che vide l'ingresso dell'Italia nella Triplice Alleanza;


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CARLO MAZ".lACCARA

- la seconda, dal riordinamento organico del 1882 fino allo scioglimento del Regio Corpo di Stato Maggiore, decretato con il Decreto Luogotenenziale 16 novembre 1944. La seconda parte vedrà la luce nelle « Memorie Storiche Militari» del 1982.

2. lL

PERIODO PREUNITARIO

Fin dal 1655, nel vecchio Ducato di Savoia, si può individuare la istituzione di due Stati Maggiori, uno di Fanteria ed uno di Cavalleria, che però non costituirono mai un Corpo a parte. La prima costituzione organica di uno Stato Maggiore risale al 1796, quando, con Regio Viglietto del 19 novembre di quell'anno, fu istituito il Corpo di Stato Maggiore dell'Armata che comprendeva i due Stati Maggiori di Fanteria e Cavalleria e la Direzione superiore della Topografia reale, fino ad allora separati ed autonomi. Tale ordinamento fu creato prendendo a modello quello francese, emanato nel 1783 dal Maresciallo de Ségur ( 1) e prevedeva uno Stato Maggiore organizzato permanentemente denominato Stato Maggiore Generale dell'Armata. Era diretto da un generale e composto di ufficiali superiori, denominati aides maréchaux généraux des logis, ciascuno dei quali aveva alle sue dipendenze un capitano ajoint. I compiti assegnatigli consistevano nel preparare studi inerenti la fortificazione, la topografia e la logistica, nel tradurre in ordini esecutivi gli ordini impartiti da Comandante e nel fornire a questo ultimo, qualora richiesti, pareri e consulenze. Il reclutamento avveniva tra i subalterni licenziati dalla « Scuola militare» ritenuti idonei per capacità e rendimento. Il servizio negli Stati Maggiori veniva prestato ininterrottamente per tutta la carriera e non prevedeva alcuna alternanza con quello presso i reparti. (1) Philippe-Henry de Ségur (Parigi, 1724-1801). Si distinse nelle battaglie di Raucouse (1746), di Lawfeld (1747) ed a Kloterkamp, durante la guerra dei Sette Anni. Ministro della Guerra dal 1780 al 1787, fu nominato Maresciallo di Francia nel 1783. Legò il suo nome alla riorganizzazione dello Stato Maggiore francese.


EVOLUZIONE DEL CORPO DI S.M.

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Nella relazione, anno 1787, del Capo di Stato Maggiore D'Agnessau si legge: « Il Corpo di Stato Maggiore avrebbe, come tutto l'esercito, un piede di pace ed uno di guerra, il primo debole, soltanto sufficiente per i bisogni del servizio, per propagare l'istruzione, per formare le nuove leve e per aver elementi sempre atti a disimpegnare, al momento del bisogno, funzioni di Stato Maggiore ... Il Re si riserva di determinare il piede di guerra, che dovrebbe essere considerevole in ragione dei bisogni dell'esercito... In quanto all'avanzamento, sarebbe collocato in modo più certo di quello degli ufficiali di leva ... »

L'ammissione nel Corpo si fa per esame. Il Consiglio Superiore di guerra dell'esercito francese compilò, nel 1788, un regolamento del servizio di Stato Maggiore, ma esso non fu pubblicato. A fronte dello Stato Maggiore francese stava quello prussiano che, fin dalle origini, assunse una fisionomia molto diversa dal primo. Le sue origini vanno individuate nell'ordinamento dato allo esercito del Brandeburgo all'epoca di Federico Guglielmo (1644-1688). I compiti affidatigli, in questo primo periodo, non furono molto differenti da quelli assegnati allo Stato Maggiore francese, tuttavia lo Stato Maggiore prussiano assunse, fin dall'origine, la caratteristica di corpo permanente. Fu Federico II che, a seguito delle esperienze tratte dalla guerra dei Sette Anni, impresse una fisionomia del rutto nuova al suo Stato Maggiore. A riguardo egli scriveva: « L'esercito aveva fatto numerose campagne e tuttavia mancava al Gran Quartier Generale un buon Stato Maggiore del Quartier Mastrò Generale». Per ovviare a tali carenze Federico II agl in tre direzioni: - la prima fu quella di rendere i Capi degli Stati Maggiori corresponsabili con il Comandante da cui dipendevano della concezione delle operazioni. Ne derivò, come corollario, la dipendenza diretta di ciascun Capo di Stato Maggiore da quello dell'unità direttamente superiore; la seconda consistette nel curare la preparazione degli ufficiali di Stato Maggiore mediante l'istituzione, nel 1765, di una -


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CARLO MAZZACCARA

Accademia di Guerra che insegnasse tutte le materie atte alla condotta delle operazioni; · -

la terza consistette nel reclutare gli allievi dell'Accademia

di Guerra tra i capitani che avessero dato già buona prova e dimostrato attitudine a servire nello Stato Maggiore. Essi dovevano alternare il servizio nello Stato Maggiore con quello presso i reparti, in modo da non perdere i contatti con la vita delle truppe. Siffatti provvedimenti furono ripresi nel secolo successivo e si dimostrarono i più validi per i moderni Stati Maggiori. In Piemonte, invece, il « Corpo di Stato Maggiore dell'Armata » ebbe vita effimera in quanto, dopo appena due anni, il paese fu occupato dalle armate repubblicane francesi ed il suo esercito cessò di esistere per tutto il periodo napoleonico. A seguito della Restaurazione e del ritorno in Piemonte del Re di Sardegna, il Corpo di Stato Maggiore viene ricostituito, con la nuova denominazione di « Corpo di Stato Maggiore Generale», il 12 novembre 1814. Nella premessa al piano di formazione, veniva affermata la esigenza che « per il bene delle regie armate, fosse ristabilito il Corpo dello Stato Maggiore Generale, in tempo di pace, occupandosi dell'acquisto di cognizioni locali e nei progetti delle militari operazioni, le più adatte alla difesa del paese, potesse formare degli ufficiali capaci di assistere in guerra i generali nella parte più importante delle loro funzioni». La struttura organica del Corpo di Stato Maggiore Generale, secondo la determinazione del 12 novembre 1814, è riportata nell'Allegato 1. In data 26 giugno 1816 venivano emanate le « Determinazioni di Sua Maestà per la nuova formazione, regolamentazione e doveri del Corpo dello Stato Maggiore Generale ». La nuova formazione risulta dall'Allegato 2. Rispetto alla precedente formazione venivano eliminati i Cadetti ed istituita la categoria degli « addetti », da incrementare numericamente in tempo di guerra. Il « Real Corpo di Stato Maggiore Generale » ebbe, con decreto del 6 ottobre 1831, una nuova e completa organizzazione (Allegato 3) che stabilì le norme generali direttrici del reclutamento e dell'avanzamento dei suoi ufficiali e ne fissò le attribuzioni ed i doveri, sia in tempo di pace sia in tempo di guerra.


EVOLUZIONE DEL CORPO DI S.M.

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Il regolamento del Corpo, emanato con lo stesso decreto, stabiliva le seguenti disposizioni (2): « Missione del Corpo »

Il Real Corpo di Stato Maggiore Generale porge al Re ed al suo Ministro della guerra i documenti che valgono a dirigere il Capo dell'Esercito nell'impiego delle forze militari nel Regno. In tempo di pace perciò il Real Corpo di Stato Maggiore Generale si adopera a raccogliere le notizie, specialmente topografiche e militati, opportune a fondare e ad illustrare il sistema strategico dello Stato; ed in tempo di guerra si adopera : 1° - Ad esporre le considerazioni, che dalla raccolta di dette notizie possono emergere per dar norma alle operazioni della guerra. 2° - A dirigere e secondare gli effetti delle stesse operazioni; ed in conseguenza ad agevolare al Capo dell'Armata il modo di conoscere e di provvedere ai bisogni della guerra, e di mantenere in nrc.lin ala c011siclc r;1zionc le vai-ie parti dell'Armata stessa. <,

C:0111 p(J\iziu11c »

11 Rcn l Corpo cli Stato Maggio re Generale ha per Capo il (.)uani er mastro gene rale, Comandante generale, ed è composto di:

3 Aiutan ti Generali, ufficiali di vario grado, superiori ed inferiori, disegnatori, contabili, persone inservienti militari e civili. Il numero degli ufficiali (compresivi tre Aiutanti Generali) è, in tempo di pace non minore di 35. In tempo di pace sono attinenti al Real Corpo di Stato Maggiore Generale:

1° - L'Intendente generale delf'Armata; 2° - il Comandante delle Guide; cd in tempo di guerra sono attinenti a tal Corpo:

1° - l'Intendente ed il Comandante summenzionati; 2° - il Comandante Superiore dei Carabinieri; 3° - il Comandante d 'Artiglieria; (2) Appunti sul Servizio di Stato Maggiore m tempo di pace, Scuola Superiore di Guerra, Torino, 1872.

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4° - il Comandante degli Ingegneri; 5° - il Comandante dei cannonieri conducenti; 6° - due altri Ufficiali Superiori, uno per l'Arma di Fanteria e l'altro per l'Arma di Cavalleria; 7° - gli Aiutanti di Campo del Generale in Capo, del QuartierMastro generale, e degli altri Generali Comandanti delle Divisioni, o addetti al Quartiere generale del Generale in Capo; 8° - sei ufficiali del grado di Maggiore o di Capitano: uno per l'arma di Fanteria, uno per l'arma di Cavalleria, due per l'Artiglieria e due per gli Ingegneri; 9° - il Gran Prevosto; 10° - il Comandante generale dei bagagli; 11° - un Auditore di guerra; 12° - un Commissario ed un sotto Commissario di guerra; 13° - un Commissario ed un sotto Commissario di artiglieria; 14° - il Cassiere generale di campagna; 15° - un Direttore delle poste; 16° - il Cappellano 17° - il Medico 18° - il Chirurgo 19° - il Farmacista 20° - quelli Ufficiali di vario grado e di armi diverse, che piaccia a Sua Maestà di mandare al seguito del Quartier Generale; 21 ° - i Capi dei varii servizi ali' Armata, e gli agenti ed impiegati dei servizi medisimi. « Reclutamento »

Gli Ufficiali di Stato Maggiore Generale, nei gradi superiori a quello di Tenente, vi pervengono o per successive promozioni o per immediata nomina che al Re piaccia di farne. Al grado di Tenente sono promossi, in tempo di pace, i soli Allievi dell'Accademia militare, che hanno fatto prova di merito per condotta e per abilità, confermata con esami a norma dei regolamenti. Gli allievi dell'Accademia militare così promossC passano dopo un anno a far servizio in quell'altro Corpo dell'Armata per cui sono proposti dal Quartier Mastro generale; e dopo un anno di tal


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serv1z10, riprendono il servizio al Corpo di Stato Maggiore generale sia per rimanervi di poi durevolmente sia per essere mandati ancora una o più altre volte a servire in un Corpo di una delle diverse armi. Quando avvenga che allievi dell'Accademia militare, i quali abbiano soddisfatto alle condizioni dell'ammissione, non trovino posto nel Corpo sarà tenuto conto di loro, e saranno poi chiamati; preferibilmente a qualunque altro, ad occupare i posti che vengono a farvisi vacanti. Quando ai bisogni del servizio del Corpo di Stato Maggiore Generale manchino, in tempo di pace, allievi della R.a Militare Accademia, Sua M aestà si riserva di provvedete con l'ammissione di Ufficiali tratti dai varii Corpi dell'Armata. Nello stesso modo Sua Maestà intende che sia straordinariamente provved uto per i somiglianti bisogni in tempo di guerra. Tu tti. gli Uffi ciali indistintamente del Corpo R.le di Stato Maggion.: gencrnlc possono essere trasferiti nei varii Corpi dell'Armata, e ricl1ia111:1ti :illo S1:110 Maggiore Generale seconclo le esigenze del Sl'l'V IZ IO .

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L\rnzianità degli Ufficiali è regolata nei vatii gradi secondo quelb degli Ufficiali dell'Armata del grado corrispondente. Quando alcuno degli Ufficiali di Stato Maggiore Generale, abbia acquistato nel proprio grado anzianità tale che non resti nell'Armata più del decTmo degli Ufficiali dello stesso grado più anziani di lui, potrà il Capo del Corpo proporre a Sua Maestà la promo" zione di tale Ufficiale al grado superiore per ragione di merito ». L'accennato regolamento precisò inoltre le attribuzioni relative a tutti i gradi ed a tutti gli impieghi , e stabill che il Quartier Mastro Generale dovesse essere Capo del Quartier Generale del c~1a.:1·ale in Capo , e che il Capo di Stato Maggiore delle Divisioni (Maggio ri o Capitani) dovesse essere nominato con Decreto Reale, dietro proposta del Quartier Mastro Generale. 11 Regolamento, inoltre, precisava che nel campo operativo la collaborazione dello Stato Maggiore deve essere espressamente richiesta dal Comandante; anche per la destinazione degli Ufficiali che pure è di SM l'iniziativa del Quartier Mastro Generale il Capo del Corpo - è strettamente limitata e può esplicarsi solo


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sotto forma di proposte. Queste limitazioni souo più nette là dove si parla del combattimento, perché vi è esplicitamente affermato il carattere esecutivo delle attribuzioni del Quartier Mastro Generale e la funzione di portatori di ordini riservata agli altri Ufficiali di SM: « Nell'atto della pugna, il Quartier Mastro Generale si tiene accosto al Generale Comandante; ne riceve gli ordini, li comporte, e per tale effetto, tiene raccolti d'attorno a sé quanti degli Ufficiali del Corpo di Stato Maggiore Generale giova che gli stiano d'appresso a farsi portatori di cenni, o d'istruzioni, nelle varie parti dell'Armata». Una larga autonomia invece accordata al Quartier Mastro Generale in campo logistico, mentre appare quale compito nuovo, di notevole importanza, il controllo dell'esecuzione degli ordini impartiti dal Comandante. In sostanza, il regolamento del 1831 , che pure intende fissare le attribuzioni del Real Corpo dello Stato Maggiore Generale quale « centro di studi e di lavori inerenti alla preparazione della guerra », non rappresenta ancora un reale progresso rispetto allo Statuto del 1814, ma si limita a precisare più nettamente i compiti dello SM, finendo ovviamente col restringerli. Tali compiti, poi, sono ulteriormente ristretti dalla pratica, tanto che il Generale Della Rocca, entrato nel Corpo nel 1825, afferma che gli Ufficiali dello SM sono più che altro « ingegneri topografici » (3 ). Questa affermazione trova conferma nel fatto che, dal 1831, l' « Ufficio particolare del Quartier Mastro Generale » si articola in due branche: « Ufficio topografico » ed « Ufficio Generale »; inoltre, secondo il Generale M. Oudinot, in quel periodo il Piemonte viene a disporre di un Corpo di Stato Maggiore costituito esclusivamente da 32 Ufficiali utilizzati, in tempo di pace, in attività concernenti « la produzione di carte topografiche delle zone più interessanti dal punto di vista strategico, la raccolta di notizie militari e 1a ricerca, nelle documentazioni italiane e straniere, di quanto possa essere utile al servizio mili tare » ( 4). Una variante all'organico del Corpo fu apportata con R.D. del 7 dicembre 1847, per cui scompariva la distinzione tra « Servizio delle Armi » e « Servizio di Ufficio » e instaurava, in sua vece, quella tra « incaricati dell'istruzione militare e degli studi ad essa (3) DELLA RoccA, Autobiografia di un veterano, Ed. Zanichelli, Bologna, 1898. (4) M. 0UDINOT, De l'Italie ed de ses forces militaires, Anselin, Parigi, 1835.


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inerenti » e « incaricati della direzione delle operazioni e dei lavori di geodesia» (Allegato 4). L'esperienza delle due sfortunate campagne del 1848 e del 1849, la necessità di ricostruire l'Esercito su basi più aderenti alle nuove condizioni del Regno di Sardegna, diedero luogo nel 1850 ad una nuova organizzazione dello Stato Maggiore. Con decreto 18 maggio 1850 il Corpo dello Stato Maggiore Generale cambiò denominazione in « Corpo Reale dello Stato Maggiore». Veniva soppressa la carica di Quartier Mastro Generale ed in sua vece istituita quella di « Comandante Generale». Veniva istituita la categroia degli ufficiali subalterni « aggiunti » al Corpo di Stato Maggiore, dandogli così la fisionomia di Stato Maggiore aperto. La nuova organizzazione è riportata nell'Allegato 5. Questo ordinamento rimase invariato fino al 1860 e fu quello con il quale il Regno di Sardegna affrontò e superò la prova della seconda g ue rra d 'indipendenza. Esso però si dimostrò insufficiente n fnr fronte aJl 'accresciuta mole dell'Esercito, conseguente all'an-

nessione della Lomba rdia e dei Ducati al Regno di Sardegna. .PcrtanLo il R .D . 11 marzo 1860 (5), senza portare modifiche al personale militare e civile addetto alla contabilità, alla segreteria, agli archivi ed all'Ufficio topografico, stabill che il quadro degli ufficiaJi fosse così composto: un comandante generale (ufficiale generale), un direttore dell'Ufficio topografico (maggiore generale o colonnello), un sottocapo di Stato Maggiore (maggior generale o colonnello) quattro colonnelli, 8 luogotenenti colonnelli, 18 maggiori, 23 capitani di 1" classe, 23 capitali di 2• classe (6), 19 luogotenenti - ufficiali aggiunti. Gli ufficiali superiori e i capitani erano destinati parte alla sede del Corpo parte presso l'Armata e una certa aliquota presso i comandi divisionali territoriali. La necessità poi di rinforzare le file degli ufficiali con elementi giovani provocò l'istituzione con R.D. 13 dicembre dello stesso (5) G.M. 1860, pag. 233. ( 6) La suddivisione in classi dei capitani era dovuta alla diversità di stipendio percepito. Questo sistema venne in seguito applicato anche ai luogotenenti.


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anno (7), di una scuola provvisoria, sotto la dipendenza e la responsabilità del Comandante generale del Corpo, alla quale potevano essere ammessi, senza esami ed a scelta del Ministero, ufficiali subalterni delle armi di fanteria e cavalleria dei corpi dell'Esercito e già in servizio presso il Corpo quali ufficiali aggiunti.

3.

L'ADEGUAMENTO ALL'ESERCITO NAZIONALE

Nell'ambito del riordinamento dell'Esercito itaHano, costituito all'atto dell'unificazione nazionale, il « Corpo Reale dello Stato Maggiore» dell'Armata Sarda viene modificato con il R.D. del 24 gennaio 1861 (8). Questo riordinamento, proposto dal Generale Manfredo Fanti, stabilisce la sua nuova denominazione in « Corpo di Stato Maggiore» e la sua nuova costituzione (Allegati 6 e 6 bis), più adatta ai compiti cui veniva chiamato. Il suo organico, sia per il tempo di pace sia per quello di guerra, veniva fissato in 210 unità così suddivise: -

un 10 20 28 92 60

ufficiale generale; colonnelli; luogotenenti colonnelli; maggiori; capitani (46 di l a classe - 46 di 2a classe); luogotenenti (30 di l3 classe - 30 di 2a classe).

Il Corpo era ordinato in: - un « Ufficio Superiore», retto da un generale e dipendente dal Ministero della Guerra, a sua volta articolato in quattro uffici: Segreteria; Tecnico (su 3 sezioni: Geodetica, Topografica e Riproduzioni); Militare (su 2 sezioni: Militare, Archivi, Biblioteca, Strumenti); Contabile (su 2 sezioni: Contabilità personale del Corpo, Contabilità ufficiali generali); - una « Direzione della Scuola di Applicazione del Corpo » è composta da un Direttore (colonnello o tenente colonnello), un (7) GM. 1860, pag. 1290. (8) G.M. 1861, Supplemento n. 4, pag. 7. (9) Ufficio Storico.


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3.59

Vice Direttore (maggiore) e 4 professori ufficiali di Stato Maggiore; - un « Comitato consultivo di Stato Maggiore » è nominato annualmente e, almeno una volta in ciascun anno, deve riunirsi presso il Ministero della Guerra. Costituito da non meno di 4 ufficiali di Stato Maggiore, tra i quali il Capo dell'Ufficio Superiore ed il Direttore della Scuola di Applicazione, è incaricato degli studi del Corpo, di quanto attiene alla programmazione delle attività della Scuola di Applicazione, delle valutazioni in ordine di merito dei frequentatori nonché dell'esame delle questioni che il Ministro intende sottoporre. La Scuola di Applicazione del Corpo di Stato Maggiore ha durata biennale e viene frequentata da 40 ufficiali, suddivisi in due Corsi, ciascuno di 20 componenti. Quattro posti erano riservati a candidati appena usciti dalla Accademia Militare di artiglieria e genio, scelti fra quelli che ne avessero fatto richiesta. Per i rimanenti 16 posti, era invece aperto un concorso tra i 20 sottotenenti, meglio classificati, appena nominati tali dalle scuole speciali di fanteria e cavalleri a e tra altrettanti ufficiali subalterni d ell'Esercito, con un anno di servizio nella ]oro A rma e non aventi più di 26 anni di età. Il Ministro della Guerra si riservava di decidere quali ufficiali dovevano essere ammessi all'esame di concorso e aveva facoltà di variare la proporzione del numero dei posti disponibili. I sottotenenti provenienti dalla Regia Accademia, all'atto dell'ammissione alla Scuola di Applicazione di Stato Maggiore, venivano assegnati ad un corpo di fanteria o di cavalleria a loro scelta, mentre quelli provenienti dalle scuole speciali rimanevano nella arma in cui erano stati promossi. Gli allievi, al termine dei due corsi annuali e in seguito alle prove di esame, ottenevano l'idoneità, o meno, per il passaggio nel Corpo di Stato Maggiore. Quelli dichiarati idonei venivano immediatamente chiamati, secondo l 'ordine di classifica risultante dagli esami, a occupare i posti vacanti nel grado di luogotenente o capitano, se durante i due anni passati alla scuola fossero stati promossi a tale grado. Qualora il numero degli ufficiali idonei fosse stato superiore al numero dei posti vacanti n ei gradi di luogotenente o capitano, gli eccedenti a tale numero dovevano rientrare al loro corpo senza alcun diritto di poter passare in seguito effettivi nel Corpo di Stato Maggiore. In


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ogni modo venivano inseriti nelle liste di avanzamento a scelta. Conservavano il diritto di occupare i posti che si fossero resi vacanti nell'anno successivo quegli allievi che avevano conseguito il massimo dei punti di merito stabiliti. Relativamente all'impiego, gli ufficiali di Stato Maggiore, da colonnello a capitano, sono utilizzati quali Capo di Stato Maggiore dei Corpi d'Armata, delle Divisioni attive e territoriali e quali addetti ai Quartieri Generali dei Corpi d'Armata, delle Divisioni e delle Brigate attive. Un certo numero di essi è comandato presso l'Ufficio Superiore ed alcuni possono, su richiesta del Ministero degli Affari Esteri e del Ministero della Guerra, venire impiegati rispettivamente nelle Legazioni e per missioni militari o incarichi speciali. I tenenti, appena promossi, sono distaccati presso le unità: i provenienti dall'Accademia di Artiglieria e Genio, per un anno in un reggimento di Fanteria ed uno in un reggimento di Cavalleria; i provenienti dalle Scuole di Fanteria e Cavalleria, rispettivamente, per un anno in un reggimento di Cavalleria o di Fanteria ed un anno in un reggimento di Artiglieria o del Genio (indistintamente ). In ogni caso, tutti i tenenti sono di preferenza impiegati per disimpegnare le funzioni di Aiutante Maggiore. Dopo aver servito per il tempo prescritto nelle unità, essi vengono assegnati ai Quartier Generali dei Corpi d'Armata o delle Divisioni attive, oppure allo Ufficio Superiore del Corpo di Stato Maggiore. Regolato, cosl, in modo definitivo il reclutamento, confermato il principio del diverso impiego degli ufficiali, sancita la decisione di massima di tenere il Corpo sullo stesso piede tanto di pace che di guerra ( senza però escludere la possibilità di un eventuale aumento dei quadri in tempo di guerra) il Corpo di Stato Maggiore riceveva nel 1861 un definitivo assetto organico. Le sue attribuzioni, però, rimanevano preminentemente quelle concernenti gli studi e la parte tecnica, mentre era compito precipuo del Ministero della Guerra provvedere a tutto quanto riguardava l'organizzazione, l'istruzione e la mobilitazione dell'Esercito ed a provvedere all'ordinamento ed al servizio nel Corpo. Nel successivo mese di giugno 1861 ( 10), a seguito della ripartizione dell'Italia in sei grandi dipartimenti t erritoriali, comprendenti ciascuno un certo numero di divisioni e sottodivisioni (mentre le truppe dell'Esercito di campagna continuavano ad es(10) G.M. 1861, pag. 387.


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sere raggruppate in diciassette divisioni), venivano in conseguenza aumentati i relativi Stati Maggiori, assegnandone due ad ogni Comando di dipartimento e cioè uno alle truppe mobilitate, l'altro per le operazioni di carattere territoriale. Quest'ultimo aveva l'incarico di svolgere, in pari tempo, anche i compiti della Divisione che risiedeva nella località sede del Comando. Alle altre divisioni e sottodivisioni veniva assegnato un proprio Stato Maggiore. In conseguenza, per poter provvedere alla deficienza dei quadri del Corpo, non essendo stato possibile disporre del necessario contingente di ufficiali per l'ammissione alla Scuola di Applicazione, veniva, con disposizione del 16 luglio 1861 (11), istituito presso l'Ufficio Superiore un corso straordinario di studi della durata di un anno, a cui potevano essere ammessi, previo concorso, venti ufficiali subalterni delle armi di linea in servizio presso i Corpi. Continuando l'opera di assorbimento degli istituti militari degli stati preunitari, con R.D. 4 agosto dello stesso anno 1861 ( 12) il Ministero della Guerra determinava che l'Ufficio Topografico dell'ex governo delle Due Sicilie passasse a far parte del Corpo formando una sezione staccata dell'Ufficio Tecnico, con sede a Napoli. L'azione di logoramento cui erano sottoposti i reparti dello Esercito stanziati nell'Italia meridionale e in Sicilia, sia per il mantenimento dell'ordine pubblico sia per combattere il brigantaggio, li distoglieva quasi completamente dalle istruzioni, rendendo perciò necessaria Ja loro sostituzione per riordinarsi e riprendere il proprio addestramento. Pertanto con R.D. 6 giugno 1862 (13) si provvedeva alla riorganizzazione delle truppe dislocate nelle diverse provincie. Nello stesso tempo venivano apportate quelle modifiche alla composizione degli Stati Maggiori del1e diverse unità che l'esperienza aveva suggerito. Veniva quindi determinato che presso i grandi comandi di dipartimento e presso le divisioni e sottodivisioni militari vi fosse un solo Stato Maggiore incaricato di disimpegnare tanto gli affari relativi alle truppe mobilitate quanto quelli territoriali (ad eccezione, (11) G.M. 1861, pag. 439. (12) G.M. 1861, pag. 565. (13) G.M. 1862, pag. 421.


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ma in via provvisoria, per il VI dipartimento e per la Sicilia). Anche nelle divisioni in cui il comandante riuniva le attribuzioni di comandante una divisione attiva con queJle di comandante la divisione territoriale, vi doveva essere un solo Stato Maggiore per lo svolgimento delle pratiche della divisione attiva e di quelle territoriali . Detti provvedimenti furono segtùti da altri; e precisamente con R.D. 20 luglio successivo (14) veniva disposto che il Capo di Stato Maggiore di una divisione potesse avere il grado di colonnello, e con nota del 2 agosto ( 15) si prescriveva che, in caso di assenza del Capo e Sottocapo di Stato Maggiore dei vari Comandi, spettasse farne le veci all'ufficiale più elevato in grado di qualunque arma, facendo parte dei comandi stessi a parità di grado (senza tener conto dell'anzianità) all'ufficiale appartenente al Corpo di Stato Maggiore. Alla fine del 1863 (16) ebbero inizio i corsi regolari presso la Scuola di Applicazione, ma, per quanto il Ministero avesse tenuto conto, anche per il corso successivo del 1864, della possibilità di poter reclutare un numero superiore di allievi a quello prescritto, a causa dell'ampliamento avuto dai quadri del Corpo non fu possibile coprire tutte le vacanze che si erano verificate nell'organico. Per rimediare a tale stato di cose, oltremodo dannoso per il servizio, con R.D. 24 aprile 1864 ( 17) veniva creata la categoria ufficiali aggregati al Corpo di Stato Maggiore da scegliere, in numero limitato per ciascun grado, tra quelli appartenenti alle varie armi dell'Esercito e più idonei per il servizio nel Corpo, in modo da supplire alle deficienze esistenti e senza oltrepassare l'organico fissato per il Corpo di Stato Maggiore. Veniva in tal modo stabilizzata la posizione degli ufficiali aggiunti, nata con la riforma del 1859. Ad essi spettavano gli stessi doveri, prerogative e vantaggi degli effettivi, rimanendo in soprannumero nell'arma di provenienza e conservando l'anzianità ed il diritto all'avanzamento nell'arma (14) (15) (16) (17)

G.M. G.M. G.M. G.M.

1862, 1862, 1863, 1864,

pag. pag. pag. pag.

561. 610. 77. 273.


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stessa; potevano però essere iscritti nel quadro di avanzamento del Corpo di Stato Maggiore ( 18 ). Le difficili condizioni finanziarie dello Stato, mentre obbligavano alla riduzione delle spese, rkhiedevano al Paese nuovi sacrifici, imponendo nello stesso tempo al Governo lo stretto obbligo di introdurre tutte le economie possibili nei vari rami dell'amministrazione statale. Venne in conseguenza elaborato un disegno di legge, sanzionato poi il 18 dicembre 1864 (19), con il quale si realizzava un notevole risparmio sul bilancio della guerra, senza apportare alcuna diminuzione nei quadri degli ufficiali ma con la riserva di provvedere in seguito ad un aumento sostanziale nell'ordinamento dell'Esercito. Il Corpo di Stato Maggiore subiva solamente alcune modifiche nel personale ufficiali, allo scopo di equilibrare meglio la proporzione nei diversi gradi, in relazione a quella esistente nelle varie armi, fermo restando, però, il numero complessivo. P er questo mo tivo fu istituita la categoria di Stato Maggiore, limi tata agli allievi della Regia Accademia, che, al termine del corso dell 'Accademia stessa, veni vano assegnati al Corpo d i Stato Maggiore, nel quale passavano definitivamen te quando, ultimata la Scuola d i Applicazione, ottenevano la promozione a luogotenente. Pertanto l 'organico venne così modificato: Un ufficiale generale - Capo dell'Ufficio Superiore; 11 colonnelli ; 11 luogotenenti colonnelli; 30 maggiori; 98 capitani (49 di l a classe e 49 di 2a); 52 luogotenenti (26 di la classe e 26 di 2a); 8 sottotenenti. Nel totale dovevano essere compresi gli ufficiali aggregati istit ui.ti col decreto del 24 aprile 1864. Perdurando la crisi economica, si richiesero al bilancio della guerra nuove economie, che venivàno concentrate in alcuni decreti in data 30 dicembre 1865 apportanti modifiche all'ordinamento dell'Esercito. In virtù delle disposizioni contenute in uno di tali dectcti (20) l'organico degli ufficiali del Corpo di Stato Maggiore fu (18) Con nota del 20 giugno 1864 (G.M. pag. 418) da detta categoria, salvo casi di bisogno, venivano esclusi i subalterni, per il fatto che essi potevano entrare nel Corpo seguendo il corso ordinario presso la Scuola di Applicazione. ( 19) G .M. 1864, pag. 805. (20) G .M. 1865, pag. 1035.


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ridotto di 1 colonnello, 1 tenente colonnello, 2 maggiori, 4 capitani e 2 luogotenenti; gli ingegneri geografici dovevano occupare altrettanti posti di capitani di 2a classe. Con lo stesso decreto fu ridotto anche il numero degli ufficiali delle armi di linea addetti agli Stati Maggiori dei dipartimenti e delle divisioni territoriali, fissandone il numero in 57, e precisamente: 1 ufficiale superiore, 28 capitani e 28 subalterni. Detti ufficiali furono applicati al Corpo di Stato Maggiore con l'incarico di svolgere compiti di contabilità e di routine negli uffici dei comandi di dipartimento e di divisione. Essi dovevano continuare a vestire la divisa del corpo di provenienza senza alcun speciale distintivo. Un altro di tali decreti (21) stabiliva cbe gli Stati Maggiori di dipartimenti e delle divisioni militari territoriali fossero composti, quando possibile, solo di ufficiali del Corpo di Stato Maggiore. Ad ognuno dei predetti Stati Maggiori, però, furono assegnati un capitano e un subalterno.

4.

LA CAMPAGNA DEL

'66

E LA SUCCESSIVA RIORGANIZZAZIONE

Durante la mobilitazione dell'Esercito e la campagna del 1866, vari furono i provvedimenti adottati nei riguardi del Corpo di Stato Maggiore. Con R.D. 6 luglio (22), per mettere in condizioni il Corpo di poter sopperire a tutte le esigenze dell'eccezionale servizio in campagna, fu fissato il seguente nuovo organico degli ufficiali di Stato Maggiore: 12 colonnelli; 12 luogotenenti colonnelli; 36 maggiori; 100 capitani; 60 subalterni. Nello stesso tempo il suddetto decreto disponeva che, sempre quando le esigenze del servizio lo avessero richiesto, gli ufficiali aggregati fossero considerati in eccedenza all'organico di quelli effettivi fino a raggiungere il numero di 60 (5 ufficiali superiori, 30 capitani, 25 subalterni). Nulla veniva variato circa gli ufficiali delle Armi di linea applicati al Corpo di Stato Maggiore. (21) G.M. 1865, pag. 1075. (22) G.M. 1866, pag. 667.


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Cessata la campagna ed i motivi per cui erano stati presi gli eccezionali provvedimenti, s'iniziava il progressivo ritorno dell'Esercito alle formazioni di pace. Nei riguardi del Corpo di Stato Maggiore, provvedeva il R.D. 14 dicembre 1866 (23 ), che, determinando la soppressione della categoria degli ufficiali aggregati, fissava il seguente quadro degli ufficiali effettivi del Corpo: 10 colonnelli; 10 luogotenenti colonnelli; 28 maggiori; 90 capitani (45 di l3 classe e 45 di 2a); 40 luogotenenti (20 di l a classe e 20 di 2a); 8 sottotenenti. L'organico degli ufficiali applicati veniva fissato in: 1 ufficiale superiore; 35 capitani; 35 subalterni. Si disponeva, poi, che gli ufficiali esuberanti al nuovo organico potevano rimane te in soprannumero per essere inseriti nei quadri, secondo Je vacanze verificatesi e<l infine veniva accordata, agli ufficiali che lo desideravano, una licenza straordinaria di sei mesi, con l:1 perdita d i metĂ dello stipendio . Questo allo scopo di poter ridurre il numero dei presenti (24 ). lnfinc, in considcrazione delle riduzioni apportate nei quadri del Co rpo, con di sposizione del 15 novembre (25 ) si stabiliva una nuova ri partizione degli ufficiali effettivi ed applicati in servizio presso i comandi d i dipartimento e di divisione. Tale disposizione, contrariamente alle norme in vigore, prescriveva che in alcune divisioni poteva essere assegnato, invece di un ufficiale superiore di Stato Maggiore, un pari grado di qualsiasi arma, per disimpegnare le funzioni di Capo di Stato Maggiore. Le deficienze riscontrate durante la guerra del 1866 e le esperienze fatte, consigliavano di provvedere ad una radicale riorganizzazione dell'Esercito. Una r.ommissione di ufficiali generali si riunĂŹ nei primi mesi del 1867 per lo studio dei provvedimenti da adottare, sotto la presidenza del Ministro della Guerra.

L'importanza del Corpo di Stato Maggiore, che cosĂŹ variamente si faceva sentire in tutto quanto rifletteva l'Esercito, sia in pa(23) G.M. 1866, pag. 1241. (24 ) G.M. 1866, pag. 1216. (25) G.M. 1866, pag. 1223.


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ce sta m guerra, le sue attribuzioni rese maggiormente complesse e difficili dal carattere di rapidità e brevità assunto dalle guerre, i successi ottenuti dalle armi prussiane e attribuiti in gran parte alla solida struttura del proprio Stato Maggiore, determinarono la necessità di un profondo studio per provvedere alle deficienze riscontrate. L'esigenza più pressante rilevata fu quella di elevare il livello di istruzione professionale degli ufficiali, dato che le scuole fino ad allora preposte a tale scopo, non avevano corrisposto all'aspettativa. Nello stesso tempo, però, mentre si riconosceva il bisogno di fornire agli ufficiali una preparazione scientifica più vasta e più consona ai tempi, si richiedeva ad essi una conoscenza molto più approfondita delle norme di servizio interno dei Corpi. Fu decisa, pertanto, la creazione di una « Scuola Superiore di Guerra » posta alle dirette dipendenze del Comandante Generale del Corpo con gli scopi di formare gli ufficiali del Corpo di Stato Maggiore e di diffondere l'istruzione tra i quadri dei repal"Li. Questo secondo scopo venne realizzato con l'inviare gli uffi. ciali di Stato Maggiore a compiere periodicamente un periodo di istruzione presso le truppe in modo da far loro riprendere familiarità con il servizio al reparto e, nel contempo, utilizzare e diffondere, a profitto dei reparti stessi, le nozioni apprese e la pratica dei compiti speciali assolti. La scuola venne organizzata nella sede di Via Bogino in Torino cd il comando venne affidato al Maggior Generale Carlo Nicolis di Robilant, che lo tenne dal 2 1 luglio 1867 al 25 giugno 1871. Fin dall'inizio la Scuola ebbe ben 34 tra « professori » e « professori supplenti » militari e civili, preposti alle materie d'insegnamento. Il primo anno di corso comprendeva le seguenti discipline, che riportiamo con i rispettivi « coefficienti di importanza » loro attribuiti: Analisi finita e trigonometria sferica Geometria descrittiva e relativo disegno Fisica Topografia e relativo disegno Fortificazione passeggera (26) e relativo disegno (26) Gli odierni « lavori del campo di battaglia».

14 10 10 12

11


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Artiglieria Lettere italiane Lettere francesi Ippologia Lingua tedesca facoltative Lingua inglese Equitazione Scherma Levata topografica Condotta

10 14 8 5

5

5 10 6

Le materie contemplate riflettono in parte l 'influenza della concezione di attribuire molta importanza alla matematica non solo per i suoi riflessi sulle questioni tecniche relative alle armi, ma anche per consentire i rilievi e il disegno topografico. Esse servivano come base propedeutica per i d ue corsi successivi, che infatti si sviluppavano con armonica consequenzialità : 2° ANNO DT CORSO

Chimica Geodesia Geografia e statistica militare Arte militare Storia militare Composizione italiana Composizione francese Equitazione Manovre di fanteria Manovre di cavalleria Scherma Disegno topografico Ippologia Lingua inglese facoltative Lingua francese Condotta

3° ANNO DI CORSO

Arte militare Lettere francesi Legislazione Storia Generale Servizio di Stato Maggiore Una lingua scelta tra inglese e tedesco oppure Geologia e mineralogia Geodesia

Per essere ammessi al primo anno di corso fu stabilito che j concorrenti non sostenessero esami orali, ma soltanto esami scritti.


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In compenso questi ultimi erano ben undici! Ma poiché il Comandante Generale del Corpo di Stato Maggiore conosceva senza dubbio quali fossero le condizioni dei giovani ufficiali nei riguardi della preparazione culturale, stabilì che i concorrenti potessero partecipare ad appositi corsi propedeutici della durata di tre mesi. In questi corsi, svolti contemporaneamente in otto località diverse, l'insegnamento principale era costituito dalla matematica. I concorrenti agli esami di ammissione furono 247. Superarono gli esami e furono ammessi alla frequenza del primo anno 50 ufficiali, tra capitani, tenenti e sottotenenti di Stato Maggiore di fanteria e sue specialità e cavalleria. Nessuno di artiglieria né del genio, per i quali erano riservati altri corsi. Tutti e 50 superarono il 1° anno di corso e furono ammessi al 2°. Al termine di questo, tre frequentatori furono rimandati ai corpi di appartenenza per non aver raggiunto la media di 12/20 e uno per motivi non noti. Al termine del 3 ° anno, gli idonei furono 43. Il metodo adottato nell'insegnamento era quello tradizionale generalmente seguito nelle scuole civili italiane, con un appesantimento, rispetto a queste ultime, nella mole di lavoro da seguire a casa. Quindi insegnamento per materia; interrogazioni in aula, lezione durante, e interrogazioni in ore appositamente stabilite per questo scopo; lavori scritti da svolgere in grande prevalenza a casa; ricognizioni del terreno; schizzi e rilievi topografici. Al termine del corso, esami finali e media dei punti d'esame con la media dei voti riportati durante l'anno. Alla fine del t erzo anno i promossi partecipavano ad un « viaggio di ricognizione », nei mesi di agosto e settembre, dopo di che rientravano ai corpi di appartenenza. Il lavoro era, tutto sommato, piuttosto duro, ma, come abbiamo detto, i frequentatori lo affrontavano con spigliatezza e disinvoltura e i risultati erano molto buoni. Agli ufficiali dichiarati idonei negli esami finali veniva rilasciato un diploma d'idoneità e inoltre usufruivano di vantaggi di carriera, perché erano iscritti per primi nelle liste per l'avanzamento al grado superiore allorché venivano a trovarsi nel primo terzo del ruolo dell'Arma di appartenenza. Gli ufficiali usciti dal primo corso della Scuola Superiore di Guerra costituirono il nucleo iniziale del rinnovato Stato Maggiore dell'Esercito, e furono quelli che parteciparono alla campagna del 1870 e che più tardi prepararono la prima spedizione in Eritrea.


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Il R.D. 11 marzo 1867 (27) sancì la riorganizzazione del Corpo, riportata in Al,legato 7 e 7 bis. Al Comando Generale veniva preposto un luogotenente generale, dipendente direttamente dal Ministero della Guerra, denominato Comandante Generale. Da esso dipendevano tutti gli uffici, sezioni, scuole ed i Capi di Stato Maggiore dei dipartimenti e Corpi d'Armata, per quanto rifletteva gli ufficiali di Stato Maggiore addetti ai comandi di dipartimento, di Corpo d'Armata e di Divisione. A disposizione del Comandante Generale veniva messo un certo numero di ufficiali del Corpo per essere impiegati nella segreteria del comando, come professori negli istituti militari, segretari di comitati e commissioni o per altre missioni nello Stato od all'estero. Il Comandante Generale del Corpo compilava gli specchi caratteristici dei direttori degli uffici del Corpo e del comandante della Scuola Superiore di Guerra, e col concorso di questi e dei capi ufficio, compilava gli specchi del personale militare e civile a sua disposi:.done sia che facesse parte degli uffici da lui dipendenti, si:1 che si trovasse comandato all a predetta scuola. Metteva inoltre le sue annotazioni sugli specchi caratteristici degli u fficia li nddeLti ai comandi generali territoriali. Ogni anno sotto la sua presidenza doveva riunirsi il Comitato di Stato Maggiore. Detto Comandante, ottenuta l 'approvazione del Ministero, provvedeva ai lavori da eseguirsi nell'anno dal personale del Corpo e faceva le proposte relative al cambio di destinazione degli ufficiali, t enendo conto però che i direttori degli uffici, i Capi di Stato Maggiore dei comandi territoriali e gli ufficiali applicati non dovevano essere trasferiti, salvo particolari esigenze di servizio, e che i capitani e i luogotenenti effettivi incaricati di uno stesso servizio presso un dato ufficio {o Stato Maggiore) vi dovevano rimanere per un Lcmpo non maggiore di due anni. Mentre tutti indistintamente gli ufficiali effettivi al Corpo dovevano successivamente impegnare i vari servizi affidati al Corpo di Stato Maggiore, veniva fatta eccezione per i rami dell'insegnamento e della geodesia. Questi dovevano essere riservati agli ufficiali aventi particolari attitudini, i quali però potevano disimpegnare il loro servizio per un periodo non superiore a sei anni. (27) G .M. 1867, pag. 270.

24. · Memorie


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Doveva reggere indistintamente uno dei due Uffici, Militare o Tecnico, un generale di brigata, al quale era affidato pure il compito di sostituire il Comandante Generale in caso di assenza, dovendo l'altro essere retto da un colonnello del Corpo . . Dell'Ufficio di Contabilità era responsabile un ufficiale superiore di fanteria. L'Ufficio Militare, per gli studi scientifici militari, era diviso in quattro sezioni: 1a, statistica militare e informazioni; 23, storicomilitare, archivio, biblioteca; 3", topografico-militare; 4\ pubblicazioni militari. L'Ufficio Tecnico, incaricato della formazione e riproduzione delle carte e dei piani topografici e degli itinerari, era composto di cinque sezioni: 1a geodetica; 2" topografica, 3" fotografica; 4 a deposito carte topografiche, strumenti e libri in vendita; 5a scuola di disegno, litografia, incisione e topografia, quest'ultima appositamente istituita per gli allievi topografi. La sezione dell'Ufficio Tecnico di Napoli, finché continuava a sussistere, doveva dipendere direttamente dal Comandante Generale del Corpo. L'Ufficio di Contabilità era formato da quattro sezioni che comprendevano: 1", contabilità generale in contanti, bilancio trimestrale, spese per campagne geodetiche e topografiche, telegrammi, indennità di alloggio etc.; 2a, competenze del personale militare e civile del Corpo di Stato Maggiore, degli ufficiali generali ed altri in forza a nessun corpo, della truppa e dei quadrupedi previsti in tempo di guerra; 3", contabilità degli strumenti geodetici e topografici, carte e libri in vendita, libri in dotazione della biblioteca del Corpo, contabilità della fotografia; 4\ matricola e segreteria, ruoli matricolari degli ufficiali generali e colonnelli comandanti di brigata e del personale tanto militare che civile del Corpo di Stato Maggiore, registri di corrispondenza delle varie sezioni, conto corrente con il Quartier-mastro e con le varie amministrazioni dello Esercito. Presso l'Ufficio Topografico, dipendente dalla sezione di Stato Maggiore di Napoli, funzionava una sezione per la contabilità in contanti e in materie. Mentre il decreto reale del 24 gennaio 1861 sanciva il principio di tenere il Corpo sulla stessa forza sia in pace sia in guerra, le nuove disposizioni, invece, stabilivano il solo organico del tempo


EVOLUZIONE DEL CORPO DI S .M.

371

di pace. Apposite norme però determinavano che, occorrendo aumentare il personale in tempo di guerra, dovevano essere chiamati a farne parte, di preferenza, gli ufficiali che avevano precedentemente frequentato con buon esito la Scuola Superiore di Guerra. Il nuovo organico degli ufficiali effettivi fu fissato in: 11 colonnelli; 11 luogotenenti colonnelli; 20 maggiori; 75 capitani (metà di 1a classe e metà di 28 ) ; 36 luogotenenti (metà di 1a classe e metà di 2a); 12 sottotenenti. Quello degli ufficiali applicati, che doveva comprendere gli ufficiali incaricati dei lavori di contabilità e d'ordine presso gli uffici dei comandi generali territoriali (dipartimenti e divisioni) e del comando del Corpo, e gli ufficiali superiori a cui poteva essere affidata la carica dì Capo di Stato Maggiore in alcune divisioni territoriali, in: 4 ufficiali superiori ; 35 capitani; luogotenenti o sottotenenti. Il personale militare e civile del Corpo poteva essere comunque riparLilo presso gli uffici ed i vari comandi generali. Per la destinazione degli ufficiali a detti comandi provvedeva il Ministero dcll n G uerra riservandosi di aumentare temporaneamente, se esigenze di servizio lo richiedessero, il personale presso un determinato comando. Il 1° novembre dello stesso anno 1867, seguendo il movimento degli altri Uffici del Ministero della Guerra (che già nel 1865 aveva iniziato il suo trasferimento dalla sede di Torino), il comando generale del Corpo di Stato Maggiore, con l'Ufficio Militare e quello di Contabilità si trasferiva a Firenze (28). Successivamente presso detto comando si trasferiva anche l'Ufficio Tecnico del Corpo.

In conseguenza del frazionamento dei vari corpi dell'Esercito in molteplici · distaccamenti e presidi, resi necessari per ragioni interessanti la sicurezza dello Stato, l'addestramento dei Quadri e dei reparti non poteva essere curato in modo veramente proficuo. Per ovviare a tale inconveniente ed avere disponibilità di forze, si formarono alcune nuove divisioni attive per le quali fu necessario costituire i relativi Stati Maggiori. (28) G.M. 1867, pag. 570.


372

CARLO MAZZACCARA

Allo scopo di potervi assegnare ufficiali superiori idonei allo speciale servizio, con R.D. 9 gennaio 1868 (29) veniva abrogata la disposizione per cui i maggiori del Corpo, all'atto della promozione, dovevano ritornare nell'arma di provenienza. Il quadro organico del Corpo, stabilito nel 1867, provvedeva ampiamente ai bisogni del servizio che dovevano disimpegnare gli ufficiali di Stato Maggiore nelle circostanze ordinarie, ma si dimostrava invece insufficiente, qualora si fossero costituite nuove divi~ sioni attive e in caso di mobilitazione di truppe. Pur riconoscendo l'opportunità di non tenere un personale numeroso e in più dello stretto necessario, nello stesso tempo risultava necessario poter aumentare d'urgenza il personale occorrente in circostanze eccezionali. E poiché gli ufficiali che si ritenevano necessari negli Stati Maggiori delle truppe fossero esercitati nel servizio dei reggimenti, si giudicò conveniente provvedere con ufficiali delle varie armi. In conseguenza, con R.D. 29 settembre 1870 (30) si istituiva nuovamente la categoria degli ufficiali aggregati al Corpo di Stato Maggiore (31). Questi dovevano venire tratti specialmente dagli ufficiali che dal Corpo di Stato Maggiore \!rano rientrati nelle Armi di appartenenza in occasione di promozione, da quelli che avevano compiuto con successo il corso presso la Scuola di Guerra ed anche dagli ufficiali di artiglieria e genio, nel numero necessario alle esigenze e contenuto nel limite massimo dt dieci maggiori, cinquanta capitani e trenta subalterni. I predetti ufficiali, ai quali spettavano gli stessi vantaggi e prerogative stabiliti per quelli di Stato Maggiore, dovevano essere considerati in soprannumero nell'arma di provenienza, conservando l'anzianità e il diritto di avanzamento in detta arma. L'anzianità di nomina al grado costituiva norma per la precedenza tra gli ufficiali effettivi ed aggregati. Questi ultimi continuavano a vestire la propria divisa su cui dovevano applicare però uno speciale distintivo. L'abolizione dei grandi comandi di dipartimento (32), la istituzione dei tre comandi generali di Corpo d'Esercito (33 ), nonché (29) (30) (31) (32) (33)

G.M. 1868, pag. 17. G.M. 1870, pag. 881. Categoria soppressa con R.D. 14 dicembre 1866. G.M. 1867, pag. 516. G.M. 1867, pag. 723 e G.M. 1869, pag. 279.


EVOLUZIONE DEL CORPO DI S.M.

373

la nuova circoscrizione militare del Regno, fissata con R.D. 13 novembre 1870 (34) furono disposizioni che apportarono, nei comandi territoriali e delle unità attive, una trasformazione nella composizione degli Stati Maggiori, i quali, in conseguenza, si ricostituirono il giorno 14 dello stesso mese di novembre (35). Per l'attuazione del nuovo ordinamento territoriale militare, si rese necessario diminuire il numero dei comandi, cui erano addetti ufficiali effettivi o applicati al Corpo di. Stato Maggiore. Pertanto fu consentita la riduzione del quadro organico del Corpo stesso, senza provocare inconvenienti al normale servizio. Nel caso poi che le circostame lo avessero richiesto, si sarebbe potuto far fronte ad un eccezionale aumento di personale con la nomina di ufficiali della categoria aggregati ricostituita nel settembre dello stesso anno. In considerazione infine che, in virtù di un provvedimento in via di attuazione, alla Scuola Superiore di Guerra potevano essere ammessi anche luogotenenti delle armi di artiglieria e genio, ad alcuni dei quali era concesso, dopo ultimati i corsi, di far passaggio definitivo nel Corpo , non era più necessario reclutare ufficiali dirc w11ncnL<.: cbll 'Accaclemia. Conseguen temente la categoria dei sottotenenti effettivi non aveva più alcuna ragione di essere. Pertanto il R .D . 24 dicembre (36) determinò il seguente nuovo quadro organko per il Corpo di Stato Maggiore:

Ufficiali effettivi: (37). 5 colonnelli; 10 luogotenenti; 20 maggiori; 65 capitani (33 di l" classe, 32 di 2a classe); 24 luogotenenti (12 di l" classe, 12 di 2a classe). Gli ingegneri geografici dovevano sempre occupare altrettanti posti di capitani di 2a classe.

Ufficiali applicati: 1 ufficiale superiore; 42 capitani; 22 luogotenenti e sottotenenti. (34) G.M. 1870, pag. 913. (35) G.M: 1870, pag. 932. (36) G.M. 1870, pag. 1306. (37) Non erano compresi gli ufficiali comandati al Ministero della Guerra, addetti ai comitati e alla Scuola Superiore di Guerra.


374

CARLO MAZZACCARA

I predetti orgamc1 dovevano entrare in vigore dal 1 ° gennaio 1871 e il personale, il quale per effetto della riduzione apportata all'organico veniva a trovarsi in eccedenza, poteva essere conservato in soprannumero. Ai sottotenenti di Stato Maggiore effettivi al Corpo continuavano ad essere applicabili le disposizioni contenute ai loro riguardi nel regolamento approvato nel marzo 1867. Con ilo stesso decreto la Scuola Superiore di Guerra cessava di essere compresa nel Corpo di Stato Maggiore per passare alla diretta dipendenza del Ministero della Guerra.

5. A ROMA CAPITALE

Il l maggio 1872 il Comando generale del Corpo si trasferiva a Roma, lasciando a Firenze l'Ufficio Tecnico e quello di Contabilità (38). Questo ultimo raggiungeva la capitale successivamente. 0

Allo scopo di evitare che un rilevante numero di ufficiali di Stato Maggiore fosse permanentemente impegnato o per lavori di campagna o per quelli inerenti alla compilazione delle carte topografiche, con pregiudizio della foro istruzione militare e del servizio nel Corpo, con R.D. 27 ottobre (39) l'Ufficio Tecnico del Corpo di Stato Maggiore, che dopo il trasferimento del comando generale a Roma era rimasto a Firenze, veniva trasformato in Istituto Topografico Militare con sede in quest'ultima città (40). Esso, provvisto di personale proprio idoneo ai lavori di ufficio e nello stesso tempo a quelli geodetici e topografici, doveva essere autosufficiente per lo svolgimento dei lavori cartografici necessari. Poi, per tenere in esercizio gli ufficiali anche in questi speciali compiti, un certo numero di essi poteva essere comandato alle levate topografiche. Il personale tecnico del Corpo passava a far parte del nuovo ente. Con la formazione di detto istituto, diretto da un ufficiale generale e posto sotto l'alta direzione del comando generale del Corpo, lo Stato Maggiore perdeva Ja sua spi<:cata caratteristica tee(38) G.M. 1872, pag. 164. (39) G.M. 1872, pag. 551, vedi capitolo « Istituzioni militari». (40) L'Istituto Topografico Militare cambiò denominazione in Istituto Geogtafico Militare in virtù del R.D. 3 novembre 1882, G .M., pag. 713.


EVOLUZIONE DEL CORPO DI S.M.

.375

nica, concentrando la propria attività nel disimpegno di compiti direttivi. La nuova legge sull'ordinamento dell'Esercito, promulgata il 30 settembre 1873 (41), non apportò alcuna modifica alla organizzazione del Corpo di Stato Maggiore, che conservava le sue attribuzioni.

Al Corpo, il cui Comando assumeva la denominazione di « Comando del Corpo di Stato Maggiore », oltre al comandante che poteva rivestire il grado di tenente generale o maggior generale, venne assegnato un Comandante in 2a, che doveva rivestire il grado di maggiore generale. Un decreto di pari data (42) fissò, poi, la sottonotata tabella numerica di formazione del Corpo di Stato Maggiore: Ufficiali di Stato Maggiore (impiegati negli uffici dei comandi generali, dei comandi di divisione, del Comando del Corpo di Stato Maggiore): 9 colonnelli; 3 4 tenenti colonnelli ( 43) o maggiori; 75 capii ani ; 20 LenenLi . Ufficiali applicali di Stato Maggiore (impiegati negli uffici dei comanJi generali, dei comandi di divisione, del Comando del Corpo Ji Stato Maggiore e . del Ministero): 60 capitani di fanteria.

La categoria degli ufficiali aggregati veniva mantenuta per far fronte agli eventuali aumenti di personale richiesti da esigenze di servizio. Successivamente (44 ), veniva determinata la composizione degli Stati Maggiori, dei comandi di nuova istituzione e nello stesso tempo era modificata la composizione degli Stati Maggiori delle divisioni militari territoriali.

A causa della modifica apportata dalla legge 15 maggio 1877 ( 45) alla circoscrizione militare territoriale, con la istituzione di comandi di Corpo d'Armata e di alcune nuove divisioni militari (41) GM. 1873, pag. 263. (42) GM. 1873, pag. 280. (43) Col R.D. del 30 settembre 1873, la denominazione di « luogotenente colonnello» e «luogotenente», furono cambiate con quelle di « tenente colonnello » e « tenente ». (44) G.M. 1873, pagg. 332 e 338. (45) GM. 1877, pag. 143.


376

· cARLO MAZZACCARA

territoriali, si rese necessario aumentare il quadro organico del Corpo di Stato Maggiore che, in virtù del R.D. 20 maggio dello stesso anno (46), venne così fissato: Ufficiali di Stato Maggiore (impiegati negli uffici dei comandi di Corpo d 'Armata, dei comandi di divisione militare e del Comando del Corpo di Stato Maggiore): 11 colonnelli (47); 38 tenenti colonnelli o maggiori; 81 capitani; 25 tenenti. Continuavano a far parte dei predetti organi gli ufficiali della categoria aggregati. Ufficiali applicati di Stato Maggiore (impiegati negli uffici del Ministero, dei Comandi di Corpo d'Armata, dei Comandi di Divisione militare e del Comando del Corpo di Stato Maggiore): 66 capitani di fanteria (48 ). Personale contabile (impiegato presso il Comando del Corpo di Stato Maggiore): 1 maggiore contabile; 2 capitani contabili; 3 tenenti o sottotenenti contabili (48). 127 scrivani locali (48) (per gli uffici dei Comandi di Corpo d'Armata, dei Comandi di Divisione militare e del Comando del Corpo di Stato Maggiore). In conseguenza della istituzione dei nuovi comandi territoriali, stabilita dalla citata legge sulla circoscrizione militare, con disposizione del 7 gennaio 1878 (49) si provvide a compiere una nuova ripartizione degli ufficiali effettivi ed applicati di Stato Maggiore impiegati presso i Comandi di Corpo d'Armata e di divisione. (46) G.M. 1877, pag. 176. (47) Con R.D. 27 marzo 1879 (G.M., pag. 201) veniva disposto che i colonnelli del Corpo nominati comandanti di un reggimento dovessero essere considerati in soprannumero nei quadri del Corpo stesso, continuando a percepirne gli assegni, vestendo però la divisa del reggimento che comandavano. (48) Con R.D. 30 dicembre 1877 (G.M. 1878, pag. 13) il numero dei capitani applicati fu portato a 67; quello dei tenenti o sottotenenti contabili fu portato a 4; quello degli scrivani locali a 128. Con altro R.D. 27 marzo 1879 (GM., pag. 73) il numero dei tenenti e sottotenenti contabili fu riportato ancora a 3. Nello stesso tempo veniva precisato che nel quadro organico degli ufficiali di Stato Maggiore incaricati del comando di un reggimento di fanteria o di cavalleria e gli ufficiali di Stato Maggiore di vario grado che comunque coprivano una delle posizioni assegnate agli ufficiali fuori quadro. (49) G.M. 1878, pag. 77.


EVOLUZTONE DEL CORPO DI S.M.

377

L'esperienza di qualche anno, avendo dimostrata la necessità e l'utilità di modificare gli ordinamenti del Corpo di Stato Maggiore e delle Scuole di Guerra, faceva si che il 25 giugno 1881 (50) venissero emanati due decreti apportanti modifiche al reclutamento e all'avanzamento degli ufficiali del Corpo. Stante la soppressione dall'organico dei tenenti di Stato Maggiore, preveduta da legge in via di promulgazione, il reclutamento doveva essere iniziato dal grado di capitano.

In conseguenza i capitani di Stato Maggiore dovevano essere tratti dai capitani di tutte le armi che avessero compiuto con successo il corso di .studi presso la Scuola di Guerra e che, proposti per il trasferimento nel Corpo al termine del prescritto tirocinio di esperimento, fossero stati dichiarati idonei al servizio di Stato Maggiore. A dette condizioni ( che erano già richieste dalle preesistenti disposizioni) veniva aggiunta quella che i capitani stessi avessero comandato, almeno per un anno, una compagnia, uno squadrone od una batteria. I capitani Ji SLato Maggiore acquistavano il diritto di essere promossi al grado di maggiore nelle armi di fanteria e cavalleria, secondo la loro provenienza e la loro speciale attitudine, allorché i pari grado, di una delle sette armi e di eguale anzianità, entravano nel primo quinto del rispettivo ruolo. I maggiori di Stato Maggiore dovevano essere scelti in massima tra i maggiori delle armi di fanteria e cavalleria provenienti dai capitani di Stato Maggiore che avessero comandato per un sufficiente periodo di tempo un reparto corrispondente al loro grado. I tenenti colonnelli di Stato Maggiore dovevano essere tratti dai maggiori del Corpo ed i colonnelli, infine, da quelli appartenenti alle armi di fanteria e cavalleria provenienti dai tenenti colonnelli di Stato Maggiore. L'avanzamento da maggiore a tenente colonnello nel Corpo e quello da tenente colonnello di Stato Maggiore a colonnello nelle armi di fanteria e cavalleria doveva essere regolato in modo che detti ufficiali non fossero posposti, nell'avanzamento stesso, agli ufficiali pari grado delle armi di fanteria, cavalleria, artiglieria e genio aventi la loro stessa anzianità. Dette disposizioni, però, non erano applicabili in tempo di guerra.

(50) G.M. 1881, pagg. 327 e 331.


378

CARLO MAZZACCARA

L'Esercito italiano, dopo il 1873, non aveva subito alcun mutamento organico a causa delle precarie condizioni finanziarie dello Stato. Appena la condizione finanziaria migliorò, si avverti l'esigenza di aumentare l'organico per metterlo in grado di far fronte alle necessità derivanti dalla sicurezza della Nazione e, nello stesso tempo, renderlo competitivo (proporzionalmente ai mezzi e all'entità geografica) a quello delle .altre potenze europee. Le leggi ed i provvedimenti ordinativi del 1882 faranno assumere al Corpo la fisionomia che conservò fino alla prima guerra mondiale.


ALLEGATO N. 1

STRUTTURA ORGANICA DEL "CORPO DELLO STATO MAGGIORE GENERALE" DELL'ARMATA SARDA (secondo la determinazione del 12 novembre 1814)

1

10 6 6 6 6

1

Quartiermastro Generale, Capo dello Stato Maggiore Generale e della Topografia Reale; Luogotenente Colonnello ed 1 Maggiore (uno dei quali nominato conservatore delle carte, disegni, archivi, strumenti ed incaricato dell'economia dell'ufficio); Ufficiali di vario grado ed anzianità; Cadetti (promovibili ufficiali dopo due anni di studio e trattenuti nello Stato Maggiore Generale in caso di disponibilità di posti); Ingegneri topografi; } costituenti la "Topografia reale" Assistenti; e divisi in 6 Brigate (1) Postulanti; Furiere (2).

(1) c ioè in sei gruppi di lavoro (2) scgn:ta riu

ALLEGATO N. 2

FORMAZIONE DEL CORPO DELLO STATO MAGGIORE GENERALE DELL'ARMATA SARDA (secondo la determinazione del 26 giugno 18 16)

1

7 14 2 2 3 2 2 NOTA

Quartiermastro Generale, Capo dello Stato Maggiore Generale Ufficiali superiori in numero vario; Capitani; Luogotenenti (o, inizialmente, anche Sottotenenti) adqetti; Disegnatori di 1 a classe; Disegnatori di 2 a classe; Postulanti disegnatori; Furieri (segretari); Invalidi (per lavori d'ufficio). Previsto, per il tempo di guerra, l'impiego di Aiutanti, Sotto aiutanti generali e Aggiunti, in numero vario, da considerarsi "Addetti" allo Stato Maggiore Generale. Tali ufficiali alle dirette dipendenze del Quartier Mastro Generale, sarebbero stati particolarmente incaricati di incombenze relative alla disciplina e a ll'istruzione delle truppe.


ALLEGATO N. 3

ORGANIZZAZIONE DEL CORPO DELLO STATO MAGGIORE GENERALE DELL'ARMATA SARDA (in base al decreto del 6 ottobre 1831)

Comandab.te: 1 Quartiermastro generale; Servizio di Armi

Servizio d'Ufficio

Organico di pace:

{

- Direzione di Fanteria; - Direzione di Cavalleria; - Direzione d'Artiglieria e Genio; - Ufficio particolare del Quartiemastro Generale; - Archivi e Biblioteche; - Ufficio Topografico; - Ufficio generale, corrispondenza e tattica.

{

35 (!fficiali e 9 disegnatori; piĂš un "aggregato" (un Capilano della Guardia) comandante un Corpo di Guardia.

Organico di guerra:

quello di pace aumentato in base alle necessitĂ .

ALLEGATO N. 4

ORGANICI DEL CORPO DELLO STATO MAGGIORE GENERALE DELL'ARMATA SARDA (in base al Decreto del 7 dicembre 1847)

1

4

5 14 1 3 5 2 2 9

Quartiermastro generale, Capo dello Stato Maggiore Generale Colonnelli, di cui 2 Aiutanti generali: uno incaricato dell'istruzione militare uffic iali e degli studi ad essa inerenti; uno incaricato della direzione delle operazioni e dei lavori; Maggiori; Luogotenenti; Archivista ed ufficiale pagatore; Furieri; Ingegneri topografi; Ingegneri geometri; Postulanti topografi; Disegnatori delle precategorie; un numero vario di incisori e litografi.


ALLEGATO N. 5

ORGANIZZAZIONE

DEL "CORPO REALE" DELLO DELL'ARMATA SARDA

STATO MAGGIORE

(in base al Decreto 18 maggio 1850)

1

Comandante Generale (Luogotenente Generale); Aiutanti Generali (Maggiori Generali o Colonnelli); 3 Colonnelli } da destinarsi anche Come Capi di Stato 2 ·Luogotenenti Colonnelli Maggiore delle Divisioni; 4 Maggiori; 20 Capitani; 1 Capitano (o Maggiore) in servizio sedentario, incaricato della contabilità, conservazione strumenti, direzione Archivi e Biblioteca; 1 Segretario (Capitano o subalterno di fanteria); 2 Furieri scrivani; 5 disegnatori d i I a classe; 2 disegnatori di 2 a classe; 2 disegna tori di 3" classe; Ufficio topografico; 4 inc isori di I a cl asse; 11 2 inc iso ri di 2 classe; inc isore di 3 a classe; ca lcografo. 2

NOTA

1)

Gli ufficiali in eccedenza a l numero fi ssato dalla determinazione 18.5.1850 sarebbero stati mantenuti in attività di servizio e destinati ad incomben ze varie, anche estranee al Corpo.

2)

Oltre gli Ufficiali del Corpo Reale de llo Stato Maggiore, vi era anche un numero variabile di ufficiali "aggregati", destinati a completare gli organic i e tratti dai Corpi di qualunque Arma dell'Esercito attivo, scelti tra coloro che avessero servilo a lmeno 3 anni in un'Arma e non avessero superato il 28° anno di età, che avessero superato gli esami dopo un corso preparatorio di 6 mesi (solo per la fanteria e la Cavalleria) e un corso speciale di un anno per tutti .


ALLEGATO N. 6

ORGANIZZAZIONE DEL CORPO DI STATO MAGGIORE DELL'ESERCITO ITALIANO (in base al Decreto del 24 gennaio 1861)

- UFF. SEGRETERIA: 1 Capitano di SM Capo Ufficio - UFF. TECNICO

- Sezione GEODETICA

a capo di ogni Sezione:

con:

- Sezione TOP<XiRAFICA

1 Maggiore di SM.

1 Colonnello o Ten.

- Sezione INCISIONI, LI-

Colonnello di SM,

TOGRAFlE, FOTOGRA-

Capo Ufficio

FIA E LEGATURA CARTE

UFFICIO SUPERIORE DEL CORPO DI SM, con:

- UFF. MILITARE

- Sezione MILITARE

a capo di ogni Sezione:

- 1 Ufficiale Genera-

con 1 Colonnello o

- Sezione ARCHIVI,

I Maggiore di SM

le, Capo Ufficio;

Ten. Col. di SM,

BIBLIOTECA, STRU-

- 1 Colonnello di SM,

Capo Ufficio

MENTI

- UFF. CONTABILE

-SezioneContabilitàre-

a capo di ogni Sezione:

con 1 Maggiore di

lativa al Corpo di SM al

1 Capitano fanteria

SM, Capo Ufficio

personale dell'Ufficio

Sottocapo

Superiore, alle spese per i ser vizi del Corpo.

- Sezione Contabilità relativa agli Uff. Gene-

rali non ascritti ad alcun Corpo

- DIREZIONE DELLA SCUOLA DI APPLICAZIONE DELLO SM

COMITATO CONSULTIVO DI STATO MAGGIORE (Perfezionamento della istruzione teorica degli Ufficiali di SM. Programma lavori geodetici e topografici. Avanzamento degli ufficiali infe riori di SM)

- 1 Generale (Presidente)

nominati annualmente daJ Min. delJa GuerrJ

- 4 ufficiali superiori del Corpo di SM

- li Capo Ufficio Super. del Corpo di SM - Il Direttore della Scuola di Applicazione dello SM (membro di diritto) - 1 Ufficiale Superiore (Segretario)

(membro di dirillo)


ALLEGATO N. 6/BIS

ESERCITO ITALIANO COSTITUZIONE DEL CORPO DI SM IN BASE AL R.D. 24 GENNAIO 1861

UFFICIO SUPERIORE DEL

COMITATO CONSULTIVO

CORPO DI SM

SEGRETERIA

DI SM I

I UFFICIO

UFFICIO

UFFICIO

TECNICO

MILITARE

CONTABILE

I

I

SEZ.

SEZ.

SEZ. INCIS

SEZ. ·

SEZ.

SEZ. CONTAB.

GEODETICA

TOPOGRAF.

LITOGRAF.

MILITARE

BIBLIOTECA

CORPO DI SM

FOTOGRAF.

STRu MEKTI

DIREZIONE SCUOLA APPLICAZIONE DELLO SM

SEZ. CONTAB. GENERALI FUORI CORPO

ORGANICI DEL CORPO DI SM

• • • • •

1O Colonnelli 20 Luogoten. Colonnelli 28 Maggiori 92 Capitani 60 Tenenti

Totale 211, di cui: • 31 assegnati all'Ufficio Superiore del Corpo di SM • 179 impiegati come Capi di SM dei Corpi d'Armata, delle Divisioni attive e territoriali; ai Q.G. dei Corpi d'A., Divisioni e Brigate attive; per missioni militari all'Estero ed altri incarichi speciali.


ALLEGATO N. 7

ORGANIZZAZIONE DEL CORPO DI STATO MAGGIORE in base al Decreto 11 marzo 1867

UFFICIO MILITARE

UFFICIO TEC~TCO (comprendente la Sez. Staccata di Napoli) COMANDO DEL CORPO DI STATO MAGGIORE C.te Gen.: I Luogotenente Generale UFFICIO CONTABILITÀ

Sezione Statistica Militare ed informazioni Sezione ·storico-militare, Archivio e Biblioteca Sezione Topografica-militare Sezione Pubblicazioni Militari Sezione Geodetica Sezione Topografica Sezione Deposito carte topografiche, strumenti e libri in vendita Sezione Scuola di disegno e litografia, incisione e topografia per allievi topografi Sezione Contabilità generale in contanti Sezione competenze del personale militare e civile del Corpo di SM, Ufficiali Generali ed altri non asàitti a verun Corpo Sezione Contabilità in materia degli strumenti geodetici e topografici, carte e libri in vendita, libri in dotazione alle biblioteche del Corpo. Contabilità della fotogra. fia. Sezione matricola e segreteria (Ruoli Matricolari degli Ufficiali Generali e Colonnelli Comandanti di Brigata, personale militare e civile de l Corpo di SM, corrispondenza varie Sezioni. Conto corrente col Quartiermastro e colle va rie Amministrazioni dell'Esercito.

COMANDANTE DELLA SCUOLA SUPERIORE DI GUERRA CAPO DI SM DEI DIPARTIMENTI MILITARI E DEI CORPI D'A. per quanto riflette gli ufficiali addetti ai rispettivi Stati Maggiori, nonché per i lavori speciali che venissero affidati a tali Ufficiali dal Comandante Generale di Corpo.


ALLEGATO N. 7/BI S

ESERCITO ITALIANO COSTITUZIONE DEL CORPO DI SM IN BASE AL R.D. 11 MARZO 1867

f

§.

"

COMA. DO G ENERALE DEL CORPO DI SM SEGRETERlA UF FICIO TECNI CO

UFF I CIO MILITARE

1• SEZ. Statistica Informaz.

2° SEZ. Storica Archivio Biblioteca

3• SEZ. Topografico Militare

4 • SEZ. Pubblicaz. Militari

l ' SEZ. Geod etica

2• SEZ. Topografica

3• SEZ. Fotografica

4• SEZ. Dep. carte Top Strumenti

s• SEZ. Scuola disegn Litogr. Incisori

SEZ.STACC. UFF. TECNIC NAPOLI UFFICIO

COMANDO

CONTABILITÀ

SCUOLA SUPERIORE DI GUERRA

1• SEZ. Contabilità generale in contanti

ORGANICI DEL CORPO DI SM: 165 EFFETTIVI • • • • • •

2• SEZ. Pers. mii. e civ. Corpo SM

3' SEZ. Ccntabili tà in materia

4' SEZ. Matricola e

Segreteria

74 APPLICATI

11 Colonnelli 11 Ten. Colonnelli 20 Maggiori 75 Capitani 36 Tenenti 12 Sottotenenti

• 4 Uff. Superiori • 35 Capitani • 35 Tenenti o Sottotenenti


TENE..WE COLONNELLO GUIDO D'ONOFRIO MAGGIORE FERNANDO FRATTOLILLO

RICOMPENSE MILITARI PER LODEVOLE COMPORTAMENTO: L'ENCOMIO

Sin dai tempi più antichi in ogni paese, nella grande, come nella più piccola comunità organizzata si è sentita la necessità di regolare la vita in comune secondo criteri ispirati ai principi di carattere morale, religioso e giuridico. Si è infatti, sempre, dovuto ricorrere a norme, regolamenti o statuti che salvaguardassero il funzionamento delle istituzioni garantendo la libertà individuale nel rispetto dei diritti della comunità. Nelle organizzazioni militari, per esigenze intimamente connesse agli scopi per i quali tali organizzazioni sono nate, la necessità di norme di comporLamento è ancora più sentita. La disciplina militare infaLti richiede, per poter essere applicata, che chi comanda abbia a sua disposizione regolamenti o norme che gli consentano di costringere all'obbedienza e punire i riottosi ed i trasgressori degli ordini. Ma, una disciplina, basata esclusivamente su un sistema di punizioni, finirebbe con il danneggiare se stessa. Così nell'antichità come nei tempi moderni infatti gli eserciti ben organizzati e vittoriosi hanno avuto alla base un armonico sistema di pene e di premi. Eserciti fondati sull'esclusione quasi totale dei premi o delle punizioni sono frutto di un cieco assolutismo o di uno sfrenato permissivismo e disordine. Casi di maltrattamenti non sono mancati nella vita disciplinare di molti eserciti di governi assoluti anche in epoche in cui nell 'educazione morale dell'uomo e del soldato l'ipotesi della discendenza dell'uomo dall'animale era tenuta nella più alta considerazione quale segno dell'evoluzione del1a società. Attualmente anche l'addomesticatore di un animale che non appartiene alla classe delle bestie feroci sa che deve trattarlo all'occorrenza con colpi di frusta e zuccherini. Esiste a questo proposito un detto napoletano che rende perfettamente comprensibile quanto sia opportuno che anche


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D'ONOFRIO Il FRATTOLILLO

nell'educazione dei figli, i genitori non esagerino né con i castighi né con i premi. Lo spirito di modernità, così, che ha finito per dominare anche le istituzioni militati, considerate per loro natura conservatrici, e l'assoluta necessità di elevare di grado la dignità umana, hanno gradatamente eliminato le pene corporali. L'evoluzione civile e scientifica ha fatto trionfare un modo di considerare la natura animale in genere, da un punto di vista sempre meno pessimista rispetto al passato. Le punizioni, che pure si trovano nei regolamenti di disciplina, si riducono sempre più. Si a uspica da parte di alcuni l'introduzione di premi che possano tenere sveglio lo spirito di emulazione che è forse la più bella delle doti militari. In effetti ricompense materiali per atti eroici risultano già presso gli antichi greci e romani anche se alcuni scrittori hanno ripetuto che « i romani conquistarono il mondo con corone di quercia e gli spartani andavano a farsi ammazzare per un'iscrizione ». La storia, infatti, ci fornisce casi di generali romani vincitori che distribuivano non solo ricompense onorifiche ma anche monete sonanti, corone d'oro, buoi, campi e grano. Cosl anche l'eroismo spartano non era soltanto il prodotto di una semplice iscrizione onorifica. Ovviamente, scegliendo dagli usi dei popoli una sola particolarità, ci si può formare una idea falsa o esagerata del loro comportamento; si finisce con il cambiare le eccezioni in leggi naturali trascurando fatti importanti soltanto perché non si combinano con lo scopo che si vuole perseguire. E così non si possono ignorare le ricompense d'onore presso gli antichi; esse erano di indefinita varietà e comprendevano anche le lodi. « Queste ultime », diceva Pindaro, « sono il premio delle belle azioni; alla loro dolce rugiada crescono le virtù, come crescono le piante alla rugiada del cielo ».

*** Abbiamo voluto ricordare come le ricompense al pari delle pene servano a creare un sistema armonico su cui possa poggiare la disciplina militare. « Le pene», diceva il Sig. Rocquancourt, professore in una scuola speciale militare francese, « mantengono l 'ordine per mezzo del timore, mentre le ricompense lo mantengono per mezzo della speranza. E ' ugualmente necessario sia l'uso di quelle che di queste e solo dal loro accordo si può ripromettersi la stabilità e la prosperità di una costituzione militare ».


L'ENCOMIO SOLENNE NELL'ESERCITO ITALIANO

389

In paesi di carattere serio, positivo, e di senso morale elevato la coscienza di aver compiuto il proprio dovere costituisce per il cittadino la migliore delle ricompense. In paesi, invece, di genti ricche di immaginazioni e meno infiammate di virtù si ritiene tuttora necessario coltivarne le passioni con segni esteriori che ne adeschino la fantasia. « Lodare e ricompensare i meritevoli costituiscono, cosi, una

rilevantissima funzione di comando per il mantenimento della disciplina e per stimolare nobili e generose azioni ». Se, infatti, il soldato ha la certezza che il suo buono e doveroso comportamento è apprezzato, allora saprà persino prevenire gli ordini promuovendo una efficace collaborazione. Con tale premessa abbiamo voluto trovare una giustificazione sociale e storica alla necessità delle ricompense; queste non possono non essete tenute nella dovuta considerazione specialmente da parte di chi deve esercitare l'azione di comando. Ovviamente anche nella distribuzione delle ricompense il comp.ito di chi le deve amministrare non è facile. Si può infatti attrib1iirc un a ricompensa eccessiva rispetto al merito del servizio reso, come, invece, si p uò verificare l'eccesso opposto; si può mancare di tempestività e si può talvolta negarne addirittura la concessione. Sono inconvenienti che comunque rendono vana l'efficacia della ricompensa e non hanno l'effetto che il comandante si riprometteva di conseguire. Occorre tener presente che la ricompensa, perché sia efficace, deve comportare un piacere od un vantaggio superiore al dolore o allo svantaggio del servizio. Essa deve essere immediata e, per quanto possibile, pubblica e data con solennità; il modo di concederla ne accresce il merito e l 'importanza. « All'indomani di una gloriosa giornata, i generali romani convocavano i soldati in assemblea generale; pronunziavano l'elogio dei più bravi e davano a ciascuno la ricompensa che gli spettava in presenza dei camerati, testimoni o giudici delle gesta premiate; pronti a ripetere contro i favoritismi e le pretensioni menzognere, come a sanzionare coi loro applausi la ricompensa legittima » ( *).

(*) JosEPH NAUDET, De la noblesse et des récompensens d'honneur chez les Romains. Paris, A. DuRAND 1863.


390

D'ONOFRIO E FRATIOLILLO

***

Una evoluzione profonda e costante nella vita sociale ha fatto sentire i suoi effetti anche nel regolamento di disciplina delle nostre Forze Armate. Nel periodo precedente l'Unità d'Italia in nessun regolamento di disciplina erano previste norme che stabilissero quali ricompense fossero da concedere al militare meritevole per condotta, atti o comportamenti specifici, mentre ampio spazio era dedicato alle mancanze ed ai relativi castighi. Nel 1613 in alcune norme sulla disciplina militare, ad opera di Carlo Emanuele I, era prevista la concessione di ricompense ai militari meritevoli in operazioni belliche; esse consistevano in concessioni, agli ufficiali, di titoli nobiliari o premi in denaro o collane, per i soldati erano previste promozioni, bottino, regali vari. Il regolamento del 1840 riporta alcune raccomandazioni al colonnello, il quale, nel premiare, « cercherà sempre il vero merito, non si lascerà adescare da fallaci apparenze e da inopportune raccomandazioni, persuaso che a tali mezzi ricorrono solo coloro che sono consci di non meritare distinzioni, mentre quelli che adempiono con zelo ai loro doveri non credono necessario di farsi altrimenti valere ». Nel regolamento del 1859 troviamo lo stesso concetto enunciato in maniera più sintetica; quello del 1872, per la prima volta, tratta delle ricompense militari, anche se si limita ad elencarle. Il regolamento di disciplina del 1907 riporta che « la maggiore soddisfazione morale per il militare deve essere quella che proviene dal sentimento di aver adempiuto al proprio dovere»; che « non è un buon militare colui per il quale la speranza di ricompense fosse unico movente nell'operare»; che le ricompense sono « un mezzo potente per elevare lo spirito militare, infondere la giusta emulazione e mantenere salda la disciplina; esso deve essere usato con molto tatto e con criterio, affinché conservi tutto il suo prestigio e tutta la sua efficacia ». I successivi regolamenti di disciplina, per quanto riguarda le ricompense, non si differenziano di molto da quello del 1907.

***

Se consideriamo che, ad eccezione dell'encomio, le altre ricompense sono determinate da apposite disposizioni di legge, l'encomio stesso è l'unico mezzo di cui può disporre autonomamente il « Comandante » per premiare il lodevole comportamento.


L'ENCOMIO SOLENNE NELL'ESERCITO ITALIANO

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La trattazione che precede è specificatamente intesa a meglio configurare questo tipo di ricompensa che consente al superiore, se usata con discernimento ed imparzialità, di produrre effetti incommensurabili. Abbiamo detto con discernimento ed imparzialità ed, aggiungiamo, con parsimonia, ma non eccessiva. Non bisogna assolutamente dimostrarsi più proclivi a punire le azioni biasimevoli che ad encomiare quelle lodevoli. E' vero che « la maggiore soddisfazione per il militare deve essere quella che proviene dalla coscienza di aver compiuto il proprio dovere» sono parole tratte dal regolamento di disciplina - ma è anche vero che « il superiore ha l'obbligo di mettere in giusto rilievo le azioni meritevoli compiute dai dipendenti e di proporne adeguata ricompensa».

Le ricompense per lodevole comportamento hanno un'importanza tale che laddove esse sono distribuite con giustizia ed imparzialità fanno sl che ognuno si dedichi al Javoro con impeguu ed assolva con scrupolo il proprio dovere sicuro che al momento buono i suoi meriti saranno riconosciuti. Se, invece, il superiore non svolge un'azione attenta e selettiva nei riguardi degli inferiori ma riunisce, buoni e cat tivi, tutti nello stesso fascio, allora ognuno non si preoccupa di distinguersi dagli altri poiché sa che ciò non gli procura nessun elogio che possa compensarlo dei sacrifici e migliorare le condizioni della sua carriera. L'opera del superiore deve essere indirizzata ad indurre il dipendente a servire con amore ed a far sì che egli riconosca nel superiore un giusto ed amorevole amministratore di giustizia. Ciò non è facile se si considera l'eterogeneità del materiale umano disponibile. Non tutti i dipendenti posseggono innate virtù per poter compiere il proprio dovere nei tempi e nei modi dovuti. La scarsezza di persone virtuose è costante ed è per questo che non bisogna temere di sbagliare quando si premia qualcuno che ha semplicemente fatto il proprio dovere con diligenza. Un segno di riconoscenza nei riguardi di chi compie costantemente il proprio dovere, per abitudine a pensare ed operare onestamente, è necessario. La natura umana è talmente fragile che anche colui che è in possesso di vere virtù, per quanto scevro da ogni sentimento d'orgoglio, non sa resistere alla vanità di esaltarle e metterle in rilievo.


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D'ONOFRIO E FRATIOLILLO

L'encomio concesso al militare virtuoso, in possesso cioè di qualità morali capaci di produrre un'azione sempre conforme all'onestà, alla ragione e alla giustizia, premia una condotta costantemente attiva e produttiva. Tale ricompensa consolida le qualità naturali che uno possiede; rende meno pesanti le amarezze sociali cui ogni uomo è soggetto; consente ad ognuno di rendersi conto delle proprie possibilità e lo impegna a progredire; rende evidenti i meriti di un uomo a quanti egli era ignoto. Queste considerazioni possono non trovare il conforto di quanti sostengono che non si devono attribuire ricompense a coloro che traducono le loro innate virtù in una condotta costante ed uniforme diretta al benessere della società: ricompensare la virtù sarebbe come offenderla nella sua delicatezza. Non si può, però, non riconoscere che qualsiasi uomo è sempre sensibile alla stima altrui ed anche, quando vuole dimostrare di non esserlo, in effetti aspira, nel suo intimo, a considerazioni ancora più lusinghiere nei riguardi del suo operato. « Il popolo italiano che non può dimenticare i premi romani in anelli, collane, lance, scudi, tesori, terre, corone ossidianali e civiche, il trionfo e gli ordini cavallereschi, fioriti nel medio evo, e la legion d'onore ed altri segni di recente creazione, non sa ancora disinteressarsi dall'ambizione di possedere qualcuno di tali distintivi o, quanto meno, di essere oggetto di privata o pubblica lode e conviene non contrariarne le tendenze per il bene immenso che può derivarne al servizio ed al paese ».

***

L'encomio, come è riportato nel regolamento di disciplina militare, può essere semplice o solenne. L'encomio solenne consiste nella citazione all'ordine clel giorno della motivazione di lode attribuita ad un militare per il lodevole comportamento tenuto sia in tempo di pace, sia in guerra. Il grado del merito è in relazione all'estensione dell'ordine del giorno che può essere di reggimento o corpo, di grande unità, di forza armata. Cioè, al livello gerarchico di chi tributa l'encomio. L'encomio semplice è la lode che il superiore fa all'inferiore sia verbalmente sia per iscritto. « Nel dare l'encomio il superiore deve avere presente che se il tributarlo con opportunità è dovere di giustizia e può produrre ottimi effetti, il prodigarlo ne distrugge il prestigio».


L'ENCOMIO SOLENNE NELL'ESERCITO ITALIANO

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Perciò due modi applicativi delle disposizioni regolamentari possono diminuire l'efficacia dell'encomio: o il dispensarlo costantemente in alcune determinate occasioni o il dispensarlo con eccessiva avarizia per azioni segnalate. Nel primo caso diventa convenzionale, e nel secondo perde la virtù stimolatrice perché si ingenera negli animi la persuasione che ci voglia il miracolo per strappare l'encomio. E' bene che il comandante tenga costantemente presente che una lode data nel momento giusto a voce o nell'ordine del giorno produce a favore della disciplina effetti prodigiosi, incitando i migliori a perseverare nella buona via e servendo da stimolo agli altri militari. E' giusto che la coscienza di aver compiuto il proprio dovere debba bastare a tutto; ma quando il servizio reso oltrepassa l'ambito dei propri doveri ed esalta il sacrificio dell'attore, non bisogna avere dubbi: se il merito esiste esso va giustamente compensato. L'encomio serve a questo ed il comandante ne deve fare giusto uso: l 'indifferenza del superiore non piace all'inferiore. « Anche le grandi anime vogliono essere accompagnate, nelle lotte della vita, da una forza che sorregga la coscienza. Per alcune è il Signore, per altre è la Patria o l'Esercito o la Scienza; ma tutte hanno un genio tutelare che si personifica in qualcosa, e alcune volte in un cenacolo di credenti o in un circolo di amici o persino in un uomo ... Per i militari in genere il Superiore deve essere l'immediato genio dell'inferiore; ma un genio non insensibile e muto » ( 1 ).

*** Non abbiamo la pretesa di aver compilato delle norme e nemmeno di aver fornito suggerimenti a quanti hanno l'onore e l'onere di svolgere l'opera di «Comandanti». Abbiamo fatto semplici constatazioni, convinti della necessità che tra il superiore e l'inferiore si instauri un dialogo continuo che consenta, al primo, di conoscere veramente bene l'inferiore, di poterne apprezzare le qualità positive e di metterlo nelle migliori condizioni per avere da questi il massimo rendimento; al secondo, invece, di essere sicuro di aver compreso gli intendimenti del « Co(1) N1ccoLA ra 1889.

MARSELLI,

La vita del reggimento, Firenze, G. Barbe-


394

D'ONOFRIO E FRATTOLILLO

mandante Âť e di avere la piena convinzione che il superiore lo segue con attenzione nella sua attivitĂ .

*** A completamento di queste considerazioni sulle ricompense per il lodevole comportamento, riportiamo, nelle pagine allegate, il risultato di un lavoro di ricerca. Lasciamo ogni considerazione a quanti amano trarre dai numeri utili indicazioni per particolari studi. Negli allegati 6 e 7 sono riportate due circolari emanate dalla Direzione Generale Ufficiali Esercito che trattano la trascrizione degli encomi negli stati di servizio. Le norme che regolano la concessione dell'encomio semplice o solenne sono contenute nel regolamento di disciplina militare ed. 1965 tuttora in vigore.


Allegalo n. l

PROSPETTO NUMERICO E RIPARTIZIONE PERCENTUALE DEGLI ENCOMI SOLENNI CONCESSI CON "ORDINE DEL GIORNO ALL'ESERCITO"DAL 1950 AL 1980 SUDDIVISI PER ARMA, CORPO E SERVIZIO

NIJJ(ERQ Carabinieri

P,ERCENTUALEI

7

3,78

89

48,10

3

1,62

Artiglieria

48

25,94

Genio e Traaaieeioni

30

16,2 1

Corpo della Sanità Militare

3

l.,62

Corpo Automobll iet t co

3

1,62

Servizio Spirituale

2

l.,08

Fanteria Cavalleria

PROSPETTO NUJIERICO E RIPARTIZIONE PERCENTUALE DEGLI !NC011I SOLENNI CONCESSI DAL 1950 AL 1980 SUDDIVISI PER CATEGORIA

I NUJIERO !PERCENTUALE ufnciali in servizio penaanente effettivo Ufficiali di c011plemento

.1

Sottufficiali in servizio permanente effettivo

44

23,78

23

12,43

34

18,37

Sottufficiali in ferma volontaria

I

10

5,40

Sottufficiali di complemento

I

4

2 , 16

t

2

1,08

6

3 ,24

62

33,51

Allievi Ufficiali di complemento Allievi Sottufficiali Truppa

I I

I I

I I I


Allegato n . 2

PROSPETTO PERCENTUALE DEGLI ENCOMI SOLENNI CONCESSI CON "ORDINE DEL GIORNO ALL'ESERCITO" DAL 1950 AL 1980 SUDDIVISI PER MoTIVAZIONI

27 , 02

I I

Cattura malfattori

5,94

I

Disinnesco ordigni esplosivi

0,54

PERCENTUALE CalamitĂ naturali

TMprese sportive

10,81

Incidenti in esercitazioni

16,21

Incidenti in servizio

2,16

Incidenti in operazioni di guerra

2,70

Recupero salme in mare

0,54

Salvamento da annegamento

21, 62

Salvamento da azione criminosa

1,08

Salvamento da incendio

3,24

Salvamento da incidente ferroviario

1,62

Salvamento da incidente stradale

1,08

Salvamento in miniera

0,54

Salvamento in montagna

4,86

I


Allegato n. 3

co•

PROSPETTO •UNERICO DEGLI EIICOII I SOLCHI CO.CESSI

"DRDIIIE DEL GI01110 ALL'ESERCITO" DAL 1950 Al 1980

SUDDIVISO PER CATEGORIA

UFFICIAL I,SOTTUFFICIALI

TRUPPA

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Allegato n. 4

11

PROSPETTO NUMERICO DEGLI ENCDNl SOLCHI CONCESSI CON

0AOU[ O[l GIORNO AL.L 'ESERClTO" DAL 1950 AL 1980

SUOOIVISO PER ARNA - CORPO E SERVIZIO

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(•) Sono co1pres i n. 13 enco1i s olenni "ALLA NENORIA" che cos tituiscono il 7,02% del totale .


Allegato n. 5

RIErILOGÒ GENERA LE DCGL ! ENCOMI SOLENN I CONC[SSI CON " <Hl OIN l·Dfl°.G I ORNO ALL'E SERC ITO" D~L 1950 AL 1980

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I I I I I

S• I v . . en lo da i ne e no :.: i oc___ __,l__:1'-'---'---'--'l-'-I_.,____._.JIL....:4'-.L._.::. 6 ..11_ .JIL....:1:...L(_,_1..!---'L....::...1.1_..1__..:l!__....l... l __::__i. 6 I Sa I vaoento da i nei d ..!. f.:.:.r.:c r •:.:•..::i•:.:.r..::iol,___,_ _,__,__,___.l_ _,__.,____J_!__.'.:2.JjL....:J'....l..l_.1.l---=. 1_.!l_....1..._..!-__!l~--.!..,__.J.I_ _Jl___:c.J.I Salvaaent o da incid . • t-a,•ale ! I I I 1 I. 1 I I. I I I I I I S• lvaaento in ~in i ..e ! I I I I I 1 I I I ,I I I •I I I Sa lvaoento i n· aon tagna I 2 J I I I 1 I -2 I 9 I · j ·, I ·f I. I I I 9 I I O I A L E I H 23 34 j 10 I 4 1 I 6 I 62 l1ss•I 1·1 ag I 3 1.4& 30 I 3 3 I 2 I 1ss•j

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11

ALLA MEMORIA" che costituiscono il 1, 02t del tot ale.


Allegalo n. 6

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Diramazloott t,•lt,M& •ino livello di compagnia

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MINISTERO DELLA DIFESA DIREZIONE GENERALE PER GLI UFFICIALI DELL"ESERCITO

lOA Divisione Documentazione lAdtrtno Te1•1r&1tco

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CONTaJ..I.WIUtS

1::.t.11• 1ru va11vAM lt.a:S.

OGGETTO:

1.

OOIINI IIOMA

Dl:CIIIIU L'OMIUT.ll:ll. UJftltC&SIMO COMIU"U,JL. .•

IKIIIO..c>MA IMIIOO 1101114

Trascrizione degli encomi nq: li slali lii servizio degli ufficiali.

Il Regolamento di Discip lina militare all'articolo 74, 4' comma, stabilisce che in casi part1colan, prev1su ll<i dpposite l11spus i:i:io11i, ,l'encomio sempli ce può essere trascritto nei documenti personali dell ' e n comiato.

2.

Al fine di conferire alla makria uniformità di 1ndi1·izzo in ambito interforze, si rende necessario rivedere l ' a ttuale disciplina vigente in merito, che risulta riporfata nelle circolari: - n. 136 - Giornale Militare 1953, - n. 0/550/'JSC in data 7.11.1953 .

3.

In relazfone a quanto precede , si dispone quanto segue: a. le circolari indicate al pre<.:edente para 2. suno abrogate; b. )!h

,-11,· 0111i

H <.Jt... 1

111 0<1 .

sc-rnplic,i possono essere direttam,•ntc t11:,sr.ritti nello Specchio

l '/.7 degli inlercssati scn:ta alcuna aulor1z~aZ 1u11 c uun1ttl.èrialc

sewprechè sussistano entra1nue le seguenti condizioni: (1 , la ricompensa in ques t ione v(""I' " trib 1 1t;ita dal Ministro della Difesa o da ,rnperiori rivestiti ,Jc,l ~ral1<1 di 0cucrale o Ammiraglio in servizio """' <Jetunu il testo deU'en<.:orn10 e"" prt>sr.rivano la trascrizione nello :-it ato di Servizio ùcll 'inlt.•rc~~alo. Pu.s:=;0110 t;:j.:=,crt.: uuctie tr·a~critti gli encumi sernplici tributali da a ulorilà milit a ri di grado i;ino a Colonne\,. lo a condi.don e che la t rai:; c rizio ne s t essa ,;ia stata e8plicitamente au iurizzata da autorità gerarchicamente superiore di livello Generale Ammiraglio,

1/.


(2) il superiore che concede l'encomio intewfa riferirr.;i ad ,,n "atto ,:p eci..~ compiuto dall'inferio re. Non possono , pertan to, iscriversi gli en c.oorni semplici eventualmente concessi per p articolare diligenza o intel ligenza esplicata dall'ufficiale n ell 'adem piP":nt,, ,.1o:,1 nuo1 àoved o nella e s ecuzion" cJ~ u,1 ordin e; c. questo Ministero provv ederà ad annullar e la trascrizione degli encomi sei!! plici che , in sede di controllo d'ufficio, non ris ulteranno conformi ai criteri sopra indicati; d. la formula da u sare per la trascrizione è la 1;cgucnte: "Encomi a t o dul. .... .. (indicare l ' Autorità preci<rnndone il grado e la cari "ca) ...... per .. .. (tras c rivere la 1notivazione) . . .. ". Dovram,o essere riportati gli es tremi del foglio di comunic_azione ed, eve!! tualrnentc, di autorizzazion,a d ell ' Autorità di livello Gen e rale - Ammiraglio nei casi di ;,ncomi tri butali da auto rità di grado s ino a Colonnello; e. gli e n co mi sern11lici evt:11lualm e11te tribu tati eia autorità c he non siano quelle indicate al preced,ant e comma b . (1) non p<.> lra11no i n nessun caso esseretra Be r illi .

4.

Nulla di va1·i ato p ta r quanto atth:110 alla traacrizione degli e ncomi solenni iqu~ li , rd sensi dd llcgo l arnento di dia c ipli11a militare - articolo 74, 2° comma po,;,;ono c,;,; e rc co11cess i , con le modalit à ivi i n tli c,,te, esclusivamente da autorità mi litari di liv ello no n 111ler10re a l Comandante di Co rpo. La fo r111u l;, <la us :,o·c pc!r la t r ascrizio ooe deglìencomi sol enninelloSp e cchioll d <:ll <> S tatu di Si;, r vizio degl i ufficiali è la ,;eguente:

"Tributatogli l ' encomio sol e nne dal. ... (indicare l ' Auto r ità, precisandone il '\:r acJo e la c arica) . . . per ... (tr asc ri vere la m o tivazione) . .. con .. (indicare ");(li e,;trerni del <lecretu pr•:eddcn ziale , della deti;,rminazion e ministeriale o "dell 1o r diu e del gio rno) ..

5.

Le presenti dispos izioni hanno vigore a decorrere dal 1° novembre 1976.

p. l L MINIST RO (Gen . D. Vittorio MONASTRA)

Al(~-r

26. - Memorie


Allegato n. 7

g

MINISTERO DELLA DIFESA DIREZIONE GENERALE PER GLI UFFIC IALI OEI.L.ESERCITO

10 Divisione Documentazione A

Roma, 30 Giugno 1977

Prot.n. 00/2/2900 mrcu G ADIW. T TO

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.u,uus.

R l1SM1LES.

OGGETTO: Trascrizione degl i encomi ~emplici negli stati di servizio degli ufficiali.

1. Con la circ. 00/2/4400 in data 1.11.1976 s ono state emanate le nuove norme che regolano la trascrizione a matricola de= gli enco1ni semplici concessi in relazione a quanto previsto dall'art. 7 4 del "Regolamento di disciplina mili tare", 2. Tali nuove norme. in particolare, escludono la possibilità di annotare negli stati di servizio degli uff iciali gli en= comi semplici loro concessi per particolare diligenza o in= telligenza esplicata nell'asnolvimento dei propri doveri o nella esecuzione di un ordine.

3. In sede di controllo delle comunicazioni pervenute ul Mini= .stero in questo primo periodo di applicazione della nuova nonnativa, è stato rilevato che -ecc ezion fatta per alcuni casi di concessione per "atto speciale compi uto" (unico mo= tivo per cui è ammessa la iscrizione u matricola)- gli enc.Q_ mi Hemplici trascritti negli stati di servizio erano stati tributati per motivi che, a senso del precedente para 2., non ne consentivano la registraz ione a matricola.

.. / ..


Pertanto, la scrivente, in relazione a quanto previsto al a.para ).c. della citata circolare 00/2/4400, è dovuta in= tervenire per disporre l'annullamento di tali irregolari B.Q notazioni.

4. Sul particole.re argomento, si ritiene opportuno precisare che i motivi indicati al ~recedente para 2. (per i qua.li ven gono tributati encomi semplici che non hanno possibilità di trascrizione negli stati di servizio) possono trovare la 1~ ro giusta collocazione in sede di documentazione caratteri= etica ove, inoltre, può essere fatto cenno dell'avvenuta co~ ceaaione .della particolare ricompen::ia. 5. E 1 necessario che i sopraccitati criteri vengano scrupol~ samente osservati al fine di evitare 1 conseguenti provv~ dimenti ministeriali di annullamento.

Gon.O.ÀÌ{~ra IL DIRET·roRE GENERALE


CAPITANO ALFREDO TERRONE

APPUNTI PER UNA STORIA DEL RANCIO E DELL'ALIMENTAZIONE MILITARE 1. Premessa. - 2. Il rancio nell'antichità e nel medioevo. - 3. Il rancio nel

nell'età moderna: il Piemonte. - 4. Il rancio negli eserciti italiani prima deil'Unità. - 5. Il rancio nell'Esercito italiano.

1. Caratteristica attuale degli studi di storia militare è quella di affiancare allo studio dei fatti d'arme la ricostruzione dello spi.rito e delle caratteristiche sociali e culturali delle varie componenti le Forze armate (ufficiali , soldati, servizi, sanità, ecc.) ( 1 ). L'al imentazione di una collettività eterogena e giovane come quella militare è , senza dubbio, argomento che impegna, in tutti j Paesi, le autorità militari, quelle politiche e suscita l'interesse dei fisiologi e degli igienisti. Studi e ricerche tendono infatti ad ottenere l'esatta configurazione dell'aspetto fisiologico del soldato per commisurargli il fabbisogno quantitativo necessario a ripristinare le calorie sufficienti alla conservazione della salute. La produzione scien_tifica italiana, per fare un esempio, ha raggiunto, nell'ultimo secolo, una mole considerevole. I lavori dei fisiologi Jacques Moleschott (2), Luigi Luciani, Filippo Bottazzi, Angelo Pugliese, degli igienisti Felice Baroffio, Nicola Bruni, Salvatore Salinari, Giuseppe Mennonna (3) e degli ufficiali del Commis(1) Cfr. AA. VV., L'Esercito italiano dall'Unità alla Grande Guerra ( 1861-1918), Stato Maggiore Esercito, Ufficio Storico, Roma 1980, pp. 520. Cfr. inoltre il saggio di A. BIANCHINI, La retribuzione degli ufficiali dell'Esercito in un secolo di storia in Memorie Storiche Militari 1980, Roma 1980, pp. 353-429. (2) J. MoLESCHOTT, Sulla razione del soldato italiano, in Rivista Militare, 1883, tomo III, pp. 177-203. (3) G. MENNONNA, Lezioni d'Igiene militare, in Raccolta di Pubblicaztont T ecniche e Scientifiche della Scuola di applicazione di Sanità militare, anno accademico 1943-1944.


ALFREDO TERRONE

· sariato Militare quali Carlo Osvaldo Pagani, (4) Carlo Gregorio, Luigi Gritti offrono un vasto materiale di studio e di riflessione. 2. Il problema dell'alimentazione del soldato fu ben vivo sin dall'antichità e ad esso era connessa la riuscita o meno delle operazioni militari. Il soldato greco, per le campagne della durata prevista di pochi giorni, portava con se i viveri necessari. Esaurita la provvista ne acquistava presso i mercati che solitamente sorgevano presso gli accampamenti. Lo Stato pagava ad ogni soldato di fanteria due oboli al giorno a titolo di soldo e due a titolo di vitto. Per questo motivo la vita del soldato venne chiamata « la vita dei quattro oboli » (5). / Senofonte, nell'Anabasi, tratta diffusamente del problema del rifornimento dei viveri nelle grandi campagne e a questo problema collega i momenti critici delJe avanzate o delle manovre di ripiegamento mentre era necessario per i grandi eserciti, come quello di Citu il giovane, percorrere sempre itinerari diversi per potersi rifornire presso le popolazioni locali ( 6 ). L'alimentazione del milite costituì, presso l'esercito romano, motivo di particolare attenzione. Alessandro Severo affermava dedsamente che « il soldato non è disciplinato se non è vestito, calzato, saziato e abbia qualche soldo nella sua borsa » (7) mentre Flavio Vegezio Renato ammoniva che « molto più del ferro consuma l'esercito il disagio delle cose inerenti al vivere del soldato» (8). Ovviamente, come in ogni epoca, l'alimentazione del soldato \ / era connessa a quella della società di cui era espressione. Base del- 'f, l'alimentazione romana fu , per molti secoli, il frumento perciò il I . milite ne riceveva una razione giornaliera di circa ventotto onde. In un primo tempo era lo stesso soldato che provvedeva a trasformarlo in farina dopo averlo abbrustolito. In un secondo momento, (4) e.o. PAGANI, I servizi di vettovagliamento in tempo di pace, in Rivista militare, 1882, tomo I, pp. 245-276. (5) Cfr. A. DE MARCHI, Gli etleni nell'istituzione e nel costume, nell'arte e nel pensiero, Milano, 1924. (6) SENOFONTE, Anabasi, Milano, 1869. (7) TttIELE, De Severo Alexandro Imperatore, Berlino, 1909. (8) FLAVIO VEGEZIO RENATO, alto funzionario imperiale scrisse una Epitoma rei militaris dove studiò particolareggiatamente le antiche istituzioni militari, anteriori al 3° secolo d.C. Cfr. M. PAVAN, Storia Romana, Centro Editori11le Internazionale,· Roma, 1969.


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ampliandosi le esigenze militari, questa operazione venne effettuata in veri e propri mulini portatili in dotazione ad ogni legione. Da questo perfezionamento nacque, con certezza, il buccellatum, particolare tipo di biscotto che poteva durare a lungo senza guastarsi e che può essere considerato perciò l'antesignano della « galletta ». La razione alimentare era completata da carne suina o di montone, olio, formaggio, legumi, sale, vino e aceto per correggere l'acqua potabile (9). Due erano le distribuzioni in uso: la prima al mattino estremamente frugale, precedendo, in genere, la battaglia e l'altra verso le 16 o le 17, più abbondante, che prendeva il nome di cena. / Generali e dignitari dell'esercito consumavano il pasto insieme ai soldati per dare esempio di sobrietà. Particolare cura fu dedicata da Cesare e Scipione non solo al contenuto delle razioni alimentati ma alla stessa attrezzatura del soldato per renderne sempre più confortevole la vita. Fanno perciò la loro comparsa utensili per cuocere le vivande, otri per il trasporto dell'acqua mentre tutti gli oggetti comuni, tende, macine, funi_, scorte di viveri venivano trasportate con bestie da soma e facevano parte degli impedimenta che seguivano le legioni ( 10). Il sistema rimase sostamdalmente immutato salvo le logiche modifiche connesse all'evoluzione della tecnica e del costume. La sempre maggiore \ potenza di Roma, e il dilatarsi dei suoi confini rese necessaria la istituzione, lungo le grandi vie consolari, di veri e propri depositi a . disposizione delle truppe in transito. Con il medioevo prevalsero gli ordinamenti guerreschi delle società barbariche dove non esistevano eserciti costituiti ma orde nelle quali ogni individuo era al tempo stesso soldato. La guerra nutriva la guerra e queste orde devastavano sistematicamente quanto incontravano. Il saccheggio e il bottino rappresentavano, in pra-

(9) Il vino dei legionari romani era costltmto da una miscela di succo d'uva con sale, resina, fiore di sambuco, foglie di pesco e mirra. Normalmente la distribuzione comprendeva la « posca », miscela di acqua e aceto. (10) Oltre alle testimonianze di CAIO Grnuo CESARE nei Commentarii de bello Gallico, cfr. G. VEITH, La campagna di Durazzo fra Cesare e Pompeo, trad. italiana a caura dell'Ufficio Storico della Marina, Roma, 1942 . Veith, colonnello austriaco e profondo studioso delle imprese di Cesare, indicava come il pasto principale del soldato romano si basasse su un piatto caldo farinaceo precursore della polenta. Altre indicazioni, in questo senso, in G. MoscARDELLI, Cesare dice ... Una lettura del Bellum Gallicum, Stato Maggiore Esercito, Ufficio Storico, Roma, 1973.


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tica, il soldo e le vettovaglie per il sostentamento. Fino al XIII secolo l'uso delle truppe stipendiate e assoldate è generale in Italia come in Germania e in Francia e i soldati di mestiere costituivano il nerbo delle grandi compagnie di ventura. Circa l'alimentazione del soldato in questo periodo non si hanno documenti certi ma è presumibile che essa non seguisse uno schema predeterminato basandosi soprattutto sulle risorse locali ( 11 ). I primi servizi al seguito delle truppe furono organizzati dai Turchi nel XIV secolo, imitati ben presto dagli austriaci e questo perché i combattimenti avvenivano molto spesso in località prive di risorse locali. 3. Il Traitè sur la costitution des troupes légères et sur leur emploi à la guerre, pubblicato a Parigi nel 1782, prescriveva che durante la guerra le truppe vivessero a carico del Paese nemico. Esse dovevano essere ben alloggiate mentre era assolutamente necessario impedire qualsiasi forma di saccheggio dei viveri che impoveriva gli abitanti senza arrecare consistenti vantaggi. Il T raitè consigliava inoltre una particolare pasta nutriente di origine russa composta di farina, uova, burro, pepe e sale. Questi ingredienti, opportunamente amalgamati e seccati in un forno tiepido, davano origine a questa pasta, detta soucari, di facile trasporto la cui capacità di conservazione era quasi illimitata. Le esigenze degli eserciti moderni dettero comunque vita a tutta una serie di provvedimenti che in Francia si concretizzarono con l'istituzione, intorno al 1500, di Commessi regii add etti alla fornitura regolare di viveri. Fu comunque con Federico II di Prussia ( 1712-1786) che il sistem a dei viveri al seguito delle truppe operanti venne perfezionato. Convogli regolari vennero organizzati con il compito di fare la spola tra i magazzini fissi e le truppe mentre i forni mobili, collocati a due o tre giorni di marcia, assicuravano continuamente pane di buona fattura che restava, in conclusione, la base dell'alimentazione. In Italia l'Esercito piemontese organizzò per primo il servizio di vettovagliamento. In guarnigione il soldato provvedeva all'oc(11) Cfr. F. TENSINI, La fortificazione guardia della fortezza, Venezia, 1655; E. RrcoTTI, Storia delle Compagnie di Ventura, Torino 1884; L. CADORNA (a cura di), Le più belle pagine di Raimondo Montecuccoli, Milano, 1922; O . Bovm, Raimondo Montecuccoli in Memorie Storiche Militari 1977, Stato Maggiore Esercito, Ufficio Storico, Roma, 1977, pp. 91-108.


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corrente con la propria paga mentre durante le operazioni riceveva pane, vino e carne. I foraggi e la legna erano assicurati da vere e proprie requisizioni. Il duca Carlo Emanuele I (1562-1630), attraverso una categoria di funzionari, chiamati più tardi munizionieri, provvedeva ad acquistare frumento da vendere successivamente ai Corpi. Un editto del 25 novembre 1591 stabiliva che la razione viveri per l'Esercito piemontese fosse costituita da due libbre di pane, una libbra e mezza di carne, una pinta e mezza di vino, due rubbi di fieno e un quarto di emina di biada (12). Le truppe di ordinanza dei presidi erano alloggiate nelle fortezze, quelle riunite per la guerra in baracche e presso gli abitanti con diritto allo uso degli utensili necessari per preparare il vitto. In Torino e Asti, intorno al 1626, vennero costruite le prime caserme, dette originariamente case erme. In quelle di Asti vennero alloggiati fino a duemila uomini, l'arredamento era affidato ad impresari che dovevano inoltre fornire « combustibile, luce e letti, uno ogni due soldati, gli utensili e i mobili per conservare ]'equipaggiamento e preparare il vitto» (1.3). Gli ufficiali alloggiavano, generalmente, negli stessi stabili. Furono i R egolamenti di Carlo Emanuele II (1634-1675) del1'8 gennaio 1671 e del 17 settembre 1673, antichi progenitori degli attuali regolamenti di amministrazione e contabilità, a stabilire i primi schemi organizzativi della milizia regionale, preludio dello esercito permanente, e le prime uniformi costituite da un soprabito o giustacorpo di panno azzurro. Queste disposizioni, come quelle riportate in seguito, testimoniano come fosse vivamente sentita la esigenza di organizzare la vita del soldato nella maniera migliore e non solo dal punto di vista alimentare. Già nel maggio 1613 del resto il duca Carlo Emanuele I aveva pubblicato un Regolamento di disciplina, ristampato poi nel 1630, il quale prescriveva tra l'altro che i soldati vivessero « nel santo timore di Dio», l'obbligo di confessarsi e comunicarsi una volta all'anno, il rispetto per le chiese e gli ecclesiastici mentre proibiva la bestemmia, « maltrattare i vivandieri », pagare con monete false, saccheggiare i paesi, introdursi nelle case o devastarle, « violare donne », rubare e assassinare. « Era (12) Libbra =chilogrammi 0,368; pinta=Iitri 1,369; rubbo = chilogrammi 9,221; emina=chilogrammi 23,034. (13) Cfr. N. BRANCACCIO, L'Esercito nel vecchio Piemonte, parte I, 15601814, Comando del Corpo <li Stato Maggiore, Ufficio Storico, Roma, 1923, pp. 100.


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inoltre proibito uscire dalle righe in marcia per andare alla picorea [ rubare per le campagne] ». Il duca vigilò affinché le norme fossero rigidamente rispettate e raccomandò al figlio Vittorio Amedeo (1587-1637) di tenere « alla mano la milizia perché non commetta disordini sia in presidio che fuori » ( 14). Per i viveri non si ebbero varianti degne di rilievo, ai soldati venivano pagati cinque soldi al giorno e una razione di pane da_munizione. Carlo Emanuele II, nel Regolamento già ricordato del 17 novembre 1673, prescriveva che i capitani stabilissero camerate di quattro soldati dei quali « il più discreto... facci la previsione per il vivere, senza che abbino occasione d'andare alli cabareti, li quali per quanto si può dovranno proibirsi alli sergenti e soldati, per levare l'abuso che siamo informati essersi introdotto di far pagare al soldato il doppio di quello che vale la roba che danno, raccomandando in questo senso e nel resto al capitano di essere buon padre e curatore del soldato ... » (15). Con Vittorio Amedeo II ( 1666-1732), sapiente organizzatore e amministratore, lo Stato sabaudo usufruì di un lungo periodo di pace con grande vantaggio per l'Esercito che venne meglio regolato e la sua amministrazione riformata. In particolare vennero separati il potere civile da quello giudiziario e militare e l'Esercito venne proporzionato alla popolazione, al.la natura e alla forza del Paese ed elasticamente suscettibile di essere accresciuto all'occorrenza con chiamate straordinarie di altri uomini. La razione alimentare prevista in tempo di pace era di ventiquattro onde (738 grammi) di pane mentre in tempo di guerra questa veniva arricchita con carne e vino. Perfezionato il sistema dei munizionieri e quello deUa d istribuzione (ogni dieci giorni insieme al soldo) , i trasporti erano affidati a personale civile. Le non positive esperienze determinarono, nel 1745, l'istituzione del Treno di provianda con personale militarizzato. Successivamente soppresso venne ricostituito nel 1840 con il nome di Treno d'Armata. Carlo E manuele III (1701-1773) molto attivo sul piano delle riforme e della regolamentazione, soprattutto per le uniformi, modificò la razione di pane, da 738 grammi a 614, e aggiunse a questa (14) Cfr. F. AMATO-G.DuBOIN, Raccolta per ordine di materie delle leggi, editti, patenti, manifesti, etc., emanate negli stati di terraferma sino al1'8 dicembre 1798 dai sovrani della R eal Casa di Savoia, Torino, Arnaldi, 1863, vol. XXVIII, pag. 1564. ( 15) I vi, pag. 1564 e segg.


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154 grammi di biscotto e il tabacco. Una « fabbrica per la mu...t1izione del pane » per le truppe venne costruita nel 1789 presso lo Arsenale e nel 1792 vennero adottati forni di nuovo modello. NeJ 1795 la distribuzione venne affidata a Commissari dipendenti da un Intendente generale e un ufficiale per Corpo era incaricato dei prelevamenti. I Regolamenti di disciplina del 1815 e del 1816 provvidero a organizzare il servizio del vitto per la truppa. Ogni compagnia, squadrone o batteria, costituiva un gruppo di trenta uomini, detto ordinario, il quale, diretto da un caporale, provvedeva ai rifornimenti e teneva i conti. In seguito a questa incombenza venne preposto un capitano per ogni compagnia il quale provvedeva poi a trattenere sulla paga di ·ogni soldato la somma di trenta centesimi. Questo sistema rimase in vieore fino al 1822. In guarnigione i tipi di razione variavano da compagnia a compagnia e la cottura dei cibi avveniva in fornelli collocati nelle stesse camerate o in altri posti della caserma. Tabelle alimentari precise e uguali per tutti erano invece previste per i periodi di esercitazioni o di guerra. I viveri, distribuiti in questo caso dall'Intendenza di guerra , comprendevano 245 grammi di carne e 92 di riso, oJtre al pane, per il primo pasto e 153 grammi di pasta e/o riso, 15 grammi di lardo per condimento, 34 decilitri di vino e 15 grammi di sale per il secondo pasto. Regolamentati erano pure gli utensili da cucina come le marmitte che per l'eccessivo peso vennero sostituite, dopo il 1828, da un tipo più piccolo di ferro stagnato adatte ad essere trasportate sugli zaini. E' in questo periodo che viene istituzionalizzato l'uso della gavetta il cui formato era particolareggiatamente descritto dall'articolo 34, paragrafo 144 del Regolamento sopra il corredo, la montura e le divise delle Armate di terra e di mare, e delle amministrazioni e dei vari servizi pubblicato nel 1833 (16). Sempre in questo periodo venne istituita una indennità per le truppe di frontiera e per quelle di presidi particolarmente malsani. (16) L'articolo citato cosl descriveva la gavetta: « ... La gavetta (baracchino [ voce diale ttale]) per la cavalleria sarà conforme al modello stabilito, e fatta di ferro battuto, della capacità di una pinta. Avrà forma circolare e un <liametro di millimetri 155. Sarà profonda 83 millimetri, dovrà pesare non più di 16 onde e non meno di 14. La gavetta per la fanteria sarà essa pure di ferro battuto, e simile al modello fissato. Avrà forma circolare, sarà capace di una pinta, ma sarà profonda 57 millimetri solamente, avrà in fondo


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Il 28 maggio 1836 il dispaccio n. 1574 si occupava della Distribuzione di vino e di aceto per mescolar l'acqua di cui fanno uso lungo la giornata gli allievi del collegio dei figli dei militari stabilendo che per evitare che « gli allievi possano venir affetti da gozzo per cagione dell'acqua di non buona qualità essa venisse mescolata, nei mesi di maggio, giugno e settembre, con un sedicesimo di pinta di vino al giorno per allievo mentre per i mesi di luglio e agosto, con quella dose di aceto necessaria ». Lo stesso dispaccio apportava delle modifiche ai sistemi d'appalto per la fornitura dei viveri all'ospedale militare di Cagliari indicando anche le fondamentali norme dietetiche per i ricoverati ( 17). Nel 1837 furono costituite anche particolari mense per i sottufficiali, purché non ammogliati, e nuove norme furono aggiunte ai capitoli per la fornitura degli alimenti. Sinteticamente è importante sottolineare come fosse continuamente presente l'esigenza di sempre migliorare la qualità del cibo. Il grano doveva essere di buona qualità e depurato da tutte le sostanze estranee, il pane bianco doveva essere JisLtibuiLo beu asciuLLo e in Joppia r~ione. Anche per il riso era richiesto quello di prima qualità cosi per il vino. Particolare attenzione era raccomandata per la carne. La razione giornaliera risultava pertanto di « sei oncie di Piemonte di carne di bue, di cinque onde di Piemonte di riso o pasta, di sei onde di pane e un quarto di vino ». Le truppe dovevano invece provvedere direttamente all'acquisto di lardo, sale e pepe. I fornitori, o impresari, si impegnavano a tenere scorte di legumi, formaggi, olio, burro, candele, aceto e vino.

un diametro di 175 millimetri, ed all'orifizio quello di 190 circa. Il suo peso, col coperchio, sarà di onde 15 di Piemonte». E' interessante notare come, nonostante la minuta descrizione degli oggetti, non fossero previsti né il coltello né la forchetta. Una borraccia e un cucchiaio erano invece previsti solo in occasione di operazioni di guerra. ( 17) Un particolare servizio viveri era previsto per gli ammalati: « ... la carne da provvedersi ai malati sarà due terzi di bue e un terzo di vitello, tutta di buona qualità, e ben mondata di sangue; Il pan bianco dovrà es· sere fino e diligentemente confezionato. I pani dovranno avere il peso di 16 oncie di Piemonte. Le paste di semola saranno di prima qualità e senza odore. Il vino nero sarà anche della qualità specificata all'art. 6 ». Per i convalescenti, una volta rientrati al campo, era prevista una sommlfilstrazione straordinaria di vino. Un particolare indulto per l'uso delle carni nei giorni di magro era previsto per le truppe.


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Dopo numerosi esperimenti il 21 settembre 1839 con Regio Viglietto furono approvati dei fornelli, detti economici, inventati dal conte Roero di Monticello che dovevano provocare una vera e propria rivoluzione nella confezione e neJla distribuzione del rancio. Questi particolari fornelli, adottati in tutte le caserme dello Stato fra il 1840 e il 1845, permettevano l 'uso contemporaneo di due, quattro o sei caldaie in rame, della capacità di cento razioni ciascuna, sollevate per mezzo di apposite carrucole ( 18 ). Il servizio del rancio venne allora accentrato in un unico locale permettendo notevoli risparmi economici, una maggiore igiene e pulizia, in conclusione una razionalizzazione del servizio che venne codificata dal Regolamento di disciplina del 18 agosto 1840. Questo Regolamento oltre a prescrivere l'intervento del medico per il controllo della buona qualità del vitto, indicava le responsabilità del caporale e dei soldati che ogni giorno venivano incaricati di confezionare il rancio, le responsabilità del sergen te d'Ispezione che ne doveva controllare la qualità e la distribuzione. Questa avveniva dando la precedenza ai soldati di guardia (primo segnale), quindi ai presenti e infine ai malati ricoverati e ai detenuti. Due erano i tipi di rancio previsti; il primo, detto « grasso », consisteva in 153 grammi di carne di bue, 153 di pane bianco da zuppa, 153 di pasta o riso, 15 di condimento e di legumi o erbaggi . Il secondo, detto magro, prevedeva 307 grammi di pasta o riso e 30 di condimento. Le distribuzioni di vino, ogni razione era di 34 decilitri, erano stabilite in novanta per la Fanteria e 180 per le altre armi. Un supplemento di rancio del valore di 25 centesimi era previsto per le feste di San Martino, di Santa Barbara, Natale, Capodanno, Pasqua, il giorno dell'onomastico e del compleanno del Re. Lo stesso Regolamento stabiliva il modo di collocare gli oggetti di corredo sia in caserma che in marcia (vedi Tavole n. 1-2). Fino al 1848 la razione alimentare non subì che leggere modifiche e solo in conseguenza delle negative esperienze delle campagne del 1848 e 1849 proprio nel campo dei servizi, nel 1850 vennero istituiti i primi plotoni panettieri alle dirette dipendenze dei Battaglioni d'amministrazione. Scopo principale di questa rHor-

(18) Vennero abbandonate in questa occasione le poco igieniche e non economiche cucinette di compagnia simili a quelle in dotazione all'Esercito francese, inventate da Francesco Choumara (1787-1870), ufficiale del Genio di quell'esercito.


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ma era quello di ottenere non solo pane ben confezionato, sano e nutriente ma anche l'addestramento del personale per i servizi di guerra. In Torino e in altre città del Piemonte sorsero allora i primi panifici militari che oltre ai normali compiti curavano la preparazione dei soldati all'uso dei forni di campagna. Il 2 gennaio 1850 venne adottato il sistema metrico decimale per la quantificazione della razione viveri che risultò determinata secondo la tabella di seguito riprodotta. In sede

Carne di bue Pane Pasta o riso

grammi » »

155 155 155

Nei giorni di grasso in due ranci Lardo Sale per ogni rancio Vino (se ordinato)

015 015 millilitri 350 » »

Nei giorni di magro in due ranci Pasta o riso Butirro [burro] Sale

grammi 155 015 » 015 »

Al campo d'istruzione

Carne di bue Pane Riso

grammi » »

185 185 185

Per i due ranci Lardo Sale Vino

015 030 milliliui 350 » »

Per i reclusi erano previsti due tipi di rancio a seconda fossero comandati ai lavori o meno. Il rancio base prevedeva 125 grammi di pasta o riso e 15 di lardo o burro e 15 di sale. A questo si aggiungevano 155 grammi di carne di bue, 185 di pane e una razione di vino come supplemento per quelli addetti ai lavori. Il caffè appare per la prima volta nella razione pane e viveri per gli individui della Regia Marina approvata con un decreto del 7 dicembre 1854 secondo la tabella di seguito riportata:


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RAZIONE GIORNALIERA DI VIVERI

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QUALITA'

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COMMESTIBILI

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Pane bigio grammi Biscotto bianco » Vino nero litri Rhum o acquavite » Caffè grammi Zucchero » Formaggio » Carne fresca » Pasta bianca fina » Riso » Legumi » Olio » Sale » Pepe (per ogni 100 uomini) » Aceto millilitri Legna grammi Pag. 927 Giornale Militare 1854.

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572 1/ 3 4/ 100 20 30 053 238

572 1/3 4/ 100 20 30 053 238 080

572 1/3 4/ 100 20 30 053 »

572 1/ 3 4/100 20 30 053 238

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Pd prigionieri e forzati a bordo

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La validità di questo vasto programma di riforme trovò piena conferma nella spedizione in Crimea dove, malgrado l'inospitalità dei luoghi e la difficoltà dei trasporti, non si ebbero problemi di alcun genere dguardo al rancio e alla sua distribuzione. La razione giornaliera di carne era stata portata, quella salata a 250 grammi e quella fresca a 200, mentre per la prima volta venne introdotta la distribuzione del caffè e dei tabacchi (19). Il sistema di approvvigionamenti e di confezione del rancio dette buon.i risultati anche perché per tempo erano stati adottati nuovi strumenti come le speciali marmitte da campagna con coperchi e padellotti di ferro (vedi tavola n. 3). Una nota del febbraio 1855, Utensili per cucina e da tavola per gli ufficiali in campagna, prescriveva, per la prima volta, la dotazione di forchette e coltelli insieme a molti altri oggetti quali graticole, mestoli, schiumatole, saliere ecc. Una nota precisava che « li suddetti oggetti servono pel rancio di otto ufficiali e sono tutti contenibili, in caso di trasporto nelle circostanze di mossa, nella marmitta chiusa mediante il suo coperchio, che viene assicurato all'uncino dalle due orecchielle della marmitta stessa che passano tra i due intagli appositamente praticati nel medesimo » (20). Nell'aprile 1855 venne pubblicato il Sunto dei capitoli per la provvista della carne salata integrato da Osservazioni sulla cottura della carne salata al fine di conservarle tutte le « buone qualità ». Il metodo consigliato era quello di toglierle accuratamente il sale e quindi immergerla nel recipiente « quando l'acqua è in forte ebulizione, ed in questo stato vi si mantiene per alcuni minuti, poscia si diminuisce il fuoco per modo che la cottura si completi lentamente. La ragione di tale procedimento è che immergendo la carne nell'acqua bollente, ben tosto l'albumina va coagulandosi dallo esterno all'interno, e forma come un involucro che impedisce al sugo della carne di fluire fuori di essa, per cui rimane morbida e sapida quanto può esserlo » ( 21 ). (19) Cfr. Circolare dell'Intendenza delle truppe sarde in Crimea nello aprile e del settembre 1855, in Giornale Militare 1855 pag. 308 e pag. 2020. (20) Cfr. Nota n. 34 del 22 febbraio 1855, in Giornale Militare, pag. 307. (21) La stessa nota indicava infatti che se la carne fosse stata immersa in acqua fredda « che gradatamente si faccia scaldare e bollire, la carne si spoglia degli elementi saporifici aromatici e nutrienti di cui si impregna il brodo; l'albumina si scioglie, e la fibra si indurisce lasciando la carne coriacea ed insipida; e tanto maggiormente ha luogo questo effetto quanto più piccoli e sottili sono i pezzi di carne messi a cuocere ». (Giornale Militare 1855 pag. 601) .


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Nel campo di Balaklava appare anche la prima carne in scatola che veniva distribuita due volte la settimana (il martedl e il venerdì) in ragione di 200 grammi a testa e per la sua preparazione si consigliava di « vuotare il brodo di due o tre scatole in una marmitta da campagna aggiungendovi una mezza scatola d'acqua per ogni scatola, scaldare il brodo finché cominci a bollire, in tal momento si toglie la marmitta dal fuoco, si mette dentro la carne in conserva e si lascia finché sia ben calda » mentre si proibiva tassativamente di « mettere le scatole a hagno-maria nel brodo bollente perché essendo verniciate comunicherebbero odore e gusto cattivo al brodo stesso ». Le razioni-viveri vennero modificate per il corpo di spedizione con una circolare del novembre 1855 {22) secondo la tabella di seguito ·r iportata: Pane Galletta (distribuita con il pane) in sostituzione del pane, galletta per Carne fresca Carne di bue salata Carne di maiale Farina di meliga [mais] Riso Pasta Legumi secchi Formaggio Lardo Pepe Caffè Zucchero Vino

grammi 750 » 185 ogni due giorni » 735 » 300 domenica, martedl e giovedi » 240 lunedl e venercll 240 mercolecll e sabato » » 150 lunedl e venercll » 120 domenica, martedl e giovedl » 80 mercolecll e sabato 40 » 50 lunedì, mercoledl, venerdl e sabato » 15 escluso il mercolcdl e il sabato » 0,5 » 16 » 21 centilitri 25

•

Nella guerra del 1859 il servizio della sussistenza funzionò generalmente bene escluso il servizio del pane che venne spesso distribuito in condizioni imperfette. La causa di questo venne successivamente rinvenuta nell'urgenza che costringeva a caricare le razioni ancora calde, nell'insufficiente rete stradale in relazione a1 grandi movimenti delle truppe, nei mezzi di trasporti lenti e di (22) Cfr. Circolare n. 2387 del 21 novembre 1855, in Giornale Militare 1855 pag. 2031.

27 - Memorie


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quantità insufficiente e nella posizione eccessivamente arretrata dei servizi (23 ). La razione giornaliera stabilita per l'esigenza del 1859 risulta dalla tabella di seguito riprodotta (24 ): Pane da munizione (compreso quello da zuppa in gr. 150) Biscotto (compreso quello per la zuppa in gr. 130) Carne fresca Riso (o pasta in ragione di gr. 100) Pepe Vino (o acquavite in ragione di 06 centilitri) Caffè Zucchero

grammi » » » » centilitri grammi »

900 660 300 120

0,5 25 15 20

La razione viveri a secco, in sostituzione di quella ordinaria, « sul piede di guerra » era composta da 660 grammi di biscotto,

75 di formaggio, 75 di lardo e da 50 centilitri di vino. 4. Un Regolamento relativo alla somministrazione del pane e dei viveri ai soldati della Repubblica Cisalpina del 1797 prevedeva una pagnotta di 56 onde milanesi confezionata per tre quarti con farina di frumento e per un quarto di segala. La razione di carne era stabilita in otto oncie milanesi e le bestie dovevano essere macellate il giorno precedente la distribuzione. I due terzi di questa doveva essere di bue e il resto di vacca o montone. Per il condimento erano previste sei onde di sale la settimana. La razione delle truppe cisalpine si arricchì progressivamente fino a raggiungere, ai primi dell'Ottocento, le quantità di seguito indicate: 28 onde di pane, 9 di carne, 2/100 di sale, una libbra e 12/100 di riso, due libbre e 24/100 di legumi, 1/3 di boccale per il vino, un boccale di acquavite per sedici uomini e 28/100 di boccale d'aceto per venti uomini. Le truppe in guarnigione dovevano procurarsi a proprie spese gli utensili da cucina e un Regolamento del 1804 prescriveva che un ufficiale di Compagnia, per « schivare gli accidenti che risultano dal sudiciume » degli utensili, doveva « far ripassare e pulire in sua presenza con arena le marmitte, i coperchi, le cazzeruole e gamelle tutte le volte che se ne farà uso ». Nel Granducato di Toscana la composizione della razione viveri di campagna era costituita, nel 1816, da due libbre e sei onde e

(23) Cfr. La guerra del 1859, relazione ufficiale a cura di CARLO RoccA CAVACIOCCHI, Voli. 2, Roma, 1910. (24) Cfr. Giornale Militare, 1859, supplemento n. 2, pag. 53.

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di pane, una libbra e otto oncie di biscotto, otto oncie di carne fresca, sei di lardo e carne salata, tre di riso, sei di legumi in sostituzione del riso, mezza oncia di sale e quattro libbre e mezza oncia di legna. Il Regolamento per l'amministrazione economica dei Corpi, e Dipartimenti Militari del Granducato di Toscana, approvato il 16 aprile 1816, stabiliva due ranci al giorno e prescriveva che la carne fosse sempre di bue, la « pesata dovrà essere fatta per compagnia» e per la distribuzione del vino indicava per la prima volta come unità di misura il fiasco. Le quantità indicate erano di 1/3 di fiasco a testa," 1/ 32 di acquavite e 1/16 di aceto destinato soprattutto a preservare dall'infezione dell'aria e delle acque malsane nelle diverse stagioni. Dal soldo pagato alla truppa venivano detratti sette soldi al giorno per la spesa del rancio oltre alla normale ritenuta per la biancheria e le calzature. L'importo totale era versato dal capitano all'ufficiale di settimana e da questi al sergente incaricato di accompagnare gli addetti al rancio nell'acquisto dei generi alimentari. Il Regolamento si preoccupava anche <li raccomandare la buona qualità dei viveri, il controllo dei pesi e delle spese. I rancieri indossavano una speciale uniforme costituita dal berretto di Quartiere, gaietto nero (specie di collare rivestito di stoffa, chiuso con una fibbia, che cingeva il collo sotto la pistagna della tunica), cappotto rivoltato, pantaloni e ghette bianche. Tra le diverse prescrizioni, comprendenti anche la durata media delle ramazze che gravava sulle spese relative al rancio, è interessante ricordare quelle che obbligavano il sottufficiale di servizio ad essere presente quando i rancieri mettevano o levavano la carne dalle marmitte e a controllare che i locali adibiti a cucina fossero « ben proprì, che le vettovaglie si preparino con ordine, pulizia, che le scodelle dei soldati contengano una eguale quantità di cibo e finalmente, terminato il pasto, che le stoviglie, oggetti di rame, piatti, etc., siano puliti con rena e lavati ... ». La Relazione sullo stato militare di Toscana, pubblicata a Firenze nel 1861, indica che il costo complessivo della razione viveri (pane, carne, riso, sale, legna, tabacco, acquavite e vino) era di 1 lira e 9 soldi in moneta toscana pari a lire 1,218 (25). (25) Relazione sullo stato militare di Toscana, Firenze, 1861. Cfr. inoltre Regolamento per l'amministrazione economica dei Corpi e dipartimenti militari del Gran Ducato di Toscana approvato da S.A.I. e R. sotto il dt 16 aprile 1816 - Parte prima, Firenze, 1816.


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Per quanto riguarda le truppe pontificie nel 1793 vennerq distribuite « cazzarole, sgomarelli, spumatole, forchette, coltelli, mastelli da lavar piatti e catene da camino. Il rancio e il pane si portavano in cesti e l'acqua per le caserme si conservava in barili e secchi di rame » ( 26 ). I soldati, durante il 1600 e gran parte del 1700, provvedevano in proprio al vitto e solo in alcuni casi il pane era fornito dall'amministrazione militare con relativa ri'Lenuta sul soldo. Le truppe pontificie inviate a Candia nel 1667 ricevevano ogni giorno, a bordo delle navi, un boccale di vino e una libbra e mezzo di biscotto oltre all'olio, aceto, sale e carbone. Durante la settimana i cibi erano ripartiti nel modo seguente: Domenica - mezza libbra di carne salata e due oncie di riso. Lunedì - tre oncie di salame e quattro di formaggio. Martedì - quattro onde di formaggio e sei di carne salata. Mercoledì - cinque sardelle. Giovedì - mezza libbra di carne salata e due onde di riso. Venerdì - quattro onde di formaggio. Sabato - quattro sardelle. In occasioni particolari e in caso di fatiche straordinarie era tradizione offrire ai soldati banchetti speciali. Nel 1709, quando fu inalberato lo stendardo regio sulla fortezza maggiore di Ancona, ai granatieri del reggimento Marsili e alle altre truppe venne distribuito un pranzo composto da pesce fresco, alici, formaggio, uova, arbaci [verdure ], burro, sardelle salate, pesce con gelatina, cipolle, aglio, mele, pere, olive, selleri [ sedani] e insalata. Fu distribuito inoltre vino e acquavite e il pranzo venne rallegrato da un concerto eseguito da una banda di sci trombette e un timpano (27). Verso la metà del XIX secolo la vita militare dell'Esercito pontificio era regolamentata dalla sveglia che avveniva alle ore cinque nei mesi di maggio, giugno, luglio e agosto, alle sei in marzo, aprile, settembre e ottobre e alle sette negli altri mesi. Il primo rancio era distribuito alle nove, il secondo alle diciassette da marzo a ottobre e alle sedici negli altri mesi. Il rancio era normalmente (26) A. da MosTO, Milizie dello Stato Romano (1600-1797), in Mem<r rie Storiche Militari, Roma, 1914, pp. 193-580). (27) Archivio di Stato di Roma, Fondo soldatesche e galere. Conti straordinari, busta 34.


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consumato nei locali occupati dalla truppa o nei bettolini delle fortezze e delle caserme. II Regolamento sul servizio per le truppe pontificie di Fanteria del 1854 prescriveva che nessun militare, caporale o soldato, era dispensato dal rancio « fuorché in virtù di un permesso del capitano, il quale ne rende conto al rapporto ». Tale permesso era generalmente accordato all'uomo legalmente ammogliato. In analogia con quanto avveniva in altri eserciti dell'epoca a turno un caporale controllava i soldati incaricati del rancio. In particolare provvedeva a far portare il rancio agli uomini di guardia, a conservare quello per gli uomini di servizio mentre doveva essere conservato « durante un'ora e quindi distribuito ai poveri il rancio degli uomini che non si trovavano presenti all'ora prescritta ... » (28). Il Libretto del Rancio, compreso nel Regolamento, indicava la composizione della razione viveri nell'Esercito pontificio. Essa era composta da quattro oncie di pane da zuppa e sei di carne, da quattro libbre di sale per 70 uomini, da un'oncia di pepe e da due libbre di lardo sempre per 70 uomini. A questo dovevano aggiungersi da 12 a 15 bajocchi di erbaggi o legumi per 70 uomini. Ad integrazione era prevista la distribuzione di riso e di pasta. Se la truppa doveva cibarsi di magro Ja quantità e la qualità dei generi erano regolati, a seconda delle stagioni, dall'ufficiale incaricato del1a direzione del rancio. Particolari disposizioni erano inoltre previste per il taglio dei capelli e la rasatura della barba. Più difficile risulta invece ricostruire la razione alimentare deJ soldato del Regno delle Due Sicilie essendo andata distrutta buona parte del1a documentazione contabile e amministrativa. Afan de Rivera calcolava, nel 1808, che per difendere l'isola di Ponza da un eventuale assedio sarebbero occorsi per mille e cinquecento uomini per un periodo di venti giorni almeno cinquanta botti di vino, duecento cantaja [cantaro] di biscotto, cinquanta di legumi, venti di formaggio, cinque di olio e quattrocento di legna. Da queste indicazioni si può ricavare una ·razione giornaliera di circa mezzo chilogrammo di biscotto, 150 grammi di legumi, 50 di formaggio, quindici centilitri d'olio e un terzo di litro di vino (29). Indubbiamente (28) Cfr. Regolamento sul servizio per le truppe pontificie di Fanteria, pubblicato con Sovrana approvazione, Roma, Tipografia Apostolica, 1854. (29) Cfr. U. BROCCOLI, Cronache militari e marittime del golfo di Napoli e delle isole Pontine durante il decennio francese (1806-1815), Stato Maggiore Esercito, Ufficio Storico, Roma, 1953.


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la popolazione delle regioni meridionali non richiedeva un'alimentazione uguale a quella degli abitanti le regioni settentrionali e al posto delle carni e dei grassi faceva un maggior uso di pasta, frutta e verdura (30). Raffaele de Cesare, nel suo studio sulla fine del Regno di Napoli, sottolinea come il soldato napoletano fosse, fra quelli della epoca, quello peggio pagato: « Nonostante il numero esagerato dell'Esercito e la devota soggezione di questo ... Ferdinando II non aveva fiducia che nei reggimenti svizzeri... ». Lo svizzero, infatti, fosse esso ufficiale o soldato, aveva uno stipendio maggiore di due terzi del suo parigrado napoletano e usufruiva di condizioni di vita decisamente migliori ( 31 ).

5. Numerose furono le prescrizioni, in materia alimentare, nella fase di transizione e fino alla completa unificazione del Regno di Italia. L'Esercito italiano, che adottò questa denominazione con il decreto di Manfredo Fanti del 4 maggio 1861, nel febbraio 1862 adottò, per esigenze di uniformità, due tipi di forno per la panificazione capaci di 430 e 340 razioni. La razione viveri per le truppe durante i periodi di istruzione era composta da 200 grammi di carne, distribuita tutti i giorni, di 150 grammi di pasta o riso, distribuita a giorni alterni, di 15 grammi di caffè, 20 di zucchero e da 25 centilitri di vino. Le distribuzioni di caffè e zucchero avvenivano in genere di domenica e quelle di vino il giovedì. Il 31 maggio 1865 furono emanate disposizioni ·relative al rancio dei caporali e dei soldati al fine di rendere eguale e uniforme per tutti i Corpi e le Armi la razione viveri distribuita in tutto il territorio nazionale. Essa risultò costituita da 200 grammi di carne, 150 di pasta o riso nei giorni di grasso oppure da 300 grammi di pasta o riso nei giorni di magro. Alla pasta e al riso potevano essere sostituiti altri generi a seconda della stagione o delle regioni. A questi generi si aggiungevano 15 grammi di caffè, 20 di zucchero, e 26 centilitri di vino distribuiti una volta la settimana nel periodo compreso tra il 1° gennaio e il 30 aprile e dal 1° novembre al 31 dicemhre, (30) Cfr. Regolamento dell'Amministrazione militare pel Regno delle Due Sicilie, Napoli, Reale Tipografia della Guerra, 1817; Ordinanza di Sua Maestà pel governo, il servizio e la disciplina delle Reali truppe nella piazza, Napoli Tipografia Militare, 1860. (31) Cfr. R. DE CESARE, La fine di un Regno, Milano, 1969.


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tre volte la settimana dal 1° maggio al 15 giugno e dal 1° ottobre al 31, tutti i giorni dal 16 giugno al 30 settembre. Condimenti ed erbaggi non dovevano incidere per più di dieci centesimi nei giorni di magro e di cinque in quelli di grasso. Nel primo decennio successivo l'unificazione furono sperimentati numerosi forni per la panificazione. Ad un primo tipo mobile, studiato e realizzato dal generale del Genio Pietro Bordino, segul quello ideato dal direttore del Panificio militare di Torino, Contabile Capo Bianchi, e quindi un forno portatile realizzato dall'aiutante del Genio militare francese Lespinasse. Fu proprio questo forno ad essere adottato e, con opportune modifiche studiate dal .capo contabile delle sussistenze militari italiane, Rossi, fu utilizzato fino al 1897 panificando nella campagna del 1866 e successivamente nelle spedizioni in Africa, dall'occupazione di Massaua (febbraio 1855) alla campagna del 1895-96. Due furono i tipi di razione alimentare adottati per la campagna del 1866. La prima, detta di tipo «A», era composta da 750 grammi di pane o 550 di biscotto, 300 grammi di carne fresca , 120 di riso o 100 di pasta, 15 di lardo e di sale, mezzo grammo di pepe, 15 di caffè, 20 di zucchero, 25 centilitri di vino e 6 di acquavite. La seconda, detta di tipo « B », era costituita da 550 grammi di biscotto, 150 di formaggio o, in sostituzione, da 200 grammi di carne in conserva e quindi caffè, zucchero e vino nelle stesse quantità della razione precedente. Con l'atto n. 124, pubblicato sul Giornale M ilitare del 1872, venne adottata, per tutti i corpi dell'esercito, una gavetta di lamiera resistente al fuoco (vedi tavola n. 4) adatta alla cottura del rancio quando, per circostanze eccezionali, non era possibile adoperare le marmitte da campagna. Oltre al rancio per due o tre persone vi si potevano preparare sei razioni di caffè. Da prove pratiche eseguite risultò che era possibile ottenere l'ebollizione dell'acqua (due litri e mezzo) dopo quindici minuti e la cottura di tre razioni di carne dopo un'ora e mezzo. Estratta la carne e introdotti 450 grammi di riso e la quantità di patate corrispon<lenti a tre razioni, dopo circa quindici minuti era pronto il rancio per tre soldati. Pur rispondendo a motivi di estrema praticità il sistema presentava anche numerosi inconvenienti ove si consideri la molteplicità dei piccoli fuochi e la confu sione che inevitabilmente si generava. La nota n. 42, pubblicata a pagina 398 del Giornale Militare del 1873, prescriveva nuovi oggetti d'arredo, di attendamento e di


424

ALFREDO TERRONE

cucina. Fra questi il macinello da caffè con borsa di cuoio (vedi tavola n. 5) e la cucina per sei persone (vedi tavola n. 6). In quegli anni e fino allo scoppio della prima guerra mondiale il ministero della Guerra si avvalse, per questo settore, di eminenti studiosi la cui collaborazione scientifica era ritenuta indispensabile. Nel 1886 venne perciò adottata una nuova razione viveri comprendente 750 grammi di pane, 220 di carne, 225 di pasta o riso, 20 di lardo e sale, 10 di caffè, 15 di zucchero e 25 centilitri di vino. La razione di carne, nei periodi di esercitazione al campo, raggiunse i 240 grammi e quella di marcia 300 (32). Nel 1893 la razione tornò ad essere di tipo unico con un supplemento di pane e una quota di miglioramento rancio per le truppe in alta montagna. Durante la guerra di Libia, contro un valore energetico di circa 2850 calorie precedentemente distribuite, la razione raggiunse 4082 calorie. Durante la prima guerra mondiale il funzionamento del servizio di vettovagliamento, dato il carattere speciale della guerra di posizione, si basò essenzialmente sul rifornimento proveniente da postazioni arretrate. E questo anche per l'inesistenza di risorse alimentari nelle zone dove operavano le truppe. Le razioni-viveri distribuite furono di tre tipi: a) razione normale di guerrai per i militari di truppa e ufficiali addetti ai Comandi, Corpi, uffici e servizi; b) razione invernale di guerra, per le truppe dislocate in zona d'operazione; c) razione territoriale modificata, per le truppe delle retrovie. Quantità e specie dei generi componenti le razioni indicate variarono nel tempo in relazione alla disponibilità, si ebbero quindi tipi diversi di razioni a seconda delle circostanze. Alle truppe in alta montagna venne infatti distribuito un supplemento di pane e generi di conforto {latte condensato, frutta secca e lardo o pancetta), in trincea razioni di marsala, ·rhum o cognac o elisir di china, frutta fresca, the e cioccolato. Per ridurre il consumo di carne fresca o congelata, in massima parte importata, furono distribuiti altri generi quali il baccalà, salmone, sgombri, ecc. La razione viveri di riserva era composta da 400 grammi di galletta e da 220 grammi di carne di bue in conserva. La tabella di seguito riprodotta indica le quantità di cibo distribuite alle truppe nel primo anno di guerra. (32) Cfr. circolare n. 128, Giornale Militare Ufficiale, 1886, pag. 397, Dispensa 43a.


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APPUNTI PER UNA STORIA DEL RANCIO

GENERI

Razione prevista dal

Razione

regolamento e distribuita a tutto il 1915

normale di guerra

gr. 750 » 375

gr. 700 » 250

Razione invernale

di guerra

Razione

tetri torialc modificata

l - - -- - - - - - - - -1- - - - -- - 1- -- - - -1- - - -- -1· -- -- - -

Pane Carne fresca di bovini

gr. 700 » 250

gr. 700 » 200 ( cinque volte per settimana)

oppure

» 240

Carne congelata di bovini

» 240

gr. 190 (cinque volte per settimana)

Pasta

gr. 150

» 150

» 200

gr. 150

» 150

» 150 » 50 » 150

» 150 » 50

» 150

» 150

gr. 150

oppure

Riso Formaggio Patate

gr. 350 (quando esistenti sul posto)

oppure

Legumi secchi

gr. 250

80

»

»

80

»

80

oppure

Verdura

» 200

Caffè tostato

Zucchero Vino

15 » 20 cl. 25 gr.

15 » 20 cl. 25 »

»

»

cl.

15 20 25

settimana)

per settimana)

(una volta per settimana)

una razione

una razione

una razione

per

una razione

cl. 25

» 200

(tre volte

(tre volte

Condimento in scatola

» 200 » 15 » 20

oppure

gr.

Lardo

15

gr.

15

gr.

20

gr.

15

oppure

Olio Sale Pepe Erbaggi

gr. 20 » 0,5 cent. 5 col lardo

Farina di grano turco

15 20 » 0,5 cent. 5 col lardo; cent. 2 col condim. » »

» » »

20 25 0,5

c. c. c. c. gr.

200

per le truppe per le quali i Comandi di Armata ne reputavano necessaria la distribuzione

fissandone i giorni

Sale

j

gr.

~

Mele

4

» 200

oppure

Arance

( l) ( C.astagne fresche ~ oppure j ( Castagne secche I Fichi secchi

n.

1

gr. 100 gr. 60 gr. 100

» » »

15 20 0,5

c. c. c. c.


426

ALFREDO TERRONE

La circolare n. 3 del 1918 dispose che le truppe territoriali ricevessero due volte la settimana 150 grammi di baccalà o cento grammi di boiled beef consigliando anche il metodo di confezione del rancio con tale tipo di carne ( 3 3 ). Per il trasporto del rancio alle truppe in trincea furono sperimentate e quindi adottate le casse di cottura. Esse consistevano in casse ·robuste ma al tempo stesso leggere e poco voluminose. Le pareti erano tappezzate con materiale coibente come sughero, feltro o amianto e contenevano una marmitta della capacità di 25-30 razioni di carne e il brodo corrispondente. La marmitta era munita di un coperchio a chiusura ermetica provvisto di una valvola di sicurezza. La cassa di cottura aveva inoltre in dotazione un fornello di lamiera congegnato in modo da contenere la marmitta e sostenerla quando, tolta la cassa, doveva essere usata per la preparazione del rancio. Inserite neJJa marmitta le razioni di carne e l 'acqua ed acceso i1 fuoco, dopo dieci minuti di bollitura la marmitta veniva tolta, e quindi, dopo essere stata chiusa con il coperchio, inserita nella cassa di cottura. Il calore accumulatosi all'interno non poteva disperdersi e permetteva quindi il completamento della cottura in circa due ore, tempo medio occorrente perché il mulo, che ne someggiava due, giungesse dalla zona dei servizi in prima linea. Il contenuto deI1a cassa conservava una temperatura di circa sessanta gradi per un tempo superiore aHe ventiquattro ore. Alla fine della guerra la circolare n. 648 ( 34) ristabill la razione unica di pace composta da 700 grammi di pane, 200 di carne bovina con osso, 180 di pasta, 10 di formaggio raspa, 50 di legumi, 15 di conserva di pomodoro, olio e zucchero, 10 di caffè, 20 di sale e mezzo grammo di spezie varie. A queste quantità si aggiungeva una « quota miglioramento rancio » di lire 0,24 al giorno. La razione sopra indicata sviluppava, secondo i calcoli di Ferruccio Ferrajoli (35) elaborati sulla scorta delle Tabelle di campo(33) CTr. circolare n. 3, Giornale Militare, 1918, pag. 18 . La ricetta suggerita consigliava di mettere nelle marmitte « lardo ben pestato con cipolle tritate e pepe, e facendo soffriggere lentamente fino al colore rosso della cipolla: si aggiunge pomodoro fresco o in conserva e infine patate tagliate a fette o verdure cuocendo insieme il tutto ». (34) Cfr. circolare n. 648, Giornale Militare· Ufficiale, 19 19, pag. 931. (35) F. FERRAJOLI, La razione alimentare del soldato italiano con particolare riguardo alla sua quota proteica, Roma, Tipografia Regionale, 1959, pp. 155.


APPUNTI PER UNA STORIA DEL RANCIO

427

sizione in principi nutritivi e valore calorico dei più comuni alimenti dell'Istituto nazionale della Nutrizione, 3169 calorie con un contenuto di 130,32 grammi di proteine, 33,46 grammi di lipidi e 568,15 grammi di glucidi. Critiche a questa razione, specialmente per quanto riguardava il valore energetico finale, indussero ad emanare disposizioni relative a somministrazioni straordinarie alle truppe sottoposte a maggiori fatiche quali quelle dislocate in alta montagna e in esercitazione. Esse consistevano in un aumento procapite di 50 grammi di carne, 350 di pane e 20 di pasta che portavano ad un aumento di 1.100 calorie lorde (36). A questa razione, nel 1935, vennero aggiunti quindici centilitri di latte. La razione viveri di pace delle truppe dislocate in Africa Orientale, prima della campagna del 1935-1936, era composta da 700 grammi di pane, 409 di carne, 200 di pasta (distribuita cinque volte la settimana), 100 di riso o patate (distribuito due volte la settimana), 15 di conserva, olio, caffè e formaggio, 22 di zucchero, 250 centilitri di vino ( distribuito tre volte la settimana) e un chilogrammo di legna . Questa razione forniva quattromila calorie al giorno e fu perciò ritenuta sufficiente anche in considerazione delle caratteristiche climatiche di quelle regioni. P er le truppe indigene era prevista una razione di marcia e di mobilitazione composta da 600 grammi di farina di grano e 20 di sale. In occasione di marce prolungate era prevista la distribuzione, due volte la settimana, di 500 grammi di carne. Per la seconda guerra mondiale ]a documentazione storica, per questo particolare campo di indagine, presenta vistose lacune essendo andati perduti la maggior parte dei documenti amministrativo-contabili delle truppe operanti fuori del territorio nazionale. Nel 1940 la razione ordinaria (37) comprendeva 700 grammi di pane, 200 di carne bovina fresca o congelata, 200 di pasta, 10 di formaggio raspa, 15 di olio ( o, in sostituzione, lardo e strutto) e di conserva di pomodoro, 50 di legumi, 10 di caffè, 15 di zucchero, 250 centilitri di vino e 23 di alcool di vino. Questi valori erano aumentati, nella razione di guerra, da 175 grammi di pane, 50 di carne, 20 di pasta, 10 di surrogato di caffè, 15 di zucchero, (36) Circolare n. 606 del 1° dicembre 1921 , in Giornale Militare Ufficiale 1921, pag. 954 Disp. 56a. (37) Circolare n. 9403 del 30 giugno 1940, in F. FERRAJOLI, op. cit., pag. 87.


428

ALFREDO TERRONE

40 di formaggio da tavola e mezzo grammo di pepe. La razione ordinaria forniva quindi 341 7 calorie mentre quella di guerra ne raggiungeva 3738 che passavano a 4216 con il supplemento di pane il quale veniva però distribuito solo alle truppe operanti in particolari condizioni. « Questa razione - osserva opportunamente il Ferrajoli - conta almeno 250-350 calorie in meno delle 4.0004.100 che sono indispensabili a coprire il fabbisogno di un uomo giovane sottoposto alle fatiche e ai disagi della guerra... Il supplemento di pane era concesso per speciali condizioni del soldato quando cioè sarebbe stato necessario un apporto energetico anche superiore alle 4216 calorie... » (38). Per le truppe operanti in Africa settentrionale che pure soffrivano di una accentuata difficoltà di rifornimento dall'Italia , i valori erano costituiti nel primo caso da 700 grammi di pane, 250 di carne, 220 di pasta o 170 di riso, 50 di legumi e patate, 5 di caffè e surrogato, 15 di zucchero, 20 di lardo (oppure olio) e di conserva di pomodoro, 10 di formaggio raspa e 20 di cioccolata. A questo si aggiungevano n. 2 limoni, 250 centilitri di vino, 23 di alcool di vino, 20 di anice e 30 di confetture dissetanti. In Russia la razione alimentare era invece costituita da 600 grammi di pane, dalle stesse quantità di carne, pasta o riso, legumi, caffè tostato, lardo e olio, conserva di pomodòro, vino e alcool di vino. Il surrogato di caffè era invece aumentato di 20 grammi, lo zucchero di 5 e si aggiungevano 40 grammi di formaggio da tavola, 24 di sale, 40 di marmellata e 0 ,05 di droghe. Confrontando questi dati il Ferrajoli sottolinea l'estrema irrazionalità di queste razioni. Infatti al potere energetico di 3944 calorie offerto dalla razione in Africa settentrionale fa riscontro quello di 3569 calorie della razione in Russia dove il soldato doveva vivere e combattere a temperature bassissime. Le due razioni, e in particolar modo la seconda, appaiono insufficienti quali razioni di guerr a. E' presumibile che questi bassi valori derivassero dalle difficoltà di rifornimento, sia come materie prime sia per le difficoltà di trasporto, e dall'estensione degli impegni italiani nella guerra. La razione territoriale subì, dal 1940 in poi, successive riduzioni in analogia con quanto avveniva per la popolazione civile. La razione ordinaria in vigore nel 1942 comprendeva 500 grammi di pane, 107 di carne con l'osso, 17 di formaggio provolone, 150 di (38} F. FERRAJOLI, op. cit., pag. 87.


APPUNTI PER UNA STORIA DEL RANCIO

429

pasta o riso, 10 di formaggio grana, 30 di legumi, 15 di olio, di conserva di pomodoro e di zucchero, 7 di surrogato di caffè e 20 di sale. A questo si aggiungevano 70 centilitri di vino e 6 di alcool di vino. Le calorie ottenute da questa razione ammontavano a 2503 e questo è stato il più basso valore energetico che il soldato, in territorio nazionale, abbia mai avuto anche se paragonato a quello del 1917, prima della disfatta di Caporetto. Con l'occupazione alleata del 1944 il valore energetico della razione viveri del soldato aumentò progressivamente come risulta dalle tabelle di seguito riprodotte che coprono l'arco di anni compreso tra il 1944 e il 1956 (vedi tavole seguenti). Non rientra certo nell'ambito di questo studio, che costituisce solo un primo approccio ad un tema di indagine suscettibile di ulteriori approfondimenti, raggiungere conclusioni definitive. Tuttavia i dati indicati dimostrano, se comparati alla più generale storia dell'alimentazione, la stretta correlazione tra forze armate e società della quale le prime sono sempre espressione. Settori corni:: yudlu alimt:nlart:, igienico-sanitario, tecnico ed edilizio sono sempre stati oggetto di particolare attenzione con soluzioni che molto spesso hanno preceduto la naturale evoluzione del livello e della qualità della vita della stessa società nel suo complesso.


431

APPUNTI PER UNA STORIA DEL RANCIO

ESERCITO ITALIANO: RAZIONE ORDINARIA - 1944 Calcoli dedotti dalle « Tabdle di composiz10ne in principi nutritivi e valore calorico dei più comuni alimenti» dell'Istituto Nazionale della Nutrizione.

GENERI

Pane Carne scatolata americana Pasta Riso Formaggio Olio Legumi secchi Conserva di pomodoro Vegetali disidratati Verdura fresca Frutta ·fresca Mandorle secche sgusciate Caffè Zucchero Sale Vino (alcool di vino) Sigarette Fiammiferi

Quantità

Proteine

Lipidi

Glicidi

giornaliera gr.

gr.

gr.

gr.

3 2,63 0,99 0,24 8,07 27,72 1,38

281,65

500 84 84 28 28 28 56 14 28 224 112 14 14 28 24 500

45 7 7

Totali

Calorie

45,1 19,53 9,49 1,96 7,36

13,19 0,66 4,16 2,66 0,56 3,38

-

28

-

-

-

7,08

1,33

0,85

-

62,07 21,61

27,01 1,59 10,08 6,45 10,76 0,38

-

-

-

-

-

1.367 104 303 99 104 252 177 9 71 45 46 80

-

115

-

-

7,5

31 315

-

-

-

-

-

-

108,05

53,39

457,10

3.118

V alari medi giornalieri delle proteine: animali gr. 26,90 (25% ); vegetali gr. 81,19 (75% ). NOTE: Alle truppe operanti venivano distribuiti in più: Pane gr. 60 » 28 Carne Pasta » 84 Marmellata » 23 Quota « miglioramento rancio» L. 15.

In tal modo il valore calorico della razione raggiungeva 3800 Ca.


432

ALFREDO TERRONE

ESERCITO ITALIANO: RAZIONE ORDINARIA - 1946 (Circ. 19800/S/1 del 20-12-1946) Calcoli dedotti dalle « Tabelle di composizione in prmc1p1 nutr1t1v1 e valore calorico dei più comuni alimenti» dell'Istituto Nazionale della Nutrizione.

GENERI

Pane Pasta

(417x15) (92,8x7) (200x8) Carne con osso (200xll) Formaggio tav. (24x13) (99x2) Formaggio raspa (6x15) Legumi secchi (60x15) Riso (28x15) C.Onserva di pomocl. (9x7) (20x8) Caffè (14x15) Zucchero (28x15) Olio (20x15) Frutta fresca (250x15) Verdura fresca (350xl5) Frutta secca (15x15) Sale (20x15) Vino (500x15) (alcool di vino) (45x15)

Quantità quind.lc gr.

Proteine

Lipidi

gr.

gr.

gr.

Glicidi

Calorie

6.255

564,20

37,53

3.523,44

17.101

2.250

254,25

26,77

1.662,75

8.103

2.200

346,5

90,75

2.246

510

167,33

151,36

2.064

90 900 420

25,66 212,04 29,4

25,18 22,23 3,61

223

10,65

210 420 300 3.750 5.250 225 300 7.500 675

Totali Valori medi giornalieri

434,16 324,15

334 2.852 1.482

25,33

148

420 297 18,75 62,47 54,42

19,95 113,87

360,37 151,20 6,16

112,5

1.722 2.703 1.554 1.058 1.285

461 4.725

1.745,67

788,25

7.020,06

47.838

116,38

52,55

468,01

3.189

V alori medi giornalieri delle proteine: animali gr. 35.97 (.31 % ); vegetali gr. 80,41 ( 69% ).

NOTE: Viene corrisposta una quota di « miglioramento rancio » in ragione di L. 15 giornaliere. La carne viene sostituita: per 2 gg. con gr. 75 di formaggio da tavola; per 2 gg.: con una quota « giornata libera » in ragione di L. 40 da sommare a quella del « miglioramento rancio».


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APPUNTI PER UNA STORIA DEL RANCIO

ESERCITO ITALIANO: RAZIONE ORDINARIA - 1954 (Circ. 438 del G.M. 1954) Calcoli dedotti dalle « Tabelle di composizione in prmc1p1 nutr1t1v1 e valore calorico dei più comuni alimenti » dell'Istituto Nazionale della Nutrizione. Quantità giornaliera gr,

Proteine

Lipidi

Glicidi

gr.

gr,

gr.

Pane

500

45,1

3

Carne con osso

200

31,5

8,25

-

204

Pasta

200

22,60

2,38

147,80

720

Riso

25

1,75

0,21

19,29

88

Olio e lardo

40

-

39,94

-

364

Conserva di pomodoro

13

0,62

-

6

1,96

1,78

-

24

Formaggio da tavola

24

6,31

6,92

-

89

Zucchero

20

-

20

82

GENERI

Formaggio grana

Caffè tostato

Fagioli secchi Frutta

-

-

281,65

1.367

1,47

9

-

-

350

4,16

1,33

10,08

71

40

9,42

0,98

19,29

127

250

1,25

-

24,02

104

12

Verdura

Calorie

-

Sale

25

-

-

-

Vino

500

-

-

7,5

31

45

-

315

-

-

-

Sigarette

7

-

Fiammiferi

7

-

-

-

-

124,67

64,79

531,1O

3.595

(alcool di vino)

Totali

-

Valori medi giornalieri delle proteine: animali gr. 39,78 (32% ); vegetali gr. 84,91 (68%). NOTA: Viene, inoltre, corrisposta una quota di « miglioramento rancio» in ragione di L . 25 giornaliere.

28 . - Memorie


ESERCITO ITALIANO: RAZIONE ORDINARIA - 1956 (Circ. 3100/SC/2 del 22-6-1955 ) Calcoli dedotti dalle « Tabelle di composizione in prmc1p1 nutrmv1 e valore calorico dei più comuni alimP.nti » dell'Istituto Nazionale della Nutrizione. Quantità GENERI

mensile

gr.

Pane (420x30) Pasta (260x30) Riso (25x30) Legumi (40x30) Carne con osso (200x21 ) Pesce congelato (200x2) Tonno sottolio (75x3) Formaggio da tavola (24x30) Formaggio da tavola (75x2 ) Formaggio raspa (12x30) Conserva pomodoro ( 13x30 ) Caffè (12x30) Zucchero (20x30) Grassi (40x30) Sale (25x30) Frutta fresca (250x30) Verdura fresca (350x30 ) Vino (500x30) (alcool vino) (45x30)

Totali

Proteine

Lipidi

Calorie gr.

gr.

12.600 1.136,52 7.800 881,40 750 52,5 1.200 282,72 4.200 661,5 400 55,64 225 71 ,30

29,64 173,25 10,6 27,54

870

228 ,8 1

250,99

360 390

51 ,33 18,64

50,36

360 600 1.200 750 7.500

10 .500 15.000 1.350

Glicidi

-

37.5 124,95

-

75,60 92,82

6,45

-

1.198, -

-

39,9 -

-

gr.

7.097,58 5.764,20 578,85 578,88

-

3 ,04 3,73

44,30 600 -

720,75

p

Fe

mg.

mg.

m g.

A U.I.

-

34.448 28.092 2.647 3.802 4.289 337 558 3.222

1.638 780 105 1.644 315 100 99

9.702 11.232 1.020 5 .244 776 790

88,2 124,8 7,5 80,4 66,2 2,8 2,9

7.665

4.933

669 259

2.088 43

1,215 144

-

2.460 10.904

-

3.109 1

302,4

2.115

225,-

923

-

Ca

9.450

-

1.500 2.520

-

-

-

1.275 2.625

-

3.602,81 1.955 ,15 15.918,73 107.284 18.497 I 38.956 65,17 120,09 530,62 3.579 617,- I 1.298

Vitamine

B1 mcg.

a,

c

mcg.

mg.

-

-248

6.300 10.140 1.200 6.480 1.890 200 135

8.820 7.800 300 2. 160 5.040 320 450

4,4

1.566

174

7.221

-

1,3 4,3

1.710 7.293

36 351

1.098 273

109

-

22,5 52,5

-

457,8 15,3

-360 1.260

-

-9.750 21.000

-

43.187 1.440

-

4.500 4.200

--

35 .606 mg. 1,2

--

2.250 8.400

-36

-

-

-

1.500 735

-

-

-

-

44.1 32 mg. 1,5

2.380 79

NOTE: Viene corrisposta una quota di « miglioramento rancio » in ragione di L. 25 giornaliere. La carne viene sostituita: V alori medi giornaliere per le proteine: per gg. 2: da pesce congelato a pari peso· per gg. 3: da gr. 75 di tonno sott'olio; animali : gr. 35,62 (30% ); per gg. 2: da gr. 75 di formaggio da tavo a in aggiunta alla razione giornaliera vegetali: gr. 84,47 (70% ). di gr. 24; per gg. 2: da una « quota giornata libera », da sommare a quella del miglioramento rancio.


435

APPUNTI PER UNA STORIA DEL RANCIO

ESERCITO ITALIANO: RAZIONE VIVERI DA VIAGGIO Calcoli dedotti dalle << Tabelle di composizione in principi nutritivi e valore calorico dei più comuni alimenti» dell'Istituto Nazionale della Nutrizione.

GENERl

Quantità giornaliera

Proteine

Lipidi

Glicidi

gr.

gr.

gr.

gr .

Calorie

Pane

500

45,10

3,00

281 ,65

1.367

Carne in scatola

200

50,00

24,00

1,00

428

Formaggio da tavola

60

15,60

15,60

-

206

Marmellata

50

-

-

32,50

133

250

-

-

3,75

15

23

-

-

-

161

1,25

-

24,03

104

42,60

342,93

2.314

Vino

(alcool di vino)

Frutta fresca

250

Totali:

111,95

V alori medi giornalieri delle proteine: animali gr. 65,60 (58%); veJI,etali gr. 46,35 ( 42% }

NOTA: Viene, inoltre, corrisposta una quota <li « miglioramento rancio» in ragione di L. 25 giornaliere.


MODO DI COLLOCARE GLI El,11ET Nelle Camere senz •.Ai·mi.

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APPUNTI PER UNA STORIA DEL RANCIO

44.3

BIBLIOGRAFIA

Oltre ai testi citati nelle note si possono utilmente consultare i lavori di seguito indicati i quali, tuttavia, non esauriscono la bibliografia sull'argomento. L'alimentazione del soldato attraverso la storia, Milano, 1932.

V.

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444

ALFREDO TERRONE

C. VrnETIA, Dal "panis castresis" al the in trincea, in Quadrante, n. 15, ottobre 1975, pag. 44. Utili risultano anche; Istruzione sul materiale di servizio generale e da cucina, Ministero della Guerra, Direzione Generale dei Servizi Amministrativi, Ed. Voghera, Roma 1908, n. 27 categorico. Istruzione sulla formazione, sul servizio è sul caricamento delle Squadre W eiss autocarreggiate, Intendenza generale Regio Esercito, Stabilimento Tipolitografico Militare, Bologna, 1918.


MARCELW PAOLINI

I FATTI DI ANCONA E L'l1° BERSAGLIERI (GIUGNO 1920)

Generalmente viene considerato metodologicamente inesatto, per chi affronta una ricerca di carattere storico, il procedimento consistente nel cercare nei fatti intorno a cui si indaga, la conferma di un'ipotesi maturata preconcettualmente, sulla base di convinzioni personali, spesso ideologiche. Se dunque il modo di operare non deve essere quello suddetto, è pure assai ingenuo pretendere che lo studioso si ponga nella situazione della classica « tabula rasa », pronto a lasciarsi condurre dai documenti e dalle testimonianze che via via raccoglie. Quello che conta - ovviamente - è una certa dose di onestà culturale, che sia sufficiente a stemperare quel minimo di presunzione, forse inevitabile, che è in ognuno di noi e che ci induce a sentenziare a priori, incasellando le vicende nei nostri schemi precostituiti. La tentazione di classificare è assai più forte, quando l'argomento da trattare è entrato un po' in una specie di mitologia, sebbene non siano disponibili ricerche e studi, atti a suffragarne l'epicità. Confessiamo che la stessa cosa ci era accaduta per la rivolta <lei bersaglieri alla Caserma Villarey di Ancona nel 1920. Esistono diverse ricostruzioni storiche dei moti popolari che coincisero con quel fatto e che provocarono due giorni di scontri e di sanguinosi conflitti a fuoco tra forze dell'ordine e rivoltosi, mentre sugli eventi più strettamente attinenti l'aspetto militare (nonostante la denominazione oramai acquisita di quei moti come « rivolta dei bersaglieri ») è sempre rimasta molta indeterminatezza e molta disinformazione.


446

MARCELLO PAOLINI

A questo stato di cose ha indubbiamente contribuito una certa indifferenza - se non proprio ostilità - da patte della maggioranza degli storici italiani, nei confronti della storia militare; però qualcuno avanzava pure il sospetto che sulla vicenda della Caserma Villarey, si fosse voluto mantenere un pudico riserbo, si fosse voluto stendere un velo di silenzio, per coprire o minimizzare l'ammutinamento di un reggimento, evento sicuramente scabroso in ogni caso, ma particola·rmente lesivo delle tradizioni di fedeltà e di patriottismo di un corpo come quello dei bersaglieri. Questo sospetto aveva in parte stimolato anche chi scrive, sicché, tornando al tema sopradetto dei pregiudizi del ricercatore, ci eravamo mossi nella direzione di trovare materiale, per dar corpo a questo dubbio. Premettiamo subito che tale aspettativa è andata delusa, tanto da non sembrarci fuori luogo, suggerire una più esatta titolatura, o quanto meno una precisazione, per i fatti successi ad Ancona sessanta anni fa, sia nei manuali di storia, sia nelle opere di storia locale_ Sarà intanto opportuno tratteggiare riepilogativamente i fatti: la sera del 24-6-1920 (giovedì) viene diffuso tra gli Ufficiali l'ordine che un battaglione (il XXXIII) dell'l1° reggimento bersaglieri, di stanza ad Ancona nella Caserma Villarey, dovrà imbarcarsi, la mattina del 26 successivo, alla volta dell'Albania, per portare rinforzo al corpo di occupazione italiano, la cui guarnigione a Valona è da più giorni assediata da forze irregolari albanesi. Tra le 2,30 e le 2,45 del mattino del 26, un esiguo gruppo di soldati insorge, immobilizza l 'Ufficiale di picchetto, disarma e mette in condizione di non nuocere gli altri Ufficiali ( 1) e Sottufficiali presenti nella Caserma, poi, forzate le porte, entra nell'a-rmeria dove sono depositati i moschetti (privi però degli otturatori) e nel garage delle autoblindate. Facendo il giro delle camerate, vengono svegliati i commilitoni al grido: « Non si parte più per l'Albania! C'è la rivoluzione! », oppure, per scuotere i più restii, si inventa una scossa di terremoto! In breve gran parte della truppa si riversa nel cortile, si sparano colpi in aria, sorgono tafferugli e battibecchi fra gli stessi sol( 1) Gli Ufficiali all'interno della Caserma, non dovevano essere molti, al massimo una decina, dato che, come si rileva dalle testimonianze degli stessi, la maggior parte alloggiava negli alberghi della città, o nelle camere a pensione.


I FATTI DI ANCONA E L'll0 BERSAGLIERI

447

dati e tra soldati e superiori in grado; una mitragliatrice è sistemata davanti al portone principale, con la bocca rivolta verso il centro del piazzale. Nell'intenzione dei più attivi agitatori, si dovrebbe uscire armati, per unirsi alla popolazione civile insorta. Ma una « leadership » non riesce ad imporsi, regna un clima di confusione e di sbandamento, aumentato sia dall'affluire atto.mo alle mura dei civili provenienti dalle vicine abitazioni, dato che la Caserma è appena fuori del centro della città, sia per l'arrivo di reparti di Carabinieri, Guardie Regie e drappelli di soldati, che accerchiano la Caserma, disponendosi nelle vie di accesso ad essa, sui coJli retrostanti, sui tetti e sulle finestre deUa contigua Caserma Starnuta. Inizia così uno scambio di colpi di fucile che produce soltanto alcuni feriti non gravi. La tensione cresce attorno alle 8-8,30, quando i civili - che nel frattempo si sono introdotti nella Caserma - diffondono voci che vorrebbero la città intera insorta e pronta a marciare dalla Camera del Lavoro (dove si sarebbe adunata una grande folla) in direzione di Villa-rcy, gli altri reparti militari della città solidali con i bersaglieri e lo sciopero generale in molte città d'Italia, con 1a possibilità, addirittura, di rinforzi popolari da Bologna ( 2 ). Si decide allora una sortita con un'autoblinda, per verificare la veridicità delle voci correnti ed eventualmente per disperdere i posti di blocco della. forza pubblica e consentire l'unione degli scio-

(2) Tali not121e, rivelatesi ben presto estremamente esagerate ed in diversi particolari del tutto destituite e.li fondamento, furono gridate da alcuni popolani, tra cui emerse per foga una cucitrice trentaduenne di nome Bartolini Alba, la quale successivamente, interrogata, ammise di aver pronunciato frasi simili a quelle da noi riportate. Per la ricostruzione di questo particolare, così come per la maggior parte delle vicende che in questo scritto riferiremo, ci siamo servit i della consultazione di due volumi conservati presso la Biblioteca Comunale « Benincasa » di Ancona, recanti come titolo di catalogazione: « Atti processuali dei moti del giugno 1920 », col quale d'ora in poi li ci te remo . Si tratta delle raccolte di dattiloscritti su carta velina, riguardanti rapporti della Questura, dei Carabinieri, delle Guardie Regie, verbali, denunce, perizie mediche, resoconti di sopralluoghi e soprattutto deposizioni, interrogatori e testimonianze di tutti gli indiziati, sia militari, che civili. Il carteggio reca appunti degli avvocati socialisti Aristide Ferri e Alessandro Bocconi ( presumibilmente apparteneva a quest'ultimo), due tra i componenti il Collegio di c.lifesa del « Comitato pro vittime politiche», sorto ad Ancona a seguito dei moti.


448

MARCELLO PAOLINI

peranti coi soldati; vi salgono 5 o 6 uomini (3 ), sono circa le ore 9. Il mezzo compie un giro della città, durante il quale i suoi occupanti si rendono presumibilmente conto della reale situazione, poi, al momento del rientro, all'angolo tra le vie Cardeto e Farina (circa 150 metri di distanza dal portone della Caserma) vengono esplose raffiche di mitragliatrice contro un plotone di Carabinieri, alcuni dei quali restano feriti . Circa mezz'ora dopo viene effettuata una seconda sortita, la quale però, ha durata brevissima, dato che percorsi un centinaio di metri, all'incrocio tra Via Indipendenza e Via Pergolesi, uno sbarramento operato dai Carabinieri, non consente il transito. Nella precipitosa manovra di inversione di marcia, i colpi sparati in direzione del drappello di Carabinieri, provocano la morte del Maresciallo Macchioni ed il ferimento di tre militi. Nella Caserma intanto molta parte del fermento via via scema, dato che alcun fatto nuovo si verifica a favore degli ammutinati, nessuna delle promesse di rinforzi e di sostegni popolari sembra poter realizzarsi, anzi si intensifica l'accerchiamento ed il Co(3) Sul numero e sull'identità degli stessi non ci è stato consentito di fare chiarezza. Le testimonianze sono disparate. Vengono fatti con più frequenza i nomi del Caporal Maggiore Rossi Elia del 7' Centro Automobilistico, di altri due autieri: Cigni Pilade e Simboli Francesco, dei bersaglieri Ca.ntagallo Celestino, Nasini Tommaso, D'Agostino Giovanni, Casagrande Monaldo e .di alcuni borghesi, specialmente tale Cerolini Enrico. Difficile è stabilire come siano andate le cose, avendo tutti - eccetto il D'Agostino - negato il loro concorso all'azione, che costò l'unico morto in relazione ai fatti della Caserma Villarey. D'altra parte, essendo state due le uscite ed essendo molto probabilmente mutata in parte, la composizione dell'equipaggio, alcuni ebbero buon gioco, nel costruirsi un alibi corredato di testimonianze numerose, che li vedeva in Caserma all'atto dell'uscita del mezzo. Di alcune cose si può essere quasi certi: il Casagrande non partecipò alle uscite, tentando invece di proporre il suo ruolo di leader della rivolta allo interno. Le accuse contro di lui, sono dovute al fatto che essendo egli ~ stato latitante fino al 27 agosto, tutti gli scaricarono sopra le più grosse responsabilità. La presenza dei civili a bordo pare altrettanto sicura, non cosl invece la loro funzione di addetti alla mitragliatrice centrale, perché, un po' come è accaduto nei confronti del Casagrande, allo stesso modo i soldati incriminati, addossarono tutte le colpe ai civili. Fu di questo tono infatti la confessione del D'Agostino, il quale ammise la sua presenza sull'autoblindo, però sotto la minaccia delle armi, cosl come sarebbe accaduto per il Simboli ed il Rossi, conduttori rispettivamente della prima e della seconda sortita. La sentenza finale del Tribunale riconobbe colpevoli del « raid», soltanto Rossi, Nasini, Cantagallo e Cigni.


t FATTI DI ANCONA E L'l1° BERSAGLIERI

449

mandante del Reggimento, il Col. Paselli, invita con un megafono i soldati a cedere le armi e a chiudere al più presto l'increscioso episodio. Si continua saltuariamente a sparare, mentre gli Ufficiali disarmati, vedendo la piega che stanno prendendo gli avvenimenti, svolgono opera di pacificazione tra la truppa sempre più disorientata e riluttante a seguire le direttive agitatorie dei pochi soldati e borghesi, che ancora credono possibile un esito della vicenda ad essi favorevole. Verso il mezzogiorno il Ten. Clementi, penetrato in Caserma alle prime ore del mattino, arrampicandosi per un canale di scolo, con un gesto repenti-no balza sulla mitragliatrice che sta al portone, la volta verso i soldati, facendo cadere ogni ultima loro resistenza. In breve viene aperto il portone di ingresso e può entrare il Magg. Tolu, che ordina l'adunata e prepara la manifestazione « riparatoria» che un'ora dopo avrebbe accolto il Comandante: soldati sul « presentat'arm » e grida di « hur·rà » all'indirizzo del reggimento, del Colonnello, dei bersaglieri ecc. Su ll a spontaneità di tali manifestazioni da parte dei soldati, è forse lecito n utrire più di un dubbio, tanto più se si tiene conto delle due versioni in qualche modo ufficiali sulla fine dell'ammutinamento, che rendono tutto il merito al Magg. Tolu, al quale sarebbe bastato « avventarsi » nel mezzo del cortile e suonare il consueto fischio di adunata, perché i soldati, come un sol'uomo, si schierassero! ( 4)

In sostanza la parte relativa ai bersaglieri della Caserma Villarey, nel moto di Ancona del giugno del '20, si esaurl qui, dopo una decina di ore di disordini tra i soldati acquartierati. Il grossa degli scontri e della guerriglia per le vie e le piazze della città e della periferia, che si protrasse per tutto il 26 e il 27 (provocando 25 morti e molte decine di feriti) si svolse tra i civili e le forze dell'ordine, soprattutto Carabinieri e Guardie Regie e la presenza dei bersaglieri si ridusse alla partecipazione del Casagrande al fuoco (4) Cfr. l'articolo « Tre giornate di moti insurrezionali in Ancona », apparso su « L'Ordine. Corriere delle Marche e degli Abruzzi», edizione della sera del 29-6-1920 e pure la risposta del Sottosegretario per l'Interno Corradini alle numerose interrogazioni parlamentari sui fatti di Ancona, in « At.

ti del Parlamento italiano. Camera dei Deputati XXV Legislatura Sessione 1919-20. Discussioni » Vol. III - Seduta del 7-7-1920 p. 2986.

29. · Memorie


450

MARCELLO PAOLINI

dietro le barricate (5), e al presunto concorso volontario di guarnigioni dell' 11° reggimento all'azione repressiva, circostanza della quale però, non abbiamo riscontrato tracce, così da farcelo ritenere più che altro un tentativo dei Comandi di riaccreditare il prestigio del corpo. Dunque, i fatti di Ancona, che pure hanno avuto il via dalla ribellione dei bersaglieri, non possono essere identificati con la sommossa verificatasi all'll reggimento, dato che le 36 ore successive alla resa della Caserma furono realmente le più drammatiche. A questo proposito è singolare considerare come la sopravvalutazione dell'aspetto militare dei moti sia dovuta principalmente ad organi di informazione filo-governativi ( 6 ), che commentarono la vicenda in modo aderente all'interpretazione che ne fu data dal Corradini alla Camera (7). Così il paese ebbe un resoconto amplificato degli avvenimenti militari, che con tutta probabilità non aveva altro scopo, se non quello di giustificare la pesantezza dell'intervento armato di repressione; infatti oltre alla ormai collaudata « sbrigatività » delle Guardie Regie, che la mattina del 27 erano giunte ad Ancona da Roma in numero superiore alle 500 unità, la città subì un intenso bombardamento, sia da parte dei cinque cacciatorpediniere ancorati nel porto, sia da parte delle batterie della Cittadella, con esiti distruttivi notevoli e tattici pressoché nulli. Nella ricostruzione e nella cronaca di quei due giorni di combattimenti nella città dorica, anche altre fonti hanno dato rilevanza O

(5) Il Casagrande, apertamente compromessosi, fuggì nella confusione generale, seguita al gesto del Ten. Clementi, partecipò agli scontri cittadini, fino al pomeriggio del 27, quando venne ferito ad un braccio alla barricata del Piano S. Lazzaro. Fu aiutato da molti civili (oltretutto egli era di Recanati) nascosto ed imbarcato clandestinamente per Genova, dove venne arrestato due mesi dopo. Cfr. a questo proposito l'intervista rilasciata il 15 ottobre 1980 dal sig. Franchini Silvio, testimone partecipe dei moti; il nastro con la registrazione curata da Conti M. Grazia è depositato presso l'Archivio dell'Istituto per la Storia del Movimento di Liberazione delle Marche, sede di Ancona. (6) Cfr. le perplessità esposte a questo riguardo dall'on. Bocconi, nel suo intervento alla Camera del 7-7-1920 in « Atti del Parlamento ... op. cit., p. 2987. (7) Ivi, pp. 2985 e scgg. Si può confrontare invece come il quotidiano locale, fornisse una versione assai più rispondente al vero, pur eccedendo a sua volta nella direzione opposta e minimizzando la protesta dei soldati: articolo citato su «L'Ordine» del 29-6-1920.


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alla parte avuta dai bersaglieri della Caserma Villarey, ma pure in questi casi, è facile capire come le esigenze propagandistiche, abbiano sopravanzato la portata reale degli eventi ( 8 ). Può essere interessante constatare come queste versioni, che possiamo schematicamente separare in due gruppi, quelle che riducono al minimo la componente militare e quelle che l'accentuano, concordino su di un punto: la rivolta vide l'azione preparatoria dei « sovversivi » locali, specialmente degli anarchici, che stabilirono dei contatti con i militari e stesero un piano di insurrezione assai minuzioso. Ebbene tale spiegazione non ci sembra reggere alla prova dei fatti (e avremo modo di documentarlo), né per l'aspetto militare della questione - che qui più ci interessa - né per quello politico, dato che pure l'insurrezione popolare fu totalmente spontanea, ebbe i connotati del moto anarcoide, ma non certamente le premesse organizzative. Una conclusione di tal genere, che è stata poi fatta propria, per esempio da autorevoli testi di storia cittadina (9), è dovuta crediamo, alla interpretazione che diedero le autorità militari, le quali con una colpevole semplificazione dei fatti, mirarono a ricercare cause esterne all'esercito per motivare l'ammutinamento (10).

(8) Ci riferiamo sia alla pubblicistica anarchica («Volontà», numero del 1-7-1920 e « La frusta»,, numero del 30-6-1920) che comprensibilmente aveva interesse ad accentuare l'influenza della propria propaganda antimilitarista all'interno delle FF.AA. (L'Umanità Nuova pubblicava dall'aprile una rubrica apposita intitolata « La voce del soldato ») e pure agli articoli « I moti del giugno 1920 », celebrativi del trentennale della rivolta, usciti sul settimanale della Federazione Comunista di Ancona Bandiera Rossa, numeri del 17 e del 23-6-1950; qui si possono leggere testimonianze di protagonisti, dove però è prevalente il carattere antibellicista del moto, ciò si spiega con la intensa campagna che allora il P.C.I. conduceva contro la guerra ed il pericolo atomico. (9) Cfr. Mario Natalucci, Ancona attraverso i secoli, Ottà di Castello, U.A.G., 1960, vol. III, p. 337. (10) E' poi questa la stessa linea di condotta seguita per esempio nella prima guerra mondiale e segnatamente per Caporetto. Le comode ragioni erano sempre: la propaganda sovversiva e l'azione sobillatoria di pochi facinorosi in combutta col nemico. Pure ad Ancona si sosteneva che avessero agito i servizi segreti jugoslavi e greci e si tentò di accreditare questa spiegazione, colla presenza del fiumano Simone Schneider, perito negli scontri, il quale è invece sicuramente estraneo ad accuse di questo genere.


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Vedremo nel prosieguo del discorso, alcune ragioni, che ci inducono a rigettare la tesi del complotto preordinato, per il momento titeniamo utile un breve cenno sulla situazione politico-sociale dell'Ancona di sessanta anni fa, che può aiutarci a capire perché una simile spiegazione potesse poggiare su alcuni presupposti, che le davano una certa verosimiglianza. La città aveva una tradizione di fermento politico molto viva, soprattutto la componente antiistituzionale ed antimilitarista si faceva sentire per la presenza di un consistente nucleo anarchico, la cui importanza era testimoniata dai soggiorni assai frequenti di Errico Malatesta. Ma anche le altre formazioni politiche antigovernative - socialisti e repubblicani - giuocavano un ruolo non secondario; questi ultimi soprattutto avevano una connotazione operaia e popolare che li poneva in stretta concorrenza, sul terreno delle tivendicazioni politiche e sociali, con socialisti e anarchici. Assai valido e ben strutturato era anche l'apparato organizzativo, cui queste forze politiche erano pervenute : c'erano cooperative di lavoro e di consumo, circoli <li Muluu Soccorso, numerose sezioni di partito e circoli politici, inoltre, la pubblicazione e la diffusione di materiale stampato (opuscoli, periodici, fogli vari) dava la dimensione sia dell'attività di tali formazioni, sia dell'attaccamento con cui erano seguite dai militanti. Punto più alto di questa storia rivoluzionaria, era stata la famosa « Settimana rossa » nel giugno del '14, coi suoi scontri, i suoi morti e la successiva fama di Ancona, città ribelle ed antimilitarista ( 11 ). La prima guerra mondiale aveva, per certa parte, sbiadito questa immagine. I repubblicani avevano sostenuto l'entrata in guerra ed in città e provincia si erano registrate partenze di volontari per il fronte, animati di quello spirito garibaldino-risorgimentale tipico dell'interventismo democratico, che nel caso degli anconetani era accresciuto dal desiderio di battersi contro quel nemico che aveva fatto scempio della città, con il tristemente noto bombardamento navale del 24 maggio 1915, giorno dell'entrata in guerra. Occorrerà però precisare come il sentimento patriottico ed antiaustriaco - che pure raggiunse vette assai elevate di entusia(11) L'avvenimento che diede il via alla « Settimana Rossa», fu proprio un comizio antimilitarista tenuto alla « Villa rossa», al quale i Carabinieri intervennero in assetto di guerra, caricando le persone che stavano sfollando a fine manifestazione, in modo pacifico.


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smo (12) - toccasse in prevalenza ceti sociali medio-borghesi, incidendo meno sulle classi popolati, sempre più difficilmente catturabili, rispetto ai primi, da ideali di guerra. Il peso del conflitto fu sentito soprattutto perché la vita economica della città venne quasi tota1mente condizionata alle esigenze belliche e la popolazione si sentì così molto più « al fronte » di altre città, pure comprese in zona di guerra, proprio per il costante pericolo che rappresentava la flotta austriaca sull'altra sponda dell'Adriatico. La situazione economica non era affatto migliorata nel dopoguerra, l'attività commerciale del porto (risorsa vitale per Ancona) languiva e la massiccia presenza militare nella città, sede di un Comando di Corpo d 'Armata, benché apportasse qualche vantaggio spicciolo alla popolazione {tutta quella serie di servizi, dall'affittacamere, ai luogh i di ristoro, ad impieghi saltuari nella sussistenza che la presenza di numerosi battaglioni porta con sé) era sempre pii1 sentita come un ostacolo allo sviluppo e all'espansione della economia locale ( 13 ).

La stessa questione adriatica, con la ben nota polemica sul1a « vitto.r ia mutilata », benché offrisse tutti i presupposti per vedere

Ancona schierata in prima fila nella richiesta di annessione delle zone « irredente » ( 14 ), tuttavia trovava assai tiepida l'opinione pubblica popolare, sempre più ostile ad imprese avventurose, stanca di conflitti, tanto più che lo stesso partito repubblicano si era allineato su posizioni negoziali per i problemi di confini e riprendeva (12) Ad Ancona sbarcò trionfalmente D'Annunzio dopo la « beffa di Buccari » e lo stesso porto fu la base della celebrata impresa del mas di Luigi Rizzo contro la cora7.zata Santo Stefano. (13) Cfr. Enzo Santarelli, Aspetti del movimento operaio nelle Marche, Milano, Feltrinelli, 1956, p. 115 in cui si riportarono i dati della Camera di Commercio di Ancona , secondo cui il movimento complessivo delle merci, rispetto all'anteguerra, era fortemente diminuito, passando da 1.621.980 tonnellate del biennio 1913 - 14, a 885.218 t. del biennio 1920 - 21. (14) Ed in questo senso si mosse una campagna di propaganda, che vide il quotidiano L'Ordine, plaudire entusiasticamente all'impresa fiumana di D'Annunzio e darne per primo in Italia l'annuncio e in più patrocinare la causa dell'inevitabilità del possesso dell'altra sponda. Si veda a titolo di esemplare puntualizzazione l'articolo « Le ansie di Ancona » su « L'Ordine» del 9-3-1919. Occorre ancora ricordare che se la questione dalmata o fiumana, poteva riscuotere consensi anche in ambienti non necessariamente nazionalisti , l'impresa albanese era invece assai meno considerata e generalmente ritenuta impopolare.


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la battaglia sociale e politica con toni accesi, per recuperare terreno sugli anarco-socialisti dopo la parentesi lealista della guerra. Oltretutto è doveroso tener presente quale fosse più in generale nel paese la situazione dei primi anni del dopoguerra, come fosse elevata la temperatura politica e come frequenti e sanguinosi gli scontri di piazza; in tal modo non sarà difficile ricostruire il clima del giugno anconitano. Sfogliando la pubblicistica anarco-socialista che allora si stampava ad Ancona, si nota come l'esigenza e la maturità storica della rivoluzione (specie dopo l'esempio sovietico) e gli appelli all'insurrezione fossero quasi rituali. Potrà essere perciò a questo riguardo più indicativa qualche citazione tratta dal Lucifero (settimanale repubblicano), per valutare in che misura il tema dell'insurrezione violenta fosse parola d'ordine anche per un partito che, pure con caratteristiche « quarantottesche », non aveva di certo un bagaglio ribellistico paragonabile a quello anarchico. Ebbene un mese prima dei fatti che stiamo trattando, l'organo repubblicano titolava a tutta pagina: « Un nemico comune: la monarchia e l'oligarchia capitalista; un mezzo comune: l'insurrezione; un fine comune: la Repubblica sociale - Ecco la base della concentrazione rossa » ( 15). Sullo stesso numero, facendo riferimento a perquisizioni nelle Marche alla ricerca di armi, in abitazioni di militanti rivoluzionari, si lanciava l'appello: « ... Gli amici stieno perciò in guardia: le armi sono troppo preziose perché sia lecito farsele togliere dai mercenari del re. Un rivoluzionario disarmato è come un uomo ca/ strato... » ( 16 ). Soprattutto aspra era la polemica nei confronti del neo-istituito corpo delle Guardie Regie e del loro operato; una rubrica ricorrente intitolata « Gli eccidi di popolo », ricordava tutte le azioni repressive compiute da Carabinieri e Guardie Regie nel paese (17).

(15) «Lucifero» numero del 23-5-1920. (16) Ibidem; questo ed altri scritti, furono la base di una denuncia per istigazione a delinquere e apologia di reato, contro il redattore del periodico, che usava tra l'altro lo pseudonimo di « Enjorlas », il giovanetto che V. Hugo fa morire sulle barricate di Parigi nel suo « I miserabili». (17) Significativo per valutare la pesantezza di questi interventi è un trafiletto uscito il 24-5-1920, in cui vengono riportati venti episodi avvenuti tra il 3 febbraio ed il 9 aprile, con 35 morti ed oltre 100 feriti.


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Questa atmosfera da « vigilia d'armi », da attesa e preparazione « per vibrare l'ultimo colpo al tronco » (18 ) rende bene la cornice di circostanze in cui maturarono i moti di cui la sommossa all'll fu la miccia. Lo stesso clima può contribuire a spiegarci la violenza che negli scontri si esercitò, ma non alla stessa maniera deve indurci a postulare una centrale organizzativa, che ideò, avviò, e diresse l'ammutinamento. A questo proposito molteplici sembrano essere le indicazioni di smentita che andremo a ricordare, le quali ci confermano nel giudizio secondo cui la ipotesi di comodo del complotto fu escogitata - come abbiamo ricordato - sia dai comandi militari per il buon nome dell'esercito, sia dalle autorità preposte all'ordine pubblico, per avere mano libera in una sorta di « repulisti » negli ambienti sovversivi della città. Tornando alla rassegna dei fatti, puntualizziamo come soltanto accuse generiche o strumentali, parlarono di rivolta accuratamente preparata, nientemeno che alla Camera del Lavoro. In realtà, l 'ul.tima eventualità si può subito escludere, dato che, da quanto risulta nella testimonianza resa da un agente investigativo del Commissariato Archi, che controllava la Camera del Lavoro, nei giorni precedenti la sommossa, non vi furono riunioni particolari, né, tanto meno, dei bersaglieri entrarono nei locali (19), Incontri sporadici ce ne furono, se non altro ad opera dei propagandisti anarchici, però non assunsero sicuramente le dimensioni del complotto studiato nei dettagli. Stando anzi alla versione di uno dei protagonisti borghesi (Mario Zingaretti) fu soltanto assicurato ai soldati, l'appoggio di una manifestazione popolare di protesta, subito prima dell'imbarco, a piazza del Plebiscito e dunque niente che faccia pensare ad un'azione militare nella Caserma (20). D'altronde questi abboccamenti dovettero avere carattere veramente limitato, dato che sfuggirono del tutto agli informatori della Polizia ed agli Agenti investigativi, che allora pullulavano letteralmente ad Ancona e considerato pure che dagli stessi interrogaO

(18) Frasi stralciate dall'editoriale del Lucifero, citato nella cedente. (19) Cfr. « Atti processuali... » op. cit., voi. I, fascicolo II, arrivò pure a dire che dal circolo A. Costa, gli onorevoli Bocconi dreis (i quali si trovavano a Roma) guidassero gli scontri; Ivi, pp. 1-2. (20) Cfr. « Bandiera Rossa» articolo del 17-6-1950.

nota pre-

p. 92; si e De Anfase. III


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tori dei so]dati, torchiati e sollecitati a fornire versioni in questo senso, venne fuori solo una fumosa ammissione (21). Viceversa, seguendo lo svolgersi dei concitati eventi, si nota intanto come non trovi riscontro il supposto ingres·so di elemend anarchici in Villarey, la sera del 25, al rientro dalla libera uscita. Questa fu la versione fornita dall'Ufficiale di picchetto (Ten. Ciavarra), ripresa dalla cronaca dei fatti che diede l'Ordine (22), fatta propria dagli organi governativi (23 ), e rafforzata da dichiarazioni di Ufficiali e soldati. Secondo quanto affermò il Ten. Ciavarra, tale sospetto gli venne confermato sostanzialmente da due particolari: la sera i bersaglieri rientrarono nella Caserma a gruppi ( cosa che solitamente sembrava non accadesse) e ciò fu attribuito all'intenzione di coprire gli infiltrati travestiti in divisa. In secondo luogo furono notati tra i militari, molti visi che apparvero nuovi e sconosciuti. Se al primo indizio non si può replicare se non ricorrendo a1 caso o alla considerazione che il giorno dopo non sarebbe stato un giorno qualsiasi per i soldati, bensì per molti di loro quello dello imbarco, il secondo appare più facilmente contestabile. Anzitutto è difficile credere che fra Ufficiali e soldati ci si conoscesse tutti in un insieme di diverse centinaia di uomini, tanto da notare subito qualche viso nuovo; poi questi riconoscimenti sarebbero avvenuti nelle prime ore della rivolta, cioè di notte, al buio e da ultimo è assai probabile che fossero scorti militari mai visti, perché la Caserma stessa faceva registrare un discreto movimento di truppa (gli autisti del 7° Autocentro, alcuni dei quali ebbero sicu(21) Ci riferiamo all'affermazione del bers. Monti Erminio, forlivese, il quale la sera del 25-6, rientrato ubriaco, avrebbe annunciato « qualche cosa di eccezionale », per quella notte; « Atti processuali » op. cit., vol. I, fase. 1, p. 20. D'altro canto lo stesso Monti smentì successivamente tutto quanto, sostenendo di essere stato costretto a fare ammissioni di quel genere; Ivi, p. 30. A questo proposito sarà significativo sottolineare come smentite analoghe, accompagnate a denunce di confessioni false, estorte con minacce o con la forza da parte degli Ufficiali, siano frequenti nelle deposizioni dei soldati. Tra le altre possiamo ricordare quelle degli uomini del 17° fanteria, secondo i quali il loro capitano avrebbe imposto - pistola alla mano dieci colpevoli; una specie di «decimazione»! « Atti processuali», vol. I , fase. IV, pp. 15 e 30. (22) Cfr. « L'Ordine » numero citato nella nota n. 4. (23) « Atti del Parlamento ... » op. cit., p. 2465.


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ramente un ruolo nell'ammutinamento, erano giunti poco tempo prima da Treviso) ma di più, quella notte stessa, alle 11,30 era arrivata una intera compagnia (il 17° fanteria già ricordato) da Ascoli Piceno. Facendo riferimento anche alle testimonianze dei civili (quelle di allora e quelle successive) questi non entrarono in Caserma, se non nelle prime ore del mattino (le sei o le sette); inoltre sul loro numero e sulla loro identità sorgono altre perplessità. Gli Ufficiali parlarono di diverse decine, un centinaio di borghesi, quando gli stessi bersaglieri accusati, che avrebbero avuto tutto l'interesse ad accrescere la cifra per sminuire la propria responsabilità arrivarono al massimo a parlare di 40 borghesi (24 ). Diffusa fu poi la sorpresa nel constatare la giovane età (tra i 15 - 20 anni) degli estranei presenti appunto nel piazzale. Se ciò può far pensare a simpatizzanti anarchici (i malatestiani raccoglievano consensi specie nell'ambiente studentesco) d'altra parte fa ritenere che per alcuni, l'ammissione di essere entrati per curiosare, quasi per divertimento, non fosse molto lontana dal vero. Se analizziamo ancora nei dettagli i vari episodi di quella decina di ore, potremo verificare una volta di più, la improponibilità di conferire al moto i caratteri di una rivolta preparata, con agganci esterni e con direttive rivoluzionarie precise ai soldati. Le cose sembrano essere andate più o meno in questo modo: alcuni soldati decidono di ammutinarsi, fidando (probabilmente in misura sproporzionata) sulla solidarietà dei commilitoni scontenti dell'imminente avventura albanese e sull'appoggio popolare. Tra i rivoltosi il Casagrande, noto come simpatizzante anarchico e spesso citato con l'appellativo di « Malatesta », giuoca un ruolo senza dubbio di primo piano. Di fatto però la maggioranza dei soldati resta inerte, limitandosi passivamente a scendere nel cortile e dando spesso luogo nel1'intera Caserma, a scene francamente farsesche. Intere compagnie rimangono calme nei loro alloggiamenti (diversi Ufficiali lo confermarono); i servizi di mensa (viene servita colazione e rancio alle 11,30) e di infermeria funzionano regolarmente ; i turni di guardia alla cassaforte reggimentale si svolgono senza interferenze; un'armeria si .è svuotata, ma come abbiamo det(24) Cfr. testimonianza del caporale dei bers. Ruffo Carmine, « Atti processuali» op. cit., voi. I , fase. I , p. 23.


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to, i moschetti prelevati sono inservibili; gli Ufficiali in molti casi si aggirano per le camerate a sedare gli animi, in concorrenza con i soldati sobillatori; gli altri possono entrare ed uscire dalla Caserma con una certa disinvoltura; quelli imprigionati riescono quasi tutti a liberarsi, o perché le celle non vengono chiuse, o perché i soldati preposti alla loro guardia vengono indotti a più miti consigli, o più semplicemente perché questi ultimi si recano a dormire o a far colazione! Nei rapporti presentati, furono specialmente gli Ufficiali presenti in Caserma ad ingegnarsi nel presentare i fatti sotto una coloritura rivoluzionaria, così da giustificare la loro mancata sorveglianza; il tutto però con esiti forzati e contraddittori. Alcuni di essi narrando gli avvenimenti, si attribuirono i meriti del Ten. Clementi, altri dissero di aver impedito che i ribelli (che tra loro si sarebbero chiamati « guardie rosse ») esponessero dal terrazzo una grande bandiera rossa portata dai civili, quando la stessa bandiera altro non era che quella usata dagli « zappatori » per le segnalazioni (25). Prestando poi credito alla deposizione del Ten. Cerrini Walter (uno dei più decisi sostenitori del complotto rivoluzionario) sull'autoblindo sarebbe stata affissa una copia d e L'Umanità Nuova, fatto che non trova conferme, ed in più gli spalti avrebbero risuonato di inni bolscevichi tra cui « Bandiera rossa» (26). La stessa dinamica degli scontri nel resto della città, porta vieppiù ad escludere l'univocità di un progetto rivoluzionario, sia per la sfasatura dei tempi, sia per l'improvvisazione assoluta con cm quelli si susseguirono (27). (25) Cfr. rapporto del Cap. Casapietra Carlo, lvi, vol. I , fase. II, p. 13. (26) Può essere indicativo ricordare come lo stesso Ten. Cerrini fu visto supplicare piangendo alcuni soldati che volevano rinchiuderlo in una cella; Ivi, vol. I, fase. II, pp. 30 e 38. (27) In modo particolare le occupazioni dei forti Savio e Scrima e l'assalto all'aeroporto in località Aspio, citati come prove della portata militare della sommossa (cfr. « Atti del Parlamento .. . » op. cit., p. 2863) vanno ridimensionati, dato che l'esiguità delle guarnigioni ivi presenti (oltretutto a F. Savio non avevano munizioni) consentirono occupazioni da parte dei rivoltosi in cerca di armi, assolutamente « tranquille». Inoltre il presunto sciopero generale che sarebbe scattato in concomitanza coll'ammutinamento, per isolare la città, non ebbe affatto questa caratteristica di simultaneità. Esso si dovette, specialmente nel caso dei portuali e dei ferrovieri, anzitutto al rifiuto di lavorare in condizioni di estrema pericolosità, considerato che diversi loro colleghi estranei ai fatti furono uccisi o feriti.


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In definitiva - lo ribadiamo - i due momenti, quello militare e quello civile, sono da considerarsi sostanzialmente separati e così come il moto civile escluse generalmente motivazioni antimilitariste, allo stesso modo l'ammutinamento dei bersaglieri n"n si propose mire sovietiste, limitandosi - per la stragrande maggioranza dei suoi partecipanti alla protesta confusa per la spedizione in Albania. Questa ultima ci pare essere l'unica e vera ragione della « rivolta dei bersaglieri », ragione « interna » all'apparato militare, che affonda le sue radici nelle condizioni di vita del soldato, e nell'impopolarità delle imprese coloniali e di quella albanese in particolare. Sulla avventura albanese, iniziata nel dicembre del '14 e conclusasi nell'agosto del 20 (appunto dopo i fatti di Ancona e altri analoghi episodi in diversi porti dell'Adriatico) non ci soffermeremo qui particolarmente, limitandoci a richiamare alcuni punti significativi nell'economia del nostro discorso (28). Va intan to ricordato come il caso Albania fosse ritenuto dal governo Nitti e da quello successivo di Giolitti, un peso non ulteriormente sopportabile per l'Italia (300 milioni all'anno), con la tendenza quindi a sbarazzarsene, mercanteggiando possibilmente nel grande gioco delle diplomazie post-belliche. Nel paese l'impresa era generalmente considerata in modo sfavorevole; soprattutto i socialisti si erano impegnati in un'intensa campagna per la cessazione degli invii di truppe, preludio all'abbandono di tutti i t erritori d'oltremare (29) Tutto questo si ripercuoteva a svantaggio delle truppe colà dislocate, poste in una condizione di estrema provvisorietà, dal momento che il governo non si impegnava in spese per opere durature, quando la prospettiva era di lasciare tutto prima o poi. (28) Ci siamo serviti per una rassegna dell'occupazione albanese, dell'unico testo che tratti validamente questo speci fico problema: Mario Montanari, Le truppe italiane in Albania. (1914-20 e 1939), Roma, Ufficio storico S.M.E., 1978, dal quale attingiamo i dati e le informazioni riportate. (29) Segnaliamo che quantunque la partenza dei bersaglieri di Ancona p er l'Albania, fosse esplicitamente ammessa anche da autorevoli organi di stampa filo-governativi , il min. Bonomi n elle risposte alle interpellanze alla Camera, evitò sempre di far riferimento all'Albani a, parlando di spostamenti di truppe « per esigenze organiche»; « Atti del Parlamento ... » op. cit.,

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A tale stato di cose, si aggiungevano altri tre fattori negativi, che rendevano l'Albania particolarmente invisa ai nostri soldati. Ricordiamo principalmente il flagello della malaria, che dalla primavera agli inizi dell'autunno falcidiava letteralmente i reparti, incidendo spess9 nella misura del 70-80% sul numero degli uomini disponibili ( 3 O). A ciò va sommata l'ostilità delle popolazioni locali, che si manifestava con atti di sabotaggio più o meno gravi, ma continui. Se questo può essere fatto rientrare nella naturale avversione che comunque si riscontra nei riguardi di un esercito occupante, certamente nel caso dell'Albania era accresciuta dal contegno tenuto dalle nostre truppe, che dovette risultare tutt'altro che ineccepibile (31). Probabilmente a detto stato di cose, non fu estraneo l'altro elemento che contribuiva a diffondere un sinistro alone attorno alla spedizione italiana in Albania: buona parte delle forze che vi si trovavano, era costituita <la individui con precedenti penali e disciplinari, fauu yuesto che, unito alle pessime condizioni ambientali e logistiche suddette, conferiva ai nostri soldati in Albania, una fama ed un atteggiamento, che non mancava di stupire le guarnigioni di rinforzo provenienti dall'Italia. Soprattutto balzava subito all'occhio il decadimento formale ed il numero e la gravità delle mancanze disciplinari. Ecco allora la convinzione che l'Albania fosse un luogo di punizione. Alle precedenti considerazioni è indispensabile farne seguire altre, relative alla situazione interna al nostro esercito, relative allo stato d'animo delle truppe. Le Forze Armate italiane venivano dall'immane sforzo della grande guerra, che aveva richiesto l'impiego ed il sacrificio di un numero altissimo di uomini. Nell'immediato dopoguerra la cura del governo era quella di realizzare una veloce smobilitazione, che riducesse il carico, sproporzionato in tempo di pace. A partire dal 5-8-1919 infatti, quan-

(30) Giolitti nelle sue memorie parla di cento soldati al giorno che morivano di malaria; citato in M. Montanari, op. cit., p. 217. (31) La Commissione parlamentare d 'inchiesta sulle spese di guerra, dedicò ampio spazio all'impresa albanese ed alle relative accuse rivolte alle ammirustrazioni civili e militari nel territorio d'oltteadriatico, con l'intento, affatto riuscito, di smentirle. Cfr. M. Montanari, op. cit., pp. 382-401.


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do venne congedata la classe più anziana alle armi, il 1890, con frequenza quasi settimanale si congedarono le altre classi (32). Un freno a questa tendenza, fu deciso a causa delle ripetute e gravi manifestazioni di piazza, che in quei difficili mesi si verificarono in Italia; i congedamenti rallentarono, per consentire l 'impiego di uomini in operazioni di ordine pubblico. Queste decisioni (sia la smobilitazione serrata, sia il suo rallentamento) provocarono un grave stato di malcontento nelle fila dell'esercito, malcontento che ritroviamo puntuale anche nelle vicende di Ancona. Buona parte dei soldati di stanza nella Caserma Villarey, aveva alle spalle anni di campagne, alcuni degli imputati ( tra cui il C.M. Aut. Rossi) erano stati per tutto il terribile '17, in zona di prima linea; molti di loro erano da lunghissimi mesi lontani dalle famiglie (33 ), e oltretutto avevano visto congedati contingenti della loro stessa classe. Non sarà allora difficile comprendere l'impopolarità della prospettiva di altri mesi di servizio e in Albania! Da parte degli Ufficiali e dei Sottufficiali, si registrava invece insoddisfazione per lo scioglimento dei corpi, fenomeno ben noto nel panorama politico e sociale del primo dopoguerra italiano. Lo stesso 11° bersaglieri era stato minacciato di soppressione, provvedimento che fu poi sospeso dal min. Bonomi il 2-7-1920 (34). Ciò non poteva non creare un'aspra diversità di vedute tra Ufficiali e truppa; i primi benché non entusiasti della spedizione albanese, vi scorgevano pur sempre una possibilità di prosecuzione del servizio (35). (32) Per informazioni dettagliate sulla smobilitazione, si veda Vincenzo Gallinari, L'esercit o italiano nel primo dopoguerra. 1918-20, Roma; Uff. Storico S.M .E., 1980, pp. 115 e segg. (33) Rileviamo che tra i 43 soldati (32 b ersaglieri, 3 autisti e 8 fanti) incriminati subito dopo l'ammutinamento (tutti delle classi 1898, 1899, 1900) c'erano quattro marchigiani e rappresentanti di un po' tutte le altre regioni, specie quelle centro-meridionali. (34) Notevole era il fe rmento suscitato dalla proposta di sciogliere il reggimento. L'Ordine aveva lanciato una campagna di adesioni che compariva nel quotidiano da diverse settimane pri ma dei moti, sotto il titolo : « Vivano i bersaglieri! » (35 ) Significative le frasi che il citato Tcn. Clementi andava gridando verso i soldati, prima di introdursi nella Caserma: « Avete paura dell'Albania? Non è niente; un esercito regolare come il nostro metterà subito a posto quattro predon i. .. » « Atti processuali» op. cit., vol. I, fase. II, p. 24.


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Altri due argomenti si rilevano dai fatti di Ancona e di qui rimandano a considerazioni di portata nazionale. Il primo è l'ostilità reciproca - al di là dei fatti contingenti - fra soldati e superiori in grado, che assai spesso è sintomo di uno scontro di classe che passa apertamente all'interno dell'eserci· to. Ricorrenti ed espliciti sono i riferimenti alla durezza con rui veniva imposta la disciplina, ancora segnata profondamente dalle crudeli esperienze della guerra. Ecco allora la solidarietà popolare e gli incitamenti - spesso furiosi - al linciaggio (36 ), cui sull'altro versante faceva riscontro una alterigia ed una separatezza castale da parte degli Ufficiali stessi ( 37 ). Queste circostanze ci riallacciano al secondo tema tipico di quegli anni, che non mancò di avere ripercussioni ad Ancona: il tema della violenza; della estrema facilità (e gratuità a volte) con rui questa veniva esercitata. La parte militare del moto, ne ebbe manifestazioni e conseguenze ridotte, rispetto a quella civile, ma ciò per buona parte, fu dovuto a circostanze fortunate, considerato che si sparò moho e 11un solo in aria! Su questo fenomeno c'è ormai un'abbondante letteratura, specialmente di carattere memorialistico, tesa a spiegare Io stato d'animo per cui: « ... la guerra aveva insegnato la facilità della violenza e nei tanti che avevano sofferto aveva creato un compenso psicologico che ammetteva di aver diritto a vendicarsi di queste sofferenze» (38). Le atroci esperienze vissute da centinaia di migliaia di uomini nella vita di trincea, avevano dato luogo ad una sorta di assuefazione alle violenze {subite o procurate), ad una familiarità con la

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(36) Un gruppo di donne accorse fuori della Caserma sulle prime ore del mattino, tra cui la già ricordata Bartolini Alba (vd. nota n. 2), gridò: « Bersaglieri fucilate gli Ufficiali ... fate bene, coraggio ... ammazzatene quanto più potete, sono carni vendute, che hanno giurato di uccidere il padre e la madre ... » « Atti processuali» op. cit., voi. I , fase. I, pp. 14-15. D'altra parte a questo proposito, il reato di insubordinazione con vie di fatto (bastava una spinta), prevedeva nd codice penale militare la fucilazione e ciò avrebbe potuto innescare una pericolosa logica del « tanto peggio», che fortunatamente fu scongiurata. (37) Il Col. Paselli in un o.d.g. diramato subito dopo i fatti, ebbe a dire a riguardo dei sovversivi: « ... Creature indegne [che] dopo aver lanciato il fango ... sono fuggite per nascondersi nell'obbrobrio della loro vergognosa esistenza ... » «L'Ordine», ed; della sera del 30-6-1920. (38) Fabio Cusin, A ntistoria d'Italia, Mondadori, 1972, p. 170.


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morte che avrebbe potuto colpire indifferentemente se stessi, 1 propri compagni d 'arme o l'avversario, la quale dai campi di battaglia, si era diffusa per il paese. Sintomatiche a questo proposito, più che il resoconto di alcuni episodi di brutalità verificatisi, possono essere due frasi che bene illustrano tale predisposizione d'animo. Un capitano delle Guardie Regie che giunsero da Pesaro, sembra aver affermato: « Ho combattuto contro gli austriaci, posso ben battermi cogli italiani! » (39). Sul fronte opposto, il Lucifero, un mese prima dell'insurrezione scriveva: « ... Il partito repubblicano ... forse unico fra tutti i partiti sovversivi, può contare su migliaia di giovani ex-combattenti, ai quali dopo la dura esperienza del Carso e del Piave, parrà un gioco, battersi sulle strade ... » ( 40 ). A conclusione potrà risultare interessante constatare come, nonostante la pesantezza delle accuse, sia per gli imputati civili, sia per quelli militati, al processo terminato nell'aprile successivo, prevalse una linea d i relativa mitezza, cbe in sostanza accolse la tesi principale del Collegio di difesa, la quale puntò sulla formula del « reato di folla, dovuto a motivi politici riconosciuti, giustificato e quindi n on punibile in confronto dei singoli ». La condanna più dura toccò al Casagrande (sei anni di reclusione militare), gli altri soldati subirono pene più brevi, variabili tra i cinque anni e gli otto mesi. I civili furono tutti assolti. Tale assenza di eccessi di rigore in parte fu probabilmente dovuta all'esigenza di non inasprire il clima di tensione esistente nella nazione, ma forse anche alla considerazione del complesso di circostanze oggettive, che avevano determinato la sommossa. La giustizia militare, in questo caso, si dimostrò più esigente, d ando luogo ad una disparità di trattamento, che non trovava giustificazione nei fatti. Forse anche questo epilogo giudiziario, ha contribuito ad accrescere la portata degli avvenimenti militari, rispetto a quelli civili.

(39) « L ucifero», 11-7-1920. (40) « L ucifero », 25-4-1920.


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RUSSIA (1915-1916): POLITICA INTERNA E POLITICA ESTERA NEL CARTEGGIO DELLA MISSIONE MILITARE ITALIANA

L'imminente riapertura della Duma e del Consiglio dell'Impero forni, nel gennaio 1916, al colonnello Rapalo l'occasione e il motivo per gettare uno sguardo retrospettivo sulle principali vicende della politica interna russa durante gli ultimi mesi ( 1 ). Pur non avendo alcun indizio palese di probabili cambiamenti nella situazione generale, non t:ra, a suo giudizio, da escludere la possibilità che qualche fatto nuovo potesse avere sensibile influsso sull'opera dei dirigenti, s ul con tegno delle assemblee legislative, sullo spirito della società e della popolazione. Per meglio interpretare e valutare gli avvenimenti futuri, riteneva opportuno un rapido esame di quelli passati: « Gli elementi della situazione presente si rialJacciano alle circostanze nelle quali si svolse, nella primavera e sul principio della estate del 1915, la ritirata dell'esercito russo dalla Galizia, dalla Polonia e dalla Prussia Orientale. All'impressione di dolore e di sgomento per il successo dell'offensiva nemica, che sorprese ina-

( 1) E. RoPOLO, Note sulla situazione interna in RuJJia, Pietrogrado 15 (28) gennaio 1916, rapporto al Comando Supremo, SME-AUS, b. 98, MMIR,

f. I. Elenco delle abbreviazioni: SME-AUS = Stato Maggiore Esercito-Archivio Ufficio Storico; MMIR = fondo Missione Militare I taliana in Russia; b. = busta; fasc.=fascicolo; p.= pagina; f. = foglio. II 26 luglio 1914 la Duma aveva appoggiato la decisione del governo di entrare in guerra. Questo, sottolinea G. KATKOv nel suo Russia 1917. La Rivoluzione di Febbraio (Milano 1970, pp. 597), aveva creato una falsa impressione di raggiunta unità nazionale consolidata dalle spontanee manifestazioni prozariste nelle città come in provincia. La Duma dopo aver votalo i crediti di guerra quasi all'unanimità (i deputati socialdemocratici erano usciti dall'aula e vennero quindi considerati astenuti) venne prorogata. Una breve riunione si tenne nel gennaio 1915 ed un'altra nell'estate dello stesso anno.

30. - Memorie


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spettatamente l'opinione pubblica dopo i brillanti risultati della campagna autunnale ed invernale, si aggiunse e si sovrappose un sentimento di malcontento e di indignazione per il tradimento di Mjasoedov, che fu condannato a morte, e per l'opera del ministro della Guerra Sukhomlinov, che fu dimesso; a lui si attribuisce a tal segno la responsabilità delle deficienze allora constatate nella organizzazione e nell'allestimento dell'esercito, che, a quanto si dice, la commissione d'inchiesta dell'esercito che deve indagare sull'opera sua non potrà fare a meno di deferirlo a giudizio » (2). Al fine di tranquillizzare l'opinione pubblica, il Governo aveva diffuso la notizia, per mezzo dei giornali, che avrebbe riconvocato la Duma ed il Consiglio dell'Impero. Si trattava invero di un atto che mirava a produrre favorevole impressione su tutte le classi della società, perché, a termini di legge, la sessione parlamentare non avrebbe dovuto essere riaperta che in novembre; la convocazione straordinaria era dunque un passo con cui il Governo tentava di avvicinarsi al popolo: « e come tale fu generalmente inteso». In attesa della ripresa _pa1·lamenlare, si Jiscusse ampiamente sulla stampa, che « godeva allora di una grande libertà, chè la censura era esercitata con tolleranza e si preoccupava principalmente del controllo sulle notizie di carattere militare », intorno ai compiti del Parlamento; ed in tale discussione si erano delineate chia(2) E. RoPoLo, Note . .. , cit., p .l. Il caso Mjasoedov assume una particolare importanza proprio all'indomani della disfatta russa sul fronte nord occidentale nel gennaio 1915. Ufficiale della gendarmeria, già accusato di tradimento in favore dell'Austria nel 1912, Mj asoedov, in quanto protetto del ministro della Guerra Sukhomlinov ed esperto di spionaggio e controspionaggio, venne riassunto in servizio nel 1914 e assegnato alla 103 armata che poi subirà la pesante sconfitta del 1915. Arrestato per spionaggio in favore dei tedeschi il 18 febbraio 19 15, Mjasocdov comparve di fronte alla corte marziale che lo condannò all'impiccagione. Consistenti dubbi sulla reale colpevolezza dell'ufficiale permangono e il caso non è mai stato definitivamente chiarito, (Cfr. G. KATKOV, op. cit., pp. 163-178). V.A. Sukhomlinov (1848-1926), ministro della Guerra dal 1900 al 1915, rassegnò le dimissioni nel giugno di quell'anno proprio in conseguenza delle vicende legate al caso Mjasoedov. Processato nell'agosto 1917 e condannato ai lavori forzati dal governo provvisorio fu liberato dal regime sovietico e quindi emigrò Cfr. W.A. SuCHOMLINOV [V.A. SuKIIOMLINov] Erinnerungen, Berlino 1924. Nelle sue memorie S. esamina dettagliatamente la procedura seguita dalla corte marziale scagionando il M. Similmente W . NICOLAI, famosa spia tedesca durante la prima guerra mondiale, nel suo Geheime Miichte. Internationale Spionage und ihre Bekiimpfung im W eltkriege und beute, 3• ed., Leipzig 1925, p. 19.


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ramente due correnti. Una, più ristretta, affermava che la rappresentanza popolare, la Duma, avrebbe dovuto occuparsi soltanto dei problemi strettamente inerenti la guerra (crediti finanziari, chiamata eccezionale di nuove categorie sotto le armi. ecc.). L'altra, più ampia, affermava che senza dubbio la Duma non avrebbe dovuto divagare, che i partiti non avrebbero dovuto perder di vista la gravità della situazione per occuparsi dei loro programmi speciali e delle loro rivendicazioni politiche, ispirare alla popolazione l'indispensabile fiducia: unicamente da questa connessione poteva scaturire la vittoria. Occorreva quindi creare uno stato di cose tali per cui la popolazione si sentisse vicina al Governo e questo, a sua volta, sentisse il contatto e la volontà di vittoria della popolazione stessa: era quindi necessario che la Duma sedesse quasi in permanenza e creasse commissioni, per stimolare e controllare l'azione del Governo, per collaborare alla mobilitazione ed alla riorganizzazione delle forze industriali del paese agli intenti della guerra. Con queste misure il Governo « si sarebbe rinvigorito della generale contentezza politica e del-

l'impiego entusiastico di tutte le energie della popolazione. Non occorre dire - sottolineava Ropolo - che i rappresentanti di questa corrente appartenevano ai gruppi politici liberaleggianti della società russa; e si può perciò ammettere che nell'enunciazione di queste idee si celasse un recondito pensiero di preparare qualche modesta conquista parlamentare; ma d'altra parte non si deve dimenticare che questi sono gli elementi della società russa i quali dal principio della guerra europea hanno dato le maggiori prove di acceso patriottismo e non crearono difficoltà al Governo, anzi contribuirono efficacemente in parecchie circostanze ad eliminarne, sicché è assolutamente da escludere che essi pensassero di cogliere un'occasione propizia per strappare all'autorità dirigente moralmente indebolita, grandi concessioni costituzionali e compiere, pendente una grave crisi militare, un'opera quasi rivoluzionaria » (3 ).

Si delinea già da queste poche ma incisive righe l'atteggiamento di simpatia verso le correnti liberali di tipo occidentale, simpatia che si manterrà costante per tutto il periodo della rivoluzione. Intensa fu l'attesa del paese per la riapertura della Duma che avvenne il 4 ( 17 ) agosto 1915: i discorsi del presidente H.V. Rodzjanko (1859-1924 ), del nuovo ministro della Guerra genera(3) E. RoPOLO, Note . . . , cit., p. 2.


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le A.A. Polivanov (1855-1920), ed anche del ministro degli Esteri S.D. Sazonov ( 1861-1927), furono ben accolti dai deputati e dalla nazione. Più fredda impressione avevano prodotto invece le parole del presidente del Consiglio dei ministri I.N. Goremjkin (18391917), il quale, pur affermando la necessità di condurre la guerra sino alla vittoria, aveva lasciato ampie zone d'ombre soprattutto in riferimento al dibattuto problema dell'autonomia della Polonia. Era perciò facile constatare come nelle intenzioni del Governo la Duma dovesse occuparsi solo ed esclusivamente delle necessità create dalla guerra. Altri compiti, che pure le appartenevano di diritto, erano esclusi. L'interpretazione ristretta del ruolo della Duma attivò l'unione delle forze liberaleggianti del Parlamento al fine di ottenere una sua maggiore collaborazione all'opera governativa. L'idea era stata preceduta da discorsi pronunciati alla Duma da P.N. Miljukov (18591943), capo del gruppo dei cadetti di sinistra, da N.A. Maklakov (1871-1918), capo del gruppo dei cadetti di destra, da A.I. Guckov (1862-1936), capo del partito ottobrista, ed, al Consiglio dell'Impero, dal barone R.R. Rosen. Rilevante era stato, a giudizio dello ufficiale italiano, il discorso pronunciato dal Rosen. Questi, noto per la sua opera di ambasciatore russo in Giappone durante la guerra russo-giapponese, rifacendosi alle idee esposte da Miljukov, sottolineò l'importanza di quel momento storico per la Russia: per superare la crisi occorrevano spiriti ed intendimenti nuovi. Non solo, la Russia, trovandosi giustamente a combattere nella guerra europea per una causa di giustizia e di libertà, doveva cominciare a sostenere e difendere questa causa all'interno dei propri confini: in Polonia e in Finlandia. Queste manifestazioni incoraggiarono il pensiero di una coalizione e prepararono un terreno assai favorevole ad essa anche fra quegli elementi parlamentari che si sentivano molto vicini al governo. L'idea si estese e quindi si espresse formalmente in una prima riunione segreta convocata dal deputato Miljukov nel palazzo della Duma il giorno 11 (24) agosto; il giorno successivo si tenne una nuova riunione nella casa del professore Massimo Maksimovi~ Kovalevski, storico insigne e membro del Consiglio dell'Impero: vi parteciparono circa trenta rappresentanti fiduciari di diversi gruppi delle due assemblee legislative. Una commissione fu nominata con l'incarico di concretare, in base allo scambio di idee avvenuto, un programma che fosse il programma ufficiale del nuovo blocco parlamentare.


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Questo programma, quale era stato concepito, chiedeva la fine dei processi politici e religiosi non originati da crimini comuni; il ritorno di coloro che erano stati esiliati per azione di carattere politico o religioso; la fine delle persecuzioni confessionali, l'autonomia deJla Polonia e leggi sulla proprietà rurale in Polonia, una politica pacificatrice nella questione finlandese. Chiedeva inoltre la soppressione delle restrizioni legali concernenti gli israeliti (restrizioni sul diritto di residenza, sull'accesso alle scuole, divieto di una stampa israelita, ecc.), la revisione dei processi contro i galiziani che erano stati condannati all'epoca dell'occupazione della Galizia da parte dei russi perché ritenuti agenti della propaganda ucraina ed in generale antirussa, la fine delle persecuzioni contro i •socialisti e contro gli enti operai appartenenti a partiti non legalizzati; ed infine, speciali misure per assicurare il rifornimento dello esercito, per introdurre gli zemstva nelle regioni che ne erano ancora prive (Don, Caucaso, Siberia), leggi a favore dei fuggiaschi dalle provincie russe occupate dal nemico, e miglioramento delJe condizioni a varie categorie c1i impiegati . « E' da rilevare -

commen tava opportunamente Ropolo - anzi tutto che i postulati così presenta ti dal blocco non toccano seriamente alcun problema fond amentale di politica interna, non realizzano alcuno speciale programma dell' uno o dell'altro partito: ogni partito aderente ha fatto rinunzia del suo programma massimo per accedere, concordemente con gli altri partiti , ad una soluzione di questioni pratiche urgenti che desse tranquillità e fiducia al paese e quindi giovasse ad assicurare la vittoria, come disse appunto il deputato Miljukov. In secondo luogo è da rilevare che il blocco così formato era un blocco legale, perché costituito dentro il Parlamento » ( 4 ).

Esisteva tuttavia, scriveva ancora l'ufficiale italiano, « un gruppo di rivoluzionari che si trovano a Losanna e che hanno, alme no attualmente, scarsa voce fra le classi minori della popolazione russa », la cui opposizione si era manifestata con una duplice affermazione: la prima, basata sull'analisi dei risultati della guerra di Crimea e soprattutto su quelli della guerra russo-giapponese, affermava che una Russia vincente la guerra sarebbe stata una Russia che avrebbe riaffermato la reazione, mentre una Russia che avesse perso la guerra sarebbe stata una Russia che avrebbe concesso qual(4) Ivi, p. 6.


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che cosa al popolo; la seconda posizione affermava che per giungere alla rivolta occorreva che le cose non si fossero assestate all'interno del paese . La Duma, lavorando d'accordo con il governo, avrebbe riorganizzato in parte il paese e avrebbe impedito la vera necessaria rivolta. V'era poi la corrente di estrema destra, rappresentata da elementi sempre ostili ad ogni lavoro di iniziativa parlamentare. Il blocco aveva fatto conoscere il suo programma al governo, e vi erano stati tre ministri che avevano mostrato di approvarlo: quello dell'istruzione, quello della giustizia e quello del controllo generale. Ma questi consensi « platonici e isolati » erano poca cosa: il blocco voleva che il governo, e specialmente il Presidente del Consiglio Goremykin, si decidessero a chiarire la loro posizione di fronte al blocco stesso: accettarne il programma o respingerlo. Il Presidente del Consiglio non aveva risposto direttamente, e non aveva voluto nemmeno conferire con alcuno degli aderenti al blocco, ma aveva ispirato al deputato Markov l'idea di creare un blocco di destra che si contrapponesse al blocco progressista; e poco dopo aveva fatto capire attraverso i giornali che ormai il governo considerava condotti a termine i lavori parlamentari e quindi rifiutava qualsiasi proposta del blocco medesimo (5). In seguito a tali notizie, il giorno 1 ( 14) settembre gli operai delle Officine Putilov {munizioni e cannoni) di Pietroburgo avevano proclamato lo sciopero, ed era indubbio che questo avvenimento non avesse carattere economico ma politico: i salari degli operai erano già stati aumentati infatti dal 30 al 35%, e d'altra parte essi stessi avevano addotto a motivo dello sciopero, una protesta contro le « ruberie governative » ed una richiesta di amnistia per i condannati politici. Di fronte a questa manifestazione il governo si mostrò intransigente; per suo ordine il 3 (15) settembre la direzione delle Officine Putilov annunciò che tutti i 27 .000 operai erano licenziati e che il giorno seguente si sarebbe proceduto a nuove assunzioni. Questa era, scriveva ancora l'ufficiale italiano, « la forma abituale per riammettere quasi tutti gli operai, escludendo i più sospetti di (5) « Durante la sessione straordinaria - scriveva Ropolo a p. 7 del rapp. cit. - dell'agosto 1915 l'opera che poté compiere la Duma si ridusse a questo: autorizzazione della chiamata sotto le armi degli uomini del secondo bando deII'opo' cen;e, autorizzazione dei prestiti di guerra, provvedimenti per gli ebrei, nomina di quattro commissioni che, con poteri assai limitati, dovevano assistere all'opera governativa nel campo delle esigenze derivanti dalla guerra».


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propaganda politica ». Sulle vicende speciali di questo sciopero lo ufficiale italiano, non avendo notizie precise, riferiva che le dimostrazioni erano state represse con morti e feriti. A questo sciopero successe, il 4 (17) settembre, quello degli operai delle Officine Metallurgiche Lessner e quello degli operai delle Officine Obukhov, anch'esso di carattere politico. Ma intanto, già il 3 (16) settembre, il presidente del Consiglio Goremjkin si era presentato alla Duma ed aveva dichiarato che la sessione parlamentare straordinaria era chiusa: a termini di legge, si sarebbe aperta la sessione ordinaria in novembre. Nei circoli liberali si affermava che il decreto imperiale, con cui la sessione era stata tolta, era stato ottenuto dal capo del governo mercè un travisamento delle intenzioni del blocco al quale, da un lato si contestava di rappresentare i sentimenti della popolazione e dall'altro si attribuiva il proposito di indebolire e minare H principio dell'autorità.

In una riunione, che ebbe luogo immediatamente, dei membri della Duma e del Consiglio dell'Impero che facevano parte del blocco, i rappresentanti dei progressisti e dei cadetti proposero di rompere ogni relazione col governo, di uscire dalle commissioni parlamentari e miste già da tempo esistenti o di recente istituzione, e di portare l'agitazione nel paese. I rappresentanti del partito ottobrista e dei gruppi di destra si preoccuparono invece delle conseguenze di un simile passo. Sarebbe stato facile per il governo screditare il blocco, affermare che esso non collaborava al fine del conseguimento della vittoria e presentarlo come « rivoluzionario ». « Questo pericolo fu subito inteso dagli stessi che avevano pro-

posto la secessione che rinunziarono all'idea: esso fu già da allora espresso come in una formula che si può così riassumere: bisogna anzitutto pensare alla vittoria, perché la vittoria delle armi russe ed alleate è la vittoria delle idee liberali sul principio autoritario, sulla reazione e sul militarismo; se vi sono nel paese, e ve ne sono, elementi proclivi alla Germania per amore di questi principi, bisogna evitare che essi abbiano in alcun modo un incontrollato sopravvento e possano giustificare una rinunzia alla vittoria militare col pre testo che il governo non può combattere contemporaneamente contro un nemico esterno, la coalizione centrale, e contro un nemico interno, la rivoluzione » ( 6 ).

(6) E .

R OPOLO,

Note . .. , cit., p. 9.


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I parlamentari, continuava Ropolo, decisero allora di restare nelle commissioni e di mantenere viva l'attività del blocco nell'ambito parlamentare; stabilirono inoltre che una deputazione, con a capo il presidente della Duma Rodzjanko, portasse all'imperatore un memoriale in cui fossero esposte ed illustrate le idee del blocco, le sue intenzioni, le ragioni della crisi e del malcontento del paese. La deputazione in realtà non fu mai ricevuta dall'imperatore. La crisi si accentuò ancora in occasione dell'annunciato congresso per il 7(20) settembre a Mosca degli zemstva e delle città. Avrebbero partecipato molti membri del Parlamento, col proposito di risolvere i lavori del congresso in una breve ma solenne sessione, nella quale si sarebbero pronunciati discorsi misurati di forma, ma vigorosi di contenuto, che avrebbero avuto larga e profonda eco. Sciolta la Duma, il presidente del Consiglio Goremjkin chiamò a Pietrogrado il governatore militare ed il governatore civile di Mosca e deliberò il divieto del congresso: « Scoppiarono allora a Mosca vari scioperi parziali che culminaro-

no in uno sciopero generale politico : vi furono disordini e repressioni, vi furono danni e vittime di cui non si conosce con esattezza l'entità: gli scioperi terminarono nel periodo di circa una settimana. Ed i rappresentanti degli zemstva e delle città si riunirono in privato e deliberarono degli ordini del giorno di protesta, che avrebbero dovuto, al pari del memoriale del blocco, essere presentati all'Imperatore, ma che, al pari di quello, non furono mai ricevuti».

Risolta così la fase più acuta della crisi, il capo del governo mise in opera ogni mezzo per concentrare la forza nelle sue mani e per paralizzare l'influenza ed il prestigio del blocco: anzitutto non permise ai rappresentanti del blocco stesso, degli zemstva e delle città, di avvicinare la persona dell'imperatore. Immediatamente fu. rono stretti i freni deJla censura con un rigore estremo, tanto più sensibile dopo la grande libertà di parola che si era lasciata sino allora. Tale libertà, a giudizio dell'ufficiale italiano, era stata concessa con lo scopo di « tastare il polso delle varie sfere sociali, per sentire quali voci venivano e da quali parti, per intendere e distinguere le diverse correnti, per apprendere dove poi occorresse colpire ». La repressione si volse quindi contro gli zemstva, corpi provinciali dei quali in realtà non era possibile soffocare la tradizionale esistenza soprattutto per le funzioni amministrative che


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svolgevano. Contro questi il Governo faceva sentire il peso della propria volontà con la nomina dei presidenti, con l'opposizione alle proposte dell'assemblea, con una specie di ostruzionismo della autorità. Si allontanò ogni effettivo controllo, e venne di fatto svuotata la collaborazione delle quattro commissioni nominate dal Parlamento, d'accordo con lo stesso governo, nella breve sessione straordinaria dell'agosto_ Tali commissioni avrebbero dovuto infatti essere in continuo contatto con le amministrazioni della Guerra, della Marina, dell'Industria, del Commercio e delle Comunicazioni. In realtà venivano quasi sistematicamente ignorate, al punto che buona parte delle ordinazioni erano fatte all'insaputa delle commissioni. « Ma dove maggiormente si sentl lo spirito che animava il capo del Governo, fu nelle crisi ministeriali che si succedettero durante l'autunno. Uscirono dal Consiglio dei ministri il ministro dell'Interno Scerbatov, il ministro dell'Agricoltura A.V. Krivosein, il ministro delle vie di comunicazioni S.V. Rukhlov ed il procuratore del Santo Sinodo A.D. Samarin. Secondo certe voci, abbastanza diffuse ma incontrollabili, l'allontanamento di questi ministri sarebbe stato conseguenza del parere da essi espresso contrario all'assunzione del Comando Supremo dell'esercito russo da par te dell'Imperatore. Ad ogni modo è certo che con Io Scerbatov, col Samarin e specialmente col Krivosein uscivano dal Consiglio dei Ministri i membri che, senza appartenere ad alcun partito liberaleggiante, godevano la stima e la fiducia del blocco, perché avevano mostrato di intendere i tempi. Di un altro ministro, pure considerato con una certa deferenza dai liberali, il ministro degli Esteri Sazanov, si dissero ad un dato momento imminenti le dimissioni, ma poi questa crisi fu soffocata » (7).

Trattando poi della sostituzione dei ministri dimissionari, Ropolo sottolineava come la scelta fosse caduta sugli elementi conservatori: a succedere a Krivosein fu designato Naumov, uomo di idee conservatrici ma certamente competente in materia di agricoltura. Al posto di Scerbatov fu chiamato il deputato di destra A.N. Khvostov (1872-1918 ), noto per certi suoi sistemi amministrativi-autoritari, applicati come governatore di Niznyj Novgorod ed in seguito ai quali era stato costretto alle dimissioni. Presentatosi allora come candidato alle elezioni politiche entrò nella Duma come membro di estrema destra , divenendo amico intimo del deputato N .E. Markov che era il maggior esponente delle idee reazionarie nell'assero(7) Ivi, p. 11.


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blea rappresentativa. Pur essendo quindi su posizioni diametralmente opposte a quelle del blocco, Khvostov si avvicinava ad esso per due circostanze: era un membro della Duma ed era il primo ministro russo che fosse al tempo stesso deputato. Malgrado quindi le obiezioni sulla persona, questo fatto nuovo era valutato da molti come una conquista politica. In secondo luogo, già prima di essere nominato ministro, il Khvostov si era parzialmente allontanato dalle posizioni di Markov proprio sulle questioni inerenti la guerra: Khvostov aveva infatti manifestato tendenze fermamente antitedesche. Anche questa circostanza sembrava avvicinare un poco il nuovo ministro dell'Interno al blocco, sebbene non fosse sufficiente a distruggere la diffidenza ispirata dai suoi precedenti politici. Un deputato aveva affermato che dal Khvostov c'era da espettarsi di tutto: « anche del bene ». Il nuovo ministro degli Interni si era immediatamente preoccupato delle gravi condizioni in cui si svolgeva il rifornimento dei generi di prima necessità per la popolazione, specialmente a Pietrogra<lo e<l a Mosca e aveva individuato il grande aumento del costo della vita nell'insufficienza e nella disorganizzazione dei mezzi di comunicazione: svolse quindi rapide inchieste personali e dopo pochi giorni il ministro delle comunicazioni Rukhlov usciva dal ministero. Questi pur ammettendo la veridicità delle deficienze riscontrate, ne indicò la causa nell'essere, l'opera del ministro, paralizzata dall'autorità militare che aveva accentrato, sia pure a ragione, tutto il settore nelle proprie mani per i bisogni dell'esercito. Al posto del Rukhlov fu nominato A.F. Trepov (1862-1926) « noto quasi esclusivamente per essere amico fidato e devoto del presidente del Consiglio Goremjkin ». Assolutamente incompetente in fatto di problemi di comunicazioni il Trepov aveva sbalordito più di un osservatore ignorando persino l'esistenza di un disservizio ferroviario. L'allontanamento c.lel Samatin, infine, era stato considerato come uno speciale atto di sfida alla società più eletta che criticava l'opera del governo. Il Samarin, già maresciallo della nobiltà di Mosca, godeva di simpatie ed aderenze larghissime e mostrava di considerare che la situazione generale richiedesse un indirizzo governativo più moderno. Anch'egli fu sostituito dal conservatore Volzin. Alla crisi ministeriale successe il rinvio della convocazione della Duma, che doveva per legge avvenire in novembre. Il blocco si preparava a riprendere l'opera sua al punto in cui era rimasta sospesa in settembre; ma in luogo del decreto di convocazione del


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Parlamento venne un decreto di prorog i motivato dalle circostanze che la Duma non avrebbe potuto itùzfr ·e subito la discussione dei bilanci perché la Commissione generale lel bilancio non aveva ancora compiuto l'esame preliminare e non aveva ancora redatto la relazione da sottoporre all'assemblea plenaria. Si trattava evidentemente di un pretesto che, secondo l'opinione dei liberali, svelava il proposito del governo di non ammettere che il Parlamento riaperto si occupasse altro che di bilanci; dopo l'approvazione dei quali il presidente del Consiglio av rehb e pensato di prorogare nuovamente la Duma per soffocare ogni iniziativa del blocco. La prova dell'azione governativa in questo senso si aveva per Ropolo nella recrudescenza degli arresti politici e nel rafforzamento del blocco di destra in opposizione a quello progressista. Analizzando quest'ultimo, sottolineava come la sua debolezza fosse nel non avere un p roprio campo d'azione al di fuori del Parlamento e, soprattutto, nella estrema eterogeneità dei suoi componenti. Per mantenere viva una certa attività ideale ed un'azione di contatto fra i suoi elementi, il blocco progressista aveva nominato una commissione permanente che non poteva però rimediare agli elementi di debolezza insiti nella sua stessa costituzione. Questo infatti mancava di un capo, realmente riconosciuto come tale. Ne aveva al contrario molti, tanti quanti erano i capi dei gruppi aderenti. « Nominalmente alla testa della coalizione si troverebbe il Milju-

kov, ma in pratica egli ha minore popolarità e minori aderenze di altri, specialmente del Guckov. Capi troppo differenti e partiti troppo differenti; il proposito fondamentale è sempre uno, ma pare alquanto diminuito quell'entusiasmo che nell'agosto permise ad ogni partito di scordare le sue divergenze dall'altro: uomini come Bobrinskij e Krupenskij sono troppo ostili ai cadetti, ad esempio nella questione degli israeliti, per potersi acconciare a segui rli a lungo senza resistenza. In questa mancanza di coesione molta presa ha potuto avere l'opera disgregatrice del governo: quando recentemente a Mosca il Guckov propose una azione energica del blocco contro il governo, A.A. Bobrinskij e Krupenskij si opposero spaventati dicendo: ma allora si farebbe una rivoluzione!; eppure, da un lato, senza questi elementi estremamente moderati, il blocco non avrebbe significato, e dall'altro esso prova quasi la sensazione che tali elementi sian 11 per impedirgli di muoversi. E' una situazione certamente non lieta, tanto più che in quattro me-


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si esso non ha guadagnato nuovi aderenti, anzi ne ha veduti alcuni uscire dalle sue file » ( 8).

D'altra parte sottolineava Ropolo, una discreta forza morale era data, all'opposizione parlamentare, dallo stato d'animo della popolazione. Pur non essendo possibile formarsi dalla capitale una idea esatta dell'opinione pubblica del paese, le poche notizie che giungevano dall'interno segnalavano uno spirito fermo e deciso nel condurre a termine la guerra con la vittoria delle armi, un sentimento di tolleranza paziente di fronte alle difficoltà attuali della vita, ed una convinzione assoluta che dal momento storico la Russia sarebbe dovuta uscire migliorata internamente sia nella sua organizzazione amministrativa che politica. Questa situazione infondeva nei gruppi liberaleggianti la convinzione che il governo avrebbe temperato i propri atteggiamenti più apertamente reazionari. Citava a questo proposito tre fatti recenti che meritavano a suo giudizio una speciale attenzione. Verso la fine del mese di dicembre il presidente della Duma, Rodzjanko, interpretando certamente le intenzioni del blocco, aveva scritto una lettera al presidente del Consiglio Goremjkin, dove rilevava la gravità delle condizioni in cui si trovava la popolazione per la scarsità ed il costo enorme dei generi di prima necessità. Segnalato il pericolo che questo stato di cose poteva rappresentare per l'ordine pubblico e per la tranquillità degli animi, lo esortava a cedere il posto a forze giovani, in grado di porre in atto quei rimedi necessari. In questo episodio si poteva individuare un sintomo della disposizione d'animo della società liberaleggiante (9). Altro fatto rilevante erano state le commemorazioni della « domenica del sangue» del 1905. Queste, svoltesi in tutte le fabbriche della capitale, erano state caratterizzate dalla sospensione del lavoro. La sostanza dei discorsi tenuti agli operai era stata che, ferma la volontà della classe operaia di lavorare per la guerra nella quale tutti si sentivano patriotticamente coinvolti, si rigettavano con intransigenza tutte le azioni politiche del governo di stampo (8) Ivi, p. 14. (9) « Ora si aggiunge da diverse fonti - continuava Ropolo a p. 16 che nel seno del gabinetto alcuni ministri si siano come vicendevolmente confessati l'intimo desiderio, anzi quasi il bisogno, di un rinnovamento, di una liberalizzazione, insomma dell'allontanamento del vecchio capo del governo che accentra ed avvia l'attuale indirizzo politico ».


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reazionario e anti-operaio. L'avvertimento lanciato alla classe politica era fin troppo chiaro per aver bisogno di ulteriori commenti. « Il terzo fatto, del quale peraltro non si comprende ancora il significato, è l'invito quasi contemporaneo al Quartier Generale del Comandante Supremo dell'esercito russo del metropolita di Pietrogrado Pitirim e del deputato ottobrista Celnokov; ambedue hanno conferito a lungo con l'Imperatore; il primo è considerato conservatore estremo, il secondo è uomo di sentimenti liberali ed è rappresentante di Mosca dove sono predominanti umori di opposizione. Ambedue queste visite vengono messe in relazione con la prossima riaper tura della Duma e del Consiglio dell'Impero, ma non si vede ancora in qual senso ed in qual modo questa relazione si possa intendere» ( 10).

Il 15 marzo 1916 il capitano Oscar Tonelli tornava sul problema della situazione politica interna in riferimento agli avvenimenti determinatisi dopo la disfatta dell'estate 1915: nonostante il segreto, infatti, che avvolgeva in genere l'operato del governo e la condotta della guerra, il popolo russo aveva appreso che la causa dell'insuccesso era l'impreparazione militare ad un lotta aspra. Tutto ciò aveva causato tra le « classi più evolute il proposito patriottico ben definito di ottenere dal governo che parlamentari, scienziati, industriali, in una parola tutte le personalità più spiccate della società, potessero concorrere allo studio dei mali e all'attuazione dei rimedi » ( 11 ). Ripercorse le tappe fondamentali che avevano portato al rimpasto del Gabinetto, Tonelli sottolineava come, nel momento in cui il partito di Goremjkin sembrò avere il sopravvento, l'imperatore, con mossa a sorpresa, accettò le dimissioni del Gabinetto stesso. Sembrò una vittoria del blocco ma non lo era. Goremjkin fu sostituito da B.V. Stiirmer (1848-1917) « altro destro intransigentissimo, da un passato poco promettente... » (12). Malgrado il Gabinetto fosse simile a quello precedente sembrava, scriveva ancora il Tonelli, che la sessione parlamentare sarebbe stata riaperta (10) Ivi, p. 16. (11) O. TONELLI , Situazione politica dell'Impero russo, Piettogrado 15 marzo 1916, rapporto n. 10 al Comando Supremo, Ufficio Informazioni, pp. 21, SME-AUS, b. 83, MMlR, f. 1. p. 1. (12) lvi, p. 3.


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per volere del sovrano. Era comunque facile prevedere che « il blocco progressista, formato da elementi eterogenei a cominciare dalla destra moderata e giungendo sino alla sinistra, non ha forza per influire sul governo ... [per cui] .. .la situazione rimarrà immutata per lo meno sino a guerra finita » ( 13 ). Le riforme per i popoli non russi (polacchi, ebrei, finlandesi) sarebbero perciò rimaste vaghe e vane promesse. « Si sa - aggiungeva il Tonelli - che un alto funzionario della burocrazia, l'ex capo della censura di Varsavia, ora nella capitale, con un opuscolo segreto incita il governo a nulla concedere ripetendo contro i polacchi le vecchie accuse di scarsa fiducia, infedeltà, tradimento, accuse assai sospette per la fonte da cui provengono ed il cui scopo recondito potrebbe anche essere quello di preparare l'opinione pubblica all'abbandono della questione polacca, servendosi delle citate insinuazioni ... » ( 14 ).

Continuava dicendo che nonostante i gravi casi di spionaggio a favore dei nemici, la nmdnne lavorava però al meglio delle proprie forze. Passava poi in rassegna le relazioni russo-italiane segnalando che, nella stampa e nei vari circoli, si trattava giornalmente delle relazioni italo-tedesche ed i giornali ospitavano comunicati di fonte austriaca che davano per certa la pace separata fra l'Austria e l'Italia, ed annunciavano una crisi del Gabinetto italiano a causa dell'opposizione del Parlamento che voleva si dichiarasse guerra alla Germania. « In complesso concludeva Tonelli - poiché qui non giungono che i comunicati ufficiali di codesto Comando, non si ha cognizione della natura del nostro teatro d'operazioni, non si apprezza dal pubblico, come si dovrebbe, l'opera del nostro esercito, e lo si svaluta; di non lieve vantaggio sarebbe che anche in Russia giungessero, per mezzo dell'Agenzia Stefani, quei comunicati ufficiosi che, previa autorizzazione, vengono pubblicati nei giornali italiani, inglesi e francesi, i quali illuminerebbero più ampiamente l'opinione pubblica di questo ,paese» (15).

Ed infatti quello che scriveva il Tonelli trovava puntuale riscontro nella stampa russa. Il « Russkoe Slovo » (La Parola Russa), (13) Ivi, p. 5. (14) Ivi, p. 10. (15) Ivi, p. 18.


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di impostazione liberale, del 5 (18) febbraio 1916, commentando la visita fatta in Italia dalla Missione francese con a capo il primo ministro Briand, auspicava il raggiungimento di una più stretta unione tra la potenza dell 'Intesa e l'Italia. Questa, a giudizio del giornale russo, nonostante l'adesione al patto di Londra, aveva fino a quel momento perseguito scopi politici suoi propri mentre l'impegno militare vero e proprio non aveva avuto l'occasione di manifestarsi, né verso la Austria-Ungheria né verso la Bulgaria e la Turchia cui pure aveva dichiarato guerra. Sempre secondo il giornale russo ciò era avvenuto perché Salandra e Sonnino avevano dovuto abituare gradatamente le masse italiane all'idea e alla necessità di una più larga cooperazione con le potenze dell'Intesa. Tutto ciò assumeva particolare importanza soprattutto dal punto di vista militare perché in futuro erano previste azioni coordinate e comuni su tutti i fronti. Se la Germania aveva conseguito nel 1915 un certo tipo di successi, questo era avvenuto per l'attacco separato che aveva condotto contro gli alleati. A tal fine il giornale auspicava la formazione di un coordinamento permanente tra gli Stati Maggiori dei vari eserciti alleati e ricordava come questo fosse stato sostenuto dalla stampa russa fin dal 1914, peraltro inascoltata. Le « Birzevie Vedomosti » del 13 marzo 1916 annunciavano che si attendeva da Roma la conferma di un rimpasto ministeriale in conseguenza della richiesta perentoria formulata dal « blocco interventista » sulla posizione da assumere nei confronti della Germania e quindi una collaborazione più efficace con le Potenze dell'Intesa. Riprendendo il discorso sulla politica interna il Tonelli, in un successivo rapporto ( 16) intorno alle dimissioni di ministro dell'Interno, sottolineava come il provvedimento fosse conseguente « alla politica di disordine e di intimidazione adottata dai destri

intransigenti e, forse più ancora, perché il Khvostov ha favorito Rjevski, che è stato in questi giorni sottoposto a processo per avere, in qualità di membro della Croce rossa, messo a disposizione di talune ditte di Mosca e Pietrogrado, dietro lauto compenso, dei vagoni che erano destinati all'esercito operante ».

Più ancora, sottolineava il Tonelli, aveva inciso la partecipazione che si diceva il Khvostov avesse avuto in un complotto ordito (16) O. TONELLT, Politica interna. Finanze, Pietrogrado 24 marzo 1916 rapporto n. 55 al Comando Supremo, Ufficio Informazioni, SME-AUS, b. 83, MMIR, f. 1, pp. 7. Le citazioni che seguono sono tratte da questo rapporto.


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al fine di sopprimere Rasputin, « persona che ha non poca influenza negli ambienti di corte e la cui scomparsa sarebbe desiderata dall'imperatrice vedova ». Ricordava inoltre come la burocrazia ostacolasse lo sforzo del paese con gli abusi e gli illeciti e a tal scopo citava due esempi a suo giudizio eclatanti. Il primo era costituito dal concorso per la fornitura di sottomarini cui avevano partecipato un russo, un americano e un italiano della Fiat. « Il russo aveva denari ma non i<lee. Del denaro si valse per consultare, in parte copiare, il progetto italiano. L'americano presentò un progetto passibile. L'italiano fu unanimamente riconosciuto il miglior tipo di sommergibile. Al momento di decidere il russo ebbe una commissione lautamente pagata, l'americano pure, pare per non scontentare quel governo, e l'italiano per una piccola commissione dovè spendere molto. Tutto ciò arrecò perdita enorme di tempo e i sottomarini si avranno, forse, a fine guerra » ( 17).

Il secondo esempio era costituito dall'accusa mossa da Miljukov al governo: ditte americane avevano offerto proiettili d'artiglieria a 11 dollari, la burocrazia aveva rifiutato e solo attraverso intermediari, dopo lungo tempo, il contratto era stato concluso con l'acquisto degli stessi a 16 dollari. « Lo Stiirmer concludeva Tonelli - deve alla burocrazia il potere e non può perciò combatterla. Conseguentemente la burocrazia, ora che egli è capo di un dicastero, è probabile che aumenterà di spudoratezza ... » (18).

Nonostante ciò, il Tonelli assicurava che non erano prevedibili moti incomposti durante la guerra perché tutti i capi partito, compreso G.P. Plechanov, per la corrente menscevica, e G.A. Aleksinskij, vicino alle posizioni leniniste e che durante la permanenza a Capri aveva imparato l'italiano ed era stato perciò avvicinato dagli ufficiali della missione ( 19 ), si erano impegnati ad evitare qualsiasi azione che avesse potuto favorire il nemico. Per questi motivi, a suo giudizio, il governo, pur composto in maggioranza da ele(17) O.

TONELLI,

Politica ... , cit., p. 3.

(18) Ivi, p. 4.

(19) Cfr. A.

ma-Bari, 1977.

TAMBORRA,

Esuli russi in Italia dal 1905 al 1917, Ro-


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menti « di destra», sarebbe stato tollerato purché non avesse mostrato atteggiamenti filo-germanici che non sarebbero stati in alcun modo accettati dal paese. Un tale sospetto non era infondato come provavano le interpellanze formulate alla Camera. Altra questione di estrema importanza era, a giudizio dell'ufficiale italiano, quella polacca. La Duma aveva votato prima della guerra un progetto di legge che concedeva ai polacchi l'uso della loro lingua e l'esercizio del diritto elettorale amministrativo. Il Senato (Consiglio di Stato), roccaforte dei conservatori intransigenti, non aveva approvato tale legge. Il « Russkoe Slovo » (La Parola Russa) aveva sottolineato che in caso di guerra i russi si sarebbero trovati di fronte una avanguardia di undici milioni di nemici. Lo zar aveva promesso allora le riforme con un ukase, ribadite successivamente dal Granduca capo dell'esercito all'inizio c.Iella guerra e i polacchi si erano mantenuti fedeli. Le vicende del conflitto fecero della Polonia la provincia più provata dell'Impero « ed anche oggi quel popolo, militando nei tre eserciti che si fronteggiavano, è costretto a partecipare, senza entusiasmo ad una guerra fratricida» (20). In merito poi al problema degli slavi del Sud il Tonelli sottolineava che, atteggiamento diffuso in Russia nei confronti degli slavi, era quello di una confederazione di tutti gli slavi soggetti alla Austria (opinione condivisa dai nazionalisti, dal giornale « Novoe Vremja » (Tempi Nuovi) - giornale di propaganda, ufficioso, il solo ammesso negli ospedali militari), ma anche dall'opposizione: Miljukov (costituzionali democratici - cadetti) e Maklakov (democratici di destra). Riguardo le finanze non avendo elementi generali si limitava ad informare che dall'inizio della guerra la Russia aveva contratto trenta miliardi di debiti in rubli. L'esportazione, una delle fonti dell'economia russa, essendo cessata, aveva causato la svalutazione del rublo che era passato da 2,60 a 2,20 e in valuta aurea, a 1,90. A proposito delle relazi.oni russo-scandinave Tonelli sottolineava come queste fossero nettamente e sensibilmente migliorate. C'era stato, in realtà, il serio pericolo che la Svezia si schierasse a fianco degli Imperi centrali. Puntualmente, a pochi mesi di distanza, Giovanni Romei Longhena, nuovo capo-missione, informava il Comando Supremo che il ministro degli E steri Sazonov e il ministro dell'Agricoltura Naumov (20) O .

31. - Memorie

T ONELLI,

Politica . .. cit., p. 6.


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avevano rassegnato le dimissioni, o, meglio ancora, erano stati esonerati dalla carica. Questo aveva dato luogo ad un rimpasto ministeriale. Lo Stiirmer, presidente del Consiglio dei ministri e ministro degli Interni, aveva lasciato gli Interni per assumere la direzione degli Esteri conservando la presidenza. A.A. Khvostov, ministro della Giustizia, era passato agli Interni e il dicastero della Giustizia era stato affidato a Makarov, mentre all'Agricoltura Naumov era stato sostituito dal conte Bobrinskij. Di tutti questi mutamenti, sottolineava Romei, aveva eccezionale importanza il mutamento avvenuto nella direzione degli Affari Esteri (21). Indicando poi le cause dell'allontanamento, sottolineava come la figura di Sazonov si fosse caratterizzata per condotta intelligente delle cose pubbliche e per le tendenze liberali. Sazonov, diplomatico di concezione e cultura non troppo vaste, amico sincero della Francia e dell'Inghilterra, era, a suo giudizio, uomo molto popolare. Le sue tendenze liberali, lo avevano posto in contrasto con gli altri membri del Gabintto sin da quando era presidente dei Ministri il Goremjkin, tanto che le sue dimissioni (vero esonero) erano attese quando, appunto per epurare il ministero degli elementi liberaleggianti, il Goremjkin aveva fatto rassegnare le dimissioni a Scerbatov, a Krivosein ed altri ministri. Era quindi naturale che lo Stiirmer, conservatore intransigente e seguace fedele del Goremjkin, avesse approfittato o provocato l'occassione che ne giustificasse l'allontanamento, accogliendo cosl le richieste dell'estrema destra. Il pretesto occasionale era stato fornito dalla tendenza dei polacchi a trasformare la questione della propria autonomia in una questione di rilevanza internazionale ritenendo cosĂŹ piĂš facile il conseguimento delle proprie aspi(21) G. ROMEI LoNGHENA, Crisi di Gabinetto. Esonero di Sazonov, Pietrogrado, agosto 1916, rapporto n. 72 di prot. al Comando Supremo, SMEAUS, b. 88, MMIR, f. 8. Giovanni Romei Longhena (Brescia 1865-1944), ufficiale di vasta esperienza internazionale assunse il comando della Missione militare in Russia nel 1916. Cfr. A.F.M. BIAGINI, Una relazione del generale Giovanni Romei Longhena sulla Rivoluzione russa del febbraio 1917, in Rassegna Storica del Risorgimento, a. LXVI ((1979), II, pp. 179-189; ID. La Missione militare italiana in Russia e il rimpatrio dei prigionieri di gue"a e degli irredenti trentini (1915-1918), in La Prima Guerra Mondiale e il Trentino, a cura di S. BENVENUTI, Atti del Convegno Internazionale promosso dal Comprensorio della Vallagarina (Rovereto 25-29 giugno 1978), Rovereto 1980, pp. 579-597; ID., La Missione militare italiana in Russia e la propaganda durante la prima guerra mondiale (1915-1918), in Memorie Storiche Militari 1980, Roma, 1981.


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razioni, e la concretizzazione di maggiori garanzie nei confronti delle riforme da lungo tempo e ripetutamente promesse. « Questa tendenza -

scriveva Romei - sostenuta da Francia e Inghilterra, era seguita dal Sazonov, che si intrattenne alla Duma sulla questione polacca, in luogo del ministro degli Interni. Poiché la lunga e, sin qui, vana attesa ha originato nei partiti polacchi una certa impazienza non scevra di sfiducia, per calmare gli animi, il governo è venuto nella decisione di preparare un nuovo proclama-programma da pubblicarsi al momento in cui le truppe russe rientreranno in Polonia » (22).

La redazione di questo manifesto era stata affidata al Sazonov, il quale, seguendo i consigli dei suoi colleghi alleati, aveva enumerato nel document0 riforme equivalenti a1la concessione della autonomia, giungendo persino a scrivere testualmente questo termine che pure tanto preoccupava gli ambienti parlamentari di destra. Proprio quando sembrava che il problema fosse già stato superato, comparve l'ukase che accettava le dimissioni del ministro degli Esteri. L'avvenimento aveva prodotto « penosa impressione fra i diplomatici dell'Intesa», e gli ambasciatori di Francia e Inghilterra, non avevano esitato ad esprimere il proprio disappunto e a manifestare dubbi sulla condotta del successore. « Negli ambienti politici russi - sottolineava ancora Romei fatta eccezione dei destri, tutti hanno, senza veli, espresso il loro malcontento ». La destra, invece, attraverso il « Novoe Vremja » giornale ufficioso, aveva definito l'opera del Sazonov come passiva nella questione slava. Qesti aveva mostrato una continua sottomissione all'opinione altrui, una assoluta mancanza di iniziativa, poca chiarezza di idee nella questione polacca, assenza di programma nella questione cecoslovacca, arrendevolezza nella questione dalmata e incertezza nella questione macedone. La rimanente stampa russa, il « Riec », il « Den », il « Russkoe Slavo », il « Bfrzevje Vedomosti », avevano invece elogiato moltissimo il Sazonov, ricordando che la Russia doveva alla sua permanenza agli Esteri per ben sette anni il concordato anglo-russo sulla Persia, l 'impostazione della alleanza anglo-franco-russa, l'alleanza con l'Itali a, l'alleanza col Giappone e la convenzione ferroviaria russo-svedese. Contro tutti questi successi stava solo l'insuccesso nei Balcani. (22) Ivi, p. 5.


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Nel fornire elementi di analisi sulla situazione interna un lungo rapporto di Romei del dicembre 1916 esaminava l'economia russa prendendo le mosse dai moti dell'ottobre 1916 nelle fabbriche di Pietrogrado degli operai addetti ai grandi cantieri industriali militari di Putilov. « Tali moti furono sedati non senza spargimento di sangue e più che altro in grazia dell'intervento pacificatore della parte più moderata degli stessi operai. Le cause immediate del conflitto vanno ricercate nelle recenti chiamate alle armi, che sottrassero gran parte degli operai addetti a quelle officine, e in una minacciata diminuzione delle paghe. La causa più vera e profonda di detti moti è però Ja crisi economica che travaglia presentemente la Russia e ne minaccia la compagine interna e la capacità di resistenza nella guerra. Tale crisi potendo influire, a lungo andare, sull'andamento degli avvenimenti politici e militari di questo Impero, credo utile esporre a codesto Comando un concetto dettagliato e, per quanto possibile, riassuntivo del citato fenomeno » (23).

Nel campo finanziario le condizioni dell'economia russa si presentavano piuttosto gravi poiché la Russia sosteneva le enormi spese di guerra con le risorse del bilancio ordinario e con i prestiti. Di questi ne erano stati promossi già cinque e la sottoscrizione dell'ultimo prestito non era ancora chiusa. Pur non avendo notizie ufficiali sui risultati di queste iniziative, si era appreso che non erano state bene accolte dal pubblico. Il denaro liquido continuava ad abbondare in Russia ed il tasso d'interesse sui conti correnti delle banche arrivava raramente ad un massimo del 4 % , tasso che era considerato modesto, essendo legale il tasso del 7% in commercio e consuetudinario quello dell'8% negli impieghi civili. Nondimeno forti somme erano depositate nelle banche per averle disponibili. Le colossali speculazioni sulle forniture di guerra e sui generi di consumo sottraevano i capitali al libero commercio rendendoli indisponibili agli impieghi in titoli di Stato. In un dibattito alla Duma era stato denunciato che l'industria russa guadagnava allora dal 30 al 120% sui capitali impiegati. Il Governo aveva fatto spesso ricorso a prestiti stranieri, che erano stati facilmente coperti anche perché emessi ad interessi che erano stimati considerevoli. (23) G. ROMEI LoNGHENA, Situazione economica della Russia, Gran Quartier Generale, dicembre 1916, rapporto n. 176 al Comando Supremo, p. 1, SME-AUS, b. 88, MMIR, f. 8.


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« Il grave peso del debito pubblico, le scarse risorse del bilancio ordinario, la disorganizzazione amministrativa, la sfiducia nei reggitori della cosa pubblica, lo sfortunato andamento degli avvenimenti militari nel 1915, hanno fatto sl che il pubblico diffidi dei titoli di stato. Quanto al bilancio ordinario è noto che all'inizio della guerr-a la Russia ebbe a subire tre colossali tagli ai suoi cespiti e precisamente: a) abolizione del monopolio della vodka e proibizione della fabbricazione e vendita; b) mancanza di redditi doganali; c) arresto di gran parte del gettito delle entrate provenienti dalle industrie e dai commerci russi e stranieri, che per causa della guerra sospesero gli affari e specialmente il commercio dei grani e del legname» (24).

A tali vuoti si era cercato di rimediare con l'istituzione della imposta progressiva sul reddito; con l'inasprimento delle imposte già esistenti, specie di quelle fondiarie rustiche e urbane, sui trasporti e sui dazi di consumo. Questi ultimi furono soprattutto quelli già gravati perché più facilmente colpibili e di maggiore elasticità di gettito e facilmente reversibili. La crisi delle finanze russe aveva prodotto la svalutazione del rublo, che era disceso a lire 1,90 e che, dopo gli interventi combinati degli stati alleati, all'epoca del rapporto era tornato ad oscillare intorno a lire 2 ,20. « Le cause di tale durezza nel cambio - scriveva ancora Romei è facilmente spiegata ove si consideri che la Russia, benché ricchissima di materie prime, non ha una propria industria. Prima della guerra un certo equilibrio economico negli scambi era pur possibile mediante la cessione delle materie prime per averne i prodotti secondari. Oggi, nel mentre la Russia è obbligata a fornirsi, a qualunque costo, dei prodotti industriali indispensabili per 1a guerra e per la vita ordinaria, non può in cambio esportare le sue materie prime, essendo chiuso ogni sbocco ferroviario con l'Europa - all'infuori della Scandinavia - e non avendo possibilità di sfrut tare il commercio marittimo per mancanza di porti e di flotta mercantile. Da ciò un eccesso strabocchevole di importazioni sulle esportazioni con conseguente rinvilio della valuta russa. Per evi tare speculazioni e per difetto altresl di metalli, la Russia ha dovuto da tempo abolire la circolazione metallica della

(24) Ivi, p. 2.


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moneta divisionale ed ha adottato quella cartacea anche per le più piccole valute » (25).

Nella seconda parte del lungo rapporto l'ufficiale italiano prendeva in esame i modi e le forme di produzione della ricchezza. Queste etano essenzialmente due: l'agricoltura e l'industria mineraria. La prima era stata colpita dalla chiusura dei Dardanelli, che aveva privato dell'unico suo sbocco il commercio granario della piccola Russia. Tentativi di far passare grandi quantità di grano da Arcangelo avevano avuto esito sfortunato sia per il costo e le difficoltà del trasporto per via di terra dall'estremo sud all'estremo nord - quasi 2.000 km di percorso - , sia per le difficoltà di carico e scarico ad Arcangelo le cui provvisorie banchine in legno erano a stento sufficienti ai bisogni del movimento delle merci militari, sia infine per la mancanza di piroscafi e l'enorme costo dei loro noli ed il rischio della loro navigazione, che faceva crescere il prezzo delle assicurazioni marittime. Analogamente avveniva per i legnami e gli altri prodotti agricoli. Oltre a ciò l'agricoltura russa era danneggiata dalla sensibile carenza di mano d'opera. Per effetto delle vaste coscrizioni i campi erano infatti rimasti quasi senza braccia, « elemento essenziale per l'agricoltura russa essendo qui sconosciuta, o quasi, la macchina. Già nel novembre avrebbe dovuto essere compiuta la seminagione delle granaglie. Purtroppo ancor oggi, in dicembre, notevole parte delle più fertili distese dei campi russi non hanno subito l'aratro. Ricche distese di barbabietole non sono state ancor oggi sfruttate e marciscono. Molte fabbriche di zucchero (la Russia ne possiede varie centinaia) sono inoperose per mancanza di bietole e operai» (27).

Quanto alla industria estrattiva, era attiva quella che presentava un interesse prevalente per la difesa dell'Impero e cioè le miniere di ferro, rame, carbone, nafta. Le altre erano state abbandonate. L'intensificato consumo della carne per l'esercito aveva fatto diminuire la quantità di bestiame disponibile per la macellazione e le riserve, senza dubbio notevoli, delle regioni orientali (Siberia e (25) Ivi, p. 3. {26) Ivi, p. 4.


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Turkestan), erano difficilmente sfruttabili a causa della deficienza dei trasporti. Nella terza parte del rapporto il generale italiano riassumeva quello che era lo stato dell'industria russa. Precisato preliminarmente che una vera e propria grande industria russa non esisteva, sottolineava come all'infuori di poche eccezioni tutti i prodotti industriali, dai più grandi ai più minuti, fossero forniti alla Russia dall'industria straniera, sia da quella stabilita oltre confine, sia da quella che aveva costruito i propri impianti entro le frontiere russe. La guerra aveva dimostrato l'impressionante vassallaggio russo verso l'estero in genere e verso la Germania in particolare. « Il giorno in cui le frontiere moscovite d'occidente furono chiuse e l'industria tedesca spense i suoi fuochi in Russia, questo immenso e ricco paese, restò improvvisamente privo di quasi tutti i più necessari prodotti industriali che ancor oggi gli mancano. Le stoffe, i cappelli, le scarpe, la carta, hanno raggiunto prezzi fantastici, pur nuotando Russia nell'abbondanza di lana, di pellami e di legname » ( 27 ).

A questo doveva aggiungersi che le radicate abitudini allo sfarzo esteriore, alla ostentata prodigalità, alla ricchezza patriarcale della mensa e la riluttanza ad un lavoro sistematico ed intensivo, non avevano distolto i russi dalla richiesta dei prodotti più costosi dell'industria straniera, così che la speculazione aveva avuto in questo campo un facile gioco a danno dell'economia nazionale. Le poche istallazioni industriali russe che esistevano allo scoppio della guerra, erano state dal Governo e dagli stessi industriali trasformate per adattarle alla produzione dei materiali occorrenti alla difesa nazionale. Del resto, concludendo questa parte, considerava impossibile per qualsiasi industria non indirizzarsi alla produzione militare: l'assenza di manodopera e di carbone non ne avrebbe consentito la sopravvivenza. Sull'importante e fondamentale problema dei trasporti, quarto punto del rapporto, Romei sottolineava come il commercio marittimo russo non fosse stato mai eccessivamente florido. E citava ad esempio la Norvegia e Ja Grecia che avevano un tonnellaggio navale mercantile di molto superiore a quello russo. Lo stato di guerra aveva soppresso la navigazione nel Baltico, e l'attività navale russa si era dovuta Jimitare alle basi di Arcangelo e Vladivostok. Il primo attivo soltanto per 5 o 6 mesi, (27) Ivi, p. 5.


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mentre il secondo era praticamente in mano franco-inglese, « che se ne sono di fatto rese padrone », e riservato ai trasporti di interesse militare. Il porto di Alexandrovsk sulla costa nord della Lapponia di cui si attendeva l'apertura dell'esercizio per la fine del gennaio 1917, avrebbe dovuto sostituire innanzitutto quello di Arcangelo durante l'inverno, ma v'erano poche speranze che esso potesse realmente servire, sia pure in piccola parte, per i bisogni del commercio russo. Tale porto, infatti, era stato costruito in due anni per i bisogni contingenti della guerra, per cui non possedeva alcun impianto adatto a subire un carico eccessivo di lavoro, né un sufficiente impianto ferroviario per trasportare le merci che eventualmente fosse stato capace di ricevere in sovrabbondanza. Quanto infine al porto di. Vladivostok, esso era già in gran parte occupato da trasporti militari e quel poco delle sue banchine che poteva essere riservato per i bisogni della popolazione civile era gravato da un viaggio di quasi 8.000 km attraverso la Manciuria e la Siberia, viaggio che, oltre ad essere eccessivamente costoso, richiedeva anche vari mesi di tempo per essere effettuato, data la lentezza dei trasporti russi e la mancanza di carri. « Grave è infatti la crisi russa dei trasporti sottolineava l'ufficiale italiano - , essa è di speciale importanza in questi momenti in cui tanta influenza può portare a danno degli avvenimenti militari. Effettivamente la Russia ha dimostrato di difettare di rete ferroviaria e di materiale rotabile e le sue operazioni di guerra ne hanno assai spesso risentito. E cosl il prolungamento della fronte sud-occidentale in Transilvania, ed il concentramento delle forze russe in Romania, hanno dovuto procedere con soverchia lentezza che è tornata tutta a beneficio degli austro-tedeschi, i quali hanno potuto svolgere il loro piano d'invasione prima che le progettate offensive avessero inizio. E' giusto riconoscere che peggio che in Russia, hanno proceduto i trasporti militari in Romania» (28).

La fine di parecchie industrie, la deficienza di molti prodotti, e la situazione disagiata di alcuni distretti dell'Impero, erano tutti fenomeni dovuti in gran parte alla mancanza di materiale ferroviario e alla conseguente impossibilità di rifornimenti. La Siberia e il Turkestan avevano, ad esempio, sovrabbondanza di molti dei prodotti essenziali venduti su quei mercati a basso (28) Ivi, p. 8.


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prezzo, e non potevano essere trasportati nella Russia europea per difetto di mezzi di trasporto che in quantità insufficiente e con il conseguente eccessivo rialzo dei prezzi. Tipico era il caso della città di Novocerkask, rimasta priva di petrolio per vario tempo, pur essendo posta nelle immediate vicinanze di uno dei più grandi centri petroliferi del mondo. « E' noto continuava l'ufficiale italiano - che, anche prima della guerra, una gran parte delle locomotive russe e dei piroscafi deJla navigazione interna, attivavano le loro caldaie a legna ».

Tale sistema che si estese maggiormente durante la guerra a causa della insufficienza del carbone, aveva lo svantaggio di fornire minor numero di calorie e di « lordare fortemente il macchinario ». Da ciò le marcie lentissime ed i frequenti guasti difficilmente riparabili, non possedendo la Russia officine meccaniche adatte. Era tuttavia doveroso, a giudizio del generale italiano, ricordare che molti dei difetti della circolazione ferroviaria russa derivavano dalla immensa estensione dell'Impero. « Donde la necessità di lunghe giornate di viaggio per compiere la più gran parte dei percorsi, nonché la necessità di disporre di enorme numero di carri e di locomotive per stabilire il ciclo di movimento, su ogni linea. Si pensi ad esempio che da Arcangelo, nell'estate decorsa, partivano in media 520 vagoni al giorno verso l'interno e che altrettanti dovevano per forza pervenirvi giornalmente. Il tratto ferroviario da Arcangelo a Vologda, che è di circa 600 km, e che qui è da considerarsi come relativamente breve, richiedeva da 4 a 5 giorni di tempo per il viaggio delle merci. Si consideri da ciò che per tale solo tratto di ferrovia la Russia deve disporre di più di 5 .000 vagoni, e si deduca pertanto quale fantastica cifra di vagoni occorra all'Impero per stabilire, nelle presenti difficili condizioni di cose, una normale circolazione ferfoviaria su tutte le sue linee, e per sopperire agli ingenti bisogni non solo dei suoi immensi eserciti dislocati su due fronti e su quasi 1.500 km di estensione, ma altresì a quelli delle sue popolazioni sparse in sl vasta contrada, e molte delle quali prive di risorse proprie, tutto attendono dalle provincie più ricche e dalla preveggenza governativa » (29).

A ciò doveva aggiungersi che una buona parte delle linee ferroviane erano ancora a binario unico e qualcuna persino a scar(29) Ivi, p. 9.


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tamento ridotto. Il panorama dei trasporti russi era completato con il sottolineare come loro grave difetto fosse quello di essere gestito da una decina di società industriali, per la qual cosa la circolazione delle merci era soggetta spesso ad enormi e molteplici soste per le formalità burocratiche inerenti al passaggio da rete a rete. In stretto collegamento con questi problemi l'osservatore straniero non poteva mancare di sottolineare, quale concausa della grave crisi economica che la Russia stava attraversando, il problema delle « sfrenate speculazioni organizzate a danno della nazione, su quanto le occorre sia per la difesa sua contro il nemico, sia per soddisfare i più essenziali bisogni della vita quotidiana ». Enormi riserve di prodotti di prima necessità erano in mano agli speculatoti che nessuna legge riusciva a colpire, né il popolo aveva potere sufficiente per poterli denunciare. La sete di guadagno e la relativa impunità degli speculatori avevano, a giudizio dell'ufficiale italiano, acuito il male fino a renderlo la causa dei frequenti disordini.

In conseguenza delle speculazioni che alcune classi abbienti esercitavano a danno di quelle povere, avveniva, che spesso queste ultime, erano costrette a servirsi della stessa arma, sia per necessità, sia per voluta rappresaglia. « E cosi l'operaio lesina la sua mano d'opera o vi pone condizioni onerosissime: il funzionario e l'impiegato acuiscono la inveterata loro venalità ( ... ) Tra tanto dilagare di speculazioni, sta il contadino russo, base fondamentale di questa società di cui forma più del 60%. Analfabeta ma scaltrissimo, fatalista ma previggente, il contadino assiste da lontano alla lotta che sente alitare nei grossi centri della vita civile, e si salva trattenendo e nascondendo nelle sue capanne i prodotti della terra che gli sono necessari per la propria sussistenza. Egli perciò non sente che limitatamente gli effetti della crisi economica generale; ed anzi la proibizione del commercio degli alcool lo ha indotto ad economie e a labor1os1ta dapprima sconosciute. L a crisi russa è perciò prevalentemente un fenomeno urbano» (30).

Le conseguenze immediate di tutto questo disordine erano la mancanza quasi totale di generi di prima e seconda necessità - pellami , stoffe, biancheria, lane, candele, carta medicinali, ecc. (30) lvi, p. 11.


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con il rialzo dei prezzi di ogni più piccola cosa, « dalla corsa in vettura fino ai lacci da scarpe ». Non era esagerato affermare che la vita in Russia era cresciuta, come costo, da tre a quattro volte. Questo fatto, congiunto alla certezza che gran parte del fenomeno era dovuto « alla insipienza governativa, e alcuni sospettavano peggio », aveva causato in tutto il paese una vasta e profonda agitazione che già cominciava a manifestarsi con moti operai, con le dichiarazioni alla Duma da parte dei più coraggiosi ed onesti uomini politici e con gli articoli della stampa. « Tale malcontento e tale atmosfera satura di sospetto minacciano di dare altri e più penosi frutti, poiché ormai il popolo ha concretato le sue accuse, ha designato i colpevoli. Tali designazioni portano per forza di cose concentramento di odii e più facili scoppi di ostilità ».

I dibattiti alla Duma avevano avuto una profonda ripercussione su tutta la popolazione e la prova più decisiva delle mutate disposizioni d'animo della società russa verso l'autorità governativa, era facilmente rilevabile dal fatto che anche il Consiglio dell'Impero « composto di dignitari imperiali e tradizionalmente reazionario » e la Dieta della Nobiltà « egualmente per tradizione ligia al potere imperiale », con animate discussioni, avevano attaccato il sistema di governo e la disorganizzazione civile votando, con schlacciante maggioranza di voti, degli ordini del giorno che chiedevano apertamente un governo che riscuotesse la fiducia del paese e dei corpi legislativi, nonché l'allontanamento da ogni azione governativa di tutte le così dette « oscure e irresponsabili forze». Ad eguali conclusioni sarebbe giunto di certo il Congresso degli zemstva Consigli provinciali - indetto per la metà di dicembre, e che fu perciò all'ultimo momento proibito dal Governo. Questa ultima misura e il fatto che, contrariamente a quanto si era fatto credere, l'Imperatore non si fosse recato alla Duma, il giorno di S. Nicola, per annunziare le sperate concessioni politiche, avevano generato delusione nel Paese e inasprito le agitazioni. L'ultima parte del lungo e interessante rapporto dell'ufficiale italiano, prendeva in esame minutamente gli espedienti e i rimedi posti in atto daJJe autorità per eliminare i numerosi inconvenienti forieri di più pericolosi e gravi avvenimenti. Sul ramo degli approvvigionamenti il governo russo aveva fatto, a giudizio del Romei, ben poco.


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Da quando la crisi si era manifestata più sensibilmente, e c10e dopo la grande ritirata russa della primavera 1915, le misure prese dal governo furono quelle di affidare anzitutto ai governatori la cura di regolare i rifornimenti e i consumi nell'ambito del proprio governatorato. Con questo il governo si scaricava di un gravissimo compito e causava un doppio ordine di inconvenienti. I primi dipendevano dal fatto che spesso i governatori, « scelti piuttosto con un criterio politico che amministrativo », non avevano la necessaria competenza per regolare un servizio così complesso. Un secondo ordine di inconvenienti dipendeva invece dalla stridente disparità di disposizioni emanate dai vari governatori, i quali crearono in Russia un « caos inestricabile di modus vivendi » . Alcuni governatori credettero di risolvere il problema proibendo ogni esportazione di generi alimentari. Si verificò così che mentre una regione aveva abbondanza di certi generi e li vedeva marcire nei magazzini, altra confinante soffriva privazioni penose. « Qualche governatore continuava l'ufficiale italiano - volle colpire gli speculatori che accumulavano artificiosamente della merce per provocarne il rialzo dei prezzi, e molti cercarono di regolare la vendita al pubblico evitando sperequazioni. Furono istituite anche carte di acquisto dei generi di consumo sull'esempio germanico eJ austriaco. Ciò non impedì lo spettacolo impressionante di interminabili "code" <li persone (in maggioranza donne) che attendevano per ore sotto alle intemperie per poter acquistare le poche libre di commestibili che loro concede la carta ricevuta }> (31).

Spesso comunque i provvedimenti decretati da qualche governatore più saggio o dallo stesso governo, non avevano avuto seria applicazione, specie se indirizzati a colpire abusi . In molte località furono imposti dei prezzi di calmiere sul grano, ma non sulle farine e sul pane! D a ciò si ebbe come facile conseguenza che la speculazione impedita sul grano si riaccendesse più gravemente sui suoi prodotti secondari; non solo, ma ogni volta in cui era stato introdotto un calmiere nella vendita di qualche genere, non si era provveduto quasi mai ad aprire spacci governativi o municipali i quali, offrendo i generi stessi a prezzo di calmiere, obbligassero i commercianti privati a rispettarlo e a non sott rarvisi rifiutando Ja vendita. Spes-

(31) Ivi, p . 14.


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so l'applicazione di seri provvedimenti aveva incontrato ostacoli inaspettati, perché avrebbero dovuto colpire personalità influenti ed elevate. « E' bensì vero che qualche capro espiatorio fu offerto al pubblico

per fare credere alla sincerità della azione governativa. Ma si tratta di arresti e di procedimenti penali che difficilmente avranno esito, come non ne ebbero quelli dell'ex ministro della guerra Sukhomlinov e della banda contrabbandiera del banchiere Rubinstein. Mai il Governo volle ricorrere al censimento dei generi di prima necessità, né adottare un tipo di pane unico, né impostare dei veri e propri calmieri. Il nuovo presidente dei Ministri Trepoff promise alla Duma recentemente di prendere a cuore la questione degli approvvigionamenti; ma non ha ancora esposto nessun programma in merito e si ebbe solo un decreto che istituisce Commissioni di requisizione in base a prezzi da fissarsi dalle autorità e stabilisce le norme per la spartizione del grano requisito fra i vari comuni e i singoli individui. Non si sa ancora quando tale decreto sarà portato a esecuzione» (32).

Sul problema dei trasporti i rimedi presi dal governo zarista per sopperire alle carenze sopradette erano stati anzitutto l'apertura di una nuova linea Pietrogrado - Alexandrovs, la trasformazione a scartamento normale della linea Vologda-Arcangelo e l'inizio dei lavori per il raddoppio della Transiberiana. Altri tronchi di ferrovia meno importanti - come quello Rjazan - Kharkov - e moltissime linee pure di importanza militare, erano state costruite lungo il fronte, ma non potevano ovviamente avere una sensibile influenza sulla economia generale del paese. Il ministero aveva esposto alla Duma un colossale progetto per la costruzione di ben 31.000 verste di ferrovie, per cui aveva chiesto un miliardo e 400 milioni di crediti e quattro anni di tempo.

il tempo proposto, è facile capire che il progetto solleva molti dubbi, tanto più perché proposto in questi giorni in cui non solo si presenta tardivo, ma di difficile attuazione data la deficienza di materiale e d i braccia ».

« Data la cifra del chilometraggio, la somma chiesta e

(32) Ivi, p. 17.


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Il governo avrebbe potuto trovare una buona soluzione da una razionale e immediata intensificazione della navigazione interna sui gtandi fiumi agibili per circa sei mesi all'anno. « Perché di tale concorso non si valga il governo non s1 nesce a comprendere - commentava Romei - . La povertà e la trascuranza dei servizi di navigazione interna, indarno lamentati dal pubblico e dalla stampa, hanno causato gravi conseguenze per certi governatorati (ad esempio provincie rivierasche della Volga e della Kama) i quali traggono la maggior parte dei loro rifornimenti dalle vie fluviali ».

Sul problema della crisi della mano d'opera, l'ufficiale italiano ricordava come il governo russo fosse ricorso al lavoro dei prigionieri di guerra e all'arruolamento delle popolazioni non russe dell'Impero. Nel territorio dell'Amur una apposita commissione reclutava gli operai cinesi (circa mezzo milione) destinati ai lavori ferroviari ed alla estrazione dei minerali nella zona metallurgica del Donez. Altra commissione reclutava gli « inorodzy » (non connazionali) del Turkestan. Infine una terza commissione aveva reclutato circa 400 mila persiani , impiegati in parte per l'estrazione della nafta nel territorio di Baku, ed in parte per il lavoro di carico e scarico nei porti fluviali. I prigionieri di guerra erano stati ripartiti fra i vari governatorati ed adibiti soprattutto ai lavori agricoli, ma il loro numero non era sufficiente per le enormi distese di terra. Per di più la maggior patte dei prigionieri lavorava per i bisogni più o meno immediati dell'esercito, cosicché il contributo portato alle necessità della vita civile era estremamente limitato. « E' giusto però riconoscere concludeva Romei - al termine di questa sommaria esposizione, che la crisi economica, se è dovuta all'imprevidenza dell'attuale governo, ripete in parte la sua origine da cause preesistenti alla guerra e che lo stato di guerra ha enormemente acuito».

L'impossibilità di servirsi dei porti settentrionali durante i me· si invernali se recava nei periodi normali di pace inconvenienti relativamente piccoli, chiuse le frontiere terrestri, questi inconvenienti erano divenuti giganteschi. La capacità tecnica e d'organizzazione tedesca dirigeva la maggior parte delle industrie russe, lo scoppio della guerra aveva arrestato improvvisamente il funzionamento di-


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rettivo di tutte quelle fabbriche. La Francia era corsa in aiuto delle industrie militari, ed appunto le fabbriche d'armi e di munizioni erano ormai dirette tutte, di fatto se non di nome, da ufficiali francesi. La convinzione che la guerra sarebbe durata pochi mesi non aveva portato il governo a prendere, fin dal principio, quelle radicali e necessarie misure preventive. « Mancò affatto quel meraviglioso risveglio di ogni attività, gene-

rale e singola, che costituisce per le nazioni alleate una delle pagine più luminose ed istruttive di questa guerra. Ricomparvero gli abusi (e peggio) che già nelle guerre passate avevano inquinato le doti di questo popolo, e soprattutto di questo esercito , che pure non mancano; e con la denuncia di tali abusi da parte degli elementi liberali, ricomparvero i timori per la sicurezza inLerna <lello Stato, e per gli altri interessi che vi sono collegati» (33 ).

L'allontanamen to dei due ministri, più degli altri oggetto dell'attacco degli elementi liberali, non sarebbe stato sufficiente per appianare le divergenze ormai insanabili tra il governo e la Duma, con la conseguente perdita di vaste energie ben a1trimenti utili per il futuro della Russia.

(33) Ivi, pp. 18-21.


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