· STATO MAGGIORE
DELL'ESERCITO
UFFICIO STORICO
.MEMORIE STORICHE MILITARI 1980
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© Ufficio Storico SME - Roma 1981 .
SOMMARIO
PARTE PRIMA
SAGGI
,. Vincenzo Gallinari: Carlo Pisacane Mariano Gabriele: Aspetti del problema adriatico, con particolare riguardo al primo rinnovo della triplice . Fortunato Minniti: Il secondo piano generale delle fortificazioni. Studio e progetti (1880-1885) $> Mario Montanari: L'impegno italiano nella guerra di Spagna . John Gooch: L'Italia contro la Francia: i piani di guerra difensivi ed offensivi 1870-1914 . Raimondo Luraghi: L'ideologia della guerra industriale 1861-1945
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PARTE SECONDA
PROFILI
BIOGRAFICI
• Oreste Bovio: Il Generale Eusebio Bava .
PARTE TERZA
RICERCH E
Alberto Rovighi: L'Occidente cristiano <li fronte all'offensiva del turco in Italia nel 1480-1481 - Aspetti militari . • .1lntonello Biagini: La missio11e militare italiana in Russia e la propaganda durante la prima guerra mondiale . Alessandro Bianchini: La retribuzione degli ufficiali dell'Esercito in un secolo di storia . Isabella di Resta: Cartografia e Architettura militare a Capua
PARTE QUARTA
TESI
DI
LAUREA
Anna Letizia Corso: Callimaco Zambiànchi e la spedizione nello stato romano
PARTE PRIMA SAGGI
VINCENZO GALLINARI
CARLO PISACANE TEORICO MILITARE
LE ESPERIENZE GIOVANILI
Negli anni che precedono il 1848 si formano nella vita culturale napoletana alcune personalità destinate a lasciare ampia traccia. Dispersa nell'esilio o ammutolita dalle persecuzioni la generazione che aveva partecipato alla rivoluzione del 1820-21, si va lentamente raccogliendo una nuova leva di uomini dalle aspirazioni ancora confuse, ma tutti convinti che dovesse essere in ogni modo riguadagnato il crescente distacco culturale e civile del Meridione rispetto ai paesi dell'Europa occidentale ed alle parti più evolute d'Italia. Essi erano certi che questo movimenlo civile polesse compiersi solo nel quadro di una riconquistata libertà politica. Allorché i tempi si saranno rapidamente e forse inaspettatamente maturati, quasi tutti questi uomini prenderanno con ferma risoluzione la via dell'azione concreta. Questa la traiettoria comune, al tempo stesso vicenda personale ed educazione politica collettiva, della generazione di De Sanctis e degli Spaventa e, nel campo militare, di Cosenz, dei Mezzacapo, <li Pisacane. Sicuro punto di riferimento per questi ultimi sono gli anni di studio e di maturazione n el Collegio Militare della Nunziatella, istituto che nonostante la disciplina militaresca è molto aperto agli influssi liberali. Vivo e presente in loro è anche, indubbiamente, l'insegnamento di Luigi Blanch, che aveva già messo in stretta relazione il pensiero e le istituzioni militari con le analoghe manifestazioni della società civile. Questo preambolo andava fatto perché è impossibile disegnare lo sviluppo del pensiero militare di Carlo Pisacane senza aver pre. sente l'ambiente culturale e morale in cui si era formato il giovane ufficiale del genio, un ufficiale che non si fa assorbire nella routine del servizio a Napoli o in Abruzzo, ma legge, pensa e scrive intorno a problemi che sono collocati molto al di là del suo orizzonte di semplice luogotenente.
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VINCENZO GALLINARI
Ci consente un facile accesso anche agli scritti giovanili di Pisacane la serie di volumi accuratamente edita dal compianto Aldo Romano, già curatore negli ann i '30 di un ampio epistolario pisacaniano (1). Essa cosLiL11isce la pit.1 compleLa silloge del pensiero politico e militnre di Ca rl o Pisnca ne e costituirà .la principale fonte di riferimenti pe r il presc.:nte tc.:nlativo di esam inare l'apporto di Carlo Pisacane.: alla formazione di una teoria militare italiana nell'età del Risorgimento . Sarebbe vano cercare negli appu nti giovanili del 1843 e del 18-1-1 o 111.:lle lcllcrc.: che Pisacane scriveva al generale Carlo Filangicri il presentimento delle idee politiche e militari che lo caratterizzeranno nc.:gli anni successivi al 1848. E' però già avvenuta l'assimilazione di alcuni concetti che mai egli abbandonerà, ma anzi inserirà sempre nelle opere della maturità. Valga ad esempio l'importanza attribuita alle istituzioni militari come garanzia di sviluppo degli stati fin da quando egli scrive al Filangieri che le « scienze, le arti, il commercio progrediscono all'ombra delle baionette » e sottolinea la funzione pedagogica degli eserciti, visto che « il valore, come tutte le altre virtù spirituali, non è certamente ereditario, ma è figlio dell 'educazione» (2). Sono convinzioni che col passare degli anni t roveranno ben diversi punti di riferimento, ma resteranno sostanzialmente immutate nell'attenzione privilegiata rivolta agli ordinamenti militari e nell'accentuazione della centralità dei fattori morali. Nella stessa lettera ora citata troviamo già l'idea, più volte in seguito riaffermata per giustificare l'abolizione degli eserciti a lunga ferma, che « la tattica presente rende facilissima l 'edu cazione necessaria a formare un buon soldato; una truppa avvezza al travaglio e ai disagi, una truppa retta da severissima disciplina, sarà una truppa valorosa » (3 ).
( 1) CARLO PrsACANE, Epistolario, a cura di A. Romano. Milano, Dante
Alighieri, 1937. CARLO PISACANE,
Saggi storico-politico-militari sulL' Italia, 4 voi., Milano-
Roma , Avanti!, 1957 . CARLO
P1sACANE,
Guerra combattuta in Italia negli anni 184849,
Milano, Avanti!, 1961. Scritti vari, inediti o rari. 3 vol. Milano, Avanti!, 1964. Scritti vari, cit. , vol. I , p. 110. (3) I bidem, p. 111. CARLO PISACANE,
(2)
PI SACANE,
CARLO PISACANE TEORICO MTJ.ITARE
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Se passiamo dai principi generali ad una loro applicazione alla strategia e alla tattica quale risulta dagli appunti che il giovane Pisacane veniva scrivendo durante quel servizio alla frontiera abruzzese che doveva sembrargli un esilio, vediamo come i suoi studi sui problemi difensivi del Regno delle Due Sicilie siano orientati in modo coerente con gli sviluppi successivi del suo pensiero . Non può meravigliare che la fonte delle idee di Pisacane, come avveniva del resto per tutti i militari colti di quegli anni, sia lo studio delle campagne napoleoniche, viste come suprema estrinsecazione dell'arte della guerra. Tra le tante interpretazioni del genio di Napoleone Bonaparte è evidente però che Pisacane tiene per quelle che ne sottolineano il costante ricorso all'azione energica e rapida e all'impiego della massa. Alla tradizione napoletana che affidava la difesa del Regno a poche fortezze come Gaeta, Capua e Civitella del Tronto ed alla difficile transitabilità dei territori di frontiera, Pisacane oppone l'importanza strategica dominante della zona fra Popoli e Terni per il controllo di tutta l'Italia centrale. Nella sua concezione strategica, un sistema stradale debitamente arricchito e opportunamente orientato consentirebbe alla massa dell'esercito napoletano, riunita neJle conche abruzzesi e non dispersa a cordone lungo il confine, una energica azione controffensiva. Un esercito nemico che scendesse verso sud sia lungo le coste tirrenica o adriatica, sia lungo il solco . della valle .del Sacco, sarebbe infatti costretto ad esporre un fianco alla reazione dinamica delle forze napoletane raccolte fra l'Aquila e Popoli. Non sono queste, ovviamente, idee rivoluzionarie, ma contr;.tstavano certamen te con quell'affidarsi fatalisticamente « all'acqua salata e all'acqua santa», oltre che alle fortezze di confine, ch e era l'essenza della dottrina strategica napoletana. Evidentemente, fra tutte le teorie d erivabili d all'esperienza napoleonica, Pisacane aveva scelto quelle appartenenti al filone più moderno, maggiormente suscettibili di sviluppo teorico ed applicativo. Una vicenda sentimentale, vissuta con ferma determinazione, porta improvvisamente Pisacane lontano dalle Due Sicilie. La breve · permanenza a Parigi e a Londra lo mette in contatto con gli ambienti del radicalismo .liberale e con le dottrine politiche e sociali maturate negli anni di Luigi Filippo. La necessità lo porta infine a fare buon uso delle sue cognizioni militari ottenendo l'arruolamento come sottotenente nella Le-
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VINCENZO GALLINARI
gione ,straniera, impegnata in Algeria contro le ultime resistenze degli insorti capeggiati da Abd el Kader. L 'esperienza algerina sarà brevissima, du rerà soltanto qualche settimana. Il Quarantotto era alle porte.
Gu
ANNI DELL' AZIONF.
Allo scoppio dei moti per la libertà e l'indipendenza d'Italia ,
il primo impulso spinge Pisacane verso quell 'esercito napoletano che mai , anche attraverso tanti drammatici avvenimenti, riuscirà a dimenticaxe. Il tentativo fallisce e Pisacane offre il proprio braccio e la propria esperienza mili tare a] Governo provvisorio di Lombardia. Nominato capitano di fanteria nei corpi volontari, egli viene sollecitato da Carlo Cattaneo a presentaxe una memoria sull'ordinamento da dare all'esercito lombardo, ancora non assorbito in quello piemontese. Nel breve progetto di Pi sacane tornano immediatamente alla ribalta i principi della massa e dell'iniziativa maturati negli studi giovanili ( 4 ). Sono principi che vanno decisamente conlru corrente tra le illusioni e gli entusiasmi quarantotteschi, non ancora gelati dalla reazione militare austriaca. Ovunque in Italia fioriscono formazioni militari autonome, dai nomi pittoreschi, con uniformi di fantasia , armamento approssimativo e nessuna disciplina. Gli ufficiali sono molti , troppi in proporzione alla reale entità numerica dei reparti, spesso nascosta da denominazioni esagerate, e quasi tutti privi di una qualsiasi preparazione militare. Anche la dislocazione e l'impiego dei corpi volontari risentono dell 'individualismo e del municipalismo prevalenti. Pisacane propone provvedimenti razionali ed efficaci, che richiederebbero però una forte autorità politica, che in pratica non esiste. I volontari lombardi dovrebbero concentrarsi in una sola località e qui, valutato il totale delle forze disponibili, dovrebbe essere strutturato ]'esercito. L 'articolazione prevista è in brigate miste di due reggimenti di fanteria, uno di cavalleria ed una batteria. Vista la scarsità di ufficiali preparati, le unità di base debbono avere ampi effettivi. Gli ufficiali saranno soltanlo due per compagnia ed i battaglioni conteranno ben otto compagnie. Un reggi-
(4) Ibidem, p. 161.
CARLO PISACANE TEORTCO MIL1TARE
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mento di fanteria su tre battaglioni dovrebbe contare ben 4500 uomini e soltanto 52 ufficiali. Più esili e ricche di ufficiali le unità di cavalleria e di artiglieria. Il comandante dovrà essere unico e dotato della più ampia autorità su un'armata articolata in sole quattrn brigate, ma forte di 40.000 uomini. E' un esercito semplice e robusto, privo di particolarismi, di corpi speciali, di privilegi . Proprio il contrario di quello esistente, suddiviso in numerose unità, agli ordini di capi spesso vanitosi e quasi sempre impreparati, sparso in piccoli distaccamenti a far cordone sulle Alpi per garantire il fianco sinistro dell'Armata Sarda schierata fra il Garda e il Po. Il capitano Pisacane è in posizione con la sua compagnia tra i monti a nord-ovest del lago di Garda. In un piccolo scontro è ferito. Nel breve periodo passato al fronte egli ha la netta percezione della falsa e pericolosa situazione in cui si trovano le truppe lombarde. Scrive al generale Giacomo Durando, che ora comanda le unità lombarde mobilitate, proponendo che tutti i distaccamenti schierati dallo Stelvio ;i] Garda vengano concentrati in Val Lagarina intorno a Rovereto. Di ll una massa raccolta potrebbe operare sia verso la conca di Bolzano, cadendo sul fianco di truppe austriache che volessero passare le Alpi allo Stelvio o al Tonale, sia verso sud, contribuendo all'accerchiamento di Verona (5). In un quadro geografico e strategico assai diverso, riaffiorano le idee sulla concentrazione della massa in una posizione chiave e sulla sua potenziale nione dinamica sul fianco del nemico, maturate fra i monti d'Abruzzo qualche anno prima. Dopo una breve parentesi a Vercelli, come capitano del 22° reggimento fanteria dell'Armata Sarda, Pisacane si <limette e si trasferisce a Roma, ove si sta formando, suJle modeste basi della · piccola armata pun::ificia, un nuovo esercito repubblicano. Prima di partire dal Piemonte invia al generale Eusebio Bava, I spettore generale dell'Armata Sarda, un ardito piano di guerra contro gli austriaci che prevede l'abbandono dello schieramento lineare lungo il Ticino e la formazione di una massa unica per pun,tare verso Cremona e agire sul rovescio delle posizioni austriache ( 6 ).
(5) PI S ACANE, Scritti vari, cit., vol. II, p. 177. (6) NELLO RossELLI, Carlo Pisacane nel Risorgimento italiano, 23 ed ., M ilano, Ler-id, 1958, p. 88 e seg.
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Grazie alla sua esperienza di militare di professione, e forse anche alle segnalazioni in suo favore provenienti Ja Cattaneo, Pisacane raggiunge rapidamente il grado di colonnello e si inserisce subito nel vertice militare romano, prima come membro assai influente della Commissione di Guerra, poi in qualità di Capo di stato maggiore. La Repubblica Romana dispone <li circa 15.000 uomini, parte provenienti <lall'antico e sercito pontificio, parte raccolti in reparti volontari improvvisati e scarsi di armi e di disciplinata organizzazione. Le unità sono disperse caoticamente da Bologna al confine napoletano. Il primo proclama della Commissione di Guerra, rivolto all'esercito il 4 aprile, è chiaramente espressione delle idee e dello stile di Pisacane ( 7 ). Debbono essere aboliti nell'Armata « i privilegi e le disparità », causa di dannose divisioni interne. Inoltre, « uno deve essere il centro da cui partano tutti gli ordini, cieca l'obbedienza». I primi provvedimenti strategici corrispondono esattamente a quelli che Pisacane aveva proposto, un anno prima, per i volontari lombardi: « L'Armata della Repubblica è sparsa; la Commissione va immediatamente a riconcentrarla ». Secondo il progetto di cui Pisacane era l'anima , e che ebbe subito un inizio di esecuzione, le forze sparse lungo il confine delle Due Sicilie dovevano concentrarsi nella zona <li Terni, una possibile base di partenza per contrastare con energiche contromosse la marcia di eventuali invasori. Fra i nemici dai quali era necessario difendersi vanno annoverati sia i borbonici, che avevano promesso ogni appoggio a Pio IX esule a Gaeta, sia gli austriaci schierati sul Po e resi liberi nei movimenti dall'armistizio con il Piemonte. Il colonnello Luigi Mezzacapo è inviato a Bologna p er raccogliere le truppe romane disponibili in Emilia e in Romagna e condurre anch'esse verso Terni. I movimenti per l'ammassamento erano ancora in corso, rallentati dalle proteste degli esponenti delle città periferiche che si sentivano abbandonate al nemico, quando giunse a Roma la notizia dell'imprevisto intervento francese , concretato nello sbarco di truppe a Civitavecchia. Pisacane avrebbe voluto che la massa di circa 12 .000 uomini, già raccolta nella zona di Terni, fosse lanciata sul fianco delle ancor
(7 ) V. il t esto in: PrsACANE, Scritti vari, cit., vol. II, p. 167 e seg.
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piccole forze francesi che si stavano avviando verso Roma. I mot1v1 politici prevalsero e l'esercito romano venne concentrato a difesa della capitale della Repubblica. La vittoria del 30 aprile, frutto anche del rapido spostamento dell'esercito romano che era stato facilitato dal concentramento a Terni, sembrò dar ragione ai fautori della strategia difensiva imperniata su Roma. 11 successo iniziale segnava però l'avvio di un assedio la cui conclusione non poteva essere dubbia nella mente di un militare esperto. Il pericolo incombente accelerò lo sforzo organizzativo intrapreso sotto l 'im!Julso di Pisacane. Le truppe romane furono riunite in brigate, la fanteria formò reparti per quanto possibile omogenei che assunsero il nome di reggimenti e una regolare numerazione distintiva, in luogo delle fantasiose denominazioni precedenti. Fu a questo punto necessario dare al vertice militare della Repubblica un assetto più regolare. Dopo un breve periodo in cui il generale Giuseppe Avezzana aveva disimpegnato le funzioni di Ministro della Guerra e di comandante in capo, sembrò più opportuno scindere le due cariche. Il colonnello Pietro Roselli , proveniente dalle file pontificie, è promosso generale di divisione e nominato comandante in capo. Pisacane diviene il suo Capo di stato maggiore. La quiete sul fronte dell'assedio, limitato in realtà agli approcci nord occidentali della città, e il protrarsi delle illusorie trattative con la Francia, consentono di pensare ad una sortita contro le truppe borboniche che sono accampate intorno ai Colli Albani. Riaffiora, in condizioni ben diverse, il piano, sempre latente nella mente di Pisacane, di una rapida puntata verso Napoli, che nel concentramento delle truppe romane a Terni cercava la sua premessa strategica. Ora, con i francesi letteralmente alle porte, una azione simile è impensabile. E' tuttavia possibile assestare un buon colpo all'esercito di Ferdinando II , che valga a metterlo temporaneamente fuori causa. L'azione, anche per la rivalità fra i comandanti, si svolge alquanto slegata, ma porta al successo di Velletri, favorito indubbiamente d alla tendenza al disimpegno militare da parte del Borbone. ,Anche nella preparazione e nella condotta di questa operazione Pisacane è costretto a mediare fra gli schemi burocratici di Roselli e la tendenza all'indisciplina guerrigliera di Garibaldi. N asce in questo periodo un contrasto teorico e pratico, intessuto di avversione personale, che impedirà per sempre un qualsiasi accordo fra
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VINCENZO GA LLINARl
Garibaldi e Pisacane e indurrà quest'ultimo a giudizi eccess1v1 l'. ingiusti sul suo antagonista. Le fasi successive dell'assedio, fi no alla sfortunata resistenza finale, videro Carlo P isacane impegnato con la consueta energia a fare del suo meglio per fronteggiare gli inconven ien ti di una situazione strategica di cui egli non poteva non valutare tutti i caratteri immutabilmente negativi. L'uscita di Garibaldi da Roma per continuare in qualche modo la guerra non poteva trovarlo consenziente. Pisacane prende direttamente la via dell'operoso esilio.
LA
RIFT.F.SSTONE SULLA GUERRA
A Londra prima, a Lugano poi , Carlo Pisacane, ormai ben noto negli ambienti liberali e democratici, viene in contatto con gli sconfitti delle rivoluzioni quarantottesche europee. Il sicuro contatto con gli esuli francesi , quello probabile con i tedeschi, il ricordo dell'esaltante esperienza romana, fanno schierare Pisacane cblla parte <lella <lemocrnzia repubblicana, con una accentuata tendenza verso il socialismo anarchicheggiante di origine proudhoniana. La forzata inazione incoraggia la innata attitudine di Pisacane allo studio ed alla teorizzazione. I problemi del fallimento politico della rivoluzione italiana sono p er lui strettamente lega ti a quelli della sua sconfitta militare. La coscienza della scarsa partecipazione popolare alla guerra per l'indipendema è probabilmente la principale spinta a studiare i modi per rimuoverne le cause sociali. Il suo collettivismo egualitario v a posto in diretta relazione con la necessità di attrarre verso la causa dell'indipendenza e della libertà le masse popolari delle città e delle campagne. D 'altra parte, le sue concezioni di scienza militare lo rendevano sicuro ch e la guerra per scacciare gli stranieri non potesse essete vinta dalle poche decine di migliaia di uomini che erano scesi in campo contro l'Austria o dalle poche migliaia che era stato possibile schierare a difesa della Repubblica Romana. La vittoria italiana e l'indipendenza che ne è il premio possono essere opera soltanto di un grande esercito popolare di molte centinaia di migliaia di uomini, liberi cittadini legati da una disciplina cosciente che non lasci spazio agli eterni difetti nazion ali, l'individualismo particolarista e ]'improvvisazione confusionaria. Alla luce di questi principi, che sono la naturale applicazione ai tempi nuovi e alle nuove esigenze delle idee recepite nel corso
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della sua educazione militare, si svolge la sua riflessione sugli avvenimenti del recente passato, dapprima concentrata su singoli episodi, poi sempre più coerente e complessa. I suoi giudizi precisi e netti mettono a fuoco uomini, idee e avvenimenti. Tutto questo attraverso un paziente lavoro di analisi e una continua operosità di scrittore. Scrive il 21 novembre 1849 al fratello Filippo, rimasto nell'esercito napoletano nonostante qualche giovanile simpatia per la causa liberale: « Mi occupo sempre a scrivere di cose militari » ( 8 ). Nello stesso tempo ha inizio fra i liberali di ogni tendenza quel dibattito sugli avvenimenti militari del 1848-49 che non è semplice recriminazione degli errori e rimpianto delle occasioni perdute, ma anche studio dei programmi per affrontare in condizioni migliori il futuro conflitto con l'Austria, da tutti ritenuto inevitabile. In Piemonte la discussione si incentra sull'Armata Sarda e sulla sua riorganizzazione. Fra contrasti e incomprensioni si giungerà alle riforme militari di La Marmara, cui diedero adesione e collaborazione molti comandanti militari passati dai moti insurrezionali e dalle guerre di Spagna a posti di prestigio nell'esercito di Vittorio Emanuele II (9). Fra gli esuli di tendenza repubblicana, largamente influenzati dalla parola di Mazzini, il dibattito gravita sulla partecipazione popolare e sull'iniziativa dal basso (10). La posizione di Pisacane è assai lontana dalle teorie militari prevalenti nell'ambiente liberale moderato, che punta ormai soprattutto sulla funzione del Piemonte e perciò sul rafforzamento del suo esercito attraverso riforme che lo inseriscono meglio nel regime costituzionale-parlamentare, ma al tempo stesso lo rendono, in qualche modo, meno ricco di partecipazione popolare di quello che aveva combattuto le campagne del 1848 e del 1849. Le idee di Pisacane sulle questioni militari sono tuttavia ben diverse da quelle correnti nei circoli repubblicani. Queste ultime
(8) PISACANE, Epistolario, cit., p. 106. {9) Una documentata ricostruzione del àibattito sulle riforme di La Mar·mora può vedersi in: Piero Pieri. Le forze armate nell'età della destra. Milano Giuffré, 1962. ( 10) Un'ampia analisi del dibattito sulle questioni militari che si svolse nell'ambiente mazziniano si può vedere, al cap. VII, in: Franco Della Peruta. I democratici e la rivoluzione italiana. Dibattiti ideali e contrasti ;,olitici all'indomani del 1848. Milano, Feltrinelli, 1958.
2. - Memorie
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VINCENZO GAI.UNARI
svalutano, ptu per preconcetto politico che a seguito di un esame delle esperienze fatte, la funzione degli eserciti permanenti. Si punta sulle insurrezioni popolari e sulla « guerra per bande» , riconoscendosi nelle teorie di Carlo Bianco di Saint-Jorioz, formulate prima del Quarantotto partendo da una interpretazione troppo estensiva della guerriglia antifrancese in Spagna. Il ticinese Michele Allemandi, nel 1848 primo comandante dei volontari lombardi, e Nicola Fabrizi sono, con accentuazioni <liverse, i principali teorizzatori della insurrezione e della guerriglia. A loro sostegno, oltre alle gloriose ma sfortunate esperienze della resistenza di Brescia e della guerra partigiana condotta in Cadore da Pier Fortunato Calvi, la fiduciosa attesa di un'ampia sollevazione popolare cui le azioni eroiche, ma in concreto velleitarie, di piccoli gruppi dovrebbero fornire il detonatore . L'esperienza del 1848-49, se analizzata col freddo strumento della scienza militare , propone soluzioni ben diverse. Carlo Cattaneo ne trae la proposta di un esercito regolare ma di tipo svizzero, di militi e non di soldati, più valido per difendere la conseguita indipendenza che per conquistarla. Carlo De Cristoforis , influenzato anche dagli studi nelle scuole militari francesi e britanniche, vede essenzialmente l'aspetto tecnico del problema e concentra l'attenzione sul principio della massa , generalmente disatteso sia dagli eserciti regolari, sia da quelli improvvisati, nella gu erra contro l'Austria. L 'analisi di Pisacane è sicuramen te più ricca di contenuti tecnici, di intuizioni politiche e, soprattutto, di riscontri nell'esperienza reale del biennio rivoluzionario. Non mancano tuttavia nelle sue pagine idiosincrasie personali e volute omissioni. Valga per le prime la svalutazione della capacità militare di Garibaldi, cui egli riconosceva soltanto « il genio del gue rrigliero, il quale impegna gli uomini quasi individualmente, senza fare uso della massa, solo mezzo decisivo in guerra ; credeva poter condurre un 'armata di trentamila baionette nel modo stesso che si conducono trecento uomini )> ( 11 ). Il giudizio sembra azzardato, anche perché fino allora Garibaldi non aveva avuto occasione di condurre al combattimento grandi masse. Qu ando ciò avverrà, alla battaglia del Volturno, ma era circa la metà delle « trentamila b aionette )>, Garibaldi se la caverà piuttosto bene. ( 11 )
P I SACANE,
Scritti vari, cit. , vol. II, p. 23.
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Ancor meno serene le affermazioni di Pisacane sulla breve campagna garibaldina dell'agosto 1848 in Lombardia, molto apprezzata invece dal generale austriaco d' Aspre. Nella stessa pagina in cui considera Pastrengo, Goito, Volta e Custoza « gloriosi combattimenti », egli giudica Luino una « scaramuccia» e Morazzone una « disfatta » (12). Più prevedibile la sua netta condanna dell'azione di comando di Carlo Alberto, del quale mette in rilievo l'irresolutezza e la mancanza di un serio piano di guerra, non riconoscendogli nemmeno l'attenuante della buona fede. Anche di Radetzky egli rileva la condotta fiacca e incerta, ma questo, a ben vedere, raddoppia la gravità delle accuse al comando piemontese. Quale era il piano di guerra caldeggiato da Pisacane, ad avvenimenti conclusi, per la campagna del '48 nella Valle Padana? Esso non era concettualmente molto diverso da quelli suggeriti nel corso dei fatti a Giacomo Durando e ad Eusebio Bava. Carlo Alberto avrebbe dovuto « richiamarè tutti questi sparsi corpi ( quelli dei volontari - n.d.r.), amalgamarli con l'armata piemontese, quindi, raddoppiata in tal modo l'armata di numero, lasciare sotto le piazzeforti un piccolo corpo per mascherarle, rovesciarsi col grosso dell'esercito su Nugent, passar l'Isonzo e minacciar Vienna da presso » ( 13 ). E' un modo di procedere basato sul vecchio, collaudato principio del « picchiare per primo e picchiar forte » che Pisacane tenterà in seguito di ridurre ad una formula , meno meccanicistica di quel che sembri a prima vista, scrivendo che « la vittoria è decisa dall'urto degli eserciti, misurato dalla massa moltiplicata per la velocità; per velocità intendiamo il rapido trasportarsi delle forze da un punto in un altro, il che dipende assolutamente dalla capacità del generale in capo» (14). Questa è l'interpretazione più energica e volontaristica dell'insegnamento napoleonico, filtrato attraverso quelli che egli riconosce come suoi maestri di scienza militare, vale a dire von Biilow, Jomini
(12) Cfr. PI SACANE, Guerra combattuta, cit., p. 279. ( 13 ) PIS ACANE, Scritti vari, cit., voi. II, p. 66. Dall'articolo La guerra italiana, pubblicato in L'Italia del Popolo, n . 1, Losanna 1849. (14) PISACANE, Scritti vari, cit., voi. II, p. 185. Dall'articolo Poche parole :sulla campagna di Bade del 1849, pubblicato in L'Italia del Popolo, n . 8, Losanna 1850.
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e l'arciduca Carlo, quest'ultimo prediletto per aver saputo riunire nella sua persona la scienza e la capacità di esercitare in concreto il comando. Il generale in capo è colui cui sono affidate la concezione strategica e la condotta complessiva delle operazioni. Pisacane lo descrive, con forti connotazioni romantiche e un evidente riferimento alla figura mitizzata del Bonaparte, come l 'uomo che « deve mantenersi impassibile a tutto, osservare, nella calma del pensiero, il nemico, e rovesciarsi colla massa delle sue forze sul punto da lui scelto per decidere la giornata. Intrepidezza siffatta costituisce l'eroe: il colpo d'occhio atto a conoscere il punto debole del nemico è retaggio del genio» (15). Da questa concezione che privilegia il genio strategico del comandante in capo, chiamato ad operare su grandi spazi e ovviamente dotato di un potere assoluto su un esercito tenuto soltanto ad obbedire alla sua volontà, Pisacane fa derivare un ridimensionamento della tattica, ancella della strategia e figlia dello studio e della lunga pratica delle cose militari. Le pagine dalle quali abbiamo tratto questi concetti pisacaniani, che sembrano ispirati dalle grandi battaglie napoleoniche, precedono di poco quelle raccolte sotto il titolo Applicazione della tattica all'insurrezione nelle quali l'autore lascia l'Olimpo per giungere a suggerimenti più pratici, utilizzabili nella situazione italiana per la formazione e l'impiego di un eserci to nazionale e popolare. Quest 'ultimo non si distingue nel modo di combattere da quelli dinastici, poiché « una è la guerra, una è la scienza, sia guerra di Popolo sia guerra regia» (16). La sua superiorità deriva dalla maggior coesione interna, un concetto sul quale Pisacane tornerà molte volte, per metterlo in relazione con la disciplina, ma soprattutto con la forza morale che viene al soldato dalla partecipazione cosciente agli scopi della guerra: « l'animo e le convinzioni stabiliscono la solidità di un esercito» ( 17). L'attenzione rivolta al consenso sui fini non induce Pisacane a trascurare la disciplina
( 15) PISACANE, Scritti vari, cit. , vol. Il, p. 83. Dall'articolo in due puntate Sulla scienza della guerra, pubblicato su L'Italia del Popolo, nn. 2 e 3, Losanna 1849. (16) PISACANE, Scritti vari, cit., vol. II, p. 214. (17) PISACANE, Guerra combattuta, cit., p. 311.
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tradizionale, solo mezzo per ottenere che nel corso dell'azione tutto l'esercito formi lo strumento della volontà del comandante in capo e solo di quella. L'addestramento dei volontari e delle reclute non è per Pisacane grave problema. I nuovi strumenti di guerra, ma egli sembra riferirsi esclusivamente al fucile e perciò all'addestramento della fant,eria, riducono di molto il tempo necessario all'addestramento dei soldati. E' una vecchia idea, che egli aveva già formulato in una lettera al generale Filangieri ( 18), quando scriveva che « la tattica presente rende facilissima l'educazione necessaria a formare un buon soldato». Sarà da questa constatazione che prenderà le mosse per proporre, nella sua ultima opera, i metodi per l'addestramento del nuovo esercito italiano . Proprio in relazione alla sommarietà dell'addestramento, Pisacane è però alla fine costretto a preferire l'ordine chiuso, ormai condannato proprio dal progresso degli strumenti bellici, dichiarandosi contrario perfino allo « stendersi in bersaglieri » della fanteria, poiché in questa tattica « domina molto il valore individuale sul quale non può farsi calcolo severo » ( 19). Gli studi di Pisacane non sono soltanto retrospettivi. Egli guarda agli errori del passato per orientare meglio l'azione futura, che a tratti gli appare imminente. Il problema centrale non gli sembra risiedere nei preparativi per giungere alla sollevazione delle città, ma nella capacità di resistere all'inevitabile riscossa austriaca. Se è vero che « le rivoluzioni non si compiono se non col popolo », è anche vero che « l 'insurrezione basta p er trionfare nei primi momenti, ma per sostenersi bisogna un esercito, che riescirà validissimo ed invincibile se tutti i cittadini si offrono volontari a servire la patria e se il governo si sforza di renderlo uniforme e compatto ». Infatti, durante la . guerra, « l'unità dei moti, l'obbedienza, la disciplina, possono sole generare la vittoria» (20) . Appare in questo scritto per la prima volta la convinzione che l 'elezione degli ufficiali nei b attaglioni, del resto allora già prevista per le unità della Guardia Nazionale, sia un modo non solo p er riaffermare i principi democratici, ma anche per sottoporre ad una
(18) PI SACANE, Scritti vari, cit., voi. I , p . 111. (19 ) PISACANE, Scritti vari, cit., vol. II, p . 99. Sulla scienza della guerra, cit. (20) Ibidem, p. 96 e seg.
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unica legge la nomina degli ufficiali , spesso affidata all'iniziativa di singoli e causa di quei particolarismi che Pisacane considera una vera calamità. Nel quadro di un rinnovato moto per l'indipendenza, Pisacane continua ad assegnare una parte preponderante ai « due stati militari, il Napoletano cioè e il Piemontese », che possono fornire i mezzi necessari per mettere in campo un esercito nazionale di mezzo milione di uomini « più che sufficiente per far testa all'Europa tutta se tentasse valicar le Alpi» (21). In questo periodo, dominato dall'illusoria speranza di una ripresa della guerra d'indipendenza, Pisacane accantona il suo giudizio già assolutamente negativo sugli eserciti permanenti, considerati « istrumento della tirannia », per far posto ad una soluzione di compromesso adatta ai tempi brevi, che in qualche modo ricalca l'esperienza della Repubblica Romana. Anziché abolire del tutto gli eserciti stanziali, per compensare la minor solidità delle milizie .si potrebbero conservare i corpi speciali, più difficili ad istruire, e un piccolo .nucleo di truppe veterane: « questo nucleo sarebbe la scuola per la quale passerebbe il popolo tutto, manterrebbe viva la disciplina e diffonderebbe l'onor militare nell'esercito quando il popolo correrebbe a formarlo }> (22). Netta è la condanna della guerriglia, che pure gode il favore della quasi totalità degli esuli mazziniani e democratici (23). Il posto che Pisacane riserva alle « b ande }>, o meglio ai « parteggiani » che egli sottilmente distingue da quelle, è meramente ausili ario rispetto all'armata regolare a favore della quale svolgono compiti di fiancheggiamento e di copertura. Anche nella fase insurrezionale, esse debbono battere la campagna evitando scontri decisivi fino a quando saranno divenute abbastanza robuste per trasformarsi in battaglioni regolari e marciare verso la zona ove si sta raccogliendo la massa dell'esercito.
(21 ) PISACANE, Scritti vari, cit., vol. II, p. 65 , La guerra italiana, cit. (22 ) Ibidem, p. 126, Relazione storica delle operazioni militari eseguite
dalla Repubblica Romana, pubblicata in L'Italia del Popolo, nn. 5 e 6, Losanna 1849 . (23) Una ampia analisi degli atteggiamenti di Pisacan e e degli altri esponenti del pensiero liberale e democratico nei confronti della « guerra per bande», con ampia raccolta di testi, si può vedere in : T ecniche della guerra partigiana nel Risorgimento, a cura di Egidio Liberti, Firenze, Giunti-Barbèra, 1972.
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Forse l'avversione per le « bande » deriva anche dalla constatazione del carattere sostanzialmente difensivo sul piano strategico, e perciò non decisivo, della loro azione, capace al massimo di interdire certe zone al nemico, non di distruggere il nucleo delle sue forze. Inoltre, l'individualismo, la frammentarietà, la scarsa disciplina dei distaccamenti partigiani costituiscono per Pisacane un vero spauracchio. Questo suo preciso atteggiamento sarà confermato da Pisacane fin nelle ultime pagine del quarto dei suoi Saggi storici-politici-militari sull'Italia, scritte diversi anni dopo. Quando Pisacane passa all'analisi teorica del modo di guerreggi are delle « bande », il suo pensiero non è privo di contraddizioni. La guerra partigiana è per lui « l'infanzia dell'arte militare », ma nello stesso tempo egli ritiene che essa richieda ai combattenti una abilità particolare, nettamente superiore a quella necessaria ai soldati inquadrati in un esercito regolare. Forse, la soluzione del dilemma sta nel considerare la guerra partigiana come particolarmente idonea a mettere in luce l'istintiva attitudine alla scorreria e alla lotta ravvicinata delle popolazioni abituate a primitivi modi di vita, mentre richiede una dura scuola agli uomini della città. L'esperienza militare del biennio rivoluzionario trova una densa e organica ricostruzione nella Guerra combattuta in Italia neg,li anni 1848-49, opera scritta durante il periodo trascorso a Lugano e pubblicata a Genova nel 1851. E' il libro che rese noto Pisacane anche come scrittore e gli procurò, con alcuni dissensi più o meno interessati , larghe approvaz1001 e la fama di studioso di cose militari (24 ). Nel volume, ove gli avvenimenti bellici sono esaminati sotto il profilo tecnico-critico, ma con frequenti incursioni nel campo politico, sono formulati giudizi, proposte e previsioni analoghi a quelli già visti nelle pagine precedenti. Nel capitolo di Considerazioni che chiude l'opera, Pisacane riafferma la propria negazione degli eserciti permanenti, che si sono dimostrati incapaci anch e di conservare quella disciplina che sembrava la loro qualità più caratteristica, come dimostra lo sfaldamento dell'esercito napoletano in Emilia. Negata è anche l'utilità della Guardia Nazionale, frutto del compro-
(24) Un recente saggio sull 'opera è il volume: Lucia no Russi. Pisacane e la rivoluzione fallita del 1848-49. Milano, J aca Rook, 1972. Anche Salvatore Sechi ha scritto una interessante introduzione ad una accurata edizione della Guerra combattuta, pubblicata dall'editore Fulvio Rossi di Napoli nel 1969.
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messo fra popolo e trono. La « guerra per bande » è rifiutata, non fosse altro che per l'impossibilità di affrontare con essa il nemico in campo aperto e di garantire così una base sicura al governo insurrezionale, che deve essere unico e autorevole. Infatti « per avere un governo o un centro direttore è necessaria una base, e per avere una base è indispensabile un esercito » (25). Anche sotto questo aspetto, guerra e politica sono strettamente interdipendenti e il problema della guerra è al centro della lotta per l'indipendenza. DaJla severa condanna del comportamento dei principi e degli stessi capi liberali esce però intatta la fiducia di Pisacane nel popolo italiano, ritenuto ancora capace di risolvere da solo le due questioni che nella sua mente formano un tutto unico: la resurrezione politica e l'organizzazione militare. Ammonisce però il nostro autore: « Il popolo può vincere una battaglia, ma in ordine regolare e compatto, e non già in drappelli o sbandato come i selvaggi » {26 ).
IL
GRANDE PROGETTO
Trovato asilo e fraterna accoglienza a Genova, che negli anni '50 del secolo scorso costituiva il principale punto di riferimento e di raccordo delle correnti democratiche rivoluzionarie, quasi un contraltare rispetto a Torino, ove venivano raccogliendosi gli esponenti liberali moderati, Pisacane non interruppe mai i suoi studi, allargandoli anzi alle materie politico-economiche. Molto intensa è la sua attività pubblicistica, specie durante la guerra di Crimea, nel corso della quale egli criticò aspramente l'azione degli anglo-francesi ed avversò l'intervento piemontese. A Genova si trovano in quegli anni altri patrioti provenienti dall'esercito napoletano, come Enrico Cosenz, Luigi e Carlo Mezzacapo, Francesco Carrano. Il loro gruppo dei militari non è soltanto un club di reduci che raccontano e discutono le proprie esperienze. Studiano anche progetti di azioni militari, da attuarsi soprattutto nel Meridione. Le loro analisi deUa situazione sono troppo serie e tecniche per portarli ad approvare i progetti di insurrezione che Mazzini, da Londra, considera fattibili solo perché li giudica con intel-
(25) PISACANE, Guerra combattuta, cit., p . 312. (26) Ibidem, p. 314.
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letto troppo influenzato da un ottimismo che è figlio dell'entusiasmo degli esuli e della loro nostalgia per l'azione. Da G enova, uno dopo l'altro, i piani animosi ed ingenui di Mazzini vengono regolarmente bocciati. Questo determina fra il grande esule e i militari un crescente distacco, che si avvia a divenire contrasto. I piani d 'azione, destinati a svanire in poco tempo, i dibattiti nell'ambiente degli esuli, accaniti e talvolta acidi, la collaborazione ai giornali democratici, non sembrano sufficienti a Pisacane come impegno politico e intellettuale. Si fa strada nella sua mente l'idea di una summa di insegnamenti politico-militari per gli italiani, qualcosa che valga anche e soprattutto per il futuro. Lo spinge ad iniziare questo enorme lavoro la sensazione che le possibilità di azione siano tramontate e che occorra pensare ad educare gli italiani per un futuro ancora lontano, oppure la previsione di un'azione vicina e pericolosa lo induce a lasciare una testimonianza viva e completa di sé e delle sue idee? Non conosceremo mai queste motivazioni , ma intravediamo con
sicurezza nel disegno dell'opera l'influsso dell'ambiente culturale napoletano per il suo equilibrio, anche formale, tra politica e guerra, fra storia civile e storia militare. Vediamo cosl riaffiorare e precisarsi le idee abbozzate dal Blanch sui rapporti tra lo sviluppo della società e quello dell'arte .bellica. La stessa metodica del parallelismo fra storia civile e storia militare ritroveremo, qualche decennio dopo, nelle opere maggiori di Niccola Marselli. I Saggi storici-politici-militari sull'Italia, che Pisacane non giungerà a vedere stampati, rappresentano l 'ampia sintesi di t utto il suo pensiero. Sono articolati secondo un principio geome trico in due saggi preliminari, di carattere prevalentemente storico, e in due saggi che hanno valore al tempo stesso di analisi dell'attualità e di programma per il fu turo. I due lavori d 'approccio, Cenno storico d'Italia e Del!' arte bellica in I talia, sono affrettati e privi di originalità. Sia la storia civile, sia quella militare si ispirano, al di là di ogni senso critico, al mito di Roma an tica, considerata diretta progenitrice dell'Italia dei suoi t empi. Sembra qu asi di veder fu si nelle pagine di Pisacane il carattere esemplare dell'antica Roma repubblicana, sul qu ale tan te volte era tornato M azzini, con accenti ispirati più al sen timento romantico dell'epoca che alla scienza storica, e il giobcrtiano Primato degli italiani che viene però riferito alle altissime qualità militari
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di tutto un popolo. Con frasi che potremmo ora definire senza esitazioni accesamente nazionalistiche, Pisacane afferma che il soldato romano, nel periodo repubblicano, è stato il migliore che la storia dell'umanità abbia mai visto. Questo antico valore si è trasmesso direttamente agli italiani contemporanei, che torneranno ad essere invincibili appena si saranno scrollate di dosso quelle influenze politiche e religiose che hanno creato, con la decadenza della nazione, una insanabile frattura fra governanti e governati. Ugualmente, l'arte della guerra ha raggiunto il suo apogeo nel periodo consolare, cui è dedicata quasi la metà del secondo saggio, ed è poi decaduta nell'epoca imperiale e medievale per salire di nuovo con i liberi comuni e con il primo Rinascimento italiano. Le invasioni straniere hanno recato la decadenza non soltanto nell'arte bellica italiana, ma anche in quella europea, destinata a risollevarsi soltanto con le campagne delle armate rivoluzionarie francesi e con Napoleone, di cui Pisacane riconosce volentieri il genio strategico e il talento tattico, filtrandoli però troppo attraverso le concezioni geometrizzanti dello ]omini. Nota giustamente Piero Pieri in un suo commento al libro (27) che nessun accenno il Pisacane fa alla bravura dimostrata dagli italiani nei reggimenti francesi, italici o napoletani agli ordini di Napoleone. Un tale riconoscimento avrebbe rappresen tato una palese contraddizione rispetto allo stretto parallelismo instaurato da lui tra virtù militari e libere istituzioni nazionali. Questo tralasciare i fatti, anche importanti, che contraddicono le proprie idee, depone male sul valore scientifico di Dell'arte bellica in I talia, che il Fieri giudica, nella stessa pagina, « oltremodo scarso ». Più elastico il giudizio di Nello Rosselli che attribuisce ai due primi saggi un valore esclusivamente esortativo, considerandoli « un accorgimento politico abilmente usato da chi, inclinando a pessimismo, voglia ciò non pertanto incitare i suoi connazionali all'osare. Poiché accade talvolta che i poltroni impenitenti si scuotano piuttosto a immeritate lodi che a giusti rimproveri» (28).
(27) PIERO PrnRI, Guerra e politica negli scrittori italiani, Milano-Napoli , Ricciardi, 1955, p. 236. Il Pieri è il miglior espositore delle idee <li Pisacane sull'arte militare, <la lui per primo studiate . Va ricordato a questo proposito anche il saggio di F. VAIRO, Carlo Pisacane e la nazione armata, apparso nel 1910 sulla Nuova rivista di fanteria. (28) RossF.LLI, Carlo Pisacane nel Risorgimento italiano, cit., p. 224.
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La rivoluzione, il terzo e il più noto e studiato dei saggi di Pisacane, il suo vero testamento politico, trova il suo naturale complemento nel quarto, intitolato Ordinamento dell'esercito italiano. La repubblica pisacaniana che nasce da una rivoluzione al tempo stesso nazionale e sociale è il frutto della combinazione di una struttura statale unitaria con un forte decentramento di poteri ai comuni, senza istituti intermedi. Poiché però « il fine che si propone la rivoluzione è quello di sgomberare l'Italia da' stranieri, qualunque lingua essi parlano, e da tutto ciò che viola l'indipendenza e la libertà individuale. La guerra sarà menata di forza finché questo fine non sia compiutamente conseguito» (29). Di qui l'enorme importanza dell'organizzazione militare della rivoluzione e dello Stato che ne nascerà, sicuramente soggetto al pericolo di un ritorno in armi dello straniero. Inoltre, Pisacane vede al di là della fase rivoluzionaria non la pace perpetua, ma la necessità di mantenersi militarmente forti, almeno finché resteranno in Europa stati dispotici. Per lui, « Italia non è potenza secondaria che debba solamente pensare alla propria difesa, l'Italia è destinata ad essere schiava o grande, per essa altra alternativa non v'è, e però nell'ordjnamento del suo esercito è d'uopo proporzionare le varie armi non solo al terreno della nostra penisola, ma all'eventualità dell'avvenire; l'Italia forse in epoca non troppo lontana dovrà decidere la battaglia della civiltà europea » (30). Tutto l'ordinamento militare dell'Italia, così minuziosamente definito nel quarto saggio, è il frutto di un difficile equilibrio, mai tramutato in compromesso, perché in tutto corrispondente alle nette e ferme idee di Pisacane, fra i principi di libertà , di democrazia e di giustizia sociale e l'esigenza di conseguire una forza militare che non serva soltanto alla liberazione nazionale, ma mantenga il Paese all'altezza di un destino che egli, con Mazzini e oltre Mazzini, vedeva come decisivo per le sorti d 'Europa. L 'altro difficile equilibrio è fra l'efficienza dell'esercito, che esige unità di indirizzo e di comando, e il pericolo che una potente forza armata può rappresentare per uno Stato libero e fortemente decentrato. Cosi lo stesso Pisacane espone i termini del dilemma: « Le istituzioni militari debbono
(29) PISACANE, Saggi storici-polit ici-militari, cit., vol. III, La rivoluzione, p. 227 . ( 30) P1 s ACANE, Scritti vari, cit., vol. III, p. 86, frammento di abbozzo del 4° saggio.
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impedire che l'esercito formasse setta, ma senza dissolvere l'indispensabile coesione delle file . Debbono garentire la società contro il militare dispotismo, ma senza tarpare le ali all'ingegno del generale ed ammorzarne l'energia» (31). Per Pisacane, tutto il problema militare italiano, e in sostanza di qualsiasi Stato ordinato a libertà, ruota intorno alla necessità di conciliare una forza militare credibile e adeguata all'importanza della missione politica da compiere con l 'assoluta salvaguardia del libero sviluppo della società civile a partire dal nuovo assetto sociale che sarà il risultato della rivoluzione. In altre e più brevi parole, la forza militare come seria garanzia della politica nazionale verso l'esterno e non più come minaccia alle libertà popolari. Di qui la necessità di evitare che la forza armata sia non soltanto opposta alla società, ma anche semplicemente estranea ad essa. L 'esercito deve essere per Pisacane non parte della nazione, ma una sua diretta emanazione, pronta a manifestarsi con tutta l'energia possibile e altrettanto pronta a farsene riassorbire secondo le esigenze del momento. L'attitudine della comunità nazionale, ritemprata dalla rivoluzione e dalla conseguita indipendenza, ad esprimere dal suo seno le più alte virtù militari ed a rinnovare i fasti delle legioni romane, è la premessa inderogabile del nuovo ordinamento proposto per l'esercito italiano . Come avviene per tutte le riforme condizionate all'improvvisa rigenerazione morale di tutto un popolo, tale premessa dà all'insieme del progetto pisacaniano una indelebile impronta utopistica. Se da queste aspettative generali, destinate a non realizzarsi, si passa alla complessa e minuta articolazione dell'Ordinamento, appare invece che esso è frutto di un pensiero militare per tanti aspetti realistico e di grande rili evo intellettuale, esercitato nello studio e nell'osservazione.
L'esame dei caratteri salienti del progetto di ordinamento, che tenteremo di compiere, tende ad individuarne gli elemen ti adeguati agli sviluppi della scienza militare alla metà del secolo XIX, confrontandoli con quanto di attardato e di irreale si mescola ad essi.
(3 1) Prs ACANE, Scritti vari, cit., vol. I II, p. 88, altro frammento di abbozzo del 4° saggio.
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Seguiremo la struttura dell'opera cosl come l'autore l'ha delineata, convinti che anche questo aspetto abbia un significato non trascurabile. Il rapporto con il secondo saggio, Dell'arte bellica in Italia, risulta ben chiaro fin dalle prime pagine, che tuttavia ne ripetono sommariamente le argomentazioni principali. Tornano le teorie sullo sviluppo storico dell'arte militare, come abbiamo già visto prive di verifica scientifica. Alcune parole, poste quasi in epigrafe al volume, ne costituiscono la difesa dalle obiezioni che l'autore stesso poteva facilmente immaginare. Eccole: « è fatto costantemente confermato che fra un popolo libero l'arte della guerra progredisce rapidamente » (33 ). Quando scrive questa frase, Pisacane mette in guardia il lettore affinché eviti di misurare gli argomenti che seguiranno con un metro consuetudinario. L'affermazione iniziale è strettamente collegata all'altra, posta quasi a conclusione dell'opera, che precisa la chiave di lettura indispensabile per lo studio dell'Ordinamento: « Riformate le istituzioni sociali, cangiate la direzione degl'utili privati, sole forze motrici d'ogni sistema sociale, da contrarie come sono fatele cospirare nella medesima direzione, al medesimo scopo, la grandezza dello Stato, e le nostre tendenze cangieranno senza aver bisogno né di libri né di ammaestramenti; l'amor di patria, il sacrificio per essa diverrà in un istante sentimento così naturale, quanto quello della propria conservazione. Chi non ammette questo principio ... b~se di tutto il nostro sistema, non discenda alla critica dei particolari ; il libro intero deve essere per esso un assurdo » ( 34 ). Secondo questo criterio deterministico, l'esercito è espressione della società trasformata e rinnovata attraverso l'affermarsi <li una nuova morale. Ed è questa nuova morale che fa considerare in una luce diversa anche il potere attribuito al vertice militare di predisporre il piano di guerra e di attuarlo senza interferenze dell'autorità politica, portandone da solo « la responsabilità e la gloria ». I piani che nascono dall'incontro delle idee di più persone sono per Pisacane soluzioni di compromesso, spesso somma degli aspetti
(32) PISACANE, Saggi storico-politico-militari, cit., vol. IV, Ordinamento dell'esercito italiano. (33) Ibidem, p. 9. {34) Ibidem, P- 184.
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peggiori dei vari indirizzi. La dire-..i:ione collettiva della guerra è per lui talmente dannosa che non esita a portare ad esempio negativo il Comitato <li salute pubblica, che pure suscitò quelle armate rivoluzionarie che portarono ad una svolta nell'arte <lella guerra. Il comando dei due consoli sugli eserciti di Roma repubblicana, per Pisacane altro vertice nello sviluppo dell'arte bellica, è da lui giustificato con la diversa natura morale degli antichi. E' una caratteristica di Phacane questo aggirare disinvoltamente i precedenti storici quando contrastino con le sue fermissime idee. Fra queste indubbiamente la convinzione dell'assoluta necessità di affidare il comando dell'esercito ad un solo uomo, che sembra spesso assumere una funzione demiurgica. Complementi naturali dell'unità di comando sono « l'unità morale, l'ubbidienza celere e illimitata, che giovasi della forza collettiva di molti con l'energia e l'unità d'azione di un solo uomo ». Nelle stesse pagine, viene rinnovata la condanna degli eserciti permanenti, considerati i soli ostacoli frapposti all'affermarsi in tutta l'Europa della democrazia repubblicana. Nel suo campo e in quello avversario, con evidente esagerazione, Pisacane considera centrale ed essenziale la funzione dell'esercito. Come la distruzione degli eserciti dinastici è condizione necessaria e sufficiente per l'affermazione della democrazia (35), questa non potrà sostenersi se non dedicherà al suo esercito ogni cura e ogni attenzione. Il problema militare è il centro di gravità di tutti i problemi politici. L'argomento più usato a favore degli eserciti permanenti era la necessità di assicurare l'addestramento delle truppe con una larga permanenza alle armi. Che i fucili moderni facilitassero l'addestramento del soldato era, l'abbiamo visto, una vecchia idea di Pisacane. Egli non fa altro ora che riconfermare il suo assunto, sottolineando contemporaneamente l'importanza dell'istruzione dei comandanti ai vari livelli, che l'accresciuta dimensione e la maggior complessità <legli eserciti rendono più lunga e difficile. La preparazione ginnica dei militari, tendente soprattutto a far loro acquisire maggior fiducia nelle proprie possibilità fisiche, va iniziata fin dall'infanzia. L'addestramento della cavalleria, come veniva allora praticato, è considerato molto dife ttoso dal nostro autore, che però non propone metodi diversi. Sembra quasi che
(35) Tbidem, p. 27.
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egli non voglia affrontare un argomento che contraddice le sue idee. Nel trattare dell 'artiglieria, che non presenterebbe particolari difficoltà addestrative, Pisacane esprime la sua condanna per l'impiego dei pezzi in piccole unità a disposizione della fanteria e afferma che i cannoni « raccolti in formidabili batterie decidono la giornata ». In sintesi, « le esercitazioni delle milizie perpetue di cui menasi gran vanto, altro non sono che inutili ripetizioni che rappiccioliscono l 'animo del milite » (36 ), mentre un più accorto criterio addestrativo può rendere possibile una radicale riforma delle istituizioni militari. La mancanza di realismo nelle esercitazioni fa sl che gli eserciti stanziali si formino un'idea falsa della guerra, il che li pone in condizioni di inferiorità rispetto alle milizie improvvisate, che non ne hanno alcuna. Può sembrare una semplice battuta, ma è invece una esatta intuizione, chiaro frutto dell'esperienza e dell'istinto militari di Pisacane. La disciplina è per il nostro autore effetto delle forze morali, che danno coesione all'esercito, assai più dei regolamenti e del timore delle punizioni. Egli ritiene assurdo che in tempo di pace il . regime disciplinare sia severo fino al tormento, per allentarsi poi durante la guerra. Se si ha presente il fine che la disciplina deve perseguire, cioè l'efficacia operativa, ci si accorge che questo è proprio il contrario di quel che si deve volere. D 'altro canto, non può esserci disciplina nell 'esercito se essa non è diffusa nell'intera nazione. D a questi argomenti Pisacane trae motivo per una ulteriore e definitiva condanna: « come la vera istruzione, utile in guerra, è impraticabile con le milizie perpetue, nella guisa stessa la vera disciplina non potrà mai accordarsi con la loro costituzione» (37) . Quelli fin qui accennati sono i principi etici generali sui qual d eve basarsi il nuovo esercito . Si tratta ora di definire la sua struttura. Pisacane fa a questo punto una premessa me todologica di grande importanza, tale però da contraddire molti schematismi che appaiono nel seguito dell'opera. « Noi dalle armi moderne, dal modo di combattere determiniamo gli ordini; dalla giacitura del nostro suolo, delle nostre frontiere, la forza dell 'esercito e la proporzione
(36) Ibidem, p. 32. (37) Ibidem, p. 40. ( 38) Ibidem, p. 54.
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fra le diverse armi; adatteremo il tutto aJ.le istituzioni sociali» (38). Perciò l'organica dipende dagli strumenti bellici e dall'evoluzione dell'arte, ma nello stesso tempo è correlata al compito che viene affidato all'esercito. La priorità del problema militare è per Pisacane talmente netta, che nessun riferimento si fa ai mezzi economici necessari. La particolare difficoltà e frammentazione dei terreni italiani, fa comprendere a Pisacane che un nostro esercito non potrebbe schierarsi a battaglia in blocco compatto. Di qui una sua possibile articolazione in colonne, concorrenti però ad un obiettivo unico, di qui anche l'esigenza che tutta la fanteria sia addestrata a combattere in ordine sparso, da bersaglieri si diceva allora. E ' una affermazione che ne contraddice una precedente, ma è tolta a motivo per giustificare una netta contrarietà alle specialità della fanteria. Tutti i fanti, ugualmente addestrati alle varie forme del combattimento, debbono essere armati con un solo tipo di fucile. A questo proposito, nella scelta del modelJo più adatto, Pisacane si lascia andare ad un ragionamento decisamente misoneista. E' inutile, egli afferma, la ricerca di fucili di maggior precisione quando il fattore umano, influenzato dal clima della battaglia, ne limiterebbe comunque l'efficacia. Meglio dunque affidarsi ai tipi già usati, che hanno anche il pregio di facilitare l'addestramento. Anche in altri passi potremmo notare una contrarietà di Pisacane a quel continuo rinnovarsi dei materiali bellici, iniziato proprio a metà del secolo scorso e mai più arrestatosi. Probabilmente, il suo atteggiamento era dovuto, oltre che ai già accennati problemi addestrativi, al sospetto che innovazioni in continua successione rompessero quella uniformità che egli, per motivi militari e politici, riteneva elemento essenziale per un esercito moderno. Di qui anche la sua contrarietà alla diversità di divise e di colori distintivi, di denominazioni e di equipaggiamento, una tendenza che ritroveremo circa venti anni dopo in un altro militare italiano, ma di ben diversa estrazione, il generale Ricotti Magnani (39). Pisacane, senza aver ancora affrontato gli aspetti caratteristici del suo ordinamento, si dilunga nei particolari riguardanti l'armamento e l'equipaggiamento individuali, dalla baionetta alle bandoliere e alle sciabole degli ufficiali. Descrive minutamente anche le
(39) Ibidem, p. 64.
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uniformi da adottarsi, mostrando la sua preferenza per la praticità d'uso e sottolineando l'assurdità dei colori vistosi, che facilitano l'osservazione e il tiro dell'avversario. Nel tratteggiare l'ordinamento della fanteria, Pisacane parte dallo studio dei suoi ordini di combattimento e, con l'appoggio degli scritti di diversi ufficiali napoleonici, si diffonde in un'ampia disamina dei pregi e dei difetti dello schieramento su due righe o su tre, concludendo a favore del primo. E' una concezione formalistica della battaglia , adatta soprattutto alle istruzioni in piazza d'armi. Dall 'astrattezza di ragionamenti oramai superati sugli ordini di combattimento, Pisacane fa però derivare idee più concrete e talora adeguate ai tempi. Egli p ropone un battaglione assai robusto e compatto, « unità di combattimento della fanteria », su sei compagnie di 120 uomini ciascuna che si alternano nei vari servizi (bersaglieri, ,esploratori , riserva , ecc.) senza distinzione e in modo da ripartire equamente gli oneri. Va notato tuttavia che proprio in quegli anni si andava delineando una tendenza generale verso un impiego più sciolto della compagnia, che diverrà di lì a poco unità base della fanteria nel combattimento. Quattro battaglioni e uno squadrone di esploratori a cavallo, fanti anch'essi, formano una brigata, senza il livello intermedio del reggimento. La sua forza in termini di compagnie è identica a quella della brigata prevista dell'ordinamento Ricotti del 1871 (infatti, 6 cp X 4 btg = 4 cp X 3 btg X 2 rgt), ma la brigat a pisacaniana sembra essere di più semplice struttura e richiede un minor numero di ufficiali superiori. I livelli ordinativi più alti, divisione e legione, corrispondente al corpo d 'esercito, non hanno composizione costante, ma risultano d alla riunione di brigate delle varie armi in numero variabile, a seconda del compito affidato. Se l 'unità fondamentale in campo tattico è il battaglione, in campo strategico lo è la brigata; Pisacane non sembra attribuire grande importanza agli altri livelli gerarchici, se non quando l'unità agisce isolata. In generale, Pisacane sembra considerare la scala gerarchica soltanto « un ordine di gradi per comunicare alle varie parti dell'esercito la volontà del capo, onde farle muovere ai suoi cenni » (39 bis), confermando così la propria p referenza per l'obbedienza passiva. (39 bis) Ibidem, p.116.
3. - Memorie
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Tanto è semplice e uniforme l'ordinamento della fanteria, tanto è complesso, secondo il progetto, quello della cavalleria. Di quest'arma Pisacane sottolinea sempre la capacità d'urto, che moltiplica i propri cffetti con il terrore e il disordine sparsi fra le file dei difensori da una robusta carica. Per essa, lo spirito d'iniziativa e la rapidità dell'azione sono essenziali, così come lo è la coesione morale. Lo sfruttamento immediato degli effetti ottenuti con la carica dalla cavalleria pesante armata di lancia, i corazzieri, può essere affidato ad altre unità armate di sciabola soltanto, che Pisacane chiama cavalleria media o dragoni. Ai compiti di esplorazione e <li collegamento è addetta una terza specialità <lella cavalleria, quella dei cavalleggieri, armati anche di un fucile più corto <li quello della fanteria. Le tre specialità della cavalleria hanno equipaggiamento e uniforme diversi, diverse sono anche le stature degli uomini e <lei cavalli. L 'unità base della cavalleria sarà lo squadrone, forte di 190 cavalli e 230 uomini e articolato in mezzi-squadroni, sezioni e plotoni. Per la cavalleria vengono meno, e ce m: sfugge il motivo, quei criteri di uniformità e di semplicità che riscattavano la modernità dell'ordinamento della fanteria da certe superate premesse tattiche. Quattro squadroni compongono brigate ornogcnce. Quelle di cavalleria pesante o media comprendono anche due piccoli squadroni di esploratori. E' prevista la formazione di divisioni di cavalleria, su un numero variabile di brigate. Poiché, come si è visto, Pisacane non si pone mai problemi finanziari ed economici, egli può stabilire un rapporto quantitativo fra cavalleria e fanteria addirittura superiore a quello dell'esercito austriaco, considerato a quei tempi il più ricco <li armi a cavallo . Mentre sopravvaluta l'efficacia del tiro della fanteria , giungendo a formulare calcoli distruttivi che non troveranno fondamento nem1neno con i ben più micidiali fucili a ripetizione della fine del secolo, Pisacane ha un'idea alquanto riduttiva degli effetti del tiro di artiglieria. Ne vede perciò utile ]'impiego soltanto in grandi masse, con imponenti batterie che concentrino il fuoco su obiettivi di ampiezza limitata, una specie <li tiro di saturazione. L'artiglieria da campagna è ordinata su batterie monocalibro <li otto pezzi. Pisacane giudica opportuno, vista la particolarità dell'impiego, riunire gli obici in apposite batterie e brigate. Anche i cannoni da 6 e da 12, unici calibri ammessi, e l'artiglieria a cavallo sono
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raccolti in brigate omogenee di cinque batterie. Manca del tutto, perché ritenuta inutile, l'artiglieria da montagna. Pisacané è infatti contrario, per gli stessi motivi che lo inducono ad avversare la guerriglia, alla guerra in montagna. Se si dovesse fare un confronto di organici tra l'esercito progettato da Pisacane e quello realizzato da Ricotti nel 1871, si potrebbe notare che le brigate <li fanteria, come abbiamo visto sostanzialmente equivalenti, sono 125 anziché 45 ( 40), l'artiglieria da campagna è su 150 batterie contro 80, la cavalleria conta 50.000 cavalli contro 14.000. Mo.lto forte, nel progetto pisacaniano, il corpo del genio, con 60 compagnie fra zappatori, minatori e pontonieri. Piuttosto esiguo il corpo sanitario; per la cura dei feriti si fa largo affidamento su medici e ospedali civili. Come combatte l'esercito disegnato da Pisacane? Esso tende a coincidere con l'insieme delle forze vive del Paese. Il nostro autore considera infatti << un'idea contro natura » ogni limitazione di impegno nel conflitto. Occorre condurre una vera e propria guerra totale, senza risparmiare una sola delle energie nazionali. Unici limiti da osservare sono quelli costituiti dall'ampiezza del teatro di ope~ razioni, dalle esigenze di comando e di collegamento e dal gettito massimo di soldati che un popolo può dare, secondo Pisacane circa il dieci per cento della popolazione. In tal modo anche un piccolo Stato può mettere in campo un buon esercito, dimostrando che « i principi della guerra grossa son guarentigia all'indipendenza dei piccoli Stati che si governano con libero reggimento » ( 41) . Altro limite alle dimensioni dell'esercito è l 'opportunità di conservare un determinato rapporto quantitativo con le « armi dotte », che richiedono una preparazione di uomini e mezzi attuata fin dal tempo di pace. E' per questo motivo, la necessità cioè di conservare armoniche proporzioni fra le varie armi, che Pisacane stabilisce con tanta cura anche delle minuzie gli organici del suo esercito, fissando per ogni unità maggiore o minore il numero di uomini, cavalli e carri. La forza dell'esercito è stabilita in relazione alla lunghezza e conformazione delle frontiere da difendere. Circa 200 .000 uomini sono considerati sufficienti per agire sulla principale linea di ope-
( 40) Considerando i 10 reggimenti bersaglieri corrispondenti a cinque brigate. ( 41) PISACANE, Saggi storico-politico-militari, cit., vol. IV, cit., p. 108.
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razioni del nemico, mentre distaccamenti di 20.000 uomini ciascuno sono destinati alla copertura delle altre vie di facilitazione. Nella previsione di dover garantire la frontiera alpina da nordest e da nord-ovest, occorreranno due grosse armate di 200.000 uomini, più 100.000 per sbarrare gli altri sbocchi dalle Alpi e un'aliquota in riserva generale . L 'esercito italiano, per far fronte a ogni evenienza, « difendere l'Italia dal mondo intero » dice Pisacane, dovrebbe contare perciò da 500.000 a 600.000 uomini. Egli fissa, nelle tabelle inserite nel suo testo, con l'abituale precisione, la forza totale in 555.103 uomini, con ben 218.100 cavalli e 44.418 traini. Si tratta di un complesso veramente enorme, per quei tempi, suddiviso in 16 legioni con forze variabili adeguate al compito, mai superiori però ai 30.000 uomini di fanteria. La mobilità strategica di questo grande esercito, destinato forse, secondo Pisacane, « a combattere la causa della rigenerazione europea sul Danubio » (42) è assicurata <la un imponente carriaggio, con circa 5 .000 vetture per le munizioni e 30.000 per le sussistenze, capace di garantire all'armata una completa autonomia per venticinque giorni. Oltre al grande disegno strategico che l'autore ha in mente, deve spingere verso una larga predisposizione di mezzi per i rifornimenti il ricordo della triste esperienza d el difettoso vettovagliamento durante la campagna del 1848. La struttura gerarchica dell'imponente esercito è assai semplice: un solo generale, comandante di tutta l 'armata, 30 tribuni per il comando delle legioni e per gli incarichi al comando generale, compreso un maestro di campo generale che svolge le funzioni di Capo di Stato M aggiore, 120 maestri di campo per il comando delle divisioni e per altri incarichi. I tribuni e i maestri di campo, riuniti insieme, formano il Tribunato militare, che ha il potere di nominare il generale e di giudicarne l'operato, di controllare l'addestramento e l'organizzazione tecnica delle unità mediante l 'invio di ispezioni. Gli ufficiali generali del grande esercito sono complessivamente 150, ma va notato che i brigadieri per il comando delJe 215 brigate e per le altre mansioni di livello corrispondente sono considerati ufficiali superiori insieme ai colonnelli comandanti di battaglione, squadrone o batteria. I gradi inferiori sono quelli di capitano,
(42) I bidem, p. 113.
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tenente e sergente. Il servizio di stato maggiore è svolto sempre da ufficiali provenienti dal corpo degli esploratori, che a tal fine ricevono uno speciale addestramento. Un esercito così numeroso ha bisogno di una organizzazione logistica non solo abbondante di mezzi, ma anche accuratamente predisposta e strettamente legata al piano d'azione. Pisacane scrive pagine <li grande e ancor attuale interesse quando rapidamente traccia lo schema logistico delle operazioni. Dall'impostazione del sistema dei rifornimenti, che prevede anche basi fisse d'appoggio, si può dedurre una interessante concezione della difensiva. Secondo Pisacane, anche per non disorganizzare il sistema logistico, il generale deve predisporre un proprio preciso piano di difesa, evitando di aderire plasticamente al piano nemico col contrapporre una propria mossa ad ogni mossa del nemico. Se non si può imporre il proprio concetto d'azione al nemico, bisogna almeno evitare che esso imponga il suo. La prima parte dell'Ordinamento ci fornisce il disegno ampio e armonico di un grande esercito, degno di una delle maggiori potenze europee, capace di difendere il territorio nazionale dal « mondo intero», ma anche di operare al di là delle Alpi imponendo la propria iniziativa all'avversario. Nonostante la semplicità e simmetria dell'articolazione, esso richiederebbe per il solo fatto delle proprie dimensioni un comando di grande capacità professionale e di enorme energia che, con visione troppo limitata della guerra moderna, Pisacane tende a identificare con la persona del generale in capo, pur se egli è assistito da un gruppo di ufficiali, esattamente quantificato in 68 uomini. E' l'esercito di un paese che non lesina le cure e non bada a spese per dotarsi di un organismo militare capace di garantire largamente la sua indipendenza anche al di foori di ogni alleanza, forte e sicuro strumento di una politica che si sviluppa su scala europea. Quel che sembrerebbe un progetto tecnico disegnato con larghezza di vedute, anche se con scarsa considerazione delle limitate possibilità economiche della nazione, è completato da una parte più dichiaratamente politica che ne sottolinea ulteriormente l'originalità e dimostra come nel pensiero di Carlo Pisacane scienza militare e concezione politica siano giunte ad equilibrarsi ad un livello veramente elevato.
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Niente meglio che le parole con le quali Pisacane inizia il settimo capitolo del libro può darci il senso della sua costruzione politico-militare e metterne in evidenza il fondamento etico: « Abbiamo, nei precedenti capitoli, scelto le armi, armati e vestiti i militi, stabiliti gli ordini , i vari corpi, la proporzione che serbar debbono fra loro, la forza dell'intero esercito , il modo come ripartirlo e le cariche; abbiamo discorso del modo e dei mezzi come provvederlo in campo, ma fin qui non facemmo altro che costruire una macchina senza vita, un automa che manca di volontà e di passioni, ora ci occuperemo <lel modo come determinare quella ed eccitare queste» ( 43 ). Gli stretti legami che raccordano fra loro esercito e societa, operanti e<l efficaci anche quando li si vuol negare, tornano in primo piano. E con essi quegli essenziali fattori morali, ben più complessi di quello spirito di corpo tanto sottolineato dai fautori degli eserciti dinastici , che soli possono trasformare la macchina inerte in orga. . rusmo vivo. Primo fattore di valorizza:d011e dello strumento militare di nuovo modello è l'essere esso formato dai liberi cittadini di un libero paese, coscienti che il loro sacrificio risponde alla volontà e agli interessi superiori di tutta la nazione. Altro fattore moltiplicatore del valore dell'esercito è l'essere comandato da uomini scelti per la loro capacità e per la fiducia che riescono ad isp irare ai loro immediati dipendenti, al di fuori dei favoritismi e del freddo e inerte criterio dell'anzianità. Il principio elettivo applicato ad ogni livello di comando, che a prima vista appare l'elemento caratteristico dell'ordinamento pisacaniano, non ha nulla a che vedere con l'idea della rappresentanza che è alla b ase delle elezioni politiche o amministrative. Non si tratta di scegliere chi meglio rappresenti i militari dei vari gradi , secondo un criterio ispirato ad una concezione di equilibrio pluralistico proprio del regime costituzionale, probabilmente estranea a Pi sacane anche nel campo puramente politico. Si tratta <li scegliere i migliori , i più preparati ad esercitare il comando. Non sono previste procedure assembleari, come avveniva in quei tempi per la scelta degli ufficiali della Guardia Nazionale, una istituzione verso la quale Pisacane nutre cordiale antipatia, né (43) I bidem, p. 137.
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votazioni plebiscitarie poiché « per eleggere un uomo destinato ad una carica per cui si richiedono speciali cognizioni il suffragio universale è assurdo » ( 44 ). Occorre che gli elettori siano in grado di giudicare le qualità che si richiedono all'eletto. Le elezioni avverranno perciò con criterio graduale, per piccoli gruppi e con un rapporto fra elettori ed eligendi mai superiori a quello da dieci a uno. Tutti vengono chiamati a scegliere chi debba rivestire il grado immediatamente superiore al proprio, non necessariamente fra gli stessi elettori, ma in un ambito che si allarga man mano che si ascende la scala gerarchica. Pisacane si dice sicuro, ma sembra arduo condividere la sua sicurezza, che ad ogni livello la scelta cadrà sulle persone di maggior merito e non su quelle che meglio riusciranno, con argomenti diversi, a suscitare la simpatia dei colleghi. A moralizzare l'elezione dovrebbe contribuire il fatto che i militari di qualsiasi grado sono privi di un proprio stipendio, ma ricevono alla fine del servizio un compenso pari ai guadagni che avrebbero realizzato nella loro attività civile, dedotte le spese di vettovagliamento. Ciò non toglie che agli ufficiaJi siano riservati speciali riguardi nell'equipaggiamento e nell'alloggio. Chiave della scelta del sistema elettivo è l'idea che « l'ubbidienza in guerra, pronta, illimitata, spontanea, non può ottenersi senza il convincimento che il più sublime in grado sia eziandio il più meritevole (45). L'amministrazione militare, intesa sia nel significato più generale, sia in quello di servizi di commissariato e di amministrazion e, fa capo ad organismi civili a carattere elettivo, i Consigli di amministrazione, con sedi in ognuno d egli undici Circondari Militari nei quali è suddivi~o il territorio italiano. Dipende dai Consigli di amministrazione tutta la struttura logistica territoriale , compresi i magazzini e gli stabil imenti di artiglieria sui quali il Tribunato militare esercita un controllo tecnico, nonché i commissari militari che curano l'amministrazione e i rifornimenti dei reparti. Mentre in tempo di pace non esiste una amministrazione centrale militare, al momento della mobilitazione gli undici Consigli di amministrazione eleggeranno un questore, in sostanza un intendente generale, che seguirà al campo
(44) Ibidem, p . 148. ( 45) Ibidem, p. 142.
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il generale in capo e ne dipenderà direttamente. Verrà realizzata così anche nel campo logistico-amministrativo una assoluta unità di indirizzo.
In tempo di pace, invece, tra ammrn1strazione militare, di emanazione civile, e gerarchia militare, frutto in sostanza di una cooptazione, si stabilisce un dualismo, che Pisacane sembra implicitamente apprezzare, capace di impedire a ciascuno dei due rami un potere eccessivo. Altra caratteristica dell'organizzazione dell'esercito è il sistema di reclutamento e addestramento previsto da Pisacane. Occorre a questo punto ricordare, e se non lo facessimo la logica pisacaniana ci sembrerebbe astratta e incredibile, che l'ambiente sociale e morale nel quale e del quale vive l'esercito è radicalmente quanto rapidamente mutato dall'avvento della rivoluzione, basata sul binomio libertà e associazione. Ripartiti più egualitariamente i redditi, decentrati ai comuni quasi tutti i poteri dello Stato, adottato il collettivismo nella gestione dei beni, è caduto nei cittadini ogni spirito di sopraffazione. Se quella di .Pisacane è un'utopia militare, ma lo è tutto sommato assai meno di quel che appare, essa non può essere esattamente considerata se non nel quadro di un'utopia sociale, matrice e frutto al tempo stesso dell'indipendenza nazionale. -
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Solo con questo sfondo Pisacane può avventurarsi senza preoccupazioni su un terreno dominato da una visione che potremmo definire panmilitare, tanto è lo spazio che alla preparazione alla guerra, anche dopo, si noti, la conquista de1l'indipendenza, viene riservato nella vita dei cittadini e dell'int·era comunità nazionale. L'addestramento militare fin dall'infanzia, l 'appartenenza di tutti gli uomini validi. fino a 50 anni ad una milizia comunale armata, dotata di gradi e di uniformi e destinata ad inquadrare i cittadini anche nelle assemblee locali, così come avveniva per le tribù nell'antica Roma, tutto insomma fa pensare ad una società intensamente militarizzata. E' perciò in un ambiente già orientato spiritualmente e fisicamente verso il servizio militare che i Consigli del deletto, così, con espressione machiavelliana, vengono denominate le commissioni di leva, anche essi eletti da tutti i cittadini , provvedono con l'ausilio di medici e di maestri di ginnastica a scegliere i giovani dai diciotto . ai venticinque anni abili al servizio.
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Data la precedenza ai volontari, si procederà poi al sorteggio di quanti uomini mancano al contingente di 25.000 che ogni Circondario deve fornire per il successivo triennio e che va ad aggiungersi a quello reclutato tre anni prima, sostituendo coloro che hanno ultimato il sessennio di servizio ( 46 ). Gli arruolati potranno scegliere l'arma preferita , poiché « l'inclinazione è la migliore di tutte le qualità ». Formate le unità di base e compiuta l'elezione degli ufficiali, i nuovi fra questi vanno ·a frequentare le scuole biennali degli esploratori, di artiglieria e del genio e quelle semestrali di cavalleria. I soldati iniziano sul posto il primo periodo addestrativo . Nel sessennio di servizio vengono seguiti due cicli addestrati vi di tre anni ciascuno, al termine dei quali si rinnovano le elezioni degli ufficiali. Premessa di tutto l'addestramento è l'istruzione premilitare impartita nelle scuole a partire dall'età di sette anni, con programmi che prevedono le evoluzioni delle minori unità della fanteria e il tiro col fucile . Dopo il reclutamento, i fanti restano alle armi otto giorni, quindici gli artiglieri, un mese i genieri, quanto è necessario i cavalieri. Ogni sei mesi avviene una chiamata p er un'istruzione di dieci giorni, ogni anno una chiamata p er un campo d 'arma di un mese. Alla fine del triennio tutto l'esercito verrà chiamato contemporaneamente per tre mesi al fine di partecipare in due masse contrapposte alle grandi manovre, che hanno per scopo principale l 'addestramento degli ufficiali dei gradi più alti. Se si prende a base l'addestramento più breve, quello della fanteria , si ha una presenza totale alle armi nel triennio pari a 218 giorni. Poiché ogni uomo compie due cicli triennali, si avrà un minimo di 428 giorni, corrisp ondentì grosso mudu a 14 mesi e una settimana. Quello della forza bilanciata è un concetto cui Pisacane non fa mai riferimento, ma un calcolo abbastanza facile ci consente di s tabilirla in poco meno di 110.000 uomini. Pertanto, si può dire che la spesa per l 'esercito previsto dall'Ordinamento pisacaniano corrisponde a quella necessaria per ten ere p ermanentemen te alle armi
(46) Pisacane non sembra chiarire bene questo meccanismo. Lo si può ded urre, r,erò, dall a d urata sessennale del servizio e dal fatto che ogni Circondario Militare deve fornire permanentemente all'esercilo 50.000 uomini.
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110.000 uom1n1, pm quella per la custodia e la manutenzione dei materiali, negli eserciti permanenti assicurata dai militari in servizio. E' evidente che nella spesa totale per la difesa va compresa quella per le scuole degli ufficiali delle « armi dotte », per l'apparato amministrativo circondariale e, ultima ma più rilevante, quella per l'istruzione premilitare. L'addestramento realizzato ha maggior « freschezza » per i frequenti richiami, ma non si può dimenticare che, sempre, solo metà dell 'esercito mobilitato è completamente addestrata. Una norma inspiegabile è quella che prevede, all'inizio di una guerra, il completo rinnovo degli ufficiali. Nel periodo sempre critico ddla mobilitazione, l'esercito si troverebbe praticamente senza ufficiali e intento alle operazioni elettorali che si concludono con l'elezione da parte del Tribunato del generale in capo. In una guerra aggressiva, il sistema poteva anche funzionare, ma se il conflitto fosse stato conseguenza di un invasione subita e non prevista, è facile indovinare le gravissime conseguenze di un simile periodo di inattivi tà. Pisacane giustifica questa sua strana idea con l'opportunità che l'esercito entri in campo agli ordini di capi cui abbia di recente espresso la propria fiducia. Per tutta la durata della guerra il capo supremo dell'esercito resta assolutamente indipendente da qualsiasi autorità politica, vero padrone di tutta la potem:a militare della nazione. E' facile intravedere i gravi inconvenienti cui potrebbe dar iluogo questa situazione, che significherebbe anche il totale svincolo della condotta delle operazioni militari dalla politica estera. CONCLUSIONI
Nonostante le premesse socio-politiche utopistiche e numerosi aspetti non congrui o contraddittori, il sistema militare progettato da Pisacane consentiva, scartata risolutamente per motivi essenzialmente di politica interna l'ipotesi di un esercito permanente del tipo tradizionale, <li tenere a disposizione del Paese un organismo militare ampio ma proporzionato nelle sue componenti, continuamente tenuto in esercizio, non con parate sulle piazze bensì con cicli addestrativi seriamente programmati. Inoltre, pur avendo carattere largamente popolare, l'esercito non si diluiva nell'insieme della popolazione. A quest'ultimo proposito, scrive Pisacane che « la milizia non è la società, ma una condizione eccezionale , temporanea, alla quale
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per utile pubblico si sottomettono una parte de' cittadini, e quindi non havvi ingiustizia né inconvenienza se eglino medesimi, stabiliscono p er maggior ordine un limite alla loro sovranità » ( 4 7 ). Nell'insieme dei suoi scritti, frutto di un intenso impegno assunto nel volgere di pochi anni, troppo presto troncato da una fine gloriosa affrontata con fermo e deliberato proposito, Pisacane ci si presenta come il più completo esponente del nostro pensiero militare nel,l 'età del Risorgimento, attento ai contemporanei sviluppi della scienza militare nei grandi eserciti europei e al tempo stesso capace di ragionare partendo dalle esigenze particolari della lotta per ]'indipendenza italiana. Carlo Pisacane incontrò la morte in una impresa che contraddiceva tutte le teorie da lui chiaramente e ripetutamente affermate. Giuseppe Mazzini dopo l'eccidio di Sanza diede di lui un giudizio sviante: « era ì'ufficiale nato per la guerra d'insurrezione, dotato di quella potenza di iniziativa che trova la vittoria dove j] nemico, fidando nella scienza tradizionale, non prevede l'assalto, ed al quale io poteva affacciare i più arditi consigli, securo ch'ei non li avrebbe respinti unicamente perché in apparenza contrari alle cosi dette regole dell'arte bellica » ( 48 ). Enrico Cosenz, i Mezzacapo, Francesco Carrano e gli altri amici militari del periodo genovese non vo11ero rivendicarne le idee, che probabilmente avevano in buona parte condiviso, e si rifiutarono persino di curare l'edizione postuma del saggio sull'ordinamento dell'esercito italiano. Queste circostanze, insieme al suo porsi fuori <lei grandi filoni del movimento risorgimentale, hanno reso Pisacane un pensatore senza eredi, specie nel campo che indubbiamente gli era pm congeniale, quello dell e scienze miiitari. Proprio in questo campo, egli fu ignorato o, peggio, travisato dai posteri. Soltanto un certo numero di pubblicazioni recenti , prima fra tutte l'edizione della sua opera completa, ha contribuito a restituire a Carlo Pisacane la sua vera immagine e il posto preminente che gli spetta n ella storia <lei pensiero militare italiano, non fosse altro che p er aver egli tentato di risolvere, per primo, insieme al problema dell a guerra di indipendenza, quello della difesa militare dell'Italia ad unità conseguita.
( 47) PISACANE, Saggi storico-politico-militari , cit. , vol. I V, cit., p. 170. (48) Riportato da Rosselli, op . cit., p. 105.
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ASPETTI DEL PROBLEMA ADRIATICO CON PARTICOLARE RIGUARDO AL PRIMO RINNOVO DELLA TRIPLICE (1')
1. - L'Unità italiana, prima ancora di completarsi con Venezia e con Roma, aveva dato origine ad uno Stato che si presentava nel contesto internazionale con pretese <li media potenza. Benché il nuovo Regno - proclamato il 17 marzo 1861 - avesse confini difficili per terra e per mare, la pdlitica estera italiana si trovò a gestire una linea di rivendicazioni e di guerre, con la preoccupazione costante di reperire a.lleati capaci di porre in scacco l'Austria. E questo, mentre all'interno quasi ogni settore Jello Stato rappresentava un problema e vaste zone del Mezzogiorno erano agitate da una sorta di guerriglia, nella quale si mescolavano elementi sociali, criminali e politici. Nel Parlamento e nel paese, inoltre, frangie inquiete del vecchio azionismo non perdevano occasione per stimolare il governo a grandi cose e ad allungare lo sguardo lontano.
Così, alla tradizionale politica estera di Torino, tesa verso le ricche pianure del Po, si sostituì una linea ben più complessa, che doveva tener conto, per dirla con Cavour, « degli elementi di forza che ha trovato nelle nuove provincie » ( 1 ). Che poi questi .« elementi di forza », al di là della retorica e delle speranze, potessero rivelarsi elementi di debolezza, era un altro discorso. Gli occhi della nuova Italia, comunque, erano già diretti al cli là dei mari che circondavano la penisola, verso i due punti critici del Mediterraneo che avrebbero attirato, fin dall'inizio della sua esistenza, le aspirazioni dello Stato unitario: Tunisi e il canale d'Otranto.
( *) Lo studio si è avvalso di un finanziamento del Consiglio Nazionale delle Ricerche. (1) G. MALD1NI, I bilanci della Marina d'Italia, Roma 1884, vol. I , p. 183.
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Nei confronti della Tunisia san:bbc stata significativa la lunga stazione navale della flotta italiana nol 1864, accompagnata da qualche ambizione di insediamento sostenuta da piani di sbarco; solo dopo fa delusione del 1881 , come noto, Tripoli avrebbe preso il posto di Tunisi nelle prospettive espansionistiche dell 'Italia. Per l'imboccatura adriatica, invece, il discorso tendeva ad articolarsi subito cd a farsi più attuale. La presenza austriaca e la sfavorevole situazione geografica rendevano acuto il problema. Sul m are chiuso ad oriente della peni sola incombevano prospettive maritti mc preoccupanti. Dal punto di vista militare, la giovane marina austriaca cresceva in efficienza e disponeva di una serie di basi, tra Venezia e la frontie ra meridionale della Dalmazia, ben coperte da isole, isolotti e canali interni ch e le consentivano manovre molto agevoli e spostamenti improvvisi, mentre all'opposta marina italiana restava soltanto la comoda base di Ancona per irradiarsi verso il litorale av versario. Lo schieramento navale austriaco si avvaleva, in posizione b aricentrica, della base di Pola, mentre la base principale italiana a parte Ancona, del tutto insufficiente alle esigenze della flotta doveva immaginarsi a Brindisi, punto di primario interesse strategico ai fini di un controllo del passaggio obbligato dall'Adriatico allo Ionio, ma porto d'appoggio di scarso rilievo per operazioni da condursi nell 'Adriatico settentrionale. Dal punto di vista economico, « il prevedibile sviluppo dei traffici maritim,mi, già cosl bene iniziati dal Lloyd austriaco, fra il porto di Trieste e i porti situati fuori dell'Adriatico, specie nel Mediterraneo orientale, faceva prevedere una temibile concorrenza a chi avesse sognato la rinascita di quelle tradizionali correnti commerciali con il Levante che avevano fatto la fortuna e la ricchezza delle repubbliche marinare italiane» (2). Gli inglesi, che fino al 1864 dominarono Corfù e le altre isole Ionie, avevano concesso facilitazioni conunercia-
(2) M. GABRJF.LF., La politica navale italiana dall'Unità alla vigilia di Lissa, Milano 1958, p . 78. Le grandi scoperte oceaniche avevano ingenerato una sorta di paralisi negli scali adriatici, che potevano essere rilanciati dall'apertura del canale di Suez, ma a condizione di essere b en collegati con entroterra svil uppati. Da ciò la prevalenza del commercio austriaco in Adriatico « perché la zona J '. influenza dei porti a ustro-ungarici era assai più ricca Jella zona d 'influenza dei putti italiani », C. MAR INELLI e G . SA LVEMINT, La questione dell'Adriatico, rircnzc 1918, pp. 183-89.
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li al Lloyd austriaco, che deteneva il monopolio delle comunicazioni marittime locali in quasi tutto l'Adriatico, proponendosi ambiziosi programmi di espansione destinati ad entrare fataLnente in rotta di col[isione con alternativi interessi italiani. Una tale situazione, considerata dal punto di vista di chi invece pretendesse ad una egemonia navale italiana sull'Adriatico, appariva certamente grave. Nel momento in cui Vienna avesse deciso di compiere una scelta di espansione marittima, dietro alla flotta del Lloyd ed al nascente potere navale asburgico avrebbero potuto impegnarsi le risorse e l'apparato economico e militare di una grande potenza. Il contrasto - inevitabile - era nella logica delle cose, e ne sono conferma, da un lato, la prima politica navale italiana impostata sull'idea che occorresse disporre <li una flotta capace di fronteggiare con successo le forze navali riunite della Spagna e dell'Austria (3 ), dall'altro, i ritornanti progetti di sbarco militare sulla costa orientale che presumevano l 'assioma del dominio del mare da parte della flotta italiana ( 4 ).
A qu·esto proposito si µuù ricordare eh<.: l'avventura anfibia nei Balcani non fu soltanto una fantasticheria di esaltati, ché il punto 5 delle istruzioni del ministro della marina, Menabrea, all'apposita commissione di studio riguardava - nel 1861 - l'offensiva in tempo di guerra e chiaramente indicava l'esigenza di equipaggiamenti per sbarchi in una zona abbastanza determinabile. Non solo fuorusciti ungheresi - _- come il Klapka - pensavano ad uno sbarco in Dalmazia che doveva servire da scintilla per incendiare i Balcani e l 'Ungheria , ma a simili prospettive avevano prestato orecchio ed interesse Garibaldi , e lo stesso sovrano . « Approfittando della crescente avversione dei Greci contro re Ottone, Vittori9 Emanuele ( 3) Questo concetto era espresso nelle indicazioni che il ministro della Marina, gen. Menabrea, trasmise nel 1861 alla commissione di studio incaricata di presentare un piano del naviglio; la relazione finale fu allega ta agli Atti del Senato, in seguito alla discussione dell' ll luglio 1862, vertente sull'operato del minbtro stesso. ( 4) Influivano sull'assunzione di tale postulato la sopravalutazione delle modeste vicende mari ttime risorgimentali e una certa faciloneria alimentata anche da autorevoli personaggi, come il Bixio - il quale ebbe a dichiarare alla Camera che se l'Austria avesse cost ruito corazzate, « ce le prenderemo» - cd il Pcrsano - che pure alla Camera affermò: « ... io avrei piena fiducia di poter vincere quand'anche fossimo il terzo in meno », parlando di forze navali - dr. Atti Parlamentari Camera, 1861 , 1° periodo, pp. 1841 e 2009.
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pensava di porre sul trono di quel paese un principe di casa Savoia e di dare inizio alle ostilità contro la Turchia, allora impegnata nel combattere ['insurrezione in Erzegovina. Contemporaneamente Serbia e Montenegro si sarebbero mosse contro la Turchia e un'armata di volontari, guidata da Garibaldi, sarebbe sbarcata sulle coste dalmate. Lo sbarco avrebbe segnato l'inizio della rivoluzione ungherese contro l'Austria e quindi dell'intervento <lelJe armi italiane nel Veneto e nel Tirolo, appoggiate da quelle francesi» (5). Certo, fantasticherie destinate a tramontare rapidamente. Ma in diverse occasioni, tra la proclamazione del Regno e la guerra del '66 , vi si fece riferimento. L'idea conduttrice era quella di una grande manovra aggirante sul fianco meridionale nei confronti di Vienna, utilizzando forze delle nazionalità balcaniche per promuovere, come punto d'arrivo, l 'insurrezione ungherese. Restava da vedere se e perché le forze balcaniche avrebbero dovuto riconoscersi m questa avventura ita!liana, sia pure confortata dalla presenza della figura carismatica di Garibaldi. Intanto, Corfù e le altre isole Ionie passavano alla Grecia, con l 'art. 7 del trattato di Londra del marzo 1864. Si attuava così un suggerimento che l'ammiraglio Martin aveva trasmesso all'Ammiragliato londinese fin dal novembre 1860 (6), e che non poteva far troppo piacere agli italiani, i quali vedevano sfumare la possibilità di stabilire un controllo più efficace in un punto ritenuto critico per
(5) R. MORI, La questione romana, 1861-1865, Roma 1963, p. 72. Vedi anche, ibidem, fino a p. 105 ; R. MoRr, L'I talia e il processo di unificazione germanica, in Le Relazioni italo-tedesche nell'epoca del Risorgimento, Branschweig 1970, p. 25. La frazione garibaldina era convinta, fino alla guerra del 1866, che lo sbarco .in Dalmazia si sarebbe operato e che sarebbe stato affidato alle truppe volontarie, cfr. anche G. MARAlNI , Sulle balze del Tirolo - Il Il battaglione bersaglieri volontari nel Tirolo nella campagna del 1866, Lugano 1915, pp. 9-11: « Opinavano i più per uno sbarco sulle coste della Dalmazia e gettarsi sulle retrovie dell'esercito di operazioni austriaco, mentre l'esercito regolare lo attaccherebbe <li fronte ... ». Del resto, il Bi.xio, sostenendo la necessità alla Camera di potenziare il porto di Ancona, indicò che esso doveva essere in grado di contenere « 25.000 uomini pronti per poter essere imbarcati », APC, 1861-62, 3° perio<lo, Roma 1881, voi. V, p. 2793. Per Klapka, d r. GABRIELE, La politica navale, cit., pp. 136-38. (6) « Io credo che sarebbe cosa saggia dare ]e isole Ionie alla G recia, od a qualsiasi altra p otenza europea eccetto la Francia ... », in « Naval and Military considerations with re/erence to the Ionian Islands - Confidential », Public Record Office, Londra, Admiralty I , 5733, fase. 834.
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la loro strategia marittima. E il disappunto era certamente aggravato dal fatto che lo stesso trattato recepiva la convenzione marittima anglo-austriaca del 1° dicembre 1853, che concedeva al Lloyd il monopolio del traffico con l'arcipelago e favoriva lo sviluppo dei commerci della compagnia di Trieste, assicurandole un punto d 'appoggio proprio sulla porta dell'Adriatico. L'interesse per le coste balcaniche dell'Adriatico si estendeva a tutta l'area marittima greca ed a quella turca del Levante - con particolare riguardo a Salonicco - nonché a!lle acque romene intorno alle bocche del Danubio, nel lontano Mar Nero. Tali presenze navali sottolineavano un interesse politico del Regno d'Italia, sia in ordine a prospettive o pretese d'influenza nel Levante ed in genere ovunque fosse possibile immaginare future eredità dal « grande malato » ottomano, sia in ordine ad interessi economici e commerciali - alcuni di antica data, ché il vecchio stato sabaudo, ad esempio, soleva approvvigionarsi di grano sulle coste settentrionali del Mar Nero collegati quasi sempre all'esistenza di piccole, ma attive colonie italiane. Tuttavia, una zona precisa della costa adriatica orientale appariva destinata ad alimentare costantemente l'attenzione italiana: il litorale albanese, verso cui, fin dal primo decennio postunitario, si andarono precisando ambizioni di influenza, quando non addirittura di insediamento. L'Albania era caratterizzata da un'equazione politico strategica tale da candidarla naturalmente agli appetiti espansionistici. Etnicacamcnte distinta dai popoli balcanici contermini, male amministrata dai turchi, era divisa all'interno da profonde e radicate rivalità - religiose, tribali, personali - che ne ritardavano lo sviluppo e la rendevano più debole. Il paese era rimasto estraneo al movimento nazionale slavo, al quale anzi doveva guardare con diffidenza per le aspirazioni della Serbia e del Montenegro ad ingrandimenti in territorio albanese, cui facevano da contrappunto altre aspirazioni territoriali elleniche nel mezzogiorno. E' abbastanza comprensibile, in tali condizioni, che sulla sponda occidentale dell'Adriatico si ritenessero tempi e situazione maturi per attuare qualche tentativo di penetrazione. La localizzazione geografica dell'Albania, disposta di fronte alle coste pugliesi, appariva d'altra parte più interessante dal punto di vista militare, venendo a costituire lo stipite orientale della porta d'accesso all'Adriatico ndl punto più stretto. L'avvenuta cessione alla
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Grecia delle isole Ionie contribuiva ad esaltare l'importanza delle coste albanesi, dal momento che queste rappresentavano ormai per l'Italia - caduta la possibilità di acquisire Corfù per l'evidente indisponibilità britannica - l'unica soluzione alternativa utile a conseguire il controllo del Canale d'Otranto. Come si è accennato, già dagli anni '60 si fecero molto frequenti le presenze di navi militari italiane nelle acque greche ed in quelle albanesi. Benché assai più frequenti nei porti greci - dove si susseguivano crociere di cortesia e manifestazioni amichevoli a missioni improntate ad esibizioni di forza, anche per incidenti futili le toccate delle unità italiane si estesero sempre più ai punti d'approdo della costa albanese, e rileggendo le istruzioni date volta per volta ai comandanti delle unità navali si ha l'impressione che ogni occasione fosse buona per far comparire negli scali albanesi il tricolore della regia marina. Nel gennaio 1869, nello schema di condizioni presentate a Parigi dall 'Italia per aderire ad una triplice austro-franco-italiana che oltre al ragsi ventilava in funzione antiprussiana, figuravano giungimento delle frontiere naturali nel Trentino, sull'Isonzo e nella valle <lel Roja, all'evacuazione delle truppe francesi da Rom a ed alla soluzione prossima della questione romana ed al rimborso delle spese di guerra - anche « altri territori », nei quali il Mori individua « la creazione di uno stabilimento marittimo e commerciale o sulle coste della Tunisia o su quelle orientali dell 'Adriatico », in particolare, per quanto si riferisce a quest'ultima eventualità, Valona o Dulcigno (7), Come si vede, vi era una certa insistenza cd una certa continuità nella politica italiana in direzione della vicina cost;1 b,1lcanica. Anche la decisione di valorizzare Taranto - che, secondo il ve rbale del 25 giugno 1873 della commissione, mista per la difesa generale delle coste, avrebbe dovuto << prestare a noi servizi analoghi a quelli che Malta presta agli inglesi » proposta dalla commissione stessa, presieduta dal generale Menabrea, rispondeva all'idea di realizzare un sistema organico <li basi collegate intorno al polo pugliese, capace di spostare a favore dell'Italia l'equilibrio strategico nella zona ionia prospiciente al Canale d'Otranto. E le corrispondenti preoccu-
(7) R. MORI, I/ tramonto del potere temporale, Roma 1967, p. 364; Io. Le relazioni italo-tedesche, ccc. cit., pp. 120 e 122.
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pazioni austriache, in relazione a tale rafforzamento, erano evidenti, nel viaggio del ministro della guerra, generale Kuhn, lungo la costa dalmata, nella primavera 1873, a11a ricerca di un punto adatto per costruirvi un nuovo porto militare in luogo di Sebenico (8). In questa fase storica la marina italiana si riteneva largamente superiore a quella austriaca, ma ogni possibile aumento della capacità operativa delle forze di Vienna veniva considerata con estrema attenzione. Nei circoli della Marina si pensava che l'acquisizione di nuove basi suna costa orientale adriatica - e un aumento generale delle capacità di proiezione navale dell'Austria-Ungheria - avrebbero dovuto essere controbilanciati <la un'opera:.::ione di contenimento sulla sponda meridionale opposta a quella italiana. Ma il peso deJla Marina in Italia non poteva assolutamente paragonarsi - all'inizio degli anni '70 a quello che possedeva l'Ammiragliato britannico in ordine alla formulazione della politica estera del paese. Nel momento in cui la rivoluzione scoppiava nei Balcani, quindi, il governo di Roma non era orientato ancora a chiedere compensi nell'Adriatico meridionale, neppure come alternativa al Trentino. Perché al Trentino, come noto, si pensò subito. Ricorda lo Chabod (9) che il 7 agosto 187 5 l'ambasciatore a Vienna Robilant scrisse al Visconti Venosta che l'Austria poteva essere alla fine costretta ad annettersi la Bosnia-Erzegovina e che ciò avrebbe forse costituito una occasione « unica » di migliorare la frontiera italiana nella valle dell'Adige o dell'Isonzo. Che questa fosse una pia illusione è bene anticiparlo subito, anche se il Robilant se ne rese conto solo in seguito. Il 24 maggio 1874, in una celebre nota all'ambasciatore austriaco a Roma, Wimpffen, l 'Andrassy aveva escluso recisamente ogni possibilità di discussione sulle terre irredente , anche sotto forma di compensi a fronte di acquisti territoriali austriaci nei Balcani. E ben dovette rendersene conto il Robilant durante il col-
(8) Le motivazioni dell'iniziativa andavano ricercate, secondo il rapporto del 21 maggio 1873 del console italiano di Piume al ministro degli Esteri, in: « 1. La risoluzione presa dal governo italiano di creare uno stabilimento marittimo in Taranto. - 2. I timori che l'Austria ha della propaganda separatista slava per cui vuol essere parata ad ogni eventualità ed avere un punto dove concentrare con facilità e sicure7,za le sue forze », Archivio Ufficio Storico della Marina Militare, Roma, busta J 09, fase. l. (9) F. CHABOD, Storia della politica estera italiana dal 1870 al 1896, vol. I , Bari 1951 , p . 690.
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loquio del 16 ottobre 1876 con l'Andrassy, nel corso del quale il ministro degli estesi austriaco ebbe modo di ribadire duramente il punto di vista di Vienna sull'argomento (10).
(10) Vale la pena di riportare, dal rapporto di Robilant al muustro degli Esteri Mclcgari redatto il giorno successivo, qualche passo particolarmente significativo: « ... mi manifestò aver ricevuto da Pietroburgo e da altri luoghi comunicazioni positive che gli davano l'assicurazione che il R. Governo aveva dichiarato che, se in consegu=a dell'attuale crisi orientale, l'AustriaUngheria fosse per annettersi una qualche porzione del territorio turco, l'Italia intenderebbe essere compensata di quell'ingrandimento del vicino, coll'annessione del Trentino e di altri territori compreso Trieste. « Di Trieste» - dissemi - « facciamone astrazione: essa faceva prima parte dell'Impero germanico, dunque ogni discussione al riguardo sarebbe superflua. In quanto al Trentino poi tengo a dirvi che fermo resta sempre la nota che al riguardo scrissi al conte Wimpfen e: che S.M. il Re dichiarò all'Imperatore di accettare pienamente». Egli l'aveva sul suo tavolo stampata e volle porgermene un esemplare, che ricusai, dicendo, come è vero, che me lo aveva già dato un'altra volta. « Del resto» - egli soggiungevami - « noi siamo animati dal più vivo desiderio di mantenere oltu.ui rapporti c.:un vui, ma precisamente pe::rciò sono costretto a dichiarare che ove, per una ragione qualunque, venisse a verificarsi il caso, che spero non succe::derà, perché faremo quanto dipenderà da noi per evitarlo, avessimo ad acquistare qualche territorio nuovo, non perciò ci rassegneremmo a cede::rvi (una) parcella qualunque del territorio situato al di qua della comune frontiera stabilita dal trattato con voi stipulato. Neppure un villaggio cederemmo ed ove ci vedessimo minacciati di un'aggressione non l'aspetteremmo ». A questo proposito poi mi disse parlarsi .in Trieste di un'invasione prossima di Garibaldini, che ove si effettuasse sarebbe, come di ragione, respinta a fucilate. A conferma del suo dire egli aggiungevami il solito non infondato argomento che l'Austria Ungheria p er considerazioni etnografiche è nell'assoluta impossibilità di rinunciare mai ad un lembo di territorio a favore di un vicino Stato, in considerazione dell'eguaglianza di nazionalità: poiché ammesso quel principio per una delle nazionalità, tutta la Monarchia non tarderebbe ad andarsene -in brandelli. Io che avevo lasciato parlar<:: il conte fino a quel punto, con servando la più assoluta impassibilità, gli dissi: essere dolente che egli mi avesse lanciato quasi una specie di ultimatum intorno ad una questione:: che era tutt'al più una ipotesi sua e che anzi stavo per dimostrargli non essere fondata sul vero. Ciò premesso, dissi di essere autorizzato a lealmente dichiarargii: che essendo venuto a nostra conoscenza che a Reichstadt si era convenuto eventualmente di un ingrandimento dell'Austria mediante annessione della Bosnia, avevamo informato alcuni governi amici, che noi considereremmo quell'eventualità, ove venisse a verificarsi, come contraria ai nostri interessi ; poiché verrebbesi in tal maniera ad aumentarsi ancora con nostro danno la già esistente preponderanza dell'Austria nell'Adriatico. Il conte Andrassy oppugnò questo punto di
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2. - Ma ritorniamo al momento in cui la sollevazione dei contadini cristiani dell'Erzegovina contro i proprietari turchi riapriva, nel luglio 1875, la questione d'Oriente . La prima Dreikaiserbund - del 22 ottobre 197 3 - aveva rilanciato gli appetiti di Vienna e di Pietroburgo nella penisola balcanica. La rivolta sembrava offrire nuove prospettive di movimento ai circoli militari austriaci, convinti della necess.ità di estendere alle spalle de1Ia Dalmazia i confini dello Stato, ed ai fautori della politica panslava russa, di cui era massimo esponente il generale Ignatiev, ambasciatore a Costantinopoli. Gli uni miravano a]IJ.a Bosnia ed all'Erzegovina, gli altri alla dissoluzione vista, dicendo di non potere capire come un aumento di territorio dietro la costa che l'Austria Ungheria già possiede, possa aumentare la potenza marittima. A questo ragionamento io gli contrapposi l'opinione sempre manifestata dal partito militare, essere necessario pel sicuro e proficuo possesso della Dalmazia che le terre a cui esso s'appoggia facciano parte della Monarchia. Questa considerazione è stata tante volte ripetuta nei più competenti circoli militari che in verità il conte non trovò a proposito di confutarla intieramente e si limitò a dirmi: che sino a quando la Bosnia e l'Erzegovina resterebbero terre turche, l'Austria non avrebbe alcun bisogno di annettersele, ma che il giorno in cui dovrebbero costituire da p er sé uno stato autonomo o far parte di uno stato slavo, ll comincierebbe il pericolo per la Dalmazia, e l'Austria non potrebbe fare a meno di garantirsene assicurandosene il possesso ... ... Non v'ha più dubbio per me che ogni qualsiasi ulteriore discussione, anche soltanto teorica, intorno al nostro diritto di ottenere, in compenso di un ingrandimento dell'Austria in Oriente, una porzione di territorio austriaco ove si parla la nostra lingua, condurrebbe senz'altro ad una quasi immediata rottura delle relazioni. Il conte An<lrassy mi accennò <li nuovo che ove credessimo ci fosse necessar.io un compenso, lo potremmo trovare in oriente, a Tunisi p. e. od altrove: e su questo terreno l'Austria non sarebbe aliena dall'appoggiare le nostre pretese ... Che ove noi intendessimo di fronte ad una qualche eventualità, da soli o coll'appoggio di altre potenze, lasciare il campo della discussione teorica per passare su quello della rivendicazione effettiva, permettendo la formazione di bande di volontari allo scopo di invadere territori austriaci ed affe rmando in altro modo le nostre pretese, ciò sarebbe senz'altro considerato come un casus belli, « et du momcnt où l'Italie montrerait d'étre décidée à altérer à son profit la frontière actuelle avec l'Autriche, nous nous mettrions en mesure de la modifier au nutre »: queste sono le sue testuali parole ... , M. GABRIELE, Sulla possibilità di una espansione strategica it aliana nel basso Adriatico e nello Ionio durante la crisi d'Oriente del 1875-1878, in « Storia e Politica », IV, 2 ( aprile-giugno 1965), pp. 448-50. E' il caso di rilevare che la doccia fredda ebbe un effetto cosl scoraggiante sulle speranze dell'ambasciatore italiano, che egli non tentò nemmeno di approfondire se le parole « Oriente » o « altrove » includessero qualche punto dcll' Adriatico.
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di tutto il settore settentrionale dei domini turchi. Intanto Serbia e Montenegro annunciavano misure militari, preparandosi a prendere le armi, e altrettanto faceva la Grecia, pronta a cogliere ogni occasione per continuare la propria lotta contro i turchi. La crisi trovava l'Europa divisa da profonde diffidenze . I rapporti tra la Francia e la Germania avevano raggiunto livelli di tensione molto elevati nella prece dente primavera; g:li accordi e le intese esistenti apparivano poco stabili e rischiavano di essere superati al primo colpo di scena. La politica balcanica russa allarmava Londra, convinta che la linea panslava fosse strumentale ad una spinta verso il Mediterraneo. In tali circostanze, il Foreign Office considerava preferibile una <liscesa austriaca in Bosnia ed Erzegovina, piuttosto che l'inserimento russo in moti che potevano evo>lvere verso incontrollabili sbocchi. Nella difficile congiuntura internazionale, il rafforzamento della posizione austriaca sembrava il minore dei mali, dal punto di vista degli interessi britannici. Di qui la ricerca di una stabilizzazione alla vecchia maniera europea, sottovalutando i'impatto della questione nazionale slava ( 11 ) per affidare ancora una volta la pace del continente alla graduazio ne degli equilibri tra le grandi potenze tradizionali. La posizione italiana era caratterizzata da elementi contraddittori. Da un 'lato - come si è detto - fantasie neobalbiane innescavano l'illusione di possibili scambi , che avrebbero implicato adesione all'espansione austriaca nei Balcani. Dall'altro, un rafforzamento della vecchia n emica dava luogo a preoccupazioni politiche e strategiche consistenti ed apriva la strada all'esigenza di procurarsi dei contrappesi nell'area adriatica, in termini econom ici e militari. Una operazione di questo genere era immaginabile solo nella zona meridionale. In Dalmazia - come aveva ben chiarito il deputato Maldini alla Camera in occasione del <libaLtito del novembre 1875 concernente inci<lenti occorsi tra operai italiani e slavi su quel litorale « nessun partito e forse neppure una qualche individualità pensa ad una unione con l'Italia » ( 12) . L'inferiorità militare n ei confronti
( 11 ) Mentre proprio questa crisi faceva maturare - in singoli personaggi e nel popolo - la coscienza nazionale ; cfr. anche AN. DRAGNICH, Serbia, Nikola Pasic and Yugoslavia, New Brunswick (N.J .) 1974, pp. 13-15. (12) APC, Sessione 1974-75, voi. Vll, Roma 1875, pp. 4635-43. Vedi anche MARINP.LLI e SALVEMI NI , cit., pp. 79-147 e 265-75.
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dell'Austria-Ungheria, d'altra parte, sconsigliava di correre ogm nschio di frizione diretta. Restava l'Albania.
In coincidenza con la salita della Sinistra al potere, un noto navalista italiano scriveva, nella primavera 1876, che l'imboccatura adriatica - considerando da un'ottica mediterranea i problemi marittimi del Paese - costituiva uno dei più importanti avamposti « contro gli insulti di qualunque Potenza mediterranea o che nel Mediterraneo abbia un punto d'appoggio»: il problema centrale per l'Italia, contro una minaccia proveniente dal Levante, consisteva nell'essere in grado di impedire ad un nemico di risalire l'Adriatico. « Allora conviene sbarrargliene l 'entrata, schierandosi a battaglia nel Canale d'Otranto, là dov'è più stretto il passo, dove scorgonsi dal mare egualmente le scoscese montagne di Valona in Albania, e le armoniose linee di Capo Santa Maria» (13 ). Se questo era vero, era ancora più vero il contrario, e cioè che un controllo italiano su quel tratto di mare avrebbe potuto condizionare l'imbottigliamento dentro l'Adriatico della marina austriaca. In questa chiave va considerata la missione che il capitano di vascello Arminjon ed il Maggiore di SM Osio svolsero durante l'estate 1876 lungo la costa adriatica orientale, a bordo della corazzata Castelfidardo. I due ufficiali sconsigliavano avventure nell'interno della penisola balcanica, propendendo invece per l'acquisizione di uno o più punti d 'appoggio sull a costa albanese o epirota. Essi scrivevano: « ... il bisogno che si farà ogni giorno più urgente per l'Italia di essere padrona dell'Adriatico, potrebbe ... suggerire di limitare le operazioni in Albania od in Epiro alla presa di possesso di qualche punto importante del littorale. Senza dubbio, sarebbe questo il miglior risultato che potrebbe ricavare l'Italia da spedizioni siffatte; e lo si otterrebbe evitando tutte le gravi difficoltà di operazioni militari nell 'interno, e tutte le altre più gravi che verrebbero dopo ... Le posizioni che corrisponderebbero meglio alle esigenze della politica italiana ed a quelle della nostra futura grandezza militare e commerciale sono Prevesa, Valona , Durazzo e Corfù» (14). Natural-
( 13) A.V. VECCHJ, Sulla strategia navale dell'Italia, in ««Nuova Antologia », XXXI , aprile 1876, pp. 801-20. (14) « Corfù è senza dubbio la chiave dell'Adriatico ... » - affermavano gli estensori del rapporto - i quali non si nascondevano però le difficoltà cli natura politica che sarebbero sorte in caso di mosse imprudenti verso l'isola ionia, « stanti le inevitabili gelosie d ell'Austria e dell'Inghilterra ed i diritti
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mente, un'azione sulla sponda orientale avrebbe dovuto integrarsi opportunamente con il potenziamento e la valorizzazione completa del sistema pugliese di basi, imperniato su Brindisi e Taranto. E' appena il caso di ricordare che queste fantasie romane erano del tutto al di fuori deHa realtà. Debole e bisognosa di pace ( 15), l'Italia era sempre più emarginata dal gioco internazionale che si faceva sempre più serrato intorno ad una situazione balcanica incandescente. Come noto, in seguito ai moti del 1875, il governo di Costantinopoli aveva accettato l'assistenza di una commissione consolare composta dai rappresentanti di 6 potenze, tra cui l'Italia, ma i successivi turbinosi avvenimenti del 1876 avevano messo in moto altri giochi. La Porta aveva accettato di concedere l'amnistia ai ribelli, proposta dailla nota Andrassy del febbraio, ma in aprile gli insorti avevano avanzato nuove richieste che non erano state accolte dai turchi. In maggio, mentre Austria, Germania e Russia proponevano col memorandum di Berlino 2 mesi di armistizio e di nuove riforme e misure concertate, Londra si dissociava temendo che si volesse smembrare l'impero ottomano. Intanto la sollevazione bulgara innescava durissime repressioni turche, che ai primi di luglio inducevano Serbia e Montenegro a scendere in guerra. Il memorandum di Berlino non aveva potuto essere presentato, perché il 29 maggio - un giorno prima della data fissata per la
riservatisi da quest'ultima». Il testo della « Relazione presentata dal Capitano di Vasc~tlo comm. Arminion e dal Maggiore di Stato Maggiore cav. Osio sulla ricognizione operata sulle coste d'Albania», datata da Br,indisi, 8 settembre 1876, in GABRlELE, Sulla possibilità, ecc., cit., pp. 442-45. E più tardi , sul « Giornale d'Italia » del 30 dicembre 19 14, il colonnello Barone, noto critico militare, avrebbe scritto che Valona assicurava il « dominio di entrambe le sponde adriatiche nel punto in cui esse maggiormente si avvicinano, dando all'italia le chiavi dell'Adriatico, il comando sullo sbocco di esw sullo Jonio, e la possibilità di bloccare, se non addirittura di strozzare, l'attività militare austriaca ». Sulla improbabilità, invece, di una invasione dal mare delle coste adriatiche italiane, vedi D. RoNAMJCO, La di/ esa marittima dell'Italia, Roma 1881 , p. 6. ( 15) « A noi bisogna la pace e la vogliamo con ogni schiettezza», scriveva T. MAMJANI sulla « Nuova Antolo11.ia » (Il fatto e il da farsi degl'Italiani) dell'agosto 1875, p. 755. Gli avrebbe fatto eco ancora Crispi, in una situazione internazionale del tutto diversa, nell'ottobre del 1887, di ritorno da Friedrichsruhe, dove affermava di avere complottato per la pace: « La pace! Ecco l'intento supremo che perseguiamo ... », F . CRJSPI , Politica estera, Milano 1929, I , p. 309.
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presentazione - un colpo di stato militare aveva deposto il sultano. Ma un nuovo accordo segreto, in attesa dell'esito della guerra, fu concluso tra Alessandro II e Francesco Giuseppe nell'incontro di Reichstadt ( 8-13 luglio): Russia ed Austria-Ungheria non sarebbero interv,e nute, ma in caso di vittoria turca, avrebbero assunto misure di concerto in difesa dei cristiani e, sulla base della nota Andrassy, riforme sarebbero state imposte in Bosnia ed Erzegovina; alla Serbia sarebbe stato garantito il ritorno allo status quo ed a'1 Montenegro la piena indipendenza, con qualche modesto ingrandimento. In caso di sconfitta turca, Bosnia ed Erzegovina sarebbero andate all'Austria e Bessarabia e Batum alla Russia, mentre si sarebbe costituito uno stato slavo non grande; se poi si fosse prodotto un collasso turco, a quanto sopra esposto si sarebbe aggiunta l'indipendenza per la Bulgaria e la Rumelia, la cessione alla Grecia deJla Tessaglia e di parte dell'Epiro e l 'erezione di Costantinopoli in città libera.
Le ripetute vittorie turche complicarono però la situazione, mentre lo zar subiva sempre più le pressioni del partito panslavo. Tn novemhre h R11ssi::i mohilitò, e in dicemhre - henché la politica britannica fosse ora allineata a quella delle altre potenze e Costantinopoli quindi non potesse più trovarvi un appoggio come prima il governo turco respinse le proposte delle potenze: Midhat Pascià voleva mantenere un controllo centralizzato dell'Impero, mentre le riforme proposte andavano in senso opposto. Si andava ormai verso un conflitto russo-turco e inutilmente il nuovo sultano Abdul Hamid II deportò Midhat e cercò di trattare su basi più concilianti: ogni proposta era puntualmente superata dagli eventi e, soprattutto, dalla chiara volontà aggressiva russa, che avrebbe condotto alla guerra nell'aprile successivo. Alessandro II ridiscusse con Vienna i termini dell'accordo di Reichstadt, che fu sostanzialmente confermato a marzo 1877, anche se con alcune modifiche: l'Austria avrebbe avuto la Bosnia e ]'Erzegovfoa se la Russia avesse acquisito la Bessarabia meridionale, e il sangiaccato di Navi Pazar avrebbe continuato a dividere la Serbia dal Montenegro; ove poi la Turchia fosse andata a picco, sarebbe stato creato uno stato slavo non grande, Costantinopoli sarebbe diventata città libera, la Grecia avrebbe avuto - oltre alla Tessaglia e all'Epiro - anche Creta e sarebbe stata riconosciuta l'indipendenza alla Bulgaria, alla Rumelia ed all'Albania. In tale quadro - mentre i russi segnavano il passo davanti a Plevna - si inserì una chiara presa di posizione austriaca circa
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l'Adriatico e l'Albania. Il 20 giugno 1877 rambasciatore Robilant, su istruzioni del ministro degli Esteri Melegari, proponeva a Vienna « un'azione comune » diretta a salvare il popolo montenegrino dall' invasione turca. L'effetto fu assai negativo, perché si sospettò l'Italia di volersi ingerire nelle questioni balcaniche e di avere intenzione di porre a nord dell'Ailbania un punto fermo all'avanzata austriaca in Adriatico. Ciò avrebbe comportato la definizione di un limìte, all'altezza del Montenegro, alla zona d'influenza au striaca, a meridione della quale il governo di Roma voleva forse instaurare una propria zona <l' influenza, evidentemente incentrata sull'Albania. Duramente il'Andrassy rivendicò all'Austria « il diritto di intervenire al momento che avrebbe ritenuto opportuno », senza per questo consultare Roma, e il non equivoco discorso diplomatico fu appoggiato da misure militari assunte, precauzionalmente, verso la frontiera italiana. Tanto bastò perché i responsabili della politica italiana si affrettassero a dare assicurazione di non avere mire in Adriatico ed a ricercare i buoni uffici di Londra e di Berlino per favorire la distensione. Il 21 luglio, rispondendo al Melegari che si affannava a smentire le supposte aspirazioni italiane, l'ambasciatore austriaco a Roma, barone Haymerle, colse l 'occasione per una decisa messa a punto: « Tanto meglio, perché noi non potremmo ammettere un cambiamento a nostro danno nell'Adriatico. L 'Impero austro-ungarico conta 36 milioni di abitanti e non ha che questo sfogo sul mare, noi non possediamo che la quarta parte delle coste, voi ne tenete la metà; non lascieremo quindi nemmeno sorgere l'idea che l'altra quarta parte possa passare nelle mani di una potenza che possiede già tutta la riva opposta: sarebbe tanto che strangolare l'Adriatico». L'atteggiamento negativo sarebbe stato ribadito anch e l'anno seguente, quando in relazione all'avanzata che l 'Austria s i preparava ad effettuare in Bosnia ed Erzegovina, l 'ambasciatore Haymerle iniziò a Roma approcci opportuni, diretti ad ottenere l'assenso italiano, peraltro non condizionante. Andrassy diede istruzioni in proposito il 26 febbraio: « ... siamo ben volentieri disposti ad esaminare amichevolmente il desiderio dell'Italia per un compenso territoriale ... dovrebbe essere naturalmente escluso il territorio austro-ungarico ed albanese»; ed Haymerle gli confermò il 12 marzo: « ... naturalmente non lasciai sussistere il dubbio che i] compenso potesse venir cercato nell'Adriatico o ai nostri confini ».
In realtà, si era nel giusto a Londra, dove « On persiste à croire ... que l'entrée des Autrichiens en Bosnie et Herzégovina a été
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concertée dès le début entre !es trois empires et qu' elle n'a été retardée que par des raisons secondaires ... » (16 ). In tale contesto non potevano contare molto il punto di vista dell'Italia e le sue eventuali ambizioni, tenuto conto della debolezza interna e dell'isolamento esterno del paese. Plevna cadde il 10 dicembre e Adrianopoli il 20 gennaio 1878: il 31 gennaio fu firmato l'armistizio. Il governo di Londra, dopo aver escogitato inutihnente varie proposte intese a risolvere il conflitto frenando la pressione russa sugli Stretti, aveva dovuto prendere atto della ferma volontà dei militari russi di schiacciare la Turchia e di creare una « grande » Bulgaria vassalla di Pietroburgo. A fine '77 una eventuale occupazione di Costantinopoli fu indicata, da parte britannica, come motivo per una concreta azione militare e il 13 febbraio successivo la flotta del Mediterraneo entrò nei Dardanelli col pretesto di garantire i residenti inglesi. Era chiaro fin da allora che il trattato di Santo Stefano, concluso tra la Russia e la Turchia il 3 marzo 1878, sarebbe stato quanto meno ridiscusso dalle altre potenze. Due punti soprattutto venivano contestati: la costituzione di una « grande » Bulgaria comprendente i territori a nord ed a sud dei Balcani orientali e con estensione alla Macedonia e l'allargamento dei confini serbi e montenegrini fino alla contiguità territoriale. Il primo punto spostava esageratamente l'equilibrio a favore della Russia, dal momento che il nuovo stato bulgaro nasceva suo vassallo ed avre bbe premuto direttamente su Costantinopoli, aggirandola verso il Mediterraneo . TI secondo punto avrebbe deluso le aspirazioni di Vienna ad espandere il proprio dominio sulle regioni balcaniche occidentali, dando uheriore esca alla costituzione di quella «grande» Serbia che l'Austria non voleva . Al Congresso di Berlino, le aspirazioni degli insorti e d ei patrioti serbi furono deluse. Trionfarono invece le ambizioni imperialistiche delle gran<li potenze, anche se in misura diversa tra loro. La Russia ottenne - oltre a Batum , Ardahou e Kats - la Bessarabia meridionale per sé, Kotar per la Persia e la Dobrugia per la Romania, ma dovette rinunciare al grande stato bulgaro che aveva imposto
{16) Mclegari a De Launay, 3 agosto 1877, Archivio Esteri Roma, Germania III, Pos. Arch. 1156, Copialettere. Per le citazioni precedenti, vedi A. SANDONÀ, L'irredentismo nelle lotte politiche e nelle contese diplomatiche italoaustriache, Bologna 1932, I , pp. 167-68, 166, 193, 198.
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col trattato di Santo Stefano: nacque così la « piccola » Bulgaria come principato autonomo, mentre alla Rumelia orientale veniva riconosciuto un regime di semiautonomia con un governatore cristiano. L'Austria-Ungheria occupava la Bosnia e l 'Erzegovina e ne acquisiva l'amministrazione, oltre al diritto di intervento nel sangiaccato di Navi Pazar. La Gran Bretagna, col trattato di alleanza difensiva stipulato con la Turchia il 4 giugno 1878, ebbe il diritto di occupare e amministrare Cipro, sia pure con la curiosa formula dell'affitto. L'assetto della penisola balcanica, quale uscì dal Congresso di Berlino, non poteva che essere considerato soltanto una tappa dal movimento nazionale slavo. Veniva riconosciuta l'indipendenza della Serbia, del Montenegro e della Romania, oltre alle autonomie di cui si è detto sopra, ma questi paesi erano rigidamente compartimentati tra i nuovi possedimenti delle grandi potenze. E più tardi, forse, si trovava a pagare un amaro scotto la Serbia, sulla quale gli Obrenovic governavano ora col titolo di re, disponibili ad una sorta di vassallaggio nei confronti di Vienna, contro la volontà del loro popolo che aveva tanto duramente combattuto per riunirsi in uno stato slavo che comprendesse anche la Bosnia e l'Erzegovina. La Romania - nel baratto della Bessarabia con la Dobrugia - trovava anch'essa motivo di scontento, mentre il Montenegro, pur ottenendo Antivari, veniva posto in cond izioni di minorità nei confronti dell'Austria-Ungheria. Quest'ultima questione modificava gli equilibri marittimi dell'Adriatico e diminuiva di conseguenza la posizione relativa dell'Italia. Lo sbocco ad Antivari, concesso al Montenegro, era accompagnato infatti dalla proibizione al principato di possedere unità navali militari e dall'affidamento della politizia marittima e sanitaria del litorale all'Austria; in seguito a ciò, la posizione navale austriaca in Adriatico si avvaleva di un avanzamento a sud, che due anni dopo - in seguito alla cessione di Dulcigno al Montenegro - diveniva ancora più pronunciato, attestandosi alle frontiere settentrionali del1'Albania. La fase storica, apertasi con l'enunciazione di qualche aspirazione italiana ad una più incisiva presenza adriatica, si chiudeva quindi in maniera opposta, con una ulteriore avanzata austro-ungarica sulla costa orientale e con un pesante rafforzamento della posizione di Vienna nella regione attraverso ]'acquisizione, alle spalle della Dalmazia, della Bosnia e dell'Erzegovina. La delusione russa - si .era sperato a Pietroburgo, con ogni probabilità, di ottenere Costantinopoli - i:!bbe in un primo mo-
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mento un contraccolpo germanofilo, sperandosi di poter condizionare la politica balcanica di Vienna attraverso un'amichevole mediazione di Berlino. Ma l'alleanza austro-tedesca del 9 ottobre 1879 pose le basi di una incompatibilità che nemmeno la cosiddetta 2a Dreikaiserbund del 18 giugno 1881 riuscì a superare: questo accordo prevedeva infatti mutua assistenza fra i tre imperi e concertazione per azioni politiche nei Balcani la cui reale consistenza veniva annullata dal trattato segreto austro-serbo del 28 giugno seguente, con cui Vienna si procurava praticamente una specie di controllo sulla politica estera serba. Nell'ottobre 1883 fu stipulato un similare accordo austro-romeno, in occasione del quale però i romeni pretesero la partecipazione tedesca: poiché Bismark non poté evitare di concederla, la Germania si trovò di fatto identificata nei Balcani con la politica austriaca. Nei territori turchi, nel frattempo, maturavano continui sommovimenti: in Macedonia, in Epiro, in Albania, in Egitto. 11:i:'.
Il 18 settembre 1885 una nuova rivolta a Filippopoli rilanciava la « grande» Bulgaria, con la riunione sotto il principe Alessandro di Battenberg della « piccola » Bulgaria e della Rumelia; la nuova operazione ebbe successo, malgrado le proteste turche e il tentativo militare serbo di contrastarlo, duramente rintuzzato a Slivitsna nel novembre. Il 31 gennaio 1886 la Turchia riconosceva il principe Alessandro governatore della Rumelia e il successivo 3 marzo il conflitto serbo-bulgaro veniva chiuso con la pace di Bucarest. La Serbia era scesa in guerra affermando che l'iniziativa bulgara sconvolgeva l'equilibrio <lei Balcani - e la diffidenza di Vienna nei confronti di Pietroburgo non era stata estranea alla decisione - ma questa volta anche i russi furono decisamente contro la « grande » Bulgaria. A differenza che nel 1878, lo stato bulgaro si muoveva ora autonomamente, con un ruolo che non poteva riuscire più gradito a Pietroburgo che aveva sempre ritenuto di poter utilizzare come un satellite la pedina bulgara. Di nuovo l'Europa si ritrovò sull'orlo di una crisi. Alle rivalità tradizionali austro-russe e russo-britanniche rinfocolate queste ultime dalle frizioni in Asia - si aggiungevano le tensioni locali e le contraddizioni storiche che il perseguimento della politica di potenza passando sui sentimenti dei popoli non potevano non far esplodere. Le possibilità di controllo della situazione erano continuamente messe in forse, non solo per quel che concerneva la Turchia,
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ma anche le gran<li potenze: emblematica in proposito la vicenda bulgara. Nella confusione generale Bismarck informò Kalnoky, alla fine del 1885, che non avrebbe appoggiato un'a:lione unilaterale di Vienna tesa a modificare lo slalus quo nei Balcani senza l'accordo delle potenze; lo zar Alessandro III pensò quindi di potersi liberare di Alessandro di Battenberg e fomentò un complotto inteso ad estrometterlo <lall a Bulgaria - nell 'agosto 1886 - diffidandolo dal ritornare: l'idea era di sostituirlo col filorusso principe di Mingrelia, mentre col consenso delle altre potenze - la Russia lo considerò un usurpatore - fu chiamato al suo posto Ferdinando di Sassonia-Coburgo-G otha , proclamato principe di Bulgaria il 7 luglio 1887 dalla Sobranje, dopo la reggenza di un triumvirato di uomini politici locali. E ' in tale quadro che vanno inseriti il primo rinnovo della Triplice e, per quanto riguarda i Balcani, l'accordo italo-austro-britannico del dicembre 1887 e l'accessione italiana al trattato austro-romeno del 1883, concretata con la nota del 15 maggio 1888. La conclusione della crisi d 'Oriente del 1875-78 aveva avuto conseguenze rilevanti, sia per la posizione dell'Italia che per l 'evolu:.,;ione della situazione balcanica. E' noto come il non splendido isolamento di Roma al Congresso di Berlino abbia indotto l 'occupazione francese della Tunisia e, di riflesso, l 'allineamento dell'Italia aUe poten:.,;e centrali nella prima Triplice, allineamento d efinito in pratica senza condizioni , salvo la garanzia alla sopravviven:.,;a in caso di attacco non provocato. Si trattava di un ridimensionamento sostanziale delle ambizioni degli anni '70 . Impossibilitata, dopo la delusione di Tunisi, ad avviare subito un 'operazione di riequilibrio nel Mediterraneo centrale, l 'Italia doveva preoccuparsi di porre un freno a qualsiasi conato irr,edentistico, che si sarebbe risolto, in maniera quanto mai inopportuna, contro una nuova alleat a. Quanto all 'Adriatico ed a1l'Albania, non vi era che da accettare lo scacco subito, mettendon e a frutto l'esperienza per l'avvenire. Del resto, lo stesso Crispi, parlando a Berlino col Bismarck nell'ottobre 1877, aveva dichiarato: « Noi non sapremmo che farcene di una provincia turca sull'Adriatico »; e qualche anno dopo - parlando alla Camera il 15 marzo 1880 - aveva ribadito un punto di vista scettico riguardo ad eventuali pretese italiane nei confronti degli albanesi: « annetteteli, confederateli, stabilite pei
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medesimi il sistema di governo che meglio vi piaccia, ma tosto o tardi gli albanesi dovranno unirsi alla Grecia » (17). Nella penisola balcanica si determinò, nel settore sudoccidentale, una ulteriore forte tensione greco-turca, puntando gli ellenici alla realizzazione della « megalc idea » di sistemazione dei loro confini settentrionali ai danni della Turchia, la quale però si oppose con decisione, respingendo anche i deliberati del secondo congresso di Berlino (giugno 1880) e minacciando una dura reazione militare: malgrado l'intervento delle potenze, la « grande idea » non poté essere realizzata ed i turchi - battuti nell'aprile 1881 gli insorti albanesi - riuscirono a limitare i danni, cedendo alla Grecia, con la convenzione del 2 luglio successivo, la Tessaglia e l'Epiro meridionale e smantelJando la fortezza di Pr·evesa. La posizione dell'Austria-Ungheria era divenuta assai forte nei Balcani. Dopo l'occupazione della Bosnia e dell'Erzegovina - rapidamente portata a termine da un esercito di 200.000 uomini che stroncarono in poche settimane ogni resistenza - l'amministrazione delle nuove provincie fu assicurata per breve tempo da una speciale Commissione dipendente dal Ministero degli Esteri, ma nel 1880 passò al Ministero delJe Fina112e. L'amministrazione fu quindi concentrata a Sarajevo e dal 1882 fu guidata dal governatore Kàllay, che doveva dirigere per 21 anni la politica bosniaca di Vienna. Questa consisteva nel tentativo di scavare un solco tra serbi e croati, cercando di far sviluppare una « coscienza bosniaca » in opposizione alla Serbia, da sostenere anche con la costruzione di infrastrutture e l'applicazione di misure destinate a favorire la crescita economica e il benessere. Il trattato - già richiamato - del 28 giugno 1881 diveniva uno strumento importante della politica di Vienna nei Balcani; l'art. 4 poneva una specie di protettorato austriaco sulla Serbia, che non poteva non preoccupare uomini politici come Jovan Djaja che al primo congresso radicale del 1882 ebbe ad affermare che dopo la Bosnia e l'Erzegovina sarebbe ve nuto il turno della Serbia di cadere sotto la dominazione austriaca (18). La Grecia aveva (17) G . S ALVEM I NI, La polit ica estera dell'Italia dal 1871 al 1915, 2° cdiz., Firenze 1950, p. 36 ; R. MORI , La politica estera di Francesco Crispi ( 1887-1891), Roma 1973, p. 64. (18) DRAGNICH, cit., p . 97. Per particolari circa il trattato segreto austroserbo e le diverse posizioni del principe Milan Obrenovic, del Ministro degli Esteri Mijatovich e <lei Primo Ministro Pirochinats, d r. anche W .L. LANGER, L'Europa in pace, Firenze 1955, Il , p. 535.
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offerto la propria collaborazione al governo di Vienna fin dal 1880 e il trattato austro-romeno del 1883 aveva completato il sistema di accordi che consentivano all'Austria di esercitare una influenza sostanziale negli affari balcanici, coinvolgendovi di riflesso - per l'accessione al trattato con la Romania - anche la Germania. Non vi è quindi da stupirsi se Nikola Pasic, analizzando durante gli anni dell'esilio la politica serba e quella delle altre potenze riconoscesse nell'Austria-Ungheria l'ostacolo primario per l'indipendenza del suo paese (19).
3. - « .. . la rinnovazione pura e semplice da parte nostra degli accordi ora esistenti non ci pare sufficiente ... » - scriveva un « ex diplomatico » sulla « Nuova Antologia » del 16 agosto 1885 - e su questo giudizio vi era certo concordanza nell'opinione pubblica e nei circoli politici italiani. Lo stesso nuovo ministro degli Esteri italiano, Robilant, condivideva una valutazione critica dell'alleanza: come ebbe a scrivere nell'estate 1886, al de Launay, ambasciatore a Berlino, che incautamente sollecitava una iniziativa italiana per un rinnovo, gli italiani nell'alleanza erano stati « più tollerati che bene accolti » e i vantaggi dell'accordo erano andati soltanto agli imperi centrali; era pertanto « più che probabile » che l'Italia non rinnovasse l'alleanza, e se il Cancelliere Bismarck aveva diverse intenzioni, prendesse pure lui l'iniziativa: l 'ambasciatore, intanto, si guardasse bene dall'avviare aperture. La situazione internazionale giocava questa volta a favore del governo di Roma: saliva di nuovo a Parigi l'ostilità contro la Germania e, soprattutto, i rapporti austro-russi per i Balcani stavano assumendo una piega preoccupante, in relazione al tentativo di Pietroburgo di imporre un proprio uomo sul trono di Sofia ed al con( 19) Egli era giunto alla conclusione che ogni azione, dopo le esperienze del passato, dovesse essere preparata con cura e da lontano p erché - come affermava un proverbio serbo - « un maiale non ingrassa nella vigilia di Natale». Fu accusato di essere filo-russo, ma in realtà Pasic considerava la Russia solo come il pericolo minore, sia perché era più lontana, sia perché le sue pressioni imperialistiche la spingevano nei l3alcani in rotta di collisione con l'Austria-Ungheria, che costiLuiva -il problema più immediato e più grave per la Serbia; non era quindi ciecamente a favore della Russia. Nei confronti della Bulgaria, poi, Pasic sosteneva l'opportunità di stabilire buoni rapporti, in modo che i bulgari, invece di agire da braccio armato della grande potenza russa, potessero piutLosto garantire· la Serbia nei confronti di Pietroburgo. Vedi DRAGNICH, cit., pp. 90-100.
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seguente fallimento. Di conseguenza il Ministro degli Esteri italiano poté valorizzare agli occhi di Bismarck un sondaggio francese dell'autunno, diretto a stabilire un'intesa con Roma sul Mediterraneo e i Balcani. Riesce in realtà difficile capire su che base e con quale concretezza Parigi accennasse ai Balcani, ma l'approccio - correttamente comunicato al Cancelliere tedesco da Robilant - indusse subito Bismarck ad assumere l'iniziativa per evitare sbandamenti e rinnovare l'alleanza: non pare dubbio che ciò discendesse da considerazioni di carattere generale collegate alla riacutizzazione delle tensioni internazionali. Bismarck intervenne sulla assai meno disponibile Vienna - la quale, al tempo della prima Triplice, aveva immaginato di indurre gli italiani ad una esplicita rinuncia ad interessarsi dei Balcani (20) facendo sdrammatizzare dall'imperatore Guglielmo le « generiche idee del conte Robilant circa le conseguenze di un eventuale crollo dell'Impero turco ». Il governo italiano fu invitato a formulare le proprie proposte, che furono trasmesse il 23 novembre sotto forma di uno schema di trattato aggiuntivo a quello del 1882, da rinnovare senza modifiche. Il testo del trattato addizionale fu inviato a Berlino ed a Vienna accompagnato da una nota esplicativa che dava rilievo prevalente ai problemi dell'equilibrio nel Mediterraneo ed ai rapporti con la Francia. Tuttavia per i Balcani ed il vicino Oriente si proponeva: « Anzitutto le tre Potenze mirano a preservare, per quanto sia possibile, lo status quo territoriale in Oriente. Codesto programma comune si riferisce espressamente alle coste ed isole soggette al dominio ottomano nell'Adriatico e nell'Egeo. Le parti contraenti si impegnano ad usare la loro influenza per impedire in quelle regioni qualsivoglia modificazione territoriale a danno dell'una o del1'altra, e s'impegnano altresì a comunicarsi reciprocamente, disposizioni rispettive e quelle d'altre Potenze». Se il mantenimento dello status quo fosse diventato impossibile per l'azione di una potenza esterna all'alleanza, cui si fosse dovuto rispondere - d 'intesa o no con detta stessa potenza - con altra azione da parte di soci della Triplice, « l 'art. 2 del trattato addizionale provvede che l'azione eventuale abbia a spiegarsi esclusivamente dall'Italia o dall'AustriaUngheria o da entrambe, essendo queste le sole nel gruppo alleato che per la geografia o per un più manifesto titolo d'intervento avrebbero a scendere in campo, mentre la Germania, con la sua firma,
(20)
LANGER,
5. - Memorie
cit., I , pp. 565-66.
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non contrarrebbe, per questo rispetto, che l'impegno morale di favorire l'opera dei due alleati . L'Italia e l'Austria-Ungheria potrebbero invece procedere ad una occupazione di quei territori a cui sarebbe volta la minaccia della terza Potenza , ecc., e però è convenuto che debba tra le due Potenze precedere un accordo sul principio de' reciproci compensi ... », dal momento che « .. . è impossibile concepire che abbiano a rimanere inerti ed indifferenti l'Italia e l'AustriaUngheria ». Tali idee potevano anche essere « vaghe » , ma puntavano con chiarezza ad un ruolo diverso dell 'Italia rispetto al passato: si proponeva in sostanza un'associazione all 'Austria-Ungheria per i Balcani e il Levante e vi si parlava esplicitamente di eventuali « compensi». E queste idee - con buona pace dell'ambasciatore de Launay che vi aveva attribuito a suo tempo « scarsa importanza » - erano la naturale conseguenza <li quanto lo stesso Robilant aveva detto all'ambasciatore tedesco all 'inizio della trattativa, qualche mese prima, perché ne riferisse a Berlino: « Qualora si venisse ad una pacifica intesa fra l 'Austria-Ungheria e la Russia circa la delimitazione delle rispettive sfere d'interesse nella penisola balcanica , e si giungesse, senza guerra fra le <lue Potenze, a che la bandiera russa apparisse a Costantinopoli e quella austriaca a Salonicco, in tal caso importanti interessi italiani ne sarebbero toccati nel vivo, e l'Itali a non potrebbe rimanere spettatrice indifferente ». La trattativa si svolse, abbastanza serrata, con una benevola mediazione di Bismarck a favore dell'Italia, sia premendo su Kalnoky per superarne le perplessità iniziali in ordine ai rischi che Vienna si assumeva accettando le proposte italiane, sia minacciando ad un certo punto di trattare da solo con l'Italia un'alleanza militare antifrancese in chiave difensiva, accordandosi per una « benevola neut ralità del l'Italia nei contrasti austro-russi che, toccando solo i Balcani e non l'Austria direttamente, non necessitassero di un intervento tedesco ». Il che consente di rilevare la contraddizione latente nell a politica tedesca dopo il 1883 nei confronti dei Balcani , dove Berlino avrebbe voluto garantire soltanto la difesa dell 'Austria-Ungheria, la cui politica aggressiva e concorrenziale con i russi, non meno aggressiv i, <lava luogo a complicazioni che finivano per coinvolgere la Germania e ch e a lungo andare vanificarono la politica tedesca di controassicurazione con la Russia. Il secondo trattato della Triplice fu firm ato a Berlino il 20 febbraio 1887 e si compose di tre distinti strumenti diplomatici : la
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conferma e il prolungamento fino al 30 maggio 1892 dell'alleanza conclusa a Vienna il 20 maggio 1882 e i trattati separati tra l'Italia e ciascuno dei suoi due alleati. L'art. I del trattato italo-tedesco ripeteva letteralmente la prima parte, già citata più sopra, della nota italiana illustrativa della proposta di accordo, che faceva riferimento alla politica di difesa dello status quo sulle coste ed isole dell'Adriatico e dell'Egeo e l'impegno all'informazione reciproca. Sostanzialmente equivalente era il primo paragrafo dell'art. I del trattato italo-austriaco, che recava un secondo paragrafo redatto sulla traccia quasi letterale dei periodi - pure citati - della nota esplicativa: ove, « in conseguenza dell'azione di una Potenza terza, o per altro motivo, l'Austria-Ungheria o l'Italia venissero nella necessità di modificare (lo status quo) con una occupazione temporanea o permanente da parte loro, questa occupazione avrà luogo soltanto dopo un accordo preliminare tra le due Potenze citate, basato sul principio d'una compensazione reciproca per ogni vantaggio territoriale o di altra natura che ciascuna di esse ottenesse in più dello status quo attuale, e dando soddisfazione agli interessi ed alle pretese ben fondate delle due parti » (21 ). Per quanto riguardava i Balcani e le zone adiacenti del vicino Oriente, l'Italia acquisiva, rispetto alla situazione precedente, il diritto ad una consultazione preliminare ad ogni azione, alla eventuale associazione in operazioni concrete, al compenso - territoriale o meno - per ogni eventuale vantaggio ulteriore conseguito dall'Austria. Questo ultimo diritto incontrava un limite negli interessi legittimi dell 'alleata, e questo significava verosimilmente che il compenso non avrebbe dovuto essere reclamato in territori austro-ungarici abitati da popolazioni italiane. Una simili limitazione, però, accentuava il nuovo ruolo cui l'Italia avrebbe potuto pretendere nei Balcani, anche se il trattato non indicava esplicitamente in tale area la localizzazione degli eventuali compensi italiani. Per contro, l'Italia non dava molto, dal momento che la garanzia militare di tutto il sistema di accordi poggiava sulla Germania, sia nei confronti di un'azione russa che di una francese , contro cui, peraltro, si aveva
(21) Vedi, per quanto riguarda le citazioni riportate tra virgolette, G. VoLPE, L'Italia nella Triplice Alleanza ( 1882-1915), Milano 1941, pp. 63-83; vedi anche L. SALVATORELLI, La Triplice Alleanza. Storia diplomatica 1877-1912, Milano 1939, pp. 130-43 ; M. GABRIELE, Le Convenzioni navali della Triplice, Roma 1969, pp. 32-47.
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motivo di aspettarsi, in quel momento e per qualche tempo ancora, un appoggio navale britannico. D 'altra parte, l'affermazione della difesa dello status quo consentiva a Vienna di vedersi nuovamente riconosciuti e riconfermati i vantaggi ottenuti a partire dal 1878 nella penisola balcanica, rafforzando la posizione dell'Austria-Ungheria verso la Russia e il movimento nazionale slavo. Non avendo la Germania aspirazioni nei Balcani, la stipula di un trattato separato austro-italiano implicava il riconoscimento di interessi balcanici di Roma, nel senso che l'Italia avrebbe partecipato all'eredità turca: avrebbe potuto trattarsi di qualche stabilimento marittimo in Adriatico o in Egeo, od anche - in particolari circostanze - di qualche cosa di più. Ritornando ai trattati, occorre rilevare che le proposte italiane iniziali - poi recepite nei due accordi separati - rispondevano bene anche alle esigenze della Germania. Bismarck era infatti riluttante a sostenere apertamente l'Austria-Ongheria nei Balcani, per cui non potè non accogliere con particolare favore una diversa definizione degli impegni che le due potenze centrali si assumevano con l'Italia nei confronti della penisola orientale. Per lo stesso motivo egli favorì la conclusione dell'accordo mediterraneo anglo-italiano del febbraio 1887, cui l'Austria accedette nel mese di marzo. Tale accordo, definito con la nota del 12 febbraio dell'ambasciatore Corti a Salisbury e la nota di risposta di questi, confermava l'obiettivo del mantenimento dello status quo in Mediterraneo, Adriatico, Egeo e mar Nero, mirando alla salvaguardia degli interessi delle potenze firmatarie nella conservazione della situazione esistente; ove ciò si fosse rivelato impossibile, si sarebbe dovuto agire di comune accordo. Il testo inglese era forse un poco meno impegnativo di quello italiano, ma nella sostanza la nuova intesa rafforzava la posizione mediterranea della Triplice e della Gran Bretagna, la cui flotta avrebbe potuto, in caso di necessità, avvalersi dei por ti italiani. Geograficamente, questo accordo riguardava soprallutto il Mediterraneo occidentale e centrale (22), ma il senso d ell'operazione
{22) Il governo austriaco inviò una squadra a visitare i porti spagnoli e marocchini dd Mediterraneo occi<lentale per affermare la propria presenza, sia ai fini esterni che a qudli interni: nel Jibattito sul bilancio della marina, nell'autunno 1887 , parlamentari ungheresi si erano schie rati contro le relative spese, e qualcuno aveva anche affermato che ormai, stanti le buone relazioni stabilite con l'Italia, ci si poteva esentare dall'esigenza di una flotta; Kalnoky
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nella politica internazionale era quello così chiaramente descritto da Bismarck nel notissimo resoconto del suo incontro del 3 febbraio 1887 con l'ambasciatore inglese: « L'Austria, nelle sue attuali condizioni, non è abbastanza forte per salvaguardare da sola i suoi interessi balcanici di fronte alla Russia. L'amicizia dell'Italia sarebbe adatta a diminuire lo squilibrio e a rinforzare la fiducia dell'Austria in sé stessa. Ma ciò avverrebbe in misura assai maggiore, se l'Inghilterra stesse dietro l'Italia e ci fosse la probabilità che la flotta inglese fosse a fianco della flotta italiana. Fino a che ciò non si verifichi, la superiorità della marina francese tratterrà ]'Italia dall'esporsi a partecipare ai pericoli ai quali ]' Austria può essete esposta. L'aspirazione degli italiani a qualche acquisto nel Mediterraneo, Tunisi, Tripoli, Albania è evidentemente vivo e tale da provocare nell'Italia quella stessa disposizione che in altre nazioni riposa unicamente sul desiderio di mantenete la pace e lo status quo. Ma tale ansia di acquisto degli italiani potrà sempre essere sfruttata contro i desideri di conquista di altre Potenze ». Non si può escludere che fosse anche la consapevolezza di una simile « ansia » italiana ad influire sull'atteggiamento sfuggente di Salisbury - « la politica è mutevole come il clima di queste isole » - quando Crispi, andato al potere il 1° agosto, cercò di arrivare ad una convenzione militare (23 ). L'intesa con la Spagna ( 4 maggio 1887) non riguardava in alcun modo né l'Adriatico, né i Balcani, ma rafforzava ulteriormente il dispositivo nel Mediterraneo occidentale e completava l'accerchiamento della Francia. Bismarck intanto aveva proceduto, il 18 giugno, al rinnovo del trattato di contro-assicurazione con la Russia, la quale però non si faceva illusioni sulla portata dell'accordo, considerandolo più una forma di copertura relativa da] pericolo di un'attiva ostilità tedesca che come uno strumento utile a condurre una politica di collaborazione. In realtà Bismarck venne a trovarsi in una posizione difficile,
aveva risposto che invece occorreva potenziare l'efficienza della flotta, se si voleva che l'Austria-Ungheria mantenesse il ruolo di grande potenza e di potenza mediterranea. Cfr. i rapporti dell'ambasciatore Phipps, da Vienna, a Salishury, n. 379 del 3 novembre, 399 e 400 del 12 novembre 1887, in Puhlic Record Office, Londra, F .0. 7, 1119. (23) VoLPE, cit ., p. 93; G ABRIELE, Le Convenzioni navali, ecc., cit., pp. 38-43. Phipps a Salisbury, rapporti n . 422 del 30 novembre 1887 e 458 del successivo dicembre , P.R.O., F .O. 7, 1119 .
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essendo richiesto da un lato di sostenere i russi nelle loro aspirazioni sugli Stretti, ma trovandosi dall'altro alleato con l 'AustriaUngheria e con l'Italia che volevano - d'intesa con la Gran Bretagna - frustare la politica russa. Se questo gioco contradittorio fosse stato conosciuto nei suoi termini reali dalle potenze rivali, tutto il complicato sistema di equilibri costruito dal cancelliere avrebbe corso il rischio di sfasciarsi. Alla luce di questa situazione si comprende benissimo come Bismarck dovesse considerare con fa. stidio e con diffidenza - prima e dopo l'incontro di Friedrichsrue del 29 settembre - le impazienze di Crispi, che dovevano aggiungere un ulteriore elemento destabilizzante ad un quadro generale già pieno di pericoli. E' possibile che a questo punto si pensasse a Berlino di tener meglio legato l'inquieto alleato meridionale facendogli intravedere una qualche prospettiva di espansione, eventualmente, anche in direzione di quella Albania, cui già aveva accennato vagamente allo stesso Crispi lord Derby, nel corso della precedente crisi d 'Oriente (24). Cresceva la tensione nell'est europeo per la crisi bulgara. Con l'elezione di Federico di Sassonia (25 ) l'Austria aveva segnato a proprio favore un altro punto nei Balcani . La Russia assunse un atteggiamento minaccioso: truppe furono concentrate alla frontiera galiziana e l'Austria rispose assumendo misure militari nel proprio territorio. Nel dicembre 1886 veniva denunciato l'accordo commerciale italo-francese, con ulteriore conseguente irrigidimento nei rapporti fra Parigi e Roma. 11 Cancelliere tedesco dovette impegnarsi a fondo in novembre, in occasione della visita dello zar Alessandro III a Berlino, per indurlo ad abbandonare le intenzioni bellicose, ciò che Bismarck ottenne solo a prezzo di atteggiamenti molto decisi, che confermarono al governo di Pietroburgo la scarsa utilità del trattato con la Germania .
(24) Cfr. LANGE, cit., pp. 634-69 ; M ORI, La politica estera di F. Crispi, cit., p. 52. (25) « ... non è candidato <lell'Austria-Ungheria », secondo quanto affermava Kalnoky, perché in ossequio aU'art. 3 del trattato di Berlino, sarebbero stati i bulgari stessi a scegliere il loro principe: Phipps a Salisbu ry, n. 385 del 6 novembre 1877, P .R.O ., F.O. 7, 1119, dove è pure l 'in teressante rilievo che a Vienna v'era ormai buona propensione aU'accessione dell'Italia ai vari accorcli ed alleanze, « un'azione che non è stata effettuata con molto impegno nel passato, ma che nel presente stato degli affari ha incominciato ad essere espressa in modo sempre più s,ignificativo ».
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Verso la fine dell 'anno, un secondo accordo mediterraneo austroanglo-italiano venne ad integrare le precedenti intese, estendendo al bacino orientale gli impegni reciproci delle tre potenze. La nota austriaca del 12 dicembre 1887 elencava in nove punti i contenuti della nuova intesa: - mantenimento della pace ed esclusione di politiche aggressive; - mantenimento dello status quo in Oriente ed esclusione « di ogni politica di compensazione»; - mantenimento delle autonomie locali definite dai trattati; - indipendenza della Turchia, guardiana di importanti interessi europei; - pertanto « la Turchia non può né cedere, né delegare i suoi diritti sovrani sulla Bulgaria ad un'altra potenza, né intervenire per stabilirvi un'amministrazione straniera, né tollerarvi atti di coercizione intrapresi a questo ultimo scopo, sotto forma sia di ocrnpazione militare che di invio di volontari. Ugualmente la Turchia, costituita dai trattati guardiana degli Stretti, non potrebbe nemmeno cedere alcuna porzione <lei suoi diritti sovrani, né delegare i suoi poteri ad un'altra potenza in. Asia Minore»; - desiderio delle tre potenze di associarsi alla Turchia per la difesa di tali principi; - impegno comune a sostenere di concerto l'impero ottomano in caso di attentato ai suoi territori od ai suoi diritti; - se tuttavia la Turchia, a giudizio dei tre firmatari, si fosse condotta in modo d a venir meno ai suoi doveri , le tre potenze si sarebbero considerate giustificate dai trattati esistenti a procedere, congiuntamente o separatamente « all'occupazione provvisoria con le loro forze di terra o di mare di quei punti del territorio ottomano che esse riconosceranno necessario , di accordo , occupare per assicurare gli scopi determinati <lai trattati precedenti »; - segretezza dell'accordo , sia nei confronti della Turchia che delle altre potenze. La nota britannica rilevava che i primi quattro punti erano in linea con la politica sempre seguita da Londra. Quinto, sesto e settimo si riferivano ad evenienze speciali, e in particolare - in ordine all'art. 5 - si citavano « la preservazione degli Stretti dalla dominazione di qualsivoglia altra potenza che non fosse la Turchia
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e le franchigie delle comunità cristiane sui confini settentrionali dell'impero turco stabilite dal trattato di Berlino. Il Governo di S.M. riconosce che la protezione degli Stretti e le franchigie di quelle comunità sono oggetti di suprema importanza e sono per l'Europa fra i più importanti risultati del trattato; e cordialmente concorre con i Governi austro-ungarico ed italiano nel prendere particolari precauzioni per assicurarle ». La nota concludeva, partecipando la « completa adesione ai nove punti » già sopra descritti (26 ). Il sistema di accordi si completò il successivo 15 maggio 1888 con l'accessione italiana all'alleanza austro-romena, cui già aveva acceduto la Germania. Il trattato prevedeva il casus foederis per l'attacco non provocato della Romania o dei territori austro-ungarici ad essa limitrofi; dinanzi a minaccie di aggressione si sarebbero concertate misure militari e se fosse scoppiato un conflitto non si sarebbe potuta concludere una pace separata. 4. - La rete di accordi del 1887, con il primo rinnovo della Triplice e le due intese mediterranee completate dalle accessioni che ne garantivano i collegamenti, è difficile da giudicare complessivamente, anche se si può osservare che il sistema di garanzie e di equilibri tenne sostanzialmente per una ventina d'anni, pur se l'atteggiamento dei protagonisti - a causa di nuovi avvenimenti imprevisti e di delusioni - incominciò a subire molto presto significative modifiche. Cambiarono o furono superati, infatti, taluni aspetti caratteristici della situazione, mentre con gli eventi e il mutare degli uomini evolveva anche lo spirito con cui nelle singole capitali venivano interpretati i diversi segmenti dei trattati e parametri nuovi di giudizio si facevano strada. Apparentemente, la Germania era stata la grande trionfatrice, avendo influito su tutte o quasi le mosse che erano state decise e potendo il Cancelliere tedesco ritenere che - nella sostanza - il complesso degli accordi aveva trovato definizione secondo le vedute di Berlino. In realtà Bismarck era stato abile, non abilissimo. Che la Germania fosse riuscita a rafforzare la posizione austriaca di fronte alla Russia nei Balcani, impegnando direttamente l'Italia e la Gran Bretagna poteva sembrar,e esatto stando alla lettera dei trattati, ma
(26) I testi, anche per quanto riguarda l'accessione .italiana all'alleanza austro-romena del 1883, in VOLPE, ci t. , pp. 103-11. La nota italiana relativa all'accordo del 12 dicembre 1887 era identica a quella austriaca.
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per una valutazione più esatta occorre non dimenticare che fin dal 30 ottobre 1883 l'impero tedesco era impegnato - per via dell'accessione al trattato austro-romeno - in una sorta di garanzia alle frontiere romene e due volte (c'era anche la Triplice) a quelle austroungariche. Anche ammettendo che la posizione della Germania nel ginepraio dei Balcani non fosse di prima fila, essa si trovava legata a filo doppio con Vienna e con Bucarest, per cui nella sostanza sembra che la pretesa « posizione di rincaho » della Germania e la stessa distinzione tra azioni offensive e difensive nella vertenza austrorussa fossero destinate a perdere significato dinanzi ad una crisi vera o ad un conflitto. E ne è forse una riprova l'impegno e la fermezza che Bismarck dovette impiegare nei riguardi di Alessandro III, in occasione della sua visita a Berlino nel novembre 1887, per ottenere che la Russia desistesse dal minaccioso atteggiamento assunto su1la frontiera galiziana, a ridosso della quale truppe russe ed austriache si fronteggiavano. Il Cancelliere raggiunse toni quasi da ultimatum nei suoi co1loqui tempestosi con lo zar, il quale sapeva che 1'11 marzo precedente era partito il programma di riarmo della Germania, e questo benché l'ambasciatore tedesco a Vienna, principe Reuss, fosse convinto che i 120.000 uomini schierati dai russi non sarebbero mai bastati per condurre una vera offensiva in Galizia e che, pertanto, dovevano servire solo a far pendere una minaccia (27). In dicembre lo zar comunicò a Vienna le proprie pacifiche intenzioni per i Balcani, ma Bismarck si sentiva così trascin ato dagli eventi - al di là della propria volontà e degli interessi della Germania - che il 3 febbraio 1888 si indusse a pubblicare il testo del trattato d'alleanza con l'Austria-Ungheria del 7 ottobre 1879 per dimostrare che la Germania aveva assunto solo impegni di natura difensiva. Forse, nella circostanza il fatto che Berlino non avesse una propria politica balcanica non fu un vantaggio ai fini dell'azione tedesca, perché finì per trovarsi invischiata a dover sostenere - suo malgrado - la politica di Vienna. Dagli accordi del 1887 la Francia usciva isolata. Ma l'isolamento valeva per sbarrare la strada a Parigi se avesse assunto ini-
(27 ) Phipps a Salisbury, rapporto n . 436 dell'8 dicembre 1887. Il principe di Reuss si dichiarava Jisgustato della politica austro-ungarica, specie per la Bulgaria. P.R.0., F.0. 7, 1119, dove sono pure i rapporti dd giorni precedenti dello stesso allo stesso, relativi ai concentramenti delle tmppe russe ed alle contromisure austriache.
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ziative offensive contro la Germania, l'Italia o la Gran Bretagna. Dal punto di vista difensivo la Francia non aveva nulla da temere, stante la chiara volontà di pace di Berlino e di Londra. Inoltre, la sua superiorità marittima sull'Italia le consentiva di evitare agevolmente che la Triplice divenisse in Mediterraneo, come avrebbe voluto Crispi, « uno strumento di azione oltre che di conservazione »: significativa in proposito la « paura navale» italiana del 1888. Marginale rispetto al teatro geografico che in questo momento ci interessa, la Spagna aveva un ruolo complementare ben definito nella prima intesa mediterranea del fchbraio. Essa costituiva un anello di congiunzione tra lo schieramento delle potenze marittime mediterranee italiana e britannica e il dispositivo navale atlantico controllato dalla Gran Bretagna, che si poteva avvalere anche - nel quadro della « politica delle coste » - dell'appoggio portoghese: Lisbona e Londra avevano rinnovato nel 1873 il trattato d'alleanza che era stato stipulato da 5 secoli. La Gran Bretagna, manovrando la presenza « in being » della flotta del Mediterraneo, si assicurava una serie di appoggi per il mantenimento dello status quo nel Mediterraneo occidentale. Un tale scopo era diretto a penalizzare la sola potenza che appariva in quel momento capace di tentare una qualche operazione nei confronti del Marocco o della Tripolitania: la Francia. Ma a fronte dell'impegno italiano - inevitabilmente totale per l'assillante questione della difesa delle coste - il governo inglese si riservava fin dall'inizio il diritto a opportuni « distinguo », come risulta già dalla famosa lettera di Salisbury alla regina Vittoria del 5 febbraio 1887: « ... Questo Paese non può promettere il proprio aiuto ad un altro Paese fino a che non si conosca quale sia il casus belli; ... noi non potremmo prendere parte, in alcun caso ad una guerra aggressiva contro la Francia. D'altra parte l'Inghilterra ha un grande interesse a che né la Francia né la Russia estendano il proprio dominio sulle rive del Mediterraneo, dell'Egeo o del Mar Nero e sarebbe disposta a cooperare di cuore con l'Italia a tale fine ». La già formidabile posizione navale britannica - imperniata sulla catena di Basi Gibilterra-MaltaCipro-Egitto e sulla massima libertà di usare la flotta in funzione della politica - riceveva inoltre, col punto III della nota italiana del 12 febbraio 1887, un ulteriore appoggio, dichiarando l'Italia di essere « toute préte à appuyer l'oeuvre de la Grande-Bretagne en Egypte ». In cambio, il governo di Londra si impegnava a difendere i propri interessi lasciando le coste nordafricane « nelle mani in cui
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ora si trovano », fermo restando che però nulla vi era di automatico e che il carattere della « cooperazione » concreta, che sarebbe dovuta derivare dall' « intimo accordo e armonia » stabiliti con Roma, avrebbe dovuto essere deciso « in relazione con le circostanze del caso» (28). L'accordo del dicembre copriva il settore orientale del Mediterraneo, e in particolare gli interessi britannici sugli Stretti e in Egeo. In quest'area la protezione garantita alla Turchia era ovviamente diretta contro la Russia e la sua spinta verso il Mediterraneo, che - se avesse avuto successo - avrebbe potuto indebolire notevolmente il valore delle posizioni inglesi a Cipro e in Egitto, posizioni che, invece, nella cronica situazione di debolezza della Turchia, assumevano un significato determinante sia in relazione alla copertura della rotta di Suez, sia in relazione all'influenza inglese nel Levante. In proposito, anche l'Austria-Ungheria pagava un prezzo a Londra, ma riceveva un appoggio che si estendeva fino alle coste del Mar Nero. L'Italia, a sua volta, forniva all'intesa tutto il sostegno di cui era capace, ma non otteneva nulla in cambio, essendo già stato inserito l'Adriatico nell'accordo di febbraio . Un Adriatico nel quale - dopo che gli austriaci erano arrivati a Dulcigno ed i greci a Corfù - si stabiliva lo status quo: una decisione che avrebbe tenuto lontana, prima di tutti, l'Italia dalle coste epirote e albanesi. L'impero ottomano conseguiva sia dal rinnovo della Triplice che - soprattutto - dall'accordo mediterraneo di dicembre un sostegno contro la minaccia russa. Costantinopoli, tuttavia, non doveva farsi illusioni circa il proprio avvenire e le intenzioni delle potenze firmatarie: la loro ingerenza n egli affari interni dell'impero in tal modo si rafforzava e si estendeva ulteriormente, e ciò all'insaputa della stessa Turchia, che ~e si fosse condotta in modo non conforme agli interessi dei tre n on richiesti garanti dell a sua incolumità, avrebbe potuto subirne ]e rappresaglie per terra e per mare. La Bulgaria, ingrandita dal 1885 con la Rumelia orientale, appariva coperta -dalla garanzia dell a seconda Triplice, rafforzata dall'indicazione dello status quo nel Mar Nero, da mantenere secondo il punto I della nota italiana del 12 febbraio , e dall'art. 5 dell'accordo di dicembre, che proibiva alla Turchia di delegare ad altri i propri diritti sulla Bulgaria. (28) Per i tes ti citati , vedi VOLPE, cit., pp. 88-9 e 91. Cfr. anche Le Convenzioni navali della T riplice, cit., pp. 38-43.
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Analoghe considerazioni valevano per la Romania .. Ma Bucarest si avvaleva - come si è già ricordato più volte - dell'alleanza difensiva con l'Austria-Ungheria, potenziata dall'accessione tedesca e da quella italiana del 15 maggio 1888. Essa godeva, pertanto, di una garanzia delle potenze della Triplice sulle proprie frontiere, ciò che avrebbe obbligato la Russia a fermarsi dinanzi al rischio di una guerra generale. Una tale posizione privilegiata era stata conseguita dalla Romania impegnandosi soltanto, in cambio, ad intervenire in favore deH'Austria-Ungheria se questa fosse stata attaccata, senza provocazione, « in una parte dei suoi stati limitrofi alla Romania» (art. II). Poiché a Vienna si sapeva - o si era convinti che la Russia voleva la Bulgaria e le coste romene (29) è possibile misurare con quali rischi i tre garanti si imbarcavano nell'accordo del 12 dicembre 1887: certo a ragion veduta Vienna e Londra, un poco meno Roma. Dalle intese dell'87 uscivano perdenti fa Russia e la Serbia. Il governo di Pietroburgo doveva rinunciare alle sue ambizioni in Bulgaria. Tnoltre in Mar Nero veniva fissato un limite alla sua espansione sulla riva europea: alle hocchc del Danubio. Gli Stretti risultavano così quanto mai lontani, e lo scacchiere europeo diventava assai poco interessante per la potenza zarista in cerca di espansione. Certo, non si sarebbe perduta una occasione per tentar di rimettere in discussione, con la diplomazia o con le armi, l'assetto sfavorevole che si era determinato nei Balcani, e lo si vide subito, quando nel 1888 i russi chiesero al sultano Ji dichiarare illegale l'elezione di Ferdinando di Sassonia-Coburgo a principe di Bulgaria. Il sultano a parole acconsentì, ma non mise in opera nulla per attuare l 'impegno: la tensione salì rapidamente ancora una volta, ed i mssi ebbero una conferma dello scarso valore del protocollo segreto relativo agli interessi di Pietroburgo in Bulgaria e sugli Stretti, che era stato allegato al trattato di « controassicurazione » stipulato con la Germania il 18 giugno 1887. Alla luce di una crescente sfiducia verso Berlino incominciarono le trattative, nel dicembre 1889, per il rinnovo del trattato russo-tedesco, Alessandro III e il ma - caduto Bismarck nel marzo 1890 suo ministro degli Esteri Giers richiesero assicurazioni scritte circa l'appoggio che avrebbero dovuto ricevere le aspirazioni russe sulla
(29) Phipps a Salishury, n. ·4 59 del 25 Jicemhre 1887, P.R.0., F.0. 7, 1119.
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Bulgaria e sugli Stretti. Il rifiuto della Germania condusse all'abbandono de11a « controassicurazione », malgrado i russi avessero mostrato una certa ragionevolezza. Ne seguì l'inorientamento della politica di espansione russa, diretta ora verso l'Estremo Oriente (la ferrovia transiberiana incominciò ad essere costruita nel 1891); in Europa era prossima la grande svolta dell'accordo con la Francia. La Serbia, a sua volta, non usciva dal ruolo di satellite del1'Austria-Ungheria, come confermava il discorso antipanslavo del re Milan a fine dicembre 1887 (30). L'Obrenovic si mostrava più realista del re, se così si può dire di un monarca, nella propria politica di supporto acritico delle posizioni di Vienna, capitale nelJa quale avrebbe passato il periodo dell'esilio - tra il 1889 e il 1894 - quando l'Assemblea nazionale lo avrebbe posto in secca minoranza. Per intanto la tensione interna cresceva in Serbia, dove gli avversari del re e dell'Austria-Ungheria avevano dalla loro la stragrande maggioranza del paese, irritato - oltre che per la condotta personale del re - per l'inutile prezzo pagato nella strana guerra contro la Bulgaria e per l'asservimento dello stato serbo alla monarchia degli Asburgo. E in effetti era sintomatico che nessuna clausola, nei vari strumenti diplomatici siglati nel 1887, si desse carico del problema slavo, se non per confermare la supremazia di Vienna sulla regione, incluso il controllo della Bosnia cd Erzegovina e il diritto di intervenire nel Sangiaccato di Novi Pazar, che continuava a dividere come prima la Serbia dal Montenegro. Per le stesse ragioni esposte fin qui, si può forse riconoscere nel governo di Vienna il vero trionfatore della complessa vicenda diplomat.ica: certo, il massimo percettore di utili. Nei confronti della Russia, sua principale avversaria per i Balcani, l'Austria-Ungheria riceveva il ,pieno sostegno dell'Italia e della Gran Bretagna per cristallizzare una situazione che la vedeva in vantaggio su tutta la linea. Ridotto praticamente a suo satellite il governo di Belgrado, chiuso il piccolo Montenegro tra le proprie frontiere terrestri ed il proprio controllo marittimo, Vienna si manteneva aperta una via di intervento nel Novi Pazar e per questa via otteneva di garantirsi la separazione tra i due stati slavi e di far sentire direttamente alla Turchia la propria presenza. In Adriatico, il manteni-
( 30) Lo stesso allo stesso, n. 468 del 29 dicembre 1887, ibidem. Vi era anche cenno delle conseguenti preoccupazioni della Skupcina.
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mento dello status quo significava la conferma di una pos1Z1one di sostanziale predominio all'interno del bacino marittimo, appoggiata lungo la costa sudorientale da un'amichevole propensione ellenica lungo uno degli stipiti della porta d 'uscita; per contro, il riconoscimento di tutto questo ed altri vantaggi ancora di cui diremo si erano ottenuti senza doversi impaniare con le aspirazioni albanesi dell'Italia, la quale - anzi - con la sua firma sottoscriveva l'impegno a difendere una 'Situazione esistente che favoriva eccezionalmente la politica austriaca, del tutto priva di concorrenti nei Balcani occidentali. Nella zona orientale della penisola, il nuovo principe di Bulgaria era persona gradita a Vienna, e si era costituita una grande coalizione di potenze a suo sostegno, attraverso la formula dello status quo; non solo, ma Gran Bretagna e Italia avevano accettato il principio di controllare la Turchia perché non le si consent.isse di perdere qualcuna delle sue prerogative teoriche di sovranità che così opportunamente venivano in quel punto utilizzate a favore degli interessi viennesi. Dietro alle tre potenze impegnate nell'accordo di dicembre vi era poi. la Germania, quella e Germania militarmente potente che si era legata all'Austria alla copertura della sua politica balcanica con l'alleanza del 1879 rinnovata nella Triplice e con l'accessione all'alleanza austroromena del 1883. A questo punto, con la Russia del tutto perdente nei Balcani - e di conseguenza tesa ad un recupero che non poteva che essere offensivo e puntare alla modifica dello status quo - perdeva significato il fatto che Berlino si fosse impegnata in chiave difensiva: il tema di un eventuale conflitto avrebbe visto, appunto l 'Austria-Ungheria in atteggiamento « difensivo » per conservare nella tormentata penisola quello che aveva già ottenuto, vale a dire tutto, o quasi. Il problema avrebbe potuto riaprirsi in chiave diversa soltanto se Vienna avesse voluto compiere nuovi passi, nuove avanzate, puntare a nuovi successi: il che, francamente, in quel momento sarebbe stato veramente troppo. Intorno a questo filone principale, le intese di contorno andavano nel medesimo senso, con particolare .dguardo all'alleanza con la Romania, che sosteneva le frontiere galiziane da sud e rappresentava di fatto un avamposto di sbarramento nei confronti della Russia sulla via d'accesso ai Balcani. Al passivo, poi, il bilancio di Vienna non aveva partite concrete. Nulla più di prima concedeva alla Germania, non potendosi certo considerare atto di qualche rilevanza nei confronti della Francia la visita di qualche modesta unità militare in
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porti del bacino occidentale del Mediterraneo. Con l'Italia, apparentemente erano aumentati gli obblighi, condividendo l'Austria-Ungheria con la Gran Bretagna - in relazione all'accessione di Vienna all'accordo di febbraio 1887 sul Mediterraneo - l'impegno a garantire lo status quo nel Mediterraneo occidentale che tanto stava a cuore all'Italia. Tuttavia il modo con cui tale impegno era espresso, nella nota d 'accessione austriaca del 24 marzo, dava da pensare: « Benché le questioni del Mediterraneo in generale non riguardino in prima linea gli interessi dell'Austria-Ungheria, il mio governo ha la convinzione che l'Inghilterra e l'Austria-Ungheria hanno gli stessi interessi per quel che concerne l'in sieme della questione d'Oriente, e di là lo stesso bisogno di mantenervi finché possibile Io status quo, di impedire l'allargamento <li una potenza a detrimento delle altre, e di conseguenza di agi re di concerto per far valere questi principi cardinali della loro politica » (31 ). Eppure in dicembre l'Italia ricambiò la firma, impegnandosi su una cambiale di ben più vasta portata, nella quale gli interessi predominanti apparivano austriaci e britannici. Il solo reale vantaggio di tale ultima operazione, dal punto di vista ,italiano, poteva essere di carattere generale: legare sempre più, in ogni occasione, determinate potenze - l'Austria-Ungheria e la Gran Bretagna direttamente, la Germania indirettamente a se stessa, nella speranza che queste amicizie diventassero una costante valida, e fornissero al preoccupato governo di Roma un serio appoggio contro la minaccia francese. Vi era poi , nel Crispi, un sottinteso desiderio di acquisto, generico ma pronto a trasformarsi in preciso quando si fosse presentata l'occasione, nella convinzione che trafficando con simili amici e con la Germania non solo l 'Italia avrebbe evitato il pericoloso isolamento già sperimentato nel passato, ma che una volta o l'altra Roma avrebbe trovato il modo di ergersi a protagonista di politica, quan<lo avesse avuto la possibilità di mettere le mani s u « qualcosa >>, in Turchia o nel Mediterraneo. Quanto fondate fossero queste speranze lo si vide b en presto, nella vicenda lacrimevole della flotta austriaca, che il governo <li Roma avrebbe desiderato disponibile per un'azione concertata nel Mediterraneo o, quanto meno, per una copertura dell'Adriatico che avrebbe consentito alla marina italiana di trasferire
(3 1)
VOLPE,
cit., p. 95.
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nel bacino occidentale quasi tutte le unità che aveva. Né meno lacrimevole può essere definito il tentativo di ottenere l'impegno della Mediterranean Fleet a fianco di quella italiana: a tale richiesta, le intese con Londra diventavano regolarmente più elastiche. Roma non riusciva a trovare sollievo, né dagli uni né dagli altri, ai propri incubi marittimi che nascevano dalla maggiore potenza della flotta francese. Ciò avrebbe potuto indurre molti pericoH in caso di attacco: dal bombardamento di uno o più grandi città sulla costa tirrenica fino alla distruzione della flotta italiana, costretta ad accettare il combattimento per coprire il territorio nazionale, ed all'eventualità di uno sbarco in forze - contemporaneo o successivo diretto ad aprire un nuovo fronte o addirittura a tentare un'azione sulla capitale. Crispi tentò in ogni modo - come del resto altri governanti italiani prima e dopo di lui - di trovare una soluzione ai propri incubi marittimi, e a tal fine non lesinò gli sforzi, andando anche oltre gli impegni derivanti dal rinnovo della Triplice e dagli accordi collegati del 1887. Nei primi mesi del { 888 l'Italia sottoscrisse una convenzione militare con la Germania è l'AustriaUngheria, in base alla quale cospicue forze terrestri italiane avrebbero dovuto essere impiegate sul fronte del Reno, al fianco dell'esercito tedesco, liberando in tal modo altre forze germaniche per l'impiego sul fronte orientale a sostegno degli austro-ungarici. Ma a simili pesanti impegni militari e finanziari - le truppe sarebbero state trasportate a spese di Roma sulle ferrovie austriache, e il transito avrebbe potuto essere negato se Vienna fosse rimasta neutrale - nulla corrispose da parte dei due potenti alleati in favore del socio più debole. E più tardi, al tempo della crisi armena del 1895, Crispi si mostrò disposto a fornire forze terrestri agli inglesi, se questi avessero voluto tentare un colpo di mano sugli Stretti. Ma invano, chè malgrado la missione del comandante Volpe a Berlino ed a Vienna nel 1891-93, malgrado le continue accattivanti aperture verso la Gran Bretagna, l'Italia restò sola sul mare fino al 1900 - data della prima convenzione navale della Triplice - non riuscendo mai a spremere nulla di concreto dal lungo, umiliante pendolare da Erode a Pilato alla ricerca di un aiuto navale mai concesso (32). Quanto alle « ansie d'acquisto », non erano destinate a una sorte migliore. Nulla, come si è visto, acquistava l'Italia in Adria(32) Vedi
GABRIELE,
Le Conversioni navali, ecc., cit. pp. 32-175.
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tico benché venisse ad assumere in pieno un ruolo cli copertura della monarchia asburgica di fronte alla Russia e di fronte al panslavismo, e fosse costretta all'interno ad una operazione di compressione dell'irredentismo (33), dal momento che Vienna marcava con chiarezza l'esclusione di ogni prospettiva di compensi nel Trentino in relazione all'espansione austro-ungarica in Bosnia ed Erzegovina. Nel Vicino Oriente, poi, il governo di Roma si assumeva carichi pesanti e pericolosi - inutilmente il più accorto Nigra raccomandò a Crispi cli non immischiarsi della Bulgaria (34) perché l'Italia con l'accordo del dicembre 1887 garantiva lo staus quo fino al Danubio. E invano Crispi cercò di ampliare 1a collaborazione prevista al punto 8 dello strumento diplomatico, in vista di un crollo della Turchia, chè, se Roma poteva anche auspicare tale crollo nella speranza di ottenere qualcosa cli più, la Gran Bretagna e la Germania erano per 1a conservazione della Turchia e non per il crollo (35). In reltà, l'Italia guadagnava dal primo rinnovo della Triplice e dal susseguente sistema di intese esattamente quello che si era prefisso Robilant, nella sua nota esplicativa del 23 novembre 1886: « ... nel rinnovare il trattato di alleanza e nel provvedere cosi alle esigenze della nostra conservazione, noi vogliamo che codesto concetto cli conservazione inchiuda anche la (difesa) cli quanto rimane, a beneficio nostro, di equilibrio nel Mediterraneo» (36). (33) Phypps a Salisbury, n. 418 del 26 novembre 1887, P.R.O., F.O. 7, 1119. Per quanto segue, cfr. anche LANGER, cit., pp. 639-41. (34) Phypps a Salisbury, n. 401 del 14 novembre 1887, P.R.O., F.O. 7, 1119. Nigra aveva <letto che un fisico antico aveva distinto tre categorie di elementi negativi: pericolosi, cronici, noli me tangere: era questo il caso della .Bulgaria, che più si voleva affrontare con palliativi, più si aggravava. ( 35) Cfr. LANGER, cit., p. 706. (36) VOLPE, cit., p. 74. « Di fronte all'Austria, Stato di 50 milioni di abitanti, padrona non solo della Dalmazia, ma anche dell'Istria, l'Italia si trovava nell'Adriatico in con<lizioni spaventose, ed era costretta ad esaurirsi in armamenti navali superiori a quelli dell'Austria per correggere nei limiti del possibile le sue inferiorità naturali. Lo statu quo balcanico, a cui l'Italia è rimasta disperatamente attaccata, finché lo scoppio della guerra europ ea non è venuto a sconvolgere t utti gli antichi rapporti, aveva questo semplice scopo: impedire che l'Austria, sottomettendo il Montenegro e l'Albania, diventasse padrona delle bocche di Cattaro e di Valona, e si assicurasse così il dominio assoluto anche del basso Adriatico dove le coste pugliesi sono popolose e indifese come le coste del medio Adriatico>> MARANELLI e SALVF.MJNJ, cit., pp. 165-6.
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Tutti i tentat1v1 successivi di Crispi di ottenere qualche cosa di più di quanto specificamente previsto nel trattato erano destinati a fallire. Restavano, all'attivo, gli art. III e IV del trattato separato con la Germania del 20 febbraio 1887, che certamente coprivano talune esigenze di sicurezza dell 'Italia e di difesa di suoi in~eressi mediterranei di fronte alla Francia.
5. - Il rinnovo del trattato triplici sta nel 1891, fu avviato dal di Rudinì con un tentativo di maggiore coinvolgimento della Germania nei Balcani e dell'Austria-Ungheria nel Mediterraneo. Il trattato del 6 maggio 1891 unificava gli accordi precedenti, rafforzando i legami fra i tre alleati , anche se non conteneva nuove clausole particolarmente impegnative, tali da modificare in maniera significativa le vecchie intese. Per i Balcani il nuovo trattato ripeteva letteralmente all'art. VI il vecchio art. I dell'accordo italoaustriaco della stessa data. Veniva quindi riconfermata l'idea di una partecipazione italiana ai problemi balcanici e adriatici ed il principio dei compensi. Per rafforzare la propria posizione, il governo di Roma provvide, nel medesimo anno, a finanziare con apposite sovvenzioni le linee marittime con la Dalmazia e l 'Albania affidate alla società di navigazione « Puglia » e porte> a termine un primo, notevole potenziamento della base navale di Taranto, cui si era posto mano da ann i. Ciò consentì anche di avanzare a Vienna la proposta - nel corso delle richiamate trattative, condotte dal comandante Volpe per un'intesa navale - di spostare a sud il baricentro d'azione dell a fl otta austriaca, la quale avrebbe potuto avvalersi, nel quadro di una collaborazione operativa con quella italiana, della base pugliese, ma ancora una volta gli italiani si trovarono di fronte al rifiuto di una collaborazione marittima da parte dell'alleato (1894). Una nuova crisi prese le mosse nel 1895 dai massacri armeni. Questa volta l'Austria-Ungheria tenne un contegno più cauto, invocando l'accordo tra tutte le potenze, cosa che Francia e Russia rifiutarono. In un soprassaho di rinnovato inleresse occidentale, il governo di Pietroburgo si spinse fino ad interpellare Parigi circa la disponibilità a sostenere fino in fondo una nuova azione russa contro la Turchia. Alla risposta negativa della Francia, la Russia assunse un atteggiamento più pruden te. Intanto, a partire dal 1895, la Gran Bretagna lasciò decadere· gli accordi del 1887 per il Mediterraneo, mentre la Germania si concentrava nella politica coloniale.
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Scoppiarono, nel maggio 1896, nuovi moti in Creta, d'ispirazione greca, che le potenze fronteggiarono mediante lo sbarco di una forza internazionale e la costituzione di una squadra mista agli ordini dell'ammiraglio italiano Canevaro. Seguì il blocco navale della Grecia e la concessione di riforme da parte della Turchia. Impossibilitata ad agire per mare, il 17 aprile 1897 la Grecia attaccò sulle frontiere settentrionali, ma ne uscì battuta e, il 4 dicembre, accettò di rinunciare a Creta. La crisi indusse varie potenze a riconsiderare la propria posizione. Salisbury questa volta avrebbe anche accettato la cessione ai russi degli Stretti, in cambio di un pieno riconoscimento della posizione inglese in Egitto, ma fu il governo di Pietroburgo, nella circostanza, ad esitare per il timore di avviare una crisi di dissoluzione nell'impero ottomano, che non si sentiva abbastanza forte per controllare. I due tradizionali rivali - austriaco e russo furono indotti a contatti diretti dal rifiuto dei rispettivi alleati a seguirli in imprese rischiose: la Prancia si dichiarò indisponibile per un'avventura russa sugli Stretti, mentre la Gran Bretagna si defilava e la Germania, richiesta di aiuLo <la Vit:nna, suggeriva una politica di conciliazione, attenta a non farsi coinvolgere ancora di più in nuove vicende balcaniche (37). L'Italia era preoccupata del pericolo di fare le spese , in termini di ulteriore lesione dei propri interessi, degli avvenin1enti, ed aveva problemi anche all'interno, <love la politica utilitaristica che la congiuntura internazionale suggeriva al Ministro degli Esteri Visconti Venosta non trovava il conforto di una opinione pubblica sentimentalmente filoellenica. Un'intesa austro-russa fu raggiunta in occasione della visita dell'imperatore Francesco Giuseppe a Pietroburgo nell'aprile 1897, ed essa garantì un decennio di status quo nei Balcani, coprendo le spalle ai russi, che poterono impegnarsi in Estremo Oriente, assumendo un atteggiamento meno aggressivo ai loro confini meridionali europei. Nel corso della cns1 armeno-cretese - come ha messo bene in luce Pastorelli (38) - nel governo di Vienna si erano manife-
(37) L'esercito turco era stato riorganizzato Jal generale germanico Colmar von der Goltz, e la cosa non aveva trovato apprezzamento in diverse capitali . (38) P. PASTORELLI, Albania e Tripoli nella politica estera italiana durante la crisi d'Oriente del 1897, in « Rivista di Studi Politici Internazionali », XXVIII, 1961, n. 3, pp. 370-410 c 420-2 1.
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state due tendenze: la prima, del ministro degli Esteri Goluchowski, favorevole ad uno status quo che tenesse fuori la Russia dagli Stretti e l'Austria-Ungheria da nuove occupazioni; la seconda, degli ambienti militari, che voleva concedere ai russi il controllo degli Stretti in cambio del controllo austriaco del canale d'Otranto contro l'Italia, dell'annessione della Bosnia, dell'Erzegovina e del Sangiaccato di Navi Pazar: per i restanti territori turchi nei Balcani si dovevano concedere limitati ingrandimenti agli stati esistenti, facendo nascere due stati indipendenti in Macedonia e in Albania. E' interessante rilevare come questo punto di vista ledesse a fondo gli interessi italiani in Adriatico e non tenesse alcun conto degli impegni diplomatici sottoscritti, cui invece si richiamava costantemente il governo di Roma ne1la circostanza, trovando, per la verità, una certa disponibilità nei responsabili della politica estera di Vienna. Ma i co1loqui di Pietroburgo segnarono un'evoluzione: ancne Goluchowski considerava oramai « augurabile » l'occupazione di Durazzo e di Valona - il resto del programma proposto dai militari appariva troppo oneroso finanziariamente - e desiderava acquisire il consenso russo per la Bosnia, l'Erzegovina e il Navi Pazar. In cambio i russi puntavano agli Stretti, che però - osservavano gli austriaci costituivano una questione europea, non regolabile bilateralmente. In conclusione, vi fu un accordo generale per lo status quo, accompagnato però da inquietanti e non perfettamente collimanti indicazioni circa le rispettive aspirazioni in caso di una dissoluzione dell'impero turco. L'informazione all'Italia fu trasmessa « in modo parziale e inadeguato», in sostanziale violazione degli impegni fissati nel trattato della Triplice. Gli italiani parvero soddisfatti dello status quo, anche se Visconti Venosta aggiunse - in sintonia con l'accordo triplicista e con quello mediterraneo del dicembre 1887 - che in caso di impossibilità a mantenerlo, l 'Italia avrebbe dovuto partecipare alle eventuali nuove decisioni. Meno soddisfatto apparve l'Holstein, peraltro meglio informato, il quale rilevò che un veto all'espansione italiana sulla sponda albanese - quando per · Roma « l'Albania significava la stessa cosa che per la Russia gli Stretti » - avrebbe rafforzato in Italia le correnti antitripliciste. E in effetti, la lotta per l'influenza nell'Albania settentrionale fra italiani ed austriaci, condotta con la partecipazione del clero, non avrebbe contribuito a rafforzare l'alleanza. Nell'incontro di Milano del 6-8 novembre 1897 il Goluchowski smentì a Rudinì e Visconti Venosta la « leggenda» delle aspirazioni austriache sull'Albania e
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su Salonicco, affermando però: « siamo allo stesso modo decisi a non ammettere che una qualsiasi altra Potenza vi si possa stabilire ». L'incontro si chiude con la convinzione, da parte di Goluchowski, che se lo status quo si fosse rivelato impossibile, l'Albania avrebbe avuto una sorta d'indipendenza che avrebbe escluso una espansione italiana, mentre per Visconti Venosta sarebbe stato tutto da discutere e da concordare: su una linea più vicina all'interpretazione del Ministro italiano si sarebbe stabilito poi - con lo scambio di lettere del dicembre 1900-febbraio 1901 - un nuovo accordo per la sistemazione dell'Albania. Questo « significava far riconoscere nuovamente all'Austria-Ungheria, almeno circa l'Albania, quell'impegno derivante dalla Triplice che essa aveva superato nell'accordo con la Russia » (39).
In questo periodo venivano a coincidere -
dopo le disillusioni africane dell'Italia - una certa ripresa dell'irredentismo ed il miglioramento dei rapporti con la Francia: nel 1897 i nazionalisti liberali italiani vincevano le elezioni a Trieste e negli anni seguenti nella città giuliana non mancarono incidenti e frizioni (40); con la Francia nel settembre 1896 veniva stipulato l'accordo sulla Tunisia, cui seguiva a fine 1900 l'intesa segreta sulla Tripolitania
(39) E infatti Visconti Venosta, « parlando d ell'Albania, disse che Italia ed Austria avevano avu to l'occas-ione di discutere i loro comuni interessi sulle coste turche dell'Adriatico, e si erano trovate d'accordo che quegli interessi avrebbero avuto la migliore protezione col mantenin1en to dello status quo »: Currie a Lansdowne , da Roma. n. 197 del 19 dicembre 1900, P.R.O ., F .O. 170, 555, 6579, cui è allegato anche il testo in fra ncese <lelle dichiarazioni di Visconti VenosLa sulla polit ica estera riportati d a « L'I talia» del 19 dicemb re. (40) Nel 1898 il Consiglio comunale negò di dare al Corso il nome dell'imperatore Francesco G iuseppe; vi furono incidenti per il mancato lutto dei triestini in seguito all'assassinio dell'imperatrice madre Elisabetta d'Austria, mentre per 10 giorni durò il lutto per la morte di Umberto I , nel 1900. Il 14 febbraio 1902 vi furono <lei mor ti in seguito ad incidenti con la trupp a dopo un comizio connesso con uno sciopero generale proclama to a sostegno d i una ver tenza tra i fuochisti navali e il Lloyd , incidenti che proseguirono n ei giorni seguenti. Il 20 settembre 190 3 fu alzato il tricolore sulla torretta d el palazzo municipale, ecc. Per le di mostrazioni irredentistiche e antiau striachc del 1903 in I talia, d r. G . G mLIT TI (dalle carte di ), Quarant'anni di politica italiana, documenti inediti, II, Dieci anni al potere, a cura di G. C AROCCI , Milano 1962, pp. 296-98 .
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e nel giugno 1902 quella sulla reciproca neutralità (41). I rapporti dell'Italia con gli alleati della Triplice non erano più gli stessi del tempo di Crispi, chè ora la politica di Roma, oltre che con le alleanze, si faceva secondo Zanardelli, « anche con i trattati di commercio »; negli stessi giorni la « Gazzetta germanica del Nord», in polemica con la stampa francese, scriveva che gli alleati dell'Italia non le avevano mai imposto le loro condizioni per l'impiego dell'esercito e che « il trattato fra i tre alleati lascia a tutti e tre libertà completa quanto alla dislocazione delle loro forze di terra e di mare» (42). Questa affermazione poteva apparire imprudente, chè fin dal 1888 un accordo militare, come sappiamo, era stato definito fra le potenze della ·Triplice, e proprio il 5 novembre 1900 era stato finito di redigere il piano di mobilitazione della 3a armata italiana per il fronte del Reno, cui il 5 dicembre era seguita la firma, a Berlino della prima convenzione navale della Triplice. Ma qualche mese dopo l'impegno italiano sul Reno era stato eliminato dai piani della Triplice, che a due anni dalla scadenza del trattato in vigore appariva assai meno compatta che in altri momenti. Tuttavia, la prima convenzione navale triplicista nel dicembre J 900 aveva una sua importanza. Dopo decenni di fallimenti, finalmente l'Italia otteneva un impegno marittimo degli alleati, e, in particolare, dall'Austria-Ungheria, cui veniva assegnata la difesa di tutto l'Adriatico. Una tale suddivisione di compiti comportava per l'Italia vantaggi e svantaggi: da un lato, nei confronti del problema primario - considerato addirittura vitale in mo1te contingenze della difesa marittima del bacino occidentale, l'accordo consentiva alla marina italiana di diminuire la propria frontiera marittima e di concentrare tutte le proprie risorse nel Tirreno; dall'altro, l'affidamento agli austro-ungarici della copertura del settore adriatico -
(41 ) Cfr. anche G. Zu<:CONl, La politica italiana nel processo di riavvicinamento franco-italiano ( 18%-1902), in « Rivista di Studi Politici Int ernazionali» XXVI , 1959, 2, pp. 243-62. « Missione di pace» fu definita la visita della 2" sq uadra francese del Mediterraneo, al comando dell'amm. Barnard , a porti -italiani nella primavera del 1904, cfr. Delcassé a Ministro della Marina, 28 marzo 1904 e allegati, in Serviee Historique dc la Marine, Parigi, 1313 3, 1243. ( 42) Ved i l 'in terv isLa al « New York H erald » del 20 marzo 1901 di Zanardelli e Lascelles a Lansdownè, da Berlino, 27 marzo 1901, P.R.O., F.O. 425, 248, 6473.
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benché una clausola inserita nella convenzione consentisse agli italiani di rivendicarne il comando - poteva favorire ulteriormente la politica di Vienna nei Balcani. E proprio per questa area Roma stava entrando di nuovo in rotta <li collisione con la alleata. Come aveva esattamente previsto l'ambasciatore britannico a Berlino, « le crescenti aspirazioni degli slavL. potranno un giorno sottoporre la Triplice alleanza ad un grande sforzo » (4 3). Quel giorno era abbastanza prossimo, e lo si vide durante le trattative per il quarto trattato della Triplice, quando al tentativo italian; di inserire clausole di salvaguardia per i Balcani a favore dell'Italia - e addirittura di sfruttare un disimpegno dalla causa irredentistica per ottenere « l'assicurazione che l'Austria non invaderà l'Albania » - fu opposto un diniego netto dalle potenze centrali. Sospetti reciproci serpeggiavano tra gli alleati, per cui la reale portata della Triplice, col rinnovo del 28 giugno 1902, ritornò ad essere quella di uno strumento difensivo. Contribuirono a ciò l 'affievolimento della caratterizzazione antifrancese dopo gli accordi Prinetti-Barrère e il rifiuto degli imperi centrali ad accogliere, sia pure parzialmente, le richieste italiane sui Balcani. Un'eco delle contraddizioni offerte dalla situazione emerge anche <lai rapporti dell'addetto navale francese a Roma, il quale notava che l'Italia puntava ogni sforzo sul Tirreno, mentre l'A<lriatico era « parfaitement négligée »; tuttavia, la marina italiana manteneva l'arsenale di Venezia in piena efficienza e da un momento all'altro poteva accadere che l'Italia fosse spinta a puntellare in Albania o in Montenegro la propria posizione adriatica (44) . La guerriglia macedone e bulgara contro i turchi, ripresa con virulenza nel 1902, pareva avviata a soluzione con l'accettazione d a parte del sultano, nel febbraio 1903, delle riforme proposte dalle potenze, ma nel giugno la situazione balcanica subì uno scossone per il complotto militare che condusse all'assassinio di Alessandro <li Serbia e della regina Draga. La liquidazione degli Obrenovic, filoaustriaci , dal trono di Belgrado e la loro sostituzione con Pietro I
( 43) Rumboldt a Salisbury, da Vienna 18 7, 1299. (44) C.V. Davin, addetto navale a Roma, porti n. 20, s.d ., e 32 del .1 2 novembre 1901 , citava dalla «Patria », definita « germanofila »: tinopoli che la Germania a Trieste».
settembre 1900, P .R.O., F.O. a Ministro della Marina, rapS.H.M., BB 7, 156 C. Davin 1 « Meglio la Russia a Costan-- r
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Karageorgevic doveva determinare, insieme ad una maggiore stabilità della vita interna della Serbia, un mutamento nella politica estera, ora rivolta - malgrado le iniziali cautele - contro l'AustriaUngheria e contro la Turchia. Nuovi contatti austro-russi ed il precipitare della situazione in Estremo Oriente indussero un ennesimo impegno reciproco tra Vienna e Pietroburgo per 1o status quo nei Balcani, ma ormai la congiuntura internazionale andava assumendo un andamento precipitoso e pieno di pericoli, caratterizzata com'era dalla caduta di credibilità delle potenze e dalla sfiducia reciproca. La Russia, dopo il disastro della guerra col Giapone e i moti interni, tendeva a rientrare di nuovo nel gioco balcanico, e il timore che nella tormentata penisola Pietroburgo cercasse una rivincita accentuò la diffidenza di Vienna, 1a quale aveva per conto proprio immaginato sviluppi diversi, mentre la potenza rivale era impegnata lontano. Il 26 ottobre 1905 Guglielmo II tenne un bellicoso discorso a Berlino e nel gennaio successivo iniziarono conversazioni militari anglo-francesi. L 'ammiraglio lonJinese avrebbe visto di buon occhio, ormai, la distruzione preventiva della flotta tedesca (45). Il governo di Vienna, intanto, impostava un crescendo di azioni ostili contro la Serbia, che dopo la fine degli Obrenovic considerava fuori dalla propria orbita. Vi fu dapprima un tentativo di guerra economica, cui però la Serbia reagl accentuando H proprio sviluppo economico. Seguì 1a « guerra delle ferrovie», con l'annuncio di un progetto di linea ferroviaria che dalla Bosnia avrebbe dovuto raggiugere Salonicco attraversando il sangiaccato di Novi Pazar e tagliando fuori la Serbia dall'Adriatico e dalla Grecia, oltre che dal Montenegro ; questo programma fu reso noto tra la fine del 1907 e l'inizio del 1908 e, se realizzato, avrebbe isolato la Serbia e vanificato l'altro progetto della ferrovia trasversale fra l 'Adriatico e Belgrado, che avrebbe consentito di valorizzare gli
( 45) Cfr. anche il rapporto dell'ambasciatore tedesco a Roma, Monts, al Cancelliere von I3i.ilow del 18 aprile 1907, in cui il diplomatico afferma di aver appreso dal Luzzati che una minoranza attiva avrebbe visto assai di buon occhio ,in Inghilterra una guerra alla G ermania che consentisse di distruggere Ja flotta tedesca prima che diventasse troppo potente. In Die grosse Politik der curopaischen Kabinette 1871-19 14, Berlino 1922-26, n. 72 15. L'imperatore Guglielmo II vi aveva annotato soprn il nome Jell'ammiraglio Fischer, sostenitore di un attacco navale preventivo.
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accordi commerciali stipulati dai serbi con l'Italia, la Gran Bretagna, la Francia, la Svizzera e la Svezia (46 ). Anche in Italia maturavano rapidamente preoccupazioni nuove. Il vice capo di S.M. della Marina, in uno studio intitolato « Confronto tra la flotta italiana e la flotta austro-ungarica», redatto nel gennaio 1904 per il Ministro, concludeva: « L'Austria-Ungheria gode nell'Adriatico di una posizione privilegiata rispetto all'Italia. Infatti, mentre questa non ha in quel mare che una debole base navale, Venezia, situata all'estremo nord del lungo litorale indifeso, e che può facilmente essere bombardata dal mare, l'Austria, con Pola facilmente difendibile da mare e da terra, con l'arcipelago della Dalmazia, con Cattaro, che si può reputare inespugnabile, possiede basi navali di superiorità strategica incontestabile. A questi vantaggi, già così importanti, si aggiungono gli altri che derivano dalla possibilità che ha la flotta austriaca di poter eseguire violente operazioni contro le nostre città indifese, mentre a noi non sarà permesso di agire in egual modo contro le città del litorale, che è politicamente austriaco , ma in gran parte geograficamente ed etnog:raficamente italiano ... L'Austria-Ungheria ha spiegato in questi ultimi anni un'attività navale che non può essere guardata con indifferenza e, mentre gravi eventi si preparano nella penisola balcanica, l'Italia non dovrebbe trovarsi impreparata, e correre il rischio che quel mare, il quale una volta era sottoposto all'incontrastata egemonia veneta, diventasse un mare straniero ». Popo dopo, nell'agosto, il marchese Cusani , ministro d 'Italia a Cettinje, trasmetteva un promemoria segreto al Ministero degli Esteri per chiedere l'invio di un ufficiale esperto per praticare lo spionaggio ed eventualmente preparare sabotaggi ai danni de1le fortificazioni austriache sulle coste del Montenegro . Il promemoria incominciava così: « Le assicurazioni scambiate recentemente fra l'Italia e l 'Austria-Ungheria danno attualmente la garanzia che lo status quo nei paesi balcanici, specialmente per quanto riguarda l'Albania, sarà mantenuto. Ma ... la differenza fra l'Italia e l'Austria-Ungheria è che questa, padrona già di (46) Cfr. DRAGNTC.11, cit., pp. 93-8. Per quanto riguarda i sentimenti d ella popolazione serba, poi, si può richiamare il noto episodio del « grande silenzio » con cui, nel 1906, fu accolto l'arciduca ereditario - venuto in visita ufficiale a rappresentare l'imperatore - in contrasto con le ovazioni entusiastiche indirizzate nella stessa occasione al principe Danilo del Montenegro, cfr. MANTEGAZZA, Questioni di polit ica est era, Milano 1910, cit. pp. 287 e 293.
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tutta la costa orientale adriatica, sta facendo fin d'ora tutto quanto è necessario per assicurarsene eventualmente anche il restante, mentre l'Italia ha dovuto rimanere spettatrice passiva di una simile attività ogni giorno crescente». Il Cusani proseguiva poi notando che il solo punto d'appoggio per l'Italia sul la riva occidentale era, anche per i vincoli dinastici, il Montenegro, « questo piccolo Stato che, per la sua situazione, potrebbe dare occasione a grandi mutamenti ». E si continuò a tener d 'occhio la scomoda vicina adriatica, registrando con accuratezza i progressi della marina imperiale e regia che, nel 1907, risultava, secondo un altro studio deHa marina italiana, in posizione relativamente più favorevole che qualche anno prima ( 4 7 ). In quello stesso 1907 , dovendosi denunciare o automaticamente rinnovare p er altri sei anni l 'alleanza, si lasciò, nelle capitali d egli imperi centrali, che le cose camminassero da sole e la Triplice fu rinnovata senza dar luogo a quelle trattative, dirette a ridurre gli impegni reciproci, che l'ambasciatore tedesco a Roma aveva vivamente, ma inutilmente sostenuto (48 ). Incombevano gli avvenimenti del 1908, che avrebbero determinato un rivolgimento tale da consentire ad un cx presidente del Consiglio, Fortis, di affermare in Parlamento: « il paese con il quale abbiamo le maggiori probabilità di avere la guerra è l'Austria, nostra alleata» (49). Da quel momento più che mai - come no-
(47)Vedi GABRlELE , Le Convenzioni navali della Triplice, cit ., pp. 301-07, ove pure si trovano i passi riportati tra vi rgolette, pp. 513-1 4 e 515. (48) A. MoNTs, Erinnertmf!.en und Gedanken des Botschafters Graf Monts, Berlino 1932, pp. 217 sgg. ( 49) Ne riferiva , nel suo rapporto di fine d'anno, l'addet to navale francese a Roma, il quale scriveva anche: « La politica navale dell'Italia durante l'anno 1908 sembra sempre più diretta unicamente contro la marina austriaca, i cui progressi cd accrescimenti sono sor vegliati con gelosa cura dal Governo e dal paese tutto intero. G li avvenimenti d 'Oriente, i moti universitari che han no caratterizzato la fine dell'anno, hanno solo accentuato un sentim ento di sfiducia che regnava già da molto tempo tra i due paesi... E' eviden temente sotto l'imperio di queste preoccupazioni ( quelle di una guerra con l'Austria-Ungheria) che il capo di S.M. della marina ha compiuto durante l'estate una visita completa delle coste dell'Adriatico, che si arma di 305 il fronte a mare di Venezia, che si costruisce una darsena per torpediniere ad Ancona, ch e il centro stazionamento delle torpediniere è stato portato da Civitavecchia a Messina . La configurazione delle coste non consente di fa re attualmente molto di più; ma lavori d i sondaggio eseguiti nella baia di Manfredonia sembrano indicare l'intenzione di creare uno stabilimento navale in questo punto. Se d 'altra parte
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tava, malgrado le smentite ufficiali , l'addetto navale francese a Roma - l'Adriatico avrebbe occupato un « posto d 'onore nelle preoccupazioni del Governo italiano» (50).
si avvicinano a queste disposizioni marittime i preparati vi mi litari del Ministero della Guerra: costruzione di nuove opere all'ingresso delle numerose valli che sboccano in ltalia dalla Valtellina fino all'Isonzo, rafforzamento discreto <lelle guarnigioni del N .E. per mezzo di truppe finora accantonate alla nostra frontiera , ci si può fare un ' i<lea abbastanza giusta delle preoccupazioni e dei progett i militari <lel Gove rno italiano ... ». C.F. Saint Pair a Minis tro della Marina, allegato alla lettera 166 del 20 dicembre 1908, in S.H.M., BB 7, 123, i . (50) T.V. Jousselin a Ministro della M:irina, confid., Rom:1 14 novembre 1909, S.H.M., BB 7, 86, 13. lvi, con riferimento al periodo di transizione dei primi anni del secolo, si apprezzava assai favorevolmente la posizione stra tegica aus tri aca imperniata su Pola e sugli arcipelaghi dalmati e si confermava che entro pochi anni l'Austri a avrebbe avuto una flotta « non immensa ma rapida, potente, omogenea, offensiva». Del resto, e ra questo anche l'effetto del messaggio lanciato dall'arciduca Francesco Ferdinando, massimo esponente della fazione antitaliana di Vienna, con le famose « parole liberatrici » pronunciate in occasione delle grandi manovre di sbarco in Dalmazia nel 1906, ch e miravano a svincolare la marina asburgica dalla tradizionale filosofia difensiva, indicandole anche prospettive offensive. E a partire dal 30 settembre 1908 nuove potenti unità navali austriache avrebbero incominciato a scendere in mare. Cfr. M. SoKm., La ,e,uerra marittima dell'Austria Ungheria, Roma 193 1, I, p. 19; G. Ducc1, Accordi e convenzioni durante la triplice alleanza, in Rivista Marittima, LXVIII, III, marzo 1935, p. 273.
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IL SECONDO PIANO GENERALE DELLE FORTIFICAZIONI. STUDIO E PROGETTI (1880-1885)
1. Quando, nell'ottobre del 1880, il Comitato di stato mag-
giore generale fu convocato dal Ministro della Guerra, generale Milan, per elaborare un piano delle fortificazioni nel quale avrebbero dovuto essere indicate località e opere su cui basare la difesa permanente dello Stato, il compito assegnatogli non si presentava così arduo come quello che per quasi dieci anni, sino al 1871, aveva svolto, con analogo incarico, la Commissiune permanente per la difesa dello Stato (l ). Il Comitato poteva infatti tener conto sia delle conclusioni della Commissione permanente - punto di riferimento obbligato per ogni studio, ufficiale o no, che negli anni successivi era stato intrapreso in questo campo - ; sia delle considerazioni e proposte contenute nelle relazioni delle commissioni parlamentari che avevano esaminato i numerosi progetti di legge preparati dal Ministero; sia, infine, delle fortificazioni che erano state costruite nel frattempo. Se nel 1871 esistevano vari tipi di opere - risalenti quasi tutte a prima dell'Unità - in più di cinquanta località (tra cui 7 valichi alpini , 12 centri costieri e 13 interni), erano infatti stati intrapresi lavori a partire dal 187 3 a La Spezia, per farne una piazza marittima e terrestre; dal 1876 a Genova , sul solo fronte marittimo ed in 10 valichi alpini (5 dei qu ali già fortificati), per sbarrare le principali vie di comunicazione terrestri; dal 1878 a Roma, per proteggerla da una incursione proveniente dal mare (2).
( 1) Cfr. Relazione a corredo del Piano G enerale di Difesa del!'Italia - presentata al Ministro della Guerra il 2 agosto 1871 - dalla Commissione permanente per la Difesa Generale dello Stato, Roma 1871. (2) L'elenco ùelle ùisposizioni legislative in Camera dei Deputati, 1882-86, Atti, voi. XIV, Relazione 182-A, specchio A.
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Un pur lungo e attento lavoro ministeriale e parlamentare non era però riuscito ad avviare l'attuazione di un piano organico a causa e di una perdurante indecisione sulle soluzioni tecniche e del suo alto costo. La Commissione permanente aveva infatti calcolato una spesa complessiva - escluso l'armamento - di oltre 306 milioni di lite che, escludendo alcune opere, scendevano a 142; e se il Ministero ne aveva chiesti al Parlamento in un primo tempo appena 90 ,3 da spendere in dieci anni, la Commissione della Camera aveva creduto di dover riportare lo stanziamento a 159 ,8 milioni, sempre in dieci anni (.3). Tra il 1871 ed il 1880 furono stanziati però « soltanto » 66 ,6 milioni di lire per le opere e poco più di 31 per le artiglierie (4 ). Dalla distribuzione di queste somme si può agevolmente dedurre quali siano stati i criteri seguiti nella prima sistemazione della difesa permanente del paese; il Ministero provvide a fortificare sino al 1879, nell'ordine, un importante arsenale della marina, i valichi della frontiera nord-occidentale e poi la capitale. Nell'80 decise di provvedere anche alla frontiera nordorientale e, in piccola misura, all a difesa delle coste. I fondi stanziati nel giugno dell'80 si sarebbero esauriti ncll'84. Entro quell'anno era necessario disporre di un piano che, sosLituendosi a quello del '7 1 - dimostratosi di difficile attuazione - , costituisse il punto di riferimento delle proposte che il Ministero avrebbe presentato al Parlamento, il quale con un ordine del giorno votato dalla Camera, ne aveva fatto, tra l'altro, specifica richiesta. 2. Il compito di predisporre tale piano fu appunto assegnato al Comitato riunito in Commissione per lo studio della difesa dello Stato, i cui lavori procedettero al ri tmo di due sessioni annuali nell'80, '81 e '82 e furono ultimati nel maggio dell'83 . La nuova Commissione prese in esame cinque teatri di guerra, in rapporto a due ipotesi di conflitto, contro l 'Austria-Ungheria e contro la Francia. I verbali e le conclusioni delle 111 sed ute furono raccolti e stampati in ·s ette fascicoli, destinati a rimanere segreti (5).
(3) Cfr. Camera dei Deputati, 187 1-73, Atti, vol. I , Progetto di legge n. 31, 12 dicembre 187 1, e Relazioni 31B e 31C. ( 4) Relazione 182-A, cit., specchio B. (5) Sono conservati nell 'Archivio J ell 'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell 'Esercito, (AUSSME) fo nJo Operazioni e Mobilitazione (OM), raccoglitori 47 e 48.
IL S ECONDO PIANO GENERALE
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La presidenza della Commissione fu affidata per cinque sessioni a Luigi Mezzacapo e per due a Giuseppe Salvatore Pianeti, i più anziani fra i ten enti generali chiamati a farne parte, entrambi fra le personalità che, per la presenza pressocché costante e la vivace e sentita partecipazione alla discussione, contribuirono maggiormente alla elaborazione del piano. Il primo, già Ministro della Guerra dal 1876 al 1877 , senatore, comandava in quegli anni il VII corpo d'armata; il secondo, già Ministro della Guerra del Regno delle Due Sicilie nel '60, senatore, comandava il III corpo; oltre a costoro vanno ricordati: Cesare Ricotti, già Ministro dal 1870 al 1876, deputato, comandante il IV corpo; Giovan Battista Bruzzo, già Ministro nel 1878 , senatore, comandante il V corpo; Ettore Bertolè Viale, già Ministro dal 1867 al 1869, deputato, comandante il Corpo di Stato Maggiore e poi il VI corpo; Enrico Cosenz, senatore, comandante il I corpo, poi Presidente del Comitato di stato maggiore generale e, subito dopo, Capo di Stato Maggiore dell 'Esercito; Carlo Mezzacapo, senatore, comandante il V e poi l'VIII corpo; Giacomo Longo, senatore, Presidente del Comitato di Artiglieria e Genio . Come si vede, costoro univano responsabilità parlamentari a quelle derivanti dai comandi loro affidati; alcuni erano anche stati a capo dell'amministrazione (e Ricotti e Bertolè Viale sarebbero tornati a guidarla). Pianell, Cosenz, i due Mezzacapo e Longo garantivano poi - nella misura e nei modi consentiti, ad esempio, ad un ex-ministro di Francesco II e a due ex-garibaldini , - l'apporto d ella tradizione militare <lelJe regioni meridionali e sembravano confermare con la loro stessa presenza la avvenuta saldatura della difesa dell'Italia peninsulare ed insulare con quella continentale in un unico sistema che Carlo e Luigi Mezzacapo avevano fatto oggetto dei loro famosi studi ancora prima dell 'Unità (6). La presenza di Ricotti prometteva invece la connessione del piano di fortificazioni in studio con l'impiego dell'esercito di modello prussiano di cui dieci anni prima era stato attento e tenace realizzatore (7) e di cui continuava a sentirsi , in particolare per quanto riguardava la riuscita
(6) C ARLO e L UIGI M EZZACAPO, Studi topografici e strategici sull'Italia, Milano 1859. (7) Si vedano a proposito Fo1t'l' UNA'l'O MINNI'fl , Esercito e politica da Porta Pia alla triplice alleanza, in « Storia contemporanea », 1972, n. 3 e 1973, n. l ; VINCENZO GALLTNARl , Le riforme militari di Cesare Ricotti, in « Memorie storiche militari », 1978.
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della mobilitazione, responsabile (8). Si trattava msomma di un qualificatissimo gruppo di tecnici facenti parte - anche se con un diverso grado di adesione, massimo per quanto riguardava Ricotti e Luigi Mezzacapo - della rappresentanza politica del paese; alcuni erano stati, con compiti e responsabilità diverse, attivi. protagonisti delle vicende politiche e militari che avevano condotto la nazione all'Unità; a tutti ora era data l'occasione di determinare la dimensione ed il ruolo delle fortificazioni di cui l 'Italia doveva essere dotata a garanzia della propria indipendenza. 3. I lavori della Commissione cominciarono nell'ottobre 1880 sotto la presidenza di Pianell con l'esame <li un tratto di frontiera sino ad allora trascurato, la zona montana del teatro di guerra nordest compreso tra la valle dell'Oglio e quella del Tagliamento. Questa priorità si spiega con l'intenzione del Ministero di munire al più presto di difese stabili quel confine, intenzione che ci sembra possibile collegare al timore (infondato) di un attacco austriaco che si era diffuso l'anno precedente ed aveva drammaticamente richiamato l 'attenzione su lla opportunità di una efficace protezione <lel fianco sinistro dell'esercito schierato in posizione difensiva fra Isonzo e Po, oppure impegnato in una offensiva oltre l'Isonzo.
La Commissione propose lo sbarramento con opere permanenti della valle dell 'Oglio a Edolo, il comp letamento dello sbarramento della valle del Chiese a Rocca d'Anfo e della valle Lagarina a Rivoli e poi di tutte le altre rotabili comprese fra questa valle e quella del Fella-Tagliamento: Monte Maso, Primolano, Pieve di Cadore, Chiusaforte, Ospedaletto ed Osoppo (9). In una seconda sessione, tenuta subito dopo, la Commissione, presieduta <la Luigi Mezzacapo, p rocedette allo studio della sistemazione interna di questo teatro. Tra la frontiera ed il Po - base principale delle operazioni, in quanto era l'unica capace <li garantire un ritorno offensivo dopo una seria sconfitta (Ricotti) - la Commissione individuò una linea di difesa avanzata nel corso del Piave. In pianura questo offriva un fronte poco esteso e quindi facilmente difendibile e la « possibilità <li coordinare la dislocazione e l'azione
( 8) OM, r. 48, V erba1i delle sedute del Comitato di stato maggiore generale riunito in Commissione per lo studio della ùifesa dello Stato, Fascicolo III , Teatro di guerra Nord-Ovest, pp. 73-74 . (9) OM, r. 48, Verbali ..., Fascicolo I , Teatro di guerra Nord-Est.
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dei nostri corpi in pianura con quelle delle forze destinate a difendere le Alpi, e un mezzo favorevole alla manovra per linee interne contro i gruppi dell'esercito nemico obbligato a separarsi per procedere dalla pianura friulana e dal Tirolo» (10). Proprio dalla pianura friulana - totalmente aperta e allora generalmente ritenuta non fortificabile - sarebbero venuti l'attacco ed il pericolo principale. Da qui dunque l'importanza del Piave - dove presumibilmente si sarebbe incontrato il nemico - al quale la Commissione destinò però due sole teste di ponte, a Ponte Priula e a Ponte di Piave. Tra Piave e Adige, sia come perno di manovra che a protezione di Venezia, propose la costruzione di alcuni forti a Mestre. Più forte e sicura ci appare così la seconda linea, quella del1'Adige - sul quale era prevista la radunata - la cui scelta portò con sé prima di tutto la necessità di decidere la funzione della piazza di Verona. Mentre vi fu accordo pieno nel coglierne l'utilità per la difesa dagli attacchi provenienti da oriente - che comportava il rafforzamento delle fortificazioni sul lato est della riva sinistra non lo si raggiunse per quanto riguardava gli attacchi provenienti dal Tirolo - che comporLava la costruzione di opere anche sul lato nord che la Commissione tuttavia ritenne di dover proporre (col voto contrario di Bertolè Viale e Ricotti) - . Inoltre il passaggio dell'Adige veniva assicurato da ben cinque teste di ponte: ad Albaredo, Legnago, Badia, Boara e Cavarzere (tutte meno la seconda limitate alla riva sinistra del fiume), delle quali fu proposta la costruzione o il rafforzamento. Dopo Verona e Legnago anche gli altri due perni dell'antico ed ostile quadrilatero, Mantova e Peschiera (sviluppati con qualche opera sulla riva sinistra del fiume), si mostravano ora utili alla difesa, saldando il corso del Mincio al Po. Perché Mantova fosse collegata con l'Appennino la Commisione ritenne poi dovesse essere fortificato il territorio compreso fra la città, il basso Mincio, il Po e l'Osone, noto come il « Serraglio », dotandolo di due sbocchi fortificati verso nord~est: sulla sinistra del Mincio a Governolo e sulla sinistra del Po a Santa Maria Maddalena (tra Stienta e Polesella); e di due altri verso sud: entrambi sulla destra del Po a Borgoforte e a San Benedetto Po. Per completare la difesa del corso di questo fiume la Commissione propose una ampia testa di ponte a Cremona, sulla
(10) OM, r. 48, Verbali ..., Fascicolo II, Teatro di guerra Nord-Est, p. 180.
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riva srn1stra; il rafforzamento della piazza di Piacenza ed il mantenimento delle opere esistenti sull'Adda, a Pizzighettone (11). La difesa avanzata del teatro di guerra nord-est risultava quindi sostenuta dagli sbarramenti montani e da forze mobili appoggiate a due teste di ponte sul Piave. Solo l'Adige ed il Mincio ci sembra fornissero appoggi più consistenti: V crona innanzi tutto e poi Mantova, mentre la posizione chiave del « Serraglio » assicurava il collegamento di questa linea con il Po e con l'Appennino. La piazza di Piacenza era 1a posizione fortificata più arretrata del sistema difensivo di questo teatro. La Commissione sostenne a ragione che le fortificazioni proposte erano tutte egualmente necessarie e, per di più, formavano un sistema coordinato per cui « non senza difficoltà)> si decise a suddividerle , come aveva chiesto il Ministero, in due gruppi, il primo dei quali da realizzare più ·sollecitamente nel caso (probabile) si fosse dovuto fare ricorso ad uno scaglionamento delle costruzioni. « Nel primo gruppo la Commissione pose le fortificazioni dei principali punti d ella nostra base, il Po, e della più importante linea di difesa, l'Adige, e quelle dirette a garantire Venezia » (12) vale a dire le fortificazioni di Mestre, di Verona, le teste di ponte di Legnago e Boara, le fortificazioni <li Peschiera e <li Mantova, la testa di ponte di Governolo e le fortificazioni dell'Osane (lato ovest d el « Serraglio ») e di Piacenza. 4. Nell 'esaminare il teatro di guerra nord-ovest, poco più di sei mesi dopo, nel luglio dell'81 , la Commissione tenne conto delle sue diverse caratteristiche rispetto a quello nord-orientale: in primo luogo della maggiore probabilità che vi si combattesse la prossima guerra; in secondo luogo della sua maggiore estensione, non solo lungo l'arco alpino ma anche lungo la costa tirrenica, poiché una guerra contro la Francia comportava anche dover far fronte ad una pericolosa minaccia di sbarco « sia per la grande importanza politica e strategica del versante occidentale della penisola italiana, sia per la facilità ch e le coste .ligure e tirreniche offrono alla effettuazione di grandi sbarchi, sia per la grande superiorità del suo n aviglio di guerra e da trasporto e sia infine per le stesse condizioni della fron-
( 11) P er tutti i particolari relativi a questo teatro cfr. il fase. Il, cit. (12) Ivi, p. 189.
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tiera terrestre sulla quale non potrebbe essere utilmente impiegata che una parte delle forze mobili » (13 ). Non sorprende perciò che durante la prima delle due sessioni dedicate a questo teatro fosse esaminato in primo luogo il nuovo piano <li radunata verso la frontiera nord-ovest che il Ministero aveva ritenuto <li sottoporre aJla Commissione proprio per introdurvi eventuali modifiche « in vista Ji una più efficace difesa dell'Italia peninsulare contro operazioni di sbarco » ( 14). E sempre a questo fine il Ministero aveva chiesto inoltre di indicare con urgenza i punti della costa tirrenica da fortificare, compresa Messina e lo stretto, e di esprimersi sulla opportunità di completare le fortificazioni di Roma. Tali richieste anteponevano dunque la difesa perifrrica costiera a quella alpina, la quale poteva contare già su qualche fortificazione e, appunto, su un nuovo piano di radunata. Diversamente da quanto stabiliva quello in vigore dal 1875, le località di radunata dei corpi d'armata erano state spostate più avanti per poter passare in minore tempo allo schieramento dal momento che il comando del Corpo di S.M. riteneva che le forze francesi, mobilitate in 8-10 giorni, avrebbero potuto presentarsi al confine tra il 10° ed il 14° giorno, effettuare l'attacco decisivo fra il 16° ed il 18° e sboccare in pianura tra il 21° ed .il 22°. Qualora poi l'invasione fosse stata intrapresa con reparti non mobilitati avrebbero potuto presentarsi in forze ai passi tra il 4° e 1'8° giorno. In entrambi i casi, quindi, avrebbero sorpreso l'esercito italiano nel pieno delle operazioni di radunata. Ministero e Comando del Corpo si erano proposti perciò di rafforzare la prima resistenza inviando immediatamente a rinforzo delle Lruppe alpine i reggimenti di bersaglieri dei corpi d'armata (raggiunti dai propri mobilitati, con precedenza assoluta su tutti gli altri movimenti, entro il 10° giorno); bloccato per il tempo necessario alla radunata il nemico al confine, il Comando Supremo sarebbe stato libero di scegliere tra la difesa ad oltranza nella zona alpina o la manovra per lince interne allo sbocco delle valli e di procedere quindi allo schieramento più adatto (Bertolè Viale, Ricotti). Ma la radunata non poteva lasciare del tutto scoperte migliaia di chilometri di costa che la Marina era troppo
(13) OM, r. 47, Verbali ... , Fascicolo VT, Teatro di guerra interno, p. 234. ( 14) OM, r. 48, fase. III, cit., p. 4.
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debole per difendere intercettando i convogli nemici (15). Dunque alJa difesa delle coste si era provveduto con una opportuna dislocazione di una parte dell'esercito ma occorreva anche l'impiego di fortificazioni. La Commissione avrebbe dovuto perciò individuare i luoghi che più si prestavano non solo allo sbarco di truppe ma soprattutto a funzionare come basi per il loro rifornimento (Mezzacapo e Pianell); sbarchi ritenuti tanto più pericolosi quanto più: a) si avvicinavano al teatro principale delle operazioni, cioè quanto più erano effettuati verso nord - in particolare sulla riviera ligure di ponente, sulla costa toscana e su quell a laziale (Cosenz); b) avvenivano dopo che era stata compiuta la radunata, in quanto i francesi non avrebbero potuto effettuare prima di venti giorni che sbarchi di dimensioni limitate e quindi incapaci di aprire un secondo fronte nell'Italia centrale (Ricotti).
Date queste premesse, la Commissione stabilì che il teatro di guerra continentale era senz'altro più importante di quello penin-
sulare (16) e ritenne sufficienti alla sua difesa due dei dieci corpi d 'armata di cui l'esercito disponeva, riuniti in una armata (17). Gli
(15) Non lasciava speranze a questo proposito il v ice ammiraglio Simone Pacoret di Saint Bon, membro della Commissione; leggiamo nei verbali: « l'ammiraglio P acoret di S. Bun è d'avviso che sulla marina qual'è attualmente non si debba fare nessun assegnamento. Trascorso il periodo dei 20 giorni della radunata, la marina italiana non esisterà più. Non crede che nei primi giorni della radunata i francesi opererebbero piccoli sbarchi per occupare determinati punti. Ritiene ·invece che la flotta nemica si proporrebbe come scopo primo e principale la distruzione della forza italiana. Per ottenere la qualcosa potrebbe pure presentarsi davanti a qualcuna delle grandi nostre città marittime e cominciare il bombardamento. Ciò accadendo la flotta italiana sarebbe costretta ad andarle a dar battaglia, il che corrisponde a dire andrebbe a farsi distruggere ». Ivi, p. 15 . Il vice ammiraglio Federico Mattini riteneva il rapporto di fo rze fra le due marine pari a 1 a 4. ( 16) Al contrario di quanto ri teneva l'ammiraglio Pacoret di Saint Bon, ivi, pp. 25, 29-30, 34. (17) Così disposti: Sicilia:
1 brigata di fanteria 2 squadroni di cavalleria
Napoli :
1 brigata <li · fanteria 4 squadroni di cavalleria
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altri, raggruppati in tre armate, sarebbero stati radunati in Piemonte tranne uno, destinato a presidiare La Spezia e Genova sino alla conclusione delle operazioni di mobilita,done (18). Circa la metà delle forze radunate in Piemonte sarebbe stata schierata sulla barriera
Roma:
Toscana:
1 divisione di fanteria
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reggimento di bersaglieri reggimento di cavalleria corpo di armata brigata di cavalleria (su 3 reggimenti); ivi, pp. 123-124.
(18) Questa la distribuzione delle unità: 1 divisione di fanteria Chivasso: 2 corpi d'armata Torino: 1 brigata di cavalleria ( su 2 regSavigliano: II armata (Alba): gimenti) 1 corpo di armata Fossano-Cuneo: Bra-Cavallermaggiore: 1 corpo di armata 1 divisione di fanteria Alba: servizi di corpo d'armata 2 brigate di fanteria ( da Genova e La Spezia dopo il 18° giorno di mobilitazione) 1 corpo d'armata Carcare-Ccva: III armata (Acqui): 1 corpo d'armata Acqui: 1 divisione di cavalleria servizi di corpo d'armata Alessandria: 2 brigate di fanteria e 1 reggimento bersaglieri ( da Genova e La Spezia a mobilitazione ultimata) 1 divisione di fanteria Genova: 1 reggimento bersaglieri (sino alla conclusione della mobilitazione) 1 divisione di fanteria ( sino al La Spezia: 18° giorno della mobilitazione);
I armata (Torino):
ivi, pp. 124-127. Queste disposizioni non furono più valide l'anno appresso quando i corpi d'armata furono portati a 12. Inoltre Cosenz aveva intenzione di sostituire i reggimenti bersaglieri inviati a riforzo degli apini con reparti di fanteria delle divisioni più vicine ai valichi: si veda Cosenz a Pianell, 23 marzo 1882 in Custoza e altri scritti del gen. Enrico Cosenz e ricordi vari sullo stesso, a cura e con proemio di Francesco Guardione, Palermo 1913, pp. 94-95.
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alpina in conseguenza di un mutamento radicale della strategia difensiva: gli sbarramenti e le operazioni in montagna non dovevano servire più ad assicurare il tempo necessario alla mobilitazione ed alla radunata dell'esercito, secondo quanto aveva predisposto Ricotti. La loro nuova funzione fu così chiaramente definita da Luigi Mezzacapo: « La Commissione, fra i due sistemi che -si possono adottare per la difesa della frontiera nord-ovest, quello cioè di una resistenza ad olt:rama nella zona montana, e quello di una resistema nella detta zona avente unicamente per iscopo di ritardare la marcia deJl'invasore e permettere poi alla difesa di manovrare in pianura contro di esso, ha creduto doversi preferire il primo, ritenendo assolutamente inopportuno il secondo, la cui attuazione ci priverebbe del vantaggio offertoci dalla barriera alpina di poter lottare in favorevolissime condizioni contro le forze nemiche , le quali, in quel terreno, non potrebbero avvalersi della propria superiorità numerica. Del resto, vista la relativa ristrettezza e la conformazione del teatro di operazion~ ddl'alta valle del Po, il nostro esercito non potrebbe aspettare per entrare in azione che il nemico sbocchi da tutte le lince di invasione nel piano, senza correre il pericolo di trovarsi in posizione avviluppata. Ne deri va quindi la necessità di arrestare la marcia di talune colonne nemiche attraverso la zona montana per guadagnare spazio e tempo necessario a gettarsi con tutte le forze disponibili contro le colonne che fossero riuscite a sboccare » ( 19 ).
Da questa mutata funzion e della barriera alpina derivava la necessità di una « immediata e robusta occupazione di quelle posizioni fortissime che costituiscono la chiave dei vari scaccliieri montani » (20) con forze mobili, ma anche un imprevisto sviluppo delle fortificazioni esistenti o già in costruzione la cui capacità di resistenza non doveva essere più limitata a qualche giorno. I forti di montagna, progettati come semplici sbarramenti delle rotabili, e posti quindi in fondo alla valle, avrebbero dovuto essere protetti da attacchi portati dalle alture circostanti e poi, là dove le vie di invasione erano particolarmente importanti, essere adattati a scopi controffensivi, estendendo « le opere staccate in modo che esse oltre a proteggere l'opera principale, servissero eziandio ad assicurare alla
(19) OM, r. 48, fase. III, cit., pp. 124-125. (20) Ibidem.
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difesa il possesso dei punti intorno ai quali la difesa mobile dovrà fare perno di manovra » (21). Rinforzando queste opere: « rimarrebbero disponibili scriveva Mezzacapo al Ministro maggiori forze per la difesa della penisola e delle isole, diguisaché un poderoso rafforzamento delle Alpi otterrà il doppio scopo di proteggere direttamente la parte continentale dello Stato contro le invasioni terrestri e di proteggere dire ttamente in modo assai efficace la parte peninsulare e insulare del Regno. Questa protezione indiretta non sarebbe però sufficiente di fronte ai pericoli di una invasione che provenisse da occidente» (22 ).
Le Alpi assumevano di conseguenza maggiore importanza che in passato rispetto agli altri due ostacoli naturali lungo e dietro i quali era e sarebbe stata organizzata la difesa: il Po e l'Appennino, ma maggiore importanza assumeva anche la difesa delle coste, e, con essa, quella della capitale. In conseguenza la Commissione si espresse a favore della completa fortificazione di Genova e La Spezia e propose di fortificare le rade di Vado, Putloferraio, Porto Longone , Porto S. Stefano, Civitavecchia e Gaeta. Circa Messina riconobbe la necessità di studiarne la sistemazione per farne un luogo di rifornimento e di rifugio sia per la flotta che per le truppe assegnate alla difesa della Sicilia, nonché una testa di ponte per assicurare le comunicazioni dell'isola con il continente. Chiese inoltre che si ini'.liassero gli studi per la difesa dell'arcipelago della Maddalena e del golfo di Napoli. Come era avvenuto per le fortificazioni alpine, anche quelle di Roma avevano mutato funzione . Con il completamento della cintura di forti, l'inserimento di batterie intermedie e la sistemazione della cinta di sicurezza la città avrebbe dovuto trasformarsi in un campo trincerato capace di lunga resistenza, tanto più in quanto godeva dell'appoggio lontano delle opere costruite all'isola d 'Elba, all'Argentario, a Civitavecchia, a Gaeta e ad Ancona. Ricotti si oppose a questo ultimo progetto, così come alle disposizioni del piano di radunata che non lasciava, secondo lui, spazio e forze sufficienti alle operazioni in pianura. Ancor più contrario si mostrò alla prospettiva dell'ampliamento delle fortificazioni al-
(21) OM, r. 48, Verbali ... , Fascicolo IV, Teatro di guerra Nord-Ovest, p. 6. (22) OM. r. 47, Verbali ... , Pascicolo VII, Teatro di guerra meridionale e insulare, p. 142.
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pine, le quali« una volta costruite, - affermò - esercitano un'azione grandissima, non solo per decenni, ma alle volte per interi secoli [ ... ]. Le idee della Commissione non si possono imporre a chi fra 20 o 30 anni avrà la responsabilità della difesa del paese» (23). Ma la maggioranza della Commissione era favorevole a tale concetto (in particolare lo erano Mczzacapo e Pianell) (24) e non esitò a conformarvi il carattere delle fortificazioni proposte per un settore della frontiera nord-occidentale preso in esame tra il novembre ed il dicembre dell'81.
5. Il settore era l'arco alpino compreso tra le valli della Dora Baltea e della Vermenagna, transitabile da grossi convogli solo nelle valli percorse da strade rotabili, e perciò facilmente difendibile con poche truppe una volta realizzato un articolato sistema di fortificazioni. In tal modo si sarebbe potuto schierare la maggior parte delle forze disponibili a ridosso del settore meridionale del fronte, quello costiero compreso fra la valle del Tanaro e Genova, i cui rilievi montuosi erano facilmente transitabili e dove le fortificazioni non avrebbero quindi potuto avere t:he la funzione di perni di manovra. La commissione propose lo sbarramento di quattro « fasci d'invasione » praticabili <lai francesi. Pur giudicando secondario il « fa. scio » che seguiva il corso della Dora Baltea, già sbarrato a Bard, propose un ampliamento delle opere ivi esistenti e, ritenendo quella posizione troppo arretrata, anche una nuova opera al Piccolo S. Bernardo. Più importante considerò invece l'insieme delle strade percorrenti le valli del Cenisìo, della Dora Riparia e del Chisone, già sbarrate, rispettivamente, al Moncenisio, ad Exilles e a Fenestre1le con opere che ritenne dovessero essere rinforzate ed aumentate di numero. Fortificazioni in tre punti dovevano inoltre collegare tra loro le ultime due valli mentre la prima sarebbe stata collegata alla seconda da un'opera di seconda linea per la quale la posizione di Susa presentava tutti i requisiti geografici e militari. Ritenne utile inoltre un'opera nella conca di Bardonecchia per proteggere eventuali operazioni di interruzione della galleria del Frejus. « Fascio » di importanza secondaria giudicò poi quello percorrente le valli della Varaita e della Maira, d a chiudere con un'opera in prossimità di Sampeyre; di importanza primaria invece, quello composto dalle
(23) OM, r. 48, fase. IV, cit:, p. 5. (24) Tutti i particolari su questo teatro nel fase. III, cit.
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valli della Stura di Vinadio, del Gesso e della Vermenagna, già sbarrate a Vinadio ed al colle di Tenda e di cui propose un terzo sbarramento in posizione arretrata, posto a Borgo S. Dalmazzo, alla confluenza delle tre valli. Nel settore meridionale, dove ]'elemento principale della difesa erano le truppe, l'invasione francese poteva essere tentata o lungo la strada costiera o mediante uno sbarco effettuato in un punto del litorale, presumibilmente nella rada di Vado. In entrambi i casi il tratto più importante del settore erano i circa trenta chilometri fra il colle di S. Bernardo e Altare, da considerarsi « come base della difesa e come appoggio delle operazioni controffensive nella riviera di ponente » (25). Questa linea avrebbe dovuto essere fortificata in due punti sul contrafforte fra la valle del Tanaro e quella della Bormida di Calizzano. Lo sbarramento quasi ultimato del colle di Nava avrebbe invece chiuso la strada che metteva in comunicazione Oneglia con l'interno; così come quello di Zuccarello, completato, avrebbe fatto per quella che partiva da Albenga. La linea Nava-Zuccarello, rivolta ad occidente, stava a difesa avanzata del settore, mentre quella S. Bernardo-Altare, la principale, era rivolta a sud. In questa direzione un'altra opera avrebbe dovuto proteggere una rotabile da costruire per agevolare le operazioni controffensive tra Bardinetto e Toirano; altre due sul colle di Melogno e ad Altare (quest'ultima in costruzione) avrebbero bloccato le strade che partivano da Finale Ligure e da Savona. Le opere di Altare sarebbero poi state collegate mediante un forte sul monte Giuto con quelle erette a protezione della rada di Vado. La sistemazione de1la riviera di Ponente terminava con la fortificazione dei passi del Giovo e del Turchino delle cui opere fu sollecitato il compimento. Di Genova la Commissione ribadl la necessaria trasformazione in piazza marittima e terrestre. Propose poi di sbarrare con opere a doppio fronte i passi del Bacco e delle Cento Croci sull'Appennino corrispondente alla riviera di Levante, · al fine di assicurare il passaggio dalla valle del Po alla costa e viceversa, lungo le strade che partivano da Chiavati e da Sestri Levante. Per La Spezia propose di edificare dei forti in mare, davanti alla diga mediana in costruzione, e di chiudere ]a piazza mediante altri forti, batterie ed una cinta di sicurezza. Lungo le linee di invasione principali individuate nel teatto nord-ovest la Commissione scaglionò dunque un gran numero di (25) OM, r. 48, fase. IV, cit., p. 199.
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sistemi fortificati o di singole opere, capaci di sviluppare una difesa che, a giudizio di Luigi Mezzacapo, i francesi, per quanto superiori di numero, non sarebbero stati capaci di superare (26). 6. Al complesso delle proposte elaborate da1la Commissione sino a quel momento si ispirò il Ministero per un progetto che presentò in Parlamento appena una settimana dopo la conclusione dei lavori della quarta sessione; intendeva fortificate quei punti della frontiera terrestre e marittima « di utilità e urgenza indiscutibile, e che, per le loro speciali condizioni geografiche, dovranno sempre essere compresi nel piano difensivo dello Stato» (27). Chiese perciò 10 milioni per La Spezia, 15 per le rade, Genova e Messina, 11 per Roma, 17 per i forti di sbarramento e due per il versante nord delle fortificazioni di Verona, in totale 55 milioni in cinque anni oltre a 32 ,5 per le artiglierie (28). A giugno dell'82 il provvedimento ottenne l'approvazione definitiva (29). Gli stanziamenti furono ripartiti pressapoco come fra il '7 1 e 1'80: il 45 per cento andò alla difesa costiera (compresa La Spezia). Da notare che in questa occasione il nuovo Ministro, generale Ferrero, rese note alla Camera sia l'esistenza della Commissione che la mutata fun zione strategie;, delle Alpi , divenute da mero « ostacolo logistico » base <leila « di fesa attiva » (3 0) e al Senato fece altrettanto Luigi Mezzacapo (31 ). 7. Entro il febbraio dell'82 la Commissione, ripresi i lavori, concluse l'esame della difesa peri ferica prendendo in considerazione la costa ionica ed adri atica. Non ebbe difficoltà a proporre la costruzione di una piazza mariLLima e terrestre, a protezione dell'arsenale e come rifugio per le navi, a Taranto e poi un estesissimo sistema di fortificazioni terres tri e marittime a Venezia, anche qui per assicurare le comunicazion i con il basso Adige, proteggere l'arsenale e offrire un rifugio alla flotta. Egualmente fortificata sia verso
(26) Si veda il fase. I V, ci t. (27) Camera <lei Deputati , 1880.8 I , Atti, voi. XIV, Disegno di legge
n. 277, 16 Jicembre 188 1. (28) Ibidem. (29) Legge 30 giugno 1882, n. 832. (30) Camera dei Deputati, 1880-82, Discussioni, voi. X, Ferrero, 22 aprile 1882, p. 10.069. (31) Cam era dei Senatori, 1880-82, Discussioni, vol. V, Mczzacapo, 27 giugno 1882, p. 3330.
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il mare che verso terra avrebbe dovuto essere Ancona, per offrire un punto di appoggio alla flotta ma soprattutto per impedire grossi sbarchi di truppe (possibili in tutto l'Adriatico solo in quel punto) che intendessero muovere verso Roma (32). 8. A novembre dello stesso 1882 Pianell presiedette (causa una indisposizione di Mezzacapo) la sessione dedicata alla difesa interna del teatro di guerra nord-ovest. In caso di ritirata dal fronte occidentale parve alla Commissione che sarebbe stato indispensabile disporre di passaggi fortificati dalfa riva sinistra alla riva destra del Po e di una prima linea di appoggio, trovata nella Casale-Alessandria. Poiché tale linea era lontana dal!'Appennino ed occorreva una seconda posizione, più sicura, dove raccogliere e riordinare l'esercito, questa fu trovata « nelle alture che da monte Penice scendono al Po presso Stradella, prolungata colla occupazione del tratto inferiore del corso del Ticino » (33 ). Questa posizione, ricca di ostacoli naturali, era a giusta distanza dalla frontiera e avrebbe coperto la Lombardia assicurando nel contempo una base per la controffensiva sia sulla destra che sulla sinistra del Po. Entrambe le linee avrebbero dovuto essere fortificate: la prima col sistemare e rafforzare le opere esistenti ad Alessandria e Casale; la seconda costruendo una serie di teste di ponte - di cui due sul Ticino (una a Vigevano ed una , doppia , a Pavia), due sul Po (una a Parpanese ed una a Cremona) ed una, doppia, sull'Adda (a Pizzighettone) - e rafforzando la piazza di Piacenza. La difesa avanzata del teatro di guerra nord-ovest era sostenuta dunque dagli sbarramenti montani - capaci di giocare un ruolo più complesso per posizione, numero e estensione di quelli posti sul confine nord-orientale - mentre la principale segui va il corso del Ticino e quello, ben munito a Piacenza-Stradella, del Po sino a Cremona che era la posizione fortificata più arretrata del sistema difensivo di questo teatro. Con Pizzighettone e Piacenza delimitava poi un'area comune ai due teatri di guerra continentali. Passando allo studio della terza grande base della difesa del paese, l'Appennino, la Commissione prese in conside razione di nuovo
(32) Per i particolari , OM, r. 47, Verhali ... , Fascicolo V , Teatro di guerra Nord-Ovest e difesa delle coste. (33) OM, r. 47, fase. VI, cit., p. 237.
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le coste tirreniche da Spezia a Piombino e in particolare il tratto compreso tra la foce della Magra e quella del Cecina. Se le fortificazioni dell'isola d'Elba, dell'Argentario, di Civitavecchia e di Gaeta avrebbero dovuto proteggere Roma e quelle ligUri ostacolare il collegamento delle forze eventualmente sbarcate con quelle operanti in Piemonte, ora l'obiettivo era impedire l'apertura di un secondo fronte. Poiché si riteneva che una forza di 60 o 70 mila francesi poteva sbarcare su quel tratto di costa negli ultimi giorni della mobilitazione italiana ed essere raggiunta entro otto o dieci giorni da una seconda forza di pari consistenza, il successo di tali operazioni si rivelava il pericolo maggiore che l'Italia poteva correre in caso di guerra contro la Francia, pericolo più grande ancora di quello di uno sfondamento delle difese alpine e continentali, in quanto tutte le difese preparate nella valle del Po sarebbero state prese di rovescio e le comunicazioni con la capitale ed il resto del paese tagliate. Fortunatamente sbarchi di tali dimensioni potevano effettuarsi allora in due soli punti; la spiaggia di Viareggio ed il porto e la spiaggia di Livorno; la sistemazione difensiva di questo tratto di fronti era marittima non si presentava perciò troppo ardua. Intanto sul monte Bastione, presso Fosdinovo, un 'opera avrebbe dovuto collegare il sistema difensivo di La Spezia con la Toscana . Poi la difesa di Viareggio si sarebbe realizzata, più economicamente, nell'interno, a Lucca, già in parte fortificata , e Livorno sarebbe stata protetta da opere che avrebbero battuto non lo specchio d'acqua antistante ma i dintorni, vietandone l'uso come base di rifornimento. Superate queste difese: « le condizioni del l'irwasore nel baci no dell'Arno non potrebbero considerarsi pienamente soddisfacenti e alla difesa potrebbe rimanere ancora la speranza di efficaci manovre a cavallo dell ' Appennino, fino a tanto che i passi per i quali le rotabili ne attraversano la dorsale fossero in potere della difesa. D'altra parte il possesso di questi passi assicurerebbe alla difesa una base eccellente, cosl contro una invasione austriaca che avesse superata la linea del Po, come contro una invasione francese che avesse superata la posizione Piacenza-Stradella. E perciò la Commissione fu unanime nel proporre che tutti i passi dell 'Appenni no toscano ad occidente della linea Firenze-Bologna fossero assicurati sia verso Nord e sia verso Sud o con sbarramenti a doppio fron te, o, quando la natura dei luoghi lo renda conveniente, con due distinti sbarramenti » (34 ). (34) Ivi, p . 244
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Fortificati questi nove passi, più i tre ad oriente di quella linea, si sarebbe garantita la possibilità di ritorni offensivi dalla valle del Po verso la valle dell'Arno ma non di « ritorni offensivi verso la valle del Po. Il fatto della maggiore estensione del versante settentrionale dell'Apennino toscano congiunto al carattere particolare di tale versante ove s'incontrano posizioni le quali permetterebbero al ne1nico che le occupasse di mandare a vuoto i tentativi di controffensiva della difesa della dorsale apenninica verso la pianura padana, crea la necessità di assicurare alla difesa un efficace sbocco nella pianura stessa. Alla Commissione non parve che potesse cadere dubbio sulla convenienza di prescegliere a quest'uopo il tratto dell'Apennino che corrisponde a Bologna [ ... ] » (35).
A questo fine non solo avrebbe dovuto essere costruito un grande campo trincerato a Bologna ma essere sbarrato il transito di sei strade che dalla via Emilia conducevano ai valichi della Futa e della Porretta. Si sarebbe realizzata in definitiva una regione fortificata che insieme al triangolo Piacenza-Pizzighettone-Cremona costituisce una grande posizione di raccordo dei due sistemi difensivi. Quando la Commissione esaminò la richiesta del Ministero di trarre dalle proposte un piano « ridotto » di più rapida ed economica attuazione, Ricotti ne approfittò per chiedere la diminuzione del numero delle fortificazioni sino ad allora proposte che gli sembrava costituissero « un insieme eccessivo e superiore di molto a ciò che la Francia e l'Austria hanno preparato contro di noi ed a quello che la Germania ha preparato contro la Francia. L'eccedere non tanto sotto il nelle fortificazioni è dannoso - affermò rispetto finanziario, giacché, se mancheranno i fondi , le proposte fatte non si attueranno che in parte, ma bensì sotto il rispetto militare» (36) in quanto i presidi assorbivano troppe forze, diminuendo quelle disponibili per le opera:t:ioni. Solo le fortificazioni di pianura avevano reale efficacia secondo Ricotti, dal momento che per quelle di montagna la capacità di resistenza passiva andava diminuendo di fronte al continuo progredire della potenza delle artiglierie e non conveniva, dunque, dare loto una grande estensione. Propose di conseguenza di ridurre il numero delle fortificazioni isolate e di rea(35) Ibidem.
(36) Ivi, p. 209.
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FORTUNATO MINNl TI
lizzare invece quei grandi sistemi come Stradella o Bologna ai quali attribuiva grande valore « come appoggi a gran forze» (37). Si trattava di una posizione coerente con il disegno, cui rimase fedele per più di venticinque anni, di una forza militare basata su un esercito numeroso, e qu ine.li a ferma breve per poter consentire la formazione di riserve addestrate, ma costituito da un numero ridotto <li grane.li unità (38) per conseguire la superiorità numerica sull'invasore mediante la manovra per linee interne allo sbocco delle valli alpine. Ma la tesi di una riduzione del numero delle fortificazioni non incontrò il favore degli altri membri della Commissione e trovò anzi un critico severo in Pianell. Bruzzo cercò una soluzione di comp romesso proponendo di procedere non ad una esclusione <li posizioni ritenute superflue (giudizio inevitabilmente legato a<l apprezzamenti personali che apparivano difficilmente conciliabili) ma, come si era fatto per il teatro di gu erra nord-est, a stabilire un ordine di priorità nella esecuzione dei lavori . Furono perciò destinati ad essere realizzati in un secondo tempo la regione fortificata di Bologna, le teste di ponte sul Ticino e sull'Adda, la piazza di Ancona ed alcuni sbarramenti appenninici (39). 9. L'anno seguente, a maggio, la Commissione completò i lavori occupandosi del teatro <li guerra meridionale e insulare. Uno sbarco a su<l d ella foce del Garigliano avrebbe potuto avere come unico scopo quello di portare nel meridione il fronte principale della guerra, ipotesi già ritenuta non molto probabile. Non ci sorprende perciò che sia stato proposto un limitato numero di punti fortificati. Fu data molta importanza alla difesa della linea del Volturno « come appoggio alle truppe della difesa d elle provincie meridionali e come base ai ritorni offensivi contro il nemico che si sia reso padrone di Napoli » ( 40) linea da fortificare a Capua con un campo trincerato. Impadronirsi di Napoli fu ancora una volta considerato impresa agevole (e non si era ancora provveduto a studiare i criteri da seguire per la fortificazione della città e del golfo , cosa ch e ai più, data la
(37) l vi, p. 211. (38) Si vedano a proposito le belle pagine J i Castone Manacorda nel saggio introduttivo a Lu H;1 P ELLOux, Quelques souvenirs de ma vie, Roma 1967, pp. XIII-XIV, XVI-XXJ, XXXI V-XXVI , nonché gli appunLi di Sm NEY SONNINO, Diario 1866-1 912, vul. I , Bari 1972, pp. 297-298, 301. ( 39) Per tutte le notizie relative a questo teatro cfr. il fase. VI , cit. (40) OM, r. 47, fase. VII cit., p. 175.
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loro estensione, sembrava al momento e.li impossibile attuazione). Dopo la costruzione di opere a Brindisi a protezione indiretta del1' arsenale di Taranto e diretta di un ancoraggio per la flotta, solo lo stretto di Messina avrebbe potuto contare su una estesa fortificazione delle coste, sia su] versante siciliano che su quello calabrese, del porto e della città anche dalla parte di terra, per stabilire un collegamento con l 'interno dell'isola. Le fortificazioni di Capua e Messina avrebbero dovuto essere realizzate in un primo periodo, quelle di Brindisi in un secondo (41).
10. Luigi Mezzacapo si astenne c.lal votare la ripartizione e ritirò anche il voto dato a questo fine in precedenza. Assente quando Bruzzo era riuscito a comporre il dissidio sorto tra Ricotti e Pianell, rifiutò la classificazione secondo l'urgenza (la Commissione del resto era del parere che non vi fossero opere più o meno necessarie delle altre) la quale non poteva essere stabilita in astratto « attesoché - dichiarò - ciascuna delle fortificazioni proposte per la difesa dello Stato può rivestire il carattere della massima urgenza quando si verifichi una data ipotesi <li guerra. E perciò, a suo avviso, la precedenza nella costruzione delle opere di fortificazione deve essere stabilita dal Ministro della Guerra, il quale, come membro del governo è in grado di regolarla a seconda delle esigenze della politica internazionale » ( 42). Mezzacapo intendeva distinguere tra le responsabilità di natura politica e quelle, esclusivamente tecniche, della Commissione, a garanzia e.li una maggiore libertà d'azione del Governo ma anche di una migliore prestazione professionale dei commissari i quali avevano elaborato un sistema organico e quindi difficilmente modificabile in una o più parti senza comprometterne, più o meno gravemente, la validità. Questo sistema era composto dalla difesa di quattro elementi : 1) le frontiere terrestri e marittime (compresi gli arsenali della Marina) lungo tutta la cerchia alpina ed in alcune località costiere; 2) l'area geografica interna compresa tra lo sbocco delle valli alpine, l' Appennino ed il Piave; 3) la capitale ; 4) i collegamenti con le regioni meridionali. In particolare , superata la barriera delle Alpi e del Piave, la linea principale della difesa permanente continentale
(41) Per tutte le proposte relative a questo t eatro cfr. il fase. VII cit. (42) Ivi., p. 191.
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FORTUNATO MlNNITI
sarebbe stata il corso del Po da Casale a Pontelagoscuro, rinforzato in direzione nord-ovest dal corso inferiore del Ticino e dell'Adda e dal corso del Mincio; la Casale-Alessandria ad ovest e l'Adige ad est sarebbero state le linee avanzate. La difesa permanente peninsulare avrebbe seguito la dorsale appenninica, facendo centro a Bologna. Genova, La Spezia, Roma, Capua, Messina, Taranto e Venezia costituivano altrettanto sistemi autonomi. Malgrado l'opposizione di Mezzacapo, la Commissione votò una versione ridotta del piano di più rapida attuazione, caratterizzata da una riduzione delle teste di ponte e dalla rinuncia alla regione di Bologna. II sistema ne usciva fortemente indebolito, particolarmente nel settore continentale in cui rimanevano sguarniti Ticino , Adda e Piave mentre al Po e all'Adige rimanevano, rispettivamente, una (a Parpanese) e due (a Legnago e Boara) sole teste di ponte. 11. 11 Ministero, stimato il costo complessivo del piano completo (comprese due piazze interne per Sicilia e Sardegna ancora allo studio ed esclusa una eventuale fortificazione di NapoJi) in 613 milioni di Jire piì:1 260 per le artiglierie, ne programmò una parziale attuazione. 11 costo fu pressoché dimezzato provvedendo soltanto alle opere per la difesa periferica (alpina, della costa ligure, di Lucca e di Li vorno); di Roma (comprese isola d'Elba, Civitavecchia e Gaeta); di Capua, Messina e Taran to. Tutta la difesa interna veniva di nuovo esclusa (come nei provvedimenti precedenti) ad eccezione di Verona {lato nord); veniva inclu sa invece, a conclusione degli studi, l'isola della Maddalena alla quale veni vano destinate, così come a Venezia ed Ancona, semplici batterie (43). Per realizza re questo progetto il ministro Ferrero ritenne di no n poter fare a meno di un bilancio straordinario di almeno 70 11iiliuni annui per sette esercizi, somma che superava certamente le possibilità del bilancio dello Stato e che non parve al Presidente del Consiglio Dcpretis proponibile al Parlamento . Per indurre Ferrero a ridurla ques ti chiese la mediazione del Segretario generale del Ministero della G uerra, colonnello P elloux, a'l-
(43) I due piani si trovano in AUSSME, O M, r. 298, f. 1, « Piano generale delle fortificazion i per la di fesa dello Stato presentato dal Ministro della guerra fcrrero alla Commissione parlamentare nel maggio 1884 » e « Fortificazioni del piano generale di difesa dello Stato da attuarsi per le prime conforme alla proposta fa tta dal ministro della guerra Ferrero nel maggio del 1884 ».
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lora deputato della maggioranza e, non solo per ufficio, molto vicino al Ministro. « Le trattative - ricordò qualche anno dopo Pelloux furono difficilissime e lunghissime poiché il generale Ferrero non voleva assolutamente scendere sotto i 60 milioni» (44). L'accordo raggiunto finl per garantirgliene 45 per cinque esercizi (45) sulla base dei quali presentò al Parlamento nel marzo dell'84 un progetto che, in otto esercizi, stanziava 105 milioni per ]e fortificazioni e 45 per le artiglierie. Con queste somme (che si aggiungevano ai 50 milioni, più 16 per le artiglierie, già stanziati e ancora disponibili) (46) Ferrero intendeva intervenire in tutti i settori e in tutte le località comprese nel progetto tratto dal piano ridotto della Commissione che, insieme a quello completo, comunicò alla Commissione della Camera che ne aveva fatto specifica richiesta e che potè, così, conoscere nei particolari gli orientamenti del Ministero in fatto di difesa permanente (47). All'assemblea fu comunicato soltanto il fatto che le richieste di fondi erano basate sulle conclusioni della Commissione e quindi rientravano in un quadro generale di intervento e di spesa già determinato e del costo circa cinque volte superiore a quanto, per sole opere e artiglierie, veniva domandato dal Ministro (48). Dal momento che il ministro delle finanze Magliani non fu in grado di assicurare la copertura della spesa per tutto il qui~quennio, il bilancio straordinario, dopo una nuova trattativa in Commissione, fu ridotto a 45 milioni per i primi tre esercizi ed a 30 per gli altri due (4 9). Dimessosi il Ferrero, il portafoglio della Guerra fu assunto proprio dal generale Ricotti, contrario, come sappiamo, ad un sistema di fortificazioni troppo esteso. Ma gli obiettivi che Ferrero si era posto non erano così vasti da obbligarlo a modificarli. Del resto, l'iter parlamentare della legge già compiuto gli dava ancora la possibilità di stornare fondi dalla parte straordinaria a quella ordinaria e da un capitolo all'altro, possibilità che
{44) Camera dei Deputati, 1889, Discussioni, vol. I , Pelloux, 23 genn aio 1889, p. 655. ( 45) Ivi, p. 656. (46 ) Camera dei Deputati, 1882-86, iltti, vol. XIV, Disegno di legge n . 182, 6 marw 1884 e Relazione 182-A ci t. (47) Cfr. doc. eit. alla n. 43. (48) Camera dei Deputati, 1882-86, Discussioni, vol. XIII, Pelloux, 31 maggio 1885, pp. 14241-14242 . ( 49) Camera dei Deputati, 1889, Discussioni, vol. I, Ricotti , 23 gennaio 1889, p. 659.
8. - Memorie
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F ORTU N ATO M INN1Tl
non si fece sfuggire (50 ). In pieno accordo con il relatore della Commissione della Camera, generale Mattei, Ricotti chiese perciò che alla difesa costiera andassero 12 <lei 16 milioni stornati dalla costruzione di artiglieria <la fortezza, mentre gli altri 4, insieme a 6 ,6 stornati dalla costruzione di armi portatili e di altro materiale, sarebbero andati all'approvvigionamento delle artiglierie da costa (51 ). Tutti i lavori sarebbero stati completati entro il 1890-91 (52) e dopo 1'86-'87 non si sarebbe scesi per la parte straordinaria del bilancio al di sotto dei 30 milioni pattuiti (53). Il provvedimento divenne così legge il 2 luglio <li quell'anno (54) assicurando a Ricotti una somma pari a quella di cui il Ministero aveva potuto disporre tra '7 1 e '82 (117 milioni contro 121 ,6) e la cui distribuzione favoriva anche questa volta la difesa costiera alla quale andò oltre il 60 per cento dello stanziamento. Alla costruzione di artiglierie fu destinata nell'85 una somma non molto inferiore a quella stanziata sino all'82 (39,6 milioni contro 56 ,4). L'inizio della realizzazione del piano della Commissione richiese in complesso, fra )'82 e 1'85, lo stanziamento di 172 milion i di li rf' per le opere e di 72, 1 per le arti glierie. Sopra ttutto i primi tre dei diciassette anni durante i quali iJ piano fu lentamente portato a compimento, appaiono determinanti, al pari del mese di dicembre del 1888 quando, sospinto dal grave deterioramento dei rapporti con la Pra ncia e dalle esigenze dell 'accordo militare stipulato con Ge rmani a c Austria Ungheria (55), il governo Crispi chiese e ottcnne d i spendcrc in due anni i fondi disponibili e di avcrne altri, insicme a 86 milioni per fe rrovie strategiche (50 dei quali destinati al raddoppio o al rifacimento delle linee esistenti) (56 ). (50) Ci pensava già p rima di assumere ufficialmente il portafoglio della G uerra ; cfr. la lettera in v.iata a Nicola MarsdJi da Novara il 18 ottobre 1884, pubblicata in Lettere inedit e. Dall'archivio del yp1erale Morse/li, a cura <li Nicolò Giacchi , Roma, 1947, p. 30. (51) Cfr. Relazione 182-A, cit. (52) Ibidem . (53 ) Camera dei Deputati, 1889, Discussioni, Ricotti , loc. cit. (54) Legge 2 luglio 1885, n . 3223. (55) Sull 'accordo cfr. R ENATO MoR1, La politica estera di Francesco Crispi ( 1887- 1891), Roma 1973 , pp. 89-99; M ASS IMO MAZZETTI, L'esercito italiano nella triplice alleanza. A spetti della politica estera 1870-19 14, Napoli 1974, pp. 53-138. (56 ) Con le leggi 30 dicembre 1888, n. 5864 e 30 Jicembrc 1888, D . 5874.
IL SECONDO PIANO GENERALE
11.3
12. L'esecuzione di un progetto <li fortificazione fondato su un piano organico sembra non abbia suscitato quell'acceso dibattito che aveva preceduto e seguito nel '71 la conclusione dei lavori della Commissione permanente e poi accompagnato le lunghe vicende parlamentari dei progetti ministeriali ad esse ispirati (57). Al contrario, vi sono segni di tentativi ufficiosi di risveglio e sensibilizzazione dell'opinione pubblica, certo con lo scopo di creare una corrente di opinione favorevole alle nuove spese straordinarie; il più importante di questi tentativi fu affidato a Giuseppe Perrucchctti il quale analizzò tutti i problemi della preparazione della difesa permanente in un saggio (58) che presenta troppi richiami alle conclusioni cui era giunta la Commissione per non vedere in quei sette fascicoli una delle fonti principali del lavoro, a fianco, ovviamente, degli studi che il Perrucchetti aveva condotto sull'argomento. Nel1'85 su « La Rassegna Nazionale » ad un pubblico più vasto furono ricordati i precedenti tecnici e legislativi <lella questione (59) mentre nell'86 un articolo della « Rivista Militare Italiana » espose i criteri e le priorità da seguire (ed effettivamente seguite) nei lavori (60 ). Una voce di dissenso (a tratti fortemente polemica), fu quella del generale Antonio Araldi che già nel1'82 aveva criticato non solo singoli aspetti ma anche alcuni criteri generali di quei lavori. Data la costruzione in muratura scoperta e la posizione troppo arretrata dei forti di sbarramento, giudicava questi capaci di resistenza limitatissima (6 o 7 ere) - maggiore però (saliva a 6 o 7 giorni) per quelli costruiti sul versante ligure - e incapaci di tenere il nemico « fuori » del territorio nazionale, esponendo i difensori all'aggiramento (in quanto non potevano ostacolare il passaggio nelle valli laterali). Roma poi, data la ristrettezza del perimetro difensivo, era, secondo Araldi, esposta ai pericoli di un bombardamento mentre erano state trascurate posizioni in grado <li impedirne il completo
(57) Cfr. FORTUNATO M1NN1TI, art. cit. (58 ) GIUSEPPE PERRUCCIIETIT, La difesa dello Stato, Torino 1884, sul quale si veda La di/esa dello Stato secondo le idee del tenente colonnello Perrucchelii, in « Rivista Militare Italiana », marzo 1884. (59) ANONIMO, La quistione della difesa d'Italia davanti al Parlamento, in « La Rassegna Nazionale», gennaio 1885. (60 ) Alcune considerazioni sull'assello difensivo dell'Italia, in « Rivista Militare Italiana», settembre 1886, in risposta a A.F.J., La difesa dello Stato come la intendiamo noi, in « Rivista militare Italiana » luglio, 1885.
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FOR'l1JNA'f0 MlliNITI
accerchiamento (61). Alle critiche di Araldi non vi furono reazioni ufficiali ma il sistema della costruzione in muratura scoperta fu abbandonato (62) e già al principio del nuovo secolo le fortificazioni di Roma furono ritenute tatticamente e strategicamente superate. Anche le piazze marittime non vennero più rafforzate (63). E' lecito dedurne che so!o gli sbarramenti alpini mantenevano inalterata la loro validità. Ma essi erano concentrati quasi tutti sulla frontiera nordoccidentale. l 3 . Un a delle critiche espresse più volte in Par1amento, non solo da parte dei parlamentari ma, in due occasioni, anche dei ministri della Guerra (64) , e ribadita poi dalla Commissione di inchiesta per l'E sercito (65 ), nei confronti del piano e dei progetti che il Ministero ne trasse, fu quella di avere trascurato il teatro di guerra nord-ori entale. In effetti, il Ministero aveva previsto di assegnare alla sua difesa (comprese artiglierie e altro materiale) appena il 17 per cento di quello che stimava il fabbisogno complessivo. Pelloux, che pure ebbe sempre cura di ribattere giudizi troppo drastici a questo proposito, riconobbe sostanzialmente il fatto , collegando, a nostro avviso con giu sta prospetti va, lo squilibrio nei provvedimenti presi con l'alleanza politica e mili tare che legava l' Italia agli imperi centrali. Se per la frontiera orientale sino al 1900 si era fatto poco, sosteneva P elloux, era perché In politica estera aveva determinato obiettivi e limiti della preparazione militare e non viceversa (66). Quale fu dunque, rimanendo in questa prospettiva, l'apporto alla capacità offensiva e difensiva del l'Esercito di un sistema di fortificazioni pe riferico che costò nel complesso circa 300 milioni, e cioè poco più deJla media ann uale.: delle spese effettive sostenute per l'Esercito nell'ultimo ventennio del XTX secolo?
(61) Cfr. A N 'l'ONTO AHAJ.DT , Gli ostacoli nal11rafi e la forti ficazione, Bologna 1882 e Io., Gli errori commeni i11 ltalia nella difesa dello Stato, Bologna 1884. ( 62) A. ARALDI, G li errori ... pp. 77 ~gg. (63) Cfr. P E LICE DE C HAuRAND DE SA INT EusTACME, Come l'esercito italiano entrò in guerra, Mil ano 1929, pp. 115-116. (64 ) MrnRI nel 1889 e 0TTOLENGH1 nel 1903. (65) C OMMI SS IONE D'INCHIEST A P ER L' Esrnc JTo , Relazione, v ol. I , Roma 1908, p. 9. (66 ) C AMERA DET SENATORI, 1904-1905, Discussioni, vol. IV, Pelloux, 29 giugno 1905, pp. 2058, 2069, 2078.
IL SECONDO PIANO GENERALE
115
Nei confronti della alleanza con gli imperi centrali le fortificazioni consentirono di predisporre in condizioni di relativa sicurezza la mobilitazione, la radunata e lo schieramento (compreso il trasporto in Germania di poco meno della metà delle grandi unità).
In rapporto allo scontro di qualche anno dopo con gli stessi imperi centrali il vantaggio consistette, paradossalmente, proprio nell'aver tralasciato una completa sistemazione della frontiera verso l'Austria, consentendo così che fosse dotata dopo il 1900 (67) di opere ispirate a criteri più moderni di quelli che caratterizzavano le fortificazioni che avrebbero potuto esservi costruite alla fine degli anni ottanta (68).
(67 ) Nel luglio del 1899 il mm1stro generale Mirri, dopo sei anni di attesa di un piano poliennale, convocò una « Commissione Suprema di difesa dello Stato » di nuova nomina che si riunì nell'ottobre-novembre di queUo stesso anno ed un'altra volta nel 1900 (i vi, p . 2059) occupandosi in particolare del fronte orientale. ( 68) Non p ossiamo tralasciare, infine, di chied erci quale incidenza abbia avuto sulla domanda di settori importanti p er lo sviluppo economico come quello delle costruzioni ed il siderurgico-meccanico, l'apporto di quei 300 milioni. E quale invece sia stato l'ostacolo posto al pieno dispiegarsi delle attività economiche deJl'estendersi delle servitù militari. Malgrado una anaJisi dei costi e dei benefici non sia stata tentata e non sia il caso di improvvisarla in questa sede, ci sembra sia possibile affermare, sia pure in via ipotetica, che dal punto di vista economico i vantaggi derivanti da questo impiego di capitale pubblico abbiano superato gli svantaggi.
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IL SECONDO PIANO GENERAI.E
APPENDICE
Località e zone dove secondo la Commissione per lo studio della difesa dello Stato avrebbero dovuto essere costruite o rinforzate opere di fortificazione(*). Forti di sbarramento, opere e piazze costiere
Teste di ponte, opere e piazze interne
Fronte nord orientale 1° periodo Edolo Rocca d'Anfo Rivoli monte Maso Tombione Primolano
Verona (riva sinistra dell'Adige) Legnago Boara Peschiera Osone
Fontanelle
Governolo
cima del Gallo Pallet Pieve di Cadore Chiusaforte Ospedaletto Osoppo Mestre-Venezia
Piacenza
2° periodo Ponte Priula Ponte di Piave Verona (riva destra dell'Adige) Albaredo Badia Cavarzere S. Maria Maddalena Borgoforte S. Benedetto Po Cremona Pizzighettone
118
FORTUNATO MINNI'l'I
Fronte nord occidentale 1° periodo
Bard
Alessandria
Moncenisio Exilles
Monte Casale
Fenestrelle
Parpanese
Assietta
Stradella
Susa
Piacenza
conca di Bardonecchia Sampeyre Vinadio Tenda Zuccarello Colla Bassa-Cianea strada tra Bardinetto e Toirano Melogno Altare-monte Giuto Vado Giovo Turchino Genova La Spezia monte Bastione
2° p.:riodo strada del Sempione Piccolo S. Bernardo
Vigevano Pavia
Borgo S. Dalmazzo
Pizzighettone
Bocca
Cremona
Cento Croci
119
IL SECONDO PIANO GENERALE
Fronte centro meridionale 1° periodo Cisa
Roma
Cerreto
Capua
Radici Abetone monte Oppio-Piastre Collina Montepiano Futa Lucca Livorno isola d'Elba Argentario Civitavecchia Gaeta Messina Taranto
2° periodo
Giogo
Bologna
Casaglia
straJe dalle valli del
S. Godenzo
Lavino, Samoggia, Pa-
Ancona
nare, Idice, Silaro e San-
Brindisi
terno
(*) Cfr. fase. VII cit.
GENERALE MARIO MONTANARI
L'IMPEGNO ITALIANO NELLA GUERRA DI SPAGNA
Nel luglio 1936 l'Europa stava respirando. La cnst etiopica, che aveva suscitato preoccupazioni e tensioni internazionali, si era composta naturalmente con l'entrata delle truppe italiane in Addis Abeba ed il fallimento delle sanzioni contro l'Italia aveva trovato l'obbligato epilogo nell'abrogazione <li fatto delle misure economiche in questione <lecisa dalla Società delle Nazioni il 15 luglio 19 36. Improvvisamente, il 17 luglio, nel Marocco spagnolo si sprigionò una scintilla che dette fuoco alla Spagna e che era destinata a mutare un pronunciamiento militar, originato da cause puramente nazionali, in una sanguinosa lotta su basi ideologiche, alimentata ben presto dall'intervento straniero. Casares Quiroga, capo <lel guveruo spagnolo, lì per lì sottovalutò l'entità del movimento ma per poco, molto poco tempo . Le notizie che si susseguivano a Madrid cli ora in ora erano tali che la sera dopo rassegnò le dimissioni ad Azafia, il Presidente della repubblica, il quale incaricò José Giral di formare subito il nuovo governo. Il 19 luglio la rivolta e la rivoluzione si Jettero la mano a dividere la Spagna con le fiamme ed il sangue della guerra civile. Quella sera stessa, Girai, ora capo del Fronte popolare spagnolo, non trovò di meglio che inviare un telegramma in chiaro a Léon Blum, capo del governo francese sorto anch'esso da un Fronte popolare: « Colto di sorpresa da un pericoloso colpo militare. La prego di aiutarci immediatamente con armi ed aeroplani. Fraternamente suo Girai». Il 21 ,si riunirono a Mosca il Komintern cd il Pro/intern (organismo coordinante l'attività dei comunisti nei sindacati) per l'esame della situazione. Jl 22 luglio un emissario del gen. Franco, il capo riconosciuto dell 'armata <lei Marocco , si incontrò a Roma con Ciano e contemporaneamente da parte nazionalista venne fatto il primo approccio con la Germania, tramite l 'addetto militare tedesco a Parigi, per ottenere aiuti militari. Il 24 arrivò a Roma anche un inviato del gen. Mola, l 'anima della cospirazione militare (1 ). (l) Dal 24 luglio, però, tutto il potere nella Spagna nazionalista venne assunto da una junta insediata a Burgos, con a capo il gen. Cahanellas.
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MARIO MONTANARI
L 'attenzione del mondo politico si portò di colpo sulla penisola iberica. I vari capi di governo presero posizione o presero tempo secondo motivazioni diverse di politica estera e <li politica interna. Blum annunciò che avrebbe respinto le richieste d 'armi, però si affrettò a dar corso alla spedizione servendosi del Messico come intermediario; Baldwin intese attenersi ad una neutralità rigorosissima: « Affari vostri - osservò Eden a Blum, quando questi si recò a Londra il 23 luglio ma le raccomando una cosa: prudenza»; Stalin che aveva grossi proplemi - stava per cominciare, con il processo a Kamenev e Zinovev, la prima grande «purga» - e non intendeva provocare la Germania, permise, per il momento, un'accorta campagna propagandistica in Europa ed in America per raccogliere denaro, viveri ed aiuti non militari ; Mussolini , fortemente sollecitato da Ciano, decise l'invio di 12 aerei Savoia 8 1 (2); Hitler accordò l'aiuto tedesco e 30 aerei da Lrasporto Junkers 52 partirono per il Marocco spagnolo. I primi di agosto la Francia, a sua volta, spedì al governo repubblicano, senza alcun intermediario, 30 ae rei da ricognizione e da bombardamento, 15 caccia e 1O aerei <la Lrnsporto e <la addestramento. E cominciò l'afflu sso dei volontari , de i « turisti armati » come li chiamò Churchill. Però il problema spag nolo Ji v1.:nt ava Lroppo pericoloso e nello stesso agosto, su in iziativa frnnccse, venne costituito un comitato di non intervcnLo con i rapprescnLanL i Ji r rancia, G e rmania, Gran Bretagna, Italia e U.R.S.S. per impedire il dilatarsi del cunfliLLo per intromissione di terzi. Inutile dire che poco o tc111to, in una fo rma o nell'altra, ogni governo trovò modo di eludere l'impegno . Il 26 agosto Ciano convocò il gen. Roatta, capo del S.I.M., e lo informò che in seguito ad ordini di Mussolini erano stato presi accordi con Berlino per l'invio presso il gcn. Franco di una missione
(2) Il 28 lugli o venne diramato l'ordine; il 30 i do<lici aerei venne ro trasferiti all'aeroporto di Nadar (Marocco spagnolo), ma investiti durante il volo da una violenta bufera, uno di essi precipitò in mare e due dovettero atterrare nel Marocco francese. Giunta la formazione a Nadar il comandante prese contatto con le autorità franchiste e di in iziativa iscrisse tutto il personale (volontario) all a Legione s trani era, El T crcio. Quindi l' unità si trasferì a T etuan ed il 6 agosto entrò in azione per fa protezione del convoglio trasportante truppe marocchine e materiale bellico da Ceuta ad Algesiras. Il 9 agosto l'aviazione legionaria si trasferì a Siviglia e dalla fine del mese assunse un progressivo sviluppo.
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militare italiana ed una tedesca con il compito di esaminare possibilità ~ proposte per appoggiare i nazionalisti (forniture di materiale bellico e personale ); consigliare il comando franchista sugli sviluppi delle operazioni contro i repubblicani; tutelare i rispettivi interessi nei campi politico, militare ed economico. Le due missioni dovevano agire in armonia e prendere decisioni in stretta collaborazione. Due giorni dopo, il gen. Roatta prese contatto con l'amm. Canaris, capo dell'Abwehr, per dettagliate intese circa lo sviluppo dell'attività delle missioni e<l il 1° settembre partì per la Spagna, via Tangeri, con i due capi missione, i tenenti colonnelli di S.M. Faldella e Warlimont. Quindi il 6 settembre si presentò al gen. Pranco, a Caceres , e provvide ad accreditare presso di lui gli ufficiali italiani, disponendo che tutti gli elementi dell'esercito e dell'aeronautica operanti in Spagna si considerassero alle dirette dipendenze del ten. col. Faldella (3 ). Da tale data le due missioni, italiana e tedesca, iniziarono la loro attività presso Pranco. La specie e l'entità della nostra partecipazione furono pertanto, in linea di massima ed almeno in un primo tempo, influenzate dall'opera della missiu11e che taccoglieva, vagliava, riassumeva le richieste nazionaliste, riferiva sull'evolversi della situazione politicomilitare, informava sui probabili sviluppi operativi. Occorre, inoltre, tener nel giusto conto la circostanza che la particolare esigenza si manifestò mentre le necessità dell'Impero stavano imponendo all'amministrazione militare, dopo il rilevante sforzo compiuto, ancora sensibilissimi contributi in personale, per gli avvicendamenti, ed in materiali, per l'indispensabile alimentazione. Si può dire che le prime caratteristiche dell'intervento furono piuttosto condizionanti. Anzitutto la situazione politica concorse a limitare il campo d'azione dell'attività militare a causa dei molteplici
(3) Inizialmente, per la parte i taliana, organo coordinatore fu il S.I.M., il qual e fu autorizza to a costituire (4 settembre) una apposita sezione - Sezion e « S » - con il compito di trattare, oltre tutte le questioni informative generali ed i rifornimenti di personale e di materiali alle forze nazionaliste, anche le misure militari e poli tiche prese da Stati esteri in dipendenza della guerra civile e gli aiuti Ja essi forniti al governo repubblicano, il collegamento con la missione militare italiana cd il concorso all'azione informativa. Più tardi, dal 1° gennaio 1937, quando il Ministero degli Esteri costitul il proprio ufficio « S », il S.I.M. sciolse la sezione « S » e si limitò a cooperare con la missione in Spagna nel campo del cont rospio naggio e con l 'invio di personale e materiale per impieghi speciali.
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accorgimenti per la tutela del segreto, della assoluta volontarietà del personale e del costante, diretto intervento del Ministero degli Affari E~teri per quanto ha tratto a coll~gamenti, richieste e decisioni. Quindi il fattore tempo , fortemente influenzato dalle particolari contingenze e sempre contenuto ent ro lim iti modesti, spesso troppo modesti. Poi l 'improvvisazione pressoché totale nelle predisposizioni, nel concorso, negli sviluppi: assenza perciò di qualsiasi progetto che adombrasse, anche in forma generica, la possibilità di un intervento oltremare. Infine l'entità della partecipazione: circoscritta inizialmente, assunse in seguito, per volgere di eventi , svilupp i notevoli. Lo sforzo compiuto attraversò varie fasi. Dapprima si trattò di un concorso limitato a pochi materiali e piccole aliquote <li personale e la questione fu regolata direttamente <la] Ministero della Guerra. Successivamente l'esigenza venne posta sotto la direzione dello S.M. R.E. per quanto atteneva all'organizzazione generale dello strumento operati vo da inviare in Spagna ed alla sua alimentazione. Nel periodo agosto-fine novembre 1936 l'intervento rappresentò il risultato dei primi contatti della mi ssione italiana con Franco ed interessò, in linea di mass ima , le necessità specifiche della missione stessa, elementi istrnttori, repa rti carri d'assa lto ed artiglierie controcarro , nonché materiali . furo no perciò costituiti ed inviati : - la missione milirnrc it,ili ana (M.M.T), con 12 ufficiali, 10 sottufficiali e 13 truppa ; - due comp agnie carri <l 'assa lto (una su tre ed una su quattro plotoni) con 35 carri , 23 automezzi , 2 autofficin e e 8 moto; - una batteria c/c da 65/ 17 su sci pezzi, una sezione autonoma c/c da 65/17 su due p ezzi cd una seconda sezione autonoma da 47 /35 su due pezzi; quattro stazioni R.S.O.C. su automezzo; - un'au toambulanza; - personale istruttore: 4 ufficiali , 12 sottufficiali e 38 truppa; per complessivi 36 ufficiali (uno della M.V.S.N.), 55 sottufficiali (5 della milizia) e 292 truppa (26 della milizia), scelti in base alla volontari età ed alla idoneità fisica e professionale. Nello stesso periodo venne spedito il seguente materiale: 75 .000 -
servizio servizio coperte, servizio
sanitario: 800 pacchetti di medicazione; di commissariato: 60.000 uniformi di tela kaki , 50.000 farsetti a maglia, 14.000 tascapani; di artiglieria: 50.000 elmetti, 367 pi stole, 20 .000
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fucili e moschetti, 102 fucili mitragliatori e mitragliatrici, 50 mortai da 45, 32 cannoni da 65/12, 12 mitragliere da 20 mm. mod. 35, oltre 16 milioni di cartucce, 70.000 bombe a mano, 30.000 bombe per mortaio da 45, 138.000 colpi di artiglieria, 8 tonn. di esplosivo; - altri servizi: 24 stazioni radio, 4 fotoclettr.iche, 20 telefoni e centralini, 375 km. di cordoncino telefonico, oltre 70.000 maschere antigas, 50 lanciafiamme, 20 autocarri, 20 moto. Come si vede, la presenza <li unità italiane, operanti nell'ambito del T ercio, al 22 novembre 19 36 era poco più che rappresentativa. Merita però citazione un telegramma inviato dal gen. Roatta al gen. Pariani - che il 7 ottobre era succeduto al gen. Baistrocchi come Sottosegretario alla Guerra e come Capo <li S.M.R.E. - in data 18 ottobre, a seguito di una visita compiuta con Franco ai reparti italiani e tedeschi entrati in linea: Franco ottima impressione ( ... ). Ma io noto che ogni oggetto tedesco da autocarro at scarpe est tipo modernissimo et serve esposizione per futuro acquisto. In nostri reparti ho rilevato invece notevoli deficienze che segnalerò dettagliatamente( ... ))>. Intanto la situazione spagnola era venuta maturandosi sia per quanto riguarda l'aspetto politico del movimento nazionalista sia in campo operativo. Il geo. Franco in pochi mesi si era affermato e poi segnalato come unico capo: il 12 settembre - circa un mese dopo il congiungimento delle forze del nord con quelle del sud egli veniva nominato « capo del comando unificato )> dalla ]unta militare di Burgos, il 29 settembre proclamato « generalissimo » ed il 1° ottobre « Capo dello Stato». Infine, il 18 novembre Italia e Germania annunciarono di riconoscere il governo nazionalista cli Burgos come unico e vero governo spagnolo. Sul piano operativo, il 23 novembre si arenava anche la seconda offensiva per la conquista di Madrid. A Roma gli eventi erano considerati con crescente attenzione. Al riconoscimento ufficiale di Franco seguì un accordo segreto negoziato da Anfuso, segretario particolare di Ciano, e firmato il 28 novembre, secondo il quale l 'Italia assicurava al governo nazionale « il suo appoggio ed il suo aiuto per conservare L'indipendenza e L'integrità della Spagna, metropoli e colonie, e per il ristabilimento dell'ordine sociale e politico all'interno del paese», e, in pratica, chiedeva ad esso, per un giorno più o meno lontano, di restituirle sotto forma di « posizione di benevola neutralità )> il concorso che aveva appena cominciato a fornire e che sarebbe durato sino al ter-
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mine della guerra civile. Un concorso che Franco aveva sollecitato decisamente non appena sicuro dei primi aiuti militari sovietici al governo <li Valencia (4) e che già si palesava di non trascurabile rilievo per le possibilità italiane. Il gen. Pariani ebbe infatti a rappresentare a Mussolini che le richieste per la Spagna si succedevano e ad esse veniva dato regolare corso; però le varie spedizioni intaccavano i materiali di mobilitazione, il che rendeva necessario provvedere al ripristino di questi. Le spese, al 20 novembre, ammontavano a poco più di 32 milioni e mezzo in cifra tonda (5) ed era prevedibile che avrebbero raggiunto e superato i 90 milioni con le sole più recenti richieste. Poiché contemporaneamente continuavano anche le esigenze dell' A.O.I., le quali avevano già sorpassato le disponibilità assegnate ed intaccato i 300 milioni che avrebbero dovuto costituire la riserva per la sistemazione delle frontiere, diventava indispensabile che venisse aperto un credito per le spese in Spagna e le ulteriori necessità in A .O.I. e ciò allo scopo di poter procedere al ripristino sollecito dei materiali e di non compromettere l'efficienza minima dell 'esercito alla quale si tendeva per la primavera del 1938. Per quanto, poi, riguardava il personale, dato il rico-
(4) Il pomeriggio del 16 oLLobre, a Salamanca, il gen. Franco, dopo aver ricevuto il capomissione Le<lesco, Len. col. Warl imonl., aveva convocato 11 ten. col. Faldella. Alla presenza del gen. Mola egli tenne a comunicare le ultime accertate informazioni sull'aiuto estero ai repubblicani. Nei giorni precedenti la nave Colfonal, sovietica, aveva sbarcato a Cartagena 50 carri armati con relativo equipaggio, oltre ad automezzi e mate riale vario. Ai 14 ufficiali russi preposti a tale unità, la sera del 14 era stato offerto un pranzo ufficiale al palazzo comunale. Allri 4 pirosca[i avevano sba rca to materiale da guerra e 10 piroscafi ancora attendevano il loro turno per scaricare. « Egli perciò, gen. Franco, ha ormai di fro nte non soltanto la Spagna rossa ma la Russia. Egli sente, e lo a/ ferma - riferì il tcn. col. fa ldclla nel suo rapporto di combattere una crociata contro il bolscevismo, crociata nella quale gli interessi della Spagna si confon dono con gli interessi italiani e tedeschi. Egli pone perciò il problema se non sia il caso di a/ frontarc la cosa nella sua integrità e dargli, a lui, Franco, i mezzi per combattere l'ormai dichiaratosi nemico russo. La Francia rappresenta un pericolo di molto inferiore, perché il controllo parlamentare e della stampa valgono ad ostacolare l'opera del governo ( ... ) ». (5) P er il personale: 400.000 lire per anticipazioni, assegni e spese di equipaggiamento. Per il materiale: 14.400.000 per il servizio di artiglieria, 1.300.000 per il genio, 6.000.000 per il vestiario, 6.000.000 per la .motorizzazione, 4.000.000 per il servizio chimico, 3.000 lire per il servizio sanitario. Per noleggio piroscafi: 500.000 lire.
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nascimento ormai fatto, sembrava il caso di creare un corpo volontari inquadrato e comandato da nostri ufficiali. Mussolini condivise l'idea ed allora venne studiato l'approntamento di un gruppo di battaglioni cc.nn. speciale, a cura del Comando generale della M.V.S.N ., con effettivi della milizia, volontari e tratti dalle classi dal 1900 al 1913, e materiali forniti dall'esercito. L'organico previsto era di quattro battaglioni, una compagnia mortai da 45, una batteria d 'accompagnamento da 65/ 17 e servizi per complessivi 5.000 uomini, tuttavia fu progettata anche la trasformazione del gruppo in una divisione cc.no. tipo A.O. In effetti il gruppo di battaglioni non venne mai impiegato come tale, bensì rappresentò in patria un serbatoio di uomini, sempre tenuto a livello dal Comando generale della M.V.S.N., dal quale di volta in volta venne tratto il personale per le brigate volontari e finì per sciogliersi il 5 febbraio 19 3 7. Il 6 dicembre Mussolini convocò a Palazzo Venezia Ciano, i Sottosegretari per le tre Forze Armate ed il capo del S.T.M., Roatta, per fare il punto sui recenti avvenimenti spagnoli e per stabilire la misura e la latitudine di un ulteriore contributo italo-tedesco alle operazioni. Era presente anche l'ammiraglio Canaris. Il Capo del governo italiano esordì chiedendo come erano considerate le prospettive a Berlino. Canaris rispose che, prescindendo dalle difficoltà già note relative allo sforzo per Madrid, ed anche calcolando prossima ]a conquista della capitale da parte nazionalista, non riteneva che Franco fosse in grado di diventare facilmente padrone della situazione. Era evidente che la resistenza dei rep ubblicani veniva galvanizzata dall'U.R.S.S. e dalla T erza Internazionale e che senza il materiale sovietico a nulla sarebbe approdata. Ora, senza attenuare la portata dell'aiuto sovietico, non bisognava nemmeno sopravvalutarlo dal punto di vista della efficienza degli uomini, mentre occorreva fare discriminazioni circa il materiale bellico. Mussolini osservò che molto probabilmente l'U.R.S.S. non avrebbe mandato intere grandi unità, comunque stimava necessario : che militari, tanto italiani che tedeschi , fossero inviati alla spicciolata in Spagna ed inseriti nella Legione straniera o in altri corpi, secondo le n ecessità tecniche e militari delle formazioni nazionaliste; che Italia e Germania allestissero ciascuna una divisione, pronte ad inviarla non appena accertato l'arrivo nella zona rossa di unità russe; che ufficiali italiani e tedeschi assumessero la direzione dell'addestramento dei militari spagnoli ed integrassero i reparti tecnici; che uno stato maggiore italo-tedesco affiancasse quello n azionalista per un miglior coordinamento delle operazioni ed infin e che fosse intensificata l'azione aerea ed attu ato il blocco dei porti
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repubblicani. A questo proposito aggiunse che l'Italia avrebbe rinforzato i propri contingenti di caccia mentre la Germania avrebbe potuto accrescere i suoi aerei da bombardamento; inoltre l'Italia era pronta ad aumentare il numero dei sommergibili portandolo da due a sei o otto « in maniera da arrivare ad impedire il traffico di armi presso i porti rossi, silurando tutti i bastimenti che sono nelle acque territoriali spagnole », al che l'amm. Cavagnari obiettò la reale difficoltà della identificazione delle navi: anche facendo un bando un siluramento derivante da un equivoco avrebbe generato gravi complicazioni intern azionali. L'amm. Canaris concordò sulla visione generale del problema, tuttavia rappresentò alcuni ostacoli d'ordine pratico. Prima di tutto non si poteva pensare all'in vio di una divisione tedesca: a parte la massa imponente di trasporti marittimi (almeno 60 navi), evidentemente la spedizione non sarebbe sfuggita alle Potenze navali europee e specialmente alla Gran Bretagna. Poi non sembrava affatto facile, per ovvi motivi, inserire ufficiali itali ani e tedeschi nell'esercito franch ista: in ogni caso sarebbe occorso un tentativo personale operato da H itler e da Mussolini su Franco. D'accordo, in pieno, sulla questione aero-navale. La Germania aveva fino a quel momento mandato 40 ]unkers da bombardamento ed era in corso l'arrivo di 4.800 uomini delle varie specialità aeree al comando del gen. Sperde. Bisognava comu nque tener presente la resistenza spesso opposta da Franco al bombardamento di città spagnole. In sostanza, per la parte terrestre le cose rimasero alquanto nel vago. In effetti le riserve di uom ini disponibili - e di cui era sentita la mancanza - non potevano venir rapidamente utilizzate per difetto di inquadramento e di addestramento. Franco, perciò, quando Roatta gli partecipò le proposte di Mussoli ni , finì per accettare, precisando che le riserve in questione consentivano la formazione di sei brigate, da armare ed equipaggiate, naturalmente, a cura dell'Italia; che gradiva la presenza di istruttori italiani ed anzi p regava che detto personale fosse an ch e incaricato di comandare i reparti, limitatamente al livello di compagnia però, in tendendo egli che i comandanti di ordine superiore fossero tutti spagnoli. La controproposta italiana fu invece di inquadrare per intero due brigate - altrettanto avrebbero dovuto fare i tedeschi - e di fornire i materiali per una delle ultime due brigate, interamente inquadrate da ufficiali spagnoli. In particolare, Franco aveva proposto che ogni brigata fosse ordinat a su due reggimenti di fanteria, una compagnia carri veloci, due gruppi di artiglieria, una compagnia mista del genio e servizi. Avrebbe potuto
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fornire la massa della fanteria ed una parte della truppa per l'artiglieria ed il genio, nulla per i carri e le trasmissioni. Anche in Germania la questione dell'aiuto da fornire ai nazionali era dibattuta con perplessità e qualche incertezza. Il col. Marras, addetto militare a Berlino, fin dall'inizio di dicembre, prima <lel rapporto tenuto da Mussolini il 6 dello stesso mese, aveva indicato due punti di vista. Da un lato il mar. von Blomberg ed i principali esponenti dell'esercito e della marina giudicavano opportuno agire con prudenza per non provocare complicazioni con l 'U.R.S.S. dato l'incompleto sviluppo delle forze tedesche; dall 'altro Goering avrebbe visto di buon occhio l 'invio di 10.000 uomini della Schutzstaffel ed altrettante camicie nere, che, .in uniforme spagnola, avrebbero combattuto sotto propri capi. Hitler, tutto sommato, appoggiava von Blomberg e avrebbe preferito un'azione diplomatica tendente a vietare il passaggio in Mediterraneo <li navi sovietiche con armi e munizioni; azione che l'Italia avrebbe avuto titolo per svolgere, b asandosi sui suoi riconosciuti interessi mediterranei . E Hitler aveva anche un altro motivo di preoccupazione: il 31 dicembre 1936 ed il 2 gennaio 1937 , in due tempi, era stato firmato a Roma il gentlemen's agreement, un'intesa italo-britannica su tutto il bacino del Mediterraneo. Fu quindi sia per veder chiaro nelle intenzioni di Mussolini sia per impostare la comune condotta dell'intervento in Spagna che il 13 gennaio Goering giunse a sua volta a Roma. Il colloquio, avvenuto il giorno seguente a Palazzo Venezia, presenti anche Ciano ed i tre Sottosegretari militari, volle determinare il tipo ed il carattere dell'interven to di fronte alla questione dei volontari d'ambo le parti in lotta ed alla cautela con la quale Franco sembrava agire in campo operativo e si concluse con alcuni punti fermi: 1. La Germania e l'Italia sono tuttora animate dalla volontà di assicurare la vittoria di Franco. 2. Il fatto che gli si apportino degli aiuti non deve però indurre Franco all'inattività e destare presso di lui la speranza che l'Italia e la Germania faranno la guerra al posto suo per i propri interessi. 3. Verrà fatto presente ancora una volta a Franco il grande aiuto materiale e morale che gli è stato accordato finora dai due Paesi. Un ultimo grande apporto <la parte dell'Italia ( soldati e materiale) e della Germania (materiale) avrà luogo fino al 31 gennaio. 4. Allo scopo di guadagnare tempo fino al 31 gennaio per questo aiuto, si adotterà sul terreno diplomatico una tattica di temporeg-
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giamento ( 6). A tal fine la Germania e l'Italia si accorderanno esattamente sul modo di rispondere all'ultima nota inglese e sulle istruzioni da impartire ai loro ambasciatori per le trattative nel Comitato di non intervento. 5. Tosto che alla fine del mese di gennaio sarà ultimata l'azione di soccorso prevista, verrà proposta la totale chiusura della Spagna e si presenterà al ri guardo un piano comune per il blocco. 6. Si effettuerà u n'energica pressione su Franco per indurlo ad accelerare le sue opera1.ioni e per l'impiego totale dei larghi mezzi a sua disposizione . Sembra desiderabile <li mettergli a fianco uno Stato Maggior e germanico-italiano, a1lo scopo di indurlo a compiere le operazioni militari in modo opportuno. 7. La Marina provvederà a continuare il servizio di informazioni e ad assicurare la sicurezza dei trasporti. 8. La G ermania e l'Italia non si lasceranno in alcuna maniera condurre da altre Potenze in una situazione tale da cui potrebbero sorgere delle complica:tioni internazionali (7). Naturalmente i provvedimenti del caso erano in pieno corso per far sbarcare nei porti spagnoli i reparti ed i materiali il più presto possibile. Nella seconda metà di dicembre il noto « gruppo di battaglioni speciale cc.nn. » aveva inviato a Cadice 3 .000 uomini, seguiti dopo un paio di settimane da altri 3 .000 . Con essi il 17 gennaio fu costituita in Siviglia - dove era stata impiantata la « base» per i militari italiani - la 1a brigata volontari (gen. E. Rossi) su tre gruppi banderas (equivalenti a reggimen ti), una compagnia del genio e servizi, e di due gruppi banderas autonomi. Si iniziava altresl la formazione delle brigate miste 1" (col. G uassardi) e 2a (col. Piazzoni ), con personale italo-spagnolo e comandanti italiani, e di un raggruppamento artiglieria di corpo d'armata . Tuttavia la frettolosità impressa alle partenze stava dando i suoi frutti n egativi. Il 21 gennaio
( 6) La vigilia di Natale 1936 gli ambasciatori inglese e francese a Berlino, Roma, Mosca e Lisbona, scavalcando il Comitato di non intervento, avevano insistentemente chiesto la fine dell'afflusso di volontari a partire dal 31 gennaio e la cosa si stava ancora trascinando fra dichiarazioni contraddittorie e vaghe. Il 31 dicembre risultavano entrati nella Spagna repubblicana non meno di 20.000 volontari dalla sola frontiera terrestre con· la Francia. I carri e gli aerei sovietici erano decantati da t utti i giornali del governo di Valencia. ( 7) Riassunto del colloquio, ore 17 del giorno 14 gennaio, vistato d al gen. Pariani.
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Roatta mandò un lungo telegramma al Ministero della Guerra nel quale, pur dando atto del notevole miglioramento in campo disciplinare, segnalava che parte delle truppe giunte mancava « di qualsiasi istruzione militare » al punto che l'avrebbe utilizzata come complementi. Il livello addestrativo era molto vario; in generale i comandanti di compagnia e di plotone « non conoscono il loro mestiere » talché avrebbe impiegato come istruttori della M.V .S.N. alcuni ufficiali dell'esercito destinati all'inquadramento delle brigate miste. Insufficiente era anche l'addestramento dei piloti di carri , dei conduttori di automezzi e dei motociclisti; i servizi di seconda linea erano appena all'inizio della loro costituzione. Contemporaneamente Roatta scrisse direttamente a Pariani: « Se non si salta il fosso (reparti organici o reparti formati con complessi organici) non potremo mai avere truppe di pronto impiego » (8). Anche Ciano si agitava. Il 15 gennaio aveva convocato a Palazzo Chigi i tre Sottosegretari delle Forze Armate, il Capo di S.M. della M.V.S.N. ed il ministro Pietromarcbi per concretare il programma dei rinforzi che il governo italiano era disposto a concedere ancora a Franco (9). Per l'aeronautica venne decisa la spedizione di 30 apparecchi: quindici RO. 37, tre S. 79 e dodici CR. 32, tutti con personale italiano e con un corredo di parti di ricambio sufficiente per conservare piena efficienza sino alla primavera. Inoltre esisteva la possibilità che ulteriori dodici apparecchi, d'assalto, fossero inviati entro febbraio e che qualche azione <li bombardamento sulla costa catalana potesse essere eseguita da aerei partenti da campi italiani riservati. Per l'esercito esistevano due programmi: uno minimo e l'altro massimo, secondo che il termine per l'afflusso dei rinforzi cadesse il 31 gennaio o il 10 febbraio. Nel primo caso dovevano partire 18 battaglioni di camicie nere raggruppati in 6 legioni per l'ammontare complessivo di oltre 11.000 uomini, di cui doveva prendere il comando il gen. Coppi, con scorte per un paio di mesi. Nel secondo caso (programma massimo), oltre al personale ed al materiale di cui sopra , sarebbe partita anche una divisione speciale
(8) Lettera personale in data 25-1-1937. (9) A quella data le spese sostenute dall'Italia per materiali e personale inviati in Spagna - e prescindendo da quelle relative al mantenimento del p ersonale in patria in attesa di partenza - ammontavano a 410 milioni per l'esercito, 44 milioni per la marina, 615 milioni per l'aeronautica, 139.000 lire p er il Ministero degli Esteri, 260.000 lire per il Ministero Stampa e Propaganda e 650.000 lire per la C.R.I., per complessivi 1.070 milioni circa.
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« S » (gen. Nuvoloni), su due reggimenti di fanteria, uno di artiglieria, un battaglione mitraglieri , una compagnia genio e servizi, per circa 11.000 uomini in totale.
Il giorno successivo, nel mandare il verbale d ella riunione agli intervenuti, Ciano scrisse: « Il D uce ha disposto che si provveda a dar corso al programma massimo, salvo a limìtarsi soltanto alla parte di esso precisata nel programma minimo qualora circostanze di carattere internazionale non permettessero di prorogare gli invii oltre il 31 gennaio ». Il programma minimo era già in corso di esecuzione (10) con partenze previste in tre scaglioni: il 22, il 26 ed il 31 gennaio. Per quello massimo esistevano studi approfonditi: la divisione speciale « S » - alla quale Pariani dette il nome <li « V olontari del Littorio » - doveva essere formata totalmente da militari dell'esercito, possibilmente volontari ma all'occorrenza completati da elementi non volontari. Nel contempo Pariani ritenne opportuno indirizzare a Ciano ( 18 gennaio) un appunto che avrebbe dovuto costituire oggetto di comunicazione a Roatta a titolo d i direttive per la sua azione. Prima di tutto - scrisse Pariani occorreva che fosse ben chiara la necessi tà che il contingente italiano fosse impiegato riunito, per operazioni a massa su dire ttrici decisive; questo rendeva opportuno che il comandante italiano godesse <li ampia libertà d'azione per realizzare gli scopi indicatigli da Franco, opponendosi a qualsiasi tendenza - da parte spagnola - ad un impiego delle forze diluito su ampia fronte. Le direttrici che, da Roma, apparivano <li un certo rilievo erano la Teruel-Valencia per separare la Catalogna dal resto della Spagna e puntare poi in quella direzione che: la situazione avesse indicato come più opportu na, sfruttando il successo per la decisione della lotta ; la Siguenza-Guadalajara per cadere a tergo di Madrid e procedere al suo accerchiamento, qualora ne valesse ancora la pena; infine la puntata su Malaga allo scopo locale, di valore logistico, di fornirci una base più vicina ove non fosse stato attuato il noto blocco . Delle tre ipotesi, la prima rivestiva carattere realmente decisivo, ma appunto per questo avrebbe
( I O) La Germania dal proprio canto, aveva in atto la spedizione, da completare entro il 31 gennaio, di 50.000 fuci li, 80 cannoni d 'accompagnamento, 32 pezzi da campagna da 77, 12 pezzi pesanti da 150, 20. cannoni e.a. da 20 e 32 da 88 mm, 60 aerei, 30 lanciafiamme, 117 milioni di cartucce, 500 mila proiettili di artiglieria di vario tipo, 200 mine marittime, 10 apparecchi per J ragaggio mine, 100 bo mbe antisom ed infine apparecchi per il tiro e le comunicazioni.
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imposto l'inquadramento in una complessa operazione delle forze nazionali. L'intesa italo-tedesca venne portata a conoscenza di Franco da Anfuso, il quale il 24 gennaio telegrafò a Ciano in questi termini: « Prima reazione del generale Franco alle decisioni da me comunicategli a nome dei Governi italiano e tedesco, di cui gli ho rimesso anche il testo, è stata di disorientamento, accresciuto dalla vicinanza della dala di scadenza per l'invio di uomini e materiale. Successive considerazioni e schiarimenti fornitigli gli hanno fatto valutare appieno l'imponenza degli aiuti che gli vengono prestati specialmente da parte italiana( ... )».
Senonché, il giorno seguente, Franco si affrettò a far pervenire ad Anfuso una nota verbale indicante il suo immediato fabbisogno di aiuti, oltre a quelli di previsto arrivo in gennaio: « ( ... ) non è possibile - osservò infatti il Caudillo - continuare la guerra, date le proporzioni che essa ha raggiunto ora, senza assicurare per tre mesi almeno l'approvvigionamento normale di munizioni, polveri ed esplosivi di cui abbi.rngnano fo nostre forze, r:osa molto importante, pur essendolo molto l'invio di uomini, perché senza di ciò i duecentomila uomini che compongono le nostre fronti rimarrebbero inattivi ( ... ) ». E l'elenco delle necessità era grosso. Si trattava complessivamente di 6.000 fucili mitragliatori e mitragliatrici, 300 mila colpi per artiglieria , 66 milioni di cartucce da 7 mm per armi automatiche di reparto, 40 tonnellate di tetralite e 800 di trilite , 800 tonn. di polveri di lancio di vario tipo ed altro materiale bellico, oltre ad un adeguato quantitativo di materie prime. Anfuso, Roatta e ]'ambasci atore Faupel si recarono allora da Franco e Roatta , premesso che sarebbe stata gradita una maggiore tempestività nella richiesta data l'importanza dei rifornimenti, chiese una priorità da attribuire ai materiali in questione. Ricevuta la risposta che tutto era « di uguale urgenza », Anfuso e Faupel si riservarono di far conoscere le risposte dei rispettivi governi. Poi Roatta mise sul tappeto il progetto di includere dieci ufficiali italiani e tedeschi di vario grado nello Stato Maggiore Generale di Franco e questi confermò il proprio orientamento favorevole ( 11 ). ( 11) In realtà la questione an<lrà per le lunghe e non giungerà a conclusione in parte per difficoltà opposte successivamente dalla Germania, che intendeva considerare i propri cin4ue ufficiali come « stato maggiore di collegamento » agli ordini del comandante tedesco in Spagna, ed in parte per il naturale e logico orgoglio spagnolo.
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Intanto le discussioni politiche sui volontari procedevano stentatamente ed in queste circostanze, a metà febbraio, lo S.M.R.E. fu incaricato di progettare l'approntamento e l'invio oltremare di un intero corpo d'armata speciale « O.M. », su due divisioni di fanteria (la Curtatone e Montanara e la Rubicone) ed una divisione di camicie nere, la 9\ con adeguati supporti operativi ed una base logistica. Naturalmente, fra le modalità di costituzione figuravano la soppressione del requisito della volontarietà e la massima utilizzazione degli ufficiali delle unità prescelte (un terzo in s.p.e.). Il completamento dei quadri doveva essere fornito dai rimanenti reggimenti del corpo d'armata territoriale interessato alla mobilitazione. Il progetto era di impiegare il corpo d 'armata speciale in un'operazione di sbarco nel golfo di Valencia , ma rimase allo stadio delle predisposizioni. Comunque è ugualmente utile per dare un'idea della mole del lavoro preparatorio, nonché dello sforzo compiuto per la costituzione e partenza di clementi con i quali mettere a punto l'organizzazione di comando e dei servizi (M.M.I.S. e Base O.M.S .), cinque brigate volontari (2 miste e 3 di camicie nere) una divisione di fanteria (la Volontari del Littorio) e unità minori di supporto ( 12 ).
In tema di dotazioni occorre precisare che furono utilizzati i materiali accantonati per la mobili tazione generale presso i centri di mobilitazione, quelli provenienti dagli allestimenti in corso per mobilitazione generale (quasi. completamente assorbiti) e quelli appositamente approvvigionati o acquistati dal commercio . Le dotazioni di mobilitazione, specialmente di automezzi, vennero di conseguenza fortemente intaccate senza possibilità di immediato reintegro (13 ). Se si trovarono notevoli difficoltà per l'approvvigionamento di taluni materiali del servizio di commissariato, l'aspetto più oneroso riguardò gli automezzi ed il materiale delle trasmissioni. P er i primi , la notevole assegnazione organica alle unità in Spagna venne fronteg-
(12) A fine febbraio si trovavano in Spagna 2.145 ufficiali (di cui 1.165 della milizia), 3.306 sottuffk-iali (di cui 1.977 della milizia) e 43.842 truppa (di cui 26 .150 camicie nere) per complessivi 49.293 uomini. Ad essi sono da aggiungere 39 militarizzati e 400 civili. ( 13) Ogni cessione di materiale era seguita immediatamente - quando possibile - da una corrisponden te assegnazione <li fon<li alla Dite'/.ione Generale interessata. Lo S.M.R.E. fo rniva, di volta in volta, le norme per il re integro col cri terio <li sostituire i materiali cedu ti con altri più moderni e di utilizzare le eventuali somme residue per l 'approvvigionamento di materiali ritenuti di maggior importanza ai fini della mobilitazione generale.
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giata attingendo, nell'ordine, alla nuova produzione nazionale, alle dotazioni accantonate nei depositi di riserva (prima quelli dei corpi d'armata non di frontiera, poi gli altri) infine alle dotazioni delle unità aventi maggiori disponibilità: le divisioni celeri e motorizzate e la nuova brigata corazzata. Per i mezzi radio, benché l'esigenza fosse relativamente limitata, la indisponibilità di magazzino obbligò al ricorso all'industria privata. Quanto all'addestramento delle unità in partenza, esso costituì, molto semplicemente, un desiderio da un lato ed una fonte di recriminazioni dall'altro; infatti in pratica fu inesistente. I reparti della M.V.S.N. sentirono penosamente tale deficienza, trattandosi di formazioni che, per la loro stessa costituzione - elementi di varia età e provenienza, di cui taluni privi di qualsiasi istruzione militare; quadri provenienti per la quasi totalità dal congedo e molti con grado non corrispondente a quello rivestito nell'esercito - manifestavano in modo spiccato la necessità di ambientarsi, amalgamarsi, orientarsi sulla evoluzione suhi ta dai mezzi bellici e dalla dottrina tattica; ma anche i reparti dell'esercito, composti con elementi tratti da numerosi corpi, avevano bisogno di un preventivo, sia pur minimo, affiatamento per assicurare con tutta immediatezza il voluto rendimento. In merito, poi, all 'organizzazione logistica dell'impresa, la base impiantata a Siviglia si palesò subito insufficiente e venne gradualmente sviluppata. Sulla questione delle spese e delle forniture, sollecitate sempre più insistentemente da Franco, occorre spendere qualche parola. Il Ministero per gli Scambi e le Valute aveva impartito la direttiva di far pagare in divisa ogni fornitura, avvisando che in caso contrario avrebbe rifiutato le divise occorrenti per l'acquisto all'estero delle materie prime da utilizzare per la sostituzione dei materiali ceduti alla Spagna. Le industrie in genere si adeguarono a questo indirizzo , il che indurrà Franco a premere maggiormente sui dicasteri militari. Ora, mentre la R. Marina cominciò col consegnare due sommergibili solo quando ottenne l 'intero pagamento in dollari e la R. Aeronautica riuscì ad ottenere almeno un'aliquota dell'importo relativo ai mezzi venduti, il Ministero della Guerra consenti a cedere tutto contro l'impegno di regolare la partita alla fine della guerra, in quanto da un lato non poteva non fornire le truppe italiane combattenti in Spagna e dall'altro riceveva più ordini che pressioni dal Ministero degli Esteri , il quale, come si è detto, aveva interamente avocato a sé il problema spagnolo. Già al 31 Jicembrc 1937 l'Italia sarà in credito verso il Governo di Pranco di circa 100 milioni in valu ta in conto forniture , più 194 milioni utilizzati sul credito aperto da un
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MARIO MONTANARI
consorzio di banche italiane sotto la guida della Banca d'Italia. Naturalmente, mentre il sollecitato saldo rimarrà senza esito, le richieste di nuove cessioni aumenteranno: « Fu così che la Spagna, da paese di scarso interesse per i nostri scambi internazionali , divenne di colpo un pesante fardello per noi e costituì, in quel momento, uno dei maggiori fattori contro-operanti nella faticosa opera di ricostru:tione della nostra economia, nei rapporti interni e nei rapporti internazionali » ( 14 ).
L'afflusso a scaglioni di truppe dall'Italia comportò un breve periodo di raccolta e di assestamento dei reparti in via di formazione , cosicché per ]'operazione su Malaga Roatta, che aveva assunto il comando delle unità italiane, poté contare soltanto sulla I brigata volontari ( 15), due gruppi (IV e V) autonomi di banderas, un raggruppamento di artiglieria ed un battaglione genio. Il 15 febbraio le truppe legionarie, sostituite da quelle spagnole dopo la conquista di Malaga, si trasferirono nella zona di Cordoba per un consistente riordinamento. Il 17 la M.M.I .S. prese la denominazione di Corpo Truppe Volontarie (gen. Roatta). In pari data b T brigata volontari si trasformò in la divisione Dio lo vuole (gen. E. Rossi); si costituirono le brigate II e III, che rapidamente si trasformarono in 2• divisione Fiamme Nere (gen. Coppi) e 3" divisione Penne Nere (gen. Nuvoloni) {16); si aggiunge la Divisione Littorio (gen. Bergonzoli. ( 1 7) e i due gruppi banderas autonomi vennero riuniti in un raggruppamento (cons. gen. Francisci). Inoltre furono potenziati il raggruppamento artiglieria pluricalibri, il battaglione genio, il raggruppamento « specializzati » (carri d 'assalto e motomitraglieti) e l'Intendenza (gen. Favagrossa). L'aviazione disponeva di 24 caccia ad Almezan, 13 bombardieri e 12 ricognitori a Soria, 27
( 14) F. Guarneri, Batta[!,lie economiche, vol. II, pag. 135. ( 15) Costituita il 17 gennaio con i volontari giunti in dicembre. La I brigata mista Frecce A zzurre (col. Guassardo) e la II brigata mista Frecce Nere (col. Piazwni), che dovevano completarsi con quadri e truppa spagnoli, non furono pronte che nella prima quindicina di marzo. Esse però dipendevano esclusivamente dal Comando spagnolo. (16) Le tre divisioni erano formate di camicie nere, di cui il 50% all'incirca aveva meno di 30 anni ed il 17% più di 37 anni. Erano ordinate su tre gruppi banderas. L'artiglieria era fornita di volta in volta dal C.T.V. (1 7) Su due reggimenti fanteria, un reggimento artigl ieria su due gruppi, un battaglione d 'assalto, una compagnia genio e servizi.
L'IMPEGNO ITALIANO NELLA GUERRA Dl SPAGNA
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caccia a Torrijos e 12 apparecchi a Salamanca. Con queste forze il C.T.V. partecipò all'offensiva nel settore di Siguenza con obiettivo Guadalajara per alleggerire la situazione creatasi a sud, sul Jarama. La fallita operazione (8-22 marzo), dopo un'iniziale penetrazione di una trentina di chilometri, suscitò grande clamore: si trattò di un insuccesso locale, diventò disfatta; addebitabile ad unità di volontari non convenientemente amalgamati, venne presto imputata all'esercito italiano. In ogni caso, ebbe grave risonanza politica internazionale e provocò energiche misure di carattere militare da parte italiana. Il generale di corpo d'armata Bastico, inviato ad assumere il comando del C.T.V. in sostituzione di Roatta, appena giunto a Salamanca, presentatosi a Franco e preso contatto con le truppe legionarie, così si espresse in una lettera a Ciano ed a Pariani: « ( ... ) Queste divisioni sono quello che sono. L'epurazione è in corso. Ho dato ordini categorici nei riguardi della disciplina (che lascia molto ma molto a desiderare), dell'addestramento (che è tutt'ora all'inizio), ddl'armarm:nto ( deficientissi mo}, de Il 'amministrazione (caotica). Ho parlato chiaro e netto senza eufemismi. Spero che mi si ascolti, e in ogni caso mi farò ascoltare: ma ci vorrà del tempo, ché le manchevolezze sono gravi, profonde e sostanziali. Credo di poter affermare, sulla base cli quanto mi è stato obiettivamente riferito, che la costituzione di queste divisioni è stata quanto mai deficiente per scelta del personale di truppa e per inquadramento. A tale proposito, per averne norma in rapporto ad eventuali proposte in merito, ho richiesto uno specchio dal quale risulti il grado raggiunto nell'esercito dagli ufficiali superiori della Milizia. La divisione Bergonzoli - merito esclusivo del comandante - è buona e buoni, mi si afferma, sono il gruppo Francisci e le brigate miste Guassardo e Piazzoni. Naturalmente qui tutti cercano cli addossare ad altri le proprie responsabilità ma è evidente che le cause prime dell'insuccesso cli Guadalajara sono state : il difettosissimo inquadramento, la impreparazione acldestrativa; la deficiente disciplina; le avverse condizioni atmosferiche; il collasso psichico di qualche comandante ( ... ). E' necessario l'invio di almeno 10 ufficiali contabili energici e competenti per mettere un poco di ordine (e di onestà) nell'amministrazione delle legioni e degli stabilimenti ( ... ) » (18).
( 18) Lettera confidenziale n. 1 in data 16 aprile 1937.
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MARIO MONT ANAfil
Poi il gen. Bastico accentuò il rigore di selezione per la revisione dell'ordinamento del C.T.V., tenuto conto delle perdite subite nella battaglia di Guadalajara (415 morti, 1.969 feriti e 163 dispersi) e della convenienza di rimpatriare tutti gli clementi, quadri e truppa, meno idonei per rend imento fisico e professionale, nonché di sostituire parte <lei quadri con ufficiali più preparati. Allo scioglimento della 3" divisione cc .nn., attuato all'inizio di aprile, si aggiunse così quello della P divisione ( 19 ). Per contro venne rinforzato il raggruppamento Francisci. In definitiva, a metà maggio il nuovo assetto del C.T.V., utilizzando truppe e materiali esistenti e nuovi arrivi di artiglieria, fu il seguente: Comando C.T.V.; comandante: gen. Bastico; vicecomandante: gen. Berti; comandante artiglieria: gen. Manca; comandante genio: t. col. Lastrucci; intendente: gen. Favagrossa; divisione Littorio (gen. Bergonzoli); 2" divisione cc .nn. Fiamme Nere (gen. Frusci); raggruppamento XXIII marzo (cons. gen. Francisci); raggruppamento carristi (col. Babini); raggruppamento artiglieria ; raggruppamento genio; centro addestramento e complementi; serv1z1 d'Intendenza. Oltre a tali unità occorre ricordare le due brigate miste Frecce A zzurre e Frecce N ere ed il personale istrullore. Nel marzo erano stati istituiti corsi allievi ufficiali spagnoli, di perfezionamento per ufficiali spagnoli e di istruzione per specialisti trupp~. spagnoli a Burgos (ufficiali genio e chimici: organizzazione italiana), Vallo-
(19) I primi di aprile era giunto il luog. gen. Teruzzi, il quale aveva raccolto alle proprie dipendenze sotto un « Comando gruppo di visioni » tutte le camicie nere operanti in Spagna: P, 2• e 3• divisione e raggruppamento Francisci. Con lo scioglimento della 3a e P divisione detto Comando non ebbe più rngion d'essere e Teruzzi assunse l'incarico di Ispettore delle camicie nere.
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dolid (celeri e specialisti: organizzazione italiana), Segovia (ufficiali artiglieria: centro italiano presso accademia artiglieria spagnola) (20). Intanto, 1'8 marzo, dopo lunghe discussioni il Comitato di non intervento era riuscito a portare a termine il progetto <li blocco. Un Consiglio internazionale composto da Francia, Germania, Gran Bretagna, Italia e U.R.S.S. - cui più tardi si aggiunsero Grecia, Norvegia e Polonia - avrebbe provveduto all'organizzazione <lel controllo ed agli aspetti amministrativi. La vigilanza navale fu affidata alla Gran Bretagna al largo delle coste basche; alla Francia per le coste delle Asturie e della Galizia, sino al confine portoghese; ancora alla Gran Bretagna per il tratto a cavallo di Gibilterra, dalla foce della Guadiana in Atlantico a capo Gata in Medite rraneo, ad est di Almeria; poi passava alla Germania sino a capo Oropesa, a nord di Valencia, ed all'Italia da capo Oropesa al confine francese. Alla Francia erano state affidate anche le coste del Marocco spagnolo e delle Baleari. L'U.R.S.S., che inizialmente s'era tenuta in disparte, aveva poi chiesto un tratto della costa orientale , ma essendo questa già stata suddivisa fra Germania e Italia non insistette per partecipare al controllo marittimo. Sulla frontiera terrestre franco-spagnola, su quella portoghese, a Gibilterra e nei porti dovevano entrare in funzione osservatori internazionali. Il dispositivo studiato poté iniziare l'attività soltanto all a fine di aprile ed ovviamente nel frattempo le cose continuarono più o meno come prima, anche se in scala ridotta, né l'attuazione della vigilanza internazionale riuscì ad impedire del tutto gli aiuti alle due parti, tuttavia li ridusse ulteriormente e notevolmente. Per parte italiana essi si limitarono a poche unità sanitarie, ad elementi isolati per necessità di inquadramento e di addestramento (21) ed ai rifornimenti per le nostre unità. Tra i primi di marzo e la fine di luglio furono inviati in Spagna: per la M.M.I.S., poi Comando del C.T.V.: 12 ufficiali (di cui 6 della milizia) , 8 sottufficiali e 2 soldati ; quali istruttori: 23 ufficiali, 29 sottufficiali e 6 truppa ; per la Base, poi Intendenza: 9 ufficiali e 13 civili;
(20) Durante la loro attività le scuole istruirono circa 25.000 elementi. (21) Il personale partiva in abito civile ed esclusivamente su piroscafi spagnoli, con un massimo di 200 uomini per ogni nave.
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- quali complementi: 484 ufficiali (di cui 140 <lella milizia), 49 sottufficiali, 145 truppa e 8 civili; - unità varie: un ospedale territoriale, un ospedale della milizia, tre nuclei chirurgici, due ambulanze radiologiche, due ambulanze odontoiatriche, una sezione clisinfezione, tre uffici postali, una squadra topocartografica, un nucleo genio, per un totale di 47 ufficiali (di cui 13 della milizia e 4 assimilati), 56 sottufficiali, 563 truppa e 10 operai civili. Per quanto concerne il personale, l'attenzione in Italia si era concentrata sugli ufficiali e sugli specializzati, ferma restando l'osservanza del requisito della volontarietà. Per i primi la scelta si orientò prevalentemente sugli elementi in congedo per non incidere ancora sulla ormai limitata disponibilità cli quelli in s.p.e. Tenuto conto della necessità di disporre di quadri preparati, furono organizzati presso le Scuole centrali di Civitavecchia quattro corsi di addestramento pratico per ufficiali delle categorie in congedo di fanteria, artiglieria, genio e milizia, scelti fra i « volontari per qualsiasi destinazione » e prescrivendo che gli ufficiali della milizia avessero lo stesso grado nell'esercito. In tal modo fu possibile eliminare, corsi durante, i frequentatori che rivelassero scarse idoneità fisica o attitudine professionale e costituire un 'adeguata riserva da tenere a numero con corsi successivi (22) . Per gli specializzati bisognò accettare topografi e radiomontatori civili ed operai d'artiglieria tratti dagli stabilimenti territoriali. Per contro i rimpatri effettuati nel periodo gennaio-luglio 1937 riguardarono 434 ufficiali (di cui 280 della milizia) e 8.213 sottufficiali e truppa di cui 6.582 della milizia) ripartiti come segue (23 ): causa dd dmpatrio
ufficiali
Malattia Ferite Motivi disciplinari Esuberanza organica Motivi vari: età, ragioni familiari, ecc.
17.3
Totali
sottufficiali e tru ppa
18 15 15.3
2.485 2.180 57.3 (24) 2.975 {24)
4.34
8.21.3
75
(22) Ai primi quattro corsi parteciparono complessivamente 544 ufficiali, di cui 23 5 della milizia. (23) Dati indicati dallo S.M.R.E. - Uff. Ordinamento e Mobilitazione nella relazione compilata in agosto 1937 sull'attività svolta per l'esigenza O.M.S. . (24) Cifre che non concordano con i dati forniti dal Comando generale
L'IMPEGNO TTAI.IANO NELLA GUERRA DI SPAGNA
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Dopo la conquista di Bilbao (19 giugno 1937) il raggruppamento XXIII marzo si trasformò in divisione ed al termine della battaglia di Santander (14-26 agosto) le due brigate miste Frecce costituirono la divisione Frecce (gen. Roatta). In ottobre, poi, Bastico, designato per il comando di un'armata, rientrò in Italia e venne sostituito dal gen. Berti, già in posto come vicecomandante. In questa occasione, date le perdite subite nelle ultime battaglie e le altre diminuzioni di forza per malattie e cause varie, fu deciso lo scioglimento anche della 2a divisione cc.nn., con i cui reparti vennero portate su tre reggimenti le rimaste divisioni Lillorio e XXIII marzo e rinforzati l'artiglieria ed il genio del C.T.V. Tale ordinamento rimase invariato sino a metà ottobre del 1938, quando, dopo che le lunghe discussioni sul riconoscimento della belligeranza alle due parti in lotta, sul ritiro dei volontari e sui rifornimenti di carattere militare si erano trascinate in piuttosto confuse riunioni, dopo l'uscita e poi il rientro dell'Italia e della Germania dal sistema di controllo navale, dopo molti dubbi sulla effettiva possibilità di vittoria da parte di Franco, Mussolini decise di ritirare 10.000 volontari e rendere così operante il patto di Pasqua stretto con la Gran Bretagna.
In Spagna si era venuta a creare un situazione difficile sul piano psicologico e politico-militare. Alla base di queste difficoltà stavano due tendenze opposte. Franco aveva una visione della condotta della guerra necessariamente influenzata da considerazioni di ordine contingente e di politica interna, quali la convenienza di evitare eccessive perdite, di fare un passo avanti solo ad acquisita certezza che la zona « liberata » non avrebbe dato preoccupazioni, di impiegare taluni reparti in determinati settori anziché in altri, di evitare che un aperto successo di truppe amiche sì ma straniere potesse mettere in ombra l'opera delle unità spagnole, di mantenere l 'occupazione di località che sotto il profilo dell'economia delle forze sarebbe stato meglio abbandonare, ecc.; per contro Mussolini e Pariani a Roma ed i successivi comandanti del C.T.V. in Spagna, della M.V.S.N. , secondo i quali i volontari rimpatriati dal 17 aprile al 2 giugno ed incorporati nei battaglioni di marcia cc. nn. di Gaeta, Littoria, Sabaudia e Persano furono 3.983, di cui 157 feriti (3,94%), 2.279 ammalati (57,22%), 62 luetici e celtici (1,57%), 800 per motivi morali e disciplinari (20,08%) e 685 per motivi vari (17,19% ). Dei 3.983 rimpatriati il 25% aveva 24-26 anni, il 32,4% era di 27-3 1 anni, il 24% di 32-36 anni , il 13,6% di 37-42 anni ed il 5% di oltre 42 anni.
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Roatta, Bastico e poi Berti , erano portati a ricercare uno sforzo decisivo per evitare un ingiustificato logorio di truppe che cominciava a pesare ed il protrarsi di rifornimenti di materiali che si aggiravano sulle 1000-1500 tonnellate al mese. Da qui il sorgere di tensioni, di incomprensioni e di insofferenze che frequentemente venivano a galla: « Ho già dato notizia di un certo loro [ dei Comandi nazionali] malessere dovuto all't:saltazione che cli questa nostra vittoria - scrisse Bastico a Ciano ed a Pariani, dopo la baltaglia di Santander è stata fatta dalla nostra stampa; ma più ci si accosta alle « autorità costituite » piLt si intuisce che di « riconoscenza » non è il caso di parlare. Palese è la preoccupazione di non soffermarsi sull'argomento e palese è lo sforzo di « attenuare » tutto ciò che potrebbe accentuare l'importanza e le conseguem:e del nostro operato ( ... ). In alto lo stato <l'animo nei nostri riguardi è quello che ho cercato di lumeggiare, e del resto è umano che sia tale ( ... ) » (25).
Il 20 agosto 1938 il gen. Berti, spinto da Mussolini, ottenne un colloquio con Prancu, presen le l'alllbascialure J 'lLalia, Viola (26 ), e rappresentò che il governo italiano era intenzionato a mostrare tutto il suo incondizionato appoggio sin al raggiungimento della vittoria totale, che era necessario conoscere gli intendimenti strategici e politici dd Generalissimo per poter assumere i provvedimenti <li conseguenza e che occorreva costituire una massa di manovra per impedire che eventuali iniziative repubblicane paralizzassero il proseguimento dell'azione in corso. Ciò premesso, espose tre soluzioni per il C.T.V.: invio dall'Italia di tre o più divisioni <la aggiungere alle due esistenti; invio di almeno 10 .000 complementi per ripj anare ]e deficienze numeriche e mantenere l 'efficienza delle attuali unità; oppure ritiro parziale o totale del corpo legionario. Il pensiero di Franco fu così sintetizzato dal gen. Berti: (25) f. 32 Ris. Pers. Con f. data 10-9-1937. ( 26) La « questione » spagnola era regolata da Ciano per il trami te d iretto <li suoi fiduciari personali o del comandante del C.T.V., ignoran<lo o quasi l'ambasciatore Viola, come già il suo predecessore Cantalupa, protestò: aveva accompagnato il gen. Berti nel superiore com une interesse, ma « poiché la mia presenza avalla di per se stessa le comunicazioni e le esposizioni di Berti a Franco anche sul piano politico, sarebbe forse preferibile io potessi avere tempestiva diretta conoscenza del pensiero del Duce e dell'E.V. sulle questioni in discussione anziché dover attenermi a far uso di elementi fornitimi dall'altrui interpretazione (tele 076 data 21-8-1938).
L'IMPEGNO ITALIANO NELLA GUERRA DI SPAGNA
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« Assoluta contrarietà invio G.U. organiche per ragioni indole internazionale (suo Capo di S.M. ha lasciato anche comprendere che a queste si aggiungono ragioni di politica interna). Favorevole al completamento del C.T.V. se motivi di politica internazionale non impediscono invio dei 10.000 complementi. In tutti i casi, contrario ritiro aviazione, artiglieria e quadri. Concorda convenienza valorizzare opera C.T.V. pur non essendosi troppo sbilanciato ( ... ) » (27).
In realtà Franco, pur essendo contrario all'aumento delle nostre truppe, vedeva con riluttanza il ritiro del C.T .V., anche se limitato alle sole fanterie. Non soltanto non credeva alla possibilità pratica di realizzare il piano di non intervento, ma desiderava che esso si rivelasse inattuabile o che comunque l'attuazione ne fosse il più possibile ritardata. Avrebbe visto volentieri, dunque, la soluzione intermedia, consistente nell'invio di 10.000 complementi. Se, invece, fosse stato deciso il ritiro di 10.000 volontari, i rimanenti avrebbero potuto costituire i nuclei di unità miste italo-spagnole con inquadramento italiano dal rango di comandante di battaglione in su. Quanto ai rifornimenLi per le Lruppe nazionali, egli chiese artiglierie e bocche da fuoco per coprire il divario esistente fra i consumi e la produzione spagnola, nonché carri armati di maggior tonnellaggio ed in maggior copia per poterli opporre con successo a quelli sovietici. Ma chiese anche all'ambasciatore Viola di incontrarsi il giorno successivo al colloquio con Berti con Jordana, suo Ministro degli Esteri, e per bocca di questi espresse le sue preoccupazioni circa le ripercussioni morali e politiche che il ritiro di 10.000 volontari avrebbe potuto avere sulla situazione del governo nazionale, sia all'interno sia all'estero. Inoltre desiderava che venisse prospettata a Mussolini la necessità che il governo nazionale fosse tenuto al corrente dei negoziati relativi al ritiro del personale in questione per la parte che lo concerneva, e più precisamente dei benefici che il governo fascista intendeva ricavarne anche a profitto della causa nazionalista. In proposito avrebbe gradito il riconoscimento della belligeranza con pienezza di diritti ed un più favorevole atteggiamento britannico sul contrabbando marittimo sotto bandiera inglese a favore del governo di Valencia. Inoltre occorreva che il governo nazionale conoscesse tempestivamente il momento in cui sarebbe stato reso pubblico il ritiro del contingente legionario in modo da poter partecipare
27) Tele 1556 data 20-8-1938, ore 23,50, indirizzato al Min. Esteri.
10. - Memorie
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alla scelta di tale momento. Infine era opportuno che venisse concertata una forma che permettesse di presentare il ritiro come non tstraneo alla volontà di Franco; questo anche per ragioni di principio, in relazione alla nota dipendenza formale dei volontari dal Comando nazionale. In sostanza, bisognava evitare commenti e speculazioni circa un eventuale preteso affievolimento della solidarietà italo-spagnola, così come circa una diminuita fiducia del governo fascista nel trionfo della causa nazionale (28 ). Mussolini non attese neanche una parola dal suo ambasciatore. Appena ricevuto il messaggio di Berti rispose immediatamente, tramite il Ministero degli Esteri: « Delle tre eventualità che vi avevo incaricato di prospettare a Franco, egli ha nettamente scartato la prima cioè l'invio di grandi unità italiane. Ciò semplifica il resto. Egli ha accettato e pare in via condi:donale 1a seconda eventualità, cioè l'invio di complementi per riportare al normale gli effettivi delle due divisioni Littorio e 23 marza. Tali complementi raggiungerebbero il totale di 10.000 unità. Non è chiaro se con o senza i complementi già inviati in questi uhimi tempi. Questo è un punto Ja precisare. Alla cadenza massima di 500 unità settimanali inv.io Ji 10.000 complementi, che non potrebbe passare inosservato, richiede venti settimane, cioè cinque mesi. Le Jue divisioni sarebbero al completo cogli effettivi fra dicembre e gennaio, il che significa, tenuto conto anche del necessario periodo di inquadramento e addestramento, che le Jue divisioni non potrebbero essere utilmente impiegate prima della primavera 1939. E' chiaro che anche ad effettivi completi le nostre due divisioni non potrebbero avere che una parte di carattere secondario, che gli spagnoli si affretterebbero, come hanno fatto sin qui, a minimizzare o ignorare . Così stando le cose, dispongo: a) le divisioni Littorio e 23 marzo si fondano in una sola che si chiamerà Divisione d'assalto Littorio e che si comporrà di sette battaglioni piL1 due di riserva ; b) tale divisione sarà formata cogli elementi migliori delle due eststenti e coi complementi già arrivati; c) gli ufficiali esuberanti potranno passare ai reparti spagnoli ; d) tutti gli altri, ufficiali e truppa, rimpatrieranno con modalità che fisserò in seguito;
(28) Tele 150 data 28-8-1938 dell'ambasciatore Viola a Ciano.
L'IMPEGNO lTALIANO NELLA GUERRA Dl SPAGNA
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e) rimarrebbero al completo per ulteriore corso della guerra le artiglierie, il genio, le specialità. Il tutto, con la divisione d 'assalto, continuerà a formare il C.T.V. Con quan to sopra, noi: a) continuiamo a sostenere effettivamente Franco e gli facilitiamo la sua politica estera e interna, anche ai fini riconoscimento belligeranza; b) sblocchiamo la nostra posizione diplomatica nei riguardi della Gran Bretagna, in quantoché davanti ad un rimpatrio sostanziale e unilaterale dei nostri volontari noi avremo il diritto di porre alla Gran Bretagna un dilemma per quanto concerne l'applicazione o la decadenza degli accordi del 16 aprile. Se le risposte scritte promesse da Pranco non sono tali da modificare sostanzialmente quanto sopra ho esposto vi autor~zo a conferire immediatamente con Franco, presente l'ambasciatore. A colloquio ottenuto riferi te senza indugio» ( 29).
(29) Tele 2118 data 22.8.1938, ore 13.
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26 AGOSTO 1938
I
ufficiali unitĂ
I I
it.
sp.
Comando C.T.V. e enti vari
293
div. Littorio
445
div. XXIII marzo
434
br. Frecce zurre
tot.
I
sottuff. e truppa
ital.
I
Totali spagn. )
tot.
295
1.478
100
l.578
1.873
445
10.062
869
10.931
11.376
4
438
8.665
243
8.908
9.346
235
210
445
2.109
6.245
8.354
8.799
br. Frecce nere
207
277
484
1.464
6.728
8.192
8.676
raggr. 18 luglio
38
50
88
179
2.000
2.179
2.267
raggr. carristi
67
-
67'.
795
27
823
890
223
3.074
903
3.997
4.220
2
-
A z-
216
artiglieria CTV
7
genio CTV
57
-
57
1.555
77
1.632
1.689
centro complementi
54
22
76
785
798
1.583
1.659
Intendenza
437
2
439
4.264
571
4.835
5.274
ricoveri in osp. territoriali
128
-
128
1.418
-
1.418
1.546
servizi aviazione legionaria
12
-
12
535
-
535
547
2.623 1
574
totali
l
l
.3.197 1 39.3841 18.561
I 54.965158.162
L'IMPEGNO ITALIANO NELLA GUERRA DI SPAGNA
147
Berti non apparve molto convinto della opportunità di contrarre le forze di fanteria ad una sola divisione, in quanto ciò avrebbe significato, agli occhi spagnoli, ridurre la partecipazione italiana ad una trascurabilissima e il più delle volte trascurata pedina ed avrebbe ulteriormente indotto i nazionali, anche a causa della fortissima sproporzione fra artiglieria e fanteria, a sparpagliare le nostre poche unità e quindi ad impiegarle male, logorandole rapidamente. Se poi la divisione fosse stata tenuta più come rappresentanza che come unità combattente, gli effetti morali sarebbero stati diametralmente opposti a quelli desiderati. « Di conseguenza - concluse Berti al termine di un lungo studio sul problema del C.T.V. - esprimo il parere che per uscire da questa disgraziata situazione non vi sono che due soluzioni: - o molte forze per poter agire quasi indipendentemente; - oppure ridurre il nostro concorso al minimo indispensabile senza pregiudicare il risultato finale, e cioè: inviare dei materiali, inviare dei quadri per le unità spagnole, mantenere in vita l'organizzazione Jelle scuole, sia di reclutamento sia di perfezionamento ».
Ad ogni buon conto mandò a Roma il gen. Gambara, suo capo di SM, il quale il 3 settembre fu chiamato a Palazzo Venezia ove ebbe modo di fornire a Mussolini tutte le delucidazioni del caso. Ma ormai Mussolini aveva deciso e per di più voleva conoscere la reazione di Franco di fronte ad una ben netta presa di posizione italiana. Quindi spedi a Berti un telegramma di conferma del rimpatrio dei 10.000 volontari. « Parlatene a Franco e telegrafate » soggiunse. Berti chiese subito un abboccamento con il Generalissimo e riferì: « Oggi colloquio con Franco, presente l'ambasciatore. Comunicato
testo telegramma , che ha fatto grande impressione. Franco ha cercato dapprima rimandare soluzione. Indi , di fronte necessità decisione, ha accet tato. Ha chiesto qualche giorno p er studiare modalità attuazione provvedimento. Ha promesso dare grande solennità rimpatrio volontari. RaccomanJato a lui massima segretezza. Durante discussione, riaffiorata proposta fatta circa invio nuove grandi unità. Franco ha di nuovo escluso per timore complicazioni con Francia. Ho colto occasione per insistere ancora circa necessità rapida costituzione adeguate riserve» .
Dato l'atteggiamento mentale di taluni comandanti nazionali le cose non potevano mutare. Il 19 settembre Berti sottolineò a Roma
148
MARIO MONTANARI
l'esiguità delle forze con le quali sembrava fosse stato condotto un fallito attacco nel settore dell'Ebro. « Risultato non poteva essere conseguentemente diverso » commentò. Pariani seguiva anch'egli, molto scontento, l'andamento delle operazioni. Quando lesse il messaggio di Berti, vi scrisse in matita azzurra: « Darmi per il Duce. O Franco accetta nostri consiglieri o via tutto! Non si può andare avanti così! Abbiamo già consumati in Spagna più uomini e più muni:doni che non in Etiopia! » e fece preparare un confronto sui dati più significativi. Considerando per !'A.O.I. i consumi al 1° luglio 19 3 7, comprese perciò le operazioni di grande polizia, e per la Spagna quelli al 1° settembre 1939, si aveva: - spese: circa 10 miliardi per )'A.O.I. e poco più di 4 miliardi per l'O.M.S.; - munizioni inviate: 275 milioni di cartucce in A.O. contro 301 milioni in Spagna; oltre 3 milioni e mezzo di proietti di artigleria in A.O. contro quasi 7 milioni (compresi i 600.000 colpi richiesti dal C.T.V. con i rifornimenti di settembre) in Spagna; - perdite, comprese quelle della M.V.S.N.: 7.313 , di cui 1.000 ufficiali, in A.O. contro 11.740, di cui 900 ufficiali, in Spagna. Il 2 ottobre, in accordo con Franco , Mussolini impartì l'ordine esecutivo del rimpatrio (30) ed il 16 un convoglio di quattro piroscafi riportò in Italia 382 ufficiali (di cui 212 della milizia ed 1 della C.R.I.) e 9.769 sottufficiali e truppa (di cui 5.076 della milizia e 12 della C.R.I.): in totale 10.151 uomini , che, sbarcati a Napoli il 20, vennero smobilitati entro il successivo 29. Rimase in Spagna un C.T.V. su altre basi: - comandante: il gen. Gambara, che sostituì il gen. Berti; - divisione d'assalto Littorio (gen. Bitossi) su due reggimenti di fanteria, uno di artiglieria, un battaglione mortai da 81 , due compagnie genio, servizi; - tre divisioni miste Freece: la Frecce A zzurre ( col. La Ferla) e la Frecce Nere (co1. poi gen. Babini) per trasformazione delle precedenti brigate, e la nuova divisione Frecce V erdi (col. poi gen. Battisti) con organico analogo a quello della Littorio; - u n b attaglione arditi;
{30) Tele 2465 data 2-10-1938.
149
L'IMPEGNO ITALIANO NELLA GUERRA Dl SPAGNA
un raggruppamento carristi; un raggruppamento artiglieria; un raggruppamento genio; un centro istruzioni, comprensivo del centro addestramento e complementi esistente e dell'organizzazione delle scuole italospagnole; - un'intendenza (gen. Favagrossa). Detto ordinamento, che rimase in vigore a tutto il maggio 1939, quando il C.T.V. si sciolse col rimpatrio definitivo degli italiani (31), ebbe un'importanza che andò ben oltre il successo del corpo volontario nella battaglia di Catalogna: esso fornì una grande carta ai sostenitori della bontà della divisione binaria. L'impegno dell'esercito fu cospicuo . Furono inviati m Spagna 40.000 uomini in due periodi: 20.000, di cui 1.000 ufficiali, fra il settembre 1936 e l'agosto 1937 per la costituzione del C.T.V., ed altri 20.000, di cui 2.250 ufficiali, dal marzo 1937 al marzo 1939 per l 'alimentazione del corpo. Le perdite complessive ammontarono a 7 .286, di cui 1.685 morti. Quanto ai principali materiali l 'elenco è significativo (32): ar tiglierie (pezzi)
n.
1.930
n. n.
1.496 3.504
così suddivisi: pezzi da 65 mm. pezzi da 75 mm. altri pezzi di piccolo calibro pezzi da 105 mm. altri pezzi di medio calibro pezzi di grosso calibro mortai leggeri mitragliatrici
n. Il.
n. n. n. n.
343 330 801 230 212 14
(3 1) Allo scioglimento del C.T.V. rimpatriarono 2.266 ufficiali, 3.823 sottufficiali e 23.326 truppa, pari a circa 30.000 u. (.32) Dati riportati nella « Rivista di Commissariato e dei Servizi Amministrativi Militari», anno VIII, N. 2 (marzo-aprile 1941 - XIX) - Ministero della Guerra - Roma.
150
MARIO MONTANARI
così suddivise: FIAT 14 e 14-35 Saint Etiènne
-
n. 2.449 n. 1.055
fucili mitragliatori
Il.
5.250
fucili '(di cui 219 .305 mod. 91)
Il.
240.747
mun1z10n1: colpi completi per artiglierie colpi senza carica di lancio esplosivi di lancio e incendivi (q.li) colpi per armi portatili
n. 7.514.537 n. 91.500 n. 11.172 n. 324.900.000
n.
7.668
parti di ricambio per automezzi (pezzi)
n.
2.000.000
fusti di benzina
n.
6.105
n. n. n.
931 3.871 25.281
automezzi così suddivisi: autovetture autocarri carri veloci trattori e trattrici automezzi ausiliari
-
n. 369 n. 4.264 n. 149 Il. 1.189 Il. 896
mezzi del genio e delle trasmissioni : apparati R .T. apparati telefonici e centralini cordoncino telefonico (km .)
oltre a stazioni ottiche e mezzi vari di collegamento, autofficine R.T. e materiale da ponte e di rafforzamento; -
servizio di sanità: · ospedali <la campo completi
n.
13
n.
500.000
servizio di commissariato: · serie complete di vestiario oltre a materiali di uso generale e viveri.
L'IMPEGNO ITALIANO NELLA GUERRA DI S PAGNA
151
In totale i materiali raggiunsero le 160.000 tonnellate, che richiesero 180 piroscafi oltre ai 100 impiegati per il trasporto personale. Le spese sostenute dal Ministero della Guerra a tutto il marzo 1939 si aggirarono sui 6 miliardi di lire: a) per reintegro materiali :
servizio servizio servizio servizio servizio servizio servizio serv1z10
sanitario commissariato artiglieria gemo chimico motorizzazione amministrazione ippico e veterinario Totale
b) per assegni corrisposti in patria Totale generale
L.
» »
40.650.000 503.000.000 2.645.000.000 469 .500 .000 64.000.000 660 .000 .000 3.500.000 660 .000
L.
4.386.310.000
L.
1.393 .900.000
L.
5.780.210.000
» »
» » »
Anche Aeronautica e Marina avevano fornito personale e mezzi. L'Aviazione legionaria arrivò ad una disponibilità di 32 squadriglie delle varie specialità per complessivi oltre 300 apparecchi e, fra piloti e personale di altre categorie, compresi i servizi inglobati nell'Intendenza del C.T.V. , contò 6 .000 uomini, di cui 865 ufficiali e 1.700 sottufficiali. La R. Aeronautica fornl (33) all'Aviazione Legionaria e a quella di Franco: - aerei completi n. 763 motori d 'aereo n. 1.414 bombe d 'aereo (tonnellate ) n. 16.72 0 cartucce per armi di bordo n . 9 .520.000 materiale vario ( tonnellate) n. 76.500 (33 ) Dati riportati nella « R ivista di Commissariato e dei Ser vizi Amministrativi Militari », anno VIII, N. 2 (marzo-aprile 194 l - XIX) - Ministero della Guerra - Roma.
152
MARIO MONTANARI
La R. Marina trovò impiego in azioni di guerra e nella scorta, vigilanza ed assistenza ai convogli. Cedette al governo di Franco 2 sommergibili, 4 cacciatorpediniere e 4 MAS per un importo cll 95 milioni - che si fece pagare - ai quali si aggiunsero altri 200 milioni per materiali ceduti, prestazioni varie e noleggio piroscafi.
In definitiva, considerando anche altro materiale ceduto subito dopo la conclusione del conflitto, il costo complessivo della partecipazione italiana alla guerra civile spagnola raggiunse i 7 miliardi e mezzo. Tuttavia non sembra potersi condividere l 'opin ione largamente diffusa circa il peso determinante, in senso negativo, che le cessioni ed i consumi connessi con la partecipazione alla guerra di Spagna ( e con l'impresa abissina) avrebbero avuto sulla preparazione dell'esercito italiano nell'imminenza della seconda guerra mondiale. Certamente taluni materiali, ad esempio gli automezzi, sarebbero stati preziosi altrove, in Africa settentrionale o in Albania, ma altri materiali potevano essere o facilmente rimpiazzati oppure abbandonati senza rimpianto perchĂŠ troppo antiquati: in un conflitto moderno avrebbe fatto numero e non sostanza.
JOHN GOOCH
L'ITALIA CONTRO LA FRANCIA I PIANI DI GUERRA DIFENSIVI ED OFFENSIVI 1870-1914 (*)
« Depuis plus de vingt ans », scriveva l'addetto militare francese nel giugno 1904, « l'Italie, pour ainsi dire hypnotisée par la presque certitude d 'une guerre avec la France, n 'a, quand il s'aggissait d'armements sur terre et sur mer, jamais envisagé une autre hypothèse » (1). Benché in quel periodo l'Italia fosse più interessata a difendersi contro l'Austria-Ungheria che ad ingaggiare guerra contro il suo vicino di ovest, aveva per trentaquattro anni concentrato la sua attenzione su una campagna contro la f'rancia, e avrebbe
continuato ad agire così fino allo scoppio della guerra nell'agosto 1914. La presenza delle truppe francesi a Roma aveva permesso che il potere temporale del Papa continuasse nonostante il nuovo regno Italiano, fino al momento <le] ]oro ritiro nel settembre 1870. La Terza Repubblica, creata l'anno seguente, era stata profondamente clericale, e aveva mantenuto una nave a Civitavecchia per tre anni nel caso che il Papa avesse desiderato andare in esilio. Questi fattori mantenevano una certa distanza fra la Francia e l'Italia, ed alcune visite a Berlino fatte dal Minghetti e dal principe Umberto e a Roma da parte del principe ereditario prussiano, indicavano un avvicinamento dell'Italia alla Germania, il quale fu ulteriormente cementato dalla visita di Vittorio Emanuele II a Vienna e a Berlino nel settembre 1873 (2).
(*) La - ricerca per quest'articolo è stata effettuata con l'assistenza delle fondazioni Astor, British Acadcrny c Wolfson. L'autore ringrazia la dottoressa Alessandra Andrisani per la sua collaborazione nella traduzione. A.U.S.S.M.E. - Archivio dell'Ufficio Storico dello Stato Maggiore Esercito. (1) Cornmandant de SainL-James al Général André, 13 giugno 1904. Documents diplomatiques /rançais, 2° series vol. V, Paris 1934, p. 260. (2) IvANOE BoNOMI, La politica italiana da Porta Pia a V ittorio V eneto (1870-1918), Torino 1944, pp. 19-20, 26.
154
JOiiN GOOCH
Questo atteggiamento diplomatico dell'Italia aveva chiaramente dimostrato ]a sua vulnerabilità strategica. Nel maggio 1871, il Parini dichiarò che i confini dell'Italia erano aperti in tutte le direzioni, e una volta presa Ventimiglia , la valle del Po sarebbe rimasta senza difesa di fronte all'invasore. Nessuna fortificazione proteggeva gli Appennini, e non c'era niente che avrebbe permesso all'Italia di difendersi salvo che per le piazze di Ancona e Gaeta. Tre mesi più tardi il Ricotti, ministro della guerra, presentava alla Camera dei Deputati un progetto redatto dalla Commissione permanente per la Difesa generale dello Stato per la difesa di tutta l'Italia. Nell'Italia continenta1e doveva essere fatta una « difesa sistematica », per l'Italia peninsulare un sistema di ,difesa a « capisaldi »; il gradua]e processo di mobilitazione doveva\:·s:~re protetto dalle fortificazioni sulle montagne per proteggerlo~ a una incrinatura. Tre linee di difesa avrebbero protetto il nord: .Ja regione Alpina, la valle del Po, e una linea di difesa concentrata su Bologna. I capisaldi avrebbero compreso le piazze di Ancona e Lucera, i campi trincerati a Roma e Capua, e porti fortificati a Livorno, Civitavecchia, Gaeta e altrove. Il progetto completo richiedeva la costruzione di 97 piazze di guerra per un costo di L. 306.000 .000, una versiòne « ridotta » di 77 piazze al prezzo di L. 146.000.000 (3). L'idea fondamentale del progetto era di carattere difensivo, ed era in conflitto con il desiderio di Ricotti di un esercito completo e ben addestrato piuttosto che anni e fortificazioni. Nel 1874 la Camera votò in favore di una versione modificata di questo progetto, basata su un bastione di difesa comprendente Genova, Piacenza, Mantova e Venezia e, se questa linea fosse caduta, su Bologna, la « gran piazza di rifugio ». Il progetto di legge fu ritirato al momento dell'approvazione del Senato a causa di ptessant i complicazioni finanziarie. Sebbene questo fosse un progetto per far fronte ad ogni eventualità, il Comitato di Stato Maggiore focalizzò la sua attenzione nell'inverno 1873-74 sul problema di una guerra contro la Francia. Una guerra tra l'Italia e la Francia da sole sembrava poco probabile nelle condizioni presenti; se fosse accaduto, l 'Italia avrebbe dovuto prendere l'offensiva. Tre ipotesi sembravano le più proba-
«
(3) F. M 1NNff1 , 1.isercito e politica da Porta Pia alla Triplice Alleanza in Storia Contempornnea » 1972, pp. 483-6.
L'l'l'ALIA CONTRO LA FRANCIA
155
bili: un attacco terrestre, o terrestre e manttuno, dalle Alpi Marittime e dalla costiera ligure verso Savona, con l'obiettivo di impadronirsi di Alessandria e della valle Padana e poi procedere contro Piacenza; attacchi terrestri e marittimi dalle Alpi e dalla costiera toscana collo scopo di aggirare l'Appennino settentrionale e la valle del Po e di prendere Bologna; attacchi a nord o a sud di Roma per dividere l'Italia settentrionale dalla meridionale, coll'intento di sollevare le province meridionali. Più probabile appariva una guerra tra Italia e Germania contro la Francia, nel cui caso l'Italia avrebbe preso l'offensiva dacché la Francia avvebbe dovuto volgere la maggior parte delle sue forle contro la Germania. In questo caso l 'Italia avrebbe potuto seguire due modi di procedere: attaccare dalle Alpi in combinazione con un attacco t,edesco dalla Mosella e dai Vosgi, coprire a sinistra la valle del Rodano, e collegarsi coll'esercito tedesco presso Besançon o Langres; o muoversi contro Lione e verso il cuore della Francia, con intento di dividere le forze del nemico ed assicurare il fianco sinistro dell'offensiva germanica. Sembrava improbabile che l'Italia movesse contro Tolone o Marsiglia , giacché avrebbe lasciato la Francia libera di opporre tutte le sue forze mobili contro la Germania ( 4 ). La cooperazione militare tra l'Italia e la Germania stava già acquisendo importanza nei piani militari italiani, e Moltke ne osservava gli sviluppi con interesse. Parlando di progetti dispendiosi riguardo alle fortificazioni per la difesa dello Stato, e della scelta di Bologna come ridotto centrale, Moltke diceva all'addetto militare italiano a Berlino, il maggiore Taverna, che l'Italia aveva torto a voler spendere così tanto in fortificazioni, specialmente per la difesa delle coste, e aggiungeva che sarebbe st ato più saggio spendere quel denaro per migliorare l'esercito attivo, ed in caso di guerra prendere subito l'offensiva ed entrare in Francia. « V ous seriez sur de nous y trouver, disse, appoggiando sulla frase, poi ripetè, avete torto di spendere tanto per fortificare le coste, attaccate voi, quello è il miglior modo di difendersi e di obbligare la flotta francese a rientrare a Tolone» (5). Informato che l 'Italia stava meditando progetti offensivi e difensivi per i due possibili teatri di guerra, quella ad occidente come quella ad oriente, il Capo di stato maggiore (4) A.U.S.S.M.E ., « Ipotesi di guerra prevedibili », 1874. Carteggio del Comando del Corpo di S.M. G.24, b.47. (5 ) A.U.S.S.M.E., Ricotti al Cialdini, 20 febbraio 1874. Carteggio del Comando del Corpo di S.M. G.24, r acc. 49.
156
JOIIN GOOCJ-1
tedesco s ·tolineò che per gli Italiani i Francesi avevano conservato tutto il lo o prestigio nonostante la loro sconfitta tre anni prima. Il Co ·rato di Stato Maggiore stava lavorando su entrambe le ipotesi, e tra ·1 novembre 1874 ed il giugno 1875 presentò al ministro della guerra i piani di una campagna difensiva e offensiva. Questi dovevano costituire le basi della posizione italiana verso la Francia per i seguenti sei anni. Due strade si offrivano per entrare in Italia: la valle dell'Isère e il Monte Bianco, ,e il litorale verso Nizza. Si riteneva certo che i francesi avrebbero usato entrambe, e che avrebbero potuto avere 14 corpi d 'armata concentrati lungo la frontiera pronti ad attaccare entro dodici giorni. L'obiettivo ultimo dei Francesi sarebbe stato quello di schiacciare l'esercito italiano per potere dettare le condizioni di pace; ciò non sarebbe potuto avvenire fintanto che, superati gli Italiani nell'alta valle del Po, ricacciati dalle forti posizioni del Po e dell'Appennino, non fossero giunti a batterne gli ultimi avanzi nelle valli dell'Arno e del Tevere e forse anche sotto Roma. Per contrastare quest'avanzata, le forze italiane avrebbero tenuto le cime con truppe leggere per ritardare l'avanzata nemica e per avvantaggiarsi nella rete di valli Alpine, che avrebbe diviso le colonne del nemico allo scopo <li incontrare con maggiori forze prima l'una e poi l'altra delle due diramazioni francesi. Il concetto principale era « una controffensiva a massa contro le colonne nemiche sboccanti nel piano, separati dai contrafforti del versante interno della valle del Po » ( 6 ). Furono r accomandate fortificll'.lioni permanenti, insieme a ostacoli temporanei, per ritardare l'avanzata nemica. Per contrastare un simile attacco, le truppe avrebbero dovuto essere divise in tre armate. I tre corpi della prima Armata avrebbero dovuto essere b asati su Torino e Chivasso, Vercelli e Novara, e Milano; i tre corpi della II Armata su Savigliano e Alba, Asti e Alessandria, e Voghera e Piacenza; mentre i due corpi della III Armata di riserva avrebbero dovuto prendere posto a Savona e Genova, e a Navi e Tortona. Per evitare che i Francesi accelerassero il loro schieramento e che attaccassero prima che le truppe italiane fossero pronte, doveva essere creata una zona alpina di difesa accentrata sul Colle di Tenda, sul Cenisio e sulle sorgenti del Tanaro e del Bormida (7).
(6) A.U.S.S.M.E., Difesa Nord-Ovest - Parte I , 18 novembre 1874, p. 61. (7) A.U.S.S.M.E., Difesa No.rd-Ovest - Parte II, 18 novembre 1874. Ibidem.
L'ITALIA CONTRO LA 'FRANCIA
157
Alessandria era il cuore della posizione italiana, e la collocazione degli otto corpi d 'armata fu ideata per dare la maggiore elasticità. Le cause di un ritardo nella mobilitazione erano moltissime, fra cui soprattutto lo stato delle ferrovie e la scarsità dei cavalli. Il piano si basava su almeno venticinque giorni fino ad un mese per adunare gli otto corpi presso Alessandria; ma se ci fosse stato un ritardo nella mobilitazione per qualche ragione, oppure se fosse stato necessario distaccare una porzione dell'esercito dal teatro principale nella valle del Po, sarebbe stato necessario riflettere a causa della mancanza di tempo per eseguire questa manovra ( 8 ). La più grande minaccia di incrinatura giunse attraverso un attacco francese lungo la costa nel tratto Nizza-Genova, combinato con uno sbarco dei francesi su quella costa. La Francia avrebbe potuto tentare tale operazione per distrarre gli Italiani dal concorrere ad una azione di aggressione iniziata dalla Germania, per tenerli a bada mentre portavano il ·prindpale attacco contro le provincie peninsulari , o per penetrare nel cuore dell'alto Po, evitando le difficoltà della traversata delle Alpi. Per sbarcare e riunire due corpi i Francesi avrebbero avuto bisogno di quattro giorni, mentre due corpi italiani avrebbero potuto opporsi agli invasori dopo tre giorni. Si supponeva che con una così grande superiorità di forze il ritorno offensivo sarebbe stato coronato da esito felice, forse anche prima che tutte le truppe francesi di soccorso fossero giunte sul luogo (9). I progettisti considerarono anche la possibilità di una situazione così pregiudizievole che li obbligasse ad abbandonare al nemico l'intero scacchiere dell'alto Po ed a compiere l'adunata strategica presso Stradella. Un rivolgimento politico, un invasione delle province centrali o meridionali, o il pericolo di un attacco nella valle dell'Arno avrebbero potuto richiedere lo spostamento di una grande parte delle truppe Italiane dal Po, nel cui caso fu scelta la zona Piacenza-Stradella come posizione ristretta che avrebbe permesso una difesa forte sulle linee interne (10). I progettisti ritenevano molto più difficile sferrare l'offensiva a causa della conformazione geografica della frontiera e della debolezza (8) A.U.S.S.M.E., Difesa Nord-Ovest - P arte III, 20 marzo 1875, p. 41. Ibidem. (9) A.U.S.S.ME, Difesa Nord-Ovest - P arte IV, 20 marzo 1875, p. 15 . I bidem. (10) A.U.S.S.M.E., Difesa Nord-Ovest - Parte V, 10 giugno 1875. Ibidem.
158
JOHN GOO<'ll
delle forze Italiane. Esistevano sei possibili linee di avanzata, delle quali il Colle <li Tenda e la Cornice non erano utilizzabili perché divergevano dalle altre; rimanevano i passi del Piccolo S. Bernardo, Monginevro, Moncenisio e Argentiera o Maddalena. Conducevano a Lione e Parigi e offrivano come obbiettivo principale Grenoble. I lavori di fortificazione francesi sbarravano le linee dell'Argentiera, del Moncenisio e del Monginevro, ma quest'ultima rimaneva vulnerabile fintanto che le nuove fortificazioni a Briançon non fossero state collegate per ferrovia con Grenoble. La migliore linea di avanzata sarebbe stata quella dall'Altro Isère attraverso il Piccolo S. Bernardo; non era sbarrata fino a Albertville, <love i Francesi avevano cominciato a costruire fortificazioni nell'estate del 1874 (11). In caso <li un attacco dalla Germania e dall'Italia unite contro la Francia, vi era poca possibilità di effettuare un collegamento se i Tedeschi avessero attaccato dalla Lorena. Raggiungere l'obbiettivo Langres, avrebbe richiesto una avanzata italiana attraverso 500 chilometri di territorio nemico, il doppio di quanto i Tedeschi avrebbero dovuto avam:are, e ciò avrebbe richiesto da 25 a 30 giorni in pfo. Un tale indugio era legato a supposizioni politiche e militari cosl anormali che non sembrano fra le cose ammi5sibili (12). Un attacco tedesco dall'Alsazia, peraltro, avrebbe richiesto soltanto che la sinistra tedesca si estendesse a sud attraverso la pianura di Belfort e la valle del Doubs per incontrare le forze italiane che avanzavano da Bourg en Eresse. In questo caso le sette linee dei fiumi del Bacino della Senna sarebbero diventate linee operative per l'Italia, mentre in caso di un attacco dalla Lorena sarebbero state linee di difesa per la Francia. Per aggirare il problema di questa distanza, non c'era alcun modo di riunire le forze tedesche e italiane se non rompendo la neutralità Svizzera per usare i passi del Sempione, del Gottardo e dello Spluga . Se la Svizzera avesse resistito, sarebbe stato necessario un attacco simultaneo della Germania dal nord. Rispettando la ne utralità svizzera « non vi è piano di campagna che p resenti condizioni favorevoli alla congiunzione dell'esercito italiano con quello germanico » ( 13 ). Non conoscendo le intenzioni tedesche, i progettisti proposero un piano
( 11) A.U.S.S.M.E., Offensiva italiana contro Francia, Parte I , 6 marw 1875. Corrispondenza 47. (12) A.U.S.S.M.E., Offensiva italiana contro Francia, Parte II, 9 luglio 1876, p . 5 . Ibidem. (13) I bidem, p. 23.
l\ L'ITALIA CONTRO LA FRANCIA
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nel quale la I Armata, composta di tre corpi, sarebbe avanzata attraverso l'Argentiera e il Monginevro, e la II Armata, composta di cinque corpi, attraverso il Moncenisio e il Piccolo S. Bernardo verso Albertville-Grenoble, da dove avrebbe potuto muoversi verso Lione oppure girare verso il nord per incontrare le truppe tedesche. Era stato calcolato che un'armata composta di otto corpi avrebbe potuto muoversi ad un ritmo di non più di 8 chilometri al giorno. La natura teorica del progetto fu sottolineata dalla dichiarazione del Ricotti il quale affermava che non c'era alcuna possibilità di costruire in un imminente futuro una linea ferroviaria lungo la val d'Aosta, senza la quale i piani rimanevano irrealizzabili ( 14). Il processo francese di riarmo accelerò nel 1877, e in conseguenza si temeva che la guerra si approssimasse, e il Crispi si allarmò all'idea di una possibile vittoria clericale nella crisi francese che avrebbe condotto alla guerra. Furono richiesti altri studi riguardo possibili operazioni, fu sottolineata la mancanza d'informazione circa la capacità francese di mobilitazione, e fu suggerito che la difesa avanzata fosse migliorata sbarrando tutte le valli attraversate da strade rotabili e accelerando la mobilitazione delJe compagnie Alpine ( 15). Inoltre fu data più attenzione alla possibilità di un attacco francese all'Italia meridionale alla luce delle ovvie difficoltà presentate dalle Alpi e dalla superiorità navale della Francia. I progettisti erano particolarmente attenti al pericolo di un tentativo francese di aizzare gli animi delle popolazioni di quella zona. Furono esaminati accuratamente obbiettivi possibili, fra cui Firenze, Roma e Napoli - quest'ultima in particolare perché costituiva un bersaglio eccellente per i Francesi (16). Fu questo timore che nel 1877 portò alla decisione di spendere 5.000.000 dei 13.000 .000 assegnati alla difesa delle Alpi, per la costruzione di quindici forti attorno a Roma ad intervalli di due chilometri l'uno dall'altro. Il problema della difesa dell'Italia peninsolare contro l'attacco francese era esattamente opposto alla situazione esistente a nord sulla
(14) A.U.S.S.M.E., Ricotti alla Segretaria del Comitato di Stato Maggiore Generale, 18 aprile 1875. Carteggio del Comando del Corpo di S.M. G.24, racc. 49. (15) A.U.S.S.M.E., « Nota sulla necessità di provvedimenti che valgono ad assicurare il rapido sclùeramento dell'Esercito sull'alto Po», 8 aprile 1877 (Corsi). Corrispondenza 48. ( 16) A.U.S.S.M.E., « Difesa Sud», 9 novembre 1877. Corrispondenza 47.
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frontiera alpina. A nord il nemico sarebbe stato diviso dalla massa alpina in più colonne, e l'esercito italiano raccolto in posizione centrale; nel sud il nemico avrebbe potuto sbarcare due corpi d'armata in una sola colonna con obbiettivi indeterminati, e il difensore avrebbe dovuto suddividersi per coprire i più importanti obbiettivi, e non avrebbe potuto riunirsi rapidamente per inefficienza della rete ferroviaria. L'azione ideale sarebbe stata quella di concentrare tutte le truppe disponibili nella valle del Po; se il nemico fosse stato sconfitto in quel luogo l'Italia meridionale sarebbe stata facilmente liberata, ma se l'Italia fosse stata sconfitta non sarebbe servito a niente avere uno o due corpi intatti al sud. Ma questo piano non era *tenuto del tutto affidabile. Quindi fu deciso di stazionare quattro div sioni delle truppe regolari per sorvegliare Pisa, Roma, Napoli e Paler o, appoggiate da quattro divisioni della Milizia Mobile. Ciò avre be offerto una forza sufficiente a proteggere l'Italia meridionale d;,i: uno sbarco francese di tre divisioni per almeno un mese dall'inizio de11a mobilitazione. Le fortificazioni giocavano il ruolo principale in questo progetto, in particolare qnelle della capitale: « Le fortificazioni di Roma potranno trattenere l'invasore e dar tempo alla riunione di forze mobili in quantità sufficiente per attaccarlo in campo aperto » ( 17 ). La tensione tra l'Italia e la Francia non mostrava segni di allentamento per quanto riguardava i piani militati e nell'aprile 1880 sia Crispi che Nicotera ritenevano che la guerra sarebbe scoppiata entro due anni al massimo. Nel luglio 1881 fu riunita una commissione sotto la presidenza di Luigi Mezzacapo per esaminare il problema di una fortificazione dell 'Italia contro l'attacco francese; tra i suoi membri vi era Enrico Cosenz, che doveva essere nominato Capo di stato maggiore dell'esercito di lì a poco. Ben presto 1 due uomini si scontrarono sui pericoli di uno sbarco francese . Il Cosenz credeva che la mnaccia più grave sarebbe giunta da uno sbarco sulla riviera di ponente, la quale avrebbe potuto avere un influenza diretta sulle principali operazioni militari. Il Mezzacapo rispose che i pericoli provenienti dal mare erano maggiori di quanto generalmente si credesse - per esempio, occupata la Sicilia il nemico avrebbe potuto riunirvi una forza di 200.000 uomini e portare la guerra nella penisola. Il Cosenz non era convinto: « Il genera-
(17) A.U.S.S.M.E., « Difensivà Sud - difensiva contro Prancia », 4 gennaio 1878. Corrispondenza 47.
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le Cosenz osserva che per operare in questo modo il nemico dovrebbe impiegare molto tempo a tutto vantaggio della difesa» (18). Il Mezzacapo continuava a porre l'accento sui pericoli di sbarchi a sud o in Toscana, ma il Cosenz era sostenuto dal Bertolè-Viale, il quale sottolineava il bisogno di migliorare le truppe e difese Alpine. Il Pianell riteneva che la guerra nelle zone montuose avrebbe dovuto essere prntratta il più a lungo possibile e metteva in evidenza un'altra ragione per questa tattica: « concorre a rendere preferibile per noi la lotta nella zona alpina il fatto che le particolari doti del nostro soldato lo rendono singolarmente appropriato alla guerra di montagna» (19). Un profondo pessimismo attanagliò alcuni membri della commissione durante i loro studi. Il Pianell fece un osservazione sulla impossibilità che l'Italia avrebbe avuto di difendersi efficacemente nelle attuali sue condizioni, e aggiunse che non avrebbe potuto fare altro se non studiare il modo di salvare nel miglior modo possibile l'onore dell'esercito in una lotta cosl disuguale. Il Bertolè-Viale sottolineò il bisogno di una difesa avanzata rivelando la rapidità della mobilitazione e dello schieramento francese che avrebbero permesso loro di attraversare la frontiera dal decimo giorno in poi della mobilitazione, e raggiungere le pianure entro il ventunesimo o ventiduesimo giorno. Infine la commissione si accordò per fondare tre diverse armate, ognuna consistente di due corpi, per difendere le frontiere occidentali o meridionali e per agire come riserva; avrebbero dovuto essere stazionate a Torino, Alba ed Acqui. Inoltre un corpo sarebbe stato stazionato in Toscana, una divisione avrebbe protetto La Spezia e un'altra sarebbe stata tenuta pronta in tempo di pace per una difesa immediata nella valle d'Aosta. Un corpo fu collocato anche sul Tanaro, a Genova e nelle sue guarnigioni . Le truppe restanti avrebbero formato una quarta armata per la difesa della penisola. Le Alpi erano viste ora come una barriera contro una avanzata francese più importante di quanto non fossero state nei piani precedenti, nei quali si prevedeva che la battagl ia decisiva sarebbe stata combattuta nella valle del Po. Il Ferrero fece riferimento a ciò nella Camera dei Deputati poco dopo quando parlò di « il concetto di (18) A.U.S.S,M.E., Commissione pellu studio della difesa nel teatro di guerra N.O. , Parte I , 27 luglio 188 1, pp. 27-8. Ordinamento e mobilitazione 69. (19) Ibidem, p. 67.
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non considerare le Alpi un semplice ostacolo logistico, atto a trattenere la marcia dell'invasore, ma bensì come una zona di territorio a noi eccezionalmente favorevole per esercitarvi una attiva difesa » (20). Nel 1883, un anno dopo l 'entrata dell'Italia nella Triplice Alleanza, il Cosenz considè~'la eventualità che le truppe italiane potessero combattere sul fr nte principale a fianco della Germania contro la Francia. Non fu , coraggiato dai tedeschi, perciò il piano progettato nel 1886 contem~lava cinque corpi che avrebbero protetto le posizioni strategiche contro lo sbarco francese, quattro operanti nelle Alpi, e sei diretti al teatro dell'azione franco-tedesco, forse attraverso le Alpi. Poi nel 1887 gli Italiani furono spinti a prendere una offensiva decisiva in direzione di Lione, per attirare le forze nemiche dal fronte tedesco (21 ). Nel gennaio 1888 gli Austriaci misero a disposizione dell'Italia tre linee ferroviarie per permettere alle sue truppe di riunirsi a quelle tedesche nel teatro principale, e la strategia italiana spostò la sua attenzione più a nord. Comunque, nel novembre dello stesso anno il Cosenz fece preparare un altro piano di radunata per il teatro nord-ovest in cui la I Armata di tre corpi si sarebbe concentrata su Alba e Alessandria, la II Armata, anch'essa di tre corpi, su Torino, la III Armata, di tre corpi, su Verona e la IV Armata di quattro corpi su Bologna. Una caratteristica del nuovo piano era l'importanza che dava all'occupazione avanzata delle valli che costituivano una via di comunicazioni fra la Francia e l'Italia (22). Le difficoltà di una qualsiasi offensiva contro la Francia in una guerra tra le due potenze da sole erano così grande che la Francia vedeva chiaramente che un attacco del genere sarebbe stato « absolument improbable » (23 ). Verso il 1896 il programma di difesa del 1871 e le decisioni del Comitato <li Stato Maggiore tra 1880 e 1883 non erano più valevoli. Per riprendere in esame tutto il complesso problema della difesa territoriale il Capo di Stato Maggiore istituì annuali viaggi
(20) Atti Parlamentari, 2 1 aprile 1882. (21) M. MAZZET'l'I, L'esercito italiano nella Triplice Alleanza, Napoli 1974, pp. 34-5, 39, 63 . (22) A.U.S.S.M.E ., « Radunata Nord-Ovest 1888-9 », 23 novembre 1888. Ordinamento e mobilitazione 139. (23) Boisdeffre al <le Freycinet, 10 agosto 1892. Documents diplomatiques français, 1 series vol. IX, Paris 1939, p. 650.
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di stato maggiore le cui Relazioni fornivano una materia di base per le commissioni speciali di difesa stabilite in questi anni. Il Saletta inoltre cominciò a indirizzare l'attenzione del ministro della guerra verso gli sviluppi militari austriaci inclusa la costruzione delle ferrovie e delle difese di frontiera, e nel giugno 1903 richiese una lista dei lavori di difesa necessari per la frontiera nord-orientale in ordine d'importanza, « rallentando temporaneamente la prosecuzione dei lavori difensivi divisati sulla frontiera N.O. » (24). Il Saletta sollecitò dati precisi riguardo all'indirizzo della politica estera circa i mezzi finanziari ed i limiti di tempo, entro i quali programmare la strategia. Nel luglio 1904 il ministro diede la precedenza ai lavori per la difesa della frontiera di nord-est e nel dicembre 1906 fu concordato un programma di lavori. Nel 1893 il Consiglio superiore francese di guerra aveva concluso che c'era poca possibilità di fare un attacco via terra contro l'Italia con qualche speranza di successo, a causa delle migliorie nelle ferrovie italiane e nelle fortificazioni e per riforme nel sistema di arruolamento e aveva abbandonato ogni idea di un'offensiva tattica nel sud-est. Nel 1902 gli accordi Prinetti-Barrère avevano garantito la neutralità italiana nel caso che la Francia fosse stata attaccata o avesse dichiarato guerra in seguito ad una provocazione diretta, e d'allora in poi la tensione tra i due paesi si risolse in accordo; l'attenzione strategica si svolse verso la frontiera austriaca. Ma il governo italiano doveva essere convinto che il piano ottenuto da Berlino dai Francesi in data 8 maggio 1901 , il quale affermava che in caso di guerra l 'Italia avrebbe inviato due corpi d'armata in Germania attraverso il Brennero e due in Transilvania mentre il resto dell'arm ata avrebbe attaccato la Francia attraverso le Alpi e Nizza, era « una mistificazione » (25 ). Rimase comunque il timore di un'azione della flotta sia dalla parte dell'Austria che della Francia in caso di guerra, e un incontro tra il Capo di Stato Maggiore dell 'Esercito e i capi degli scacchieri orientale e occidentale nel novero-
(24) A.U.S.S.M .E., « Sunto degli studi compiuti e dell'azione esplicata dal Comando del ·Corpo di Stato Maggiore per la difesa permanente dello Stato dal 1896 ad oggi», 1 gennaio 1908, p. 8. Ordinamento e mobilitazione 116. (25) FRANCESCO T0MMAS1N1, L'Italia alla vigilia della Guerra: la politica estera di Tommaso Tittoni, voi. I , Bologna 1934, p. 160.
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bre 1904 finì con l'accordo per una cooperazione con la marina e raggiunse accordi che fino a quel momento non esistevano (26). Nel luglio 1906 il ministro della guerra chiese al Capo di Stato Maggiore un completo programma finanziario per i lavori necessari alla sistemazione delle difese dello stato. Il Saletta suggerì un programma del costo di L. 332.000.000 di cui L. 69.000.000 sarebbero serviti per la frontiera settentrionale e nord-occidentale e L. 170 milioni per le piazze marittime. La risposta del ministro fu un'offerta di L. 12 .000 .000 da spendersi entro il 1907. Il Saletta presentò un promemoria nel quale sosteneva che un programma di un anno non era di nessun ausilio, e che per poter determinare la ripartizione della somma di L. 12.000.000 bisognava sapere quale programma di difesa intendeva attuare il ministro e in quanto tempo. Aggiunse che non si doveva ripetere l'errore di trascurare la frontiera nord-ovest e ne indicò le deficienze: gli sbarramenti dell'Appennino ligure Genova compresa erano pressoché inutili; non c'era una fortificazione a Ventimiglia; la Val Gesso e la Val Màira erano indifese; il Moncenisio non aveva alcun valore se non si fosse completata almeno la batteria del Paradiso; ed era stata lasciata aperta la nuova rotabile del Gran S. Be rnardo (27). Quando il ministro rispose che non più di L. 80.000.000 avrebbero potuto essere spesi per le fortificazioni tra il 1906 ed il 1917, il Saletta rispose che per la sola frontiera nord-est era necessaria la somma di L. 127 .000.000 da spendersi in un quinquennio al massimo. Quanto alla frontiera nord-ovest era indispensabile condurre a compimento le difese iniziate al Sempione, al M\>ncenisio ed in Val d 'Aosta, per i quali provvedimenti occorrevano L. 5.000.000. Il budget totale durante gli anni dopo il 1900 del ministero della guerra era in media di L. 239.000.000 all'anno, sicché anche con somme straordinarie il piano completo di Saletta era impossibile. Ma la situazione finanziaria stava migliorando e quindi il budget aumentò a L. 324.910.000 nel 1907-08. Il Saletta ebbe il compito di preparare un programma della spesa <li L. 13.300.000 per le piazze terrestri e L. 16.000.000 per Venezia, Ancona e Brindisi, sebbene gli fosse stato detto che a causa dell'aumento di prezzi con
(26) A.U.S.S.M.E., «Promemoria », 12 gennaio 1905. Ordinamento e mobilitazione 11. (27) A.U.S.S.M.E., « Sunti degli studi compiuti... », opera citata, pp. 2 1-2.
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le somme disponibili si sarebbero potuti eseguire appena il 70 per cento dei lavori preventivati l'anno precedente (28). In tutto furono spesi L. 24.667.095 per fortificare l'Italia tra il 1896 ed il 1908, di questi 5.510.675 furono spesi per la costruzione di batterie allo scopo di proteggere la frontiera con la Francia. Lo stato maggiore generale riteneva che l'Italia stava di nuovo cadendo nell'errore di trascurare le sue difese di frontiera, questa volta contro la Francia invece che l'Austria: « La frontiera orientale trascurata per lunghi anni e condannata alla inerzia assoluta, comincia appena oggi ad essere rafforzata; ma i fondi sono impari alla bisogna » (29). Per svolgere il programma minimo indispensabile non sarebbero bastati trent'anni e per ottenere tale risultato avrebbero dovuto essere trascurate la frontiera occidentale e le piazze marittime. La guerra libica aveva influito negativamente sui preparativi italiani per una guerra europea e costrinse ad un riassetto de1le possibilità strategiche che avrebbero condotto ad abbandonare i progetti per muovere la massa delle sue forze verso il Reno, ch'era da lungo tempo il caposaldo strategico per una guerra con la Francia. La scossa più grave giunse nel gennaio 1912 allorché si dovette abbandonare l'idea di intervenire con i corpi di frontiera. Tutte le divisioni salvo tre inviarono ognuna un reggimento alla Libia, insieme a quasi tutte le sezioni mitragliatrici della fanteria, le truppe di soccorso, e i cavalli. L'idea di un'occupazione avanzata ch'era diventata la base di ogni difesa alla frontiera nord-ovest fu compromessa gravemente da queste perdite (30 ). Durante il 1912 perciò Pallio, già Capo dello stato maggiore, ripristinò due progetti precedenti per sottrarsi all'idea di inviare la III Armata a nord sul Reno: attraversare le Alpi occidentali e sbarcare sulla costa della Provenza. Nel 21 dicembre 1912 l'I talia dichiarò ufficialmente che non avrebbe inviato la sua III Armata per J are aiuto alla Germania in caso di guerra ma avrebbe invece combattuto sul confine franco-italiano. La prova positiva data dalla Marina italiana durante la guerra libica aveva originato una minore preoccupazione dei progettisti riguardo al pericolo di sbarchi nel Tirreno (31 ). La legge del 27 giugno 1911 , che (28) Ibidem, p. 27. (29) Ibidem, ·p. 33. (30) A.U.S.S.M.E., « La mobilitazione e la radunata generale dell'esercito nelle condizioni attuali», 1912. Ordinamento e mobilitazione 11. (31) A.U.S.S.M.E., « Promemoria sulla organizzazione della difesa costiera», 27 maggio 1912. Ordinamento e mobilitazione 2 .
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permetteva l'intervento della Guardia di Finanza per ]a difesa costiera servì a minimizzare questo pericolo. Gli ultimi progetti preparati prima che la guerra sconvolgesse gli eventi, il 23 gennaio 1913, prevedevano quattro corpi per attraversare le Alpi diretti in Francia e cinque di riserva per resistere ad uno sbarco francese, mentre uno avrebbe sorvegliato il Ticino e un altro sarebbe stato pronto ad andare in Germania. Il Pallio ancora una volta si preoccupava all'idea di un attacco dal mare e nel marzo 1914 richiamò tutti i comandanti dei corpi d'armata per fare preparativi contro un eventuale invasione. In quel periodo egli confidò al Primo aiutante di campo del Re: « Io ritengo che ciò che abbiamo più da temere in caso di guerra colla Francia è l'azione delle navi contro le nostre piazze marittime purtroppo indifese » (32). Non aveva dubbio che questo sarebbe stato il primo atto della guerra. Il Cadorna, che doveva comandare una delle Armate in guerra e che fu il successore di Pallio come Capo di Stato Maggiore l'anno seguente, si oppose con for'.la al progetto Alpino. Il passaggio delle truppe attraverso le montagne presentava tali prob]emi tattici e logistici eh'egli trovò il progetto « una vera aberrazione ». Egli fece rilevare a Pallio che il recente assedio di AdrianopoJi aveva dimostrato la forza delle fortificazion i equipaggiate con una moderna artiglieria anche se il luogo era più vulnerabile ad un attacco di quanto non fossero le Alpi. Soltanto dopo alcuni mesi i corpi italiani avrebbero potuto riuscire a sboccare dalla zona alpina e nel frattempo sarebbero giunte a termine non solo Je prime operazioni decisive sul teatro principale ma anche altre importanti operazioni successive (3 3). Sembra che il Pallio sia stato influenzato da questi consigli poiché durante il periodo delle manovre dell'autunno 1913 stava ritornando all'idea che sarebbe stato meglio per ]a massa delle forze italiane agire nel teatro principale anche se egli teneva ancora aperta la possibilità di un'azione contro la Francia attraverso le Alpi (34). Comunque egli era ancora interessato all'idea di una invasione della Francia dal mare, e durante l'inverno 1913 -14 il capitano di fregata A. Capon, un ufficiale di collegamento con lo Stato Maggiore Gene(32) Archivio Centrale di Stato. Carte Rrusati. Pollio al Brusati, 9 marzo 1914. Busta 10. VIII-I -45/41. (33) A.C.S., Carte Brusati. Cadorna al PoJJio, 26 maggio 1913. Busta 10. VII-I-41/408. (34) ROBE RTO SEGRE, Vienna e Belgrado 1876-1914, Milano 1935, p. 463.
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rale, progettò un piano per uno sbarco di cinque corpi d'armata e due divisioni di cavalleria complessivamente 217 .000 uomini con 60.000 cavalli e muli e 10.000 carri. Questa spedizione sarebbe stata imbarcata in cinque scaglioni da Genova, La Spezia e Livorno, il primo dei quali avrebbe dovuto essere di almeno 46.000 elementi. Le truppe sarebbero sbarcate a St. Tropez, avrebbero preso dal retro il campo trincerato di Nizza e avrebbero marciato su Marsiglia. Una volta che Ja città fosse stata presa, avrebbe potuto essere usata come base dalla quale risalire la valJe del Rodano fino al cuore della Francia. Tale operazione non avrebbe potuto cominciare se non quattro mesi dopo ]'apertura delle ostilità, poiché ci sarebbe voluto un mese intero per avere la supremazia sul mare con l'aiuto austriaco e tre mesi per riunire le navi e prepararle insieme alle truppe. Quindi era improbabile che le truppe italiane avrebbero potuto penetrare nelle linee francesi ed emergere nella valle del Rodano prima che la guerra fosse finita. L'Italia avrebbe in questo modo contribuito ben poco con tale azione e avrebbe ricevuto altrettanto poco al momento dell'armistizio (35). Il problema di penetrare in Francia, via terra o via mare, era tanto importante per Pollio quanto era stato per Cosenz quello di difendere l'Italia da un attacco simile ma opposto. Nel luglio 1914 perciò il Pallio era ritornato a considerare il Reno come il teatro più importante delle operazioni militari italiane. Ma la difficoltà che questi problemi avevano presentato per i progettisti non era mai stata considerata da] punto di vista pratico. La decisione dell'Italia di rimanere neutrale allo scoppio della guerra mondiale determinò una minimizzazione dei problemi di difesa e non sollevò problemi di attacco. L'Istruzione per la difesa costiera pubblicata nel marzo 1915 affe rmava che « La difesa generale del territorio nazionale contro le azioni che il nemico tentasse per la via del mare è essenzialmente affidata alle forze navali» (36). Allorché nel maggio 1915 le armate italiane attaccarono l'Austria-Ungheria dovettero affrontare problemi che non erano stati previsti prima della guerra. Ma anche se L'Italia avesse dovuto affrontare una guerra contro la Francia, il suo compito sarebbe stato altrettanto difficile. (35) Ufficio Storico della Marina. « Operazioni di Sbarco in Provenza», 1913-14. Cartella 295. Vide P. HALPERN, The Mediterranean Naval Situation 1908-19 14, IIarvard 1970, pp. 271-3 . (36) A.U.S.S.M.E., I struzione per la difesa delle coste e per la protezione delle ferrovie in guerra, 1915, p. 9. Ordinamento e mobilitazione 2.
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RAIMONDO LURAGIII
L'IDEOLOGIA DELLA «
GUERRA INDUSTRIALE», 1861-1945 (*)
L'influsso esercitato dalla rivoluzione industriale sulla condotta della guerra, insieme con le sue vaste e ramificate ripercussioni, è ormai riconosciuto da ogni studioso. Tuttavia la specificità di tali effetti, la loro peculiare sostanza, nonché la definizione dei loro limiti, sono ancora oggetto di controversia: e i punti di vista in proposito appaiono differenti e lontani. La rivoluzione industriale generò la cosl detta era della macchina. « La meccanica», osservò Lewis Mumford, « divenne la nuova religione, e dette al mondo un nuovo Messia: la macchina~>; e continuava sottolineando che, nella mentalità ottimista del Diciannovesimo Secolo, la macchina era come un nuovo Mosè « che avrebbe guidato un'umanità barbara alla terra promessa » (1 ). « Il Progresso è legge del Mondo», diceva Jules Verne per bocca di uno tra i suoi eroi , Robur il Conquistatore: e nessuno avrebbe allora osato dubitare che la macchina avrebbe condotto l'uomo direttamente al più felice futuro. In sostanza, come osserva fo psicologo Norman Brown, l'uomo aveva gettato Dio dagli altari sostituendolo con la M acchina: dimenticando però (aggiunge Brown) il fatto sinistro che la M acchina è assai meno pietosa di Dio (lbis). Tuttavia per il momento gli effetti dell'avvento della m acchina apparvero me ravigliosi: « ... sino al Diciottesimo Secolo ... la
<'') Il presente saggio fu scritto inizialmente come relazione per la Conferenza Internazionale di Storia Militare svoltasi a Bucarest, Romania, dall'll al 13 Agosto 1980 nel quadro del XV Congresso Internazionale di Scienze Storiche, e letto dall'autore in sintesi nella seduta plenaria dell' ll agosto. Fu quella la prima volta che il concetto di « guerra industriale » come distinta categoria informante di sé uno specifico periodo della storia militare, fu proposto agli studiosi di tutto il mondo. (1) LEw1s M uMFORD, Technics and Civilization, New York, 19.34, p . 45 sgg. (lbis) NoRMAN BROWN, Li/e against Death, New York, 1970, passim.
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civiltà mondiale era stata per millenni fondata sull'agricoltura. Quindi, repentinamente ... come una imprevista bufera, arrivò la macchina a vapore, ciascun Cavallo della quale ... poteva compire il lavoro di quindici uomini. Cosi fu generata la rivoluzione industriale, e l'uomo emerse dalla sua fase di larva, dalla sua vita sulla superficie del terreno, per elevarsi, come un drago meccanico, in un empireo industriale sino allora neppur sognato » (2). Come avviene comunemente, la rivoluzione industriale cominciò ad esercitare il suo influsso sulla condotta della guerra assai prima che gli uomini fossero capaci di rendersene conto; non diciamo poi di teorizzarlo. Durante la prima metà del Diciannovesimo Secolo, soldati e pensatori agirono e scrissero piuttosto sotto l'influsso della guerra rivoluzionaria e napoleonica, la quale, in verità, contribuì in un senso ad aprire la via del futuro , sebbene Napoleone fosse uscito sconfitto dalla sua lotta contro la Gran Bretagna perché (come osserva il generale Fuller) « la Macchina, se pure ancora nella culla, si era dimostrata più potente della Spada » (3). Da questo punto di vista, si può ben · dire che la guerra napoleonica apparteneva ancora all'era agricola: sebbene essa partendo dalle conquiste della Rivoluzione Francese - avesse introdotto un elemento che si sarebbe poi rivelato come la base indispensabile per la guerra industriale: gli eserciti di massa, fondati sull a coscrizione. Una cosa che i re assoluti del Diciottesimo Secolo non avevano nemmeno potuto sognare. L'esempio più impressionante di ciò fu la Campagna del 1812 contro la Russia. Contrariamente a quanto di solito si pénsa di essa, (3bis) tale campagna fu assai accuratamente pianificata e preparata. Martin van Creveld, nel suo recente Libro sulla logistica (sia pure per molti
(2) MAJOR-GENERAJ. J.F.C:. FuLLER, T he Conduct of War, 1789-1961, London, 1962, p. 77. (3) J.F.C. FuLLER, op. cit., p. 79. (3bis) E' addirittura un luogo comune scagliarsi contro la concezione strategica e la condotta da parte dell 'J mperatore della Campagna di Russia: ciò, a mio avviso, deriva assai più da consi<lerazioni di ordine politico che da una coerente analisi strategica. Assai probabilmente, molto ha anche influito una lettura non corretta delle celebri memorie <li Caulaincourt (se ne veda invece l'e<liz. cri tica più recente: Mémoires du Général de Caulaincourt Due de Vicence Grand Écuyer de l'Empereur, a cura di J. Hanoteau, Parigi, 1933, 3 volumi).
L'IDEOLOGIA DELLA
« GUF.RRA
INDUSTRIALE»,
1861-1945
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versi discutibile), ha dimostrato in maniera definitiva l'accurata preparazione logistica della Campagna di Russia. Basti citare qui che, con uno sforzo veramente sbalorditivo (se si pensa che l'Impero napoleonico era ancora fondamentalmente una potenza pre-industriale), l'Imperatore ammassò in cinque basi principali 806 cannoni di ogni calibro (oltre al parco d'assedio), con 761.711 proiettili di ogni descrizione, ossia 850 proiettili per ciascuna bocca da fuoco; e che I ( riusd ad arrivare a Mosca con ancora circa 800 cannoni (4 ). Sul piano strategico, la Campagna di Russia fu ben concepita e notevolmente ben condotta; anche la leggenda (creata specialmente da Tolstoj) di una caotica ritirata assai simile a una rotta, è fondamentalmente falsa. La stessa ritirata, se si tengono presenti le durissime condizioni climatiche, appare assai ben condotta (5). Tuttavia, alla distanza, il sistema napoleonico di rifornimenti, sebbene cosl accuratamente predisposto, si inceppò; ed anche il controllo dell'Imperatore sul suo immenso esercito venne meno. Il fatto era che a lui mancava sia un moderno Stato Maggiore per goveniare un tal numero di unità, sia una buona rete di ferrovie e di battelli a vapore per mantenere in movimento il suo sistema di rifornimenti. Nel 1862-63, il generale Ulysses Grant, durante la Campagna di Vicksburg, venne a trovarsi più o meno nella stessa situazione dell'Imperatore al culmine della Campagna di Russia: all'apice, cioè, di un cuneo lungo circa 800 km, con il nemico su entrambi i lati. Il Comando Supremo Confederato era pressoché sicuro che Grant sarebbe stato costretto a ritirarsi: ma le linee di rifornimento di Grant non erano coperte da carri a trazione animale, lenti, incapaci di portare se non un modesto carico, soggetti a impantanarsi; ma da battelli a vapore, ognuno capace di centinaia di tonnellate di carico, ben protetti da una imponente Squadra di cannoniere corazzate, i quali riuscirono a mantenere i suoi rifornimenti in movimento e (ciò che più contava) ad assicurare un continuo flusso di munizioni nelle quantità senza precedenti che il nuovo apparato industriale poteva produrre (6).
(4) M . VAN CREVELD, Supplying War - Logistics /rom Wallenstein to Patton, Cambridge, GB, 1977, p. 61 sgg. (5 ) D.G. ÙIANDLER, Tbc Campaigns of Napolenn, London, 1966, p . 811 sgg. (6) R. LURAGHI, Storia della Guerra Civile Americana, Torino, 1966, p. 741 sgg.
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Dopo la caduta di Napoleone, i teorici cominciarono pressoché immediatamente a studiare la sua straordinaria esperienza militare. All'inizio il più illustre fu il barone Antoine-Henri de }omini; ma più avanti nel secolo, la grande vittoria prussiana del 1870-71 contro la Francia, ottenuta grazie ad un tipo di organizzazione militare e ad una dottrina che si supponevano derivate dal pensiero di Karl von Clausewitz, fece di quest'ultimo il pensatore militare più rispettato (se non il meglio letto e studiato) del Mondo intero. Nessuno parve rendersi conto del semplice fatto che von Clausewi tz era morto nel 18 31, ben prima cioè che l'influsso della rivoluzione industriale sulla condotta della guerra fosse divenuto chiaramente evidente. Può essere interessante notare che solo nel 1946 il Generalissimo Giuseppe Stalin, in una lettera al colonnello E. Rasin, un distinto insegnanle dell'Accademia Militare Superiore « K. Voroscilov », mise in chiara evidenza questo fatto. Il colonnello Rasin aveva in precedenza scritto a Stalin per protestare contro un articolo del ten . col. Mestceriakov pubblicato nell'autorevole rivista « Pensiero Militare » in cui si criticava Clau sewitz per avere - secondo l 'autore - mal compreso sia il carattere che l'essenza della guerra. 11 colonnello Rasin, nella sua lettera a Stalin, obiettava che Lenin soleva considerare Clauscwitz uno tra i più illustri scrittori e pensatori militari di ogni tempo.
In una notevole lettera (pubblicata poi un anno più tardi dalla rivista « Bolscevik ») (7) Stalin ri spose che Lenin (il quale, egli notava, non considerava se stesso un esperto di problemi militari) aveva apprezzato le idee di Clausewitz specialme nte sul terreno politico: per esempio, Lenin approvava l'indi viduazione - da parte <li Clausewitz di un legame fondame n tale tra politica e gue rra. Dopo qualche altra considerazione, Stalin scriveva: « Cla usewitz era propriamente il rappresentante del periodo mani/atturiero della guerra. Ora abbiamo il periodo della macchina nella guerra. Non c'è dubbio che il periodo della macchina richiede nuovi ideologi militari ». (I corsivi sono di Stalin) (8). (7) La lettera <li Stalin fu pubblicala in: « l3olscevik », n. 3, Febbraio 1947. Qui è citata nella traduzione italiana apparsa nella rivista «Rinascita», a.IV, n. 4, Aprile 1947, p. 79 sgg. (8) Stalin (e la cosa sembra n atural e, <lata la vicinanza della sua lettera agli eventi ) non pare essersi reso conto che, nel momento stesso in cui scriveva, anche la « guerra industriale » ap parteneva ormai al passato.
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Mediante queste sue osservazioni Stalin sottolineava invero assai chiaramente il fatto che Ciausewitz era morto prima di poter prendere in considerazione i nuovi sviluppi nella condotta della guerra generati dalla rivoluzione industriale. Tutto questo basterebbe già di per sé a spiegare per quale motivo a Clausewitz sfuggì quello che sarebbe invece divenuto l'aspetto più impressionante della vicenda militare contemporanea. Tuttavia, è possibile tentare di penetrare un po' più in profondità ne] pensiero clausewitziano (e nella struttura filosofica che lo sorregge). Ciò ci porterà anzitutto ad una prima constatazione: Clauscwitz, in generale non dà molto peso alla necessità di una accurata pianificazione economica nella condotta <lella guerra; certo il suo co11ega, il generale Ruhle von Lilienstern, per esempio, appare assai più sensibile a tali problemi (9). Pressoché dovunque Clausewitz pone in rilievo la funzione della Volontà, unitamente al genio dei condottieri; e questa preoccupazione, verosimilmente, lo portò a dare scarso spazio alla logistica, ed a concentrare la sua attenzione specialmente sulla strategia. Certamente, Friedrich Engles era stato assai colpito dal paragone clausewitziano tra guerra e commercio; tuttavia, a me pare che se si tenta di penetrare più profondamente entro la personalità del grande pensatore prussiano, non si debbano tanto usare come strumento euristico le categorie economiche, quanto quelle filosofiche. Si è più sopra citato il parere di Stalin circa l'ammirazione che Lenin nutriva per Clausewitz; si può aggiungere qui che Lenin pareva convinto della sostanza hegeliana del pensiero di Clausewitz; il che era del tutto inesatto. Uno tra i maggiori studiosi contemporanei di Clausewitz, Peter Paret, nega categoricamente ogni influsso della dialettica hegeliana sul pensiero clausewitziano : e le sue argomentazioni in proposito appaiono convincenti, anche se sarebbe forse stato opportuno che Paret dedicasse un po' più di spazio al vitale problema (10). Altrove, Paret sottolinea invece le affinità tra il pensiero di Clausewitz e la filosofia di Fichte: pare si possa aggiungere che ciò ci conduce alla
(9) Cfr., G.
RITIE R,
Staatskunst und Kriegshandwerk. Das Problem des
« Militarismus » in Deutschland, Band J, Mi.inchen, 1954 sgg., Cap. 7, nota 5.
(10 ) P. PARET, Clausewitz and the State, Oxford, GB, 1976, p. 84, nota 13. Si vedano anche: Lt. Col. CAMON, Clausewitz, Paris, 1911; e: CREUZINNGER, H egels Einfluss au/ Clausewitz, Berlin, 1911.
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« grande ombra» che si profila dietro Fichte: lmmanuel Kant. Assai più infatti che allo hegelismo, la filosofia di Clausewitz, con la sua opposizione tra una « guerra assoluta » (il che, incidentalmente, non significa affatto « guerra totale »), e una « guerra reale », sembra ricordare prepotentemente il kantismo, con la sua contrapposizione tra la « cosa in sé», assoluta, ma irraggiungibile dalla conoscenza scientifica, e il « fenomeno », che, sebbene relativo, costituisce il mondo empirico, oggetto della conoscenza. Non si deve a questo proposito dimenticare che quando Hegel giunse a Berlino, e cioè nel 1818, il pensiero di Clausewitz era ormai maturo e completamente formato; laddove invece il grande teorico militare prussiano aveva studiato a decorrere dal 1806 sotto la guida di Kièsewetter, il quale era un fedele seguace della filosofia kantiana. Si sa anche che Clausewitz incontrò sia Kant che Fichte: ed anche H egel, ma più tardi ( 11 ).
Bisogna però tener presente che vi è un notevole jato tra Clausewitz e Kant. Quest'ultimo apparteneva alla grande generazione dell'Illuminismo; fondamentalmente, egli era stato un prodotto del Diciottesimo Secolo, il cui pensatore militare era stato il Maresciallo di Sassonia: mentre Clausewitz appare già sotto l'influsso della cultura romantica. La sua continua insistenza sull'importanza preminente della « Volontà » (ove possiamo forse trovare qualche influsso del fichtiano «Io») sembra del tutto romantica (llbis ); tipico della mentalità romantica appare, ad ogni modo, lo scarso peso da lui dato alla logistica, la quale richiede troppa « scienza positiva » e può sembrare troppo « materialistica »: laddove Clausewitz insisteva sulla strategia, dove la « Volontà » pareva regnare suprema o, per lo meno, prevale re. In verità, se ci si sofferma per un attimo a considerare quanto frequentemènte egli insista sulla « Volontà» come sostanza effettiva non solo della guerra, ma di qualsiasi cosa, ci si può sentire tentati di proporre l'affascinante questione:
( 11) P. PARE'l', op. cit., p. 442; si ve<la anche: ibid., p . 154, per Kiesewetter. (llbis) Tuttavia, Geza Perjés, uno tra i più illustri studiosi di storia militare, attualmente impegnato in una ricerca di ampio n:spiro su Clausewitz, in un recente colloy_uio a Ru<lapest mi disse di essersi convinto che il pensiero <li C. non aveva nulla che potesse farlo ascrivere al Romanticismo. Sebbene io sia pervenuto a conclusioni differen ti, desidero sottolineare che il pensiero di Geza Perjés, data la sua autorevolezza, è da tenersi in profonda considerazione.
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sentì mai Clausewitz l'influsso (sia diretto, sia solo come effetto di una particolare atmosfera culturale) dell'opera di Arturo Schopenhauer Il Mondo come Volontà e Rappresentazione? E comunque, quali analogie possono esistere tra il Della Guerra e la concezione del Mondo schopenhaueriana (1 lter)? Considerato sotto tali punti di vista, Clausewitz sembra talvolta a una distanza di anni-luce dal tipo di guerra che si annunciava, quale prodotto dell'influsso della rivoluzione industriale. Tuttavia, molte delle sue idee (che egli in realtà aveva enunciato solo su un piano filosofico), sarebbero divenute terribilmente virulente ne] lontano futuro, quando sarebbero state fatte proprie (e distorte) dagli adepti della guerra industriale . Ad ogni modo, Clausewitz morì trent'anni prima dello scoppio di quella che può veramente esser definita la prima guerra industriale: nel 1861 infatti esplose negli Stati Uniti la così detta Guerra Civile, la quale avrebbe raggiunto subito proporzioni sbalorditive, inaudite. Durante tutti i conflitti precedenti, la principale preoccupazione dei servizi di rifornimento degli eserciti in campo era stata di provvedere cibo (e secondariamente vestiario) per gli uomini, e foraggio per cavalli e muli . La parte rappresentata dalle munizioni nella massa dei rifornimenti consumati da un esercito in campagna, è stata recentemente calcolata a non più del 2 % del peso totale (12). In altre parole, un esercito dipendeva per oltre i] 95 % dall'agricoltura; le esistenti manifatture erano più che all'altezza di fornire la residua, modesta quantità. Tale proporzione non mutò durante l'età napoleonica, sebbene in essa (come si è detto) fosse introdotto un elemento destinato a fornire la base indispensabile per la guerra industriale: gli eserciti di massa, fondati sulla conscrizione. Sul campo di battaglia infatti gli eserciti napoleonici, esattamente come i loro predecessori del Diciottesimo Secolo, non fecero mai eccessivo affidamen to sui loro fucili ad anima liscia, privi di qualsiasi effetto a distanze superiori ai cento metri, e dotati di scarsissima ( 11 ter) E ' notorio quanto poco successo editoriale abbia avuto l'opera di Schopenhauer; sembra qujndi assai improbabile che Clausewitz -possa essere stato uno degli scarsi lettori della prima edizione (apparsa nel 18 18, ma datata 1819). Dall'altro lato, poiché Clausewitz non era un hegeliano, esiste la possibilità che la sua curiosità intellettuale lo abbia portato a leggere un libro che, per gli hegeliani, era da proscriversi. Il problema è, ad ogni modo, ben degno di studio. ( 12) M. VAN CREVELD, op. cit., p. 253 sgg.
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forza di penetrazione, nonché imprecisi. La loro arma fondamentale rimase quella che il Maresciallo russo Suvuorov definì « la saggia baionetta », guidata nell'assalto dalla mano del fante. Quanto all'artiglieria da campagna, essa era fondamentalmente un'arma di accompagnamento, destinata a tirare a mitraglia alle distanze minime sui densi ranghi della fanteria nemica, cosi da forzare un varco per le colonne francesi che muovevano all 'assalto. La Guerra Civile Americana liquidò bruscamente tutto ciò. Per la prima volta nella storia, la moderna industria metallurgica e meccanica fu in grado di far sentire totalmente il suo peso sul campo di battaglia. Per ciò che riguarda le munizioni (mi limito a pochi dati) il colossale apparato industriale del Nord riuscì a produrre e consegnare: 12 .400 cannoni di ogni tipo e calibro; 7.592 .667 proiettili di artiglieria; 28.453.690 libbre di polvere; 3.351.878 fucili rigati; e - cifra sbalorditiva - un miliardo di cartucce. Se si aggiunge che il Sud agricolo, dopo aver creato con energia disperata una industria bellica dal nulla, riuscì quasi a far fronte alla immane produzione del nemico (solo il polverificio di Augusta, Georgia, il più grande del mondo, produsse 3 milioni di libbre di polveri), è facile constatare l'imponenza del fenomeno ( 13). Le conseguenze furono sbalorditive. Durante una sola battaglia della Guerra Civile Americana, furono consumate più munizioni che in tutte le Campagne napoleoniche prese insieme; nella battaglia di Spotsylvania, Virginia, presso il famoso (o famigerato) « saliente insanguinato », il fuoco di fucileria raggiunse una tale intensità da segare letteralmente alberi <li oltre mezzo metro di diametro distruggendo un 'intera foresta (14 ). Oltre alle munizioni, il « Quartermaster Department » dell'Esercito unionista consegnò: 3.039 .286 uniformi complete; 1.458.808 coperte da campo ; 3.446.52 0 paia di scarpe; 1.500.000 impermeabili. Questo solo servizio coperse il 40 % delle spese militari del-
(13) The War o/ the Rebellion · Officia! Records o/ the Vnion and Confederate Armies, Washington, DC, 1880 sgg., 70 volumi in 128 tomi; Serie III, Vol. 2, p. 854 sgg.; ibid ., Vol. 5, p. 140 sgg. ( 14) E' tuttora possibile veùere al Museo di Storia e Tecnologia della Smithsonian Institution Washington , DC, il tronco Ji un albero di mezzo metro di diametro letteralmente falciato dal fuoco di fucileria. Si può aggiungere che durante la Campagna di Atlanta, del 1864, numerosi alberi furono talmen te « imbottiti » di piombo da morirne.
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l'Unione; insieme al Servizio di Artiglieria esso superò il 50% delle spese per rifornimenti. Il trasporto di simili enormi quantita di materiali, insieme con quello di Corpi d'Armata e <li intere Armate, fu consentito da una rete ferroviaria lunga quasi 50.000 km nonché da una imponente flotta di navi a vapore; mentre, per mantenere entrambi gli eserciti contendenti in movimento e riforniti, era possibile inviare ordini e disposizioni con fulminea rapidità avvalendosi di una rete telegrafica elettrica di oltre 80.000 km. Anche la produzione dei viveri fu industrializzata mediante l'introduzione su larga scala di cibi in scatola e latte condensato. L'era della guerra «agricola» era finita per sempre (15). Contemporaneamente, la caratteristica fondamentale dell'era industriale - una tecnologia avanzata e in continua evoluzione - cominciò ad essere usata come un'arma micidiale sui campi di battaglia. La rigatura dei fucili dette al fante un'arma capace di uccidere ad oltre mille metri, dotata di alta precisione e di una terribile forza di penetrazione (16). Traversare la « zona di morte» creata ora dal fuoco della fucileria divenne semplicemente impossibile. Bersagliati implacabilmente dal micidiale fuoco dei fucili rigati, gli artiglieri dovettero ritirarsi ben indietro dalla linea di contatto; tuttavia, l'avvento <lel cannone rigato a granata esplodente nonché l'enorme aumento dei calibri reso possibile dalle avanzate tecniche siderurgiche, consentì di aumentare sia la gittata che l'efficacia del fuoco di artiglieria, il quale passò dalla semplice azione di accompagnamento ad altre più complesse, come la preparazione, la controbatteria, la repressione, l'interdizione vicina e lontana e lo spianamento, reso possibile quest'ultimo d all'enorme, illimitata quantità di granate a disposizione, nonché dal sistema ferroviario che manteneva continuo l'afflu sso di esse al fronte. L'uso dei campi minati ( sovente a comando elettrico) contribuì a sloggiare le « epiche colonne » dalla superficie terrestre, ove la vita era ormai divenuta impossibile: i fanti posero mano alle zappe e cominciarono a scavare le trincee. In tal modo il contatto fi sico con il nemico fu pressoché abolito: « Ho preso parte a due grandi battaglie », scriveva un colonnello {15) Officiai Records, ciL., Serie III, vol. 2, p. 786. sgg. (16) Il fucile rigato modello Springfield, in u so nell'Esercito unionista (ma anche in quello eonfetlerato) poteva uccide re a 1500 metri, ed era capace, ad una Jistanza media, di perforare otto tavole di legno spesse ciascuna cm. 2,5.
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unionista, « ed ho visto ben pochi Ribelli, eccetto che morti, feriti o prigionieri ... La grande arte consiste nel nascondere gli uomini: perché appena questi mettono fuori il naso, bang bang ... » (17). In tal modo, l'era della « saggia baionetta » se n'era andata per sempre. Il generale confederato John B. Gordon scriveva: « Le punte lucenti e il lampo delle baionette erano spaventevoli a vedersi quando esse erano calate da una linea d 'attacco; ma esse raramente si tingevano di sangue ... » (18). Le statistiche sanitarie della Guerra Civile, accuratamente raccolte e pubblicate a stampa dal governo degli Stati Uniti, mostrano che, su 105.107 unionisti caduti in combattimento, solo 218 furono uccisi da ferite di arma bianca: una percentuale irrisoria ( 19 ). Indubbiamente la baionetta continuò ad essere usata dal comune soldato della Guerra Civile Americana: per aprire scatolette di carne, per scavare piccole trincee, ed anche come candeliere. Cosl la rivoluzione industriale aveva reso possibile armare, nutrire, vestire, manovrare e condurre in b attaglia gli immensi eserciti cittadini di massa suscitati dalla Rivoluzione Francese. Ciò anche perché l 'era del soldato professionista era finita: « Mettete un uomo in una trincea », scriveva il colonnello unionista Lyman, « e una buona batteria su una collina die tro di lui , ed egli potrà resistere a forze triple an che se non è un soldati molto esperto » (20). Certamente però non era facile mandare il cittadino medio su un campo di battaglia a uccidere o ad essere ucciso ; non era facile strapparlo alla sua famiglia, al suo lavoro, ai suoi bambini; costringerlo a dormire sulla nuda terra, a soffrire la fame, la sete, il freddo, le privazioni, ad affrontare ie più treme~de ferite e ogni sorta di malattie senza prima convincerlo che egli doveva far ciò per qualcosa che valeva tali sacrifici . Indubbiamente le masse contadine della Rivoluzione F rancese erano persuase di ciò: esse combattevano per
( 17) Meade's I-Iea)quart ers, 1863-1865 - Letters o/ Colonel Theodore Lyman /rom the W ilderness to A ppomattox, a cura di G.R. AGASSIZ, Boston, Mass., 1912, p. 101. ( 18) J.B. GoRDON, Reminiscences o/ the Civil W ar, New York, 1905, p . 5 sgg. (19) The Medical and Surgical H istory of the War of the Rebellion (1 86 1-1865), prepared in accordance with Act of Congrcss, by J .K. Barnes, Surgeon-G eneral of the US Army, Washington, DC, 1870 sgg., 6 volumi; P arte 3, Voi. 2, p . 685 sgg. (20) Meade's H eadquarters .. . cit., p . 224.
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mantenere il possesso di quella terra che avevano infine ottenuto dopo secoli di sofferenze e di servaggio; tali ideali erano ancora validi per i soldati napoleonici, su cui agiva anche la personalità magnetica dell'Imperatore. Ma tali situazioni si rivelarono presto eccezionali; e i Napoleoni compaiono ben di rado. Per condurre quindi la nuova , terribile guerra industriale occorreva un terzo ingrediente oltre agli eserciti di massa ed alla produzione di massa: la propaganda di massa. In altre paro1e, i nuovi, formidabili strumenti di comunicazione e di propaganda portati dalla rivoluzione industriale dovevano essere posti in azione a pieno ritmo per dipingere il nemico come barbaro, crudele, sottoumano, degno solo di essere sterminato il più presto possibile, e, in ogni caso, prima che lui stesso sterminasse noi. Così il terribile spettro dell'odio cominciò a muovere i suoi giganteschi passi sui campi di battaglia. Per la prima volta dopo le atroci guerre di religione del Sedicesimo e del Diciassettesimo Secolo ricomparve la guerra ideologica: e questa volta su una scala industriale, di massa. Lo sviluppo incredibile della propaganda nella Guerra Civile Americana fu reso possibile dall'invenzione della rotativa, capace di produrre milioni di copie di giornali e opuscoli in un tempo incredibilmente breve . Questo tipo di condotta della guerra era stato del tutto estraneo al pensiero di Clausewitz. Ma al suo principale rivale, il barone de Jomini, toccò il destino di vivere ancora durante tale portentoso periodo; egli non ebbe mai la possibilità di analizzare sistematicamente il nuovo, terribile metodo di condotta della guerra: tuttavia dobbiamo a lui le prime osservazioni di ordine teorico su un tale tipo di guerra e le sue prospettive. Quando la Guerra Civile Americana terminò, Jomini aveva ormai 76 anni e già da molto aveva pubblicato il suo opus magnum: i Précis de l'Art de la Guerre {21 ). Non gli rimanevano più che quattro anni da vivere (morì nel 1869) : ma le sue ultime note
(21) L'ultima e più completa edizion e dell'opera fondamentale di Jomini è: Précis de l'Art de la Guerre ou nouveau tableau analytique des principales combinaisons de la stratégie et de la grande tactique et de la politique militaire, par le Raron de Jomini, Général en Chef, Aide-de-camp de S.M. l'Empereur de toutes les Russies. Nouvelle édition revue et augmentée d'après !es Appendices et documents du Général Jomini par F. Lecomte, Paris, 1894, due volumi e Atlante.
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furono raccolte e pubblicate dal colonnello Lecomte a guisa di appendice all'ultima e più completa edizione della sua opera (22). Come Michael Howard ha esattamente osservato, Jomini era fondamentalmente un figlio della cultura Illuminista del Diciottesimo Secolo (23). Nel terreno opinabile dell'arte della guerra, i pensatori del Diciottesimo Secolo si erano impegnati alla ricerca di « leggi » newtoniane, capaci di chiara teorizzazione e formulazione. Gli insegnamenti di Napoleone avevano però condotto Jomini ad una più moderna concezione della guerra (24). Tuttavia, attraverso l'età napoleonica e la prima metà del Diciannovesimo Secolo, Jomini rimase fondamentalmente ciò che originariamente era stato: un figlio dell'Illuminismo, razionalista e logico. L'onda irrazionale del Romanticismo non lo scalfì, per lo meno a quanto appare, e i suoi scritti sono tutti permeati da una clarté cartesiana (o meglio kantiana). La razionalità era, nel pensiero di Jomini, il fondamentale attributo di un condottiero: la Volontà doveva essere logicamente subordinata alla Ragione . Come il suo grande predecessore, Montccuccoli , al quale egli appare non poco affine, Jomini comprendeva giustamente che il fine della guerra è la pace, non la vittoria né, meno che mai, « l'annientamento del nemico » (25). Con simili idee nella mente, egli fu profondamente turbato dalla emergente ondata di violenza irrazionale che vedeva nella nuova guerra « industriale» . Già nel 1837 egli aveva profeticamente saputo prevedere i tremendi sviluppi delle nuove armi: « Se i sovrani non si riuniranno in congresso per proscrivere queste invenzioni di morte e di distruzione, non rim arrà altra soluzione che formare la metà degli eserciti di cavalleria corazzata per conquistare al più presto possibile tutti questi ordigni ... ». (26 ) E'
(22) Le sue osser vazioni sulla Guerra Civile Americana sono sparse per tutte le Appendici, e devono esser pazientemente messe insieme. (23) M. HoWARD, « }omini and the Classical Tradition in Military Thought », in: The Theory and Practice o/ War - Essays prcsented to Captain B.H. Liddell-Hart on his seventieth hirthday, a cura di M. Howard, London, 1965, p. 3 sgg. (24) P. Pu:.KI, Guerra e politica negli Scrittori Ttaliani, Napoli , 1955, p. 186 sgg. (25) Sul pensiero di Montecuccoli, dr. : P. PIERI, op. cit., passim. (26) A.H. DE }OMINI , op. cit., Vol. 1, p. 154 sgg.
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interessante osservare che qui Jomini aveva previsto il mezzo corazzato come solo idoneo ad affrontare le nuove armi; ma non è questo il tema che ci interessa, almeno per il momento. Dopo la Guerra Civile Americana le sue preoccupazioni e il suo pessimismo aumentarono. Per citare una sintesi del suo pensiero, egli prevedeva « ... una lotta sanguinosa e del tutto irragionevole tra enormi masse munite di armi di potenza inimmaginabile. Si potranno vedere di nuovo guerre di popoli come quelle del Quarto Secolo; si p otrebbe essere costretti a vivere nuovamente i tempi degli Unni, dei Vandali e dei Tartari» (27). La « guerra industriale » aveva così trovato la su a prima, embrionale sistemazione ideologica. Sfortunatamente tali previsioni di Jomini cad<lero nel <limenticatoio per parecchie decine di anni. Nel 1870-71 si combatté la guerra franco-prussiana. La sua soluzione assai rapida ebbe per lo meno due fatali conseguenze: <listrasse i pensatori militari dallo studiare a fondo la assai più probante esperienza della Guerra Civile Americana ; e lasciò l'impressione che, grazie alla <lottrina militare prussiana (che fu , a torto o a ragione, attribuita alla eredità di Clausewitz) le fulminee campagne di stile n apoleonico sarebbero state la regola del futuro (28). Si dice addirittura che Moltke
(27) Jomini, sintetizzato da: C . BRINTON, G.A. CRAIG e F. GILBERT, Makers of Modern Strategy - Military Thought /rom Machiavelli to Ilitler, a cura di H.M. EARLE, New Yoù, 1967, p. 77 sgg. A proposito delle previsioni J ominiane circa l'avvento del mezzo corazzato, è interessante osservare che uno tra i principali teorici della guerra corazzata (e profondo es timatore di Jomini), Sir Basi! Liddell-Hart, riteneva che la guerra delle unità corazzate avrebbe economizzato vite umane rendendo le operazioni più celeri e proteggendo i combattenti contro « les invcntions de mort », che rreoccupavano Jomini. Liddcll-Hart ( come, d'altronde, il generale Fuller) furono tra i primi studiosi a porre in rilievo il terribile impatto della rivoluzione industriale sulla guerra, e, nel quadro della definizione del concetto di guerra industriale, meritano un più ampio e separato studio che l'autore del presente saggio si propone di fare un giorno. Cfr. su di essi: B. BoND, LiddellIlart - A Study of bis military thf!.OUf!.h!, New Brunswick, NJ, 1977 , nonché il recente saggio di : R.H. LARSON, « B.H. Liddell Hart: Apostle of limited war », in : « Mili tary Affairs », v. XLIV, n . 2, Aprii 1980, p. 70 sgg.; su Fuller: A.J. Trythall, « Boney » Fuller, the intellectual Generai, London, 1977. Fondamentali sono, ovviamente, le opere militari di entrambi, sp.: B.H. LrnDEL lIART, The Tanks, 2 volumi , ult. ediz.: New York 1959 ; e: J.G.F. FuLLER, The Conduci o/ War, cit.). (28) Una analisi soddisfacente, che ponesse in rilievo le reali cause della vittoria prussiana, non si è avuta fino alla comparsa del fondamentale libro di : M. HoWARD, The Franco-Prussian W ar, London 1962. « Jomini », in:
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avrebbe liquidato l'esperienza della Guerra Civile Americana con i] commento che si era trattato di « due masse di canaglia armata che si erano date la caccia attraverso un continente»: vera o falsa che fosse, questa affermazione simboleggiava in ogni caso uno stato d'animo diffuso, tendente ad attribuire una importanza determinante all'esperienza prussiana del 1870, relegando quella americana in un piano del tutto secondario (29). Per conseguenza, gli studi e le relazioni che una pattuglia di distinti ufficiali prussiani come Schcibert o von Scheliha avevano redatto sugli insegnamenti della Guerra Civile Americana (cui avevano preso parte) non ricevettero l'attenzione che avrebbero meritato (30). Invece, l'esperienza post-bellica portò seco una nuova teodzzazione del pensiero di Clausewitz, in cui le sue tesi cominciarono a venire distorte nel senso di volervi vedere un concetto della guerra « totale }> che era fondamentalmente estraneo ai principi del grande pensatore prussiano. Non esiste alcun dubbio che molte idee suscettibili di venire interpretate in un senso assai pericoloso si possano trovare nell'opera di Clausewitz, e che altri pericolosi sviluppi vi siano contenuti embrionalmente: tuttavia, solo le nuove prospettive aperte dall'avvento degli eserciti di massa, della produzione massiva di armi e di ordigni di distruzione sempre nuovi , nonché dalla pro(29) J. LuvAAS, The Military Legacy nf the Civil W ar: the European I nheritance, Chicago, 111., 1959, p. 126, d ice: « ... nessuno ha mai documentato la dichiarazione attribuita a Moltke », sebbene « probabilmente Moltke disse qualcosa di simile >>. (30) Tra i più noti ufficiali prussian i che parteciparono talvolta come osservatori , talaltra prendendo r arte alle operazioni - , i più notevoli furono: il capitano Justus Scheibert, del Corpo prussiano del Genio, inviato appositamente dall'Alto Comando prussiano. Scheibert, dopo il suo ritorno in Germania, scrisse molto ( e sempre in maniera assai interessan te) sulla Guerra Civile Americana. Basti qui citare: Sieben Monale in den Rebellen Staaten wahrend der nordamerikanisches Krieges, Stettin, 1868 (ottima traduzione inglese: University, Alabama 1974 ); Der Biirgerkrieg in den nordamerikanischen Staaten: Militarisch beleuchtet fiir den deutschen Offi:deren, Berlin 1874, (buona traduzione francese, Paris 1976). Tutti gli scritti di Scheibert sulla Guerra Civile Americana devono essere accuratamente letti e studiati. Il ten . col. Viktor von Schcliha fu un altro distinto ufficiale prussiano che prestò servizio nell'Esercito confederato come comandante del genio nella zona del Golfo del Messico. A lui è dovuta un 'opera assai importante che, strano a dirsi, fu pubblicata solo in inglese: A Treatisc on Coast Dcfencc, London 1968, (eccellente nuova edizione nella West Point Military Library, Greenwood, Conn., 1971).
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paganda bellica di massa resero possibile a teorici come il generale Colmar von der Goltz di cominciare a predicare un tipo di guerra « totale » con l'illusione che essa potesse venir combattuta senza conseguenze fatali sia per i vinti che per i vincitori (31). Solo alla fine del Diciannovesimo Secolo l'ideologia della guerra industriale ricevette una chiara e razionale sistemazione: e ciò non avvenne per opera di un soldato. L'autore che per primo ne sciolse i nodi e ne pose in luce la sostanza fu un economista polacco, di professione banchiere: Ivan Blyok, meglio noto nell'Europa Occidentale come Jean de Bloch. De Bloch era non solo un eminente e prospero uomo d'affari; egli era anche uno studioso ed un pensatore sperimentale, profondamente interessato in una serie di problemi sociali e politici. Il conflitto russo-turco del 1877 - nonché la sua pessima eone.lotta - attirò dapprima la sua attenzione sul problema della guerra. Per anni egli andò raccogliendo accuratamente montagne di dati: dopodiché pubblicò un monumentale studio in sei volumi il quale apparve dapprima, nel 1898 a San Pietroburgo; poscia, nello stesso anno, venne immediatamente tradotto in francese sotto il controllo personale <lclJ'autore e pubblicato a Parigi sotto il titolo La Guerre - Traduction de l'ouvrage russe « La Guerre Future». Due anni dopo, nel 1900, l'opera apparve a Berlino in traduzione tedesca come Der Krieg. Una traduzione integrale in inglese del monumentale saggio di de Bloch non fu invece mai realizzata: ma nel 1900 il sesto volume (che, in un certo senso, riassume l'intera opera) apparve in inglese dapprima a Londra e successivamente (1902) a Boston, Massachusetts, con il titolo: The Future of W ar in its technical, economie and politica! relations (32). L'opera di de Bloch è di una estrema, assoluta importanza p er comprendere la essenza reale della guerra industriale: contrariamente all'opinione di un diritto critico (per altro convinto ammiratore ed estimatore di de Bloch), il generale Fuller, l'intera opera in sei volumi richiede e necessita una attenta lettura. Ponendo per
(31) G. R1TTER, op. cit., Vol. 1, p. 260 sgg. (32) La tratluzione francese ddl'opera di de Bloch è stata ripublicata nella « Garlantl Library on War and Pcacc », New York 1973 , 6 volumi, con una nota introduttiva di Sandy Coopcr. Nella stessa collezione fu anche ripubblicata la tr2duzione inglese del sesto volume (New York 1971 ). Le citazioni seguenti sono dalla edizione Garland.
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un istante da parte le interpretazioni dei pacifisti, i quali si illusero che de Bloch avesse « dimostrato » che la guerra era ormai « impossibile », e cercando <li distillare il nocciolo del suo pensiero, si deve anzitutto notare la seguente tesi: « Quale forma assumerà la guerra con gli attuali mezzi di lotta? Sarà mai possibile pervenire alla distruzione reciproca di tali eserciti che comprenderanno milioni di uomini? Sarà possibile condurre tali masse a sopportare tutti gli effetti che produrranno le armi e i tremendi esplosivi moderni? » (3 3). Procedendo da tale base, de Bloch, da competente uomo d'affari, sottolineava immediatamente il primo terribile effetto della guerra industriale: la spaventosa diJatazione delle spese, determinata dall'uso massiccio di costosi ordigni bellici prodotti industrialmente: « ... Il fucile a tiro rapido è di per sé costoso, ma la quantità di munizioni che esso userà, supererà tutto quanto si poteva immaginare in passato. Lo stesso accadrà per i cannoni e i proiettili moderni. L'immensa forza numerica degli eserciti e le caratteristiche micidiali delle armi moderne aumentarono sensibilmente le spese di soccorso dei malati e dei feriti. Una nuova , assai importante categoria di spese deriverà, inoltre, <lalla preparazione delle attrezzature necessarie alla subitanea invasione del territorio nemico, alla ricostruzione delle linee di comu nicazione di~trntte, ecc., poiché le risorse locali non tarderanno a<l esaurirsi» (34). La speranza poi che la futura guerra, a causa dell'enorme potenza dei nuovi ordigni di distruzione, possa essere terribile ma breve, non ha, secondo de Bloch, alcun fondamento: « ... con il trascorrere del tempo, ai punti fortemente organizzati per la difensiva, si sostituiranno punti d'appoggio leggeri, costruiti sulla stessa linea del fuoco ... In tali punti saranno disposti ostacoli artificiali per garantire alla difesa i vantaggi di un fuoco potente. E se una posizione sarà stata perduta, la forza attuale degli eserciti consentirà di prepararne facilmente un'altra, il cui a/lacco offrirà ali'assalitore le stesse, terribili dif ficoltà » (corsivo dell'autore) (35). Conseguentemente « ... tutte le persone responsabili sono d'accordo a predite che la guerra futura sarà di lunga durata» (36).
(33) (34 )
J.
(35)
J. J.
(36)
J.
La Guerre, vol. 1,p. 10. op. cit., vol. 4, p. 300. BL<JCH , op. cit., vol. 2, p. 270. Rwcll, op. cit., voi. 2, p . 508.
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Quando il volume sesto della sua monumentale opera fu tradotto in inglese, de Bloch gettò ulteriore luce sui suoi concetti mediante un'intervista concessa al giornalista William T. Stead. A Stead, de Bloch disse senza ambagi che « il tempo della baionetta è passato ». Il conflitto futuro « ... sarà una grande guerra di trincea. La zappa sarà indispensabile al soldato quanto il fucile. La prima cosa che ciascun uomo dovrà fare, se vorrà salvarsi la vita, sarà di scavare una buca nel terreno e costruirsi una fortificazione campale forte abbastanza da proteggerlo contro la grandine di proiettili che traverserà l'aria » (3 7). La conseguenza, continuò de Bloch, sarà che « i soldati al fronte arriveranno rapidamente ad una posizione di stallo » (38 ). Contemporaneamente il costo spaventevole della guerra industriale, insieme alle perdite terrificanti di vite umane, condurranno alla rovina economica: infine « troveremo il risultato inevitabile in una catastrofe che distruggerà tutto l'ordine politico esistente » (39). Non si sarebbe potuto prevedere con maggiore accuratezza ciò che si sarebbe verificato dodici anni più tardi sugli insanguinati campi di battaglia della Prima guerra mondiale. Sfortunatamente de Bloch (sebbene, secondo alcuni, la sua opera avesse contribuito a propiziare la prima Conferenza della pace all'Aja) rimase sostanzialmente una vox clamans in deserto. Quando esplose il primo conflitto mondiale, pressoché tutti gli uomini di stato, per non parlare dei militari, erano più o meno convinti che la guerra non sarebbe stata molto lunga, né che sarebbe stata così distruttiva come effettivamente fu. A dire il vero, prima del 1914 un altro pensatore aveva discusso ampiamente (sebbene non con la lucidità di de Bloch) i caratteri della guerra industriale: Friedricli von Bernhardi, generale tedesco della riserva, brillante, geniale, colto ed estroso scrittore. Egli espose le sue idee in un'opera in due volumi, intitolata Vom heutigen Kricge, pubblicata nel 19 11 e tosto assai ben tradotta in inglese e in francese (40). (37) J. DE BwcH, The Future of War, p . XXVII. (38) J. DE l3LOCH , op. cit., p. XLII. (39) J. DE BLOCII, op. cit., p . XI. {40) La « Garland Library on War and Peace » ha recentemente ripub blicato la eccellente traduzione inglese dell'opera cli von Bernhardi , fatta nel 1914 dal tenente Karl von Donath (1972, 2 volumi). Sfortunatamente, la nuova introduzione contiene qualche errore (confonde l'opera di von Bernhardi Vom H eutigen Kriege con la più tarda Deutschland und der niichste Krieg).
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Il libro, a parte certe fastidiose sparate pangermaniste, conteneva una serie di acute osservazioni e di previsioni lungimiranti sulla guerra futura: sventuratamente esso non ricevette molta attenzione, poiché troppo presto von Bernhardi ne pubblicò un altro: Deutschland und der nachste Kriege (1912) dove ogni interessante idea era semplicemente sommersa da una valanga di demagogia pangermanista. Tutti si precipitarono (in buona fede o meno) su questo autentico pamphlet trascurando l'opera più solida; e tutti i contributi positivi forniti da van Bernhardi all'analisi della guerra industriale, furono persi di vista . Van Bernhardi avrebbe richiesto tuttavia una lettura più attenta : e la richiede oggi dagli studiosi ; poiché - egli e non de Bloch aveva ragion e quando diceva, sostanzialmente, che la rivoluzione industriale, rendendo la guerra più terribile, non l'aveva affatto eliminata e non ne aveva diminuito le probabilità ; e che né i popoli né i governi sarebbero stati indotti alla pace dalla prospettiva di una guerra particolarmente sanguinosa. De Bloch aveva però ragione quando prevedeva il suicidio ctdl'Europa: la Prima guerra mondiale fu esattamente questo, e la Seconda non fece che completare la catastrofe. Tuttavia, dopo il 1919, non tardò a sorgere una scuola di pensatori i quali (come von Bernhardi) accettando la realtà della guerra industriale tentavano di analizzarla per sfruttarne a fondo le possibilità. Questa scuola, pur avendo parecchi punti di contatto con coloro ch e andavano ora predicando la guerra « totale » (ed alla cui testa si trovava il generale Ludendorff, cui si dovette la pubblicazion e di un'opera che portava tale titolo (40 bis), andava in realtà oltre; la loro aspirazione non era di instau rare una nuova « etica )> militare fondata sulla apologia dell a violenza senza limiti, ma di studiare i nuovi, terribili mezzi di distruzione per sfruttarli tecnicamente a fondo, convinti che se non lo avesse fatto una parte, lo avrebbe fatto il nemico. Era in sostanza la prima teorizzazione della guerra industriale nel suo aspetto tecnologico . Eminen te in questo gruppo fu il generale italiano Giulio Douhet. Nato nel 1869, Douhet non era soltanto un soldato di professione, ma anche un esperto ingegnere ed uno specialista di elettrotecnica.
(40bis) Der Totale Krieg, Munchen 1935. Vedasi su L udendorff quanto scritto da: H. Speier, « Ludendorff : the German concept of total war », in: Makers o/ Modern Strategy ... cit., p. 306 sgg.
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Già nel 1913 aveva previsto l'importanza che sarebbe stata assunta dal mezzo tecnico più avanzato: l'arma aerea. Douhet non scrisse alcun grosso libro, ma una serie di saggi, di articoli, di note, che nel 1932 e nel 1936 sarebbero state raccolte in due volumi: Il dominio dell'aria e La guerra integrale (41). Tuttavia i suoi saggi principali erano già stati ampiamente diffusi e discussi subito dopo la fine della Prima guerra mondiale. Douhet aveva visto di persona interi eserciti giungere al sanguinoso stallo delle trincee. Ma nel suo pensiero, la stessa guerra industriale che aveva condotto a ciò, aveva pure offerto gli strumenti per superare tale stallo: l'uso in massa dello strumento più moderno: l'aeroplano. « Ogni perfezionamento delle armi da fuoco» , scriveva egli, « avvantaggia la difensiva ». Tuttavia « ... le nuove armi ... capovolgono la situazione », poiché aumentano i vantaggi inerenti all'offensiva, e diminuiscono se non distruggono del tutto, quelli offerti dalla difensiva... Nessuna corazza può fermare tali nuove macchine che arrivano repentinamente dal cielo (42). Così (continuava Douhet) il dominio dei cieli dovrà essere il primo obiettivo di una guerra futura; conquistato questo, una flotta aerea schiacciante procederà ad attacchi indiscriminati sui porti, le basi navali e militari, ed anche le città: « colpendo i centri abitati più sensibili », sarà possibile indurre confusione e paura nel nemico, così da spezzare la sua volontà morale e materiale di resistere (4 3). Con ciò si chiudeva il cerchio: le popolazioni civili non dovevano più essere « bombardate » dalla assordante propaganda di guerra, o non solo: adesso si sarebbe trattato di vere bombe che avrebbero trasformato ogni pacifico agglomerato urbano in una linea del fronte. La guerra contro la forza morale delle popolazioni civili, teorizzata e condotta dai generali Sherman e Sheridan nell'ultima fase del conflitto americano di sessant'anni prima riceveva un impulso formidabile (43bis). Eta aperta così la via alle paurose distruzioni della Seconda guerra mondiale . Con questo conflitto la guerra industriale raggiunse il suo culmine - e la sua fine. La Seconda guerra mondiale liquidò per
(41) Gruu o DoHUET, Il Dominio dell'aria e altri scritti, Milano, 1932 ; id., La Guerra integrale, prefazione di Italio Balbo, Maresciallo dell'Aria, Roma 1936. (42 ) G . DottUE'l', 1l Dominio dell'A ria, cit., p. 17 sgg. (43 ) G. Do1-1uE'r , Il Dominio dell'Aria, cit., p . 66. (43bis) Cfr.: R. L U RAGHI, op. cit., passim.
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sempre la posiz10ne eminente che ]'Europa aveva occupato nel Mondo, e la determinazione dei destini dell'umanità nonché della futura politica mondiale passò sotto il controllo delle superpotenze. Tuttavia ciò che nessuno - nemmeno il Generalissimo Stalin - aveva saputo comprendere, era che anche l'epoca deUa guerra industriale era finita. Il presente saggio non intende che aprire una discussione tra gli studiosi, la quale sarà certamente destinata a<l essete lunga e controversa: esso non ha inteso dare se non una prima sistemazione dei problemi qui toccati ed è per ciò che si asterrà dal tentare una generalizzazione del periodo e della ideologia della guerra industriale, limitandosi ad alcune osservazioni conclusive. Sembra anzitutto che si possa cominciare a stabilire un primo punto: la guerra industriale - anche se alcuni aspetti di essa erano già presenti in conflitti come la Guerra di Crimea o quella <lei 1859, - apparve nella sua pienezza solo sui campi <li battaglia della Guerra Civile Americana. Una tra le sue caratteristiche fondamentali fu che la logistica cominciò a prevalere sempre pitl su lla strategia «pura»; e che, nello specifico campo logistico, i rifornimenti di origine industriale prevalsero in maniera schiacciante su quelli di origine agricola. Ancora di più: tra i riforni1rn.:11ti <li origine industriale, quelli destinati a procurare ordigni di distruzione sempre più potenti e perfezionati divennero prevalenti. Si potrebbe a questo punto obiettare che questo aspetto tecnologico è ormai inseparabile dal concetto e ~.!alla condotta della guerra, ove esso, anzi, tende a diventare sempre più imponente. E ciò è esatto: ma è anche esatto sottolineare che la guerra industriale non rappresentò se non una prima fase della guerra più generalmente « tecnologica », la quale appare tutt'ora in pieno sviluppo. La caratteristica peculiare della guerra industr iale fu che in essa sia le armi che le munizioni provenivano in prevalenza schiacciante da una sola anche se duplice branca dell'industria: quell a metallurgica e meccanica . La vera forza di un belligerante non era d eterminata tanto dalla quantità di uomini che egli poteva porre in campo ( anche se gli eserciti di massa costituirono la base indispens.:ibile per la guerra industriale): ma dal peso materiale dell'acciaio e del piombo che tale massa era capace di scagliare contro il nemico, e dalla potenza delle macchine che le consentivano di far ciò. In linea di massima, sul campo di battaglia l'industria met almeccanica regnò suprema: si trattava della
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stessa industria che aveva costituito il nerbo e la base dell'età indu~triale o - meglio - dell'« era della Macchina»( 44 ). Non vi è dubbio che dopo il 1945 cominciò una nuova età, o se si vuole, una nuova fase nell'età tecnologica <leJJa guerra. Pochi o nessuno se ne resero conto su bito: e solo ora, a quasi quarant'anni dalla fine del periodo della guerra industriale cominciamo ad accorgercene. Tale nuova epoca era (e<l è) caratterizzata dal prevalere dell'industria elettronica e nucleare; missili balistici intercontinentali, razzi di ogni tipo, computers sempre più complessi insieme ad ogni tipo di ordigni elettronici dominano oggi la scena militare, per non parlare della utilizzazione dello spazio cosmico a fini bellici. L'elettronica, non la meccanica domina la nostra era, sovente chiamata, dagli studiosi, « post-industriale », o gen erata da una « seconda rivoluzione industriale ». Riassumendo, possiamo ancora osservare che l'aspetto fondamentale della ormai passata guerra industriale era stato dato dalla quantità: eserciti di massa, produzione di massa, propaganda di massa. Le armi erano andate diventane.lo non solo sempre più potenti, ma sempre più ponderose e ingombranLi. Invero, il simbolo più impressionante di tale era, insieme a cannoni quale la « Grossa Bertha », fu la poderosa nave corazzata <la battaglia della Seconda guerra mondiale, la più straordinaria e potente macchina da guerra che un'epoca dominata dall'industria metallurgica e meccanica fosse stata capace di creare. Nata tra le battaglie della Guerra Civile Americana, nata cioè insieme alla guerra industriale stessa, la sua esistenza era stata altrettanto lunga (o altrettanto breve) quanto gli ottantacinque anni della guerra industriale. Con la fine di tale epoca ( come de Bloch aveva esattamente previsto) la vecchia egemonia dell'Europa fu spazzata via per sempre.
( 44) Fu in effetti l'industria pesante che J ominò la guerra e condizionò la vittoria. La predominanza dell 'agricollura nella fase precedente è limpidamente messa in luce magistrale studio <li GEZA PERJÉS, Mez6gazdasagi Termdés, Népesség, Hadseregélelmezés és Stratégia a 17 Szazad Masodik Felében (1650-1715), Budapest 1963 (sin tesi in inglese : « Army provisioning, Logistics and Strategy in the seconJ Half of tbc 17th Century », in : « Acta Historica Academiae Scientiarum Hungariae » , 16, 1970). Tale periodo (come mostra il van CrevelJ, op. cit., passim), si estese fino ben addentro il secolo XIX. Q uello industriale ( 1861-1945) non è ancora stato studiato a fondo: invero e questo un compito che sta davanti agli stuJiosi di ogni nazione.
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Oggi, trentacinque anni dopo, l'ora sembra infine arrivata per m1ziare l'analisi scientifica della guerra industriale e cominciare a studiarla nel suo insieme, allo scopo di ottenere una comprensione più profonda di un periodo della storia militare (o, meglio, della storia senza aggettivi) che per noi, figli della « vecchia Europa », fu tragico poiché esso portò al finale tramonto di un'ordine che, per il bene come per il male, aveva segnato il ritmo della vita del nostro Continente più o meno sin dall'età di Cristoforo Colombo; sostituendolo con un mondo le cui terrificanti prospettive cominciamo solo ora a intravedere. Questo saggio intende costituire un primo contributo allo studio di tale enorme problema.
PARTE
SECONDA
PROFILI BIOGRAFICI
13 - Memorie
Gen. EUSEBIO BAVA
COLONNELLO ORESTE BOVIO
IL GENERALE EUSEBIO BAVA PRE MESSA
Nella pressoché sterminata produzione storiografica relativa a] Risorgimento al generale piemontese Eusebio Bava è stato riservato un posto molto modesto: una deludente biografia di Carlo M ariani, pubblicata a Torino nel 1854 sotto lo pseudonimo un uffiziale dell'esercito sardo (1 ), una vasta conferenza del generale Alberto Cavaciocchi (2), un corposo saggio del Pieri (3 ), un sinte tico articolo di Ersilio Michel ( 4 ), qualche cenno nelle enciclopedie e nei dizionari biografici tra i quali meritano di essere ricordati Il R isorgimento Italiano, Milano 1888, in cui Temistocle Mariotti dedicò al generale piemontese otto pagine corredate di alcuni documenti , ed il Dizionario Biografico degli Italiani, val. 7°, nel quale la voce Bava, compilata dal Pieri, è molto precisa. Eppure non vi è pubblicazione sulla campagna del 1848 che non citi il Bava, che non gli riconosca belle qualità di comandante, che non lo ponga al primo posto tra i generali piemontesi, giudizio del resto già implicitamente espresso dal vecchio Radetzky quando, saputo che a capo dell'armata sard a era stato nominato lo Chrzanowski, esternò ai suoi collaboratori soddisfazione e quasi sollievo per non dover più affrontare l'avversario di Goito. La mancanza di un adeguato saggio monografico sul generale piemontese è da imput arsi, probabilmente, al fatto che, dopo la sua (1 ) CARLO MARlANI (1803-1883 ) milanese , partecipò alle Cinque Giornate e si arruolò nell'artiglieria piemontese dove raggiunse il grado di Tenente Colonnello. Scrisse Il Plutarco italiano; St oria della guerra dell'indipendenza d'Italia dal 1848 al 1870 e Della vita e delle imprese del generale barone Eusebio Bava. (2) Conferenza pubblicata in Rivista d'Artiglieria e Genio, vol. lll, 1909 . (3) P . P 1ERI , il generale 1:.usebio Bava nelle sue carte inedit e del l 848-49, pubblicato in Studi di storia medievale e moderna in onore di Ettore Rota, Roma 1958. (4) E. M1c1mL, Il Generale Eusebio Bava Ministro della Guerra, in Risorgimento I taliano, 1908, pp. 88 1-888.
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morte, carte e corrispondenza andarono disperse tra i vari eredi, rendendo così difficile la redazione di un organico lavoro d'insieme . Per quanto tutti gli autori citati abbiano pubblicato qualche lettera o qualche documento inedito, avuto in visione da questo o da quell'erede, e che, quindi, non vi siano zone d'ombra nella vita del Bava, il documento fondamentale per comprendere il generale e l' uomo rimane sempre la Relazione sulla campagna del 1848, da lui redatta a caldo, appena un mese dopo gli avvenimenti. Questo rapido profilo biografico, steso principalmente sulla base di quel poco che è già stato pubblicato specificamente sul Bava, di alcune sue lettere inedite scritte ad Alfonso La Marmara che li:i squisita cortesia del dott. Maurizio Cassetti, direttore dell'Archivio di Stato di VerceJli, mi ha permesso di consultare e sulle molte opere che, almeno per la campagna del 1848, esaminano il suo operato, si propone di richiamare l'attenzione degli studiosi sulla sua figura, meritevole sotto ogni aspetto di un ulteriore approfondimento. L'AVVENTURA NAPOLEONICA
Giovanni Battista Eusebio Bava nacque a Vercelli il 6 agosto 1790 da una benestante famiglia della piccola borghesia, il padre aveva una bottega di orefice ed uno zio era canonico del Duomo. Trascorsa la prima fanciullezza in famiglia, il giovinetto Bava nel 1802 entrò, con il fratello minore Cesare (5), nel Pritaneo di Saint-Cyr, il più celebre collegio militare di Francia, oggetto di attente cure da parte di Napoleone e rigoglioso vivaio di valorosi ufficiali. Sul finire del 1805 il Bava, pieno di entusiasmo per le brillanti campagne napoleoniche e sicuro di potersi guadagnare le spalline sul campo, decise di troncare gli studi e di arruolarsi nell'esercito come sottufficiale. Iniziò così, non ancora sedicenne, in qualità di furiere nel 21° reggimento fanteria leggero (6) una lunga e brillante carriera militare che lo avrebbe condotto al grado di generale, ad un titolo (5) Anche Cesare Bava mili tò nell'esercito fran cese e poi in quello sardo, raggiungendo il grado <li colonnello. (6) Divenuto il 2 aprile 1801 una provincia francese, il Piemonte durante il periodo napoleonico non ebbe un esercito proprio, alcuni reggimenti francesi tuttavia , come il 21° ed il 31 ° leggero, incorporavano quasi esclusivamente elementi piemontesi. Tali ·reparti si distinsero sempre per coraggio e fedeltà.
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di barone, ad un seggio in Senato, al comando di un corpo d'esercito in una radiosa giornata di vittoria, ad una poltrona ministeriale, ma anche a tante amarezze ed a non poche umiliazioni. Nel 1806 e nel 1807 il nostro partecirò alle campagne di Prussia e di Polonia, distinguendosi particolarmente alla battaglia di Jena ed all'assedio di Danzica, durante il quale fu gravemente ferito. Guarito, promosso ufficiale all'inizio del 1808, fu destinato al 31° fanteria leggero, allora dislocato in Spagna, nei pressi di Bajona. Dopo aver preso parte all'assalto del castello di Sos ed all'assedio di Saragozza, il sottotenente Bava, per una decisione del suo colonnello, avrebbe dovuto rientrare al deposito del reggimento a Bajona, ma l'impaziente subalterno non era disposto ad abbandonare i reparti operanti e le cose andarono diversamente. Narra, infatti, il Mariani che il Bava « supplicava Mégeant suo colonnello, allora giunto a Bajona, di porlo nei battaglioni attivi che dovevano essere passati in rassegna da Napoleone al castello di Marrast , al di là della Bidassoa. Ma quel colonnello non avendo esaudita la preghiera di Bava, ed oltre misura dispiacendo a quest'ultimo di doversi rimanere al deposito, andò a Marrast il giorno della rassegna, e seguendo con la folla l'imperatore, mentre che passava davanti la fronte delle compagnie, che erano in colonna, e distese sopra una sola riga, cogli Uffiziali sulla destra, cercò di attirarsi lo sgu ardo di Napoleone. Questi, avendo domandato al colonnello, perché la 4a compagnia del 30° battaglione mancasse di un uffiziale, gli fu risposto: esserne il sottotenente caduto ammalato per via; Bava allora, udite tali parole, fattosi cuore, si avanzò con franchezza verso l'imperatore, lo salutò e domandogli la grazia di poter prendere il posto del collega infermo. « Qui étes-vous »? gli chiese l 'imperatore; e Bava a lui : « Je suis élève de Saint-Cyr et sous-lieutenant au 31me léger ». Napoleone, rivolgendosi al colonnello, disse: « Pourquoi n'avcz-vous pas compris cet officier dans les cadres du régiment? » « Sire, gli rispose Mégeant, il est d 'une faible complexion et je crains qu'il ne puisse résister aux fatigues de la guerre que nous allons entreprendre » . « Comment, soggiunse Bava, j'ai fait les campagnes de Prusse et de Pologne avec le ·sac sur le dos, et monsieur le colonel met en doute que je puisse supporte r celles d'Espagne avec la seule épée au còté? » « C'est juste, disse l'imperatore, prenez place dans cette compagnie; colonel, je vous recommande ce jeune officier ». Il giovane ufficiale piemontese partecipò così, con l'esercito del Maresciallo Soult, alle sanguinose campagne del 1808 e del 1809 in
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Spagna e nel Portogallo. Ferito nel combattimento di Villa de Feira e ricoverato nell'ospedale di Oporto, cadde prigioniero degli Inglesi di Wellington quando le truppe francesi dovettero abbandonare la città. Condotto in Inghilterra, il Bava fu protagonista di una audace avventura: con alcuni compagni di prigionia riuscì ad evadere, ad impadronirsi di una piccola goletta ed a far vela per la Francia. Favorita da una tempesta ]a fragile imbarcazione riuscl a sfuggire alla vigilanza delle navi inglesi, padrone incontrastate della Manica, ed a raggiungere il porto di Fécamp il giorno di Natale del 1810. Promosso tenente e ·r itornato in Spagna, il Bava fu assegnato ad una colonna mobile che aveva il compito di proteggere le vie di comunic~ione tra Vittòria, Bajona e la Francia, rese malsicure dalla presenza sempre più pericolosa dei guerriglieri spagnoli. Anche in questa nuova attività operativa il coraggio e l'intraprendenza del giovane ufficiale piemontese ebbero modo di farsi notare: al comando di pochi uomini, con un fortunato colpo di mano il Bava si impadronì della cittadina portuale di Loqueytio, scacciandone la banda di don Gaspare Jaoregui, soprannominato il Pastore, ed obbligando una fregata inglese ad abbandonare il porto (7 ). La bella impresa gli valse il comando della colonna mobile e la proposta di concessione della croce della Legion d'Onore, onorificenza che però non gli venne accordata. Rientrato al 31 ° leggero ne divenne l 'aiutante maggiore in 1a e poco dopo, dicembre 1811 , fu promosso capitano. Eusebio Bava aveva allora soh anto 21 anni , ma già vantava molteplici esperienze di guerra, non comuni anche per quei tempi bellicosi, ed aveva inoltre ampiamente dimostrato di saper agire in completa autonomia. Sempre con il 31 ° leggero il capitano Bava partecipò alle campagne del 1812 e del 1813 nella penisola iberica ed alla ritirata in Francia dell a primavera del 1814, concludendo la sua partecipazione all'epopea napoleonica con la sfortunata difesa di Tolosa, tentata il 10 aprile 1814 dal Maresciallo Soult. Dopo l'abdicazione dell'imperatore, il Bava - delegato degli ufficiali del reggimento - ottenne dal nuovo governo francese di (7) Gli Inglesi impiegavano spesso piccole navi da guerra per sostenere ed alimentare la guerriglia in Spagna.
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Luigi XVIII il permesso di rientrare in Piemonte con « armi e bagagli», in premio del sangue versato per la Francia in tanti anni di guerra. Nel luglio del 1814 arrivò così a Torino, agli ordini del maggiore Regis, un battaglione di 674 uomini, tra i quali 19 ufficiali, armato ed equipaggiato alla perfezione, resto glorioso dei circa tremila Piemontesi e Liguri che avevano militato nel 31 ° reggimento leggero. Vittorio Emanuele I accolse con favore nel suo ricostituendo esercito quel battaglione di valorosi, lo ribattezzò Cacciatori Piemontesi e confermò ufficiali e sottufficiali nel grado raggiunto nell'esercito francese, concessione insolita perclié gli altri reduci napoleonici vennero ammessi nell'esercito sardo con la diminuzione di un grado. Nel marzo del 1815 Napoleone ritornò sul trono di Francia e le Potenze europee, tra le quali il regno di Sardegna, formarono immediatamente la Settima Coalizione e dichiararono guerra alla Francia. Il Bava si trovò pertanto, nel luglio, a combattere gli antichi compagni d'arme sotto le mura di Grenoble. Il 6 luglio, una colonna di sei battaglioni, tra i quali quello dei Cacciatori, attaccò, sotto il comando del generale Gifflenga ( 8 ), la fortezza dal lato del Drac, mentre una colonna sussidiaria di quattro battaglioni attaccava dal lato dell'Isère (9). Eusebio Bava guidò all'assalto la sua compagnia con tale bravura che il Gifflenga si tolse la croce dell'Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro per appuntarla sul petto del giovane ufficiale. Vittorio Emanuele I confermò la concessione e vi aggiunse la croce dell'Ordine Militare di Savoia, istituto con Regie Patenti del 14 agosto 1815. LA ROUTINE DEGLI ANNI DI PACE
Ristabilita la pace nel continente europeo per il giovane ufficiale piemontese cominciarono anni tranquilli, durante i quali con-
(8) Alessandro Gifflenga (1777-1843) vercellese, militò nell'esercito piemontese e poi in quello francese, raggiungendo il grado di generale. Confermato in tale grado nell'esercito piemontese fu collocato a riposo nel 1821, avendo simpatizzato per i Costituzionali. (9) L'azione del 6 luglio portò soltanto alla conquista delle posizioni avanzate della città e costò ai Piemontesi 80 morti e 200 feriti. Essa servl però a dimostrare la coesione e la disciplina raggiunte da un esercito ricostituito da appena un anno.
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tinuò ad ascendere i vari gradini della scala gerarchica, con maggiore lentezza che nel periodo napoleonico ma con sicura continuità. Negli eserciti della Restaurazione non si chiedeva troppo agli ufficiali: un fisico robusto, una fedeltà a tutta prova al trono ed all'altare, un coraggio fisico sperimentato, la conoscenza dei regolamenti e la capacità di farli applicare con criteri spesso inspirati più all'osservanza della lettera che dello spirito. E l'esercito del regno di Sardegna non faceva eccezione. Il Giannotti nei suoi Ricordi di un antico allievo della R. Accademia di Torino ed il Pinelli nella Storia militare del Piemonte ci hanno lasciato ampia testimonianza delle qualità allora richieste agli ufficiali. Le manovre in piazza <l'armi erano giudicate inappuntabili quando il comandante riusciva a far compiere alle truppe complicate marce in battaglia, al suono della musica, conservando il perfetto allineamento e senza perdere la giusta distanza tra un battaglione e l'altro; era considerato un ottimo colonnello quel comandante di reggimento che sapesse manovrare due o tre battaglioni nella piccola piazza <lavanti al palazzo reale. Gli ufficiali non curavano la loro preparazione, anche perché le promozioni avvenivano non a scelta ma per anzianità. Bisogna ancora aggiungere che per quanto il decreto di ricostituzione della Regia Militare Accademia, firmato da re Vittorio Emanuele I il 2 novembre 1815, giudicasse sufficiente per gli ammittendi « una dvii nascita », per lungo tempo ancora una patente di nobiltà fu considerata titolo preferenziale per l'avanzamento. Ancora all'epoca di re Carlo Alberto gli ufficiali , di origine borghese quando raggiungevano un grado elevato venivano nobilitati e così avvenne anche per il Bava. L'orientamento politico del Regno di Sardegna, legato alla Santa Alleanza ed all'Austria con una convenzione militare, escludeva la possibilità di guerre di conquista. Funzione preminente dell'armata sarda era perciò garantire la difesa del confine con la Francia e la sicurezza interna, funzione che si riteneva di aver assolto con la rimessa in efficienza dei forti sulle Alpi occidentali , iniziata da Carlo Felice e terminata da Carlo Alberto. Nessuno stimolo intellettual e, nessun fervore spirituale animava in quel periodo gli ufficiali piemontesi , anche i ricor<li del periodo napoleonico impallidivano lentamente, soffocati dalla routine quotidiana della vita di guarnigione.
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In quel clima sonnolento il Bava trovò il modo <li distinguersi perché possedeva, oltre alle qualità richieste, molto spirito <li iniziativa e grande senso del dovere. Di guarnigione in Sardegna con il suo vecchio battaglione, nel 1819 gli fu affidata una grossa operazione in Gallura , contro il brigantaggio, allora e ndemico in quella zona dell'isola, e fu un successo che gli portò la promozione a maggiore. I moti rivoluzionari del ] 821 non lo turbarono. La fedeltà al giuramento prestato e ra per il nostro superiore a qualsiasi altro sentimento ; molto probabilmente inoltre era viva nel suo animo 1a gratitudin e per la benevolenza sempre dimostratagli da Vittorio Eman uele I. Il 30 agosto dell o stesso anno, il Bava si unì in matrimonio con Maria Maddalena V igliane . Fu un'unione felice, allietata da quattro figlie, e le numerose lettere del Bava alla moglie, citate più avanti , dimostrano la profondità e la saldezza del legame che li univa . Tenente colonnello nel 1824, fu trasferito dalla brigata Savona alla brigata Casale, promosso colonnello nel 1830 p assò alla brigata Piemonte, della quale assunse il comando due anni dopo, con la promozione a maggior generale. Nel 1837 fu inviato come osservatore alle grandi manovre svolte dall'esercito austriaco in Italia nelle v icinanze di Verona. Si trattava di valutare l'operare di due corpi d'armata contrapposli , comandati rispettivamente <lai feld-marescialli Radetzky e Wallmoden ed il Bava seppe conquistarsi la stima degli ufficiali austriaci. Il Wallmoden gli fece perfino dono di una carta topografica del Lombardo-Veneto che il nostro utilizzerà anni dopo proprio per le operazioni contro l'Austria. Il Bava , del resto, aveva una grande considerazione dell'esercito imperiale tanto che il 28 dicembre 1837 scriveva ad Alfonso la Marmara, in procinto di recarsi a Mi lano: « La prego caldamente di dire a S.E. il conte di Wallmo<len che conservo un prezioso ricordo delle cortesie di cui si è degnato onorarmi e che mi auguro ardentemente di essere agli ordini di un grande e valoroso Cavaliere come lui, se nuove combinazioni politiche esigessero la riunione degli eserciti alleati » . All'epoca, lo ricordiamo, il Piemonle era legato <la una convenzione mili tare ali'Austria. Comandante la l a divisione di Torino nel 1839, il Bava fu promosso tenente generale l'anno dopo. Furono q uesti gli anni più felici. Ormai al vertice della gerarchia , tenuto in grande considerazione <la Carlo Alberto che lo nominò barone nel 1844 e gli conferì anche il
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Gran Cordone dell'Ordine Mauriziano con relativa pensione annua di 2400 lire, rispettato ed amato dagli ufficiali e dalle truppe, quando nel 1847 fu inviato ad Alessandria come governatore il Bava riteneva probabilmente di essere giunto alla conclusione di una carriera fortunata e prestigiosa, non immaginando certo che presto sarebbe venuto per lui il momento di assumere cariche più importanti e responsabilità più gravose. LA PRIMA CAMPAGNA PER L'INDIPENDENZA D'ITALIA
Il 23 marzo 1848 Carlo Alberto dichiarò guerra all'Austria e cominciò per il nostro il periodo più glorioso e più amaro della sua vita. L'esercito sardo, al comando del re, fu mobilitato su due corpi d'armata - il I al comando del generale Bava (la divisione, generale d'Arvillars poi di Sommariva; 2a divisione, generale di Ferrere), il II al comando del generale Ettore Gerbaix de Sonnaz (10) (3" divisione, genernle Broelia, 4a divisione, generale Federici) - ed una divisione di riserva (duca di Savoia). Preceduto dalle colonne Bes e Trotti , il 29 l'esercito passò il Ticino,, mettendosi in marcia sulla direttrice Lodi-Cremona. Il 30 marzo il Bava scrisse all a moglie ( 11 ): « Sono lieto di essere ben pres to a capo di 20 o 22 mila uomini pieni di energia e di buona volontà e anel anti di misurarsi con gli Austriaci, i quali , retrocedendo sempre, finiranno per andarsene a casa loro e ci permetteranno di rientrare a casa nos tra senza onori e senza gloria. Tanto peggio, perché sento in me rinnovell ato il vigore della giovinezza e avendo ritrovato tutto l 'antièo entusiasmo dei primi anni mi sembra che potrei far meraviglie e ri to rnare degno di te». A Cremona si tenne un consiglio di guerra, il primo dei tanti inconcludenti consigli che si sarebbero tenuti durante tutta la campagna, e fu deciso che l 'esercito proseguisse per Piadena e Marcaria su Mantova, allo scopo di aggirare sulla destra le fortificazioni austriache tra Chiese e Mincio e per evi tare più a sud la vasta pianura, dove avrebbe avuto buon gioco la numerosa e ottima cavalleria au-
(10) Ettore Gerbaix de Sonnaz ( 1787-1867) savoiardo, iniziò la sua carriera come volontario nelle Guardi e d 'ono re a cavallo, al servizio francese. Entrato nell'esercito sardo nel 1814 vi fece una brillante carriera. (11) I coniugi Bava corrispondevano in francese. Qui si è preferito riportare la versione italiana fatta da A. Cavaciocchi nella pubblicazione cita ta.
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striaca. Il corpo d'armata del Bava si diresse su Goito, quello del de Sonnaz verso l'allineamento Volta-Borghetto-Monzambano. Gli Austriaci non intendevano difendere a fondo la linea del Mincio e si ritirarono dopo alcuni brevi combattimenti, il più importante dei quali fu quello di Goito dell'8 aprile, sostenuto dalle truppe della 1a divisione (12). Fu questo il primo vero contatto con il nemico ed i soldati piemontesi si batterono assai bene. Il Bava, d,e il giorno 3 era stato fatto senatore da Carlo Alberto, il giorno 13 così scrisse alla moglie: « Saprai che sono stato nominato senatore del regno, cosa che non ambivo punto; preparami una parrucca, affinché al mio ritorno io possa assumere la gravità che si addice alla mia nuova carica ... Per un combattimento non più brillante di quello di Goito, Napoleone ad Ostrolenka dette ad Oudinot il titolo di conte e la dotazione di un milione; a me non toccherà che un complimento, sebbene carico d'anni e di bisogni. Non fa nulla; nel paese rimarrà il ricordo e i miei figli ne saranno orgogliosi un giorno. Il denaro sfuma, i ricordi onorati 1·e:sla110 ».
Le operazioni proseguirono lentamente perché il Comando Supremo sardo avrebbe voluto impossessarsi di Peschiera, prima di passare il Mincio e, il 20 aprile, lo schieramento era così costituito: Piemontesi, con i Parmensi e un battaglione napoletano, sulla destra del Mincio, dai dintorni di Peschiera a Goito; Toscani fra Curtatone, Montanara e Castelluccio; Modenesi a Governolo; Romani a Revere, pronti a passare il Po ( 13 ). Sopra un fronte di circa cento chilometri, con larghi intervalli , si trovavano schierati 65 .000 uomini in tutto . L'avversario aveva raccolto il grosso a Verona (32.000 uomini , con 93 pezzi), un forte presidio a Mantova (9400 uomini e 18 pezzi) e poche forze n elle piazze di Peschiera ( 1500 uomini) e di Legnago ( 1000).
( 12) Parteciparono al combattimento per la parte sarda il battaglione Real Navi, la compagnia bersaglieri della 1a divisione cd un plotone di Aosta Cavalleria, per la parte au striaca un battaglione di cacciatori imperiali tirolesi, una compagnia di croati, un plotone di ussari e quattro can noni. ( 13) Sotto la pressione dell'opinione pubblica, il Papa, il re delle Due Sicilie ed il granduca di Toscana si erano alleati al re di Sardegna nella guerra contro l'Austria cd avevano inviato nell 'alta Italia piccoli contingenti di truppe. Dai ducati di Parma e ùi Modena, insorti contro i loro sovrani, erano giunte truppe volontarie.
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I Piemontesi, il 26 aprile, passarono il Mincio, il 29 bloccarono Peschiera e la 4a divisione si dispose a Colà e Sandrà, con la sinistra al lago di Garda, tagliando le comunicazioni austriache fra Peschiera e Verona. Il 30, con aspro combattimento, durante il quale si ebbe l'epica carica dei Carabinieri, fu occupata Pastrengo e scgul una sosta nelle operazioni. Ma questi piccoli successi non appagavano l'impaziente opinione pubblica. Il preconcetto, sorto dopo le Cinque Giornate di Milano, che bastasse solamente attaccare gli Austriaci per sconfiggerli, era molto diffuso. Lo stesso Bava nella citata lettera alla moglie del 30 marzo aveva espresso un'identica opinione. Carlo Alberto decise allora di « fare qualche cosa » e chiese il 3 maggio al Bava il progetto per una ricognizione offensiva contro Verona, accennando che gli abitanti di Verona si sarebbero sollevati alla vista dei Piemontesi.
Il Bava progettò allora di avanzare con le due divisioni del suo corpo d'armata fino ad occupare le colline di Chievo, Croce Bianca e San Massimo, per ricacciare il nemico dalla linea avanzata e provocare la sollevazione popolare. Qualora Radetzky fosse uscito allo scoperto ed avesse accettato la battaglia, avrebbe fatto intervenire la divisione di riserva del duca di Savoia. L'azione avrebbe dovuto effettuarsi il 7 maggio. Nel pomeriggio del 5 il Bava fu invece convocato al Quartier Generale ed apprese che la ricognizione si sarebbe fatta al mattino seguen te, sempre sotto il suo comando e con maggiori forze, m a in base ad un piano presentato dal ministro della Guerra al campo, generale I'ranzini (14). Il giorno 6 , alle sette <lcl mattino, 40.000 uomini , divisi in sei colonne, mossero contro la linea Chievo-Croce Bi anca-S. MassimoS. Lucia-Tomba. A destra avanzò da Villafranca a Custoza, in due colonne, la divisione di Ferrere ed una brigata di cavalleria; da Sommacampagna la terza colonna, composta dalla divisione d'Arvillars, dai bersaglieri e da un Corpo di volontari lombardi (Griffini); la quarta colonna (riserva), comandata dal duca di Savoia, mosse da Sana; la quinta e la
(14) Antonio Franzini (1788-1860) casalese, già tenente d 'artiglieria nell'esercito francese passò nel 1814 in quello piemontese, dove raggiunse il grado di generale nel 1839. Tenne il ministero di Guerra e Marina dal 16 marzo al 28 luglio 1848 . Fu collocato a riposo nel 1850 e nominato senatore nel 1854.
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sesta, partite rispettivamente da Santa Giustina e da Bussolengo, furono formate dalla divisione Broglia. Gli Austriaci occupavano il ciglione che circonda Verona sulla destra dell'Adige, con 22.000 uomini, appoggiati al fiume, a destra {II corpo) presso Chievo, ed a sinistra (I corpo) presso Tombetta. La posizione era molto debole, perché il ciglione dominando tutto il terreno retrostante, costituiva un'unica linea di resistenza troppo estesa per la forza che l'occupava. Ritardi nella spedizione degli ordini, equivoci ed errori nei particolari di esecuzione, ostacoli non preveduti, fecero mancare fin dal mattino il legame tattico fra le varie colonne d'attacco piemontesi. L'attacco a S. Lucia, iniziato dalla terza colonna prima che le altre entrassero in azione, incontrando vigorosa resistenza da parte degli Austriaci, attirò anche le forze della quinta colonna (duca di Savoia) che, venendo da Sona, doveva, invece, cadere sopra S. Massimo. S. Lucia fu presa ma, non essendo stato attaccalo S. Massimo, gli attacchi della quinta e della sesta colonna verso Croce Bianca e Chievo fallirono . Poiché anche le truppe della prima colonna si erano dirette sopra S. Lucia, venne a mancare anche l'attacco verso Tomba. Per conseguenza la ricognizione non riuscì ed alle ore 16, mentre l'ala destra austriaca era ancora intatta, le truppe piemontesi, già stanche e prive di cibo fin dal giorno precedente, avevano esaurito il loro sforzo ed erano rimaste deluse dalla mancata sollevazione di Verona. Venne allora ordinata la ritirata, lasciando al duca di Savoia il compito di proteggerla contro l'eventuale inseguimento degli Austriaci. Alla sera tutte le truppe ripresero le posizioni che avevano lasciato la mattina, cosa, del resto, già prevista, perché ad esse era stato fatto lasciare negli accampamenti perfino l'occorrente per la confezione del rancio. Le conseguenze dell 'infelice operazione furono gravi. Oltre alle perdite - 110 caduti e 776 feriti - si registrò il primo grave dissidio tra i più elevati comandanti dell'esercito e si manifestò chiaramente che non esisteva un vero Comando Supremo. Carlo Alberto era infatti privo di qualità strategiche ed aveva un capo di stato maggiore, il generale Canera di Sa lasco ( 15 ), scialbo ed insignificante. Presso il
(15) Carlo Canera di Salasco ( 1796-1866) torinese, sottotenente nel 1814, colonnello nel 18.34, maggior generale nel 1838, fu nominato capo di SM Generale e promosso Lenente generale alla vigilia della campagna. Nell'agosto del 1848 fu collocato a riposo.
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Quartier Generale, come già si è rilevato, vi era anche il Ministro della Guerra, il generale Franzini, cui piaceva assumere la veste di consigliere illuminato, senza però possedere le doti necessarie. Carlo Alberto, sempre indeciso, chiedeva consiglio anche ai comandanti dei due corpi d 'armata, e poi decideva a modo suo, scontentando tutti. L'insuccesso acuì i contrasti, il Mariani nell'opera citata sottolinea a questo proposito: « L'impresa fallita di Verona chiari molti difetti organici dell'esercito piemontese. Lamentò fortemente il general Bava la disciplina, non abbastanza severa; la mancanza d'unità nel comando; l'insufficienza di alcuni uffiziali superiori, che, del tutto inesperti nell 'arte della guerra, non conoscevano ed avevano scordato quei principii, senza i quali non possono far cosa buona gli eserciti. Egli si pentì di aver accettato un comando che non era che di nome; e mentre confessava l'error suo, protestava che non più si sarebbe assunta una responsabilità tanto grande, alle condizioni che in quella circostanza gli erano state imposte. Dopo il disastro di Santa Lucia, profondamente ferito nel cuore, poiché qualche voce maligna l'aveva ascritto a tradimento, chiedeva al re la sua dimissione, la quale tuttavia non gli era concessa ». La crisi morale dd Bava passò presto. Nel suo animo generoso
il senso del dovere e della c.lisciplina ebbero il sopravvento sull'amor proprio ferito e già il 21 maggio , riferendosi ad alcuni apprezzamenti sfavorevoli della stampa su lle sue qualità di generale, così scrisse alla moglie: « Quanc.lo si ha la certezza e la convinzione di aver fatto di più che il proprio dovere , quando la nostra coscienza è tranquilla, non c'è nulla da temere e facilmente si sòpportano le bassezze de i malvagi; invece di ferire, le calunnie rialzano l'uomo onesto e, a dirtelo francamente, io mi credo di valere qualche cosa di più dacché mi vedo preso di mira dagli intriganti; è segno che eccito la loro invidia, la loro gelosia ... ». Chi invece non supererà mai la crisi sarà l'armata sarda. Entrato in campagna all'improvviso, senza un preciso piano operativo, non preparato nè materialmente nè spiritualmente ad operare fuori dal proprio territorio, l'esercito si batterà sempre con il tradizionale valore e la consueta disciplina, talvolta con slancio ammi revole; conseguirà anche qualche risultato di rilievo, ma sarà sempre male impiegato sotto il profilo strategico e malissimo sostenuto sotto l'aspetto logistico. Dopo l'infelice azione del 6 maggio l'esercito piemontese si limitò a presidiare la linea raggiunta ed a spingere a fondo l 'assedio
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di Peschiera. Gli Austriaci presero allora l'iniziativa . Il feld-maresciallo Radetzky concepì il disegno di uscire da Verona con la massa principale dell'esercito per raggiungere rapidamente Mantova, passarvi il Mincio e volgersi contro le comunicazioni dell'esercito piemontese. La sera del 27 maggio l'esercito austriaco usci dalla città e la mattina del 29, recuperata anche la brigata Benedek di presidio a Mantova, fu pronto per iniziare l'azione con una forza complessiva di 3 7 battaglioni, 27 squadroni e 88 pezzi. L'attacco fu diretto soprattutto contro le deboli posizioni di Curtatone e di Montanara, alla conquista delle quali furono destinate cinque brigate mentre una sesta fu diretta contro le posizioni di Governolo. Come abbiamo già ricordato, le posi7.ioni di Curtatone e di Montanara erano state affidate alla divisione toscana del De Laugier (16) rinforzata d a due piccoli battaglioni napoletani , uno regolare (del 10° reggimento Abruzzi) e l 'altro <li volontari, in tutto 5400 uomini e nove cannoni . La resistenza di quelle truppe fu ammirevole. A prezzo di perdite piuttosto elevate ( 17) esse riuscirono a fermare gli Austriaci, tanto superiori, per tutto il pomeriggio ed a ripiegare almeno in parte su Goito nella nottata. Intanto il Quartier Generale piemontese, che pure aveva avuto notizia del movimento del nemico fin dal mezzogiorno del 28 , tergiversava. Non solo non soccorse gli alleati Toscani e Napoletani, ma non seppe nemmeno concentrare tutte le forze disponibili a Goito, dove sarebbe sboccato l'attacco austriaco il giorno successivo. Al mattino del 30 , infatti, le forze del I corpo d 'Armat a piemontese erano ancora disseminate tra Volta, Valeggio e Goito e soltanto dopo mezzogiorno si ri uscì a concentrare in quest 'ultima località accanto ai resti dei Toscani e dei Napolet ani , 21 battaglioni , 23 squadroni e 5 6 pezzi.
( 16) Cesare De Laugier (1789-187 1) toscano, ufficiale napoleonico e poi murattiano , passò nel 1819 all 'esercito toscano. Promosso maggior generale nel 1848, tenente gene rale nel 1850, mi nistro deUa Guerra nel 1851. Scri sse aicuni pregevoli saggi di storia militare. ( 17 ) 166 caduti e 5 18 fe ri ti, gli Austriaci ebbero a loro volta 95 caduti e 5 16 feriti.
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Il generale Bava assunse uno schieramento strettamente difensivo, dietro a<l un velo di avamposti (alcuni squadroni di « Aosta » e due compagnie del 2° battaglione bersaglieri) le truppe furono schierate su tre linee: la prima formata da Toscani e Napoletani (circa 1000 uomini), 4 battaglioni della brigata « Cuneo » con due batterie, 5 battaglioni dell' ll « Casale » e del 17° « Acqui »; la seconda costituita da 6 battaglioni della brigata « Aosta » con una batteria e da « Nizza Cavalleria » con mezza batteria; sulla terza, infine, erano schierati 6 battaglioni della brigata « Guardie » con una batteria ed i reggimenti di cavalleria « Genova » e « Savoia » con tre batterie. O
Radetzky aveva disposto le sue truppe su due colonne. A destra
il I corpo <l'armata del generale Wratislaw prec<.:<luto dalla brigata Benedek, doveva marciare da Rivalta per Sacca su Goito; a sin istra il II corpo d 'armata del generale d 'Aspre dov<.:va, con ampio avvolgimento, dirigersi per Ròdigo su C<.:resara; la riserva, l'artiglieria e la cavalleria, incolonnati a destra, avrebbero <lovulo fermarsi a Rivalta in attesa di ordini. Probabilmente il fcld-maresciallo sperava che la semplice avanzata del suo esercito sarebbe stata sufficiente ad indurre i Piemontesi ad abbandonare la linea del Mincio. Verso le 15 il Quartkr Generale piemonlese ritenne, data l'ora avanzata, che il comballimenlo fosse per il giorno dopo; Carlo Alberto si avviò perciò sulla strada di Volta ed il Bava dette disposizioni alle truppe di porsi all'addiaccio. Ma alle 15 e 30 risuonarono le prime cannonate (18).
(18 ) Sul mancato avvistamento Jelle C'.)]onne ausrt:riache avanzanti su Goito, il tenente d'artiglieria E ugenio de Roussy de Sales nelle sue memorie così causticamente scrisse: « TI genera le marchese di Sommariva, comandante della brigata Aosta, aveva avuto cura di inviare il suo aiutante di campo sul campanile di G oito. Questi, verso 1c due, scorse le colonne nemiche in arrivo, le segnalò al suo generale, che ne infor mò il generale Bava, che a sua volta inviò in avanscoperta il colonnello Castdborgo, col suo mezzo reggimento Aosta Cavalleria. Il colonnello andò avanti finché incontrò gli Austriaci e ritornò a farne rapporto a Bava. Questi aveva qualità , ma anche difetti, fra cui notevole q uello di non credere ai rapporti che gli ven iva no fatti. Era un modo <li agire diffu so fra certi capi ; forse per darsi le ari e di coraggio o di grande perspicacia. Allora egli assumeva un'aria beffarda e rispond eva agli ufficiali che venivano a riferirgli sulla loro esplorazione : « voi vedete dei tedeschi dappertutto ». « Voglio credere che Bava non impiegò questi termini col colonnello Castclborgo, ma sta di fatto che ritenne che i due occhi del suo
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Erano le batterie sarde che aprivano il fuoco sull'avanguardia della brigata Benedek, dando così inizio alla battaglia di Goito. Mentre le truppe sarde si riprendevano in qualche modo dalla sorpresa e Carlo Alberto ritornava precipitosamente sui suoi passi, si delineò l'attacco austriaco. Il generale Wratislaw attaccò frontalmente con le brigate Benedek a destra e Wohlgemuth a sinistra, aggirando la destra piemontese con la brigata Strassoldo e tenendo in riserva la brigata Clam Gallas. Sotto l'impeto della brigata Wohlgemuth, i quattro battaglioni della « Cuneo » furono costretti a ripiegare, il Bava fece avanzare allora la brigata « Guardie ». Animosamente guidati dal duca di Savoia (19) il II ed il IV battaglione granatieri ricacciarono gli Austriaci fino a Case Tezze, dove furono fermati da un violento fuoco di artiglieria. Fu un momento critico, caddero molti ufficiali - il fior fiore dell'aristocrazia sabauda tra cui Gustavo di Cavour - e lo stesso Vittorio Emanuele fu ferito all'inguine da una palla di rimbalzo, ma sopraggiunsero dalla destra due batterie a cavallo che incominciarono subito a battere d'infilata gli Austriaci con un tiro molto preciso, dando tempo così agli altri battaglioni della brigata di avanzare e di ripristinare la fronte. La brigata Benedek, nel frattempo, guadagnava terreno sia pure a prezzo di gravi perdite alla sinistra capo di stato maggiore, colonnello Carderina, vedessero meglio di quelli dei due squadroni di cavalleria ed ordinò a questi di andare a verificare l'esattezza del rapporto di Castelborgo. Questo colonnello Carderina era un tipo affettato, abbastanza ,abile negli esercizi militari, fisicamente ben piantato, ma valeva assai poco sotto il punto di vista intellettuale. Non basta saper mettere il copricapo inclinato sull'orecchio per divenire un bravo ufficiale di stato maggiore. Eccolo, dunque, partito. Ritorna dopo qualche tempo, per riferire al suo generale che non v'erano austriaci più di quanti ve ne fossero sul palmo della sua mano. Cosl b en informati, il generale e il Re, che secondo la sua abitudine accorreva subito dove riteneva che si stesse per combattere, ritennero di poter dormire fra due guanciali. Il colonnello Castelborgo aveva un bel ripetere che gli Austriaci avanzavano, non ottenne nulla. Carderina non aveva visto niente e, quindi, gli Austriaci non c'erano. Il Re ordinò a Bava di rimandare indietro la riserva e s'incamminò su Volta e Valeggio, dove contava di passare la notte». (19) Nella circostanza Vittorio Emanuele pronunciò la famosa frase: « A me le Guardie per l'onore di Casa Savoia», frase che nel 1933 con Regie Patenti venne assegnata come motto araldico alla brigata Granatieri .
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dello schieramento piemontese , ma il Bava parò a tempo anche questa minaccia conducendo all'attacco due battaglioni della brigata « Casale » . Gli Austriaci fecero entrare in linea la brigata Clam Gallas di riserva, al posto dell a ormai stremata brigata Benedck, e reiterarono l'attacco . Di fronte alla nuova emergenza il Bava reagì ancora con decisione, facendo muovere vigorosamente al contrattacco la brigata « Aosta ». Anche la brigata « Guardie » e la brigata « Cuneo », ripresasi nel frattempo dallo sbandamento iniziale, rinnovarono gli sforzi e con il vigoroso sostegno dell'artiglieria respinsero la brigata Wohlgemuth e la brigata Strassoldo, intervenuta in soccorso della prima con qualche ritardo. Il Radetzky, ritenendo ormai persa la battaglia, ordinò allora la ritirata che il Bava fece molestare da qualche squadrone di « Nizza » e di « Aosta ». I Piemontesi, paghi del successo, non inseguirono e gli Austriaci si ritirarono a sud di Rivalta. La battaglia non può certo annoverarsi tra quelle risolutive (20 ), rappresentò indubbiamente però un notevole successo perché fece fallire, almeno per il momento, il piano strategico austriaco. Le truppe piemontesi si batterono bene, specie l'artiglieria, e nel complesso si dimostrarono più manovriere di quelle austriache. Anche il nostro, rivelatosi comandante freddo e lucido, impiegò tempestivamente e con abilità le brigate a sua disposizione vincendo il confronto con il feldmaresciallo, che non seppe far intervenire nelJa lotta nè il II corpo <l'armata, rimasto inoperoso a Ceresf'ra, nè la riserva, ferma a Rivalta. La concomitanza della ba LLaglia con la resa di Peschiera e con il voto favorevole all'annessione al Piemonte dei rappresentanti della Lombardia e dei ducati di P arma e Modena, suscitò un grande entusiasmo e si diffuse la convin:tione che la campagna potesse risolversi favorevolmente. Naturalmente il Bava partecipò all'esultanza generale e scrisse alla diletta Maria Maddalena una lettera traboccante di ottimismo: « Chi avrebbe detto, mia cara amica, ch e tuo marito avrebbe battuto il famoso Radetzky, che pur conduceva seco tre principi imperiali (21) (20) Anche le perdite furono modeste: 43 caduti e 253 feriti tra i Piemontesi, 68 caduti e 331 feriti tra gli Austri aci. (21) Tra questi anche il giovane Francesco Giuseppe, destinato a salire presto sul trono.
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per assistere alla propria vittoria, tanto si credeva sicuro del fatto suo? Aggiungi che egli aveva in quel giorno forze maggiori delle mie e che aveva alla vigilia battuto i Toscani. Confessa che è veramente miracoloso! Un pigmeo come me, battere un simile gigante, mi par fino impossibile ... Il Re mi ha testé nominato generale d 'armata, e forse anche qualche cos'altro mi toccherà, perché tu sai che le fortune, come le disgrazie si seguono, e che dopo la pioggia viene ·il bel tempo : è il caso mio. Dapprima sono stato calunniato, senza meritarlo e avendo fatto più del mio dovere; ora mi si esalta, e mi si vorrebbe colmare di onori. Ecco come va il mondo! Del bene e del male, è questa la nostra storia ». Promosso il 7 giugno generale d'armata per merito di guerra, pur mantenendo il comando del corpo d'armata, elogiato dalla stampa e dall'opinione pubblica, il Bava assaporò per poco le gioie del successo. La vittoria di Goito fu, infatti, tale solo sul piano tattico; essa, per essere risolutiva, avrebbe dovuto essere seguita immediatamente da un'energica azione di tallonamento del nemico, per togliergli l'ini:daLiva t battt:rlu nuovamente. Le condizioni erano favorevoli, dal momento che la resa di Peschiera rendeva disponibile anche la IV divisione. Il Comando piemontese, invece, indugiò a lungo, continuando il re nella vecchia abitudine di convocare consigli di guerra e di nulla decidere ; fu così permesso al Radetzky di battere il Durando a Vicenza e di riunire le sue forze. Cominciarono allora tra i Piemontesi « le recriminazioni ed i palleggiamenti delle responsabilità. Il Franzini, irritato di non essere stato ascoltato a più riprese e di trovarsi ora in condizioni d'inferiorità gerarchica rispetto al Bava, lascia il 25 giugno l'esercito ... il re vorrebbe ora a latere il Bava, ma questi, ugualmente scontento di non essere abbastanza ascoltato, rifiuta » (22) . Il 19 giugno il Bava, comunque, inviò al re un motivato parere sulla situazione e sostenne la necessità di assumere una forte posizione difensiva sul Mincio, in attesa che due nuove divisioni potessero entrare in linea (23 ). Il re rispose chiedendo un progetto per l'assedio di
(22) PrnRo PIF.RI, Storia Militare del Risorgimento, Torino 1962, p. 229. (23) Si trattava della 1a divisione di Tiserva - lombarda, al comando del generale Perrone di San Martino - e clella 2a divisione di riserva - costituita da riservisti piemontesi e reclute lombarde, al comanclo del generale Visconti - che necessitavano entrambe ancora di addestramento.
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Mantova! Il progetto fu pronto in nemmeno quarantotto ore: le nuove due divisioni avrebbero dovuto bloccare la piazza, la vigilanza del Mincio da Goito a Peschiera sarebbe stata assunta dalla divisione di riserva, le rimanenti, ed ormai agguerrite, divisioni sarebbero rimaste riunite a poca distanza da Mantova, pronte ad intervenire qualora il feld-maresciallo avesse reagito. Piano razionale che giustamente sacrificava le posizioni di Rivoli e dell'anfiteatro morenico allo scopo di tenere riunite le forze. Carlo Alberto rispose subito, lodò il documento ma, affermando di essere spinto « dagli avvenimenti che ci circondano, dall'effervescenza degli animi, da una stampa senza freni», decise di effettuare il 25 una dimostrazione offensiva per la sinistra dell'Adige. Questa lettera, documento veramente prezioso per comprendere lo stato d'animo del re, sempre oscillante tra il desiderio di agire, per compiacere l'opinione pubblica e dimostrare la sua determinazione di combattere gli Austriaci , ed il timore di perdere l'esercito in una giornata campale, costituisce un attestato dell'affettuosa stima che professava per il Ilava, merita perciò di essere pubblicata per esteso nell'allegato 1. La ricognizione offensiva, comunque , non fu poi attuata ed il re, il 9 luglio, chiese al Bava un altro piano per il blocco di Mantova, non volendo abbandonare le alture conquistate soprattutto per motivi politici. Il Bava stese perciò un nuovo piano, in base al quale le truppe sarde furono dislocate su circa settanta chilometri , da Rivoli a Mantova, con uno schieramento debolè in tutti i punti. Radetzky il 13 luglio dispose che la brigata Liechtenstein- compisse una scorreria a Ferrara e poi si dirigesse su Mantova per rinforzare la brigata Benedek <li presidio a quella fortezza, dopo aver lasciato cinque compagnie a Governolo. Il 16 però il Bava aveva riunito a Goito la brigata« Regina» , il « Genova cavalleria», una compagnia di bersaglieri e due batterie , per rintuzzare eventuali altre scorrerie. Informato dell'occupazione austriaca di Governolo, decise subito di attaccare. Divise allora le truppe in tre colonne: a sinistra, per Bagnolo e San Vito, quell a comandata dal generale Trotti; a destra, sulla strada lungo il Po, quella al suo diretto comando; la compagnia bersaglieri, entro barconi coperti di tela, sul Po, con l'ordine di risalire il Mincio una volta giunta alla confluenza. Iniziato l'attacco gli Au-
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striaci resistettero con fermezza, quando i bersaglieri però sbarcarono alle loro spalle ed abbassarono il ponte levatoio, cercarono di ritirarsi su Nogara, ma furono circondati e lasciarono in mano piemontese circa 400 prigionieri. Il brillante combattimento di Governolo del 18 luglio non modificò la situazione, anche se va scritto a merito del nostro, che dimostrò anche in quell'occasione di possedere buone capacità tattiche e sicuro intuito. Il Radetzky riprese presto l'iniziativa e decise di rompere la linea piemontese al centro per batterne poi separatamente le ali. L'offensiva fu preceduta da un'azione diversiva contro Rivoli, il giorno 22. Le truppe del generale de Sonnaz respinsero l'attacco, ma il comandante piemontese, ritenendo giustamente che quell'azione non potesse essere altro che il prdudio dell'offensiva, ripiegò nella nottata su Castelnuovo. Il giorno successivo, infatti, il Radetzky uscì da Verona con 60 battaglioni e 183 cannoni e si diresse contro Sommacampagna-Sona. Qui erano schierate solo le truppe della III divisione, circa 14 battaglioni e 36 cannoni. Dopo una tenace resistenza le truppe piemontesi si ritirarono in ordine, il de Sonnaz le riunì a quelle che retrocedevano da Rivoli a Cavalcaselle, davanti a Peschiera. Le perdite subite dal II corpo d'armata non erano elevate (24), ma grave era lo stato di stanchezza delle truppe, per il caldo e per la mancanza di viveri. Il Comando piemontese, ignaro della reale situazione del de Sonnaz, ordinò di riunire presso Villafranca tutte le truppe più vicine (circa 20.000 uomini) per gettarle il giorno successivo sul fianco ed alle spalle degli Austriaci e separarli da Verona; ma il giorno dopo, 24 luglio, il Radetzky attaccò la II divisione di riserva del generale Visconti a Salionze, deciso a passare il Mincio. Il de Sonnaz, convinto che il nemico intendesse forzare il fiume a Monzambano, non rinforzò adeguatamente le difese di Salionze e qui gli Austriaci riuscirono a costituire una testa di ponte. Il de Sonnaz allora, ritenendo minacciata la posizione di Monzambano, ripiegò prematuramente su Volta e gli Austriaci passarono così sulla destra del Mincio. Contemporaneamente il Bava mosse all'attacco delle alture di Sommacampagna e di Custoza, difese dalla brigata austriaca Simbschen. Il Bava, vedendo non ben collegati tra di loro i capisaldi austriaci sulle due alture concentrò lo sforzo nell'avvaJlamento di Staffalo, (24) Piemontesi : caduti 60, feriti 171; Austriaci: caduti 96, feriti 501.
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al centro, impiegando la divisione di riserva del duca di Savoia. Dopo quattro ore di accaniti scontri la brigata Simbschen fu sbaragliata, lasciando sul campo 50 caduti, 104 feriti e 1160 prigionieri. Fu questa l'ultima vittoria piemontese della campagna. Appena informato della sconfitta il Radetzky, vedendosi minacciato alle spalle, fece indietreggiare tutte le sue truppe, fece tornare sulla sinistra del Mincio la riserva, che già aveva fatto passare sulla destra e, lasciati alcuni reparti per garantirsi il possesso dei ponti, schierò le sue truppe fra Valeggio e S. Giustina, fronte a Custoza ed a Sommacampagna cioè allo schieramento assunto dai Piemontesi. Era intenzione del Radetzky di eseguire il giorno successivo una conversione a destra, con perno a Valeggio, per addossare i Piemontesi a Mantova. Per conseguenza ordinò al I corpo d'armata di tener fermo ed al II di riconquistare Custoza e Sommacampagna, sostenuto, all'occorrenza, dalla riserva. Quanto ai Piemontesi, re Carlo Alberto, senza tener conto dello stato reale delle truppe del II corpo d'armata, decise che all'alba del giorno dopo si operasse una conversione a sinistra, per separare gli Austriaci da Verona ed addossarli al Mincio. La divisione del duca di G enova avrebbe dovuto marciare da Sommacampagna verso Oliosi, quella del duca di Savoia da Custoza verso Salionze e la brigata Aosta, rinforzata dai granatieri , su Valeggio. Dalla destra del Mincio la III divisione del generale Broglia (corpo d'armata de Sonnaz) avrebbe validamente concorso all'azione. Di fatto l'attacco piemontese la mattina del 25 non ebbe il tempo di manifestarsi perché gli Austriaci, più pronti e decisi, attaccarono pa- primi. Le truppe piemontesi si difesero con tenacia e con ordine - degna di ogni elogio la difesa di Sommacampagna operata dalla brigata Piemonte - ma il concorso delle truppe del de Sonnaz non giunse e, di fronte alla preponderanza austriaca, nel pomeriggio fu necessario ordinare alle truppe del I corpo d'armata di retrocedere su Villafranca ed a quelle del II corpo di retrocedere su Volta. La ritirata del I corpo si svolse con ordine, mentre reparti di cavalleria alleggerivano la pressione austriaca con reiterate cariche. Del resto anche gli Austriaci erano stanchi. Il Bava non considerò la giornata decisiva: le perdite (25) non erano state disastrose e le
(25) 212 caduti, 657 feriti, 270 prigionieri per l'armata sarda; 175 caduti, 723 feri ti e 422 prigionieri per l'esercito austri aco.
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truppe si erano battute con determinazione, egli riteneva perciò possibile costituire una nuova linea difensiva, da Volta a Cavriana, e ritentare la sorte. Insistette perciò con Carlo Alberto perché si ordinasse al de Sonnaz di tenere saldamente Volta, mentre tutte le truppe si sarebbero portate dietro il Mincio, a Goito. Ma la sera prima Carlo Alberto, di sua iniziativa, aveva autorizzato il de Sonnaz a ritirarsi da Volta, qualora lo avesse ritenuto « imperiosamente necessario » ed il de Sonnaz aveva abbandonato la località. Fu perciò necessario ordinare al II corpo d'armata di rioccupare Volta, perno della manovra piemontese su] Mincio; gli Austriaci riuscirono però ad arrivare a Volta verso le 18 del 26, dieci minuti prima che vi giungessero i reparti della III divisione e lo scontro fu accanito (26 ). Gli Austriaci poterono alimentare le loro forze con maggior tempestività e il de Sonnaz, dopo circa dodici ore di lotta, ordinò nuovamente la ritirata su Goito. Ebbe così termine, al mattino del 27 luglio, la battaglia di Custoza. In verità, sotto il profilo strettamente tecnico-militare, non si potrebbe parlare di battaglia, ma di una serie di scontri occasionali e di combattimenti parziali senza H minimo coordinamento tra loro. Le conseguenze furono però decisive. Lo stesso giorno 27, infatti, Carlo Alberto decise di chiedere all'avversario una tregua, dichiarandosi disposto a retrocedere dietro l'Oglio. Il Bava, al quale Carlo Alberto aveva implicitamente lasciato il comando dell'esercito, in attesa delle decisioni austriache impartì disposizioni per schierare l'esercito a nord di Goito. I sintomi della demoralizzazione e dell'indisciplina cominciavano però a manifestarsi. I comandanti della I e della II divisione, incuranti degli ordini, condussero le loro truppe all'Oglio! Nell'avanzato pomeriggio arrivò la risposta di Radetky: ritirata dietro l'Adda e sgombro di Peschiera e di Venezia. Carlo Alberto ritenne tali condizioni disonorevoli e non le accettò, l'esercito fu perciò riunito dietro l'Oglio per riprendere l'offensiva, ma fu necessario ordinare subito dopo la ritirata dietro l 'Adda. Il Bava, scoraggiato per l'indisciplina di molti alti comandanti, perdé anch'egli ogni fiducia e ritenne che ormai convenisse ritirarsi in Piemonte: quando sul basso Adda il generale di Sornroariva abbandonò, al primo apparire degli Austriaci, le posizioni assegnate e ri(26) Perdite piemontesi: 67 caduti, 265 fe riti ; perdite austriache: 98 caduti, 264 feriti.
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piegò con la sua divisione su Piacenza, non reagì, si limitò a prescrivere che la divisione « si ritirasse il più lentamente possibile », eppure il di Sommariva già si era dimostrato poco disciplinato ritirandosi dietro l'Oglio qualche giorno prima! Accolse perciò senza entusiasmo l'ordine del re di dirigersi su Milano. La battaglia del 4 agosto sotto le mura della città fu condotta senza decisione: l'alto comando piemontese era ormai convinto che la campagna fosse conclusa e che l'unica possibilità di una futura ripresa consistesse nel concludere un armistizio che consentisse di riportare in Piemonte, senza ulteriori perdite, le unità ed i materiali. Ottenuta infatti una tregua il 5 agosto, l'esercito ripiegò senza indugi oltre il Ticino. Non è questa la sede per un giudizio complessivo sulla campagna, della quale ci siamo occupati quanto bastava per mettere in luce l'operato del Bava, ma è necessario ugualmente notare che nessuna operazione militare può riuscire senza un 'adeguata preparazione, politica e finanziaria oltre che militare. La campagna del 1848 fu decisa all'improvviso, sulla base di esclusive considerazioni politiche, e fu quindi iniziata senza un piano preciso e senza le necessarie predisposizioni. Malgrado il risultato infelice, l'esercito italiano, erede delle tradizioni dell'armata sarda, può ricordare quella campagna con fi erezza perché in tutte le circostanze soldati e ufficiali si dimostrarono almeno pari a quelli austriaci per valore. lL DOPOGUERRA POLEMICO E AMARO
L'esito infausto della campagna provocò nella stampa accuse e recriminazioni che non risparmiarono il Bava, considerato da alcuni responsabile del mancato successo in quanto autorevole consigliere del re. Anche Cavour, nel Risorgimento del 22 agosto si occupò della questione e scrisse: « Ma mentre aspettiamo dalle pubbliche discussioni e da solenni ricerche, che la verità appaia in tutta la sua luce, crediamo debito nostro il dichiarare sin d'ora, che se dai molti amici che contiamo nell'esercito ci venne fatto di udire opposte sentenze, sulla capacità militare del generale Bava, tutti sono unanimi nel far fede del brillante suo coraggio, dell'inalterabile sua impertubabilità e nell'asserire di essere ingiusto il far ricadere sopra di lui l'intera responsabilità delle mosse strategiche, molte delle quali furono eseguite in opposizione all'espressa sua opinione».
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Il generale vercellese non sopportava facilmente le critiche ed aveva inoltre, come già si è visto, un carattere molto orgoglioso e sensibile. Scrisse perciò il 25 agosto da Alessandria, dove si trovava come governatore, una fiera lettera (27) al Ministro della Guerra, gen. Dabormida, chiedendo un'inchiesta nei suoi riguardi e di essere nel frattempo posto in congedo. Il generale Dabormida, preoccupato di rimettere subito in sesto l'esercito e nemico di ogni polemica, lo pregò di soprassedere. In quel momento il problema più urgente era quello di migliorare i Quadri eliminando quelli più incapaci ( 28) e di trovare un comandante in capo. Il Governo, infatti, aveva spedito a Parigi il colonnello Alfonso La Marmora per ottenere <lal governo francese un buon generale al quale affidare il comando dell'armata sarda che non si voleva fosse ancora tenuto da Carlo Alberto. La notizia di tale ricerca, peraltro infruttuosa, provocò nel Bava un ulteriore risentimento: disposto ad accettare che a capo dell'esercito piemontese fosse messo il Bugeaud, il miglior generale francese tanto distintosi in Alger.ia, egli non poteva sopportare Ji essere posposto a personaggi di secondo piano come il Magnan, il Bedeau, il Lamoricière. Il Ministro della Guerra, intanto, non potendosi nominare una regolare commissione d 'inchiesta per l'opposizione di Carlo Alberto, con una circolare del suo Gabinetto particolare richiese , il 1° settembre, ai comandanti ed ai capi di stato maggiore delle varie unità di presentare un rapporto sugli avvenimenti della campagna. La richiesta non impressionò il nostro che si pose al lavoro con grande impegno, come appare da alcune lettere scritte al genero in quel periodo, non trascurando nel contempo di esercitare una diligente azione di comando e di controllo sulle unità dipendenti che dovevano essere riordinate al più presto. L'armistizio con l'Austria scadeva infatti il 21 settembre, a partire da tale data le due parti avrebbero potuto riprendere la guerra dopo un preavviso di otto giorni. Il re, che aveva dovuto abbandonare il fido Sa1asco, volle almeno che anche il nuovo capo di stato maggiore fosse una sua creatura e fece venire a Torino alla fine di settembre il generale polacco Chrza-
( 27) La lettera è riportata nell'allegato 2. (28) Furono collocati a riposo il Salasco, il de Sonnaz, il di Sommariva, il Falletti e il di Ferrere.
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nowski, che dopo qualche giorno fu mandato ad .Afessandria come capo di stato maggiore del Bava. Questi lo accolse molto freddamente, come egli stesso scrisse al Della Rocca: « Si figuri che mi hanno mandato ieri un polacco, uno scimmiotto, piccolo, brutto, con una voce da musico, per farmi da capo di Stato Maggiore in caso di ripresa delle ostilità. Lei che sa che cosa sia l'opera d'un Capo di Stato Maggiore, mi dica che cosa potrò fare d 'un forestiero che non conosce nè le strade, nè la lingua, nè il paese, nè g]i ufficiali, nè i soldati! L'ho ricevuto molto freddamente e l'ho mandato a1l'albergo, dicendogli che per ora non avevo nulla da ordinargli, e che quando n'avessi avuto bisogno, l'avrei fatto chiamare». Il 12 ottobre il Bava terminò finalmente la relazione e la inviò al Ministro della Guerra accompagnandola con una lettera (29) nella quale annunciava il suo proposito di renderla pubblica. Il Dabormida, che già era riuscito a far togliere dalla circolazione il noto opuscolo di Carlo Alberto « Memorie ed osservazioni sulla guerra dell'indipendenza d'Italia nel 1848, raccolte da un ufficiale piemontese», riuscì ad impeJire anche la <liffusione <li ym:sto documento. Come abbiamo già anticipato in Premessa, la relazione è il più importante documento che il generale vercellese abbia lasciato e dal quale emergono con evidenza palmare le sue qualità ed i suoi limiti. La sua ampiezza non ne consente la pubblicazione in questa sede (30), ci limitiamo perciò a riportare soltanto la parte conclusiva: « In questo breve racconto dei nostri trionfi e delle nostre sciagure, ho fatto conoscere quali sono state le sorgenti del male e le cagioni della nostra disfatta. La mancanza d 'unità n'el comando, la privazione di tutti i servizi speciali in un paese dove le prop rietà e le persone erano cosa sacra per noi , una bontà malintesa e: senza mezzi di repressione, compagnie d 'una forza sproporzionata con quadri insufficienti, una stampa sema freno che <liscons i<lerava i buoni, esaltava le incapacità e calunniava uomini di cuore i quali meritavano sostegno ed incoraggiamento, un'inerzia senza pari in chi aveva obbligo di adoperarsi a rettificare l'opinione pubblica, languidi e frc<ldi bullettini, deplorabile silenzio sui fatti d'armi più brillanti, che parve tendesse a nascondere
(29) La lettera è riportata nell'allegato 3. (30) La relazione è stata pubblicata dall'Ufficio Storico nel 1910 nel primo dei tre volumi contenenti le Relazioni e rapporti finali sulla campagna del 1848 nell'Alta Italia, da p . 25 a p. 114.
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al paese gli sforzi coraggiosi e patriottici dei suoi figli: ecco, a mio credere, donde debbonsi derivare le cagioni dissolventi dell'esercito: non già da1l'Austtiaco, il quale non può vantarsi di una sola vittoria, e il quale stupito e dubbioso si meraviglia di trovarsi nuovamente sulle rive del Ticino. Spesso si parla di tradimento: ma questo non ha mai esistito davvero che nelJe teste di coloro, i quali bramano e suscitano la discordia per poter giungere più facilmente ad un fine colpevole. Uniamoci fortemente, fortemente facciamo sacrifizio di quell'amor proprio e di quelle utopie che furono mai sempre cagione delle nostre sventure. Affrettiamoci ad emendare i vizi che la guerra ci fece scorgere nelle nostre militari istituzioni: e vedremo allora come l'intelligenza ed il valore dei nostri soldati sappiano operare il resto. Essi torneranno a far sventolare vittoriose le sante bandiere della rigenerazione italiana, e godendo il paese dei vantaggi d'una sapiente libertà, ben Ha che riprenda glorioso fra le altre nazioni il luogo sublime che a lui si appartiene ». La relazione non si limita a raccontare l'operato del Bava e del I corpo d'armata, analizza spesso con acume le cause dell'andamento sfavorevole della campagna, individuandole soprattutto nella carente azione di comando del re, nell'insufficiente organizzazione logistica, ne1la pochezza dei quadri a livello più elevato, molto spesso al di sotto della mediocrità. E' questa la parte migliore del lungo documento, quella che ci permette di vedere nel Bava esperienza, mestiere, razionalità. Purtroppo il carattere ostinato e l'amor proprio eccessivo infirmano in parte la relazione, specie dove il Bava emette giudizi ingiusti nei riguardi della truppa e troppo severi nei riguardi di personaggi come il Franzini, il Durando ed il de Sonnaz. Il Bava, inoltre, mai ammette di aver sbagliato o di aver avuto la possibifoà di fare ~eglio e spesso non distingue tra eventi decisivi ed eventi secondari; sorvola, ad esempio, sul mancato inseguimento dopo la vittoria di Goito e si dilunga sul fatto d'arme di Governolo, dà talvolta l'impressione, insomma, di essere un buon comandante sul campo ma di non sapere elevarsi all'altezza di un generale in capo. La relazione è comunque lo scritto di un comandante competente, energico, in grado di eseguire con fredda lucidità un piano operativo anche complicato. Nessun colpo d'ala di napoleonica memoria, dunque, ma un ottimo livello professionale.
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La commissione incaricata di esaminare le relazioni ( 31) iniziò i lavori il 9 ottobre e li concluse il 19 dello stesso mese, lavorò quindi affrettatamente - la relazione Bava, del comandante cioè di uno dei due corpi d'armata, come abbiamo visto fu inviata il giorno 12 al Ministro - e con una oerta leggerezza. E' ormai accertato che magna pars della commissione cd estensore materiale del rapporto finale fu il segretario, prof. Carlo Promis (32), « non abbastanza competente, nè sempre sereno ed imparziale» (33 ). Il Promis era stato il traduttore del famoso opuscolo di Carlo Alberto, scritto dal re in francese, al quale aveva anche aggiunto una favorevole prefazione ed accolse perciò di malanimo 1e critiche all'operato del re contenute nella relazione del nostro. Il giudizio della commissione sul Bava, che riportiamo integralmente, non fu molto equanime. La preoccupazione di salvare per quanto possibile il prestigio del re e di non far risaltare troppo la mediocrità degli altri generali portò la commissione a far carico al Bava persino del fatto che non fossero state predisposte opportune difese sull'Oglio e sull'Adda, gli addossò, in pratica, le colpe del Comando Supremo mentre avrehhe clovuto giudicarlo soltanto come comandant,e di un corpo d'armata quale fu effettivamente il Bava. Il giudizio dc]Ja commissione indusse molti studiosi in errore, anche Carlo Pisacane fece carico al Bava, in un articolo apparso nel 1850 sull'Italia del popolo di Losanna , di non possedere le qualità necessarie ad un valido generale in capo (34 ). Giudichi comunque il lettore : «
Questo rapporto, non solo è sèri tto con molta cura ed ampiezza
quanto alla serie de ' fatti ed ai particolari di ciascuno di essi, ma
(31 ) La comm1ss1one fu composta dai gcncraJi Paulucci e Serventi, dal colonnello Moffa di Lisio e dal prof. Promis, segretario. (3 2) Cfr. G. LuMBROso, Memorie e lettere di Carlo Promis, pp. 140-160. (33) Nota dell'Uffi cio Storico all a citata pnhhlicazione Relazioni e rapporti finali sulla cam pap_na del 1848 nell'Alta I talia. (34) CARLO PIS AC ANE, Scritti vari inediti o rari, a cura di A. Romano, vol. II, Milano, 1964: « le osservazioni da noi fotte sulla relazione del generale Bava, uno dei principali attori della campagna di Lombardia, non toccano la nota sua probità. Siamo inoltre convinti che egli è militare espertissimo ed o ttimo tattico e che in conseguenza un corpo d'esercito capitanato da lui vedrebbe compirsi con successo non dubbio le operazioni che gli fossero prescritte; ma non cred iamo offenderio ricusandogli le facoltà di comandante in capo»
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riesce interessantissimo per la esposizione di molte supreme cagioni ignote ad ufficiali di minor grado, nonché per trovarvisi i consigli dati dall'autore talvolta per tentare un'impresa o frastornare da un'altra, talvolta per bene indirizzare certe particolarità di sommo momento. Vi si vede il generale dotato di giuste e sicure nozioni sui bisogni e le qualità morali e materiali delle sue truppe, di una operosità infaticabile, di equanimità in faccia al pericolo, persuaso della necessità dell'ordine e della disciplina, che nota con sapiente previdem::a i trascorsi contro di essa, che convinto essere la guerra al giorno d'oggi una scienza, appunta con intelligenza e con dolore non pochi mancamenti contro gli elementi suoi primordiali. La stessa altezza del gra<lo può far parere quasi sconvenienti certi encomi che bene starebbero ad ufficiali inferiori, e per un generale sembra più utile notare le parti che in lui si desiderano, anziché quelle riconosciute buone universalmente. - Per tal modo, pare che il molto merito di questo rapporto vantaggerebbe ancora d'assai, qualora la mole del racconto serbasse maggior proporzione con la relativa importanza de' fatti e, per es., la sorpresa di Marcaria e la presa di Governolo fossero narrate in grande e senza quella particolarità che starebbe bene nei rapporti di un colonnello o di un ufficiale di stato-maggiore: una prima sorpresa non deve far meraviglia in un esercito nuovo, e quella non sarehhe forse accaduta qualora quegli avamposti non fossero stati lasciati in balla di giovani ufficiali d'armi comuni , che non potevano saper troppo bene come e dove si trovassero. Si leggerebbe con piacere quale sia l'opinione dell'autore circa il concetto militare delle gigantesche ricognizioni da noi fa tte, per es., su Mantova (1 9 aprile) e Verona ( 6 maggio); cosa egli pensi della reale importanza di queste mosse, simili alle marcie per una battaglia campale, di egual fatica, di vantaggio assai problematico, e che si reputan utili quando non ne sia risultato un danno immediato e non siasi il soldato disanimato per la necessaria marcia in addietro, e vieppiù se fatte in terreno ignoto. Cosl pure si bramerebbe che avesse parlato più particolarmente dell'utile grandissimo delle piccole ricognizioni, così giovevoli per dare avvisi a tempo, come fecero gli ufficiali di Aosta cavalleria nel mattino che precedè la battaglia di Goito del 30 maggio. Altra usanza eccezionale del nostro esercito e per la quale sarebbe utile che l'autore dicesse qualche cosa, si fu questa : che, soprattutto per le maggiori operazioni, non par tivano già le truppe all'albeggiare od anche prima, ma dalle 9 alle 11 od incirca, sicché, se la gita era utile, mancava tempo ad accantonarsi; se necessaria la ritirata, essa riusciva agitatissima; la notte poi, tutta favorevole
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al nemico perfotto conoscitore del suolo, mentre ai nostri mancava e cibo e riposo. Molte fra le cose dette riguardo al generale Durando avrebbero poco consenzienti i documenti ufficiali da questo pubblicati. Altra cosa nuovissima in questa guerra si, fu la nostra singolare bontà verso le spie e gli abitanti, amici veri o falsi: i bisogni dell'armata furono posposti a riguardi da nulla, e n'ebbimo riputazione di gente semplice, per non dir peggio, come dal fatto di N.S. delle Grazie presso Mantova ( 4 giugno) ove i villani negarono al Re l'entrata in una chiesa piena di Croati; per obbedire a folli desiderii tentammo Peschiera con pezzi di campagna, avemmo danno a S. Lucia, facemmo il hlocco di Mantova, credemmo (13 giugno) che 600 o 700 Veronesi potessero possentemente coadiuvarci ad occupare la loro città assai hcn presidiata. Cercam mo amore e n'avemmo poco concetto. Né l'autore accenna come siasi provveduto all'ordine delle marcie, e sarebbe bello udire narrata di bocca sua e col dovuto disdegno l'incuria con cui nella ritirata dall'Adige (14 giugno) formavasi, in uno stretto, l'estrema coda dei carriaggi e cavalli a mano di un reggimento di cavalleria, e della solita imprevidenza del mescolare i carriaggi alle colonne in marcia, nonché dell'abuso vietato in ogni armata dei carri e carrcttcllc di lusso da noi tanto frequenti. Quando fu imposto in luglio il blocco di Mantova, ottimo fu il consiglio del generale Bava di ritrarsi anzitutto da RivoH a Peschiera, essendo ora scemata d'assai l' importanza di quello; ma sarebbe pure utile che egli avesse esposto quali argomenti di buona riuscita si vedessero in quel blocco, pel quale dovevan risultare a priori le febbri micidiali, l'indebolimento ,della linea del Mincio, e quindi un probabile disastro: dire per qual motivo non siasi piuttosto tentato in principio od a metà d'aprile quando l'aria era sana, la piazza mal provvista e Radetzky con poche fotze . E finalmente (posciaché l'errore era commesso) per qual motivo, dopo lo splendido esempio di Buonapartc, non si abbia avuto il coraggio, appena conosciute le mosse degli Austriaci al 22 luglio, di togliere ipso /acto le truppe dal blocco, rinforzare con parte di esse la minacciata riva destra del Mincio, colle altre correre in aiuto ai nostri troppo scarsi combattenti, e per tal modo assicurare quasi infallantemente la vittoria. Per qual motivo, dopo tre mesi e più di occupazione, non siansi fatte opere stabili di difesa sul Mincio, almeno a Goito ed a Valeggio, ed anche a Volta , e tanto più che dopo il 30 maggio si aveva sotto mano cd ozioso il parco d 'assedio, ed era quello il solo modo di poter utilizzare i 12 battaglioni provvisori; perché non si sia provveduto alle linee dell'Oglio e dell'Adda, non al punto ca-
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pitale di Piacenza: per qual motivo le più gravi imprevidenze siano pure state così continue. Questi ed altri desiderii si hanno tuttora vivi dopo la lettura <lel rapporto presente, perché non vi si trovano soddisfatti. Non devesi però pretermettere che parecchie ottime considerazioni quanto alla necessaria unità del comando ed alle particolarità del servizio si trovano sparse lungo lo scritto, il quale sarebbe riuscito più utile ancora e più compiuto, qualora l'autore avesse amato meglio di salire ovunque ed in ogni circostanza alle cagioni primarie, cioè: mancanza <li un piano <li guerra, cattiva organizzazione dell'armata, deficienza di mezzi intellettuali e materiali, diretti ed indiretti . Bene esposte ed enucleate le cause principali, quelle <li secondo e terzo ordine si vedrebbero purtroppo derivare per terribile, ma inevitabile conseguenza, e sarebbe a<l un tempo <li lietissimo augurio per la nostra armata il vedere un primario ufficiale generale elevarsi sempre, nelle sue osservazioni, all'altezza del suo grado ».
La ricerca in Francia di un buon generale intanto era definitivamente fallita e, su sollecitazione del Dabormida, il 22 ottobre Carlo Alberto nominò il Bava « generale in capo del regio esercito » e lo Chrzanowski « capo di stato maggiore generale dell'armata». Questo riconoscimento non valse però a lenire l'animo ormai esacerbato del generale vercellese, probabilmente perché comprendeva che la nomina era dovuta al mancato arrivo di un generale francese e perché considerava il capo di stato m aggiore polacco una creatura del re, fonte di future reali interferenze. Nello stesso giorno, inoltre, Carlo Alberto per motivi politici aveva incaricato del comando della divisione lombarda il generale Girolamo Ramorino ed anche di questo il Bava aspramente si dolse! Comunque, rivolse un fiero proclama alle truppe ed incominciò un'energica attività. Il 25 ottobre scrisse al genero di « aver molto lavoro, si tratta di rivedere tutta la macchina, ingrassar b ene le molle, mettere da parte i pezzi troppo logori: ma poi la macchina riprenderà il suo moto regolare, ed il mio compito sarà più facile ». Il 27 ottobre al dimissionario Daborrnida subentrò al Ministero della Guerra Alessandro La Marmara, promosso per l'occasione maggior generale ed il Bava, poco soddisfatto del giudizio della commissione, ritornò all'idea di rendere pubblica la sua relazione. Questa fu posta in vendita il 5 dicembre e sollevò un putiferio generale. Carlo Alberto, il maggior accusato, ne fu sdegnato, ma anche tutti i più influenti circoli della capitale biasimarono aspramente il fatto.
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Cavour il 7 dicembre tuonò dalle colonne del suo « Risorgimento »: « Il generale Bava, non pago della giustizia ottenuta dalla pubblica opinione, non pago della prova di stima ricevuta con l'investitura del più elevato grado dell'esercito, credé ancora dovere pubblicare una relazione dei fatti d'armi del 1° corpo d'armata, la quale non è che una giustificazione e un'apologia della propria condotta, fatta sotto l'impressione d'un irritato amor proprio. Pubblicando le relazioni confidenziali dei nostri generali nella scorsa campagna mettendo in piena luce con critica talvolta ingiusta e sempre severa le piaghe del nostro esercito, risvegliando con inconsulte parole le accuse, le recriminazioni, le discordie che divisero i suoi capi, il generale Bava involontariamente ha reso al maresciallo Radetzky un servizio, di cui difficilmente si potrebbe esagerare l'importanza. Deploriamo quindi che l'illustre scrittore siasi dimenticato d'essere il generale in capo dell'armata che così severamente censura. Questa purtroppo fu vittima di grandi errori, ma la responsabilità di essi, lo diciamo con profonda convinzione, massime dopo aver letta attentamente la relazione del generale Bava, deve ricadere ed essere divisa fra tutti i capi del nostro esercito ». Ilarione Petitti di Roreto scrisse al Minghetti che l'opuscolo del Bava era biasimato « in sommo grado » e che la pubblicazione era « imprudente e inopportuna»; Massimo d'Azeglio scrisse alla moglie: « la relazione di Bava non te l'ho mandata, perché è una vergogna italiana, e non voglio aiutare a spargerla. Ne parleremo a voce »; il La Marmara comunicò confidenzialmente al ministro di Sardegna a Parigi che: « il generale in capo ancora ci manca. Bava si dimostrava discreto, ma dopo la pubblicazione del suo rapporto, fatta a nostra insaputa, l'indignazione è tale contro di lui che bisogna rimuoverlo. Più che mai non vuole saperne del Bava il re Carlo Alberto»; il Franzini - che era deputato - scrisse addirittura una lettera ai suoi elettori per difendersi dalle accuse contenute nella relazione. Indubbiamente il Bava fu imprudente, ma la reazione fu forse eccessiva; i giornali dell'epoca pubblicavano articoli ben più pesanti nei confronti dei generali e dello stesso re. Almeno il Bava era in assoluta buona fede. In una lettera al genero del 21 novembre raccomandava che si preparassero « sei copie della relazione ben rilegate, per farne omaggio al Re, ai Principi ed al Ministero »! Il generale vercellese, comunque, almeno inizialmente non comprese l'esatta dimensione del suo errore e continuò ad occuparsi
15 - Memorie
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molto attivamente della riorganizzazione deU'esercito, che il La Marmora aveva continuato sulle orme del Dabormida. Il Bava non era contrario per principio alle innovazioni, ma riteneva che per il momento fosse necessario limitarsi a ripianare le perdite, a riorganiz:..:are i servizi, rivelatisi tanto carenti nel corso della campagna, ad eliminare gli elementi peggiori. Il giovane La Marmara naturalmente perseguiva soluzioni più radicali e perciò tra i due i contrasti non erano mancati. Per quanto dimissionario il governo Perrone-Pinelli prese la decisione di sollevare il Bava dall'incarico, decisione che il nuovo ministero Gioberti, entrato in carica il 15 dicembre, confermò, pur non rendendo la decisione pubblica in quanto ancora non era stato deciso chi potesse essere il nuovo comandante in capo . Nel nuovo ministero il portafoglio della Guerra era stato affidato al giubilato de Sonnaz, altro motivo di sdegno per il nostro, che da molti indizi comprese di essere stato messo da parte, anche se nulla al riguardo gli veniva comunicato. Furono perciò altri giorni amari e le lettere alla famiglia scritte in quel periodo ne sono una precisa testimonianza. Finalmente il 12 febbraio il Gioberti gli scrisse una lettera molto riguardosa (35) annunciandogli che i] Consiglio del re lo aveva esonerato dal comando, nominandolo nel contempo ispettore generale, perché la pubblicazione d ella relazione aveva avuto il risultato di diminuire la fiducia delle lruppe e di abbassarne il tono disciplinare. La risposta del Bav a (36 ) fu molto dignitosa, questa volta degna del suo passato : ringraziava per il nuovo incarico ma negava risolutamente di aver provocato un rilassamento disciplinare. Anche il proclama rivolto alle unità prima <li lasciare il comando aUo Chrzanowski, il 16 febbraio 18 49, fu degno di un comandante. Ne riportiamo il passo finale: « Soldati ~ siate costanti a quei doveri che questi solenni momenti vi impongono; amate la patria: ogni sacrificio deve parervi lieve p er essa . St ringetevi attorno alla sua gloriosa bandiera, e quando sventolerà in faccia al nemico, pensate che posano su di essa otto secoli di gloria intemerata . Nato e cresciuto tra voi, io non dimenticherò mai di appartenere a ttuell'unica armata che forma il più bel vanto del regno e la più salda speranza d'Italia. Compagni, miei fratelli d 'arme, io vi abbraccio tutti e vi do il mio addio ».
(35 ) Lettera riportata integralmente nell 'allegato 4. (36 ) Ripor tata inlegralmente nell'allegato 5.
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GLI
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ULTIMI ANNI
La vita pubblica del generale vercellese non era però terminata: accettò il 4 settembre 1849 la nomina a Ministro della Guerra per compiacere il nuovo re, Vittorio Emanuele II, come egli stesso scrisse al colonnello livornese Giampaolo Bartolomei, suo vecchio dipendente: « Credete, caro colonnello, che io non ambivo per nulla al portafoglio della guerra e che, soltanto per compiacere il nostro giovane re e per provare al paese il mio patriottismo, mi sono alla fine deciso a caricarmi di un peso che credo molto a] di sopra delle mie forze. Tuttavia, dato che il dado è tratto, spero che a forza di lavoro, di pazienza e di buona volontà potrò forse rendere ancora qualche servizio a quest 'esercito, oggetto di tutta la mia simpatia, e di conseguenza al mio paese ed all'Italia ». Il re però lo aveva nominato ministro all'insaputa <li Massimo d'Azeglio, Presidente del Consiglio, e questi, ostile al Bava fin dal tempo della pubblicazione della famosa relazione, non era disposto a tollerarlo a lungo. Il duca di Genova, il migliore dei generali di divisione e presidente della Giunta Speciale creata dal precedente Ministro per studiare le riforme da attuare, gli inviò, invece, una affettuosa lettera di congratulazioni: « ... Ella può fare molto per il bene dell'armata, di cui meglio di chiunque conosce e sa apprezzare i bisogni.. . ». Il compito di Bava non era certo facile, bisognava ridurre di di molto le spese militari perché le finanze dello Stato erano esauste e, nel contempo, iniziare una completa riforma degli ordinamenti, che non avevano dato buona prova anche nella brevissima campagna del 1849. Con molto coraggio il nostro provvide allo scioglimento dei corpi non piemontesi ed al congedamento di molti ufficiali lombardi e veneti, ed in questo ebbe l'appoggio degli altri ministri , ma quando volle ridurre i battaglioni bersaglieri da cinque a tre si urtò con il La Marmara e quindi con tutto il gruppo dei « riformatori }> che cominciava a riunirsi attorno a Cavour, quel gruppo che più di ogni altro lo aveva biasimato nel dicembre dell'anno prima. Nella seduta del 25 ottobre alla Camera si attaccò il Ministero proprio per la riduzione dei battaglioni bersaglieri, tanto più che nello stesso periodo l 'Austria raddoppiava il numero dei battaglioni cacciatori. La questione è ancora attuale, sotto certi aspetti , e si è ripetutamente posta a tutti gli ordinatori. Gli elementi fisicamente
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e moralmente migliori debbono essere lasciati in tutte le unità, assicurando così a tutte un discreto livello di rendimento oppure è meglio raggrupparli in poche unità di tono elevato, accettando però uno scadimento nelle unità restanti? Nessuno ha mai risolto tale problema. Alcuni giorni dopo il Bava adottò altri due provvedimen ti sgraditi, la diminuzione del numero dei generali e degli ufficiali delle guardie reali del Palazzo. Non si trattava di problemi di fondamentale importanza, ma di metodo. Massimo d 'Azeglio volle sbarazzarsi subito del troppo ostinato ed indipendente Ministro e, prendendo a pretesto il fatto che il Bava non avesse aspettato di conoscere sull'argomento il parere della Giunta Special e - che si era dimessa per protesta - e ch e avesse fatto firmare i provvedimenti al re senza discuterli prima nel Consiglio dei Ministri, sollecitò presso il re le sue dimissioni , anche a nome di parecchi ministri. Vittorio Emanuele fu perciò costretto a scrivere al Bava informandolo di « quanto gli sarebbe stato difficile, ed al certo non senza
inconveniente, il rimpiazzare la maggioranza del Ministero » ed esortandolo a fare guanto avesse potuto per ridare al Gabinetto « l'unità di vedute e l'accordo che ne facevano la forza ». Qualora ciò non fosse stato possibile egli avrebbe dovuto accettare le sue dimissioni piuttosto ch e quelle di tutti gli altri Ministri. Anche in questa occasione il Bava si dimostrò dignitoso e fiero, rispose al re « che un uomo <l'onore e che altro mai non ebbe di mira che il servizio del Trono ed il pubblico bene, non avrebbe esitato a rinunciare alla sua cari~a, anzich é assecondare esigenze ripugnanti all'intimo suo convincimento e che avrebbero inoltre offeso non lievemente la reputazione del Ministro e del militare ». Rassegnò quindi le dimissioni il 31 ottobre. Il giorno dopo Alfonso La Marmora, il fratello del fondatore dei bersaglieri, si presentava alla Camera quale nuovo Ministro della G uerra. Su proposta dell'onorevole Brofferio lo stesso giorno la Camera approvò all' unanimità un ordine del giorno con il quale il generale Eusebio Bava era proc1amato « benemerito della Patria ». L'ormai anziano generale accettò la perdita del Ministero con serenità, in una lettera al fido Bartolomei così scriveva: « ... Ho fallito nel mio intento: ma le riforme sono iniziate, le b asi per un più felice avvenire sono gettate e sarà pur necessario che il mio successore continui sulla strada dei miglioramenti se riuscirà a man-
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tenersi al potere; perché il paese lo osserva e la tutela della sua onorabilità l'obbligherà a progredire malgrado gli sforzi dei partiti estremisti che, per motivi opposti, vorranno tuttavia entrambi frenare, arrestare il carro governativo. Per conto mio sono felicissimo di uscire onorevolmente dal caos che avevo cercato di sbrogliare ... » (37) . Evidentemente il Bava teneva più alla sua reputazione di generale che a quella di uomo politico; le critiche al suo operato in guerra lo avevano esacerbato al punto di fargli smarrire l'equilibrio, la perdita del ministero non lo amareggiò più che tanto; forse comprendeva di non possedere il tatto necessario per navigare nelle agitate acque del parlamento subalpino. E forse l'avversione per Massimo d'Azeglio Presidente del Consiglio era troppo forte. A chiusura dei suoi « Mémoires pour servir à l'histoire moderne», tuttora inediti e di cui ha dato notizia il Pieri nel saggio citato, scrisse, infatti: « Dio voglia che il romanzo cosl ben iniziato, che ha suscitato tante generose ispirazioni, che ha prodotto tanti nobili sentimenti e tanta fortuna non sia per terminare, soprattutto ora che i destini della patria sono nelle mani di un poeta, di un artista, di un romanziere » ! (38). Eusebio Bava conservò le cariche di ispettore generale del1'esercito e di Presidente del Congresso permanente della guerra e continuò a prendere attivamente parte ai lavori del Senato, ma di fatto non esercitò più alcuna influenza sull'esercito, ormai saldamente in mano al La Marmara. Per ironia della sorte le ultime soddisfazioni giunsero al Bava da Vincenzo Gioberti, che quando era Presidente del Consiglio lo aveva formalmente esonerato dal comando! Dopo le dimissioni d al governo d'Azeglio il Gioberti, esule volontario a Parigi , gli scrisse: « Non vi porgo le mie condoglianze per questa disgrazia: ha perduto il paese, non voi. Il vostro nome e la vostra reputazione sono al di sopra di tutte queste miserie». Il Gioberti, inoltre, si servì in gran parte dell a relazione Bava per criticare nel Rinnovamento d'I ta!ia la condotta delle operazioni nel 1848 e, appena uscito il volume, ne inviò una copia al generale . (37) I passi di questa come quelli della lettera precedente sono stati tradotti dall'autore dagli originali francesi, riportati per intero negli allegati 6 e 7. (38) Traduzione dell'autore. Il brano in originale è riportato nell'allegato 8 .
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Il 30 aprile 1854 Eusebio Bava moriva nella sua villetta di Madonna del Pilone, alla periferia di Torino. L'esercito che non lo aveva dimenticato, raccolto il denaro necessario con una colletta, gli eresse in Torino un modesto monumento, opera di Giovanni Albertani, con questa semplicissima epigrafe: « Ad Eusebio Bava - vincitore a Goito nel 1848 - l'esercito sardo». Anche Vercelli, la sua città natale, che già nel novembre del 1848 gli aveva offerto una spada d'onore gli eresse più tardi un monumento, collocato molto opportunamente sulla piazza di Porta Milano.
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Valeggio, le 23 Juin ]'ai lu avec un très-grand intéret très-chcr Bava le mémoire que vous m'avez remis dans lcqucl vous traitez avec autant dc clairvoyance que de sagesse notre position militairc: je partage presque complétcment toutes vos vues: aussi conserverai-je précicuscment ce travail important. La sagesse est toute de votre coté, d'autre parte, je suis poussé par les évènements qui nous envi ronnent, par I'éffcrvcsccncc des esprits, par une presse sans freins. Dieu est grand, est puissant; j'ai rcmis en lui ma confiance, comme mcs cspérances, je compte clone devoir faire une démonstration sur la rive gauche de l'Adige, cn y jetant deux ponts Dimanche; à cet éffet , jc ferai agir le second corps, plus la Division de réserve, don t je dé tacherai la brigade de Cavalerie pour la réunir en Division à celle de votre corps. Je fais occuper Peschiera par trois dc nos bataillons de la seconde Division de réserve; un autre sera piacé à Mozamhano; deux à Valeggio. En operant ce mouvement, dont les conséquences dépendront de la résistànce que nous pourrons éprouver, et dont je vous ferai tenir minuteusemcnt au courant, j'ai besoin que vous me s=ondiez avec votrc corps d'arméc, en faisant passcr une dc vos Divisions près de l 'Adige; espérant, si nous avous un succès décidé, de fairc jctcr un pont à Bussolengo pour nous unir avec vous; ou pour, dans un cas malhcurcux, soutenir notre passage et notre retraite sur cette rive; votre autre Division pourrait en pattie tenir Villafranca et opérer dans cette diréction. Je vous trace mes vucs cn grand, vous indiquant le bu t de mon mouvement, que serait d 'atteindre Ics montagnes qui dominent Vérone, m'en remettant puis compl etèment à vous sur la manièrc de fairc agir votre corps d'armée pour soutenir le mouvement que je vais entreprendre. Des six bataillons restant de la deuxième Division de rèserve, quatte sont déjà en lignc; Ics dcux derniers arriveront dans deux ou trois jours; je 1es mets à votre disposition; me paraissant qu'en rappelant votre corps d'armée sur la gauche du .Nlincio, que ces bataillons devraicm ctrc réunis en brigade à Go"ito, pour, en y étan t unis aux Napolitains, protégcr et défendre cette pattie de la Lomhardie .
V otre tres-affectionné C. ALBERT
P.S. Depuis que je vous écrivis cette lettre, t rès-cher Bava, j'ai vu le gcnéral dc Pcron qui a modifié infinitemcnt ses désirs à l'égard de la Division, il m'à dit qu'il sera à notrc disposition du 8 au 10 du mois prochain , et que pourvu qu'on lui donne une ville, où il puisse réunir la plus grande partie de sa Division, qu'il se ch argera au meme tcmps du blocus de Mantoue du coté de la Lombardie et du Po .
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Je me suis alors rappelé du projet, que vous m'aviez proposé, de couper les comunications de cette ville avec Vérone: ce qui nous deviendra alors infinement plus facile, et il me parait qu'il sera bien d'adopter ce parti en calculant tous les cas. Mais comme il y aurait encore dixsept jours à attendre, ce qui est pour le public dans -ces moments-ci un siècle de critiques, je combinerai demain à Peschiera avec les généraux du second corps, si ce n'est point l'attaque de Vérone au moins quclque mouvement qui puisse nous etre de quelque utilité, en occupant le public sans nous compromettre: un mouvement qui puisse détourner les vues du Maréchal sur ]es Duchés.
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ALLEGATO 2
A S.E. il Ministro della Guerra. Alessandria, 25 agosto 1848 Le gravi imputazioni che da molto tempo, e specialmente dopo la ritirata dell'esercito, da molti si spargono contro la condotta di tutti indistintamente gli ufficiali generali dell'armata, mi spingono a farne istanza perché sia istituita con tutta sollecitudine una commissione d'inchiesta per fare pubblico giudizio delle mie operazioni militari nella guerra testè combattuta nelle pianure lombarde. Non è la discolpa che io mi proponga, poiché sento di aver nulla a rimproverarmi, ma è vivo mio desiderio, anzi è stretto mio debito e come generale e come cittadino di far tacere sul mio conto le voci accusatrici che forse la malizia suggeriva e la inconsideratezza propaga, e che intanto distruggendo il principal vincolo che pur vi debbe essere tra il superiore ed il subalterno, annullano nella prode nostra armata ogni modo d'efficace azione. La giustizia del pari che il pubblico interesse esigono che la luce sia fatta, e prima della scadenza del termine dell'armistizio. E per togliere ogni sospetto d'influenza, e così rendete più libero il giudizio, desidero di essere dispensato durante il corso dell'inchiesta dall'esercizio della mia carica, mediante opportuno congedo. A tale effetto mi rivolgo all'E.V. pregandola a voler rassegnare a S.M. questa mia domanda, appoggiandola dei potenti suoi ufficii; ed ho l'onore, ecc., ecc. BAVA
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ALLEGATO 3
Alessandria, 12 ottobre 1848 Eccellenza, Ecco la narrazione dei fatti da me operati nella campagna di Lombardia, che l'E.V. mi domandava con pregiatissimo suo dispaccio. Senza ambagi, perché solo diretto dalla verità: senza speranze, perché spoglio di ambiziosi desiderii, ho fatto un racconto genuino, franco ed alla militare di quanto riguarda il I corpo d'armata sotto il mio comando: ma ho dovuto pure parlar sovente delle altre truppe , poiché frequenti volte mi toccò assumerne la direzione all'improvviso, nell'atto delle spedizioni e senza preventivo cenno. Quelle osservazioni, che il mio modo di vedere e fa pratica hanno potuto suggerirmi, ho creduto utile di frammettere al racconto, con una idea sulle riforme che io ravviserei convenienti: e ciò feci senza pretese e nel pensiero anzi di compiere così ad un preciso dovere. E perché poi possa il pubblico giudicare imparzialmente e con piena conoscenza delle cose, giacché l'obbligo mi ebbi dall'E.V. di estendere questo giornale storico, ho pensato pur di divulgarlo colla stampa, ond~ oe;mino sia al fatto delle mie operazioni, della mia condotta e delle mie massime, e si ricreda, se il voglia, chi lanciò le sue sentenze inconsiderate, precoci. Ho l'onore ecc. BAVA
2.3.3
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ALLEGATO 4
N. 61 Gah. -
12 feb. 1849 Turin le 11 février 1849
Monsieur le Général Le Conseil du Roi s'était reservé de répondre à la dcmande que vous lui aviez adressée, a fin dc rccucillir auparavant, avec tout le soin que reclamait de sa sollccitudc une affaire aussi délicate, toutes les données qui pouvaient 1c mcttrc à meme de juger à quels motifs iJ fallait attribuer le sujet des plaintcs quc vous aviez fait entendre. Maintenant qu'il a rempli ce devoir que lui dictait à la fois la haute estime qu'il vous porte, et l' intéret <le l'Armée, il doit vous fairc connaitre en toutc franchise par mon organe, qu'il existc en effet dans les Troupcs qui sont confiées à votre commandement, une facheusc et bicn regrettable disposition, eL qu'ell e a eu pour cause la Rélation quc vous avcz publiée dernierèment, de la Campagne dc Lombardie. L 'impression qu'elle a produit a eiì pour résultat, si non de détruire , au moins de beaucoup diminuer une confiance qui vous étai t justement acquise, et il s'en est suivi ce relachement dans les dcvoirs de la discipline et de la subordination, dont vous avez avcc raison signalé 1c dangcr. L'armée toutc entière rend justice à votre bravoure et à vos talents militaircs. Le Ministère s'associe lui n1eme avec empressement à un témoignagc aussi honorable, et je me plais à vous en exprimer la sincèrc assurancc. Mais quelle quc soit la confiance que ces qualités lui inspire, il a pcnsé qu'en préscnce de cette <lisposition, qu'une circostancc rcgrcttablc a fait naitre dans les rangs de l'Armée, le Commandcmcnt ne pourrait continuer à vous en etre confié, sans qu 'il put cn résulter de graves inconvenients. Il a clone pris, quoiqu'avec un extrème regret, la détermination de proposer à S.M. de vous cn décharger. Mais en cédant à une impérieuse nécessité, le Conseil a désiré vous montrer tout le prix qu'il met à vous conserver <lans une haute position militaire, et sur sa proposition S.M. vous a d estiné au poste important d 'Inspecteur Général de l'Armée. E n vous appcllant à des fonctions qui sont à peu près égales en honneur et en avantages à celles que vous avez rcmplies jusqu'ici, le Roi et le Conseil sont dans la confiancc que si dans lcs événcmcnts qui se préparent, ils ont à réclamer vos talents et votrc bravoure pour quelque commandement qui exige une haute habilité, vous répondrez à cet appel honorable avec ccttc ardeur et ce dévouemcnt que vous n'avez céssé <le montrer pour le service de la patrie. Je saisis ccttc occasion, Monsieur le Général, pour vous o ffrir lcs assurances de ma haute considération. GIOBERTI
A Mr. le Général Bava Commandant en Chef de l'Armée.
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ALLEGATO 5
N. 62 Gab. Alexandria 12 fevrier 1849 A Mons. le Président des Ministres -
Turin
Monsieur le Président C'cst sous l'impression des sentiments de la plus haute réconaissance cnvers vous, Monsieur le président, que jc m'cmpresse dc répondre à votre honorable dépèche d'hier, reçue dans la nuit par estafette. Je vous remercie bien, et de tout rnon coeur, des courtoises expressions, que vous avez hien voulu m'adresser, en nom aussi du Ministère, et que j'apprécie d'autant plus, dans la consciencieuse conviction que j'ai d'avoir toujours employé toutes mes forces et mes faibles talents militaires pour m'en rendre digne et pour bien mériter de la patrie. Aussi c'est là le prix que j'ai toujours arnbitioné dans ma longuc carrièrc. Veuillez, Monsieur le président, vous rendre interprète et organe de ces sentiments auprès du Ministère et du Trone, et recevez•en mes actions de graccs très sinçèrcs. Je dois vous rémcrcicr aussi infiniment de la nouvelle position qui m'a été faite, dont je suis très content. J'attends avec empressernent de connaitre à qui je dois remettre le commandement de l'Armée, et je vous assure que si l'occasion se présentait, comme vous dites, de devoir employer ma personne pour quelque imperieux hesoin, vous me trouverez toujours prèt et disposé à concourir <le toute mon Ame au bien public. Je voudrais bien pouvoir me borner à ces expressions de gratitude, mais mon honneur e t ma persuasion m'imposcnt d'ajouter, que je ne puis et ne dois nuUement accepter la tiìchc qui vient de m'ètre attribuée, par votre respectable Lettre, c'est à dire quc dc ma Rélation de la Campagne de Lombardie s'en soit suivi un relachement dans le devoir de la discipline et de la subordination de l'Armée. Lors de ma publication, je ne songeais ni pouvais songer à l'honneur d'ètre appelé au cornmandement en chef des Troupes, et je dois hautement dédarcr, qu'à mon élection au Commandemen t predit, j'ai trouvé encore les soldats dans l'état identique, par moi peint dan s ma rélation, état qui par mes soins s'ameliora peu à peu, et fit des progrés tels, à devoir mériter l'attention de S.M. qui deigna, après sa rcvuc, en exprimer sa Royale satisfaction. Un moment d'arrét a eu lieu, c'cst vrai! mais ce fàt depuis le mois de janvier, parcequ'un silence inconccvable, à mon égard, et le défaut de concours de la par! du Ministre de la Guerre, paralisèrent presque man action, et le progrès plus rapide de la réorganisation de l'Armée. J e saisis avcc empressernent cette occasion propice, pour vous répéter, Monsieur le Président, l'assurance de ma haute consideration. (BAVA)
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ALLEGATO 6
Cher Colone!, Malgré mon vif désir <le répon<lre à vos deux lettres, j'ai dù retarder jusqu'aujour<l'hui à cause <le mes bien nombreuses occupations, qui m'ont absolument privé du plaisir de vous écrirc quelques mots, et de vous dire que je crois avoir fait un acte d'abnégation en acceptant la nouvelle position qui vient de m'ctrc faitc. Croycz, chcr colone!, que je n'ambitionnais point du tout le portefeuille dc la guerre et que c'est absolument pour complaire notte jeune roi et prouver mon patriotisme au pays que je me s uis enfin décidé à me charger d'un fardeau que je répute beaucoup au.,dessus de mes forces, surtout dans les momens difficils où nous sommes. Cependant, puisque la picrrc est jetée, j'espère qu'à farce de travail, de patience et dc bonnc volonté je pourrai peut-etre rendre encore quelques services à ccttc armée, objet (de) toutes mes sympathies, et par conséquent à mon pays ainsi qu'à l'Italie. Que sont devcnus lcs beaux jours de tant d'espérances? Les reves qu'ensemble nous faisions aux rives du Mincio se sont enfui loin de nous et il ne nous reste que la réalité des craintes qui dès Iors venaient par fois obscurcit ces moments de bonhcur. Ah! il n'a manqué qu'un homme pour illustrer notte époque: nous avions pour nous toutes les chances du succès, aussi notre début a été grand mémorable; le vaisseau portant nos destinées marchait à pleines voiles et si un bon pilote eut été au gouvernail, nous serions arrivés au port désiré; mais comment cspércr de pouvoir traverser une mer orageuse sans boussole? Dans les grandcs cntrcpriscs les bras vigoureux ne suffisent pas, il faut une tcte pour cn régler les mouvements et si nous l'eussions euc, cc corps (objet de tant de sarcasmes durant son existence, de tant de louanges et d'honneurs après sa mort) serait encore plein dc vie, et son nom passerait glorieux aux générations futures. De quoi, diable! je m'occupe encore: ne dirait-on pas que je suis dans l'année 48? Cepcndant un siècle nous en sépare, tant courrent les événements. J'ai vu le chev. Cipriani, qui a reçu sa médaiJle: j'aurais bien voulu que vous eussicz été du voyage; espérons qu'un jour vous vous déciderez à venir visiter notte capitale et que j'aura i le contentement dc vous répéter mille tois personnellement que je ne cesse d'etre Turin, le 11 ottobre 1849.
Votre tout dévoué ami BAVA G.
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ALLEGATO 7
Cher Colone!, Je partage Je tout mon coeur vos nobles scntimcnts par rapport à l'avocat Gucrazzi et à son neveu ( 1), aussi je n'ai pas hésité à obtenir l'admission dc cclui-ci à l'académie militaire lorsqu' il m 'a été proposé par Mons. d'Azeglio: envoycz-lc rnoi donc et bien volontiers je lui donnerai les premiers soins que sa nouvelle position réclame, trop heureux de mon còté de pouvoir faire quelque chose qui soit agréablc au dignc colone! Bartolomei. Vous aurez su que dans l'ocuvrc quc j'avais entreprise j'ai trouvé de nombreux ohstacles; je m'y attendais; commcnt espérer de réformer tant d 'abus, sans froisser tant d'influences, tant d'intérèts? Aussi j'y ai perdu mon portefeuille de Ministre; car je ne compose avec personne quand'il s'agit de mes convictions ou de mon honneut; et je n'ai pu revenir sur ce que je savais avoir fait avantagcux au pays et à cette arméc qui a toutes mes sympathies, mais dans laqucllc je voulais détruire les partis et les cabales pour en fai re des solda ts. J'ai cchoué dans mon entreprise: mais les réformes sont commencées, lcs bases d 'un plus hcurcux avcnir sont jetées et il faudra bien que mon successeur continue dans la voie <les améliorations, s'il souhai te se maintenir au pouvoir; car le pays le contemple et la conservation de son honneur l'ohligera à cheminer malgré les cfforts dcs partis extrèmes, tJui, pour des vues opposées, voudraient cependant tous deux cnraycr, arrcter le char gouvernatif. Pour mon comptc jc mc trouvc très hcureux de sortir honorablement dc ce chaos quc jc chcrchai dc débrouillcr: seulement je regrette que l'instabilité des ministres empèchc le rctour dc l'ord rc, J ont nous avons tant besoin pour donner à nos institutions cette fo rce et cc dévcloppement nécessaire à leur durée. Nous vivons ici au jour la jo urnée; point d 'accord c ntre les divers pouvoirs de l'état, tous manifestent une vraie hypocrisie, ils veulent et ne veulen t pas, .J'intérèt personnel domine toute chose, point d'amour vrai pour le pays; aussi to ut s'en ressent, on ne fonde ri en, ce que les députés font le sénat le brise avec raison, comme étant l'oeuvre d es passions, et le temps s'écoulc au milieu d'un délugc de p aroles, sans laisser un de ces actes qui honorent la nation. Ch er colonel, plus que jamais je suis d 'av is que 1es peuples veulent etre 6nergiqucmcnt gouvcrnés; la faiblessc ou le doutc dans l'autorité cause la ruine, tand.is qu'un bras fort au gouvernai1 et l'amour pour se-s citoyens conduisent le vaisseau de l'état à bon po rt, e t assuren t le bien-ètre de toutes les classes de la société, qui , d'ordinaire, n 'a ttendent q~e l'homme capable pour se ralli er d éfinitivement à son sort, surlout après la tempete.
(1) Il Guerrazzi voleva che il nipote Prancesco Michele, che amò come un figliuolo, fosse ammesso all'Accademia militare di Torino per uscirne poi ufficiale. Cfr.: Lettere di F.D. Guerrazzi per cura di G. Carducci, I, 80, ecc. (Livorno, Vigo, 1880).
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Tàchez clone de conduire id vous-mcmc le jcune Guerazzi, je me trouverai si heureux de pouvoir vous fairc lcs honneurs de notre capitale et comme en ce moment je suis libre, je pourrai me dédier totalement à vous et jouir souvcnt de votrc agréablc cntretien. Nous parlerons de nos espérances passées, dc ccllcs avenir et surtout de la sottise <les hommes, qui, à force de vouloir une plus grande dose de bonheur, per<lent celle dont ils sont cn posscssion. Je vous cmbrasse bicn tendrement et me répète avec toute l'effusion du coeur. Turin, le 10 novembre 1849.
V otre tout dévoué ami BAVA
C'cst à votrc amitié quc j'ai ouvert mon coeur, à elle seule; clone tenez pour vous ces affectueux épanchemens. Écrivcz-moi quclquc fois: cela me fait tant de plaisir!
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ORESTE BOVIO
ALLEGATO 8
Da « mémoires pour servir a l'histoire moderne » ...« Je trouve le pays bien malade et nos institutions en grand danger; en éffet les déterminations du parlement tendent chaque jour à degouter successivement toutes les différentes classes de fa société: d'abord on a déconsidéré tous les chefs de l'armée, puis on a attaqué et morfondu le clergé, enfin on vient d'humilier la magistrature, et comme les lois financières vont frapper la proprieté, le commerce, !'industrie, nous n'aurons bientot plus que des mécontents... Ah, Dieu veuille que le roman si bien commencé, qui a éveillé tant d'inspirations généreuses, nous a causé tant de nobles émotions et de bonheur ne soit pret de finir, maintonant surtout que les destinées de la patrie se trouvcnt dans les mains d'un maitre poete, d'un artiste, d'un romancier! »...
PARTE TERZA
RICERCHE
16 - Memorie
GENERALE ALBERTO ROVIGHI
L'OCCIDENTE CRISTIANO DI FRONTE ALL'OFFENSIVA DEL TURCO IN ITALIA NEL 1480-1481: ASPETTI MILITARI (*)
1. PREMESSA
Otranto! Che cosa dice questo nome agli Italiani ed in particolare ai militari? Ai più giovani: un punto geografico, una piccola città della Penisola Salentina, la località più orientale d'Italia il cui nome è dato anche a quel tratto di Mare Adriatico che divide la Penisola Italiana da quella Balcanica, un piccolo porto in una regione piena di sole e di bellezze naturali ed artistiche. Per quelli più anziani: il ricordo di uno sbarramento minato e sorvegliato dalle Marine Alleate nel corso della I Guerra Mondiale per contenere la minaccia sottomarina nel Mediterraneo. Per quelli un po' meno anziani: il ricordo di una piccola parte del territorio nazionale che, nell'autunno del 1943, fu la culla della nostra rinascita. Pochi ricordano, fra le reminescenze scolastiche, la conquista di Otranto da parte dei Turchi nell'agosto 1480; alcuni libri di storia addirittura la omettono. Questa oblivione è una ingiustizia grande che viene fatta a questa terra, a questa città, ai suoi abitanti; forse perché il nostro Paese ha tanta storia che molti episodi finiscono per essere dimenticati. Questo Centenario fornisce l'occasione di riportare alla nostra attenzione fatti di grande significato nella storia del nostro Paese e, quasi come in un atto necessario di riparazione, di rinnovare il ricordo di quegli Otrantini che 5 secoli fa si sacrificarono in difesa della loro terra e della propria Fede assolvendo al loro « debito», al loro dovere.
( *) Studio presentato al Convegno internazionale, tenutosi ad Otranto nel V Centenario J ella conquista della città da parte dei Turchi.
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Non ci si può, dunque, che rammaricare Jella scarsa attenzione che l'avvenimento ha ricevuto dalla nostra storiografia moderna. Come annota Piero Pieri (1): « anche dal punto di vista militare manca uno studio adeguato ». Gli avvenimenti successivi alla calata in Italia di Carlo VIII, con le guerre di predominio spagnolo e francese e la crisi delle Signorie, hanno finito per far passare in seconda linea quelli Jella seconda metà del XV Secolo, che pure li avevano preparati. Si tratta indubbiamente di un'era di transizione che, peraltro, presenta motivi di grande interesse e - potrà sembrare azzardato dirlo - di pregnante modernità. Basti accennare al fatto che la minaccia dall 'Oriente ottomano si faceva sentire, sia per via terrestre ai confini nordorientali, sia per via marittima nella regione pugliese, per sottolineare l'interesse odierno ad una maggiore considerazione Ji quei fatti e, soprattutto, dei loro aspetti militari. Qualche giustificazione nei riguardi di questa minore attenzione può, tuttavia, essere trovata nella carenza di una documentazione veramente attendibile; molta la narrativa, ma imprecisa o
contraddittoria, soprattutto in quei particolari di luogo, tempo, forze e modalità, che sarebbero necessari per uno studio serio e concludente di carattere militare. L'abbondanza di omissioni, di esagerazioni o travisamenti, su fatti che vennero ad assumere peso rilevante eJ emblematico sotto gli aspetti religioso e politico, ha finito per rendere più difficile una valutazione dei fattori militari , che pure li h anno spesso condizionati o decisi. A quanto sopra aggiungiamo solamente di ritenere che uno studio critico dal punto di vista militare possa validamente contribuire a meglio precisare eJ intendere alcuni di y_uegli avvenimenti.
2.
QUALI GLI OBIE'l''l'lVI DELLO S1'UDIO ED I PROBLEMI DA CONSIDERARE?
Nel 1480 l'Impero Turco di Maometto Il ~ttaccava Rodi e conquistava Otranto; mentre l'assedio alla prima doveva essere abbandonato dopo 89 giorni di lotta, le forze turche in Terra d'Otranto vi si mantenevano fino al settembre 1481 resistendo a
(1) P. PIERI, Il Rinascimento e la crisi militare italiana, Einaudi, Torino 1951, (pp.308-310).
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lungo agli sforzi militari del Regno Aragonese di Napoli , debolmente sostenuto dallo Stato Pontificio e da altri Stati cristiani (2). Una larga letteratura attribuisce il ripiegamento ottomano alla « inopinata » morte del Sultano ed all'insorgere dei contrasti interni fra i suoi successori. Le notizie dello sbarco ottomano nelle Puglie, della conquista <li Otranto e delle traversie delle popolazioni producevano allora una impressione enorme . Nella regione si diffondeva il terrore; buona parte della popolazione si metteva in fuga verso Nord e si rifugiava nei centri maggiori. A seguito delle scorrerie dei Turchi, volte soprattutto ad estendere il loro controllo e a<l assicurarsi risorse alimentari di bestiame, l'Acquaviva disponeva che questo fosse fatto affluire tutto nei maggiori centri. 11 Re di Napoli chiedeva aiuto, anche vivacemente, minacciando accordi con il Sultano; il Papa sollecitava tutto il mondo cristiano perché intervenisse (3). Come si è detto, la notizia destava un'enorme impressione in tutto l'Occidente; la maggiore, dopo la caduta di Costantinopoli (1453). Seppure la Chiesa Cattolica non riusciva più a sommuovere governanti e popoli né ad indurli alle imprese politiche e militari di secoli precedenti, pure essa era ancora una grande organizzazione, l'unica sovranazionale, presente in tutti i Paesi occidentali, capace di stimolare forti correnti di opinione. Ma la simpatia e l'orrore delle notizie non portavano ad una effettiva, soddisfacente politica unitaria né ad aiuti militati rilevanti al P aese minacciato . Vi sarà perfino chi vedrà l'utilità di questo impegno di N apoli e Roma, come mezzo per distoglierl e dalle loro imprese contro Firenze, a Siena e nelle Romagne. Il Machiavelli scriveva (4 ): « Ma Iddio ... fece nascere un accidente insperato, il quale dette al re e<l al papa ed ai Viniziani (2 ) In meri to ai fa tti, vds. anche la cronologia in allegato n. 8. (3 ) In una le ttera del 1481 riportata dal Pastor (L. PASTOR , « Storia dei Papi dalla fine del M edio Evo», vol. III, ( traà. A. Mercati, Roma 1942 ), abbiamo l' indicazione dei Capi di Stat o interessat i dal Pontefice Sisto IV alla lotta contro i Turchi: re di Francia, Inghilterra, Scozia, Poloni a, Dacia, Ungheria, Spagna, Portogallo; Duchi Mas5imiliano, di Bretagna, di Ferrara e di Savoia; Marchesi di Monferrato e di Mantova; Repubbliche di Firenze e Siena. Manca la Repubblica di Venezia, non p artecipante alla « Lega Santa» stipulata il 16 settembre 1480 per la lotta contro i Turchi. (4) « !storie fiorentine»: libro VIII, para. XIX-XXII.
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maggiori pensieri che quelli di Toscana ... Questo assalto (di Otranto) , quanto egli perturbò il duca (Alfonso) ed il resto d'Italia, tanto rallegrò Firenze e Siena... ma come il principio di quello assalto fu insperato, e cagione di molto bene; cosi il fine fu inaspettato, e cagione di molto male ». Cagione di molto male, in quanto gli Stati italiani liberati dalla minaccia del Turco riprenderanno le loro lotte rovinose, che addurranno alla crisi del XVI secolo. Ricordate le linee generali degli avvenimenti, interessa vedere come rispose l'Occidente cristiano. Quali le difficoltà della risposta: politiche o militari? Esistevano motivi, e quali, di superiorità militare ottomana? Come mai, in altri tempi, il Mondo Cristiano ancorché più povero, aveva portato i suoi Crociati in Oriente e spinto le sue marinerie incontrastate fino al Mar Nero, mentre ora veniva minacciato in maniera così clamorosa dalla Potenza Ottomana? Quali le motivazioni militari dei successi e degli insuccessi delle due parti? Quali le considerazioni e gli ammaestramenti , se esistenti, sul piano militare?
3.
L 'OFFENSIVA OTTOMANA:
SUOI LINEAMENTI POLITICI
Della volontà espansiva di Maometto II (1451-1481) non vi sono dubbi (5). Dopo la conquista di Costantinopoli l'Impero Turco aveva costantemente allargato l'area controllata e raggiunto un a notevole solidità. La politica di Istanbul era molto abile: essa si volgeva alternativamente nelle varie direzioni e portava le sue forze soprattutto verso quelle sulle quali si presentavano i pericoli maggiori o le migliori opportunità. Di volta in volta si operava a forze riunite verso Oriente o verso Occidente; in quest'ultima direzione: ora nell'area danubiana, ora in quella dalmata-albanese, ora in quella greca. Le spinte via t erra, sempre preferite da un popolo di continentali allevatori di cavalli, attraverso l'assorbimento delle popolazioni rivierasche della Grecia e dell'Anatolia, tutte ortodosse ed
(5) F.
BAilINGER,
Maometto il Conquistatore, Einaudi, Torino, 195 1.
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anch'esse ostili ai Latini, potevano essere integrate - nella seconda metà del XV Secolo - da una forza marittima sempre più cospicua, anche se, comparativamente ed a parità di navi e di effettivi, meno efficiente di quella veneziana o di quella catalana e di altri Stati. L'interesse di Maometto II per l'Italia è ben dimostrato da molte fonti. Egli era certamente attratto dalle notizie sulle ricchezze delle Signorie italiane e dalle prospettive di inserimento in un ambiente politico così frantumato quale quello della Penisola. Come il suo predecessore, egli aveva dato priorità alla espansione verso ]'Occidente, del quale, se ne ammirava le manifestazioni artistiche e civili, egli era soprattutto interessato a vedere le possibili minacce o le opportunità di conquista. Indubbiamente, molti interessi commerciali e di altro genere legavano i Paesi italiani a quelli dell'Oriente balcanico ed asiatico. Tali rapporti inducevano a proficui scambi commerciali ed al mantenimento della pace; ma molto ,spesso gli Stati cristiani più forti avevano cercato di assicurarsi condizioni di privilegio con operazioni offensive o con il mantenimento di posizioni, che i nuovi padroni non potevano vedere se non come in tollerabili presenze in aree del proprio Impero. In particolare, Genova non poteva che essete ostile dopo i fatti di Caffa e la liquidazione dei suoi interessi nel Mar Nero. Con Venezia, Maometto aveva condotto una lunga guerra dal 1463 a] · 1479, che era costata alla Repubblica sforzi economici e militari rilevanti (i primi, valutati in circa 700.000 ducati d'oro per ogni anno) e portato alla perdita di Negroponte, Croia, Scutari ed altre località. Durante questi anni la guerra non aveva investito solamente i possedimenti balcanici della Serenissima; gli Ottomani avevano portato le loro minacce fino alle vicinanze della Laguna. Nel 1471 , infatti, le scorrerie della cavalleria turca avevano investito l'Istria; nel 1472, il Friuli fino alle porte di Udine, con una forza di 8.000 uomini non contrastati dai 3.000 cavalieri veneti. Nel 1477, una forza turca di oltre 10.000 cavalieri si presentava dinnanzi all'I sonzo e lo superava, nonostante le fortificazioni apprestate da Gorizia al mare ed i campi trincerati di Gradisca e Lucinico. Passati a Sud di Gorizia, i Turchi sconfiggevano la caval-
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leria veneta, insufficiente di forze, e si spingevano con le loro scorrerie ed i saccheggi fino al Tagliamento ed oltre, fino alla Livenza, a Sacile ed alle porte di Treviso. Solo nel 1478, Venezia potrà contenere nuove minacce di invasione: portando le forze nell'area a 6.000 cavalli e 3.000 fanti; predisponendo la chiamata alle armi di milizie locali in rilevanti quantità; ricevendo anche un certo concorso di uomini da Milano e da Ferrara. Sempre in Italia vi era lo Stato Pontificio, che non era una potenza marittima nonostante la sua presenza sul mare a Civitavecchia ed Ancona; ma la predicazione e le finanze del Papa erano sempre alla base di tutte le coalizioni contro l'Oriente musulmano e sostenevano attivamente gli Ungheresi di Mattia Corvino e l'Ordine dei Cavalieri Ospedalieri <li Rodi. G li Aragonesi cli Alfonso il Magnanimo (1416-1458) avevano perseguito una attiva politica di espansione verso l'Oriente riprendendo quella già seguita dagli Angioini ( 6); Sicilia e Napoletano, ora Stati distinti , avrehhero certamente ripreso tale politica non appena fosse stato loro consentito dalle circostanze. L'attuale Re di Napoli, Ferdinando (Don Ferrante, o Ferrandino, 1458-1494) aveva trovato limiti alle sue ambizioni in una difficile situazione interna ed esterna, per le resistenze delle Baronie feudali e per le rivendicazioni degli Angioini. Tuttavia egli era stato lungamente legato all'« eroe» della resistenza albanese, Giorgio Castriota (Skanderberg), dal quale era stato aiutato e che egli aveva sostenuto; egli aveva dato rifugio ai Conti Tocco, signori di Zante e Cefalonia, secondo una politica ostile tanto a Venezia quanto al Turco. Che le forze marittime degli Stati italiani potessero in parte coalizzarsi e divenire pericolose era stato dimostrato da una campagna poco nota: quella che le armate di Roma, Napoli e Venezia, con il concorso di qualche nave rodiota, avevano condotto nel 1472 . Allora, una flotta di complessive 87 « galere » e 15 « navi » (7), con un impiego complessivo di 35 .700 uomini e 714 pezzi d'arti(6) G.M. MON'l'I, It Mezzagiorno d'Italia nel Medio Evo, Laterza, Bari 1930. (7) - Galee o galere: imbarcazioni con propulsione sia a vela sia con uno o più ordini di remi. - Navi; imbarcazioni con propulsione esclusivamente a vela.
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glieria, aveva operato nel Mediterraneo Orientale attaccando con successo Statalia e Smirne {in allegato n. 1, notizie più particolareggiate su queste forze, secondo il Guglielmotti). Le possibilità politiche e militari di flotte collegate dei Paesi cristiani saranno confermate un secolo dopo, nella battaglia di Lepanto (1571) . Per un verso o per l'altro, il Mondo Cristiano Occidentale continuava, dunque, a rappresentare un avversario da battere da parte di una Potenza: che aveva assunto, con la conquista degli Stretti e delle terre balcaniche ed anatolicl,e, tutti gli interessi della antica Bisanzio; e che aveva fatto propri e rinnovato tutti i caratteri espansivi e di lotta del Mondo I slamico nei riguardi dei « Rumi ». L'azione della Penisola Salentina, quindi, non aveva il carattere estemporaneo che certi commenti de] tempo le hanno attribuito: ad esempio, quale rivalsa per l 'invio di 2 galere aragonesi in aiuto agli assediati di Rodi. L'azione contro Otranto, pur non iniziata contemporaneamente a quella contro ]'Isola delle Rose, non le fu successiva né può ritenersi condotta dalle medesime forze. Essa appare frutto di un disegno ben definito, che doveva apparire a Maometto non solo necessario ma anche fattibile e conveniente. Il momento appariva, infatti, favorevole, soprattutto per due motivi e per le prospettive di successo militare che ne conseguivano. In primo luogo, all'inizio del 1479 era stata stipulata la pace tra La Porta e Venezia, che concludeva la lunga guerra iniziata nel 1463 e nella quale la Serenissima era stata lasciata sola nel contenimento della spinta ottomana verso Occidente.
La Regina dell'Adriatico aveva visto, con la perdita di Croia e di Scutari, la Turchia assumere il controllo della costa grecoalbanese. Duramente provata anche dalla peste, Venezia era interessata a mantenersi aperte le possibilità commerciali con l'Oriente, cui doveva la sua prosperità, e non poteva certo riprendere subito la lotta, anche se lo avesse voluto. Essa era da considerarsi - almeno per il momento - fuori gioco, anche per il fatto che era in contrasto politico e commerciale con il Regno di Napoli. D'altra parte, Venezia potrà essere distolta dall'intervenire con la minaccia esercitata sui suoi domini di terraferma, nel Veneto ed in Dalmazia.
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A tal fine, 34.000 uomini saranno ammassati al suo confine dell'Isonzo e tenuti in misura di ripetere le invasioni e le scorrerie del 1472 e <lel 1477; così come altre minacce potranno essere esercitate verso le città della costa dalmata (8). Un ammassamento di forze di tale entità doveva avere certamente una forte motivazione, così come quella del loro mancato 1mp1ego. Appare evidente che gli Ottomani non avevano alcuna convenienza a violare i recenti accordi di pace con Venezia, che avrebbe significato aggiungere un pericoloso nemico marittimo durante le loro imprese oltremare di Rodi e di Otranto; ma nello stesso tempo essi intendevano esercitare una pesante dissuasione nei riguardi di eventuali interventi della Serenissima. In secondo luogo, al Sultano era noto che dal 1478 il Regno di Napoli e lo Stato Pontificio erano impegnati m una aspra guerra contro Firenze, sostenuta, per quanto debolmente, da Milano e da Venezia. Le forze militari aragonesi e pontificie, del resto non rilevanti, dovevano ritenersi impegnate all'estremo Nord di questi Stati. Né poteva essere ignoto ai Turchi che la loro solidità interna era minata dalla difficoltà dei poteri centrali di affe rmarsi su principi , baroni cd altri notabili riottosi. Non sembra necessario e non sembra possibile sostenere che l'invasione dell'Italia peninsulare e il tentativo <lei Turchi di stabilirsi permanentemente in Terra d'Otranto possano essere attribuibili a inviti o complicità di Firenze o di Venezia. Nella situazione dei rapporti fra gli Stati italiani dell'epoca, questa tesi venne allora diffusa e lamentata ed ha trovato successivi sostenitori. Certamente Venezia poteva vedere con buon animo una qualche rottura fra Ottomani ed Aragonesi, e poteva desiderare che, nel contrasto, entrambe le rivali avessero a logorarsi, come sostiene il Bombaci. D'altra parte, il coinvolgimento di altri Stati italiani nella lotta contro il Turco doveva riuscire gradita alla Repubblica fino ad allora lasciata sola, con l'Ungheria, a sostenere attivam ente ]'esp ansione ottomana verso ·occidente. Ma Venezia non potrà vedere con piacere l'iniziativa ottomana di una occupazione permanente della sponda occidentale del Canale d'Otranto, l'ingresso all'Adriatico, chiamato allora il Golfo di Venezia. E ssa si manterrà guardinga ed incrementerà le sue forze
(8)
HABTNGER,
op. cit., II ed. pag. 436.
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navali nell'area. Essa, per il complesso delle circostanze manterrà la sua neutralità; ma il suo contegno ambiguo, se limiterà le possibilità dell'intervento navale cristiano, finirà anche per costituire una remora verso il Turco a proseguire ulteriormente l'impresa. Così, la Firenze di Lorenzo dei Medici, che cercava di espandere in ogni modo i suoi interessi commerciali in Oriente e di sottrarsi al monopolio veneziano, aveva anche qualche interesse a distogliere la Casa d'Aragona dalle sue imprese in Toscana; ma nulla può far ritenere che vi sia stato un invito ai Turchi per una invasione del Reame di Napoli, con il quale, del resto, era già stata conclusa la pace nel marzo del 1480. Tali inviti non risultavano necessari in quanto la situazione obiettiva era tale da far ritenere comunque probabile una loro neutralità od acquiescenza, e, quindi, da suggerire iniziative sicure del successo. Le accuse contro Firenze e Venezia risultano quindi soprattutto frutto delle polemiche italiane del tempo, e delle stesse lamentele del Re Ferrante in vista di sollecitare un maggiore sostegno. Esse poi possono essere escluse soprattutto se diamo uno sguardo alla parte turca. E', infatti, da escludere che Maometto II, nella sua abitudinaria ricerca del segreto, anche verso i più intimi, e della sorpresa verso gli avversari, abbia potuto in qualche modo far conoscere i suoi veri intendimenti a chicchessia, ed in particolar modo a Potenze cristiane; né egli poteva essere mosso da visioni politiche del tipo di quelle che indussero Solimano alla collaborazione con la Francia di Francesco II in odio agli Asburgo. Del resto, i contatti avuti con Venezia e messi in luce dal Bombaci potevano essere facilmente intesi come volti a migliorare i rapporti fra i due Paesi, con esclusione di altri, ed in particolare degli Aragonesi con i quali La Porta aveva già rapporti piuttosto tesi per la politica « albanese » del Re Ferrante. Dati poi i limiti di tempo necessari alla trasmissione degli ordini, alla mobilitazione ed ai movimenti, è, inoltre, da escludere che operazioni quali quelle di Otranto, appunto non successive ma contemporanee alla fase iniziale dell'assedio di Rodi ed alla evacuazione delle forze turche da quest'isola, possano essere state effettuate come ritorsione per la partecipazione di poche navi di Roma e Napoli alla difesa rodiota.
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Il Bombaci parla di ordini in merito già nel gennaiJ 1480 e ci precisa le attività preventive da parte turca in vista di assicurarsi la benevola neutralità veneziana (9). Quanto poi allo sbarco ad Otranto come fatto occasionale e di ripiego, in luogo di uno sbarco a Brindisi per le condizioni del mare, si deve, anche in questo caso, ritenere trattarsi di leggenda. E' già poco probabile che a fine luglio, le condizioni del mare abbiano potuto obbligare a variare la zona di sbarco; un fortunale in mare avrebbe probabilmente disperso la flotta, che invece eseguì le operazioni di trasferimento e di sbarco celermente, e nel massimo ordine. Ciò è del resto confermato dal fatto che nella flotta turca erano comprese « mahone » e « pallantarie » che, ci si dice, « volevano bonaza »; infine secondo fonti turche la partenza di Valona era avvenuta il 27 luglio) mentre lo sbarco avveniva immediatamente il giornÒ28. "-D éiltra -pa~ e Otranto era la località più idonea per la prima conquista di. un obiettivo oltremare e per un felice successo della operazione. E' vero che il suo porto è effettivamente meno capace di quello brindisino, ma è quello più vicino al porto di Valona (55 Km) a distanza superabile, con tempo favorevole, in una sola notte. La città non era difesa con for tificazioni robuste e con forze consistenti come avrebbero potuto esserlo, invece, i porti più importanti di Bari e di Brindisi; essa era il centro più orientale e più periferico rispetto alla capitale del Regno; essa era al centro di una regione già bizantina e di popolazione già di rito ortodosso che, si presumeva, avrebbero potuto essere acquisite con relativa facilità all'Impero, quali « chripstiani novelli » ( 1O). Anche la zona di sbarco, là dove la costa è isolata e protetta dai Laghi Alimini, era indubbiamente stata prescelta in quanto idonea a consentire l'operazione in tutta sicurezza e successivamente a muovere per investire la vicina cittadina. Ancora è da considerare poi che, successivamente all'impresa di Otranto e nei primi giorni dell'agosto 1480, la flotta turca eseguiva scorrerie su Monopoli, Vieste e Manfredonia; ma non eseguiva altre
(9) A. BOMBACI, V enezia e l'impresa turca di Otranto, in Rivista Storica Italiana, vol. LXVI, 1954. ( 10) C. FoucARD, fonti di storia napoletana dell'A rchivio di Stato di Modena: Otranto nel 1480 e nel 1481 , in Archivio storico delle Province Napoletane, vol. VI, anno 1881.
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conquiste. E', a tale riguardo, probabile che Istanbul, per i mot1vt già indicati circa l'ammassamento <li 34.000 uomini al confine veneto, non intendesse violare gli accordi recentemente conclusi con Venezia. Poiché - come il Bombaci ricorda - l'allineamento Otranto-Valona segnava, a quei tempi, il limite meridionale del Mare Adriatico, che Venezia considerava il suo Golfo, lo sbarco doveva avvenire ad Otranto od a Sud di tale località o sulla co~ta ionica. Infatti, così impegnata in imprese oltremare, la marina turca era certamente interessata alla neutralità veneziana. Ora, la Serenissima, che poteva essere acquiescente nei riguardi di uno scontro fra Turchi ed Aragonesi , non avrebbe certamente potuto accettare violazioni di accordi, che avessero permesso agli Ottomani pericolose avanzate nel suo mare e che le avessero tolto quelle possibilità di approdo sulla costa occidentale, ora tanto più necessarie quanto minori di venivano le sue possibilità di controllo degli approdi orientali. Sembrano, infine, dare conferma alla presunzione che l'obiettivo fosse Otranto e non altro, le testimonianze che in questo Convegno ci ha portato il Prof. Aldo Gullotta con le lettere inviate al Sultano e custodite n ell'Archivio del Museo di Topkapi circa: la fattibilità dell'impresa di una conquista della Puglia; le informazioni sulla situazione politica italiana, ed in particolare su quella del Reame di Napoli; le notizie sulla ricchl'.zza del Paesl'. e la scarsità di forze militari. Egli ci ha parlato di una buona conoscenza della topografia della zona e della volontà del Sultano di « incorporare » quelle terre nella Dar-el-Islam (la casa dell'Islam). Posto un piede sulla penisola Salentina, nella sua parte più estrema, sarebbe stato possibile, in prosieguo, espandere l 'occupazione conquistando Lecce ed assicurandosi almeno uno dei porti importanti: Brindisi e Gallipoli. Il dominio su questo territorio oltremare e quello marittimo sui due scacchieri del Mediterraneo - quello Orientale e quello Centrale - avrebbero conferito all'Impero Turco grandi possibilità: il controllo dell'Adriatico e dei traffici di Ancona, Venezia e Ragusa; un possibile ritorno dell'Islam in Sicilia e nell'Italia Meridionale; un inserimento in un ambiente politico così frammentato quale quello italiano, che offriva ampie possibilità di alleanze e confronti e di conseguenti affermazioni. Finalmente, poiché il passo da Napoli a Roma è breve, sarebbe stato possibile colpire a morte quel Papa romano che continuava
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a predicare contro il Turco, anche se con scarse prospettive di successo.
almeno per il momento -
Insomma, le operazioni contro Rodi e contro Otranto facevano parte di un unico disegno, le cui condizioni di esecuzione erano state accuratamente calcolate ed offrivano buone possibilità di successo. Gli avvenimenti iniziali corrisposero in larga parte a questo disegno.
4.
LA MINACCIA OTTOMANA:
SUOI LINEAMENTI MILITARI
Sul piano militare l'Impero Ottomano disponeva di una organizzazione di avanguardia rispetto ai Paesi dell'Occidente cristiano: ciò non tanto dal punto di vista tecnico, quanto dal punto di vista politico ed amministrativo. La preferenza orientale per l'arco era ben nota ed aveva imitatori solo negli arcieri inglesi , mentre in Italia si preferiva la balestra; così l'ampio ricorso alJa cavalleria leggera, più mobile ma meno risolutiva nel grosso scontro. Le artiglierie, di cui i Turchi facevano ampio uso erano ben diffuse anche in Occidente; anzi, quelle ottomane erano spesso costruite ed impiegate da Tedeschi, Ungheresi o rinnegati di varia provenienza. La superioriLà ollomana era invece rappresentata almeno in que] tempo - dalla possibilità di impiegare forze ingenti , bene organizzate ed addestrate, sorrette da una rigida disciplina e comandate da Capi preparati. L'Impero estendeva il suo controllo dall'area danubiana a quella estrema dell'Anatolia, con una popolazione complessiva non nota ma comunque abbastanza rilevante . Anche se il Mondo Orientale non aveva i centri urbani dell'Italia Rinascimentale, esso doveva avere una popolazione rurale cospicua, formata da gente sobria, robusta, idonea a fornire buoni combattenti. Sul piano militare l'Impero Ottomano aveva tutti i vantaggi delle monarchie assolute. Esso aveva una efficiente organizzazione amministrativa che assicurava al potere centrale ampie disponibilità finanziarie e la possibilità, quindi , di mantenere grossi contingenti militari da esso dipendenti e rispondenti solo · alle sue iniziative. Soprattutto, dopo conquiste magari sanguinose, l 'Impero Turco - come Roma nei
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tempi antichi e gli Stati Uniti nell'era contemporanea - tendeva ad assorbire ed impiegare tutti i sudditi, di qualunque origine, rdigone o ceto fossero, favorendo i migliori e dando loro autorità e responsabilità ( 11). L'attribuzione degli incarichi non era scevra <la arbitrii; ma, comunque, la formazione dei funzionari civili e militari in corsi di quattro anni, nel Serraglio, era molto curata; essa conferiva loro una certa uniformità di dottrina e forti spiriti di solidarietà; essa avveniva secondo modalità dalle quali l 'Occidente era ben lontano e che si diffonderanno solo nel XVIII Secolo. Il nerbo delle forze combattenti, gli spahis (cavalieri turchi) ed i giannizzeri (fanterfa scelta), era in pratica costituito da militari permanenti, bene addestrati, disciplinati, fortemente motivati non solo dalla esaltazione religiosa - non tanto vivace nei Turchi quanto negli Arabi - ma dallo spirito di Corpo e, nei Quadri, dal desiderio di carriera, ricchezza e prestigio. Anche gli orientamenti tattici dei Turchi erano generalmente noti; essi trovavano la loro base sulla assoluta priorità d ata alla mobilità, alla leggerezza degli equipaggiamenti, alla ricerca della sorpresa e degli stratagemmi. La tecnica ossidionale dei Turchi ed il loro impiego delle artiglierie nell'attacco e nella difesa dei castelli non costituivano certamente una sorpresa . Ancora meno esisteva una superiorità ottomana in campo marittimo, nel quale le imbarcazioni orientali erano generalmente di minori dimensioni e servite con minor numero di rematori, marinai e soldati.
In conclusione, l'Impero T urco costituiva un grosso pericolo per la sua capacità di portare in campo forze superiori, ottime nella qualità, e di perseguire con esse una strategia ed una tattica aderenti alle esigenze. La condotta delle azioni era sempre risoluta e poteva fare appello ad un impiego coordinato ed efficace di forze bene addestrate e disciplinate. Un aspetto temibile del confronto con l'Impero T urco era, poi, la sua capacità di assorbire e superare gli insuccessi e la caparbietà (11 ) AA.VV., Armi ed Eserciti, AIAS - Salani, Pircnze 1965.
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GllNERAL!l ALilllRTO ROVIGIII
con cui esso ripeteva, di anno in anno, i suoi assalti, almeno fino a quando prevaleva una certa continuità politica sultanale o non fossero stati conseguiti gli obiettivi voluti.
5.
L E REAZIONI DELL'OCCIDENTE CRISTIANO DI FRON'I'E ALLA OPFENSIVA TURCA
Le possibilità difensiva dell'Occidente Cristiano, di fronte alla espansione turca, avrebbero potuto essere - in teoria - rilevanti. Nel 1480, l'offensiva ottomana in Puglia costituiva indubbiamente un fatto di grande rilievo, testimoniando che l'Impero Ottomano non aveva solamente battuto l' Impero dei Paleologhi, ma puntava anche a riprenderne la politica espansiva nel Mediterraneo. E, tuttavia, l'offensiva non provocava vere e proprie preoccupazioni né influiva sensibilmente sulle decisioni politiche e militari della maggioranza dei Paesi cristiani; essa finiva per interessare esclusivamente gli Stati della Penisola Italiana. Per l'intero Occidente cristiano erano lontani i tempi della compattezza garantita dall'Impero universale di Roma, ed anche quelli successivi di relativa unità assicurata dalla Chiesa Cattolica e <la] Sacro Romano Impero. Anzi, mentre il mondo orientale trovava unità e forza nell'azione politica e militare ottomana, lo sviluppo delle comunità nazionali - almeno per il momento - fiaccava le possibilità di quello occidentale o, quanto meno, impediva la formazione di una unitarietà politica e, quindi, la disponibilità di ingenti risorse finanziarie e di rilevanti forze militari. Insomma, i Paesi cristiani non avevano più lo spirito offensivo delle Crociate né si attendevano favolosi guadagni da imprese nell'Oriente; né, d'altra parte, si sentivano effettivamente in pericolo di fronte ad un Impero turco che appariva lontano e non in grado di minacciarli direttamente: per terra, date le grandi distanze e gli organismi statali interposti; per mare, data l'esistenza de11e marine italiane e spagnole. Questo Impero potrà inoltre diventare, in prosieguo, un utile contrappeso di potenza ed un fattore di equilibrio con il quale comunque - trattare e sul quale eventualmente contare. Sul piano religioso, anzi, dopo l'agnosticismo rinascimentale, ci si doveva avviare ai feroci contrasti delle riforme protestanti e della Controriforma, che dilanieranno i popoli occidentali, mentre l'Impero turco vedrà una certa migliore convivenza di popoli di varie fedi.
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Non solo: in Occidente si andavano solo allora, e faticosamente, realizzando quelle condizioni di rafforzamento politico, finanziario e militare dei poteri centrali, che l'Impero Ottomano aveva già in precedenza cosi felicemente conseguito in un ampio territorio e su una numerosa popolazione. E se ciò era in corso di realizzazione in Inghilterra, Francia e Spagna, in altri Paesi, come l'Ungheria e la Polonia, continuavanc a prevalere orc.linamenti feudali; mentre in Germania - come in Italia - perdurava una frammentazione di poteri in equilibrio, ognuno abbastanza forte per non essere eliminato dagli altri, ma non sufficientemente per affermarsi su di essi. Era in corso il processo di formazione degli Stati Nazionali e di consolidamento delle Monarchie, che si traduceva in una maggiore attenzione alle questioni interne ed alle contese di confine con i Paesi imme<liatamente vicini, piuttosto che alle invocazioni del Pontefice ed alle iniziative lontane. Infatti, in Spagna, paese di circa 8 milioni di abitanti, con l'unione delle Case di Aragona e di Castiglia l'attenzione <lella prima era stata dirottata dagli interessi marittimi della Catalogna a quelli della « reconquista », che si concluderà nel 1492 con la distruzione del Regno «moro» di Granada. L'Inghilterra, con una popolazione di soli 4 milioni di abitanti, era uscita stremata dai contrasti con la Jìrancia durante la « Guerra dei lO Gmni » (1337-1453), che si era conclusa con la perdita dei domini sul Continente fatta esclusione del porto di Calais, per entrare subito dopo nelle lotte interne fra le Case di York e di Lancaster (Guerra delle Due Rose: 1455-1485). La Francia di Luigi XI Valois, forte di circa 10 milioni di abitanti, era impegnata nel rafforzamento del potere centrale su tutta la regione e nel contrasto con la casa di Borgogna. Quest'ultima, potente nelle regioni dell'Est fino al Reno ed alle Fiandre, era stata fiaccata dalle sfortunate iniziative politiche e militari di Carlo il Temerario e d alle sconfitte patite dai suoi eserciti ad opera delle fanterie svizzere (Marat e Grandson nel 1476; Nancy nel 1477). Era inoltre presumibile che Luigi XI (1461-1483) non avrebbe inviato sue forze nel Napoletano per sostenervi la casa d'Aragona, né d'altronde esse sarebbero state gradite per le ben note pretese del Re francese alla eredità della casa Angioina, mire che saranno poi motivo o giustificazione della calata di Carlo VIII in Italia. Gli
17. - Memorie
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Svizzeri, ormai rivelatisi come solidissimi fanti, capaci di conseguire
il successo anche contro le cavallerie più esperte e gli eserciti più ricchi di mezzi quali quello borgognone, erano soltanto interessati alle loro guerre di confine; essi avrebbero potuto fornire buone truppe, ma occorreva disporre di grosse somme per assoldarle. Più ad Oriente, il Sacro Romano Impero di Federico III d 'Asburgo, nonostante i suoi 12 milioni di abitanti, era minato e ridotto a puro emblema dalla potenza e dalla riottosità dei grandi feudatari tedeschi, dalle lotte contro gli Ussiti boemi, ed - infine dagli assalti ambiziosi di Mattia Corvino, re d'Ungheria. La sua situazione finanziaria versava in pari precarietà. L'espansione tedesca era stata, per il momento, arrestata dalle reazioni dei Boemi e dalla formazione di un grosso Stato polacco. I primi, sotto la guida di un Capo abile e dalla fertile fantasia - Giovanni Ziska - , avevano introdotto nuove tecniche di guerra con il ricorso ai carriaggi, la loro utilizzazione quali fortificazioni ed ostacoli mobili, il loro impiego quali basi mobili di fuoco. Ma si trattava di forze idonee ad agire soprattutto nel proprio ambiente, caratterizzato dalle larghe pianure e da un caldo supporto popolare, in acerbo contrasto con Roma ed il P apa. In Polonia si era andato consolidando il lungo potere di Casimiro IV (1447-1492); così come in Moscovia quello di Ivan III il Terribile (1462-1505); ma si trattava di Paesi lontani, nei quali le organizzazioni politiche erano ancora primordiali e che non si sentivano coinvolti dagli avvenimenti in Italia; semmai potevano esserlo solo nei riguardi della espansione turca a nord del Danubio e nella Transilvania, così come nelle terre prospicenti le coste settentrionali del Mar Nero e del Mare d'Azov. Del resto questi Paesi non saranno nemmeno interessati da Papa Sisto IV. Il risultato di questa situazione sarà che la Spagna farà affluite, ma con un certo ritardo, alcune unità dalla Sicilia (1 1 navi); Enrico IV di York e Federico III d'Absburgo si diranno impossibilitati a fornire q ualsiasi aiuto. La Francia, come si è detto, non manderà sue forze; ma tuttavia non potrà esimersi - almeno ufficialmente - dal partecipare allo sforzo difensivo, proprio in vista di quegli interessi e di quelle rivendicazioni che essa aveva sul Regno di Napoli. Luigi Xl solo nel marzo 1481 offrirà denaro; ma, nel contempo, il re di Francia tenderà a subordinare l'offerta a una condizione proibitiva: quella di una partecipazione unanime dei Paesi cristiani; il suo contributo pratico fu esiguo e tardivo. Ciò che presenta in-
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teresse, nelle sue proposte, è la valutazione del contributo finanziario annuo che egli prevedeva a carico dei vari Paesi (12): 200.000 ducati da parte dell'Impero e della Spagna (ognuno); 100.000 ducati da Inghilterra e Francia; 40.000 dagli Stati italiani della Lega Santa. Il valore di questi contributi va anche raffrontato alla stima fatta circa l'onere di 700.000 ducati annui, sostenuto da Venezia per lunghi anni, nel corso della sua guerra contro i Turchi; e alla valutazione delle spese, fatta da Carlo VIII prima della sua impresa in Italia nel 1494: appunto superiore a 700.000 ducati annui. Dinanzi a cosi onerose previsioni, gli aiuti finanziari dati al Reame di Napoli, <la parte dei Paesi cristiani della « Lega Santa », risulteranno veramente una povera cosa. In pratica, l'unico disposto ad inviare sue forze a sostegno del Regno Aragonese era Mattia Corvino, re <l'Ungheria. Legato da vincoli familiari con Re Ferdinando, avendone sposato 1a figlia Beatrice, egli non può sottrarsi ad un'alleanza dalla quale ha più volte ricevuto sostegno . Il figlio di Giovanni Hunyadi aveva ottenuto buoni successi nella lotta in Bosnia (Jaice: 1462); attraverso le sue riforme amministrative aveva potuto costituire un esercito bene disciplinato ed organizzato che lo aveva reso in parte indipendente e, quindi, superiore ai grandi nobili ungheresi. Ma le sue eccessive ambizioni lo avevano portato a lottare contro tutti i vicini. La guerra della coalizione di Austria, Boemia, Polonia e Valacchia contro l'Ungheria si era conclusa soltanto nel 1478 (Olmutz); i conflitti del Corvino con Federico III per sostituirlo nell'Impero, saranno ripetuti negli anni 1477, 1480, 1482, 1485: egli è inoltre in contesa con Venezia per la costa dalmata. Egli poteva, anzi doveva, quindi, partecipare; tuttavia si limiterà ad inviare 400 fanti e 300 cavalieri (100 « lance»), il cui soldo, del resto, graverà su Napoli. L'arrivo del contingente sarà comunque salutato con gioia quale apporto di forze esperimentate. Nei riguardi della espansione ottomana, del resto, tra le potenze terrestri del centro danubiano (Austria e Ungheria) e quelle marittime italiane esisterà sempre una situazione equivoca. (1 2) Vedansi anche, in allegato 2, 1c notizie sulle possibilità finanziarie attribuite a vari Stati cristiani nella seconda metà del XV Secolo secondo varie fonti.
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Se da un lato tutte le parti erano interessate ad un contenimento della offensiva degli Orientali ed, in tale prospettiva, erano potenziali alleate; dall'altro esisteva invece un certo interesse a che la forza avversaria si scaricasse non nella propria direzione, ma su quella degli a1tri. Inoltre, entrambi i Paesi danubiani erano in lotta con Venezia per il controllo dei territori del Friuli e delle coste triestine, istriane e dalmate (attorno al 1480 vi era una contesa con l'Ungheria, per il possesso dell'isola di Veglia). Gli ungheresi di Mattia Corvino imbarcatisi a Signa (Sinj), arriveranno comunque nella Penisola Salentina dopo molte difficoltà ed un viaggio fortunoso solo nell'estate del 1481. Si deve, al riguardo, considerare che un afflusso via terra di forze consistenti avrebbe senza dubbio presentato grosse difficoltà; non a caso, i movimenti dei Crociati ed il loro supporto erano stati, a suo tempo, garantiti essenzialmente dalle navi delle Repubbliche marinare italiane. Sicché la neutralità di Venezia in questo periodo comprometteva eventuali afflussi via mare, riducendone la possibilità. Un ulteriore apporto, anch'esso tardivo, sarà quello inviato dal Portogallo e costituito da 23 caravelle, i cui equipaggi, in base alle cronache del tempo, preferiranno darsi agli ozi ed al vino a Roma ed a Napoli, piuttosto che affrettarsi ad unirsi alla flotta aragonese. La flottiglia arriverà solo fino a Napoli ed a cose fatte; ritornerà poi in patria a seguito della morte di Alfonso V , re del Portogallo. Pure, si trattava di un apporto che avrebbe potuto essere importante qualora le operazioni n avali si fossero ulteriormente protratte. L'attacco turco, dunque, impegnava soprattutto, anzi quasi esclusivamente, l'Italia. Rispetto alle scorrerie improvvise dei pirati esso significava effettivamente un salto di qualità che doveva giustamente allarmare Roma e Napoli, e gettarvi il panico cosi come nelle zone immediatamente minacciate, specie dopo le prime notizie su11e efferatezze compiute. Il re Ferrante ed il Papa Sisto IV invocavano l'aiuto di tutti gli Stati italiani contro l'I slam, secondo gli impegni concordati nella pace di Lodi (1454) e più volte rinnovati. La scena politica dell'Italia - che contava allora una popolazione relativamente ingente di circa 12 milioni di abitanti - vedeva aspri contrasti fra i maggiori Stati (Milano, Venezia, Firenze, Roma
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e Napoli), nel 1479 divisi in due leghe: una che riuniva i primi tre, e l'altra i due restanti. Gli altri Stati minori cercavano di barcamenarsi e di salvare la loro autonomia, nonostante la sostanziale estrema debolezza . Malgrado la pace di Lodi una sola era l'effettiva concordia: quella di non consentire ad alcuno dei grandi Stati di assumere una posizione di predominio. Sicché, mentre in Italia si andavano estendendo i traffici ed i frutti dell'Umanesimo e del Rinascimento, veniva però a mancare quel processo di trasformazione politica, che in altre regioni dell'Europa dava luogo a più consistenti organizzazioni statali, idonee anche ad esprimere maggiori sforzi militari. Questo stato di inferiorità italiana, che risulterà poi palese dopo il 1494, veniva già posto in evidenza dagli avvenimenti del 1480, che vedevano gli Stati della Penisola così divisi contro il monolitico Impero ottomano. Ai già vivaci contrasti fra gli Stati italiani per questioni di predominio terrestre si aggiungeva poi una situazione di concorrenza e di ostilità anche per gli interessi marittimi. Il conflitto fra Genova e Venezia aveva riempito di sé il Secolo XIV; in questa seconda metà del XV Secolo era vivace il contrasto fra Napoli e Venezia per i commerci con l'Oriente, sui quali la città adriatica cercava di esercitare un controllo quasi monopolistico. Contro Venezia, per queste sue mire, erano tutti coalizzati: i Catalani, Genova , Roma , Napoli, ed anche la Firenze di Lorem:o il Magnifico. Questa situazione di latente ostilità sarà, come si è detto , a] fondo della neutralità di Venezia, che non intendeva riprendere nel 1480 una lotta dalla quale si era appena da poco sottratta. E ssa sapeva bene che sarebbe stata particolarmente onerosa e che avrebbe compromesso quelle possibilità di commercio con l'Oriente che erano le sue stesse ragioni di vita. Questa ricerca di accomodamento e di privilegio nei rapporti con I stanbul, del resto, non era una prerogativa di Venezia, ma aveva avuto precedenti da parte genovese, fiorentina e napoletana. La Repubblica lagunare, come bene rileva il Bombaci, era certamenta ostile ad una espansione irreversibile del control1o di coste mediterranee, e adriatiche in particolare, da parte dell'Impero Ottomano; ma non era aliena dal vedere con benevolo interesse una limitazione del potere e delle ambizioni del Regno di Napoli. D'altronde, forse non riteneva che un eventuale impegno militare turco in Italia potesse concludersi con una occupazione per-
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manente del territorio del Regno; essa infine stimava non conveniente intervenire, e che anzi un maggior coinvolgimeto degli altri Stati italiani nella lotta contro il Turco le fosse favorevole, non lasciandola sola, oppure solamente con l'Ungheria, a lottare contro la potenza ottomana. Anche il Machiavelli, come abbiamo visto, attribuirà all'azione turca il valore positivo, di aver provocato la cessazione dei conflitti fra gli Stati italiani ed avere indotto, almeno per un momento, ad una certa unità. Ma se l'utilità della cessazione dei contrasti si traduceva in benefici effetti distensivi, l'effettiva possibilità di realizzare efficaci sforzi comuni risultava ancora molto labile. Come scriveva l'Egidi ( 13), i vari Stati italiani approfittavano degli avvenimenti per risolvere i propri problemi piuttosto che accorrere in aiuto del Regno di Napoli con uomini e denari. Le forze militari degli Stati italiani, anche se costituite prevalentemente dalle unità dei Condottieri, potrebbero essere rilevanti, se riunite; esse godevano di buona fama, ma in pratica, 1a maggioranza di esse erano vincolate dai vari Stati (14), per 1e esigenze della loro sicurezza reciproca. Le forze militari di Napoli e quelle pontificie, di entità piuttosto limitata, erano impegnate in Toscana; il loro intervento non avrebbe potuto essere tempestivo; il loro incremento avrebbe richiesto grosse disponibilità finanziarie. D 'altra parte il numero degli uomini addestrati e disposti a combattere non poteva essere di molto aumentato: le milizie locali avevano infatti ben scarse possibilità d'impiego, soprattutto in campo aperto, ed erano di qualche utilità solo nella difesa delle « terre forti ». Tutti gli Stati italiani erano anche convinti che il Regno di Napoli - con i suoi 2 milioni circa di abitanti e con Je ricchezze che gli erano attribuite, anche per le munificenze del Re Ferrante e la sua politica ambiziosa di potenza - avesse tutte le possibilità di ributtare a mare i Turchi ; molti, poi, ritenevano di qualche utilità i1 logorio della potenza degli Aragonesi in Italia. (13) P. EGIDI, La politica nel Regno di Napoli negli ult imi mesi dell'anno 1480, in Arch. Stor . Prov. Napoli 1910, voi. XXXV. (14) In allegato n. 3 una stim~ delle forze militari degli Stati italiani nel 1439, e nel 1483, in base ai dati fomiti dal Ricotti ed a valutazioni personali.
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Lo stesso Stato della Chiesa, che pure invocava l'intervento di tutte le Potenze cristiane, concorreva alla lotta con ben scarse forze e con l'invio di fondi relativamente limitati (i fondi già in via di raccolta per sostenere la difesa di Rodi). Esso, semmai, provvedeva a rinforzare le difese dei suoi porti (Civitavecchia, Ancona) ( 15) e tratteneva le sue forze migliori, quelle « squadre » del Duca Federico di Urbino che saranno attese così ansiosamente ed inutilmente dall'esercito aragonese in Puglia. Le difficoltà del Regno di Napoli ad incrementate le sue forze terrestri erano accompagnate da altre analoghe sul piano dell'approntamento di quelle navali; quelle poche già in servizio operavano al largo delle coste toscane e, comunque, nel Tirreno. Ma se al re Ferrante si rimprovererà giustamente l'insensibilità per non aver saputo prevedere il verifkatsi dell'offensiva ottomana e per non aver predisposto alcuna difesa efficace, gli va dato atto che le decisioni successive risultarono corrette e ben indirizzate, anche se non portarono a successi immediati per la indisponibilità di forze. Il sovrano di Napoli si rendeva conto della difficoltà di battere le forze terrestri turche e deJl'onere di un attacco ad Otranto, che egli cercherà di evitare, o quanto meno di dilazionare, mediante la condotta di trattative diplomatiche. Come scriveva appunto l'Egidi, il Re non cercava tanto <li incrementare ]e sue forze terrestri quanto quelle marittime, per impedire nuovi afflussi di forze ed isolare le unità sbarcate, tendendo a far cadere il presidio con un assedio piuttosto che con un assalto, secondo quelli che, del resto, erano gli orientamenti del tempo. Il Re Ferrante avvertiva bene come la difesa del suo regno fosse legata alla ripresa del controllo del mare. La dinastia aragonese aveva conquistato Napoli venendo dal mare; egli diceva agli ambasciatori della Lega: « Ricordino i Principi che il nostro regno ha 2.000 miglia di coste aperte ad ogni assalto nemico » e « credeva essergli necessario più una potente flotta che un esercito numeroso ». La sua attività diplomatica sarà essenzialmente rivolta ad esercitare pressioni su Venezia perché esca dalla sua neutralità. Le flotte riunite degli Stati Italiani potrebbero sicuramente contrastare con buon esito le forze navali turche, qualora Venezia vi partecipasse. (15) P.A.
GuGLIELMOTTI,
Firenze 1895, vol. II.
Storia della marina pontificia nel M edio Evo,
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Questa attività, come è noto, non conseguirà i suoi obiettivi. Venezia tuttavia, incrementerà le sue forze navali nell'area in una difesa puntigliosa della sua neutralità; e, in un certo senso, la sua sola presenza verrà a costituire una preoccupazione per i Turchi , come flotta « in being ». Gli Aragonesi dovevano, quindi , mobilitare e portare sul Canale d'Otranto una flotta ben consistente se volevano contrastare con successo l'afflusso di nuove forze ottomane. E, a tale riguardo, lo sforzo aragonese fu indubbiamente notevole (16). Tuttavia le squadre navali del regno non avrebbero potuto intervenire in forze che nell'autunno del 1480, e con ben scarsi risultati; solamente il 25 febbraio 1481 esse potranno conseguire un grosso successo nello scontro di Saseno, delle cui ripercussioni tratteremo in seguito, mentre la flotta aragonese sarà rinforzata dalle navi alleate solo il 25 luglio 1481.
In conclusione, esclusivamente il Regno di Napoli fu investito dalla offensiva ottomana e dovette farvi fronte da solo nel corso del 1480; l 'onere finanziario e militare sostenuto nel 1481 per riconquistare Otranto fu largamente sopportato dal Reame, con aiuti piuttosto esigui degli alleati cristiani. 6. LE
ORGANIZZAZIONI MILITARI OCCIDENTALI VERSO LA FINE DEL
XV SECOLO DI FRONTE ALL'ATTACCO DEI TORCHI.
Come quelle politiche, anche le organizzazioni militari occidentali, nella seconda metà del Quattrocento, erano interessate ad una evoluzione che ri sulterà accelerata nel secolo successivo. Nel periodo feudale la guerra aveva visto una assoluta prevalenza delJa difensiva , incentrata sui castelli e sulle città cinte di mura, da piegare con gli assedi più che con gli assalti. Le poche battaglie campali erano condotte da piccole formazioni di cavalleria pesante armata di lancia. La tecnica della lotta era rimasta pressocché immutata per alcuni secoli, dall'VIII al XIII ; le stesse Crociate avevano contribuito a diffondere una certa uniformità di armamenti e di procedimenti. (16) I. ScHIAPPOLI , Napoli arap,onese : traffici e attività marinare, Ed. Giannini, Napoli 1972.
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Con la frammentazione politica del mondo cristiano e per effetto delle trasformazioni di ordine civile, politico e sodale si verificavano ulteriori esigenze e rivolgimenti, che tendevano a far evolvere le istituzioni militari, spesso con caratteristiche peculiari per ciascun Paese.
In questo periodo il diffondersi di alcune innovazioni tecniche, quali il ricorso alle armi da fuoco, concorreva ad influenzare sempre più sensibilmente le operazioni campali ed ossidionali, facendo prevalere il « fuoco » sul!'« urto » e ridando spazio alla « offensiva ». La serie quasi incessante di conflitti: da una parte, portava a confronti che, sotto certi aspetti, tendevano a diffondere le innovazioni ed a rendere comuni gli ordinamenti e le tattiche, formando abili Comandanti; dall'altra, però, provocava una rapida evoluzione negli eserciti dei vari Paesi sempre alla ricerca di nuovi motivi di superiorità, realizzabili per peculiari caratteristiche del proprio ambiente (arcieri inglesi, picchieri svizzeri, ecc.). Tale processo evolutivo era già ben avanzato nell'esercito turco, che aveva potenziato sia le sue capacità offensive con cavalleria leggera estremamente mobile e sia le sue possibilità difensive con unità di arcieri e con fanterie disciplinate e compatte anche nel combattimento ravvicinato con le scimitarre; esso faceva ampio ricorso alle armi da fuoco , fossero esse le grosse bombarde oppure le armi leggere (in Otranto, nel 1481 , la difesa turca disporrà di 1500 bocche da fuoco leggere con forcelle), sia n ell'attacco sia nella difesa di opere fortificate, rese più solide con un ampio ricorso al lavoro ed all'ostacolo (larghi e profondi fossati; difese predisposte avanti e dietro le mura; stendimento di catene fissate a pali per arrestare i cavalli; ecc.). Se gli eserciti turchi apparivano assai temibili, tuttavia non esisteva una vera e propria superiorità tecnica ottomana. La superiorità effettiva era data, come si è accennato, da una disponibilità consistente di forze, disciplinate ed addestrate, impiegate da Comandanti che si erano guadagnati gli incarichi con l'esperienza sul campo. Nei Paesi cristiani, invece, si aveva uno sviluppo di forze e di tecniche piuttosto vario ; gli arcieri in Inghilterra, i picchieri in Svizzera, 1 b alestrieri in Italia , senza ricordare il ricorso ai carriaggi boemi.
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Nel contempo, il ricorso alle armi da fuoco si andava estendendo dagli impieghi ossidionali a quelli campali (17). Nel complesso, tutte le innovazioni tendevano a rivalutare l'impiego delle fanterie ed al grosso scontro campale, anche se gli effetti di queste innovazioni si dovevano risentire solo molto lentamente. Tuttavia, in questo periodo, più che le stesse innovazioni di ordine tecnico, l'elemento di maggior peso nel mutare delle istituzioni militari era costituito, a nostro avviso, dal crescente professionalismo delle forze militari e dalla costituzione degli eserciti permanenti. La guerra, oltre che costosa e pericolosa, era difficile. Essa richiedeva sviluppo fisico, addestramento, organizzazione e dedizione permanente o semipermanente. I signori, nobili o meno, miravano ad avere un potere politico ed economico ma non avevano più una preparazione militare; a maggior ragione, la capacità di sostenere un combattimento da parte delle plebi cittadine e rurali diveniva sempre più insufficiente. Queste tendenze erano rafforzate dall'aspirazione dei poteri centrali delle Monarchie e delle Signorie a disporre delle forze militari esistenti, a danno dei feudatari vas·sallì che dovevano invece disarmare. Inoltre il costo delle artiglierie ed i problemi di movimento, munizionamento ed impiego ad esse connessi potevano esser affrontati e risolti solo dallo Stato. Infine, al combattimento a carattere prevalentemente individuale, in cui finivano per trasformarsi gli scontri delle opposte cavallerie, venivano a mano a mano sostituendosi le operazioni combinate di unità di diverso tipo, la
( 17 ) Un a <limostrazione di quanto diffuse fossero ormai le armi da fuoco in Italia è data dalla fornitura di armi fatta da Venezia all'ambasciatore del Re Ussun Hassan nel 1472-73. Secondo il Guglielmotti, infatti all'ambasciatore portato in Italia dalla Flotta alleata, che aveva operato in Oriente neJl 'estate del 1472, sarebbero stati regalati da Venezia: - 6 bombarde da 2 tonn; - 10 bombarde da riparo, da 250 kg; - 200 spingarde; - 10.000 schioppetti , « manesche }> e portatili. Con il materiale sarebbero stati inviati in Oriente anche 100 « bombardieri » per istruire gli alleati all'impiego delle armi. Seppure i quantitativi sopraindicati sembrino piuttos to esagerati, tuttavia il fatto testimonia un'ampia disponibilità di armi <la fuoco, comprese q uelle leggere e portatili.
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cui efficacia dipendeva dalla organizzazione, dalla disciplina e da una efficace azione di comando: prima, durante e dopo la battaglia. Le operazioni svolte ad Otranto si inseriscono nella prima fase di questo periodo di trasformazione e presentano alcuni aspetti di interesse, che, forse, all'epoca, non risultarono intesi a sufficienza. Siamo, in Italia, nel periodo a cavallo tra il XIV e il XV secolo: un periodo di transizione tra ]'ordinamento militare delle « Compagnie di Ventura » e quello definitivo dei « Condottieri italiani». Questo sviluppo del mercenariato straniero e poi nazionale deve ritenersi del tutto consono ai tempi e analogo a quello verificatosi altrove nella comune tendenza al professionalismo ed alla costituzione di forze militari statali, e non feudali. E tuttavia queste tendenze, che trovano piena espansione negli altri Stati occidentali , in Italia dovevano essere impari alla evoluzione dei tempi, essenzialmente per l'insufficienza delle organizzazioni politiche, che non potevano permettersi l'assoldamento permanente di « compagnie » e « condotte» , né la loro formazione con elementi locali, del resto avversata per evidenti ragioni di sicurezza politica. Gli studi pregevoli del Lot ( 18) hanno messo in rilievo l'inesattezza delle affermazioni del tempo, sia del Machiavelli sia del Guicciardini, che attribuivano a queste truppe scarsa sicurezza e carenza di spirito combattivo , quest'ultima dimostrata dalla presunta inesistenza di perdite negli scontri. Vi era, senza dubbio, la tendenza a perseguire il risultato attraverso il minore dispendio possib ile di energie, e quindi una ricerca di superiori strategie, di stratagemmi e di manovre atte ad evitare scontri onerosi dall 'esito incerto . La condotta delle operazioni voleva essere « ragionata », come scrive il Guicciardini; le capacità professionali dei Condottieri italiani erano però valutate positivamente anche dagli stranieri e d aranno poi luogo ad un .largo impiego di Comandanti e di soldati italiani negli eserciti francese, spagnolo ed imperiale. Attorno al 1480 , peraltro, la tecnica operativa era ancora orient ata alla ricerca dello scontro fra le opposte schiere, che finiva per concludersi in una « melée » di combattimenti individuali. (18 ) F. LoT, L'art militaire et !es armées au Moyen Age en Europe et dans le Proche Orient », Payot , Parigi 1946.
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Il nerbo delle forze era formato dalla cavalleria pesante (costituita da « lance » di 3 uomini su 3 cavalli: l'unico, vero combattente però era l' « uomo d 'armi », corazzato ed armato di lancia, che andava allo scontro sul « destriero»; gli altri due, lo scudiero ed il paggio, lo assistevano e generalmente non partecipavano al combattimento). L'unità di combattimento era la « squadra » di 20-25 « lance ». Le forze erano indicate in alcuni casi dal numero delle « lance» o «squadre», numero che forniva l'entità dei combattenti effettivi. Spesso veniva invece specificato il numero dei cavalli; in tale ipotesi il numero degli « uomini d'arme » che poteva sostenere il combattimenti era pari ad 1/3 del numero dei cavalli, salvo che ne] caso di « lance spezzate», nelle quali un combattente poteva anche disporre di due cavalli solamente, con il solo scudiero. L'azione risolutiva degli « uomini d'arme » era generalmente preceduta e sostenuta da quella della fanteria di arcieri o balestrieri, e successivamente dagli archibugieri , rnenlre alabardieri, scudieri e paggi costituivano schieramenti idonei a sostenere e dare rifugio ai cavalieri fra un assalto e l'altro delle « schiere » secondo cui si disponevano le « squ adre » dell a cavalleria.
In Italia, la proporzione della fanteria rispetto alla cavalleria (di 1 a 1), nelle formazioni dei Condottieri era generalmente inferiore a quella degli altri .Paesi. Ma verso la fine del Secolo essa tenderà ad aumentare secondo gli orientamenti esterni. Nel corso della guerra d'Otranto il contingente italiano disporrà di circa 1.000 cavam e 3-4.000 fanti, e nel 1481 di circa 3.000 cavalli e oltre 5.000 fanti, avvicinandosi alle proporzioni che saranno comuni nel secolo successivo. E' da rilevare, peraltro, che mentre la forza dei cavalieri era difficilmente aumentabile, quella dei fanti poteva esserlo più facilmente attraverso arruolamenti straordinari od il ricorso a « cerne » o milizie locali. Ciò era particolarmente vero soprattutto quando si dovevano condurre, come nella guerra d'Otranto, operazioni di difesa o d 'assalto di fortezze per le q uali si doveva ricorrere, oltre che alle artiglierie ed alle mine, a numerosa fanteria per i lavori ed i combattimenti. Benché, nella sua famosa « Relazione della presa di Otran-
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to » ( 19) il Commissario di Bari parli di « villani et altra gente vile » e riporti il parere del comandante turco su « cerne et homini comandati, li quali non estimava uno fico», tuttavia, soprattutto nella difesa delle città murate, si faceva largo ricorso all'apporto dei cittadini, del resto cosl coinvolti in caso di insuccesso. Contrariamente a quanto spesso ritenuto, però, l'addestramento all'impiego delle armi del tempo era molto più impegnativo e difficile di quello delle armi moderne. L'apporto che poteva dare l'uomo non addestrato era ben esiguo; egli era prevalentemente sfruttato per il lavoro di scavo di trincee , fossati ed altri ostacoli o per la ricostruzione di mura o l'elevazione di cinte interne in corrispondenza delle brecce. Al confronto campale si addiveniva, in pratica, soltanto se entrambe le parti accettavano il combattimento. Sicché erano piuttosto trascurati i servizi di esplorazione e <li sicurezza; mentre parecchi combattimenti si risolvevano m scaramucce senza risultati ben definiti. Anche se miziata con un certo ordine, la battaglia tendeva a frazionarsi ancora in prodezze e scontri individuali. Il Comandante stabiliva i lineamenti dell'azione ma non ne dominava poi l 'esecuzione, durante la quale affrontava per primo il combattimento nel luogo più esposto. Il suo esempio doveva galvanizzare i suoi uomini e incuLere terrore nei nemici; la sua perdita segnava spesso il precipitare degli ev,e nti. In conclusione, lo stato <lell',arte dell a guerra terrestre in Italia nel 1480 non si discostava molto dai modelli allora prevalenti; il maggiore inconveniente era dato dalla scarsa omogeneità delle forze, spesso di diverse consistenze, estrazione e provenienza. Venivano cosl ad essere incrinate la disciplina delle intelligenze e la compattezza delle unità. Sul pi ano dell a guerra navale, forse ancora più che in quella terrestre, vi era una sostanziale similarità di tipi di navigli e di procedimenti di lotta. Eccetto Venezia, tutti gli altri Stati non avevano Armate navali permanenti; tuttavia, la n avigazione commerciale presentava t anti rischi da essere condotta con galee e navi armate che potevano agevolmente essere impiegate o trasformate per il combattimento. (19) Dai documenti riportati d a C. Foucard, nelle sue Fonti di storia Napoletana, più volte citate.
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Naturalmente per tutti questi Stati esisteva una certa isteresi nella formazione e nell'avvio all'impiego di grandi flotte. E' da rilevare che queste impegnavano notevoli entità di uomini e richiedevano costi enormi per gli al1estimenti ed il mantenimento. O gni galea, infatti, oltre ai 50 marinai, aveva un centinaio di rematori ed almeno altrettanti soldati. Il combattimento era sostenuto soprattutto da « galere » e da « navi ». Le prime , oltre che dalla velatura, potevano essere spinte dai rematori a velocità di 4-6 nodi, anche per alcune ore. Le seconde, ad esempio le caravelle affluite dal Portogallo, ed esclusivamente a vela, risultavano maggiormente idonee ai lunghi percorsi ed avevano migliori possibi1ità di stazza e di carico, ma erano difficilmente manovrabili con venti contrari o in condizioni di bonaccia , mentre le galere potevano comunque godere di buoni spunti di velocità per impegnarsi o per sottrarsi al combattimento, almeno per un certo tempo. Come riferiva il già citato Commissario, le navi erano ottime per la difesa ma meno idonee all'offensiva. Infatti, per l'insufficienza della tecnica di navigazione del tempo, « andavano dove voleva il vento » (20 ). Le galere avevano, invece , maggiori possibilità di manovra ed offensive. Ciò spiega la preferenza loro accordata dalle marinerie mediterranee, che, d 'altra parte, non avendo da superare i larghi spazi oceanici, attraverso il cabotaggio e l'appoggio a numerosi porti grandi e minori potevano imbarcare e vettovagliare molti uomini anche in condizioni di precarietà maggiori di quelle possibili nelle lunghe navigazioni. Che le condizioni sulle navi fossero difficili lo dimostra anche la diffusione delJa peste nel 1480-8 1 fra gli equipaggi delle due flotte avversade e la difficoltà di tenere il mare per lungo tempo: i Turchi tiravano in secco le imbarcazioni, probabilmente di minore tonnellaggio; gli Aragonesi dovevano rifugiarsi per lunghi p eriodi nel capace porto di Brindisi. Seppure l'armamento in artiglierie delle navi del tempo non fosse ancora molto consistente, è d a porre in rilievo la sua partecipazione alla battaglia terrestre .
(20) C. FouCARD, op. cit.; per costrul ione, le navi del tempo non potevano « stringere » il vento, ed erano quindi vincolate alla sua direzione.
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I napoletani ponevano i loro campi a Roca ed a Castro, in località sul mare, sia per controllare questi approdi sia per poter ricevere rinforzi e vettovaglie via mare; navi turche e cristiane partecipavano ai combattimenti attorno ad Otranto cercando di concorrere al fuoco sulle mura o sul tergo delle forze attaccanti. La capacità di intervento delle flotte nel combattimento terrestre era anche favorita dal fatto che lo scontro navale era prevalentemente costituito dallo speronamento, seguito dall'arrembaggio condotto da soldati. Mentre, dunque, la guerra navale rispondeva alle esigenze strategiche marittime, il combattimento in mare non vedeva procedimenti molto dissimili da quelli terrestri, particolarmente delle azioni di assalto a luoghi fortificati. Un aspetto interessante di tecnica navale è rappresentato dall'uso da parte dei Turchi di « mahoni » per il trasporto e lo sbarco dei cavalli. Come scrive il noto Commissario, si trattava di imbarcazioni che potevano navigare con sicurez:.-:a solo con mare piuttosto calmo. L'esistenza di imbarcazioni particolarmente idonee e la facilità con cui, in tempi assai brevi, l'Armata turca metteva a terra, nel 1480, forze cospicue di fanti e cavalieri testimonia una elevata capacità di condurre azioni anfibie, quali poi ripetute solo nei tempi più moderni. ] . GLI a.
AVVENIMENTI:
CONSIDERAZIONI
DI CARATTERE MILITARE
Le predisposizioni offensive e difensive
Molti studiosi hanno bene messo in evidenza come le operazioni ottomane in Italia fossero state lungamente previste e accuratamente predisposte: vuoi dal Sultano che, quanto meno, le approvava; vuoi da parte del Sangiacco dell'Albania, Ahmed Gediik, che si preoccupava di realizzare le condizioni di maggiore sicurezza possibile della operazione. Pur verificandosi, gli sbarchi , a fine luglio gli ordini erano eman ati fin dal gennaio del 1480 e l'ammassamento delle forze avveniva a Valona già nell'aprile-maggio successivo. Anche l'afflusso della fl otta era predisposto con congruo anticipo. Tutte queste predisposizioni, che escludono appunto il carattere estemporaneo e casuale dell'impresa, non potevano essere
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mantenute nascoste, date le frequenti relazioni fra le coste albanesi e quelle pugliesi. Sicché il segreto sulla operazione veniva assicurato soprattutto con un « Piano d'Inganno », cioè attraverso la diffusione di voci circa la presunta destinazione delle forze ammassate contro Rodi o contro Ragusa. I Turchi, così, potevano realizzare una sorpresa assoluta che ne facilitava i primi successi. Da parte aragonese vi fu la quasi integrale mancanza di efficaci predisposizioni difensive. Le preoccupazioni delle Autorità pugliesi rimanevano inascoltate, cosi come le segnalazioni che pervenivano perfino da Mattia Corvino; il Re ferrante si limitava a espressioni rassicuranti. L'attenzione J ella Jinastia Aragonese era rivolta in prevalenza alle questioni di Toscana, tanto che non venivano assolutamente prese serie precauzioni difensive, né dislocate forze adeguate in questa zona pericolosamente esposta. Le truppe dislocate a Bari, Brindisi ed Otranto erano esigue ( 400 uomini nell'ultima cittadina) e costituite da milizie territoriali di scarsa efficienza. Mancava anche una forza mobile di pronto .intervento. Si deve quindi pensare che il Rc Ferrante stimasse del tutlo inattendibile una vera e propria invasione ottomana dei suoi territori. Se qualche preoccupazione era stata manifestata nella primavera, l 'impegno turco a Rodi e la stagione ormai avanzata facevano pensare, nel luglio, che qualsiasi pericolo fosse ormai superato. Che questa fosse la convinzione generale è indicata dal fatto che, in quel periodo, circa 200 uomini del presi<lio venivano inviati alle loro case, forse per i lavori agricoli. Dei 200 rimasti, poi, una parte si sottrarrà al combattimento abbandonando la cittadina al momento della notizia sullo sbarco, forse per accorrere alle proprie case e famiglie, minacciate dalle scorrerie dei Turchi. La difesa sarebbe rimasta quindi affidata ad un migliaio di cittadini, che non potevano per di più avvalersi di difese molto robuste, dati: il pessimo stato delle mura, di tipo antiquato; la poca profondità del fossato; lo stato generale di inefficenza degli armamenti esistenti. Viene affermato che le artiglierie, pure disponibili, erano senza polvere sl che si dovette fare ricorso al munizionamento delle navi in porto.
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Secondo quanto riferisce nella sua «Relazione» (21) il noto Commissario di Bari, anche in questa località - come in altre le predisposizioni erano del tutto insufficenti e la situazione preoccupante. Sicché si può convenire che sembra sia stato fatto di tutto per attirarsi addosso la tempesta e che non vi siano stati approntamenti efficaci. Trattandosi di minacce da oltremare, una efficace tutela avrebbe potuto essere garantita attraverso una mobilitazione cd una opportuna dislocazione della flotta. Ma questa, nel luglio del 1480, era scarsa di forze e dislocata nel Tirreno, ove aveva operato nell'area della foce del Serchio. Né risultava organizzato un efficiente servizio di allarme lungo la costa, quale fu poi predisposto nel Secolo XVI con la costruzione di 83 castelli e torri di vigilanza sulle due coste, adriatica e ionica, della Penisola Salentina. Si può concludere in merito rilevando come le operazioni iniziali ottomane abbiano corrisposto felicemente ai piani ed alle predisposizioni; i Tun.:hi conseguivano tutti i vantaggi della iniziativa e della sorpresa. Semmai vi fu un errore da parte turca, questo sembra identificarsi nel non aver usato abbastanza sfruttando la sorpresa con un attacco diretto a Bari o a Brindisi. Probabilmente una tale operazione nell'agosto 1480 avrebbe avuto eguale successo permettendo così: la disponibilità immediata di un grande porto; la probabile conquista più agevole della intera Terra d'Otranto; una maggiore difficoltà aragonese nel predisporre ed attuare il contenimento e la successiva reazione. La trascuratezza aragonese nell'azione informativa e nell'attuazione di misure difensive adeguate doveva incidere sfavorevolmente sulla possibilità di respingere l'attacco nel 1480 e richiedere sforzi successivi molto più onerosi ed incerti. Come annotava ancora, con sano realismo, il Commissario di Bari: ( hora vedemo che più spende lo scarso che lo liberale».
b. Le operazioni di sbarco e l'attacco ad Otranto Antonio Bombaci (22) mette in dubbio l'importanza dell'azione, per Maometto II ; essa potrebbe a suo dire aver avuto : (21) C, FouCARD, op. cit. (22) A. BOMBACI , op . cit.
18. - Memori e
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« scopo diversivo rispetto all'impresa diretta su Rodi o forse saggiare o anche preparare il terreno per più ampie conquiste». L'ultima ipotesi, che è del resto quella confermata dalla attività svolta per ampiare il possesso dell'area controllata e per continuare l 'occupazione, costituisce già, di per sé, un obi,e ttivo di grande significato. Né si può concordare con l'opinione espressa circa l'essere stati << modesti i contingenti navali e terrestri ad esso assegnati }> sia considerando questa operazione oltremare nel quadro di tutte quelle intraprese in quell'anno, sia giudicando come - in fin dei conti - essa ebbe pieno successo nelle sue fasi iniziali. Nel 1480, infatti, Maometto II operava con grandi forze sia in Anatolia, sia in Ungheria ed in Au stria, sia a Rodi e sia, infine, contro il Regno di Napoli. Queste imprese impegnavano indubbiamente tutta la marina ottomana. Jnoltre, altre forze erano mantenute in potenza al confine veneto; altre ancora esercitavano pressioni sui territori veneziani in Dalmazia ed in Grecia. Il movimento e l 'alimentazione di un ingente corpo di spedizione oltremare non era problema di poco conto; il suo successo era affidato essenzialmente alle favorevoli circostanze di ordine politico e militare di cui già si è parlato. Sulle forze navali turche che parteciparono allo sbarco iniziale vi sono dati abbastanza concordi che stimano la flotta a circa 150 imbarcazioni (vele), di cui: 40 galere sottili e 30 fuste tra piccole e grandi; 16-8 barche; 32 paJlantarie o « mahoni » per il trasporto dei cavalli ; altri scafi minori. Non altrettanto concordi i dati circa le forze turche complessivamente operanti, quelle sbarcate e quelle impiegate nell'assedio alla cittadina pugliese. Si tratta di tre dati che vengono spesso usati indifferentemente da vari cronisti ed autori , provocando cosi qualche equivoco. Possiamo ritenere che la cifra massima indicata in circa 18 .000 uomini (23) possa corrispondere al totale degli uomini imbarcati, mentre gli sbarcati potevano oscillare fra i 10.000 ed i 13.000; ciò, anche in considerazione che una parte delle forze navali eseguirà successivamente puntate fino a Vieste e Manfredonia nel Gargano. Poiché una parte della forza doveva essere impiegata per la difesa della zona di sbarco e per l'esecuzione di scorrerie nell'interno della
(23) BABINGER, op. cit.
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Penisola Salentina - scorrerie cl,e portavano alla cattura di circa 2 .000 prigionieri sembra plausibile ritenere che la forza impiegata nell'attacco alla città possa essere stata di circa 5.000 uomini (24). L'attaccante disponeva anche di circa 400 cavalli, di 5 grosse bombarde e di numerose bocche da fuoco di calibro minore, spingarde e archibugi. Nell'avvicinamento alle mura i tiratori si proteggevano con alti scudi metallici muniti di supporto, i « pavesi». I Turchi occupavano il borgo di Otranto già la sera del 29 lu glio cd immediatamente iniziavano i preparativi per l'assedio alla cinta murata cd al castello. Infine, dopo aver intimato la resa ed averne ottenuto un rifiuto, il 9 agosto davano inizio agli assalti, che venivano ripetuti il giorno sucoessivo, senza esito. La conquista della città avveniva solo l' 11 agosto, dopo tre giorni di assalti ed a 14 giorni dallo sbarco, sottolineando come rilevanti fossero le possibilità difensive dei luoghi fortificati, anche con presidi e difese cosl carenti. Ciò giustifica la propensione del tempo ad addi venire preferibilmente a qualche compromesso e ad ottenere la resa delle piazzeforti mediante assedio e per fame o sete. Né costituisce smentita a questo asserto il fatto della conquista di Costantinopoli da parte dei Turchi; conquista che aveva visto, oltre all'ampio ricorso alle artiglierie, una superiorità cli for7ie ottomane nella proporzione di 30 ad 1. Ancora negli anni immediatamente precedenti al 1480, Croia e Scutari avevano resistito con successo, con presidi rispettivamente di 1 .000 e 1.600 uomini, contro forze attaccanti enormemente superiori (oltre 18.000 uomini soltanto a Scutari). Nei riguardi dello sbarco si può sottolineare come la scelta della località sia stata molto felice: un'ampia zona di spiaggia che offriva la possibilità di prendere contemporaneamente terra a forze rilevanti per quei tempi, permettendo quindi di contenere la durata dell'operazione. Il tratto di costa - isolato, rispetto all'interno, dai Laghi Alimini - facilitava le condizioni di sicurezza; i laghi offrivano infine la possibilità di abbondante rifornimento idrico. Tutti questi elementi presuppongono una conoscenza accurata della zona ed una scelta deliberata; motivazioni che concorrono ad escludere che lq sbarco ad Otranto sia avvenuto solo come alternativa a disegni verso altra località.
(24) Vds. in allegato n. 4 una ipotesi circa la forza Turca impiegata nello sbarco e nell 'attacco ad O tran to nel 1480.
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Lo sbarco avveniva praticamente senza opposizione: le cronache ci parlano solo di una scaramuccia con un piccolo distaccamento nella quale i Turchi avrebbero subito leggere perdite. E' comunque un elemento che testimonia un periodo di crisi delle forze sbarcate, che avrebbe potuto essere meglio sfruttato da nna difesa più attiva. Lo sbarco era immediatamente seguito da scorrerie di cavalieri nell'interno del territorio; scorrerie che sorprendevano le popolazioni indifese, permettevano catture di prigionieri, razzie e requis.izioni, estendendo anche l'area di sicurezza e di rispetto. L'entità delle forze impiegate a tale scopo doveva successivamente aumentare con l'arrivo di nuove truppe ed altri cavalli, consentendo di mettere a ferro ed a fuoco quasi tutta la Penisola Salentina e, nello stesso tempo, di vettovagliare le forze sbarcate con il bestiame catturalo (25). Dal punto di vista militare, un elemento interessante dell'assalto finale turco dell'l 1 agosto sarebbe stato il ricorso ad un inganno: nell'imminenza dell'assalto, in luogo del fuoco delle armi con lancio di proiettili - fuoco che naturalmente induceva i difensori ad abbandonare gli spalti - gli Ottomani avrebbero eseguito dei tiri simulati con caricamento a salve. I difensori, così ingannati, avrebbero cercato rifugio e non si sarebbero avveduti che troppo tardi del superamento delle brecce. La conquista della città di Otranto era seguita dalle note uccisioni e deportazioni. Oltre agli uccisi durante gli assalti e nella conquista e saccheggio della città, tre giorni dopo la conquista, 800 abitanti furono decapitati sul vicino colle della Minerva. Si vuole che questi ultimi siano stati uccisi perché avevano rifiutato di abiurare la Fede; come martiri sono stati successivamente beatificati. La quasi totalità dei sopravissuti , particolarmente giovani e donne, fu deportata per la vendita in schiavitù . Al momento della liberazione la popolazione otrantina era ridotta a circa 300 persone, rispetto a quella valutabile in 5-6.000 abitanti prima della conquista. Alcuni au tori, anche di buona fama - come il Babinger, riprendendo cifre del Pastor - danno cifre
(25) Per le locali tà prese e saccheggiate dai Turchi nel 1480-81, vds. allegato n. 5.
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esagerate della popolazione esistente e delle perdite inflitte dai Turchi; noi preferiamo le valutazioni di Donato Moro (26 ). La spietatezza verso la città conquistata ed i suoi abitanti viene anche attribuita ai rifiuti opposti alle intimazioni di resa ed alla uccisione di un messo turco che le presentava, nonché alla irritazione del Comandante turco a causa dei ritardi subiti dalla operazione per il protrarsi della resistenza, forse oltre i limiti di tempo previsti. Sembra opportuno dire che questi atti, oltre ad essere consoni alla ferocia dei tempi , rispondevano anche a forme deliberate di propaganda e di terrorismo. Con il trattamento generoso alle città che si arrendevano e quello spietato ai presidi ed alle popolazioni che invece resistevano si intendeva dare esempi che facilitassero l'azione successiva. Infatti lo slavo rinnegato, Pascià Ahmed Gediik, lascerà libero un cittadino di Otranto (Ladislao De Marco) non perché questi ne abbia conquistato il cuore - come ritiene il De Ferraris - ma perché vada a dire a quelli di Lecce e di Brindisi quanto è accaduto ad Otranto e come egli sia risoluto ad ogni passo: « Se non me date la terra, io con tutto il mio sforzo vegnerò da vui, et là farò più crudelitate che non è fatto ad Otranto ». Si cerca cioè di ampliare i risultati conseguiti con l'arma psicologica, più di quanto i ritardi subiti o la disponibilità di forze non consentano. Dal punto di vista militare interessa sottolineare come, nonostante l'impiego di distaccamenti di cavalieri per scorrerie e la espugnazione di centri più o meno grandi delle aree vicine, i Turchi, dopo la conquista di Otranto, non estendono sensibilmente la loro area di occupazione. Essi, cioè , non frazionano le loro forze né le disperdono per realizzare un control1o permanente di vaste aree, ma le mantengono riunite in vista della prosecuzione delle operazioni. E' mentre tendono ad isolare ed intimidire i presidi dei grossi centri che costituiscono i loro obiettivi , lavorano attivamente per organizzare la difesa della città conquistata, da attuare anche con forze ridotte. Si tratta, dunque, di un intelligente ed efficace sfruttamento della maggiore forza della difensiva, secondo i dettami del Clausewìtz, per consentire di concentrare maggiori forze a favore di ulteriori iniziative, ·allargate ad altri settori. (26) D. MoRo, La vicenda otrantina del 1480-81 nella Società italiana del tempo. Aspetti letterari e civili, in « Otranto 1480 », a cura di A. Laporta, ed. Capone, Lecce, 1980.
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c. Le reazioni alla conquista di Otranto da parte degli Aragonesi, nell'agosto e settembre 1480.
Da parte aragonese accorrevano, verso l 'area occupata dai Turchi, l'Arcivescovo di Ilari ed alcuni baroni con i loro armati: in tutto pochi cavalieri e circa 1.000 fanti. Essi <lovevano, però, soprassedere ad ogni tentativo di intervento per l 'evidenza di un rapporto di forze troppo sfavorevole. Essi, tuttavia, cercavano di mantenere i1 contatto con l'invasore, secondo procedure militari corrette cd anche opportune, soprattutto ove a tale attività avesse potuto seguire un'intervento adeguato di riserve. Ma non esistevano, in questo caso, forze che potessero affluire prontamente; cd uno scontro campale con i Turchi, in quelle condizioni, si sarebbe concluso in una disfatta rovinosa, che avrebbe permesso agli Ottomani di dilaga re in tutta la regione. E' quindi da ritenere appropriata la decisione del Re Ferrante di prescrivere l'abbandono delle campagne salentine e di rafforzare invece le « terre forti » e, sopraltutto, le « terre di marina », cioè i porti, con i soldati disponibili e con tutti gli uomini, anche del contado. Taranto, Lecce, Bari, Brindisi, Gallipoli si rafforzavano, così, notevolmente; e con i presidi ed i lavori si mettevano in grado di resistere ad eventuali attacchi ottomani. In un certo senso il sacrificio di Otranto aveva <lato tempo agli altri centri di prendere i provvedimenti pit1 opportuni. La decisione del Re Ferrante, pur così poco riguardosa degli interessi della popolazione, era quella unica possibile nelle circostanze, e la più ortodossa <lai punto di vista militare. Infatti sarà essa che porterà ad una specie di stallo fra i Turchi, padroni di Otranto e della regione circostante ma incapaci di estendere i loro possessi, ed i Cristiani, saldamente arroccati nelle « terre forti » ma non in grado di affrontare i Turchi in campo aperto o di assediarli in quella città, che era ormai diventata la loro tana e che essi andavano continuamente rafforzando . La situazione non mutava sostanzialmente anche quando arrivava dalla Toscana l'esercito condotto da Alfonso, Principe di Calabria e figlio del Re Ferrante, costituito da forze ancora esigue: circa 1.000 cavalli e 3.000 fanti. I napoletani disponevano ora di circa 7-8.000 uomini , ma anche i Turchi erano stati probabilment,e rinforzati raggiungendo una forza attorno alle 15.000 unità.
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Come si è detto, la precedente situazione di stallo non mutava sostanzialmente; tuttavia la presenza di maggiori forze napoletane ed alcuni interventi riusciti contro i distaccamenti turchi impegnati nelle scorrerie, inducevano gli Ottomani a ridurre l'area occupata ad un raggio di 5-6 miglia attorno ad Otranto. Poiché i centri maggiori erano stati ormai posti in stato di difesa e, d 'altra parte, in essi si andavano sviluppando condizioni di sovraffollamento e sanitarie poco confacenti, l'esercito napoletano poneva i suoi accampamenti in un primo tempo a Castro ed a Roca, poi esclusivamente in quest'ultima località. Si può ritenere che in un primo tempo si sia voluto controllare entrambe le località sul mare, per impedire eventuali altri afflussi, e con l'intendimento di costringere le forze turche in Otranto. Successivamente, invece, si sarebbe reputato più opportuno mantenere riunite le forze in una singola località, dalla quale incidere sui movimenti offensivi ottomani sia verso Lecce sia verso Brindisi, lasciando invece aperte le possibilità di incursioni verso i centri occidentali e più meridionali della Penisola Salentina. La resistenza del campo cristiano di Roca aveva, quindi, lo stesso significato che chhe nel 1860 la piazza di Gaeta nei riguardi di una eventuale avanzata di Garibaldi a Nord del Volturno e verso Roma; oppure di quella esercitata nel 1941 dal possesso britannico di Tobruk alle spalle delle forze italo-tedesche schierate a Sollum. In questo periodo gli scontri fra le forze opposte non andavano al di là di piccole scaramucce che::, a quanto sembra, si concludevano abbastanza felicemente per le armi cristiane. Gli spiegamenti delle forze, in vista di uno scontro decisivo, non trovavano invece sbocco in serie battaglie; probabilmente perché nessuna delle due · parti riteneva di aver realizzato condizioni di sicura superiorità.
d. Gli avvenimenti dell'autunno 1480-inverno 148 1 Nell 'ottobre 1480 entrambi i contendenti riducevano le rispettive forze e si . accingevano a svernare. I Turchi evacuavano in Albania parte del loro presidio di Otranto lasciandovi circa 6.500 fanti e 500 cavalieri. G li Aragonesi mantenevano il campo di Roca con circa 3 .000 uomini; il Principe Alfonso si ritirava a Napoli lasciando il comando al Conte Giulio Acquaviva.
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Pur trattandosi di un periodo di relativa stasi le forze turche si dimostravano particolarmente attive: sia investendo il presidio napoletano di Roca, che tuttavia respingeva gli attacchi avvalendosi anche dei pregevoli lavori di rafforzamento consigliati dal valente ingegnere marchigiano Ciro Ciri , allievo di Francesco di Giorgio Martini; sia conducendo, di quando in quando, incursioni su località anche abbastanza importanti della Penisola Salentina e spingendosi a notevoli profondità (per esempio, fino a S. Pancrazio, a metà strada fra Lecce e Taranto). Naturalmente le scorrerie turche inducevano le forze cristiane ad interventi volti a contrastarle con l'uscita di forti distaccamenti dai presidi. Ma, probabilmente, la ripetizione abituale di scontri con modalità similari forniva ai Turchi l'opportunità di predisporre imboscate alla cavalleria aragonese e di infliggerle perdite consistenti, come dimostrato daJl'episodio in cui moriva lo stesso Conte Acquaviva, Comandante delle forze napoletane (7-2-1481). La dinamica di questo episodio risulta piuttosto oscura. Un intervento di forze cristiane da Sternatia e da Soleto avrebbe posto in fuga un distaccamento di cavalleria turca diretta verso Galatina, per una scorreria, inseguendolo verso Otranto. L'inseguimento si sarebbe spinto alla zona di Minervino, oltre la quale il Conte Giul io Acquaviva procedeva con un piccolo drappello per una ricognizione. Il gruppo sarebbe stato sorpreso ed annientato in una imboscata, nella quale il Comandante delle forze cristiane era colto completamente impreparato al combattimento. Successivamente la cavalleria turca avrebbe sorpreso e battuto un reparto di fanteria cristiana rimasto staccato dalla propria cavalleria ed, infine, il presidio di Minervino sarebbe stato costretto alla resa da forze ottomane, sopraggiunte da Otranto anche con artiglierie .leggere. Nel complesso degli avvenimenti sfavorevol i, le forze cristiane perdevano drca 700 uomini, contro solo una ventina di morti turchi. Una differenza così sensibile nelle perdite è indicativa di gravi lacune nelle attività di esplorazione e di sicurezza, probabilmente rese più sensibili dalla folta vegetazione boscosa allora esistente nell'area, che permetteva ampie opportunità agli arcieri turchi e limitava le possibilità di reazione dinamica della cavalleria pesante aragonese.
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Mancanti risultavano i collegamenti ed il coordinamento fra elementi fissi e mobili, nonché tra fanti e cavalieri, rivelando deficienze nell'azione di comando, probabilmente anche per la morte del Comandante napoletano. Non risulta, però, che - a parte il rammarico per le perdite le forze cristiane abbiano attribuito particolare significato all'episodio, o riconosciuto in esso una superiorità delle forze avversarie. Del resto, i condottieri aragonesi, che nel 1461 avevano utilizzato gli « stradiotti » albanesi (cavalleria leggera) - gli stessi ora al soldo turco - nelle loro operazioni negli Abruzzi, erano perfettamente al corrente della loro superiore mobilità, della loro rapidità nei ritorni offensivi, e del loro sistematico ricorso all'agguato; agguato che, del resto, gli stessi presidi napoletani tendevano a realizzare a danno dei distaccamenti turchi nel corso dei rientri di questi dalle scorrerie. Gli interventi deJla cavalleria pesante cristiana erano indubbiamente più potenti e risolutivi in una grossa battaglia, ma richiedevano condizioni di preparazione e di intervento più lunghi; condizioni che la rendevano meno idonea a queste scaramucce ed alle situazioni fluide. Questa minore capacità di comando e controllo sul campo di battaglia, di sensibili tà al mutare delle situazioni, di tempestiva valutazione dell'avversario e, quindi, della conseguente adozione di decisioni razionali in fase di condotta, sarà posta in evidenza, nei condottieri italiani, anche nella battaglia di Fornovo contro i Francesi nel 1495. Nel caso dello scontro d el 7 febbraio 148 1, tuttavia, l'esito del combattimento, ancorché assai spiacevole , rimaneva senza conseguenze anche perché si verificava nel corso del periodo invernale. A quei tempi era infatti possibile condurre operazioni di grosso rilievo solo dal maggio all'ottobre, per la difficoltà di alimentare grosse forze n ella s tagione invernale e, soprattutto, per l'impossibilità di foraggiare entità ingenti di unità di cavalleria, che costituivano il nerbo delle forze.
Le operazioni di relativo stall o operativo erano aggravate, per i Turchi, dall 'atteggiamento ostile della popolazione, che tendeva a<l isolarli ed a negare ogni apporto di lavoro e di risorse, deludendo
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forse le loro riposte speranze di trovare un seguito politico locale. Le forze turche rimanevano chiuse in Otranto, sulla difensiva ed in attesa di rinforzi. Intanto avevano luogo, a fianco di quelle terrestri, le operazioni marittime, che, come aveva previsto il Re Ferrante, erano destinate ad avere grandi e forse decisive ripercussioni. La flotta aragonese mobilitata giungeva nell'area del Canale di Otranto verso la metĂ <le] settembre 1480 con circa 80 imbarcazioni , di cui 27 galere, 4 fuste e 2 galeazze (27). Tuttavia, in un primo periodo, le sue crociere portavano a scarsi frutti permettendo soltanto qualche cattura di imbarcazioni isolate. Dopo alcuni giorni , per l'inclemenza del tempo, la flotta doveva rifugiarsi nel porto di Brindisi. 1n pratica, seppure ridotte , le comunicazioni marittime ottomane fra Valona ed Otranto furono sempre mantenute aperte, almeno a piccoli scafi , perfino durante l'assedio conclusivo dell'estate 1481 . Tuttavia, giĂ il 2.5 f ehhraio dello stesso anno, la flotta aragonese poteva riportare un grosso successo in uno scontro che aveva luogo nelle acque di Sascno. E' importante sottolineare come questo successo sia stato conseguito dalla sola flotta napoletana, rtnforzata esclusivamente con navi di Messina. Le forze navali genovesi, toscane e pontifice dovevano infatti attivar<.: nell 'arca solo il 25 luglio 1481. T1 successo non era stato conclusivo, anche per incertezze e ritardi nella decisione di attaccare; ma, oltre a provocare perdite abbastanza rilevanti nella retroguardia della flotta turca, la marina aragonese costringeva 4uest'ultima a ripiegare nel porto di V alonq e stabiliva una certa superioritĂ , almeno locale, delle forze navali cr1st tane . Il PasciĂ Ahmed Gediik, costretto a rientrare nel porto albanese, doveva quindi raggiungere I stanbul via terra. e . Le decisioni e le predisposizioni dell'inverno 1481 tn vista della ripresa delle operazioni nel corso di quell'anno.
Cronache e studiosi sono tutti concordi nell'attribuire l'abbandono J ell 'impresa ottomana alla morte di Maometto II , avvenuta il 3 maggio 1481, ed alla crisi successiva che ne segui, piuttosto che all 'offensiv::: cristiana dell 'estate di quell'anno. (27) Per le for,: e navali cristia11e operanti nell'area nel corso del 1480-81, vds anche allegato n. 6.
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Noi siamo, però, dell'avviso clic vi abbiano concorso anche le variazioni <li carattere politico e militare intervenute tra l'autunno del 1480 e la primavera dd 1481. In realtà, date le difficoltà cd i ritardi che allora si verificavano fra le decisioni e le successive fasi esecutive, le operazioni dell'estate 1481 erano evidentemente determinate dalle decisioni prese dai due contendenti nei primi mesi dell'anno. Ora, da parte cristiana veniva effettuato un notevole sforzo di mobilitazione. I timori e le voci di nuovi concentramenti di forze ottomane in Albania ed in Dalmazia facevano intensificare i provvedimenti difensivi, soprallutto in corrispondenza di tutti i porti, grandi e piccoli, della Penisola. Questa mobilitazione era perseguita non solo dal Regno di Napoli, ma anche dallo Stato della Chiesa che fortificava Ancona, Loreto e perfino Civitavecchia; il Papa manteneva addirillura a sua disposizione le « lance » del Marchese di Urbino e di altri condotLieri, già promesse a Napoli, per garantirsi una maggiore p ossibilità di difesa. Gli stessi Aragonesi, nonostante le gravi difficoltà e gli scarsi aiuti ricevu ti , facevano sforzi considerevoli per armarsi (28). In effetti: gli alleati italiani non mandavano uomini; gli aiuti finanziari erano esigu i; gli assoldamenti del Re erano contenuti da uno stato precario delle finanze, già esaurite dalla guerra di Toscana; il bilancio era compromesso dalla crisi delle entrate nelle Puglie e dall'incremento delle spese generali. Ma la nota « Relazione della presa di Otranto » ci riferisce dei reclutamenti straordinari forzosi di 25 uomini ogni 100 « fuochi » , stabiliti nell'ottobre 1480, e dell'aspettativa di poter così disporre di altri 15.000 uomini oltre i l0.000 già disponibili. Il regno di Napoli avrà scarsi rinforzi da Roma e solo nel luglio 1481 riceverà i .300 cavalieri e 400 fanti ungheresi inviati da Mattia Corvino (29). L'entusiasmo con cui queste forze saranno accolte la dice lunga su quanto grande fosse stata la precedente delusione per l'esiguità degli aiuti ricevuli dagli altri Stati italiani; e proba-
(28) Circa gli ai u Li fina nziari e militari ricevuti dal Reame di Napoli , vds. anche l'allegato n. 7. (29) N . RAROJ\TF., Le cedole di tesoreria dell'Archivio di Stato di Na poli dall'anno 146U al 15U2, in Archivio Storico Napoletano, I X (1884 ).
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bilmente esso ebbe anche qualcosa di artificioso, nel senso che probabilmente tendeva a sottolineare la diversità dei comportamenti ed a rincuorare i propri uomini circa il buon esito dell'impresa. E' indubbio, tuttavia, che le forze terrestri che gli Ottomani avrebbero potuto mettere in campo nel 1481 potevano essere molto superiori a quelle aragonesi e tali da consentire la prosecuzione di una campagna offensiva in Italia. Ciò non avverrà per la decisione del Sultano Maometto II di negare i rinforzi richiesti da Ahmed Gediik e di iniziare, invece, altre imprese in Oriente, come è dimostrato dal trasferimento dell'esercito turco in Anatolia e dalla partenza del Sultano il 25 aprile 1481 per le nuove offensive all'Est. Il presidio turco di Otranto verrà quindi ulteriormente ridotto, anche se mantenuto in luogo, peraltro con atteggiamento strettamente difensivo. Quali potevano essere i motivi di tali decisioni di Maometto II; decisioni che tendevano, quanto meno, a rinviare di un altro anno il confronto in Italia? Abbiamo già accennato al carattere pendolare delle iniziative poli tiche e militari ottomane ed ai motivi particolari che, nel 1480, avevano aperto prospettive così favorevoli ad una offensiva in Italia. Ma, nel 1481, La Porta era certamente informata della pace intervenuta in Toscana fra Napoli e Roma con Firenze, e del Trattato di Alleanza del 16 settembre 1480, stipulato fra tutti gli Stati italiani con l'esclusione di Venezia. Roma e N apoli erano libere di unire le loro forze nella difesa. Si doveva presumere, quindi, un rafforzamento consistente delle possibilità militari dei Paesi cristiani italiani. Sul piano militare, le operazioni nella Penisola Salentina avevano riportato buoni successi, ma non avevano conseguito né una situazione che potesse imporsi come definitiva sul Reame di Napoli, né la conquista di un grande porto o di una maggiore città; la continuazione dell'offensiva nel1'81 avrebbe richiesto notevoli impegni finanziari e militari. Ora, a prescindere dall'opportunità o meno di esercitare tali sforzi, non esistevano affatto le condizioni di controllo e di sicurezza nei mari che ne sarebbero state le premesse necessarie. L'insuccesso a Rodi non aveva permesso di togliere questa spina sul fianco dei movimenti marittimi nell'Egeo. A cavallo delle Isole I oniche incrociava sempre la marina veneta, il cui intervento era
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sempre possibile e quanto mai temuto, sia per ]e pressioni che gli altri Stati cristiani coalizzati esercitavano su di essa, sia per l'eventuale decisione di approfittare delle nuove prospettive per rovesciare i risultati del precedente conflitto. Le navi turche isolate potevano andare da Valona ad Otranto, o viceversa, per l'esigua distanza che vi intercorreva, ma la flotta turca non era in grado di esercitare un sicuro controllo <lcl Canale d'Otranto; anzi, l'episodio di Saseno dimostrava che gli Aragonesi erano ormai presenti sul mare con forze consistenti. Infine, le possibilità di intervento della flolla cristiana sarebbero state notevolmente potenziate con l'afflusso di naviglio di altri Paesi alleati . In questa situazione <li insufficiente controllo del1e comunicazioni marittime era impensabile far affluire oltremare nuove forze , tanto più che il loro afflusso ed il loro supporto logistico sarebbero risultati molto onerosi per la mancata conquista di un porto più capace, quale qudlu <li Brindisi o <li Gallipoli, e per la mancata collaborazione della popolazione locale, sulla quale si era forse troppo sperato. Era una collabora,done che era stata resa più difficile dagli eccessi verificatisi ad Otranto e per i quali - secondo alcune fonti - l'Ahmed Glediik sarebbe stato rimproverato: non certamente per scrupoli morali ma piuttosto perché tali eccessi erano stati considerati errori di carattere politico e psicologico nei riguardi delle possibilità di successo dell'impresa. Veni va, quin<l i, deciso di stabilire per le forze in Italia un compito esclusivamente difensivo, che probabilmente intendeva preludere a una ripresa offensiva solo nel 1482, dopo aver risolto i problemi in Asia e con Rodi. Il giudizio del Re Ferrante circa il peso rappresentato <lal controllo dei mari per la sicurezza del Reame appare quindi confermato. Insomma, la situazione precaria delle forze turche in Otranto nell'estate <lell '81, e la loro resa il 10 settembre di quell'anno, non possono essere allribuite esclusivamente alla morte di Maometto; esse erano conseguenti anche alle sue precedenti decisioni cd al realizzarsi di nuove situazioni alle quali non erano estranei i provvedimenti di mobilitazione politica e militare degli Stati italiani, ed in particolare del Reame di Napoli. L'esito militare della campagna dell' '81 sarà infatti determinato, in primo luogo, dal mancato rinforzo del presidio, ed, anzi, dalla sua riduzione prima a 4.000 e poi a poco più di 2.000 uomini. Le forze turche venivano tuttavia mantenute a garantire
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il possesso Jella testa di ponte pugliese : vuoi per permei:tere una eventuale ripresa offensiva nel 1482 ; vuoi, forse, anche per mantenere quivi impegnate le forze cristiane, impedendo loro velleità controffensive in Albania, in Grecia o<l a Rodi .
f. Le operazioni dell'estate 1481 e la liberazione di Otranto Nell'estate dd 1481, <lopo l'e vacua'.lione Ji parte del presidio ottomano, rimanevano in Otranto poco più di 2.000 soldati, p~raltro con numerose artiglierie ed altre bocche da fuoco ( 1.600 secondo certe fonti). Le difese della città erano state ricostruite e rafforzate dai Turchi in modo egregio, anche se, come sostiene il Maggiorotti , secondo lineamenti del tutto consuetudinari e sen'.la le innovazioni tecniche che, secondo altri , essi avrebbero introdotte (30). Tuttavia i Turchi e la popolazione cristiana resa schiava avevano lavorato per mesi. Le testimonianze concordano circa la costituzione di difese e di ostacoli avanti e dietro le mura ricostruite, con la creazione <li una difesa in profondità che risu lterà decisiva per la resistema agli assalti cristiani dd 23 agosto 1481. Il 2 maggio le forze cristiane stringevano d 'assedio ia città, ma le operazioni di assalto saranno condotte con vivacità solo nell'agosto successivo. Il Comando aragonese era certamente consapevole del mancato invio dei rinforzi alla guarnigione turca; infatti, l'esercito e la flotta, completamente mobilitati, esercitavano ora una attiva sorveglianza ed erano generalmente bene informati, anche per la cattura di prigionieri. Ma, nonostante la superiorità delle forze e gli entusiasmi di alcuni Capitani , fra cui quelli ungheresi, il Re Ferrante cd il Principe Alfonso erano perfettamente consapevoli delle difficoltà di conquistare una città così intensamente fortificata e difesa da un contingente di soldati efficienti. Si deve aggiungere che le attività volte ad attaccare le difese turche e riprendere la città non sembra venissero portate avanti con molta convinzione. L'attesa ed i preparativi erano protratti per lunghi mesi. L 'assalto del 23 agosto veniva abbandon ato dopo la perdita di 400 uomini di cui 100 morti; si tratta di perdite non
(30) L.A. MAGGIOROTTI, I.e origini della /orti/icazinne bastionate e la guerra di Otrant o, in Rivista dell'Artiglieria e del Genio, anno 1931.
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eccessive se confrontate, per esempio, a quelle del combattimen to del ì febbraio 1481. Ci t: noto, poi, che gli Ungheresi ed altri Capitani cristiani volevano rinnovare immediatamente gli assalti, mentre Alfonso riteneva più opportuno ritornare all'assedio. Gli Aragonesi avevano già effettu ato ripetuti tentativi di o ttenere l'evacuazione dei Turchi e la resa dell a città, anche attraverso trattative diplomatiche a mezzo di Mattia Corvino, nonché con intimazioni o trattative con il presidio ( 31 ). Sicché, solo dopo la constatazione della vanità di questi sforzi, essi si erano decisi ad intraprend ere un attacco generale per la fine di agosto. D 'altra parte, un eccessivo ri tardo nella liberazione di Otranto e la sua eventuale resistenza fino all'inverno avtehhero esposto la debolezza del Reame nel concludete l'episodio ed avrebbero lasciato aperte ai Turchi le possibilità di una ripresa offensiva nd 1482; essi avrebbero ulteriormente precluso tutti i disegni di espansione di Ferrante e di Alfonso sulla scena italiana contro gli Stati della Chiesa, di Firenze, di Venezia ed altri, che nel frattempo si andavano rafforzando. Così si spiega l'accordo concluso nel settemhre, al primo accenno di demoralizzazione del1a guarnigione per il pervenire della notizia traumatizzante della morte del Sovrano, <li cui erano ben note le aspirazioni politiche e militari , e dello sviluppo Jella lotta civile fra i suoi successori; accordo che appare caratterizzato da termini particolarmente favorevoli agli assediati , nell'eviden te tent ati vo di concludere bene, ma soprattutto presto. g. I Paesi cristiani dopo l'attacco ad Otranto
Le cronache del tempo affermano ch e, non appena giunta a Venezia e da Roma (giugno 148]) la notizia della mor te del Sultano Maometto Il, grande fu l'entusiasmo; ma che, nel contempo, « l'ardore suscitato per la Crociata quasi dappertutto si raffreddò». Si è visto, tuttavia, come all'ardore de11e parole e delle plebi in generale non aveva corrisposto, nei fatti , una attività coordinata dei vari Stati in vista di una difesa comune.
(3 1) S. PANA1um, Trattative coi T urchi durante la guerra d'Otranto (1480-81), in Iapigia, anno X, 1931.
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Il conseguimento della liberazione di Otranto doveva, d'altronde, porre termine anche alla tregua delle tensioni politiche fra gli Stati italiani che, come dice il Machiavelli, era stato l'unico compenso di una così grave sciagura. Né gli Aragonesi, in realtà, a mio avviso, perseguivano affatto l'idea di continuare la guerra contro i Turchi con operazioni in Albania, contro Valona od altrove, come avrebbe voluto il Papa Sisto IV, il quale forse intendeva allontanare l'interesse aragonese da Siena e dagli altri obiettivi politici in Italia. Le tensioni che si verificarono nella flotta fra genovesi e pontifici contro i n apoletani sono note (32). Ma gli atteggiamenti oltraggiosi e le decisioni « avare ed egoistiche » del Principe Alfonso, di cui si lamentava il Capitano genovese dinnanzi al Papa, sembrano essere, in effetti, così deliberate da far pensare che si volesse rompere al più presto con gli ex-alleati . Alfonso sapeva bene che affrontare i Turchi senza un diretto concorso di Venezia avrebbe costituito un 'impresa impossibile, che ne avrebbe logorato irrimediabilmente le finanze e le forze, esponendo il Regno all'ostilità del Papa Sisto IV, della Francia di Luigi Xl, di Venezia. Così, non era ancora asciutto l'inchiostro dell'accordo con i Turchi che il Principe Alfonso pensava già a riprendere le fila della sua politica di espansione in Toscana. Ma si tratterà di una pura illusione. Dopo una crisi come quella otrantina la situazione esterna ed interna del regno aragonese non potrà tornare, come se nulla fosse stato, a quella precedente il conflitto . Sul piano esterno l 'ostilità di Napoli contro Venezia - che e contro i non era intervenuta nella guerra contro i Turchi Pontifici - che non avevano fatto molto a fianco dell'alleato e ne temevano la ripresa delle iniziative - porterà a quei rovesciamenti delle Alleanze nella guerra per Ferrara ed alla b attaglia di Campomorto del 21 agosto 1482, nella quale i Napoletani risulteranno sconfitti . La serie di disavventure e la mancanza di una forza militare veramente efficiente del Regno di Napoli , messa crudamente in luce da questi conflitti, sono i fattori che indurranno successivamente Carlo VIII alla sua calata nel 1492.
(32) L. P ASTOR, op. cit.
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Ma le conseguenze si devono ritenere anche determinanti nei riguardi interni, della nota congiura dc.:i Baroni nel J 485, i cui risvolti non sembrano essere apprezzati appieno oltre a quelli dinastici ed alla lotta fra Monarca e feudatari. In realtà, è noto che qualsiasi « regime » che risulti battuto sul campo è facilmente esposto a ribellioni interne.:. Il Re Ferrante ed Alfonso, pur uscendo vincitori dal conflitto, ricevevano amare critiche per la loro imprevidenza politica e militare; né, forse, conseguivano credito neppure per la vittoriosa reazione, che apparve comunque tardiva ed incerta (33 ). Essi intensificavano il malumore dei sudditi con la loro politica avventurosa e costosa; e, per condurla, cercavano soldi ad ogni costo e dove si trovavano. Così, essi minacciavano negli averi e spesso nella vita, tutti quei possidenti, feudatari e magari fedeli collaboratori, quasi Pasquale Coppola Duca di Sarno (34 ), che nelle guerre avevano combattuto fieramente per il Regno e che avevano visto le proprie terre non sufficientemente tutelate dal Principe. La serie di conflitti di Toscana, d'Otranto e di Ferrara aveva, nel suo complesso, rivelato la debolezza finanziaria, politica e militare di quel Regno che era apparso come il più forte della Penisola e destinato forse ad un primato. Le guerre ne avevano anche logorato la struttura politica interna fino a provocare od alimentare le forze favorevoli ad un cambiamento. Il potere aragonese entrava cosi in un periodo di crisi che sfocerà, alcuni anni dopo, dapprima n ella conquista francese e poi in quella spagnola . Addirittura, anche se solamente per alcuni anni, i porti della Puglia si vedranno conquistati da Venezia .
8.
ALCUNE CONS IDERAZIONI DI CARAT1'E RE GENE RALE
a. Lo stato di inferiorità del Mondo cristiano ed in particolare degli Stati italiani, era di carattere politico e non militare. La guerra condotta dai Turchi nelle Puglie appartiene già all'epoca moderna. Siamo prossimi alle guerre di religione cd al confronto delle nazionalità nel mondo cristiano occidentale ; siamo
(33) A. BOMBACI, op. cit. (34) I. SCHIAPPOLI, op. cit.
19. - Memorie
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al confronto fra Società, nelle quali lo Stato tende a consolidare il suo potere amministrativo, finanziario e militate con le Monarchie assolute.
In tale situazione gli Stati con organizzazioni più solide e di maggiore consistenza (per territori, popolazioni, solidità finanziaria e commerciale, forze militari terrestri e marittime) dovevano naturalmente prevalere. Ad Oriente, i Turchi avevano ricostituito, su più solide basi, l'Impero B~antino. Ad Occidente, decaduti la Chiesa e l'Impero , si era invece indebolito qualsiasi potere coagulante. I maggiori Stati dell'Occidente erano, nel 1480, tutti impegnati nei loro problemi, né si sentivano effettivamente minacciati da una espansione ottomana nel Meridione d'Italia. Una frattura analoga, anzi più grave perché riguardava l'area direttamente investita e minacciata, avveniva fra gli Stati italiani ; dei quali, quelli non direttamente coinvolti tendevano a sfruttare gli avvenimenti per ricavarne possibili vantaggi. Sicché lo stato di relativa potenza finanziaria ed economica dell' Italia, nel suo complesso, non si traduceva in una consistenza adeguata degli sforzi politici e militari conseguibili. Il frazionamento in piccole entità politiche, che poteva soddisfare le esigenze di autonomia interna e quelle di un certo equilibrio fra i centri della Penisola, diveniva una grave fonte di debolezza nei confronti delle potenze esterne, consentendo loro giochi politici perniciosi cd iniziative militari (35). I fatti di Otranlo erano, quindi , premonitori di quelli successivi del 1494 e della corsa alla conquista dell' Italia nel XVI Secolo. Anche politici avveduti come il Machiavelli gi udicavano come, in linea di massima , non le deficienze tecnico militari costituissero causa di debolezza, ma essenzialmente la divisione politica dell' Italia e l'insufficienza degli sforzi effettuabili da ogni si ngolo Stato. Ciò poteva risultare aggravato, nei rigu ardi di alcu ni di questi Stati come lo era p er il Reame di Napoli - da ritardi n elle trasform azioni politiche, economiche, sociali e militari dalle antiche forme feudali a società più moderne, con un forte potere centrale accompagnato dallo sviluppo di una migliore amministrazione e di meccanismi più idonei a garantire un maggiore « Consenso » delle forze sociali ed una « Forza » più consistente . L'attacco turco veniva ad investire ed interessare quasi esclusivamente il Meridione ed il (35) N. Ronouco, Storia degli Italiani, Sansoni, Firenze 1964.
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Centro d 'Italia, cioè proprio le regioni nelle quali, per fatti interni ed esterni, vi erano società meno solide e meno idonee a grossi sforzi economici ed anche militari. Il Reame di Napoli e lo Stato della Chiesa erano infatti gli unici Stati che avevano un ordinamento ancora quasi del tutto feudal(:. Dal punto di vista militare ciò assicurava una buona disponibilità di cavalieri e di Comandanti nazionali, idonei al combattimento ed al comando; ma mancava la possibilità di aumentare la .disponibilità delle forze, oltre quelle permanentemente fornite dai feudatari. Gli eserciti feudali erano stati eserciti piccoli; ora, invece , le esigenze di trasformazione interna e di continuità della difesa tendevano a richiedere sempre maggiori forze professionali permanenti, pronte ad un impiego sempre più difficile cd idonee a campagne di maggiore durata. Era un fenomeno che si andava diffondendo in tutti gli Stati del tempo. La stessa formazione delle Compagnie di Ventura e l'affermazione dei Condottieri italiani vanno viste nel quadro di queste tendenze generali. A tale riguardo, anzi, si può rilevare come proprio dalle forze nobiliari del Centro e <lcl Meridione d'Italia fossero espressi molti <lei Comandanti e delle truppe dei Condottieri. Ma gli Stati moderni sentivano anche l'esigenza di dare all'Istituto militare una dipendenza escl usiva e <liretta dal Potere Centrale e di poter incrementare, al bisogno, le forze armate nazionali con « cerne » o altre milizie addestrate e sufficientemente solide per consapevolezza, disciplina ed addestramento. Il Regno di Napoli era - allora - il meno idoneo a disporre di forze rilevanti , sia per la debolezza finanziaria che ne impediva grandi arruolamenti, sia per la difficoltà ad esprimere milizie efficienLi tratte dai cittadini. Le cronache del tempo sottolineano quasi con meraviglia l'insufficienza degli sforzi militari di un Regno di quasi 80.000 Kmq, con 2 milioni di abitanti, che aveva condotto negli ultimi anni una politica assai attiva ed aggressiva, che era ritenuto ricco anche per le sue esportazioni di grano e d i lane. In realtà, oggi, possiamo constatare come la Dinastia Aragonese ed il suo Stato abbiano saputo esprimere sforzi considerevoli che hanno contribuito a respingere l 'attacco turco , con un risultato che, come si è visto , non appare - a nostro avviso - solo imputabile al decesso del Sultano M aometto II.
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Il fatto grave, sul piano interno del Regno di Napoli, sarà che a Ferrante e ad Alfonso i fatti d1 Otranto non dovevano insegnare assolutamente nulla. Anzi, se gli avvenimenti avevano messo in evidenza l'isolamento di Napoli e la debolezza finanziaria e militare del Reame, la principale preoccupazione della Monarchia Aragonese si tradurrà nel tentativo di riguadagnare le posizioni perdute con una politica più attiva in Italia ; a tale scopo, essa tenderà unicamente a spremere maggiormente i suoi feudatari ed i suoi sudditi. Come si è visto, la Monarchia aragonese aggravava, così, le tensioni esterne ed interne, che dovevano finire per travolgerla. Che le possibilità militari italiane fossero limitate dalla divisione politica è ancora dimostrato dal fatto che, ad esempio, secondo i dati forniti dal Ricotti (36), nel 1439 le forze complessive dei condottieri in Italia erano <li ben 65.000 cavalieri ed almeno altrettanti fanti, entità che poteva considerarsi superiore a quella degli stessi eserciti francese cd inglese del tempo. Ognuno degli Stati disponeva però solo di un'aliquota di tale forza, né poteva cederla a<l altro Stato senza mutare sensibilmente, a proprio danno, l'equilibrio. Una lotta consistente contro una Potenza esterna avrebbe richiesto quindi una effettiva partecipazione totalitaria di tutti i Paesi italiani allo sforzo comune; la sola astensione di uno di essi ricreava le condizioni vincolative <li qualsiasi azione unitaria. Ciò risultava ancora più vero nel 1480 dato che le volontà politiche erano ancora turbate dai conflitti precedenti e dall 'interesse a sfruttare gli avvenimenti per risolvere i propri problemi. La contrapposizione esistente fra gli Stati italiani per le questioni nella Penisola si verificava anche nel quadro di quelle marittime. Senza considerare le influenze - in questo periodo piuttosto rrascurabili delle marinerie nordafricane, nel Mediterraneo esistevano fondamentali motiv i <li concorrenza fra le penisole, balcanica, italiana e spagnola, e le relative aree di preminente interesse marittimo nel Mediterraneo Orientale, Centrale e Occidentale. Ma, mentre in Oriente i Turchi si avvalevano dei G reci per incrementare il loro potenziale marittimo, ed in Occidente prevaleva il potere catalano (quale componente di quello spagnolo) con il
(36) E.
R1co'f'l'1,
Le compagnie di ventura in Italia, Torino 1845.
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controllo anche di Sicilia e Sardegna e senza il contrasto dei Portoghesi rivolti ali'Atlantico, il potere marittimo italiano era anch'esso fortemente frazionato. Oltre alla concorrenza tra Venezia e Genova, che farà schierare sempre quest'ultima a fianco della Francia o della Spagna, esistevano ostilità e confronti fra marinerie de] Golfo (l'Adriatico) e gli altri mari (Tirreno e Ionio) e fra Nord semicontinentale e Sud peninsulare. Sicché esistevano motivi <li contrasto fra tutti gli Stati che avevano interessi marittimi compresi la Toscana e lo Stato Pontificio - e Venezia, che avrebbe voluto estendere la sua influenza su Ancona e sulle Puglie quanto più precario diveniva il suo controllo sulle coste dalmate e greche. E mentre Genova e Napoli potevano realizzare, per molti motivi, un certo grado di collaborazione con le marinerie spagnola e francese, questo non era consentito a Venezia, che non poteva realizzare con gli Ottomani quella collaborazione che l'aveva fatta nascere e prosperare all'ombra del potere di Bisanzio. Gli avvenimenti della guerra del 1480-81 sono chiaramente da vedere anche alla luce di questo contrasto, <li cui il Re foerrante era perfettamente consapevole; contrasto che egli tendeva a ricomporre, almeno durante l'invasione turca. Rimane allora da spiegarsi come mai i Turchi non poterono conseguire un più vasto successo e non proseguirono la guerra nel 1481. Il fatto è che, mentre era loro relativamente agevole conseguire una superiorità di forze terrestri, la condotta di grosse e prolungate operazioni oltremare non era effettuabile senza un predominio quanto più sicuro ed incontrastato dei mari; predominio ch e l'insuccesso di Rodi e lo scontro di Saseno avevano indicato come estremamente labile, date anche le sempre potenziali possibilità <l'intervento della flotta veneziana sotto le pressioni di tutte le altre potenze cristiane. Il Reame di Napoli, come dirà Francesco II di Borbone, era stretto fra « l'acqua santa e l'acqua salata »; esso non poteva ingrandirsi a spese dello Stato della Chiesa ed aveva i suoi limiti fra queste acque. Esso ne era protetto e salvaguardato, anche se questi limiti gli imponevano la ricerca del predominio del mare od una sicura collaborazione con chi lo detenesse. Se, come dimostra ampiamente tuta ]a storia anteriore e poste· riore del Mediterraneo, non vi fu mai gran modo, per le caratteristiche di questo bacino, di contrapporsi con successo alle attività
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di corsari e di pirati ed ai « raids » contro coste indifese, tuttavia la condotta di grandi operazioni da sponda a sponda è stata relativamente poco frequente. La situazione generale e locale aveva offerto agli Ottomani particolari circostanze favorevoli che andranno scemando e che non si ripresenteranno più, nonostante la potenza militare e marittima dell'Impero Turco fino, almeno, alla fine del XVII Secolo. Ed a tale riguardo va detto che, se indubbiamente il dominio spagnolo in Italia ha avuto le ripercussioni negative che lo Spini (37) e molti altri studiosi hanno messo in rilievo coinvolgendo queste regioni nelle lotte dell'Impero contro le Fiandre ed il Turco, è anche da riconoscere che la presenza nell'Italia meridionale ed insulare di una forte potenza militare ha costituito un fattore di dissuasione nei riguardi di imprese similari a quella <li Otranto. Il carattere di forte dipendenza dell'Italia Meridionale dal potere marittimo sarà ancora reso manifesto: dalla possibilità del Regno deUe Due Sicilie di sostenersi contro Napoleone con il supporto inglese; dal successo dell'impresa garibalJina, consentito dalla
benevola comprensione del Governo « liberale » di Londra; cd infine dagli avvenimenti del recente conflitto, nel 194 3.
b. L'arte della guerra nella Campagna d'Otranto Nel campo tecnico ed operativo della guerra terrestre i fatti di Otranto avvenivano in un periodo di intensa trasformazione e di sviluppo delle armi e delle tecniche di combattimento; sviluppo che sarà ripreso ed amplificato nelle guerre del Secolo successivo. Non sembra tuttavia che le innovazioni abbiano costituito alcuna sorpresa, né siano stati fattori di particolare vantaggio per una delle due parti. Entrambe erano convinte che, per fare la guerra, occorrevano molti mezzi e grossi eserciti. E' noto come il Trivulzio, a quel tempo e ben prima di Napoleone, affermasse che per fare la guerra occorrono tre cose: denaro, denaro, e ancora <lenaro . Il Machiavelli contestava tale concetto e dava priorità agli eserciti, come idonei a procacciarsi denari, mentre questi ultimi non possono sempre garantire la disponibilità di quelli. (37) G.
S PINI,
Storia dell'Età Moderna, Cremonese, Roma 1960.
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La guerra d'Otranto poneva in evidenza l'esigenza Jegli uni e degli altri; essa si inseriva nel perioJo di transizione tra gli Stati minori e le Signorie ed i grossi Stati nazionali con finanze organizzate e forze armate professionali e permanenti. Mentre buona parte degli armati, e sicuramente i più efficienti, era costituita dagli assoldati direttamente dal Re oppure dai feudatari del reame, nel corso Jella guerra d'Otranto veniva indetto anche un reclutamento forzoso. Dice la « Relazione della presa d 'Otranto» (38) che, oltre ai 10.000 uomini già affluiti fino all'ottobre 1480, era previsto un afflusso di 15.000 uomini in ragione di 25 fanti per ogni 100 fuochi, cioè 1 ogni 4 famiglie. Noi non abbiamo molte idee su come avvenisse questo reclutamento obbligatorio, che ha molti aspetti similari a quelli vigenti fino a poco tempo addietro in molti Paesi, probabilmente attraverso la designazione dei notabili o <legli anziani del villaggio. Altre fonti parlano di scarso impegno popolare nella lotta e dei tentativi di molti sudditi di sottrarsi a questa coscrizione che li impegnava in una lotta alla quale non si sentivano preparati e che presentava gravi alternative; non solo per i fatti di guerra, ma anche per la precarietà delle condizioni Ji vita e sanitarie prevalenti nei campi, dove nell'inverno 1480-81 era diffusa la peste. Tuttavia la forza complessiva dell'esercito aragonese nel 1481 sembra aver raggiunto un totale di circa 20.000 uomini. Considerando inoltre che la flotta (più Ji 40 galere e navi) poteva contare su 10-12 .000 uomini e che le forze impiegate in molte località della marina adriatica e ionica per garantirne la difesa, potevano ammontare ad almeno altri 10.000 (in ragione di 500 uomini per 20 località), tenendo conto anche dell e perdite belliche e sanitarie, l'impegno umano complessivo che ne risulta è di oltre 50.000 uomini. Poiché, all'epoca, la popolazione del Reame di Napoli viene valutata in circa 2 milioni di abitanti, si tratterebbe di un impegno d i 1 uomo ogni 200 abitanti; impegno piuttosto rilevante, che contraddice le opinioni diffuse dalle cronache del tempo e testimonia uno sforzo umano non indifferente. E' da ritenere peraltro che la mobilitazione e la radunata di questi contingenti risultasse piuttosto lenta. Infatti il loro impiego
(38) C. FoucAtlD, op. cit.
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era certamente subordinato ad un certo periodo di amalgama e di addestramento, anche se lo sforzo militare maggiore era sostenuto quasi esclusivamente dagli « uomini d'arme », a serv1z10 permanente o esercitati nel maneggio delle armi e nella equitazione. Né limitato fo certamente anche lo sforzo materiale di provvedere ai bisogni di armi, equipaggiamenti e viveri per una forza così cospicua. Sappiamo infatti, ad esempio, dei contratti e dei guadagni fatti da Francesco Coppola che, oltre a fornire 50 navi per il 1481, aveva il monopolio delle forniture di viveri - via mare - all'esercito mobilitato. L'organizzazione feudale del regno non sembra aver avuto difficoltà ad assicurare l'inquadramento delle forze terrestri e navali. Né si hanno notizie come si sia provveduto alla fornitura di rilevanti quantitativi di bocche da fuoco (5 grosse bombarde, circa 1500 tra spingarde ed archibugi solo per le forze terrestri; artiglierie ed altre armi per le navi), di polveri e di armi bianche per armare queste unità. Si può, comunque, concordare con le osservazioni di quegli autori (39) che pongono in rilievo lo sforzo umano e finanziario sostenuto dal Reame in questa occasione. Si tratta di uno sforzo considerevole che, come si è detto, non convalida l'opinione e le espressioni piuttosto polemiche del Guicciardini e del Machiavelli circa la brevità delle guerre combattute in Italia fino al 1494 e lo scarso impegno con cui esse venivano condotte; né quelle di altri studiosi che attribuirebbero una certa sorpresa negli Italiani di fronte alla guerra seria e mortale, che Carlo VIII ed i suoi Francesi avrebbero per la prima volta portato in Italia. Questa guerra, comunque, confermava la tendenza dei conflitti a divenire più grossi, più prolungati ed onerosi, ed a richiedere, quindi, sforzi umani e finanziari più ingenti attraverso grosse mobilitazioni di tutte le energie. Un aspetto fondamentale era costituito dai tempi rilevanti necessari per la mobilitazione e la radunata di tali notevoli complessi di forze terrestri e navali. Questi lunghi preparativi avrebbero potuto meglio essere sfruttati da servizi informativi più organizzati e preparati, evitando quel correre di voci, allarmi e notizie, spesso così ingannevoli, che si (39) I. S c HIAPPOLI, op. cit.
L 'OCCIDENTE CRISTIANO DI FRONTE ALL'OFFENSIVA TURCA
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verificava allora. I Paesi orientali erano in ciò più abili ed avveduti; mentre, fra i Paesi cristiani, solo in quei tempi aveva inizio, con Venezia ed altri Stati italiani, il normale impiego di ambasciatori ed altri inviati per consentire politiche più orientate. I fatti del 1480, la sorpresa del Re Ferrante, e la mancanza di forze nell 'area minacciata, mettono in evidenza le possibili ripercussioni di errori iniziali di imprevidenza e di sbagliata impostazione di una strategia politica e militare; le reazioni tendono ad essere pfo tardive e spesso insufficienti, comunque più onerose.
In questo periodo storico, del resto, l'attività di Comando risultava difficile e nello stesso tempo imperfetta. Il Capitano faceva tutto di persona ; non esisteva che in modo embrionale una ripartizione di incarichi e di attività informative, operative, logistiche. Il Capitano, poi, esplicava l'azione di comando solo prima dell'operazione decidendone l'impostazione, ma non esercitava una attività costante di controllo durante il combattimento. Il comando era talora reso più difficile dalla presenza di aliquote di forza o ribelli o indisciplinate, oppure di rendimento poco noto perché magari assoldate da poco. Il controllo era invece del tutto assente dal momento in cui il Capitano si gettava, per primo, nel vivo dello scontro fra le due schiere. Né possiamo meravigliarci se tale assurdo sistema di comando potesse tramutare, il 7 febbraio 1481, un inseguimento di un distaccamento turco in un disastro facendo cadere gli inseguitori in una imboscata e, primo di essi, il Capitano che procedeva in testa, « a capo scoperto » : cioè del tutto impreparato al combattimento. Il conflitto presenta molti lati di interesse nei riguardi della condotta delle operazioni di quel periodo , e delle trasformazioni che erano in atto. Si andava chiaramente verso un professionali smo più efficiente ( « le milizie rendevano poco »; « villani et homini vili cedono all 'assalto »; al Pascià non gliene « importa un fico di cerne et altri homini comandati » ), che smentisce le attese e le speranze del Ma-
chiavelli, così poco aderenti al1e effettive esigenze tattiche dell'arte d ella guerra di quei tempi ( 40 ).
(40) P. PIERI, Guerra e politica, Ricciardi , Torino 1955 .
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GENERALE ALBERTO ROVIGHI
Si sente anche la necessità di forze complesse, con componenti di vario tipo, quali saranno sviluppate nei secoli successivi: la cavalleria pesante e corazzata per lo scontro; la cavalleria leggera per l'azione esplorante e di sicurezza e per i rapidi interventi o gli avvolgimenti e le incursioni; la fanteria con le armi da getto, i balestrieri e gli archibugieri (questi ultimi ormai abbastanza numerosi se i Turchi disponevano per la difesa di Otranto di circa 1600 armi da fuoco leggere; né tali armi mancavano da parte cristiana pur se si guardava ancora con una certa sfiducia alla utilità del loro impiego); la fanteria per la difesa e l'attacco delle fortezze ( mentre non era ancora sviluppato il ricorso a picchieri ed alabardieri per contrastare l'attacco della cavalleria; contrasto che restava affidato all'arco ed alla balestra piuttosto che alla resistenza sul posto di grosse formazioni); l'artiglieria e lo sviluppo dell'arte fortificatoria e di quella ossidionale. Sono tutte esperienze che saranno messe meglio in luce e spesso superate nelle successive guerre d 'Italia, ma che possono essere in hnona parte avvertite già in questo conflitto. Tn campo fortificatorio si può convenire con il Maggiorotti circa il fatto che non vi sia stata da parte turca alcuna sostanziale innovazione né che si possa far risalire ad essi l 'invenzione dei bastioni. Si può tuttavia affermare che la guerra d'Otranto, così come i fatti di Rodi e quelli della guerra del 1478 di Castellina in Chianti, e successivamente la prolungata difesa di Padova (1509) , abbiano dato largo sviluppo all 'arte fortificatoria, sottolineando l'esigenza di difese piì1 basse e robuste, di un largo ricorso all'ostacolo, della realizzazione di una maggiore profondità delle difese con apprestamenti avanti e dietro le mura. Una difesa prolungata richiedeva molti soldati e ingenti forze di lavoro, da alimentare convenientemente. La fortificazione passava così dallo sviluppo dei castelli a quello delle città fortificate, tendendo a sottolineare l'importanza di certe città « chiave », per ubicazione geografica o solidità delle difese e per il controllo da esse esercitato sulle comunicazioni. La guerra d'Otranto costituiva poi un'importante fattore incrementale per lo sviluppo della fortificazione, soprattutto in via indiretta. Infatti, per effetto del profilarsi della minaccia turca, tutti gli Stati della Penisola davano vita a grossi programmi di rinnovamento delle fortificazioni dei maggiori porti e centri di mare (Civitavecchia, Nettuno, Gaeta, Napoli, Otranto, tutti i porti della Ca-
L'OCCIDENTE CRISTIANO DI FRONTE ALL'OFFENSTVA TmCA
297
labria e della Puglia ; ma anche Ancona, Genova e Livorno) che, naturalmente, dovevano tener conto delle nuove esigenze connesse con lo sviluppo delle artiglierie. Così, la tecnica ossidionale sviluppata nel conflitto pugliese si arricchì sia del ricorso all ' uso di « pavesi » metallici per la protezione di tiratori e lavoratori , sia della tecnica di avvicinamento alle difese mediante fossi o camminamenti, ovvero ricorrendo alle mine. Nel complesso , nonostante la nuova disponibilità di artiglierie ed altre bocche da fuoco, le possibilità difensive consentite dalla fortificazione delle « terre forti » erano ancora rilevanti e permettevano di prevalere sull'attaccante dell'epoca. La conquista di grosse località ben difese presentava notevoli problemi e tendeva ad essere affidata ancora al lungo assedio, che ne doveva facilitare la resa. Così le operazioni in campagna vedevano ancora una larga prevalenza della cavalleria corazzata. Tutti gli interventi e gli scontri, eccetto che nei combattimenti d'assedio, erano imperniali sull'impiego della cavalleria: mentre l'impiego dei fanti conduceva solo a scaramucce ed era prevalente nella difesa e nell'attacco delle posizioni fortificate. La cavalleria cristiana e quella turca mettevano in evidenza le caratteristiche dei due diversi orientamenti presenti in tutti i tempi nelle lotte fra Oriente ed Occidente: la prima era più pesante e più idonea al grosso scontro cd alla battaglia nella quale conseguiva, in genere, il successo ; la seconda era più mobile e leggera, più pronta nell 'impegnarsi o sottrarsi al combattimento, più idonea alle scorrerie, alle incursioni tendenti a realizzare la sorpresa ed a chiarire la situazione. Tutte le cronache sottolineano la disciplina e l'efficenza complessiva delle unità ottomane, ma nessuna mette in luce qualche aspetto di particolare superiorità tecnica o tattica. Sul piano della efficienza, più che di una superiorità etica o religiosa, i Turchi si potevano avvalere di Comandanti capaci, bene istruiti ed esperimentati, e di truppa addestrata: nel complesso, di forze molto affidabili , approntate ed impiegate in compiti bene proporzionati e secondo strategie avvedute. Gli avvenimenti della gu erra <l 'Otranto confermano, dunque, come una superiorità possa essere realizzata non solo attraverso l'introduzione di nuovi mezzi o con particolari procedimenti tattici, né con rilevanti incrementi quantitativi, ma piuttosto attraverso una
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GENE RALE ALJlERTO ROVTGHJ
azione superiore di Comando ed una esecuzione disciplinata di unità bene addestrate. Un aspetto interessante è quello del frequente ricorso, anche nel combattimento minuto, dell 'impiego combinato <li forze terrestri e navali. Nel corso della guerra d'Otranto le navi intervenivano ripetutamente, con il loro fuoco, sulle difese della città o sugli attaccanti. Sia nello sbarco ai Laghi Alimini sia nelle azioni a Vieste e Manfredonia, i Turchi dimostravano una grande facilità allo sbarco ed all'azione anfibia, senza dubbio agevolata dallo scarso tonnellaggio e dal limitato pescaggio delle navi, oltre che dall'andamento dei fondali sulla costa adriatica. D'altra parte, come si è visto, l'intera operazione e l'entità delle forze sbarcate e mantenute in Otranto, era subordinata alle possibilità di controllo marittimo ed alle possibilità di utilizzazione del porto della cittadina. Questa facilità di coordinamento delle operazioni terrestri e marittime può essere attribuita anche al fatto che le navi sostenevano i loro combattimenti essenzialmente con i soldati imbarcati. Il combattimento era controllato e condotto, più che da marinai, da soldati, ed il Comando era affidato a Capitani più che a uomini <li mare. Un aspetto particolare della lotta in mare di questo tempo era costituito dalla possibil ità di trasformare abbastanza rapidamente le navi mercantili in navi da guerra. Ciò permetteva, più che oggidì, di identificare la potem:a militare marittima con quella commerciale. Tuttavia i necessari periodi di trasformazione e di imbarco tendevano a rendere tardivi gli interventi che dovevano essere a lungo predisposti. Solo la Repubblica Veneta aveva, allora, una marina da guerra permanente. Altra caratteristica <lcl tempo era l'approntamento di flotte da parte di Stati con ben scarse tradizioni militari marittime, quali lo Stato Pontificio e quella Mediceo , che fornivano alla flotta cristiana rispettivamente 25 e 11 navi. Ciò era reso possibile dal noleggio o dall'acquisto di navi, spesso servite da marinai o pescatori genovesi, siciliani e di altre località, e<l arrnatt: con propri uomini e mezzi militari. E ' però da tenere presente la spesa elevata per l'armamento e l'impiego di ogni nave e del suo equipaggio di marinai, rematori e
L'OCCIOEN'l'E CRISTIANO DI FRONTE ALL'OFFENSIVA TURCA
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soldati; ciò risulta chiaramente <lal fatto che città prosperose come Messina potevano concorrere con due sole navi, mentre la ricca Toscana ne avrebbe dovuto provvedere soltanto 15. Era, dunque, notevole lo sfor:.-:o sostenuto dal Reame per intervenire nell'autunno 1480 con una flotta, piuttosto considerevole per quei tempi, di circa 40 galee o navi, oltre a naviglio minore. Non abbiamo molti particolari circa l'andamento delle operazioni della flotta aragonese. Come si è accennato, risulterebbe che, nel combattimento di Saseno, la flotta aragonese avrebbe conseguito un buon successo su quella ottomana, attaccandone la retroguardia. La vittoria avrebbe potuto, a quanto pare, essere ancora più consistente se vi fosse stata maggiore e più tempestiva decisione nell'affrontare il combattimento. E', comunque, caratteristica dei tempi quella di non disporre di rilevanti superiorità nella velocità delle imbarcazioni rispetto a quella delle navi avversarie; sicché esisteva una certa difficoltà nell'imporre il combattimento, che poteva avvenire solo quando entrambe le formazioni lo cercavano e lo volevano, oppure affrontando le formazioni avversarie in luoghi ristretti o di obbligato passaggio. Spesso, in assenza di battaglie decisive, si verificavano situazioni alterne di predominio di una o dell'altra flotta. La guerra d'Otranto, nel suo complesso, confermava che i conflitti marittimi potevano essere sostenuti solo da grandi Paesi con grossi traffici e grandi marine mercantili, aventi notevoli disponibilità finanziarie ed armatoriali, e uomini capaci di costruire e condurre navi in mari difficili. Nonostante la possibilità delle galee di fare anche ricorso alla vela e l'esistenza di navi e caravdle esclusivamente a vela, il combattimento era affrontato prevalentemente dalle galee e dalle altre imbarcazioni a remi , per la loro possibilità di spunti veloci, almeno per tempi brevi ed in qualsiasi condizione di vento ( 41 ). c.
Conclusione
In ultima analisi, il nostro studio ha sottolineato come le decisioni politiche di entrambi i contenden ti siano state influenzate ( 4 1) C. foUCARD, op. cit.
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GENERALE ALBERTO ROV!GHI
- più di quanto non appaia in certe cronache o rievocazioni storiche - dagli aspetti di carattere militare, terrestri e navali.
Le operazioni di questo conflitto appartengono ad un periodo di transizione che peraltro presentano spesso interesse anche odierno sottolineando, magari con esempi negativi, l'esigenza di soluzione di problemi ordinativi, da quello <lei reclutamento a quello della mobilitazione, dei problemi informativi, sanitari e logistici, della importanza <li una corretta soluzione dei problemi di comando, di informazione, <li sicurezza e di controllo. Rilevanti sono gli ammaestramenti sul piano degli aspetti politici.
In primo luogo vi è la conferma di quanto la difesa dello Stato sia affidata alla previdenza dei suoi Governanti ed alla possibilità di dissuadere i possibi li avversari. Le contese fra gli Stati cristiani - e fra quelli italiani in particolare, con la loro attenzione tutta rivolta allo « sport » preferito delle lotte intestine - nonché la loro debolezza militare, avevano indotto Maometto II a<l attaccare. La guerra d'Otranto rivelava l'esistenza, in Italia, di una situazione di inferiorità politica e militare, che avrebbe costituito un motivo di attrazione per gli altri Stati europei, quando essi avessero conseguito la preventiva soluzione dei propri problemi interni. I Turchi non avevano conseguito un successo decisivo nel 1480 forse per non aver osato abbastanza, muovendo immediatamente alla conquista di un grosso porto come Bari o Brindisi o alimentando convenientemente lo sforzo dopo la conquista di Otranto. Come esperienze moderne hanno messo in evidenza, il successo di una impresa oltremare non solamente richiede la riuscita dello sbarco ma anche l 'afflusso successivo di forze in grado di contrastare le reazioni avversarie, nonché la possibilità di garantire l'alimentazione logistica. Ma lo squilibrio <li forze che aveva costituito un incentivo all'azione ottomana nel 1480, si poteva considerare, almeno temporaneamente, superato nel 1481. L'arresto od il rinvio dell'offensiva turca in Italia non può ritenersi soltanto dovuto alla morte di Maometto II, ma anche all'incertezza Jelle prospettive, soprattutto per effetto di un mancato conseguimento del controllo <lcl mare da parte della flotta ottomana.
L' OCClDENTE CRISTIANO DT F RONTF. ALJ.'OFFENSIVA TURCA
301
La risposta aragonese fu tardiva e dov,e tte superare molteplici difficoltà; essa fu onerosa, ma, tuttavia, si può considerare abbia costituito, per i tempi e per lo Stato napoletano, uno sforzo di tutto rispetto. Sotto molti aspetti, la guerra d'Otranto può ritenersi del tutto « moderna»: nel senso che essa non fu condotta con lo spirito « cavalleresco » di secoli precedenti né con quello del « minuetto » del XVII Secolo; ma piuttosto con i caratteri « totali » delle guerre
di religione del Secolo XVI e di quelle dei tempi moderni. Il conflitto ideologico fra Oriente ed Occidente non conosceva limitazioni e ricercava profonde trasformazioni strutturali della Società piuttosto che sole modificazioni dei confini. Se per l'immediato la guerra d'Otranto costituì per gli Stati italiani una minaccia temporanea che ne sospese per breve tempo le lotte intestine, per gli Ottomani essa si concluse con il rinvio di un confronto che non potrà più essere rinnovato: sia per nuove situazioni interne, sia per uno sviluppo più accelerato della potenza delle Nazioni Cristiane d'Occidente e l'affermazione in Italia della loro potenza militare. Era una minaccia esercitata dall'Oriente balcanico, che tendeva ad investire la Penisola italiana, per via terrestre, alla soglia di Gorizia e, per via marittima, nell'area maggiormente esposta delle Puglie. E' la stessa minaccia che può essere esercitata anche oggi verso un'Italia che sia e voglia continuare ad essere « occidentale ».
ALLEGATO 1
FORZE E COMPOSIZIONE DELLA FLOTTA CRISTIANA DI ROMA, NAPOLI E VENEZIA IMPIEGATA NEL 1472 (1)
Stati
Galere
Navi
Soldati
Marinai
Rematori
Cavalli
Artiglieri
Stato pontificio
24
6
4.500
1.500
4.500
200
210
Napoli
17
3
3.000
1.000
3.000
100
140
Venezia
46
6
7.800
2.600
7.800
200
364
87
15
15.300
5.100
15.300
500
714
Totale
(2) 35.700
(1) Da P .A. GuGLIELMOTTI, Storia della marina pontificia nel Medio Evo, Firenze, 1895. (2) Secondo il Babinger, 85 galere: 18 di Roma, 17 di Napoli, 48 di Venezia (di cui 12 di città dalmate), 2 dei Cavalieri di Rodi.
L'OCCIDENTE CRISTIANO Dl l'ltONTE ALL'OFFENSIVA TURCA
303
ALLEGATO 2
NOTIZIE SULLE POSSIBILITA' FINANZIARIE ATTRIBUITE A VARI STATI CRISTIANI NELLA SECONDA METÀ DEL XV SECOLO SECONDO FONTI VARIE. -
Spese previste dagli Stati italiani per la Crociata da condursi nel 1463 (dal Pastor): Stato Pontificio
=
Venezia (1)
100.000 ducati d'oro
Napoli (2)
80.000 ducati d'oro
Milano
70.000 ducati d'oro
Firenze (3)
50.000 ducati d'oro
Modena
20.000 ducati d'oro
Siena
15.000 ducati d'oro
Mantova
10.000 ducati d'oro
Lucca
8.000 ducati d'oro 5.000 ducati d'oro
Monteferrato -
100.000 ducati d'oro
La Crociata poi non si farà; il Pontefice contribuirà con 80.000 ducati alla guerra contro i Turchi, condotta dal Re d'Ungheria. Viene valutato che la guerra condotta dal 1463 al 1479 da Venezia fosse costata a Venezia circa 700.000 ducati l'anno (Pieri). Il 14-7-1480 gli Stati italiani concordano di tassarsi a favore della difesa di Rodi per le cifre seguenti (Pastor): Roma
-
10.000 ducati
Napoli
20.000 ducati
Milano
15.000 ducati
Firenze
-
8.000 ducati
Ferrara e Siena
=
4.000 ducati (ognuna)
Savoia
3.000 d ucati
Mantova, Monferrato e Lucca
1.000 (ducati (ognuna)
Totale: 67 .000 ducati.
{1) Reddito annuo stimato della sola città di Venezia 615.700 ducati. (2) Reddito annuo: 450.000 ducati. (3) Reddito annuo: 260.000 ducati.
20. - Memorie
304
GENERALE ALBERTO ROVJGHI
Le cifre effettivamente raccolte, subito dopo lo sbarco ad Otranto, furono invece destinate al Reame di Napoli nelle entitĂ seguenti (Egidi): Milano
10.000 ducati
Firenze
8.000 ducati
Ferrara -
=
4.000 ducati
Nel marzo 1481 il Re di Francia, Luigi Xl Valois, propone per la guerra contro il Turco i seguenti impegni annui da parte degli Stati Cristiani (.Pastor ); ciascuno: 200.000 ducati da parte ddl'lmpero e <lella Spagna; 100.000 ducati da parte di Inghilterra e Francia; 40.000 ducati da parte degli Stati ital iani (presumibilmente non comprende Napoli e Roma, direttamente interessate, preveden<lo un onere complessivo per l'Itali a di circa I 00.000 ducati ). Tl Re di Francia prevede, quindi , un onere complessivo della guerra di circa 700.000 ducati annui.
30.5
L'OCCIDENTE CRISTIANO DT FRONTE AI.l.'OFFENSIVA TURCA
ALLEGATO 3
STIME RELATlVE ALLE FORZE MILITARI ESISTENTI IN ITALIA NEL 1439 E NEL 1483, I N BASE A DATI FORNITI DAL RICOTTI NELLA SUA « STORIA DELLE COMPAGNIE DI VENTURA l N lTALIA » ED A VALUTAZIONI PERSONALI.
- -- - - - - - -- - - - -- - - - - - - -- - -- - -- - -- - · Dal numero dei guerreggianti in Italia nel 1439
Stato
Dal numen"> <..lei gu t!rreggiant i iro Lombardia nel 1483
Cavalic1i (1) (« uo1nini d'arme »
Fanti (2)
Cavalit= ri
pali a un terzo)
Pontificio
4.200
5.000
Milano
19.750
20.000
Napoli (Aragona cd Angiò)
20.600
20.000
Fanti
della « Lega » con tro · Venezia l0.500 (1)
oltre 20.000 (4)
9.500 (1)
oltre 30.000 (5)
Firenze
3.000
10.000
Siena
1.000
5.000
16.100
20.000
64.650 (1)
80.000 (2)
20.000 (1)
50.000 (6)
5.350 (2)
20.000 (2)
20.000 (2)
50.000 (6)
70.000 (2)
l00.000 (2)
40.000 (3)
100.000 (6)
Venezia
Stati Minori e<l altri
(1 ) Da ti del Ricotti. (2) Valutazioni personali: calcolati in misura eguale al numero dei Cavalieri , dati gli orientamenti allora prevalenti in I talia. Calcolati in misura superiore per alcuni Stati con tradizioni di milizie cittadine. {3) C,ome rileva il Lot le cifre dei cavalieri indicale per il 1439 dai cronisti del tempo sembrano esagerate. (4) Sono calcolati nella proporzione di 2: t rispetto ai cavalieri, <lati gli orientamenti del fine secolo ad un maggiore ricorso alla fanteria. (5) Sono calcolati nella proporzione di 3: 1 r ispetto ai cavalieri di Venezia, dato il maggiore ricorso d eUa Repubblica Veneta a « cerne » e milizie locali e cittadine. (6) Valutazioni personali.
ALLEGATO 4
IPOTESI CIRCA LA FORZA TURCA NELLO SBARCO E NELL'ATTACCO AD OTRANTO NEL 1480 Armata turca
Galere sottili
Fuste grandi e piccole
Barche minori
Navi (vele) Marinai
40 1.600 (40 X40)
Rematori (schiavi)
4.000 (100 X 40) 100 300 100 4.000 (100X40)
1.200 (40x30)
1.500 (50 X30)
(30X 50)
10.000
3.550
2.250
Cavalli Artiglieri Cavalieri e palafrenieri Soldati Totale personale
30
750 (25x30)
50 750 (15x50)
-
-
100
-
1.500
Navi da trasporto (8) Ma hone ~er cavalli ( 2)
personale Totale singole voci Totale imbarcato
40 1.600 (40x40)
600 200 1.200
3.000
(1) Buona parte dei marinai e tutti i rematori non erano impiegabili a terra. (2) Dei 19.000 imbarcati possono considerarsi sbarcati circa 10.000 uomini, dei quali: - oltre 1.000 (cavalieri e fanti) impiegati per scorrerie; - circa 1.000 artiglieri e servizi logistici; - 2.000-3.000 costituenti distaccamento di sicurezza in zona di sbarco ed a tergo degli assediati; - 5.000 circa restano disponibili per l'attacco ad Otranto.
150 4.700 5.200 700 600 1.300 7.000 18.800
9.900 (1)
8.900
19.000 (2)
L'OCCIDENTE CRISTIANO DI FRONTE ALL'OFFENSIVA TURCA
307
ALLEGATO 5
RISULTATI DELLE INCURSIONI E SCORRERIE DEI TURCHI NELLA PENISOLA SALENTINA NEL 1480-1481 1) Nelle prime scorrerie dopo lo sbarco vennero prese e depredate: Cotrufiano, Solgiano, Risigliano. 2) Roca, occupata nel luglio dai Turchi al momento dello sbarco, fu da loro abbandonata quando vi si accampò l'esercito di Alfonso. Nell'inverno 1480- l481 i Turchi cercarono di riconquistarla ma furono respinti. L'accampamento, difeso da circa 3.000 uomini, era stato rafforzato con opere campali suggerite dall'architetto militare marchigiano Ciro Ciri, allievo di Francesco di Giorgio Mattini. 3) Dopo la presa di Otranto vennero conquistate e occupate per un certo tempo <lai Turchi le cittadine « murate» di: Corigliano, Minervino Castro, Scorrano, Tricase, Soleto. 4) Furono conquistati, occupati per breve tempo, e saccheggiati i grossi centri di: Soleto, Calatone, Galatina, Nardò, Presicce, Ugento, S. Pietro. 5) Resistettero al Turco o non furono attaccate, né subirono danni diretti: il castello di Salve (a N.O. di Leuca), Lecce, Gallipoli, Monopoli, Brindisi, Taranto.
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GF.NF.RAI.F. J\I.TIF.RTO ROVIGHI
ALLEGATO 6
NOTTZTE SULLE FORZE NAVALT DELLA LEGA SANTA OPERANTI NEL CANALE D 'OTRANTO NEL 1490-1481 1) La flotta napoleLana, raccoltasi a Napoli, giunge nelle acque di Otranto il 25 seltembre 1480. E' composta da: 27 galere; 4 fuste; 2 galeazze grosse; 33 navi da trasporto; altre barche minori. Sono imbarcati 10.000 soldati che possono operare eventualmente a terra (Foucard). 2) Arrivano successivamente a Gallipoli: -
2 navi genovesi; 4 navi dello Stato pontificio.
3) Le forze sopraindicaLe partecipano, tutte o in parte, al combattimento di Saseno (7-2-1481). 4) Alla flotta si uniscono 11 navi di Ferdinando il Cattolico di Aragona (siciliane), in data imprecisata. 5) Nell'estate 1481 l'Armata navale del Reame di Napoli comprende quasi 80 vele (navi) di vario tipo al Comando di Galeazzo Carncciolo (Schiappoli). 6) Nel luglio 1481 giungono nelle acque di Otranto _5 galere pontificie da
Ancona e 20 galere del Papa, noleggiate a Genova dal Cardinale Frcgosi (Pastor ). 7) Firenze ha preso l'impegno di inviare 15 galere; ne invia 11 , in data imprecisata. 8) 23 caravelle portoghesi affluiscono a Napoli ma non raggiungono la zona per la conclusione dell'armistizio del 20-9-1481 (Pastor).
L'OCCIDENTE CRISTIANO DI PRONTE ALL'Ol'l'ENSIVA TURCA
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ALLEGATO 7
NOTIZTF. SUGLI ATUTT DA TI AL REAME DI NAPOLI PER LA
CONDOTTA DELLA GUERRA CONTRO IL TURCO NEL 1480-1481 1) Aiuti finanziari (dall'Egidi) -
Subito dopo lo sbarco ad Otranto, dalle somme raccolte per l'aiuto a Rodi, vennero inviati: da Milano
10.000 ducati
da Firenze
8.000 ducati
da Ferrara
4.000 ducati
-
Successivi aiuti finanziari vennero inviati solo dopo il marzo 148 1, in entità considerata esigua.
-
A fine ottobre 1480, il Papa Sisto IV inviava 6.000 ducati e concedeva al Re Ferran te la riscossione delle deòme dovute alla Chiesa. Successivamente il Papa inviava altri 17 .000 ducati. I contributi finanziari effettivamente dati dalla Francia furono esigui. Altri Stati (I mpero, Inghilterra, Spagna, Ungheria) non contribuirono affatto.
2) Aiuti militari
Invio di scarso numero di << uomini d'armc » e di fanti da parte dello Stato Pontificio nell'autunno del 1480. TI Papa trattiene per le sue difese le forze del Duca di Urbino, promesse invece in antecedenza.
-
Nel 1481 invio da parte del Papa di altri 3.000 soldati.
-
Afflusso, nel luglio 1481 , di 300 cavalieri e 400 fanti ungheresi, assoldati dal Reame di Napoli.
-
Nav i inviate per il concorso alle operazioni navali , ed e poca del loro arrivo (galee): Genova Stato Pontificio Stato Pontificio
2, nel 1480;
4, nel 1480; 25, nel luglio 1481;
Sicilia
11 , nel luglio 1481; 11, nel 1481 (Ferdinando il Cattolico);
Portogallo
23 caravelle giunte dopo la fine della guerra.
Firenze
310
GENERALE ALilERTO ROVICHI
ALLEGATO 8
CRONOLOGIA ESSENZIALE
1453
=
Conquista turca di Costantinopoli.
1454
Pace di Lodi fra gli Stati italiani.
1463-1479
Guerra fra i Turchi e Venezia, lasciata sola dagli altri Stati italiani.
1478 (lug.)
Inizia la guerra di Roma e Napoli contro Firenze, debolmente appoggiata da Milano e Venezia.
25-1-1479
Ad Istanbul pace conclusa tra Venezia e i Turchi, con la cessione di Scutari ed altre localitĂ , ed il pagamento di un tributo.
A nno 1480 6-3
Il Re Ferrante stipula la pace con Lorenzo de' Medici; il Papa Sisto IV rimane in rotta con Firenze.
23-5
Inizia l'assedio turco a Rodi.
28-7
Sbarco di Ahmed Gediick ai Laghi Alimini (8 km a Nord di Otranto).
1-8
Re Ferrante ha notizia dello sbarco.
11-8
Conquista turca di Otranto al terzo giorno di assalti .
18-8
Ul tima tum del comandante turco alle cittĂ di Brindisi e Lecce.
19-8
Respinti il 27-7, i Turch i si ritiran o da Rodi, dopo un assedio di 89 giorni .
fine agosto - primi settembre:
La flotta turca opera a Bari, Vieste e Manfredonia.
14-9
Alfonso, Principe di Calabria, arriva in Puglia con le sue forze dalla Toscana; le forze totali ammontano a cii:ca 1.200 cavalieri e 6.000 fanti_
--..,_
L'OCCIDENTE CRISTIANO DT PRONTE ALI.'OFl'ENSIVA TURCA
311
16-9
Viene stretta a Roma l'« Alleanza Santa» per la difesa dai Turchi. Partecipano tutti gli Stati italiani, con la sola esclusione di Venezia. Si urusce anche Mattia Corvino, re di Ungheria.
25-9
Arriva nelle acque del Canale la flotta aragonese.
ottobre
I Turchi si ritirano in Otranto; parte delle forze sono .r inviate a Valona ; rimangono cirèa 6.500 fanti e 500 cavalieri. Alfonso torna a Napoli. Gli Aragonesi si organizzano per svernare a Roca, ove la forza viene ridotta a circa 3.000 uomini.
3-12
Pace tra Sisto IV e Firenze, che si impegna a fornire 15 galere per la lotta contro i Turchi; il Pontefice si impegna per 25 galere, oltre alle forze terrestri già inviate ( piuttosto esigue). Vengono decisi contributi finam:iari a favore del Reame di Napoli.
Anno 1481 7-2
Scontro sfortunato per le armi cristiane, presso Minervino; rimangono ucci si il comandante delle forze cristiane, Conte Giulio Acquaviva, e circa 700 uomini.
25-2
Presso l'isola di Saseno (Valona) la flotta aragonese consegue un grosso s uccesso su quella turca. Il Sangiacco Ahmed è costretto ad andare a Istanbul via terra, per chiedere rinforzi.
aprile
11 presidio turco viene ridotto a 4.000 uomini.
25-4
11 Sultano Maometto II parte per una campagna in Anatolia.
2-5
L 'Esercito aragonese pone il campo di fronte ad Otranto ed inizia le operazioni di assedio. Nella città il presidio turco è stato ulteriormente ridotto nell'aprile a poco più di 2.000 uomini. Porza cristiana di circa 15.000 uomini (secondo certe fonti più attendibili), di 20.000 fanti e 3 .200 cavalieri secondo altre.
3-5
Morte di Maometto II.
312
3-6
GENERALE ALBERTO ROVJGHJ
Giunge a Roma notizia della morte di Maometto 11, pervenuta a Venezia il primo giugno.
21 / 25-7
Giungono nelle acque del Canale d'Otranto le navi pontificie ( 5 da Ancona, 20 da Genova) e, presumibilmente, 11 dalla Toscana.
fine luglio
Giungono 300 cavalieri e 400 fanti ungheresi.
23-8
L 'attacco generale cristiano al presidio turco viene respinto nonostante un buon successo m.1ziale: 100 morti e 300 feriti.
3-9
Iniziano le trattative armistiziali con il presidio turco.
10-9
Viene stipulato un accordo di resa della cittĂ ÂŤ con l'onore <lelle armi Âť ed a condizioni piu ttosto vantaggiose per il presidio; condizioni non osservate poi <la Alfonso.
L'OCCIDENTE C RISTTANO lll FRONTE ALL'OFFENSI VA TURCA
313
ALLEGATO 9
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T110MPSON TRECCANI
ANTONELLO F.M. BIAGINI
LA MISSIONE MILITARE ITALIANA IN RUSSIA E LA PROPAGANDA DURANTE LA PRIMA GUERRA MONDIALE (1915-1918) 1. La funzione e gli scopi della propaganda. - 2. Iniziative con la stampa e i rapporti con l'Ufficio di propaganda organizzato dal ministero Scialo;a. - 3. La missione Zahughin. - 4. L'organizzazione della propa[!,anda (marzo-[!,iungo 1918).
1. Il problema della propaganda, intesa come mezzo di valorizzazione all'estero dello sforzo militare italiano, si pose tra gli ufficiali componenti la Missione militare in Russia dopo la consta tazione che alla guerra italiana, nel quadro della guerra europea, non era attribuito quel peso che aveva e di cui gli altri Comandi Supremi dell'Intesa erano ben consapevoli. Da queste premesse nacque, nel febbraio-marzo 1916, ~'incarico che il maggiore Marsengo , in quel momento capo interinale della Missione, affidò al tenente Albertini relativo alla redazione di uno studio sull'Apprezzamento in Russia delle operazioni militari italiane ( 1 ). Il rapporto sarebbe poi stato inoltrato al Comando Supremo per sollecitare quelle adeguate misure di cui si avvertiva l'esigenza e che da tempo erano state prese dalla Francia e dall'Inghilterra. « Nella vita dei popoli come in quella degli individui, - esordiva Albertini - spesso avviene che i piccoli dissensi dell'oggi facciano cadere in oblio le proteste di ammirazione e di gratitudine proclamate ieri »: ognuno infatti portava, nel giudicare gli avvenimenti, un atteggiamento partigiano ed una conoscenza inesatta dei (I) Albertini a Marsengo, Gran quartier generale russo, 11 marzo 19 16, oggetto: Apprezzamento in Russia delle operazioni militari italiane, SME-AUS , b. 86, MMIR, f. 6. Le citazioni che seguono sono tratte da questo rapporto. E lenco delle abbreviazioni : SME-AUS Stato Maggiore Esercito - Archivio Ufficio Storico; MMIR fondo Missione Militare Italiana in Russia; MAEAS Ministero Affari E steri - Archivio Storico; b. busta ; f. fascicolo;
=
=
tg
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1.elegramrna.
2 1. · Memorie
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320
ANTONELLO F.M. nTAGJNI
luoghi, dei bisogni, degli interessi e delle condizioni altrui. Nel caso dell'Italia e della Russia erano d'ostacolo all'affiatamento reciproco la vivace e complessa attività dell'elemento politico serbo, la distanza e la conseguente difficoltà di comunicazione e, infine, « il fatto che la stampa russa prende lumi e norme, nel considerare le i::ose italiane, dall'atteggiamento della stampa francese e di quella inglese ». Fatta questa necessaria premessa Albertini sottolineava come, sebbene non fosse il caso di illudersi e di sperare in una valutazione equa e coscienziosa dell'opera italiana, era tuttavia innegabile che si poteva contrapporre alla svalutazione, << che già si va manifestando e che certamente potrà accentuarsi» , una efficace azione di freno e di contrasto. Una tale azione non poteva, a suo giudizio, emanare soltanto dalle autorità militari ma doveva essere affiancata e integrata da quella delle autorità politiche e diplomatiche. Essa doveva esplicarsi non solo verso l'opinione pubblica russa ma anche verso quella degli altri paesi alleati e specialmente verso la Francia e l'I nghilterra (2). Per quanto riguardava la Russia Albertini ricordava come le notizie sui vari fronti, pubblicate abbondantemente nei giornali russi (episodi , descrizioni di luoghi , narrazioni), fossero tratte dai comunicati che l'agenzia Havas trasmetteva quotidianamente all'Agenzia telegrafica di Pietrogrado. Que ll'agenzia non diffondeva solo i comunicati ufficiali dei Quartier Generali ma anche notizie complementari illustrative che, utilizzate opportunamente, completavano la sobrietà dei comunicati ufficiali, soddisfacendo la curiosità dei lettori. Senza queste notizie accessorie in fatti i lettori non avrebbero compreso appieno il valore dei comunicati ufficiali: questi, per la necessità di essere stringati e tecnicamente completi, risultavano spesso aridi e monotoni. Questo sistema usato per il fronte orientale, per quello del Caucaso, per il fronte occidentale e per il fronte macedone mancava « appunto cd esclusivamente per la fronte italiana , ond'è che alla nostra guerra si presta scarsa attenzione». Si sapeva
(2) Su questo problema e più in generale su tutta la propaganda italiana si veda il ben documentato .lavoro di L. Tosr, La propaganda italiana all'estero nella prima guerra mondiale. Rivendicazioni territoriali e politica delle nazionalità, Udine 1977, pp. 255.
LA MTSSIONE MILll'ARE l'l'ALIANA 1N RUSSIA
321
vagamente che esistevano difficoltà di terreno, ma non si aveva la più pallida idea degli ostacoli naturali e<l artificiali che si opponevano alle truppe italiane. « L'opinione generale, ove se ne astraggano i pochi veramente competenti, paragona le Alpi ai Carpazi e le difese austriache di Tolmino e di Gorizia presso a poco alle fortificazioni di Erzerum ».
Ancor più grave era il fatto che, date queste premesse, la maggior parte considerasse « debole, scarsa, tiepida la nostra azione guerresca ». Ciò derivava in gran parte dal fatto che l'Agenzia Stefani trasmetteva alle agenzie di Parigi, Londra e Pietrogrado un servizio di notizie scarno, scialbo e saltuario che non poteva assolutamente destare nei lettori una impressione calda e viva di quanto avveniva realmente in Italia. Assente qualsiasi informazione che servisse a sottolineare l'azione italiana: << generali italiani sono morti combattendo sulla fronte e qui nulla se ne è saputo ». Il Comando Supremo italiano aveva comunicato solo in gennaio un riassunto <lelle operazioni dopo ben sette mesi di guerra e non una parola di esso era stata pubblicata in Russia e mentre a Roma i rappresentanti serbi esprimevano al Governo il proprio ringraziamento per ciò che l'Italia aveva fatto in favore <lei serbi , imbarcati sulle n avi della flotta italiana e trasferiti a Corfù, i giornali russi avevano pubblicato storie di: « odissee di serbi e di montenegrini malcontenti, dalle quali spesso si traeva l'impressione che l'Italia si fosse del tutto disinteressata della sorte di quelle popola:àoni e di quegli eserciti e che soltanto la Francia e l'Inghilterra si fossero adoperate in loro aiuto ».
La disinformazione, giustificata con la mancanza cli fondi e con le eccessive spese di spedizion e telegrafica delle notizie, era, a giudizio del giovane ufficiale italiano, insostenibile: una efficace e seria attività di propaganda avrebbe prodotto indubbi vantaggi per gli interessi italiani nel vasto Impero. L'Agenzia avrebbe dovuto trasmettere notizie più ampie sempre sotto il controllo del Comando Supremo, sull'azione italiana al fronte, sull'organizzazione dell'industria di guerra, sulla Croce Rossa, sulle iniziative patriottiche ed anch e sulle azioni del nemico quali incursioni , danni subiti etc. Avrebbe insomma dovuto far sentire che « la guerra si conduce da noi come altrove con tutte le forze, con tutti i mezzi, con tutte le
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conseguenze ». Ovviamente il linguaggio doveva essere misurato, dignitoso e prudente e quindi sotto la responsabilità di persone di f-iducia del Comando Supremo. Altro mezzo indicato come efficace, era quello derivante dall'uso della fotografia e della cinematografia; tuttavia mentre le immagini della guerra francese e inglese erano numerose e continue quelle italiane apparivano raramente. La cinematografia italiana era poi del tutto assente. L'uso di questi mezzi verrà adottato - come si vedrà - con successo solo nel 1917 con la missione Zabughin i cui risultati, pur positivi, erano giunti in ritardo e si inseriranno male nella situazione politica della Russia (3). Sull'uso dei mezzi visivi Albertini suggeriva di accordarsi con qualche agenzia fotografica per far compiere il lavoro direttamente sul teatro di guerra sotto l'egida della Croce Rossa. Questa avrebbe poi dovuto offrire i films e le foto alle consorelle di Prancia, Inghilterra, Russia e Giappone. Una organizzazione del genere esisteva già in Francia da dove arrivavano n umerose pellicole rappresentate per beneficenza a vantaggio della Croce Rossa russa o per altre iniziative benefiche. Tali pellicole da Pietrogrado venivano poi proiettate nei vari quartier generali e in provincia. A tale proposito l'Albertini citava come esempio di razionale organizzazione il fatto che, mentre ancora si combatteva a Ve rdun, già si rappresentasse a Pietrogrado una pellicola riguardante quella grande battaglia. Similmente si comportava l'Inghilterra e tenuto conto dell'àlto costo di tale propaganda , l'Albertini ancora auspicava che almeno una volta aJ
(3) Rapporto del prof. Zabughin a S.é. Gallenp.,a sulla missione in Russia. Maggio-settembre 1917, MAF.-AS, Rapporti politici 191 5-18, Russia, busta 175, pos. 66-9. Romeo A. Gallenga Stuart aveva sostituito Scia1oja assumendo la veste di sottosegretario per la Propaganda all'es tero e la stampa, all'atlo della costituzione del gabinetto Orlando, il 30 otlobre 1917 (cfr. L. Tosi, R.A. Gallenga Stuart e la propaganda di guerra all'estero (1917-18 ), in Storia Contemporanea, II, 1971, n. 3, pp. 519-542). Vladimir Nicolaevic Zabughin ( 1880-1923 ). Nato -a Pietroburgo da famiglia di funzionari , si laureò in storia nel 1903 e da tale epoca si stabilì a Roma dove nel 191 1 conseguì la libera docenza in letteratura uman istica e insegnò fino alla sua morte nella facoltà di lettere dell'Università di Roma. Oltre alle numerose opere scientifiche lasciò una vivace memoria della sua esperienza in Russia in un libro Il gigante folle: istantanee della rivoluzione russa, prcf. <li V. Scialoja, Firenze 1918. Sull'attività politica e letteraria di Zahughin cfr. A. TAMBORRA, Esuli russi in Italia dal 1905 al 1917, Roma-Bari 1977, pp. 211-218 e relativa bibliografia.
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mese attraverso il corriere diplomatico giungesse in Russia una pellicola italiana ben fatta, vivace e varia_ « L'opera gloriosa delle nostre truppe avrebbe allora nelle immaginazioni lontane una illustrazione che forse nessuna parola di scrittore potrebbe dare, e il dono a scopo benefico riuscirebbe profondamente simpatico e gradito ».
Citava quindi un'altra forma di propaganda usata dalla Francia consistente nella pubblicazione di opuscoli trimestrali di trentadue pagine in cui venivano esposti in maniera succinta ma efficace le vicende della guerra, gli episodi, gli atti di valore, la vita della popolazione durante la guerra, l'organizzazione dell'industria, della beneficenza e dei soccorsi. La pubblicazione edita dalla Croce Rossa francese, era in lingua russa e le spese di stampa sostenute da generosi sottoscrittori che garantivano l'acquisto di un certo quantitativo di copie. Queste venivano poi ripartite gratuitamente tra le banche, case commerciali che a loro volta le distribuivano gratuitamente ai propri clienti_ « Sta il fatto che questi opuscoletti sono accolti e letti con piacere. Certamente gli scambi attivissimi, bancari e commerciali tra la Francia e la Russia, facilitano assai questa organizzazione che per l'Italia sarebbe piuttosto complicata; se però una volta tanto si volesse pensare a qualche cosa di simile, non mancherebbero a Pietrogra<lo, Mosca, Kiev e Odessa, commercianti italiani che si presterebbero volentieri e con successo alla diffusione di una pubblicazione di questo genere. Non credo sia qui di mia competenza, e non credo rientri nell'incarico affidatomi, accennare a quello che le nostre autorità politiche e diplomatiche potrebbero fare a loro volta per avviare la stampa russa ad un migliore orientamento e ad un migliore apprezzamento dell'attuale nei riguardi dell'Italia. Nondimeno mi sembra di non poter chiudere questa esposizione senza rilevare che il giudizio generale circa il valore militare della nostra guerra risente assai l'influsso di ben note riserve derivanti dal fatto che l'Italia non ha dichiarato la guerra alla Germania e dall'atteggiamento che l'Italia stessa ha assunto nei Balcani; come ho già accennato, ognuno considera le cose egoisticamente e non è pronto a intendere le ragioni e gli interessi altrui: ciò è anche umano, ma certe resistenze e certe opposizioni potrebbero essere assai temperate nella sostanza e nella forma quando si facesse un po' ricorso alle numerose lusinghe dell'amor proprio, alle quali giornalisti, uomini politici e militari, sono estremamente sensibili, specialmente in Russia».
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A queste indicazioni il maggiore Marsengo, nella sua lettera di trasmissione del rapporto Albertini (4), aggiungeva come suggerimento l'uso dello scambio di visite al fronte di Missioni militari, politiche, commerciali, giornalistiche, e, infine, lo scambio di decorazioni che trovavano sempre nei giornali una larga eco. 2. Sul piano pratico un canale era rappresentato dal colonnello Nashikov al quale Albertini trasmetteva, tradotti in russo, i comunicati che giungevano dall'Italia (5) mentre a] giovane ufficiale incombeva anche la mansione di seguire quanto veniva autonomamente pubblicato sulla stampa russa in riferimento all'Italia per rettificare gli eventuali errori. Il « Russkoje Slovo » aveva pubblicato, oltre al bollettino del generale Cadorna, un lungo articolo del corrispondente da Roma A.V. Amfiteatrov (6) il quale, a giudizio dell'Albertini , pur essendo a suo modo un ammiratore dell 'Italia non mancava di fare spesso: « dell'ironia di cattiva lega e della critica insensata ( egli si dà delle arie d i socialistoide e pe rciò ostenta di guardare dall 'alto in basso le nostre persone di governo). Negli ultimi tempi costui si direbbe molto moderato se non addirit tura cambiato .. . ».
Accennava poi ai telegrammi pubblicati dal giornale di carattere favorevole ali ' Italia e si domandava: « Che si sia cominciato a metter e in pratica in Italia i nostri consigli ed a ménager un poco i corrispondenti esteri? ».
Il telegramma pubblicato dal gio rnale su un solo episodio era di circa trecento parole e dimostrava che se si comunicavano ai gior(4) Marsengo a Porro, Gran quartie r generale russo 12 marzo 1916, oggetto: Apprezzamento in Russia delle operazioni militari italiane. Un rapporto del tenente Albertini, SME-AUS, h. 86, MMIR, f . 6. (5) Albertini a Marsengo, Gran quartier generale russo 18 aprile (1 maggio) 1916, SME-AUS, b. 87, MMIR, f. 4. (6) Aleksàndr Valentinovic Amfiteatrov (1862-1938). Già collaboratore di alcuni fogli liberali (« Russk ie Vedemosti » e « Novoc Vremja ») venne confinato in Siberia nel 1902 e dopo la rivoluzione del 1905 emigrò in Occidente prima a Parigi, dove pubblicò la rivista « Krasnoe Znamj a » e quindi nel 1908 in Italia. La sua vicenda ricos truita in A. TAMBORRA, Esuli russi ... cit., pp. 48-54. cfr. inoltre Bol'saja Sovetskaja Entsiklopedija, voi. Il, p. 317; E. Lo GATTO, Storia della letteratura russa moderna, MiJano 1960, pp. 65 1-653.
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nali ed ai giornalisti delle notizie fresche di azioni di guerra tutta l'immagine dell'Italia ne risultava cambiata. Non solo, ma dimostrava anche che gli ufficiali della Missione erano nel giusto quando invocavano che le notizie fossero divulgate attraverso i giornalisti e le agenzie. Era quello « il modo più rapido e sicuro per vederle pubblicate; ma per carità che non mandino più dei comunicati vecchi per mezzo dell'Ambasciata o del colonnello Greppi » concludeva Albertini invitando il maggiore Marsengo a farsi interprete delle sue idee presso l'Ambasciatore e il generale Romei Longhena (7). Particolare rilievo aveva assunto sulla stampa russa , puntualmente seguita da Albertini , il discorso del ministro degli esteri Sonnino alla Camera il 16 aprile 1916 (8). L'articolo, comparso sul « Novoe Vremja » (Tempi Nuovi) del 6 (19) apri~e 1916, aveva posto l'accento sull'aspetto formale del discorso di Sonnino che si era concluso con la richiesta di una mozione di fiducia . Il giornale russo rilevava come tale comportamento fosse anomalo proprio perché la tornata parlamentare in oggetto si era aperta il 17 febbraio in condizioni « tutt'altro che tranquille»: fra i gruppi che sostenevano Salandra (radicali , socialisti riformisti e repubblicani) si era manifestato un forte malcontento difficilmente (7) Albertini a Marsengo, lettera del 18 aprile (1 maggio) 1916, cit. Romei Longhcna Giovanni (Brescia 1865-1944), sottotenente di cavalleria (1885 ), frequentò la Scuola <li Guerra e passò nel corpo di Stato Maggiore. Inviato in Turchia (1 904) quale aiutante di campo del Sultano, fu nominato tenente colonnello dei Lancieri della Guardia. Rientrato in Italia (1909), partecipò alla guerra libica e nel 19 14 fu promosso colonnello comandante dei Cavalleggeri di Alessandria. Trasferito di nuovo nello Stato Maggiore (1915) fu addetto militare in Russia e capo della Missio ne militare ibaliana. Tn quest:1 veste rimase in Russia anche quando, nel marzo 19 18, le varie rappresentanze diplomatiche abbandonarono lo Stato adoperandosi per il rientro dei connazionali. Rientrato in Italia fu inviato in Polonia ( 1919-1921) quale :iddetto militare e capo della missione mil itare. Maggior generale (1916), capo d i Stato Maggi.ore del Corpo di cavalleria ( 19 18), generale di divisione (1923). generale di Corpo d'Armat a (1926) fu collocato in posizione ausiliaria nel 1931. Cfr. Enciclopedia Militare, Milano 1933, voi. VI, p. 626; A.F.M. l3TAGINT, Una relazione del ien. Giovanni Romei Longhena sulla Rivoluzione russa del febbraio 191 7, in Rassegna Storica del Risorgimento, a. LXVT, II, 1979, pp. 179-189; In., La Missione militare italiana in Russia e il rimpatrio dei prigionieri irredenti, in Memorie Storiche Militari 1979, Roma 1979, pp. 295-315. (8) Marsengo a Comando supremo, Ufficio informa:doni, Gran quartier generale russo 22 aprile 1916, prot. n . 106, oggetto: Commenti di f!.iornali al discorso del Ministro degli Esteri, barone Sonnino, SME-AUS, b. 86, MMIR, f. 6.
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comprensibile, sottolineava il giornale, per gli stranieri. La piega presa dagli avvenimenti aveva da un lato sconcertato que1li che sinceramente sostenevano la maggioranza mentre l'altra parte, composta essenzialmente di giolittiani, non era un solido sostegno per il Gabinetto. Di questa situa:.done, scriveva ancora il giornale, si erano giovati quei socialisti, « i socialisti ufficiali », che già prima si erano opposti « all'apertura delle operazioni guerresche ed ora si sforzano in tutti i modi a limitare la partecipazione dell'Italia alla guerra ». I socialisti avevano inoltre proposto di discutere alla Camera non tanto le linee di politica estera, sulle quali c'era sostanziale unanimità, quanto i provvedimenti economici sui quali era garantita l'opposizione del gruppo radicale per quanto riguardava le questioni commerciali e industriali. I socialisti tentarono allora di aggirare la questione proponendo l'aumento dei sussidi alle famiglie dei richiamati (sussidi che già ammontavano a 43 milioni di lire al mese) cosa impossibile sul piano finanziario anche se il sussidio individualmente considerato era assai modesto. Salandra aveva allora minacciato, continuando dette dispute , di porre al re i] problema delle misure del caso. I gruppi di sinistra, gelosi delle prerogative del Parlamento, potevano determinare la crisi del Gabinetto che non avvenne per la prevak:nza dei partiti fautori della guerra . Bissolati per i riformisti e Pantano per i radicali dichiararono che non sarebbero entrati nell'esame della questione costituzionale e che per le esigenze della politica estera avrebbero appoggiato il Governo. Furono nuovamente discussi i provvedimenti economici che, accettati da Salandra, portarono ad un nuovo voto favorevole per il Gabinetto. In sintesi, commentava i l giornale, il Gabinetto darebbe prova di molta solidità stanti i tre voti di fiducia ottenuti in poco tempo (incidente parlamentare, interpellanza socialista, bilancio) ma a ben guardare questo poteva anche essere il sintomo di un dissolvimento : « Chi è molto sicuro della propria situazione non pone ogni due settimane la questione di fiducia ». Così nel discorso del Sonnino tutti i passaggi sembravano perfettamente logici : l 'elogio alla flotta italiana, l 'aiuto prestato ai
(9) Romei a Coman<lo supremo, min uta telegrimma n. 172 del 4 marzo 1917, SME-AUS, h. 92, MMIR; Id., Minuta telegramma ·n . 173 del 5 marzo 1917 ; ivi; Barbarich a Romei, telegramma del 6 marzo 1917, ivi.
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serbi, « aiuto che, come noto, fu molto tardivo », il saluto rivolto agli alleati, la necessità di me t tere in pratica le deliberazioni della conferenza di Parigi . commentava ancora il giornale - che un ministro si metterà a criticare la condotta delle autorità militari. L 'essenza della qu es tione sta ora in questo che, così nel discorso del signor Sonnino, come in quelli dei singoli oratori, nulla si dice della cosa più importan te: della dichiarazione di guerra alla Germania. Noi non possiamo immagina rci come sia possibile affermare la soHdarietà dell'ltalia con gli alleali fin tanto che l'Italia si limi ta solamente alla « denunzia della convenzione letteraria » colla Germania, cioè con quel nemico principale che porta così gravi colpi, e a noi e agli inglesi e ai francesi ». « Non è cer to in tempo di guerra -
Questo, secondo il giornale, era il punto incomprensibile della situazione italiana e il discorso del ministro degli Esteri non aveva certo contribuito a chiarire. Il « Riec » <lel 7 (20) aprile 1916 sottolineava la « riabilitazione dell' Italia » con il vot o favorevole espresso dalla Camera al Gabinetto in favore della guerra. Eran o questi fattori, di per sé interni a1l'Italia, clie a giudizio del giornale interessavano anche gli alleati soprattutto per quanto riguardava l'adeguamento dell'Italia alla politica generale degli alleati. La questione della dichiarazione di guerra alla Germania era, secondo il giornale, una questione che andava ormai pe rdendo di consistenza. Albertini, commentando i due articoli, aggiungeva : « Si è preferito presentare, anziché un riassunto , u na traduzione in-
tegrale dei due articoli affinché più evidentemente risultino le varie sfumature di q uesti commenti, la forma ciel linguaggio, i travisamenti della veri tà e le non rarissime ironie ».
Ricordava come il « Novoe Vremja » (Tempi Nuovi) fosse, in merito alla politica estera, il giornale più letto nelle sfere dirigenti e negli ambienti militari mentre il « Riec » era invece o rgano del « partito liberale dei cadetti di sinistra » e riceveva il proprio indirizzo dal deputato Pavel Nikolaevic Miljukov, il quale era in buoni rapporti con il ministro degli Esteri russo . Miljukov avrebbe fatto parte della delegazione di depu tati che stava per partire alla volta dell'Inghilterra , F rancia e Italia.
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Vi era inoltre un altro grande giornale di impostazione liberale, il « Russkoje Slovo » di Mosca che non aveva però commentato il discorso di Sonnino. Che l'azione di propaganda italiana non fosse del tutto assente lo dimostra sufficientemente una trattativa avviata dallo stesso generale capo missione nel marzo 191 7 con l 'editore russo Lagov. Questi aveva già dato alle stampe interessanti pubblicazioni intitolate Racconti dal fronte, che riguardavano gli eserciti francese e inglese e aveva dichiarato la propria disponibilità per una pubblicazione sull'esercito italiano. Se il Comando Supremo avesse approvato l'iniziativa era necessario l'invio, alla sezione di Pietrogrado, del materiale da far pubblicare. La più volte deprecata assenza di direttive precise, oltre che di mezzi economici sufficienti, imponeva alla Missione italiana di muoversi sulla scia di quanto già facevano con successo francesi e inglesi. Lo stesso ministero della Guerra russo aveva proposto alla Missione di pubblicare sui giornali popolari illustrati servi7,i sulla guerra italiana. Il colonnello Barbarich, dirigente l'Ufficio stampa del Comando Supremo, nell 'autorizzare l'iniziativa trasmetteva undici fascicoli appositamente redatti dal titolo l,a nostra Guerra. Una volta in Russia il contenuto dei fascicoli non piacque alle autorità russe che lo ritennero poco anedottico e quindi di difficile comprensione da parte delle grandi masse russe. Nel frattempo l'ed itore Lagov aveva disposto, a proprie spese, la pubblicazione di un opuscolo propagandistico sulla guerra italian a e, attraverso il maggiore Oscar Tonelli della sezione di Pietrogrado, formulò la richiesta di un acquisto, da parte italiana, di cinquecento copie. Lo stesso sconsigliava recisamente una nuova pubblicazione con il materiale arrivato <la1l 'Tta1ia perché finanziariamente onerosa per lo stesso governo italiano . Del resto, sottolineava Tonelli, Virginio Gayda, che pure era l'incaricato del ministro Scialoja per la propaganda, non avrebbe avuto fondi disponibili per la traduzione e la dattilografia: le proposte del Lagov risultavano quindi le più vantaggiose ed efficaci (10). (10) Romei a Tonelli, Gran quartier generale russo, 23 maggio (5 giugno) 1917, prut. n. 00101, oggetto: Pubblicazioni di propaganda della guerra italiana, SME-AUS, b. 92, MMIR, f. 1 ; Tonelli a Romei, Pietrogrado 13 giugn0 19 17, prot. n. 488, oggetto: Pubblicazione di propaganda italiana, SME-AUS, b. 92, MMIR, f. 1.
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Tra disfunzioni e difficoltà di vario genere l'attività di propaganda, pur così importante e tuttavia pur così poco apprezzata, fu portata avanti con tenacia per tutto il 1917 (11). Il 4 novembre 1917, Virgilio Gayda scriveva direttamente al generale Romei lamentando come la mancanza di notizie dall'Italia non gli permettesse di mantenere viva l'azione di propaganda: « Per tutta una settimana, scriveva Gayda, l'Ufficio di Propaganda, che ha ricevuto un solo messaggio dal ministero Scialoja, si è attivamente adoperato per tener viva una forte campagna sui giornali di Pietrogrado, raccogliendo e sviluppando notizie frammentarie, parafrasando i comunicati ufficiali, presentando ipotesi come notizie, suggerendo commenti, scrivendo molti articoli dati a tutti i giornali. Il risultato è stato assai sensibile» (12).
Persistendo però la mancanza di informazioni la campagna favorevole dei giornali si sarebbe ben presto trasformata, a causa dell 'incessante attività degli « emissari tedeschi », degli « agitatori » ostili alla guerra e agli alleati e, infine, dei rappresentanti di quelle potenze che pur essendo alleate dell'Italia facevano del tutto per mettere in rilievo i meriti politici e militari dei loro paesi. L'opinione che gli alleati tendessero ad esaltare i propri meriti deprezzando quelli ( 11) Romei a Tonelli, Gran quartier generale rnsso 23 maggio ] 9 17, SMEAUS , b. 92, MMIR, f. 1; Romei lamentava ch e i comunicati ufficiali del Comando supremo italiano fossero pubblicati in lingua nissa con significato alterato e molto spesso opposto al vero. Pregava Tonelli di sollecitare il Gayda affinché ponesse termine a questi inconvenienti. Romei a Comando presidio Udine, minuta tg. n. 53 1, 21 giugno 1917, ivi; Romei proponeva al Comando supremo l'invio periodico di fotografie delle azioni belliche italia ne d a esporre nelle mostre. Venturi a Tonelli, Gran quartier generale r usso 23 giugno 1917, prot. n. 00132, ivi; Marsengo a Tone11i, tg. del 27 giugno 1917, conferma l'invio a Gayda di materiale propagandistico. T onelli a Gayda, Pictrogrado 24 luglio 1917, tg. n. 650: trasmissione di 22 foto delle operazioni militari, ivi. Romei a Ruggeri, 10 settembre 1917, prot. n. 00325: trasmissione di 42 foto a Gayda per la stampa russa. Tonelli a Romei, Pietrogrado 5 luglio 1917, prot. n. 586, oggetto: Propaganda, ivi: partendo dall a considera:done che nell'opinione pubblica della capitale si notava « una minore preoccupazione per i futuri avvenimenti politici, ritengo opportuno richiamare l'attenzione della signoria vostra sulle condizioni della propaganda in Russia » sottolineando come, nonostante l' ufficio costituito dal ministro Scialoja, questa continuasse a dibattersi tra insormontabili problemi organizzativi ed economici. (12) Gayda a Romei, Pictrogrado 4 novembre 1917, SME-AUS, b. 92, MMIR, f. 1; Ruggcri Laderchi a Romei, Pietrogrado 5 novembre 1917, ivi.
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<lell'I talia, che pure sosteneva notevolmente il peso della guerra, trovano conferma in studi recenti che si sono occupati del problema (13). Con perfetto tempismo Gayda sollecitava notizie precise che permettessero di mettere in luce le forze numeriche del nemico e la vastità dello sforzo italiano: anche il ministero della Guerra era interessato a che nell'opinione pubblica russa non prendesse corpo una opinione ostile all'esercito e alla nazione italiana. Non bisogna dimenticare del resto che in quel momento l' Italia stava attraversando uno dei momenti peggiori nella condotta della guerra contro l'Austria e le notizie che giungevano in Russia risultavano fatalmente e facilmente distorte mentre l'assenza di notizie ufficiali dall 'Italia rendeva obiettivamente difficile il lavoro di smentita cui pure con passione si adoperarono gli ufficiali italiani (14). Contemporaneamente era stato sensibilizzato su questo problema il console generale d'Italia a Mosca, G.C. Majoni, che nel novembre 1917 informava il generale Romei di aver ottenuto dal R. Incaricato <l'Affari la com1mic::17.ione immediata delle notizie provenienti dall 'I talia. Egli stesso avrebbe provveduto alla traduzione e aveva ottenuto che i tre principali giornali della città: « Ruskoje Slovo » (La parola russa), « Russkie Vedernosti » (Le noti7.ie russe), le pubblicassero nella loro edizione del matti no. TI console italiano a Mosca sottolineava come avesse già avuto modo di tiotare i benefici effetti di tali pubblicazioni « poiché, per esempio, si era sparsa la voce che in Italia era scoppiata la rivoluzione» e che Venezia si trovava in mano al nemico. Dopo la pubblicazione delle notizie provenienti direttamente dall 'Italia aveva invece ricevuto l 'espressione di compiacenza per la magnifica prova che l'Italia stava dando di sé . « In qualche giornaletto compaiono, ciò malgrado, n otizie sen sazionali sul nostro conto. I ersera, per esempio la Veeerna Novosti
(13) O. Bov10, L'esercito italiano nella prima f!.Uerra mondiale, in Revue l nternationale d'Histoire Militaire, 1978, n. 39. {14) Romei a Ruggeri, Stavka 5 novembre 1917, minuta t g. 00504 , SMEAUS, h. 92, M MTR , f. 1: il cedimento di alcuni reparti italiani era stato interpretato come una disfaaa. Romei a Ruggeri, Stavka 5 novembre 1917, minuta tg. 00507, ivi richiesta del testo integrale del comunicato Cadorna. Ruggeri a Romei, Pietrogrado 6 novembre 19 17, tg. n. 92 1, ivi: Gayda aveva trasmesso alla stampa il testo originale che parlava ·semplicemente del cedimento di alcuni distaccamenti dell a Il Annata.
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parlava di 450.000 prigionieri fatti dal nemico sul nostro fronte. Ma, se pur ne vale la pena, bisognerebbe per ·Controbattere tale campagna ch'io avessi a mia disposizione una persona del mestiere».
Invitava perciò Romei a prendere in considerazione la sua proposta che avrebbe potuto abbracciare un campo più vasto di propaganda se ne credeva opportuna la realizzazione pur negli avvenimenti del momento (15). Majoni partecipò poi ad una riunione, tenutasi 1' 11 dicembre, presenti i consoli di carriera degli Stati alleati. Il console degli Stati Uniti, Maddin Summers, decano del Corpo consolare, aveva comunicato confidenzialmente che, malgrado la situazione politica, egli avrebbe continuato e intensificato la sua attiva opera di propaganda: la direzione dell'ufficio stampa era stata assunta da un noto pubblicista (Bullward) mentre due eminenti pubblicisti statunitensi, esperti di cose russe, avrebbero preso parte all'attività dell'Ufficio. Essendo il personale già numerosissimo oltre ai nuovi locali I'Ufficio avrebbe potu Lo <lisporre di una propria tipografia dalla quale far uscire settimanalmente un bollettino d 'informazione stampato in lingua russa, della tiratura di centomila copie da diffondere gratuitamente. Il Consolato avrebbe ricevuto circa duemila parole dagli Stati Uniti per il materiale da pubblicare. Sarebbe anche stata intensificata la propaganda nella stampa locale quotidiana « per la quale il signor Summer deve spendere pure ingenti somme, dal momento che egli ci ha detto di essere disposto a d are cento mila rubli, per esempio, per la pubblicazione di un articolo in appendice in uno dei più grandi giornali di qui. Verrà anche curata la propaganda per mezzo di cinematografia». Maioni ricordava inoltre come anche il Console generale inglese, Wardrop, « funzionario molto intelligente e buon conoscitore delle cose di Russia», avesse dichi arato di aver intensificato la sua opera di propaganda: « E' rimasto anzi stupito (aggiungo in via confidenziale) della dichiarazione fatta da sir Giorgio Buchanan nella nota intervista ai giornalisti circa la cessazione della propaganda da parte inglese ». Il console americano aveva poi chiesto personalmente a Maioni se fosse stato in grado di formre matt:riale per l'opera da svolgere in ( 15) Majuni, console italiano, a Romei, Mosca 28 novembre 1917, prol. n. 5886, SME-AUS, b. 93, MMIR, f. 2
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comune. « Confesso a Vostra Signoria (che ne comprenderà perfettamente le ragioni) che la mia risposta fu piuttosto imbarazzata, mancando io tanto di istruzioni che di materiale e di fondi per farlo. Attendo sia gli uni che gli altri, se verrà riputato opportuno che anch'io debba prestare la mia colJ aborazione ai colleghi d'America e d'Inghilterra» (16). Da Kiev , dove in quel momento si trovava, Romei rispondeva a Majoni informandolo che per parte sua aveva segnalato già dal 10 novembre 1917 al Comando Supremo la necessità di dare maggiore impulso alla propaganda aprendo un ufficio anche a Mosca. Tali sollecitazioni aveva rivolto ànche all'ambasciatore Carlotti perché se ne facesse interprete presso le autorità del ministero degli Esteri ed aveva altresl indicato come possibile incaricato il giornalista Zanetti (17). 3. Un posto a sé merita la m1ss10ne Zabughin voluta e promossa dal ministro Vittorio Scialoja (1856-1933 ), ministro senza portafoglio , inrnrin ito <ldla propaganda all'estero nel gabinetto Boselli ( 18). Nel lungo rappo rto inviato all 'onorevole Gallenga Stuart dell'Ufficio propaganda di Roma Vladimir Zabughin tentava una sintesi personale degli avvenimenti di cui era stato protagonista dal giugno al novembre 1917 . La lunga relazione costituisce un'altra di quelle indubbie e interessanti testimonianze dei contemporanei sugli avvenimenti in Russia e, se al centro delle preoccupazioni del generale Romei v'erano i problemi di carattere più squisitamente militare, al centro delle prospettive del professor Zabughin v'erano tutti i problemi così come venivano da lui percepiti nella sua stessa posizione di italo-ru sso. Dal testo della relazione ovviamente traspaiono i sentimenti italiani dello scrivente che si sente ed è a tutti gli effett i italiano. Ma la sua stessa formazione e mentalità di studioso, la sua
(17) Majoni a Romei , Mosca 12 dicembra 19 17, prot. n. 5851, SME-AUS, b. 92, MMIR, f. 2. Trasmissione di copia del rapporto di Majoni a Catalani (R. Incaricato d 'Affari - Pictrogrado) del 12 dicembre 1917, prot. n. 5849-180, oggetto: Propaganda. (17) Romei a Majoni , Kiev 17 dicembre 1917, prot. n. 00690, oggetto: Propaganda it aliana in Russia, SME-AUS, b. 92, MMlR, f. 2 . Romei a Ruggeri per Carlotti, tg. n . 00518, ivi. (18) A. ToMBORRA, Esuli Russi.,., cit., pp. 211-2, 214-7; L. Tosr, La propaganda italiana ..., cit., p. 138.
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conoscenza della lingua e del mondo russo permettono analisi maggiormente penetranti. Zabughin si era preparato scrupolosamente alla sua missione: aveva visitato il fronte italiano, si era procurato films e diapositive di fatti d 'arme, delle costruzioni navali, delle artiglierie, della Fiat-S. Giorgio e dell'Ansaldo. Non solo ma volendo d are : « al mio apostolato un carattere non solamente militare ma anche economico e intellettuale raccolsi con l'aiuto delle Camere di Commercio e dei Consoli russi di Torino e di Milano una discretamente larga messe di films e diapositive di carattere industriale, nonché qualche spartito di giovani musicisti italiani, ripromettendomi <li usare di codesto materiale nel modo più utile alla causa italiana in Russia » ( 19 ).
Già da queste prime righe risalta quale fosse il significato che lo studioso italo-russo annetteva alla sua missione. La missione durò ben oltre i due mesi previsti e gli interventi di Zabughin si moltiplicarono e si estesero a molte città e comandi presso le truppe dislocate al fronte. « Le condizioni del lavoro in lutto il periodo di tempo anzidetto - scriveva Zabughin - si mantennero ogni ora difficili sia per lo stato politico, militare ed economico della Russia e per le svariate, ma sempre incresciose lungaggini della burocra:i:ia russa, sia per il minaccioso diffondersi della propaganda massimal ista che fini coi travolgere o per lo meno sospendere le trattative già condotte quasi fino al termine per l'istituzione in Russia di un servizio di propaganda continuo, intenso e organi:i:zato con criteri larghi e possibilmente corrispondenli all 'indole del paese e dei gusti della pubblica opinione».
Giunto a Pietrogrado il 19 giugno Zabughin si fermò in quella città fino al 14 luglio ed ebbe così modo di parl are al pubblico p er ben sei volte proiettando il film dell'« Adamello » e le diapositive sulla campagna italiana del 1916. Parlò ai soldati, agli ufficiali, agli invalidi, alle donne volontarie di cui ricordava particolarmente il sottotenente Maria Bockariova, comandan te del battaglione femminile della morte in partenza per il fronte-ovest per combattervi
( 19)
Relazione Zabughin, cit., p. 1.
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ANTONELLO P. M . BTAGINT
durante l 'offensiva di luglio. Il più importante di questi discorsi ,
fu, a suo giudizio, quello tenuto alla lega repubblicana dove, presente lo stesso ambasciatore Carlotti e i rappresentanti più importanti del giornalismo russo, espose gli scopi della guerra italiana, i'importanza del loro pieno conseguimento anche al fine dello sviluppo dei rapporti italo-russi. Di questi tracciò sinteticamente la storia rilevando, con abbondanza di dati statistici, il volume degli scambi commerciali presenti e di quelli possibili per il futuro. Sempre alla lega repubblicana l'esponente italo-russo ebbe modo di presentare in maniera chiara i problemi relativi alla questione dalmata confutando le affermazioni fatte dal sottosegretario alle finanze Kovalevskij che in una assemblea della stessa Lega l 'aveva presentata dal punto di vista unilaterale serbo-croato. Sulla rivista « Krasnoe Znernja » (La bandiera rossa), diretta da Alessandro V. Amfiteatrov , Zabughin aveva posto l'accento sul ·c arattere contrario all'Intesa della propaganda croata e sui legami, a suo giudizio indissolubili, tra croatismo e mentalità austriaca, sulle difficoltà di fondere insieme croatismo e s-erbismo: nelle condizioni di quel momento il secondo sarebbe stato assorbito dal primo il che avrebbe significato, per l 'Austria, il completo raggiungimento dello scopo più immediato della sua guerra. « Insistei ancora, giacché era vamo in un periodo di furore zimmerwaldi1rno, quando persino i parti ti bo rghesi ripetevano colla desolante insistenza di un disco fo nografico la formula « senza annessioni né contribuzioni », su la necessità, da parte dell'Europa libera, di salvare di comune accordo gli interessi nazionali degli italiani della Dalmazia , che il croatismo aveva brutalmente combattuto fin dal 1866 e che non prometteva di tutelare nemmeno dopo l' agognata « pace democratica », ad o nta di tutti i sogni messianici ed apocalittici del sociafomo r usso ».
Un argomento di tal genere, ricordava ancora Zabughin , ebbe sicuro effetto in quel momento e negli incontri successivi, con i membri del Soviet dei salda ti e degli operai di Mohilev, sull' « imperialismo italiano ». « Chi ragiona coi socialisti e coi socialistoidi russi scriveva ancora Zabughin - deve abbandonare una volta per sempre la mellita condiscendenza e la retorica adulatoria, di cui sono stati così prodighi gli on. Henderson e Thomas, durante i loro giri di propaganda interalleata: il sociali smo russo accetta con rispetto e per-
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sino con gratituc.lim: le verità più crude, ma s'insuperbisce oltremodo, se si sente lodato e adulato da parte di persone venute dall'Occidente. La voce dcl'Occidente, l'opinione degli occidentali esercita su di lui un fascino irresistihile, guai se questa voce lo confermasse nei suoi errori ! ». A Pietrogra<lo Zabughin ebbe c.lalla Missione militare il film sull'Adamello e le istruzioni precise per il suo giro che doveva comprendere i Comandi dei vari fronti russi, le città di Kiev e di Odessa. Ufficiali italiani presenti nei vari settori avrebbero dovuto collaborare così come il Comando supremo russo aveva promesso di agevolare in ogni modo l'attività di Zabughin. Partito da Pietrogrado il 1 (14) luglio, « quasi alla vigilia della prima sommossa bolscevista », il due era a Minsk dove trovò il colonnello Origo che aveva già preparato tutto il programma della sua visita {20). L'enorme successo ottenuto a Minsk, grazie anche e soprattutto alla collaborazione efficace e premurosa del colonnello Origo, mostrarono allo Zabughin, che 11011 mancava di sottolinearlo, l'importam~a di una efficace propaganda e di quante simpatie godesse l'Italia in Russia seppure non conosciuta approfondi tamente soprattutto nei suoi sforzi verso una condotta sempre più efficace del conflitto. Rimasto solo per il richiamo dell 'O r igo sulle posizioni avanzate del fronte ebbe modo di provare le disfunzioni della burocrazia russa la quale, ad onta delle gentilezze formali, non gli permise di recarsi in prima linea, dove era appunto l'Origo, per portare la propaganda fra i soldati combattenti:
(20) Tonelli a Carlotti, Pietrogrado 28 giugno 19 17, prot. n. 565, AUSSME, b. 92, MMIR, f. 1: informava l'ambasciatore di aver fissato, d'accordo con Zabughin, la sala per la proiezione del film e di aver ordinato la stamra degli inviti. Tonelli a Romei , Pietrogrado 5 -luglio 1917, minuta tg. n. 587, ivi: informava il capo missione dell'attività prestata in aiuto del prof. Zabughin. Marsengo a Tonelli, tg. del 14 luglio 1917 , ivi: richiedeva il film rer la proiezione alla Stavka. Tonelli a Marsengo, tg. di risposta, 15 luglio 1917 : informava che il prof. Zabughin era ranito, per ordine dell'ambasciatore Catlotti, alla volta di Kiev ed era perciò impossibile precisare una data di proiezione alla Stavka. Zabughin a Romei , tg. del 17 luglio 1917, ivi: telegrafava info rmando di essere giunto a Minsk, il sabato sarebbe andato a Dvinsk e il lunedì a Pskov dove era aLteso dal capitano Cianci preventivamente avvertito da Tonelli.
22 - Memorie
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« assa p1u importanti, quale oggetto di cure da parte nostra, degli imboscati e semi-imboscati del Quartier Generale. Non riuscii nel mio intento perché con la solita tattica bizantino-russa le risponsabilità venivano palleggiate da un ufficiale ad un altro».
Partito alla volta di Pskov ove giunse 1'8 (21) luglio non trovò il capitano Cianci di Sanseverino e per giorni fu impegnato a superare le innumerevoli difficoltà burocratiche frapposte dalle autorità alla sua azione e dalla descrizione che ne fa all'onorevole Galenga traspare, nel tono spesso ironico, il pessimismo sulla situazione interna in Russia dove appunto si discuteva il suo caso come si fosse trattato di una importante azione militare. L'ultimo giorno della sua permanenza a Pskov ebbe finalmente modo di incontrare il capitano Sanseverino, reduce da un tentativo di avanzata simile a quello di Krevo e Dvinsk. Tali tentativi erano, a giudizio dello Zabughin , di una uniformità desolante: preceduti da preparazione di artiglieria e da attacchi sanguinosi di battaglioni della morte e di reggimenti di fanteria assottigliati per le diserzioni e rafforzato da ufficiali trasformati volontariamente in soldati semplici, portavano all'occupazione di trincee di prima e seconda linea del nemico. L'assoluta mancanza di rinforzi costringeva al ritorno sulle primitive posizioni con innumerevoli perdite e inutile sacrificio della « minoranza sana » del! 'Esercito senza con questo vincere l'inerzia e « l'infezione della maggioranza ammalata e demoralizzata». Con il Sansevcrino si trasfè rì a Riga il 15 (28) luglio: la città, alla vigilia d eUa cad uta, presentava uno spettacolo del tutto caratteristico e anomalo. Tedeschi e lettoni aspettavano con impazienza l'arrivo delle truppe germanich e. I lelloni , in particolare, che nel 1916 - commentava ancora Zabughin - avrebbero piuttosto bruciato la città che consegnarla al « secolare nemico » erano stati affascinati dalle promesse tedesche di autonomia, benessere economico e ordine. I prezzi a Riga, contrariamente a quanto si poteva osservare in altre città russe, erano bassi e la città viveva freneticamente con i suoi teatri aperti e affollati, con i congressi e gli incontri, con i << bolsceviki al lavoro con giornaletti disfattisti » che il Governo raramente tro vava la forza di chiudere. Il generale Randko Dmitriev, in un colloquio concesso all'esponente italiano, definiva la vita di Riga come « ammasso di canaglie e perditempo da canaglie ». Ma lo stesso ufficiale, ricordava Zabughin, al pari di tanti
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altri ufficiali russi aveva fatto carriera appoggiandosi agli uomini e alle idee del governo e nei primi giorni della rivoluzione aveva « sfoggiato » largamente nastri rossi, aveva dichiarato che il saluto militare premeva ai soli figli di vetturini, aveva sistematicamente aizzato i soldati contro gli ufficiali, ed ora se ne andava, dopo aver conquistato l'odio cordiale dell'ufficialità di trincea senza ottenere in compenso l'amore dei soldati che lo trattarono alla fine come uno dei tanti spregiati « borghesi ». L'azione di propaganda non fu quindi possibile a Riga ma fu possibile all'esponente italiano aggirarsi per il fronte e dare rappresentazioni ovunque avesse trovato cinematografi montati. E fu in questa occasione, ricordava, che potè effettivamente svolgere un lavoro serio nei confronti di quei soldati che veramente sostenevano il peso della guerra. Il successo ottenuto provocava in Zabughin il rammarico per le insufficienti possibilità economiche offerte dall'Italia nell'azione di propaganda e per l'« animosa cavillosità » della burocrazia russa causa principe, a suo giudizio, dello stesso successo della propaganda tedesca sn1 soldati e quindi del tradimento e del disamore di questi ultimi. Portatosi a Dvinsk per invito del capitano Sanseverino presso il Comando della quinta armata, ancora sconvolta dall'infelice esito della recente azione, ebbe numerosi contatti con ufficiali russi. Recatosi poi a Mohilev, presso il Gran Quartier generale, incontrò il generale Romei e con l'aiuto suo e dei suoi dipendenti, tra i quali ricordava il segretario stesso del generale, ottenne documenti importanti che agevolarono grandemente il resto del suo viaggio. Organizzò colà rappresentazioni dove mostrò il materiale in suo possesso allo Stato Maggiore del Comando Supremo russo. Ma, fatto ancor più interessante, venne invitato dal locale Soviet degli operai e soldati per esporre gli scopi della guerra italiana. Fu in questa occasione che, con l'aiuto di carte topografiche e dati statici, Zabughin sostenne essere anche interesse della Russia sostenere l'italianità dell'Adriatico. Sorsero discussioni sull'« imperialismo» italiano, sui plebisciti e sul capitalismo imperialista che dominava l 'Italia. Ricordò allora Zabughin che il problema del Trentino era gia praticamente risolto con la notevole e qualificata massa di giovani irredenti che già si erano espressi in tal senso arruolandosi nell'eser-
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cito italiano con a capo il socialista Cesare Battisti « la cui propaganda nazionale nulla aveva di capitalistico né di imperialistico» e che l'Italia non era mcnomamente contraria ai plebisciti « giacché su questi riposa tutto il suo presente organismo statale » purché questi si fossero svolti con le dovute garanzie dalle ingerenze austrogermaniche e infine che la guerra italiana era stata voluta dal popolo, dagli operai, dai contadini, dal proletariato, e dagli intellettuali italiani. « Dissi, inoltre, che se con il nomignolo di « imperialismo » andasse qualificato ogni atto di espansione economica, politica o intellettuale di una nazione democratica, tutte le democrazie sarebbero fatalmente imperialistiche ed immuni da tale labe andrebbero le sole nazioni in decadenza, le sole irrigidite autocrazie ed in genere i cattivi governi che non hanno idee da diffondere, merci da vendere né forza per espandersi ».
A queste argomentazioni gli esponenti del Soviet avevano risposto affermando essere dovere delle democrazie contemperare i vari imperialismi per garantire la pace nel mondo mentre l 'esigenza dell'espansione dei mercati poteva essere ottenuta con le riforme sociali che avrebbero allargato il mercato interno. Ma questo, aveva risposto Zabughin, era nei voti degli Alleati e nelle stesse dichiarazioni del Presidente americano Wilson. Del resto, a suo giudizio, la questione dell'allargamento del mercato interno era politica da seguirsi per quei paesi, come la Russia, economicamente non sviluppati. In Inghilterra, in Francia e in Germania ad ogni aumento <li benessere avrebbe corrisposto fatalmente l 'esigenza dell'espansione economica (Inghilterra e Francia esportavano d enaro, la Germania i prodotti delle proprie in<lusttie a sotto-costo) verso l 'esterno. « La Russia pur socialista finché si vuole dovrà pur sempre, qualora desiderasse evitare la schiavitù economica, preferire lo sviluppo d elle industrie nazionali con capitali alleati allo strangolamento di queste colle già pronte merci tedesche, importate col sistema del dumping ».
G li interlocutori non seppero rispondere e finirono per lamentarsi per il divieto posto dai « governi imperialisti » alla partecipazione dei relativi delegati a Stoccolma. « Deliziosamente bambini quei socialisti russi commentava Zabughin - quando la Conferenza di Stoccolma cade miseramente nel
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grottesco e fu abbandonata persino dai « compagni » tedeschi, costoro se ne scordarono semplicemente, come un fanciullo dimentica un suo giocattolo rotto... ».
Dopo i cinque giorni trascorsi a Mohilev si recò a Kiev dove ebbe a superare immense difficoltà per le disfunzioni del locale Stato Maggiore. Anche in Zabughin, di fronte alle difficoltà, emergono atteggiamenti e giudizi comuni al generale Romei e ag1i altri ufficiali italiani, sulla disorganizzazione interna dello Stato zarista. Negativo il giudizio sul console colà rappresentante gli interessi italiani, il signor Fischmann, ricco fabbricante di zucchero cui eta del tutto sconosciuta la stessa lingua italiana, sottolineava come si fossero distinti, per spirito di collaborazione e sentimenti patriottici, il professor Bartolomucci, lettore di lingua italiana nell'Università S. Vladimiro a Kiev, e il commerciante Balboni, segretario della società italiana di beneficenza. Con l'appoggio di questi tenne una conferenza all'Università e: « ad onta dell'orgasmo in cui il pubblico di Kiev si trovava nei giorni del conflitto tra Kornilov e il Governo Provvisorio, raccogliemmo una schiera discreta di uditori, ottenemmo un successo autentico e facemmo una climoslrazionc d'italianità, assai gradita per i membri della colonia, mettendo altresì insieme una piccola somma a prò della società italiana di beneficenza ».
Raccolto con sistemi di fortuna il proprio materiale propagandistico bloccato nel teatro a causa di uno sciopero dei dipendenti del cinema-teatro, nel frattempo restituito all'ebreo ex spia austro-ungarica « per condiscendenza inconcepibile del generale Kornilov », si preparò per il viaggio in Romania deciso, seppure non previsto inizialmente, d 'accordo con il generale Romei e il barone Fasciotti, ministrò d'Italia a Jassy. A suo giudizio fu questa la parte più interessante e proficua del viaggio. Accolto calorosamente dalla Legazione, dalla Missione italiana, dal Gran Guartier generale e dalla colonia italiana di Jassy organizzò per quattro giorni recite, cinema e conferenze con incassi record a beneficio della Croce Rossa (10.000 lei netti). Co1laborò con lui in quell'occasione l 'italo-romeno, tenente Oliva capo del servizio fotografico e cinematografico dell'esercito romeno. Entusiasta oltre ogni limite il giudizio di Zabughin sull'organizzazione militare romena: « in Romania sono militarizzati i cinematografi, militarizzate le tipografie ».
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Dopo Jassy visitò il fronte della seconda armata romena ove ebbe modo di apprezzare il morale elevato e la preparazione dc] soldato romeno. Per chi, come Zabughin, proveniva dalla triste o quantomeno sconvolgente situazione dell'esercito russo l'impatto con l 'esercito romeno costituiva motivo di meraviglia ed entusiasmo. Notava a questo proposito: « Trovai l'esercito romeno in uno stato ben diverso da quello russo; disciplinatissimo, entusiasta ed energicamente combattente. Ogni sera accadevano fatti d'arme in direzione di Marasesti, e quasi sempre di iniziativa romena. 'Mentre i soldati russi empivano i tetti dei vagoni, vagabondavano per le ferrovie senza scopo e senza freno, non si vedevano viaggiare se non pochissimi romeni, tutti per ragioni di servizio od in legittime licenze. I rapporti tra romeni e russi non erano buoni; questi ultimi - parlo dei ·soldati hanno per istinto quasi una repulsione contro chiunque voglia costringerli a battersi ».
Tornato ad Odessa in settembre ebbe modo di apprezzare e conoscere l'opera encomiabile del locale console italiano conte D e Visart e di un commerciante, certo Sala, che si prodigarono con lui nell'organilzazione delle proiezioni e conferenze il cui successo superò ogni più ottimistica previsione: l 'incasso fu di duemila rubli per la Croce rossa italiana e russa. « Per capire quanto era necessaria l'opera di propaganda italiana in Russia e Romania - scriveva ancora Zabughin - basti dire che le mie films erano, per Odessa, le prime comparse sullo schermo, per Jassy erano state precedute da una sola piccola film del 1915, una delle prime concesse dal Comando Supremo, e infelice anzi che no».
In procinto di recarsi a Rostov e Novocerkasskij per studiare l 'ambiente cosacco ed eventualmente programmare un tipo particolare di propaganda venne richiamato a Pietrogrado da un telegramma dell'ambasciatore Carlotti. Si portò quindi a Mosca dove tenne conferenz,e presenti rappresentanti dcll 'Intesa, la colonia italiana, polacchi entusiasti dell'Italia ed amici « soprattutto di quel veramente straordinario rappresentante del regio governo, che è il console generale Majoni, il più energico e intelligente di tutti consoli esteri residenti in Russia ch e ebbi agio di avvicinare».
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D'accordo con Majoni Zabughin intrecciò vivi rapporti con personalità moscovite sinceramente amiche dell'Italia per lo sviluppo futuro deJle relazioni e della propaganda. Tra questi l'editore Sabashnikov, l'industriale Korsinkin coniugato ad una italiana, il commerciante Virgilio Ceccato, decano della colonia italiana, negoziante in oggetti d'arte, « irredento pieno di patriottismo e di energia », l'orefice Matteo Lombardo, vice console ed apprezzatissimo in Russia per il suo lavoro (21). 4. Nel marzo 1918 dopo la partenza del personale dell'Ambasciata e il trasferimento della capitale da Pietrogrado a Mosca la Missione militare preoc ad occuparsi direttamente del servizio di propaganda. « A Mosca telegrafa in quell'occasione Romei - ben poco si sa dell 'Italia, meno ancora che a Pietrogrado, piccola schiera intellettuali e ricca borghesia colta limitasi verso nostro paese simpatia generica accompagnata ignoranza quasi assoluta vita moderna italiana>> (22).
Sconosciuto era tutto ciò che riguardava la guerra italiana considerata assolutamente secondaria e sotto il controllo anglo-francese. Questo perché le notizie giungevano solo attraverso i bollettini anglo-francesi e gli alleati, spendendo somme considerevoli, riuscivano a riempire intere colonne di giornali sulle proprie azioni mentre la propaganda tedesca mirava ad accattivarsi il favore dell'opinione pubblica russa (23).
(21) Gli stessi concetti espressi da Zabughin anche in Nota sul lavoro di propaganda della guerra italiana in Russia, appunto anonimo e senza data ma del 1917, SME-AUS , h. 92, MMTR, f. 1. (22) Romei a Comando supremo, tg. n. 122, Mosca 20 marzo 1918, SME-AUS, b. 99, f . 3. Torretta a Romei, tg. n. 157 del 17 aprile 1918 ivi: informava che con la partenza dell'ambasciatore per Murman il governo italiano rinunciava al servizio di propaganda presso l'ambasciata. (23) Romei a Comando supremo, tg. cit., « Segnalo come caratteristico che mentre da 20 giorni nessuna notizia su Italia è apparsa eccetto bombardamento aereo Napoli e di scorsi deputati Maffi Caroti su grave situazione approvvigionamento paese... » ed ancora: « ... mentre d'altra parte fra pochi giorni ricomincerà qui colla massima largh ezza di mezzi ed ogni sorta di agenti ed influenze lavoro tedesco mirante accattivarsi contro alleati favore opinione pubblica russa... ».
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Romei chiedeva perciò mezzi adeguati per attuare un programma che, sia pur minimo, impedisse all'Italia di essere del tutto assente. « Valendomi dello Zanetti -
telegrafava ancora il generale italiano che conosce ambiente giornalistico Mosca potrei ottenere massimo frutto compatibile coi mezzi finamiari che si vorranno mettere a mia disposizione ».
A tal fine era necessario che il serv1;,;10 di propaganda fino allora diretto da Roma all'Ambasciata di Pietrogrado fosse da quel momento spedito a Mosca e « siammi almeno assegnati quei minimi fon<li di cui disponeva a Pietrogrado il giornalista Gayda che disimpegnava tale servizio per conto ministero Propaganda ». roc
Su tale argomento, sul problema dell'organizzazione diretta della propaganda, considerata nella situazione « specialissima » della Ru ssia un vero e proprio strumento di guerra, Romei tornerà in numerosi appelli a telegraf::ire al Comando Supremo. Scopo non inutile di questa attività era, a suo giudizio che: « essendo indubbio che una buona preparazione morale dell'opinione russa ve rso il nostro paese sia importante elemento per lo sviluppo di una politica italiana <liretta a trarre profitto insieme gli altri alleati dalle gi uste preminenze e <lei compensi che la situazione russa predispone a favore delle potenze dell' Intesa nel campo politico e più specialmente in q uello economico» {24).
Appelli e considerazioni destinati a restare nel vuoto se il 22 aprile lamentava di non aver ricevuto nulla e : « trovomi tuttora sfornito mezzi più elementari propaganda di fron-
te imminente arrivo Ambasciata germanica la quale disponendo indubbiamente numerosi agenti larghissimi mezzi farà tutto possibile alienarci quelle istintive sim patie che ta nto faci literebbero nostro lavoro anche condotto con m ezzi modesti » (25).
(24) Romei a Comando supremo, Mosca 25 marzo 1918, SME-AUS, b. 99, MMIR, f. 3 richiesta di ricevere quotidianamente, indipendentemente dal servizio di propaganda, i bollettini ufficiali. I d., tg. n. 145, Mosca 6 aprile 1918, ivi. (25) Romei a C:oman<lo supremo, tg. n. 13, Mosca 22 aprile 1918, SME-
AUS, b. 99, MMIR , f . 3.
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E con questi mezzi modesti in effetti la Missione militare era riuscita a stabilire larghi e amichevoli contatti con la stampa locale riuscendo a far pubblicare ampi resoconti, interviste che dessero la dimensione dello sforzo che l'Italia aveva e stava compiendo e ristabilissero la verità di fronte alle continue falsità propagandate da alleati e nemici per « preparare ambiente favorevole diffusione nostra cultura, allargamento nostri interessi materiali dopoguerra» (26). Di lì a qualche mese la rivista politico-letteraria « Ponedel'nik » (Il lunedì) dedicò l'intero numero 12 del 7 (20) maggio all'Italia con articoli di Zanetti e di Osorgin che ne era il direttore. « Fidato amico del nostro paese » secondo il giudizio del console generale d'Italia a Mosca, Majoni (27), Osorgin era da poco rientrato a Mosca dall'Italia dove aveva soggiornato sin dal 1908 e dove aveva lavorato come corrispondente <li giornali e scrittore fecondo (28) . La si mpatia mostrata verso l'Italia e la nobiltà dei sentimenti espressi indussero il generale Romei a ringraziare con una lettera Osorgin (29) . L'utilità di queste manifestazioni , sottolineava 1'ufficiale italiano, era indubbia per la reciproca conoscenza e assumevano « tanto maggior valore nel caso particolare della Russia e Je1l'Italia
per le quali, mentre l'affinità di carattere predisporrebbe ad una
(26) l ivi. Per un efficiente servizio di propaganda, tenuto conto che mancava qualsiasi servizio di informazioni dall'lLalia, occorreva: 1 ) informazioni quotidiane sugli avvenimenti bellici, 2) ricevere le smentite o le re ttifiche alle calunnie contenute nei bollettini nemici, 3) ricevere, a mezzo cifra, informaz ioni su quegli avvenimenti « g ravi della vita italiana che conviene conoscere per controbattere la narrazione che potrebbe essere fatta dagli informatori parte nemica i quali approfitterebbero nostro silenzio per presentarci forma più sfavorevole ». Majoni a Romei, Mosca 27 aprile 1918 , n. 684/35, SME-AUS, b. 99, MMlR , f. 3, Td., Mosca 30 aprile 1918 ; ivi. (27) Majoni a Sonnino, Mosca 21 maggio 1918, MAE, AS, Affari politici 191 5-1918, tg. Russia, busta 176, fase. 12. (28) Osorgin Mi ch ail Andreevic (1878-1942), giornalista, scrittore, socialista, rivoluzionario. Cfr. Bol'.iaja Sovetska Entsiklopcdija, Mosca 1957, voi. 47, p. 168; N. BARMACI-IE, D.M. FrnNE, T. O sso RGUl NE, BiblioP,ra phie des oeuvres de M iche! Os.rnrguin e, Paris 1973; la sua attività politica e letteraria in A. TAMBOKRA, Esuli russi in Italia ..., Roma-Ba ri 1977, pp. 193-199. (29) Rcr.1ei a O sorgin, direttore del « Ponedd'nik » (Il Lunedì), Mosca 23 maggio 1918, prot. n. 25, SME-AUS , b. 99, MMTR , f. 5.
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facile ed intima comprensione, la distanza che li separa e gli scarsi contatti finora avuti danno come si tuazione di fatto una nozione sempre incompleta, e talora inesatta o addirittura errata ».
Nel « pregevole » numero Romei aveva comunque notato un articolo che era in disarmonia con il resto e « che, col suo valore negativo, annulla tutto quanto di buono a favore dell'Italia è nel giornale stesso ». Si riferiva all'articolo sul fronte italiano. Tale articolo, proprio per la cospicua conoscenza delle cose italiane da parte di Osorgin, doveva, a giudizio del Romei, essere sfuggito al direttore che altrimenti l'avrebbe fermato. L'articolo conteneva infatti molteplici inesattezze e infondati giudizi sul fronte italiano. In primo luogo doveva essere rifiutata la ricorrente definizione di fronte « secondario », un fronte, sottolineava Romei per cui l'Italia aveva mobilitato ben cinque milioni di uomini sui 35 di abitanti senza contare gli altri milioni impiegati nelle industrie collegate per la guerra e per la quale aveva subito due milioni di perdite. Il fronte italiano infatti si estendeva dallo Stelvio all'Adriatico con uno sviluppo, fino all'offensiva au stro-tedesca del novembre 1917 , « resa possibile dall'inazione della fronte russa », di 625 chilometri, mentre quella anglo-francese era maggiore di soli 190 chilometri. « Ma qu1v1 scriveva ancora Romei per ristabilire l'esatta verità delle cose - essa non finisce : essa continua a svilupparsi effettivamente lungo il litorale Adriatico, padroneggiato sempre dalla nostra forte e attiva squadra, e riprende la sua formazione combattiva ordinaria in Albania, con una fronle, tenu ta esclusivamente da truppe italiane, di altri 15 0 chilometri circa di trincee con le quali operasi il congiungimento con Salonicco ».
Le difficoltà di questo fronte erano accresciute dalle oggettive difficoltà <lel terreno e dal fatto che delle settantanove divisioni di fanteria mobilitate dall'Austria ben quarantacinque erano state costantemente impegnate sul fronte italiano. La presenza austro-ungarica non era solo quantitativa ma anche qualitativa infatti ]a cronaca <lella guerra dimostrava sufficientemente come nei tre anni di campagna: « tutti i migliori elementi dell'esercito austro-ungarico, ed in particolare i magiari, che per nulla la cedono in bravura alle truppe
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germaniche, si battono sulla nostra fronte, da cui il comando austriaco si è sempre trovato nella impossibilità di distrarli ».
Superfluo, a suo giudizio, ricordare come la flotta italiana avesse praticamente immobilizzato quella austro-ungarica escludendola dalla lotta. Definire questo un fronte « secondario », proseguiva Romei nella sua lunga rettifica, era quanto meno assurdo soprattutto se messo in parallelo con quello di Salonicco. Supponendo che l'articolista avesse voluto intenderlo « secondario » per la strategia germanica era pur sempre una inesattezza in quanto l'esperienza aveva dimostrato come i tedeschi e gli austroungarici operassero strategicamente con il concetto del « fronte unico» e in questo senso il fronte italiano, per la sua posizione, costituiva indubbiamente il settore strategico per eccellenza: « poiché solo attraverso la definitiva rottura dell'esercito austriaco
potranno gli alleati fiaccare la potenza germanica, mediante la separazione della Germania ad un colpo Jall' Austria e dai suoi vassalli balcanici ».
Tale concetto~ sottolineava Romei, era ormai condiviso da tutti gli esponenti militari e politici dell'Intesa e non era stato posto in atto solo in conseguenza del gigantesco sforzo prodotto dai tedeschi sul fronte anglo-francese (30). Lo sforzo che gli Imperi centrali avevano prodotto sullo scorcio del 1917 e che si apprestavano a nuovamente produrre dimostrava sufficientemente la veridicità dell'assunto. Proseguendo nella disamina dell'articolo in questione Romei, a nome dcll'T talia, contestava le affermazioni dell 'articolista il quale, sia pure in form a corretta e gentile, trattando della nuova ventilata offensiva austro-tedesca sul fronte italiano esprimeva il giudizio che questa era resa possibile perché la G ermania aveva bisogno di rialzare il proprio prestigio e riaffermare il proprio ordine interno, aveva bisogno di una vittoria eclatante e voleva costringere ancora un alleato ad uscire dall'Intesa. P er quanto riguardava la « facile vittoria» Romei sosteneva che tali insinuazioni avrebbero trovato migliore collocazione in gior( 30) Cfr. a questo proposito G. RrTTER, I militari e la politica nella Germania moderna, voi. II e III, Torino 1973.
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nali austriaci o tedeschi senza contare che erano destituite di fondamento. Non solo: le stesse informazioni erano inesatte. L'articolista aveva infatti scritto che tra il Brenta e l'Adige gli austriaci avevano schierato in tutto sei divisioni mentre queste erano ben ventidue appoggiate da numerose artiglierie « le une e le altre sottratte alla fronte russa in quantità tale ( ecco ciò che un russo non avrebbe dovuto ignorare) che l 'offensiva di Brusiloff ( Bru silov) non trovò di contro che poche truppe e pochissime artiglierie » e proseguiva commentando amaramente come l'autore dell'articolo mancasse di prospettiva, egli infatti considerava « secondario » un fronte dove erano schierate ben 44 divisioni mentre chiamava « enormi » le forze schierate sul fronte russo che ammontavano a 34 divisioni. « Lealtà militare che riconosce il valore del nemico e amore della
verità storica mi obbligano - continuava Romei - a protestare, signor Direttore, contro l'infondate7.za del giudizio che i tedeschi non possono utilizzare sulla fronte occidentale le truppe austriache per la loro inettitudine a tale scopo».
Non si poteva invece negare, a suo giudizio, il valore delle truppe alpine austriache costantemente impegnate sul fronte italiano che non erano, quanto a valore, assolutamente inferiori a quelle germaniche. Ignorare, poi, come faceva l'articolista, « il meraviglioso sforzo industriale e commerciale compiuto dall'Italia » in questa guerra, in cui l'Italia era entrata già duramente provata « da precedenti quattro anni di lotta contro la coalizione austro-turco-tedesca » significava ignorare il titanico sforzo svolto da un paese carente di macchinari primari, di capacità industriale e di materie prime mentre aveva fatto fronte a tutti i propri impegni fornendo al proprio esercito e agli alleati quanto necessario in fatto di armi, munizioni, automobili, aeroplani. L'esercito italiano insomma non era secondo a nessuno in fatto <li organizzazione ed anzi si distingueva proprio per l'dficenza tecnica raggiunta nella guerra di montagna (3 1 ). A conclusione della sua lunga lettera Romei sottolineava come dal maggio 1915 sul fronte italiano i comb attimenti non fossero mai (3 1) A.M. GmsALBF.RTI, Divagazioni sulla « Grande Guerra» al fronte italiano, in Rasse?,na Storica del Risorgimento, n. LXIV, III, luglio-settembre 1977, pp. 3 18-347; O. Bovw, L'esercito italiano nella I guerra mondiale, in Revue Tnternationale d'Histoire Militaire, n. 39, 1978.
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cessati ed anzi resi più aspri dalle difficoltà del terreno montagnoso o carsico, dalla vicinanza <lelle opposte linee « che in molti tratti hanno il reticolato in comune », dalla difficoltà di scavare opportune trincee, « dall'odio inestinguibile che istintivamente sente l'italiano di ogni classe e cultura con il suo secolare nemico, - l'austriaco - , e contro la prepotenza militarista dei tedeschi e dei loro vassalli ». Anche nelle giornate in cui in comunicati ufficiali non segnalavano azioni di rilievo non si doveva ignorare come queste continuassero e come gli uomini fossero sottoposti alla tensione permanente di un nemico sempre presente e vigile. Ciò era confermato anche dal fatto che i reparti austriaci tentavano in tutti i mo<li <li evitare di essere inviati al fronte italiano soprannominato « la fronte <lclla morte ». Non solo : gli austriaci potevano contare sul vantaggio strategico dell'altezza della conformazione del confine e del fronte di combattimento ad arco con la concavità rivolta verso il nemico. « Volendo ora riepilogare l'impressione prodotta <lalio scritto in questione, - concludeva Romei - <lirei che da esso traspare la inevitabilità della sciagura che sta per abbattersi sull'Italia la quale certamente sarà sconfitta, nonostante l'augurio dello scrittore, che suona molto simile all'augurio che si invia all'agonizzante ».
Era perciò necessario ribadire come dopo anni di guerra, l'Italia fosse più che mai sicura dei risultati della propria azione ed era necessario che « i russi rimasti ancora nostri fedeli amici, col cuore se non con l'azione, informassero l'opinione pubblica del reale contributo italiano alla guerra europea». Alla lunga e appassionata lettera di Romei Osorgin rispondeva alcuni giorni dopo dispiacendosi che la non completa conoscenza del fronte italiano da parte del critico militare del giornale, « ben spiegabile <lcl resto quando si pensa alle condizioni di completo hulamento dall 'Europa in cui ci troviamo », fosse stata la causa <lclle informazioni inesatte sulle quali aveva basato il proprio giudizio (32) . Assicuratolo che il giornale avrebbe tenuto conto delle sue precisazioni lo rassicurava intorno al giudizio sull'Italia in guerra
(32) Osorgin a Ro mei, Mosca 28 maggio 1918, SME-AUS, b. 99 MMIR.,
f. 3 .
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scrivendo che la direzione del giornale « non solo è lontana dal disconoscere la grande parte che ha l'Italia nella lotta dei popoli, ma che dedicando proprio all'Italia il primo tra i numeri unici dedicati ai paesi a11eati » il giornale aveva voluto mettere in luce la propria profonda stima verso « il paese fedele alle tradizioni dei suoi patrioti-eroi» (33). La vicenda ebbe poi un seguito soprattutto perché l'ambasciatore d'Italia, Tornasi della Torretta, trovò disdicevole che « nello stesso numero che tratta della nostra guerra in modo da provocare una lunga replica da parte del Capo della Missione Militare » comparisse il nome dello Zanetti, in quel momento in servizio di leva (34). « In detto numero poi - proseguiva Torretta - nessun argomento J ella nostra vita politica e economica è trattato con una serietà anche relativa, e vi trovo le solite lodi convenzionali e banali contro cui più che altro, secondo me, occorre reagire, per mettere in evidenza le vere nuove forze della giovane nazione che col suo lavoro e i suoi sacrifizi si afferma oggi nel mondo. Riconosco l'opportunità e la necessità della propaganda, ma fatta in modo serio e continuo e non per mezzo di un numero unico, che oltre a tante altre consiJerazioni, non ha nes~un valore perché appunto vi è troppo manifesto lo scopo di propaganda ».
A queste parole il capo Missione replicava precisando che « dell'intenzione del signor Osorgin di pubblicare un numero unico dedicato all'Italia, il signor Zanetti ebbe notizia indirettamente, nei suoi contatti con i giornali russi ; e, come suo dovere, ne informò q uesta Missione» (35). L'intenzione di Osorgin quindi del tutto autonoma era stata accolta dalla Missione come una iniziativa che avrebbe potuto giovare alla propaganda italiana « purché il buon concetto che l'aveva
(33) Lettera cit., La roplica di Romei venne pubblicata sul n . 14 del « Ponedel'nik ». (34) Torretta a Romei, Vologda 4 giugno 1918, prot. n. 107, oggetto: Pro-
paganda italiana sulla stampa di M osca, SME-AUS, b. 99, MM[R, f. 3. Su Zanetti cfr. G. DONNINr, 1l 191 7 di Russia nella stampa italiana, Milano 1976, pp. 432. (35) Romei a Torretta, Mosca 10 giugno 19 18, prot. n. 28, SME-AUS, b. 99, MMIR, f. 3.
LA MlSSIONE MILITARE TTA LTANA l N KU SS1A
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inspirata rimanesse tale nella sua applicazione pratica ». A tal fine Romei aveva manifestato il desiderio di esaminare preventivamente gli articoli del numero unico, cosa del resto che faceva sempre con gli articoli che riguardavano la propaganda. Assicurato in questo senso « inaspettatamente, fu pubblicato il numero unico, che mi apparve subito povero, là dove non errato nella sua sostanza, assolutamente lontano dai concetti, oltre che dai metodi pratici, propri a questa Missione. Interrogato su questo argomento lo stesso Zanetti aveva espresso meraviglia in quanto assicurato dallo stesso Osorgin che la pubblicazione sarebbe avvenuta molto più tardi». Non solo ma gli articoli che lo Zanetti aveva consegnato all'Osorgin: L'Italia e la guerra mondiale e Agli amici russi erano stati il primo approvato dallo stesso Romei e consegnato all'Osorgin per la pubblicazione su un numero ordinario del « Rodina » mentre l'altro era stato scritto dallo Zanetti come pubblicista italiano e quindi non era stato visionato dal Capo missione. « Da quanto detto -
concludeva Romei -
risulta evidente che la
pubblicazione del numero unico sull'Italia non è stata né ispirata né diretta da questa Missione, e quindi non ha nulla in comune con l'opera di propaganda svolta dalla Missione stessa ».
Il fatto che un numero unico pubblicato da un giornalista amico dell'Italia, con la sincera intenzione di giovare all'Italia stessa, fosse povero ed errato, dimostrava ancor più quanto vasta fosse l 'ignoranza sulla situazione interna e sugli avvenimenti italiani. Proprio per questo, sottolineava Romei, aveva ritenuto indispensabile, appena giunto a Mosca, porre rimedio a questa situazione svolgendo una azione di propaganda seria e costante nonostante lo << scars1ss1mo materiale fornitomi e la mancanza di ogni mezzo finanziario ». Qualora l'ambasciatore, che orma risiedeva stabilmente a Vologda, avesse voluto riassumersi l 'onere della propaganda, come era stato per il passato la Missione avrebbe cessato di interessarsi della propoganda politica (36 ).
(36 ) Circa le criLiche al numero del « Ponedcl'nik » avanzate dal « Novaja Z izn » Romei scriveva a Torretta: « ... il primo, come voslta signoria sa, è quel Gorki che ricambia la larga ospitalità sempre elargitagli dall'Italia con articoli vc l<.:nosi contro la stessa ogni qualvol ta se ne presenta l'occasione; il secondo
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Le sollecitazioni di Romei per organizzare un efficace serv1210 Ji propaganda erano iniziale nel marzo 1918 e nell'aprile successivo qualche risultato era stato ottenuto con la pubblicazione sui giornali di notizie provenienti da fonte italiana. A tale servizio provvedeva, similmente a quanto aveva fatto Gayda a Pietrogrado, Armando Zanetti, corrispondente del « Giornale d'Italia » e in servizio militare presso la Missione. « ... Fin dal primo giorno dell'attività della Missione in Mosca - ricordava Romei - , giovandomi delle conoscenze personali mie e Jei miei collaboratori, mi sono proposto di stabilire contatti amichevoli ed utili possibilmente in tutte le redazioni di qualche importam:a. All'infuori dell'organo degli anarchici, Anarchia, e del più demagogico fra gli organi massimalisti, la Pravda, questi contatti sono ormai stabiliti con ognuno dei giornali della capitale, e alcuni di essi hanno già Jato buoni frutti, permettendoci di far pubblicare su diversi giornali, sotto forma di articoli o di comunicati o di informazioni speciali o <li interviste, notizie sulla guerra e su Ila politica italiana » ( 37).
Questo lavoro, indubbiamente utile, « benché difficile quando non si paga », sarebbe stato sicuramente più ampio se il materiale ricevuto fosse stato più abbondante e preciso. « Vi erano argomenti - come l'evoluzione del partito socialista italiano, la politica dell'Italia rispetto agli slavi austriaci, lo sviluppo delle nostre industrie militari negli ultimi sci mesi - che interesserebbero moltissimo, ma su cui possiedo elementi troppo frammentari e occasionali per poter far redigere in proposito comunicati o articoli organici ».
Strette relazioni erano state instaurate con il direttore e i redattori del « Russkie Vcdcmosti » poi « Svoboda Rossii » « il più antico, serio cd autorevole giornale russo », che per il suo carattere « scrio e disciplinato » richiedeva materiale di informazione e non
t: un individuo conosciuto per la sua LrisLe fama negli ambienti giornalistici romani, che cerca di vendirnrsi dei s uoi coll.eghi italiani i quali, giustamente, non hanno mai voluto ammetterlo fra loro». (37) Romei a Comando Supremo, Mosca 26 maggio 1918, prol. n. 26, oggetto: Relazione sul servizio di stampa e propaganda organizzato dalla Missione Militare italiana in Mosca, SME-AUS, b. 98, MMIR, f. 5.
LA MISSIONE MILITARE ITALIANA IN RUSSIA
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cli propaganda: pubblicava regolarmente il comunicato ufficiale italiano e le informazioni dell'ufficio stampa evitando toni « tendenziosi o laudativi ». Il « Nase Slavo », « prima della rivoluzione cli novembre il più diffuso dei giornali russi », pubblicava regolarmente i comunicati italiani e le informa:lioni fornite dall'Ufficio stampa: « Conosciamo il condirettore Ponomariof, il redattore capo della politica estera Avrecht, il redattore per la politica estera Sokolovski a cui è devoluta soprattutto la pubblicazione del nostro materiale ». Lo « Zarià Rossii », « organo degli industriali », aveva pubblicato poco sull'Italia per l'interregno che vi era stato nel posto di redattore capo della politica estera. Quando l'incarico era stato assunto da Muraviof, già segretario per gli affari civili del generale Alexeiev questi aveva promesso allo Zanetti, amico di vecchia data, il massimo interessamento. Il « Rodina », « organo socialista, rivoluzionario cli destra, cioè patriottico. L'attuale direttore Osorgin fu a lungo in Italia ed è in ottime relazioni con il regio console cavalier Majoni. Dedicherà all'Italia uno speciale supplemento letterario in cui troverà posto anche un articolo politico dello Zanetti ». Le due « Izvestija », « organi ufficiali del massimalismo, pubblicano abbastanza volentieri le notizie da noi fornite » e qualora la politica degli alleati avesse preso un nuovo orientamento rispetto alle cose interne russe sarebbe stato facile, attraverso lo Zanetti, ottenere uno speciale interessamento per l'Italia . Similmente lo « Snamia Truda », « organo dei socialisti rivoluzionari cli sinistra » il cui redattore capo per la politica estera era anche il capo dell'ufficio per l'estremo oriente e vice-commissario per gli Affari Esteri in ottime relazioni con lo Zanetti. Le migliori condizioni, proseguiva Romei, erano state trovate presso la « Gazeta Poska », organo dei polacchi « intesisti », la quale aveva pubblicato in aprile un ampio articolo sull'importanza e la grandezza dello sforzo italiano nella guerra mentre seguiva con interesse la politica italiana verso gli slavi dell'Austria. Il giornale della sera « Vecernaia Zizn » nei numeri del 5 e 10 aprile, aveva pubblicato <lue interviste con la Missione e con il Consolato e un lungo articolo fornito dalla Missione. Tutto il lavoro era stato fatto gratuitamente non avendo il Romei istruzioni e fondi in proposito. Il metodo adottato dalla Missione di fornire materiale direttamente a un collaboratore del giornale
23. - Memorie
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e non al giornale impersonalmente si era rivelato estremamente efficace poiché il giornalista ne percepiva un utile presentandolo al giornale come proprio. Per gli articoli di fondo o editoriali, cioè gli articoli firmati, sarebbe stato necessario pagare direttamente il giornalista ma questo non era possibile e lo stesso Romei aveva preferito non ricorrere a questo metodo poiché « data la venalità degli elementi a cui si dovrebbe ricorrere, potrebbe costltmre un precedente pericoloso, qualora non si sia disposti a spendere illimitatamente ».
In conclusione l'ufficiale italiano poteva affermare che in due mesi l'atteggiamento della stampa moscovita rispetto all'Italia era notevolmente cambiato (38). Alla fine di giugno, procedendo Gallenga ad un generale lavoro
di riorganizza;:ione del servizio di propaganda all'estero questa tornava ad essere di competenza dell'ambasciata italiana (39).
(38) Cfr. anche Romei a Comando Supremo tg. n . 29, Mosca 12 giugno 1918, SME-AUS, b. 99, MMJK, f . 3 e appunti Zanetti. (39) Torretta a Romei , Vologda 25 giugno 1918, tg. n. 163, SME-AUS, b. 99, MMTR, f. 3; Romei a Comando Supremo, Mosca 28 giugno 1918, tg. n. 32, ivi. Incaricato del servizio rimaneva il dottor Zanetti che passava alle dipendenze dell'ambasciata.
TEN . COL. ALESSANDRO BIANCIII NI
LA RETRIBUZIONE DEGLI UFFICIALI DELL'ESERCITO IN UN SECOLO DI STORIA
PREMESS A
Quali fossero gli stipendi <li cui godevano un tempo gli uffici ali è cosa generalmente ignorata e a tale disinformazione si accompagna spesso l 'errata supposizione che essi fossero anche lautamente pagati oltre che tenuti in alta conside razione in virtù della loro posizione e dell'importanza spesso vitale che la loro opera aveva nell'ambito della società. Il contributo degli ufficiali era infatti molto spesso determinante per la grandezza, la potenza e, sovente, per la stessa sopravvivenza di Regni ed Imperi. I foro stipendi, però, non erano lauti e questo è particolarmente vero se riferito al periodo che, nel corso di questa ricerca, è stato dettagliatamente esaminato; i risultati di tale esame saranno, in breve sintesi, qui di seguito riportati non per dimostrare una tesi, ma per invogliare altri a proseguire nell'indagine e soprattutto per soddisfare la giusta curiosità di chi desidera conoscere qualcosa di preciso e di concreto su questo specifico argomento che, anche se prosaico, desta sempre notevole interesse essendo il problema degli stipendi materia di larga, viva e scottante attualità. Va detto subito che la ricerca non è stata limitata all'esame di leggi e decreti e a trarre da questi le cifre più significative. Si è voluto dare, invece, insieme ai valori assoluti delle retribuzioni, un riferimento al loro valore espresso in lire del 1978, consentendo così più utili confronti. A questo scopo sono stati impiegati i procedimenti ed i coefficienti all'uopo stabiliti dall'Istituto Centrale di Statistica nel manuale « Il valore della lira dal 1861 al 1878 », edizione 1979. Tuttavia, anche se rese più attuali con la loro conversione in lire del 1978, le cifre non riescono, nella loro impersonale freddezza ,
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ALESSANDRO BTANCHlNI
a fornire un'idea sufficientemente precisa de1le condizioni economiche in cui un ufficiale dell'epoca (si intende che fosse costretto a vivere di solo stipendio) venisse a trovarsi. Per avere un'idea più vera è sembrato utile, vicino alle cifre, mettere anche le parole ricercando non solo leggi e decreti, ma anche scritti d'epoca che trattassero dello specifico argomento e che potessero, meglio di ogni altra cosa, riportare il lettore indietro nel tempo, facendogli toccar con mano i problemi economici dell'ufficiale vissuto tanti anni fa. In altre parole è sembrato estremamente utile e storicamen te valido ascoltare anche quanto ebbero a scrivere alcuni che, magari direttamente, furono costretti a sperimentare l'adeguatezza o meno degli stipendi a far fronte alle molteplici necessità del vivere civile e del vivere da ufficiale, mantenendo cioè quel decoro e quella dignità che l'uniforme ed il grado rivestito, per secolare tradizione e per intrinseca necessità categoricamente imponevano e tuttora impongono. E' possibile senz'altro anticipare che, dai risultati della ricerca , è emersa molto chiaramente, nella generalità dei casi, l'insufficienza degli stipendi a condurre, da parte dell'ufficiale, quel tenore di vita che era doveroso condurre. In realtà, specialmente con riferimento agli ufficiali inferiori, la retribuzione spesso non consentiva neppure di sopperire dignitosamente alle più elementari necessità. Se tutto ciò è possibile affermare a fattor comune per tutti i gradi, ancor più grave e scottante fu tale realtà per i gradi meno elevati, con particolare riguardo, naturalmente, ai s ubalterni che, anche in tempi antichi, furono retribuiti in maniera del tutto insufficiente alle necessità della vita. Essi dovevano perciò ricevere sovvenzioni continue da parte d elle famiglie d'origine o attingere regolarmente dai propri beni privati (naturalmente quando questi esistevano). A questo punto sarebbe lecito domandarsi come, in tale obiettiva situazione, possa essere nata l'idea dei lauti stipendi. Rispondere a tale domanda non sembra cosa difficile, basta infatti pensare a tempi ancora più remoti di quelli presi in esame e risalire a quando la maggior parte degli Stati erano governati da monarchi assoluti . Le guerre allora erano sì molto frequenti, ma anche di dimensioni notevolmente più modeste e gli eserciti, destinati a sostenerle, erano anch'essi di mole relativamente assai ridotta, così come il numero degli ufficiali necessari per addestrare e guidare tali eserciti, era, in proporzione, assai piccolo.
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In tali condizioni non è difficile pensare che gli ufficiali fossero, per la maggior parte, reclutati nella nobiltà e nella ricca borghesia: specialmente i figli cadetti delle nobili famiglie, trovavano spesso nella carriera delle armi una delle poche professioni congeniali e degne del loro rango. Essa poteva sempre offrire l'opportunità di una vita brillante e avventurosa e l'occasione dì far valere le proprie qualità guerriere, mettendo in evidenza, col valore militare, anche la fedeltà verso il Sovrano e lo Stato ricevendone in cambio, a volte, onori, titoli e ricompense. Qui però interessa soprattutto mettere in risalto che ufficiali di tale estrazione sociale, possedevano, in genere, una qualche fonte di consistente rendita che consentiva loro, a prescindere da qualsiasi stipendio, una disponibilità notevole di beni. Era in virtù di quei heni che essi potevano condurre una vita da signori, qual erano per origini e per censo, e mantenersi sempre all'altezza della migliore società dell'epoca dando così lustro, non solo a se stessi, ma anche all'uniforme ed alla categoria di cui facevano parte. Da queste nobili origini e dall'immagine che tradizione, letteratura, arte e, più recentemente, anche il cinema hanno fornito dell'ufficiale, è nata e si è spontaneamente consolidata l'idea dell'ufficiale benestante e quindi, per naturale, anche se non razionale deduzione, dell'ufficiale ben pagato se non proprio lautamente retribuito. Nei secoH più vicini a noi i vecchi Stati crollarono o si trasformarono lentamente in Stati più moderni sotto l'influsso di nuove idee e di un modo nuovo di concepire la vita e la società. Tutte le classi sociali poterono, a poco a poco, far sentire la propria presenza nella gestione dello Stato e in quel vasto processo di larga e profonda trasformazione economica, politica e sociale che doveva condurre alla nascita delle moderne Nazioni. In questo quadro di evoluzione e rinnovamento della società, anche gli eserciti subirono notevoli trasformazioni. Le guerre, in particolare, divennero sempre più grandi e terrificanti in virtù dell'impiego di armi di crescente micidialità, rese disponibili in gran numero dal processo di industrializzazione che stava velocemente prendendo piede. In t ale prospettiva non c'è da meravigliarsi se furono richiesti eserciti via, via più numerosi e ben addestrati ai nuovi procedimenti tecnici e di impiego imposti dal nuovo modo di condurre i conflitti. Le guerre tendevano, sempre più, a coinvolgere non solo i militari, ma tutti i cittadini e con essi tutte le risorse del Paese.
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Aumentato il numero dei combattenti, aumentato il numero delle armi, divenuti più complessi i procedimenti d'impiego, il numero degli ufficiali dovette necessariamente aumentare jn misura adeguata. Essi, oltre a doti di coraggio e capacità di impiego delle truppe in combattimento, dovevano avere una solida preparazione tecnica: in altre parole i requisiti necessari per essere un buon ufficiale aumentavano e<l era necessario poter scegliere, fra un numero sempre crescente di giovani, quelli da avviare alla carriera delle armi. Per il gran numero di essi necessario alle esigenze dei nuovi eserciti, gli ufficiali non poterono più essere reclutati dalle sole classi più abbienti, ma fu necessario lasciare che tutti i cittadini, purché forniti dei requisiti fisici e morali richiesti, potessero accedere alla carriera militare. Conseguenza di ciò fu il fatto che un numero sempre crescente di ufficiali si trovò a non avere più alle spalle una solida posizione economica. Lo stipendio divenne, di conseguenza, sempre più l'unica o, quanto meno, di gran lunga la principale fonte di sostentamento dell'ufficiale che, con esso, doveva far fronle alle molteplici necessità del vivere civile, ivi comprese le maggiori spese dovute al suo stesso stato . E' vero che, rispetto al passato, ci fu una tendenza alla eliminazione delle spese superflue e ad un contenimento di quelle comunque necessarie (le uniformi, ad esempio divennero più semplici e meno costose), ma al di sotto di certi limiti non era possibile e neppure pensabile, andare. L'ufficiale doveva pur sempre agire, vestire e comportarsi in modo consono al suo stato. Tutto ciò voleva dire, rispetto al comune dipendente statale, un qualcosa in più da spendere che andava ad incidere in maniera sensibile sulla magra retribuzione. Sembrerebbe logico pensare che questo qualcosa in più gli fosse dato in eccedenza, ma ciò in realtà non si verificò o non si verificò mai in mjsura adeguata e anzi, in cerri periodi, si giunse al punto che, a parità di requisiti iniziali e di anni di servizio, l'impiegato civile raggiungesse una retribuzione superiore a quella dell'ufficiale. A prescindere comunque da qualsiasi altra considerazione, rimane pur sempre il fatto che l'ufficiale, costretto a vivere di solo stipendio, si trovò sempre a dover affrontare grosse difficoltà economiche. Di fronte ad uno stato di sensibile disagio, non volendo nè po· tendo egli ricorrere a clamorose _forme di protesta, peraltro già consentite alle altre categorie, dovette o attingere a piene mani alle
LA RETRIBUZIONE DEGLI UFFICIALI DELL'ESERCITO
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risorse personali, ove ne avesse, o sopportare in silenzio una lunga serie di rinunce. Problemi di questo genere esistevano un po' per tutti gli ufficiali, ma non erano, a parità di altre condizioni, uguali per tutti i gradi. Più si scendeva nella scala gerarchica e più il disagio era sentito: basti solo dire che, ad esempio, un sottotenente nel 1874 aveva uno stipendio mensile che, riferito ai valori del 1978 (v. tabella n. 4, pag. 370), corrispondeva a lire 162.400. Un cenno a parte merita infine la posizione degli ufficiali sposati e magari con un certo numero di figli da mantenere. La situazione di costoro, a parità di altri fattori e condizioni, era certamente, da un punto di vista economico, la più critica. Se si vuole riassumere brevemente qL1anto sopra affermato a proposito dei subalterni e degli ufficiali sposati, è sufficiente dire che, nel periodo preso in esame (1830-1940), un ufficiale scapolo poteva essere considerato economicamente autosufficiente, in virtù della sua retribuzione, soltanto con il raggiungime11tu Jd graJo Ji capitano, mentre uno sposato, purché con modesto carico di famiglia, poteva esserlo soltanto con il raggiungimento del grado di tenente colonnello. Non sembra per altro cosa inlltile precisare qui che detti livelli Ji autosufficienza economica non venivano raggiunti troppo presto: per il grado di capitano 15-20 anni di spalline erano la norma, mentre per quello di tenente colonnello gli anni diventavano 25-30. Questo all'atto pratico poteva voler dire che un tenente di circa 40 anni di età aveva ancora bisogno del vaglia mensile da parte della famiglia e che un ufficiale di circa 50 anni di età non poteva, con il solo stipendio, permettersi di avere una moglie e dei figli. Come sarà ampiamente dimostrato in seguito, i due problemi (ufficiali inferiori e ufficiali sposati) non furono mai completamente risolti. Molto se ne discusse, è vero (anche nel governo e nel parlamento), ma i provvedimenti furono sempre inadeguati e tardivi, o tlltte e due le cose insieme.
In particolare, la questione del matrimonio degli ufficiali fece molto parlare di. sè e costrinse le autorità dello Stato ad emettere una lunga serie di leggi, decreti e circolari. A tale proposito il provvedimento che qui interessa maggiormente è quello che, fin da tempi molto lontani, stabiliva che un ufficiale potesse ottenere l'assenso reale al matrimonio soltanto se, insieme alle altre condizioni necessarie, risultasse vincolata la cosidetta «dote», cioè una rendita a favore
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ALESSANDRO BIANCHINI
della promessa sposa e dell'eventuale prole. L'ammontare di tale rendita era in funzione del grado nel senso che più il grado era basso e più la rendita doveva essere alta ed era necessaria, in genere, fino a tenente colonnello. Questa rendita doveva essere fuori di qualsiasi compenso che l'ufficiale ricevesse dallo Stato (stipendio, assegni, indennità varie) e doveva consentire, anche all'ufficiale di grado meno elevato, di contrarre matrimonio anche se privo di beni personali purché la fu. tura sposa portasse un'adeguata dote, almeno sufficiente ad avere quella rendita extra che era richiesta. L'altro problema economico, cioè quello relativo agH stipendi dei gradi più bassi, con particolare riguardo ai subalterni, rimase nei tempi andati assolutamente irrisolto. E' vero che molto se ne parlò e che alcuni provvedimenti furono presi, ma essi risultarono sempre insufficienti, mai cioè tali da dare, anche all'ufficiale subalterno, una reale indipendenza economica. Egli dovette continuare ad attingere al reddito della famiglia di origine o ai beni privati e personali. Per concludere e la conclusione riguarda tutti i gradi della gerarchia, si può dire tranquillamente che gli stipendi furono, salvo rarissime eccezioni, di consistenza assai modesta e sicuramente non superiore a quella che essi hanno oggi. Va fatta eccezione, in alcuni limitati periodi, per i gradi al vertice della gerarchia (Maresciallo d'Italia, Generale d'Armata e di Corpo d'Armata). Sembra ora giunto il momento di chiudere con questa lunga, ma necessaria premessa (che è poi anche una conclusione), per passare a dimostrare quanto è stato fino a qui semplicemente affermato. Prima di iniziare a riassumere i risultati della ricerca sembra infine utile precisare quanto segue: Nelle tabelle e negli specchi che seguono, come già accennato, le cifre che si riferiscono agli stipendi, agli assegni e alle varie indennità, sono state rese più attuali ed accessibili mediante la conversione in lire del 1978, pensando che ciascuno possa poi facilmente risalire, volendo, dai valori del 1978 a quelli odierni. Per operare la conversione sono stati impiegati i coefficienti riportati nel manuale dell'Istituto Centrale di Statistica « Il valore della lira dal 1861 al 1978 », edizione 1979. 1
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- Per i valori che si riferiscono al periodo precedente il 1861, non è stato possibile fare una tale trasformazione matematica, ma
LA RETRIBUZIONE DEGLI UFFlClALl DELL'ESERCITO
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a volte, per maggior comprensione, sono stati dati dei valori odierni orientativi, ma attendibili, anche se non scientificamente esatti. - le cifre riferite al 197 8, nei vari spe::cbi e tabelle, figurano, per esigenze di spazio, a volte a fianco ed a volte sotto ai valori degli anni indicati. - Nella tabella n. 41 (pag. 427) sono riportati gli indici di trasformazione usati; essi sono ripetuti anche in calce alle tabelle dove sono stati impiegati.
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L'INDAGINE
1. Periodo precedente il 1860
Non è possibile iniziare a parlare degli stipendi degli ufficiali dell'appena costituito Esercito Italiano senza riallacciarli, in qualche modo, a quelli già in vigore presso l'Esercito piemontese. Essendo a tutti ben noto quale ruolo determinante ebbero il Piemonte e fa Monarchia sabauda nella unificazione del nostro Paese e nella conseguente costituzione del Regno d'Italia, è facilmente comprensibile come l'Esercito, appena costituito, divenne il legittimo erede e prosecutore di quello piemontese di cui adottò, fra l'altro , anche il « Regolamento Generale di Amministrazione » e con esso le paghe stabilite per gli ufficiali. Sarà quindi necessario un sia pur breve cenno alle leggi ed ai decreti che, sullo specifico argomento, furono in vigore nel trentennio preunitario presso l'Esercito piemontese. In altre parole questa ricerca dovrà necessariamente rifarsi all'anno 1831 , quando cioè il Re Carlo Alberto , iniziando una vigorosa opera di aggiornamento e potenziamento dell 'Esercito, portò la sua attenzione che a quelle che erano le paghe degli ufficiali, rimaste ferme a quanto sancito dal « Regolamento di Amministrazione e Contabilità dei Corpi di r,egia truppa » che risaliva al 23 agosto 1822. Fu così che il Re sottoscri sse alcuni provvedimenti legislativi fra i quali i più importanti furono i seguenti:
an-
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In d ata 8 dicembre 18 31 :
« Regio Viglietto che stabilisce la paga e i van taggi di cui dovr anno
godere gli ufficiali ( eccettuati i generali ) dei diversi corpi di fanteria, di cavalleria, e cacciatori franchi ; non che quelli in categoria provinciale, in aspettativa o riforma; fissando i n quanto ai foraggi, la composizione delle differenti ra:doni » .
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In data 17 dicembre 1831:
« Regio Viglietto portante alcune variazioni nelle paghe per quegli
ufficiali dei corpi r eali d 'artiglieria, del genio, e dello stato maggiore generale che sono ammessi a godere delle paghe di fanteria o cavalleria » .
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LA RETKlBUZIONE DEGLI UFFICIA LI DELL'ESERCITO
-
In data 20 dicembre 1831 infine:
« Regio Viglietto che approva le annesse modificazioni al regolamento generale di amministrazione e contabilità dei corpi di regia truppa del 23 agosto 1822, in dipendenza della nuova organizzazione della fanteria, stabilendo una nuova etichetta paghe mediante la cessazione delle indennità viveri, sale e gabella ».
Quali fossero le paghe degli ufficiali piemontesi a seguito dei suddetti provvedimenti, risulta brevemente dalla tabella n . 1 tratta dal citato Regio Viglietto del 20 dicembre 1831 e che riguarda soltanto le paghe degli ufficiali di fanteria che erano di gran lunga i più numerosi ed anche i meno pagati. TABELLA N.
1
PAGHE DEI CORPI DI FANTERIA (BRIGATE DI LINEA) (REGIO VIGLIETTO 20 DICEMBRE 1831) (1) Vantaggi
Paga
indenn.
Grado
Generale Colonnello Luogoten. Colonnello Maggiore Capitano Luogotenente Sottotenente
annua
mensile
annui
8.400 6.000 4.000 3.000 2.550 1.200 1.100
700,00 500,00 333,30 250,00 212,50 100,00 91,60
1.000 600
o
l ndenn. Giornal.
razioni pane
razioni fo raggio
2 2 2 2 2 2 2
2 2 2 1
(1) Le paghe riportate in questa tabella non sono slale tradotte in lire del 1978 in quanto antecedenti il 1861, anno di inizio del calcolo delle tabelle I STAT per la conversione.
La tabella n. 1 si presta alle seguenti considerazioni: Esisteva un notevole divario fra lo stipendio dei gradi più alti e quel lo <lei gradi più bassi: un generale prendeva 7,7 volte ed un colonnello 5 ,6 volte lo stipendio di un sottotenente. - Le indennità erano pressoché inesistenti , a parte le razioni di pane (per tutti) e di foraggio (dal grado di generale a quello di maggiore); un'indennità in denaro, per altro assai esigua, veniva corrisposta ai generali ed ai colonnelli per spese di cancelleria, rappresentanza e retribuzione vivandieri.
362
ALESSANDRO BIANCHINI
E' possibile anche, mediante semplici operazioni matematiche e con l'ausilio del1e tabelle ISTAT avere un'idea, sia pure assai approssimata, di quegli stipendi in lire del 1978 (1). E' perciò possibile affermare che, all'incirca, tali paghe, rapportate al 1978, erano mensilmente le seguenti: Generale L. 1.400.000 Colonnello L. 900 .000 Luogotenente Colonnello L. 600.000 L. 450.000 Maggiore Capitano L. 380.000 Tenente L. 200.000 L. 170.000 Sottotenente Le suddette cifre, anche se largamente orientative, dimostrano inoltre: come gli stipendi fossero generalmente assai bassi; come i subalterni avessero stipendi veramente insufficienti ed infine come un ufficiale, di grado inferiore a tenente colonnello, non potesse, col solo stipendio, pensare a mantenere una famiglia. Ad avvalorare quest'ultima osservazione concorrono le « Regie lettere patenti» del 29 aprile 1834 con le quali venivano chiaramente stabilite « le condizioni sotto cui la sovrana permissione di contrarre matrimonio sarà d'or innanzi conceduta agli ufficiali del regio esercito ». Nelle succitate « lettere» è fra l'altro testualmente scritto: « Il divieto di contrarre matrimonio senza la permissione sovrana, che li regolameti militari impongono agli ufficiali, oltre che per oggetto di impedire quelle unioni , per le quali la considerazione dovuta al loro carattere possa essere alterata, o dal cui soverchio numero possa tornare danno al militare servizio, tende altresl a provvedere a che abbiano li coniugi in vita un qualche mezzo di esisteru:a, il quale, appunto perché loro proprio, ed indipendente dall'eventualità degli stipendi annessi all'impiego, possa assicurare alla famiglia almeno il necessario preciso al suo sostentamento. Tuttavia, non trovan<losi a yuesto fine prescritta alcuna regola, ci siamo determinati di stabilire le condizioni sotto le quali la sovrana nostra permissione di contrarre matrimonio sarà d'ora innanzi conceduta agli uffiziali. Epperò di nostra certa scienza e regia autorità, avuto il parere del
( 1) E' stato ipotizzato che, dal 1831 al 1861, l'indice di inflazione abbia seguito la stessa legge di variazione ch e seguì ,poi dal 1861 al 1891.
LA RETRIBUZIONE DEGLI UFFICIALI DELL'ESERCITO
.36.3
nostro Consiglio di Stato, abbiamo ordinato ed ordinfamo quanto segue: Ogni uffiziale di qualsivoglia graJo, dovrà d'ora in poi, domandando il permesso di contrarre matrimonio, accompagnare il suo ricorso colle dichiarazioni seguenti: 1. Che la sposa sia provveduta d'una dote non minore di lire nuove di Piemonte ottomila, la quale dovrà essere debitamente costituita secondo le norme volute dalle leggi vigenti. 2. Che la dote e le ragioni dotali della sposa saranno assicurate con ipoteca speciale sovra beni sufficienti giusta le regole stabilite nell'art. 27 Jel regio editto del 16 luglio 1822, o propri del ricorrente, o di terzi. 3. Che oltre li beni sui quali il ricorrente assicura le suddette lire ottomila di dote, colle dipendenti ragioni dotali, egli possiede in proprio, e libero da ogni vincoli di ipoteca anteriore, l'annuo reddito di lire ottocento per lo meno, in beni stabili, o reputati a guisa di stabili, ovvero sopra renJita del debito pubblico. 4. Ch'egli si sottomette a costituire all'atto e per causa del matrimonio, tal reddito di lire 800, per atto pubblico ed irrevocabile, a favore della sposa e della prole che fossero per nascere dal loro matrimonio ».
Sullo stesso argomento e a riprova di quanto il problema fosse scottante, il Segretario di Stato Alfonso La Marmora con la circolare n. 19 del 15 febbraio 1950 così si esprimeva: « Le frequenti domande che vengono sporte a questo Ministero per
parte <lei Signori Ufficiali dell'Esercito ad oggetto di conseguire il permesso d'ammogliarsi senza andar soggetti a far prova di possedere il reddito che sarebbe richiesto dalle « Regie Lettere Patenti» del 29 aprile 1834, mi moveano a considerare se le circostanze attuali potessero alle volte indurre a portar qualche variazione alle succitate « Lettere Patenti ». Ma chiaramente r isultando come un uffiziale, ove egli sra privo di beni di fortuna propri, non può provvedere ai suoi bisogni col soldo che gli è assegnato, e tanto meno poi colla pensione di ritiro, fosse pure quella che venne proposta colla legge testé presentata al parlamento; perciò nella mira di evitare nuove domande quand'esse non siano conformi alli vigenti Regolamenti , deggio avvertire la S.V. Ili.ma di volersi astenere dal trasmetterle a questo Ministero, presso cui non possono in modo veruno venir accordate. In questa circostanza poi credo opportuno di far conoscere ai signori Comandanti dei Corpi di Regia truppa, come convenga di diminuire il numero di quei matrimoni che non riuscirebbero in
364
ALESSANDRO BIANCHINI
modo alcuno vantaggiosi ai Bass'uffiziali, soprattutto a coloro fra essi che potrebbero essere proposti per la promozione ad Uffizìale e quindi valendosi della facoltà fatta dal Regolamento di disciplina militare, gli ora detti signori Comandanti andranno più cauti in avvenire nel permettere simili unioni e accerteranno soprattutto in tempo cli pace che questi Bass'uffiziali abbiano sufficienti mezzi di fortuna per sopperire anche in caso di avanzamento, alle spese di un decente sostentamento e di altre convenienze troppo necessarie per conservare nel Corpo dell'Uffizialità quel decoro che si addice a questa distinta classe della società ».
Lo stesso Alfonso La Marmara si interessò affinché gli stipendi degli ufficiali fossero aumentati, ma, data la situazione assai difficile delle finanze del Regno, tali aumenti poterono essere assai limitati e circoscritti ai gradi meno retribuiti. In data 21 ottobre 1850 usciva infatti il « Regio Decreto » ch e « stabi lisce una nuova tabella delle paghe e vantaggi agli ufficiali dell'Esercito di terra ». Questo decreto apportò beneficio soltanto ai gradi di maggiore, tenente e sottotenente, mentre gli altri gradi non ne ebbero alcuno, quando addirittura non vi fu qualche riduzione ( vedasi ad esempio il grado di capitano). Fu inoltre soppresso, art. 3 del citato decreto, il diritto alle razioni d i pane. Le nuove paghe sono riportate nella tabella n. 2. Esse si riferiscono agli ufficiali di fanteria, analogamente a quanto già fatto per la precedente tabella . TABELLA N.
2
PAGHE STABILITE PER I CORPI DI FANTERIA (REGIO DECRETO 21 OTTOBRE 1850) (1) Paga
Indennità giornaliera: razioni d i foraggio
Grado
Luogotenente Generale Maggior Generale Colonnello Luogotenente Colonnello Maggiore Capitano Luogotenente Sottotenente
annua
mensile
8.400 7.200 6.000 4.000 3.500 2.400 1.450 1.300
700,00 600,00 500,00 33.3,33 291,66 200,00 120,83 108,33
4 3 2 2 1
-
-
(1) Le paghe riportate in questa tabella non sono state tradotte in lire del 1978 in quanto anteriori al 1861 anno di ini:do del calcolo delle tabelle ISTAT per la conversione.
LA RETRIBUZIONE DEGl.I UFFICIALI DELL' ESERCITO
365
Il 1852 fu anno di notevole attività per la riorganizzazione dell'Esercito tuttavia, ai fini di un reale aumento delle paghe, non apportò alcuna modifica, viste le condizioni ancora non buone delle finanze piemontesi. Il Regio Decreto del 25 marzo 1852 « che provede in ordine alle paghe, vantaggi, ed altri assegnamenti degli Uffiziali, Sott'uffiziali, Caporali e Soldati del R. Esercito di Terra », rappresenta valida opera di revisione e aggiornamento amministrativo, ma niente di nuovo dice in materia di aumenti. Dalle tabelle in esso contenute è possibile rilevare come niente, in realtà, fosse cambiato rispetto a quanto riportato nella tabella n . 2, salvo l'attribuzione al grado di generale d'Armata, istituito di recente, di uno stipendio annuo di lire 9 .600.
2. Dal 1860 al 1940
Il 1860 è l'anno che vide impegnato il Piemonte nell'opera, militare e politica, di unificazione del nostro Paese coronata dalla
costituzione del Regno d'Italia sotto la Monarchia sabauda. Questo momento di grande impegno dello Stato piemontese e soprattutto del suo Esercito , portò con sé un notevole aumento del costo della vita che decurtò i già modesti stipendi degli ufficiali proprio nel momento in cui la loro opera era di estremo impegno. Fu così che, su proposta del Ministro della guerra Manfredo Fanti, fu emanato il Regio Decreto del 15 marzo 1860 « che aumenta le paghe degli Uffiziali ed Impiegati addetti all'Esercito, ed abolisce l'indennità d 'alloggio e mobili » già stabilita con il Regio Decreto del 15 ottobre 1859 (Cfr. art. 1 del suddetto Regio Decreto 15 marzo 1860). De1lc ben 25 tabelle paga annesse al citato Regio Decreto del 15 marzo 1860 si riporta nella successiva tabella n. 3, a titolo di esempio, uno stralcio delle paghe assegnate agli ufficiali generali ed a quelli di fanteria con a fianco la conversione in lire del 1978.
366
ALESSANDRO BIANCHINI
TABELLA N.
3
PAGHE ASSEGNATE AGLI UFFICIALI GENERALI ED A QUELLI DI FANTERIA DI LINEA (REGIO DECRETO 15 MARZO 1860) Paga del
1860
Paga convertita in lire del 1978 (*)
Grado
Genarale d'Armata Luogotenente Generale Maggior Generale Colonnello Luogotenente Colonnello Maggiore Capitano 1 a classe Capitano 2" classe Luogotenente Sottotenente
annua
mensile
15.000 12.000 9.000 6.600 5.000 4.000 2.800 2.500 1.800 1.600
1.250,00 1.000,00 750,00 550,00 416,60 .3.3.3,.30 23.3,.30 208,30 150,00 133,30
(*) Coefficiente di trasformazione
=
annua
21.103.500 16.882.800 12.662.100 9.279.600 7.034.500 5.627.760 .3.9.39 ..320 .3.517.250 2.5.32.420 2.251.100
mensile
1.758.620 1.406.900 1.055.176 773.300 586.200 468.980 .328.276 29.3.100 211.0.35 187.586
1406,9037.
Nella Tabella n. 3 non compare l'indennità di foraggio in quanto essa, a mente dell'art. 5 del citato R. Decreto 15 marzo 1860, rimase invariata mentre le indennità per spese di rappresentanza e d'ufficio furono stabilite per i singoli incarichi. In merito al trattamento economico fissato nel 1860 è possibile fare le seguenti considerazioni: a) il divario fra ]e paghe degli ufficiali di grado più elevato e quelle degli ufficiali di grado più basso fu ulteriormente aumentato: il generale d 'armata prendeva 9 volte la paga del sottotenente. b) le paghe dei gradi più bassi restarono del tutto insufficienti alle necessità dell'ufficiale, sia pure scapolo. · c) per mantenere, con lo stipendio, una propria famiglia l'ufficiale doveva raggiungere almeno il grado di luogotenente colonnello. Le paghe veramente basse dei gradi meno elevati fecero sentire il loro peso specialmente sugli ufficiali subalterni costretti, per vivere dignitosamente, a ricevere continuamente sovvenzioni dalla loro famiglia d 'origine. Fu cosi che, dietro interessamento del Ministro della guerra Ettore Bertolè Viale, con Regio Decreto del 24 giugno 1869, fu
LA RETRIBUZIONE DEGLT UFFJCTALI DELL'ESERCITO
367
stabilita una indennità di alloggio a favore degli ufficiali subalterni. Tale indennità fu fissata in lire 13 mensili per tutti i subalterni costretti ad affittare un alloggio, mentre un supplemento ulteriore di lire 12 fu concesso ai subalterni costretti ad affittare un alloggio nelle grandi città del Regno: Firenze, Napoli, Palermo, Milano e Torino. A titolo di curiosità, ma anche allo scopo di fugare eventuali supposizioni di strane indennità o compensi, viene di seguito riprodotto il foglio paga del Colonnello del « Corpo di Stato Maggiore » Fabrizi cav. Luigi da cui risulta come lo stesso (netto alla mano) percepisse lo stipendio di lire 579,30 comprensivo di Hre 20,55 quale soprassoldo per la croce di cavaliere dell'O.M.S. e di lire 30 quale indennità foraggio. Serve forse anche dire che le 579,30 lire del 1863 corrispondono a circa 834.000 mensili del 1978. Dall'esame delle paghe conseguenti ai provvedimenti del 1860 emerge sì, come è facilmente riscontrabile, un notevole generale miglioramento anche in senso assoluto, ma risulta altresì assai evidente come gli stipendi dei subalterni in particolare, rimanessero del tutto inadeguati alle crescenti necessità della vita. In altre parole il subalterno, si intende naturalmente scapolo, per vivere dignitosamente da « signor ufficiale », aveva sempre bisogno, come già detto, di consistenti sovvenzioni. I gradi intermedi, fino a quello <li colonnello incluso, furono pagati in maniera più adeguata, mentre decisamente meglio furono pagati i generali. Per ciò che concerne gli ufficiali con famiglia a carico rimaneva l'obbligo della rendita almeno fino al grado di tenente colonnello: gli stipendi dei gradi inferiori non potevano ancora, ed a ragione, essere considerati sufficienti, da soli, a mantenere dignitosamente una moglie e dei figli. Tuttavia iI problema più jmpellente rimaneva quello degli ufficiali inferiori di cui si occupò, negli anni successivi, anche il Ministro della guerra on. Ricotti che il 15 gennaio 1872, nel presentare il progetto di legge « Sugli stipendi e assegni fissi degli ufficiali delle truppe e degli impiegati dipendenti dalla amministrazione della guerra, così esordiva (cfr. Rivista Militare I taliana, anno 1872 V. II pag. 170): « In occasione della discussione del bilancio della guerra per il 1869 la Camera stessa formulava il desiderio che fosse aumentato lo stipendio agli ufficiali e segnatamente a quelli dei gradi inferiori ».
24. - Memorie
368
ALESSANDRO RJ ANCHTNI
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LA llli1'RlBUZlONE DEGLI Ul'l'ICIALT DELL' ESERCITO
369
Il Ministro continuando a parlare su tale argomento ebbe, fra l'altro, a dire: « Veramente, se si volesse tener conto della carezza dei viveri di oggi giorno, non è solamente il trattamento dei gradi inferiori, ma quello di tutti i gradi che bisognerebbe migliorare. Ma le nostre finanze non si trovano in tale stato da poter consentire per ora quel troppo sensibile aumento di spesa, come occorrerebbe per portare tutti gli stipendi a conveniente misura; onde mi fu forza limitarmi, pci gradi superiori, ad una generale sistemazione ed inoltre ad un tenue aumento pci gradi inferiori».
In acconto sugli aumenti proposti, il ministro stanziava infatti nel bilancio da lui presentato una somma da distribuirsi come indennità d'alloggio agli ufficiali subalterni e loro assimilati. Ancora altri provvedimenti a favore <legli ufficiali proponeva il ministro nella sua relazione, fra cui l'indennità cavalli e l'istituzione dell'aumento dello stipendio per ogni sei anni (sessennio) di permanenza nel grado, ciò in considerazione del fatto che, sono sempre parole del ministro: « Nella carriera militare il passaggio da grado a grado è affare lento e tanto più sarà per molti anni nell'esercito nostro, ove nei gradi superiori hannovi uffiziali di buona età . .Per ciò l'aumento sessennale mi parrebbe non solo equo, ma incoraggiante ».
Nonostante la presenza di dure opposizioni alle sue proposte, il Mi..Ji.istro conLinuò a<l occuparsi della questione e , nel 1872, pr,esentò un disegno di legge per migliorare le condizioni economiche degli ufficiali. Tale progetto di legge, duramente avversato e combattuto alla Camera, riuscì ad essere trasformato in legge soltanto due anni più tardi con notevoli modifiche e soprattutto quando ormai gli aumenti previsti non coprivano più interamente neppure l'aumentato costo della vita, che era stato in quei due anni del-
1'8,5%. La legge, approvata finalmente il 19 marzo 1874 , deludeva la generale aspettativa. Essa infatti, alla prova dei fatti, si limitava effettivamente ad una « generale sistemazione » e ad un « tenue aumento pei gradi inferiori ». « La generale sistemazione », pur eliminando alcune incongruenze , non portava sostanziali benefici, mentre il « tenue aumento » era largamente roso dalla inflazione.
370
ALESSANDRO BIANCHINI
La tabella n. 4, meglio di ogni altra considerazione, è la prova di quanto sopra detto. TABELLA N.
4
STIPENDI E INDENNITA' DEGLI UFFICIALI GENERALI E DEGLI UFFICIALI DI FANTERIA (LEGGE 19 MARZO 1874 N. 1857) (1) Stipendio
Indennità cavalli
Indennità
mensile
annua
annua
1.250,00 1.354.000 1.000,00 1.083.250 750,00 812.430 550,00 595.780 416,60 451.350 333,30 361.080 233,30 252.750 166,60 180.540 150,00 162.400
600 649.950 600 649.950 600 649.950 180 194.985 180 194.985 180 194.985
3.000 3.249.750
Grado annuo
Generale d'Esercito (2) Tenente Generale Maggior Generale Colonnello Ten. Colonnello Maggiore Capitano Tenente Sottotenente
15.000 16.248.750 12.000 12.999.000 9.000 9.749.250 6.600 7.149.450 5.000 5.416.250 4.000 4.333.000 2.800 3.033.100 2.000 2.166.500 1.800 1.949.850
personale
( 1) Sotto le cifre dell'epoca sono riportati gli stessi valori tradocti in lire del 1978 ottenuti con l'impiego delle tabelle ISTAT. Coefficiente di trasformazione: 1083,2498. (2) Il grado di Gcn. d'Esercito venne istituito nel 1861.
La legge del 1874, come è stato già rilevato, non apportò che scarsi benefici economici e solo ad alcuni gradi. I colonnelli ebbero 600 lire l'anno di aumento, mentre i tenenti e i sottotenenti ne ebbero 200. In realtà, se consideriamo il diminuito potere di acquisto della lira rispetto al 1861, è possibile affermare che le condizioni economiche degli ufficiali, nonostante la nuova legge, erano sensibilmente peggiorate rispetto al 1861. Ciò risulta evidente se vengono confrontati gli stipendi, · tradotti in lire del 1978, riportati
371
LA RETRIBUZIONE DEGLI UFFICIALI DELL'ESERCITO
nelle tabelle n. 3 (pag. 366) e n. 4 (pag. 370). In altre parole, l'aumento delle paghe era stato modesto e per pochi gradi, mentre l'aumento del costo della vita aveva fatto segnare un peggioramento consistente per tutti i gradi. La legge del 1874 però non consisteva solo in questo. Essa, con l'art. 2 , introduceva il sessennio, cioè un aumento di stipendio dopo ogni sei anni di permanenza nel grado. Questo provvedimento cercava di far pesare meno le ] unghe attese nei vari gradi, specialmente degli ufficiali inferiori. L'entità dell'aumento di stipendio, m virtù dello scatto sessennale era come appresso indicato ( 1 ): Colonnello lire 400 Tenente Colonnello lire 300 Maggiore lire 300 Capitano lire 180 Tenente lire 120 Sottotenente lire 120 L'art . 3 della legge prevedeva inoltre la corresponsione di una indennità cavalli a quegli ufficiali che avessero diritto alle razioni di foraggio, secondo quanto sancito dalla legge 25 marzo 1852 e riepilogato nel seguente specchio: Grado
Colonnello T en. Colonnello Maggiore Capitano Tenente Sottotenente
Anna dei Reali e.e.
Arma di Art. e Genio
3 3 3 2 2 2
2 2 2 1
Anna di Fanteria
2 2 2
Arma di Cavalleria
4 3 3 3 2 2
L'indennità cavalli, per gli aventi diritto, dipendeva ancora, come entità, dall'arma di appartenenza: Ufficiali di artiglieria e genio lire 240 annue Ufficiali di fanteria lire 180 annue Ufficiali di cavalleria lire 300 annue La legge del 18 7 4 prevedeva ancora una indennità di carica nella misura, p er gli aventi diritti, prevista alla tabella n . 5. Infine, a scopo di raffronto, nella tabella n. 6 sono riportate le paghe di alcuni impiegati civili previste dalla stessa legge. (1) Le cifre sotto riportate sono annue.
372
ALESSANDRO BIANOIINI
TABELLA N.
5
(LEGGE 19 MARZO 1874 N. 1857) SPECCHIO DELLE INDENNITA' DI CARICA E DEI SOPRASSOLDI FISSI Indicazione ùelle cariche e degli impieghi
a) Indennità di carica Presidente del comitato di stato maggiore generale Comandante generale Presidenti dei comitati delle armi di linea, d 'artiglieria e genio e dei reali carahinieri Comandante di divisione territoriale, attiva o di istruzione Presidente del tribunale supremo di guerra e marina Comandante del corpo di stato maggiore, co- ' se tenente mandante della scuola di guerra, della scuola generale di applicazione di artiglieria e genio, dell'accademia militare, della scuola militare, membro di comitato, segretario generale o direttott! generale al Ministero della guerra, se maggior direttore dell 'ufficio di revisione delle matricolc e contabilità generale Presidente del comitato di sanità militare e giudici (non miliLari) del t ribunale supremo di guerra e manna Comandante territoriale d'artiglieria o genio, comandante di brigata di fanteria o di cavalleria, comandante del corpo invalidi e veterani (se ufficiale generale), direttore dell'istituto topografico, comandante in secondo del corpo di stato maggiore, comandante di presidio (nominato tale con regio decreto) Ufficiale superiore reggente una divisione al Ministero della
I I
guerra
Giudice supplente ( non militare) <lel tribunale supremo di guerra e manna Ufficiale superiore comandante di corpo o capo d i servizio Colmrnello addetto ad un comitato o ad un comando b) Soprassoldi Ufficiale superiore reggente una sezione al Ministero della guerra o segretario di comitato Professore titolare militare Professore aggiunto militare Ufficiale delle scuole normali di fanteria e cavalleria, dei battaglioni, squadroni, batterie, compagnie e plotoni <l'istruzione Ufficiale dell'arma di fanteria alle compagnie di disciplina ed agli stabilimenti militari penali Ufficiale istruttore dei tribunali militari Ufficiale sostituto istruttore e ufficiale sostituto istruttore aggiunto dei trihunali militari e) Indennità speciale di servizio Colonnello e tenente colonncllo dei reali carabinieri Maggiore dei reali carabinieri Capitano id. Tenente id. Sottotenente id. (*) Coefficiente di trasformazione:
1083,2498.
Somma annua
Somma
assegnata
mensile al 1978 (*)
8.000 7.200
722.000 650.000
3.600 3.600 2.400
325.000 325.000 216.600
3.600
325.000
1.200
108-300
1.200
108.300
1.200
108.300
900
81.200
800 600 600
72.100 54.150 54.150
600 800
500
54.150 72.100 45.000
360
32.500
500 600
45.000 54.150
300
27.000
1.800 1.600 1.200 900 600
162.400 144.400 108.300 81.200 54.150
373
LA R.E'l'RU!lJZlONE DF.GI.T UFFICI AT.I DELL' ESERCITO
TABELLA N.
6
(LEGGE 19 MARZO 1874 N. 1857) A) SPECCHIO DEGLI STIPENDI PER I PROFESSORI E MAESTRI CIVILI DELLE SCUOLE MILITARI Gradi
Professore di lettere e di scienze Professore aggiunto di lettere e scienze Professore <li disegno od altro maestro Professore aggiunto di disegno od altro sottomaestto
annuo
Stipendio mensile al 1978 (*)
1· 2· 3•
4.000 3.500 3.000
361.000 315.800 270.800
l3
2.500 2.000
225.600 180.400
3"
3.000 2.500 2.000
270.800 225.600 180.400
1· 2·
1.500 1.000
135.400 90.200
Classi
2· 1· 2•
Stipend io
B) SPECCHTO DEGLI STIPENDI PER IL PERSONALE DELLA GTUSTIZIA MILITARE Gradi
Classi
Avvocato generale
Stipendio
Stipendio
annuo
al 1978 (*)
12.000
1.083.200
mensile
Sostituto avvocato generale
1. 2•
8.000 7.000
722.000 631.800
Avvocato fiscale
1· 2• 3•
6.000 5.000 4.000
541.600 451.200 361.000
Sostituto avvocato fiscale
1· 2· 3•
Ufficiali istruttori e sostituti istruttori
Segretari principali
1· 2·
Segretari
1· 2• 3•
3.500 3.000 2.500 Assegnamenti del grado nella fanteria 4.500 4.000
315.800 270.800 225.600
406.200 361.000
3.500 3.000 2.500
315.800 270.800 225.600
Sosti-tur_t segretari
2.000
180.400
Sostiluli segretari aggiunti
1.500
135.400
(<') Coefficiente di trasformazione: 1083,2498.
374
ALESSANDRO BIANCHINI
Chi poi volesse approfondire ancora la conoscenza della legge del 187 4, troverà utili dati nel Regio Decreto del 31 maggio 1874 « che stabilisce le disposizioni di massima secondo le qua1i saranno regolati gli assegnamenti fissati dalla legge 19 marzo 1874 sugli stipendi e assegnamenti per l'esercito ». Nell'ambito dei provvedimenti presi a favore degli ufficiali dell'Esercito rientrò anche il Regio Decreto n. 1913 del 18 maggio 1874 « relativo all'indennità d'alloggio agli ufficiali dell'esercito ».
In esso è scritto testualmente: « art. 1 - E' stabilita l'indennità di soggiorno nelle città di Roma, Torino, Milano, Firenze, Napoli e Palermo. art. 2 - L'indennità di soggiorno in Roma è fissata in lire 300 annue e spetta agli ufficiali inferiori e superiori di stanza in Roma. L'indennità di soggiorno in Torino, Milano, Firenze, Napoli e Palermo è fissata in lire 120 annue e spetta ai soli ufficiali subalterni ».
Il suddetto Regio Decreto abrogava quanto fissato dalle precedenti leggi e decreti in fatto di indennità <li alloggio. Che le leggi del 1874 non risolvessero i problemi econom1c1 degli ufficiali è stato già detto e credo anche dimostrato. Tuttavia, quale ulteriore riprova, viene di seguito accennato a quanto fu scritto, in materia, in un articolo comparso sulla « Rivista Militare Italiana » del 1877 col titolo « Sui servizi amministrativi militari » e nel quale è detto fra l'altro (dr. pag. 403 della suddetta rivista): « Perché, come nessuno ignora che il nostro soldato vive magramente, veste da povero e dorme sul pagliericcio, che i nostri ufficiali hanno uno stipendio che appena li salva dalla miseria; cosl tutti conoscono, od almeno dovrebbero conoscere, che alle non floride condizioni finanziarie del nostro giovane regno, devesi attribuire tale stato di cose veramente poco lusinghiero ».
Lo stesso articolo, dopo una più lunga requisitoria sullo stato dei militari in attività di servizio ed in quiescenza, invoca esplicitamente una serie di urgenti provvedimenti esprimendosi cosl: « Nell'ordine legislativo si richiede:
1. La revisione della legge sugli stipendi e di quella sulle pensioni.
LA RETRIBUZIONE Dl'.GLT UFFICIALI DELL'ESERCITO
375
La prima ha, è vero, una data recente (19 marzo 1874), ma venne alla luce in epoca in cui la preoccupazione maggiore ciel paese e del governo era quella dell'equilibrio fra le entrate e le spese dello Stato. Essa per conseguenza è affetta da tu tti i mali derivanti dal tempo sfavorevole in cui nacque: e non è cer tamente colpa di alcuno se una legge presentata il 15 gennaio 1872, rimasta giacente lungo tempo negli uffizi, discussa lungamente ed approvata dopo due anni, sia riuscita pii\ un momento di buon volere e di rette intenzioni, che un vantaggio alla classe di persone per le quali era stata fatta; migliorare, con ragionevole aumento di retribuzione, la condizione dei nostri uffiziali, specialmente nei gradi inferiori, è debito d'onore del paese, è misura reclamata dalle necessità di remunerare adeguatamente i servizi, di compensare i dispendi che portano seco la vita militare e le esigenze di decoro maggiori che nelle altre professioni; e finalmente cli assicurare la tranquillità di coloro che consacrano l'esistenza a tutelare quanto una nazione ha di più sacro: vale a dire l'indipendenza, l'integrità e a mantenere il paese nella giusta estimazione dei popoli. Inoltre è provvedimento che oggidi può reclamarsi in nome della giustizia distributiva, poiché dopo i miglioramenti accordati in questi ultimi tempi ai funzionari delle altre amministrazioni, la condizione fatta agli uffiziali è più dura di quella degli impiegati civili (almeno in gran parte), mentre le esigenze speciali della vita, l'eserc~io continuo delle forze fisiche e l'instabilità della residenza, si traducono in maggior spese pel sostentamento e pel vestiario ... ».
Ai fini della presente indagine è stato ancora riconosciuto interessante un articolo comparso sulla Rivista Militare Italiana del 1880 , Volume II pag. 221 e seguenti, in cui viene affrontato il problema << Delle pensioni ai militari » e che risulta utile anche ai fini della presente indagine in quanto i-iporta delle tabelle relative ai prezzi di mercato, cioè al consumo, di alcuni generi considerati di prima necessità, negli anni 1 850, 1860 e 1874 . Tali dati, ritenuti utili per avere una visione più diretta del potere d'acquisto degli stipendi in quegli anni, vengono riportati nelle tabelle n. 7 , 8 e 9. Con l'ausilio di quei prezzi e conoscendo quello attuale degli stessi generi, è stato possibil e trasformare il valore d egli stipendi di allora in lire di oggi. Il tutto è stato sin tetizzato nella tabella n. 1O la quale ci dà anche una conferma della validità dei dati già riportati nelle corrispondenti tabelle ricavate con l'impiego d ei coefficienti forniti dall'Istituto Centrale di Statistica.
376
ALESSANDRO BIA NCHINI
TABELLA N.
7
ANNO 1850: PREZZI AL MERCATO NELLE CITTA' DI TREVISO E ASCOLI PICENO SPECCHIO « A » (TREVISO) Generi
Prezzo in lire (1850)
f.rumento all'ettolitro
16,40
Grano turco all'ettolitro
11,40
Pane bianco al kg.
0,42
Pane misto al kg.
0,33
Carne di manzo al kg.
1,04
Fagioli all'ettolitro
18,90
Legna forte dieci miriagrammi
1,95
Legna forte da .stufa d ieci miriagrammi
2,05
Vino nero all'ettolitro
36,70
Vino bianco all'ettolitro
21,67
Camera ammobiliala con serviiio <li albergo (al giorno) Olio d 'oliva all'ettolitro
1,30 153,24
SPECCHIO
«
B » (ASCOLI PICENO)
Generi
Prezzo in lire (1850)
fmmento all'ettolitro
15,80
Grano turco all'ettolitro
10,80
Pane bianco al kg.
0 ,40
Pane misto al kg.
0 ,30
Carne di manzo al kg. Fagioli all'ettolitro Legna forte dieci miriagrammi Legna forte <la stufa dieci miriagrammi
0 ,90 17,20 1,90 2,00
Vino nero all'ettolitro
29,00
Vino bianco all'ettolitro
25,00
Camera ammobi liata con servizio di albergo (al giorno) Olio d'oliva all'ettolitro
1,20 152,00
377
LA RETRIBUZIONE DEGLI UFFICIALI DELL'ESERCITO
TABELLA N.
8
ANNO 1860: PREZZI AL MERCATO NELLE CITTA' DI TREVISO E ASCOLI PICENO SPECCHIO «A» (TREVISO) Generi
Fnimento all'ettolitro Grano turco all'ettolitro Pane bianco al kg. Pane misto al kg. Carne di manzo al kg. Fagioli all'ettolitro Legna forte 10 miriagrammi Legna forte da stufa 10 miriagrammi Vino nero all'ettolitro Vino bianco all'ettolitro Olio d 'ulivo nll'ettolitro Camera ammobiliata in albergo (al giorno)
in lire 1860
Pre"l:1.0
16,72 12,79 0,44 0,34 1,08 19,68 2,20 2,20 42,82 22,87 154,36 1,50
ICorrispondente in lire 1978 (*)
23.523 17.994 619 478 1.519 27.687 3.095 3.095 60.243 32.175 217.169 2.110
SPECCHIO « B » (ASCOLI PICENO) Gen e ri
Frumento all'ettolitro Grano turco all'ettolitro Pane bianco al kg. Pane misto al kg. Carne di manzo al kg. Fagioli all 'ettolitro Legna forte 1 O miriag rammi Legna forte da stufa 10 miriagrammi Vino nero all'ettolitro Vino bianco all'ettolitro Olio d'oliva all'ettolitro Camera ammobiliata in albergo (al giorno)
('' ) Coefficiente d i trasformazione: 1406,9037.
Prezzo in lire 1860
16,00 11,20 0,42 0 ,33 1,10 19,00 2,10 2,00 44,00 35,00 154,00 1,40
Corrispondente in lire 1978 (*)
22.510 15 .757 590
464 l .547 26.731 2.954 2.813 61.903 49.241 216.662 1.969
378
ALESSANDRO 111ANCHINI
TABELLA N.
9
ANNO 1874: PREZZI AL MERCATO NELLE CITTA' DI TREVISO E ASCOLI PICENO SPECCHIO «A» (TREVISO) Generi
Prumento all'ettolitro Grano turco all'ettolitro Pane hianco al kg. Pane misto al kg. Carne di manzo al kg. Fagioli all'etto.litro Legna forte 10 miriagrammi Legna forte da stufa 10 miriagrammi Vino nero all'ettolitro Vino bianco all'ettolitro Olio <l'uliva all'euulitru Camera ammobiliata in albergo (al giorno)
Prezzo in lire 1874
29,72 21,92 0,61 0,47 1,60 30,43 2,90 3,10 55,00 45,77 161,95 2,50
Corrispondente in lire 1978 (*)
32200 23.744 660 509 1.733 32.963 3.141 .3.358 59.578 49.580 175.432 2.708
SPECCHIO « B » (ASCOLI PICENO) Generi
Frumento all'ettolitro Grano turco all'ettolitro Pane bianco al kg. Pane misto al kg. Carne di manzo al kg. Fagioli all'ettolitro Legna forte 10 miriagrammi Legna forte da stufa 10 miriagrammi Vino nero all'ettolitro Vino bianco all'ettolitro Olio d'oliva all'ettolitro Camera ammobiliata in albergo (al giorno)
( *) Coefficiente di trasformazione: 1083,2498.
Prezzo in Hre 1874
26,00 19,72 0,56 0,41 1,45 32,00 1,90 2,00 52,00 44,00 165,00 2,00
Corrispondente in lire 1978 (*)
28.164 21.361 606 444 1.570 34.664 2.058 2.166 56.329 47.663 178.763 2.166
379
LA K.ETRlflUZIONE DEGLI UFFICIALI DELL'ESERCITO
TABELLA N.
10
STIPENDI MENSILI DEGLI UFFICIALI, ANNI 1850, 1860, 1874 CALCOLATI SULLA BASE DEI PREZZI AL CONSUMO DI CUI ALLE PRECEDENTI TABELLE N. 7, 8 E 9 RAPPORTATI AL 1980 (1) Grado
Generale d'Esercito Ten. Generale Magg. Generale Colonnello Ten. Colonnello Maggiore Capitano Capitano 2" classe Tenente Sottotenente
Anno 1850
1.250.000 1.071.000 893.000 595.000 519.000 357.000
214.000 193.000
Anno 1860
Anno 1874
2.130.000 1.704.000 1.278.000 852.000 709.000 568.000 397.000 354.000 255.000 227.000
1.536.000 1.229.000 921.000 676.000 512.000 409.000 286.000
204.000 184.000
(1) I calcoli sono stati fatti considerando il prczw del pane bianco nella città di Treviso relativamente agli anni in esame e quello medio attuale (lire 750 al kg). Essi sono quindi approssimati ed i risultati orientativi anche se attendibili.
Dopo quelli del 1874, come si è visto assolutamente inadeguati, altri provvedimenti economici a favore degli ufficiali non furono più, per lunghi anni , presi, mentre al contrario il costo deJla vita, in continuo sensibile aumento, continuava ad erodere impietosamente gli stipendi costringendo alcuni, pur nella naturale riservatezza, ad esternare più che giustificate lagnanze, l'eco delle quali è giunto fino ai giorni nostri. Si segnalano, in particolare, due scritti dell'epoca: 1. « Brevi considerazioni sugli Stipendi dell'Esercito italiano » di Angelo Magnico, pubblicato dalla tipografia cooperativa di Firenze nel 1881 ed attualmente reperibile nella Biblioteca Militare Centrale dello Stato Maggiore Esercito;
2. « Lo stipendio dei subalterni aritmeticamente discusso » di G. Bertelli, pubblicato sulla « Rivista Militare Italiana » del 1882 (volume I , pag. 121 e seguenti).
380
ALESSANDRO BIANCIIINI
Non è possibile, per ragioni di spazio, trascrivere i due articoli suddetti. Si consiglia però il lettore di prenderne diretta visione per il loro notevole interesse; qui riporteremo semplicemente alcuni sintetici accenni ai principali argomenti trattati dagli autori. Per ciò che concerne lo scritto di Angelo Magnico è sembrato ottimo sunto la presentazione che di esso fece, nel 1881 la Rivista Militare Italiana esprimendosi nei seguenti termini: « La questione di aumentare gli stipendi nell'esercito italiano, di
proporzionarli al rincarato costo della vita, alle crescenti esigenze della società, di porli infine allo stesso livello di quello che lo Stato ha riconosciuto equo <li dover corrispondere ai suoi impiegati civili, è una questione che la Stampa, con innumerevoli pubblicazioni, il Parlamento cd il Potere Esecutivo con ripetuti voti e discussioni ed ordini del giorno hanno trionfalmente risolto. Un nuovo studio sui nostri stipendi militari sarebbe egli dunque opera vana, sarebbe come si suol dirsi, portar nottole ad Atene e vasi a Samo? Niuno può crederlo, giacché la soluzione della questione non usd sinora dal dominio delle teorie o dei desideri, i quali se valgono ad empire il cervello e il cuore d'idee, di sogni leggiadri e di spe ranze dorate, sono altrettanto impotenti a chetare stimoli di bisogni di primo ordine insoddisfatti. Lo studio pertanto, <li cui abbiamo preposto il titolo a questo scritto giunge opportunissimo: esso non può aspirare <li certo al pregio della novità, ma per l'abbondanza dei dati comparativi, per la serietà delle argomentazioni e per la evidente utilità delle proposte, ha tutto il diritto che venga esaminato siccome noi qui ci proponiamo di fare ». Premesso che l'ufficiale, dai servizi che presta allo Stato debba ritrarre quella retribuzione che basti a soddisfare in equa misura all'esigenze della vita e della società, il signor Magnico dimostra che al depre:,;zamen to crescente della moneta si è notevolmente associato l'aumento p rogressivo della mercede, dei salari, delle paghe, degli stipendi, per modo che il valore intrinseco si è triplicato senza però che se ne sia gran che vantaggiato quello estrinseco, poiché col triplo <li oggi ottiene appena quanto uno si poteva conseguire in passato. Di questa legge, cui l'amministra:,;ione <lella guerra obbedì · nello stabilire le paghe ai suoi impiegati civili, - e l'autore lo prova presentando la tabella delle paghe corrisposte nel 1856 e nel 1879 ai capi, sottocapi e<l operai delle sussistenze, nella quale si osserva che il capo operaio nel '56 aveva lire 2,05 il !:,riorno, nel '79 la giornata gli era cresciuta a lire 3,45 e tutti gli altri operai in proporzione avevano ricevuto gli s·tessi aumenti - non tenne, rispetto
LA RE TRT13UZIONF. DF.Gl.J UFFJClALI DELL'ESERCITO
381
agli ufficiali , quel conto che la giustizia distributiva ed il gradino della scala sociale occupato dagli ufficiali stessi avrebbero richiesto. E qui a dimostrazione di così fatto assunto, il Signor Magnico rifà la storia degli stipendi colle tabelle alla mano, cominciando dal Regio Viglietto 20 dicembre 1831, continuando col riordinamento de La Marmora nel 1850, colla legge del 1859 sotto lo stesso ministro, con quella dell'anno appresso presentata dal Fanti, colle indennità d'alloggio pci subalterni sotto il generale Bertolè Viale, terminando colla legge del 1874 tuttora in vigore e concludendo che tutte queste successive modificazioni non furono informate a principi direttivi razionali, né tennero conto dell'alterazione verificatasi nella vita economica e civile della società, né della posizione dell'ufficiale. La disparità poi di trattamento, massime nei gradi inferiori, fra gli impiegati civili ed i militari è di un'evidema inconfutabile, coll'aggravante per questi ultimi che il sessennio s'ignora a quali criteri e quali proporzioni obbedisca, mentre quello degli impiegati civili è ragguagliato ad 1/ 10 dello stipendio, e tale sessennio è sempre superiore a quello degli ufficiali. I rimedi alle sfavorevoli conclàioni degli stipendi ai militari vengono dallo scrittore riassunti nelle seguenti proposte: 1) Tipo unico di stipendio per tutte le armi con lire 7 .000 al colonnello, 5.550 a l tenente colonnello, 4.500 al maggiore , 3.500 al capitano di l a classe , 3.200 a quello di 2° classe, 2 .500 al tenente e 2.000 al sottotenente; 2) Miglioramento notevole recato ai gradi di tenente e capitano; 3) Aumento dell'indennità di servizio a cavallo di lire 500 annue per lo Stato Maggiore, i carabinieri e la cavalleria; 300 per l'artiglieria ed il genio, 180 per la fanteria, Corpo sanitario, veterinari e commissariato; 4) Eliminazione dal bilancio della guerra del soprassoldo cli servizio dei carabinieri , da portarsi nel bilancio del ministero dell'interno. Discussa largamente la razionalità di q ues te proposte, indicate tutte le partite eia farsi a m :clito e a debito dello Stato, la differenza che graverebbe il bilancio della guerra risulta di lire 3.247 .176,62 e questa somma con le migliori condizioni economiche del paese non è certo insopportabile né eccessiva. Lo studio del Sig. Magnico potrà offrire argomento ad appunti dal lato della forma letteraria , dal punto di vista però delle proposte, queste non possono non riconoscersi razionali, opportune e pratiche; merita poi una speciale parola di encomio l'esattezza ed il modo completo onde sono compilate le tabelle comparative ed illustrative
382
ALESSANDRO BIANCHINI
che costituiscono la parte assolutamente solida cd incontestabile del lavoro».
Lo scritto del Bertelli, come il titolo stesso lascia subito intendere, si interessa in particolare degli stipendi dei subalterni che furono, in senso relativo ed anche assoluto, i peggio pagati. L'autore, e questo è certo da ascrivere a suo merito, cerca, parlando di stipendi, di prezzi e di necessità brute della vita, di rendere il tutto meno arido raccontando la storia di un ipotetico giovane (potrebbe essere egli stesso) che ha scelto per il suo avvenire la carriera dell 'ufficiale. La prosa assai scorrevole, l'arguzia e la sagace ironia dell'autore, rendono lo scritto, per altro assai prolisso, tutt'altro che arido e noioso, amd il lettore che nutre un minimo di interesse per queste cose viene indotto a rivivere realmente, anche a distanza di tanti anni, la vita non certo facile dei subalterni. Questa, anche se povera di denaro, è pur sempre ricca di giovanili entusiasmi, di spirito goliardico che porta a superare tante situazioni difficili che, nonostante tutto, mai arrivano ad avvilire il giovane ufficiale. Naturalmente dietro una certa apparente noncuranza i problemi reali fanno capoljno e si impongono seriamente all'attenzione del lettore. Di quell'ipotetico subalterno il Bertelli, in realtà, farà un minuzioso resoconto economico durante i 16 anni che dovrà trascorrere in questa benemerita categoria di ufficiali. 11 fine ultimo è infatti quello di dimostrare che il subalterno, che tanto dà di se stesso alla Patria, sia così male ricompensato da non potersi considerare economicamente autosufficiente neppure per ciò che concerne le più elementari necessità del vivere civile in una società che gli riserva un posto di grande prestigio e responsabilità. Essendo '1o scritto del Be rtelli un'analisi molto dettagliata dello specifico argomento, non è possibile farne qui un resoconto. E' necessario limitarsi ad elencare le più importanti considerazioni che ne scaturiscono: 1) glJ stipendi erano, specialmente per i subalterni, eccessivamente bassi ammontando per il tenente a lire 166,60 mensili (pari a lire 180.540 del 1978) e per il sottotenente a lire 150 mensili (pari a lire 162.400 del 1978), come risulta anche dalla T abella n. 4; 2) il giovane ufficiale rimaneva nei gradi subalterni mediamente 16 anni;
383
LA RETRIBUZIONE DEGLI UFFICIALI DEJ.J.'ESERCJTO
3) ai subalterni, come del resto a tutti gli ufficiali, erano richiesti un decoro, una dignità ed un tenore di vita che non potevano assolutamente conciliarsi con il magro stipendio; 4) un tempo l'ufficiale era, certamente anche più di oggi, soggetto a frequenti cambi di residenza con conseguenze sempre assai negative anche da un punto di vista strettamente economico; 5) le uniformi di un tempo, certamente più ricche e appariscenti, erano anche più costose di quelle d'oggi; 6) gli uffidali subalterni, scapoli compresi, erano generalmente costretti a pagarsi l'alloggio in una pensione o ad affittarne uno privatamente il che incideva assai sullo stipendio; 7) l'ufficiale scapolo era spesso costretto ad andare a mangiare in trattoria (le mense di Corpo erano piuttosto rare); 8) le indennità ed i soprassoldi vari, per altro assai poco numerosi, servivano a mala pena a coprire le maggiori spese per le quali venivano espressamente corrisposti e quindi non erano da computare quali introiti supplementari. Ecco finalmente il problema fondamentale, cioè il bilancio del subalterno. Innanzitutto le entrate calcolate nell'intero arco dei 16 anni e cioè: - Sottotenente a lire 1.800 per 5 anni L. 9.000 - Tenente a lire 2.000 per 6 anni L. 12.000 - Tenente al 1° sessennio per altri 5 anni a lire 2.100 L. 10.600 per un totale, in 16 anni, di lire 31.600 di entrate. Ecco subito dopo un lungo minuzioso elenco delle uscite, non trascurando nulla, ma tenendosi sempre nel quadro di una ferrea parsimonia a costo di far apparire questo ipotetico subalterno più un mostro di economia che un essere umano. Tali spese, relative ad un arco di 16 anni, sono qui riepilogate brevemente: 1) Spese essenziali per il subalterno
Spese di primo corredo Tasse (ricchezza mobile imponibile in 16 anni) Spese di vesuar10 Spese di fitto Spese di piccole riparazioni al corredo Piccole spese (sapone, lucido, fiammiferi, ecc.)
25. - Memorie
L. L. L. L. L. L.
919,70 2.723,60 4.111,90 3.840,00 368,00 1.536,00
384
ALESSANDRO BIANCHlNI
-
Spese per la biancheria Mance all'attendente Spese per il barbiere Spese per il vitto Totale spese essenziali
L. 1.920,00 L. 960,00 L. 192,00 L. 15.028,80 L. 31.600 ,00
2) Spese necessarie per il subalterno
-
Un orologio (economico) Una sveglia (economica) Un revolver Un impermeabile Un plaid Un cannocchiale Un abito borghese Giornale Rivista militare Abbonamento gabinetto di lettura Biglietti di visita Cancelleria e spese postali Legna per il riscaldamento (oltre il fitto) 1 tazza di caffè al giorno 1 sigaro al giorno Totale spese necessarie
L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L. L.
30,00 15,00 20,00 60,00 30,00 70,00 200,00 584,00 192,00 384,00 48,00 192,00 400,00 1.168,80 584,40
L.
3.978,20
L.
ed infine una serie di altre spese che difficilmente è possibile evitare e cioè spese per: viaggi, trasporto bagagli, mance, strenne, bagni, medicinali, oggetti smarriti, dentista, callista, smacchiature, arrotino, fotografo, pipa, vestaglia da camera, pantofole, temperino, oggetti da toilette, forbici, ras010 ecc. Tale ultima serie di uscite comporta all'incirca una spesa media giornaliera di lire 0,32 che nell'arco di 16 anni diventa la bella cifra di lire 2 .400, che aggiunte alle spese necessarie del precedente elenco danno circa lire 7 .000. Sono proprio queste 7 .000 lire che, non coperte d allo stipendio, dovevano pervenire al subalterno da altra fonte: la famiglia di origine con rimesse periodiche, una rendita personale , il frutto di un'attività extra; certamente tale cifra doveva entrare nelle tasche del subalterno ed essa, tanto per essere più espliciti, corrispondeva a circa lire 36,50 al mese che sono grosso modo lire 55.000 di oggi. A proposito di ciò il Bertelli così testualmente si esprime:
I.A RETRJTIUZTONF. DEGLI UJ'l'TCTALI DF.J.J.'ESERCITO
385
« E' aforisrno noto, dogma ammesso, frase generale che un giovane subalterno rimane a carico della famiglia sino alla sua promozione a capitano. Come si deve intendere questo rimanere a carico? Va inteso in tanti vaglia postali che giungono all'ufficiale dal babbo, dalla mamma, dalla zia, dalla nonna, dal fratello, ecc.; va inteso in tanti prelevamenti che il subalterno, possessore di mezzi di fortuna., fa sui suoi capitali ed in tal caso i vaglia postali glieli manda il notaio, l'avvocato, il fattore, ccc.; va inteso in vitalizi, in mutui, in contratti vari che si aggirano o si basano su una eredità da venire, va inteso in pagamenti di interessi... ».
Il discorso su questo piano prosegue ancora, ma infine termina cosl: « Ma se io nessuna maniera si potesse giungere a tanto? Allora è chiaro, si giunge a meno, abdicando ad una parte del vostro vantaggio materiale, morale, intellettuale, dal momento che diminuite il valore del vostro tributo sociale, espresso in lire e centesimi... ».
A questo punto l 'autore previene la domanda di chi costatava che anche quei subalterni che non avevano altre fonti di guadagno oltre lo stipendio, riuscivano a vivere ugualmente; a tal proposito fra l'altro dice: « ... quelli che nella lunga marcia di equilibrio fra il dare e l'avere pendevano dalla parte del debito rotolavano nell'abisso del disavanzo. Se volete contarli dvolgetevi all'elenco dei revocati e rimossi dall'esercito: i 4/5 di essi furono vittime di applicazioni sbagliatissime ».
La carriera dell'ufficiale è la più ingrata che il giovane, raggiunto il necessario titolo di studio, possa intraprendere e, a tal proposito, molto significative sono le parole dell'autore: « ...non vi è paragone fra carriera e carriera, come guadagno pecuniario, neppure con altri impiegati dipendenti dello stesso dicastero. A 18 anni, 1.800 lire di stipendio: dopo 16 anni di spalline 2.120, ossia 320 lire di aumento. E per contro un impiegato del corpo contabile, retribuito inizialmente con lire 1.500, in 12 anni giunge a 3.000 ... ».
E così l'autore prosegue nel tentativo, assai agevole, di dimo· strare come la carriera militare sia un fallimento completo ove la si guardi dal punto di vista del trattamento economico specie se si
386
ALESSANDRO nTANCHTNI
tiene conto delle particolari qualità che deve avere un ufficiale, de] particolare e rischioso lavoro che deve svolgere: disagi, fatiche, sacrifici e responsabilità che a nessun altro impiegato sono richiesti. Prima di concludere l'autore ritiene utile e doveroso accennare alle condizioni di grave disagio in cui venivano a trovarsi gli ufficia1i che andavano in pensione senza aver raggiunto un grado troppo elevato e ciò senza demerito alcuno, ma semplicemente perché la piramide della carriera militare era, ed è, per necessità di cose, larga alla base, ma molto stretta al vertice, in modo che soltanto una piccolissima parte di essi può raggiungere gradi molto elevati. Ed allora le pensioni inferiori alle 200 Hre al mese (pari a L. 233.000 del 1978) abbondavano e con tale somma la vita doveva essere, anche nel 1880, assai ben triste. Dopo l'ampia documentazione del Magnico e del Bertelli aggiunta alle cifre riportate nelle tabelle previste dalle leggi sugli stipendi è certamente ovvio concludere che, nel complesso e nella stragrande maggioranza dei casi, iJ trattamento economico dell'ufficiale era, in quel periodo, assolutamente inadeguato. Tutto ciò, unito al continuo aumento del costo della vita, portò a prendere altri provvedimenti legislativi che aumentassero gli stipendi. Ecco quindi la legge 5 luglio 1882 che « stabilisce gli stipendi ed assegni fissi per gli ufficiali, per gli impiegati dipendenti dall'amministrazione della guerra, per gli uomini di truppa e pei cavalli de] regio esercito ».
In virtù d ella suddetta legge gli stipendi erano fissati con nuovi specchi di cui viene riportato uno stralcio esemplificativo nella tabella n. 11. In più la stessa legge sanciva: « Gli ufficiali superiori ed inferiori, aventi uno stipendio non superiore alle lire settemila, hanno diritto, per ogni sessennio di servizio passato nello stesso grado o nella stessa classe, all'aumento Jel decimo dello stipendio ... » . (art. 2 della legge).
« L'indennità d'Arma spetta agli ufficiali come compenso degli specifici servizi e dei maggiori oneri che in talune armi e corpi si richiedono (art. 4 della legge) ». « Le razioni di foraggio sono dovute agli ufficiali, in ragione solo
alli cavalli che effettivamente posseggono ». « L'indennità cavalli spetta agli ufficiali cui sono assegnate le razioni di foraggio» (Cfr. tabella n. 12).
:387
LA RETRIBUZIONE DEGLl UFflCI ALI DELL'ESERCITO
Nel novero degli emolumenti previsti in questo periodo sono da ricordare le indennità di carica e i soprassoldi fissi (dr. tabelle n. 13 e 14). Per concludere sembra infine utile riportare gli stipendi di alcuni impiegati civili (dr. tabella n. 15).
TABELLA N.
11
STIPENDIO E INDENNITA' D'ARMA PER GLI UFFICIALI DELL'ESERCITO PERMANENTE (LEGGE 5 LUGLIO 1882) (1)
Grado
Stipendio mensile
Gcn. d'Esercito
1.250 1.595.200
Ten. Generale
1.000 1.276.100
Indenn ità d 'arma 111ensile Cavalleria Artiglieria Gen io
Carabinieri
Indennità Personale m en sile
250 :316.800
Magg. Generale
750 957.120
Colonnello
588 750.300
:33,30 42.400
18:3,30 233.900
Ten. Colonnello
433 552.500
25,00 31.900
175,00 223.300
Maggiore
366 467.000
25,00 31.900
158,JO 202.000
Capitano
266 339.400
25,00 31.900
125,00 159.500
Tenente
184 234.800
16,60 21.180
91,60 116.800
Sottotenente
150 191.400
16,60 21.180
66,60 84.900
(1) Sotto la cifra in lire d'epoca è segnata ]a cifra in lire del 1978; Coefficiente
<li trasformazione: 1276,17.37.
388
ALESSANDRO BIANCJ-IINI
TABELLA N.
12
RAZIONI FORAGGIO E INDENNITA' CAVALLI DEGLI UFFICI.ALI DELL'ESERCITO PERMANENTE (LEGGE 5 LUGLIO 1882)
I
Razioni giornaliere Grado S.M.
Gen. d'Esercito
6
Ten. Generale
5
Magg. Generale
4
Cavalleria
Carabinieri
Artiglieria Genio
Indennità cavalli mensile (1)
Fanteria
50,00 63.800 50,00 63.800 50,00 63.800 28,00 35.700
C.olonn~llo
4
3
2
2
Ten. Colon.
3
3
2
2
28,00 35.700
Maggiore
3
3
2
2
28,00 35.700
Capitano
3
2
1
Tenente
2
2
28,00 35.700
Sottotenente
2
2
28,00 35.700
28,00 35.700
(1) Per gli ufficiali <li cavalleria era <li lire 42,10 mensili; ai capitani di fanteria ed ai subalterni delle armi di fanteria, artiglieria e genio non competeva. Sotto la cifra in lire d 'epoca è segnato il corrispettivo in lire del 1978. Coefficiente di trasformazione: 1276,1737.
389
LA RETRIRUZTONE DEGLI Ul'l'ICIALI DELL'ESERCITO
TABELLA N.
13
INDENNITA' DI CARICA E SOPRASSOLDI FISSI (LEGGE 5 LUGLIO 1882)
assegnata
Somma mensile al 1978 (*)
7.200
765.700
3.600
382.800
3.600 1.200
382.800 127.600
3.600 1.200
382.800 127.600
2.400
255.200
1.200
127.600
900
95.700
800
85.000
600
63.800
600
63.800
Somma Indicazione delle cariche e degli impieghi
annua
INDENNITA' DI CARICA a) Capo di stato maggiore dell'esercito e coman-
dante di corpo d 'armata b) Presidente del comitato delle armi di fanteria e di cavalleria, Presidente del comitato delle armi d'artiglieria e genio, Comandante in secondo <lei corpo di stato maggiore, Comandante di divisione e Comandante l'arma dei reali carabinieri e) Comandante della scuola di guerra, della scuola d'applicazione d'artiglieria e genio, dell'accademia militare e della scuola militare; Comandan te militare dell'isola di Sardegna; Membro di comitato; Direttore dell'ufficio di revisione delle matricole e contabilitĂ dei corpi; Se tenente generale Se maggior generale d) Segretario generale o Direttore generale al Ministero dcla Guerra: Se tenente generale Se maggior generale o colonnello (incaricato) e) Presidente del Tribunale supremo di guerra e manna /) Presidente del comitato di sanitĂ militare; Giudice (non militare) del Tribunale supremo di g11erra e marina; Maggior generale addetto al comando del corpo di stato maggiore; Comandante di brigata di fanteria o cavalleria; Comandante territoriale d'artiglieria e genio; Direttore dell'Istituto geografico; Maggior generale commissario; Comandante in secondo dell'arma dei reali carabinieri ; Comandante di presidio nominato tale con Decreto reale; Comandante superiore dei distretti; Colonnelli medici ispettori g) Comandante di reggimento, di legione di carabinieri reali ed ufficiale superiore reggente una divisione al Ministero della Guerra h) Giudice supplente (non militare) del Tribunale supremo <li guerra e marina i) Ufficiale superiore capo di servizio e direttore di un ospedale militare princitJale /) Colonnello addetto ad un comitato, comando od ufficio o<l a disposizione del Ministero ('' ) Coefficiente di trasformazione: 1.276,1737.
390
ALESSANDRO BIANCHINI
TABELLA N.
14
INDENNITA' DI CARICA E SOPRASSOLDI FISSI (LEGGE 5 LUGLIO 1882) Indicazione delle cariche e degli impieghi
Somma annua assegnata
Somma mensile al 1978 (*)
SOPRASSOLDI FISSI m) Ufficiale superiore reggente una sezione al Mi-
nistero della Guerra; Segretario di comitato; Capo riparto dell'ufficio di revisione delle matricole e contabilitĂ dei corpi e ufficiale superiore veterinario addetto al Ministero della Guerra per le ispezioni di zooiatria n) Professore titolare militare o) Professore aggiunto militare p) Ufficiali delle varie aMni delle scuole normali di fanteria e cavalleria, dei battaglioni, squadroni, batterie, compagnie e plotoni d'istruzione (non compresi quelli provvisti d'indennitĂ di carica come comandanti) Ufficiali medici, contabili e veterinari addetti alle scuole normali di fanteria e cavalleria ed a1 battaglioni d'istruzione, pel tempo che siano incaricati dell'insegnamento di una materia del loro servizio q) Ufficiali dell'arma di fanteria addetti agli stabilimenti militari di pena ed alle compagnie di disciplina r) Ufficiali istruttori dei tribunali militari s) Ufficiale sostituto istruttore dei Tribunali militari t) Ufficiali subalterni d'artiglieria incaricati del movimento del materiale presso le direzioni territoriali dell'arma Ufficiali ed impiegati controllori presso i magazzini centrali e l'opificio arredi militari Ufficiali subalterni del corpo contabile militare rivestiti della carica di direttore dci conti, o di ufficiale di magazzino nei distretti o corpi ove tengono posto di capitano Ufficiali veterinari addetti ai depositi di allevamento cavalli (*) Coefficiente di trasformazione: 1.276,1737.
600
63.800
800
85.000
500
53.000
360
38.200
500
53.000
600
63.800
300
31.900
400
42.500
391
LA RETRIBUZIONE DEGLI UFFTCTALI DEI.L'ESERCITO
TABELLA N.
15
STIPENDI ASSEGNATI AGLI IMPIEGATI CIVILI (LEGGE 5 LUGLIO 1882) Impieghi e gradi
Classi
Stipendio annuo
Somma mensile al 1978 (*)
Professori e maestri delle scuole militari
1· 3•
4.000 3.500 3.000
425.300 372.100 319.000
Professore aggiunto cli lettere e scienze
1· 2·
2.500 2.000
265.800 212.600
Professore di disegno o maestro
1· 2· 3•
3.000 2.500 2.000
319.000 265.800 212.600
1·
1.500 1.000
159.500 127.600
12.000
1.276.600
Professore di lettere e scienze
Professore aggiunto di disegno o maestro aggiu nto
2·
2•
Personale della giustizia militare Avvocato generale S0stin1to avvocato generale
1" 2'
8.000 7.000
850.700 744.300
Avvocato fiscale
1" 2· 3•
6.000 5 .000 4.000
638.000 531.600 425.300
1·
Sostituto avvocato fiscale
2·
3.500 3.000 2.500
372.100 319.000 265.800
3•
Slip. del grado
Ufficiali istruttori e sostituti istruttori Segretario principale Segretario
1· 2·
5.000
531.600
3.500 3.000
372.100 319.000
(*) Coefficiente di trasformazione: 1.276,1737.
Dopo la legge del 5 luglio 1882 passarono più di 20 anni prima che si tornasse a parlare di reali e sensibili aumenti ·d i retribuzioni a tutti gli ufficiali del Regio Esercito. In verità altri provvedime nti furono adottati, ma riguardavano più la forma che la sostanza se si fa eccezione per qualche aumento
392
ALESS ANDRO BIANCHINI
settoriale e per l'istituzione o soppressione di alcune particolari indennità. Per ottenere qualche sostanziale miglioramento degli stipendi fu necessario attendere il 1904 o meglio ancora il 1908. Tuttavia questo lungo periodo di stasi è giustificabile col fatto che in quegli anni il costo della vita si mantenne stabile, quando addirittura non accennò ad un leggero calo, e quindi ad un aumento del potere di acquisto degli stipendi. E' opportuno comunque ricordare: legge 15 aprile 1886 n. 3813; legge 3 febbraio 1887 n. 4310; - legge 23 giugno 1887 n. 4594. Particolare menzione merita il « Regio Decreto del 27 agosto 1887 n. 4919 che approva il Testo Unico delle leggi sugli stipendi ed assegni fissi del regio esercito ». Il suddetto « Testo Unico », pur rappresentando una valida opera di raccolta e riordino delle leggi in vigore, nessuna sostanziale modifica apporta alle retribuzioni. Esse rimangono invariate in valore assoluto e corrispondono a quelle già riportate nelle tabelle n. 11, 12, 13, 14 e 15. Mentre il valore assoluto rimane invariato, quello relativo cambia in quanto il costo della vita diminuisce 'leggermente ( 1 ). Successivamente al Regio Decreto 27 agosto 1887 è opportuno citare la legge 20 marzo 1892 che modificò, sia pure lievemente, l'assegnazione, ai vari gradi, delle razioni di foraggio e dell'indennità cavalli. Altre modifiche di carattere formale furono quelle previste dal Regio Decreto 6 novembre 1894. Nel 1898 venne approvato col Regio Decreto 14 luglio 1898, n . 380, un nuovo « Testo Unico » delle leggi sugli stipendi ed assegni fissi. Anche questo in realtà non apportò sostanziali variazioni, ma si limitò a modifiche ed aggiornamenti di lieve entità. Le tabelle che rimangono sostanzialmente valide sono quelle del 1882. Unico fatto da rilevare è la riduzione, per i gradi più elevati, di alcuni soprassoldi, delle indennità d i carica e delle razioni giornaliere di foraggio . Nei primi anni del ventesimo secolo il costo della vita riprese (1 ) Coefficiente di trasformazione relativo al 1887 : 1318,9783. Per conosce re l'entità delle retribuzioni del 1887 riferite al 1978, baste rà moltiplicare detto coerficiente per le singole cifre assolute riportate nelle t abelle n . 11, 12, 13, 14 e 15.
LA RETRIBUZlONE DEGLI UFFlClALI DELL' ESERCITO
393
a salire e la necessità di ritoccare gli stipendi degli ufficiali si fece sempre più viva. I primi a sentite fortemente questa necessità furono naturalmente coloro che percepivano gli stipendi più bassi (1). Fu così che, con la legge 3 luglio 1904, n. 302, si provvide a concedere alcuni aumenti agli ufficiali inferiori. L'articolo 1 della legge infatti dice: « Gli stipendi degli ufficiali inferiori del R. esercito, stabiliti dalla
legge 14 luglio 1898 n. 3 30 ( testo unico), sono aumentati nella misura seguente: Sottotenente da lire 1.800 a lire 2.000 Tenente da lire 2.200 a lire 2.400 Capitano da lire 3.200 a lire 3.400 Ad ogni quinquennio di servwo passato nello stesso grado, computato a norma di essa legge, spetta agli ufficiali inferiori un aumento fisso di lire 300, a condi:àone che fo stipendfo ,accresciuto non abbia mai ad oltrepassare il limite massimo seguente: pel sottotenente lire 2.400 pel tenente lire 3.000 pel capitano lire 4.000 ».
Gli importi suddetti, naturalmente annui, nel complesso furono di modesta entità, e cioè, in lire attuali, paragonabili a circa ventimila lire al mese. Il costo della vita intanto continuò, anche dopo il 1904, ad aumentare in maniera sensibile. Quattro anni più tardi fu necessario approvare la legge 6 luglio 1908, n. 362 « che apporta modificazioni al testo unico delle leggi sugli stipendi ed assegni fissi del R. esercito ... ». I miglioramenti apportati da questa legge furono contenuti, ma interessarono tutti gli ufficiali , fatta eccezione per i generali d'esercito e i tenenti generali, che per altro godevano già di buoni stipendi. I nuovi stipendi sono evidenziati nella seguente tabella n. 16. Nelle tabelle n . 17 e 18 sono invece riportate rispettivamente la indennità cavalli e le razioni di foraggio. (1) A tale proposito la << Rivis ta Militare Italiana » anno 1904, volume I , in un articolo (pag. 189 e seguenti), così scriveva: « Nessuno disconosce ormai che gli attuali assegni sono oggi insufficienti alla vita decorosa, che dignità e r,restigio vogliono sia condotta dall 'ufficiale. Si r,otranno fare confronti r,iù o meno convenienti colle professioni libere, cogli altri impiegati dello Stato, cogli ufficiali degli eserc iti esteri: si dovrà tener conto di ciò che lo Stato può dare a questo fine ; ma il fine è riconosciuto giusto e questo è quanto importa ».
394
ALESSANDRO BIANCHINI
TABELLA N.
16
STIPENDI E INDENNITA' PER GLI UFFICIALI DEL R. ESERCITO (LEGGE 6 LUGLIO 1908 N. 362) (1) Indennità per servizi Grado
Stipendio mensile
Indennità speciali mensile l- - - ~- - - - - , - -- - -1 personale Carab.
Gen. d'Esercito Ten. Generale
833 994.800
Colonnello
666 795.300 583 696.200 500 597.100 458 546.000 417 498.000 400 477.700 367 438.200
Ten. Colonnello Maggiore 1° ( *) Maggiore Capitano 2° (*) Capitano 1° (* ) Capitano Tenente 3° (*) Tenente 2° (*) Tenente 1° (*) Tenente Sottotenente
Vctcrin.
1.250 1.492.800 1.000 1.194.200
Magg. Generale
Ten. Colonnello 1° (*)
Sanità
}.33
397.600 300 358.200 292 348.700 233 278.200 200 238.800
167 199.300
mensile
250
298.560
183 218.550 175 208.900 175 208.900 158 188.650 158 188.650 125 149280 125 149.280 125 149.280 92 109.850 92 109.850 92 109.850 92 109.850 67 80.000
33 39.400
25 29.850 25 29.850 25
29.850 25 29.850 25 29.850 25 29.850 25 29.85!) 17 20.300 17 20.300 17 20.300 17 20.300
17 20.300
17 20.300
17 20.300 17 20.300 17 20.300 17
20JOO
17 20.300
17 20.300
(1) Le cifre sottostanti a quelle riportate nelle varie colonne a fianco dei rispettivi gradi sono rapportate al 1978 secondo le tabelle ISTAT. Coefficiente di trasformazione: 1.194,2660. (*) Indica il quinquennio di anzianità di grado.
17 INDENNITA' CAVALLI (LEGGE 6 LUGLIO 1908 N. 362) (1) TABELLA N.
Grado
Ten. Generale Magg. Generale Colonnello Ten. Colonnello Maggiore Capitano Tenete
Ufficiali dello stato maggiore generale, del corpo di stato maggiore, di cavalleria, di artiglieria a cavallo (meno ,quelli del treno). aiutanti di campo di brigata. Ufficiali di ordinanza.
66,60 79.530 66,60 79.530 66,60 79.530 58,30 69.620 58,30 69.620 58,30 69.620 50,00
59.700 Sottotenente
50,00 59.700
Ufficiali d'artiglieria da campagna e da monta~a, (meno il treno : ufficiali d'artiglieria addetti all 'I· spettorato d'artiglieria da campagna, ai comandi d'artiglieria ed alle scuole militari come insegnanti. Colonnelli di artiglieria da costa e da fortezza. Colonnelli dei reggi• menti del genio.
61,60 73.560 53,30 63.650 53,30 63.650 53,30 63.650 45,00 53.740 45,00 53.740
Ufficiali superiori di fan:eria. Capitani di fanteria iscritti sul quadro di avanzamento. Aiutanti maggiori in 1° Capitani di fanteria di fanteria. non iscritti sul quaUfficiali d 'artitlieria dro di avanzamento. da costa e da ortezdi fanteria za (meno i colonne!- Ufficiali dell' arma dei Tenenti aiutanti maggiori in li), addetti agli ispet2o, torati (meno quello Carabinieri reali. Ufficiali superiori e di artiglieria da cam· capitani medici. pagna), alle direzioni ed agli s tabilimenUffi~iali _superiori comti (meno i tenenti). IIllssan. Ufficiali di ar tiglieria Ufficiali supenon e (treno). capitani veterinari. Ufficiali del genio (meno i colonnelli dei reggimenti ed i tenenti addetti alle direzioni).
56,60 67.590
53,30 63.650 53,30 63.650 48,30 57.680 40,00 47.770 40,00 47.770
(1) Cfr. La nota (1) in calce alla tabella n. 16. Coefficiente di trasformazione: 1.194,2660.
33,30 39.770 33,30 39.770 33,30 39.770 33,30 39.770 33,30 39.770 33,30 39.770
33,30 39.770 28,30 33.800 28,30 33.800 23,30 27.800
396
ALESSANDRO BIANCHINI
TABELLA N . 1,8
RAZIONI SPETTANTI PEI CAVALLI DEGLI UFFICIA LI DELL'ESERCITO PERMANENTE (LEGGE 6 LUGLIO 1908 N. 362) Razioni Giornalio,re Grado
S.M. Generale
Gen. d'Esercito Ten. Generale Magg. Generale Colonnello Ten. Colonnello Maggiore Capitano Tenente Sottotenente
Corpo di S.M. e Cav.
Carab.
Fant.
Art.
Genio
2
2 2 2
2 2 2 1 1 1
2 2 2 1
5 4
3 3 3 3 3 2 2
2 2 2 2 2
La legge del 1908 induce, nel suo complesso, alle seguenti considerazioni: - gli stipendi, esclusi quelli dei gradi più alti, subivano sensibili miglioramenti in misura tale da assorbire l'aumento <lel costo della vita e da apportare un reale seppur modico beneficio agli ufficiali; scompariva l 'indennità d'arma; veniva istituita l 'indennità per servizi speciali; l'indennità cavalli era corrisposta con criteri diversi dal passato, subendo un certo aumento; esisteva maggiore differenziazione dello stipendio nell'ambito dello stesso grado; ai capitani ed ai tenenti lo stipendio era corrisposto in funzione non solo dei quinquenni, ma anche degli anni di servizio. Nel complesso la legge del 1908 segnò un reale miglioramento del trattamento economico degli ufficiali. Dopo tale notevole passo avanti, vi fu , però, una lunga stasi che riassorbì largamente quei benefici ed in breve le condizioni peggiorarono di nuovo oltre limiti mai toccati. Certamente il momento
397
LA RETRIBUZIONE DF.GLT U FFICTALI DELL'ESERCITO
era particolare perché in quei 10 anni rientra la I Guerra Mondiale che scatenò l'inflazione la quale in breve polverizzò gli stipendi. Il momento era critico per tutto il Paese e certo non si poteva pensare alle retribuzioni che rimasero praticamente ferme in valore assoluto, ma dimezzate in potere d'acquisto, come dimostra il confronto fra la seguente tabella n. 19 e la precedente tabella n. 16.
TABELLA N.
19
STIPENDI DEGLI UFFICIALI ALLA FINE DEL 1917 (1)
Grado
Stipendio mensile
Indennità per servizi speciali mensile
personale
Carab.
Gen. d'Esercito T en. Generale Magg. Generale Colonnello Ten. Colonnello 10 (*) Ten. Colonnello Maggiore 10 (*) Maggiore Capitano 2" (*) Capitano 10 {*) Capitano Tenente 30 C') Tenente 2·
c•J
Tenente 10 (* ) Tenente Sottotenente
1.250 761.390 1.000 609.100 833 507.390 666 405.670 583 355.100 500 304.500 458 280.000 417 254.000 400 243.000 367 223.500 333 203.000 300 182.700 292 178.000 233 142.000 200 121.800 167 102.000
Indennità
Sanità
Velerin.
mensile
250 152.000
183 111.000 175 106.000 175 106.000 158 96.000 158 96.000 125 76.000 125 76.000 125 76.000 92 56.000 92
56.000 92 56.000
92 56.000 67 40.000
33 20.000 25 15.000 25 15.000 25 15.000 25 15.000 25 15.000 25 15 .000 25 15.000 17 10.000 17 10.000 17 10.000 17 10.000 17 10.000
17 10.000 17
10.000 17
10.000 17 10.000 17 10.000 17 10.000 17 10.000 17 10.000
(1) Cfr. La nota (1) in calce alla tabella n. 16. Coefficiente di trasformazione: 609,1135. (*) Indica il quinquennio di anzianità di grado.
398
ALESSANDRO BIANCHINI
Agli inizi del 1918 fu varato il Decreto luogotenenziale 10 febbraio 1918, n. 107, con il quale furono sanciti gli aumenti degli stipendi che divennero quelli riportati nella seguente tabella n. 20. Agli stipendi che, come potere d'acquisto, si mantenevano molto bassi nonostante gli aumenti, si sommavano naturalmente le indennità varie di cui le più importanti furono quelle riportate nelle tabelle n. 21 (indennità cavalli), n. 22 (indennità di carica) e n. 23 (indennità per servizi speciali). Esistevano poi le indennità di guerra che andarono in certo qual modo a sopperire ad una situazione di d isagio altrimenti non sopportabile, visto che i prezzi dei generi di prima necessità erano aumentati enormemente a causa del conflitto. Tali indennità erano essenzialmente le seguenti: indennità di entrata in campagna; soprassoldo di guerra; indennità perdita cavalli, bardatura e bagaglio; razioni viveri e razioni foraggio; indennità caroviveri (D.L. 14 settembre 1918 n. 1314). TABELLA N.
20
STIPENDI DEGLI UFFICIALI DEL REGIO ESERCITO (DECRETO LUOGOTENENZIALE 10 FEBBRAIO 1918 N. 107) Stipendio annuo lordo (1)
Stipendio mensile nello (1)
Grado
Generale d'Esercito Tenente Generale Maggior Generale Brigadiere Generale Colonnello Ten. Colonnello 1° (*) Ten. Colonnello Maggiore 1° (*) Maggiore Capitano 2° (*) Capitano 1° (*) Capitano Tenente 3° (*) Tenente 2° (*) Tenente 1° (*) Tenente Sottotenente
in lire 1918
in lire 1978
in lire 1918
in lire 1978
17.000 13.700 11.500
7.425.900 5.984.400 5.023.400 4.542.900 4.062.400 3.581.900 3.101.400 2.861.200 2.620.900 2.524.800 2.332.600 2.140.400 1.939.500 1.889.200 1.537.600 1.336.600 1.135.700
1.219,19 984,46 827,99 749,75 671,52 593,38 515,14 476,02 437,01 421,35 390,07 358,68 325,64 317,39 259,30 225,92 192,22
532.500 430.000 361.600 327.500 293.300 259.200 225.000 207.938 190.800 184.000 170.300 156.600 142.200 138.600 113.200 98.600 83.900
10.400 9.300 8.200 7.100 6.550 6.000 5.780 5.340 4.900 4.440 4.325 3.520 3.060 2.600
(1) Coefficiente di trasformazione: 436,8273. (*) Indica il quinquennio di anzianità di grado.
TABELLA N.
21
INDENNITA' CAVALLI (MENSILE) (DECRETO LUOGOTENENZIALE 10 FEBBRAIO 1918 N. 107) (1) Uff. superiori di fanteria.
Grado
Capitani di ftr. in avanzamento. Uff. d'art. da camp. e da montagna (meno A.M . in 1• di ftr. Capitani di ftr. non il treno) Uff. d'art. Uff. di art. da coiscritti in quadro. add. all'ispettorato sta e fortezza add. Ten. di ftr. A.M. in di art. da camp., ai agli ispettorati (meUff. del genio Com.di di art. e alle I no quelli di art. a Uff. dei CC.RR. 2•. Scuole militari. CoUff. sup . Cornrriissari C.), alle direzioni e lonnelli di art. da agli stabiEmenti (meUff. sup. e Capitani costa e da fortezza. no i ten.). Veterinari Colonnelli dei rgt. del Uff. di art. (treno). genio. Uff. del genio (meno i Colonnelli dei r gt. ed i tenenti add. alle dfrezioni)
Uff. di S.M. e del corpo di S.M. di Cav. di art. a cav. (meno il treno) Aiutanti di campo di Bri~ata. Ufficiali di
I
ordinanza
Ten. Generale
59,44 25.900
Magg. Generale
59,44 25.900 59,44 25.900 52,02 22.700 52,02 22.700
Colonnello Ten. Colonnello Maggiore Capitano
54,99 24.000 47,56 20.700 47,56 20.700
47,56
52,02 22.700
Tenente Sototenen te
44,59 19.400 44,59 19.400
'
I
20.700 40,13 17.500 40,13 17.500
50,53 22.000 47,56 20.700 47 ,56 20.700 43 ,10 18.800 35,67 15.500 35,67 15.500
(1) Cfr. La nota (1) in calce alla tabella n . 16. Coefficiente di trasformazione: 436,8273.
1
29,73 12.900 I 29,73 12.900 '29 ,73 12.900 29,73 12.900 29,73 12.900 29,73 12.900
29 ,73 12.900 25,27 11.000 25,27 11.000 20,81 9.000 20,81 9.000 20,81 9.000
50,53 22.000 47,56 20.700 47,56 20.700 43,10 18.800 35,67
15.500 35,67 15.500
t-
>
400
ALESSANDRO BIANCHINI
TABELLA N.
22
INDENNITA' DI CARICA (MENSILE NETTA) (DECRETO LUOGOTENENZIALE 10 FEBBRAIO 1918 N. 107) (1) Jndicazium, ddle cariche e degli impieghi
Mensile netto
1. Capo rep. disciplina, avanzamenti e giustizia, presso il Co-
mando Supremo, Intendente generale dei lavori di difesa presso il Comando Supremo, aiutante di campo di S.M. il Re: a) se tenente generale b) se maggior generale c) se colonnello
668,68 291.800 371,48 162.200 74,31 32.400
2. Com.te di art. di annata, Com.te del genio di armata, Capi di S.M. di armata, Ca1>0 del reparto operazioni presso il Comando Supremo: a) se tenente generale b) se maggior generale, brigadiere generale o colonnello
668,68 291.800 371,48 162.200
3. Com.ti di art. di C. d'A., Com.ti del genio di C. d'A., uff. preposti ai Comandi di art. a disposizione: a) se ufficiale generale, brigadiere generale o colonnello
b) se tenente colonnello
371,48 162.200 74,31 .32.200
4. Intendente delle Armate, Capo di S.M. d 'Intendenza generale, direttore dei trasporti presso l'intendenza generale, direttore di sanitĂ d'armata, Capo del serv. inf. presso il C.S. Capo dei serv. aeronautici presso il C.S. a) se ufficiale generale b) se brigadiere generale o colonnello
371,48 162.200 74,31 32200
5. UH.li addetti al corso pratico di S.M.: Direttore a) se tenente generale b) se maggior generale
178,32 77.800 89,17 38.900
6. Capi di S.M., d'intend. d'A., Capo uff. pers. del C.S., Capi di S.M. di C. <l'A., Com.ti di aeronautica presso i Com.di d'A., Com.ti cantieri dirigibili, Com.ti di Raggr. di squa¡ driglia di hombard., Capi sez. della div. gen. dei lavori di difesa presso il C.S., direttori di art. d'A., dir del genio d'A., dir. di sanità di C. d'A., dir. comm. d'A. e di C. d'A. a) se colonnello b) se ten. colonnello
74,31 32.200 44,59 19.400
(1) Cfr. La nota (1) in calce alla tabella n. 16. Coefficiente di trasformazione: 436,827.3.
401
LA RETRIBUZIONE DEGLI U FFIClALI DELL' ESERCITO
lndicaziom, delle cariche e degli impieghi
Mensile nello
7. Direttore delle tappe <l'Armata, direttori gen. cli veterina. ria d'A. 8. Colonnelli <lei genio direttori cli zona cli guerra 9. UH.li sup. di S.M. (o serv. di S.M.), Capi cli S.M. delle Div., uff. sup. cli SM. (o serv. cli S.M.) più anziani dei capi di S.M. delle Div., Com.ti dei CC.RR. di Armata 10. Comm. generale telegrafico, dirett. sup. della posta militare, ispettore Capo del genio civile, ispettore della cassa militare: a) se assimilato al grado cli colonnello
b) se assimilato al grado di T en. colonnello
44,59 19.400 74,31 .32.200
44,59 19.400
74,31 32.200
44,59 19.400
TABELLA N .
23
INDENNIT A' MENSILE PER SERVIZI SPECIALI (DECRETO LUOGOTENENZIALE 10 FEBBRAIO 1918 N. 107) (1) Grado
Generale d'Esercito (*) Tenente Generale Maggior Generale Colonnello Ten. Colonnello 1° quinquennio Maggiore 1° quinquennio Maggiore Primo Capitano (*.. ) Capitano 2° quinquennio Capitano 1° quinquennio Capitano Tenente 30 quinquennio Tenente 2° quinquennio Tenente 1· quinquennio Tenente Sottotenente
Artiglieria Corpo Veterin. I Cavalleria Capi tit. serv. C. sanitario Vctcr. d ei Corpi
29,73 12.900 22,30 9.741 22,30 9.741 22,30 9.741 22,30 9.741 22,30 9.7-11 22.30 9.741 22.30 9.741 22,30 9.741 14,86 6.400 14,86 6.400 14,86 6.400 14,86 6.400
14,86 6.400 14,86 6.400 14,86 6.400 14,86 6.400 12,86 5.600 12,86 5.600 12,86 5.600 12,86 5.600
CC.RR.
163,46 71.400 156,03 68.100 141,17 61.600 141,17 61.600 111,46 48.600 111,46 48.600 111,46 48.600 111,46 48.600 81,73 35.700 81,73 35.700 81,73 35.700 81,73 35.700 59,44 25.900
(1) Cfr. La nota (1) in calce alla tabella n. 16. Coefficiente di trasformazione: 436,8273. (*) Riceveva un'indennità di lire 3.000 annue (pari a lire 1.310.400). (**) Riceveva un'indennità di lire 200 annue (pari a lire 87.300).
402
ALESSANDRO BIANCHINI
I provvedimenti del 1918, se erano quanto di meglio si potesse ottenere in tempo di guerra, lasciavano comunque gli ufficiali in condizioni economiche disastrose per cui, a guerra finita, fu necessario intervenire con altri aumenti che riportassero le retribuzioni degli ufficiali a valori più accettabili. A tale scopo fu varato il Regio Decreto 2 novembre 1919 n. 2079 che stabilì i nuovi stipendi ed assegni fissi per gli ufficiali dell'Esercito. Tali stipendi sono evidenziati nella seguente tabella n. 24; è da notare che oltre che in funzione del grado essi furono anche in funzione dell'anzianità di servizio, fattore di cui, pur se in misura meno consistente, si era tenuto conto anche negli anni precedenti. Le indennità, che subirono alcune varianti, sono riportate nelle tabelle n. 25 e n. 26. Gli stipendi dei dipendenti civili delle amministrazioni centrali dello Stato subirono anch'essi alcuni aggiornamenti con il Decreto Legge 27 novembre 1919 n. 2231 ed essi sono riportati nella tabella n. 27.
l
AB ELLA ~-
24
STIPENDI DEGLI UFFICIALI DEL REGIO ESERCITO (MENS. LORDO) (R.D. 2 NOVEMBRE 1919 N. 2079) (1) Anni anzian. di serv.
o 2
S. Ten.
I Ten.Col.
Maggiore
Cap.no
366 157.000 400 172.000
466 200.000
466 200.000
533 229.000
600 258.000
533 229.000
600 258.000
666 286.500
700 301.000
666 600 ! 286.50Ò 258.000 716 650 308.000 279.000 766 700 329.000 301.000 800 344.000
733 315.000 783 336.900 833 358.000
766 329.000 816 351.000 866 372.000
Brig. Gen.
Col.
Magg. Gen.
Ten. Gen .
I 333 143.000
4 5
I
Ten.
Gen. d' Eserc.
400 172.000
8
I
10
12 15 16 20 24 27 29 33 34
533 229.000 600 258.000
900 387.000
916 394.000 958 412.000
'° '°r- ooo ~o '°r-
816 351.000 866 372.000 916 394.000
I I
Il Il
900 387.000
950 408.500
42 44
e: e:
1.091 469.400
.,~ .,~
o. o.
966 I 415.000
1.000 430.000
1.141 490.000
1.291 555.000
1.016 437.000
1.050 451.000
1.191 512.000 1.233 530.000
1.375 591.000
I
38 39
~~
'ol 'ol
1.100 473.000
1.458 627.000
1.275 548.000
88
~ ~
!! ~8 "I ~ r-
o .....
++ '°..... oo 1/"\
o
~N 1/"\
'°
1.516 652.000
e:
:;l
6>
404
ALESSANDRO BIANCHINI
TABELLA N.
25
INDENNITA' DI SERVIZIO SPECIALE (MENSILE) (REGIO DECRETO 2 NOVEMBRE 1919 N. 2079) (1) Grado
CC.RR.
Ruolo tecn. di art.
Corpo san.
Corpo veterinario
300 129.000
Ten. Generale
250
Magg. Generale
107.500 208,3 89.600
Brigadiere Generale Colonnello
233,3 100.300
166,6 71.600
125 53.700
66,6 28.600
Tcn. Colonnello
200 86.000
125 53.700
125 53.700
66,6 28.600
Maggiore
183,3 78.800
125 53.700
125 53.700
66,6 28.600
Capitano
150 64.500 12_:; 53.700
125 53.700
125 53.700
66,6 28.600
125 53.700
125 53.700
66,6 28.600
125 53.700
66,6 28.600
Tenente Sottotenente
100 43.000
-
(1) Cfr. nota (1) in calce alla tabella n. 16. Coefficiente di trasformazione: 430,31.
TABELLA N.
26
RAZIONI DI FORAGGIO E INDENNITA' CAVALLI DOVUTE AGLI UFFICIALI DEL REGIO ESERCITO (REGIO DECRETO 2 NOVEMBRE 1919 N. 2079) (1)
Grado
Stato Maggiore Generale Uff. di S.M. e in servizio di S.M. di Cavalleria • Art. da cam~. pes. camp., a cavallo e a montagna. Razioni giornal.
Indenn. mensile
Uff. Generali
2
100 43.000
Uff. Superiori
2
Capitani
2
Subalterni
2
100 43.000 100 43.000 100 43.000
Carabinieri Reali
Razioni giornal.
1
1
1
Indenn. mensile
66,6 28.600 66,6 28.600 66,6 28.600
(1) Cfr. nota (1) in calce alla tabella n. 16. Coefficiente di trasformazione: 430,31.
Artiglieria da fortezza e genio
Fanteria
Razioni giornal.
1
Indenn. mensile
66,6 28.600
Razioni giornal.
1 1
Indenn. mensile
66,6 28.600 66,6 28.600
TABELLA N. 27 STIPENDI DELLE AMM. CENTRALI DELLO STATO (DECRETO LEGGE 27 NOVEMBRE 1919 N . 2231 ) (1) Anni serv. (2)
o 4
5 8 10 12 15 16
. I Dirdivi . Capo s.
Segretano
I
Di:, Capo \ Rag. ~en. I Applicato d1 rag.
dello
I
425
741,6 319.000
182.000
812,5 349.000 458,3 197.<iGO 812,5 349.000
33
38
375
161.000 400 172.000
741,6 319.000
32
34
tato
670,8 288.000
28 29
Djr. Capo div. rag.
250 1.166,6 333,3 875 958,3 107.500 502.000 143.000 376.500 I 412.000 275 118.000 958,3 400 1.025 172.000 412.000 441.000 300 129.000 466,6 1.041,6 1 1.083,3 200.000 448.000 466.000 325 139.800 1.083 ,3 533,3 229.000 466.000 350 ,._ """'- •=150.600 600 258.000
670,8 288.000
23 24
Ragio n.
875 1.166,6 333,3 502.000 143.000 376.500 400 172.000 958,3 412.000 466,6 200.000 1.041,6 448.000 533,3 229.000 1.083,3 466.000 I 600 258.000
19 20
Diret t. generale
833,3 358.000
I
I358.000 833,3
I
(1) Cfr. nota (1) in calce alla tabella n. 16. Coefficiente di trasformazione: 430,31. (2) Trattasi di anzianità di qualifica.
Archi vista
411i,6 178.000 466,6 200.700
I
Usciere
Commesso
200 I 291,6 86.000 125.000 216,6 316,6 93.000 136.000
516,6 233,3 341,6 222.000 100.000 147.000 566,6 250 243.800 107.500
366,6 157.000
616,6 275 265.000 118.000
391,6 168.500
666,6 300 286.800 129.000
416,6 178.000
LA RETRIBUZIONE DEGLI UFFICIALI DELL'ESERCITO
407
Le precedenti tabelle n. 24, 25, 26 e 27 mettono in evidenza come: le retribuzioni fossero ancora largamente insufficienti per il costo della vita e ben lungi e.lai valori clie avevano toccato prima della guerra; ci fosse una crescente differenziazione di stipendio nell'ambito di uno stesso grado dovuta all'anzianitĂ ; ci fosse un notevole livellamento negli stipendi dei vari gradi rispetto all'anteguerra. Mentre ad esempio, nel 1908 un tenente generale percepiva circa 5,6 volte lo stipendio del sottotenente, nel 1919 lo stesso grado percepiva solo 3 ,88 volte lo stipendio del sottotenente.
L'appiattimento degli stipendi operat0 c.lalla inflazione e dalle leggi del 1918 e 1919, che trovava riscontro anclie negli stipendi degli impiegati civili, non poteva durare a lungo e infatti già nel 1920 il Regio Decreto del 2 gennaio n. 148 prevedeva alcuni miglioramenti nel trattamento economico dei gradi da capitano a maggior generale come è facilmente rilevabile dalla tabella n. 28.
28 STIPENDIO MENSILE DEGLI UFFICIALI (REGIO DECRETO 2 GENNAIO 1920 N. 148) (1) TABELLA N.
Anni
anz.
serv.
o
S. Ten,.
400 131.000
8 466 152.500
12 15
24 26 29 32 34
T. Col.
Col.
Brig. Gen.
Magg. Gen.
Gen. d'E.
Ten. Gen.
600 196.000
00 O
3.36 110.000 400 131.000
lr\
o
OC?q
.... 00
o
'° Il Il ~~
466 152.500
53.3 174.500
533 174.500
600 196.000
]] o o [[ o o
666 218.000
&i e: V
~
-~8 la la
53.3 174.500
16 20
Magg.
--
4
10
Cap.no
333 109.000
2
5
Ten.
600 196.000 650 212.500 700 229.000
666 218.000 716 234.000 766 250.500 800 261.000
733 240.000 783 256.000 833 272.500 883 289.000
766 250.000
816 267.500 875 286.500
875 286.500 958 313.500
958 .31.3.500 1.041 340.000
N
....00OC!
++
1.133 371.000
00 O
00
'.I:?~
958 313.500 1.000 327.000
1.041 340.000
1.125 .368.000
1.216 .398.000
1.291 422.500
1.08.3 354.500
1.166 381.500
1.300 425.500 1.375 450.000
1.375 450.000 1.458 477.000 1.516 496.000
.39 44
,-\ '° N lr\
I
(1) Cfr. nota (1) in calce alla tabella n. 16. Coefficiente di trasformazione: 327,4655.
LA RETRIBUZIONE DF.GLT UFFICIALI DELL'ESERCITO
409
Il Regio Decreto, come già si era verificato altre volte, non solo non risolse, nel 1920, il problema economico degli ufficiali, ma non coprì che in minima parte, e solo per alcuni gradi, il notevole aumento del costo della vita. In altre parole continuava a verificarsi che gli stipendi aumentassero, ma che le condizioni economiche degli stipendìati continuassero a peggiorare. Questo fatto era talmente evidente che già nel 1918 era stata stabilita anche l'indennità carovita (cfr . pag. 398) che però non copriva che in parte minima Ie maggiori spese per vivere. La situazione, diventata ormai troppo pesante, non poteva più oltre essere ignorata dagli organi competenti. Si giunse così alla emanazione del Regio Decreto 11 novembre 1923 n. 2395 che, com~ dice l'art . 1, « stabilisce e regola la classificazione del personale dipendente dello Stato agli effetti del trattamento economico ... ». Esso apportò un notevole aumento nelle retribuzioni del pubblico impiego e una sistemazione unitaria, con la istituzione dei gruppi (A, B e C) di impiego e dei gradi (da 1 a 13) nell'ambito dei gruppi. Gli ufficiali furono ascritti al gruppo A e occuparono i gradi da 1 (Generale d'Esercito) a 11 (Sottotenente). I nuovi stipendi e le indennità sono riportate nelle tabelle n. 29 e 30.
410
ALESSANDRO BIANCHINI
TABELLA N .
29
STIPENDIO E INDENNITA' DI SERVIZIO ATTIVO (REGIO DECRETO 11 NOVEMBRE 1923 N. 2395) (1) Stipendio mensile lordo
I ndenn. servizio attivo mensile lordo
Grado 1923
Gen. Gen. Gen. Gcn. Gcn.
d 'Esercito <l'Armata C. <l'Armata di Divisione di Brigata
Colonnello
Teo. Colonnello Maggiore
Capitano
Tenente
SottotenenLe
{833 3.041 2.666 2.291 1.750 1.916 1.483 1.583 1.708 1.333 1.400 1.483 1.141 1.191 l.258 l.333 966 l.016 1.075 1.141 791 841 900 966 583 633 683 733 791
1978 (*)
1.073.000 851.500 746.500 641.500 490.000 536.500 415.0DO 443.000 478.000 373.000 392.000 415.000 319.500 333.500 352.000 373.000 270.500 284.500 301.000 319.500 221.500 235.500 252.000 270.000 163.200 L77.000 191.000 205.000 221.500
1923
333 291 250 208 166 166 125 125 125 100 100 100 83 83 83 83 66 66 66 66
50 50 50 50 41 41 41 41 41
1978 (*)
93.000 81.500 70.000 58.000 46.000 46.000 35.000 35.000 35.000 28.000 28.000 28.000 23.000 23.000 23.000 23.000 18.000 18.000 18.000 18.000 14.000 14.000 14.000 14.000 11.500 11.500 11.500 11.500 11.500
(1) Quando ad un grado corrispondono più d i u na cifra , la prima è lo stipendio iniziale, ]e successive sono gli stipendi maggiorati degli aumenti periodici. (*) Coefficiente di trasformazione : 280,0828.
411
LA RETRIBUZIONE DEGLI UT'T'ICIAl.1 DF.J.l.' ESERClTO
TABELLA N.
30
INDENNITA' MILITARE E CAROVIVERI (VALORI MENSILI LORDI) (REGIO DECRETO 11 NOVEMBRE 1923 N. 2395) I
Indcn.nità militare
Ca rovi veri (1)
mensile
mensile
Grado
1923
1978 (*)
1978 (*)
1923
.
I
Gen. <l'Esercito Gen. d'Armata Gen. di C.A. Gen. di Divisione Gen. di Brigata Colonnello Ten. Colonnello Maggiore Capitano Tenente Sottotenente
666
500 400
375 350 320
I
290 270 210 150 150
186500 140.000 112.000 105.000 98.000 89.000 81.200 75.600 58.800 42.000 42.000
-
-
-
-
I
6.5 65 65 65 65
-
I
18.200 18.200 18.200 18.200 18.200
I
I
Infine, ai sensi dell'art. 175 dello stesso R .D. 11 novembre 1923: le disposizioni in vigore, ( Cfr. tabella n. 26) hanno diritto a razioni di foraggio, è assegnata un'indennità cavalli nella misura annua seguente: « Agli ufficiali che, secondo
a) Per gli ufficiali con diritto a due razioni foraggio :
se se se se
provvisti di due cavalli provvisti di un cavallo provvisti di un cavallo di carica momentaneamente privi Ji cava1lo
b) Per gli ufficiali wn diritto ad una razzone forag gio: se provvisti di un cavallo se provvisti di un cavallo di carica se momentaneamente sprovvisti di cavallo
L. 1.200 L. 1.000 L. 700 L. 500 L. L. L.
800 500 400
(1) Questa indennità sancita con Decreto Luogotenenziale 14 settembre 1918 n. 1314 veniva corrisposta a coloro che avevano uno stipendio inferiore alle lire 14.000 mensili nette (art. 2 R.D. 2 gennaio 1920 n. 148). L'indennità diventava di lire 100 mensili per gli aventi carico di famiglia e<l aumentava cli lire 0,85 giornaliere per ogni figlio oltre il tef';IO. ('') Coefficiente <li trasformazione: 280,0828.
412
ALESSANDRO B1ANCH1Nl
Le cifre suddette tradotte in lire mensili e rapportate al valore della lira nel 1978 risultano dal seguente specchio: Indennità cavalli annua
Indennità cavalli mensile
1923
1923
1.200 1.000 700 600 800 500 400
Indennità cavalli mensile riferita al 1978 *
100 83,33 58,33 50 66,66 41 ,66 33,33
28.000 23.300 16.300 14.000 18.600 11.600 9.300
Per concludere con il 1923, è necessario un accenno all'art. 177 della legge 11 novembre 1923 n. 2395 che stabilisce un'indennità di rappresentanza per i gradi più elevati e cioè annualmente: Gen. d'Esercito
L. 10.000
Gen. di Divisione
L. 2.400
Gen. d'Armata
L.
6.000
Gen. di Brigata
L. 1.200
Gen. di C. d'A.
L.
4.800
Colonnello
L.
900
Dalle cifre riportate nelle tabelle 29 e 30 e da quelle precedenti risulta quanto segue: Gli stipendi erano ancora, come potere d'acquisto, largamente insufficienti a far fronte al costo della vita. La differenziazione fra i gradi più elevati e quelli più bassi, che negli ultimi tempi era scesa vertiginosamente con un notevole appiattimento delle retribuzioni, con questi ultimi provvedimenti ritornava quasi ai livelli anteguerra . Da generale di brigata, verso il basso, nell'ambito dello stesso grado, erano previsti una serie di miglioramenti per anzianità di permanenza nel grado, fino al punto, che costituiva limite massimo, di eguagliare lo stipendio iniziale del grado superiore. Quella che comunque rimaneva il problema fondamentale era la insufficienza degli stipendi per cui negli ~nni successivi vi furono alcuni tentativi di migliorare una situazione assai difficile, alludo a: - Regio Decreto legge 31 marzo 1925 « che aumenta l'indennità di servizio attivo » (cfr. tabella n. 31). (* ) Coefficiente di trasformazione: 280,0828.
413
LA RETR1BUZI0NE DEGLI UFFICIALI DF.T.J.'ESERCITO
Regio Decreto ·legge 10 febbraio 1926 « che aumenta l'indennità militare» (cfr. tabella n. 32).
TABELLA N.
31
SUPPLEMENTO DI SERVIZIO ATTIVO (REGIO DECRETO LEGGE 31 MARZO 1925 N. 363) Supplerm,nlo servizio attivo (mensile lordo) Grado
1925
Gen. d'Esercito Gen. d'Armata Gen. di C. d'Armata Gen. di Divisione Gen. di Brigata Colonnello Ten. Colonnello Maggiore Capitano Tenente Sottotenente
750 666
625 583 458 333 250 208 166 125 100
1978 (*)
180.600 160.500 150.500 140.500 110.300 80.200 60.200
50.000 40.000 30.000 24.000
(*) Coefficiente di trasformazione: 240,8478.
TABELLA N.
32
INDENNITA' MILITARE (REGIO DECRETO LEGGE 10 FEBBRAIO 1926 N. 206) Indennità militare mens ile lo rda Grado
M.llo d 'Italia Gen. d'Esercito Gen. d'Armata Gen. di C. d'Armata Gen. di Divisione Gen. di Brigata Colonnello Ten. Colonnello Maggiore Capitano Tenente Sottotenente (*) Coefficiente di trasformazione: 223,2748.
1926
1978 ( *)
1.666 1.000 750 600
372.000 223.200 167.000 134.000 124.000 115.000 106.000 96.000 87.300 68.700 48.200 44.600
558 516
475 433 391 308 216 200
414
ALESSANllKO BIANCHINI
Gli stipendi ed i benefici derivanti dalle leggi del 1923, 1925 e 1926 furono, come è rilevabile dalle tabelle precedentj, di notevole consistenza, ma non risolsero interamente i problemi economici degli ufficiali specialmente di quelli di grado meno elevato. Si tornò, per giunta, ad una forte differenziazione degli stipendi. Un generale percepiva una retribuzione che poteva essere fino a 5 volte e anche 5 volte e mezzo quella di un subalterno. Il trattamento economico degli ufficiali inferiori fu ancora, per quanto notevolmente migliorato, lontano dall 'essere soddisfacente, specialmente ove si trattasse di ufficiali con famiglia a carico. Lo dimostrano non solo le cifre delle tabelle, ma anche il fatto che si doveva continuare, con leggi e decreti, ad insistere sulla necessità della dote e della relativa rendita a favore della consorte e della eventuale futura prole per ottenere il benestare al matrimonio. Faccio riferimento al Regio Decreto 16 maggio 1926, n. 920, « sul matrimonio degli ufficiali del Regio Esercito » e al « Testo unico delle leggi sul matrimonio degli ufficiali del Regio Esercito » (Cfr. , la dispensa 11 ", circolare 166, del Giornale Militare Ufficiale del 1928). In particolare, è da tener presente l 'art. 4 del citato Testo Unico, ove è detto che per ottenere il « Regio assentimento a contrarre matrimonio » gli ufficiali, si no al grado <li maggiore compreso, dovevano comprovare di possedere - a prescindere dallo stipendio del proprio grado e dalla relativa indennità di qualsiasi natura - una rendita lorda assicurata con vincolo ipotecario a favore della futura sposa e della prole nascitura, sul debito pubblico consolidato o sopra beni immobili, ovvero su titoli garantiti dallo Stato n ella seguente misura:
L. 7 .000 nominali per il grado di sottotenente ; L. 4.500 nominali per il grado di tenente ; L. 3.000 nominali per il grado di capitano; L. 1.500 nominali per il grado di maggiore. Quanto sopra equivaleva a riconoscere che il trattamento economico di quegli ufficiali era insufficiente a mantenere decorosamente una famiglia , nonostante gli ultimi aumenti registrati. Parlando delle retribuzioni, il 1927 viene ricordato ancor oggi come un anno negativo in quanto foriero <li una diminuzione delle competenze dovuta alJ'entrata in vigore del Regio decreto legge 27 maggio 1927, n. 694, con il quale veniva sancita la « Riduzione delle
LA RETRIBUZIONE DEGLI UFFICIALI DELL'ESERCITO
415
indennità temporanee mensili dei soprassoldi e degli altri assegni a titolo di caro-viveri, corrisposti al personale di qualsiasi categoria dipendente dalle Amministrazioni dello Stato ». Prendendo infatti a pretesto un reale o presunto « miglioramento della situazione economica », il Governo ritenne di dover sopprimere o ridurre gli assegni di caro-viveri a suo tempo concessi (D.L. 14 sett. 1918 n. 1314) nella misura di seguito indicata: a) soppressione totale per i gradi dal 1° al 4°; b) riduzione a quattro decimi per i gradi dal 5° al 7°;
e) riduzione a sei decimi per i gradi <lall '8° al 10°; d) riduzione a sette decimi per i restanti gradi.
Le disposizioni esecutive annesse al R. decreto legge n. 694 concretizzavano l 'importo da corrispondere ai singoli gradi. A titolo di esempio viene qui riportato l'ammontare mensile lordo del « caroviveri» spettante al dipendente statale celibe o vedovo senza figli a carico, o con moglie impiegata , o pensionata , o legalmente separata e senza figli (1 ): -
gradi 5°, 6° e 7° lire 40 (lire 9.770); gradi 8°, 9° e 10° lire 60 (lire 14.650); gradi 11° e 12° lire 70 (lire 17 .100).
La riduzione, anche se relativamente modesta in valore assoluto, fece ugualmente sentire il suo peso su retribuzioni tutt'altro che laute, con una « lira » che stentava non dico (cfr. tabella n . 41, anni 1918-1927) a recuperare, ma addirittura a mantenersi stabile. Nel 1929, a completamento dell'opera di riorganizzazione, perequazione e aggiornamento delle retribuzioni degli ufficiali usciva, approvato con il Regio Decreto 31 dicembre 1928, il « Testo unico delle disposizioni concernenti gli stipendi ed assegni fissi per il R. Esercito» . Tale documento non apportava alcun miglioramento sostanziale, tuttavia nella tabella n . 33, che segue, sono riportati gli stipendi percepiti che sono in valore assoluto uguali a quelli del 1923 (salvo qualche piccola variazione nelle indennità) , ma che in valore relativo, riferito al costo della vita, sono, nel frattempo ed ancora una volta, diminuiti. (I) Le cifre entro parentesi indicano la trasforma;done in lire del 1978 secondo il coefficiente I STAT che è pari a 244,2127.
27. - Memorie
TABELLA N. 33 STIPENDI, ASSEGNI E INDENNITA' (TESTO UNICO APPROVATO DAL R.D . .31 DICEMBRE 1928 N. 3458) (1) Stipendio mensile
Suppl. serv. att. mensile
Inden nità militare mens ile
Grado
M.llo d'Italia Gen. d'Armata Gen. di C. d'Armata Gen. di Divisione Gen. di Brigata Colonnello Ten. Colonnello
Maggiore
Capitano
Tenente
Sottotenente
1929
1978 (•)
1929
1978 (•)
1929
1978 (•)
3.833 3.041 2.666 2.291 1.750 1.916 1.483 1.583 1.708 1.333 1.400 1.483 1.141 1.191 1.258 1.333 966 1.016 1.075 1.141 791 841 900 966 583 633 683 716 791
994.000 788.700 691.400 594.200 453.900 496.900 384.600 410.500 443.000 345.700 .363.000 .384.000 295.500 308.900 326.200 345.700 250.500 263.500 278:800 295.500 205.100 218.100 2.3.3.400 250.500 151.200 164.100 177.100 185.700 205.100
1.083 958 875 791 6.35 625 458 458 458 350 350 350 291 291 291 291 233 233 233 233 175 175 175 175 141 141 141 141 141
280.800 248.400 226.900 205.100 162.100 162.100 118.700 118.700 118.700 90.700 90.700 90,700 75.500 75.500 75.500 75.500 60.400 60.400 60.400 60.400 45.300 45.300 45.300 45.300 36.500 36.500 36.500 36.500 36.500
1.166 750 600 558 516 516 475 475 475 433 433 433 391 391 391 391 308 308 308 308 216 216 216 216 200 200 200 200 200
432 .100 194.500 155.600 144.70\) 133.800 133.800 123.100 123.100 123.100 112.300 112.300 112.300 101.100 101.100 101.100 101.100 79.800 79.800 79.800 79.800 56.000 56.000 56.000 56.000 51.800 51.800 51.800 51.800 51.800
(*) Coefficiente di trasformazione: 259 ,3662. (1) Cfr. nota (1) a pag. 410.
Assegno s pese Rappresentanza mensile 1929
833 500 400 200 100 100 83,30 83,30 83,30
1978 (*)
216.000 129.600 10.3.700 51.800 25.900 25.900 21.600 21.600 21.600
,..>t'l
"'"'> z §l o
~
i
1
LA RE'l'RlBUZIONE DEGLI UFFlClALI DELL ESERC1TO
417
Da un esame critico della tabella n. 33 e da un suo confronto con le precedenti tabelle emergono alcune considerazioni: - gli stipendi e le indennità dei gradi più bassi erano rimasti insufficienti a far fronte alle esigenze della vita di un «signor ufficiale»; - l'aumento di alcune indennità (servizio attivo e indennità militare) non aveva sopperito al maggior costo della vita che, ancora salito, aveva ridotto assai i benefici reali degli aumenti. Negli anni che seguirono non furono presi altri provvedimenti atti a concedere miglioramenti nelle retribuzioni. Dato il perdurare di una notevole stabilità dei prezzi, anzi di una tendenza ad un sia pur leggero aumento del potere d 'acquisto della lira, si poté registrare un certo miglioramento del tenore di vita anche senza alcun aumento di stipendio. In virtù forse di questa rivalutazione fu presa la decisione di rivedere la legge sul matrimonio, ritoccando l'ammontare della rendita che, appunto con il Regio Decreto - Legge 16 aprile ] 934 n. 771, passò ai seguenti valori:
L. 4.900 nominali per il sottotenente; L. 3.150 nominali per il tenente; L. 2.100 nominali per il capitano; L. 1.050 nominali per il maggiore. Si giunse così all'anno 1939, che vedeva l'inizio della seconda guerra mondiale e, come una delle prime conseguenze, l'aumento d ei prezzi dei generi di prima necessità. A seguito di ciò e forse anche in vista di un futuro probabile impegno delle forze armate italiane nel teatro di operazioni belliche, furono concessi agli ufficiali alcuni miglioramenti economici, sanciti dalla legge 20 aprile 1939, n. 591, che, pur con l'aumentato costo della vita, rappresentarono reali miglioramenti sia in senso assoluto che relativo come è facilmente rilevabile dalla seguente tabella n. 34. Naturalmente allo stipendio e all'indennità di servizio attivo è necessario aggiungere le altre indennità fisse di cui godevano tutti gli ufficiali e cioè: indennità militare, caroviveri, aggiunta di famiglia, che restavano quelle sancite dalle precedenti leggi e decreti.
418
ALESSANDRO nTA NC.HINJ
TABELLA N.
34
STIPENDIO E SUPPLEMENTO SERVIZIO ATTIVO (LEGGE 20 APRILE 1939 N. 591) (1) Slipen<liu m t:nsile lordo
Supplemento servizio altivo mcnsilt: lordo
Grado
M.llo d'Italia Gen. d'Armata Gen. di C. d'Armala Gcn. di Divisione Gen. di Brigata Colonnello Ten. Colonnello Maggiore
Capitano
Tenente
Sottotenente
1939
1978 (*)
1939
1978 (*)
4.500 3.833 3.350 2.875 2.158 2.316 1.758 1.833 1.991 1.550 1.633 1.716 1.225 1.275 1.350 1.416 1.033 1.083 1.141 1.225 1.275 866 908 983 1.033 1.843 633 691 750 808 866 908
1.143.700 974.200 851.400 730.000 548.400 .588.600 446.800 465.800 506.000 393.900 415.000 436.100 311.300 324.000 343.000 359.800 262.500 275.200 290.000 311.300 324.000 220.100 230.700 238.400 262.500 275.200 160.800 175.600 190.600 205.000 220.000 254.000
1.333 1.116 1.033 950 716 716 558 558 558 425 425 425 316 316 316 316 258 258 258 258 258 191 191
338.800 283.600 261.700 241.500 181.900 181.900 141.800 141.800 141.800 108.000 108.000 108.000 80.000 80.000 80.000 80.000 65.500 65.500 65.500 65.500 65.500 48.500 48.500 48.500 48.500 48.500 38.000 38.000 38.000 38.000 38.000 38.000
I
191
191 191 150 150 150 150 150 150
(*) Coefficiente di trasformazione: 254,1663.
(1) Cfr. nota ( I ) a pag. 410.
La tabella n. 34 consente di fare anche alcune considerazioni sui rapporti quantitativi delle retribuzioni dei vari gradi della gerarchia . Risulta infatti chiaramente (cfr. anche le tabelle n. 38 e n. 40) che . il processo cli forte differenziazione delle retribuzioni dei vari gradi
LA RETRIBUZIONE DEGLI UFFICIALI DELL'ESERCITO
419
era tornato, dopo l'appiattimento del periodo bellico, a livelli molto alti: il generale d'Armata, ad esempio, percepiva uno stipendio che era circa 6 volte quello <lel sottotenente. Il divario aumentava ancora ove si considerino le retribuzioni globali, comprensive cioè delle indennità. Se mettiamo poi le retribuzioni in relazione al costo della vita, è possibile osservare che, mentre quelle dei gradi più elevati erano sufficienti a far fronte alle necessità, quelle dei gradi più bassi, ancora una volta, non lo erano affatto. Il 1940 vedeva l'ingresso dell'Italia nel secondo conflitto mondiale e vedeva anche gli ultimi provvedimenti, generalizzati, a favore del trattamento economico degli ufficiali. Si tratta del R.D.L. del 16 aprile 1940 che prevede l 'aumento del 10 per cento degli stipendi, supplemento di servizio attivo ed aggiunta di famiglia. Nella tabella n. 35 sono riportate le cifre relative agli ufficiali. Dalla stessa tabella è possibile anche rilevare che gli aumenti concessi non erano sufficienti a coprire il maggior costo della vita per cui, rispetto al 19 39, si registrò, in reahà, un sensibile calo. Infine, negli anni della guerra non vi furono aumenti degli stipendi e delle principali indennità. E' giusto comunque registrare la comparsa di alcune indennità particolari per il periodo bellico previste dal Regio Decreto Legge 19 maggio 1941 n. 583 che consistevano in: -
indennità di entrata in campagna (tab. n. 36); soprassoldo di operazioni (tab. n. 36); razioni di foraggio in natura {1 al giorno); razioni viveri in natura ( 1 al giorno); indennità perdita quadrupedi; indennità perdita bardature ; indennità perdita bagaglìo; indennità spese di rappresentanza (tab. n. 36).
Nello stesso anno fu aumentata del 40 per cento l'aggiunta di famiglia con il Regio Decreto Legge 24 marzo 1941 n. 203. Quest'ultimo beneficio copriva solo in minima parte l'aumentato costo della vita, dovuto ovviamente alla guerra che finì per portare, negli anni successivi, a quella polverizzazione delle retribuzioni che già si è vista durante e subito dopo la I guerra mondiale.
420
AL ESSANDRO B! ANCHTNJ
TABELLA N.
35
STIPENDIO, SUPPLEMENTO SERVIZIO ATTIVO E CAROVIVERI (D.L. 16 APRILE 1940) (1) Stipendio
+
serv.
allivo lordo
Indennità caroviveri lordo
Grado
1940
1978 (*)
473.000 492.800 512.600
71,5 71,5 71,5
15.500 15.500 15.500
1.695 1.750 1.833
369.160 381.150 399.200
71,5 71,5 71,5
15.500 15.500 15.500
Capitano
1.420 1.475 1.539 1.631 1.686
309.200 321.400 335.100 355.200 376.200
71,5 71,5 71,5 71,5 71,5
15.500 15.500 15.500 15.500 15.500
Tenente
1.163 1.209 1.236 1.346 1.401
253.300 263.300 269.200 293.150 305.100
71,5 71,5 71,5 71,5 71,5
15.500 15.500 15.500 15.500 15.500
Sottotenente
861 925 990 1.053 1.117 1.164
187.500 201.400 215.600 229.300 243.20') 253.500
71,5 71,5 71,5 71,5 71,5 71,5
15.500 15.500 15.500 15.500 15.500 15.500
1940
1978 (* )
M .llo d'Italia
6.416
1.397.300
Gen. d'Armata
5.444
1.185.600
Gen. di C. <l'A.
4.821
1.049.900
Gen. di Divisione
4.207
916.263
Gen. di Brigata
3.161 3.335
688.450 726.300
Colonnello
2.547 2.630 2.804
554.723 572.800 610.700
Ten. Colonnello
2.172 2.263 2.354
Maggiore
(*) Coefficiente di trasformazione: 217,7952.
(1) Cfr. nota (1) a pag. 410.
421
J.A RF.TRlBUZIONE DEGLI UFFICIALI DELL'ESERCITO
TABELLA N.
36
TRATTAMENTO ECONOMICO DI GUERRA (R.D.L. 19 MAGGIO 1941 N. 583) IndennitĂ entrata in campagna (1)
Soprassoldo giornaliero operazioni (2)
Grado
M.llo d'Italia Gen. d'Armata Gen. di C. d'A. Gen. di Div. Gen. di Brig. Colonnello Ten. Colonnello Maggiore Capitano Tenente Sottotenente
IndennitĂ spese rappresentanza mensile (3)
1941
1978 (*)
1941
1978 (*)
1941
1978 (*)
15.000 12.000 10.000 8.000 6.000 4.000 3.500 3.500 3 .000 2 .000 2.000
2.820.000 2.258.000 1.882.000 1.505.000 1.129.000 753.000 658.000 658.000 564.000 376.000 376.000
200 150 100 80 70
37.600 28.234 18.800 15.000 13.100 12.200 10.300 10.300 8.400
3.333 2.500 1.666 1.250 833
627.000 470.000 313.000 235.000 156.000 94.000
65 55 55 45 35 30
500
6500
5.600
(1) Veniva pagata:
a) all'atto della destinazione nella zona di operazioni o alle forze armate operanti; b) all'atto m cm veniva dichiarata la zona delle operazioni. Spettava: a) in misura intera al personale militare e militarizzato dei comandi, reparti, servizi, enti vari militari e stabilimenti appartenenti alle forze armate operanti nella zona delle operazioni o destinatovi; b) in misura pari a 2/3 al personale militare o militarizzato dei comandi, reparti , servizi, enti vari militari e stabilimenti appartenenti alle forze arm ate operanti o dislocati fuori della zona di operazioni; e) in misura pari ad 1/ 2 , al personale militare dei comandi , reparti, servizi, enti vari mili tari e stabilimenti non appartenenti alle forze armate operanti nella w na delle operazioni. (2) Spettava in misura intera: al personale militare e militarizzato di comandi, reparti, servizi, enti vari militari e stabilimenti appartenenti alle forze armate operanti nella zona delle operazioni. Spettava in misura pari ad 1/ 2: a) al personale militare di comandi, reparti, servizi, enti vari militari e stabilimenti non appartenenti alle forze armate operanti nella zona delle operazioni; b) al personale militare e militarizzato dei comandi, reparti, servizi, enti vari militari e stabilin1enti appartenenti alle forze armate operanti fuori della zona delle operazioni. (3) Spettava in misura intera agli utficiali rivestiti del grado o investiti dell'incarico titolare o delle funzi oni del grado a condizione che appartenessero a forze armate operanti in zona di operazioni; spettava in misura ridotta ad 1/ 2 agli ufficiali operanti fuori della zona delle operazioni. (*) Coefficiente di trasformazione: 188,2299.
422
AJ.F.SSANDRO BIANCHINI
Dato il motivo strettamente documentario del presente scritto, sembra logico concludere con due tabelle (n. 37 e n. 39) che diano, senza bisogno di troppe parole o giudizi, spesso gratuiti, una visione generale e un panorama completo del tema trattato. I due grafici che derivano dalle suddette tabelle, evidenziano ancora meglio l'andamento, nel tempo, del potere d'acquisto degli stipendi. Al lettore il compito di trarne le conseguenze e le considerazioni che gli sembreranno più opportune. Le tabelle ed i grafici che seguono si riferiscono alla voce stipendio che, anche se significativa, non può essere identificata con il trattamento economico, cosa assai più complessa data la presenza di indennità e soprassoldi vari che incidevano notevolmente sulla retribuzione globale dell'ufficiale, come è stato evidenziato nel corso della trattazione. Ed infine, per ultima, la tabella n. 45 che riporta i valori forniti dall'Istituto Centrale di Statistica e che ha consentito di riferire tutte le cifre all'anno 1978, al fine di dare ipeglio la visione del reale valore d'acquisto degli stipendi e delle indennità varie che sono stati presi in esame. La tabella potrà essere usata dal lettore per fare altri eventuali utili raffronti.
TABELLA N.
37
RIEPILOGO STIPENDI MENSILI FRUITI DAGLI UFFICIALI DAL 1861 AL 1920 ESPRESSI IN LIRE DEL 1978 1918
1919
1920
Grado
1861
1874
1882
1887
1908
Gen. d'Esercito (1)
1.758.000
1.354.000
1.595.000
1.629.000
1.432.000
618.000
652.000
526.vOO
Luogotenente Gen.
1.406.000
1.083.000
1.276.000
1.303.000
1.194.000
498.000
555.000
422.000
Maggior Gen.
1.055.000
812.000
957.000
977.000
994.000
Brigadiere Gen. (2)
418.000
469.000
371.000
378.000
387.000
313.000
Colonnello
703.000
595.000
750.000
766.000
795.000
338.000
351.000
286.000
Tenente Col. (3)
586.000
451.000
552.000
564.000
597.000
258.000
301.000
250.000
Maggiore
468.000
361.000
467.000
477.000
498.000
218.000
258.000
218.uOO
Capitano
293.000
252.000
339.000
346.000
397.000
178.000
200.000
174.000
Tenente (4)
211.000
180.000
234.000
239.000
238.000
111.000
151.000
120.000
Sottotenente
187.000
162.000
191.000
195.000
210.000
94.000
143.000
109.000
(1) Questo grado non esisteva nell'esercito piemontese. (2) Questo grado venne istituito nel 1918 e nel 1920 si trasformò in gen. di brigata (dr. ordinamento Albricci del 1918 e ordinamento Bonomi dd 1920).
(3) Questo grado corrispondeva a quello di luogotenente colonnello dell'esercito piemontese. (4) Questo grado corrispondeva a quello di luogotenente dell'esercito piemontese.
424
ALESSAN DRO BIANCHINI
TABELLA N.
38
GRAFICO DEGLI STIPENDI DEGLI UFFICIALI DAL 1861 AL 1920 (VALORI ESPRESSI IN MIGLIAIA DI LIRE DEL 1978)
1200
1100
900
800
GEN D'lSERCIIO
lUOGDTEN.GEN
Ili . COL MAGGIORE CA PITANO
--::?=::::::::--- l [N[Nll
100
SOTTDTC Nl NH
----.------r------.-----.-------r-- --Ì~
o.___ _ _-r--- -....... ,..,
-
1882
18117
1908
'918
1919
192 0
TABELLA N.
39
RIEPILOGO STIPENDI MENSILI FRUITI DAGLI UFFICIALI DAL 1923 AL 1940 ESPRESSI IN LIRE DEL 1978 Grado
1923
1925
1926
1928
1939
1940
.... >
Maresciallo d'Italia ( 1)
1.922.000
2.130.000
2.045.000
Generale d'Esercito (2)
1.352.000
1.439.000
1.476.000
Generale d'Armata (3)
1.092.000
1.171.000
1.198.000
1.359.000
1.553.000
1.508.000
966.000
1.046.000
1.068.000
1.175.000
1.397.000
1.307.000 1.111.000
Generale di C. d'Armata Generale di Divisione
839.000
973.000
992.000
994.000
1.166.000
Generale di Brigata
646.000
710.000
727.000
775.000
888.000
847.000
Colonnello
548.000
59.3.000
610.000
645.000
731.000
698.000
Tenente Colonnello
479.000
531.000
546.000
566.000
631.000
601.000
Maggiore
410.000
4.37.000
449.000
490.000
510.000
486.000
426.000
405.000
Capitano
.346.000
386.000
396.000
408.000
Tenente
28.3.000
290.000
.305.000
.324.000
.342.000
325.000
Sottotenente
216.000
229.000
2.31.000
2.39.000
267.000
254.000
( 1) Questo grado venne istituito nel 1924 e conferito per speciali meriti a pochissimi generali già al vertice della gerarchia. (2 ) Questo grado venne soppresso nel 1926; gli subentrò quello di M.llo d'Italia (cfr. legge 11 marzo 1926 n. 396). (.3) Questo grado venne conferito solo in guerra; in tempo di pace gli corrispondeva il grado di Generale designato d'Armata.
.i:.
N
VI
426
ALESSANDRO BI ANOtlNl
TABELLA N .
40
GRAFICO DEGLI STIPENDI DEGLI UFFICIALI DAL 1920 AL 1940 (VALORI ESPRESSI IN MIGLIAIA DI LIRE DEL 1978) 2100
M.llO O'll lllA
I
I
I I
I 1700
I
I
I I I
I f
I
GfN. O"ARMAlA
GFN D' fSFRC/10
........._ GCN, 01 C. DARMAII
- - --
---CEN. DI DIVISIONI
CEN,01 BRIGA/A
CO LONNLLLO
TFN.COLONNllLD
~ - - - - - - - -_ _ MA GGIORE
CAPITANO
ICN[ Nll
S.H NENI[
'!,·20----...... - - -- -.------.------.-----.-- --.- - -- - -- ... ·~ r.123 1925 1!126 1928 19.'19 1940
427
LA RETRlBUZ lONE DE<.;Ll UFFICIALI DELL'ESERCITO
TABELLA N.
41
COEFFICIENTI DI TRASFORMAZIONE ( 1 ) Coefficienti per moltiplicare valori espressi in lire degli anni sottoindicati per tradurli in lire 1978 Con riferime nto agli indici
Con riferimento agli indici Anni
Anni costo vita (*)
prezzi ingrosso
Anni costo vita
- --
Con riferimento agli indici
(*)
p rezzi ingrosso
(*)
prezzi ingrosso
co sto vita
---
1861 1862 1863 1864 1865
1406,9037 1398,3770 1440,2759 1480,9512 1.506,0849
1071 ,7325 1120,8945 1120,8945 1139,1841
1901 1902 1903 1904 1905
1308,5243 1315,4629 1277,5869 1262,2112 1260,8317
1162,2117 1202,2386 1212,6799 1269,3766 1217,2105
1941 1942 1943 1944 1945
188,2299 162,8545 97,1095 21,8521 11 ,0950
148,6796 132,3341 88,2228 23,5273 9,8026
1866 1867 1868 1869 1870
1490,5181 1454,8058 1398,3770 1389,9530 1370,1437
1089,6544 1083,6142 1020,2714 1094,5353 1104,4294
1906 1907 1908 1909 1910
1237,8337 1182,0297 1194,2660 1228,6060 1195,5036
1173,3733 1088,4410 1116,3295 1109,4438 1108, 1859
1946 1947 1948 1949 1950
9 ,4011 5,8009 5,4788 5,3996 5,4731
7,0009 3,9136 3,7094 3,9061 4,1230
1871 1872 1873 1874 1875
1329,1025
1070,5586 986,2967 929,9905 931,7636 1052,1206
1911
1176,0051 1109,2894 1083,2498 1264,9792
1912 1913 1914 1915
1166,4924 1155,9729 1153,6610 1153 ,6610 1078,1879
1025,6243 950,7977 977,4200 1020,2714 767,8083
1951 1952 1953 1954 1955
4,9886 4,7853 4,6939 4,5710 4,4462
3,6177 3,8312 3,8458 3,8807 3,8456
1876 1877 1878 1879 1880
1195,5036 1149,0647 1193,0310 1208,0220 1165,3141
1088,0222 957,3164 988,2912 IOS3,2S43 1047,6099
1916 1917 1918 1919 1920
861,5840 609,1135 436,8273 430,3100 327,4655
525,1933 356,3325 236,7208 217,1582 165,4681
1956 1957 1958 1959 1960
4,2354 4,1552 3,9652 3,9819 3,8789
3,7815 3,7447 3,8118 3,9283 3,8925
1881 1882 1883 1884 1885
1245,8542 1276,1737 131 8,4697 1344,5932 1315,4629
1119,6105 1090,8705 11 64,9821 1215,6965 1153,9787
1921 1922 1923 1924 1925
276,7901 278,4603 280,0828 270,5584 240,8478
180,6357 179,4419 177,7450 178,8181 159,5267
1961 1962 1963 1964 1965
3,7687 3,5858 3,3351 3,1485 3,0174
3,8846 3,7704 3,5842 3,4678 3,4124
1886 1887 1888 1889 1890
1316,9646 131 9,9783 1303,5718 1281,8456 1237,8337
1147,2066 1231,0076 1209,6782 1144,5199 1115,7763
1926 1927 1928 1929 1930
223,2748 244,2127 263,5132 259,3662 267,8572
156 ,2872 185,9981 192,4055 201,6962 225,3158
1966 1967 1968 1969 1970
2,9582 2,9002 2,8637 2,7855 2,6507
3,3617 3,3685 3,3550 3,2293 3,0096
1891 1892 1893 1894 1895
1241,8310 1252,6178 1280,4229 1286,1327 1293,3419
1145,8617 1206,6914 1286,0789 1324,4173 1259,5619
1931 1932 1933 1934 1935
296,4947 304,4764 323,6076 341 ,2189 336,4424
258,2351 276,4979 303,5466 310,3906 282, 1651
1971 1972 1973 1974 1975
2,5245 2,3902 2,1656 1,8131 1,5474
2,9106 2,7970 2,3735 1,6860 1,5529
1896 1897 1898 1899
1299,1678 1302, 1005 1293,3419 1313,9647 1308,0057
1249,8977 1276,0052 1241,9568 1209,6782 1156,7101
1936 1937 1938 1939 1940
312,8148 285,7719 265,3925 254,1663 217,7952
251,9124 215,9567 201,9046 193,5485 165,8612
1976 1977 1978
1,3280 1,1245 1,0000
1,2640 1,0840 1,0000
1900
1001 ,4549
( 1) Ques ta tabella è stala l ralta dal p ront uario • Il valore della lira dal 1861 al 1978 • dell'Istituto Centrale di Statistica edizione 1979.
428
3.
ALESSANDRO m ANCHTNT
CONSIDERAZIONI FINALI
Largo spazio è stato fin qui dato alle cifre. Al lettore è stato riservato il compito di valutarle e trarne le conclusioni logiche. Sembra ora giunto il momento di chiudere con alcune osservazioni di carattere generale e con le conseguenze che ne possono scaturire. La prima considerazione riguarda il livello medio delle retribuzioni, che mai raggiunsero valori tali <la poter parlare <li « laute retribuzioni » e che sempre rimasero in linea con quelle degli altri impiegati statali di classificazione corrispondente. La seconda considerazione riguarda il potere d 'acquisto delle retribuzioni degli ufficiali che, come <lei resto quelle di tutti gli altri impiegati, durante il tempo di guerra subirono un profondo processo di erosione e di appiattimento maggiormente sensibile per i gradi più alti e ciò in virtù del fatto che le retribuzioni più modeste dovevano , per forza , essere in qualche modo maggiormente protette dalla inflazione, altrimenti sarebbero arrivate ben presto ad un potere di acquisto assolutamente non adeguato anche alla semplice sopravvivenza della famiglia. Se a quanto sopra detto si aggiunge il fatto che la guerra porta anche e soprattutto ai militari un rischio maggiore, un impegno spesso totale, al limite delle possibilità umane ed il peso di grandissime responsablità, non si riesce a vedere come possa esserci qualcuno che, in buona fede, possa vedere nell 'ufficiale, sia pure di grado elevato, colui che desidera la guerra. Forse perché l'ufficiale si addestra ed h a ragione di svolgere la sua azione sociale finché esiste il pericolo della guerra? Ma allora perché non pensare al vigile del fuoco come ad un piromane, al poliziotto come a colui che auspica la delinquenza e al medico come a colui che cerca di diffondere le malattie? Ben diverso è il discorso sulle ret ribuzioni, se viene riferito esclusivamente al tempo di pace. Esse, sempre contenute nei limiti previsti per gli altri impiegati dello Stato, in tempo di pace si vanno gradualmente adeguando alle necessità delfo v ita, anche se in minor misura per i gradi più bassi. Visto il trattamento molto diversificato riservato ai vari gradi, sarà opportuno fare una distinzione fra ufficiali generali, ufficiali superiori e ufficiali inferiori, riferendosi separatamente a due periodi: il primo che va fino all'inizio d ella 1a guerra mondiale e<l il secondo
LA RETRIDUZTONE DF.GLT UFFTCTJ\Ll DELL'ESEKClTO
429
che comprende il periodo fra le due guerre mondiali. Durante il primo osserviamo che: - gli ufficiali generali percepivano retribuzioni di livello piuttosto elevato e superiore a quello odierno, mentre la differenza di stipendio fra i gradi più alti e quelli più bassi era molto accentuata; - gli ufficiali superiori percepivano retribuzioni mediamente appena sufficienti, di livello all'incirca uguale a quello attuale; - gli ufficiali inferiori percepivano retribuzioni decisamente insufficienti, di livello inferiore all'attuale. Durante il secondo periodo, partendo dalle retribuzioni del periodo bellico, molto basse ed appiattite, si giunse, già nel 1928, ad una situazione analoga a quella del 1908 con la differenza che i gradi più bassi erano finalmente trattati un po' meglio. Per ciò che concerne il confronto con gli altri impiegati dello Stato, c'è solo da ribadire che proprio in questo periodo, esattamente nel 1923, fu varata la legge che dava inquadramento unitario agli stipendi di tutti i dipendenti statali con l'istituzione dei gruppi d'impiego e dei gradi. Naturalmente le indennità rimanevano fuori dal processo di unificazione. Esse, per i militari, erano assai consistenti ma, a ben considerare, non riuscivano neppure a compensare la maggiore lentezza nel percorrere la scala dei gradi. Nel periodo relativamente breve del 2° conflitto mondiale è da segnalare un notevole sforzo per proteggere le retribuzioni dei militari dall'inflazione. A ciò avrebbe dovuto provvedere la corresponsione di alcune indennità proprie del periodo bellico, ma tutto ciò servì solo in parte e solo per un certo tempo a far fronte ad una situazione resa estremamente difficile dall'andamento del conflitto e dal fatto che l'Italia tutta, dalla Sicilia alle Alpi , fu percorsa dalla guerra con il coinvolgimento dei civili non meno dei militari . Ed infine, per concludere, sembra ancora una volta necessario rifiutare per l'ufficiale l'ingiusta etichetta di guerrafondaio. La guerra, al contrario, rappresenta per lui , forse più che per ogni altro cittadino, di gran lunga il peggiore dei mali anche se, di fronte alla deprecabile evenien za, l 'accetterà serenamente dando, come sempre, al Paese, il meglio di sé.
Per mio padre
ISABELLA DI RESTA
CARTOGRAFIA ED ARCHITETTURA MILITARE A CAPUA DALLA PRIMA ETA' BORBONICA ALLA RESTAURAZIONE In età moderna , per ragioni strategiche di controllo e difesa dei confini settentrionali del Regno, il ponte di Capua rimase l'unico valico sul Volturno (1) e la cittadella costituì una punta di diamante nel sistema difensivo dell'Italia meridionale. La modifica delle tecniche belHche aveva determinato, ovunque, il totale declino delle fortezze medievali. N ella prima metà del XVI (2) secolo don Pedro di Toledo promosse nuove opere di fortificazione nel Regno ed alcuni interventi urbanistici (rispondenti soprattutto ad esigenze di strategia militare); venuto personalmente a Capua, nel 1535, a controllare il circuito bastionato, che allora si articolava secondo tre fronti (3 ), ne ordinò un nuovo e più ampio sviluppo. Il ruolo di città-fortezza, oltre che dalle fonti documentarie e cartografiche, è rilevabile da\la lettura diretta del tessuto urbano; il carattere militare costituisce infatti, sin dalla fondazione, uno degli elementi primari ed indivHuanti della città. Pertanto, nelle fortificazioni, restano identificati il carattere emergente nonché il limite della forma urbana le cui trasformazioni, nel tempo, risultano sempre condizionate dalle esigenze strategiche. Intorno alla metà del Cinquecento, si verificarono le prime sommosse contro l'Inquisizione non solo a Napoli ma anche ad Aversa, Nola e Capua (4); contestualmente si promosse il potenziamento delle fortezze vicereali. In tale clima politico va interpretato il rapi(1) C. PELLEGRINO, Apparato delle Antichità di Capua, Napoli 1771, (ediz. postuma), Discorso II, pp. 170-179 e XXV-XXVI. (2) G. CoNIGLIO,lt regno di Napoli al tem po di Carlo V, Napoli 1951, pp. 6-7. (3) T. DT RESTA , Contributo alla storia urbanistica di Capua. II. Origini e sviluppo della struttura urbana, in « Napoli nobilissima», v. XIII, f. V., lVl, 1974, pp. 172 (fig. 3) e 178. (4) G. CoN 1Guo, I vicerè spagnoli di Napoli, ivi 1967, pp. 62-72 .
28, - Memorie
432
ISABELLA DI RESTA
do evolversi dell'architettura militare capuana dove, come sappiamo, i fronti proiettati verso Napoli divennero cinque (5) e, procedendo da settentrione, assunsero i nomi di Sperone, Olivares, Conte, Aragona e del regio Castello. Inoltre, nel 1557, venne ordinato: « che si allargasse il castello regio; che si facessero alcuni cavalieri; che si abbassasse l'altezza delle torri e dei campanili » ( 6). In quest'epoca i borghi medievali extra-moenia vennero radicalmente distrutti per ampliare le mura e realizzare fossati e spianate contro gli incendi. Agli albori del XVIII secolo, il circuito bastionato, difeso dal fiume e (per la parte che si apriva a ventaglio nel territorio) da larghi e profondi fossati, rispondeva ancora ai disegni rinascimentali. Lungo i] perimetro urbano, difeso dall'ansa fluviale, esistevano solo tre bastioni isolati (7) in corrispondenza dei luoghi detti: Sapone, S. Caterina (nel culmine dell'ansa fluviale) e porta Roma (a difesa del ponte romano sul Volturno). Il bastione, detto Sapone per la consistenza scivolosa del terreno circostante, era ubicato lungo il versante settentrion~Je dell'ansa (in posizione intermedia tra i bastioni di S. Caterina e dello Sperone). Tale era l 'assetto difensivo, quando Carlo VI d'Austria affidò la conquista del Regno ai generali Daun e Vouban. L'operazione militare ebbe forse tra i protagonisti quel Caraffa (8) che a Napoli assumerà il comando delle forze armate e sovrintenJerà al potenziamen to delle fortificazioni capuane negli ultimi anni del viceregno austriaco. I reggimenti cesarei incontrarono scarsissime resistenze nelle maggiori fortezze settentrionali; pertanto, al viceregno spagnolo, subentrò quello austriaco ( 17071734 ) che si distinse per il forte impegno strategico-militare. Fin dai primi anni vennero pote nziate le fortificazioni di Gaeta, Pescara e Capua (9). Dal 1729 ( 10) è attestata l'attività capuana del d'Herbhort. Quest'ingegnere militare, al servizio della corte austriaca, era noto
(5) V. DE MARTINO, Monografia di Capua e dintorni, Estratto dal Portafoglio Militare, 1875 (Capua, Museo Campano, mss. 1033). (6-7) I. D1 RESTA, op. cit., pp. 173, 179 e 183 (n. 74-86). (8) M. ScmPA, Il Regno di Napoli al tempo di Carlo di Borbone, A.S.P.N., 1902, f. II, p . 296 (n . 4). (9) Ibidem, pp. 304-305. Cfr. G.B. BA'l"I'AGLlA, L'assedio di Capua nel 1734, A.S.P.N., XVIII, 1893 , f. l V, pp. 703-704. (10 ) I. DT RESTA, Contributo alla storia urbanistica di Capua. I. Ipotesi di sviluppo in epoca longobarda, in « Nap. nob. », XII, f. VI, ivi 1973, pp.
CARTOGRAFIA E ARCHI'l'E'I'TURA MIJ.JTARE A CAPUA
433
nel suo secolo come trattatista <li architettura militare; lo si apprende consultando il raro e pregevole testo del Rieger ( 11) intitolato « Universae Architecturae Militari elementa ». Dall'indicazione bibliografica fornita dal testo è stato possibile accertare che una copia del trattato « Nouvelles Methodes pour fortifier les Places » del d'Herbhort, stampato in Augsbourg nel 1735, è conservata presso la biblioteca di Artiglieria e del Genio in Roma ( 12). L'ingegnere cesareo diresse la costruzione delle opere avanzate (o fléches) e rilevò il centro capuano; la sua mappa venne tuttavia detta « del Granata » dal nome di quello storico che la pubblicò illustrandola: « In questa pianta , oltre alla natural fortificazione, che la città riceve dal fiume in quelle parti, dov'è da esso bagnata, si vede munita di terrapieni, palizzate, rivellini e piazze coperte ; dall'altra parte, oltre al castello ben guarnito di spaventosa artiglieria, e di ogni altro militare attrezzo, si vedono da passo in passo più bastioni, uno dei quali può resistere contro qualunque potentissima batteria, e tra essi i due più grandi, Sapone e lo Sperone; avanti al Ponte, e propriamente fuori la Porta di Roma, una spaventosa batteria , fossi ben profondi, e forti muraglie. Si aggiunge l'esteriore riparo di alcuni forti che per essere ognuno a forma di freccia, con questo nome di Flescie sono a noi restate, non in quel numero, in cui da principio furon costrutti, ma molto diminuiti, a cagion della molta guarnigione di truppe, che per difesa dc' medesimi forti nella Piazza bisognata sarebbe. Vi si osservano anche due gran magazzini interiori, uno vicino alla nobil clausura delle Monache di Santa Maria, l'altro presso il convento di S. Caterina, nel luogo detto la Limata; l'uno e l'altro di meravigliosa struttura, chiamati tutti e due col nome di polveriere » ( 13 ).
218-221 e 228-229 (n. 23-33 ). Ricordo che la Capua moderna insiste ~ulla Casilino romana mentre la Capua romana si chiama, oggi, S. Maria Capua Vetere. (11) C. R1EGER, Universae Architecturae Militari elementa, Vindohone 1748, Appendice, Ex Recentioribus (Syllabus Scriptorum Architecturae Militaris). (1 2 ) Ringrazio, per la segnalazione di questa copia, il col. O. Bovio. (13) F. GRANATA, Storia Civile di Capua, Napoli 1752, 1. II, pp. 334-335. Per una dissertazione chiarissima sulla « Comtruction des Traverses, des Redoutes, Bonnettes, ou Pléches qu'on met a l'extrémité du Glacis, de l'avantFossé, et des Patés » cfr.: (Abbé ) D.!ilDlliR, Le Parfait ingenieur francais, ou la fortification offensive et difensiv e..., Paris 1742, pp. 42-44. Sulle polveriere
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ISAllF.1.LA DI RESTA
Dall'analisi filologica si evince inoltre che, per realizzare i] rafforzamento della Piazza d'Armi , la Fortificazione Regia occupò d'ordine la fascia di territorio che circondava l'area urbana lungo la riva sinistra del Volturno: « Li parapetti di fascine arrecarono danni alle aree verdi, e fabbricate, da fortificare; furono espropriati terreni, diroccate case ed eliminati mulini. Si chiuse il fiume e la sua riva con terrapieni, fascine e fabbrica... formando un cammino coperto intorno a tutta la città » ( 14 ). Il bilancio economico dei lavori eseguiti si data nel febbraio del 1733 (15). L'anno successivo le sorti deUa guerra di successione polacca volgevano contro Carlo VI. I comandanti delle truppe alemanne « subito presero tutte le misure per una difesa. Si chiamò dalla Sicilia il Tenente Maresciallo D. Ottau Ferdinando Abensbergh, e Traun Governatore di Messina e di quella celebre cittadella» (16). Nel febbraio del 1734 il Caraffa venne « in Capua a visitare
il lavoro delle fortificazioni» (17) e, P. Colletta afferma che, in quell'anno « Differivano le opinioni del conte Traun e del generale Carafa (che voleva potenziare) i presidi di Pescara, Capua, Gaeta, Sant'Elmo » (18). Le truppe <li Carlo di Borbone invasero i confini dell'Italia meridionale mentre gli austriaci, si attestarono nelle città fortificate di Gaeta, Pescara e Capua. Il Traun si trincerò in Capua per resistere ad oltranza e non tenne in nessun conto le vessazioni cui erano sottoposti i cittadini (19 ). Pertanto, anche dopo la resa di Gaeta e Pescara, Capua continuò per mesi a resistere tra l'altro subendo, il 21 agosto 1734, un ulLeriore guasto <lei frutteti e vigneti (posti tra il Volturno e la via di S. Angelo in Formis) per ragioni, come sempre, belliche (20). Nell'ambito della campagna borbonica, per la conquista del Regno, si collocano le relazioni ed i disegni delle « Carte a prova di bomba dr. A.V. PAPACI NO D 'ANTONJ, Dell'architettura militare per le regie scuole teoriche d' Artig,lieria, e fortificazione, Torino 1778, 1. I , pp. 126-127, tav. XIV, fig. 46. (14) G .B. BATTAGLIA, op. cit ., p. 704 ss. ( 15) Archivio Storia Patria Napoli, mss. XXI A ( l e 9), ff. 43. (16) F. GRANATA, op. cit., ed . 1756, 1. III. p. 302. ( 17) G.B. BATTAGLIA, op. cit., p. 700ss. (18) P . Cm.LETTA , Storia d el Reame di Napoli, Bruxelles 1847, p. 15. (19) Archivio Comunale Capua (A.C.C.), 1. 882, p. IV, anni 1707-1730, fogli senza numero (f..s.n.), (Capua Museo Campano, Archivio). (20) Cfr. no ta 17.
CARTOGRAFIA E ARCHITETTURA MILITARE A CAPUA
435
Montemar » (21) conservate presso l'Archivio di Stato di Napoli. I due volumi manoscritti e rilegati in pergamena costituiscono una recente (1973) acquisizione dell'Archivio. Nel I volume sono contenute, tra l'altro, quattro mappe di Capua e del suo interland illustrate, come inedite, in un mio studio (22). Il « Pian de la Ville de Capoue » (Montemar 9), databile intorno al 1730, venne, molto probabilmente, estratto dall'archivio topografico del Genio austriaco ed evidenzia felicemente , attraverso una gamma di effetti cromatici, tre dominanti dell'impianto urbano: il fiume, le fortificazioni ed i complessi conventuali. L'intento di fortificare la cittadella, senza soluzioni di continuità, e di allontanare progressivamente le muraglie dal bombardamento nemico (attraverso la progettazione di corpi avanzati e collegati da cortine) risulta ancor più evidente nella « Copie exacte du Plan qui fut projetté a Viefie l'an 1732 per le Collone! Doxat de Moret, le quel fut aprouvé du Conseil de Guerre Aulique pour le mettre en execution a la ville de CAPOUE » (Montemar n . 10). E' senz'altro in errore chi ritenga che il Piano di Vienna non trovò alcuna attuazione; la tradizione scritta e le planimetrie, immediatamente successive, ci permettono di affermare con certezza che il piano venne realizzato in parte. A difesa del Castello regio, nel Piano di Vienna, vengono progettati due aloni ed una controguardia del rivellino; un identico potenziamento viene proposto, in perfetta simmetria, tra i bastioni Sperone ed Olivarez. Tale potenziamento delle ali venne realmente realizzato come, ad esempio, dimostra la successiva mappa del Berger (Fig. 1). Per ciò che concerne la campagna del Montemar, in Italia meridionale, è forse il caso di sottolineare che, nel giugno del 1734 Carlo di Borbone si trovava neJl a capitale del Regno e, pertanto, i militari potevano accedere nell'archivio austriaco e consultare tutte le mappe ivi esistenti. Cosl alla corte borbonica era possibile inviare ogni elemento utile al capitano generale dell'esercito Iosé Carrillo de Albornoz che ottenne « per i suoi segnalati servizi, il titolo di duca di Montemar nel 1735 » (23). Pertanto il destino
(21) Archivio Stato Napoli (A.S.N.), A rchivi Privati, Carte Montemar, n. 73-74. Cfr. anche J. M AzzoLF.NI, Le fonti documentarie e bibliografiche dal scc. X al sec. XX, Napoli 1978, v. II, p . 409. (22) I. D1 RESTA, L'architettura militare a Capua dal XVIII al XIX secolo, in « Storia dell'Arte», Firenze 1980 (in corso di stampa). (23) Cfr. nota 21.
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ISABELLA DI RESTA
di Capua era segnato. Quest'ultimo baluardo austriaco si arrese il 24 novembre 1734 e dieci anni dopo il consiglio comunale capuano (24) provvedeva ad un parziale risarcimento dei danni arrecati alle costruzioni ed ai giardini distrutti negli ultimi anni del viceregno. Si colloca nella prima età borbonica il grafico del Berger, conservato presso la sezione topografica della Biblioteca Nazionale di Napoli; esso appartiene ad un fondo cospicuo, recentemente catalogato, che arricchisce la cartografia e l'architettura militare di elementi utili a delineare lo sviluppo dell'assetto difensivo in Italia meridionale dal XVIII al XIX secolo (25). Il fondo, proveniente in origine dal Deposito delle fortifica;,,ioni della Reale Arma del Genio , è costituito da disegni manoscritti, delineati a penna e spesso acquerellati; ci troviamo di fronte a carte che, come sempre, privilegiano l'oggetto del loro studio: i limiti urbani fortificati e le architetture militari ausiliarie. Nel corpus dei grafici capuani vanno operate alcune distinzioni ; alcune mappe sono di rilievo mentre, in altre, al rilievo si sovrappone un progetto. Inoltre alcuni progetti riguardano pani della fortezza e rispondono a problemi immediati e reali; quakhe volta invece si propone un disegno alternativo per l'intera piazzaforte. Traspare in questi ultimi l'intenzione . accademica di applicare i sistemi difensivi più moderni prescindendo, utopisticamente, dai problemi economici e organizzativi che ne sarebbero scaturiti. Il taglio specialistico, che puntualmente si riscontra in queste carte, potrebbe determinare, in uno studioso poco attento, la convinzione che la realtà urbana sia caratterizzata esclusivamente dalla sua funzione militare. In senso più ampio, questo centro, di notevole interesse storico-artistico può essere inteso come il prodotto stratificato di vari momenti storici, un monumento d el quale è interessante individuare le coordinate spazio-temporali ed il significato che queste ultime sottendono. Le correnti culturali, le scelte politiche e gli eventi modificarono l'originario impianto secondo un profilo storico dal quale non si può prescindere. In particolare, se ci si chiede quale sia la caratteristica dominante della Capua di fondazione longobarda è giusto rispondere che essa si identifica con il ruolo strategico-
(24) A .C.C., 1. 1368, f. II. (25) C. GuBITOSI-A. I zzo, L'architettura militare del regno delle due Sicilie, in « Castellum », Roma 1972, pp. 52-54. Cfr. anche I. Dr REsTA, Documenti inediti sulle fortificazioni capuane dalla repubblica napoletana alla Restaurazione, in « Nap. nob. » XVIII, f. I , 1979, pp. 13-27.
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militare ma, in effetti, tale ruolo non è l'unico individuabile. La navigabilità del Volturno, la possibilità di valicarlo con un ponte, la presenza di strade di grande traffico e la fertilità del suolo sono le costanti urbanistiche e territoriali che permettono di individuare nell'agricoltura e nel commercio altri due caratteri arcaici di questo insediamento umano. Tuttavia l'interpretazione globale della realtà capuana non è, e non vuole essere, qui affrontata e pertanto , proseguendo nell'ottica militare dello studio, torno alla mappa del Berger in cui risultano disegnate a penna , e vivacemente colorate, le planimetrie di alcune famose città bastionate del tempo. Sono rappresentate Messina, Pescara, Gaeta, Orbetello, Siracusa, Augusta, Palermo, Trapani, Porto Ercole e Capua. Tali fortezze presentano notevoli corrispondenze formali nel disegno dei bastioni e nell'impfanto dei castelli ( come appare chiaro confrontando, per esempio, Pescara, Capua, Orbetello, Siracusa ed Augusta). La mappa, qui riprodotta nel particolare di Capua (fig. 1), presenta le trasformazioni illustrate nel « piano di Vienna»: un :;alienle più vaslo e articolato a Porta Roma; un nuovo disegno del bastione Sapone; in corrispondenza del Castello e del bastione Sperone , il potenziamento delle strutture difensive (il cui disegno si è conservato fino ai nostri giorni fig. 5b). Tale potenziamento si traduce graficamente in una felice accentuazione simmetrica, ai limiti della corona bastionata, cui fanno da pendenti « le flescie » ( rappresentate nel numero completo di sette, contrariamente alla nota riduzione, per l'armonia del disegno). La descrizione qui proposta è pittoresca perché tale si mostra l'intenzione dell'Autore, il disegno, che fa d a sfondo alla serie di mappe disposte scenograficamente nella tavola, risponde anch'esso ad un gusto tardobarocco. Il rilievo di una cittadella, qui rappresentata, è datato 1753, termine post quem il grafico può pertanto essere collocato; nel particolare di Capua, un altro elemento utile per la datazione è l'impianto del Gran Quartiere, ristrutturato, nella confilsllra7.ione qui resa, tra il 1757 (26) ed il quarto finale del secolo. Il progetto-rilievo della caserma, che pubblico inedito, venne disegnato nel 1766 dall'ing. milit. E. Giovine (27) .
(26) P. MANZI, Carlo di Borbone e Luigi Vanvitelli antesignani delle moderne caserme, in « Bollettino I.S.C.A.G. n. 105, Roma 1969, pp. 53-58. (27) Cfr. nota 22. I due disegni appartengono al fondo napoletano (Napoli, Bibl. naz., Sala mss. e rari, Cartografia, Capua, Ba 27a 13 // Ba 26 33).
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Precedentemente P. Manzi (28) aveva pubb1icato alcune stampe ottocentesche dd G. Quartiere - estraendole dalla Sezione « Architettura-Disegni e Stampe » dell'Istituto Storico di Cultura dell'Arma del Genio (I.S.C.A.G.) presso il Museo del Genio di Roma - di qui l'idea di studiare, nei limiti della mia ricerca, questo fondo poco noto agli storici dell'arte. I grafici si riferiscono alle fortificazioni ed ai fabbricati militari di molte cittadelle italiane e risultano utili ai fini di una lettura storica orientata in senso architettonico e urbanistico. Sotto il profilo cartografico, è interessante notare: la molteplicità delle unità di misura applicate nei rilievi; le varie scale di riduzione per rappresentare le opere dal progetto di massima al dettaglio; il variare delle tecniche grafiche e cromatiche; il diverso orientamento de] grafico in funzione dell'area che si vuol porre nella massima evidenza, ed , infine, le approssimazioni e/o le omissioni dei disegni in ordine alla loro finalità. Questa serie cartografica e quella della B.N. Napoli provengono da un'unica matrice: l'archivio topografico del Genio militare. Lo dimostrano le firme che corredano molti dei grafici permettendo di ordinare in modo sistematico, anche se incompleto, i quadri gerarchici dell'ingegneria militare dal XVIII al XIX secolo. Infatti ai vari ufficiali , che disegnano e/ o progettano il circuito bastionato o un suo dettaglio, seguono spesso le controfirme di alcuni ufficiali di alto rango. Pur limitando l'analisi del fondo Iscag alla cittadella capuana, i disegni manoscritti sono circa trenta. Molte di queste carte meriterebbero, per l'alto livelJo di professionalità che esprimono e per l 'eccezionale valore documentario, uno studio monografico; anzi, tra di esse, spicca un autentico gioieJlo, che ritenevo irrimediabilmente disperso: il progetto di restauro del ponte di Capua realizzato nel 1756 (tav. I - Fig. 2). In epoca medievale il Volturno era valicato, lungo il suo percorso navigabile, da tre ponti (29); probabil mente, agli albori dell'era moderna due dei valichi vennero soppressi ed è noto che il ponte, su cui l'Appia superava il fiume entrando in Capua, rimase il solo; per tale motivo, Capua venne definita « Clavis Regni ». Nella prima metà del XVIII secolo le inondazioni, i terremoti e gli eventi bellici avevano danneggiato il ponte sul Volturno; in particolare l'ingrossamento del fiume che, verso il 1750, aveva (28) Cfr. nota 26. (29) Cfr. no ta 1.
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provocato l'esclusione di una sua ansa (30), determinò un ulteriore danno alla sua struttura tanto da renderne opportuno il ripristino. L'ing. milit. straordinario della piazza di Capua, Giacchino Horsusan, nel 17 56 (3 I) assistito dall'ing. milit. ordinario « in secondo » Emanuele Giovine, ne diresse il restauro. Di tale rifazione ci danno notizie, tra gli altri, F. Granata (32) ed il Giustiniani (33); inoltre, attraverso la lettura delle relazioni tecniche, da me rinvenute, si può recuperare l'estensione de1l'intervento ed i nomi degli ingegneri militari ivi impegnati. Le fonti documentarie attestano che le arcate del ponte furono tutte ristrutturate; infatti, dall'll al 16 giugno, si smontarono le centine lignee, conformate a ventaglio e disposte a coppie parallele : « Dovendosi levare le forme del Ponte ... acciò si possono riparare i controfossi e Pilastri ... si sono levati 4 ventagli di legno cioè due dal primo arco piccolo, principiando dalla Piazza di Porta di Roma e due altri dal secondo arco consecutivamente che viene ad essere il più grande . .. due altri ventagli dal terzo arco ... >> (34) e così fino al sesto ed ultimo arco; una volta restaurati gli archi il restauro si estese ai piloni del ponte. I .'immagine grafica di questo restauro è, a mio avviso, da identificarsi nel PLANO Y PROSPECTO DEL PUENTE DE LA PLAZA DE CAPUA SOBRE EL RIO VOLTURNO (tav. I. Fig. 2) . Si tratta di uno stupendo acquerello policromo delineato a penna, appartenente al fondo Iscag, che non reca data, né firma alcuna. La tavola, di cm. 72,6x52, rappresenta l'opera in alzato ed in pianta con le centine lignee ch e si poggiano « a stampella» sui piloni e documentano l'intervento in fieri. La sottostante sezione orizzontale è realizzata alla quota di imposta degli archi e sembra su ggerire due fasi successive di intervento nella rifazione del ponte. Infatti le travature reticolari lignee, sottoposte ai ventagli delle centine, occupano trasversalmente solo i due terzi della carreggiata. Nonostante i danni arrecati dal tempo e da cause accidentali (in particolare nella coloritura della pianta), il grafico rappresenta un superbo e raro esempio di restauro statico nel XVIII secolo. La su a cromatica, rispondendo essenzial(30) F . GRANATA, op. cit ., 1752, 1. I , pp. 90-91. (3 1) A.C.C., 1. 880, anno 1756, L 11. (32) F. G RA NATA, Storia Sacra della chiesa Metropolitana di Capua, Napoli 1766, pp. 338-339. (33 ) GIUSTINIANI, Dizionario geografico - ragionato, t. III, Napoli 1797, pp. 136-137. (34) Cfr. nota 31.
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mente ad un sicuro gusto pittorico, si mostra indipendente dai canoni stigmatizzati nella trattatistica cartografica. E' del resto probabile che le tecniche di colorazione si venissero uniformando con l'avvento dei napoleonidi (Non a caso i trattati di L.N. Lespinasse (35) e del Thiollet (36), conservati nella biblioteca del Presidio militare di Napoli, furono stampati a Parigi rispettivamente nel 1801 e nel 1825). La morbidezza dei toni cromatici, la corrispondenza con la relazione tecnica e la didascalia in lingua spagnola datano, a mio giudizio, senza ombra di dubbio; questo grafico nell'anno 1756. A ricordo dell'intervento borbonico venne ivi innalzata un'epigrafe trasmessa dal Granata (3 7) che, inoltre, fa cenno ad una statua. La trasposizione figurativa di questa testimonianza è costituita da un notevole acquerello policromo dell'ing milit. Giuseppe Bartolomaji. La « Pianta, Profilo e Prospetto del ponte di porta di Roma, nella Real Piazza di Capua, che passa sul Fiume Volturno» (tav. II, fig. 3) rappresenta , nel riquadro a sinistra in basso, il monumento che ricorda il restauro del '56 e la relativa iscrizione: « CAMPANORUM PONTEM / QUEM VETUSTUS PEREDERAT CAROLUS HISP. INF. / RES UTRIUSQUE SICILIAE / RESTITUIT / ANNO MDCCLVI / REGNARUM XXIII ». Il monumento, che inquadra l'iscrizione, presenta elementi architettonici di gusto tardo-barocco ed è sormontato dallo stemma reale. La statua e l 'iscrv.ione risultano in situ nella foto storica del 1929 (fig. 4a) che pertanto precede di quattordici anni il bombardamento aereo (9 settembre 1943) che distrusse il ponte (fig. 4b). Procedendo nell'illustrazione del riquadro in basso a sinistra, alla base dell'edicola celebrativa, si legge: « Iscrizione in marmo, con ornamenti situata nel lato sinistro sul Ponte nel luogo segnato I » (fig. 3 ). Nella tavola , procedendo dall'alto, sono rappresentati il prospetto a monte della corrente fluviale, la sezione verticale e la pianta. Nella rosa dei venti, che spesso caratterizza le mappe del Bartolomaji (38), il giglio borbonico più grande indica, invece del nord , l'ovest. Il grafico dimostra una raffinata perizia
(35) L.N. LESPlNAS SE, Traitè du lavis des plans, Paris 1801, pp. 23-26 139-140. (36) THIOLLET, L'art de lever les plans, du Lavis et du nivellement, Paris 1825, pp. 314-315. (37) Cfr. nota 32. (38-39) I. D1 RESTA , Documenti cit., pp. 14 (fig. 1), 17, 20 (tavv. I-II).
e
Nella II Append. cartogr. tavv. II e V.
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tecnica (nella composizione delle parti, nel disegno e nella cromatica} che si distingue dalla preceJente per un maggior distacco dell'autore dall'elaborato. Tale variazione di sensibilità rende bene la differenza che intercorre tra un progetto ed un rilievo. Il Bartolomaji elaborò anche altri rilievi capuani nel 1805 ed essi segnano pertanto il passaggio tra le prima età borbonica ed il Decennio. E' anzi probabile che su una sua mappa capuana, i1 Lesage (39) stendesse, due settimane dopo l'entrata dei francesi in Napoli, un progetto di trasformazione e potenziamento della città-fortezza. Nell'ambito ridotto ma emblematico della piazza di Capua, il Decennio francese trova le sue premesse negli eventi bellici che determinarono l'avvento della repubblica napoletana. Infatti , dopo la resa di Pescara e di Gaeta, la città venne conquistata dai francesi nel '99, liberata lo stesso anno (da una coalizione anglo-russo-borbonica) per ricadere, nel 1806, in mano francese seguendo le sorti del regno. Durante questo periodo, il paese subì una notevole trasformazione; il sistema burocratico e dipartimenta!e francese fu introdotto nelle strutture amministrative del regno, che venne riordinato in tredici province di cui quattro (Napoli, Terra di Lavoro, Principato Citra ed Ultra) formarono la Campania. La distribuzione degli incarichi giudiziari ed amministrativi, contrastando la preminenza della capitale storica, snellì la procedura burocratica tramite l'istituzione dei capoluoghi di provincia. A tal fine vennero scelti alcuni centri, con solide tradizioni, come sedi delle Intendenze; quella di Terra di Lavoro ebbe sede in Capua (40). Nell'ampio quadro storico offerto dalla recente saggistica, la ricerca di ulteriori documenti provinciali, in genere, e di quelli qui proposti in particolare, si prefigge l'inserimento delle storie locali in un panorama più vasto. Peraltro questa scelta di metodo, se estesa a tutte le province, permetterebbe di verificare la rispondenza esistente tra gli indirizzi della politica governativa e la relativa incidenza a livello periferico. Il piano economico del programma promozionale di opere sociali, civili e militari, si basò sulle note direttive tendenti ad indebolire le due classi dominanti nel regno: la nobiltà ed il clero. In particolare Capua, essendo di demanio regio per antica tradizione, fu coinvolta, più che nella politica antifeudale, in quella anticlericale; è quindi opportuno fare un cenno anche sull'estensione e sui
(40) L. PARTST, Giornale dell'Intendenza di T erra di Lavoro, Capua 1806, p. 188.
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limiti di quest'ultima. L'anticurialismo, venne perseguito attraverso l'eliminazione dei privilegi ecclesiastici, la soppressione di ordini monastici e la conseguente riduzione dei conventi. Durante il regno di Giuseppe Bonaparte (1806-1808) si verificarono le prime soppressioni di complessi conventuali che interessarono anche la nostra città, sin dal 1806 (41), seguirono, tra il 1807 ed il 1809, i decreti generali e provinciali sulle soppressioni degli ordini; il patrimonio dello stato si scisse da quello regio ed i conventi soppressi divennero demanio della Corona (42). Le basi della riforma ecclesiastica, così poste, permisero il potenziamento delle strutture civili e militari; infatti i conventi furono parzialmente destinati a funzioni di pubblica utilità. Tuttavia l'intenzione politica {di recuperare alla società edifici riservati al clero) venne, in molti casi, tradita dalla realtà e tale trasformazione segnò il declino di molte fabbriche sacre. In vari centri tale utilizzazione fu trascurabHe ed i religiosi vennero, di fatto, sacrificati alle esigenze militari. Nella città in esame, tali esigenze erano da sempre dominanti e finirono, in quest'epoca, per coinvolgere quasi integralmente le fabbriche sacre. Infatti il potenziamento della piazza d'armi si attuò, nell'ambito del tessuto urbano, attraverso la trasformazione dei complessi conventuali disattivati in strutture militari ausiliarie. E' giudizio concorde che nel reame di Napoli G. Murat promosse una politica moderatamente indipendente resa più credibile d al potenziamento dell'assetto difensivo. Il programma strategicomilitare si articolò in diverse opere promozionali fra le quali ricorderemo: l'immancabile ripristino e rinnovamento delle fortificazioni; il già ricordato incremento delle strutture militari ausiliarie; la creazione di fonderie; il miglioramento delle comunicazioni; lo sviluppo dell'Artiglieria e del Genio mi] itare. Il decimo reggimento (4 3) del Real Corpo del Genio militare, di stanza a Capua, acquistò un enorme potere decisionale su gran parte del tessuto urbano (che venne profondamente ristrutturato sotto il profilo funzionale). Infatti il Genio non solo acquisì, in tale periodo, il maggior numero di monasteri
( 41-42) M. M IELE, Ricerche sulla soppressione degli ordini religiosi nel Regno di Napoli (1806-18 15), in « Campani a Sacra», Napoli 1793, IV, pp. 512 e 24. ( 43) P. l?ETRONCELLI, Una proposta urbanistica: l'Università a Capua, Napoli 1971 , pp. 65-72.
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soppressi ma anche tutti quelli più rilevanti. Nei fatti, l'Artiglieria, pur occupando aree nettamente inferiori, ebbe interessi concorrenti con il Genio e non è raro il caso di reciproci passaggi di competenza. La mutata fruizione delle strutture architettoniche, pur sminuendo l'architettura degli interni, non cambiò sensibilmente l'immagine della città (44 ), ossia la configurazione del tessuto urbano all'interno delle mura. Inoltre, ai limiti ed all'esterno dell'area urbana, le modifiche apportate sul complesso militare capuano, non furono molte né determinanti ed i progetti elaborati superarono decisamente le opere realizzate (45). Nel tratto dei cinque fronti bastionati, rivolti verso Napoli, viene ancora una volta confermata l'attenzione costante verso le aree al limite tra i bastioni e le rive del Volturno. I relativi grafici del Genio Militare capuano, lo ripeto, si possono dividere in due gruppi; alcuni sono progetti e/o rilievi, che investono l'intera piazza, altri sono progetti e/o rilievi parziali. Alle mappe generali del fondo napoletano, va aggiunta quella del gen. Costanzo (1812 - Tav. VII Append. cartogr.) conservata nel fondo romano. Sebbene il sistema metrico fosse stato ufficialmente introdotto dai francesi, si può constatare che il suo uso, durante il Decennio, è sporadico; tale sistema viene assunto nella tavola del Costanzo che costituisce un documento coevo alla trasformazione dei conventi in architetture militari. I rilievi parziali sono, in gran parte relativi ad opere di riparo dal fiume e si collocano tra il 1810 ed il '15 (tavv. VI e VIII); infatti la piena del 1809 aveva provocato danni nell'area compresa tra il castello regio e porta Roma. Si trovano inoltre altri grafici fra i quali ricordiamo: la trasformazione del collegio e della chiesa dei Gesuiti (46); la trasformazione del Castello normanno delle Pietre (ospedale militare borbonico) in Arsenale {47); il rilievo delle polveriere S. Caterina e Olivares ed il progetto, poi parzialmente realizzato, del Poligono cli tiro (1813) (Tav. IX). Il sistema metrico risulta infine usato anche nell'importante progetto di trasformazione del convento di S. G iovanni B. delle D. Monache in « Scuola cli Applicazione del Genio e dell'Artìglieria ». Tale inedito cade nel 1815 (Tav. X).
(44) II App. cart. tav. VII. (45) T. Dr REsTA , Documenti cit., pp. 13-18, 20-23. Nella II App. cart. tavv. VI-X. (46-47) Cfr. nota 44.
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Dopo la caduta dei Napoleonidi, solo una parte degli edifici religiosi tornò allo stato pontificio perché la riforma dei beni ecclesiastici non venne completamente infinnata dal Concordato del 1818; in esso si confermava l'abolizione delle immunità e si riducevano le diocesi. Inoltre i beni concessi al governo militare, in base alla clausola in cui si prevedeva la restituzione dei soli beni invenduti, si sottrassero al ripristino delle originarie funzioni. Dal momento che quasi tutti i monasteri capuani risultavano militarizzati, l'assetto urbano conservò i segni della trasformazione napoleonica. Durante la Restaurazione il capoluogo provinciale venne trasferito a Caserta mentre in Capua il governo militare, fruendo di una organizzazione autonoma, finì per compromettere ulteriormente lo svolgersi equilibrato della vita cittadina coinvolta in scelte sulle quali poteva incidere sempre meno. La continuità di questa militarizzazione è, tra l 'altro, documentata dalla relativa cartografia. Esemplare è il caso c.le11a Scuola del Genio; nella sostanza, il progetto di trasformare il complesso di S. Giovanni in Scuola di Applicazione del Genio ed Artiglieria , intrapreso con i napoleonidi, viene portato
con successo a termine dopo la restaurazione borbonica. E' da sottoJineare che, con bella rispondenza al diverso momento storico, alla scala metrica del primo progetto (1815) corrisponde, nell'analogo disegno del 1817, la scala in Palmi napoletani (Tav. XI). Quest'ultima tavola (fig. 6) restituisce in pianta ed in sezione il complesso monastico. Il disegno denuncia un sicuro gusto compositivo ed una raffinata tecnica grafica: la sezione del chiostro occidentale acquista risalto attraverso' efficaci effeLti d 'ombra; inoltre il grafico risulta più attento del precedente alle irregolarità della costruzione, alla tipologia delle volte e reca le correzioni effettuate dal Nugent. Confrontando la sua legenda con la precedente, si riscontra la programmazione di un numero più che raddoppiato di allievi; se ne deduce che l 'importanza di questa Scuola, nell'ambito del Regno, doveva essere primaria. Andrebbe pertanto precisato, approfondendo la ricerca, se e quante altre Scuole del Genio esistevano all'epoca . Non a caso il Borgatti (48), per esemplificare l'ordine gerarchico del Genio napoletano, nel 1819, prende in esame un disegno della sottodirezione di Capua e, verso la metà del secolo, buona parte degli ufficiali del Genio borbonico, proviene dalla scuola capuana (49). (48-49) M. BoRGATTI, Storia dell'Arma del Genio, Roma 1928-193 1, 1. II, pp. 535-536, 540-543 .
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Lo dimostrano i nomi degli a11ievi che, come specificheremo, si distinsero nel campo de1la trattatistica e dell'ingegneria militare borbonica; lo dimostrano anche i progetti ed i rilievi che raggiungono punti di massima produzione in questi anni e saranno esaminati, per la parte conservata presso il museo del Genio di Roma, nelle successive tavole. Tornando alla sede capuana del Genio militare, è da dire che l'annessa chiesa di S. Giovanni delle Monache, soppressa nel 1812 insieme al convento, risuJta nel 1815 (50), adibita a magazzino. La chiesa, pur appartenendo al complesso monastico di fondazione longobarda, non è il risultato di un ampliamento della chiesa medievale. Fondata ex novo nel 1737 , venne consacrata nel 1753 (51). La sua facciata è prospiciente ad un larghetto intorno al quale gravitano la chiesa longobarda di S. Angelo in Audoaldis e la torre massima del castello normanno delle Pietre. Ciò significa che il complesso di S. Giovanni insiste all'interno del limite orientale della Capua di fondazione longobarda. Sebbene sia certo che F. Sanfelice abbia fornito il progetto di questa chiesa, eseguita da D.A. Vaccaro (52), è però evidente che la conformazione degli spazi interni è di gusto squisitamente vaccariano; basterebbe pensare alla chiesa di Montecalvario in Napoli per rendersene conto (53). Il De Dominici, illustrando l'opera di D.A. Vaccaro, afferma: « A Capua fattavi di pianta la chiesa di S. Giovanni con più bellezza e invenzione della già descritta di Monte Calvario, nell'antichissimo Monastero di S. Giovanni di Dame Religiose; incorporando l'antica chiesa parte nella nuova Chiesa, parte nel nuovo parlatorio, e ornando di belli marmi la Cona, vi ha dipinto il quadro della SS. Concezione, con S. Giovanni Battista, concepito con idea nuova e meravigliosa». Lo stesso autore (54 ), passando alla produzione architettonica di F. Sanfclkc, specifica: « Nella città di Capua vi ha fatto ... il disegno della chiesa di S. Giovanni, che per la sua bellezza si è dato alle
(50) M. MIELE, op. cit., p. 83; G. ZAMPINO, La chiesa di S. Angelo in Audoaldis, in « Nap. nob. », VII, ivi 1968, p. 138. {51) M. D E LLA CrnPPA, Notizie istoriche di S. Angelo in Audoaldis, Caserta 1843, p. 59 ss. (52-54) R. DF. DoMINICI, Vite de' pittori, scultori ed architetti napolitani, ivi 1742, v. III, pp . 491, 656. Cfr. anche: R. PANE, Architettura dell'età barocca in Napoli, ivi 1939, pp. 157, 165 , 197 ; R. MORMONE, Domenico Antonio V accaro architetto, in « Nap. nob. », 1961 p. 138.
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stampe, benché poi, non potendo accudirvi per li continui impieghi datili da S.M. fu posta in opera da Vaccaro». Due disegni della B.N. di Napoli ne documentano lo stato nel 1819 (55). Si tratta di un rilievo in pianta ed in sezione trasversale in cui si progetta di sostituire la cupola lesionata con una copertura, a più spioventi, sorretta da una capriata. Anche questi due grafici provengono dalle carte del Genio militare; si tratta anzi di due elaborati originali completi di data e firma (figg. 7 a e b); nella legenda della sezione orizzontale si specifica: « Pianta della chiesa dell'edificio di S. Giovanni che si progetta covrirsi con tetto sopra legname ultimando la demolizione dell'attuale cupola lesionata. Nota. Le linee nove punteggiate indicano l'armatura del tetto che si progetta». Non è possibile reprimere il moto di dissenso di fronte ad un progetto di restauro che risolve il dissesto di una cupola eliminandola (piuttosto che con un intervento statico di ripristino). Chiaramente il recupero · della cupola settecentesca non rientra nell'interesse del progetto stesso, teso unicamente a rendere agibile e funzionale questo ambienle che, udJu stesso periodo neoclassico, subl una profonda trasformazione della facciata. Rientrando nell'area militare, non è cosa facile visitare questa sala, tuttavia i due grafici ci permettono di darne una lettura sia pure approssimativa e non aggiornata. La chiesa, a pianta centrale, si presenta ad aula unica di impianto ottagonale incluso in un quadrato; in esso sono contenute le cappelle
(55) Nella sezione (Ba 26 22) in alto a sinistra si legge « Corpo Reale del Genio / 3za Direzione delle fortificaz.ni / 5a Sotto Direzione / Piazza di Capua / Esercito del 1819 ». In alto a destra dopo un 37 che si riferisce ad una catalogazione precedente, vi è la « Leggenda / Spaccato della chiesa di S. Giovanni fatto sulla linea A B. della Pianta, coll'indicazione dell'Armatura del tetto che si progetta, e della demolizione dell'attuale cupola lesionata». In basso, oltre ai timbri Jcl Genio borbonico si legge: « Visto / e verificato Sopraluogo in Capua / Su i Cerri che si conservano in quella S. o Direzione / Il Maresciallo di Campo / Isp. Gen. del Genio / d'Escamond. // Visto / Il Maresciallo di Campo / Direttore Generale del Genio (manca. la firma) / / Capua 5 Aprile 1819 / Il Capit.o in II del Genio incaricato del dettaglio Gio. Batt.a Agresti // Il Tenente ColonneIJo del Genio / Sotto Direttore delle Fortificazioni Gi.a Vinci / / V0 B0 / Il Col.o Dirett.re / Chateauneuf (?) » . Dove si può notare che ai vertici della gerarchia ricorrono gli stessi personaggi documentati nella tavola XI qui illustrata ( 1817). Passando ad esaminare la pianta della chiesa di S. Giovanni (Ba 26 21), è inutile trascrivere il titolo, la scala, le. firme e la data perché ripetono fedelmente ciò che è scritto in ·sezione.
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laterali irradiantisi in corrispondenza degli assi di simmetria. In particolare le due cappelle ortogonali, rispetto all'asse ingresso-altare, sono prcssocché rettangolari mentre nei quattro lati dell'ottagono, disposti a 45° rispetto all'ingresso, si dilatano cappelle di impianto approssimativamente esagonale. Spazialmente, in corrispondenza degli assi mediani principali, si aprono le arcate maggiori mentre le cappelle esagonali presentano arcate minori, in luce ed altezza, su cui sovrastano i vani di un matroneo. Spazi di impianto rettangolare si articolano anche ai limiti della direttrice ingressoaltare che, pur nella scelta della pianta centrale, rimane dominante: lo dimostrano l'estroflettersi della parte mediana della facciata ed, in corrispondenza dell'altare, l'accentuarsi della dilatazione spaziale ottenuta attraverso un doppio modulo rettangolare. L'aula centrale è scandita da snelle paraste, di un corinzio composito, sormontate da un'alta fascia di trabeazione che sottolinea la continuità dello spazio. L'alternanza ritmica a-2a delle arcate, ai limiti dell'aula, è determinata dalla contrazione dei binati di paraste inclusi, rispetto all'ingresso, nei lati obliqui dell'ottagono; tale alternanza investe non solo le luci degli archi ma anche le loro altezze; così, al di sopra degli archi minori, si aprono, per lo meno verso il presbiterio, i vani del matroneo. Al di sopra della trabeazione di aggetto notevole, nell'alto tamburo, rinforzato esternamente, otto luci riecheggiano, con l'alternanza delle proporzioni, il gioco ritmico della sala centrale; al termine si ergeva un'imponente cupola a sesto rialzato. Trasformata in Sala d 'armi (1830-1843) il motivo convesso della facciata tardo-barocca venne eliminato. La facciata ottocentesca si imposta secondo un severo spartito classico limitato, lateralmente, da binati di paraste tuscaniche sovrastate da trabeazione dorica. Un'ampia finestra semicircolare sovrasta il portale di ingresso in cui un paramento di intonaco a bugne lisce, inquadra il vano archivolt ato. Ai lati del finestrone si sviluppano due « trionfi » di stucco in bassorilievo mentre, al di sotto, le superfici comprese tra il portale e le paraste, presentano l'intonaco liscio su cui è inciso lievemente lo stesso bugnato della fascia centrale. La lettura architettonica della chiesa di S. Giovanni, per il suo carattere di novità, assume qui un preciso significato. I due inediti, ora esaminati, nonché il progetto del 1817 per la Scuola del Genio, recano, tra le altre, la firma del Vinci che condusse tale scuola alla massima fioritura.
29. - Memorie
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Sotto la sua gui<la la cartografia capuana si arricchì di grafici che risultano particolarmente tesi a potenziare, trasformare e/ o restaurare, nell'area della Limata, i bastioni di S. Caterina, e nel1'area di porta Napoli, la Porta urbana ed il suo ponte di accesso. Tra il 1819 ed il 1820 (56) il Nugent seguì particolarmente questi progetti correggendoli e controfirmandoli. G. Vinci, tra l'altro, promuoverà l'esecuzione di un'importante mappa cittadina (fig. 5a). In essa, oltre l'intenzione accademico-militare di sperimentare, in campo, i principi della cartografia e della topografia, si persegue la finalità di rilevare un'area notevolmente estesa del territorio circostante. Per quanto non manchino carte topografiche del territorio capuano, restituite scientificamente (basterebbe ricordare quella di Rizzi-Zannoni), la mappa fatta eseguire dal Vinci restituisce, in ogni particolare, i terreni e le vie gravitanti intorno a Capua; al contrario la struttura urbana contiene evidenti approssimazioni e ciò si giustifica, ancora una volta, alla luce del taglio eminentemente militare del rilievo. L'ampiezza di quest'ultimo spiega l'impegno di un gruppo <li ingegneri militari per la sua realizza:Gio11e. Si legge i11fatti, nel riquadro in alto a destra del grafico, conservato nel fondo della B.N. di Napoli: « PIANTA della PIAZZA di CAPUA, con le fortificazioni come al presente si trovano e levata alla Planchette da Ten.ti in 2° e sotto Tenenti del Genio addetti alla Scuola di applicazione in detta Piazza , Scarambone, Tramazza, Gonzales, Piccirillo, Chieco, Malta, Sponsillo e Pagano e diretta dal Tenente Colonnello del Genio Vinci Sotto Direttore delle Fortificazioni. Il rilievo risulta eseguito secondo i principi della scuola francese precedente l'epoca napoleonica; lo rivelano la tecnica alla Planchette e l'assunzione della Tesa come unità di misura. Cade qui a proposito ricordare che nella biblioteca prcsi<liaria di Napoli, si conserva un testo proveniente dalla Libraire du Roi per l 'Artiglieria ed il Genio; si tratta del « Méthode dc lever les plans et les cartes de terre et de mer » edito nel 1755 a Parigi. In esso C.A. Jambert (57) descrive i vari tipi di planchette (semplice o composta) specificandone il metodo applicativo. Il libretto, restaurato di recente, è ricco di tavole esplicative e risulta un « manuale » anche per le sue modeste dimensioni (cm. 10,3 O; 17 ,30). Passando dalla tecnica di rilievo agli autori
(56) I. Dr REsTA, Documenti cit._, pp. 18-20 e 23-25. (57) Cfr. pp. 47-48, 61-62 e TmoLLET, op. cit., p. 158.
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di quest'ultimo, il Borgatti (58) conferma l'importanza della scuola capuana riferendo che, nel 1846 (cioè circa venticinque anni dopo), il Corpo reale del Genio è composto, tra l'altro, dai capitani Luigi Scarambone, Luigi Tramazza, Gennaro Gonzales, Vitantonio Piccirilli, Pasquale Cieco , Vincenzo Malta, Francesco Sponzilli e dal tenente Filippo Pagano . Lo stesso storico (59) ricorda inoltre che: lo Sponzilli realizzò 1a Corderia di Castellamare, il cimitero di Barletta e fu inoltre autore di diverse pubblicazioni; il Pagano, ingegnere di ponti e strade, scrisse un'opera storica sul Regno e due trattati di architettura militare; il Gonzales realizzò, in parte, la strada per la reggia di Capodimonte (60). A queste notizie si può aggiungere che lo Scarambonc (61) scrisse nel 1834 una pregevole monografia sulla Piazza di Capua pubblicata dal Reale Officio Topografico di Napoli. Nella mappa detta, per semplicità, del Vinci sono riportate le nuove opere di porta Roma, del Poligono e del bastione transfluviale mentre la mancata traslazione di porta Napoli, progettata nel 1819, costituisce il termine ante quem la mappa può essere datata. Al centro del te rritorio, diviso trasversalmente dai meandri fluviali, s'inserisce l'elegante impianto urbanistico contornato in parte dalle anse del Volturno e, per il resto, dalle fortificazioni vicereali. Rispetto ai punti cardinali, discordanti con quelli normalmente indicati, la superficie rilevata si estende, a nord, sino alla strada di confino, ad est, oltre il Poligono configurato più semplicemente che nel progetto del Caldora (1813). Protagonista assoluta è la struttura urbana perfettamente inserita nel contesto territoriale. In essa la forma delle insulae e l'articolato sviluppo delle fortificazioni risultano evidenziati con due diversi toni chiaroscurali di cui il più intenso è relativo a queste ultime. Inoltre, nel corso del 1819, vennero eseguiti una serie di rilievi della zona che si estende dal Fronte di S. Caterina a porta Roma ed elaborati i primi p rogetti di intervento relativi a quest'ultima. Come ho detto in precedenza, si evince da tali grafici che il Nugent, l'alto ufficiale austriaco che fu tra i protagonisti delJa restaurazione bor bonica, fornì precise indicazioni progettuali per il fronte bastionato di S. Caterina. Siamo in
(58-59 ) M. B o RGATT I , op. cit., l. II, 540-541 e 543. (60) A. VENDITTI , A rchitet tura neoclassica in Napoli, ivi 1961, p . 133 ss. (61) L. ScARAMBONE, Ragguaglio del sim ulacro d'assedio e difesa della Piazza di Capua comandato e diretto dalla Maestà del Re (N.S.) nella primavera del 1834, Napoli .
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un diverso clima politico; la restaurazone ha raggiunto il suo massimo rigore nonostante le ammonizioni del Metternich. Già Ferdinando I, nel Congresso di Lubiana, ha chiesto aiuti all'estero e le truppe austriache scendono nel Regno per assumere il controllo delle sue roccaforti. E' anzi probabile che la mappa di Capua, detta del Nugent (fig. 8), sia appunto opera di ingg. austriaci. La planimetria urbana rivela esemplarmente assimilata la lezione neoclassica attraverso un perfetta compiutezza grafica che infonde nell'immagine urbana un senso di rarefatta bellezza. Magistrale è la regia dei colori e dei toni nonché l'elegante quanto improbabile disegno dei giardini intramuranei. All'interno le caserme sono rese con toni rosati più intensi rispetto agli altri edifici (62). In questa mappa alla porta Napoli si affianca, in posizione intermedia rispetto al rivellino, la porta Nugent. La storia della porta di Napoli è veramente complicata e tuttora non completamente chiara. Nel XVI secolo la porta fu staccata dal castello normanno ed inserita nel circuito bastionato; durante il viceregno austriaco intorno al 17 32, fu aggiunta una porta postica (inserita lungo i fossati e collegata da un camminamento); a queste due porte vanno aggiunti degli accessi di fortuna usati in periodi bellici (63 ). Nei primi decenni del sec. XIX, alle due porte citate si affiancò lateralmente, lungo lo stesso rivellino ma spostata verso occidente, la porta Nugent. Dal momento che, tra il 1815 ed il 1820 , il generale austriaco risulta operante in Italia meridionale, si è portati a datare in qucst'arco di tempo la porta omonima (64 ). L'ipotesi si trasforma in dato di fatto con l'attuale rinvenimento del relativo progetto nel fondo car tografico romano. I tre grafici, di notevole interesse estetico e documentario, recano la firma del progetti sta (G.B. Agresti) ma anche la ratifica del Nugent (Tavv. XIIXIII-XIV. Figg. 9a e b ). Secondo il D e Martino (65), il portale rinascimentale di porta Napoli fu traslato, nel 183 1, all'esterno delle mura sul prospetto posteriore di porta Nugent che, da allora, si disse di Napoli. In tale occasione, secondo lo stesso storico, il suo triportico, rivolto verso l'interno dell'area urbana, venne dilatato mediante due ali che avvolsero virtualmente l'area antistante il teatro neo-
(62) I. Dr REs'l'A, Documenti cit., pp. 19, 22 (fig. 8) e 25 (tav. XXX). (63) I bidem, p. 27 nota 50. (64-65) V. DE MARTINO, op. cit.. fV.; I. D1 R ESTA, D ocumenti cit., p. 20.
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classico. Tuttavia queste quinte sceniche, è bene sottolinearlo, risultano compiutamente rappresentate nel progetto dell'Agresti (1819) anche se, forse, vennero realizzate in un secondo momento. Ancora una volta tornare alle fonti, in questo caso cartografiche, ha permesso di amplificare i limiti della conoscenza storica. Pertanto mi auguro che questa ricerca, riduttiva e tuttavia paradigmatica, ed ancor più l'alto valore del materiale cartografico promuovano un incremento degli studi sulle carte militari degli stati italiani in età moderna.
Il.
APPENDICE CARTOGRAFICA
(*)
Questa serie di grafici inerente alla Piazza capuana, si data tra il 1756 ed il 1835 circa ed è stata selezionata dall'ampia raccolta di disegni e stampe che si trova presso l'Istituto Storico e di Cultura dell'Arma del Genio di Roma. Gli originali sono conservati nel reparto Fortificazioni (LXX B e LXXI A) e Fabbricati Militari (B XXVI) della SEZIONE ARCHITETTURA. Tali disegni sono stati riprodotti per la cortesia della direzione del museo Arma del Genio e dell'Ufficio Storico dello SME. M. Borgatti (66), nella sua Storia dell'Arma del Genio, fa risalire le origini del Genio militare borbonico al 1752 e cita, tra gli ingegneri in capo, oltre a Rocco Gioacchino Alcubierre, quel Lorenzo P ersichelli che, nel 1771 (6 7), ispezionò le fortificazioni capuane. Dall'analisi storiografica e dalle fonti cartografiche ed archivistiche, finora consultate, si può ipotizzare che, nella prima età borbonica (1734-1805) l'attività degli ingegneri militari fosse regolata da una struttura gerarchica piuttosto snella. Ad esempio nel centro capuano, alla figura <lell'ing. sovrastante alla Piazza si affianca un ingegnere in 2° di grado inferiore (68). A volte un maresciallo di Campo, un ing. milit. capo (ing. Maggiore del Regno) o un ing. della regia camera si recano in sopraluogo con incarichi ispettivi (69). Ciò premesso possiamo formare un primo sommario schema cronologico degli ingegneri militari operanti a Capua o venuti come ispettori. (* ) La prima è pubblicata su « Napoli Nobilissima », vol. XVIII, f. I , 1979, pp. 20-25. (66) M. Borgatti, op. cit., v. II, pp. 526-527. (67-69) A.C.C., 1. 886, f. V, anni 1771-1774.
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ISABELLA DI RESTA
1753-1756
Emanuele Giovine ing. milit. ordinario.
1756-1760
Gioacchino Horsusan ing. milit. straordinario sovrastante della Piazza.
1757-1759
E. Giovine ing. milit. straordinario.
1759-1764
G.B. Bigotti Brigadiere e ing. milit. maggiore del Regno (70).
1761-1772
Francesco Gasperi Ing. milit. sovrastante della Piazza.
1761-1771
E. Giovine ing. milit. in 2°.
1771
Lorenzo de Persichelli (altrove semplicemente Persichelli o Persiqueti) ing. milit. !spett. operante come ing. milit. ordinario negli anni 1753-1766.
1771-1774
Andrea Spinella ing. milit. in 2° (?).
1772-1805
Santi dc Fcrdinandi ing. milit. sovrastante della
Piazza. 1805
Antonio Alvarez y Lobo ing. milit. (Capitano). Giuseppe Bartolomaji ing. milit. (Tenente).
La riforma ferdinandea del 1815 (7 1) rivela acquisita quella struttura piramidale dell'Arma dimostrata dalla serie delle firme e controfirme rilevabile sulle carte della Restaurazione. In particolare dal Borgatti (72) si apprende che, nel 1815, lo Stato Maggiore del Genio aveva la seguente struttura gerarchica: un direttore generale comandante in capo; due marescialli <li campo, ispettori generali: cinque colonnelli direttori, per quante erano le direzioni. La quinta direzione era relativa alla provincia di Napoli; vi erano infine tredici sottodirezioni. Inoltre il decreto del 20 luglio 1819 (73), nel riorganizzare l'esercito, modificò ulteriormente lo Stato Maggiore del Genio. Citiamo, in ordine cronologico, gli ingg. milit. operanti in Capua durante il Decennio (1806-1815) (74).
(70) F . STRAZZULLO, Le lettere di L uigi Vanvitelli, Galatina 1976, v. II, pp. 342-344. (71-73) M. BoRGATTI, op. cit., V. li, pp. 5.3 1-5.36. (74) I. D 1 R ESTA, Documenti cit., p. 20.
CARTOGRAFIA E ARCHITETTURA MILITARE A CAPUA
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1806-1815
I. de Vito Piscicelli ing. milit. (Col. Sottocapo dello Stato Maggiore del Genio, direttore Deposito Fortificazioni).
1806
Le Sage ing. milit. (Capitano).
1812
Costanzo ing. milit. (Maresciallo di Campo e Colonnello). Bonelli ing. milit. (Capitano).
1813
Caldora ing. milit. (Capitano).
1815
A. Del Giudice ing. milit. (Ten. Col. sotto direttore fortificazioni). Andreini allievo ing. milit. (Sottotenente).
Dal 1816, come è nolo, .la struttura gerarchica viene irregimentata più saldamente e, per illustrarla , il Borgatti prende spunto proprio da due grafici elaborati da ingg. milit. capuani. E' evidente che i grafici (che si trovano presso la Biblioteca Nazionale di Napoli e l'Istituto Storico e di Cultura dell'Arma del Genio di Roma) e le fonti archivistiche permettono di delineare, con una connotazione più precisa, lo Stato Maggiore del Genio dalla prima alla seconda età borbonica. Inoltre analizzando numerosi studi storici, è possibile dedurre l'incidenza di alcuni ingegneri militari nella storia dell'architettura e dell'urbanistica del regno di Napoli (75). TAV. I (FIG. 2)
4515 . Acquerello policromo delineato a penna. « Escala de palmos 80 » (mm. 15,5, palmi 10). Le dimensioni del
grafico sono di cm. (72,6; 52). Anno 1756 (dataz. dell'a.). « PLANO Y PROSPECTO DEL PUENTE DE LA PLAZA DE CAPUA SOBRE EL RIO VOLTURNO ». Una nota più tarda, scritta a penna, specifica: « (metr. 0,00567 rappresentano il metro) ». In alto a destra la scritta in corsivo ed a penna: « Deposito delle Por-
(75) Oltre quelli già citati ricordiamo: F. STRAZZULLO, A rchitetti e ingegneri napoletani dal '500 al '700, Ercolano 1969; G. AusTO, Siti Reali dei Borboni, Roma 1976 e P. MANZI, Architetti e ingegneri militari dal secolo XVI al secolo XVIII, Roma 1976.
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TSAilELLA DI RF.STA
tificazioni n. 5 ». A mio avviso, per le regioni esposte nel testo, nel disegno va identificato il progetto di restauro condotto dagli ingg. milit. G. Horsusan ed E. Giovine.
TAv. II (FIG. 3) 4514. Acquerello policromo delineato a penna. « Scala di Canne 16 Napolitane » (mm. 108 = Canne 10) . « Scale di Palmi otto per !'ornamenti» (mm. 31 = Palmi 4). Dimensioni di cm (72,3; 49,8). Anno 1805. Pianta, Profilo e Prospetto del Ponte di Porta di Roma nella Real Piazza di Capua che passa sul Fiume Volturno ». Il grafico rappresenta il rilievo del ponte capuano sul Volturno mezzo secolo dopo il restauro illustrato nella tavola precedente. Nel riquadro in alto a sinistra si legge: « Spiegazione J C Sortita di Porta di Roma / DE F G Platea del Ponte / H Statua <li S. Giovanni Nepomiceno (76), situata sulla destra del ponte /. Nota / Che per quante ddieem:e si sono fotte, non è stato possibile rinvenire la profondità del piede della Platea; onde non si è potuto dimostrare in questo disegno la sua altezza /. Capua 9 Novembre 1805. / Rilevata e delineata da Giusèppe Bartolomaji Ten.te / V.B. de Ferdinandi (Santi de Ferdinandi ing. sovrast. n.d.a.).
TAv. III 45 07 . Acquerello policromo delineato a penna con inch. nero e rosso (Scolorito e da restaurare). Scala in Palmi napoletani. Dimensioni di cm. (85; 62). L'anno è segnato a matita da un catalogatore: « anno 1805? ». « Pianta della Piazza di Capua ». Il grafico è dotato di legenda mutila. Nell'area del Gran Quartiere si distingue lo spazio antistante e la caserma presenta un impianto riferibile agli albori dell'Ottocento. Inoltre l'ubicazione di porta Napoli dimostra che la mappa è precedente al 181 9 (anno in cui la porta subì traslazioni e modifiche) (77). Il carattere militare della carta è confermato dal disegno che specifica le fortificazioni mentre omette di restituire la forma delle insulae salvo quelle confinanti con il circuito murario . L'orien(76) Cfr. nota 32. (77) Cfr. note 63-65.
CARTOGRAFIA E ARCHITETTURA MILITARE A CAPUA
455
tamento è anomalo (cioè il margine superiore della carta non coincide con il nord) per porre nella massima evidenza lo sventagliamento della cinta bastionata verso Napoli. Le insulae sono acquerellate m rosa, tinta che diventerà convenzionale nel corso del secolo. TAv. IV 4512. Acquerello policromo delineato a penna con inchiostri nero e rosso (la carta risulta lesionata in alcuni punti). « Scala di Canne 50 Napolitane ». Dimensioni di cm. (43,8; 70,5). Anno 1805. « PIANTA TOPOGRAFICA che dimostra Porta di Roma della Real Piazza di Capua. / Capua 31 Agosto 1805. / L'Alun.o Gius.e Panzera dis.ò ». Dal momento che il Panzera copiò, nel 1835, la Tav. IX il cui originale risale al 1813, se ne deduce che, nella presente tavola, siamo di fronte ad un 'ulteriore copia di esercitazione dell'allievo della Scuola di Applicazione del Genio. La cromatica del grafico rivela perfettamente acquisita la lezione dei trattatisti francesi (78).
TAv. V
4517. Acquerello policromo delineato a penna. Due scale metriche in cui manca l'unità di misura (Canne?). Dimensioni di cm. (145; 58) . (Secondo un catalogatore) anno 1805. Sembra un disegno del Bartolomaji o una sua copia, identica è la rosa dei venti e la freccia del fiume se si osserva la T av. II; analoga è anche la tecnica pittorica nel rappresentare la sponda fluviale. Il disegno rappresenta l'ala sinistra della corona bastionata ed, al termine del bastione Sperone, si notano i resti della torre « orbicolare» (79) che ha dato il nome a quest'ultimo. In alto a destra si legge: « N. 14. Pianta dell'Ala sinistra della Piazza sul Fronte di Napoli, con un profilo tagliato su la faccia sinistra del Bastione dello Sperone, ed altro procedendo da1l'adiacente Cortina, che passa pe' Rivellino, Controguardia, cammino coperto e spalto». (78) Cfr. note 35-36. (79) I. Dr RESTA, Contributo II Origini cit., pp. 171 (fig. 2), 178 e .183 (n. 76-77); idem Documenti cit., p. 2 1 (tav. VI, voce 31).
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ISABELLA DT RESTA
TAv. VI
4510. Acquere1lo policromo delineato a penna con inchiostro nero e rosso. Varie scale di riduzione in palmi. Dimensioni di cm. (68,7; 48). Anno 1810. In alto, a sinistra, si legge: «PIAZZA DI CAPUA». Nel riquadro in alto, a destra si legge: « Pianta dell'impalizzata che si propone». Scala in palmi (mm. 90,5 = palmi 40). Nella fascia in basso, in scala di piccola riduzione, è tracciata la sezione del]'alveo del Volturno presso il « Castello degli Spagnuoli » o cittadella: « Profilo tagliato sulla Linea A B. / Scala di 60 palmi pel Profilo» (mm. 82,7 = palmi 60). La tavola rappresenta la copia di un progetto il cui originale è conservato presso la B.N. di Napoli (80). Come era prevedibile, l'area della cittadella militare risulta nettamente separata dal resto della città. Il progetto venne firmato a Napoli nel 1810 dal sotto-capo dello Stato maggiore del Genio, col. F. <le Vito Piscicelli. L'attenzione del progettista è tesa ad evitare che altre piene del Volturno, dopo quella rovinosa del 25 Novembre 1809, danneggino la Cittadella. Il disegno si presenta infatti più ricco di particolari nel rilievo del ponte e del letto fluviale. Vi sono diversi progetti (81) che propongono opere di riparo dal fiume, in corrispondenza della porta Nova del castello Regio, ed un setto murario venne in seguito realmente costruito. TAv. VII
4508. Acquerello policromo delineato a penna con inchiostri nero e rosso. « Scala di Metri » (mm. 47 = m. 100). Dimensioni di cm. (88,4; 59,5). « Pianta della Piazza di Capua, e sue Fortificazioni / Co' numeri di livellazione». Anno 1812 (dataz. dell'a.). Nel riquadro a destra: « Leggenda / A. Gran Guardia / B. Ponte a Porta di Napoli / C. Porta di Roma / D. Castello / E. Bastione S. Carlo / F. Idem S. Amalia / G. Cortina, e mezzo Bastione d'Aragona / H . Bastione del Conte / I. Idem di Olivares / K. Id. dello Sperone con Sortita, ed alla gola vi è la Chiusa dell'Acquedotto / L. Idem del Sapone / M . Fronte di S.ta Caterina / N. Polveriere / O. Gran Quartiere / P. Caserma di S. E ligio / Q. Idem di Majella / R. Idem Seminario vecchio / S. Idem deila Maddalena / T. Idem di
(80 ) Idem, Documenti cit., pp. 15 (fig. 2), 20 (tav. Ili). (81) Cfr. nota 74.
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457
S. Martino / U. Idem di S. Vincenzo con Scuderia / V. Idem di S. Giovanni / X. Idem del Gesù Grande (Monast.ro ultimamente soppresso) / Y. Idem di S. Gabriele (Monast.ro ultimamente soppresso) / Z. Idem S.a M. le Monache (Id. p. le Truppe di passaggio) / AA. Idem di S. Girolamo (Id. p. le Truppe di passaggio) / BB. Edificio S. Caterina p. Sala de' fuochisti / CC. Idem di Mignano p. Arsenale / DD. Idem del Collegio p. Ospedale Militare / EE. Idem di S. Antonio / Idem di Supplemento. / Nota. II piano di paragone passa 100 m. sopra la soglia della G.n Guardia. / Le linee nere rappresentano le opere in terra. / Id. rosse quelle in fabbrica. La 1• linea verso la Campagna disegna il Cordone. / L'altezza del cordone descritto al ciglio è di 1 m. Id. del Ciglio al sopraciglio è <li m. 0,70 (?). Le soglie delle sortite e quelle de' Sotterranei e Magazzini del CasteJlo sono a livello del Fossato». Segue un'aggiunta forse posteriore: « La quota a Porta Napoli è a 24,39 sul livello del mare. Nello spigolo in basso a destra si legge la firma: « Il Mares.o di Campo / Costanzo». I corpi cantonali del G. Quartiere (82) si presentano ancora in risalto rispetto alle cortine mediane. Per indicare strutture non sezionate, linee tratteggiate configurano: lo Sperone, o torre orbicolare, nell'area di S. Maria delle Monache, al limite tra le mura e la riva fluviale; i ridotti avanzati in corrispondenza delle cortine Sperone, Olivares e Conte; le sortite di emergenza ai lati di ogni bastione; le vie che si diramano da porta Napoli. Sono segnati a matita due bastioni pentagonali transfluviali tra lo Sperone e l'area di S. Caterina nell'ansa della Limata. Il grafico non è datato ma esistono elementi utili a tal fine. L'introduzione del sistema metrico nella cartografia militare avvenne ovviamente durante il Decennio (83) anche se la diffusione di tale sistema nelle altre scuole militari avvenne in tempi più tardi (84). L'ubicazione di porta Napoli dimostra che la mappa è anteriore al 1819 (data del progetto di trasformazione della porta illustrato, come ho detto, nelle tavv. XII, XIII e XIV). Per quanto riguarda il firmatario della carta, dal Borgatti (85) si apprende che : nel 1799, il gen. Francesco Costanzo (82) Cfr. nota 26.
(83) J.M. RommTs , L' Italia, in « Storia del mondo moderno», v. IX, Milano 1972, pp. 497-499. (84) A. VENDITI!, op. cit., p. 404 (n. 142). (85) M. BoRGA1' l'I, op. cit. , v. I , p. 105; v. II, p. 534.
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ISABELLA DI RESTA
difese S. Elmo contro il Ruffo; divenne direttore generale della scuola di Ponti e Strade (negli anni 1814-1815) e pubblicò le « Memorie di ingegneria» in otto volumi. Inoltre nel fondo cartografico napoletano (86) si trovano almeno quattro carte firmate dal col. Costanzo e le due relative all'ospedale militare (nel tempo collegio gesuitico e, nel medioevo, importantissimo convento benedettino) sono datate 25 Settembre 1812. Tuttavia la digressione su Costanzo costituisce essenzialmente un pretesto, per illustrarne la figura , perché in realtà un elemento determinante, ai fini della datazione, è fornito dalle voci X e Y della legenda della Tav. VII dove si specifica che le caserme del Gesù Grande e di S. Gabriele sono monasteri « ultimamente soppressi » ed è noto che essi vennero ordinatamente soppressi il 12 ed il 17 settembre 1812 (87). Sorvolando sul tema delle fortificazioni, precedentemente illustrate, va sottolineato il rinnovato interesse militare per la struttura interna della città in cui i monasteri soppressi dai decreti dei napoleonidi vengono gradatamente trasformati in strutture militari ausiliarie. Le insulae vengono delineate con alcune approssimazioni; per esempio l'intera area curiale, in cui aveva sede, probabilmente, il centro direzionale dell 'Intendenza di Terra di Lavoro (88), è resa come un'unica insula. Nell'area sud-orientale si notano il percorso dell'acquedotto, in azzurro, ed il rilievo della cava di pozzolana. TAV.
VIII
4513 . Acquerello policromo delineato a penna. Varie scale di riduzione in palmi, tese e canne. Dimensioni di cm. (63; 56,5). (Datazione dell'a.) 1812 e.a. Nel riquadro, in alto a sinistra, si legge: « P ianta e Profili <l'una parte della Piazza di Capua col proggetto del Riparo Principale necessario per ovviare li danni maggiori, che minaccia il Fiume Volturno. / Spiegazione / A. Castello / B. Porta Nova / C. Avanzata di Id.m / D.E. Riparo, parapetto e Ramparo che si proggetta / F.G. Pennello cl.lo Sperone rovinato dalla piena accaduta nel Sud.to
(86) I. D1 RESTA, Documenti cit., pp. 20-21 (tavv. IV-V). Presso la B.N. Napoli si trovano anche i grafici inedi ti firmati dal Costanzo (Ba 27a 1 / / Ba 26 77). (87) E. PETRONCELLI, op. cit., p . . 19 ss. (88) I. D 1 RESTA, Documenti cit., pp. 13-16.
CARTOGRAFIA E ARCHITETTURA MILITARE A CAPUA
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Fiume / H. Ponte di Fabbrica a P .ta di Roma / I. Ponte del Ridotto del Rivel.o / K. Ponte del d.o Rivellino / L. Avanzata d'Idem / M. Strada Reg.a / I. Altra Strada / O. Antica fabbrica (Si tratta del piccolo molo romano cui fa più volte cenno il Granata (89); il suo rudere emerge tuttora nei periodi di magra fluviale n .d .a.) / P. Parte della Citta. / Scale per profili / mm. 36 Palmi 40 / mm. 45 = Tese 40 / Scale per la pianta / mm. 53 = Canne 30 / mm. 49 = Tese 30 / (Firmato) F. Bonelli ». Nella parte alta della tavola è rappresentato il castello regio, in alzato, sino all'asse di simmetria; al limite della sezione sventola la bandiera francese che pertanto data approssimativamente la tavola (1806-1816). li resto del grafico rappresenta l'area urbana che si estende dalla porta di Roma alla porta Nova ed è la copia pressoché conforme di un disegno conservato nel noto fondo napoletano (90). Quest'ultimo fornisce elementi più utili ai fini della datazione; infatti, alla voce F-G della Legenda, fornisce il termine post quem è databile riferendosi alla piena fluviale del 1809. La controfirma di Costanzo permette infine di datarlo intorno al 1812 per quanto si è affermato nell'illustrazione della precedente tavola. TAV.
IX
4498. Acquerello policromo delineato a penna. Scala in tese (mm. 59,5 = tese 100). Dimensioni di cm. (78 ,7; 53,6). E ' la copia posteriore (1835) dell'originale del 1813 (91). Nel riquadro irregolare, in alto a destra, si legge: « Anno 1835. (vedi nota a tergo) / Pianta del Poligono a Capua fuori Porta di Roma / a b. Lato d'un Poligono fortificato il terzo della lunghezza regolare. / c. Butte alta 6 tese, lunga 30 e alta 14. / d. Gran batteria perpendicolare al prolungamento del bastione B distante 300 tese dalla Butte ... / e Fornello a riverbero per esercizio a palle infocate / /. Edificio sufficiente a dare un corpo di G uardia... / g. Sito per stabilirsi di Cantieri alla costruzione di salciccioni, Gabioni ec. / h. Divisione di Campagna ... « In basso a destra, fuori dalla linea che incornicia il disegno, si legge: « L 'alunno Giuseppe Panzera disegnò » (Cfr. Tav. IV). Nella nota a tergo si legge : « Corrisponde all'origi(89) F. GRANATA, Storia Civile, op. cit., 1752, 1. I , p. 77. (90) I. Dr RESTA , Documenti cit., pp. 16 (fig. 3), 20-21 (tav. IV). (91) Ibidem, pp. 18 (fig. 5), 21-22 ( tav. VII).
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ISARELLA DI RESTA
nale che si conserva nell'Archivio de' Disegni di questo Reale Officio Topografico. Napoli 13 Marzo 1835 Carmelo De Simone Tenente ... Si rimette all'Ispezione per passarsi alla Direzione generale de' Corpi facoltativi in forza della stessa de 22 Ottobre 1833 n. 135. Il Colonnello Capo del Reale Officio topografico Giovanni Melirio (?). Il Brigad. !spett. Manchi(?). E' il caso di ricordare (92) che nel 1817 il Deposito di Guerra si scisse dall'Officio topografico a sua volta, nel 1833, assorbito dal Genio militare e, dopo l'Unificazione, dall'Istituto Topografico Militare. TAv. X
2058 (Fabbricati militari. B. XXVI). Acquerello policromo delineato a penna con inchiostri nero, rosso e<l ocra. Scala in metri (mm. 101 = m. 20). Dimensioni di cm. (65,8; 50,9). Anno 1815. Lungo la fascia acquarellata, che incornicia il disegno, si legge: « Deposito delle fortificazioni n. 6 ». E, all'interno, in alto a sinistra: « Genio Militare / Sotto Dirz.e di Capua / Armo 1815 ». Segue il titolo in elegante corsivo: « Pianta <lei piano superiore dell'ex-Convento di S. Giovanni in Capua progettato per alloggiare 30 Alunni e 3 Uffizziali / Leggenda / la 5. Abitazione del Sotto Direttore o se si vuole per 10 Alunni / Sala da Disegno dove possono entrare 16 Tavole ciascuna di due Metri per uno / 7 . Sala di Modelli, ed Archivio / 8. Gabinetto di Chimica e Fisica / 9. Luogo immondo. II' Cucina commune 10. Alloggio di Capitano 11" id. dl. Sotto Direttore 11. id / 12. Sala per Scuola / 13-28. Alloggi per 30 Alunni e due per Stanza / 29. Scalda vivande / 30. Sala per mangiare / 31. Stanze per due servienti / 32. Sala per Armi / 33. Cortili / 34. Giardinetti J 35. Loggetta ove si può costruire un luogo immondo / Loggetta / 6' Stanzone disponibile / 12' id. o per Laboratorio / Al pianterreno, propriamente sotto i n.i II' e II" vi esistono due Stanze ove possono alloggiare i Portinaj . Erano queste stanze il Corpo di Guardia, e la prigione della Caserma». In basso a destra seguono le firme: « L'alunno Sotto. Tn.te del Genio Incar . / Andreini / Visto. Il Ten.te Col.ilo del Genio / Sotto Dirett.e cl .ile Fortificaz.i Del Giudice» . (92) Cfr. note 58-59 .
CARTOGRAFIA E ARCH!TET'l'URA MILITARE A CAPUA
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TAV. XI (FIG. 6)
2057 (B XXVI F Mii.) . Acquerello policromo delineato a penna con inchiostri nero, rosso e seppia. Scala di 50 Palmi (mm. 105,5 = palmi 80). Dimensioni di cm. (66,4; 54,5). Anno 1817. In alto a destra si legge: « Deposito <lelle Fortificazioni n. 06 (?) ». In alto a sinistra: « Corpo Reale del Genio / 5° Sotto Direzione di Capua. Esercizio del 1817 ». La tavola è esaurientemente commentata: « Pianta del piano superiore del Soppresso Convento di S. Giovanni ridotto per Scuola di applicazione del Genio ed Artiglieria / Leggenda / a. Alloggio per due Uffiziali / B. Sale di passaggio / c. Alloggio per un Uffiziale / d. Alloggio pel Direttore / e. Stanze ridotte a camerate per 80 individui / f. Sala d'Istruzioni pratiche/ g. Alloggio d 'Uffiziale / h . Corridoi/ i. Latrina / k. Loggia scoperla sotlo della quale vi era la sepoltura delle Monache / l. Giardino rustico / m. Cortili ». Restano da tra scrivere una nota e le firme: « Nota. Il presente disegno viene accompagnato dallo stato estimativo redatto ai Cinque Maggio anno andante, nell ' Uno, e nell'Altro si è preso in particolare considerazione quanto si ordinò da S.E. il Sig. Capitan Generale Principe Nugent nella sua visita di 30 Aprile Ultimo / Capua li 20 Maggio 1817 / Il Tenente Colonnello del Genio / Sotto Direttore delle Fortificazioni / Vinci/. V.o dal Colonnello del Genio Direttore della 5a Direzione Chateauneuf (?)/Visto/Maresciallo di Campo Ispettore Generale d 'Escamond ». TAv. XII
4499 . Acquerello policromo delineato a penna.« Scala di Canne 40 » (mm. 47 = Canne 10). Dimensioni <li cm. (63,4; 90 ,6 e.a.). Anno 1819. In alto a sinistra « Corpo Reale del Genio / 3za Direzione delle Fortificazioni / 5ta Sotto Direzione / Piazza di Capua / Esercito del 1819 / » Al centro: « N. 16 / Progetto di un nuovo Ponte di entrata nella Piazza di Capua in rimpiazzo di quello esistente detto di Porta di Napoli / Il de ttaglio del presente progetto è specificato nei fogli di disegno n.ri 1 e 2 ». Segue il progetto in pianta della traslazione della Porta Napoli in posizione centrale rispetto al rivellino d 'Aragona. In basso a sinistra: « Note. Il color giallo indica il terreno su cui corrispondono i progetti delle nuove opere. (Quindi tutto il nuovo assetto di porta Napoli n.d .a.). Le linee punteggiate dinotano lo stato attuale delle opere. De' particolari progetti forme-
462
I SABELLA DT RESTA
ranno l'oggetto della demolizione dell'attuale Ponte; delle comunicazioni della nuova Porta tanto verso la Campagna, che nella Città; dell'ingrandimento della Piazza d 'Armi rientrante; e della riduzione a Caserma dell'attuale androne ». In basso a destra / Leggenda. / a. Giardino / b. Casamento pel quale deve passare il nuovo ramo di strada di comunicazione con la strada segnata lettera c. / c. Strada di Porta di Napoli e Porta di Roma. / d. Corpi di guardia alla gola del Rivellino e Piazza d 'Armi rientrante. / e. Ponti di passaggio. / f. Ponte e Corpo di Guardia attuale. / g. Piazza avanti la nuova Porta » . Il grafico forma con le due tavole seguenti il progetto completo cli trasformazione della porta di Napoli in Porta Nugent; seguono, nella parte più bassa della carta, la data e le firme: « Capua 20 Marzo 1819 / Il Capitano in 2.do del Genio incaricato del dettaglio. / Gio. Batt.a Agresti / Il Tenente Colonnello del Genio Sotto Direttore delle Fortificazioni / G.ta Vinci // Visto, e verificato / Il Maresciallo di Campo Isp. e Gen.e / d 'Escamond // Visto / Il Maresciallo di Campo / Direttore Gen.le del Genio / Luigi Bardet di Villanova / / Napoli 10 Aprile 1819 / Approvato in virtù dell'autorizzazione datane da Sua Maestà / Il Capitan Generale / Nugent / / ». Sul Margine in basso a sinistra è scritto in corsivo: « Il ten.te in 2° Vitan.o Piccirilli disegnò ». Compare qui la firma del direttore generale del Genio Luigi Bardet di Villanova ( 9 3). TAv .
XIII (F1G. 9a)
4518. Acquerello (con colori dominanti seppia e rosa) delineato a penna con inchiostri nero e rosso. Scala di palmi 130 (mm. 17 ,5 = palmi 10). Dimensioni di cm. (78; 53,5). Anno 1819 .
In alto a sinistra: « Num.ro I. Corpo Reale del G enio. 3za Direzione delle Fortificazioni / 5ta Sotto Direzione / Piazza di Capua / Esercizio del 1819 ». Nella tavola trovano posto i seguenti disegni relativi a porta Nugent {la porta progettata in sostituzione di p. Napoli n .d .a.): « Veduta interna della nuova sortita della Piazza verso Napoli, segnata in pianta nella linea AB / / Elevazione e spaccato del Ponte sul fosso principale della Piazza preso sulle linee CD, DE. // Spaccato sulla linea FG // Pianta del Ponte sul fosso del Rivellino // Nota. Le linee punteggiate l 'attuale (?) stato
(93) Cfr. note 71-73.
CARTOGRAFIA E ARCIIITETTURA MILITARE A CAPUA
463
del livello del fosso e ... / / ripete tutte le firme e le date della Tav. XII . Al di fuori del margine, in basso a sinistra: « Il Tenente in 2° Gennaro Gonzales disegnò». TAV. XIV (FIG. 9b) 4518. Acquerello, Scala, Dimensioni, anno ed intestazione come nella Tav. XIII. Segue la « Leggenda / a. Porta d'ingresso / b. Androne / c. Vestibolo / d. Corpo di Guardia per soldati / e. Corpo di Guardia dell'Ufficiale / f. Prigione / g. Passaggio alla stessa / h. Piazza avanti Ja Porta / m. Parti mobili del ponte. / n. Gola del Rivellino». Seguono Je stesse date, firme, timbro e disegnatore della tav. precedente. NeJla carta sono resi due disegni: « Pianta del nuovo Ponte della Piazza sul fosso principale della Piazza, colla corrispondente porta d 'entn1La, e sue d ipendenze / / Pianta del nuovo ponte sul fosso principale della Piazza a livello del fosso stesso ». TAv. XV 4511. Disegno a penna con inchiostri nero, rosso e azzurro. Scale in Tese e Canne (mm. 113,5 = Tese 100; mm. 120 = Canne 100). Dimensioni di cm. (177,5; 61). Anno 1820. In alto a destra: « Corpo Reale del Genio. la (?) Direzione / Piazza di Capua. / Esercizio del 1820. / In alto al centro: « Progetto per ridurre lo Spalto della Piazza alla sua giusta altezza, disterrare il fondo della Fossata principale, e togliere il terreno avanti i cavi delle Pozzolane ». Si tratta di un disegno strettamente tecnico, di un progetto esecutivo, ricco di quote e di note esplicative, che si incentra sull'area sud-orientale delle fortificazioni; in basso a destra seguono data e firme: « Capua 21 Luglio 1820. Il Capo Dettaglio del Genio Gio. Batt.a Agresti Capit.o / / Visto / Il Tenente Colonnello del Genio Direttore G. ta Vinci ». TAV. XVI 4509 . Acquerello policromo delineato a penna con inchiostri nero, ocra e rosso. Scale in Canne e Tese (mm. 23,5 = Canne 10; mm. 22,5 = Tese 19). Dimensioni di cm . (86 ,5; 61 ,2). Anno 1820. In alto a sinistra: « Corpo Reale del Genio / I Direzione / Piazza di Capua / Esercizio del 1820 / ». Segue, al centro, il titolo: « Pianta di una porzione di una Cinta della Piazza di Capua sulla
30. - Memorie
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riva sinistra del Volturno Dal Ponte a Porta di Roma al Bastione sinistro di S. Caterina». Inoltre nella tavola sono inseriti, nelle parti lasciate libere dal grafico della riva fluviale, profili e sezioni relativi alla pianta stessa. In alto a destra: « Leggenda. AA. Muraglione che si progetta per chiudere la Cinta nel sito dei macelli / BB. Muraglione per la continuazione della Cinta avanti Piazza Eboli / CC. Faccia e fianco del Bastione da ricostruirsi perché diroccate / Nota. Il color rosso indica l'attuale fabbrica, il nero la Jemolizione, il giallo la nuova costruzione. Le scale delle piante si intendono quadruple per le piante in dettaglio e per i profili » {ci troviamo pertanto di fronte ad un progetto esecutivo). In basso, a destra, la data e le firme: « Capua 30 Marzo 1820. Il Capitano del Genio Capo Dettaglio. / N. Zizzi (il Borgatti (94) segnala un altro disegno firmato da quest'ultimo nello stesso anno e, nei ruoli del 1846 lo segnala come colonnello n.d.a.) / Il Tenente Colonne1lo del Genio Direttore / G.ta Vinci. TAV.
XVII
4505. Acquerello policromo delineato a penna con inchiostri rosso, seppia, nero e giallo. « Scala di Canne pe.r la pianta (mm. 161 = Canne 35) / Doppia per i profili / Quadrupla per 1a graticola ». Dimensioni di cm. (70; 46,7). Anno 1820.
In alto a sinistra la solita iscrizione del Genio. Al centro in alto: « N. 20. / Pianta del Fronte di S. Caterina, e del rimanente della Cinta in fabbrica in continuazione del Bastione di sinistra colla dinotazione dei progetti indicati sopra luogo da S.E. il Capitan Generale Principe Nugent (che, per riferire direttamente del V. B. del re, doveva rivestire la più alta carica militare tra il 1819 ed il '20 n.d.a.), e sanciti nella seduta de' 26 Maggio andante anno dalla stessa E.S. Presieduta / / Leggenda. / AA. Casematte da costruirsi nei fianchi ritirati dei due bastioni. / BB. Nuovo muro di rivestimento per chiudere il Bastione diroccato nel Saliente. / CC. Casamatta e Cannoniere nel fianco ritirato per prendere di rovescio le opere nemiche avanti la Controguardia a Porta di Roma. / DD. Casamatta per Caserma nell'altro fianco ritirato. / EE. Rimanente parte del muro di Cinta da ridursi nell'estremo a profilo secondo
(94) Cfr. note 58 e 71.
CARTOGRAFIA E ARCHITETTURA MlLlTARE A CAPUA
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la scarpa naturale della terra. / aa. Pianta della graticola di cui una porzione è coperta da Tavoloni, indicando quelle da costruirsi sotto le fondazioni. / bb. Sventatojo >>. In basso la data e le firme: « Capua 21 Giugno 1820 / Il Capitano del Genio N. Zizzi / / Visto / Il Tenente Colonnello del Genio Direttore / G.ta Vinci / / Visto / Il Colonnello Ispettore del Genio P. Corner (?) (95) // Visto / Il Maresciallo di Campo / Direttore Generale del Genio / Luigi Bardet di Villanova // Il Sotto Tenente Claudio Beaujeujese (?) disegnò ». TAV.
XVIII
4502. Acguere1lo policromo delineato a penna. « Scala di Canne trenta Napoletane pe r la Pianta (mm. 226 = Canne 30). Scala di Canne dieci Napoletane per il taglio (mm. 150 = Canne 10). Dimensioni di cm. (56,5; 42) >>. Datato posteriormente 1824.
In alto e a sinistra: « N. 19 / Pianta e taglio corrispondente del progetto di riedificazione con volte a discarico della faccia sinistra ed angolo saliente del bastione sinistro del fronte di S. Caterina di questa Real Piazza di Capua». L'opera di contenimento del terrapieno è tipica dell'epoca; basterebbe ricordare l'analoga struttura realizzata nel Belvedere della villa Gallo in Napoli su progetto di A. Niccolini (96). TAv. XIX
4504. Acquerello policromo delineato a penna. Scala di Canne Napoletane (mm. 287 = Canne 80). Dimensioni di cm. (5 4,7; 40). Anno 1824. (Secondo una notazione a margine probabilmente posteriore). Anche questa tavola, come la precedente, è contraddistinta dal n. 19. Nella fascia alta si legge: « Pianta del fronte di S. Caterina della Real Piazza di Capua. / N. 1. Bastione destro nel quale trovasi crollafa una parte del rivestimento della faccia sinistra / N. 2. Bastione sinistro nel quale trovasi crollato l'intiero rivestimento della faccia sin.a col suo angolo saliente ».
(96) A. VENDITI!, A ntonio Niccolini, (dattiloscritto 1st. Storia Archit. Napoli n. 313 E 12, p. 88 ).
466
ISABELLA DI RESTA
TAV.
xx
4503. Acquerello policromo delineato a penna. Scale in Canne e palmi (procedendo dall'alto sulla sinistra: mm. 28 = canne 10; mm. 75 = Canne 10. Analogamente a destra: mm. 44 = Palmi 8; mm. 164 = Canne 16). Dimensioni di cm. (80,5; 53). Anno 1824. Si tratta di una tavola riassuntiva del progetto esecutivo già parzialmente illustrato n elle tavole XVIII e XIX; anch'esso è contraddistinto dal numero 19 ed, essendo l'unico dei tre dotato di firma e data, è presumibile che le tre carte andassero viste insieme . Nella fascia alta: « Disegno del progetto della riedificazione con volte a discarico del bastione destro del fronte di S. Caterina della Real Piazza di Capua». Segue l'Indice. / 1. Pianta del fronte S. Caterina. / 2. Bastione destro di detto fronte colla distribuzione delle volte a discarico. / 3. Prospetto della sinistra di detto bastione con profilo delle volte a discarico. / 4. Profilo di detto bastione sulla faccia destra. / 5. Disegno del grillage o sia telajo a graticcia per le fondamenta ». Sulla destra in alto: « Capua li 28 Febbraio 1824. / Il Capitano in 1° Sotto Direttore / Frane.o di Pasquale ». Le stesse volte a discarico troviamo nella Tav. XVI del 1820 ed in una tavola del 1819 conservata a Napoli (97). Quest'ultima è relativa al restauro del Bastione S. Amalia presso il castello regio. Questa XX tavola attesta come il restauro del fronte S. Caterina fosse ancora in atto nel 1824 e che, in tale data, il Sotto Direttore della Piazza di Capua fosse Francesco di Pasquale e non più G .ta Vinci. TAv. XXI A. B. C. D . E. 4506. Acquerelli monocromi delineati a penna con inchiostri rosso e nero. Scala in canne (mm. 95,5 = Canne 10). Siamo di fronte ad una serie di 5 tavole relative alle piante: dei sotterranei (62 ,5; 61,7); del piano terra (62; 62,5); piano 1° (62; 62,5); piano 2° (56,5;
57,5) e 3° (53; 48,5) (sopraelevazione parziale) del castello di Capua (98). Si tratta di un rilievo ottocentesco senza data . Un analogo rilievo, anch'esso inedito, è conservato nell'archivio privato Garofano-Venosta e mi è stato cortesemente segnalato dal direttore del Museo Campano F. Garofano. Le tavole di Roma sono contrassegnate con il n . 7 . (97) I. D1 RESTA, Documenti cit., p. 23 ( tav. XVII). (98) Idem, Origini cit., p. 182 ( nota 33 ).
CARTOGRAFI A E ARCHTTF.TTURA MILITARE A CAPUA
TAV.
467
XXII
4516. Acquerello delineato a penna. Scala in Tese: per il profilo (mm. 65,5 = Tese 10); per la pianta (mm. 33 = Tese 10). Dimensioni di cm . (80,5; 49,5). Si può datare nel primo quarto del XIX secolo.
In alto:
« Pi anta dell'Ala destra della Piazza sul fronte
di
Napoli per ]'esl:cuzione del ri vestimento di fabbrica che deve praticarsi alle facce delJa Lunetta di dritta» . Là carta, che andrebbe restaurala, è contrassegnata dal n . 13.
Fig. 1. CAPUA . 1756. e.a. Pat ticolare d ella mappa composita d i G iovanni Ot tone di Rcrgcr (Napoli, Bibl. Nazionale, sala mss. e rari, topografica Ba 25a 88).
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Fig. 2. CAPUA. 1756. Progetto di restauro del ponte sul Volturno realizzato dagli ingegneri militari Giovine e Horsusnn (Romn, Museo Arma Genio, Archivio I.S.C.A.G.,
sez. Architettura - Disegni e stampe n. 4515). Cifr. Tav. I Appendice cartografica.
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Fig. 4. a) CAPUA. 1929. Il ponte romano sul Volturno restaurato nel 1756 (Neg. Min. Acreonautica U.S.P. Ed. F. Alinari n. 41258). b) CAPUA. 1979. Il Ponte sul Volturno ricostruito dopo il bombardamento del 9 settembre 1943 (Caserta, E.P.T., foto G. Russi).
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Fig. 5. ai CAPUA. 1817-1819 e.a. Mappa detta del Vinci e rilevata dagli ingegneri militari della Scuola capuana del Genio (Napoli B.n. Ba 21 A. 69). b) CAPUA. 1950 e.a. Foto aerea nella quale risulta parzialmente conservato il fronte bastionato verso Napoli (Capua, Museo campano, ricerca G. ĂŹ\"ardiello).
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Fig. 6. CA PUA. 1817. Trasformazione del convento di S. Giovanni <lelle D. Monache (fondato nel X sec. e trasformato nel XVI e XVIII) in scuola del Genio militare. Progetto firma to da G. Vinci, modificato dal Nugent e con il V" B" dello Chateauneuve ing. capo della 3• Direzione. Disegno inedito (Roma, I.S.C.A.G. n. 2057). Cfr. Tav. XT Ap. cart.
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Fig. 8. CAPUA. 1819-1830 e.a. Mappa d etta del Nugent (particolare del fron te sudorientale rivolto verso Napoli). T1 disegno venne probabilmen te elaborato da ing. mili t. austriaci dal momento che il rapporto scalare viene espresso in K.lafter e piedi tedeschi (Napoli , H.n., Ba 21A. 68 1-2). In corrispondenza del n . XV, si trovano eccezionalmente affiancate Porta Napoli e Porta Nmwnt
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Fig 9 A e b . CAPTJA . 18 19. Al?:aro, SCT.ionc e pianta rd ativi al nuovo assetto <ld ponte e della porta di Napoli (Agresti-Nugent) che si chiamerĂ porta Nugenl (18191832). Disegni inediti (Roma, I.S.C .A.G., n . 4518 e 45 19). Cfr. Tav. XIII e XIV Ap. cart.
PARTE QUARTA
TESI DI LAUREA
ANNA LETIZIA CORSO
CALLIMACO ZAMBIANCHI E LA SPEDIZIONE NELLO STATO ROMANO
INTRODUZIONE
Inizialmente questa ricerca aveva due scopi fondamentali: 1) chiarire motivazioni e fini dell'operazione disposta da Giuseppe Garibaldi in direzione dello Stato Romano nel maggio 1860 e 2) analizzarne accuratamente lo svolgimento della sua progettazione fino alla brusca conclusione, rivolgendo una particolare attenzione 11J comportamento, alle reazioni delle autorità e delle popolazioni maremmane che improvvisamente furono coinvolte nella vicenda. Tuttavia, con il procedere del lavoro, è apparsa chiara la necessità di approfondire un altro argomento, indispensabile per la comprensione di tutta la ricerca: la figura del Colo nnello Callimaco Zambianchi, cui Garibaldi aveva affidato il comando della spedizione nelle terre del Papa. Ad un primo esame superficiale questo personaggio non presentava nulla d'ambiguo : tutte le fonti lo dipingevano come un individuo assolutamente negativo, senza mezzi toni e senza attenuanti. Nessuno spendeva molte parole per descrivere Zambianchi , gli aggettivi dispregiativi, quasi sempre gli stessi , si susseguivano e si ripetevano da un testo all'altro con una certa monotonia. La sua figura usciva da queste descrizioni schematiche in modo fin troppo nitido, eppure l'immagine finale risultava falsa o per lo meno incompleta; di conseguenza nascevano interrogativi e dubbi. Se è cosa veramente rara che esista un individuo che assommi in sé soltanto difetti e nessun pregio, sembra addirittura assurdo che Garibaldi abbia affidato proprio ad un tipo simile un incarico tanto importante e delicato. ( *) Tesi di laurea Jiscussa il 17 marzo 1980 presso l'Istituto di Storia della facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università degli Studi di Pisa. Relatore: prof. Filippo Frassati, docente di Storia Militare. Correlatore: Gen. Rinaldo Cruccu , Capo Ufficio Storico.
31, - Memorie
472
ANNA LETIZT A CORSO
Da qui la necessità di far luce sulla vita e sulla personalità di quest'uomo, ma l 'impresa non si presentava di facile attuazione: pochi studiosi si sono occupati di Cal1imaco Zambianchi e quelli che lo hanno fatto si sono limitati a trattare l'argomento quasi di sfuggita e in modo frammentario. Inoltre presso il comune di Forlì, sua città natale, non esistono documenti riguardanti la sua persona né manoscritti autografi. Nel Dizionario del Risorgimento Nazionale. Dalle origini a Roma capitale. Fatti e persone (Casa Ed. Francesco Vallardi, Milano, 193 7) e nel volume <li Antonio Mambelli , I Forlivesi nel Risorgimento Nazionale da Napoleone a Mussolini, (Forlì, 1936. Biblioteca « A. Saffi », Forlì) sono contenute due biografie di Zambianchi, purtroppo molto sommarie ed incomplete, che tuttavia hanno fornito una traccia di notevole utilità. In seguito, spigolando fra materiale d'archivio e i pochi testi che trattano l'argomento, anche marginalmente, è stato possibile mettere insieme dati eJ informazioni abbastanza completi, riuscendo a dare un volto accettabile, o per lo meno umano, a questo personaggio. Restano, però, ancora vaste zone d'ombra nella sua vita, vuoti di anni che restano inesplorati. Rimane avvolto nel mistero il periodo d'esilio trascorso da Zambianchi in Francia, così come quello successivo nel Su<l America; ed anche gli anni dal '49 al '60 durante i quali si suppone che si trovasse all'estero, prima in Franci~ poi in Inghilterra. Tuttavia, nonostante queste lacune, si è potuto far luce su due momenti della vita di Zambianchi molto importanti, addirittura cruciali, se considerati nell'ottica <li questa ricerca. Il primo comprende i mesi dalla primavera all'estate del 1849, durante la Repubblica Romana, il secondo quelli che vanno dalla spedizione nello Stato Pontificio alla morte prematura di Zambianchi, e cioè da.I maggio 1860 al marzoaprile del 1861 (1). E' stato possibile ricostruire il momento « romano » soprattutto grazie allo scritto di G . Del Bono, La spedizione dello Zambianchi nello Stato Romano (in « Memorie Storiche e Militari del Corpo di Stato Maggiore», ed. dal Comando del Corpo di Stato Maggiore, Città di Castello, 1909, fase. I , pp. 189-25 1: reperito presso l'Ufficio Storico SME) e di tre estratti dal Processo della Sagra Consulta per l'eccidio dei monaci di S. Callisto (Roma, 1852-53) rintracciati nella Biblioteca « A . Saffi » di Forlì. Per la documentazione su.l secondo (1 ) Si ignora il giorno e il mese in cui morì Zambianchi.
C. ZAMHlANCHI E LA SPEDIZIONE NELLO STATO ROMANO
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periodo sono stati di grande aiuto, oltre al materiale reperito presso l'Archivio di Stato di Grosseto, il testo di G. Fatini, I mille a Talamone e la diversione Zambianchi (in « Annuario Scolastico Liceo Ginnasio», Tip. Etruria Nuova, Grosseto, 1927), quello di G. Pittaluga La diversione Zambianchi. Note garibaldine sulla campagna del 1860, {Casa ed. De Luigi, Roma, 1904; reperito presso la Biblioteca Centrale Militare di Roma) ed infine il saggio di Luciano Bianciardi, Da Quarto a Torino. Breve storia della spedizione dei Mille (ed. G. Fdtrinelli, Milano, 1960). Dopo aver ricostruito la biografia di Callimaco Zambianchi ed averne tratteggiato il carattere, viene qui analizzata la missione affidatagli da Garibaldi nel maggio del 1860 , cioe la spedizione nello Stato Romano, cercando di chiarirne il senso, gli scopi, le prospettive. Per questo studio sono state particolarmente utili le opere già citate di G. Del Bono, di G. Pittaluga e quella di G. Cadolini, I ntorno alla « diversione » Zambianchi da T alamone (in « Memorie Storico Militati del Corpo di Stato Maggiore» , cd. dal Comando del Corpo di Stato Maggiore, Città di Castello, 1909 pp. 169-188; reperito presso l'Ufficio Storico SME). Si è cercato, inoltre, di inquadrare la missione affidata a Zambianchi nel panorama politico europeo dell'epoca, con particolare attenzione all'atteggiamento mantenuto da Cavour sia durante i preparativi dell'impresa garibaldina a Genova sia durante lo svolgimento della spedizione contro lo Stato Pontificio, fino alla conclusione della campagna garibaldina del 1860 (2) . Segue subito dopo ]a descrizione dell'andamento e dello svolgimento della spedizione stessa. Questa ricostruzione è stata resa possibile soprattutto grazie ad alcuni documenti rintracciati presso l'Archivio di Stato di Grosseto ed ai testi già ricordati di G. Pittaluga, G. Del Bono e G. Patini. In questa prospetti va l'opera d el Pittaluga è servita soprattutto per mettere in evidenza gli umori dei volontari di Zambianchi e per ricostruire l'unico scontro che si verificò tra questi e i soldati papalini prima dello scioglimento della colonna garibaldina. I saggi di G. Del Bono e di G. Patini sono stati di grande aiuto per tracciare l'itinerario compiuto dal distaccamento, da Talamone attraverso la Maremma grossetana, e per delineare l'atteggiamento delle popolal ion i e delle autorità locali nei confronti di questa spedizione. (2) Cfr. D. Mack Smith, Garibaldi e Cavour nel 1860, Il Saggiatore, M ilano, l 972, passim.
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ANNA LETIZIA CORSO
Infine, nel capitolo conclusivo, si è cercato di tirare le somme <li tutta la vicenda, evidenziando le responsabilità e le reazioni dei personaggi più direttamente coinvolti nell'accaduto e cercando di vedere quali conseguenze derivarono da questa missione (3). Cap. I - CALLIMACO ZAMBIANCHI DA MoNTEVIDEO
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ROMA
Al momento della spedizione, Callimaco Zambianchi era sulla cinquantina, « dall'aspetto risoluto ed imponente » ( 4 ), « alto e grosso della persona, aveva occhi di falco, e vivaci tinte sul viso e lunga e grigia la barba»; poteva avere « l'aria d 'un contrabbandiere o d'un mercante di cavalli» (5). Di bell'aspetto, dai lineamenti decisi, a volte assumeva atteggiamenti da Capitan Fracassa; era un uomo rude e ci teneva ad esserlo. Quando non vestiva la camicia rossa, gli piaceva indossare la cacciatora o abiti di velluto a coste larghe. Immancabilmente gli fiammeggiava sul capo una papalina scarlatta che forse portava proprio per dare un brivido a chiunque conoscesse il suo passato, facendola credere magari un macabro ricordo tolto ad uno dei prelati che gli erano stati messi in conto: il che sarebbe stato in armonia con il suo personaggio. Brutale più a parole che a fatti, era forse un po' smargiasso e chiaccherone, ma era anche un soldato coraggioso. Nato a Forlì il 30 dicembre 1811, da Antonio e Gesualda Veneri ( 6 ), ancora giovanissimo aveva cominciato a lottare per la libertà del suo paese; appena ventenne partecipò ai moti del '31 nelle Romagne, alla fine dei quali venne catturato ed incarcerato a Bologna. Di nuovo libero, il 20 gennaio 1832, combatté nella battaglia del Monte in Cesena; quando cominciò la repressione fu costretto, insieme al fratello Eugenio che lo aveva seguito nelle sue gesta, a fuggire dall'Italia. Emigrarono in Francia dove furono
(3) Non si riporta qui, per esigenze di spazio, un'accurata descrizione della situazione socio-economica della Maremma all'epoca degli eventi considerati, tracciata essenzialmente sulla scorta di documenti reperiti presso l'Archivio di Stato di Grosseto. Si omettono inoltre notizie sull'atteggiamento delle popolazioni maremmane, in genere ispirato agli ideali patriottici e nazionali ; nonché sulla varietà e mo] tepl icità delle iniziative poste in atto dalle popolazioni stesse, con l'assenso più o meno esplicito delle autorità locali, per tradurre in concreto la loro solidarietà nei confronti di Garibaldi. Anche queste notizie sono ricavate da documenti dell'Archivio sopramenzionato. (4) G. PITTALUGA, op. cit., p. 179. (5) G. BANDI , I Mille, Parenti, Firenze, 1955, p. 35. (6) A. MAMBELLI, op. cit., p. 307.
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internati nel deposito di Estissac vicino a Troyes. Il soggiorno fu lungo e difficile per il giovane Callimaco soprattutto a causa dei rapporti tesi che si instaurarono ben presto fra lui e gli altri esuli di Estissac. Sembra, infatti, che le sue tendenze ultragiacobine l'avessero reso subito male accetto, ma forse, più che le idee professate, fu il suo carattere impetuoso, impulsivo a fargli il vuoto intorno, un vuoto che lo accompagnerà sempre e dovunque, perché non riuscirà mai a controllare la sua natura violenta. Mancano notizie sul lungo soggiorno francese di Zambianchi; unica cosa certa è che si trattenne per oltre dieci anni in Francia, soggiornando a lungo nella capitale: « ... Durante la sua dimora in .Parigi, aveva racimolato le tradizioni del terrore da una combriccola di esaltati che accarezzavano ancora la memoria del Robespierre e Jel Marat, e che gli avevan insegnato non esser degna <lei nume di repubblica, quella repubblica che non ha il suo sette mbre» (7 ).
Alla fine del 1843 Zambianchi parti l'America del Sud: come tanti altri esuli, non potendo lottare per il proprio paese, andò a combattere per la libertà di altri popoli. Sbarcato a Montevideo, dopo qualche tempo conobbe Giuseppe Garibakli. Per Callimaco Zambianchi, fu un incontro molto importante, addiri.ttura fatale. Col tempo nacque fra i due un'amicizia profonda, l'unica, a quanto pare, che il focoso Callimaco sia riuscito a conquistarsi in tutta la vita e per la quale ripagò Garibaldi con un affetto ed una dedizione assoluta. Entrato a far parte della Legione I taliana, dopo la battaglia di S. Antonio ottenne la promozione ad ufficiale. Ben poco si sa di lui durante i quattro anni trascorsi in Sud America; unico dato certo è che non abbandonò mai Garibaldi, sopportando con gli altri legionari le fatiche e disagi più duri, rischiando la vita continuamente. Lui stesso accennò ad una sua prigionia ill Patagonia, ma il fatto resta avvolto nel mistero {8 ). Finalmente, nella primavera del 1848, giunsero agli esuli italiani le tanto sospirate notizie: qualche cosa di molto importante stava accadendo in Europa: strutture vecchie di secoli sembravano vacillare, popoli interi si stavano scuotendo; le speranze dei patrioti (7) G. Dm. BoNo, op. cit., p. 194. (8) Questa informazione si ricava dal testo di una lettera cli Zambianchi a Minghetti, in data 8 novembre 1860 (v. cap. V).
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acquistavano qualche consistenza; in Italia s1 Inneggiava a Pio IX, a Vittorio Emanuele; dovunque si gridava: viva la costituzione! Era arrivato il momento di lasciare l 'America e di tornare in patria. E Garibaldi, insieme con i suoi legionari, si preparò a partire. Più tardi, nelle sue «Memorie», così descriverà l'evento: ... Sessantatré lasciammo le sponde del Plata per recarci sulla terra italiana a combattere la guerra d i redenzione ... C'imbarcammo sul hrigantino Speranza il cui noleggiamento potemmo effettuare grazie all'economic nostre e al generoso patriottismo di alcuni nostri conterranei ... 11 15 aprile 1848 fu la partenza ... » (9) .
Fra i ,sessantatre uomini della Speranza c'era anche Callimaco Zambianchi; dopo lo sbarco a Nizza avvenuto il 23 giugno, segul Garibaldi a Genova, quindi a Milano, combattendo ai suoi ordini in Lombardia. Poi si recò ad organ izzare la rivolta nelle Romagne, particolarmente a Bologna e nella zona circostante, finché nel settembre 1848 venne arrestato ed imprigionato con altri compagni nel forte di Civita Castellana. « Dopo però i luttuosi giorni del 15 e 16 Novembre per fatto di quelli che si posero al potere fu liberato dal carcere » (10) e quindi accorse alla difesa della Repubblica Romana. I mesi <lel '49 che Zambianchi trascorse a Roma sono molto importanti ai fini di un approfondimento della sua figura: prima di tutto perché è l'unico momento della sua vita che sia abbastanza documentato, in secondo luogo perché fu realmente un momento decisivo. Fu infatti nei brevi mesi della Repubblica Romana che Callimaco Zambianchi si conquistò quella fama <li « sterminatore di monaci sanguinario » ( 11 ) ch e lo perseguirà per il r,esto della vita rendendogli ostile chiunque venisse, più o meno direttamente, a contatto con lui, e che influirà in modo pesantemente negativo ancora sulla spedizione affidatagli nel 1860. Nell'aprile del '49 in Roma, i difensori della Repubblica assommavano a circa 10.000 uomini. Fra le truppe irregolari di fanteria c'era il corpo dei Finanzieri Mobili composto da circa 300
(9) G. GARIBALDI , Memorie autobio[!.rafiche, Barbera, Firenze, 1920, pp. 185 sgg. (10) E sLrau o <lai processo della Sagra Consulta p er l'eccidio dei monaci di S. Callisto, Roma, 2 luglio 1852. (11) G.C. ABBA, Da Quarto al V olturno, Zanichelli, Bologna, 1954, p. 29.
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volontari, organizzato e comandato da Zambianchi, che aveva allora
il grado di capitano e dipendente direttamente da Garibaldi che comandava la prima delle quattro brigate .in cui era diviso l 'esercito repubblicano: brigata composta, oltre che dai Finanzieri, dalla Legione Italiana, dagli emigrati, dagli studenti e dai reduci ( 12 ). Mentre il Generale Garibaldi dimostrò sempre stima ed amicizia per Zambianchi, il Ministero della Repubblica Romana ed il Triumvirato diffidarono di lui fin dall'inizio, forse per la sua fama di estremista ultragiacobino, di personaggio difficile e scomodo. Il loro atteggiamento si fece poi apertamente e ferocemente ostile dopo il famigerato << eccidio » dei monaci di S. Callisto. Tale « eccidio » è appunto l'episodio culminante della vita di Zambianchi che gli causò la perdita del rispetto dei suoi nemici e dell'affetto dei suoi amici. Ma qual'è la verità su questo presun to «eccidio»? Difficile stabilirlo. Senza dubbio Zambianchi odiava cordialmente le « tonache » ed in particolare i preti. Tuttavia, il suo atteggiamento non costituiva una scandalosa eccezione, ma era comune a moltissimi intellettuali e patrioti dell'epoca. Garibaldi stesso « odiava la teocrazia, e la gerarchia ieratica, la una e l'altra strumenti di ogni superstizione, sostegni di ogni tirannide » ( 13 ). Ritornando alla « strage » di S. Callisto, sembra in realtà, secondo quanto afferma il Pittaluga, che il partito moderato sospettoso delle glorie garibaldine, e corrivo ad ampliare le pecche del campo sospetto, esagerò quel fatto, lo eguagliò alle più atroci carneficine religiose registrale dalla storia e le elevò a sistema del governo repubblicano di Roma ( 14 ).
L'episodio, comunque, non eccitò soltanto la fantasia de i papalin i e dei moderati , anche fra i mazziniani suscitò molto scalpore e venne ricordato e deprecato per anni. Ecco come si svolsero i fatti, secondo il racconto di Giovanni Pittaluga:
(12) A. Tosn , La campagna del 1849 in Garibaldi Condottiero, SME, Ufficio Storico, Roma, 1957, pp. 99-100. (13) G. PrTTA LUGA, op. cit., p. 180. Si vedano inoltre gli episodi narrati da G. Bandi, op. cit., pp. 16-18 e 148 sgg. (14) G. P 1TTALUGA, op. cit., pp. 180-181.
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Zambianchi ... trovandosi agli avamposti, gli venne fatto di arrestare tre preti, che, vestiti da contadini, tentavano di entrare inosservati in Roma; e quindi - alla Robespierre - vergò il seguente rapporto: « Cittadino Mazzini; arrestai tre inquisitori, che debbo farne? Zambianchi ». Rispose semplicemente Mazzini, tenessegli in arresto. Non avendo Zambianchi altro luogo sicuro li fece calare tutti tre in una cisterna asciutta. Da qui la diceria che Zambianchi avesse colmato un pozzo co' preti. I giorni passarono; il Triumvirato non ricordò più i tre preti, ed un bel giorno di moto proprio Zambianchi li fece fucilare... Il delitto commesso da Zambianchi levò gran rumore (15).
Secondo un'altra versione, alquanto confusa, fornita da un Luigi Uffreduzzi, funzionario del governo repubblicano, i preti arrestatl dallo « scellerato » Zambianchi erano quattru, tutti « in abiti secolari ». Interrogati, ammisero « di adoperarsi per ]a causa dell'altare e del trono », ed uno di essi, « invaso da santo furore sanfedistico... protestò che egli odiava tutti i nemici del clero, che cospirava contro di loro e che avrebbe voluto uccidere tutti i liberali ... » (16). Dalla stessa fonte si apprende che nei giorni successivi furono catturati e fucilati « altri due ecclesiastici correi dei primi quattro» nonché « un abitante di Zagarolo ... spia dell'esercito napoletano a danno dei combattenti della repubblica»; ed infine, qualche tempo dopo, « un giovane prete bresciano » che, fermato e perquisito, risultò in possesso di documenti intestati a tre nomi diversi ( 17 ). Lo scalpore suscitato da questi fatti - nei quali, tenuto conto della situazione in atto, è difficile riconoscere gli estremi di un vero e proprio crimine, poiché da sempre la spietata legge della guerra esige che « le spie dell'inimico, prese che siano, s'impiccano» (18) era ovviamente alimentato dalla propaganda clericale che non si lasciò
(15) lvi. (16) Da una lettera di L. Uffreduzzi a G. Gabassi, pubblicata in appendice al già cit. saggio di G. DEL BONO, La spedizione dello Zambianchi nello Stato Romano, in « Memorie storiche militari », Comando del Corpo di Stato Maggiore, 1909, fase. I , pp. 214-216. (17) Ivi. (18 ) R. MoNTECUCCOLI, Aforismi dell'arte bellica, in Le più belle pagine di Raimondo Montecuccoli scelte da L. Cadorna, Milano, Fr. Treves ed., 1922, p. 16.
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sfuggire l'occasione di chiamare in causa il Triumvirato, e personalmente Mazzini, come corresponsabili della cosidetta « strage di S. Callisto ». Ed il Triumvirato, forse per affermare la propria estraneità, reagì ordinando l'arresto di Zambianchi: ordine che poi fu revocato per intervento di Garibaldi, il quale tra l'altro era stato presente all'interrogatorio di uno dei preti giustiziati (19). La vicenda ebbe tuttavia un seguito anche dopo la caduta della Repubblica, quando Zambianchi, rifugiatosi in Piemonte, fu im· prigionato per ordine di D'Azeglio. Durante l 'interrogatorio Zam· bianchi si difese affermando di avere agito per ordine del Triumvirato, un ordine scritto che ancora conservava tra le sue carte. L'ordine fu cercato accuratamente, ma non venne trovato e l'ex capo dei Finanzieri disse che gli doveva essere stato rubato dal mazziniano Frappoli che l'aveva fatto sparire per coprire l'operato dei triumviri (20) Fu creduto e rilasciato, mentre la stampa dell'epoca dava addosso più che mai al sanguinario Mazzini. Se la deposizione di Zambianchi era veritiera, egli fu ingiustamente vituperato; tuttavia, ammettendo anche che quell'ordine di fucilazione il Triumvirato non l'avesse mai scritto e che Zambianchi avesse mentito per salvarsi, egli aveva pur sempre delle grandi attenuanti. Anzitutto, era suo compito concorrere a tutelare la sicurezza della Repubblica, e da buon patriota sentiva profondamente questa sua responsabilità. Secondo: Roma era in stato d'assedio effettivo e quindi l'ordine normale delle cose era automaticamente sovvertito. Terzo: quei preti erano rei confessi di cospirazione e spionaggio. Quarto: tenere dei prigionieri doveva essere estremamente difficile. Un pozzo asciutto poteva essere usato come cella, ma per quanto tempo? E quanto sarebbe stato sicuro? La Repubblica poteva permettersi in quei giorni di adibire anche uno solo dei suoi difensori alla custodia di prigionieri, non militari? Probabilmente Zambianchi fece tutte queste considerazioni e, se davvero fucilò quei religiosi di sua iniziativa, non agì certo per il gusto di incrudelire verso il clero: li giustizìò perché erano spie e costituivano un reale pericolo. Senza d ubbio pensò di agire da buon soldato, convinto di fare il proprio dovere, forse sentendosi emulo di quei cittadini che nel 1792 non avevano indietreggiato di fronte a nulla pur di difendere la loro repubblica appena nata. E' difficile dire inoltre quanto la faccenda (] 9) V. n. 16. (20) G. PrTTALUGA, op. cit., pp. 181-182.
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sia stata gonfiata. Non sono un mistero la faziosità e spesso l'ostilità che esisteva tra le diverse correnti politiche alle quali appartenevano i difensori di Roma, e discordie e ripicche che compromisero gravemente l'esito della difesa. Non è quindi improbabile che la vicenda sia stata ingigantita ed in parte falsata, mirando non tanto a colpire Zambianchi, quanto il suo partito e Garibaldi stesso (21). Frattanto in Roma gli avvenimenti incalzavano e nel maggio le truppe repubblicane affrontarono il nemico a Palestrina e a Velletri: « In ambi la legione si corrì di gloria », scrisse Garibaldi. « Giunti in Palestrina i soldati del Borbone di Napoli, che da tempo avevano invaso il territorio romano in combinazione con Francesi, Austriaci e Spagnoli, ci attaccarono, e furono completamente respinti. Vi si distinsero Manara con i suoi prodi bersaglieri, Zambianchi, Marrocchetti, Masina, Bixio, Daverio, Sacchi, Coccelli, ecc. » (22).
Per Callimaco Zambianchi questa fu una splendida occasione per riscattare la propria fama così compromessa: si comportò veramente da valoroso, come durante tutta la difesa del resto; ma ciò non bastò evidentemente a conquistargli stima e ,simpatia. L' unico che ancora una volta riconobbe e volle premiare il suo coraggio fu Garibaldi. Il generale, infatti , lo propose per un avanzamento di grado e chiese che entrasse a far parte del suo Stato Maggiore. Ma il governo della Repubblica Romana oppose, il 16 giugno, un netto rifiuto, forse anche perché, in aggiunta ai precedenti misfatti addebitati a Zambianchi, pochi giorni prima s'era verificato il già men;donato caso del « prete bresciano » (23) giustiziato dai Finanzieri già ,schierati per accorrere alla difesa del Gianicolo. In seguito a questo nuovo episodio, giudicato espressione di crudele fanatismo, tornò a manifestarsi con clamore invero sconcertante l'indignazione del partito mazziniano e del Triumvirato che annunciarono misure adeguate per impedire il ripetersi di siffatte « enormità » . Scrisse poi l'Uffreduzzi: « Il Saffi mi giurò, presente il mini stro Montecchi, ch 'egli avrebbe fatto fucilare lo scellerato Zambianchi » (24) . Comunque l'indignazione dei mazzi niani, per quanto grande, fu sempre poca cosa in confronto a quella dimostrata dal partito de-
(2 1) (22) (23) (24 )
Cfr. il saggio di A. Tosn in Garibaldi condottiero, cit. (;. G aribaldi , op. cit., p. 229. V. n. 19 e 20 a p . 479. G. DEL BoNo, op. cit., p. 216.
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ricale che, colta la palla al balzo, seppe sfruttare in modo magistrale questa occasione: ai « misfatti » di Zambianchi venne dedicata una attenzione particolare, spietata, che si protrasse per anni. Caduta la Repubblica , la stampa, imbeccata ad arte, fece molto rumore sull'accaduto (25); i papalini, ubbidendo a precise motivazioni di ordine politico, lo ingigantirono, lo falsarono, dandogli di proposito una vastissima risonanza e nel 1852 (26) , e poi ancora nel 1853 (27), si processarono a Roma alcuni degli uomini ritenuti colpevoli delle « stragi » di S. Callisto. In realtà i due procedimenti penali non furono altro che una tragica farsa. Lo scopo che si voleva raggiungere non era affatto quello di appurare la verità sugli « efferati delitti», bensì di dimostrare, in primo luogo, la ferocia, l'arbitrio e la crudeltà degli « assassini », ed in secondo luogo, di evidenziare la stretta connessione fra questi ed il partito mazziniano, denunciando i triumviri non solo come i principali responsabili, ma addirittura come i mandanti della « strage » stessa. Presentando i religiosi uccisi come vittime innocenti e i difensori dell a Repubblica come belve assetate di sangue, si voleva suscitare nell'opinione pubblica p ietà e sdegno, precludendo qualsiasi altra possibile adesione di questa alle idee e all'azione patriottica mazziniana, una volta scoperto iJ « vero » volto dei capi rivoluzionari. In realtà, come s1 e visto, i mazziniani non avevano nè simpatia nè fiducia per il capo dei Finanzieri e quindi non ci poteva essere e non ci fu mai tra essi, uno stretto rapporto di collaborazione e <l'intesa. Eppure , du rante i due processi, fu ripetuto più volte che Zambianchi « ... avea carta in bianco dal Triumvirato », che c'erano « ... lettere di uno dei triumviri, e del comandante di pubblica sicurezza colle quali si chiede la
(25 ) Per farsi un ' idea di come la stampa, in particolare q uella pon1ificia, trattò il caso Zambianchi si veda l'articolo comparso su « TI Vero Amico del Popolo » (Anno I , foglio n. 15) il 22 di cembre 1849, inti tolato: « Zambianchi, ovvero, l'interprete privilegiato del macello ecclesiastico». (Biblioteca « A. Saffi », Forlì. (26) La « Sagra Consulta» del Supn.:mo T ribu nale gi udicò i deliui commessi dai Finanz ieri in due turni: il primo tu rno pro nunciò la sen tenza il 12 marzo 1852, il secondo turno si riunì il 2 luglio l 852; presied eva Mons. Antonio Matteucci. (27) Anche questa volta il Supremo Tribunale giudicò i Finanzieri in due turni: il p rimo turno emise la sentenza il venerdì 30 lugl io 1853, il secondo turno si riunì il 20 settembre 1853. Il presidente della Corte era Mons. Salvo Maria Sagretti.
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cooperazione del Zambianchi in eseguire progetti di sangue » e« ...che il Zambianchi si volle cieco istromento per sorreggere il mal fondato potere con atti di terrore, e se i capi del potere stesso affettarono ignoranza, o impotenza a reprimere i delitti, ciò fecero nella stolta lusinga di allontanare da loro il peso della infamia ». Se da un lato queste accuse dipingono Zambianchi come feroce e sanguinario, d'altro lato lo assolverebbero da tante responsabilità a lui direttamente imputate. Tuttavia è difficile poter prestar fede a queste affermazioni poiché la manovra dei papalini, intesa a colpire a morte il partito mazziniano, è fin troppo scoperta. A volte cade addirittura nel ridicolo, come quando si afferma, ad esempio, che: ... affettava il Triumvirato ignoranza (circa i delitti), o rispondeva che conveniva alcuna cosa condonare ai tempi di rivoluzione, ed in~ frattanto il noto Mazzini, ostentando tranquillità, mostravasi occupato nel disegno <li tre pugnali, che fece poi costruire colla spesa di scudi 100, e de' quali fece un presente ai suoi Colleghi (28).
Inutile dire che tipo di espressioni si usassero per descrivere i Finanzieri ed il loro comportamento; si affermava che « ... ove dimorarono, commisero soprusi, sparsero lo spavento », che « ... sbevazzavano e giuocavano », « Rotti ad ogni misfarc, millantavano le più grandi stragi e delitti , e a cosa che non si volgesse a seconda dei loro malnati appetiti, correvano ad inique orrende bestemmie, minacciando morte e distruzione ». Per passare il tempo, nonostante la minaccia incombente dei francesi, « ...percorrevano le più frequentate contrade in cerca di ecclesiastici, dando loro la caccia a modo di belve ». Così, a causa di questa « spiet ata persecuzione », molti religiosi erano stati « costretti » a travestirsi con « abiti laici ». Nessuna congiura, nessun atto di spionaggio ai danni della Repubblica da parte di quegli ecclesiastici : -si erano camuffati semplicemente per poter continuare a compiere i loro doveri tra il popolo romano sofferente ed i soldati francesi ricoverati negli ospedali o custoditi nelle carceri della città. Nel tentativo, poi , <li spiegare il caso di un certo Massimo Colautti, che si dice fu una delle tante vittime dei « sanguinari » Finanzieri, si tocca addirittura l 'assurdo. Quest'uomo, « ...sebbene neppur chierico minodsta », quando era stato fermato dagli sgherri di Zambianchi, vestiva abiti ecclesiastici, ma, si spiegava
(28) Estratti dal secondo turno del processo, 2 luglio 1852.
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prontamente durante il processo, egli era « ... desideroso forse di farsi sacerdote », p er questo aveva indossato la tonaca e non certo per scopi loschi. E quindi, nonostante gli fossero stati trovati in casa libri e carte compromettenti, il Tribunale concludeva: « Considerando che per non avere il Colautti provocata mm1mamente l'ira de' suoi carnefici, manifesto apparisce che la sua uccisione si volle per l'odio al sacerdozio giacché il Colau tti ritenuto era per un ecclesiastico perché vestiva abiti clericali, e perciò il delitto ha tutto il c.:i rattere di deliberato per spirito di parte» {29).
E così di seguito per tutti e due i processi. Gli uccisi venivano esaltati come vittime sante ed innocenti , sacrificate dalla ferocia del1'« inumano» Zambianchi . I fatti venivano alterati e falsati, giun, gendo al punto di accusare i F in anzieri, non soltanto di aver ucciso per proprio piacere, ma addirittura di aver inflitto torture atroci, elaborate e prolungate alle loro vittime, torture che, non solo non ci furono, ma che non ci sarebbe stato neppure il tempo di compiere anche se ce ne fosse stata ]'intenzione. Naturalmente nessuno degli imputati venne riconosciuto innocente. « Considerando che il volere, e la tacita annuenza de' capi non toglie la responsabilità dc' soldati di finanza, come fossero stati esecutori di ordini superiori. Imperciocché quantunque saldi siano i legami di obbedienza che vincolano il soldato, non è egli tenuto obbedire quanto gli è comandata azione ch'è per sé manifestamente delittuosa, e ch'è contro la legge militare. Uccider uomini fuori del conflitto di guerra, con piena scienza che non erano colpiti da veruna legale condanna, ucciderli di pugnale, o di colpi di fuci le, operando però a foggia di crassatori; inveire sui cadaveri degll estinti sono azioni riprovate dalle leggi non pur militari , ma naturali e civili, sono azioni che in ciascuna di loro contengono un delitto, perciò niun autorità poteva commettere la esecuzione, niun soldato era tenuto a rispettarne il comando senza disconoscere i doveri e.li natura, e per tali motivi nella romana legislazione si volle punito per gli atroci delitti persino lo schiavo ancorché nel commetterli avesse puramente obbedito al padrone leg. 20 ff. de oblig. et act., leg. 157 ff. de reg. juris etc. » (30).
(29) Estratto dal primo turno del processo, 30 luglio 1853. (30) Estratto dal secondo turno del processo, 2 luglio 1853.
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Ai Finanzieri vennero inflitte condanne molto pesanti. Con questo esempio di severità, si dava anche un prezioso avvertimento a coloro che eventualmente, essendo più « ostinati » e più « smaliziati » degli altri , non si fossero lasciati persuadere dalla « verità » messa a nudo dal Tribunale e<l avessero conservato certe pericolose convmz1oru. Tornando all'estate del '49 ed in particolare ai giorni immediatamente seguenti all'ultimo « delitto » di Zambianchi, va ricordato che questi rischiò di scontare molto pesantemente il suo operato. Senza dubbio si trovò più volte vicino , se non alla morte, per lo meno all 'arresto, e probabilmente ne scampò solo grazie al rinnovato intervento <li Garibaldi che lo difese e lo sostenne sempre davanti al Triumvirato, riuscendo anzi a fargli ottenere in quei giorni , la già negata promozione a maggiore. Il capo dei Finanzieri, orgoglioso dell'appoggio <le] suo Generale, continuò a dare il meglio di sé fino alla fine ed i suoi uomini si condussero da valorosi . Ma ormai ]a Repubblica aveva i giorni contati, e il 2 luglio 1849 Garibaldi , dopo aver tentato l'impossibile e dopo che in Campidoglio era stata votata la resa, lasciò Roma. Da porta San Giovanni sfilò una lunga colonna di volontari, fra i quali si trascinava penosamcnt,e anche Callimaco Zambianchi ferito a<l un piede. Cominciava una lunga, dolorosa marcia verso Venezia che ancora resisteva all'assedio austriaco. Molti fra i migliori ufficiali erano ridotti all'impotenza da ferite e malattie, mentre i volontari erano incalzati dall'esercito francese e da quello pontificio. Solo grazie all'eccezionale intuito di Garibaldi e alla su a esperienza, ogni minaccia venne di volta in volta sventata. Dopo numerose deviazioni , i volontari raggiunsero San Marino. Callimaco Zambianchi arrivò nella piccola repubblica distrutto dal dolore e dalla fatica. A causa del piede ferito aveva seguito la ritirata parte a cavallo e parte in lettiga; bisognoso di riposo e di cure immediate, fu affidato da Garibaldi ai sammarinesi . Il 3 1 luglio, radunati gli uomini fuori città presso una chiesa, il Generale li sciolse dall'impegno di seguirlo e li esortò a tornare alle loro case. Aveva infatti convenuto con il governo della repubblica di deporre le armi, dopo che tutti avessero otte_nuto di potersi allontanare liberamente. Il governo di San Marino, preoccupato per gli interessi dei suoi cittad ini, e animato da simpatia per i garibaldini, intavolò trattative
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con gli austriaci circa la sorte degli sconfitti guerriglieri. L'arciduca Ernesto e il Generale Hanne ... avevano ricevuto da Von D'Aspre l'ordine di non negoziare ... Dopo che Garibaldi ebbe respinto la proposta di arrendersi senza condizioni , i sammarinesi inviarono un emissario a Rimini , dal Generale Hanne ... che presentò nuove condizioni di resa ... » (3 1). Garibaldi commentò: « ... un'intimazione era giunta al governo della Repubblica di San Marino da parte del Generale austriaco, con condizioni per noi inaccettabili» (32). « Garibaldi respinse le condizioni di Hanne. Contestò l'articolo che escludeva dall 'amnistia i colpevoli <li reat i comuni, perché sarebbe potuto servire come scusa per processare Za mbianchi, Luigi Brunetti, e altri ... » (33).
Escludendo qual siasi ulte riore accordo con l 'Austria e limitandosi a tene r fede alla prima trattativa conclusa con Ia repubblica, Garibald i e i suoi seguaci si allon tanarono alla spicciolata, mentre Zambianchi era costretto a rimanere a San Marino dove venne benevolmente ospitato fino a completa guarigione. Appena ristabilfru, si diresse in Toscana , poi in Piemonte dove fu arrestato. Rimesso poco dopo in libertà, lasciò l'Itali a e si stabilì in Francia. Nei primi mesi del J 860 Garibaldi ebbe bisogno nuovamente di lui e lo mandò a chiamare . Callimaco Zambianchi partì immediatamente per Genova ; giunto a Villa Spinola in sieme alla giovane figlia, fu subito ricevuto dal Generale che gli offrì il comando di una impresa ancora da definire nei particolari, ma che si presentava di gra nde importanza e che richiedeva un cap o coraggioso e pratico di guerriglia. Zambianchi riuniva in sé ques ti due attributi ; inoltre la sua fedeltà era a tutta prova. E ppure nessuno approvò, n é prima né dopo, la scelta fatta dal Gene rale . Secondo G. Guerzoni, fu i.J primo capitale errore del Duce dei Mille. Lo Zambianchi ... aveva lasciato dietro a sé una foma piu ttos to di bru talità che di prodezza ; e non possedeva certo alcuna delle doti necessari e per governare una siffatta impresa. Appunto perché grosso di cervello, quanto spavaldo di cuor e, non si rese alcun conto della difficoltà e della responsabilità del mandato, e lo accettò » ( 34 ). « ... questo
(31) J. RlDLEY , Garibaldi, Mondadori , Milano 1975, p. 381. (32) G. lTA RIBAT.DT, op. cit ., p. 245. (33) J. RmLE Y, op. àt., p. 382. (34) G. GuERZON1 , Garibaldi, G . Barbera , Firenze 1882, Vol. II, p. 50.
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G. Pittaluga commentava più semplicemente ed in modo pm pacato « .. . che molti dei Mille sarebbero stati preferibili a Zambianchi » (35) mentre, e se ne comprende bene il perché, Mazzini e Saffi ricorsero ad espressioni virulente e oltraggiose: « cialtrone di guerra >> (36 ), lo definì il primo, mentre il secondo lo descriveva come una « natura convulsa e trepidamente feroce» (37). In conclusione Zambianchi non piaceva a nessuno, in parte perché l'affetto che Garibaldi gli portava suscitava l'invidia inconfessata di molti, in parte perché egli, oltre a non avere un buon carattere, amava accentuarne i lati peggiori, forse ubbidendo ad una singolare forma di esibizionismo o forse mascherando con l'aggressività e la spavalderia un'insicurezza ed una timidezza di fondo. Una cosa è certa: non poteva essere un uomo perfido e crudele, altrimenti Garibaldi non gli avrebbe mai concesso 1a sua amicizia; e nessuno lo conosceva meglio di lui. Zambianchi era un irruento, un istintivo, « che millantava di sé peggio di un guascone » (38), era soprattutto un uomo vittima del suo stesso carattere, ma in definitiva un bravo soldato, un patriota sincero ed anche un uomo generoso che aveva speso la vita a far dono di se stesso. Cap. Il -
FINALITÀ E
CONCETTO
OPERATIVO DELLA
SPEDIZIONE
NELLO STATO PONTIFICIO
La « diversione » Zambianchi è stata oggetto di polemiche anche aspre, di interpretazioni contrastanti, di critiche più o meno severe. Fu rimproverata a Garibaldi non solo la scelta del capo, ma l'idea stessa dell'operazione, militarmente insensata e per giunta foriera di pericolose complicazioni sul piano diplomatico; gli fu rimproverato soprattutto un presunto cedimento alle pressioni del partito mazziniano che propugnava da tempo un'azione risoluta e massiccia negli Stati del Papa (39).
(35) G. PITIALUGA, op. cit., p. 60. (36) G. DEL BONO , op. cit., p. 193. (37 ) I vi, p. 193. Un'eco della trista fama di Zambianchi risuona, anche se fuggevolmente, perfino nelle pagine dc « Il Gattopardo» di G iuseppe Tornasi di Lampedusa (p. 275). (38) N. MARCONE, op. cit., p. 13. (39) Cfr. G . CADOLTNT, op. cit., p. 173 e p. 181; BoLTON Krnc, Storia dell'unità d'Italia. 1814-1871, Ed. Riuniti, 1960, v. III, p. 178.
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Per cercare di stabilire se Garibaldi in quella circostanza incorse o meno in un errore grossolano, occorre anzitutto riconoscere le finalità ch'egli si proponeva di raggiungere inviando un esiguo distaccamento in territorio pontificio: se cioè l'azione era stata da lui decisa a scopo meramente diversivo, oppure se l'aveva invece concepita come il momento iniziale di un disegno assai più ambizioso ed impegnativo. In apparenza la questione sembra non sussistere, in quanto lo stesso Garibaldi offrirà nelle sue Memorie una definizione del carattere e dei fini dell'operazione: « Dovendo agire in SiciHa, scriverà infatti, non era male apparire anche con una diversione nello Stato pontificio, minacciando cotesto stato e quello ciel Borbone verso tramontana, con cui si otteneva almeno c.-fj occupare per alcuni giorni l'attenzione del nemico, o dei nemici, verso quella parte, ed ingannarli sul vero obiettivo dell'impresa» ( 40).
A questa spiegazione s1 sono attenuti numerosi storici. Così G. Del Bono scrive che Garibaldi col sacrificio della esigua forza sbarcata a Talamone e avviata verso gli Stati pontifici, non ebbe di mira che tenere nascosto il più a lungo possibile l'obiettivo vero della propria spedizione, distogliendo da essa l'attenzione momentanea tanto dei nemici, quanto dei governi che erano più interessati a contrastarla ( 41 ).
P er Denis Mack Smith, il Generale a Talamone spedl vfa sessanta volontari per una diversione che facesse credere ad una invasione degli Stati pontifici (42); e secondo Bolto n K ing, Garibaldi si proponeva di tentare una finta diretta ad ingannare il nemico circa la su a reale destinazione ( 43 ). Più o meno sulla stessa linea interpretativa si schierano J. Ridley, Lecompte, Rustov ed altri ; sicché il termine « diversione » finl per essere diffusamente accettato dalla storiografia risorgimentale.
(40) G. GARIBALDI, op. cit., p. 169. (41) G. DEL BoNo, op. cit., p. 196. (42) D. MAcK SMITH, Garibaldi, Latcrza, Bari, 1970, p. 90. (43) B. K1NG, op. cit., v. III, p. 178.
32. - Memorie
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Senonché è ben noto e comprovato il fatto che, ancor pnma della partenza dei Mille da Quarto, il Borbone ed i suoi generali erano perfettamente informati « sul vero obiettivo dell'impresa »; né potevano lasciarsi ingannare da una « finta >> la cui credibilità, inoltre, appariva scarsa almeno quanto le forze impiegate per attuarla. E basta questa considerazione (ma ve ne sono altre non meno valide, come si dirà più avanti) per escludere che il compito di Zambianchi consistesse nell'esecuzione di una semplice azione diversiva. Né vale l'obiezione che fu Garibaldi a definirla e spiegarla come tale: è -sin troppo evidente che il Generale, nelle sue Memorie, ricorse alla parola « diversione » per sminuire l'importanza di un'impresa risoltasi in un insuccesso. D'altra parte fu proprio Garibaldi a stabilire, in un documento ben altrimenti valido e convincente, il vero carattere della spedizione, le sue finalità e la sua concezione operativa. Questo documento è costituito dalle qui riportate Istruzioni al comandante 7.ambianchi » 1) Il comandante Zambianchi invaderà il territorio pontificio colle forze ai suoi ordini, ostilizzando le truppe straniere mercenarie di quel governo antinazionale, con tutti i mezzi possibili. 2) Egli susciterà all'insurrezione tutte quelle schiave popolazioni contro l'immorale Governo, e procurerà ogni modo per attrarre con lui tutti i soldati italiani che si trovano al servizio del Papa. 3) Egli, campione della causa santa italiana, reprimerà qualunque atto di vandalismo col maggiore rigore, e procurerà di farsi amare dalle popola:i:ioni. 4) Chiederà, come è giusto, dai Municipi ogni cosa, di cui possa aver bisogno in nome della patria, che compenserà alla fine deHa guerra ogni spesa sopportata dai particolari e dai Comuni. 5) Egli propagherà l'insurrezione dovunque negli Stati del Papa e in quelli del Re di Napoli, evitando, per quanto è possibile, di percorrere gli Stati italiani di Re Vittorio Emanuele, il nome del quale e d'Italia saranno il grido di guerra d'ogni italiano. 6) Eviterà più che possibile d'accettare soldati dall'esercito nostro regolare, anzi raccomanderà a questi di non abba ndonare le loro bandiere, e che non tarderà il loro turno in combattimenti maggiori. 7) Trovandosi con altri corpi italiani nostri , procurerà di accordarsi circa le operazioni. Se alla testa di quei corpi si trovassero i brigadieri Cosenz e Medici, egli si porrà immediatamente ai suoi ordini, e se vi fosse guerra tra Vittorio Emanuele e i tiranni meridionali, « «
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allora si porrebbe agli ordini del comando superiore del Re o chi per lui. T alamone 7 maggio 1860 (firmato) G. Garibaldi. Generale del Governo di Roma, eletto dal suffragio universale e con poteri straordinari » ( 44 ).
La colonna Zambianchi, quindi, rafforzata dai volontari che avrebbe potuto reclutare durante la sua marcia, doveva sollevare le popolazioni dell'alto Lazio e dell'Umbria, in attesa dell'arrivo di una grossa spedizione, il cui allestimento era in corso <la tempo a Genova, e che sarebbe stata comandata da Medici o da Cosenz. Garibaldi aveva progettato questa operazione ancora a Villa Spinola, ed era stata sua intenzione, in un primo tempo, di affidare a Giuseppe Bandi il compito poi assegnato a Zambianchi. Scrisse infatti Bandi che, giunto a Villa Spinola b notte del 23 aprile, fu accolto dal Generale con queste parole: « V 'ho fatto venire qua da Alessandria perché è tempo di fare qualcosa verso P erugia ». - E continua Bandi: « ... dovevo recarmi immediatamente a Siena a far gente, e spingermi con quella gente, per Ja Val di Chiana, al confine, e impadronirmi di Città della Pieve, e ing rossarmi e tenermi su pei poggi e farmi vicino a Perugia, e vedere se i perugini avesser voglia di dar nelle campagne» (45). Bandi non volle accettare l'incarico perché desiderava andare
in Sicilia con Garibaldi, il quale allora, sempre a Villa Spinola, convocò Zambianchi che aderì prontamente alla proposta. Frattanto proseguiva a Genova la preparazione, cui provvedeva Bertani, del corpo di spedizione destinato a invadere lo Stato Pontificio. Ed il giorno stesso della sua partenza da Quarto, il 5 maggio , Garibaldi scriveva ad uno dei capi designati, G iacomo Medici: ... E ' meglio che tu resti, e puoi essere più utile restando. Bertani, La Farina, la Direzione di Mi lano ti forniranno alla presentazione di questa tutti i mezzi di cui avrai bisogno. Non solamente tu devi fare ogni sforzo per inviare soccorsi cli gente ed armi in Sicilia, ma pure fare lo stesso nelle Marche, ncll'Umhria, ecc. ove presto sarà
( 44) G. (45) G.
op. cit., pp. 53-54; G. DEL Bcmo, op. cit., pp. 217-218. I Mille, Parenti , Firenze 1955, p. 6.
G uERZONT,
BANDI,
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l'insurre-.donc e ove presto conviene promuoverla a tutt'oltranza. Dirai agli Italiani che ti seguino con tutta fiducia che l'ora è venuta al fine di fare quest'Italia che tutti aneliamo; e che per Dio capiscano una volta che in molti la finiremo presto, e che i nostri nemici sono forti delle nostre paure e dell'indifferenza nostra. Addio di cuore. G. Garibaldi » ( 46 ). Numerose altre prove e documentazioni si potrebbero addurre a sostegno del fatto che, come osserva lo storico inglese G.M. Trevelyan (la cui ricostruzione appare senz'altro la più attendibile), l'operazione affidata a Zambianchi « ... non era in tutto e soltanto intesa ad essere una diversione. L'idea di chiudere fra « due fuochi », uno in Sicilia e l'altro nelle
Marche, le province napolitane e le papali, faceva parte della politica nazionale del 1860, quale l'aveva concepita il Mazzini nel febbraio e la misero ad effetto Garibaldi e Cavour nell'autunno. Né la spedizione poteva essere in tutto calcolata per meta diversione, anche perché si voleva che riuscisse. Garibaldi l'aveva armata di buone carabine... Il Zambianchi doveva traversare il Nord degli Stati Papali raggiungendo le Marche all'Est per la via d'Orvieto e di Perugia. Secondo le informazioni che si era procurato dai comitati liberali di quelle località, Garibaldi le credeva pronte ad insorgere al primo segnale dell'avvicinarsi del Zambianchi. Allora il Bertani e il Medici che Garibaldi aveva lasciati a Genova con l'ordine <li organizzare rinforzi tanto per la Sicilia che per gli Stati Papali, avrebbero fornito aiuto e, qualora il Medici fosse andato in persona, il Zambianchi doveva, secondo gli ordini ricevuti, mettersi sotto al suo comando. Quando fosse giunta nelle Marche, la spedizione doveva spingersi al Sud del Regno <li Napoli. Per il momento Roma non doveva essere molestata, sebbene Garibaldi sperasse d'entrare nella capitale d'Italia alla fine dell'anno al suo risalire verso il Nord per la via di Napoli » ( 47). Anche uno dei partecipanti alla spedizione, il futuro Generale Giovanni Pittaluga, pur intitolando il suo già più volte citato saggio La diversione Zambianchi, mette in risalto i compiti effettivi asse-
( 46) Garibaldi, Lettere e Proclami, a cura di R. Zangheri, U.E., Mi-
!ano 1954, p. 49. (47) GM. TREVELYAN, Garibaldi e p. 279.
Mille, Zanichelli, Bologna 1909,
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gnati alla scarna colonna inviata in territorio pontificio. Così pure Guerzoni, Raveggi, Fatini, nei loro scritti parlano di «spedizione». Ed infine Giovanni Cadolini si sofferma a dimostrare come il termine « diversione» sia stato impropriamente riferito all'operazione. Richiamandosi alle definizioni classiche di }omini e di Clausewitz (48), scrive: U na diversione deve sempre avere per iscopo di assalire il nemico in una posizione più o meno lontana dalla sua linea d 'operazione principale, per dividere le forze e turbarne i piani ... Non poteva certamente dirsi una diversione (non se ne trova esempio nella storia) l'invasione di un terzo Stato, che richiedeva una serie di battaglie e di vittorie prima di raggiungere l'obiettivo, dando cosi tempo ai Borbonici di contrapporre alla minaccia un concentramento di forze negli Abruzzi » ( 49). . . . (50)
In definitiva si può ritenere che, nella concezione di Garibaldi, lo sbarco e la conquista della Sicilia si sarebbero dovuti compiere in concomitanza con una consistente offensiva contro lo Stato Romano, condotta da un corpo di 5 o 6 .000 umini, agli ordini di Medici e Cosenz. La spedizione Zambianchi avrebbe dovuto costituire il preludio di questa offensiva, che invece non fu sferrata, malgrado le insistenze di Garibaldi, il quale ancora H 13 maggio, da Salemi, scriveva a Bertani per sollecitarne l'attuazione e precisando che « Medici dovrebbe occuparsi del Pontificio, e diedi ordine a Zambianchi di mettersi a sua disposizione » (51). Ma il 23 Bertani rispose, « spiegando che Medici si era lasciato distogliere da questo piano» (52); ed a dissuaderlo era stato Cavour, il quale s'adoperò inoltre per accelerare la partenza, con destinazione Sicilia, delle (48) Cfr. il capitolo sulla diversione in C. VoN CLAUSEWITZ, Della Guerra, Stato Maggiore R. Esercito, Ufficio Storico, Roma 1942, Libro settimo, cap. 20", pp. 686-688. ( 49) G. CADOLINI, op. cit., pp. 169 e 172. (50) Non si riporta qui un passo in cui si considera e si contesta la tesi di G. Caùolini, secondo cui la spedizione Zambianchi fu attuata in seguito alle pressanti sollecitazioni di Mazzini (dr. op. cit., pp. 173 sgg.). (51) Cfr. I Mille, dai documenti dell'archivio Crispi, Milano 1911, pp. 198-200. (52) D. MAcK SMITH, Cavour e Garibaldi nel 1860, Il Saggiatore, Milano 1972, vol. I, n. 9 a p. 68.
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forze approntate a Genova da Bertani e comandate da Medici (53 ). Venuta rpeno l'azione principale, inevitabilmente quella secondaria iniziata da Zambianchi era destinata al fallimento, tanto più che non si erano affatto realizzate le speranze, invero ottimistiche, risposte da Garibaldi sulle popolazioni dello Stato Pontificio e sul loro patriottismo. Egli sperava che i sudditi del Papa fossero spiritualmente e materialmente pronti ad insorgere (54) e che 1a rivolta si sarebbe propagata da un paese all'altro al passaggio dei garibaldini, favorita anche dalla notoria disorganizzzione dell'esercit o pontificio nel quale da tempo le diserzioni erano frequenti e scarseggiavano i buoni ufficiali (55). Con questa persuasione, il Generale aveva consegnato a Zambianchi numerose copie di un proclama ai romani, in modo che la sua voce ed il suo incoraggiamento giungessero più direttamente a quella gente: Villa Spinola, Genova 30 aprile 1860 << Romani!
Domani voi udrete dai preti di Lamoriciére che alcuni Mussulmani hanno invaso il vostro terreno. Ebbene, questi Mussulmani sono gli stessi che si batterono per l'Italia a Montevideo, a Roma, in Lombardia! Quelli stessi che voi ricorderete ai vostri figli con orgoglio, quando giunga il giorno che la doppia tirannia dello straniero e del prete vi lasci la libertà ciel ricordo! Quelli stessi che piegarono un momento davanti ai soldati agguerriti e numerosi di Buonaparte, ma piegarono con la fronte rivolta al nemico, ma col giuramento cli tornare alla pugna, e con quello di non lasciare ai loro figli altro legato, altra eredità che quella dell'odio all'oppressore ed ai vili! Sì, questi miei compagni combattevano fuori delle vostre mura, accanto a Manara, Melara, Masina, Daverio, Peralta, Panizzi, Ramo-
(53) Sull'intervento di Cavour cfr. D. MAcK SMtTH, Cavour e Garibaldi ... , cit., pp. 55 sgg. (54) Qualcosa si era effetti vamen te mosso negli Stati della chiesa. Ad es., nel marzo 1860 numerosi giovani avevano passato il confine con la T oscana per arruolarsi nell'Armata Centrale (Arch. di Stato di Grosseto, Fondo Dip. di G r., pezzo n. 18, a. 1860; Fondo Comune <li Grosseto, pezzo n . 472, anni 1848-95; pezw n. 100, a. 1860 ; delibera n . 110 e 120 a <lì 3 marzo 1860). (55) Sull'argomento, cfr. due art icoli apparsi sul « Monitore T oscano », 26 e 27 maggio 1860.
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rino, Mameli, Montaldi e tanti vostri prodi che dormono presso alle vostre catacombe, ed ai quali voi deste sepoltura, perché feriti per davanti. I vostri nemici sono astuti e potenti, ma noi marciamo sulla terra degli Scevola, degli Orazi e dei Ferrucci; la nostra causa è la causa di tutti gl'Italiani. Il nostro grido di guerra è lo stesso che risuonò a Varese ed a Como: Italia e Vittorio Emanuele! e voi sapete che con noi, caduti o vincenti, sarà illeso l'onore italiano. G. Garibaldi » « Generale romano promosso da un Governo eletto a suffragio universale» (56 ).
L'insurrezione non scoppw. Zambianchi non ebbe neppure il tempo di addentrarsi negli stati pontifici e non si può quinJi immaginare quale sarebbe stata la reazione di quelle genti al passaggio dei garibaldini e alla lettura del proclama di Garibaldi. Alle Grotte di Castro regnò l' indifferenza e la sordità generale, però non si può neppure affermare che avesse avuto ragione Bertani definendo il paese « freddo e temente» (57); in effetti una rivolta era realmente in preparazione, ma venne scoperta e neutralizzata in tempo (58). Garibaldi si rammaricò di non aver reso più forte e numeroso il distaccamento di Talamone. Più tardi, con semplicità, affermò: « ...Egli (Zambianchi) avrebbe certamente fatto di più, s'io avessi
potuto lasciargli più uomini e mezzi, mentre dovette accingersi all'opera difficoltosa con una sessantina di uomini » (59).
Comunque per comprendere a fondo le decisioni prese da Garibaldi in questa circostanza, può essere utile tornare sui propositi che il Generale nutriva prima ancora della partenza da Quarto. In realtà Garibaldi non era molto convinto di una spedizione in Sicilia. Passato il primitivo entusiasmo, durante i preparativi a Genova, era stato molto attento all 'andamento della rivolta nell'isola ed era arrivato alla conclusione che uno sbarco in Sicilia sarebbe stato molto pericoloso. In primo luogo non era
(56) G. GuERZONI, op. cit ., vol. II, p. 51. (57) G . DEL BoNo, op. cii., p. 196. (58) Ne dà notizia il « Monitore Toscano» , 30 maggio 1860. (59) G. GARIBALDI, Memorie ... cit., p. 339.
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pratico di quei luoghi, non conosceva nè gli umori nè il carattere degli abitanti, ma soprattutto lo preoccupavano le notizie che riceveva in quei giorni da Malta da Nicola Fabrizi (60 ). Ben presto si era convinto che l'insurrezione, se non era già stata spenta definitivamente, certo era agli sgoccioli; perciò era restio a tentare ugualmente l'impresa. Sollecitato dalle insistenti pressioni degli esuli siciliani da una parte e frenato, da1l'altra, dalle deludenti notizie di Fabrizi e dai consigli prudenti di Medici, Sirtori e Vecchi, Garibaldi tentennava. Mentre giudicava sempre meno consigliabile uno sbarco in Sicilia, non volendo deludere le speranze dei patrioti italiani, speranze che erano anche le sue, aveva voluto lasciarsi aperta un'altra possibilità e aveva gettato le premesse per realizzare una spedizione in piena regola ne1J 'Italia centrale. Una volta salpato da Genova, se uno sbarco nell'isola fosse divenuto troppo rischioso e se gli abitanti dello Stato Romano avessero risposto immediatamente e convenientemente alle sollecitazioni messe in atto, Garibaldi pensava di tentare uno sbarco sulle coste pontifice, marciando quindi verso l'interno e finendo per ricongiungersi alle truppe di Zambianchi (61) che quindi avrebbero costituito una avanguardia, con il compito di fare da battistrada al grosso delle truppe volontarie. Zambianchi avrebbe dovuto arruolare gente, raccogliere armi e denaro nei paesi amici, e al tempo stesso, con la sua sola presenza nei pressi del confine pontificio, dare il via a quella rivolta che era già in preparazione da tempo fra le popo(60) Il 27 aprile era pervenuto a Crispi un telegramma di Nicola Fabrizi per Garibaldi. II testo, in codice, fu cosi decifrato da Crispi: « Completo insuccesso nella provincia e nella città di Palermo. Molti profughi su navi inglesi giunti a Malta. Non vi muovete ». Garibaldi decise allora di rinunciare all'impresa; ma il 29 Crispi andò a raccontargli che s'era sbagliato nel decifrare il messaggio, il cui tenore sarebbe invece stato il seguente: « Insurrezione vinta in Palermo si sostiene nelle province »; e gli esibl anche altri telegrammi, sulla cui autenticità conviene non pronunciarsi, finché il Generale si lasciò persuadere a ritornare sulla sua decisione. (61) Questa ipotesi è sostenuta, con argomentazioni certamente vaJide, negli scritti più volte citati di G. Guerzoni e G. Patini, i quali affermano che Zambianchi era stato preparato ad affrontare un'eventualità del gene::re. Inoltre il proclama ai romani, in cui il Genernle annunciava la sua personale partecipazione alla spedizione in territorio pontificio, sembra convalidare tale ipotesi, ritenuta possibile anche da Mazzini, il quale scrisse a Bertani: « ... il proclama ai Romani sembrerebbe indicare che si voleva scendere sugli stati romani ... » (Cfr. G. D EL BONO, op. cit., p. 220).
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lazioni romane. Poi, arrivati Medici e Cosenz con le truppe di rinforzo, avrebbe dovuto irrompere al di là del confine, marciando fino a ricongiungersi con il grosso guidato da Garibaldi. In questo caso non solo l'impresa affidata a Zambianchi assume un significato diverso ed acquista finalmente una sua logica ed una sua giustificazione, ma addirittura si spiega perché venisse affidata ad un gruppo di volontari inizialmente così ristretto. Le cose andarono diversamente e Garibaldi , visto che la rivolta nello Stato Romano tardava a scoppiare, il 10 maggio, salpava da Santo Stefano dirigendosi verso la Sicilia second o il progetto iniziale. Zambianchi 5Ì trovava ormai all 'interno delh1 Maremma grossetana, ignaro della prossima mossa di Garibaldi ; e la sua incertezza si spiega anche con l'incertezza della si tu azione sLcssa. Secondo accordi precedenti, Zambianchi doveva esser pronto a t·utre le eventualità , tra cui anche quella di uno sbarco di Garibaldi sulle coste romane, forse a Montalto di Castro. Perciò non polcva far altro che temporeggiare, almeno fino a che non fosse ven uto a conoscenza delle reali mosse del Generale, che avrebbero necessa riamente condizionato il suo comportamento. (62)
Tornando alla spedizione capitanata da Zambianchi , resta da osservare che, se riguardo all'impresa vi furono sostenitori e deninigratori, riguardo alla scelta del capo fatta dal generale, i pareri furono invece unanimi e naturalmente negativi: Callimaco Zambianchi aveva il dono di non piacere a nessuno tranne che a Garibaldi. Giuseppe Bandi spiegò il fallimento dell'impresa dando la colpa al numero troppo scarso di uomini e soprattutto all a « scar-
(62) Si omettono alcune considerazioni concernenti la cnt1ca che G . Cadolini ( op. cit., p . 171 ), appellandosi nientemeno che a Napoleone, muove a Garibaldi, colpevole di aver violato una delle leggi fondamentali della guerra in q uan to, distaccando 60 uomini verso lo Stato Pontificio, avrebbe indebolito le forze destinate a sbarcare in Sicilia e ad operare nel punto decisivo, dove sarebbe stato necessario concentrare tutte le truppe disponibi li per compiervi il massimo sforzo. Non si riporta inoltre, sempre per ragioni di srazio, un a parte dedicat a all'analisi delle conseguenze che si sarebbero prodotle sul piano politico e diplomatico qualora il progetto d'invasione dello Stato Pontificio avesse trovato concreta attuazione. Conseguenze che Garibaldi non poteva ignorare, e che tuttavia non lo dissuasero, anche in contrasto con le intese raggiunte col Re e con Cavour, dal compiere un tentativo di realizza re l'impresa.
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sità » del capo, « ... un capo di poca o punta riputazione ed inetto per soprappiù» (63). Il giudizio di Giovanni Pittaluga è fra i più benevoli: « Zambianchi non era Garibaldi , no certo. Ma chi avrebbe potuto esserlo?... Se niuno poteva sostituire Garibaldi certo molti dei Mille sarebbero stati preferibili a Zambianchi » (64). Secondo G. M. Trevelyan: « Garibaldi non commise mat m tutta la vita, un errore peggiore, in tutti i sensi, di quello commesso mandando costui, ch'egli sapeva essere stato uno sterminatore di preti a Roma nel 1849, a invadere gli Stati Papali alla testa di un numero assolutamente inadeguato di garibaldini che non solo lo disprezzavano a cagione della sua incapacità militare e della sua mancanza di iniziativa, ma disdegnavano di essere messi agli ordini d'un assassino » ( 65).
Infine il giudizio di
J.
Ridley :
« Zambianchi era insomma universalmente detestato e il fallimento dell'invasione dell'Umbria è stato, quasi altrettanto universalmente, imputato alla sua inadeguatezza . Certo Garibaldi commise un grosso errore nel dargli tale missione » ( 66 ).
Il Generale Garibaldi commise infatti un errore mettendo a capo della spedizione Callimaco Zambianchi, ma non perché la missione fosse particolarmente inadeguata alle sue capacità: se non aveva la tempra del gran condottiero, non gli mancavano, tuttavia, nè il coraggio nè l'esperienza per concludere felicemente la missione. Garibaldi non valutò a sufficienza l'elemento psicologico, non si rese conto, cioè, quanto fossero importanti, soprattutto in quel caso, l 'affetto e la stima degli uomini verso il loro capo. Come si vedrà, la spedizione fallì non solo per il mancato inte rvento di Medici e Cosenz, ma anche perché i volontari del distaccamento d i Talamone furono sempre sospettosi e guardinghi nei confronti del loro comandante; fino dall'inizio essi videro in lui un assassino spietato, un uomo violento da tenere a distanza e da sorvegliare costantemente, un capo smargiasso da destituire, come avvenne puntualmente, alla prima occasione in cui avessero ritenuto di veder confermati i loro sospetti. (63) G . BANDI, op. cii., p. 303. (64) G. PITTALUGA, op. cit., p. 60. (65) G .M. TREVELYAN, op. cit., p. 282. (66) J. RIDLEY, op. cit., p. 514.
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Cap. III - TALAMONE:
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PREPARATIVI PER LA SPEDIZIONE
( Questo capitolo è stato totalmente riassunto perché i fatti in esso descritti sono ampiamente narrati in tutti i saggi storici sulla campagna dei Mille. Si veda bibliografia). Dopo quasi due mesi di preparativi, dopo numerosi tentennamenti ed incertezze, finalmente, il 5 maggio 1860, Garibaldi ed i suoi mille volontari salparono dal porto di Genova a bordo dei vapori «Piemonte» e «Lombardo». Ancora una volta non tutto era stato deciso in partenza. I volontari sapevano che si sarehbero recati in Sicilia per aiutare gli isolani insorti , ma , fi ssato l'obiettivo, il modo di raggiungerlo era ancora in gran parte da decidere. Garibaldi aveva voluto mantenere il più assoluto segreto anche con gli amici più fidati sia sulla rotta da percorrere, sia sul luogo di sbarco. I garibaldini avevano assoluto bisogno di ri fo rnirsi di armi e munizioni, inoltre il generale aveva già stabilito di sbarcare il distaccamento Zambianchi nei pressi o dentro i confini pontifici; Garibaldi pensò quindi di sbrigare con una sola sosta le due incombenze. A tale scopo venne scelto infine il piccolo porto <li Talamone perché scarsamente presidiato e poco distante dallo Stato Romano; era inoltre vicino al paese di Orbetello dove c'erano alcuni depositi di armi e munizioni e a quello di Porto Santo Stefano <love abbondava il carbone, utilissimo ai due vapori. La mattina del 7 maggio il « Lombardo » e il « Piemonte » entravano nel porto. Ottenuto il permesso di scendere a terra dal comandante del porto e dal comandante della fortezza, i volontari si sparpagliarono per il villaggio mentre Garibaldi venne ospitato nella casa del comandante De Labar che si mise a sua completa disposizione. Immediatamente il G enerale inviò il colonnello Ti.irr dal comandante della piazza di Orbetello, T enente Colonnello Giorgini, con la richiesta di armi, munizioni e viveri . Giorgini credette in buona fede, o finse di credere, che tali richieste avessero una veste ufficiale, anche se segreta, e dette tutto ciò che aveva raccomandando unicamente che non si violassero i confini pontifici. (Per maggiori informazioni sugli aiuti dati ai garibaldini dal G iorgini e dal De Labar 1 ., e sul processo che si tenne per giudicare il loro comportamento e \ le loro responsabilità in quell'occasione, si consulti il saggio di Brancaccio, G aribaldi a T alamone, in « Memorie Storico Militari del Corpo di Stato Maggiore» , v. bibliografia). La stessa mattina dello sbarco, Garibaldi fece chiamare Callimaco Zambianchi e gli ordinò di radunare 50-60 volontari prendendone in parti uguali dalle 7 compagnie che si erano appena formate, specificando che l'adesione avrebbe dovuto essere spontanea. Non fu difficile radu-
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nare gli uomini richiesti, moltissimi fra i più giovani si offrirono di seguire Zamhianchi, impazienti cli passare all'azione prima dei compagni. Formata 1'8" compagnia, il Colonnello si presentò di nuovo a Garibaldi che gli consegnò una cinquantina di ottime carabine, molte munizioni e 6000 franchi per le necessità della spedizione. Gli assegnò anche quattro buoni ufficiali: AJherto Leardi, Elia Stecouli, Cesare Orsini e Giuseppe Guerzoni; sembra che questi uomini non gradissero affatto di separarsi dal corpo principale e soprattutto di esser posti agli ordini di Zambianchi di cui deprecavano carattere e passato, tuttavia non si ribellarono alla decisione del Generale non volendo dare un esempio di indisciplina. Garibaldi incaricò inoltre il Maggiore Stefano Siccoli, appena arrivato a Talamone da Livorno, di aggregarsi alla colonna con funzioni di commissario di guerra. Dopo questi preliminari, il Generale spiegò dettagliatamente a Zambianchi il tipo di azione che avrebbe dovuto condurre, lo avvertì che, a qualche chilometro da Talamone, si sarebbe dovuto riunire con un gruppo di volontari livornesi guidati dal Maggiore Sgarallino ed infine gli consegnò un foglio con le sue istruzioni e numerose copie del « Proclama ai Romani » che Zambianchi avrebbe dovuto diffondere appena superato il confine. Terminati i preparativi, la sera dell'8 maggio, l'8a compagnia, guidata <la un baldanzoso Zambianchi, lasciava Talamone dirigendo verso Fonteblanda.
Cap. IV - LA
SPEDIZIONE
Il porto di Talamone dista dal villaggio di Fonteblanda non più di 3-4 chilometri e la colonna Zambianchi vi giungeva con una breve marcia, durante la notte dell'8 maggio. Qui, secondo gli accordi precedenti, il distaccamento di Talamone avrebbe dovuto trovare in attesa il Maggiore Sgarallino con i suoi uomini, ed invece Zambianchi non trovò nessuno ad attenderlo. Secondo Giovanni P ittaluga (67), i livornesi, non si sa per quale motivo, avevano lasciato il paese dirigendosi verso Scansano. Ed ecco il primo nodo da sciogliere: la questione riguardante il congiungimento dei due gruppi. I pareri degli storici a questo proposito sono piuttosto discordi; alcuni affermano ohe Andrea Sgarallino si unì a Zambianchi proprio a Talamonaccio presso Fonteblanda, altri, tra i quali Giovanni Pittaluga, lo fanno marciare prima di Zambianchi stesso.
(67) G.
Pl'l''l'ALUGA ,
op. cit., p. 47.
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Giuseppe Patini, invece, sostiene una terza ipotesi che sembra la più attendibile. Egli si vale di un rapporto inviato dal Delegato di Orbetello al Prefetto di Grosseto e confermato da un altro rapporto compilato dal Collobiano (68), dove si dice: « Nel tempo in cui scrivo (cioè a mezzogiorno circa del 9 maggio)
ricevo notizie da altro espresso che una tartana di bandiera sarda è giunta a Talamone carica Ji altri 75 volontari destinati ad ingrossare le fila garibaldine ... » ( 69). La tartana era l 'Adelina, con a bordo i 1ivornesi di Sgarallino: il distaccamento di Talamone av rebbe quindi preceduto e non seguito Sgarallino nella marcia verso l'interno. Zambianchi, per nulla preoccupato per il mancato incontro, faceva allontanare i suoi uomini dall'abitato e dava l'ord ine <li accamparsi per la notte. Nelle prime ore della mattina success iva la colonna riprendeva il cammino e giunse a Magliano, dove fu accolta « con amorevolezza indicibile» (70) dalla popolazione, già in fo rmata dell'arrivo di Garibaldi a Talamone. Le autorità locali , in mancanza di ordini, prudentemente offrirono la loro collaborazione. La presenza dei garibaldini dovette suscitare entusiasmo, se è vero che cinque paesani, di cui non si conoscono i nomi, vollero unirsi ad essi. II Gonfaloniere di Magliano compilò un rapporto sull'accaduto, segnalando anche il passaggio di Sgarallino, avvenuto alcune ore dopo la partenza del distaccamento Zambianchi. I garibaldini lasciavano Magliano la mattina del 10 maggio, diretti a Scansano dove arrivava no nel pomeriggio dello stesso giorno . Probabilmente, sia Zambianchi che Sgarallino avevano ricevuto da Garibaldi istruzioni precise riguardo al tragitto da percorrere, oppure per il secondo non doveva essere difficile seguire le tracce del primo valendosi <lella coll aborazione delle popolazioni locali; ed infatti la sera del 10 maggio, a Scansano, i due gruppi si riunivano. « Grande è stata la gioia di quell'incontro» scri ve Giovanni Pittaluga. « L'aspetto Jei livornesi ha fatto ottima impressione su quelli
(68) Appresa la notIZla dello sbarco ùi Garibaldi a Talamone, il gt::n. Durando aveva inviato ad Orbetello un ufficiale di sua fiducia, il capitano di S.M. Avogadro di Collobiano, perché lo Lenesse informato dt::i movimenti dei garibaldini.
(69) G. FATINJ, op. cit., p. 37. (70) Ivi.
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di Talamone. Erano i più uomini maturi, gente di mare dalle forme robuste e risolute. Poste le armi al fascio si fraternizzò lietamente, e gli argomenti al conversare non mancavano. Lo scilinguagnolo livornese conquideva quelli dell'alta Italia. I 78 giu nti per mare coll'Adelina, si erano già alquanto aumentati sia con alcuni arrivati da Livorno per la via di terra, sia con alcuni altri delle borgate dei dintorni, sia con otto bersaglieri disertati dai due battaglioni di Radicofani e di Orbetello. Insomma Sgarallino aveva già un centinaio di uomini, e formava un bel nucleo di compagnia ». Scansano salutò i garibaldini con « grandissimo entusiasmo », « tutti i volontari furono alloggiati presso le famiglie che fecero a gara per ospitarli » (71 ).
Entusiasmo, dunque, fra la popolazione felice per quell'arrivo, entusiasmo fra i garibaldini felici della buona accoglienza. Ed entusiasta era anche, in quel momento, il loro capo, Callimaco Zambianchi , come si apprende da una lettera che scrisse proprio a Scansano, il 1 O maggio, ad un suo amico genovese. Alcune frasi confermano il carattere di quest'uomo: un misto di baldanza e di ingenuità, con una vena di modestia che è poi autocritica ed intuizione dei propri limiti. « La mia naturale intrepidez:rn ha esultato di gioia per tale impresa, ma non so se le mie forze resisteranno al laborioso lavoro-. Veglie e fatiche sono i preliminari della nostra abnegazione per la Patria. Dica alla mia donna che entro nello Stato Romano in buona salute, ed ai miei bambini e agli amici in generale che sono partito da Talamone con 50 prodi e che tale è lo spirito patrio, che nella seconda tappa mi trovo già alla testa di 210, e che nel momento in cui scrivo mi arriva da Sienna (sic) il maggiore Siccoli con altri 250, ed altra quantità di romani attendono al confine» (72).
(71) G. PITTALUGA, op. cit., pp. 47-48. Secondo Pittaluga l'incontro dei due gruppi avvenne non a Scansano, ma a qualche chilometro da Fonte Blanda, e 1'8 maggio anziché il 10. Poi Zambianchi e Sgarallino si sarebbero diretti insieme verso Scansano, raggiungendolo con una marcia senza .soste. Questa versione è necessariamente inesatta, non solo per le testimonianze contrarie offerte dai documenti citati, ma anche perché Fonte Blanda dista da Scansano circa trenta chilometri di strada accidentata ed in salita; sicché non è verosimile che una colonna di 200 uomini abbia compiuto quel percorso in poche ore, senza neppure una sosta prolungata. In quanto ai bersaglieri che si aggregarono ai garibaldini, secondo G. Fatini (op. cit., p. 38) furono dodici e provenivano da un reparto di stanza a Magliano. (72) L. B1ANCIARDI, La strana missione dello «scellerato» Zambianchi,
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Non si hanno notizie sull'atteggiamento tenuto dalle autorità di Scansano in questa circostanza, probabilmente fu simile a quello adottato a Magliano, improntato, cioè, ad una prudente inerzia, ad una collaborazione passiva. Nel frattempo, Stefano Siccoli, vinta la delusione di non poter seguire Garibaldi, secondo gli ordini ricevuti, si era recato subito a Grosseto (7 3) per raccogliere armi, denaro ed uomini con i guaii soccorrere la spedizione Zambianchi. Il Generale lo aveva messo al corrente che nelle casse comunali era custodita una somma di denaro, frutto delle sottoscrizioni volontarie per il « Milione di Fucili » , inoltre il municipio conservava anche un quantitativo di armi raccolte sempre in seguito al medesimo appello. Durante la sosta a Talamone, Garibaldi aveva richiesto personalmente aJ comune di Grosseto l'una e le altre, ma aveva ricevuto soltanto la somma di lire 400 (italiane) (74) , cosicché aveva consegnato a Siccoli le credenziali necessarie per poter ri scuotere il resto. A Grosseto il Maggiore, carte alla mano, si presentava ad un certo Capitano Gazzuolo e gli esponeva la situazione. Quindi , prima che la magistratura si riunisse di nuovo, presentava formalmente la sua richiesta al Gonfaloniere che si impegnava a sbrigare la faccenda nel mig1iore dei modi e nel più breve tempo possibile . La magistratura si riunì il 13 maggio. Durante quella seduta venne deciso di consegnare a Siccoli la somma di L. 1.000 toscane (pari a L. 840 italiane) e di pagare la somma di L. 5.000 toscane (pari a L. 4 .200 italiane) al Comitato Patriottico Grossetano composto <la G. Stefanopoli, P. Tognetti, M . Scappucci, U. Vanni e Giuseppe (?) , Comitato riconosciuto a questo scopo dal Generale Garibaldi . Le somme costituivano la quasi totalità dei denari raccolti dai comuni della provincia e da quello di G rosseto per l'acquisto del Milione di f ucili (la somma
in « Historia 1860-1960 », n. 26, pp. 36-7. Anche Pittaluga afferma più volte che i volontari di Zambianchi erano convin ti che al confine ci fosse ro ad attenderli molti patrioti romani pronti ad unirsi a loro. Non si hanno noti,de sulla donna e sui figli di Zambianchi; si conosce soltanto il no me d i una sua bambina: Minerva, una bellissima creatura che, al tempo della « diversione » aveva 7 anni (L. BIANCIARDI, op. cit., p. 26 ). In realtà, Siccoli, proveniente da Grosseto e non da Siena, non poteva ancora essere arrivato a Scansano p oiché, la sera del IO maggio, era sempre a Grosseto o ne era partito da poco. (73) Il 9 maggio Siccoli era già a Grosseto. A. di S. J i GR, Fondo R.P., Filza riguardante gli avvenimenti politici, anno 1860. (74) A. di S. di GR, Fondo C. di GR , pezzo n . 100, anno 1860, Delibera n. 249 a dl 9 maggio 1860.
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complessiva era di L. 6.611 toscane corrispondenti a L. 5.553,26 italiane, ma di queste, L. 400 italiane erano già state versate a Garibaldi) (75). La somma di denaro veniva versata immediatamente a Siccoli (non si sa se furono consegnate anche le armi) che subito dopo lasciava la città per raggiungere Zambianchi, portandosi dietro un piccolo manipolo di volontari quasi tutti massetani (76). Ma, giunto a Scansano, secondo quanto afferma il Fatini, non trovava più Zambianchi (77). Il comandante della spedizione era rimasto in paese per due giorni durante i quali aveva arruolato una decina di volontari (78) e aveva sottoposto le sue truppe ad alcune esercitazioni, tentando di dar loro un minimo di preparazione e di organizzazione militare poiché la maggior parte degli uomini non aveva mai preso in mano un fucile. Il 12 maggio, alle 2 del mattino, era partito per Manciano dopo aver lasciato a Scansano un breve appello diretto a tutte le popolazioni locali: « GioventÌl! « Il generale del Popolo
Vi chiama in aiuto ai vostri fratelli. Vi attene.le a Scansano. Accorrete! » (79).
Le truppe volontarie, passando per Montemerano, « fecero alto tra le grida di gioia e di augurio degli abitanti; a mezzogiorno erano
(75) A. di S. cli GR, Fondo C. di GR, pezzo n. 100, anno 1860, Delibera n. 269 a dl 13 maggio 1860. (76) L'elenco dei volontari massetani che si unirono a Zambianchi si trova nell'appendice dell' op. cit. di G. Patini. (77) G. Patini afferma che Zambianchi rimase a Scansano appena 48 ore, mentre G. Pittaluga prima dichiara di aver sostato in paese per 3 giorni (op. cit., p. 48), poi, che la sosta durò 4 giorni (op. cit., p. 59). La versione cli G. Patini, basata su una meticolosa ricerca d'archivio, sembra la più attendibile. (78) L'elenco degli abitanti cli Scansano che si unirono a Zambianchi si trova nell'appendice dell'op. cit. di G. Fatini. (79) G. FATINI, op. cit., p. 39. Le parole « il generale del Popolo » richiamano il nome di Garibaldi. Si può supporre che Zambianchi avesse usato questa espressione volutamente e ben sapendo che la gente avrebbe pensato· subito al Generale. Zambianchi sperava forse di rich iamare, con un'-esca simile, più volontari di quanti non ne avrebbe attirati il suo nome, o, forse, pensava che ci fosse ancora la possibilità che Garibaldi, sbarcato a Montalto di Castro, si riunisse all'avanguardia cli Talamone in un prossimo futuro.
C. ZAMBIANCIII E LA SPEDIZIONE NELLO STATO ROMANO
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a Manciano ove tutto il popolo convenne coi garibaldini in chiesa a cantare sotto la guida dell'arciprete, l'inno ambrosiano» (80). Probabilmente Siccoli raggiungeva Zambianchi proprio a Manciano e, consegnati uomini e denari, ripartiva subito per Massa Marittima che si era trasformata come per incanto, da paese sonnolento e quieto, in un attivissimo centro di azione patriottica sotto la guida di G. Lapini e A. Apolloni , aiutati dai giovani delle principali famiglie locali. Da quando si era sparsa la notizia dello sbarco dei Mille a Talamone, nei centri pit.1 importanti della Maremma ferveva un'attività frenetica non ostacolat:1 dalle forze di polizia e dalle autorità locali che non sa peva no né cosa fare, né cosa pensare, non riuscendo a raccoglie re le fila Ji quello che s tava accadendo. Dovunque nascevano comitati di provveJimento ; nu ov i volontari andavano a raggiungere quelli già partiti ; si versavano nuove somme per l'acquisto del Milione Ji Fucili. Siccoli, eia abile com missario di guerra , sollecitava, coordinava, raccoglieva aiuLi Ji ogni genere indirizzandoli poi a Zambianchi. Fino ad ora, il comanJanLc de lla spedizio ne, nonostante le gravi responsabilità che gli pesavano su lle spalle, no nostante la difficile e delicata situazione politico-militare, non avcva incontrato impedimenti seri sul suo cammino, né da parte de lle autorità, n é, tanto meno, da parte delle popolazoni. Le prime diffico ltà , Zambianchi le incontrava proprio in quei giorni fra il 12 e il 14 maggio, durante la sosta a Manciano; difficoltà che non proveni vano dall'ambiente esterno, ma dal cuore stesso del suo piccolo esercito. Si è già parlato della sfiducia nutrita nei suoi confronti dai suoi ufficiali e dai pochi ve terani ai suoi ordini; <luranle quei pochi giorni la figura del comandante era stata uno J egli argomenti più discussi dai soldati. In breve, sia la fama del suo « criminoso » passa to, sia quella del suo « tremendo » carattere, avevano fatto il giro di tutta la truppa creando, anche fra i più giovani ed entu sias ti, una situazione di allarme: « ... i volontari non si dimoslravano conlenti del capu. Pareva ch'egli
troppo poco si occupasse di loro, perché viveva appartato, senza visitarli mai, e senza mai assistere a quelle istruzioni che i provenienti dalle file regolari del 1859 impar tivano. Le cose sue del 1849 erano sussurrate e severamente giudicate. Ed infine pareva e si diceva che troppo si indugiava a marciare avanti. Era allora una questione
(80) G.
33, - Memorie
PITTALUGA ,
op. cit., pp. 59-60.
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di sentimento, più che di ragionamento. Zambianchi per il complesso <lelle sue qualità personali non ispirava simpatia, quindi era discusso dai volontari con vari pareri, ma tutti avversi».
Le prime voci di scontento si erano già levate a Scansano, e mentre negli uomini cresceva la smania di muoversi, di agire, ecco una nuova sosta a Manciano. Le ore passavano ed il comandante non dava ancora l'ordine di partenza; allora « ... molte cose si fecero, moltissime se ne pensarono, ed ancor pm se ne dissero». Eppure, secondo il Pittaluga, « La lentezza nel-
l'operare di cui quella sosta era indizio, e che allora e poi fu criticata, non era <lel tutto ingiustificata, ed era parte del programma e delle istruzioni verbali date dal Generale Garibaldi, com'era nella necessità delle cose. Il distaccamento Zambianchi, nel concetto del Duce, non era che una parva favilla di un grande incendio che doveva ardere le Marche, l'Umbria e gli Abruzzi. Ma la materiale preparazione non era compiuta. Il distaccamento Zambianchi doveva contare sull'intervento di un corpo maggiore, fosse quello che allora dicevasi del Medici o fosse quello stesso di Garibaldi, avanzante da Montalto su Viterbo. E doveva contare sulle preparate rivolte di Orvieto, Viterbo, Todi, Perugia, Foligno, Terni, Spoleto. Tutto questo però era vago ed incerto, ed il tasteggiamento, l'attesa, lo studio degli indizi, appaiono pienamente giustificati» (81 ). Non bisogna dimenticare, inoltre, che durante quelle soste il gruppo <lei volontari si ingrossava, si equipaggiava ed aveva l'occasione per organizzarsi ed addestrarsi. « Zambianchi e coloro che gH stavano vicino studiavano la situazione, e questa non consigliava a precipitare » (82). In questo caso le preoccupazioni dei volontari, pur essendo comprensibili, erano del tutto ingiustificate ; Zambianchi non solo agiva con molto buon senso, ma addirittura, non avendo affatto il carattere del temporeggiatore, in quell'occasione seppe far violenza a se stesso dando prova di autocontrollo e di responsabilità; tanto più amare, quindi, gli dovettero sembrare le critiche dei suoi uomini, via via che il tempo passava, l'agitazione ed il malumore crescevano; nessuno sapeva spiegarsi perché si indugiasse a così poca distanza dalla frontiera romana.
(81) l vi, pp. 48-49. (82) lvi, p. 61.
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« La voce di truppe pontifice ammassate al confine, accompagnate dalla diceria di sconfinamenti, eccitava i bollenti giovani, che finalmente emisero un grido di liberazione quando si mossero per Pitigliano, con 4 proseliti del posto, tutti braccianti, e un drappello di 24, quasi tutti massetani, portati <lal Siccoli » ( 83 ).
Intanto Garibaldi, salpato da porto Santo Stefano la mattina del 10 maggio, l' 11 era sbarcato a Marsala e il 14 a Salemi, dopo aver sconfitto le truppe borboniche, aveva assunto la dittatura della Sicilia in nome di Vittorio Emanuele Il. A questo punto è utile una digressione che chiarisca il contegno tenuto da lle au torità governative grossetane e maremmane e dal barone Ricasoli , sia durante i giorni precedenti lo sbarco dei Mille in Sicilia, sia nei giorni immediatamente successivi all'arrivo in Toscana della notizia dello sbarco stesso. Al momento dell'arrivo di Garibaldi sulla costa maremmana, « Grosseto non era ancora congiunta ad Orbetello né col telegrafo
né col treno, ma la no ti zia de ll'approdo a Talamone, ... , deve esservi pervenuta nello stesso giorno ... D el resto, la mattina dell'8 viveri e munizioni e uomini partivano da Grosseto, ove ... s'era subito formato un'attiva comitato di provvedimento » (84).
La notizia si era diffusa con una velocità soprendente, considerando la notevole distanza fra Talamone e Grosseto e l'assenza di rapidi mezzi di comunicazione fra i du e centri. In poche ore tutti sapevano, tranne il Prefetto Lazzerini che, almeno ufficialmente, rimase all'oscuro dell'accaduto fino alle 13 dcl1'8 maggio, quando telegrafò l'evento a Ricasoli affermando di aver av uto l'informazione soltanto allora e per via privat a (85). A partire da quel momento cominciava un fitto scambio di lettere e telegrammi fra il Prefetto di Grosseto e il Governatore Generale della Toscana. Ricasoli non era del tutto ignaro su quanto si stava preparando e, al
(83) G. PATINI, op. et ., p. 38. (84) Ivi, pp. 24-25. A. di S. di GR , Fondo R.P., pezzo n. 77 , anno 1860: Rapporto se ttimanale n. 19 inviato dalla Pubblica Vigilanza al Delegato di Governo di GR, riguardante (art. n. 12) l'arrivo di Garibaldi a Talamone. G. PATINI, op. cit., appendice: lista dei nominativi di alcuni grossetani unitisi ai garibaldini_ (85) A. di S. di GR, Fondo R.P., filza relativa agli avvenimenti politici del 1860.
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contrario di Cavour, vedeva di buon occhio l'impresa garibaldina. Favorevole sia alla spedizione in Sicilia sia ad un tentativo di invasione delle Marche e dell'Umbria, si rendeva conto però che, in un momento simile, le operazioni in territorio pontificio sarebbero state molto rischiose per il governo torinese anche se condotte per iniziativa di bande volontarie. Combattuto fra sentimento e logica, assunse di fronte alla notizia dello sbarco a Talamone, prima, e della spedizione Zambianchi, poi, un atteggiamento prudente, dilazionando per alcuni giorni un intervento deciso, nonostante le pressioni del Ministro dell'Interno Farini, dal quale dipendeva. Il Lazzerini riceveva dal Governatore G enerale solo poche e vaghe istruzioni, e, per alcuni giorni, venne praticamente abbandonato a se stesso. Ricasoli, nei suoi telegrammi , premeva soprattutto per ottenere informazioni aggiornate e dettagliate sulle mosse di Garibaldi. Nel pomeriggio dell '8, il Lazzerini riceveva finalmente il primo rapporto del Delegato di Orbetello, che conteneva una descrizione abbastanza circostanziata di ciò che stava accadendo, oltre a scuse vaghe con cui il funzionario tentava di giustificare la poca sollecitudine dimostrata verso il suo superiore. Il Prefetto metteva subito al corrente Ricasoli inviandogli un telegramma (86), e, qualche ora dopo, un rapporto (87) dal quale traspariva un mal celato entusiasmo: evidentemente anche il Lazzerini si era lasciato contagiare dall'euforia generale. Queste notizie non dovettero allarmare né contrariare Ricasoli che, infatti, attese sino al 9 per inviare al Prefetto questo dispaccio telegrafico: « Si tenga affatto estraneo a q uanto faccia intendere che per l'interesse Governo non sappia e non approvi. darmi pronte e sicure informazioni »
succede. Chiami Siccoli e gli di tutti è necessario che il Si tenga sempre in grado di (88).
Nel frattempo il Delegato di Orbetello aveva comunicato al Lazzerini che Garibaldi aveva ancorato i suoi vapori davanti a Porto Santo Stefano e che il Generale aveva lasciato a terra, presso
(86} A. di S. di GR, Fondo R.P., filza relativa agli avvenimenti politici dd 1860. (87) A. di S. di GR , Fondo R.P. , filza relativa agli avvenimenti ,politici del 1860. (88) G. PATI NI, op. cit., p. 27.
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Fonteblanda, un distaccamento di volontari. A sua volta il Lazzerini inviava un rapporto al Governatore Generale: « Grosseto 9 maggio 1860 A S.E. il Governatore Generale. In quanto alla spedizione del Generale Garibaldi non ho per ora (3 1/2 pom.) maggiori notizie di quelle comunicate per telegrafo, che cioè F.gli è partito da Talamone nella scorsa notte, e che alle ore 5 antim . di questo giorno ha preso porto in Santo Stefano per provvedersi, a quanto dicesi, di carbone. Otto giovani di questa città e sci di Orbetello sono accorsi ad accrescere il numero dei volontari guicfa 1i dal prode Garibaldi ... Si mantiene inalterato l'ordine pubblico. G li an imi sono tutti intesi alla spedizione del Generale Garibaldi , che accompagnano con i più lieti auguri di proprio successo. M. Lazzcrini » (89).
Il Prefetto aveva omesso l' in formazione riguard ante Io sbarco del distaccamento Zambianchi pe rché la cosa era ancora da verificare, e Ricasoli ricevette la notizia soltanto il giorno dopo (10 maggio) prima da un telegramma e poi d a un rapporto del Lazzerini. Nel telegramma (90), inviato il 10 maggio alle ore 9 antim., il Prefetto annunciava che il Generale era salpato d a Santo Stefano prendendo la direzione di levante , poi, a proposito del distaccamento Zambianchi, scriveva che « La compagnia lasciata a Talamone dicesi diretta per Manciano a Pitigliano verso lo Stato Pontificio. Pare che quello sia il punto preso di mira. Il Maggiore Siccoli arruola volon tari, cerca armi, e concludeva sollecitando istruzioni che gli indicassero come comportarsi in questo nuovo frangente .
Nel rapporto {9 1), spedito sempre il 10 maggio, non si aggiungeva quasi nulla di nuovo rispetto a quanto era già stato accennato nel telegramma. Il Lazzerini concludeva con queste parole: (89) A. di S. di GR, Fondo R.P., filza relativa agli avvenimenti politici del 1860. (90) A. di S. di GR, fondo R.P., filza relativa agli avvenimenti politici del 1860. (91) A. di S. di GR, Fondo R.P., filza relativa agli avvenimenti politici del 1860.
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« Avverto avere io scritto premurosamente ai Delegati di Governo di Pitigliano e di Orbetello, per essere ragguagliato con frequenza e con mezzi celeri di tutto ciò che si riferisce a tale importante argomento. Ho inoltre impegnato il Comando dei Carabinieri Reali, ed ho avuto ricorso a mez:d fiduciari per aver notizie pronte e sicure che comunicherò al Governo superiore appena mi pervengano. E' d 'uopo però tener conto delle grandi distanze, soprattutto in quanto a Pitigliano.
L'entusiasmo era passato, ora il Prefetto Lazzerini era molto preoccupato, ma non era il solo: « La colonna di volontari che si avviava verso la frontiera pontificia
teneva i governanti in gravi dubbi e in penose incertezze. A Firenze come a Torino non si credeva possibile che lo Zambianchi da solo potesse condurre a termine un'impresa tanto azzardata e si dubitava che fosse in animo di Garibaldi di assalire in qualche punto le coste romane » (92).
Questa supposizione non era del tutto infondata; Garibaldi stesso, come si è già detto, non aveva escluso un'eventualità del genere e doveva averne anche parlato a Zambianchi avvertendolo di tenersi pronto ad ogni eveniem:a. Ricasoli, molto allarmato, spediva questo telegramma al Prefetto di Grosseto: « Firenze, 11 maggio 1860 ore 2,55 pom. « Al Prefetto di Grosseto
Procuri di sapere e mi dica esattamente dove si trova Garibaldi. Ricasoli » (93 ).
Il Governatore Generale aveva ricevuto il giorno prima un telegramma dal carattere perentorio inviatogli da Farini: « Nos batiments de guerre ont ordre arrèter Garibaldi s'il le trou-
vent dans les eaux de Rome et de la Toscane. Il faut empecher à tout prix nouvelles expcditions de Livourne on d'autres ports Toscans » (94).
(92) E. MrcHEL, art. cit., p. 4. (93) A. di S. di GR, Fondo R.P., filza riguardante gli avvenimenti politici del 1860. (94) M. PuccrnNI, La spedizione di Callimaco Zambianchi, in « Camicia Rossa », n. 3, anno 1935, p. 63.
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Tuttavia, per il momento, il barone Ricasoli, nonostante le forti pressioni del Ministro dell'Interno e del Ministro della Guerra, non sembrava intenzionato a muoversi; continuava a richiedere insistentemente alle autorità grossetane notizie su Garibaldi, senza rispondere in modo esauriente alla loro richiesta di istruzioni; si limitava a consigliare prudenza, ma in pratica le lasciava padrone di agire come meglio credevano. Frattanto , né a Grosseto, né in altro luogo della Maremma, si avevano notizie sicure sulla rotta dei Mille, solo voci vaghe ed incerte. L'll maggio il Lazzerini telegrafava a Ricasoli avvertendolo di un probabile sbarco di Garibaldi alle Saline, vicino Corneto (95) . Il Prefetto intuiva ch e la situazione si era fatta grave e che poteva sfuggirgli di mano da un momento a1J 'altro. Si doveva fare qualche cosa e subito , prima che i due contingenti volontari si riunissero , egli , però non sapeva come comportarsi; quando di nuovo chiese istruzioni al Governo centrale, Ricasoli risponde in modo ambiguo che il « ... Governo non solo di sapprova sbandamento volontari e opera~ioni palesi del Siccoli - ( co nfonde con Za mbianchi) - ma vuole che sia con modi morali impedito come i mrrovvido pericoloso per tutti. Ella sia diligente nell'informarmi bene di tutto» (96).
Ricevuto questo telegramma, .il Lazzerini, dopo aver interpretato a modo suo in cosa consistessero i « modi morali » raccomandati da Ricasoli, inviava due lettere (97), una al Delegato di Orbetello, l'altra al Delegato di Pitigliano. Il Prefetto raccomandava caldamente a11'autorità politica di mantenere un atteggiamento passivo davanti a quanto stava accadendo e, nello stesso tempo, sollecitava i due Delegati a raccogliere informazioni accurate e a trasmetterle, senza perder tempo, o alla Prefettura o direttamente al G overno centrale. Frattanto il Governatore Generale riceveva un messaggio allarmante da Parini (98) che lo avvertiva del prossimo arrivo di una fregata inviata con lo scopo di arrestare il Generale Garibaldi se questi si fosse trovato ancora nelle acque toscane. Questa notizia preoccupò
(95) A. di S. di GR, Fondo R .P., filza relativa agli avvenimenti politici del 1860. (96) G. PATINI, op. cit., p . 28 . (97) Ivi, p. 29. (98) M. Pucc10NT, art. cit., p. 64.
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molto Ricasoli che non desiderava ar-rivare a certi estremi (99). I1 giorno dopo (12 maggio), spazientito, telegrafava nuovamente a] Prefetto di Grosseto: « Firenze, 12 maggio 1860 - ore 11,30 ant.
Al Prefetto di Grosseto Non intendo come Ella non possa a quest'ora darmi contezza certa se Garibaldi sbarcò e dove. Ricasoli » (100).
Ma cosa avrebbe potuto rispondere il povero Lazzerini? ! I1 giorno prima aveva ricevuto dal Delegato di Orbetello la comunicazione che Garibaldi era sbarcato, senza ombra di dubbio, sul suolo pontificio, ma in un punto imprecisato del litora1e; un'altra voce lo aveva avvisato che Garibaldi era a Montalto di Castro ; una terza, che il Generale era prossimo a sbarcare, o era già sbarcato, a Civitavecchia. Ad accrescere la confusione generale, gli era arrivata la comunicazione del Comando della Compagnia dei Carabinieri dove si affermava candidamente che Garibaldi era ancorato a Porto Santo Stefano ( 101 ); inoltre, Avogadro di Collobiano, passando da Grosseto per recarsi ad Orbetello, gli aveva consegnato un messaggio di Ricasoli che gli ordinava di invertire la rotta: da quel momento l'autorità politica non doveva più tenersi estranea, invece « doveva persuadere e (far) desistere » (102). Il Governatore Generale non voleva ricorrere alla forza, prima cli tutto perché gli ripugnava far violenza ad uomini con i quali condivideva speranze e ideali patriottici, in secondo luogo, perché usare le armi contro i voJontari in un momento simile sarebbe stato molto imprudente. Gli animi erano troppo eccitati: ci sarebbe stato senza dubbio un grave spargimento di sangue, l'ordine pubblico ne sarebbe uscito profondamente turbato, forse sarebbe scoppiata una rivolta popolare che non si sa quali altre reazioni avrebbe potuto causare sia dentro che fuori i confini del regno. Il prefetto Lazzerini si mostrava poco persuaso dell'efficacia della nuova tattica da seguire; egli era convinto che la spedizione di Garibaldi nello Stato Romano fosse già un fatto com(99) Ivi, p. 63. ( 100) A. di S. di GR, Fondo R.P., filza relativa agli avvenimenti politici del 1860. (101) G . PATINI, op. cit., p. 30. ( 102) Ivi, p. 31.
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piuto e che fosse imminente il congiungimento dei Mille con le truppe guidate da Zambianchi; scriveva quindi a Ricasoli esponendogli le sue supposizioni e, per il momento, decideva di non comunicare le nuove istruzioni ai Delegati e ai Gonfalonieri. Comunque, fatto chiamare Siccoli, cercava di persuaderlo a cessare ]a sua attività, ma otteneva soltanto la promessa del fiorentino di dimettersi al più presto da maggiore del1'esercito regio allo scopo di non compromettere il Governo (103). La situazione era dunque ad un punto morto e stava per volgere al peggio quando, finalmente, il Prefetto di Grosseto riceveva dal Colonnello Gavone la notizia certa che Garibaldi era sbarcato in Sicilia, a Marsala. « Ciò è positivo », commentava Gavone, « Probabilmente il resto {cioè la spedizione Zambianchi) è semplice dimostrazione» (104).
Immediatame nte il Prefetto avve rtiva Ricasoli, ma se questi tirava un sospiro di soI1ievo, non altre ttan to poteva fare il Lazzermt: « se l'incerte'aa della meta di Garibaldi scusava, o quasi, l'incertezza delle direttive politiche, ora che le mosse della colonna Zambianchi minacciavano troppo palesemente lo Stato Pontificio, un contegno di sopportazione benevola non era più ammissibile; lo stesso Collobiano, che era sempre alle costole del prefetto, gli fa comprendere la necessità di provvedimenti energici , lo sprona a chiedere istru:,;ioni a Firenze ... Finalmente il Governo centrale, seguendo l'autorità militare, che fino dal 12 aveva diramato ordini chiari, dà istru:,;ioni tassative con questo telegramma (ore 23 ,30): « Il Governo del Re disapprova qualunque tenta tivo di violazione del territorio pontificio. Il denaro raccolto per i fucili deve essere mandato al 'Munic1pio di Firenze. Quanto costà si opera per entusiasmo, è contrario agli ordini del Re e all'interesse della Patria; e provo rammarico vedendo cotesta autorità restare passiva malgrado i trasmessi avvertimenti ».
Dall'Autorità militare, il 14, giunge l 'ordine perentorio di arrestare il Siccoli (105) che in guel momento si pensava fosse andato a Talamone dove, probabilmente, attendeva un contingente di
(103) G. DEL BONO, op. cit. , pp. 224-225. (104) G . FAnN1, op. cit., p. 32. (105) Ivi, p. 40.
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volontari che dovevano arrivare per via mare. Siccoli, trovandosi da tutt'altra parte, non veniva arrestato e continuava imperterrito la sua attività. Un altro ordine di cattura veniva spiccato anche contro Callimaco Zambianchi che, alla testa dei suoi uomini, il 14 maggio, aveva raggiunto Pitigliano. A qualche chilometro dal paese la colonna dei volontari si era imbattuta nel Sottotenente della Guardia Nazionale Francesco Pianca ( 106) che da Pitigliano si era mosso per incontrarli; egli chiedeva di essere accettato come volontario e offriva tutto il suo aiuto e « tutto l'aiuto del popolo; alle porte la musica, la Guardia Nazionale, le associazioni, gli ·emigrati pontifici, tra un ondeggiare di bandiere e le acclamazioni della folla, accolsero la colonna con tale delirio che lo stesso Colonnello rimase vivamente sorpreso. A gara le famiglie ospitarono i garibaldini» ( 107 ).
Non tutti i volontari poterono sistemarsi presso i privati, il paese non era grande ed il numero dei garibaldini doveva ormai superare 250, alcun i, perciò, furono alloggiati nel locale adibito a teatro (108), non si sa se messo a disposizione spontaneamente o se requisito per ordine di Zambianch i. Sistemati gli uomini, il comandante della spedizione chiedeva all'amministrazione di Pitigliano vitto, uniformi, armi e tutti gli altri oggetti che compongono il corredo militare. « Il Municipio delibera di prendere in prestito 5.000 lire per far fronte alle necessità del momento. Il Colonnello e i suoi, con l'aiuto specialmente del Tenente Pianca, requisiscono quanto fa loro bisogno; si ,provvedono d'armi anche da caccia» (109).
Siccome non doveva aver messo insieme gran che, il giorno dopo (15 maggio) Zambianchi invi ava una lettera al comandante della Guardia Nazionale di Pitigliano dove, facendo appello al patriottismo suo e dei suoi uomini , gli chiedeva tutte le giberne, cinturoni (106) Dopo il disarmo dei garibaldini a Sorano, Francesco Pianca fu arrestato, sospeso dal grado e processato ·per il suo « comportamento sedizioso». A. Ji S. di GR, Fondo R.P., pezzo n. 251, anno 1960, documento n. 13. (107) G. FATJNT, op. cit., p. 38. (108) A. di S. di GR, Fondo R.P., pezzo n. 77, anno 1860. (109) G. FAT1NI, op. cit., p. 41. L'estratto del verbale della seduta del
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e porta baionette in possesso della Guardia Nazionale (110). Il comandante, dopo aver nicchiato un po', cedeva alla ricliiesta di Zambianchi (111). Quando ormai i volontari erano già entrati in possesso degli arredi militari della G.N., arrivava a Pitigliano un messaggio del Prefetto. di Grosseto dove si diceva che, in seguito alle nuove direttive impartite da Ricasoli, la spedizione era disapprovata dal Governo in quanto era ritenuta pericolosa non solo per il Governo stesso, ma anclie per la causa nazionale; quindi si esortavano i cittadini a « stringersi intorno alla bandiera del Re per la finale redenzione d'Italia » (112). Tuttavia questo appello, diffuso da Lazzerini in tutti i comuni dela provincia, ottenne scarso effetto perché venne creduto un'« artificio diplomatico » e preso poco in considerazione dalle autorità e dall'opinione pubblica. Il fermento non si pl acò e neppure diminuì il flusso di volontari maremmani verso il confine pontificio (113). In questi giorni il Collobiano decideva di lasciare Orbetello per recarsi a Pitigliano nel tentativo di fermare Zambianchi prima che questi oltrepassasse il confine. Straname11Le, in y_uesta occasione, il partilo m azziniano concordava con la linea governativa, anche se per moti vi diversi (114), e tentava di boicottare l'impresa affidata a Zambianchi. Il 17 maggio Bertani, contravvenendo alle istruzioni di Garibaldi, rifiutava di far avere a Siccoli fucili e carabine con lo strano pretesto che la richiesta non era accompagnata da titoli di valore che lo ponessero in grado di soddisfare alla domanda» . Nello stesso tempo lo avvertiva dell'arrivo imminente di un suo uomo di fiducia, Cesare Fumagalli, ch e aveva il compito di convincere Zambianchi a recarsi da lui, « onde sia
Consiglio Comunale, svoltasi il 16 maggio a Pitigliano ( 1860), nella quale si decide come rispondere alle richieste di vitto, vestiario ed armi presentate da Zambianchi , si trova all'Archivio Comunale e Pretorialc di Pitigliano. ( 110) G. PATINI, op. cit., p. 41. (111) A. di S. di GR, Fondo R.P., pezzo n. 251 , anno 1860 : Lettera inviata dal C:ap. Comandan te Martinucci al Prefe tto di GR il 29 agosto 1860 da Pitigliano, contenente l'elenco completo degli armamenti requisiti da Zambianchi alla GN. di Pitigliano, e l'elenco completo dei pezzi recuperati. (112) G. PATINI, op. cit., p. 43. A. di S. GR, Fondo D . di G., pezzo n. 18 , anno 1860: Circolare riservata, in viata dal Prefetto Lazzerini al Delegato di G overno di GR datata: 16 maggio, 1860. ( 11 3) G. PATI NI , op. cit., p. 44. (114) Mazzini temeva che un fallimento di Zambianchi, in cui non riponeva nessuna fid ucia , avrebbe compromesso irrimediabilmente un' insurrezione nell'Italia centrale.
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persuaso del modo col quale io credo debbano i suoi uonum comportarsi nelle attuali circostanze». Praticamente Bertani voleva convincere Zambianchi ad abbandonare la spedizione ed il giorno dopo inviava un'altra lettera a Siccoli dove lo pregava di « non passare il confine », ma di tenere g1i uomini pronti « per giorni prossimi sì, ma che richieggono prepara71ioni già bene avviate, e per le quali è bene che corra da lui per intendersi» (115). Intanto Callimaco Zambianchi continuava a trattenersi a Pitigliano arruolando volontari del paese (116) e i numerosi che arrivavano non soltanto dalla maremma grossetana, ma perfino da Siena, Arezzo e dallo Stato Pontificio. Ad ogni modo lo scopo di quella sosta prolungata (durò 4 giorni) non era quello di ingrossare le file dei garibaldini: Zambianchi stava aspettando che la rivolta scoppiasse nel territorio pontificio e, allo stesso tempo, sperava, prima di muoversi, di avere notizie di M edici e della sua colonna. Ormai Zambianchi doveva aver appreso dello sbarco di Garibaldi a Marsala; ora sapeva che tutta l'impresa poggiava sulle sue sole spalle; niente di strano, quindi , che dimostrasse una certa prudenza e che aspettasse per agire il momento più favorevole . In fondo era la prima volta che gli veniva affidato un comando autonomo e forse si era reso conto di non avere le dotii del condottiero, necessarie per la huona riuscita di quell'azione. Il tempo passava e Zambianchi non si decideva a partire; d allo Stato della Chiesa erano giunte buone notizie (117), ma tutto era ancora vago: molte speranze e n essuna certezza. Inoltre, di Medici , che avrebbe dovuto rilevarlo nel comando, neppure una parola. I garibaldini erano ·i n fermento: ... sembrava incomprensibile quello che si stava facendo a Pitigliano, p roprio sul confine, in guisa di dar tempo al nemico di conoscere la nostra forza, i nostri intenti, e di provvedere contro di noi. Già il secondo e terzo giorno il mormorio dei volontari si faceva alto e clamoroso. Si vociferava che Zambianchi tentennasse; che non si sentisse l'animo di tentare l'ardua operazione; che il Governo di Torino l'aveva invitato ad astenersene {118 ), che egli fosse irresoluto fra
(115) G. DEL BoNo, op. cit., pp. 218- 19 e pp. 195-96. (116) G. FA'rINI, op. cit., in appendice: lista dei volontari pitiglianesi aggregatisi alla colon na Zambianchi. (1 17) G. P1TTALUGA , op. cit., p. 7 1. ( 118) L'opera di persuasione nei confronti di Zambianchi era stata tentata più volte, anche dal Collobiano, ma il Colon.nello aveva sempre dichiarato di voler restare fedele alla parola data a Garibaldi (G. Patini, op. cit., p. 48).
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il <lisobbedire a questo, e lo sfuggire alla missione affidatagli da Garibaldi. Tutto ciò generava acerbe dispute fra i volontari, con allusioni sfavorevolissime a!Jo Zambianchi, la cui autorità veniva discussa violentemente. Gli animi si scaldavano al dubbio che si dovesse subire l'onta di un disarmo ( 119), e si facevano proponimenti <li estrema gravità. In questo stato di eccitamento passarono i giorni sino alla sera del J 7, quando fu annunciato che l'indomani il distaccamento sarebbe partito » ( 120 ). Zambianchi aveva deciso infine di dirigersi verso Orvieto dove si diceva che i patrioti locali fossero pronti ad occupare la città; aveva sce1to di percorrere la strada che passava per le Grotte di Castro, S. Lorenzo e S. G iorgio, preferendola a quella che toccava Gradoli, Bolsena e O sterie di Bicio. « La di stanza è di 50-55 chilometri, con molta salita tanto pe r l' una che per l'altra strada», ma la seconda vcniva scartata dal Colonnello « perché passava per Bolsena, luogo di qualche importanza, e perché obbligava a percorrere un lungo tratto della strada principa le Montefiascone-Bolsena-Acquapendente » (121). Nonostante fosse necessario muoversi il più velocemente possibile, dopo aver superato il confine, non era prudente coprire la distanza fra Pitigliano cd Orvieto con una sola marcia. La maggioranza dei volontari, studenti, laureati, marinai, piccoli artigiani (curiosamente numerosi i barbieri), negozianti e contadini, non erano allenati a simili maratone. Con una marcia veloce e senza tappe si rischiava di perderne una buona parte per la strada e di arrivare a destinazione con i rimanenti, troppo stanchi per agire validamente e tempestivamente; con una marcia continua, ma più lenta, si andava incontro al pericolo di farsi sorprendere dai soldati pontifici e magari in un luogo dove fosse impossibile organizzare una difesa valida. Zambianchi decise perciò di raggiungere il confine, di attraversarlo durante la notte e poi « di raggiu ngere un luogo appartato presso a poco a metà strada; quivi sostare e riposare, e ripartire in ora tale, da giungere ad Orvieto prima d ell'alba Jel giorno 20 » (122). Compiuti in fretta i preparativi necessari, la colonna, che sorpassava ( 119) Secondo il Fatini, op. cit., p. 48, si era sparsa la voce che 2 compagnie di granatieri stessero marciando a questo scopo verso Pitigliano. (120 ) G . PITTALUCA, op. cit., pp. 71-72. (121) lvi, pp.72-73. (122) lvi, p. 73.
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i 320 uomini, lasciava Pitigliano nelle prime ore del pomeriggio del 18 maggio. Uscita da] paese, per evitare la sorveglianza nemica, invece di prendere la strada diretta per il confine, imboccava una via secondaria, più a Sud della precedente, che attraversava un caseggiato chiamato « La sconfitta ». Dopo alcuni chilometri, superato il fosso Chiarone, il grosso dei volontari si dirigeva verso le Grotte di Castro dove si era deciso di sostare, mentre una pattuglia di volontari, abbastanza numerosa, comandata da un certo Stoppani, si recava a Latera dove avrebbe dovuto fingere un attacco al posto della dogana, sequestrando le armi e catturando i doganieri. In realtà, questi ultimi, avendo una gran voglia di unirsi ai volontari, ma non avendo il coraggio di prendere l'iniziativa personalmente, avevano architettato tutto l'imbroglio insieme con i garibaldini. A Latera, invece, la pattuglia fu costretta a battersi veramente contro un gruppo di gendarmi a cavallo che « per caso » si trovava sul posto. Il piccolo scontro si concluse a favore dd garibaldini che, però, raggiunsero i compagni con molto ritardo rispetto al previsto; così, la colonna Zambianchi giungeva alle G rotte di Castro solta11Lo ]a mattina del giorno successivo, verso le nove, cogliendo di sorpresa, a quanto afferma Pittaluga, la popolazione. Prima en trò in paese un'avanguardia armata che lo attraversò tutto a passo di carica, occupando subito il palazzo comunale; dietro, marciando regolarmente, avanzava il grosso della banda con in testa Zambianchi (123). L'accoglienza, sincera o meno, fu anche qui festosa: gli abitanti offrirono ai volontari da bere e da mangiare, alcuni misero le loro case a disposizione dei garibaldini perché si riposassero. Zambianchi aveva dimostrato accortezza decidendo di sostare alle Grotte; il paese si era dimostrato ospitale ed eta facilmente difendibile: le case erano arroccate su un'altura di tufo « a guisa di penisola da ponente a levante », le strade erano strette, pavimentate di pietra viva; dall'abitato si dipartivano solo tre vie maestre: la prima era quella che avevano percorso i garibaldini, la seconda portava a S. Lorenzo, la terza, « quasi dirupata », conduceva alla via nazionale. Occupato il paese, il comandante avrebbe dovuto subito istituire un sistema di sorveglianza che salvaguardasse i suoi uomini da attacchi interni ed esterni. Giovanni Pittaluga ( 124) scrive infatti ·ch e, subito dopo l'arrivo, fu allestito un corpo di sentinelle, ma no n specifica né (123) Ivi, p. 75 . (124) l vi, p. 76.
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quante fossero, né dove venissero appostate. Giuseppe Guerzoni, invece, afferma che Zambianchi, « disposti a rovescio gli avamposti e trascurate le più elementari norme di cautela militare », si disinteressò completamente della sicurezza dei suoi uomini (125). Intanto i garibaldini , fiduciosi e spensierati, si erano sparpagliati nel paese. « ... facemmo un fascio dei nostri fucili e dopo esserci un po' ristontti parte dei nostri compagni si addormentarono, altri si riversarono ,il ca ffè eJ in quelle cantine che ci avevano aperte, non s1 sa per l'entusiasmo o per ubriacarsi a tradimento ... » (126).
Il loro comandante, peccando forse di leggerezza, si era sdraiato da qualche parte e si era addormentato profondamente (127). Era.no appena trascorse due ore dall'arrivo in paese dei garibaldini, che la quiete fu sp ezzata da grida di allarme e da spari di fucili. Mentre gli abitanti correva no a mct tersi in salvo e si tappavano in casa, i volontari si precipitavano per le strade alla spicciolata. Molti si erano svegliati di soprassalto , altri avevano bevuto un po' troppo ed erano malfermi suJle gambe, comu nque, la maggior parte non perse la testa e, recuperate le armi , si cercò di organizzare la difesa. Uno squadrone di gendarmi pontifici guidato dal Colonnello Pimodan si era avvicinato al paese prendendo di sorpresa le sentinelle, aveva superato il loro tenue fuoco di sbarramento e ora, ventre a terra, scorrazzava per l'abitato . « Una mano di valorosi oppose da un caffè una disperata resistenza » (128), altri sparavano sul nemico riparandosi dietro le mura delle case, altri ancora improvvisavano barricate per tagliare la s trada ai cavalli dei papalini. Si combatteva in più luoghi, in modo disordinato, ma i garibaldini, affidandosi praticamente ciascuno al proprio spirito di iniziativa, si difendevano ed attaccavano con grande accanimento. Lo scontro non durò a lungo. Dopo circa due ore i soldati del Pimodan fuggivano prendendo la strada per Bol sena dove si misero (125) G. G uEKZONT, op. cit., p. 55. 126) l3. C:EccmNI, « Le memorie di mio padre» (manoscritto). (127) Pittaluga e Guerzoni concordarono su questa versione, ma il secondo aggiunge che il comandante era « ubriaco fradicio », op. cit., p. 55, aggravando, così, la posiz ione di Zambianchi. (128) G . GuERZONI, op. cit., p. 55.
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in salvo (129). I garibaldini ebbero pochi feriti e soltanto uno di questi, tale Cambiaso, genovese, moriva qualche giorno dopo nell'ospedale di Pitigliano dove era stato ricoverato (130). I pontifici, invece, lasciarono sul terreno un paio di morti (131), una ventina di feriti e diversi cavalli; alcuni gendarmi, nell'impossibilità di lasciare il paese perché rimasti appieJati, si erano nascosti in alcune case, e scoperti, vennero fatti prigionieri. Cessato il combattimento, « Le dispute erano infinite. Alcuni volontari affermavano che da
talune fines tre si era fatto fuoco contro di loro. Da ciò taluno desumeva che la stessa liberalità in vino avesse avuto il fine di toglierci ogni sospetto per sorprenderci poi a tradimento» ( 132).
Comunque stessero le cose, gli ufficiali riuscivano a calmare gli animi dei soldati invitandoli a « dar l'esempio della moderazione ai cittadini » (133). A questo punto ricompariva Zambianchi. Secondo le fonti più autorevoli , il comandante non aveva preso patte al combattimento perché preda di un sonno profondo. Se prima i volontari non avevano avuto per lui nè stima nè affetto, si può immaginare facilmente quali fossero i loro sentimenti dopo aver saputo che, mentre affrontavano il pericolo il loro comandante dormiva ignaro di tutto. Sicuramente Zambianchi, in quella occasione, non dette una gran prova di sè , ammesso che le cose si siano realmente svolte come si è detto; comunque scontò subito e a caro prezzo l'errore_c~esso. Da quel momento non ebbe più alcuna autorità e &-s~pe Guerzoni prese il comando effettivo della colonna. I garibaldini si trattennero alle Grotte per altre tre ore circa, durante le quali gli ufficiali discussero a lungo se (129) Il P imodan, nel suo rapporto sull'accaduto (PrITALUGA, op. cit. pp. 88-89-90), affermò di aver sbaragliato i garibaldini alle Grotte di Castro. Alcuni storici, fra i quali Zini e De Sivo, presero per buona questa versione dei fatti e la ripeterono nei loro saggi, aggiungendo molte altre imprecisioni sulla vicenda Zambianchi. Il racconto del Pimodan fu poi smentito, si vedano i due articoli comparsi nei numeri 141 e 144 del « Monitore Toscano». (130) G. fAnN1 , op. cit ., p. 49. (131) SeconJo G. Pittaluga (op. cit., p. 82) i solùati pontifici trovati morti erano cinque. (132) G . P1TI'ALUGA, op. cit., p. 84. Il Pittaluga nega che, in quell'occasione, i garibaldini fossero stati traditi dagli abitanti, mentre G. Guerzoni, op. cit., p. 55, è Ji parere contrario. (133) G. PITTALUGA, op. cit., p. 85.
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fosse meglio tornare jndietro o continuare. Zambianchi, scrive il Pittaluga (134), manifestava l'opinione che fosse meglio rinunciare perché, essendo stati scoperti, non avrebbero più potuto entrare jn Orvieto <li sorpresa, e per di più c'era la possibilità che Pimo<lan tornasse ad attaccarli e questa volta con forze schiaccianti; siccome non avevano un altro piano che potesse sostituire quello ormai sfum ato, il Colonnello consigliava di rientrare in Toscana. Qualunque fosse il parere <li Zambianchi a questo proposito, non sembra corretto imputare alla sua volontà la scelta fatta poco dopo, in qu anto a <letta del Guerzoni (135), il comandante era trattato più come osLaggio che come capitano. Mentre tra i volontari regnava ancora l 'incertezza sul da farsi, « giunge alle Grotte un signore a cavallo, che, q11alificatosi commissario di S.M. il Re, intimò al distaccamento l 'ordine di rientrare in Toscana seguendo la s trada di Onano, S. Quirico, Sorano » ( 136). Questo signore a cavallo, era il Gonfaloniere di PiLigli ano. In paese, da quando la colonna era partita, si erano diffuse un 'agiLazione ed nna tensione incredibili. In precedenza si era tentalo in tuLLi i modi di convincere Zambianchi a tornare indietro e a sciogliere la sua truppa, ma inutilmente . Dopo la partenza <ld volontari, il Delegato di Pitigliano aveva fatto un tentativo estremo: aveva mandato dietro ai garibaldini: « un Pitiglianese con lettere <li parenti a tutti i concittac.Uni, che s'erano arruolati, per invitarli a ritornare indjctro », ma .i.n previsione che questo servisse a poco, « il Collobiano e il Gonfaloniere si spinsero fino a Montignano, alla linea di confine, di dove il Gonfaloniere procedé fino alle Grotte» (137).
Il viaggio del Gonfaloniere non si rivelava inutile. Egli piombava alle Grotte nel momento psicologico adatto, quando ancora i garibaldini non sapevano che partito prendere . Infatti, poco dopo, op. cit., p. 85-86. op. cit., p. 56 . PITI'ALUGA, op. cit., p. 86. (137) G. FA"n Nr, up. cit., p. 49. Alle Grotte di Castro il Gonfaloniere
(134) G. (135) G. (136) G.
Pn'TALUGA,
GuERZONI,
non s'incontrò con Zarnbianchi che in quel momento si trovava con dei volontari fuori del paese dove stava allestendo J ei corpi Ji guardia per prevenire un nuovo attacco. QuesLo fatto va tenuto presente, perché dimostra che le accuse rivolte a Zambiancbi dj essersi vend uto in quell'occasione al Governo torinese, erano del tutto infondate, in quanto il Gonfaloniere e il Colonnello né si videro, né si parlarono.
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gli ufficiali decidevano di tornare indietro. Questa decisione non piacque alla maggioranza dei volontari che cominciarono a imprecare naturalmente contro Zambianchi, arrivando ad accusarlo di averli traditi dopo essersi venduto al Governo. A tutti bruciava di doversi ritirare proprio dopo la prima vittoria, « .. verso sera si intraprese da le Grotte la tristissima adirata marcia del ritorno in Toscana ... Si giunse a S. Quirico in Toscana a notte avanzata ... Il distaccamento passò la notte in quel paesello, e l'indomani mattina prestissimo proseguì per Sorano. Quivi la sera prima era giunto il battaglione del 1° Reggimento Granatieri di Sardegna, e con esso era pur giunto l'effettivo Commissario Regio Capitano Avogadro di Collobiano, il quale soltanto allora apprese del combattimento alle Grotte la sera prima» {138). Nella stessa mattina lo Zambianchi si portava, con poca scorta, a Pitigliano, chiedendo cli parlare con il Gonfaloniere; questi s'abboccò con lui a S. Francesco, fuori della città» (1.39) e cercò di convincerlo a sciogliere la colonna di volontari, per impedire« l'estremo inevitabile di un conflitto con le truppe di S. Maestà, ove si trattenesse la colonna sui R .R. ». Zambianchi accettava, per parte sua l'invito a deporre le armi, e si limitava a « richiedere assicurazioni non per sé, ma per i disertori ed altri che si fossero compromessi. Esso esser pronto a dar ragione di tutto, e colla propria persona rispondere dell'accaduto. Replicavo si sciogliessero, si allontanassero subito ufficiali e disertori, gli altri - (erano questi i suggerimenti dati dal Collobiano) (140) - a cura anche dei Municipi avrebbero avuti mezzi per tornare alla propria abitazione» (141).
A Sorano, Zambianchi comunicava i termini dell'accordo agli ufficiali, ma questi erano poco propensi allo scioglimento, perché speravano che i soldati di Radicofani disertassero e che Malenchini giungesse al più presto con dei rinforzi. « Parve ... che lo stesso Zambianchi, perduta ogni autorità presso i suoi subalterni, non avesse più la forza di opporsi all'inutile resistenza. Ma di fronte al contegno energico del Collobiano, che, ri-
(138 ) G. PITTALUGA, op. cit., p. 86, 109-110. (139) G. PATINI , op. cit., p. 50. (140) G. DEL BoNo, op. cit., p. 246. (141) G. PATINI, op. cit ., p. 50: Rapporto <lel Gonfaloniere di Pitigliano
al prefetto Lazzerini.
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fiutato ogni accordo, si accingeva a bloccare coi granatieri ... » il castello fo rtificato Ji Sorano, i garibaldini , « .. . vinti dalla intromissione dei Gonfalonieri <li Sorano e Ji Pitigliano e dell'inviato ciel Comi tato genovese ... si sciolsero il 21; le armi furono prese in custodia <la] Municipio, il quale, d 'accordo con le Autorità, li avviò fi no al più vicino Comu ne, dando loro una piccola indennità, mentre i cittadini a gara li rifornivano di abiti» (142). Sul momento tutti i volontari furono lasciati liberi di tornare alle proprie case. 11 Pittaluga riferisce che solo Zambianchi veniva arrestato ( 14 3) , ma <la una lettera del barone Ricasoli inviata a Cavour il 25 di m aggio risulta che per il momento era ancora in libertà ( 144). In realtà ci fu un tentativo di arresto nei confronti dell 'ex comandante della spedizione, ma il Capitano dei R.R. Carabinieri Broccardi, incaricato del mandato, se lo fece scappare non si sa se per incapacità o volutame nte (145). Il 21 sera: venne dall 'autorità militare l'ordine di arrestare i capi e i componenti la colonna; di imbarcarli sul Monzambano a Santo Stefano e portarli a Genova ... Nuovo fe rmento nella popolazione; scoppi di indignazione nei volontari, che, incamminatisi ... non si aspettavano il nuovo contrattempo ... A Scansano furono arrestati !'Orsini e lo Sgarallino; a Grosseto l 'Adami e iJ Tognetti, e più tardi lo $cappucci, lo Stefanopoli e il Cocchi» (146). «
Altri ancora furono fermati qua e là nel senese; i più fortunati grazie all'aiuto della popolazione, riuscirono ad evitare la cattura. I volontari arrestati vennero condotti a Grosseto e chiusi
(142) G. PAT INI, op. cit. A. di S. di GR, fiondo C. di GR, pezzo n. 467, anno 1860-95: Lettera del Prefetto Lazzerini al Gonfaloniere <li GR (22 maggio 1860) <love si comunica che Zambianchi e i volontari hanno depositato le armi a Sorano; Fondo D. di GR., pezzo n. 18, anno 1860 (Documento n . 6): lettera del Prefetto Lazzerini al Delegato di Governo di GR, datata, 22 maggio 1860, contenente il medesimo annuncio della precedente. (143) G. PITTALUGA, op. cit., p. 110. ( 144) G. FATTNI, op. cit., p. 52. ( 145) A. S. di GR, Fondo D. di G., pezzo n. 18, anno 1860: Lettera riservata del Prefetto Lazzerini al Delegato di GR, datata 9 giugno 1860, dove si chiedono notizie sul comportamento del l3racardi in occasione del mancato arresto di Zambianchi. (146) G. FAT INI, op. cit., p. 51.
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momentaneamente nella Fortezza (147); nei giorni seguenti, non tutti vennero imbarcati, una parte di questi venne rilasciata (148), altri furono scortati via terra fino a Firenze (149) dove si era deciso di tenere l'inchiesta (150). La Commissione incaricata esaminava in fretta e furia gli arrestati e il 30 maggio ( 1860) li rimetteva tutti in libertà, trattenendo soltanto i bersaglieri disertori e Cesare Orsini che venne liberato qualche tempo dopo. Per Ricasoli l'episodio si concludeva in modo abbastanza soddisfacente. Durante quei giorni aveva tenuto una condotta dubbia e tendenzialmente favorevole ai garibaldini e ora, « Con una mente scaltra come quelJa di Cavour non può non scu-
sarsi di non aver saputo a tempo prevenire e poi impedire; ma le parole <li scusa rivelano, con un risolino da furbo, i veri sentimenti del Governatore toscano: « S'immagini - scriveva il 25 - se avrei voluto che si fosse potuto impedire la banda Zambianchi, e se ora vorrei che lo Zambianchi fosse imprigionato! Ma come fare? quella banda ci piombò addosso all'improvviso» (Lettere, V, 91). Più franco col Prefetto ... si compiacque con lui dell'esito finale con una lettera, che è un chiaro riconoscimento dell'opera meritoria
( 147) A. di S. di GR, Fondo R .P., pez;:o n. 77, anno 1860: Rapporto settimanale (20-27 maggio 1860) dei Carabinieri Reali inviato al Delegato di GR, riguardante l'arresto dei volontari di Zambianchi; Rapporti settimanale (26 maggio-2 giugno) del Commesso di Vigilanza al Delegato Regio di GR, riguardante lo stesso argomento. (148) « ... il 24, da Firenze venne l'ordine di limitare l'arresto dei disertori, a quelli che avevano istigato alla diserzione i bersaglieri del 25° battaglione, ai capi della spedizione, a quelli che si erano occupati di arruolare e ai componenti la colonna d1e non erano ancora rientrati alle loro case» (G. PATINI, op. cit., p. 51); così il cerchio si stringeva e molti volontari potevano mantenere o riconquistare la libertà. Il 27 maggio arrivava da Firenze un altro ordine che limitava ancora di più i mandati di arresto. In base alle nuove direttive, il Prefetto Lazzerini inviava il 27 maggio una circolare e poi una lettera al Delegato di Governo di GR (A. di S. di GR, Fondo D. di G., pezzo n. 18, anno 1860). (149) Cavour aveva deciso di non tenere il procedimento a Torino per non attirare troppa pubblicità su un fatto ·che era preferibile far dimenticare al più presto. (150) Secondo il De Bono, op. cit., p . 207, il compito della Commissione d 'inchiesta consisteva « non tanto di procedere con la conveniente sveltezza, quanto di non procedere con il concetto cli un rigore troppo spinto » .
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del Lazzerini (Lettere, V, 92-94); al quale colse l 'occasione per rivolgere l'invito a diffondere nell'animo del popolo: « le ragioni supreme che devono guidare lo spirito pubblico nelle gravi contingenze m cm si trova l'Italia » ( 151 ).
Dopo tante preoccupazioni e tanto affanno, anche il Prefetto di Grosseto poteva finalmente tirare un lungo sospiro di sollievo. Tutto si stava risolvendo nel migliore dei modi: tramite Ricasoli aveva ricevuto l'approvazione del Governo per l'opera prestata in quei giorni difficili, inoltre era stato sollecitato a trasmettere a Firenze la nota completa delle spese sostenute dai comuni, coinvolti neJJa vicenda, per un rimborso ( 152). Tutto tornava poco a poco alla normaUtà, o quasi; i centri maremmani ripresero, almeno in apparenza, la loro vita quieta, un po' sonnolenta. Rimase però nell'aria una certa tensione e, ancora per molte settimane, Ricasoli e le autorità grossetane mantennero una vigilanza stretta e rigorosa su tutta la zona, temendo una nuova violazione della fronLiei-a romana (153) . Oltre al confine, si tenne sotto osservazione il litorale temendo un nuovo sbarco di uomini oppure l 'arrivo di armi (154). Venne vietato severamente il formarsi di squadre volontarie, si esortarono gli abitanti che volessero servire ]a patria ad arruolarsi nella milizia del Re . Inoltre, poiché i patrioti maremmani continuavano a raccogliere fondi per soccorrere Garibaldi, venne decretato che le somme raccolte venissero consegnate dai Comitati di provvedimento nelle casse d ei rispettivi Comuni che le avrebbero inviate a Firenze da dove si sarebbe provveduto a farle arrivare al Generale (155); infine vennero tenuti sotto stretto
(151) G. FATTNT, op. cit., pp. 52-53. (152) l vi, p. 53. A . di S. di GR, Fondo C. di GR, pezzo n. 472, anno 1848-95: lettera inviata dal Lazzerini al Gonfalon iere di GR, datata, 8 giugno 1860. (153) A. di S. GR, Fondo D. di G., p ezzo n. 18, anno 1860 : Circolare del 22 maggio, inviata dal Lazzerini al D elegato di Governo di GR, Circolare del 23 maggio inviata dal Lazzerini al Delegato di Governo di GR. (154) A. di S. di GR, Fondo R.P. , pezzo n. 140, anno 1860: Lettera del sostituto prefetto Galletti al Delegato di Governo di GR datata, 27 luglio 1860; Circolare inviata dal Galletti, in data 25 agosto 1860, al delegato di Governo di GR; Lettera scritta dal Galletti, in data 30 agosto 1860, al Delegato di Governo di GR. (155) A. di S. di GR, Fondo C. di GR, pezzo n. 100, anno 1860: Delibera n. 338 del 18 giugno 1860 sul rendiconto dell'incasso fatto dal Comune di GR
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controllo tutti coloro che erano conosciuti come ardenti mazziniani (156). Cap. V -
L'OSCURA FINE DI ZAMBIANCHI
. . . (157)
Quasi tutti gli uomini della sfortunata spedizione nello Stato Romano, senza aver perduto il primitivo entusiasmo e rimasti fedeli al loro proposito cli combattere per l'Italia , appena possibile, servendosi dei mezzi più disparati partirono alla spicciolata o in gruppi per la Sicilia trascinandosi dietro tanti altri giovani infiammati dall 'esempio dei garibaldini. Pittaluga, Guerzoni, Leardi, Stecouli, Cesare Orsini, Siccoli, Sgarallino, ed altri ancora, raggiungevano Garibaldi, chi per proprio conto, chi aggregandosi alla spedizione Medici; alcuni, evitato l'arresto, potevano imbarcarsi pochi giorni dopo il disfacimento della colonna Zambianchi; altri dovettero aspettare la scarcerazione; chi si imbarcò a Genova, chi a Livorno e, raggiunta la Sicilia, combatterono fino alla fine, quando cioè, dopo Capua, Vittorio Emanuele sciolse le milizie volontarie. Anche Zambianchi, che a Sorano era riuscito a sfuggire all'arresto, ma ·su cui pendeva ancora un mandato di cattura, aveva probabilmente l'intenzione di raggiungere Garibaldi, ma non riusciva a mettere in con le oblazioni per l'acqui sto del Milione di Fucili e dell'erogazione fatta di tale somma. Fondo C. di GR, pezzo n. 192, anno 1860-62 : Circolare inviata dal Lazzerini al Gonfaloniere di GR il 22 maggio 1860. (156) A. di S. di GR, fondo D . di G., pezzo n. 18, anno 1860: Lettera riservata, scritta dal Lazzerini al Delegato di Governo di GR, il 9 giugno 1860. (157) Si omette qui un'ampia trattazione in cui, richiamati i giudizi quasi univocamente negativi formulati da quanti si sono occupati in sede storiografica di Zangrandi e dell'operazione da lui capeggiata, si fa notare come in tali giudizi non siano coinvolti personaggi che indubbiamente influirono in misura rilevante nel determinare l'esito fallimentare della spedi?.ione. E' da ritenere che se Bertani, Medici e Cosemi si fossero attenuti alle istruzioni ad essi impartite da Garibaldi prima di salpare da Quarto, ed avessero quindi provveduto ad inviare nell'Italia centrale il grosso corpo che era stato approntato a tal fine e che invece fu dirottato in Sicilia, la sorte della colonna Zambianchi sarebbe stata assai diversa. Posto in una situazione assurdamente disperata dalla mancata attuazione· del piano concepito e predisposto da Garibaldi, non solo Zambianchi si vide addossare tutta intera la responsabilità di un insuccesso che comunque non era soltanto suo, ma fu anche vituperato con un accanimento quantomeno sospetto da quasi tutti coloro che scrissero di lui.
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atto questo proposito. Rimasto libero per lo meno fino al 25 maggio, veniva infine catturato mentre stava tentando di raggiungenere Genova (158) ed imprigionato nel carcere criminale di Torino (159). In un secondo momento veniva trasferito nelle prigioni di Firenze. Qui, la commissione incaricata dell'inchiesta sulla spedizione garibaldina nello Stato Romano aveva già concluso il suo lavoro (ormai si era alla metà di giugno) e non si sa se discusse o meno il caso Zambianchi; fatto sta che, se se ne occupò, usò la massima cautela e la più assoluta segretezza perché non trapelò nulla. Il 16 giugno l 860, dalle Murate di Firenze, Zambianchi inviava una lettera al misterioso amico genovese. Scoraggiato e risentito, scriveva: « Sono stato t ra<lotto qua cumt un galeotto: datene avviso alla mia
famiglia. Riguardo alla reazione che si fa giorno nelle aule governative e ministeriali, dimenticai raccom;indarvi di fare avvertire Sua Maestà di quelle tenebrose trame affinché ,provveda presto se non vuol vedere la Patria e la s ua dinastia in un lago di dolore! » (160).
Una lettera piuttosto inquietante, con misteriosi sottintesi. Due settimane dopo, Zambianchi scriveva un 'altra lettera indirizzata, piuttosto stranamente, a Bertani che, è noto, non aveva per lui nè amicizia nè stima. « Stimatissimo signor Bertani,
« E' necessario sappiate che non ho ptu un centesimo e che il vitto dei malfattori non l'inghiottirò mai . Voi sapete che non ho colpa e se soffro è per colpa d'altri e per la Patria!» (161).
Senza dubbio si trattava di una richiesta di denaro, ma se non è strano che un uomo in difficoltà chieda soccorso, lascia invece (158) Non si conoscono data, località e circostanze relative all'arresto di Zambianchi. Il Gen. R. Corselli, nel saggio La campagna del 1860 in Garibaldi condottiero, cit., p. 187 , afferma che Zambianchi venne arrestato a Genova. (159) Subito dopo l'arresto Zambianchi scrisse ad un amico sconosciuto: « Caro Francesco, sono nelle mani del mio nemico Parini: mettete tutto in moto per salvare un difensore della Patria ... Parto per Torino scortato: ceco il premio della mia abnegazione». La lettera è stata pubblicata da L. Bianciardi, in Da Quarto a Torino, cit. p. 4 5.
(160) Ivi, p. 38. (161) lvi.
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perplessi il tono perentorio della lettera ed il fatto che un a simile richiesta fosse rivolta ad un uomo dal quale Zambianchi non avrebbe dovuto aspettarsi niente. Non si conosce la risposta o la reazione di Bertani; eppure, come si vedrà fra poco, qualche cosa lascia supporre che il m~ziniano, non sia rimasto insensibile all 'appello di Zambianchi. Frattanto quest'ultimo era ancora trattenuto in carcere senza un'accusa specifica e valida che giustificasse la sua detenzione. Dalle Murate di Firenze, dopo qualche tempo, Zambianchi veniva trasferito nelle carceri di Genova. Il 5 ottobre 1860, scriveva una lettera di protesta al Governatore di Genova chiedendo che finalmente venisse definita la sua situazione e, allo stesso tempo, dichiarava falsi i vanti di Cavour sulle istituzioni piemontesi. Zambianchi non aveva torto: la sua prigionia era ingiustificata, giacché erano stati. liberati, e da parecchio tempo, tutti gli uomini implicati nella medesima azione e che avevano condiviso le stesse responsabilità (162). Il tempo passava e ancora non veniva istruito un processo a suo carico, nè sembrava ci fosse la volontà Ji i·struirlo mai: si preferiva dimenticarlo in carcere piuttosto che tirar fuori pubblicamente il suo caso, col rischio di sollevare questioni troppo spinose sulle quali era meglio sorvolare. Il processo Giorgini (conclusosi nel luglio 1860) aveva già dato preoccupazioni sufficienti al Governo. Non si voleva lasciare libero Zambianchi, perché un capro espiatorio era utile per dimostrare al consesso europeo che Torino disapprovava ciò che era accaduto e che qualche provvedimento era stato preso. Ma, allo stesso tempo, non si voleva un intervento giudiziario per paura che il Governo ne uscisse in qualche modo compromesso: Zambianchi non era Giorgini e non si poteva prevedere cosa avrebbe dichiarato in un intervento pubblico. Cosl l'ex comandante della spedizione continuava a rimanere in carcere e, nel frattempo, sia per la lunga detenzione, sia per l 'amarezza dell'ingiustizia subita, si era ammalato gravemente. Al colmo dello sconforto, 1'8 novembre 1860 scriveva a Minghetti (163). Protestava di nuovo dicendo di aver ricevuto un (162) Dopo l'arresto J i Zambianchi, quando fu chiaro che non v'era la volontà di rimetterlo in libertà né qudla · di sottoporlo ad un regolare processo, la stampa piemontese d'opposizione criticò apertamente l 'atteggiamento del governo. Si veJ a, ad es., l'articolo apparso su « L'Avvisatore alessandrino », a. VIII, n. 69, 14 giugno 1860, Jal titolo T utti Uguali Dinanzi alle Leggi. (163) D. MACK SMITH, op. cit., p. 532.
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trattamento migliore n elle prigioni del papa e perfino in Patagonia, perché là, aLneno, gli erano stati comunicati i motivi dell'arresto. Anche questa nuova protesta non otteneva risultato, e Zambianch.i poteva riacquistare la libertà soltanto nel febbraio 1861, dopo 10 mesi di detenzione. Veniva rilasciato alla «chetichella» e dopo aver acceltato la condizione di lasciare l'Italia immediatamente. Finalmente libero, ma ancora ammalalo seriamente, si recava a Londra dove passava giorni durissimi perché era di nuovo a corto dj denaro. Ed ecco che il 25 marzo 1861 scriveva nuovamente a Bertani : « chiedeva che g li venisse res111 u1 ta la so mma di lire 2.217, che egli dichiarava di avcr co nscgnato a un e missa rio del Bertani poco prima dd 'arrcs to. Somma esa tta fi no alla l ira, ma a quanto pare immagi nar i.1: lo Za mbi anchi non ave va mai consegnato niente a nessu no. Eppure insisteva : se non vole 1e restituirmi quei soldi, che sono mie i, speditemi almcno « a 11·ansazione del la ve rtenza , sei portasigari in filigra na di argento e sei in argento clorato che potrei rivendere con discreto profitto ». Ed in rnlcc alla le ttera Bertani scrive: « M ando tre ,portasiga ri d'argento da li re 30 e 3 dorati da lire 40, e che la sia fini ta » ( 164 ).
Impossibile chiarire questa strana « transazione » che solleva tanti interrogativi e tanti dubbi. Sembra quasi che Bertani si trovasse nell'impossibilità di negare questo aiuto a Zambianchi e, allo stesso tempo, considerati i loro rapporti, la richiesta di quest'ultimo ha più il tono di un'imposizione che quello di una preghiera. Ma questo non è l'ultimo fatto misterioso nella « misteriosa » vicenda Zambianchi. Infatti, alla fine del mese di marzo di quello stesso anno, il Governo di Torino, per ordine, sembra, deUo stesso Cavour, faceva all'ex capo dell a « diversione» una strana proposta: sapendolo a corto di mezzi gli offriva la ragguardevole somma di L. 20.000 accompagnata da istruzioni precise. Per riscuotere la somma, Zambianchi doveva abbandonare l'Europa e recarsi in Sud America; alla partenza gli sarebbe stata versata la metà del denaro, l'altra metà l'avrebbe riscossa all'arrivo. Zambianchi accettò. Tutti gli storici sono concordi nell'affermare che il garibaldino si piegò a quella proposta e a quelle condizion i perché era fiaccato nel (164) L
B IANCARDT,
op. cit., p. 38.
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corpo e nello spmto, ma nessuno avanza delle ipotesi valide che spieghino il comportamento del Governo torinese. Forse si volle risarcire Zambianchi per il trattamento che aveva dovuto subire negli ultimi mesi, ma questo non spiega perché gli venne promesso il denaro solo a condizione che abbandonasse l'Europa, nè perché si occupasse della cosa Cavour in persona. Più probabilmente si volle costringerlo ad allontanarsi, perché ;si temeva che, ridotto alla disperazione, facesse rivelazioni scomode o addirittura pericolose; comunque queste sono solo ipotesi e nulla vi è di certo. Callimaco Zambianchi, secondo i patti, si imbarcava per Buenos Ayres dopo aver riscosso 10.000 lire; ma debole e malato, il viaggio gli fu fatale; moriva infatti sul piroscafo in vista della capitale argentina senza poter incassare il resto della somma. Si chiudeva così la storia di quest'uomo, figura patetica e drammatica al tempo stesso, ma con una sua dignità e con una sua certa grandezza.
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ANNA LETIZIA CORSO
IXXUMENTI « Estratti dal processo della Sagra Consulta per l'eccidio dei monaci di S.
Callisto, Roma 1852 e 1853 », pubblicati nella tip. della Rev. Cam. Ap0stolica, Roma 1954. (Biblioteca « A. Saffi », Forlì). Fondo Regia Prefettura, pezzo n. 77, anno 1860, (A. di S. di GR) (A. di S. di GR) Fondo Regia Prefettura, pezzo n. 78, anno 1860, Fondo Regia Prefettura, pezzo n . 140, anno 1860, (A. di S. di GR) Fondo Regia Prefettura, pezzo n. 161, anno 1853-60, (A. di S. di GR) Fondo Regia Prefettura, pezzo n. 251, anno 1860, (A. di S. di GR) (A. di S. di GR) Fondo Regia Prefettura, pezzo n. 299, anno 1860, (A. di S. di GR) Fondo Regia Prefettura, pezzo n. 300, anno 1860, Fondo Regia Prefettura, Filza relativa agli avvenimenti politici del 1960. (A. di S. di GR) Fondo Comune di Grosseto, pezzo n. 98, anno 1859-60, (A. di S. di GR) Fondo Comune di Grosseto, pe½zo n. 100, anno 1860, (A. di S. di GR) Fondo Comune di Grosseto, pezzo n. 192, anno 1860-62, (A. di S. di GR) Fondo Comune di Grosseto, pezzo n. 467, anno 1860-95, (A. di S. di GR) Fondo Comune di Grosseto, pezzo n. 472, anno 1848-95, (A. di S. di GR) Fondo Delegazione di Governo, pezzo n . 18, anno 1860, (A. di S. di GR) Fondo Delegazione di Governo, pezzo n. 19, anno 1860-61, (A. di S. di GR) Fondo Delegazione di Governo, pezzo n. 20, anno 1860, (A. di S. di GR) « Granducato di Toscana. Forze militari del Granducato di Toscana», fase. n. 987. (Archivio dello Stato Maggiore dell'Esercito. Roma) « Memorie di mio padre», manoscritto dettagliato dal garibaldino BERNARDINO CECCHINI al figlio, appartenente alla famiglia Cecchini di Grosseto.