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L'INFLUENZA SPAGNOLA DEL 1918-1919

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Francesco Cutolo

L’INFLUENZA SPAGNOLA utilizzate da un contadino molisano per descrivere l’infierire della “spa d’Europa e del globo. «Mai dalla “Morte nera” una tale piaga aveva in

DEL 1918-1919 La dimensione globale, il quadro nazionale e un caso locale

Eppure, l’influenza ha lasciato flebili tracce nella memoria pubbli ca. «Le cifre della “spagnola” sono incomparabilmente superiori», ha

che qualità. Quella lunga «fila di zeri» attende giustizia in sede storica. L’autore ricostruisce la storia della “grande pandemia del seguenze dell’influenza a livello nazionale, l’impatto della “spagnola” in

sità di Firenze con una tesi sull’influenza spagnola. È stato insignito del premio “Alberto Bardazzi” come miglior laureato in discipline umanisti

Saggio introduttivo

di Roberto Bianchi


Collana Studi e ricerche 26


Volume realizzato con il contributo e la collaborazione di:

IstItuto storIco della resIstenza e dell’età In

contemporanea

provIncIa dI pIstoIa

Comitato Scientifico-Editoriale: Roberto Barontini, Giovanni Contini, Antonio Fanelli, Matteo Grasso, Pier Luigi Guastini, Renzo Innocenti, Marco Palla, Camilla Poesio, Claudio Rosati, Sonia Soldani, Luigi Zadi.

Copyright © 2020 by

IstItuto storIco della resIstenza e dell’età In

contemporanea

provIncIa dI pIstoIa

Tutti i diritti sono riservati. Nessuna parte di questa pubblicazione può essere fotocopiata, riprodotta, archiviata, memorizzata o trasmessa in qualsiasi forma o mezzo – elettronico, meccanico, reprografico, digitale – se non nei termini previsti dalla legge che tutela il Diritto d’Autore.

I.S.R.Pt Editore Viale Petrocchi 159 - 51100 Pistoia - Italia Tel. e Fax 0573 359399 ispresistenza@tiscali.it www.istitutostoricoresistenza.it ISBN: 978-88-6144-066-1 In copertina: Frate Menotti (Menotti Bianchi), Arrivo della signora febbre spagnuola, settembre 1918. in Id., Bari durante la guerra. Qualche ricordo di Frate Menotti, 1917-1918, in Biblioteca Nazionale di Bari, Fondo Menotti Bianchi, Album 13. Su concessione n.1/2020 del Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo – Biblioteca Nazionale di Bari. L’editore resta a disposizione degli aventi diritto con i quali non è stato possibile comunicare e per le eventuali omissioni.


Francesco Cutolo

L’influenza spagnola del 1918-1919 La dimensione globale, il quadro nazionale e un caso locale saggio introduttivo di Roberto Bianchi

PISTOIA 2020


Indice

Saggio introduttivo di Roberto Bianchi Introduzione. Una “pestilenza” novecentesca

7 21

PARTE I: LA DIMENSIONE GLOBALE

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Capitolo I: Le tre ondate in Europa e in Nord America L’origine della pandemia influenzale: tre ipotesi L’ondata primaverile La catastrofica ondata dell’autunno 1918 Un quadro delle vittime europee e americane

37 37 43 51 65

Capitolo II: La dimensione globale L’Africa L’Asia L’Oceania L’America Latina Un computo delle vittime globali

69 69 75 78 79 80

Capitolo III: Il fronte occidentale L’ondata primaverile L’inarrestabile ondata autunnale Le conseguenze del virus sulla guerra e sulla pace

85 85 89 94

PARTE II: L’ITALIA

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Capitolo IV: Il fronte italo-austriaco La prima ondata: maggio-giugno 1918 La seconda ondata: autunno 1918 L’esperienza della forma autunnale tra i soldati La pandemia e i prigionieri di guerra Nelle Terre invase Un conteggio delle vittime nel Regio esercito 5

101 101 106 113 125 134 137


Conclusioni Capitolo V: Il fronte interno La demografia della malattia La gestione dell’assistenza sanitaria Le misure profilattiche L’impatto sulla quotidianità dei civili La comunità scientifica Conclusioni

140 143 143 157 166 172 181 190

Capitolo VI: Strategie comunicative e narrazioni popolari Comunicare la pandemia: tranquillizzare e censurare “Al tempo della peste”: mentalità e comportamenti popolari Conclusioni

193 193 207 225

Capitolo VII: Un caso locale, Pistoia Le ragioni di un’analisi locale La città in guerra L’esordio della malattia Le criticità dell’assistenza Una “luttuosa” quotidianità Alcune ipotesi sulla mortalità nel pistoiese L’influenza tra le truppe pistoiesi e i soldati dislocati nel cicondario di Pistoia Conclusioni

227 227 229 232 235 241 246

Epilogo: Le recrudescenze influenzali e una vicenda familiare

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Appendici Statistiche sulla mortalità globale Nomi della pandemia influenzale 1918-1919 Appendice Iconografica

269 271 276 277

Bibliografia

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Indici dei nomi e dei luoghi

313

6

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SAGGIO INTRODUTTIVO Spagnola. La grande pandemia del Novecento tra storia, oblio e memoria di Roberto Bianchi

L’influenza “spagnola” è rimasta a lungo in ombra nella storiografia e nella manualistica scolastica. Per oltre un secolo, soprattutto in Europa – con qualche eccezione –, la più grande pandemia del Novecento è stata sostanzialmente ignorata dalla letteratura e dalle arti figurative, dalla televisione, dal cinema e dal fumetto, dalla toponomastica e dalla memorialistica, dai comitati per gli anniversari di interesse nazionale, e quindi da quella che ora si chiama Public History. Poi è arrivato il Covid-19 e le cose sono cambiate. Lo mostrano i dati della voce Influenza spagnola su Wikipedia.it. Se nel dicembre 2019 si erano registrati poco più di 12.000 accessi, a febbraio erano 413mila prima di giungere a 1,32 milioni nel marzo 2020. Dinamiche simili si trovano sulle edizioni in francese e inglese dell’enciclopedia. Ma se all’inizio del 2020, prima della pandemia di Coronavirus, avessimo fatto un sondaggio tra la popolazione, quasi sicuramente nessuno avrebbe indicato la spagnola come una delle grandi catastrofi dell’età contemporanea. Con ogni probabilità, sarebbero stati ricordati eventi terribili come le guerre mondiali, la Shoah o altri genocidi, il nazismo o lo stalinismo, il fascismo o le bombe atomiche, oppure certe grandi carestie che hanno segnato drammaticamente la storia di Ottocento e Novecento. Ma credo si possa affermare con certezza che la spagnola non sarebbe entrata nell’elenco. Ugualmente, una indagine sui principali testi universitari, sulle ricostruzioni e le sintesi generali della storia contemporanea o sui libri adottati nelle scuole fino ad alcuni anni fa avrebbe forse mostrato che, salvo alcune eccezioni, alla spagnola erano dedicati solo brevi richiami, se non era semplicemente ignorata. Sappiamo che la storia è una relazione tra presente e passato. Dopo la pandemia del 2020 in sede storica saranno forse proposte nuove periodizzazioni del ‘900, che ci eravamo abituati a leggere come “secolo breve” 1914-1991; qualcuno proporrà un ‘900 lungo cent’anni, dalla Spagnola al Coronavirus? In effetti, sembra andare in questa direzione un importante studioso francese come Stéphane Audoin-Rouzeau («Mediapart», 12 aprile 2020). Forse siamo ancora troppo immersi nell’attuale emergenza sanitaria per avanzare ipotesi di questo genere; è però probabile che varie 7


L’influenza spagnola del 1918-1919

pagine di libri in corso di stampa saranno aggiornate e che più spazio sarà dedicato alla grande pandemia del secolo scorso. Quando facevo l’università, preparai gli esami di storia contemporanea studiando e ristudiando i tre volumi del manuale di Massimo L. Salvadori (Storia dell’età contemporanea dalla restaurazione a oggi, Loescher) che in oltre 1.500 pagine non contiene alcun riferimento alla pandemia, nemmeno nell’edizione aggiornata degli anni ’90. Stesso discorso vale per il più agile, e usatissimo, manuale di Rosario Villari, Storia contemporanea (Laterza, ho consultato l’edizione del 1986), tanto nel testo quanto nella sintesi cronologica. Ugualmente, mancano notizie sulla spagnola tanto nei saggi tematici quanto nelle schede cronologiche riassuntive presenti in un testo ben articolato e forse fin troppo ricco come il manuale Donzelli di Storia contemporanea (1998), che in molti abbiamo usato insegnando all’università o in corsi di formazione postlaurea. Sembrano tacere sulla pandemia persino i manuali che da anni continuo a inserire nei programmi d’esame e che gli editori aggiornano con regolarità, o anche un’opera fondamentale e di riferimento come Il Secolo breve di Hobsbawm. Le 783 pagine della “Garzantina”, ovvero l’Atlante storico Garzanti (Cronologia della storia universale, Milano 1997), non paiono riportare nessuna notizia sul tema. Il risultato è simile quando guardiamo alcuni classici della storiografia italiana, come La storia politica e sociale di Ernesto Ragionieri1, o della storia della Grande Guerra, come il celebre lavoro di Piero Melograni2, o anche del dopoguerra, come il primo dei tre volumi realizzati da Roberto Vivarelli sulla Storia delle origini del fascismo3. Se spostiamo lo sguardo sui tre libri dedicati a I luoghi della memoria, diretti da Mario Isnenghi (Roma-Bari, Laterza, 1996-1997) non troviamo traccia della pandemia. Ma questa non è una critica, perché l’assenza si giustifica in modo evidente: la spagnola non può essere considerata come un “luogo della memoria” pubblica e istituzionale; la sua presenza emerge quando guardiamo dentro le memorie familiari, intime e private. Del resto, nemmeno all’interno dei tre volumi Les lieux de mémoire, diretti da Pierre Nora4, pare mai comparire la grippe espagnole. Ma verso quali “luoghi” e quali “memorie” deve essere dunque rivolto lo sguardo degli storici? Anche in opere collettanee recenti – e caratterizzate dall’ambizione di rileggere le storie dei singoli paesi «non separatamente dal mondo», e

1 Volume IV, tomo 3, della Storia d’Italia coordinata da R. Romano e C. Vivanti per Einaudi nel 1976. 2 Storia politica della Grande guerra 1915-1918, Milano, Mondadori, 1969. 3 Bologna, il Mulino, 1991 [ed. or. 1967], poi riedito nel 2012. 4 3 voll., Parigi, Gallimard, 1992; ho consultato l’edizione tascabile 1997.

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Saggio introduttivo

quindi attraverso eventi, date, personaggi, luoghi connessi a processi di tipo transnazionale, anzi planetario – sembra permanere il silenzio sulla spagnola. È il caso della Histoire mondiale de la France e della Storia mondiale dell’Italia, dove non compaiono voci specifiche sulla spagnola (che peraltro non sembra mai nominata), vale a dire sull’evento planetario che nella storia contemporanea mostra in modo più netto il legame inseparabile tra i destini dell’Esagono e della Penisola con quelli del resto del mondo. In compenso, entrambi i volumi riservano due voci ben fatte sulla peste nera del Trecento, e il dato non è irrilevante5. Va ricordato che esistono eccezioni, come quella di Giorgio Candeloro che nella sua Storia dell’Italia moderna apriva il capitolo su I primi due anni del dopoguerra con una pagina e mezzo dedicata al tema6. Ma dover cercare “col lanternino” qualche riga sulla spagnola nelle grandi opere di storia contemporanea, il più delle volte senza riuscire a trovarla, è da ritenere un fatto di per sé molto significativo. Il discorso cambia, invece, prendendo in mano libri di storia locale o ricerche più attente alla società, alle vicende “anonime” di uomini e donne, alle relazioni tra dimensione pubblica e dimensione privata della storia. Faccio un solo esempio che mi pare esemplare, ovvero il saggio sulla Grande Guerra lontano dal fronte, scritto nel 1986 da Simonetta Soldani. Qui, alle Probabilità di vita e probabilità di morte nella Toscana in guerra è dedicato quasi un quinto delle pagine che compongono l’insieme del testo e che dimostrano come «fu senza dubbio la “spagnola” […] a determinare uno sconquasso di tali proporzioni e, più in generale, a spingere verso l’alto gli indici complessivi di supermortalità», e quindi a determinare alcuni tratti fondamentali del dopoguerra: proprio per questo, la fine della guerra «non è rimasta associata a immagini gioiose e a tripudi di folle nelle strade […]. L’esultanza fu, naturalmente, enorme. Ma la Vittoria nasceva già “mutilata” dalla falce della desolazione, della paura, del lutto che stava seminando panico nell’Italia intera»7.

Vanno poi segnalate le ricerche più recenti di Giancarlo Cerasoli su Ravenna, Felicita Ratti su Modena, Fabio Degli Esposti su Bologna, Leo

5 I volumi sono curati, rispettivamente, da P. Boucheron (Parigi, Seuil, 2017) e da A. Giardina (con la collaborazione di E. Betta, M.P. Donato e A. Feniello, Roma-Bari, Laterza 2017); le voci sulla peste sono di J. Loiseau per la Francia (pp. 209-213) e A. Santoro per l’Italia (pp. 295-298). Sulle “storie mondiali” di Francia, Italia e Spagna cfr. la recensione di A. Brazzoduro, Oltre la storia nazionale? Tre risposte alle sfide della global history, «Passato e presente», 108, 2019, pp. 131-148. 6 Vol. 8, Milano, Feltrinelli, 1978, pp. 222-223. 7 S. Soldani, La Grande Guerra lontano dal fronte, in G. Mori (a cura di), Storia d’Italia. Le regioni dall’Unità a oggi. La Toscana, Einaudi, 1986, p. 369.

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L’influenza spagnola del 1918-1919

Goretti e Simone Lisi su Barberino Val d’Elsa e Tavarnelle Val di Pesa, per ricordarne solo alcune8. Insomma, a dispetto del fatto che fin dal 1925 fosse disponibile la seria ricerca pubblicata da Giorgio Mortara9, che fossero state pubblicate opere sulla spagnola in Italia come quelle di Eugenia Tognotti o di Paolo Giovannini10, che esistessero traduzioni in italiano di opere sulla pandemia nel mondo11, sia buona parte delle ricostruzioni storiografiche di ampio respiro, sia la manualistica scolastica hanno ignorato a lungo l’importanza della spagnola e delle sue conseguenze, il cui rilievo ineludibile appariva evidente a chi studiava con particolare sensibilità e spirito critico vicende storiche a dimensione geografica ridotta o con un’attenzione maggiore verso la storia sociale e le memorie familiari. In un tempo, come quello presente, marcato da una svalutazione accademica ed editoriale della storia locale, e persino da commenti sdegnati verso chi insiste a fare ricerche sulla storia sociale di singole realtà territoriali, questo fatto colpisce non poco.

8 Cfr. G. Cerasoli, L’epidemia di spagnola in Romagna: una guerra nella guerra, in A. Luparini (a cura di), La Grande Guerra nel Ravennate (1915-1918), Ravenna, Longo, 2010, pp. 117143; F. Ratti, «Qui sono diventati ‘spagnoli’ in molti». Storia sociale comparata della pandemia influenzale 1918-1919 nella provincia di Modena e nel Land Salisburgo, in F. Montella – F. Paolella – F. Ratti (a cura di), Una regione ospedale. Medicina e sanità in Emilia-Romagna durante la prima guerra mondiale, Bologna, Clueb, 2010; F. Degli Esposti, La grande retrovia in territorio nemico. Bologna e la sua provincia nella Grande Guerra (1914-1918), Milano, Unicopli, 2017, pp. 764-769; i saggi di L. Goretti e S. Lisi si trovano in R. Bianchi (a cura di), La Grande Guerra lontano dal fronte. Barberino Val d’Elsa e Tavarnelle Val di Pesa, Pisa, Pacini, 2018; G. Cerasoli, L’epidemia di influenza “spagnola” a Cesena, in Le vite dei cesenati, IX, Cesena, Stampare, 2015, p. 278. 9 La salute pubblica in Italia durante e dopo la guerra, Bari, Laterza. 10 Cfr. E. Tognotti, La “spagnola” in Italia. Storia dell’influenza che fece temere la fine del mondo (1918-1919), Milano, FrancoAngeli, (1ª ed. 2002) 2015; P. Giovannini, Le malattie del corpo e della mente, in «Annali della Fondazione Ugo La Malfa. Storia e politica», XXVIII (2013), 2014, pp. 283-300; Id., L’influenza spagnola. Controllo istituzionale e reazioni popolari (19181919), in A. Pastore – P. Sorcinelli (a cura di), Sanità e società, vol. II, Udine, Casamassima, 1987, pp. 373-397; Id., L’influenza “Spagnola” in Italia (1918-1919), in F. Magni – A. Staderini – L. Zani (a cura di), La grande guerra e il fronte interno. Studi in onore di George Mosse, Camerino, Università degli Studi di Camerino, 1998, pp. 123-141. 11 Cfr., ad esempio, R. Collier, La malattia che atterrì il mondo, Milano, Mursia, 1980 [1974]; G. Kolata, Epidemia. Storia della grande influenza del 1918 e della ricerca di un virus influenzale, Milano, Mondadori, 2000 [1999]; L. Spinney, 1918. L’influenza spagnola. La pandemia che cambiò il mondo, Venezia, Marsilio, 2018 [2017]; J. Winter, L’influenza spagnola, in S. AudoinRouzeau – J. Becker La prima guerra mondiale, edizione italiana a cura di Antonio Gibelli, vol. II, Torino, Einaudi, 2007, pp. 283-287. Per una sintesi cfr. A. Rasmussen, The Spanish flu, in The Cambridge History of the First World War, dir. J. Winter, vol. III Civil Society, a cura di A. Becker, Cambridge, Cambridge University Press, 2014, pp. 334-357; H. Phillips, Influenza Pandemic, in 1914-1918-online. International Encyclopedia of the First World War, Berlino, Freie Universität Berlin, 2014, DOI: 10.15463/ie1418.10148.

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Saggio introduttivo

Anche per questi motivi, il lavoro di Francesco Cutolo riveste un rilievo particolare. Riesce, infatti, a legare tre piani diversi: la dimensione globale della pandemia, l’impatto della spagnola a livello nazionale, le profonde conseguenze dell’influenza in un territorio locale come quello di Pistoia. È un approccio originale che l’autore ebbe modo di sviluppare durante la tesi di laurea magistrale, che ebbi modo di poter seguire fin dall’inizio e poi discutere all’Università di Firenze nel 2016. L’opera dimostra che non sono certo deboli le tracce della spagnola che si possono trovare nelle fonti dell’epoca. Lo verificai anni fa cercando cose diverse, ad esempio, nelle pagine di periodici socialisti come «La Squilla» di Bologna, che l’11 gennaio 1919 scriveva: «Censura / Morti in guerra: 462.740 / Feriti: 987.340 / Invalidi e mutilati: 500.000 / Non c’è la statistica dei morti di spagnuola, perché la “maledetta” continua ad ammazzare! / Dopo il cannone, lei ci voleva! / Ma da che mondo è mondo la peste andò sempre dietro la guerra / È storia; è anche nella Bibbia!».

Oppure nella corrispondenza tra Filippo Turati e Anna Kuliscioff: «Qui l’epidemia è in aumento continuo, a Desio infierisce non meno che a Milano; basta vedere le tre colonne dei morti della gente per bene nel «Corriere» per persuadersi qual è la mortalità nei quartieri popolari. Non si sa più dove mettere i bambini orfani di madri ed i cui padri sono al fronte. È un problema di trovare ora dei medici. Tutti sono sopraffatti dal lavoro e in fondo nessuno è curato a dovere. Forse anche la grande mortalità è dovuta alla scarsa assistenza sanitaria»12. «Per consolarci dall’influenza verdigera, che imperversa sempre più (A Roma 200 morti – anche a Torino è gravissima – alla Camera abbiamo 12 inservienti ammalati e un segretario della Biblioteca morto l’altro giorno; neppure le trincee di libri salvano da questa peste!), si vuole che tra le cagioni che determinano il mollamento tedesco ci sia il grippe, che avrebbe messo a letto 300 mila soldati, e i casi in Germania si conterebbero (pigliala per quel che vale) a 12 milioni»13.

O anche nel diario di Silvio Crespi, ministro degli approvvigionamenti e dei consumi alimentari nel 1918 durante il governo Orlando, poi firmatario del Trattato di Versailles per lo Stato italiano: «[Orlando] ha dato notizie dei provvedimenti presi per combattere la grave epidemia di febbre spagnuola che ha colpito tutto il paese e che miete da qual-

12 Kuliscioff a Turati, 12 ottobre 1918, in Carteggio, vol. IV 1915-1918, t. 2 La Grande guerra e la rivoluzione, a cura di F. Pedone, Torino, Einaudi, 1977, p. 1047. 13 Turati a Kuliscioff, 13 ottobre 1918, ivi, p. 1052.

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che tempo numerosissime vittime. Assicuro che ho già dato tutti gli ordini opportuni per rifornire gli ospedali a mettere a disposizione degli ammalati quantitativi sufficienti di carne e di nutrimenti adatti al loro stato di debolezza» (26 settembre 1918). «La salute pubblica in Italia è cattiva. La febbre spagnuola, da noi come in tutto il mondo, fa strage in tutte le classi sociali. Muoiono più ufficiali e soldati per malattia, che per ferite di guerra» (30 settembre 1918). «Nonostante la febbre spagnuola che ostacola tutti i servizi, sto organizzando con Giuffrida grandi trasporti di derrate verso Verona e Venezia in previsione di una nostra vittoriosa offensiva e della liberazione delle terre invase» (18 ottobre1918)14.

Ma Francesco Cutolo ha letto anche diari e memorie. Come quella di Tommaso Bordonaro, di Bolognetta, Palermo – conservata presso l’Archivio di Pieve Santo Stefano –, che, bambino di nove anni nel 1918, poi emigrato negli Stati uniti d’America, da adulto avrebbe ricordato: «Finita la guerra, mio padre ritornava grazie a Dio vivo e sano, ma nella nostra casa regnava la miseria, più guaio ancora finita la guerra, vi è stata una malattia infettiva chiamata la spagnola, anche mio padre e quasi tutto il popolo erava infettato e l’agente moriva accatastrofi nel nostro piccolo paese. Al giorno morivano tante volte due o tre in una famiglia, anche mio padre appreso quel male, ed è arrivato impunto di morire fino a portarle il viatico e lestremensione il nostro parroco. […] All’ora eravamo 4 fratellini forse Dio l’avuto pietà e lo à fatto campare.

Se poi spostiamo lo sguardo verso la frontiera tra Usa e Messico, possiamo ad esempio rileggere l’intervista all’autista di un’impresa funebre nella El Paso del 1918: «I drove a car to different parts of South El Paso where she [la proprietaria dell’impresa] would send us to pick up children and adults who had recently passed away and we would take them to the funeral home offices where they would be prepared and placed in the casket. And from there we would take them to Concordia Cemetery […] Well it happened that we returned from 609 S. Kansas where we picked up a dead child […] then to the cemetery and came back. But when we came back we received a phone call from the same address we had just visited, because the mother or father had just passed away»15.

14 Alla difesa d’Italia in guerra e a Versailles (Diario 1917-1919), Milano, Mondadori, 1938, pp. 169, 174, 188. 15 Mike Limon, intervistato da Virgilio Sanchez, 27 luglio 1978, Institute of Oral History, Special Collections Department, UT El Paso; cfr. D.D. Romo, Ringside seat to a Revolution. An Underground Cultural History of El Paso and Juárez: 1893-1924, El Paso, Cinco puntos press, 2005, p. 244.

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Saggio introduttivo

In realtà, dalla fine degli anni ’90 in poi c’è stato un piccolo boom storiografico sul tema. Fu in occasione dell’ottantesimo anniversario dell’evento, con alcune ricerche sulla spagnola condotte in ambito medico e scientifico dopo il ritrovamento – nel 1997 in Canada – di corpi congelati di inuit morti durante la pandemia e la ricostruzione in laboratorio del sottotipo H1N1 del virus dell’influenza A, responsabile della spagnola, e con nuove opere uscite quasi in coincidenza con la pandemia influenzale del 2009 (la “suina”, anch’essa di tipo A H1N1) che in ambito internazionale la storiografia iniziò a dare maggiore rilevanza all’influenza spagnola16. Negli ultimi dieci anni sono comparse in Italia o sono state tradotte in italiano numerose opere sul tema, mentre in Francia si sono anche pubblicati fumetti come La Grippe coloniale17, sulla storia dell’influenza alla Réunion, portata nel 1919 sulla colonia francese al largo del Madagascar da reduci del fronte occidentale. Il lavoro di Cutolo, dunque, si inserisce in questa nuova stagione di studi apportando un contributo nuovo, costruito in modo originale e cercando di rispondere alla domanda posta in evidenza nel 2002 da Eugenia Tognotti – docente di storia della medicina – in apertura del suo libro: quali sono state le cause di questa «congiura del silenzio?»18 «La rimozione, a livello planetario, dalla memoria e dal vissuto dei contemporanei può essere considerato uno dei grandi misteri del Novecento». La censura imposta dalla mobilitazione totale e dallo stato d’eccezione ebbe sicuramente effetti notevoli, ma non basta a spiegare l’oblio successivo. Inoltre, non è vero che i primi a volerla dimenticare siano stati i contemporanei, intenzionati a rimuovere dalla mente l’ennesimo incubo del conflitto mondiale, un orrore che si aggiungeva a quelli della guerra e delle guerre civili. La rimozione fu dovuta alla censura, ma soprattutto alle forme assunte dall’elaborazione del lutto collettivo tra guerra e dopoguerra, alla «sdrammatizzazione della morte», all’«oscuramento» del lutto privato rispetto a quello collettivo per le morti «eroiche e sante» in nome della patria, alle quali furono riservati sacrari, monumenti, targhe, militi ignoti, celebrazioni e commemorazioni – anche se, e non è un paradosso, l’unica donna presente nell’immenso sacrario costruito dal regime

16 Riguardo al prelevamento di parti dei polmoni e del cervello dai corpi ritrovati nell’arcipelago delle isole Svalbard cfr. C. Galus, Une Canadienne traque le virus de la grippe espagnole au Spitzberg e Ead., Une pandémie qui a fait trois fois plus de victimes que la guerre de 1914-1918, «Le Monde», 31 dicembre 1997, p. 17. 17 Disegni di Huo-Chao-Si, sceneggiatura di Appollo; 2 voll., Grenoble, Glénat/Vents d’Ouest, 2012. 18 La “spagnola” in Italia. Storia dell’influenza che fece temere la fine del mondo (1918-1919), nuova edizione aggiornata, Milano, FrancoAngeli, 2015; qui cito dall’edizione 2002: p. 17.

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fascista a Redipuglia morì a causa della spagnola… E, infine, l’oblio fu dovuto allo «scarsissimo o nullo interesse per gli eventi naturali da parte della storiografia, tradizionalmente chiusa in una visione antropocentrica e idealista». In più «c’è da mettere in conto il velo dell’oblio steso dal mondo medico-scientifico su […] il primo e più bruciante smacco dal momento in cui […] era cominciato il cammino trionfale della rivoluzione biomedica»19. Quindi emerge il profilo di un oblio, una sorta di congiura del silenzio che ha segnato sia la narrazione e la memoria pubblica, sia una parte importante della storiografia del Novecento e quella sul Novecento. Al fianco di queste, e quindi in contrapposizione silenziosa con i racconti istituzionali e la storiografia mainstream, permane tuttora presente il ricordo di quella influenza e dei familiari morti per la “febbre spagnola” nelle memorie private. È come se ci fosse uno scarto profondo tra la memoria istituzionale, il racconto pubblico di quel passato, la storia insegnata a scuola e, appunto, le memorie intime e private – ovvero quelle che emergono con più forza quando si prova a fare bene la storia locale, inserendo il caso di studio nei più vasti orizzonti della storia globale, e dialogando con questa. Forse anche queste considerazioni non possono però essere considerate universalmente valide. Va infatti segnalato che in Nuova Zelanda, col centenario della pandemia, sono stati inaugurati memoriali e targhe in memoria dei morti per l’influenza – come a Wellington, nel Pukeahu National War Memorial Park, a New Plymouth e Auckland20 – mentre invece si trovano poche notizie sui siti della Mission du centenaire 19141918 in Francia e della Struttura di missione per gli anniversari di interesse nazionale in Italia21. Colpisce poi notare che nella letteratura di alcuni paesi distanti dall’Europa, penso a quella nigeriana, la pandemia risulta più presente rispetto a letterature, arti figurative e immagini prodotte nel vecchio continente22. In Italia, la peste del Trecento ebbe il Decameron di Boccaccio; quella milanese del Seicento ebbe I promessi sposi di Manzoni; la spagnola invece non ha avuto grandi opere. Per questo va dato rilievo ad alcuni esempi che sembrano emergere come eccezioni. Penso alla Cronaca familiare (1947) dello straordinario Vasco Pratolini, che nel 1919, a sei anni, aveva perso la madre per la spagnola, oppure al racconto di Piero Chiara sul generale Spagnola che «completa l’o19 Ivi, pp. 25 ss. 20 Cfr. https://mch.govt.nz/significant-sites/1918-influenza-pandemic-memorial-plaque.

21 Sul sito italiano, una nota del 2014 indicava in 20 milioni il numero di vittime causate dalla spagnola: http://www.centenario1914-1918.it/it/2014/04/29/grande-guerranumeri-e-cifre. Per la Francia cfr. https://www.centenaire.org/fr. 22 Cfr. l’intervista a Laura Spinney in https://www.youtube.com/watch?v=kxUdOYSXexI.

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Saggio introduttivo

pera di sterminio non riuscita del tutto dai generali»23. Cenni si trovano anche nel romanzo Don Giovanni in Sicilia di Vitaliano Brancati24, in un’opera di Francesco Biamonti25 e, allargando lo sguardo oltreoceano, nel romanzo 1919 pubblicato da John Dos Passos nel 193226. Sono da ricordare certe vignette di Giuseppe Scalarini e di Frate Menotti, pubblicate sull’«Avanti!» o altri periodici27; gli autoritratti di Edvard Munch dipinti durante e dopo il decorso della malattia che lo colpì; i ritratti della moglie Edith e della famiglia realizzati da Egon Schiele, prima della morte della consorte. È proprio l’opera di Schiele La famiglia (1918) a campeggiare nella copertina del volume di Laura Spinney, 1918. L’influenza spagnola. La pandemia che cambiò il mondo28. Questa giornalista scientifica inglese introduce l’opera usando l’espressione inglese Elephant in the room, volta a indicare un problema molto noto e ignorato, una verità considerata ovvia che però viene passata sotto silenzio. È quindi giunto il momento anche per noi di richiamare qualche dato, tra la mole di percentuali e statistiche che in questo libro vengono passate al setaccio da Francesco Cutolo, cercando di trasmettere il senso delle dimensioni e delle conseguenze della pandemia usando un po’ di numeri, provando a capire da dove venne quell’influenza e perché è stata ricordata come “spagnola”. Prima, però va detto che ancora ne sappiamo poco e che dobbiamo fare i conti con stime e cifre molto approssimative, discusse e discutibili. Come spiega Cutolo, non sappiamo di preciso quanti morti causò, quante persone furono contagiate, quando e dove iniziò, quando e dove si concluse l’ultima delle sue parabole, che nel loro insieme forse cessarono solo tre anni dopo l’esplosione del primo focolaio, imponendo quindi il suo fardello dal 1918 al 1921. Di sicuro c’è solo che la spagnola non si originò in Spagna e che fu causata da un virus che all’epoca era sconosciuto, e che così sarebbe rimasto per molto tempo. L’influenza fu indicata con nomi diversi nei vari paesi e nei vari tempi del suo sviluppo. Nomi, talvolta esotici, che evocano espressioni e testimonianze di culture di guerra e di tese relazioni coloniali, o anche l’andamento altalenante e ingannevole del morbo: la «malattia di moda», la «forestiera», la «maledetta», la «capricciosa» che «corre a tutta

23 P. Chiara, I racconti, a cura di M. Novelli, Milano, Mondadori, 2007, p. 639. 24 Milano, Rizzoli, 1941. 25 Cit. in G. Cerasoli, L’epidemia di spagnola in Romagna cit. 26 U.S.A. La trilogia, a cura di C. Scarpino – S. Sullam, Milano, Mondadori, 2019, pp. 279597. Su altri autori cfr. C. Hovanec, Of Bodies, Families and Communities. Refiguring the 1918 Influenza Pandemic, «Literature and Medicine», 29, 1, 2011, pp. 161-181. 27 Cfr. «Avanti!», 13 ottobre 1918. 28 Venezia, Marsilio, 2018 [ed. or. 2017].

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L’influenza spagnola del 1918-1919

fretta», la «riequilibratrice» che colpiva di più le donne, dopo la guerra dei maschi. Visto il fallimento della guerra lampo del 1914, nella Germania del 1918 fu chiamata «Catarro lampo», e in seguito «pseudoinfluenza»; in Francia venne indicata inizialmente come «febbre di Parma»; «febbre delle Fiandre» in Inghilterra; «malattia bolscevica» in Polonia; «febbre di Bombay» a Ceylon; «di Singapore» a Penang; a Cuba e nelle Filippine era il «trancazo», ovvero un «colpo inferto con un pesante bastone»; in Ungheria la «sferza nera»; nella Svizzera francofona era la «civettuola», la coquette nel suo doppio senso, che elargiva doni a caso; in Siam «la grande febbre fredda»; in Senegal l’«influenza brasiliana»; in Brasile la «tedesca»; in Rhodesia «influenza dell’uomo bianco»; in Persia la «britannica»; in Danimarca era la «febbre «dal Sud»; per i giapponesi era l’«influenza da sumo», perché il primo focolaio si sviluppò durante un torneo sportivo. Un giornale di Freetown (Sierra Leone) la indicò come malattia manhu, termine che in ebraico significa «che cos’è?». Invece in Spagna fu denominata «soldato di Napoli». In quel periodo a Madrid lo spettacolo più famoso era La canciòn del olvido (La canzone dell’oblio) che conteneva una canzone di successo: Il soldato napoletano, per l’appunto. Ma le condizioni generali imposte dalla guerra mondiale avrebbero fatto associare in modo indissolubile e per sempre il nome della Spagna, e non quello di Napoli, alla pandemia. Infatti, in tutti i paesi coinvolti nel conflitto la censura e la mobilitazione totale imponevano un ferreo silenzio stampa sulle notizie che si riteneva potessero incrinare il morale al fronte o sul fronte interno. Rimasta neutrale, la Spagna conosceva un livello di censura relativamente assai inferiore che permise ai quotidiani di fornire ampie cronache del flagello, poi riprese e riportate sulle pagine dei giornali nell’Europa in guerra. Nel corso della primavera 1918, iniziò a diffondersi la notizia che in tre giorni due terzi dei madrileni si erano ammalati, come pure il re Alfonso XIII, mentre rimanevano oscurate le informazioni su ciò che avveniva negli altri e nel proprio paese. Tra Londra e Parigi si parlò di Spanish Lady e Spanish Tart, evocando prostitute spagnole e malattie veneree. La guerra non era ancora finita che quella influenza era ormai divenuta la febbre spagnola. Concluso il grande conflitto e passata l’ultima grande ondata influenzale, a Versailles la storia della guerra la vollero scrivere i vincitori. Il racconto sulle cause del conflitto, e i nuovi confini imposti dalle potenze dell’Intesa, furono subito messi in discussione; ma in tutto il mondo quella pandemia rimase nota come influenza spagnola. La peste nera del XIV secolo impiegò sette anni per concludere la sua parabola tra Asia, Europa e Africa. Nell’arco di appena un anno, tra 1918 e 1919 la spagnola attraversò gran parte del globo, per poi tornare e ricomparire in taluni luoghi fino al 1921. Mentre scrivo (primavera 2020), 16


Saggio introduttivo

il Covid-19 si sta diffondendo con molta più rapidità. Forse sono segni del progresso, o di quella globalizzazione reale che ha marcato il passaggio dal XX al XXI secolo. Ma senza ampliare troppo il discorso, è meglio centrare l’attenzione sulla pandemia del Novecento, perché in realtà non sappiamo di preciso né dove né quando si originò la spagnola. Se ne iniziò a parlare nella primavera 1918 e fin da subito si aprì un dibattito sul luogo di origine, poi proseguito per cent’anni e ancora lontano dall’essere concluso. Come spiega Cutolo, oggi dominano tre ipotesi. La più diffusa, e data come certa fino a pochi anni fa, indica nel Middle West degli Stati uniti il luogo di origine del virus, e più precisamente nei dintorni dei sovraffollati campi di addestramento dell’esercito statunitense. Nel gennaio 1918 si generò un primo focolaio a Haskell, nei pressi di Camp Funston, poi le truppe a stelle e strisce avrebbero portato il virus sull’altra sponda dell’Atlantico e a giro per il mondo. Una seconda teoria – oggi meno affidabile: inizialmente diffusa soprattutto in Germania durante la guerra e in tempi recenti ripresa da studiosi americani – cerca l’origine dell’influenza a Oriente, pensando a una sorta di modello che vorrebbe far andare da Est a Ovest il percorso tipico delle pestilenze, intese come flagelli, sciagure o calamità. Il virus sarebbe quindi dapprima comparso in Cina, dove nel 1917 altre epidemie simili alla spagnola avevano già avuto luogo nel nord del paese; dopo una mutazione, il virus sarebbe poi stato diffuso in Europa e America dai lavoratori cinesi impegnati nelle retrovie del fronte occidentale, dopo l’ingresso in guerra della Cina al termine di una lunga fase di neutralità, e dove all’inizio del 1918 c’erano 100mila o forse più cinesi mobilitati in Francia, gli stessi che per giungere a destinazione avevano attraversato l’America del nord. In tempi più recenti si è affermata una terza ipotesi che individua la Francia come luogo di origine. Nella zona del Passo di Calais, a Étaples stazionavano decine di migliaia di soldati sbarcati sul continente in attesa di essere destinati alle varie zone di guerra, in particolare a metà 1916, prima dell’attacco sulla Somme del 1° luglio, quando non erano ancora arrivati i cinesi. Le condizioni geografiche, climatiche e ambientali (paludi, umido, promiscuità anche con animali di vario tipo, concentrazione di ospedali, freddo, ecc.) e la comprovata azione mutagena delle armi chimiche usate al fronte avrebbero favorito la mutazione e la commistione degli agenti virali dell’influenza aviaria, suina e umana. Dal focolaio di Étaples la malattia si sarebbe diffusa in altri campi e già nel marzo 1917 un’infezione analoga si verificò nell’Hampshire tra i soldati di ritorno dal continente. In attesa di risposte più solide e convincenti sulle origini della malattia, possiamo affermare con certezza l’esistenza di una correlazione tra la pandemia e il contesto storico: i decenni di imperialismo, gli anni di costruzione delle reti di dominio e scambio coloniale, e soprattutto la guerra mondiale che fin dal 1914 trascinò sui vari fronti uomini provenienti da 17


L’influenza spagnola del 1918-1919

Europa, Africa, Asia, Oceania e successivamente anche dall’America, per un totale di 70 milioni di soldati. Riguardo alle periodizzazioni della pandemia, solitamente si colloca l’esplosione della spagnola nel marzo 1918, più o meno quando si firmava la pace di Brest-Litovsk; durante la primavera ci fu la prima ondata. Una seconda ondata, più violenta ed estesa, si verificò tra l’estate e l’autunno 1918; fu questa che colpì con particolare forza le persone tra 20 e 40 anni, con un picco per i ventottenni. Infine, nel gennaio 1919 partì una terza ondata che marciò assieme alla smobilitazione degli eserciti e proseguì fino all’inizio del 1920; ma sembra che ancora nel 1921 si siano verificati nuovi focolai in alcune isole del Pacifico. Pensando al tempo presente, è il caso di ricordare il monito di Oliver Sacks, il neurologo noto per i suoi racconti di casi clinici, da L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello a Risvegli, che in un articolo pubblicato sul «New York Times» il 16 novembre 2005 gettava l’allarme su malattie che potrebbero fare seguito a pandemie contemporanee, perché a quella della spagnola fece seguito l’epidemia causata dalla “malattia del sonno”, l’encefalite letargica, che negli anni Venti si diffuse in gran parte del mondo, proprio come aveva già fatto la spagnola, anche se non sono dimostrati legami tra i due fenomeni. Le conseguenze della pandemia furono notevoli. Alcuni autori fanno riferimento a vittime celebri, come Guillaume Apollinaire o al presidente Usa Wilson, che prese l’influenza della terza ondata e si debilitò notevolmente proprio nelle settimane decisive per la conclusione del trattato di Versailles, tanto da indurre alcuni studiosi a stabilire persino una correlazione tra gli effetti del morbo e la terribile pace che gettò premesse per nuove guerre; a morire furono anche uomini come Mark Sykes, già autore con François Georges-Picot dell’accordo segreto del 1916 sulla spartizione del Medio Oriente e protagonista nell’elaborazione della dichiarazione Balfour. Cutolo, giustamente, preferisce spostare l’attenzione sulle conseguenze economiche e sociali, ad esempio in alcune macroregioni dell’Africa dove la spagnola causò le peggiori carestie del XX secolo, come in Tanzania dove morì il 10% della popolazione. In Gambia furono abbandonate vecchie forme di coltivazione intensiva e si modificò permanentemente la tipologia di prodotti coltivati. In Nigeria la coltivazione della manioca sostituì quella della patata. In Sudafrica la spagnola accelerò il percorso verso la segregazione razziale, l’apartheid (il Native Urban Areas Act sarebbe stato promulgato nel 1923). Va però anche ricordato che in Europa, nella Russia sovietica e in Nuova Zelanda contribuì a gettare le basi per più moderni e universali sistemi sanitari statali29. 29 Cfr. G.W. Rice, Black Flu 1918: The story of New Zealand’s worst public health disaster, Canterbury, University of Canterbury, 2017.

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Saggio introduttivo

Non sappiamo quante persone furono contagiate dal virus e resta misterioso il numero dei morti. Però ci sono molte stime. Fino a qualche decennio fa si diceva che i morti per spagnola fossero stati 10 o forse persino 20 milioni. Vari studi più recenti indicano fra 24 e 50 milioni il bilancio delle vittime. Negli anni del centenario ci si orienta invece sulla cifra di 100 milioni di morti, ovvero su 21,7 decessi ogni 1.000 persone, e si ipotizza che il morbo abbia toccato tra il 30 e il 50% della popolazione presente sul pianeta, fino ad arrivare alla cifra enorme di 900 milioni di contagiati. Come era però possibile censire, registrare, archiviare dati sulla spagnola nei mesi delle ultime grandi offensive tedesche, nel corso delle settimane che precedettero la battaglia di Vittorio Veneto, nel caotico dopoguerra europeo, durante i tumulti del riso in Giappone, nei vastissimi spazi delle terribili guerre civili in Russia o delle guerre permanenti che tormentavano i territori dell’ex Impero ottomano come quelli di altrove, se persino nell’Europa del 2020 si parla di censure sui dati reali e pare impossibile comparare i dati del Covid-19 fra Italia, Francia e Germania, o anche solo tra Veneto, Toscana e Lombardia? Quali criteri erano usati da medici, ufficiali militari e amministratori civili nel mondo del 19181921? Pare che in India ci siano stati 18 milioni di morti, ma gli archivi oggi disponibili in quel vasto paese, come quelli di tanti stati africani, non sembrano permettere altra produzione che stime sempre più raffinate e comunque sempre discutibili. E poi, complicando ulteriormente il quadro, è lecito chiedersi se andrebbe conteggiate anche le vittime “collaterali” come il suicidio della giovane madre influenzata, raccontato da Francesco Cutolo, che si gettò in un fiume con la figlioletta dopo la guerra terribile, con il marito ancora al fronte e le morti per spagnola della mamma e dell’altro figlio di sei anni? Si può capire il desiderio di oblio da stendere su queste storie da parte dei sopravvissuti. E sui numeri si continua a dibattere molto, forse anche più di quanto sia necessario. Ma non vanno ritenuti frutto di esagerazioni o di giochi al rialzo fatti da studiosi in cerca di visibilità. Teniamo presente, ad esempio, che due sostenitori delle cifre maggiori, ovvero Johnson e Mueller, che danno per certi 50 milioni di morti (30 dei quali in Asia) e indirizzano il computo totale verso i 100 milioni, per l’Italia indicano la “modesta” cifra di 390.000 morti, ovvero poco più della metà di quelli conteggiati da Mortara che nel 1925 aveva valutato in 600.000 il numero delle morti causate dall’influenza, ovvero circa l’1,6% della popolazione censita. Riguardo all’Italia, ricordo che le valutazioni sul numero dei contagiati oscillano tra 5 e 25 milioni, su circa 36 milioni di abitanti30. 30 Cfr. N. Johnson – J. Mueller, Updating the Accounts: Global Mortality of the 1918-1920 “Spanish” Influenza Pandemic, «Bulletin of the History of Medicine», 76/2002, p. 113; G.

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L’influenza spagnola del 1918-1919

100.000.000 è un numero che va «oltre ogni possibile idea di sofferenza umana; anzi, non riesce nemmeno a coglierla. È impossibile immaginare tutto il dolore contenuto in quella fila di zeri»31. Sta di fatto che secondo queste stime la spagnola avrebbe addirittura causato più vittime delle due guerre mondiali messe assieme. Considerando i morti per questa pandemia di influenza A H1N1, quelli dovuti alle varie epidemie non divenute pandemie tra 1914 e 1918 (in Europa, l’ultimo passaggio della “vera” peste avvenne proprio nel 1918 a Londra, per poi riapparire un paio di anni dopo a Parigi e in seguito, con minore frequenza, in altre zone del continente), quelli causati dalle tante malattie sorte e diffuse in trincea, e senza dimenticare i 10 milioni di giovani uomini caduti al fronte, in termini assoluti la Prima guerra mondiale avrebbe coinciso con la più grande catastrofe demografica nella storia dell’umanità. Non in termini relativi, perché la peste bubbonica e polmonare del Trecento ebbe un impatto percentuale superiore, quantomeno in Asia, Europa e Mediterraneo. Si dice che i morti non sono tutti uguali. Studiando il terrorismo e la lotta armata nell’Italia degli anni ’70 si è parlato di «cifre crudeli»32; ma le centinaia di attentati che squassarono la repubblica tra 1969 e 1984 non fecero più di mille morti. I morti italiani negli anni dello squadrismo fascista, tra fine della guerra e marcia su Roma, furono certamente moltissimi di più33. Ma per entrambi i casi studiamo quelle morti nel contesto di eventi e processi che hanno segnato profondamente la storia contemporanea e che cerchiamo di ricostruire e capire con i nostri saggi e le nostre ricerche. Le cifre della spagnola sono incomparabilmente superiori mentre le pagine dedicate all’umanità colpita dalla pandemia di un secolo fa restano nettamente inferiori. La quantità è anche qualità. Quella lunga «fila di zeri» attende giustizia in sede storica. Il libro di Francesco Cutolo serve anche a questo. Firenze, 4 maggio 2020

Mortara, La salute pubblica cit., p. 121; P. Giovannini, L’influenza “Spagnola” in Italia (19181919), cit., p. 126. 31 L. Spinney, 1918, cit., p. 186. 32 D. Della Porta – M. Rossi, Cifre crudeli. Bilancio dei terrorismi italiani, Bologna, Istituto Cattaneo 1984. 33 Cfr. F. Fabbri, Le origini della guerra civile. L’Italia dalla Grane Guerra al fascismo, 19181921, Torino, Utet, 2009, pp. 615-622.

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Introduzione Una “pestilenza” novecentesca

Terribile mandò l’arco d’argento. Prima i giumenti e i presti veltri assalse, Poi le schiere a ferir prese, vibrando, Le mortifere punte; onde per tutto Degli esanimi corpi ardean le pire. (Omero, L’Iliade, Canto I, vv. 64-68)1

La pandemia d’influenza del 1918-1919,2 nota come “spagnola”, fece la sua comparsa in più aree del globo quando la Grande Guerra volgeva a termine. Il contagio fu rapidissimo e inarrestabile, veicolato dai grandi traffici di uomini e mezzi imposti dalle necessità belliche. Tutti i continenti, fino agli angoli più sperduti del pianeta – come le isolate comunità Inuit dell’Alaska –, subirono questo flagello. I sistemi d’assistenza pubblica e sanitari, organizzati nell’anteguerra in Europa e Nord America, furono messi alla prova, mostrando la loro inadeguatezza. La scienza medica, dopo i trionfi del XIX secolo, non riuscì a proporre cure efficaci. Per alcune settimane, il virus paralizzò servizi essenziali per il funzionamento della burocrazia, dell’economia e della macchina bellica. Altrove, come in Africa e in Asia, la malattia impose lo stravolgimento di ritmi economici e produttivi. Gli spaventosi effetti dell’influenza sono testimoniati dalle statistiche. I morti, secondo stime recenti tra loro discordi, furono tra i 24 e i 100 milioni, con un indice di mortalità di 13,6-55 decessi ogni 1.000 abitanti (a seconda delle zone). Si ipotizza che circa un terzo della popolazione mondiale (approssimativamente 500 milioni di persone) venne infettata in maniera sintomatica, con un tasso di letalità tra i contagiati oscillante tra il 5 e il 20%.3

1 V. Monti (traduzione a cura di), L’Iliade di Omero, Milano, Società tipografica dei classici italiani, 1825, Canto I, vv. 64-68. 2 Si è adottata questa scansione cronologica per adeguarsi alle principali correnti storiografiche, che hanno collocato le tre principali ondate nel biennio 1918-1919. Va però sottolineato che recrudescenze si verificarono fino al 1922, tanto che risulta difficile circoscrivere la durata della terza ondata. 3 Cfr. J.K. Taubenberger – D.M. Morens, 1918 Influenza: the mother of all pandemics, in «Emerging Infectious Diseases», a. 12, 1/2006, pp. 15–22, doi:10.3201/eid1201.050979. In realtà, c’è poco accordo sul tasso di letalità tra i colpiti: in genere si trova citato il dato di 2-3%, proposto anche dalla World Health Organization, che però sembra incompatibile con le stime sul numero assoluto dei decessi. Cfr. L. Spinney, 1918. L’influenza spagnola,

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L’influenza spagnola del 1918-1919

Statistiche che fanno della spagnola una delle più letali pandemie della storia.4 Nonostante la sua collocazione novecentesca, la spagnola fu per certi aspetti una malattia anacronistica: scoppiò nell’epoca della medicina batteriologica, quando la minaccia delle epidemie sembrava scemata nei Paesi più sviluppati. Rinverdì paure recondite, segnando un regresso del progresso scientifico e sanitario: la popolazione, infatti, sfiduciata verso l’operato dei medici e dello Stato, tornò a pratiche in parte abbandonate. Il virus venne anche interpretato come l’ultima piaga scatenata da Dio per punire l’umanità per i suoi peccati. Le paure trovarono linfa nella violenza con cui la spagnola colpiva e uccideva. Il male, infatti, sopraggiungeva all’improvviso, conducendo rapidamente a una morte atroce (il decesso era causato, specialmente nei più giovani, da emorragie a livello polmonare che portavano al soffocamento). Le vittime prescelte furono soprattutto ventenni e trentenni, uomini e donne giovani e in salute: le stesse fasce d’età su cui era maggiormente ricaduto il peso del conflitto. La spagnola lasciò dietro sé migliaia di orfani, che si sommarono a quelli già creati dalla guerra. L’impatto dell’influenza sulle mentalità e sui comportamenti collettivi dipese anche dal suo coincidere con la fine del conflitto, spezzando il momento tanto atteso della pace e del ritorno. Si andò così a ricomporre il trittico di guerra (il primo conflitto mondiale), fame (le crisi alimentari causate dal contesto bellico) e malattia (la spagnola), simbolo dell’avversione divina alle azioni umane. È con un’epidemia di peste, scatenata dal dio Apollo sul campo degli Achei, che l’Iliade inizia.5 La spagnola fu, per questi aspetti, una “pestilenza”, nell’accezione latina del termine pestis, ossia “sciagura, flagello, calamità”. Il lemma “peste”, infatti, non fa solo riferimento al batterio o all’agente virale che causa la malattia, ma anche al terrore suscitato da un male considerato indomabile, al punto da rendere difficile nominare la malattia col suo nome. La pandemia influenzale suscitò nei contemporanei un panico tale che, durante il picco nell’autunno 1918, le autorità e la stampa cessarono gradualmente di ricorrere al nomignolo “spagnola”, ormai associato alla sua straordinaria contagiosità e letalità, preferendo termini più generici come “morbo crudele”, “breve malattia” o “fiero morbo”.

Venezia, Marsilio, 2018, Kindle edition, pos. 4563. 4 Cfr. D. Patterson - G. Pyle, The Geography and Mortality of the 1918 Influenza Pandemic, in «Bulletin of the History of Medicine», Baltimore, Johns Hopkins University Press, 1/1991; N. Johnson - J. Mueller, Updating the Accounts: Global Mortality of the 1918-1920 “Spanish” Influenza Pandemic, in «Bulletin of the History of Medicine», 76/2002, p. 113. 5 V. Monti (traduzione a cura di), L’Iliade di Omero, Milano, Società tipografica dei classici italiani, 1825, Canto I, vv. 64-68.

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Introduzione

Dall’altra parte, l’influenza del 1918-1919 possiede dei caratteri peculiari che la rendono la prima pandemia del mondo contemporaneo: fu una malattia “totale” nell’epoca della “guerra totale”.6 La rapida globalizzazione del virus venne causata dai movimenti di persone e mezzi imposti dal conflitto. Allo stesso modo, la colonizzazione europea, i moderni sistemi di trasporto, la fitta rete di traffici commerciali e relazioni internazionali contribuirono in maniera decisiva alla circolazione della malattia. Se la “peste nera” del Trecento7 aveva impiegato circa sette anni a contagiare la sola Europa, la spagnola infettò l’intero globo nell’arco di pochi mesi. In una prospettiva di lungo periodo, la diffusione dell’influenza spagnola può essere considerata l’acme di un processo storico osservato sin dal Medioevo e, in particolare, durante l’Età moderna, quando la circolazione globale delle malattie andò di pari passo alle scoperte geografiche e allo sviluppo dei commerci.8 Tuttavia, la spagnola portò con sé un elemento di novità. Al pari di altre malattie otto-novecentesche, precedenti e successive, la pandemia del 1918-19 rese più marcato il differente progresso medico-scientifico, economico e sociale delle varie aree del globo: in Europa occidentale e Nord America, nonostante il gran numero di morti, il tasso di mortalità fu inferiore a quello di zone più povere e meno sviluppate, come ampie porzioni dell’Africa o dell’Asia.9

6 Riguardo alla definizione di “guerra totale” è possibile rifarsi al concetto di “guerra assoluta” elaborato da Karl von Clausewitz. Lo stratega prussiano – sulla base dell’esperienza napoleonica – notò la tendenza intrinseca dei conflitti a intensificare costantemente la violenza dello scontro verso un “assoluto teorico”, in cui i due contendenti impegnano ogni risorsa per sopraffare e annientare l’avversario. Tuttavia, la radicalità della contesa bellica viene limitata da fattori esterni come la cultura, l’evoluzione della società e la politica, rendendo la “guerra assoluta” una forma quasi irrealizzabile. Cfr. K. von Clausewitz, Della guerra, Milano, Mondadori, (1ª ed. 1832) 1970, pp. 778-781. Altre definizioni sono state prodotte nel corso del Novecento. Per un ulteriore inquadramento: L. Baldissara, Il diritto di fare la guerra. Guerra giusta e invenzione del nemico, in Id. (a cura di), La guerra giusta. Concetti e forme storiche di legittimazione dei conflitti, Napoli-Roma, L’Ancora del Mediterraneo, 2009; C. Bonvecchio, L’apocalisse della modernità. 1914-1918: i quattro anni che sconvolsero il mondo, in G. Vale (a cura di), Il senso di una guerra: ragione, nazione, passione, irrazionalità alle origini della Grande Guerra, «InterPolis. Collana di studi politici internazionali», Roma, Edizioni Nuova Cultura, Anno VII, 17/2016. 7 Cfr. O.J. Benedictow, The Black Death, 1346-1353: The Complete History, Woodbridge, The Boydell Press, 2004, pp. 380-394. 8 Cfr. J. Webb, Globalization of disease, 1300 to 1900, in J. H. Bentley - S. Subrahmanyam M. E. Wiesner-Hanks (a cura di), The Cambridge World History. Vol. VI: The Construction of a Global World, 1400-1800 CE, Part I: Foundations, Cambridge, Cambridge University Press, 2015, pp. 54-75. 9 Cfr. M. Harrison, Disease and world history from 1750, in J. R. McNeill - K. Pomeranz (a cura di), The Cambridge World History. Vol. VII: Production, Destruction and Connection, 1750-Present. Part I: Structures, Spaces and Boundary Making, Cambridge, Cambridge

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L’influenza spagnola del 1918-1919

Eppure, passata l’emergenza, nonostante il numero di morti e le sue conseguenze, la spagnola lasciò flebili tracce nella memoria pubblica e nelle produzioni culturali. Anche in vari testi e manuali storici, la pandemia del 1918-1919 è spesso omessa o trattata come un fatto marginale e collaterale al conflitto, se non un mero aneddoto.10 La spagnola non ebbe “cantori” e cronisti che ne tesserono il mito letterario, a differenza di altre epidemie del passato. La “peste nera” è rimasta avvertita e conosciuta nell’opinione pubblica degli anni 2000, a causa delle sue imparagonabili conseguenze sociali e politiche ma anche grazie alla sua influenza sulla letteratura – in particolare, il Decameron di Giovanni Boccaccio – e sull’arte, a conferma del suo impatto sulla mentalità e sulla cultura europea. Tuttavia, anche altre epidemie sono state tramandate da autorevoli fonti letterarie e artistiche, come la peste di Atene del 430 a.C.,11 raccontata da Tucidide ne La Guerra del Peleponneso e da Tito Lucrezio Caro nel De rerum natura, o quella che colpì il Nord Italia nel 1630, sullo sfondo de I promessi sposi di Alessandro Manzoni. Per questo, ancora oggi il lemma “peste” – con particolare riferimento alla pandemia trecentesca – mobilita l’immaginario collettivo, rievocando paure recondite per un male indomabile, come conferma il suo costante richiamo in occasione di fenomeni epidemici contemporanei. Della spagnola, di contro, si trovano soltanto esili testimonianze. I testi della letteratura di guerra citano a malapena l’evento. Il discorso vale anche per la narrativa estera e italiana, come ha ricordato Bianchi nel suo saggio introduttivo. In campo artistico vi sono pochi esempi, come il dipinto di Edvard Munch Autoritratto dopo la febbre spagnola (1918-1920) o i ritratti di Egon Schiele alla moglie Edith, mentre l’influenza la stava gradualmente uccidendo (ottobre 1918). In Italia, il disegnatore anticlericale Frate Menotti (Menotti Bianchi) – collaboratore di alcune testate giornalistiche pugliesi – realizzò la caricatura Arrivo della signora febbre spagnuola, all’interno di una raccolta di illustrazioni satiriche però inedite. University Press, 2015, pp. 237-257. 10 Cfr. R. Bianchi, La “spagnola”. Appunti sulla pandemia del Novecento, 31 marzo 2020, sul blog dell’associazione “Amici di Passato e presente”, alla pagina web: https://amicidipassatoepresente.wordpress.com/2020/03/31/la-spagnola-appunti-sulla-pandemia-delnovecento-roberto-bianchi/ [Url consultato il 10 aprile 2020]. 11 In realtà non si trattò di un’epidemia di peste, dato che i sintomi descritti dallo storico Tucidide non coincidono con quelli della malattia. Alcuni storici della medicina hanno ipotizzato che Atene fu colpita da un’infezione di febbre emorragica virale (Cfr. B. Dixon, Ebola in Greece?, in «British Medical Journal», 313/1996, pp. 313–430). Il recente studio di alcuni reperti ossei rinvenuti nella necropoli del Ceramico ha portato a ipotizzare che la città greca venne contagiata da febbri tifoidee (Cfr. M. Papagrigorakis et alii, DNA examination of ancient dental pulp incriminates typhoid fever as a probable cause of the Plague of Athens, in «International Journal of Infectious Diseases», v. 10, 3/2006, pp. 206–214).

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Introduzione

Nell’immagine, riportata nella copertina di questo volume, l’influenza è impersonificata da una donna vestita a lutto, che regge una bara e un cesto di scheletri. Sullo sfondo si staglia un ambiente cimiteriale, con una cappella, i cipressi e varie cataste di legno pronte ad essere utilizzate per fabbricare casse da morto.12 Nella pubblicistica, nelle opere storiche successive alla Grande Guerra e nella memoria pubblica, l’influenza passò quasi sempre sottotraccia.13 Laura Spinney, ricorrendo a un modo di dire britannico, ha correttamente ribattezzato la pandemia influenzale «l’elefante nella stanza»,14 ovvero un fatto non ignorabile, ma del quale nessuno vuole discutere. È difficile motivare perché un disastro di tale portata, che secondo alcune statistiche uccise più persone e in un minor lasso di tempo della guerra stessa, venne messo nel dimenticatoio dagli anni ‘20 e per alcuni decenni. Presumibilmente, il suo oblio – o, meglio, confinamento alla sfera privata – nel mondo occidentale deve essere imputato a un fascio di fattori, strettamente dipendente dal contesto bellico. Secondo alcuni studiosi, si trattò di un’inconsapevole rimozione del dramma e del dolore: ampi strati della popolazione avvertirono la necessità di non aggiungere altre sofferenze a quelle imposte dalla guerra, nella speranza di un ritorno alla normalità.15 Come ha sostenuto il filosofo Maurice Blanchot: «Il disastro è dalla parte dell’oblio».16 Va poi considerato che in Europa, la tragedia sanitaria venne offuscata dai disastri e dai lutti provocati dalla guerra mondiale e dai conflitti collaterali. Per di più, non si può escludere che cinque anni di massacri e distruzioni “prepararono” le popolazioni europee all’accettazione di quelle morti per malattia. Secondo Eugenia Tognotti, la costruzione del culto dei caduti portò all’«oscuramento del lutto privato rispetto a quello collettivo per le morti “eroiche e sante” in nome della patria, alle quali era riservato il ricordo e il pianto».17 In Italia, analogamente al resto dell’Europa, non vennero eretti memoriali in ricordo dei deceduti per la spagnola. La massima espressione del dolore per la perdita furono le strazianti iscrizioni sulle lapidi 12 Cfr. Frate Menotti (Menotti Bianchi), Arrivo della signora febbre spagnuola, illustrazione, settembre 1918. in Id., Bari durante la guerra. Qualche ricordo di Frate Menotti, 1917-1918, in Biblioteca Nazionale di Bari, Fondo Menotti Bianchi, Album 13. 13 Cfr. J. Fisher, Envisioning Disease, Gender, and War: Women’s Narratives of the 1918 Influenza Pandemic, New York, Palgrave MacMillan, 2016, pp. 4-8. 14 L. Spinney, 1918. L’influenza spagnola, Venezia, Marsilio, 2018, Kindle edition, pos. 66. 15 Cfr. I. Gorini – B. Pezzoni, Spanish flu ended a century ago: references in historiography and art, in «Medicina Historica», v. 2, 2/2019, pp. 78-82. 16 M. Blanchot, La scrittura del disastro, a cura di F. Sossi, Milano, SE Studio, 1990, p. 13. 17 E. Tognotti, La spagnola in Italia, cit., p. 28.

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L’influenza spagnola del 1918-1919

cimiteriali (poche, però, sono sopravvissute, per lo più nei cimiteri rurali e di paese), dove si ricordava che la persona era deceduta “colta da crudele morbo”, “colpita da fiero morbo” o “dopo breve e improvvisa malattia”, evidenziandone poi la giovane età. Così, la celebrazione dei soldati uccisi dalla spagnola – in Italia circa 70.000, secondo recenti stime – non ebbe specifici memoriali: al termine di un sondaggio condotto tra i repertori di monumenti ai caduti, si è individuata una sola lapide, a Borgo San Lorenzo, in ricordo dei combattenti del locale distaccamento morti «per fiero morbo […] nell’anno della vittoria».18 Nei grandi monumenti, del resto, era la prassi omettere la ragione del decesso, mentre nei piccoli memoriali di paese d’ambito cattolico o privati era più frequente indicare la dinamica di morte: se però la causa era la spagnola, la si celava dietro a quelle formule prima citate – salvo poche eccezioni.19 Il nomignolo (ma, anche, il nome “influenza”) aveva ormai acquisito, per i contemporanei, una connotazione sinistra. Sul processo di rimozione pubblica influirono anche le strategie di gestione dell’emergenza sanitaria e di comunicazione adottate dai governi. Durante l’esplodere del contagio pandemico, in primavera e soprattutto in autunno, la censura degli Stati belligeranti cercò di controllare e manipolare le notizie sulla pandemia, con l’obbiettivo di tutelare lo spirito pubblico. I giornali, sia per una forma di autocensura sia per contribuire alla resistenza interna, pubblicarono per lo più informazioni rassicuranti. Vennero persino imposte limitazioni ai riti funebri per motivi igienici e d’ordine interno. Il lutto, spogliato della sua componente pubblica, fu confinato alla sfera privata. La memoria della pandemia divenne un fatto intimo, talora tramandata in famiglia. Questa strategia, oltre a porre un velo di silenzio sulla tragedia vissuta, ebbe ulteriori effetti sulla popolazione. Da un lato, aumentò il panico. Dall’altro, causò confusione, favorendo la diffusione di false notizie: il soprannome assegnato alla pandemia, “spagnola”, rifletté questo spaesamento. Allo stesso modo, si propagarono dicerie e teorie complottistiche sull’operato delle autorità statali e dei medici. Si ricorse a ritrovati sperimentali, privi di riscontri scientifici e talora dannosi per l’organismo, oppure a trattamenti ormai desueti, come i salassi. La diffusione di false notizie fu un fenomeno ricorrente nel contesto bellico e in situazioni di forte turbamento emotivo – come osservò

18 Scheda 208. Lapide, Borgo S. Lorenzo, via Pietro Caiani, Cimitero comunale, circolo femminile ‘‘Fortes in Fide”, 1921, in L. Brunori (a cura di), Monumenti ai caduti. Firenze e provincia, Firenze, Polistampa, 2012. 19 Si può citare la lapide commemorativa affissa nel palazzo comunale di Castelvetro di Modena, dove tra le cause di morte di quattro soldati (deceduti nell’ottobre 1918) venne specificata l’influenza. Cfr. Lapide ai caduti, Castelvetro (MO), palazzo comunale, 1921, in http://www.pietredellamemoria.it/.

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Introduzione

Marc Bloch, le dicerie impattanti sulla mentalità collettiva si propagavano con estrema facilità durante la guerra.20 Le epidemie sembrano occasioni particolarmente propizie alla circolazione di false notizie: lo confermano anche esperienze successive al 2000.21 Infine, Tognotti ha imputato questa cappa di silenzio allo «scarsissimo o nullo interesse per gli eventi naturali da parte della storiografia, tradizionalmente chiusa in una visione antropocentrica e idealista», cui si sommò «il velo dell’oblio steso dal mondo medico-scientifico su quell’epidemia cui era legato il primo e più bruciante smacco dal momento in cui […] era cominciato il cammino trionfale della microbiologia».22 È merito però del mondo medico-scientifico l’aver coltivato dal primo dopoguerra l’interesse per la spagnola, sia per le difficoltà a isolare il virus – identificato, nel 1997, nel virus influenzale di tipo A sottotipo H1N1 – sia per il timore di un’emergenza sanitaria della stessa portata.23 È quantomai giustificata l’attenzione posta su insorgenze a carattere diffusivo del XXI secolo, come la SARS, l’influenza del 2009, e la pandemia di Covid-19 (2019-in corso): quest’ultima, in particolare, sembra il concretizzarsi dei timori degli ambienti medici. Gli storici hanno continuato a considerare limitatamente l’argomento per lungo tempo. Uno dei primi saggi a occuparsi della pandemia fu la monografia di Giorgio Mortara, La salute pubblica in Italia durante e dopo la guerra. Il testo presenta un quadro completo delle evoluzioni demografiche in Italia durante e dopo il primo conflitto mondiale, dedicando lunghi approfondimenti all’influenza, con statistiche nazionali e locali. L’opera 20 Cfr. M. Bloch, La guerra e le false notizie. Ricordi (1914-1915) e riflessioni (1921), Roma, Donzelli, (1ª ed. 1921) 2004. 21 Nel caso della pandemia di Covid-19 (2019-2020), gli esempi non mancano. Varie testate giornalistiche mondiali hanno dato credito all’ipotesi che il virus sia stato realizzato in un laboratorio cinese a scopi bellici. Sul web, è circolata la notizia che fare gargarismi con la candeggina previene da infezioni del cavo orale. Il Ministero della Salute ha dovuto pubblicare un elenco di false notizie sulla pandemia, smentendole una ad una, in particolare quelle più pericolose per la salute. Cfr. S. Cosimi, Coronavirus, da Bill Gates alla candeggina: le bufale e le contromisure dei social, in repubblica,it, 2 febbraio 2020 [Url consultato il 5 febbraio 2020]; Ministero della Salute, Covid-19 - Attenti alle bufale, 2 aprile 2020, alla pagina web: http://www.salute.gov.it/portale/nuovocoronavirus/dettaglioContenutiNuovoCoronavirus.jsp?lingua=italiano&id=5387&area=nuovoCoronavirus&menu=vuo to [Url consultato il 9 aprile 2020]. 22 E. Tognotti, La spagnola in Italia, cit., p. 28. 23 Recenti studi hanno ipotizzato che una pandemia simile alla spagnola potrebbe uccidere tra i 21 e i 33 milioni di persone, con un indice di mortalità dello 0,8-0,9‰. N. Madhav – M. Markey, Modeling a Modern-Day Spanish Flu Pandemic in AIR’s Research and Modeling Group, 21 febbraio 2013, alla pagina web http://www.air-worldwide.com/Publications/ AIR-Currents/2013/Modeling-a-Modern-Day-Spanish-Flu-Pandemic/ [URL consultato giovedì 15 settembre 2018].

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di Mortara rimane tra le più pregevoli per la completezza dell’analisi statistica e le interessanti riflessioni sull’impatto demografico, nonostante risalga al 1925. Nel 1927, lo statunitense Jordan E. Oakes pubblicò il saggio Epidemic Influenza. A Survey, una storia generale della malattia corredata da una serie di statistiche per l’intero globo. Tuttavia, mancò almeno inizialmente uno studio sugli aspetti sociali, culturali e politici. Soltanto nel 1969 venne pubblicato Invasion by Virus di Charles Graves,24 nei fatti la prima storia globale della pandemia 1918-19. Il saggio, però, tratta l’evento con toni sensazionalistici per evidenti fini commerciali. Dagli anni ‘70, la malattia venne riscoperta in ambito storiografico e pubblico. Spartiacque si rivelò la monografia di Alfred Crosby, Epidemic and Peace (pubblicata nel 1976 e riedita nel 1989 col titolo di America’s Forgotten Pandemic), focalizzata sugli effetti della pandemia negli Stati Uniti. Di lì a poco vennero pubblicati vari testi divulgativi, alcuni piuttosto accurati dal punto di vista scientifico: tra questi, i saggi di Gina Kolata, Flu (tradotto in italiano per Mondadori, Epidemia. Storia della grande influenza del 1918 e della ricerca di un virus mortale), e di Pete Davies, Catching Cold. Negli Stati Uniti vennero realizzati documentari e reportage giornalistici sulla pandemia.25 L’interesse non è rimasto confinato all’ambito statunitense. La cupa fama della malattia – elevata a ultima grande piaga del mondo moderno – sembra essersi sedimentata in una qualche misura nel senso comune, benché talora narrata in maniera aneddotica: le minacce epidemiche del XXI secolo sono state sovente descritte usando come metro di paragone la spagnola, per richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica.26

24 Cfr. C. Graves, Invasion by Virus: can it happen again?, Londra, Icon Books, 1969. 25 Influenza 1918, Public Broadcasting Service, 2005, [documentario]. Cfr. J. Fisher, Envisioning Disease, Gender, and War, cit., p. 3. 26 Così, in un’intervista, si è espresso Giovanni De Perri, professore di Malattie infettive: «Il nuovo coronavirus uccide il 3-4% dei malati, mentre la Sars arrivava quasi al 10%. Se però i contagi marciano a questo ritmo, potremmo avere talmente tante persone colpite da superare il bilancio delle vittime della SARS, che furono quasi 800 per 8 mila contagi. Anche la Spagnola aveva un tasso di letalità moderato, intorno al 5%. Ma contagiò un numero enorme di individui e alla fine ne uccise 20 milioni, ma il dato è controverso perché c’è chi ne stima molti di più» (E. Dusi, Coronavirus dalla Cina, l’epidemiologo: “Uccide solo 3 malati su 100 ma ora la crescita sarà esponenziale”. L’intervista a Giovanni Di Perri, in rep.repubblica.it, 28 gennaio 2020 [Url consultato il 2 febbraio 2020]). Anche l’infettivologo Roberto Burioni ha utilizzato come termine di paragone l’influenza spagnola per sottolineare la pericolosità del Coronavirus. Cfr. Uno, nessuno, 100Milan, con A. Milan - L. Manera, Radio24, 29 gennaio 2020 [trasmissione radiofonica]. Con l’aggravio della pandemia di Covid-19, varie testate giornalistiche hanno concesso sempre maggiori attenzioni all’influenza spagnola.

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Introduzione

In ambito accademico, dopo lo studio di Crosby, si sono susseguiti saggi concentrati su specifici casi locali e nazionali, che hanno permesso di ricostruire un quadro, seppur parziale, della pandemia. Capifila di questi studi sono stati gli storici Howard Phillips, David Killingray e Niall Johnson. I primi due, nel 2008, hanno curato un pregevole saggio (The Spanish Influenza Pandemic of 1918-19: New Perspectives) che raccoglie contributi di storici, sociologi, virologi e medici, al fine di ricomporre – attraverso lo studio di casi locali e nazionali – un quadro generale della spagnola secondo le più recenti tesi comparando varie esperienze regionali. Da allora, sono stati pubblicati saggi su varie zone del globo, mentre altre – in particolare quelle ai margini – restano prive di indagini accurate. Per quanto riguarda il rapporto tra la spagnola e la politica, John Barry (The Great Influenza: The Epic Story of the Deadliest Plague in History) ha avanzato l’ipotesi che, in un Paese sviluppato come gli USA, buona parte dei decessi per influenza dipese dalla noncuranza delle autorità e dalla mancata applicazione delle più elementari misure di profilassi. Alcuni ricercatori – come Ryan A. Davis nel saggio The Spanish flu: Narrative and Cultural Identity in Spain 1918 – hanno iniziato a indagare le percezioni popolari e l’impatto culturale della pandemia. Più recentemente, la giornalista scientifica Laura Spinney ha restituito un panorama delle conseguenze della pandemia, attraverso un saggio (1918. L’influenza spagnola: L’epidemia che cambiò il mondo) che offre un buon esempio di quanto possa essere fecondo il connubio fra ricerca e divulgazione. In parallelo, sono cresciute le analisi demografiche sulla malattia, ricostruendo gli effetti a lungo termine sulla natalità e sull’andamento della popolazione. Le statistiche globali dei morti sono state affinate grazie prima al lavoro di David K. Patterson e Gerald F. Pyle, The Geography and Mortality of the 1918 Influenza Pandemic, e poi al recente ricalcolo di Niall Johnson e Juergen Mueller (Updating the Accounts: Global Mortality of the 1918–1920 “Spanish” Influenza Pandemic). Lo studio sull’origine e sulle cause della malattia ha avuto nuovi stimoli per merito delle indagini del virologo John Oxford, che ha ipotizzato una più stretta correlazione tra la guerra e la pandemia. Senza alcuna pretesa di esaustività, sono stati citati alcuni dei più importanti saggi sull’argomento. La ricerca storica sulla pandemia sembra in salute e in crescita a livello internazionale. La spagnola ha guadagnato una certa centralità negli studi di settore, prestando maggiori attenzioni alle interconnessioni con l’evento bellico. Inoltre, le ricerche interdisciplinari hanno indubbiamente contribuito allo sviluppo di studi d’ampio respiro. L’Italia sta colmando i ritardi accumulati. Negli ultimi venti anni sono state realizzate valide ricerche, ma si continuano anche a stampare testi dal taglio aneddotico. La monografia più recente sul caso italiano e punto di riferimento per questi studi è quella di Tognotti, La spagnola in Italia. Storia dell’influenza che fece temere la fine del mondo. Il testo cerca di risponde29


L’influenza spagnola del 1918-1919

re a vari interrogativi, mettendo soprattutto in luce l’azione delle autorità, l’impatto della malattia sugli ambienti medici italiani e le cure proposte all’epoca. Ma offre anche interessanti spunti di storia sociale e culturale, attraverso un sondaggio su un gruppo di corrispondenze censurate. Sulla scorta del rinnovato interesse e in prossimità del Centenario della Grande Guerra, sono stati pubblicati alcuni significativi contributi soprattutto d’ambito locale, come il pregevole saggio comparativo di Felicita Ratti «Qui sono diventati ‘spagnoli’ in molti». Storia sociale comparata della pandemia influenzale 1918-1919 nella provincia di Modena e nel Land Salisburgo, il volume di Raffaele Ghirardi, La febbre cattiva. Storia di una epidemia e del suo passaggio per Mantova e quello di Donato Maraffino, Quel terribile autunno del 1918: progresso civile-sanitario di spagnola nel Lazio meridionale. Nel 2018, Alessio Fornasin, Matteo Breschi e Matteo Manfredini (Spanish flu in Italy: new data, new questions) hanno elaborato un riconteggio dei decessi per influenza in Italia nel biennio 1918-1920, con un focus specifico sul Regio esercito, argomento riguardo al quale manca uno studio analogo a quello di Carol Byerly sull’US Army (Fever of war). Sono però poche le ricerche sull’impatto sociale e culturale della malattia: tra questi, merita di essere segnalato il testo di Paolo Giovannini, L’influenza spagnola: controllo istituzionale e reazioni popolari (1918-1919). Date queste premesse storiografiche, la presente ricerca – tratta dalla tesi di laurea magistrale discussa dall’autore all’Università di Firenze27 – ha il proposito di inserirsi in questo percorso cercando di chiarire, approfondire e rivedere alcune precedenti conclusioni, con l’auspicio di contribuire al dibattito sul piano dei contenuti e del metodo, anche alla luce dei nuovi approcci e temi toccati dalla storiografia italiana e internazionale negli ultimi anni, a seguito della vivace stagione del Centenario. La ricerca si propone soprattutto di indagare il fenomeno su più piani: il globale, il nazionale e il locale. Il primo approccio mette in evidenza la crescente complessità del sistema mondo, evidenziando l’incidenza delle sperequazioni socioeconomiche e culturali tra i paesi avanzati e le aree sottosviluppate, disparità progressivamente acuitesi nel corso del XIX e, soprattutto, del XX secolo. Il focus sull’Asia e sull’Africa fornisce spunti di riflessione sull’amministrazione degli imperi coloniali: varie autorità europee – anche per cause contingenti – non imposero nelle colonie quelle misure sanitarie ed assistenziali invece applicate in madrepatria. Inoltre, l’osservazione di più contesti permette di apprezzare il ruolo del conflitto e dei processi di colonizzazione nel favorire la propagazione del virus in ogni angolo del mondo e in un arco temporale piuttosto limitato. Sembra 27 F. Cutolo, L’influenza spagnola del 1918-1919: la dimensione globale, il quadro nazionale e un caso locale, relatore R. Bianchi, Università degli studi di Firenze, Tesi di laurea in Scienze Storiche LM84, 2015/2016.

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Introduzione

poi corretto affermare che la comprensione del caso italiano e delle sue peculiarità presuppone il suo pieno inserimento nel quadro internazionale: la nazione era infatti collocata in un sistema europeo-coloniale sempre più interconnesso, anche a causa della guerra. Per quanto riguarda l’Italia, il presente volume cerca di contribuire alla conoscenza di alcune questioni riguardo alle quali le precedenti ricerche hanno prodotto importanti acquisizioni e avanzato interessanti spunti, ma che meritano di essere ampliati. Sulla scorta di questi studi, è maturata la convinzione che la portata della pandemia può essere compresa soltanto restituendo la complessità delle conseguenze, delle correlazioni con il conflitto e dei suoi tragici strascichi demografici, sociali e culturali. Dai contraccolpi sul funzionamento della macchina statale, con le sue ripercussioni sulle attività produttive e sui servizi essenziali (come quelli assistenziali e annonari), allo stravolgimento della quotidianità del fronte interno a causa del diffondersi del contagio; dai contrasti tra le autorità militari e civili sulla gestione dell’emergenza, con la priorità alla tutela dell’esercito sull’assistenza dei civili, all’impatto sulle operazioni belliche, sui prigionieri e sui territori veneto-friulani occupati dagli austrotedeschi; dalle strategie comunicative di autorità e stampa interventista, che cercarono di rassicurare la popolazione minimizzando e censurando la gravità della situazione, ai comportamenti e alle reazioni della popolazione, che manifestò una crescente sfiducia per l’operato delle autorità. Sono presentati i risultati di una serie di sondaggi su tali questioni, senza la pretesa di esaurirle, ricorrendo a molteplici metodologie e approcci di lavoro. Il ristringimento dell’analisi al caso locale vuole verificare una serie di paradigmi interpretativi osservati nello studio della dimensione nazionale. In particolare, vuole esaminare se la malattia ebbe un diverso impatto in un centro di medie dimensioni della provincia e nelle aree rurali piuttosto che in quelle urbane. Pur non essendo un unicum, il contesto pistoiese – selezionato anche per motivi pratici e d’opportunità – è funzionale a questo affondo locale. Benché inserita nella provincia fiorentina, Pistoia godeva di una certa autonomia amministrativa – in quanto circondario – ed era un centro di non trascurabili dimensioni nella Toscana, seppur periferico. Il territorio circondariale aveva un profilo geografico, una distribuzione abitativa e un tessuto economico-produttivo eterogenei – con una predominanza delle attività agricole, pur essendo presenti grandi fabbriche. L’area aveva poi particolarmente risentito dei costi umani e materiali imposti dal conflitto, al pari di altri centri della provincia d’Italia, come attestano le tensioni sociali scoppiate a più riprese nel corso della guerra. In ultimo, la ricerca sul microcosmo pistoiese – al pari di altre zone toscane – è favorita dall’esistenza di valevoli studi, il che consente di avere informazioni sull’area nella fase bellica alquanto approfondite per31


L’influenza spagnola del 1918-1919

mettendo una più agevole contestualizzazione del fenomeno. In sintesi, il volume vuole contribuire alla riflessione con una serie di approfondimenti e di riflessioni sulla storia locale e su quella nazionale, integrate con la dimensione globale. Per dare ordine alla vicenda, il volume è diviso in due parti, rispettivamente dedicate alla dimensione globale e alle vicende italiane. Nel primo capitolo, Le tre ondate in Europa e Nord America, sono anzitutto presentate le teorie sull’origine del virus, per poi prendere in esame la diffusione delle ondate pandemiche nei due continenti. Oltre a osservare le direttrici di espansione, per apprezzare il ruolo del conflitto nel facilitare la circolazione della malattia, l’analisi si focalizza sulle conseguenze demografiche e sociali della spagnola, con un approfondimento di aspetti culturali, come la genesi del nome e le reazioni delle opinioni pubbliche. Nel secondo capitolo, La dimensione globale, sono passati in rassegna gli altri continenti, con particolari attenzioni all’Africa e all’Asia, dove la spagnola ebbe una mortalità e una morbilità ben più alte rispetto all’Europa e al Nord America, con ricadute economiche, sociopolitiche e culturali più profonde. Passare in rassegna queste aree, per quanto in maniera sintetica, permette di avviare una riflessione sulle cause del diverso impatto della pandemia nelle varie parti del globo. Il terzo, Il fronte occidentale, offre una sintesi delle ripercussioni della prima e della seconda ondata sulle truppe Alleate e tedesche, chiarendo la diversa incidenza nei due schieramenti. Viene fornito un quadro delle perdite e dei contagiati, ripercorrendo il dibattito storiografico sulle correlazioni tra la malattia e l’esito del conflitto. La seconda parte, dedicata al panorama italiano, prende il via nel quarto capitolo, Il fronte italo-austriaco, ricostruendo la diffusione della malattia nell’esercito italiano. Si sono ripercorse le misure di contenimento adottate dalle autorità militari italiane, valutando l’incidenza del virus sull’operatività delle truppe. Secondariamente, si sono osservate le reazioni e i comportamenti davanti alla malattia dei soldati, dei prigionieri e dei civili dei territori occupati. Infine, sono presentati alcuni conteggi delle vittime nel Regio esercito. Il quinto capitolo, Il fronte interno: profilassi e misure di governo, si apre con un quadro delle conseguenze demografiche della spagnola in Italia, proponendosi poi di analizzare l’impatto della pandemia tra i civili: le misure profilattiche imposte dal governo, l’organizzazione dell’assistenza sanitaria, gli effetti dell’influenza sul funzionamento dell’indotto bellico e sull’approvvigionamento annonario, le reazioni della medicina del tempo. Il capitolo successivo, Strategie comunicative e narrazioni popolari, analizza le misure decise dall’autorità italiana per controllare la diffusione di notizie riguardo all’influenza spagnola, ma anche i comportamenti e le mentalità popolari – tra cui, l’atteggiamento del clero –, presentando i risultati di una prima ricerca volta a indagare questi aspetti nel contesto italiano, con l’intento di ampliare e arricchire 32


Introduzione

le conclusioni di alcuni studi sul tema.28 Infine, il settimo capitolo, Un caso locale: Pistoia, si concentra su una realtà circoscritta, al fine di verificare alcuni fenomeni osservati sul piano nazionale. Il saggio si basa su una bibliografia composta di testi stranieri e italiani. Le fonti della ricerca sono eterogenee. Anzitutto, materiali a stampa, per lo più quotidiani e periodici sia a carattere nazionale sia locale. Sono stati poi effettuati alcuni affondi di ricerca negli archivi italiani. Nell’Archivio centrale dello Stato, sono state esaminate alcune serie archivistiche relative al fondo del Ministero dell’Interno, in particolare quelle della Direzione generale della Sanità pubblica, dell’Ufficio di revisione della stampa in Roma e della Direzione generale della Pubblica sicurezza, utili a ricostruire le articolazioni dell’emergenza nel fronte interno. Presso l’Ufficio storico dello Stato maggiore dell’Esercito si è condotto un sondaggio su più livelli di comando (dal Comando Supremo sino al battaglione), alla ricerca di direttive dei comandi e, soprattutto, di relazioni del Servizio P, che restituiscono importanti informazioni sullo stato d’animo delle truppe e sul filtro censorio imposto dalle autorità per controllare le notizie sulla pandemia. Sul piano locale, è stata effettuata un’indagine sistematica negli archivi di Pistoia, benché si siano presentate difficoltà a causa di lacune nei fondi e nell’inventariazione dei materiali.29 Infine, la ricerca presta una particolare attenzione all’impatto della malattia sulla mentalità e sui comportamenti collettivi, attraverso lo studio di alcune testimonianze edite e inedite30 – quest’ultime, selezionate nell’Ar-

28 Si fa riferimento, in particolare, a: P. Giovannini, L’influenza spagnola, cit.; E. Tognotti, La spagnola in Italia, cit., pp. 135-169. 29 È stato condotto un affondo anche presso l’Archivio di Stato di Firenze, ma si è rivelato infruttuoso: i materiali, in quanto alluvionati, non erano presenti. 30 Per quanto riguarda la ricerca sulle testimonianze e il loro uso come fonte storica, cfr. J. Norton Cru, Témoins, prefazione e postfazione a cura di F. Rousseau, Nancy, Presses Universitaires de Nancy, (1ª ed. 1929) 2006; F. Caffarena, Lettere dalla Grande Guerra. Scritture del quotidiano, monumenti della memoria, fonti per la storia. Il caso italiano, Milano, Unicopli, 2005; Q. Antonelli, Storia intima della Grande Guerra, Roma, Donzelli, 2014, pp. 3-54. L’uso delle testimonianze come fonte storica è stato oggetto di una lunga diatriba in Francia, riacutizzatasi agli inizi degli anni ’90 nell’ambito del più ampio dibattito su consenso e coercizione. Gli storici Stéphane Audoin-Rouzeau e Annette Becker (membri dell’Historial de la Grande Guerre di Péronne) hanno sostenuto l’esistenza di una presunta “dittatura della testimonianza”, polemizzando con quella storiografia che avrebbe fatto eccessivo ricorso alle scritture autobiografiche, documenti che – a loro dire – eluderebbero alcune questioni chiave come il consenso per la guerra e la violenza (Cfr. S. Audoin-Rouzeau - A. Becker, La violenza, la crociata e il lutto. La Grande Guerra e la storia del Novecento, Torino, Einaudi, (1ª ed. 2000) 2002, pp. 30-31). Gli storici del CRID 14-18 (Collectif de recherche international et de débat sur la guerre de 1914–1918) si sono opposti a tali conclusioni, proponendo una storia dell’evento bellico incentrata sul punto di vista dei testimoni (Cfr. R. Cazals - F. Rousseau, 14-18, Le cri d’une génération, Toulouse, Ed. Privai,

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chivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano e nell’Archivio trentino della scrittura popolare di Trento e Rovereto (Museo Storico Italiano della Guerra). Le testimonianze, infatti, possono restituirci importanti elementi sulle dinamiche collettive e individuali, colmando le lacune lasciate dalle fonti tradizionali, al fine di condurre uno studio sociale e culturale sull’esperienza di un determinato evento storico. Le testimonianze risultano fondamentali nella ricerca sulla spagnola. La storia della pandemia, essendo priva o quasi di una memoria pubblica, si compone di tante storie “intime”: riunire assieme questi scritti e ricordi privati permette di delineare quantomeno una tendenza dei modi in cui gli uomini e le donne del tempo vissero, percepirono e, dunque, ricordarono la pandemia influenzale. Sono state selezionate varie tipologie di documenti autobiografici. Anzitutto, taccuini e diari: scritture immediate, che narrano l’esperienza vissuta giorno per giorno. In secondo luogo, memorie: testi meditati che risentono del momento della scrittura. Poi, le corrispondenze verso familiari e congiunti: una forma di scrittura non per sé stessi ma per gli altri, dove la libertà espressiva degli scriventi era ridotta dalle limitazioni della censura e, anche, dell’autocensura.31 Infine, la trascrizione di testimonianze orali raccolte da un intervistatore: una tipologia altrettanto complessa per la presenza di un mediatore. Ogni testimone è stato sottoposto a un’analisi prosopografica, per ricostruirne la posizione socioculturale e relazionale. Nell’analisi sono state poi considerate le circostanze temporali e spaziali narrate, contestualizzando l’esperienza dell’individuo. Ricorrere a queste fonti eterogenee si è reso necessario per ricomporre il mosaico di una vicenda estremamente complessa, che investì ogni ambito della quotidianità. Infatti, la storia della pandemia non è esauribile nell’aneddotica e nel racconto sensazionalistico: anche episodi che possono apparire insoliti nel Novecento – come il ricorso a cure tradizionali o la psicosi per gli untori – devono essere ricondotti al proprio contesto di appartenenza e inseriti in processi storici di lungo corso. La pandemia influenzale è sovente considerata un evento ai margini o scollegato dagli altri avvenimenti coevi: invece, la vicenda fu strettamente correlata al conflitto e a quella crescente globalizzazione, intensificatasi nel corso del XIX secolo a causa della colonizzazione europea. Per tali ragioni, l’evento deve essere ricompreso nella più ampia storia generale della Grande Guerra e della contemporaneità, al fine di una sua piena comprensione. 2001, p. 141; F. Rousseau, Recensione a ’Ì4-’18 Retrouver la Guerre, in «The journal of Military History», (2001), n, 65, v. 1, pp. 215-216). 31 Nelle lettere dei soldati, l’autocensura era imputabile sia alla volontà di sottrarsi al controllo censorio sia al desiderio di non preoccupare i congiunti. Cfr. G. Procacci, Soldati e prigionieri italiani nella Grande Guerra, Torino, Bollati Boringhieri, 2000, p. 107.

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euro 15,00

ISBN 978 88 6144 066 1

L’INFLUENZA SPAGNOLA DEL 1918-1919

Francesco Cutolo è perfezionando presso la Scuola Normale Superiore di Pisa. Si è laureato con lode in Scienze storiche all’Università di Firenze con una tesi sull’influenza spagnola. È stato insignito del premio “Alberto Bardazzi” come miglior laureato in discipline umanistiche. Membro delle redazioni delle riviste «Storialocale» e «Farestoria», i suoi principali interessi di ricerca ruotano attorno alla storia sociale, culturale e militare del primo Novecento.

Francesco Cutolo

«Si muore senza medici, senza preti, senza suono di campane, senza visita di parenti per paura di infettazione. Speriamo che cessi altrimenti quando vieni a casa non troverai più nessuno abitante», sono le parole utilizzate da un contadino molisano per descrivere l’infierire della “spagnola”. Sono scene drammatiche che si ripetono in altre parti d’Italia, d’Europa e del globo. «Mai dalla “Morte nera” una tale piaga aveva invaso il mondo», scriverà il «New York Times». La pandemia del 1918-1919 ha effetti devastanti sulla popolazione mondiale, già provata dalla Grande Guerra. La quotidianità di donne e uomini viene sconvolta. I morti nel mondo sono 100.000.000, secondo alcune stime, in gran parte ventenni e trentenni. Eppure, l’influenza ha lasciato flebili tracce nella memoria pubblica. «Le cifre della “spagnola” sono incomparabilmente superiori», ha scritto Bianchi nel saggio introduttivo, alle statistiche di altre tragedie novecentesche «mentre le pagine dedicate all’umanità colpita dalla pandemia di un secolo fa restano nettamente inferiori. La quantità è anche qualità. Quella lunga «fila di zeri» attende giustizia in sede storica. Il libro di Francesco Cutolo serve anche a questo». L’autore ricostruisce la storia della “grande pandemia del Novecento” soffermandosi su aspetti sociali, culturali ed economici. Legando assieme più piani: la dimensione globale della malattia, le conseguenze dell’influenza a livello nazionale, l’impatto della “spagnola” in un territorio locale come quello di Pistoia.


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L'INFLUENZA SPAGNOLA DEL 1918-1919 by Biblioteca Militare - Issuu