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RIVISTA ITALIANA DI GEOPOLITICA
CHI SIAMO? 7 2016
Terrorismo e migrazioni scuotono l’Europa Come e quanti stranieri integrare Cosa cambia se la Turchia lascia l’Occidente
CHI SIAMO? LIMES È IN EBOOK E SU iPAD • WWW.LIMESONLINE.COM
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7/2016 7/ 2016 • mensile
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SOMMARIO n. 7/2016 EDITORIALE 7
Paura di perderci
PARTE I
LA TURCHIA SALUTA L’OCCIDENTE?
31
Daniele SANTORO - La Turchia sull’orlo della guerra civile
43
Fabio MINI - Tecnica di un golpe fallito
53
Alberto NEGRI - La pagliuzza turca e gli occhi dell’Occidente
57
John C. HULSMAN - Il colosso del Bosforo ha i piedi d’argilla
PARTE II
QUANTI SONO E DA DOVE ARRIVANO I MIGRANTI
65
Federico SODA e Guy J. ABEL - Scenari europei
71
Luca RAINERI - In Niger le guardie sono ladri e cogestiscono le migrazioni
79
Mario RAFFAELLI - Il nodo scorsoio del Corno d’Africa
85
Mattia TOALDO - Miti e realtà della Libia ‘porta d’Europa’
93
EURAFRICANUS - Nel Canale di Sicilia si avvera la profezia di Gheddafi
PARTE III
COME (NON?) INTEGRARLI
103
Massimo LIVI BACCI - All’Italia servono persone prima che braccia
111
Germano DOTTORI - Non sarà l’immigrazione a rilanciare l’Italia
121
Enrico LETTA - ‘Integrare è possibile ma servono i soldi’
127
Marco IMPAGLIAZZO - Le vie dell’integrazione ‘latina’
139
Isaia SALES e Simona MELORIO - Tra camorra e immigrati patto di sovranità
147
Piero COLAPRICO - La spugna Milano non tiene più acqua
155
Gianni VALENTE - Così si mobilita la Chiesa italiana
163
Nadan PETROVIC - L’integrazione all’italiana ha fatto il suo tempo
169
Maria Carla COVELLI - Come combattere il reclutamento di terroristi nelle nostre carceri
177
Daniele SANTORO - La Turchia e l’arma atomica degli ‘ospiti’ siriani
195
Lorenzo TROMBETTA - Il Libano regge
203
Bettina BIEDERMANN - La Germania tra caos e pianificazione
211
Marco ANTONSICH - Requiem per il multiculturalismo all’inglese
PARTE IV
AIUTARLI PER AIUTARCI?
219
Mario GIRO - ‘L’Africa è il problema, ma è anche la soluzione’
227
Gerardo FORTUNA - Cosa resta del migration compact (in appendice: Luciano POLLICHIENI - Come funziona la cooperazione italiana allo sviluppo)
237
Stefano M. TORELLI - Così aiutiamo la Tunisia a non deragliare
243
Giorgio CUSCITO - L’energia del Kenya
LIMES IN PIÙ 251
Keith BOTSFORD - Cos’è il potere?
AUTORI 258 LA STORIA IN CARTE 263
a cura di Edoardo BORIA
CHI SIAMO?
Paura di perderci C
1. HI SIAMO? CHI STIAMO DIVENTANDO? CHI VOGLIAMO/POSSIAMO essere? La questione identitaria dilania l’Italia e l’Europa. Nelle età di crisi, mentre tutto sembra incerto, l’impensabile normale, il futuro abolito dal presente, scopriamo l’urgenza di definirci. Tradotto in geopolitica, di ridisegnare i confini materiali e mentali che separano Stati, popoli e soprattutto popoli negli Stati. Poiché ogni determinazione è una negazione – io sono io in quanto non sono te – la revisione dei limiti interni ed esterni alle nazioni si rivela conflittuale. Può scadere a gioco a somma zero. Fondato su criteri irriducibili al primato della ragion tollerante, ai valori universalisti cui noi europei siamo stati educati e ai quali ci illudevamo di convertire il mondo. Colore della pelle, abilità o imperfezioni fisiche, genetico «carattere nazionale», intolleranze a sfondo culturale, sessuale e religioso si intrecciano alle classiche faglie socio-economiche, a comporre una miscela instabile. Se a maneggiarla sono i terribili semplificatori, autoproclamate élite che lo storico svizzero Jacob Burckhardt immaginava intente a distruggere le nostre società esibendo ricette astratte per risolvere problemi complessi, lo spettro della guerra civile strisciante si fa incombente. A rendere più intrattabile l’angoscia del «chi siamo?», lo iato tra fatti e percezioni, moltiplicato dai media. Tra i vettori delle crisi da
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PAURA DI PERDERCI
identità minacciata, ne spiccano due: terrorismo e migrazioni. Ora, nel pianeta da sette miliardi e mezzo di anime, il primo colpisce una frazione quasi impercettibile dell’umanità, l’altro ne mobilita un’esigua minoranza. Nel 2015, le vittime dei terroristi sono state 28.328, concentrate soprattutto in Africa e in Asia 1 – quelle da influenza di stagione fra 250 mila e mezzo milione 2. Lo stesso anno, secondo l’Onu, i migranti erano 243,7 milioni, pari al 3,3% della popolazione globale – cifra abbattuta a 36,5 milioni (0,5%), con tendenza al declino, dallo statistico inglese Guy J. Abel, che tiene conto dei flussi e non dello stock 3. Certo, la recente sequenza di attentati terroristici di matrice jihadista in Europa, concentrati in Francia e in Germania, e la persistenza dei flussi immigratori diretti verso il cuore del Vecchio Continente via Italia deformano ai nostri occhi il quadro globale. Sicché nella vulgata terrorismo e migrazioni ricorrono come due facce dell’identica minaccia alla nostra identità. In casi estremi ma per niente trascurabili, terrorista è sinonimo di musulmano, migrante di arabo (in Europa), ispanico (negli Usa) o comunque alieno «colorato». Sarebbe sbagliato attribuire tali stereotipi alla pancia del pubblico meno istruito. Fu David Cameron, figura ormai tragicomica del conservatorismo britannico, ad argomentare la connessione fra minaccia jihadista e insostenibilità delle immigrazioni di massa, parlando il 5 febbraio 2011 alla conferenza sulla sicurezza di Monaco. Nel mirino, la «dottrina del multiculturalismo di Stato». Ovvero la tolleranza per lo sviluppo di società parallele nel cuore della Gran Bretagna e di altre nazioni occidentali. Per Cameron, i terroristi sono figli di tale modello. Di qui l’urgenza di promuovere un «liberalismo muscolare». Sinonimo di assimilazione: chi sta qui da noi deve «credere in certi valori e promuoverli attivamente». O tornarsene a casa. Perché «in gioco non sono solo le nostre vite, ma il nostro stile
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1. Cfr. «Number of Fatalities Due to Terrorist Attacks Worldwide between 2006 and 2015», Statista, www.statista.com 2. World Health Organization, Media Centre, «Influenza (Seasonal)», fact sheet n. 211, March 2014, www.who.int 3. Cfr. United Nations, Department of Economic and Social Affairs, «International migrant stock 2015», www.un.org; e per l’accento sui flussi vedi in questo volume la conversazione con G.J. ABEL a cura di F. MARONTA, pp. 65-70.
CHI SIAMO?
di vita» 4. Al funerale del multiculturalismo si è a suo modo accodata Angela Merkel. E persino diversi suoi omologhi di paesi di emigrazione, come la Polonia. A conferma che a difesa della propria cultura guida (Leitkultur la chiamano i tedeschi) si può stigmatizzare lo straniero anche, forse soprattutto, quando non c’è. 2. La paura di perdere identità, dunque controllo sulla propria vita, non si nutre solo di percezioni smodate. Specie in Europa. Dove la crisi economica, innestandosi sul declino demografico e sull’impoverimento strutturale dei ceti medi, potrebbe assumere i tratti di una stagnazione secolare. Dove la lotta per preservare i residui privilegi di welfare produce il rifiuto di includere lo straniero nella comunità nazionale. Dove quindi la cittadinanza assurge a bene indivisibile, che gli europei non intendono spartire con gli immigrati, financo con i loro figli e nipoti – e nemmeno con la crescente massa di rifugiati (carta 1). Dove infine la consuetudine, ovvero l’indisponibilità a contaminarsi con chi proviene da culture diverse, prevale sulla curiosità per l’altro. Offuscando così il senso di appartenenza di specie – siamo umani – per aggrapparsi a radici «pure» quanto immaginarie. Gli ascendenti contano più dei discendenti. Sotto accusa gli effetti perversi della «globalizzazione fatta carne»: la pressione migratoria del Global South sul nostro Occidente 5. O, per restare alla metafora di Limes, di Caoslandia su Ordolandia. Senza considerare che i tre quarti dei movimenti di popolazione in Africa sono interni a quel continente. E trascurando la tesi dell’economista Michael Clemens, per cui la migrazione di meno del 5% della popolazione dei paesi poveri verso quelli benestanti produrrebbe globalmente più ricchezza di quanta ne potrebbe scaturire dall’eliminazione di ogni barriera ai commerci e ai flussi di capitale. Di più, «se metà della popolazione povera emigrasse, i migranti guadagnerebbero 23 trilioni di dollari, pari al 38% del pil mondiale»6. Ma 4. D. CAMERON, «Full Transcript. Speech on Radicalisation and Islamic Extremism, Munich, 5 February 2011», The New Statesman, 5/2/2011, www.newstatesman.com 5. La definizione è di M. WOLF, «Global Elites Must Heed the Warning of Populist Rage», Financial Times, 19/7/2016. 6. Cfr. M. CLEMENS, «Economics and Emigration: Trillion-Dollar Bills on the Sidewalk?», Center for Global Development, Working Paper 2614, agosto 2011, www.cgdev.org
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10
Fonte:Unhcr
Danimarca
Norvegia
Francia
Svizzera
Svezia
Polonia
Ungheria
Malta
Bulgaria
Macedonia
Grecia
Albania
Montenegro
Romania
Ucraina
Cuba
Cile
Perú Bolivia
Guatemala Costa Rica Panamá Colombia Ecuador
Messico
Stati Uniti
Canada
Bielorussia
Lituania
Lettonia
Estonia
Finlandia
Bosnia Serbia Italia Erz.
Austria
Rep. Ceca
Germania
Paesi Bassi
Belgio
Regno Unito
Spagna
Irlanda
A
1.000.000 500.000 100.000
1 - CHI OSPITA I RIFUGIATI?
B
Giordania
Libano
Siria
Turchia
Iran
Iraq
Afghanistan Pakistan
1 Algeria Libia Mauritania Niger ela ze u Senegal Mali 2 India n 4 Ciad Ve Gambia 15 Guinea Bissau 13 3 5 Guinea 1 Egitto 12 Sierra Leone 2 Sudan 6 14 3 Sud Sudan 7 Liberia 11 Gabon 4 Yemen 8 Rep. Dem. del Congo 9 10 5 Etiopia Brasile Angola Malawi 6 Uganda Zambia Mozambico 7 Kenya 8 Ruanda Zimbabwe 9 Burundi Botswana 10 Tanzania 11 Rep. Dem. del Congo Sudafrica 12 Camerun 13 Togo Argentina 14 Ghana 15 Burkina Faso
Marocco
A
B
Cina
Thailandia
Australia
Papua Nuova Guinea
Malaysia
Fed. Russa
PAURA DI PERDERCI
CHI SIAMO?
chi è oggi disponibile a ragionare in termini di interesse globale? A dare ascolto alla più screditata categoria di esperti, i cultori della «scienza» economica? Non possiamo più affidarci ai modelli utilitaristici correnti, perché non corrispondono ai criteri di scelta prevalenti fra gruppi e individui. Conviene semmai studiare i saggi dello psicologo israelo-americano Daniel Kahneman, premio Nobel per l’economia nel 2002, sui processi cognitivi inconsapevoli che orientano le nostre decisioni quotidiane, modellati sulle esperienze passate – specie se traumatiche – non sulle attese di un futuro invisibile. La prevalenza delle percezioni catastrofiste sui freddi dati tocca il cuore dell’Occidente. Nel referendum che ha appena avviato la secessione del Regno Unito dall’Unione Europea, il 47% dei sostenitori del Leave ha denunciato l’immigrazione, in massima parte proveniente da paesi comunitari, come attacco al benessere economico, malgrado augusti studiosi ne avessero dimostrato il contributo alla ricchezza nazionale e alla riduzione del costo di sanità e pensioni, con relativo calo delle tasse 7. Quanto agli Stati Uniti, il candidato repubblicano Donald Trump è stato osannato dalla Convenzione di Cleveland per la promessa di costruire «un grande muro» contro chi preme alla frontiera meridionale, anche se il flusso migratorio netto fra Messico e Usa risulta azzerato dal 2010. Quasi a rispondere, dodici anni dopo, alla fatidica domanda «Who are we?», con cui Samuel P. Huntington – il teorico dello «scontro di civiltà» – aveva titolato il suo ultimo volume, volto a denunciare l’ispanizzazione dell’America, a scapito della sua «storica cultura anglo-protestante» 8. Pure, non mancano gli analisti veterocontinentali che snobbano gli elettori del Brexit: diciassette milioni di vecchi rimbambiti e poveri cretini, che hanno ingabbiato nel loro tetro arcipelago gli scaltri giovani e i brillanti cosmopoliti della swinging London. Per assimilarli ai fan di Trump, ridotto a fenomeno da baraccone. Quei «piccoli inglesi» sono colpevoli di aver anteposto l’identità alla ragione perché manipolati dai «populisti». La loro è rabbia incosciente. Eruzione di masse ineducate. Picco epidemico da curare con abbondanti dosi di 7. Cfr. A. TAUB, «A Lesson from “Brexit”: On Immigration, Feelings Trump Facts», The New York Times, 26/6/2016. 8. S.P. HUNTINGTON, Who Are We? America’s Great Debate, London 2004, Simon & Schuster, p. XVI
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PAURA DI PERDERCI
«valori europei». Fenomeno antistorico, cui opporre una pedagogia ben temperata, quanto meno il severo ripasso dei princìpi di libertà eguaglianza fraternità ricamati nelle nostre costituzioni. Peccato che noi europei non siamo nati politicamente corretti. È la storia a rammentarcelo. Nel nostro canone ci sono Voltaire, Hume e Kant, ma anche e molto più recentemente gli esperimenti di ingegneria genetica o di segregazione abitativa con cui tra le due guerre mondiali civilissimi paesi come Olanda, Svezia e Svizzera intendevano proteggere purezza e coesione sociale, per tacere dei razzismi nazisti e fascisti. E della «soluzione finale». Senza omettere il trattamento degli immigrati mediterranei nel ricco Nordeuropa, riflesso nelle attualissime dispute sull’impossibilità che «cicale» settentrionali e «formiche» meridionali maneggino la stessa moneta. Gratta certi sussiegosi cantori dell’«Europa europea» e scoprirai il razzista. La xenofobia che avvelena le partite identitarie in corso ha dunque radici profonde. È una patologia latente, con fasi carsiche e violente riemersioni. Oggi ne stiamo sperimentando un’epidemia acuta, che ci occuperà a lungo. 3. L’Italia sta cambiando pelle. Per la prima volta in novant’anni, nel 2015 la popolazione residente è diminuita (-130.061 unità), malgrado il leggero aumento degli stranieri (+11.716). Al 31 dicembre scorso eravamo 60.665.551 residenti, di cui oltre 5 milioni non italiani (8,3% su scala nazionale, 10,3% nel Centro-Nord), anzitutto romeni (22,5%) e albanesi (9,3%). Il saldo migratorio positivo è stato di 133 mila persone. Continuiamo peraltro a invecchiare, con un’età mediana di 44,7 anni 9. Seguendo le tendenze attuali, compresa un’immigrazione netta intorno alle 100 mila unità annue, nel 2050 ci ridurremo a circa 57 milioni. Senza immigrazione – ipotesi di pura scuola – perderemmo 8 milioni di abitanti, calando a 52 milioni. Come gran parte dei paesi europei, Germania in testa, gli italiani del futuro prossimo saranno di meno, più vecchi e culturalmente più diversi. Ad allargare la forbice con la sponda Sud del Mediterraneo, dove gli abitanti crescono e sono soprattutto giovani, dunque mobili
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. 9. «Bilancio demografico nazionale», Istat, www.istat.it
CHI SIAMO?
e più disponibili a lasciare le loro case (o ciò che ne resta) per puntare alla riva Nord (carte a colori 1,2,3). Immaginare che mutamenti tanto profondi possano impattare sull’Italia senza produrvi strappi, a tessuto sociale e politico-istituzionale costante, implica l’uso di sostanze stupefacenti. Eppure, proprio questa sembra la postura della nostra «classe dirigente». Refrattari a riconoscere il mutamento quando affrontarlo produrrebbe tangibili costi politici e di immagine, i governi italiani, a prescindere dal colore, procedono per inerzia, aggiustamenti, reazione retorica alle emergenze. Rimuovono la cogenza della demografia, declassano le ondate immigratorie a fenomeni estivi – mentre nel pubblico si diffonde la sindrome dell’«invasione» – rinviano alla Chiesa, al volontariato e agli enti locali i compiti di prima accoglienza, rifiutano ogni scelta sul modello di inclusione di chi sbarca in Italia per restarvi. Certo non possiamo invertire a comando il movimento naturale della popolazione, nemmeno se fossimo una dittatura. Ma non è consigliabile esimerci dal disegnare una strategia di sviluppo fondata sulla gestione sistemica dei flussi migratori, sull’integrazione di una quota determinante degli immigrati – soprattutto delle seconde, presto terze generazioni – e sulla correlativa necessità di stabilire relazioni speciali con le terre di origine dei nuovi italiani. Altrimenti la disputa sull’identità italiana sarà risolta nello scontro di piazza tra estremisti xenofobi militarizzati e bande di immigrati organizzate su fondo etnico-religioso, fra loro fieramente rivali. Con la maggioranza degli autoctoni a tifare per i primi, visto che l’82% degli italiani si dichiara ostile agli zingari (record europeo), il 69% ai musulmani (ci battono solo gli ungheresi, al 72%), cui si aggiunge lo zoccolo duro antiebraico (24%), sintomo classico di intolleranza per il «diverso» 10. Sul fronte migratorio, la novità di quest’anno è che da paese di transito siamo diventati paese obiettivo. Chi sbarca nella penisola, sopravvivendo al Canale di Sicilia (carta a colori 4), tende a restarvi. Non 10. «Europeans Fear Wave of Refugees Will Mean More Terrorism, Fewer Jobs», Pew Research Center, 11/7/2016, www.pewglobal.org
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PAURA DI PERDERCI
Grafico 1 - NUMERO DI MIGRANTI SBARCATI IN ITALIA
+0,03%* 82.362
84.026
2014
2015
84.052
2016 (1°/1 - 21/7)
*la percentuale deriva dal confronto con l'anno 2015
Fonte: Ministero dell’Interno, dipartimento per le Libertà civili e l'immigrazione
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tanto per volontà quanto per assenza di alternative. Ciò per il convergere di costanti flussi migratori da sud e più duri controlli alle frontiere alpine, con cari saluti allo spirito di Schengen (carta a colori 5). Contrariamente alla retorica dell’«invasione», quest’anno il numero dei migranti sbarcati in Italia è analogo a quello del 2015 (84.052 contro 84.026, al 21 luglio, grafico 1). La differenza sta nella crisi dell’accoglienza. Le varie tipologie di strutture deputate alla gestione immediata dei migranti sono al limite, spesso oltre. Nel giro di tre anni siamo passati da 22.118 a 135.704 ospiti (grafico 2 e tabella). Considerando che per lassismo, inefficienza o empatia per chi cerca di ricongiungersi con i familiari nel Nordeuropa, prima che si chiudessero le frontiere alpine le nostre autorità avevano lasciato filtrare migliaia di migranti verso i loro obiettivi scandinavi, germanici o britannici, alle cifre ufficiali dobbiamo aggiungere un numero imprecisabile ma rilevante di persone allo sbando nel territorio nazionale. Secondo stime informali del nostro governo, la soglia di collasso, oltre la quale si prevedono gravi problemi di ordine pubblico, sarà toccata quando il numero dei nuovi arrivati ac-
CHI SIAMO?
Grafico 2 - TREND DELL'ACCOGLIENZA IN ITALIA 160 mila 135.704
140 mila 120 mila 103.792
100 mila 80 mila
66.066
60 mila 40 mila 20 mila 0
22.118
2013
2014
2015
al 21/7/2016
Fonte: Ministero dell’Interno, dipartimento per le Libertà civili e l'immigrazione
colti in Italia si aggirerà attorno ai 200 mila. Siamo prossimi al punto di rottura, considerando anche il picco dei richiedenti asilo, cresciuti del 63% nel giro dell’ultimo anno11. Non si segnala ancora il temuto rimbalzo verso l’Italia via Egitto e Libia dei profughi siriani e iracheni che fino allo scorso anno accedevano all’Ue per la via turco-greca, prima dell’accordo MerkelErdoãan che ha quasi sigillato quel passaggio. Ma sarebbe ingenuo escluderlo nel futuro. In ogni caso, la pressione da sud è strutturale. Lo confermano l’apparentemente irreversibile liquefazione della Libia, dai cui porti tripolitani continuano a fluire verso l’Italia barconi di disperati; il disastro dell’economia egiziana, accentuato dal crollo del turismo (da sommare al caso Regeni, che potrebbe indurre il presidente al-Søsø a servirsi della leva migratoria per ricattarci); la tensione diffusa nel Maghreb; i conflitti nel Corno d’Africa e in Nigeria, che alimentano la transumanza di centinaia di migliaia di africani dal Sahel al Mediterraneo via Sahara. La composizione degli sbarchi è poi eloquente: le prime due nazionalità sono la nigeria11. Tutti i dati sono ufficiali, forniti dal ministero dell’Interno.
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PAURA DI PERDERCI
Tabella - ACCOGLIENZA AI MIGRANTI PER REGIONE A
B
C
Migranti Posti Sprar Migranti Migranti presenti nelle presenti negli presenti nei occupati (al strutture hot spot centri di prima 30 giugno 2016) temporanee accoglienza Lombardia Sicilia Campania Veneto Puglia Piemonte Lazio Toscana Emilia-Romagna Calabria Friuli-Venezia Giulia Marche Liguria Sardegna Abruzzo Molise Umbria Trentino - A. A. Basilicata Valle d'Aosta TOTALI
16.730 4.499 9.675 8.169 4.044 9.179 5.217 8.727 7.502 2.728 2.964 3.607 3.986 3.613 2.683 1.951 1.987 2.170 1.459 286 101.176
908
4.326
280
1.988 3.115 821 418 934 1.391
1.188
12.993
D (A+B+C) Totale Migranti presenti sul territorio Regione
Percentuale di distribuzione dei migranti presenti per Regione
1.076 4.131 1.213 314 1.972 962 4.143 646 1.003 1.857 353 593 398 88 232 427 368 146 425 0
17.806 13.864 10.888 10.471 9.411 10.141 10.181 9.373 8.923 5.519 4.708 4.200 4.384 3.701 2.915 2.378 2.355 2.316 1.884 286
13 10 8 8 7 7 8 7 7 4 3 3 3 3 2 2 2 2 1 0,2
20.347
135.704
100
(aggiornamento 21/7/2016) Fonte: Ministero dell’Interno, dipartimento per le Libertà civili e l'immigrazione
16
na (17%) e l’eritrea (12%). Da aree di instabilità endemica non possono che provenire flussi permanenti (grafico 3). Quanto ai nostri vicini settentrionali, non c’è da sperare che allentino la pressione. La chiusura dei confini con l’Italia è motivata dai soci comunitari vuoi con lo slogan «la barca è piena» e con il raggiunto limite di accettazione dei richiedenti asilo (Austria), vuoi perché dopo Parigi, Nizza e Saint-Étienne-du-Rouvray si temono nuovi attentati terroristici di provenienza esterna (Francia). Così, a suggerire il possibile nesso migranti illegali/terroristi, il ministro dell’Interno francese Bernard Cazeneuve scrive a metà luglio al collega
Kayes
LIBERIA
BENIN
Niamey
NIGER
GABON
CAMERUN
CONGO
Ağdābiyā
REP. DEM. DEL CONGO
CENTRAFRICA
A L- K U F R A
al-Ğawf
CIPRO LIBANO
TURCHIA
SIRIA GIORD.
TANZANIA
UGANDA
BURUNDI
RUANDA
Giuba
SUD SUDAN
SUDAN
Khartum
F. Ni lo EGITTO
Mar Mediterraneo
GRECIA
BULGARIA
CIRENAICA
LIBIA
CIAD Lago Ciad
Bilma
Madama
Zinder Diffa
GUINEA EQ.
NIGERIA
Kano
Maradi
Agadez
Sabhā
F E Z Z A N
DJAKO
Ġāt
Awbārī
T R I P O L I TA N I A
MALTA Isole Pelagie Tripoli
ITALIA
Fonte: autori di Limes sul territorio per le rotte 1 e 3, per la rotta 2 dati di Frontex, Europol, Icmpd, Unhcr, Unodc
Zinder-Agadez-Tamarrasset
La rotta della prostituzione intra-africana
Le rotte della tratta internazionale della prostituzione
Kumasi Accra
GHANA
BURKINA FASO Ouagadougou
Gao
ALGERIA
Tamarrasset
Melilla
Timiaouine
Ceuta
SPAGNA
MALI
MAROCCO
COSTA D’AVORIO
Bamako Sikasso GUINEA
SIERRA L.
SENEGAL
Le rotte della migrazione intra-africana Rotte stagionali verso la Libia Rotte stagionali tra il Sud del Niger e il Nord della Nigeria
Banjul GAMBIA GUINEA B.
Dakar
MAURITANIA
Sahara Occidentale
Rotte della migrazione di collegamento ai tre rami principali
Le 3 rotte principali delle migrazioni verso l’Europa (numero di persone che sono transitate nel 2015) circa 120 mila circa 45 mila (in maggioranza eritrei) poco meno di 45 mila
1 - LE PRINCIPALI ROTTE DELLE MIGRAZIONI
TOGO
Nairobi
KENYA
ETIOPIA
Bosasso
©Limes
Mogadiscio
SOMALIA
Gibuti
GIBUTI
YEMEN
ARABIA SAUDITA
Addis Abeba
Asmara
ERITREA
Mar Rosso
Alcune miniere d’oro (nella zona di Djago in Niger nuove scoperte di miniere d’oro)
Territori occupati
Unione Europea
Paesi fuori controllo
Paesi molto instabili
Zone soggette a rapimenti di migranti a scopo di estorsione
Principali aree di partenza dei migranti diretti in Europa
Zona d’intercettazione jihadista per il reclutamento e l’indottrinamento dei migranti
ALGERIA
da 42,1 a 46,5
da 40,2 a 42
Da 36,1 a 39,9
Età media della popolazione
48.146.134
SPAGNA
GERMANIA
RUSSIA
TUNISIA
LIBIA
Mar Mediterraneo
MALTA
GRECIA
MAC. ALB.
Paesi POLONIA ROMANIA PAESI BASSI BELGIO PORTOGALLO GRECIA REP. CECA UNGHERIA SVEZIA AUSTRIA BULGARIA
SIRIA
AZERB.
ARABIA SAUDITA
IRAQ
ARM.
GEORGIA
M a
IRAN
©Limes
Popolazione (stime Cia) 38.562.189 DANIMARCA 5.581.503 21.666.350 FINLANDIA 5.476.922 16.947.904 SLOVACCHIA 5.445.027 11.323.973 IRLANDA 4.892.305 10.825.309 CROAZIA 4.464.844 10.775.643 LITUANIA 2.884.433 10.644.842 LETTONIA 1.986.705 9.897.541 SLOVENIA 1.983.412 9.801.616 ESTONIA 1.265.420 8.665.550 CIPRO 1.189.197 7.186.893 LUSSEMBURGO 570.252 MALTA 413.965
ISRAELE GIORDANIA
CIPRO LIBANO
TURCHIA
Mar Nero
EGITTO
UCRAINA
BIELORUSSIA
LETTONIA LITUANIA
ESTONIA
MOLD. AUSTRIA UNGHERIA SLOV. ROMANIA CROAZIA 61.855.120 BOSNIA ERZ. SERBIA ITALIA MONT.KOS. BULGARIA
SLOV.
POLONIA
SVEZIA
REP. CECA
80.854.408
SVIZZ.
BELGIO
66.553.766
FRANCIA
REGNO UNITO
DANIMARCA PAESI BASSI
NORVEGIA
FINLANDIA
Fonte: Età media, www.cia.gov/library/pubblications/the-world-factbook/felds/2177.html - Popolazione, www.cia.gov/library/pubblicayions/the-world-factbook/rankorder/2119rank.html
Cipro Irlanda Lussemburgo Slovacchia Polonia
I 5 paesi più giovani
MAROCCO
PORTOGALLO
LUSSEMBURGO
64.088.222
IRLANDA
Oceano Atlantico
2 - LA VECCHIA EUROPA
io asp rC
Egitto Rep. Dem. del Congo Sudafrica
Uganda
Mali
Malawi
Zambia
da 18 a 18,8
da 19 a 19,9
da 20,1 a 28,5
da 31,9 a 34,4
GABON
CAMERUN
NIGERIA
©Limes
TANZANIA
KENYA
53.675.563
BOTSWANA
LESOTHO
SWAZILAND
SOMALIA
MADAGASCAR
COMORE
TOGO ERITREA LIBIA SIERRA L. CENTRAFRICA CONGO LIBERIA MAURITANIA NAMIBIA BOTSWANA
ZAMBIA ZIMBABWE SENEGAL RUANDA SUD SUDAN GUINEA CIAD TUNISIA SOMALIA BURUNDI BENIN 7.552.318 6.527.689 6.411.776 5.879.098 5.391.539 4.755.097 4.195.666 3.596.702 2.121.307 2.182.719
15.066.266 14.229.541 13.975.834 12.661.733 12.042.910 11.780.162 11.631.456 11.037.225 10.616.380 10.742.276 10.448.647
MALAWI
GAMBIA 1.967.709 LESOTHO 1.947.701 GUINEA B. 1.726.170 GABON 1.705.336 SWAZILAND 1.435.613 MAURIZIO 1.339.827 MAURIZIO GIBUTI 828.324 COMORE 780.971 GUINEA EQ. 740.743 CAPO VERDE 545.993 SÃO TOMÉ E PR. 194.006 SEICELLE 92.430
RUANDA BURUNDI SEICELLE
GIBUTI
99.465.819
ETIOPIA
ERITREA
ZIMBABWE MOZAMBICO
ZAMBIA
SUDAFRICA
NAMIBIA
ANGOLA
79.375.136
UGANDA
SUD SUDAN
SUDAN
88.487.396
EGITTO
REP. DEMOCRATICA DEL CONGO
CENTRAFRICA
CIAD
LIBIA
Fonte: Età media, www.cia.gov/library/pubblications/the-world-factbook/felds/2177.html - Popolazione, www.cia.gov/library/pubblicayions/the-world-factbook/rankorder/2119rank.html
181.562.056 Popolazione dei primi 5 paesi
Etiopia
Niger
da 17 a 17,9
Da 15,2 a 16,7
Nigeria
I primi 5 paesi per numero di abitanti
NIGER
TUNISIA
181.562.056
SÃO TOMÉ E PRÍNCIPE
GUINEA EQ.
I 5 paesi più giovani
25.303.113 23.812.681 23.739.218 23.295.302 19.625.353 18.931.686 18.045.729 17.964.697 16.955.536
COSTA D’AVORIO
Età media della popolazione
MOZAMBICO MADAGASCAR CAMERUN COSTA D’AVORIO ANGOLA BURKINA FASO NIGER MALAWI MALI
LIBERIA
SIERRA LEONE
SENEGAL MALI GAMBIA INA F. GUINEA-BISSAU GUINEA URK
CAPO VERDE B
MAROCCO Paesi Popolazione (stime Cia) TANZANIA 51.045.882 KENYA 45.925.301 ALGERIA ALGERIA 39.542.166 Sahara Occ. UGANDA 37.101.745 (MAROCCO) SUDAN 36.108.853 MAROCCO + SAHARA OCC. 33.893.565 MAURITANIA GHANA 26.327.649
3 - LA GIOVANE AFRICA
O NG
CO
BENIN TOGO GHANA
Tunisi
Ca di Si ci lia
iya
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Linosa Lampione Lampedusa
Pantelleria
le
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4 - IL CANALE DI SICILIA E LE SAR
Acque rivendicate dall’Italia e dalla Tunisia
Acque rivendicate dall’Italia e da Malta
Zona di intercettazione dei migranti da parte della Marina italiana
TUNISIA
S a r d e g n a
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Ca ed alt a
S A R
Limite delle Sar
Limite virtuale dell’equidistanza
Limite del plateau continentale stabilito con accordo bilaterale
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M e d i t e r r a n e o
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I T A L I A
5 - DAL MONDO ALL'ITALIA - E VICEVERSA
FLUSSI DA E PER IL NOSTRO PAESE NEL PERIODO 2010-15
Oc 8 rn 7 te 6 a s sia 5 E A 4
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12
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Fonte: Wittgenstein Centre for Demography and Global Human Capital, Vienna.
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2
Popolazione residente per Regione italiana
22,3
Spagna
Mar Mediterraneo
10,5
Francia
6,9
Belgio
8,3
Slovacchia
11,5
7,5
Polonia
16,2
9,9
6,3
Estonia
9,5
Finlandia
25,1
Grecia
10,1
Bulgaria
6,7
Romania
9
Lettonia Lituania
6,7 Austria Ungheria Slov. 9,1 Croazia
6
Rep. Ceca
5,1
Svezia
7,4
5,4 Malta
Italia
11,9
4,8
Germania
Danimarca 6 Paesi Bassi
22,9
Fonte: Eurostat, Commissione europea, S. Dullien, “Paying the price: The cost of Europe’s refugee crisis”, Ecfr, 29/4/2016
12,6
Portogallo
Oceano Atlantico
Lussemburgo 6,1
5.026.153
Dati al 1° gennaio 2015 (in percentuale), fonte: Istat Lombardia Lazio 12,8 10,6 Emilia-R. Veneto 9,9 Piemonte 8,4 Toscana 7,9 Campania 4,6 Sicilia 3,6 Marche 2,8 Liguria 2,7 Puglia 2,4 Friuli-V.G. 2,1 Umbria 1,9 Trentino-Alto A. 1,9 Calabria 1,9 Abruzzo 1,7 9,4 Sardegna 0,9 Irlanda Basilicata 0,4 Regno Molise 0,2 Unito Valle d’Aosta 0,2 5,2 Totale stranieri residenti in Italia:
6-
Cipro
15,5
Austria Belgio Bulgaria Croazia Cipro Danimarca Estonia Finlandia Francia Germania Grecia Ungheria Irlanda Italia Lettonia Lituania Lussemburgo Malta Paesi Bassi Polonia Portogallo Regno Unito Rep. Ceca Romania Slovacchia Slovenia Spagna Svezia UNIONE EUROPEA
81 104 39 95 96 46 9 71 100 58 189 75 92 125 40 42 19 63 69 61 130 97 45 40 60 86 110 44 87
Rapporto debito pubblico/pil nel 2021, a defcit costante e con un costo dei rifugiati pari allo 0,5% del pil 9.970 3.463 2.800 34 2.486 3.679 172 5.876 1.063 5.441 1.047 17.699 707 1.369 165 93 4.194 3.948 2.546 270 80 591 117 62 50 126 314 16.016 2.470
Richiedenti asilo per milione di abitanti nel 2015
Tasso di disoccupazione europeo
9,4
Gradazione di sostenibilità dei migranti nei paesi europei
19,2 21,2 40,1 29,3 27,4 17,9 26 17,3 18,5 20,6 36 31,1 27,4 28,3 32,7 27,3 19 23,8 16,5 24,7 27,5 24,1 14,8 40,2 18,4 20,4 29,2 16,9 24,4
Popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale (%)
Mediazione saudita per un riavvicinamento di Erdoğan al presidente al-Sīsī
EGITTO
Gaza
Cisg.
ISR.
Damasco
Efrin
ento
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SIRIA
no
li rem
il C con
Riyad partner strategico fondamentale della Turchia ARABIA SAUDITA
GIORDANIA
LIBANO
-Asad
Il Cairo
vic riav
l con a
Mar Mediterraneo
Normalizzazione con Israele motivata anche dal progetto di gasdotto Israele-Cipro-Turchia
e di Prov
ci
I curdi siriani, sostenuti dagli Usa, hanno accorciato le distanze con il Cantone di Efrin attraversando l’Eufrate, linea rossa per Ankara
Efrin
TURCHIA
Ankara
Mar Nero
7 - IL MEDIO ORIENTE DI ERDOGAN
vvi di ria Prove nto name F. E u
e
frat
gri
F. T i
Baghdad
Arbīl
IRAQ
Mosul
Mar Caspio
Curdi Curdi siriani Curdi iracheni Curdi turchi e iraniani
Alture del Golan
Aree controllate dai miliziani anti-regime tra cui qaidisti della Ğabhat al-Nusra . e altre forze ribelli
Aree sotto controllo dell’Is Aree controllate da governativi, Hizbullāh, . russi, iraniani, Ndf, gruppi sciiti iracheni
©Limes
Arbīl: Governo regionale curdo iracheno satellite di Ankara. Mosul: Truppe d’addestramento turche intorno alla città
Legame commerciale ed energetico indissolubile con l’Iran. Obiettivo comune è mantenere l’integrità IRAN territoriale della Siria
AZERBAIGIAN
RUSSIA
ARM.
GEORGIA
Mosca
Smirne
Georgiani
Turkmeni
Armeni
Popoli indogermanici Curdi
Popoli semitici Arabi
Laz
Gagauzi
Antalya
CIPRO
Sinop
S I R I A
Gaziantep
Samsun
N e r o
LIBANO
M a r
T U R C H I A
ANKARA
Circa 600 mila curdi nella zona della capitale
M e d i t e r r a n e o
Popoli caucasici Circassi
M a r
Bursa
Istanbul
Tra 2 e 2,5 milioni di curdi
Azeri
Turchi
Popoli turchi
GRECIA
BULGARIA
8 - IL PUZZLE ETNICO DELLA TURCHIA
Erzurum
Diyarbakir
Trebisonda
I R A Q
IRAN
ARMENIA
GEORGIA
CHI SIAMO?
Grafico 3 - NAZIONALITÀ DICHIARATE AL MOMENTO DELLO SBARCO IN ITALIA AL 21 LUGLIO 2016 Nigeria 17%
Altre* 22%
Eritrea 12%
Egitto 3% Somalia 5% Mali 6%
Gambia 8%
Senegal 6% Guinea 7%
Sudan 7%
Costa d’Avorio 7%
*il dato potrebbe ricomprendere immigrati per i quali sono ancora in corso le attività di identifcazione Fonte: Ministero dell’Interno, dipartimento per le Libertà civili e l'immigrazione
italiano Angelino Alfano e ai suoi omologhi di Belgio, Lussemburgo, Germania, Svizzera e Spagna: «Varcare le frontiere esterne ed interne allo spazio Schengen fa parte della strategia dei gruppi terroristici, che consiste a volte nel preparare sul territorio di uno Stato membro attentati in un altro Stato membro». Con ciò la Francia legittima il ripristino dei controlli di frontiera dal 27 luglio al 26 ottobre12. Se non oltre. Aperti i varchi da sud e chiusi gli sfoghi verso nord, scatta l’effetto «pentola a pressione». L’esplosione prodotta da tale combinato disposto potrebbe essere questione di pochi anni. Di qui l’urgenza di un piano di medio termine che ci consenta di evitare che la mala 12. Copia della traduzione della lettera indirizzata da Bernard Cazeneuve ai citati colleghi.
17
PAURA DI PERDERCI
18
gestione dei migranti, sommata al terrore degli attentati, al senso di deprivazione e all’impoverimento degli italiani minaccino ordine e pace sociale. Impedire che l’avamposto euromediterraneo di Ordolandia scarrelli in Caoslandia è la nostra priorità esistenziale – dovrebbe esserlo, ma non è, anche dei nostri vicini settentrionali. La posta in gioco è l’adeguamento del patto informale di convivenza fra italiani al rimescolamento identitario ormai inevitabile. Non possiamo tornare quel che fummo, né restare quel che siamo. Il primo scenario prevede un’impensabile epurazione di massa, concepibile solo da un folle e/o da un neonazista (la cronaca informa che ce ne sono). Il secondo, quasi altrettanto improbabile, significa erigere formidabili barriere ai valichi terrestri e affondare i barconi in arrivo. Entrambe le ipotesi sono insostenibili. Non solo se vogliamo restare un paese abbastanza civile, ma anche per salvare la nostra economia e quel che resta del welfare: stime conservative indicano in duecentomila ingressi annui lo standard minimo necessario alla manutenzione della nostra macchina produttiva e del sistema pensionistico. Resta la terza e ultima ipotesi: gestire gli immigrati in modo da avviarne l’integrazione della quota maggiore. L’obiettivo ottimale per riconnettere immigrazione e inclusione consiste nella circolarità della prima e nella profondità della seconda. E in un grado accettabile di selettività di entrambe. Nel mondo reale, e nell’Italia attuale, tali utopie possono forse essere avvicinate a patto di considerare insieme i vincoli e le opportunità seguenti. A) Investire nello sviluppo a medio termine dei paesi africani, a partire dall’energia, dalle infrastrutture, dalla sanità e dall’educazione, attraverso una collaborazione che incorpori i loro interessi. Consapevoli che nel breve ogni minimo progresso economico facilita la fuga dal paese di origine di chi oggi non ha i soldi per azzardarla. Ma finché il Sud del mondo si regge sulle rimesse dal Nord, inutile sognare di limitare le migrazioni. O i poveri diventano meno poveri a casa loro, o proveranno a trasferirsi dai ricchi. B) Aprire selettivamente il nostro sistema formativo ai paesi della sponda Sud, anche delocalizzandone alcune antenne nel continente nero, a condizione che la maggioranza dei giovani laureati in
CHI SIAMO?
Italia rientri nel suo paese per elevarne il capitale umano. E per costituirci sponde d’influenza fra i futuri decisori africani. Questo aprirebbe le porte all’emigrazione circolare di giovani italiani in terra d’Africa, medicina contro la nostra chiusura emotiva e intellettuale verso un mondo al quale siamo inestricabilmente connessi. L’Eurafrica non è fantageopolitica: per molti versi è dato di fatto. C) Non si può dare circolarità che non sia anche europea. Oggi ogni Stato della riva Nord, Italia inclusa, cerca di inchiodare il migrante presso il vicino meridionale, che per noi è ovviamente africano. Il gioco allo scaricamigrante destabilizza i paesi europei, compresi i presunti furbi, convinti di accollare agli altri i guai propri. La solidarietà europea non sarà quindi spontanea, ma frutto di un negoziato al quale approcciarsi con la ferocia pretesa dall’altezza della posta. In chiaro: se per riaprire le frontiere e stabilire un abbozzo di strategia migratoria comune a noi servisse minacciare di far saltare l’euro – poiché siamo anello debole e insieme sistemico della catena – non dovremmo esitare a ventilarlo. Anche perché lungo l’attuale piano inclinato prima o poi la nostra moneta rischia comunque di implodere. D) Quanto all’integrazione, deve puntare alla formazione di nuovi italiani. Cittadini, non solo braccia. Si osserverà che stante la nostra bassa stima della cittadinanza e delle istituzioni – salvo reclamarne l’intervento a ogni emergenza – l’impresa appare avventurosa. Ma noi non siamo la Francia, votata ad assimilare il singolo alieno al canto della Marsigliese e nel culto della religione laicista. Né siamo la Gran Bretagna o l’Olanda, che incorporano per etnia, producendo costellazioni di ghetti. Ci avviamo a convivere con una percentuale di popolazione allogena a due cifre, estremamente mista (fattore che ostacolando l’affermazione di un’etnia dominante facilita l’integrazione). I rapporti di forza impediscono agli italiani di ceppo d’imporsi agli aspiranti concittadini. D’altronde, integrazione non significa schiacciare gli altri su un peraltro inesistente modello nostrano: esige un grado di reciprocità e di scambio. Si offre quindi l’occasione di avviare insieme, italiani vecchi e aspiranti nuovi, un patto sociale e politico quale non abbiamo mai avuto.
19
PAURA DI PERDERCI
Tutto, salvo la nostra personale fantasia, è contro questo scenario. Il nostro governo si tiene alla larga dalla questione migratorio/identitaria perché convinto di perdervi voti. Media e imprenditori della paura evocano l’apocalisse. Apprendisti stregoni si aggrappano alla speranza che di fronte all’estrema emergenza – una sequenza di attacchi terroristici accompagnata dal collasso del sistema di accoglienza e da disordini di piazza – finalmente qualcosa si muova (tesi che preferiremmo non verificare). Restiamo in balìa degli eventi. Conviene allora gettare uno sguardo al contesto euromediterraneo, per capire dove ci trascinerà la corrente, se non saremo in grado di affrontarla.
20
4. Non c’è potenza senza integrazione. La demografia da sola non crea una nazione o un impero. Da Roma all’America, ogni protagonista della storia universale si distingue per il talento di trasformare parte degli alieni in propri cittadini. L’integrazione è segno di suprema egemonia. Distillato di soft power. Per integrare servono confini certi e difendibili; valori forti, condivisi in patria e attraenti fuori; lavoro e status per chi produce, protezione per chi è fuori dal circuito economico; disponibilità al sacrificio per il bene comune; istituzioni legittimate e regole rispettate. Questa è integratio nel duplice senso originario: rinnovamento e accrescimento. Chiunque contempli il panorama geopolitico, securitario e spirituale dell’Unione Europea converrà che le condizioni per integrarvi stranieri, specie se musulmani, difficilmente potrebbero essere peggiori (carta 2). Allo stesso tempo, il rifiuto dell’allogeno e le barriere all’inclusione sono il più potente impedimento al ripristino di politiche cooperative – lasciamo perdere la ever closer union – fra i soci comunitari. Giacché si configurano come arcigno arrocco nel proprio orto, in competizione con i partner europei, contro le contaminazioni di culture, religioni e razze estranee. Alla domanda «chi siamo?» la replica prevalente taglia corto: «Siamo noi». Corollario: «Non voi che venite da altrove e dovreste tornarci». Un colpo secco ed ecco sciolto il dilemma identitario. Non tutti i paesi europei reagiscono allo stesso modo. Il limes principale divide chi ha deciso di rischiare l’integrazione dello stra-
CHI SIAMO?
2 - L’OPINIONE SUI MUSULMANI IN EUROPA OPINIONE SFAVOREVOLE Dal 72 al 65% 50% 35%
35%
dal 29 al 28%
Svezia
Regno Unito 28%
35% Paesi Bassi Germania 29%
Francia
Polonia 66%
72% Ungheria
29% 69% Spagna
Italia
50% Grecia 65%
Fonte: Pew Research Center: Spring 2016 Global Attitudes Survey Q36c
niero da chi si rifiuta di farlo. Il primo approccio distingue le ex potenze coloniali, soprattutto quelle che tanto ex non sono, come la Francia. Il secondo è tipico delle ex colonie europee degli imperi russo, tedesco e asburgico, specie quelle oggi alleate nel quartetto di Visegrád: Polonia, Cechia, Slovacchia e Ungheria. Alle quali potrebbe presto aggiungersi l’Austria, se come ben possibile le prossime elezioni segnassero l’avvento di un governo xenofobo. Quanto al primo gruppo, verte su Francia e Regno Unito (fintanto che non si compirà il Brexit), sugli imperi tardivi (Germania) e minori (Italia), comprendendo un tempo rispettabili attori coloniali
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quali Spagna, Portogallo, Belgio, Danimarca e Olanda. Questa famiglia di imperi già rivali deve fare i conti con il rovesciamento della storia – e della demografia. Come ricorda Massimo Livi Bacci, cent’anni fa, ai tempi dell’Europa mondiale, qui si concentravano un settimo della popolazione globale e un terzo della ricchezza, oggi ridotte a un sedicesimo e a un quinto, nel 2050 probabilmente a un ventiduesimo e a un settimo13. Il suicidio europeo del 1914-45, suggellato nei primi anni Sessanta dal formale sgombero delle ultime colonie, non ha affatto reciso i nessi euro-africano e, secondariamente, euro-asiatico stabiliti dai nostri imperi. Se un secolo fa Africa e Medio Oriente erano profondità geopolitica d’Europa, oggi l’Europa è la loro profondità migratoria. Nella quale chi non ha del tutto rimosso la carta mentale del proprio impero, come francesi e inglesi, non rinuncia a compiere scorrerie militari a protezione dei propri interessi non solo economici. Con immediate ricadute migratorie. Il caso della fu Libia, in cui nel 2011 l’Italia si adattò a dar mano ai franco-britannici con gli esiti che sperimentiamo, sarà citato dai manuali come esemplare. Per gli ex imperi la mixité culturale da importazione di popolazioni già coloniali o da rientro di propri cittadini di ceppo provenienti da quei possedimenti (pensiamo solo al Portogallo postsalazarista) è un dato storico ineluttabile. Gli allogeni ci sono da tempo e diventeranno di più. Non possono essere ignorati. La scelta riguarda quanti includerne. E come. Il raggruppamento dei già colonizzati dell’Est non ha uno stock d’immigrati vagamente paragonabile a quello post-imperiale dell’Ovest. Soprattutto, non è uso averne. Nel giro di un secolo, quelle terre sono passate dal dominio russo o austro-ungarico al tallone prima nazista poi sovietico. Per diventare indipendenti solo negli anni Novanta del Novecento, causa default geopolitico dell’Urss. Alcune patrie sono state riscoperte (Polonia), altre inventate (Slovacchia e Cechia). Tutte vivono una fervida fase risorgimentale. Ipernazionalista. Vogliono consolidare la recente sovranità, non cederla, certo non a «Bruxelles». Per questo tengono alla compattezza etnica: il sangue è suolo. Nell’ultimo quarto di secolo milioni di uomini e
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13. Cfr. l’articolo di Massimo Livi Bacci alle pp. 103-110 di questo volume.
CHI SIAMO?
donne dei paesi dell’Est si sono trasferiti in Europa centro-occidentale, dalla Germania alla Gran Bretagna – qui sono stati presi a pretesto dai fautori del Brexit per fomentare l’antieuropeismo, ovvero la peculiare «indipendenza» britannica. La speciale diffidenza per il migrante è parte del sentire diffuso in Polonia e in Ungheria. Se non bastasse, ad eccitarla provvedono governi xenofobi. Soprattutto, è retaggio storico, oggi confermato nelle parallele inclinazioni all’islamofobia, all’antisemitismo e all’antiziganismo14. Lo straniero resta tale e in quanto tale minaccia l’unità nazionale. Decisive per il futuro dell’immigrazione europea sono le partite francese e tedesca. La Grande Nazione ospita oltre 12 milioni tra immigrati e loro discendenti diretti – un quinto della popolazione – con prevalenza della seconda generazione (circa 7 milioni). Il molto cartesiano modello assimilazionista vigente in Francia sta mostrando la corda, specie dopo gli attentati terroristici di Parigi, Nizza e Saint-Étienne-du-Rouvray, nei quali figli non troppo francesizzati di immigrati arabi e musulmani hanno svolto ruoli cruciali. Ne derivano insicurezza e paura, riflesse in un tasso di pessimismo superiore a quello afghano15 e nella nostalgia, cavalcata non solo dalla destra, per i bei tempi del «noi e loro», per l’epopea della «Francia eterna», bianca e cristiana. In Germania, secondo paese d’immigrazione al mondo dopo gli Stati Uniti (grafico 4), dove 16 milioni di residenti (ancora uno su cinque) sono di origine straniera, la questione identitaria sta agitando l’opinione pubblica. Disputa destinata a inasprirsi dopo gli attacchi e le stragi di questa estate, opera di «nuovi tedeschi» di origine mediorientale e di aspiranti rifugiati spesso affetti da turbe psichiche, cui corrisponde il diffondersi di gruppi razzisti pronti a dare l’assalto agli stranieri. Le radici della convivenza multietnica, vanto della Germania postbellica, sono scosse in profondità. Già nello scorso settembre, la decisione unilaterale di Angela Merkel di aprire le porte ai rifugiati siriani e iracheni, salvo richiuderle in fretta e furia tramite l’accordo con la Turchia che ha bloc14. Cfr. il sondaggio Pew citato alla nota 10. 15. Cfr. A. BERGOUNIOUX, «Être français au XXIe siècle: un débat nécessaire», Telos, 5/7/2016, www.telos-eu.com
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PAURA DI PERDERCI
Grafico 4 - I PRIMI 11 PAESI CON IL PIÙ ALTO NUMERO DI MIGRANTI. ANNO 2015. VALORI ASSOLUTI Stati Uniti d’America Germania Federazione Russa Arabia Saudita Regno Unito Emirati Arabi Uniti Canada Francia Australia Spagna Italia
(in milioni)
19,1 4,9 4,8 4,2 3,5 3,3 3,2 3,2 2,8 2,4 2,4
Fonte: Caritas e Migrantes. XXV Rapporto Immigrazione 2015. Elaborazione su dati Eurostat (accesso il 26 aprile 2016).
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cato la via balcanica d’afflusso alla Bundesrepublik, aveva spaccato il paese. Esaurito il primo slancio di fraternità, l’arrivo di oltre un milione e centomila aspiranti residenti arabi, soprattutto siriani, ha generato caos e paura. Ne profitta la destra nazionalista di Alternativa per la Germania, cui alcuni sondaggi attribuiscono consensi a due cifre. Merkel ha deciso di affrontare l’emergenza autoprodotta con un’ambiziosa legge per l’integrazione. La cancelliera dell’austerità si è scoperta una vena keynesiana, investendo circa 94 miliardi di qui al 2020 – 25 già quest’anno – per includere una consistente quota di richiedenti asilo nel corpo della nazione, in grave deficit demografico. Il criterio è espresso nel motto «fördern und fordern» («promuovere ed esigere»). Dall’aspirante nuovo immigrato in Germania si esige l’apprendimento della lingua, dei valori e della cultura tedesca. Sforzo promosso con la creazione di centomila posti di lavoro (remunerati da 1 a 2,5 euro l’ora, cumulabili ai sussidi), oltre a corsi di formazione professionale. Sanzioni severe, sino all’espulsione, per chi devia dalle regole dovrebbero tranquillizzare i tedeschi che temono l’eccesso di liberalità nei confronti dei rifugiati. Nel contesto del «fai-da-te», in cui ogni paese europeo si ritaglia su misura l’approccio al migrante senza curarsi né dei proclamati
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valori umanitari né tantomeno degli interessi dei vicini, le analisi che dimostrano come l’attuale flusso di profughi e altri migranti sarebbe gestibile se fossimo davvero europei, ovvero praticassimo al riguardo una politica comune, lasciano il tempo che trovano. L’utopia dell’Unione europea per i rifugiati, dettagliata dagli esperti dell’European Council on Foreign Relations, sembra destinata a restare tale (carta a colori 6)16. A maggior ragione se guerre e instabilità nell’area mediterraneo-mediorientale toccheranno nuovi picchi. Ipotesi tutt’altro che improbabile, in particolare dopo l’esplodere della crisi turca, che corrode la cerniera sud-orientale fra noi e il caos. 5. Siamo abituati a considerare la Turchia avamposto atlantico per il contenimento della Russia e dell’Iran. Insieme, cuscinetto deputato ad assorbire le turbolenze mediorientali – profughi di guerra inclusi – che premono verso l’Europa. Dopo il fallito golpe del 15 luglio contro Erdoãan e il finora riuscito controgolpe del sultano contro i suoi oppositori nello «Stato profondo» e nella società civile, entrambe le certezze vacillano. Peggio: a vacillare è la Turchia stessa. Il rischio della guerra civile, che a colpo di Stato riuscito sarebbe risultato certezza, aleggia all’orizzonte. La dietrologia che si è scatenata attorno al pronunciamento abortito di alcuni reparti delle Forze armate, trattandolo da geniale autogolpe di Erdoãan per liquidare i suoi nemici, suppone il controllo totale del presidente su Stato e società turca. Non è così. Intanto, nessun leader al mondo può calcolare tutte le conseguenze di una sollevazione militare. Come le strategie di guerra, i progetti di golpe o di autogolpe cessano di valere al primo scontro, quando entrano in gioco variabili imprevedibili, che a loro volta ne produrranno altre, ancor meno controllabili. Nello specifico, tradimento militare e conseguenti epurazioni intervengono nel contesto di una crisi geopolitica, economica e istituzionale, figlia soprattutto della megalomania e delle incoerenze di Erdoãan. Negli ultimi mesi, preso dall’urgenza di uscire dal vicolo cieco in cui il suo avventurismo – a partire dal mancato rovesciamento del 16. «Paying the Price: The Cost of Europe’s Refugee Crisis», European Council on Foreign Relations, 29/4/2016, www.ecfr.eu
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regime siriano – ha costretto la Turchia, il presidente ha cercato di correggere il tiro. Sul fronte esterno, riallacciando i rapporti con Russia, Israele e Iran (carta a colori 7). E rinunciando, almeno per ora, alle velleità di espansione in Siria e in Iraq, per concentrarsi sulla guerra al Pkk e sul soffocamento di qualsiasi tipologia di Stato curdo fuori e dentro i confini nazionali (la crescita demografica curda e il contemporaneo declino del tasso di fecondità turco contribuiscono a suscitare allarme, carta a colori 8). In casa, sbarazzandosi dei collaboratori infidi (Davutoãlu) e scatenando l’epurazione finale nelle Forze armate, nella magistratura, nell’intellettualità e nei media. Su questo sfondo, il disperato quindi dilettantesco colpo di Stato con cui un gruppo di ufficiali amici di Washington – più o meno collegati all’imam Fethullah Gülen, autoesiliato in Pennsylvania – ha cercato di anticipare l’offensiva del sultano assurge a «dono di Dio» (parola di Erdoãan). Probabile riferimento al «fortunato incidente»: la rivolta dei giannizzeri che nel 1826 consentì al sultano Mahmud II di sbarazzarsi di truppe ingombranti e politicizzate, salvo poi mettere fuori legge la connessa confraternita sufi dei bektaşi. Sostituisci i golpisti ai giannizzeri e i gulenisti ai sufi e hai un perfetto parallelo con l’attualità. Ma come la soppressione del glorioso corpo d’élite non salvò l’impero ottomano dal declino, così le purghe di Erdoãan potrebbero accelerare la crisi della repubblica turca. Gettandola nel caos. Noi europei saremmo i primi a scontarne le conseguenze. Anzitutto sotto il profilo migratorio. Il patto Merkel-Erdoãan è vicino al punto di rottura. In particolare per la contestata clausola di libero accesso dei cittadini turchi all’Unione Europea senza necessità di visto, che in questi mesi ha inasprito il negoziato turco-comunitario. Il 2 luglio il presidente turco ha annunciato la «buona novella»: i quasi tre milioni di «ospiti» siriani in fuga dalla guerra, dei quali molti vorrebbero procedere verso l’Europa, potranno chiedere la cittadinanza turca. Risultato: i siriani che la Merkel voleva respingere dalla finestra, nei prossimi anni potrebbero entrare in Germania dalla porta principale, in quanto turchi. Ma è tutto l’accordo turco-tedesco (vestito da europeo) a traballare. Le purghe di massa e l’evocazione della pena di morte, inammissibile nella koiné comunitaria,
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minacciano di affondare ciò che resta dell’infinito negoziato sull’ingresso della Turchia nell’Ue, frutto delle reciproche ipocrisie. Le conseguenze geopolitiche e securitarie sono persino superiori. Erdoãan è convinto che dietro il golpe ci fosse lo zampino degli Stati Uniti. Di certo le relazioni turco-americane sono al minimo storico. Non bastasse, l’umiliazione dei militari golpisti scredita le Forze armate turche. Forse non saranno più una minaccia interna, ma nemmeno un credibile strumento di proiezione strategica nella regione. Il secondo esercito della Nato è in pezzi. Proprio mentre fra atlantici e russi spira vento di guerra, non per forza fredda. Sicché il recente, peloso riavvicinamento fra Turchia, Russia e Iran, per quanto tattico, inquieta americani ed europei. Nessuno dei quali intende però rompere con Erdoãan, spingendolo magari a rendere operativa la richiesta di entrare nell’Organizzazione della cooperazione di Shanghai (Sco), adombrata nel 2013 davanti a Putin. Per sigillare la svolta a est della geopolitica turca. Divisi da antichi antagonismi e da interessi concreti, russi e turchi – ricorda l’analista moscovita Fëdor Luk’janov – «sono uniti da una cosa: il fatto di essere due grandi potenze storicamente, culturalmente e geograficamente connesse a un’Europa che non le ha mai del tutto accettate come proprie» 17. Ancora e sempre, questione d’identità.
17. F. LUKYANOV, «People with Big Ambitions: What the Turkish Coup Means for Russia», Moscow Times, 19/7/2016.
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CHI SIAMO?
Parte I la TURCHIA SALUTA l’OCCIDENTE?
CHI SIAMO?
LA TURCHIA SULL’ORLO DELLA GUERRA CIVILE
di Daniele SANTORO
Se i golpisti avessero liquidato Erdoãan avrebbero scatenato il caos, non imposto un regime. Il presidente si è salvato perché aveva già smantellato gran parte della rete del suo rivale Fethullah Gülen. Ma oggi le Forze armate sono allo sbando e così la credibilità di Ankara.
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1. N QUANTO MEMBRO DELL’ALLEANZA Atlantica, «la Turchia deve rispettare la democrazia, per questo la Nato controllerà da vicino quanto sta accadendo nel paese» 1. Nel corso della loro storia Turchia e Stati Uniti sono passati attraverso molti momenti di crisi, alcuni dei quali culminati persino in embarghi militari. La minaccia neanche troppo velata del segretario di Stato John Kerry di espellere Ankara dalla Nato rappresenta però una prima assoluta. Una minaccia arrivata a seguito delle azioni intraprese dal governo turco – purghe, arresti, licenziamenti e sospensioni di migliaia di funzionari di polizia, ufficiali dell’esercito, magistrati e personale delle università – per punire i golpisti che hanno realizzato il colpo di Stato del 15 luglio. Le immagini di questi ultimi ammanettati in mutande in una palestra militare e presi a cinghiate dalla folla sulla pubblica piazza hanno fatto il giro del mondo, gettando una lunga ombra sulla natura democratica della reazione popolare al colpo di Stato che per alcune ore ha tenuto in bilico il destino della Turchia. Almeno dalla visita ad Ankara di Joe Biden del gennaio di quest’anno, democrazia e rispetto dei diritti umani sono diventati temi fondamentali nelle relazioni turco-americane 2. Stigmatizzando l’asserita deriva autoritaria di Erdoãan, Washington cerca di arginare l’ego ormai smisurato del «sultano». Operazione che alla luce delle purghe operate da quest’ultimo tra Forze armate, polizia e magistratura a partire dal 16 luglio richiederà l’impiego di strumenti ben più coercitivi delle noiose esternazioni quotidiane del portavoce di Kerry. La principale conseguenza del golpe del 15 luglio rischia dunque di essere un ulteriore strappo nelle già lacerate relazioni tra Ankara e Washington. 1. Cfr. L.M. ELEFTHERIOU-SMITH, «Turkey coup could threaten country’s Nato membership, John Kerry suggests», The Independent, 19/7/2016, goo.gl/HjNVYF 2. Cfr. Ö. TAŞPINAR, «Biden’s democracy message», Today’s Zaman, 24/1/2016
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LA TURCHIA SULL’ORLO DELLA GUERRA CIVILE
All’indomani del golpe, Erdoãan ha accusato il suo ex alleato Fethullah Gülen di essere dietro al tentativo di rovesciarlo. Le accuse a Gülen – imam a capo di un impero finanziario che comprende(va) conglomerati industriali, istituti bancari, scuole e media – tirano inevitabilmente in ballo gli americani. Gülen vive infatti in esilio in Pennsylvania dal 1999 e a partire dal 2012, quando si ruppe il sodalizio con Erdoãan, la sua presenza negli Usa ha rappresentato un fattore di tensione costante tra Ankara e Washington. Erdoãan ha chiesto a più riprese agli Stati Uniti la sua estradizione e dopo il fallito golpe la sorte del predicatore rischia di dare vita a un vero e proprio braccio di ferro tra Erdoãan e Obama. E probabilmente anche tra Erdoãan e il successore di Obama 3. Dopo il 15 luglio, Washington ha modificato sensibilmente la sua posizione sul tema. L’ambasciatore in Turchia John Bass ha reso noto che i funzionari americani sono pronti a discutere la questione con le loro controparti turche 4. Un passo avanti significativo. Anche se solo simbolico. È infatti fuori discussione che gli Stati Uniti accontentino la loro nemesi riconsegnandogli quello che, a maggior ragione dopo il colpo di Stato del 15 luglio, rimane un asset prezioso. Ed è qui che si pone la prima delle numerose incognite create dal golpe e, soprattutto, dal dopo-golpe. Erdoãan, per ottenere Gülen dagli americani, quanto sarà disposto a tirare la corda? E in caso di opposizione degli Usa all’estradizione, che tipo di minacce potrebbe mettere in campo? Il general manager di A Haber, canale televisivo vicino all’Ak Parti, ha dichiarato in diretta televisiva che la Turchia ha il diritto di bombardare con i droni la casa di Gülen in Pennsylvania 5. La sensazione è che il presidente turco, in questa fase, abbia un disperato bisogno di ricucire almeno in parte le relazioni con gli Stati Uniti, non di lacerarle ulteriormente. Ciononostante, il rischio che turchi e americani entrino in rotta di collisione è più serio che mai. Fedelissimi di Erdoãan come il ministro del Lavoro Süleyman Soylu sono infatti andati oltre il loro capo, accusando direttamente gli Stati Uniti di essere dietro il golpe 6. E persino di voler uccidere Erdoãan 7. Si tratta evidentemente di una tesi complottista di quart’ordine. I turchi sanno perfettamente che se gli americani volessero veramente rovesciare Erdoãan sarebbero in grado di mettere in piedi qualcosa di più efficace dello sgangherato «golpetto» del 15 luglio. Ma l’atteggiamento di Washington nelle ore calde del colpo di Stato è stato a dir poco inquietante. La prima manifestazione ufficiale di sostegno al governo turco da
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3. Cfr. «Hilary Clinton ve Fethullah Gülen baãlantısı belgelendi» (Documentati i legami tra Hillary Clinton e Fethullah Gülen), Vatan, 15/7/2016, goo.gl/VwvDnv 4. Cfr. «US ready to work and discuss Gülen’s extradition: Ambassador», Hürriyet Daily News, 18/7/2016, goo.gl/A5fjjJ 5. Cfr. «Pro-Erdoãan journalist says Turkish gov’t has right to attack Gülen’s house in US with drones», Turkish Minute, 20/7/2016, goo.gl/qDE0kt 6. Cfr. «Bakan Soylu: Darbe girişiminin arkasında ABD var» (Il ministro Soylu: dietro al tentativo di golpe ci sono gli Stati Uniti), Cihan, 16/7/2016, goo.gl/opwzUD 7. Cfr. İ. KARAGUL, «ABD, Erdoãan’ı öldürmeye çalıştı!» (Gli Stati Uniti hanno provato a uccidere Erdoãan!), Yeni Şafak, 19/7/2016, goo.gl/E2DofL
CHI SIAMO?
parte della Casa Bianca è arrivata infatti a notte inoltrata, quando Erdoãan aveva già chiamato a raccolta i suoi e il golpe si stava avviando verso un clamoroso fallimento. Ciò significa che almeno per qualche ora Washington ha preso in considerazione l’ipotesi della rimozione di Erdoãan. E a quanto pare non l’ha scartata. In altri termini, gli Stati Uniti hanno concesso ai golpisti il beneficio del dubbio, aspettando di vedere gli esiti della sollevazione militare prima di giudicarla. Ed è qui che si presenta la seconda incognita. Per quanto sgangherato, infatti, il golpe del 15 luglio non era privo di possibilità di successo. Il commando incaricato di uccidere Erdoãan ha mancato il bersaglio per appena un quarto d’ora 8. Tra i golpisti, inoltre, figuravano i fedelissimi dei vertici delle Forze armate, tenuti infatti in ostaggio dagli uomini a essi più vicini. Secondo Murat Yetkin, poi, la «Giunta per la pace in patria» aveva elaborato un piano per creare un ponte aereo tra Şırnak e Ankara volto a trasportare nella capitale 5 mila gendarmi di stanza al confine turco-siro-iracheno 9. Infine, prima dell’appello televisivo di Erdoãan alcune centinaia di sostenitori del colpo di Stato avevano cominciato a radunarsi a piazza Taksim. Che cosa sarebbe successo se questa prima adunata avesse fatto scoccare una scintilla simile a quella che diede vita alla rivolta di Gezi Park? Quale sarebbe stato l’esito del golpe se centinaia di migliaia di persone si fossero riversate nelle strade per chiedere la deposizione di Erdoãan, stavolta sostenute da F-16, elicotteri d’assalto e carrarmati? I vertici delle Forze armate sarebbero rimasti lo stesso fedeli al loro presidente? E gli americani, sarebbero accorsi a salvare un «sultano» a quel punto più morto che vivo? Interrogativi inquietanti. Soprattutto alla luce del fatto che la riuscita del golpe non avrebbe avuto come conseguenza l’instaurazione di un regime militare. Se i golpisti avessero vinto, il risultato sarebbe stata la guerra civile. Lunga. E soprattutto sanguinosa. La Turchia si sarebbe trasformata in un buco nero capace di risucchiare il resto della regione. Per lo Stato Islamico sarebbe stata una manna. Ed è proprio a livello regionale che rischiano di prodursi le conseguenze più imprevedibili del golpe. Una, in realtà, è già avvenuta: le Forze armate turche sono uscite con le ossa rotte dalla follia del 15 luglio. Chi prenderà più sul serio un esercito i cui capi possono essere presi in ostaggio con relativa facilità dai loro inferiori e nel quale si annidano giunte pronte a gettare nel panico un paese collocato all’intersezione di (quasi) tutti i principali conflitti eurasiatici? Negli anni scorsi Erdoãan ha sempre ventilato l’uso della forza militare come soluzione alla crisi siriana. Pur non avendolo (quasi) mai messo in capo, disporre del «secondo esercito della Nato» era un’arma spesso utilizzata dal presidente turco per cercare di piegare, senza grande successo, i suoi rivali. Erdoãan, da anni, non aspetta altro che flettere i muscoli in Siria, convinto che prima o poi si sarebbero presenta8. Cfr. «Erdoãan’a saldırı planının detayları» (I dettagli del piano di attacco a Erdoãan), Sözcü, 19/7/2016, goo.gl/Ae8wLB 9. Cfr. M. YETKIN, «Plotters planned to bring 5,000 troops to Ankara from southeast», Hürriyet Daily News, 19/7/2016, goo.gl/h9Bme7
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LA TURCHIA SULL’ORLO DELLA GUERRA CIVILE
te le circostanze adatte. Ora, il «sultano» può scordarsi non solo di inviare i Mehmetçik ad Aleppo, ma anche di minacciarlo per ottenere concessioni dagli altri contendenti. Chi lo prenderebbe sul serio dopo quanto accaduto il 15 luglio? Ciò significa che il presidente turco non è più nelle condizioni di promuovere alcuna svolta nella sua geopolitica siriana. Sarà costretto a subirla. Clamorose, in tal senso, sono state le dichiarazioni del ministro degli Esteri iraniano Javad Zarif, secondo il quale tra i paesi che hanno sostenuto il golpe figurerebbero persino Arabia Saudita e Qatar 10. E altrettanto clamoroso, ma forse non troppo, è il fatto che l’unico paese ad aver sostenuto Erdoãan senza esitazioni o retropensieri sia stato proprio l’Iran 11. E poi c’è l’Iraq. Secondo le notizie che rimbalzavano sui social network e sulle tv turche a colpo di Stato ancora in corso, i militari golpisti avrebbero ordinato il ritiro delle truppe turche dalla base di Bašiqa, alla periferia di Mosul. Un ordine che pare sia stato confermato anche nelle prime, confuse ore del dopogolpe. Il riferimento alle truppe di stanza nella base di Bašiqa è a dir poco intrigante. Se infatti i sogni di grandeur neo-ottomana del «sultano» sono naufragati da un pezzo in Siria, in Iraq la Turchia aveva ancora qualche possibilità di veder realizzato il progetto imperiale del suo leader. Ankara mantiene infatti una nutrita presenza militare in quel di Mosul, dove i soldati turchi addestrano le truppe curde, turcomanne e arabo-sunnite che dovrebbero prendere parte alla battaglia per liberare la città nord-irachena dallo Stato Islamico. Mosul rappresenta la principale posta in palio della partita in corso nel paese dei due fiumi. Per questo, in molti non vedono di buon occhio la presenza militare turca a Bašiqa. Non solo i padroni di casa iracheni, ma anche e soprattutto americani, iraniani e russi. A proposito di russi, il 19 luglio il ministro della Giustizia Bekir Bozdaã ha reso noto che i due piloti responsabili dell’abbattimento di un Su-24 di Mosca al confine turco-siriano il 24 novembre 2015 sono stati arrestati per aver preso parte al golpe 12. La speranza è che la detenzione dei due piloti non sia legata all’abbattimento dell’aereo russo e che quest’ultimo sia avvenuto con il consenso di Erdoãan. Il contrario significherebbe che la Turchia è diventata uno Stato semifallito nel quale una parte delle Forze armate ostile alla leadership politica può, ed è disposta a, ordinare l’abbattimento di un aereo da guerra della seconda potenza militare del mondo allo scopo di indebolire o rovesciare il proprio governo. Con l’evidente rischio di provocare un conflitto di proporzioni globali. Uno scenario ancor più inquietante di quello che si delinea all’indomani del colpo di Stato, con Erdoãan tornato in pieno comando della situazione e deciso a scatenare una vendetta che, a giudicare dalla quantità dei primi arresti e dall’intensità della repressione, si annuncia terribile.
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10. Cfr. «İran’dan çok çarpıcı darbe iddiası» (Eclatanti affermazioni dell’Iran sul golpe), Cnn Türk, 19/7/2016, goo.gl/Vjiqlf 11. Cfr. A. HASHEM, «Why Iran stood with Erdogan», Al Monitor, 19/7/2016, goo.gl/u164pA 12. Cfr. «Rus uçaãını vuran pilotlar tutuklandı» (Arrestati i piloti che hanno abbattuto l’aereo russo), Hürriyet, 19/7/2016, goo.gl/R2HJ2Z
CHI SIAMO?
Questa spietata repressione e soprattutto il dibattito sulla reintroduzione della pena di morte hanno incontrato la ferma reazione delle cancellerie europee. La Germania ha minacciato Ankara di bloccare il processo di adesione all’Ue qualora venga reintrodotta la pena capitale 13. Una minaccia a dir poco spuntata. I turchi hanno infatti smesso di credere da tempo alla possibilità di diventare cittadini europei (il che non significa che non continuino a desiderarlo). Per tale ragione, Erdoãan non ha più alcun interesse a recitare nella commedia allestita da Ankara e Bruxelles. Gli scenari che si sarebbero delineati nel caso in cui il golpe fosse riuscito confermano peraltro che, per un’Europa che considera il blocco dei migranti ai propri confini una priorità, Erdoãan rimane l’alternativa meno indesiderabile. È più che verosimile, infatti, che tra coloro che hanno risposto all’appello del presidente turco e sono scesi in piazza a sventare il colpo di Stato ci fossero diversi siriani, oggi più che mai interessati a difendere il loro benefattore, che pochi giorni prima del golpe gli aveva offerto la cittadinanza. In tal senso, è importante notare che l’elevatissimo consenso di Erdoãan tra i rifugiati siriani non è dovuto solo al fatto che li abbia accolti e, a quanto pare, sia intenzionato a dargli una nuova patria. Gli «ospiti» sanno perfettamente che sotto qualsiasi altro regime la loro sorte sarebbe segnata. Con gradazioni diverse, tutti e tre i partiti di opposizione si schierano contro la politica di accoglienza dell’Ak Parti. Alla vigilia dell’accordo Turchia-Ue del 18 marzo, il segretario del principale partito d’opposizione Kemal Kılıçdaroãlu ha perfino proposto che fosse Ankara a dare 6 miliardi di euro all’Ue perché si prendesse i 3 milioni di profughi 14. Ed è difficile pensare che una giunta «guleno-kemalista» possa accettare di prendersi cura di 3 milioni di arabi. O di farlo senza imporre misure coercitive che ingigantirebbero il problema migratorio, quantomeno dalla prospettiva europea. Erdoãan e l’Ak Parti sono gli unici attori che possono trarre un beneficio (geo)politico dalla presenza dei siriani in Turchia. Per qualsiasi altro regime, i rifugiati sarebbero, non necessariamente in quest’ordine, un fardello, un problema di ordine pubblico, una potenziale minaccia alla pace sociale e alla sicurezza nazionale. A meno di non risolvere il problema alla radice adottando un’adeguata strategia sui fenomeni migratori, a Erdoãan non ci sono alternative. Infine, tra gli attori coinvolti indirettamente nel golpe del 15 luglio non si può non menzionare il Pkk, che ne esce come uno dei principali vincitori. Le convulsioni interne alle Forze armate turche, infatti, avranno con tutta probabilità un impatto significativo sull’efficacia delle operazioni militari nel Sud-Est. Se non altro come conseguenza della demoralizzazione delle truppe. L’esito del conflitto, in altri termini, diventa più incerto che mai, proprio nel momento in cui la Turchia ne stava volgendo a suo favore le sorti. All’indomani del golpe, l’Unione delle comunità curde (Kck) ha emesso un lungo comunicato il cui 13. Cfr. M. NIENABER, A. SHALAL, «Merkel tells Erdogan death penalty not compatible with EU membership», Reuters, 18/7/2016, goo.gl/aH0eiV 14. Cfr. R. BAŞARAN, «Turkey’s opposition leader blasts migrant deal, proposes giving 6 bln euros to EU», Hürriyet Daily News, 11/3/2016, goo.gl/ndjzTZ
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obiettivo principale sembra più quello di ricordare che Erdoãan è un «fascista» che non di condannare il colpo di Stato. Quest’ultimo viene liquidato come un’iniziativa golpista di una cricca militare contro un’altra cricca militare. Anche i terroristi curdi, tuttavia, fanno notare che gli eventi del 15 luglio sono legati a doppio filo a quanto sarebbe avvenuto nella riunione del Consiglio militare supremo (Yaş) di inizio agosto 15. 2. «Se avessi opposto resistenza, chi mi avrebbe sostenuto?». Anche prima del golpe del 15 luglio, Recep Tayyip Erdoãan non avrebbe avuto difficoltà a rispondere al quesito con il quale l’ex primo ministro e presidente turco Süleyman Demirel giustificava la sua arrendevolezza ai militari che lo deposero nel 1971 e nel 1980: milioni di sostenitori pronti a sacrificare la propria vita. In realtà, sulla piazza che ha salvato Erdoãan ci sarebbe molto da dire, come d’altra parte su tutte le piazze. Così come i ribelli di Gezi Park non erano tutti alfieri della democrazia, gli «eroi» che hanno sfidato i carrarmati a mani nude nella notte del colpo di Stato non erano tutti esattamente ispirati da ideali di libertà ed eguaglianza. Molti di essi sono scesi in strada in primo luogo per difendere se stessi. Se infatti Erdoãan è percepito come una minaccia esistenziale da coloro che non si riconoscono nei suoi ideali politici e nello stile di vita da lui promosso, la sua presenza al potere rappresenta per milioni di turchi emarginati dal regime post-kemalista la garanzia dei benefici economici, sociali e politici acquisiti nell’ultimo quindicennio. Per certi versi, la reazione al golpe del 15 luglio rappresenta la prima prova di forza della «generazione di giovani pii» cresciuta dal «sultano». Ciò che ha consentito all’attuale presidente turco di sopravvivere ad almeno una mezza dozzina di colpi di Stato (non tutti orditi dai militari e non tutti tradizionali) non è stato però tanto e solo lo straordinario consenso di cui gode tra i suoi sostenitori, che pure nella notte del 15 luglio ha fatto la differenza, come hanno riconosciuto gli stessi vertici delle Forze armate. Anche Adnan Menderes, nel giugno 1960, poteva vantare un altissimo consenso popolare. Il che, tuttavia, non gli evitò l’impiccagione per mano dei primi militari golpisti della storia della Turchia repubblicana. Erdoãan è riuscito a sopravvivere politicamente (e non solo) più di qualunque altro leader della «Turchia periferica» grazie all’implementazione di una raffinata ed efficace strategia antigolpista. O meglio, il presidente turco ha proseguito sulla strada già tracciata da Adnan Menderes, Süleyman Demirel e Turgut Özal completando il processo volto a riannodare i legami tra centro e periferia recisi dal regime kemalista e la penetrazione della burocrazia statale. Gökhan Bacık e Şammas Salur hanno fatto notare, a tal proposito, che la strategia anti-golpista dell’Ak Parti si basa soprattutto su due pilastri: penetrazione della burocrazia, che ha consentito di attenuarne il carattere kemalista e di mobilitarla in caso di ne-
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15. Cfr. «KCK’den darbe girişimine ilişkin açıklama» (Comunicato della Kck sul tentativo di golpe), Gerçek Gündem, 16/7/2016, goo.gl/kkmOqn
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cessità; rafforzamento della proto-borghesia anatolica, che ha aumentato esponenzialmente la disponibilità finanziaria delle élite politiche 16. L’efficace implementazione di tale strategia rappresenta(va) il risultato dell’alleanza tra Erdoãan e il fondatore del movimento Hizmet (Servizio), Fethullah Gülen. La vera forza di quest’ultimo, più che nelle rendite derivanti dalle attività del suo impero, risiede nella devozione di centinaia di migliaia di adepti inseriti nei gangli principali della burocrazia che lo venerano come un «messia». Adepti per lo più formati all’interno delle scuole guleniste, lo strumento che ha consentito a Erdoãan di scardinare lo Stato kemalista. Paradossalmente, infatti, nonostante la decisione di ritirarsi in esilio volontario negli Stati Uniti all’indomani del colpo di Stato del 1997, Gülen fu il vero vincitore del golpe post-moderno con il quale i militari deposero il primo ministro islamista Necmettin Erbakan. Una delle prime decisioni dei generali fu infatti quella di chiudere i licei religiosi (imam hatip), facendo sì che le scuole guleniste rimanessero l’unico punto di riferimento per le famiglie conservatrici. Una volta diventato primo ministro nel marzo 2003, dunque, Erdoãan non ebbe altra scelta che quella di rivolgersi al movimento gulenista per ottenere la manodopera della quale aveva bisogno per proseguire l’opera di colonizzazione della burocrazia statale. Il patto tra il leader dell’Ak Parti e l’imam in esilio era mutuamente vantaggioso: Erdoãan otteneva il personale di cui aveva bisogno per proteggere il suo governo da eventuali colpi di Stato; Gülen, fornendoglielo, diventava socio di minoranza del sistema di potere dell’Ak Parti. Non a caso, il predicatore viene considerato il secondo uomo più potente di Turchia dopo Erdoãan. Nonostante le profonde divergenze ideologiche – Gülen è il principale esponente del movimento neo-Nûr, che unisce la tradizione post-sufi del movimento al-Nûr a un forte nazionalismo turco; Erdoãan proviene invece dalla tradizione conservatrice del Milli Görüş – i due sodali avevano obiettivi comuni: scardinare lo Stato kemalista e ridurre il potere politico della casta militare. Il fallimento dell’«e-coup» del 2007 e del colpo di Stato giudiziario del 2008 confermò non solo che gli anticorpi inseriti nel sistema erano sufficienti a prevenire il rovesciamento di un governo democraticamente eletto, ma convinsero anche Erdoãan e Gülen che fosse ormai giunta l’ora di regolare i conti con i governanti in divisa. Come ha ammesso lo scorso anno lo stesso presidente turco – il quale ha chiaramente scaricato ogni responsabilità sul suo ex sodale – le inchieste giudiziarie sui militari lanciate dalla magistratura nel 2008 non erano altro che un colpo di Stato al contrario. Un colpo di Stato che consentì a Erdoãan di indebolire enormemente le Forze armate, decapitandone i vertici e screditandole di fronte all’opinione pubblica. Come da migliore tradizione, tuttavia, una volta sconfitto il nemico comune iniziarono a emergere le fratture tra l’allora primo ministro e il suo alleato in esi16. Cfr. G. BACIK, Ş. SALLUR, «Coup-Proofing in Turkey», European Journal of Economic and Political Studies, 2/2010, pp. 153-188, goo.gl/dBMGTg
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lio. Il primo accenno di rottura si palesò nel maggio 2010 in conseguenza dell’incidente della Mavi Marmara, quando Gülen – garante dell’alleanza turcoisraeliana negli Stati Uniti – sconfessò pubblicamente l’operazione e offrì solidarietà a Israele. Il punto di svolta si registrò però nel settembre 2010. La vittoria nel referendum costituzionale consentì infatti a Gülen e ai suoi seguaci di mettere definitivamente le mani sul sistema giudiziario turco. Inevitabilmente, ciò indusse i gulenisti a tentare di espandere il loro potere a danno dei sodali dell’Ak Parti. Soprattutto, il potere semi-illimitato acquisito in Turchia convinse Gülen che Erdoãan, uscito nel frattempo trionfatore dalle elezioni parlamentari del 2011, andava rimosso. Il primo tentativo di colpo di Stato contro l’allora primo ministro turco andò in scena nel febbraio 2012, quando un procuratore ritenuto vicino al movimento gulenista spiccò un mandato d’arresto per il capo dei servizi segreti Hakan Fidan, che Erdoãan considera il custode dei suoi segreti. Fidan venne accusato di tradimento per aver condotto negoziati segreti con rappresentanti del Pkk, noti come «colloqui di Oslo», nel 2011. Il pretesto per il primo scontro tra i due pesi massimi della politica turca fu dunque la questione curda. O meglio, i rapporti tra lo Stato turco e il Pkk. Su questo tema, Gülen ha una posizione intermedia tra l’Ak Parti e i militari. I gulenisti appoggiano infatti in pieno la concessione di maggiori diritti culturali, sociali e politici ai curdi di Turchia, ma rifiutano qualsiasi forma di negoziato con il Pkk. Erdoãan considera(va) invece il dialogo indiretto con i leader dell’organizzazione terroristica curda la chiave per risolvere un problema che attanaglia la Turchia ormai da quarant’anni. Le cronache raccontano che tra gli agenti incaricati di arrestare Fidan e la security del Mit si andò vicini a una sparatoria in piena regola e che Erdoãan – all’epoca ricoverato per un’operazione – fu costretto a intervenire dal letto d’ospedale per sventare il golpe 17. Il tentato arresto di Fidan certificò che il patto sul quale si era retta la politica turca nel decennio precedente era collassato definitivamente e, soprattutto, che la stagione dei colpi di Stato era tutt’altro che terminata. La reazione di Erdoãan non si fece attendere. Nei mesi successivi il primo ministro turco promosse con ulteriore e rinnovata determinazione la rinascita degli imam hatip, nei quali intravedeva l’unica alternativa al network gulenista per formare personale fedele da introdurre nella burocrazia. Erdoãan iniziò poi a picconare il sistema di potere del suo ex sodale. Una delle prime mosse del governo fu quella di chiudere le dershane, scuole di preparazione che costituiscono uno dei pilastri del potere gulenista. E fu proprio in reazione al tentativo di chiusura delle dershane che il 17 e il 25 dicembre 2013 alcuni procuratori gulenisti cercarono di rimuovere l’allora primo ministro turco per via giudiziaria. Le accuse mosse contro Erdoãan – aver messo in piedi un sistema corruttivo e criminale volto ad aggirare le sanzioni americane nei confronti dell’Iran e, chia-
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17. Cfr. M.K. KAYA, «The Gülenists Have Lost the Battle over the State», Turkey Analyst, vol. 8, n. 9, 6/5/2015, goo.gl/IuB8ad
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ramente, a trarre ingenti benefici personali – sono probabilmente vere. Qui, tuttavia, non viene rilevata tanto la veridicità o meno delle accuse, quanto il loro obiettivo politico. Dietro alle inchieste giudiziarie del dicembre 2013, infatti, non stava il desiderio di fare giustizia di una parte sana della magistratura, bensì la volontà del capo di un movimento oscuro di stampo para-massonico di rimuovere un primo ministro eletto con il 50% dei voti. Quest’ultimo riuscì a resistere all’attacco, ma solo adottando misure che, prima di quelle prese dopo il golpe del 15 luglio, apparivano invero draconiane. Nel giro di un mese vennero riassegnati cinquemila ufficiali di polizia e metà dei pubblici ministeri del Palazzo di Giustizia di İstanbul. I pubblici ministeri titolari delle indagini contro Erdoãan vennero invece rimossi in blocco. Per ammissione dello stesso leader turco, la lotta contro la «struttura parallela», locuzione usata dagli ambienti dell’Ak Parti per identificare il network di Gülen, divenne ben presto una «caccia alle streghe» in piena regola 18. Negli ultimi due anni e mezzo le operazioni contro il movimento gulenista, nel frattempo ribattezzato Organizzazione terroristica «fethullahnista» (Fethullahçı terör örgütü, Fetö), si sono susseguite con cadenza quasi quotidiana. Erdoãan ha poi demolito pezzo per pezzo l’impero gulenista in Turchia, facendo sequestrare tutti i suoi principali asset (Bank Asya, Koza İpek, Zaman). Gülen aveva dunque perso la battaglia per il controllo dello Stato turco. La vittoria contro il suo ex sodale, tuttavia, non metteva Erdoãan al riparo da ulteriori agguati. Per quanto indebolito, il movimento gulenista – capace di autorigenerarsi grazie alla sua struttura massonica – continuava a controllare una parte non trascurabile dello Stato turco. Non solo. La guerra con Gülen faceva sì che Erdoãan, nel 2014, si trovasse ad antagonizzare contemporaneamente due componenti essenziali del potere turco: i militari e i gulenisti. Un rischio senza dubbio fatale. «Quando arrivi al potere», spiega Etyen Mahçupyan, uno dei maggiori esponenti del liberalismo turco, «ti accorgi che davanti a te ci sono tre forze principali: il Pkk, i militari e i gulenisti. Se te li fai nemici tutti e tre, non puoi sopravvivere: devi per forza raggiungere un’intesa con uno di loro» 19. Mettendo per il momento da parte il Pkk, la semplificazione di Mahçupyan aiuta a comprendere il processo di riavvicinamento di Erdoãan ai militari, maturato nel corso del 2014 e celebrato all’inizio del 2015. La riconciliazione con i suoi (ex) nemici conferma che la forza di Erdoãan non sta tanto nell’ingente potere personale accumulato negli anni, quanto nella sua capacità di porsi agli altri poteri forti e meno forti come l’alternativa meno indesiderabile. In questo caso specifico, il presidente turco è riuscito a offrire ai militari tre benefici che hanno sventato una possibile alleanza di convenienza tra Forze armate e gulenisti: scarcerazione di coloro che erano stati arrestati nell’ambito delle operazioni Ergenekon e Balyoz; parziale riabilitazione politica e socia18. Cfr. Z. GÜRCANLI, N. BABACAN, T. YILMAZ, «“I will use all my constitutional powers if I become president”: PM Erdoãan», Hürriyet Daily News, 16/4/2014, goo.gl/7i5lyy 19. Cit. in H. KARAVELI, «Is Erdoãan Turkey’s Only Problem?», Turkey Analyst, 5/4/2016, goo.gl/yUBk6K
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le; guerra al Pkk. Quest’ultimo elemento, in particolare, è stato decisivo nel convincere i generali – si tenga presente che quantomeno dal 2011 Erdoãan ha promosso un cambio generazionale volto a rafforzare le componenti dell’esercito meno legate alle pratiche pseudo-kemaliste del passato – a mandare giù il calice avvelenato. La ripresa delle ostilità contro l’organizzazione terroristica ha infatti militarizzato la politica curda, conferendole una dimensione securitaria che ha consentito ai generali di tornare a prendere in mano le leve del comando. Avere i militari dalla sua parte non era però sufficiente per Erdoãan, che ha iniziato a esercitare pressioni su di essi perché ripulissero i loro ranghi dagli elementi gulenisti. Fiutata la trappola, in una prima fase i generali hanno opposto resistenza. Eufemisticamente, non esisteva un criterio comune per stabilire chi fosse effettivamente un «gulenista». Più concretamente, i militari temevano che, con il pretesto di epurare i gulenisti, Erdoãan avrebbe finito per ripulire le Forze armate da chiunque fosse anche solo sospettato di opporsi al suo regime. Ad aprile 2015, il Consiglio di sicurezza nazionale aggiornò il cosiddetto «libro rosso» inserendo le «strutture parallele» tra le minacce alla sicurezza della Turchia 20. Un mese dopo, i generali resero noto che avrebbero aggiornato il loro documento strategico in linea con le nuove indicazioni del «libro rosso», mutando tuttavia la locuzione «strutture parallele» in «strutture illegali mascherate da entità legali» per rendere il concetto sufficientemente vago da escludere significative conseguenze operative 21. Qualche giorno dopo, però, l’ex direttore dell’intelligence dello Stato maggiore, il generale İsmail Hakkı Pekin, avvertì che, se non si fosse conformato alle direttive governative, l’allora capo di Stato maggiore Necdet Özal avrebbe potuto essere accusato di far parte del movimento gulenista 22. A marzo di quest’anno, Erdoãan affermò che la Turchia stava pagando un prezzo altissimo in termini di martiri nella guerra con il Pkk a causa della presenza di gulenisti nelle Forze armate e nella polizia 23. Ad aprile, il blogger Fuat Avni predisse che il governo avrebbe cercato di collegare la minaccia terroristica curda a quella della «struttura parallela» 24. Effettivamente, un mese dopo cominciarono a spuntare notizie di membri del Pkk arrestati in abitazioni nelle quali erano stati sequestrati libri e audio di Gülen 25. L’offensiva concentrica di Erdoãan ha progressivamente sgretolato la resistenza dei generali. Il 15 luglio i giornali turchi hanno rivelato l’inizio di indagini
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20. Cfr. «Kırmızı Kitap’ın detayları sızdı: Sivil ayaklanma, paralel yapılar» (Trapelati i dettagli del libro rosso: insurrezioni popolari, strutture parallele), Ankara Review, 7/4/2015, goo.gl/t2SxFo 21. Cfr. «Military says will update strategy document in line with Red Book», Today’s Zaman, 15/5/2015. 22. Cfr. «Chief of General Staff could be labeled “parallel” if he fails to comply with purge, says former general», Today’s Zaman, 18/5/2015. 23. Cfr. «Erdoãan: “Bu yüzden şehit sayısı artıyor” (Erdoãan: “È per questa ragione che il numero dei martiri aumenta”), Vatan, 25/3/2016, goo.gl/iSH060 24. Cfr. «Fuat Avni’den bomba iddia: Cemaat evlerine PKK dökümanları…!», (Clamorosa rivelazione di Fuat Avni: i documenti del Pkk nelle case della confraternita…), Meydan Gazetesi, 6/4/2016, goo.gl/rE6GVU 25. Cfr. ad esempio «PKK terrorist plotting bomb attack arrested at Gülenist residence», Daily Sabah, 1/5/2016, goo.gl/lOhcx9
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«meticolose» su oltre due mila membri delle Forze armate (compresi 400 civili) sospettati di appartenere alla «struttura parallela». L’epurazione dei gulenisti dai ranghi dell’esercito sarebbe stata comunque al vertice dell’agenda del Consiglio militare supremo di inizio agosto 26. Questo, mentre la procura di Ankara aveva completato l’atto di accusa per il maxiprocesso contro Gülen e i suoi seguaci 27 e inviato al ministero della Giustizia il file per chiedere agli Stati Uniti l’estradizione del predicatore 28. Soprattutto, tra il 16 e il 17 luglio era in programma un’ondata di arresti di gulenisti nell’ambito dell’inchiesta per spionaggio condotta dalla procura di İzmir 29. Insomma, le purghe del dopo-golpe, anche se in misura forse più ridotta, sarebbero andate in scena in ogni caso. Il cerchio stava per chiudersi definitivamente intorno a Gülen e ai suoi seguaci. 3. Nella mattina del 16 luglio ha iniziato a diffondersi a macchia d’olio la tesi dell’autogolpe: Erdoãan avrebbe inscenato un colpo di Stato fasullo per diventare l’«eroe» della piazza e avere un pretesto per purgare i dissidenti. La tesi del golpe made in Erdoãan fa il paio con quella del golpe made in Washington. Complottismo di basso livello. Tale teoria muove però dal giusto assunto di base: il «sultano» il colpo di Stato lo ha provocato. È infatti inverosimile immaginare che Erdoãan, nel momento in cui si apprestava a schiacciarli, non avesse previsto un colpo di coda da parte dei gulenisti. In altri termini, il golpe del 15 luglio ha rappresentato sotto certi aspetti il prezzo da pagare per poter procedere alla liquidazione del network gulenista. Un rischio che andava corso. Il «sultano» si è rivelato ancora un volta un maestro quando si tratta di giocare la strategia del rischio incalcolabile (ma che lui riesce sempre a calcolare benissimo). Anche coloro che rifiutano le accuse del governo turco contro Fethullah Gülen sono parzialmente nel giusto. Gülen è un leader troppo scaltro e navigato perché possa aver personalmente avallato una rivolta così disorganizzata. La nervosa reazione dell’imam sembra peraltro confermare che egli stesso sia stato colto di sorpresa dall’iniziativa. Gülen è stato verosimilmente solo la «fonte d’ispirazione», non l’ideatore del golpe. Quest’ultimo è stato con tutta probabilità il tentativo disperato di salvataggio di una parte delle Forze armate che sapeva di avere l’ora segnata. E che strada facendo ha incontrato il sostegno di quei segmenti kemalisti dell’esercito irriducibilmente ostili a Erdoãan. Si è trattato di un golpe fatto di corsa. Quasi una reazione dettata dall’istinto di sopravvivenza. Un colpo di Stato talmente improvvisato che i servizi di sicurezza avevano fiutato la malparata già alle quattro del pomeriggio, costringendo i golpisti a man26. Cfr. «Turkish Military investigates suspected Gülenist personnel», Daily Sabah, 15/7/2016, goo.gl/30lyPF 27. Cfr. Y. TEMEL, «Gülenists count down to main trial as indictment wraps up», Daily Sabah, 15/7/2016, goo.gl/4auQNz 28. Cfr. B. KILIÇ, «Turkey: File to seek Gulen’s US extradition ready», Anadolu Agency, 13/7/2016, goo.gl/5AX0JR 29. Cfr. M. GÜRCAN, «Why Turkey’s coup didn’t stand a chance», Al Monitor, 17/7/2016, goo.gl/ahtrzV
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dare i carrarmati per strada a quella che a İstanbul è l’ora dell’aperitivo. Il piano originale prevedeva di muoversi alle prime ore dell’alba, quando si fanno i golpe che si rispettano 30. Il fattore che probabilmente ha giocato il ruolo più decisivo nel permettere a Erdoãan di sventare il colpo di Stato è stata la lealtà dimostrata dalla polizia, fino alle inchieste giudiziarie del 2013 dominio quasi esclusivo dei gulenisti. Il comportamento della polizia nella notte del 15 luglio dimostra che il presidente turco, grazie alle purghe operate negli ultimi due anni e mezzo, è riuscito a «conquistare» anche le forze di sicurezza. In altri termini, ora Erdoãan dispone di una sua strategia anti-golpista: il colpo di Stato rappresenta la sublimazione del processo iniziato con la rottura dell’alleanza con Gülen e proseguito con la normalizzazione delle relazioni con i militari. Siamo dunque di fronte a un rischio inquietante. Erdoãan ha infatti sempre legato la riappacificazione con i militari al progetto di trasformare le Forze armate turche in un «esercito dell’Ak Parti». Dopo il golpe, nulla potrà più impedire al presidente turco di raggiungere il suo obiettivo. In tal senso, va ricordato che negli anni scorsi i generali, per quanto indeboliti, hanno rappresentato un baluardo eccezionale contro l’avventurismo militare di Erdoãan 31. Ora, questo potere di interdizione verrà sensibilmente indebolito. O più probabilmente rimosso. Le Forze armate turche hanno il morale a pezzi, hanno perso credibilità, sono state significativamente sfibrate. Ma soprattutto sono diventate le Forze armate di Erdoãan. Questo non basterà al «sultano» per conquistare la Siria, neanche per prendere Mosul e forse neppure per avere ragione del Pkk all’interno dei confini turchi. Conoscendo la sua spregiudicatezza e le sue megalomanie imperiali, gli sarà però sufficiente per tenere costantemente il mondo col fiato sospeso.
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30. Cfr. Ibidem. 31. Cfr. D. S ANTORO , «Ora o mai più: perché Erdoãan vuole invadere la Siria», Limesonline, 19/2/2016, goo.gl/UzWgBQ
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TECNICA DI UN GOLPE FALLITO
di Fabio MINI
Anatomia del tentato colpo di Stato in Turchia. I precedenti vittoriosi e gli errori del 15 luglio. La sequenza dei fatti lascia spazio alla possibilità che si sia trattato di un disastro voluto, in modo da liquidare i nemici del presidente e rafforzarne il potere.
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1. ONOSTANTE LE DICHIARAZIONI PUBBLICHE di sostegno al regime di Erdoãan si ha l’impressione che il fallito colpo di Stato abbia deluso buona parte del mondo politico internazionale. Il sostegno politico alla cosiddetta democrazia turca è stato tardivo: di alcune decine di minuti, ma i minuti sono importanti quando gli eventi sono dei «lampi» (blitz, flash, coup, Putsch) e le informazioni viaggiano alla velocità della luce. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, anche per l’opposizione dell’Egitto del generale al-Søsø, non ha emesso alcun comunicato di sostegno al governo turco. Nel tempo intercorso fra il proclama di assunzione del potere da parte dei golpisti e le prime dichiarazioni internazionali era già chiaro che il successo militare era millantato. Quando alle 23.37 Erdoãan appare su Cnn Türk e denuncia il colpo di Stato incitando il popolo a scendere e a rimanere in piazza, le cancellerie più informate sapevano già come andava a finire. Sapevano che il golpe non coinvolgeva il grosso della struttura militare, che la polizia pretoriana di Erdoãan si stava muovendo come se avesse sempre saputo chi colpire, che la piazza popolare si era mobilitata con inaspettata velocità e che il presidente e i suoi assistenti erano tutt’altro che fuori gioco. Il più esplicito e pronto sostegno alla Turchia è venuto dal presidente Obama, dopo che il suo segretario di Stato Kerry aveva farfugliato qualcosa di molto vago. E anche quando il tentativo di colpo di Stato è apparso completamente fallito poche voci si sono levate a sostegno di Erdoãan. I leader più adusi alla politica degli annunci hanno evitato ferme condanne o chiari appoggi preferendo passare alla politica degli auspici (e degli aruspici). Pronti, comunque, a condannare il giro di vite seguito al tentativo di golpe (come se fosse una novità) e passare ai «consigli». Il fatto è che in Turchia e nel mondo intero una metà sostiene Erdoãan e l’altra lo vorrebbe morto.
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Giustamente il New York Times del 18 luglio ha notato che un colpo di Stato fallito non significa che la democrazia abbia vinto, e non c’è dubbio che la democrazia di Erdoãan è quanto meno «strana», esattamente come lo era quella dei generali golpisti che hanno retto il regime turco prima di lui. Se la comunità internazionale occidentale e la stessa Nato, così pervicaci nel dichiararsi «democratiche», hanno sostenuto e alimentato i regimi militari turchi, quello islamista di Erdoãan e si preparano a sostenerne quello assolutista di prossima realizzazione, non è per un’incongruità dei turchi, ma nostra. Sul fronte islamico, il re saudita, in vacanza in Marocco, si è congratulato con Erdoãan per il «ritorno alla normalità», che detta da lui è forse la cosa più vera e più triste per la Turchia. Ma un re non può certo parlare di diritti del popolo o di democrazia. Nei suoi commenti è stato invece chiarissimo il presidente iraniano Rohani che in un colloquio con Erdoãan «ha espresso felicità per la restaurazione della democrazia nell’amica Turchia» e ha aggiunto che «il coup è stato un test per individuare amici e nemici interni ed esterni». In effetti è un sistema anche quello: come insegnano le purghe di Stalin e i «cento fiori» di Mao Zedong.
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2. La delusione di mezzo mondo viene anche dal fatto che i militari turchi ci hanno abituati male: hanno sempre vinto. E il mondo, per natura, sta con i vincitori. Dal secondo dopoguerra hanno fatto quattro colpi di Stato e tutti hanno avuto successo. Hanno rovesciato dei governi legittimi con le armi in pugno e costretto tutti gli esecutivi ad accettare le imposizioni di casta che loro stessi, a partire dal generale Mustafa Kemal Atatürk, fondatore della repubblica e padre della patria, hanno deciso di far rispettare. Hanno alimentato il mito delle Forze armate come baluardo a difesa della laicità dello Stato. E hanno corredato questo mito con la pretesa di rispettare e far rispettare la democrazia. Una democrazia ben strana quella dei generali turchi. Non aveva niente a che vedere con i diritti civili e le prerogative popolari, ma era legata a filo doppio con gli interessi della nomenklatura statale, dell’industria e dei proprietari terrieri alla stregua delle famiglie nobiliari dell’impero, con gli interessi e la sicumera di una classe militare che con i giannizzeri era diventata anche la classe dominante nell’ambito dell’amministrazione statale al centro e nelle province del vasto impero e infine con gli interessi di una classe medio-borghese nazionalista che si era sostituita alla paritetica classe dei mercanti, mediatori e piccoli proprietari o imprenditori che costituivano l’ossatura economica dell’impero ottomano. L’apparato militare turco ha sempre tutelato se stesso e ha svolto il compito di bastione difensivo della civiltà occidentale fintanto e soltanto perché questo consentiva di guadagnare potere all’interno e nell’ambito della Nato. Ossia quando il potere derivava dalla dislocazione delle basi americane sul proprio territorio e quando esso veniva dall’immenso apparato che il compito difensivo consentiva. Un potere da esercitare con tutti i mezzi. Il «modello turco» propone la conservazione del potere di una fazione autoritaria con un colpo di Stato ogni 7-10 anni. Golpe armato o strisciante, tramite la
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legge marziale o quella inventata dagli avvocati per esonerare il potere da qualsiasi controllo democratico, preceduto e preparato da incidenti, attentati, strategia della tensione e pretesti nazionalistici per tappare la bocca alla destra, alla sinistra, al centro e agli Ufo. Il primo coup del dopoguerra risale al 1960 ed è molto tradizionale: i militari sciolgono il parlamento, arrestano i membri del governo, li processano, ne giustiziano il capo assieme a un paio di ministri. Assumono il potere e poi lo passano a un nuovo governo più allineato. Nel 1971 c’è la variante del colpo di Stato bianco o per memorandum. Quello stesso governo da essi sostenuto viene ritenuto poco risoluto. I militari impongono la legge marziale e il capo del governo viene costretto alle dimissioni. Nel 1980 avviene il nuovo golpe definito «postmoderno». L’ordine pubblico è fragile. I militari si dicono sensibili al grido di dolore che da ogni parte del paese si leva e graziosamente intervengono contro destra e sinistra imponendo la legge marziale e gestendo il potere tramite il Consiglio di sicurezza nazionale, braccio politico di quello militare, che farà 250 mila prigionieri politici. Nel frattempo ci sono i colpi di mano su Cipro, la repressione dei curdi, la partecipazione alla guerra del Golfo, la neutralizzazione della Siria con l’alleanza militare con Israele e la guerra per l’acqua tuttora in corso con tutti i paesi del bacino idrografico dei fiumi Tigri ed Eufrate. Nel decennio successivo si ha la prima avvisaglia di affermazione delle fazioni politiche islamiche. Nel 1997 i militari intervengono per deporre un governo di coalizione che comprende gli islamisti. Ma sono proprio le continue sterzate conservatrici dei militari a provocare la resurrezione dei movimenti islamici. Fra questi si fa strada il partito Giustizia e sviluppo (Akp) che nel 2002 conquista la maggioranza e forma il nuovo governo con il primo ministro Erdoãan. Questa parte inizialmente europeista e moderata non gode del favore dei militari, che si agitano per ostacolarla in ambito internazionale. Nel 2005 un documento del Consiglio di sicurezza nazionale aumenta i poteri dei militari e della gendarmeria. Nel 2007 i militari intimano al partito di governo di non nominare islamisti a incarichi pubblici e si scatena la virulenza dei movimenti islamisti. Vengono arrestati 86 membri delle Forze armate. Nello stesso periodo tentano il colpo di Stato per via giudiziaria convincendo il procuratore generale a mettere sotto accusa tutto il governo per violazione della costituzione. Tutto questo avviene mentre la Turchia sta cercando di dimostrare la propria idoneità a essere ammessa all’Unione Europea. Nel 2009 iniziano gli arresti contro altri membri militari e civili accusati dagli islamisti di complotto laico. All’inizio del 2010 la presa di posizione dei generali turchi sulla questione delle elezioni presidenziali è l’ennesima indebita ingerenza e un segnale d’immaturità democratica. Altri 51 ufficiali vengono arrestati con l’accusa di aver organizzato una vera e propria strategia della tensione che giustificasse l’ennesimo colpo di Stato: esattamente come era avvenuto per quelli precedenti. Nel 2012, l’arresto di un’altra cinquantina di militari turchi accusati di tentato golpe ha portato alla luce gli elementi di mito, storia, ideologia e interessi di cui è
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intriso il panorama del potere militare turco. I magistrati hanno indagato sui tentativi di colpo di Stato condotti dai militari a partire dal 2002 per mezzo di una organizzazione chiamata Ergenekon: una specie di Gladio, che prende il nome dalla mitica valle delle montagne mongole patria di un altrettanto mitico orfanello allattato da una lupa e capostipite della nazione turca. Storia e leggenda si sono trovate riunite in un progetto che i militari hanno sempre giustificato con la difesa della tradizione turca di lealtà, della natura laica dello Stato e delle istituzioni democratiche volute da Atatürk. I sospetti dei magistrati si sono invece orientati verso la destabilizzazione, i tradimenti, la sovversione e il terrorismo di Stato.
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3. Il tentativo di golpe di questi giorni non è quindi una novità e non doveva essere una sorpresa. Da tempo la Turchia ha dovuto assistere a eventi, attentati e incidenti che assomigliavano troppo a quelli delle passate strategie della tensione che avevano preceduto colpi di Stato e ribaltoni politici. Anche se la maggior parte della gerarchia militare era stata avvicendata non era affatto improbabile che proprio nei nuovi capi si sviluppasse intolleranza nei riguardi di un regime che drasticamente ne aveva diminuito le prerogative di casta e si apprestava a «inquinarla» con islamisti e fondamentalisti religiosi. Contrariamente a quanto sostenuto da molti commentatori, il golpe del 15 luglio non è stato ingenuo e nemmeno male organizzato. Ma non poteva avere successo anche se lo stesso Erdoãan sembra averlo temuto fino all’ultimo. E ancora oggi non è del tutto tranquillo. I golpisti hanno commesso però alcuni errori concettuali e altri organizzativi difficilmente comprensibili. Dal punto di vista concettuale il tentativo di rovesciare il regime sarebbe stato, secondo Gareth Jenkins, in stile anni Settanta, come quelli in Cile nel 1973 e in Turchia nel 1980. Ma non è così. Nel caso del 1980 la Turchia stava vivendo un periodo di grande instabilità. A partire dal 1975 il partito di estrema destra Mhp aveva infiltrato nei ranghi dei servizi segreti i suoi giovani «lupi grigi» e la lotta interna fra fazioni politiche di destra e sinistra rispecchiava quella fra i blocchi. Il partito conservatore di Demirel andò al potere dopo il partito socialdemocratico di Ecevit formando una coalizione con i partiti di estrema destra e gli islamisti. Nel 1977 le elezioni non ebbero vincitore e nel 1978 Ecevit riprese il potere grazie a parlamentari transfughi. Aumentarono gli incidenti, l’esercito turco alimentò la tensione che portò a oltre 5 mila morti e a partire dal 1979 pianificò l’assunzione del potere con un colpo di Stato. Il capo dell’esercito, generale Evren, lo realizzò nel settembre del 1980 quando gli Stati Uniti, in risposta alla rivoluzione iraniana, avevano adottato la «dottrina Carter» che prevedeva l’uso della forza per difendere gli interessi statunitensi nel Golfo. Evren sciolse tutti i partiti appoggiando nuove formazioni politiche. Abolì il Senato, modificò la costituzione e divenne presidente per sette anni. Gli Stati Uniti furono determinanti nella fase organizzativa ed esecutiva del golpe: il giorno prima del coup del 12 settembre, 3 mila soldati americani avviarono l’operazione della Rapid Deployment Force Anvil Express in Turchia. La stazione Cia di Ankara ebbe un
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ruolo trainante nel fornire informazioni e indirizzare il colpo. Si trattò quindi di un golpe diretto e condotto dall’insieme delle Forze armate sotto guida unitaria e appoggio concreto esterno. Dopo il golpe iniziò un’operazione repressiva e punitiva di dimensioni gigantesche: 517 condanne a morte, di cui 50 eseguite, 650 mila arresti, 170 mila processati, 1 milione e 683 mila persone in lista di proscrizione. La Turchia perse la democrazia e guadagnò in stabilità, prestigio internazionale, aiuti militari e sviluppo economico. Il tentativo di golpe dei giorni scorsi è piuttosto un’imitazione del primo golpe turco del dopoguerra: quello del 1960, che ebbe un successo ancor più significativo. Nel 1960 gli aiuti americani del Piano Marshall e quelli della dottrina Truman stavano finendo. Il capo del governo Adnan Menderes, democraticamente eletto, era in crisi: aveva allentato molte restrizioni di Atatürk in materia religiosa, autorizzando la costruzione di moschee e legalizzando le preghiere in arabo piuttosto che in lingua turca. Aveva anche abbreviato la durata della ferma di leva. Allo stesso tempo aveva imposto la censura sulla stampa. L’aggravarsi della situazione lo indusse a dichiarare la legge marziale concedendo di fatto enormi poteri alle Forze armate. Quando Menderes pianificò una visita a Mosca per chiedere linee di credito alternative, un gruppo di 37 giovani ufficiali sotto la guida del colonnello Alparslan Türkeş ritenne l’intenzione una sorta di tradimento. L’ufficiale era molto stimato nell’esercito, era a capo di una giunta militare ed era stato tra i primi sedici ufficiali turchi addestrati negli Usa per la guerriglia anticomunista dello Stay-behind. Il gruppo riuscì a convincere il generale Cemal Gürsel, comandante delle forze terrestri, ad assumere la direzione del golpe. L’esercito formalizzò l’assunzione dei poteri ordinando ai comandi dipendenti di rafforzare le misure di controllo. Nello stesso tempo la giunta costrinse 235 generali e oltre 3 mila ufficiali alle dimissioni. Eliminò oltre 500 magistrati e 1.400 professori universitari. Mise il capo di Stato maggiore generale, il presidente della Repubblica, il primo ministro e altri ministri agli arresti. Il generale Gürsel assunse le cariche di presidente, primo ministro e ministro della Difesa. Ovviamente, la popolazione – già sotto legge marziale – osannò e appoggiò il coup. Nei processi che seguirono furono condannati a morte Menderes e i ministri delle Finanze e degli Esteri. Quello dell’Interno si suicidò in carcere. Nel 1961 l’amministrazione passò ai civili, ma la giunta militare governò di fatto fino al 1965. L’errore concettuale fondamentale di questi giorni è stato quello di credere possibile la replica del colpo tutto sommato incruento del 1960 solo perché ordito da giovani ufficiali che occupavano posizioni di prestigio presso i propri comandanti. Erdoãan si sarà meravigliato di scoprire che uno dei golpisti era il suo aiutante di campo, colonnello Ali Yazıcı, e il capo di Stato maggiore generale Hulusi Akar sarà rimasto di stucco di fronte al suo assistente generale Mehmet Dişli che alle 21.30 gli puntava la pistola alla tempia e lo strozzava con una cinghia cercando di fargli leggere una dichiarazione in favore del golpe. Tutti i suoi più stretti collaboratori erano con i golpisti e il generale di brigata Partigöç cercò di blandirlo con promesse di potere. Mehmet Dişli è anche il fratello del parla-
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mentare Şaban, amico di Erdoãan. Ed era stato lui, alle ore 21, a diramare l’ordine di avvio del golpe. Akar viene detenuto presso la base di Akıncılar vicino Ankara. Ha resistito alle minacce quel tanto che è bastato perché il golpe senza avallo della gerarchia militare fallisse. Viene liberato il giorno dopo sconvolto e stremato, ma ora ha un alibi, nel caso possa servire. L’errore d’impostazione concettuale, basato su un modello tra l’eroico, il patriottico e il nostalgico, ha portato ad alcuni errori e inspiegabili ingenuità strategiche e tattiche tra cui le seguenti. A) L’illusione che le Forze armate mantenessero una presa autorevole e rassicurante sulla gente. L’azione islamista di Erdoãan negli ultimi anni e il contrasto frequente con i vertici delle Forze armate, spesso criminalizzate, ha invece eroso quasi tutto il loro prestigio di un tempo. La casta è stata declassata e le prerogative della gerarchia ottenute col bastone senza alcuna carota si sono dovute confrontare con le richieste di maggiore flessibilità e libertà. Il servizio militare è ancora basato largamente sulla leva e le forze islamiche si sono radicate nei quadri inferiori togliendo molta di quella patina di laicità che rendeva credibile il mito dei guardiani del potere. B) L’illusione che il colpo di Stato sarebbe stato salutato con entusiasmo dalla gente e dalle opposizioni. In realtà nessuno in Turchia voleva un colpo di Stato militare, tanto meno se sanguinoso e violento. Erdoãan non è ritenuto migliore dei militari ma il golpe avrebbe messo a rischio il lavoro, le esportazioni e le importazioni, il prestigio internazionale e la crescita economica. C) La pretesa di poter agire soltanto con qualche velivolo, qualche reparto speciale e parte della gendarmeria in un’azione non impostata, come nel 1960, sulla neutralizzazione dei vertici politici e militari, ma sul controllo della popolazione. La prima azione è infatti affidata alla gendarmeria che alle 22 chiude al traffico i due ponti sul Bosforo facendo pensare a una misura antiterrorismo. Tuttavia l’ambiguità non viene sfruttata a dovere. Anzi si comincia subito a sparare sul parlamento e gli F-16 sorvolano a bassa quota Ankara e İstanbul. Il primo ministro Yıldırım da İstanbul può confermare le voci di movimenti militari. Alle 22.37 il consigliere Haşimi da Ankara convince il premier a denunciare pubblicamente il colpo di Stato. La telefonata di Yıldırım non viene presa dalla televisione di Stato Trt perché già occupata dai golpisti, ma Haşimi riesce a chiamare il canale privato Ntv che diffonde il messaggio. D) L’azione principale non è stata rivolta al controllo del potere politico e di quello del territorio da parte delle forze di terra, ma alla neutralizzazione dall’aria di alcuni comandi militari e della polizia e all’azione dimostrativa aerea. In verità i golpisti riescono con pochi velivoli a colpire importanti obiettivi. Con appena sei caccia F-16 fanno raid su Ankara, İstanbul e Marmaris. In un paio d’ore vengono attaccati: il comando delle forze speciali della polizia e il comando delle forze aeree della polizia di Gölbaşi (facendo 47 vittime), il parlamento e il comando della polizia di Ankara, il comando dell’intelligence Mit di Yenimahalle, la
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stazione satellitare Türksat di Gölbaşi e il palazzo presidenziale di Beştepe. Uno dei piloti degli F-16 dei golpisti era lo stesso che aveva abbattuto il Sukoj-24 russo ai confini con la Siria, lo scorso novembre. Il generale Bekir Ercan Van, comandante della base aerea turco-statunitense di İncirlik, ha messo a disposizione quattro aerorifornitori Kc135-R appartenenti alla squadra turca. Il coinvolgimento di İncirlik ha fatto sospettare un ruolo attivo degli Stati Uniti, ma ha soprattutto preoccupato perché al centro della base, nei rifugi blindati della zona americana, sono immagazzinate alcune dozzine di bombe nucleari a caduta B-61. Il pericolo non era tanto che potessero cadere nelle mani dei golpisti e usate, visto che nessun aereo turco ha capacità di trasporto e sgancio di tali ordigni, ma per l’eventuale potere ricattatorio che il controllo di quell’area della base avrebbe comportato per il governo turco e lo stesso governo americano. I golpisti, evidentemente, non hanno voluto giocare quella carta, in realtà molto controproducente per tutti. Americani ed Erdoãan compresi. Hanno invece usato 8 aerei cargo C-160 e A-400-M per trasportare un considerevole stock di armi e munizioni da Kayseri alla base aerea di Malatya, nella Turchia centrale. Le armi sarebbero state destinate ad armare forze antigovernative locali. Ora sono a disposizione di quelle governative. Due elicotteri As-532 del Csar (soccorso aereo) hanno attaccato il luogo di una cerimonia nuziale a İstanbul dove erano presenti molti generali, prendendo in ostaggio il vicecapo di Stato maggiore Yaşar Güler, il comandante dell’Esercito Salih Zeki Çolak e il comandante dell’Aeronautica Abidin Ünal. Un elicottero S-70 ha invece attaccato il Mit cercando d’infiltrarvi forze speciali per rapire il capo dell’intelligence Hakan Fidan. Senza riuscirci. Più che un colpo di Stato contro il governo e la politica l’esame degli obiettivi sembra indicare da un lato l’intenzione di colpire, neutralizzare, imbarazzare e delegittimare le stesse forze militari e dall’altro di fornire alibi ai vertici sequestrandoli. E) L’uso quasi simbolico della forza senza il cinismo necessario per usarla fino in fondo. I carri armati che bloccano i ponti come se fossero delle transenne semoventi o quelli che sparano su obiettivi ininfluenti diventano un boomerang e anzi attirano la curiosità e l’eccitazione della gente che da Tiananmen in poi non li teme ma li provoca. F) Per una forza che si vuole esibire come baluardo dell’ordine, della costituzione, dello Stato di diritto e della democrazia sparare sul parlamento è come spararsi sugli attributi. Quando è stato bombardato il parlamento, i quattro maggiori partiti dell’opposizione a Erdoãan hanno condannato il colpo con una dichiarazione congiunta senza precedenti, dando al governo una forza superiore a quella che si potesse aspettare dall’estero. G) La scelta dell’ora di esecuzione: queste cose si fanno all’alba quando tutti dormono e non hanno voglia di alzarsi. Iniziare in Turchia un golpe alle 21 quando tutti sono svegli, tonificati dalla preghiera di mezzogiorno del venerdì con tutti gli imam ancora nelle moschee e i dipendenti pubblici che tirano a far tardi pregustando la vacanza del week-end significa che ci si aspetta una reazione di grande sostegno popolare. Tuttavia in questo caso le azioni offensive e
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provocatorie dei carri armati, i voli a bassa quota e a velocità supersonica sui centri abitati dei caccia e i raid delle forze speciali anche contro obiettivi civili non sarebbero stati né necessari né utili. Nel caso si fosse invece prevista una reazione popolare contraria mancavano completamente le forze per affrontarla e controllarla. Anzi gli scontri fratricidi tra forze di polizia, gendarmeria, forze speciali e unità territoriali precludevano qualsiasi possibilità di esercitare il controllo su una folla ostile. H) La scelta dell’immagine pubblica del coup. Ovvero la scelta di non offrire un’immagine pubblica dei responsabili del golpe. La dichiarazione di questi evanescenti militari che si qualificano come Consiglio di pace e invitano la gente a non uscire di casa è affidata alle 22.21 a un semplice mezzobusto della televisione di Stato Trt. Il comunicato dovrebbe essere rassicurante e fermo. Di fatto, senza voce e volto autorevoli, diventa incerto e incredibile. Anzi per molti è un segno di debolezza. Ci si chiede: «Perché non parla il comandante dell’operazione?». Le prime reazioni popolari al golpe sono indotte proprio dalla mancanza di autorevolezza personale. I primi imam che chiamano a raccolta i fedeli e li allertano sul pericolo per il loro governo cominciano subito dopo gli annunci della televisione di Stato. Alle 22.56 Trt annuncia l’intenzione dei golpisti di mantenere le relazioni esterne e lo Stato di diritto. Alle 23.13 Trt annuncia il coprifuoco e la legge marziale. Alle 23.24 un altro comunicato dichiara l’intenzione del Consiglio di creare una nuova costituzione garante della democrazia e della laicità. Sembra che ai golpisti le cose da dire vengano in mente al momento. Alle 23.30 nove ministri sono ad Ankara riuniti nell’ufficio del primo ministro. Sono sbigottiti davanti al televisore e uno di essi si arma di pistola per difendersi in previsione del peggio. Un altro smitizza gli annunci dicendo di «non credere alla tv di Stato». E quando alle 23.37 il viso di Erdoãan, pur se tirato e visibilmente scosso, appare su un iPhone ripreso dalla giornalista di Cnn Türk, risulta più convincente e autorevole anche per gli oppositori. I) La neutralizzazione dei social network è stata giustamente una delle preoccupazioni principali dei golpisti, ma tutta l’enfasi sul magico ruolo dei social media è fuori posto. Alle 22.22 Facebook, Twitter, Instagram e Snapchat erano interdette o per interruzione da parte dei militari o semplicemente per sovraccarico delle linee. In ogni caso i golpisti si sono dimenticati o non hanno saputo neutralizzare i canali privati televisivi come Ntv e le piattaforme Vpn (Virtual Private Network). Quando i militari sono intervenuti nella sede di Cnn Türk sono apparsi spaventati, indecisi e sono stati picchiati dagli stessi operatori. J) La mancata neutralizzazione del principale obiettivo: Erdoãan. Questa è forse la parte più sorprendente della vicenda. Anche il più sprovveduto dei turchi sapeva esattamente dove si trovasse il presidente. Era a Marmaris, sulla costa mediterranea, nella splendida villa di un amico che possiede anche il confinante e lussuoso Hotel Resort, frequentato da vip e facoltosi turisti stranieri. L’aereo presidenziale, un Gulfstream IV, era schierato nella parte militare dell’aeroporto di Dalaman a circa 94 chilometri dalla villa. Il Mit, servizio d’intelligence, aveva
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emanato già dalle 16 del giorno 15 luglio l’allarme di golpe. Il capo di Stato maggiore generale Hulusi Akar aveva diramato gli avvisi a tutte le unità sul controllo dei movimenti militari. Evidentemente l’allarme era generico perché Akar non si rendeva conto di avere i capi dei golpisti nel suo stesso ufficio, come lo stesso Erdoãan. Eppure è plausibile che da buon populista, il presidente, avvertito del golpe, abbia allertato la rete di sostenitori del suo partito. Di fatto, i membri dell’esecutivo disertavano gli impegni con i militari ed evitavano i luoghi presidenziali. Il capo del controterrorismo responsabile della campagna anti-Is non si presentava a una riunione al palazzo presidenziale. Verrà poi trovato ucciso con le mani legate dietro la schiena. Alle ore 17 il ministro dell’Interno avrebbe dovuto partecipare a una riunione sulla sicurezza presso un comando militare. Non è andato perché troppo occupato e durante il colpo si è spostato all’aeroporto Esenboãa di Ankara protetto dai sostenitori dell’Akp. Tutta la Turchia di Erdoãan stava aspettando il golpe: un vero spettacolo. 4. Veniamo alle mosse del presidente. Erdoãan è avvertito un’ora prima dell’imminente attacco al suo resort dal comandante della Prima armata di İstanbul, generale Ümit Dündar. Lascia in fretta la località e in macchina si dirige verso l’aeroporto di Dalaman. Venti minuti dopo arriverà un nucleo di forze speciali su un elicottero che aprirà il fuoco contro l’hotel, piuttosto che contro la villa: un errore d’indirizzo. Erdoãan viene portato in un luogo sicuro scelto dal generale Dündar (probabilmente nei pressi della base militare di Dalaman) e vi rimane fino a oltre mezzanotte. Da lì, alle 23.37 si connette con l’iPhone di una cronista della Cnn Türk – che incorpora l’applicazione FaceTime per le videochiamate – con la sede della stazione televisiva che manda in diretta il suo appello ai sostenitori. Gli elicotteri stanno ancora sparando sulla sede della Trt e sul quartier generale del Mit, ma alcuni drappelli militari che avevano occupato l’aeroporto di İstanbul si allontanano indisturbati. Dopo la mezzanotte la gente inizia ad affluire all’aeroporto e l’aereo di Erdoãan decolla da Dalman. Due F-16 dei golpisti lo agganciano col radar di bordo per abbatterlo, ma non lo fanno. Fonti ufficiali affermano che il pilota avrebbe comunicato di essere un volo di linea e gli attaccanti gli avrebbero creduto sulla parola. È più probabile che gli F-16 abbiano ricevuto dal velivolo segnali automatici che lo identificavano come aereo di linea della Turkish Airlines. Non è infatti una stranezza che un presidente autoritario e discusso viaggi su un velivolo fornito di trasponder in grado d’identificarlo come aereo di linea nazionale o addirittura di altre nazioni. I trasponder per la falsa identificazione sono istallati anche sugli aerei spia o su quelli dei servizi segreti. In effetti le stesse tracce disponibili sui siti di controllo dei voli riportano alle ore 1,40 la presenza di un aereo Tc-Ata identificato come Thy 8456 (Turkish Airlines) proveniente da Dalaman e sulla rotta tra Izmir e İstanbul. Lo stesso aereo vola in circolo sopra Lapseki e alle 2.05 lascia la zona d’attesa e scende su İstanbul. L’aeroporto è pieno di folla festante e alle 2.23 l’aereo atterra a luci spente e viene assistito dal personale di terra.
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In alcune località si spara ancora ma il golpe è finito da un pezzo. I militari hanno tolto energia a tutte le basi aeree. İncirlik è stata interdetta a qualsiasi volo. Senza rifornimenti, gli F-16 sono costretti ad atterrare, uno viene probabilmente abbattuto. Lo stesso tocca a un elicottero. 5. Il tentato golpe ha fatto 312 morti, di cui 90 civili, e 1.154 feriti. Cifre drammatiche per noi ma irrisorie per gli standard turchi. Il mancato abbattimento dell’aereo presidenziale, come la quasi totale assenza di vittime tra i politici, restano misteri che si uniscono alle altre cose incomprensibili già avvenute e che si prestano a qualsiasi forma di dietrologia. Fethullah Gülen, indicato da Erdoãan come ispiratore e organizzatore del tentato golpe, ritorce l’accusa dicendo che in realtà si tratta di un falso golpe organizzato dal presidente per avviare una gigantesca purga in tutti i gangli dello Stato ed eliminare gli oppositori, in particolare i suoi stessi seguaci. Di certo, Erdoãan sta sfruttando il fallito golpe proprio per questo scopo. Che peraltro è palese. I numeri parlano chiaro: 6 mila soldati arrestati, 755 magistrati detenuti, fra cui due membri della Corte costituzionale, 103 ammiragli e generali arrestati (un terzo del totale), 9 mila agenti di polizia, 2.745 giudici, 1.500 dipendenti del ministero delle Finanze, 15.200 del ministero dell’Educazione, 8.777 del ministero dell’Interno fra cui 30 degli 81 governatori provinciali sono stati sospesi, 20 portali d’informazione sono stati chiusi. E non siamo che all’inizio della grande purga. Se tutti questi arrestati fossero stati veramente i fautori o i sostenitori del golpe avrebbero ottenuto l’ennesimo successo. Se questa è una punizione/lezione per chiunque pensi d’intaccare il potere di Erdoãan appare comunque sproporzionata non tanto rispetto al crimine, che rimane gravissimo, ma rispetto a tutta la società che dalla purga esce più divisa e frastornata che mai. Se è un mezzo per acquisire la maggioranza referendaria necessaria all’acquisizione dei poteri assoluti è comunque un mezzo sproporzionato, violento e iniquo, inadatto alle riforme costituzionali. Una nazione divisa non si cementa con le purghe che, per definizione, sciolgono. Sul piano tecnico-militare si tratta di vedere se il tentativo di golpe, da chiunque ispirato, sia stato studiato per vincere o per fallire. Le anomalie concettuali e strategiche e le deficienze tattiche suggerirebbero la seconda ipotesi. Anzi, sembrerebbero indicare un’azione concorrente tra organizzatori del golpe, governo e vertici militari per uno scopo comune: sfruttare alcune frange interne di dissenso per far uscire allo scoperto gli oppositori e giustificare le drastiche misure di rafforzamento del potere. A questa prospettiva fa riscontro l’altra: se i golpisti avevano studiato per vincere si sono dimostrati incapaci e anche un po’ coglioni. In ogni caso a perdere è sempre la Turchia.
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di Alberto NEGRI
Biechi interessi, ipocrisie e incompetenze guidano i nostri decisori nel rapporto con autocrati e dittatori. Come con Erdoãan. Silenzi e imbarazzi su islamizzazione e repressioni nella Turchia pilastro della Nato. Il caso Iran e lo scandalo che salverà Gülen.
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1. L COLPO DI STATO E IL CONTRO-GOLPE IN Turchia scoperchiano un altro vaso di Pandora, questa volta non nel solito Medio Oriente ma sul fianco sud-orientale del sistema di sicurezza occidentale, dentro e oltre i confini europei. Dopo il terrorismo jihadista, nella casa europea sempre più disarticolata è arrivato un altro fattore di pericolosa destabilizzazione: ma se il colpo di Stato non era forse prevedibile l’inquietante deriva della Turchia di Erdoãan era stata raccontata su queste colonne, e in generale dai media, con largo anticipo. Perché accettiamo autocrati e dittatori? Perché servono: siamo complici, non partner. Loro lo sanno, si fanno usare e poi sfuggono al controllo e ci ricattano secondo un copione che conosciamo benissimo. Il presidente turco Erdoãan è solo l’ultimo della lista, ma forse il più insidioso in quanto non solo appoggiato da una maggioranza elettorale conservatrice ma perché fa parte dell’apparato occidentale, con 24 basi dell’Alleanza Atlantica sul territorio, armi nucleari comprese. Con le leggi speciali e l’epurazione nelle Forze armate, oltre a quella nell’amministrazione, nell’istruzione e nella magistratura, mette sotto torchio i generali laici, probabilmente più fedeli alla Nato che a lui. Gli ingressi delle caserme di İstanbul sono stati sbarrati da autotreni e camion dell’immondizia, compresa la caserma Nato a Maslak: gli ufficiali sono sotto consegna e seguiti a vista da polizia e uomini dei servizi. Insieme alle foto delle reclute ribelli ammassate come sardine nelle palestre, seminude con le mani legate dietro la schiena, tutto questo costituisce uno spettacolo umiliante per le Forze armate, come mai era accaduto nella patria di Kemal Atatürk, dove l’esercito è stato per quasi un secolo la pietra angolare della repubblica, il protagonista con tre colpi di Stato della vita politica ma anche di quella economica e sociale. Non solo il guardiano della repubblica secolarista ma anche dell’integrità territoriale della nazione.
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2. Gli Stati Uniti e l’Europa non sanno cosa fare: sono a letto con il nemico che è anche un loro amico e alleato. L’imbarazzo è palpabile e sfiora l’autoironia. Il consolato Usa a İstanbul il 20 luglio celebrava, in ritardo sul 4 luglio, la festa nazionale: sull’invito si leggeva – testuali parole – che il ricevimento «su incoraggiamento delle autorità turche di sicurezza» era dedicato «non» al giorno dell’indipendenza americana ma alla «partnership strategica Usa-Turchia». Ecco servita la politica occidentale: è immaginabile che Washington tenga sotto pressione Erdoãan ma solo fino a un certo punto, così come l’Unione Europea, che ha firmato con Ankara un accordo perché si tenga tre milioni di profughi siriani. C’è un doppio standard della politica internazionale di cui Erdoãan prima ha fatto le spese e poi ha approfittato usando proprio le regole europee per far fuori i generali laici con falsi processi. Del resto chi ha mai difeso la Turchia quando con la Mavi Marmara si scontrò con Israele per gli aiuti a Gaza, dove oggi il 90% della popolazione vive soltanto grazie alle razioni dell’Onu? E chi ha mai sostenuto il presidente egiziano Mursø – un fratello musulmano appoggiato da Erdoãan – sia pure regolarmente eletto? Con il generale al-Søsø, Stati Uniti, Francia e Russia fanno regolarmente affari, finanziati peraltro dai soldi dell’Arabia Saudita. Si è visto un briciolo di concreta solidarietà europea all’Italia sul caso Regeni? Se va avanti così saremo costretti a rimandare al Cairo l’ambasciatore per proteggere gli interessi dell’Eni e quelli delle aziende italiane. E tra un po’ sulle violazioni del governo turco alle libertà minime ci sentiremo rispondere: Erdoãan è peggio di al-Søsø? Siamo uomini di mondo, suvvia. Ci sono lezioni che si impartiscono una volta sola e che qualunque ra’øs, aspirante sultano o califfo della zona manda a memoria. Per questo il presidente turco ha fatto la pace con Israele: quando nella regione sei gradito allo Stato ebraico a casa puoi fare quello che vuoi, questo è lo standard dalle nostre parti ed Erdoãan lo conosce perfettamente. La riappacificazione con la Russia di Vladimir Putin chiude un triangolo perfetto: tre paesi che non tengono in gran conto i diritti umani e occupano come Israele territori altrui, da quelli palestinesi al Golan siriano. Ma non è esattamente questo l’incrollabile messaggio che mandiamo da decenni al mondo musulmano? Non solo. Pensiamo di usare gli autocrati come ci pare: un tempo Saddam per fare la guerra all’Iran, oggi Erdoãan per condurre con i jihadisti quella alla Siria di al-Asad perché fa comodo al fronte sunnita anti-Iran, cioè a quelle monarchie del Golfo che ci riempiono le tasche di quattrini in commesse militari e investimenti. Gli americani la chiamano politica del «doppio contenimento», sia del fronte sunnita sia di quello sciita, dove per altro gli Usa bloccano le banche internazionali che vogliono fare affari con Teheran, senza mai scomporsi nei confronti dei sauditi che tagliano teste a tutto spiano. La pena di morte minacciata da Erdoãan è a geometria variabile: si vedono mai dei sit-in davanti all’ambasciata saudita? In compenso vanno davanti a quella della Repubblica Islamica dell’Iran, regime brutale ma certo non peggiore di quello di Riyad.
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Ma gli iraniani hanno una colpa, un peccato originale che non è stato lavato neppure dall’accordo sul nucleare, riguardo al quale l’anno scorso quelli che ponevano maggiori ostacoli alla firma, sfiorando quasi il ridicolo, erano i francesi, per compiacere i clienti sauditi che stavano salvando a colpi di miliardi di dollari l’industria atomica Aréva, azienda decotta con i libri già in tribunale. La Repubblica Islamica, con la sua economia dell’«asse della resistenza», non ha mai ceduto all’Occidente, ha sopportato oltre tre decenni di sanzioni, non è indebitata con le banche internazionali e può fare una politica magari astuta ma discretamente indipendente anche se economicamente tributaria della Cina e della Russia. Gli americani, con i loro clienti israeliani e sauditi, sono così infastiditi che impediscono alle banche internazionali di fare affari con Teheran. 3. Tutte queste cose Erdoãan le conosce bene perché di traffici con l’Iran sa molto, quasi tutto. In aprile a Miami è stato arrestato un cittadino turco-iraniano, Reza Zarrab. Con lui, in una prigione federale americana sono finiti molti dei segreti della tangentopoli del Bosforo, il clamoroso scandalo di corruzione che nel 2013 fece tremare il governo allora guidato proprio da Erdoãan. In Turchia la maxi-inchiesta era finita in una bolla di sapone, archiviata dai magistrati dopo che quelli che l’avevano aperta – arrestando proprio Zarrab – erano stati estromessi dall’indagine. Un colossale insabbiamento. Cacciati dalla magistratura, alcuni dei giudici che avevano aperto il caso sono persino fuggiti dalla Turchia, dove rischiavano il carcere con l’accusa di aver cospirato per rovesciare il governo. Niente di nuovo sotto il sole della Turchia. Erdoãan ha fatto carte false per dimostrare che è tutto un complotto orchestrato dal suo nemico numero uno, Fethullah Gülen, colui che più di tutti negli anni scorsi lo aveva aiutato a consolidare il suo potere. Zarrab è stato fermato con l’accusa di aver riciclato denaro sporco, aggirando le sanzioni americane contro Teheran. Molte delle operazioni sono frutto della sua partnership con Babak Zanjani, tycoon iraniano, tra gli uomini più ricchi del paese, condannato a morte dalla giustizia di Teheran per corruzione. Il meccanismo per evadere le sanzioni, secondo le accuse, prevedeva il pagamento in oro del petrolio iraniano acquistato in Turchia. Fondi neri poi fatti transitare da Zarrab su banche americane per conto di uomini d’affari. Un business che avrebbe avuto in Turchia il suo cuore pulsante. L’anno scorso Zarrab aveva persino ricevuto dalle mani di alcuni ministri un premio per il suo contributo all’export nazionale. Il destino di Zarrab rischia di incrociare da vicino quello del presidente turco e della sua famiglia. Nel suo insidioso dossier potrebbero spuntare pagine scottanti anche sul figlio di Erdoãan, Bilal, che intanto per imprecisati «motivi di sicurezza» ha lasciato Bologna dove viveva ed era indagato per riciclaggio. Ecco quale potrebbe essere il negoziato con gli Usa. Non il ristabilimento di regole democratiche: la testa di Zarrab contro quella di Gülen, di cui Erdoãan chiede l’estradizione. Gli americani potrebbero far cadere le accuse all’uomo
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d’affari che coinvolge il presidente turco e la sua famiglia, e in cambio si tengono l’imam in esilio in Pennsylvania.
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4. Per tutti questi compromessi, abbiamo tollerato che la Turchia si islamizzasse, che Erdoãan reprimesse chiunque non la pensasse come lui, facendo fuori oltre al Pkk anche i civili curdi. Ma ci siamo già dimenticati di Kobani, quando bastonava i volontari anti-jihadisti? Entrando dai buchi nei reticolati della frontiera si era inseguiti dalla polizia turca, uscendo la stessa polizia ti inseguiva di nuovo per assestare qualche altra mazzata. I jihadisti dello Stato Islamico godevano invece di assoluta libertà: esportavano petrolio, importavano armi e compivano attentati in territorio turco come a Suruç e Diyarbakır diretti contro l’opposizione, curda e laica, a Erdoãan. Il direttore di Cumhuriyet, Can Dündar, lo ha documentato ed è stato persino incarcerato. Ora se ne sta all’estero insieme a molti altri reporter indipendenti, da Yavuz Baydar a Cengiz Çandar. La società civile turca, dai giornalisti ai professori, agli accademici, cui è impedito ora di andare all’estero, si svuota delle sue teste migliori o viene paralizzata e noi stiamo a guardare: cosa pensiamo di trovare qui tra qualche tempo? Per dodici anni ho assistito al degrado dell’Iraq sotto sanzioni, materiale, morale e culturale: quando gli americani nel 2003 attaccarono Saddam il paese era già da tempo in agonia. Non è così sorprendente che, grazie anche ai marchiani errori politici dell’occupazione Usa, prima abbia attecchito al-Qå’ida e poi il «califfato». La Turchia non è l’Iraq ma forse è persino peggio pensare che questo accada a un paese con cui si trattava, fino a qualche settimana fa, di liberalizzare i visti discutendo i capitoli per il negoziato di ingresso nell’Unione Europea. Oggi Erdoãan ci sembra spaventoso ma la signora cancelliera Angela Merkel gli ha stretto calorosamente la mano perché si tenesse tre milioni di profughi siriani. Anzi, si è spinta più in là: durante una visita al confine turco-siriano si è dichiarata favorevole a una safe zone dell’esercito di Ankara in territorio siriano. Questione che persino gli americani hanno escluso. Mandiamo in giro politici che non sanno neppure di che cosa parlano o disposti a vendersi qualunque disastro geopolitico pur di togliersi dai piedi i problemi che loro stessi hanno creato. E la Merkel non è certo la peggiore. Settimane dopo il rapporto britannico sulle responsabilità di Tony Blair riguardo alle menzogne propalate per fare la guerra in Iraq nel 2003, l’ex premier sorrideva nella hall dell’Hotel Colony a Gerusalemme dove occupa ancora un intero piano: chi paga il conto? Poi, quasi sempre, qualche cosa con gli autocrati non funziona, come la guerra contro al-Asad. E facciamo finta che non sia stata la signora Hillary Clinton, da segretario di Stato, a incoraggiare la Turchia a inviare migliaia di militanti sull’«autostrada del jihåd» che adesso tornano nei loro paesi e a casa nostra a fare i terroristi. Il risultato è il seguente: non abbiamo la democrazia in Siria – dove fa la guardia Putin – e ora neppure in Turchia. Un capolavoro di ipocrisia e forse anche di imbecillità.
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IL COLOSSO DEL BOSFORO HA I PIEDI D’ARGILLA
di John C. HULSMAN
Erdoãan esce trionfante dal fallito golpe: gulenisti e kemalisti sono sotto schiaffo, gli Usa tergiversano e l’Europa è più ricattabile che mai. Ma l’edificio del potere turco vacilla sotto il peso di un dispotismo alla lunga insostenibile. L’incognita Nato.
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1. E CONSEGUENZE A BREVE TERMINE dello spettacolare tentativo di golpe in Turchia risultano già piuttosto chiare. La posizione del presidente Recep Tayyip Erdoãan, rimasto in sella, ne esce rafforzata. Tant’è che egli stesso ha definito il colpo di Stato «un dono di Dio», in quanto gli consente di epurare le istituzioni dalla moltitudine di gulenisti e kemalisti a lui ostili. Non c’è dubbio su chi sia per l’adirato sultano il responsabile di questo affronto al suo potere. Nello spavaldo discorso pronunciato dall’aeroporto Atatürk di İstanbul, Erdoãan ha addebitato senza mezzi termini la responsabilità «a quelli in Pennsylvania», con ciò intendendo l’imam in esilio Fethullah Gülen, ex sostenitore del presidente e ora suo acerrimo nemico. Figura oscura, il cui seguito permea Forze armate, magistratura e polizia turche, per anni Gülen è stato un potente e importante alleato di Erdoãan. Nel 2013 però i due sodali, che insieme avevano sconfitto l’establishment secolare turco, si separarono bruscamente. Invischiato in scandali di corruzione che ne compromettevano l’immagine immacolata, il presidente accusò i gulenisti di perseguitare i suoi sostenitori, incluso il figlio Bilal. Dopo di che, si diede a espellere i seguaci dell’imam dalla magistratura e dagli apparati di polizia, rialleandosi temporaneamente con l’odiato esercito laico per fronteggiare la sfida posta dal suo nuovo rivale. Le purghe hanno funzionato: lo dimostra il lealismo della polizia, il cui ruolo è stato essenziale per sventare il golpe. La conseguente introduzione dello stato d’eccezione per tre mesi consente a Erdoãan di continuare l’opera di epurazione, mirante a sradicare la malapianta del gulenismo dalla società turca. 2. In realtà, il fallito colpo di Stato ha avuto natura essenzialmente kemalista; i gulenisti hanno giocato un ruolo minore e indiretto. Oltre a indebolire ulterior-
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mente il seguito dell’imam esiliato, il fallimento del golpe segnala infatti la morte del cosiddetto «Stato profondo», incarnato dall’élite politica, militare e d’intelligence di orientamento laico che di fatto ha dominato il paese dall’epoca di Atatürk, fondatore della Turchia moderna. I militari occupano un posto speciale nella vita pubblica turca. Tradizionalmente si concepiscono custodi del moderno Stato kemalista, definito dal suo fondatore come saldamente secolare e filoccidentale. In base a questa visione, ciò che definisce i turchi è soprattutto un forte nazionalismo, pressoché avulso da qualsiasi identità religiosa e basato sui traguardi della nazione turca, sul suo glorioso passato, sull’aspirazione al progresso e sulla volontà di conservare la repubblica unita e intatta. Per affermare questo spirito, l’esercito – ben prima dell’avvento di Erdoãan nel 2003 – si è inserito prepotentemente nella vita nazionale, spesso con azioni militari dirette, ogni qualvolta percepiva che lo Stato secolare fosse in pericolo. Dal 1945 si sono avuti quattro colpi di Stato riusciti: nel 1960, 1971, 1980 e 1997. Sebbene in tutti i casi i leader del golpe affermassero di agire per la democrazia, sovente le loro vendette erano dirette contro l’emergente classe politica islamista, percepita come una minaccia alla Turchia laica. Per gran parte della storia turca, l’esercito è stato un’istituzione largamente autoreferenziale, che non consentiva alcuna supervisione politica del proprio operato. Temendo il colpo di Stato, i leader politici eletti evitavano di interferire troppo negli affari interni dei militari. Almeno fino all’elezione di Erdoãan a primo ministro, nel 2003. Nel tempo, Erdoãan è riuscito con abilità a depotenziare l’esercito, pensionando i generali laicisti (ed emarginando quelli rimasti in servizio) a vantaggio di ufficiali più apertamente islamisti, che venivano promossi. Ciò gli ha assicurato la subordinazione dell’arma al potere civile, in una misura sconosciuta a tutti i precedenti governi della Repubblica turca. Nel messaggio che annunciava il golpe, i militari kemalisti accusavano Erdoãan di minare la tradizione laica dello Stato con la sua promozione di un islamismo relativamente moderato. Data l’ufficiosa ma ferma convinzione delle Forze armate di essere garanti della laicità dello Stato, ciò era sufficiente per rovesciare il presidente. Ma il golpe, per quanto sanguinoso (oltre 250 i morti), è stato sventato con relativa facilità nel corso di una sola sera. Ciò suona come una campana a morto per lo «Stato profondo» laico, la cui reazione è stata del resto precipitata proprio dall’opera di epurazione condotta da Erdoãan negli anni. Fedele ai propri metodi, anche in questo caso il «sultano» non si è lasciato sfuggire l’opportunità di fare ulteriore pulizia. Già nei primi giorni del dopogolpe 15 mila insegnanti sono stati sospesi, 1.500 professori universitari costretti alle dimissioni, 6 mila membri dell’esercito arrestati, di cui 24 generali già incriminati e in attesa di processo. Inoltre, 3 mila giudici sono stati sospesi, 1.500 funzionari del ministero delle Finanze licenziati, 24 radio e stazioni televisive si
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sono viste revocare la licenza. Tutta questa gente era considerata da Erdoãan il bastione del kemalismo e del gulenismo. 3. Tuttavia, la conseguenza più importante della fine del kemalismo è il definitivo allontanamento della Turchia di Erdoãan dalla politica filoccidentale dei militari. Vellicando gli istinti della piazza e mostrando un sovrano disprezzo dello Stato di diritto, il presidente ha chiesto agli Stati Uniti di estradare Gülen immediatamente, per dimostrare di essere un vero «alleato strategico» di Ankara. Il segretario di Stato John Kerry, che di solito non brilla per acume, questa volta ha chiesto che venisse prodotto uno straccio di prova del coinvolgimento dell’imam. Le relazioni Ue-Turchia stanno insomma entrando in una fase critica. All’indomani del golpe, Erdoãan ha tagliato la luce alla strategica base Nato di İncirlik e ha chiesto una sospensione dei bombardamenti statunitensi sulle postazioni dello Stato Islamico (Is), condotti a partire dalla base. Il sultano si sta muovendo con una spregiudicatezza impensabile ai tempi del confronto Est-Ovest, quando l’alleanza della Turchia con l’America non era in discussione. Oggi invece Ankara fa leva sulla sua posizione strategica in Medio Oriente per farsi consegnare Gülen: il prezzo dell’acquiescenza turca sembra crescere di giorno in giorno, insieme all’insofferenza di Erdoãan verso la tradizionale fedeltà a Washington. È ormai chiaro che l’affidabilità della Turchia come alleato strategico dell’Occidente non può più essere data per scontata. Oggi il paese appare sotto una luce ambigua: apparentemente amico, ma intriso di animosità e spirito di rivalsa verso i suoi ex alleati. Nella fluida èra multipolare, concetti come «alleato» e «nemico» non spiegano più la realtà internazionale. Le alleanze inossidabili sono sostituite da matrimoni d’interesse, più soggetti a rovesci improvvisi. La dicotomia bianco/nero è sostituita da una scala di grigi: i paesi alternano cooperazione e competizione a seconda dei loro interessi specifici in ambiti determinati. In questo caso, la Turchia di Erdoãan non fa che applicare alla lettera il paradigma dei nostri tempi. Un esempio lampante del nuovo corso è il modo in cui la Turchia ha trattato un’Europa imbelle alle prese con i migranti. Consapevole che la disastrosa gestione della crisi ha inficiato la leadership di Angela Merkel, Erdoãan si è offerto di aiutare Berlino, ma non per bontà d’animo o per dare prova della sua amicizia. Il soccorso di Ankara si paga caro: 6 miliardi di euro in due anni, visti europei per i cittadini turchi, e un tacito sostegno all’Akp (il partito del presidente) alle cruciali elezioni del 1° novembre scorso. Non credendo più alla favola dell’ingresso nell’Ue, la Turchia ha agito come qualsiasi potenza regionale di fronte a una palese manifestazione di debolezza dei suoi avversari: ha offerto assistenza in cambio di benefici tangibili. L’accordo di marzo sui migranti segnala dunque che l’epoca dell’incondizionata fedeltà turca è tramontata. È bene che l’Occidente ne prenda nota.
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Nel mese precedente al colpo di Stato, Erdoãan ha cominciato un riavvicinamento a Israele, all’Egitto e alla Russia: una strategia a tutto campo, che colloca la Turchia a metà strada tra l’Occidente e il Medio Oriente.
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4. Se nell’immediato il presidente turco emerge dal golpe più forte di prima, le prospettive a medio-lungo termine appaiono meno chiare. La visione che prevale al momento in Occidente è quella di un mondo arabo in preda al caos dopo il fallimento delle «primavere arabe», mentre le potenze mediorientali non arabe (Iran, Israele e Turchia), più coerenti, sarebbero destinate a dominare la regione. I recenti avvenimenti turchi mettono in discussione questo assunto: all’improvviso, il «sultano» e il suo paese appaiono meno saldi di quanto si credesse. La repressione di Erdoãan non è una prima assoluta: essa segue anni di politiche volte a smantellare lo Stato laico turco, tra le quali si annoverano il controllo della polizia, il rafforzamento del primo ministro e poi, dopo le ultime elezioni, dell’ufficio presidenziale. Parallelamente, la libertà di stampa ha subìto forti limitazioni, al punto che le critiche al presidente e alle sue politiche possono sfociare in cause onerose e in pesanti condanne. Quando l’Akp perse la sua maggioranza parlamentare dopo il voto del giugno 2015, Erdoãan rincarò la dose, reprimendo ancor più il dissenso e inasprendo la guerra contro i separatisti curdi, per riprendere il controllo della situazione. Al pari del presidente russo Putin, Erdoãan è costantemente in cerca di nemici interni ed esterni per giustificare i propri insuccessi e le misure repressive: durante le proteste di piazza Taksim, ad esempio, il presidente si è solennemente impegnato a difendere il paese dalle armate dei social media, promettendo di «non lasciare la Turchia in preda di YouTube e Facebook». Ora ci risiamo. Il guaio principale è però lo stato dell’economia: la crescita si è quasi arrestata, passando dal 6-9% dei primi anni Duemila al 2-4% degli ultimi tempi. Con essa è venuto meno il vero pilastro del potere di Erdoãan, la prova tangibile del suo «successo». Questo mentre le inchieste, puntualmente represse, facevano parzialmente luce sulla fortuna sua e della sua famiglia, il cui simbolo è la costruzione del nuovo, sontuoso palazzo presidenziale di Ankara, costato 700 milioni di dollari. La democrazia maggioritaria di stampo erdoganiano – un sistema sostanzialmente privo di contrappesi al potere del presidente – appare ora politicamente fragile. Facendo piazza pulita dei contropoteri nell’esercito, nella magistratura e nella polizia, Erdoãan ha sbrigativamente eliminato i suoi avversari, invece di cooptarli con il compromesso. Il problema di questo metodo è che a fronte dell’esigua maggioranza nel paese che appoggia l’Akp, si è creato un ampio blocco minoritario (oltre il 40%) irriducibilmente ostile al presidente e al suo partito. Inoltre, il fatto di non avere avversari nell’Akp rende Erdoãan un uomo solo al comando, privo di successori politici che portino avanti la sua agenda islamizzante in una società turca ancora in buona parte laica. In questo sta il
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vero elemento di fragilità del progetto politico erdoganiano, una fragilità chiaramente evidenziata dal fallito golpe. Mentre Erdoãan si erge dunque come un colosso sul Bosforo, il grande edificio del suo potere mostra vistose crepe. Ciò che gli osservatori più avvertiti vanno ripetendo da anni dovrebbe essere ora chiaro a tutti: la Turchia non è il paese stabile che sembrava ancora poche settimane fa. Le sue incognite politiche ed economiche non potrebbero essere maggiori. (traduzione di Fabrizio Maronta)
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Parte II QUANTI SONO e da DOVE ARRIVANO i MIGRANTI
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Scenari europei di Federico SODA e Guy J. ABEL
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RATTATO SPESSO IN MODO MERAMENTE
emergenziale il fenomeno migratorio è un dato strutturale della nostra epoca, che occorre per quanto possibile governare. L’allarmismo dei media, specie se condito da abuso dei numeri, non aiuta l’adozione di politiche razionali. Sigillare le frontiere, pressoché impossibile, sarebbe controproducente sul lungo periodo in termini di sostenibilità economica del nostro welfare e propensione all’innovazione. Due esperti ci aiutano a leggere cifre e prospettive per l’Europa e per l’Italia.
‘L’immigrazione è il futuro. Attrezziamoci’
Conversazione con Federico SODA, direttore dell’Ufficio di coordinamento per il Mediterraneo dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) a cura di Fabrizio MARONTA LIMES A che punto è l’«emergenza migranti»? SODA Innanzi tutto non parlerei di emergenza, ma di fenomeno strutturale con
alti e bassi. Il 2015 è stato sicuramente un anno straordinario, soprattutto a causa della recrudescenza del conflitto in Siria, che ha spinto oltre un milione di rifugiati verso l’Europa. L’afflusso eccezionale ha colto l’Unione Europea impreparata e il trauma di quell’esperienza continua a condizionarne la percezione, in parte distorcendola. Finora il 2016 non è stato un anno straordinario dal punto di vista migratorio: dopo l’accordo con la Turchia, gli ingressi in Europa per la via balcanica si sono ridotti quasi a zero e non c’è stato il temuto travaso verso il Mediterraneo centrale e l’Italia. A fine giugno il numero di sbarchi sulle coste italiane era paragonabile a quello dello stesso periodo del 2015, che con
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153 mila arrivi (17 mila in meno del 2014) non è stato un anno particolarmente critico dal punto di vista degli approdi marittimi. LIMES A proposito di cifre: l’Oim, al pari delle agenzie Onu, usa nei suoi studi i dati di stock, ovvero il totale delle persone residenti in un paese diverso da quello d’origine, a prescindere che si tratti di nuovi arrivi o emigrati di vecchia data. Altri ritengono invece che i dati di flusso (cioè le persone spostatesi da un paese all’altro nell’ultimo anno) siano più rappresentativi del fenomeno migratorio. SODA Probabilmente lo sarebbero, se fossero affidabili. Il problema è che i flussi migratori sono un fenomeno dinamico, estremamente difficile da quantificare. Il Mediterraneo è un’eccezione: siccome intercettiamo i migranti in mare per soccorrerli e abbiamo sistemi di registrazione affidabili, il margine d’errore è abbastanza limitato. Ma in Asia e altrove, specie se gli spostamenti avvengono via terra, il grosso dei migranti sfugge alle rilevazioni. Lo stock, viceversa, si ottiene sommando i dati delle anagrafi nazionali, che ovviamente scontano inesattezze e magari non sono sempre aggiornatissimi, ma nel complesso sono molto più precisi, perché è decisamente più facile censire i residenti che contare le moltitudini in movimento. Per questo, credo che i lavori basati unicamente sui dati di flusso non siano scientificamente affidabili. Comunque, tornando all’Italia il carattere strutturale del fenomeno sta nel fatto che in questa fase i flussi verso il Belpaese provengono in gran parte dall’Africa subsahariana occidentale, non dal Medio Oriente. Le pressioni migratorie da quest’area sono molto complesse ed è più difficile stabilire chi abbia diritto alla protezione internazionale in base dalla Convenzione di Ginevra del 1951. LIMES Si tratta dei cosiddetti «migranti economici». SODA Negli ultimi tempi questa definizione va di moda, ma mi lascia un po’ perplesso, perché la migrazione è frutto di motivazioni diverse, solo in parte economiche. Di certo, però, in questo caso la componente economica è prevalente, come ci dicono i migranti stessi nei paesi di transito. Fanno eccezione ovviamente coloro che provengono dai paesi del Corno d’Africa, come l’Eritrea, da cui si scappa per motivi umanitari. LIMES L’accordo Ue-Turchia del marzo scorso dunque funziona, almeno dal punto di vista europeo. SODA Sì. Abbiamo assistito a un aumento di partenze dall’Egitto, che però non è direttamente ascrivibile all’accordo. E la prevalenza delle nazionalità africane nella rotta centro-mediterranea sta a indicare che la Turchia ha effettivamente assorbito il flusso dei rifugiati siriani, il quale non si è riversato sulla Libia. Che l’accordo tenga, è invece tutto da vedere. Su di esso gravano molte incognite, dalla questione dei visti – che oltre alla Turchia riguarda l’Ucraina, con cui l’Ue sta negoziando concessioni simili a quelle promesse ad Ankara – alle conseguenze del Brexit. LIMES Come giudica la proposta del migration compact avanzata dall’Italia? SODA L’idea di aiutare i paesi in via di sviluppo per alleviarne le problematiche e
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ridurre così la spinta migratoria non è nuova. Né può essere l’unica soluzione a un fenomeno vasto e complesso come quello migratorio. Tuttavia, deve costituire parte della risposta. Credo infatti che i nostri sforzi debbano tendere a rendere la migrazione una scelta, sia per il migrante sia per il paese ricevente. Dobbiamo cioè far sì da un lato che gli individui non siano obbligati a fuggire da condizioni materiali e sociali oggettivamente insostenibili; dall’altro, dobbiamo sviluppare politiche dell’immigrazione che selezionino gli ingressi in base alle necessità dell’economia ricevente. Questo non solo per il tornaconto del paese ospite, ma anche per rendere più facile l’integrazione dei nuovi arrivati, il cui inserimento sociale ha nel lavoro un canale fondamentale. LIMES Il migration compact va in questa direzione? SODA Per quel poco che si può evincere da una proposta ancora allo stato embrionale, direi di sì. I tre presupposti fondamentali per una gestione, nei limiti del possibile, del fenomeno migratorio da parte dell’Europa sono infatti un accettabile livello di sviluppo del continente africano, la presenza di canali migratori legali per contrastare il traffico di esseri umani e i pericoli connessi, e l’elaborazione di politiche dell’immigrazione e dell’accoglienza da parte dei paesi europei. LIMES Quest’ultimo, fondamentale presupposto implica però a sua volta che le economie europee crescano abbastanza da poter integrare i nuovi arrivati. SODA Quello tra crescita e immigrazione è un falso dilemma. La strutturalità del fenomeno migratorio non è dovuta solo a circostanze oggettive, che vedono un’Europa sempre più vecchia a due passi da un’Africa in pieno boom demografico. È anche, o dovrebbe essere, la conseguenza di una scelta politica che ha nella demografia un volano di crescita. Se sufficientemente istruita e inserita nel contesto socioeconomico, una popolazione giovane beneficia l’economia: produce, paga i contributi che reggono i nostri traballanti Stati sociali, consuma beni e servizi, è più propensa al rischio e all’innovazione. Se invece è lasciata a se stessa, il suo apporto sarà ridotto o addirittura controproducente. Per questo sono necessarie visione politica e scelte economiche conseguenti. LIMES In Italia funziona l’integrazione? SODA Nel complesso sì, anche se manca di sistematicità e di prospettiva. L’integrazione avviene quasi esclusivamente a livello locale, nei Comuni e sotto la guida delle Regioni, quando va bene. Non c’è un piano nazionale e non ci sono criteri univoci per stabilire se e quanto una persona sia integrata. Occorre dunque chiarire obiettivi e priorità: l’approccio asistematico può andar bene fino a un certo punto, ma quando il fenomeno migratorio assume dimensioni e durata rilevanti, non basta più. È ovvio che i migranti tendano a concentrarsi dove c’è più lavoro, ma se non si governa il fenomeno a livello nazionale si rischiano concentrazioni eccessive che mettono a dura prova gli equilibri delle comunità locali e non giovano all’integrazione. Il recente (11 luglio) sondaggio del Pew Research Center da cui emerge che molti europei considerano i rifugiati un problema vede l’Italia tra i paesi in cui le preoccupazioni sono maggiori. I migranti vanno invece visti come un investimento a medio-lungo termine.
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È probabile che tra quanti arrivano da contesti difficili ci siano persone traumatizzate, il cui apporto al paese ospite sia minore di quanto non sarebbe in assenza di ferite fisiche e psicologiche. Ma accanto a queste persone, verso cui dobbiamo mostrare umanità e che hanno comunque delle qualità, ce ne sono molte altre dal potenziale enorme. Se possibile ancor più preziose sono le seconde generazioni, nate qui da genitori stranieri: questo è il vero dono dell’immigrazione, che l’Italia rischia di sprecare in assenza di politiche adeguate, a cominciare dalla riforma della legge sulla cittadinanza. LIMES C’è in Europa un paese che l’Italia dovrebbe prendere a modello per impostare una politica coerente dell’integrazione? SODA Ci sono esempi virtuosi in molti paesi (Italia inclusa), ma non credo esista un modello da prendere in blocco. L’immigrazione è un fenomeno troppo specifico per poter essere trattato in maniera standardizzata. Troppe le variabili in gioco: dai contesti di provenienza dei migranti alle peculiarità politiche, sociali, economiche, storiche e culturali del paese ospite. Ferma restando la varietà delle esperienze, devo purtroppo rilevare che nessuna società europea è finora riuscita a superare del tutto lo stigma negativo attribuito al migrante. Su questo, tutti i paesi europei hanno ancora molto lavoro da fare. LIMES Considera un vantaggio o uno svantaggio per l’Italia il fatto che tra i nostri immigrati non vi sia una nazionalità o una cultura largamente maggioritaria, stante l’assenza di un bacino ex coloniale consolidato? SODA È un vantaggio ai fini dell’integrazione, perché riduce il rischio che si creino ghetti grandi e impenetrabili, in quanto omogenei. È invece uno svantaggio a livello internazionale, perché la gestione dei flussi richiede quasi sempre accordi con i paesi di provenienza (oltre che di transito) ed essendo questi numerosi il compito si complica. Un’ulteriore difficoltà è data dal fatto che, proprio a causa dell’esperienza coloniale breve e circoscritta, con molti di questi paesi l’Italia ha rapporti relativamente recenti. Ma tali relazioni non scontano un passato ingombrante e questo spiega perché nel bacino del Mediterraneo e in gran parte dell’Africa subsahariana l’Italia sia complessivamente ben vista. Ciò ne fa un paese ben posizionato per portare avanti la cooperazione tra Europa e continente africano. Pertanto trovo logico che la proposta del migration compact sia venuta da Roma. A oggi, l’unico strumento che l’Unione ha per confrontarsi con la questione migratoria è l’Agenda europea per l’immigrazione, che però ha natura intergovernativa. L’accoglienza positiva del compact da parte di paesi come Svezia, Germania, Francia e Olanda fa ben sperare, perché il valore aggiunto del documento sta proprio nel suo carattere sovrannazionale, più che nell’originalità delle proposte. Del resto, sul tema delle migrazioni di idee rivoluzionarie non ne vedo al momento. Né credo siano necessarie: sono convinto che gli strumenti per fronteggiare il fenomeno ci siano. È solo questione di volontà politica.
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‘Nel mondo mai così pochi migranti’ Conversazione con Guy J. ABEL, ricercatore presso il Vienna Institute of Demography, a cura di Fabrizio MARONTA LIMES Cominciamo dai numeri. Oggi nel mondo ci sono pochi o tanti migranti? ABEL Dipende da come si leggono i dati delle Nazioni Unite, che sono la fonte di
gran lunga più completa, anche se non privi di difetti perché sono costruiti a partire da fonti nazionali, la cui qualità può variare. Comunque, c’è un bel po’ di confusione sull’argomento, pertanto occorre fare chiarezza. Innanzitutto, l’Onu usa dati di stock, ovvero calcola il numero di «persone che vivono in una terra diversa da quella d’origine» (questa la definizione ufficiale) aggiungendo ogni anno i nuovi movimenti al totale che si è andato accumulando dal 1960. Ciò vuol dire che in questa cifra, che nel 2015 era pari a 244 milioni, entrano tutte le persone a vario titolo lontane dal suolo natio, anche quelle emigrate trent’anni fa e ormai cittadine del paese d’accoglienza. Nel totale sono compresi, ovviamente, anche i cittadini di paesi ricchi che per lavoro o altre ragioni si spostano in altri paesi ricchi o in paesi in via di sviluppo. Il dato in sé è corretto, ma può risultare fuorviante, perché se non ben spiegato – e di solito la stampa non lo spiega bene – può dare l’idea che solo l’anno scorso vi fossero 244 milioni di migranti in giro per il mondo contemporaneamente. LIMES Come ovviare a questa distorsione? ABEL Prendendo in considerazione i dati di flusso, ovvero il numero di migranti censiti ogni singolo anno, e rapportandoli al totale della popolazione mondiale, che sinora è andato crescendo costantemente. Così facendo, si ha un quadro diverso. Dai dati dell’Onu si evince che dal 2000 al 2015 il numero complessivo di migranti è passato da 173 a 244 milioni, con un incremento del 41%. Ma se rapportiamo questa cifra alla popolazione mondiale, che nello stesso lasso di tempo è passata da 6,1 a 7,3 miliardi, vediamo che l’incidenza percentuale dei migranti è aumentata di poco: dal 2,8 al 3,3%. Se poi prendiamo in considerazione il quinquennio 2010-15, vediamo che il numero complessivo di migranti è stato di 36,5 milioni, pari allo 0,5% della popolazione mondiale. Il resto è popolazione stanziale, che cioè non si è mossa dal paese di residenza (a prescindere dal fatto che fosse nata lì o meno). Questa incidenza è la più bassa dal 1960 e la cifra assoluta (36,5 milioni) è di 8 milioni più bassa rispetto al quinquennio precedente. Finora il picco di migranti è stato raggiunto tra il 1990 e il 1995, sulla scia del crollo dell’Urss. LIMES Questo vuol dire che la cosiddetta emergenza migranti con cui l’Europa sta facendo i conti è pura fantasia? ABEL No. Il fatto di rapportare il fenomeno migratorio al totale della popolazione mondiale per contestualizzarlo non toglie che in valore assoluto si tratti pur sempre di cifre importanti. Inoltre, i flussi tendono a concentrarsi nello spazio e nel
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tempo, per cui si può avere, come nel caso europeo, una gran quantità di arrivi in pochi mesi e verso pochi paesi, con tutti i problemi che ne conseguono. Tuttavia, bisogna pur sempre tener conto di alcune circostanze. Innanzitutto, gli europei che migrano da un paese dell’Ue all’altro sono più numerosi degli africani che finora sono arrivati nello spazio comunitario. Secondo, ormai il grosso dei flussi migratori è sud-sud, ovvero avviene tra paesi in via di sviluppo, spesso confinanti, stante l’impossibilità per molti abitanti di questi Stati di intraprendere il lungo e oneroso viaggio verso il mondo ricco. Infine, sebbene Europa e Nordamerica siano le destinazioni principali dei flussi, gli Stati Uniti restano di gran lunga la meta privilegiata, mentre con la crisi l’Europa ha perso attrattiva. La quantità di ispanici che immigra oggi in Spagna, ad esempio, è una frazione rispetto a quella di dieci anni fa. Oggi il bacino latinoamericano ha come sbocco Stati Uniti e Canada. LIMES Nel suo discorso non si fa distinzione tra rifugiati e migranti economici, che invece è un discrimine fondamentale per l’Unione Europea nella gestione dell’emergenza migranti. ABEL Non metto in dubbio che queste categorie possano risultare utili alla formulazione di politiche dell’immigrazione e dell’accoglienza, ma per uno statistico non hanno molto senso. Io quantifico i movimenti di persone a prescindere dalle motivazioni. LIMES Dati alla mano, che previsioni si sente di formulare sull’andamento dei flussi migratori nei prossimi anni? ABEL Francamente, nessuna. Proprio l’analisi dei dati di flusso evidenzia che il fenomeno migratorio è fortemente aleatorio e scarsamente prevedibile. Le variazioni annuali sono troppo ampie per poter ipotizzare un andamento. LIMES Come si concilia questa realtà con il tentativo dei governi di impostare politiche d’accoglienza efficaci, che per forza di cose devono basarsi su un minimo di pianificazione? ABEL Temo che non si concili molto. Ciò non vuol dire che gli Stati non debbano provare a regolamentare in qualche modo il fenomeno, ma l’unica vera arma che hanno è il controllo degli ingressi. I paesi del Golfo offrono un esempio estremo in tal senso, ma anche l’Australia è fortemente selettiva. Di fatto, però, storicamente le politiche più efficaci sono state quelle che incentivano l’immigrazione, non quelle che la scoraggiano. I flussi migratori sono la conseguenza di dinamiche demografiche, economiche e sociali potenti. Pertanto, sono molto difficili da imbrigliare.
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IN NIGER LE GUARDIE SONO LADRI E COGESTISCONO LE MIGRAZIONI
di Luca RAINERI
Il traffico di esseri umani è fondamentale per l’economia nigerina. Alcuni puntano all’Europa, altri si fermano in Libia come lavoratori stagionali. Come funziona la cooperazione tra forze di sicurezza e trafficanti. I ghetti di Agadez. L’approccio securitario non serve.
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L 15 GIUGNO 2016, I CORPI SENZA VITA
di 34 africani di diversa provenienza, fra cui molti minorenni, vengono rinvenuti nel deserto del Sahara ad Assamaka, alla frontiera fra Niger e Algeria. Secondo un comunicato del ministero dell’Interno nigerino, si tratterebbe di migranti abbandonati la settimana precedente dai trafficanti di uomini. È l’ennesima strage di migranti in rotta verso l’Europa, la cui responsabilità viene addossata all’efferatezza di criminali senza scrupoli. Le condanne ovvie e immediate nei confronti dei trafficanti, tuttavia, rappresentano una risposta semplicistica a un fenomeno dalle articolazioni complesse. La distanza fra accusatori (governo nigerino, comunità internazionale) e accusati (trafficanti di persone) è infatti meno marcata di quanto lascino intendere il discorso mediatico e l’understatement politico. Al contrario, l’analisi approfondita e ravvicinata dei fatti mostra come fra le reti del traffico di esseri umani e il governo nigerino, partner privilegiato dell’Italia e dell’Unione Europea nel contrasto all’immigrazione irregolare, sussista una joint-venture di fatto basata su complicità sistematiche. La città nigerina di Agadez è considerata il cuore di tutti i traffici del Sahara. Anche le vittime di Assamaka, con buona probabilità, avevano fatto tappa qui prima di lanciarsi nella traversata del deserto. Secondo i dati dell’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim), nel corso del 2015 da qui sarebbero passate circa 120 mila persone dirette al di là del Sahara: nigeriani, ghanesi, senegalesi, gambiani, camerunensi, congolesi, nigerini e molti altri. Un fiume di umanità, che porta un fiume di denaro. La città di Agadez, isolata in una regione martoriata dalle ricorrenti crisi securitarie e ambientali, ha infatti sviluppato una dipendenza crescente dall’economia dei traffici. Secondo il responsabile delle questioni migratorie del Consiglio regionale locale «la migrazione, nella regione di Agadez, genera risorse economiche importanti, sostituendosi al business del
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turismo che un tempo – prima della crisi securitaria che ha investito la regione negli ultimi anni (n.d.a.) – rappresentava la prima risorsa della regione. Oggi, i turisti per noi sono i migranti: sono ben accolti, alloggiati, e accompagnati dove desiderano. Trasportatori, ristoratori, albergatori: tutti sono coinvolti» 1. Indice eloquente dello sdoganamento del traffico di persone è l’esistenza di un Bureau des trafiquants, conosciuto da tutti, che ha sede ormai da più di un decennio presso la stazione degli autobus di Agadez. «Certo che la polizia sa della nostra esistenza!», commenta divertito un funzionario del sindacato, «ma non pensano proprio di venire a darci fastidio. Ad Agadez non c’è lavoro. L’intera città vive dei proventi del traffico di migranti. Talvolta, a titolo di formalità, paghiamo una “tassa” simbolica alle autorità e tutti sono contenti» 2. Tale relazione di disinvolta connivenza, tuttavia, sottende una velata minaccia: al termine dell’ultima ondata di rivolta dei tuareg del Niger, nel 2009, molti ex combattenti di Agadez si erano riconvertiti alla vita civile come trasportatori e guide turistiche del deserto; dal 2011, l’insicurezza dovuta alle guerre civili nei confinanti Libia e Mali aveva seriamente compromesso quest’attività. Oggi i migranti hanno sostituito i turisti. Secondo il giudizio delle autorità locali, non sarebbe cauto sottrarre quest’unica – e lucrosa – opportunità d’impiego a degli ex combattenti, che si sospetta continuino a nascondere arsenali nel deserto.
La joint-venture fra trafficanti e forze di sicurezza in Niger Che sia frutto di un matrimonio riparatore o d’interesse, la connivenza fra trafficanti e autorità può avvalersi di ramificazioni che partono da lontano. Da tutta l’Africa dell’Ovest, i migranti raggiungono Agadez grazie ai trasporti pubblici forniti da grandi compagnie di autobus. Le più importanti del continente sono proprio quelle nigerine, come Sonef, Rimbo o 3Stv, che dispongono di mezzi moderni, prezzi concorrenziali e infrastrutture capillari, capaci di andare a raccogliere i viaggiatori fino a Accra, 2 mila chilometri più a sud, o a Dakar, 3.700 chilometri più a ovest. Vale la pena di osservare che il proprietario di 3Stv è stato, fino alla recente scomparsa, Chérife Abidine, ex deputato della regione di Agadez in quota al partito dell’attuale presidente Issoufou, mentre il proprietario di Rimbo è Rhissa Mohamed, miliardario locale e principale finanziatore di Issoufou. Secondo recenti ricerche, i mezzi di entrambe le compagnie sono stati impiegati non solo per il trasporto di persone e migranti, ma anche per il traffico continentale di sigarette, medicinali contraffatti, anfetamine e cocaina (tanto da valere a Chérife Abidine il nomignolo di Chérife Cocaïne, o Boss di Agadez). È lecito sospettare che il partito presidenziale abbia preso parte alla spartizione dei
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1. O.H. SALEY, A.K. FODOU, «Niger: Plus de 1.500 migrants passent par Tourayate, chaque semaine», Sahelien.com, 9/6/2016, goo.gl/yCMKbI 2. Intervista dell’autore, Niamey, maggio 2016.
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lucrosi profitti, chiudendo un occhio su questi traffici, per finanziare la propria scalata al potere. Giunti in autobus allo snodo di Niamey, capitale del Niger, i migranti sono poi instradati verso Agadez. Lungo i 950 chilometri di percorso, sono installati dei posti di blocco all’ingresso di ogni città e villaggio, «per ragioni di sicurezza». Qui la polizia esercita un racket sistematico assolutamente flagrante a danno dei migranti, estorcendo a ogni viaggiatore, indipendentemente dalla regolarità della sua posizione, una somma compresa fra i 10 e i 15 euro, che moltiplicati per una decina di posti di controllo e per diverse decine di migliaia di migranti all’anno finiscono per generare un flusso di cassa considerevole. Giunti alla barriera d’ingresso di Agadez, i migranti pagano un ultimo pedaggio di 20 euro e, secondo numerose testimonianze, sono poi consegnati dalla polizia direttamente ai trafficanti. In attesa della (ri-)partenza, i candidati alla migrazione sono ospitati in strutture di accoglienza predisposte dagli stessi trafficanti, detti ghettos. Ad Agadez sono circa una ventina, perfettamente noti alla polizia 3. Nel ghetto, vitto e alloggio sono gratuiti, e fanno parte del pacchetto di viaggio contrattato con il trafficante: per evitare che l’ospite se ne approfitti per poi dileguarsi, i gestori dei ghettos sequestrano i documenti dei «clienti», configurando quindi oggettivamente una situazione di tratta di esseri umani. L’esplosione immobiliare della città, trascinata essenzialmente dal riciclaggio dei proventi del fiorente traffico di cocaina imperniato su Agadez, favorisce l’aumento progressivo della capacità di accoglienza dei ghettos e contribuisce al contenimento dei costi per i trafficanti. Il prezzo del biglietto negoziato con il trafficante per la tappa successiva, la città di Sabhå nel Fezzan libico, oscilla fra 70 e 200 euro. Depredati dal racket poliziesco, per proseguire il viaggio i migranti attivano reti di solidarietà a casa o in Europa per farsi inviare la somma necessaria via Money Gram. Altri lavorano per un certo tempo al servizio dei trafficanti, nella ristorazione o nel settore delle costruzioni, o si prostituiscono. I più sfortunati contraggono debiti con le reti dei trafficanti, ponendosi in una situazione di vulnerabilità di cui pagheranno gli interessi al termine del tragitto. Il viaggio dura circa tre giorni, a bordo di 4x4 Toyota dove vengono stipati una trentina di passeggeri con relativi bagagli e scorte d’acqua. Per quanto alla guida siedano quasi sempre tuareg, più avvezzi all’orientamento in ambiente desertico, i veicoli sono spesso di proprietà di businessmen di etnia araba e nazionalità nigerina, libica o algerina. Agadez dista più di mille chilometri dal confine con la Libia. Lungo la pista principale, che passa per le oasi di Dirkou, Bilma e Madama, il racket a danno dei migranti prosegue, cambiando divisa: nel grande Nord desertico i convogli di trafficanti sono presi in consegna direttamente dall’esercito. Per sottrarsi ai con3. Nel 2013, a seguito del ritrovamento di diverse decine di cadaveri lungo le rotte migratorie del Sahara, il governo nigerino impose una stretta repressiva e tutti i ghettos di Agadez furono chiusi da un giorno all’altro, senza difficoltà. Finito il clamore mediatico, la pressione fu poi progressivamente allentata fino a essere definitivamente abbandonata nel giro di pochi mesi.
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trolli e alle estorsioni delle Forze armate, alcune «agenzie di viaggio» propongono rotte alternative, più rischiose, che solcano il no man’s land sahariano. L’attraversamento della frontiera con la Libia spesso avviene a piedi, per evitare di incorrere nelle intercettazioni delle milizie locali. A Sabhå i migranti sono presi in consegna dai cartelli libici, con i quali le organizzazioni nigerine collaborano senza tuttavia configurare un’integrazione verticale del business. Al contrario, la prevalenza di iniziative locali favorisce la redistribuzione di risorse sul territorio e consolida il radicamento sociale del business delle migrazioni transahariane.
Contraddizioni e miopie dell’approccio securitario
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La sconfitta dell’approccio europeo alla gestione delle migrazioni nell’Africa subsahariana nasce proprio dalla mancata comprensione della complessità sociale del fenomeno, che un’interpretazione puramente securitaria colpevolmente oscura. Additare le responsabilità di «trafficanti senza scrupoli» o «mafie delle migrazioni» agevola l’adozione di misure prettamente repressive, politicamente e mediaticamente svendibili, che tuttavia si rivelano semplicistiche e sostanzialmente fallimentari alla prova dei fatti. Nell’estate 2015, la pressione politica senza precedenti esercitata dall’Ue sul governo del Niger, uno dei paesi più poveri al mondo, ha costretto Niamey all’adozione precipitosa di una nuova legge sul traffico di persone, che sancisce pene detentive severissime per chiunque contribuisca anche solo in maniera marginale al percorso migratorio di individui sprovvisti dei regolari titoli. Nello stesso periodo, l’aiuto generoso che da anni l’Ue mobilita per rinforzare gli apparati di sicurezza del Niger, volto originariamente alla lotta contro il terrorismo internazionale, viene progressivamente riorientato a favore del controllo «muscoloso» della migrazione irregolare. La scommessa di Bruxelles, neanche troppo velata, era che la repressione avrebbe comportato un’inevitabile criminalizzazione dei flussi migratori, con conseguente aumento dei costi e dei rischi per i migranti. Nel medio termine, l’aumento delle spese d’ingresso e del tasso di mortalità avrebbe dovuto contrarre la domanda. E invece la domanda di mobilità continua a crescere, così come i flussi. Fra il 2013 e il 2015 i migranti passati dai principali snodi del traffico transahariano – Agadez in Niger, Gao in Mali e Kufra in Libia – sono ovunque raddoppiati, e i dati del 2016 sembrano confermare questa tendenza. I calcoli cinici degli esperti di Bruxelles si sono quindi rivelati completamente erronei, essendo basati sull’infondata premessa della distinzione essenziale fra guardie e ladri. In realtà, la legge del 2015 che criminalizza traffici e trafficanti di persone non è mai stata applicata. E quando si spengono i riflettori degli incontri ufficiali anche i suoi promotori sono costretti a riconoscere che si tratta della legge più impopolare del paese. A fronte di 120 mila passaggi da Agadez nel corso del 2015, non un processo per favoreggiamento al traffico è stato avviato. La profittevole collaborazione fra forze di sicurezza e trafficanti ha reso completamente inoperante la
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svolta in senso repressivo delle politiche adottate negli ultimi anni. Lasciati indisturbati, se non addirittura incentivati dalle forze di sicurezza, i trafficanti si sono moltiplicati, per tentare di cavalcare l’onda di piena di un mercato in straordinaria ascesa. E come in ogni mercato, l’esplosione dell’offerta comporta un crollo dei prezzi. Lo riconosce con amarezza un rappresentante del Bureau des trafiquants di Agadez: «La situazione è sfuggita di mano, tutti vogliono fare questo mestiere, c’è troppa concorrenza e i prezzi non fanno che scendere». In effetti, il costo odierno sostenuto da un migrante per la traversata del Sahara è circa un decimo di quello che dieci anni fa era necessario per attraversare un braccio di Atlantico, lungo la rotta allora prevalente che collegava le coste senegalesi con le isole Canarie. Paradossalmente, la connivenza fra trafficanti e agenti in uniforme può contribuire alla sicurezza dei migranti stessi. La «regolarizzazione» di fatto del business illecito delle migrazioni, infatti, costringe gli operatori ad adeguarsi alle normali leggi di mercato. La concorrenza fra trafficanti si esercita quindi sul contenimento dei prezzi e sulla fidelizzazione del cliente. Giunti al termine del proprio periplo, i migranti sono sollecitati a fornire raccomandazioni e consigli per il viaggio. Ciò che in gergo poliziesco viene identificato come l’origine di un network di traffico irregolare, di fatto rappresenta un sistema di feedback che contribuisce sì a rafforzare alcune filiere, ma che insieme tende a estromettere dal mercato gli operatori disonesti e violenti. A costoro non rimane che avventarsi sui migranti più sprovveduti e privi delle necessarie tutele sociali e culturali, spesso originari di contesti rurali o di paesi privi di una consolidata tradizione di emigrazione. Le modalità migratorie prevalenti sulle rotte ove la cooperazione fra trafficanti e forze dell’ordine non si verifica offrono a contrario una prova eloquente di tale dinamica. Nel Sud della Libia, fra Sabhå e Kufra, o nel Nord del Mali, lungo la rotta che connette Gao con Tamanrasset, la totale assenza di forze di pubblica sicurezza – dovuta alle guerre civili in corso dal 2011 – espone i migranti a ogni sorta di abusi. Per un passaggio transfrontaliero, reti trafficanti in posizione di monopolio estorcono ai migranti il quintuplo del prezzo di un biglietto normale. Lungo il percorso, al racket delle forze di sicurezza si sostituisce quello delle milizie locali in lotta per il controllo del territorio. Trafficanti e milizie spesso cooperano nell’organizzazione di un lucroso business di rapimenti sistematici dei migranti in transito, per la cui liberazione famigliari e parenti, contattati per telefono, sono obbligati a versare ingenti cauzioni, di valore compreso fra i 500 e i 3 mila euro. Inoltre, numerosi migranti riferiscono che nelle remote località di transito, raccolta, abbandono o espulsione lungo le rotte migratorie in Mali e in Libia sono presenti dei «dialogatori tecnicamente formati» che offrono acqua, conforto e «un salario superiore agli standard europei» ai migranti disposti ad arruolarsi nelle organizzazioni locali affiliate ad al-Qå‘ida 4. 4. Intervista dell’autore, Bamako, maggio 2016.
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GUINEA B.
SENEGAL
Snodi periferici
Snodi importanti
Snodi molto importanti
Il“cuore”dei traffici del Sahara (Agadez)
MAROCCO
Fonte: autori di Limes sul terreno ©Limes
COSTA D’AVORIO
Sikasso
Bamako
Kayes
LIBERIA
GUINEA
SIERRA L.
I centri urbani maggiormente coinvolti nel trafco dei migranti
GAMBIA
Banjul
Dakar
MAURITANIA
Sahara Occidentale
Zone soggette a rapimenti di migranti a scopo di estorsione
Principali aree di partenza dei migranti diretti in Europa
MALI
GHANA
Kumasi Accra
NIGERIA
Maradi
Assamaka
Timiaouine Kidal
BENIN
ALGERIA
Tamarrasset
Niamey
Gao
BURKINA FASO
Ouagadougou
LE ROTTE TRANSAHARIANE
Arlit
Zinder
CAMERUN
Diffa
Bilma
Dirkou
Madama DJAKO
Agadez
Sabhās
F E Z Z A N
Oubari Ghāt
NIGER
Tripoli
T R I P O L I TA N I A
TUNISIA
A L- K U F R A
al-Ğawf
©Limes
SUDAN
EGITTO
Rotte di raccordo e raccolta migranti verso i grandi centri cittadini
Le 3 rotte principali
Le rotte della migrazione verso l’Europa
CIAD
LIBIA
CIRENAICA
Ajdabiya
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TOGO
CHI SIAMO?
Scacco matto alla politica europea nel Sahel La politica europea nel Sahel è dunque sotto scacco matto. Come hanno dimostrato le recenti elezioni in Niger, Bruxelles (con Parigi in testa) difficilmente può fare a meno del presidente nigerino Issoufou, considerato un partner leale nella lotta al terrorismo internazionale. A fronte delle molteplici minacce alla stabilità regionale, da al-Qå‘ida a Boko Haram, dalla guerra civile in Libia a quella in Mali, l’Ue ha volentieri sostenuto l’acquiescenza di Niamey riversando copiose risorse a sostegno dell’apparato militare nigerino, chiudendo un occhio sulla governance tutt’altro che ineccepibile dello stesso. Intercettando una rendita di posizione che ne ha decuplicato il bilancio in cinque anni, l’esercito nigerino si è quindi ritagliato un ruolo politico di primo piano, alimentato da autoreferenzialità e corruzione. Secondo le organizzazioni locali di tutela dei diritti umani «i politici hanno paura degli uomini in divisa, e l’impunità delle forze di sicurezza è dilagante» 5. La sopravvivenza politica di Issoufou è oggi vincolata alla tutela degli interessi di affaristi e trafficanti che finanziano generosamente il suo partito. La convergenza degli interessi di militari e trafficanti, apparentati nel business delle migrazioni transahariane, determina uno stallo politico che rende poco realistica l’ipotesi di un sincero impegno delle autorità di Niamey nel contrastare i flussi di migranti irregolari, come richiesto da Bruxelles. Gli analisti locali dei flussi migratori confermano che «la volontà delle autorità nigerine di collaborare con l’Ue è un bluff. Nei fatti, si comportano in maniera diametralmente opposta, al fine di svuotare di ogni significato reale le legislazioni adottate su richiesta di Bruxelles» 6. La minaccia di interrompere gli aiuti qualora i paesi destinatari non dimostrino un sincero impegno nella lotta alla migrazione irregolare sembra infatti più che altro retorica – se non illusoria – a fronte dei miliardi di euro che saranno mobilitati dall’Ue per «rimuovere le cause profonde della migrazione». La spartizione della busta da 2 miliardi stanziata in via emergenziale per favorire lo sviluppo dei paesi di partenza dei flussi migratori sembra rispondere più a logiche politiche che a criteri di efficacia operativa. Progetti da decine di milioni di euro sono stati approvati contro il parere degli esperti tecnici europei, secondo uno schema che tuttavia tradisce in maniera eloquente le ambizioni di influenza strategica dei diversi paesi europei nel Sahel. In quest’ottica, la competizione fra Francia e Germania sembra annunciare uno scenario di cui sarà interessante osservare gli sviluppi nei prossimi anni. L’obiettivo conclamato rimane quello di interdire la mobilità umana transahariana. Si tratta tuttavia di un disegno utopico e contraddittorio. La sorveglianza manu militari di una fascia larga 5.400 km, da Dakar ad Asmara, comporterebbe dei costi di gran lunga superiori a quelli, giudicati politicamente inaccettabili, dell’accoglienza. Tale obiettivo si fonda su un’analisi semplicistica, che prende sul serio la metafora idraulica di push e pull factors che determine5. Intervista dell’autore, Niamey, maggio 2016. 6. Intervista dell’autore, Niamey, maggio 2016.
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rebbero i flussi migratori, mentre ignora completamente gli aspetti culturali e sociali del fenomeno. Almeno la metà dei migranti in transito da Agadez, infatti, è rappresentata da nigerini in mobilità circolare in Libia, dove – nonostante il contesto d’insicurezza – la richiesta di manodopera rimane forte. Durante la stagione secca, la migrazione verso la Libia rappresenta l’unica fonte di reddito e sicurezza alimentare per 60 mila lavoratori stagionali nigerini, e per una popolazione complessiva molto più ampia considerando la dimensione media delle famiglie. Riorientare gli aiuti allo sviluppo per dissuadere le migrazioni internazionali contraddice il dato inoppugnabile che per molti paesi dell’area saheliana le rimesse dei migranti rappresentano la prima fonte di valuta pregiata, il cui ammontare supera di gran lunga il valore complessivo degli aiuti ricevuti a titolo di cooperazione internazionale. Per giunta, i movimenti migratori intra-africani sono generalmente molto più rilevanti dei flussi migratori diretti dall’Africa all’Europa. La crescita recente dei flussi migratori diretti in Europa non riflette affatto una tendenza secolare; né esprime la conseguenza inevitabile dell’instabilità della Libia, che avrebbe aperto gli argini di un flusso travolgente perennemente presente. Al contrario, essa non può che essere interpretata alla luce di un contesto congiunturale specifico, caratterizzato in particolare dalle profonde crisi economiche in Nigeria (a causa del crollo dei prezzi delle materie prime e del greggio) e in Gambia (dovuta alla crisi del turismo e alle recenti annate di piogge scarse che hanno fatto schizzare l’inflazione e i prezzi dei generi alimentari), nonché all’inasprirsi delle tensioni politiche in Somalia e in Eritrea. È quindi completamente illusorio pretendere di risolvere complessi rompicapo macroeconomici e geopolitici, quali sono le migrazioni, con deboli misure emergenziali di stampo sostanzialmente repressivo. E la fede pretestuosa nei colpi di bacchetta magica tradisce la demagogica malafede dei governanti, a sud e a nord del Sahara.
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IL NODO SCORSOIO DEL CORNO D’AFRICA
di Mario RAFFAELLI
Il triangolo Eritrea-Etiopia-Somalia è una fucina d’instabilità tanto per il continente africano quanto per l’Europa. I disastri dell’interventismo francese. Le mire dei paesi del Golfo. L’ombra di al-3abåb sulla catastrofe umanitaria in Sudan e in Kenya.
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1. EL MILIONE E PIÙ DI MIGRANTI CHE NEL 2015 si sono diretti verso l’Europa, quasi il 50% proveniva dalla Siria. Se a questi aggiungiamo i profughi afghani, si arriva al 70%. Apparentemente, il problema dell’emigrazione dal Corno d’Africa potrebbe quindi apparire trascurabile, o comunque non prioritario. Se si pensasse così, però, si commetterebbe un errore dalle conseguenze potenzialmente molto gravi. In primo luogo per noi italiani, che già oggi siamo i più coinvolti da questo fenomeno per ora minoritario; più in generale, per la già gravissima instabilità che caratterizza quella regione. Per quanto riguarda l’Italia, l’elemento più significativo è costituito dal costante aumento di rifugiati provenienti dall’Eritrea. L’Unhcr (alto commissariato dell’Onu per i rifugiati) ha registrato la triplicazione (da 10 a 35 mila) degli arrivi di profughi eritrei nei sei principali campi dell’Etiopia, collocati nelle regioni settentrionali di Tigray e Afar; al contempo, ha segnalato un calo dell’80% degli arrivi in Sudan. La rotta verso l’Est del Sudan, spesso utilizzata dagli emigranti e dai rifugiati come punto di partenza per un lungo viaggio verso il Sinai e Israele, è oggi scarsamente utilizzata dagli eritrei, a causa del completamento della cintura di sicurezza creata da Israele e per il rischio di rapimenti da parte di bande di trafficanti operanti nei campi sudanesi, in particolare a 3agarab. Oggi il Sudan è soprattutto un paese di transito verso la Libia. Di conseguenza l’Etiopia è diventata un crocevia di primaria importanza per le migrazioni provenienti dal Corno d’Africa: non solo per gli eritrei, ma anche per i somali e per gli stessi etiopi (in particolare quelli di etnia oromo). Gli emigranti e i rifugiati che arrivano dall’Eritrea viaggiano verso sud: molti cercano di raggiungere Addis Abeba, da dove sono presi in carico da un altro trasportatore; altri cercano di arrivare direttamente alla frontiera traversando a Humera e Metema, spesso via Gondar o Bahar Daahr. Il punto di entrata più im-
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portante per i somali è invece il varco frontaliero di Thug Wajale. Le reti di contrabbandieri attirano i loro clienti offrendo un passaggio gratuito verso il Sudan, dove i migranti dovrebbero provvedere al primo pagamento. Fra il Sudan e la Libia, i migranti incorrono nei maggiori rischi: di essere venduti a fini di riscatto se incapaci di «onorare» il primo pagamento, o di essere abbandonati nel deserto se il trasportatore libico non arriva in tempo. Le violenze sessuali sulle donne vengono commesse regolarmente dai trasportatori o dalle milizie libiche, mentre il rischio di finire in carceri «private», una volta arrivati in Libia, rimane molto alto, con la possibilità di subire torture o addirittura di essere uccisi se non in grado di effettuare ulteriori pagamenti. Molti emigranti, soprattutto sudanesi, optano dunque per un viaggio verso l’Egitto, dove cercano di salire su battelli in porti vicino ad Alessandria. Anche per questo Khartûm è diventata un altro centro importante per i trafficanti internazionali. Una seconda rotta importante è il corridoio verso l’Africa australe. Generalmente i migranti attraversano la frontiera keniota vicino a Moyale e una volta entrati in Kenya entrano in contatto con altri contrabbandieri, che sono in grado di trasportarli verso la Tanzania e fino al Sudafrica. Sono stati segnalati casi di emigranti che dal Sudafrica hanno raggiunto l’America Latina o perfino gli Stati Uniti. Le autorità etiopiche stanno conducendo indagini approfondite sui legami finanziari che intercorrono fra le diverse reti. Una terza rotta importante è stata sempre quella verso i paesi del Golfo. All’inizio del 2015, però, l’Arabia Saudita ha dichiarato di non tollerare più la presenza di migranti irregolari, giungendo all’espulsione di decine di migliaia di persone. Negli anni precedenti circa 500 mila civili (in maggioranza etiopi e somali) avevano attraversato il Mar Rosso e il Golfo di Aden; oggi, con la recrudescenza del conflitto in Yemen, il monitoraggio di questa rotta è diventato tuttavia difficile. Un numero indeterminato di migranti somali ed etiopi si imbarca nei porti del Puntland e del Somaliland; recentemente si è registrato anche l’inizio di un flusso inverso, proveniente dallo Yemen. Infine, la rotta più importante per noi: quella centro-mediterranea, scelta dal maggiore numero di migranti. Nel 2015 sono entrati in Italia 153.842 migranti o rifugiati, di cui il 27% (39.962) eritrei, l’8% (12.433) somali, il 6% (più di 9 mila) sudanesi. I punti di partenza più importanti sono ubicati nella Libia occidentale, nella parte costiera più vicina a Lampedusa e allo Stretto di Sicilia. Altre informazioni confermano che anche Bengasi e Tobruk sono punti di partenza. Secondo Frontex, il 90% dei migranti che raggiunge l’Italia arriva dalle coste libiche, mentre circa il 6% parte dall’Egitto.
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2. Queste cifre, di per sé preoccupanti, rappresentano però solo la punta dell’iceberg. Il Corno d’Africa è infatti l’area con il più alto numero di rifugiati e sfollati interni al mondo: in Sudan 375.729 rifugiati e 3,1 milioni di sfollati interni, in Sud Sudan 263.000 rifugiati e 1.631.800 sfollati, in Etiopia 733.644 rifugiati e 413 mila sfollati, in Kenya 93 mila rifugiati e 309.200 sfollati, in Somalia 50.611 ri-
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fugiati e 1.106.000 sfollati, in Uganda 512 rifugiati e 29.800 sfollati, in Yemen 277.039 rifugiati e 2.509.068 sfollati. Dell’Eritrea non è possibile sapere. In totale, oltre due milioni di rifugiati e circa dieci milioni di sfollati interni: una massa di persone in condizioni disperate che non vede alcuna speranza concreta per il proprio futuro. Questo fenomeno, ormai consolidato, è il frutto di guerre decennali, di governi corrotti e incapaci, di errori commessi dall’Occidente nella sua «guerra globale al terrorismo». Per di più, quest’area si collega direttamente a ovest con la fascia saheliana (che si estende dalla Mauritania fino all’Eritrea) e a est, attraverso lo Yemen, con i paesi del Golfo e il Medio Oriente. Da un lato c’è quindi un rapporto diretto con un’area caratterizzata a sua volta da paesi fragili con confini porosi, storicamente attraversata da rotte commerciali utilizzate anche per traffici di esseri umani, armi e droga. In quest’area i conflitti locali, le crescenti ingiustizie e ineguaglianze, la nascita di movimenti di protesta sono stati affrontati in termini esclusivamente militari. Con il risultato di favorire la radicalizzazione e lo sfruttamento di queste nuove situazioni da parte dei network illegali e terroristici. È la storia di Boko Haram in Nigeria, dei movimenti tuareg in Mali, delle Corti islamiche in Somalia. L’Unione Europea avrebbe dovuto esprimere una politica basata su azioni capaci di affrontare e modificare le cause profonde dell’instabilità di queste aree, aiutando i gruppi della società civile e quegli elementi nelle istituzioni disponibili a un impegno serio per sradicare corruzione, povertà ed emarginazione sociale. Nella consapevolezza che solo il buongoverno e amministrazioni pubbliche minimamente trasparenti e responsabili possono costituire un antidoto efficace contro le radicalizzazioni, favorendo nel medio periodo uno sviluppo economico equilibrato e duraturo. Al contrario, si è lasciato spazio all’interventismo francese in Libia e in Mali, che ha provocato danni incalcolabili nel primo caso e circoscritto i problemi, lasciandoli poi incancrenire, nel secondo. Dall’altro lato, il Corno d’Africa è diventato sempre più importante per le strategie dei paesi del Golfo. Storicamente l’interesse dei paesi arabi era concentrato sulla Somalia, con il supporto negli ultimi venticinque anni ai vari tentativi di ricostruzione di un governo centrale, in opposizione alle ipotesi federaliste sostenute dall’Etiopia, interessata invece a prevenire la possibilità di una Somalia unita e forte. In questo contesto, l’Egitto aveva un interesse particolare, legato al noto contenzioso circa l’utilizzo delle acque del Nilo. L’arrivo delle Corti islamiche e la progressiva radicalizzazione dell’islam politico ha cambiato lo scenario tradizionale. Così, mentre il Qatar (con il supporto discreto dell’Iran) ha continuato a sostenere le componenti somale contrarie alla presenza etiopica, le monarchie del Golfo si sono trovate oggettivamente alleate dell’Etiopia nella lotta contro al-3abåb. Questa escalation, che ha visto in prima fila Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, è stata ulteriormente incentivata dalla vittoria dei Fratelli musulmani in Egitto e dal nuovo atteggiamento americano nei confronti dell’Iran, a seguito dell’accordo sul nucleare. Il Corno d’Africa è così di-
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ventato un elemento dello scontro in corso all’interno del mondo musulmano a proposito dei nuovi equilibri che le parti contrapposte cercano di costruire.
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3. In questo quadro, un rinnovato interesse europeo dovrebbe trovare motivazioni ulteriori quando si pensi che, dopo il collasso dello Yemen, può essere messa a repentaglio la sicurezza nel Mar Rosso di una delle rotte internazionali più importanti, dalla quale transita un’enorme quantità di merci e di rifornimenti essenziali da e per l’Europa. In effetti, l’Ue ha sviluppato un nuovo piano d’azione e una nuova strategia, ma come sempre il problema sta nel divario fra i piani e la loro applicazione. Il caso emblematico è rappresentato dalla Somalia. Invano, in anni ormai lontani, in molti (compreso chi scrive) hanno richiamato l’attenzione sul ruolo chiave rappresentato da questo paese, la cui stabilizzazione si sarebbe riflessa positivamente su tutta l’area mentre, nell’ipotesi contraria, le cellule terroristiche (poche e controllabili) si sarebbero moltiplicate come una metastasi. L’avallo dato all’intervento militare etiopico è stato l’elemento scatenante di un processo degenerativo dalle conseguenze devastanti. Senza negare i legittimi interessi di sicurezza dell’Etiopia, la strada scelta mirava a salvaguardare questi interessi (ma fino a quando?) a spese dell’intera regione. Nonostante la presenza di 24 mila soldati dell’Unione Africana, il cui costo ha ormai raggiunto cifre insostenibili, al3abåb non è stato affatto sradicato; intanto, dopo l’intervento militare del Kenya gli attentati terroristici si sono moltiplicati anche in quel paese e gli estremisti islamici stanno tentando di volgere gli uno contro gli altri musulmani e cristiani lungo tutta la costa dell’Oceano Indiano. Mentre la Somalia si avvia a nuove «elezioni» in una situazione di perdurante instabilità, la situazione umanitaria peggiora ulteriormente. Malgrado i lodevoli sforzi dell’Ocha (l’Ufficio di coordinamento per gli affari umanitari dell’Onu) – nei primi sei mesi di quest’anno mezzo milione di persone ha ricevuto cibo, un milione assistenza sanitaria e quasi altrettanti hanno avuto accesso all’acqua – il divario fra i bisogni e il supporto della comunità internazionale è sempre più ampio. Ad oggi il fabbisogno di 885 milioni di dollari per l’anno in corso è stato coperto solo al 28%. Ciò vuol dire che la situazione è destinata a rimanere più o meno uguale. In questo contesto così drammatico, il governo del Kenya ha pensato bene di annunciare la chiusura entro maggio dell’anno prossimo di tutti i campi profughi, inclusi quelli situati a Dadaab, il primo dei quali fu costruito nel 1992 per ospitare circa 90 mila somali fuggiti dopo il crollo del regime di Siad Barre. Da allora, i campi sono diventati cinque: Hagadera (103 mila rifugiati), Daghahaley (83.122), Ifo 1 (76.121), Ifo 2 (46.333) e Kambioos (18.021). Al 31 maggio scorso il totale dei rifugiati (essenzialmente somali) presenti nei campi era dunque 326.611, facendo di Daadab la terza città del Kenya, dopo Nairobi e Mombasa. Chiunque abbia letto il bel libro di Ben Rawlence (City of Thorns) sa di cosa si parla. Una realtà lunare, in cui esiste un enorme mercato provvisto di tutto ma dove, essendo il campo una struttura per definizione «temporanea», è vietato co-
CHI SIAMO?
RIFUGIATI E SFOLLATI INTERNI (IDP) NEL CORNO D’AFRICA E IN YEMEN
Rifugiati
277.039
S U D A N Khartum Rifugiati
375.729
Sfollati interni
ERITREA Sfollati interni Asmara
YEMEN
10.000
Šhağarab
2.509.068
San’ā’
Sfollati interni
3.100.000
E TIOPIA
Markazī
GIBUTI Gibuti
Rifugiati
24.362 Rifugiati
‘Alī ‘Addī
50.611
Sfollati interni
1.106.000
Addis Abeba
Rifugiati
263.000
Rifugiati
Sfollati interni
733.644
1.631.800
Sfollati interni
413.400
S U D S U DA N Giuba
Dollo Ado S OMALIA
Rifugiati
512.966
Sfollati interni
29.800
Kampala U G A N DA
Lago Vittoria
Kakuma Mogadiscio
Rifugiati
593.881
Sfollati interni
309.200
Oceano Indiano Dadaab
Nairobi KENYA
Campi profughi
Fonte: Unhcr, Idme, Rmms
struire case in mattoni o impianti idraulici o elettrici permanenti. Un luogo dove ormai sono nate due generazioni di somali, ai quali non è concesso lavorare legalmente perché «rifugiati», ma è concesso spendere visto che a Dadaab una famiglia somala impiega il 24% delle proprie risorse per procurarsi energia (legna da ardere, gasolio o batterie per le torce), contro il 5% di una famiglia keniota stabilita in un’area rurale con le stesse caratteristiche. La motivazione principale di tale folle decisione è legata alla presenza di al3abåb, che secondo il governo keniota utilizzerebbe il campo per organizzare gli attentati terroristici. Peccato che prima dell’intervento militare in Somalia non si fossero mai registrati attacchi terroristici, nonostante la presenza di Dadaab. E peccato che l’apparato di sicurezza keniota si sia disinteressato per anni delle condizioni di vita nei campi, lasciando crescere ogni tipo di traffico illegale e di
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IL NODO SCORSOIO DEL CORNO D’AFRICA
violenza o, addirittura, partecipandovi direttamente. Basta dare un’occhiata alle zone di origine dei rifugiati somali per capire che il loro rimpatrio forzato si trasformerebbe in una catastrofe proprio sotto il profilo della sicurezza. Dei circa 320 mila rifugiati, la grande maggioranza proviene infatti da aree nelle quali la presenza di al-3abåb è più forte (più di 200 mila dal Basso e Medio Giuba, 50 mila da Bay e Gedo), o comunque diffusa (Benadir, 47 mila). Di fronte a ciò e alla difficoltà logistica di un simile rimpatrio, qualcuno ha suggerito una via più semplice: concordare con il governo somalo la costituzione alla frontiera di una zona cuscinetto che si trasformerebbe, questa sì, in un grande campo di reclutamento per al-3abåb. 4. Migrazioni, traffici illeciti, terrorismo, corruzione, stabilità delle istituzioni, sviluppo economico e processi demografici rappresentano i tasselli di un unico grande problema che sta crescendo con progressione geometrica nel nuovo mondo globale. Tutto ciò richiederebbe una strategia complessiva e coerente. Il migration compact presentato dal governo Renzi, sia pure con limiti e qualche contraddizione, ha avuto il pregio di porre per la prima volta la questione delle migrazioni in questi termini. Ma la comunicazione della Commissione europea che ne è derivata non ha certo rappresentato un passo avanti. Manca soprattutto la consapevolezza della necessità di un nuovo approccio politico: non si possono attuare decisioni nuove, giuste e coraggiose, con governi corrotti e privi di legittimazione. Non si può mettere in campo una strategia di cooperazione con i paesi terzi se non si affronta seriamente il tema del rispetto dei diritti civili. Non si può fare la guerra al terrorismo confondendo i Fratelli musulmani con un’orda di terroristi assetati di sangue. Non si può «aiutarli a casa loro» se non si rafforzano le società civili e non si incoraggia lo sviluppo di istituzioni più credibili e trasparenti. Non si affronta il terrorismo se non si mettono in campo nuove azioni di dimensione regionale, basate su una reale conoscenza delle dinamiche geopolitiche in atto. Date le condizioni attuali dell’Unione Europea è difficile immaginare che una simile capacità possa nascere ed esprimersi in modo adeguato. Così come bisogna essere consapevoli che problemi lasciati aggravarsi per decenni richiederanno altrettanto tempo per essere risolti. Si usa dire che solo i grandi tornanti della storia mettono in modo le energie latenti. Per quanto riguarda il tempo perso, ci soccorre un bel proverbio africano secondo il quale «il miglior momento per piantare un albero era dieci anni fa, il secondo miglior momento è adesso».
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CHI SIAMO?
MITI E REALTÀ DELLA LIBIA ‘PORTA D’EUROPA’
di Mattia TOALDO
Da paese di destinazione dei migranti africani, il nostro vicino nordafricano si è trasformato negli ultimi anni in area di transito verso di noi. Violenza, xenofobia e centri di detenzione disumani. L’inutile e sbagliata nostalgia di Gheddafi.
I «
N ITALIA, SPECIE QUANDO SI PARLA DI
Libia, si pensa all’immigrazione. Il paese nordafricano conta non tanto per la sua prossimità e per i nostri interessi economici ma come «porta» di fantomatiche «orde» di «milioni» di africani pronti a invaderci. Milioni che poi non si materializzano mai. Però la minaccia, combinata con la realtà di circa 150 mila migranti annui arrivati attraverso la Libia dal 2014 a oggi, porta molti politici e opinionisti a rimpiangere una presunta «età dell’oro» in cui, grazie al trattato di amicizia firmato nel 2008 con Gheddafi, l’immigrazione attraverso la Libia era controllata e quasi ridotta allo zero. L’idea alla base di questa visione è che basta pagare qualcuno dall’altro lato del Mediterraneo per tenersi gli immigrati e questi, non ci importa come, impedirà loro di arrivare in Italia. Da qui consegue l’idea che con Gheddafi si stava bene e che l’intervento del 2011, un’oscura macchinazione franco-britannica sempre secondo questa interpretazione, ci ha rovinati. Il problema, anche accettando tale lettura, è che questa epoca dorata non può più tornare e per molti aspetti non dovremmo neanche rimpiangerla. La Libia di oggi è un paese assai diverso da quello con cui l’Italia firmò un trattato di amicizia, perché non c’è e non ci sarà per molto tempo un soggetto con la stessa presa sul paese che aveva Gheddafi – e che probabilmente neanche Gheddafi avrebbe avuto ora se anche fosse riuscito a controllare la ribellione del 2011. Le dinamiche e l’ampiezza dell’immigrazione dall’Africa subsahariana sono diverse così come sono diversi, e molti di più, i soggetti che in Libia prosperano sulle migrazioni clandestine. Gli italiani però farebbero bene a non rimpiangere troppo quella presunta età dorata. In primo luogo, l’accordo sorvolava su molte norme essenziali perché l’immigrazione venisse trattata in modo umano, a partire dalla convenzione di
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MITI E REALTÀ DELLA LIBIA ‘PORTA D’EUROPA’
Ginevra che la Libia si rifiutò di firmare. È anche per questo che l’allora ministro degli Esteri Massimo D’Alema non aveva firmato l’accordo che invece poi sarebbe stato sottoscritto dal governo di centro-destra – e non casualmente. Il trattato di amicizia, così come accettato e firmato da Berlusconi a suo tempo, esportava il modello della legge Bossi-Fini sulla sponda opposta del Mediterraneo. Grazie al trattato, la Libia approvava nel 2010 una nuova legge che criminalizzava non il traffico di esseri umani ma l’immigrazione clandestina in sé. È anche grazie a questa legge che si è messo in piedi un sistema di centri di detenzione per migranti che non solo viola i diritti umani ma è uno dei fattori che spinge i migranti stessi a fuggire verso l’Europa. La visione della Libia come «porta» verso l’Europa è poi in parte sbagliata. La Libia, anche quella di oggi, è un paese di destinazione per l’immigrazione intraafricana. Parte di una risposta realistica dovrebbe concentrarsi proprio su questo elemento invece che aspettarsi soluzioni miracolose per bloccare quella frazione di migranti che dalla Libia poi prosegue verso l’Italia e l’Ue. In ultima analisi, è difficile evitare di analizzare la situazione generale della Libia se si vuole capire bene la dinamica migratoria da questo paese.
La costruzione dell’economia del contrabbando
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Un dittatore come Gheddafi non tornerà più e per molti versi è meglio così: non solo perché violava i diritti umani dei suoi cittadini ma anche perché era fonte di instabilità in tutto il continente e anche oltre. L’Italia dovrà coesistere per diversi anni, anche nell’ipotesi più rosea, con un paese altamente instabile. Il nodo è quanto possiamo aiutare i libici a ridurre quegli spazi ingovernati che sono all’origine dell’illegalità e della violenza che danneggiano non solo la popolazione locale ma tutti i paesi vicini. Dopo il 2011, la Libia ha vissuto alcuni anni in cui gli oppositori di Gheddafi hanno cercato di spartirsi le risorse, basandosi su ricchi proventi petroliferi e su una generosa distribuzione di soldi pubblici a tutti i miliziani. Le milizie che avevano rovesciato il dittatore prosperavano su questo denaro ma in gran parte si approvvigionavano anche dei traffici illeciti di cui il paese è sempre stato teatro. Sotto Gheddafi, infatti, c’erano molteplici canali con cui il regime distribuiva risorse e comprava fedeltà. Uno era ovviamente l’impiego pubblico, con la quasi totalità della forza lavoro che riceve tuttora uno stipendio dallo Stato, non sempre per lavorare effettivamente. Ma un altro canale era anche un ramificato sistema di commercio illecito in cui l’anello di partenza era quasi sempre fornito dallo Stato stesso: il governo libico forniva una quantità smisurata di beni di consumo a bassissimo costo, coprendo con i suoi sussidi una parte notevole del resto del prezzo. L’esempio più semplice è quello della benzina, venduta a poche decine di centesimi di euro al litro e per quantità che sono il triplo di quanto consumato nel paese. I due terzi che non vengono consumati sono acquistati al
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prezzo sussidiato dai trafficanti che poi rivendono il carburante a prezzi maggiorati (ma sempre molto più bassi di quelli di mercato) nei paesi vicini. Con i proventi di questi traffici poi si possono acquistare altre merci da contrabbandare (dalle sigarette agli psicofarmaci per non parlare delle armi) e impadronirsi di quei mezzi che consentono di entrare nella gestione delle migrazioni illegali: veicoli, magazzini, armi eccetera. Questa economia del contrabbando «a partecipazione statale» era già in piedi con Gheddafi. Come si vedrà tra poco ci sono stati cambiamenti dopo il 2011 e anche più di recente. Ma l’impalcatura era lì e serviva anche al dittatore per avere un «rubinetto» da aprire e chiudere per ottenere soldi e riconoscimento politico dall’Italia.
Breve guida alla situazione attuale Per capire come siano cambiate le dinamiche dell’economia del contrabbando in Libia (e quindi delle migrazioni), è necessario guardare alla situazione generale del paese. Dal maggio 2014 la Libia si è avvitata in un conflitto interno con forte partecipazione delle potenze regionali che ha portato alla frammentazione istituzionale. A metà di quel mese, il generale filo-egiziano Õaftar ha iniziato la sua insurrezione anti-islamista a Bengasi, che si è poi propagata ad altre aree del paese come Operazione Dignità. In risposta, un’eterogenea coalizione di islamisti e anti-gheddafiani ha creato Alba libica che presto ha sloggiato il governo legittimo (e filo-Õaftar) da Tripoli e vi ha stabilito un suo governo di salvezza nazionale. Il governo riconosciuto internazionalmente si è spostato di diverse centinaia di chilometri verso il confine con l’Egitto, tra le cittadine orientali di Tobruk e al-Bayîå’. Per porre fine alla spaccatura del paese l’Onu, con il forte impegno italiano, ha iniziato negoziati tra le due parti per creare un governo di unità nazionale. Quando il governo di accordo nazionale (sigla inglese Gna) è stato finalmente creato nel dicembre 2015, questo si è aggiunto ai due governi di Tripoli e Tobruk/al-Bayîå’, senza sostituirli. E così la Libia ha oggi tre esecutivi di cui nessuno veramente governa o controlla granché. Il Gna ha sopra di sé un Consiglio presidenziale di nove membri che dovrebbe rappresentare tutte le maggiori fazioni e prendere le decisioni più importanti. A capo del Consiglio e del Gna c’è il primo ministro Fåyiz al-Sarråã, un uomo poco carismatico e indicato a suo tempo ai negoziatori Onu dall’Egitto. Secondo l’accordo mediato dall’Onu, il parlamento dovrebbe essere quello situato a Tobruk, eletto nel 2014 e dominato dai fedeli di Õaftar. Sempre secondo l’accordo, il generale verrebbe rimosso come capo supremo delle Forze armate e sostituito da un uomo concordato all’interno del Consiglio presidenziale dove siedono molti suoi nemici.
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E proprio qui sono emersi i problemi per realizzare l’accordo firmato a dicembre. Il parlamento non ha mai votato la fiducia al Gna e il governo di Tobruk/al-Bayîå’ non si è mai sciolto. Gli Emirati Arabi Uniti e l’Egitto, grandi sponsor esterni di Õaftar, hanno firmato le risoluzioni Onu e le dichiarazioni congiunte che sostengono il Gna e lo dichiarano unico interlocutore legittimo. Però hanno continuato a sostenere, politicamente e con le armi, il generale. Politicamente godono del sostegno russo e la linea comune è che il governo di alSarråã è sì legittimo, ma non pienamente a causa della mancata fiducia da parte del parlamento di Tobruk, controllato dal loro generale di riferimento. Gli occidentali, come spesso accade, sono divisi all’interno di ogni paese tra i diplomatici che puntano sul processo politico e i ministeri della Difesa che si concentrano sull’antiterrorismo. E questo ha prodotto più di una volta politiche contradditorie. Basti pensare che nella base aerea di Banønå, il fulcro delle operazioni aeree di Õaftar, sono presenti forze speciali francesi, britanniche, americane e anche italiane, così come rivelato dai nastri della torre di controllo pubblicati dal sito Middle East Eye. Questa presenza rende il generale ancora meno disponibile a trattare attraverso il processo politico che risulta bloccato dall’ostruzionismo dei suoi fedelissimi. In ultima analisi, l’accordo Onu dà un diritto di veto alle potenze regionali sulla realizzazione dell’accordo stesso. Questo veto finora è stato esercitato con successo, bloccando di fatto il processo politico e lasciando una legittimità monca al governo di unità nazionale che opera da una base navale di Tripoli dalla fine di marzo. Il risultato è che i ministri sono arrivati nei ministeri solo a giugno, alla vigilia del mese santo del Ramadan che di solito segna bassi livelli di produttività amministrativa. L’impasse politica che era prevedibile già dal momento dell’approvazione dell’accordo Onu ha conseguenze concrete sulla vita dei libici e dei migranti. Senza l’assenso del parlamento di Tobruk il paese rischia di rimanere senza un bilancio pubblico e i lavoratori pubblici senza stipendio mentre la legittimità politica del governo al-Sarråã è destinata a indebolirsi nelle prossime settimane via via che diventa manifesta la sua incapacità di dare una risposta ai problemi che più assillano la popolazione: la mancanza di contante per comprare beni di prima necessità; i black-out elettrici che possono durare anche giorni interi; la chiusura della metà delle strutture sanitarie e la mancanza di medicine nelle altre; le fogne che si rompono e la spazzatura che non viene raccolta. Questo crea un circolo vizioso: più il governo è debole e meno riesce a far fronte a questi problemi, meno funziona e più si indebolisce. Intanto il tempo sta per scadere. La produzione di petrolio, da cui proviene il 98% delle risorse statali, è ai minimi storici. La Libia vive da tre anni delle riserve accumulate nei decenni presso la Banca centrale. Peccato però che a questi ritmi dette riserve sono destinate a esaurirsi entro due anni. A quel punto, stando così le cose quanto a incertezza politica e a produzione di petrolio, si apriranno nuovi inquietanti scenari per la Libia e i suoi vicini.
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La forza lavoro oggi retribuita dallo Stato include anche 200 mila miliziani che se non dovessero ricevere gli stipendi pubblici si dedicherebbero inevitabilmente con più zelo alle loro attività nel settore del contrabbando, con relative ripercussioni sul livello di violenza. Le ricadute sui migranti sarebbero ancora più drammatiche poiché cadrebbero nelle mani dei gruppi armati. Con la contrazione del potere d’acquisto delle famiglie verrebbero inoltre a mancare molti dei lavori che oggi svolgono in Libia.
La difficile condizione dei migranti in Libia 1 Le condizioni dei migranti in Libia sono già abbastanza difficili senza che si avveri questo scenario catastrofico, ma anche piuttosto realistico. Prima del caos attuale, la Libia era di gran lunga il paese più ricco del Nordafrica. Gheddafi, nell’ambito della sua politica panafricana, lasciava aperti i confini per chi proveniva dal resto del continente. I libici potevano contare su stipendi pubblici a fronte di un dispendio di lavoro non sempre troppo alto e gran parte del resto dei lavori rimaneva senza pretendenti locali. La combinazione di questi tre fattori faceva della Libia un importante paese di destinazione con una presenza stimata ancora nel 2013 di 1 milione e 200 mila-1 milione e 700 mila tra migranti e rifugiati. Questi ultimi ovviamente senza il riconoscimento legale che avrebbero avuto se la Libia fosse stata firmataria della convenzione di Ginevra. In questo grande calderone c’era un po’ di tutto: egiziani e tunisini che facevano i pendolari; filippini e bengalesi che lavoravano nel turismo; turchi ma anche italiani che lavoravano come tecnici e nelle costruzioni; persone dell’Africa subsahariana che vedevano nella Libia la prosperità vicino casa; profughi palestinesi; medici da tutto il mondo, compresa la Corea del Nord. I numeri attuali, secondo stime informali delle organizzazioni internazionali, sono più bassi ma non drammaticamente: attorno ai 700 mila migranti, mentre l’Organizzazione internazionale per le migrazioni ne ha registrati circa 250 mila. Una piccola parte di questa massa di persone continuava il viaggio verso l’Italia già nei primi anni Duemila e oggi sembra strano pensare all’allarme che creavano da noi qualche decina di migliaia di migranti in arrivo dalla Libia, tanto da giustificare il trattato del 2008. Dalla fine del 2013, quando la violenza in Libia si è intensificata, il flusso verso l’Italia è aumentato di molto, raggiungendo nei due anni successivi 170 mila e 150 mila unità, quintiplicando rispetto ai massimi del periodo precedente. A provocare questa esplosione della Libia come paese di transito è stato in parte il calo del suo ruolo come paese di destinazione. Sempre più migranti, una volta arrivati in Libia, hanno constatato l’impossibilità di rimanervi e hanno cercato 1. L’autore intende qui ringraziare Federico Soda e Giulia Falzoi dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim) per le utilissime informazioni. L’Oim è una delle pochissime organizzazioni internazionali rimaste a operare in Libia.
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di continuare verso l’Europa. Da allora, il tempo di permanenza in Libia dei migranti si contrae sempre di più: inizialmente, anche chi aveva deciso fin dal principio di andare in Europa, rimaneva in Libia (persino anni) cercando di guadagnare i soldi per pagare la traversata in mare. Ora invece bastano pochi mesi. Questo lo si deve non solo al livello di violenza e xenofobia che c’è in Libia ma anche a quel sistema di centri di detenzione che fu creato sotto Gheddafi e ampliato grazie al trattato con l’Italia. In questi centri, come documentato di recente da Human Rights Watch, le violenze, gli abusi e le uccisioni sono all’ordine del giorno 2. I migranti vengono liberati solo dietro pagamento di un riscatto e poi fuggono verso l’Europa anche per avere una prospettiva seria di ripagare il debito contratto dalle famiglie per comprare la loro liberazione. Un sistema creato all’origine per contenere l’immigrazione è diventato, a causa dell’assenza di diritti umani prevista all’origine, un fattore di spinta verso l’Europa. In secondo luogo, tra la fine del 2013 e le prime settimane del 2015 i rifugiati siriani che cercavano di raggiungere l’Europa passavano dalla Libia. Grazie alla mancanza, all’epoca, dell’obbligo di visto, i siriani o volavano direttamente in Libia (finché il paese ha avuto aeroporti internazionali funzionanti) oppure atterravano nei paesi limitrofi e poi raggiungevano in qualche modo la Libia da cui salpavano alla volta dell’Europa. Questo flusso si è interrotto a inizio 2015 per la concomitanza di diversi fattori: la rotta libica attraverso il Mediterraneo centrale è molto pericolosa: è qui che muore la percentuale più alta a livello mondiale di tutti i migranti morti in mare; si era aperta nel frattempo la rotta balcanica attraverso Turchia e Grecia; la Libia e i paesi limitrofi avevano introdotto i visti per i siriani, cancellando la possibilità di compiere legalmente almeno una parte del viaggio verso l’Europa. Nel frattempo, però, i profughi siriani avevano contribuito a cambiare il paesaggio del settore del contrabbando in Libia. Relativamente più ricchi rispetto ai migranti africani, i siriani erano disposti a pagare anche il 20% in più rispetto agli altri per andare su barche più sicure e meno affollate. Soprattutto, il loro flusso era molto più alto rispetto a quelli del passato e molto più grande era la loro motivazione nell’attraversare il mare. Più clienti e disposti a pagare un prezzo più alto, una vera manna per i contrabbandieri libici che hanno usato quei mesi per accumulare capitali poi investiti per estendere i loro traffici e allungare la loro filiera verso l’Africa occidentale, da cui proviene ora una parte consistente di coloro che migrano attraverso la Libia. Mentre chi riceve uno stipendio pubblico in Libia ha sempre meno certezza della sua puntualità e della possibilità di trasformarlo in contante, lavorare nel settore informale offre migliori prospettive proprio alla luce di quanto sopra. E così sempre più gruppi di giovani libici entrano nel mercato dell’immigrazione clandestina ricevendo in prestito piccole somme con le quali comprano veicoli e affitta-
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2. «EU/NATO: Europe’s Plan Endangers Foreigners in Libya», 6/7/2016, Human Rights Watch, disponibile su goo.gl/ZsphZg
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no magazzini o case dove tenere i migranti in attesa della traversata. L’aumento dell’offerta fa diminuire i prezzi e questo a sua volta aumenta i flussi. Il calo dei prezzi si deve anche a un meccanismo perverso generato dagli interventi europei. Dopo le discussioni su come «catturare i barconi», i trafficanti ora usano gommoni oppure barche senza motore trainate da altre barche con la speranza che debbano fare quelle poche miglia che separano la costa dalle acque internazionali dove sono presenti le navi europee. Questo abbassa i costi per loro ma aumenta decisamente la pericolosità della traversata per i migranti.
La risposta europea Con il naufragio della notte del 19 aprile 2015, nel quale morirono più di settecento persone, l’Europa si accorse della crisi migratoria dalla Libia, che presto è diventata la «crisi dei rifugiati». A una prima reazione improntata sulla necessità di salvare vite umane, le politiche europee si sono via via orientate sull’urgenza di «combattere il modello di business degli scafisti» e contenere i flussi. Per il primo obiettivo, è in piedi da quasi un anno l’operazione navale Ue Sophia che pattuglia il Mediterraneo centrale e sequestra le imbarcazioni coinvolte nelle traversate. Vista la natura della situazione e gli obblighi internazionali, Sophia finisce per fare anche tantissimi salvataggi in mare. Tuttavia, i morti in questa parte di mare quest’anno sono il doppio di quelli del 2015 – l’anno del naufragio di cui sopra. Sophia era basata fin dall’inizio sull’idea un po’ ingenua che le nuove autorità libiche scaturite dall’accordo Onu avrebbero dato il consenso alle navi Ue per operare nelle acque libiche e addirittura sulla costa. Inutile dire che nessun governo, soprattutto uno debole come quello di Fåyiz alSarråã, poteva permettersi di dare una simile autorizzazione. Ora Sophia si impegnerà a addestrare la Guardia costiera libica, in realtà un coacervo di diverse forze con sovrapposizioni burocratiche facilmente comprensibili agli italiani. In contemporanea, l’Italia dovrebbe restituire alla Libia alcune motovedette proprio per la Guardia costiera libica. Il rischio, paventato da diverse organizzazioni per i diritti umani, è che queste navi e questo addrestramento si traducano nell’intercettamento dei battelli in acque libiche da parte dei libici che, come già fanno oggi, porterebbero i migranti nei centri di detenzione di cui sopra. L’obiettivo di contenere i flussi viene invece perseguito con una strategia Ue improntata alla più classica «condizionalità», il principio guida di Bruxelles. I rapporti con i paesi africani di origine e di transito verranno valutati in base alla loro collaborazione nel tenere i migranti in Africa con un sistema di incentivi e punizioni che assomiglia molto a quello, già fallimentare, messo in atto per le attuali politiche di vicinato. La priorità della nuova (vecchia) politica europea è quella di ottenere degli accordi formali o meno per i rimpatri forzati. Un sistema non del tutto rispettoso dei diritti umani e quasi sempre costoso e inefficace. Basti pensare che anche l’efficiente Germania riusciva fino a un anno fa a rimpatriare solo un terzo di coloro a cui veniva dato un decreto di espulsione.
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CHI SIAMO?
NEL CANALE DI SICILIA SI AVVERA LA PROFEZIA DI GHEDDAFI
di EURAFRICANUS
“State bombardando il muro che si erge sulla strada dei migranti e dei terroristi”, avvertiva il Colonnello nel 2011. L’attraversamento del Mediterraneo dalla Tripolitania. La diatriba sulle Sar e sui ‘porti sicuri’. I limiti del migration compact.
I
1. L CROLLO DEL REGIME DI GHEDDAFI, NEL 2011, e la conseguente frammentazione della Libia, sono stati i principali fattori che hanno riportato in auge la rotta delle migrazioni che va dall’Africa all’Europa attraverso il Mediterraneo centrale. La Libia balcanizzata è diventata il ventre molle del Nordafrica, in cui riescono a prosperare particolarmente bene le organizzazioni criminali dedite al traffico di esseri umani. La stabilità libica, e del governo di Gheddafi, garantiva un importante filtro nei confronti dei flussi migratori che dal Sahel e dal Sahara si dirigevano verso l’Africa mediterranea e l’Europa. Nella primavera del 2011 lo stesso colonnello Gheddafi in un discorso fatto pervenire in forma di lettera aperta al settimanale russo Zavtra aveva messo in guardia l’Unione Europea e la Nato: «State bombardando un muro che si ergeva sulla strada della migrazione africana verso l’Europa, e sulla strada dei terroristi di al-Qå‘ida. Questo muro era la Libia» 1. Tale ruolo di «filtro» o di «muro» era stato fra l’altro uno degli elementi portanti del trattato di amicizia italo-libico del 30 agosto 2008 2, che all’articolo 19 prevedeva il pattugliamento delle acque antistanti la Libia con equipaggi misti e motovedette messe a disposizione dall’Italia. E insieme, elemento ben più importante, stabiliva un sistema di telerilevamento alle frontiere terrestri libiche, da affidare a società italiane. Sistema piuttosto costoso che non comportava il coinvolgimento delle Forze armate o della polizia italiana, ma che doveva essere finanziato per metà dall’Italia e per metà dall’Unione Europea. Al di là dei contenuti di 1. Riportato da L. ALEXANDROVA, «Is Europe Doomed to Burn in Hell as Gaddafi Promised?», Tass, 9/9/2015, goo.gl/PYVb1i; il discorso è anche in un video su youtube (Rossja 1, 10/5/2011): goo.gl/YSjBj5 2. Legge 6 febbraio 2009 di «Ratifica ed esecuzione del Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione tra la Repubblica Italiana e la Grande Giamahiria araba libica popolare socialista, fatto a Bengasi il 30 agosto 2008».
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merito questa intesa aveva una filosofia di fondo molto simile a quella che ha ispirato i recenti accordi dell’Unione Europea con la Turchia, targati Merkel: soldi in cambio dell’impegno a fermare il flusso di migranti. Noi pagavamo (e su diverse partite), mentre la Libia ci garantiva il «muro» sulla strada delle migrazioni. La questione veniva così affrontata, se non all’origine, sicuramente nella prima fase del movimento migratorio. Spesso i libici descrivono il loro paese, poeticamente, come incluso fra due «mari»: uno è il Mediterraneo, il mare vero e proprio; l’altro è il deserto, un mare metaforico. Ed è proprio su questo secondo mare che la questione poteva trovare soluzione. La minaccia profetica di Gheddafi era quindi una facile previsione: il venir meno di una qualunque forma sistematica di controllo del territorio ha portato alla perdita totale di controllo sui flussi migratori. Peraltro è interessante notare come alcuni trafficanti libici dichiarino di dedicarsi alla loro attività non soltanto per denaro, ma anche per il motivo, tutto ideologico, di creare pressione sull’Europa 3. Si badi che questo non ha nulla a che vedere con il terrorismo jihadista o con il ruolo dello Stato islamico (Is), che a loro volta ben poco hanno a che vedere con il traffico di migranti 4. 2. Il flusso migratorio dall’Africa ha origine principalmente a sud del Sahara, il secondo «mare». L’attenzione dell’Occidente è tutta focalizzata sul dramma della traversata del Mediterraneo. Ma è la traversata del deserto, e il viaggio verso il deserto stesso, la parte più difficile del percorso. Privazioni, maltrattamenti, rischi di assalti da parte di predoni in cerca di bottino o di schiavi, fanno sembrare l’ultima parte del viaggio, a chi migra, come l’ultimo sforzo, per quanto difficile e doloroso. Ad alleviare le difficoltà dell’ultimo tratto vi sono inoltre, e non è poco, i mezzi e le leggi delle democrazie europee, in prima linea quella italiana. I migranti vengono dunque da lontano. Dall’Eritrea in primo luogo, un paese con uno dei più duri regimi dittatoriali del continente africano, ma anche da altri paesi del Corno d’Africa, come la Somalia. Dalla Nigeria o dal Gambia, per sfuggire a conflitti interni, regimi dittatoriali, o dal Senegal, per fuggire la miseria. Più di recente un grande flusso si è originato dalla Siria, dove la guerra continua a imperversare 5. Il deserto libico diventa quindi sede di importanti snodi e punti di raccolta delle masse umane di migranti. Ma perché la Libia, e quindi la via centro-mediterranea, è tornata ad essere di fondamentale importanza per i flussi migratori dall’Africa all’Europa? 6.
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3. P. KINGSLEY, «Libya’s People Smugglers: Inside the Trade that Sells Refugees Hopes of a Better Life», The Guardian, 24/4/2015. 4. «Migrant Smuggling Networks», Europol-Interpol (Joint report), maggio 2016. 5. Ibidem. 6. Si segnala un leggero calo dei flussi nei primi mesi del 2016, se a confronto con lo stesso periodo del 2015. Ciò può essere dovuto a vari fattori, fra cui un ruolo crescente dell’Egitto nella tratta di esseri umani; ma non è da escludersi che le condizioni meteorologiche siano state il fattore principale di questo calo nella prima parte dell’anno.
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Le vie dei flussi umani da sud a nord sono sostanzialmente tre. A) La via occidentale, che va verso la Spagna sfruttando principalmente le enclave di Ceuta e Melilla oppure passando attraverso lo Stretto di Gibilterra e il Mare di Alborán; un ramo secondario verso la Spagna passa attraverso l’Atlantico, via Canarie. B) La via orientale, lungo la quale i flussi principali si dirigono verso l’Europa attraverso la Turchia e quindi la Grecia, indirizzandosi poi lungo la rotta balcanica in direzione principalmente della Germania e del Nordeuropa. C) La via centrale, fulcro della nostra attenzione, che attraverso la Libia, e in misura minore la Tunisia o l’Egitto, si dirige verso l’Italia 7. Negli ultimi anni, la geografia e la geopolitica hanno spinto verso una maggiore concentrazione dei flussi lungo la rotta centrale 8. Una prima ragione è stata già accennata: la crisi libica e il successivo vuoto di potere creatosi nell’area. Una seconda ragione risiede nelle maggiori difficoltà o nei maggiori costi delle altre due vie, l’occidentale e l’orientale, in particolare della prima. Va tenuto infatti presente che l’origine dei flussi non è la stessa: l’Africa è la fonte principale di flussi per le vie occidentale e centrale, mentre il Medio Oriente lo è per la via orientale. Infine, una terza ragione è dovuta, in maniera simmetrica alla seconda, alla maggiore facilità e in alcuni casi ai minori costi della rotta centrale. Vediamo ora in maniera più approfondita i fattori alla base delle due ultime ragioni. La prima (vale a dire l’instabilità del territorio libico) che in un certo senso costituisce anche uno dei fattori alla base della terza, è stata già illustrata. I fattori rilevanti possono essere distinti in due aspetti: un primo riguardante la situazione e le politiche nello Stato di origine, o comunque nel luogo di partenza, e un secondo riguardante il luogo o la nazione di arrivo. L’interazione fra questi due aspetti è importante anche per determinare il contesto e gli elementi dell’eventuale attraversamento del confine o, in gran parte dei casi, della traversata via mare. La via occidentale ha visto diminuire notevolmente i flussi migratori innanzitutto per gli accordi che le autorità spagnole sono riuscite a concludere con i paesi di origine o transito dei migranti. Particolare importanza hanno rivestito i vari accordi di riammissione con diversi paesi quali il Marocco, la Mauritania e il Senegal, questi ultimi terre di origine della gran parte dei migranti verso le isole Canarie. Questi accordi sono stati criticati, fra gli altri, da Amnesty International 9, poiché violerebbero nella loro attuazione alcuni diritti umani. Sempre Amnesty International, negli scorsi anni, ha diverse volte identificato la Spagna come autrice di respingimenti non ortodossi via terra e via mare – molto spesso causa di 7. Europol-Interpol (Joint report), cit., p. 6. 8. «EMN Policy Brief on Migrants’ Movements through the Mediterranean», European Commission, DG Migration and Home Affairs, 23/12/2015. Risulta evidente l’importante incremento dei flussi lungo la rotta centrale specialmente negli anni 2013 e 2014. Il 2015, anche a seguito della situazione in Siria e in Turchia, vede una enorme crescita dei flussi lungo la rotta orientale, mentre i flussi africani continuano a preferire la rotta centrale a quella occidentale. 9. «The Human Cost of Fortress Europe», Amnesty International, London 2014.
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vittime, specie in mare 10 – fra cui un famoso caso risalente al maggio 2008 con fermo diniego di responsabilità sia da parte della Marina marocchina sia di quella spagnola. Anche tale aspetto costituisce un elemento di maggiore difficoltà nel raggiungere l’Europa attraverso la via occidentale. La via orientale ha avuto un notevole aumento dei flussi specialmente nel 2015 e nei momenti di picco della crisi siriana. Dalla Siria infatti proviene la maggior parte dei profughi che percorrono questo canale, peraltro abbastanza agevole nella fase di attraversamento fra la Turchia (sede di numerosi campi profughi) e la Grecia, paese membro dell’Unione Europea. Anche la via più diretta verso la Germania e il Nordeuropa, attraverso i Balcani, costituisce un fattore di maggiore attrattiva. Con l’aumento dei respingimenti alle frontiere lungo questo percorso, una parte dei profughi dell’area si è ridiretta verso l’Egitto o la Libia, con l’Italia come destinazione, per lo meno intermedia. L’accordo dell’Unione Europea con la Turchia potrebbe costituire un più recente fattore di scoraggiamento. Al momento, tuttavia, non vi sono dati certi su questi aspetti. Ad ogni modo, la via orientale e quella centrale non sono in diretta concorrenza, non ricevendo «domanda» dalla stessa tipologia di flussi. Accordi con i paesi di origine o di transito e politiche di respingimento sono i principali fattori che scoraggiano il traffico lungo le rotte, aumentando i costi e le incertezze sia per i migranti stessi sia per i trafficanti. Entrambi questi elementi sono assenti, per varie ragioni, lungo la rotta centrale che appare al momento abbastanza percorribile in rapporto con le altre e soprattutto con la prima fase della traversata 11, oltre che rispetto alle possibilità di raggiungere il territorio europeo. 3. Cerchiamo di capire come si svolge il percorso di questo ultimo tratto. I migranti hanno già raggiunto la Libia. Alcuni sono arrivati da poco; altri magari sono lì da mesi, se non di più, in attesa di poter saldare (guadagnandosi in loco il denaro o lavorando direttamente, spesso in condizioni che rasentano la schiavitù) il loro debito con chi li ha portati fin lì; o in attesa di poter guadagnare il denaro sufficiente alla traversata verso l’Italia. Generalmente i migranti si concentrano nella zona della Tripolitania e della Libia occidentale, attorno alle città di Qaâr Qarabûllø e Zuwåra. I punti di partenza sono infatti città o villaggi di pescatori. I mezzi di trasporto preferiti sono pescherecci che vengono acquistati in loco dai trafficanti, spesso criminali locali o anche ex pescatori e marinai. La vendita dei pescherecci sta diventando infatti particolarmente attraente per i pescatori, per i prezzi sempre più alti delle compravendite. Parallelamente, l’aumento del prezzo del pesce sul mercato locale è in parte un sintomo della scarsità del prodotto dovuta alla riduzione delle barche e quindi dell’attività di pesca.
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10. «Spain: Accountability Urged for “Appalling” Migrant Deaths in Ceuta», Amnesty International, 14/2/2014, goo.gl/Aja0Vm 11. «The Human Cost of Fortress Europe», cit.
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Il peschereccio, una volta acquistato, salpa come per una normale battuta di pesca, e soltanto una volta al largo viene raggiunto dai migranti, trasportati con gommoni tipo Zodiac. Le imbarcazioni usate sono pescherecci di circa diciotto metri che possono trasportare fino a 300-350 persone 12, stipate più o meno ovunque e disposte in modo accurato per distribuire il peso su tutto lo scafo. Ovviamente i posti sono rigorosamente assegnati e ogni movimento, a parte alzarsi e risedersi, è impossibile pena il rovesciamento della barca. La guida dell’imbarcazione è generalmente affidata a uno dei migranti con competenze nautiche. Il pilota spesso viaggia gratis, ma molte volte le sue competenze non sono sufficienti a far fronte a eventuali emergenze. Le modalità di utilizzo delle barche ci mostrano come sia velleitario pensare di poterle identificare in tempo utile per distruggerle impedendone l’uso con operazioni militari mirate. Segnali come le variazioni dei prezzi sul mercato del pesce o gli orari delle presunte battute di pesca sono elementi eccessivamente aggregati o troppo labili per trarne indicazioni precise in tempo utile. Peraltro, le stesse imbarcazioni non vengono normalmente distrutte dalle nostre Forze armate o di polizia, neanche dopo aver tratto in salvo gli occupanti, per immaginabili motivi operativi. Esse però, lasciate alla deriva, vengono spesso recuperate e riutilizzate fino a tre o quattro volte per altri viaggi. La reazione italiana al fenomeno si è evoluta adattandosi alle circostanze, ma senza avere alle spalle una politica complessiva che la guidasse nel corso degli anni. A livello operativo la priorità è quindi diventata immediatamente quella del soccorso in mare alle persone in pericolo. Questa situazione, anche in virtù degli obblighi derivanti da convenzioni internazionali e da leggi nazionali e dalle loro interpretazioni, ha però creato l’effetto avverso di incentivare le migrazioni lungo la rotta centrale del Mediterraneo. Basta una telefonata di richiesta di soccorso (tutte le imbarcazioni di migranti sono dotate di telefono satellitare e del numero telefonico di emergenza del soccorso italiano) e l’apparato si mette in moto, come è suo dovere giuridico e, innanzitutto, morale. Se in una prima fase i barconi dei migranti si spingevano fin sotto la pur vicina Lampedusa, oggi non è infrequente che le nostre autorità vadano a recuperare barche o gommoni carichi di profughi appena fuori le acque territoriali libiche. Con grande risparmio di carburante per i trafficanti che possono così abbattere ulteriormente i costi di un già lucrativo business. Questa situazione si è generata, in assenza di una strategia complessiva (sia per il destino dei migranti una volta sbarcati sia per il loro recupero), anche a seguito del vuoto di autorità creatosi in Libia. Il soccorso in mare è infatti regolato, in maniera operativa, da una convenzione firmata ad Amburgo nel 1979 13. Questa convenzione stabilisce delle zone, cosiddette Sar (Search and Rescue), fissate 12. Ma in alcuni casi vengono riportati numeri di gran lunga superiori. 13. International Convention on Maritime Search and Rescue, firmata ad Amburgo il 27/4/1979, entrata in vigore il 22/6/1985.
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di comune accordo (carta). L’area Sar italiana si estende poco a sud della nostra penisola, sovrapponendosi in parte a quella maltese 14. Benché l’area Sar non influenzi minimamente la sovranità o la giurisdizione degli Stati, Malta ne ha fatto spesso una questione di prestigio, dichiarandosi responsabile per una zona che è estesa 750 volte il suo territorio. Salvo poi tirarsi indietro nell’attività da svolgere nella sua area di competenza lasciando il cerino nelle mani delle autorità italiane. Che hanno finito per tenerselo. Con il venir meno di ogni autorità effettiva sul territorio libico abbiamo esteso la nostra competenza anche all’area Sar libica decidendo (ma la decisione è stata una necessaria reazione operativa più che una strategia consapevole) di giocare il ruolo di «gigante buono» nell’area. Finché ne avremo i mezzi. Secondo l’interpretazione 15 di alcuni l’estensione non era poi così automatica, ma è pur vero che (soprattutto in assenza di indicazioni) era difficile operare scelte diverse, innanzitutto sotto il profilo morale. Peraltro, dal punto di vista giuridico, vi era anche il rischio che non rispondendo alle chiamate di soccorso (quasi sempre registrate anche dalla stessa barca che la formula) i comandanti potessero incorrere in un’incriminazione per omissione di soccorso ai sensi dell’articolo 1158 del codice della navigazione italiano. Ciò che però mostra contraddittorietà nelle interpretazioni, e svela la debolezza dovuta alla mancanza di strategia, sono le piccole differenze di gestione in zona Sar maltese e in zona Sar libica, incluse le destinazioni di sbarco dei profughi tratti in salvo, i cosiddetti «porti sicuri». Le questioni in zona Sar maltese sono di vecchia data, pur nel quadro delle ottime relazioni fra i governi. La zona Sar maltese è eccessivamente estesa per la piccola isola, che però continua a dichiararsene responsabile. Il «porto sicuro» 16 per chi viene tratto in salvo in zona Sar maltese, però, non coincide con il porto della Valletta né con altri in territorio maltese, come dovrebbe essere secondo il diritto convenzionale. Si è deciso infatti che il porto sicuro fosse identificato con quello più vicino, vale a dire quello di Lampedusa. Ergo, migranti soccorsi in area Sar maltese vengono sbarcati in Italia. Nella zona Sar libica accade qualcosa di diverso. Il porto sicuro verso cui vengono portati i rifugiati non è né un porto del paese Sar né il porto più vicino. Ma immancabilmente un porto italiano. E ciò anche nel caso in cui a trarre in salvo i migranti sia una nave battente bandiera straniera. La questione è ancora (per poco) fluida e tutto si gioca sulla bandiera della nave di primo soccorso, sulla definizione di porto sicuro e su quella della precisa responsabilità Sar. Questioni complesse, ma mai affrontate, pare, in maniera sistematica.
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14. Fra Italia e Malta vi è un non sopito contenzioso su confini marittimi di varia natura. 15. A. SCIACCA, «Tensione tra Malta e Italia per una nave piena di clandestini», Corriere della Sera, 17/4/2009; F. VIVIANO, «Immigrati bloccati in mezzo al mare, nessuno li vuole, lite Italia-Malta», la Repubblica, 18/4/2009, entrambi sul caso del mercantile turco Pinar. 16. Il «porto sicuro» (safe haven) è il luogo in cui devono essere sbarcate le persone soccorse in mare una volta tratte in salvo, ai sensi della convenzione di Amburgo.
CHI SIAMO? FRANCIA
SAR della Francia
SPAGNA
ITALIA
SAR dell’Italia
SAR della Spagna SAR dell’Algeria
GRECIA
Sicilia MALTA Zona di intercettazione dei migranti SAR di Malta
ALGERIA
SAR della Grecia
TUNISIA
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RICERCA E SALVATAGGIO NEL MEDITERRANEO CENTRO-OCCIDENTE
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SAR della Libia
LIBIA
4. Oltre a tali questioni interpretative, di coerenza e di narrazione, urgono però soluzioni operative. In questo quadro l’Italia ha giocato finora un ruolo importante, cercando di fornire elementi di guida anche a livello dell’Unione Europea, ad esempio attraverso il cosiddetto Migration Compact 17. Le sue priorità sono salvare vite in mare, aumentare i rimpatri, consentire ai migranti e ai rifugiati di rimanere vicino a casa e, a lungo termine, sostenere lo sviluppo dei paesi terzi per affrontare le cause profonde della migrazione irregolare. Alcune misure possono essere efficaci in diversa misura. Innanzitutto, è da poco iniziato l’addestramento della futura guardia costiera libica, nel quadro della missione EunavforMed. È un primo importante passo, che ristabilisce un cordone d’emergenza per i soccorsi in mare e per il contrasto al traffico degli esseri umani già in territorio libico. Presupposto per questo addestramento è stata l’istituzione di un governo libico responsabile, almeno sulla carta, del controllo del territorio. Il governo di al-Sarråã non ha una grande forza, ma sicuramente ha un’influenza sulle zone costiere occidentali. Una guardia costiera addestrata potrà anche rafforzarne il ruolo. Un secondo aspetto, più importante del primo, è la capacità di controllo dei confini terrestri nel deserto libico. Ciò è messo in evidenza nel Migration Compact 18, che suggerisce anche una missione civile europea nell’ambito della 17. «Migration Compact, Contribution to an EU Strategy for External Action on Migration», Italian non paper, 15/4/2016. 18. Ibidem.
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Politica comune di sicurezza e difesa (Csdp) per assistere le autorità libiche nella loro capacità di lotta al terrorismo e di gestione dei flussi migratori. Al momento, tuttavia, non sembrano esserci le condizioni di stabilità operativa per un tale tipo di missione. Infine vi sono gli aspetti economico-sociali importanti, soprattutto sul lungo periodo e con maggiore potenzialità di stabilizzazione. Essi sono presi in considerazione nel Migration Compact e riguardano fondamentalmente assistenza e investimenti in loco per migliorare le condizioni di vita e le opportunità economiche delle popolazioni locali e migranti. Ma per tali questioni rimane comunque fondamentale la stabilizzazione del territorio libico, anche attraverso il raggiungimento di un equilibrio fra gli attori in campo. La difficoltà risiede nel fatto che ciascuna delle fazioni fa anche capo a potenze, principalmente regionali, con interessi propri nell’area. Tuttavia, anche il semplice esercizio di un’autorità riconosciuta su una parte limitata del territorio costituirebbe un buon presupposto. Si chiuderebbe così il cerchio, nella speranza di un rapido risveglio dall’incubo della profezia di Gheddafi.
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CHI SIAMO?
Parte III COME (non? ) INTEGRARLI
CHI SIAMO?
ALL’ITALIA SERVONO PERSONE PRIMA CHE BRACCIA
di Massimo
LIVI BACCI
Il deficit di popolazione in età attiva e il forte invecchiamento sono attrattori strutturali di immigrazione. Senza migranti, di qui a metà secolo perderemo 8 milioni di abitanti. Quali politiche sono necessarie al di là dell’emergenza.
P
1. ER MOLTI LA DEMOGRAFIA È POCO PIÙ di un’incolore sfilata di numeri, certo necessaria ma incapace di interpretare la complessità della società. E, per la lentezza con la quale i fenomeni demografici evolvono, nemmeno troppo rilevante. Per altri, le vicende demografiche indicano la strada che l’umanità sta percorrendo – sintomi di un’insostenibile crescita o di un inevitabile declino. Sono visioni affrettate che colgono solo gli aspetti superficiali dei fenomeni demografici, isolati dal loro contesto. L’andamento demografico va infatti interpretato su tre piani diversi, tra loro strettamente connessi. Il primo è quello macro, il più evidente. L’insieme degli individui influenza la produzione e il consumo, il riparto delle risorse, i rapporti col territorio, l’impatto ambientale. Il secondo piano è quello micro: i fenomeni demografici – nascite, unioni, morti, migrazioni – sono anche frutto di scelte e comportamenti individuali, e come tali sono sintomo di propensioni, di scelte e di situazioni di vita che hanno conseguenze di lungo periodo, spesso definitive (una nascita, la costituzione di un nucleo familiare, una migrazione). Sono dunque segnali chiari, forti e finali, dai quali si può risalire alle complesse motivazioni che li generano. Il terzo piano, infine, riguarda la «qualità» della popolazione: i fenomeni demografici sono anche componenti fondamentali del capitale umano. La bassa mortalità è sintomo di miglior salute; la capacità di unirsi e riprodursi, di aggregarsi, di spostarsi sono conseguenze di condizionamenti, ma anche di libere scelte individuali. Ci accorgiamo quanto sia importante – questa capacità di scelta – solo quando essa viene limitata o negata. 2. Nel 2015, la popolazione italiana è diminuita rispetto all’anno precedente: la prima volta che questo avviene in tempo di pace, da quando il paese è unito. Dopo secoli di crescita continua, il XXI secolo potrebbe segnare un’inver-
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sione di tendenza. Così almeno segnalano autorevoli previsioni demografiche che, tra l’altro, incorporano il proseguimento dell’immigrazione su alti livelli e una ripresa della natalità. Non sufficienti, peraltro, a riportare in equilibrio nascite e morti, e a frenare il declino, il «rimpicciolimento» del nostro paese nel contesto internazionale. L’Italia era al settimo posto nella graduatoria dei paesi più popolosi del mondo all’inizio dell’Ottocento, al decimo nel 1950, al 23° nel 2015, sarà al 33° nel 2050. Volgendo lo sguardo oltre il caso italiano, va ricordato che tutta l’Europa è cresciuta a un passo più lento del resto del mondo. È all’inizio del XX secolo che si pone lo zenit economico-demografico dell’Europa, che contava allora un settimo della popolazione del mondo e produceva un terzo della ricchezza. Oggi queste proporzioni sono ridotte, rispettivamente, a un sedicesimo e a un quinto; verso la metà del secolo scenderanno (presumibilmente) a un ventiduesimo e a un settimo. L’attuale mezzo miliardo di abitanti dei 28 paesi dell’Ue (ma tra poco occorrerà sottrarre i 65 milioni del Regno Unito) sono una massa demografica importante, anche se costituisce appena il 7% della popolazione mondiale; una quota, questa, già quasi raggiunta (6,4%) dai 6 paesi fondatori nel 1957, l’anno della firma dei Trattati di Roma. Per mantenere invariato il suo peso demografico, l’Ue ha dovuto (quasi) quadruplicare la propria superficie e quintuplicare il numero degli Stati a essa aderenti. In ambito Ue – considerandola nei confini attuali dei 28 Stati componenti – l’Italia ha mantenuto nel tempo, grosso modo, il proprio peso demografico, oggi pari a circa il 12%; ma tra gli europei con meno di quindici anni gli italiani di pari età pesano appena il 10,5%, e tra quelli con più di 65 pesano il 13,7%: conseguenze di una natalità più bassa della media, e di una longevità più alta. Nell’ambito mediterraneo, nel quale l’Italia aspira a esercitare un ruolo almeno pari alla propria dimensione economica, il baricentro demografico si sta rapidamente spostando verso Sud-Est. Nel 1950 i paesi dell’Europa del Sud (e quindi della riva Nord del Mediterraneo), costituivano i due terzi della popolazione dell’intero bacino; oggi pesano per meno della metà, e nel 2050 costituiranno poco più di un terzo. Si usa dire che la crescita demografica della parte povera del Mediterraneo sia anche un’opportunità. Ma, ammesso che lo sia, coglierla non sarà agevole, per un paese che non è riuscito nella riunificazione economica del Mezzogiorno col resto d’Italia.
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3. La popolazione è uno stock che nel breve periodo si modifica lentamente, perché i flussi di entrata, come quelli di uscita, sono relativamente modesti, tipicamente attorno all’1% all’anno nei paesi demograficamente maturi. Ma quando i flussi mutano di dimensione, perché si riduce la natalità o si allunga il ciclo di vita, si producono profonde modifiche nell’assetto demografico. È quanto è avvenuto in Italia negli ultimi decenni, con velocità sorprendente. Una sintesi delle tendenze verificatesi dalla fine della guerra a oggi è utile per comprendere quali forze, e quanto profonde, abbiano marcato la popolazio-
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ne e lasceranno il proprio segno nel futuro. In primo luogo, una vera e propria rivoluzione riproduttiva, avvenuta più velocemente che in altri paesi di Europa, che ha provocato una forte compressione della natalità. Il numero medio di figli per donna si è dimezzato tra gli anni Sessanta (2,5) e gli anni Novanta (1,25). È risalito debolmente a 1,4 flettendo di nuovo negli ultimi anni di crisi. Nel 2015 le nascite sono scese sotto il mezzo milione: erano il doppio alla metà degli anni Sessanta. Anno dopo anno, questo graduale «prosciugamento» delle generazioni di nati è andato spopolando le scuole, riducendo gli ingressi nel mondo del lavoro e lo stock della forza di lavoro giovane-adulta, comprimendo il numero dei potenziali genitori. In secondo luogo, una longevità in continuo aumento. Negli ultimi quarant’anni (1974-2014) la speranza di vita alla nascita ha guadagnato un decennio, pari a tre mesi in più per ogni anno di calendario, toccando gli 83 anni nell’insieme di donne e uomini. Un progresso straordinario, che sintetizza il complessivo miglioramento delle condizioni e della qualità della sopravvivenza, oltreché della sua durata. Le cui conseguenze sulla distribuzione dei ruoli e delle funzioni nell’arco della vita si sono già manifestate (per esempio con la riforma delle pensioni e l’innalzamento dell’età alla quiescenza) e incideranno ancor più profondamente quando – tra qualche decennio – potrebbe diventare normale per un nuovo nato vivere per 90 o più anni. Occorre notare che tendenze analoghe – per la riproduttività e la longevità – si sono prodotte in tutto il mondo ricco, e in Europa in particolare. Ma in Italia la discesa della riproduttività è stata più rapida rispetto alla media, e ha toccato livelli più bassi; così come la longevità è cresciuta più rapidamente rispetto alla media, toccando livelli più alti. Un terzo fattore di profondo mutamento riguarda le migrazioni, con l’inversione del ruolo del paese da esportatore a importatore di risorse umane, avvenuta a partire dagli anni Settanta. Fino agli anni Novanta si trattò di flussi contenuti, ma l’esplosione avvenuta nel primo decennio di questo secolo (pur attenuata negli anni di recessione) si traduce in un salto d’ordine di grandezza: dalle decine alle centinaia di migliaia di immigrati all’anno. Nell’ultimo quindicennio l’immigrazione è stata un potente fattore di «rinnovo» della popolazione (che avviene, appunto, o per nascita o per immigrazione), il flusso netto degli entrati commisurandosi a oltre la metà dei nuovi nati. L’immigrazione investe, in particolare, l’assetto del mercato del lavoro e del sistema di welfare. Infine, negli ultimi decenni si è modificato notevolmente l’istituto familiare nelle sue molteplici dimensioni, demografiche, sociali ed economiche. È cresciuta l’età alla quale gli adulti formano una coppia stabile e mettono al mondo i figli; le dimensioni dei nuclei si sono fortemente ridotte; si è accresciuto notevolmente il numero e la proporzione di persone che vivono sole; sono aumentate le coppie che sciolgono unione o matrimonio e, in conseguenza, quelle che si riformano con partner differenti. Sono fenomeni che hanno investito tutti i paesi, anche quelli dove erano ben radicate le forme tradizionali di convivenza. Questo
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aumento dell’instabilità è in parte bilanciato dalla solidità di altri vincoli tra generazioni di cui sono sintomi oggettivi, tra gli altri, la vicinanza residenziale dei nuclei familiari dei genitori e dei figli, la solidarietà economica e i trasferimenti verticali di denaro e servizi. E il futuro? Alla metà del secolo, secondo le previsioni più recenti delle Nazioni Unite, e ipotizzando una ripresa della riproduttività dell’ordine del 15% rispetto ai livelli attuali, un ulteriore aumento di cinque anni della longevità e un’immigrazione netta di circa 100 mila unità all’anno, la popolazione italiana si ridurrebbe di oltre 3 milioni, poco più di un ventesimo. Non molto si dirà: sennonché questa modesta diminuzione è la risultante della diminuzione di un decimo per i giovanissimi sotto i 15 anni, di un quarto degli adulti in età di lavoro, e dell’aumento della metà degli anziani ultrasessantacinquenni. Senza immigrazione, invece, ma con le stesse ipotesi di natalità e mortalità, il declino tra il 2015 e il 2050 sarebbe pari a 8 milioni. 4. In un precedente intervento su Limes 1 ho discusso i possibili effetti sull’immigrazione della debolezza demografica dell’Europa. Giungendo alla conclusione che in Italia, come in Germania, la forte diminuzione della popolazione in età attiva e il forte invecchiamento concorreranno nell’esercitare una forte e probabilmente crescente attrazione sui flussi di immigrazione. Anche ipotizzando un forte aumento dei tassi di attività di donne e uomini e un ulteriore allungamento del ciclo di vita dedicato al lavoro, forti iniezioni di tecnologia e accresciuti investimenti in capitale umano, non sarà possibile né contrastare sufficientemente gli effetti negativi dell’invecchiamento sulla produttività né contenere (se non parzialmente) il declino numerico delle forze di lavoro. La possibile ripresa della natalità (già scontata in parte nelle previsioni, come sopra ricordato) sostenuta da vigorose politiche pubbliche ad hoc avrebbe scarsi effetti fino alla metà del secolo. Infatti l’eventuale graduale ripresa delle nascite comincerebbe ad avere effetto sull’aggregato lavoro a venti o più anni di distanza, e inciderebbe assai poco sullo stock del lavoro prima della metà del secolo. Per queste e altre considerazioni, è utile fissare tre punti preliminari. Primo: il paese continuerà ad attrarre migrazione, con flussi d’ingresso e saldi netti notevoli, inferiori a quelli massimi del primo decennio del secolo ma comunque cospicui. Secondo: il volume e la composizione dei flussi dipenderanno dalle politiche che si adotteranno, quelle riguardanti l’ammissione in primo luogo, ma anche quelle sociali e quelle di natura economica e fiscale. Infine: conflitti e catastrofi nel mondo esterno potranno generare ulteriori ondate di rifugiati, imprevedibili nelle loro dimensioni, che interagiranno con i «normali» flussi migratori. Di quali numeri stiamo parlando? L’Istat ha calcolato un saldo migratorio con l’estero della popolazione residente mediamente pari a 260 mila all’anno tra gli
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1. M. LIVI BACCI, «Demografia è destino», Limes n. 3/2016, «Bruxelles, il fantasma dell’Europa», pp. 145-150.
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ultimi due censimenti (2001 e 2011) e a 175 mila nel quadriennio successivo di piena crisi. Si tratta di saldi che non riguardano né gli irregolari né i profughi richiedenti asilo in attesa dell’eventuale accoglimento della loro richiesta; essi riguardano la popolazione residente iscritta in anagrafe, cittadini italiani (inclusi, ovviamente, coloro che hanno acquisito la cittadinanza da poco) e cittadini stranieri. Sono dunque cifre grossolane, che indicano l’ordine di grandezza del fenomeno che il paese si troverà ad affrontare nel medio-lungo periodo. Considerando anche che la debolezza demografica del paese va accentuandosi, un saldo netto tra le cento e le duecentomila unità all’anno è un’ipotesi plausibile alla quale ancorare il ragionamento sulle politiche migratorie di lungo periodo. Se questo è l’orizzonte, quali sono le politiche da perseguire? Negli ultimi anni, le questioni degli sbarchi dei migranti, delle morti e del soccorso in mare, della difficoltà di distinguere i «veri» profughi bisognosi di protezione e di asilo da chi è in cerca di lavoro, dell’urgenza della prima accoglienza, hanno oscurato (se non cancellato) ogni riflessione sulle normali politiche di lungo periodo. Forse era inevitabile che così fosse: il numero degli sbarchi (154 mila nel 2015, 79 mila fino al 10 luglio del 2016) è tuttora altissimo e la conflittualità circummediterranea, l’instabilità e l’arretratezza subsahariana, se non risolte, continueranno a produrre nuovi flussi verso l’Europa e l’Italia. Tuttavia, le politiche non possono esaurirsi nel far fonte all’eccezionalità, a spese dell’intelligente gestione della normalità che si manifesterà, nei prossimi decenni, in un costante e notevole afflusso di migranti, necessari a una società che non sa rinnovarsi adeguatamente con le proprie forze. Occorre dunque domandarsi: di quali immigrati avrà necessità il paese, per il suo sviluppo sociale, economico e culturale? Come dovranno essere composti quei flussi che ogni anno arriveranno in Italia? In che modo esercitare i poteri di «scelta», prerogativa irrinunciabile dello Stato nell’ammissione dei migranti, evitando procedimenti di selezione discriminatoria? Come rafforzare le politiche di integrazione giuridica e politica (residenza, cittadinanza, diritti di voto), economica (lavoro), e sociale (alloggio, salute, istruzione)? Le risposte a tali quesiti configurano le politiche migratorie di un paese. Mi sembra prioritario, in questo contesto, discutere brevemente le questioni della qualità e composizione dei flussi futuri e dei criteri di «scelta» e ammissione dei migranti. 5. Riceve notevole consenso l’idea che l’immigrazione, per essere utile allo sviluppo, debba essere di qualità o – in altre parole – ricca di capitale umano. Solo così essa può contribuire alla crescita della produttività e quindi allo sviluppo economico. Questa posizione ha guidato lo sviluppo di politiche migratorie volte ad attrarre migranti con alte qualifiche e buone specializzazioni, con livelli di istruzione relativamente elevati, buona conoscenza della lingua e della cultura del paese ospite. Australia e Canada, con una lunga tradizione migratoria, hanno sviluppato il cosiddetto «sistema a punti» per selezionare i candidati all’immigrazione. Il sistema è semplice: si attribuisce un punteggio ad alcune caratteristiche considerate essenziali del candidato-migrante: per esempio l’età, la condizione
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ALL’ITALIA SERVONO PERSONE PRIMA CHE BRACCIA
familiare, il grado di istruzione, la conoscenza della lingua, il possesso di determinate qualifiche o altro. Chi non raggiunge una soglia minima è automaticamente escluso; coloro che la superano vengono ordinati a seconda del punteggio raggiunto, dell’ordine di presentazione della domanda e via dicendo. Questo sistema permette di ammettere coloro che, secondo i parametri fissati, hanno i migliori requisiti per inserirsi nel mercato del lavoro e per integrarsi nella società. Anche qualche paese europeo ha sperimentato sistemi simili: la Danimarca, il Regno Unito (ma il governo conservatore ha cambiato rotta) e la Repubblica Ceca. Australia e Canada hanno ulteriormente adattato il loro sistema: coloro che superano la barriera punti costituiscono una «riserva» (skill stream, in Australia) nella quale i datori di lavoro o istituzioni qualificate individuano le persone adatte da assumere, o sponsorizzare, cui far richiedere un visto d’ingresso, concesso (se del caso) abbastanza rapidamente. Ho fatto l’esempio del Canada e dell’Australia, ma i criteri per selezionare i migranti più «adatti» sono molti e a volte assai complicati: tutti presuppongono, pena il fallimento, sistemi amministrativi rigorosi ed efficienti. Tutti sono mossi dall’intento di migliorare la «qualità» dei flussi. Molti paesi accompagnano queste politiche con normative più restrittive degli ingressi, particolarmente per i lavoratori generici nonché per i ricongiungimenti familiari. Insomma, in sintesi brutale, meno migranti, ma di migliore qualità. È in questa direzione che dovrà orientarsi la politica migratoria dell’Italia nei prossimi decenni? Sembrerebbe intuitivo rispondere affermativamente.
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6. Gli occupati stranieri, nel 2015, si avvicinano ai due milioni e mezzo. Un occupato su nove è straniero. Un occupato straniero su tre svolge attività generiche e non qualificate, contro uno su dodici tra gli occupati italiani. Nell’agricoltura, nell’edilizia, nelle attività ricettive, nella ristorazione, nel turismo gli stranieri – soprattutto con funzioni subalterne – sono essenziali al funzionamento dei rispettivi settori. Nei servizi alle famiglie hanno praticamente il monopolio. Gli stranieri sono molto più frequentemente sotto-occupati degli italiani, e al contempo sono molto più sovra-istruiti, ovvero hanno competenze scolastiche superiori a quelle richieste per i lavori che svolgono (si pensi alle donne che lavorano nelle famiglie). Anche nel settore imprenditoriale, dove sono impegnati centinaia di migliaia di piccoli imprenditori stranieri – in notevole crescita mentre l’imprenditoria italiana è in declino numerico – le attività svolte sono di natura sussidiaria e con scarso valore aggiunto, come la piccola ristorazione, l’ambulantato, le pulizie. Insomma, il quadro generale che ne risulta a prima vista è quello di un apporto economico interstiziale, relegato ad attività di modesto valore, in settori tradizionali, maturi e non innovativi, in lavori disdegnati dagli italiani e obiettivamente duri o rischiosi. Può così ritenersi che un’economia avanzata e matura possa, e debba, trovare le vie per modernizzare e innovare gran parte delle attività oggi svolte dagli stranieri, riducendo e allo stesso riqualificando la domanda di lavoro.
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Se poi si considera che in parallelo con l’immigrazione di stranieri si ha un’emigrazione crescente, ancorché modesta, di italiani in uscita con buoni livelli di formazione, si rafforza l’idea che il sistema migratorio tenda a impoverire il capitale umano del paese, intralciando o rallentando il suo sviluppo. In linea astratta questi ragionamenti non fanno una grinza. Ma essi cozzano con la realtà. In primo luogo, la struttura dell’economia italiana è forte in settori ad alta intensità di manodopera, nei quali non sono pensabili rivoluzioni produttive e tecnologiche che rallentino significativamente la domanda di lavoro. Per cambiare questa struttura occorrono decenni. Attività come accompagnare un anziano, servire in un ristorante, mungere una mucca, pulire le scale di un condominio non si eliminano dall’oggi al domani, né la produttività di chi le pratica può essere facilmente accresciuta. Nemmeno i paesi con economie assai più moderne della nostra possono prescindere da un’immigrazione di lavoratori destinati a lavori generici. Quanto agli italiani con buoni livelli di formazione che si recano all’estero, il loro numero è fortemente aumentato negli anni di crisi (il saldo con l’estero dei cittadini italiani iscritti in anagrafe è stato di -72 mila unità nel 2015), ma è possibile che nei prossimi anni esso ritorni a essere una posta minore – fisiologica, in un mondo molto integrato – nel bilancio migratorio. Infine, se pure il livello di formazione e di competenze degli immigrati è inferiore a quello medio dei giovani italiani – e quindi in astratto essi non arricchiscono, mediamente, il capitale umano – vanno considerate altre caratteristiche degli immigrati difficili da quantificare, ma sicuramente rilevanti per lo sviluppo. In particolare, la mobilità, la propensione al risparmio, la volontà di investire sui loro figli, i rapporti con i paesi di origine che contribuiscono alla proiezione esterna della società che li ospita e che contrastano la tendenza al ripiegamento di collettività autoctone che invecchiando si restringono. Tra le politiche orientate a «selezionare» i migliori, i più istruiti, i più innovativi e, all’altro estremo, le politiche che «non scelgono», quasi siano indifferenti alle capacità delle persone, esiste una vastissima gamma di soluzioni. L’Italia ha certamente bisogno di immigrazione qualificata (magari facilitando, tra l’altro, la ricerca di lavoro per gli studenti stranieri delle nostre università al termine del loro percorso), ma ha anche necessità di affidabili lavoratori generici, meglio se capaci di ascendere professionalmente. È certo preferibile che coloro che vengono ammessi nel paese abbiano un contratto di lavoro, ma la frammentazione delle imprese e la molteplicità dei datori di lavoro privati richiedono di preferenza un contatto diretto con le persone da assumere, non essendo soddisfacente una «pesca» in un pool precedentemente selezionato. In gran parte dei paesi le politiche migratorie sono legate alle necessità – vere o presunte – del mercato del lavoro. Va tuttavia tenuto presente che questo cambia rapidamente, e che le figure professionali richieste oggi possono non esserlo domani. Eppoi, oltre ai lavoratori esistono i familiari che li «accompagnano», o che con essi si ricongiungono: anch’essi finiscono per alimentare il mercato del lavoro in modi non prevedibili.
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ALL’ITALIA SERVONO PERSONE PRIMA CHE BRACCIA
Un paese demograficamente debole come il nostro ha bisogno di «persone», prima che di «lavoratori»: persone capaci di integrarsi e che entrano, escono o navigano nel mercato del lavoro secondo capacità e convenienza. 7. Due considerazioni finali. Presupposto di una politica migratoria efficiente è l’esistenza di un sistema amministrativo competente ed efficiente, capace, tra l’altro, di ridurre a un minimo fisiologico l’irregolarità. L’Ismu stima in circa 400 mila il numero degli irregolari nel 2015: un numero ridotto rispetto al passato – quando lo stock migratorio era molto più robusto di oggi – ma comunque sempre troppo alto. Un altro presupposto è che le politiche si fondino su analisi autorevoli, indipendenti e accurate delle necessità del paese, tenendo conto della domanda espressa dai datori di lavoro, siano questi imprese o famiglie, e delle potenzialità effettive di integrazione. Poiché le migrazioni concorrono al cambiamento del paese, accrescono il corpo sociale e generano nuovi cittadini, le regole e le azioni che le governano debbono essere condivise e fondarsi su un ampio consenso, democraticamente espresso.
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CHI SIAMO?
NON SARÀ L’IMMIGRAZIONE di Germano DOTTORI A RILANCIARE L’ITALIA Il nostro paese non riesce più a generare posti di lavoro adeguati alle aspettative dei suoi giovani. In queste condizioni, mentre esportiamo cervelli, l’immigrazione accresce soltanto la competizione tra poveri. Il rischio della reazione identitaria e il degrado della sicurezza.
V
1. IENE DA TEMPO QUASI OSSESSIVAMENTE ripetuto un mantra. L’Italia, si dice, sarebbe un paese in via di progressivo invecchiamento, nel quale un numero sempre più piccolo di persone in età lavorativa dovrà farsi carico di una quantità crescente di anziani in pensione e bisognosi di costose cure sanitarie. Per questo motivo, ogni anno dovremmo importare centinaia di migliaia di uomini e donne dal resto del mondo, possibilmente giovani e ben istruiti. Spetterebbe a queste masse di stranieri il gravoso compito di compensare il collasso demografico determinato dall’affermazione dei valori del femminismo nella nostra società, garantendo con il loro lavoro e i loro contributi la sostenibilità a lungo termine del nostro sistema di welfare. Senza cogliere l’implicito sottile pregiudizio razziale nei confronti di chi arriva, sembriamo desiderare una situazione in cui noi italiani, distrutto lo Stato e affossata la famiglia, prendiamo atto del nostro declino e affidiamo ai nostri ospiti il compito di mantenerci al posto dei nostri figli, che abbiamo rinunciato a generare per vivere più comodamente e con meno vincoli. L’argomentazione ha il suo fascino, specialmente quando è presentata con dovizia di dati e grafici relativi al presumibile andamento delle variabili più importanti per la sopravvivenza delle nostre società. Ma è molto meno solida di quanto appare, alimenta pericolose illusioni e comunque tende a trascurare alcuni elementi essenziali, invece, al calcolo di convenienza relativo al modello di futuro che vogliamo. Non siamo la Germania e meno che mai gli Stati Uniti, neanche sotto il profilo della capacità di accogliere immigrati e farne una risorsa per il progresso economico, sociale e tecnologico del nostro paese, malgrado per anni ci si sia baloccati con l’idea di attrarre con incentivi di dubbia efficacia moltitudini di stranieri qualificati, per i quali non esistono veri posti di lavoro, a meno di non voler considerare tali la possibilità di vendere rose ai turisti o quella di lavare i vetri alle macchine.
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NON SARÀ L’IMMIGRAZIONE A RILANCIARE L’ITALIA
È bene esser consapevoli che la realtà è drammaticamente diversa da come alcuni se la immaginano: non solo non riusciamo a importare cervelli dall’estero, ma stiamo perdendo una significativa quantità dei nostri giovani più istruiti, che hanno ripreso a emigrare. Nel solo 2014 se ne sono andati in 101.297, molti con la laurea in tasca 1. E rischiamo di innescare un nuovo conflitto sociale. 2. Il primo punto fondamentale contro il quale si scontra la teoria dell’immigrazione come necessità economica imposta dalla difficoltà di sostenere il nostro welfare è in effetti proprio l’incapacità dimostrata dal nostro sistema produttivo di generare opportunità lavorative adeguate quantitativamente e qualitativamente a soddisfare le aspettative di chi vorrebbe trovare un’occupazione. I dati parlano chiaro: non solo conviviamo da tempo con una disoccupazione elevata, superiore al 10%, con picchi tra i più giovani che localmente raggiungono anche il 40%, ma la difficoltà di trovare un impiego accettabile è tale che l’Italia si distingue in negativo dai suoi partner europei anche per il basso tasso di attività della sua popolazione. Siamo diversi punti sotto la media europea, intorno al 60% contro il 68%, e la percentuale tende a calare ulteriormente. Espelliamo facilmente dal mercato del lavoro le donne che hanno optato in extremis per la maternità. E prepensioniamo allegramente gente ogni qualvolta ci sia da agevolare una riconversione produttiva o sia necessario tagliare posti di lavoro, tanto nel settore pubblico quanto in quello privato. Nell’Europa centro-settentrionale la situazione è stata a lungo differente: per decenni le principali potenze industriali del continente hanno infatti sistematicamente generato occupazione eccedente le potenzialità demografiche interne, anche a causa dei «buchi» aperti nelle rispettive società dai massacri verificatisi nella seconda guerra mondiale. Le donne non sono rimaste escluse dai processi produttivi nella misura che si continua a osservare da noi. E si è ovviato alle carenze di manodopera anche negoziando da governo a governo l’arrivo dei lavoratori stranieri necessari a far funzionare a pieno regime miniere e fabbriche. Persino la Repubblica Democratica Tedesca, cioè la Germania comunista di Ulbricht, dovette risolversi a importare lavoratori dal Vietnam. In Italia, non è mai accaduto nulla di tutto questo. Proprio il persistente gap tra i tassi di attività precedentemente menzionato riflette bene la differenza dei contesti 2. Non è un caso che gli stessi migranti che sbarcano sulle nostre coste cerchino in gran numero di raggiungere al più presto una frontiera per proseguire il viaggio e arrivare dove le probabilità di successo e inserimento sono maggiori. E quale sia la situazione lo sanno bene
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1. «Italiani all’estero, sempre più giovani e settentrionali: +7,6% nel 2015», Repubblica.it, 6/10/2015. Secondo il Rapporto Italiani nel Mondo 2015 curato dalla Fondazione Migrantes e ampiamente ripreso nell’articolo, nel 2014 sarebbe stata la Lombardia la regione d’origine del maggior numero di italiani emigrati, con 18.425 persone andate all’estero. 2. A titolo di paragone, mentre in Italia la popolazione attiva è di poco superiore ai 22 milioni, nel Regno Unito gli occupati ammontano a ben 31,7. E la disoccupazione è scesa al 4,5%
CHI SIAMO?
anche i nostri giovani, che a frotte stanno lasciando l’Italia proprio attratti dagli allettanti posti di lavoro che si trovano in Germania, in Gran Bretagna o persino in Belgio, paese piccolo che però ospita le istituzioni europee e tutto il vasto mondo di lobby, fondazioni politiche, centri di ricerca e think tank che ruota loro attorno. 3. Non possiamo facilmente fare dei migranti una risorsa, in sintesi, perché il sistema produttivo e la stessa pubblica amministrazione del nostro paese si stanno contraendo. Inoltre, prive come sono di adeguata tutela sindacale, le prestazioni lavorative terziarizzate che si stanno espandendo tendono a remunerare redditi sempre più bassi e incostanti, annichilendo le speranze di promozione sociale ed economica di un ceto medio all’interno del quale è diventato indispensabile svolgere più attività per poter sbarcare il lunario. Nasce da questo fenomeno la rivolta antipolitica che stiamo osservando e quella meno visibile, ma non per questo meno acuta, del capitale umano che stiamo gettando al vento: i laureati che abbiamo formato e che sono costretti a cercare occupazione altrove. La crisi che si è abbattuta sul nostro paese dopo il 2008 e specialmente dopo il 2011 ha solo accelerato il processo, comportando attraverso l’austerità il taglio delle risorse devolute alla ricerca, bloccando il ricambio nel settore pubblico e cancellando letteralmente centinaia di migliaia di opportunità non solo lavorative, ma di carriera. I posti di lavoro eliminati nel solo ambito statale, lo ricordava nel 2014 Giulio Tremonti, equivalgono di fatto alla popolazione attiva di una città come Firenze 3. Dovremmo importare imprenditori, forse, cioè persone che non solo vengano a lavorare da noi, ma lo facciano creando occupazione nuova e non meramente sostitutiva. Trasformare un boat people in proprietario d’azienda è però un processo lunghissimo, specialmente in un paese come il nostro, nel quale il credito all’impresa è asfittico, il capitalismo è relazionale, cioè basato sulle reti di amicizie, e prima di poter costruire qualcosa occorre accumulare una bella quantità di denaro. Ciò nonostante, qualcuno ci riesce lo stesso, specialmente nel campo della ristorazione. I cinesi sono un’interessante storia di successo, ma non sono di certo arrivati da noi sui barconi e si sono valsi del supporto di potenti organizzazioni occulte. Le nostre strade si stanno peraltro riempiendo anche di esercizi più modesti, come le rosticcerie etniche gestite da arabi e turchi che stanno piacevolmente diversificando le nostre diete o i minimarket dei bengalesi, aperti fino a notte fonda, che talvolta integrano le loro entrate offrendo anche un riparo notturno ad altri migranti. Più spesso, però, gli immigrati finiscono per entrare 3. Cfr. G. TREMONTI, Bugie e verità, Milano 2014, Mondadori, p. 194, dove si ricorda come dal 2008 al 2013 il personale pubblico fosse diminuito di ben 250 mila unità. A parità di popolazione e prodotto interno lordo, osservava altresì l’ex ministro dell’Economia e delle Finanze, già nel 2014 l’Italia aveva meno dipendenti pubblici degli altri maggiori paesi europei. Anche gli stipendi erogati risultavano mediamente più bassi.
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NON SARÀ L’IMMIGRAZIONE A RILANCIARE L’ITALIA
Grafico 1 - TASSO DI OCCUPAZIONE
(in % della popolazione tra 20 e 64 anni di età)
70 69 67 65 63 61 59 57 2000 2001 2002 2003 2004 2005 2006 2007 2008 2009 2010 2011 2012 2013 2014 Zona euro a 18 paesi
Italia
Fonte: Eurostat
in competizione con i nostri concittadini riguardo ai lavori più pesanti e meno qualificati, quando non finiscono nelle mani della criminalità che li sfrutta come manovalanza. Si vedono tanti stranieri nei cantieri edili, ad esempio, spesso alla mercé di caporali che li reclutano alla giornata in luoghi convenuti delle nostre città. Se ne trovano tanti anche nei McDonald’s, specialmente in quelli del Nord. Purtroppo, se ne incontrano proporzionalmente ancora di più nelle nostre carceri, dove i detenuti immigrati rappresentano ormai circa il 30% del totale: 18.166 su 54.072 complessivi nello scorso giugno, stando ai dati ufficiali pubblicati dal ministero della Giustizia 4. È difficile non rendersi conto di come circostanze del genere possano contribuire all’innesco di frizioni sociali, se non addirittura di vere e proprie reazioni xenofobe da parte di chi si sente minacciato dalla nuova concorrenza o teme per la propria sicurezza e non comprende per quali ragioni lo Stato spenda risorse per l’accoglienza, quando tanti italiani stanno male ed esistono più di quattro milioni di nostri concittadini in condizioni di povertà assolute. Le motivazioni per sovvenzionare il soggiorno dei migranti irregolari che invocano la concessione di
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4. Detenuti presenti - Aggiornamento al 30 giugno 2016, Ministero della Giustizia, consultato online sul sito Internet del dicastero.
CHI SIAMO?
Grafico 2 - TASSO DI DISOCCUPAZIONE IN ITALIA E NELLA ZONA EURO (in % della popolazione attiva)
14 13 12 11 10 9 8 7 6 5 2000 2001 2002 2003 2004 2005 2006 2007 2008 2009 2010 2011 2012 2013 2014 2015 Zona euro a 18 paesi
Italia
Fonte: Eurostat
una qualche forma di tutela internazionale ci sono e non sono solo esclusivamente umanitarie: uno straniero giunto per mare che venga efficacemente assistito ha, ad esempio, minor necessità di delinquere, anche se alcune situazioni di difficoltà, come la solitudine e le frustrazioni derivanti dallo sradicamento, possono sempre indurlo a cercare scorciatoie nell’illegalità. L’area di sofferenza tra i nostri concittadini si è comunque talmente allargata che spesso dialogare su questi argomenti si rivela del tutto inutile. Il disagio emerge nei luoghi più impensati. I medici che lavorano al Pronto soccorso dei nostri ospedali spesso fronteggiano situazioni imbarazzanti: debbono erogare prestazioni sanitarie agli immigrati privi di documenti di fronte a italiani spesso indigenti, ma incapaci di provarlo, che chiedono perché invece loro siano tenuti al pagamento del ticket. 4. E qui si tocca un’altra nota dolente. In tempi di rigore fiscale e finanziario, l’uomo della strada capisce ma non accetta il fatto che l’accoglienza dei migranti implichi dei costi che sottraggono risorse altrimenti allocabili ai servizi di cui potrebbe beneficiare più facilmente o più a buon mercato. Le spese per l’integrazione finiscono quindi immediatamente nel mirino di chi cerchi facili consensi.
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Islanda
4.454,4 9,6% -4,8%
Spagna
Fonte: Caritas e Fondazione Migrantes XXV Rapporto Immigrazione 2015
395,2 3,8% -1,5 %
Portogallo
35.140,2 6,9% 3,6%
EU-28
550,6 11,9% 0,9%
Irlanda
24,3 7,4% 6,8%
773,3 4,6% 5,2%
4.355,7 6,6% 4,7%
Francia
7.539,8 9,3% 7,5%
Germania
1.997,2 24,2% 3,1%
Svizzera 101,5 4,9 5,1%
1.131,2 13,2% 7%
Austria
5.014,4 8,2% 1,9%
Croazia
145,7 1,5% 3,9 %
Ungheria
61,8 1,1% 4,4%
822 7,6% -3,9%
65,6 0,9% 20,6%
Bulgaria
88,8 0,4% 20,9%
144,6 17,1% -9,2%
Cipro
Percentuale sul totale del 2015
Variazione rispetto al 2014
Popolazione straniera in Europa nel 2015 Valore assoluto 22,5 (in migliaia) 0,8% 4,1%
Lettonia
Estonia
Lituania
Romania
22,5 0,8% 4,1%
298,4 15% -2,1%
191,3 14,6% -1,8%
218,8 4% 5,9%
Finlandia
Grecia
Slovacchia
108,3 0,3% 7%
Polonia
36,7 0,9% 15,7%
457,3 4,3% 5,2%
Rep. Ceca
731,2 7,5% 6,4%
Svezia
Slovenia Italia
12,6 33,7% 0,5%
Liechtenstein
258,7 45,9 3,9%
512,3 9,9% 6,3%
Norvegia
422,5 7,5% 6,4%
Danimarca Paesi Bassi
1.300,5 11,6% 2,9%
Belgio
Lussemburgo
5.422,1 8,4% 7,4%
Regno Unito
GLI STRANIERI IN EUROPA
NON SARÀ L’IMMIGRAZIONE A RILANCIARE L’ITALIA
CHI SIAMO?
La coperta del bilancio statale è infatti sempre troppo corta, almeno da quando siamo in regime di moneta unica, costretti a finanziare deficit pubblico e debito sovrano attingendo direttamente ai mercati, mentre il surplus commerciale tedesco drena risorse dalla nostra economia, impoverendoci giorno dopo giorno. E intanto la Germania accumula montagne di denaro da destinare agli impieghi più vari, inclusa l’importazione di talenti in fuga dalle zone di guerra. Si tagliano i posti letto negli ospedali, la manutenzione delle scuole è rimessa a chi ne fruisce, ma ai migranti richiedenti tutela internazionale si regalano sim cards e si offre quando possibile ricovero negli alberghi, anche in località turistiche di pregio. Il collegamento è presto fatto anche dai neo-genitori più o meno giovani, che scoprono di essere svantaggiati nelle graduatorie per l’accesso agli asili-nido rispetto alle coppie che abbiano almeno un componente straniero. In tempi di vacche grasse, forse la circostanza passerebbe inosservata. Ma questi sono anni di crisi e ristrettezze, contraddistinti da sensibilità e risentimenti esagerati, che costituiscono ormai un target elettorale irresistibile persino per il Movimento 5 Stelle, pure a lungo paladino dell’abolizione del reato di immigrazione clandestina, ma oggi interessato a dilatare il suo spazio politico occupando parte dell’area di centro-destra. Tutti ricorderanno come, durante la recente campagna elettorale per le amministrative della scorsa primavera, il vicepresidente pentastellato della Camera dei deputati, Luigi Di Maio, lo dicesse a chiare lettere: «Gli italiani vengono prima». 5. A questo quadro assai sconfortante si sottrae forse soltanto il settore dei care-givers, i badanti, divenuto strategico per il funzionamento della vita ordinaria nel nostro paese. La ragione del loro successo è semplicissima: la famiglia italiana non è più quella di mezzo secolo fa e ormai c’è un’intera generazione di ottuagenari che ha lasciato pochi figli e deve ricorrere alla collaborazione degli stranieri. Per molti quarantenni e cinquantenni italiani alle prese con l’invalidità di uno o entrambi i genitori, infatti, l’intervento di un badante è adesso inevitabile, insieme al notevole sacrificio economico che ne deriva. Assumere un collaboratore domestico implica in effetti un sensibile calo del reddito disponibile, la contrazione delle spese di consumo e quindi l’abbassamento del tenore di vita, mentre le retribuzioni vengono in massima parte sottratte al prodotto interno lordo, in quanto inviate come rimessa ai rispettivi paesi d’origine. Neanche in questo caso, quindi, gli immigrati appaiono come una risorsa per il nostro sviluppo economico futuro, anche se suppliscono egregiamente a una carenza delle istituzioni pubbliche, che non riescono a prendersi cura degli anziani in una nazione che invecchia. Rimane sullo sfondo l’amara constatazione che fare qualche figlio in più e avere un’efficace politica di sostegno alla famiglia probabilmente non guasterebbe. Ma in tempi di teoria gender imperante non è politically correct, mentre giustificare la politica delle porte aperte lo è sempre.
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NON SARÀ L’IMMIGRAZIONE A RILANCIARE L’ITALIA
Nel settore dell’assistenza domestica operano con un certo successo le donne dell’Est Europa, specialmente ucraine, romene e moldave, che sono state tra le grandi beneficiarie delle maxisanatorie del passato. Ma sono i filippini, oltre 113 mila in Italia, quelli che paiono ispirare maggiore fiducia agli italiani, forse perché sostenuti dalla Chiesa cattolica, ben referenziati e dotati anche loro di una comunità molto organizzata, che dispone persino di un proprio misterioso servizio di protezione 5. Sono spesso in possesso di diplomi e padroneggiano a meraviglia la lingua inglese. Alcuni, specialmente i più giovani tra loro, vorrebbero peraltro crescere professionalmente e con il tempo spostarsi verso impieghi più remunerativi e appaganti all’interno della nostra società. Ma si scontrano inesorabilmente con le stesse difficoltà di accesso al mondo del lavoro che incontrano i coetanei italiani. E rimangono al palo, spesso accarezzando anche loro l’idea di andarsene prima o poi di qui. 6. Una questione più profonda riguarda poi le aspettative di chi arriva: uomini e donne che noi vediamo essenzialmente come nostri dipendenti e delle cui preoccupazioni e aspirazioni poco sappiamo e ancor meno ci importa. Si tratta invece di persone da rispettare, che portano presso di noi le proprie convinzioni e culture, per le quali vorrebbero ottenere cittadinanza, ponendo la società italiana di fronte alla sfida di un pluralismo più complesso di quello costruito faticosamente finora. Perché non si tratta più soltanto di far coesistere in un unico paese uomini e donne che avvertono ancora le diversità dovute ai propri contesti locali d’origine, ma anche di adattarsi alla convivenza con usi, credenze e costumi molto diversi da quelli prevalenti in Italia. Un esempio valga per tutti: un lavoratore musulmano non sarà mai in quanto tale né meno né più produttivo di uno che osservi i precetti religiosi di un’altra confessione: ma durante il mese sacro del Ramadan non potrà lavorare seguendo gli stessi ritmi e orari degli altri e se ne dovrà tenere conto. Anche le diete delle mense aziendali dovranno essere riconfigurate per permettere una più ampia libertà di scelta ed evitare involontarie quanto inutili provocazioni. L’arrivo nel nostro paese degli stranieri implica quindi necessariamente una doppia risocializzazione: che faccia conoscere noi a loro e loro a noi. Un prezzo spesso trascurato dalle analisi dei costi e benefici recati dall’immigrazione, forse perché automaticamente scaricato sulle spalle dello Stato, come se poi non fossero le tasse dei contribuenti, in ultima analisi, a finanziarne le spese. È questo l’aspetto più delicato di tutto il processo di integrazione, come provano i numerosi fallimenti riportati dai paesi che prima di noi vi si sono misurati e si trovano oggi alle prese con imprevisti problemi di ordine pubblico, come quelli emersi in Svezia e in Germania, o di sicurezza nazionale, come ci ha ricordato la strage di Nizza.
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5. Stando a quanto ha documentato un sondaggio condotto due anni fa, il 78% degli italiani considererebbe i filippini dei grandi lavoratori. Il 66% li riterrebbe inoltre onesti. A tali dati corrisponde un tasso di occupazione pari al 77% e la sostanziale assenza di detenuti filippini nelle nostre prigioni. Cfr. «Ecco chi sono i migranti più graditi dagli italiani», Yallaitalia.it, 7/11/2014, consultato online.
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Grafico 3 - NUMERO DI OCCUPATI IN ITALIA
(dati trimestrali destagionalizzati, in migliaia)
23.500
23.000
22.500
22.000
21.500
T2-2014
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Fonte: Istat
Ci sono argini, rappresentati dalle conquiste civili dell’ultimo secolo, che non dovranno essere valicati, pena lo snaturamento delle nostre società, anche se qualche nostro ospite potrà vivere questa circostanza come un’inaccettabile imposizione, covando risentimenti più o meno pronunciati, che sono la premessa della reazione identitaria e talvolta anche del terrorismo. La conclusione da trarre pare chiara: le persone non sono merci, l’integrazione non è uno scherzo, gli equilibri sociali sono fragili e risentono criticamente dei numeri e della maggiore o minore rapidità delle loro variazioni. E sarà necessaria una grande prudenza. Il melting pot non è infatti il principio organizzatore intorno al quale si sono costituiti gli Stati europei. È piuttosto vero il contrario, avendo estesamente operato in Europa una logica opposta di autoaffermazione nazionale e pulizia etno-confessionale, che gli Stati Uniti hanno applicato solo ai danni dei pellerossa. Ecco perché non possiamo pensare realisticamente di ricostruire il processo di sviluppo del nostro paese scommettendo sull’immigrazione, fermo restando che esisteranno sempre circostanze in cui non si potrà fare a meno di soccorrere chi scappa da guerre e persecuzioni. Occorrerà in qualche modo rallentare il flusso degli arrivi. Una cosa è il sentimento umanitario, infatti, altro è credere seriamente che i boat people siano la nostra salvezza. Le cifre fatte più volte negli ultimi anni a proposito del nostro ipotetico fabbisogno di manodopera estera non sono compatibili né con la sopravvivenza della nostra fabbrica sociale né con il sogno egoista di far pagare ai «nuovi italiani» la nostra sanità e le nostre pensioni.
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CHI SIAMO?
‘Integrare è possibile ma servono i soldi’
Conversazione con Enrico LETTA, preside della Paris School of International Affairs SciencesPo, già presidente del Consiglio dei ministri a cura di Lucio CARACCIOLO e Niccolò LOCATELLI
LIMES Cosa rappresenta oggi l’immigrazione per l’Europa? LETTA Partiamo da tre fatti.
Primo: da un anno e mezzo a questa parte è in corso attorno all’Europa il più grande movimento di popoli al mondo dalla seconda guerra mondiale in poi. Si tratta di tre milioni di persone solo nel Mediterraneo, una dimensione totalmente inedita per quest’area del pianeta. Secondo: l’Europa senza immigrazione – per l’invecchiamento della sua popolazione – passerà da 500 milioni di abitanti odierni a 430 milioni in quarant’anni. Questa cifra è molto diversificata a seconda dei paesi: per esempio la Francia ha un tasso di fertilità alto, Germania, Italia e Spagna ce l’hanno bassissimo e si ritroverebbero tra qualche anno in un totale squilibrio generazionale ed economico: senza forza lavoro e senza possibilità di pagare sistemi pensionistici. L’Europa ha quindi bisogno di immigrati per riequilibrare una società che invecchia con una rapidità impressionante. Terzo: l’immigrazione è diventata di gran lunga la principale preoccupazione delle nostre opinioni pubbliche. Quello che era un tema marginale nel passato è diventato il tema numero uno, con grande distacco su tutti gli altri. LIMES È stato un tema decisivo anche nel referendum britannico per uscire dall’Unione Europea. LETTA Sì, ha influenzato anche il voto sul Brexit, malgrado la questione dell’immigrazione in quanto tale nel Regno Unito semplicemente non si ponga: non ci sono flussi ingenti di profughi da Medio Oriente e Nordafrica. C’è invece la questione della libertà di movimento intraeuropea, che però è totalmente diversa. Nella lettera con cui David Cameron ha impostato il negoziato con Bruxelles, il quarto punto si intitola «Immigrazione» ma tratta in realtà la libera circolazione
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‘INTEGRARE È POSSIBILE MA SERVONO I SOLDI’
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delle persone. Se il premier imposta una trattativa su quei binari, è inevitabile che l’opinione pubblica crei una sovrapposizione tra le due questioni. A quel punto i barconi, le violenze di Capodanno a Colonia e tutto il resto diventano un elemento interno di dibattito pur non avendo niente a che fare con la libertà di movimento intraeuropea. Si crea un cortocircuito emotivo che nella politica di oggi conta più dei fatti. LIMES Che risposta può dare la politica? LETTA La risposta deve avere tre caratteristiche. Dev’essere di medio-lungo periodo: non si può pensare di risolvere la questione migratoria mettendo delle toppe, come per esempio l’accordo con la Turchia. Deve mettere insieme temi diversi tra loro: non può essere una risposta solo securitaria o solo diplomatica, a silos. Deve infine essere il frutto di una prova di leadership. Sull’immigrazione c’è un grande bisogno di una maggiore comunicazione con l’opinione publica. Il gap tra percezione e realtà sul tema è maggiore rispetto a tutti gli altri temi demoscopici e l’Italia, secondo un recente studio di Nando Pagnoncelli, è il primo paese al mondo per ampiezza del gap: gli immigrati sono il 7% della popolazione totale, ma la percezione è che siano il 30%. Sulla questione le nostre leadership sinora hanno giocato a nascondino, nessuno tranne Merkel ha voluto metterci la faccia. LIMES Merkel ci ha messo la faccia, ha preso una decisione salvo rovesciarla pochi mesi dopo. LETTA Sì, ma non mi sentirei di gettarle la croce addosso. Gestire un afflusso delle dimensioni di oltre un milione di persone è davvero al di là di ogni limite. Certo che l’impatto sul voto del Brexit è stato importante. LIMES Nell’Europa di oggi ognuno va per conto suo. Come mai? LETTA Oggi ci sono due Europe. C’è l’Europa della moneta, dell’euro, in cui abbiamo costruito in 25 anni di integrazione strumenti e modalità di convivenza per cui nessun paese potrebbe fare in questo ambito ciò che la Germania ha fatto a proposito dell’immigrazione – una scelta totalmente unilaterale, per quanto coraggiosa (parlo di quella di fine agosto 2015). Abbiamo Draghi, abbiamo la moneta unica, abbiamo strumenti preventivi. Poi c’è l’Europa della sicurezza, delle frontiere, della giustizia. In questa Europa il gap tra percezione e realtà – torno a usare questo binomio – è enorme: la gente pensa che decida l’Ue, ma il rapporto tra le competenze di Bruxelles e quelle dei singoli Stati è 10/90 a favore di questi ultimi. Il 10% comunitario è Frontex, Eurojust, l’assenza di frontiere dentro Schengen et similia. Veramente il minimo. La conseguenza di tale squilibrio è facilmente intuibile: se è tutto nazionale, ci sono Stati piccoli e inefficienti, grandi ed efficienti, grandi e inefficienti eccetera. Ognuno ha la sua storia. Prendiamo il caso del Belgio, dove l’iperfederalismo sembra aver ridotto l’efficienza nelle capacità di risposta dello Stato alle sfide di sicurezza.
CHI SIAMO?
LIMES Perché esiste l’Europa della moneta e non l’Europa della sicurezza? LETTA Per un fatto storico: l’Europa della difesa si è fermata con lo stop della
Francia alla Ced, nel 1954. Da lì ha ricominciato a parlare di sicurezza e affini solo alla fine degli anni Ottanta. Viceversa la dimensione dell’integrazione economica è stata un successo: malgrado le dimensioni ridotte, l’Ue oggi compete con giganti mondiali facendo massa critica. Si fondono la forza dei singoli paesi e la dimensione globale del mercato europeo. L’euro rimane un successo anche per le pubbliche opinioni: sondaggi alla mano, l’Unione Europea non piace, ma nessuno vuole uscire dall’euro. La moneta unica è percepita come scudo di stabilità, anche in Francia (dove potrebbero tornare al franco, il quale aveva una forza che la lira italiana non ha mai avuto). Si è iniziato a capire l’importanza della dimensione di sicurezza solo con i cambiamenti geopolitici intercorsi nell’area del Mediterraneo negli ultimi anni: le primavere arabe, il ritorno della Russia, il disimpegno degli Stati Uniti. Solo ora capiamo che la sicurezza ce la dobbiamo pagare noi. Alcuni Stati europei sono abituati a pagarsela, altri – tra cui l’Italia – no. Roma l’ha appaltata settant’anni fa in cambio di una cessione di sovranità agli Usa, che si riflette anche nelle tante basi americane (non solo Nato) presenti nella Penisola. Il disimpegno di Washington per noi è una questione nazionale di non secondaria importanza. Non dimentichiamo che il decennio iniziato alla fine del 2007 è stato segnato da due crisi (quella finanziaria e quella dei rifugiati) che nei loro rispettivi domìni sono le più violente dalla seconda guerra mondiale in poi. Quando sono scoppiate, l’Unione Europea non aveva gli strumenti per affrontarle. Nel primo caso ce li siamo procurati, ma ci sono voluti quattro anni; nel secondo ce li stiamo ancora costruendo. Però sui migranti il conto politico lo paghi subito. LIMES L’associazione migrante-terrorista è un Leitmotiv della propaganda xenofoba. Come si disinnesca? LETTA L’associazione è politicamente delittuosa. Non è vero che i migranti sono terroristi, non c’è alcuna prova di ciò. Anzi, tra Parigi, Bruxelles e Nizza stiamo vedendo una guerra civile europea in cui i terroristi sono europei fino in fondo. Magari non integrati, ma sono europei. Non sono rifugiati; le loro storie non hanno nulla a che fare con quanto sta accadendo nel Corno d’Africa o in Medio Oriente. LIMES Sì, ma perché questa associazione funziona? LETTA Perché è un tema immediato. L’immigrazione è questione in gran parte di immagine, di percezione: fa paura lo straniero, quello che non si conosce. La Caritas ha recentemente ripreso la relazione finale della Commissione d’inchiesta del Congresso degli Stati Uniti sull’immigrazione italiana, datata 1915: basta togliere i riferimenti ai nostri connazionali per scambiarlo per un documento sui profughi siriani di oggi. Un precedente grande momento migratorio fu quando cadde il Muro di Berlino, ma in quel caso era diverso: i migranti erano tutti bianchi e quasi tutti cristiani.
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‘INTEGRARE È POSSIBILE MA SERVONO I SOLDI’
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Oggi siamo impreparati anche perché le nuove tecnologie moltiplicano la rapidità dei flussi migratori. Con gli smartphone, i trafficanti d’uomini in un mese hanno deciso di chiudere il corridoio del Mediterraneo e di aprire la rotta balcanica. Un tempo ci sarebbero voluti anni. LIMES Cosa devono fare i leader politici? LETTA Le leadership devono spiegare, raccontare, farsi carico, individuare le risposte e illustrarle. Continuando a giocare a nascondino per paura di perdere voti (salvo fare la faccia feroce dell’approccio securitario), i politici danno ai cittadini la percezione che le nostre democrazie non siano in grado di controllare la situazione. Così si mette in crisi la democrazia. Si dà adito a chi dice: eliminiamo democrazia e vincoli. Peccato che non funzioni neanche quel modello. LIMES Dopo ogni attentato c’è un picco securitario. Si rischia di scivolare verso uno Stato di polizia? LETTA Secondo me in Europa non siamo in grado di impiantare un vero Stato di polizia. Il vero problema è che i nostri sistemi statuali non sono efficienti rispetto a fenomeni così complicati. È anche una questione di risorse, di strumenti antichi rispetto alla minaccia asimmetrica del terrorismo. LIMES Qual era l’obiettivo strategico di Mare Nostrum? LETTA Dopo la prima tragedia di Lampedusa (2-3 ottobre 2013), ci rendemmo conto subito che il fenomeno aveva assunto delle dimensioni che non lo rendevano episodico. Ricordo l’incontro con i sopravvissuti, che non provenivano dai settori più poveri ma dalla classe media dei loro paesi. Tentammo di rendere europeo il tema, di spiegare che la questione era globale e non esclusivamente italiana. Ma a parte l’aiuto delle istituzioni Ue (ricordo il grande sforzo dell’allora presidente del Consiglio europeo Van Rompuy) ricevemmo solo parole. Impegni non mantenuti. La discussione al Consiglio europeo subito dopo Lampedusa fu di condoglianze, non ci fu una presa d’atto del carattere europeo del problema. Resomi conto che sarebbe finita così, scelsi di arrivare a quel Consiglio europeo avendo già deciso Mare Nostrum. Il messaggio era: l’Italia è il più grande paese del Mediterraneo, se non volete fare una cosa europea la facciamo noi. L’operazione è stata un successo: abbiamo salvato la vita a decine di migliaia di persone. Ancora oggi non mi capacito del perché l’Italia chiuse improvvisamente Mare Nostrum senza che nessuno prendesse il testimone. LIMES Cos’è cambiato da allora? LETTA L’immigrazione è rimasta un problema italiano fino a quando ha toccato la frontiera della Germania: allora immediatamente è diventata una questione europea. Salvo essere risolta con un accordo bilaterale tra Merkel e Davutoãlu, poi imposto a tutti gli altri.
CHI SIAMO?
LE PRINCIPALI NAZIONI OSPITE DEI RIFUGIATI
(in milioni)
TURCHIA*
PAKISTAN
LIBANO
IRAN ETIOPIA
GIORDANIA
KENYA
UGANDA
CIAD
SUDAN 0.0
0.2
0.4
0.6
0.8
1.0
1.2
1.4
1.6
1.8
2.0
* La cifra relativa ai rifugiati siriani in Turchia è una stima governativa.
metà 2015
fne 2014
metà 2014
fne 2013
Fonte: Unhcr Mid-Year Trends 2015
Non è cambiata invece la profonda percezione negli europei che i fenomeni migratori possano essere passeggeri. Non ci si rende conto che l’immigrazione è la grande questione del prossimo decennio. LIMES Ci sono vari modelli di integrazione in Europa, più o meno riusciti. L’Italia che carte ha da giocare? LETTA L’integrazione di una parte di immigrati è possibile: tra i grandi paesi euro-
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pei, noi ne abbiamo di gran lunga la quantità minore. Abbiamo sicuramente i margini, anche dal punto di vista della composizione sociale, in virtù dell’invecchiamento della nostra popolazione, della nostra tradizione di solidarietà, della nostra organizzazione amministrativa (ottomila Comuni). Però servono risorse. In questi anni c’è stato invece il sovrapporsi di una durissima austerità, con tagli alla spesa pubblica, e della crisi dei rifugiati. Aumentare le risorse non vuol dire dare soldi agli immigrati, ma dare soldi ai Comuni per migliorare le strutture adeguate all’integrazione dei migranti senza penalizzare i nostri connazionali. Non deve scattare la percezione (decisiva nel voto pro-Brexit) per cui l’immigrato è un privilegiato del welfare rispetto al cittadino autoctono sfortunato. LIMES Quali possono essere gli indicatori di integrazione? LETTA La lingua è un elemento essenziale. Poi la diffusione sul territorio – non la concentrazione in comunità isolate dal resto del paese. Sotto questo punto di vista la Germania con i suoi milioni di turchi e siriani non è un modello, il Canada sì: tante comunità ma nessuna così corposa da poter diventare uno Stato nello Stato. LIMES Finora siamo stati un paese di transito, adesso stiamo diventando una meta. LETTA Non deve esistere l’extraterritorialità. Il problema di Francia e Belgio (penso a Saint Denis e a Molenbeek) è stato proprio questo. L’Italia rimane un paese di transito. Le cifre di quelli che rimangono sono comunque gestibili, a patto di lavorare sui meccanismi di diffusione dei migranti. Ci vuole ad esempio molta rigidità nella formazione delle classi scolastiche: non può esserci una classe al 100% italiana e un’altra classe composta solo da migranti. Ragionare sull’integrazione non vuol dire sfasciare il paese. L’integrazione è possibile attraverso una politica di lungo periodo.
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CHI SIAMO?
LE VIE DELL’INTEGRAZIONE ‘LATINA’
di Marco IMPAGLIAZZO
I corridoi umanitari non sono solo un modo per salvare vite in pericolo, ma un primo passo per la convivenza tra migranti e italiani di nascita. Il mito dell’invasione. Il ruolo di volontari e famiglie. All’Italia e all’Europa servono non solo braccia, ma nuovi cittadini.
C «
OME SEGNO CONCRETO DI IMPEGNO
per la pace e la vita vorrei citare ed esprimere ammirazione per l’iniziativa dei corridoi umanitari per i profughi, avviata ultimamente in Italia. Questo progetto pilota, che unisce la solidarietà e la sicurezza, consente di aiutare persone che fuggono dalla guerra e dalla violenza, come i cento profughi già trasferiti in Italia, tra cui bambini malati, persone disabili, vedove di guerra con figli e anziani. Mi rallegro anche perché questa iniziativa è ecumenica, essendo sostenuta da Comunità di Sant’Egidio, Federazione delle Chiese evangeliche italiane, Chiese valdesi e metodiste». Così si è espresso papa Francesco, in piazza San Pietro, dopo la preghiera dell’Angelus di domenica 6 marzo 2016. Corridoi umanitari: permettere a gruppi di profughi, fuggiti dai conflitti aperti nel mondo, di raggiungere l’Europa in sicurezza per chi viaggia e per chi accoglie, senza bisogno di affidarsi ai trafficanti di vite e rischiare quella traversata del Mediterraneo che ha già inghiottito almeno trentamila persone 1. Quando il primo gruppo di 93 profughi siriani è giunto a Fiumicino con un volo di linea Alitalia proveniente da Beirut, il 29 febbraio 2016, le immagini hanno fatto il giro del mondo, suscitando grande stupore. Perché radicalmente diverse da quelle cui siamo abituati, e ormai assuefatti: il gommone o il barcone stracolmi di gente (icona funzionale a quanti continuano a gridare all’invasione), con il loro tragico corollario di morte, naufragio, sfruttamento, precarietà. E subito dopo gli interventi d’urgenza, i centri di smistamento allertati all’ultimo momento, 1. Sono le cifre di una guerra che uccide molte donne e bambini. Dal 2014 al maggio 2016 si sono contati 10 mila morti in mare: 16 ogni giorno. Secondo l’Unhcr sono stati 2.500 solo nei primi cinque mesi del 2016.
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LE VIE DELL’INTEGRAZIONE ‘LATINA’
sempre in affanno, in risposta a un fenomeno che appare imprevedibile ed emergenziale nonostante vada avanti da quindici anni 2. I 272 rifugiati giunti finora grazie al corridoio umanitario aperto con il Libano 3, cui si aggiungono i 21 siriani giunti da Lesbo per volontà di papa Francesco 4, sono il portato delle medesime tragedie sperimentate dal popolo dei barconi. Anzi, in certi casi sono più malridotti, perché la priorità è stata data alle persone con vulnerabilità: malati gravi, famiglie con minori, anziani, persone più fragili. Eppure non gli assomigliano per niente. Non approdano spossati su una spiaggia o in seguito a un salvataggio, ma escono con documento e visto regolare da un terminal dell’aeroporto romano di Fiumicino. Sono provati ma sorridenti, spesso ben vestiti. Non fosse per i badge che portano al collo, si confonderebbero nella folla dei passeggeri. È un fatto inedito; in una parola, è la fine dell’emergenza, dello sbarco drammatico da breaking news. Questo ha colpito l’opinione pubblica. Il manifestarsi di un’alternativa alla tragedia, di un’altra possibilità, dopo anni di immagini laceranti e drammatiche. Si è generata una piccola onda di commozione e solidarietà. Decine, poi centinaia di telefonate, messaggi, contatti sono giunti agli organizzatori dei corridoi. Chi si complimenta, chi commenta, chi si mette a disposizione per un’ospitalità, una lezione di italiano, un lavoro, un passaggio. È l’effetto collaterale, imprevisto e sperato, prodotto dall’avvio di una pratica pilota, pensata per essere replicata in tutti e ventotto i paesi dell’Unione, che non comporta oneri per gli Stati, ma attiva e moltiplica risorse private già esistenti e disponibili, che devono essere poste nella possibilità di dispiegarsi. I «corridoi umanitari», infatti, concepiti in partenariato ecumenico tra la Comunità di Sant’Egidio, la Federazione delle Chiese evangeliche in Italia, la Tavola valdese, e realizzati in collaborazione con i ministeri degli Esteri e dell’Interno, sono interamente autofinanziati dai promotori, attraverso risorse provenienti da sottoscrizioni, sponsorizzazioni e dall’otto per mille. Per realizzarli sono stati necessari più di due anni di lavoro. La base giuridica della proposta è l’articolo 25 del regolamento europeo 810/2009 che ha istituito il codice comunitario dei visti,
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2. Gli sbarchi in Italia nel loro andamento ondivago: 2003: 14.331; 2004: 13.635; 2005: 22.939; 2006: 22.016; 2007: 20.455; 2008: 39.951; 2009: 9.573; 2010: 4.406; 2011: 62.692; 2012: 13.267; 2013: 42.925; 2014: 170.100; 2015: 153.800. Nell’estate del 2014, cioè nei mesi in cui le condizioni meteo agevolano le partenze, molti giornali avevano preventivato un aumento esponenziale degli arrivi, fino a 500 mila. Lo stesso è accaduto nel 2015. 3. Sono i membri di 66 nuclei familiari, di cui molti composti da donne sole con minori – in tutto 104 – più 24 giovani adulti senza famiglia. Tutti sono partiti dal Libano, ma quasi tutti sono siriani, alcuni iracheni e siro-palestinesi. Il primo gruppo era formato nella quasi totalità da profughi provenienti da un campo abusivo al confine con la Siria, segnalato dalla Comunità papa Giovanni XXIII. Nel gruppo successivo ancora una preminenza di siriani provenienti da varie città del Libano, mentre il terzo ha privilegiato le necessità di ricongiungimento familiare, riuscendo a far partire i profughi direttamente dalla Siria, senza un periodo di permanenza in Libano, grazie alla collaborazione fornita dal consolato italiano a Damasco. Gli ultimi due voli hanno visto aumentare la presenza dei cristiani. 4. Si tratta di profughi siriani di cinque nuclei familiari, con nove minori. L’operazione ha avuto carattere di eccezionalità perché tra Grecia e Italia non sono in vigore programmi di reinsediamento o ricollocamento di profughi. Il primo gruppo ha viaggiato nell’aereo papale.
CHI SIAMO?
secondo il quale ogni Stato membro ha facoltà di rilasciare visti con validità territoriale limitata, in deroga alle condizioni di ingresso previste dal codice frontaliero contenuto nel trattato di Schengen, «per motivi umanitari o di interesse nazionale o in virtù di obblighi internazionali». L’articolo 25 ha aperto uno spiraglio di speranza a chi cerca di risolvere l’intoppo contenuto nel regolamento di Dublino, che norma le modalità di concessione della protezione internazionale all’interno dell’Unione: diritti e assistenza garantiti se sussistono i requisiti, a patto però che il richiedente trovi autonomamente un modo di raggiungere il suolo europeo. Cosa piuttosto difficile da realizzare legalmente, cioè recandosi in un’ambasciata a richiedere un visto, per chi è in fuga da una guerra o da una persecuzione. Ciò costringe ad attraversare il deserto e il mare, mettendo la propria vita e ingenti somme nelle mani dei trafficanti. Dopo una breve trattativa, Viminale e Farnesina hanno autorizzato la rappresentanza diplomatica italiana a Beirut a rilasciare un certo numero di visti per motivi umanitari. I promotori dei corridoi umanitari hanno così avviato il lavoro di individuazione delle situazioni di maggior fragilità, da sottoporre al vaglio delle autorità italiane. I controlli avvengono infatti nelle settimane precedenti la partenza, per proseguire dopo l’arrivo, quando viene attivata la procedura di richiesta di asilo e/o protezione internazionale. I trasferimenti avvengono quindi in condizioni di massima sicurezza, per chi viaggia e per chi accoglie.
Le sette virtù dei corridoi Il primo corridoio umanitario è stato aperto con il Libano, il paese con la più alta percentuale di profughi al mondo, soprattutto siriani. Una persona su cinque, nel Paese dei Cedri, è un rifugiato (in Italia, con le stesse percentuali, sarebbero 12 milioni). Una grande maggioranza vive in condizioni di fortuna, in campi, edifici abbandonati, nelle tende. Condizione che si perpetua ormai da anni, senza prospettive, senza lavoro, senza denaro, senza accesso alle cure se malati. Centinaia di migliaia di bambini hanno perso il loro quinto anno di scuola consecutivo. Cosa sarà di loro? Quale futuro li attende? Non è difficile comprendere come una tale situazione rappresenti una minaccia alla sicurezza globale, moltiplicando il numero di giovani esposti al reclutamento da parte delle organizzazioni terroristiche. Un motivo in più per strappare i giovani a una condizione insostenibile. Tra quanti sono stati salvati grazie ai corridoi, vorrei citare il caso della piccola Falak e del piccolo Dya. Entrambi provengono da Õimâ, la città siriana devastata dai bombardamenti che si susseguono ormai da sei anni. Falak, sette anni, viveva in un piccolo garage con i genitori e il fratellino nella città di Tripoli, nel Nord del Libano. Aveva perso un occhio per una grave forma di tumore, rischiava di perdere anche l’altro e che la malattia si diffondesse. In Libano non era possibile curarsi; ora è l’ospedale pediatrico del Bambin Gesù, a Roma, a oc-
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LE VIE DELL’INTEGRAZIONE ‘LATINA’
cuparsi di lui, e ci sono buone speranze di salvare l’occhio e la vita. Con il suo fratellino sta già imparando l’italiano. Dya invece ha undici anni. Ha perso una gamba per lo scoppio di un ordigno mentre giocava a pallone nei pressi di casa. L’intervento di amputazione è stato mal eseguito. La sanità siriana è al collasso con la guerra. Anche Dya, con la sua famiglia, si era rifugiato a Tripoli, in un garage in affitto. L’Italia ha significato per lui il sogno di una protesi ben fatta e della scuola, a Reggio Emilia, dove si è stabilito con la famiglia 5. I «corridoi umanitari» sono nati dall’incontro con queste storie, perché – come ha ricordato papa Francesco nel suo viaggio a Lesbo – i profughi non sono numeri, ma innanzitutto persone, volti, storie. Non costituiscono «un pericolo, ma sono in pericolo». E sono piccoli: oltre la metà dei profughi del mondo sono bambini, un fatto poco ricordato, forse perché stride con la tesi delle «invasioni». Come salvare queste vite evitando loro il salto della morte? Come strappare queste persone, in fuga dagli inferni terreni, dalle mani di trafficanti di uomini, spregiudicati e assetati di guadagno? I 293 che hanno usufruito del corridoio non avrebbero potuto resistere ancora a lungo sotto le tende o in rifugi di fortuna, né affrontare un viaggio con i gommoni. Sono un’avanguardia. Nei prossimi mesi si aprirà un ulteriore corridoio dall’Etiopia, pensato per sudanesi, somali ed eritrei, mentre si lavora alla realizzazione di uno con il Marocco, rivolto alle persone in fuga dai paesi subsahariani. Vorrei evidenziare sette aspetti creativi e innovativi del progetto, che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha definito un esempio di quella «avanguardia della solidarietà» di cui è capace l’Italia. Il primo concerne la collaborazione tra società civile e istituzioni, sfociato nell’accordo tra le realtà cristiane promotrici e i dicasteri di Esteri e Interno. I tempi difficili che stiamo attraversando richiedono tale collaborazione, per mettere a frutto le tante risorse presenti nella società civile e spesso sottovalutate dalle istituzioni. Il secondo è quello della sicurezza. Duplice, per i profughi che viaggiano su voli di linea e per il paese di accoglienza, in quanto l’identificazione avviene prima della partenza e comprende tutti i controlli, compreso il prelievo delle impronte digitali. Solo dopo tali verifiche viene concesso il visto umanitario. L’eventuale riconoscimento dello status di rifugiato avverrà invece dopo l’arrivo, attraverso il lavoro dell’apposita commissione. Ed ecco il terzo aspetto: la pratica di riconoscimento è esaminata molto rapidamente, in quanto le procedure e le caratteristiche soggettive che sono necessarie sono già state concordate. Circa il quarto aspetto mi soffermerò in conclusione: i corridoi umanitari introducono un sistema più efficace di integrazione. Un modello che affianca quello dei centri di prima accoglienza previsto dallo Sprar, e che potrebbe produrre significativi risparmi di spesa migliorando la qualità dell’accoglienza. Il quinto
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5. Altre storie, immagini, video e volti sono reperibili nell’apposita sezione del sito www.santegidio.org
CHI SIAMO?
aspetto è relativo proprio ai risparmi. Per lo Stato non ci sono spese, sono tutte a carico delle organizzazioni promotrici fino al momento in cui i profughi ottengono lo status di rifugiato. I costi sono comunque contenuti rispetto a quelli sostenuti da strutture pubbliche o convenzionate, perché il sistema può avvalersi del contributo dei volontari e di una rete di servizi e di competenze già esistenti. Anche i migranti risparmiano migliaia di dollari pretesi dai trafficanti, denaro che possono utilizzare in Italia per riorganizzare la nuova vita. Sei: la tempistica è significativamente accorciata. Sono bastate poche settimane per completare il lavoro di individuazione, identificazione, controllo e trasferimento. Preferisco evitare paragoni con i tempi ben più lunghi che di solito occorrono alle organizzazioni internazionali e agli Stati per operare interventi simili. Ma fare presto è decisivo per chi si trova in situazione di pericolo e vulnerabilità. Il settimo aspetto, infine, concerne la replicabilità del progetto. La norma utilizzata è immediatamente efficace in tutti i paesi dell’Unione, ciascuno dei quali potrebbe attivare corridoi umanitari, in collaborazione con le Chiese cristiane e con ogni altra associazione e organizzazione interessata, sulla scorta del buon esempio offerto dal caso italiano. Su questo si sta lavorando in questi mesi, per aiutare altri europei a superare il senso di spaesamento, rassegnazione e paura che paralizza tante menti, nonostante le risorse e le possibilità effettive siano ancora ingenti. Negoziati avanzati sono in corso in Spagna e in Polonia, dove la Conferenza episcopale ha sposato il progetto; colloqui sono avviati con i governi francese e tedesco; numerose sono state le presentazioni dell’esperienza in varie capitali europee e a Bruxelles, mentre il 28 giugno 2016 la commissione Diritti umani delle Nazioni Unite ha dedicato un panel ai corridoi.
Se blindiamo moriamo. Ingressi, uscite, pensionamenti Di nuovi europei abbiamo bisogno, e molto. L’immigrazione è per noi vitale. Se la politica ha paura a spiegarlo, la sociologia, la demografia, gli studi economici lo ribadiscono unanimemente con sempre maggiore preoccupazione. La letteratura in proposito si accresce. Illustra cosa accadrebbe «se il sogno di alcuni si realizzasse e i paesi ricchi “blindassero” le loro frontiere» 6. Una situazione insostenibile per molti paesi sviluppati e in particolare per l’Italia dove, nel 2015, 567 mila cittadini hanno spento venti candeline, ma 732 mila ne hanno spente sessantacinque. Da qui al 2035 perderemo ogni anno 325 mila individui tra i 20 e i 64 anni, il periodo della vita lavorativa attiva. Siamo sommersi da dati che dimostrano come non sia vero che i migranti «rubano» il lavoro agli italiani, come abbiano costituito una risorsa durante la crisi, «aria fresca in un’economia in declino», per citare ancora Allievi e Della Zuanna 7. Non moltiplico le cifre, 6. Così il recente e illuminante saggio di S. ALLIEVI, G. DALLA ZUANNA, Tutto quello che non vi hanno mai detto sull’immigrazione, Roma-Bari 2016, Laterza, p. 10. 7. Ivi, p. 12.
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LE VIE DELL’INTEGRAZIONE ‘LATINA’
bastano quelle contenute nel volume di Limes, «Chi bussa alla nostra porta», 6/2015. Dove si tratta anche delle distorsioni nella percezione del fenomeno da parte dell’opinione pubblica nostrana: simpatia per l’immigrato «vicino» o conosciuto, magari la propria badante, paura per il fenomeno in generale, del quale non si conoscono le dimensioni reali. La verità è che l’immigrazione verso l’Italia è cessata da tempo. Tra immigrati che lasciano l’Italia e italiani che si trasferiscono altrove (155 mila nel 2014), il saldo è divenuto negativo. L’attrattività dell’Italia è in declino. Se il confine tra migranti «economici» e profughi è spesso labile, è un fatto che oggi ad approdare da noi siano soprattutto donne e uomini in cerca di protezione internazionale, non respingibili, portatori di diritti sacri, a meno di non voler mettere in discussione le conquiste giuridiche e civili maturate in secoli di cammino e a seguito di tragedie senza precedenti come le guerre mondiali 8. La grande maggioranza di essi non giunge in Italia per fermarsi, ma è diretta altrove, verso mete europee più settentrionali. Oppure cerca un approdo genericamente in Europa, e l’Italia è solo il «porto» scelto dai trafficanti per lo sbarco. Sono una minoranza dei 232 milioni di rifugiati (dato 2013) che popolano il pianeta: i flussi prevalenti sono ormai Sud-Sud. I primi dieci paesi del mondo per numero di rifugiati accolti sono extraeuropei. Siamo di fronte a un fenomeno sì complesso, sì di massa, ma ancora gestibile, governabile, a patto che si spendano politiche, visioni, risorse, non solo per gestire le emergenze legate agli arrivi, ma per immaginare percorsi di integrazione di donne, uomini, minori – tra l’altro di livello culturale medio-alto – dentro le nostre società. Ma non partiamo da zero. C’è un’esperienza da considerare criticamente e far fruttare. Nel recente passato l’Europa ha fatto fronte a ondate di profughi, come dopo la seconda guerra mondiale 9. E gli italiani sanno più di ogni altro popolo al mondo cosa significhi costruire un percorso di vita altrove: si calcola che siano 80 milioni le persone di origine italiana sparse nel pianeta 10.
Il cantiere dell’integrazione e della civiltà del convivere Come favorire un’integrazione positiva degli stranieri? Importanti leader europei hanno giudicato fallito un modello sperimentato soprattutto nel Regno Unito, in Olanda e in Germania, il multiculturalismo: David Cameron, Angela Merkel e prima di loro Nicolas Sarkozy. È in effetti un modello che mostra limiti evidenti.
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8. Cfr., tra gli altri, G. OESTREICH, Storia dei diritti umani e delle libertà fondamentali, Roma-Bari 2015, Laterza; V. FERRONE, Storia dei diritti dell’uomo. L’Illuminismo e la costruzione del linguaggio politico dei moderni, Roma-Bari 2007, Laterza. 9. Cfr. S. SALVATICI, Senza casa e senza paese. Profughi europei nel secondo dopoguerra, Bologna 2008, il Mulino. 10. In Brasile 27 milioni (13% degli abitanti), in Argentina 19,7 (47%), negli Stati Uniti 17,25 (6%), in Francia 4 (6%), e poi in Colombia, Canada, Perú, Uruguay, Venezuela, Australia e altrove. Nella vasta bibliografia sull’emigrazione italiana cfr. A. ARRU, D.L. CAGLIOTI, F. RAMELLA, Donne e uomini migranti. Storie e geografie tra breve e lunga distanza, Roma 2008, Donzelli.
CHI SIAMO?
LA SCUOLA MULTIETNICA
Studenti anno scolastico 2014/2015 % stranieri Stranieri Italiani su totale alunni
Regione
TrentinoAlto Adige Valle d’Aosta
Lombardia
FriuliVenezia Giulia
Veneto
Piemonte
Emilia-Romagna Liguria
Toscana
Lombardia Emilia-R. Veneto
201.633 1.209.920 95.241 518.657 92.841 622.600
14,3 15,5 13,0
ITALIA
814.187(*) 8.058.397
9,2
Lazio Piemonte Toscana Marche Sicilia Liguria Campania Friuli-Venezia G. Trentino-A.A. (*) Umbria Puglia Abruzzo Calabria Sardegna Basilicata Valle d’Aosta Molise
Marche
753.053 515.997 443.010 196.004 782.391 173.575 998.677 142.527 131.292 105.934 634.064 173.294 295.931 220.080 83.207 17.084 41.100
9,3 12,8 13,0 12,0 3,0 11,8 2,2 11,9 12,1 14,2 2,6 7,2 4,3 2,3 3,0 8,2 3,5
(*) Questo totale fa riferimento alle elaborazioni dei dati efettuate dall’Ismu (Alunni con cittadinanza non italiana. la scuola multiculturale nei contesti locali rapporto nazionale a.s. 2014/2015) che ha preso in considerazione sia la fonte Miur, sia la fonte Astat in base alla quale, integrando i dati della provincia autonoma di Bolzano, il totale degli alunni stranieri diferisce da quanto rilevato dal Miur nel Notiziario statistico sugli alunni stranieri, a.s. 2014/15, che parla di 805.800 alunni con cittadinanza non italiana.
Umbria
Lazio
77.605 75.786 65.917 26.613 24.387 23.252 22.155 19.233 18.093 17.463 16.692 13.371 13.163 5.144 2.562 1.533 1.503
Abruzzo Molise
Campania
Puglia Basilicata
Sardegna
Calabria
Sicilia
Livello di studenti stranieri per regione Alta Media Bassa Bassissima Fonte: Caritas e Migrantes. XXV Rapporto Immigrazione 2015
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LE VIE DELL’INTEGRAZIONE ‘LATINA’
Ma da questo alla conclusione che il convivere e l’integrazione siano impossibili, ne passa. Altri modelli ed esperienze sono possibili. È ormai qualche decennio, del resto, che gli studiosi segnalano come superato il paradigma multiculturale, che prevede – per semplificare – l’accoglimento di altre tradizioni nella giurisprudenza, nella scuola, nell’urbanistica di un paese, in un processo di aggiunta e giustapposizione di pratiche che prevede scambi e interazioni molto limitati, e la sua sostituzione con quella che si è definita intercultura. Non è un gioco di parole o di teorie, ma una questione di pratiche concrete. Non a caso la necessità di un approccio interculturale si è avvertita in primo luogo, fin dagli anni Novanta, nella scuola, stimolando un fecondo filone di ricerca negli studi pedagogici 11. Ora è il momento degli studi giuridici, in un dibattito che non posso qui approfondire 12. L’Italia presenta scenari particolarmente favorevoli ai percorsi interculturali. I 5,5 milioni di extracomunitari, o meglio «nuovi europei» come mi sembra più corretto definirli, provengono da ben 194 nazioni diverse. Ci sono gruppi più numerosi, ma la situazione è differente dalla Francia, con la sua preponderante presenza maghrebina, dall’Inghilterra con le sue comunità indopakistane, e dalla Germania, patria di tanti turchi. L’Italia può sviluppare un suo modello di integrazione. Ne scrivevo nel numero di Limes «Chi bussa alla nostra porta», rilanciando l’idea di Andrea Riccardi sul modello «latino» d’integrazione. Ecco le sue parole: «L’integrazione italiana è – finora – la somma di milioni di adozioni. Pensando all’eccezionalità dell’adozione romana nel quadro della storia antica (per cui si poteva diventare facilmente cittadini dell’impero) vorrei dare al nostro modello integrativo il nome di modello “latino”. In esso tutto si tiene: la storia, il presente, il futuro. L’italianità è il rapporto con l’alterità. In esso confluiscono la comunicatività partecipe dei nostri contesti rurali (si veda il ruolo dei paesi in parte spopolati), la forza di una urbanitas colta e curiosa del mondo, una pietas cristiana. Certo, questo modello vuol dire un’integrazione poco istituzionale e molto familiare, con uno Stato poco al passo con i tempi. (…) Resta decisivo il passaggio da una cultura diffusa a una politica di Stato. L’integrazione necessita di una regia pubblica» 13. Ebbene, anche sotto questo punto di vista i corridoi umanitari stanno realizzando un percorso pilota, pensato, riproducibile di questo modello «latino» d’integrazione. Quanti usufruiscono di questo canale di ingresso, infatti, resteranno probabilmente a lungo in Italia. La tipologia di visto non permette di recarsi altrove.
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11. La scuola è stata il primo laboratorio dell’incontro interculturale. Per avere un’idea su questo cfr. B. CACCO, L’intercultura. Riflessioni e buone pratiche, Milano 1995, Franco Angeli; F. CAMBI, Incontro e dialogo. Prospettive dell’educazione interculturale, Roma 2006, Carocci; M. SANTERINI, La qualità della scuola interculturale. Nuovi modelli per l’integrazione, Trento 2010, Erikson; G. SABATINO, Tutti a scuola. Lo ius culturae e l’inclusione degli studenti stranieri, Brescia 2016, La Scuola. 12. Cfr. soprattutto P. CONSORTI, Diritto e religione, Roma-Bari 2010, Laterza; ID., «Pluralismo religioso: reazione giuridica multiculturalista e proposta interculturale», in A. FUCCILLO, Multireligiosità e reazione giuridica, Torino 2008, Giappichelli, pp. 197-234; M. RICCA, Oltre Babele. Codici per una democrazia interculturale, Bari 2008, Dedalo; ID., Dike meticcia. Rotte di diritto interculturale, Soveria Mannelli 2008, Rubbettino. 13. A. RICCARDI, «L’Europa dei migranti. Modelli di integrazione», in Integrazione, cit., pp. 89-109 (in particolare pp. 105-109).
CHI SIAMO?
RICHIEDENTI ASILO IN GERMANIA PER LAND LAND
2014
2015
2016
Renania Settentrionale-Vestfalia
40.046
66.758
54.629
Baden-Württemberg
16.482
57.578
46.100
Baviera
25.667
67.639
44.863
Bassa Sassonia
15.416
34.248
29.968
Berlino
10.375
33.281
19.584
Sassonia
6.030
27.180
15.269
Brandeburgo
4906
18.661
12.996
Assia
12.536
27.239
12.749
Sassonia-Anhalt
5.978
16.410
10.814
Schleswig-Holstein
7.032
15.572
10.796
Turingia
4.867
13.455
10.066
Renania-Palatinato
8.716
17.625
9.800
Amburgo
5.705
12.437
9.745
Saar
2.564
10.089
5.124
Brema
2.222
4.689
4.989
Meclemburgo-Pomerania Anteriore
4.418
18.851
4.661
Sconosciuto
112
187
56
Fonte: Bundesamt für Migration und Flüchtlinge - al maggio 2016
Di questo i profughi sono avvertiti e preparati nelle settimane precedenti il viaggio. Iniziano a «pensarsi» in Italia, e questo fa crescere un sentimento di attesa, curiosità, preparazione. Una volta qui, cinque linee guida orientano l’accoglienza: diffusione sul territorio, divisione in piccoli gruppi, inserimento in contesti urbani, affidamento a una comunità e costruzione di una rete, studio della lingua italiana. Cominciando dalla fine, è significativo che tutti i viaggianti abbiano chiesto dal primo giorno strumenti di apprendimento linguistico (è stato proposto un testo sperimentato come L’italiano per amico). Ogni famiglia – per il momento sono arrivati soprattutto gruppi familiari, e ventiquattro persone «singole» – viene presa in carico da un soggetto che si è proposto: un’associazione, una parrocchia, una comunità, dei particolari 14. A chi accoglie è chiesto di curare il rapido apprendimento della lingua, che è la prima e principale chiave dell’integrazione, la premessa per ogni altro tipo di coinvolgimento, sociale, professionale, culturale. Laddove non è disponibile una scuola o un corso strutturato basta un volontario, magari un insegnante in pensione, a garantire tale processo. Sono poi sconsigliati i «concentramenti»: anche quando vi è una struttura in grado di ospitare un numero consistente di persone, ad ogni soggetto è sempre affidata una e una sola famiglia. Il rapporto 14. Al momento 113 rifugiati sono stati presi in carico dalla Fcei e dalla Tavola valdese, 112 dalla Comunità di Sant’Egidio, 62 da soggetti facenti riferimento alla Comunità Giovanni XXIII.
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LE VIE DELL’INTEGRAZIONE ‘LATINA’
CITTADINI STRANIERI IN ITALIA. LE PRIME 15 NAZIONALITÀ (2015) Romania Albania Marocco Cina Ucraina Filippine India Moldova Bangladesh Perú Egitto Sri Lanka Polonia Pakistan Tunisia
3,4 2,9 2,9 2,3 2,2 2,1 2,0 2,0 1,9 1,9
5,3 4,5
9,8 9,0
(valori %)
22,6
Fonte: Caritas e Migrantes. XXV Rapporto Immigrazione 2015. Elaborazione su dati Istat, 1° gennaio 2016.
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personale, l’assunzione di responsabilità, sono essenziali. Quanti migranti lamentano l’assenza di contatti e relazioni con italiani! Per lo stesso motivo, si preferiscono soluzioni abitative urbane e non troppo periferiche, rispetto a quelle disponibili in zone isolate o di campagna. Talvolta le amministrazioni preferiscono alloggiare i migranti laddove risultano meno «visibili», per minimizzare le reazioni di scontento. Qui la tendenza è contraria. Del resto, quando i gruppi sono piccoli, anche le reazioni dei vicini italiani sono diverse, e spesso improntate alla solidarietà. «L’esperienza dei primi mesi dopo l’arrivo, e del primo anno, è fondamentale, e si ripercuote sugli anni successivi», spiega Daniela Pompei, responsabile per la Comunità di Sant’Egidio del progetto dei corridoi e dei servizi ai «nuovi europei». È cioè decisivo costruire l’integrazione agli inizi della nuova vita italiana. Da questa buona pratica scaturiscono gli itinerari più riusciti, quelli dei giovani poi inseriti in corsi professionali e avviati a lavori specializzati, o iscritti all’università, per la quale si registra un interesse crescente, proprio ora che le immatricolazioni degli italiani sono, per la prima volta nella storia della Repubblica, in calo. Insomma, da parte di chi arriva il desiderio di «vivere l’Italia», i suoi gusti, le sue tradizioni, la sua cultura, c’è ed è forte, ma non va frustrato. Come non ricordare che le esplosioni di rabbia nelle banlieues francesi hanno riguardato quasi unicamente i residenti nei quartieri ghetto, i marginalizzati, gli esclusi? Corridoi umanitari, allora, come esempio di accoglienza e di integrazione. Non voglio assolutamente sostenere che sia tutto facile. Vi sono casi complessi, sia dal punto di vista medico che da quello psicologico, come i bambini traumatizzati dalla guerra che hanno perso la parola. Ma tutti possono essere affrontati. Si obietterà che il sistema ha dato così buona prova di sé, finora, grazie ai piccoli numeri: altra cosa è avere a che fare con gruppi di centinaia di profughi che arrivano via mare senza preavviso. Ma mille ingressi non sono così pochi da gestire per realtà
CHI SIAMO?
non istituzionali. E gli effetti virtuosi sono il frutto del lavoro di programmazione e preparazione, che può applicarsi a un numero ben più grande di persone, specie se la procedura sarà adottata da altri paesi europei e coinvolgerà altri soggetti. L’esempio positivo può suscitare una «sollevazione umanitaria» degli europei, similmente a quanto accaduto dopo la morte del piccolo Aylan Kurdi. «Attendevamo braccia, sono arrivati uomini», ha scritto Max Frisch. È vero: ma avere persone è una grande opportunità per un paese scarico, che continua ancora troppo a tollerare lo straniero solo come braccia da sfruttare, in quelle sacche infami che compongono Ghetto Italia, per citare il titolo dell’impressionante inchiesta condotta e pubblicata da Yvan Sagnet e Leonardo Palmisano (Fandango libri, 2015) su caporalato e sfruttamento a danno dei braccianti stranieri. Sì, esiste un grande problema di legalità, ma stavolta è tutto nostro, tutto italiano, e solo noi possiamo risolverlo.
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CHI SIAMO?
TRA CAMORRA E IMMIGRATI PATTO DI SOVRANITÀ di Isaia SALES e Simona MELORIO Per l’intricata gestione delle attività criminali i clan campani si servono anche degli stranieri, soprattutto nigeriani e cinesi. Ai boss il predominio assoluto sul territorio, agli altri tasse e mansioni che gli italiani non svolgono più. Gli affari con lo Stato Islamico.
I
1. N CAMPANIA RISIEDE IL 3,7% DEGLI STRANIERI presenti in Italia, cioè poco più di 217 mila immigrati. Napoli e la sua provincia fanno registrare la metà delle presenze; seguono poi Salerno e Caserta, con punte molto alte nella Piana del Sele e nell’agro aversano, soprattutto attorno a Castel Volturno. Di questi 217 mila residenti stranieri il 19,4% viene dall’Africa, il 22% dall’Asia e ben il 54% dall’Europa (in gran parte dell’Est), il resto dalle Americhe. Ma i problemi legati alla criminalità organizzata non provengono dalle comunità più numerose (gli ucraini, i marocchini, i singalesi) ma dalle meno diffuse, cioè i nigeriani e i cinesi. Infatti, i fenomeni criminali legati alla presenza di immigrati si concentrano tra Napoli città, i comuni del Vesuviano e l’area costiera casertana, zone appunto dove è maggiore la presenza di cinesi e nigeriani. Questi ultimi si concentrano per quasi il 50% in provincia di Caserta. Castel Volturno e la zona circostante il litorale domizio ospitano la maggiore colonia di cittadini nigeriani in Italia, anche se essa rappresenta poco più del 2% degli immigrati presenti in Campania. Ed è qui che ci sono state le più importanti operazioni di polizia nei confronti di immigrati di nazionalità nigeriana per traffico e spaccio di droga, prostituzione, caporalato nei lavori agricoli. All’inizio dei flussi migratori, legati in gran parte al bisogno di manodopera stagionale nelle campagne delle pianure campane, si verificò uno scontro con i clan di camorra che controllavano quei territori. In particolare, nella provincia di Caserta dove alcuni immigrati provenienti dall’Africa diedero origine alla cosiddetta African Connection, un’organizzazione di narcotrafficanti che ingaggiò una guerra con i camorristi della zona non rispettando la loro supremazia territoriale. Lo scontro culminò nella strage di Pescopagano, frazione di Mondragone, il 24 aprile 1990: cinque morti e sette feriti per la maggior parte africani. La strage avvenne al culmine di una fase di contrasti tra popolazione locale e immigrati, e i
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TRA CAMORRA E IMMIGRATI PATTO DI SOVRANITÀ
clan di camorra si assunsero anche compiti di «ordine pubblico» a fronte dell’aumento di reati verificatesi nel periodo iniziale di presenza di africani. Al contrasto armato fece seguito un periodo di collaborazione-sottomissione con l’accettazione da parte degli africani (e in particolari dei nigeriani) di sottostare per qualsiasi traffico illegale alla signoria territoriale dei Casalesi e degli altri clan casertani. Fu siglato un vero e proprio patto, un accordo in base al quale la convivenza con una foltissima comunità di immigrati avrebbe presupposto lo scambio di armi, la garanzia della vigilanza per le case dei camorristi latitanti, una «tassa» pagata ai Casalesi sul giro di affari di droga e prostituzione, la gestione dei money transfer. Per più di vent’anni questo accordo ha retto, fino alla strage di Castel Volturno del 18 settembre 2008, quando Giuseppe Setola, evaso dalla clinica dove era ricoverato per un presunto problema agli occhi (da cui il soprannome ’o cecato) volle con un’azione eclatante ricordare a tutti gli stranieri presenti nella zona di chi fosse il comando sulle attività criminali dopo lo sbandamento dovuto all’arresto di quasi tutti i capi dei clan casalesi. Ci furono sette morti davanti e dentro una sartoria, sei di essi africani, che però non c’entravano niente con i traffici criminali. Un mese prima Setola aveva già tentato una strage tra i vertici della comunità nigeriana della zona, assalendo la sede dell’Associazione nigeriana campana e causando «solo» sei feriti perché si erano inceppate le armi. Come la Cassazione ha affermato, confermando le condanne per gli assassini, Setola in primis, i camorristi casalesi volevano far pagare il pizzo agli spacciatori nigeriani, affermarmando senza possibilità di fraintendimenti il proprio predominio sul territorio.
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2. In genere gli immigrati in Italia possono avere a che fare con le mafie o come loro bassa manovalanza, o come concessionari di attività illegali su pagamento di una «tassa criminale di soggiorno», oppure in qualità di interlocutori per alcuni affari. In Campania sono presenti tutte e tre le tipologie. Oggi, però, i confini sono sempre meno netti. La camorra è fatta di tanti clan senza una cupola, un coordinamento, una comune strategia. La frammentazione delle varie bande porta a occupare piccoli territori, dove non sempre si segue la stessa linea di azione, ed esiste una differenza sostanziale tra camorre della città capoluogo e quelle della provincia di Napoli e Caserta. Ogni clan ha il proprio spazio di azione e il proprio modo di agire ed è sempre più complicato districarsi tra traffici e reati che hanno in comune solo il nome, ma si declinano in forme molto diverse. Le forze dell’ordine stesse non riescono a dare un quadro unitario a una situazione confusa in cui ci sono molte variabili: il clan camorrista di riferimento, le organizzazioni criminali straniere in questione, i traffici-reati perpetrati. Si proverà a fornire, allora, a fornire uno schizzo generale della situazione. Innanzitutto, quali sono i reati in cui camorre e immigrati si incontrano? Traffico e spaccio di droga, traffico e vendita di armi, traffico di esseri umani e tratta, in-
CHI SIAMO?
duzione e sfruttamento della prostituzione, produzione e vendita di prodotti contraffatti, caporalato, lavoro nero. 3. Le organizzazioni criminali straniere che hanno più spazio in Italia nel traffico di droga sono quelle nigeriane, che in alcuni luoghi forniscono la droga ai clan, in altri si occupano esse stesse dello spaccio. Si penserà che nelle regioni storicamente legate alle mafie i nigeriani non possano mettere piede con i loro affari, ma non sempre è così. Il 19 ottobre 2015 per la prima volta in Sicilia si è cominciato a parlare di Cosa Nera, poiché viene scoperta un’organizzazione nigeriana a gestire lo spaccio di stupefacenti nel quartiere palermitano di Ballarò, sembra con tanto di placet della mafia siciliana ormai a corto di manovalanza. Il boss del quartiere intercettato dice che i nigeriani sono rispettosi, lasciando intendere un’alleanza fruttuosa e pacifica. Spostandoci in Campania, la camorra napoletana di recente ha fatto registrare un cambiamento sostanziale nei rapporti con gli immigrati in materia di spaccio di droga. Per anni, infatti, Napoli si è differenziata dalle altre grandi città italiane perché lo spaccio era in mano a italiani, campani e soprattutto napoletani. Dall’inizio del 2016, però, alcune indagini della magistratura hanno svelato un capovolgimento della situazione: la distribuzione al minuto di stupefacenti risulta massicciamente nelle mani di immigrati a Piazza Bellini, proprio nel centro storico della città. Molti sono stati gli arresti dall’inizio dell’anno ma non sembra che gli immigrati facciano parte di una struttura criminale etnica che si impone sul territorio campano. Pare piuttosto che essi si propongano come manovalanza spiccia della criminalità organizzata, che si serve di loro reclutandoli nei centri di accoglienza e usandoli per i ruoli più bassi della catena della droga. «Escludo che altre organizzazioni criminali possano fare affari autonomamente sul territorio dei camorristi casalesi; gli stranieri possono agire soltanto come subordinati, esercitando attività in subappalto oppure pagando percentuali, tangenti, pizzo». Questa affermazione sintetizza le dichiarazioni rese in due momenti diversi da due interlocutori privilegiati del casertano, noti per la loro attività in prima linea di sostegno agli immigrati e di lotta alle mafie 1. Il controllo del territorio, per i camorristi casalesi appare di fondamentale importanza e la cessione di sovranità è fuori discussione. Il predominio è monetizzato e assicura la pace. E questa tendenza della camorra casalese appare confermata in tema di sfruttamento della prostituzione. 4. È difficile comprendere effettivamente quale sia il ruolo delle camorre nella tratta delle donne immigrate, nell’induzione e nello sfruttamento della prostituzione. I camorristi gestiscono l’intera «filiera»? Hanno un ruolo soltanto nello sfruttamento della prostituzione? O sono solo parassiti che guadagnano con l’imposizione del pizzo alle donne? Non c’è una risposta univoca a queste domande. 1. Si tratta del sindaco di Casal di Principe, Renato Natale, e di suor Rita Giaretta della Comunità Rut.
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TRA CAMORRA E IMMIGRATI PATTO DI SOVRANITÀ
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Si sa che i clan pugliesi hanno a che fare con i criminali albanesi per il trasporto clandestino degli immigrati e per l’organizzazione dei loro trasferimenti: sono quindi partner nel traffico criminale. In Campania, invece, non ci sono notizie di partecipazione attiva delle camorre nel traffico di uomini e donne straniere, come l’associazione On the Road (da tempo impegnata ad arginare il fenomeno) sottolinea: «La camorra sembra non svolgere compiti diretti nella gestione del traffico, ma ha un ruolo di mediazione attraverso la costituzione di un cartello (…) che prevede il controllo del territorio con azioni di contrasto alle forze dell’ordine, l’assistenza logistica in cambio di fornitura di droghe, armi, tabacchi e un compenso monetario per l’occupazione del territorio in cui viene esercitato lo sfruttamento della prostituzione». Certo, in un mercato tanto in evoluzione non si può escludere con certezza un ruolo attivo anche nella tratta, ma lo sfruttamento della prostituzione di immigrate lo si può considerare senza ombra di dubbio come una precipua attività delle camorre, sebbene con modalità differenti nelle varie zone della Campania. Tre anni fa colpirono le dichiarazioni agghiaccianti del presidente della IV municipalità di Napoli, Armando Coppola, che riferiva la presenza in Piazza Garibaldi di prostitute «in divisa», divisa dal colore diverso in base all’appartenenza a un clan o a un altro della zona. «A ogni angolo dell’emiciclo», spiegava, «sfilano ragazze, giovani e giovanissime che a seconda del marciapiede su cui si sistemano vestono tutte in modo uguale proprio come se avessero una sorta di divisa. Ciò equivale all’appartenenza al clan che le gestisce». Se quei camorristi non si occupano del trasporto delle prostitute dai loro paesi di origine a Napoli, è evidente il loro ruolo nello sfruttamento di queste donne. Ma tale affermazione non può essere generalizzata per tutta Napoli né per tutta la Campania. I clan in provincia di Caserta, lo si è visto, hanno delle specificità ben precise. È stato accertato che piccole strutture alberghiere sul litorale domizio, dove viene esercitata la prostituzione da parte di giovani nigeriane, erano intestate a prestanome dei clan casalesi che le mettevano a disposizione delle «madame», le maîtresses, le aguzzine-assistenti delle prostituite, loro connazionali. In questo modo il guadagno del clan era sull’affitto delle case di appuntamento. Ma non sempre il rapporto si declina in questo modo, poiché spesso le nigeriane vengono lasciate in strada a prostituirsi. In tal caso il meccanismo appare diverso, perché ai criminali nigeriani viene concesso di gestire questo mercato in cambio di tangenti. Alcune prostitute nigeriane raccontano di essere state costrette a pagare il prezzo del marciapiede agli emissari dei camorristi della zona. Qualcuna ricorda di compagne sfregiate sul viso per non averlo fatto. La tassa, dunque, pare si paghi direttamente al clan di camorra del territorio dove si esercita, ma altre testimonianze riferiscono una diversa realtà: la tassa sul territorio sembra che le donne debbano pagarla direttamente alla «maman» che poi, a sua volta, fa i conti con i camorristi. In mancanza di disponibilità economica per versamenti che si aggira-
CHI SIAMO?
no intorno ai 300-400 euro al mese a prostituta, tale cifra andrà ad accrescere il debito della donna nigeriana già contratto in patria per il viaggio verso l’Italia. Come per lo spaccio di droga, anche per la prostituzione i criminali casalesi lasciano spazi di azione ai criminali nigeriani solo in cambio di denaro, di quella tassa territoriale che ha un forte significato simbolico, quello del predominio dei camorristi su tutti gli altri. Cosa avvenga nel caso delle prostitute cinesi è ancora meno chiaro. Esse, infatti, spesso si prostituiscono in centri massaggi. La camorra chiede loro il pizzo? I locali sono di proprietà dei camorristi? Non si conosce la situazione a fondo poiché le donne cinesi liberate dalla schiavitù raccontano molto poco, così come non è chiaro fino in fondo il ruolo della mafia cinese nei luoghi di camorra. 5. Le principali attività criminali in cui sono coinvolti i gruppi criminali cinesi nell’area partenopea sono la contraffazione di merci, l’immigrazione illegale, le estorsioni (all’interno della loro comunità) e lo sfruttamento della prostituzione. Le attività illecite più redditizie riguardano l’industria della contraffazione, storicamente radicata nel contesto napoletano, che ha avuto un cospicuo sviluppo dai primi anni Duemila, da quando il porto di Napoli è divenuto il centro per tutto il Sud Italia delle merci di provenienza cinese. I beni contraffatti sottoposti a sequestro da parte del nucleo operativo della Guardia di finanza, che opera presso lo scalo portuale, ammontano a milioni di pezzi di capi di abbigliamento, accessori, bigiotteria, ferramenta e calzature. La merce che riesce a passare i controlli doganali, si tratti di prodotti contraffatti o meno, viene in parte indirizzata verso altre località italiane, mentre la rimanente trova collocazione presso i numerosi centri commerciali cinesi. La merce è anche distribuita attraverso il cospicuo numero di venditori ambulanti di varie nazionalità che gremiscono le strade del centro cittadino e, talvolta, anche presso gli stessi esercenti italiani. Considerato lo storico coinvolgimento delle organizzazioni mafiose locali nella contraffazione di merci, ci sono evidenze giudiziarie dalle quali emergono collegamenti funzionali fra clan camorristici e organizzazioni cinesi 2. Ancora non è del tutto chiaro se i cinesi fungano da esecutori di committenze del circuito del falso o semplicemente paghino anche loro una tangente ai clan presenti sul territorio per svolgere le loro attività. Certa è la consistente presenza degli esercizi cinesi della città che sono andati a insediarsi nei rioni Duchesca, Forcella e Maddalena, area sotto il controllo del clan Mazzarella, senza che ciò abbia causato, almeno in questi ultimi anni, particolari tensioni. Considerata la pervasiva presenza della camorra, è difficile ritenere che i clan non abbiano avuto interesse a esercitare la loro supremazia sul rilevante business di merci contraffatte provenienti dalla Cina, stabilendo con elementi criminali cinesi variamente organizzati accordi reciprocamente vantaggiosi. 2. G. CUCURACHI, F. IADELUCA, «La criminalità organizzata cinese», in Enciclopedia delle mafie, a cura di F. Iadeluca, Roma 2015, Armando Curcio editore.
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TRA CAMORRA E IMMIGRATI PATTO DI SOVRANITÀ
Di che tipo è ancora difficile da valutare. E la mancanza di contrasti tra camorristi e comunità cinesi, inserite con i loro negozi in quartieri storicamente occupati dalla camorra, non fa che confermare la presenza di accordi tra le due criminalità. La recente presenza di prostitute cinesi nel centro della città lascia intravedere un via libera da parte dei clan del centro storico.
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6. Traffico di merci, traffico di persone, traffico di droga e anche traffico di armi. Traffici. Apparentemente senza razionalità, senza ordine, ma invece ben organizzati al punto da realizzarsi attraverso le stesse rotte e a volte persino negli stessi viaggi. Prostitute in cambio di droga e armi, questa è la direzione talvolta seguita dai criminali. Ed è una direzione molto pericolosa perché finisce per alimentare anche i terroristi facenti parte dello Stato Islamico (Is). Meno di un anno fa a Casal di Principe ci sono state delle perquisizioni per traffico di armi destinato a paesi africani, soprattutto componenti per aerei ed elicotteri, o fucili mitragliatori. Si è ventilato, pertanto, un collegamento con l’Is, specie per quanto attiene ai traffici verso la Somalia. II procuratore nazionale Antimafia, Franco Roberti, ha affermato: «Il terrorismo si autofinanzia con traffici di armi, di oggetti d’arte, di droga, anche di esseri umani. Sono attività tipicamente mafiose, al servizio di strategie eversive». Se è vero, dunque, che l’Is non è semplicemente uno Stato, ma una formazione criminale che commette crimini per sostenersi, primo fra tutti il traffico di droga, non si può non immaginare un seppur minimo collegamento tra gruppi mafiosi e Is, appunto, proprio sulle rotte della droga. Le mafie che acquistano droga fanno affari con i terroristi islamici e indirettamente, ma non troppo indirettamente, li finanziano, come anche la presidente della commissione parlamentare Antimafia ha affermato a marzo di quest’anno davanti al parlamento europeo: «L’Europa», ha spiegato, «è impegnata in una vera e propria guerra contro il terrorismo, e se la vuole combattere deve impegnarsi a combattere chi lo alimenta in qualunque modo: e le mafie lo alimentano». Le organizzazioni criminali di stampo mafioso, dunque, pur facendo in genere valere il principio del domino sul proprio territorio, hanno da tempo compreso la necessità di creare reti di collaborazione con l’esterno e con le organizzazioni criminali di immigrati. Sono sorti così, nel corso degli anni, molteplici sodalizi criminali temporanei, legati a specifici traffici. Si tratta di sodalizi che nascono nell’intento di unire le forze nella gestione di affari importanti, per i quali la cooperazione appare un elemento di fondamentale importanza. L’apertura verso le altre criminalità è valutata di volta in volta in base alle necessità e alla convenienza; a dominare tale scelta è il tornaconto personale, il vantaggio monetario per l’organizzazione, la redditività degli affari in questione. Dalle sigarette alla droga, i traffici illegali hanno consentito alle mafie una feconda sprovincializzazione degli affari, riuscendo a creare «ponti» con altre organizzazioni criminali, inizialmente italiane, poi straniere.
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7. Sembra evidente, nonostante le dovute differenze, che in linea generale il rapporto tra immigrati e camorre è un rapporto di subordinazione dei primi alle seconde; una subordinazione talvolta più evidente, come nel caso dei clan casalesi, talaltro meno pronunciata come nel caso dei clan napoletani. Lo spazio di azione nel mondo criminale concesso agli stranieri dai mafiosi non è amplissimo. Non si può parlare di piena autonomia, ma piuttosto di una libertà vigilata, caratterizzata da un controllo a vista dei campani sugli immigrati. Ma quali immigrati? Come si è visto, distinguere gli immigrati coinvolti in reti criminali dagli immigrati parte di organizzazioni criminali appare di fondamentale importanza per comprendere i loro rapporti con i mafiosi napoletani e campani. Rapporti in ogni caso di sottomissione-collaborazione. Gli immigrati occupano posti che gli italiani non occupano più, nei gradini più bassi dei mercati, come spacciatori e prostitute, oppure, se membri di organizzazioni criminali etniche, sono obbligati a stare alle regole dei criminali ospitanti. Dunque, anche nel campo illegale e criminale gli immigrati fanno lavori che gli italiani non fanno più.
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LA SPUGNA MILANO NON TIENE PIÙ ACQUA
di Piero COLAPRICO
Il meccanismo di accoglienza messo in piedi nel capoluogo lombardo sta entrando in crisi. I migranti non sono più di passaggio e i posti per accoglierli scarseggiano. Le follie burocratiche e i silenzi della politica. La storia di Mustafà.
I
1. L «MODELLO MILANO» È DIVENTATO UN marchio di fabbrica. Lo si è applicato all’antimafia che, con le interdittive della prefettura, è riuscita a proibire a una settantina di aziende legate alla criminalità organizzata di lavorare nella zona dell’Expo 2015. Di «modello Milano» hanno parlato alle recentissime elezioni del sindaco tanto il centro-destra che il centro-sinistra. E anche il cardinal Angelo Scola, in nome della solidarietà e della carità e della moschea da erigere, usa parlarne spesso. Non poteva dunque mancare un «modello Milano» per il tema dell’immigrazione, dei profughi, dei richiedenti asilo: e va detto che, con grande fatica e grande impegno, il marchio di fabbrica ha funzionato sino al 2015. Ma in che cosa consiste questo modello? In estrema sintesi, il Comune «non si è messo di traverso» alle soluzioni possibili e, soprattutto nella zona della stazione Centrale, ha organizzato in proprio alcuni hub per il pronto intervento. Amministrazione pubblica e associazioni laiche e cattoliche, cooperative, Croce Rossa, prefettura, forze di polizia si sono in qualche modo «guardate negli occhi» e chi poteva – praticamente tutti – s’è dato da fare. Non che andassero d’amore e d’accordo e non ci fossero contrasti seri, ma le polemiche e le frizioni sono rimaste sottotraccia. Oggi, invece, più di qualcosa è cambiato in peggio e il modello sembra entrare in crisi. Circola dovunque una metafora, di cui non si conosce la paternità ma se ne condivide l’efficacia: «Milano è come una spugna zuppa d’acqua che non raccoglie più». E se non raccoglie Milano, vuol dire che il resto d’Italia deve cominciare a tremare. La sintesi estrema di quello che sta accadendo oggi passa attraverso le storie di due neonati, la siriana Suraya e il somalo Mohammed. Ma occorre un piccolo passo indietro.
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2. Come Milano è lo stranoto crocevia europeo del traffico di droga, così lo è per la rotta Sud-Nord delle persone. Il ministero dell’Interno può millantare quanto vuole di frontiere controllate, ma in realtà per molto tempo sono arrivate a Milano persone (a migliaia) che nessuno aveva fotosegnalato, censito, individuato. Fantasmi anagrafici. Con bambini, a volte. Con bisogni gravi, non raramente. Con la fatica accumulata nelle lunghe peregrinazioni per superare deserti e Mediterraneo e salire al Nord. Nell’unica «onnipoli» italiana, la città dove c’è tutto, per consolidata tradizione non manca il volontariato. Numerose associazioni, ma anche singoli cittadini, hanno portato per mesi e mesi a queste persone, da dovunque venissero e quanti fossero, da mangiare, da bere, da vestire. Esiste anche un’associazione di «computer senza frontiere» che organizza postazioni volanti per poter comunicare via Internet con i parenti lontani: nel buio della notte, a volte, accanto alle persone che dormono anche per terra, sotto i balconi, lungo il Naviglio Martesana, nei giardini pubblici – la mappa degli accampati è vasta e sfuggente – si leva una luce lattescente ed è uno «smanettone» che aiuta un giovane del Togo a dire ai suoi che è vivo e che si trova a Milano. L’accudimento a 360 gradi è avvenuto sotto gli occhi delle autorità amministrative e investigative. Ma cosa intendiamo esattamente per «sotto gli occhi»? Come funzionava lo schema milanese? Semplicemente così: gli occhi restavano aperti per intercettare possibili criminali mescolati alle folle (zero, per quanto se ne sa) e si socchiudevano, o si chiudevano, rispetto alle procedure nazionali e internazionali. Il «modello Milano» sugli immigrati, perfezionato dall’assessore all’Assistenza Pierfrancesco Majorino e sostenuto dall’allora sindaco Giuliano Pisapia, prevedeva – anche se lo smentiscono in tanti è così – un’accoglienza cittadina rapida e sicura, molto operativa, in modo da fare fronte a tutto il possibile. Con i soldi dello Stato, il Comune ha trovato interpreti e posti letto in modo da far funzionare la complessa macchina di protezione del profugo, del migrante, del richiedente asilo. Nello stesso tempo, si teneva in considerazione un altro dato di fatto, incontrovertibile e umanissimo: i siriani e i somali, ma anche altri, non volevano affatto restare a Milano e in Italia. A fare che? Molti di loro erano qui di passaggio, perché diretti a casa dei loro amici e parenti già immigrati in Svezia, Germania, Inghilterra. Quindi – domanda sacrosanta – perché identificarli a ogni costo, considerando che l’identificazione obbliga lo Stato (Trattato di Dublino) a tenersi chi viene fotosegnalato? Perché non lasciarli passare? In base a questo criterio, il profugo che nella notte cercava un materasso e un panino a Milano due giorni dopo poteva già trovarsi ad Amburgo. Per essere chiari e non omissivi, non si può infatti dire che Vienna abbia totalmente torto, quando insiste per poter mandare i suoi poliziotti alla stazione Centrale di Milano, in modo da perquisire e controllare, d’accordo con i nostri, tutti i treni per il Brennero. Né si può puntare il dito contro la vicina Svizzera delle banche e della neutralità, che temendo i contraccolpi inarrestabili degli sbarchi e delle migrazio-
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ni verso il Nord Europa, ha organizzato, da meno di un anno, i Girp. Questa task force ha compiti altisonanti, come la raccolta di dati a largo raggio e lo scambio di informazioni con Italia e Germania, ma gli «operativi» del Gruppo interforze per la repressione dei passatori in realtà verificano anche se qualche migrante beccato in gita a Lugano abbia in tasca uno scontrino italiano: se sì, lo rimanda indietro in Lombardia senza tanti complimenti. È la stessa città di Milano, insomma, che sino al 2015 oltre a dare asilo e aiuto con grandi e innegabili generosità ed efficienza aveva assunto anche la forma di uno hub. O, se vogliamo, la capitale del Nord italiano era diventata una delle sliding doors del corridoio umanitario ritenuto da alcuni sempre più indispensabile per gestire ciò che solo un surrealista può chiamare emergenza: sono anni e anni che quest’emergenza immigrazione esiste, è un fenomeno strutturale. Quello che manca – il tema è di ampia discussione nel mondo – sono le risposte e le decisioni dei leader politici: specie di chi, pur avendo idea di come stia la faccenda, ha deciso che è più redditizio parlare alla pancia dei popoli. 3. Che cosa dunque, in quest’estate 2016, ha messo il «modello Milano» con le spalle al muro ed evidenziato la probabilità di un pesante fallimento? Lasciando sullo sfondo i temi politici dell’Europa che si unisce «un po’ di più» per banche e antiterrorismo e si disunisce «un po’ di più» sul tema dei migranti, c’è un nuovo fattore, molto concreto, che non era stato calcolato. E non sono i flussi migratori dal Sud, per il momento in linea con il 2014 e 2015. Questa volta sono i comportamenti del resto del Nord a mettere la Milano-hub in ginocchio. La Francia ha chiuso Ventimiglia con l’esercito e vede a Calais una gigantesca bidonville sorgere dirimpetto a un’Inghilterra che a sua volta ha votato il Brexit. L’Austria, dove la destra ha vinto le elezioni anche sul tema della xenofobia, ha dichiarato in tutti i modi che il sogno del Grande Tirolo, molto sentito dalle popolazioni italiane e austriache da Bolzano a Innsbruck, va per lo meno sospeso e che la frontiera con l’Italia va chiusa. A est, verso l’ex Jugoslavia, chi mai vuole andare? Nessuno. Quindi, la «spugna non prende più acqua perché è inzuppata». Inzuppata non di acqua, non dei «liquidi» cari al sociologo Zygmunt Bauman, ma di persone: carne e sangue, sentimenti e speranze, occhi e tubi digerenti. Nei primi giorni di luglio Milano, che aveva in qualche modo dimenticato profughi e migranti, se li è ritrovati all’improvviso accampati mentre partiva per il week-end. Persino la scultura della Mela reintegrata, undici tonnellate di peso, otto metri di altezza, sette di diametro, candida e monumentale, offriva una grande ombra ai tanti uomini di pelle scura accampati sotto «il morso» creato dall’artista (mai tanto citato dai giornali) Michelangelo Pistoletto. Ai quotidiani arrivano le lettere di protesta di chi vede i profughi stesi tra l’erba, con le coperte termiche lucide, come carta di caramella, e gli addetti dell’Amsa correre per raccogliere la loro immondizia. Comitati di cittadini spuntano dovunque. E, per continuare il discorso del Nord, non pochi Comuni, a guida leghista o di centro-destra, si fanno sotto solo per affermare: «Non vogliamo profughi nel nostro territorio».
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Ma il clamore milanese arriva lungo i 1.770 chilometri di coste libiche? In un paese ancora dilaniato e non del tutto sotto il controllo di governi legittimi, dalle insenature al confine con l’Egitto al golfo di Tobruk, alle sponde sabbiose di Misurata, i barconi sono sempre pronti a partire. I trafficanti di uomini forse non vogliono, come ipotizzano alcuni dietrologi, destabilizzare l’Europa facendola invadere da poveri africani, ma più semplicemente garantirsi il pagamento dei 2-3 mila euro che costa il viaggio clandestino. Dall’altra parte del Mediterraneo, ci sono la Marina militare, ma anche privati, a cercare di impedire i naufragi. 4. L’avanzata è dunque continua: «C’è un intero continente che spinge», si sente dire all’ufficio stranieri della questura, e tra i tanti nuovi emersi dal dimenticatoio torniamo – per comprendere la crisi del «modello Milano» – al piccolo Mohammed, tre chili, nato all’ospedale Buzzi. Mamma Aisha e papà Airdus, somali, avevano attraversato il deserto ed erano passati dall’Egitto per aspettare un barcone diretto a Lampedusa. Pronti, via. Nell’isola siciliana, erano sfuggiti ai controlli e s’erano messi a percorrere da soli la penisola, raggiungendo il Brennero, tappa essenziale per – questa la meta dichiarata – «Francoforte o Berlino». Invece a Vipiteno, dove i controlli sono più rigidi, la coppia è stata beccata e respinta. Respinta: ma per andare dove? Quale città li prende? Dove finiscono i respinti alle frontiere? Sapevano che c’era una città funzionante. Il nome di Milano corre su tutti i cellulari. Ed ecco arrivare alla stazione Centrale i due futuri coniugi: prima sono stati presi in carico dalla Fondazione Arca, vicina a Comunione e liberazione. Si sono confusi con i circa 2.900 africani espatriati che circolano in città. E poi, quando Mohammed è nato, l’intera famiglia s’è trasferita a Casa Suraya, una struttura che vengono a visitare da mezza Europa per la sua efficienza. Anche Suraya, che dà il nome a questa casa della cooperativa Farsi Prossimo (Caritas), è una bambina. Anche lei nata a Milano, da genitori siriani. Era il maggio 2014: la madre aveva il pancione e, siccome voleva raggiungere in Svezia il fratello, mostrava sullo schermo del telefonino deliziose immagini di casette color bordeaux e prati verdi, di un salotto pulito e della piazza scura di un paese nordico. «Me le ha spedite mio fratello», ripeteva, ma Annamaria Lodi, presidente di Farsi Prossimo, la convinse a farsi visitare: consiglio giusto, la bimba rischiava di andare in sofferenza, la sua famiglia dunque interrompe il viaggio e Suraya diventa la prima profuga siriana nata in città. Ma ci resta? No, ora è in Svezia, la madre ha mandato molto tempo fa le foto, hanno fatto richiesta d’asilo a Stoccolma. Invece, Airdus, il fresco papà di Mohammed, che dice? «A questo punto restiamo a Milano, è impensabile un altro tentativo di varcare la frontiera, chiederemo asilo all’Italia».
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5. Questo è il senso del cambiamento. Le famiglie passavano e andavano, adesso restano in una città che fa sempre più fatica a trovare spazio: «i centri in
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Sicilia, in Puglia, sono al collasso, quindi anche loro lasciano andare via qualcuno», ci spiega un operatore. «Ne arrivano tanti», prosegue, «che hanno già in mano un bigliettino, con l’indirizzo di un nostro centro, qui credono di trovare sempre posto, ma posti liberi non ce ne sono più». Infatti, una caserma dell’Aeronautica verso Peschiera Borromeo, alcuni padiglioni dell’ospedale militare del quartiere di Baggio – rimasti deserti da quando la leva non è più obbligatoria – e alcune ex scuole, soprattutto l’ex campo base dei lavoratori Expo sono diventati un’estrema valvola di sfogo. Sul campo base, abbiamo un’esperienza diretta. Ci abbiamo dormito, con gli operai che costruivano i padiglioni, per due giorni: container con letto singolo, doccia, bagno, aria condizionata. Perfetti. Il prefetto Sandro Marangoni, di sua iniziativa, vi aveva già fatto arrivare a giugno un gruppo di 70 stranieri, il governo centrale aveva tuonato, i 70 erano stati riportati a Milano. Domanda ai pochi operai rimasti: la convivenza aveva dato problemi? «Macché, manco li abbiamo visti, se non a mensa». Le contestazioni a Rho e dovunque, innescate spesso dalla Lega, continuano a salire, ma anche il governo ha dovuto ammettere che il campo base degli operai Expo, ormai vuoto, poteva servire a sistemare le persone che nei centri milanesi non ci stanno più. Non ci sono brande per tutti, chi non resta al coperto si sistema sotto gli alberi. Ancora una volta, a Milano s’è mossa una grande macchina umana per portare cibo e abiti. Un consiglio dei volontari serve a capire chi si aiuta: «Portate abiti di taglia piccola, sono tutti magri», questi eritrei, sudanesi, centrafricani, che non possiedono nemmeno un sacchetto di plastica. E che, talvolta, non reggono la tensione: gli avevano detto che a Milano sarebbero stati accolti e rifocillati – la loro credulità appare disarmante – e si ritrovano sull’asfalto bollente. Se tutti oggi però parlano, o strillano, dei nuovi arrivi e – per usare un’espressione del viceministro greco all’Immigrazione Ioannis Mouzalas – dei «magazzini di anime» che si aprono in città, nessuno osa affrontare ufficialmente, e realisticamente, la questione dei «vecchi» arrivi. È questo, visto dalle strade del capoluogo lombardo, un tema con aspetti di follia burocratica e di ottusità maniacale. Di più: è un tema che, come un vulcano, sembra pronto a esplodere con forza dirompente. Prendiamo ad esempio le sorti di Mustafà, che sta – come altre centinaia – sotto le tende della Croce Rossa di Bresso, la quale è in attesa di piazzare i container e intanto, per far fronte all’emergenza (davvero surreale chiamarla così), ha dato un tetto di plastica ai migranti che richiedono asilo. Questa struttura di nove ettari è il luogo dove il ministero dell’Interno fa arrivare tutti gli autobus dei migranti che saranno smistati in Lombardia. Qui arrivano i bus dal Sud, poi arrivano i bus delle varie prefetture lombarde: ciascuno si prende i suoi e cerca di sistemarli. Mustafà nel novembre 2014 è arrivato dal Pakistan. Da allora è rimasto «fermo» sotto la tenda, come indirizzo, ma ha seguito un corso da imbianchino e uno da muratore, mostra orgoglioso gli attestati con un largo sorriso. Ha un’evi-
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dente voglia di lavorare. Ma solo a fine luglio, e cioè un anno e mezzo dopo l’arrivo in Italia, Mustafà affronterà per la prima volta il giudice: per il giudizio di primo grado sulla sua possibile permanenza in Italia o meno. La trafila è questa. Mustafà arriva, gli si dà un modulo per la domanda come richiedente e un permesso di soggiorno. Poi la sua domanda viene formalizzata e va presentata alla commissione prefettizia. E si aspetta: quanto? «Oggi circa un anno, anche di più», dice l’avvocato Alberto Guarisio, del direttivo nazionale dell’Asgi, Associazione studi giuridici sull’immigrazione. Da qualche tempo, visto il caos, ciascuno dei quattro membri della commissione può ascoltare da solo il rifugiato, ma la decisione resta collegiale. La commissione può attribuire la qualifica di rifugiato politico; concedere una «protezione sussidiaria»; o, solo in Italia, far restare un profugo in base a un permesso umanitario. 6. Lasciamo un attimo Mustafà, la sua attesa di un sì o un no e le sue carte. Milano, sulla protezione umanitaria, ha già emesso due sentenze che fanno molto discutere e, prima o poi, arriveranno in Cassazione. Qui il permesso umanitario è stato concesso a un giovane perché omosessuale, dopo che il suo avvocato ha documentato i rischi che avrebbe corso nel suo paese. Ma anche a un affamato. Lo ha stabilito la sentenza di un giudice, Federico Salmeri, il quale l’ha emessa su ricorso di un giovane del Gambia, difeso dall’avvocato Manuela Mauro: il giovane ha imbrogliato un po’ sul suo passato, s’è finto attivista del partito Udp, ha raccontato di rischiare l’arresto ed è stato smentito grazie a una breve indagine. Però, in base alle carte dei diritti dell’uomo che l’Italia ha approvato e in base al «diritto fondamentale di ogni individuo alla libertà dalla fame», il giudice Salmeri ha detto ugualmente sì. E stabilito che l’Italia può concedere al giovane la protezione umanitaria, poiché «le fonti più accreditate indicano che la regione di appartenenza del ricorrente è caratterizzata da gravi e oggettive difficoltà economiche, di diffusa povertà e di limitato accesso per la maggior parte della popolazione ai più elementari diritti inviolabili della persona». Il palazzo di Giustizia di Milano sta dunque diventando molto attivo su questo fronte. La protezione umanitaria, insomma, può diventare uno scudo. Per tutti?
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7. Nell’attesa di conoscere il suo destino, Mustafà sa – glielo si dice ogni volta – che lo Stato italiano spende per lui 35 euro al giorno, compresi i soldi (pocket money) che dà a ciascun migrante: e cioè 2 euro e 50 al giorno. Per noi una cifra ridicola, per alcuni una piccola fortuna. Un operatore s’è sentito fare questa richiesta: «Da noi la scuola è a pagamento, mi anticipi i soldi di un mese?». «Ma a che ti servono se sei qua?». «A iscrivere a scuola mia sorella». Breve consulto, poi è stato deciso di dirgli di sì, ma a un patto: «Non dirlo a nessuno, se no me lo chiedono tutti». Il giovane ha mantenuto la parola. C’è chi con 60 euro mensili che risparmia riesce a mantenere la famiglia: e sa che tornare indietro è fallire.
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Anche Mustafà ha dunque mandato i soldi a casa e, quando la commissione prefettizia gli ha detto no, dopo un giorno di pianto, ha pensato che non poteva perdere la speranza. Torniamo dunque al funzionamento del meccanismo burocratico: la questura convoca Mustafà, gli notifica il decreto di espulsione e gli ritira il permesso di soggiorno. Adesso Mustafà ha trenta giorni di tempo per il ricorso e Milano ha una buona schiera di legali che grazie al «gratuito patrocinio» difendono lui e gli altri ricorrenti. Il pakistano deposita dunque il ricorso in tribunale, con il timbro apposto dalle cancellerie del palazzo di corso di Porta Vittoria chiede un appuntamento in questura: a che serve? A rifare il permesso di soggiorno appena ritirato, che ha una durata di sei mesi, rinnovabili. L’avvocato frattanto si mette in moto e attende di avere l’appuntamento dal tribunale. Prima c’era una sola sezione, adesso Milano smaltisce le pratiche attraverso tutte le sezioni. I mesi scorrono, Mustafà deve rinnovare il permesso di soggiorno e aspettare. Quanto tempo ha perso la polizia con lui e per lui e con tutte queste carte? Quanti documenti sono stati compilati, stracciati, rifatti? Ha senso questo «va e vieni»? Non sarebbe meglio che i poliziotti stessero in strada e che queste pratiche fossero smaltite o per lo meno snellite grazie a impiegati esperti di anagrafe? Non c’è risposta. Si continua a perdere tutto questo tempo nello stesso modo da anni, grazie alla datatissima legge Bossi-Fini. Comunque sia, se l’esito del ricorso è positivo, Mustafà paga un bollettino di 47 euro, più marca da bollo da 16 euro, viene fotosegnalato un’altra volta non più come richiedente asilo ma come asilante. Il documento gli arriverà da Napoli, stampato dalla Zecca dello Stato. È entrato nel circuito Sprar, che dà assistenza. Mettiamo, invece, che a Mustafà vada tutto male. Gli dice no la commissione, no il primo grado, no l’appello: è un «diniegato», ha cioè avuto il diniego, non ha più titolo per ricevere l’assistenza. Se non ha titolo per restare in Italia, dunque è fuori dall’Italia? Macché. Mustafà, e migliaia come lui, escono dal circuito dell’assistenza e girano per le strade di Milano. Vanno a mangiare alle mense delle suore, chiedono la carità, lavano i vetri, entrano nei cantieri, vengono sfruttati dal circuito del lavoro nero e della malavita che ha sempre bisogno di manovalanza. Nessuno li rimanda indietro: ufficialmente sì, praticamente no. Per esempio, non ci sono accordi con il Sudan o il Togo, quindi i rimpatri non possono avvenire. Alessandro Manzoni, che a Milano resta molto letto e amato, parlava del «guazzabuglio» del cuore umano. Da questo guazzabuglio forse è nato il «modello Milano», ma quanto può reggere?
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COSÌ SI MOBILITA LA CHIESA ITALIANA
di Gianni VALENTE
Papa Francesco ha sollecitato le strutture ecclesiastiche del nostro paese ad aprirsi all’accoglienza dei migranti. Successi e limiti di questo approccio. La disponibilità del Nord e le renitenze di Roma e del Sud. Origini e radici spirituali dell’apertura cattolica.
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ER L’ITALIA PROTESA NEL MARE COME
un pontile, l’impatto con la marea di uomini e donne che oggi sale dal Sud e dall’Oriente è come un destino. E anche oggi, questo destino incrocia e si fonde col vincolo viscerale che unisce la vicenda italiana a quella della Chiesa cattolica. Nel tempo delle fughe di massa dalle guerre e dalle povertà, dei barconi affondati, dei campi profughi e delle ronde anti-straniero, papa Francesco ha assunto i fenomeni migratori tra le priorità e le emergenze richiamate con maggiore insistenza dal suo magistero. Ha voluto ricalibrare proprio intorno all’emergenza immigrazione la sua interazione con il continente europeo, ma anche il suo rapporto con la politica italiana e con la Chiesa che è in Italia. Il papa figlio di migranti, preso «quasi alla fine del mondo», ha compiuto a Lampedusa il suo primo viaggio-simbolo fuori Roma. Si è spinto col patriarca ecumenico Bartolomeo e con l’arcivescovo greco ortodosso di Atene fino ai campi profughi sorti sull’isola di Lesbo. Visitando il Centro Astalli, sede italiana del servizio dei gesuiti a favore dei rifugiati, già nel settembre 2013, a pochi mesi dalla sua elezione, aveva invitato gli ordini religiosi a aprire con coraggio a chi ha bisogno le proprie strutture svuotate dalla crisi delle vocazioni, perché «i conventi vuoti non servono alla Chiesa per trasformarli in alberghi e guadagnare i soldi. I conventi vuoti non sono vostri, sono per la carne di Cristo che sono i rifugiati» 1. Poi, all’Angelus del 6 settembre 2015, davanti «alla tragedia di decine di migliaia di profughi che fuggono dalla morte per la guerra e per la fame, e sono in cammino verso una speranza di vita», ha chiesto «alle parrocchie, alle comunità religiose, ai monasteri e ai santuari di tutta Europa» di espri1. Discorso di papa Francesco durante la visita al Centro Astalli» di Roma per il servizio ai rifugiati, 10/9/2013.
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mere la concretezza del Vangelo accogliendo una famiglia di profughi, «incominciando dalla mia diocesi di Roma» 2. La rete di iniziative e opere ecclesiali messe in campo sul fronte dell’accoglienza a immigrati e rifugiati non è solo un termometro per misurare la ricezione della Chiesa italiana davanti alla pro-vocazione di papa Francesco. Attraverso di essa, il «cattolicesimo profondo» italiano manifesta la sua ordinaria consistenza, davanti ai processi che investono e frantumano il tessuto sociale italiano. E soprattutto, contribuisce a contemperare con tratti propri la «via» nazionale all’emergenza immigrazione.
Lombardia accogliente, Roma indolente La partecipazione diretta della rete ecclesiale italiana all’accoglienza e ai processi di integrazione dei migranti e dei rifugiati è un fenomeno impossibile da censire nella sua totalità. Comunità e movimenti, famiglie e singoli individui mettono in atto su tutto il territorio iniziative non «registrate», che sfuggono a ogni conteggio centrale. Ma anche gli aggiornamenti sui dati ufficiali, forniti dalla Caritas e dalla Fondazione Migrantes (l’organismo della Conferenza episcopale italiana per l’assistenza e la cura pastorale dei migranti, italiani e stranieri) offrono informazioni e criteri per cogliere il contributo ecclesiale alla gestione della pressione migratoria. Se si prende come punto di riferimento temporale l’appello del papa per aprire le parrocchie ai rifugiati (settembre 2015), i dati pubblicati da Migrantes attestano che in quel momento le diocesi su tutto il territorio nazionale erano impegnate nell’accoglienza di 23 mila persone, soprattutto attraverso il coinvolgimento nella gestione delle strutture di prima accoglienza temporanea (Cas, Centri di accoglienza straordinaria) e di seconda accoglienza, che fanno capo al Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar). Da quel momento a oggi, i vescovi italiani hanno predisposto un vademecum con criteri e modalità concrete per realizzare nelle diocesi, nelle parrocchie e nelle comunità l’accoglienza sollecitata anche dal papa. Si è assistito a un grande movimento solidale che però, in diversi casi, fatica a tradursi sul piano dei numeri. E dove il fenomeno nuovo più rilevante è quello del passaggio dei migranti e dei rifugiati dalle strutture di prima accoglienza (Cas) alla rete diffusa e capillare delle parrocchie, per circa 4.600 persone. I dati ufficiali più recenti, aggiornati al 1° giugno 2016, indicano che il numero complessivo degli accolti da strutture ecclesiali è di 23.201 individui, pari a più di un quinto delle persone (circa 123 mila) assistite dall’intero sistema di accoglienza italiano. Di esse, più di 14 mila (62%) sono ospitate nelle 714 strutture ecclesiali di prima accoglienza, quasi 4 mila (17%) nelle 257 strutture impegnate nella seconda accoglienza, quasi 4.600 (20%) sono state accolte in 473 parrocchie
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2. Papa Francesco, Angelus di domenica 6/9/2015.
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e più di 330 (2%) nelle 159 famiglie resesi disponibili a rispondere all’appello di papa Francesco. Le risorse per l’accoglienza di questa moltitudine umana arrivano per un quarto (circa 50 milioni di euro all’anno) dalle libere offerte dei fedeli, alleggerendo di tale importo la spesa per l’accoglienza che altrimenti graverebbe in toto sul bilancio statale. La distribuzione territoriale delle accoglienze nelle strutture ecclesiali fa registrare un evidente sbilanciamento a favore del Nord, dove diocesi, parrocchie e comunità assistono circa il 55% delle persone accolte, a fronte del 15% accolto dalle realtà ecclesiali del Centro Italia e del circa 30% che ha trovato accoglienza nelle strutture ecclesiali del Sud e delle isole. Tra le singole regioni, il tessuto ecclesiale quantitativamente più ricettivo risulta essere quello lombardo, con quasi 6 mila accoglienze, seguito dalle regioni del Triveneto (quasi 3 mila accolti). Nel Sud e nelle isole, più di 2 mila persone risultano essere state accolte dalle strutture ecclesiali della Sicilia e più di 1.700 da quelle della Calabria. Ai dati forniti da Migrantes vanno aggiunti quelli relativi a programmi e iniziative di accoglienza gestiti da singoli organismi, movimenti o associazioni, come il progetto «Protetto. Rifugiato a casa mia», attivato dalla Caritas italiana, che coinvolge parrocchie, istituti religiosi e famiglie sparsi in 72 diocesi, e finora ha accolto circa 400 persone, compresi 42 nuclei familiari. Un caso a parte sembra rappresentato da Roma, sede di un impressionante patrimonio immobiliare gestito dal Vaticano e da ordini e congregazioni religiose. Dopo i suggerimenti di papa Francesco, nella città di cui lui è vescovo solo 91 nuovi richiedenti asilo sono stati accolti in prima e seconda accoglienza nelle parrocchie e nelle case religiose, in convenzione con la prefettura dell’urbe. Con le iniziative di ulteriore accoglienza prese «fuori rete» da singole parrocchie e istituti religiosi si raggiunge un dato numerico non superiore alle trecento unità, che non appare comunque commisurato alle potenzialità di ricezione delle istituzioni cattoliche disseminate nella città eterna. Alla luce degli appelli di papa Francesco, i dati dell’accoglienza di migranti, rifugiati e richiedenti asilo da parte delle reti ecclesiali italiane si sottraggono a letture preconfezionate, sia trionfaliste che disfattiste. L’accoglienza dei rifugiati non è ancora diventata una dimensione della vita ordinaria del tessuto parrocchiale. Ma risultano fuorvianti anche gli spot ideologici su presunti fenomeni di rigetto delle parrocchie e delle diocesi italiane rispetto alla sollecitudine papale pro-immigrati. Con tutti i suoi limiti e le sue falle locali, la rete ecclesiale italiana appare coinvolta in un processo di progressiva espansione delle risorse umane e materiali offerte all’accoglienza del flusso umano di immigrati in fuga da guerre, violenze e povertà. «L’accoglienza messa in atto dalla Chiesa italiana ha la caratteristica di una qualità diffusa, capillare, non rigida e non obbligante, costruita sul territorio, consultandosi di continuo per cercare le soluzioni più adatte rispetto a persone concrete e a problemi diversi, in una realtà in continuo movimento. È un processo reale, che si sviluppa nel tempo e richiede tempo», rimarca don Gian Carlo Perego, direttore generale di Migrantes. E oltre ai dati quanti-
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tativi sulle persone accolte dalle strutture della Chiesa, proprio l’esperienza maturata sul campo dagli operatori ecclesiali nell’affrontare le emergenze migratorie rappresenta una risorsa preziosa, messa a disposizione anche delle istituzioni civili e dei decisori pubblici.
Un know-how di cui approfittare
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Il Rapporto Immigrazione 2016, presentato a Roma da Migrantes e Caritas lo scorso 5 luglio, è il venticinquesimo della serie. Segno che gli operatori ecclesiali e pastorali impegnati sul fronte dei problemi e delle emergenze legate ai flussi migratori monitorano il fenomeno con il passo dei tempi lunghi, l’unico con cui si possono davvero seguire i processi storici, attenti a cogliere tutti i fattori in gioco: guerre, carestie, influenza dei traffici e delle connessioni criminali, corruzione delle leadership politiche, settarismi identitari, meccanismi economici predatori, dislocazioni di ricchezze e di cicli produttivi, devastazioni ambientali. Le esperienze, i dati e le riflessioni prodotti dalle realtà ecclesiali più coinvolte dal fenomeno dei flussi migratori configurano una rete di competenze senza pari. La Fondazione Migrantes ogni anno gestisce anche corsi di preparazione per direttori di strutture e operatori pastorali delle diocesi, con percorsi finalizzati a diffondere capillarmente nelle comunità i dati di realtà e gli approcci consigliati davanti alle emergenze legate all’immigrazione. Lo stesso radicamento nei territori e l’immanenza alle dinamiche reali della vita sociale che favorisce un approccio concreto e flessibile: «Vivendo i fenomeni da dentro», fa notare il gesuita Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli, «si coglie che il fattore migratorio soprattutto in questo tempo è un dato strutturale delle società. Combatterlo non ha senso. E proprio l’ancoraggio ai contesti concreti consente una percezione corretta delle cose. Quando nelle periferie esplodono conflitti tra immigrati e persone del luogo, la parrocchia lo percepisce dall’interno, come parte in causa. E può suggerire soluzioni per provare a sciogliere i nodi, anche agli apparati istituzionali e politici». In virtù di tale sguardo «dall’interno», e non di posizioni preconcette, il Centro Astalli e le altre componenti ecclesiali più avvertite denunciano il disastro dell’agenda europea sull’immigrazione. E riescono a indicare in anticipo i punti di caduta futuri delle emergenze di oggi, suggerendo soluzioni. «L’attenzione pubblica», nota Ripamonti, «continua a essere dirottata sugli arrivi e sull’accoglienza, quando ormai è chiaro che la vera emergenza è quella della integrazione. Cercare percorsi per accompagnare l’inserimento di chi arriva nella rete di rapporti sociali e comunitari, per uscire gradualmente dall’assistenza e aiutarli a procedere verso una condizione di autonomia dal punto di vista abitativo e lavorativo. Evitando i ghetti, e le situazioni in cui l’integrazione mancata accumula riserve di disagio e rancore». Da questa riflessione prende vita il progetto Comunità di ospitalità, ideato dal Centro Astalli, che al momento coinvolge 25 istituti religiosi maschili e femminili, in cui sono ospitati 90 rifugiati che, dopo la fase della prima accoglienza, hanno intrapreso un percorso di integrazione volto alla completa autonomia.
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Nei prossimi mesi, gli operatori ecclesiali prevedono che un’emergenza sarà rappresentata dalla massa dei «diniegati», coloro che si vedranno negato lo status di rifugiato: «Saranno presto 40 mila», rimarca Perego, «e occorre aprire presto la possibilità di un permesso di soggiorno umanitario anche per loro. Perché la situazione di irregolarità di una simile moltitudine genererebbe fatalmente sacche di sfruttamento e insicurezza sociale. E ripartire dalla legalità è fondamentale, sia per chi potrà fermarsi in Italia, sia per chi dovrà rientrare nel proprio paese». L’impegno degli operatori pastorali impegnati sul fronte dell’emergenza immigrati e rifugiati, carico di passione evangelica, appare proprio per questo alieno da retoriche «buoniste», autocompiaciute. La formula «aiutiamo gli stranieri a casa loro», sventolata da tutte le propagande anti-immigrazione, ha trovato finora l’unica concreta attuazione nella campagna Milleprogetti promossa da Caritas, Fondazione Missio e Federazione organismi cristiani di servizio internazionale volontario (Focsiv) nell’anno giubilare della misericordia: mille microprogetti di lavoro, sostenuti dalle comunità ecclesiali italiane per difendere in Africa e in Medio Oriente il «diritto a rimanere nella propria terra» e non essere costretti a lasciarla per sopravvivere, rischiando di morire nei viaggi organizzati dai mercanti di carne umana. Il know how ecclesiale sull’accoglienza e l’integrazione di chi cerca rifugio e lavoro in Italia appare una risorsa messa a disposizione dell’intera società italiana. Ma è un regalo che non tutti gradiscono.
Se la fobia ‘sfonda’ anche in parrocchia A inizio maggio, a Piacenza, i militanti del Veneto Fronte Skinheads hanno ripreso i blitz intimidatori con cui già negli ultimi mesi del 2015 avevano preso di mira più di dieci sedi Caritas del Nord. Divenute bersaglio delle loro azioni notturne perche «in nome di un ipocrita umanitarismo di facciata ed un falso filantropismo» – si legge nei loro proclami deliranti – propongono «un pericolosissimo modello di integrazione volto solo ed esclusivamente a ridurre i popoli in una poltiglia indifferenziata». Le intimidazioni degli skinheads rappresentano un fenomeno estremo e circoscritto. Ma anch’esse a modo loro confermano che la questione immigrazione è la faglia fragile e delicata lungo cui in Italia si vanno ridefinendo anche i rapporti tra società, politica e Chiesa. Con esiti ambivalenti e in continuo movimento. Le sinergie messe in atto tra istituzioni civili ed ecclesiali nell’affrontare l’emergenza immigrazione superano di fatto l’approccio prevalente nei lustri scorsi, quando la leadership ecclesiale a torto o a ragione identificata con il cardinale Camillo Ruini nel rapporto con le istanze politiche e governative sembrava intenta più che altro a rivendicare e contrattare tutele come il sostegno alle scuole cattoliche e le esenzioni fiscali per gli enti religiosi. La presenza concreta delle realtà ecclesiali sul fronte emergenziale condiviso dei flussi migratori manifesta in for-
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ma poco contestabile il contributo positivo offerto dal tessuto ecclesiale italiano al bene comune della civitas, spegnendo i sospetti alimentati da affarismi e carrierismi di marca clericale. Nel contempo, i soggetti ecclesiali più coinvolti nell’accoglienza agli immigrati diventano bersaglio preferito delle propagande identitarie – dalla versione estremista xenofoba a quella leghista, dal complottismo anti-mondialista alla polemica anti-bergogliana di matrice neoconservatrice o islamofobica – disposte a tollerare o addirittura a esaltare la Chiesa solo come depositaria di una sempre più fantomatica «religione civile» nazionale. Il tratto dell’ambivalenza segna anche il rapporto tra l’azione ecclesiale sul terreno dell’emergenza immigrazione e gli umori collettivi – più o meno viscerali, più o meno indotti ad arte – che si registrano nel paese riguardo agli immigrati. La capillare presenza territoriale delle opere e dei soggetti ecclesiali coinvolti «corpo a corpo» nell’accoglienza e nell’integrazione degli immigrati gioca un ruolo innegabile ed efficace come antidoto e fattore di contenimento, rispetto alle convulsioni razziste e xenofobe che si avvertono nella società civile. Tra le forze politiche, di fatto solo esponenti della Lega hanno espresso in forme plateali disprezzo e ostilità conclamata contro il linguaggio dell’accoglienza e dell’integrazione usato da soggetti ecclesiali – dal papa fino ai parroci e ai portavoce delle associazioni cattoliche – nei confronti degli immigrati e dei richiedenti asilo. Nel contempo, il «contagio» delle fobie alimentate intorno all’immigrazione investe la stessa comunità ecclesiale: «Gli italiani», fa notare don Gian Carlo Perego, «immaginano gli immigrati come una massa enorme, pari al 30% della popolazione. Questo la dice lunga sul lavoro da fare per correggere la percezione sbagliata, alimentata da chi sparge odio. Ma le statistiche dicono che anche il 50% di chi va a messa ha paura degli immigrati. I cattolici sono immersi nella stessa atmosfera in cui vivono gli altri, sottoposti alle stesse manipolazioni. Le paure che ci sono nella società italiana, ci sono anche nella Chiesa italiana, e intaccano anche l’esperienza di fede. Occorre fare un grosso lavoro anche nei consigli parrocchiali, nelle associazioni, negli oratori, per aiutare tutti a superare la percezione sbagliata che viene imposta da media e politici interessati».
La lunga storia della Chiesa ‘ospedale da campo’
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L’operatività sollecita della rete ecclesiale italiana davanti all’emergenza immigrati è certo favorita e confortata dalla predicazione di papa Francesco. Ma non può essere liquidata a mero allineamento neo-conformista rispetto a nuove «parole d’ordine» ispirate dalla sensibilità privata del pontefice regnante. Quando l’attuale vescovo di Roma invita a riconoscere anche nei profughi e nei rifugiati la «carne di Cristo» e propone l’immagine della Chiesa «ospedale da campo», in realtà si limita a ripetere il dettato del Vangelo e quello che la grande tradizione della Chiesa ha sempre ripetuto nel cammino della storia riguardo alle opere di misericordia corporale. Tali accenti risultano «nuovi» anche perché, durante gli ultimi lustri, nel mainstream del discorso ecclesiale italiano si erano in-
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filtrate polarizzazioni posticce e schizofreniche tra annuncio identitario – delegato alla mobilitazione culturale – e opere sociali e caritatevoli, spesso liquidate in termini spregiativi come «attivismo sociologico» o tollerate solo come espressione del «conservatorismo compassionevole» di ascendenza neo-conservatrice nordatlantica. «Nella Evangelii gaudium, testo programmatico del pontificato», ricorda il gesuita Camillo Ripamonti, «papa Francesco ripropone la sollecitudine sociale non come “ancella” dell’annuncio evangelico, ma come parte essenziale e non facoltativa di tale annuncio. Così il servizio a favore dei rifugiati e degli immigrati viene prospettato come parte integrante del servizio pastorale di tutte le parrocchie. E i rifugiati e gli immigrati non sono solo fruitori di un servizio assistenziale: riconosciuti come la «carne di Cristo», sono coloro che possono farci sperimentare la salvezza annunciata dal Vangelo, come ha indicato il Concilio Vaticano II». Passato il tempo in cui anche la formula dell’«opzione preferenziale per i poveri» era guardata con sospetto e censurata nei pronunciamenti ufficiali vaticani, in Italia le parole di papa Francesco su immigrati e rifugiati non provocano convulsioni plateali di rigetto, come quelle registrate presso alcuni episcopati est-europei. Esse non cadono nel deserto, non attestano un anno zero della Chiesa italiana davanti all’emergenza immigrazione: ridanno piuttosto slancio e visibilità a realtà e sensibilità già operanti nella grande vicenda del cattolicesimo italiano. E riattualizzano parole, sguardi e reti di carità già espressi dai successori di Pietro e da tutto l’ordito ecclesiale italiano davanti ai nuovi esodi di profughi e migranti che hanno scandito l’ultimo secolo. Già ai tempi della prima guerra mondiale papa Benedetto XV aveva istituito la Giornata mondiale per i migranti e i rifugiati, e aveva anche affermato il diritto d’asilo, con decenni di anticipo rispetto ai pronunciamenti analoghi degli organismi internazionali. Negli anni del secondo conflitto mondiale, la Chiesa di Pio XII ha svolto un’opera di soccorso enorme a favore dei dispersi e dei profughi, aprendo anche le ville pontificie a perseguitati e sfollati. Dalla gestione operativa del Piano Marshall all’accoglienza dei boat people vietnamiti, dalla mobilitazione per l’arrivo dei barconi di albanesi e kosovari fino alle migrazioni di oggi, la rete ecclesiale continua a esercitare un approccio umanizzante alle emergenze, che può aiutare tutti a cogliere la reale portata del fenomeno migratorio e i suoi effetti presenti e futuri sulla vicenda nazionale. Fa notare il direttore di Migrantes Gian Carlo Perego: «Adesso lo ripetono tutti, a cominciare dagli studi dell’Istat e della Confindustria: chissà cosa ne sarebbe del nostro intero sistema sociale, senza il milione e 830 mila famiglie straniere arrivate in Italia, e senza i loro 814 mila figli presenti nelle scuole italiane».
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L’INTEGRAZIONE ALL’ITALIANA di Nadan PETROVIC HA FATTO IL SUO TEMPO L’approccio sporadico e localistico all’inserimento degli immigrati nel nostro tessuto sociale mostra ormai tutti i suoi limiti. Occorre un salto culturale per considerare gli stranieri persone, oltre che forza lavoro. L’Ue offre una base, ma il resto sta a noi.
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1. A RECENTE DISCUSSIONE VOLTA ALLA elaborazione del Piano d’azione sull’integrazione dei cittadini di paesi terzi (Action Plan on the Integration of Third Country Nationals) svoltasi in sede europea, i dibattiti in alcuni importanti paesi (come quello attorno alla nuova legge tedesca sull’integrazione degli stranieri, Integrationsgesetz), e più in generale il dibattito in molte società europee a seguito della crisi migratoria del 2015, pongono la necessità, anche in Italia, di rilanciare la discussione sui temi dell’integrazione. Ciò al fine di ribaltare una volta per tutte la concezione «emergenziale» con cui il tema dell’immigrazione, ma paradossalmente anche quello dell’integrazione, sono trattati nel nostro paese. In poco più di vent’anni l’Italia ha raggiunto e superato la media europea in termini di presenza della popolazione immigrata sul totale dei residenti, passando da circa 500 mila stranieri agli oltre cinque milioni (5.364.000 1) di oggi, per un totale di ben 198 nazionalità presenti 2. Nel panorama europeo, solo la Spagna ha avuto una dinamica di crescita superiore. A fronte di un’incidenza media dell’8,2% a livello nazionale, in alcuni comuni (specie in Lombardia, Lazio, Emilia Romagna e Veneto, dove risiede il 56% degli stranieri) 3 la presenza straniera è già compresa tra il 10 e il 25% dei residenti. In alcune aree, oltre il 50% delle nascite riguarda bambini con almeno un genitore di origine straniera. In linea con questi dati, nel 2014 oltre 129 mila individui di origine straniera – la maggior parte dei quali minorenni o neomaggiorenni – hanno acquisito la cittadinanza italiana. Un numero in forte crescita (+29%) rispetto all’anno precedente. 1. Istat, 2015 2. Rapporto immigrazione Caritas Migrantes 2015, luglio 2016. 3. Ibidem.
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Su tale realtà migratoria ha profondamente inciso tra l’altro l’esponenziale numero di richiedenti asilo dell’ultimo decennio. Parallelamente al forte incremento degli stranieri residenti, in Italia si registra infatti da anni una crescita costante di richieste di protezione internazionale, che comporta la definitiva trasformazione del paese in terra d’asilo, oltre che d’immigrazione. Nel 2011 e nel 2014 l’Italia si è collocata rispettivamente al quarto e quinto posto per numero di richiedenti asilo, subito dopo gli Stati Uniti, la Germania, la Francia e (nel 2014) la Svezia 4. La risposta della società italiana è stata di sostanziale apertura. Le tradizioni e la cultura dell’accoglienza che caratterizzano il nostro paese necessitano tuttavia, di fronte a un fenomeno di questa portata, di strategie e politiche pubbliche. Per rispondere alle nuove sfide di coesione sociale è necessaria la definizione di una strategia d’intervento integrata, finalizzata a rendere replicabili le sperimentazioni avvenute e accompagnata dalla creazione di un quadro di riferimento istituzionale sull’integrazione, al quale ricondurre tutti gli investimenti pubblici ordinari e straordinari. 2. Prima di affrontare le priorità di tale intervento pubblico, occorre collocare il tema dell’integrazione nel panorama europeo. L’integrazione rappresenta solo un segmento delle politiche migratorie, ma ne è la parte più rilevante. Peraltro è spesso difficile delimitarne gli ambiti rispetto agli altri aspetti della gestione del fenomeno migratorio: mentre in relazione all’integrazione risultano «scontati» i temi relativi all’accoglienza, all’istruzione e alla formazione, all’accesso al lavoro e alle politiche abitative, si è abituati molto meno a considerare la questione sotto il profilo dell’inclusione economica e finanziaria, della partecipazione sociale e politica e delle pari opportunità 5. Queste tematiche devono essere considerate come parte di un processo che a volte comincia dalla cooperazione con i paesi di origine e prosegue anche dopo l’acquisizione formale della cittadinanza. Il primo passo dovrebbe dunque consistere nel definitivo abbandono del concetto di immigrazione funzionale solo alle necessità del mercato del lavoro, in favore dei più ampi concetti di partecipazione sociale, economica e politica. Non solo integrazione lavorativa, insomma, ma progressiva ed effettiva parità di trattamento con i cittadini 6. Tali concetti, ampiamente diffusi in paesi di vecchia immigrazione (Stati Uniti, Canada, Australia e Nuova Zelanda, solo per citare alcuni esempi), vengono oggi adottati anche dall’Unione Europea, ma in un conte-
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4. Cfr. N. PETROVIC, Rifugiati, profughi, sfollati: breve storia del diritto d’asilo dalla Costituzione ad oggi, Milano 2016, Franco Angeli, 3a ed. aggiornata. 5. «Integration is not just about learning the language, finding a house or getting a job», Communication from the Commission to the European Parliament, the Council, the European and Social Committee and the Committee of the Regions – Action Plan on the Integration of Third Country Nationals (2016). 6. Cfr. G. CAGGIANO., «L’integrazione dei migranti fra soft-law e atti legislativi: competenze dell’Unione europea e politiche nazionali», in ID. (a cura di), I percorsi giuridici per l’integrazione. Migranti e titolari di protezione internazionale tra diritto dell’Unione e ordinamento italiano, Torino 2014, Giappichelli.
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sto caratterizzato dalla frammentarietà delle politiche. Infatti, i temi dell’integrazione in Europa restano marginali nell’ambito delle politiche migratorie. Sin dai tempi del Consiglio europeo di Londra del dicembre 1986 7, la parte predominante di tali politiche ha riguardato il contrasto all’immigrazione irregolare e l’organizzazione dell’immigrazione per finalità di lavoro (ivi compresa l’«uscita coercitiva» per chi è in condizioni di irregolarità), con relativo accento sulle politiche dei visti e sul controllo delle frontiere esterne 8. Di conseguenza, malgrado l’accresciuta importanza delle politiche d’immigrazione e d’asilo in ambito comunitario – con il passaggio dalla cooperazione intergovernativa alla piena comunitarizzazione 9 – e nonostante l’inserimento di riferimenti specifici all’integrazione, anche nel Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea (art. 79, par. 4) la competenza principale in materia resta agli Stati membri 10. A livello comunitario infatti, le tematiche dell’integrazione vedono pochi strumenti di carattere vincolante (come la direttiva 2003/109/Ce sui lungosoggiornanti e la direttiva 2003/86/Ce sul ricongiungimento familiare, oltre ai riferimenti contenuti nelle direttive Ce in materia d’asilo 11), basandosi invece principalmente sul cosiddetto diritto soft: richiami più che impegni vincolanti 12, connessi ad alcuni fondi specifici istituiti dalla Commissione europea 13. 7. Il Consiglio europeo di Londra rappresenta il momento di avvio della collaborazione intra-europea sui temi in oggetto. Esso indica come necessari un maggior coordinamento nella lotta all’immigrazione irregolare organizzata e una politica comune in materia d’asilo. La fase apertasi con il Consiglio è maturata nell’elaborazione della Convenzione d’applicazione dell’Accordo di Schengen e nella Convenzione di Dublino. 8. Una parziale eccezione, in questo senso, è rappresentata dall’elaborazione di politiche comuni in materia d’asilo, finalizzata alla creazione del cosiddetto Ceas (Common European Asylum Space), nell’ambito del quale sono state elaborate le direttive aventi ad oggetto anche aspetti di integrazione dei titolari della protezione internazionale. 9. Solo a partire dal Trattato di Amsterdam è lecito parlare di competenze comunitarie in materia di immigrazione, in particolare d’asilo, n.d.a. 10. Cfr. i princìpi base comuni in materia di integrazione approvati dal Consiglio dell’Unione Europea (2004) – Agenda europea sull’integrazione («Non è appannaggio dell’Unione Europea delineare strategie di integrazione ma può stabilire un quadro per il monitoraggio, la definizione degli indicatori e lo scambio di buone pratiche»), Doc. 9905/1/14 Rev. 1, 26/5/2014 approvato dal Consiglio Giustizia e interni del 5-6 giugno 2014 («le misure di integrazione rientrano nella competenza degli Stati membri e riflettono e tengono in conto i loro bisogni, la loro storia e il loro quadro giuridico»); Piano d’azione sull’integrazione dei cittadini dei paesi terzi – Comunicazione della Commissione del 7 giugno 2016. 11. I riferimenti principali sono contenuti nella direttiva 2013/33/Ue sugli standard minimi d’accoglienza (che prevede, tra l’altro, la possibilità di accesso al lavoro se entro un massimo di nove mesi non viene data risposta in merito alla domanda di protezione internazionale) e nella direttiva 2011/95/Ue, il cui articolo 34 definisce una serie di impegni relativi all’accesso all’occupazione, all’istruzione, al riconoscimento delle qualifiche professionali, all’assistenza sociale, all’assistenza sanitaria e all’alloggio, specificando: «Al fine di facilitare l’integrazione dei beneficiari di protezione internazionale nella società, gli Stati membri garantiscono l’accesso ai programmi d’integrazione che considerano adeguati, in modo da tenere conto delle esigenze particolari dei beneficiari dello status di rifugiato o dello status di protezione sussidiaria, o creano i presupposti che garantiscono l’accesso a tali programmi». 12. «Per godere a pieno dei benefici dell’immigrazione, l’Europa deve gestire la diversità e il multiculturalismo che caratterizzano le sue società tramite un integrazione più efficace degli immigrati», princìpi base comuni in materia di integrazione approvati dal Consiglio dell’Unione Europea (2004) – Agenda Europea sull’integrazione; «L’integrazione effettiva di cittadini lungo soggiornanti resta la chiave per massimizzare i benefici dell’immigrazione», Programma di Stoccolma (2009). 13. I più rilevanti dei quali sono il Fei (Fondo europeo d’integrazione), e il Fami (Fondo asilo, immigrazione e integrazione).
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Tra gli strumenti di soft law meritano particolare attenzione i princìpi base comuni in materia di integrazione approvati dal Consiglio (2004) e trasposti tra l’altro nell’Agenda europea sull’integrazione del 2004, e nel menzionato Piano d’azione sull’integrazione dei cittadini dei paesi terzi. In base a quest’ultimo in particolare, viene ribadita la necessità di un maggiore coinvolgimento dell’Unione a fianco dei paesi membri, anche attraverso la costituzione di un quadro di riferimento 14. 3. La genericità di tali riferimenti ha prodotto un impatto negativo sull’Italia, paese che spesso trova nella normativa europea uno stimolo alla realizzazione di riforme in materia d’integrazione. Al netto dei limitati e velleitari riferimenti legislativi nazionali 15, l’Italia si potrebbe infatti definire uno Stato «resiliente»: più che governarlo, il paese ha subìto l’impatto di oltre cinque milioni di residenti stranieri, lasciando che gli stessi si integrassero da soli e tutt’al più delegando agli enti locali e regionali il compito di elaborare le cosiddette buone prassi. Se è pur vero che le politiche d’integrazione restano di competenza nazionale, i governi e le collettività locali devono agire di concerto, in una stabile cornice di riferimento nella quale dialoghino tutti i livelli di governo: europeo, nazionale, regionale e locale. Stante la scarsa possibilità di arrivare, in tempi brevi, alla definizione di un modello d’integrazione italiano, sarebbe necessario definire almeno una cornice di riferimento nella quale garantire una strategia da attuare, e insieme la continuità di finanziamento e la stabilità della programmazione politica. Si dovrebbe dunque procedere alla definizione di un programma strategico sull’integrazione e la cittadinanza, elaborato mediante un’ampia consultazione dei principali stakeholders istituzionali e privati, sia nella parte della formulazione degli obiettivi, delle strategie e delle politiche, che in quella relativa alla loro attuazione e alla valutazione dell’impatto. Ciò al fine di costruire un modello di governance sussidiaria e integrata che coinvolga le amministrazioni centrali, le autonomie regionali e locali, le forze sociali e imprenditoriali, le ong di settore e le associazioni di rappresentanza delle comunità straniere. In tal modo si compirebbe, finalmente, il salto di qualità indispensabile verso la promozione di politiche pubbliche in grado di guidare la società (sia la popolazione immigrata sia quella autoctona) verso una sempre maggiore coesione.
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14. Oltre agli strumenti della Commissione e del Consiglio vanno menzionati anche i recenti sforzi del Parlamento europeo, a partire dalla risoluzione del 12 aprile 2016 sulla situazione nel Mediterraneo e la necessità di un approccio globale dell’Ue in materia di immigrazione (European Parliament Resolution of 12 April 2016 on the situation in the Mediterranean and the need for a holistic EU approach to migration, 2015/2095, Ini). 15. Il riferimento è in primo luogo al regolamento concernente la disciplina dell’Accordo di integrazione tra lo straniero e lo Stato, entrato in vigore il 10 marzo 2011 (decreto presidenziale 14/9/2011, n. 179). Il regolamento prevede la firma di un accordo da parte dell’immigrato legalmente residente che si impegna a completare, entro due anni, un determinato numero di attività qualificate come positive evitando comportamenti intesi come negativi (secondo un meccanismo di crediti/debiti che ricorda la «patente a punti»).
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Il programma, di durata pluriennale, dovrebbe essere articolato in specifici settori, assi e azioni, e dovrebbe affrontare le principali priorità combinando i princìpi del soft law europeo con le indicazioni degli attori nazionali. Tra le priorità vi è la modifica del modo in cui viene gestita l’accoglienza dei richiedenti asilo, che attualmente grava sull’erario per oltre un miliardo di euro l’anno. Più ancora del potenziamento dei singoli circuiti di accoglienza, è necessario procedere alla riorganizzazione complessiva del sistema, in particolare attraverso il rafforzamento dei servizi propedeutici all’integrazione: insegnamento della lingua italiana, orientamento civico e culturale, attività di formazione professionale. È altresì indispensabile costruire un sistema di referenze capace di privilegiare determinate categorie di immigrati (titolari di protezione internazionale, vittime di tratta nell’accesso al lavoro), anche favorendo l’incontro tra domanda e offerta di lavoro e prevedendo forme di sostegno all’autonomia (voucher formativo, sostegno all’impresa e al lavoro di tipo associativo e cooperativistico, contributi alloggio). Tali misure presuppongono naturalmente una forte volontà politica e un notevole impegno finanziario. Tuttavia, a lungo termine il costo della «non integrazione» è ben più alto. Un’integrazione che funziona può davvero rappresentare un’opportunità di crescita per il paese.
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CHI SIAMO?
COME COMBATTERE IL RECLUTAMENTO DI TERRORISTI di Maria Carla COVELLI NELLE NOSTRE CARCERI Proselitismo e radicalizzazione in ambiente penitenziario sono minacce permanenti. Le strategie in atto, basate su indicatori di pericolosità. I comportamenti che destano sospetto. Costringere gli oltre diecimila detenuti musulmani in sezioni dedicate sarebbe un errore.
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1. LI ISTITUTI PENITENZIARI POSSONO costituire un bacino di reclutamento di soggetti estremisti, esposti all’indottrinamento ideologico da parte di detenuti radicalizzati, in particolare quelli attivi nella galassia jihadista. Il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap) ha dunque adottato nel corso degli anni alcune misure di controllo a carattere preventivo attraverso il monitoraggio e l’analisi del fenomeno della radicalizzazione e del proselitismo. Diversi sono i soggetti coinvolti in questa particolare attività: l’Ufficio per l’attività ispettiva e del controllo; la Direzione generale dei detenuti e del trattamento presso il Dap; i provveditorati regionali dell’amministrazione penitenziaria, che nominano ciascuno il proprio responsabile regionale dell’attività di polizia giudiziaria, competente in materia di coordinamento del monitoraggio al livello regionale; le direzioni degli istituti penitenziari, in particolare i comandanti del reparto di polizia penitenziaria e i singoli referenti locali in materia (un titolare e un sostituto per istituto), debitamente individuati dal direttore. Con decreto ministeriale del 14 giugno 2007 è stato istituito all’interno dell’Ufficio per l’attività ispettiva e del controllo del Dap un servizio centrale di polizia giudiziaria denominato Nucleo investigativo centrale (Nic), destinato a svolgere attività, in via prioritaria, in materia di criminalità organizzata e terroristica, garantendo il coordinamento e il supporto delle investigazioni svolte al livello periferico, anche per mantenere l’ordine e la sicurezza nelle carceri. Nel febbraio 2015 è stata formalmente attribuita al Nic la competenza in tema di monitoraggio e analisi del fenomeno del proselitismo e della radicalizzazione in carcere. È dunque al Nic che le direzioni penitenziarie devono principalmente riferire in caso di sospetti circa la presenza in istituto di soggetti radicalizzati o in via di radicalizzazione.
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Il Dap ha subito compreso la portata del fenomeno e l’importanza del proprio ruolo in tale ambito, pianificando interventi coerenti con le linee guida approvate il 2 marzo 2016 dal Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa per i servizi detentivi e di probation in materia di radicalizzazione e di estremismo violento, con l’obiettivo di fornire indicazioni ai 47 Stati membri per prevenire la radicalizzazione e per reintegrare i detenuti che sono stati già radicalizzati. Il Dap, inoltre, condivide le informazioni acquisite dagli istituti penitenziari con altri importanti organismi, in modo da rendere più stringente ed efficace il contrasto al terrorismo interno e internazionale. Si fa riferimento, in particolare, alla collaborazione con la procura nazionale antimafia e antiterrorismo e alla partecipazione del Dap dal 2008, attraverso l’Ufficio per l’attività ispettiva e del controllo, al Comitato di analisi strategica antiterrorismo, tavolo permanente istituito presso il ministero dell’Interno, cui partecipano polizia giudiziaria e servizi di intelligence.
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2. L’analisi della situazione in ambito penitenziario presuppone la risposta a un quesito prioritario: quali sono le categorie di detenuti interessate alla radicalizzazione? Occorre operare una preliminare distinzione, separando i detenuti per reati di terrorismo o estremismo di natura politico-religiosa dagli altri. Questa tipologia di detenuti è stata inquadrata nel novero dei soggetti collocati nel circuito di alta sicurezza. La collocazione è stata fino a pochi anni fa operata in modo alquanto promiscuo, tale da non assicurare la separazione da altri detenuti con i quali sono possibili pericolosi sodalizi o altrettanto pericolosi contrasti. Si pensi ai soggetti ristretti per delitti associativi, ai mafiosi, con i quali i terroristi potrebbero condividere interessi in comune, ad esempio nel campo del traffico delle sostanze stupefacenti. La circolare del Dap del 2009 ha operato un’importante distinzione nell’ambito del circuito di alta sicurezza, distinguendo tre sottocircuiti in grado di separare i detenuti più pericolosi (la pericolosità è connotata dal tipo di reato in espiazione) per categorie omogenee, in modo da garantire altrettanta omogeneità nel trattamento e da evitare influenze nocive reciproche. Coloro i quali sono in espiazione di delitti di matrice terroristica vengono ristretti nel sottocircuito As2, in modo da escludere un’eventuale attività di proselitismo e indottrinamento ideologico nei confronti di soggetti più deboli (collocati in media sicurezza) e per prevenire sodalizi con altre consorterie criminali. I dati relativi al mese di dicembre 2015 registrano 32 detenuti collocati nel sottocircuito As2, presente negli istituti penitenziari di Macomer, Benevento, Rossano e Asti. Il rischio di svolgere attività di proselitismo ovvero di subirne le conseguenze si presenta rispetto a categorie di detenuti comuni ristretti per reati violenti o altri reati, legati o non legati ad ambienti estremisti. L’analisi del fenomeno ha dimostrato che i soggetti esposti a rischio maggiore sono quelli privi di referenti affettivi e senza prospettive per il futuro, spinti dal bisogno di appartenenza a un gruppo, specie se percepiscono la detenzione
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come fallimento delle aspettative e dunque avvertono l’esigenza di sentirsi importanti. I detenuti giovani si rivelano più vulnerabili. Risulta molto pericolosa, inoltre, la percezione di atti discriminatori e di negazione dei diritti da parte delle istituzioni, magari a causa del mancato accoglimento di richieste, se non adeguatamente motivata. È evidente, infine, come il sovraffollamento penitenziario, al momento fortunatamente contenuto, possa rappresentare un incubatore del proselitismo quale indice di un sistema che non è esempio di legalità, che non applica le regole, che non riconosce i diritti dei detenuti, che li costringe a condizioni detentive inadeguate. Non appare dunque utile né opportuno relegare i detenuti dietro un cancello in una camera detentiva. Così come è molto pericoloso limitare al minimo indispensabile l’esercizio di diritti e libertà, magari per non correre il rischio che un’eccessiva apertura possa agevolare l’avvio di nocive e temibili dinamiche. I detenuti devono essere posti nelle condizioni di vivere quanto più possibile in comunità poiché è questa la premessa per una corretta osservazione dei soggetti, che richiede l’esame della vita di relazione nella quotidianità. L’osservazione viene condotta da tutti gli operatori penitenziari: dalla polizia penitenziaria, dagli operatori del trattamento (funzionari giuridico-pedagogici e psicologi), dal direttore. Utili spunti di riflessione possono essere forniti anche dai volontari, dai mediatori culturali, dal personale medico e paramedico. A tal fine il Dap ha realizzato alcune iniziative formative volte a fornire agli operatori penitenziari, in particolare polizia penitenziaria e funzionari giuridico-pedagogici, gli strumenti di conoscenza del fenomeno in modo da saper distinguere i comportamenti ordinari dai sintomi di radicalizzazione violenta. 3. L’osservazione dei detenuti permette di individuare uno o più indicatori della radicalizzazione fissati dal Dap. Tali indicatori possono essere raggruppati in cinque settori. A) Il primo riguarda la pratica della religione. Occorre verificare la modalità della preghiera, l’eventuale intensificazione o diminuzione rispetto all’inizio, la preferenza all’isolamento durante la preghiera; il ruolo assunto nel gruppo di preghiera (guida/imam o partecipante); l’accettazione o il rifiuto di imam accreditati. Interessa il comportamento del soggetto con i compagni (impone la preghiera?) e l’eventuale improvviso aumento di partecipanti al gruppo di preghiera dopo il cambiamento di imam. Devono essere rilevati gli atteggiamenti discriminatori o di contrasto nei confronti dei musulmani moderati o che non si attengono ai precetti dell’islam (non pregano, assumono alcool, consumano cibi vietati, fumano). Nel periodo del Ramadan abbiamo ad esempio assistito a episodi rilevanti dal punto di vista del rischio radicalizzazione. Come quando un detenuto ha aggredito il compagno perché stava fumando e un altro ha fatto lo stesso quando ha visto un detenuto mangiare negli orari non consentiti dal Ramadan. Ha colpito la frase pronunciata dall’aggressore che, all’obiezione della vitti-
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ma che durante il Ramadan non sarebbero ammessi comportamenti violenti, ha replicato: «Durante il Ramadan è possibile spargere sangue». E le stragi di questi tempi ne sono la prova. Può avere un significato anche il disturbo dei compagni durante la preghiera (recitazione dei versi del Corano ad alta voce). B) Il secondo ambito di analisi attiene alla routine quotidiana. Occorre osservare l’aspetto esteriore e i cambiamenti dello stesso (uso di abiti tradizionali, crescita della barba); rilevare il rifiuto di partecipare alle attività quotidiane (lavoro, scuola, sport…), la tendenza all’isolamento, il rifiuto di fare la doccia, di mangiare, di usare la biancheria del carcere, di condividere la stanza detentiva e le sale comuni con detenuti non musulmani. Occorre intercettare il tentativo di convincere altri detenuti a convertirsi all’islam o di imporre il rispetto delle regole coraniche perché ciò è segnale di insistenza sull’identità religiosa. Possono essere rilevanti la richiesta di visite particolari (guide spirituali piuttosto che familiari) e i cambi di interesse e di consumo mediatico, come la lettura di libri su ideologie radicali o l’ascolto di musica particolare. C) Il terzo gruppo di indicatori riguarda l’organizzazione della stanza detentiva. In particolare dobbiamo esaminare la presenza di tappeti per la preghiera, di poster, articoli di giornale, foto, scritte sui muri. Da valutare anche il rifiuto della televisione nella stanza, anche se non è detto che un soggetto radicalizzato o in via di radicalizzazione anteponga il rigetto dei valori occidentali (la televisione), all’esigenza di essere aggiornato sulle vicende di attualità legate proprio al terrorismo internazionale. Può destare interesse la richiesta di assegnazione in stanza con soggetti assidui nella preghiera. D) Il quarto insieme di indicatori riguarda il comportamento con le altre persone: il modo di relazionarsi con le persone di culto diverso (tolleranza/accettazione/rifiuto), l’eventuale atteggiamento di superiorità, il modo di relazionarsi con gli operatori del trattamento (apertura o meno al dialogo), con la polizia penitenziaria e con le autorità, il modo di relazionarsi con le persone di sesso femminile, a cui di solito il soggetto meritevole di attenzione rifiuta di stringere la mano. Rilevante è altresì la nomina o meno di un difensore, figura ritenuta propria della cultura occidentale, e l’accettazione o il rifiuto di contatti con la famiglia mediante colloqui visivi, telefonici e corrispondenza epistolare. Il soggetto a rischio tende infatti a recidere i legami con la famiglia e a isolarsi. Un altro campanello di allarme è il rifiuto di perquisizioni personali o della stanza e l’eventuale assunzione del ruolo di portavoce delle istanze degli altri detenuti o di mediatore durante le proteste di detenuti di fede islamica. Può rilevare l’eventuale intensificazione degli studi sul tema dell’islamismo. E) Il processo di radicalizzazione in ambiente penitenziario può essere testimoniato infine dal modo di commentare gli avvenimenti politici: si pensi all’espressione di compiacimento in occasione di calamità in paesi occidentali oppure in occasione di attentati terroristici; all’esternazione di critiche nei confronti
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dell’intervento occidentale nei paesi musulmani e nei confronti del governo e delle istituzioni italiane, alla critica, in sostanza, dei sistemi democratici, ovvero delle altre religioni. Può essere importante il rifiuto dei valori occidentali (programmi televisivi, musicali, tatuaggi, piercing, Coca-Cola…). 4. I comportamenti meritevoli di attenzione vengono segnalati dalla direzione al Dap (Ufficio per l’attività ispettiva e del controllo, Nic, Direzione generale detenuti e trattamento) e al provveditorato regionale. Si procede poi all’inserimento dei dati raccolti nello specifico applicativo informatico Siap/Afis presso la sala situazioni dell’Ufficio per l’attività ispettiva e del controllo, nella categoria «rischi proselitismo e radicalizzazione». Si forma così una banca dati utile allo studio e all’analisi del fenomeno. In base alle notizie trasmesse dalla direzione dell’istituto, l’Ufficio per l’attività ispettiva e del controllo attribuisce al detenuto un diverso livello di osservazione. A) Il primo livello è quello dei «monitorati», che coinvolge i soggetti ristretti per reati connessi al terrorismo internazionale (collocati nelle sezioni As2) e i soggetti di particolare interesse per possibili attività finalizzate al proselitismo e al reclutamento. In questa categoria, secondo i dati del mese di dicembre 2015, sono collocati 201 detenuti rispetto ai quali le direzioni di appartenenza sono tenute a inoltrare ai citati uffici una relazione comportamentale a cadenza mensile. B) Il secondo profilo di analisi è quello degli «attenzionati», soggetti i cui atteggiamenti fanno presupporre la vicinanza a ideologie jihadiste e quindi ad attività di proselitismo e reclutamento. A dicembre 2015 erano 95. In questo caso la direzione redige relazioni comportamentali a cadenza bimestrale. Alcuni mesi fa nella stanza occupata da due detenuti marocchini sono stati rinvenuti alcuni ritagli di giornale raffiguranti leader del terrorismo islamico e combattenti con il volto coperto. L’Ufficio per l’attività ispettiva e del controllo presso il Dap, tempestivamente informato dell’accaduto, non ha esitato a classificare i soggetti quali «attenzionati». Se infatti tali ritagli fossero stati già presenti in cella prima del loro arrivo, ben avrebbero potuto rimuoverli, mentre approvandone l’esposizione hanno mostrato di condividerne i contenuti, denotando una propensione alla solidarietà e all’adesione all’organizzazione terroristica. C) Il terzo livello di osservazione è quello dei «segnalati». Sono soggetti che meritano approfondimento poiché l’istituto penitenziario dispone di notizie generiche. Vengono allora compiuti accertamenti dopo i quali sarà disposta l’esclusione dal terzo livello, quindi, il mantenimento nello stesso (ovvero l’inserimento in uno dei primi due livelli). Secondo gli ultimi dati rientrano in questa categoria 42 detenuti, rispetto ai quali viene redatta una relazione comportamentale che tiene in considerazione gli indicatori della radicalizzazione ai quali si è accennato, soltanto in presenza di fatti realmente meritevoli di interesse. Recentemente a Rebibbia, nel corso di una perquisizione ordinaria, sono stati rinvenuti dei fogli manoscritti in lingua araba, affissi sulle pareti della cella occupata da un detenuto egiziano. Immediatamente rimossi, sono stati trasmessi al-
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l’ufficio per l’attività ispettiva e del controllo presso il Dap, che ha provveduto a classificare il soggetto quale «segnalato», in attesa di decifrare il contenuto delle scritte. Eseguita la traduzione a cura dell’interprete presente del Nic, un consulente tecnico accreditato presso la procura, è emerso trattarsi di meri versi coranici. Il soggetto è dunque stato estromesso dal terzo livello di osservazione. In effetti, una delle criticità riscontrate nella gestione dei detenuti, al fine di prevenire fenomeni di proselitismo e radicalizzazione violenta in carcere è legata proprio alla difficoltà dei nostri operatori a comprendere la lingua araba. Non vi sono normalmente operatori penitenziari che conoscano l’arabo. Si potrebbe ricorrere all’ausilio di operatori sanitari che conoscano la lingua, oppure dei mediatori culturali, se presenti in istituto. Ma ciò non sempre può accadere. Il bivio di fronte al quale ci si trova, allora, è quello di scegliere tra isolamento dei soggetti a rischio, grande sorveglianza e limitazione nell’esercizio dei diritti, in ragione di una maggiore sicurezza, ovvero inserimento di tali soggetti in una vita di relazione ordinaria, con la possibilità di esercitare tutti i diritti riconosciuti, a cominciare da quello di professare la propria fede religiosa in nome del miglioramento del trattamento attraverso attività culturali, ricreative e sportive utili all’integrazione dei soggetti. Questa la via da percorrere per evitare che il solco tra musulmani e occidentali divenga sempre più profondo e generi odio e desiderio di vendetta. L’esempio francese porta evidentemente a escludere l’opportunità di creare sezioni specifiche per detenuti musulmani. Garantire l’esercizio dei diritti evita di esacerbare gli animi; l’inserimento in attività trattamentali fornisce la speranza di restituire alla società soggetti non pericolosi, a prescindere dal paese nel quale costoro sono destinati a vivere. La tutela dei diritti comprende anche l’adeguata motivazione dei provvedimenti di rigetto di istanze e l’irrogazione di sanzioni disciplinari, ove necessario, proporzionate alle infrazioni commesse dal soggetto, in modo che le restrizioni non vengano vissute come gratuitamente afflittive. Ma come fare? Si pensi al diritto a professare la propria fede religiosa. I detenuti musulmani si riuniscono in preghiera, costituiscono un gruppo più o meno esteso. Tra loro scelgono un capo, un imam interno, una figura carismatica in grado di guidarli e a lui si affidano. La polizia penitenziaria sorveglia i momenti di preghiera. Nessuno sa però se è vera preghiera o se sia piuttosto pericolosa attività di proselitismo. Si pone il problema della lingua al quale si accennava.
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5. La presenza di detenuti musulmani nelle carceri italiane è consistente. Nell’anno 2015, su 52.475 detenuti, 17.526 erano stranieri e, di questi, 10.485 provenienti da paesi musulmani. Tra loro si registra un forte tasso di autolesionismo. Al fine, dunque, di garantire l’esercizio del diritto a professare la propria religione in sicurezza e per promuovere l’integrazione culturale, il Dap ha avviato una collaborazione con le comunità islamiche esterne per favorire l’accesso di ministri di culto e mediatori culturali.
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Il 5 novembre 2015 è stato dunque siglato un accordo con l’Ucoii – Unione delle comunità e organizzazioni islamiche in Italia. Il protocollo prevede l’accesso negli istituti penitenziari di ministri di culto adeguatamente selezionati e preparati in modo che i momenti di preghiera siano guidati in modo appropriato e in locali adeguati. La sperimentazione durerà sei mesi presso otto istituti scelti in base alla maggiore presenza di detenuti musulmani e all’esistenza di una sala adibita a preghiera. In seguito il progetto sarà esteso agli altri istituti, che dovranno individuare idonei locali. I volontari supportati dal giudizio positivo da parte delle direzioni pilota saranno formati in modo specifico presso università o enti convenzionati. Certo non tutti i detenuti musulmani sono interessati alla religione. Nell’anno 2015 sono stati individuati tra loro 7.007 «praticanti», mentre 3.478 sono risultati non interessati a pratiche religiose. Tra i «praticanti» sono stati inoltre individuati 162 imam interni (indottrinatori) 80 promotori (coloro che durante le proteste svolgono attività di mediazione con la polizia penitenziaria e riescono a imporsi sugli altri detenuti anche facendoli desistere dalle recriminazioni), 21 convertiti all’islam durante la detenzione. Le misure di prevenzione da adottare nei confronti di detenuti che si presume aderiscano all’ideologia jihadista non si limitano al periodo di detenzione. Il decreto legge 146/2013 convertito in legge 10/2014 ha previsto l’obbligo di immediata identificazione dello straniero all’atto dell’ingresso in carcere e ha potenziato la misura alternativa dell’espulsione, anche riducendo l’elenco dei reati ostativi. Le norme prevedono l’adozione di specifiche misure all’atto della scarcerazione e l’immediata comunicazione alla direzione centrale della polizia di prevenzione della polizia di Stato in caso di uscita anticipata dal carcere. Almeno tre giorni prima della scarcerazione di soggetti attenzionati, l’ufficio matricola è tenuto a informare le forze di polizia perché adotti provvedimenti di natura preventiva, in particolare per l’accompagnamento ai Centri di identificazione ed espulsione e per le procedure di espulsione dal territorio nazionale. L’ufficio matricola, infine, sollecita all’area trattamentale una breve relazione sul comportamento del soggetto da inoltrare alle stesse forze di polizia, in modo da adottare eventualmente azioni di prevenzione nei suoi confronti.
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CHI SIAMO?
LA TURCHIA E L’ARMA ATOMICA DEGLI ‘OSPITI’ SIRIANI
di Daniele SANTORO
L’enorme presenza di rifugiati viene usata da Erdoãan a fini strategici. L’incognita degli equilibri demografici tra turchi, arabi e curdi. Il braccio di ferro con l’Ue e il riavvicinamento con Mosca. La sconfitta del Pkk val bene un accordo con al-Asad.
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1. N UN ÕADØÑ CONTENUTO NEL ÂAÕØÕ Muslim – uno dei sei al-Kutub al-Sitta – il profeta Maometto promise l’accesso al paradiso alla prima armata islamica che avesse conquistato Costantinopoli 1. Probabilmente mossi dal desiderio di ottenere il passaporto per l’aldilà, nel 669 miliziani arabi mossero verso l’allora capitale bizantina, stringendola d’assedio. Tra di essi figurava un ormai anziano Abû Ayyûb al-Anâårø, compagno di vecchia data del profeta. L’assedio fallì, ma l’esercito arabo riuscì ad arrivare fin sotto le mura di Costantinopoli, dove venne sepolto al-Anâårø, morto di diarrea durante la battaglia. Ci sarebbero voluti altri otto secoli – e l’impiego di tattiche belliche straordinarie come il passaggio di un’intera flotta dal Bosforo al Corno d’Oro attraverso la terraferma – perché un esercito musulmano, quello turco ottomano guidato da Fatih Sultan Mehmet, conquistasse la seconda Roma. Una delle prime iniziative di Mehmet fu quella di costruire un mausoleo sopra la tomba di Eyüp Sultan (come viene chiamato al-Anâårø in turco). Da allora in avanti, i successori di Osman vennero incoronati nel mausoleo di Eyüp, ancora oggi luogo di pellegrinaggio. Nonostante la progressiva (anche se molto lenta) islamizzazione della città, l’arrivo degli arabi spagnoli (ai quali venne dedicata la chiesa di San Domenico) alla fine del XV secolo e la conquista dell’Egitto e della Siria da parte di Yavuz Sultan Selim all’inizio del XVI, gli arabi non sono mai diventati una componente fondamentale di quel complesso e disordinato mosaico etnico che era (ed è) İstanbul. Almeno fino all’inizio di questo decennio. Negli ultimi anni, infatti, si è assistito a un vero e proprio boom di investimenti arabi in Turchia. Soprattutto a İstanbul e nel settore immobiliare. Nei primi due mesi del 2016, il numero di immobili acquistati in Turchia da stranieri è aumentato del 15%, un trend già riscontrabile negli anni 1. Libro 41, 6979.
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precedenti. A influenzare questa tendenza sono stati soprattutto gli acquisti effettuati da cittadini di tre paesi: Iraq, Kuwait e Arabia Saudita. La maggior parte di queste transazioni è avvenuta a İstanbul, attualmente il luogo meno adatto per realizzare un investimento immobiliare a scopo meramente speculativo in Turchia. Molti arabi hanno dunque comprato casa a İstanbul per viverci, quantomeno per una parte dell’anno 2. A ciò si aggiunga che di recente la capitale economica e culturale della Turchia è diventata un polo d’attrazione per studenti, professionisti e turisti provenienti praticamente da ogni angolo del Medio Oriente. A sconvolgere gli equilibri demografici della città è stato però l’arrivo di centinaia di migliaia di rifugiati siriani. Oltre 390 mila secondo le statistiche di giugno 2016 del Direttorato generale per la gestione delle migrazioni 3. Un dato che fa di İstanbul la seconda città turca dopo Șanlıurfa (che si trova ad appena una cinquantina di chilometri dal confine turco-siriano) per numero di rifugiati siriani ospitati sul proprio territorio. La naturale tendenza degli «ospiti» a concentrarsi in alcune aree della città ha inevitabilmente trasformato queste ultime in delle piccole Aleppo. A Fatih, in particolare nell’area adiacente a Fatih Camii, i negozi e i locali sono gestiti quasi esclusivamente da siriani e le insegne in arabo hanno ormai soppiantato quelle in turco. Persino a Cihangir – il quartiere più occidentale di İstanbul – stanno comparendo le prime sotto-insegne in arabo, che è diventato l’idioma più utilizzato in Turchia dopo il turco. A Talimhane, dietro Taksim, i negozianti sono stati costretti a imparare l’arabo per mandare avanti i loro affari. E sì che nessuno di loro aveva mai sentito l’esigenza di imparare un minimo d’inglese. «Così», ha scritto recentemente Gökhan Bacık, «per la prima volta dalla fondazione di İstanbul nel 3000 a.C. gli arabi sono diventati una componente culturale e demografica essenziale di questa città» 4. 2. Quando nel luglio 2011 i primi 15 mila rifugiati siriani vennero accolti dalla Turchia in campi appositamente costruiti nella provincia dell’Hatay, la convinzione prevalente nel governo era che il regime di al-Asad sarebbe caduto nel giro di qualche mese e che dunque i rifugiati sarebbero tornati in patria a breve. Tale convinzione venne consolidata dall’effettivo ritorno in Siria di 5 mila rifugiati nelle settimane successive. Alla fine del 2011, gli «ospiti» siriani in Turchia erano appena 8 mila. Il punto di svolta si registrò alla metà del 2012, con il fallimento del cessate-il-fuoco. Nei mesi successivi, infatti, il flusso mensile dei siriani che cercavano rifugio in Turchia salì a 20 mila, facendo sì che il numero di rifugiati raggiungesse quota 170 mila alla fine dell’anno. Tale numero superò il mezzo milione alla fine del 2013 e – in conseguenza dell’intensificazione degli scontri in Siria, che portò gli arrivi mensili di siriani in Turchia a 55 mila – raggiunse 1,7 milioni alla fine del 2014 5. Nel marzo
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2. Cfr. K. KARAKAYA, «Is Turkey headed for a housing bubble?», Al Monitor, 1/4/2016, goo.gl/BspWnG 3. www.goc.gov.tr 4. G. BACıK, «Dış politika Türkiye’nin demografisini deãiştirdi» (La politica estera ha cambiato la demografia della Turchia), Yeni Hayat, 14/5/2016, goo.gl/hjQYhC 5. Cfr. D. SANTORO, «La Turchia, cuscinetto fra profughi siriani e “fortezza Europa”», Limes 6/2015, .«Chi bussa alla nostra porta», pp. 173-184
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2015 il primo ministro turco Ahmet Davutoãlu affermò che la Turchia ospitava più di due milioni di siriani 6. La situazione peggiorò ulteriormente con gli scontri tra Ypg e Stato Islamico della primavera-estate 2015, l’ingresso della Russia nella guerra civile siriana nel settembre dello stesso anno e le successive offensive militari lanciate dalla coalizione ortodosso-sciita contro i ribelli sunniti sostenuti da Turchia e Arabia Saudita 7. Questi eventi hanno creato nuove ondate migratorie al confine turco-siriano, portando il numero di rifugiati siriani in Turchia oltre quota 2,7 milioni nel giugno 2016 8. A questi vanno aggiunti almeno altri 300 mila rifugiati iracheni. Ciò significa che la Turchia, attualmente, ospita sul proprio territorio oltre 3 milioni di rifugiati. Un record mondiale. Secondo Ahmet İçduygu, massimo esperto turco di fenomeni migratori, fino all’inizio del 2013 tutti i rifugiati siriani risiedevano nei campi appositamente allestiti dalla Turchia nel Sud-Est del paese 9. In realtà, già nel 2011 era possibile notare una nutrita presenza di rifugiati siriani a İstanbul. Questo perché fino al gennaio di quest’anno – quando è stato reintrodotto l’obbligo del visto per i siriani che intendono entrare in Turchia via aria o via mare 10 – tra Turchia e Siria vigeva un regime di esenzione dall’obbligo del visto. Molti siriani, soprattutto coloro che risiedevano a Damasco o nel Sud del paese, arrivavano dunque in Turchia non già attraverso il confine turco-siriano, ma raggiungendo prima la Giordania e poi, da Amman, prendendo un volo per Antalya o İstanbul. In ogni caso, è realistico supporre che fino all’inizio del 2013 la stragrande maggioranza dei rifugiati risiedesse nei campi di accoglienza. A cambiare radicalmente la situazione è stato il drastico aumento dei flussi migratori nel biennio successivo. Per ragioni di ordine vario – impossibilità per la Turchia di costruire un numero di campi adeguato ad accogliere tutti i profughi e di controllare la totalità dei flussi via aria, terra e mare; riluttanza dei nuovi arrivati a farsi confinare nei centri di accoglienza – i siriani in fuga dalla guerra hanno cominciato a sparpagliarsi per il paese. Attualmente, meno di un profugo siriano su dieci (260 mila su 2.743.000) vive in uno dei 26 centri di accoglienza costruiti dal governo in dieci province della Turchia sud-orientale. Non una delle 81 province turche è rimasta estranea al fenomeno dei rifugiati. Alcune zone, soprattutto le province del Mar Nero come Bayburt (appena 23 rifugiati), ne sono state influenzate solo marginalmente. In altre province, invece, i flussi migratori dell’ultimo quinquennio hanno sconvolto gli equilibri demografici, sociali e politici. La «città martire» di Kilis, ad esempio, ospita un numero di rifugiati sostanzialmente pari alla sua popolazione (128 mila contro 130 mila). Il rapporto tra 6. Cfr. «PM Davutoãlu criticizes UN over “no Plan A” to end bloodshed in war-torn Syria», Daily Sabah, 7/3/2015, goo.gl/MUFm3x 7. Cfr. D. SANTORO, «Ora o mai più: perché Erdoãan vuole invadere la Siria», Limesonline, 19/2/2016, goo.gl/P27qLM 8. Cfr. www.goc.gov.tr 9. Cfr. A. İÇDUYGU, Syrian Refugees in Turkey: The Long Road Ahead, Transatlantic Council on Migration, Aprile 2015, p. 1, goo.gl/qzGaJk 10. Cfr. «Suriye ile ilgili önemli vize kararı» (Importante decisione sui visti riguardo alla Siria), Hürriyet, 30/12/2015, goo.gl/JX87jB
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«ospiti» e popolazione indigena è altissimo anche nell’Hatay (382 mila rifugiati, 25%), a Șanlıurfa (398 mila rifugiati, 21%), a Gaziantep (322 mila rifugiati, 17%) e a Mardin (97 mila rifugiati, 12%). I rifugiati siriani ospitati dalla Turchia risiedono dunque principalmente in due aree. La prima è quella, discontinua, composta dalle quattro principali città turche: İstanbul, Ankara, Izmir, Bursa (639 mila «ospiti», pari al 23% del totale). La seconda è quella formata dalle dieci province adiacenti al confine turco-siriano: Șanlıurfa, Gaziantep, Kilis, Kahramanmaraş, Mardin, Hatay, Adana, Adıyaman, Osmaniye, Malatya (1 milione e 646 mila, pari al 60% del totale) 11. 3. Nell’estate del 2015 il presidente turco Recep Tayyip Erdoãan tuonò a più riprese contro il tentativo delle Ypg curde di rivoluzionare la struttura demografica delle città della Siria del Nord 12. I timori del «sultano» erano, e sono, largamente fondati. I terroristi curdi delle Ypg hanno infatti preso a pretesto la presunta guerra contro lo Stato Islamico per «curdizzare» numerose città arabe. Il caso più eclatante è quello di Tall Abyaî, la cui conquista ha consentito alle Ypg di unificare i cantoni di Cizîrê e Kobani. In occasione della battaglia del luglio 2015 tra Ypg e Is, 20 mila arabi e 4 mila curdi si sono rifugiati in Turchia. I 4 mila curdi sono tornati a Tall Abyaî nel corso delle settimane successive. I 20 mila arabi sono invece rimasti al di là del confine 13, probabilmente a causa dello stesso timore che ha indotto gli abitanti arabi di Tall Rif‘at e di Õasaka a tenersi alla larga dalle loro città dopo la conquista da parte delle Ypg e l’imposizione di un governo etnocratico da parte del Pkk/Pyd 14. Attraverso queste pratiche terroristiche, l’ala siriana del Pkk ha esteso significativamente i confini del cosiddetto Rojava (Kurdistan occidentale), inglobando diverse città nelle quali fino a un paio d’anni fa i curdi erano un’esigua minoranza. Dinamiche analoghe, ma con effetti opposti, sono andate in scena anche dall’altra parte del confine turco-siriano. La difficoltà di quantificare con esattezza la popolazione curda della Turchia e la sua distribuzione territoriale, oltre all’impossibilità di identificare con precisione la quota non araba e non sunnita dei rifugiati siriani affluiti nella Turchia sud-orientale, rende difficile valutare l’impatto demografico dei flussi migratori degli ultimi cinque anni sulla regione. Alcuni dati, non completamente sovrapponibili, possono tuttavia aiutare a farsi un’idea del fenomeno. Secondo un sondaggio del 2010 dell’istituto Konda, i curdi costituiscono circa i due terzi (64,1%) della popolazione della Turchia sud-orientale 15: 4,5-5 milioni su 8-
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11. Cfr. www.goc.gov.tr 12. Cfr. D. SANTORO, «La tentazione pericolosa di Erdoãan: intervenire in Siria», Limesonline, 23/7/2015, goo.gl/xZ41UC 13. Cfr. «Türkiye’nin vurmasının 3 gerekçesi» (I 3 motivi per i quali la Turchia attacca), Vatan, 16/2/2016, goo.gl/V0NhmF 14. Cfr. «Displaced Syrians refuse to live under PYD’s terrorism», Anadolu Agency, 24/3/2016, goo.gl/VRpYRk; «Newly free of the Islamic State, Hasakah councilman alleges SDF abuses», Syria Direct, 17/3/2016, goo.gl/8tp2MB 15. Cfr. Biz Kimiz “10. Kürt Meselesi’nde Algı ve Beklentiler Araştırması” (Chi siamo “10. Indagine sulle percezioni e sulle aspettative in merito alla questione curda”), Konda, maggio 2011, p. 16, goo.gl/Qjyh19
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8,5 milioni di abitanti, di cui circa un milione arabi. Nell’ultimo quinquennio un altro milione abbondante di arabi è affluito nella Turchia sud-orientale (di cui oltre 200 mila attualmente residenti nei campi di accoglienza), facendo sì che la componente araba della popolazione abbia verosimilmente superato il 20% e che quella curda si sia ridotta a poco più del 50%. I flussi migratori hanno coinvolto solo marginalmente le province più propriamente curde della Turchia sud-orientale. Diyarbakır e Batman, la cui popolazione complessiva ammonta a 2 milioni e 200 mila abitanti, ospitano in totale meno di 50 mila rifugiati. Questi ultimi sono concentrati nelle province «contese», come Șanlıurfa. Anche se i curdi non rappresentano la maggioranza assoluta (e nemmeno quella relativa) della «città dei profeti», nell’immaginario curdo quest’ultima fa senza dubbio parte integrante del Kurdistan. La provincia di Șanlıurfa (Riha in curdo) viene infatti rappresentata all’interno dei confini del Grande Kurdistan in tutte le mappe divulgate sul web da associazioni e movimenti filo-curdi. Secondo alcune stime, i curdi rappresentano circa un terzo della popolazione di Șanlıurfa (600-650 mila persone su un totale di poco meno di 1,8 milioni di abitanti). Il dato che fissa a più di 800 mila il numero degli arabi residenti a Șanlıurfa è probabilmente esagerato, ma è verosimile che la popolazione araba della provincia (al netto dei rifugiati) sia equivalente a quella curda. L’arrivo di quasi 400 mila siriani (di cui circa 100 mila residenti nei campi di accoglienza) ha dunque rivoluzionato gli equilibri demografici di Șanlıurfa, riducendo sensibilmente il carattere curdo della provincia. Estremamente interessante anche il caso di Mardin. Qui i curdi rappresentano verosimilmente i due terzi della popolazione (nelle elezioni del 7 giugno 2015 l’Hdp ottenne oltre il 70% dei voti). Anche in questo caso, dunque, il dato che fissa la componente araba della popolazione sopra al 40% è probabilmente esagerato. Anche se gli arabi, al netto dei rifugiati, rappresentassero solo il 20% della popolazione, l’arrivo di quasi 100 mila siriani (12% degli abitanti) avrebbe comunque rafforzato significativamente la minoranza araba, riducendo il carattere curdo della provincia. Molti curdi della regione lamentano che Mardin sia ormai diventata una città araba, sintetizzando con linguaggio colorito una delle principali trasformazioni scatenate dai flussi migratori dell’ultimo quinquennio: mentre la Siria del Nord è diventata meno araba e più curda, la Turchia sud-orientale è diventata meno curda e più araba. 4. «La maternità è diventata facile. Adesso ci sono i pannolini usa e getta. Li pieghi, li butti, ne prendi uno nuovo e vai avanti. È così che funziona adesso. (…) In questi giorni si sente dire che un figlio è abbastanza, che due sono abbastanza. Fatene almeno tre! Le condizioni sono diventate più facili. Il paese ne ha bisogno». Le parole pronunciate nell’aprile 2012 dall’allora primo ministro turco Recep Tayyip Erdoãan scatenarono un putiferio mediatico. La macchina propagandistica antiturca allestita dai media occidentali non perse occasione per accusare il «sultano» di voler islamizzare la Turchia, disporre a suo piacimento del corpo delle donne e intromettersi negli stili di vita individuali. Nonostante le critiche, nel gennaio 2013 Erdoãan ribadì il concetto ancor più chiaramente: «Un figlio significa bancarotta, la bancarotta della no-
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stra nazione. Con due (figli, n.d.a.) teniamo botta. Tre (figli, n.d.a.) ci consentono di proseguire. Quindi abbiamo bisogno di quattro o cinque (figli per donna, n.d.a.)» 16. Lungi dall’essere un’espressione di «fascismo islamico», la contrarietà di Erdoãan al controllo delle nascite e la sua fissazione sui tre figli a donna nascondono una preoccupazione di lungo periodo sulle sorti demografiche della Turchia. Il presidente turco, non bisogna dimenticarlo, è un leader estremamente pragmatico che piega l’ideologia e la religione al servizio dei suoi fini (geo)politici. Non il contrario. Come ha fatto correttamente notare David P. Goldman, «quando Erdoãan parla della crisi demografica della Turchia (…) lo fa con il cuore» 17. Il «sultano» è infatti consapevole che il suo paese si sta avviando verso un rigido inverno demografico. Secondo i dati diffusi dall’Istituto di statistica nell’aprile di quest’anno, il tasso di fecondità è crollato dal 2,37 del 2001 al 2,14 del 2015 18. Secondo il Cia World Factbook, il tasso di fecondità della Turchia sarebbe appena al di sopra del livello di rimpiazzo (2,05) 19. Nel 2023, centenario della fondazione della Repubblica turca, oltre il 10% della popolazione avrà più di 65 anni (7,7% nel 2013). «La Turchia», spiega la sociologa della Galatasaray Üniversitesi Didem Danış, «è uno dei paesi che sta invecchiando più rapidamente a livello globale» 20. I dati a livello nazionale nascondo tuttavia la dimensione più rilevante del problema. La crisi demografica della Turchia è infatti causata soprattutto dal crollo del tasso di fecondità in una specifica regione, quella occidentale a maggioranza turca. A Edirne e Çanakkale il tasso di fertilità è pari a 1,53, a Kırklareli è di 1,54. Al contrario, le province della Turchia orientale, quelle a maggioranza curda, continuano ad avere tassi di fertilità quasi africani: 4,01 a Șırnak, 3,8 ad Aãrı, 3,55 a Siirt. A invecchiare, dunque, non è la Turchia, ma i turchi. I curdi, invece, continuano ad avere una popolazione giovane e in crescita, tanto che nel giro di una generazione potrebbero rappresentare la maggioranza assoluta delle reclute delle Forze armate 21. In questo contesto, è necessario precisare che Erdoãan è quanto di più lontano vi possa essere dalla classica figura del leader nazionalista turco. Il «sultano» rifiuta il principio etnocratico di stampo kemalista basato sul motto «felice colui che può dire sono un turco» (ne mutlu Türküm diyene) tanto quanto i curdi. Erdoãan, inoltre, guarda a questi ultimi non tanto come a un diverso gruppo etnico da turchizzare, quanto soprattutto come a dei musulmani sunniti. Il legame islamico tra turchi e curdi rimane uno dei refrain della macchina propagandistica dell’Ak Parti 22. Il presiden-
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16. Per le dichiarazioni di Erdoãan sul tema cfr. G. Tuysuz, «7 times Turkish President “mansplained’” womanhood», Cnn, 9/6/2016, goo.gl/g19s2F 17. D.P. GOLDMAN, «Turkey’s demographic winter and Erdogan’s duplicity: Spengler», Asia Times, 31/5/2016, goo.gl/TBIwrH 18. Turkish Statistical Institute, Press Release n. 21514, 15/4/2016, goo.gl/sDvGBr 19. www.cia.gov 20. Cit. in «Turkey: Fertility rate drop may lead to aging populace», Anadolu Agency, 14/5/2016, goo.gl/bkuG0I 21. Cfr. N. OTTENS, «Turkey Confronts its “Frankenstein” in Syria», The National Interest, 31/7/2015, goo.gl/yHnY36 22. Cfr. İ. ÇEVIK, «Islam remains bonding factor for Turks and Kurds», Daily Sabah, 15/6/2016, goo.gl/REO1vh
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te turco, dunque, non aspira a guidare una Turchia razzialmente pura come da insegnamento kemalista. Egli sogna(va) piuttosto di creare un impero multietnico, una sorta di confederazione turco-curdo-araba. Idea già accarezzata a suo tempo da Turgut Özal e rilanciata implicitamente nientemeno che da Abdullah Öcalan nel discorso scritto per il Nowruz del 2013 23. Gli eventi scatenati dalla battaglia di Kobani tra Pkk/Pyd e Stato Islamico (ottobre 2014-gennaio 2015) hanno tuttavia fatto collassare il progetto imperiale di Erdoãan, palesando l’incubo di uno Stato binazionale turcocurdo come preludio alla secessione del Kurdistan. Gli eventi dell’ultimo anno e mezzo hanno inoltre dimostrato che la soluzione della cosiddetta «questione curda» non può prescindere dalla vittoria militare totale sul Pkk. Il vero «problema curdo», infatti, non consiste nella presunta discriminazione dei curdi di Turchia, quanto nell’asfissiante dominio esercitato dal Pkk sulla politica curda. A tal proposito, è interessante il fatto che secondo alcune recenti indagini l’opinione pubblica curda ritenga lo Stato e il Pkk egualmente responsabili per il disastro creato nella Turchia orientale 24. Ancor più significativamente, un recente sondaggio della Mak Danışmanlık ha dimostrato che il 91% di coloro che risiedono nell’Anatolia orientale vorrebbe continuare a vivere nella Repubblica di Turchia 25. Sono gli stessi curdi a non volere il Kurdistan. I metodi totalitari con i quali il Pkk governa le aree sotto il suo controllo, comprese alcune porzioni della Turchia orientale, soffocano tuttavia le aspirazioni dei curdi di buona volontà, che quando si ribellano, come accaduto a Tanışık, vengono letteralmente ridotti a brandelli 26. Tali aspirazioni vengono costantemente sacrificate sull’altare della strategia terroristica del Pkk. Ed è fuor di dubbio che la stragrande maggioranza dei curdi non approvi la linea politica delineata da Cemil Bayık nello spot concessogli dalla Bbc: e cioè che è legittimo che a pagare il prezzo dei presunti massacri di curdi realizzati da Erdoãan siano studenti universitari che aspettano l’autobus ad Ankara 27. Sono dunque i metodi totalitari e la strategia terroristica del Pkk ad avvelenare le relazioni tra turchi e curdi. Le azioni di quella che è ormai diventata l’organizzazione terroristica più spregiudicata del Medio Oriente provocano infatti un’inevitabile reazione nazionalistica nell’opinione pubblica turca. Il segretario del Mhp Devlet Bahçeli è riuscito fino a questo momento a tenere a bada gli ülkücü (idealisti), l’ala giovanile dei Lupi grigi. Con la probabile ascesa di Meral Akşener al vertice del partito nazionalista, gli ülkücü potrebbero però uscire dalle tane 28. Sarebbe il primo passo verso la guerra civile. Erdoãan, è bene ricordarlo, ha ribadito fino alla 23. Cfr. D. SANTORO, «La grande strategia della Turchia neo-ottomana», Limes 5/2015, «La radice quadrata del caos». 24. Cfr. M. YANMIŞ, Resurgence of the Kurdish Conflict in Turkey: How Kurds View It, Rethink Paper 25, Rethink Institute, febbraio 2016, goo.gl/yGNGQd 25. Cfr. «MAK Danışmanlık’ın Doãu ve Güneydoãu anketi» (L’indagine della Mak Danışmanlık sull’Est e il Sud-Est), Sabah, 13/6/2016, goo.gl/QRZpgH 26. Cfr. H. KAPLAN, «How the international press turned a blind eye to the Kurds’ suffering», Daily Sabah, 20/5/2016, goo.gl/9nAZw4 27. Cfr. «Cemil Bayik: an interview with Turkey’s most wanted man», Bbc, 25/4/2016, goo.gl/NyZhoL 28. Cfr. İ. ÇEVIK, «Thanks to HDP, Turkish nationalists are alive and well», Daily Sabah, 7/6/2016, goo.gl/BeaWfr
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nausea che la Turchia non sta facendo la guerra ai curdi, che il Pkk non rappresenta la popolazione curda, che i curdi sono «nostri fratelli» e che sono proprio loro a pagare il prezzo più alto della violenza del Pkk. In questo contesto, però, come può la Turchia non considerare una minaccia alla propria sicurezza nazionale il fatto che nel prossimo futuro le Forze armate saranno composte in larga parte da quei bambini ai quali oggi viene insegnato a scuola come preparare una molotov e che vengono vessati psicologicamente da insegnanti stipendiati dal Pkk perché vanno a lezione anziché andare a combattere per la «causa curda», cioè a massacrare civili e militari turchi? 29. Il tentato golpe andato in scena nella notte tra il 15 e il 16 luglio, ordito con tutta probabilità dalla fazione gulenista delle Forze armate, è stato in tal senso un forte campanello d’allarme. L’aumento di membri delle Forze armate legati più o meno direttamente al Pkk potrebbe infatti portare a sviluppi a dir poco imprevedibili. Il Pkk è infatti all’apice della sua potenza. Anche se stanno perdendo la guerra contro l’esercito turco, tanto che alcuni emissari di Kandil esercitano pressioni sul governo per una tregua 30, i terroristi curdi dispongono di tre strategici «stan» nel Siraq: Afrin, i cantoni unificati di Cizîrê e Kobani, Sinãår. Come dimostra la vicenda dell’attentatrice di Ankara Seher Çaãla Demir 31, questi «stan» sono in realtà dei giganteschi campi di addestramento di terroristi da inviare a combattere o a realizzare attentati in Turchia, nonché dei fondamentali snodi logistici del flusso di armi verso l’Anatolia. A metà maggio il Pkk ha abbattuto un elicottero delle Forze armate turche ad Hakkari. Un notevole salto di qualità per l’organizzazione terroristica curda, che ormai dispone di dozzine di Sa-18 russi 32. L’aspetto più interessante della vicenda è però il fatto che il Pkk sia entrato verosimilmente in possesso dei Manpad tra il 2012 e il 2014, ma abbia deciso di iniziare a usarli solo ora che sa di avere le spalle coperte 33. La potenza del Pkk deriva infatti soprattutto dalla geniale strategia che ha consentito all’organizzazione terroristica curda di allearsi contemporaneamente con americani e russi. I primi combattono ormai sotto le insegne delle Ypg 34, i secondi dispensano preziosi consigli militari in quel di Kandil 35. Tanto Washington quanto Mosca, poi, forniscono al Pkk siriano discrete quantità di armi, le quali vengono trasferite in Turchia attraverso i tunnel scavati al confine 36.
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29. Cfr. Cfr. «MAK Danışmanlık’ın Doãu ve Güneydoãu anketi», cit. 30. Cfr. «Turkish PM says PKK wants to resume talks but Ankara will not negotiate», Rudaw, 9/6/2016, goo.gl/GDhvQI 31. Cfr. İ. SAYMAZ, «Canlı bomba, önce Diyarbakır’a, sonra Suriye’ye gitmiş» (Il kamikaze è andato prima a Diyarbakır e poi in Siria), Radikal, 16/3/2016, goo.gl/fcMg82 32. Cfr. «PKK’nın elinde onlarcası var» (Nelle mani del Pkk ce ne sono a decine), Vatan, 20/5/2016, goo.gl/N1U3av 33. Cfr. le dichiarazioni di Metin Gurcan cit. in «Teröristler o füzeyi nereden buldu, neden şimdi kullandı?» (I terroristi dove hanno preso quei missili, e perché li hanno usati adesso?), Hürriyet, 19/5/2016, goo.gl/bzHnOy 34. Cfr. P. TREMBLAY, «Turks question loyalties after picture emerges of US soldiers with YPG patches», Al Monitor, 7/6/2016, goo.gl/H3HJme 35. Cfr. C. ÇANDAR, «US, Russia compete to woo Syrian Kurds», Al Monitor, 2/5/2016, goo.gl/QotKAs 36. Cfr. «PYD’nin silahları tünellerden geliyor!» (Le armi del Pyd arrivano dai tunnel!), Sabah, 27/1/2016, goo.gl/50Df6n
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Ed è in questo contesto che entrano in gioco i rifugiati siriani. Non c’è alcun dubbio sul fatto che le dinamiche demografiche abbiano influito solo marginalmente sulla politica migratoria adottata dalla Turchia a partire dal 2011. Le conseguenze sul piano demografico dei flussi migratori degli ultimi cinque anni sono state tuttavia tutt’altro che indesiderabili per l’Ak Parti. Come si è visto, l’arrivo dei profughi siriani ha consentito a Erdoãan di diluire il peso della componente curda tanto a livello nazionale quanto, soprattutto, nel Kurdistan turco. Ma ciò che più conta è la prospettiva di lungo periodo. I rifugiati siriani hanno infatti dei tassi di fecondità simili a quelli curdi. A fine febbraio il vice primo ministro Lütfi Elvan ha reso noto che il numero di bambini siriani nati in Turchia dall’inizio della guerra civile ha raggiunto quota 150 mila 37. Ancor più rilevante il fatto che oltre un quarto dei rifugiati siriani residenti in Turchia abbia meno di 10 anni 38. Questi trend demografici accelerano chiaramente il processo di progressiva «deturchizzazione» della Turchia, ma al tempo stesso ne ostacolano la «curdizzazione». In altri termini, la Turchia diventerà senza dubbio sempre meno turca, ma non per questo è destinata a diventare più curda. 5. A inizio febbraio i media occidentali hanno dato ampio spazio a un rapporto della ong Business and Human Rights Resource Center (Bhrrc) secondo il quale centinaia di migliaia di bambini siriani residenti in Turchia vengono sfruttati dai colossi dell’abbigliamento 39. Il biasimo della stampa non è stato rivolto tanto verso le aziende che sfruttano i minori siriani, quanto verso la Turchia di Erdoãan, che avallerebbe o comunque non ostacolerebbe questa pratica inumana per consolidare il proprio status di polo mondiale nella produzione di capi d’abbigliamento. Questa vicenda fornisce un esempio perfetto di uno degli strumenti principali utilizzati nella campagna mediatica contro il presidente turco: la decontestualizzazione. Che in Turchia ci siano decine di migliaia di bambini siriani sfruttati è fuori discussione. Lo si può notare facendo un giro nei distretti del tessile di İstanbul. Lo sfruttamento minorile, tuttavia, non è una prerogativa dei bambini siriani. Si tratta di una piaga che, purtroppo, affligge la Turchia da molti decenni e che non può essere in alcun modo attribuita a Erdoãan. Anzi. Secondo i dati forniti dall’Istituto di statistica turco, durante il periodo al potere dell’Ak Parti il numero di lavoratori bambini è crollato, passando dai 2 milioni e 700 mila del 1999 agli 890 mila del 2012 40. In seguito all’accordo Turchia-Ue del 18 marzo, i media occidentali hanno accusato Erdoãan di mercimonio, di usare degli esseri umani indifesi per ricattare quel presunto faro di civiltà che sarebbe l’Unione Europea. La stampa europea tace però spesso e volentieri il fatto che negli ultimi cinque anni la Turchia, paese di 78 milioni 37. Cfr. «Türkiye’de doãan Suriyeli bebek sayısı 150 bini aştı» (Il numero di bambini siriani nati in Turchia ha superato i 150 mila), Cumhuriyet, 29/2/2016, goo.gl/rN2m99 38. Cfr. www.goc.gov.tr 39. Cfr. Syrian refugees in Turkish garment supply chains: An analysis of company action to address serious exploitation, Briefing Note, Business & Human Rights Resource Centre, febbraio 2016, goo.gl/gOj8gg 40. Cfr. U.A. SALMAN, «Çocuk olmadan yetişkin oldular» (Sono diventati adulti senza essere bambini), Al Jazeera Türk, 9/6/2016, goo.gl/c0OXK2
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di abitanti, abbia accolto un numero di profughi nettamente superiore a quelli accettati dall’Europa, continente popolato da 500 milioni di persone. La politica di accoglienza degli «ospiti» siriani è costata alla Turchia oltre 10 miliardi di dollari. Ma non è solo questo. A fronte delle scene di razzismo che si verificano costantemente in quasi tutti i paesi europei, i turchi hanno accolto gli esseri umani in fuga dalla guerra civile siriana come propri fratelli. Certo non sono mancate tensioni sociali, discriminazioni, casi (moltissimi) di sfruttamento e pratiche disdicevoli 41. Nel complesso, come ha sottolineato il capo di gabinetto di Angela Merkel, Peter Altmeier, sotto il profilo dell’accoglienza dei migranti la Turchia ha tuttavia dimostrato di essere molto più europea di tanti altri Stati dell’Unione 42. Ciò non significa che la politica di integrazione dei rifugiati siriani sia stata senza pecche. Fino al gennaio di quest’anno, ad esempio, solo 7 mila «ospiti» godevano del permesso di lavoro. La stragrande maggioranza dei rifugiati è stata dunque costretta a lavorare in nero, senza tutele e con paghe nettamente inferiori al salario minimo garantito. Ciò ha inevitabilmente causato un sensibile aumento della disoccupazione e, soprattutto, ha indotto gli «ospiti» più abili e qualificati a emigrare in Europa in cerca di condizioni lavorative migliori 43. La Turchia ha sanato la situazione solo all’inizio di quest’anno, quando ha concesso il permesso di lavoro ai rifugiati siriani 44. Si tratta tuttavia di una misura imperfetta che, sotto il profilo dell’integrazione nel mercato del lavoro, continua a considerare gli «ospiti» come una parte distinta della popolazione. I siriani sotto protezione temporanea possono infatti lavorare solo nella provincia nella quale risiedono e non possono rappresentare più del 10% della forza lavoro di un’azienda. Inoltre, è da vedere se la concessione del permesso di lavoro riuscirà a prolungare gli effetti benefici prodotti dai siriani sull’economia turca. Secondo alcune stime, nel 2015 il contributo dei rifugiati alla crescita del pil è stato compreso tra lo 0,5% e l’1,7%. Diversi economisti avvertono tuttavia che tale impatto positivo è destinato ad esaurirsi nel breve-medio periodo, mentre le conseguenze negative in termini di disoccupazione e inflazione potrebbero divenire strutturali 45. Eppure, Ankara non ha ancora messo a frutto il fatto di disporre di almeno un milione e mezzo di arabofoni in età da lavoro in una fase storica nella quale investimenti e turismo arabi sono in straordinaria crescita. Il Mar Nero, ad esempio, è diventato una delle mete predilette del turismo di massa arabo, ma il potenziale turistico della regione è ancora largamente inespresso proprio a causa della cronica mancanza di personale arabofo-
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41. Cfr. Pare che nel Sud-Est turco gli uomini abbiano preso a minacciare le mogli disobbedienti di lasciarle per «sposare una siriana», cfr. «Marriages between Turks and Syrians on rise in Turkey’s southeast: Report», Hürriyet Daily News, 20/5/2016, goo.gl/vlQaOO 42. Cfr. A. YıLDıRıM, «Türkiye’ye övgü: “Türkiye birçok AB ülkesinden daha Avrupalı”» (Elogio alla Turchia: “la Turchia è più europea di molti paesi dell’Ue”), Cnn Türk, 10/3/2016, goo.gl/4qwT3P 43. Cfr. M. ÇETINGÜLEÇ, «Turkey grants Syrians right to work, but is it too little, too late?», Al Monitor, 25/1/2016, goo.gl/AbRXoQ 44. Cfr. B. YıLDıZ, «Türkiye’deki Suriyelilere çalışma izni» (Permesso di lavoro ai siriani di Turchia), Cnn Türk, 11/1/2016, goo.gl/ukdd7b 45. Cfr. K. KARAKAYA, «Syrian refugees boost Turkish economy, but for how long?», Al Monitor, 6/4/2016, goo.gl/i5igKM
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no 46. Per non parlare degli effetti positivi che i rifugiati siriani, grazie alle loro abilità linguistiche, potrebbero produrre sulla geopolitica araba della Turchia 47. Per poter godere di tali benefici Ankara deve però muoversi con decisione su due fronti. In primo luogo, i bambini siriani in età scolastica devono ricevere un’istruzione. A fine aprile il ministro degli Esteri Mevlüt Çavuşoãlu ha reso noto che solo 300 mila dei 700 mila bambini siriani residenti in Turchia vanno a scuola 48. Ankara ha ragione a lamentare di essere stata abbandonata dal resto del mondo, ma non deve attendere aiuti che non arriveranno dalle Nazioni Unite o dall’Ue. Fornire un’istruzione ai bambini siriani è un grande investimento sul futuro. Una sfida che va vinta. Inoltre, la Turchia deve sciogliere quanto prima il nodo legato allo status dei siriani. In ottemperanza alla «clausola geografica», in base alla quale concede asilo unicamente a persone provenienti dall’Europa, la Turchia ha infatti garantito ai profughi siriani il solo status di «ospiti». Negli ultimi mesi, tuttavia, Ankara sembra aver compreso l’insostenibilità di questa soluzione. A inizio luglio, confermando le voci ufficiose 49, il presidente della Repubblica Erdoãan ha annunciato che la Turchia offrirà ai siriani residenti sul proprio territorio il diritto di cittadinanza 50. Si tratta di una mossa suscettibile di produrre molteplici conseguenze, non tutte prevedibili. In primo luogo, la naturalizzazione dei rifugiati siriani renderebbe teoricamente irreversibili gli effetti demografici prodotti sulla società turca dal loro arrivo in Anatolia. Tali effetti demografici verrebbero inoltre tradotti in effetti elettorali. Nel 2019, anno della tripletta elettorale (elezioni locali, presidenziali e parlamentari), centinaia di migliaia di siriani potrebbero aver ottenuto cittadinanza e diritto di voto, ciò che con tutta probabilità sposterebbe a favore dell’Ak Parti gli equilibri elettorali nelle «province contese» del Sud-Est 51. Infine, la concessione della cittadinanza agli «ospiti» siriani potrebbe influenzare drammaticamente l’accordo Turchia-Ue del 18 marzo. 6. Nelle ore successive all’annuncio di Erdoãan sulla concessione della cittadinanza agli «ospiti» siriani, l’hashtag #ÜlkemdeSuriyeliİstemiyorum (Non voglio i siriani nel mio paese) è balzato al vertice dei trend topic su Twitter 52. La reazione degli internauti turchi – secondo i sondaggi rappresentativa dell’intera società, elettori dell’Ak Parti compresi 53 – esemplifica la difficile condizione degli individui fuggiti dalla 46. Cfr. G. ERVIN, «Karadeniz’de Arap turist bereketi» (Nel Mar Nero ci sono turisti arabi in abbondanza), Al Jazeera Türk, 13/6/2016, goo.gl/p6qjAg 47. Cfr. İ. ÇEVIK, «Citizenship for Syrian migrants, a major step», Daily Sabah, 4/7/2016, goo.gl/C3OlQ4 48. Cfr. «Turkish gov’t calls for global attention to Turkey’s unschooled Syrian children», Hürriyet Daily News, 22/4/2016, goo.gl/LohspS 49. Cfr. D. SANTORO, «Ad Ankara piace l’Europa à la carte», Limes 3/2016, «Bruxelles, il fantasma dell’Europa», goo.gl/XIZwom 50. Cfr. «Erdoãan’dan Suriyelilere vatandaşlık açıklaması» (Dichiarazioni di Erdoãan sulla cittadinanza ai siriani), Al Jazeera Türk, 2/7/2016, goo.gl/GZnnxY 51. Cfr. «Türkiye’nin yeni seçmenleri: Suriyeliler» (I siriani: i nuovi elettori turchi), Hürriyet, 18/3/2016, goo.gl/rEKHjo 52. Cfr. «Turkish Twitter users criticize Syrian citizenship proposal as hashtag becomes TT», Hürriyet Daily News, 3/7/2016, goo.gl/TsZFvt 53. Cfr. «Halk Suriyelilere vatandaşlık verilmesine ne diyor?» (Qual è l’opinione della gente sul conferimento della cittadinanza ai siriani?), Bazhaber, 6/7/2016, goo.gl/z5XBS0
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49 2.609 0,60%
390.987 2,67%
26 0,01%
71 0,03%
M a r
N e r o
Province turche 1 Adalia (Antalya) 2 Adana 3 Adıyaman 4 Afyonkarahisar 5 Ağrı 6 Aksaray 7 Amasya 8 Ankara 9 Ardahan 10 Artvin
28 6.508 G R E C I A 1,62%
11 Aydın 12 Balıkesir 13 Bartin 14 Batman 15 Bayburt 16 Bilecik 17 Bingöl 18 Bitlis 19 Bolu 20 Burdur
21 Bursa 22 Çanakkale 23 Çankırı 24 Çorum 25 Denizli 26 Diyarbakır 27 Düzce 28 Edirne 29 Elâzığ 30 Erzincan 31 Erzurum 32 Eskişehir CIPRO 33 Gaziantep 34 Giresun 35 Gümüşhane 36 Hakkâri 37 Hatay 38 Iğdır 39 Isparta 40 İstanbul
R Niğde I A 41 Kahramanmaraş 51 Kocaeli S I 61 42 Karabük 52 Konya 62 Ordu 43 Karaman 53 Kütahya 63 Osmaniye 44 Kars 54 Malatya 64 Rize 45 Kastamonu 55 Manisa 65 Sakarya 46 Kayseri L I B A N O 56 Mardin 66 Samsun 47 Kilis 57 Mersin 67 Şanlıurfa 48 Kırıkkale 58 Muğla 68 Siirt 49 Kırklareli 59 Muş 69 Sinop 50 Kırşehir 60 Nevşehir 70 Sivas
71 Şırnak 72 Smirne (İzmir) 73 Tekirdağ 74 Tokat 75 Trabzon 76 Tunceli 77 Uşak 78 Van 79 Yalova 80 Yozgat 81 Zonguldak
“ospiti” siriani rispetto alla popolazione totale della provincia
0,25% Percentuale degli
di siriani sotto protezione temporanea per provincia
3.226 Numero totale
IRAQ
288 GEORGIA 0,05% 23.322 69 40 455 13 1,31% 590 1.687 45 0,16% 0,13% 81 5.301 521 İstanbul 0,22% 42 3.226 73 0,57% 604 0,16% 66 0,25 % 51 65 10 9 0,08% 271 27 5.881 79 0,11% 75 52 42 64 269 0,62% 894 34 170 2.435 23 0,15% 7 62 0,02% 0,05% 19 0,31% 0,05 % ARMENIA 1.290 1,05% 22 3.359 135 478 35 24 0,25% 0,65% 44 124 648 15 21 97.059 16 0,23% 0,03% 59 74 0,04% 441 80 ANKARA 48 2.069 0,11 % 3,41% 31 0,06% 12 1.667 0,04% 23 0,14% 38 0,04% 0,60% 0,03% 32 1.662 59.678 166 0,20% 8 30 0,07% 80 2.764 Erzurum 53 276 1,13% 0,66% 5 822 70 1.431 0,05% 0,15% 0,23% 50 563 5.669 0,25% 55 0,41% İzmir 3.210 76 97 688 711 1.059 4 0,11% 17 0,26% 59 0,17% 77 0,45% 0,30% IRAN 60 4.913 72 91.521 4.609 46 50.374 550 18.154 29 2,20% 1,71% 3,76% 18 0,16% 54 2,35% 0,80% 25 T U R C H I A 6.164 39 1,46% 11 6.540 6.308 1.520 14 17.977 0,62% 78 0,14% 52 68.822 3,17% 41 84.161 26 29.173 61 2.652 3,23% 0,63% 7,67% 1,76% 7.843 0,77% 2.841 24.358 20 3,04% 68 0,89% 3 4,04% 63 58 8.219 0,90% 2 166 444 36 944 1 0,01% 96.970 398.612 71 14.719 0,34% 40.516 43 0,18% 3% 56 12,17% 67 21,06% 150.658 7,90% Antalya 6,90% 47 33 57 139.028 37 7,97% 381.885 127.549 322.620 M a r M e d i t e r r a n e o 97,62% 16,70% 24,90
BULGARIA
GLI “OSPITI” SIRIANI IN TURCHIA
LA TURCHIA E L’ARMA ATOMICA DEGLI ‘OSPITI’ SIRIANI
CHI SIAMO?
guerra civile in Siria e rifugiatisi in Turchia. Questi ultimi non hanno più una patria nella quale tornare, sono «ospiti» in un paese che li ha accolti con straordinaria generosità ma nel quale vi sono chiaramente forti resistenze alla loro permanenza a tempo indeterminato e desiderano più di ogni altra cosa andare in un’Europa che pur di non riceverli non ha esitato a stringere un patto con il «demonio» Erdoãan 54. Quest’ultimo ha confermato di possedere abilità tattiche decisamente fuori dal comune, grazie alle quali riesce a compensare quella leggerezza strategica che spesso lo porta a infilarsi in vicoli apparentemente ciechi. Erdoãan è infatti riuscito a trasformare una potenziale catastrofe sociale e umanitaria in un formidabile strumento di offesa. Un’«arma atomica», come l’ha definita l’ex presidente della Commissione Ue Romano Prodi 55. A maggior ragione dopo l’inquietante silenzio delle cancellerie europee durante le ore calde del colpo di Stato del 15 luglio. Quel che resta da capire è cosa intenda ottenere. La mossa sulla cittadinanza agli «ospiti» dimostra che il vero obiettivo di Erdoãan non sono i visti. È infatti del tutto evidente che se nei prossimi mesi la Turchia desse seguito alle parole del presidente, l’accordo con l’Ue del 18 marzo collasserebbe. In presenza di un regime visa-free, i neocittadini turchi potrebbero infatti entrare in Europa senza visto, magari per restarci. In altri termini, la concessione della cittadinanza agli «ospiti» farebbe venire meno uno dei pilastri dell’accordo. E per Erdoãan non sarebbe certo una tragedia. Anzi. L’accordo Turchia-Ue risale a una fase storica ormai lontana, quella in cui in Turchia vi era un primo ministro che disponeva di un certo margine di autonomia, per quanto esiguo. Erdoãan non è mai stato un grande sostenitore dell’accordo con Bruxelles così come delineato nel vertice del 18 marzo 56. Per il presidente turco il visa-free è poco più di uno sfizio. I detentori di un passaporto, in Turchia, sono infatti meno di 10 milioni (su una popolazione di 78 milioni). Gran parte di essi, inoltre, non appartiene all’area elettorale dell’Ak Parti 57. Per comprendere quale sia il vero obiettivo perseguito da Erdoãan nel braccio di ferro con l’Ue occorre dunque guardare alle ultime mosse di Ankara sullo scacchiere eurasiatico. A partire dalla fine dello scorso anno la Turchia ha iniziato a combattere seriamente lo Stato Islamico tanto all’interno dei propri confini quanto, compatibilmente con i vincoli creatisi in seguito all’incidente del 24 novembre e alla crisi di Bašiqa, nel Siraq. Tale svolta risponde a una precisa esigenza strategica. La politica di sostegno all’Is era infatti solo la prima fase di una strategia che prevedeva la conquista e il successivo controllo, più o meno (in)diretto, dei territori da esso governati. In altri termini, il piano di Erdoãan era quello di favorire l’espansione territoriale dello Stato Islamico a discapito dei curdi e del regime di al-Asad per poi combatterlo e, auspicabilmente, sconfiggerlo una volta ottenute precise garanzie sulle 54. Cfr. F. MARONTA, «Migranti, minor risultato col massimo sforzo», Limes 3/2016, «Bruxelles, il fantasma dell’Europa», goo.gl/kJ9Kot 55. Cfr. «Türkiye’nin elinde atom bombası var» (La Turchia ha in mano una bomba atomica), Meydan Gazetesi, 20/4/2016, goo.gl/qdgU23 56. Cfr. D. SANTORO, «Ad Ankara piace l’Europa à la carte», cit. 57. Cfr. Z. DOÃAN, «Why is Erdogan threatening showdown on EU visa waiver?», Al Monitor, 3/6/2016, goo.gl/tf8BPs
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LA TURCHIA E L’ARMA ATOMICA DEGLI ‘OSPITI’ SIRIANI
sue quote territoriali nel Siraq 58. Gli eventi degli ultimi mesi hanno tuttavia fatto collassare la strategia del presidente turco. A novembre Erdoãan cercò in tutti i modi, con le buone e soprattutto con le cattive, di convincere il presidente americano Obama ad appoggiare il suo progetto di no-fly zone nel Nord della Siria, da sempre considerato dal «sultano» come la condizione indispensabile per un coinvolgimento a pieno titolo della Turchia nella lotta allo Stato Islamico 59. A fronte dell’ostinata resistenza americana, Erdoãan ha fatto un ultimo disperato tentativo in occasione del vertice sulla sicurezza nucleare tenutosi a Washington a fine marzo. In quell’occasione, il presidente turco propose a Obama di sostituire le Ypg curde con una coalizione di jihadisti allestita da Ankara e Riyad per svolgere il lavoro sporco nella Siria del Nord. Secondo alcune ricostruzioni, Erdoãan avrebbe messo a disposizione degli americani addirittura le Forze armate turche 60. A metà aprile, tuttavia, i jihadisti filo-turchi hanno fallito la prova del nove. Dopo aver conquistato al-Rai, i mercenari sostenuti da Ankara hanno tenuto il villaggio per appena tre giorni prima di essere spazzati via dai men in black di al-Baôdådø 61. A inizio luglio il ministro degli Esteri Çavuşoãlu si è lasciato sfuggire in un’intervista a Le Monde che esiste un accordo segreto su Manbij tra Turchia e Usa 62. L’esistenza di tale accordo è stata smentita dal portavoce del ministero Tanju Bilgiç 63. Dalla prospettiva turca, tuttavia, il punto centrale della questione non è l’esistenza o meno di un’intesa con gli americani sul ruolo del Pkk/Pyd nella Siria del Nord, quanto il fatto che, ormai è chiaro, un accordo con Obama vale meno di un pound siriano. La politica dichiaratamente antiturca e filo-Pkk dell’amministrazione Usa, l’impossibilità per Ankara di fornire copertura aerea ai propri proxies in Siria a causa della no-fly zone imposta dalla Russia dopo l’incidente del 24 novembre e l’evidente inadeguatezza militare dei jihadisti filo-turchi hanno palesato a Erdoãan il peggiore incubo geopolitico che la Turchia si sia trovata a fronteggiare dal 1923 a oggi. Mentre i ribelli filo-turchi rischiavano di essere estromessi dal campo di battaglia siriano, i proxies sciiti della Russia (al-Asad, pasdaran, Õizbullåh, bande irachene) e le Ypg curde, mascherate sotto un diverso acronimo e abbellite con qualche arabo di passaggio, continuavano invece a espandersi senza sosta incorporando porzioni sempre maggiori di territorio siriano sottratte in parte al «califfo» e in parte ai jihadisti sostenuti dalla Turchia. Grazie ai successi militari delle Ypg, il Pkk è dunque vici-
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58. Cfr. D. SANTORO, «Per Erdoãan, malgrado tutto l’Is resta il male minore», Limes 11/2015, «La strategia della paura», pp. 31-42 59. Cfr. ID., «Erdoãan contro Putin, la grande sfida dei due imperatori», Limes 1/2016, «Il mondo di Putin», pp. 169-184 60. Cfr. V. ÖZER, «ABD gezisinin bilinmeyenleri» (Ciò che non si sa della visita negli Stati Uniti), Hürriyet, 5/4/2016, goo.gl/exKGmQ 61. Cfr. L. FADEL, «ISIS reverses all rebel gains and more in northern Aleppo: Al-Rai recaptured», Al Masdar News, 11/4/2016, goo.gl/RRS5TA 62. Cfr. C. AYAD, «Turquie: “Nous combattons Daech par tous les moyens”», Le Monde, 4/7/2016, goo.gl/IeC6ah 63. Cfr. «Bilgiç’ten ABD ile gizli anlaşma açıklaması: “Gizli anlaşma deãil iş birliãi”» (Chiarimento di Bilgiç sull’accordo segreto con gli Usa: “Non si tratta di un accordo segreto ma di cooperazione”), Karar, 6/7/2016, goo.gl/ytTOae
CHI SIAMO?
no alla creazione di uno «stan» che si estende dal Sinãår (dove i terroristi curdi mantengono una nutrita presenza militare contro il volere del presidente del Krg Masud Barzani) 64 all’Alauistan. Un mostro geopolitico per sopprimere il quale Erdoãan è disposto a tutto. Per la Turchia, infatti, il «Pkkstan» non è solo una clamorosa minaccia alla propria sicurezza nazionale, ma una metastasi terroristica che, saldandosi alla guerra nel Kurdistan turco, trasformerebbe l’Anatolia, anche e soprattutto quella occidentale, in un campo di battaglia. 7. È alla luce di queste dinamiche che va inquadrato il processo di normalizzazione dei rapporti con la Russia iniziato dopo la lettera di scuse inviata da Erdoãan a Putin a fine giugno 65. Nonostante le relazioni tra Ankara e Mosca siano caratterizzate da corposi interessi, alla base dell’accelerazione turca sta l’imperativo categorico di spezzare l’intesa tattica tra Mosca e il Pkk. Preso atto che con gli americani non ci sono speranze, Erdoãan deve per forza puntare tutto sui russi. Tale operazione potrebbe essere agevolata dal fatto che, a differenza di Washington, la Russia dispone di numerosi altri proxies nel Siraq. Nonostante Mosca usi le organizzazioni paramilitari curde in funzione antiturca (ottomana) fin dai tempi di Caterina II 66, nel recente passato il sostegno al Pkk è salito sopra il livello di guardia solo in seguito all’abbattimento del Su-24. Chiaramente, per sganciare il Pkk da Mosca Erdoãan dovrà pagare un prezzo. Non è un caso che una decina di giorni prima dell’inizio del processo di normalizzazione delle relazioni tra Turchia e Russia un alto dirigente dell’Ak Parti abbia dichiarato alla Reuters che Ankara è pronta ad ammorbidire la propria posizione nei confronti del presidente siriano al-Asad 67. Pare che negli scorsi mesi sia stato istituito un canale di comunicazione indiretto tra Ankara e Damasco, mediato da un ex capo dell’intelligence militare turca e dal leader del Partito della madrepatria (formazione nazionalista minore), secondo il quale il presidente siriano sarebbe pronto a mettere una pietra sul passato. Il vice primo ministro Numan Kurtulmuş ha inoltre lasciato intendere di recente che le circostanze impongono un miglioramento delle relazioni turco-siriane 68. La riabilitazione di Asad sarebbe senza dubbio clamorosa. Ma tutt’altro che illogica se vista dalla prospettiva di un Erdoãan che si sta reinventando per l’ennesima volta 69. Tenendo a mente che in questa fase il presidente turco tende a leggere la geopolitica mediorientale quasi esclusivamente attraverso il prisma curdo, Asad rappresenta un partner indispensabile per la Turchia. «Asad sarà un assassino 64. Cfr. l’intervista di A. ZAMAN, «Massoud Barzani vows to fight corruption with same dedication as KRG has fought IS», Al Monitor, 22/3/2016, goo.gl/KpCwOj 65. Cfr. «Erdoãan’dan Putin’e mektup» (Lettera di Erdoãan a Putin), Milliyet, 27/6/2016, goo.gl/iRJLfE 66. M.A. REYNOLDS, «Vladimir Putin, Godfather of Kurdistan?», The National Interest, 1/3/2016, goo.gl/pL945l 67. Cfr. «Reuters: Türkiye Esad’a karşı olan tutumunu yumuşatabilir!» (Reuters: la Turchia potrebbe ammorbidire la sua posizione nei confronti di Asad), Vatan, 15/6/2016, goo.gl/gieey0 68. Cfr. sul punto C. ÇANDAR, «Why Turkey is striking out on the diplomatic field», Al Monitor, 20/6/2016, goo.gl/liGc6s 69. Cfr. S. İDIZ, «Can Erdoãan reinvent himself?», Hürriyet Daily News, 7/7/2016, goo.gl/JNfwqv
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LA TURCHIA E L’ARMA ATOMICA DEGLI ‘OSPITI’ SIRIANI
fino alla fine», spiega il citato alto dirigente dell’Akp, «ma non supporta l’autonomia dei curdi. Possiamo non piacerci, ma su questo tema sosteniamo la stessa politica» 70. La Turchia può annientare il Pkk all’interno dei propri confini, ma per neutralizzarlo in Siria ha bisogno di alleati sul terreno. E l’unico mercenario efficace arruolabile è proprio il presidente siriano. Sul piano interno, Erdoãan non avrebbe alcun problema a far digerire l’eventuale svolta siriana al suo elettorato. Il presidente turco ha già dimostrato di saper gestire con abilità anche le retromarce più umilianti. Senza mai perdere la faccia. Gli islamisti raccolti intorno alla fondazione organizzatrice della spedizione della Mavi Marmara (İhh), ad esempio, sono insorti in seguito all’accordo tra Ankara e Gerusalemme del 29 giugno 71, propagandato da Erdoãan come una vittoria della Turchia (che tuttavia non ha ottenuto nulla sul blocco di Gaza, questione della massima rilevanza per gli islamisti turchi). Come ha fatto notare Semih İdiz, questi ultimi possono sbraitare finché vogliono, ma dovranno continuare a sostenere Erdoãan e l’Ak Parti per mancanza di alternative 72. Il paragone più calzante è però quello con la riabilitazione dei militari nel febbraio dello scorso anno. In un discorso alla Scuola di guerra, il «sultano» sconfessò i casi giudiziari contro i vertici delle Forze armate lamentando di essere stato ingannato dal suo ex-sodale Fethullah Gülen, il quale avrebbe ordito un complotto contro l’esercito. Poco importa che pochi anni prima Erdoãan si fosse auto-attribuito il ruolo di «pubblico ministero» delle inchieste contro i paşa 73. La mossa del presidente turco è stata peraltro vincente. In occasione del colpo di Stato del 15 luglio i vertici delle Forze armate, quantomeno quelli non presi in ostaggio, gli sono rimasti fedeli, sconfessando i golpisti e rinnegando il progetto di rimuovere un governo democraticamente eletto. Nel caso di Asad, verrà probabilmente seguito lo stesso copione, anche se probabilmente gli effetti non saranno gli stessi. I festeggiamenti andati in scena a Damasco alla notizia del colpo di Stato in Turchia lasciano supporre che il presidente siriano non accorrerebbe in soccorso del suo ex compagno di merende in caso di nuovo golpe. In ogni caso, a cambiare sarà solo il capro espiatorio. Al posto di Gülen ci sarà l’ex «primo ministro» Ahmet Davutoãlu 74, il teorico della politica degli «zero problemi con i vicini» per ironia della sorte cacciato al grido di «dobbiamo diminuire i nostri nemici e aumentare i nostri amici». Più complicato sarebbe massimizzare gli effetti geopolitici dell’eventuale svolta nella politica siriana. Fondamentali, in questo senso, saranno l’esito del dialogo russo-americano e, soprattutto, il risultato delle elezioni presidenziali Usa. Per il re-
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70. Cfr. «Reuters: Türkiye Esad’a karşı olan tutumunu yumuşatabilir!», cit. 71. Cfr. C. KARAN, «Mavi Marmara eylemcisi İbrahim Sediyani AKP ve İHH’ye isyan etti» (L’attivista della Mavi Marmara İbrahim Sediyani si è ribellato all’Akp e alla İhh), Cumhuriyet, 2/7/2016, goo.gl/rpU1fW 72. Cfr. S. İDIZ, «Islamists are angry but have no one else to turn to», Hürriyet Daily News, 5/7/2016, goo.gl/q0rbLH 73. Cfr. D. SANTORO, «La grande strategia della Turchia neo-ottomana», cit. 74. Cfr. M. YETKIN, «Erdoãan admits “ties to be mended” in Turkey’s relations», Hürriyet Daily News, 5/7/2016, goo.gl/Gxmdc9
CHI SIAMO?
RIFUGIATI SIRIANI IN TURCHIA DAL 2011 2.800.000
2.503.549
2.742.055
2015
2016*
2.400.000 2.000.000 1.519.286
1.600.000 1.200.000 800.000 400.000 0
14.237 2011
2012
224.655
2013
2014
*Al 9/6/2016 Fonte: Türkiye Cumhuriyeti İçişleri Bakanlığı Göç İdaresi Genel Müdürlüğü (Direttorato generale per la gestione delle migrazioni, Ministero degli Interni della Repubblica di Turchia).
sto, le circostanze sembrano sufficientemente favorevoli perché Erdoãan possa vendere la bancarotta della sua politica siriana come un grande successo strategico. La riappacificazione con la Russia e il netto miglioramento delle relazioni con l’Iran potrebbero infatti consentire al «sultano» di ritagliarsi uno strapuntino al tavolo dei lupi famelici in attesa di sbranare ciò che resta della Siria. E magari di ottenere una porzione abbondante della pietanza più prelibata: la ricostruzione. All’origine di questa rivoluzione strategica che rimane ancora in fase embrionale, sta la necessità di soffocare la minaccia curda proveniente dal Nord della Siria. Un imperativo che orienterà anche le relazioni con l’Unione Europea. È infatti del tutto evidente che la Turchia non potrà mai infliggere un colpo veramente letale al Pkk fino a quando quest’ultimo manterrà intatto il suo network propagandistico, finanziario e criminale in Europa. Nel Vecchio Continente il Pkk raccoglie fondi tra gli emigrati curdi, gestisce una fetta importante del narcotraffico e, soprattutto, apre uffici di rappresentanza per le sue estensioni (Pyd e Hdp) 75. A metà giugno il segretario dell’Hdp, che appena un paio di settimane prima era stato definito come «l’estensione politica» del Pkk dal Consiglio di sicurezza nazionale turco 76, ha avuto l’opportunità di visitare il Parlamento europeo. A Selahattin Demirtaş è stata riser75. Cfr. «Pkk Funding Operations and Methods», File n. 8695 (Robert Fragnito, Stratfor), Wikileaks, 12/6/2007, goo.gl/ypCxkH; F. TAŞTEKIN, «Syrian Kurds expand diplomatic network in Europe», Al Monitor, 22/4/2016, goo.gl/fRqpWB 76. Cfr. «Mgk’dan Hdp’ye “terör örgütünün siyasi uzantısı” suçlaması» (Il Consiglio di sicurezza nazionale accusa l’Hdp di essere “l’estensione politica dell’organizzazione terroristica”), İlerihaber, 26/5/2016, goo.gl/27OfE2
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LA TURCHIA E L’ARMA ATOMICA DEGLI ‘OSPITI’ SIRIANI
vata un’accoglienza da capo di Stato, con tanto di bandiere delle Ypg (ala militare della succursale siriana del Pkk) appese ai muri 77. La visita di Demirtaş è avvenuta a una settimana dal sanguinoso attentato realizzato a İstanbul dal Tak, organizzazione satellite del Pkk (11 morti e 26 feriti). Sarebbe come se all’indomani dell’attentato dell’Is a Bruxelles Erdoãan avesse accolto il portavoce di al-Baôdådø al palazzo Topkapı facendo sventolare la bandiera del «califfato» sul Bosforo. Il presidente turco ha minacciato vendetta, ruggendo che l’Europa pagherà il prezzo del suo sostegno al Pkk 78. Al di fuori dei confini nazionali le minacce di Erdoãan raramente sortiscono gli effetti desiderati. Putin, Netanyahu, probabilmente Mursø, forse persino al-Asad. Non sono pochi i sopravvissuti alle ire del «sultano». Quest’ultimo ha tuttavia alzato enormemente la posta. A metà marzo il presidente turco ha affermato che il sacrificio di 300 martiri ha consentito alla Turchia di distinguere gli amici dai nemici, un successo che Erdoãan ha paragonato nientemeno che alla vittoria di Çanakkale e alla guerra di liberazione nazionale 79. In altri termini, il «sultano» ha implicitamente elevato il conflitto con il Pkk al rango di seconda guerra d’indipendenza. E quando è in gioco l’integrità della loro nazione, i turchi hanno dato prova di saper sconfiggere avversari ben più temibili degli attuali governi europei.
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77. Cfr. «Avrupa’dan teröre açık destek!» (L’Europa sostiene apertamente il terrorismo), Star, 15/6/2016, goo.gl/j0J9w5 78. Cfr. «Turkish nation will call EU to account for support for terror, says Erdoãan», Hürriyet Daily News, 17/6/2016, goo.gl/mTpL0d 79. Cfr. «Erdoãan: 300’ün üzerinde şehit verdik ama ne kazandık biliyor musunuz? (Erdoãan: abbiamo sacrificato oltre 300 martiri ma lo sapete cosa ci abbiamo guadagnato?), Cumhuriyet, 17/3/2016, goo.gl/I3KvUM
CHI SIAMO?
IL LIBANO REGGE
di Lorenzo TROMBETTA
Nonostante l’esorbitante rapporto profughi-popolazione, gli squallidi campi informali, le discriminazioni e le narrazioni antagoniste, il Paese dei Cedri non sprofonda. Strumenti per una geopolitica delle animosità locali. Gli stereotipi reciproci.
I
1. VERSI D’AMORE DELLA CANZONE RIEMPIONO ogni angolo del taxi collettivo che si fa strada tra gli ingorghi di Beirut. I finestrini aperti per il caldo lasciano che le parole sguaiate di ‘Alø Døk, cantante siriano originario della zona costiera di Latakia, investano altre auto ferme nel traffico. All’interno del taxi due passeggeri canticchiano i versi di Må bes’al ‘anno («Non chiedo di lui») 1, uno degli ultimi successi di Døk nel mercato mediorientale. Al semaforo un giovanissimo mendicante siriano si avvicina proponendo di pulire lo specchietto laterale del taxi per poche lire. Il tassista lo manda via e si lamenta nei confronti dei siriani che «hanno invaso ogni angolo del paese». Gli altri due passeggeri si uniscono al coro d’insofferenza nei confronti di «questi che credono di fare quel che vogliono», di «’sti siriani che è meglio che se ne tornino a casa». La voce del cantante siriano ‘Alø Døk torna a riempire il taxi, il semaforo lascia passare le auto e la vita scorre normale a Beirut. 2. Beirut è da tempo una delle città più sicure del Medio Oriente. Paragonata ad Aleppo, Damasco, Baghdad, Tripoli, Gerusalemme, İstanbul, quello che un tempo era uno degli scali del Levante è oggi il luogo rifugio di chi voglia continuare a vivere in quest’angolo di Mediterraneo orientale senza rischiare troppo. Nonostante le offese e le discriminazioni a cui sono sottoposti quasi giornalmente moltissimi siriani presenti in Libano, per loro Beirut è anche un posto meno pericoloso di altri nella regione. Le Nazioni Unite hanno finora registrato in Libano un milione e 33.513 rifugiati siriani 2. Le autorità libanesi hanno più volte affermato che nel paese ci sono 1. Il videoclip del brano di ‘Alø Døk è pubblicato su YouTube a questo link: goo.gl/68PZi4. 2. Si veda il Syrian Regional Refugee Response, goo.gl/NaUTzf. Dati aggiornati al 18/7/2016.
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IL LIBANO REGGE
«più di un milione e mezzo di ospiti siriani» 3. E c’è chi arriva a sostenere che «i siriani siano quasi due milioni». Un dato spesso evocato, anche da diplomatici occidentali in Libano e inviati delle cancellerie europee, è quello secondo cui il Paese dei Cedri si troverebbe a ospitare più di un terzo della sua popolazione totale, che sfiora appena i quattro milioni di abitanti. Non c’è ministro o sottosegretario italiano che non sia venuto in visita ufficiale a Beirut e non abbia ricordato che lo sforzo compiuto dal Libano è pari a quello che l’Italia dovrebbe compiere se ospitasse sul suo territorio circa venti milioni di nuovi rifugiati, pari a un terzo degli attuali sessanta milioni di abitanti italiani. Il paragone è affascinante, ma il suo effetto retorico non va oltre i titoli di un giornale. I contesti sono infatti diversi. Il Libano non è firmatario della convenzione di Ginevra sui rifugiati (1951) e viola ogni giorno i diritti basilari di palestinesi, siriani e di tante altre comunità di migranti in fuga dalla guerra, dalla persecuzione, dall’assenza di prospettive di una vita dignitosa nei loro paesi d’origine. Il Libano ufficiale continua a chiamare «ospiti» i siriani giunti nel paese dal 2011, per non dare alcuna possibilità all’idea che questi individui possano rimanere a lungo sul territorio nazionale. Sono però ormai passati più di cinque anni dall’arrivo delle prime centinaia di siriani giunti nell’estremo Nord-Est libanese di Wådø Œålid. Quei siriani fuggivano allora dalla repressione governativa nell’area di Talkalaœ, nella regione di Õimâ. Moltissimi tra quelli presenti oggi in Libano non possono tornare in Siria. I più fortunati non fanno ritorno per mancanza di lavoro e prospettive di una vita che li soddisfi. Ma molti hanno perso quasi tutto: parenti, lavoro, terreni, casa. E non sono pochi quelli che hanno perso anche la speranza di tornare. E che si trovano in Libano non per scelta ma per costrizione. Chi non ha i soldi per pagare l’affitto, a prezzi rialzati, a Beirut o in altre città e località minori del paese, è ridotto a vivere nei sotterranei, in cantine, in negozi abbandonati, in case mai finite di costruire con i tondini che spuntano da pilastri di cemento armato. In queste abitazioni di fortuna c’è chi è riuscito a far montare gli infissi a porte e finestre, magari con il denaro di qualche agenzia di cooperazione governativa europea. Così d’inverno fa meno freddo. C’è chi sta peggio. E da anni vive in una tenda. O in una capanna fatta di lamiere o tavole di legno. Questi agglomerati sono chiamati «campi informali» perché il Libano – a differenza della Turchia e della Giordania – non ha mai attrezzato né riconosce veri e propri «campi profughi» per siriani. Nei campi informali vivono i siriani di ultima categoria. L’esercito e la polizia libanese erigono spesso posti di blocco vicino a essi. E ogni volta che qualche siriano tenta di muoversi nella zona, spesso per andare dal medico, per recarsi all’ufficio dell’Onu più vicino per registrarsi o ottenere le tessere annonarie per gli aiuti, viene fermato. Mol-
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3. Così il ministro degli Esteri libanese, Gibran Basil (Ãubrån Båsøl), parlando a Beirut in conferenza stampa congiunta col collega italiano Paolo Gentiloni, 13/7/2015.
CHI SIAMO?
ti di quelli fuggiti dalla Siria non hanno documenti. Oppure i loro passaporti e carte d’identità sono scaduti perché non possono rinnovarli o per ragioni politiche: le autorità siriane in Libano sono infatti espressione del governo di Damasco. Molto più spesso, queste persone non hanno i soldi per pagare la tassa, rincarata, richiesta dall’ambasciata siriana in Libano. E perché non è loro consentito di allontanarsi dal campo di tende in cui sopravvivono. Senza documenti validi, i maschi adulti – ma anche gli adolescenti – vengono fermati. E nella maggior parte dei casi vengono umiliati, picchiati, trattenuti per giorni in caserma e trattati come criminali. Molti di loro hanno subito torture 4. Moltissime siriane sono state costrette alla prostituzione e hanno subito violenze sessuali 5. Gli episodi di discriminazione più espliciti e violenti contro profughi siriani e di cui si sono macchiati i militari libanesi si sono verificati subito dopo episodi terroristici avvenuti in Libano tra il 2014 e il 2016 e per i quali sono stati accusati individui siriani. Con l’obiettivo di rispondere all’ondata di panico che dopo gli attentati si diffonde in molti ambienti della società libanese e per cercare di sviare l’attenzione dalle accuse secondo cui il governo centrale non sarebbe in grado di assicurare protezione ai suoi cittadini, le autorità di Beirut puntualmente chiedono a polizia ed esercito di mostrare il pugno di ferro nel ristabilire la «sicurezza» nelle zone più calde, solitamente il Nord del Libano e la valle orientale della Biqå‘. Il «pugno duro» si traduce in una raffica di retate e arresti contro siriani, in larga parte maschi e adulti, presi in maniera quasi sempre casuale nei «campi informali». In molti casi, gli stessi agglomerati di tende vengono danneggiati, se non dati alle fiamme e distrutti. Dal gennaio 2015, in Libano è entrata inoltre in vigore una normativa che rende assai più difficile ai siriani entrare legalmente nel paese e veder riconosciuto il diritto alla residenza. Da un anno e mezzo anche per i siriani più fortunati è assai più difficile di prima veder rinnovato il proprio permesso di soggiorno. In questo contesto, gli inviti a recarsi in Germania rivolti ai siriani in fuga nell’estate 2015 dalle autorità tedesche sono stati presi alla lettera da moltissimi profughi presenti in Libano e in tutta la regione. C’è chi tra libanesi e iracheni si è addirittura finto «siriano», procurandosi un passaporto falso, pur di raggiungere la Germania e trovare un luogo dove ricominciare a vivere. Poche settimane dopo però le porte tedesche e dell’Europa si sono richiuse. Ma l’effetto fuga era ormai iniziato. Moltissimi siriani, in particolare quelli senza speranza prigionieri nei campi del Libano, hanno comunque scelto la via del mare. Un passaggio dal porto libanese di Tripoli verso la costa turca e da lì la rotta balcanica puntando verso Austria, Germania, Svezia. E a chi gli chiedeva in Libano perché mai rischiassero la vita – e spesso quella dei loro familiari, a volte donne e bambini – la risposta tipo era: «Qui in Libano non c’è vita. Non ho diritti. Rischio di essere 4. Human Rights Watch, 12/1/2016 (goo.gl/1T0me2). 5. The Guardian, 30/4/2016 (goo.gl/X25Xp5).
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arrestato, torturato e rispedito in Siria. Dove mi attende la morte. Meglio, dunque, rischiare la vita in mare» 6. 3. Questo è il racconto da parte dei profughi siriani. Ma loro sono solo uno dei tre principali attori della vicenda. Gli altri due protagonisti sono le autorità centrali libanesi e le comunità locali, quelle che ogni giorno devono fare i conti con la presenza massiccia di siriani giunti da oltre confine. Le Nazioni Unite, con le varie agenzie coinvolte nella crisi (in prima linea c’è l’Unhcr per i profughi siriani e l’Undp a sostegno delle comunità locali) e le numerosissime organizzazioni non governative occidentali, arabe e di altri paesi sono comparse che assistono alle vicende dei tre protagonisti ma che hanno scarsa capacità di cambiare le dinamiche in corso a livello sia locale sia nazionale. Da una parte ci sono le istituzioni e i poteri centrali di Beirut, espressione di poteri regionali con ramificazioni internazionali. E dall’altra ci sono i profughi siriani, anch’essi percepiti come soggetti politicamente schierati perché provenienti in larga parte da zone della Siria considerate ostili, almeno fino al 2013, al governo di Damasco. La maggioranza dei profughi siriani è formata da sunniti di aree colpite dalla repressione del regime del contestato presidente Ba44år al-Asad. La loro presenza sul territorio libanese a volte contrasta con la realtà sul terreno: i siriani, sunniti e «anti-regime», si trovano a essere spesso ospitati da comunità non sunnite e controllate da gruppi politici vicini a Damasco. È qui che tra i due poli appena descritti (autorità di Beirut e profughi siriani) si inserisce il terzo polo, quello delle comunità locali. Queste sono composte da gente comune (ahålø, plurale di ahl), che ha bisogno di vivere in maniera il più possibile normale e che è preoccupata costantemente di ricevere i servizi essenziali (acqua, elettricità, cure mediche, educazione per i figli, lavoro); da élite (nuœab) politiche, deputati ed ex deputati, ex capi milizie dell’epoca della guerra civile (1975-90), figli di defunti capibastone uccisi o morti di vecchiaia, eredi di latifondisti; e da capi religiosi, siano essi vescovi, 4uyûœ, parroci, imam di moschea, såda, patriarchi. L’interesse prioritario e assoluto delle comunità locali e dei loro leader è di mantenere la pace sociale (al-silm al-ahlø): far sì che le risorse del territorio siano gestite dalla comunità senza esporla al rischio di perdere le proprie prerogative. Profondamente pragmatici, i leader delle comunità locali sono i primi che hanno, di fatto, aperto le porte ai profughi siriani quando non c’era altra scelta, quando si sono resi conto che rifiutare l’insediamento dei siriani in fuga avrebbe creato più problemi che soluzioni alla comunità locale. E i rappresentanti dei poteri locali, spesso informali, sono i primi che invitano le ahålø alla pazienza nel sopportare il peso della presenza dei siriani nel territorio. Questi leader, per esem-
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6. Si ricorda che nel 2015 la Comunità di Sant’Egidio, la Federazione delle Chiese evangeliche in Italia (Fcei) e la Tavola valdese hanno sottoscritto con i ministeri degli Esteri e dell’Interno italiani un protocollo d’intesa che prevede l’arrivo in Italia nell’arco di due anni di circa mille profughi – per lo più siriani – dal Libano, più altri dal Marocco e dall’Etiopia.
CHI SIAMO?
PROFUGHI SIRIANI IN LIBANO
Talkalah Wādī Hālid
Area Unifil
(AKKĀR
Principali strade Tripoli
Zone di concentrazione dei profughi siriani Regioni del Libano
NORD
Percentuale dei profughi siriani sul totale della popolazione
Beirut Biqā( Nord Sud
Verso Hims . .
3,35% 61,29% 30,52% 4,85%
Ra(s Ba(albak
L I B A N O Jbail
BIQĀ(
Beirut
MONTE LIBANO
S I R I A
Sidone
Damasco
AL-NABATIYYA SUD
Area
Tiro
of Und )
I S R A E L E
(Onu
Alture del Golan (occupate da Israele)
Fonte: Unhcr, aggiornato al 30 giugno 2016
pio, sanno che i siriani in fuga dalla piana di Õimâ non hanno altra scelta che rimanere nel Nord-Est del Libano fino a quando non potranno tornare a casa. Questo, in alcuni casi, significa che per molti anni quei siriani rimarranno in quel fazzoletto di Libano. I capibastone locali non possono permettersi di applicare la
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IL LIBANO REGGE
politica del «pugno duro contro gli stranieri», come di tanto in tanto fanno i governanti a Beirut – la calma Beirut – perché sanno che la comunità stessa pagherebbe il prezzo di un duro confronto sociale ed economico. Certo, a livello locale sono imposti dei coprifuoco notturni, per cui «gli stranieri 7 (i siriani)», non hanno diritto di muoversi all’interno della cittadina dal tramonto all’alba; le autorità locali giustificano spesso i modi brutali con cui l’esercito conduce retate in «case di siriani» e chiudono più di un occhio quando qualche cittadino libanese organizza ronde per picchiare «siriani sospetti» o quando diversi cittadini libanesi vanno a incendiare tende nel vicino campo profughi. Analogamente, i capi locali raramente impongono ai proprietari di case e di terreni, dove sono ospitati i profughi, di non speculare sui prezzi di affitto, dal 2012 lievitati ovunque in maniera esponenziale. Così facendo, i rappresentanti delle comunità locali affermano di fare l’interesse della loro stessa gente: proteggendo l’economia locale, ricordando ai siriani che loro sono ospiti e che devono rispettare le gerarchie. Al contempo, le élite politiche e religiose smussano i proclami perentori del governo di Beirut improntati alla necessità di ristabilire la «sicurezza» e di «lottare contro il terrorismo». I leader locali sanno che nella maggior parte dei casi i civili siriani del campo vicino o che abitano in città non sono «terroristi» e non hanno legami di alcun genere con i miliziani, spesso jihadisti, che hanno basi oltre confine o in zone frontaliere da sempre terra di nessuno. E nel quadro generale, gli incidenti e le violenze, anche gravi e riprovevoli, esercitate contro profughi siriani in varie località del Libano o in quartieri di Beirut appaiono comunque episodici. Alla storia di un lavoratore siriano picchiato quasi fino alla morte da giovani libanesi armati di mazze e bastoni, corrispondono decine di storie di siriani che, pur nella subalternità imposta dal contesto locale, sono riusciti a trovare in Libano un tetto e un lavoro da offrire ai propri figli. 4. Il panorama libanese è da molti anni descritto come esplosivo, sull’orlo di una nuova guerra civile. In generale, il Libano è associato a immagini di instabilità, insicurezza, fragilità. Eppure, con la guerra siriana alle porte e nel bel mezzo della tormenta che scuote il cardine afro-asiatico tra Libia e Yemen, il Libano continua a essere il territorio più sicuro e stabile della regione. Nonostante la presenza di oltre un milione di siriani. E nonostante questo milione sia oltre un quarto della popolazione totale libanese. Certamente, l’afflusso massiccio di profughi siriani e il prolungato stato di belligeranza in Siria, con le relative ripercussioni regionali e internazionali, hanno esasperato le preesistenti tensioni politicoconfessionali del Libano. Ma il Paese dei Cedri oggi è il luogo più sicuro della regione non solo perché le potenze che si fanno la guerra in Siria e altrove hanno da tempo deciso di usare il Libano come terreno per negoziare e lasciare aperte porte per il dialogo. Ma anche per la presenza di interessi locali sapientemente
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7. La parentesi è stata volutamente inserita tra le virgolette perché così appare l’espressione scritta sugli striscioni appesi nelle località libanesi dove è imposto il coprifuoco. Si parla di «stranieri» (alaãånib), ma per essere espliciti si precisa, tra parentesi, «i siriani» (al-suriyyûn).
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protetti da leader politici e religiosi delle comunità più esposte ai danni del conflitto in Siria e all’arrivo in massa di siriani in cerca di casa e lavoro. Queste comunità locali hanno finora espresso un livello relativamente alto di flessibilità e una capacità di adattamento ai nuovi equilibri tra risorse del territorio e beneficiari. In alcuni casi l’aspetto confessionale influisce in maniera decisiva nell’aumentare o nel diminuire le tensioni, che scaturiscono però da questioni non connesse al credo religioso dei contendenti: si lotta prima di tutto per il controllo di terreni e pozzi d’acqua, per i sussidi offerti dalle agenzie dell’Onu solo ai rifugiati e non a chi li ospita, per l’accesso alle cure mediche e agli ospedali e per veder garantito il diritto all’istruzione dei propri figli. Per cercare di misurare il tipo di sfida che i leader locali devono affrontare per mantenere la pace sociale, è possibile analizzare i vari casi libanesi (la cittadina, il distretto, il villaggio) attraverso una griglia di fattori oggettivi che, ciascuno da una propria angolatura, descrivono la situazione sul territorio, indipendentemente dall’atteggiamento dei rappresentanti comunitari. Tra questi fattori figurano: a) la pressione demografica, ovvero quanti profughi siriani abitano oggi quell’area e qual è il rapporto percentuale con i libanesi locali; b) la continuità o la discontinuità territoriale/geografica tra l’area dove sono ospitati i siriani e la loro località di origine; c) se il confine siro-libanese è vicino all’area di cui ci si occupa; d) e se la frontiera in quel tratto è di fatto aperta oppure chiusa; e) l’omogeneità o la disomogeneità socio-economica tra profughi e libanesi; f) l’affinità o l’estraneità confessionale tra le due comunità; g) la rivalità politico-ideologica tra siriani e libanesi costretti a vivere nello stesso quadrato di terra. Ogni fattore può essere associato a una scala di valori così che il numero totale associato alla località che si intende studiare indicherà, in maniera certamente solo approssimativa, il grado di animosità di partenza tra le due comunità. La pressione demografica gioca un ruolo fondamentale nell’esacerbare le tensioni, ma ci sono casi – come nel Nord del Libano – dove villaggi con circa 5 mila abitanti locali sono stati «invasi» dall’arrivo di circa 8-10 mila siriani. La guerra non è scoppiata in quel caso. E non necessariamente per il ruolo fondamentale svolto dalle élite cittadine. Può avere avuto importanza il fatto che le due comunità intrattengono da decenni rapporti di conoscenza reciproca, perché (fattori b e c) i siriani provengono da una zona confinante con quella dove sono stati ospitati dai libanesi. In questo caso, meglio se il confine internazionale in quel tratto è di fatto aperto (fattore d). Ma generalmente e in particolare nella Biqå‘ o nel Sud del Libano, le comunità non sono omogenee per quanto riguarda l’appartenenza confessionale (fattore f: «siriani sunniti ospitati da sciiti») e sono inoltre fortemente rivali a livello politico-ideologico (fattore g: siriani «antiregime» ospitati da «sciiti filo-Õizbullåh» o da cristiani vicini al partito di Michel Aoun (Møšål ‘Awn), alleato del Partito di Dio libanese). Eppure, se la pressione demografica è bassa (fattore a), come capita in molte aree del Libano sud-orientale o se la diversa appartenenza socio-economica dei siriani e dei libanesi non crea forti contrasti (fattore e: siriani con esperienza nel settore edile ospiti di comunità agricole dove c’è biso-
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gno più di operai che di nuovi contadini), le rivalità confessionali e politiche si appianano in nome di interessi convergenti. Nei luoghi dove la somma di questi fattori indica un potenziale alto livello di tensione, ci pensano i rappresentanti locali, in alcuni casi sostenuti dai loro referenti a Beirut o all’estero, a calmare le acque e a evitare uno scontro che finirebbe per danneggiare tutti.
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5. In questo quadro, i profughi siriani in Libano hanno scelto di abbandonare i loro abiti politici. Essi sono immersi nel contesto locale libanese che, a parte eccezioni, fa di fatto il tifo per la restaurazione della «sicurezza-e-stabilità» in Siria; spera che il governo di Damasco rimanga in piedi, che torni a controllare il paese e che sconfigga «il terrorismo» dello Stato Islamico e degli altri gruppi estremisti. I siriani in Libano hanno smesso di parlare di politica pubblicamente e si dichiarano sempre più disinteressati all’argomento, affermando di voler solo «vivere in pace». Insieme, si assiste alla produzione, parallela, di una narrazione «nazionalista» sia da parte dei siriani sia dei libanesi. Molti siriani, quando si trovano tra loro o sentono di non essere minacciati dal contesto, affermano senza mezzi termini che «i siriani sono migliori dei libanesi» o che «la Siria a causa della guerra si sta libanesizzando», usando quest’ultimo termine in senso negativo. I libanesi, sia di fronte a siriani subalterni che fra loro, non hanno timore nel sostenere la loro supposta superiorità nei confronti dei nuovi arrivati. In poche parole, quel che l’autista e i due passeggeri del taxi collettivo affermavano dei siriani mentre ascoltavano ad alto volume la canzone del cantante ‘Alø Døk. Si tratta di una contrapposizione retorica che ha le sue radici ben prima della nascita, circa un secolo fa, degli embrioni dei due Stati nazionali. E che trova un’eco antica nella competizione socio-economica tra i principali centri commerciali del Levante arabo, incarnata dal braccio di ferro, ingaggiato sin dalla seconda metà del XIX secolo, tra l’élite imprenditoriale damascena e l’allora emergente borghesia mercantile beirutina. Le due visioni pseudo-nazionaliste («siriani versus libanesi») si riscontrano presso i settori della società libanese e siriana in Libano meno colpiti dalla crisi. Le comunità che per varie ragioni si trovano invece a rischiare maggiormente dal nuovo ordine hanno col tempo sviluppato una retorica, pubblica ma in certi casi espressa anche privatamente e in maniera genuina, incentrata sul principio che «siriani e libanesi sono fratelli» e che devono «vivere gli uni accanto agli altri» in nome di un passato di unità e non di divisione. Sono discorsi ignorati, ovviamente, dalle autorità centrali di Beirut e dalle leadership politiche nazionali, che basano la loro legittimità proprio sul principio di essere «a difesa della nazione», del Libano distinto dalla Siria. La retorica transfrontaliera della «fratellanza» e dell’unità ritrovata (in riferimento al passato di unità geografica amministrativa d’epoca ottomana, 1516-1918) è invece adottata da molte comunità libanesi nel Nord del paese e da alcune della Biqå‘ e dai siriani ospiti in queste zone. Ognuno, a modo suo, cerca di adattarsi al nuovo contesto. E di evitare di perdere quel poco che ha ottenuto finora.
CHI SIAMO?
LA GERMANIA TRA CAOS E PIANIFICAZIONE
di Bettina BIEDERMANN
L’ondata di profughi del 2015 ha fatto vacillare la ‘cultura dell’accoglienza’ inscritta nel Grundgesetz. Le falle normative del compromesso del 1993. La risposta dei Länder. Dopo la confusione iniziale il meccanismo funziona, ma il paese è spaccato.
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1. ELLA GERMANIA DEL SECONDO DOPOguerra, la regolamentazione della tutela di persone perseguitate è tornata più volte in primo piano nel dibattito pubblico. Nel 1949, dopo la fine del conflitto mondiale, il diritto di asilo politico fu inserito tra gli articoli del Grundgesetz, la costituzione della Repubblica Federale Germania, e nel corso degli anni Cinquanta nel paese andò via via aumentando la presenza di persone che, secondo i termini della Convenzione di Ginevra, avevano status di profughi o rifugiati. All’indomani della disgregazione dell’Unione Sovietica e a seguito dei conflitti armati esplosi nell’ex Jugoslavia, tuttavia, il sistema normativo fino a quel momento vigente andò in crisi, e nel 1993 venne notevolmente modificato. La recente ondata di migranti, infine, ha spinto ad apportare notevoli cambiamenti in materia di immigrazione e nella regolamentazione delle procedure di asilo. La richiesta popolare ai politici di limitare il numero di ingressi è stata infatti particolarmente pressante. La linea di condotta della cancelliera Angela Merkel, che mirava a fare della Germania la meta principale di profughi e migranti irregolari, ha suscitato echi contrastanti nel paese. La nazione si è divisa, e lo rimane tuttora; gran parte della popolazione ha appoggiato le scelte di Merkel, ma un numero significativo di cittadini si è opposto all’apertura delle frontiere e al drastico aumento degli ingressi, e continua a chiedere la riduzione delle quote di migranti. Gli effetti che già si possono osservare appaiono notevoli: secondo i dati dell’Istituto federale di statistica, nel 2015 la Germania presentava un saldo migratorio positivo pari a 1,1 milioni di persone. Tale cifra grava pesantemente sulle città e sui Länder tedeschi, e indebolisce l’economia del paese. Secondo il Fondo monetario internazionale (Fmi), calcolando il pil pro capite, nel 2016 la
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LA GERMANIA TRA CAOS E PIANIFICAZIONE
Germania, con un tasso di crescita annua dello 0,4%, scende assieme all’Italia al terzultimo posto nell’Eurozona, seguita soltanto da Grecia e Belgio 1. 2. «I perseguitati politici godono del diritto di asilo»: questo diritto individuale e vincolante venne inserito nel 1949 nell’articolo 16 della costituzione. Con tale concessione senza riserve nei confronti di ogni persona perseguitata o oppressa da uno Stato, i padri costituenti tedeschi intesero reagire con fermezza al passato recente del paese e alle persecuzioni sistematicamente operate dal nazionalsocialismo. Nel 1953, due anni dopo la firma della Convenzione di Ginevra sullo status dei rifugiati, in Germania entrò inoltre in vigore il decreto sul riconoscimento e la ripartizione dei rifugiati stranieri (Verordnung über die Anerkennung und Verteilung von ausländischen Flüchtlingen), che definiva il rifugiato quale persona perseguitata per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale o opinioni politiche. Mentre da un lato il diritto di asilo in Germania veniva garantito dalla costituzione, lo Stato si impegnava a applicare le direttive della Convenzione di Ginevra. Fino ai primi anni Novanta, le due norme (l’articolo costituzionale e il decreto del 1953) non furono oggetto di particolare discussione. Nella società tedesco-occidentale del dopoguerra l’impegno a garantire tutela e protezione ai perseguitati per motivi politici (e non solo) era un elemento unanimemente condiviso. Le cose cambiarono solo a partire dal 1991, con l’inizio della guerra civile in Jugoslavia. Nel 1992 il numero delle richieste di asilo in Germania raddoppiò rispetto all’anno precedente. Centinaia di migliaia di persone provenienti dai teatri di guerra della ex Jugoslavia confluirono verso la Germania e altri paesi europei. In particolare, alla Repubblica Federale giunsero 440 mila domande di asilo e presto si sviluppò un acceso dibattito sulla questione del diritto di asilo, vero e proprio banco di prova per la nazione. In tutto il paese si verificarono con frequenza crescente episodi di violenza xenofoba e i movimenti di estrema destra si rafforzarono. La Germania, che solo pochi anni prima aveva festeggiato la pacifica riunificazione, si trovò all’improvviso a fare i conti con ripetuti episodi di attacchi e incendi a centri di accoglienza, mentre i toni del confronto politico si facevano sempre più aspri. L’Asylkompromiss, il compromesso sul diritto di asilo promulgato nel 1993, fu perciò preceduto, sia nella società sia in parlamento, da una discussione estremamente accesa. Tanto il Partito socialdemocratico che, soprattutto, i verdi vedevano messa in crisi la lezione della storia; la diatriba giuridica diventava una questione di natura morale e il voto all’epoca espresso dalla maggioranza del Bundestag fu accompagnato da grandi proteste. Agli occhi dei promotori, invece, l’obiettivo della nuova legge non era l’abolizione del diritto di asilo, bensì la limitazione del suo abuso. Tanto dal punto di vista contenutistico,
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1. World Economic Outlook Database, Fmi, aprile 2016.
CHI SIAMO?
quanto per la forte carica emotiva in gioco, la discussione di allora presenta aspetti simili a quella odierna. Il compromesso del 1993 si basa su tre punti cardine. Il più importante stabilisce che in Germania non può presentare richiesta di asilo chi è entrato nel paese via terra da un paese confinante. In altre parole: chi arriva da uno Stato in cui sono in vigore la Convenzione di Ginevra sui rifugiati e la Convenzione europea dei diritti dell’uomo non ottiene asilo in Germania 2. Sulla base di tale Drittstaatenregelung (regola dello Stato terzo), nessuno può entrare via terra legalmente in Germania e inoltrare poi richiesta di asilo, dato che la nazione è circondata da paesi in cui è già riconosciuta tutela ai rifugiati. Questo significa che secondo il diritto vigente può richiedere asilo in Germania soltanto chi vi sia giunto in aereo. Il secondo punto cardine del compromesso è lo scorporo dalla procedura di asilo classica dei casi di profughi provenienti da aree di conflitto armato. Dal 1993, tale tipologia di migranti ha diritto soltanto alla cosiddetta protezione sussidiaria. Questo status è concesso a persone che non sono riconosciute vittime di atti persecutori e che non godono del diritto di asilo, a condizione che presentino fondate prove del fatto che al ritorno nel paese di provenienza correrebbero il rischio effettivo di subire un grave danno (condanna a morte, tortura, minaccia alla vita in caso di guerra interna o internazionale). In questo caso ottengono un permesso di residenza annuale e prorogabile 3. Il terzo punto è l’introduzione di un limite all’immigrazione in Germania di cosiddetti Spätaussiedler, persone di origini tedesche provenienti da regioni dell’ex Urss. Dal 1987 al 1992 sono arrivati in Germania un milione e mezzo di Spätaussiedler. I critici rimproverano al compromesso del 1993 di aver regolato con precisione solo una parte dei fenomeni migratori, ovvero i casi dei profughi fuggiti o cacciati dal proprio paese, ma di non essere entrato nel merito dell’immigrazione regolare verso la Germania. Il paese ha norme precise che regolano l’accoglienza per motivazioni umanitarie, ma manca una politica puntuale sull’immigrazione, ad esempio sull’ingresso di forza lavoro specializzata. Questo stato di cose permane ancora oggi. Non a caso il dibattito che ha coinvolto la società tedesca nel corso del 2015 è stato contrassegnato da una diffusa mescolanza delle categorie di profugo e immigrato regolare. I migranti sono economicamente utili, oppure la Germania concede loro protezione per motivi umanitari? Per le nazioni a forte tasso di immigrazione questa differenza è di importanza determinante. 3. La Germania è un paese d’immigrazione; tuttavia, oggi non persegue più una politica esplicita di richiamo della forza lavoro straniera. Mentre negli anni Sessanta del Novecento vennero chiamati, in special modo dall’Europa meridio2. U. HERBERT, Geschichte der Ausländerpolitik in Deutschland. Saisonarbeiter, Zwangsarbeiter, Gastarbeiter, Flüchtlinge, Bonn 2003, p. 318. 3. Das deutsche Asylverfahren - ausführlich erklärt. Zuständigkeiten, Verfahren, Statistiken, Rechtsfolgen, Bundesamt für Migration und Flüchtlinge, ottobre 2015.
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nale, molti Gastarbeiter (lavoratori ospiti), la nazione mantiene un atteggiamento passivo riguardo all’immigrazione di forza lavoro qualificata. Rispetto a paesi di lunga tradizione immigratoria quali l’Australia, il Canada o gli Stati Uniti, non esiste tuttora in Germania alcuna possibilità di soggiorno se non si può concretamente dimostrare di avere un impiego 4. Anche se ciò non vale per i cittadini dei paesi membri dell’Ue, le difficoltà e le restrizioni poste ai lavoratori di origini extraeuropee sono notevoli. Pertanto, i lavoratori stranieri residenti in Germania con una cosiddetta blue card – su modello della green card statunitense – alla fine del 2014 erano appena 20.514 5. Per poter inoltrare in Germania una domanda di asilo il richiedente deve trovarsi nel territorio della Repubblica Federale, oppure può presentare richiesta alla frontiera. Non è possibile farlo dall’estero, ad esempio presso un’ambasciata tedesca, ma soltanto in dogana o presso gli uffici immigrazione e i centri di accoglienza interni. Dati personali, foto segnaletiche e impronte digitali vengono inserite in una banca dati europea; successivamente si viene indirizzati presso il centro di prima accoglienza più vicino. Secondo le attribuzioni di competenze stabilite dalla legge, all’interno delle strutture federali tedesche il responsabile dell’elaborazione delle richieste di asilo è il Bundesamt für Migration und Flüchtlinge (BAMF), l’Ufficio federale per l’immigrazione e i rifugiati, che ha filiali dislocate nei centri di prima accoglienza. L’agenzia locale del BAMF si occupa anche di esaminare il rispetto dei criteri per la determinazione della competenza così come specificati dal regolamento di Dublino, ovvero se il richiedente è già registrato o se ha già presentato domanda in un altro Stato dell’Ue; in tal caso infatti sarebbe quello lo Stato membro competente per la presa in carico della pratica. Nel 2014 una richiesta su cinque si è rivelata non di competenza della Germania 6. In un secondo momento il richiedente deve presentare domanda personale di asilo presso una delle ventotto agenzie del BAMF presenti sul territorio nazionale; inoltre, viene invitato a un’audizione individuale sulle ragioni degli atti di persecuzione, e deve essere in grado di esporre tutti i fatti e le circostanze relative alla propria situazione. Insieme a un funzionario del BAMF, a questa audizione è presente anche un interprete. L’ufficio immigrazione verifica poi l’esattezza dei dati della domanda e delle dichiarazioni sulle circostanze e le ragioni della fuga, e prende in esame tutti i documenti e i certificati presentati. La procedura può durare un anno o anche di più e l’elemento decisivo per l’esito della richiesta è costituito dalla vicenda umana e dal destino che si profila per il singolo. Secondo una direttiva Ue, la procedura dovrebbe chiudersi entro sei mesi. La Germania è stata criticata più volte per i lunghi tempi di attesa, senza che ciò abbia tuttavia comportato miglioramenti significativi.
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4. Cfr. Nach Punkten vorn. Was Deutschland von der Zuwanderungs- und Integrationspolitik Kanadas lernen kann, Berlin-Institut für Bevölkerung und Entwicklung, Berlin 2012, p. 22. 5. «Blue Card wird nur verhalten angenommen», Wirtschaftswoche, 17/1/2015, goo.gl/cyKZzu 6. Flucht und Asyl: Aktuelle Zahlen und Entwicklungen, Bundeszentrale für politische Bildung, 9/6/2015, goo.gl/6exT98
CHI SIAMO?
P A E S I
10.796
B A S S I
Rostock
SCHLESWIGHOLSTEIN Lubecca
4.661
9.745 Amburgo AMBURGO
P O L O N I A
MECLEMBURGOPOMERANIA ANTERIORE
4.989 B E L G I O
BREMA
19.584
BASSA SASSONIA 29.968
Berlino
Hannover Braunschweig
BERLINO
BRANDEBURGO
Magdeburgo
12.996
SASSONIA-ANHALT
10.814
RENANIA SETTENTRIONALE VESTFALIA 54.629
Lipsia Kassel
Colonia
12.749
Bonn
Aachen
ASSIA Coblenza
RENANIA PALATINATO
15.269
G E R M A N I A
SASSONIA Dresda
Erfurt TURINGIA
Chemnitz
10.066
Francoforte sul Meno
R E P .
9.800 SAAR
C E C A
Norimberga
5.124
BAVIERA
F R A N C I A
44.863
Stoccarda BADEN-WÜRTTEMBERG
Augusta
46.100 Monaco Richiedenti asilo per Land al maggio 2016
54.629
S V I Z Z E R A
Da 46.100 a 44.863
A U S T R I A
da 29.968 a 19.584 da 15.269 a 9.745 da 5.124 a 4.661 Fonte: Bundesamt für Migration und Flüchtlinge
I RICHIEDENTI ASILO IN GERMANIA
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LA GERMANIA TRA CAOS E PIANIFICAZIONE
In attesa dell’elaborazione della propria domanda il richiedente ottiene un’autorizzazione al soggiorno provvisorio. L’alloggio e il mantenimento del richiedente è di competenza dei singoli Länder, che devono farsi carico delle spese. In questo senso, nell’estate del 2015 Merkel ha preso una decisione che entra nel merito delle competenze degli Stati federali e dei Comuni. La gestione degli aspetti pratici ed economici relativi all’alloggio, al vitto e alla distribuzione di vestiario per i richiedenti asilo si svolge in maniera diversa a seconda del Land. In special modo, è diversa la tipologia di distribuzione; in alcuni casi i richiedenti vengono sistemati in strutture pubbliche o in moduli abitativi decentrati. In Baviera, ad esempio, si cerca di alloggiare i rifugiati in strutture decentrate, con l’auspicio di una più rapida integrazione, mentre il Land di Berlino ha allestito una grande struttura abitativa centralizzata all’interno dell’ex aeroporto di Tempelhof. Per ridurre al minimo le complicazioni amministrative, in genere non è prevista l’erogazione da parte degli uffici immigrazione di servizi materiali inerenti le necessità quotidiane. I richiedenti asilo ricevono per il proprio mantenimento un sussidio mensile di 345 euro, da cui sono esclusi i costi per l’alloggio e l’assistenza medica, entrambi a carico dello Stato. Nel caso in cui i richiedenti asilo fruiscano anche di servizi materiali – soprattutto distribuzione di generi alimentari – tale sussidio si riduce a 130 euro. Le modifiche introdotte nel 2016 alla normativa in materia di asilo puntano ad aumentare la prestazione di servizi materiali, e dunque alla riduzione dei sussidi in denaro. Nell’attesa dell’elaborazione della pratica, il richiedente asilo ha il dovere di non allontanarsi dal luogo di residenza che gli è stato temporaneamente assegnato. Il cosiddetto obbligo di residenza viene trattato tuttavia in maniera diversa a seconda del Land e soltanto di rado viene applicato con rigidità. I richiedenti asilo hanno l’obbligo di fermarsi nelle strutture di prima accoglienza per un massimo di tre mesi, dopodiché vengono ripartiti tra i vari Länder secondo i parametri della cosiddetta chiave di Königstein: una percentuale calcolata di anno in anno sulla base del rapporto tra gettito fiscale e numero di abitanti di ciascun Land 7. Pertanto, il Land Renania del Nord-Vestfalia è destinato di norma ad accogliere il maggior numero di richiedenti asilo, mentre il piccolo territorio federale di Brema ne riceve il numero minore. Il progetto di una ripartizione dei migranti a livello europeo è paragonabile a questo tipo di calcolo. 4. La decisione del BAMF si basa sull’audizione avuta con il richiedente e contempla quattro situazioni tipo: asilo per atti di persecuzione da parte di uno Stato, protezione secondo la Convenzione di Ginevra sullo status di rifugiato, protezione sussidiaria o protezione umanitaria 8. Se il richiedente ottiene lo sta-
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7. Königsteiner Schlüssel, Bundesamt für Migration und Flüchtlinge, goo.gl/p0PGdw 8. Persecuzione politica da parte di uno Stato (articolo 16a Grundgesetz), motivi per la protezione secondo la Convenzione di Ginevra sui rifugiati (par. 3, comma 1 legge sul diritto di asilo), motivi per protezione sussidiaria (par. 4, commi 1 -3 legge sul diritto di asilo) o protezione umanitaria (par. 60, commi 5 e 7 dell’Aufenthaltsgesetz, la legge sulla residenza). Cfr. Aktuelle Zahlen und Entwicklungen, Bundeszentrale für politische Bildung, goo.gl/zBcvH0.
CHI SIAMO?
tus di perseguitato politico o di rifugiato secondo i termini della Convenzione di Ginevra, riceve un permesso di soggiorno valido per tre anni, un passaporto da rifugiato, un permesso di lavoro e il diritto al ricongiungimento familiare e all’assistenza sociale alle stesse condizioni dei cittadini tedeschi. Ad esempio, una famiglia di cinque persone ha diritto a un domicilio finanziato dallo Stato, all’assistenza sanitaria gratuita e a un sussidio economico mensile di circa 1.150 euro, a seconda dell’età dei figli. Dopo tre anni lo status di rifugiato viene sottoposto a nuovo esame. Chi gode solo di protezione sussidiaria ha diritto all’assistenza sociale alle stesse condizioni dei cittadini tedeschi, ma il ricongiungimento familiare è più complicato. Nel 2015 il 32% delle richieste di asilo prese in esame sono state respinte, il 49% si è concluso con il riconoscimento dello status di rifugiato, il 18% si è rivelato non di competenza della Germania perché i richiedenti erano arrivati da un altro paese dell’Ue, mentre all’1% dei richiedenti è stata concessa protezione sussidiaria e umanitaria. Nel 2016, finora il 56% delle domande ha avuto esito positivo e il 25% è stato respinto 9. Se la domanda viene rigettata, il richiedente è obbligato a lasciare il paese entro trenta giorni. Ma questo di regola non avviene; in molti casi i richiedenti che non hanno ricevuto risposta positiva non possono essere allontanati dal paese perché privi di passaporto, oppure perché non si trovano in buone condizioni di salute. Queste persone ottengono un cosiddetto «status di tolleranza» (Duldung), per cui hanno l’obbligo di lasciare il paese, ma non possono essere espulse. Di norma il rimpatrio viene applicato solo in caso di paesi di provenienza considerati sicuri. L’alto numero di stranieri non allontanati dal paese nonostante l’esito negativo della richiesta di asilo è materia di dibattito pubblico. A un certo momento si è giunti a parlare di ben 600 mila stranieri che, pur colpiti da provvedimento di espulsione, sarebbero stati ancora presenti nel paese. Tuttavia, questo dato non è reale. Al 31 marzo di quest’anno in Germania risultavano registrate circa 220 mila persone con l’obbligo di lasciare il paese, il 75% delle quali però – per malattia o per mancanza di documenti – beneficia dello status di tolleranza e dunque non può essere espulso. La cifra effettiva di coloro che potrebbero essere allontanati dal paese si aggira attorno a 50 mila unità. Nel 2015 le espulsioni messe in atto hanno riguardato 21 mila persone 10. La politica della cancelliera Merkel ha polarizzato la nazione. Il corrispondente dalla Germania del quotidiano inglese The Guardian ha scritto che il paese, una volta scolorita la cultura dell’accoglienza, si presenta altrettanto spaccato degli Usa di Trump 11. Una delle reazioni più preoccupanti è rappresentata dalla crescita di AfD, il partito di destra che alle elezioni regionali del 9. Zahlen zum Asyl in Deutschland, Bundeszentrale für politische Bildung, 13/6/2016. 10. «Zahl der Abschiebungen steigt stark an», Wirtschaftswoche, 1/6/2016. 11. K. RICHTER, «Germany’s Refugee Crisis Has Left It as Bitterly Divided as Donald Trump’s America», The Guardian, 1/4/2016.
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LA GERMANIA TRA CAOS E PIANIFICAZIONE
marzo 2016 nel Baden-Württemberg, in Sassonia-Anhalt e nella Renania-Palatinato ha registrato una crescita notevole e che secondo recenti sondaggi otterrebbe oggi alle elezioni politiche tra il 10 e il 14% 12. Il governo ha reagito alle crescenti tensioni con diverse iniziative. Nell’aprile scorso il Bundestag ha cominciato a discutere una bozza di legge sull’integrazione, poi approvata in luglio, che comprende varie misure, quali l’obbligo per i profughi di frequentare corsi di integrazione e l’assegnazione di un preciso luogo di residenza per la durata di tre anni (Wohnsitzauflage) 13. Peraltro, dall’inizio del 2016 i nuovi arrivi sono decisamente diminuiti. A maggio nei centri di accoglienza distribuiti sul territorio nazionale sono rimasti disponibili circa 155 mila posti, tanto che alcuni Länder hanno già cominciato a ridimensionare le proprie strutture 14. Nel 2015 la Germania ha dovuto affrontare un aumento drastico delle richieste di asilo, e di fronte a questa sfida si è trovata impreparata. Certo, non è realistico pensare che uno Stato possa attrezzarsi in maniera del tutto adeguata a fronteggiare una situazione come quella dello scorso anno. Sta di fatto però che nella sede centrale del BAMF, a Norimberga, in alcuni momenti regnava il caos più totale. Nel frattempo si è comunque investito molto nella ristrutturazione dell’Ufficio immigrazione e il suo attuale direttore, Frank-Jürgen Weise, auspica di riuscire a vagliare entro la fine del 2016 un milione di richieste, di cui 400 mila arretrate, 300 mila non ancora registrate dal sistema Easy e 300 mila nuove 15. Ancor più importante della gestione amministrativa, tuttavia, è la questione più generale relativa alle future politiche di asilo e immigrazione in Germania. Il filosofo Peter Sloterdijk ha speso chiare parole di critica nei confronti del governo tedesco, che a suo dire nell’autunno 2015 si è piegato alle circostanze abdicando alla propria sovranità. Una parte della società, compresa la stessa Merkel, sognava secondo Sloterdijk di vivere in una condizione post-nazionale, in cui la protezione delle frontiere non ha più alcuna importanza 16. In futuro, la trasformazione strutturale della società causata dai flussi di immigrazione regolare continuerà far riflettere la Germania. Tuttavia, finora non si intravede alcun possibile compromesso tra i sostenitori di un approccio flessibile e quanti chiedono, invece, la chiusura delle frontiere. Ciò vale per la Germania ma anche per il resto dell’Ue. (traduzione di Monica Lumachi)
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12. Sondaggio domenicale sull’espressione di voto in caso di elezioni parlamentari, goo.gl/F0fnYG 13. «Integrationsgesetz: das steht drin», Der Spiegel, 24/5/2016. 14. Migrationspolitik Mai 2016, Bundeszentrale für politische Bildung, goo.gl/2JCS74. 15. «Amt und Würde», Der Spiegel, 4/6/2016, pp. 52 -57. Easy è l’acronimo dell’espressione tedesca Erstverteilung der Asylbegehrenden (Prima ripartizione dei richiedenti asilo). 16. «Das kann nicht gut gehen», Cicero, n. 2/2016, pp. 14-23.
CHI SIAMO?
REQUIEM PER IL MULTICULTURALISMO di Marco ANTONSICH ALL’INGLESE Dagli anni Sessanta il Regno Unito ha puntato a costruire una ‘comunità di comunità’ all’insegna del vivi e lascia vivere. Il modello, messo in crisi dall’islamismo militante, è stato sconfessato dal Brexit. E ora l’Inghilterra deve reinventare se stessa.
C
1. ONTRARIAMENTE A MOLTI PAESI EUROPEI, il Regno Unito è stato toccato solo in minima parte dalle ultime ondate migratorie provenienti dalla Siria e da altre zone a rischio. Eppure il tema immigrazione è stato costantemente al centro del dibattito pubblico e politico che ne ha segnato l’uscita dall’Unione Europea. Tristemente famoso il poster di Nigel Farage, leader dell’Ukip (Uk Independence Party), che sotto la scritta «Breaking Point» mostrava una colonna di rifugiati lungo il confine sloveno – appunto sloveno, non britannico. Nel 2015, mentre la Germania ha visto circa mezzo milione di rifugiati fare domanda di asilo politico (476.510 per l’esattezza), sono stati meno di quarantamila mila i richiedenti per il Regno Unito (38.800) 1. Eppure, l’ansia di essere invasi da un’orda di disperati ha alimentato un nazionalismo xenofobo che ha avuto il suo peso nel voto referendario del 23 giugno. Certo, iI caso britannico non è eccezionale. Questo tipo di revival nazionalista è presente un po’ ovunque in Europa. I partiti xenofobi o che comunque si richiamano a princìpi nazionalisti sono in crescita ovunque: dal Perussuomalaiset finlandese al Partij voor de Vrijheid olandese, allo Jobbik ungherese o alla Lega italiana, per citarne solo alcuni. Non sorprende dunque come tutte le maggiori crisi contemporanee (terrorismo, finanza, migrazioni) abbiano finora faticato a trovare risposte sovra- o internazionali. Meglio andare ognuno per conto proprio, producendo così un’ulteriore crisi – quella dell’Europa. Non credo che in tanti si sarebbero aspettati questo scenario solo una ventina di anni fa, quando il mondo sembrava andare verso una radiosa fine della storia2 e dello Stato nazionale 3. Oggi, in1. Dati Eurostat, goo.gl/P4dhkp 2. F. FUKUYAMA, «The End of History?», The National Interest, 16, 1989, pp. 3-18. 3. K. OHMAE, The End of the Nation State, London 1995, The Free Press.
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REQUIEM PER IL MULTICULTURALISMO ALL’INGLESE
vece, ci ritroviamo in un mondo opposto, fatto di confini nazionali duri contro cui migliaia di vite sbattono drammaticamente in cerca di rifugio o di migliori condizioni socioeconomiche. In questo quadro, parlare di integrazione dei migranti o multiculturalismo è difficile. Anzi, nel clima post-Brexit sono più spesso episodi di razzismo e xenofobia ad affacciarsi sui giornali e sui social media. Ma andiamo con ordine, tracciando il quadro storico della trasformazione demografica del Regno Unito.
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2. Questa trasformazione ha inizio in una data simbolica: il 22 giugno 1948, quando il transatlantico Empire Windrush sbarca 492 giamaicani sui docklands londinesi. Fu questa la prima manodopera straniera venuta ad aiutare il regno nel suo sforzo di ricostruzione post-bellica. A dire il vero, tanto straniera non era. Quei giovani uomini della Giamaica (solo due dei 492 erano donne) erano infatti cittadini del Regno Unito e delle colonie. Stranieri, anche in termini di cittadinanza, erano invece gli altri 600 mila che arrivarono dal resto d’Europa più o meno nello stesso periodo. Ma mentre questi ultimi, bianchi tra bianchi, furono incorporati senza grandi problemi, gli immigrati dalle West Indies (come gli inglesi amano ancora oggi chiamare i loro ex possedimenti caraibici, con evidente malinconia postcoloniale) incontrarono da subito la diffidenza della popolazione locale. Essere cittadini del Regno non bastava a superare la linea del colore. A vent’anni dallo sbarco dell’Empire Windrush non dovette quindi destare grande sorpresa il discorso apertamente razzista che un noto parlamentare conservatore, Enoch Powell, pronunciò a Birmingham il 20 aprile 1968. In questo discorso, noto come «Rivers of Blood», Powell si rivolse alla platea conservatrice delle West Midlands, raccomandando di fermare l’immigrazione dal Commonwealth e di incoraggiare le partenze. Solo così si sarebbe salvata la nazione nel suo white ethnic core, prevenendo il bagno di sangue (rivers of blood, appunto) delle lotte interrazziali. Per far fronte a questa trasformazione demografica, prevenire atti razzisti e proteggere le minoranze etniche, nel 1965 il parlamento britannico adottò il primo di una lunga serie di Race Relation Acts, che negli anni si allargarono a coprire ogni tipo di minoranza: religiosa, sessuale, di genere, disabile. Sono questi atti legislativi che avrebbero costituito l’impianto del multiculturalismo britannico, mirando, in maniera molto pragmatica, a prevenire qualsiasi discriminazione sul lavoro e nella vita pubblica. Nel 1997, poi, il governo Blair decise di far proprio il multiculturalismo come progetto su cui costruire il New Labour e la sua immagine di nazione: un paese plurale, che riconosce la diversità in tutte le sue forme. Tra l’altro, l’adozione ufficiale del modello multiculturale comportò il finanziamento pubblico di ogni tipo di scuola religiosa, incluse quelle musulmane (fino ad allora solo le scuole cristiane e quelle ebraiche avevano ricevuto il supporto dello Stato). Negli stessi anni in cui il New Labour andava al potere, gli intellettuali di sinistra mettevano a punto la teoria multiculturalista. Tra questi Bhikhu Parekh e
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Tariq Modood, i quali, scostandosi dal liberalismo politico classico, che vuole lo Stato neutrale o meglio noncurante delle differenze in materia etno-culturali, invitavano le istituzioni a farsi garanti delle diversità e a proteggerle 4. Da qui la definizione del Regno Unito coniata da Parekh: «Una comunità di comunità» – espressione di una filosofia politica chiaramente agli antipodi, per esempio, rispetto al modello repubblicano francese, dove l’idea di comunità è assente, almeno a livello di retorica, e solo il cittadino conta sul piano politico. 3. I primi problemi di questo impianto multiculturalista iniziarono nel 2001. Non a causa dell’attacco terroristico al cuore degli Stati Uniti, ma delle cosiddette civic disturbances (per usare l’eufemismo, tipicamente inglese, volto a minimizzare la componente razzista dei disordini) nelle città post-industriali di Oldham, Burnely e Bradford, nel Nord dell’Inghilterra. Nel maggio di quell’anno gruppi di White British e British-Asians si scontrarono duramente, mettendo a soqquadro vari quartieri di queste città. La commissione d’inchiesta che ne scaturì, guidata da Ted Cantle, mise in luce come nonostante decenni di vita quotidiana declinata all’insegna del multiculturalismo, le diverse comunità conducevano di fatto «vite parallele»: condividevano gli stessi spazi, senza però incontrarsi mai 5. Da qui l’invito a passare dal multiculturalismo alla community cohesion, privilegiando non tanto il diritto al riconoscimento delle diversità quanto il dovere di coltivare ciò che unisce. A tal fine l’idea di Britishness fu rivitalizzata dal secondo governo Blair, ma soprattutto sotto l’egida di Gordon Brown 6. I valori di tolleranza, rispetto e fair play vissero una nuova giovinezza e così pure le istituzioni più tipicamente British (il Sistema sanitario nazionale in crisi endemica da lungo tempo, la Bbc, la regina). Come se tutto questo fosse sufficiente a creare un senso di comunità tra coloro che, soprattutto per cause economiche legate all’èra Thatcher e alle sue politiche neoliberiste, vivevano una profonda disaffezione sociopolitica. Le municipalità dei grandi centri urbani furono sollecitate ad aprire un ufficio preposto ad attività volte a far incontrare e conoscere tra loro le varie comunità attraverso festival musicali, progetti educativi nelle scuole, manifestazioni sportive. Il 2001, però, fu anche l’anno che segnò l’irrompere sul palcoscenico globale del terrorismo a matrice islamica. Di lì a poco, il Regno Unito avrebbe conosciuto la radicalizzazione di alcuni dei suoi figli di origine straniera. Il 7 luglio 2005 un gruppo di giovani cittadini britannici si fece esplodere in varie parti di Londra, causando la morte di 56 persone e il ferimento di altre 700. L’islamofobia, che fino ad allora era stata limitata a piccole sacche della popola4. The Future of Multi-Ethnic Britain, Commission on the Future of Multi-Ethnic Britain, London 2000, The Runnymede Trust, Profile Books; B. PAREKH, Rethinking Multiculturalism: Cultural Diversity and Political Theory, Cambridge (MA) 2002, Harvard University Press; T. MODOOD, Multiculturalism: A Civic Idea, Cambridge 2007, Polity Press. 5. Community Cohesion (Cantle Report), Home Office, London 2001, The Stationery Office. 6. T. NAIRN, Gordon Brown: “Bard of Britishness”, Cardiff 2006, Institute of Welsh Affairs.
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REQUIEM PER IL MULTICULTURALISMO ALL’INGLESE
zione, venne maggiormente allo scoperto, minando ancor più le basi dell’idea multiculturalista di società. In questo contesto non sorprende che nel 2011 il premier britannico David Cameron, in un discorso alla conferenza sulla sicurezza a Monaco di Baviera, decretasse la fine del multiculturalismo: «Sotto la dottrina del multiculturalismo di Stato abbiamo incoraggiato culture diverse a vivere vite separate, lontane l’una dall’altra e lontane dal mainstream. Abbiamo fallito nel proporre un’idea di società cui queste persone desiderino appartenere. Abbiamo altresì tollerato che queste comunità segregate si comportassero in modi contrari ai nostri valori. [Al contrario] dobbiamo costruire società più forti e più forti identità a casa nostra. Francamente, abbiamo molto meno bisogno della tolleranza passiva degli ultimi anni e molto più bisogno di un liberalismo attivo, muscoloso. Una società passivamente tollerante dice ai suoi cittadini: fintanto che obbedisci alla legge, ti lasceremo stare. [Questa società] rimane neutrale rispetto ai diversi valori. Ma io credo che un paese genuinamente liberale faccia di più. Questo paese crede in certi valori e li promuove in maniera attiva. Libertà di parola, libertà religiosa, democrazia, Stato di diritto, eguaglianza di diritti al di là delle differenze di razza, sesso o sessualità. Questo paese dice ai suoi cittadini: questo è ciò che ci definisce come società – appartenere a questa società significa credere in queste cose» 7. È utile notare come la fine del multiculturalismo venisse decretata nell’ambito di una conferenza intergovernativa sulla sicurezza volta a discutere il problema terrorismo. Implicitamente, nella lettura di Cameron, la minaccia terroristica era dunque strettamente legata al modello multiculturale, colpevole di aver coltivato le differenze anziché lavorare per l’unità. Al posto di questo modello Cameron auspicava un modello liberale «muscolare», il cui compito fosse quello di riaffermare i valori della società maggioritaria; un modello da far sottoscrivere a tutti, in primis a coloro che, anche se cittadini britannici, veramente British non erano considerati. Al di là di questa nuova retorica, però, il multiculturalismo di fatto resta radicato nel Regno Unito. Le scuole religiose, oggi come ieri, continuano infatti a essere finanziate dallo Stato e i vari Race and Equality Acts rimangono in forza. 4. Il 2004 fu l’anno chiave per le politiche migratorie del Regno Unito. Contrariamente ad altri paesi europei, Londra aveva deciso di non porre alcuna deroga alla libera circolazione della forza lavoro proveniente dai nuovi Stati membri dell’Unione Europea. Così, negli anni seguenti, migliaia di polacchi oltrepasserono la Manica e, con circa 800 mila presenze, divennero nel 2014 la seconda nazionalità più numerosa, dietro agli indiani e scavalcando addirittura una minoranza storica come quella dei pakistani – gruppo tradizionalmente discriminato nelle pratiche e nei discorsi quotidiani di una parte dei britannici 8.
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7. D. CAMERON, PM’s Speech at Munich Security Conference, Cabinet Office, 2011, goo.gl/WZGt4F 8. Migrants in the UK: An Overview, The Migration Observatory, 2016, goo.gl/ZGtQXh
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Quest’ondata di immigrati non fu però senza conseguenze. Quanti occupavano i gradini più bassi della società sentirono minacciati i propri diritti e le opportunità lavorative (anche se alcuni dei lavori a disposizione, come quelli agricoli, non erano appetibili per una buona parte dei bianchi autoctoni). La retorica anti-immigrati trovò allora un nuovo veicolo elettorale: l’Ukip (Uk Independence Party). Partiti anti-sistema, populisti e xenofobi già esistevano in Inghilterra, ma il loro elettorato era sempre stato minoritario. Il più importante tra loro, il British Nationalist Party (Bnp), non era mai riuscito a sfondare tra l’elettorato di centro, continuando ad essere percepito come un partito da working class arrabbiata. Tutto cambia con l’Ukip, il cui leader Nigel Farage veste il doppiopetto della City londinese. Il suo messaggio non solo è più accettabile per la sua diversa estrazione sociale, ma anche perché arriva nel mutato contesto demografico sopra accennato. Nel 2007, l’entrata di Romania e Bulgaria nell’Ue non farà altro che incrementare i timori di nuove ondate migratorie. Non sorprende, quindi, che nel corso della crisi migratoria del 2015-16 Cameron dia disponibilità all’accoglienza di soli 20 mila profughi siriani – una goccia tra le centinaia di migliaia in fuga dal Medio Oriente. Incalzato dal crescente consenso elettorale dell’Ukip, che ha facile gioco nell’indicare l’Europa e l’immigrazione come le cause di ogni male per il Regno Unito, Cameron compirà il suo passo fatale: indire un referendum sul Brexit per poter ricompattare il suo partito ed eliminare la minaccia Farage. Nonostante una valanga di dati statistici mostri gli svantaggi economici dell’uscita dall’Ue, la campagna del Remain fatica a convincere quegli elettori per cui «il paese è pieno» e le uniche parole d’ordine sono «riprendiamoci il paese» e «controlliamo le frontiere». Per costoro, il fatto che le statistiche dimostrino che gli immigrati sono contributori netti del sistema nazionale 9, pagando più tasse di quanto beneficino in termini di servizi socio-assistenziali, è un dato senza sostanza politica. Per la maggior parte di questi inglesi (molto più che per gallesi, scozzesi o nordirlandesi), gli immigrati sono un peso insostenibile sulle finanze del Servizio sanitario nazionale (Nhs) – il quale, ironia della sorte, annovera tra le sue file il 36% di dottori nati all’estero 10. 5. Se il clima per gli immigrati, tra crisi del modello multiculturale e crescente islamofobia, era da tempo preoccupante (nel solo 2015 incidenti legati all’islamofobia sono aumentati del 326%) 11, dopo il referendum è difficile sperare in un cambio di rotta. Le storie di bambini polacchi fatti oggetto di mes9. C. DUSTMANN, T. FRATTINI, «The Fiscal Effects of Immigration to the UK», The Economic Journal, 124, 580, F593-F643, 2014. 10. P. APPS, «NHS Has More Foreign Doctors than Any Other Major European Country, Study Finds», The Independent, 28/12/2015. 11. T. JEORY, «UK Entering “unchartered territory” of Islamophobia after Brexit Vote», The Independent, 27/6/2016.
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REQUIEM PER IL MULTICULTURALISMO ALL’INGLESE
saggi xenofobi che invitano loro e le loro famiglie ad andarsene o l’episodio di una giornalista della Bbc apostrofata «paki» (dispregiativo per pakistano) possono essere episodi isolati, ma anche la punta di un iceberg. «Go back home» adesso riecheggia in varie parti del Regno Unito 12, ma soprattutto in Inghilterra, dove il 53,4% ha votato per il Leave. Per i tre milioni di cittadini stranieri (incluso mezzo milione di italiani) che oggi vivono nel Regno Unito, è assai probabile che nulla accada dal punto di vista del loro diritto a risiedere. Il paese ha bisogno di loro e del loro lavoro. Anche se le voci xenofobe che invitano addirittura al rimpatrio iniziano a farsi sentire, il nuovo governo britannico dovrà comunque trovare il modo per far digerire nuova immigrazione ai suoi concittadini. Questa è essenziale alle finanze, alle imprese e alle pensioni – anche di coloro che hanno votato Leave. L’integrazione però diverrà un tema ancora più spinoso. Il problema non riguarda tanto gli immigrati e i loro figli: gran parte di loro ha un genuino desiderio di integrarsi. In un recente studio, l’83% dei musulmani si è detto orgoglioso di essere cittadino britannico contro il 79% della popolazione totale, la quale solo per il 50% si identifica con la Gran Bretagna, contro il 77% dei musulmani 13. Il punto allora non è tanto aiutare i migranti a integrarsi, ma aiutare gli autoctoni ad accettare una società sempre più eterogenea. Un passo importante in questo senso può essere fatto riscrivendo i termini di nazione. Vittima del suo passato imperiale, l’Inghilterra fatica a capire oggi, in un mondo postcoloniale, chi è e che cosa vuol diventare. Mentre questa domanda trova risposta chiara nelle altre nazioni del regno, che hanno costruito la propria identità in opposizione all’Inghilterra, per quest’ultima si tratta di reinventarsi un’identità. La speranza è che la nuova leadership politica possa condurre in porto questo processo in maniera incruenta. Cosa non scontata di questi tempi.
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12. «“Go back Home”: Bitter Backlash post EU Referendum», BBC news, 27/6/2016. 13. L. MOOSAVI, «Muslims Are Well-integrated in Britain, but No One Seems to believe it», The Guardian, 3/7/2012.
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Parte IV AIUTARLI per AIUTARCI?
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‘L’Africa è il problema, ma è anche la soluzione’ Conversazione con Mario GIRO, viceministro degli Esteri a cura di Lucio CARACCIOLO e Fabrizio MARONTA
LIMES Come dobbiamo guardare noi italiani l’Africa? GIRO Come alla nostra profondità meridionale, il partner dello sviluppo nei prossi-
mi decenni. L’Africa è l’ultimo continente a disporre di terre arabili in abbondanza, per questo credo che attraverso l’agricoltura e l’agroindustria possa finalmente entrare nella globalizzazione, così come l’Asia vi è entrata con l’industria manifatturiera. L’Africa è anche un continente giovane: quasi il 70% della popolazione ha meno di trent’anni e questi giovani sono mediamente più istruiti dei loro genitori e dei loro nonni, pertanto rappresentano una risorsa in termini di forza lavoro. Dobbiamo superare la visione tradizionale dell’Africa come mero giacimento di materie prime. Risorse umane e agricoltura: queste sono le chiavi del futuro africano. LIMES Sotto il profilo demografico, prevale oggi in Europa una visione allarmistica: gli africani sono tanti e in crescita, dunque sarebbero pronti a «invaderci». GIRO In realtà è vero il contrario. L’Africa è un continente sottopopolato, che ai ritmi attuali tornerà ad avere il 14-15% della popolazione mondiale – il dato precedente alla tratta degli schiavi – solo tra il 2030 e il 2050. È un continente semivuoto: paesi immensi con poche decine di milioni di abitanti, fatta eccezione per la Nigeria. Pertanto, in condizioni di sviluppo adeguate, è lecito aspettarsi non solo che la gente resti, ma addirittura che la diaspora torni nei paesi d’origine. In parte una nuova «corsa all’Africa» c’è già stata e ha coinvolto non tanto gli africani, quanto soprattutto cinesi – i cinesi residenti in Africa sono più di un milione – turchi, indiani. E gli stessi europei: in seguito alla crisi economica, dal 2008 molti spagnoli e portoghesi sono andati a lavorare nei paesi africani che crescono di più, come l’Angola e il Mozambico, dove c’è gran bisogno di tecnici e figure professionali specializzate. LIMES Il ritorno in Africa su vasta scala è però uno scenario a medio-lungo termine. Nell’immediato?
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GIRO Per ora resta un flusso migratorio verso di noi, che durerà. È un flusso do-
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vuto non tanto alle situazioni di crisi e instabilità, che pure ci sono – penso al Corno d’Africa e in particolare alla Somalia, o al Nord-Est della Nigeria – quanto soprattutto al fatto che i giovani africani sono spinti a emigrare dalla ricerca di migliori opportunità. Per questo i paesi europei e quelli africani dovrebbero stringere molti più legami: ciò beneficerebbe le rispettive economie e disincentiverebbe la migrazione pericolosa, che poi nell’ottica africana è un’emorragia di risorse e talenti. L’obiettivo a cui tendere è quello di una circolarità dei flussi migratori: le migrazioni sono gestibili se il grosso dei giovani africani che vengono da noi lo fa per formarsi nelle nostre università, per poi tornare nei paesi d’origine e mettere a frutto il proprio potenziale. Oggi ci sono più medici malawiani a Manchester che in Malawi. Perché? Perché l’Africa è tagliata fuori dai circuiti mondiali del sapere, della ricerca e della tecnologia. Per un medico, che ha bisogno di formazione continua, l’unica chance è emigrare nei paesi sviluppati. L’ex ministro della Sanità della Guinea Conakry, un neurologo, mi diceva che delle decine di neurologi che aveva istruito non ne rimaneva nessuno nel paese: non avendo la possibilità di continuare a formarsi in loco, di apprendere le nuove tecniche, erano emigrati in Europa. Eppure, oggi le soluzioni ci sarebbero: Internet consente di mettere in rete università, ospedali e centri di ricerca africani ed europei in modi prima impensabili. Ecco dunque che si ripropone il problema dello sviluppo: bisogna far sì che l’Africa cammini con le sue gambe, nella sanità, nell’istruzione e negli altri campi. Non si può concepire la cooperazione come un’attività a compartimenti stagni, fatta di azioni una tantum con cui si «esporta» lo sviluppo per poi passare ad altro. Dev’essere un processo continuativo e circolare. Alcuni programmi di cooperazione vanno già in questa direzione, ma non basta. LIMES Alcuni esempi? GIRO Se penso al Senegal, osservo che la cooperazione italiana ha creato oltre quaranta piccole e medie imprese per 2.800 posti di lavoro, con un’iniziativa di accompagnamento durevole. Si tratta di un programma a sostegno della diaspora senegalese che permette anche a senegalesi residenti in Italia di iniziare un’attività economica in Senegal. Si crea così un circuito virtuoso che va anche a vantaggio delle nostre imprese. È un inizio. Tra i programmi sanitari che l’Italia ha in Africa, due spiccano per dimensione: gli ospedali di Emergency e il programma Dream di Sant’Egidio di prevenzione e cura dell’Aids, assieme a ciò che fa il Cuamm. Nel tempo ci siamo resi conto che l’eccellenza sanitaria non è, come spesso si pensa, incompatibile con la situazione di molti paesi africani. Affinché però le eccellenze si creino e si radichino, non basta – come spesso si fa ancora oggi – donare l’ospedale e le attrezzature mediche, se poi dottori e infermieri sono costretti a emigrare. Anche qui ci vuole una circolarità e poi formazione continua in loco. Occorrono reti di trasferimento di conoscenze nazionali e intercontinentali, partenariati tra università europee e africane che consentano a medici, infermieri e paramedici locali di aggiornarsi, magari dopo un periodo di formazione da noi. Ciò vale anche in altri settori.
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LIMES Quali? GIRO Le infrastrutture. Un altro ambito in cui gli interessi europei e africani colli-
mano in modo lampante è quello dei trasporti. Già oggi tredici milioni di africani si spostano tra un paese e l’altro del continente, per cui il flusso che arriva da noi è tutto sommato ridotto. Lo sarebbe ancor più se gli spostamenti intra-africani non fossero l’incubo che sono oggi: di fatto, per molti africani è più facile raggiungere l’Europa che un’altra parte del loro continente, stante l’assenza di assi viari e ferroviari adeguati. Tanto per fare un esempio, non esiste una litoranea che colleghi fra loro le capitali dell’Africa occidentale. E allora la gente, per vivere, si sposta nelle grandi città – Lagos, Nairobi, Abidjan e via dicendo – nelle cui bidonville i giovani maturano il progetto migratorio. Del resto, non potrebbe essere diversamente: queste megalopoli, destinazione obbligata di flussi migratori interni privi di sbocchi alternativi, spesso non ne reggono l’impatto e diventano invivibili. Da qui il paradosso di un continente in cui convivono poche megacittà e vaste aree rurali, per lo più spopolate. Credo che uno sforzo vada fatto per le zone intermedie: quelle tra il villaggio e le megalopoli. Le tante cittadine africane che crescono, ma che sono senza infrastrutture. LIMES In tempi di crisi e debito dell’Occidente, dove attingere i capitali necessari a questo salto nello sviluppo dell’Africa? GIRO I capitali ci sono, occorre mobilitarli con una strategia e una seria volontà politica. All’ultimo Consiglio europeo sullo sviluppo, il presidente della Banca europea per gli investimenti Werner Hoyer ci spiegava che la Bei ha più soldi della Banca mondiale da investire in programmi di sviluppo: decine di miliardi che resteranno in cassaforte se non ci sarà un chiaro mandato del Consiglio a investirli fuori dall’Europa. Potrebbero essere usati per attivare progetti di sviluppo, magari con formule di finanziamento innovative. Non solo l’aiuto a fondo perduto, ma anche il cofinanziamento pubblico-privato e il credito agevolato. Se chiediamo ai paesi africani di gestire assieme i flussi migratori, occorre offrire una magnitudine di investimenti decisiva. LIMES Trasporti e tecnologia, dunque. Ci sono altre aree d’intervento prioritarie? GIRO Sicuramente l’energia, che è poi il presupposto di tutto il nostro discorso: senza energia non c’è sviluppo. Il problema africano è che le risorse per generare energia ci sarebbero; ciò che manca sono gli impianti di generazione e, soprattutto, le reti distributive. In quest’ottica ritengo giusto l’approccio dell’Enel, che punta molto sul continente e che da Sudafrica e Kenya, dov’è già presente, mira a espandersi ovunque. Più che scommettere sui megaimpianti tradizionali – grandi centrali e grandi elettrodotti, dispendiosi da realizzare e difficili da mantenere in realtà ancora poco sviluppate – l’Enel punta sulle minireti locali, alimentate con le rinnovabili, con cui potenzialmente si può elettrificare tutta l’Africa. Questi concetti – sostenibilità, circolarità, interconnessione, strumenti ibridi di finanziamento – sono la cifra del migration compact proposto dal governo italiano alla Commissione Europea. LIMES Ce ne illustra la filosofia?
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Bolivia
Burkina Faso Niger
Settori prioritari: - Governance, diritti e lotta alle disuguaglianze - Migrazione e sviluppo - Salute - Istruzione - Agricoltura sostenibile e sicurezza alimentare - Ambiente, cambiamenti climatici ed energia per lo sviluppo - Salvaguardia del patrimonio culturale e naturale - Settore privato
Sud Sudan
Centrafrica
Costa d’Avorio
Liberia
Guinea
Senegal
Fonte: Documento strategico triennale 2016-2018 (inedito, ancora da approvare)
El Salvador
Cuba
Siria Iraq
Sudan
Somalia
Myanmar
Paesi che appartengono a tutte e due le categorie
Aiuto umanitario (aiuto ad hoc, in base alla situazione contingente)
Paesi prioritari per la cooperazione italiana
Mozambico
Kenya
Etiopia
Pakistan
Afghanistan
Yemen
Egitto Giordania
Libano Palestina
Albania
Bosnia E.
Libia
Tunisia
Italia
LA COOPERAZIONE ITALIANA NEL MONDO
‘L’AFRICA È IL PROBLEMA, MA È ANCHE LA SOLUZIONE’
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GIRO Il senso del compact, così come l’ha proposto l’Italia, è quello di un patto
euro-africano che metta insieme investimenti, lotta antiterrorimo, sicurezza e migrazioni. Lo fa in un’ottica di mutuo interesse, in quanto la stabilità e lo sviluppo economico dell’Africa beneficiano i paesi africani non meno di quelli europei. L’opportunità per questi ultimi sarebbe doppia: stabilizzare un continente cruciale per la sicurezza europea e ampliare – o creare ex novo – mercati per le proprie aziende, il cui apporto è indispensabile alla modernizzazione agricola, industriale, scientifica e infrastrutturale dell’Africa. Finora il nostro discorso con i paesi africani è stato: «Fermate i migranti, in cambio vi diamo qualcosa». Il migration compact ribalta la prospettiva, mirando ad aggredire le cause del divario tra velocità delle migrazioni e lentezza dello sviluppo locale. Per colmare questo iato, cioè per accelerare lo sviluppo e ridurre al contempo la spinta migratoria, il compact usa l’arma dell’aiuto allo sviluppo e degli investimenti. Ma attenzione: determinante è la dimensione di questi ultimi, allo scopo di innescare un circolo virtuoso. Siamo convinti che occorrano investimenti ingenti in energia, trasporti e tecnologie per la formazione. Ciò sarebbe di grande vantaggio anche per le nostre imprese. Non a caso, migrazioni, istruzione e formazione potrebbero essere i grandi temi del G7 italiano nel 2017. LIMES In termini generali, però, più un’area si sviluppa e più i suoi abitanti sono in grado di viaggiare e, al limite, emigrare, almeno finché lo sviluppo non raggiunge certi livelli. GIRO Non è detto, dipende da come avviene lo sviluppo. Se esso è alimentato dalle rimesse degli emigrati, e dunque è uno sviluppo prevalentemente esogeno che necessita dell’emigrazione per sostenersi, vale questo discorso. È ciò che succede oggi in Africa, dove le rimesse valgono ormai quanto l’aiuto allo sviluppo europeo (circa 40-50 miliardi di euro) e spesso costituiscono un apporto irrinunciabile per le singole economie nazionali. Se invece gli apporti esterni in termini di capitale, conoscenze, infrastrutture puntano a far sì che lo sviluppo si generi in loco, grazie alla creazione di un tessuto economico e professionale capace di autoalimentarsi, allora il discorso cambia. Occorre investire sulle persone, oltre che sulla dotazione materiale di un paese: da qui la nostra enfasi sulla formazione. Gli africani, come chiunque altro, emigrano soprattutto per necessità, non per vocazione: la nostra esperienza con i programmi di financial inclusion dimostra che, se messi in condizione, non esitano a fare impresa nei loro paesi. Per questo ho in parte contestato l’interpretazione data dalla Commissione europea al migration compact italiano (diventato per la Commissione il migration framework), dove tra l’altro si parla specificamente di migration liaison officer per definire la figura che, nell’ottica della proposta italiana, dovrebbe fungere da negoziatore europeo. Dobbiamo smetterla di trattare con gli africani solo sulla base delle nostre priorità; se non ci mettiamo in testa che è necessario pensare in termini di interessi condivisi, non andremo lontano. In altre parole: dal momento che le rimesse degli emigrati equivalgono all’aiuto europeo, che vantaggio trae un paese africano ad arginare i flussi? Dobbiamo dare un reale beneficio se vo-
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gliamo ottenere risultati. Solo così l’«aiutiamoli a casa loro» assume un senso, altrimenti rimane vana propaganda politica. LIMES Resta comunque che con l’immigrazione africana dovremo convivere per un po’. È possibile selezionare tale immigrazione in base alle esigenze delle nostre economie, essendo peraltro il lavoro un canale fondamentale d’integrazione? GIRO In certa misura sì, purché sussista la circolarità di cui parlavo prima. Stabilire collegamenti tra laboratori, università e in generale i luoghi in cui si fa cultura, ricerca, innovazione e formazione consente di attirare e istruire i talenti che poi possono colmare i vuoti d’organico prodotti dalla nostra crisi demografica in settori fondamentali, come la sanità. Ma tutto ciò non può ridursi a un brain drain a senso unico. Potremmo pensare a forme di Erasmus euro-africani. Conosco le scuole africane, so su che testi studiano i loro studenti. Recentemente, con il presidente del Consiglio ho visitato la grande università di Dakar, la Cheikh Anta Diop, da cui sono transitati quasi tutti i presidenti africani delle indipendenze. Per molti aspetti resta un centro d’eccellenza, ma si vede quanto potrebbero essere utili le connessioni con altre università. Ancora ricordano gli aiuti che davamo noi negli anni Settanta! Credo che con le università africane occorra fare un lavoro di collegamento fruttuoso. Ci conviene, senza contare che noi non guardiamo bene in faccia chi arriva da noi. LIMES Cioè? GIRO Cioè non valorizziamo le competenze dei giovani africani che sbarcano sulle nostre coste. Molti di questi giovani sono scolarizzati, spesso hanno un diploma superiore, magari hanno frequentato scuole tecniche e conoscono un mestiere. Formarli o farli studiare all’università non è impresa impossibile, non si parte da zero. Sono giovani istruiti e con voglia di fare. Non vedo cosa possa chiedere di più un’economia come quella italiana o come quella tedesca, tanto per citare i casi europei più eclatanti di declino demografico. Se invece vogliamo rifugiarci nell’illusione che in pochi si sta meglio, dobbiamo rassegnarci a contemplare la nostra lenta ma inevitabile fine. Personalmente, ritengo la prospettiva assurda. Dobbiamo capire che tenendo queste persone in un limbo giuridico ed esistenziale per mesi, quando non per anni, in attesa di un permesso di soggiorno o di asilo politico senza il quale è impossibile lavorare regolarmente e integrarsi nella nostra società, facciamo un danno a noi stessi, oltre che a loro. LIMES Sull’integrazione in Italia siamo dunque all’anno zero? GIRO No, ma non per merito della politica. Continuando con il parallelo, la Germania ha da poco approvato una legge sull’integrazione in cui si affronta la materia in modo certo discutibile, ma serio. Da noi, fino a Mario Monti, i governi hanno appaltato l’integrazione alla Chiesa e alla società civile. Quest’ultima ha reagito fin troppo bene: si pensi al fenomeno tutto italiano delle badanti, 600 mila persone che vivono nelle nostre case e accudiscono i nostri cari, supplendo tra l’altro alle carenze del welfare. È un’integrazione di fatto: lavoro, apprendimento della lingua, formazione di legami sociali, acquisizione di competenze. Ma per quanto ancora la famiglia può reggere da sola il fardello dell’integrazione? Ci vuole una vera politica
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dell’integrazione perché fino ad oggi abbiamo sperato di restare paese di transito. È stata una scelta scellerata quella di mantenere il tema tutto sul piano dell’emergenza e non affrontarlo in chiave organica. La società è stata migliore della politica in questo. Manca ancora la legge sulla cittadinanza. Questo governo ha avuto quanto meno il merito di proseguire la politica di salvataggio in mare dei migranti e di ripartire equamente i richiedenti asilo sul territorio nazionale: due provvedimenti che di certo non hanno grandi ricadute in termini di popolarità. Ma ci vuole dell’altro: auspico un vero provvedimento sull’integrazione e sulla cittadinanza. LIMES Esiste un’esperienza europea d’integrazione da prendere a modello? GIRO Sono convinto che ogni modello abbia pregi e difetti. La cronaca degli ultimi tempi ci mostra che nessun modello è perfetto, ma non credo che vi sia un fallimento generalizzato dell’Europa sul fronte dell’integrazione, altrimenti i sanguinosi episodi cui purtroppo assistiamo sarebbero molto più tragici. Le nostre società albergano un disagio dovuto a molti fattori, non ultimo le tensioni connesse all’immigrazione e ai problemi di integrazione, ma nel complesso credo che stiano tenendo. Ciò che manca, e di cui vi è urgente bisogno, è un approccio europeo: non c’è traccia di una normativa comune sul diritto d’asilo, le politiche migratorie e d’integrazione restano appannaggio dei governi nazionali. Il risultato è l’assenza di dibattito comunitario su questi temi e il ricorso a soluzioni tampone in caso d’emergenza, come l’accordo con la Turchia sui profughi. Questo accordo non risolve il problema, perché si limita a sigillare la rotta balcanica e demanda ad Ankara la gestione dei quasi tre milioni di profughi, tra siriani e iracheni, presenti sul suo territorio. La stessa tenuta dell’intesa non può darsi per scontata, perché sulla contropartita più cara al presidente turco Erdoãan, ovvero la liberalizzazione dei visti per i cittadini turchi, i governi europei non sembrano intenzionati a fare concessioni, specie dopo il golpe. Qualche segnale positivo in verità c’è: la Polonia, ad esempio, ha segnalato di voler aprire corridoi umanitari sulla scorta di quanto fatto dall’Italia. LIMES Crede che l’Italia possa trasformarsi a breve da paese di transito a destinazione ultima dei flussi migratori, come i paesi dell’Europa centro-settentrionale? GIRO Più che crederlo, lo osservo. Quest’anno le domande d’asilo sono aumentate notevolmente rispetto all’anno scorso: 50 mila circa su 70 mila arrivi finora. Per questo il discorso sull’integrazione è quanto mai urgente. LIMES E se invece in Europa prevalessero la paura e la chiusura? GIRO Sarebbe un grosso problema, per l’Africa e per l’Europa, e all’interno di questa per noi italiani più che per altri. Ormai, specie dopo il referendum britannico, si parla apertamente di Europa a più velocità. Il discorso ha senso se prelude a un’ulteriore spinta nel processo d’integrazione da parte di chi ci sta, senza però intaccare i risultati fin qui faticosamente raggiunti. Se invece la paura si traducesse nell’autoisolamento di alcuni Stati membri a scapito di altri, a perdere sarebbero tutti. Le risposte comuni a problemi che trascendono la dimensione nazionale resterebbero un miraggio, e le opportunità insite nella sfida migratoria rischierebbero di andare sprecate. Per l’Italia, in prima fila in questa sfida, sarebbe un vero disastro.
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COSA RESTA DEL MIGRATION COMPACT
di Gerardo FORTUNA
La proposta italiana di usare gli aiuti allo sviluppo per sradicare le cause delle migrazioni esce stravolta dal passaggio in Commissione. A imporsi sarà, di nuovo, la logica poliziesca turca: premi ai paesi che bloccano i migranti. Trionfa il ‘metodo Juncker’.
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1. NTERVENUTO AL FORUM DI DAVOS LO scorso gennaio, Frans Timmermans, uomo forte della Commissione, aveva accennato a qualcosa di simile al piano Juncker 1 da esportare in Africa e nel Medio Oriente per porre un freno agli arrivi dei migranti economici in Europa 2. Si può risalire a questa vaga ipotesi per avere una prima attestazione di ripensamento dell’agenda europea sulla migrazione, che avrebbe poi portato alla definizione di una nuova strategia di gestione dei flussi a cui la Commissione avrebbe dato il nome di New Partnership Framework (Npf). La politica migratoria comune era tra le dieci priorità del programma di Juncker da candidato alla presidenza della Commissione, ma l’attuazione dell’agenda europea sulla migrazione, lanciata nel maggio 2015, procedeva a rilento. Pochi i risultati raggiunti e non particolarmente esaltanti, se si esclude l’approvazione di un piano d’azione comune tra leader europei e africani, concordato al vertice di Valletta dell’11-12 novembre 2015. I dati interessanti che emergevano dalla dichiarazione finale del summit erano relativi sia all’adozione di una prospettiva che guardasse oltre la mera gestione delle crisi, sia alla presa di coscienza che Europa e Africa dovessero affrontare insieme la sfida delle migrazioni 3. Qualcosa si muoveva dunque, ma occorreva una precisa iniziativa politica che desse la spinta decisiva al rafforzamento di un approccio coordinato e dav1. Politica di rilancio degli investimenti in Europa voluta fortemente da Jean-Claude Juncker. Annunciato a novembre 2014 e operativo da maggio 2015, il piano consiste in un sistema che aggrega investimenti privati aggiuntivi a fronte di un finanziamento iniziale stornato da un fondo (Efsi) gestito dalla Banca europea per gli investimenti (Bei). 2. Cfr. J. VALERO, «Commission Mulls “Juncker Plan” for the EU’s Southern Neighbours», Euractiv.com, 22/01/2016 3. Come misura concreta era stato predisposto un Trust Fund per l’Africa di circa 1,8 miliardi che sarebbe stato indirizzato, tra le altre cose, al supporto operativo per combattere le cause delle migrazioni irregolari.
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vero europeo alle migrazioni. Dalla Commissione è giunto soprattutto l’impulso a gestire gli effetti della crisi degli sbarchi sul breve periodo, cioè in termini di contenimento degli spostamenti. In questo contesto si inserisce il controverso accordo del 18 marzo con la Turchia, orientato di fatto alla chiusura della rotta balcanica. Per le misure a lungo termine si è registrato invece l’attivismo del governo italiano, che ha raccolto una serie di proposte concrete all’interno di un documento inviato il 15 aprile alle istituzioni europee 4. Il documento prospetta una strategia che mette assieme Ue e Africa nella gestione dei flussi, sia attraverso la cooperazione sulla sicurezza, sia mediante un grande piano regionale di investimenti. Particolarmente ambiziosa la proposta di creare forme di facilitazione all’accesso dei mercati del capitale per i paesi africani tramite un’emissione di debito europeo, i cosiddetti Eurobond Africa-Ue, sotto la supervisione della Bei (Banca europea degli investimenti) e di altre istituzioni finanziarie internazionali. Si parla anche di controllo delle frontiere marittime tramite l’istituzione di una guardia costiera europea, di una riforma del sistema di Dublino sull’asilo e di una gestione del «confine» libico, in particolare per quanto riguarda l’estensione del mandato di Eunavfor Med (Operazione Sophia) che opera nel Canale di Sicilia. Dunque, un approccio polidimensionale alla gestione comune del fenomeno migratorio. L’iniziativa italiana è stata apprezzata e presa subito in considerazione dalla Commissione e dall’alto rappresentante Federica Mogherini. Da Roma hanno continuato a monitorare la proposta anche quando veniva lavorata a Bruxelles, affinché ne fossero preservati i contenuti originari. Il governo ha avviato su un’azione politica concertata che ha attuato in tutte le sedi possibili di discussione: il ministro Carlo Calenda, nel suo breve periodo alla rappresentanza permanente a Bruxelles 5, operava dentro al Coreper (Comitato dei rappresentanti permanenti), in stretta sinergia sia con il viceministro Mario Giro, che faceva valere le ragioni italiane all’interno del Consiglio affari esteri, sia con il sottosegretario Sandro Gozi, che agiva invece in Consiglio affari generali. Sin da subito gli eventi hanno preso una piega diversa. Il finanziamento dei progetti di investimento a lungo termine tramite Eurobond è stato bocciato, in virtù del veto tedesco a qualsiasi forma di condivisione del debito a livello comunitario. La scelta degli Eurobond portava con sé un messaggio politico significativo, perché rimandava concettualmente alla condivisione degli oneri e quindi alla presa di coscienza che, sulle migrazioni, si deve procedere a livello di politiche comuni 6. Respinta questa ipotesi, la direzione generale Devco, che ha curato i dettagli finanziari della proposta, ha deciso di sposare una linea si-
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4. Il non-paper «Migration Compact – Contribution to an EU Strategy for External Action on Migration» è consultabile su goo.gl/aMg7hA 5. Calenda era stato nominato rappresentante presso l’Ue il 20 gennaio, quando era viceministro allo Sviluppo economico. Si era insediato al posto dell’uscente ambasciatore Sannino il 21 marzo, ma dopo meno di due mesi è stato richiamato al ministero, questa volta al vertice. 6. Cfr. J. MASSARENTI, «Ue e Africa corresponsabili sulle migrazioni», Vita.com, 22/04/2016.
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mile a quella del piano Juncker. È qui che si chiude il cerchio: l’iniziativa italiana ritorna sui binari originari previsti dalla Commissione e che Timmermans aveva anticipato a gennaio. Dopo averne preso gradualmente possesso, la Commissione ha limitato l’estensione della proposta italiana circoscrivendone gli sforzi e scorporando le questioni non direttamente correlate al controllo delle frontiere, come la cooperazione in materia di controterrorismo e la regolazione delle migrazioni legali. Il 7 giugno a Strasburgo i due vicepresidenti Timmermans e Mogherini hanno levato il sipario su quel che restava. La comunicazione 7 era al ribasso e mostrava, se non una debolezza politica, di certo una mancanza di ambizione dell’esecutivo europeo, dal momento che la reductio di un’iniziativa legislativa dovrebbe avvenire più in là nel processo, ovvero in Consiglio europeo. Proprio il Consiglio del 28 giugno ha poi sostanzialmente approvato l’approccio della Commissione, con leggerissime modifiche 8. A pesare, più che una variazione, è stata una mancata aggiunta: sebbene i rappresentanti italiani si fossero spesi nelle sedi apposite 9, le conclusioni non contemplano alcun riferimento all’unico stanziamento di risorse «fresche» richiesto agli Stati membri, pari a circa 500 milioni. 2. La nuova strategia europea per fronteggiare il fenomeno migratorio, così come mutuata dalla proposta italiana, fatta propria dalla Commissione e approvata dal Consiglio, non viene definita come una politica, bensì come un approccio e consiste essenzialmente nell’utilizzo più coordinato e mirato di strumenti e risorse già esistenti. L’obiettivo è quello di risolvere i problemi dell’attuale frammentazione dei programmi di aiuti allo sviluppo e dei fondi per la gestione delle migrazioni, che hanno portato alla moltiplicazione disomogenea di diversi canali di finanziamento attivi, ciascuno con proprie norme e diversi gradi di flessibilità. La ritrovata coerenza interna dei programmi in quadri di riferimento più coordinati dovrebbe comportare, secondo la Commissione, un maggiore impatto operativo. Questo riorientamento degli sforzi è accompagnato da un dato parzialmente innovativo: l’uso strategico di queste risorse, indirizzato cioè al raggiungimento di risultati specifici. Lo si evince anche dal capitolo dedicato alla politica di contenimento della migrazione (dal titolo «A More Effective Migration Policy») nella nuova global strategy che Federica Mogherini ha presentato a margine del Consiglio europeo del 28 giugno 10. Il New Partnership Framework, per usare la formula7. Comunicazione della Commissione europea al parlamento europeo, al Consiglio e alla Banca europea per gli investimenti sulla creazione di un nuovo quadro di partenariato con i paesi terzi nell’ambito dell’agenda europea sulla migrazione, COM(2016) 385 final. 8. Conclusioni del Consiglio europeo del 28/6/2016. 9. «Migranti: Gozi, indicare 500 milioni Africa in conclusioni vertice», Ansa, 24/06/2016. 10. «Shared Vision, Common Action: A Stronger Europe – A Global Strategy for the European Union’s Foreign and Security Policy», Servizio europeo per l’azione esterna, giugno 2016, pp. 27-28.
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zione approvata dagli Stati membri, rappresenta primariamente un tentativo «di assicurare il pieno controllo delle frontiere esterne». In sostanza, non si fa nulla di diverso rispetto al passato, ma si affrontano le sfide in modo più efficace grazie a un approccio mirato a ottenere risultati concreti. Si conferma così un (per alcuni preoccupante) andazzo che ha stabilito un nesso tra politica di sviluppo e controllo delle frontiere. Risorse e strumenti previsti come aiuti allo sviluppo diventano assistenza agli Stati terzi per gestire i flussi e controllare i trasferimenti di persone, anche sotto forma di rimpatri e reinsediamenti dei migranti respinti perché senza diritto alla protezione internazionale. Giocano un ruolo fondamentale i criteri che si riferiscono a «efficaci incentivi e adeguata condizionalità», voluti fortemente dalla Commissione e presenti anche nelle conclusioni del Consiglio europeo: maggiore è il risultato ottenuto dal governo partner nel bloccare i flussi migratori, più l’Europa sarà disposta a premiarlo elargendo aiuti. Le parole usate dal Consiglio nelle conclusioni non lasciano spazio a interpretazioni: «La cooperazione sulla riammissione e sui rimpatri costituirà un banco di prova fondamentale del partenariato» 11. Gli incentivi positivi sono indirizzati principalmente a ricompensare i paesi che si impegnano nelle riammissioni e nel controllo delle frontiere, mentre ancora non sono stati definiti quelli negativi. La Commissione ha comunque accennato all’utilizzo della leva commerciale e di altre forme di pressione politica. Pare ad esempio che possa essere tenuta in considerazione la cooperazione in materia di contenimento delle migrazioni quando sarà rivalutato il sistema di preferenze tariffarie generalizzate previste nel quadro dell’Spg+, il regime speciale di incentivazione allo sviluppo sostenibile e al buon governo. In questo approccio realista le stesse relazioni future tra Africa e Unione non solo dipenderanno da quanto e da come si collabora, ma saranno anche determinate da varianti geopolitiche. Emerge infatti una predilezione di partner non sulla base del bisogno effettivo di aiuti allo sviluppo, ma della loro posizione geografica, cioè dal fatto di essere o meno paese di transito o di origine delle migrazioni. 3. Da un punto di vista operativo, il nuovo quadro di partenariato persegue obiettivi a breve e a lungo termine. Per la Commissione, le misure che guardano all’immediato sono indirizzate principalmente al salvataggio di vite umane, che va tradotto dal linguaggio comunicativo formale nella ricerca di una riduzione degli ingressi irregolari sul territorio dell’Unione, sia smantellando le rotte illegali di migranti, sia aumentando il tasso di rimpatrio nei paesi di origine e transito. Si interviene in pratica finanziando progetti di capacity building in materia di gestione delle migrazioni: un esempio può essere il potenziamento del sistema di identificazione dei migranti irregolari grazie all’impiego di risorse per garantire il funzionamento delle anagrafi o la digitalizzazione del rilevamento biometrico o
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11. Rispetto alla bozza di conclusioni che circolava qualche giorno prima del Consiglio, questa formulazione ha corretto il valore imperativo della precedente «per rimanere partner i paesi terzi devono anche cooperare sulle riammissioni e ritorni».
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di impronte digitali. Ma rientra in questa prospettiva anche il finanziamento di programmi per il rimpatrio volontario, con misure assistenziali per il reinsediamento nel tessuto sociale del paese di riammissione. In questo modo il migrante rientrato volontariamente – o per meglio dire convinto con incentivi economici al rimpatrio – dovrebbe godere di condizioni di vita dignitose che non lo farebbero ricadere nuovamente nelle mani dei trafficanti. Parte centrale di questi partenariati a breve termine sono i compacts, accordi su misura con paesi terzi chiave. Sempre nell’ottica di una gestione migliore delle risorse già attivate, l’Unione vuole identificare un numero limitato di partenariati prioritari sui quali convogliare gli sforzi economici per l’attuazione immediata delle misure di limitazione dei flussi. Dei sedici programmi specifici già esistenti, si avvieranno discussioni con cinque partner chiave in Africa (Etiopia, Mali, Niger, Nigeria, Senegal) e si concluderanno i patti già in discussione con Giordania e Libano. Nelle intenzioni della Commissione e del Consiglio dovrebbero completare il quadro Tunisia e Libia, paesi di transito fondamentali con criticità interne che rendono tuttavia difficile l’avvio di negoziati. Davanti al parlamento in plenaria Tusk ha lasciato intendere a inizio luglio che c’è la volontà politica di inserire «in qualche modo» la Libia nel quadro dei partenariati e recentemente l’Unione ha cercato di promuovere la cooperazione regionale con i vicini meridionali del Sahel 12. La situazione in Tunisia resta sotto osservazione, ma il paese è ancora fragile per permettere al partenariato già esistente il salto di qualità necessario. I compacts sono in fase preparatoria e ci si augura che i primi possano essere conclusi già entro la fine dell’anno. Dai paesi selezionati si evince che l’obiettivo a breve termine sia chiudere la rotta di Agadez e del Mediterraneo centrale. Gli obiettivi a lungo termine guardano invece alla riduzione delle cause delle migrazioni irregolari. La Commissione individua nelle motivazioni economiche i principali problemi che spingono masse di africani a migrare, per cui mitigando le condizioni di povertà e creando opportunità nella regione si dovrebbero disincentivare le partenze. È stato pertanto previsto un piano di investimenti che sarà però presentato a ottobre e di cui al momento si sa ancora poco, se non che ha come obiettivo quello di indirizzare complessivamente 62 miliardi tra contributi privati e pubblici. Alcune fonti dell’Unione riferiscono che tra i progetti preferenziali sarà concesso maggiore spazio a quelli che hanno come obiettivo la riduzione della disoccupazione giovanile in Africa. Per presentare ai deputati questo cambiamento di approccio rispetto al tentativo di fronteggiare il fenomeno sul lungo periodo, Federica Mogherini ha parlato di una «rivoluzione» copernicana nell’utilizzo delle risorse. Ed è proprio all’alto rappresentante che viene affidato il ruolo di coordinamento dell’intera strategia. La figura di vertice del Seae è stata poi ridimensionata dalle modifiche ap12. Nel quadro della cooperazione con i paesi del G5 Sahel, Federica Mogherini ha favorito lo scorso 17 giugno un dialogo trilaterale tra i capi delle diplomazie di Libia, Niger e Ciad.
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portate dagli Stati membri. È bastato di fatto inserire un inquadramento istituzionale all’interno delle conclusioni del Consiglio: l’attuazione dell’approccio e il coordinamento delle istituzioni e dei servizi Ue spetta all’alto rappresentante «anche in qualità di vicepresidente della Commissione». Quella che può sembrare un’aggiunta innocua mira a evidenziare il fatto che l’alto rappresentante non è una figura autonoma ma un’emanazione della Commissione, che mantiene di conseguenza il controllo sull’intero processo. Soprattutto conserva un margine di operatività Timmermans, che pure aveva voluto legare il suo nome al nuovo approccio presentandolo a Strasburgo accanto a Federica Mogherini. Il capo degli Esteri europei ha comunque riportato una vittoria tattica, piazzando il suo ex capo di gabinetto Stefano Manservisi al vertice della Dg Devco, che di fatto curerà gli aspetti finanziari dell’Npf. Quest’attivismo politico attorno al piano lascia intendere che lo stesso sia considerato rilevante: avere peso nell’Npf fa gola a tutti.
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4. Che l’aspetto economico-finanziario costituisca la materia più delicata lo si evince soprattutto dall’approccio marcatamente orientato alla risoluzione di problematiche economiche. Tra la prima bozza e le conclusioni approvate dal Consiglio si registra una differente definizione dei migranti, passati da persone «molte delle quali senza diritto a protezione internazionale» a «migranti economici». La sfumatura di significato non è di poco conto, perché sposta la specificazione dei soggetti da un piano puramente giuridico-internazionale a un piano prevalentemente economico. Di conseguenza si dà maggior peso al tentativo di risolvere economicamente i problemi alla radice della scelta migratoria: la riduzione della povertà come miglior disincentivo a intraprendere i viaggi. Risulta per certi versi paradossale che un insieme di misure volte a gestire la mobilità transfrontaliera non abbia la parola «migrazione» nel titolo, ma in compenso usi il lessico economicistico. In realtà la definizione di migranti economici è piuttosto limitata. Le cause di fuga sono molteplici e vanno dalle classiche situazioni di conflitto al degrado ambientale, fino a fattori di instabilità come il proliferare del terrorismo. La componente delle risorse impiegate rappresenta forse il dato più importante in un sistema che prevede incentivi positivi e negativi, anche perché si pone all’origine della capacità di uniformare i paesi terzi al volere della Commissione, perlomeno sul breve periodo. In questo senso il fatto che non si sia ancora raggiunto un accordo sullo stanziamento di risorse fresche per incrementare il fondo di Valletta costituisce la minaccia più seria alla messa in pratica del piano. A controbilanciare questa indeterminatezza è stato aggiunto nelle conclusioni del Consiglio un riferimento alla prospettiva di concludere i primi compacts entro la fine dell’anno, per definire un margine temporale. Il fatto che una dichiarazione del Consiglio non abbia ancora impegnato gli Stati membri potrebbe rappresentare una sconfitta politica pesante e potrebbe portare a rinegoziare la cifra inizialmente indicata dal governo italiano (500 milioni), specie dopo l’uscita del Regno Unito che fa venir meno un contributo im-
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portante. Gli Stati membri restano riluttanti a parlare di finanziamenti aggiuntivi per la gestione delle migrazioni: basti pensare che del Fondo fiduciario per l’Africa istituito a Valletta – dato per acquisito dalla Commissione – sono stati versati finora solo 81 milioni rispetto agli 1,8 miliardi previsti. Proprio per questo tutte le proposte di finanziamento degli Stati membri prendevano in considerazione forme alternative, come l’emissione di Eurobond e la carbon tax proposte rispettivamente da Italia e Germania. La procedura di allocazione delle risorse è particolarmente opaca e va analizzata dividendola tra quanto previsto sul breve e sul lungo periodo. Lo stanziamento iniziale che sarà dirottato per rendere operativi nell’immediato i compacts ammonta a circa 8 miliardi per il periodo 2016-20 13. Poco, se consideriamo che per l’esecuzione dell’accordo con la sola Turchia sono stati impiegati 6 miliardi. Per la messa in operatività degli accordi saranno utilizzate risorse già approvate o che esulano dal bilancio regolare; di conseguenza, il parlamento europeo sarà privato di uno dei suoi principali poteri di controllo, quello di decidere sul budget 14, proprio come avvenuto per l’accordo con la Turchia. In quel caso il parlamento ha potuto rifarsi della mancanza di uno scrutinio democratico facendo ostruzione sulla liberalizzazione dei visti turchi, che costituisce una parte operativa dell’accordo, mentre con i compacts risulta difficile trovare strumenti di controllo surrogati. Sul lungo periodo la Commissione propone di creare un grosso fondo fiduciario per mobilitare maggiormente investimenti privati, con l’utilizzo di strumenti innovativi come le blending facilities 15. La Bei rivestirà un ruolo importante, in virtù della sua esperienza nella gestione di risorse pubbliche scarse. Il modello di finanziamento previsto è simile a quello del fondo Efsi, cuore pulsante del piano Juncker. La copertura dovrebbe attestarsi intorno ai 3,1 miliardi fino al 2020 16 e si presume possa muovere fino a 31 miliardi di investimenti totali tramite il meccanismo del moltiplicatore «miracoloso», raddoppiabili a 62 qualora gli Stati membri e altri partner contribuissero in misura eguale allo stanziamento della Commissione. In realtà non si ha idea di come il meccanismo della leva possa effettivamente operare. Inoltre il piano Juncker, anche se sta portando risultati, viaggia ben al di sotto della leva altissima (1:15) inizialmente prevista. 13. Così distribuiti: un’emissione di risorse nuove per 1 miliardo (500 milioni dalla riserva del Fondo europeo di sviluppo e 500 milioni dagli Stati membri) più la riallocazione dei contributi già concordati precedentemente per il fondo per l’Africa di Valletta (2,6 miliardi), del fondo fiduciario regionale dell’Ue in risposta alla crisi siriana (1 miliardo), dei contributi annunciati dall’Ue alla conferenza di Londra dei donatori per la Siria (2,4 miliardi) e fino a 1 miliardo di assistenza macrofinanziaria volta a evitare l’instabilità economica attraverso facilitazione ai prestiti, in particolare in Tunisia e in Giordania. 14. Cfr. G. FORTUNA, «Il Parlamento europeo e la strategia occupazionale dell’Unione europea», Libro Aperto, gennaio-marzo 2016, p. 39. 15. Strumento finanziario innovativo gestito dalla Commissione per sostenere investimenti pubblici e privati nell’ambito della cooperazione allo sviluppo. 16. Composto da 2 miliardi presi dal Fse, di cui 1,6 dal Fondo investimenti Africa e 400 milioni da dotazioni addizionali, mentre 940 milioni verranno dal Fondo investimenti vicinato e 160 milioni dal Fondo di cooperazione allo sviluppo.
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Per quanto riguarda gli strumenti finanziari, la Commissione ha precisato di preferire quelli innovativi, come i programmi di assistenza macrofinanziaria, che consistono nell’erogazione di prestiti per fronteggiare crisi di finanziamenti esterni 17. Lo strumento è interessante perché orientato alla stabilizzazione delle economie durante i periodi di crisi e pur non essendo correlato direttamente alla gestione dei flussi migratori, ne contrasta le cause. 5. Le prime critiche all’Npf hanno avuto a oggetto soprattutto l’approccio di Realpolitik utilizzato dalla Commissione. Alle accuse di voler orientare gli sforzi, principalmente per obiettivi di contenimento della pressione migratoria nel breve periodo, da Palazzo Berlaymont ribattono che parte essenziale e innovativa del piano sono proprio le misure a lungo termine. L’obiezione però non è infondata, dal momento che i due aspetti non sembrano procedere di pari passo. Persiste una disparità evidente nell’attivazione dei due piani, dal momento che le trattative per i compacts sono state già avviate in estate, mentre la presentazione delle misure a lungo termine avverrà probabilmente a ottobre. Viene inoltre espressamente ripetuto che l’obiettivo principale è l’efficacia della politica migratoria, intesa soprattutto come freno agli ingressi irregolari. Ancora più polemica la valutazione del dato essenziale di questa strategia: il nesso tra politica di sviluppo e gestione delle migrazioni. Corollario di questo legame è la destinazione degli aiuti allo sviluppo non in base alle esigenze, ma alla quantità di migranti in transito e alla capacità di bloccarli. La logica della condizionalità sarebbe inoltre in aperto contrasto con l’articolo 208 par. 1 del Trattato sull’Unione Europea, secondo cui «l’obiettivo principale della politica dell’Unione in questo settore è la riduzione e, a termine, l’eliminazione della povertà». Ciò che viene contestato da molte ong e da alcuni deputati del parlamento europeo è che l’Ue, tramite questo strumento dei fondi fiduciari, toglie risorse a lungo termine allo sviluppo reindirizzandole verso obiettivi a brevissimo termine che garantiscano la sicurezza dei confini europei. La vera levata di scudi della società civile si è avuta però sul meccanismo operativo di esternalizzazione delle frontiere dell’Npf, che si esplica nella «logica di subappaltare la gestione delle frontiere a paesi terzi» 18: metodologia che da oltre un decennio è stata applicata da diversi governi europei e che per certi versi è stata adottata dall’Unione già con il processo di Karthûm del novembre 2014. In polemica con la «vergognosa» politica che minaccerebbe il diritto di asilo nel mondo, Medici Senza Frontiere ha reso noto a metà giugno che non accetterà forme di finanziamento dall’Ue o dai suoi Stati membri. In un comunicato congiunto diramato il giorno prima del Consiglio europeo di giugno, oltre 130 ong –
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17. L’esperienza positiva viene dalla Giordania, in cui l’Ue ha condotto nel 2015 un’operazione di assistenza macrofinanziaria dell’ordine di 180 milioni e con cui è ora in discussione uno nuovo programma per altri 200 milioni. 18. S. PRESTIANNI, Le tappe del processo di esternalizzazione del controllo alle frontiere in Africa, dal Summit di Valletta ad oggi, Arci, giugno 2016, p. 5.
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tra cui Amnesty, Oxfam, Action Aid, Concord e Save the Children – hanno aspramente criticato la logica del piano che guarderebbe esclusivamente alla riduzione dei flussi, senza prospettive di sviluppo a lungo termine. Problematico anche il rapporto con i «modelli» – l’accordo turco del 18 marzo e il piano Juncker. Per quanto riguarda gli investimenti a lungo termine, permangono dubbi sulla differenza di ambiente economico e su come una soluzione pensata per l’Europa possa essere applicata a paesi in via di sviluppo con precarie condizioni di stabilità politica. Il piano Juncker parte anche da presupposti diversi, essendo il contraltare sul lato della domanda di quel quantitative easing voluto da Draghi, che ha creato una mole di liquidità senza precedenti sui mercati. L’obiettivo del piano era traghettare questo eccesso di liquidità nell’economia reale sottraendolo ai tradizionali impieghi speculativi, con progetti strategici di completamento del mercato unico e di innovazione per le imprese. Una prospettiva completamente diversa rispetto al contrasto delle cause dell’immigrazione irregolare. Ancora più problematiche le relazioni con l’altro modello, l’accordo con la Turchia: come questo, i compacts dipenderanno totalmente dai loro risultati operativi, per cui la loro effettiva applicazione rivestirà una funzione per certi versi legittimante della partnership stessa. Le prospettive tra i vari paesi sono però diverse. Da un lato la Turchia, paese che riesce a esercitare la propria sovranità sul territorio; dall’altra partner piuttosto fragili, come il Mali, che non è detto riescano a effettuare i rimpatri e a smantellare il traffico di esseri umani. Del resto la stessa Turchia ha messo in discussione l’accordo a più riprese, anche dopo la stipula. L’Unione ha relazioni piuttosto stabili con i paesi chiave individuati, ma non è detto che ciò basti a garantire l’operatività di quanto pattuito.
Come funziona la cooperazione italiana allo sviluppo a cura di Luciano POLLICHIENI
Il sistema italiano della Cooperazione allo sviluppo è stato modificato dalla legge 125 del 2014, che lo definisce «parte integrante e qualificante della politica estera dell’Italia». Secondo la nuova normativa, gli interventi di cooperazione allo sviluppo devono essere coerenti con gli obiettivi di «pace, giustizia e relazioni solidali e paritarie con i partner aderenti». A tal fine viene proposto un approccio sistemico incentrato sui diversi partner, con il coinvolgimento del settore privato.
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Due le principali innovazioni introdotte dalla nuova legge. Primo: il superamento di una visione della cooperazione unicamente come attività (inter)governativa. Le nuove norme lasciano più spazio alla cooperazione con e tra i privati per la trasmissione del know-how in alcuni settori chiave, nell’ambito della cosiddetta «cooperazione decentrata». Secondo: la differenziazione delle fonti di finanziamento. L’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo non sarà più finanziata esclusivamente dallo Stato, ma anche da altre organizzazioni internazionali, da privati (società o singoli individui) e dalle fondazioni. A livello strutturale, oltre al viceministro per la Cooperazione internazionale, vertice politico per le iniziative di cooperazione allo sviluppo, vi sono altri tre organi che giocano un ruolo determinante nei progetti e nelle strategie della cooperazione internazionale. Il primo è la Direzione generale per la cooperazione allo sviluppo (Dgcs), che coadiuva il viceministro nell’elaborazione delle direttive politiche per l’attuazione dei progetti di cooperazione e nella programmazione delle iniziative. La Dgcs deve anche valutare l’impatto sul territorio e sui rapporti bilaterali dei diversi progetti e verificare che gli obiettivi prefissati siano raggiunti nei tempi e nei modi prestabiliti. L’attuazione degli interventi di cooperazione è affidata all’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo (Aics), che con 350 effettivi è coinvolta in progetti di cooperazione in sedici paesi sparsi in diverse regioni: Africa subsahariana, Asia, America Latina, Europa, Mediterraneo e Medio Oriente. L’Aics ha sedi anche presso le missioni diplomatiche in Burkina Faso, Cuba, Marocco e Somalia. Tra gli obiettivi che l’agenzia si pone per il 2016 c’è quello di portare il rapporto tra aiuto pubblico allo sviluppo e prodotto interno lordo (pil) allo 0,26% (attualmente è 0,19%). L’aspetto finanziario dei progetti di cooperazione è invece curato dalla Cassa depositi e prestiti (Cdp), che nel quadro della cooperazione internazionale agisce come Banca italiana per lo sviluppo. In quest’ambito, la cassa opera in quattro modi: due attività di blending (messa in comune) delle risorse del ministero degli Esteri e dell’Unione Europea, e di quelle della stessa Cdp e della Farnesina; promozione del cofinanziamento privato alle attività di cooperazione; finanziamento di iniziative di credito allo sviluppo. Attualmente, le attività della Cdp sono incentrate sulle stesse aree geografiche in cui interviene l’Aics. La macchina della cooperazione agisce prevalentemente in quattro ambiti individuati come strategici: sviluppo umano (assistenza sanitaria e istruzione primaria), sviluppo rurale (sviluppo sostenibile del settore agricolo), sviluppo economico (sostegno alle piccole e medie imprese e al commercio equo); diritti umani e governance (sviluppo di istituzioni affidabili e democratiche, tutela dei diritti fondamentali di categorie deboli come i disabili e i giovani, parità di genere).
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COSÌ AIUTIAMO LA TUNISIA di Stefano M. TORELLI A NON DERAGLIARE La cooperazione italiana nel paese nordafricano è una realtà consolidata. Le linee d’intervento. Gli strumenti normativi e i canali di finanziamento. L’approccio paritario ci fa onore, ma limita il nostro spazio di manovra. E se facessimo come i tedeschi?
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1. A RETORICA DELL’«AIUTIAMOLI A CASA LORO» potrebbe avere un senso se applicata in maniera cosciente e giudiziosa. L’idea che per ovviare alle sfide politiche, economiche, sociali e di sicurezza poste dal fenomeno migratorio nel Mediterraneo si debba ricorrere a un non meglio specificato intervento volto ad aiutare direttamente i governi e le popolazioni dei paesi d’origine e di transito dei flussi, è non solo illusoria, ma del tutto inconsistente. Cosa vuol dire, infatti, aiutarli a casa loro? Gli artefici di questo slogan non spiegano chi dovrebbe essere aiutato, in che modo e con quali mezzi. Bisognerebbe, prima di tutto, ragionare dati alla mano 1 e capire se e cosa si può davvero fare. Ad esempio: cosa si può fare per aiutare a casa loro le centinaia di migliaia di nigeriani che fuggono da un sanguinoso conflitto civile e dai massacri compiuti da Boko Haram? 2. Come aiutare a casa loro i milioni di profughi siriani, che una casa non ce l’hanno neanche più? 3. Con quali mezzi pensiamo di aiutare a casa loro i libici, che vivono in una condizione permanente di crisi? Qualcosa andrebbe sicuramente fatto, ma rientra nel quadro di un’azione politica globale, che veda coinvolti i governi delle maggiori potenze internazionali e regionali per 1. Secondo i dati diffusi dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), nei primi quattro mesi del 2016 le prime tre nazionalità giunte in Italia via mare sono state la Nigeria (4.311 persone), il Gambia (2.901) e la Somalia (2.529). Se consideriamo tutta l’Unione Europea, i primi tre paesi di provenienza sono la Siria, l’Afghanistan e l’Iraq. 2. Secondo il Global Terrorism Index pubblicato dall’Institute for Economics and Peace, nel 2015 Boko Haram è stato il gruppo terrorista più letale al mondo, avendo provocato 6.644 vittime. Al secondo posto figura lo Stato Islamico, con 6.073 vittime; al terzo i taliban, con 3.477 vittime. La Nigeria risulta il paese in cui vi è stato il più alto incremento di vittime per terrorismo. 3. Si stima che circa un siriano su due non risieda più nella propria casa da quando è iniziata la guerra civile, nel 2011. Su una popolazione di circa 22 milioni di abitanti, circa 5 milioni sono rifugiati all’estero (la gran parte suddivisa tra Turchia, Libano e Giordania), mentre quasi 7 milioni di persone sono rifugiati interni.
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mettere la parola fine a quelle crisi. Tutto ciò presuppone una comune volontà politica, e dunque che gli attori interessati convergano su interessi comuni. Così però non è, e lo stallo fa sì che le crisi ai nostri confini si acuiscano, continuando a generare flussi migratori. Vi sono invece alcuni contesti in cui qualcosa si può fare. Si tratta di quei paesi che non sono direttamente al centro di crisi o conflitti, ma che per la loro posizione geografica o la loro valenza geopolitica sono indirettamente toccati dalla questione migratoria e da quella della sicurezza, che interessa più o meno direttamente anche l’Europa. Uno di questi è sicuramente la Tunisia: paese unico nel Nordafrica, con livelli di sviluppo sociale, politico ed economico sensibilmente maggiori rispetto all’Algeria, alla Libia o al Marocco. Storicamente si tratta di un contesto che, seppur piccolo, ha sempre costituito un’avanguardia sotto diversi punti di vista. Anche sotto il regime di Ben Ali (Bin ‘Alø), e prima ancora sotto quello di Bourghiba (Ruqayba), la Tunisia si distingueva per essere il paese con il più alto tasso d’istruzione di tutta l’area e con una società civile tra le più attive del mondo arabo e musulmano. La cosiddetta primavera araba che tra la fine del 2010 e l’inizio del 2011 ha sconvolto i delicati equilibri interni di un paese ancora autoritario, ha comportato dei cambiamenti molto significativi. Dal punto di vista politico-istituzionale, la Tunisia ha imboccato un cammino di riforme e democratizzazione che, a differenza di altri paesi toccati dalle rivolte come l’Egitto, la Libia, lo Yemen e soprattutto la Siria, lascia intravedere un reale cambiamento strutturale, nonostante le forti tensioni sociali il cui simbolo più evidente è costituito dai 6 mila giovani arruolatisi in Iraq, Siria e Libia sotto la bandiera del sedicente califfato 4. Sebbene nel complicato scenario mediorientale e nordafricano la Tunisia sia descritta come una storia di successo, è proprio qui che si dovrebbe mettere in pratica il mantra dell’«aiutiamoli a casa loro». Tunisi ha un immenso bisogno di assistenza e supporto da parte di chi, sull’altra sponda del Mediterraneo, vorrebbe garantire più sicurezza, pace e stabilità all’area. Il concetto è semplice: una lungimirante politica di prevenzione è meglio della classica risposta tardiva. Aiutare chi, stretto tra la minaccia jihadista e la crisi socioeconomica, cerca di compiere una transizione storica, conviene anche a noi. Prima di poter parlare realmente di successo, infatti, la Tunisia deve risollevarsi da tanti punti di vista e superare le sue annose contraddizioni e disparità: tra un Est costiero sviluppato e l’Ovest interno 5; tra una delle generazioni più istruite di tutto il mondo arabo e una disoccupazione giovanile galoppante 6; tra un ceto politico e amministrativo
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4. Secondo le stime del Soufan Group, la Tunisia è il primo paese al mondo per numero di foreign fighters. Anche se si considera il numero di combattenti in rapporto alla popolazione, la Tunisia rimane il primo paese, con 545 foreign fighters ogni milione di abitanti. 5. Il tasso di povertà a Tunisi e nelle regioni costiere dell’Est è mediamente inferiore al 2%, mentre nelle regioni centro-occidentali supera il 15%. Cfr. The Unfinished Revolution: Bringing Opportunity, Good Jobs and Greater Wealth to all Tunisians, Banca mondiale, maggio 2014. 6. Secondo la Banca mondiale, il tasso di disoccupazione giovanile in Tunisia è del 31,8%.
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mediamente vecchio e migliaia di giovani che premono per svolgere un ruolo nella vita politica del paese. «Perdere» la Tunisia sarebbe imperdonabile, e soprattutto segnerebbe il tramonto definitivo dei tentativi europei di aiutare il Mediterraneo del Sud (per aiutare l’Europa stessa). 2. La cooperazione italiana in Tunisia rappresenta un esempio di aiuto concreto al governo e alla popolazione di un paese mediterraneo, con l’obiettivo di migliorarne la qualità di vita e le prospettive. L’Italia è uno dei paesi più attivi in Tunisia dal punto di vista della cooperazione e ha messo in campo progetti che hanno effetti benefici sulla vita dei cittadini. La Tunisia è da sempre un paese in cima alle priorità dell’azione italiana nel Mediterraneo, per motivazioni di carattere storico (tra Ottocento e Novecento la comunità italiana in Tunisia era più grande di quella francese e le influenze, anche architettoniche, sono evidenti ancora oggi), culturale, economico e geografico. Tramite la cooperazione, sin dagli anni Ottanta il governo italiano promuove lo sviluppo e la crescita della Tunisia. L’attenzione maggiore è volta alle regioni del Sud, quelle meno sviluppate e più bisognose di incentivi alla crescita. Si tratta di una scelta mirata e importante, che rende giustizia alle reali necessità di un paese ancora troppo diviso e che ha proprio nell’arretratezza delle regioni meridionali e occidentali uno dei maggiori ostacoli sulla via della completa transizione politica. È del resto innegabile che sebbene la cooperazione non abbia obiettivi esplicitamente politici, essa mira anche a fungere da volano di uno sviluppo diffuso in grado di sostenere il processo di democratizzazione. Attualmente, il portafoglio della cooperazione italiana in Tunisia è di quasi 300 milioni di euro, suddivisi in vari tipi di iniziative. Ma come funziona esattamente? I finanziamenti stanziati dal governo italiano sono regolati dalla nuova legge entrata in vigore il primo gennaio 2016 («Disciplina generale sulla cooperazione internazionale per lo sviluppo») 7, che va a sostituire la legge 49 del 1987 e dispone la creazione dell’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo (Aics). Nel testo stesso della legge sono individuati i tre obiettivi della cooperazione: sradicare la povertà e ridurre le disuguaglianze, migliorare le condizioni di vita delle popolazioni e promuovere uno sviluppo sostenibile; tutelare e affermare i diritti umani, la dignità dell’individuo, l’uguaglianza di genere, le pari opportunità e i princìpi di democrazia e dello Stato di diritto; prevenire i conflitti, sostenere i processi di pacificazione, di riconciliazione, di stabilizzazione post-conflitto, di consolidamento e rafforzamento delle istituzioni democratiche. Un fattore da tenere in considerazione è che nessuna iniziativa da parte italiana viene presa in piena autonomia. Le scelte dei settori su cui intervenire e dei singoli progetti da finanziare sono sempre negoziate con il governo locale e rientrano negli obiettivi strategici previsti dallo stesso governo tunisino nel piano quinquennale di sviluppo attualmente al vaglio del parlamento. Non vi sono, 7. Il testo della legge è consultabile al link goo.gl/RVn7CT
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dunque, decisioni unilaterali da parte dell’Italia. Tale modus operandi si inserisce in un quadro che mira a dare al governo di Tunisi un ruolo paritario rispetto a quello di Roma, nel pieno rispetto dell’autonomia e della sovranità tunisine. La scelta politica di agire in questo modo non si traduce automaticamente in una maggiore efficacia del programma di cooperazione, ma garantisce il rapporto paritario tra Italia e Tunisia. La cooperazione italiana si muove in maniera del tutto trasversale, operando su diversi settori e aree, con una maggiore attenzione alla Tunisia meridionale. La maggior parte delle azioni è rappresentata da macro-interventi in settori strategici per lo sviluppo del paese, quali l’agricoltura, le infrastrutture e lo sviluppo delle aree rurali. L’attenzione alle priorità tunisine è sottolineata proprio dal fatto che ad essere privilegiato è il settore agricolo, in particolare nel Sud. In questo contesto si inserisce, ad esempio, il Programma Sahara Sud, nell’ambito del quale sono state promosse nove iniziative, di cui due ancora in corso. A testimonianza della persistenza di alcune priorità strategiche per la Tunisia, il programma tunisino per la valorizzazione delle regioni del Sahara e del Sud risale agli anni Ottanta e ammonta a 75 milioni di dollari. I due progetti tuttora in corso riguardano la costruzione di due dighe nella regione di Sfax, a Wådø al-Šaffår e Wådø Sayyidø Âåliõ, e la riqualificazione dell’oasi di Ruãaym Ma‘tûq, all’interno del governatorato di Qibilø. Quest’ultimo progetto rappresenta il fiore all’occhiello della cooperazione italiana in Tunisia e prevede la creazione di nuovi palmeti da dattero, con l’integrazione di infrastrutture abitative e sociali che permettano l’insediamento nell’oasi della popolazione che vi lavora, con un’attenzione particolare alla fascia più giovane. Il progetto è partito nel 2002 e dal momento della sua attivazione sono stati messi a disposizione 18,5 milioni di euro, usati per realizzare oltre 2.500 ettari di palmeti da dattero su suolo sottratto al deserto. Per rendere un’idea della scala, si pensi che sono circa 1.500 le famiglie che grazie al progetto avranno una fonte garantita di reddito. Nello stesso settore, a breve partirà un altro progetto di sviluppo nella aree di Õazwa e Tamaôza, per un totale di 5 milioni di euro.
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3. I canali di finanziamento sono diversi, ma tutti volti a garantire la piena autonomia del governo tunisino nelle scelte di allocazione. Diversi sono anche i settori d’intervento, comprendenti la protezione dell’ambiente e l’inserimento economico e sociale dei disabili. Il canale di finanziamento bilaterale prevede accordi diretti tra i due governi, che riservano a Tunisi il ruolo di agenzia d’esecuzione onde salvaguardarne la libertà d’iniziativa. È il caso del citato progetto di rivalutazione dell’oasi di Ruãaym Ma‘tûq. Vi sono il canale di finanziamento multilaterale, quello multibilaterale e i finanziamenti alle organizzazioni non governative (ong) italiane. Il canale multilaterale prevede finanziamenti alle diverse organizzazioni internazionali che operano nel paese, per la realizzazione di progetti mirati allo sviluppo del settore privato e della società civile. Un esempio è il progetto promosso attraverso l’Unicef per favorire l’inserimento di bambini particolarmente
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vulnerabili (disabili, abbandonati e orfani) in contesti familiari idonei a garantire il loro benessere e il diritto a una crescita serena. Negli ultimi due anni l’Italia ha contribuito a questo programma con 700 mila euro, per consentire all’Unicef di elaborare insieme al governo tunisino strategie volte a evitare che i bambini a rischio vengano collocati negli istituti, favorendone il ritorno presso le famiglie originarie o l’adozione. Il canale multibilaterale prevede un progetto concordato e finanziato a livello bilaterale tra i due governi, la cui realizzazione è affidata a un’organizzazione terza. È il caso del progetto Nemo, volto al raggiungimento di un maggiore sviluppo transfrontaliero delle aree e delle comunità costiere di Tunisia, Egitto e Libia nel settore della pesca. Per questo progetto la cooperazione italiana ha stanziato oltre 820 mila euro in Tunisia nel triennio 2014-17; la realizzazione è stata affidata al Ciheam (Centre International de Hautes Études Agronomiques Méditerranéennes) di Bari, insieme al ministero dell’Agricoltura e della pesca tunisino. La cooperazione finanzia poi direttamente le ong italiane tramite bandi pubblici. Ad esempio, il ministero degli Esteri finanzia al 70% un progetto realizzato dalla ong Cospe (Cooperazione per lo sviluppo dei paesi emergenti) in collaborazione con l’Udc (Union des Diplomés Chômeurs, il sindacato dei disoccupati laureati) e con il Gipp (Groupement Interprofessionnel des Produits de la Pêche), mirato allo sviluppo della pesca in acqua dolce e alla creazione di posti di lavoro per le donne e per i giovani nell’area nord-occidentale della Tunisia. L’Italia promuove anche lo sviluppo della piccola e media imprenditoria tunisina, tramite una serie di linee di credito. Lo scopo è creare nuovi posti di lavoro attraverso il miglioramento, la diversificazione e l’innovazione dei settori produttivi. Nel 2013 è stata lanciata l’ottava linea di credito, che ammonta a 73 milioni di euro destinati proprio alle piccole e medie imprese locali. Le precedenti linee hanno avuto un valore di quasi 225 milioni di euro e dagli anni Ottanta in poi sono servite per finanziare oltre 500 operazioni, creando circa 10 mila nuovi posti di lavoro. Le condizioni sono molto favorevoli, in quanto il tasso d’interesse è nullo e il prestito deve essere restituito nell’arco di 40 anni. Il credito è legato all’agevolazione di acquisti di beni e servizi italiani. Infine, un ruolo molto importante nella cooperazione è svolto direttamente da alcune Regioni italiane presenti in Tunisia: soprattutto Emilia-Romagna, Sardegna, Sicilia e Toscana. In particolare, la Sicilia rappresenta un partner primario della Tunisia, in quanto capofila del programma finanziato dall’Unione Europea per la cooperazione transfrontaliera Italia-Tunisia. La Sardegna, supportata dalla cooperazione italiana, sostiene un’iniziativa volta a incentivare la cooperazione decentrata per la crescita e lo sviluppo delle realtà locali. Quest’ultimo punto è cruciale: è ormai evidente infatti che il sostegno allo sviluppo risulta più efficace se indirizzato direttamente alle realtà locali più bisognose, rispetto agli aiuti a pioggia erogati alle istituzioni centrali. Ciò vale in tutti gli ambiti: dalla sicurezza allo sviluppo rurale, fino alla creazione di strutture per l’economia sociale e solidale. Anche in questo caso, l’azione della cooperazione italiana va di pari passo
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COSÌ AIUTIAMO LA TUNISIA A NON DERAGLIARE
con il piano di sviluppo quinquennale di Tunisi, che tra i suoi cinque assi principali prevede un maggiore decentramento dei poteri, in modo da poter dare alle autorità locali più autonomia e capacità operativa. 4. Le suddette iniziative rappresentano sicuramente un ottimo modo di «aiutare a casa loro» i tunisini, ma non mancano i punti critici. Prima di tutto l’approccio della cooperazione italiana, volto al riconoscimento di uno status paritario tra i due paesi, se da un lato appare molto politically correct, dall’altro fa sì che tutti i finanziamenti siano sempre vincolati dal governo di Tunisi. Inoltre, anche nei casi in cui il destinatario finale è un attore privato o un governo locale, vi è sempre il passaggio attraverso le autorità centrali del paese che beneficia degli aiuti. All’atto pratico, ciò si traduce in una maggiore lentezza dei finanziamenti, per via dell’iter burocratico interno. Come dire: l’Italia svolge un ruolo importantissimo in Tunisia, ma ha in parte le mani legate. Come si comportano gli altri? A parte gli Stati Uniti, presenti tramite l’agenzia Usaid con un portafoglio di circa 70 milioni di dollari concentrati soprattutto sull’aiuto militare, gli attori più attivi sono Germania e Francia. Due modi diversi di concepire la politica estera e gli aiuti, rispetto all’Italia. Particolarmente interessante è il caso tedesco, la cui politica estera, anche nel Mediterraneo, continua ad essere condotta a colpi di soft power. In Tunisia la Germania ha diversi uffici sparsi nel paese e la cooperazione tedesca può contare su circa 200 persone (nell’ufficio italiano vi sono meno di dieci persone), presenti a tutti i livelli dell’amministrazione tunisina. Berlino sceglie in maniera molto più autonoma come allocare i finanziamenti e tramite quali canali, al punto tale che, spesso, la Germania ha il potere di influenzare le politiche tunisine. Si tratta di un modo più deciso di condurre la cooperazione, ma ha due vantaggi: è più efficace e dà al donatore la possibilità di esercitare maggiore influenza. In un’ottica di Realpolitik, si tratta di aiutare concretamente un paese in via di sviluppo, determinandone in parte l’agenda. Non per questo è un aiuto meno disinteressato o un atto di neocolonialismo; piuttosto, si tratta di un approccio pragmatico con un occhio anche al proprio interesse nel lungo termine. Ricordando sempre che un aiuto dato «a casa loro» può diventare un aiuto per noi stessi. Sempre se siamo in grado di capire dove vada indirizzato quell’aiuto.
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CHI SIAMO?
L’ENERGIA DEL KENYA
di Giorgio CUSCITO
Il paese africano punta sulla geotermia per soddisfare la domanda energetica nazionale e diventare un punto di riferimento nell’Africa orientale. Il contributo della cooperazione italiana e del made in Italy.
I
1. L KENYA VUOLE DIVENTARE UN PAESE A reddito medio-alto entro il 2030. Per raggiungere tale obiettivo Nairobi punta su tassi di crescita del pil sostenuti e su una precisa agenda politica, sociale ed economica, volta a risolvere le molteplici difficoltà del paese. Una di queste è la bassissima percentuale di abitanti con accesso all’elettricità. In Africa, tale problema affligge circa 620 milioni di persone (due terzi della popolazione), la maggior parte concentrate nell’Africa subsahariana. Ciò ostacola la crescita economica del continente. Per superare questa difficoltà il Kenya ha avviato programmi per sviluppare le energie rinnovabili. In tale ambito, la cooperazione allo sviluppo italiana e alcune importanti aziende del nostro paese puntano a svolgere un ruolo di primo piano. L’economia keniana è una delle più importanti e diversificate dell’Africa. Nel 2015 il paese ha registrato un tasso di crescita del pil pari al 5,6%. La Banca mondiale stima che quest’anno dovrebbe attestarsi intorno al 5,9% e nel 2017 al 6% 1. Nel 2008 Nairobi ha lanciato Vision 2030, un programma economico-sociale a lungo termine volto a favorire lo sviluppo, ridurre la povertà e le disuguaglianze sociali e incoraggiare gli investimenti in diversi settori, tra cui istruzione, sanità, agricoltura, trasporti, infrastrutture ed energie rinnovabili. Quattro keniani su dieci sono disoccupati e larga parte dei cittadini trae sostentamento dall’economia informale, che ha una bassa produttività. Il paese è anche caratterizzato da una forte diseguaglianza economica: l’80% della ricchezza è nelle mani di un terzo della popolazione e i più poveri si concentrano nelle campagne. L’obiettivo di Vision 2030 è raggiungere un tasso di crescita medio del 10% annuo, sviluppando allo stesso tempo un contesto sociale equo e un ambiente 1. Kenya overview, World Bank, 8/4/2016.
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L’ENERGIA DEL KENYA
sicuro e pulito. Sul piano politico Nairobi vuole invece garantire un sistema democratico affidabile e incentrato sui bisogni della popolazione. Oggi solo il 20% della popolazione (i keniani sono circa 44 milioni) ha accesso all’elettricità. L’obiettivo è portare questo dato al 70% entro il 2020 2. L’84% degli abitanti si affida ancora al tradizionale uso della biomassa per cucinare e riscaldare le abitazioni. L’azienda statale Kenya Electricity Generating Company (KenGen), l’attore principale per la produzione dell’elettricità, è responsabile del 71% circa della capacità installata nel paese generata da impianti idroelettrici, termici, geotermici ed eolici. Nonostante siano stati scoperti negli ultimi anni dei giacimenti petroliferi, non si è ancora giunti all’estrazione. Il 29% della capacità installata dipende invece da produttori privati. L’intera rete di distribuzione elettrica del paese è gestita dalla Kenya Power and Lightning Company (Kplc). Per rispondere alla crescente domanda di elettricità, il Kenya si è affidato negli ultimi decenni soprattutto all’energia idroelettrica, ma l’instabilità meteorologica del paese l’ha spinto a riconsiderare i suoi investimenti. I frequenti periodi di siccità condizionano infatti la capacità delle dighe di produrre energia. Ciò determina periodiche interruzioni di corrente, che rappresentano tra l’altro una perdita di produttività per le imprese. Il governo keniano ha deciso pertanto di ricorrere alle centrali termoelettriche, il cui costo è tuttavia elevato. Il tasso di elettrificazione è aumentato, ma non al punto di soddisfare la domanda. Per questo, Nairobi ha intensificato gli sforzi per lo sviluppo delle rinnovabili. Nel 2015 il Kenya è stato il terzo paese dell’Africa per investimenti in tale settore, per una cifra complessiva di 357 milioni di dollari. In particolare, Nairobi sta valorizzando l’energia geotermica che non inquina e non è influenzata dalla siccità e dai cambiamenti climatici (a differenza di quella idroelettrica). Si stima che i siti geotermici siano 14, concentrati nella Rift Valley e in grado di produrre tra i 7 e i 10 mila megawatt (Mw) 3. Il governo keniano ha creato appositamente la Geothermal Development Company per promuovere lo sviluppo di questa risorsa attraverso l’esplorazione in superficie e le trivellazioni. Il presidente del Kenya Uhuru Kenyatta ha chiesto esplicitamente alle aziende private nazionali di aiutare il paese a sviluppare le sue risorse geotermiche per incrementare la produzione di energia pulita: «La nostra più grande sfida è la creazione di posti di lavoro. Ma non possiamo crearli se non industrializziamo, e non siamo in grado di industrializzare se non abbiamo l’energia», ha detto Kenyatta 4. Secondo il Renewable Energy Policy Network for the 21st Century (Ren21), a fine 2015 il Kenya è stato a pari merito con la Turchia l’ottavo produttore al mondo di energia geotermica (600 Mw) e quarto per capacità produttiva aggiunta nel-
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2. «Renewables 2016 Global Status Report», Renewable Energy Policy Network for the 21st Century, goo.gl/lfRp4S 3. Geothermal resources Kenya, Energy Regulatory Commission, goo.gl/o3qqju. 4. Geotermia in Kenya, un ponte per il business verde e per l’Europa, greenreport.it, 13/6/2016, goo.gl/56Rf6v
CHI SIAMO?
ENERGIA PER IL KENYA
E T I O P I A
Vulcani quaternari Aree geotermiche
S U D
S U D A N
Centrali idroelettriche esistenti Siti di possibili nuovi impianti idroelettrici Centrali termiche Centrali geotermiche Futura centrale geotermica Turbine eoliche
Turkwel
Sosiani
Lago Vittoria Gogo
Emuruangogolak
K
E
N
Adamson’s Falls
Silali Korosi Paka
Sagana Grand Falls Mesco Mutonga Tana Arus Wanjii Kiambere Miriu Ndula Kindaruma Gitaru Masinga Magwagwa Menengai Olkaria Kamburu Eburru Olkaria II Olkaria Nairobi Sud Longonot Oletukat Nairobi Leshota Suswa Ngong Lago Magadi Oldorko Shompole Lago Natron
Y
A
S O M A L I A
Barrier Namarunu Arror
Kara Falls
Garissa F. Tana
U G A N D A
Lago Turkana
Lamu
Ol’Doinyo Lengai
Oceano Indiano
T A N Z A N I A Kipevu
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L’ENERGIA DEL KENYA
l’ultimo anno (20 Mw) 5. Quest’anno il paese ha raggiunto i 2.341 Mw di capacità elettrica installata, per il 50% generata dall’energia geotermica, per il 36% da idroelettrico e per il 10-12% da termico, che produceva in passato i costi più elevati 6. Ad ogni modo, dato che solo un quinto della popolazione ha accesso alla rete elettrica, in attesa che siano costruite le infrastrutture necessarie alcune aziende si sono attrezzate per offrire alle zone rurali soluzioni alternative. M-Kopa, per esempio, ha combinato la tecnologia solare e la telefonia mobile per costruire delle minireti elettriche da utilizzare nelle campagne. I clienti pagano un piccolo deposito per un impianto domestico (solitamente venduto al dettaglio per 200 dollari) composto da un pannello fotovoltaico, tre lampadine, una radio e prese di ricarica per i telefoni cellulari. Il conto viene saldato a rate attraverso M-Pesa, la piattaforma di pagamento mobile usata da un terzo della popolazione. Più di 280 mila case in Kenya, Tanzania e Uganda hanno usato il sistema ad energia solare di M-Kopa durante lo scorso anno 7. 2. La cooperazione italiana è attiva in Kenya da più di ventotto anni e i suoi ambiti prioritari d’intervento sono l’approvvigionamento idrico, la sicurezza alimentare e la riqualificazione delle baraccopoli. Nel primo ambito è rilevante il Kenya-Italy Debt for Development Program che, grazie al primo accordo di conversione debitoria nella storia del paese africano, finanzia progetti volti alla distribuzione di acqua potabile nelle zone rurali. L’Italia sovvenziona anche progetti nel settore sanitario, in quello dell’istruzione e dello sviluppo urbano. Nel primo ambito è in fase di realizzazione il programma coordinato di assistenza tecnica «Support to the district health services and to the development of public private partnership policies», il cui costo è di circa 4,9 miliardi di euro. La cooperazione italiana ha deciso di sostenere il Kenya anche nell’ambito delle rinnovabili. In particolare, in linea con il programma Vision 2030, si concentrerà sull’erogazione di crediti per sostenere il piano di sviluppo energetico avviato da Nairobi, la ricerca scientifica e le iniziative di formazione del personale locale. Complessivamente saranno allocati 45 milioni di euro in forma di crediti d’aiuto alle iniziative per l’utilizzo delle rinnovabili. L’impegno dell’Italia si inserisce nella cornice più ampia del Piano di medio termine 2014-2017 dell’Ue per la cooperazione strategica congiunta a sostegno del Kenya, il cui scopo è coordinare gli aiuti con gli altri donatori internazionali che operano in questo settore. Anche le organizzazioni non governative italiane sono impegnate in progetti cofinanziati nel settore delle rinnovabili keniane. Per esempio la ong Ipsia nella contea di Tharaka-Nithi e Salute e sviluppo nella cittadina di Karungu. Per quanto riguarda l’energia geotermica, l’Italia può vantare grande esperienza accademica e professionale, che le consente di sostenere il Kenya specie
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5. «Renewables 2016 Global Status Report», cit. 6. B. CHUMO, «Let there Be Light», Worldfolio, 23/6/2016. 7. «Renewables 2016 Global Status Report», cit.
CHI SIAMO?
nella fase esplorativa e di avvio delle attività. Entro il 2016 l’Italia firmerà una partnership strategica con l’African Rift Geothermal Development Facility del programma Onu per l’ambiente (Unep), volto a ridurre i costi esplorativi e a sostenere Nairobi nella formazione del personale locale. Quest’ultimo fattore è molto importante; non a caso l’Italia – in collaborazione con nostre imprese – sta finanziando la prima summer school italiana sulla geotermia per alcuni paesi del Corno d’Africa, tra cui Comore, Etiopia, Gibuti, Malawi, Tanzania, Uganda e naturalmente Kenya. A questa attività partecipano Enel Green Power (Egp) – che mette a disposizione degli impianti – e Turboden, uno dei principali costruttori italiani di turbine geotermiche, che offrirà il sostegno finanziario. La società di consulenza Terra Energy fornirà supporto per la modellistica di serbatoio. La Ges (Geo Energy Services) metterà invece a disposizione degli studenti la sua esperienza nell’ambito del teleriscaldamento da fonti geotermiche. Lo scorso dicembre Egp e la statunitense Powerhive si sono accordate per costruire e gestire minireti elettriche a energia solare con impianti di stoccaggio dell’energia in cento villaggi nelle contee keniane di Kisii e Nyamira 8. Il progetto fornirà ai clienti un sistema di pagamento attraverso l’adozione di un’applicazione mobile e la piattaforma di gestione delle minireti di Powerhive 9. Egp ha ottenuto la prequalifica ed è in attesa del bando per il progetto geotermico di Suswa. Inoltre sta sviluppando una serie di progetti solari ed eolici, il più avanzato dei quali è presso Isiolo, vicino al monte Kenya. Egp è anche impegnata nella realizzazione del progetto Barefoot College per istruire le popolazioni rurali, in particolare le donne, sulla manutenzione di piccoli apparati per la produzione di energia elettrica tramite pannelli solari, affinché questi durino nel tempo. Tra le aziende italiane attive nel settore energetico keniano vi sono anche Eni, Saipem e Steam, la quale ha vinto un appalto indetto da Kengen per la fornitura di servizi per la progettazione e l’assistenza alla costruzione della centrale geotermoelettrica Olkaria 5, da 140 Mw. Anche Cesi e Terna sono impegnate con fondi della cooperazione allo sviluppo francese per progetti volti alla formazione del personale e al consolidamento della rete di trasmissione e di distribuzione elettrica. 3. Secondo l’Agenzia internazionale per l’energia, se il geotermico fosse sostenuto da politiche adeguate potrebbe coprire il 15% del fabbisogno elettrico dell’Africa orientale entro il 2040 10. Alla luce di ciò, se il Kenya riuscisse a valorizzare questa risorsa potrebbe perseguire importanti risultati su scala domestica e regionale. Nel primo ambito, Nairobi potrebbe soddisfare la domanda energetica nazionale, ridurre l’inquinamento e produrre nuovi posti di lavoro per la creazione e la gestione delle infrastrutture. 8. «Enel Green Power sostiene l’elettrificazione rurale in Kenya», Enel.it, 4/12/2015. 9. Ibidem. 10. Africa Energy Outlook, International Energy Agency, 2014.
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L’ENERGIA DEL KENYA
Nel secondo, può diventare un fondamentale polo di produzione di energia geotermica per l’Africa orientale e in generale contribuire al salto tecnologico del continente verso le energie rinnovabili. Negli ultimi dieci anni l’Africa subsahariana ha registrato un tasso di crescita del pil medio pari al 5,6%, ma la maggior parte degli Stati sperimenta cali di tensione che causano perdite economiche nell’ordine del 2-4% del pil 11. Solo in sette paesi (Camerun, Costa d’Avorio, Gabon, Ghana, Namibia, Senegal e Sudafrica) il tasso di elettrificazione è superiore al 50%; nei restanti è inferiore al 20%. La situazione potrebbe peggiorare in futuro. L’Africa subsahariana è l’unica regione al mondo in cui il numero di abitanti privo di accesso all’elettricità è destinato ad aumentare. Inoltre, per la fine di questo secolo la popolazione africana potrebbe superare i 4 miliardi, quasi il 40% degli abitanti del pianeta. Ciò significa che la domanda energetica continuerà ad aumentare. Alla luce di tali fattori, gli sforzi del Kenya nella valorizzazione delle rinnovabili rappresentano un esempio positivo per lo sviluppo del settore energetico africano.
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11. «Brighter Africa: The Growth Potential of the Sub-Saharan Electricity Sector», McKinsey, febbraio 2015, goo.gl/ZU1Cg3
CHI SIAMO?
Cos’è il potere? di Keith BOTSFORD
I
1. L VERO ARBITRO DEL POTERE, POTREBBE affermare ogni essere senziente della mia età a un passo dai novanta, è la morte. Uccidere o essere uccisi: questo è ciò che conta. Il primo una questione di scelta, il secondo destino ineluttabile. La morte porta via tutto il proprio potere, da cui il motivo del grande makar 1 scozzese William Dunbar: timor mortis conturbat me. L’atto di uccidere sottrae alla vittima tutta la sua energia, moltiplicando al tempo stesso la propria: impartire la morte a sangue freddo è d’altronde uno dei grandi attributi del potere. In tempi migliori, questa capacità giaceva in un luogo misterioso e inimmaginabile conosciuto come le mani degli dei. Ma con l’inesorabile incedere del tempo, questo tópos si è fatto via via più concreto. Al potere piace tuttavia l’elaborazione e a Prometeo fu data un’eterna familiarità con gli uccelli che ne masticavano le viscere. Troppo per le sue ambizioni, ma d’altronde eravamo incamminati sul sentiero del potere assoluto: se a una persona fosse mai capitato di giacere con la propria madre – errare è umano – a dargli la caccia ci avrebbero pensato le Eumenidi. Tutte le religioni del mondo accarezzavano il potere divino e solo un Gesù risorto è stato in grado di ricongiungersi con il Padre, una e trina forma di power sharing ante litteram, un politburo dei cieli con una colomba al posto dello scaltro Trockij. Il primo pensiero del 99% dei moderni a proposito del potere è: «Io di certo non ne ho». Segue una tediosa lamentela sull’1% che non gradiamo: i ricchi, i politici, la Chiesa e compagnia cantante. Nota bene: questa regola si applica solo a coloro che vorrebbero detenere potere e alle società in cui esso può essere ostentato attraverso surrogati come il denaro, la proprietà, la celebrità eccetera. I lettori di Limes, si presume, vanno oltre queste banalità. Essi potrebbero dire con certezza che il posto dove iniziare a ragionare sul potere risieda in idee come la libertà, il progresso, l’eguaglianza, l’illuminismo e via dicendo. Ma le parole e le idee che 1. Makar è un termine scozzese per indicare un poeta, un bardo, n.d.t.
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COS’È IL POTERE?
esse esprimono sono inaffidabili. Il progresso è quello che garantisce il re spostandosi da A a B per affermare il suo potere. La radice di freedom risale a una parola che in lingua norrena parla di magia e amore. L’illuminismo fu chiamato «rivelazione» e in esso non ci si è imbattuti, vi si è stati costretti. I francesi, il cui idioma imperversava tra i dotti d’Europa, hanno messo tutti questi concetti in un mazzolin di fiori che giustificava la loro «rivoluzione», un processo naturale preso in prestito da Vico, e introdotto nel bouquet la nazione, nel nome della quale chiunque poteva fare ciò che voleva. Manco a dirlo, le nazioni sono un’invenzione della mitologia moderna. Alessandria e il delta del Nilo erano una nazione? E i medi, i parti, le orde mongole? Ognuno dispone del proprio menù di teorie sull’origine delle nazioni – nuove o antiche – ma non c’è alcun dubbio sulla fonte del loro potere: la rivoluzione scientifica. In The Invention of Science, David Wooton ne rintraccia le origini nella «nozione della scoperta, che comporta la convinzione che la conoscenza posseduta nel presente sia sempre incompleta» e nella «matematizzazione, (…) la mania per i fatti, il carattere decisivo dell’esperimento replicabile». In questa visione del mondo, sviluppata tra Copernico, Galileo e Darwin, non c’era molto spazio per la fede e le scritture, invece potenti nel mondo politico al pari di quello religioso. Saint-Just e Robespierre erano romani immaginari, Marat e compagnia i disgraziati macchiati d’inchiostro di Grub Street 2, come pure Dostoevskij. 2. Quando ero solo un bambino ustionato risparmiato dalla provvidenza, ovviamente non pensavo affatto al potere. Pensavo all’obbedienza. Avevo una lista di persone alle quali dovevo ubbidire, i cui ordini più vitali iniziavano con: «I dottori dicono che». Essi parlavano e qualunque cosa impartissero io eseguivo. La disobbedienza, nel loro mondo, aveva un costo molto alto. Nessuno ne parlava, ma sono abbastanza certo che allora sapessi perfettamente cosa implicasse disubbidire ai gentlemen stranieri vestiti di bianco. Si poteva morire. Studiavano l’interno del mio corpo con un apparecchio che emetteva luci blu e sentenze. Persino mia madre fremeva al loro cospetto. Molto prima di imparare a camminare, avevo imparato a ubbidire alla nonna, alla governante, a mio padre – augusta figura dotata di bastone, auto veloci e aereo che lui stesso pilotava – a mio fratello, Richard Henry John Thomas van der Zee Botsford, di cinque anni maggiore di me. La nostra dimora era però affollata di un buon numero di persone alle quali non dovevo ubbidire. Se ripenso a loro – le cameriere, il cuoco, la zia Graziella che mi aveva ustionato, gli onesti e giovani tutori che spendevano le estati con me, mia madre, dea del mercoledì pomeriggio – la loro capacità di aggirare gli ordini ha qualcosa di magico, una sorta di concordia nella quale tutti condividevamo qualcosa dell’altro e non c’erano leggi immutabili. Avessi saputo qualcosa del potere, avrei detto che non ne avrei avuto. Ma sarei stato in errore, poiché, come dimostrano i governi, nella pietà risiede un grande potere: quello del dovere. Appa-
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2. Grub Street era la via londinese del giornalismo e dell’editoria da quattro soldi, n.d.t.
CHI SIAMO?
rentemente ci sono obblighi morali nel vedere i deboli, le vittime, i bambini annegati sulle coste egee. Qualcosa deve essere fatto. Da chi? Non prima che si scoprisse che sarei sopravvissuto, almeno fino alla morte di Giorgio V, notai che mio fratello non doveva ubbidire ad alcuno e provava gusto nel disobbedire. Se le mademoiselles incaricate di puntellare il nostro francese aristocratico non duravano mai più di novanta giorni era perché il fratello che veneravo aveva abbassato loro le mutandine alle ginocchia, perché il delizioso aroma delle Chesterfields aleggiava nell’angolo di giardino dove le fumava e perché quando scomparve per 24 ore, dopo la denuncia alla polizia, mio padre disse: «Tornerà quando finiranno quei pochi soldi che sottrae alle mie tasche». Una simile violazione dell’obbedienza mi schiudeva le porte dell’idea che il potere richiedesse avversari. Era una questione di vincitori e perdenti. E mio fratello, benché affascinante e pieno d’inventiva, era un perdente. E da tempo è passato a miglior vita. Il vincitore definitivo, imbattibile, pensavo, doveva essere la Cosa Divina, da cui fui presto sopraffatto presto, ancor prima che la guerra ci esiliasse dalla nostra infanzia inglese. Dio mi aveva risparmiato. Mio padre, agnostico rigoroso, volle chiamarmi Tempesta. Pregate per lui. Eravamo davvero ultracattolici. Fui cresimato in tenuta da Eton ed ebbi un mancamento di fronte alla Sua potenza. A 14 anni, ero un monaco benedettino. 3. Mi guardo indietro e penso che è così che noi tutti concepiamo il potere. È qualcosa che abbiamo provato nelle nostre vite o abbiamo esercitato su altri. Facciamocene una ragione. Ma di cosa, precisamente? Nella lingua colloquiale, il potere è la capacità di fare X. Se il mio caro direttore a Roma mi chiede di scrivere un breve saggio sul potere, lui sa che ho il potere di farlo – non inteso come la cosa in sé, Ding an sich, di kantiana memoria. Ne sono in grado, ma non avendo nessun saggio pronto all’uso nel mio archivio devo dirlo con parole mie. I russi, lo Stato Islamico, gli ucraini, i siriani di ogni sorta, gli israeliani, gli egiziani, i libici, gli americani e i coreani sopra e sotto il parallelo sono tutti capaci di far sparire un aereo malese. Il fatto che ne abbiano il potere ci dice assai poco di chi sia effettivamente stato. I superricchi hanno il potere di essere virtuosi; raramente lo sono. È altrettanto vero che noi non ne siamo ugualmente capaci, almeno in termini pratici. Benché tutti possiamo essere pittori, violinisti o dittatori, è necessaria una certa disposizione – addestramento, pratica, tempo, quella che immaginiamo come la nostra «libertà» di trasformare il potere in realtà. Non sarebbe forse meglio se considerassimo il potere dalla prospettiva opposta e ci chiedessimo se ci sia qualcosa che non possiamo essere? Non possiamo vivere per sempre, con gran scorno della criogenia. Altro esempio, la sfera sessuale. Tutti – a eccezione di coloro che dicono di essere ora questo ora quello – ne cogliamo lo spartiacque fondamentale, essendo essa espressa nei nostri corpi. Che uno nasca maschio o femmina non ha importanza. Quando verrà il tempo in cui un uomo potrà diventare madre, non ci sarà più bisogno per lui/lei di farlo, così come per una ex donna di farsi crescere
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COS’È IL POTERE?
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una barba o inseminare sua «moglie». Non riesco a pensare a nulla che in natura sia superfluo o non necessario. Alcuni esempi. Lear Rex che aveva ormai, come disse Shakespeare, usurpato la propria vita, possedeva tutti gli attributi del potere che oggi noi riconosciamo ai grandi e possenti nelle loro rispettive sfere, siano essi regnanti o Sepp Blatter. Ma proprio con questo fatto si è dovuto scontrare, perdendo gli occhi, la sua vita e la sua salute mentre cercava di tramutare la sua capacità di essere re in potere di re. Lo stesso è accaduto a quello svogliato oftalmologo di Ba44år al-Asad quando suo padre gli disse che era venuto il suo momento. Come ebbe a dire Kurosawa del suo Ran (Caos, 1985), «quello che ho cercato di mostrare in Ran è che gli dei o Dio o chiunque ci stia osservando prova tristezza di fronte a essere umani che si distruggono l’un l’altro e anche un senso di impotenza derivante dall’incapacità di influenzare il loro comportamento». All’altro capo del libro, gli uomini e specialmente le donne imparentati alla lontana con Mao, Pol Pot, Bao Dai, quel truffaldino motociclista del Che, il maresciallo Pétain, Dick Nixon e il suo cane e affini si sono visti recidere il loro potere e le loro capacità. Il cattivo comportamento, soprattutto il tradimento, pota il tuo albero o spinge Dante a farti congelare all’inferno. Ma il tradimento è negli occhi di chi guarda; è costato a Trockij e ai suoi seguaci la vita. La loro storia sulle sponde del potere assomiglia a quella di Lear. Nessuno lo illustra meglio di Reza Pahlavi, lo scià, un uomo dal potenziale claudicante, con le cui vedove intrattenevo strette relazioni e il cui figlio in esilio vedevo spesso prima che decidesse di togliersi la vita. Il caso Pahlavi può essere visto come il nesso tra il potere come potenzialità e il potere esercitato. Qui entra in scena S.T., un bellissimo seduttore, altresì noto come «il pigro persiano». Ai bei tempi di Reza Pahlavi, la sua famiglia possedeva terre destinate al futuro aeroporto internazionale. Fiutando l’aria che tirava, il padre di S.T. spedì sua moglie e i suoi due figli negli Stati Uniti e, alla caduta dello scià, pagò un contrabbandiere per farlo uscire da Teheran avvolto in un fascio di tappeti pregiati, il suo unico capitale. Uomo sovradimensionato, anche nel genio, amava raccontare come si era dovuto fidare dei contrabbandieri e quello che aveva cercato di fare per conto di un sempre più fiacco scià, al quale venne diagnosticato un cancro inoperabile e che aveva cercato rifugio in Egitto mentre faceva richiesta di asilo a quell’America che lo aveva installato sul trono di Persia. Nel senso più comune del potere, come forza impugnata dai governi, i leader individuali, gli Stati o gli aspiranti a essa – certo ve ne sono tra i lettori di Limes – sanno che il potere può essere pubblico (crocifissioni, impiccagioni e così via) o segreto (che ne è del tuo amico? È stato rilasciato? Ha disertato? Giace in una tomba abbozzata nel bosco?). Il padre di S.T., come Kurt Waldheim, era in grado di capire il nudo potere. Avrà anche saputo che la maggior parte di noi non ha affatto potere e che alla fine di una giornata qualunque non abbiamo energie per andare a cercarne. Patiamo la ruvidità degli estranei, specialmente di quelli la cui intera vita, a partire da quando iniziano ad assillare le loro madri per avere
CHI SIAMO?
ciò che vogliono, è dedicata a esercitare potere: ufficiali, politici, stanchi e gessosi insegnanti. La faglia passa da qualche parte tra l’Azione e l’Inerzia. S.T. era mio studente, compagno di tennis, un poeta molto raffinato. Il legame risiede, come spesso accade, nelle donne: in questo caso, sua sorella, pittrice di pochi talenti. Era molto vicina, praticamente promessa in sposa, ad Ali Reza Pahlavi, uno dei principi di quella sventurata dinastia. Studioso, poco appariscente, frequentatore di Harvard – la Qom d’America in quanto centro di formazione del suo clero – Ali lavorava a Cambridge ma manteneva una modesta dimora nella Back Bay di Boston. Poi si è ucciso, come sua sorella Leila dieci anni prima di lui. Ogni capacità dei Pahlavi è stata bloccata dal potere reale del loro padre. 4. Lasciatemi andare sul personale un’ultima volta. Il mio profilo: scrittore e compositore di alta istruzione, per una vita intera animato da un’avida curiosità, il più privato possibile. Ho pubblicato circa venti libri sotto sette pseudonimi. Non uso i social media. Disabilità: l’ultima volta che ho ascoltato musica popolare di mia volontà è stato 50 anni fa – ero innamorato e lei amava i Beatles, a me piacevano e basta. Qualcuno chiamato Prince è morto, io non sapevo neanche chi fosse. Come quell’altro bardo, David Bowie, l’idolo della generazione dei baby boomers. Quindi non fraintendetemi di qui in avanti. Nel corso della mia vita, il potere ha conosciuto un’autentica evoluzione. Sono nato (e ancora vivo) con una serie di assunzioni – sulla classe, sul ruolo delle donne, sulla natura dell’educazione e un’altra dozzina di fattori – che noi, in quanto famiglia, non ci siamo mai immaginati di contestare. Se da giovane, contemplando i volumi rilegati di L’Illustration sulla Grande guerra, fossi stato capace di pensare che il mio potere, il nostro potere potesse essere limitato o espanso, avrei avuto comunque una lista di risposte pronte. Re e regine? Sì. Dio? Ovvio. Istruzione? Classica. Non era quello che tutti coloro che conoscevamo facevano? Mio fratello scelse Oxford, quindi io optai per Cambridge. Papà giocava a tennis con lunghi pantaloni bianchi e maman si lamentava di quanto costassero. Spitzbergen, poi Bruxelles, Ungheria nel giro di quindici giorni, ça lui coûte une fortune 3, anche se era lui a pilotare il suo aeroplano dove volesse – per gente come noi non c’erano confini. Dov’è finito tutto ciò? Questa forma di potere? Un battito di ciglia e discutiamo della difesa dei cadetti dell’Alcazar. Leggo il Times a mio padre mentre lui, sempre di fretta, si fa la barba. Ho acquisito potere, il potere della mia opinione. «Ora, il potere», ho letto di recente, «assume tre forme: l’abilità di costringere la gente a fare quel che non vuole; la capacità di farla smettere di fare quel che vuole; e il potere di plasmare il modo in cui pensa». Le prime due non sono una novità. Pochi pagherebbero le tasse per scelta loro e molti (governi e nazioni compresi) fanno i bulli nei confronti del bene comune. Ma può qualcuno cambiare il modo in cui la gente pensa? Tutti possiamo essere portati verso la virtù, come verso il vizio; influenzati sì, ma «plasmati»? Richiede con3. Gli costa una fortuna, n.d.t.
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COS’È IL POTERE?
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senso, accettazione. O molta paura. Abbastanza paura del dissenso da influire sulla nostra vita reale. La cristianità stessa ha esordito come setta perseguitata. Il buddhismo, l’islam, il luteranesimo, l’ateismo, la rivoluzione sono tutti concetti che aprono faglie personali, temporali o geografiche. Il giovane Vladimir Nabokov riservava al tema alcune caustiche osservazioni: «C’è un demone molto seduttivo e molto pericoloso: il demone delle generalizzazioni. (…) Attraverso di esso, un campo del sapere malleabile come la storia viene trasformato in un piccolo e lindo ufficio, dove queste guerre e quelle rivoluzioni riposano nei faldoni (…) a prescindere da come l’umanità giochi le sue mani o combatta, segue un corso implacabile. Bisogna avere paura di questo demone. È una frode. È un venditore di secoli». Quasi in risposta alle sue parole, da uno di quei faldoni spuntano, in Francia, i redivivi sessantottini, i figli maoisti di David Rousset. L’insoddisfazione monta. I giovani sentono minacciate le loro capacità. «Sembrano idealisti angelici [ma sono] la stessa dura e pura sinistra militante», ha detto uno di loro. Il filosofo di Sciences Po Yves Michaud ha definito il polverone della nuova sinistra come «Internet che incontra i sovietici». Lo stesso fenomeno accade in Italia, dove l’insoddisfazione politica si esprime nella vecchia disputa tra Chiesa e Stato, o negli Stati Uniti, dove la nostalgia per le certezze del passato forma la base su cui Donald Trump ha costruito la sua improbabile ma populista candidatura presidenziale. In questo punto cruciale mi capita di leggere una storia dell’eccellente scrittore/pittore scozzese David Shaw Mackenzie a cui devo la passione, sbocciata tardivamente, per l’espropriata letteratura dei makars come Dunbar e Henryson. Il sangue scozzese, come quello irlandese o polacco, s’intona con ciò che si è perso, con il romantico, con scrittori come lo stesso Mackenzie o il grande Grassic Gibbon, morto così giovane. David ha catturato la mia attenzione con un racconto intitolato Harold Hartmann’s God, che l’autore, con il suo imperturbabile stile, propone come la storia dei sangamarta, un popolo amazzonico che venerava una bottiglia di whisky vuota ed è da tempo estinto. Anche io sono stato da quelle parti, a Manaus e Humaitá, in canoa, a risalire i fiacchi tributari del grande fiume, e David coglie abbastanza bene il torpore di laggiù. Hartmann narra la sua storia, la sua perdita di fede e gli viene chiesto se i sangamarta abbiano cercato di convertirlo alla loro religione. Risponde: «Non avevano una religione. Ogni altra tribù del mondo, in Amazzonia, Australasia, Africa ha dei di un tipo o di un altro. Tutti, ovunque, a parte i sangamarta. Non avevano affatto una vita di spirito». In seguito, conduce un esperimento che spiega il potere che conta davvero. Dal suo interprete Tatliri, che come ogni sangamarta non crede in alcuna forma di comunicazione che non sia quella diretta, Hartmann si fa dare cinque nomi, li scrive su un pezzo di carta che consegna al suo tutore affinché li porti al suo villaggio. Quando gli uomini del posto leggono ad alta voce i nomi, Tatliri è furioso: come possono saperli senza averli prima ascoltati? L’interprete, scrive David, usa una speciale espressione locale per indicare un «potere, al di fuori della nostra esperienza; potere, ma al di là della comprensione dei sangamarta».
CHI SIAMO?
Vedo David regolarmente. È il mio lettore. «Da dove hai preso quella folle storia?». Scuote la testa e mi manda uno scritto dell’antropologo David Everett sui 300 pirahã rimanenti in Amazzonia. Poiché la curiosità può essere il potere che tiene a bada la morte, i lettori di queste poche righe «su l’altra sponda» reagiranno a esse a seconda della loro fascia di età, della loro classe, del loro livello d’istruzione. Ma per quelli della generazione dei miei tanti nipoti, la distinzione tra la capacità di fare qualcosa e farla sembra tutto sommato irrilevante. Sono vincolati da e a ciò che è; vivono nei rispettivi presenti, mondi alieni a me che non ho più ruoli da recitare. Posso pensare a un centinaio di indicatori che sembrano offrire potere: soldi, stirpe, influenza, ambizione, rabbia, paura, odio, i cerchi concentrici che Dante vedeva dalla sua navicella mentre ci portava in paradiso. Questa progenie presta attenzione alle loro destinazioni? Io mi attacco alle buone parole e alla memoria. Ora, mentre sono ancora qui. In che razza di mondo vivono i pirahã, che non hanno un termine per perché? (traduzione di Federico Petroni)
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GUY J. ABEL - Ricercatore presso il Vienna Institute of Demography. MARCO ANTONSICH - Senior lecturer in Geografia umana alla Loughborough University, Regno Unito. Si occupa di geopolitica, nazionalismo e immigrazione. Lavora attualmente sul progetto Ue «Nuovi italiani» (newitalians.eu). BETTINA BIEDERMANN - Insegna Politiche migratorie alla Zeppelin University, Lago di Costanza. EDOARDO BORIA - Geografo presso il Dipartimento di Scienze politiche dell’Università La Sapienza di Roma, è titolare degli insegnamenti di Geografia e di Geopolitica. KEITH BOTSFORD - Scrittore, professore emerito alla Boston University e direttore di News from the Republic of Letters. PIERO COLAPRICO - Inviato speciale di Repubblica e scrittore (ultimo libro, Le cene eleganti, Feltrinelli). MARIA CARLA COVELLI - Dirigente penitenziario presso la casa circondariale Rebibbia nuovo complesso, Roma. GIORGIO CUSCITO - Consigliere redazionale di Limes. Analista, studioso di geopolitica cinese. GERMANO DOTTORI - Cultore di Studi strategici alla Luiss-Guido Carli di Roma. Consigliere redazionale di Limes. GERARDO FORTUNA - Giornalista e analista politico tra Roma e Bruxelles, ricercatore Istrid (Istituto studi ricerche informazioni difesa). MARIO GIRO - Viceministro degli Esteri. JOHN C. HULSMAN - Presidente e cofondatore della John C. Hulsman Enterprises. Membro permanente del Council on Foreign Relations, è autore o coautore di dieci libri, fra i quali Ethical Realism, The Godfather Doctrine e una biografia di Lawrence d’Arabia, To Begin the World Over Again. MARCO IMPAGLIAZZO - Professore ordinario di Storia contemporanea all’Università per stranieri di Perugia, di cui è presidente del consiglio di amministrazione dal marzo 2014. ENRICO LETTA - Preside della Paris School of International Affairs SciencesPo, già presidente del Consiglio dei ministri. MASSIMO LIVI BACCI - Professore di Demografia, scuola di Scienze politiche «Cesare Alfieri», Università di Firenze. NICCOLÒ LOCATELLI - Editor (web e social media) di limesonline.com. Consigliere redazionale di Limes. FABRIZIO MARONTA - Redattore e responsabile relazioni internazionali di Limes.
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SIMONA MELORIO - Dottore di ricerca in Criminologia, ricercatrice Centro “ReS Incorrupta», Università Suor Orsola Benincasa, Napoli.
FABIO MINI - Generale (r). Consigliere scientifico di Limes. ALBERTO NEGRI - Inviato speciale del Sole-24ore. NADAN PETROVIC - Università La Sapienza di Roma, attualmente ricopre il ruolo di coordinatore del segretariato tecnico congiunto del programma Ipa Adriatic. È autore di Rifugiati profughi sfollati: Storia del diritto d’asilo in Italia dalla Costituzione ad oggi e di numerosi altri scritti in materia. LUCIANO POLLICHIENI - Collaboratore di Limes, studioso di jihadismo e mafie. MARIO RAFFAELLI - Presidente di Amref. LUCA RAINERI - Dottorando presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. ISAIA SALES - Insegna Storia delle mafie presso l’Università Suor Orsola Benincasa, Napoli. Ha scritto La camorra, le camorre (1988, Editori Riuniti), Il caso Cirillo (1992, Laterza), Le strade della violenza. Malviventi e bande di camorra a Napoli (2006, Ancora del Mediterraneo), I preti e i mafiosi (2010, Dalai), Storia dell’Italia mafiosa. Perché le mafie hanno avuto successo (2015, Rubbettino). È editorialista del Mattino. DANIELE SANTORO - Studioso di geopolitica turca. FEDERICO SODA - Direttore dell’Ufficio di coordinamento per il Mediterraneo dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim). MATTIA TOALDO - Senior Policy Fellow presso l’European Council on Foreign Relations. Membro del consiglio scientifico di Limes. STEFANO M. TORELLI - Research Fellow - Middle Eastern Studies International Lectures Coordinator Ispi. LORENZO TROMBETTA - Corrispondente di Limes da Beirut per Siria e Libano. Autore di due monografie sulla Siria contemporanea. GIANNI VALENTE - Giornalista dell’Agenzia Fides.
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La storia in carte a cura di Edoardo BORIA
1. La percezione dei flussi migratori in entrata da parte delle opinioni pubbliche dei paesi d’arrivo – o almeno di alcuni loro settori – evoca la sindrome di accerchiamento. Con questa espressione viene indicata una forma di psicosi collettiva consistente nella sensazione di essere minacciati da un sistematico piano di annientamento. È la paura irrazionale che i vicini siano pronti a sferrare un attacco a tenaglia. L’immagine si riferisce all’Australia, uno dei paesi con la politica migratoria più severa al mondo: intransigenza nei respingimenti e visti concessi esclusivamente ai lavoratori già in possesso di un’elevata specializzazione. L’anello che circonda il paese esprime cartograficamente la sindrome di accerchiamento, che gli slogan in alto e in basso si preoccupano di tradurre a parole: prima la considerazione angosciante di essere «circondati da una minaccia» e poi l’esortazione a «sbarrare i cancelli (con Beaufort) così che noi possiamo vivere in pace». Per informazione, il Beaufort era un aerosilurante della seconda guerra mondiale prodotto anche dall’Aeronautica militare australiana, che con un’apposita campagna pubblicitaria speculava sull’onda emotiva della paura dello straniero. Proprio come quei movimenti politici di oggi che, in mancanza di altri argomenti, speculano sulle inquietudini per l’immigrazione. Ma ogni sindrome è una malattia, e chi la contrae ha già perso perché la sua insorgenza è il primo segnale di una sconfitta imminente. Fonte: J. NORTHFIELD, manifesto pubblicitario della Beaufort Division, Department of Aircraft Production, 1942. 2. «Ci rubano il lavoro», «commettono crimini», «pesano sullo Stato alle spalle nostre che paghiamo le tasse», «portano le epidemie». Sono i luoghi comuni che da sempre accolgono gli immigrati, compresi i milioni di italiani che hanno cercato un futuro all’estero dando vita a uno dei più massicci esodi nazionali della storia: ben 17 milioni solo tra il 1870 e il 1922 secondo questa immagine di propaganda del regime fascista, che ribalta la questione sfruttando la presenza degli italiani all’estero per giustificare la propria rivendicazione di uno spazio vitale. Fonte: «Spazio vitale», cartolina pubblicitaria tratta dalla serie Le ragioni della nostra guerra, Studio Editoriale Italiano, 1940 ca. 3. Una carta per l’emigrante. Un riquadro sulla destra si intitola Information for emigrants e fornisce un significativo quadro della geografia della migrazione inglese a metà Ottocento riepilogandone le mete: Australia, Terra di Van Dieman (antico appellativo della Tasmania), Nuova Zelanda, Capo di Buona Speranza, Canada, Nuova Scozia e Nuovo Brunswick, Stati Uniti, da cui la tabella distingue gli ultimi due territori California e Texas. Per ogni paese vengono date informazioni per rendere più consapevole la scelta migratoria: il tasso di mortalità, le città principali, la distanza da Londra, i giorni di viaggio in nave, la superficie, le temperature e una breve descrizione geografica. Le linee sulla carta rappresentano le rotte delle navi a vapore utilizzate dagli emigranti. Fonte: E. SMITH, Geographical and Physical Map of the World on Mercator’s projection showing the British Possessions with the date of their accession, population & all the existing steam navigation…, London 1851.
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4. Prima dell’arrivo dei conquistadores spagnoli il Messico settentrionale era abitato da varie popolazioni semi-nomadi qualificate con il dispregiativo appellativo «chichimeca». Il termine, che già in origine significava «barbari», assunse dopo la colonizzazione spagnola un’accezione ancora più offensiva nel senso di primitivo e selvaggio, soprattutto in contrapposizione all’avanzata civiltà azteca del Sud. Questa immagine evoca la leggenda della migrazione dei chichimechi per fondare Tenayuca nel 1224. La soluzione grafica adottata per indicare il percorso è simile alle strutture lineari che proprio nello stesso periodo stava sperimentando anche la cartografia europea. Fonte: Rappresentazione chichimeca del XVI secolo.
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